J.
Derrida
La scrittura e l’intenzionalità non
presente a se stessa
a cura di Patrizia Piluso
1. Introduzione
Jacques Derrida, allievo di Jean Hippolite e studioso di Husserl, ha
innestato intorno agli anni sessanta, la propria riflessione filosofica nel quadro
del dibattito sullo strutturalismo delle scienze umane e nella filosofia,
convogliandovi il filo conduttore nietzschiano‐heidegerriano del progetto di un
oltrepassamento della metafisica.
Il suo pensiero filosofico, tuttavia, è maggiormente conosciuto per la
problematica del decostruzionismo. Il termine traduce quello tedesco
Destruktion o Abbau, usato per la prima volta a partire dagli anni ’20 da
Heidegger prima come completamento, e poi come contestazione, della
fenomenologia di Husserl.
Per Heidegger, pensare una filosofia come scienza rigorosa, da un punto di
vista fenomenologico, era impossibile fintantoché ci si limitava a una semplice
esclusione dei pregiudizi metafisici; il filosofo tedesco puntava su una
Destruktion della tradizione filosofica, intesa come un riesame e una
ricostruzione speculativa, che riuscisse a superare i pregiudizi metafisici non
escludendoli. La posizione derridiana è, invece, per molti aspetti diversa.
Infatti, mentre per il primo la decostruzione della metafisica aveva per
scopo lo svelamento del senso dell’essere, progressivamente dimenticato per
opera del pensiero metafisico, che culminava con Nietzsche, nella nozione di
1
volontà di potenza dove l’essere si identificava con la volontà; per Derrida si
costruisce un concetto di decostruzione riproponendo uno stretto legame tra
la nozione di differenza, come differenza tra essere e enti, e la scrittura.
La scrittura allora diventa trasmissione di orizzonti storico‐filosofici, ma al
tempo stesso si presta a infinite interpretazioni non riconducibili a un senso
unitario. Lo scritto rappresenta l’oblio dell’essere costitutivo della metafisica,
escludendo che si possa restaurare un senso pieno dell’essere. Con Derrida e la
sua nozione di scrittura si realizza il progetto di una decostruzione della
metafisica.
2. Scrittura, assenza, différance
Nell’affrontare la vocazione epistemologica della filosofia, che si basa sulla
pretesa univocità del suo linguaggio, Derrida ha ripreso in chiave critica il
modello della linguistica strutturalista saussuriana, mettendo in luce come il
logocentrismo metafisico derivi dal dominio del significato sul significante a dal
privilegiare l’identità del contenuto ideale della coscienza.
All’interiorità della voce, che secondo Derrida è espressione diretta
dell’identità del significato in quanto contenuto di coscienza, contrappone la
scrittura, (che la cultura logocentrica occidentale ha sempre considerato forma
derivata di una presunta verità originaria), considerando che il darsi della verità
nell’espressione grafica indica un’origine inattingibile se pensata come
univocità e come identità.
All’interno del saggio Firma Evento Contesto1, che in America ha
alimentato uno dei dibattiti più animati e seguiti degli ultimi decenni, lo
scrittore francese mette in risalto tale posizione partendo dalla considerazione
della pluralità di senso del termine comunicazione. Infatti, afferma:
1
J. Derrida, Firma Evento Contesto, in Limited Inc., tr. it. di N. Perullo, Cortina, Milano
1997.
2
Secondo una strana figura del discorso, ci si deve dunque chiedere
anzitutto se la parola o il significante “comunicazione” comunichi un
contenuto determinato, un senso identificabile, un valore descrivibile2.
La parola in esame apre un campo semantico che non si limita solo alla
semantica, alla semiotica e al linguaggio. Si può comunicare un movimento,
trasmettere una scossa, uno choc, un dislocamento di forza. Ma in questi casi
non si tratta di senso o di significazione, in quanto viene meno sia il contenuto
concettuale, che uno scambio linguistico (anche con un’operazione semiotica)3.
Il campo di equivocità della parola “comunicazione”, quindi, pare si lasci
fortemente ridurre ai limiti di quello che si chiama contesto4. Ma «un contesto
non è mai assolutamente determinabile»5 e la sua determinazione non è mai
sicura o satura, afferma lo stesso autore.
