BLAISE
PASCAL
LA VITA e LE OPERE
Nasce il 29 giugno 1623 a Clermont-Ferrand, nella regione francese dell’Alvernia.
Nel 1631 si trasferisce, dopo la morte della madre, a Parigi e nel 1639 a Rouen in Normandia.
Si appassiona agli studi matematici e nel 1640 pubblica un Trattato sulle coniche.
Dal 1646 si interessa alle tematiche religiose, sotto l’influenza delle dottrine gianseniste. All’età di ventitré
anni compie la prima conversione.
Nel 1652 entra nel monastero di Port-Royal in cui è ulteriormente influenzato dalle dottrine ginaseniste.
Frequenta anche i salotti di Parigi e, praticando il gioco d’azzardo, conduce alcune ricerche sul calcolo delle
probabilità.
La notte del 23 novembre ha una sorta di illuminazione mistica, la cosiddetta seconda conversione.
Nel 1655 compone le Lettere Provinciali e dal 1657 inizia a comporre gli scritti che saranno pubblicati nella
raccolta Pensieri dopo la sua morte.
Muore nel 1659 a 39 anni, dopo che la sua salute peggiorò drasticamente.
LA CONDIZIONE UMANA, UN RE DECADUTO
Nella sua riflessione il filosofo riconosce una profonda contraddizione che egli caratterizza come
elemento fondamentale dell’essere umano, in cui la potenza intellettuale scompare di fronte
all’irrimediabile finitezza e al destino di morte ineluttabile. Pascal definisce la situazione esistenziale
dell’uomo come quella di un «re decaduto», in cui il ricordo della cui perduta potenza non viene
totalmente cancellato dalla miseria, ma al tempo stesso la rende più dolorosa e drammatica. Questo
porterà lo stesso Pascal ad avvicinarsi a una fede profonda ma tormentata, a un impegno nella vita
terrena intenso ma disincantato.
RIFLESSIONI SULL’ESSERE UMANO:
Lo spirito di geometria e lo spirito di finezza.
Nella riflessione sulle facoltà conoscitive Pascal ne riconosce due forme distinte. La prima è
la ragione, la cui espressione si riconosce nell’esprit de gèometrie e la cui facoltà consiste
nella capacità di dedurre rigorosamente le conseguenze dalle premesse.
Tuttavia lo spazio dell’esperienza umana si estende anche alla dimensione spirituale ed
esistenziale. La facoltà che qui entra in gioco è definita da Pascal come il cuore, sede delle
passioni e inteso come insieme delle capacità conoscitive umane non riconducibili alla
ragione.
Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
(Pensieri, 477)
Quindi la ragione compare in due significati distinti:
Facoltà dimostrativa.
Tutte le capacità conoscitive diverse da quelle razionali, ovvero il cuore.
Al cuore corrisponde l’esprit de finesse, che non procede per via deduttiva bensì in base a intuizioni
immediate. Lo spirito di finezza mira a cogliere le complessità e le sottili sfumature che
caratterizzano l’esistenza umana.
Dunque la ragione e lo spirito di geometria permettono di risolvere problemi matematici e indagare
il mondo naturale mentre il cuore e lo spirito di finezza permettono di osservare la natura umana nei
suoi diversi aspetti e manifestazioni.
Nella psicologia queste due forme di intelligenza si possono ricondurre a quella intrapersonale e
quella interpersonale.
MISERIA E GRANDEZZA, L’UOMO È UN PARADOSSO:
Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero.
Per Cartesio l’essere umano si compone di due sostanze distinte, il pensiero e l’estensione, grazie ai
quali l’uomo giunge a una propria consapevolezza. Per Pascal invece tale dualismo rappresenta
l’incomprensibilità dell’uomo a se stesso. Si genera dunque un paradosso all’interno dell’essere
umano.
Di fronte all’universo infinito e sconosciuto l’uomo esiste in una condizione di miseria, dovuta alla
sua condizione limitata a confronto con l’infinito.
