X. Le Fonti Dell'Ordinamento Italiano: Stato Costituzioni E Leggi Costituzionali Legge Di Revisione Costituzionale
X. Le Fonti Dell'Ordinamento Italiano: Stato Costituzioni E Leggi Costituzionali Legge Di Revisione Costituzionale
FONTI ATIPICHE
Le cosiddette fonti atipiche sono atti che, pur presentando la forma della legge ordinaria, si
collocano in una posizione peculiare all’interno del sistema delle fonti, in quanto si caratterizzano
per una forza normativa diversa, sia sul piano attivo (cioè nella capacità di introdurre nuove
norme), sia su quello passivo (ovvero nella possibilità di essere abrogate). Si tratta di una
categoria non rigida e abbastanza eterogenea, che comprende esperienze diverse tra loro,
accomunate solo dal fatto di deviare, per certi aspetti, dal “modello tipo” della legge ordinaria.
Una prima forma di atipicità riguarda quelle leggi che la Costituzione sottrae al referendum
abrogativo, come previsto dal secondo comma dell’articolo 75. In questo caso, la particolarità sta
nel fatto che tali leggi, pur potendo essere abrogate da leggi successive secondo le regole
ordinarie (come il criterio cronologico), non possono essere cancellate per via referendaria, a
di erenza delle leggi comuni. Si tratta quindi di una forza passiva potenziata, che limita le
possibilità di abrogazione popolare ma non tocca la capacità innovativa della legge stessa.
Un secondo tipo di fonti atipiche è rappresentato dalle cosiddette leggi meramente formali.
Questa de nizione, tradizionale ma ambigua, si riferisce a quegli atti che, pur assumendo
necessariamente la forma della legge – per via della riserva di legge formale – non introducono
nuove norme giuridiche nell’ordinamento. In altre parole, sono atti che si presentano come leggi,
ma non svolgono quella funzione normativa che normalmente ci si aspetta. Un esempio evidente
è la legge di approvazione del rendiconto consuntivo dello Stato, con cui il Parlamento si limita a
prendere atto dei risultati nanziari dell’anno trascorso, così come presentati dal Governo. Non si
tratta, dunque, di un momento creativo del diritto, ma di un atto di controllo. Proprio per questo
motivo, il Parlamento non può modi carne il contenuto, né ri utarlo senza conseguenze politiche
rilevanti: un voto contrario, infatti, può mettere in discussione la ducia al Governo. È proprio ciò
che accadde nel 2011 al IV Governo Berlusconi: la bocciatura dell’articolo 1 del rendiconto alla
Camera segnò l’inizio della crisi che portò, poche settimane dopo, alle dimissioni dell’esecutivo.
Diversa, ma collegata, è la questione della legge di bilancio di previsione. In passato anch’essa
era considerata una legge meramente formale, e la sua natura giuridica era al centro di un
delicato confronto tra Governo e Parlamento. Tuttavia, questa impostazione è stata superata
grazie alla riforma dell’articolo 81 della Costituzione del 2012, attuata con la legge n. 243 dello
stesso anno. Oggi la legge di bilancio ha contenuti più complessi e presenta anche una funzione
innovativa. Essa è articolata in due sezioni: la prima ha natura programmatica e può introdurre
modi che alla legislazione vigente in materia di entrate e spese; la seconda, invece, presenta una
fotogra a contabile delle previsioni sulla base della normativa già in vigore. Nonostante questa
evoluzione, la legge di bilancio conserva ancora alcuni elementi di atipicità. È infatti una legge
obbligatoria, da approvare ogni anno, e presenta una e cacia limitata nel tempo: vale solo per
l’anno a cui si riferisce. Inoltre, pur potendo essere modi cata durante l’anno attraverso variazioni
apposite, non può essere abrogata in toto da una legge successiva, né sottoposta a referendum
abrogativo, anche per ragioni temporali. Un altro caso signi cativo di fonte atipica è rappresentato
dalla legge di autorizzazione alla rati ca dei trattati internazionali, prevista dall’articolo 80 della
Costituzione. Questa legge è necessaria solo per i trattati che riguardano temi politici, o che
comportano arbitrati, oneri nanziari, modi che territoriali o cambiamenti legislativi. La sua
funzione è quella di abilitare il Presidente della Repubblica, che è titolare del potere di rati ca, a
