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Il Duecento

Il Duecento segna la nascita della letteratura italiana, con opere significative come il Cantico delle creature di Francesco d'Assisi e le liriche del dolce Stilnovo, culminando con Dante Alighieri. Questo periodo è caratterizzato da un contesto storico e sociale complesso, con la formazione di monarchie e la Reconquista in Spagna, oltre a conflitti tra Comuni e l'Impero. La crescita della borghesia e l'emergere di signorie influenzano profondamente la vita politica e culturale delle città italiane, in particolare Firenze.
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Il Duecento segna la nascita della letteratura italiana, con opere significative come il Cantico delle creature di Francesco d'Assisi e le liriche del dolce Stilnovo, culminando con Dante Alighieri. Questo periodo è caratterizzato da un contesto storico e sociale complesso, con la formazione di monarchie e la Reconquista in Spagna, oltre a conflitti tra Comuni e l'Impero. La crescita della borghesia e l'emergere di signorie influenzano profondamente la vita politica e culturale delle città italiane, in particolare Firenze.
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IL DUECENTO

2 Il Duecento

Gli EVENTI e le IDEE


La nascita della letteratura italiana e il suo iniziale sviluppo si verificano nel corso del XIII seco-
lo, che si apre con il Cantico delle creature di Francesco d’Assisi, composto nel 1224, e si chiude
con le liriche dei poeti del dolce Stilnovo, a cui si lega anche Dante Alighieri (1265-1321) per la
produzione dei versi giovanili che confluiscono nella Vita nova. Il secolo della nascita del patri-
monio letterario italico è dunque collocato nel Medioevo.

1 Il contesto storico e sociale


Un’età di mezzo?
Il nome Medioevo si deve agli umanisti del primo Quattrocento. Appassionati cultori delle
lingue e delle letterature antiche, gli umanisti definirono “Medioevo”, cioè “età di mezzo”, i
secoli che li separavano dalla ben più ricca e luminosa età classica, che con le loro ricerche in-
tendevano richiamare in vita.
Agli umanisti, ripresi tre secoli dopo dagli illuministi, dobbiamo quindi l’accezione sostan-
zialmente critica e negativa che per lungo tempo, nella percezione comune, ha accompagnato il
termine “Medioevo”, concepito come un’epoca di crisi, oscurantista, cultrice di credenze e su-
perstizioni.
Questa visione è ormai superata e il Medioevo è universalmente considerato come una stagio-
ne ricca e feconda dello spirito umano, che ha visto nascere autentici capolavori di arte, letteratu-
ra, filosofia, e che ha gettato le basi per la formazione dei futuri grandi Stati europei.

Questioni di periodizzazione
Il Medioevo è compreso convenzionalmente tra due date: il 476 d.C., anno della deposizione di
Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’Impero romano d’Occidente, da parte del re degli
Eruli Odoacre, e il 1492, anno della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Il
primo termine è tuttavia, dalla metà del secolo scorso, oggetto di un vivace dibattito tra gli sto-
rici, alcuni dei quali individuano come data simbolo della fine dell’evo antico il 410, anno del
sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico, evento molto più tragico e scioccante, anche per il
suo valore simbolico. Lo storico Henri Pirenne (1862-1935) propone invece come data spar-
tiacque tra età antica e Medioevo l’VIII secolo, il periodo della conquista del Nord Africa da
parte degli Arabi, che ha avuto come conseguenza la divisione del Mediterraneo e la rottura di
un equilibrio secolare: il Mare nostrum dei Romani diventa un mare diviso in due, un Medi-
terraneo settentrionale, solcato dai popoli cristiani, e un Mediterraneo meridionale, controllato
dai seguaci di Maometto.
Se la data di inizio del Medioevo è controversa, nemmeno sul termine finale c’è accordo una-
nime; molti studiosi ritengono la fioritura culturale del Quattrocento italiano (in particolare
fiorentino) incompatibile con le caratteristiche del Medioevo; di conseguenza ne fissano la fine
al 1348, anno in cui la terribile epidemia della Peste Nera arresta bruscamente lo sviluppo della
civiltà europea giunta al suo culmine.
A fronte di queste diverse ipotesi di periodizzazione resta invariata la suddivisione interna
tra Alto Medioevo e Basso Medioevo, il primo compreso tra il (controverso) 476 d.C. e l’anno
Mille, il secondo compreso tra l’anno Mille e la fine del XV secolo (o del XIV secolo). Sempre
più frequentemente tuttavia gli storici parlano di un ulteriore periodo, compreso tra questi due
estremi, e cioè di un Pieno Medioevo, quello dei secoli XI-XIII, nei quali si realizzerebbe nella
Gli eventi e le idee ■ 1 Il contesto storico e sociale 3

sua forma più ricca e piena l’autentica civiltà medievale. È a partire dall’XI secolo, infatti, che si
assiste al rifiorire di città, commerci, vita civile e artistica; dopo il lungo periodo di crisi demo-
grafica, sociale ed economica apertosi per l’Europa nel V secolo, e caratterizzato da invasioni,
conflitti, carestie, epidemie, si consolida una ripresa iniziata nel IX secolo e destinata a proseguire
fino alla crisi del Trecento.
La popolazione aumenta, occupa nuovi spazi e rianima le città che tornano a essere luogo di
scambio di merci e di idee. Tutte le aree europee conoscono in questi secoli un’intensa opera di
urbanizzazione che si nutre di attività commerciali e artigianali gestite da una nuova classe so-
ciale, la borghesia, che ha un diverso rapporto con il denaro, con la ricchezza, con la religione,
con la cultura.

Le monarchie europee e la Reconquista


A partire dall’XI secolo in alcune aree europee si consolidano monarchie in cui il sovrano af-
ferma sempre di più la sua autorità sulle famiglie nobiliari, avviando il percorso che darà vita ai
moderni Stati nazionali. Questo accade in Inghilterra dove la monarchia normanna, insediatasi
nel 1066, controlla saldamente il territorio anche grazie a funzionari e a forze militari proprie,
rafforzandosi ulteriormente sotto il regno di Enrico II (1133-1189), che espande il suo po-
tere su ampie zone della Francia grazie al matrimonio con la nobile francese Eleonora d’A-
quitania pag. 30 . I possedimenti continentali pongono tuttavia le basi di un conflitto con la
Francia, governata dalla dinastia dei Capetingi
dalla fine del X secolo. Esso si consuma nello
scontro tra re Giovanni Senza Terra (1167-
1216) e Filippo II Augusto, re di Francia dal
1180: quest’ultimo, uscito vincitore nella bat-
taglia di Bouvines (1214), ottiene il controllo
sui feudi inglesi e contribuisce a consolidare i
confini del proprio Stato. Il re inglese sconfitto
deve invece scendere a patti con i nobili sotto-
scrivendo nel 1215 un documento, la Magna
Charta, con cui vengono sancite ufficialmente
alcune loro prerogative e il controllo sull’ope-
rato del sovrano. A fine secolo, sotto il regno di
Edoardo I (1239-1307), nasce il Parlamento,
dove siedono i rappresentanti di nobili e clero
ma anche della borghesia. Con una spedizio-
ne ventennale (1204-1224), infine, la Francia
meridionale, ancora organizzata in piccole cor-  Giovanni Senza Terra, re d’Inghilterra,
durante una battuta di caccia in una miniatura
ti feudali, viene conquistata al potere centrale: del XIV secolo. Londra, British Library.
la campagna militare, sostenuta da papa Inno-
cenzo III (1160-1216) che intendeva sradicare da quelle zone l’eresia catara pag. 5 , causa la fi-
ne della raffinata civiltà provenzale, che aveva prodotto la prima poesia lirica in lingua volgare.
In Spagna, divisa tra i regni di Castiglia e di Aragona, prosegue la Reconquista dei territori in
mano agli Arabi, che nel 1212, con la battaglia di Las Navas de Tolosa, si riducono al regno di
Granada, in Andalusia, destinato a resistere fino al 1492.

