PLATONE
LA VITA
Platone nasce ad Atene nel 427 a.c, appartiene ad una famiglia aristocratica e il suo
vero nome è Aristocle, ma secondo la tradizione viene chiamato Platone (platos =
larghezza) per l’ampiezza della sua fronte. Platone fu testimone di vari eventi, tra cui
la distruzione della flotta ateniese da parte di Siracusa che si stava affermando una
nuova potenza navale e la guerra del Peloponneso che si conclude con la sconfitta di
Atene causata dagli errori militari e politici dei governi democratici. Platone, deluso
da tutti i partiti ma sempre animato da passione politica, viene condotto dal destino
ad un incontro che gli cambierà la vita: quello con Socrate; il filosofo della giustizia.
Quando verrà processato e condannato proprio dai governanti democratici, Platone
subirà un trauma tale da non scrivere per alcuni anni; quest’evento cambierà
radicalmente la vita del filosofo la cui critica riguardo la democrazia partirà proprio
dall’interrogativo del come sia potuto accadere che un governo abbia condannato a
morte l’uomo più giusto tra tutti. Da qui verranno poi gettate le basi per la sua
filosofia orientata verso la giustizia, anche politica, che per i filosofi è chiamata
Bene.
Dopo la morte di Socrate, Platone, essendo suo alunno, è minacciato e costretto
all’esilio; così inizia a viaggiare: prima a Mègara, vicino Atene; poi a Cirene, in Egitto;
e infine a Siracusa dove conosce il tiranno Dionisio il Vecchio e si illude di poterlo
educare ad una politica giusta. Dionisio, al contrario del cognato Dione, non si lascia
conquistare dagli insegnamenti di Platone e, infastidito dalle parole che l’ospite
pronuncia contro il regime siracusano e contro la tirannide, lo costringe a tornare ad
Atene. Da quest’esperienza, Platone si convince del fatto che le leggi non siano
sufficienti a garantire la giustizia di una società, se i governanti sono privi di
rettitudine.
Tornato ad Atene il filosofo fonda la sua scuola che prende il nome di “Accademia”,
dedicata ad Apollo e alle Muse. Si tratta di una scuola di formazione rivolta alla
classe dirigente capace di governare lo Stato secondo giustizia.
In seguito a ciò, Platone riceve una lettera da Dione in cui viene informato del fatto il
nuovo tiranno Dionisio Il Giovane mostrava interesse verso il suo tipo di educazione.
Così, il filosofo affronta un secondo viaggio verso Siracusa, arrivato lì scopre però
che Dione è stato esiliato e che Dioniso il giovane aspira soltanto alla sua
adulazione; decide così di tornare ad Atene accogliendo Dione nella sua Accademia.
Platone intraprende anche un terzo viaggio a Siracusa dando prova di
un’indomabile passione politica, ma, anche questa volta, dopo aver esposto la
propria filosofia al tiranno, torna ad Atene.
LE OPERE
Inizialmente Platone, come Socrate, non era sfavorevole alla scrittura,
successivamente, però, inizia a scrivere dei miti usati sia come espediente didattico,
sia come modalità espositiva per trattare argomenti difficili; poi, compone 13
lettere, ma si contraddistingue per il particolare utilizzo dei dialoghi chiamati
platonici di cui ne scrive 36. Questi vengono suddivisi in tre periodi:
Dialoghi della gioventù: detti anche aporetici (aporire = mancanza) di Socrate
(Apologia di Socrate);
Dialoghi della maturità: in cui il tema principale è la TEORIA DELLE IDEE
(Fedone, Simposio, Repubblica, Fedro);
Dialoghi della vecchiaia: in cui Platone riguarda e modifica le sue stesse teorie
utilizzando il mito per consentire a tutti di comprendere i principi filosofici
fondamentali (Timeo, Sofista, Parmenide).
Il filosofo tenne anche alcuni corsi, che non volle mettere per scritto, per la
profondità degli argomenti trattati.
I temi dei dialoghi platonici:
Difesa dell’insegnamento di Socrate e esaltazione della sua figura;
La virtù come scienza;
Il bene come valore unico;
La polemica contro i sofisti;
Il linguaggio e la sua origine.
