Il Duecento
Il Duecento
2 Il Duecento
Questioni di periodizzazione
Il Medioevo è compreso convenzionalmente tra due date: il 476 d.C., anno della deposizione di
Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’Impero romano d’Occidente, da parte del re degli
Eruli Odoacre, e il 1492, anno della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Il
primo termine è tuttavia, dalla metà del secolo scorso, oggetto di un vivace dibattito tra gli sto-
rici, alcuni dei quali individuano come data simbolo della fine dell’evo antico il 410, anno del
sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico, evento molto più tragico e scioccante, anche per il
suo valore simbolico. Lo storico Henri Pirenne (1862-1935) propone invece come data spar-
tiacque tra età antica e Medioevo l’VIII secolo, il periodo della conquista del Nord Africa da
parte degli Arabi, che ha avuto come conseguenza la divisione del Mediterraneo e la rottura di
un equilibrio secolare: il Mare nostrum dei Romani diventa un mare diviso in due, un Medi-
terraneo settentrionale, solcato dai popoli cristiani, e un Mediterraneo meridionale, controllato
dai seguaci di Maometto.
Se la data di inizio del Medioevo è controversa, nemmeno sul termine finale c’è accordo una-
nime; molti studiosi ritengono la fioritura culturale del Quattrocento italiano (in particolare
fiorentino) incompatibile con le caratteristiche del Medioevo; di conseguenza ne fissano la fine
al 1348, anno in cui la terribile epidemia della Peste Nera arresta bruscamente lo sviluppo della
civiltà europea giunta al suo culmine.
A fronte di queste diverse ipotesi di periodizzazione resta invariata la suddivisione interna
tra Alto Medioevo e Basso Medioevo, il primo compreso tra il (controverso) 476 d.C. e l’anno
Mille, il secondo compreso tra l’anno Mille e la fine del XV secolo (o del XIV secolo). Sempre
più frequentemente tuttavia gli storici parlano di un ulteriore periodo, compreso tra questi due
estremi, e cioè di un Pieno Medioevo, quello dei secoli XI-XIII, nei quali si realizzerebbe nella
Gli eventi e le idee ■ 1 Il contesto storico e sociale 3
sua forma più ricca e piena l’autentica civiltà medievale. È a partire dall’XI secolo, infatti, che si
assiste al rifiorire di città, commerci, vita civile e artistica; dopo il lungo periodo di crisi demo-
grafica, sociale ed economica apertosi per l’Europa nel V secolo, e caratterizzato da invasioni,
conflitti, carestie, epidemie, si consolida una ripresa iniziata nel IX secolo e destinata a proseguire
fino alla crisi del Trecento.
La popolazione aumenta, occupa nuovi spazi e rianima le città che tornano a essere luogo di
scambio di merci e di idee. Tutte le aree europee conoscono in questi secoli un’intensa opera di
urbanizzazione che si nutre di attività commerciali e artigianali gestite da una nuova classe so-
ciale, la borghesia, che ha un diverso rapporto con il denaro, con la ricchezza, con la religione,
con la cultura.
Le vicende dell’Impero
La seconda metà del XII secolo aveva inaugurato l’epoca degli imperatori della casa di Svevia,
il primo dei quali, Federico I Barbarossa (1125-1190), si era impegnato in una guerra contro
i Comuni italiani per riprendere il controllo sui territori della penisola sottoposti all’autorità
imperiale. Sconfitto dopo una lunga contesa, egli si era concentrato su un ambizioso progetto
dinastico organizzando il matrimonio del figlio Enrico con Costanza d’Altavilla, erede dei do-
4 Il Duecento
La Chiesa e le eresie
Lo spirito nuovo che anima la vita cittadina favorisce la critica nei confronti dei comportamenti
del clero: la ricchezza in cui vivono le alte gerarchie della Chiesa e la pratica della simonìa, cioè
del commercio delle cariche ecclesiastiche, suscitano movimenti di protesta per riportare i rap-
presentanti di Cristo a una vita coerente con la morale evangelica. Nascono così nuove eresie,
che esprimono l’esigenza di ritorno alla povertà unita spesso ad altre richieste di riforma. È il caso
del movimento dei Valdesi, fondato dal mercante di Lione Valdo, che nel 1170 dona ai poveri le
proprie ricchezze e comincia un’azione di apostolato in lingua volgare affidando la predicazio-
ne a laici, uomini e donne, e del movimento dei Càtari (dal latino medievale catharus, “puro”),
diffuso in tutta Europa, che in nome di una rigida contrapposi-
zione fra spirito e materia chiede ai seguaci di astenersi da ogni
piacere materiale ai fini di un percorso ideale di purificazione.