Pascal percepisce la condizione dell’uomo posta tra l’inifitamente grande e l’infinitamente piccolo. È
un essere precario sospeso tra il nulla e l’infinito, dunque è misero.
Da questa situazione però nasce anche la consapevolezza della stessa ed è proprio in questa che
consiste la grandezza dell’uomo. L’uomo ha coscienza della propria debolezza e del proprio
annientamento e ciò lo innalza al di sopra dell’universo stesso che non è consapevole della propria
grandezza.
Attraverso lo spazio mi afferra e mi inghiotte come un granello; attraverso il pensiero io afferro l’universo.
La frase presa in considerazione mette in luce quello che Pascal definiva grandezza e miseria dell’uomo, la cui posizione è intermedia tra l’infinitamente grande e
l’infinitamente piccolo rispetto ai quali, il pensiero è smarrito. Ecco perché lo spazio, l’universo, infinitamente grande rispetto all’essere umano lo afferra e inghiotte
come un granello, e l’uomo si sente schiacciato dall’universo, dall’infinito. Pur tuttavia, è proprio dallo sperimentare e dall’avvertire questo senso di impotenza nei
confronti dello spazio, nasce quella che Pascal definisce grandezza dell’uomo, cioè la capacità di cogliere l’universo attraverso la forza del pensiero. E’ il pensiero
ciò che fa grande l’uomo, lo fa prendere consapevolezza del suo stato esistenziale e nel contempo lo differenzia e lo innalza al di sopra dell’universo, incapace di
rendersi conto tanto della sua grandezza quanto della piccolezza dell’uomo, concetto espresso con forza in un altro aforisma pascaliano, quello del giunco pensante.
L’uomo non è che un giunco, il più fragile di tutta la natura; ma è un giunco pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una
goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli
sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. E’ in virtù di esso che dobbiamo
elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale.
L’uomo è un paradosso, secondo Pascal, definito dalla sua aspirazione all’infinito, alla felicità, al tutto e dal suo limite, la sua fragilità, la sua finitezza. Potremmo
dire che la filosofia di Pascal è una filosofia dell’et et, l’uomo ondeggia tra il desiderio di conoscere tutto e l’ignoranza, tra il volere tutto e il volere nulla, non è
l’essere, ma neppure il nulla, uno status di continua insoddisfazione che Schopenhauer definirà con la metafora del pendolo.
La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.
Questa idea per cui la grandezza dell’uomo si identifica nel pensiero è ripresa successivamente anche da Kierkeegard nello scritto de La malattia mortale in cui cita:
essere un singolo uomo vuol dire non essere niente; pensa - allora sarai tutta l’umanità, cogito ergo sum.
DIVERTIMENTO E NOIA
L’uomo per non soccombere davanti alla consapevolezza della propria situazione si rifugia nel
divertissement, nel tentativo di dimenticarsi della propria miseria.
Dal latino deverto – allontanarsi da, … rappresenta l’atteggiamento di chi si allontana con la mente
dalla propria condizione di precarietà.
Con divertimento si intendono sia le attività di svago, sia tutte quelle occupazioni che possono tenere
occupata la mente.
Tuttavia il divertimento è qualcosa di illusorio e dannoso perché evita all’uomo la consapevolezza
della propria situazione. Allo stesso tempo il dolore, con cui lui stesso è costretto a convivere, è un
mezzo per osservare meglio questa condizione.
Una delle condizioni peggiori per l’uomo è anche quella di essere costretto a rimanere solo con se stesso, senza
poter sfuggire alla propria miseria, da cui scaturisce il cosiddetto concetto di noia.
Niente per l'uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza
svaghi, senza un'occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua
dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Subito si leveranno dal fondo della sua anima la noia,
la malinconia, la tristezza, l'afflizione, il dispetto, la disperazione.
