Alla stazione si fermarono camminando a pecorone tra i tavolini dei
bar, presso il giornalaio e le bancarelle o tra le passarelle della
biglietteria a raccogliere un po’ di mozzoni. Ma già s’erano stufati, il
caldo faceva mancare il respiro, e guai se non ci fosse stato quel po’
d’arietta che veniva dal mare
RICCETTOPerché nun s’annamo a fa’ er bagno pure noi? Annamoce!
Dietro il Parco Paolino e la facciata d’oro di San Paolo, il Tevere
scorreva al di là di un grande argine pieno di cartelloni: e era vuoto,
senza stabilimenti, senza bar- che, senza bagnanti, e a destra era
tutto irto di gru, antenne e ciminiere, col gasometro enorme contro
il cielo, e tutto il quartiere di Monteverde, all’orizzonte, sopra le
scarpate putride e bruciate, con le sue vecchie villette come piccole
scatole svanite nella luce. Proprio lí sotto c’erano i piloni di un ponte
non costruito con intorno l’acqua sporca che formava dei mulinelli,
la riva verso San Paolo era piena di canneti e di fratte. Il Riccetto e
Marcello vi scesero in mezzo di corsa e arrivarono sotto il primo
pilone, sull’acqua. Ma il bagno se lo fecero piú a mare, un mezzo
chilometro piú in giú, dove il Tevere cominciava una lunga curva. Il
Riccetto se ne stava ignudo, lungo sull’erbaccia, con le mani sotto
la nuca guardando in aria.
RICCETTOL’Americani erano boni!… A me me facevano un po’
rabbia, però me facevano comodo! Ma li Polacchi li
mortacci loro, erano marvagi, ma proprio marvagi sa’!
Aòh, me ricordo che na vorta, stavo a ’a Toraccia, anna-
vamo a beccà ’a robba ar campo dei Polacchi. Stavamo a
camminà, lí vicino a ’e grotte, sentimo strillà, semo iti là
vicino, erano du zoccole che staveno a litigà co sti Polac-
chi, che volevano li sordi. Alora in quer mentre esce uno
dalla grotta e noi se nisconnemo, e uno rimane dentro co
ste due zoccole. E forse queste se credevano che fosse ito
a pijà li sordi. Mo invece quello ariviè co’ una latta. Allora
prima de entrà dentro ’a grotta, ’a svita, je leva er tappo.
Poi ’a versa dentro un bidone, poi chiama quell’amico suo,
quell’altro Polacco, e proprio all’in- gresso de ’a grotta je
tireno questa benzina addosso a ’e du zoccole. Quell’altro
accende un cerino e je dà foco. Noi sentimo urlà, urlà,
annamo lí e vedemo ste due zoccole tutte annà a foco. Poi
spettò un’altra volta al napoletano, ma ormai questo s’era
preso una tropea che non gli stavano manco piú aperti
l’occhi. – Che se famo n’antra làllera? Che te va l’acqua
pell’orto? Aaaa… coso, se ne volemo annà?
Tutt’intorno era pieno di cespugli e di canne secche; ma sotto
l’acqua ci stava pure del ghiaino e dei serci. Si divertì a tirare dei
serci sull’acqua e anche quando finalmente si decise ad andarsene,
continuò, mezzo svestito, a tirarne in alto, verso l’altra sponda o
contro le rondini che sfioravano il pelo del fiume. Lanciava pure
intere manciate di ghiaia, gridando e divertendosi: i sassolini
cadevano dappertutto intorno sulle fratte. Ma d’un tratto sentì un
grido, come se qualcuno lo chiamasse. Si voltò e nell’aria già un po’
scura, poco lontano, vide un negro, in ginocchioni sull’erba. Il
Riccetto che aveva subito capito la situazione, tagliò, ma appena
che fu a una certa distanza, prese un’altra manciata di ghiaia e la
gettò verso quei cespugli. Allora con le zinne mezze fuori, incazzata
nera, si alzò in piedi la mignotta, e si mise a urlare contro di loro.
RICCETTO E statte zitta, che perdi come le papere, a brutta
zozzona!
Ma il negro in quel momento s’alzò come una bestia, e reggendosi
con una mano i calzoni e con l’altra un coltello, si mise a corrergli
dietro.
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Ma l’altro però allumava anche il Riccetto, che s’era messo apposta
in quella posizione malandrina, con le gambe aperte.
– Che me guardate? – gli fece il Riccetto.
Quello sorrise: – Zí, – fece, un po’ timido e un po’ fa- cendoci.
