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Jacques Derrida

Jacques Derrida, nato nel 1930 in Algeria, è uno dei filosofi più influenti del '900, noto per la sua critica della metafisica occidentale e per la decostruzione dei testi filosofici. La sua opera si distingue per l'uso di uno stile complesso e per la metafora della cartolina postale, che rappresenta la filosofia come un viaggio continuo piuttosto che come un arrivo definitivo. Derrida ha avuto un impatto significativo non solo sulla filosofia, ma anche sulla critica letteraria, estendendo la sua influenza oltre i confini della Francia.

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Jacques Derrida

Jacques Derrida, nato nel 1930 in Algeria, è uno dei filosofi più influenti del '900, noto per la sua critica della metafisica occidentale e per la decostruzione dei testi filosofici. La sua opera si distingue per l'uso di uno stile complesso e per la metafora della cartolina postale, che rappresenta la filosofia come un viaggio continuo piuttosto che come un arrivo definitivo. Derrida ha avuto un impatto significativo non solo sulla filosofia, ma anche sulla critica letteraria, estendendo la sua influenza oltre i confini della Francia.

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JACQUES DERRIDA

A cura di Antonino Magnanimo


[Link]

VITA E OPERE
Jacques Derrida nasce il 15 luglio 1930 a El Biar, presso Algeri, da famiglia ebrea. Proprio per questo, durante gli anni della Seconda guerra
mondiale conoscerà le discriminazioni derivanti dalle leggi razziali emanate dal regime di Pétain. In gioventù entra in contatto con le correnti più
vive della cultura francese e con le esperienze politiche dell'estrema sinistra non comunista. L'impegno politico resterà una costante della sua
personalità che lo porterà negli anni seguenti a impegnarsi a favore del dissenso nella ex Cecoslovacchia comunista o a favore del movimento
antirazzista in Sudafrica. Senza dubbio è uno dei più importanti filosofi di lingua francese del '900, la sua fama ha valicato i confini stessi della
Francia e i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Il suo pensiero, talvolta enigmatico e di difficile interpretazione, ha attratto diverse generazioni
di filosofi. Principale ispiratore del "Collège international de philosophie" fondato a Parigi nel 1983, Derrida è direttore dell' "Ècole des hautes
études" dal 1984, ma ha insegnato anche in numerose università degli Stati Uniti. Derida si richiama ad Heidegger ma sono fondamentali per lo
sviluppo del suo pensiero anche la psicanalisi, la linguistica, l'antropologia e la ricerca artistica. Egli opera una critica radicale della metafisica
occidentale , operando una decostruzione delle strutture concettuali sulle quali essa poggia. Il filosofo francese è tra i più noti ma anche tra i più
discussi e controversi pensatori degli ultimi decenni del '900. Appartenente alla generazione affacciatasi sulla scena filosofica intorno al 1960 (la
generazione dei Foucault, Lyotard, Habermas, Rorty), ha in comune con questi suoi coetanei alcune problematiche cruciali, ma se ne distacca con
proposte radicalmente innovative. Negli ultimi anni soltanto Rorty, tra i pensatori importanti della sua generazione, ha accolto con grande simpatia
alcune tesi di fondo delle sue riflessioni. A differenza dagli altri, la sua influenza, fin dagli anni Sessanta, non ha riguardato soltanto gli ambienti
filosofici ma si è estesa anche agli ambienti di critica letteraria, soprattutto nell'area americana. Alla ormai nota conferenza tenuta alla Johns
Hopkins University nel 1966 ("La struttura, il segno e il gioco nel discorso delle scienze umane") si fa risalire l'inizio del suo successo internazionale
e la svolta decostruzionista. Formatosi nell'immediato dopoguerra in una tradizione filosofica dominata dall'influsso delle tre H (Hegel, Husserl,
Heidegger), subisce inizialmente l'influsso di Sartre, da cui si distacca però molto presto per affrontare approfonditamente lo studio di Husserl cui
dedica la sua prima importante pubblicazione "Introduzione a 'L'origine della geometria' di Husserl". Oltre che con la tradizione occidentale, in
quegli stessi anni, Derrida faceva i conti con la tradizione ebraica, della quale è ugualmente erede, essendo nato, come già accennato, vicino ad
Algeri da famiglia ebrea. In particolare i nomi degli autori che sente più vicini, e che sono largamente presenti nei saggi raccolti in "Scrittura e
differenza", sono quelli di Jabès e di Lèvinas. Tra i lavori più importanti si segnalano: "Della grammatologia" (1967); "La pharmacie de Platon",
(1968); "Il fattore della verità" (1975); "Posizioni"; "La verità in pittura" (1978); "Introduzione a 'L'origine della geometria' di Husserl"; "La
disseminazione" ; "La scrittura e la differenza"; "Il problema della genesi nella filosofia di Husserl"; "Politiche dell'amicizia"; "La voce e il fenomeno.
Introduzione al problema del segno nella fenomenologia di Husserl"; "Margini della filosofia". Nelle opere successive Derrida ha accentuato la sua
critica della metafisica occidentale, mettendo capo alla scrittura come continuo differimento di senso. Ricordiamo: "Sopra-vivere" (1979); "La carte
postale" (1980); "Dello spirito" (1987); "Psyché" (1987); "Limited Inc." (1990); "La mano di Heidegger" (1991), "Oggi l'Europa" (1991); "Sproni: gli
stili di Nietzsche" (1991); "Retorica della droga: intervista" (1993); "Ritorno da Mosca" (1993); "Spettri di Marx: stato del debito, lavoro del lutto e
nuova Internazionale" (1994); "Memorie per Paul de Man. Saggio sull'autobiografia" (1995); "La religione: annuario filosofico europeo" (1995);
"Donare il tempo: la moneta falsa" (1996).

