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Il documento esplora le avanguardie artistiche del Novecento, tra cui il Futurismo, il Dadaismo e il Surrealismo, evidenziando la loro rottura con la tradizione e l'intento provocatorio. Si analizzano i principali esponenti, come Filippo Tommaso Marinetti e Aldo Palazzeschi, e le loro opere, che riflettono una nuova visione della letteratura e dell'arte. Viene anche discusso il crepuscolarismo, un orientamento poetico opposto, che si concentra su esperienze quotidiane e una visione più rassegnata della vita.
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Il documento esplora le avanguardie artistiche del Novecento, tra cui il Futurismo, il Dadaismo e il Surrealismo, evidenziando la loro rottura con la tradizione e l'intento provocatorio. Si analizzano i principali esponenti, come Filippo Tommaso Marinetti e Aldo Palazzeschi, e le loro opere, che riflettono una nuova visione della letteratura e dell'arte. Viene anche discusso il crepuscolarismo, un orientamento poetico opposto, che si concentra su esperienze quotidiane e una visione più rassegnata della vita.
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La stagione delle avanguardie

Ne fanno parte il Futurismo, il Dadaismo ed il Surrealismo, le quali vogliono rompere con la


tradizione e con i contemporanei.
L’opera deve abbandonare i canoni estetici tradizionali e risultare di difficile comprensione, se
non illeggibile, e si deve proporre con un intento dichiaratamente provocatorio.

Il Futurismo
I Crepuscolari avevano minato le fondamenta della letteratura italiana, aprendo dunque le
porte alla
rivoluzione dei futuristi.
Il futurismo nacque nel 1909 per opera di Filippo Tommaso Marinetti.
Essa è un’avanguardia totalmente italiana: il termine Avanguardia deriva dal lessico militare
ed
indica quella parte dell’esercito che avanza in prima linea rispetto agli altri soldati.
Il primo manifesto del futurismo fu pubblicato nel 1909 su “Le Figaro”, una testata
giornalistica francese; questo era formato da 11 punti.
Filippo Tommaso Marinetti nacque ad Alessandria d’Egitto, frequentando da giovane i locali
parigini. Il futurismo va ad adulare incondizionatamente la modernità. Qui la guerra è definita
come unico “Igiene del Mondo”. Il disprezzo verso la donna è esaltato.
Marinetti ci propone un nuovo modello di uomo, detto “Uomo Moltiplicato” o “Uomo
Macchina”
ovvero un uomo che non solo si serve della macchina, bensì si fonde con essa.
Nel 1909 vi fu un secondo manifesto, detto “Uccidiamo il Chiaro di Luna”. Qui i futuristi
criticano il sentimentalismo romantico.
Il terzo manifesto è del 1912 e si chiama “Manifesto Tecnico della Letteratura Futurista,
Distruzione
della Sintassi, Immaginazione senza fili, Parole in Libertà”. I futuristi qui propongono
l’abolizione
di aggettivi, avverbi, punteggiatura e l’uso dei verbi al solo infinito (ricerca dinamismo).
Filippo Tommaso Marinetti lavorò anche come inviato di una testata giornalistica, venendo
per
l’appunto inviato ad assistere alla distruzione di Costantinopoli da una armata Bulgara. Questa
caduta marcava la fine della prima guerra balcanica contro l’impero ottomano. Da questa
esperienza scrisse “Zang Tumb Tumb”, un poema “Parolibero”, dove mise in pratica i precetti
grammaticali del futurismo.
Tutte queste idee si riversarono anche nell’arte, come ci fa da esempio Umberto Boccioni, uno
dei
più grandi esponenti del dinamismo italiano, in “Dinamismo di un Ciclista” (1913), quadro
volto a
rappresentare la purezza della velocità. Le forme sono qui indistinguibili (tipicità del
futurismo).

Il Futurismo si propone di distruggere non solo le istituzioni culturali del passato, ma tutte le
esperienze artistiche fino ad allora praticate, in vista di un cambiamento radicale, che
riguarda i più svariati aspetti della vita culturale e sociale. L'ambizione di questa
trasformazione passa anche attraverso la proposta di una contaminazione e fusione tra i
diversi linguaggi espressivi adottati dalle varie forme di arte; per quanto riguarda più
propriamente la letteratura, invece, il movimento si pone come obiettivo la distruzione della
sintassi e l'applicazione del procedimento analogico, fino ad approdare alle «parole in
libertà», o «tavole parolibere».

Aldo Palazzeschi
Aldo Palazzeschi (1885-1974) fu un futurista che ebbe 60 anni di attività poetica. Egli passò
anche
attraverso la produzione crepuscolare. In “Chi Sono” emerge il disagio del poeta, che non
riesce più a svolgere il suo ruolo (come Baudelaire). Con egli il poeta diviene un clown, un
saltimbanco,
diviene un’antitesi del Super-Poeta. Egli è totalmente emarginato all’interno della società.

-“Lasciatemi Divertire”:
Esso è un manifesto poetico dell’autore, dove viene messo in evidenza il ruolo del poeta, in
crisi a
livello sociale. Qui il poeta reclama la propria libertà tramite il divertimento, applicando così
una visione del mondo totalmente personale.
Il testo è creato dalla “Spazzatura” delle altre poesie, da materiali di scarto. La poesia
accademica è accantonata dalla società poiché indicata come non avente più nulla da dire.
Il linguaggio è qui “A-Grammaticale” ed è presente una forte dissacrazione verso Pascoli,
attraverso l’uso di suoni onomatopeici.

Corrado Govoni ( Ferrara 1884- Roma 1965)


Egli fu poeta crepuscolare e futurista italiano.

-“Il palombaro”:
La poesia “Il palombaro” è una poesia che appartiene al periodo futurista di Govoni e
appartiene alla raccolta Rarefazioni e parole in libertà (1915). Si tratta di una poesia visiva
dove il significato fuoriesce dall’interpretazione congiunta dei segni iconografici (disegni) e
delle didascalie utilizzate. In conformità con la poetica futurista basata sulle parole in libertà e
il verso libero, l’autore utilizza punti tipografici differenti, elimina verbi, punteggiatura e
congiunzioni, e si mostra particolarmente libero nel disporre testo ed immagini sulla pagina.

Questa poesia visiva racconta in maniera molto personale (e se si vuole discutibile)


l’immersione in acqua di un palombaro. L’universo dei fondali sottostante è particolarmente
variegato. Cari ai futuristi sono metafore ed analogie che sono qui abbondantemente utilizzate
da Govoni: la medusa, ad esempio, è definita come l’ombrello del mare.

Il palombaro è stranamente munito di accetta e costituisce inizialmente una sorta di


spauracchio, un “acrobata profondo” ma poi diventa un “becchino mascherato che ruba
cadaveri annegati”, “assassino ermetico”, “boia sottomarino”.