– Aaaaa, – fece il Bègalo come se ripensasse a una co- sa che gli
era sfuggita, tutto affabile e spigliato, – ve pre- sento n’amico mio.
Il Riccetto lasciò scivolar giú la gamba rattrappita contro il petto, e
allungò la destra, con cui se la teneva stretta, verso la nuova
conoscenza. Questi gli strinse la mano, con un sorrisetto da
educanda: – Piacere, – fece alludendo al piacere che contava di
trarre da quella co- noscenza, se tutto fosse andato bene, e
sfiorando tutto con lo sguardo il dispensatore di quello stesso
piacere, che se ne stava, tranquillo e beato, sopra il muretto lí da-
vanti, come fosse in campana per farsi una cantatina.
– Me guardi, – fece il Riccetto, seguendo le evoluzioni di quello
sguardo.
Il froscio finse di sentirsi colto in fallo, finse di sorri- dere
imbarazzato, con un fondo di provocazione nella bocca livida con
dentro la lingua che si muoveva come quella delle bisce; e si mise
una mano sul petto, stringen- dosi nervosamente sulla gola il
colletto aperto della ca- micia, un poco come se volesse difendersi
dall’umidità della notte, un poco per proteggersi pudicamente
chissà che cosa dalla vista dei maschi.
– Te piacerebbe, eh, – fece il Begalone.
– Nnnnnh, me piacerebbe! – fece alzando una spalla e fingendo
di fare l’annoiato il froscetto.
Alduccio cominciava a perdere la pazienza, anche sentendosi un po’
trascurato. – Bè, se volemo move? – fece.
– E addò vai? – fece il froscio strascicando la voce.
– Namo qqua sotto fiume, daje, – fece Alduccio. Sta- vano sulla
spalletta del lungotevere tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi.
– Tu se’ matto, fijo bello, – fece il froscio adontato.
– E daje, – insistette Alduccio, – scegnemo pe ’a sca- letta, namo
sotto ponte e famo na cosetta generica.
– No no no no no, – disse il froscio agitando una ma- no, e
scuotendo la testa, con una faccia assolutamente negativa.
– Ma pecché? – continuò riscaldandosi Alduccio, – addò ’o trovi
un posto mejo de questo? Che, c’avemo de stà mezzora? Du’ minuti
e te saluto! Famo finta che do- vemo da ffà un bisogno, e chi ce viè
a rompe li cojoni lí sotto! – Mentre che parlava il froscio si dimenticò
di lui, e tutto sorridente coi denti scoperti continuava a guar- dare
un po’ negli occhi e un po’ in quel posto il Riccetto; come Alduccio
tacque, il froscio riprese coscienza di lui, e concluse secco e
staccato, come se la cosa fosse ormai fuori discussione:
– No, io là sotto nun ce vengo.
E riprese a sorridere, facendo gli occhioni languidi, verso il Riccetto.
– Ammazzete, quanto sei brutto, – gli fece il Riccetto. Alduccio
ritornò all’attacco: – E allora che volemo fà?
– Il Begalone lo spalleggiava: – Aòh, nun ce fa sprecà tanto
tempo, sa, a cocco bello! – Il froscio era già quasi sui cinquant’anni,
ma voleva dimostrarne almeno venti di meno: continuava a
stringersi con aria di persona ca- gionevole di salute il colletto della
camicia, contro il suo pettuccio di pollo. – Mo annamo, – fece
condiscendente ai due maschi.
– Se! dichi sempre annamo, annamo, e poi nun te movi de qquà!
– fece Alduccio.
Tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi, non passava piú quasi nessuno, e
il Riccetto invece si ricordava di quand’era ragazzino, subito dopo
finita la guerra, quello che succedeva lí: lungo la spalletta, seduti
come lui ades- so, ce n’erano almeno venti, di giovincelli, pronti a
ven- dersi al primo venuto; e i frosci passavano a frotte, can- tando
e ballando, pelati e ossigenati, ancora giovani giovani, oppure
anziani, ma tutti facendo i pazzi, non pensando per niente alla
gente che passava a piedi o dentro le circolari, chiamandosi forte
per nome: – Wan- da, Bolero! Ferroviera! Mistinguette! –, come si
vedeva- no da lontano, correndosi incontro e baciandosi delica-
tamente sulle guance, come fanno le donne per non rovinarsi il
trucco: e quando si radunavano tutti assieme, davanti ai maschi che
appioppati contro la spalletta guardavano facendo i grevi, si
mettevano a ballare, chi accennando a un pezzo di danza classica,
chi facendo il cancan, e folleggiando a quel modo lanciavano di
tanto in tanto il grido: – Siamo libere! Siamo libere!