Il problema dell’eresia viene affrontato da Innocenzo III,
che non esita a muovere una crociata contro la Provenza, terra
in cui sono diffuse le comunità catare, approfittando del soste-
gno militare del re di Francia desideroso di annettere i territori
meridionali. A partire dal 1208 la crociata degli Albigesi, che
prende il nome dagli abitanti della città di Albi, sterminati in
quell’occasione, semina devastazione e morte nei ricchi centri
provenzali, distruggendone la raffinata cultura. Per vigilare con-
tro le eresie, inoltre, il papa aumenta i poteri già concessi ai vescovi di “inquisire” i sospetti e fonda
il Tribunale dell’Inquisizione, organizzato successivamente da Gregorio IX.
Alla repressione si associa tuttavia anche un’attività di riforma dei costumi del clero. Nascono
in questo contesto due nuovi ordini, quello francescano, fondato da Francesco d’Assisi intorno
al 1209, e quello domenicano, istituito nel 1215 dallo spagnolo Domenico di Guzmán. Il primo
si impegna in una fervente attività di apostolato e nella pratica della carità, il secondo nella lotta
all’eresia, ottenendo di amministrare con pieni poteri il Tribunale dell’Inquisizione. Il pontifi-
cato di Innocenzo III raggiunge il culmine nel 1215 con il IV Concilio Laterano, grandiosa ri-
unione della cristianità a cui si calcola abbiano partecipato 1500 ecclesiastici. In quell’occasione
il pontefice, oltre a condannare le dottrine ereticali e a dettare norme contro il malcostume del
clero, invita i sovrani dell’Occidente a riunire eserciti per una nuova crociata in Medio Oriente.
La sua morte, avvenuta l’anno seguente, e l’elezione del più mite Onorio III (1150-1227) in-
terrompono la realizzazione del progetto. L’aspirazione a una politica di egemonia sul potere
temporale che ritorna nell’azione di alcuni pontefici del secolo, come Gregorio IX e Innocen-
zo IV, protagonisti del braccio di ferro con Federico II, si scontra tuttavia negli ultimi anni del
secolo con le realtà politiche dei nascenti Stati nazionali. Ne fa le spese Bonifacio VIII (1235-
1303), ultimo fautore di una politica di supremazia e di prestigio che si esprime anche con il pri-
mo giubileo della cristianità, indetto per il 1300. Nello scontro con il re di Francia Filippo IV
(1268-1314), deciso ad affermare la propria autonomia rispetto alle ingerenze della Chiesa, il
papa subisce un clamoroso scacco. Il sovrano, sostenuto dai rappresentanti del popolo francese,
reagisce infatti alle minacce di scomunica inviando una schiera di armati ad Anagni a prendere il
pontefice in ostaggio, umiliandolo pubblicamente. L’oltraggio è tale che Bonifacio VIII muore
un mese dopo, nell’ottobre del 1303. Di lì a poco con l’assenso di Clemente V (1264 ca.-1314),
ex arcivescovo di Bordeaux, la curia papale verrà trasferita ad Avignone e posta sotto il totale
controllo dei sovrani francesi fino al 1377.
2 L’epoca e le idee
Le nuove prospettive filosofiche
La scoperta delle opere di Aristotele (384/3-322 a.C.), conosciute inizialmente attraverso il com-
mento arabo di Averroè, che viene tradotto in latino nel 1235 da Michele Scoto, e più tardi anche
per mezzo di traduzioni dirette dal greco, diffonde il pensiero del filosofo, fautore di una visione
razionalista del cosmo e della divinità, e sistematico organizzatore di tutti i campi della conoscenza
oltre che appassionato studioso di scienze naturali. Nel corso del Duecento la filosofia aristotelica
si afferma a seguito di un acceso dibattito su quella di Platone (428/7-348/7 a.C.), fondato su una
visione idealistica del mondo secondo la quale le singole realtà terrene sono riproduzioni delle Idee
celesti, princìpi autentici di verità, e da questo discende il dualismo di fondo tra spirito e corpo e il
primato del primo sul secondo. Protagonisti del dibattito tra le opposte posizioni filosofiche sono
due tra i più importanti intellettuali del secolo, il domenicano Tommaso d’Aquino (1225/1226-
1274) e il francescano Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274). Al primo si deve la definiti-
va conciliazione tra aristotelismo e cristianesimo, che, già iniziata dal suo maestro Alberto Magno
(1193 ca.-1280), diventerà la dottrina ufficiale della Chiesa fin dal Trecento.
Secondo Tommaso la scienza che si fonda sui contenuti delle Scritture integra e completa la
scienza fondata sulla ragione, in una sintesi che vede armonizzate la ragione e la fede. Con tale
assunto l’Aquinate dimostra che la fede cristiana poteva conciliarsi con tanta parte della cultura
antica. Bonaventura all’opposto sostiene la superiorità della fede nella conoscenza della verità e
difende il primato del platonismo sulla concezione aristotelica.
