Prevenzione Incendi Per Altre Attività in Edifici Tutelati
Prevenzione Incendi Per Altre Attività in Edifici Tutelati
2025
COLLANA RICERCHE
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE
ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
2025
Pubblicazione realizzata da
Inail
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
Responsabili scientifici
Raffaele Sabatino1, Tarquinia Mastroianni2, Tiziana Petrillo3
Autori
Raffaele Sabatino1, Gianni Biggi2, Francesca Conti2, Michele Mazzaro2, Piergiacomo Cancelliere2, Luca
Manselli2, Andrea Marino2, Paolo Iannelli4, Caterina Rubino4, Marco Di Felice5, Vincenzo Cascioli6
1
Inail, Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
2
Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco
3
Consiglio Nazionale degli Ingegneri
4
Ministero della Cultura
5
Componente del CCTS per il CNI
6
Libero professionista
per informazioni
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
Via Roberto Ferruzzi, 38/40 - 00143 Roma
dit@[Link]
[Link]
© 2025 Inail
ISBN 978-88-7484-920-8
Gli autori hanno la piena responsabilità delle opinioni espresse nella pubblicazione, che non vanno
intese come posizioni ufficiali dell’Inail.
Distribuita gratuitamente. Vietata la vendita e la riproduzione con qualsiasi mezzo.
È consentita solo la citazione con l’indicazione della fonte.
Introduzione 7
Obiettivi 11
Bibliografia 296
6
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INTRODUZIONE
L'iter procedurale per la certificazione della sicurezza antincendio nelle attività sog-
gette ai controlli dei Vigili del Fuoco, finalizzato alla riduzione della probabilità di in-
sorgenza di un incendio e alla limitazione delle relative conseguenze, è stabilito dal
d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151 e, se luoghi di lavoro, è assoggettata anche alle previsio-
ni del [Link]. 9 aprile 2008, n. 81 e s.m.i. (Testo Unico sulla salute e sicurezza) e dei
[Link]. 1, 2 e 3 settembre 2021.
La progettazione antincendio si basa sulla preliminare valutazione del rischio d’incen-
dio e può seguire un approccio progettuale di tipo prescrittivo o di tipo prestazionale.
Nel rispetto della normativa vigente, essa può quindi essere effettuata elaborando
soluzioni tecniche flessibili e aderenti alle specifiche caratteristiche ed esigenze delle
attività esaminate (metodologia prestazionale).
In questo contesto si inserisce il “Codice di prevenzione incendi” (d.m. 3 agosto 2015 e
s.m.i.) che si propone, privilegiando l’approccio flessibile, come promotore del cam-
biamento e in grado di garantire standard di sicurezza antincendio elevati mediante
un insieme di soluzioni progettuali, sia conformi che alternative.
In sostanza, il Codice rappresenta uno strumento finalizzato al raggiungimento de-
gli obiettivi di sicurezza antincendio, caratterizzato da un linguaggio allineato con gli
standard internazionali.
La strategia antincendio in esso descritta, in funzione dei livelli di prestazione scelti,
garantisce i prefissati obiettivi di sicurezza, mediante l’adozione di diverse soluzio-
ni progettuali, grazie all’apporto ed alla compresenza delle varie misure antincendio
(approccio di tipo olistico).
A seguito dell’emanazione del Codice, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha ini-
ziato ad implementare la Sezione V (Regole tecniche verticali), che originariamente
prevedeva solamente tre RTV di tipo trasversale o di servizio (applicabili a più attività,
V.1 Aree a rischio specifico, V.2 Aree a rischio per atmosfere esplosive e V.3 Vani degli
ascensori), emanando nel tempo una serie di ulteriori specifiche RTV mirando, nel
lungo termine, a sostituire gradualmente l’attuale corpo normativo sugellando, a re-
gime, il passaggio dall'approccio prescrittivo tradizionale a quello basato sulla ormai
nota metodologia prestazionale del Codice, per tutte le attività normate.
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Con il d.m. 26 luglio 2022, sono state emanate le norme tecniche di prevenzione in-
cendi per gli stabilimenti ed impianti di stoccaggio e trattamento rifiuti.
La norma, seppur connotata dalla consueta struttura delle RTV, al momento, non è
inserita nel Codice ma, come stabilito all'art. 3 del decreto, si applica in combinazione
con le sezioni G, S, V, limitatamente ai Capp. V.1, V.2 e V.3, e M restituendo, di fatto,
quale metodologia di progettazione della sicurezza antincendi quella del Codice.
Peraltro, nel 2019 sono stati emanati due fondamentali decreti che hanno apportato
sensibili modifiche al Codice, sia negli aspetti inerenti il campo di applicazione che in
relazione agli aspetti tecnici contenuti nell’allegato 1.
Infatti, con il d.m. 12 aprile 2019 viene esteso il campo di applicazione delle attività
progettabili con il “Codice” ed eliminato per molte attività il cosiddetto ‘‘doppio bina-
rio”, ovvero la possibilità di scelta, da parte del progettista, tra l’applicazione delle
normative tradizionali preesistenti rispetto al Codice e l’approccio prestazionale co-
stituito da quest’ultimo.
Con il d.m. 18 ottobre 2019, invece, è stato interamente sostituito l’allegato 1 del
Codice, modificando e/o integrando alcune previsioni relative alle misure tecniche di
prevenzione incendi di cui alle Sezioni G, S, V, limitatamente ai Capp. V.1, V.2 e V.3, e
M, sulla base delle esperienze maturate nel primo triennio di applicazione del Codice.
Conseguentemente a tali aggiornamenti, taluni particolarmente radicali, come ad
esempio per la misura antincendio S.4 Esodo, si è reso necessario apportare alcuni
aggiustamenti, mediante il d.m. 14 febbraio 2020 e il d.m. 6 aprile 2020, anche alla
Sezione V ed alle nuove RTV di recente emanazione (V.4 ÷ V.8).
Il d.m. 24 novembre 2021 ha quindi introdotte ulteriori modifiche all’allegato 1 del
Codice, in particolare per locali molto affollati, proprio in vista della emanazione della
RTV V.15 "Attività di intrattenimento e di spettacolo a carattere pubblico".
In definitiva, risultano, ad oggi, 491 le attività soggette comprese nel citato allegato I di
cui al d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, per le quali la Regola Tecnica Orizzontale (RTO) del
Codice rappresenta l'unico riferimento progettuale possibile.
Ad oggi, le varie RTV emanate e ricomprese nel testo coordinato del Codice sono le
seguenti:
d.m. 8 giugno 2016: V.4 “Uffici”
d.m. 9 agosto 2016: V.5 “Attività ricettive turistico-alberghiere”
1
Comprese quelle con RT per le quali vale il doppio binario (tranne V.6).
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Come detto, avendo il d.m. 12 aprile 2019 determinato la fine del cosiddetto “doppio
binario”, per le attività soggette e non normate non esiste più la possibilità di scegliere
il criterio progettuale da utilizzare tra il Codice e i preesistenti criteri tecnici.