Il divertissement produce la noia del vivere e della ripetitività. Ma questa noia che nasce dal divertimento ci
porta ad andare oltre il divertissement stesso, perchè ci fornisce la possibilità di una riflessione interiore, da cui
inizialmente il divertimento ci discosta. Possiamo così indagare la vera natura del nostro essere, infinitamente
piccolo e infinitamente grande ma sempre estremamente fragile. La condizione di noia ci conduce a una scelta
da compiere.
A questo concetto poi si collegaranno filosofi come Kierkeegard e Shopenauer.
LA FEDE
Grande parte dell’impegno intellettuale di Pascal è rivolto all’apologetica, ovvero mostrare la verità
del cristianesimo. Pascal polemizza contro la morale gesuita, mentre appoggia le posizioni dei
giansenisti, il cui pensiero era simile al suo per quanto riguarda il forte senso del peccato e della
corruzione. Svilupperà così una serie di argomentazioni a sostegno di essa.
Il dio che interessa a Pasca non è un dio a cui i credenti possano affidare la propria salvezza. Pascal è
interessato a sviluppare un ragionamento probabilistico su quale scelta debba fare l’essere umano di
fronte alla possibilità di quell’esistenza.
LA SCOMMESSA
Tale argomento si presenta quindi come una riflessione sull’unica scommessa che ogni uomo non
può evitare e riguarda o meno l’esistenza di dio. Tuttavia questa scelta non è solamente un gioco
bensì una scelta che coinvolge la vita dell’uomo e vuol dire decidere di vivere come se Dio esistesse
e rinunciare al mondo e ai suoi valori, o puntando sulla non esistenza divina, dedicarsi al mondo e
alle sue soddisfazioni. All’uomo non è data la possibilità di non scommettere.
La ragione non può dimostrare l’esistenza o la non esistenza di Dio.
Il rapporto numerico tra le possibilità che Dio esista e quelle contrarie sarà sempre finito e si darà
sempre almeno una possibilità positiva su un numero grande ma finito di possibilità negative.
Scommettendo su dio si possono perdere i beni terreni che sono comunque finiti e limitati ma posso
anche vincere l’assoluto, una vita ultraterrena infinitamente buona. Puntando sul mondo invece
posso conquistare quel poco che esso è in grado di darmi ma se perdo avrò rinunciato per sempre al
bene oltremondano.
Infinito è invece il rapporto tra il bene assoluto e i beni relativi del mondo.
In ogni caso secondo Pascal conviene puntare sull’esistenza di Dio.
VIVERE COME SE SI CREDESSE
La questione esistenziale più importante che l’uomo deve affrontare nella propria vita viene
risolta facendo ricorso al calcolo probabilistico della convenienza delle diverse alternative.
La scelta fra dio e il mondo è una decisione drammatica e inevitabile in cui l’uomo mette
letteralmente in gioco tutto se stesso e nella quale è sempre presente una componente di
rischio.
A questo proposito pascal si pone in un dialogo ideale con gli atei. Molti di essi infatti
vorrebbero credere e in questo caso Pascal consiglia di comportarsi come se si credesse. In
questo modo, partendo dal corpo, che viene abituato alle pratiche religiose, si arriva ad
affermare anche nell’anima la credenza religiosa.
Comportandosi come se si credesse, si finirà per credere.
UNA FEDE DRAMMATICA
Tuttavia per Pascal la fede non è mai un’acquisizione tranquilla e definitiva ma si tratta di
un’esperienza drammatica.
Il vero dio infatti è un dio nascosto (deus absconditus), parzialmente celato all’uomo.
La dialettica fra rivelazione e occultamento è coerente con la concezione pascaliana
dell’essere umano. Dio è al tempo stesso manifesto e nascosto, grande e miserabile e la
verità del cristianesimo sta nel fatto che esso è il solo in grado di rendere conto della natura
duplice e contradditoria dell’uomo. La paradossale coesistenza dell’individuo di miseria e
grandezza trova infatti la usa più chiara spiegazione nella dottrina del peccato originale e
nella promessa di redenzione.