Molto dura è invece la posizione della Chiesa nei confronti di quegli aristotelici che, seguen-
do alla lettera Aristotele, sostenevano l’esistenza di due verità, spesso tra loro non coincidenti,
la verità della ragione e la verità della rivelazione; ne discendeva l’autonomia della ragione ri-
spetto alla fede e quella della filosofia rispetto alla verità dei testi sacri. Sigieri di Brabante, il
più celebre degli aristotelici radicali, docente a Parigi, viene condannato come eretico e radiato
dall’insegnamento nel 1277.
Il cosmo medievale
La diffusione delle traduzioni dall’arabo delle opere di Aristotele e dell’Almagesto del geografo
Tolomeo (II secolo d.C.), che si ispira al filosofo greco, condiziona anche la visione medievale
del cosmo. All’inizio del Duecento la Chiesa vieta la circolazione dei testi aristotelici all’Uni-
versità di Parigi, il centro europeo più prestigioso del tempo per la filosofia e la teologia, ma a
partire dalla metà del secolo lo riabilita grazie alla profonda operazione culturale promossa da
Tommaso d’Aquino; quest’ultimo scrive, tra il 1272 e il 1273, un commento al De coelo di Ari-
stotele, che armonizza visione aristotelica, visione tolemaica e tradizione cristiana, dando forma
a un sistema cosmologico in cui all’aristotelico
Cielo delle stelle fisse e al Primo Mobile di To-
lomeo si aggiunge l’Empireo, sede della mente
divina e delle anime beate. La struttura dell’u-
niverso quindi, che nei primi anni del Trecen-
to sarebbe stata illustrata da Dante nel suo Pa-
radiso, si articola in nove cieli di etere, vale a
dire nove sfere concentriche che fasciano, una
dentro l’altra, la Terra al loro centro. Ciascuno
dei cieli contiene un pianeta (inteso secondo la
concezione medievale) che in esso orbita.
Il simbolismo e i bestiari
Il pensiero medievale si caratterizza per la sua natura
fondamentalmente analogica, basata cioè sulla rela-
zione tra gli aspetti della realtà e, più spesso, sulle cor-
rispondenze invisibili tra ciò che cade sotto gli occhi e
una dimensione più nascosta e spirituale. Per l’uomo del
Medioevo l’universo è costruito sull’intreccio di innu-
merevoli rapporti tra le cose del mondo terreno e l’aldilà.
Secondo questa concezione una parola, un oggetto, un
numero, un animale, un vegetale, una pietra sono sim-
boli di qualcosa di diverso da sé cui essi, in virtù delle
loro caratteristiche, rimandano. Uno dei documenti più Il leone che regge la colonna del protiro principale
rappresentativi di tale visione culturale è costituito dai del duomo di Cremona, XV secolo. Jakub Halun.
bestiari, una tipologia di testi molto diffusa nel Medio- Cavalli in una miniatura tratta da un bestiario
evo, che proprio tra XII e XIII secolo riscuote partico- anglosassone del XIII secolo. Londra, British Library.
lare successo e che testimonia l’importanza attribuita in
questi secoli agli animali. I bestiari sono libri manoscritti
che descrivono gli aspetti di un certo numero di animali,
reali ma anche immaginari, con lo scopo di ricavarne in-
segnamenti morali e religiosi: di ogni animale vengono
illustrati, oltre ai dati fisici, il comportamento, l’indole,
le abitudini, i rapporti con i propri simili e con l’uomo e
si riportano le varie credenze che lo riguardano. Così, se
a proposito del leone è opinione diffusa che dorma con
gli occhi aperti, per questa sua caratteristica viene presen-
tato come simbolo di vigilanza ed è per tale motivo che
spesso la scultura di un leone viene posta all’ingresso delle chiese. Il cervo, secondo la maggio-
ranza dei bestiari, è un animale nobile e virtuoso, simbolo di rapidità e longevità e, grazie ai pal-
chi delle corna, dotato di armi contro il male; dal momento che è nemico dei serpenti e li snida
dalle loro tane è assimilato a Cristo, capace di liberare dal demonio l’anima degli indemoniati.
All’opposto sono animali malefici l’orso, il lupo e il cinghiale: quest’ultimo in particolare, nero
e irsuto, è considerato una bestia demoniaca e, poiché non solleva mai la testa verso il cielo ma
fruga costantemente in terra alla ricerca di cibo, è simbolo dell’uomo curvato sotto il peso dei
vizi e dei piaceri materiali.
