SOCIOLINGUISTICA
I. Ferdinand de Saussure e la sociolinguistica ante litteram
Quando Saussure porta avanti la sua idea di linguistica, la
sociolinguistica ancora non era nata come disciplina autonoma e
dunque accostare le due materie può essere visto come
un’operazione anacronistica; per tale motivo si utilizza
l'espressione ante litteram. Ai tempi in cui Saussure vide la
sociolinguistica come disciplina indipendente e con un proprio
oggetto di studio ancora non esisteva: infatti tale scienza si
afferma nel 1950, diversi anni dopo la sua morte.
Ferdinand de Saussure (1857-1913), vive lungo la seconda
metà dell’800, ha studiato inizialmente dai neogrammatici, i
quali gli hanno permesso di conoscere tanto la linguistica
storica quanto la linguistica tedesca (come sappiamo studierà
a Lipsia per poi tornare a Ginevra); a seguito si distaccherà
parecchio dalla prima, costituendo poi un nuovo punto di vista
nello studio dei fatti di linguaggio che troviamo esplicitati in
un'opera importantissima, considerata il fondamento della
linguistica generale, che porta il suo nome "Corso di Linguistica
generale" ma che non è stato né scritto né pubblicato da lui. Il
manuale viene, infatti, pubblicato nel 1916 (3 anni dopo la sua)
per mano di due giovani colleghi francesi, parigini per la
precisione, che avevano raccolto e sistemato tutti gli appunti
presi dagli studenti durante le lezioni di Saussure convogliandoli
all’interno di questo libro. A Saussure ricolleghiamo alcune
dicotomie/rapporti:
- L’arbitrarietà del segno: nel senso di convenzionalità del
segno linguistico. Per cui l’arbitrarietà del rapporto tra
significato e significante non implica che ognuno faccia come
gli pare, quanto piuttosto vuol dire che tra i due c’è un
rapporto che non è motivato: Non c’è una ragione intrinseca
che ammette che per un significato ci sia necessariamente
quel significante Questo è un rapporto convenzionale.
- Sincronia e Diacronia: cioè lo studio dei fenomeni linguistici
indipendentemente dalla variabile tempo (sincronia) e lo studio
dei fenomeni linguistici in relazione alla variabile tempo
(diacronia).
- Langue e Parole: si tratta di due parole intraducibili, sono
queste due parole che vengono spiegate nelle varie lingue ma
mai tradotte. Secondo Saussure si tratta di due facce della
stessa medaglia, inseparabili.
A cosa fanno riferimento?
o La Langue fa riferimento al piano astratto, al sistema; si
tratta di quella parte di lingua che NON cambia, la parte
di lingua che nell’espressione dei parlanti resta invariata,
quella che rimane stabile Fondamentalmente questo è
quello che studia la Linguistica Generale.
o Mentre, la Parole fa riferimento al piano concreto, alla
realizzazione concreta del sistema; ci riferiamo
quindi a quella parte di lingua che varia Questo è
quello di cui si occupa la Sociolinguistica.
Questa dicotomia in particolare ci permette di capire cosa
studia la linguistica generale e cosa studia la sociolinguistica,
ultima tra i rami della linguistica a nascere. In ogni caso, a
prescindere dall’oggetto di studio, sociolinguista e linguista
generale partono dallo studio della Parole, prendono ambedue
in studio gli atti di parole singoli, le espressioni individuali. Nel
grande insieme di espressioni individuali il linguista cercherà
quello che non cambia, l’invarianza (che è quella che gli
permetterà di costruire la grammatica della lingua); mentre il
sociolinguista è interessato a studiare gli elementi di
variazione, correlati a quali sono gli elementi che le
determinano.
Proseguiamo adesso con la lettura del capitolo V del libro di
Saussure, la cui traduzione è stata realizzata nel 1970 da Tullio
de Mauro, il quale ha permesso la conoscenza di tale manuale
alla comunità intellettuale. Tullio de Mauro è stato un linguista
molto importante, durante i suoi studi ha tradotto e commentato
questo libro; i suoi commenti, raccolti nelle note, sono stati
importanti a tal punto che nelle edizioni estere sono state
tradotte. Poniamo maggiore rilevanza, come già detto, al capitolo
Quinto: Elementi interni ed esterni alla lingua Saussure in
questo capitolo ci dà la definizione di quelli che chiama elementi
interni ed esterni al sistema della lingua, definendo quindi la
linguistica interna, che è generale (Langue), differenziandola
da una linguistica esterna, che si occupa di tutti quegli aspetti
che, secondo la sua opinione, sono esterni al sistema e per tale
motivo sono esclusi dallo studio del linguista generale. Dunque,
Saussure parte dicendo che dalla sua definizione di lingua viene
escluso tutto ciò che è estraneo all’organismo, al sistema, e
mette a paragone le due parole:
- Organismo: Secondo la linguistica ottocentesca le lingue
vengono considerate come organismi viventi
- Sistema: Secondo Saussure, le lingue sono un insieme fatti di
parti (l’insieme non vive senza le parti e le parti non vivono
senza l’insieme); sono un tutt'uno costituito da parti che hanno
delle relazioni tra loro e con tutto il sistema (es. una qualunque
frase della lingua si percepisce che sia un insieme composto di
parti, parti che si possono individuare a livello sub frasale, i
costituenti, e così via).
Si possono individuare dei rapporti tra questi elementi, tra
questi fonemi, che si chiamano in maniera diversa in base al caso
analizzato: ad esempio i rapporti che una parola intrattiene con
altra parola con la quale entra in rapporto di coppia minima sono
associativi o paradigmatici (diversamente da quelli sintagmatici
che sono rapporti che si stringono in assenza) con riferimento alla
lingua, sono concetti diversi. Questo stesso concetto gerarchico è
applicabile anche ad altri elementi del discorso come nella
suddivisione dei morfemi e la loro relativa definizione (es.
bellezza/e in cui queste due vocali sono in rapporto di contrasto
visto che la scelta di uno esclude l'altro). Dunque, il concetto di
sistema è tipicamente saussuriano e nasce proprio nel ‘900; tale
concetto sarà importante non solo per lo sviluppo dell'analisi
linguistica all’interno della linguistica generale, ma anche per la
sociolinguistica.
Saussure, allora, descrive i diversi ambiti di fenomeni che
fanno parte dell'espressione linguistica ma che sono esterni al
sistema, e quindi alla lingua:
- Ambito che riguarda lingua e civiltà:
o Rapporto tra lingua e costumi ed usi di una nazione.
Questo è un rapporto reciproco, tanto che si dice che in
larga misura la lingua fa la nazione.
o Questa affermazione va contestualizzata: ci troviamo,
infatti, all'inizio del '900 reduci dalla stagione del
Romanticismo/Risorgimento in cui molti popoli avevano
conquistato la propria indipendenza, come l'Italia e la
Germania. Tutto questo periodo del romanticismo aveva
risentito del binomio lingua - costumi, lingua - popolo.
Dunque, già agli sgoccioli di questi periodi si parlava della
creazione e realizzazione di quelle che erano dei sistemi
linguistici a sé stanti, tra cui ad esempio l'italiano. Questa
prospettiva con rapporto biunivoco tra nazione - politica e
lingua con relative unità che si corrispondono è un
concetto ottocentesco e soprattutto tipicamente europeo.
In realtà, in molti casi, appartenere ad una nazione dal
punto di vista della storia politica di un popolo non
coincide con il parlare in una lingua, ci sono delle realtà di
plurilinguismo più o meno diffuse, come ad esempio le
realtà africane in cui persistono delle lingue esogene dei
conquistatori e lingue autoctone. Si vede quindi come
non sia sempre applicabile questo binomio proposto da
Saussure, il quale deve essere applicato al contesto
storico del luogo in cui viene elaborato. Un esempio
contrario è la Grecia antica in cui c'è un’unione linguistica
ma una divisione politica con un insieme di polis/città
stato indipendenti l'una dall’altra ma erano accomunate
dal fatto che in tutte queste città si parlasse greco.
L'essere greco, dunque, era non appartenere ad uno
stesso stato ma parlare la stessa lingua, anche in questo
caso non c'è corrispondenza.
- Storia politica, rapporti tra lingua e storia politica,
rapporto tra determinati fenomeni linguistici e
determinati fenomeni ed eventi storici: Saussure parla del
fenomeno della romanizzazione e della successiva
latinizzazione. Oggi in molti paesi europei si parlano lingue
derivate dal latino, questo dipende dal fatto che i romani, cioè
un piccolo gruppo di pastori che abitavano i 7 colli di Roma,
abbiano iniziato a conquistare dei popoli (ricordiamo gli
Etruschi della Toscana, i Celti del Nord Italia, la Gallia ovvero
l’odierna Francia, verso il meridione conquistano l'area
occupata dai Greci, i Messapi in Puglia, i Sicani in Sicilia),
adottando una politica di espansione e conquista a cui è
seguita la diffusione della loro lingua. I romani non hanno mai
avuto delle politiche linguistiche aggressive o di imposizione,
ma sicuramente per chi voleva fare parte di una élite era
necessario conoscere bene il latino. Anche per questo si è
diffuso in tutti i territori, anche nei territori all’interno dei quali
si parlavano altre lingue; ragion per cui anche dopo la caduta
dell’Impero Romano con successive conquiste, il latino è stato
usato da molti ed ha vissuto la sua evoluzione attraverso le
varietà romanze. In questo caso un criterio storico, dunque di
espansione, ha determinato e influenzato anche la lingua. Si
evince, quindi, come le vicende linguistiche siano state
influenzate anche da avvenimenti politici molto importanti.
- Relazione tra lingua ed istituzioni (chiesa, scuola,
accademie, circoli letterari):
o Si tratta di un altro aspetto esterno alla lingua ma con
non poche conseguenze sulla lingua stessa. Se pensiamo
alla differente maniera di fare e adottare delle politiche
linguistiche, da una parte secondo la chiesa cattolica,
dall'altra secondo quella protestante si comprende come
ci siano delle evidenti conseguenze e differenze: per
esempio per la diffusione della lingua italiana -
cristianesimo e lingua tedesca - protestantesimo.
o Lutero, fautore del protestantesimo, promuoveva l'idea
che fosse necessaria la lettura del testo sacro che non
era più in latino, avendola tradotta lui stesso in tedesco;
situazione che ha comportato un importantissimo
processo di alfabetizzazione della popolazione. La
chiesa cattolica invece si è comportata diversamente:
le funzioni religiose e i testi sacri dovevano essere
presentati ai fedeli dai sacerdoti in latino fino al Concilio
Vaticano II. Le conseguenze delle diverse linee d’azione
sono state che le due istituzioni hanno svolto dei ruoli
molti diversi, da un lato per la diffusione dell'italiano
unitario e dall'altro per la diffusione di un tedesco
unitario. La chiesa protestante ha favorito questo
processo, per cui il tedesco che esiste ora è un tedesco di
livello medio, condiviso da una buona parte della
popolazione. L'italiano invece ha faticato di più ad
affermarsi come unitario, tanto a causa di una
frammentazione interna della penisola quanto per
conseguenza della politica linguistica intrapresa della
Chiesa.
- Tutto ciò che riguarda l’estensione geografica delle lingue e
il frazionamento dialettale: Questo sembra, secondo
Saussure, l'aspetto più paradossale. Il fatto che all’interno di
una regione si parli un determinato dialetto e invece al confine
di quest’ultima la situazione muti dovrebbe essere uno studio
che riguarda anche la linguistica interna, ma secondo Saussure
tale situazione non riguarda il sistema della lingua ma aspetti
esterni, e per tanto non dovrebbe essere la linguistica interna
ad occuparsene. Il fenomeno geografico, i confini tra una
varietà e l'altra e l'estensione non incidono sul sistema lingua e
per questo devono essere collocati nella linguistica esterna.
La separazione tra linguistica interna e linguistica esterna si
può osservare bene in un fenomeno di prestiti linguistici,
ovvero in un fenomeno in cui due lingue entrano in contatto,
cosicché all'interno del sistema della lingua A entra un elemento
della lingua B. È proprio questo il fenomeno per la quale, ad
esempio, si dice computer che è una parola che non appartiene
dal punto di vista della sua formazione al lessico dell'italiano
come lo dice la struttura stessa di questa parola e la sua
costituzione, è infatti una parola allogena e che l'italiano ha preso
in prestito. I processi per cui questa parola è passata dalla lingua
A alla lingua B sono dei processi che concernono la linguistica
esterna, che non riguardano la linguistica generale e dunque
quella interna. Tuttavia, nel momento in cui questa parola inizia
ad entrare nel lessico ed essere la base, per esempio, di processi
di derivazione del lessico allora lo studio inizia a diventare
pertinente anche della linguistica interna perché diventa parte del
sistema dell'italiano, può ad esempio dare origine ad altri derivati
come computerino; lo stesso che succede con bastone/bastoncino
a quel punto anche le parole allogene sono dei segni linguistici
dell'italiano. Studiare però i vari percorsi che questa parola ha
realizzato per arrivare alla lingua italiana e attraverso quali canali,
secondo quali modalità, risulta comunque essere oggetto di
studio che appartiene alla linguistica esterna.
La conclusione è dunque che gli aspetti esterni della lingua e
gli aspetti interni creano due diversi punti di vista, cioè un punto
di vista interno ed uno esterno che lavorano con dei metodi
diversi. La linguistica esterna accumula dettagli su dettagli,
mentre quella interna non può che fare riferimento a sé stessa,
non ammette una disposizione qualsiasi. I fenomeni devono
essere studiati in base ai vari livelli di analisi, gerarchie e legami
che realizzano i vari rapporti tra elementi. Dunque, si dice che
linguistica interna/generale e linguistica esterna/sociolinguistica
sono due punti di vista diversi che possono descrivere ed
analizzare gli stessi fenomeni di lingua, lo stesso oggetto che è la
lingua e le espressioni linguistiche ma la pertinenza di una o
dell'altra sono molto diverse, in un caso si guarda ai rapporti tra
la lingua e tutti gli elementi esterni e nell'altro si guarda solo alla
lingua dal punto di vista del sistema.
Per esemplificare meglio questo rapporto/differenza, Saussure
fa un paragone con il gioco degli scacchi: Per giocare a scacchi
sono necessarie due cose: conoscere il numero e il tipo di pezzi e
sapere le regole di movimento dei pezzi. Tutto il resto (materiale,
provenienza, grandezza) sono aspetti che non sono rilevanti per
giocare agli scacchi, sono rilevanti relativamente ma sono fattori
esterni al funzionamento e svolgimento del gioco. La capacità di
giocare a scacchi dipende dal numero di pezzi e dalle regole che
conosco. La stessa cosa può essere applicata alla lingua: È bene
conoscere le componenti e soprattutto mettere in atto e
conoscere le regole che governano i rapporti che si vanno a
realizzare tra questi elementi. Solo questo è necessario per
conoscere, descrivere ed analizzare il sistema lingua. Sono questi
due diversi punti di vista sui fenomeni linguistici, entrambi che
descrivono e analizzano i fenomeni linguistici.
II. Da “sistema” a “diasistema”
Sono i due concetti chiave che ci permettono di effettuare il
passaggio e di rimarcare la differenza tra la linguistica interna e
quella esterna, o meglio se si vuole dare una nuova
denominazione a queste due aree di ricerca si parla di linguistica
generale (interna) e sociolinguistica (esterna).
Il problema da affrontare è capire, appunto, se la linguistica
esterna studia quello che è esterno alla lingua, allora cosa studia?
Qualcosa che non fa parte della lingua, come si può comprenderlo
all'interno degli studi linguistici? Studia qualcosa che fa parte
della lingua oppure no?