Le vicende dell’Impero
La seconda metà del XII secolo aveva inaugurato l’epoca degli imperatori della casa di Svevia,
il primo dei quali, Federico I Barbarossa (1125-1190), si era impegnato in una guerra contro
i Comuni italiani per riprendere il controllo sui territori della penisola sottoposti all’autorità
imperiale. Sconfitto dopo una lunga contesa, egli si era concentrato su un ambizioso progetto
dinastico organizzando il matrimonio del figlio Enrico con Costanza d’Altavilla, erede dei do-
4 Il Duecento

mini normanni nell’Italia meridionale. Alla morte di Federico I,


il successore Enrico VI si trova a regnare su un territorio che com-
prende l’area tedesca e l’Italia del Sud, Sicilia inclusa, che stringe
in una morsa i possedimenti del papa. Nascono così le condizioni
per un nuovo conflitto tra Impero e Papato, che non tarda a ma-
nifestarsi quando nel 1198 sale al soglio pontificio Innocenzo III,
sostenitore di una politica accentratrice e teocratica. Approfittan-
do della morte improvvisa di Enrico VI, che lascia un figlio di tre
anni, il futuro Federico II, il papa assume la tutela del bambino e
tenta di evitare che egli abbia da adulto sia la sovranità sull’Italia
meridionale sia la corona imperiale. La morte di Innocenzo III nel
1216 e l’elezione di un papa meno combattivo, Onorio III, pro-
pizia invece il conseguimento di entrambe le corone per l’erede
svevo, imperatore dal 1220. La sua forte personalità, impegnata
non solo in campo politico ma anche in diverse attività culturali,
rinnova i fasti dei grandi imperatori del passato: l’Italia del Sud e
 L’imperatore Federico II ritratto la Sicilia in particolare, dove il sovrano sceglie di vivere, diventano
in trono con il falcone in una miniatura un’efficiente realtà istituzionale guidata da una burocrazia salda-
del XIII secolo. Città del Vaticano,
Biblioteca Vaticana. mente controllata dall’alto. Nel suo disegno di accentramento po-
litico Federico II rinnova il conflitto con i Comuni e con il papa
che lo scomunica più volte. La morte lo coglie all’improvviso nel 1250 dopo la sconfitta del suo
esercito a Fossalta da parte dei Bolognesi, avvenuta l’anno precedente.
Si apre così una lunga fase di interregno che vede il trono imperiale vacante fino al 1273, anno
dell’incoronazione di Rodolfo d’Asburgo: tra gli eredi del sovrano svevo sopravvive solo il figlio
naturale Manfredi, re di Sicilia dal 1258, destinato a riprendere la guerra contro i Comuni su
cui riporta la vittoria di Montaperti, nel 1260. Il successo è tuttavia solo temporaneo: chiamato
in aiuto dal papa, scende infatti in Italia Carlo d’Angiò, discendente della famiglia regnante in
Francia. Nel 1266 Manfredi viene sconfitto e ucciso a Benevento; l’Italia meridionale e la Si-
cilia cadono sotto il dominio angioino fino a fine secolo quando l’isola si ribella ai Francesi e al
termine della cosiddetta “guerra del Vespro” (1282-1302) passa sotto l’autorità degli Aragonesi
di Spagna intervenuti in suo sostegno.

L’Italia dei Comuni: il caso di Firenze. La nascita delle prime signorie


La divisione tra Comuni ghibellini, schierati con l’imperatore, e guelfi, sostenuti dal papa, e tra
diverse fazioni nell’ambito della stessa realtà comunale, prodottasi nel corso del conflitto con Fe-
derico I, condiziona in modo significativo la storia dell’Italia centro-settentrionale anche nel XIII
secolo. In particolare, lo scontro prima con Federico II e poi con il figlio Manfredi rinnova le
tensioni fra città e all’interno delle città stesse, soggette a continui rivolgimenti politici e teatro di
disordini sanguinosi; nei Comuni si assiste inoltre a un’evoluzione delle strutture istituzionali che
registra la crescente importanza della classe borghese a danno dell’aristocrazia. Particolarmente
significativo, per la rilevanza assunta dalla città in campo culturale e letterario, è il caso di Firenze.
Qui la sconfitta di Federico II porta al potere un governo, detto di “Primo popolo”, sostenuto dalla
borghesia e dai nobili guelfi e guidato da un capitano del popolo, che favorisce lo sviluppo demo-
grafico ed economico, come dimostra la costruzione di una nuova cerchia di mura nel 1258. La vit-
toria delle forze ghibelline a Montaperti (1264) arresta la fase di crescita e inaugura un drammatico
periodo di vendette. La battaglia di Benevento, due anni dopo, riconsegna la città al governo del
“Primo popolo” che procede a nuove epurazioni e a una fase di aggressiva politica territoriale che
vede Firenze vittoriosa nel 1269 contro Siena nella battaglia di Colle di Val d’Elsa, e nel 1289 con-
tro Arezzo a Campaldino. L’assetto istituzionale viene modificato nel 1282 con una riforma che
istituisce la signoria dei priori delle arti, magistratura di governo affidata ai rappresentanti degli im-
prenditori, dei commercianti e degli artigiani più importanti della città. Nel 1293 gli Ordinamenti
Gli eventi e le idee ■ 1 Il contesto storico e sociale 5

di giustizia di Giano della Bella istituiscono la


figura del gonfaloniere di giustizia, magistra-
to preposto alla gestione della forza pubblica,
e limitano l’accesso al priorato a chi eserciti ef-
fettivamente un’arte, escludendo chiunque viva
su altre rendite, come i nobili. Due anni dopo
tuttavia si rende necessario mitigare il rigore di
questi provvedimenti aprendo la massima cari-
ca a chi risulti anche semplicemente iscritto a
un’arte. Gli ultimi anni del secolo sono segnati
da una nuova frattura politica: a causa dell’osti-
lità tra i Cerchi, ricca famiglia di banchieri ori-
ginaria del contado, e i Donati, meno facoltosi
ma di più antico lignaggio, i guelfi si dividono
in Bianchi, legati ai primi, e Neri, partigiani dei
secondi. Dopo l’elezione al papato di Bonifacio
VIII (al secolo, Benedetto Caetani), sostenito-  Guelfi e ghibellini combattono nella battaglia di Montaperti
re di una politica di controllo sulle città guelfe, i del 1260 in una miniatura di Giovanni di Ventura
del XIII secolo. Siena, Biblioteca degli Intronati. Scala.
Neri ottengono il sostegno del pontefice per un
colpo di stato, avvenuto nel novembre del 1301, che li porta al governo e costringe all’esilio molti
degli avversari politici, tra cui Dante Alighieri.
Mentre nell’Italia centrale domina ancora la forma istituzionale del Comune, nel corso del
secolo in alcuni centri dell’Italia settentrionale gli accesi contrasti tra fazioni o i conflitti tra feu-
datari favoriscono l’ascesa e il consolidamento al potere di famiglie nobiliari che danno vita ai
primi governi signorili, le signorie: ciò accade a Milano, dal 1277 in mano ai Visconti, a Verona,
prima sotto Ezzelino da Romano e dal 1259 sotto gli Scaligeri, a Ferrara che diventa nel 1209
dominio degli Estensi.

La Chiesa e le eresie
Lo spirito nuovo che anima la vita cittadina favorisce la critica nei confronti dei comportamenti
del clero: la ricchezza in cui vivono le alte gerarchie della Chiesa e la pratica della simonìa, cioè
del commercio delle cariche ecclesiastiche, suscitano movimenti di protesta per riportare i rap-
presentanti di Cristo a una vita coerente con la morale evangelica. Nascono così nuove eresie,
che esprimono l’esigenza di ritorno alla povertà unita spesso ad altre richieste di riforma. È il caso
del movimento dei Valdesi, fondato dal mercante di Lione Valdo, che nel 1170 dona ai poveri le
proprie ricchezze e comincia un’azione di apostolato in lingua volgare affidando la predicazio-
ne a laici, uomini e donne, e del movimento dei Càtari (dal latino medievale catharus, “puro”),
diffuso in tutta Europa, che in nome di una rigida contrapposi-
zione fra spirito e materia chiede ai seguaci di astenersi da ogni
piacere materiale ai fini di un percorso ideale di purificazione.
Il problema dell’eresia viene affrontato da Innocenzo III,
che non esita a muovere una crociata contro la Provenza, terra
in cui sono diffuse le comunità catare, approfittando del soste-
gno militare del re di Francia desideroso di annettere i territori
meridionali. A partire dal 1208 la crociata degli Albigesi, che
prende il nome dagli abitanti della città di Albi, sterminati in
quell’occasione, semina devastazione e morte nei ricchi centri
provenzali, distruggendone la raffinata cultura. Per vigilare con-

 La cacciata degli Albigesi dalla città di Carcassonne avvenuta


nel 1209 in una miniatura del XV secolo. Londra, British Museum.
6 Il Duecento

tro le eresie, inoltre, il papa aumenta i poteri già concessi ai vescovi di “inquisire” i sospetti e fonda
il Tribunale dell’Inquisizione, organizzato successivamente da Gregorio IX.
Alla repressione si associa tuttavia anche un’attività di riforma dei costumi del clero. Nascono
in questo contesto due nuovi ordini, quello francescano, fondato da Francesco d’Assisi intorno
al 1209, e quello domenicano, istituito nel 1215 dallo spagnolo Domenico di Guzmán. Il primo
si impegna in una fervente attività di apostolato e nella pratica della carità, il secondo nella lotta
all’eresia, ottenendo di amministrare con pieni poteri il Tribunale dell’Inquisizione. Il pontifi-
cato di Innocenzo III raggiunge il culmine nel 1215 con il IV Concilio Laterano, grandiosa ri-
unione della cristianità a cui si calcola abbiano partecipato 1500 ecclesiastici. In quell’occasione
il pontefice, oltre a condannare le dottrine ereticali e a dettare norme contro il malcostume del
clero, invita i sovrani dell’Occidente a riunire eserciti per una nuova crociata in Medio Oriente.
La sua morte, avvenuta l’anno seguente, e l’elezione del più mite Onorio III (1150-1227) in-
terrompono la realizzazione del progetto. L’aspirazione a una politica di egemonia sul potere
temporale che ritorna nell’azione di alcuni pontefici del secolo, come Gregorio IX e Innocen-
zo IV, protagonisti del braccio di ferro con Federico II, si scontra tuttavia negli ultimi anni del
secolo con le realtà politiche dei nascenti Stati nazionali. Ne fa le spese Bonifacio VIII (1235-
1303), ultimo fautore di una politica di supremazia e di prestigio che si esprime anche con il pri-
mo giubileo della cristianità, indetto per il 1300. Nello scontro con il re di Francia Filippo IV
(1268-1314), deciso ad affermare la propria autonomia rispetto alle ingerenze della Chiesa, il
papa subisce un clamoroso scacco. Il sovrano, sostenuto dai rappresentanti del popolo francese,
reagisce infatti alle minacce di scomunica inviando una schiera di armati ad Anagni a prendere il
pontefice in ostaggio, umiliandolo pubblicamente. L’oltraggio è tale che Bonifacio VIII muore
un mese dopo, nell’ottobre del 1303. Di lì a poco con l’assenso di Clemente V (1264 ca.-1314),
ex arcivescovo di Bordeaux, la curia papale verrà trasferita ad Avignone e posta sotto il totale
controllo dei sovrani francesi fino al 1377.