Le avanguardie in Europa
-Il Futurismo russo: antimilitaristico, che non vede nella guerra l’unica origine del mondo.
Il maggior esponente è Majakovskij, che nel 1912 scrive il Manifesto “Schiaffo al gusto
corrente”

-Dadaismo e Surrealismo: di cui Apollinaire è il precursore.


Il dadaismo è nato a Zurigo soprattutto per opera del rumeno Tristan Tzara. Il termine “dada”
venne usato nel senso di giocattolo ed ha carattere onomatopeico.
Il surrealismo, invece, nacque per opera di Andrè Breton, Paul Eluard, Philippe Soupault e
Louis Aragon, i quali scrissero nel 1924 il Manifesto.
Breton teorizza il procedimento della "scrittura automatica" che, sottraendosi a ogni forma di
controllo razionale, può esprimere e formalizzare le fantasie dell'inconscio e le pulsioni
profonde della psiche.

I crepuscolari
La definizione di poeti crepuscolari risale ad una recensione, pubblicata nel 1910 sul
quotidiano “La Stampa”, di “Giuseppe Antonio Borgese, e significa letteralmente “che fanno
parte di un tramonto”.
Fanno un’esperienza opposta a quella dei futuristi, militaristi e dionisiaci, perché si ripiegano
verso un mondo quotidiano, delle piccole cose.
Il poeta sembra vergognarsi di essere tale, ed aspira a diventare un uomo comune, pur
consapevole della distanza con la mediocrità borghese.
Il crepuscolarismo non è un movimento ma un orientamento diffuso, che trasforma il
romanzo.
Viene privilegiata la poesia lirica: componimenti lunghi, caratterizzati dal frammento, dal
verso breve (es: sestine).
Gli argomenti sono banali e la parola indica le cose come sono.
Vi è una sfiducia nella poesia, perché non è più considerata un prodotto utile per la vita
pratica.

I maggiori esponenti sono Sergio Corazzini, Marino Moretti, Corrado Govoni e Aldo
Palazzeschi, che poi aderirà al futurismo.

I crepuscolari, al contrario dei futuristi, si rassegnano al declassamento del poeta: la loro


insoddisfazione non sfocia nella ribellione.

Sergio Corazzini:
Nasce a Roma nel 1886 e muore giovanissimo, a causa della tisi, nel 1907.
Una delle sue raccolte più famose è “Piccolo libro inutile”, dal titolo eloquente.

-“Desolazione del povero poeta sentimentale”:

Il poeta esprime un profondo senso di tristezza e stanchezza nei confronti della vita,
presentandosi non come poeta, ma come un fanciullo triste.
La poesia riflette la rassegnazione e la malinconia tipiche della corrente crepuscolare,
evidenziando una "malattia" letteraria comune ai poeti del Novecento.
Corazzini rinuncia a qualsiasi ambizione letteraria, cercando la semplicità e la serenità nelle
piccole cose della vita.
L'accettazione umile della vita e della morte è centrale, con l'autore che si avvia serenamente
verso la fine.
Il tema del silenzio e della solitudine pervade la lirica, simbolizzando un viaggio verso
l'oscurità che si restringe intorno al poeta.

Guido Gozzano:
Nato a Torino nel 1883 e morto nel 1916.
Nel 1907 pubblica la sua prima raccolta di versi, “La via del rifugio”, seguita dai Colloqui
(1911), raccolta divisa in tre sezioni:
-Il giovenile errore: c’è un vagabondaggio sentimentale con tono distaccato ed ironia;
-Alle soglie: è presente il motivo della malattia;
-Il reduce: il poeta si avvicina alla consapevolezza e presenza della morte.
Inoltre, collaborò a quotidiani e riviste.

-“La Signorina Felicita ovvero la felicità”:


La signorina Felicita rappresenta la poetica del Crepuscolarismo, evidenziando temi come
l'antidannunzianesimo, la malattia e l'ironia.
Il poemetto, suddiviso in otto parti, narra una vicenda quotidiana ambientata in Piemonte,
dove Gozzano si innamora di una ragazza semplice.
Felicita incarna un ideale di vita sana e spontanea, contrapposto agli intellettualismi del
protagonista, limitato dalla tubercolosi.
La storia si conclude con malinconia e rimpianto, riflettendo sulla rinuncia all'amore e sulla
consapevolezza delle difficoltà della vita.
Il messaggio finale è ambivalente: nonostante il dolore e la rinuncia, si cerca sempre una
speranza, simboleggiata dal viaggio in India per curarsi.

I vociani
Con il termine di "vociani" vengono indicali alcuni scrittori che collaborarono alla rivista
fiorentina "La Voce". A differenza dei futuristi, le loro opere non obbediscono ai principi di
una poetica ben definita, ma partecipano intensamente a quelle ipotesi di rinnovamento di cui
si era fatta espressione la rivista.
Hanno l’esigenza di esprimere una letteratura svincolata dalla tradizione accademica, in cui si
riflettano le inquietudini e i problemi dell'uomo contemporaneo. Utilizzando oramai
abitualmente il verso libero, questi scrittori si possono considerare come i primi veri
esponenti della lirica italiana del Novecento, intesa come ricerca esistenziale, libera e
autonoma espressione delle esigenze dell'io.

Si afferma con loro la cosiddetta "poetica del frammento", ossia del componimento breve,
dall'espressione intensamente significativa, che accentua il carattere lirico dell'esperienza
letteraria, costruita non su schemi prestabiliti, ma ritagliata su una misura soggettiva e
interiore.

Di fronte alla negatività del presente, il poeta si propone una ricerca di valori spirituali e
morali, che testimoniano anche l'esigenza di un forte impegno e di una partecipazione civile.

I principali esponenti sono: Camillo Sbarbaro, Clemente Rebora, Dino Campana e Piero Jahier.

Camillo Sbarbaro
-“Taci, anima stanca di godere”:
La poesia di Camillo Sbarbaro, "Taci, anima stanca di godere", esplora una rassegnazione
disperata, dove la vita continua in modo meccanico e monotono.
Il tema del deserto e della città moderna simboleggia solitudine e inaridimento interiore,
riflettendo un allontanamento dalle estetiche dannunziane.
Il componimento è caratterizzato da un linguaggio essenziale e prosaico e dall’utilizzo di versi
sciolti, prevalentemente endecasillabi, con una struttura linguistica vicina al parlato
quotidiano, rendendo la parafrasi non necessaria.
Sbarbaro evita l'uso di polisemia e metafore complesse, preferendo una struttura sintattica
semplice per enfatizzare parole chiave che riflettono la sua condizione interiore.
La lirica presenta poche immagini esterne, simbolizzando l'aridità dell'animo e la
rassegnazione disperata, temi centrali nella crisi della coscienza moderna.
L'anima è trattata come un personaggio autonomo, con un tono confidenziale, per esprimere
la stanchezza e la mancanza di vitalità.
ITALO SVEVO
Il vero nome di Italo Svevo, nato a Trieste nel 1861, è Aron Hector Schmitz. Trieste fino alla I
guerra mondiale sarà territorio dell’Impero asburgico. Il poeta usava il nominativo Italo Svevo
come pseudonimo per firmare le proprie opere: Italo perché la mamma era italiana e Svevo per
fare riferimento alla casata tedesca.
Ci parla molto della sua doppia nazionalità linguistica e culturale (italiana, con il dialetto triestino,
e tedesca) ed era figlio di un funzionario imperiale austriaco di origine ebraica.
Per lungo tempo la critica ha sostenuto che Svevo scrivesse male ed effettivamente la sua prosa è
lontana dal “bello scrivere” della tradizione letteraria italiana, ma nonostante questo è
efficacissima.

