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Programma Rekatholisierung

Il documento analizza il rapporto tra i Normanni e l'Islam nel Sud Italia, evidenziando un esempio di convivenza e integrazione culturale. I Normanni, attraverso la loro intraprendenza, conquistarono territori e guadagnarono il favore delle popolazioni locali, mentre la vita dei cristiani sotto il dominio arabo era complessa ma non caratterizzata da persecuzioni. La figura di Roberto il Guiscardo emerge come centrale nella politica normanna, instaurando relazioni strategiche con il papato e perseguendo l'espansione territoriale contro arabi e bizantini.
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Il documento analizza il rapporto tra i Normanni e l'Islam nel Sud Italia, evidenziando un esempio di convivenza e integrazione culturale. I Normanni, attraverso la loro intraprendenza, conquistarono territori e guadagnarono il favore delle popolazioni locali, mentre la vita dei cristiani sotto il dominio arabo era complessa ma non caratterizzata da persecuzioni. La figura di Roberto il Guiscardo emerge come centrale nella politica normanna, instaurando relazioni strategiche con il papato e perseguendo l'espansione territoriale contro arabi e bizantini.
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I NORMANNI NELL’ITALIA DEL SUD

E IL LORO RAPPORTO
CON GLI ARABI
DANILA GIAFFREDA *

Il rapporto tra i Normanni e l’Islam appare uno dei più grandi


esempi di convivenza con il ‘diverso’ e di integrazione tra usi, co-
stumi, quotidianità e arte, intesa come espressività e gusto per la
bellezza. Per poter comprendere gli aspetti entrati in gioco, come si
sono innescati certi rapporti, quando e come c’è stata la possibilità
di una convivenza e di punti di sintesi, può essere interessante ri-
percorrerne le tappe in ordine cronologico, osservando come cia-
scun sovrano normanno si sia comportato diversamente nei con-
fronti delle popolazioni di fede islamica.
L’intraprendenza permise al popolo normanno di farsi strada nel
marasma dei domini presenti nel Sud 1 e in particolare in Sicilia do-

* Relazione presentata agli Incontri di Studio del MAES del 27 maggio 2005.

Il contributo che qui presento riprende alcuni risultati di ricerche condotte


nell’ambito della mia tesi di laurea (Università di Bologna, corso di laurea in Storia,
a. a. 2003-04, rel. [Link] Maria Consiglia De Matteis).
1 L’Italia mediterranea - composta da Puglia, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Molise,
Campania e Sicilia - costituiva una regione di frontiera tra il mondo ex-carolingio,
l’Impero di Bisanzio (presente in Calabria e Puglia) e l’Islam che dominava la Sici-
lia già dal X secolo. Completavano il quadro politico i territori di alcune grandi si-
gnorie monastiche, come San Benedetto di Montecassino e San Vincenzo al Voltur-
no, Santa Sofia di Benevento, Santa Maria del Patirio; le quali godevano di comple-
ta autonomia, grazie ai privilegi concessi da imperatori e pontefici: cfr.
S. TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva, in Storia d’Italia UTET, a cura di G.
Galasso, Torino 1983, vol. III, p. 461.
34 i quaderni del [Link].s. - X / 2007
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ve ben quattro culture convivevano: la latina, la greca, l’islamica e


l’ebraica 2 . Essi conquistarono le simpatie delle genti locali e del pa-
pato che vedeva in loro un potenziale alleato, per la comune origine
culturale e religiosa, al fine di combattere i pagani (arabi), gli eretici
e gli ortodossi.
La vita per i cristiani in Sicilia sotto il dominio arabo non era faci-
le, vivevano principalmente come vassalli e schiavi, ai quali era
permesso di conservare il proprio credo religioso dietro pagamento
di tributi, anche se non ci furono vere manifestazioni di intolleranza
e il cristianesimo poté sopravvivere fino alla conquista normanna 3 .
Per dare un’idea di quella che era la situazione frammentaria e diffi-
cile che i normanni trovarono al loro arrivo, scrive Denis Mack
Smith: Denis Mack Smith: “Le istituzioni locali furono spesso con-
servate e, anche se molte chiese furono trasformate in moschee, in
generale i cristiani poterono vivere secondo le proprie leggi, con le
stesse garanzie personali e sulla proprietà di cui godevano i musul-
mani. (…) I cristiani - e gli ebrei, che erano allora in numero consi-
derevole - dovevano portare dei segni di riconoscimento sulle case e
sui vestiti; essi pagavano più imposte; potevano riparare le chiese e
le sinagoghe, ma non costruirne di nuove. Pur potendo praticare la
loro religione, non potevano suonare le campane delle chiese o por-
tare la croce in processione, né si poteva leggere la Bibbia entro il
raggio dell’ udito di un musulmano. Era loro vietato bere vino in
pubblico e dovevano alzarsi quando dei musulmani entravano nella
stanza e cedere loro il passo nella pubblica strada. Era vietato ai cri-

2 C. LO JACONO, Gli Arabi in Sicilia, in Testimonianze degli Arabi in Italia, atti della gior-
nata di studio (Roma, 10 dicembre 1987), Roma 1988, p. 17.
3 Italia euro-mediterranea nel Medioevo: testimonianze di scrittori arabi, antologia di saggi
a cura di M.G. Stasolla, Bologna 1983, p.45; a Michele Amari si deve il più ampio
studio sulla presenza araba in Sicilia: M. AMARI, Storia dei Musulmani di Sicilia, 3
voll., Catania 1930–1939. Fondamentale anche il volume Arabi in Italia, a cura di
F. Gabrielli e U. Scerrato, Milano 1979.
D. Giaffreda 35
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stiani portare armi, andare a cavallo o sellare i loro muli. Non era
loro consentito costruire case grandi come quelle dei musulmani. Le
donne cristiane non avevano accesso ai bagni quando vi si trovava-
no donne musulmane. Tutto questo era duro, ma non si può parlare
di una vera e propria persecuzione religiosa. (…) Chi visitava Pa-
lermo [nel X sec.] (…) era impressionato dal fatto di trovarvi una
popolazione composta di greci, longobardi, ebrei, slavi, berberi, per-
siani, tartari e negri” 4 .
Una volta insediatisi nel tessuto sociale dell’Italia meridionale, i
Normanni saranno un valido aiuto per tutelare la libertà di evange-
lizzazione, che è sempre stata la principale preoccupazione della
Chiesa, spesso fraintesa e interpretata come espressione di avidità e
non come traccia e segno di Cristo. Va, tuttavia, ricordato che il Pa-
pato inizialmente fu assolutamente ostile ai Normanni e ne ricercò
l’alleanza solo in un secondo momento, in funzione antimperiale 5 . I
più potenti fra tutte le genti normanne arrivate nel Meridione
d’Italia furono i fratelli d’Altavilla 6 , Roberto detto il Guiscardo, du-
ca di Apulia, e Ruggero I, conte di Sicilia, figli di un Tancredi signo-

