Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
8 visualizzazioni6 pagine

SIMPOSIO

Il documento descrive un dialogo tra Apollodoro e i suoi amici riguardo a un simposio tenuto da Agatone, in cui i partecipanti discutono sull'amore. Ogni oratore presenta una propria visione dell'amore, con Fedro che lo celebra come il più antico degli dèi, Pausania che distingue tra amore volgare e celeste, e Socrate che, attraverso il racconto di Diotima, definisce l'amore come desiderio di possedere il bene e la bellezza, culminando nell'idea di immortalità attraverso la procreazione. La narrazione esplora vari aspetti e interpretazioni dell'amore, evidenziando la sua complessità e il suo ruolo fondamentale nella vita umana.

Caricato da

claraspada
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato ODT, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
8 visualizzazioni6 pagine

SIMPOSIO

Il documento descrive un dialogo tra Apollodoro e i suoi amici riguardo a un simposio tenuto da Agatone, in cui i partecipanti discutono sull'amore. Ogni oratore presenta una propria visione dell'amore, con Fedro che lo celebra come il più antico degli dèi, Pausania che distingue tra amore volgare e celeste, e Socrate che, attraverso il racconto di Diotima, definisce l'amore come desiderio di possedere il bene e la bellezza, culminando nell'idea di immortalità attraverso la procreazione. La narrazione esplora vari aspetti e interpretazioni dell'amore, evidenziando la sua complessità e il suo ruolo fondamentale nella vita umana.

Caricato da

claraspada
Copyright
© All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato ODT, PDF, TXT o leggi online su Scribd

Schema del dialogo

1a cornice (Apollodoro agli amici):

Apollodoro, sollecitato da alcuni amici a riferire quello che sa sul celebre simposio
svoltosi tempo prima1 in casa del poeta tragico Agatone, si dice disposto a farlo.

2a cornice (Apollodoro a Glaucone)

Egli ha da poco fatto un analogo racconto all'amico Glaucone, che, non bene
informato, era convinto che Apollodoro stesso fosse stato presente al convito: ma
questo, osserva Apollodoro, non è possibile per ragioni cronologiche, dal momento
che sono ormai molti anni che Agatone non è più in città e sono soltanto tre anni
che egli frequenta assiduamente Socrate: infatti il simposio si è svolto molti anni
prima, quando Apollodoro era ancora un ragazzo2, ed egli ne è venuto a
conoscenza da un certo Aristodemo, intimo amico di Socrate, egli sì presente in
quella circostanza. Saranno dunque le parole di Aristodemo quelle che egli ora
riferirà.

3a cornice (il racconto di Aristodemo):

Mentre sta passeggiando, una sera, Aristodemo s'imbatte in Socrate tutto lavato e
ben calzato, contrariamente alle sue abitudini: egli infatti si sta recando a casa del
bell'Agatone, che ha dato un banchetto per festeggiare la sua vittoria nel concorso
tragico. Benché Aristodemo non sia stato invitato, Socrate lo invita a seguirlo. Ma
quando Aristodemo arriva a destinazione, si accorge che Socrate non è con lui: si è
bloccato in mezzo alla strada, assorto in una meditazione filosofica; Aristodemo
impedisce che venga disturbato. A metà della cena, finalmente, egli entra, ed
Agatone, ospite di squisita signorilità, lo invita a sedersi accanto a lui.

Terminato il banchetto, ha inizio il simposio, ossia il momento del convito destinato


al bere: i convitati, su suggerimento del medico Erissìmaco, decidono di non
ubriacarsi, in modo da poter sostenere una conversazione su un tema di un certo
interesse. Fedro, per bocca di Erissimaco, propone il tema dell'amore. Si stabilisce
che ciascuno degli invitati, a turno, esprima le sue opinioni in proposito, iniziando
da Fedro che ha proposto l'argomento.

Discorso di Fedro:

Amore è il più antico degli dèi, e non ci sono beni maggiori di quelli che da Lui
derivano. La vergogna per le cose turpi ed il desiderio di quelle oneste derivano dal
legame fra amante e amato: ne sono esempi Alcesti, Orfeo ed Achille. Fedro
conclude affermando che l'amante, essendo pieno del dio, è più divino dell'amato.