L’utilizzo del Codice è pertanto ormai obbligatorio; tuttavia, tale “doppio binario” per-
mane esclusivamente per le attività per le quali è presente una regola tecnica di tipo
tradizionale ancora vigente, ad eccezione delle autorimesse.
Ad esempio, ad oggi, è possibile progettare un’attività uffici secondo la V.4 oppu-
re utilizzando il d.m. 22 febbraio 2006; viceversa, essendo stato abrogato il d.m. 1
febbraio 19862, un’autorimessa può essere progettata unicamente mediante l’appli-
cazione della V.6. Ulteriori RTV sono in fase di pubblicazione, notificate alla Commis-
sione europea, o allo studio dei quadri dirigenti del Corpo Nazionale dei Vigili del
Fuoco ([Link]
incendi/norme-di-prevenzione-incendi).
Tanto premesso, al fine di fornire un seguito alla precedente Collana di Quaderni tec-
nici, inerenti le Sezioni S ed M del Codice3, incentrata sull’illustrazione delle potenzia-
lità del Codice, sulla base di esempi pratici di progettazione, si intende ora, mediante
una nuova Collana, focalizzare l’attenzione sulla Sezione V e, con il medesimo approc-
cio pratico, fondato sullo sviluppo di casi studio, saranno prese in rassegna le diverse
2
L'art. 3 comma 3 del d.m. 15 maggio 2020 prevede che "Per gli interventi di modifica ovvero di ampliamento delle autorimesse
esistenti alla data di entrata in vigore del presente decreto, si applicano le disposizioni previste dall’art. 2, commi 3 e 4 del
decreto del Ministro dell’interno 3 agosto 2015, come modificato dal decreto del Ministro dell’interno 12 aprile 2019." In estrema
sintesi, gli interventi di modifica o adeguamento su autorimesse esistenti vanno progettati con il Codice "a condizione che
le misure di sicurezza antincendio esistenti, nella parte dell’attività non interessata dall’intervento, siano compatibili con gli
interventi da realizzare ". Solo qualora ci sia tale incompatibilità, si potrà progettare gli interventi su autorimesse esistenti con
il d.m. 1 febbraio 1986.
3
[Link]
[Link]
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RTV emanate, con l’ottica di illustrare l’applicazione dei nuovi strumenti normativi e
di evidenziare gli esiti delle progettazioni del medesimo caso studio, affrontato con
le due metodologie applicabili, costituite dalla vecchia normativa prescrittiva e dalla
nuova RTO, come integrata dalla rispettiva RTV.
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OBIETTIVI
Si rappresenta che la presente pubblicazione ha scopo divulgativo e non costituisce in alcun modo una linea guida né un canone
interpretativo vincolante.
Il caso studio trattato si riferisce a situazioni ipotizzate dagli autori a soli fini esplicativi. I giudizi di valore rappresentano l’opinione
degli autori ed in nessun caso costituiscono istruzioni in merito a soluzioni tecniche vincolanti.
Formule, valutazioni, grafici e tabelle e modelli di calcolo impiegati sono riportati al solo fine divulgativo e pertanto viene
declinata qualsiasi responsabilità in merito all’effettivo utilizzo degli stessi.
Pur garantendo la massima cura nell’allestimento della pubblicazione, si declina ogni responsabilità per eventuali errori od
omissioni e, in merito all’eventuale concreta applicazione delle soluzioni tecniche illustrate, per eventuali danni risultanti dall’uso
delle informazioni contenute nella medesima.
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Nel nostro Paese, prima dell’avvento del Codice, l’utilizzo della Fire Safety Engineering
ha riguardato, essenzialmente, la progettazione di attività non normate e, laddove
si istruiva una richiesta di deroga a norme prescrittive di attività normate, al fine di
dimostrare il raggiungimento di condizioni di sicurezza equivalente.
La Fire Safety Engineering costituisce uno strumento dalle enormi potenzialità; tutta-
via, come accennato, richiede al progettista un elevato livello di competenza, consi-
derevoli tempi per la progettazione, elevata etica professionale e, in definitiva, costi
di progettazione più elevati per la committenza.
Del resto, però essa, ed è questo uno degli aspetti peculiari dell’approccio prestazio-
4
I modelli di campo forniscono la stima dell’evoluzione dell’incendio in un unico volume, risolvendo per via numerica le equazioni
fondamentali del flusso dei fluidi risultante da un incendio (equazioni di Navier-Stokes).
Tale approccio è sviluppato attraverso i metodi alle differenze finite, agli elementi finiti o degli elementi di confine.
Si veda, ad esempio, [Link]
[Link]
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nale, consente al progettista di adottare le soluzioni progettuali più adatte allo speci-
fico contesto nel quale va ad operare e al committente potenziali risparmi economici,
ben inteso, a parità di sicurezza antincendio.
Il Codice, in quanto Regola Tecnica Orizzontale, ovvero regola tecnica applicabile a tut-
te le attività, predilige l’approccio prestazionale alla sicurezza antincendio, volto all’in-
dividuazione del livello di prestazione richiesto da una specifica misura antincendio
ed alla verifica del suo raggiungimento.
La soluzione alternativa prevista dal Codice applicando, in via prioritaria ma non esclu-
siva, i Metodi suggeriti nella Sezione M, pertanto, si può considerare come eseguita
“su misura” dal progettista per ciascuno specifico contesto analizzato.
In tal modo, il progettista è assoluto artefice della progettazione e la flessibilità, carat-
teristica peculiare del Codice, assicura la massima applicabilità della norma a qualsi-
asi situazione.
Sinteticamente si rammenta che la Sezione M del Codice descrive la metodologia di
progettazione dell’ingegneria della sicurezza antincendio.
Tale approccio metodologico viene adottato anche in soluzione conforme, essendo
richiesto al progettista di individuare il livello di prestazione adeguato per ogni misu-
ra antincendio e verificandone indirettamente il relativo raggiungimento.
L'applicazione dei principi dell'ingegneria della sicurezza antincendio consente, ana-
logamente alle altre discipline ingegneristiche, di definire soluzioni idonee al raggiun-
gimento di obiettivi progettuali mediante analisi di tipo quantitativo.
Nel Cap. M.1 si descrive in dettaglio la metodologia di progettazione dell'ingegneria
della sicurezza antincendio (o progettazione antincendio prestazionale).
Per altri aspetti tecnici della progettazione antincendio prestazionale debbono es-
sere impiegate le indicazioni riportati nei seguenti capitoli:
Cap. M.2 Scenari d’incendio per la progettazione prestazionale;
Cap. M.3 Salvaguardia della vita con la progettazione prestazionale.
Per gli aspetti della progettazione antincendio prestazionale non esplicitamente defi-
niti nel Codice si può fare riferimento alla regola dell'arte internazionale.