4 D. MACK SMITH, Storia della Sicilia medievale e moderna, Bari 1970, pp. 12-14 (ed. orig.
A history of Sicily, II: Medieval Sicily: 800-1713, London 1968).
5 Inizialmente, il Papa preoccupato per la presenza in Italia di questi invasori turbo-
lenti e ambiziosi, tentò di combatterli e contrastarli, anche giocando la carta delle
alleanze con i bizantini, che nutrivano le stesse legittime paure del Papa. Le allean-
ze, però, fallirono, a causa dei rapporti difficili tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa
d’Occidente che porteranno allo scisma del 10545. Il pontefice finì per allearsi con i
Normanni; fu Niccolò II, succeduto a Leone IX, che nel 1059 a Melfi, riconobbe so-
lennemente il più prestigioso degli Altavilla, Roberto il Guiscardo “per grazia di
Dio e di San Pietro duca di Puglia e di Calabria e futuro duca di Sicilia” mentre lo
stesso giurava fedeltà alla Chiesa apostolica e al suo signore Niccolò II papa, con
relativi impegni di protezione e non invasione nei confronti del papato romano e
delle terre di San Pietro e del Principato di Benevento. La città di Benevento, a par-
te il Patrimonium Sancti Petri, rimase un’isola papale in territorio normanno.
6 E. CUOZZO, La nobiltà normanna nel Mezzogiorno all’epoca di Roberto il Guiscardo, «Ri-
vista Storica Italiana», XCVIII (1986), pp. 545-554.
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rotto originario del piccolo villaggio normanno di Hauteville. Rug-


gero I sposò Adelaide di Savona e il loro figlio Ruggero II fu incoro-
nato re di Sicilia nel 1130. Ruggero II alla morte del cugino Gugliel-
mo aggregò alla Sicilia anche il Ducato di Apulia e fondò il Regno di
Sicilia. Ruggero II fu padre di almeno otto figli, tra questi Guglielmo
I (che, con il figlio Guglielmo II, saranno il secondo e terzo sovrano
del regno normanno di Sicilia) e poi Ruggero, duca di Puglia, che
sarà il padre di Tancredi, conte di Lecce e poi quarto sovrano nor-
manno, e Costanza, che nel 1186 sposò Enrico VI Hohenstaufen, dan-
do origine alla dinastia sveva.

Roberto il Guiscardo e i rapporti con il papato.


Grazie al loro mercenariato, i Normanni riuscirono a costruire
una serie di signorie territoriali; nel 1073 avevano già conquistato
tutta la Puglia, dal Gargano a Santa Maria di Leuca, divenendo Du-
chi di Apulia 7 . È importante partire dal primo dei normanni, perché
tutta la politica interna ed estera, successiva ha come base
l’impostazione e il metodo del Guiscardo, il quale instaura a corte
delle abitudini ben precise, come strategia politica sua propria, in
relazione alla variegata realtà etnica con cui si trova ad avere a che
fare: per l’affidamento di qualunque forma di potere “[ils] non vo-
loient autre conte de autre gent ou lignage” 8 . Inoltre, a corte sarà assolu-
tamente necessaria la conoscenza della lingua francese 9 . Il Guiscar-
do mantenne, cioè, la sua identità originaria senza lasciarsi intaccare
dalle diversità.
In futuro, pur nella progressiva assimilazione delle culture pre-
senti, i sovrani si comporteranno come lui, fino al punto che Federi-

7 L. R. MENAGER, Pesanteur et étiologie de la colonisation normanne de l’Italie, in Roberto il


Guiscardo e il suo tempo, relazioni e comunicazioni nelle prime giornate normanno-
sveve (Bari, maggio 1973), Roma 1975, pp. 203–229.
8 TRAMONTANA, La monarchia, cit., p. 477.
9 G.M. CANTARELLA, La Sicilia e i Normanni, Bologna, 1996, p. 39.
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co II dimostrerà di essere talmente vicino alla cultura islamica che -


secondo i suoi detrattori - ne abbraccerà anche la religione, cosa che
tutti i sovrani normanni fino all’ultimo preserveranno. Nasceva
dunque un nuovo regno e si avviava un’esperienza unica di gover-
no che, per vari motivi, e non ultima la tolleranza nei confronti
dell’elemento islamico superstite, sarà definito da Jakob Burckhardt
“opera d’arte” 10 .
Il Guiscardo inaugurò un programma di avveduta politica eccle-
siastica, riconoscendo ai vescovi, in parte, l’autorità civile che ave-
vano, concedendo e confermando privilegi e facendo donazioni 11 : il
cosiddetto programma di Rekatholisierung, che aveva delle motiva-
zioni anche politiche ben precise.
Il 1073 fu un anno particolarmente significativo, perché salì al
soglio pontificio Ildebrando di Soana, che prenderà il nome di papa
Gregorio VII 12 e avrà una notevole importanza nell’evoluzione dei
rapporti tra papato e normanni. Entrambi, infatti, trovarono una
sorta di equilibrio nella distinzione dei poteri e dei confini di azione
delle relative competenze, anche passando attraverso contraddizioni
e cambiamenti di uomini sui relativi troni papale e reale 13 .
I normanni perseguivano evidentemente l’idea di allargare i
propri confini e di egemonizzare il panorama politico a costo di

10 J. BURCKHARDT, Die Kultur der Renaissance in Italien. Ein Versuch, Leipzig 1860, p. 4.
11 C.D. FONSECA, Particolarismo istituzionale e organizzazione ecclesiastica del Mezzogiorno
medioevale, Galatina, 1987, p. 107.
12 Gregorio VII è l’autore del Dictatus Papae, in alcuni punti del quale egli esprime la
sua concezione di divisione dei poteri spirituale e temporale.
13 A proposito di questo accordo, Salvatore Tramontana ha giustamente osservato:
“Al di là di qualsiasi giustificazione in termini di rispetto e sentimento religioso
portato avanti dai cronisti, il reciproco interesse spingeva ormai normanni e papa-
to, sia pure sulla base di spirito concorrenziale e di un fondo di diffidenza, a rap-
porti nuovi che incominciassero a mettere in discussione il quadro politico del
Mezzogiorno e i relativi legami anche internazionali” (TRAMONTANA, La monarchia,
cit., p. 488).
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scontrarsi con longobardi, germanici, bizantini ed evidentemente


arabi. In un trentennio, infatti, i musulmani persero l’isola faticosa-
mente conquistata e dominata per 240 anni 14 . Anche i bizantini per-
sero uno ad uno i propri centri di resistenza e si avviarono alla capi-
tolazione; il 16 aprile 1071, con la resa di Bari, tutto il Mezzogiorno
bizantino fu in mano ai normanni 15 . I rapporti tra il nuovo papa,
Gregorio VII e il Guiscardo furono difficili: il Papa scomunicò per
ben tre volte il Guiscardo, ma d’altra parte entrambi si rendevano
conto di aver bisogno di rafforzare i rispettivi legami per poter com-
battere contro i numerosi nemici interni ed esterni – gli arabi, i bi-
zantini e l’impero svevo - e perché la loro unione diventasse una
forza. Ovidio Capitani dirà, infatti, con riferimento ai normanni:
“tutti li vogliono come alleati, perché tutti li temono come avversa-
ri” 16 . Roberto aveva strappato terre “agli antichi signori a prezzo di
grandi sacrifici, aveva liberato la Puglia e la Calabria dalla tirannia
bizantina e la Sicilia dall’infamia saracena. Doveva al favore di Dio
onnipotente (…) di aver ricevuto ogni dominio” 17 .
Pur senza semplificare le logiche diplomatiche delle strategie po-
litiche attuate da Roberto il Guiscardo, sembra di comprendere, an-
che in modo sufficientemente esplicito, che accanto a degli astuti
giochi di potere potrebbero esserci delle profonde e ben chiare ra-
gioni fideistiche o culturali: come dice il Cantarella, “questi re nor-
manni erano davvero molto cristiani” 18 .

