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Plotino

Plotino, filosofo egiziano del III secolo d.C., sviluppa una dottrina metafisica basata su tre ipostasi: Uno, Intelletto e Anima, in cui l'Uno rappresenta il principio supremo e indivisibile da cui tutto deriva. La sua filosofia, che si distacca da Platone e Aristotele, enfatizza l'importanza dell'esperienza mistica per comprendere l'Uno, considerato inconoscibile e ineffabile. La sua influenza si estende alla teologia monoteistica, plasmando la concezione di Dio come principio primo della realtà e bene supremo.

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Plotino, filosofo egiziano del III secolo d.C., sviluppa una dottrina metafisica basata su tre ipostasi: Uno, Intelletto e Anima, in cui l'Uno rappresenta il principio supremo e indivisibile da cui tutto deriva. La sua filosofia, che si distacca da Platone e Aristotele, enfatizza l'importanza dell'esperienza mistica per comprendere l'Uno, considerato inconoscibile e ineffabile. La sua influenza si estende alla teologia monoteistica, plasmando la concezione di Dio come principio primo della realtà e bene supremo.

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Plotino

Plotino nasce in Egitto nel 205 d.C. e giunge a Roma nel 244 d.C.
I suoi scritti, tutti in greco, sono costituiti da 54 trattati. Porfirio, che ha curato l'edizione dei
suoi trattati, li ha raggruppati in base all'argomento svolto e li ha divisi in sei Enneadi, parola
che significa gruppo di nove, raccogliendo i trattati di carattere etico (I Enneade) , di fisica e
di cosmologia (II e III Enneade), sull’anima (IV Enneade), sull’intelletto (V Enneade), sulla
Metafisica (VI Enneade). La dicitura I, 6, [1], indica il sesto trattato della prima Enneade,
primo in ordine cronologico di composizione del trattato. I numeri successivi indicano il
capitolo.

Il trattato 5, 1 [10], intitolato intitolato Le tre ipostasi originarie, contiene una sintesi
principale della dottrina metafisica di Plotino, la cosiddetta teoria delle tre ipostasi, secondo
questa teoria l'universo corporeo deriva da tre supreme cause incorporee che Plotino chiama
Uno, Intelletto e Anima. Le tre ipostasi sono disposte in ordine gerarchico tale per cui la
terza deriva dalla seconda e la seconda della prima.
La filosofia di Plotino si connota come un'originale lettura di alcuni dialoghi platonici, in
particolare il Parmenide il Timeo, e presenta anche una profonda istanza di carattere
spirituale.

Il punto di partenza della riflessione di Plotino è la condizione umana, ovvero la situazione


in cui l'anima viene a trovarsi unendosi a un corpo. Tale situazione viene descritta da Platone
in termini di caduta, fuga, perdita delle ali. L'anima che è precipitata in un corpo è la
condizione abituale in cui versa l'anima umana, a cui segue l'oblio della propria origine e
quindi anche della propria natura. Questo oblio è imputabile all'audacia con cui l'anima
apprezza la realtà corporea. Per tale motivo, l'anima necessita di un discorso che le ricordi il
suo valore, superiore a quello dei corpi.
Plotino, come Platone, ritiene che l'anima non muoia mai e che ha natura diversa e migliore
di quella dei corpi. Plotino ritiene inoltre che l'anima sia la causa dei movimenti celesti e del
fatto che il mondo, pur essendo composto di varie parti, è uno ed è divino. Quest'anima, che
si specifica nell'anima del mondo da un lato e nelle anime individuali dall'altro, non è però
il primo principio della realtà. Essa possiede l'unità, ma non è l'unità, dato che si articola in
una molteplicità di anime. Ciò vuol dire che l'Anima partecipa dell'unità, ricevendola da un
principio che è più unitario rispetto ad essa.
Questo principio superiore all'anima è l'Intelletto di cui l’anima è l’immagine. Ogni
immagine, in quanto copia, per Plotino, è meno perfetta del modello. L'attività intellettuale
dell’anima, che si articola nei ragionamenti, è l'estrinsecazione di un'attività intellettuale
perfetta, non discorsiva, che possiede immediatamente e sempre in atto la totalità dei propri
oggetti, gli eterni archetipi delle cose sensibili, le Forme o le Idee. Questi oggetti sono gli
intelligibili. Gli Intelligibili non sono esterni all'Intelletto perché altrimenti l'Intelletto
sarebbe in potenza rispetto ad essi e dovrebbe procedere a conoscerli in atto, mentre la sua
conoscenza è eternamente attuale e non processuale, e dunque è autoriflessiva, come
aveva compreso Aristotele parlando dell'Intelletto divino nel libro XII libro della Metafisica.
In quanto coincidente con questi intelligibili, che platonicamente sono i veri enti, l'Intelletto
coincide con l’Essere. Esso è Intelletto in quanto pensante, Essere in quanto pensato.
Benché sia più unitario rispetto all'anima, l'Intelletto non costituisce ancora la maggiore unità
possibile. La molteplicità si insinua in esso mediante la distinzione tra pensante e pensato e
la pluralità delle forme intelligibili, gli enti o le Idee. Per questa ragione, l'intelletto non può
essere il principio prima della realtà, ma deve essere effetto di un principio superiore, scevro
di molteplicità. Secondo Plotino, il molteplice deriva dal semplice. La causa prima della
realtà deve essere un principio assolutamente semplice, che si colloca al di là dell'Intelletto.

