Cicerone
Cicerone
Origini e formazione:
Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino (in provincia di Frosinone) nel 106 a.C., in una
famiglia di ricchi proprietari terrieri appartenenti all’ordine equestre. Fin da giovane fu
mandato a Roma per studiare retorica, cioè l’arte di comporre e pronunciare discorsi
efficaci.
A Roma conobbe Tito Pomponio Attico, un intellettuale che amava soggiornare ad Atene e
con cui mantenne un duraturo rapporto di amicizia epistolare.
Nel 81 a.C. Cicerone tenne il suo primo discorso giudiziario. In seguito si allontanò da Roma
per perfezionare i suoi studi di filosofia e retorica ad Atene e a Rodi, dove fu influenzato dai
maggiori maestri dell’epoca.
Nel 75 a.C. divenne questore in Sicilia, incarico che gli permise di entrare in Senato come
homo novus, cioè come primo della sua famiglia ad accedere alla carriera politica. Sposò
Terenzia, da cui ebbe due figli: Tullia e Marco.
Come avvocato ottenne grande fama per l’accusa contro Verre (assistito dal grande
oratore Ortensio Ortalo), ex governatore della Sicilia, accusato di concussione e abusi
amministrativi. Il successo in questo processo gli valse grande popolarità.
Durante la campagna elettorale per il consolato, si scontrò con il suo acerrimo nemico Lucio
Sergio Catilina. Nel 63 a.C. Cicerone venne eletto console. Durante il suo consolato
promosse l’ideale conservatore della concordia ordinum, cioè l’alleanza tra senatori e
cavalieri per garantire la stabilità della Repubblica.
Catilina, sconfitto nuovamente nella corsa al consolato, organizzò una congiura contro lo
Stato. Cicerone lo denunciò pubblicamente in Senato con le celebri "Catilinarie", quattro
orazioni pronunciate all’inizio di novembre del 63 in cui mise in guardia i senatori dal pericolo
imminente.
Una prima parte dei congiurati fu arrestata ed eliminata nel Carcere Mamertino, nonostante
l'opposizione di Cesare, sostenitore dei populares, che in senato propose l’esilio. Cicerone
e Catone sostennero invece la pena capitale, che fu infine eseguita. Catilina morì in
battaglia in etruria, dove aveva radunato l’altra parte dei congiurati per vendicarsi, nel
gennaio del 62 a.C.
Esilio e ritorno:
Nel 60 a.C. si formò il primo triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso. Intanto, il tribuno
Clodio Pulcro fece approvare una legge che colpiva chiunque avesse fatto giustiziare
cittadini romani senza processo: Cicerone, coinvolto nel caso dei catilinari, fu costretto
all'esilio in Grecia nel 58 a.C.
Dopo un breve riavvicinamento al potere, sostenne Pompeo nella richiesta di proroga del
comando in Gallia per Cesare con l’orazione “De Provinciis Consularibus". Tuttavia, in
seguito si allontanò dalla politica attiva e si dedicò nuovamente all'attività forense.
Nel 52 a.C., Cicerone difese Milone, accusato dell’omicidio di Clodio. Scrisse la celebre
orazione "Pro Milone", che però non riuscì a pronunciare efficacemente a causa della
situazione politica molto tesa. Il processo fu comunque perso e vinto da Sallustio che faceva
da avvocato all’accusa. Nel 51 Cicerone divenne governatore della cilicia.
Nel 49 a.C. scoppiò la guerra civile tra Cesare e Pompeo con il varco del Rubicone.
Cicerone cercò inizialmente di mantenere una posizione neutrale, ma alla fine seguì
Pompeo, che rappresentava la legalità repubblicana contro il potere personale di Cesare, in
Grecia. Nel 48 a.C., Cicerone non arrivò in tempo per combattere a Farsalo. Dopo la vittoria
di Cesare, si trovò in una posizione ambigua: i pompeiani lo consideravano un traditore, i
cesariani un nemico. Così fu visto con diffidenza da entrambe le parti.