Ruggero I e la conquista della Sicilia.


Ruggero I, minore dei fratelli di Roberto, assunse da solo la mis-

14 Italia euro-mediterranea nel Medioevo, cit., p. 44.


15 TRAMONTANA, La monarchia, cit., p. 501; PETRUCCI, Rapporti, cit., p. 145.
16 O. CAPITANI, Storia dell’Italia medievale, Bari-Roma, 1999, p. 271.
17 TRAMONTANA, La monarchia, cit., p. 513.
18 G. M. CANTARELLA, La Sicilia e i Normanni, cit., p. 92.
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sione di conquistare la Sicilia, in un momento in cui la storia


dell’isola era segnata da una forte ricchezza economica ma anche da
una profonda crisi politica, da uno stato di parziale anarchia e da
forti spinte autonomistiche delle signorie locali nei confronti dei
musulmani dell’Africa settentrionale.
La conquista della Sicilia, da parte di Ruggero, apparve quasi
una “riconquista” a contemporanei e posteri 19 . Le ragioni che mos-
sero questo progetto di conquista sarebbero state duplici, la ‘politica
di liberazione’ da una parte e la ‘libertà religiosa’ dall’altra.
Nell’agosto del 1071 Ruggero, con il suo esercito, assediò Palermo e
la conquistò. “Trattò tutti i sottomessi con equità. E rendendo gloria
a Dio distrusse dalle fondamenta l’empio tempio. Al posto della
moschea edificò una chiesa alla Vergine Maria. Ed il tempio di Ma-
ometto e del demonio, trasformato in santuario di Dio, divenne una
porta del cielo per i giusti” 20 .
Ma il desiderio di affermazione del cristianesimo e di conquista
dell’isola non implicò l’assenza di tolleranza nei confronti dei mu-
sulmani: l’esercito di Ruggero infatti era formato per lo più da mu-
sulmani 21 , il sovrano favorì l’insegnamento dell’arabo, consentì ai
musulmani il libero esercizio del loro culto e mantenne

19 Riferisce, infatti, a questo proposito Goffredo Malaterra che Ruggero “cum apud
Regium cum fratre duce, tota Calabria debellata, moraretur, Siciliae incredulam audiens, et
brevissimo mari interposto et proximo intuens, ut sempre dominationis avidus erat, ambi-
tione adipiscendi eam captus est, duo sibi proficua reputans, animae scilicet et corporis, si
terram, idolis deditam, ad cultum divinum revocaret, et fructus vel redditus terrae, quos
gens Deo ingrata sibi usurpaverat, ipse, in Dei servitio dispensaturus, temporaliter possi-
deret”. E. PONTIERI, Prefazione a: GOFFREDO MALATERRA, De rebus gestis Rogerii Cala-
bria et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, RIS 5, 1, p. 29.
20 TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva, cit., p. 525.
21 La scelta aveva una duplice finalità: se da una parte lo scopo era quello di assimila-
re al Regno le popolazioni di fede islamica, da un’altra queste truppe tornavano u-
tili perché immuni da eventuali scomuniche papali (cfr. H. HOUBEN, Mezzogiorno
Normanno-Svevo, Napoli 1996, p. 198).
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l’amministrazione nelle mani dei funzionari arabi 22 . Questo non


contrastava con la cattolicità di Ruggero e con la sua collaborazione
all’edificazione e alla radicalizzazione della Chiesa anche in Sicilia;
pertanto i rapporti con i papi che si susseguirono durante la reggen-
za si basarono sulla stima e la collaborazione reciproca. Il suo unico
antagonista in quelle terre fu papa Urbano II, del quale egli si rende-
rà vassallo, pur eleggendo spesso vescovi a suo piacimento e senza
alcuna autorizzazione. Si rendeva, quindi, necessaria una sorta di
regolamentazione dei rispettivi rapporti. Questo bisogno fu sopperi-
to, nel luglio del 1098, da una bolla pontificia, detta della apostolica
legatio 23 : Ruggero I ricevette il titolo di legato apostolico, che lo rese
responsabile di potere e di controllo, in assenza del legato pontificio,
e di esecuzione sulle istituzioni e funzioni ecclesiastiche dell’isola,
compresa la facoltà di scegliere propri rappresentanti per i concili di
Sicilia e di Calabria. Compromesso, questo, molto delicato e ambi-
guo, che in futuro si risolverà in uno dei più drammatici conflitti tra
Stato e Chiesa 24 .
Ruggero morì nel 1101, quando era, ormai, uno dei personaggi
più ricchi e potenti dell’Occidente: grazie alla diplomatica concilia-
zione e convivenza con i sudditi musulmani si era reso artefice di
una grande impresa politico militare. Aveva conquistato le terre
musulmane radicando la fede cattolica in territorio islamico, si era
guadagnato la stima di cristiani e musulmani, aveva rafforzato la
sovranità e gettato le fondamenta del Regno.

Ruggero II e la monarchia normanna


Ruggero II fu l’artefice di una grande svolta politica, ovvero la
vera e propria trasformazione dei territori normanni di Sicilia in una

22 G. C. ANAWATI, Islam e Cristianesimo, Milano 1994, p. 21.


23 GOFFREDO MALATERRA, De Rebus gestis Rogerii, cit., pp. 106-108.
24 TRAMONTANA, La monarchia normanna e sveva, cit., p. 543.
D. Giaffreda 41
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monarchia 25 , la prima monarchia normanna in Italia, con delle im-


plicazioni notevoli 26 ; governò dal 1130 al 1154 su tutti i domini nor-
manni d’Italia e divenne re di Sicilia, Calabria e Puglia; nel 1137
conquistò definitivamente Napoli. Fu in grado di costituire una so-
vranità forte e stabile, grazie ad un’astuta azione politica che si sno-
dò tra poteri locali e poteri esterni alla monarchia, ma intrinseca-
mente legati ad essa, attraverso una felice sintesi di tradizione giuri-
dica araba, longobardo-meridionale e bizantina 27 .
Ruggero possedeva la bellezza, la forza, l’intelligenza e lo spirito
indipendente degli Altavilla ma, allevato come un principe eredita-
rio, aveva la maestà sovrana, l’orgoglio, la severità di un basileus bi-
zantino. Nel tempo riuscirà ad ottenere anche dei titoli che gli da-
ranno il diritto di comportarsi alla pari di un basileus 28 .