Per rispondere a questo problema è bene fare riferimento ad
una dicotomia di Saussure, ovvero quella che interessa la
Langue e la Parole, queste due sono state concepite e
concettualizzate in francese e sono rimaste invariate in tutte le
lingue in cui poi si è tradotto il corso di linguistica generale, di
fatto sono due termini tecnici della disciplina linguistica che
sono rimasti tali. Le due sono congiunte da frecce, da Langue a
Parole e viceversa, ad indicare che questa coppia di tipo
oppositivo è una di quelle famose coppie di termine che sono in
opposizione ma anche in correlazione, in rapporto tra loro.
Non esiste una senza l'altra. È bene vedere come si definiscono
questi due concetti, le definizioni sono le più varie e si
accomunano però su alcuni fronti.
La Langue viene considerata come un sistema linguistico, un
insieme di rapporti e differenze che stanno alla base di ogni
sistema linguistico. Dunque, ogni lingua avrà una langue che sarà
data da un insieme di relazioni in presentia e absentia e di
differenze che sono quelle che permettono di articolare
l'espressione linguistica in maniera tale da darle un senso, senza
differenze non ci sarebbe nemmeno espressione linguistica. La
Langue è quindi il sistema interno di ogni lingua diversamente
della Parole, ovvero un insieme di atti linguistici individuali che in
qualche modo poggiandosi sull'esistenza di una langue questo
parlante si esprime, è aspetto individuale della langue, è una
messa in esecuzione della langue che è interno e sociale
soprattutto perché la langue è quella che ci assicura la mutua
comprensione e che nonostante le differenze individuali, parlando
la stessa lingua, i parlanti si comprendono. Tutte queste
differenze individuali legati alla provenienza presentano dei tratti
comuni che sono costitutivi della langue dell'italiano. Langue e
Parole sono opposte sulla base di una serie di aspetti e tratti
(sociale, individuale, interno ed esterno). Non esiste Parole senza
Langue Non esistono atti linguistici individuali senza un sistema
sotteso e non esiste Langue senza Parole, è questo l'unico modo
che il linguista ha per poter studiare la lingua. Non si possono
prescindere. Parlando di atti individuali di parole si parla di un
qualunque atto espressivo che usa la lingua come forma di
espressione (espressione non scritta, orale, improvvisata, opera
letteraria).
Ci sono le definizioni di:
- Langue: è un tesoro depositato dalla pratica della parole nei
soggetti appartenenti ad una stessa comunità (aspetto
sociale), è un sistema grammaticale esistente virtualmente in
ciascun cervello o esattamente nel cervello di più individui
(aspetto sociale) dato che la lingua non è completa in nessun
singolo individuo ma esiste perfettamente solo nella massa e
cioè insieme della comunità, più o meno estesa, che condivide
la stessa lingua e dunque stessa langue.
- Parole: (data da Giulio Lepschy) è il momento individuale, nel
senso della realtà psico-fisiologica del singolo atto linguistico,
mentre la Langue è la parte sociale del langage (linguaggio),
esterna all'individuo che non può né crearla e né modificarla.
L'individuo può produrre atti di parole molto diversi e vari tra
loro ma quando si esprime in una stessa lingua non può però
modificare la langue. Un esempio è poter pronunciare il
sistema eptavocalico italiano con opposizione dei gradi di
apertura e definizione di vocali medio alte e medio basse, fa
parte della langue. I parlanti non tutti realizzano allo stesso
modo questa opposizione e questa è la Parole, questa
opposizione però esiste (venti/venti) ma non è realizzata da
tutti. Non significa che nel sistema langue dei parlanti che
operano la neutralizzazione, sia in atto una modifica del
sistema della langue dell'italiano è solo una delle possibili
esecuzioni della parole, non si ha modificato il sistema,
semplicemente presentano un tipo di realizzazione diversa del
sistema. Il sistema langue dell'italiano rimane comunque in
questo caso eptavocalico con le relative opposizioni, questo
vuol dire che l'individuo non può né creare né modificare il
sistema anche se le esecuzioni individuali del sistema
linguistico possono essere diverse.
Ci si avvicina piano piano alla definizione di sociolinguistica e
al diverso oggetto di studio rispetto alla linguistica generale.
Entrambi i concetti fanno riferimento ad atti di parole altrimenti
non si potrebbe descrivere e analizzare la lingua, ci si deve
concentrare su questi atti, chiunque si occupi di linguaggio ha
solo questo a disposizione.
Qual’è la differenza tra il punto di vista generale e quello
sociolinguistico?
La linguistica generale si occupa e cerca l’invarianza nella
lingua, cioè ciò che non varia individualmente, ciò che nei singoli
atti di parole non cambia e non varia, quello che rimane uguale
negli atti di parole singoli, dei singoli individui, qualsiasi tipo di
atto di parole, quello che rimane uguale. È questo l’oggetto di
studio della linguistica interna, la quale studia appunto il
sistema.
La sociolinguistica ha per oggetto di studio la variazione:
Studia, quindi, negli atti di parole quello che cambia e che rende
ogni atto di parole diverso, questa variazione può dipendere da
tanti fattori (ambito, società, contesto) è ovvero tutti quegli
aspetti sociali e individuali che rendono i nostri atti linguistici
diversi l'uno dall'altro.
Quali sono questi fattori e come la sociolinguistica li ha
inquadrati all'interno della nozione di sistema?
Eccoci, quindi, ad introdurre la nuova nozione elaborando il
concetto di diasistema: Questo è un sistema (concetto
strutturalista di Saussure dove tutto è in relazione) che integra
diversi tipi di variazione, passa attraverso le differenze sociali
e individuali, integra nella propria definizione e nel proprio
oggetto di studio di diversi tipi di variazione.
Ricordiamo quattro tipi di variazione:
- Variazione diatopica: È la variazione linguistica correlata alla
diversa provenienza geografica del parlante
- Variazione diastratica: È la variazione linguistica correlata al
diverso strato sociale del parlante. Varia molto ed è più
articolata perché dipende da vari fattori, tra cui sesso o
genere, ma anche l'istruzione, l’attività lavorativa, l’età;
- Variazione diafasica: È la variazione linguistica correlata alla
diversa situazione comunicativa. È molto più facile definire i
parametri necessari rispetto alla variazione diastratica,
essenzialmente ne esistono solo due: l’interlocutore (a quale
strato sociale appartiene rispetto al parlante) che permette di
definire le variazioni di registro, in particolare ritroviamo una
differenza macroscopica tra registri formali e informali
(mangiare/cibarsi, andare/recarsi). Il secondo parametro
riguarda l'argomento di discorso con relative variazioni di
codice e sottocodice (Gerghi, come per esempio quello formato
dalla malavita, o dal Verlan in Francia – dove le parole vengono
invertite Verlan = L’anvers; parliamo di particolari espressioni
e forme di comunicazione che si creano all'interno di gruppi
specifici che si definiscono sulla base di alcuni valori, tra cui ad
esempio il gergo giovanile. Oppure linguaggi settoriali, ovvero
linguaggi propri di alcune discipline come, ad esempio, il
lessico dell'informatica o della linguistica). I due parametri
interagiscono tra loro non escludendosi a vicenda.
- Variazione diamesica: È la variazione linguistica correlata al
diverso mezzo di comunicazione.
Le prime due fanno riferimento al parlante: ognuno di noi è
caratterizzato dalla propria posizione nella scala sociale e dalla
propria provenienza geografica. Le ultime due sono legate alla
situazione comunicativa: ci possono essere, dunque, dei
parlanti con delle variazioni diatopiche ma che hanno degli
atteggiamenti linguistici diamesicamente simili, esposti ad uno
stesso mezzo comunicativo.
Non è presente la variazione diacronica: variazione linguistica
legata al fattore tempo, a differenze temporali, è un fattore che
non viene preso in considerazione dalla sociolinguistica perché
questa è una disciplina sincronica e dunque vuol dire che
avendo a che fare con la variazione linguistica e variazione
sociale, ha escluso di considerare il fattore tempo perché
complica il fattore sociale. E introducendo la variante tempo si va
a complicare in maniera eccessiva i parametri di studio, influisce
sulle variabili sociali. Questo però non esclude di poter fare delle
ricerche su situazioni linguistiche passate secondo la
sociolinguistica.
III. Brevi cenni di storia della sociolinguistica – La
sociolinguistica in Italia
1. Quando nasce la sociolinguistica?
Un anno importante per la sociolinguistica è il 1953, anno in
cui venne pubblicata l’opera: "Languages in contact, findings
e problems" di Uriel Weinreich. Weinreich nasce a Vilna che si
trovava in Polonia, attuale Lituania, e muore nel 1967 a New York.
Si era trasferito ancora giovane negli Stati Uniti, a causa della sua
appartenenza ad una famiglia di religione ebraica: in particolare il
padre fu un grande esperto di lingua e cultura yiddish, lingua
germanica molto influenzata dall'ebraico Questa è la lingua
delle comunità ebraiche che vivevano nel Nord Europa che va
dagli odierni Paesi Bassi fino alle Repubbliche Baltiche. È una
lingua variegata al suo interno con una base germanica, data
delle lingue germaniche ma è anche fortemente influenzata dalle
lingue con cui gli ebrei lungo la loro storia sono entrati in
contatto. La caratteristica dello yiddish è dunque quella di aver
inglobato tutte influenze raccolte dalle altre lingue. La lingua
yiddish era in pratica la lingua parlata da molte delle famiglie
ebraiche che per ragioni di persecuzione si trasferirono dalle
diverse regioni europee negli USA durante la Seconda guerra
mondiale e dunque negli USA c'era una grande presenza di
queste comunità e dunque lo yiddish venne ulteriormente
caratterizzato da prestiti dell'inglese. Sintatticamente e
lessicalmente è maggiormente influenzata dall'ebraico biblico
perché in quanto lingua della religione, era la lingua delle
comunità.
Max Weinreich era ebreo e in casa si parlava principalmente
questa lingua per cui ciò si riflette anche sul personaggio di Uriel
che tra le sue L1 pone proprio lo yiddish; lo stesso Weinreich
pubblicherà anche un dizionario di inglese - yiddish una volta
giunto negli Stati Uniti. Il giovane Uriel conosce oltre allo yiddish,
polacco e tedesco, russo alle quali si aggiungerà poi l'inglese una
volta trasferitosi negli USA.
Al padre è attribuito il motto che cerca di fare la distinzione
tra dialetto e lingua, Max Weinreich affermava che il dialetto,
secondo la sua opinione, è una lingua senza esercito e senza
marina. Perché? Perché il dialetto non è la lingua di uno stato
nazionale (lo stato, essendo un potere politico, possiede esercito
e marina) ma è l’espressione linguistica di una comunità che fa
parte di uno stato È lo statuto sociopolitico che determina la
differenza tra lingua e dialetto.
È bene capire il contesto nella quale si colloca la sua opera
maestra, "Lingue in contatto”, che è oggi considerato come
testo di fondazione della sociolinguistica. Nel corso della sua
formazione, Uriel studia alla Columbia University con André
Martinet (strutturalista, uno dei più importanti linguisti francesi,
nel '900 sull'idea di Saussure elabora un suo studio secondo cui
l'idea alla base dello strutturalismo è che le lingue sono
organizzate in maniera gerarchica con una relazione tra questi
livelli). André Martinet è colui che ha elaborato l'idea di doppia
articolazione del linguaggio umano.
Weinreich spostandosi in Svizzera studierà anche con Jakob
Jud, dialettologo, che si occupava di lingue romanze, in
particolare di dialetti nell'area italo-romanza ed è ricordato per
aver ideato l'atlante italo-svizzero. Sono questi due studiosi
diversi tra loro, anche sulla base del l'oggetto del loro studio. Uriel
incontra Martinet alla Columbia e si trovava lì per uno
studio/soggiorno in America ed era stato chiamato per tenere dei
corsi, si incontrano in quanto alunno - professore e decide di fare
con lui la sua tesi - dottorato e decide di lavorare sull'area del
romancio, una lingua romanza parlata in un cantone in Svizzera
e ci sono due paesi in particolare che si trovano lungo questo
confine linguistico sui quali Uriel decide di fare delle ricerche:
Paese tedescofono con area romanciofona e l'altro un paese con
base linguistica che è romancio e contatti con area tedescofona.
In quest'area di confine si possono studiare e analizzare tutti i
fenomeni di contatto tra i parlanti di svizzero tedesco e tra i
parlanti di romancio; cercando di capire come questi fenomeni di
contatto avvengono e se avvengano con una certa regolarità Il
risultato di questo lavoro verrà pubblicato all’interno del suo libro,
Lingue in Contatto. A questo punto Weinreich parte per un
soggiorno in Svizzera al fine raccogliere questi dati. È a partire da
questo momento che viene accompagnato dallo studioso Jud che
era esperto della ricerca sul campo.
Il suo libro è quindi un connubio perfetto tra prospettiva
strutturalista che studia il sistema e cerca di mettere a sistema
lo studio dei fenomeni linguistici e tra prospettiva
dialettologica che va a studiare la variazione e per questo con
questo libro getta le basi di un'opera prima, primo tentativo di
mettere a sistema lo studio della variazione linguistica per
coniugare la prospettiva strutturalista (studio del sistema e dei
sistemi linguistici) e lo studio della dialettologia. In questo modo
Weinreich getta le basi per un metodo di studio della variazione
che deve essere, non solo documentata, ma anche messa a
sistema e dunque trova in questa sua ricerca un metodo
sperimentato per mettere a sistema lo studio della variazione
ed è questo metodo che darà vita a questa prima disciplina e
attraverso la sua riflessione nasce e si sviluppa il concetto di
diasistema.
Altro importante sociolinguista, studioso fondamentale per la
sociolinguistica americana (è che è una sociolinguistica
correlazionale), è William Labov (1927 - 2024). La
sociolinguistica americana si è rivolta soprattutto verso lo studio
della correlazione tra variazione linguistica e la variazione
diastratica; perché diastratica? Perché come sappiamo la
società americana è composta da americani nativi (ameringhi) e
da un’altra fetta di popolazione immigrata da altri stati; quindi
essendo la struttura etnico – sociale molto ricca i risultati di uno
studio sulla variazione diastratica poteva dare buoni risultati
Difatti, gli studi da lui compiuti sono importantissimi, anche dal
punto di vista metodologico.
Tra le opere di Labov ricordiamo principalmente l’opera
"Principles of linguistic changes" (1994). L’intellettuale, che
aveva avuto una formazione chimica e quindi molto lontano dalla
linguistica, nel corso della sua vita si era parecchio interessato
allo studio dei fenomeni linguistici e della sociolinguistica finendo
poi per approfondirne lo studio in relazione alla società
americana.
È associato a lui il nome di sociolinguistica correlazionale
che è diventato un ambito di studio della sociolinguistica che
cerca di mettere in correlazione le variabili linguistiche con le
variabili sociali. Approfondendo, quindi, lo studio dei diversi
parametri e aspetti del diasistema. Non nasce, dunque, questa
correlazionale all’inizio ma è una denominazione attuale che
implica e indica un diverso tipo di atteggiamento sviluppato
appunto da Labov. Il suo libro sul principio di mutamento
linguistico indica come la variazione linguistica sincronica, che ha
rilevanza sociale, può anche essere messa in relazione al
mutamento linguistico. La variazione linguistica sincronica viene
studiata dalla sociolinguistica mentre il mutamento linguistico
diacronico viene studiato dalla linguistica storica. Labov ha
osservato che tra la variazione sincronica e il mutamento
diacronico ci sono delle possibili relazioni.