Rientrato a Roma, fu tollerato da Cesare, che apprezzava la sua figura intellettuale e iniziò a
scrivere opere filosofiche. Cicerone divorzia dalla moglie Terenzia e sposò una giovane ricca
vedova, Publilia, molto più giovane di lui, ma il matrimonio non durò. Muore di parto anche
l’amatissima figlia Tullia; morte che lo segna profondamente.
Dopo l’assassinio di Cesare nel 44 a.C., Cicerone appoggiò i cesaricidi (Bruto e Cassio) e
cercò di contrastare Marco Antonio, che considerava un nemico della Repubblica. Si
schierò con Ottaviano (futuro Augusto, che lo usò per garantirsi l’appoggio del senato),
sperando in una restaurazione repubblicana.
Nel 42 a.C., dopo la formazione del secondo triumvirato (Antonio, Ottaviano, Lepido),
Cicerone fu incluso nelle liste di proscrizione. Fu catturato e assassinato nella sua villa,
su ordine di Antonio, mentre cercava di fuggire. Per ordine di Antonio le sue mani e la sua
testa vennero mostrate nel foro come monito ai nemici pubblici.
L’oratoria di Cicerone
Cicerone è considerato uno dei massimi oratori dell’antichità. L’oratoria è l’arte di saper
parlare e di sostenere un discorso in pubblico. La sua attività retorica si distingue in tre
principali categorie di discorsi:
1. Discorsi giudiziari (genus iudiciale): pronunciati nei tribunali, come nel caso contro
Verre.
I discorsi, soprattutto quelli giudiziari, avevano una struttura ben definita, articolata in 4
parti:
● Stile asiano: proveniente dalle scuole greche dell’Asia Minore, frequentate dai
giovani ricchi romani. Era uno stile ricco, ornamentale, e talvolta eccessivo. Vi erano
due varianti:
● Stile rodio: forma moderata dello stile asiano, una via di mezzo tra frasi troppo
scarne o troppo pompose, Ideato da Apollonio Molone di Rodi.
● Stile attico: opposto all’asiano, semplice, diretto, sobrio. Adottato da Cesare.
● Cicerone cercò una sintesi personale, coniugando eleganza e chiarezza, equilibrio
e passione.
Cicerone, dopo aver pronunciato le sue orazioni, era solito farle circolare per iscritto,
arricchendole e migliorandole. Di tutta la sua produzione oratoria, ci sono pervenute solo 58
orazioni, tra cui le più celebri sono tre gruppi: le Verrine, che risalgono alla sua giovinezza; le
Catilinarie, appartenenti alla maturità; e le Filippiche, che rappresentano l’ultima fase della
sua vita.
Le Verrine
Durante il periodo in cui Cicerone era governatore in Sicilia, i siciliani gli chiesero di
intervenire come accusatore nel processo contro Gaio Verre. La difesa di Verre era stata
affidata a Ortensio Ortalo, mentre il suo accusatore “ufficiale” era Quinto Cecilio, figura
ritenuta fittizia e poco credibile, le cui accuse furono facilmente smontate dallo stesso Ortalo.
Il piano era quello di inscenare un processo farsa che proteggesse Verre, facendolo
assolvere. Tuttavia, attraverso la divinatio, ovvero la scelta dell’accusatore da parte di una
commissione di senatori, Cicerone riuscì a dimostrare che Quinto Cecilio non era adatto a
ricoprire quel ruolo, proponendosi egli stesso.
Durante la prima actio contro Verre, Cicerone avviò l’accusa con tale efficacia da spingere
Verre a comprendere l’inevitabilità della condanna e a scegliere volontariamente l’esilio.
Nella seconda actio, Cicerone illustrò in dettaglio la corruzione di Verre, articolandola in
cinque ambiti: De praetura urbana, riguardante la sua ambigua carriera politica prima di
diventare propretore in Sicilia; De praetura Siciliensi, sulle sue malversazioni come pretore;
De frumento, caso gravissimo poiché la Sicilia riforniva Roma di grano e il popolo era
particolarmente sensibile a questo tema; De signis, incentrata sui saccheggi di opere d’arte
e sulle spoliazioni dei templi, che potevano attirare l’ira divina; De suppliciis, dove venivano
elencate le crudeltà e le uccisioni arbitrarie commesse da Verre.