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Rinviando, ad esempio, alla prima delle nove pubblicazioni della precedente Collana
di Quaderni tecnici in merito all’illustrazione del Codice e della propria strutturazione,
nonché al sito ufficiale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco [Link]
[Link]/aspx/[Link]?IdPage=10259 per la sua consultazione nella versione aggior-
nata, in questa sede si richiamano, brevemente, alcuni concetti peculiari di questo
fondamentale strumento normativo nel campo della prevenzione incendi.
Il Codice ha introdotto norme che potremmo definire “semi-prescrittive”, che con-
sentono il ricorso a soluzioni conformi o alternative (sezione M – Metodi), e segna il
passaggio da una metodologia prescrittiva, dove la valutazione del rischio d’incendio
così come la definizione di soluzioni progettuali era fatta dal normatore, sulla base
di criteri di sicurezza applicati dal normatore e non noti, ad una metodologia presta-
zionale che attinge a piene mani alle nuove tecniche dell’ingegneria antincendio (Fire
Safety Engineering).
A garantire un ottimale rapporto tra il livello di sicurezza e i costi della soluzione adot-
tata contribuiscono, da una parte, le misure tecniche (compartimentazione, sistemi
di allarme, ecc.) e, dall’altra, le misure gestionali (sorveglianza, controlli, ecc.), che ac-
quistano pari dignità nella nuova concezione della progettazione antincendio.
Progettare la sicurezza antincendio significa individuare le soluzioni tecniche e gestio-
nali finalizzate al raggiungimento degli obiettivi primari (sicurezza della vita umana,
incolumità delle persone e tutela dei beni e dell'ambiente in caso di incendio); il rag-
giungimento degli stessi si considera soddisfatto se le attività sono progettate, realiz-
zate e gestite in maniera da:
minimizzare cause incendio o di esplosione;
garantire la stabilità delle strutture;
limitare la produzione e la propagazione di un incendio all’interno dell’attività;
limitare la propagazione di un incendio alle attività contigue;
limitare gli effetti di un’esplosione;
garantire la possibilità che gli occupanti lascino l’attività autonomamente o che gli
stessi siano soccorsi in altro modo;
garantire la possibilità per le squadre di soccorso di operare in condizioni di sicu-
rezza;
tutelare gli edifici pregevoli per arte e storia;
garantire la continuità di esercizio per le opere strategiche;
prevenire il danno ambientale e limitare la compromissione dell’ambiente in caso
di incendio.
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I profili di rischio Rvita, Rbeni e Rambiente sono definibili come degli indicatori speditivi della
tipologia di rischio presente negli ambiti dell’attività, ma in nessun caso sostituiscono
la valutazione del rischio di incendio!
Attraverso la loro determinazione il progettista è guidato (non costretto!) all’attribu-
zione dei livelli di prestazione, ricorrendo ai criteri di attribuzione generalmente ac-
cettati o ad uno dei metodi di cui al par. G.2.7, ovvero alla individuazione delle misure
antincendio.
La valutazione del rischio (frequenza di accadimento e danno eventuale) è propedeu-
tica per l'assegnazione della misura a Rvita, Rbeni e Rambiente e dipende dagli altri indicatori
di pericolosità (geometria complessa, affollamento, lavorazioni pericolose, ecc.) sca-
turiti dalla valutazione del rischio d’incendio.
Se non diversamente indicato, o determinato in esito a specifica valutazione del ri-
schio, il profilo di rischio Rambiente è ritenuto non significativo negli ambiti protetti da
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Profili di rischio
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Soluzioni progettuali
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Iter per l’attribuzione dei livelli di prestazioni alle misure della strategia e delle soluzioni progettuali
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Gli edifici “sottoposti a tutela” sono, ope legis, quelli “opera di autore non più vivente, la
cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni”, fino alla verifica dell'interesse culturale, di
proprietà pubblica, di persone giuridiche private senza fini di lucro, compresi gli enti
ecclesiastici.
Va precisato che, qualora il vincolo di tutela non sia confermato, l'edificio è escluso
dalle disposizioni del citato [Link]. 22 gennaio 2004, n. 42 e, pertanto, l’attività non è
compresa nell’attività 72.
Il vincolo può essere posto su un intero edificio, su una sua parte (se catastalmente
identificata), sul suo contenuto e su eventuali pertinenze.
Negli ultimi due casi si parla di "vincolo pertinenziale"; il vincolo può inoltre essere
di tipo "indiretto", finalizzato ad evitare che sia messa in pericolo l'integrità dei beni
culturali immobili, ne sia danneggiata la prospettiva o la luce o siano alterate le con-
dizioni di ambiente e di decoro.
I vincoli indiretti possono derivare quindi dalla posizione del bene immobile nel suo
contesto ovvero dalla sua collocazione in un particolare ambito paesaggistico, arche-
ologico o d’insieme.
Si segnala che, nel caso l’edificio tutelato sia solo parzialmente occupato dalle attività
aperte al pubblico comprese nell’allegato I al citato d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, si con-
figura l’attività 72, limitatamente alla porzione in cui viene svolta l’attività.
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il deflusso rapido e ordinato, che deve rispondere a limiti dimensionali ben precisi,
derogabili unicamente con la riduzione dell'affollamento.
L'utilizzo delle deroghe alle norme tecniche prescrittive permette di evitare l'integrale
applicazione delle normative di sicurezza antincendio agli edifici tutelati, promuoven-
do l'individuazione e l'applicazione di misure di sicurezza equivalenti.
In questo modo, è possibile fornire ai progettisti lo strumento per individuare solu-
zioni progettuali, anche di tipo gestionale, compatibili con la tutela del bene culturale,
agevolando in tal modo l'iter di autorizzazione delle Soprintendenze e, in definitiva,
la fruizione del bene stesso.
Nell’ambito del Codice, la RTV V.12, d.m. 14 ottobre 2021, “Approvazione di norme
tecniche di prevenzione incendi per gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legi-
slativo 22 gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, contenenti una o più attività ricomprese
nell'allegato I al decreto del Presidente della Repubblica 1° agosto 2011, n. 151, ivi indivi-
duate con il numero 72, ad esclusione di musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e
archivi, ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139” completa la
trattazione delle attività 72 abbinandosi al d.m. 10 luglio 2020 "Norme tecniche di preven-
zione incendi per gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio
2004, n. 42, aperti al pubblico, destinati a contenere musei, gallerie, esposizioni, mostre,
biblioteche e archivi ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139"
(RTV V.10).
A differenza della RTV V.10, che può essere applicata in alternativa alle specifiche
RT tradizionali di cui al d.m. 20 maggio 1992, n. 569, riferito agli edifici di interesse
storico-artistico destinati a musei, gallerie, esposizioni e mostre e al d.p.r. 30 giugno
1995, n. 418, riferito agli immobili di interesse storico-artistico destinati a contenere
biblioteche e archivi, la RTV V.12 raffigura un’assoluta novità, trattando aspetti di tu-
tela dell’edificio vincolato, avente valore storico o artistico, destinato alla erogazione
e fruizione di beni o servizi non strettamente riconducibili alla fruizione e valorizzazio-
ne del patrimonio culturale in essi contenuto, ma costituenti attività soggette ai sensi
del d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151.