DAL V AL XIV SECOLO


410 1155-1190 1293 1294
Goti di Alarico Federico A Firenze, Benedetto
saccheggiano Barbarossa Giano della Bella Caetani diventa
Roma 476 imperatore 1220-1250 emana gli papa con il nome
Deposizione Federico II Ordinamenti di di Bonifacio VIII
di Romolo 1214 1215 imperatore giustizia
Augustolo Battaglia di Nasce l’ordine
Bouvines domenicano 1348
1096 ad opera 1260 Diffusione
Prima di Domenico Battaglia della Peste
crociata da Guzmán di Montaperti Nera in Italia
1208-1229 Innocenzo III 1282-1302 1300
Crociata contro indice Guerra Primo
gli Albigesi il IV Concilio del Vespro giubileo
Laterano

400 1000 1200 1300


1230 ca.
Nasce 1258 ca. 1298
Jacopone da Todi Nasce Pubblicazione
Guido de Il Milione
1235 ca. Cavalcanti di Marco Polo
Nasce
Guido Guinizzelli
1224 Nasce 1265
Cantico delle creature Guittone Nasce Dante
di Francesco d’Assisi d’Arezzo Alighieri
Gli eventi e le idee ■ 2 L’epoca e le idee 7

2 L’epoca e le idee
Le nuove prospettive filosofiche
La scoperta delle opere di Aristotele (384/3-322 a.C.), conosciute inizialmente attraverso il com-
mento arabo di Averroè, che viene tradotto in latino nel 1235 da Michele Scoto, e più tardi anche
per mezzo di traduzioni dirette dal greco, diffonde il pensiero del filosofo, fautore di una visione
razionalista del cosmo e della divinità, e sistematico organizzatore di tutti i campi della conoscenza
oltre che appassionato studioso di scienze naturali. Nel corso del Duecento la filosofia aristotelica
si afferma a seguito di un acceso dibattito su quella di Platone (428/7-348/7 a.C.), fondato su una
visione idealistica del mondo secondo la quale le singole realtà terrene sono riproduzioni delle Idee
celesti, princìpi autentici di verità, e da questo discende il dualismo di fondo tra spirito e corpo e il
primato del primo sul secondo. Protagonisti del dibattito tra le opposte posizioni filosofiche sono
due tra i più importanti intellettuali del secolo, il domenicano Tommaso d’Aquino (1225/1226-
1274) e il francescano Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274). Al primo si deve la definiti-
va conciliazione tra aristotelismo e cristianesimo, che, già iniziata dal suo maestro Alberto Magno
(1193 ca.-1280), diventerà la dottrina ufficiale della Chiesa fin dal Trecento.
Secondo Tommaso la scienza che si fonda sui contenuti delle Scritture integra e completa la
scienza fondata sulla ragione, in una sintesi che vede armonizzate la ragione e la fede. Con tale
assunto l’Aquinate dimostra che la fede cristiana poteva conciliarsi con tanta parte della cultura
antica. Bonaventura all’opposto sostiene la superiorità della fede nella conoscenza della verità e
difende il primato del platonismo sulla concezione aristotelica.
Molto dura è invece la posizione della Chiesa nei confronti di quegli aristotelici che, seguen-
do alla lettera Aristotele, sostenevano l’esistenza di due verità, spesso tra loro non coincidenti,
la verità della ragione e la verità della rivelazione; ne discendeva l’autonomia della ragione ri-
spetto alla fede e quella della filosofia rispetto alla verità dei testi sacri. Sigieri di Brabante, il
più celebre degli aristotelici radicali, docente a Parigi, viene condannato come eretico e radiato
dall’insegnamento nel 1277.

Il cosmo medievale
La diffusione delle traduzioni dall’arabo delle opere di Aristotele e dell’Almagesto del geografo
Tolomeo (II secolo d.C.), che si ispira al filosofo greco, condiziona anche la visione medievale
del cosmo. All’inizio del Duecento la Chiesa vieta la circolazione dei testi aristotelici all’Uni-
versità di Parigi, il centro europeo più prestigioso del tempo per la filosofia e la teologia, ma a
partire dalla metà del secolo lo riabilita grazie alla profonda operazione culturale promossa da
Tommaso d’Aquino; quest’ultimo scrive, tra il 1272 e il 1273, un commento al De coelo di Ari-
stotele, che armonizza visione aristotelica, visione tolemaica e tradizione cristiana, dando forma
a un sistema cosmologico in cui all’aristotelico
Cielo delle stelle fisse e al Primo Mobile di To-
lomeo si aggiunge l’Empireo, sede della mente
divina e delle anime beate. La struttura dell’u-
niverso quindi, che nei primi anni del Trecen-
to sarebbe stata illustrata da Dante nel suo Pa-
radiso, si articola in nove cieli di etere, vale a
dire nove sfere concentriche che fasciano, una
dentro l’altra, la Terra al loro centro. Ciascuno
dei cieli contiene un pianeta (inteso secondo la
concezione medievale) che in esso orbita.

 Benozzo Gozzoli, Trionfo di San Tommaso


d’Aquino, 1470-1475. Parigi, Musée du Louvre.
8 Il Duecento

Nuovi soggetti religiosi: gli ordini mendicanti


In un’epoca che assiste al consolidamento delle istituzioni comunali, allo sviluppo delle città e
all’affermazione dei valori laici legati alla cultura del profitto economico, si fa via via strada la
necessità di un ritorno della Chiesa alla povertà evangelica.
Alle istanze di riforma dei costumi e della morale ecclesiastica si intrecciano spesso anche dif-
fuse attese escatologiche (dal greco éschata, “le cose ultime”, vale a dire i destini finali dell’uomo
e del mondo) che alimentano predicazioni profetiche: la personalità più celebre è quella di Gio-
acchino da Fiore (1130 ca.-1202), monaco calabrese che preconizza
l’imminente avvento di un’età dello Spirito Santo, portatrice di un
radicale rinnovamento della Chiesa e di una nuova civiltà dell’amo-
re: essa avrebbe chiuso un ciclo iniziato con l’era del Padre, il tempo
del Vecchio Testamento, e proseguito con quella del Figlio, i secoli
successivi all’incarnazione di Cristo.
In questo clima culturale nascono esperienze popolari ispirate al
bisogno di penitenza e di preghiera: nel 1233 Giovanni da Vicenza è
tra i promotori del movimento dell’Alleluja, i cui membri animano
per le strade delle città processioni con canti e inni, volti a invoca-
re la fine delle guerre tra i Comuni e Federico II; nel 1260, lo stes-
so anno fissato da Gioacchino da Fiore come l’inizio dell’età dello
Spirito, nasce il movimento dei flagellanti o disciplinati,
termine che deriva da disciplina, il frustino usato  Una processione di
come strumento di volontaria mortificazione flagellanti in una miniatura
francese del XV secolo.
della carne nel corso di cerimonie pubbliche New York, Metropolitan
di penitenza. Museum of Art.
La novità di maggior rilievo per la cristia-
 Monaci domenicani
nità del tempo è tuttavia la fondazione degli e monaci francescani
ordini dei francescani e dei domenicani da in una miniatura del
parte rispettivamente di Francesco d’Assisi XIV secolo. Padova,
Biblioteca Capitolare.
(1181/1182-1226) e dello spagnolo Dome-
nico di Guzmán (1170-1221). Essi introdu-
cono una figura inedita nel panorama religioso
dominato fino a quel momento da quella del mona-
co benedettino, residente in un monastero fuori dal centro
abitato e obbediente alla regola dell’ora et labora. Francescani
e domenicani si fanno chiamare “frati”, a sottolineare la fratel-
lanza che li lega a ogni persona, e vivono all’interno delle città,
a stretto contatto con la vita degli uomini e delle donne del loro
tempo, cui offrono testimonianza di povertà e carità, i primi,
e di dotta predicazione volta a contrastare le eresie, i secondi; la
loro residenza non si chiama più “monastero”, parola che evoca l’i-
solamento in quanto derivante dal greco mónos (“solitario”), bensì “con-
vento”, cioè “riunione”. I due ordini, detti mendicanti, hanno da subito uno
straordinario seguito. I francescani, almeno in una prima fase della loro storia, mostrano una certa
diffidenza nei confronti della cultura, vista anch’essa dal fondatore come una forma di ricchezza e di
attaccamento a un bene esclusivamente terreno (questa posizione radicale si attenuerà tuttavia con
il tempo); i domenicani, al contrario, costituiscono da subito una compagine di grande importanza
per quanto riguarda l’elaborazione e la divulgazione culturale, che si esplicano rispettivamente nel-
la riflessione teologica e nella predicazione. Sono domenicani sia Tommaso d’Aquino, il maggiore
filosofo del Duecento e autore di una monumentale Summa theologiae, sia il vescovo ligure Jacopo
da Varagine (1230-1298), autore di una celebre Legenda aurea, una raccolta di vite di santi, desti-
nata a diventare uno dei libri più letti dell’epoca e un prezioso repertorio di storie per i predicatori.
Gli eventi e le idee ■ 3 L’arte nel Duecento 9