Si passa ora a descrivere due studi di Labov per capire
attraverso quali metodi la sociolinguistica, già dai primi anni dalla
sua nascita, ha lavorato per essere conosciuta come una
disciplina a sé stante per poi essere sviluppata separatamente.
Il primo studio di Labov è quello condotto nell' isola di
Martha's Vineyard (condotto nel 1961), questa è un'isola che si
trova nelle vicinanze di New York che viene presa d’assalto nella
stagione estiva, si tratta di uno studio molto importante ricordato
nei principali manuali di sociolinguistica perché ha qui cercato di
individuare le ragioni e le motivazioni sociali di un
mutamento fonetico che si realizzava nei parlanti nativi
dell’isola; si tratta di un fatto linguistico che riguarda il livello
fonologico, un livello che implica delle differenze di pronuncia ma
non differenze di significato. Labov, al termine dei suoi studi,
affermò che la diversa realizzazione (variazione, sul piano della
parole) di alcuni aveva una motivazione sociale. Il fenomeno
che percepisce riguarda la centralizzazione del primo elemento
dei dittonghi /ai/ e /au/ (spider, sliding, town, backhouse). Il primo
elemento che è la vocale /a/ e che sarebbe la centrale bassa
veniva realizzato da alcuni parlanti come una vocale più
centralizzata Se la /a/ si trova nella parte bassa del trapezio il
fono realizzato dagli isolani si collocava nella parte più
decentralizzata del trapezio come /o/, più alta.
Come arriva a questi risultati? Labov decide di trasferirsi
sull'isola per entrare in contatto con gli abitanti e comprendere le
dinamiche sociali che erano in atto nell'isola, cercando di entrare
attivamente nella comunità della popolazione nei sei mesi in cui
si fermerà. Una volta relativamente integrato nella comunità
Labov fornisce una serie di quesiti agli isolani, ad esempio, chiede
loro di pronunciare determinate parole per capire chi, come e
quando avveniva tale fenomeno. Si rende conto, a questo punto,
che sull’isola ci sono due gruppi sociali diversi: chi è nato
sull’isola ma ha il desiderio di lasciarla e chi sta sull’isola per
restarci. In quest’ultimo gruppo differenzia: gli yankees, ovvero
gli americani che vivono sull'isola e che hanno sviluppato un
rapporto particolare con la stessa: Questi svolgevano attività
come pesca o agricoltura e in ciò venivano aiutati dai portoghesi
di vecchia immigrazione che erano oramai pienamente integrati
nell’isola; e poi c'è un gruppo numericamente inferiore, quello
degli indiani autoctoni che vivono solo in alcune parti dell'isola
e svolgono le loro attività in maniera non molto integrata.
Labov attraverso questo studio, che è molto accurato, ci
mostra nel dettaglio la metodologia usata Ricordiamo che ai
tempi di Labov la disciplina si stava ancora costituendo e doveva
ancora capire che mezzi usare per studiare la variazione. La
conclusione di questo lavoro è che il tratto della centralizzazione
di questa variazione fonetica è diffusa nei gruppi sociali che
hanno sviluppato un forte senso di appartenenza all'isola,
diversamente da coloro che, invece, desideravano la terraferma,
come i giovani. Coloro che hanno sviluppato il tratto erano coloro
che criticavano fortemente l'attitudine dell'isola ad essere
turistica e che hanno sviluppato questo tatto come tratto di
autoidentificazione, ergo io sono dell'isola e parlo in maniera
diversa da coloro che vengono solo per le vacanze. In che modo
arriva a questa conclusione? Ci fa vedere come in ogni gruppo
questo tratto di identificazione e opposizione rispetto alla
terraferma passa da diverse generazioni; bisogna anche
sottolineare che dal punto di vista metodologico Labov punta ad
individuare e analizzare il tratto linguistico in questione con dei
questionari diversi per poter rilevare il tratto (questionari,
registrazioni spontanee, lettura brani), introducendo degli
strumenti che portano allo stesso risultato. Allora, a questo punto
analizza i tratti linguistici da un lato e dall’altro, analizzando le
strutture e i comportamenti sociali della comunità, cercando di
integrarsi all'interno dei diversi gruppi etnici presenti sul territorio
e che sono più o meno integrati anche nelle diverse aree
dell’isola, anche sulla base delle diverse attività produttive
praticate.
2. La sociolinguistica in Italia
In Italia la situazione è molto diversa, la sociolinguistica in
Italia si sviluppa entro alcuni aspetti e personaggi. Ha un rapporto
stretto con la dialettologia, nasce infatti come una sotto
disciplina della dialettologia per cui il tratto più rilevante riguarda
la variazione diatopica che si era sviluppata già nell' 800 tra gli
studiosi troviamo:
- Isaia Ascoli, che ha iniziato una riflessione sulla situazione
sociolinguistica in Italia, seppur ai suoi tempi la sociolinguistica
non era ancora nata.
- Leo Spitzer, anche lui è stato un importante predecessore
della sociolinguistica, e si è interessato più che altro allo studio
della lingua del discorso quotidiano Lo ricordiamo per aver
collezionato le lettere dei soldati italiani in Austria, durante la
Prima guerra mondiale, dando così testimonianza di quello che
oggi chiamiamo italiano popolare.
- Gaetano Berruto, si è interessato a vari aspetti della
sociolinguistica dell’italiano in rapporto con i dialetti.
- Tullio De Mauro, si è occupato di capire i meccanismi che
hanno permesso la diffusione dell’italiano a partire dall’Unità
d’Italia in avanti.
Il tratto più rilevante per la costituzione linguistica dell'area
italo-romanze è la variazione diatopica ed è la dimensione
fondamentale. In Italia, infatti, le differenze più rilevanti in ambito
sociolinguistico sono proprio quelle diatopiche: gli italiani ne sono
coscienti e sono consapevoli di questi diversi modi di parlare in
base al luogo geografico studiato.
IV. Alcune nozioni di base della sociolinguistica
Alcune nozioni di base della disciplina per iniziare a costruire
un lessico comune. Per molte nozioni non c'è ancora un accordo
tra studiosi, la ricerca va avanti, il dibattito è ancora in corso e
allora si possono anche trovare delle differenze nelle definizioni
che i diversi manuali danno.
1. Comunità Linguistica
- È la prima nozione importante: si fa riferimento ad un insieme
di parlanti che condividono non soltanto uno o più codici – cioè
varietà linguistiche che sono parlate nella comunità – ma
anche alcuni atteggiamenti sociali (tutta una serie di
comportamenti, pensieri e attitudini) rispetto a tali codici
linguistici
Si parla quindi di lingue ma anche di varietà di lingua.
o Per atteggiamenti sociali invece si parla di varie
attitudini dei parlanti rispetto alle lingue che fanno parte
della comunità linguistica, che condivide non solo gli
schemi di variazione linguistica ma anche i diversi ambiti
di variazione diafasica, diatopica, diastratica e
diamesica. I parlanti di una certa comunità linguistica
conoscono i diversi tipi di variazione e le sanno gestire.
Questo avviene da un lato, mentre dall’altro lato la
comunità linguistica partecipa ad un insieme di
comportamenti valutativi: gli atteggiamenti, i pensieri
che i parlanti della comunità hanno rispetto a
determinate varietà.
- Per esempio, se si pensa alla comunità linguistica italiana,
in questa è presente una comunità di parlanti che condividono
tanto l’italiano standard quanto una serie di italiani regionali
che sono forme di italiano variabili da regione a regione.
Inoltre, questa comunità di parlanti condivide i dialetti, seppur
non conosciuti da parte del singolo, quest’ultimo ha più o
meno un’idea di quale dialetto sia/a quale territorio appartenga
– non si parla sempre e solo di comprensione attiva (il parlante
conosce e parla il dialetto), può essere anche una
comprensione passiva (il parlante non parla il dialetto, ma
capisce da quale zona deriva). Oltre alla conoscenza (attiva o
passiva che sia), i parlanti di una certa comunità condividono
anche degli atteggiamenti sociali Per fare un esempio
l'italiano di Toscana è caratterizzato dal punto di vista
linguistico e dal punto di vista interno da alcuni tratti fonetici,
tra cui quello più evidente è quello che riguarda la
fricativizzazione della velare sorda (gorgia toscana). Un
parlante toscano, dunque, al posto di produrre la consonante
sorda velare la realizzerà fricativa. Per atteggiamento sociale
questo tratto viene percepito da tutti i partecipanti della
comunità linguistica italiana come un tratto comico per cui
accendendo la TV o sulla radio si percepisce questo tratto con
cui si rappresentano i toscani. Fanno ridere e dunque non ha
niente a che vedere con il fenomeno della fricativizzazione di
questo, del fenomeno fonetico in sé, è solo tratto condiviso
dalla comunità linguistica in sé. Non c'è solo il riconoscimento
del tratto ma anche l'atteggiamento valutativo rispetto al
tratto stesso.
- All’interno di queste varietà regionali il parlante della comunità
appartenente a una certa regine va anche ad avvertire quello
che è una varietà di prestigio Per esempio, nel pieno del
Boom economico, in Italia, molti meridionali si sono spostati
nell’Italia Settentrionale per cercare lavoro: per gli abitanti
settentrionali il dialetto meridionale non era di certo avvertito
come una varietà di prestigio, per cui il cittadino meridionale
immigrato evitava di parlarlo e, addirittura, ne negava la sua
conoscenza. Labov in un articolo del 1973 dà una definizione di
questo concetto e la definisce come "gruppo di parlanti che
condivide un insieme di atteggiamenti sociali nei confronti
della lingua/delle lingue/delle varietà linguistiche parlate dalla
comunità stessa".
2. Repertorio Linguistico
“È l'insieme delle risorse linguistiche condivise da una
determinata comunità linguistica”. Quando si parla di risorse
linguistiche non si parla meramente di un elenco di codici parlati
all'interno della comunità, è bene porre il plurale perché
all'interno di una comunità è difficile trovare una sola lingua, si
inserisce anche il contesto di varietà linguistica. In molte realtà
c'è il dialetto, in altre realtà ci sono anche le varietà alloglotte,
ovvero lingue che non fanno parte del sistema italo-romanzo ma
sono lingue diverse come, ad esempio, l'albanese o il rumeno, si
tratta di comunità che sono bilingui o multilingui. Non si parla
dell'insieme delle lingue ma dei rapporti che esistono tra queste
lingue anche per cui ci si riferisce anche al rapporto dialetto -
italiano che sono due varietà che non stanno sullo stesso piano,
non hanno un rapporto simmetrico L'italiano è usato in
determinate situazioni, situazioni nelle quali non può essere usato
il dialetto. Da ciò comprendiamo che le lingue sono organizzate
attraverso dei rapporti di natura gerarchica. Ci sono lingue
usate in situazioni formali e altre informali e allora queste lingue
hanno delle norme di impiego molto diverse (dialetto in certe
situazioni e in altre no), ci sono differenze relativamente
all'accessibilità delle lingue (realtà esterne alla lingua italiana)
– questo criterio che oggi c'è all'italiano non è quella del secolo
scorso, quando la possibilità di imparare l'italiano non era così
diffusa (obbligo scolastico ridotto; molte persone erano
analfabete e non andando a scuola non potevano accedere
all'italiano o/e alla diffusione della lingua). Dunque, nella
comunità linguistica non rientrano soltanto le varie lingue ma
anche rapporti tra lingue, gerarchie, norme di impiego,
accessibilità e diffusione delle stesse Importanti in questo
ambito sono i concetti studiati da Mauro Berruto.
È bene dunque precisare l'importanza di due aspetti:
- Il criterio geografico: quando si definiscono i repertori
linguistici di una comunità si deve fare riferimento ai confini
geografici e al fatto che parlando di una comunità linguistica,
parliamo di un'area contigua e limitata da confini.
Analizzando la comunità linguistica italiana non possiamo
parlare di italofoni che vivono fuori dall’Italia. Perché? Perché
all’interno del loro repertorio linguistico coesistono più lingue.
Questo comporta anche la presenza di molteplici atteggiamenti
linguistici, alcuni simili e altri differenti da quelli degli italofoni.
- D’altra parte, bisogna anche valutare il criterio di
atteggiamento linguistico, altrettanto importante perché ci
permette di definire la comunità linguistica in maniera
dinamica e in riferimenti a territori più o meno vasti (es. la
comunità ghanese di Bergamo: si è studiata questa comunità
di immigrati del Ghana che vivono, lavorano e studiano a
Bergamo, sono inseriti nella comunità dei parlanti italiani.
Questa comunità ghanese ha mantenuto parte del proprio
repertorio linguistico di partenza e anche alcune lingue
autoctone, senza dimenticare l’inglese. All'interno di questa
comunità viene parlato anche l'italiano e il dialetto, è bene non
dimenticarsi che a Bergamo il dialetto è vivo e si è sommato
all'italiano all'interno del repertorio linguistico di questi parlanti
per cui l'atteggiamento linguistico tra italiano, dialetto e le loro
lingue d’origine è estremamente importante. Questo problema
dell'atteggiamento linguistico si pone nel momento in cui si
realizzano grandi migrazioni di persone o magati di intere
comunità, che si integrano poi con la comunità di parlanti del
territorio, come appunto è successo con questa di Bergamo).
La questione dell'atteggiamento linguistico rispetto alle lingue
di partenza e quelle di arrivo è importante.
Quando si parla di repertorio linguistico si può fare una
distinzione tra:
- Individuale, personale, di un individuo è gli atteggiamenti che
un parlante, un singolo, ha e che è dato dalle diverse lingue
che il parlante conosce in misura diversa; non si fa riferimento
alle competenze linguistiche nelle varie situazioni
comunicative ma si parlano anche dei livelli di competenza,
delle simpatie/antipatie e delle gerarchie tra le stesse. Sono
presenti le somme di tutte le lingue che in misura diversa
ognuno di noi conosce, i rapporti tra queste lingue e i vari
rapporti affettivi e di rifiuti che si stabiliscono.
Si pensi alle relazioni ligustiche che i migranti provenienti
dall'Africa stabiliscono con le diverse lingue con cui entrano in
contatto Le ricerche in questo ambito hanno fatto emergere
che durante il viaggio il migrante entra in contatto con varie
lingue, in base al percorso fisico e reale che ha compiuto. Con
alcune di queste lingue il migrante stabilisce un legame di
affetto o di rifiuto, nel gruppo ci sono: lingue apprese per
necessità, quelle che lo hanno aiutato a sopravvivere…
- Comunitario: che è quello delle comunità linguistiche. A
questo proposito i sociolinguisti hanno individuato tre tipi di
repertori linguistici comunitari: Bilinguismo, Diglossia e Dilalia.
a. Bilinguismo (deriva dal latino: è formato da bis, due e
lingua)
o Attenzione, non è la stessa cosa di diglossia anche se
sembrerebbero simili come significato. Il primo ad usarlo
fu nel 1953 Weinreich, all’interno del suo volume
"Lingue in contatto". Weinreich parla di bilinguismo
perché la situazione che lui stesso studia in Svizzera era
una situazione in cui, all'interno di due comunità che
vivevano lungo il confine tra area tedescofona e area
romanciofona, erano presenti sia il romancio sia lo
svizzero tedesco con dei rapporti gerarchici invertiti: da
una parte, nell'area tedescofona, veniva avvertita come
variante primaria lo svizzero tedesco, mentre il romancio
come variante secondaria; dall'altra, invece, nell'area
romanciofona, il romancio veniva avvertito come variante
primaria e lo svizzero tedesco variante secondaria.
