Italiano
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Il Futurismo
I Crepuscolari avevano minato le fondamenta della letteratura italiana, aprendo dunque le
porte alla
rivoluzione dei futuristi.
Il futurismo nacque nel 1909 per opera di Filippo Tommaso Marinetti.
Essa è un’avanguardia totalmente italiana: il termine Avanguardia deriva dal lessico militare
ed
indica quella parte dell’esercito che avanza in prima linea rispetto agli altri soldati.
Il primo manifesto del futurismo fu pubblicato nel 1909 su “Le Figaro”, una testata
giornalistica francese; questo era formato da 11 punti.
Filippo Tommaso Marinetti nacque ad Alessandria d’Egitto, frequentando da giovane i locali
parigini. Il futurismo va ad adulare incondizionatamente la modernità. Qui la guerra è definita
come unico “Igiene del Mondo”. Il disprezzo verso la donna è esaltato.
Marinetti ci propone un nuovo modello di uomo, detto “Uomo Moltiplicato” o “Uomo
Macchina”
ovvero un uomo che non solo si serve della macchina, bensì si fonde con essa.
Nel 1909 vi fu un secondo manifesto, detto “Uccidiamo il Chiaro di Luna”. Qui i futuristi
criticano il sentimentalismo romantico.
Il terzo manifesto è del 1912 e si chiama “Manifesto Tecnico della Letteratura Futurista,
Distruzione
della Sintassi, Immaginazione senza fili, Parole in Libertà”. I futuristi qui propongono
l’abolizione
di aggettivi, avverbi, punteggiatura e l’uso dei verbi al solo infinito (ricerca dinamismo).
Filippo Tommaso Marinetti lavorò anche come inviato di una testata giornalistica, venendo
per
l’appunto inviato ad assistere alla distruzione di Costantinopoli da una armata Bulgara. Questa
caduta marcava la fine della prima guerra balcanica contro l’impero ottomano. Da questa
esperienza scrisse “Zang Tumb Tumb”, un poema “Parolibero”, dove mise in pratica i precetti
grammaticali del futurismo.
Tutte queste idee si riversarono anche nell’arte, come ci fa da esempio Umberto Boccioni, uno
dei
più grandi esponenti del dinamismo italiano, in “Dinamismo di un Ciclista” (1913), quadro
volto a
rappresentare la purezza della velocità. Le forme sono qui indistinguibili (tipicità del
futurismo).
Il Futurismo si propone di distruggere non solo le istituzioni culturali del passato, ma tutte le
esperienze artistiche fino ad allora praticate, in vista di un cambiamento radicale, che
riguarda i più svariati aspetti della vita culturale e sociale. L'ambizione di questa
trasformazione passa anche attraverso la proposta di una contaminazione e fusione tra i
diversi linguaggi espressivi adottati dalle varie forme di arte; per quanto riguarda più
propriamente la letteratura, invece, il movimento si pone come obiettivo la distruzione della
sintassi e l'applicazione del procedimento analogico, fino ad approdare alle «parole in
libertà», o «tavole parolibere».
Aldo Palazzeschi
Aldo Palazzeschi (1885-1974) fu un futurista che ebbe 60 anni di attività poetica. Egli passò
anche
attraverso la produzione crepuscolare. In “Chi Sono” emerge il disagio del poeta, che non
riesce più a svolgere il suo ruolo (come Baudelaire). Con egli il poeta diviene un clown, un
saltimbanco,
diviene un’antitesi del Super-Poeta. Egli è totalmente emarginato all’interno della società.
-“Lasciatemi Divertire”:
Esso è un manifesto poetico dell’autore, dove viene messo in evidenza il ruolo del poeta, in
crisi a
livello sociale. Qui il poeta reclama la propria libertà tramite il divertimento, applicando così
una visione del mondo totalmente personale.
Il testo è creato dalla “Spazzatura” delle altre poesie, da materiali di scarto. La poesia
accademica è accantonata dalla società poiché indicata come non avente più nulla da dire.
Il linguaggio è qui “A-Grammaticale” ed è presente una forte dissacrazione verso Pascoli,
attraverso l’uso di suoni onomatopeici.
