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Le Assemblee Nella Prima Fase Comunale

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Le assemblee nella prima fase

comunale
• 1088-1092 l’esempio già visto del c.d. lodo delle torri di Pisa: il popolo pisano inteso
collettivamente come garante
• 1135 a Piacenza la reversibilità delle concessioni fondiarie deliberata dai consoli è
«confermato dal popolo piacentino» riunito in comune concione
• 1142 a Venezia le fonti testimoniano un consiglio minore (mentre un consiglio
maggiore compare nel 1172)
• 1148 a Genova un decreto sul diritto di famiglia è votato nel «pubblico
parlamento» riunito in cattedrale
Emerge un nuovo sistema di governo, basato su una forma CONSILIARE, ossia di
forme collegiali (consoli e consiglio)
• Fase iniziale: l’assemblea si raduna per definire e prendere decisioni su questioni
contingenti e di una certa urgenza, nonché per convalidare incarico ai consoli
Le forme assembleari
• Il nuovo ricorso alle forme assembleari, ove si vota a maggioranza,
prevede l’impegno dei suoi membri, i cittadini, a parteciparvi: Genova
1157 il più antico giuramento della COMPAGNA, il primo giuramento
collettivo di fedeltà al comune, comprende anche l’impegno a
partecipare alle assemblee
• Per gestire la magmatica assemblea generale compaiono figure che
hanno un ruolo di mediazione: sapientes, o boni homines, che forse
sono prime forme di consiglieri eletti
• Parallelismo tra assemblea e leva dell’esercito: entrare in guerra senza
il consenso dell’assemblea significava essere senza esercito
Questione lessicale e concettuale
• Storiografia ottocentesca: tentativo di connettere le nuove forme
protocomunali alle esperienze del passato: in particolare i costumi
germanici. Ci sono connessioni, in modo particolare suggestioni
linguistiche, ma le assemblee dell’età comunale sono qualcosa di diverso
ARENGO, termine usato nel mondo germanico per indicare assemblea
dei capifamiglia.
- Il termine ha etimo incerto: forse da ostrogoto HARIIS (esercito e/o
collettività degli uomini liberi) + HRINGS (circolo, riunione)
- In epoca protocomunale indica assemblea dei capifamiglia; rimanda al
concetto di parlare in pubblico (derivati: ringhiera, arringare)
Questione lessicale e concettuale
• Il concetto/termine di CONSILIUM. In latino e nelle lingue romanze ha
doppio significato: dare consiglio, ma anche riunione di persone.
• Nel contesto delle relazioni vassallatico-beneficiarie il vassallo
promette al dominus di fornire AUXILIUM ET CONSILIUM (la formula
torna anche in alcuni giuramenti di partecipazione ad assemblee)
 Si tratta di un concetto e di un ambito semantico familiare alle stirpi
della militia, che dunque usano il termine consilium per indicare la
fedeltà al comune, inteso quale ‘dominus’.
Questione lessicale e concettuale
• La cultura giuridica della Chiesa, sia secolare sia monastica: vi prevale
l’idea della decisione collettiva
 lo scrutinio, che però non tiene conto solo di maggioranza numerica,
ma anche dell’autorevolezza dei votanti (sanior pars)
Tema della concordia: tutto appare deciso all’unanimità

• Dal diritto romano proviene il principio del QUOD OMNES TANGIT,


usato esplicitamente per la prima volta da Innocenzo III
Verso l’istituzione di consigli ristretti
• Come conciliare partecipazione e possibilità di funzionalità dell’assemblea,
nonché di rispetto dei principi di prudenza e saggezza?
Gli statuti di Pistoia del 1140-80 prevedono che nell’arengo vengano eletti
14 consiglieri (ai quali possono essere aggiunti giudici, avvocati e consoli dei
mercanti): è presumibilmente una prima forma di collegio ristretto
Gli stessi statuti infatti testimoniano anche un consiglio di 100 cittadini (25
per quartiere), secondo un principio di rappresentanza territoriale
Negli stessi anni a Piacenza sono testimoniati dei «consigliatori del
consiglio»
Inizia a delinearsi un percorso distinto, ma parallelo, tra la CONCIO
plebiscitaria e le prime forme di consigli rappresentativi
I luoghi di assemblea
• Spazi aperti e chiese cittadine
• Da seconda metà del XII secolo
compaiono i primi spazi del potere
pubblico cittadino: inizialmente case o
logge del comune, in forme modeste,
spesso vicino alla cattedrale (ma ad es.
non a Bologna: la curia Sancti Ambroxii)
• Intorno al 1200 iniziano a essere
testimoniati dei palatia comunis:
PALATIUM è termine fino a quel
momento riservato alle sedi del potere
regio-imperiale e vescovile.