Derrida costruisce il suo discorso6 attraverso una critica iniziale al testo di
Condillac, Saggio sull’origine delle conoscenze umane, nel quale si presuppone
la scrittura come una modificazione continua, o estenuazione progressiva della
presenza. In questo caso la scrittura come rappresentazione supplisce
regolarmente la presenza . Ma Condillac, secondo Derrida, non ha tenuto conto
di alcuni aspetti della nozione di assenza, e cioè:
[La scrittura] È anzitutto l’assenza del destinatario. Si scrive per
comunicare qualcosa a degli assenti. L’assenza dell’emittente del
destinatore, della marca che egli abbandona, che si separa da lui e che
continua a produrre effetti al di là della sua presenza e dell’attualità
presente del suo voler‐dire, perfino al di là della sua vita stessa, questa
assenza che pure appartiene alla struttura di ogni scrittura ― e,
aggiungerò più avanti, di ogni linguaggio in generale ―, questa assenza
non è interrogata da Condillac7.
2
J. Derrida, Firma Evento Contesto, in Limited Inc., cit., p. 3.
3
Ivi, p. 4.
4
Fin dai tempi di Platone si ha un privilegio sulla scrittura strutturata dialogicamente
che indica l’esigenza di un contesto almeno duale, nel quale fosse presente un
interlocutore.
5
J. Derida, Firma…,cit., p. 5.
6
Sempre all’interno dello stesso testo in questione: J. Derida, Firma…, cit..
7
J. Derida, Firma…, cit., p. 9.
3
Inoltre per Condillac «tracciare vuol dire esprimere, rappresentare,
ricordare, rendere presente. Il segno nasce contemporaneamente
all’immaginazione e alla memoria, nel momento in cui è richiesto dall’assenza
dell’oggetto alla percezione presente8». Si caratterizza quindi in Condillac una
continuità della presenza dell’assenza.
Derrida, invece, compie una sorta di esame trascendentale della scrittura.
Egli cerca di individuare le condizioni di possibilità del testo, ovvero le
caratteristiche che esso non può non avere.
Un segno scritto si fa avanti in assenza del destinatario. Come
qualificare questa assenza? Si potrà dire che nel momento in cui scrivo il
destinatario può essere assente dal mio campo di percezione presente.
Ma questa assenza non è solo una presenza lontana, ritardata o sotto una
forma o un’altra, idealizzata nella sua rappresentazione? Non pare, o
almeno questa distanza, questo scarto, questo ritardo, questa différance
devono poter essere portati a un certo assoluto dell’assenza perché si
costituisca la struttura di scrittura, supponendo che la scrittura esista. È
qui che la différance come scrittura non potrebbe essere una
modificazione (ontologica) della presenza9.
È evidente nel passo come all’ermeneutica dialogica si contrappone la
scrittura, che a sua volta si contrappone all’interiorità della voce, intesa
dall’autore come espressione diretta dell’identità del significato, in quanto
contenuto di coscienza.
La forma grafica ottiene un’oggettività assoluta, poiché grazie alla
creazione di un campo trascendentale autonomo, il soggetto è fuori dalla
scena. Nella scrittura alfabetica la pratica esprime in forma ideale la liberazione
dai vincoli del contesto. Essa è il luogo di nascita di quel soggetto panoramico
che persegue il progetto della verità universale. La scrittura in genere si rivolge
al lettore universale. E pertanto essa è il medium che genera il Logos (pensiero
razionale, universalmente vero). Proprio come un testo scritto dev’essere, in
linea di principio, decodificabile da chicchessia; allo stesso modo, le leggi della
logica, della fisica e della storia, nonché i principi della metafisica, devono
8
Ivi, p. 10.
9
Ivi, pp. 11‐12.
4
essere comprensibili e validi per chiunque, quindi, per l’uomo universale. La
scrittura “libera”, nella sua différance, la comunicazione dai vincoli del
contesto.
«A differenza del dialogo, in cui è sempre viva e presente l’intenzionalità
dei protagonisti (dove il logos non può sfuggire al sospetto di essere
affermazione di una ragione, pretesa di verità, nella sopraffazione di uno dei
due dialoganti) la scrittura rende possibile una epoché della soggettività
vivente, che lacera la rete di relazioni gerarchiche del pensiero metafisico»10. È
luogo di oggettività ideali assolutamente permanenti e intesa in una forma
assoluta, che si ripercuote direttamente al destinatario. Il futuro di un testo è
regolato dalla differenza assoluta: «Il soggetto non diviene parlante che
commerciando col sistema delle differenze linguistiche; o ancora, il soggetto
non diviene significante (in generale, per mezzo della parola o di altri segni) che
iscrivendosi nel sistema delle differenze»11. Derrida in Firma Evento Contesto
scrive ancora:
Se ora ci domandiamo qual è, in questa analisi il predicato essenziale
di questa differenza specifica, ritroviamo l’assenza12.