Il simbolismo e i bestiari
Il pensiero medievale si caratterizza per la sua natura
fondamentalmente analogica, basata cioè sulla rela-
zione tra gli aspetti della realtà e, più spesso, sulle cor-
rispondenze invisibili tra ciò che cade sotto gli occhi e
una dimensione più nascosta e spirituale. Per l’uomo del
Medioevo l’universo è costruito sull’intreccio di innu-
merevoli rapporti tra le cose del mondo terreno e l’aldilà.
Secondo questa concezione una parola, un oggetto, un
numero, un animale, un vegetale, una pietra sono sim-
boli di qualcosa di diverso da sé cui essi, in virtù delle
loro caratteristiche, rimandano. Uno dei documenti più  Il leone che regge la colonna del protiro principale
rappresentativi di tale visione culturale è costituito dai del duomo di Cremona, XV secolo. Jakub Halun.
bestiari, una tipologia di testi molto diffusa nel Medio-  Cavalli in una miniatura tratta da un bestiario
evo, che proprio tra XII e XIII secolo riscuote partico- anglosassone del XIII secolo. Londra, British Library.
lare successo e che testimonia l’importanza attribuita in
questi secoli agli animali. I bestiari sono libri manoscritti
che descrivono gli aspetti di un certo numero di animali,
reali ma anche immaginari, con lo scopo di ricavarne in-
segnamenti morali e religiosi: di ogni animale vengono
illustrati, oltre ai dati fisici, il comportamento, l’indole,
le abitudini, i rapporti con i propri simili e con l’uomo e
si riportano le varie credenze che lo riguardano. Così, se
a proposito del leone è opinione diffusa che dorma con
gli occhi aperti, per questa sua caratteristica viene presen-
tato come simbolo di vigilanza ed è per tale motivo che
spesso la scultura di un leone viene posta all’ingresso delle chiese. Il cervo, secondo la maggio-
ranza dei bestiari, è un animale nobile e virtuoso, simbolo di rapidità e longevità e, grazie ai pal-
chi delle corna, dotato di armi contro il male; dal momento che è nemico dei serpenti e li snida
dalle loro tane è assimilato a Cristo, capace di liberare dal demonio l’anima degli indemoniati.
All’opposto sono animali malefici l’orso, il lupo e il cinghiale: quest’ultimo in particolare, nero
e irsuto, è considerato una bestia demoniaca e, poiché non solleva mai la testa verso il cielo ma
fruga costantemente in terra alla ricerca di cibo, è simbolo dell’uomo curvato sotto il peso dei
vizi e dei piaceri materiali.

3 L’arte nel Duecento


Una spinta verso l’alto
Il XIII secolo conosce il progressivo estendersi in Europa dello stile gotico. Il termine è usato
con accezione spregiativa nelle Vite di Giorgio Vasari (1511-1574), pittore, architetto e autore
di uno dei primi trattati di storia dell’arte. Per Vasari, il cui ideale estetico è legato alla riscoperta
dei modelli classici propria del Rinascimento, “gotico” è sinonimo di barbarico e definisce lo stile
sorto in Francia intorno alla metà del XII secolo, che aveva ispirato la costruzione delle grandi
cattedrali d’oltralpe. L’edificio religioso amplifica le sue dimensioni soprattutto nel senso dell’al-
tezza traducendo in questa spinta ascensionale l’anelito verso Dio; le ampie pareti perimetrali
delle chiese e delle abbazie romaniche, destinate spesso alla decorazione a fresco, sono ora so-
stituite dallo sviluppo di alte vetrate colorate che conferiscono, oltre a uno spettacolare effetto
cromatico, un’impressione di generale leggerezza nonostante l’accentuata verticalità e le grandi
dimensioni della struttura architettonica.
10 Il Duecento

Nato in Francia, lo stile gotico si estende rapidamente in tutta Europa assumendo nelle diverse
regioni specifiche peculiarità. In Italia, dove nell’architettura religiosa si attarda il modello roma-
nico, l’affermazione dello stile gotico interessa innanzitutto molti nuovi edifici di destinazione
civile: il consolidamento delle realtà comunali e il contemporaneo sviluppo di una vita pubblica
sempre più vivace rendono necessaria, in vaste aree dell’Italia centro-settentrionale, la costru-
zione di palazzi comunali che nella solidità e nell’eleganza della loro struttura costituiscono
l’elemento di più forte rappresentatività del Comune stesso. Tra i primi esempi di architettura
civile di gusto gotico sono appunto il Palazzo dei priori di Volterra, concluso a metà del secolo,
il Palazzo del capitano del popolo a Orvieto e il Palazzo dei papi a Viterbo.
Diversa è la vicenda dell’architettura religiosa italiana nel Duecento, segnata in particolare
dalla storia delle grandi chiese degli ordini mendicanti, come la Basilica di Sant’Antonio a Pado-
va o la Basilica di San Francesco ad Assisi: esse danno prova di un’interpretazione ancora molto
sobria e severa del gotico integrando i nuovi stilemi con permanenze romaniche.
Se l’Italia centrale resta per tutto il secolo il fulcro di una vivacissima e multiforme attività arti-
stica grazie alla presenza in quell’area di numerose realtà comunali, nel Sud della penisola un cli-
ma altrettanto ricco di suggestioni culturali si sviluppa in Sicilia, alla corte dell’imperatore svevo
Federico II. Uomo di forte personalità e di raffinati interessi come la letteratura, le scienze natu-
rali e l’astronomia, egli dà forma a un modello di corte molto evoluto e favorisce nei suoi territori
lo sviluppo di fenomeni artistici che si caratterizzano in parte per la ripresa di forme classiche, in
parte, in particolare nelle strutture difensive, per il recupero di modelli arabi. Altamente signifi-
cativo dell’arte di epoca federiciana è il cosiddetto Castel del Monte, vicino ad Andria in Puglia,
costruito tra il 1240 e il 1250, un edificio di cui non si conosce con certezza la destinazione d’uso,
che presenta una possente struttura a
base ottagonale potenziata sugli spi-
goli da otto torri anch’esse ottagonali,
in un sapiente gioco geometrico in cui
è esaltata la cultura matematica della
tradizione araba.
Per quanto riguarda la scultura, il
Duecento conosce le grandi perso-
nalità di Nicola Pisano (ca. 1220-
1280), di suo figlio Giovanni (ca.
1248-1320) e di Arnolfo di Cam-
bio (ca. 1240-1310). Al primo si de-
vono opere molto celebri e sontuose
come i pulpiti del Battistero di Pisa
e del Duomo di Siena e la Fontana
Maggiore a Perugia. Giovanni Pisa-
no è attivo negli ultimi anni del seco-
lo, soprattutto nelle città dell’Italia
centrale, dove lascia capolavori co-
me i tre pulpiti del Duomo di Pisa,
di quello di Pistoia e di quello di Sie-
na. Arnolfo di Cambio, anch’egli al-
lievo di Nicola Pisano, affianca a una

 Il Palazzo del capitano del popolo di Orvieto


eretto nel XIII secolo. Miti74/Shutterstock.

 Castel del Monte, in Puglia, è uno


dei tanti castelli che Federico II fece costruire
durante il suo regno.
Gli eventi e le idee ■ 3 L’arte nel Duecento 11

prestigiosa attività di scultore quella, forse an-


cora più celebre, di architetto: sono suoi infatti
i progetti per le chiese fiorentine di Santa Ma-
ria Novella, di Santa Croce e della cattedrale,
Santa Maria del Fiore; è a lui attribuito inoltre
il grande edificio civile di Palazzo Vecchio.
La pittura del Duecento, che annovera tra
i suoi maestri Cimabue in area toscana e Pie-
tro Cavallini in quella romana, è più refratta-
ria rispetto alla scultura ad aprirsi alle novità
dello stile gotico e resta sostanzialmente anco-
rata ai moduli bizantini: essi prevedono la di-
sposizione delle figure su luminosi fondi oro
che simboleggiavano lo spazio del sacro con un
suggestivo effetto di astrazione dell’immagine
che ne favorisce l’utilizzo a fini liturgici e di preghiera. Per
quanto riguarda la pittura a tempera su tavola, trova ampia
diffusione nel Duecento un modello che prevede intorno
a una grande figura centrale una serie di piccole scene late-
rali raffiguranti episodi del personaggio cui la tavola è de-
dicata, in uno schema compositivo che accentua la valenza
narrativa della pittura e la sua funzione di Biblia pauperum,
“Bibbia dei poveri”, cioè di racconto religioso destinato alle
persone incolte ed estranee al latino.
Nella seconda metà del secolo è attivo tra la Toscana e
l’Umbria il pittore Cenni di Pepo, detto Cimabue (1240
ca.-1302). Oltre ad alcuni affreschi nella basilica di Assi-
si, egli lascia alcune crocifissioni su tavola che confermano
una modalità nuova affermatasi da pochi anni nella rap-
presentazione del Cristo inchiodato alla croce: mentre nel-
la tradizione bizantina infatti egli compariva eretto e per-
fettamente sereno in viso, a partire proprio dalla metà del
Duecento appare col volto reclinato sul petto e col corpo inarcato in una immagine di umana
sofferenza, realistica e drammatica, nota come Christus patiens (“Cristo sofferente”).
Si cimenta nelle tecniche del mosaico e dell’affresco il pittore romano Pietro Cavallini (ca.
1240-1330), attivo a Roma negli ultimi decenni del XIII secolo. Sia nei mosaici dell’abside di
Santa Maria in Trastevere, sia negli affreschi di
Santa Cecilia in Trastevere si riconosce la le-
zione dell’arte bizantina unita tuttavia a una
inedita morbidezza delle forme, a un indu-
gio più curato sulle espressioni individuali dei
soggetti rappresentati e a un luminoso croma-
tismo, vivido anche nei particolari.