Conseguentemente, la V.12 non rappresenta un’alternativa ad alcuna RT tradizionale
pre Codice, perseguendo uno degli obiettivi primari, tipici della progettazione presta-
zionale, richiamato al punto 1 del par. G.2.5.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
L'approccio prestazionale della RTV V.12, contenuta nel citato d.m. 14 ottobre 2021,
ha superato le rigidità delle disposizioni prescrittive, che, applicate alla progettazione
antincendio negli edifici tutelati, determina quasi sempre il ricorso alle soluzioni in
deroga.
Con le RTV V.10 e V.12, si passa dalle prescrizioni fondate esclusivamente sul crite-
rio di garantire la massima prevenzione e protezione antincendio a una valutazione
dell'attuabilità multi-criteriale della disposizione antincendio, basata su diversi aspet-
ti che la caratterizzano, rendendola compatibile con le esigenze di conservazione,
valorizzazione e fruizione degli edifici tutelati.
La strategia antincendio delle RTV V.10 e V.12 prevede, infatti, diverse soluzioni con-
formi, tra le quali il progettista può scegliere quella che meglio si adatta alle specificità
dell'edificio da adeguare.
Senza dover ricorrere alle soluzioni in deroga, è inoltre possibile progettare soluzioni
alternative calibrate sul tipo di edificio tutelato e sulle e sulle eventuali prescrizioni
delle competenti Soprintendenze, connesse alle esigenze di tutela.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Le RTV V.10 e la RTV V.12 ampliano le disposizioni del Cap. S.5 del Codice, proponen-
do un approccio avanzato alla sicurezza antincendio dei beni tutelati attraverso l’in-
troduzione del “piano di limitazione dei danni”.
Questo piano, specifico per la protezione dei beni culturali in caso di incendio (ma in
forma estensiva potrebbe utilmente essere esteso anche per altri eventi sia antro-
pici che naturali), deve individuare misure e procedure idonee a garantirne la loro
salvaguardia sia nella zona in cui si sviluppa l’incendio che nelle ulteriori zone in cui
potrebbero comunque risentirsi effetti dannosi sul patrimonio culturale in termini di
crolli, fumo e calore.
eventuali luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza, con particolare riferimento
D
alle condizioni di sicurezza e di conservazione degli stessi
Tab. 1 - Par. V.[Link] (e Par. V.[Link]) Piano di limitazione dei danni - Contenuti essenziali
Un’analisi dei contenuti del PLD (punti A - E della Tab. 1) evidenzia immediatamente
la difficoltà che il progettista, nel rispetto degli indirizzi del responsabile dell’attività,
dovrà affrontare.
La complessità della problematica, che coinvolge competenze gestionali oltre che
tecnico-scientifiche impiantistiche, strutturali e di conservazione dei beni culturali,
richiede un approccio multidisciplinare ed il conseguente coinvolgimento di profes-
sionalità e specializzazioni diverse in relazione alla tipologia di beni presenti all’in-
terno dell’edificio, dello scenario emergenziale preso in considerazione, delle attività
prevalente e sussidiarie presenti e quindi delle relazioni con la fruizione pubblica e le
esigenze di valorizzazione che i beni culturali impongono.
L’individuazione di tali expertise ed il loro coordinamento rimane evidentemente in
capo al responsabile dell’attività, titolare dell'autorizzazione all'esercizio ai fini antin-
cendio e quindi anche dell’aggiornamento della stessa, ivi compreso il piano di limita-
zione danni, in relazione alle eventuali future sopravvenute variazioni.
Per quanto sopra evidenziato, si propongono di seguito alcuni spunti di riflessione e
approfondimento utili per chi si appresta all’elaborazione del piano.
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Il primo passo (punto A della Tab. 1) riguarda l’identificazione e la formazione del per-
sonale incaricato dell’esecuzione delle procedure del piano di limitazione dei danni.
È indispensabile innanzitutto prevedere un elenco con i nominativi e i riferimenti te-
lefonici, delle persone incaricate per l’attuazione delle diverse fasi del piano:
responsabile/referente per i beni culturali;
addetti e responsabile della movimentazione dei beni;
responsabile/referente dell’eventuale deposito di ricovero temporaneo;
coordinatore dell’emergenza;
componenti della squadra di intervento;
eventuali ditte esterne di supporto e delle ditte di manutenzione del sito;
eventuali associazioni/enti/collaboratori esterni coinvolti in una o più fasi del piano.
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L’identificazione dei luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza (punto
D della Tab. 1) rappresenta l’elemento di completamento del piano stesso e quindi
determinante per l’efficacia delle misure di salvaguardia del piano di limitazione dei
danni.
L’individuazione di spazi di ricovero con condizioni di sicurezza e di conservazione
idonee, dislocati in punti diversi dell’edificio, in modo da poter utilizzare quello miglio-
re in relazione al luogo dell’evento incidentale, di attrezzature per l’allestimento velo-
ce e funzionale a poter stoccare in modo idoneo i beni oggetto di allontanamento, la
disponibilità di personale specializzato per l’allestimento del deposito, costituiscono
elemento imprescindibile dell’intero piano.
I requisiti essenziali richiesti ad un luogo di ricovero di beni culturali anche solo tem-
poraneo sono:
dimensioni adeguate al numero di beni da trasferire;
assenza di infestazioni da parassiti o muffe;
aerazione e mancanza di umidità;
protezione contro furti e atti vandalici;
accessibilità per il trasporto sicuro dei beni;
condizioni che si mantengano nel tempo in caso di custodia prolungata.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La particolare dislocazione dei beni, ad esempio, con altezze eccessive o luogo di col-
locazione non facilmente raggiungibili, le dimensioni e il peso con oggetti ad esempio
molto pesanti, come mosaici e dipinti con grandi cornici, o particolarmente fragili,
potrebbero non consentire il loro allontanamento in luogo sicuro e richiedere quindi
una protezione in loco sia nei confronti del fumo che del calore (punto E della Tab. 1).
Il piano dovrà in tal senso prevedere le misure di protezione in loco comprensive dei
materiali da utilizzare, delle professionalità e operatori necessarie a mettere in opera
presidi e materiali individuati, attrezzature idonee ivi comprese le eventuali scale e/o
trabattelli.
È evidente che la predisposizione di un piano di limitazione danni presuppone la pre-
liminare ricognizione di tutti i beni culturali presenti all’interno di un’attività, finaliz-
zata a sintetizzare in un unico documento tutte le informazioni funzionali a definire
le procedure di messa in sicurezza, siano queste da realizzare in situ, sia mediante lo
spostamento dei beni.
