CAPITOLO 1: NEUROPSICOLOGIA
La neuropsicologia è la disciplina scientifica che studia i deficit
cognitivi ed emotivo-motivazionali causati da lesioni o
disfunzioni del SNC. La disfunzione neuropsicologica (un’anomalia
di funzionamento) si distingue tra quella che si esprime durante
lo sviluppo della funzione e quella che si manifesta dopo che è
stata raggiunta una normale competenza funzionale.
La sua vitalità è testimoniata dalla fondazione di riviste chiave
come Neuropsychologia (1963, Francia, H. Hécaen) e Cortex
(1964, Italia, E. de Renzi e L. Vignolo)
La neuropsicologia ha l'obiettivo primario di stabilire la
correlazione tra un deficit specifico (cognitivo o emotivo-
motivazionale) e la localizzazione della lesione cerebrale che lo ha
causato.
La disciplina ha una duplice finalità:
1. Sperimentale/Conoscitiva: Indagare la struttura funzionale
e anatomica multicomponenziale della mente, studiando le
prestazioni dei pazienti cerebrolesi. Svolge un ruolo cruciale
nel dimostrare che la mente non è unitaria o monolitica, ma
è articolata in diverse componenti collegate tra loro.
2. Clinica/Riabilitativa: Fornire una diagnosi funzionale e un
supporto fondamentale per la riabilitazione.
Alle sue origini, la neuropsicologia integrava conoscenze dalla
neurologia e dalla psicologia. Oggi si avvale di contributi da
diverse branche della scienza, tra cui statistica e psicometria,
linguistica, neuroradiologia, neuroimmagini, medicina nucleare ed
elettrofisiologia. Non può inoltre prescindere dalle conoscenze
derivanti dalla ricerca nell'animale (neuropsicologia animale)
I PRINCIPI TEORICI DELLA SCIENZA EURISTICA
1) PRINCIPIO DI TRASPARENZA: Questo principio teorico
sostiene che il danno neurologico rende trasparenti alcune
modalità di funzionamento cognitivo che, nel soggetto sano,
sono altrimenti "opache". Ciò permette di indagare
meccanismi mentali altrimenti nascosti.
Esempio: Lo studio dei pazienti dislessici ha permesso di
evidenziare l'esistenza di due modalità di lettura
(fonologica e lessicale), la cui operatività è rapida e
automatica nei soggetti normali.
2) PRINCIPIO DI UNIVERSALITÀ: Questo principio afferma che il
sistema cognitivo di un individuo è essenzialmente
sovrapponibile a quello di tutti gli altri. Confrontare i disturbi
neuropsicologici con gli errori accidentali nei soggetti sani
conferma la continuità tra funzionamento normale e
patologico.
Esempi: Gli errori di cattura (azioni non intenzionali) nei
soggetti sani mostrano analogie con i comportamenti di
utilizzazione dei pazienti frontali, così come i lapsus
linguae nei sani assomigliano a quelli dei pazienti afasici.
ERRORI QUOTIDIANI:
- Sigmund Freud: Analizza lapsus (linguae), atti mancati e
dimenticanze passeggere. L'errore è la manifestazione
di un desiderio rimosso perché inaccettabile, o di un
pensiero penoso lasciato fuori dalla coscienza.
- Donald Norman: Gli errori nascono dalle difficoltà del
sistema cognitivo a mantenere il controllo completo
sulle molteplici operazioni che si svolgono
contemporaneamente (percezione, memoria,
linguaggio, controllo motorio, soprattutto attenzione).
La semplicità delle attività quotidiane (come fare il
caffè) ci rende vulnerabili. Gli automatismi possono
sfuggire al controllo, specialmente quando il sistema
attentivo è impegnato altrove.
- Daniel Schacter: Ha analizzato i punti deboli della
memoria, elencando sette debolezze (labilità,
distrazione, blocco, erronea attribuzione,
suggestionabilità, distorsione e persistenza) in analogia
con i peccati capitali. Questi limiti sono visti come
sottoprodotti negativi di caratteristiche
positive/adattive della memoria, come la capacità di
economizzare risorse cognitive (es. dimenticare il
parcheggio a causa di distrazione).
- James Reason: Formula una posizione intermedia,
sostenendo che l'interpretazione freudiana è plausibile
ma troppo rigida. La maggior parte degli errori
quotidiani deriva da due condizioni necessarie: 1) una
debolezza cognitiva (distrazione o dati insufficienti), 2)
l'esistenza di una risposta con elevata probabilità di
essere selezionata (abitudine appresa, recenza o
significatività emotiva).