 Giovanni Pisano, Crocifissione, XIII secolo.


Pistoia, Pieve di Sant’Andrea. Scala.

 Cimabue, Crocifissione, 1270.


Arezzo, Chiesa di San Domenico.

 Pietro Cavallini, La presentazione al tempio


di Gesù, mosaico del 1291.
Roma, Santa Maria in Trastevere.
12 Il Duecento

4 I protagonisti e i luoghi della cultura


La condizione dell’intellettuale
Nella prima fase della cultura medievale la figura dell’intellettuale coincide con quella dell’uomo
di Chiesa che commenta e rielabora i testi sacri, tanto che il termine clericus significa “dotto” pri-
ma ancora che “ecclesiastico”. In seguito, però, con la nascita della letteratura in volgare, scritta e
per lo più destinata alla lettura pubblica, spesso con accompagnamento musicale, nel corso del
Duecento nascono i primi letterati di professione, non più religiosi ma laici.
La loro condizione si diversifica a seconda delle realtà politiche in cui si muovono. I poeti
della Scuola siciliana sono funzionari alla corte di Federico II e praticano la poesia per diletto,
a margine degli impegni ufficiali, e hanno una formazione giuridica. Nell’Italia settentrionale,
dove l’esperienza dei Comuni si ritaglia spazi di autonomia politica, l’intellettuale è invece or-
ganicamente impegnato nell’attività civile: talvolta dotato di una rendita economica, frequenta
la letteratura spesso a margine di una professione, ma non come semplice evasione, anzi per ri-
flettere su temi di utilità comune (giustizia, etica, forme di governo…). È quanto fa, per esempio,
Brunetto Latini, tipico intellettuale comunale che contribuisce alla formazione della classe di-
rigente insegnando retorica e scrivendo testi di carattere enciclopedico; lo stesso fa il suo allievo
più celebre, Dante Alighieri, nel trattato incompiuto Convivio, dedicato alla riflessione sul ruolo
dell’intellettuale, o in alcune rime di carattere morale, ma soprattutto nella Commedia, in cui la
tematica religiosa e quella politica sono strettamente intrecciate.
Non mancano comunque, anche nel Duecento, intellettuali radicati nella vita religiosa come
Jacopone da Todi e Guittone d’Arezzo, che diventano frati dopo una crisi spirituale e scrivono
poesie ispirate ai nuovi valori che guidano la loro vita.

La nascita delle università


La nuova classe dirigente del Comune, impegnata in attività mercantili e finanziarie, necessita
di una formazione specifica, basata su conoscenze matematiche, giuridiche, commerciali, conta-
bili e linguistiche. A partire dalla metà del XII
secolo alle scuole annesse ai monasteri, depu-
tate all’istruzione di base, e a quelle vescovili,
dove nell’Alto Medioevo si impartisce invece
l’istruzione superiore, si affiancano scuole lai-
che a pagamento, svincolate dal controllo del-
la Chiesa, in grado di rispondere alle richieste
di una preparazione pratica tecnico-scientifi-
ca e giuridico-amministrativa che nelle prime
scuole laiche cittadine e nelle prime universi-
tà si sostituisce progressivamente all’istruzione
teorico-religiosa.
Di fronte alla crescente richiesta di alfabe-
 Studiosi al lavoro in una miniatura tizzazione le istituzioni comunali avocano a sé la gestio-
tratta dal poema enciclopedico Image du Monde ne del sistema educativo, che in ottica imprenditoriale si
di Gossouin de Metz del 1320-1325.
Parigi, Bibliothèque Nationale. prospetta anche come un’occasione di guadagno. Sono
le stesse istituzioni a provvedere alla nomina dei docenti,
i magistri, che vengono a costituire una nuova categoria professionale, cui si garantiscono non
solo stipendi, ma anche benefici fiscali e privilegi.
Nel volgere di pochi decenni si moltiplicano le associazioni di studenti e maestri, che si incon-
trano negli Studia e strappano alle autorità civili e religiose riconoscimento ufficiale, sedi stabili,
privilegi economici e giuridici: nascono così le Universitates, termine che indica letteralmente
la “totalità” di maestri e studenti, che costituiscono una corporazione. Le università si dotano
Gli eventi e le idee ■ 4 I protagonisti e i luoghi della cultura 13

di programmi di studio e fondi per retribuire i docenti e fissano gli esami necessari per ottenere
il titolo finale, la laurea, che conferisce la licenza all’insegnamento (licentia ubique docendi, “la
facoltà di insegnare ovunque”), concessa dalle maggiori autorità come impero, monarchie na-
zionali e papato.
La culla delle università medievali è l’Italia: sull’esempio dello Studium bolognese, fonda-
to secondo la tradizione dal giudice e maestro di arti liberali Irnerio nel 1088, specializzato in
materia giuridica e dotato di un proprio statuto nel 1158 dall’imperatore Federico I Barbaros-
sa, sorgono i due maggiori centri universitari in Europa, Oxford e Parigi, fiorenti fra il XII e il
XIII secolo e specializzati negli studi teologici e filosofici. Nel corso del Duecento nascono, tra
le altre, l’Università di Padova nel 1222, specializzata in filosofia, quella di Napoli nel 1224 per
volontà di Federico II, qualificata come Bologna negli studi giuridici, e, sempre sotto il sovrano
svevo, viene potenziata la Scuola medica di Salerno, polo di eccellenza nell’ambito della medi-
cina, nata nel XII secolo.
Gli allievi provengono dalla penisola e anche d’oltralpe e studiano sulle peciae, vere e proprie
dispense copiate negli scriptoria, il cui costo, inizialmente elevato, è destinato a scendere sensi-
bilmente con l’aumento degli allievi. La diffusione delle università comporta infatti anche un
aumento nella richiesta di libri: nelle città nascono officine specializzate i cui titolari, gli statio-
narii, si procurano una copia dei testi in uso nei diversi corsi e provvedono alla loro riproduzione
in base al numero degli studenti.
Le università introducono un significativo mutamento nel sistema e nell’assetto degli studi,
organizzati su due livelli e secondo facoltà: Arti, Medicina, Teologia, Diritto Civile, Diritto Ca-
nonico, definito anche Decreto. Il primo livello costituisce il gradino iniziale dell’insegnamento
universitario, dura sei anni e impegna gli studenti fra i quattordici e i vent’anni: in esso si insegna-
no le cosiddette arti liberali, del trivio (grammatica, dialettica, retorica) e del quadrivio (aritme-
tica, geometria, astronomia e musica). Al termine del percorso si ottiene il “baccellierato”, titolo
che consente l’accesso agli studi specialistici, di durata variabile, dopo il quale si conseguono il
dottorato e la licenza all’insegnamento. Gli studenti sono giovani di famiglie abbienti o chie-
rici che si spostano da una città all’altra per seguire le lezioni dei maestri più prestigiosi e sono
detti pertanto in latino clerici vagantes (“chierici
vaganti”). Dalla loro vita goliardica e all’insegna
dell’avventura nasce la produzione dei Carmi-
na Burana, componimenti anonimi prevalente-
mente in latino che rovesciano parodisticamente
i temi della letteratura “alta”, in cui si celebrano
i piaceri terreni, come il vino, le donne, il gioco.
I magistri, spesso ecclesiastici, si spostano con
facilità da un’università all’altra, grazie all’uni-
formità linguistica che regna nel mondo della
cultura: in tutta Europa, infatti, l’insegnamento
è impartito in latino. Due ne sono le modalità: la
lectio, lettura e commento di un testo autorevole
a cura del magister, che non prevede dibattito, e
la disputatio, tipica del metodo della Scolastica,
discussione di una tesi, spesso puramente forma-
le, da parte degli studenti.

