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Cicerone

Marco Tullio Cicerone, nato nel 106 a.C. ad Arpino, fu un importante oratore e politico romano, noto per la sua carriera forense e per il suo ruolo nel contrastare la congiura di Catilina. Eletto console nel 63 a.C., Cicerone denunciò pubblicamente Catilina e, dopo un periodo di esilio, tornò a Roma per sostenere la Repubblica contro Marco Antonio. La sua oratoria, suddivisa in discorsi giudiziari, deliberativi e epidittici, ha influenzato profondamente la retorica e la politica, culminando nelle celebri 'Filippiche' contro Antonio, che portarono alla sua morte nel 43 a.C.

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Cicerone

Marco Tullio Cicerone, nato nel 106 a.C. ad Arpino, fu un importante oratore e politico romano, noto per la sua carriera forense e per il suo ruolo nel contrastare la congiura di Catilina. Eletto console nel 63 a.C., Cicerone denunciò pubblicamente Catilina e, dopo un periodo di esilio, tornò a Roma per sostenere la Repubblica contro Marco Antonio. La sua oratoria, suddivisa in discorsi giudiziari, deliberativi e epidittici, ha influenzato profondamente la retorica e la politica, culminando nelle celebri 'Filippiche' contro Antonio, che portarono alla sua morte nel 43 a.C.

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Cicerone – Vita e Attività Politica

Origini e formazione:

Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino (in provincia di Frosinone) nel 106 a.C., in una
famiglia di ricchi proprietari terrieri appartenenti all’ordine equestre. Fin da giovane fu
mandato a Roma per studiare retorica, cioè l’arte di comporre e pronunciare discorsi
efficaci.

A Roma conobbe Tito Pomponio Attico, un intellettuale che amava soggiornare ad Atene e
con cui mantenne un duraturo rapporto di amicizia epistolare.

Primi passi nella carriera forense e politica:

Nel 81 a.C. Cicerone tenne il suo primo discorso giudiziario. In seguito si allontanò da Roma
per perfezionare i suoi studi di filosofia e retorica ad Atene e a Rodi, dove fu influenzato dai
maggiori maestri dell’epoca.

Nel 75 a.C. divenne questore in Sicilia, incarico che gli permise di entrare in Senato come
homo novus, cioè come primo della sua famiglia ad accedere alla carriera politica. Sposò
Terenzia, da cui ebbe due figli: Tullia e Marco.

Il caso Verre e l’ascesa al consolato:

Come avvocato ottenne grande fama per l’accusa contro Verre (assistito dal grande
oratore Ortensio Ortalo), ex governatore della Sicilia, accusato di concussione e abusi
amministrativi. Il successo in questo processo gli valse grande popolarità.

Durante la campagna elettorale per il consolato, si scontrò con il suo acerrimo nemico Lucio
Sergio Catilina. Nel 63 a.C. Cicerone venne eletto console. Durante il suo consolato
promosse l’ideale conservatore della concordia ordinum, cioè l’alleanza tra senatori e
cavalieri per garantire la stabilità della Repubblica.

Catilina, sconfitto nuovamente nella corsa al consolato, organizzò una congiura contro lo
Stato. Cicerone lo denunciò pubblicamente in Senato con le celebri "Catilinarie", quattro
orazioni pronunciate all’inizio di novembre del 63 in cui mise in guardia i senatori dal pericolo
imminente.

Una prima parte dei congiurati fu arrestata ed eliminata nel Carcere Mamertino, nonostante
l'opposizione di Cesare, sostenitore dei populares, che in senato propose l’esilio. Cicerone
e Catone sostennero invece la pena capitale, che fu infine eseguita. Catilina morì in
battaglia in etruria, dove aveva radunato l’altra parte dei congiurati per vendicarsi, nel
gennaio del 62 a.C.

Esilio e ritorno:

Nel 60 a.C. si formò il primo triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso. Intanto, il tribuno
Clodio Pulcro fece approvare una legge che colpiva chiunque avesse fatto giustiziare
cittadini romani senza processo: Cicerone, coinvolto nel caso dei catilinari, fu costretto
all'esilio in Grecia nel 58 a.C.

Grazie all’intervento di Pompeo, fu richiamato a Roma l’anno successivo. Tornato in patria,


recuperò la sua casa pronunciando il discorso "Pro domo sua".

Ultimi anni della Repubblica:

Dopo un breve riavvicinamento al potere, sostenne Pompeo nella richiesta di proroga del
comando in Gallia per Cesare con l’orazione “De Provinciis Consularibus". Tuttavia, in
seguito si allontanò dalla politica attiva e si dedicò nuovamente all'attività forense.