Regime podestarile
• Evoluzione decisiva (de facto): il consiglio resta l’unica forma di
rappresentanza interna alla città; il ruolo diventa sempre più cruciale
e instaura in sostanza una complementarità tra podestà e consigli
(tanto che alcuni studiosi parlano più propriamente di regime
podestarile-consigliare)
 Soprattutto nella prima fase questa complementarità risulta anche
dal lessico: i consigli sono spesso indicati come consilia potestatis.
 Quando consiglio maggiore e consiglio minore si radunano insieme si
parla di consiglio generale; membri tecnici della familia del podestà vi
prendono parte come notai o come esperti di diritto
Regime podestarile
• Assenza per questa fase di verbali e atti analoghi; sono in particolare le
cronache cittadine a colmare questo vuoto (ma per casi particolari e
giudicati di interesse straordinario)
• L’assemblea/consiglio agisce per impulso esterno: cioè reagisce a iniziative
già prese, non è portatore di una autonoma iniziativa politica
• I docc. che possediamo sono in sostanza liste di nomi di consiglieri: l’autorità
che corrobora le decisioni non è astratta (un consiglio «istituzione»), bensì
deriva dalla sottoscrizione dei singoli partecipanti
Impegno del consigliere, ma anche autorevolezza data dall’unione dei
singoli (cfr. concetto di universitas):
«Compaiono prima i consiglieri che il consiglio»
Regime podestarile: il ruolo del
podestà
• Nella prima metà del XIII secolo i consigli possono ancora essere
considerati come «consigli del podestà»
• Le funzioni del magistrato straniero sono però regolamentate e limitate:
- Il podestà convoca e presiede il consiglio
- Provvede all’ordine del giorno
- Non interviene nella discussione e non vota  ruolo quasi arbitrale
• Nel corso del secolo inoltre il suo «monopolio» viene stemperato: dalla
convocazione su sua iniziativa si passa a un calendario periodico e
previsto dalla normativa, a cui egli deve attenersi
La questione della rappresentanza
• In questa fase per un cittadino essere nelle istituzioni diventa
partecipare al consiglio
• Si fissa il principio territoriale della rappresentanza, che però convive
spesso con forme di rappresentanza verticale, ad es. per partes
es. a Milano a inizio Duecento metà dei consiglieri apparteneva al
ceto dei valvassori e dei capitanei, l’altra metà agli uomini della Motta
e della Credenza di S. Ambrogio (due societates popolari)
Es. Bologna 1228 (dopo una prima esperienza nel 1219): Giuseppe
Toschi (di cui il cronista Cantinelli dice «era un gran signore, ma
mercante») e la sommossa popolare
La questione della rappresentanza
• L’aumento delle convocazioni porta a un maggior problema di
partecipazione: il numero legale e la questione della maggioranza
- Numero legale: per il diritto romano una universitas è legalmente riunita
quando sono presenti almeno i 2/3 dei membri  problematico specie per i
consigli maggiori.
In certi casi i giuristi adattarono le norme (ad es. Odofredo ricorda che a BO
a metà Duecento il quorum fu abbassato alla metà dei membri)
- maggioranza: si propende per la maggioranza semplice. Al dubbio di come
essa andasse calcolata (maggioranza degli aventi diritto o maggioranza dei
presenti) la giurisprudenza rispose con criterio (ancora valido) che, se c’è il
numero legale, vale la maggioranza dei presenti
La documentazione
• Negli anni 30 del Duecento iniziano a comparire le prime forme documentarie
prodotte in seno ai consigli ( il ruolo dell’atto scritto e la «esplosione documentaria»)
- Il VERBALE: necessità di formalità tecniche e giuridiche  il ruolo dei notai. Ranieri da
Perugia e il primo esempio di formulario per un verbale consiliare: la tripartizione in
proposta, discussione, delibera (riformagione).