-“Il palombaro”:
La poesia “Il palombaro” è una poesia che appartiene al periodo futurista di Govoni e
appartiene alla raccolta Rarefazioni e parole in libertà (1915). Si tratta di una poesia visiva
dove il significato fuoriesce dall’interpretazione congiunta dei segni iconografici (disegni) e
delle didascalie utilizzate. In conformità con la poetica futurista basata sulle parole in libertà e
il verso libero, l’autore utilizza punti tipografici differenti, elimina verbi, punteggiatura e
congiunzioni, e si mostra particolarmente libero nel disporre testo ed immagini sulla pagina.
Le avanguardie in Europa
-Il Futurismo russo: antimilitaristico, che non vede nella guerra l’unica origine del mondo.
Il maggior esponente è Majakovskij, che nel 1912 scrive il Manifesto “Schiaffo al gusto
corrente”
I crepuscolari
La definizione di poeti crepuscolari risale ad una recensione, pubblicata nel 1910 sul
quotidiano “La Stampa”, di “Giuseppe Antonio Borgese, e significa letteralmente “che fanno
parte di un tramonto”.
Fanno un’esperienza opposta a quella dei futuristi, militaristi e dionisiaci, perché si ripiegano
verso un mondo quotidiano, delle piccole cose.
Il poeta sembra vergognarsi di essere tale, ed aspira a diventare un uomo comune, pur
consapevole della distanza con la mediocrità borghese.
Il crepuscolarismo non è un movimento ma un orientamento diffuso, che trasforma il
romanzo.
Viene privilegiata la poesia lirica: componimenti lunghi, caratterizzati dal frammento, dal
verso breve (es: sestine).
Gli argomenti sono banali e la parola indica le cose come sono.
Vi è una sfiducia nella poesia, perché non è più considerata un prodotto utile per la vita
pratica.
I maggiori esponenti sono Sergio Corazzini, Marino Moretti, Corrado Govoni e Aldo
Palazzeschi, che poi aderirà al futurismo.
Sergio Corazzini:
Nasce a Roma nel 1886 e muore giovanissimo, a causa della tisi, nel 1907.
Una delle sue raccolte più famose è “Piccolo libro inutile”, dal titolo eloquente.
Il poeta esprime un profondo senso di tristezza e stanchezza nei confronti della vita,
presentandosi non come poeta, ma come un fanciullo triste.
La poesia riflette la rassegnazione e la malinconia tipiche della corrente crepuscolare,
evidenziando una "malattia" letteraria comune ai poeti del Novecento.
Corazzini rinuncia a qualsiasi ambizione letteraria, cercando la semplicità e la serenità nelle
piccole cose della vita.
L'accettazione umile della vita e della morte è centrale, con l'autore che si avvia serenamente
verso la fine.
Il tema del silenzio e della solitudine pervade la lirica, simbolizzando un viaggio verso
l'oscurità che si restringe intorno al poeta.
Guido Gozzano:
Nato a Torino nel 1883 e morto nel 1916.
Nel 1907 pubblica la sua prima raccolta di versi, “La via del rifugio”, seguita dai Colloqui
(1911), raccolta divisa in tre sezioni:
-Il giovenile errore: c’è un vagabondaggio sentimentale con tono distaccato ed ironia;
-Alle soglie: è presente il motivo della malattia;
-Il reduce: il poeta si avvicina alla consapevolezza e presenza della morte.
Inoltre, collaborò a quotidiani e riviste.
I vociani
Con il termine di "vociani" vengono indicali alcuni scrittori che collaborarono alla rivista
fiorentina "La Voce". A differenza dei futuristi, le loro opere non obbediscono ai principi di
una poetica ben definita, ma partecipano intensamente a quelle ipotesi di rinnovamento di cui
si era fatta espressione la rivista.
Hanno l’esigenza di esprimere una letteratura svincolata dalla tradizione accademica, in cui si
riflettano le inquietudini e i problemi dell'uomo contemporaneo. Utilizzando oramai
abitualmente il verso libero, questi scrittori si possono considerare come i primi veri
esponenti della lirica italiana del Novecento, intesa come ricerca esistenziale, libera e
autonoma espressione delle esigenze dell'io.