Nato in Francia, lo stile gotico si estende rapidamente in tutta Europa assumendo nelle diverse
regioni specifiche peculiarità. In Italia, dove nell’architettura religiosa si attarda il modello roma-
nico, l’affermazione dello stile gotico interessa innanzitutto molti nuovi edifici di destinazione
civile: il consolidamento delle realtà comunali e il contemporaneo sviluppo di una vita pubblica
sempre più vivace rendono necessaria, in vaste aree dell’Italia centro-settentrionale, la costru-
zione di palazzi comunali che nella solidità e nell’eleganza della loro struttura costituiscono
l’elemento di più forte rappresentatività del Comune stesso. Tra i primi esempi di architettura
civile di gusto gotico sono appunto il Palazzo dei priori di Volterra, concluso a metà del secolo,
il Palazzo del capitano del popolo a Orvieto e il Palazzo dei papi a Viterbo.
Diversa è la vicenda dell’architettura religiosa italiana nel Duecento, segnata in particolare
dalla storia delle grandi chiese degli ordini mendicanti, come la Basilica di Sant’Antonio a Pado-
va o la Basilica di San Francesco ad Assisi: esse danno prova di un’interpretazione ancora molto
sobria e severa del gotico integrando i nuovi stilemi con permanenze romaniche.
Se l’Italia centrale resta per tutto il secolo il fulcro di una vivacissima e multiforme attività arti-
stica grazie alla presenza in quell’area di numerose realtà comunali, nel Sud della penisola un cli-
ma altrettanto ricco di suggestioni culturali si sviluppa in Sicilia, alla corte dell’imperatore svevo
Federico II. Uomo di forte personalità e di raffinati interessi come la letteratura, le scienze natu-
rali e l’astronomia, egli dà forma a un modello di corte molto evoluto e favorisce nei suoi territori
lo sviluppo di fenomeni artistici che si caratterizzano in parte per la ripresa di forme classiche, in
parte, in particolare nelle strutture difensive, per il recupero di modelli arabi. Altamente signifi-
cativo dell’arte di epoca federiciana è il cosiddetto Castel del Monte, vicino ad Andria in Puglia,
costruito tra il 1240 e il 1250, un edificio di cui non si conosce con certezza la destinazione d’uso,
che presenta una possente struttura a
base ottagonale potenziata sugli spi-
goli da otto torri anch’esse ottagonali,
in un sapiente gioco geometrico in cui
è esaltata la cultura matematica della
tradizione araba.
Per quanto riguarda la scultura, il
Duecento conosce le grandi perso-
nalità di Nicola Pisano (ca. 1220-
1280), di suo figlio Giovanni (ca.
1248-1320) e di Arnolfo di Cam-
bio (ca. 1240-1310). Al primo si de-
vono opere molto celebri e sontuose
come i pulpiti del Battistero di Pisa
e del Duomo di Siena e la Fontana
Maggiore a Perugia. Giovanni Pisa-
no è attivo negli ultimi anni del seco-
lo, soprattutto nelle città dell’Italia
centrale, dove lascia capolavori co-
me i tre pulpiti del Duomo di Pisa,
di quello di Pistoia e di quello di Sie-
na. Arnolfo di Cambio, anch’egli al-
lievo di Nicola Pisano, affianca a una
di programmi di studio e fondi per retribuire i docenti e fissano gli esami necessari per ottenere
il titolo finale, la laurea, che conferisce la licenza all’insegnamento (licentia ubique docendi, “la
facoltà di insegnare ovunque”), concessa dalle maggiori autorità come impero, monarchie na-
zionali e papato.
La culla delle università medievali è l’Italia: sull’esempio dello Studium bolognese, fonda-
to secondo la tradizione dal giudice e maestro di arti liberali Irnerio nel 1088, specializzato in
materia giuridica e dotato di un proprio statuto nel 1158 dall’imperatore Federico I Barbaros-
sa, sorgono i due maggiori centri universitari in Europa, Oxford e Parigi, fiorenti fra il XII e il
XIII secolo e specializzati negli studi teologici e filosofici. Nel corso del Duecento nascono, tra
le altre, l’Università di Padova nel 1222, specializzata in filosofia, quella di Napoli nel 1224 per
volontà di Federico II, qualificata come Bologna negli studi giuridici, e, sempre sotto il sovrano
svevo, viene potenziata la Scuola medica di Salerno, polo di eccellenza nell’ambito della medi-
cina, nata nel XII secolo.
Gli allievi provengono dalla penisola e anche d’oltralpe e studiano sulle peciae, vere e proprie
dispense copiate negli scriptoria, il cui costo, inizialmente elevato, è destinato a scendere sensi-
bilmente con l’aumento degli allievi. La diffusione delle università comporta infatti anche un
aumento nella richiesta di libri: nelle città nascono officine specializzate i cui titolari, gli statio-
narii, si procurano una copia dei testi in uso nei diversi corsi e provvedono alla loro riproduzione
in base al numero degli studenti.