Le Catilinarie
Le Catilinarie sono quattro orazioni, di cui due pronunciate davanti al Senato (la prima e la
quarta) e due rivolte al popolo (la seconda e la terza). In esse, Cicerone accusa
pubblicamente Lucio Sergio Catilina di aver organizzato un colpo di Stato per accedere al
potere. Era l’anno del consolato di Cicerone, il 63 a.C., e grazie a queste orazioni riuscì a
sventare la congiura.
Nella Prima Catilinaria, pronunciata l’8 novembre del 63 a.C. in Senato, Cicerone coglie di
sorpresa Catilina e lo attacca con una violentissima requisitoria, il cui incipit — Quo usque
tandem abutere, Catilina, patientia nostra? — è tra i più celebri dell’oratoria antica. In questo
discorso, Cicerone smaschera i preparativi della congiura e denuncia l’esercito privato che
Catilina aveva radunato in Etruria, composto da circa 20.000 uomini. Nella notte, Catilina
fugge per raggiungere il suo accampamento. Il giorno seguente, Cicerone pronuncia la
Seconda Catilinaria davanti al popolo riunito nel Foro, ribadendo la gravità della minaccia.
Tuttavia, la situazione era ancora instabile: vennero arrestati alcuni complici di Catilina e si
doveva decidere la loro sorte. Il 3 dicembre, Cicerone pronuncia la Terza Catilinaria sempre
davanti al popolo, mentre due giorni dopo tiene la Quarta Catilinaria in Senato, in cui si
discute della pena da infliggere ai congiurati. Cicerone si schierò a favore della condanna a
morte, e i congiurati vennero giustiziati senza processo.
Le Filippiche
L’ultima fase della carriera di Cicerone è segnata dalle Filippiche, quattordici orazioni
pronunciate tra il 44 e il 43 a.C., dopo l’assassinio di Giulio Cesare. In un clima politico
estremamente violento, Cicerone si scagliò contro Marco Antonio, braccio destro del defunto
dittatore e figura di spicco tra i cesariani.
Le Filippiche furono per lo più pronunciate in Senato, tranne la quarta e la sesta, che furono
rivolte al popolo. In queste orazioni, Cicerone usa tutte le sue abilità oratorie per dipingere
Marco Antonio come un uomo corrotto, ambizioso e pericoloso per le istituzioni
repubblicane, cercando di farlo dichiarare nemico dello Stato, così come aveva fatto in
passato con Catilina. La maggior parte dei discorsi fu tenuta tra gennaio e aprile del 43 a.C.;
l’ultima, la quattordicesima Filippica, fu pronunciata il 21 aprile per celebrare la vittoria delle
truppe dei consoli Irzio e Pansa, insieme a Ottaviano, contro Marco Antonio, che sembrava
ormai sconfitto. Fu l’ultima orazione di Cicerone, che poco dopo, inserito nelle liste di
proscrizione, venne ucciso per ordine del suo nemico Marco Antonio
Cicerone scrisse tre opere di retorica: De oratore, Brutus e Orator. Sono le tre opere che
delineano l’arte retorica di Cicerone. La prima risale al 55 a.C., le altre due al 46 a.C.
Aveva già scritto di retorica in gioventù, tra l’80 e il 90 a.C., con l’opera De inventione, che
rimanda al concetto di inventio, cioè la scelta degli argomenti da trattare. In essa sono
delineati i cinque passi dell’oratore:
Quest’opera non ebbe grande successo, poiché si rifaceva a fonti greche come la Rhetorica
ad Herennium, sua contemporanea, e non conteneva molto di originale.
Emergono delle peculiarità del pensiero ciceroniano sulla retorica: secondo Cicerone,
esposto tramite altri personaggi, l’oratore non deve solo avere abilità tecnica acquisibile con
lo studio, ma deve possedere una vasta cultura che consolidi la sua moralità. L’oratore deve
essere vir bonus dicendi peritus: un uomo buono, esperto nell’arte del parlare. Deve avere
valori che indirizzino la sua arte al bene, non al male. Ciò è importante nel contesto politico:
la politica non deve essere in mano agli improbi; l’oratore non deve essere un improbus: un
disonesto.