concludere u cialmente l’accordo. Tuttavia, dal punto di vista giuridico, questa legge non
produce direttamente e etti sull’ordinamento interno, né introduce nuove norme. È quindi atipica
per la sua forza attiva, che è nulla. Inoltre, anche la sua forza passiva è anomala: non avrebbe
senso abrogarla dopo che il trattato è stato rati cato, e in ogni caso essa è esclusa dal
referendum abrogativo. Alla legge di autorizzazione spesso si accompagna un altro passaggio,
noto come ordine di esecuzione. Si tratta della formula con cui si dà e cacia al trattato
nell’ordinamento interno. È solo con questo passaggio che il trattato entra a far parte del nostro
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diritto. Formalmente, l’ordine di esecuzione dovrebbe avere valore normativo pieno, perché
introduce norme che producono e etti concreti; eppure, la giurisprudenza costituzionale e la
prassi parlamentare lo hanno avvicinato alla disciplina della legge di autorizzazione. La Corte
costituzionale ha esteso a esso alcune garanzie, come la riserva di assemblea e l’esclusione dal
referendum. Inoltre, le Camere hanno esteso anche a questa parte la regola della non
emendabilità, il che è discutibile, trattandosi di una disposizione sostanziale.
In ne, occorre ricordare che un trattato rati cato non è direttamente applicabile nell’ordinamento
interno, se non vi è un apposito atto di esecuzione. Questo atto – solitamente una legge – ne
determina la forza normativa interna. Per esempio, se si tratta di una legge ordinaria, le sue
disposizioni potranno essere modi cate o abrogate da altre leggi ordinarie, anche se ciò
comporterebbe la violazione di obblighi internazionali. A questa debolezza si è cercato di porre
rimedio con la riforma del Titolo V della Costituzione, che ha introdotto, all’articolo 117, l’obbligo
per Stato e Regioni di rispettare i vincoli derivanti dagli obblighi internazionali. Tuttavia, secondo la
Corte costituzionale (sentenze 348 e 349 del 2007), questa norma costituzionale non attribuisce ai
trattati un’e cacia diretta, né permette al giudice di disapplicare leggi interne contrastanti, come
invece è previsto per il diritto dell’Unione europea.
LA LEGGE DI DELEGA
La legge di delega è lo strumento con cui le Camere possono attribuire al Governo l’esercizio del
potere legislativo. A seguito di tale delega, il Governo adotta un decreto legislativo (detto anche
“decreto delegato”), che ha forza di legge. Questo strumento è utilizzato soprattutto per trattare
tematiche molto complesse e di natura tecnica. Ne sono un esempio i quattro codici attualmente
vigenti, oltre alle principali riforme degli apparati amministrativi e del sistema tributario.
L’art. 70 della Costituzione stabilisce che la funzione legislativa spetta al Parlamento, quindi la
delega al Governo rappresenta un’eccezione a tale principio. L’art. 76 Cost. delimita i con ni di
questo potere, imponendo vincoli alla legge di delega. Il mancato rispetto di tali vincoli rende la
legge e i relativi decreti delegati costituzionalmente illegittimi. In primo luogo, la legge di delega
deve riguardare una delle materie coperte da riserva di legge formale, e deve essere approvata
secondo il procedimento ordinario, essendo soggetta alla riserva di assemblea. In secondo luogo,
la delega può essere conferita esclusivamente al Governo nella sua collegialità, cioè al Consiglio
dei ministri, e non a singoli ministri o comitati interministeriali.
In terzo luogo, l’art. 76 impone che la legge contenga tre elementi essenziali, detti anche
contenuti necessari:
1. Deve delimitare l’ambito tematico, speci cando l’oggetto della delega. La delega non può
essere generale, altrimenti si svuoterebbe di signi cato l’art. 70. L’oggetto può essere più o meno
esteso, a seconda della volontà del Parlamento: da una singola questione a un intero settore
(come un codice o una riforma complessiva). Spesso la stessa legge contiene più deleghe, che
tracciano la cornice generale dell’intervento normativo, a dando al Governo la de nizione dei
dettagli.
2. Deve ssare un termine temporale per l’esercizio della delega, che quindi non può essere
permanente. Non esiste un limite di durata prede nito: la sua determinazione spetta al
Parlamento.