Fu mandato a studiare in Baviera, per poi completare la sua formazione culturale a Trieste,
all’Istituto Superiore per il Commercio “Pasquale Revoltella”.
Nel 1880 iniziò a collaborare al giornale triestino “L’indipendente” con articoli letterari e teatrali,
firmati con lo pseudonimo “Ettore Samigli”.
Nello stesso anno la famiglia subì un danno economico molto importante e lui iniziò a lavorare
presso la Banca Union di Verona. Il lavoro impiegatizio era per lui opprimente, per cui cercava
un’evasione nella letteratura, frequentando la biblioteca civica, leggendo i classici italiani e i grandi
narratori francesi dell’Ottocento (Balzac, Stendhal e Flaubert).
Nel 1896 si sposò con una cugina, Livia Veneziani, con la quale fece una figlia di nome Letizia.
I veneziani erano proprietari di una fabbrica di vernici antiruggine per navi e Svevo decise di
abbandonare l’impiego alla banca per entrare nella ditta dei suoceri.
Grazie a ciò fece un salto di classe sociale ma abbandonò la letteratura finì al 1919 (con “La
coscienza di Zeno”), a causa del senso di colpa dell’intellettuale, che si sente superfluo e
parassitario nell’età del trionfo industriale.

Per approfondire la lingua inglese prese lezioni private da James Joyce, che da Dublino si spostò a
Trieste e per vivere insegnava alla Berlitz School. Tra loro nacque una stretta amicizia, fervida di
scambi intellettuali.
La prima volta che Svevo entrò in contatto con Freud, invece, fu grazie a Bruno Veneziani il quale
soffriva di paranoie, quindi andò a farsi curare a Vienna da Freud in persona. Qui nacque la
curiosità di Svevo nei confronti di Freud, che lo inizierà a leggere ed informarsi.
Svevo non apprezzò la psicoanalisi come terapia bensì come puro strumento conoscitivo, capace di
indagare più a fondo la realtà psichica, e, di conseguenza, come strumento narrativo. Ad affermare
ciò è la lettera a Valerio Jahier del 10 dicembre 1927, in cui Svevo esclama “Grande uomo quel
nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati”.
Svevo è il padre del Romanzo Analitico, presentandoci la figura dell’inetto, il quale in lui esce
sconfitto o vinto da qualsiasi tipo di competizione, poiché non vede le possibilità che la vita pone
davanti a lui ed è inadatto alla vita.

Italo Svevo conquistò larga fama in Francia dopo la pubblicazione di “La coscienza di Zeno”; solo in
Italia rimase intorno a lui un’atmosfera di diffidenza e disinteresse. L’unica eccezione fu costituita
da Eugenio Montale, che gli dedicò un ampio saggio sulla rivista “L’esame” nel 1925.

Alla base dell’opera letteraria di Svevo vi è una robusta cultura filosofica, arricchita da aperture
verso le scienze: venne influenzato da Schopenhauer, dal marxismo, dalle letture di Nietzsche e da
Darwin, maestri che però Svevo tendeva ad utilizzare in modo critico, come strumenti conoscitivi
che fornissero risposte alle sue personali esigenze.

Italo Svevo- Una Vita


Fu pubblicato nel 1892, presso un piccolo editore triestino, Vram. Il romanzo suscitò scarsa
attenzione nella critica e nel pubblico.
Il protagonista è Alfonso Nitti, uomo originario di un paesino del Carso che, dopo la morte del
padre, va ad abitare a Trieste,e va a lavorare presso la banca Maller; ma il lavoro gli appare arido e
mortificante. Il giovane, imbevuto di letteratura, orgoglioso della sua cultura umanistica, evade
costruendosi «sogni da megalomane».
L'occasione per un riscatto dalla sua vita vuota e solitaria gli è offerta da un invito a casa del
padrone della banca, Maller.
Alfonso conosce così Macario, un giovane brillante e sicuro di sé, che rappresenta il suo Rivale, in
quanto possiede tutte quelle doti che ad Alfonso mancano, e stringe con lui una forma di amicizia.
Riesce a sedurre Annetta, che è la figlia del Maller, ma nel momento in cui deve fare il grande
passo fugge via perché prova un’inspiegqbile paura, e torna nel suo paese.
Quando ritorna a Trieste, dopo la morte della madre, tutto è cambiato: Annetta sta con Macario,
scopre di essere stato trasferito in un altro ufficio, viene sfidato a duello dal fratello di Annetta ed
infine si ammazza, inalando il gas della stufa.
Alfonso, sentendosi «incapace alla vita», decide di cercare nella morte una via di scampo,
distruggendo la fonte della sua infelicità, il suo organismo «che non conosceva la pace».

ELEMENTI AUTOBIOGRAFICI: il lavoro in banca.


ELEMENTI INNOVATIVI: l’affondo nella psicologia dei personaggi ed il discorso indiretto libero
(senza virgolette e verbi dichiarativi).
ELEMENTI DELLA TRADIZIONE: affrancamento sociale e narratore esterno.

-“Le ali del gabbiano”:


Alfonso lavora presso una banca ed è stato invitato ad una cena a casa del padrone, Maller, presso
cui lavora.
Quella sera Alfonso conosce Macario, un giovane ricco, intelligente, elegante che l’ha preso in
simpatia.
Macario possedeva un piccolo yacht e spesso aveva invitato Alfonso per gite mattutine nel golfo.
Una mattina soffiava un forte vento e Alfonso propose all’amico di rimandare l’escursione perché
gli sembrava pericolosa, Macario però non cambiò idea; insieme a loro viaggiava il facchino della
barca, Ferdinando. Dopo una forte ventata, Alfonso, che si era promesso di tenere il sangue freddo
e non farsi vedere pauroso, sobbalzò, così Macario e Ferdinando si assicurarono di proposito che
la barca prendesse velocità.
Inoltre gli domandarono se sapesse nuotare e che nel caso sarebbero tornati a casa a nuoto;
dissero questo per intimorirlo, oltre a diversi discorsi sulla paura, sul coraggio, evidentemente
indirizzati a lui.
Una volta tornati a terra, la città gli sembrava triste, provava un senso di malessere ed era pallido,
così, Macario per distrarlo gli fece guardare i gabbiani al porto e iniziò una riflessione: non ci vuole
cervello per pescare pesci ed essere agili, i pesci non hanno scampo a quelle ali, quegli occhi, e
Alfonso che nutriva la sua intelligenza ogni giorno, non era in grado di sopportare una piccola
paura. Chi non impara per natura ad essere forte, non lo diventerà mai, nemmeno osservando gli
altri saprà imitarli.
Il passo si conclude con Alfonso che chiede a Macario se pensava che lui potesse avere le ali e
con Macario che gli risponde che per fare voli poetici si, le ha.
I temi trattati in questo testo sono:
l’opposizione tra Inetto e Antagonista => il mare è la situazione che mette alla prova i personaggi
e
che fa emergere forza o inettitudine.
Schopenhauer e Darwin => Schopenhauer pessimista, sostenitore del determinismo materialistico,
secondo cui l’uomo è influenzato dall’ambiente e dal momento storico e anche del fatto che
l’uomo non sceglie per sé, ma è lottatore o contemplatore per natura. Darwin positivista teorico
della lotta per la vita, sostiene invece che con la selezione naturale vengono eliminati gli individui
più deboli e Svevo applica questa teoria all’uomo.

Italo Svevo- Senilità


Questo secondo romanzo fu pubblicato nel 1898.
Il protagonista è Emilio Brentani, che vive di un modesto impiego presso una società di
assicurazioni triestina e gode di una certa reputazione in ambito cittadino per un romanzo
pubblicato anni prima.
Vive con sua sorella Amalia, che come lui è un inetto, e ha un amico, Stefano Balli, scultore e suo
antagonista, che compensa l’insuccesso artistico con un’eccezionale fortuna con le donne.
L’insoddisfazione per la propria esistenza vuota e mediocre spinge però Emilio a cercare il
godimento nell'avventura con una ragazza del popolo, Angiolina. Emilio si propone semplicemente
di divertirsi senza impegnarsi, ma in realtà si
innamora perdutamente della ragazza, idealizzandola e trasformandola nella sua fantasia in una
creatura angelica.
La scoperta della vera natura di Angiolina, che ha numerosi amanti e si rivela cinica e mentitrice,
scatena la sua gelosia, che assume veri e propri caratteri ossessivi.
Ma egli non riesce a staccarsi dalla ragazza e di conseguenza riallaccia la relazione, ma il possesso
fisico, a cui finalmente arriva lo delude e lo lascia insoddisfatto, perché ha avuto non la figura
ideale che ama, ma la donna reale, di carne, che disprezza. L'amico Balli si interessa anch'egli ad
Angiolina, prendendola come modella per una sua statua; e la ragazza si innamora puntualmente
di lui. La gelosia patologica di Emilio si concentra allora tutta sull'amico.
Nel frattempo anche la sorella Amalia si innamora di Stefano Balli. Emilio, accortosene, allontana
l'amico da casa sua, ma in tal modo distrugge la vita della sorella. Amalia cerca l'oblio nell'etere,
minando così il suo fisico già debole, che soccombe alla polmonite.
Dopo la morte di Amalia, Emilio torna a rinchiudersi nel guscio della sua «senilità», guardando alla
sua avventura come un «vecchio» alla sua «gioventù».
Il primo titolo pensato da Svevo era “Il carnevale” di Emilio. Esso si riferiva innanzitutto al fatto che
gran parte della vicenda si svolge nel periodo del carnevale, ma poi assumeva un valore allusivo: la
relazione di Emilio con Angiolina, in cui il protagonista gode un breve momento di felicità e
gioventù per poi tornare alla sua vita vuota di sempre.

In questo romanzo non vi è più un articolato quadro sociale, poiché l’autore si concentra
sull’indagine psicologica.
Il titolo allude ad una sorta di limbo, di sospensione vitale, che si oggettiva nella chiusura entro il
nido domestico, che si compendia nella figura materna della sorella Amalia.
Emilio non coincide più con l’immagine dell’individuo borghese ottocentesco, virile, forte, sicuro,
capace di dominare la realtà, frutto di un vero e proprio stereotipo culturale, ma alla figura
dell’intellettuale piccolo borghese di un periodo di crisi. Inoltre, egli filtra costantemente la realtà
attraverso schemi letterari.
-Svevo ha un atteggiamento critico nei confronti della mentalità e della cultura di quel preciso
momento storico: la sua voce interviene esplicitamente a smentire e a correggere la prospettiva
del protagonista, a smascherare i suoi autoinganni.
-Il romanzo è focalizzato quasi totalmente sul protagonista, il cui punto di vista è inattendibile e il
suo linguaggio appare stereotipato come le idee che veicola.
-Vi è un’ironia oggettiva o esplicita.

-“Il ritratto dell’inetto”:


Questo testo sono le prime pagine del romanzo in cui si può cogliere la fisionomia del
protagonista. Grazie anche agli interventi del narratore, è evidente che egli mente in due casi:
nasconde ad Angiolina il fatto che per lui la ragazza non potrà essere più di un <<giocattolo>>, e
mente anche a se stesso, dicendo di non voler instaurare un legame serio a causa della famiglia e
della carriera.
Ma egli non ha famiglia, non ha moglie né figli, bensì una sorella, e egli non ha una vera e propria
carriera ma solo un <<impieguccio>>.
Quindi Emilio ha paura di affrontare la vita, rinuncia a vivere e si chiude nel nido familiare, è
questo il concetto di Senilità.
Ma comunque d'altro canto egli sente il bisogno di vivere e di provare piaceri, uscire dal nido,
conoscendo Angiolina.
Angiolina è l'emblema della vita, della giovinezza e della salute, mentre lui è emblema della
senilità, quindi vi è questa contrapposizione malattia-salute. Già in queste prime pagine vediamo
che il narratore non si eclissa ma interviene a commentare e a smascherare le sue menzogne,
come per esempio smonta l'alibi della famiglia e della carriera.

-“La trasfigurazione di Angiolina”:


Dopo l’avventura con Angiolina, Emilio torna alla condizione di senilità, intesa però questa volta
come rinuncia al desiderio, e perciò egli può vivere tutto nel vagheggiamento del periodo giovanile
della sua vita.
Emilio vive adesso totalmente immerso nel sogno, in cui avviene una fusione tra Amalia (la donna-
madre) e Angiolina (la donna-sesso).
Ma in realtà Emilio, cerca anche nella donna-sesso la donna-madre e di qui deriva il bisogno di
idealizzare Angiolina, di trasformarla in un angelo purissimo, in una creatura spiritualmente
elevata ed intellettuale. L’idealizzazione trasforma Angiolina anche in un simbolo: il simbolo della
speranza in un futuro socialista, esplicitato dall’immagine della donna che guarda verso i bagliori
del sole nascente, in attesa dell’avvenire.