Si afferma con loro la cosiddetta "poetica del frammento", ossia del componimento breve,
dall'espressione intensamente significativa, che accentua il carattere lirico dell'esperienza
letteraria, costruita non su schemi prestabiliti, ma ritagliata su una misura soggettiva e
interiore.
Di fronte alla negatività del presente, il poeta si propone una ricerca di valori spirituali e
morali, che testimoniano anche l'esigenza di un forte impegno e di una partecipazione civile.
I principali esponenti sono: Camillo Sbarbaro, Clemente Rebora, Dino Campana e Piero Jahier.
Camillo Sbarbaro
-“Taci, anima stanca di godere”:
La poesia di Camillo Sbarbaro, "Taci, anima stanca di godere", esplora una rassegnazione
disperata, dove la vita continua in modo meccanico e monotono.
Il tema del deserto e della città moderna simboleggia solitudine e inaridimento interiore,
riflettendo un allontanamento dalle estetiche dannunziane.
Il componimento è caratterizzato da un linguaggio essenziale e prosaico e dall’utilizzo di versi
sciolti, prevalentemente endecasillabi, con una struttura linguistica vicina al parlato
quotidiano, rendendo la parafrasi non necessaria.
Sbarbaro evita l'uso di polisemia e metafore complesse, preferendo una struttura sintattica
semplice per enfatizzare parole chiave che riflettono la sua condizione interiore.
La lirica presenta poche immagini esterne, simbolizzando l'aridità dell'animo e la
rassegnazione disperata, temi centrali nella crisi della coscienza moderna.
L'anima è trattata come un personaggio autonomo, con un tono confidenziale, per esprimere
la stanchezza e la mancanza di vitalità.
ITALO SVEVO
Il vero nome di Italo Svevo, nato a Trieste nel 1861, è Aron Hector Schmitz. Trieste fino alla I
guerra mondiale sarà territorio dell’Impero asburgico. Il poeta usava il nominativo Italo Svevo
come pseudonimo per firmare le proprie opere: Italo perché la mamma era italiana e Svevo per
fare riferimento alla casata tedesca.
Ci parla molto della sua doppia nazionalità linguistica e culturale (italiana, con il dialetto triestino,
e tedesca) ed era figlio di un funzionario imperiale austriaco di origine ebraica.
Per lungo tempo la critica ha sostenuto che Svevo scrivesse male ed effettivamente la sua prosa è
lontana dal “bello scrivere” della tradizione letteraria italiana, ma nonostante questo è
efficacissima.
Fu mandato a studiare in Baviera, per poi completare la sua formazione culturale a Trieste,
all’Istituto Superiore per il Commercio “Pasquale Revoltella”.
Nel 1880 iniziò a collaborare al giornale triestino “L’indipendente” con articoli letterari e teatrali,
firmati con lo pseudonimo “Ettore Samigli”.
Nello stesso anno la famiglia subì un danno economico molto importante e lui iniziò a lavorare
presso la Banca Union di Verona. Il lavoro impiegatizio era per lui opprimente, per cui cercava
un’evasione nella letteratura, frequentando la biblioteca civica, leggendo i classici italiani e i grandi
narratori francesi dell’Ottocento (Balzac, Stendhal e Flaubert).
Nel 1896 si sposò con una cugina, Livia Veneziani, con la quale fece una figlia di nome Letizia.
I veneziani erano proprietari di una fabbrica di vernici antiruggine per navi e Svevo decise di
abbandonare l’impiego alla banca per entrare nella ditta dei suoceri.
Grazie a ciò fece un salto di classe sociale ma abbandonò la letteratura finì al 1919 (con “La
coscienza di Zeno”), a causa del senso di colpa dell’intellettuale, che si sente superfluo e
parassitario nell’età del trionfo industriale.
Per approfondire la lingua inglese prese lezioni private da James Joyce, che da Dublino si spostò a
Trieste e per vivere insegnava alla Berlitz School. Tra loro nacque una stretta amicizia, fervida di
scambi intellettuali.