Come osserva Gianni Vattimo in Le avventure della Differenza13: «La
presenza sembra riassumere in sé tutti i caratteri “autoritari” della metafisica
come (preteso) sapere dei principi primi. Nell’opporre la differenza alla
presenza, Derrida vuole dunque scuotere l’autoritarismo delle archai. Proprio
per questo, differenza non può presentarsi come un altro nome per indicare
l’origine»14.
Per questo si legge ancora nel testo derridiano:
10
M. L. Martini, Verita e Metodo di Gadamer…,p. 236.
11
J. Derrida, La différance, in Margini della filosofia, tr. It. A c. di M. Iofrida, Einaudi,
Torino 1997, p. 44.
12
J. Derrida, Firma…, in Limited Inc…, cit, p. 11.
13
G. Vattimo, Le avventure della differenza. Che cosa significa pensare dopo dopo
Nietzsche e Heidegger, Garzanti, Milano 1980².
14
Ivi, p. 153. Inoltre scrive Gianni Vattimo: «La differenza, appena enunciata, scompare,
tramonta identificandosi con le effettive differenze che costituiscono la concatenazione
del significante. Dire la differenza non fa che aprire il sistema delle differenze come
differenza, cioè nella loro natura di simulacri», p. 155.
5
Bisogna, se volete, che la mia “comunicazione scritta” resti leggibile
malgrado la sparizione assoluta di ogni destinatario determinato in
generale perché essa abbia la sua funzione di scrittura, cioè la sua
leggibilità. Bisogna che sia ripetibile ‐iterabile‐ nell’assenza assoluta del
destinatario o dell’insieme empiricamente determinabile dei
destinatari15.
La nozione di scrittura si pone nella situazione stessa dell’essere come
différance, in quanto dif‐ferenza o differimento. Essa diventa archiscrittura
generalizzata che «si dà prima dell’essere che sfonda; ponendolo nel registro
dell’assenza; è al tempo stesso condizione di quegli enti che sostiene,
permettendone l’aggregazione e il funzionamento16». Secondo Derrida
decostruire la filosofia è come decostruire un discorso. Ciò significa mostrare
come si sovverte la filosofia che si asserisce, o le opposizioni gerarchiche su cui
si basa, identificando nel testo le operazioni retoriche che producono il terreno
supposto dell’argomento, il concetto chiave o la premessa. Ne consegue che la
scrittura porta ad altra scrittura, stessa nell’alterità. Il dictum si pronunzia
contro se stesso non appena si scrive o viene scritto. Il mittente e il ricevente,
anche fossero lo stesso soggetto, si riportano ciascuno a una marca e
sperimentano che questa è fatta per fare a meno di loro, fin dall’istante della
sua produzione o della sua ricezione; e che questo non è un limite negativo ma
la condizione di possibilità positiva della marca, la condizione del suo
funzionamento17. Il linguaggio in generale, quindi può funzionare in assenza del
referente, come una struttura senza soggetto: si può parlare senza sapere18,
senza cioè un’intenzione di significato. Questa forma anomala del parassita è
inscritta nella struttura stessa della iterabilità.
L’assenza allora diventa assoluta, in quanto nella sua condizione di
possibilità è inscritto che essa sia iterabile indipendentemente dal destinatario.
15
J. Derrida, Firma evento contesto, cit., p. 12.
16
J. Culler, P. de Man, N. Rand, Allegorie della critica: Strategie della decostruzione nella
critica americana, a c. di M. A. Mancini e F. Bagatti, Liguori, Napoli 1987, p. 18.
17
Cfr. J. Derrida, Limited Inc., cit., p. 73.
18
È un chiaro riferimento ai lapsus freudiani.
6
Diventa una struttura interattiva capace di operare una rottura con l’orizzonte
della comunicazione.
Ogni struttura di scrittura per Derrida deve però avere tre forme:
ripetibile, iterabile, imitabile. Deve potersi staccare dall’intenzione presente e
singolare della sua produzione, cosi ché si possa alterare la sua identità o la sua
singolarità19. Scrivere è produrre una marca che costituirà una sorta di
macchina a sua volta produttrice, alla quale la propria futura scomparsa non
impedirà, in linea di principio, di funzionare e di dare, di darsi a leggere e a
riscrivere. Uno scritto è uno scritto solo se continua ad agire e a essere leggibile
anche se quello che si chiama l’autore dello scritto non risponde più di ciò che
ha scritto, di quanto sembra aver firmato, che sia provvisoriamente assente,
che sia morto o che in generale non abbia sostenuto, con la sua intenzione o
attenzione assolutamente attuale e presente, con la pienezza del suo voler
dire, ciò stesso che pare essersi scritto “a suo nome”. La situazione di chi scrive
e di chi firma è in riferimento allo scritto, fondamentalmente la stessa di quella
del lettore.