Quella volta sí che si poteva scendere giú per la sca- letta, e tra i
puncicarelli pieni di fanga e di carte spor- che, sotto Ponte Sisto o
Ponte Garibaldi, fare tutto quel- lo che si voleva senza paura. Il
carrozzone qualche volta passava, c’era un po’ di fuggi fuggi, ma
poi tutto tornava come prima. Il Riccetto quella sera stava lí mica
per combinare qualcosa, ma per passare il tempo, in vena di
rievocazioni.
– Daje, che ve ce porto io i’ un ber posto, – fece spin- to da un
magnanimo moto di generosità.
Il froscio accentuò il mascherone fisso del suo sorri- setto, facendo
tante piegoline da tutte le parti, ma sen- tendosi tutto sfolgorante,
di sguincio, come una sou- brette fotografata con le spalle nude in
un cartellone dell’Altieri. Difatti fece il gesto che fanno le donne per
gettarsi i capelli dietro il collo, e si protese in avanti, un po’ storto,
pronto a seguire il Riccetto.
Il Riccetto gli fece prendere il 44 e li portò su dalle parti dove aveva
abitato da ragazzino. Scesero a Piazza Ottavilla, che quando il
Riccetto abitava da quelle parti era ancora quasi in campagna,
voltarono giú a sinistra per una strada che prima non c’era, o era
soltanto un sentiero in mezzo a dei grandi prati con qua e là in di-
scesa, come sui pendii d’una valletta, dei ciufffi di canne alte tre
metri e dei salci: ma adesso c’erano dei palazzi già costruiti e
abitati e dei cantieri. – Namo ppiú ggiú, – fece il Riccetto. Andarono
piú giú, e arrivarono, dietro gli ultimi cantieri, in un viottolo, che
portava a Donna Olimpia, ma prima passando per il cortile d’una
vecchia osteria col pergolato, piena d’ubriachi. Andarono oltre, però
il sentierino durava ancora poco perché proprio all’estremità di quei
prati che ormai erano pieni di case, c’era una strada nuova, con qua
e là altrettanti palazzi costruiti o in costruzione. Subito lí di dietro
cominciava la scesa del Monte di Casadio, dove da pischelletto il
Riccetto aveva passato le giornate intere. Andarono in quella
direzione, e, come furono in pizzo alla scesa, ch’era quasi a
strapiombo sotto di loro, si trovarono da- vanti alla Ferrobedò. Era
incassata ai loro piedi, in fon- do alla valletta tutta sbiancata dalla
luna. Dietro si di- stingueva, contro le nuvole biancastre, il groviglio
nero dentellato in un gran semicerchio di Monteverde Nuovo e a
destra, dietro il Monte di Casadio, le cime dei gratta- cieli di Donna
Olimpia.
– Aaaaa còsi, – fece il Riccetto, – mo voi scegnete qqua a destra,
– e mostrò una specie di sentiero tra gli sterpi che scendeva giú per
il dosso dell’altura, e che pa- reva giusto fatto per le capre. – E ve
trovate propio da- vanti a ’na grotta. La vedete subbito. Lí chi ve viè
a rom- pe li cojoni… Io ve saluto, stateve bbene.
– Ma addò vai, che ce lasci mo? – fece il froscio, am- musolito,
facendo spallucce.
– Va per li c… sua, de che te impicci, a moro, – gli fe- ce
Alduccio, che non gli dispiaceva per niente che il Ric- cetto se ne
andasse.
Pier Paolo Pasolini - Ragazzi di vita
– Ma gome, – fece il froscio, – se fa gosí se fa-a?
– Daje, – fece magnanimo il Riccetto, – v’accompa- gno insin’a ’a
grotta –. Scesero giú per il sentiero tenen- dosi stretti agli sterpi, e si
trovarono in una piccola radu- retta verde e melmosa, perché dalla
grotta, lí presso, usciva un rigagnolo di scolo nero. – Ecco, lí
ddentro, – fece il Riccetto. Il froscio non si rassegnava che lui non
restasse lí, e lo prese per un braccio, sorridendogli con aria d’invito,
e nascondendo la faccia graziosamente die- tro una spalla, in modo
da fargli un sorrisetto di sotto in su.
Il Riccetto, pazientemente, rise pure lui. Da quando era stato a
Porta Portese era ingrassato e non c’aveva piú il pallino di far
sempre il dritto. Ormai era un uomo esperto della vita. –
Ammazzete, – disse quasi alleato, – due non t’abbastano, che?
– N-no, – fece il froscetto, piegandosi un po’ s’un gi- nocchio
come una bambina che fa la mossuccia per averla vinta.