La voce narrante ci avverte che tutta la pagina va letta in chiave ironica e critica nei confronti
dell’eroe, e non come una sorta di guarigione dell’inetto che trova finalmente un equilibrio con la
realtà.

-“Franco Petroni: la senilità prodotto non di natura ma storico”:


Petroni, che vede nei personaggi dei primi due romanzi sveviani la perdita di ogni capacità di
autodeterminarsi, in conseguenza del prevalere del capitalismo moderno, che toglie ogni ruolo
all'intellettuale umanista, afferma che in Emilio lo spazio per l'autodeterminazione non è affatto
annullato. Al contrario lo scrittore lascia al personaggio libertà completa di scelta: tutta la vicenda
è indirizzata da sue scelte perfettamente consapevoli, egoistiche e vili. La «senilità» di Emilio, la
sua «inettitudine», non è quindi un prodotto di natura, effetto di leggi deterministiche e
immodificabili, ma storico, ed il personaggio ne porta intera la responsabilità, insieme con la sua
classe di appartenenza.

Italo Svevo- La Coscienza di Zeno


Nel 1923 Italo Svevo pubblicò “La Coscienza di Zeno”, con protagonista Zeno Cosini,
un’inetto di circa 60 anni che inizia una terapia dal dottor S., un freudiano. Per facilitare il processo
dei ricordi, il dottor S. gli consiglia di mettere la propria vita per iscritto, creando dunque un’opera
autobiografica.
Lo scrittore finge che il manoscritto di Zeno venga pubblicato dal dottor S. stesso, per vendicarsi
del paziente, che si è sottratto alla cura frodando al medico il frutto dell’analisi (tutto ciò viene
spiegato nella Prefazione).
Nel corso dell’opera vengono ripercorse le fasi più importanti della sua vita.
Qui l’ordine degli avvenimenti non è cronologico, bensì vi è il “tempo misto”, tutto soggettivo, che
mescola piani e distanze, con una
continua oscillazione tra passato e presente. La città della vicenda è Trieste e l’opera è divisa in 8
capitoli, ciascuno dei quali si raggruppa intorno ad alcuni temi fondamentali (il fumo, la morte del
padre, il matrimonio, il rapporto con la moglie e la giovane amante, l’associazione commerciale
con il cognato Guido Speier e Psico-analisi), il primo dei quali è la Prefazione.
Il romanzo è narrato dal protagonista stesso, il quale è un narratore inattendibile in quanto in cura
e pieno di contraddizioni. Ciò si può notare sin dalla prefazione, in cui la sua autobiografia è un
tentativo di autogiustificazione di Zeno, che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa; non si
tratta di menzogne intenzionali, ma di autoinganni determinati da processi profondi ed
inconsapevoli, con i quali Zeno cerca di attenuare i sensi di colpa che tormentano il suo inconscio.
Ciò che dice Zeno può essere verità o bugia o tutte e due le cose insieme, e nessun punto di
riferimento permette di distinguerlo con certezza.
Il titolo allude alla consapevolezza e alla vigilanza sul comportamento, su se stesso.

LE VICENDE:
Il protagonista-narratore è una figura di "inetto", insoddisfatto ed incostante, che negli anni
giovanili conduce una vita oziosa e scioperata, senza mai giungere ad una laurea e senza dedicarsi
ad alcuna attività seria. Il padre, commerciante, non ha la minima stima per il figlio; i rapporti col
padre sono improntati alla più classica ambivalenza: pur amandolo sinceramente, Zeno, con il suo
ozio e la sua inconcludenza negli studi, non fa che procurargli amarezze e delusioni, rivelando così
inconsci impulsi ostili ed aggressivi.
Il vizio del fumo, a cui Zeno collega intollerabili sensi di colpa, ha nel suo fondo inconscio proprio
l'ostilità contro il padre, il desiderio di sottrargli le sue prerogative virili e di farle proprie. Quando
già è sul letto di morte, il padre lascia cadere un poderoso schiaffo sul viso del figlio che lo assiste,
e Zeno resta nel dubbio angoscioso se il gesto sia il prodotto dell'incoscienza dell'agonia o
scaturisca da una deliberata intenzione punitiva, e cerca quindi disperatamente di costruirsi alibi e
giustificazioni per pacificare la propria coscienza, per dimostrare a se stesso di essere privo di ogni
colpa nei confronti del padre e della sua morte (che in realtà, nel suo inconscio, fortemente
desiderava).
Privato della figura paterna, l'inetto Zeno va subito in cerca di una figura sostitutiva, e la trova in
Giovanni Malfenti, uomo d'affari che incarna l'immagine tipica del borghese, abile e sicuro
nell'attività pratica, dominatore del suo mondo, costituito dal lavoro e dalla famiglia. Malfenti è
dunque il modello di uomo con cui l'inetto Zeno non riesce più a coincidere, come non vi
riuscivano i suoi predecessori, Alfonso ed Emilio, e rappresenta perciò l'Antagonista, il ruolo che
era del banchiere Maller in Una vita e di Balli in Senilità.
Zeno decide di sposare una delle sue figlie, si direbbe solo per "adottarlo" come padre.
Si innamora della più bella, Ada, ma viene respinto, perciò rivolge la domanda di matrimonio alla
sorella minore Alberta, e, al rifiuto anche di questa, fa la sua proposta alla sorella più brutta,
Augusta. In realtà Augusta era la moglie che Zeno aveva scelto inconsciamente: si rivela infatti la
donna di cui egli ha bisogno, amorevole come una madre, capace di creargli intorno un clima di
dolcezza affettuosa e di sicurezza.
Augusta, come il padre, rappresenta un perfetto campione di "sanità" borghese. È l'antitesi di
Zeno, che è invece incapace nel suo intimo di integrarsi veramente in quel sistema di vita e di
concezioni, anche se vi aspira con tutte le sue forze, in un
disperato desiderio di normalità e "salute".
Zeno è "malato": la sua malattia è
la nevrosi ed gli proietta nella in essa la propria inettitudine, ed attribuisce la colpa dei propri
malanni al fumo, da cui cerca di liberarsi, fallendo.
Alla moglie Zeno affianca la giovane amante Carla, una ragazza povera che egli finge di proteggere
in modo paterno. Il rapporto però è reso difficile ed infinitamente ambiguo dai sensi di colpa di
Zeno verso la moglie, sinché Carla non lo abbandona per un uomo più giovane.
Zeno aspirando ad entrare nella normalità borghese si propone come collaboratore esterno
dell'associazione commerciale fondata dal cognato Guido, che ha sposato Ada.
Questi è un bell'uomo, disinvolto, sicuro di sé, fornito delle doti più versatili, è insomma l'antitesi
di Zeno, ed incarna perciò il ruolo del Rivale. L'amicizia e l'affetto fraterno ostentati nei suoi
confronti mascherano un odio profondo, che si tradisce ai funerali di Guido, morto suicida per un
dissesto finanziario: Zeno sbaglia corteo funebre, uno di quegli «atti mancati» che Freud ha
dimostrato essere estremamente rivelatori dei nostri impulsi inconsci.
Zeno, ormai anziano, decide di intraprendere la cura psicoanalitica, e qui ha inizio la stesura del
memoriale. Zeno però si ribella alla diagnosi dello psicoanalista, che individua in lui il classico
complesso edipico.
Lo scoppio della guerra favorisce alcune sue speculazioni commerciali, che trasformano l'inetto
Zeno in un abile uomo d'affari. Zeno si proclama così perfettamente guarito, sintomo tipico della
malattia e delle resistenze nei suoi confronti.
Alla fine del romanzo Zeno sottolinea il confine incerto tra malattia e salute e fa una riflessione
sull’uomo costruttore di ordigni, che finiranno per portare ad una catastrofe cosmica.