Nel 52 a.C., Cicerone difese Milone, accusato dell’omicidio di Clodio. Scrisse la celebre
orazione "Pro Milone", che però non riuscì a pronunciare efficacemente a causa della
situazione politica molto tesa. Il processo fu comunque perso e vinto da Sallustio che faceva
da avvocato all’accusa. Nel 51 Cicerone divenne governatore della cilicia.

Guerra civile e morte:

Nel 49 a.C. scoppiò la guerra civile tra Cesare e Pompeo con il varco del Rubicone.
Cicerone cercò inizialmente di mantenere una posizione neutrale, ma alla fine seguì
Pompeo, che rappresentava la legalità repubblicana contro il potere personale di Cesare, in
Grecia. Nel 48 a.C., Cicerone non arrivò in tempo per combattere a Farsalo. Dopo la vittoria
di Cesare, si trovò in una posizione ambigua: i pompeiani lo consideravano un traditore, i
cesariani un nemico. Così fu visto con diffidenza da entrambe le parti.

Rientrato a Roma, fu tollerato da Cesare, che apprezzava la sua figura intellettuale e iniziò a
scrivere opere filosofiche. Cicerone divorzia dalla moglie Terenzia e sposò una giovane ricca
vedova, Publilia, molto più giovane di lui, ma il matrimonio non durò. Muore di parto anche
l’amatissima figlia Tullia; morte che lo segna profondamente.

Dopo l’assassinio di Cesare nel 44 a.C., Cicerone appoggiò i cesaricidi (Bruto e Cassio) e
cercò di contrastare Marco Antonio, che considerava un nemico della Repubblica. Si
schierò con Ottaviano (futuro Augusto, che lo usò per garantirsi l’appoggio del senato),
sperando in una restaurazione repubblicana.

Scrisse in questo periodo le "Filippiche", una serie di orazioni ispirate a quelle di


Demostene contro Filippo II di Macedonia, rivolte contro Marco Antonio.

Nel 42 a.C., dopo la formazione del secondo triumvirato (Antonio, Ottaviano, Lepido),
Cicerone fu incluso nelle liste di proscrizione. Fu catturato e assassinato nella sua villa,
su ordine di Antonio, mentre cercava di fuggire. Per ordine di Antonio le sue mani e la sua
testa vennero mostrate nel foro come monito ai nemici pubblici.

L’oratoria di Cicerone
Cicerone è considerato uno dei massimi oratori dell’antichità. L’oratoria è l’arte di saper
parlare e di sostenere un discorso in pubblico. La sua attività retorica si distingue in tre
principali categorie di discorsi:

1.​ Discorsi giudiziari (genus iudiciale): pronunciati nei tribunali, come nel caso contro
Verre.​

2.​ Discorsi deliberativi (genus deliberativum): pronunciati in Senato o in assemblea,


riguardavano questioni politiche.​

3.​ Discorsi epidittici o dimostrativi (genus demonstrativum): servivano a elogiare o


commemorare personaggi illustri.

I discorsi, soprattutto quelli giudiziari, avevano una struttura ben definita, articolata in 4
parti:

●​ Exordium (Esordio): introduzione del discorso; si presenta la causa e si cerca di


attirare la benevolenza dei giudici.​

●​ Narratio: esposizione dei fatti.​

●​ Argumentatio e confutatio: argomentazione, con argomenti a favore della propria


tesi e contro quella avversaria.​

●​ Epilogus (Preoratio): conclusione, in cui si chiede una decisione ai giudici o al


pubblico, si fa leva sull’emotività.​

I grandi oratori greci


I più grandi oratori dell’antica Grecia furono:
●​ Lisia, modello di chiarezza e semplicità;
●​ Isocrate, maestro di eloquenza e stile elevato;
●​ Demostene, oratore politico energico e appassionato.

L’oratoria e la formazione politica


L’apprendimento dell’oratoria faceva parte del cursus honorum, cioè del percorso politico di
un cittadino romano che aspirava a cariche pubbliche. Nello scrivere e pronunciare i discorsi
si facevano anche scelte stilistiche, che distinguevano le varie scuole e tradizioni.