3. Deve indicare i principi e criteri direttivi, che limitano la discrezionalità del Governo e ne
guidano l’attività normativa. La scelta degli obiettivi e degli interessi da perseguire resta
prerogativa del Parlamento, che non può rinunciarvi.
La Corte costituzionale ha chiarito che una legge di delega priva di principi e criteri direttivi è
illegittima. Tuttavia, ha sempre lasciato al Parlamento la libertà di stabilire il grado di dettaglio di
tali indicazioni. In pratica, è raro che una legge venga dichiarata illegittima per carenza di principi,
mentre una legge che li ponga in modo molto vincolante non è mai ritenuta incostituzionale.
Tuttavia, principi troppo generici comportano un potere innovativo molto limitato per il decreto
legislativo delegato. Se la legge non fornisce indicazioni su cienti, il Governo potrà solo ribadire
la normativa vigente, senza introdurre innovazioni sostanziali. Nella prassi, questa debolezza è
spesso compensata da norme procedurali, che obbligano il Governo a sottoporre lo schema di
decreto al parere di speci ci organi. Di solito si tratta di organi parlamentari, come le commissioni
competenti per materia o commissioni bicamerali (anche ad hoc), ma talvolta anche di soggetti
esterni, come le Regioni. La Corte ha riconosciuto che la violazione di questi “limiti ulteriori”
comporta un eccesso di delega, rendendo il decreto illegittimo.
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IL DECRETO LEGISLATIVO DELEGATO
Il Governo esercita il potere delegato attraverso decreti, che sono atti tipici del potere esecutivo
(come spiegato in § 11.3.1), ma che, nel caso della delega, assumono forza di legge.
Il procedimento di adozione del decreto delegato prevede diverse fasi:
– proposta del ministro o dei ministri competenti;
– delibera del Consiglio dei ministri;
– eventuali ulteriori adempimenti richiesti dalla legge di delega o dall’art. 14, comma 4, della legge
400/1988;
– eventuale nuova deliberazione del Consiglio dei ministri, dopo i pareri espressi;
– emanazione da parte del Presidente della Repubblica, come previsto dall’art. 87, comma 5,
Cost.
Tutte queste fasi devono essere indicate nella premessa del decreto. Il Presidente della
Repubblica non svolge solo un ruolo formale, ma può esercitare un controllo sostanziale, analogo
a quello previsto in sede di promulgazione delle leggi (sent. Corte cost. 406/1989). Per questo, nel
calcolo dei tempi di emanazione, il Governo deve considerare le prerogative del Presidente, il
quale ha diritto a un tempo minimo per esaminare il testo. Un eventuale rinvio da parte del
Presidente all’ultimo momento potrebbe far scadere la delega.
Il decreto-legge è un atto con forza di legge che il Governo può adottare “in casi straordinari di
necessità e urgenza”. Esso è approvato dal Consiglio dei Ministri, emanato dal Presidente della
Repubblica, ed entra in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta U ciale.
Tuttavia, la sua e cacia è provvisoria: il decreto-legge perde valore automaticamente se non
viene convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni dalla sua pubblicazione. I presupposti
costituzionali per l’adozione di un decreto-legge sono stabiliti dall’art. 77 della Costituzione, che
prevede:
• Casi straordinari di necessità ed urgenza, legati a situazioni eccezionali e imprevedibili che
richiedono un intervento immediato da parte del Governo.
• Necessità di un intervento urgente, che non consente l’uso dei tempi ordinari per la
produzione legislativa.
Questi requisiti sono essenziali per derogare alla normale separazione dei poteri, permettendo al
Governo di esercitare funzioni legislative senza una preventiva delega del Parlamento. Inoltre, il
contenuto del decreto-legge deve a rontare misure speci che e tempestive, in risposta a
situazioni eccezionali, e non trattare questioni di carattere generale e astratto.
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Il controllo sulla legittimità dei presupposti per l’adozione del decreto-legge spetta inizialmente al
Presidente della Repubblica, che lo esegue prima della sua emanazione. Tuttavia, la Corte
Costituzionale può intervenire successivamente per valutare la legittimità del decreto e della sua
conversione. Se i presupposti mancano, il decreto-legge può essere dichiarato illegittimo, e la
relativa legge di conversione potrebbe essere annullata, come evidenziato in sentenze della Corte
(ad esempio, le sentenze 29/1995 e 171/2007).