L’Apologia di Socrate costituisce un proseguo del compito di Socrate cioè quello di
esaltare la vita consacrata alla ricerca della filosofia, nelle ultime pagine, infatti, si
comprende il vero significato dello scritto: “Una vita senza ricerca non è degna di
essere vissuta”.
Il Protagora, il Gorgia e l’Eutidemo sono i dialoghi dedicati alla critica contro i
sofisti.
Nel Protagora Platone critica la concezione sofistica della virtù come insieme di
abilità acquisite con l’esperienza e nega che gli insegnamenti dei sofisti abbiano un
valore formativo.
Nell’Eutidemo polemizza, invece, l’eristica cioè l’arte di discutere senza tener conto
se ciò che si dice sia vero o falso.
Nel Gorgia attacca la retorica definendola solo pratica adulatoria.
TRATTI DELLA FILOSOFIA PLATONICA
Essendo un filosofo, Platone vive la crisi politica come crisi dell’essere umano
nella sua totalità. Pensa che se si era arrivati ad uccidere l’uomo più giusto, la
società era arrivata al suo limite. Per questo motivo sentiva la necessità di
attuare un rinnovamento etico dell’uomo in nome della virtù e della giustizia.
La filosofia platonica, ha come obiettivi la:
- Riedificazione dell’uomo;
- Rifondazione della politica.
LA TEORIA DELLE IDEE
Platone affronta questioni già messe in atto precedentemente: ontologico (cos’è la
realtà?), gnoseologico (cos’è la conoscenza?), antropologico (cos’è l’uomo?) e il suo
obiettivo era spingersi oltre il problema del relativismo gnoseologico di Protagora,
già affrontato da Socrate, cercando di trovare una garanzia a questa verità
oggettiva, uno status ontologico.
Esempio: Difronte a migliaia di cavalli il nostro occhio vede fisicamente
caratteristiche tutte diverse, ma, si sa che tutti sono cavalli. La garanzia
dell’oggettività di quell’equinità non risiede nel cavallo che vede il nostro occhio ma
in un’altra realtà chiamata Iperuranio (“al di là del cielo) o mondo delle idee in cui si
trovano le forme perfette delle cose. Dunque per Platone esistono due grandi gradi
di conoscenza:
- L’opinione (doxa) = ciò che vedo con gli occhi, considerando le cose mutevoli
e imperfette;
- La scienza = ciò che si conosce attraverso la ragione, è la configurazione
perfetta dell’oggetto, ossia le idee, che sono immutabili e perfette.
L’iperuranio è quindi il mondo in cui sono presenti le copie perfette delle cose
imperfette del mondo sensibile.
Da Eraclito, Platone accetta la teoria secondo cui il nostro mondo è il regno della
mutevolezza, mentre da Parmenide trae la convinzione che l’essere autentico sia
immutabile anche se molteplice, in quanto formato da una pluralità di idee.
RAPPORRTO TRA COSE E IDEE
Il rapporto tra cose e idee si configura tramite una duplice direzione secondo cui le
idee sono:
Criteri di giudizio delle cose (significato gnoseologico) ovvero le condizioni di
pensabilità delle cose. Esempio = due azioni sono giuste in base all’idea di
GIUSTIZIA.
Cause delle cose (significato ontologico) in quanto:
- Gli individui sono poiché imitano le idee ( 1 RAPPORTO tra cose e idee quello
di MIMESI = imitazione). Esempio - Amore: iperuranio = immutabile;
mondo sensibile = copia del mondo delle idee.
- 2 RAPPORTO = METèSSI: secondo cui le cose partecipano all’essenza delle
idee. Esempio – il sentimento che provo rientra nell’idea dell’amore, non
dell’odio.
- 3 RAPPORTO = PARUSìA: per cui le idee sono presenti nelle cose (si
manifestano in esse)
L’iperuranio è organizzato secondo un ordine gerarchico piramidale:
Cose concrete e materiali alla base
I valori e le virtù e con le idee matematiche (principi dell’aritmetica)
Il Bene (bello e buono che si identifica con il termine kalokagathìa), la
Giustizia all’apice.
