V. Forme Di Governo Le Forme Di Governo Dello Stato Liberale
V. Forme Di Governo Le Forme Di Governo Dello Stato Liberale
FORME DI GOVERNO
La monarchia costituzionale
Nel XIX secolo, all’interno dello sviluppo dello Stato liberale, la monarchia costituzionale si
a erma come una delle forme di governo più rappresentative. Essa si caratterizza per una netta
separazione tra i due principali poteri dello Stato: il potere esecutivo, a dato al Re, e il potere
legislativo, esercitato dal Parlamento.
Questo modello di governo viene adottato da diverse costituzioni europee, tra cui:
• lo Statuto Albertino del 1848,
• la Costituzione prussiana del 1850,
• e la Costituzione dell’Impero tedesco del 1871.
Nella monarchia costituzionale non esiste un vero coordinamento tra Re e Parlamento: i due centri
di potere sono autonomi e paralleli, anche se il sovrano conserva alcune prerogative
signi cative che gli derivano dalla sua posizione di vertice dello Stato. In particolare:
• partecipa alla funzione legislativa attraverso il potere di sanzione: le leggi approvate dal
Parlamento non possono entrare in vigore senza il suo consenso;
• interviene anche nella funzione giurisdizionale, nominando i giudici e potendo concedere
la grazia o commutare le pene.
Il Re ha inoltre il potere di nominare e revocare i ministri, considerati suoi diretti collaboratori.
Come recita l’articolo 65 dello Statuto Albertino: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. A ciò si
aggiunge la possibilità, per il sovrano, di sciogliere anticipatamente la Camera elettiva del
Parlamento, soprattutto quando questa esprime un orientamento politico in contrasto con il suo.
Il Parlamento, dal canto suo, è titolare del potere legislativo. Oltre a produrre norme che
disciplinano l’amministrazione pubblica, ha il compito di approvare i tributi, grazie ai quali il
potere esecutivo ottiene le risorse necessarie per governare. Tuttavia, come già accennato,
nessuna legge può entrare in vigore senza l’approvazione nale del Re, ossia la sanzione
regia. Questo modello di monarchia si fonda su un equilibrio tra due poteri che si legittimano in
modo diverso e fanno riferimento a classi sociali di erenti:
• il Re si basa sul principio monarchico-ereditario, sostenuto dalla nobiltà;
• il Parlamento, invece, è fondato sul principio elettivo, anche se limitato ai cittadini
istruiti e benestanti, rappresentativi della borghesia.
Questo dualismo istituzionale rispecchia quindi un equilibrio sociale, destinato però a modi carsi
con l’ascesa della borghesia, il cui crescente peso politico trova espressione proprio nell’attività
parlamentare. Con il ra orzarsi di questa classe sociale, il Parlamento diventa sempre più
centrale, e la monarchia costituzionale comincia gradualmente a trasformarsi in governo
parlamentare.
Questa evoluzione è favorita dalla essibilità delle costituzioni liberali (come lo stesso Statuto
Albertino), che permettono un cambiamento della prassi senza dover modi care formalmente i
testi costituzionali. In questa nuova con gurazione, tra il Re e il Parlamento entra in gioco un
terzo attore: il Governo. Sebbene formalmente resti ancora nominato dal Re, il Governo
comincia a cercare il sostegno del Parlamento, diventando progressivamente autonomo dal
sovrano.
Il Governo, infatti, può esercitare le sue funzioni solo se il Parlamento gli concede il proprio
consenso politico, attraverso l’approvazione di:
• leggi nanziarie, come il bilancio annuale e i tributi;
• le leggi necessarie a realizzare il proprio programma.
Diventa quindi evidente che il Governo può rimanere in carica soltanto se gode della ducia del
Parlamento. È proprio questo rapporto duciario il tratto distintivo del governo parlamentare.
Quando tale ducia viene meno, il Parlamento può votare la s ducia, costringendo il Governo a
dimettersi.
La forma di governo parlamentare, così come la conosciamo, non è nata in maniera improvvisa
attraverso un atto formale o costituzionale, ma si è a ermata progressivamente nello Stato
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liberale attraverso un lungo processo storico. Inizialmente, questa forma di governo si è
sviluppata secondo un modello chiamato parlamentarismo dualista, che ri etteva ancora
l’equilibrio politico e sociale ereditato dalla monarchia costituzionale.
