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Pasolini

Riassunto pasolini

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PIER PAOLO PASOLINI (1922 – 1975)

Si realizza con lui una forte presenza critica dell’intellettuale nell’attualità 


TENSIONE SPERIMENTALE: più strumenti espressivi per le singole situazioni
SPERIMENTALISMO LINGUISTICO  non recide il filo con la tradizione e con la
realtà (a differenza delle avanguardie)
Sguardo attento alle forme linguistiche  esordio con poesie nel materno
dialetto friulano (Poesie a Casarsa, 1942) e seri studi sull’argomento (Poesia
dialettale del Novecento, 1952)
La MADRE agisce da mediatrice per la scoperta del MONDO POPOLARE: non
un contesto storico e geografico ma una condizione primitiva e autentica
(STATO DI NATURA)
Il VITALISMO e il VAGHEGGIAMENTO di questa NATURA aurorale non
escludono la COSCIENZA DEL MALE:
«l’ombra di un dolore che offusca quella rousseauiana felicità con il
sopraggiungere della maturità peccaminosa con l’incombere della morte»
(Giuliano Manacorda, Letteratura italiana d’oggi (1965-85), 1987)
Esperienza da OMOSESSUALE  provocazione, scandalo, disperata vitalità 
responsabilità sociale, ricerca di giustizia
PIER PAOLO PASOLINI (1922 – 1975)
La sua condizione lo costringe a frequentare luoghi socialmente degradati 
esperisce le trasformazioni del TESSUTO SOCIALE ITALIANO:
dalla CIVILTÀ CONTADINA alla CIVILTÀ del BENESSERE CONSUMISTICO  cerca
una totale partecipazione e ogni mezzo per gridare la propria disapprovazione
verso l’orrore in cui vede precipitare il mondo luminoso della sua infanzia 
MARTIRE egli stesso di quell’orrore
***********
Figlio di una maestra elementare friulana  soggiorni estivi a Casarsa (nella
campagna incontaminata del Friuli)
Studi a Bologna (Facoltà di Lettere) – Le Poesie a Casarsa (1942) attirano
l’interesse di G. Contini – a Casarsa trascorre i mesi successivi all’8 settembre
1943 (durissima occupazione nazista) – organizza una scuola – muore il
fratello Guido
1945: Laurea e ingresso nel P.C.I. (per la passione verso il mondo popolare) :
1949: denuncia per un episodio legato alla sua vita da gay  perde la cattedra
e viene espulso da P.C.I.  processo e assoluzione
 Si trasferisce a ROMA: studio, frequentazione delle borgate. Contatti con
PIER PAOLO PASOLINI (1922 – 1975)
PASOLINI NELL’ORBITA del NEOREALISMO:
Ragazzi di vita (1955): romanzo privo di trama unitaria e di un
protagonista. Otto capitoli raccordati da «una leggera continuità
di personaggi e di luoghi» (Franco Fortini, Attraverso Pasolini,
1993)
I «ragazzi di vita» appartengono al sottoproletariato urbano
I luoghi sono le borgate (sfondo desolato delle loro gesta)

Assenza di intreccio  pullulano i fatti ma non accade nulla di


decisivo: «l’azione riparte insensata ogni volta, disgregandosi in
un detrito di avvenimenti che allude all’assurda mancanza di
finalità dell’esistenza dei ragazzi di vita… la loro esistenza si
easurisce nell’immediatezza dell’istinto e del bisogno fisico»
(Franco Brevini, Per conoscere Pasolini, 1981)
PIER PAOLO PASOLINI (1922 – 1975)

Esistenze regolate dall’ISTINTO e da ESIGENZE NATURALI

All’autore non interessa il RISCATTO dei suoi personaggi 


interesse sul piano PSICOLOGICO e non ideologico

NARRARE = cogliere il NUCLEO PRIMIGENIO della realtà


circostante con le sue spontanee relazioni

Pasolini si identifica con il mondo rappresentato in assoluta


TENSIONE LIRICA (intense le opere autobiografiche: Amado mio
(1982) scoperta di un mondo aurorale, della bellezza e della
colpa
PIER PAOLO PASOLINI (1922 – 1975)

NEOREALISMO SPONTANEO in Il sogno di una cosa (1962) (già La


meglio gioventù, 1948-49): vita popolare nel dopoguerra di
giovanio friulani tra sogni e delusioni politiche

Anni Cinquanta e Sessanta: Immersione nella vita delle borgate


romane: mondo fatiscente dove si svolgono esistenze giovani tra
piccole avventure, invenzioni giocose, atti teppistici
Un’umanità che ha perso le RADICI CULTURALI

Attenta documentazione linguistica: Pasolini supera i


compromessi neorealistici tra lingua e dialetto (voce narratore 
italiano; personaggi  romanesco) – il dialetto non dà
un’immagine positiva della realtà!
PIER PAOLO PASOLINI (1922 – 1975)

Ragazzi di vita (1955)  vicende di personaggi del sottoproletariato


Una vita violenta (1959)  il giovane Tommaso Puzzilli giunge valla
coscienza politica dopo varie azioni teppistiche con bande
neofasciste. Passato al P.C.I., muore in un’azione eroica
Alì dagli occhi azzurri (1965): materia già presente nei due romanzi
«borgatari»

Amore di Pasolini per il sottoproletariato urbano e la spontanea


ingenuità dei «ragazzi di vita», che non nasconde la tragicità della
loro condizione
Il contatto con la civiltà borghese e la miseria allontanano i borgatari
dalla loro purezza incontaminata  subiscono il richiamo del denaro
e del consumismo
PIER PAOLO PASOLINI, Il pianto della scavatrice, II, 1-18

Povero come un gatto del Colosseo,


vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno


in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e di ansie.


Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte

ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,


muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte...

Passano l'olivaio, lo straccivendolo,


venendo da qualche altra borgata,
con l'impolverata merce che pareva

frutto di furto, e una faccia crudele


di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.
PIER PAOLO PASOLINI, Il pianto della scavatrice, II, 19-36

Rinnovato dal mondo nuovo,


libero - una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà

che umile e sporca, confusa e immensa,


brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.

Un'anima in me, che non era solo mia,


una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria

di chi amava, anche se non riamato.


E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dall'esperienza


che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,
PIER PAOLO PASOLINI, Il pianto della scavatrice, II, 37-57

venisse dal caldo mare di Fiumicino,


o dall'agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo

che poteva soltanto dominare,


quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,

bucato da mille file uguali


di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.

Le cartacce e la polvere che cieco


il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco

di donnette venute dai monti


Sabini, dall'Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme
di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,

i soli africani, le piogge agitate


che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea
PIER PAOLO PASOLINI, Il pianto della scavatrice, II, 58-79

affondati nel loro angolo


tra un'ultima striscia d'erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio...

era il centro del mondo, com'era


al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa

maturità che per essere nascente


era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro - era,

chiaro! Quel borgo nudo al vento,


non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:


vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,
come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l'ultimo
sventolio del rotocalco: osso

dell'esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere

fin troppo miseramente umana.


P.P. PASOLINI,
La maturazione del Riccetto
(da Ragazzi di vita, cap. 1)
Il Riccetto continuava a starsene disteso,
senza dar retta ai nuovi venuti, ammusato,
sul fondo allagato della barca, con la testa
appena fuori dal bordo: e continuava sempre
a far finta di essere al largo, fuori dalla vista
della terraferma. «Ecco li pirata!» gridava
con le mani a imbuto sulla sua vecchia faccia
di ladro uno dei trasteverini, in piedi in pizzo
alla barca: gli altri continuavano scatenati a
cantare.
A un tratto il Riccetto si rivoltò su un gomito,
per osservare meglio qualcosa che aveva
attratto la sua attenzione, sul pelo
dell’acqua, presso la riva, quasi sotto le
arcate di Ponte Sisto. Non riusciva a capir
bene che fosse. L’acqua tremolava, in quel
punto, facendo tanti piccoli cerchi come se
fosse sciacquata da una mano: e difatti nel
centro vi si scorgeva come un piccolo straccio
nero.
P.P. PASOLINI,
La maturazione del Riccetto
(da Ragazzi di vita, cap. 1)
«Che d’è,» disse allora rizzandosi in piedi il
Riccetto. Tutti guardarono da quella parte,
nello specchio d’acqua quasi ferma, sotto
l’ultima arcata. «È na rondine, vaffan…,»
disse Marcello. Ce n’erano tante di
rondinelle, che volavano rasente i
muraglioni, sotto gli archi del ponte, sul
fiume aperto, sfiorando l’acqua con il petto.
La corrente aveva ritrascinato un poco la
barca indietro, e si vide infatti ch’era proprio
una rondinella che stava affogando. Sbatteva
le ali, zompava. Il Riccetto era in ginocchioni
sull’orlo della barca, tutto proteso in avanti.
«A stronzo, nun vedi che ce fai rovescià?» gli
disse Agnolo. «An vedi,» gridava il Riccetto,
«affoga!»
Quello dei trasteverini che remava restò coi
remi alzati sull’acqua e la corrente spingeva
piano la barca indietro verso il punto dove la
rondine si stava sbattendo.
P.P. PASOLINI,
La maturazione del Riccetto
(da Ragazzi di vita, cap. 1)
Però dopo un po’ perdette la pazienza e
ricominciò a remare. «Aòh, a moro,» gli gridò il
Riccetto puntandogli contro la mano, «chi t’ha
detto de remà?» L’altro fece schioccare la
lingua con disprezzo e il più grosso disse: «E
che te frega». Il Riccetto guardò verso la
rondine, che si agitava ancora, a scatti,
facendo frullare di botto le ali. Poi senza dir
niente si buttò in acqua e cominciò a nuotare
verso di lei. Gli altri si misero a gridargli dietro
e a ridere: ma quello dei remi continuava a
remare contro corrente, dalla parte opposta.
Il Riccetto s’allontanava, trascinato forte
dall’acqua: lo videro che rimpiccioliva, che
arrivava a bracciate fin vicino alla rondine,
sullo specchio d’acqua stagnante, e che tentava
d’acchiapparla. «A Riccettooo,» gridava
Marcello con quanto fiato aveva in gola,
«perché nun la piji?» Il Riccetto dovette
sentirlo, perché si udì appena la sua voce che
gridava: «Me pùncica!» «Li mortacci tua,»
gridò ridendo Marcello.
P.P. PASOLINI,
La maturazione del Riccetto
(da Ragazzi di vita, cap. 1)
Il Riccetto cercava di acchiappare la rondine,
che gli scappava sbattendo le ali e tutti due
ormai erano trascinati verso il pilone dalla
corrente che lì sotto si faceva forte e piena di
mulinelli. «A Riccetto,» gridarono i compagni
della barca, «e lassala perde!» Ma in quel
momento il Riccetto s’era deciso ad
acchiapparla e nuotava con una mano verso
la riva. «Tornamo indietro, daje,» disse
Marcello a quello che remava. Girarono.
Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca
della riva, con la rondine tra le mani, «E che
l’hai sarvata a ffà,» gli disse Marcello, «era
così bello vedella che se moriva!» Il Riccetto
non gli rispose subito, «È tutta fracica,» disse
dopo un po’, «aspettamo che s’asciughi!» Ci
volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque
minuti era là che rivolava tra le compagne,
sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la
distingueva più dalle altre.

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