Le università introducono un significativo mutamento nel sistema e nell’assetto degli studi,
organizzati su due livelli e secondo facoltà: Arti, Medicina, Teologia, Diritto Civile, Diritto Ca-
nonico, definito anche Decreto. Il primo livello costituisce il gradino iniziale dell’insegnamento
universitario, dura sei anni e impegna gli studenti fra i quattordici e i vent’anni: in esso si insegna-
no le cosiddette arti liberali, del trivio (grammatica, dialettica, retorica) e del quadrivio (aritme-
tica, geometria, astronomia e musica). Al termine del percorso si ottiene il “baccellierato”, titolo
che consente l’accesso agli studi specialistici, di durata variabile, dopo il quale si conseguono il
dottorato e la licenza all’insegnamento. Gli studenti sono giovani di famiglie abbienti o chie-
rici che si spostano da una città all’altra per seguire le lezioni dei maestri più prestigiosi e sono
detti pertanto in latino clerici vagantes (“chierici
vaganti”). Dalla loro vita goliardica e all’insegna
dell’avventura nasce la produzione dei Carmi-
na Burana, componimenti anonimi prevalente-
mente in latino che rovesciano parodisticamente
i temi della letteratura “alta”, in cui si celebrano
i piaceri terreni, come il vino, le donne, il gioco.
I magistri, spesso ecclesiastici, si spostano con
facilità da un’università all’altra, grazie all’uni-
formità linguistica che regna nel mondo della
cultura: in tutta Europa, infatti, l’insegnamento
è impartito in latino. Due ne sono le modalità: la
lectio, lettura e commento di un testo autorevole
a cura del magister, che non prevede dibattito, e
la disputatio, tipica del metodo della Scolastica,
discussione di una tesi, spesso puramente forma-
le, da parte degli studenti.
Le prime testimonianze
La comparsa dei volgari neolatini è inizialmente testimoniata da testi di natura non letteraria, che
hanno finalità legate alla vita politica, giudiziaria o sono anonime scritture nate quasi per gioco.
Nell’813, nel corso del Concilio di Tours, Carlo Magno sollecita i vescovi a pronunciare le
loro omelie non in latino, ma nelle lingue che la popolazione comprende: le lingue romanze e la
lingua tedesca parlate nei territori dell’impero.
Tre decenni dopo, il 14 febbraio dell’842, con il cosiddetto Giuramento di Strasburgo, due
dei tre nipoti di Carlo Magno, Carlo e Ludovico, si impegnano pubblicamente in un patto di
reciproco sostegno contro il fratello Lotario, erede del titolo imperiale e della sovranità su alcuni
territori al confine tra l’area francese, governata da Carlo, e l’area tedesca, governata da Ludo-
vico. Dopo una premessa ufficiale, pronunciata in latino, i fratelli giurano ciascuno nella lingua
dell’altro, Carlo nel tedesco antico e Ludovico nell’antico francese, per consentire agli eserciti
Gli eventi e le idee ■ 5 Lingua, libri, generi 15
schierati di comprendere i contenuti del giuramento: è l’atto di nascita dei volgari neolatini, in
particolare del francese, documentato ufficialmente per la prima volta grazie a un cronista dell’e-
poca, Nitardo, autore di un’opera di storia sui tre sovrani.
Nella nostra penisola la prima attestazione di un volgare italico compare in un documento
di datazione incerta, probabilmente risalente a fine VIII-inizio IX secolo, rinvenuto nel 1924
nella Biblioteca Capitolare di Verona. È il cosiddetto Indovinello veronese, inserito da un copi-
sta a margine di un codice liturgico, che attraverso l’immagine dell’aratura e della semina allude
all’attività della scrittura.
T1 Indovinello veronese
Se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba
“Si spingeva innanzi i buoi, arava un bianco campo, teneva un bianco aratro e seminava una nera
semente”
La base linguistica è ancora latina, ma nel testo si colgono tuttavia significative trasformazioni
in direzione di una lingua nuova, come la caduta delle desinenze personali nelle forme verbali
(pareba, teneba, seminaba, prive della -t finale).
