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Ovidio

Ovidio, poeta dell'età augustea, è noto per la sua raffinatezza e il suo approccio ironico all'amore nelle sue opere, tra cui 'Amores', 'Heroides' e 'Ars Amatoria'. La sua vita fu segnata dall'esilio a causa della legge moralizzatrice di Augusto, che lo considerava immorale, e trascorse i suoi ultimi anni a Tomi, continuando a scrivere. Le sue opere, che spaziano dall'amore alla mitologia, riflettono una visione dell'amore come un gioco e un lusus, in contrasto con le norme sociali del suo tempo.

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Ovidio, poeta dell'età augustea, è noto per la sua raffinatezza e il suo approccio ironico all'amore nelle sue opere, tra cui 'Amores', 'Heroides' e 'Ars Amatoria'. La sua vita fu segnata dall'esilio a causa della legge moralizzatrice di Augusto, che lo considerava immorale, e trascorse i suoi ultimi anni a Tomi, continuando a scrivere. Le sue opere, che spaziano dall'amore alla mitologia, riflettono una visione dell'amore come un gioco e un lusus, in contrasto con le norme sociali del suo tempo.

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Ovidio

Il poeta appartiene alla seconda generazione di poeti dell’età augustea, portatori di


pace e serenità e in particolare lui rappresenta il lusso, la raffinatezza dell’età
augustea.
La vita e le opere
Le notizie più importanti riguardo la sua vita provengono da una sua elegia, Tristia
IV, 10. Nasce a Sulmona il 20 marzo del 43 a.C. in una ricca famiglia equestre.
Sollecitato dal padre si trasferì a Roma per ricevere una buona educazione. Suo
padre sognava per lui una carriera da oratore, ragion per cui seguì i corsi dei
massimi insegnanti di retorica dell’epoca, completando la sua formazione con il
soggiorno in Grecia. Egli però preferiva gli studi letterari, che lo condussero a
frequentare gli intellettuali del circolo di Messalla Corvino.
Ovidio divenne popolare a Roma grazie alla raffinatezza del suo aspetto e dei suoi
modi, alla spontaneità e all’eleganza dei suoi versi. Era amico di Orazio, Properzio e
Tibullo, conduceva una vita intellettualmente stimolante ma attiva anche dal punto di
vista sentimentale. Si presenta come marito fedele delle sue tre mogli, dichiarando di
aver amato solo la terza. Scrive riguardo la sua prima moglie, dalla quale divorzia
ben presto, che l’avesse sposata quando era solo un puer e che non fosse né degna
né utile. Riguardo la seconda moglie dice che anche se fosse senza colpe non
sarebbe stata sua moglie a lungo. Riguardo la terza moglie afferma che rimase con
lui anche in età avanzata, sopportando di essere sposata con un uomo esiliato e da
lei ebbe una figlia.
La sua vita sociale fu desolata nell’ultima parte mentre brillante e felice in gioventù.
Tra le sue opere ricordiamo gli Amores, pubblicato negli anni successivi al 20 a.C., in
cui si parlava di una donna mai identificata di nome Corinna; le Heroides (“Eroine”),
l’Ars amatoria (o Ars amandi, cioè Arte di amare), ossia tre libri riguardanti l’arte del
sedurre, pubblicati tra l’1 a.C. e l’1 d.C., è un’opera leggera, che fu la causa della
sua rovina.
Nel periodo in cui Ovidio era all’apice della sua fama, Augusto era impegnato in
un’azione di moralizzazione della vita familiare: convinto che il problema della
denatalità fosse causata dallo scarso desiderio dei Romani di impegnarsi nella vita
familiare, stabilì che tutti gli uomini tra i 25 e 60 anni e tutte le donne tra i 20 e i 50
anni avrebbero dovuto sposarsi mentre coloro che non lo facevano erano considerati
caelebs, quindi perdevano il diritto di ricevere eredità.
Nel 18 a.C. l’imperatore introdusse la lex Iulia de adulteriis, una legge secondo cui
l’adulterium fosse un crimine, che quindi puniva la violazione della fede coniugale.