Nel parlamentarismo dualista, il potere esecutivo era distribuito tra due soggetti: da un lato il
Capo dello Stato, cioè il monarca, e dall’altro il Governo. Questo assetto prendeva il nome di
“esecutivo bicefalo”, proprio perché prevedeva una duplice guida. Di conseguenza, il Governo
doveva godere della ducia non soltanto del Parlamento, ma anche del Re. Il monarca, inoltre,
manteneva un potere importante: quello di sciogliere anticipatamente il Parlamento. Questa
facoltà serviva come forma di equilibrio e contrappeso rispetto alla possibilità che il Parlamento
revocasse la ducia al Governo.
Questo tipo di parlamentarismo si è a ermato in Inghilterra nel corso del Settecento e ha trovato
applicazione anche nei Paesi dell’Europa continentale durante l’Ottocento, tra cui l’Italia. In
particolare, lo Statuto Albertino è stato ben presto interpretato in senso parlamentare dualista,
anche se originariamente non lo prevedeva in modo esplicito. Alla base di questo sistema vi era
ancora un equilibrio sociale tra due classi dominanti: da un lato l’aristocrazia, rappresentata dal
Re; dall’altro la borghesia, che trovava nel Parlamento lo strumento per la tutela dei propri
interessi.
Tuttavia, con il passare del tempo, questo equilibrio si è progressivamente modi cato. La
borghesia ha iniziato a ra orzarsi e a rivendicare un ruolo più centrale nella vita politica,
presentandosi come rappresentante dell’intera nazione. Questo cambiamento ha portato a una
riduzione sempre più signi cativa dell’in uenza del monarca, a favore del Parlamento. In questo
contesto è nato e si è a ermato un secondo modello di governo parlamentare: il parlamentarismo
monista.
Nel parlamentarismo monista, il Governo si lega unicamente al Parlamento tramite il rapporto di
ducia, mentre il Capo dello Stato viene progressivamente escluso dal circuito delle decisioni
politiche, assumendo un ruolo imparziale e di garanzia. Si passa così da una duplice
legittimazione del Governo (Re-Parlamento) a una legittimazione univoca, fondata solo sulla
ducia parlamentare. Un elemento cruciale in questa evoluzione è stato l’istituto della contro rma.
Inizialmente nata come una semplice attestazione, da parte di un ministro, della volontà del
sovrano, la contro rma ha acquisito nel tempo un signi cato ben più profondo. È diventata lo
strumento con cui il Governo si assume la responsabilità politica degli atti formalmente imputati al
Capo dello Stato. Più ancora, la contro rma ha reso possibile una trasformazione sostanziale:
oggi è il Governo a determinare il contenuto dell’atto, anche se formalmente viene emanato dal
Capo dello Stato. Di fatto, è un meccanismo che ha segnato la concentrazione del potere politico
reale nell’asse Parlamento-Governo, sancendo la natura monista del parlamentarismo moderno.
Questa trasformazione si è veri cata in quasi tutti i sistemi costituzionali parlamentari, sebbene
con varianti legate ai contesti politici nazionali. Nel Regno Unito, per esempio, la stabilità del
sistema bipartitico ha ra orzato il ruolo del Governo, che può contare su una maggioranza
parlamentare solida e coesa. In Francia, invece, durante la Terza Repubblica, la forte
frammentazione politica ha reso i Governi deboli e soggetti a frequenti cambiamenti, a causa della
di coltà di mantenere una maggioranza stabile. In quel contesto, anche il potere del Presidente di
sciogliere l’Assemblea si rivelava ine cace, poiché l’adozione del decreto di scioglimento
richiedeva la contro rma del Governo. Ma, di fronte alla divisione tra i partiti, era spesso
impossibile trovare l’accordo politico necessario per esercitare questa prerogativa.
PRESIDENZIALISMO
La forma di governo presidenziale si caratterizza per la separazione netta tra il Capo dello Stato e
il Parlamento. In questo sistema, il Presidente viene eletto direttamente dal corpo elettorale
nazionale e, una volta in carica, non può essere s duciato dal Parlamento durante il suo mandato,
che ha una durata prestabilita. Inoltre, il Presidente presiede e dirige il Governo, nominando i suoi
collaboratori, che non sono membri del Parlamento.