I primi documenti in cui il volgare italico compare consapevolmente contrapposto al lati-
no sono i cosiddetti “placiti cassinesi”, sentenze giudiziarie risalenti agli anni 960-963. Essi
riguardano la causa per la proprietà di alcuni terreni contestata al monastero di Montecassino:
per vincerla l’abate Aligerno deve dimostrare che essi sono occupati dai benedettini da più di
trent’anni; perciò si avvale di testimonianze che il giudice di Capua, Arechisi, fa registrare nella
lingua in cui vengono rese. I placiti sono quattro, di cui quello più antico, pronunciato a Capua
nel 960 e inserito nel verbale del processo, redatto in un latino peraltro molto scorretto, recita:
T2 Placito capuano
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti
“So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso
l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto”
Lo scarto tra il latino medievale e il volgare italico è segnalato in particolare dalla congiunzione
ko (il futuro che dell’italiano) per introdurre una subordinata oggettiva, in latino non segnalata
da alcuna congiunzione, dalla totale scomparsa delle desinenze dei casi nei sostantivi e dalla par-
ticella pronominale le, del tutto assente in latino.
Agli ultimi anni del secolo XI risale infine l’iscrizione di san Clemente, inserita in un affre-
sco nella basilica sotterranea di san Clemente al Laterano a Roma. L’immagine rappresenta un
episodio della vita del santo e in essa compaiono a corredo delle pitture, come in una sorta di
antico “fumetto”, alcune frasi nel nuovo idioma.
Intorno alla metà del secolo, in Toscana si avvia la trascrizione dei testi dei poeti siciliani e
nasce la cosiddetta Scuola toscana. Al tema d’amore, ereditato dai provenzali e dai siciliani, si
affianca quello politico, favorito dall’assetto dei Comuni, divisi nelle opposte fazioni dei guelfi e
dei ghibellini. Temi e forme dei poeti provenzali vengono così innestati su un tessuto socio-poli-
tico del tutto differente. Nello scorcio finale del secolo, sempre in Toscana, e in particolare a Fi-
renze, si diffonde il dolce Stilnovo, inaugurato dal bolognese Guido Guinizzelli (1235 ca.-1276).
Stilnovistica è anche buona parte della produzione giovanile di Dante Alighieri, che a Firenze
compone la Vita nova.
I generi letterari
Come spesso accade agli albori di una nuova letteratura, anche nell’Europa medievale il primo
genere letterario a comparire è la poesia epica pag. 24 che si diffonde in molte regioni: l’Inghil-
terra, la Scandinavia, la Germania, la Spagna e soprattutto la Francia, dove viene chiamato chan-
son de geste. La poesia lirica pag. 30 compare più tardi, nel XII secolo, nelle corti della Francia
meridionale per opera dei trovatori, che cantano l’amore detto “cortese” e si diffonde nelle aree
circostanti come la Germania e l’Italia settentrionale. Anche dopo la fine dell’esperienza tro-
badorica, il genere mantiene la sua grande vitalità adattandosi a nuovi contesti socio-culturali
come il regno di Federico II, dove fiorisce la Scuola siciliana, e i Comuni dell’Italia centro-set-
tentrionale, dove numerosi poeti di estrazione borghese rielaborano i modi e i temi della poesia
cortese. In Italia centrale si diffonde invece una poesia di tipo religioso, la lauda, strettamente
legata all’esperienza religiosa di Francesco d’Assisi e del suo ordine pag. 58 .
Un filone poetico particolarmente florido nel Duecento è la poesia didattica, che trasmette
insegnamenti morali, religiosi o scientifici per lo più in forma allegorica. Viene praticata nelle
18 Il Duecento
aree più disparate: in Francia abbiamo l’imponente poema allegorico Roman de la Rose, iniziato
da Guillaume de Lorris e terminato da Jean de Meung; in Italia settentrionale i poemi religiosi di
Bonvesin de la Riva, che è originario di Milano e scrive sia in volgare sia in latino, e di Giacomino
da Verona; a Firenze il Tesoretto di Brunetto Latini, maestro di Dante.
Anche la narrativa, che è scritta sia in prosa sia in poesia, conosce una grande diffusione. Un
filone particolarmente fortunato è quello del romanzo cortese pag. 43 , così chiamato perché è
destinato all’aristocrazia di corte; narra le gesta di re Artù e dei suoi cavalieri (“ciclo bretone”)
o le storie dell’antichità pagana (“ciclo classico”). Le storie cortesi hanno grande fortuna anche
presso il pubblico borghese dei Comuni, che però apprezza anche altre forme di narrativa come
la novella pag. 474 , che nel Duecento comincia la sua fortunatissima storia con la raccolta anoni-
ma intitolata Novellino o i resoconti di viaggio come il celebre Milione di Marco Polo pag. 483 .