25 Giustamente Ovidio Capitani ha proposto di distinguere due periodi: “nella pro-


spettiva del costituirsi dello stato normanno”, quello anteriore alla costituzione
della monarchia e quello successivo, da Ruggero II a Guglielmo II (CAPITANI, Storia
dell’Italia medievale, cit., p. 378.)
26 E. CUOZZO, Chiesa e mondo feudale nei secoli X–XII, Milano 1995, p. 333–334: “La na-
scita del Regno di Sicilia nel 1130 rappresentò un fattore dirompente all’interno del
contesto politico del tempo. Si trattava di una nuova e originalissima struttura sta-
tuale, che realizzava l’unità politica del Mezzogiorno d’Italia, e che rompeva il tra-
dizionale ed ormai consolidato equilibrio delle forze politiche in Europa e nel Me-
diterraneo. Il Papato e i due imperi percepirono le dimensioni e l’importanza della
‘questione siciliana’, e cercarono per tempo di affrontarla e risolverla”.
27 E. CUOZZO, Quei maledetti normanni, Napoli 1989, p. 18.
28 P. LAMMA, Comneni e Staufer. Ricerche sui rapporti tra Bisanzio e l’Occidente nel sec.
XII, vol. I, Roma 1955, pp. 49–50. Nella notte di Natale del 1130, infatti, nella catte-
drale di Palermo, che precedentemente era stata una moschea, Ruggero ricevette,
per mano di un delegato di papa Anacleto II, la sacra unzione e, per mano del
principe di Capua, la corona regia. Con questo rito Ruggero II otteneva dal ponte-
fice la promotio regia e il potere su Sicilia e Mezzogiorno (E. CUOZZO, Chiesa e mondo
feudale nei secoli X – XII, Atti della dodicesima Settimana internazionale di studio,
Mendola 1992, pp. 333, 334). Marc Bloch ci spiega che l’unzione, prendendo spunto
dalla tradizione germanica e occidentale, mediata dal cristianesimo e derivante da
antichi riti ebraici, dona un particolare carisma (M. BLOCH, La società feudale, Torino
1987, p. 427): il diritto, in sostanza, di poter disporre dell’esercizio del potere, non
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Questo sovrano ebbe la genialità di comprendere che il problema


politico del suo tempo era quello di rafforzare a livello centrale il
potere statale, ed attuò tale intento concentrando il potere nelle sue
mani 29 . Scopo prioritario della politica normanna sotto Ruggero II
d’Altavilla, fu la politica estera intesa come espansione dei confini
territoriali, attraverso un fortissimo apparato militare 30 . Durante la
sua reggenza raggiunse la maggior parte degli obbiettivi fissati, pur
attirando su di sé una serie di odi e d’inimicizie.
I suoi rapporti nei confronti del Papa furono molto rigidi e ambi-
gui 31 . Spesso accadde che Ruggero, per arginare le rivolte, facesse
riferimento alle truppe saracene che, immuni dalle scomuniche pon-
tificie si scagliavano selvaggiamente contro i cristiani per massacrar-
li e per saccheggiare i monasteri 32 . Dimostrò altresì di essere tolle-
rante nei confronti di ogni identità religiosa (cristiani, greci e mu-
sulmani) presente alla sua corte, tanto che incontriamo una classe
dirigente greca, in cui competenze ed incarichi si trasmettevano
quasi per via ereditaria; mentre, l’amministrazione finanziaria era
essenzialmente in mani arabe, anche se si trattava di eunuchi palatii,
reclutati in parte tra gli affrancati 33 , che godevano di particolare fi-

più soltanto come vassallo, ma come “unto del Signore” (TRAMONTANA, La monar-
chia, cit., p. 573). Ruggero derivava ora il suo potere direttamente da Dio. (M. CA-
RAVALE, Il Regno normanno di Sicilia, Milano–Varese 1966, p. 45.
29 C. D. FONSECA, Ruggero II e la storiografia del potere, in Società, potere e popolo nell’età
di Ruggero II, atti del terzo Convegno di studi normanno–svevi, Bari 1979, p. 14.
30 CUOZZO, Quei maledetti normanni, cit., p. 18.
31 ALEXANDRI TELESINI ABBATIS, Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, a cura
di L. De Nava e D. Clementi, Roma 1991, p. 112: “Onorio II, non potette che assu-
mere una posizione di assoluta intransigenza, scagliando contro Ruggiero II
d’Altavilla la scomunica, e cercando una soluzione attraverso il ricorso alla forza
delle armi”. CUOZZO, Chiesa e mondo feudale, cit., p. 335: “La linea politica di Onorio
II fu seguita anche dai suoi successori”.
32 TRAMONTANA, La monarchia, cit., p. 575.
33 V. FALKENHAUSEN, I gruppi etnici nel regno di Ruggero II e la loro partecipazione al pote-
re, in Società, potere e popolo, cit., pp. 151–153.
D. Giaffreda 43
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ducia, come è possibile notare anche negli scritti di Ugo Falcando.


Questi comportamenti, la sua mancata partecipazione alla seconda
crociata e i dubbi relativi alla solidità delle sue convinzioni religiose,
hanno senz’altro contribuito a rendere difficile, quando non impos-
sibile, l’intesa tra Ruggero ed i dieci papi che si sono succeduti du-
rante il suo regno 34 .
Houben riporta un fatto esemplare riguardante re Ruggero che
fece giudicare dalla curia regia un suo servitore di fiducia, anzi il
suo preferito, perché “sotto la copertura del nome cristiano conti-
nuava a servire il diavolo; in pubblico si comportava come se fosse
un vero cristiano, mentre, in privato, pensava e si comportava da
musulmano. Detestava i cristiani mentre teneva in alto conto i pa-
gani (…)” 35 . L’uomo accusato di tali inadempienze, che nel testo o-
riginale vengono definite ‘delitti’, peraltro comprovate, chiese per-
dono, implorando la misericordia del re, promettendo, in futuro, di
essere un vero cristiano. Ma il re, addolorato, rispose in questo mo-
do: “Se avesse offeso la nostra maestà in qualsiasi altro modo, (…),
egli avrebbe certamente meritato e ottenuto la nostra grazia in virtù
del ricordo dei servigi prestati. Ma poiché con le sue azioni egli ha
in primo luogo offeso Dio, (…) io non potrei perdonare né a un mio
figlio, né a un mio parente una simile ingiuria verso la nostra fede e
una simile offesa alla religione cristiana. Di qui il mondo deve com-
prendere che io amo dal profondo del mio cuore la religione cristia-
na (…), si levino quindi le leggi (…) e colpiscano il nemico della fe-
de”. Dal testo emerge come Ruggero fosse pronto a mettere la gloria
di Dio prima della sua stessa gloria “o ad usare Dio per la sua stessa
gloria”, pur nella contraddittorietà del suo operato.

34 R. ELZE, Ruggero e i papi del suo tempo, in Società, potere e popolo, cit., p. 33.
35 H. HOUBEN, Ruggero II di Sicilia: un sovrano tra Oriente e Occidente, Bari-Roma 1999,
p. 143.
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Guglielmo I “il Malo”: crisi della monarchia.


Guglielmo I (1154-1166), alla morte di Ruggero II, ereditò il re-
gno 36 , in un periodo particolarmente fragile della monarchia, carat-
terizzato da una crisi dei rapporti con Roma, dall’accresciuta insof-
ferenza della feudalità e dal ritorno violento della pirateria saracena
sulle coste siciliane 37 .
Con Guglielmo emerge con evidenza l’ambiguità degli usi e co-
stumi normanni: allevato come un principe orientale, aveva un suo
harem e si era fatto costruire nella periferia di Palermo delle ville a-
rabe e, in particolare, un fastoso palazzo con giochi acquatici, stagni
e giardini meravigliosi dalla tipica atmosfera islamica di cui amava
circondarsi, che gli permetteva di isolare la sua corte dal resto del
paese. Preferiva l’esistenza segreta, indolente e voluttuosa che vi si
conduceva, all’esercizio del potere 38 .
Suo padre gli lasciò un regno ben organizzato e un corpo di alti
funzionari, di grande valore ed abili ministri, ai quali egli affidò to-
talmente le cure del suo governo. Ma il periodo era estremamente
tormentato: il re si conquistò l’appellativo di “Malo”, per la sua in-
confondibile tirannia nell’affrontare le questioni di corte e nell’uso
del suo potere 39 .