CENNI STORICI
La neuropsicologia è diventata una scienza autonoma nella
seconda metà del XIX secolo.
Le prime osservazioni che suggeriscono un legame tra deficit delle
funzioni mentali e lesioni cerebrali risalgono all'antichità (Antico
Egitto e Grecia classica).
Inizialmente prevaleva l’ipotesi cardiocentrica di Aristotele, che
vedeva il cervello come organo di raffreddamento del sangue.
La prospettiva alternativa, ovvero l’ipotesi encefalocentrica (che
stabilisce il cervello come sede fisica della mente), fu introdotta
da Alcmeone di Crotone (V secolo a.C.) tramite esperimenti sugli
animali.
1. Origini: Frenologia e Localizzazionismo
Le prime ipotesi sulla correlazione tra facoltà mentali e sedi
cerebrali risalgono alla seconda metà del '700 con la Frenologia,
sviluppata da Franz Josef Gall e Johann Christoph Spurzheim. La
Frenologia postulava una rigida localizzazione cerebrale, secondo
cui:
La mente era composta da facoltà distinte.
Ciascuna facoltà era localizzata in una specifica regione
cerebrale ("organo").
Il grado di sviluppo di una facoltà si rifletteva nelle
dimensioni dell'organo e, conseguentemente, nella forma
esterna del cranio (oggetto della cranioscopia).
Sebbene la cranioscopia e la frenologia siano state ampiamente
smentite, l'intuizione di Gall di un'organizzazione della mente in
componenti distinte (moduli) è oggi un paradigma prevalente
nelle neuroscienze cognitive.
Un’importante reazione al localizzazionismo fu la Aggregate field
theory di Marie-Jean-Pierre Flourens (1794-1867), che sosteneva
che le funzioni mentali specifiche non fossero localizzate ma
diffuse, e che il cervello agisse come un insieme per ogni
funzione.
2. Periodo Classico
Il periodo classico segnò l'affermazione scientifica del
localizzazionismo attraverso il metodo anatomo-clinico.
Bouillaud (1796-1881) aveva suggerito, già nel 1825, che il
linguaggio fosse localizzato nei lobi frontali e, successivamente,
Paul Broca (1824-1880), nel 1861 descrisse il caso di pazienti
affetti da afasia (disturbo del linguaggio articolato) causata da
una lesione circoscritta nel lobo frontale sinistro.
Il periodo classico si focalizzò sulla correlazione anatomo-
clinica. In questo contesto, Karl
Wernicke (1848-1905) ampliò il
modello localizzazionista,
proponendo lo schema centri-e-
connessioni:
Centri: Regioni di sostanza grigia
contenenti rappresentazioni.
Connessioni: Fasci di sostanza bianca che collegano i centri,
permettendo la trasmissione e la ricodificazione
dell'informazione (es. il fascicolo arcuato collega l'Area di
Broca e l'Area di Wernicke).
Questo modello permise di spiegare diversi disturbi del
linguaggio, come l'afasia di conduzione, causata da lesioni alle
connessioni.
Critiche:
- eccessiva dipendenza dagli studi di caso singolo
- mancanza di esame dei casi negativi (pazienti cerebrolesi
non affetti dal deficit di interesse)
- assenza di metodi quantitativi, test standardizzati e tarati e
gruppi di controllo di soggetti sani.
Durante il Periodo Classico furono descritti disordini del
linguaggio (afasia), deficit dell’identificazione degli oggetti
(agnosia), del movimento volontario (aprassia) e mancata
consapevolezza della malattia (anosognosia). I deficit della
memoria (amnesia) verranno descritti solo nella seconda metà
del '900.
Un altro contributore chiave fu Ludwig Lichtheim (1845-1928),
un esempio dell’approccio dei "costruttori di diagrammi" che
creavano modelli basati o non basati sul cervello. Questo
modello cercava di spiegare i vari disturbi del linguaggio
(afasie) localizzando alcuni componenti, ma non altri.
Nel suo schema, il Centro delle immagini acustiche (A) era
localizzato.
Anche il Centro delle immagini motorie (M) era localizzato.
Il Centro dei concetti (B) era considerato diffuso su tutta la
corteccia, e non localizzato in una sede specifica.
3. Studi di gruppo
Tra la Neuropsicologia Classica e quella Cognitiva, vi fu una fase
intermedia (dal 1950) caratterizzata da ricerche su vaste
casistiche, l'uso di test quantitativi e standardizzati
(psicometria) e l'analisi statistica, confrontando i pazienti con
gruppi di controllo.