Weinreich definì il bilinguismo individuale come
“bilingue è qualunque parlante, che conosca anche in
una misura minima, due o più codici linguistici”; ma in
Svizzera studiò piuttosto una situazione di bilinguismo
sociale, quindi all'interno di una comunità di parlanti
definendo questo concetto come “capacità all' interno di
una comunità di dominare due varietà linguistiche che
possono essere o due lingue, oppure dialetto e lingua o
due varianti della stessa lingua” (in questo caso tedesco
standard e svizzero tedesco). Questa definizione di
Weinreich è importante perché si ha la tendenza oggi a
parlare di bilinguismo solo nella situazione in cui il
parlante domini completamente i due codici, li conosca
allo stesso livello, con un livello simmetrico di
competenza. Ma Weinreich non aveva esattamente
questa idea: per bilinguismo comunitario lui intendeva la
compresenza di due codici in misura diversa nella
comunità. È importante che siano presenti e che siano
praticati all'interno della comunità.
o La definizione tecnica di bilinguismo implica che
all'interno della comunità linguistica le due lingue
debbano essere usate negli stessi domini d'uso e devono
avere lo stesso statuto giuridico – sociale (è questo tratto
che lo differenzia dalla diglossia) Ambiti dell'esperienza
all'interno dei quali i parlanti si esprimono (famiglia,
amici, lavorativo). Quando si ha una situazione di
bilinguismo sociale si parla di un utilizzo negli stessi
domini da parte del parlante. Però, si tratta in effetti di
un'astrazione, poiché in teoria i due codici avendo lo
stesso livello di standardizzazione e lo stesso statuto
linguistico sono in egual misura riconosciuti dalla legge, e
pertanto interscambiabili Così, secondo questo
ragionamento sarebbe possibile richiedere un certificato
a un ente pubblico in una tra le due Possono, quindi,
essere usate negli stessi ambiti formali, tanto di forma
scritta che orale. Questa situazione è abbastanza astratta
ed è difficile che si realizzi per ragioni dipendenti dalla
variabilità dei dialetti, da fattori economici e da alcuni
determinati dal cervello umano Possibilità di esprimersi
in due codici comporta un grande carico della memoria
per il parlante stesso, ma è anche vero che ognuno di noi
ha sempre una lingua primaria o di preferenza e anche
alcune ragioni sociali per cui la situazione di bilinguismo
si realizza difficilmente.
o Quando si realizza il bilinguismo solitamente si realizza
sotto forma di variante:
Bilinguismo bi-comunitario: All'interno di un
territorio sono presenti, per ragioni storiche, due
comunità con lingue e tradizioni diverse che
tendono a condividere mantenendo la loro integrità,
in questo caso non è implicito il fatto che le due
comunità parlino/pratichino ambedue le lingue;
difficilmente parlano o si esprimono nell'altra lingua
se non quando sono obbligati (un esempio lampante
è quello dell’Alto Adige, nella provincia di Bolzano si
parla di una situazione di bilinguismo bi-comunitario
con comunità italofona e una tedescofona, in
quell'area hanno dovuto condividere e quando si è
definito il confine della nazione italiana la comunità
tedescofona si è trovata nei confini dell'Italia, la
convivenza non è stata pacifica e d'altra parte a
rendere non pacifica c'è un retaggio storico
culturale di secoli e la tendenza è quella di parlare
tedesco per i tedescofoni mentre italiano per gli
italofoni).
Bilinguismo mono-comunitario: In questo caso si
presuppone che tutti i parlanti comprendano e in
parte pratichino entrambe le lingua; è una
situazione diversa che si può ritrovare, per esempio,
in Val d'Aosta con una sola comunità che condivide
in maniera pacifica italiano e francese, non ci sono
ragioni di rivendicazione identitaria e quindi dal
punto di vista linguistico anche, troviamo entrambe
le lingue, ci sono delle preferenze ma in maniera
meno marcata. In merito alla Valle d’Aosta bisogna
anche ricordare che qui come varietà regionali ci
sono: l’italiano e il francese, ai quali si
accompagnano i cosiddetti patois, ovvero delle
varietà dialettali di tipo gallo romanzo (simili al
francese) che vengono parlate tanto in Valle d’Aosta
quanto al di là del confine, in territorio francese –
nella Savoia. Queste varietà, essendo solo parlate e
non scritte (e quindi non standardizzate), non
vengono considerate dal punto di vista del
bilinguismo.
b. Diglossia (il termine deriva dal greco e significa due e
lingua)
Il primo studioso a utilizzare tale termine fu Ferguson che
nel 1959 lo ha definito e ne ha illustrato i casi. Abbiamo in
questo senso una situazione in cui in una comunità sono
presenti due varietà linguistiche dello stesso codice con una
diversa distribuzione dal punto di vista dei domini d'uso –
hanno diversa importanza dal punto di vista socio - giuridico.
Tra queste due varietà Ferguson individua un rapporto
gerarchico, le due si trovano in una situazione di distribuzione
complementare con riferimento ai domini. Il rapporto tra le due
implica che una varietà si definisca come alta A/H (alta, high)
e una bassa B/L (bassa, low), le due vengono usate in contesti
diversi, contesti diafasicamente diversi – quindi una
distribuzione dei due codici secondo il tratto di formalità/non
formalità: la varietà alta viene usata in contesti di formalità o
nello scritto; mentre quella bassa viene usata nell'orale e nelle
situazioni informali. Sono quattro gli esempi che porta
Ferguson:
o Situazione dello svizzero tedesco È una varietà del
tedesco parlata in Svizzera, molto in espansione e
sempre più usata spesso anche in ambienti formali,
nonostante questo lo standard tedesco viene prediletto
(Svizzero Tedesco vs Tedesco).
o Situazione in Grecia (Katharevousa, lingua standard, vs
Dimotiki, lingua del popolo) e la relativa distinzione tra la
lingua classica che si è poi evoluta in una varietà
popolare.
o Situazione tra Arabo classico/modern standard arabic vs
Arabo marocchino/arabo egiziano, la prima è la lingua del
Corano, mentre il MSA è versione standardizzata
dell’arabo moderno che si basa molto su alcune strutture
dell’arabo classico È quindi una varietà che viene usata
in tutti i paesi arabi indistintamente dalle differenze che
si sono venuti a creare nei vari paesi – indica una varietà
utilizzata principalmente nello scritto per gli ambiti
formali, per sopperire alle molteplici varietà linguistiche.
o Situazione ad Haiti (Francese vs Creolo) la seconda è una
varietà influenzata dal francese, varietà bassa, per cui il
francese, varietà alta, è lingua di contatto rispetto alle
lingue autoctone. Però bisogna ricordare che l’accesso
alla lingua francese non è sempre garantito: spostandoci
ad Haiti ci troveremo di fronte a una popolazione che
parla creolo e una piccola parte, quella che ha avuto la
possibilità di studiare, che parla il francese. Il creolo è
una condizione presente in una serie di territori
colonizzati con la relativa lingua dominante, che è lingua
di contatto con altre lingue autoctone.
Quindi
o High Ambiti formali, lingua scritta.
o Low Solo in ambiti informali.
c. Dilalia
È un coniato da Berruto con riferimento alla situazione
italiana, situazione che in realtà non è né di bilinguismo né di
diglossia. Nel 1987 Berruto studiando il rapporto tra lingua
italiana e dialetti in Italia ha elaborato questo concetto nuovo:
il concetto di dilalia, basata sul concetto di laleo (parlare)
Berruto si rende conto che nel caso dell’Italia non è possibile
applicare né il concetto di diglossia né quello di bilinguismo;
perché in alcuni casi abbiamo una varietà di lingua alta,
l'italiano standard, mentre negli ambiti bassi, nei domini d'uso
informali, veniva usato sia il dialetto che l'italiano. Questa
situazione dilalica, si è sviluppata a partire dalla situazione di
diglossia precedente che si crea in Italia lungo il corso
dell'Unità d'Italia nel 1861 e per tutto il corso del '900 per cui
l'italiano come varietà alta veniva usato da una parte ristretta
della popolazione, poi piano piano si era diffuso a fasce sempre
più grandi della popolazione mentre invece il dialetto come
varietà bassa tendeva ad essere utilizzato, prima come unica
varietà di lingua per ampi strati di popolazione italiana (prima
il dialetto era l’unica lingua conosciuta, ma poi attraverso
diversi processi l'italiano inizia a diffondersi, creandosi così una
situazione di diglossia (italiano usi formali/ dialetto usi
informali) che a partire dalla metà del '900 e dagli anni '60- '70
si è evoluta nella situazione di dilalia in cui l'italiano si è
progressivamente diffuso ed ha cominciato ad essere utilizzato
anche nelle situazioni formali. Oggi in molte aree d'Italia i
parlanti alternano l'uso dell'italiano e l'uso del dialetto.
Un tipo particolare di dilalia è la Diacrolettia/Dilalia
Rovesciata Non si trova in Italia ma si trova in Catalogna
dove il catalano viene usato per gli usi informali, mentre negli
ambiti degli usi formali abbiamo sia il catalano che il
castellano. Questa è, appunto, una situazione di dilalia
rovesciata con la possibilità, negli ambiti formali di usare i due
codici; mentre negli ambiti informali della lingua è possibile
usare un solo codice. È questa una situazione simile a quella
che avevamo nel '300 in Toscana dove il fiorentino – il volgare –
era usato negli ambiti informali della lingua e in famiglia;
mentre negli ambiti formali era possibile usare tanto il
fiorentino quanto il latino, allo stesso modo di Dante che ha
scritto alcune sue opere in latino e altre in volgare.
d. Biadialettismo o dialettia sociale (Berruto 1995)
Quando tra le due varietà del repertorio non vi è una
distanza linguistica (interna) sufficiente per ritenere le due
varietà distinte, si ha una situazione di bi-dialettismo. È il caso
della Toscana, di Roma e di altre aree del centro Italia, in cui la
distanza strutturale tra varietà bassa (L) e varietà alta (H) è
minima, in quanto la varietà alta rappresenta la forma
standardizzata della varietà bassa.
V. Italiani regionali
È un argomento che nella percezione contemporanea è
avvertito dagli italofoni e anche da coloro che entrano a contatto
con la situazione linguistica italiana. Parlando di italiani
regionali, notiamo che se ne parla al plurale, ciò ci fa
comprendere già che in Italia uno degli aspetti più importanti
della variazione linguistica è quella riguardante la diatopia
Spostandosi non solo da una regione amministrativa all'altra ma
anche all'interno della stessa regione sono presenti molte
variazioni diatopiche (Siena, Pisa, Firenze, Lucca). Si parla, in
questo caso, di variazioni dell'italiano e cioè di forme diverse,
variabili geograficamente della stessa varietà linguistica. È
diverso, dunque, parlare di italiano e dialetti italiani perché in
alcune regioni è ancora presente, nell'espressione dei parlanti, il
dialetto, per cui quest'ultimo si definisce come un vero e proprio
sistema linguistico diverso dall’italiano.
Italiani regionali: variazioni diatopiche della lingua italiana
≠
Dialetti: sistemi linguistici ben diversi
1. Definizione di Italiani regionali
T. Poggi Salani, Enciclopedia dell’Italiano Treccani, s.u.
“Si intende per italiano regionale un italiano che varia su
base geografica. Nella formula si riassume perciò il variare
dell’aspetto dell’italiano e insieme il suo differente organizzarsi
sul territorio nazionale. È bene chiarire subito che in questo caso
con l’aggettivo regionale non ci si riferisce propriamente alle
regioni amministrative, ma a regioni linguistiche di varia
estensione, e che quindi regionale vale “di una certa zona” ed
equivale a locale.”
Dunque, quando si parla di italiani regionali non si intende il
fatto che ci sia un tipo diverso di italiano per ogni regione
amministrativa (Toscana con il suo, ecc); non è così semplice
Perché i confini delle regioni amministrative sono dei confini che
sono stati definiti su base storica o politica. Quando invece si
parla di italiani regionali si parla di variazioni che dipendono da
fattori diversi, dipendenti da fattori storici e culturali.
Quando si parla di italiani regionale è sempre bene fare
riferimento al fatto che si caratterizzino per alcuni tratti che si
sono costituiti e mantenuti per ragioni di prestigio di una
certa varietà di italiano.
Ovviamente questo discorso ci fa riflettere su un altro aspetto:
non tutte le regioni d'Italia hanno un proprio italiano regionale nel
senso che ci sono delle aree d'Italia, come ad esempio di Molise e
Abruzzo, in cui è presente un italiano regionale di base
abruzzese/molisana o in generale centro/meridionale e la
costituzione dei diversi italiani regionali è stata determinata da
ragioni di prestigio e dunque di supremazia culturale di alcune
aree su alcune città.
Come si definiscono gli italiani regionali? E come si possono
caratterizzare? Su quali basi/tratti si identificano queste variazioni
dell'italiano?
Il modo migliore per analizzare la variazione diatopica è
sicuramente osservare il canale di comunicazione orale
perché, attraverso questo, emergono dei tratti tipici,
principalmente fonetici e prosodici1, degli italiani regionali.
Si osserva da una regione all'altra cambia non solo la varietà
d’italiano regionale ma anche la gestualità, che può essere più o
meno pronunciata, il tono…
Allo studio della comunicazione si associano anche altre
informazioni interessanti, a differenza dello studio dell'italiano
regionale di base scritta con il quale è più difficile comprendere
quali sono i tratti più caratteristici. Infatti, nello scritto spariscono
i tratti della fonetica – tratto molto importante negli italiani
regionali, come, ad esempio, la gorgia dell'italiano regionale
toscano - ma non solo, si perdono anche alcuni tratti della
prosodia.
È sicuramente più difficile osservare le caratteristiche di tali
italiani nella forma scritta; anche se è bene ricordare che la
letteratura, soprattutto quella degli ultimi decenni, ha cercato di
rappresentare il dialetto anche nello scritto (Camilleri, nella
redazione dei romanzi di Montalbano usa molto spesso delle frasi
dove si avverte l’influenza del dialetto siciliano; in Fois, invece, si
percepisce il tratto sardo…).
C'è molta attenzione anche per la rappresentazione in
letteratura della variazione regionale, che spesso si mischia alla
rappresentazione del dialetto.
È da tenere presente che la variazione diatopica dell'italiano
è l'aspetto maggiormente presente e persistente anche
quando altri fattori di variazione sono neutralizzati, ad esempio è
possibile neutralizzare la variazione diastratica e diafasica, ma il
tratto diatopico è sicuramente qualcosa che il parlante si porterà
sempre dietro - per perdere i tratti tipici del proprio italiano
1
Con tratti prosodici si intendono il modo di esprimersi, l’intonazione usata, il modo di
reagire... e tutti i comportamenti a questi collegati.
Non va dimenticato neanche il tratto della prossemica, ovvero quello legato ai
movimenti e i gesti che i parlanti compiono in relazione al canale orale.
regionale bisogna fare delle scuole specifiche di dizione. Ma
questi tratti non sono sempre tratti negativi: spesso sono
caratteri che vengono usati con valore identitario, si tende a
farli emergere volontariamente perché ritenuti prestigiosi o
perché attraverso essi ci si sente realizzati come individui.
In Italia la situazione è molto particolare, tali fenomeni esistono
anche altrove ma in sicuramente in maniera molto
ridimensionate; la capillarità degli italiani regionali dipende tanto
da ragioni storiche quanto culturali. Il rovescio della medaglia è
quello per cui gli italiani sono riconosciuti per essere campanilisti:
ognuno guarda alla propria variazione regionale non avendo una
visione unitaria.