Ovidio fu vittima di tale legge, si beffava di essa con i suoi versi ma le sue opere
erano troppo note per consentirlo. Quindi, diventa noto come autore immorale e
diseducativo, viene condannato, nell’8 d.C., alla relegatio (una forma di esilio che
non prevedeva la perdita della cittadinanza e del patrimonio) a Tomi, sul Mar Nero a
causa di, come dice lui, un carme e un errore (carmen et error).
Il carme a cui fa riferimento era probabilmente l’Ars amatoria (una serie di consigli su
come amare) che probabilmente non era in linea con la politica moralizzatrice di
Augusto, che prevedeva le pene per gli adulteri, ecc. mentre l’errore riguarda il fatto
che frequentasse il gruppo degli amici di Giulia, figlia di Augusto, condannata
all’esilio nelle isole Tremiti dallo stesso Augusto, perché non in linea con le leges
Iuliae o perché accusata di aver ordito una congiura contro il padre.
Ovidio trascorre il resto della sua vita a cercare di tornare in patria (con lettere, con
richieste di ritorno), non potendo sopportare una vita relegata dopo aver vissuto i
fasti di Roma ma Augusto non gli concesse il perdono e lo stesso fece Tiburio dopo
la morte di Augusto. Ovidio passò gli ultimi anni della sua vita a Tomi, dove compose
cinque libri di Tristia (“Tristezze”) e le Epistulae ex Ponto (“Lettere dal Ponto”),
perché l’unica cosa che lo teneva in vita era scrivere versi. Ovidio morì tra il 17 e il
18 d.C. a Tomi.
Le opere
● Le opere giovanili hanno una tematica amorosa-> le prime sono una raccolta
di elegie, intitolata Amores; le seconde sono una raccolta di epistole, che
alcune eroine indirizzano ai proprio amanti, che assume il titolo Heroides;
infine vi è l’Ars Amatoria, un manuale d’amore; le opere minori sono Remedia
Amoris, che sono una sorta di indicazione sui rimedi dell’amore e Medicamina
faciei femineae, sulla cosmesi.
● Le opere della maturità, in cui Ovidio cerca di allinearsi con la politica
augustea. I Fasti, un trattato poetico sul calendario romano, e le Metamorfosi,
considerato il capolavoro di Ovidio in cui il poeta presenta più di duecento miti
legati al fenomeno delle trasformazioni (perciò metamorfosi).
● Le opere dell’esilio, dove il poeta afferma che l’unica consolazione è la
poesia. Ricordiamo una raccolta “Tristia”, cinque libri di componimenti in
distici elegiaci, che ricordano, in parte, la struttura di una epistula, e “Le
epistulae ex Ponto”, in forma epistolare e comprende quattro libri.
Le opere giovanili
Amores
Gli Amores sono una raccolta di elegie (circa 50), inizialmente in cinque libri poi
ridotti a tre libri, scritti quando era poco più che ventenne, quindi dopo Gallo, Tibullo
e Properzio. Questo significa che il repertorio dell’elegia era ormai consolidato,
quindi Ovidio riprende tutti quei topoi visti con gli altri poeti: il servitium amoris,
l’amore tiranno, la porta chiusa, la donna che tradisce. Il repertorio è lo stesso ma il
modo in cui Ovidio tratta queste tematiche è diverso, perché concepisce l’amore in
chiave molto ironica, visto come un lusus, un gioco a cui l’autore guarda con
disincantato distacco, per cui non vi è quella sofferenza tipica di Properzio, Tibullo. Il
suo più che un servitium amoris è una militia amoris, una militia nei confronti di
Cupido (citato molto spesso), raffigurato come un ragazzino capriccioso. Si
considera un militare, un miles di Cupido, un ragazzino capriccioso che gli fa i
dispetti e lo distoglie dalla poesia impegnata, quella epica, facendogli scrivere poesie
d’amore. È diverso il tipo di amore cantato, parla principalmente di una donna,
Corinna, ma ci sono anche altre donne. È vero che anche negli altri elegiaci ci sono
altre donne ma ciò che distingue Ovidio è che lui si sofferma sull’aspetto fisico
dell’amore, sul corpo della donna, è un amore più carnale e sensuale (motivo per cui
non poteva legarsi alla politica di Augusto), in cui indugia spesso nella descrizione
del corpo della donna, è un amore più piacevole e meno sentimentale. Lui afferma
che gli ostacoli alla realizzazione di quest’amore, cioè i tradimenti, i capricci della
donna, le porte chiuse, rendono l’amore stesso più interessante, un gioco e quasi
una gara. Gli amori duraturi, quelli fedeli vengono considerati noiosi, affievoliscono la
fiamma dell’amore. Vi è dunque il ribaltamento del foedus, trovato con gli altri poeti.