L'IMPIANTO FILOSOFICO
Il filosofo francese esplora le possibilità a cui il linguaggio della filosofia occidentale è giunto:
1] aprirsi all'infinito e chiudersi su se stesso infinitamente;

2] giocare con la propria tradizione;

3] seguirne l'infinito arbitrio concettuale (la deriva del significante).

Questo fa di Derrida un vero filosofo, soprattutto nel senso paradossale, inaugurato da Nietzsche e dalla sinistra post-hegeliana, per cui "si è veri
filosofi solo non essendolo": si è filosofi puri in senso proprio e profondo, solo facendo i distruttori della filosofia. Derrida è un filosofo puro, ovvero
un filosofo che si occupa della filosofia, essenzialmente per maltrattarla, ovvero per decostruire i testi della tradizione filosofia. Decostruzione vuol
dire prendere due o tre parole, una frase, una qualche "spia testuale", e giocarci sopra, in base per lo più al vecchio rovesciamento dialettico.
Decostruire significa individuare le coppie concettuali (io-noi, vivo-morto, nulla-negazione, eccezione - regola) che si annidano in qualsiasi
argomentazione, portarle fuori, e mostrare come, fronteggiandosi, gli opposti si annullano a vicenda, o si rovesciano l'uno nell'altro, e tutto si risolve
in nulla. Qui si apre il paesaggio tipico del derridismo: non c'è nulla al di là del testo. Il testo è "semplice presenza differita": io non sono presente,
voi leggete queste mie parole, e io non ci sono. Inoltre, le cose di cui scrivo sono assenti. Dunque differenza non solo spaziale ma anche temporale,
ovvero differanza ( differance ): perché ogni testo X è misurazione della distanza che separa X da qualsivoglia testo Y antecedente o conseguente.
Questa presenza-assenza-differenza è, inoltre, primordiale e primigenia: la scrittura, si dice, viene dopo la voce, l'esperienza, il pensiero. Ma per
scrivere pensiamo e abbiamo vita ed esperienza per trascrivere l'una e l'altra; "la nostra vita è narrazione pseudo-testuale". C'è dunque, prima di
ogni altra cosa, la Scrittura. Comprendiamo così ancora meglio l'essenza del decostruire: il prima e il dopo, il qui e il là, il sotto e il sopra si elidono a
vicenda, ma in fondo tra il si e il no è meglio il no, tra l'eccezione e la regola è meglio l'eccezione, tra il "vivo della voce", che tutti preferiscono, è
meglio il "morto della scrittura". Si tratta di nichilismo, e più specificatamente di dialettica negativa. La decostruzione rivela il suo vero volto, che è
edificante, distruzione che edifica, in una sorta di omeopatia etico-filosofica, a sfondo vagamente anarchico. Questo è Derrida in breve e in essenza.
Derida, nel dibattito degli ultimi decenni del '900, si è schierato apertamente, con posizioni di grande originalità, con coloro che affermano la
necessità di andare "oltre la tradizione occidentale". Nessuna metafora è in grado di uscire dal cerchio magico della metafisica, della "mitologia
bianca" ("La mytologie blanche", in Poétique, 1971) che rassomiglia e riflette la cultura dell'Occidente, quella in cui l'uomo bianco scambia il proprio
pensiero con la forma universale della razionalità. Egli è tra i più assidui teorici del " post-moderno ", e quindi fra i più criticati da Habermas, teorico
del moderno, che lo qualifica come neo-nietzschiano nell'opera del 1985 "Discorso filosofico della modernità". Derida è il più internazionalmente
influente tra i teorici del post-moderno. Derrida utilizza uno stile di scrittura complesso e volutamente tortuoso che è andato a complicarsi sempre
di più, stile caratterizzato dal rifiuto di un andamento discorsivo ordinario e dal ricorso frequentissimo a giochi di parole. Derida ribatte: " non sono
giochi di parole. I giochi di parole non mi hanno mai interessato. Piuttosto, sono fuochi di parole: consumare i segni fino alla cenere, ma anzitutto e
con maggior violenza, attraverso un brio eccitato, slogare l'unità verbale, l'integrità della voce, frangere o effrangere la superficie calma delle
parole, sottoponendo il loro corpo a una ginnastica allo stesso tempo gioiosa, irreligiosa e crudele". Che ci sia crudeltà non solo verso le parole ma
anche verso il lettore "plasmato dalla scuola", Derrida lo confessa apertis verbis. Anche il lettore, quindi, è sottoposto a quella ginnastica, gioiosa,
irreligiosa e crudele, se vuole tentare di comprendere i testi del discorso. Si tratta di testi, perciò, non solo difficilmente accessibili e comprensibili,
ma anche difficilmente riassumibili. Derrida motiva e giustifica questa caratteristica pressoché unica dei suoi scritti sostenendo che vogliono essere
qualcosa di radicalmente diverso e alternativo rispetto alle tesi di dottorato e in genere ai saggi di tipo scientifico-accademico quali si praticano
all'università.