La prima volta che Svevo entrò in contatto con Freud, invece, fu grazie a Bruno Veneziani il quale
soffriva di paranoie, quindi andò a farsi curare a Vienna da Freud in persona. Qui nacque la
curiosità di Svevo nei confronti di Freud, che lo inizierà a leggere ed informarsi.
Svevo non apprezzò la psicoanalisi come terapia bensì come puro strumento conoscitivo, capace di
indagare più a fondo la realtà psichica, e, di conseguenza, come strumento narrativo. Ad affermare
ciò è la lettera a Valerio Jahier del 10 dicembre 1927, in cui Svevo esclama “Grande uomo quel
nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati”.
Svevo è il padre del Romanzo Analitico, presentandoci la figura dell’inetto, il quale in lui esce
sconfitto o vinto da qualsiasi tipo di competizione, poiché non vede le possibilità che la vita pone
davanti a lui ed è inadatto alla vita.
Italo Svevo conquistò larga fama in Francia dopo la pubblicazione di “La coscienza di Zeno”; solo in
Italia rimase intorno a lui un’atmosfera di diffidenza e disinteresse. L’unica eccezione fu costituita
da Eugenio Montale, che gli dedicò un ampio saggio sulla rivista “L’esame” nel 1925.
Alla base dell’opera letteraria di Svevo vi è una robusta cultura filosofica, arricchita da aperture
verso le scienze: venne influenzato da Schopenhauer, dal marxismo, dalle letture di Nietzsche e da
Darwin, maestri che però Svevo tendeva ad utilizzare in modo critico, come strumenti conoscitivi
che fornissero risposte alle sue personali esigenze.
In questo romanzo non vi è più un articolato quadro sociale, poiché l’autore si concentra
sull’indagine psicologica.
Il titolo allude ad una sorta di limbo, di sospensione vitale, che si oggettiva nella chiusura entro il
nido domestico, che si compendia nella figura materna della sorella Amalia.
Emilio non coincide più con l’immagine dell’individuo borghese ottocentesco, virile, forte, sicuro,
capace di dominare la realtà, frutto di un vero e proprio stereotipo culturale, ma alla figura
dell’intellettuale piccolo borghese di un periodo di crisi. Inoltre, egli filtra costantemente la realtà
attraverso schemi letterari.
-Svevo ha un atteggiamento critico nei confronti della mentalità e della cultura di quel preciso
momento storico: la sua voce interviene esplicitamente a smentire e a correggere la prospettiva
del protagonista, a smascherare i suoi autoinganni.
-Il romanzo è focalizzato quasi totalmente sul protagonista, il cui punto di vista è inattendibile e il
suo linguaggio appare stereotipato come le idee che veicola.
-Vi è un’ironia oggettiva o esplicita.
La voce narrante ci avverte che tutta la pagina va letta in chiave ironica e critica nei confronti
dell’eroe, e non come una sorta di guarigione dell’inetto che trova finalmente un equilibrio con la
realtà.
LE VICENDE:
Il protagonista-narratore è una figura di "inetto", insoddisfatto ed incostante, che negli anni
giovanili conduce una vita oziosa e scioperata, senza mai giungere ad una laurea e senza dedicarsi
ad alcuna attività seria. Il padre, commerciante, non ha la minima stima per il figlio; i rapporti col
padre sono improntati alla più classica ambivalenza: pur amandolo sinceramente, Zeno, con il suo
ozio e la sua inconcludenza negli studi, non fa che procurargli amarezze e delusioni, rivelando così
inconsci impulsi ostili ed aggressivi.
Il vizio del fumo, a cui Zeno collega intollerabili sensi di colpa, ha nel suo fondo inconscio proprio
l'ostilità contro il padre, il desiderio di sottrargli le sue prerogative virili e di farle proprie. Quando
già è sul letto di morte, il padre lascia cadere un poderoso schiaffo sul viso del figlio che lo assiste,
e Zeno resta nel dubbio angoscioso se il gesto sia il prodotto dell'incoscienza dell'agonia o
scaturisca da una deliberata intenzione punitiva, e cerca quindi disperatamente di costruirsi alibi e
giustificazioni per pacificare la propria coscienza, per dimostrare a se stesso di essere privo di ogni
colpa nei confronti del padre e della sua morte (che in realtà, nel suo inconscio, fortemente
desiderava).