L’esempio più signi cativo di un sistema presidenziale di successo è quello degli Stati Uniti
d’America. Negli Stati Uniti, il Presidente e il Vice-presidente vengono eletti ogni quattro anni
attraverso un processo che formalmente appare a doppio grado. Ogni Stato elegge degli “elettori
presidenziali” in numero pari a quello dei deputati e senatori dello Stato. Questi elettori, riuniti in
un collegio chiamato “Electoral College”, scelgono il Presidente e il Vice-presidente. In pratica,
però, i candidati sono già selezionati dai principali partiti politici (repubblicano e democratico), e
gli elettori si limitano a rati care la scelta dei partiti. Pertanto, il voto degli elettori è
essenzialmente un voto per il candidato presidenziale, conferendo al Presidente una
legittimazione popolare diretta.
Il Presidente degli Stati Uniti, in quanto capo dell’esecutivo, dirige l’amministrazione federale e
nomina i suoi collaboratori, che sono chiamati “segretari di Stato”. Questi ultimi formano il
Gabinetto, che non ha alcun legame con il Parlamento. Tra le attribuzioni presidenziali di maggiore
rilievo gurano la direzione della politica estera e il comando delle forze armate. In tale contesto, il
Presidente è indipendente dal Parlamento, che negli Stati Uniti prende il nome di Congresso. Il
Congresso è bicamerale, composto dal Senato (due rappresentanti per ogni Stato, con un rinnovo
parziale ogni due anni) e dalla Camera dei rappresentanti, che ha una durata biennale del
mandato. Il Congresso detiene il potere legislativo e ha l’autorità di approvare le leggi, ma anche
di mettere in stato di accusa (impeachment) il Presidente per reati gravi come tradimento o
corruzione. In questo caso, il Senato è chiamato a giudicare, con il Presidente della Corte
Suprema che presiede il processo. Il Presidente e il Congresso sono indipendenti l’uno dall’altro,
anche se vi sono meccanismi costituzionali di controllo reciproco. Per esempio, il Presidente ha il
potere di veto sulle leggi approvate dal Congresso, ma il Congresso può annullare questo veto
con una maggioranza dei due terzi. Inoltre, il Congresso ha il potere di approvare le nomine
presidenziali a cariche di alto livello, come quella di giudice della Corte Suprema, e può convocare
funzionari dell’amministrazione per esercitare un controllo sulla politica presidenziale, attraverso le
cosiddette “udienze conoscitive”.
Il sistema presidenziale si distingue per la separazione dei poteri: il Presidente, capo del Governo,
ottiene la legittimazione direttamente dal popolo, come avviene per il Parlamento. Questa
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separazione comporta una disciplina costituzionale che garantisce l’autonomia del Presidente
rispetto al Parlamento, in quanto non esiste un voto di s ducia. Di conseguenza, il Presidente
rimane in carica anche se perde il sostegno del Parlamento. Tuttavia, il Presidente non può
sciogliere anticipatamente il Parlamento, il che determina un dualismo paritario tra il Presidente e
il Parlamento, in contrasto con il sistema parlamentare, dove Governo e Parlamento sono
strettamente collegati dal rapporto di ducia. Negli Stati Uniti, la situazione politica è cambiata nel
corso del tempo: nel XIX secolo, il Congresso esercitava una forte in uenza, mentre nel secolo
successivo è emerso con maggiore forza il ruolo del Presidente. La crescente importanza degli
Stati Uniti nella politica mondiale e la personalizzazione del potere hanno contribuito a ra orzare il
ruolo del Presidente, rendendolo una gura sempre più centrale.
SEMIPRESIDENZIALISMO
La forma di governo semipresidenziale si distingue per una struttura di potere bipartita, con due
gure principali: il Presidente della Repubblica e il Primo Ministro. Questi due attori esercitano
funzioni di governo, ma con ruoli distinti.
Il Presidente, eletto direttamente dal corpo elettorale per un periodo prestabilito, è indipendente
dal Parlamento, poiché non ha bisogno della sua ducia per restare in carica. Tuttavia, non può
governare senza l’ausilio di un Governo che deve essere nominato dal Presidente stesso, ma che
deve ottenere la ducia del Parlamento. La necessità di avere una maggioranza parlamentare per
sostenere il Governo crea un sistema di potere di tipo “diarchico” o “bicefalo”, dove la leadership
politica è condivisa tra il Presidente e il Primo Ministro. In base al sistema, l’equilibrio tra le due
gure può variare: a volte il Presidente detiene il potere di indirizzo politico, altre volte il Primo
Ministro e la sua maggioranza parlamentare prevarranno.