La scrittura secondo il filosofo francese ha dei predicati essenziali:
Un segno scritto, nel senso corrente del termine, è, dunque, una
marca che resta, che non si esaurisce nel presente della sua iscrizione e
che può dare luogo a una iterazione in assenza al di là della presenza del
soggetto empiricamente determinato il quale l’ha, in un determinato
contesto, emessa o prodotta. […]
Allo stesso tempo un segno scritto comporta una forza di rottura col
suo contesto, cioè con l’insieme delle presenze che organizzano il
momento della sua iscrizione. Questa forza di rottura non è un predicato
accidentale, ma la struttura stessa dello scritto. […]
Questa forza di rottura riguarda la spaziatura che costituisce il segno
scritto: spaziatura che lo separa dagli altri elementi della catena
contestuale interna (possibilità sempre aperta del suo prelievo e del suo
innesto) , ma anche da tutte le forme di referente presente (passato o a‐
venire nella forma modificata del presente passato o a‐venire), oggettivo
o soggettivo. La spaziatura non è la mera negatività di una lacuna, ma
l’emergere della marca20.
19
Cfr.J. Derida, Firma.., cit., p. 31.
20
J. Derrida, Firma…, cit., pp. 14‐15.
7
Lo scritto ha una certa identità a sé, e, che sia marca o segno, deve
permetterne il riconoscimento, la ripetizione e la consequenziale rottura di
presenza e di contesto iniziale. Perché l’identità a sé, paradossalmente,
rappresenta la divisione e la dissociazione da sé stessa: è già altro in sé. Ogni
segno, linguistico o non linguistico, parlato o scritto, può essere citato,
rompendo con ogni contesto dato, generando all’infinito nuovi contesti, in
modo assolutamente non saturabile. Tuttavia, tutto ciò non presuppone che la
marca valga fuori contesto, ma al contrario che ci siano solo contesti, senza
alcun centro di ancoraggio21.
Inoltre non si deve tanto opporre una citazione o un’iterazione alla non
iterazione di un evento, quanto piuttosto costruire una tipologia differenziale
delle forme d’iterazione.
Data questa struttura d’iterazione, l’intenzione che anima
l’enunciazione non sarà mai integralmente presente a se stessa e al suo
contenuto. L’iterazione che la struttura a priori vi introduce una
deiscenza e una incrinatura [brisure] essenziali22.
3. “La questione della firma”, l’iterabilità alterante e il concetto di
morte
Riprendendo una critica alla posizione austiniana23,che afferma che
quando nell’enunciazione non c’è riferimento a chi parla (dunque a chi agisce)
attraverso il pronome ‘io’ (o il nome proprio), la persona è nonostante tutto
‘implicata’. Infatti:
- nelle enunciazioni verbali l’autore è la persona che enuncia, quindi la
fonte diretta della enunciazione
- nelle enunciazioni scritte (o iscrizioni) l’autore appone la propria firma
21
Cfr. Ivi, pp. 16‐19.
22
Ivi, p. 28.
23
Il riferimento e la critica di Derrida in questo caso sono rivolte al testo di J. L. Austin,
How to Do Things with words, Oxford University Press, New York, 1962, t. i. J. Austin,
Come fare cose con le parole, a c. di C. Penco e M. Sbisà, Marietti, Genova 2002.
8
Per definizione una “firma scritta implica la non presenza attuale o
empirica del firmatario”24. Ma essa rappresenta una marca anche che esplicita
il suo essere‐stata presente in un ora25 [mainenant] passato che rimarrà un ora
futuro, quindi un ora26 in generale, nella forma trascendentale dell’essere‐ora
[maintenance]. Questo essere‐ora generale è in qualche modo inscritto, fissato
nella puntualità presente, sempre evidente e sempre singolare, della firma
nella sua forma. Per realizzare però il ricongiungimento alla fonte è necessario
che sia trattenuta la singolarità assoluta di un evento di firma e di una firma
nella sua forma. Ma poiché gli effetti della firma si riverificano
quotidianamente, viene meno la condizione della loro rigorosa purezza. Per cui
si ritorna al discorso iniziale. Anche una firma per funzionare cioè per essere
leggibile deve avere una forma ripetibile, iterabile ed imitabile; deve potersi
staccare dall’intenzione presente e singolare della sua produzione. È proprio il
suo essere se stessa che altera la sua identità e la sua singolarità27. Per questo:
La decostruzione non consiste nel passare da un concetto all’altro,
ma nel voler rovesciare e nel dislocare un ordine concettuale come anche
l’ordine non concettuale con il quale il primo si articola28.