- I REGISTRI: espressamente destinati alla redazione e conservazione dei verbali
consiliari (il primo esempio è San Giminiano 1232)
Ossessione per la scrittura e argine ai meccanismi di forzatura nelle decisioni
collettive: chiedere di scrivere tutto ad esempio limita il c.d. fuori verbale
I «manuali» per consiglieri (es. le opere di Albertano da Brescia) raccolgono esempi e
insegnamenti su come usare bene la parola in consiglio; il tema della PRUDENZA
(consigliarsi con altri)
I consigli del popolo (nel comune
popolare)
• Le societates populi come eversive e alternative al comune: l’esempio di Piacenza 1250
• L’allargamento sociale nei consigli
• La compresenza di consigli almeno nominalmente diversi: es il consiglio del comune e il
consiglio del popolo
• Questione numerica: l’enorme aumento dei consiglieri e il criterio dell’ampia
rappresentanza mostrano la avversione (almeno di principio) che i regimi popolari hanno
per i consigli minori e il collegi ristretti
es. di Bologna: dal consiglio del comune di prima metà del Duecento di 600 membri, si passò
a 800 membri; le funzioni furono assorbite poi dal consiglio generale del popolo, i cui
membri continuarono a crescere fino a 1400 consiglieri a inizio Trecento. Vi era inoltre un
consiglio dei 4000 riservato alle procedure di elezione degli ufficiali minori del comune.
• Questo generale ritorno ai grandi numeri riavvicina temporaneamente i consigli alle forme
plebiscitarie delle fasi protocomunali
Il numero di consiglieri
Considerando che dai consigli sono esclusi: donne, chierici, minori (e bambini e
adolescenti erano la maggioranza della popolazione), nonché alcune categorie
come i malpaghi, coloro che non superavano una soglia minima di imposta fiscale, i
condannati per frode contro i beni del comune, i figli degli scialacquatori e dei
giocatori d’azzardo, il livello della rappresentanza (e della partecipazione) dei
maschi adulti era altissimo.
Es. Padova 1277 si è calcolato che il numero di consiglieri in carica corrispondeva a
1/10 della popolazione maschile adulta.
Ulteriori limitazioni (che abbassano il numero dei detentori di diritti politici): a
Bologna nel 1288 si escludono dai consigli: scudieri, fornai, mugnai, venditori
ambulanti di ortaggi, trasportatori di beni alimentari e in generi lavoratori
dell’agricoltura (e si noti che è un comune di popolo basato sulle artes a introdurre
queste esclusioni)
Comuni di popolo e consigli minori
• Il grande numero di consiglieri causa un rapporto molto mediato tra singolo
consigliere e decisione, dunque un più facile rischio di meccanismi demagogici,
forzature e manipolazioni.
Il ruolo politico viene assunto dunque dai consigli minori: il consiglio degli
Anziani del popolo (anziani, priori delle arti, savi, ecc). Sono consigli a
rapidissima rotazione, in cui le decisioni riportate negli atti sembrano prese
all’unanimità.
In alcuni casi assumono un vero e proprio ruolo di vertice: es. BO 1288, gli
Anziani e consoli possono intervenire su tutte le proposte e in tutte le riunioni
di ogni consiglio, ma anche conferire con il podestà durante il consiglio sulle
materie in discussione.
Verso le balie e gli organi ristretti
Elezione dei consiglieri
• La composizione del consiglio non risponde tanto a una logica di
rappresentanza (in senso moderno), quanto più di RIPRODUZIONE
delle componenti sociali della città
• I meccanismi elettorali non vanno dunque intesi come frutto di
considerazioni teoriche ispirate a concetti di equità, o di efficienza,
bensì come funzionali al mantenimento del predominio politico della
parte (attenzione: ciò dipende proprio dallo scopo dell’elezione, che è
atto interno al governo della parte. Eventuale «cambio politico» non
avviene per elezione).