A sostenere questa idea è Crasso (alter ego di Cicerone), mentre Marco Antonio, con un
atteggiamento pragmatico, sostiene che basti una conoscenza sommaria, purché si
possieda la tecnica.
Nel secondo libro del De oratore (l’opera è composta da tre libri) Cicerone ribadisce le
cinque fasi dell’oratoria. Ricorda anche i tre obiettivi dell’oratore:
Anche Marco Antonio parla di questi tre obiettivi. Poi espone la dispositio, costituita da:
- Elocutio, cioè l’uso di elementi retorici e stilistici per rendere il discorso efficace,
calibrandoli a seconda del momento dell’orazione;
- Actio o pronuntiatio, in cui Cicerone sottolinea l’importanza di gestualità,
espressione del volto e tono della voce.
Brutus è un dialogo tra Cicerone, Attico e Marco Giunio Bruto (futuro cesaricida). L’opera
ripercorre la storia dell’oratoria dalle origini fino ai tempi di Cicerone, concludendosi con
Ortensio Ortalo. Vi emerge quale sia per Cicerone il miglior stile oratorio: un asianesimo non
troppo ampolloso, contrapposto a uno stile attico troppo scarno.
Orator, invece, non è un dialogo. Riprende il tema dell’elocutio, già trattato nel De oratore.
Cicerone distingue tre stili, che possono essere presenti insieme e alternarsi nella stessa
orazione:
L’oratore deve prestare attenzione anche al numerus, cioè al ritmo del discorso. Durante la
recitazione, deve curare il ritmo del parlare, e il fine del periodo deve rispettare le clausulae,
combinazioni di unità metriche ordinate in modo da creare un certo ritmo.
● Trocheo: – ˘
● Spondeo: – –
Il fine verso deve corrispondere a queste unità metriche, che danno un determinato ritmo
all’esposizione. Predilige la costruzione ipotattica (con molte subordinate), che dona
solennità e complessità al periodo. Fondamentale è la concinnitas, cioè l’armonia e
l’equilibrio tra le varie parti del discorso, anche nella loro lunghezza e disposizione.
Per Cicerone, nulla deve essere lasciato al caso: l’oratore deve scegliere sempre la parola
più adatta e curare ogni dettaglio.
Cicerone è un conservatore che ritiene che il senato abbia quelle qualità morali
necessarie per condurre un’azione politica giusta. La colpa della crisi politica viene attribuita
agli improbi: improbus vuol dire disonesto, malvagio, coloro che per ambizione personale e
disonestà spingono il popolo alla violenza e diventano essi stessi autori di violenza.
Scritto tra il 54 e il 51, il De re publica è un dialogo in sei libri, tra Scipione l’Emiliano e i
suoi amici.
Il Somnium Scipionis è la parte più nota, trattata nel 6° libro. Fino agli inizi dell’800 si
conosceva solo questa parte dell’opera. Nel 1819, il cardinale Angelo Mai trovò un
palinsesto: codici raschiati e riutilizzati. Da esso ne uscì il primo e il secondo libro. Del
terzo, quarto e quinto libro ci sono alcuni frammenti.
Il fine ultimo della visione politica di Cicerone — del consensus omnium bonorum e
dell’agire individuale — è il bene dello Stato, persino in prospettiva della morte.
La visione politica pervade completamente anche la visione filosofica di Cicerone.
La figura del princeps nasce da una necessità legata alla contingenza politica: Cicerone
ha bisogno di un uomo che sostenga e si faccia sostenere dal senato. Il principe ideale,
secondo lui, era Pompeo. Quest’aspettativa venne delusa, e lo stesso Cicerone disse che
Pompeo non stava pensando, né in passato né ora, di essere un moderator rei publicae,
cioè un moderatore che riconducesse tutto al senato.