Plotino lo chiama Uno, volendo alludere alla sua indivisibilità. L’Uno metafisico non si situa
nella dimensione della grandezza quantitativa, esso è sì la realtà più grande di tutte, ma nel
senso della potenza, ovvero la potenza di far essere tutte le cose. Esso è posto al di là
dell'essere, al di là dell’intelletto e si identifica con il Bene. Ma, essendo superiore
all'intelletto, l'Uno/Bene non pensa e non è pensabile. Per tale motivo, Plotino critica
Aristotele per aver affermato che il primo principio pensa se stesso: il pensiero di sé è
pertinenza dell'intelletto, ma non dell’Uno, perché altrimenti l'uno sdoppiandosi in pensante e
pensato non sarebbe semplice. Plotino si distacca anche da Platone il quale aveva definito il
bene come un’idea e quindi come qualcosa di pensabile (Repubblica).
Per Plotino, l'Uno non è intelligibile perché è la causa di tutti gli altri intelligibili. Non è
oggetto di scienza e può essere colto solo mediante un'esperienza mistica. Non essendo
direttamente conoscibile, l'Uno non è nemmeno esprimibile a parole. I termini con cui esso
viene designato non vanno intesi come predicati che possano esprimere i suoi attributi, perché
la distinzione tra soggetto e predicato è incompatibile con la semplicità dell’uno. I nomi
dell'Uno, in realtà, fanno riferimento a noi e al nostro rapporto con lui. Quando diciamo che
l’Uno è causa, ci riferiamo al fatto che noi siamo i suoi effetti e che abbiamo in noi qualcosa
che proviene da lui, ma esso non è nessuna delle cose che da lui derivano. La filosofia di
Plotino è considerata il primo esempio sistematico di teologia negativa. Avendo posto l'Uno
al di sopra di ogni Forma intelligibile, si può affermare che esso è privo di forma ed è
infinito. L'Uno è infinito non per estensione, che non ha, ma per potenza. Esso è potenza di
tutte le cose (dynamis tón pànton), nel senso di far essere tutte le cose, ovvero di produrle e
conservarle.

L'Uno non è alcuna cosa e le fa essere tutte, ma come come avviene la produzione delle cose
da parte dell’Uno?
Proteina sottolinea che essa avviene senza che l'Uno si muova, perché ogni movimento è
diretto verso qualcosa, verso un fine, mentre per l’Uno non esistono fini. L’Uno genera
rimanendo perfettamente immobile. l’Uno produce il suo effetto come il sole irradia la
luce, il fuoco diffonde calore, la neve emette freddo, un'essenza odorosa profumo.
Queste similitudini contribuiscono a far interpretare la causalità dell'Uno come
emanazione, ovvero gli esseri si propagano dall'Uno in modo necessario ed eterno. La
derivazione della realtà dall’Uno è conseguenza necessaria dell'esserci dell'Uno. Tuttavia
l’esserci dell'Uno non dipende da una necessità estrinseca all’Uno, ma dall’Uno stesso. Ciò
significa che non può dipendere neanche dalla sua natura perché se così fosse nell'Uno la
natura sarebbe distinta dall'atto di esistere e quindi non vi sarebbe assoluta semplicità.
L'uno è libero da qualsiasi forma di necessità intrinseca ed estrinseca e Plotino ci dice che
l'Uno è perché vuole essere. L’Uno/Bene è volontà di sé e amore di sé.

Plotino ha sviluppato in maniera organica sul piano filosofico l'idea di un unico principio
primo della realtà da cui ogni cosa deriva. Tra le descrizioni che egli fornisce di questo
principio, chiamato Uno, consideriamo questa che è tratta dal trattato Che gli intelligibili non
sono fuori dall'intelletto e sul bene:

Quando lo contempli, dunque, contemplalo intero, e quando lo pensi, pensa ciò che ricordi di
lui: pensa che è il bene […] L’Uno è infatti semplice e primo, da lui infatti provengono tutte
le cose. Non ha un luogo in cui stare fermo, uno in cui muoversi; attorno a che cosa, verso
che cosa o in che cosa si muoverebbe? Esso infatti è primo. E non può neppure essere
limitato; da che cosa sarebbe limitato? Né d'altra parte è infinito come può esserlo una
grandezza; dove dovrebbe estendersi, e per quale scopo, se non ha bisogno di nulla?
Piuttosto è infinito come potenza; non sarà mai diversamente da come è né verrà meno in
qualcosa, dato che ciò che non viene mai meno esiste tramite lui.