Stili oratori nel I secolo a.C.:

Nel I secolo a.C. si distinguevano vari stili retorici:

●​ Stile asiano: proveniente dalle scuole greche dell’Asia Minore, frequentate dai
giovani ricchi romani. Era uno stile ricco, ornamentale, e talvolta eccessivo. Vi erano
due varianti:​

○​ La prima era caratterizzata da frasi brevi e spezzate che rendevano nervosa


e cadenzata la prosa​

○​ La seconda aveva un periodare più ampio e complesso, sul modello di


Isocrate e Demostene: era uno stile magniloquente, spesso enfatico e carico
fino all’eccesso.​

●​ Stile rodio: forma moderata dello stile asiano, una via di mezzo tra frasi troppo
scarne o troppo pompose, Ideato da Apollonio Molone di Rodi.
●​ Stile attico: opposto all’asiano, semplice, diretto, sobrio. Adottato da Cesare.
●​ Cicerone cercò una sintesi personale, coniugando eleganza e chiarezza, equilibrio
e passione.

Cicerone declamava le sue orazioni in tribunale, in senato o davanti al popolo riunito


nei comizi.
L’oratore doveva commuovere l’uditorio (movere), divertirlo (delectare) e convincerlo con
una solida quantità di argomenti e prove (probare/docere).
Fondamentale era l’actio, cioè la perorazione accompagnata da una gestualità efficace e da
una voce adatta al contesto.
Cicerone preparava con cura l’esordio e i punti fondamentali del discorso, che imparava a
memoria, mentre improvvisava il resto servendosi di appunti.

Cicerone, dopo aver pronunciato le sue orazioni, era solito farle circolare per iscritto,
arricchendole e migliorandole. Di tutta la sua produzione oratoria, ci sono pervenute solo 58
orazioni, tra cui le più celebri sono tre gruppi: le Verrine, che risalgono alla sua giovinezza; le
Catilinarie, appartenenti alla maturità; e le Filippiche, che rappresentano l’ultima fase della
sua vita.

Le Verrine

Durante il periodo in cui Cicerone era governatore in Sicilia, i siciliani gli chiesero di
intervenire come accusatore nel processo contro Gaio Verre. La difesa di Verre era stata
affidata a Ortensio Ortalo, mentre il suo accusatore “ufficiale” era Quinto Cecilio, figura
ritenuta fittizia e poco credibile, le cui accuse furono facilmente smontate dallo stesso Ortalo.
Il piano era quello di inscenare un processo farsa che proteggesse Verre, facendolo
assolvere. Tuttavia, attraverso la divinatio, ovvero la scelta dell’accusatore da parte di una
commissione di senatori, Cicerone riuscì a dimostrare che Quinto Cecilio non era adatto a
ricoprire quel ruolo, proponendosi egli stesso.

Durante la prima actio contro Verre, Cicerone avviò l’accusa con tale efficacia da spingere
Verre a comprendere l’inevitabilità della condanna e a scegliere volontariamente l’esilio.
Nella seconda actio, Cicerone illustrò in dettaglio la corruzione di Verre, articolandola in
cinque ambiti: De praetura urbana, riguardante la sua ambigua carriera politica prima di
diventare propretore in Sicilia; De praetura Siciliensi, sulle sue malversazioni come pretore;
De frumento, caso gravissimo poiché la Sicilia riforniva Roma di grano e il popolo era
particolarmente sensibile a questo tema; De signis, incentrata sui saccheggi di opere d’arte
e sulle spoliazioni dei templi, che potevano attirare l’ira divina; De suppliciis, dove venivano
elencate le crudeltà e le uccisioni arbitrarie commesse da Verre.

Le Catilinarie

Le Catilinarie sono quattro orazioni, di cui due pronunciate davanti al Senato (la prima e la
quarta) e due rivolte al popolo (la seconda e la terza). In esse, Cicerone accusa
pubblicamente Lucio Sergio Catilina di aver organizzato un colpo di Stato per accedere al
potere. Era l’anno del consolato di Cicerone, il 63 a.C., e grazie a queste orazioni riuscì a
sventare la congiura.

Nella Prima Catilinaria, pronunciata l’8 novembre del 63 a.C. in Senato, Cicerone coglie di
sorpresa Catilina e lo attacca con una violentissima requisitoria, il cui incipit — Quo usque
tandem abutere, Catilina, patientia nostra? — è tra i più celebri dell’oratoria antica. In questo
discorso, Cicerone smaschera i preparativi della congiura e denuncia l’esercito privato che
Catilina aveva radunato in Etruria, composto da circa 20.000 uomini. Nella notte, Catilina
fugge per raggiungere il suo accampamento. Il giorno seguente, Cicerone pronuncia la
Seconda Catilinaria davanti al popolo riunito nel Foro, ribadendo la gravità della minaccia.
Tuttavia, la situazione era ancora instabile: vennero arrestati alcuni complici di Catilina e si
doveva decidere la loro sorte. Il 3 dicembre, Cicerone pronuncia la Terza Catilinaria sempre
davanti al popolo, mentre due giorni dopo tiene la Quarta Catilinaria in Senato, in cui si
discute della pena da infliggere ai congiurati. Cicerone si schierò a favore della condanna a
morte, e i congiurati vennero giustiziati senza processo.