Non c’è una vera storia d’amore ma un gioco galante in cui leggerezza e infedeltà
sono la norma.
Lo stile di Ovidio è elegante ma scorrevole allo stesso tempo, grazie a un sapiente
uso di figure retoriche (come anafore, chiasmi, antitesi). Altra caratteristica è la
presenza del mito e della doctrina.
L’amore e il piacere; testo a pag. 314
All’inizio di questa poesia il poeta sembra quasi scusare la sua condotta, dei suoi
errori, ovvero di provare interesse per troppe donne, ma il suo non è un vero e
proprio rimprovero a se stesso è più un’ironia. Tutta la poesia è un elenco delle
tipologie di donne che gli piacciono. Ci sono una serie di chiasmi, antitesi, con cui
finisce per affermare che gli piace tutto l’universo femminile sempre scherzando. È
una poesia studiata in cui nulla viene lasciato al caso, ad esempio la ripetizione di
sive, est, la presenza dell’allitterazione nei primi versi (mendodos, mores, movere,
meis). Nel quinto verso fa riferimento all’odi et amo. Solo nei versi 6-7-8 sembra
esserci una sofferenza d’amore. Vi è un soffermarsi sugli aspetti fisici del corpo. Vi è
il riferimento al mito, a Priapo, divinità della fertilità, rappresentato con le fattezze
accentuate che rappresenta la sessualità. Conclude dicendo che tutte le donne di
Roma gli piacciono.
Heroides
Sono 21 epistole in versi in distici elegiaci, con cui l’autore immagina che alcune
eroine del mito (Arianna, Didone, Adenea) inviano ai loro amanti lontani, da cui sono
state abbandonate. 15 furono scritte in età giovanile e sono indirizzate agli uomini
come lettere da Didone ad Enea, Briseide ad Achille, Arianna a Teseo, Penelope a
Ulisse. Ovidio ne inserisce altre sei e sono uno scambio epistolare tra l’uomo e la
donna (Paride ed Elena, Aconzio e Cidippe, Ero e Leandro) perché si rende conto
che le prime 15 lettere fossero troppo ripetitive quindi lo fa per rompere la monotonia
dell’opera. L’epistola in versi non è una novità della letteratura ma la novità è il fatto
che un’unica opera sia costituita da un’epistola in versi, costituendo un’opera a sé,
scritte in distici elegiaci. Le fonti da cui il poeta attinge sono le commedie e tragedie
greche, in particolare quelle di Euripide, da cui il poeta prende i monologhi delle
varie eroine presenti. Per quanto riguarda la lettera di Didone ad Enea attinge da
Virgilio. Mentre nelle tragedie le eroine vivevano una realtà fantastica del mito, con
Ovidio queste eroine del mito vengono calate in una realtà più contemporanea,
vivono la vita quotidiana, sono donne concrete che vivono una realtà più
contemporanea. I personaggi e i temi sono gli stessi nell’elegia (anche se nell’elegia
è l’uomo a parlare ma la realtà è quella dell’abbandono in cui le donne si lamentano
della separazione dal proprio amante, che cercano di colmare attraverso il lamento,
da una parte esprimendo i propri meriti e dall’altra ci si scaglia contro l’amante
lamentandosi delle mancanze). Sono lettere meno idilliache rispetto al mito ma più
calate nella realtà. Alcune di queste lettere sono piuttosto ripetitive perché i temi
sono gli stessi che ritornano in maniera ripetitiva. Nelle Heroides emerge, oltre al
tema dell’amore, anche il tema del mito greco. Molti dei componimenti sembrano
richiamare il genere retorico delle susoriae, ossia discorsi fittizi rivolti a personaggi
del mito o della storia per persuaderli o dissuaderli rispetto a scelte cruciali.