Le ragioni storiche di questa estrema frammentazione
linguistica (quantitativa e qualitativa) hanno fatto si che, non ci
sia solo una frammentazione dialettale, ma anche una vera e
propria frammentazione nella lingua italiana. L'italiano si
costituisce ancor prima della sua definizione di lingua della
nazione, dello stato italiano (1861): nel Medioevo, periodo nel
quale l'italiano si costituisce come lingua letteraria, con lingua
di base fiorentina. È proprio in fiorentino che vengono composte
ed elaborate alcune delle opere letterarie che poi si
concretizzeranno come la base e il canone di riferimento per la
composizione delle opere letterarie successive.
In quest’ottica, l'italiano si costituisce come una lingua
letteraria di base fiorentina. Prima che la base linguistica venisse
condivisa da tutti; Dante compone un’opera molto importante
seppur rimasta incompiuta: il De Vulgari Eloquentia, ovvero un
piccolo trattato in latino sull’eloquenza, sul modo di parlare
volgare. Tale opera resta incompiuta perché a metà della sua
redazione ci comunica di aver trovato effettivamente il volgare a
lui necessario, specificando che però non esiste; esiste tuttavia in
ogni volgare da lui studiato il profumo di questa lingua illustre che
ricercava; è così che si avvicina verso la creazione della
commedia.
I volgari, all’epoca erano quell’espressioni linguistiche derivate
dal latino, al quale si opponevano, perché in qualche modo si
erano differenziate dallo stesso. Tanto che Dante chiamava il
latino gramatica, intendendola come lingua che era rimasta
uguale per secoli. Abbiamo quindi, da un lato, il latino che era una
lingua unica, statica e immutevole dell’altro i volgari che erano
molteplici e mutevoli.
Il latino una volta caduto l’Impero romano e avutasi quella
dinamica di dispersione politica e culturale si era evoluto fino a
modificarsi in altre lingue. È questa una situazione che si crea
perché nuove popolazioni erano arrivate e si erano insediate in
alcuni territori Si crea così una situazione di separazione
politica, geografica e popolare.
Il latino si era dunque evoluto, dando luogo a varietà
linguistiche diverse: i volgari. D’altra parte, però, il latino era
comunque rimasta la lingua delle persone colte, studiose. Era
rimasta la stessa lingua in si erano espressi i grandi studiosi del
passato come Seneca o Cicerone o i grandi del Medioevo.
Quindi, in questo periodo troviamo da un lato la lingua latina
che era rimasta invariata, mentre, dall'altro lato c’erano i vari
volgari che si erano evoluti, cambiando le strutture del latino
classico e allontanandosi contemporaneamente da questo. I
volgari erano così la lingua della comunicazione quotidiana.
Ritornando al De Vulgari Eloquentia, al suo interno Dante
afferma che sta andando alla ricerca di un volgare illustre, un
volgare con il quale scrivere un'opera, un’opera che fosse capace
di parlare delle brutture dell’inferno e delle bellezze del Paradiso.
Questa si concretizza come una riflessione linguistica
realizzata con il fine di trovare una lingua all’altezza del latino con
il quale parlare dell’Inferno, del Paradiso e del Purgatorio. Nel suo
viaggio Dante attraversa, in forma immaginaria la penisola
italiana, ma attenzione, è bene ricordare che alla fine Dante non
troverà neanche una variazione che lo aggrada, ognuna tra le
variazioni individuate avranno dei problemi. Dante, però, lungo il
suo itinerario trova almeno 14 volgari, realizzando attraverso
questi una sorta di classificazione, non scientifica Ricordiamo
che Dante è un uomo del Medioevo, per cui ipotizza che i volgari,
14, siano caduti come la pioggia lungo la catena dell'Appennino
che da Nord a Sud che attraversa tutta l'Italia. In teoria questa
pioggia posiziona 7 volgari da un lato e altri 7 dall'altro lato. A
questo punto, Dante, classifica i volgari lungo la costa tirrenica e
lungo la costa adriatica in 7 gruppi, con un rimando al numero 7
che a sua volta fa riferimento alle 7 virtù, 7 vizi, ai 7 peccati
capitali…
In ogni caso questa classificazione non va presa come una vera
e propria classificazione scientifica; ma come uno studio molto
generale che ci permette di capire che già a quei tempi questi
volgari contenevano delle grandi differenziazioni interne come, ad
esempio, in Toscana c’erano i Senesi gli Aretini, in Lombardia ci
sono i Ferraresi e i Piacentini ambedue fanno parte dell’area
lombarda ( Da intendere secondo l’estensione che aveva ai
tempi di Dante)… Pertanto, secondo questo ragionamento se si
volessero calcolare le varietà d'Italia dividendole tra principali,
secondarie e quelle ancora minori si arriverebbe a circa un
migliaio di varietà, se non oltre. È importante questo dato,
soprattutto se si considera che è stato scoperto all'epoca di
Dante, uno studioso sicuramente molto acuto e molto attento,
che scopre già ai tempi quelle che sono le variazioni ancora
contemporanee.
Questi volgari sono le prime forme dei dialetti
contemporanei, di lì si sono poi costituiti, attraverso una
situazione storica che ha visto l'Italia frammentata per secoli,
anche con difficoltà di movimento da un posto all'altro. La
frammentazione dell'epoca di Dante corrisponde alla
frammentazione italiana attuale.
Con la costituzione della lingua letteraria, la separazione tra
lingua letteraria e i volgari in quanto varietà parlate si è sempre
più ingrandita ed è diventata sempre più importante; a ciò si
accompagna il fatto che la lingua letteraria si costituirà sulla
lingua delle tre corone, mantenendosi sempre più uguale a sé
stessa, subendo pochissimo l’influenza del parlato e dei dialetti.
La lingua letteraria si è poi mantenuta nel corso dei secoli,
diventando quello che era il latino per Dante.
È bene osservare che successivamente, nella storia della
lingua italiana, Pietro Bembo decide di indicare le figure delle tre
corone come base linguistica della lingua letteraria italiana. Per
questo motivo, nel 1525 (seconda ragione storica assieme
all’analisi fatta da Dante) Bembo pubblica le Prose della Volgar
Lingua in cui si sviluppa in maniera molto esplicita la
codificazione della lingua letteraria sul modello del toscano che le
tre corone avevano messo per iscritto nelle loro opere. La lingua
delle tre corone diventa, a partire dal ‘500, il modello da seguire
per la redazione delle opere letterarie Per scrivere un’opera
letteraria è bene seguire la lingua di base toscana, quella usata
dalle tre corone nel ‘500.
È bene ricordare che dal momento in cui la lingua verrà
codificata, l’accesso alla lingua stessa (che già era ristretto)
diventa ancora più tortuoso. Mentre un gruppo di parlanti
conoscevano e usavano questa lingua letteraria, la restante parte
dei parlanti continua ad utilizzare la propria varietà, il proprio
volgare.
La frammentazione politica e culturale dell'Italia, unita a
questa difficoltà d’accesso favoriscono per secoli la separazione
tra lingua letteraria (unitaria e scritta, di accesso esclusivo) e le
varietà dialettali (molte e orali). C'è una differenza diamesica
legata anche alla possibilità di mutamento linguistico perché i
dialetti si parlano perché mutano nel tempo mentre la lingua
letteraria ha un modello ed è immutabile nello spazio e nel
tempo.
2. Esempi di italiani regionali
Facciamo quindi qualche esempio di alcuni tipi rappresentativi,
per capire quali sono i tratti che ci permettono di individuare le
differenze regionali dell'italiano.
I tratti locali dell'italiano caratterizzano tutti i livelli di analisi
linguistica proprio perché correlati con la variazione dialettale:
- L’intonazione: della quale notiamo l’altezza della voce o
velocità nella dizione Quindi spostandoci nelle diverse
regioni è possibile notare una variazione di altezza e velocità
molto evidente.
- La Fonetica: è il piano che risalta maggiormente, i tratti
fonetici possono riguardare, ad esempio, la realizzazione
medio bassa e medio alta delle vocali medie o la produzione
della gorgia.
In alcune aree d’Italia, soprattutto in quella settentrionale, c'è
la tendenza a non realizzare foneticamente il fenomeno delle
doppie:
- La Morfologia: notiamo come, ad esempio, nell'italiano
regionale di base romana ci sia la tendenza ad usare gli infiniti
tronchi (per esempio andare - andà oppure dormire - dormì)
- La Sintassi: riconosciamo, ad esempio, l'uso dell'oggetto
diretto come preposizione per le varietà meridionali,
caratterizzata quindi dal fatto che il complemento oggetto sia
marcato in alcuni casi da una preposizione (chiama a
Francesco, non chiamare a Francesco). È questa una
marcatura preposizionale dell'oggetto diretto, ed è un
fenomeno che arriva dal contatto diretto con il dialetto: infatti,
questo tratto è presente in molti dialetti meridionali. La
marcatura preposizionale dell'oggetto è un fenomeno che si
osserva in altre lingue, tra cui ad esempio nello spagnolo.
- Il Lessico: per la numerosa presenza di varietà regionale è
possibile dire che esistono numerose variazioni anche a livello
del lessico. È bene parlare anche dei così chiamati
geosinonimi, ovvero forme diverse sinonimiche
semanticamente, con stesso significato ma che sono
diversamente distribuite sul territorio. In questo caso vediamo
per esempio: adesso, ora, mo’, ieri l’altro, l’atro ieri, avantieri.
Si riconoscono, dunque, diverse varietà di italiano regionale
(italiani regionali), tra cui merita menzionare almeno
- Italiano regionale di Toscana (a base fiorentina)
- Italiano regionale di Roma e provincia
- Italiano regionale campano (a base napoletana)
- Italiano regionale siciliano (a base palermitana)
- Italiano regionale lombardo (a base milanese)
1) Italiano regionale di Toscana
I tratti fonetici dell'italiano regionale di Toscana sono quelli più
evidenti perché dal punto di vista strutturale l'italiano regionale di
Toscana non si differenzia molto dall'italiano standard, perché
quest'ultimo è di base toscana; ciò ci fa capire come
strutturalmente non ci siano grandi differenze ma, appunto,
quelle che ci sono, sono di natura fonetica, ci sono alcuni minimi
tratti di natura strutturale e sono dei tratti che la lingua parlata in
Toscana ha sviluppato in periodi successivi alla composizione
delle opere delle tre corone.
- Gorgia [k, p, t]: è il primo tratto, è un fenomeno fonetico
che riguarda il processo di fricativizzazione 2 (trasformazione di
qualcosa che non è fricativo in fricativa) delle consonanti
occlusive [k, p, t] sorde in posizione postvocalica e iniziale
della sillaba successiva e sono quindi seguite da vocale, liquida
[l], vibrante [r] o approssimante [j; w] (la kasa) (sono kose ke
kapitano) la realizzazione varia all'interno della Toscana.
La gorgia è un fenomeno che riguarda la combinazione di
suoni e non i suoni presi isolatamente. Riguarda dunque la co-
articolazione cioè il fatto che alcuni suoni in determinate
posizioni perdono alcuni tratti, perdono il tratto ad esempio
dell'occlusione diventando fricative. Nell'esempio "la carne
cruda" un toscano realizzerà la sequenza fonica come “la
2
Una fricativa è una consonante la cui produzione prevede l’avvicinamento, senza che si
verifichi nessuna occlusione, degli organi interessati. Ad esempio, una fricativa
labiodentale come la [f] prevede l’avvicinamento delle labbra e dei denti di maniera tale
che l’aria passi attraverso questa frizione o fessura.
Sono suoni continui a differenza delle occlusive che indicano suoni momentanei.
harne hruda”, in cui entrambe le occlusive velari sono
realizzate come fricative.
Ora, nel caso di carne l’occlusiva è in posizione intervocalica,
ma nel caso di cruda non parliamo di posizione intervocalica,
piuttosto è in posizione postvocalica, ma seguita da una
vibrante. Lo stesso discorso, fatto però con la successione delle
approssimanti può essere fatto con "i quadri", che si legge
come “i huadri”.
- Affricazione3 della consonante sibilante in posizione
post - consonantica: se la [s] si trova dopo una consonante
(penso, corsa) diventa un’affricata [z] (penzo, corza).
- Deaffricazione (perdita del tratto affricato) delle affricate
palatali [c] e [g] in posizione intervocalica: per esempio la
cena La scena. È questo un fenomeno contestuale,
determinato dalla posizione intervocalica.
- Raddoppiamento fonosintattico, è questo un fenomeno che
interessa tanto l’ambito fonetico quanto quello sintattico,
interessando soprattutto la parte meridionale della penisola,
prodotto sia da parole il cui etimo latino termina in consonante
(es. a me [a mme] dal latino ad me), sia da parole con vocale
tonica (es. verrò domani [verrò ddomani].)
Si parla di un processo di raddoppiamento, quindi vuol dire
che una consonante che è generalmente realizzata come
scempia (singola), viene realizzata come geminata (doppia).
Perché fonosintattico? Perché sta al confine tra la fonetica e la
sintassi. Il raddoppiamento è un fenomeno molto interessante
che riguarda in maniera molto diversa le diverse aree dell’Italia
Esiste un raddoppiamento fonosintattico che si spiega
direttamente dal latino, per cui la sua origine viene individuata
nel tipo di sequenza fonica che si produceva in latino, come nel
caso di a me, caso nel quale inizialmente veniva pronunciato
come ad me, successivamente si è trasformato sempre di più
in a mme. Probabilmente perché la nasale bilabiale aveva
subito un processo di assimilazione rispetto alla dentale che
precede, la quale si era trasformata in una nasale
Scollamento tra la forma scritta e quella orale; la forma orale
ha proseguito fino alla contemporaneità. Nella forma scrittoria,
dal momento in cui non si usava più il latino, assumendo i tratti
dell’italiano la preposizione si trasforma da ad a a.
Fenomeno di continuità dal latino.
3
Una consonante che non è affricata diventa affricata. Affricata: suono consonantico che
ha un attacco occlusivo ed ha una terminazione fricativa.
Oltre questo tipo di raddoppiamento ne troviamo altri tipi,
con uno schema simile: preposizioni o parole monosillabiche
del latino in prima posizione, spesso terminanti in consonante,
in seconda posizione ricorreva una parola che iniziava in
consonante.
Un caso in cui il raddoppiamento è visibile anche nello scritto
è quello dell’italiano soprattutto (suprad totom).
In toscano, oltre a questo raddoppiamento storicamente
motivato ne esiste uno più recente ed è quello secondo cui in
una sequenza di parole se la prima è tronca (accento
sull’ultima sillaba) e la seconda inizia per consonante,
consonante iniziale della seconda parola viene raddoppiata
(caffè ccaldo).
- Presenza del sistema deittico a tre termini oppositivi: il
sistema deittico è il sistema dei pronomi/aggettivi dimostrativi
o deittici; in Toscana tale sistema ruota intorno a tre elementi:
questo - codesto - quello, nell’uso comune codesto si sta
perdendo, portando avanti il sistema a due termini.
Simile ragionamento va fatto per il sistema avverbiale qui –
costì – lì, anch’esso a tre termini che sta lasciando sempre di
più la strada spianata per un sistema a due fattori.
- Presenza dei pronomi clitici4 soggetto (solo nel fiorentino):
(te tu dici tu dici) in cui c'è la doppia forma del pronome,
te: pronome tonico; tu: pronome clitico (che non potrebbe
essere enunciato in isolamento).