CONOSCENZA DELLE IDEE
Platone ricorre alla conoscenza delle idee attraverso la reminiscenza o anàmnesi
(ricordo), difatti egli afferma che l’anima viveva nell’iperuranio, dove, tra una vita e
l’altra, ha potuto contemplare gli esempi perfetti delle cose. Una volta scesa nel
corpo, dimentica ciò che ha imparato nel mondo delle idee e, solo tramite l’uso
della ragione, lo sforzo dello studio, si riesce a ricordare ciò che si è imparato. In
questo senso “conoscere è ricordare” e, senza il mondo sensibile in cui sono
presenti le copie imperfette delle cose perfette, ciò non sarebbe possibile. Per
dimostrare che si nasce già con le idee (innatismo), Platone chiama uno schiavo che
non aveva mai studiato prima, gli fa risolvere il teorema di Pitagora e afferma,
quindi, che lui già sapeva. Platone, dunque, si accosta a Socrate con il motto di
“conosci te stesso”.
VISIONE DELL’ANIMA E RESPONSABILITA’ DELLA VITA (FEDONE)
Secondo Platone l’anima era immortale, questo tema è affrontato nel Fedone,
attraverso il trema della reminiscenza dimostrando che fosse immortale con il fatto
che la nostra anima fosse capace di ricordare ciò che aveva precedentemente
imparato. Oltre alla reminiscenza, Platone espone altre prove a sostegno della sua
tesi:
- Prova dei contrari = ogni cosa si genera dal suo contrario (il freddo e il caldo),
così la morte si genera dalla vita e viceversa: l’anima, quindi, deve comunque
rivivere dopo la morte del corpo. (Pitagora)
- Prova della somiglianza = l’anima è simile alle idee, le quali sono eterne, non
sono né create, né distrutte.
- Prova della vitalità = Pneuma (=anima, soffio vitale) in quanto vita partecipa
all’idea di vita.
Se conoscere è ricordare, l’anima è venuta prima del corpo, per questo è
IMMORTALE. Vivere significa soltanto PREPARARSI ALLA MORTE.
MITO DI ER
Nel Fedone, Platone ci racconta il mito di Er attraverso il quale ci fa capire quanto
siamo noi stessi i responsabili della nostra vita e delle nostre azioni. Er è un
guerriero che, morto e resuscitato, può raccontare agli uomini cosa li aspetta dopo
la morte. Alle anime malvagie spettano mille anni di sofferenza, mentre alle anime
virtuose, mille anni di felicità. Trascorso questo tempo, entrambi i gruppi di anime si
presentano di fronte a Lachesi, una Moire (divinità), per scegliere la loro vita futura,
il proprio demone, cioè una forza divina che presiedeva alla sorte di ciascuno.
L’ordine di presentazione al cospetto di Lachesi è scandito da un lancio di numeri:
coloro che andranno per primi possiedono una possibilità di scelta più ampia, e
optanp, maggiormente, per una vita virtuosa. Una volta che l’anima ha scelto il
proprio destino, Cloto e Atropo, le altre due Moire, nate da Ananche (dea della
necessità), lo confermano; le anime poi si abbeverano il fiume Lete, si
addormentano per gli effetti delle acque e si risveglieranno incarnate in un nuovo
corpo terreno, senza ricordare nulla di quanto accaduto prima.
Dunque tutto sta nel compiere una scelta giudiziosa e non lasciarsi abbagliare dalle
vite apparentemente felici altrui. Per Platone, quindi, ogni individuo sceglie
liberamente il proprio destino, benché in ciò sia condizionato da quanto ha voluto
essere nella vita precedente.
NATURA DELL’ANIMA (FEDRO)
Secondo lui l’anima è divisa in tre parti:
Parte razionale = ha sede nel cervello e si dedica alla conoscenza e al sapere;
Parte concupiscibile = ha sede nella pancia e, essendo la parte che “vuole”,
che “desidera”, è il principio di tutti gli impulsi (istinto);
Parte irascibile = ha sede nel cuore e orienta verso i valori più nobili, lottando
per ciò che la ragione ritiene buono e giusto, anche chiamata parte coraggiosa
(è la passione che sostiene la ragione).