LA CARTOLINA POSTALE
Di fronte alle decine di cartoline , che di tanto in tanto preleviamo dalla cassetta delle lettere ciascuno di noi assume più o meno lo stesso
atteggiamento: lettura veloce del testo, ringraziamenti al mittente, breve periodo di esposizione e abbandono nella più fredda indifferenza (cestino,
scatola di cartone, album dei ricordi). Raramente a qualcuna riserviamo un trattamento migliore, per esempio servirsi delle più belle o di quella
dell'amico più caro come segnalibro, ma alla fine tutte saranno raggiunte dallo stesso inesorabile destino: non verranno più guardate. Una volta che
la cartolina , è giunta a destinazione ha esaurito la sua funzione, "la cartolina vive durante il tragitto" dal luogo di villeggiatura, passando per
l'ufficio postale, alla cassetta delle lettere perché non appena giunge nelle mani del destinatario la sua fine è imminente. Ma allora perché non
lasciare in viaggio la cartolina? Perché non godere del piacere di immaginarsi la nostra cartolina che vaga da un paese all'altro, da una città all'altra,
da una strada ad un'altra, senza mai raggiungere il nostro portone di casa? Quante volte abbiamo aspettato invano l'arrivo di una cartolina e quante
volte dopo essersi rassegnati al fatto di non riceverla più abbiamo fantasticato sulla sua erronea e prematura scomparsa. Ce la siamo immaginata
persa nei meandri della città, nel brulichio, nella pluralità, nel disordine tipici delle metropoli. Derrida descrive la filosofia con la metafora della
cartolina postale. La maggior parte delle volte la cartolina è ancora in viaggio quando noi siamo già di ritorno; per lo più capita che la cartolina non
arrivi a destinazione, così facendo rimane in viaggio e conserva il suo essere-destinato in sé. Analogamente, la filosofia può essere considerata
come una cartolina, che è stata scritta con l'intenzione di arrivare a destinazione ma che in realtà non lo fa. La filosofia che raggiunge la
destinazione e che si distrugge in quest'ultima cessa di essere filosofia vera. Per questa ragione, Derrida preferisce tenere la filosofia in viaggio per
far sì che sia sempre spedita oltre. Platone parla, Socrate scrive Per Derrida il passaggio al di là della filosofia non consiste nel voltare la pagina
della filosofia (il che equivale il più delle volte al mal filosofare) ma nel continuare a leggere i filosofi in un certo modo. L'atteggiamento più generale
di Derrida nei confronti della tradizione filosofica trova l'espressione più compiuta nella rilettura operata ne "La carte postale" del noto rapporto
Socrate-Platone: in questa importante opera del 1980 infatti, utilizzando una miniatura medioevale trovata ad Oxford, Derrida mostra come il
rapporto si sia rovesciato, nel senso che Platone parla, mentre Socrate [Link] rapporto Socrate-Platone era stato alla base di uno dei saggi più noti
di Derida, "La pharmacie de Platon" del 1968, nel quale in maniera più accurata e organica, oltre che filologicamente molto ferrata, era stata
proposta la tesi del logocentrismo o metafisica della presenza come filo conduttore di tutta la tradizione filosofica occidentale. E' un saggio, anche
questo, "pirotecnico" (fuochi di parole), nel quale lo scrupolo filologico è intrecciato con una sfrenata sarabanda di metafore e richiami da un dialogo
all'altro di Platone. Egli cerca di mettere in discussione il logocentrismo della metafisica occidentale basata sull'opposizione "è o non è"
(materia/forma, natura/spirito, corpo/anima, vero/falso, bene/male, essere/divenire, soggetto/oggetto). Derrida vuole decostruire questa tradizione
non nel senso di abbandonarla completamente ma nel senso di aggiungervi qualche altra cosa. Parte dal fatto che la verità non è qualcosa che
viene enunciato, una definizione, ma è qualcosa che avviene, è un movimento che accade. L'interesse principale è comunque dedicato al Fedro e in
particolare alla sua parte finale, nella quale Socrate racconta il famoso mito del re egiziano Thamus che, di fronte all'offerta della scrittura da parte
del dio Theuth, dopo matura riflessione decide di respingere l'offerta in quanto la scrittura è qualcosa di molto inferiore e di negativo rispetto alla