36 ROMUALDO, Chronicon, a cura di C. A. Garufi, RIS VII, p. 231.


37 TRAMONTANA, La monarchia, cit., p. 616.
38 UGO FALCANDO, Liber de Regno Sicilie, a cura di G. B. Siragusa, FISI 22, c. 25, p. 87.
39 Incoraggiati dalla carenza dell’autorità centrale, i feudatari dell’Italia del Sud rico-
minciarono a ribellarsi, trovando oltretutto un prezioso alleato nel papa Adriano
IV, il quale rifiutò di riconoscere a Guglielmo I il titolo regio. Iniziarono, propa-
gandosi ovunque, forti agitazioni. Guglielmo reagì con ritardo, ma poi con un po-
tente esercito soffocò nel sangue la ribellione; a Benevento il 18 giugno 1156, il so-
vrano normanno, dopo aver portato a fondo una brutale azione repressiva nei ri-
guardi dei baroni ribelli e di quanti avevano prestato omaggio alla Chiesa, Bizanti-
ni compresi, raggiunse un accordo col papa Adriano IV (V. D’ALESSANDRO, ‘Fideli-
tas normannorum’. Note sulla fondazione dello Stato normanno e sui rapporti col papato,
Palermo 1969, pp. 107-109) dal quale ottenne, col bacio della pace, e quale “figlio
beneamato della Chiesa e insigne per ricchezze ed imprese fra tutti i sovrani e uo-
D. Giaffreda 45
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La fine del re e della monarchia normanna erano, comunque,


nell’aria, come nelle malinconiche poesie di tanti poeti arabi fuggiti
dall’isola. In una situazione così difficile scoppiò anche un tumulto
anti-musulmano, sedato dal sovrano, ma questo equilibrio, frutto di
tolleranza e sensibilità politica, era estremamente delicato e non so-
pravvisse agli Altavilla 40 . Emblematico è il fatto che a piangere le
spoglie di Guglielmo I, dopo la morte avvenuta il 7 maggio 1166, vi
erano presenti soprattutto “le donne musulmane che, vestite di sac-
co, scompigliate le chiome, percorrevano in corteo, notte e giorno, le
vie della città” 41 .

Guglielmo II il Buono e gli accordi con l’Impero.


Guglielmo II (1166-1189) regnò in un periodo piuttosto burrasco-
so. Da una parte c’era l’aristocrazia nobiliare, allontanata dal potere
dai precedenti sovrani, che reclamava l’antico potere e dall’altra
c’erano i “familiari”, vale a dire gli alti funzionari dell’antico regno,
fiduciari del re, che cercavano di non perdere il ruolo acquisito.
Spesso si parla in Falcando degli eunuchi di corte 42 , non sempre vi-
sti come uomini di fiducia e comunque non degni di occuparsi

mini illustri del suo tempo”, l’investitura, anche per i successori del Regno di Sici-
lia. Romualdo Salernitano riferisce che il Barbarossa accolse con estremo fastidio il
concordato fra il Papa e il sovrano normanno, visto che tale accordo includeva dei
riconoscimenti che prima di questo momento erano riservati esclusivamente
all’imperatore (Romualdi Salernitani Chronicon, cit., p. 242). D’altra parte la prefe-
renza che la Chiesa di Roma aveva nei confronti dei normanni non era né un miste-
ro, né una novità. Le ragioni di questa posizione sono, ovvie: l’Impero non sempre
aveva dimostrato di conformarsi alla linea della diffusione e conversione evangeli-
ca della Chiesa e, quindi, al volere del Papa, eleggendo anche “all’occorrenza” de-
gli anti-Papa; al contrario, i normanni dimostrarono sempre di essere dei sovrani a
tutela della fede, defensor fidei, e di essere al fianco della Chiesa nel combattere i
comuni nemici (gli arabi tra i più violenti, ma anche la Chiesa Bizantina).
40 Italia euro-mediterranea nel Medioevo, cit., p. 31.
41 UGO FALCANDO, Liber, cit., c. 25, p. 89.
42 UGO FALCANDO, Liber, cit., p. 90, § XXVI De Regina et officialibus Eius.
46 i quaderni del [Link].s. - X / 2007
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dell’aspetto educativo di un sovrano 43 .


A proposito di questo, è di notevole interesse l’osservazione di
Berardo Pio 44 : alla sua morte, Guglielmo I aveva designato suo suc-
cessore il figlio secondogenito, Guglielmo di tredici anni, e affidato
la reggenza a sua moglie, Margherita di Navarra, affinché affiancas-
se il giovane sovrano, fino al raggiungimento della maggiore età,
assieme ad un consiglio costituito da Riccardo Palmer, vescovo in-
glese di Siracusa, Matteo d’Ajello, protonotaro, e Pietro l’Eunuco,
gaito (Kaid) saraceno; i tre collaborarono insieme, secondo quanto
riporta Falcando 45 , mentre secondo Romualdo risultano essere stati
soltanto i due cattolici ad occuparsi del piccolo Guglielmo, cioè il
gaito Pietro fu omesso da questo compito per le sue origini e per la
sua appartenenza all’educazione musulmana 46 . È interessante cerca-
re di comprendere anche quali tipi di rapporti vi erano tra i nor-
manni e i musulmani. Infatti, questo non vuol dire che del gaito Pie-
tro non si avesse fiducia (infatti la regina lo mise al vertice della ge-
rarchia della struttura della curia) 47 , ma che, forse, all’educazione
reale era riservata una formazione esclusivamente cattolica.
All’interno il regno godette diciotto anni di pace duratura, per-
ché dopo le sommosse e i disaccordi della reggenza, il sovrano, Gu-
glielmo II, riuscì a portare l’ordine, la giustizia, la prosperità. È lui il
sovrano normanno meno studiato e più contraddittorio, a causa del-
le sue abitudini di vita “orientaleggianti”, nel modo di vestire, di
mangiare, di tenere concubine arabe e, contemporaneamente, il pro-