Le Filippiche

L’ultima fase della carriera di Cicerone è segnata dalle Filippiche, quattordici orazioni
pronunciate tra il 44 e il 43 a.C., dopo l’assassinio di Giulio Cesare. In un clima politico
estremamente violento, Cicerone si scagliò contro Marco Antonio, braccio destro del defunto
dittatore e figura di spicco tra i cesariani.

Il nome Filippiche è un riferimento esplicito ai discorsi dell’oratore ateniese Demostene


contro Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, nel tentativo di spingere i Greci a
opporsi a una minaccia per la loro libertà. Come Demostene, anche Cicerone fu infine
sconfitto e pagò con la vita la sua opposizione.

Le Filippiche furono per lo più pronunciate in Senato, tranne la quarta e la sesta, che furono
rivolte al popolo. In queste orazioni, Cicerone usa tutte le sue abilità oratorie per dipingere
Marco Antonio come un uomo corrotto, ambizioso e pericoloso per le istituzioni
repubblicane, cercando di farlo dichiarare nemico dello Stato, così come aveva fatto in
passato con Catilina. La maggior parte dei discorsi fu tenuta tra gennaio e aprile del 43 a.C.;
l’ultima, la quattordicesima Filippica, fu pronunciata il 21 aprile per celebrare la vittoria delle
truppe dei consoli Irzio e Pansa, insieme a Ottaviano, contro Marco Antonio, che sembrava
ormai sconfitto. Fu l’ultima orazione di Cicerone, che poco dopo, inserito nelle liste di
proscrizione, venne ucciso per ordine del suo nemico Marco Antonio
Cicerone scrisse tre opere di retorica: De oratore, Brutus e Orator. Sono le tre opere che
delineano l’arte retorica di Cicerone. La prima risale al 55 a.C., le altre due al 46 a.C.

Aveva già scritto di retorica in gioventù, tra l’80 e il 90 a.C., con l’opera De inventione, che
rimanda al concetto di inventio, cioè la scelta degli argomenti da trattare. In essa sono
delineati i cinque passi dell’oratore:

1.​ Inventio: la scelta degli argomenti.​

2.​ Dispositio: l’ordine in cui vanno trattati.​

3.​ Elocutio: gli artifici retorici per rendere efficace l’esposizione.​

4.​ Memoria: le tecniche per memorizzare il discorso.​

5.​ Actio o Pronunciatio: il momento dell’esposizione, in cui l’oratore deve saper


rielaborare, gesticolare, sapersi esprimere.​

Quest’opera non ebbe grande successo, poiché si rifaceva a fonti greche come la Rhetorica
ad Herennium, sua contemporanea, e non conteneva molto di originale.

Le opere di retorica, solitamente trattati, in Cicerone assumono la forma del dialogo. In De


oratore Cicerone inventa che Aurelio Cotta gli riferisca di un dialogo avvenuto nella villa
romana di Licinio Crasso. A questo dialogo partecipano vari oratori, anche precedenti a
Cicerone.

Emergono delle peculiarità del pensiero ciceroniano sulla retorica: secondo Cicerone,
esposto tramite altri personaggi, l’oratore non deve solo avere abilità tecnica acquisibile con
lo studio, ma deve possedere una vasta cultura che consolidi la sua moralità. L’oratore deve
essere vir bonus dicendi peritus: un uomo buono, esperto nell’arte del parlare. Deve avere
valori che indirizzino la sua arte al bene, non al male. Ciò è importante nel contesto politico:
la politica non deve essere in mano agli improbi; l’oratore non deve essere un improbus: un
disonesto.

A sostenere questa idea è Crasso (alter ego di Cicerone), mentre Marco Antonio, con un
atteggiamento pragmatico, sostiene che basti una conoscenza sommaria, purché si
possieda la tecnica.

Nel secondo libro del De oratore (l’opera è composta da tre libri) Cicerone ribadisce le
cinque fasi dell’oratoria. Ricorda anche i tre obiettivi dell’oratore:

1.​ Docere / Probare: informare, spiegare chiaramente i fatti e gli argomenti​

2.​ Delectare: rendere l’ascolto piacevole​


3.​ Movere: suscitare emozioni negli ascoltatori​

Anche Marco Antonio parla di questi tre obiettivi. Poi espone la dispositio, costituita da:

●​ Exordium, introduzione o proemio​

●​ Narratio, narrazione dei fatti​

●​ Argumentatio, argomentazione a sostegno della propria tesi​

●​ Confutatio, confutazione della tesi avversaria​

●​ Peroratio, appello finale ai giudici​

Segue la memoria: l’oratore deve ricordare tutto.