LA LEGGE DI CONVERSIONE
Il decreto-legge deve essere presentato alle Camere entro il giorno stesso della pubblicazione.
Secondo l’art. 77, comma 2, della Costituzione, le Camere, anche se sciolte, vengono convocate
e devono riunirsi entro cinque giorni per avviare il procedimento di conversione. Il Governo
presenta il decreto-legge come parte di un disegno di legge di conversione, che viene esaminato
dal Parlamento. Questo procedimento legislativo ha una durata di 60 giorni (compresa la
promulgazione), termine entro il quale la conversione deve avvenire, altrimenti il decreto-legge
perde e cacia. Il procedimento di conversione presenta alcune di erenze rispetto a quello
ordinario, introdotte dai regolamenti parlamentari per garantire tempi brevi e certi. Le Camere
devono veri care i presupposti di necessità e urgenza dichiarati nella relazione del Governo che
accompagna il disegno di legge di conversione. Inoltre, la relazione deve illustrare gli e etti
previsti dalla legge e le eventuali conseguenze delle norme sul sistema giuridico.
Il disegno di legge di conversione viene esaminato da una Commissione competente, mentre il
Comitato per la legislazione ha il compito di esprimere pareri sulle disposizioni del decreto-legge
che potrebbero violare i principi di speci cità e omogeneità, come stabilito dalla legge 400/1988.
In caso di mancata conversione entro il termine di 60 giorni, il decreto-legge perde e cacia sin
dall’inizio. La perdita di e cacia viene noti cata immediatamente in Gazzetta U ciale e si
considera un fenomeno unico nel diritto, ben distinto dall’abrogazione o dall’annullamento. In
pratica, se un decreto-legge decade, tutti gli e etti da esso prodotti vengono annullati, e la
situazione torna come era prima dell’entrata in vigore del decreto.
Gli Strumenti per Sanare gli E etti del Decreto-legge Decaduto
Quando un decreto-legge non viene convertito in legge, la decadenza degli e etti può essere
regolata tramite:
1. Legge di sanatoria: Il Parlamento può intervenire per regolare i rapporti giuridici sorti in
base al decreto-legge non convertito. Tuttavia, tale legge di sanatoria non può “sanare”
completamente gli e etti prodotti dal decreto-legge, ma solo “regolare” i rapporti giuridici, nel
rispetto dei principi costituzionali.
2. Provvedimenti provvisori: Come previsto dall’art. 77, il Governo può adottare
provvedimenti provvisori sotto sua responsabilità per risolvere situazioni contingenti derivanti dalla
decadenza del decreto-legge.
La Prassi Abnorme del Decreto-legge
Negli ultimi anni, l’uso del decreto-legge è diventato frequente e, in alcuni casi, abnorme, con il
Governo che ne fa ricorso per provvedimenti anche di ampio respiro. Questo uso eccessivo ha
portato a un circolo vizioso: l’urgenza della legge emessa con decreto-legge giusti ca il suo
ricorso, ma la necessità di approvarlo rapidamente aumenta i tempi del procedimento legislativo
ordinario, creando un rinforzo tra l’urgenza e il ricorso frequente al decreto-legge. La Corte
Costituzionale ha cercato di mettere un limite a questa prassi, stabilendo che la reiterazione del
decreto-legge, in assenza di un’e ettiva emergenza, può essere dichiarata illegittima.
Il caso della sentenza 360/1996 della Corte costituzionale rappresenta un punto di svolta
fondamentale nella prassi della decretazione d’urgenza in Italia. La Corte ha esaminato un
decreto-legge che, a partire dal gennaio 1994, era stato reiterato numerose volte, intervenendo in
una materia complessa come lo smaltimento dei ri uti, introducendo modi che di cilmente
interpretabili, come la clausola di non punibilità.
I punti principali della motivazione della Corte:
1. Prolungamento della “provvisorietà”: La Corte ha sottolineato che la reiterazione dei
decreti-legge senza modi che sostanziali viola il principio di “provvisorietà” stabilito dalla
Costituzione, poiché prolungando i termini della validità del decreto, di fatto, si elude la necessità
di una conversione legislativa in tempi brevi.