-Zeno non è solo oggetto di critica, ma anche soggetto: la sua diversità e malattia servono da
strumento straniante nei confronti dei cosiddetti sani e normali.
Zeno, nella sua imperfezione di inetto, è disponibile alle trasformazioni, è un essere in divenire,
mentre i sani sono cristallizzati in una forma rigida ed immutabile dell’esistenza; perciò
l’inettitudine non è più considerata un marchio d’inferiorità, ma una condizione aperta, disponibile
ad ogni forma di sviluppo, che si può considerare anche positivamente. Si attenua, dunque,
l’atteggiamento critico di Svevo nei confronti dell’inetto.
Proprio per questo motivo non vi è più la presenza del narratore esterno, in quanto non serve più
tradurre il giudizio critico dello scrittore nei confronti dei suoi eroi (l’evoluzione delle tecniche
narrative segue puntualmente l’evoluzione ideologica).
È un personaggio che ha bisogno di normalità e che sconvolge le gerarchie tra salute e malattie,
affermando che è la salute atroce degli altri la vera malattia.
Zeno è dunque un personaggio negativo per un verso, poiché perfetto campione di falsa coscienza
borghese, ma anche positivo, in quanto strumento di straniamento e di conoscenza.
-“Il Fumo”:
Il capitolo terzo della Coscienza di Zeno riguarda il vizio del fumo del protagonista, una dipendenza
sviluppata fin da ragazzino e sempre combattuta senza successo.
Zeno ricorda la sua prima sigaretta fumata da adolescente, inizialmente rubando i soldi al padre
poi, dopo essere stato scoperto, fumando i suoi sigari avanzati.
A vent’anni Zeno si accorge di odiare il fumo e si ammala, ma nonostante la malattia decide di
fumare un’ultima sigaretta; ed è qui che si evidenzia per la prima volta la vera malattia
psicoanalitica del protagonista.
Inizialmente il fumo è per Zeno una reazione al rapporto con il padre poi si allarga a forma di
difesa verso la realtà circostante e il mondo intero. In tal senso, ogni tentativo di smettere di
fumare non è che uno stimolo ulteriore al desiderio, tanto più se il complimento per la propria
perseveranza viene da una figura come quella del padre.

Da qui nascono i continui e vani tentativi di smettere di fumare, perché, come ammette Zeno,
“quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo”. Le
giornate di Zeno finiscono "coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più”.
La vicenda del fumo viene affrontata sempre con una prospettiva ironica e demistificante,
raggiungendo i migliori esiti nel momento in cui viene presentata la sigla "u.s. (ultima sigaretta)".
Questa sigla e la data vengono apposte su libri, diari, agende, muri e qualsiasi cosa passi sotto
mano al protagonista.

Ma la malattia del fumo si rivela essere in realtà un'altra "malattia della volontà", cioè l’incapacità
di Zeno di perseguire un fine, e riflette il senso di vuoto nella sua vita, scaturito dalla impossibilità
di affrontare l’esistenza e il mondo. Ed è proprio questa l’inettitudine, descritta da Svevo,
caratteristica dei suoi romanzi a partire da Una Vita.
La voce narrante (e giudicante) della Coscienza vede nella sigaretta un sintomo della propria
inettitudine, di cui però non vuole disfarsi né superare, perché essa costituisce una sorta di
autogiustificazione e alibi alla propria incapacità esistenziale.

L’inettitudine di Zeno riflette una dimensione più profonda della riflessione di Svevo sull’uomo,
che verrà rivelata solo nella conclusione del romanzo: la malattia del protagonista è comune in
realtà a tutti gli uomini che vivono nella società contemporanea, alienante e contraddittoria. Il
solo modo possibile per affrontarla è mantenere un distacco ironico, che faccia emergere la
comicità dell’esistenza stessa. Ed è proprio l’ironia la risorsa conoscitiva centrale nel capitolo sul
fumo: la distanza, sottilmente percepibile, tra ciò che Zeno dice e ciò che il lettore capisce è
cruciale per decifrare la usa "malattia".
L’intera vicenda viene narrata con intenti comici, ma rileva le dipendenze e le ossessioni dell’uomo
moderno, caratterizzato da un profondo senso di solitudine di fronte a un mondo malato, egoista
e contraddittorio.
-“La morte del padre”:
Tra Zeno e il padre un rapporto conflittuale e antagonistico, soprattutto, consolidato dopo la
morte della madre. Dunque dietro lo sgomento e il dolore del figlio affiora continuamente il
desiderio che il padre muoia, tanto é vero che la morte del padre appare al protagonista come un
momento decisivo della sua vita e un passaggio a una nuova età e a nuove responsabilità.
Quest'odio spinge Zeno a ricercare in sé la sua particolare inettitudine, per questa ragione tutta la
sua aggressività si rivela specialmente in occasione della malattia del padre quando vengono meno
la sua forza e il suo potere simbolico.
Quando il medico spiega a Zeno che suo padre ha subito un edema celebrale e non c'è nessuna
speranza che sopravviva, ma che potrà riprendere conoscenza, Zeno è spaventato dal fatto che
l’uomo risvegliandosi possa accusarlo di aver voluto la sua morte.
Il protagonista domanda al dottore se non si può farlo morire in pace e privo di coscienza, ma
l’uomo a quella richiesta si infuria, ampliando il senso di colpa di Zeno.
La scena finale della "morte del padre" indica però la finzione che sta dietro il suo rimorso e il suo
senso di colpa. Il padre, ormai agonizzante, riesce ad alzarsi e a schiaffeggiare il figlio: Zeno cerca
di imputare la colpa al medico, che voleva obbligare il genitore a stare sdraiato, ma poi si
contraddice affermando che “era una bugia”.
Ma il senso di colpa viene placato al funerale, quando il protagonista si convince che lo schiaffo
non era voluto e che lui era innocente. Zeno si riappacifica, infine, con il padre solo nel momento
in cui egli non può più controbattere e spaventare il figlio. Svevo fa così capire al lettore che per
Zeno è possibile accettare la presenza del padre solo quando questi non gli può più nuocere.