Secondo questa tripartizione, il filosofo scrive un racconto mitologico: il MITO DELLA
BIGA ALATA, in cui afferma il luogo in cui sta l’anima e cosa le succede. L’anima è
paragonata ad una biga alata, essa è condotta da un auriga (cocchiere), che
rappresenta la parte razionale, ed è trainata da due cavalli: uno BIANCO, il quale
corrisponde alla parte coraggiosa dell’anima che obbedisce alla ragione (parte
irascibile) e uno NERO che corrisponde agli impulsi corporei (parte concupiscibile).
Dato il disaccordo tra i due cavalli, l’opera dell’auriga è molto difficile; egli cerca di
condurre il carro nell’iperuranio in cui risiede l'essere autentico, d’altro canto anche
il cavallo bianco tira verso l’alto perché vuole che l’anima rimanga nel mondo delle
idee, ma, il cavallo nero trascina l’anima verso il basso, questa si appesantisce, perde
le ali e si incarna in un essere umano. L’anima che ha visto di più si incarnerà in un
corpo dedito alla sapienza e all’amore, mentre le anime che hanno visto di meno si
incarneranno in uomini alla ricerca della verità e della bellezza.
L’AMORE
Alla teoria dell’amore sono dedicati due dei dialoghi più riusciti di Platone: il
Simposio i cui viene trattato l’oggetto dell’amore, di cosa ci innamoriamo; nel Fedro
invece viene trattata l’aspirazione dell’uomo e l’elevazione dell’anima al sapere.
Il Simposio = dialogo, tradotto letteralmente “bevendo insieme”
Platone descrive un banchetto a cui partecipano Socrate e altri filosofi e ogni
commensale pronuncia a turno una macrologia (discorso lungo) in onore
dell’amore, Eros in greco.
Il primo a prendere la parola è un allievo di Socrate, Fedro, il quale elogia Eros, il più
antico degli dèi, per aver dato agli uomini IL BENE PIU’ GRANDE che ispira gli uomini
agli atteggiamenti più nobili. Dopo interviene Pausania, un avvocato, che distingue
un éros volgare, cioè l’innamoramento del corpo, e un éros celeste, cioè
l’innamoramento dell’anima che avvicina alla virtù. Prende poi la parola Erissimaco,
un medico, secondo il quale l’amore è l’energia che muove il mondo, la forza
cosmica che muove tutti i fenomeni sia umani che naturali. Quando giunge il turno
di Aristofane, egli espone il “mito degli androgini” (dal greco “Uomo” e “donna”),
un racconto mitico secondo cui in origine la figura dell’essere umano era tonda e
doppia, cioè composta da due essere uniti (uomo-uomo/ uomo-donna/ donna-
donna). Temendo la loro forza e irritato per la loro sfrontatezza, Zeus decide di
dividere gli essere umani in due, per dimezzarne la potenza: da allora le due parti
vanno l’una in cerca dell’altra; grazie a questo racconto, Platone sottolinea come
uno dei caratteri umani rivelati dall’amore sia sull’insufficienza e l’incompletezza.
Socrate, invece, interviene criticando quanto detto da Agatone che aveva esposto la
sua idea di amore come pienezza, lui lo contraddice asserendo che l’amore è
qualcosa di cui si sente il bisogno di possedere se non si ha, è DESIDERIO, dunque
mancanza. Secondo il mito, infatti, Eros è figlio di Penìa (una dea simbolo di
povertà) e Pòros (un uomo, tradotto come espediente), e non è tanto un dio,
quanto un demone, cioè di natura sia umana che divina; per questo motivo gli
manca il dono dell’immortalità e questa è oggetto di desiderio, così Eros aspira alla
bellezza in quanto bene che rende felici. La bellezza ha diversi gradi:
- In primo luogo ci si innamora della bellezza del corpo;
- Secondariamente della bellezza dell’anima;
- In seguito della bellezza della conoscenza, studio, sapere…
- Infine della bellezza in sé, il Bello, che sta nell’iperuranio.