Discorso di Pausania:

Occorre distinguere: due sono gli amori, come duplice è Venere. Bisogna perciò
intendersi sul significato della parola amore: esiste un amore "pandemio", cioè
volgare, che induce ad amare i corpi piuttosto che le anime, e quindi porta a
rapporti indifferentemente eterosessuali ed omosessuali; ed esiste un amore
"uranio", ovvero celeste, che, privilegiando le anime, orienta l'amante maschio
esclusivamente verso altri maschi, di cui, rispetto alle donne, egli ammira la
maggiore intelligenza e la superiore forza di carattere [sic!]. Non bisogna
confondere questo tipo di amore con la volgare pederastia: il pederasta, infatti, si
invaghisce dei corpi dei bei ragazzi, che presto sfioriscono, e di conseguenza non è
mai fedele a nessuno, mentre il vero amante ama l'anima, e ad essa, in quanto
incorruttibile, conserva eterna fedeltà.
Mentre in altre zone della Grecia l'amore omosessuale è considerato del tutto
positivo, in Atene e nella Ionia si continua a confonderlo con la pederastia, e di
conseguenza non si ritiene onesto concedersi all'amante. E' un errore di
prospettiva: in realtà tale rapporto di per sé non è né positivo né negativo, ma
buono se volto al bene, cattivo se volto al male. Occorre perciò far coincidere
l'amore per i ragazzi con l'amore per la virtù.

Aristofane, còlto dal singhiozzo (probabilmente strategico), salta il turno.

Discorso di Erissimaco:

E' vero quel che dice Pausania sui due tipi di amore: egli però ha omesso di dire
che l'amore non riguarda solo gli esseri umani, ma anche tutti gli altri esseri viventi.
La scienza chiamata medicina, di cui Erissimaco è rappresentante, insegna che
esiste un amore sano, volto al bene, ed un amore malato, volto al male: ogni qual
volta un essere cade in quest'ultimo tipo di amore, si ammala; il bravo medico sa
che il suo compito consiste appunto nel contrastare questa tendenza perversa
innata in tutti gli esseri viventi, favorendo l'amore positivo. D'altronde non è diverso
il ruolo della musica, dell'astronomia, della divinazione, discipline tutte che tendono
a ristabilire la giusta inclinazione verso l'amore sano.

Discorso di Aristofane:

Il comico esordisce ironizzando sul discorso di Erissimaco: il singhiozzo è cessato


non appena ha starnutito, il che significa che i sistemi con cui si ristabiliscono le
giuste inclinazioni del corpo umano sono per lo meno curiosi. Comunque egli ha
intenzione di spiegare la potenza dell'amore rivelandone le più remote radici, e per
far ciò gli sarà necessario descrivere la natura umana quale era alle origini.

Il mito dell'andrògino:
Un tempo gli uomini erano "a tutto tondo", con due volti, quattro braccia, quattro
gambe e così via, per cui erano velocissimi nel muoversi, molto potenti e
tremendamente superbi. I loro sessi non erano due, ma tre: maschile (risultante
dalla fusione di due maschi), femminile (risultante dall'unione di due femmine),
andrògino (risultante dalla fusione di un maschio ed una femmina). Infastidito dalla
loro presunzione, Zeus decise un giorno di dividerli a metà, tagliandoli in due come
uova sode, ed affidò ad Apollo il compito di ricucirli. Ma ecco che le due metà non
riuscivano a rimanere separate: non facevano che cercarsi e, ritrovatesi, si
avvinghiavano disperatamente e si lasciavano morire di fame. Allora Zeus,
impietosito, girò loro i genitali sul davanti, e, permettendo in questo modo
l'accoppiamento e la procreazione, alleviò il loro tormento.
E' da allora che esiste l'amore, il quale non è altro che il desiderio irrefrenabile che
ciascuna metà prova di riunirsi all'altra metà. E se in origine faceva parte di un
essere interamente maschile, oppure interamente femminile, sarà omosessuale; se
invece faceva parte di un essere andrògino, sarà eterosessuale.
Aristofane conclude con un'esortazione alla moderazione, onde evitare che Zeus ci
tagli di nuovo in due, riducendoci come mezzi dadi o figure da bassorilievo.
Piccolo battibecco semiserio tra Agatone e Socrate.