2. Abuso della decretazione d’urgenza: La reiterazione costante dei decreti-legge minaccia di
svuotare il carattere straordinario dei presupposti di necessità e urgenza, riducendo il ruolo del
Parlamento nel processo legislativo e alterando gli equilibri istituzionali. La pratica della
reiterazione, secondo la Corte, dà l’illusione di un consolidamento degli e etti normativi dei
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decreti-legge, come se questi fossero in grado di superare il controllo parlamentare tramite un
meccanismo di “sanatoria” che non rispetta le logiche della legislazione ordinaria.
3. Certezza del diritto e diritti fondamentali: Un altro aspetto grave sollevato dalla Corte è la
creazione di incertezze giuridiche, in quanto i cittadini non possono prevedere con certezza
quanto durano le norme e quale sarà il risultato nale del processo di conversione. Questo è
particolarmente pericoloso in settori delicati come quello penale, dove gli e etti di un decreto-
legge non convertito potrebbero essere irreversibili.
4. Ritorno alla Costituzione: La Corte ha concluso che la pratica della reiterazione dei decreti-
legge compromette non solo l’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma anche la stessa forma di
governo parlamentare prevista dalla Costituzione, che attribuisce al Parlamento la funzione
legislativa ordinaria (art. 70 Cost.). Il governo, per evitare queste distorsioni, deve rispettare
rigorosamente i presupposti di necessità e urgenza stabiliti dalla Costituzione.
Dopo questa sentenza, il governo italiano ha dovuto ridurre drasticamente l’uso dei decreti-legge
e ripristinare il rispetto dei limiti costituzionali. Nella XIII legislatura (1996-2001), la media mensile
di decreti-legge è scesa drasticamente da 34 a 3,4, dimostrando l’e cacia della sentenza nel
riportare la pratica della decretazione d’urgenza nell’alveo costituzionale. Tuttavia, nonostante il
netto ridimensionamento iniziale, la decretazione d’urgenza (senza la reiterazione) ha ripreso piede
nel tempo. Questo processo di “normalizzazione” della decretazione d’urgenza è un fenomeno
che potrebbe nuovamente minacciare il sistema di checks and balances, se non mantenuto sotto
controllo.
Il referendum abrogativo è uno strumento di democrazia diretta che consente al corpo elettorale
di intervenire direttamente sull’ordinamento giuridico, abrogando leggi o atti con forza di legge
dello Stato, o singole disposizioni in essi contenute. È uno degli strumenti tramite cui il popolo
esercita la propria sovranità, come previsto dall’articolo 1 della Costituzione italiana.
Sebbene la Costituzione stabilisca che la sovranità popolare si eserciti principalmente attraverso
la rappresentanza elettiva, il referendum rappresenta una deroga a questo principio, generando un
con itto potenziale con il sistema rappresentativo.
Il primo referendum abrogativo si svolse nel 1974 ed ebbe come oggetto la legge sul divorzio, un
tema politico di grande rilevanza, poiché il referendum fu il risultato di un compromesso tra le
forze laiche e quelle cattoliche in Parlamento.
Il referendum abrogativo viene considerato come una fonte del diritto di pari rango rispetto alla
legge ordinaria. Esso consente al corpo elettorale di annullare scelte legislative fatte dalla
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maggioranza parlamentare, ma ha un aspetto negativo in quanto può solo abrogare leggi
esistenti, non può introdurre nuove leggi.
La Corte Costituzionale ha sottolineato che il referendum abrogativo può, comunque, produrre
nuove norme: sebbene non si possano aggiungere disposizioni, la manipolazione delle leggi
abrogate può generare nuove interpretazioni o e etti normativi. Un esempio famoso di questo è
stato il referendum elettorale del 1993, che, attraverso l’abrogazione di articoli, ha trasformato il
sistema elettorale del Senato in un sistema maggioritario.
PROCEDIMENTO
Il procedimento per l’indizione di un referendum abrogativo è lungo e complesso, come
disciplinato dalla legge 352/1970. Il procedimento si sviluppa in più fasi:
1. Iniziativa Popolare o Regionale:
• Richiesta popolare: Il processo inizia con un’iniziativa popolare che può essere promossa
da almeno 500.000 elettori. Gli iniziatori devono raccogliere le rme necessarie entro 3 mesi e
depositarle presso la Cancelleria della Corte di Cassazione.