– Ammazzete, – ripeté il Riccetto, – te piace de diver- titte, eh? –
E tutto pieno di comprensione e di senso del- la propria superiorità,
scese giú per il sentiero, salutan- do paragulo con la mano senza
piú voltarsi indietro.
Pier Paolo Pasolini - Ragazzi di vita
Ottavilla, che quando il Riccetto abitava da quelle parti era ancora
quasi in campagna, voltarono giú a sinistra per una strada che
prima non c’era, o era soltanto un sentiero in mezzo a dei grandi
prati con qua e là in di- scesa, come sui pendii d’una valletta, dei
ciufffi di canne alte tre metri e dei salci: ma adesso c’erano dei
palazzi già costruiti e abitati e dei cantieri. – Namo ppiú ggiú, – fece
il Riccetto. Andarono piú giú, e arrivarono, dietro gli ultimi cantieri,
in un viottolo, che portava a Donna Olimpia, ma prima passando per
il cortile d’una vecchia osteria col pergolato, piena d’ubriachi.
Andarono oltre, però il sentierino durava ancora poco perché
proprio all’estremità di quei prati che ormai erano pieni di case,
c’era una strada nuova, con qua e là altrettanti palazzi costruiti o in
costruzione. Subito lí di dietro cominciava la scesa del Monte di
Casadio, dove da pischelletto il Riccetto aveva passato le giornate
intere. Andarono in quella direzione, e, come furono in pizzo alla
scesa, ch’era quasi a strapiombo sotto di loro, si trovarono da- vanti
alla Ferrobedò. Era incassata ai loro piedi, in fon- do alla valletta
tutta sbiancata dalla luna. Dietro si di- stingueva, contro le nuvole
biancastre, il groviglio nero dentellato in un gran semicerchio di
Monteverde Nuovo e a destra, dietro il Monte di Casadio, le cime dei
gratta- cieli di Donna Olimpia.
– Aaaaa còsi, – fece il Riccetto, – mo voi scegnete qqua a destra,
– e mostrò una specie di sentiero tra gli sterpi che scendeva giú per
il dosso dell’altura, e che pa- reva giusto fatto per le capre. – E ve
trovate propio da- vanti a ’na grotta. La vedete subbito. Lí chi ve viè
a rom- pe li cojoni… Io ve saluto, stateve bbene.
– Ma addò vai, che ce lasci mo? – fece il froscio, am- musolito,
facendo spallucce.
– Va per li c… sua, de che te impicci, a moro, – gli fe- ce
Alduccio, che non gli dispiaceva per niente che il Ric- cetto se ne
andasse.
Pier Paolo Pasolini - Ragazzi di vita
– Ma gome, – fece il froscio, – se fa gosí se fa-a?
– Daje, – fece magnanimo il Riccetto, – v’accompa- gno insin’a ’a
grotta –. Scesero giú per il sentiero tenen- dosi stretti agli sterpi, e si
trovarono in una piccola radu- retta verde e melmosa, perché dalla
grotta, lí presso, usciva un rigagnolo di scolo nero. – Ecco, lí
ddentro, – fece il Riccetto. Il froscio non si rassegnava che lui non
restasse lí, e lo prese per un braccio, sorridendogli con aria d’invito,
e nascondendo la faccia graziosamente die- tro una spalla, in modo
da fargli un sorrisetto di sotto in su.
Il Riccetto, pazientemente, rise pure lui. Da quando era stato a
Porta Portese era ingrassato e non c’aveva piú il pallino di far
sempre il dritto. Ormai era un uomo esperto della vita. –
Ammazzete, – disse quasi alleato, – due non t’abbastano, che?
– N-no, – fece il froscetto, piegandosi un po’ s’un gi- nocchio
come una bambina che fa la mossuccia per averla vinta.
– Ammazzete, – ripeté il Riccetto, – te piace de diver- titte, eh? –
E tutto pieno di comprensione e di senso del- la propria superiorità,
scese giú per il sentiero, salutan- do paragulo con la mano senza
piú voltarsi indietro.