Didone scrive ad Enea(Pag. 324)
Lettera che Didone dedica ad Enea, dove lei si rammarica ed è come se facesse
trapelare il suo volere di aspettare un figlio. La tecnica di queste lettera rispecchia le
lettere susoriae, che in realtà erano degli esercizi scolastici romani, in cui il discepolo
doveva convincere personaggi della storia e del mito a fare qualcosa.
Ars amatoria
È vero che l’opera ebbe tanto successo ma fece anche molto scalpore nella sua
epoca. Questa rientra tra le opere giovanili e i primi due libri furono scritti tra l’1 a.C.
e l’1 d.C. e l’altro successivamente, non si conosce la data precisa. È un manuale
composto da tre libri di 2300 versi, che vuole insegnare a sedurre quindi l’atto della
seduzione. Quindi è un manuale per insegnare come sedurre, è un’opera
didascalica perché vuole insegnare qualcosa sul modello di Lucrezio e Virgilio ma la
novità è la tematica. C’era qualche precedente nella letteratura greca ed ellenistica
ma non esisteva un’opera concreta che insegnava come sedurre. I primi due libri
sono indirizzati agli uomini, perché spettava a loro sedurre.
Nel primo libro si cercava di suggerire agli uomini le occasioni per sedurre una
donna, è dedicato, dunque, alla conquista di un’amante: bisogna frequentare i luoghi
in cui si pensa di incontrare la donna, essere galanti, gentili, farsi amica la serva,
attendere il momento giusto, riempirla di regali, scriverle lettere, essere assidui e
insistenti ma scomparire al momento giusto.
Nel secondo libro vengono trattati i modi per conservare quest’amore, che non sarà
mai duraturo ma dura il tempo che si ha piacere a stare insieme, sono amori frivoli e
ciò è possibile evitando il litigio (caratteristica del matrimonio), fingendo un po’,
recitare un po’, evitare la noia, facendo regali alla donna, dedicandole versi.
A questo punto Ovidio si rende conto che manca qualcosa quindi nel terzo libro
rivolge gli stessi insegnamenti alle donne attraverso una serie di inserti mitologici,
introducendo eroine del mito: cura del proprio aspetto allo scopo di piacere all’uomo,
aspetto che però non deve mai essere eccessivo, dà consigli riguardo alla cura, alle
creme da utilizzare, all’acconciatura.
Quest’opera è la visione dell’amore come lusus, scherzo, gioco, infatti più volte
ritorna la metafora della caccia, amore visto come la caccia in cui l’uomo è il
cacciatore e la donna è la preda. La donna ha un ruolo subalterno, che però lei
stessa accetta ben volentieri. Per non incorrere nelle accuse di voler corrompere i
costumi, di dare un’immagine non in linea con la politica di Augusto, egli non si
rivolge alle matrone romane, ma alle donne di classi sociali inferiori (prostitute,
liberte, cortigiane), quindi, ciò che rimane è una leggerezza dei temi. Tuttavia egli
rispetta le caratteristiche del genere didascalico quindi inserisce degli exempla
(esempi tratti dal mito, tipico del genere didascalico). La differenza è che l’utilizzo del
metro è il distico elegiaco invece che l’esametro. L’ars amatoria è lo specchio della
Roma del tempo, caratterizzata dal lusso, dalla raffinatezza, spensieratezza e
caratterizzata dalla ricerca dell’amore in cui si è contenti di vivere.
Medicamina faciei femineae (Cosmetici del volto femminile)
Trattato sulla cosmesi, in cui vi è lo stereotipo secondo cui la donna deve curarsi,
deve essere attenta all’aspetto fisico. Ci sono cinque ricette di creme per il viso e vi è
il giusto mezzo tra l’eccesso di lusso e la rozzezza delle matrone antiche della Roma
arcaica. Bisogna avere cura di sé senza eccedere ma neanche senza raggiungere la
rozzezza della Roma arcaica. Lo stile è sempre aulico.