• Richiesta regionale: Alternativamente, la richiesta può provenire da cinque Consigli
regionali, i quali devono approvare il quesito a maggioranza assoluta.
La richiesta di referendum deve essere depositata tra 1° gennaio e 30 settembre di ciascun anno,
ma non può essere presentata nell’anno precedente alla scadenza ordinaria della legislatura o nei
sei mesi successivi alla convocazione dei comizi elettorali.
2. Esame e Veri ca:
Dopo la raccolta delle rme o la presentazione delle richieste da parte delle Regioni, viene
costituito un U cio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione. Questo u cio
veri ca la conformità della richiesta alle normative vigenti e può anche proporre la concentrazione
di quesiti simili. Entro il 15 dicembre l’U cio Centrale adotta una decisione de nitiva.
3. Esame da parte della Corte Costituzionale:
I quesiti legittimi vengono poi trasmessi alla Corte Costituzionale per un giudizio di ammissibilità,
che non si basa solo sulla legge ordinaria, ma sulla Costituzione. L’art. 75 Cost. stabilisce che
alcune materie non possono essere sottoposte a referendum, come leggi tributarie e di bilancio,
amnistia, indulto, leggi di rati ca dei trattati internazionali. La Corte ha, però, esteso queste
esclusioni.
4. Votazione:
Se il referendum è dichiarato ammissibile, il Presidente della Repubblica stabilisce la data delle
votazioni, che deve avvenire tra il 15 aprile e il 15 giugno. Gli elettori votano “sì” o “no” sul quesito
proposto.
5. Risultato e Abrogazione:
Perché il referendum sia valido, è necessario che partecipi la maggioranza degli aventi diritto al
voto. Se la maggioranza vota “sì”, il Presidente della Repubblica proclama l’abrogazione tramite
un decreto presidenziale, che viene pubblicato in Gazzetta U ciale. L’abrogazione entra in vigore
dal giorno successivo, salvo rinvio, che può durare al massimo 60 giorni.
IL “PARTITO DELL’ASTENSIONE”
Un problema ricorrente per i referendum abrogativi è il quorum di partecipazione, che richiede che
la maggioranza degli aventi diritto partecipi al voto. L’astensionismo è spesso stato un ostacolo
per il successo dei referendum, specialmente quando i promotori non sono riusciti a coinvolgere
un numero su ciente di elettori. Gli oppositori dei quesiti, talvolta, suggeriscono l’astensione,
a nché il referendum non raggiunga il quorum necessario. In alcuni casi, la stessa maggioranza
politica si è opposta ai referendum, incoraggiando l’astensione.
Ripristino delle Leggi Abrogate
Una volta che una legge è stata abrogata tramite referendum, il legislatore non può ripristinarla
facilmente. La Corte Costituzionale ha ribadito che non è possibile ripristinare la norma abrogata,
se non a fronte di cambiamenti sostanziali nel contesto politico e sociale. La Corte ha dichiarato
incostituzionale il tentativo di ripristinare una norma abrogata pochi giorni dopo il referendum,
evidenziando l’illegittimità di azioni che vani chino l’e etto del referendum popolare.
Come il Parlamento può Bloccare un Referendum
In alcuni casi, il Parlamento può tentare di bloccare un referendum modi cando marginalmente la
legge oggetto della richiesta referendaria. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha chiarito, con una
sentenza storica (sent. 69/1978), che il Parlamento non può utilizzare questo espediente per
evitare un referendum se la modi ca non incide sui principi fondamentali della legge o sui suoi
contenuti essenziali. In tali casi, i promotori del referendum possono sollevare un con itto di
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attribuzione contro la Cassazione, chiedendo che il referendum venga comunque e ettuato sulla
nuova versione della legge.
Il termine “regolamento” si riferisce a una serie di atti normativi che non sono facilmente
riconducibili a una tipologia unitaria. Questi regolamenti variano ampiamente in base al soggetto
che li emana e alla loro funzione. Ad esempio, possiamo distinguere i regolamenti delle Camere,
degli organi costituzionali, degli organi regionali e locali, nonché i regolamenti della Unione
Europea. Oltre a questi, ci sono anche regolamenti di natura privata, come quelli condominiali.