È evidente che tale ricognizione costituirà un documento assolutamente riservato, ad
uso del responsabile dell’attività e degli incaricati a vario titolo da questo designati.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
cognome, telefono cellulare e-mail), responsabile della sede (nome, cognome, te-
lefono cellulare e-mail), referente per l'accesso (nome, cognome, telefono cellula-
re e-mail);
2) la verifica dell’accostabilità dei mezzi per il carico-scarico e, in caso di non acco-
stabilità, la distanza approssimativa dal primo punto di parcheggio dei mezzi di
trasporto;
3) per ciascun bene:
tipologia;
identificazione;
dati dimensionali e peso;
stato di conservazione;
collocazione;
foto;
tipo di intervento di messa in sicurezza previsto (nessuno, protezione in loco,
spostamento interno alla sede, spostamento in deposito esterno);
informazioni relative all’eventuale movimentazione (tipologia di materiale per
l’imballaggio, tipologia di contenitori per il trasporto, eventuali attrezzature ne-
cessarie per la movimentazione, priorità di intervento).
32
Identificazione dei beni mobili
Tipologia Identificazione (per gruppi si utilizzerà la voce VARI) Dati dimennsionali (in centimetri)
N. Opera isolata OI
Descrizione/
ID Inventario inventario/cat Amovibile Serie S
Progr. Quantità N. Descrizione fisica
(Solo Archivi) alogo/Segnat (A) Frammento F Oggetto/Tipologia
Soggetto/Titolo/ dei supporti Autore/Soggett Ingombro Altezza/lunghezza/
ura Archivio A delle unità di Datazione Peso (in kg)
Intitolazione contenuti nelle o produttore volumetrico larghezza/Diametro
Inamovibile Raccolta A/R conservazione
unità di
(I) Serie SA
conservazione
Parte P
Elementi
1 A OI 562 architettonici in Medio 150 x 180 cm 40 Kg
marmo
Stato di
Collocazione Foto Dati relativi alla movimentazione beni
conservazione
Tipologa intervento
(nessuno N, protezione
Spostamento
in loco PL,
per rischio
spostamento interno Tipologia di
sismico
Buono B luogo di alla sede SI, mezzo di
S/N Tipologia Tipologia di contenitori Attrezzature Luogo di deposito di Priorità di
Sufficiente S collocazione sposatmento in trasporto:
Riferimento foto deposito esterno SE) materiale per per il trasporto per la spostamento destinazione spostamento
Cattivo C all'interno della ordinario O
imballaggio (cassette/scatole/…) movimentazione interno alla sede previsto (da 1 a 3)
Pessimo P sede /
Speciale S
Pluriball,
B PL N tessuto/non S interno
tessuto/ funi
33
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In relazione infine alla necessità di garantire la completa tracciabilità dei diversi in-
terventi effettuati in occasione di eventi incidentali, occorre disporre di un apposito
report in cui siano riportate, a cura del coordinatore della squadra di intervento, le
attività effettivamente messe in atto per ciascun bene; il report dovrà riportare la
data di spostamento e la collocazione di ciascuno dei beni movimentati nell’ambito
del ricovero temporaneo.
Inoltre, ciascuno dei beni oggetto di allontanamento dovrà essere corredato da una
scheda identificativa, da apporre in modo sicuro ed evidente, sull’imballaggio predi-
sposto per poter movimentare il bene in sicurezza.
Tale scheda dovrà contenere un’efficace e univoca identificazione del bene comprensi-
va, se disponibile, anche del suo numero di inventario e/o di schedatura, una sintetica
indicazione del suo stato di conservazione, con particolare riferimento ad eventuale
danneggiamento subito nel corso dell’evento incidentale considerato, il luogo di col-
35
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
locazione all’atto della sua rimozione e il deposito temporaneo in cui viene ricoverato.
36
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La RTV V.12, come detto, rappresenta infatti un’assoluta novità, non esistendo una
corrispondente RT tradizionale pre Codice.
37
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il d.m. 14 ottobre 2021 “Norme tecniche di prevenzione incendi per gli edifici sottoposti a
tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, contenenti
una o più attività ricomprese nell'allegato I al decreto del Presidente della Repubblica 1°
agosto 2011, n. 151, ivi individuate con il numero 72, ad esclusione di musei gallerie, espo-
sizioni, mostre, biblioteche e archivi, ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo
2006, n. 139”, costituisce RTV di prevenzione incendi per tali attività.
La RTV V.12 si applica agli edifici sottoposti a tutela ai sensi del [Link]. 22 gennaio 2004,
n. 42, aperti al pubblico, contenenti una o più attività soggette, ad esclusione di quelli
destinati a musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi.
La RTV V.12 prevede, al par. V.12.3, che per le attività rientranti nel campo di applica-
zione della medesima e oggetto di specifiche regole tecniche verticali (RTV) valgono le
classificazioni previste nelle stesse RTV.
Al par. V.12.4 la RTV specifica, in merito alla valutazione del rischio di incendio, che la
progettazione della sicurezza antincendio deve essere effettuata attuando la meto-
dologia di cui al Cap. G.2 e che i profili di rischio sono determinati secondo la meto-
dologia di cui al Cap. G.3.
5
“Indicazioni complementari” sono quelle previste in aggiunta alle soluzioni conformi previste dalla RTO e specifiche per l'attività
in questione.
Per gli edifici storici solitamente sono quelle individuate per tutelare il valore storico-artistico del bene.
6
"Indicazioni sostitutive" sono quelle che sostituiscono le soluzioni conformi previste per la RTO.
Per la RTV V.12 si sostituiscono a quelle della RTO e della pertinente RTV e sono state elaborate per individuare soluzioni
tecniche che facilitino l'adeguamento antincendi del bene storico.
38
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Per le misure antincendio esaminate nella RTV V.12, è previsto quanto segue:
V.12.5.3 Esodo
Sono ammesse le soluzioni conformi (capitolo S.4) di cui alla tabella V.12-1 alle se-
guenti condizioni aggiuntive:
a. la porzione di impianto di illuminazione di sicurezza in corrispondenza delle
criticità sia progettato per garantire il doppio dell’illuminamento minimo previ-
sto dalla norma UNI EN 1838;
b. siano previste specifiche misure gestionali (capitolo S.5).
Nota Ad esempio: informazione a tutti gli occupanti, segnaletica, opuscoli, applicazioni per
smartphone, tablet e similari, planimetrie, …
2. Le porte di interesse storico artistico presenti lungo le vie di esodo, che non pos-
39
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Tutte le combinazioni di alzata e pedata dei gradini delle scale previste nel capitolo S.4.