L’amore, per Platone, non si riduce al sentimento tra un uomo e una donna, ma
incarna lo strumento per una conoscenza superiore, che colma le mancanze.
Nel Fedro l’argomento esposto è la relazione tra anima e bellezza.
1. La bellezza è la forza mediatrice tra l’anima che cade nel corpo e il mondo
delle idee, poiché nell’anima caduta che si è incarnata, a risvegliare il ricordo è
proprio la bellezza e al suo appello l’uomo risponde con l’amore.
2. L’éros diventa, così, la dialettica cioè ciò che conduce alle idee, alla ricerca
dell’essere in sé.
3. L’amore è psicagogia, cioè guida dell’anima. Attraverso l’amore si riesce a
contemplare la vera realtà.
Secondo Platone, se l’amore ci conduce al mondo delle idee, la Retorica è il vero
cioè il linguaggio di cui ci serviamo per arrivare alla verità, lo stesso linguaggio che i
aiuta a pensare e a parlare di essa.
IL PENSIERO POLITICO DI PLATONE E IL MITO DELLA CAVERNA
Nell’opera “la Repubblica” Platone espone la sua idea di STATO IDEALE/comunità
perfetta e immaginaria in cui tutti possono trovare una vita felice e giusta. Nella
creazione di questa comunità politica si presentano due quesiti: qual’è lo scopo di
questa società, e chi sono propriamente i filosofi.
Alla prima domanda risponde che lo scopo di quel tipo di società sarebbe stata la
giustizia, poiché senza essa non potrebbe sussistere nessuna comunità, essendo la
CONDIZIONE FONDAMENTALE DELLA NASCITA E DELLA VITA DI UNO STATO.
Lo Stato platonico ideale è diviso in tre classi:
I. I governanti la cui virtù è la saggezza, poiché lo Stato per essere saggio deve
avere un governante saggio;
II. I guerrieri che posseggono coraggio per combattere i nemici e proteggere lo
Stato;
III. I lavoratori (chiunque non combatta) caratterizzati dalla temperanza intesa
come principio secondo cui l’inferiore è subordinato al superiore. Tutte le
classi posseggono questa virtù, ma soprattutto i produttori che non avendone
una loro condividono quelle di tutti.
La giustizia comprende tutte le tre virtù perché si realizza quando ciascun cittadino
svolge il proprio compito e ha ciò che gli spetta. In uno stato i compiti sono tanti e
sono tutti necessari alla sopravvivenza della comunità; per questo ognuno deve
svolgere la propria funzione, rendendo lo stato formato da più parti che collaborano
armonicamente. Parallela alla giustizia dello Stato, c’è la giustizia dell’individuo che
riguarda le tre parti dell’anima a cui sono affidate le tre virtù (razionale = saggezza;
concupiscibile = coraggio; irascibile = saggezza), e questa giustizia si realizzerà
quando ogni parte dell’anima svolgerà esclusivamente la propria funzione.
Giustizia = armonia tra classi dei cittadini e parti dell’anima – condizione interiore.
L’ORIGINE DELLE CLASSI SOCIALI
Platone afferma che lo stato deve per forza essere diviso in classi poiché ci sono
molti compiti diversi che devono essere esercitati da individui diversi; ma anche che
la loro classe sociale dipende dalla preponderanza di una parte dell’anima su altri. Ci
saranno individui più razionali, più coraggiosi o più soggetti al corpo e ai suoi
desideri. Per Platone questa distinzione non dipende da un diritto di nascita ma da
un’inclinazione naturale, spiegata attraverso il “mito delle stirpi” secondo cui alcuni
nascono con una natura “aurea”, altri “argentea” e altri ancora “bronzea”. Platone
aggiunge però che se un bambino “ferreo” nasce tra gli “aurei” dovrà essere
retrocesso di classe, se un bambino “aureo” nasce tra i “ferrei” dovrà essere
innalzato di classe.