2) Italiano regionale di Roma e provincia
Si tratta di un tipo di italiano regionale diffuso in tutta l’area
centrale del Lazio, mentre l’area toscana si caratterizza per
l’intera regione (i tratti appartengono all’area fiorentina ma
influiscono, grossomodo, su tutto il territorio toscano seppur con
delle differenze), qui non parliamo di italiano regionale laziale,
semplicemente perché non esiste. Questo perché la regione
amministrativa del Lazio, dal punto di vista linguistico, è molto
più frammentata: la provincia di Viterbo, per esempio, avverte
molto l’influenza del grossetano (area di transizione tra il toscano
e le varietà meridionali), allo stesso modo le zone a sud di Roma
sono di influsso campano. Per cui l’italiano regionale di Roma e
4
Clitici: si tratta di elementi linguistici che non hanno un accento proprio e quindi per
essere enunciati hanno bisogno di appoggiarsi ad un’altra parola.
In italiano ci sono clitici con funzione di oggetto diretto e clitici con funzione di oggetto
indiretto, ma non abbiamo clitici con funzione di soggetto che si ritrovano nel fiorentino.
provincia è un italiano influenzato dal modello romano il quale si
avverte nella provincia di Roma (zona dalla quale non fuoriesce),
le altre zone del Lazio non avvertono questa varietà come
modello.
Possiamo dire che l’italiano regionale di Roma e provincia
condivide alcuni tratti simili con l’italiano regionale dell’aria
toscana e alcune relative differenze, per capirne il motivo è
necessario riprendere le ragioni storiche, attraverso un passo
indietro ai tempi di Dante. Nel ‘300 la varietà linguistica che
veniva parlata a Roma era molto più vicina alla varietà
napoletana che a quella fiorentina; a differenza del modello
culturale della città rappresentata dalla Chiesa.
Che cosa succede a questo punto? Ascendono al seggio
pontificio, lungo il ‘500, alcune figure appartenenti alla famiglia
dei Medici, che ovviamente si trasferiscono a Roma
accompagnati dalle relative corti. Attraverso questo
spostamento , ovviamente, arrivano all’interno della cultura
5
romana usi e costumi culturali e linguistici di base fiorentina. È
così che la corte passa dal parlare una varietà di base
meridionale a una varietà di base fiorentina tutto ciò viene poi
coronato dalla redazione nel 1525 dell’opera di Bembo che aveva
codificato come varietà di prestigio, come lingua della letteratura
la varietà toscana.
È attraverso questi elementi che la varietà romana ha, oggi,
una vicinanza maggiore alla varietà fiorentina piuttosto che a
quella meridionale.
In cui è presente:
- Monottongamento del dittongo [wɔ] > [ɔ]: che vediamo in
esempi come la rota e la scola.
Abbiamo detto che si tratta di un fenomeno che interessa
principalmente la zona fiorentina, perché negli altri italiani
regionali si verifica quello che possiamo definire come
dittongamento spontaneo, ovvero un fenomeno che implica il
passaggio da una vocale semplice latina ad un dittongo. Ma
cos’è il dittongamento spontaneo? È il fenomeno secondo il
quale le due vocali latine O-breve e E-breve quando si trovino
in sillaba aperta, in toscano e solo in toscano, dittongano;
sviluppano cioè un approssimante d’appoggio che:
o Nel caso della O è un approssimante velare [wɔ]
o Nel caso della E è un approssimante palatale [je].
5
Accentuato anche dal Sacco di Roma: evento che porta la città a spopolarsi, pronta,
così, ad accogliere l’entourage dei nuovi papi fiorentini.
Bisogna sottolineare che le due vocali devono trovarsi
all’interno di una sillaba accentata (novo – nuovo; pedem –
piede), ciò non succede nel caso di sillaba non accentata
(pedata e non piedata).
Si tratta di un fenomeno principalmente toscano ma che si
avverte come tratto dell’italiano standard: questo perché
quando Dante (che usa un italiano regionale fiorentino) scrive
la commedia usa quest’espediente, facendolo entrare
all’interno della norma della lingua letteraria. Fuori dall’area
toscana troviamo degli altri fenomeni di dittongamento non
spontanei, questo non è un elemento da sottovalutare: il
dittongamento avviene indistintamente dal contesto –
fenomeno molto presente in spagnolo.
Si parla di dittongamento quando ci troviamo in una fase di
lingua A, il latino (fase precedente anteriore), e di una fase di
lingua B, il toscano (fase successiva), in cui il dittongo c’è.
Nel 1600, però, in area fiorentina si ha un ritorno indietro, si
sviluppa quindi un fenomeno di monottongamento che ha
riguardato la vocale di tipo O Dal dittongo spontaneo [wɔ] si
ritorna alla vocale semplice; per cui in toscano sentiamo bona
(e non buona), nova (e non nuova). Tale fenomeno ha avuto
come suo centro Firenze e ad oggi, questo, viene avvertito
come tratto diastraticamente basso, per cui i parlanti riescono
a fare una distinzione in base al contesto formale/informale.
Probabilmente, la lingua sviluppatasi a Firenze nel 1600,
quella influenzata dal monottongamento, è stata la lingua che
si è diffusa nella corte papale, insediando le radici della lingua
standard.
- Uso della proposizione DE invece di DI: sono di Roma so de
Roma ['sɔ dde 'ro:ma].
- Rafforzamento di [b] e [ʤ] intervocaliche: ho ragione ho
raggione [raʤ'ʤo:ne], subito subbito ['subbito]. Se nell’area
toscana questa consonante si affievolisce, nell’area romana
diventa geminata, doppia.
- De-affricazione [ʃ] dell’affricata palatale sorda [ʧ] quando è
in posizione intervocalica: la cena la scena [la 'ʃe:na]; l’aceto
l’asceto [a'ʃe:to].
- Affricazione della sibilante dentale [s] che si realizza come
affricata sonora [ʣ] dopo [l, r, n] come ad esempio: senso
senzo ['sɛndzo], borsa borza ['bordza], falso falzo ['faldzo].
- Assimilazione totale progressiva della sequenza -ND- > -
nn- e -MB- > -mm- che rappresenta un fenomeno presente e
individuabile in tutta area meridionale; si tratta di un fenomeno
di assimilazione totale progressiva della seconda consonante
che viene assimilata alla prima: mondo monno, quando
quanno.
o Assimilazione: fenomeno per il quale due suoni che
stanno vicini (assimilazione per contatto) o che sono a
distanza l’uno dall’altro (assimilazione a distanza)
acquisiscono l’uno i tratti dell’altro completamente
(assimilazione totale) o parzialmente (assimilazione
parziale). Il suo che influenza può essere il primo
(assimilazione progressiva) oppure il secondo
(assimilazione regressiva). Alcuni dialettologi sostengono
che tale situazione sia influenzata da questioni storiche,
legate a popoli che precedentemente hanno vissuto
nell’area Abbruzzo/Molise/Campania, come le popolazioni
sannitiche.
- Infinito tronco, per cui la desinenza dell’infinito cade, come
notiamo ad esempio in mangià mangiare, dormì dormire,
vedè vedere.
- Mantenimento delle terminazioni originarie della prima
persona plurale dell'indicativo del verbo (cantamo
cantiamo, vedemo vediamo, leggemo leggiamo, dormimo
dormiamo); questo è un tratto di conservazione della
situazione latina che nell'italiano regionale di Roma e provincia
va contro la forma Toscanizzata; la quale aveva sovraesteso la
terminazione del congiuntivo a quella dell’indicativo solo per la
prima persona plurale È il toscano che, in questo caso, ha un
comportamento anomalo. Considerata la provenienza delle
forme verbali dalle tre coniugazioni latine, ovvero cantamus,
vedemus, dormimus, nella varietà regionale di Roma e
provincia le vocali tematiche si sono conservate tali
cantamo, vedemo, dormimo.
Probabilmente queste si erano conservate nel volgare di
quell'area e il processo di toscanizzazione evidentemente non
ha influenzato quell'ambito specifico della lingua.
3) Italiano regionale campano (a base napoletana)
Anche qui vale lo stesso discorso che abbiamo fatto per Roma,
per cui nelle zone interne (zone dei sanniti) tanto dal punto di
vista linguistico quanto da quello culturale ci sono delle
popolazioni che non si riconoscono nell’area napoletana. Questo
avviene perché storicamente queste zone erano abitate da
popolazioni diverse: nella zona costiera c’erano i greci che a
partire dal VII secolo, circa, avevano colonizzato tutte le coste
dell’Italia Meridionale e, essendo loro navigatori, non avevano
alcun interesse a penetrare nell’entroterra; al contrario le aree
interne erano abitate da popolazioni che non avevano sbocco sul
mare, dedite all’agricoltura e alla pastorizia: i sanniti. Per cui
anche in Campania abbiamo un modello napoletano sviluppato
solo lungo l’area costiera e non nell’entroterra. Tratti importanti
dell’italiano regionale campano:
- Dittongamento metafonetico dialettale: influenza le vocali
medie toniche anche nell’italiano regionale, che risultano
medio-alte invece che mediobasse (come nello standard). Es.
['bwo:no] invece di ['bwɔ:no]; ['pje:de] invece di ['pjɛ:de]
o Il dittongamento metafonetico campano interessa le
stesse vocali del dittongamento spontaneo, diverse sono
le condizioni. Perché? Perché in questo caso il
dittongamento è dipendente dalla presenza in posizione
finale di parole di alcune vocali atone, ma che
condizionano per il loro timbro la vocale tonica È un
dittongamento condizionato e parziale (assimilazione
del tratto d’altezza), ci sono delle condizioni fonetiche
che attivano il dittongamento.
o Quali sono le condizioni?
La presenza, in posizione finale di parole, di vocali
alte [i] e la [u] che generano processi di
assimilazione, tutte le altre non provocano nessun
dittongamento.
La presenza di alcune vocali finali nella parola latina
hanno determinato processi di dittongamento della
vocale tonica latina e quindi in questo caso si
osserva il dittongamento di certe forme in presenza
di alcune vocali finali (i, u) e per tale motivo atone,
ma che modificano le altre vocali toniche, mentre
con le altre vocali (e, o, a) non davano
dittongamento in posizione finale si tratta di un
dittongamento condizionato, perché tale
fenomeno si realizza solo in certe condizioni.
o Però tutte le vocali finali, qualunque fosse il loro timbro si
sono neutralizzate, in altre parole le opposizioni
timbriche delle vocali finali si sono neutralizzate e tutte le
vocali finali sono state sostituite dallo schwa [ə], una
vocale indistinta. Cosa da a questo punto informazioni sul
genere? La presenza o la non presenza del dittongamento
metafonetico, la metafonia – fenomeno fonetico – viene
ad avere anche una funzione morfologica, di indicazione
di differenza di genere. Esistono due comportamenti che
il parlante campano può attuare, in base ad una serie di
fattori, quali il suo livello di educazione, il suo rapporto
con l’italiano standard:
Se si tratta di un parlante capace di distinguere i
suoni due codici (italiano e campano) allora
realizzerà le vocali come medio - alte
Il parlante legato alla sua variante dialettale le
pronuncerà come vocali medio - basse. Ci sono
dunque delle differenze rispetto a queste realtà.
È bene rendersi conto delle differenze che si possono
percepire andando da una regione all'altra, sentendo gli
italiani regionali, quindi si parla ancora italiano appunto.
- Perdita delle opposizioni vocaliche in posizione finale di
parola in area campana e loro realizzazione come vocale
indistinta [ǝ]: è un fenomeno molto percepibile, che implica
la non realizzazione da parte del parlante delle vocali finali di
parola; anzi, per la precisione comporta che il parlante
pronunci come finali di parola la voca schwa [ə], che comporta
una mancata esplicitazione del genere e del numero. Es.
['bwo:nǝ], ['pje:dǝ], ['ka:pǝ]
- Assimilazione totale o progressiva di -ND- > -nn- e -MB- >
-mm-: quanno per quando, monno per mondo (tratto
meridionale generalizzato).
- Sonorizzazione delle consonanti sorde post-nasali: ['kwa:ndǝ]
‘quanto’
- Complemento oggetto con preposizioni: il fenomeno è
diffuso in tutta l'area meridionale (chiamo a te, cerco a un
ragazzo, amo a Marco), si verifica soprattutto quando l'oggetto
diretto esprime un concetto animato e definito.
4) Italiano regionale siciliano (a base palermitana)
- Realizzazione medio-bassa di vocali medie realizzate nello
standard (di base fiorentina) come medio-alte. Es. ['nɛ:ve], ]
['mɔska] per ['ne:ve] e ['moska] ma anche condizi[ɔ]ne e
stazi[ɔ]ne, sono tutte realizzate con vocali medio basse a
differenza della pronuncia nell’italiano standard.
- Rafforzamento dell’affricata sonora [ʤ] e della bilabiale
sonora [b] in posizione intervocalica e delle occlusive
sonore [b, d, g] e della vibrante [r] a inizio di parola
dopo vocale. Es. grigio ['griʤʤo], abito ['abbito]; la
[bb]ambola, la [dd]occia, la [gg]onna, la [rr]ete; come succede
anche nel romanesco.
- Oggetto con preposizione (tratto meridionale
generalizzato). Es. chiamo a te, cerco a un ragazzo, amo a
Mario
- Uso del passato remoto al posto del passato prossimo:
usato per eventi non sono molti vicini nel tempo al momento
dell'enunciazione ma hanno anche una conseguenza nel
momento dell'enunciazione (stamattina non ti vidi).
La questione del passato remoto nell’area italo - romanza è
molto complessa: è bene partire dalla variazione toscana che
usa il passato prossimo per azioni passate ma vicine al
momento presente e il passato remoto per indicare azioni
complete e lontane nel passato.
Questa situazione però non è condivisa da tutta la penisola:
spostandoci verso nord il passato remoto sparisce, scompare,
non viene più usato; invece, in area meridionale, e più in
particolare in area siciliana il passato remoto viene sovraesteso
a spese del passato prossimo.
Se ci pensiamo, in latino non esistevano queste due forme
verbali. Di fatti in latino esisteva solo una forma, che è quella
che poi ha dato origine al nostro passato remoto ovvero il
perfetto.
Quindi, dal punto di vista formale non esiste una struttura
che tradotta dia come risultato il nostro passato prossimo. La
struttura che comprendeva il verbo avere seguito dal participio
del verbo si è creata nel tardo latino ed è stata poi ereditata
dalle lingue romanze Questa costruzione comprendeva il
verbo Habeo + participio passato (con riferimento a soggetti
diversi); il rapporto tra i due elementi si è poi irrigidito con il
tempo portando i due ad essere riferiti allo stesso soggetto. La
forma del perfetto (che diventa poi passato prossimo) è
continuativa, mentre la costruzione habeo + participio
passato è innovativa (creata ex novo).
In francese6, per esempio, la forma del perfetto e quindi la
forma del passato remoto viene conosciuta dai francofoni solo
in modo passivo: i francofoni conoscono il francese solo per
6
Lingua a noi molto utile, dal punto di vista sociolinguistico, perché è la lingua romanza
che ha avuto maggiori rapporti con l’area settentrionale d’Italia.
poter comprendere i romanzi Questo ci permette di capire
perché nell’area settentrionale il passato remoto non si usa.
Quindi, sotto il punto di vista dell’uso di queste due forme
verbali in Italia possiamo individuare tre zone:
o L’Italia Settentrionale dove la forma del passato remoto
non viene usata ed è conosciuta passivamente
o L’Italia Centrale e la Toscana che usano le due forme in
distribuzione complementare: una delle due forme viene
usata per indicare un passato lontano, l’altro per indicare
un passato che ha ancora qualche rapporto con il
presente
o L’Italia Meridionale e in particolare la Sicilia che ha
sovraesteso il passato remoto a discapito del passato
prossimo.
- Uso transitivo di verbi intransitivi nello standard. Es. uscire
la spazzatura, scendere il cane. Tra l’altro è interessante
vedere come queste costruzioni stiano sempre di più entrando
a far parte dello standard di altri italiani regionali.