40
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
41
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
A differenza della RTV V.10, che fornisce indicazioni direttamente applicabili a “speci-
fiche attività” svolte all’interno di edifici tutelati (ad esempio musei, ecc.), la RTV V.12
è “trasversale”, ovvero fornisce indicazioni aggiuntive rispetto a quelle dettate dal
Codice per le attività soggette svolte all’interno di edifici tutelati, pertanto deve essere
applicata in combinazione alle pertinenti RTV, specifiche dell’attività in progettazione,
contenute nella Sezione V (es.: nel caso di progettazione di un’attività uffici soggetta
ai controlli del [Link].F. - att. 71 di cui al d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, le indicazioni
dettate dalla RTV V.12, specifiche per gli edifici tutelati, si applicano in combinazione
con la RTV V.4 “attività uffici”, pertinente all’attività in progetto)7.
La RTV V.12 propone, in considerazione delle peculiarità degli edifici sottoposti a tute-
la, anche al fine di contemperare il giusto equilibrio fra misure di sicurezza antincen-
dio e tutela del bene, per quasi tutte le misure antincendio che concorrono a concre-
tizzare la strategia per il raggiungimento degli obietti primari di sicurezza, indicazioni
complementari o sostitutive delle soluzioni conformi previste dai corrispondenti livelli di
prestazione della RTO e delle pertinenti RTV.
La RTV V.12 si occupa delle misure S.1, S.2, S.4, S.5, S.6, S.7 ed S.8, mentre per le re-
stanti tre (S.3, S.9 ed S.10) si dovrà riferire esclusivamente alle indicazioni della RTO,
come integrate o sostituite dalla RTV applicabile individuata (es.: RTV V.4).
In sostanza, la RTV V.12 introduce misure idonee nei confronti dell’incendio che tengo-
no conto delle situazioni più ricorrenti di vincoli di carattere architettonico e storico-
artistico e rispetto a interventi di adeguamento che potrebbero risultare fortemente
impattanti in relazione agli esiti della valutazione del rischio.
7
Ferraiuolo L., La strategia antincendio negli edifici oggetto di tutela, Riv. Antincendio 08/2022.
42
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
43
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
DESCRIZIONE
Di seguito sono riportate le risultanze grafiche del progetto architettonico del sito.
L’edificio, individuato nella Rocca di Ponteratto, si struttura principalmente su due
livelli, piano terra e piano primo; è presente un piano sottotetto, parzialmente ac-
cessibile, chiuso al pubblico e accessibile solamente ai manutentori degli impianti ivi
presenti.
Al piano interrato è presente un cunicolo, chiuso da un cancello metallico, che emer-
ge al di fuori dell’area di interesse dell’edificio, e un deposito.
Le diverse zone presentano la seguente estensione planimetrica:
44
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Al piano terra sono presenti atrio di ingresso, sala d’attesa, uffici, aule didattiche e
sala conferenze da realizzare nel chiostro coperto.
Al piano primo sono presenti uffici e un’area ristoro.
Il fabbricato presenta un’altezza antincendio8, come prevista dal Codice (par. G.1.7.4),
pari a + 6,96 m rispetto alla quota della viabilità esterna (piano di riferimento).
8
Escluso il piano sottotetto, che prevede la presenza occasionale e di breve durata del personale addetto alla manutenzione
degli impianti ivi presenti.
45
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ai sensi dell’allegato I del d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151 l’attività rientra nella classifica-
zione di cui al punto 72: “Edifici sottoposti a tutela ai sensi del [Link]. 22 gennaio 2004, n.
42, aperti al pubblico, destinati a contenere biblioteche ed archivi, musei, gallerie, esposi-
zioni e mostre, nonché qualsiasi altra attività contenuta nel presente Allegato”.
Pertanto, l’attività risulta compresa nel campo di applicazione del Codice.
Non sono presenti attività secondarie.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
RIFERIMENTI NORMATIVI
La RTV V.12 riguarda gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22
gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, contenenti una o più attività ricomprese nell'al-
legato I al decreto del Presidente della Repubblica 1° agosto 2011, n. 151.
CLASSIFICAZIONE DELL’ATTIVITÀ
Alla luce del par. V.12.3, varranno le classificazioni previste nella RTV V.4; pertanto,
l’ufficio in esame è classificabile (punto 1 del par. V. 4.2) come segue:
a) in relazione alle persone presenti: n = 494 (affollamento massimo) vedi paragrafo
successivo inerente i dati di ingresso per la progettazione del sistema d’esodo, in OA
(300 < n ≤ 500);
b) in relazione alla massima quota dei piani h (la nuova definizione di massima quota
dei piani, ovvero il dislivello tra il piano di riferimento alla massima quota dei piani
(h = 6,96 m), in HA (h ≤ 12 m).
Nell’edificio sono presenti le seguenti tipologie di aree (punto 2 del par. V. 4.2):
64
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il piano sottotetto è considerato area a rischio specifico TZ2, Cap. V.1 (punto 3 del par.
V. 4.2).
La tabella seguente illustra la classificazione delle aree di interesse in base alla loro
dislocazione:
terra
Locali destinati agli uffici
intermedio TA
e a spazi comuni
primo
interrato TZ1
Altre aree
sottotetto (zone accessibili) TZ2
9
Per analogia al punto 1 del par. V.10.3, si potrebbero considerare tali aree quelle non ricomprese nelle precedenti, anche
accessibili al pubblico con particolari condizioni e limitazioni di accesso.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
LA METODOLOGIA GENERALE
68
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota Questa metodologia generale è applicata a tutte le attività, anche nel caso siano
disponibili pertinenti regole tecniche verticali (Sezione V).
1. La progettazione della sicurezza antincendio delle attività è un processo iterati-
vo, costituito dai seguenti passi:
a. scopo della progettazione: si descrive qualitativamente e quantitativamente l’at-
tività ed il suo funzionamento, al fine di chiarire lo scopo della progettazione;
Nota Ad esempio, non è necessario tutelare edifici che non risultino pregevoli per arte
o storia, o garantire la continuità d’esercizio per opere che non siano considerate
strategiche.
69
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
L’ufficio sarà destinato a contenere al suo interno una serie di attività che riguardano
le funzioni amministrative della ASL e un centro psicosociale nel quale sono offerte
una serie di attività a supporto dei percorsi di reinserimento psicosociale.
Per brevità di trattazione, si rimanda alla descrizione effettuata nel paragrafo omonimo.
Obiettivi di sicurezza
In relazione all’attività in esame, gli obiettivi primari di sicurezza della progettazione
applicabili, previsti al par. G.2.5, riguardano:
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
71
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
1. Il progettista impiega uno dei metodi di regola dell’arte per la valutazione del
rischio d’incendio, in relazione alla complessità dell’attività trattata.
Nota La valutazione del rischio d’incendio rappresenta un’analisi della specifica attività
finalizzata all’individuazione delle più severe ma credibili ipotesi d’incendio e delle
corrispondenti conseguenze per gli occupanti, i beni e l’ambiente. Tale analisi consente
al progettista di implementare e, se necessario, integrare le soluzioni progettuali
previste nel presente documento.