Elezione dei consiglieri
• I metodi sono spesso combinazioni di elezione e sorteggio, spesso molto complessi, nella
maggior parte combinano il legame tra nomina del consigliere e forme associative della
società e ripartizione territoriale
es. eccezione di Venezia: nel Maggior Consiglio del Duecento gli elettori sono scelti nelle
ripartizioni topografiche, ma essi potevano scegliere come consiglieri chi volevano, senza
limiti di sestiere
Es. Bologna popolare: il consiglio del popolo è composto dai membri designati
separatamente dalle artes e della società d’armi (ca. 40 membri) e gli Anziani potevano
integrarlo a piacere
• Il rapido ricambio portava anche il problema della continuità di governo: in certi casi
furono introdotti correttivi basati sulla cooptazione (il consigliere uscente sceglieva il
successivo), il che poteva portare (e accadde rapidamente) a forme di autoriproduzione:
es. di VE 1297: la serrata del Maggior Consiglio: il consiglio diventa il collegio elettorale di
se stesso; nasce il patriziato.
Stare in consiglio
• È sia opportunità sia dovere
facilitazioni: il giorno di convocazione è considerato festività
lavorativa
Immunità da azioni giudiziarie
Multe per assenze e dopo molte assenze possibilità di revoca
dell’incarico
• Assenteismo piuttosto elevato (ma considerare il costo che poteva
avere riunirsi due o tre volte alla settimana per chi viveva del proprio
lavoro)
Parlare in consiglio
• Il consiglio è per definizione il luogo della parola (anzi, le norme duecentesche vietano di parlare di politica in
riunioni al di fuori di esso)
• Tutti i consiglieri hanno facoltà di intervenire (si parla in volgare, ma i verbali sono in latino)
 Restrizioni: non si può parlare per proprio interesse personale; se è previsto che si possano presentare
richieste a proprio favore, poi bisogna uscire al momento della discussione; è previsto un massimo di
interventi consentiti su ogni tema, nonché in alcuni casi il massimo di interventi che un singolo può fare (una
volta a settimana)
 Eccesso retorico luogo comune della letteratura, ma ricordato anche nei documenti
• Problema del mantenimento dell’ordine pubblico all’interno del consiglio: non può entrare chi non è
autorizzato; non si poteva interrompere chi parlava, né parlare se non era il proprio turno, né entrare in
contatto fisico o ricorrere a polemiche verbali
 Nei verbali manca purtroppo la discussione: il notaio redige una sorta di ordinato campionario dei pareri
espressi
• Progressivamente il ruolo dei consiglieri è sempre più deliberativo: si può votare contro una proposta, ma non
formulare proposte alternative
• le voci discordi: il dissenso può causare anche ritorsioni politiche: l’esempio di Dante
• Il ruolo di alcuni contradditori ufficiali (BG il contraddittore; SI il maggior sindaco): il dissenso viene ritualizzato,
diventa obbligatorio ma di fatto depotenziato.
Votare in consiglio
• Il voto è il momento in cui partecipano tutti i consiglieri (anche quella
maggioranza che probabilmente non prendeva mai la parola)
• Ampio ventaglio di sistemi di voto, soprattutto per le elezioni degli ufficiali (in 16
comuni dell’Italia centro settentrionale sono stati contati 29 sistemi elettorali)
• Il voto è sempre e solo per testa (diversamente dai parlamenti o corti dei regni,
ove il voto è «per stato»)
• Si vota a maggioranza (sul piano formale non ebbe successo l’idea canonistica
della sanior pars)
• La proposta è sempre più formulata con un’alternanza chiara a cui si potesse
rispondere sì o no: questa funzione (REFORMARE: formulare il quesito e
predisporne la votazione) è compito del podestà
Votare in consiglio
• Il sistema più antico sembra essere AD SEDENDUM ET LEVANDUM
(ma è poco agevole, e infatti spesso i verbali usano locuzioni come la
maggior parte, quasi tutti, ecc., senza dare i numeri di pro e contro)
• Il sistema del PARTITUM: ci si andava a sedere nel rispettivo angolo o
lato della sala
--> Entrambi i metodi sono PALESI: su alcune questioni importanti iniziò
quindi ad affermarsi e diffondersi il voto segreto, attraverso balloctae o
favae di due colori (in certi comuni alcune materie particolarmente
sensibili si prevedeva anche il colore per l’astensione)

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