43 UGO FALCANDO, Liber, cit., p. 88, § XXV De Regis obitu et creatione regis Willelmi Filii,
rr. 9 – 11.
44 B. PIO, Guglielmo I d’Altavilla. Gestione del potere e lotta politica nell’Italia normanna.
1154 – 1169, Bologna 1996, p. 86.
45 UGO FALCANDO, Liber, cit., p. 88.
46 Romualdi Salernitani Chronicon, cit., p. 253.
47 Cfr. PIO, Guglielmo I, cit., p. 91; U. FALCANDO, Liber, cit., p. 90.
D. Giaffreda 47
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fondo attaccamento alla Chiesa cattolica 48 , alla quale sembra ricono-


scesse funzione prioritaria di salvezza 49 . Guglielmo II leggeva e
scriveva l’arabo e sotto il suo regno navi cristiane trasportavano pel-
legrini musulmani alla Mecca 50 . Riccardo di San Germano ricordava
con rimpianto che “al tempo di Guglielmo le leggi e la giustizia si
mantenevano in vigore: ciascuno era di sua sorte contento: ovunque
pace, ovunque sicurezza: né il passeggero temeva le insidie dei la-
dri, né il navigante gli assalti dei corsari” 51 ; lo stesso Dante lo ricor-
da nel Paradiso della sua Divina Commedia 52 .
Alla fine del XII risale il diario di viaggio di un musulmano di
Valenza, Ibn Giubayr, il quale di ritorno dal pellegrinaggio alla
Mecca, fu costretto da una tempesta a sbarcare con i suoi compagni
musulmani e cristiani a Messina tra la fine del 1184 e gli inizi del
1185. Scrive di essersi felicemente stupito perché Guglielmo II, con-
trariamente all’uso corrente, non fece prigionieri i naufraghi. Riferi-
sce, inoltre, che i musulmani residenti a Palermo vivevano una con-
dizione privilegiata, molti di loro vivevano a corte come eunuchi,
ciambellani, pubblici ufficiali e alcuni di loro svolgevano incarichi di
alta responsabilità; vivevano in agiatezza conformemente alla ric-
chezza del regno che sembrava uno stato musulmano. Il sovrano
conosceva l’arabo, si fregiava del titolo di califfo, proteggeva medici

48 “Romualdo Salernitano propaganda alla conferenza di Venezia, nel 1177,


l’immagine di un Guglielmo II cristiano e amante della pace, e solo impegnato a
perseguitare con odio crudele, per mare e per terra, i nemici della croce”
(G.M. CANTARELLA, La Sicilia e i Normanni. Le fonti del mito, Bologna 1989, p. 92); cfr.
Chronicon, cit., p. 290, rr. 15–17: “Ipse enim sicut catholicus princeps et pacis filius, om-
nes christianos principes diligit, et quantum in eo est, cum illis pacem et concordiam habere
credit. Solos inimicos crucis Christi crudeli odio mari et terra persequitur”.
49 TRAMONTANA, La Monarchia, cit., p. 638.
49 RICCARDO DI SAN GERMANO, Chronicon, RIS 7, p. 4.
50 ANAWATI, Islam e Cristianesimo, cit., p. 22.
51 RICCARDO DI SAN GERMANO, Chronicon.
52 DANTE ALIGHIERI, Divina Commedia, Par. XX, 61–65.
48 i quaderni del [Link].s. - X / 2007
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e astrologi, e aveva ancelle e concubine musulmane 53 .


Meravigliosi monumenti attestano la serenità, la ricchezza e i gu-
sti del nuovo regno: l’abbazia di Monreale, fondata da Guglielmo
nel 1180, la Cuba, palazzo arabo che egli si fece costruire nello stesso
periodo, e la nuova Cattedrale di Palermo, fondata nel 1185; mai la
Sicilia ed i siciliani attraversarono un periodo più felice di quello di
Guglielmo il Buono. Il sovrano tentò svariate spedizioni, come quel-
la in Egitto contro il Saladino e contro l’impero bizantino; probabil-
mente partecipò alla terza crociata.
Nel 1184 Guglielmo, per ovviare a questa situazione critica, ac-
cettò il matrimonio di sua zia Costanza, figlia di Ruggero II, con En-
rico VI, figlio del Barbarossa, convenendo che se Guglielmo fosse
morto senza figli, i suoi diritti sarebbero toccati a Costanza; alla qua-
le i baroni siciliani giurarono fedeltà. Il sovrano che fino a quel mo-
mento aveva giocato bene ogni sua carta, sbagliò per la prima volta,
l’atto implicava una serie di cambiamenti: la rottura con la politica
tradizionale degli Altavilla; la rinuncia all’alleanza con il Papa a fa-
vore dell’imperatore; la consacrazione nel Sud delle pretese germa-
niche che erano state sempre combattute dai sovrani normanni 54 .

Tancredi: conte di Lecce e re di Sicilia.


Tancredi da Lecce era il figlio naturale di Ruggero, duca di Pu-
glia, e di Emma dei conti di Lecce 55 ; egli aveva, altresì, un fratello di

53 Italia euro-mediterranea nel Medioevo, cit., pp. 30- 31.


54 Il fato volle che Guglielmo morisse realmente senza eredi diretti e la clausola scattò
immediatamente: la Sicilia entrava a far parte del patrimonio della casa sveva.
L’astuzia diplomatica sveva e normanna dovette risolversi in un grave fallimento,
perché Guglielmo pensava di porre a sostegno della sua dinastia la potenza
dell’impero, mentre, invece, accadde il contrario. Federico I ed Enrico VI credevano
di trovare nel regno una fonte di forza e potenza; trovarono, invece, difficoltà ed
un popolo loro avverso.
55 Catalogus Baronum. Commentario, a cura di E. Cuozzo, FISI 101 bis, § 155.
D. Giaffreda 49
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nome Guglielmo 56 . La condizione di nascita dei due figli, Tancredi e


Guglielmo, li escludeva, potenzialmente, dalla successione al trono.
Alla morte di Ruggero II, suo nonno, il successore è Guglielmo I
“il Malo”, il quale si adoperò in tutti i modi per rendere difficile
l’esistenza di Tancredi. Egli, divenuto adolescente, si unì al gruppo
dei ribelli di corte e partecipò ad un fallito attentato contro suo zio
Guglielmo, nella rivolta del 1161; Guglielmo lo fece così esiliare a
Costantinopoli. Tancredi si dedicò allo studio delle lettere (in parti-
colare della lingua greca), dell’algebra, dell’astrologia e della musi-
ca. Lì rimase fino alla morte di suo zio.
Durante il regno di Guglielmo II il Buono, Tancredi conquistò
simpatie e riconoscimenti: dimostrò di essere un suddito fedele,
diede buone prove delle sue capacità belliche nel corso della guerra
contro l’imperatore bizantino Andronico. Nel 1166 Tancredi riacqui-
sirà il feudo di Lecce 57 che dopo il 1156 fu trasformato in contea ed
assegnato a lui 58 . Nel 1174 è a capo della spedizione siciliana contro
Alessandria d’Egitto. Nel 1176 compare come capo dell’esercito che
si scontrò con Cristiano di Magonza e nel 1184 il re organizzò una
imponente spedizione contro l’Impero bizantino, con una flotta di
trecento navi che affidò agli ordini di Tancredi 59 , nelle vesti di co-
mandante supremo della flotta normanna, ovvero magister comesta-
bulus totius Apuliae et Principatus Capue 60 , ruolo che gli permise di

56 PIO, Guglielmo I, cit., p. 54; E. CUOZZO, La contea di Montescaglioso nei secoli XII – XIII:
i Bavano, pp. 30–32.
57 CUOZZO, La contea di Montescaglioso, cit., p. 31; Romualdi Salernitani Chronicon, cit., p.
247.
58 CANTARELLA, La Sicilia e i Normanni, cit., p. 170.
59 CUOZZO, Quei maledetti Normanni, cit., p. 99.
60 “Soltanto Tancredi ebbe la responsabilità di comando supremo: ‘magister comestabu-
lus totius Apuliae et Principatus Capuae’, perché prima di lui la nomina era sempli-
cemente di magister comestabulus, colui il quale coordina l’attività dei singoli conne-
stabili e la prestazione del servizio militare nelle singole connestabilie, ma non a-
veva (come esclusivamente Tancredi potè fare) la responsabilità di comandare tutti
50 i quaderni del [Link].s. - X / 2007
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guadagnarsi anche gloria militare.