La trattatistica in prosa è in gran parte di carattere religioso, anche nella forma allegorica dei
bestiari di cui abbiamo già parlato. Tuttavia sono ben rappresentate anche le opere di argomento
laico come il Trésor, l’enciclopedia che Brunetto Latini scrisse in lingua d’oïl durante il suo esilio
in Francia e la Composizione del mondo di Ristoro d’Arezzo, di argomento cosmologico-geogra-
fico. Particolarmente importante per l’influenza che ebbe sulla poesia cortese è il De amore di
Andrea Cappellano, scritto in Francia all’inizio del Duecento o poco prima: prendendo a mo-
dello l’Arte di amare di Ovidio, l’opera spiega in tre libri e con una dettagliata casistica che cosa
è l’amore, come può nascere e come si può conservare, concludendosi con una reprobatio amo-
ris (“rifiuto dell’amore”) che esorta il destinatario, l’amico Gualtieri, a dedicarsi all’unico vero
amore, quello per Dio. Infine, ricordiamo la manualistica retorica che insegna l’arte di parlare
e scrivere bene, fondamentale per avere successo nella vita politica, come mostrano la Ars dicta-
minis del bolognese Guido Fava o la Rettorica di Brunetto Latini.
A
ndrea Cappellano è un nome pieno di mistero: ci si è ti, prima che l’amore sbocci da tutte e due le parti, non
chiesti se sia un personaggio fittizio o se sia davvero esiste angoscia maggiore, perché l’amante teme sempre
esistito; se il suo titolo sia capellanus (“prete di corte”) che l’amore non ottenga l’effetto desiderato e che sia-
o cambellanus (“ciambellano”, un importante funzionario); se no inutili le sue fatiche. Teme anche i pettegolezzi della
sia stato cappellano della contessa Maria di Champagne tra gente e tutto ciò che gli può nuocere, perché le cose non
il 1184 e il 1186 o ciambellano del re di Francia Filippo II Au- compiute vengono meno al più piccolo turbamento. Se
gusto nel 1190-1191. Molto incerta è anche la datazione del l’amante è povero, teme che la donna disprezzi la sua
suo trattato De amore, che possiamo collocare solo generi- povertà; se è brutto, teme d’essere disprezzato per la
camente nell’ultimo quarto del XII secolo, se non poco dopo. sua bruttezza o che la donna si leghi a un altro più bello;
Una cosa sola è sicura: l’enorme fortuna che il suo trat- se è ricco teme che la sua spilorceria di una volta possa
tato ha avuto presso i poeti d’amore dei secoli successivi. danneggiarlo. A dire il vero, non c’è nessuno che possa
Basterà ricordare Guido Cavalcanti, che si raffigura d’Andrea elencare le paure che sono proprie di ogni amante. È
coll’arco in mano (cioè munito dei precetti di Andrea Cap- dunque passione quell’amore che sorge da una parte
pellano) o Cino da Pistoia, quando dice studio sol nel libro di sola, e si può chiamare amore di uno solo.
Gualtieri / per trarne vero e novo intendimento (Gualtieri è il E anche quando si compie l’amore di entrambi, le pau-
nobile a cui Andrea Cappellano dedica il libro per alleviare le re non diminuiscono perché l’uno e l’altro amante teme
sue pene d’amore). di perdere per le fatiche di un altro ciò che con molta fa-
Ma anche le tenzoni dei poeti siciliani e toscani sulla na- tica ha ottenuto - cosa che risulta più dura dell’essere
tura dell’amore sono evidentemente influenzate da alcuni delusi nella speranza e sentire che la fatica non porta
passi di Andrea, come questo proveniente dal primo libro: frutti. È più doloroso perdere quanto si è ottenuto che
essere spogliati della speranza di ottenere. Teme anche
«L’amore è una passione innata che procede per visione e
di offendere in qualche modo l’amante. E sono tante le
per incessante pensiero di persona d’altro sesso, per cui si
paure che è troppo difficile enumerarle».
desidera soprattutto godere l’amplesso dell’altro, e nell’am-
(A. Cappellano, De amore, trad. di J. Insana, Milano, SE, 1996)
plesso realizzare concordemente tutti i precetti d’amore.
Che l’amore sia passione, si vede facilmente. Infat-
Gli eventi e le idee ■ A tu per tu con l’epoca 19
Il passo, incluso in un testo cardine della storiografia sul Medioevo, L’uomo medievale di Jacques Le
Goff, mette a fuoco la straordinaria molteplicità delle attività e delle classi sociali impegnate all’in-
S
terno delle mura cittadine, la rapida affermazione del modello borghese e con esso della mobilità
del denaro.
Sarebbe risibile e vano pretendere di descrivere in poche righe la straordinaria diversità delle at-
tività e delle società cittadine. Tutti sappiamo bene che dietro le mura stavano gomito a gomito,
secondo proporzioni sempre diverse, canonici e studenti, nobili e vignaioli, patrizi e proletari,
mercanti all’ingrosso e rigattieri, artigiani altamente qualificati e manovali sballottati, secondo il
5 destino individuale e le circostanze, tra il lavoro e la mendicità. Tutti sappiamo anche che i pro-
letari erano più numerosi degl’imprenditori e che i patrizi si contavano sulle dita di una mano.