Nel terzo libro, Crasso affronta i temi dell’elocutio e dell’actio o pronuntiatio.

-​ Elocutio, cioè l’uso di elementi retorici e stilistici per rendere il discorso efficace,
calibrandoli a seconda del momento dell’orazione;
-​ Actio o pronuntiatio, in cui Cicerone sottolinea l’importanza di gestualità,
espressione del volto e tono della voce.

Nel 46 a.C. Cicerone scrive Brutus e Orator.

Brutus è un dialogo tra Cicerone, Attico e Marco Giunio Bruto (futuro cesaricida). L’opera
ripercorre la storia dell’oratoria dalle origini fino ai tempi di Cicerone, concludendosi con
Ortensio Ortalo. Vi emerge quale sia per Cicerone il miglior stile oratorio: un asianesimo non
troppo ampolloso, contrapposto a uno stile attico troppo scarno.

Orator, invece, non è un dialogo. Riprende il tema dell’elocutio, già trattato nel De oratore.
Cicerone distingue tre stili, che possono essere presenti insieme e alternarsi nella stessa
orazione:

1.​ Stile umile: per docere (informare)​

2.​ Stile medio: per delectare (piacere)​

3.​ Stile sublime: per movere (commuovere)​

L’oratore deve prestare attenzione anche al numerus, cioè al ritmo del discorso. Durante la
recitazione, deve curare il ritmo del parlare, e il fine del periodo deve rispettare le clausulae,
combinazioni di unità metriche ordinate in modo da creare un certo ritmo.

Le unità metriche citate sono formate da piedi diversi e sono:


●​ Cretico: – ˘ –​

●​ Trocheo: – ˘​

●​ Spondeo: – –​

Il fine verso deve corrispondere a queste unità metriche, che danno un determinato ritmo
all’esposizione. Predilige la costruzione ipotattica (con molte subordinate), che dona
solennità e complessità al periodo. Fondamentale è la concinnitas, cioè l’armonia e
l’equilibrio tra le varie parti del discorso, anche nella loro lunghezza e disposizione.

Per Cicerone, nulla deve essere lasciato al caso: l’oratore deve scegliere sempre la parola
più adatta e curare ogni dettaglio.

Cicerone è un homonovus fiero di appartenere al senato, un'appartenenza che lo porta ad


auspicare la cosiddetta concordia ordinum: lui auspica l’equilibrio, la pace di Roma, un
equilibrio tra senatori ed equites. Il loro accordo garantisce stabilità a livello politico. In
modo più ampio, si parla di consensus omnium bonorum: lui auspica un consenso di tutta
la gente per bene, tutti i boni. Persone disposte a dare il loro contributo politico e civile,
sempre nella consapevolezza di essere guidati dal senato.

Cicerone è un conservatore che ritiene che il senato abbia quelle qualità morali
necessarie per condurre un’azione politica giusta. La colpa della crisi politica viene attribuita
agli improbi: improbus vuol dire disonesto, malvagio, coloro che per ambizione personale e
disonestà spingono il popolo alla violenza e diventano essi stessi autori di violenza.

Alla luce di questa visione politica, Cicerone scrisse il De re publica e il De legibus.

Scritto tra il 54 e il 51, il De re publica è un dialogo in sei libri, tra Scipione l’Emiliano e i
suoi amici.​
Il Somnium Scipionis è la parte più nota, trattata nel 6° libro. Fino agli inizi dell’800 si
conosceva solo questa parte dell’opera. Nel 1819, il cardinale Angelo Mai trovò un
palinsesto: codici raschiati e riutilizzati. Da esso ne uscì il primo e il secondo libro. Del
terzo, quarto e quinto libro ci sono alcuni frammenti.

●​ Il primo libro contiene le tre forme di stato e le loro degenerazioni: dalla


monarchia alla tirannide, dall’aristocrazia all’oligarchia, dalla democrazia
all’oclocrazia, cioè il governo della massa.
●​ Il secondo libro delinea la storia di Roma e della sua costituzione politica.
●​ Il terzo libro parla della giustizia come virtù politica.
●​ Il quarto e il quinto sono lacunosi. Nel quinto libro si delinea la figura del principe
ideale.
●​ Il sesto libro contiene il Somnium Scipionis.
Scipione l’Emiliano racconta di aver fatto un sogno in cui appaiono l’anima di Scipione
l’Africano, suo nonno adottivo, e Minuzio Emilio Paolo. Scipione l’Africano spiega nel
sogno che coloro che hanno un atteggiamento lodevole verso la patria hanno un ritorno
più rapido alla loro origine divina. Coloro che si comportano da probi tornano più
rapidamente alla beatitudine eterna.​
È una visione molto platonica: l’anima divina dell’uomo si realizza nella sua completezza
solo quando si libera dalla prigione corporea. Questa liberazione avverrà più velocemente
quanto più la condotta dell’uomo sulla terra sarà buona.