L’esperienza accumulata nell’amministrazione dei territori con-
tinentali del regno, alla morte di suo zio, gli permise di rientrare nel-
la cerchia dei possibili pretendenti alla corona; anzi, fra i baroni
normanni, il maggior pretendente, perché unico discendente ma-
schio rimasto in vita di sangue normanno. Ma qualcosa impedì la
sua immediata incoronazione. Enrico VI, figlio di Federico Barba-
rossa, sacro romano imperatore, grazie ad un’abilissima mossa di-
plomatica di suo padre, aveva sposato Costanza d’Altavilla, figlia di
Ruggero II; ciò gli dava la prerogativa di poter “pretendere” la co-
rona, grazie al sangue normanno della sua sposa. Appoggiare Tan-
credi voleva dire sperare in un riconoscimento papale, grazie alle
avversioni che il papato nutriva nei confronti dell’impero svevo; at-
torno a Tancredi si coalizzò allora una parte della nobiltà, l’alto clero
siciliano e le borghesie mercantili di Palermo e Messina. Intanto En-
rico era impegnato nelle complicate questioni del regno germanico e
suo padre, Federico I il Barbarossa, era in Terrasanta e ivi perse la
vita. Nel 1189 Tancredi, prescelto dai Comites et Barones e dai Domini
Curiae riuniti in Palermo, grazie anche all’abile politica del cancellie-
re Matteo, fu incoronato re di Sicilia e riconosciuto come tale da Pa-
pa Clemente III 61 . La politica papale, infatti, già da Onorio II nel
1127, mirava a tenere ben separati il regno del sud e quello germani-
co per timore dell’accerchiamento dei territori pontifici ad opera di
una sola grande potenza. Inoltre, Tancredi, per entrare nelle simpa-
tie del Papa, aveva fatto erigere, alla periferia di Lecce, l’incantevole
chiesa dei SS. Niccolò e Cataldo, in segno di gratitudine verso
l’infinita bontà di Dio – com’è possibile leggere sull’architrave della
porta d’ingresso – e come voto, affinché la stirpe del re potesse go-

i contingenti militari agli ordini dei connestabili” (CUOZZO, Quei maledetti Norman-
ni, cit., p. 172).
61 E. CUOZZO, Ruggiero, conte d’Andria, «Archivio Storico per le Province Napoletane»,
XX (1981), p.149.
D. Giaffreda 51
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vernare prosperosamente e a lungo sulla contea.


Primo pensiero del nuovo re fu di comporre il dissidio tra cri-
stiani e arabi scoppiato alla morte di Guglielmo. È proprio nelle ca-
pacità dell’ultimo normanno che Ugo Falcando ripone le sue spe-
ranze di difesa e tutela del regno siciliano. A suo avviso, Tancredi
poteva essere un re capace di conciliare tutte le parti avverse
all’interno del regno normanno: cristiani e arabi, nobiltà e feudalità,
autoctoni e invasori, per poter creare, in tal modo, una coalizione
capace di combattere lo svevo “invasore”. Riferisce Siragusa che “se
i cristiani non discordassero dai saraceni, Tancredi potrebbe respin-
gere le armi straniere e restaurare la monarchia che ora sembra per-
duta” 62 . Falcando riferisce infatti che l’unica possibilità per scacciare
la potenza invasiva dell’impero e del suo esercito, è la concretizza-
zione dell’unità, resa oltremodo difficile dalla presenza di realtà le
più disparate, e a livello politico e religioso ed etnico 63 . La convi-
venza con gli arabi, poi, non è mai stata semplice, se non quando la
presenza reale si faceva avvertire forte. Il Falcando riserva un ruolo
di rilievo alla necessità della concordia fra cristiani e arabi 64 contro i
barbari. Egli si riferisce alle truppe sveve, che potranno essere scon-
fitte solo da un re che renderà possibile l’unione degli elementi del
regno, di cui fa parte anche una minoranza musulmana. Il riferi-
mento a Tancredi è evidente.
Il periodo normanno si conclude con la scomparsa di Tancredi.
Sarà, però, anche di sangue misto normanno l’imperatore Federico
II, il quale porterà a termine il compito di sintesi tancredina tra la
cultura normanna e quella islamica.

62 UGO FALCANDO, Epistola ad Petrum Panormitane Ecclesie Thesaurarium de Calamitate


Sicilie, a cura di G. B. Siragusa, FISI 22, pag. 172.
63 UGO FALCANDO, Epistola ad Petrum, cit., p. 172, vv. 25, 26: “Nam in Apulis, nichil arbi-
tror spei aut fiducia eponendum”.
64 UGO FALCANDO, Epistola ad Petrum, cit., p. 173, rr. 4–9.
52 i quaderni del [Link].s. - X / 2007
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Arte e cultura normanne.


Un veloce sguardo sulla storia dell’arte e sulla cultura che carat-
terizzano il periodo normanno, ci aiutano a capire meglio le caratte-
ristiche dello Stato normanno dell’Italia meridionale e della Sicilia e
le personalità dei suoi re. Quel che domina la vita culturale della Si-
cilia normanna è proprio il suo carattere di vasta sintesi. I conquista-
tori trovarono nell’isola civiltà superiori alla loro. Tali civiltà eserci-
tarono indubbiamente una gran seduzione sulle loro personalità e
sui loro costumi. Ben presto, essi vollero assimilarne le ricchezze
culturali, sia nel campo intellettuale ed artistico, sia in quello relati-
vo alla grandezza e potenza dei loro regni. 65
In Puglia i veicoli di diffusione sono i mercanti italiani, Amalfi-
tani, Ravellesi, Scalesi, Genovesi, Pisani e Veneziani, che avevano
numerosi scali lungo le coste pugliesi con marinai e commercianti
delle città di mare della Puglia. Questi scambi commerciali furono
determinanti a livello di contatti politici, religiosi, culturali con la
Sicilia, quindi nei rapporti con gli Arabi d’Oriente e d’Occidente; la
fondazione degli Stati latini in Oriente; il passaggio dei pellegrini e
dei Crociati; l’arrivo delle reliquie e dei bottini della Terrasanta; la
significativa presenza degli Ordini militari (Templari, Teutoni-
ci,ecc.); la stessa politica religiosa dei normanni nei confronti del cle-
ro greco; nonché le importazioni dall’Oriente, che non riguardavano
soltanto generi di lusso, ma anche prodotti artistici e gli artisti me-
desimi 66 .
La Sicilia, posta dalla politica dei suoi re e dalla sua situazione
geografica alla confluenza delle correnti di scambi sempre più inten-
se tra l’Est e l’Ovest, beneficiò per prima dei nuovi apporti, delle
tradizioni culturali e delle speculazioni bizantine, della scienza, del-