Le di erenze nei sistemi semipresidenziali derivano dalla variazione nella distribuzione del potere
tra il Presidente e il Governo, con alcune repubbliche che conferiscono maggiore potere al
Presidente, e altre che favoriscono il Governo. Un esempio di sistema semipresidenziale con un
Presidente forte è quello della V Repubblica francese, mentre altri esempi includono paesi come
l’Islanda con forme simili, e l’Austria e l’Irlanda, dove il Governo ha un ruolo più preminente.
Nel caso della Francia, il Presidente esercita importanti poteri che non necessitano della
contro rma del Governo, il che gli consente di agire in modo relativamente autonomo. Questi
poteri includono:
• La nomina del Primo Ministro e dei ministri su proposta di quest’ultimo.
• La possibilità di sottoporre a referendum ogni proposta di legge riguardante
l’organizzazione dei poteri pubblici.
• Il potere di sciogliere l’Assemblea nazionale.
• Il diritto di inviare messaggi al Parlamento.
• Il potere di deferire al Consiglio costituzionale le leggi per veri carne la costituzionalità.
• La nomina di tre membri del Consiglio costituzionale.
• La presidenza delle riunioni del Consiglio dei ministri.
• Il potere di adottare misure straordinarie in caso di minacce gravi per la nazione o per
l’esecuzione degli impegni internazionali.
Nonostante questi poteri formali, la vera forza del Presidente risiede nel sostegno popolare e nella
sua capacità di controllare la maggioranza parlamentare. Poiché il Presidente è generalmente
eletto dalla stessa coalizione politica che detiene la maggioranza in Parlamento, egli può
esercitare un’in uenza signi cativa sul Governo e sull’agenda politica, consolidando il proprio
ruolo di leader politico.
Nei sistemi semipresidenziali in cui il Governo prevale, il ruolo del Presidente tende a essere più
limitato, concentrandosi maggiormente su compiti di natura rappresentativa o cerimoniale,
piuttosto che sulla direzione politica e ettiva. Questo dipende dalle caratteristiche speci che di
ciascun sistema politico, dalla struttura bipolare del sistema partitico e dalle regole convenzionali
che de niscono il funzionamento del sistema. In questi casi, la competizione elettorale è spesso
tra due coalizioni principali, i cui leader si contendono la carica di Primo Ministro. In tali sistemi,
l’elezione diretta del Presidente non comporta una rottura sostanziale con il sistema parlamentare,
e spesso la sua in uenza si riduce a un ruolo più simbolico.
Pertanto, pur se tecnicamente de nito “semipresidenziale”, questo tipo di sistema si avvicina di
più al modello parlamentare, con una separazione più marcata tra le funzioni di governo e quelle
rappresentative, rispetto a quanto avviene in sistemi come quello francese, dove il Presidente
gioca un ruolo decisamente più centrale nella politica nazionale.
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ALTRE FORME DI GOVERNO CONTEMPORANEE
L’analisi delle forme di governo si completa con l’esame di alcune con gurazioni che, pur avendo
avuto una di usione limitata, meritano attenzione per le loro caratteristiche peculiari. Queste
forme includono:
A) La forma di governo neoparlamentare
La forma di governo neoparlamentare si distingue per alcune caratteristiche speci che:
• Rapporto di ducia tra Governo e Parlamento: Il Governo deve godere della ducia del
Parlamento per rimanere in carica.
• Elezione popolare diretta del Primo Ministro: A di erenza di altri sistemi parlamentari, in
questo caso il Primo Ministro è scelto direttamente dal corpo elettorale.
• Elezione contestuale di Primo Ministro e Parlamento: Le elezioni per il Parlamento e per il
Primo Ministro avvengono contemporaneamente, creando un legame diretto tra la legittimazione
popolare del Governo e quella del Parlamento.
• “Governo di legislatura”: Il Governo tende a rimanere in carica per l’intera legislatura. In
caso di crisi di Governo, con le dimissioni del Primo Ministro, si provoca anche lo scioglimento del
Parlamento e l’indizione di nuove elezioni per entrambe le cariche.