Privato della figura paterna, l'inetto Zeno va subito in cerca di una figura sostitutiva, e la trova in
Giovanni Malfenti, uomo d'affari che incarna l'immagine tipica del borghese, abile e sicuro
nell'attività pratica, dominatore del suo mondo, costituito dal lavoro e dalla famiglia. Malfenti è
dunque il modello di uomo con cui l'inetto Zeno non riesce più a coincidere, come non vi
riuscivano i suoi predecessori, Alfonso ed Emilio, e rappresenta perciò l'Antagonista, il ruolo che
era del banchiere Maller in Una vita e di Balli in Senilità.
Zeno decide di sposare una delle sue figlie, si direbbe solo per "adottarlo" come padre.
Si innamora della più bella, Ada, ma viene respinto, perciò rivolge la domanda di matrimonio alla
sorella minore Alberta, e, al rifiuto anche di questa, fa la sua proposta alla sorella più brutta,
Augusta. In realtà Augusta era la moglie che Zeno aveva scelto inconsciamente: si rivela infatti la
donna di cui egli ha bisogno, amorevole come una madre, capace di creargli intorno un clima di
dolcezza affettuosa e di sicurezza.
Augusta, come il padre, rappresenta un perfetto campione di "sanità" borghese. È l'antitesi di
Zeno, che è invece incapace nel suo intimo di integrarsi veramente in quel sistema di vita e di
concezioni, anche se vi aspira con tutte le sue forze, in un
disperato desiderio di normalità e "salute".
Zeno è "malato": la sua malattia è
la nevrosi ed gli proietta nella in essa la propria inettitudine, ed attribuisce la colpa dei propri
malanni al fumo, da cui cerca di liberarsi, fallendo.
Alla moglie Zeno affianca la giovane amante Carla, una ragazza povera che egli finge di proteggere
in modo paterno. Il rapporto però è reso difficile ed infinitamente ambiguo dai sensi di colpa di
Zeno verso la moglie, sinché Carla non lo abbandona per un uomo più giovane.
Zeno aspirando ad entrare nella normalità borghese si propone come collaboratore esterno
dell'associazione commerciale fondata dal cognato Guido, che ha sposato Ada.
Questi è un bell'uomo, disinvolto, sicuro di sé, fornito delle doti più versatili, è insomma l'antitesi
di Zeno, ed incarna perciò il ruolo del Rivale. L'amicizia e l'affetto fraterno ostentati nei suoi
confronti mascherano un odio profondo, che si tradisce ai funerali di Guido, morto suicida per un
dissesto finanziario: Zeno sbaglia corteo funebre, uno di quegli «atti mancati» che Freud ha
dimostrato essere estremamente rivelatori dei nostri impulsi inconsci.
Zeno, ormai anziano, decide di intraprendere la cura psicoanalitica, e qui ha inizio la stesura del
memoriale. Zeno però si ribella alla diagnosi dello psicoanalista, che individua in lui il classico
complesso edipico.
Lo scoppio della guerra favorisce alcune sue speculazioni commerciali, che trasformano l'inetto
Zeno in un abile uomo d'affari. Zeno si proclama così perfettamente guarito, sintomo tipico della
malattia e delle resistenze nei suoi confronti.
Alla fine del romanzo Zeno sottolinea il confine incerto tra malattia e salute e fa una riflessione
sull’uomo costruttore di ordigni, che finiranno per portare ad una catastrofe cosmica.
-Zeno non è solo oggetto di critica, ma anche soggetto: la sua diversità e malattia servono da
strumento straniante nei confronti dei cosiddetti sani e normali.
Zeno, nella sua imperfezione di inetto, è disponibile alle trasformazioni, è un essere in divenire,
mentre i sani sono cristallizzati in una forma rigida ed immutabile dell’esistenza; perciò
l’inettitudine non è più considerata un marchio d’inferiorità, ma una condizione aperta, disponibile
ad ogni forma di sviluppo, che si può considerare anche positivamente. Si attenua, dunque,
l’atteggiamento critico di Svevo nei confronti dell’inetto.