2. In ogni caso la valutazione del rischio d’incendio deve ricomprendere almeno i
seguenti argomenti:
a. individuazione dei pericoli d’incendio;
Nota Ad esempio, si valutano: sorgenti d’innesco, materiali combustibili o infiammabili,
carico incendio, interazione inneschi-combustibili, eventuali quantitativi rilevanti
di miscele o sostanze pericolose, lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio o
dell’esplosione, possibile formazione di atmosfere esplosive, …
b. descrizione del contesto e dell’ambiente nei quali i pericoli sono inseriti;
Nota Si indicano ad esempio: condizioni di accessibilità e viabilità, layout aziendale,
distanziamenti, separazioni, isolamento, caratteristiche degli edifici, tipologia edilizia,
complessità geometrica, volumetria, superfici, altezza, piani interrati, articolazione
plano-volumetrica, compartimentazione, aerazione, ventilazione e superfici utili allo
smaltimento di fumi e di calore, …
c. determinazione di quantità e tipologia degli occupanti esposti al rischio d’in-
cendio;
d. individuazione dei beni esposti al rischio d’incendio;
e. valutazione qualitativa o quantitativa delle conseguenze dell’incendio su oc-
cupanti, beni ed ambiente;
f. individuazione delle misure preventive che possano rimuovere o ridurre i
pericoli che determinano rischi significativi.
3. Qualora siano disponibili pertinenti regole tecniche verticali, la valutazione
del rischio d’incendio da parte del progettista è limitata agli aspetti peculia-
ri della specifica attività trattata.
4. Negli ambiti delle attività in cui sono presenti sostanze infiammabili allo stato
di gas, vapori, nebbie o polveri combustibili, la valutazione del rischio d’in-
cendio deve includere anche la valutazione del rischio per atmosfere esplosi-
ve (capitolo V.2).
Appare utile sottolineare l’importanza della fase iniziale della valutazione del rischio
72
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Considerazioni preliminari
La presente valutazione del rischio di incendio deve tenere conto delle peculiarità
dell’immobile nel quale è esercita l’attività in esame.
Si veda anche la norma UNI EN 16893:2018 “Conservazione del patrimonio culturale -
Specifiche per la scelta del luogo, la costruzione e le modifiche di edifici o sale finalizzate
al deposito o all'esposizione di collezioni del patrimonio culturale”.
Infatti, come per tutti gli insediamenti ed immobili realizzati in un arco temporale
spesso misurabile in secoli, non modificabili con interventi strutturali ed impiantistici
invasivi, non è possibile ipotizzare soluzioni deterministico – prescrittive valide per
tutte le situazioni.
Nello specifico, l’attività di ufficio è aperta al pubblico; tutti gli ambienti saranno carat-
terizzati da ridotti carichi d’incendio ed assenza di fonti d’innesco significative.
Come descritto nel seguito della trattazione, i carichi d'incendio specifici all'interno
dell’attività di ufficio saranno sempre inferiori ai 51110 MJ/mq e caratterizzati dalla
presenza di materiali prevalentemente cartacei e cellulosici, con velocità di crescita
mediamente di tipo basso.
Le potenziali fonti d'innesco saranno limitate al malfunzionamento delle apparecchia-
ture elettriche e di illuminazione dei locali o all'errore umano; non saranno presenti
attività pericolose, né si farà uso di fiamme libere o di altre fonti di calore critiche agli
effetti del rischio d’incendio.
Inoltre, per ridurre la probabilità di accadimento di anomalie e malfunzionamenti, gli
impianti saranno sottoposti a verifica e manutenzione a regola d'arte.
Non sono presenti altre lavorazioni oltre a quelle destinate ad uffici, né sono presenti
attrezzature di lavoro.
Nell'attività non saranno presenti apparecchiature alimentate a gas metano, né ma-
teriali infiammabili.
Altre possibili fonti di innesco sono individuabili nei mozziconi di sigarette, nell’even-
10
Valore ricavato dalla tab. S.2-10 (vedi seguito della trattazione).
73
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
L’edificio, come detto, si struttura su cinque livelli: piano interrato (superficie lorda
accessibile pari a 73,60 m2), piano terra ed intermedio (superficie lorda accessibile
pari a 966,20 m2), piano primo (superficie lorda pari a 860,20 m2) e piano sottotetto
(superficie lorda accessibile pari a 280,50 m2) e ospita uffici amministrativi della ASL
ed un centro psicosociale con annesse attività a supporto.
L’altezza antincendio è pari a + 6,96 m rispetto al piano di riferimento coincidente con
la quota stradale dalla quale è previsto l’accesso dei mezzi dei VV.F. e l'esodo preva-
lente degli occupanti.
L’edificio risulta isolato e separato dalle costruzioni limitrofe per tutto il suo perime-
tro; la distanza di separazione dagli edifici limitrofi è > 10 m.
74
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In esito alle risultanze della valutazione del rischio, si forniscono i seguenti riferimenti:
75
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Affollamento Affollamento
Superficie Densità di affollamento
Piano addetti + pubblico occasionale
1112 (m2) (pers/m2)
(pers) addetti (pers)
sottotetto
280,50 --- --- 2
(zone accessibili)
11
Vedi tab. S.4-12.
12
Vedi tab. S.4-12.
13
Si veda anche il [Link]. 3 maggio 2024, n. 62
76
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il piano sottotetto, non aperto al pubblico, ospiterà esclusivamente l’unità per la ven-
tilazione meccanica controllata centralizzata (VMC), con climatizzazione integrata, e
sarà considerato area a rischio specifico (vedi prosieguo della trattazione).
Valutate le caratteristiche dei locali e la consistenza degli oggetti esposti, si può af-
fermare che la probabilità che un incendio possa avere inizio è la stessa in tutti gli
ambienti dell’ufficio.
Dal punto di vista degli effetti che l’incendio può avere sugli occupanti, è evidente che
le conseguenze possono risultare più pesanti man mano che si sale al livello superiore.
Al piano terra l’esodo è possibile in più direzioni e le vie d’esodo sono molto brevi, per
cui non si riscontrano particolari problematiche.
Al primo piano esistono due vie d’esodo, seppur non contrapposte, mentre il piano
sottotetto disporrà di una sola via di esodo.
Come noto, in caso di incendio, i maggiori pericoli per gli occupanti derivano dal fumo
(la scarsa visibilità, come noto, può seriamente pregiudicare l’individuazione e l’utiliz-
zo delle vie d’esodo), dalla mancanza di ossigeno, dalla concentrazione di composti
tossici e dal calore.
Considerata la prevista presenza di IRAI (Impianto di Rivelazione ed Allarme Incendio)
all’interno dell’intera area e degli impianti di controllo dell’incendio, è possibile sup-
porre che anche le conseguenze su beni ed ambiente siano limitate.
77
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
delle attività svolte e delle caratteristiche degli occupanti presenti, è possibile fornire
un quadro delle misure di sicurezza, che possano rimuovere o ridurre tali pericoli, da
adottare al fine di compensare i rischi ipotizzati.