Questa forma di governo è stata elaborata dalla dottrina per ottenere risultati simili a quelli
raggiunti nel Regno Unito grazie a una lunga evoluzione storica, come la sostanziale investitura
popolare del Primo Ministro e la stabilità del Governo. Tuttavia, l’applicazione concreta di questa
struttura è stata limitata. L’unico esempio signi cativo nella pratica storica è quello di Israele, che
nel 1992 ha adottato una riforma costituzionale in tal senso, ma il sistema è stato applicato solo
brevemente (dal 1996 al 2001) e non ha visto una vera e propria realizzazione del modello. A
di erenza delle teorie, in Israele non c’era una contestualità tra le elezioni del Parlamento e del
Primo Ministro, e il sistema elettorale proporzionale contribuiva alla frammentazione politica,
ostacolando la stabilità del Governo.
La legislazione elettorale
La legislazione elettorale si articola in tre componenti principali:
1. Le norme che de niscono l’area della “cittadinanza politica”: Queste sono le regole
che stabiliscono chi ha il diritto di voto, cioè l’elettorato attivo.
2. Le regole sul sistema elettorale: Queste norme determinano il funzionamento del
sistema con cui i voti espressi dagli elettori vengono trasformati in seggi parlamentari, come il tipo
di voto (proporzionale, maggioritario, misto, etc.).
3. La legislazione elettorale di contorno: Comprende tutte quelle regole che disciplinano le
modalità di svolgimento delle campagne elettorali, il nanziamento della politica e le norme
relative a ineleggibilità e incompatibilità parlamentari. La nalità principale di questa parte della
legislazione è garantire una competizione elettorale leale, paritaria e senza con itti di interesse.
La rappresentanza di genere
Nonostante la proclamata eguaglianza tra uomini e donne, le donne sono storicamente
sottorappresentate nelle istituzioni, e in particolare nelle assemblee elettive. In Italia, sono stati
introdotti meccanismi legislativi per cercare di colmare questa disparità, sebbene non senza
di coltà.
• Sentenza 422/1995 della Corte Costituzionale: Inizialmente, la Corte ha bocciato leggi
elettorali che cercavano di garantire una parità numerica di candidati di sesso diverso, ritenendo
che queste misure non rimuovessero gli ostacoli ma piuttosto costringessero direttamente a un
risultato (de nito “reverse discrimination”).
• Successivi sviluppi: La Corte ha successivamente modi cato la propria posizione e ha
accettato leggi elettorali regionali che includevano la preferenza di genere, come nella legge
campana, dove l’elettore può esprimere una seconda preferenza solo se per un candidato di
sesso diverso dal primo. Nel 2012, la legge 215/2012 ha esteso questa preferenza alle elezioni
comunali. Queste modi che, pur non essendo perfette, hanno rappresentato un passo
signi cativo verso l’adeguamento della legislazione elettorale per favorire una maggiore parità di
genere nelle istituzioni politiche italiane.
Incandidabilità
L’incandidabilità è un istituto giuridico che impedisce ad alcune persone di presentarsi alle
elezioni. A di erenza dell’ineleggibilità e dell’incompatibilità, l’incandidabilità precede la
partecipazione alle elezioni e non può essere rimossa con una semplice decisione volontaria del
soggetto interessato. È stata introdotta principalmente con la legge 16/1992 per le cariche locali
e regionali, e poi ampliata a livello nazionale con la legge 190/2012 (legge Severino). In base a
questa legge, sono incandidabili coloro che abbiano ricevuto una condanna de nitiva per
determinati reati gravi, come la corruzione, il terrorismo, la ma a, e altri reati contro la pubblica
amministrazione. Questi soggetti sono incandidabili per dieci anni e possono perdere anche
eventuali cariche elettive o di governo. In caso di incandidabilità che si veri ca dopo l’assunzione
della carica, il soggetto deve decadere dalla carica, e non può più ricoprire quella posizione.