Proprio per questo motivo non vi è più la presenza del narratore esterno, in quanto non serve più
tradurre il giudizio critico dello scrittore nei confronti dei suoi eroi (l’evoluzione delle tecniche
narrative segue puntualmente l’evoluzione ideologica).
È un personaggio che ha bisogno di normalità e che sconvolge le gerarchie tra salute e malattie,
affermando che è la salute atroce degli altri la vera malattia.
Zeno è dunque un personaggio negativo per un verso, poiché perfetto campione di falsa coscienza
borghese, ma anche positivo, in quanto strumento di straniamento e di conoscenza.
-“Il Fumo”:
Il capitolo terzo della Coscienza di Zeno riguarda il vizio del fumo del protagonista, una dipendenza
sviluppata fin da ragazzino e sempre combattuta senza successo.
Zeno ricorda la sua prima sigaretta fumata da adolescente, inizialmente rubando i soldi al padre
poi, dopo essere stato scoperto, fumando i suoi sigari avanzati.
A vent’anni Zeno si accorge di odiare il fumo e si ammala, ma nonostante la malattia decide di
fumare un’ultima sigaretta; ed è qui che si evidenzia per la prima volta la vera malattia
psicoanalitica del protagonista.
Inizialmente il fumo è per Zeno una reazione al rapporto con il padre poi si allarga a forma di
difesa verso la realtà circostante e il mondo intero. In tal senso, ogni tentativo di smettere di
fumare non è che uno stimolo ulteriore al desiderio, tanto più se il complimento per la propria
perseveranza viene da una figura come quella del padre.
Da qui nascono i continui e vani tentativi di smettere di fumare, perché, come ammette Zeno,
“quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo”. Le
giornate di Zeno finiscono "coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più”.
La vicenda del fumo viene affrontata sempre con una prospettiva ironica e demistificante,
raggiungendo i migliori esiti nel momento in cui viene presentata la sigla "u.s. (ultima sigaretta)".
Questa sigla e la data vengono apposte su libri, diari, agende, muri e qualsiasi cosa passi sotto
mano al protagonista.
Ma la malattia del fumo si rivela essere in realtà un'altra "malattia della volontà", cioè l’incapacità
di Zeno di perseguire un fine, e riflette il senso di vuoto nella sua vita, scaturito dalla impossibilità
di affrontare l’esistenza e il mondo. Ed è proprio questa l’inettitudine, descritta da Svevo,
caratteristica dei suoi romanzi a partire da Una Vita.
La voce narrante (e giudicante) della Coscienza vede nella sigaretta un sintomo della propria
inettitudine, di cui però non vuole disfarsi né superare, perché essa costituisce una sorta di
autogiustificazione e alibi alla propria incapacità esistenziale.
L’inettitudine di Zeno riflette una dimensione più profonda della riflessione di Svevo sull’uomo,
che verrà rivelata solo nella conclusione del romanzo: la malattia del protagonista è comune in
realtà a tutti gli uomini che vivono nella società contemporanea, alienante e contraddittoria. Il
solo modo possibile per affrontarla è mantenere un distacco ironico, che faccia emergere la
comicità dell’esistenza stessa. Ed è proprio l’ironia la risorsa conoscitiva centrale nel capitolo sul
fumo: la distanza, sottilmente percepibile, tra ciò che Zeno dice e ciò che il lettore capisce è
cruciale per decifrare la usa "malattia".
L’intera vicenda viene narrata con intenti comici, ma rileva le dipendenze e le ossessioni dell’uomo
moderno, caratterizzato da un profondo senso di solitudine di fronte a un mondo malato, egoista
e contraddittorio.
-“La morte del padre”:
Tra Zeno e il padre un rapporto conflittuale e antagonistico, soprattutto, consolidato dopo la
morte della madre. Dunque dietro lo sgomento e il dolore del figlio affiora continuamente il
desiderio che il padre muoia, tanto é vero che la morte del padre appare al protagonista come un
momento decisivo della sua vita e un passaggio a una nuova età e a nuove responsabilità.