COMUNISMO PLATONICO
Affinché lo Stato funzioni bene, Platone suggerisce di eliminare la proprietà privata,
ottenendo, così, la comunanza dei beni utile per occuparsi della collettività e del
bene comune senza essere interessati ai beni personali. Nella società non ci
dovranno essere né ricchezza né povertà, solo la classe dei produttori avrà proprietà
privata sugli oggetti da lavoro. Platone voleva istituire una sorta di comunismo.
La classe al potere non può avere famiglia e le donne saranno considerate uguali
agli uomini e nessun uomo avrà una moglie propria, ma esse saranno comuni, così
come i figli. Platone mira a creare una grande e solidale famiglia, pertanto le unioni
matrimoniali sono temporanee e verranno stabilite in base a criteri EUGENETICI per
procreare figli sani, che non conosceranno i loro genitori, così come i genitori non
conosceranno loro.
Ci si pone la domanda se i governanti siano felici in questo modo. Platone risponde
che per loro la felicità risiede nella giustizia e che essi essendo filosofi, sono già felici
per sé, senza bisogno di cercare realizzazione nei beni materiali che corrompono gli
altri uomini. Fondamentale è che, quindi, i governanti siano scelti tra i filosofi
poiché hanno saputo elevarsi ai gradi più alti della conoscenza e per questo sono
capaci di renderne partecipi i loro simili.
Per questo motivo la società platonica è un’aristocrazia di filosofi, in cui governano i
migliori. Di questa forma fisiologica di governo ha previsto le possibili degenerazioni:
- TIMOCRAZIA fondato sull’onore e con l’aspirazione di affermare se stesso;
- OLIGARCHIA fondata sul censo e il comando è di pochi; l’uomo oligarchico
pone il risparmio e il lavoro al primo posto nella sua vita.
- TIRANNIDE governo di un solo uomo, senza scrupoli e schiavo delle proprie
passioni. Secondo Platone questo è lo stato peggiore.
- DEMOCRAZIA cioè il governo del popolo, quindi di tutti. Implicando la
partecipazione pubblica di tutti i cittadini, la democrazia presenta e uno
stretto legame con le nozioni di uguaglianza e libertà, per ciò, Platone, che
crede fortemente nell’aristocrazia, è ostile alla democrazia.
Affinché i governanti assicurino il bene comune e convinto dal fatto che essi, in
quanto filosofi, prima di saper custodire gli altri siano in grado di custodire se stessi,
configura lo stato come una grande Accademia, perché individui addestrati a
pensare al bene collettivo sin dalla nascita, saranno anche capaci di agire per il bene
dello Stato una volta diventati governanti.
IL MITO DELLA CAVERNA
Sempre nella Repubblica, più lungo dialogo politico di Platone, oltre a presentare
l’idea di comunità perfetta, il filosofo inserisce anche uno dei suoi miti più noti: il
mito della caverna. In esso Platone spiega il dualismo ontologico e gnoseologico. Il
primo è quello della DOPPIA LINEA (mondo sensibile e mondo intellegibile), mentre
il secondo è quello della SECONDA NAVIGAZIONE.
RACCONTO:
Immaginiamo che ci siano degli schiavi imprigionati in una caverna sotterranea,
costretti da catene a guardare fisso davanti a loro, vedendo ombre. Alle spalle dei
prigionieri c’è un muricciolo, dietro il quale si spostano alcuni portatori di statuette.
Più in là brilla un fuoco che permette la proiezione delle ombre delle statuette sulla
parete della caverna. Se uno degli schiavi riuscisse a liberarsi e a scavalcare il
muricciolo, vedrebbe il fuoco ma soprattutto le statuette e capirebbe che le ombre
non sono la vera realtà. Se riuscisse anche ad uscire dalla caverna, rimarrebbe,
dapprima, abbagliato dalla luce del sole, non riuscirebbe a distinguere bene gli
oggetti e, per questo, mantenendo lo sguardo basso, li guarderebbe riflessi nelle
acque di un lago. Abituatosi, poi, in un secondo tempo alla luce, sarebbe in grado di
fissare il sole di giorno e di ammirare lo spettacolo delle cose reali. Lo schiavo
rimarrebbe sempre lì, a godere di quella bellezza, ma, vorrebbe rendere partecipi
anche i suoi compagni di schiavitù di ciò che ha visto, per questo ritornerebbe nella
caverna per svelare la verità ai suoi amici. Egli verrebbe, però, deriso poiché non
riusciva a vedere bene dato che i suoi occhi non erano più abituati all’oscurità, bensì,
alla luce del sole e lo accuserebbero di essere cieco, inoltre, infastiditi dal suo
tentativo di portarli alla luce, lo ucciderebbero con il linciaggio.