Il fine ultimo della visione politica di Cicerone — del consensus omnium bonorum e
dell’agire individuale — è il bene dello Stato, persino in prospettiva della morte.​
La visione politica pervade completamente anche la visione filosofica di Cicerone.

La figura del princeps nasce da una necessità legata alla contingenza politica: Cicerone
ha bisogno di un uomo che sostenga e si faccia sostenere dal senato. Il principe ideale,
secondo lui, era Pompeo. Quest’aspettativa venne delusa, e lo stesso Cicerone disse che
Pompeo non stava pensando, né in passato né ora, di essere un moderator rei publicae,
cioè un moderatore che riconducesse tutto al senato.

Il De legibus viene scritto tra il 52 e il 51 ed è una sorta di completamento del De re


publica. È un dialogo tra Cicerone, Attico (suo amico e corrispondente epistolare) e il
fratello Quinto.​
Probabilmente formato da cinque libri, ci sono pervenuti i primi due e l’inizio del terzo.

Nel primo libro si parla di diritto naturale e diritto positivo:

●​ Il diritto naturale, di provenienza divina, appartiene all’uomo.​

●​ Il diritto positivo è prodotto dall’uomo, ma si basa sul diritto naturale.​


È il diritto naturale che stabilisce cosa è giusto o ingiusto.

Nel secondo libro si parla del fondamento sacrale delle leggi.​


Nel terzo si affrontano le magistrature e le istituzioni politiche di Roma.

Cicerone filosofo: cittadino e pensatore

La filosofia di Cicerone è strettamente legata alla sua visione del cittadino e al ruolo civico
che ciascuno deve svolgere. Durante la dittatura di Cesare, Cicerone, ormai escluso dalla
vita politica attiva, si dedica intensamente alla produzione filosofica. L’otium, il tempo libero,
diventa per lui un’occasione necessaria per riflettere e proporre i valori a cui deve attenersi il
probus, l’uomo retto.

Eclettismo filosofico

Un primo aspetto fondamentale del pensiero filosofico di Cicerone è il suo eclettismo: egli
accoglie e confronta diverse dottrine filosofiche per selezionare, su ciascun tema, quella che
reputa più giusta. Questo metodo si rifà a quello di Carneade (II sec. a.C.), filosofo scettico.
Cicerone è aperto a molte scuole filosofiche, ma rifiuta l’epicureismo, che considera
incompatibile con i valori morali e civici della cultura romana.

Pur dedicandosi alla filosofia, Cicerone non abbandona mai la sua identità di politico:
anche nel pensiero teorico è sempre presente il fine civico, l’attenzione allo Stato e alla
collettività.

De finibus bonorum et malorum

È un’opera in 5 libri, dedicata a Bruto. Si tratta di tre dialoghi filosofici con interlocutori diversi
in cui interviene sempre Cicerone. Il tema è espresso dal titolo stesso: il sommo bene e il
sommo male.

●​ Libri I e II: Lucio Manlio Torquato espone la dottrina epicurea, secondo cui il sommo
bene consiste nel piacere. Cicerone, però, ne propone una confutazione.​

●​ Libri III e IV: interviene Catone il Giovane (pronipote del Censore), che difende la
dottrina stoica, secondo cui il sommo bene è la pratica della virtù.​

●​ Libro V: Marco Pisone espone la dottrina Accademica, un compromesso con quella


Stoica.

Cicerone afferma che la virtù può essere esercitata aspirando sia a beni materiali sia a quelli
spirituali. Cicerone accoglie parte della dottrina stoica, ma ritiene che essa, per quanto
rigorosa, sia troppo distante dalle esigenze pratiche della classe dirigente, e quindi ne
modera gli aspetti più estremi.