Discorso di Agatone:

C'è un errore di fondo in tutti i discorsi precedenti: nessuno dei parlanti ha definito
l'oggetto del discorso. Agatone intende appunto farlo. Amore è il più bello, buono,
giovane tra gli dèi; è eterno, temperante, valoroso e sapiente. Senza Amore non ci
sarebbe procreazione, né poesia, né arte, né virtù. Inoltre Amore ha la prerogativa
di infondere anche negli altri queste sue meravigliose qualità.

Discorso di Socrate:

Prima parte (confutazione dei discorsi precedenti):

Il filosofo confessa tutto il suo imbarazzo: non solo gli è difficile prendere la parola
per ultimo, dopo tanti bei discorsi, ma oltre tutto egli credeva che il compito di ogni
singolo parlante fosse quello di dire la verità sull'amore, e non quello di fare
esercizio di stile, attribuendogli anche qualità spudoratamente false. Se perciò lo
scopo di questi discorsi è solo stupire, egli non intende partecipare alla
discussione: ma se i presenti si accontentano di un discorso alla buona, teso però
a ricercare la verità, allora è disposto a parlare.
Poiché i commensali si dicono disposti ad ascoltarlo a queste condizioni, Socrate
esordisce con qualche precisazione concettuale, rivolgendo una serie di domande
ad Agatone.
Prima di tutto, l'amore ha un oggetto, ed in base a questo si definisce: è
infatti desiderio di qualcosa, e, siccome si desidera solo ciò che non si possiede,
evidentemente non possiede questo qualcosa. Stando alle parole di Agatone (per
certi versi condivisibili), si direbbe che l'oggetto del desiderio amoroso sia il bello,
che poi è anche il buono: ora, come può Amore essere bello e buono, se non
possiede il bello ed il buono? Perché, se li possedesse, non li desidererebbe.
Agatone, confuso, riconosce l'esattezza dell'obiezione.
Seconda parte (il discorso di Diotima):

Socrate ripeterà ora ai presenti il discorso sull'amore udito molto tempo prima da
una donna di Mantinea: Diotima.
Non necessariamente ciò che non è bello e buono è brutto e cattivo: l'amore si
trova appunto in questa situazione intermedia. Esso non può certo essere un dio,
dal momento che non è né bello né buono; e tuttavia non è neppure un mortale:
anche in questo caso è qualcosa di intermedio. Egli è infatti un demone grande, un
intermediario fra gli uomini e gli dèi.

Il mito della nascita di Amore:


Amore è figlio della mortale Penìa (= Povertà), che un giorno, recatasi come
mendicante ad un banchetto degli dèi, approfittando dell'ubriachezza del dio Pòros
(= Espediente), riuscì a rimanerne incinta. Così, per parte di madre, Amore è
povero, squallido, miserabile, ed ecco perché desidera continuamente ciò che non
ha; ma per parte di padre è audace, coraggioso, astuto, stregone e ciarlatano,
disposto a tutto pur di ottenere ciò che desidera. Non è né mortale né immortale,
ed infatti di continuo muore e rinasce. Non è né povero né ricco, poiché ciò che
acquista non gli basta mai e gli sfugge dalle mani. E, non essendo né dio né uomo,
non è né sapiente né ignorante, ma una via di mezzo: infatti chi è del tutto sapiente
non desidera la sapienza, appunto perché già la possiede; chi è completamente
ignorante, in compenso, non sa neppure di esserlo, e quindi non aspira alla
sapienza, ed appunto per questo l'ignoranza è terribile. Dunque aspirano alla
sapienza solo coloro che si trovano in una condizione intermedia fra la sapienza e
l'ignoranza, cioè i filosofi. Ma Amore è amore del bello, che è anche il bene, e la
sapienza anche: quindi Amore è filosofo.
Chi definisce l'amore bello e buono commette un errore piuttosto grossolano:
confonde l'amante con l'amato. E' l'amato ad essere bello, non l'amante: ma Amore
è nell'amante, non nell'amato. Non è vero, perciò, che l'amante è superiore
all'amato, come affermava Fedro, ma è vero esattamente il contrario.
Di solito si intende la parola amore in un'accezione restrittiva, come se riguardasse
solo l'amore per le belle persone; anche questo è un errore: in realtà tutti amano. Si
è detto, infatti, di che cosa è desiderio l'amore: del bello. Ma non si è detto che
cosa desidera l'amante rispetto al bello: egli desidera che diventi suo. E non si è
detto perché lo desidera: lo desidera per essere felice, il che significa che è bene
per lui. Ebbene, il desiderio di bene e di felicità è comune assolutamente a tutti gli
uomini: dunque tutti amano. Semplicemente, è diverso l'oggetto del loro amore,
ossia ciò in cui identificano il loro bene: alcuni, invece di orientarsi verso le
persone, si orientano vero l'arte, la politica, il guadagno; ma, qualsiasi cosa
ritengano bene, desiderano possederla per sempre.
In conclusione, la prima definizione dell'amore è questa: Amore è desiderio di
possedere il bene per sempre.
Tale definizione può tuttavia essere ulteriormente precisata. L'azione mediante la
quale si manifesta l'amore è la procreazione: chiunque ami, infatti, e qualsiasi cosa
ami, è pregno, e come tale desidera procreare, com'è evidente nel rapporto tra
uomo e donna. La procreazione è cosa immortale in un essere mortale, e come
tale è di natura divina: proprio per questo è impossibile procreare nel brutto, perché
ciò che è brutto e disarmonico ripugna alla natura divina. La bellezza è dunque
indispensabile per la procreazione.
Ne consegue una seconda definizione dell'amore: Amore è desiderio di
procreare nel bello. Ma poiché, come si è detto, la procreazione è una forma di
immortalità, ecco una terza e più precisa definizione: Amore è desiderio di
immortalità.
Se è vero che non esiste altro mezzo di immortalità, per un essere umano, che la
procreazione, occorre però precisare che generazione non è solo quella del corpo:
esiste infatti anche una generazione dell'anima. Vi sono persone che sono pregne
non fisicamente, bensì spiritualmente: il loro amore le porta a generare arte,
pensiero, politica. Ma per questo tipo di persona è necessaria una vera e
propria iniziazione ai misteri di Amore, senza la quale egli non sarà in grado di
chiarire a se stesso le proprie esigenze.

I gradi dell'eros platonico:


Infatti, come tutti, questa persona è incapace di procreare nel brutto, e perciò il suo
confuso anelito riproduttivo lo porta anzitutto ad attaccarsi ad un bel corpo; se poi il
bel corpo contiene una bella anima, egli se ne innamorerà, ed improvvisamente i
bei pensieri che stavano chiusi in lui scaturiranno con facilità dalla sua mente: ne
metterà a parte la persona amata e ne deriveranno figli più alti e più belli di quelli
umani, perché immortali.
In seguito, però, se l'amante subisce il giusto percorso evolutivo (ovvero se ha
accanto a sé qualcuno che lo inizi correttamente a queste cose), si renderà conto
che "la bellezza di un qualsiasi corpo è sorella di quella di ogni altro corpo":
comprenderà cioè che non ama il corpo in sé, ma la bellezza della sua forma, che
può ritrovare anche in altri corpi. Lo stesso discorso vale per le anime. Imparerà
poi a considerare la bellezza dell'anima più importante di quella del corpo, così da
non badare all'eventuale bruttezza fisica; e la frequentazione stessa di un'anima
bella lo porterà a produrre pensieri che gli consentiranno di scorgere la bellezza
nelle attività umane e nelle leggi. Di seguito, se egli continua a salire nel suo
percorso, smetterà di comportarsi come un servo, attaccato al singolo essere
amato e da esso dipendente: vedrà la bellezza delle scienze, e finalmente
scorgerà la scienza di tutte le bellezze, che è sapienza suprema.
Infine, chi è giunto al culmine dell'iniziazione amorosa vede all'improvviso la
Bellezza in sé, eterna, intatta ed intangibile: quella di cui partecipano tutte le
singole cose che chiamiamo belle. E' questo il momento della vita per cui vale la
pena di vivere: finalmente, a questo punto, a contatto con la vera Bellezza, l'uomo
può partorire non simulacri di virtù, ma virtù vera; e diventa davvero immortale.