SPIEGAZIONE:
Dal mito, si evince il dualismo ontologico, attraverso la DOPPIA LINEA secondo la
quale si distinguono due realtà: la prima è quella delle ombre (delle cose imperfette
– mondo sensibile, non è la vera realtà); la seconda è la realtà autentica che
possiamo scoprire solo con la mente.
Platone mette in campo anche il dualismo gnoseologico, attraverso la seconda
NAVIGAZIONE che si distingue in una prima navigazione caratterizzata dall’uso dei
sensi (conoscenza sensibile – doxa=opinione), e una seconda navigazione
caratterizzata dall’uso della mente per risalire a ciò che conosciamo e ricordare ciò
che abbiamo imparato nell’Iperuranio.
SIMBOLOGIA FILOSOFICA (gradi della conoscenza):
La caverna oscura = il mondo; gli schiavi = gli uomini; le catene = il non sapere,
l’ignoranza che incatena il mondo; le ombre delle statuette = le immagini delle cose,
costituiscono il PRIMO GRADO di conoscenza: EIKASìA (IMMAGINI DELLE COSE
SENSIBILI); le statuette = le cose del mondo sensibile, corrispondenti al SECONDO
GRADO: quello della credenza, PISTIS (le cose del mondo viste attraverso la
testimonianza dei sensi), il fuoco = l’elemento grazie al quale si possono conoscere
le cose sensibili; la liberazione dello schiavo = l’azione della conoscenza; il mondo
fuori dalla caverna = le idee; le immagini riflesse = ciò che prepara alla filosofia, 3
GRADO: DIANOIA (pensare, collegare delle ipotesi alle conseguenze necessarie, si
passa da una nozione all’altra attraverso il ragionamento); il sole = idea del bene
che rende tutto possibile e conoscibile – 4 GRADO: INTELLIGENZA = NOESIS, il grado
più alto della filosofia e della conoscenza attraverso la quale si intuiscono le idee-
valori; lo schiavo che ritorna nella caverna = il dovere del filosofo di diffondere le
proprie conoscenze; l’ex-schiavo che non riesce più a vedere le ombre = il filosofo
che essendosi concentrato troppo sulle idee, non vede più le cose; lo schiavo deriso
= la sorte dell’uomo di pensiero, che viene giudicato e deriso dagli uomini legati ai
pregiudizi; infine, l’uccisione del filosofo = la sorte di Socrate.
IL SOFISTA, IL TIMEO E IL PARMENIDE
IL TIMEO
Platone si rende conto di aver stabilito un rapporto troppo rigido tra il mondo
sensibile e l’iperuranio, così crea una mediazione attraverso il Timeo, dialogo che
approfondisce il problema cosmologico dell’origine e della formazione
dell’universo.
Sforzandosi di capire meglio il rapporto tra idee-cose, Platone introduce un
mediatore tra di esse: il Demiurgo, che non è un Dio creatore, ma semplicemente un
mediatore o plasmatore della materia. Egli attraverso la legge della necessità
(ANANCHE), prende la chòra (materia informe) e la PLASMA a immagine e
somiglianza delle idee, comunicando così agli oggetti sensibili una parte della
perfezione dei modelli iperuranici.
IL PARMENIDE
In questo dialogo l’autore si interroga sulla teoria delle idee, e ne rivela alcune
difficoltà.
Partendo dal fatto che l’idea è una ma gli oggetti di cui costituisce la sostanza
unitaria sono molti, ci si chiede come faccia l’idea a contenere più oggetti o ad
essere contenuta in essi, senza risultare moltiplicata e distrutta nella sua unità. Per
questo quesito, Platone realizza il pensiero del terzo uomo.