 Una pagina miniata del trattato di chirurgia


di Roberto Frugardi, medico della scuola
di Salerno. Manoscritto francese del XIV secolo.
Londra, British Library.
14 Il Duecento

5 Lingua, libri, generi


Le lingue romanze
Nel Duecento si attesta la definitiva maturazione delle cosiddette lingue neolatine, la cui for-
mazione si compie attraverso un lungo processo nei secoli precedenti e nelle quali si esprimono
ora le prime forme della letteratura europea.
Nelle vaste zone dell’Europa centro-meridionale soggette alla dominazione di Roma, ancora
prima della caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C., inizia infatti il lungo percorso
che conduce alla nascita di nuove lingue quali sono oggi l’italiano, il francese, il provenzale, lo
spagnolo, il catalano, il portoghese e il rumeno.
Nell’impero il latino ha caratteristiche diverse a seconda dell’area geografica e della colloca-
zione sociale di chi lo usa. Il popolo si esprime infatti nel cosiddetto sermo vulgaris o plebeius
diverso dalla lingua della cultura ufficiale, il cosiddetto sermo doctus. La gente comune, per
esempio, non utilizza equus per indicare il cavallo, ma caballus, e al posto di os per “bocca” utiliz-
za bucca, ed è da questo serbatoio lessicale che derivano le lingue neolatine, mentre in italiano le
parole dotte del latino sono destinate ai linguaggi settoriali, come nel caso dei termini “equino”,
“equitazione” e “oralità”.
Con il 476 d.C. i territori prima riuniti in un’unità politica, per quanto in crisi, diventano iso-
le di civiltà: nelle aree più intensamente romanizzate, come l’Italia, centro dell’impero, la Francia
e la Penisola iberica, assoggettate in epoca precristiana, ma anche la Dacia, odierna Romania, for-
temente militarizzata dopo la conquista da parte di Traiano all’inizio del II secolo d.C., il latino
fornisce la base comune per lingue elaborate con l’apporto degli idiomi barbarici, che si defini-
scono “neolatine” o “romanze”, dall’espressione Romanice loqui, “parlare nel modo dei Romani”,
per l’origine comune di riferimento. Il processo che conduce alle nuove lingue passa attraverso
l’oralità ed è caratterizzato da una complessiva
semplificazione: del latino spariscono il siste-
ma delle declinazioni, le desinenze verbali e le
costruzioni sintattiche più complesse.
Nei territori in cui la dominazione roma-
na non si era consolidata, come in Germania
e in Inghilterra, si originano invece lingue che,
pur avendo anche elementi in comune con il
latino, sono tributarie degli idiomi dei popo-
li invasori. Nel caso dell’inglese, per esempio,
sono gli Angli e i Sassoni, migrati in Britannia
a metà del V secolo, a fornire la base per la lin-  Una scena di aratura in una miniatura
gua del territorio. del XV secolo. Firenze, Biblioteca Riccardiana.

Le prime testimonianze
La comparsa dei volgari neolatini è inizialmente testimoniata da testi di natura non letteraria, che
hanno finalità legate alla vita politica, giudiziaria o sono anonime scritture nate quasi per gioco.
Nell’813, nel corso del Concilio di Tours, Carlo Magno sollecita i vescovi a pronunciare le
loro omelie non in latino, ma nelle lingue che la popolazione comprende: le lingue romanze e la
lingua tedesca parlate nei territori dell’impero.
Tre decenni dopo, il 14 febbraio dell’842, con il cosiddetto Giuramento di Strasburgo, due
dei tre nipoti di Carlo Magno, Carlo e Ludovico, si impegnano pubblicamente in un patto di
reciproco sostegno contro il fratello Lotario, erede del titolo imperiale e della sovranità su alcuni
territori al confine tra l’area francese, governata da Carlo, e l’area tedesca, governata da Ludo-
vico. Dopo una premessa ufficiale, pronunciata in latino, i fratelli giurano ciascuno nella lingua
dell’altro, Carlo nel tedesco antico e Ludovico nell’antico francese, per consentire agli eserciti
Gli eventi e le idee ■ 5 Lingua, libri, generi 15

schierati di comprendere i contenuti del giuramento: è l’atto di nascita dei volgari neolatini, in
particolare del francese, documentato ufficialmente per la prima volta grazie a un cronista dell’e-
poca, Nitardo, autore di un’opera di storia sui tre sovrani.
Nella nostra penisola la prima attestazione di un volgare italico compare in un documento
di datazione incerta, probabilmente risalente a fine VIII-inizio IX secolo, rinvenuto nel 1924
nella Biblioteca Capitolare di Verona. È il cosiddetto Indovinello veronese, inserito da un copi-
sta a margine di un codice liturgico, che attraverso l’immagine dell’aratura e della semina allude
all’attività della scrittura.

T1 Indovinello veronese
Se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba
“Si spingeva innanzi i buoi, arava un bianco campo, teneva un bianco aratro e seminava una nera
semente”
La base linguistica è ancora latina, ma nel testo si colgono tuttavia significative trasformazioni
in direzione di una lingua nuova, come la caduta delle desinenze personali nelle forme verbali
(pareba, teneba, seminaba, prive della -t finale).
I primi documenti in cui il volgare italico compare consapevolmente contrapposto al lati-
no sono i cosiddetti “placiti cassinesi”, sentenze giudiziarie risalenti agli anni 960-963. Essi
riguardano la causa per la proprietà di alcuni terreni contestata al monastero di Montecassino:
per vincerla l’abate Aligerno deve dimostrare che essi sono occupati dai benedettini da più di
trent’anni; perciò si avvale di testimonianze che il giudice di Capua, Arechisi, fa registrare nella
lingua in cui vengono rese. I placiti sono quattro, di cui quello più antico, pronunciato a Capua
nel 960 e inserito nel verbale del processo, redatto in un latino peraltro molto scorretto, recita:

T2 Placito capuano
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti
“So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso
l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto”
Lo scarto tra il latino medievale e il volgare italico è segnalato in particolare dalla congiunzione
ko (il futuro che dell’italiano) per introdurre una subordinata oggettiva, in latino non segnalata
da alcuna congiunzione, dalla totale scomparsa delle desinenze dei casi nei sostantivi e dalla par-
ticella pronominale le, del tutto assente in latino.
Agli ultimi anni del secolo XI risale infine l’iscrizione di san Clemente, inserita in un affre-
sco nella basilica sotterranea di san Clemente al Laterano a Roma. L’immagine rappresenta un
episodio della vita del santo e in essa compaiono a corredo delle pitture, come in una sorta di
antico “fumetto”, alcune frasi nel nuovo idioma.

T3 Iscrizione di san Clemente


Sisinium: Fili de le pute, traite.
Gosmarius: Albertel, trai.
Albertellus: Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!
Sanctus Clemens: Duritiam cordis vestris, saxa traere meruistis.
Sisinnio: Figli di puttana, tirate!
Gosmario: Albertello, tira!
Albertello: Poniti dietro a lui col palo, Carboncello!
San Clemente: A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi.
Nell’iscrizione i persecutori pagani parlano in volgare, usando anche espressioni scurrili, mentre
il santo parla in latino.
16 Il Duecento

Le nuove forme del libro


Nell’epoca classica il libro aveva la forma del volumen, il rotolo di papiro, materiale economico
ma fragile. Nell’Alto Medioevo, invece, si diffonde la forma del codice, libro a pagine da sfo-
gliare; essendo realizzato in pergamena, materiale di origine animale più resistente che richiede
una lavorazione lunga e complessa, il codice ha un costo elevato e dimensioni imponenti, che lo
rendono difficilmente maneggevole: perfino nelle scuole vengono utilizzati raramente e neces-
sitano comunque sempre di un supporto. La sua produzione avviene all’interno degli scriptoria
dei monasteri e vi contribuiscono molte figure di artigiani: conciatori di pelli, rilegatori, gioiel-
lieri, amanuensi e miniatori.
In età comunale anche il formato del libro conosce un mutamento. Le nuove modalità di
studio e di consultazione, sui banchi delle università, in casa, negli uffici e nelle botteghe ne im-
pongono dimensioni più piccole e maneggevoli. Al testo inoltre si aggiungono indici, rubriche
e note per renderlo più accessibile.
Al supporto della pergamena si affianca la progressiva introduzione della carta: a Fabriano
(presso Ancona, nelle Marche) le prime notizie sull’attività manifatturiera si hanno a partire
dalla metà del XIII secolo. L’introduzione di innovazioni come l’uso di una sorta di marchio
di fabbrica, detto filigrana, per segnare i fogli, il cui esempio più antico risale al 1282, e l’uso di
una colla che previene il deterioramento dei fogli stessi, fanno ben presto di Fabriano il centro
di produzione più importante in Italia, un primato destinato a durare fino quasi ai nostri giorni.
Sempre nel Duecento, inoltre, al cosiddetto “quaternione”, l’antenato del nostro quaderno, com-
posto da quattro fogli e sedici pagine, in uso nei secoli precedenti, si inizia a preferire un fascicolo
a sei fogli, dapprima in Inghilterra e a seguire in Francia e in Italia.

I luoghi della letteratura


Anche nel Duecento la Francia, dove ha inizio la letteratura europea in volgare, resta un centro
di grande importanza sia per la letteratura in lingua d’oïl, nella quale vengono scritti poemi e
romanzi, sia per quella in lingua d’oc, in cui si esprime la trobadorica.
Quanto all’Italia, la frammentazione politica e linguistica fa sì che le esperienze letterarie del
Duecento siano molto variegate.
In Umbria fiorisce la letteratura religiosa. Qui, ne 1224, Francesco d’Assisi scrive in volgare
umbro illustre il Cantico delle creature, a lungo considerato il primo documento ufficiale della
nostra letteratura. Pochi decenni dopo Jacopone da Todi (ca. 1230-1306) compone le sue laudi,
opponendo alla religiosità gioiosa di Francesco una visione negativa della vita terrena e della di-
mensione corporale dell’esistenza umana. Sempre nella prima metà del XIII secolo in Sicilia, alla
corte palermitana di Federico II, nasce la prima lirica cortese sul suolo della nostra penisola, in
siciliano illustre ma giunta a noi attra-
verso le trascrizioni dei copisti toscani.
I poeti della Magna Curia, funzionari
imperiali, derivano dai provenzali il te-
ma dell’amore e della sua origine. A un
poeta siciliano, Iacopo da Lentini (ca.
1210-1260), si deve con ogni probabi-
lità l’invenzione del sonetto, struttura
metrica destinata ad avere uno straordi-
nario successo nella nostra letteratura.