L'ingresso di Alcibiade:

Mentre tutti lodano Socrate ed Aristofane tenta di riprendere la parola, si ode


all'improvviso un grande frastuono alla porta d'ingresso: irrompe nella sala
Alcibiade, bellissimo come sempre e completamente ubriaco, tanto da dover
essere sostenuto da una flautista e da alcuni compagni. Egli afferma di essere
venuto per incoronare Agatone, a patto che gli altri siano disposti ad ubriacarsi con
lui: tutti lo acclamano festosamente, invitandolo a prendere posto. La corona, che
gli è scesa sugli occhi, gli impedisce di vedere Socrate, accanto al quale si siede
senza accorgersene. Vistolo all'improvviso, lo rimprovera per essersi seduto
accanto al più bello della compagnia, Agatone. Socrate, in tono semiserio, prega
Agatone di difenderlo dalla gelosia di Alcibiade, che sta diventando per lui un vero
problema. Alcibiade incorona anche Socrate. Erissimaco interviene per informare
Alcibiade che il tema del simposio è l'amore: egli dovrà pronunciarne l'elogio, come
hanno fatto tutti. Alcibiade si schermisce, dicendo che se, in presenza di Socrate,
lodasse qualcun altro, il filosofo gli metterebbe le mani addosso. Allora Erissimaco
gli propone di pronunciare l'elogio di Socrate, cosa che Alcibiade accetta volentieri.

Discorso di Alcibiade:

Socrate è simile a quelle statuette di satiri o sileni che, brutte e sgraziate


all'esterno, contengono all'interno l'immagine di un dio. Il fascino ammaliatore della
sua parola è pari a quello della musica del mitico satiro Marsia: Alcibiade ammette
di esserne completamente soggiogato, tanto da doversi fare violenza per
sottrarvisi. Nessuno conosce il vero Socrate, né sa quanto sia grande il dio che
alberga in lui; ma Alcibiade lo ha sperimentato personalmente, e adesso, disinibito
dal vino bevuto, è disposto a raccontarlo a tutti.
Tutti sanno che Socrate è innamorato di lui, della sua straordinaria bellezza: ed
egli, confidando nei propri mezzi fisici e convinto di avere il filosofo in pugno, aveva
spesso cercato la sua intimità per impadronirsi degli splendidi segreti della sua
anima e diventare così più sapiente. Ma siccome Socrate, pur evidentemente
innamorato, non si decideva a farsi avanti, Alcibiade, con la consueta irruenza,
aveva deciso di rompere gli indugi e di trascorrere una notte con lui. Aveva creato a
bella posta l'occasione galeotta, tirando in lungo la conversazione fino a notte
fonda e poi invitando Socrate a dormire con lui; gli aveva apertamente dichiarato di
essere disponibile alle sue avances; infine lo aveva abbracciato. Ebbene, Socrate
aveva completamente ignorato le sue profferte amorose e si era messo a dormire
tranquillamente.
Questo schiaffo morale, per quanto bruciante, non aveva fatto che accrescere la
stima di Alcibiade per Socrate: stima nata comunque già sui campi di battaglia di
Potidea e di Delio, dove Socrate aveva dato prova di straordinario coraggio ed
altruismo e di eccezionale resistenza alla fame, al freddo e alle fatiche; inoltre non
era mai stato possibile vederlo ubriaco, per quanto vino potesse bere. In
conclusione, non c'è uomo che Alcibiade stimi più di Socrate, ora che ha imparato
a guardare al di là delle apparenze, dell'ironia del personaggio, dei paradossi del
suo modo di esprimersi: non gli resta che mettere in guardia Agatone perché eviti di
cadere a sua volta nella trappola di Socrate.
Finale:

Tutti acclamano Alcibiade, tranne Socrate che ironizza sugli scopi reconditi del suo
discorso, accusandolo di voler mettere male fra lui ed Agatone. Improvvisamente
sopraggiunge un'allegra brigata, che si unisce al simposio e ne sconvolge tutte le
regole. Si beve senza più ritegno, e quando Aristodemo, la mattina seguente, si
desta, trova svegli solo Socrate, Agatone ed Aristofane, impegnati in una
discussione molto seria, di cui Aristodemo ricorda solo un particolare: Socrate
costringeva gli altri ad ammettere che un vero poeta deve saper comporre sia
tragedie sia commedie. Infine s'erano addormentati anche Agatone ed Aristofane,
mentre Socrate, fresco come una rosa, se n'era andato con Aristodemo ed aveva
trascorso la giornata come al solito.

Potrebbero piacerti anche