65 G. U. ARATA, L’Architettura Arabo–Normanna e il Rinascimento in Sicilia, Milano 1994.


66 M.S. CALO’ MARIANI, Sulle relazioni artistiche fra la Puglia e l’Oriente latino, in Roberto
Guiscardo e il suo tempo, cit., p. 50.
D. Giaffreda 53
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le sottigliezze poetiche e delle raffinatezze decorative dell’Oriente


arabo. Fu così che Ruggero II fece comporre dallo scienziato arabo
Idrisi un pregevole trattato di geografia noto come Il libro di Rugge-
ro 67 , molto in anticipo sulle conoscenze della scienza occidentale e la
prima opera araba con una descrizione completa dell’Italia (Kitab
Ruggar) 68 .
I re apparivano nelle cerimonie con sontuosi vestiti tessuti e ri-
camati da artisti musulmani e decorati da iscrizioni in arabo, perché
sedotti dallo stile di vita degli Orientali. Essi si fecero costruire, da
architetti e decoratori arabi, tutta una serie di residenze e padiglioni
di caccia con meravigliosi giardini fioriti, parchi e giochi acquatici.
Glauco Maria Cantarella osserva: “Sono le famose residenze dei
normanni, cosa da abbagliare la vista e sbalordire le menti” 69 . Dello
splendore delle residenze reali ci riferiscono soprattutto Romualdo
Salernitano e Ugo Falcando 70 . A corte diversi poeti arabi cantavano
nella propria lingua la gloria dei re normanni. Il prestigio e lo
splendore della monarchia bizantina li affascinavano ancora di più.
Pur sognando di sistemarsi da padroni a Costantinopoli, gli Altavil-
la cercarono costantemente di rivaleggiare con la grande città del
Bosforo in quanto a splendore.
Le chiese siciliane più maestose del XII secolo sembrano destina-
te alle fastose manifestazioni delle solennità bizantine, con i loro ori
e, soprattutto, con i loro splendidi mosaici, i più antichi dei quali,
quelli di Cefalù, della Martorana e del coro della Cappella Palatina
di Palermo sembrano essere stati concepiti da artisti greci.
L’eclettismo dei Normanni seppe fondere armoniosamente le

67 Italia euro-mediterranea nel Medioevo, cit., p.26.


68 IDRISI, L’Italia descritta nel libro di Ruggero, a cura di M. Amari e C. Schiapparelli,
Roma 1883, p. 41.
69 CANTARELLA, La Sicilia e i Normanni, cit., p. 102.
70 UGO FALCANDO, Epistola ad Petrum Panormitane Ecclesie Thesaurarium de Calamitate
Sicilie, a cura di G. B. Siragusa, FISI 22.
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tradizioni più diverse: la cattedrale di Cefalù, costruita all’epoca di


Ruggero II tra il 1131 ed il 1148, ha una pianta a croce latina a grosse
torri sulla facciata dove si riconoscono le vaste concezioni monu-
mentali dell’Occidente importate in Sicilia dai monaci cistercensi.
Nello stesso periodo, la Cappella Palatina (1129-1143) fu concepita
secondo la pianta basilicale romana a tre navate, ma con un santua-
rio sopraelevato e sormontato da una cupola tipica della tradizione
bizantina. La Martorana di Palermo, dedicata a Giorgio d’Antiochia
nel 1143, ha una pianta a croce greca con una cupola sopra l’incrocio
del transetto. San Cataldo e San Giovanni degli Eremiti (1132) con la
sua pianta a croce egizia e le cupole rosse, sono autentici gioielli a-
rabi.
È importante precisare che i sottili decoratori ed artigiani islamici
hanno collaborato, sia nell’interno che nell’esterno, in molti dettagli;
ma la loro opera si limitava a tutto ciò che non aveva un carattere
propriamente religioso: i pavimenti, i fregi, i rivestimenti, la decora-
zione delle travi, lo straordinario soffitto a stalattiti della Cappella
Palatina di Palermo, decorato con pitture a stile persiano, le ricche
decorazioni di marmi, i fregi arabi, i fastosi mosaici, il chiostro lu-
minoso con le colonne incrostate di mosaici del Duomo di Monreale,
i capitelli romanici e la fontana all’orientale 71 .
Tutto questo simboleggia meravigliosamente i gusti eclettici e
sontuosi dei re normanni, non solo per i palazzi reali, ma anche per
le costruzioni religiose. Una dinastia che ha lasciato un segno tuttora
evidente (anche grazie a queste opere d’arte) in tutto il meridione
d’Italia 72 .

71 C. HEITZ, L’architecture normanne au temps de Robert Guiscard, in Roberto Guiscardo e il


suo tempo, cit., pp. 165–179.
72 Tancredi commissionò a Brindisi una fontana di stile arabo normanno, in onore
delle nozze del figlio Ruggero con Irene, figlia dell’imperatore di Costantinopoli, e
nel 1180, dopo il ritorno dalla Terrasanta, quando già era conte di Lecce, ma non
ancora re di Sicilia, fondò in Lecce in una sua proprietà un convento benedettino
D. Giaffreda 55
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Dai normanni, rispetto alle problematiche similari che ci trovia-


mo ad affrontare ancora oggi, c’è da imparare il desiderio di trovare
un punto di sintesi con il “diverso” da noi, che non si ferma ad un
aspetto puramente estetico, ma passa attraverso l’estetica per arriva-
re ad un livello di comprensione e conoscenza dell’altro. I normanni
ci insegnano come la convivenza tra realtà differenti non sia realiz-
zabile appena attraverso una forma di tolleranza, ma sono necessa-
rie la conoscenza reciproca, l’identificazione e la tutela della propria
identità e delle proprie tradizioni senza delle quali ogni cosa diventa
relativa e causa di disordine e incomprensione.

con annessa una chiesa dedicata ai SS. Niccolò e Cataldo. La chiesa è piena di se-
gnali che testimoniano la vivacità del flusso di idee che coinvolge il Mediterraneo.
Sulla facciata, in alto, si legge la seguente iscrizione: HAC IN CARNE SITA QUIA
LABITUR IRRITA VITA / CONSULE DIVES ITA NE SIT PRO CARNE SOPITA /
VITE TANCREDUS COMES ETERNUM SIBI FEDUS / FIRMAT IN HIIS DONIS
DITANS HEC TEMPLA COLONIS (O ricco, poiché la vita insita in questa nostra
carne scorre vana, provvedi in modo che essa non resti sopita a causa della stessa
carne. Il conte Tancredi, in questi doni, firma per sé un eterno patto di vita, dotan-
do questo tempio di coloni). Il complesso mantiene vivo attraverso i secoli, il ricor-
do di quest’uomo: l’atmosfera del convento (ora sede della Facoltà di Storia e Con-
servazione dei Beni Culturali), il chiostro, la vegetazione (ulivi, agrumi e palme)
rimasta intatta attraverso i secoli, l’architettura orientaleggiante, nel gusto semplice
eppur ricco, le lavorazione intagliate della pietra leccese: tutto rivive di Tancredi e
dei normanni in questo luogo, nonostante le aggiunte barocche successive. Del pe-
riodo normanno, rimangono il rosone, il portale con un’ornamentazione di gusto
arabo, dove l’intaglio ligneo musulmano applicato con fedeltà sulla pietra leccese si
è mantenuto intatto fino ad oggi, le decorazioni a foglie che ricordano la tradizione
bizantina e islamica e la cupola che evoca l’architettura arabo-normanna.
56 i quaderni del [Link].s. - X / 2007
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