Quest'odio spinge Zeno a ricercare in sé la sua particolare inettitudine, per questa ragione tutta la
sua aggressività si rivela specialmente in occasione della malattia del padre quando vengono meno
la sua forza e il suo potere simbolico.
Quando il medico spiega a Zeno che suo padre ha subito un edema celebrale e non c'è nessuna
speranza che sopravviva, ma che potrà riprendere conoscenza, Zeno è spaventato dal fatto che
l’uomo risvegliandosi possa accusarlo di aver voluto la sua morte.
Il protagonista domanda al dottore se non si può farlo morire in pace e privo di coscienza, ma
l’uomo a quella richiesta si infuria, ampliando il senso di colpa di Zeno.
La scena finale della "morte del padre" indica però la finzione che sta dietro il suo rimorso e il suo
senso di colpa. Il padre, ormai agonizzante, riesce ad alzarsi e a schiaffeggiare il figlio: Zeno cerca
di imputare la colpa al medico, che voleva obbligare il genitore a stare sdraiato, ma poi si
contraddice affermando che “era una bugia”.
Ma il senso di colpa viene placato al funerale, quando il protagonista si convince che lo schiaffo
non era voluto e che lui era innocente. Zeno si riappacifica, infine, con il padre solo nel momento
in cui egli non può più controbattere e spaventare il figlio. Svevo fa così capire al lettore che per
Zeno è possibile accettare la presenza del padre solo quando questi non gli può più nuocere.
Italo Svevo, con La coscienza di Zeno (1923), si confronta esplicitamente con la psicoanalisi, ma il
suo approccio è ambiguo e ironico, al punto che si può parlare di una vera e propria “liquidazione”
del metodo freudiano.
Egli espone il proprio rifiuto della psicoanalisi freudiana come terapia per curare la malattia,
poiché Svevo considera la malattia come una ricchezza, in quanto apre la strada ad un’autentica
conoscenza di sé e consente all’uomo di essere sempre in divenire.
Estranea alla psicoanalisi è la pratica del memoriale autobiografico imposto dal dottor S. al
paziente, che ricalca il metodo proposto dallo svizzero Charles Baudouin dell’autosuggestione.
Alla fine del romanzo, quando rifiuta la terapia del dottor S. e la interrompe, si appoggia ad un
altro metodo psicoterapeutico, quello della persuasione di Paul Dubois.
La presenza di Freud però si può vedere nei sogni e negli atti mancati, nell’organizzazione formale
dei contenuti, caratterizzata da salti temporali e lapsus, nel principio della psicoanalisi, secondo cui
nessun fatto psichico è mai casuale ma procede sempre da cause inconsce ben precise.
Dunque nella Coscienza di Zeno la psicoanalisi sta nel discorso dell’autore, non in quello di Zeno,
cioè sta nella struttura implicita del romanzo.
Nel 1903 vi fu l’allagamento di una zolfara dove il padre aveva investito tutti i beni familiari e
la
dote della nuora, Maria. Quest’ultima fu la più colpita a livello psicologico, poiché soffriva di
crisi depressive, venendo difatti ricoverata e accudita fino alla morte da Pirandello, per circa
15 anni.
La convivenza con la donna costituì per Pirandello un tormento continuo, e da qui nasce la sua
concezione dell’istituto familiare come trappola che imprigiona e soffoca l’uomo.
Pirandello, dopo questo disastro, non solo continuò ad insegnare ma iniziò anche a scrivere,
pubblicando nel 1904 “Il fu Mattia Pascal”.
Inoltre questa declassazione, portò all’accrescimento del suo rifiuto irrazionalistico e
anarchico del meccanismo sociale alienante, sentito come trappola metafisica in cui l’uomo si
dibatte invano, cercando di ristringere alla spontaneità ed immediatezza originarie della vita.
Dal 1920 il teatro di Pirandello cominciò a conoscere il successo di pubblico e i suoi drammi,
come “Sei personaggi in cerca d’autore” (1921) nel corso degli anni Venti e Trenta furono
conosciuti e rappresentati in tutto il mondo.