La filosofia di Cicerone è strettamente legata alla sua visione del cittadino e al ruolo civico
che ciascuno deve svolgere. Durante la dittatura di Cesare, Cicerone, ormai escluso dalla
vita politica attiva, si dedica intensamente alla produzione filosofica. L’otium, il tempo libero,
diventa per lui un’occasione necessaria per riflettere e proporre i valori a cui deve attenersi il
probus, l’uomo retto.
Eclettismo filosofico
Un primo aspetto fondamentale del pensiero filosofico di Cicerone è il suo eclettismo: egli
accoglie e confronta diverse dottrine filosofiche per selezionare, su ciascun tema, quella che
reputa più giusta. Questo metodo si rifà a quello di Carneade (II sec. a.C.), filosofo scettico.
Cicerone è aperto a molte scuole filosofiche, ma rifiuta l’epicureismo, che considera
incompatibile con i valori morali e civici della cultura romana.
Pur dedicandosi alla filosofia, Cicerone non abbandona mai la sua identità di politico:
anche nel pensiero teorico è sempre presente il fine civico, l’attenzione allo Stato e alla
collettività.
È un’opera in 5 libri, dedicata a Bruto. Si tratta di tre dialoghi filosofici con interlocutori diversi
in cui interviene sempre Cicerone. Il tema è espresso dal titolo stesso: il sommo bene e il
sommo male.
● Libri I e II: Lucio Manlio Torquato espone la dottrina epicurea, secondo cui il sommo
bene consiste nel piacere. Cicerone, però, ne propone una confutazione.
● Libri III e IV: interviene Catone il Giovane (pronipote del Censore), che difende la
dottrina stoica, secondo cui il sommo bene è la pratica della virtù.
Cicerone afferma che la virtù può essere esercitata aspirando sia a beni materiali sia a quelli
spirituali. Cicerone accoglie parte della dottrina stoica, ma ritiene che essa, per quanto
rigorosa, sia troppo distante dalle esigenze pratiche della classe dirigente, e quindi ne
modera gli aspetti più estremi.
Tusculanae disputationes
1. Sul timore della morte: non bisogna temere la morte, sia che l’anima sia mortale,
sia che non lo sia; se l’anima è mortale, la morte rappresenta la fine delle sofferenze;
se l’anima non è mortale, la morte va vista come una liberazione dalle sofferenze.
3. Su come mitigare dolore e affanni: spesso gli affanni derivano da errori di
valutazione; la ragione è l’unico strumento che aiuta a distinguere il vero male da ciò
che solo appare tale.
4. Su come vincere le passioni dell’animo: è sempre la ragione che libera l’uomo da
desideri e coinvolgimenti eccessivi.
5. Cosa rende felice l’uomo? La virtù. Il saggio, possedendo il sommo bene, è felice
di per sé, senza bisogno di altro.
In questa opera Cicerone abbraccia la dottrina stoica, ponendo la virtù al centro della vita
morale. Questo lo porta, in parte, in contrasto con quanto aveva espresso nel De finibus,
dove aveva ammesso una posizione più moderata
La trilogia teologica
De natura deorum
Dialogo ambientato nella casa di Aurelio Cotta. Tre personaggi espongono tre dottrine, sul
tema dell'esistenza delle divinità:
● Balbo: espone la visione stoica. Gli dèi hanno una funzione provvidenziale,
governano il mondo e si occupano degli uomini.
Alla fine del dialogo, pur non intervenendo direttamente, Cicerone sembra preferire la
visione stoica, che esalta la virtù e presenta una guida divina simile all’organizzazione etica
della società romana.
De divinatione
De fato
Opera incompleta in cui viene discussa la teoria della provvidenza stoica.
Cicerone critica l’idea di un destino determinato, sostenendo che l’uomo è dotato di
libero arbitrio. Se tutto fosse guidato dalla provvidenza, verrebbe meno la possibilità di
compiere scelte morali e responsabili. Questa critica si collega alla visione razionale
espressa nelle opere precedenti.
De officiis
2. Il secondo: si concentra sull’utile, che non è in contrasto con l’onesto, anzi sono
collegati: raggiungiamo il nostro fine tenendo conto del bene morale: l’honestum.