Rimedi d’amore-Remedia amoris
È un’opera in cui Ovidio ribalta gli argomenti dell’ars amatoria, come sopravvivere ad
un amore finito. Dice di non frequentare dei luoghi affollati ma di fare delle
passeggiate in campagna, di dedicarsi a distrazioni come la caccia ma soprattutto
concentrarsi sui difetti dell’altra persona, quindi Ovidio mette in evidenza lo
stratagemma dell’inganno, cioè bisogna ingannare se stessi per dimenticare
l’oggetto del precedente amore, contrariamente all’Ars amatoria dove bisognava
ingannare la donna per farsi amare.
Opere della maturità
Nella fase della sua maturità Ovidio cerca di allinearsi alla politica augustea
attraverso uno sfoggio di erudizione, attingendo al mito romano. Tra le opere ci sono
i Fasti (opera minore) e le Metamorfosi, considerata il suo capolavoro.
I Fasti
I fasti è un’opera sempre di poesia, che ha come scopo quello di esaltare le feste
romane. L’intento era quello di scrivere 12 libri, ma dopo la notizia dell’esilio ha
concluso solo sei libri, contando un totale di 5000 versi. Il nome "fasti" deriva
dall'abitudine dei pontefici massimi delle origini, di elencare nel calendario i
cosiddetti "dies fasti" e "dies nefasti", giorni in cui era lecito fare determinate cose
(come sacrifici alle divinità etc), e giorni in cui non si potevano fare determinate
attività in quanto considerati giorni luttuosi, poi era sempre il periodo caratterizzato
dalla magia e dalla superstizione. Il nome Fasti diventa proprio un sinonimo di
calendario. I Fasti di Ovidio sono una raccolta delle tipiche feste di Roma, un trattato
poetico sul calendario romano. Si tratta dell’unica opera di Ovidio di carattere civile,
destinata a celebrare aspetti della vita romana tradizionale attraverso il suo
calendario. Quest'opera risulta un po' monotona, in quanto c'è solo uno sfoggio di
erudizione, che l'autore cerca in un certo senso di superare attraverso uno stile più
vivace, con diversi spunti narrativi. Ancora una volta queste feste hanno poco di
sacro, poca sacralità ma c'è semplicemente a capacità di raccontare dei miti legati
alle feste e di creare immagini meravigliose. Ovidio raccoglie tradizioni erudite sulle
origini delle divinità, delle feste romane e il suo mito da cui esse di facevano
derivare. Grazie a lui conosciamo alcune tradizioni romane, come la festa dei
saturnali (il nostro Natale), le feste Terminalia in onore della divinità Terminus
(protettore dei confini, i Parilia, ossia riti celebrati per la divinità Pales, durante i quali
si celebrano le greggi.
Le Metamorfosi
Sono il capolavoro di Ovidio, un’opera in 15 libri, definito un poema epico-mitologico
e proprio perché è un poema che il metro è l’esametro e non più il distico elegiaco.
Alla notizia dell’esilio egli pare aver bruciato questi libri ma ci sono pervenuti perché
vi erano delle altre versioni, delle copie. È un poema fastoso, in cui sono presenti i
miti, soprattutto quelli eziologici e che riguardano i processi della trasformazione di
forma per cui un essere umano, al termine di alcune vicende (spesso per pietà)
viene trasformato dagli dei in un animale, in una pianta o in una costellazione
(Narciso che si trasforma in un fiore, Daphne in una pianta d’alloro). Un’opera che
riguardava interamente i miti non era una nullità. Con quest’opera il poeta riesce a
raccontare una sequenza di episodi complessi, concatenando in una struttura
continua, fino a che i miti più diversi e lontani si trovano fusi in un’unica cornice.