L’effetto immediato del porsi dell’Uno è l’Intelletto. La prima generazione è questa: “L’Uno,
essendo perfetto per il fatto di non cercare né abbisognare di nulla, per così dire traboccò e
la sua sovrabbondanza produsse qualcos'altro. La realtà così divenuta si volse verso di lui e
fu riempita e divenne, guardando lui questo Intelletto”

Dall’Uno procede per sovrabbondanza qualcos'altro che diviene Essere, rivolgendosi all’Uno
e venendo da quello riempito, e Intelletto guardando a lui. Nel guardare all’Uno, questa realtà
si costituisce come atto intellettivo, e assume come proprio oggetto non l’Uno, che è
inconoscibile in sé, ma se stessa, ovvero la molteplicità delle Forme Intelligibili.

Compiutosi nella sua perfezione, anche l’Intelletto genera. Questa realtà generata è l’Anima,
inferiore come ogni effetto rispetto alla propria causa. Essa è simile all’Intelletto per il fatto
di essere anch’essa un essere pensante, ma inferiore perché il suo pensiero è di tipo discorsivo
e non immediato. Anche l’Anima ha bisogno di guardare a ciò che la precede e di imitare,
benché imperfettamente, l’Intelletto e di essere riempita di contenuti intelligibili. L’Anima,
guardando a ciò che la precede, pensa, guardando a se stessa, essa ordina, governa e domina
ciò che viene dopo di lei, ossia il cosmo sensibile, diventando così Anima del mondo.

Dall'anima deriva la materia di cui il cosmo è composto, una materia che, essendo inferiore
all'anima, è priva di vita, anzi è così priva di proprietà positive da poter essere detta
non-essere. Il limite estremo della processione della realtà dal bene, la materia, per la sua
negatività, è identificabile con il male. Essa non possiede la forza di rivolgersi all'anima che
l'ha prodotta per essere informata; a proiettare su di essa le forme è perciò la stessa anima, o
meglio l'ultimo lembo dell'anima cosmica, ovvero la natura, ancora in grado di contemplare
gli intelligibili e produrre solo attraverso la pura contemplazione. La materia in sé non è
dunque in grado di ricevere veramente le forme proiettate su di essa e si limita a rifletterle
come uno specchio.
Pur essendo solamente l'immagine del mondo intelligibile, il mondo sensibile è un'immagine
bella. Plotino, richiamandosi all'insegnamento di Platone presente nel Timeo, ritiene che alla
bellezza del cosmo concorra la presenza delle anime dei singoli corpi viventi.

La discesa nel corpo, per l’anima individuale è necessaria e volontaria. E’ necessaria perché
contribuisce alla perfezione dell'universo e quindi all'attuazione del massimo bene possibile,
ovvero essa è conseguenza delle spiegarsi della potenza causale dell'Uno/Bene. È volontaria
perché l'anima stessa a compiere tale moto di discesa. Ma l'anima si lascia assorbire dal corpo
dimenticando la sua natura superiore e identificandosi con il corpo stesso da lei animato.
L'anima però non è il corpo e Plotino asserisce che qualcosa della nostra anima rimane
sempre nel mondo intelligibile e lo contempla, anche se noi di solito non ne siamo coscienti.
La fuga dal mondo corporeo con l'anima deve compiere per essere felice non consiste nello
spostarsi fisicamente da qui al mondo intelligibile. La fuga consiste invece nel cambiare la
propria percezione delle cose, risvegliando quella vista che ognuno ha, ma pochi usano e
quell'udito che ci consente di ascoltare le voci di lassù. In altre parole l’anima è chiamata a
subordinare il più possibile tutte le altre attività a quella contemplativa, che è già da sempre
in atto. Questa è l'autentica assimilazione a Dio di cui parlava Platone. Ma la vera felicità per
l’anima, secondo Plotino, risiede nel trascendere anche l'intelletto e unirsi all'Uno che è il
bene supremo. Ciò esige che l'anima si spogli di ogni molteplicità e alterità (togli tutto ordina
Plotino), anche quelle implicata dal pensiero, per essere una con l'Uno. Questa esperienza
estatica è possibile già nella vita presente.

La dottrina plotiniana dell’Uno ha segnato profondamente la concezione di Dio nel periodo


successivo. Le caratteristiche attribuite da Plotino all'Uno: unicità, semplicità, bontà,
trascendenza, onnipresenza, potenza, infinità, inconoscibilità, ineffabilità, immobilità,
indipendenza e autosufficienza sono state trasferite a Dio nella teologia sviluppatasi
all'interno delle grandi tradizioni monoteistiche (ebraica, cristiana, islamica) durante il
medioevo.
La metafisica di Plotino, sorta in ambito filosofico, ha così contribuito a plasmare le
modalità con cui i credenti in un solo Dio hanno tentato per secoli di riflettere razionalmente
sul contenuto della propria fede. Anche oggi, quando si pensa a Dio come principio primo
della realtà, dotato di potenza infinita, origine trascendente da cui tutto proviene, superiore
alle nostre capacità di comprensione e raggiungibile solo con un'esperienza mistica, bene
supremo in cui soltanto si può ottenere piena beatitudine, si è debitori alla tradizione di
pensiero che avuto in Plotino un autore fondamentale.

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