Da un’idea possono scaturire molteplici oggetti perché se si ha un’idea ogni volta in
cui si considera nella sua unità una molteplicità di oggetti (tutti gli uomini), si avrà
un’idea anche quando si considera la totalità degli oggetti più l’idea (tutti gli uomini
+ l’idea di uomo). Questa sarà un’ulteriore idea (il terzo uomo) che se viene a sua
volta considerata con gli oggetti e con l’idea precedente darà luogo ad un quarto
uomo.
Il problema fondamentale è il confronto-scontro con la logica di Parmenide. Il non
essere, non esistendo, pregiudicherebbe la molteplicità delle idee, poiché ogni idea,
non essendo un’altra, implica che il non essere esista. Platone però non può
rinunciare alla sua teoria delle idee perché senza di loro non si potrebbe fare
filosofia e ne pensare; rimane dunque solo da rinunciare al principio eleatico.
IL SOFISTA
In questa opera Platone riflette su come possano le idee essere molteplici e come
comunichino tra loro. Elaborando la teoria dei GENERI SOMMI DELL’ESSERE il
filosofo attribuisce 5 caratteristiche fondamentali alle idee:
l’ESSERE = ogni idea è ed esiste quindi è essere.
l’IDENTICO = ogni idea è identica a se stessa quindi rientra nell’identico.
il DIVERSO = essere ed essere identico sono differenti, poiché le idee sono
diverse le une dalle altre, altrimenti sarebbero fuse in una sola idea. Se
dunque ogni idea è uguale a se stessa ma distinta dalle altre è diversa da
queste quindi rientra nel diverso.
la QUIETE = ogni idea può starsene in sé.
il MOVIMENTO = ogni idea può entrare in comunicazione con le altre.
L’errore di Parmenide secondo Platone è confondere il diverso col nulla. Quando
pensiamo alla molteplicità delle cose usiamo la parola “non” (A non è B) , ma non
intendiamo il non essere assoluto, soltanto a qualcosa di diverso (A diverso da B).
Dunque ESISTE UN MODO IN CUI IL NON ESSERE PUÒ ESISTERE, QUELLO
DELL’ESSERE DIVEERSO.
In questa opera Platone cerca anche di RIDEFINIRE IL CONCETTO DELL’ESSERE.
Secondo lui l’essere è possibilità: “qualunque cosa si ritrova in possesso di una
qualsiasi possibilità (di agire o subire, da parte di qualche altra cosa, un’azione anche
minima e anche solo per una volta)”. Il filosofo sottintende il concetto di relazione:
esiste tutto ciò che è capace di entrare in un campo di relazione qualsiasi, in una
rete di connessioni possibili. (Il nulla non può entrare in rapporto con nulla e risulta
inesistente per definizione). La possibilità-relazione di cui Platone ci parla non vale
solo per le idee ma si applica anche sulle cose naturali e sugli esseri umani.
LA RIVALUTAZIONE ARTISTICA
Nella sua opera la “Repubblica” Platone aveva condannato l’arte per essere
“l’imitazione di un’imitazione” in quanto realizza immagini sensibili di cose che a
loro volta sono “copie” delle idee. A distanza di un po’ di tempo, il filosofo rivaluta
l’arte e nel “Sofista” afferma che “l’arte in sé” non è un ostacolo al raggiungimento
della verità, poiché in quanto tecnica imitativa può mantenere un rapporto col
mondo intelligibile. Mentre, quando l’arte viene usata per fini illusionistici è
scongiurabile. Platone distingue due tipi di produzione artistica:
- ICASTICA produce copie o rappresentazioni delle idee;
- FANTASTICA produce apparenze o illusioni
Il ragionamento platonico sull’arte culmina dove il cosmo è descritto come una
grande e meravigliosa opera d’arte che viene plasmata dal Demiurgo con criteri di
organizzazione matematica e proporzione (symmetrìa). La formazione del cosmo da
parte del Demiurgo diventa l’allegoria dell’esperienza artistica: come il Demiurgo
plasma l’universo imitando il modello intelligibile, l’artista che un’opera imitando il
proprio modello mentale.