Perciò nel 1922 lasciò la cattedra universitaria per dedicarsi interamente al teatro e dal 1925
assunse la direzione del Teatro d’Arte a Roma.
Nel 1924 si era iscritto al partito fascista per ottenere appoggi da parte del regime,
considerando inizialmente il fascismo una garanzia d’ordine ed una genuina energia vitale che
spazzava via le forme fasulle e soffocanti della vita sociale dell’Italia postunitaria. Ben presto
però si rese conto del carattere di vuota esteriorità del regime e si distaccò.
Pirandello scrisse romanzi e novelle (Novelle per un anno, Maschere nude), ottenendo una
fama mondiale che lo portò a vincere il premio
Nobel per la letteratura nel 1934.
Alla base di tutta l’opera pirandelliana si può scorgere un rifiuto delle forme della vita sociale
e un bisogno disperato di autenticità, di immediatezza, di spontaneità vitale.
L’istituto in cui si manifesta per eccellenza la trappola della forma che imprigiona l’uomo è la
famiglia, che ha un carattere opprimente; l’altra trappola è quella economica, costituita dalla
condizione sociale e dal lavoro.
Pirandello non ricerca le cause storiche per cui la società è una trappola mortificante e
propone come unica via di salvezza la fuga nell’irrazionale, nell’immaginazione oppure nella
follia.
Il rifiuto della vita sociale dà origine alla figura del “forestiere della vita”, ossia colui che ha
preso coscienza del carattere fittizio del meccanismo sociale e si isola, guardando vivere gli
altri dall’esterno della vita, con un atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà. Egli mette in
atto la cosiddetta “filosofia del lontano”, che consiste nel contemplare la realtà come da
un’infinità distanza, in modo da vedere in una prospettiva straniata l’inconsistenza, l’assurdità
e la mancanza totale di senso di questa.
Saggio; “L’Umorismo”
Questo saggio, risalente al 1908, vede Pirandello spiegare la sua poetica, distinguendo il
Comico
dall’Umoristico. Il Comico è definito come l’“Avvertimento” del contrario, mentre l’Umorismo
è
il “Sentimento” del contrario. Il comico vuol suscitare riso, portando l’osservatore a ridere nel
momento in cui avverte una situazione diversa da come dovrebbe essere nella realtà.
L’umorismo implica invece una riflessione, lasciando sì un sorriso ma amaro.
L’esempio datoci è quello di una vecchia signora con i capelli tinti ed eccentricamente vestita,
in maniera non consona alla sua età. Ella lo fa però per compiacere un marito molto più
giovane di lei. Se non si conoscesse la storia il tutto sarebbe comico, conoscendola diventa
invece umoristico.
Le opere di Pirandello sono tutti testi umoristici, in cui tragico e comico, riso e serietà sono
indissolubilmente mescolati.
Per spiegare con maggiore chiarezza il rapporto tra comicità e umorismo, Pirandello riporta
un esempio. Egli afferma che, se noi vedessimo una vecchia signora vestita in maniera
eccentrica e in abiti giovanili, per prima cosa proveremmo l’«avvertimento del contrario»,
cominceremmo quindi a ridere, avvertendo che quella signora è l’esatto contrario di ciò che
una rispettabile signora dovrebbe essere. Potremmo fermarci al riso superficiale (il comico),
ma se interviene in noi la ragione e ci induce a pensare che la vecchia signora non provi
piacere a imbellettarsi in questo modo ridicolo, ma che forse ne soffra e lo faccia soltanto per
trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, si passa dall’avvertimento del
contrario al sentimento del contrario e, dunque, all’umorismo («l’arte che scompone il reale»).
-Pirandello ci vuole dimostrare che il vero folle non è Belluca, ma i suoi colleghi perché
accettano di lasciarsi imprigionare nel grigiore della quotidiana vita di ufficio; Invece Belluca
cerca di uscirne ogni tanto con la fantasia e trovare così un elemento che lo possa stimolare e
dare un minimo senso alla sua esistenza.