Nella sua accezione giuridica, il termine regolamento si riferisce principalmente agli atti normativi
emanati dall’esecutivo. Questi sono considerati fonti dell’ordinamento giuridico, ma hanno un
livello inferiore rispetto alle leggi (che sono fonti primarie). In particolare, i regolamenti governativi
e ministeriali sono atti amministrativi che, pur avendo una struttura complessa e articolata simile
alle leggi, non possiedono lo stesso livello di controllo parlamentare. Sono regolamenti che
disciplinano aspetti operativi e procedurali, e la loro legittimità dipende sempre dalla legge che ne
stabilisce i limiti e le condizioni di applicazione.
Il fondamento giuridico del potere regolamentare non è disciplinato dalla Costituzione in modo
diretto, ma è indirettamente previsto dall’art. 87, comma 5, che assegna al Presidente della
Repubblica l’emanazione dei regolamenti. Inoltre, la riforma costituzionale del 2001 (Titolo V) ha
stabilito il principio di parallelismo tra funzioni legislative e regolamentari, attribuendo ai Governi
regionali il potere regolamentare nelle materie di loro competenza. Un altro aspetto importante è
che i regolamenti, essendo fonti secondarie, devono essere subordinati alle fonti primarie, cioè
alle leggi e agli atti con forza di legge. La Costituzione non menziona esplicitamente i regolamenti
dell’esecutivo, ma la legge ordinaria fornisce il quadro normativo in cui i regolamenti possono
essere legittimamente emanati. Le principali fonti che disciplinano il potere regolamentare
dell’esecutivo sono le Preleggi (art. 1, 3-4, 10) e la legge 400/1988, che de nisce le modalità di
emanazione dei regolamenti e distingue i regolamenti governativi da quelli ministeriali.
Procedimento di Emanazione dei Regolamenti
REGOLAMENTI GOVERNATIVI
Il procedimento per l’emanazione dei regolamenti governativi è disciplinato dall’art. 17 della legge
400/1988. Questi regolamenti sono deliberati dal Consiglio dei Ministri su proposta di uno o più
ministri, previo parere obbligatorio, ma non vincolante, del Consiglio di Stato. Il Governo può
discostarsi dal parere, ma deve motivare la decisione. In alcuni casi, la legge richiede anche il
parere di commissioni parlamentari. Dopo aver ottenuto il parere e una delibera positiva, il
regolamento è emanato tramite decreto del Presidente della Repubblica (d.P.R.), ma deve prima
passare attraverso il controllo di legittimità della Corte dei conti. Dopo aver ricevuto il visto e la
registrazione della Corte dei conti, il regolamento viene pubblicato sulla Gazzetta U ciale.
Regolamenti Ministeriali
I regolamenti ministeriali seguono una procedura simile, ma sono emanati dai singoli ministri e
hanno la forma del decreto ministeriale (d.m.). Anche in questo caso, sono richiesti il parere del
Consiglio di Stato e, in alcuni casi, di altri organi previsti dalla legge. I regolamenti ministeriali
possono riguardare materie di competenza di un solo ministero o più ministeri (in tal caso si
adotta un decreto interministeriale). Prima dell’adozione, devono essere comunicati al Presidente
del Consiglio dei ministri, che ha la possibilità di sospenderne l’adozione per motivi di interesse
pubblico, ma deve passare per una delibera del Consiglio dei Ministri. I regolamenti ministeriali,
come quelli governativi, sono soggetti al controllo della Corte dei conti e sono pubblicati sulla
Gazzetta U ciale.
La “riserva di legge” è un principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico, che impone al
legislatore di disciplinare determinate materie esclusivamente con leggi o atti con forza di legge,
escludendo l’intervento di regolamenti amministrativi. Questo principio ha una giusti cazione
precisa, che si radica nella protezione dei diritti fondamentali dei cittadini e nella trasparenza e
partecipazione politica al processo legislativo. La riserva di legge, infatti, mira a garantire una
maggiore pubblicità e visibilità rispetto al procedimento decisionale adottato dal Governo, il quale
può emanare regolamenti amministrativi in modo più riservato e, quindi, meno accessibile al
dibattito pubblico.