Un solo esempio: verso il 1300 a Saint-Omer1 si censiscono da 5 a 10 cavalieri, 300 ricchi, 300
possidenti e 10.000 capifamiglia in tutto, di cui tra i 2.500 e i 3.000 poveri […]. Inoltre le diffe-
renze di statuti, di origini, di condizione, in breve di qualità, introducevano delle divisioni che
10 si sovrapponevano a quelle della fortuna. Il che non impedisce che il modello sociale cittadino
sia il borghese e il criterio di differenziazione essenziale il danaro. Ovunque l’uomo di città sud-
divide la massa umana che lo circonda in grandi e medi, grassi e magri, grossi e minuti; determina
il posto dell’individuo nella gerarchia in funzione delle sue entrate, del suo prezzo. Gli esperti
di fiscalità cittadina si pongono dei quesiti sul prodotto del capitale più che sulla sua natura. È
15 quanto dire che, salvo eccezioni (ebrei o stranieri) la condizione finisce sempre per avere il so-
pravvento sullo statuto, la considerazione sul disprezzo e, nonostante delle temporanee frenate,
il danaro permette di passare dall’impresa artigianale agli affari, di forzare l’ingresso a un’hansa2,
a un mercato, a un circolo di ricchi, infine di aggregarsi al «patriziato».
Le funzioni cittadine possono essere molteplici (si diversificano sempre di più); prende il so-
20 pravvento la mentalità mercantile che modella le sensibilità e i comportamenti. […] molti arti-
giani sono dei commercianti a part time; l’artigiano salariato vende la propria capacità, il possi-
dente una camera o un terreno, il giurista la sua scienza del diritto, il professore la sua cultura, il
manovale la sua forza fisica, il giocoliere la sua abilità, la prostituta il suo corpo. I loro ministeria3,
i loro mestieri, sono ordinati in funzione di un sistema di reciproci scambi che gli uni (i teolo-
25 gi) chiamano il bene comune, e gli altri (i borghesi) il mercato, secondo un giusto prezzo fissato
giorno per giorno in danaro sul mercato o sul posto di reclutamento.
Perché il danaro è il sangue della città, il suo fluido vitale […] e il suo principio organizzatore.
Quando il borghese compare in una chanson de geste, in un fabliau o in un detto, si tratta di un
mercante rappresentante naturale di danaro sonante. I chierici, quando non l’accusano di usura,
30 gli rimproverano il suo attaccamento al guadagno, la sua avaritia.
Le fortune borghesi conservano in effetti quasi sempre una parte del loro carattere originario: la
mobilità. Facilmente mascherate o ostentate, fatte di lingotti, di pezzi di vasellame prezioso, poi
di strumenti di credito e di contratti – commesse, prestiti di guerra, depositi bancari – queste
fortune sono dinamiche e vive. Anche trasformate dal successo restano relativamente flessibili:
35 case, laboratori, banchi di vendita, terre vicine alla città sono facilmente negoziabili; quanto ai
patrizi, detentori di signorie e di blasoni4, non divengono mai gente che vive di sola rendita, ma,
ancora nel secolo XIV, sono spesso cambiavalute, appaltatori di pedaggi, di diritti d’ingresso e
di tasse come quei cavalieri d’Arles, di Marsiglia o di Pisa che, nel secolo XII, costruivano la loro
posizione di potere accaparrandosi i diritti che pesavano sul sale, sul grano o sulle stoffe.
40 La storiografia liberale5, sedotta dall’abbondanza monetaria, dalla perfezione delle tecniche
commerciali e dalle immense possibilità offerte all’iniziativa privata, vedeva volentieri in ciascun
abitante di una metropoli italiana o fiamminga l’artefice fortunato di un successo commercia-
le; non lasciamoci trarre in inganno da questa leggenda dorata. Molti uomini non poterono e
non vollero rischiare le loro magre economie e la salvezza dell’anima loro in imprese marittime
45 o nell’usura. Tuttavia ogni cittadino era, volente o nolente, attento alla buona amministrazione
del danaro, ai movimenti del capitale, agli avvenimenti che riguardavano i mercati di approvvi-
gionamento o di vendita; Pisani e Genovesi perché dipendevano dal grano della Romania, del-
la Sicilia o del Rodano, tessitori e gualchierai6 fiamminghi perché temevano la disoccupazione
quando non arrivava più la lana inglese; operai parigini e lionesi verso il 1430 perché la pace con
50 la Borgogna significava per loro una vita più facile…
(J. Rossiaud, I cittadini e il denaro in L’uomo medievale, a cura di J. Le Goff, Bari, Laterza, 1993)