 Uccelli si cibano di pesci in uno stagno


in una miniatura tratta dal De arte venandi
cum avibus, il trattato sulla falconeria scritto
da Federico II nel XIII secolo.
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica.
Gli eventi e le idee ■ 5 Lingua, libri, generi 17

L’Europa letteraria alla fine del Duecento


1 Chanson de geste nasce la corrente del dolce 7 Poesia comico-realistica altri generi letterari, come la
Tra l’XI e il XIII secolo, nel Nord Stilnovo, che innova la poesia Accanto alla lirica amorosa, poesia comico-realistica e la
della Francia, vengono compo- amorosa nei contenuti e nelle sempre nella regione tosco- novellistica.
ste numerose chansons de ge- forme. emiliana prendono vita anche
ste, poemi epici in lingua d’oïl;
dalla metà del XII secolo, sem- REGNO
pre in lingua d’oïl, si diffondono MARE DI DANIMARCA
anche i romanzi cortesi. DEL NORD
2 Lirica provenzale
In Provenza, tra l’XI e il XIII se- GALLES
colo, si diffonde la poesia cor- REGNO REGNO
D’INGHILTERRA DI
tese, in lingua d’oc, nata per in-
POLONIA
trattenere il pubblico delle corti
e affidata ai testi e alle melodie
dei trovatori. 1 SACRO
ROMANO
3 Letteratura religiosa OCEANO IMPERO
Nella prima metà del Duecen- REGNO
ATLANTICO DI
to si diffonde la poesia di argo- FRANCIA REGNO
mento religioso. DI
4 Scuola siciliana UNGHERIA
Venezia
Nella prima metà del Duecento
prende vita una scuola poetica REGNO PROVENZA
DI NAVARRA 5 STATO REGNO
formata da funzionari di corte 2 DELLA DI
che si dedicano a comporre li- REGNO DI
6 7 CHIESA REGNO
SERBIA DI BULGARIA
CASTIGLIA REGNO
riche di tema amoroso. E LEÓN DI Roma 3
5 Poesia siculo-toscana REGNO ARAGONA
DI REGNO
Dalla metà del Duecento i mo- PORTOGALLO DI
tivi della Scuola siciliana si dif- SICILIA
fondono in Toscana, dando ori-
REGNO DI
gine alla poesia siculo-toscana. GRANADA MAR MEDITERRANEO SICILIA
6 Stilnovo 4
Negli ultimi decenni del XIII se-
colo, in area tosco-emiliana,

Intorno alla metà del secolo, in Toscana si avvia la trascrizione dei testi dei poeti siciliani e
nasce la cosiddetta Scuola toscana. Al tema d’amore, ereditato dai provenzali e dai siciliani, si
affianca quello politico, favorito dall’assetto dei Comuni, divisi nelle opposte fazioni dei guelfi e
dei ghibellini. Temi e forme dei poeti provenzali vengono così innestati su un tessuto socio-poli-
tico del tutto differente. Nello scorcio finale del secolo, sempre in Toscana, e in particolare a Fi-
renze, si diffonde il dolce Stilnovo, inaugurato dal bolognese Guido Guinizzelli (1235 ca.-1276).
Stilnovistica è anche buona parte della produzione giovanile di Dante Alighieri, che a Firenze
compone la Vita nova.

I generi letterari
Come spesso accade agli albori di una nuova letteratura, anche nell’Europa medievale il primo
genere letterario a comparire è la poesia epica pag. 24 che si diffonde in molte regioni: l’Inghil-
terra, la Scandinavia, la Germania, la Spagna e soprattutto la Francia, dove viene chiamato chan-
son de geste. La poesia lirica pag. 30 compare più tardi, nel XII secolo, nelle corti della Francia
meridionale per opera dei trovatori, che cantano l’amore detto “cortese” e si diffonde nelle aree
circostanti come la Germania e l’Italia settentrionale. Anche dopo la fine dell’esperienza tro-
badorica, il genere mantiene la sua grande vitalità adattandosi a nuovi contesti socio-culturali
come il regno di Federico II, dove fiorisce la Scuola siciliana, e i Comuni dell’Italia centro-set-
tentrionale, dove numerosi poeti di estrazione borghese rielaborano i modi e i temi della poesia
cortese. In Italia centrale si diffonde invece una poesia di tipo religioso, la lauda, strettamente
legata all’esperienza religiosa di Francesco d’Assisi e del suo ordine pag. 58 .
Un filone poetico particolarmente florido nel Duecento è la poesia didattica, che trasmette
insegnamenti morali, religiosi o scientifici per lo più in forma allegorica. Viene praticata nelle
18 Il Duecento

aree più disparate: in Francia abbiamo l’imponente poema allegorico Roman de la Rose, iniziato
da Guillaume de Lorris e terminato da Jean de Meung; in Italia settentrionale i poemi religiosi di
Bonvesin de la Riva, che è originario di Milano e scrive sia in volgare sia in latino, e di Giacomino
da Verona; a Firenze il Tesoretto di Brunetto Latini, maestro di Dante.
Anche la narrativa, che è scritta sia in prosa sia in poesia, conosce una grande diffusione. Un
filone particolarmente fortunato è quello del romanzo cortese pag. 43 , così chiamato perché è
destinato all’aristocrazia di corte; narra le gesta di re Artù e dei suoi cavalieri (“ciclo bretone”)
o le storie dell’antichità pagana (“ciclo classico”). Le storie cortesi hanno grande fortuna anche
presso il pubblico borghese dei Comuni, che però apprezza anche altre forme di narrativa come
la novella pag. 474 , che nel Duecento comincia la sua fortunatissima storia con la raccolta anoni-
ma intitolata Novellino o i resoconti di viaggio come il celebre Milione di Marco Polo pag. 483 .
La trattatistica in prosa è in gran parte di carattere religioso, anche nella forma allegorica dei
bestiari di cui abbiamo già parlato. Tuttavia sono ben rappresentate anche le opere di argomento
laico come il Trésor, l’enciclopedia che Brunetto Latini scrisse in lingua d’oïl durante il suo esilio
in Francia e la Composizione del mondo di Ristoro d’Arezzo, di argomento cosmologico-geogra-
fico. Particolarmente importante per l’influenza che ebbe sulla poesia cortese è il De amore di
Andrea Cappellano, scritto in Francia all’inizio del Duecento o poco prima: prendendo a mo-
dello l’Arte di amare di Ovidio, l’opera spiega in tre libri e con una dettagliata casistica che cosa
è l’amore, come può nascere e come si può conservare, concludendosi con una reprobatio amo-
ris (“rifiuto dell’amore”) che esorta il destinatario, l’amico Gualtieri, a dedicarsi all’unico vero
amore, quello per Dio. Infine, ricordiamo la manualistica retorica che insegna l’arte di parlare
e scrivere bene, fondamentale per avere successo nella vita politica, come mostrano la Ars dicta-
minis del bolognese Guido Fava o la Rettorica di Brunetto Latini.

CONNESSIONI Il De amore di Andrea Cappellano

A
ndrea Cappellano è un nome pieno di mistero: ci si è ti, prima che l’amore sbocci da tutte e due le parti, non
chiesti se sia un personaggio fittizio o se sia davvero esiste angoscia maggiore, perché l’amante teme sempre
esistito; se il suo titolo sia capellanus (“prete di corte”) che l’amore non ottenga l’effetto desiderato e che sia-
o cambellanus (“ciambellano”, un importante funzionario); se no inutili le sue fatiche. Teme anche i pettegolezzi della
sia stato cappellano della contessa Maria di Champagne tra gente e tutto ciò che gli può nuocere, perché le cose non
il 1184 e il 1186 o ciambellano del re di Francia Filippo II Au- compiute vengono meno al più piccolo turbamento. Se
gusto nel 1190-1191. Molto incerta è anche la datazione del l’amante è povero, teme che la donna disprezzi la sua
suo trattato De amore, che possiamo collocare solo generi- povertà; se è brutto, teme d’essere disprezzato per la
camente nell’ultimo quarto del XII secolo, se non poco dopo. sua bruttezza o che la donna si leghi a un altro più bello;
Una cosa sola è sicura: l’enorme fortuna che il suo trat- se è ricco teme che la sua spilorceria di una volta possa
tato ha avuto presso i poeti d’amore dei secoli successivi. danneggiarlo. A dire il vero, non c’è nessuno che possa
Basterà ricordare Guido Cavalcanti, che si raffigura d’Andrea elencare le paure che sono proprie di ogni amante. È
coll’arco in mano (cioè munito dei precetti di Andrea Cap- dunque passione quell’amore che sorge da una parte
pellano) o Cino da Pistoia, quando dice studio sol nel libro di sola, e si può chiamare amore di uno solo.
Gualtieri / per trarne vero e novo intendimento (Gualtieri è il E anche quando si compie l’amore di entrambi, le pau-
nobile a cui Andrea Cappellano dedica il libro per alleviare le re non diminuiscono perché l’uno e l’altro amante teme
sue pene d’amore). di perdere per le fatiche di un altro ciò che con molta fa-
Ma anche le tenzoni dei poeti siciliani e toscani sulla na- tica ha ottenuto - cosa che risulta più dura dell’essere
tura dell’amore sono evidentemente influenzate da alcuni delusi nella speranza e sentire che la fatica non porta
passi di Andrea, come questo proveniente dal primo libro: frutti. È più doloroso perdere quanto si è ottenuto che
essere spogliati della speranza di ottenere. Teme anche
«L’amore è una passione innata che procede per visione e
di offendere in qualche modo l’amante. E sono tante le
per incessante pensiero di persona d’altro sesso, per cui si
paure che è troppo difficile enumerarle».
desidera soprattutto godere l’amplesso dell’altro, e nell’am-
(A. Cappellano, De amore, trad. di J. Insana, Milano, SE, 1996)
plesso realizzare concordemente tutti i precetti d’amore.
Che l’amore sia passione, si vede facilmente. Infat-
Gli eventi e le idee ■ A tu per tu con l’epoca 19