“La coscienza di Zeno: una liquidazione dalla psicoanalisi?”

Italo Svevo, con La coscienza di Zeno (1923), si confronta esplicitamente con la psicoanalisi, ma il
suo approccio è ambiguo e ironico, al punto che si può parlare di una vera e propria “liquidazione”
del metodo freudiano.
Egli espone il proprio rifiuto della psicoanalisi freudiana come terapia per curare la malattia,
poiché Svevo considera la malattia come una ricchezza, in quanto apre la strada ad un’autentica
conoscenza di sé e consente all’uomo di essere sempre in divenire.

Estranea alla psicoanalisi è la pratica del memoriale autobiografico imposto dal dottor S. al
paziente, che ricalca il metodo proposto dallo svizzero Charles Baudouin dell’autosuggestione.
Alla fine del romanzo, quando rifiuta la terapia del dottor S. e la interrompe, si appoggia ad un
altro metodo psicoterapeutico, quello della persuasione di Paul Dubois.

La presenza di Freud però si può vedere nei sogni e negli atti mancati, nell’organizzazione formale
dei contenuti, caratterizzata da salti temporali e lapsus, nel principio della psicoanalisi, secondo cui
nessun fatto psichico è mai casuale ma procede sempre da cause inconsce ben precise.
Dunque nella Coscienza di Zeno la psicoanalisi sta nel discorso dell’autore, non in quello di Zeno,
cioè sta nella struttura implicita del romanzo.

-“La profezia di un’apocalisse cosmica”:


Ci dice che la salute è prerogativa delle sole bestie, mentre la malattia è connaturata con la vita
stessa dell’uomo, che non potrà mai raggiungere la salute.
Infatti, l’uomo non conosce il tipo di evoluzione degli animali verso il meglioramento del loro
organismo, divenendo sempre più debole, e compensa la mancanza creando ordigni, che
cancellarono la legge della selezione naturale, in quanto non domina più il più forte ma colui che
possiede piu ordigni.
Di conseguenza all’indebolimento dell’umanità, si moltiplicheranno malattie e ammalati.
Per Zeno, l’unica soluzione a questa degenerazione è un’apocalisse distruttiva, che purificherà il
mondo dalle malattie, causata dalla costruzione di un esplosivo incomparabile.
Se la vita umana è malattia, solo la scomparsa dell’uomo potrà eliminare la malattia dalla terra.
LUIGI PIRANDELLO
Luigi Pirandello nasce nel 1867 in Sicilia, presso Girgenti, da una famiglia di agiata condizione
borghese (il padre gestiva alcune zolfare).
Il padre combatté con Garibaldi sia in Sicilia che sull’Aspromonte e finì per sposare la sorella
di un
suo compagno d’armi. Pirandello crebbe dunque in un clima Patriottico-Risorgimentale.
Si iscrisse all’Università di Lettere di Roma ma entrò in conflitto con un docente di Latino e
venne costretto a cambiare facoltà, trasferendosi in Germania, a Bonn, laureandosi lì in
Filologia romanza.
Si trasferì nuovamente a Roma nel 1892,
dove conobbe Luigi Capuana che lo esortò a dedicarsi alla scrittura.
Nel 1893 scrisse il suo primo romanzo, L’esclusa.
Nel 1894 sposò Maria Antonietta Portulano a Girgenti per poi tornare a vivere a Roma, dove
dal 1897 iniziò ad insegnare Lingua italiana presso l’Istituto Superiore di Magistero di Roma.
Nel frattempo pubblicò il “Marzocco” in collaborazione con Pascoli e d’Annunzio, e scrisse la
sua prima commedia, “Il nibbio” (1896).

Nel 1903 vi fu l’allagamento di una zolfara dove il padre aveva investito tutti i beni familiari e
la
dote della nuora, Maria. Quest’ultima fu la più colpita a livello psicologico, poiché soffriva di
crisi depressive, venendo difatti ricoverata e accudita fino alla morte da Pirandello, per circa
15 anni.
La convivenza con la donna costituì per Pirandello un tormento continuo, e da qui nasce la sua
concezione dell’istituto familiare come trappola che imprigiona e soffoca l’uomo.
Pirandello, dopo questo disastro, non solo continuò ad insegnare ma iniziò anche a scrivere,
pubblicando nel 1904 “Il fu Mattia Pascal”.
Inoltre questa declassazione, portò all’accrescimento del suo rifiuto irrazionalistico e
anarchico del meccanismo sociale alienante, sentito come trappola metafisica in cui l’uomo si
dibatte invano, cercando di ristringere alla spontaneità ed immediatezza originarie della vita.

Dal 1920 il teatro di Pirandello cominciò a conoscere il successo di pubblico e i suoi drammi,
come “Sei personaggi in cerca d’autore” (1921) nel corso degli anni Venti e Trenta furono
conosciuti e rappresentati in tutto il mondo.
Perciò nel 1922 lasciò la cattedra universitaria per dedicarsi interamente al teatro e dal 1925
assunse la direzione del Teatro d’Arte a Roma.

Nel 1924 si era iscritto al partito fascista per ottenere appoggi da parte del regime,
considerando inizialmente il fascismo una garanzia d’ordine ed una genuina energia vitale che
spazzava via le forme fasulle e soffocanti della vita sociale dell’Italia postunitaria. Ben presto
però si rese conto del carattere di vuota esteriorità del regime e si distaccò.
Pirandello scrisse romanzi e novelle (Novelle per un anno, Maschere nude), ottenendo una
fama mondiale che lo portò a vincere il premio
Nobel per la letteratura nel 1934.

Morì a Roma, nel 1936, a causa di una Polmonite.

LA SUA VISIONE DEL MONDO


Alla base della sua visione del mondo vi è una concezione vitalistica: la realtà tutta è vita, è
perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno
stato all’altro.
L’uomo è parte indistinta dell’universale ed eterno fluire della vita, ma tendiamo a fissarci in
una personalità che vogliamo coerente ed unitaria. Noi crediamo di essere uno per noi stessi e
per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda.
Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo
e che ci impone il contesto sociale.
Dunque condusse una critica serrata al concetto di identità personale; questa crisi dell’idea di
persona e di identità, che non mostra più l’individuo come creatore del proprio destino e
dominatore del proprio mondo, è frutto dei grandi processi in atto nella realtà
contemporanea: l’instaurarsi del capitale monopolistico, l’espandersi della grande industria e
dell’uso delle macchine, il formarsi delle grandi metropoli moderne e la creazione di
sterminati apparati burocratici.
Questa consapevolezza provoca smarrimento, dolore ed un senso di solitudine tremenda.

Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della vita sociale
e un bisogno disperato di autenticità, di immediatezza, di spontaneità vitale.
L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola della forma che imprigiona l’uomo è la
famiglia, che ha un carattere opprimente; l’altra trappola è quella economica, costituita dalla
condizione sociale e dal lavoro.
Pirandello non ricerca le cause storiche per cui la società è una trappola mortificante e
propone come unica via di salvezza la fuga nell’irrazionale, nell’immaginazione oppure nella
follia.