E etti dell’incandidabilità:
1. Preventivo rispetto alla competizione elettorale.
2. Decadenza dalla carica se l’incandidabilità sopraggiunge durante il mandato.
3. Non è rimovibile dal soggetto, che non può decidere di partecipare.
In sintesi, ineleggibilità, incompatibilità, e incandidabilità sono tre istituti giuridici che regolano
l’accesso e la permanenza nelle cariche politiche. Se l’ineleggibilità e l’incompatibilità riguardano il
diritto a essere eletti e a mantenere la carica rispettivamente, l’incandidabilità si applica in
modo preventivo e riguarda il divieto di candidatura a certe cariche.
i sistemi elettorali
Il sistema elettorale è una parte fondamentale di ogni sistema politico, perché stabilisce come i
voti dei cittadini vengano tradotti in seggi in parlamento. Esistono diversi tipi di sistemi elettorali,
ognuno con le sue caratteristiche, che possono in uenzare profondamente la composizione
politica del paese e la forma di governo. Fondamentalmente, il sistema elettorale può essere
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suddiviso in tre componenti principali: la scelta dell’elettore, la dimensione del collegio e la
formula elettorale.
1. La scelta dell’elettore:
La modalità con cui l’elettore esprime il suo voto può variare molto a seconda del sistema
adottato. In alcuni casi, come nel sistema uninominale, l’elettore può esprimere una sola
preferenza per un candidato, senza poter fare altre scelte. In altri casi, come ad esempio nel voto
trasferibile (come in Irlanda), l’elettore può esprimere una preferenza principale e, se lo desidera,
altre preferenze ausiliarie per altri candidati. In questo sistema, se il candidato preferito raggiunge
il numero di voti necessari, il voto verrà trasferito al secondo candidato preferito. Questo tipo di
voto permette una maggiore essibilità rispetto ad un sistema uninominale secco.
2. La dimensione del collegio:
Il collegio elettorale è il territorio o l’ambito in cui si svolgono le elezioni e che determinerà quanti
seggi verranno distribuiti in base ai risultati. Può essere un “collegio unico” (come in Israele, dove
l’intero paese funge da un solo collegio elettorale) oppure essere suddiviso in più collegi, ciascuno
con un numero di seggi da attribuire ai candidati. Se ci sono più collegi, è necessario distinguere
tra collegi uninominali, dove viene eletto un solo candidato, e collegi plurinominali, dove vengono
eletti due o più candidati.
La dimensione del collegio in uisce sull’accesso dei partiti alle elezioni: nei collegi piccoli, dove i
seggi sono pochi, solo i partiti più grandi hanno e ettive possibilità di vincere, mentre in collegi
più grandi anche i partiti minori hanno la possibilità di ottenere seggi, poiché ci sono più posti
disponibili da distribuire.
3. La formula elettorale:
La formula elettorale è il sistema attraverso il quale i voti vengono trasformati in seggi. I sistemi
elettorali si dividono principalmente in due categorie: sistemi maggioritari e sistemi
proporzionali.
Sistemi maggioritari:
Nei sistemi maggioritari, il seggio in palio viene assegnato al candidato o alla lista che ottiene la
maggioranza dei voti. Esistono due tipi principali di sistemi maggioritari:
• Maggioranza assoluta: Il candidato deve ottenere più della metà dei voti per essere
eletto. Se nessun candidato raggiunge questa soglia, si procede a un secondo turno. Un esempio
di sistema maggioritario a doppio turno è quello francese, dove i due candidati più votati al primo
turno si s dano al secondo, e chi ottiene più voti vince.
• Maggioranza relativa: Il candidato che ottiene il maggior numero di voti, anche senza
superare la metà dei voti validi, vince. Questo è il sistema usato in paesi come il Regno Unito e gli
Stati Uniti.
Sistemi proporzionali:
Nei sistemi proporzionali, i seggi vengono distribuiti tra le varie liste o partiti in proporzione ai voti
che ciascuna lista ha ottenuto. In questo tipo di sistema, anche i partiti più piccoli hanno la
possibilità di ottenere rappresentanza in parlamento, a condizione che raggiungano una certa
percentuale di voti. Un aspetto importante dei sistemi proporzionali è la presenza di un “quoziente
elettorale”, che stabilisce la soglia minima per partecipare alla distribuzione dei seggi.
Un altro aspetto fondamentale dei sistemi proporzionali è la modalità con cui vengono scelti i
candidati. Se l’elettore può esprimere preferenze, i seggi verranno attribuiti ai candidati con il
maggior numero di preferenze all’interno della lista. Se non ci sono preferenze, invece, i seggi
vengono distribuiti seguendo l’ordine dei candidati nella lista, il che conferisce un potere notevole
ai partiti nell’organizzare le liste e stabilire chi avrà più probabilità di essere eletto.