A TU per TU con l’EPOCA


L 1 Jacques Rossiaud, I cittadini e il denaro
Il cittadino e la vita di città

Il passo, incluso in un testo cardine della storiografia sul Medioevo, L’uomo medievale di Jacques Le
Goff, mette a fuoco la straordinaria molteplicità delle attività e delle classi sociali impegnate all’in-

S
terno delle mura cittadine, la rapida affermazione del modello borghese e con esso della mobilità
del denaro.

Sarebbe risibile e vano pretendere di descrivere in poche righe la straordinaria diversità delle at-
tività e delle società cittadine. Tutti sappiamo bene che dietro le mura stavano gomito a gomito,
secondo proporzioni sempre diverse, canonici e studenti, nobili e vignaioli, patrizi e proletari,
mercanti all’ingrosso e rigattieri, artigiani altamente qualificati e manovali sballottati, secondo il
5 destino individuale e le circostanze, tra il lavoro e la mendicità. Tutti sappiamo anche che i pro-
letari erano più numerosi degl’imprenditori e che i patrizi si contavano sulle dita di una mano.
Un solo esempio: verso il 1300 a Saint-Omer1 si censiscono da 5 a 10 cavalieri, 300 ricchi, 300
possidenti e 10.000 capifamiglia in tutto, di cui tra i 2.500 e i 3.000 poveri […]. Inoltre le diffe-
renze di statuti, di origini, di condizione, in breve di qualità, introducevano delle divisioni che
10 si sovrapponevano a quelle della fortuna. Il che non impedisce che il modello sociale cittadino
sia il borghese e il criterio di differenziazione essenziale il danaro. Ovunque l’uomo di città sud-
divide la massa umana che lo circonda in grandi e medi, grassi e magri, grossi e minuti; determina
il posto dell’individuo nella gerarchia in funzione delle sue entrate, del suo prezzo. Gli esperti
di fiscalità cittadina si pongono dei quesiti sul prodotto del capitale più che sulla sua natura. È
15 quanto dire che, salvo eccezioni (ebrei o stranieri) la condizione finisce sempre per avere il so-
pravvento sullo statuto, la considerazione sul disprezzo e, nonostante delle temporanee frenate,
il danaro permette di passare dall’impresa artigianale agli affari, di forzare l’ingresso a un’hansa2,
a un mercato, a un circolo di ricchi, infine di aggregarsi al «patriziato».
Le funzioni cittadine possono essere molteplici (si diversificano sempre di più); prende il so-
20 pravvento la mentalità mercantile che modella le sensibilità e i comportamenti. […] molti arti-
giani sono dei commercianti a part time; l’artigiano salariato vende la propria capacità, il possi-
dente una camera o un terreno, il giurista la sua scienza del diritto, il professore la sua cultura, il
manovale la sua forza fisica, il giocoliere la sua abilità, la prostituta il suo corpo. I loro ministeria3,
i loro mestieri, sono ordinati in funzione di un sistema di reciproci scambi che gli uni (i teolo-
25 gi) chiamano il bene comune, e gli altri (i borghesi) il mercato, secondo un giusto prezzo fissato
giorno per giorno in danaro sul mercato o sul posto di reclutamento.
Perché il danaro è il sangue della città, il suo fluido vitale […] e il suo principio organizzatore.
Quando il borghese compare in una chanson de geste, in un fabliau o in un detto, si tratta di un
mercante rappresentante naturale di danaro sonante. I chierici, quando non l’accusano di usura,
30 gli rimproverano il suo attaccamento al guadagno, la sua avaritia.

Le fortune borghesi conservano in effetti quasi sempre una parte del loro carattere originario: la
mobilità. Facilmente mascherate o ostentate, fatte di lingotti, di pezzi di vasellame prezioso, poi
di strumenti di credito e di contratti – commesse, prestiti di guerra, depositi bancari – queste
fortune sono dinamiche e vive. Anche trasformate dal successo restano relativamente flessibili:

1 Saint-Omer: città francese nella regione 2 hansa: lega.


dell’Alta Francia. 3 ministeria: incarichi, compiti.
20 Il Duecento

35 case, laboratori, banchi di vendita, terre vicine alla città sono facilmente negoziabili; quanto ai
patrizi, detentori di signorie e di blasoni4, non divengono mai gente che vive di sola rendita, ma,
ancora nel secolo XIV, sono spesso cambiavalute, appaltatori di pedaggi, di diritti d’ingresso e
di tasse come quei cavalieri d’Arles, di Marsiglia o di Pisa che, nel secolo XII, costruivano la loro
posizione di potere accaparrandosi i diritti che pesavano sul sale, sul grano o sulle stoffe.
40 La storiografia liberale5, sedotta dall’abbondanza monetaria, dalla perfezione delle tecniche
commerciali e dalle immense possibilità offerte all’iniziativa privata, vedeva volentieri in ciascun
abitante di una metropoli italiana o fiamminga l’artefice fortunato di un successo commercia-
le; non lasciamoci trarre in inganno da questa leggenda dorata. Molti uomini non poterono e
non vollero rischiare le loro magre economie e la salvezza dell’anima loro in imprese marittime
45 o nell’usura. Tuttavia ogni cittadino era, volente o nolente, attento alla buona amministrazione
del danaro, ai movimenti del capitale, agli avvenimenti che riguardavano i mercati di approvvi-
gionamento o di vendita; Pisani e Genovesi perché dipendevano dal grano della Romania, del-
la Sicilia o del Rodano, tessitori e gualchierai6 fiamminghi perché temevano la disoccupazione
quando non arrivava più la lana inglese; operai parigini e lionesi verso il 1430 perché la pace con
50 la Borgogna significava per loro una vita più facile…
(J. Rossiaud, I cittadini e il denaro in L’uomo medievale, a cura di J. Le Goff, Bari, Laterza, 1993)

4 blasoni: stemmi. 6 gualchierai: operai del settore laniero.


5 liberale: seguace cioè del liberalismo eco-
nomico.

CHE COSA CI DICE QUESTO TESTO SUL Duecento


Il testo focalizza due aspetti peculiari della dimensione cittadina che caratterizza il Basso Medioevo, la
stratificazione sociale e la mobilità del denaro. Dentro le mura convivono gomito a gomito (r. 2) persone
di diversa estrazione, clerici e laici, nobili e plebei, artigiani, contadini, operai, questi ultimi ascrivibili al
novero di quei proletari (r. 3) che detengono il primato solo nel numero. In un panorama così eteroge-
neo, in cui alle divisioni indotte dalla sorte si sommano quelle prodotte da fattori esogeni, si impone
come modello sociale cittadino quello borghese, che individua nel danaro (r. 11) il fondamentale crite-
rio di diversificazione. Esso, garante di una condizione che prevale su qualsiasi statuto (salvo rare ec-
cezioni), diventa il coefficiente dell’unica forma di mobilità sociale possibile, che permette nei casi più
fortunati l’ascesa fino al patriziato. La mentalità mercantile (r. 20) finisce così per imporsi e modellare
sensibilità e comportamenti (r. 20) in una società in cui ognuno vende ciò di cui dispone in un circuito di
scambi, appellato dai teologici bene comune (r. 25) e dai mercanti mercato (r. 25), in cui il denaro è a un
tempo fluido vitale e principio organizzatore (r. 27). E non importa che sia moneta sonante: trasformato
in lingotti o vasellame prezioso, poi in strumenti di credito con la progressiva “invenzione” delle ban-
che che affonda le radici proprio nel Medioevo, o finanche in beni immobili, resta comunque un duttile
strumento di negoziazione, intorno al quale gravitano sovente perfino gli stessi “patrizi”, che, pur nobili,
non si limitano a vivere solo di rendita. Anche nel Medioevo, tuttavia, c’è chi preferisce non rischiare,
per il timore di perdere i propri averi o per scrupoli religiosi, ma di fatto ormai l’amministrazione delle
proprie sostanze si avvia a diventare la forma mentis di un’intera società.

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