L’opera, attraverso un metodo dossografico (cioè di esposizione e confronto di dottrine),


raccoglie e mette a confronto le diverse visioni sul tema del bene e del male.​

Tusculanae disputationes

Cinque dialoghi che affrontano importanti questioni esistenziali:

1.​ Sul timore della morte: non bisogna temere la morte, sia che l’anima sia mortale,
sia che non lo sia; se l’anima è mortale, la morte rappresenta la fine delle sofferenze;
se l’anima non è mortale, la morte va vista come una liberazione dalle sofferenze.​

2.​ Sulla sopportazione del dolore: il dolore è un male, ma la filosofia insegna a


sopportarlo.​

3.​ Su come mitigare dolore e affanni: spesso gli affanni derivano da errori di
valutazione; la ragione è l’unico strumento che aiuta a distinguere il vero male da ciò
che solo appare tale.​

4.​ Su come vincere le passioni dell’animo: è sempre la ragione che libera l’uomo da
desideri e coinvolgimenti eccessivi.​

5.​ Cosa rende felice l’uomo? La virtù. Il saggio, possedendo il sommo bene, è felice
di per sé, senza bisogno di altro.​

In questa opera Cicerone abbraccia la dottrina stoica, ponendo la virtù al centro della vita
morale. Questo lo porta, in parte, in contrasto con quanto aveva espresso nel De finibus,
dove aveva ammesso una posizione più moderata

La trilogia teologica

Composta tra il 45 e il 44 a.C. Il tema è il divino.

De natura deorum

Dialogo ambientato nella casa di Aurelio Cotta. Tre personaggi espongono tre dottrine, sul
tema dell'esistenza delle divinità:

●​ Velleio: sostiene la dottrina epicurea. Gli dèi esistono, ma sono distanti e


disinteressati alle questioni umane, quindi non vanno temuti.​

●​ Balbo: espone la visione stoica. Gli dèi hanno una funzione provvidenziale,
governano il mondo e si occupano degli uomini.​

●​ Aurelio Cotta: da scettico, mette in discussione la posizione stoica.

Alla fine del dialogo, pur non intervenendo direttamente, Cicerone sembra preferire la
visione stoica, che esalta la virtù e presenta una guida divina simile all’organizzazione etica
della società romana.​

De divinatione

Riflessione sull’attendibilità dei segni premonitori. L’idea provvidenziale è che, conoscendo


già il futuro, gli dèi possano inviare segni per anticiparlo.​
Nel dialogo, Quinto, fratello di Cicerone, espone questa teoria, ma Cicerone stesso la
confuta, sostenendo che è la razionalità a dover prevalere. Cicerone in questo modo fa sì
che la teoria precedentemente esposta e consequenziale alla presente opera venga messa
in discussione.

De fato
Opera incompleta in cui viene discussa la teoria della provvidenza stoica.​
Cicerone critica l’idea di un destino determinato, sostenendo che l’uomo è dotato di
libero arbitrio. Se tutto fosse guidato dalla provvidenza, verrebbe meno la possibilità di
compiere scelte morali e responsabili. Questa critica si collega alla visione razionale
espressa nelle opere precedenti.

De officiis

Scritto per il figlio Marco, è un vero e proprio manuale di comportamento per


l’aristocrazia romana, un vademecum. Cicerone analizza le virtù che concorrono a
realizzare il bene morale (hconestum), tra cui:

●​ Sapienza: desiderio innato di verità.​

●​ Giustizia: fondamento della convivenza civile, interessa il tessuto sociale.​

●​ Magnanimità: desiderio di primeggiare, ma in funzione del bene comune.​

●​ Temperanza: senso del decoro, il giusto comportamento in ogni situazione.​

L’opera si articola in tre libri:

1.​ Il primo: tema centrale è l’honestum.​

2.​ Il secondo: si concentra sull’utile, che non è in contrasto con l’onesto, anzi sono
collegati: raggiungiamo il nostro fine tenendo conto del bene morale: l’honestum.​

3.​ Il terzo: dimostra che utile e onesto coincidono; ciò che non è onesto non può essere
davvero utile, è piuttosto dannoso.​

De amicitia

Il dialogo si svolge nel 129 a.C., poco dopo la morte di Scipione l’Emiliano, Tra Lelio e
Cicerone.​
Il concetto centrale è che l’amicizia nasce dalla virtù, non dal bisogno. Si fonda sulla
condivisione di valori tra persone simili e buone, uno scambio disinteressato.​
Non può esistere vera amicizia se non tra persone virtuose: se un amico chiede
qualcosa di moralmente sbagliato, viene meno la conditio sine qua non stessa dell’amicizia:
la virtù.

De senectute
Dialogo immaginario tra Catone il Vecchio, Scipione Emiliano e Lelio, ambientato nel 150
a.C., quando Catone ha circa 80 anni.​
Si riflette sulla vecchiaia: anche se comporta l’indebolimento fisico, non deve essere
disprezzata. Al contrario, si può continuare a coltivare lo spirito e a contribuire alla vita civile.​
La vicinanza alla morte non è maggiore che in altri momenti della vita, e non è un buon
motivo per smettere di vivere con dignità.