5) Italiano regionale lombardo (a base milanese)
Abbiamo dei processi di indebolimento e riduzione delle
consonanti in posizione intervocalica al contrario di quelli che
sono i fenomeni in area meridionale.
- Realizzazione della vocale -e-, che in posizione tonica è
medio-alta [e] quando si trova in all’interno della
parola, ma medio-bassa [ɛ] quando è in posizione finale
di parola, tale caratteristica ci permette di riconoscere questa
varietà regionale dell'italiano (Es. ['be:ne], ['tʃe:lo], ['tele:fono],
['pje:di], ['vje:ni], ma [trɛ], [per'kɛ]). Quando la vocale precede
la liquida, vibrante e sibilante [l, r, s] seguite da consonante
oppure consonanti geminate si realizza generalmente come
medio-bassa (Es. ['ɛlmo], ['bɛlva], ['pɛska], ['skɛrtso], ['kapɛlli],
['kwɛllo], ['frɛddo]). Fenomeni di oscillazione simili si hanno
anche per la vocale media -o-, la cui pronuncia si discosta
spesso da quella dello standard (Es. ['bosko], ['kosto] vs
['dɔttʃa], ['pɔsto]).
- Indebolimento delle consonanti geminate,
particolarmente percepibile nelle consonanti
inerentemente lunghe (le palatali [ʃ, λ, ɲ] e l’affricata
alveolare [ts]), cioè raddoppiate, che in area settentrionale
sono poco presenti: le parole geminate o inerentemente
geminate vengono trasformate in parole scempie (da doppie a
senza doppia) tratto molto presente nell’area francofona.
Tale fenomeno è percepibile nelle consonanti lunghe (bisogno,
voglio, azione) prodotte meno forti, più deboli, come fossero
scempie.
- Realizzazione sonora della Fricativa alveolare [z]
sempre sonore se in posizione intervocalica: fenomeno
dettato da un processo di indebolimento consonantico che
porta le consonanti ad assomigliare maggiormente alle vocali,
come succede in riso rizo, mese meze, casa caza.
Parliamo, in questo caso, di un fenomeno che interessa due
fonemi, la cui realizzazione dipende dalla consonante che
segue la quale realizza una sorta di assimilazione della
consonante precedente. Per cui io ho una sorta di arci-fonema
che si realizza come [s] davanti a consonante sorda e si
realizza come [z] davanti a consonante sonora. Quando,
invece, sono in posizione intervocalica a quel punto di parla di
una vera e propria opposizione il cui problema si basa sul fatto
che esistono pochissime coppie minime relative a questo
fenomeno, e per quelle poche che esistono ancora meno sono i
parlanti che mantengono tale differenza.
Ora bisogna considerare che la realizzazione di queste
coppie minime che si oppongono non è più attiva. Cosa
succede a questo punto? È successo che si sono generalizzate
alcune tendenze fonetiche nelle diverse aree della penisola
italiana:
o Nella parte settentrionale, a nord della Toscana, noi
abbiamo avuto tutto una serie di processi di
indebolimento delle consonanti quando queste stanno tra
due vocali in poche parole le consonanti vengono
influenzate dalle vocali, risultandone leggermente simili.
Per tale situazione nella parte settentrionale le
consonanti vengono avvertite come sempre sonore.
o D’altra parte, in area meridionale c’è la tendenza inversa:
ovvero la tendenza a sovrestendere la consonante sorda
anche nei casi in cui, nell’area settentrionale,
metterebbero la sonora.
o Esiste poi una piccolissima comunità di parlanti fiorentini
che continua a realizzare questo particolare tipo di
opposizione.
Per ragioni di prestigio linguistico, dettato
dall’importanza che il settentrione ha avuto nel tempo, la
tendenza è quella di utilizzare una varietà di italiano di base
settentrionale (che si avverte nella lingua usata nell’istruzione,
nella televisione), che quindi tende ad usare questo tipo di
forma preferendo casa invece che caza. Quindi, in casi come
questo, non ci sono solo modelli diatopici che portano a una
variazione linguistica ma è bene considerare anche quelli che
sono i modelli di riferimento.
Per concludere, possiamo dire che nelle nostre diverse
realizzazioni ci sono ovviamente delle ragioni legate alla nostra
provenienza geografica, e per tanto riconducibili a fattori di
variazione diatopica; in altri casi ci sono, invece, delle ragioni
di prestigio che possono portare il parlante a creare delle
realizzazioni diverse in base alle varie realizzazioni.
- Assenza del raddoppiamento fonosintattico: Es. [a
'ka:za], [fa 'ma:le], [fa 'kaldo]. Considerando la tendenza allo
scempiamento delle consonanti geminate è abbastanza ovvio
che non ci siano neanche le condizioni per raddoppiarle.
- Uso dell’articolo determinativo con i nomi di persona:
Es. il Gianni, la Marta. Per ragioni di prestigio, l’uso dell’articolo
determinativo femminile vicino a un nome femminile è esteso
anche in altre aree della penisola; situazione parecchio
differente all’associazione dell’articolo maschile con il nome
maschile che resta un fenomeno chiuso all’area settentrionale.
- Uso di certi lessemi o locuzioni che sono tipiche dell’aria:
Es. teppista, teppismo, metter su il caffè, metter giù la tavola,
settimana scorsa, settimana prossima.
VI. La variazione linguistica italo-romanza
La Romània7 è l'insieme di quei territori nei quali si parlano
ancora oggi lingue neolatine (derivazione) o romanze (aspetto
moderno della questione). Le lingue romanze in Europa si
dividono in tre tipologie:
- Lingue ufficiali
- Lingue co – ufficiali
- Lingue non ufficiali
Si definisce, quindi, area italo-romanza quell’area in cui si
parlano le varietà italo romanze, come la penisola italiana. Si
parla inoltre di:
- Area ibero - romanza dove vengono usate le varietà
linguistiche romanze parlate in Spagna e Portogallo
- Area gallo - romanza dove si parla la varietà doc e d’oil
7
Si tratta di un termine creato dai linguisti per indicare quell’insieme di terre
“romanizzare”, occupate di romani i quali diffusero il latino per questo motivo le lingue
parlate in questi luoghi si chiamano neo latine o romanze.
- Area daco - romanze, ovvero la varietà della moderna
Romania
Per quanto riguarda l’area italo - romanza, possiamo subito
parlare dello studio di un linguista molto importante, Gerard
Rohlfs, un dialettologo tedesco che ha dedicato la sua vita a
descrivere ed analizzare le varietà dialettali del meridione d’Italia,
prestando maggiore importanza a quelle della moderna Basilicata
e Calabria. Gerard Rohlfs venne per la prima volta in Italia, da
giovane studente, per compilare (per fare le inchieste) l’atlante
Italo - Svizzero, nello specifico per completare la parte
meridionale; durante queste inchieste si innamorò a tal punto
della zona meridionale che decise di farne il suo oggetto di studio.
Rohlfs scrisse, inoltre, un’opera importantissima: la
grammatica storica dell'italiano e dei suoi dialetti, un’opera
fondamentale per chi si occupa di italiano e di dialetti italiani, in
tre volumi, che descrive i processi (fonetici, morfologici, sintattici)
che hanno forgiato le diverse strutture dell’italiano e dei suoi
dialetti.
Nel suo studio "L'Italia dialettale dal Piemonte in Sicilia"
afferma che: "Fra le nazioni europee l'Italia gode il privilegio di
essere certamente il paese più frazionato nei suoi dialetti. Questo
fenomeno ha senza dubbio origini etniche e storiche ma non sarà
indipendente da certe qualità e proprietà del popolo italiano".
Rohlfs ammette in maniera molto esplicita che la situazione
linguistica dell'Italia è di grande frammentazione (per numero
di dialetti e per numero di varietà) e quindi di grande ricchezza;
oltre la quantità Rohlfs ammira nell’area italiana la differenza
qualitativa dal punto di vista linguistico, che vedremo essere
una caratteristica solo italiana.
Questo è un aspetto importante perché se si fa riferimento alla
carta in cui viene rappresentata la Romània si vede che passa un
grande confine tra varietà romanze occidentali e varietà romanze
orientali. È un confine immaginario che i linguisti hanno tracciato
che va all'incirca da La Spezia a Rimini; questa linea
immaginaria, l’isoglossa, è stata tracciata per rappresentare il
confine di determinati fenomeni linguistici; in altre parole si tratta
di una linea che separa due aree linguistiche in ciascuna delle
quali è presente lo stesso tratto linguistico (da una parte
dell’isoglossa c’è il tipo A, dall’altra parte c’è il tipo B).
Per esempio, si vedono alcune di queste isoglosse, se si
analizza:
- Isoglossa 1 traccia il limite meridionale del tipo Ortiga -
Ortica, si tratta di un’isofona e riguarda il fenomeno per cui
l’occlusiva velare sorda [k] nell'area settentrionale, a nord
dell’isoglossa 1, è realizzata come sonora.
- Isoglossa 2 segnala il limite meridionale del tipo Sal - Sale: in
questo caso si verifica la perdita delle vocali finali, tratto tipico
dell’area settentrionale. Attenzione, bisogna però ricordare che
i confini tra i fenomeni analizzati non coincidono sempre con i
confini geografici perché, essendo l’area adriatica
pianeggiante, era molto più a rischio insediamento.
- Isoglossa 3 indica il limite meridionale del tipo Cavei - Capei:
dove la consonante bilabiale sorda [p] in posizione
intervocalica diventa una fricativa labiodentale [v], si tratta di
un indebolimento consonantico, processo che nel
meridione non si verifica.
- Isoglossa 4 indica il limite meridionale del tipo Spala – Spalla:
come possiamo vedere in italiano ci troviamo di fronte una
consonante geminata, mentre a nord di questo fascio di
isoglosse la laterale non è più geminata. Si verifica così uno
scempiamento della laterale geminata.
Sono fenomeni che rientrano in processi molto più generali ed
ampi.
In questo caso, rappresenta anche un confine geografico
dettato dalla presenza dell'Appennino tosco-emiliano, che ha
rappresentato una frontiera giuridica, culturale e linguistica che
unisce due città. Questo particolare fascio di isoglosse è
importante sotto diversi punti di vista: da un lato ci permette di
individuare quali sono i mutamenti tra il nord e il sud della stessa,
ma dall’altro lato ci permette di dividere la Ròmania in due parti:
la Ròmania Orientale8 e la Ròmania Occidentale9. Quindi ci
rendiamo conto che, per esempio, le varietà gallo – romanze sono
tutte varietà di tipo occidentale, così come lo sono anche quelle
ibero – romanze; ma allo stesso tempo notiamo che le varietà
derivanti dalla penisola italiana sono in parte occidentali e in
parte orientali. Per questo suo carattere così diversificato, per chi
si occupa di varietà romanza, la penisola italiana è così
interessante.
8
Comprende Toscana, Meridione, Sicilia, Sardegna e l’area daco – romanza, ovvero la
parte orientale della Romania.
9
Comprende tutta l’area a Nord dell’isoglossa, l’area gallo – romanza e l’area ibero –
romanza.
Questo dà vita ad un panorama linguistico molto
variegato, un panorama che vede alcune varietà linguistiche
molto più vicine al rumeno e delle altre molto più vicine alla
varietà spagnola e francese. È per questo che la penisola italiana
è ricca di varietà non solo a livello quantitativo ma anche a livello
qualitativo, perché è l’unica area romanza che possiede
rappresentanti dei due tipi.
Tra tutte le varietà romanze l’italiano standard, derivato dal
toscano, è di tipo occidentale; differenziandosi per questo da
varietà spagnole o francese che sono di tipo orientale.
È bene chiedersi: quale è la differenza tra lingua e dialetto?
In realtà non c'è alcuna differenza dal punto di vista della
linguistica interna: secondo quest’ottica i due sistemi hanno
medesimo valore perché sono strutturati allo stesso modo; infatti,
hanno entrambe un proprio sistema fonologico e morfologico con
sintassi e lessico, sono internamente uguali/sono un sistema
pari. Sono strutturati e funzionanti tant'è che è possibile avviare
degli studi dettagliati interni esattamente come nell'italiano. La
distinzione ha senso solo e soltanto dal punto di vista esterno,
dalla linguistica esterna, della sociolinguistica. Perché il dialetto
si caratterizza per avere una diffusione sociale meno ampia,
capace di esprimere “domini” più ristretti dell’esperienza, che si
oppone come la varietà bassa rispetto alla lingua, che svolge la
funzione di varietà alta. Spesso e volentieri attraverso il dialetto si
può parlare solo di alcuni argomenti, per esempio questo non
verrà mai usato per i domini scientifici, ma al contrario potrebbe
essere usato per parlare di agricoltura o della tecnica ad essa
legata. Questa è la varietà bassa dell'informalità, usata in
famiglia, nei rapporti di amicizia e nel lavoro, non è usata ad
esempio per discorsi pubblici in poche parole, caratteristiche
del dialetto: diffusione sociale meno ampia - domini specifici più
ristretti dell’esperienza - che si oppone come varietà bassa
rispetto all'italiano.
Riprendendo la frase di Weinreich "Una lingua è un dialetto con
un esercito e una marina” ci rendiamo già più conto del fatto che
si tratta solo di una differenza politica, infatti, eserciti e marina li
hanno gli stati nazionali o organizzazioni politiche ben strutturate
e organizzate per cui la differenza tra statuti è solo questa.
Venendo ai dialetti, come si definiscono i confini tra dialetti?
I dialettologi hanno individuato la possibilità di tracciare sulle
carte geografiche delle linee immaginarie con le quali vengono
uniti i punti estremi di un'area caratterizzata da fenomeni
linguistici simili prende il nome di isoglossa (iperonimo) una
linea immaginaria con la quale si uniscono i punti estremi di
un’area geografica nella quale sia presente uno stesso fenomeno
linguistico. Possiamo distinguere (a seconda della natura del
fenomeno) Isomorfe10, Isofone11 o Isolessi/Isoseme12,
Isotona13.
Il primo fascio di isoglosse è quello La Spezia – Rimini,
questo fascio è importante perché spacca l'Italia, da un punto di
vista linguistico, in due parti: è chiaro che le ragioni di questa
spaccatura sono anche geografiche perché da qui passano gli
Appennini, e ancora oggi spostarsi dalla Toscana e arrivare in
Emilia-Romagna non è così semplice. L'altro fascio di isoglosse
molto importante è quello che parte da Roma ed arriva ad
Ancona circa: è questo un fascio di isoglosse molto più
frammentato rispetto a quello La Spezia – Rimini. In questa
particolare isoglossa notiamo che l’inizio e la fine sono
abbastanza frastagliate, al contrario di ciò che avviene nel centro
dove le isoglosse tendono a coincidere l’una con l’altra; ciò è
dovuto principalmente alla struttura geografica dell’area. Vicino le
coste ci troviamo di fronte a zone pianeggianti che sono molto
abitate, mentre nella zona centrale (quella degli appennini)
abitano poche persone, per cui è molto difficile trovare i dati per
svolgere gli studi. Questo secondo fascio di isoglosse realizza una
divisione rilevante solo per le varietà italo – romanze, e in
particolare separa le varietà italo – romanze di tipo mediano da
quelle meridionali. Va, inoltre, ricordato che si tratta di un
territorio che per secoli è stato lo Stato del Vaticano, attualmente
è ridotto ma, che prima toccava tutto il Lazio settentrionale e
tutta la fascia dell'Umbria e delle Marche settentrionali,
separando area della Chiesa e area meridionale. Non va inoltre
dimenticato che queste sono zone che hanno vissuto vicende che
hanno portato a repentini cambi politici. Possiamo quindi dedurre
che ci sono stati nel corso del tempo degli avvicendamenti che in
un modo o in un altro hanno portato a un cambiamento della
situazione.