4. E etti del sistema elettorale:
Un sistema elettorale ha un e etto diretto sulla struttura del sistema politico. I sistemi
maggioritari tendono a favorire i partiti più grandi e a ridurre il numero di partiti rappresentati in
parlamento. Questo perché i partiti minori di cilmente riescono a vincere i seggi nei collegi,
specialmente quando il numero di seggi per collegio è ridotto. I sistemi proporzionali, invece,
tendono ad avere un e etto opposto, favorendo la pluralità dei partiti e permettendo anche alle
minoranze politiche di entrare in parlamento, rispecchiando meglio la composizione dell’opinione
pubblica. Inoltre, l’introduzione di clausole di sbarramento (come il 5% in Germania) e premi di
maggioranza (dove una coalizione che supera una certa soglia di voti riceve un numero extra di
seggi) può rendere i sistemi proporzionali più selettivi. Queste clausole e premi di maggioranza
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servono a evitare una frammentazione eccessiva del sistema politico, ma limitano l’accesso di
partiti molto piccoli.
La scelta del sistema elettorale può in uenzare profondamente non solo la composizione politica,
ma anche le dinamiche del governo. Ad esempio, il sistema maggioritario tende a favorire la
creazione di coalizioni più ampie o di alleanze pre-elettorali, poiché i partiti hanno bisogno di un
forte supporto per vincere. Al contrario, i sistemi proporzionali tendono a favorire la creazione di
alleanze post-elettorali, poiché i partiti ottengono seggi in proporzione ai voti ricevuti e, quindi,
hanno bisogno di formare coalizioni dopo le elezioni per ottenere una maggioranza.
In questo modo, il sistema elettorale diventa uno strumento fondamentale di “ingegneria
istituzionale”, ovvero quel processo in cui i cambiamenti nelle regole elettorali possono essere
utilizzati per in uenzare gli equilibri politici. Tuttavia, è importante sottolineare che le regole
elettorali non producono e etti automatici: anche con un sistema elettorale favorevole a
determinati comportamenti, l’esito nale dipende dalle strategie dei partiti e dal contesto politico
in cui operano.
Il sistema elettorale in Italia ha subito diverse modi che signi cative nel corso degli anni,
ri ettendo i cambiamenti sociali e politici del paese. Fino al 1993, il Parlamento italiano era eletto
con un sistema proporzionale, una scelta che si giusti cava in un contesto di forte polarizzazione
ideologica e di profonde divisioni sociali. Questo sistema garantiva la rappresentanza di tutte le
forze politiche, anche quelle minoritarie, e promuoveva la ricerca di compromessi tra le diverse
fazioni politiche, evitando la concentrazione del potere nelle mani delle forze maggioritarie. La
legge elettorale proporzionale contribuiva così alla stabilità del sistema politico, favorendo una
democrazia parlamentare basata sul compromesso e sull’inclusività. Tuttavia, le trasformazioni
sociali e la crisi dei partiti tradizionali, insieme alla crescente di coltà del sistema politico di
funzionare in modo e cace, hanno spinto verso un modello maggioritario. Questo cambiamento
ha raggiunto il suo culmine nel referendum elettorale del 1993, con oltre l’80% di voti favorevoli
all’abrogazione del sistema proporzionale per il Senato, con l’obiettivo di adottare un sistema
maggioritario-uninominale. La riforma elettorale del 1993 ha introdotto un sistema misto, in cui il
75% dei seggi veniva assegnato attraverso collegi uninominali con il sistema maggioritario a turno
unico, mentre il restante 25% veniva distribuito con un sistema proporzionale.
Nel 2005, però, il sistema elettorale maggioritario è stato abbandonato con l’introduzione della
legge elettorale “Porcellum” (legge 270/2005), che prevedeva liste bloccate, l’indicazione
preventiva del capo della coalizione, un premio di maggioranza e una clausola di sbarramento.
Sebbene questo sistema abbia garantito una certa stabilità, come dimostrato dalle elezioni del
2006 e 2008, ha anche mostrato gravi limiti, in particolare nel 2013, quando il premio di
maggioranza ha generato disparità tra la rappresentanza della Camera e del Senato, rendendo
di cile la formazione del governo.