Epistolari
Tra gli uomini del mondo antico, Cicerone è quello che conosciamo meglio, soprattutto
perché è l’unico personaggio di cui ci sia giunta una grande quantità di lettere private.
Questa è la differenza fondamentale rispetto ad altri epistolari antichi, come quelli di Seneca,
le cui lettere sono però pensate e scritte già per la pubblicazione, con un filtro letterario. Nel
caso di Cicerone, invece, le sue lettere furono realmente spedite ai destinatari. Questa
straordinaria raccolta, che comprende quasi 900 lettere, copre gli anni dal 68 a.C. al 44 a.C.
e ci consente di conoscere molto bene un periodo storico decisivo: il declino della repubblica
romana, l’ascesa e la caduta di Cesare e l’ingresso sulla scena politica di Ottaviano.

Le 864 lettere di Cicerone sono suddivise in quattro raccolte principali:

●​ Epistulae ad Atticum (16 libri), raccoglie in ordine cronologico le lettere indirizzate


all’amico di sempre, Attico, e ci mostra il Cicerone più intimo e spontaneo.
●​ Epistulae ad familiares (16 libri), non è in ordine cronologico ma organizzata secondo
il nome del destinatario; qui “familiares” non indica solo parenti, ma amici e
conoscenti in generale. Questa raccolta comprende sia lettere intime, come quelle
alla moglie Terenzia o al fedele liberto Tirone, sia lettere a personaggi politici
importanti come Pompeo, Cesare e Catone. Oltre alle lettere di Cicerone, ci sono
anche circa novanta missive scritte dai suoi corrispondenti.
●​ Epistulae ad Quintum fratrem, comprende 28 lettere divise in tre libri, che coprono il
periodo dal 60 al 54 a.C.
●​ Epistulae ad Marcum Brutum contiene due libri con 26 lettere, scritte dopo l’uccisione
di Cesare, quando Bruto si era rifugiato in Oriente e si preparava allo scontro con
Antonio.

Queste raccolte nacquero perché, in una lettera ad Attico del luglio del 44 a.C., Cicerone
manifestava l’intenzione di rivedere e pubblicare circa settanta sue lettere, probabilmente
quelle di maggior interesse politico. La sua morte però gli impedì di realizzare il progetto. La
pubblicazione postuma delle lettere fu curata principalmente da Attico e dal segretario
Tirone, fedeli compagni di Cicerone. Tuttavia, il contenuto delle raccolte presenta alcuni
misteri: mancano le lettere degli ultimi mesi di vita di Cicerone, l’ultima pervenuta risale al 27
luglio del 43, mentre lui morì sei mesi dopo, il 7 dicembre. Mancano anche le lettere del 63,
anno del suo consolato, e del 57, anno delle trattative per il suo ritorno dall’esilio. Queste
lacune non sembrano casuali. Inoltre, nella raccolta Ad familiares ci sono lettere di Cicerone
ma nessuna di Attico, il suo amico più intimo.

Molti studiosi hanno ipotizzato che dietro la sistemazione del corpus epistolare di Cicerone vi
fosse l’influenza di Ottaviano. Dopo la morte di Cicerone, infatti, mentre i suoi parenti e amici
più stretti caddero in disgrazia, Attico venne risparmiato, probabilmente grazie al suo
rigoroso epicureismo che lo teneva lontano dalla politica, e anche per la sua amicizia di
lunga data con Cicerone. Alcune fonti indicano che i rapporti tra Attico e Ottaviano divennero
molto stretti dopo la morte di Cicerone, e quindi è probabile che fu su spinta dello stesso che
venne deciso di pubblicare molte lettere di Cicerone, escludendo però quelle che avrebbero
potuto essere imbarazzanti per Cesare o lui stesso. Ad esempio, gli anni di Catilina erano tra
i più controversi della carriera di Cesare, e la corrispondenza privata di Cicerone ne dava
conto in modo pungente. Ancora più delicate erano le lettere degli ultimi mesi di vita,
testimoni di voltafaccia di Ottaviano che abbandonò Cicerone.

Questa straordinaria fonte di informazioni mostra un Cicerone impietosamente nudo: le


lettere mostrano, con un livello di indiscrezione senza pari, l’uomo dietro il grande oratore,
avvocato, statista e letterato. Rivelano le speranze e le delusioni politiche, le meschinità
della lotta politica, le preoccupazioni di un padre affettuoso, le difficoltà di un marito con una
moglie difficile, la generosità di un amico sincero, e la frustrazione di chi vede la propria
carriera declinare.

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