Le critiche a questa fase (circa 1970) evidenziarono che i dati
medi oscuravano le differenze tra singoli pazienti. Inoltre, data
la complessità del sistema cognitivo, era probabile che ciascun
paziente avesse un deficit differente dall’altro. Tali critiche hanno
portato a rimettere in discussione il principio di universalità e
hanno favorito il ritorno agli studi di caso singolo.
4. La Neuropsicologia Cognitiva
A partire dagli anni '50 del XX secolo, nacque la Neuropsicologia
Cognitiva, un approccio teorico basato sulla teoria
dell'elaborazione dell'informazione.
Questo approccio utilizza modelli a scatole e frecce (diagrammi
di flusso) per rappresentare l'organizzazione funzionale della
mente. L'obiettivo principale è identificare quale componente
specifica del sistema cognitivo è stata danneggiata, piuttosto che
limitarsi alla localizzazione anatomica
I Tre Presupposti Teorici Fondamentali
La possibilità di trarre inferenze sull'organizzazione della mente
normale studiando i pazienti lesi si basa su tre presupposti
fondamentali:
1) Modularità: I processi mentali sono componenti distinti e
funzionalmente indipendenti (moduli). Ogni modulo è
specializzato nell'elaborazione di un particolare tipo di
informazione.
2) Corrispondenza: Il deficit comportamentale osservato
riflette il malfunzionamento di uno specifico modulo del
sistema cognitivo.
3) Costanza: Il sistema cognitivo di base del paziente
cerebroleso è preservato e rimane qualitativamente lo
stesso della popolazione sana, ad eccezione del modulo
che è stato danneggiato dalla lesione.
La Neuropsicologia Cognitiva moderna, pur mantenendo i
metodi di indagine su casi singoli e studi di gruppo, integra
metodologie avanzate come la neuroimmagine funzionale
(fMRI, PET) e la stimolazione transcranica per correlare l'attività
funzionale con l'anatomia.
Per dimostrare la modularità della mente e l'indipendenza
funzionale tra i moduli cognitivi, la neuropsicologia utilizza
specifici strumenti concettuali.
ASSOCIAZIONE, DISSOCIAZIONE E SINDROME
- ASSOCIAZIONE:
Si verifica quando un paziente con lesione cerebrale
presenta contemporaneamente due o più deficit (es.
deficit A e deficit B). L'associazione, tuttavia, non è
sufficiente per concludere che i due deficit dipendano
dalla stessa funzione o che siano localizzati nella stessa
area.
- SINDROME:
è un insieme di segni e sintomi che si manifestano
congiuntamente, ed è correlata a una lesione cerebrale.
o Sindrome anatomica: L'associazione di deficit (es. F1 e
F2) è dovuta alla lesione di aree cerebrali contigue.
Possono essere Sindromi anatomiche deboli se i
sintomi possono manifestarsi indipendentemente l'uno
dall'altro (es. Sindromi afasiche tradizionali).
o Sindrome funzionale: L'associazione è determinata da
un unico meccanismo che altera la funzione unitaria
(F1). Se i sintomi si verificano sempre assieme e non
sono frazionabili, è definita Sindrome funzionale forte.
o Sindrome anatomo-funzionale o mista: Possiede
proprietà sia anatomiche che funzionali, dove funzioni
diverse ma localizzate in regioni vicine vengono
danneggiate contemporaneamente.
- DISSOCIAZIONE SEMPLICE:
Si osserva quando un paziente ha una prestazione
deficitaria nel compito A, ma una prestazione conservata
o normale nel compito B [11, 12, Fig. 1.3].
Questo risultato suggerisce che il compito A e il compito B
si basano su due funzioni almeno parzialmente
indipendenti.
Limiti: La dissociazione semplice può essere problematica
se non si esclude l'interferenza del fattore risorse. Se il
compito A è molto più difficile di B, il deficit in A potrebbe
riflettere semplicemente una compromissione generale
delle risorse a causa della lesione, e non una vera
indipendenza funzionale tra i moduli.
- DISSOCIAZIONE DOPPIA:
Si verifica quando si trovano due pazienti (P1 e P2) con
pattern di deficit opposti:
Paziente P1: Deficit nel compito A e prestazione
conservata in B [13, 14, Fig. 1.5].
Paziente P2: Prestazione conservata in A e deficit nel
compito B [13, 14, Fig. 1.5].
Significato: Questa duplice indipendenza dimostra che i
due processi mentali A e B sono mediati da due
componenti funzionali distinti. L'indipendenza funzionale
implica che una lesione possa compromettere l'una senza
intaccare l'altra. Un classico esempio è la doppia
dissociazione nel linguaggio (Afasia di Broca vs. Afasia di
Wernicke), che supporta l'indipendenza dei moduli di
produzione e comprensione.