Il rifiuto della vita sociale dà origine alla figura del “forestiere della vita”, ossia colui che ha
preso coscienza del carattere fittizio del meccanismo sociale e si isola, guardando vivere gli
altri dall’esterno della vita, con un atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà. Egli mette in
atto la cosiddetta “filosofia del lontano”, che consiste nel contemplare la realtà come da
un’infinità distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata l’inconsistenza, l’assurdità
e la mancanza totale di senso di questa.

Caratteristico della visione pirandelliana è inoltre un radicale relativismo conoscitivo: ognuno


ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose; da questo ne deriva
un’incomunicabilità fra gli uomini.

Saggio; “L’Umorismo”
Questo saggio, risalente al 1908, vede Pirandello spiegare la sua poetica, distinguendo il
Comico
dall’Umoristico. Il Comico è definito come l’“Avvertimento” del contrario, mentre l’Umorismo
è
il “Sentimento” del contrario. Il comico vuol suscitare riso, portando l’osservatore a ridere nel
momento in cui avverte una situazione diversa da come dovrebbe essere nella realtà.
L’umorismo implica invece una riflessione, lasciando sì un sorriso ma amaro.
L’esempio datoci è quello di una vecchia signora con i capelli tinti ed eccentricamente vestita,
in maniera non consona alla sua età. Ella lo fa però per compiacere un marito molto più
giovane di lei. Se non si conoscesse la storia il tutto sarebbe comico, conoscendola diventa
invece umoristico.
Le opere di Pirandello sono tutti testi umoristici, in cui tragico e comico, riso e serietà sono
indissolubilmente mescolati.

-“Un’arte che scompone il reale”:


La poetica di Pirandello è racchiusa in un saggio intitolato “Saggio dell’umorismo”.
Pirandello fa una distinzione tra la comicità e l’umorismo: il comico, definito «avvertimento
del contrario», consiste nell’avvertire una situazione in modo esattamente contrario a ciò che
dovrebbe essere; l’umorismo, definito «sentimento del contrario», nasce invece nello scrittore
dall’azione sinergica di due forze diverse ma complementari: il sentimento che crea le
situazioni della vita e la ragione che interviene per analizzarle e scomporle, rivelando i
meccanismi che le determinano.
Proprio per questo motivo, l’umorismo viene definito anche l’«l’arte che scompone il reale».

Per spiegare con maggiore chiarezza il rapporto tra comicità e umorismo, Pirandello riporta
un esempio. Egli afferma che, se noi vedessimo una vecchia signora vestita in maniera
eccentrica e in abiti giovanili, per prima cosa proveremmo l’«avvertimento del contrario»,
cominceremmo quindi a ridere, avvertendo che quella signora è l’esatto contrario di ciò che
una rispettabile signora dovrebbe essere. Potremmo fermarci al riso superficiale (il comico),
ma se interviene in noi la ragione e ci induce a pensare che la vecchia signora non provi
piacere a imbellettarsi in questo modo ridicolo, ma che forse ne soffra e lo faccia soltanto per
trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, si passa dall’avvertimento del
contrario al sentimento del contrario e, dunque, all’umorismo («l’arte che scompone il reale»).

-“Il treno ha fischiato”:


La novella Il treno ha fischiato racconta la storia di un contabile, Belluca. Egli ha un carattere
molto mite, puntuale e dedito al lavoro, sottomesso da tutti. Per descriverlo, lo scrittore
adopera la metafora del somaro perché tante volte egli veniva rimproverato e fatto sgobbare
dai colleghi di lavoro senza pietà e per scherzo, con lo scopo di vedere la sua reazione; mai egli
non si era mai ribellato ed aveva sempre accettato le ingiustizie, anche le più crudeli, senza
dire una parola. Un giorno inizia a comportarsi in un modo non corrispondente al suo
carattere di sempre, tale da non sembrare più nemmeno lui: arriva in ritardo in ufficio e non
svolge regolarmente il suo lavoro. Quando il capo ufficio entra nella stanza per controllare il
lavoro svolto, si accorge che egli non aveva lavorato e sorpreso, e gliene chiede il motivo. Il
contabile reagisce scagliandosi con violenza contro il suo capo, ripetendo più volte, che un
treno ha fischiato nella notte, portandolo in luoghi lontani come la Siberia e il Congo. A questo
punto viene creduto pazzo e ricoverato in un ospedale psichiatrico.
Giunto in ospedale, continua a parlare a tutti del treno; i suoi occhi hanno una luce particolare,
simili a quelli di un bambino felice, e dalla sua bocca escono frasi senza senso. La cosa suscita
incredulità e stupore perché fino ad ora si era sempre occupato di numeri e di registri e mai
dalla sua bocca erano uscite espressioni poetiche che rimandavano a paesaggi bellissimi
quanto ignoti. All’improvviso, un vicino di casa che lo conosce inizia a gridare che Belluca non
è impazzito ma che è necessario conoscere la vita che egli è costretto a condurre, prima di
esprimere un giudizio su di lui ed accusarlo di pazzia.
Infatti, egli vive in una situazione familiare disastrosa. La sua numerosa famiglia si compone
di dodici persone: la moglie, la suocera e la sorella della suocera, tutte e tre cieche; hanno
bisogno continuamente di essere servite e non fanno altro che strillare, dalla mattina alla sera.
Oltre alle tre donne, in casa vivono due figlie, vedove con quattro figli la prima e tre la
seconda. Con lo scarso guadagno da impiegato, Belluca non è in grado di sfamare tutte queste
bocche, per cui si è dovuto procurare un secondo lavoro che svolge la sera, fino a tardi che lo
sfinisce e lo porta all’esaurimento.
Quando Belluca riceve la visita del suo amico, che lo informa che tutti lo credono affetto da
follia, lui stesso gli racconta di quella sera quando, essendo talmente stanco, da non riuscire a
dormire, sente da lontano un fischio di un treno e, quindi, la sua mente lo riporta indietro nel
tempo quando anche lui conduceva una vita “normale” a cui da tempo non pensava più; e
quello che gli è successo è stato un ritorno al passato che lo ha fatto evadere della vita misera
che conduce.
Dimesso dall’ospedale, ritorna alla solita vita da contabile, si scusa con il capoufficio il quale,
però, gli concede, ogni tanto di pensare al treno che ha fischiato e di evadere, con
l’immaginazione, verso paesi lontani.

-Pirandello ci vuole dimostrare che il vero folle non è Belluca, ma i suoi colleghi perché
accettano di lasciarsi imprigionare nel grigiore della quotidiana vita di ufficio; Invece Belluca
cerca di uscirne ogni tanto con la fantasia e trovare così un elemento che lo possa stimolare e
dare un minimo senso alla sua esistenza.

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