Il procedimento legislativo è dominato dal principio di pubblicità, che consente la partecipazione
delle opposizioni politiche e dell’opinione pubblica, rendendo il processo più democratico e
aperto al confronto. Al contrario, i regolamenti amministrativi sono emanati dal Governo, che è
politicamente compatto e meno soggetto a discussioni pubbliche, il che potrebbe portare a una
minore garanzia di trasparenza e partecipazione. La riserva di legge, pertanto, funge da garanzia
per i cittadini, assicurando che le questioni rilevanti siano trattate con il massimo coinvolgimento
democratico e non con il ricorso a decisioni che potrebbero sfuggire al controllo delle opposizioni
e dell’opinione pubblica.
Un aspetto interessante legato alla riserva di legge è la questione dei “regolamenti delegati”, che
si inseriscono in un fenomeno noto come “delegi cazione”. La delegi cazione implica la
sostituzione di una disciplina legislativa con una regolamentazione, permettendo la riduzione
dell’intervento legislativo in alcune materie. Tuttavia, sebbene i regolamenti abbiano la funzione di
alleggerire l’onere legislativo, non possono abrogare le leggi preesistenti, in quanto ciò violerebbe
il principio di gerarchia delle fonti. La legge ordinaria, infatti, può solo autorizzare l’abrogazione
delle norme legislative precedenti, permettendo la sostituzione con un regolamento che sviluppi i
principi generali contenuti nella legge stessa.
L’ordinamento giuridico italiano, per garantire certezza del diritto, si basa sul principio di tipicità
delle fonti. Le fonti primarie, come la Costituzione e le leggi, sono regolate da procedimenti ben
de niti che assicurano la legittimità delle norme. Al contrario, le fonti secondarie, come i
regolamenti e altri atti amministrativi, sono disciplinate dalla legge ordinaria, la quale ha un ambito
di applicazione più essibile, talvolta dipendente dalle scelte del legislatore. Questo approccio
permette una certa adattabilità del sistema giuridico, ma comporta anche il rischio di una
proliferazione di atti normativi che non rispettano sempre i criteri tradizionali di produzione
normativa.
Le autorità amministrative indipendenti sono un esempio di questo fenomeno di proliferazione di
atti normativi atipici. Queste autorità, pur non essendo parte del processo legislativo tradizionale,
emettono regole generali e astratte, in uendo sull’ordinamento giuridico senza passare per il
procedimento legislativo classico. A questi atti viene spesso attribuita la denominazione di “soft
law”, un concetto che, purtroppo, non è ancora pienamente de nito e che suscita interrogativi
sulla loro e ettiva legittimità e sulla loro e cacia rispetto alle leggi formali. Inoltre, vi sono atti
amministrativi che, pur non essendo veri e propri strumenti normativi, incidono comunque
sull’organizzazione dell’amministrazione pubblica e sul comportamento dei funzionari pubblici. Le
circolari, ad esempio, sono atti che contengono istruzioni destinate a regolare l’attività degli u ci
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amministrativi. Sebbene non abbiano valore normativo al di fuori dell’amministrazione stessa,
sono strumenti importanti per la gestione interna dell’apparato burocratico.
Un altro aspetto rilevante è la gestione degli atti normativi in situazioni di emergenza, come nel
caso della pandemia da Covid-19. La Costituzione italiana non prevede esplicitamente uno stato
di emergenza che consenta al Governo di adottare atti normativi per far fronte a situazioni
eccezionali, se non in caso di guerra. Tuttavia, il ricorso al decreto-legge è stato utilizzato per
legittimare provvedimenti di emergenza, come misure di contenimento dell’epidemia. In questi
casi, l’adozione di decreti-legge e ordinanze è stata nalizzata a fronteggiare situazioni di urgenza,
ma solleva questioni giuridiche relative alla limitazione dei diritti fondamentali dei cittadini. La
riserva di legge, quindi, rappresenta un istituto di garanzia, poiché impedisce che importanti
decisioni che in uenzano i diritti dei cittadini siano prese in modo opaco e senza un’adeguata
discussione pubblica. Tuttavia, la continua evoluzione della produzione normativa, con la
proliferazione di atti normativi atipici e di emergenza, rende sempre più di cile tracciare con ni
netti tra ciò che è diritto e ciò che non lo è, generando incertezze sull’applicazione delle leggi e
sulla legittimità degli atti amministrativi.
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