3. Il terzo: dimostra che utile e onesto coincidono; ciò che non è onesto non può essere
davvero utile, è piuttosto dannoso.
De amicitia
Il dialogo si svolge nel 129 a.C., poco dopo la morte di Scipione l’Emiliano, Tra Lelio e
Cicerone.
Il concetto centrale è che l’amicizia nasce dalla virtù, non dal bisogno. Si fonda sulla
condivisione di valori tra persone simili e buone, uno scambio disinteressato.
Non può esistere vera amicizia se non tra persone virtuose: se un amico chiede
qualcosa di moralmente sbagliato, viene meno la conditio sine qua non stessa dell’amicizia:
la virtù.
De senectute
Dialogo immaginario tra Catone il Vecchio, Scipione Emiliano e Lelio, ambientato nel 150
a.C., quando Catone ha circa 80 anni.
Si riflette sulla vecchiaia: anche se comporta l’indebolimento fisico, non deve essere
disprezzata. Al contrario, si può continuare a coltivare lo spirito e a contribuire alla vita civile.
La vicinanza alla morte non è maggiore che in altri momenti della vita, e non è un buon
motivo per smettere di vivere con dignità.
Epistolari
Tra gli uomini del mondo antico, Cicerone è quello che conosciamo meglio, soprattutto
perché è l’unico personaggio di cui ci sia giunta una grande quantità di lettere private.
Questa è la differenza fondamentale rispetto ad altri epistolari antichi, come quelli di Seneca,
le cui lettere sono però pensate e scritte già per la pubblicazione, con un filtro letterario. Nel
caso di Cicerone, invece, le sue lettere furono realmente spedite ai destinatari. Questa
straordinaria raccolta, che comprende quasi 900 lettere, copre gli anni dal 68 a.C. al 44 a.C.
e ci consente di conoscere molto bene un periodo storico decisivo: il declino della repubblica
romana, l’ascesa e la caduta di Cesare e l’ingresso sulla scena politica di Ottaviano.
Queste raccolte nacquero perché, in una lettera ad Attico del luglio del 44 a.C., Cicerone
manifestava l’intenzione di rivedere e pubblicare circa settanta sue lettere, probabilmente
quelle di maggior interesse politico. La sua morte però gli impedì di realizzare il progetto. La
pubblicazione postuma delle lettere fu curata principalmente da Attico e dal segretario
Tirone, fedeli compagni di Cicerone. Tuttavia, il contenuto delle raccolte presenta alcuni
misteri: mancano le lettere degli ultimi mesi di vita di Cicerone, l’ultima pervenuta risale al 27
luglio del 43, mentre lui morì sei mesi dopo, il 7 dicembre. Mancano anche le lettere del 63,
anno del suo consolato, e del 57, anno delle trattative per il suo ritorno dall’esilio. Queste
lacune non sembrano casuali. Inoltre, nella raccolta Ad familiares ci sono lettere di Cicerone
ma nessuna di Attico, il suo amico più intimo.
Molti studiosi hanno ipotizzato che dietro la sistemazione del corpus epistolare di Cicerone vi
fosse l’influenza di Ottaviano. Dopo la morte di Cicerone, infatti, mentre i suoi parenti e amici
più stretti caddero in disgrazia, Attico venne risparmiato, probabilmente grazie al suo
rigoroso epicureismo che lo teneva lontano dalla politica, e anche per la sua amicizia di
lunga data con Cicerone. Alcune fonti indicano che i rapporti tra Attico e Ottaviano divennero
molto stretti dopo la morte di Cicerone, e quindi è probabile che fu su spinta dello stesso che
venne deciso di pubblicare molte lettere di Cicerone, escludendo però quelle che avrebbero
potuto essere imbarazzanti per Cesare o lui stesso. Ad esempio, gli anni di Catilina erano tra
i più controversi della carriera di Cesare, e la corrispondenza privata di Cicerone ne dava
conto in modo pungente. Ancora più delicate erano le lettere degli ultimi mesi di vita,
testimoni di voltafaccia di Ottaviano che abbandonò Cicerone.