L’intenzionalità è, dunque, sempre relativa. Infatti:
L’intenzione o l’attenzione diretta su un iterabile e da essa
determinata in iterabile, per quanto tenda verso la pienezza attuale, non
può per struttura, raggiungere questa pienezza: essa non può in nessun
caso essere piena, attuale, totalmente presente al suo oggetto e a se
stessa. È fin dall’inizio divisa e sviata dalla sua iterabilità verso l’altro,
dall’inizio da se stessa scartata. Questo scarto è la sua stessa possibilità:
Altro modo di dire che se lo scarto è la sua possibilità, questo non
24
Cfr. J. Derrida, Firma…, cit., p. 30.
25
“Adesso”.
26
“Sempre”.
27
Cfr. J. Derrida, Firma…, cit., pp. 32‐33.
28
Ivi, p.32.
9
aspetta, non sopravviene come un accidente qui o là. L’intenzione è a
priori (seccamente) differante [différante]29.
Derrida costituisce una legge eidetica, per mezzo della quale si determina
l’impossibilità da parte dell’intenzione di raggiungere la sua pienezza. In effetti,
la condizione differante raggiunge ogni momento l’intenzione in modo tale che
questa possa essere sempre sviata verso l’altro. Ne consegue che sia il caso non
di opporre la citazione o l’iterazione alla non‐iterazione di un evento, quanto
piuttosto costruire una tipologia differenziale delle forme di iterazione30.
La differenza scaturisce nel rapporto uno‐molteplice. La ripetizione
dell’unicità si manifesta con l’unico che differisce dall’unico. Unicità che è
presente ma che sfugge alla pensabilità stessa. Ne consegue un nuovo
rapporto: alterità‐differenza, da cui deriva un’iterabilità alterante che fa in
modo che si voglia dire già sempre anche altra cosa da quel che si vuol dire, che
si dica altra cosa da ciò che si dice e si vorrebbe dire31.
Dato che ogni messaggio scritto può essere letto e compreso al di fuori del
contesto originario di produzione, del destinatario originario e dell’autore l’atto
di parola non può essere considerato uno sbocciare sorgivo, ma sempre
citazione di codice. La scrittura intesa come divenire assente è anche un
divenire inconscio, determinando un rapporto tra il soggetto e la sua morte. Il
divenire in questa doppia posizione è costituzione stessa della soggettività.
Ne scaturisce una nozione di incisione o traccia istituita. La traccia è nel
percorso derridiano l’impossibilità della presenza. Il suo istituirsi è il costituirsi
stesso della sua morte.
«La scrittura nel senso corrente è lettera morta, è portatrice di morte. Essa
toglie alla vita il suo respiro32».
Il limite, la morte, l’oblio, l’assenza costituiscono le modalità fondamentali
del darsi della scrittura: il suo statuto di predicabilità che è la fine del sé.
29
J. Derida, limited Inc., cit., p. 84.
30
Ivi, p. 28.
31
Cfr. J. Derrida, Limited Inc., cit., p. 92.
32
Cfr. J. Derrida, De la grammatologie, Editions de Minuti, Paris 1967 ; t. i. Della
Grammatologia, a c. di G. Dal masso, Jaca Book, Milano 1998², p. 30.
10
La corrispondenza tra testo ed esistenza non è casuale: il dasein
heideggeriano si determina autenticamente solo in quanto rapportantesi alla
propria morte come “possibilità dell’impossibilità” (della possibilità), cioè si
stabilisce un costante rapporto tra il suo essere‐progetto(‐gettato) e questa
incombente possibilità. L’assoluta impredicabilità (del possesso) di poter e
voler dire rimanda a ciò che l’autore è costretto a subire dinanzi la sua
partecipazione operante attraverso il suo stesso scritto.
«Bisogna pensare la vita come traccia prima di determinare l’essere come
presenza. È la sola condizione per dire che la vita è morte33». Ciò significa che
intendere la presenza come forma universale della vita trascendentale, vuol
dire aprirsi all’idea di un presente che è. La possibilità del segno e quindi un
rapporto con la morte. La memoria può sussistere solo in quanto traccia, cioè
solo a partire dalla fine (la morte appunto) di ciò che rappresenta (ri‐presenta);
il ricordo è il supplemento dell’oggetto che rappresenta, e agisce solo in
assenza di ciò che intende figurare. Non c’è possibilità di avere un ricordo che
non sia necessariamente un ricordo di…
33
J. Derrida, L’ecriture et la différence, Editions du Seuil, Paris 1967; tr. It. La scrittura e
la differenza, Einaudi, Torino 1971, p. 263.
11