Ovidio attinge agli Aitia di Callimaco (un’opera in cui quest’ultimo ci presenta i miti
eziologici) ma anche agli altri poeti alessandrini. La novità di Ovidio è quella di
creare attraverso questi miti un racconto continuo, come se volesse creare una
storia dell’umanità attraverso il mito, dalle origini del mondo (miti cosmogonici, che
spiegano la nascita del cosmo, la lotta tra titani e gli dei) fino ad arrivare
all’esaltazione di Cesare, che viene quasi divinizzato, e di Augusto, quindi al periodo
a lui contemporaneo. (Il principio fu il Caos, una mole informe e disordinata e di lì lo
sviluppo dell’umanità: le prime generazioni, l’età dell’oro, dell’argento, del bronzo, il
declino dell’umanità, il diluvio voluto da Zeus per annientare gli uomini, d poi la
metamorfosi che coinvolge Deucalione e Pirra, gli unici sopravvissuti al diluvio e che
trasformano delle pietre in essere umani e da qui si susseguono innumerevoli
metamorfosi). Inserisce i miti con la tecnica dell’incastro o labirintica, quindi un mito
si inserisce all’interno di un altro (il mito di Eco si inserisce in quello di Narciso ad
esempio). Il tema principale è quello della trasformazione, della metamorfosi ma
anche dell'amore, quello più sofferto e infelice (nel caso di Apollo che è innamorato
di una mortale come Dafne). Sono miti ricchi di pathos. La novità di Ovidio consiste
nell’essere riuscito a calare il mito in una realtà più quotidiana: gli dei appaiono ad
avere gli stessi capricci e limiti degli umani. È come se tornassimo ai temi dell’elegia
ma in un’epoca lontana e mitica. Ciò che manca è l’esaltazione di Roma in maniera
epica ed etica, i miti non vogliono trasmettere l’aspetto morale ma sono delle
rappresentazioni in cui l’autore fa sfoggio della sua erudizione ma anche della sua
capacità di raccontare, come nei Fasti. Ciò che restano sono le capacità
raffigurative, motivo per cui le Metamorfosi di Ovidio sono state il modello di molte
arti figurative. Nella conclusione dell’opera il poeta vuole dare quasi una
giustificazione filosofica alla sua opera, riportando un discorso di Platone sulla
metempsicosi, in cui egli afferma che tutto si trasforma e tutto resta nella forma che
noi assumiamo successivamente. Per cui il poeta afferma che la parte migliore di sé
autore rimarrà nella sua poesia e grazie alla sua poesia egli vivrà per sempre. Infatti
l’ultima parola delle Metamorfosi è “vivam” (futuro semplice), “io vivrò”.
Nelle metamorfosi Ovidio dà la sua massima espressione del suo stile aulico, con
figure retoriche e non risulta essere mai pesante e difficile. Qui abbiamo una grande
capacità raffigurativa e narrativa.
Testi
Apollo e Daphne
È il primo mito di trasformazione d’amore delle Metamorfosi e spiega il motivo
dell’utilizzo della pianta d’alloro e come fosse dedicata ad Apollo e come venisse
utilizzata a Roma per celebrare i poeti. Era della tradizione greca, trasmesso
oralmente. Apollo dopo esser tornato dall’aver ucciso il serpente va da cupido
prendendolo in giro. Quest’ultimo si vendica scagliando la freccia ad Apollo per farlo
innamorare di una donna verso la quale scaglia una freccia per far sì che lo
rifiutasse. L’amore è più importante di tutto, è ciò che vuole far capire. Dafne per
sfuggire all'amore di Apollo chiede di farsi trasformare in pianta. Questo testo
testimonia le capacità visive di Ovidio, che hanno fatto sì che molti scultori
rappresentassero Apollo e Dafne. Apollo raggiunge Dafne mentre si trasforma e la
abbraccia. Si ornerà con questa pianta il capo dei guerrieri e dei poeti.
Eco e Narciso
I miti circolavano oralmente già nel mondo greco e il merito di Ovidio è stato quello di
metterli insieme, perché la caratteristica del poeta è utilizzare la tecnica ad incastro.