[Link] mito, il cui significato è ripreso ricorrentemente in altri suoi scritti, spiega secondo Derrida il carattere fondamentale di tutta la
filosofia occidentale, da Platone in poi: quello che fa definire questa filosofia come logocentrismo o metafisica della presenza. Infatti il contenuto
esplicito e il significato del mito è che la parola è presenza, mentre la scrittura è assenza, negazione della presenza. Nel discorso parlato, cioè,
l'anima ha "presente" in maniera immediata la verità; nel testo scritto questa immediatezza non c'è più. Nel parlare l'anima si esprime
direttamente, è "presente"; nel testo scritto non c'è più, e questo vive una sua vita propria, da "orfano", separato da chi gli ha dato origine. L'oralità
è bene, la scrittura è male. Derrida talvolta parla di "parricidio" operato dal testo scritto nei confronti di chi gli ha dato [Link] il male, il
negativo, è assegnato "alla scrittura, che Platone definiva un orfano o un bastardo, opponendola alla parola figlio legittimo e bennato del 'padre del
logo'". Umiliazione della scrittura, privilegio della parola, sono stati secondo Derrida i caratteri fondamentali della filosofia occidentale fino ad oggi;
da qui la definizione di questa come "logocentrismo". Scriverà in un colloquio dello stesso 1968, in maniera più chiara illustrando le caratteristiche
del logocentrismo o metafisica della presenza : "la phoné è la sostanza significante che si dà alla coscienza come intimamente unita al pensiero del
concetto significato. Da questo punto di vista, la voce è la coscienza stessa. Quando parlo, non solo ho coscienza di essere presente a ciò che
penso, ma anche di mantenere il più aderente possibile al mio pensiero o al 'concetto' un significante che non cade nel mondo, che io intendo nel
momento medesimo in cui lo emetto, e che sembra dipendere dalla mia pura e libera spontaneità, senza esigere l'uso di alcuno strumento, di alcun
accessorio, di alcuna forza presa nel mondo. Beninteso questa esperienza è un inganno, ma un inganno sulla cui necessità si è organizzata tutta
una struttura o tutta un'epoca". La tradizione logocentrista, per Derrida, è quella ancora dominante nei nostri giorni. Questa tradizione è stata
ripercorsa, o "ripetuta", in maniera più o meno consapevolmente critica, dai filosofi più significativi del nostro tempo. Secondo Derida, quindi, il
carattere fondamentale della filosofia occidentale è il logocentrismo o fonocentrismo , fondato sulla metafisica della presenza, nel senso indicato
dall'ultimo Heidegger. A suo avviso nella tradizione occidentale sino a Heidegger incluso, la voce gode di un primato in virtù del fatto che essa è
percepita e vissuta come qualcosa di presente e di immediatamente evidente: nella parola parlata è sempre immanente il logos. La scrittura,
invece, è caratterizzata dall'assenza totale del soggetto, che l' ha prodotta: il testo scritto gode ormai di vita propria. Compito della grammatologia ,
dove "gramma" è assunto nel senso originario greco di lettera scritta dell'alfabeto, è di mirare alla comprensione del linguaggio a partire dal
modello della scrittura, non del logos. La forma scritta, sottraendo il testo al suo contesto di origine e rendendolo disponibile al di là del suo tempo,
ne garantisce la sua decifrabilità e leggibilità illimitata. Su questa base si rende possibile quella che Derrida chiama la " differance ", un termine da
lui coniato che include i due significati del verbo differire. In un primo senso, esso implica che il segno è differente da ciò di cui prende il posto e,
quindi, che tra il testo e l'essere a cui esso rinvia c'è sempre una differenza, uno scarto che non può essere mai definitivamente colmato, ma lascia
sempre soltanto tracce, da cui si diparte la molteplicità delle letture e delle interpretazioni. Ma, in un secondo senso, differire significa anche
rinviare, rimandare e, quindi, mettere una distanza tra noi e la cosa o parola assente nel testo: ciò significa uscire dal primato della presenza, che
caratterizza il logocentrismo. La "differance" equivale a un accadere indipendente dai soggetti che parlano e che ascoltano, è un "evento" nel senso
heideggeriano del termine.

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