VII. Ascoli e ipotesi del sostrato
1. Graziadio Isaia Ascoli e l’ipotesi del sostrato
10
Fenomeno che si sviluppa a livello morfologico.
11
Fenomeno che si sviluppa a livello fonetico.
12
Fenomeno che si sviluppa a livello lessicale/semantico.
13
Fenomeno che si sviluppa intorno all’accento.
Si illustra la figura e il pensiero di un importante studioso,
linguista e dialettologo italiano Graziadio Isaia Ascoli, grande
indoeuropeista che solo in una seconda parte della sua vita si è
dedicato a studiare i dialetti italiani e la situazione
linguistica italiana. Ha dato inoltre un contributo importante
anche per l'Unità italiana sulla questione della lingua e quindi
sull'opportunità di diffondere una varietà linguistica. Un altro
aspetto della sua riflessione, in merito alla sua posizione da
dialettologo ha generato l’ipotesi del sostrato e le successive
applicazioni di queste ipotesi.
Graziadio Isaia Ascoli, nasce a Gorizia nel 1829 e muore a
Milano nel 1907, è importante conoscere questi dati per capire il
pensiero e gli interessi dello stesso.
Nasce a Gorizia, che oggi si trova in Friuli e che è al confine
con la Slovenia, è questa una città di confine e che all’epoca non
faceva parte dell'Italia ma piuttosto dell'impero austro-
ungarico; era questa una città estremamente ricca dal punto di
vista linguistico e culturale. Questa situazione permise ad Ascoli
di conoscere contemporaneamente italiano, sloveno, friulano 14 e
tedesco.
Vive i primi anni della sua vita in questo ambiente così ricco di
spunti culturali e linguistici e impara sin da piccolo oltre alle
lingue vive anche quelle più antiche: latino e greco. Dedica la
prima parte di studioso alle lingue antiche entrando in contatto
con alcuni studiosi neogrammatici della Germania.
Nella seconda parte della sua vita scopre un interesse per le
lingue moderne, ovvero i dialetti italiani, che conosceva
personalmente. Si trasferisce a questo punto a Milano, diventa
professore e partecipa alla vita culturale e ai dibattiti che si
agitano in Italia, soprattutto quelli che riguardano l’unità
linguistica, argomento che stava animando la comunità
intellettuale del periodo. L’Italia, infatti in quel periodo, era
frazionata in tanti diversi e piccoli staterelli, per cui a questo
punto, una volta unificata, era necessario trovare una lingua per
questa entità politica. Si vede affiancata alla figura dello studioso,
l'immagine dell’ancora importantissima rivista di linguistica:
"Archivio glottologico italiano", così si intende come con
glottologico si sottolinei la tendenza a presentare lavori di
linguistica storica. La parola glottologia è proprio un termine
coniato da Ascoli e lui l'ha chiamata linguistica storica la
glottologia e infatti in altri paesi non si trova questa precisa
14
Che secondo Ascoli era una varietà di ladino.
traduzione. Non c'è corrispondenza, termini di confronto perché è
creazione di Ascoli. Il primo volume viene pubblicato per la prima
volta nel 1873.
È qui che Ascoli pubblica due contributi specifici:
- Il primo presente all’interno della prefazione della rivista, si
tratta di un testo introduttivo, in cui viene presentata questa
nuova impresa editoriale che prima non esisteva. Inoltre, Ascoli
tratta le sue idee relative alla questione della lingua.
- Saggi ladini che sono degli studi compiuti da Ascoli sul ladino,
ovvero una varietà linguistica parlata sia in Italia che in
Svizzera, tra i quali c'è il friulano. In questi saggi ladini dà
forma per la prima volta alla sua ipotesi relativa al sostrato
linguistico.
Attraverso l’ipotesi del sostrato Ascoli cerca di rispondere ad
un problema che riguarda in generale non solo chi si occupa di
linguistica italiana ma soprattutto i romanisti, ovvero di coloro i
quali si occupano della formazione e differenziazione delle lingue
romanze, cioè di quelle lingue derivate dal latino. Il problema
della romanistica sta nel fatto che le varietà dialettali italo-
romanze derivate dal latino sono esito di una continuazione
ininterrotta dal latino; ciò porta a una domanda spontanea:
Queste varietà romanze come si sono formate?
Ponendo maggiore curiosità nei molti differenti dialetti italo-
romanzi, e di come questi si siano formati attraverso l’evoluzione
della lingua latina. Queste lingue sono continuate attraverso la
nostra grazie a dei parlanti che hanno iniziato ad usare una lingua
che si allontanava progressivamente dal latino e si avvicinava
progressivamente alle nuove varietà romanze, differenziandosi
localmente.
Se si parte dal presupposto che in tutto l’Impero romano ci
fosse un latino, uno ed unitario, all'inizio di questa variazione
italo-romanza, c'è appunto una lingua unitaria. Come si
possono descrivere e spiegare le ragioni per le quali da una lingua
unitaria siano venute fuori tutte queste diverse forme linguistiche
e questi diversi dialetti? Una di queste ragioni dipende
sicuramente dallo sfaldamento e la conseguente caduta
dell’impero stesso nel 476 con la deposizione di Romolo
Augustolo. In quest’ottica i territori precedentemente nelle mani
dell’impero vengono amministrati da poteri locali o dai nuovi
potenti, come ad esempio i longobardi che dapprima occupano il
Nord Italia per poi espandersi anche a Sud. Possiamo quindi dire
che la caduta dell’impero determina una perdita del potere
centralistico di Roma e la nascita di una serie di regni o strutture
politiche indipendenti che, spesso, dipendono da popolazioni che
non erano latinofone, come gli stessi longobardi (germanofoni) è
ovviamente, nel momento in cui queste nuove popolazioni si
insediano nei nuovi territori impongono la loro lingua, la quale
entra in contatto con quella precedente, il latino nel nostro casa
(ma attenzione, non parliamo più del latino che c’era nell’impero).
Ora, lo sfaldamento delle strutture politiche, economiche e
culturali dell’impero si concretizza come una delle ragioni per la
costituzione di tutte queste differenze linguistiche. Ma, se il latino
era una lingua così unitaria pensare che la fine dell’impero abbia
determinato quest’estrema differenziazione linguistica è un po' un
eccesso; probabilmente ci sono state anche delle altre ragioni che
hanno portato la lingua a sgretolarsi. Per cui, forse, il latino non
era poi così unitario. La nostra idea di unitarietà latina deriva
dalle opere letterarie realizzate dagli autori latini, studiate e
analizzate nel tempo. Le testimonianze a noi arrivate ci
permettono di avere l’idea di questa lingua parecchio unitaria; ma
effettivamente, queste, quanto ci restituiscono il latino
dell’epoca? Ovviamente, le testimonianze letterarie che
possediamo sono opere di scrittori che le hanno realizzate con il
desiderio che si protraessero nel tempo e per tale motivo si tratta
di scritti realizzati con una forma eccelsa. Per cui, possiamo dire
che quello che noi possediamo è solo la punta dell’iceberg,
possediamo fonti che dimostrano solo il livello di lingua più alto,
più formale; ci mancano quindi delle testimonianze di quella che
era la lingua quotidiana, quella parlata dal popolo. Di
quest’ultima, in realtà, abbiamo delle testimonianze che sono
però molto ridotte è ricordiamo, per esempio, i graffiti di Pompei
che ricordano delle vere e proprie iscrizioni quotidiane dell’epoca.
Esistono anche delle opere che ci mostrano quello che era l’uso
del tardo latino: si tratta di scritti che possono essere considerati
come “istruzioni per l‘uso per gli studenti”. Quindi se vogliamo
capire come siamo arrivati dal latino antico all’italiano di oggi non
dobbiamo partire dal latino scritto dai grandi del passato quanto
piuttosto dalle testimonianze di opere popolari che ci
restituiscono l’idea di un latino che non era uno ed unico; ma che
era al contrario molto diversificato, anche dal punto di vista
territoriale e regionale. Partendo da queste ipotesi, il latino
presentava già (come tutte le lingue del resto) delle variazioni,
per cui bisogna ipotizzare che già a livello territoriale/regionale ci
trovassimo già di fronte a diverse variazioni del latino stesso. Ma
perché c’erano queste varietà? A cosa erano riconducibili queste
varietà di latino? Sono questi quesiti ai quali tutti i romanisti,
qualsiasi sia la loro area di studio, sono chiamati a dare risposta.
Ascoli ha tentato di dare delle risposte a queste domande,
attraverso la formulazione dell’ipotesi del sostrato è Quella del
sostrato è una definizione molto densa e stringata in cui sono
presenti due momenti: il momento oggi dei dialetti e il momento
storico che precede la romanizzazione, con le varietà prelatine
parlate in Italia prima della romanizzazione, a questo si associa
poi il processo di latinizzazione, cioè il processo di diffusione
culturale e linguistica. Ascoli, quindi, ipotizza che l’idea del latino
unitario è un’idea inaccettabile: il latino era una lingua
diversificata regionalmente già in epoca romana. Questa
diversificazione dipendeva, secondo Ascoli, dal fatto che i romani
avevano conquistato e sottomesso diversi popoli (anche nella
penisola italiana). Questi, una volta annessi ai territori, furono
costretti15 ad apprendere il latino inserendo, però, all’interno
dello stesso una serie di caratteristiche, di tratti – fonetici
soprattutto – appartenenti alle loro lingue d’origine. I diversi modi
in cui i diversi popoli appresero il latino comportarono che nel
momento in cui i parlanti si esprimessero avessero degli accenti
diversi nel latino, in altre parole questi presentavano dei tratti16
diversi nella realizzazione fonetica di alcuni suoni; quindi, le
differenziazioni dialettali odierne, secondo Ascoli, sono il risultato
di un’evoluzione diretta dei diversi tipi di latino. Per cui il sostrato
rappresenta le diverse lingue preesistenti al latino, su cui poi il
latino si sarebbe imposto. Ascoli parla quindi di una lunghissima
relazione – circa due millenni – fra alcuni tratti dei dialetti dei suoi
tempi e il sostrato di epoca precristiana, all’epoca della
romanizzazione17 . Per cui, gli effetti di sostrato sarebbero
dunque reazioni “etniche” già presenti nelle diverse varietà di
latino parlate nella penisola e continuate nelle singole varietà
italo - romanze (cioè nei dialetti). Pensare, però, che ci sia stata
una trasmissione di queste forme di reazione etnica è difficile da
dimostrare, rimane una ipotesi. Clemente Merlo era uno studente
di Ascoli, anche lui importante linguista. Una delle sue opere più
importanti è sicuramente "Il sostrato etnico e i dialetti italiani",
realizzata nel 1933, all’interno della quale riprende la stessa idea
del maestro. In particolare, però, si sofferma sulla questione del
sostrato e afferma che i dialetti italiani sono tanto svariati quanto
il nostro clima, quanto il cielo; e questo si spiega con la
molteplicità di genti, etnicamente diverse, venute a stanziarsi
nella penisola prima che i Latini, gli abitanti di Roma e del
contado di Roma, italici di stirpe e di lingua, la conquistassero
tutta quanta. La classificazione dei dialetti italiani, se non è un
problema esclusivamente etnico, perché bisogna tener presente
anche il momento, l'età della romanizzazione, è soprattutto un
problema etnico. Quindi Merlo, come il suo maestro, riconduce la
grande varietà linguistica del suo tempo a questa varietà etnica
presente nella penisola prima della conquista romana. Ma, qual
era la situazione dell'Italia prelatina? È possibile vedere la
distribuzione delle popolazioni in periodi arcaici, tra il 2000 a.C. e
il 1800 a.C., periodo nel quale individuiamo una serie di
popolazioni: vediamo un’importante area etrusca che occupava la
Toscana e la Pianura Padana; c’erano anche dei popoli Liguri,
Leponzi, Reti, Veneti, i greci, gli osci, gli umbri… Questo ci
permette di capire la varietà di genti e di lingue, indoeuropee e
non, che c’erano in Italia. In quel periodo c’era quindi una grande
ricchezza linguistica, che verrà poi ridotta con la romanizzazione,
seppur lasciando qualche traccia. Quando parliamo del sostrato ci
riferiamo, ovviamente, alla lingua del sub-stratum, ovvero alla
lingua posta sotto al latino, che con la romanizzazione divenne la
lingua dominante, usata a livello ufficiale. Per cui se in ambito
ufficiale troviamo il latino, che veniva affiancato per l’istruzione
dal greco, gli ambiti d’utilizzo delle lingue d’origine dei vari popoli
erano molto ristretti, spesso si parlava solo di ambito familiare è
questo è il motivo per il quale ci troviamo di fronte a pochissime
testimonianze. Gli effetti del sostrato è Ascoli afferma che per
determinare che un certo fenomeno è una reazione di sostrato – e
dunque etnica – bisogna tenere in considerazione queste tre
prove: 1. Prova Corografica è coron-coron che significa regione,
territorio; tale prova consiste nel fatto che bisogna verificare che
ci sia una coincidenza della diffusione geografica del fenomeno
nelle due lingue (lingua antica e lingua moderna), se affermo che
un certo fenomeno è di sostrato devo verificare che l'area in cui il
fenomeno è diffuso coincide con l'area nella quale questo popolo
era stanziato (es. per affermare che si tratti di un fenomeno
effetto del sostato celtico devo fornire la prova che permetta di
definire che la diffusione nei dialetti odierni del fenomeno
coincide con lo stesso territorio che anticamente era abitato dai
celtici). 2. Prova intrinseca è fa riferimento al fenomeno
linguistico e all’identità linguistica/strutturale del fenomeno nelle
due lingue ovvero dal punto di vista del contesto in cui ricorre,
deve essere uguale in antica e moderna. 3. Prova estrinseca è fa
riferimento a quale esterno? al fatto che è bene osservare se il
fenomeno di lingua è presente in lingue diverse rispetto al
dialetto odierno e verificare che abbiano lo stesso sostrato (es. si
sta descrivendo un fenomeno di un dialetto settentrionale che
imputo al sostrato celtico, se osservo che lo stesso fenomeno è
presente anche in altre lingue, ad esempio, nel caso della lingua
parlata nei paesi bassi, devo verificare se quello stesso fenomeno
possa essere imputato allo stesso sostrato, nel caso specifico può
essere imputato al sostrato celtico perché questa lingua è
germanica ma quell'area era presente il sostrato celtico e in
questo caso la prova estrinseca è verificato). Queste prove
combinate insieme permettono di accertare che un determinato
fenomeno di una varietà linguistica è imputabile ad un certo tipo
di sostrato.
2. Il sostrato celtico
3. Il sostrato italico ed etrusco
VIII. Unità d’Italia, questione della lingua e storia linguistica
dell’Italia unita
1. Unità d’Italia e “questione” della lingua
2. Tullio De Mauro “Storia linguistica dell’Italia unita”
IX. Italiano popolare
X. Italiano neo-standard
1. Definizione e tratti sintattici
2. Sistema verbale
3. Sistema pronominale
XI. Varietà alloglotte e minoranze linguistiche
XII. Strumenti e metodi della dialettologia
XIII. Fenomeni rilevanti della diacronia latino-romanza
XIV. Dialetti toscani
XV. Dialetti sardi
XVI. Dialetti centro-meridionali
1. Dialetti centro-meridionali
2. Approfondimento: dialetti meridionali estremi
XVII. Dialetti settentrionali