Questi due miti rientrano nella sezione delle metamorfosi dedicata alle punizione a
causa delle colpe commesse dai personaggi. Eco era una ninfa, fu punita da
Giunone perché con le sue chiacchiere distraeva Giunone e non le faceva accorgere
che nel frattempo Giove si intratteneva con le ninfe. La punì facendo in modo che la
ninfa fosse costretta a ripetere le ultime parole che dicevano gli altri (una sorta di
legge del contrappasso). Questo è il mito eziologico dell’eco. Il mito che si incastra a
quello di Eco è quello di Narciso. Eco si innamora di questo fanciullo bellissimo dal
nome Narciso, il quale era sprezzante nei confronti dell’amore, rifiutava tutti (ninfe e
giovinetti) e quindi rifiutata da Narciso, Eco muore per consunzione (si consuma),
restando di lei solo la voce, che ripete le parole dei mortali. Mentre succede tutto
questo arriva la punizione per Narciso colpevole di essere stato arido in amore,
quindi arriva ad una fonte, si specchia e si innamora dell’immagine riflessa. In realtà
lui non si accorge subito che si trattasse di lui e quindi incomincia a provare a
baciare quell’immagine e solo alla fine scopre di essere lui stesso e soffre allo stesso
modo in cui le altre persone hanno sofferto per lui. Si strugge dunque per amore e
anche in questo caso Narciso muore per consunzione e al suo posto nasce un
bellissimo fiore, il fiore del Narciso. Il termine Narciso deriva da Narkè, ossia il
torpore, una sorta di stato di dormiveglia e infatti si dice che il narciso abbia un
profumo così forte che quasi ti fa perdere i sensi. Ovidio è sicuro di sé nel creare un
dialogo surreale, Narciso si trova nel bosco e sente la presenza di qualcuno, ma Eco
risponde solo con I’ultima parola di Narciso, andando a creare un dialogo bizzarro.
Il mito di Pigmalione
Ci parla di questo scultore di Cipro che resosi conto che le donne fossero di facili
costumi ne costruisce una in marmo, dalle fattezze bellissime, dandole le
caratteristiche che lui voleva in una donna. Finisce per innamorarsi di questa statua
ma è un amore sofferto. Venere mossasi a poeta dà vita alla statua, che acquisisce
fattezze umane e Pigmalione corona il suo sogno d’amore.
Pigmalione= si intende qualsiasi persona che voglia forgiare un’altra (in genere una
donna) per renderla come lui vorrebbe.
L’esilio
Quando arriva la notizia dell'esilio nell'8d.C., è una sorta di fulmine a ciel sereno.
Scrive due raccolte di elegie: "Tristia" che sono 5 libri di elegie e "Epistulae ex
Ponto", elegie sotto forma di lettere come l'Heroides. Lo stesso autore afferma che la
sua poesia è cambiata, “chi vuole cercare ancora versi d'amore, non legga questa
poesia perché sono versi vestiti a lutto". La poesia è una poesia triste, in cui emerge
la sua sofferenza per l'esilio e, in alcune poesie, si scusa anche per uno stile non
adeguato (stile esule, non aulico): questo è solo un espediente retorico, in quanto
comunque c'è un grande sfoggio di cultura e labor limae. La differenza sostanziale è
che, mentre nei Tristia non è presente una persona a cui rivolge qualcosa per paura
di comprendessero i dedicatari, ma troviamo soprattutto i lamenti di Ovidio per il
luogo dove si trova, quindi la rozzezza degli abitanti e il clima poco mite, il tutto
paragonato alla Roma mondana in cui aveva vissuto fino a quel momento; nelle
Epistulae ex Ponto (in quattro libri), si rivolge agli amici di Augusto, anche suoi amici,
per cercare di farlo spostare in un altro posto, in cui cerca sempre di difendersi e di
difendere la sua poesia. Queste epistole hanno il fine persuasivo dell'Heroides, in cui
l'amante cerca di convincere l'amato a tornare, qui il fine è quello di tornare a Roma,
cercando di convincere Augusto a rievocare l'esilio. Ovidio trasforma i temi delle
opere scritte in precedenza e li rifunzionalizza alla luce della sua condizione da
esiliato: le tecniche persuasive utili nel corteggiamento di una fanciulla le utilizza per
persuadere il princeps.

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