A seguito delle critiche di incostituzionalità, nel 2014 la Corte Costituzionale ha dichiarato
incostituzionali alcune parti della legge “Porcellum”, aprendo la strada a un sistema proporzionale
con preferenze, pur lasciando ampi margini di manovra per la de nizione di un nuovo sistema
elettorale. Nel 2015 è stato introdotto l’Italicum, che cercava di favorire un sistema bipolare, ma la
frammentazione politica ha reso questo obiettivo irrealizzabile. La Corte Costituzionale, nel 2017,
ha dichiarato incostituzionale alcune disposizioni dell’Italicum, come il ballottaggio e il criterio di
scelta dei capolista, ridisegnando il sistema elettorale in modo che fosse proporzionale, con un
premio di maggioranza al primo turno solo se una lista raggiungeva il 40% dei voti.
Nel 2017, in ne, è stata approvata una nuova legge elettorale, il Rosatellum, che ha adottato un
sistema misto, con collegi uninominali e plurinominali, ma senza il premio di maggioranza. Questo
sistema si è adattato alla realtà politica frammentata, favorendo la rappresentanza di più forze
politiche, ma senza incentivare l’aggregazione in coalizioni bipolari. Le elezioni del 2018 hanno
dimostrato la ne del sistema bipolare, con l’emergere di tre principali poli: il Movimento 5 Stelle, il
Partito Democratico e il centro-destra.
In sintesi, il sistema elettorale italiano ha attraversato diverse fasi, rispondendo alle mutevoli
esigenze politiche e sociali del paese. Se da un lato la transizione da un sistema proporzionale a
uno maggioritario ha mirato a garantire maggiore stabilità e governabilità, dall’altro la
frammentazione politica e i cambiamenti nell’orientamento degli elettori hanno reso di cile
mantenere un sistema elettorale stabile e coerente con le nuove dinamiche politiche. La s da
resta quella di trovare un equilibrio tra rappresentatività e governabilità, un equilibrio che continua
a evolversi in risposta ai cambiamenti politici e sociali in corso.
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Le elezioni del Parlamento europeo
Le elezioni del Parlamento europeo si svolgono ogni cinque anni e, a partire dal 1979, sono
regolate da leggi elettorali che variano da Stato a Stato. In Italia, la legge che disciplina queste
elezioni è la legge 18/1978, che adotta un sistema rigorosamente proporzionale, garantendo la
rappresentanza di tutte le forze politiche in base ai voti ricevuti. Questo sistema ha subito una
modi ca signi cativa nel 2009, con l’introduzione di una soglia di sbarramento del 4%, che
impedisce alle liste che non raggiungono tale percentuale di ottenere seggi. Attualmente, l’Italia
ha 76 seggi al Parlamento europeo, che sono ripartiti tra cinque grandi circoscrizioni: Italia nord-
occidentale, Italia nord-orientale, Italia centrale, Italia meridionale e Italia insulare. La
ripartizione dei seggi avviene in due fasi:
1. Ripartizione nazionale:
• Il totale dei voti validi ottenuti dalle liste che hanno superato la soglia del 4% è diviso per il
numero dei seggi da attribuire. Questo calcolo dà il quoziente elettorale nazionale.
• Ogni lista che ha superato il 4% viene divisa per il quoziente elettorale, determinando il
numero di seggi che spettano a ciascuna lista.
• I seggi rimanenti vengono distribuiti alle liste con il resto più alto, cioè quelle che, pur
avendo avuto una divisione con il quoziente che non assegnava un seggio intero, hanno ottenuto
il numero maggiore di resti.
2. Ripartizione per circoscrizione:
• Dopo che i seggi sono stati attribuiti alle liste, si passa alla distribuzione per circoscrizione.
• Si calcola il quoziente elettorale di lista (dividendo i voti totali ottenuti dalla lista per il
numero di seggi ad essa assegnati) e la cifra circoscrizionale di lista (che corrisponde ai voti
validi ottenuti dalla lista in ogni circoscrizione).
• Si divide la cifra circoscrizionale per il quoziente elettorale di lista per determinare il
numero di seggi che ciascuna lista ottiene in quella circoscrizione.
• Se alcuni seggi non risultano ancora assegnati, si applica il metodo dei più alti resti per
determinare a quale lista vanno i seggi residui.
Un aspetto particolare delle elezioni europee in Italia è che l’elettore può esprimere no a tre
preferenze per i candidati della lista, scegliendo il proprio gradimento tra i membri della stessa
lista.