Il sentiero scendeva giú a mezza costa dell’altura per una ventina di
metri, e portava giusto nel centro di Don- na Olimpia. Bastava fare
un salto, in fondo, oltre un mu- retto diroccato, attraversare un
pezzo di strada, e s’era subito davanti alle scuole Franceschi. Era
ancora tutto un mucchio di macerie, come se il crollo ci fosse stato
due giorni prima, solo che sulle brecole lavate dalla pioggia e
bruciate dal sole s’era depositato un po’ d’im- mondezza. Il Riccetto
ci si fermò davanti, con le mani in saccoccia, a dare un’occhiata. Sí,
è vero, i massi che era- no rotolati in mezzo alla strada e le frane di
breccia, era- no stati ammucchiati un po’ in ordine: solo qualche
blocco, qua e là, era rimasto sulla strada: si vede che
Pier Paolo Pasolini - Ragazzi di vita
quando, durante il periodo delle elezioni, avevano fatto finta di
cominciare i lavori per ricostruire l’edificio, quei due o tre blocchi
erano restati in disparte, e, fatte le ele- zioni, nessuno s’era piú
scomodato a venirli a togliere di lí.
Il Riccetto osservò tutt’intorno con grande interesse: andò fin dietro
a osservare i cortili con le vasche dei la- vatoi e i cessi, poi ritornò
davanti, sotto la montagna di brecole e le costruzioni agli angoli
ancora in piedi, disa- bitate, con delle assi di legno fradicio
inchiodate alle fi- nestre. Ci stette lí un pezzetto, ché tanto era
venuto a Donna Olimpia proprio per questo; poi si tirò su il col-
lettino della camicia, restringendosi un po’ sulle spalle, perché
incominciava a fare un po’ freschetto, e piano piano andò a farsi un
giretto per Donna Olimpia, nel centro, coi marciapiedi scrostati e il
giornalaio chiuso, con solo qualche persona che rincasava in
silenzio tutta assonnata, e, davanti all’ingresso delle Case Nòve,
una novità: due poliziotti, verdi di noia e infreddoliti, che montavano
di guardia, ora standosene fermi, ora passeg- giando un po’ su e
giú, come due ombre nell’ombra dei caseggiati, con le fondine delle
pistole alla cintura.
Il Riccetto non c’aveva niente sulla coscienza, e si tro- vava da
quelle parti per semplici ragioni sentimentali: passò davanti alle due
guardie lemme lemme e quasi un po’ alla me ne frego, e se ne andò
ai Grattacieli, ch’era- no quattro palazzoni tutti collegati fra loro, in
modo che le file e le diagonali di finestre non avevano interruzioni e
si allineavano tutt’intorno per centinaia e centinaia di metri in lungo
e in largo, e cosí le trombe delle scale, che si riconoscevano
all’esterno per le enormi file verticali di finestre rettangolari:
mentre, sotto, tra arcate, sottopas- saggi, portichetti, in stile
novecento fascista, si stendeva- no sei o sette cortiletti interni, di
vecchia terra battuta, con i resti di quelle che un tempo avrebbero
dovuto es- sere le aiuole, tutti cosparsi di stracci e carte, in fondo
all’imbuto delle pareti che si alzavano fino alla luna. Per quei
cortiletti interni, per gli anditi semibui, a quell’ora, dal cancello che
dava su via di Donna Olimpia, non rientrava piú quasi nessuno: o
se, ancora, qualcuno pas- sava, camminava in fretta lungo le sbarre
degli scantina- ti, s’infilava in qualche portico e cominciava a salire
ver- so il proprio interno su per le lunghe rampe di scale che
puzzavano. di polvere.
Il Riccetto gironzolava dentro quei cortili sperando d’incontrare
qualcuno con cui farsi due chiacchiere. Do- po un po’ difatti vide
venire giú dalle scalette di ferro di via Ozanam la sagoma d’un
giovinottello. «Questo forse ’o conoscio», pensò il Riccetto, e andò
verso di lui. Era un roscetto, tutto lentigginoso, con due cespuglietti
ros- si al posto degli occhi, e coi capelli ben pettinati con la scrima
da una parte. Il Riccetto lo osservò, mentre veni- va avanti, e l’altro,
sentendosi osservato, guardava con attenzione, pronto a ogni
evenienza. – Aòh, ma noi se conoscemo, – fece il Riccetto
andandogli incontro con la mano tesa.
– Si lo dichi te, – fece l’altro squadrandolo meglio.
– Che, nun te chiami Agnolo, che te possino acciac- catte? – fece
il Riccetto.
– Sí, – fece l’altro.
– Io so’ er Riccetto, – esclamò il Riccetto con l’aria di fare una
rivelazione.
– Ah, – fece Agnolo.
– Mbè, come te ’a passi? – chiese il Riccetto cortese- mente.
– Me la cavicchio, – disse Agnolo, che si vedeva ch’era pieno di
sonno.
– Che me riconti? – fece invece tutto arzillo il Riccet- to.
– Che t’ho da ricontà. Er zòlito. Stacco adesso de la- vorà, e c’ho
un zonno che casco per tera.