È necessario, pertanto, valutare se i pericoli individuati possano essere eliminati o
ridotti adottando soluzioni più sicure (riduzione delle sorgenti di innesco, corretto
impiego di attrezzature elettriche, utilizzo di materiali meno pericolosi, processi pro-
duttivi più sicuri, implementazione di specifiche procedure, ecc.).
Premesso che, sulla base del par. G.2.3.1 lett. b., le misure antincendio di prevenzione,
di protezione e gestionali previste nel Codice sono selezionate al fine di minimizzare
il rischio d’incendio, in termini di frequenza e di conseguenze, entro limiti considerati
accettabili, si prevedono le seguenti misure di prevenzione e protezione:
assicurare il rispetto degli affollamenti previsti, sopra esposti;
assicurare il controllo periodico di tutte le aree dell’attività, a cura del responsabile
dell’attività, al fine di ridurre ulteriormente il verificarsi di eventi incidentali;
assicurare la pulizia e il mantenimento dell’ordine in tutte le aree dell’attività;
disposizione del divieto di fumo in tutte le aree dell’attività;
disposizione del divieto di uso di fiamme libere, gas e liquidi infiammabili;
assicurare nei depositi la rimozione del materiale non indispensabile e alla siste-
mazione ordinata del materiale rimanente;
assicurare, in tutte le aree dell’attività, la riduzione al minimo dei quantitativi di
materiale combustibile;
assicurare la corretta installazione della segnaletica di sicurezza secondo le previ-
sioni del Codice;
negli ambienti accessibili a persone che non hanno familiarità con l’edificio, do-
vranno essere mantenute aperte, durante l’esercizio dell’attività, tutte le porte
lungo le vie di esodo non facilmente identificabili ed apribili da parte di tutti gli
occupanti;
il piano primo potrà essere frequentato da una sola persona con ridotte capacità
motorie, utilizzante sedie a ruote, per volta;
assicurare la manutenzione degli impianti tecnologici e di servizio;
assicurare, in tutte le aree dell’attività, i controlli periodici e gli interventi di manu-
tenzione sugli impianti e sulle attrezzature antincendio presenti, annotandoli nel
registro dei controlli, ai sensi dell’art. 3 del d.m. 1 settembre 2021;
assicurare la corretta dotazione di mezzi di estinzione, al fine di garantire le ope-
razioni di primo intervento;
predisposizione del piano di emergenza ed evacuazione ai sensi dell’art. 2 del d.m.
2 settembre 2021;
assicurare che gli impianti elettrici siano conformi alle norme CEI;
assicurare la formazione e l’informazione dei lavoratori ai sensi degli artt. 36 e 37
78
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
del [Link]. 81/08 e s.m.i. focalizzata, nello specifico, sulle norme comportamentali
da tenersi nei luoghi di lavoro;
assicurare la formazione dei lavoratori degli addetti alla prevenzione incendi, lotta
antincendio e gestione dell’emergenza, ai sensi dell’art. 5 del d.m. 2 settembre
2021, con formazione specifica per l’assistenza, durante l’emergenza, agli occu-
panti con disabilità occasionalmente presenti.
Divieto di fumo
Sono vigenti, per tutte le aree, idonee disposizioni attinenti il divieto di fumo e sono
stati nominati i preposti alla sorveglianza di tale divieto.
Controlli periodici dei mezzi antincendio, di primo soccorso e della segnaletica di sicurezza
Tutti gli impianti, le attrezzature e tutti i sistemi di sicurezza antincendio saranno
controllati secondo le cadenze temporali indicate da disposizioni, norme e specifiche
tecniche pertinenti, nazionali o internazionali, nonché dal manuale d’uso e manuten-
zione, e la loro verifica dovrà essere annotata, a cura del responsabile dell’attività, nel
registro dei controlli.
Le attrezzature utilizzate per il primo soccorso dovranno essere controllate seme-
stralmente, attenzionando le date di scadenza dei prodotti e, nel caso si renda neces-
sario, occorrerà procedere immediatamente alla relativa sostituzione o integrazione.
Impianti elettrici
Al fine di ridurre i rischi derivanti da guasti di origine elettrica, gli impianti elettrici,
realizzati a regola d’arte e provvisti di dichiarazione di conformità, dovranno essere
controllati periodicamente da manutentori qualificati e secondo le modalità previste
dalla normativa tecnica pertinente.
È fatto divieto assoluto di effettuare qualsiasi intervento sugli impianti elettrici e sulle
attrezzature elettriche, nonché di modificare prolunghe, prese e/o spine da parte di
personale non autorizzato.
È fatto divieto assoluto di utilizzare, all’interno degli spazi dell’attività, apparecchi di
riscaldamento individuali e portatili, fornelli, ecc..
79
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Idranti
Nell’attività è già presente una rete idranti, progettata e installata in accordo alle pre-
visioni contenute nella norma UNI 10779, dotata di idranti UNI 45, muniti di dotazio-
ne conforme alla norma UNI 671-2; la distribuzione degli idranti, collocati in ciascun
piano dell’attività, in posizione facilmente accessibile e visibile, dovrà garantire la pos-
sibilità di intervento in tutte le aree della stessa.
La distanza massima, valutata secondo la regola del filo teso, tra l’idrante e ogni pun-
to dell’area protetta, dovrà essere non superiore a 20 m.
Tali idranti dovranno essere posizionati vicino alle uscite di emergenza o lungo le vie
d’esodo, in modo tale però da non ostacolare l’esodo.
Segnaletica di sicurezza
Nell’attività sarà installata la segnaletica di sicurezza conforme alle previsioni del Codice.
Le uscite di emergenza ed i percorsi di esodo dovranno essere evidenziati da segna-
letica di tipo luminoso, mantenuta sempre accesa durante l’esercizio dell’attività, ali-
mentata sia da rete normale che da alimentazione di sicurezza.
Inoltre, saranno indicate le norme di sicurezza e comportamento per gli occupanti.
In particolare, saranno evidenziati:
uscite di emergenza;
direzioni dei percorsi per raggiungere le uscite;
spazi calmi e luoghi sicuri;
attrezzature antincendio;
quadri elettrici di piano.
80
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Parimenti, ai sensi dell’art. 18 del [Link]. 81/08 e s.m.i., designerà quelli incaricati dell’at-
tuazione del primo soccorso e predisporrà il “piano di emergenza ed evacuazione”, ai
sensi dell’art. 2 del d.m. 2 settembre 2021.
Per le ulteriori specifiche, si rimanda al successivo paragrafo inerente la misura S.5.
Tutto il personale addetto agli uffici deve ricevere formazione antincendio specifica
secondo la normativa vigente.
Particolare importanza dovrà essere rivolta alle informazioni relative alle procedure
da adottare in caso di incendio, ed in particolare:
azioni da attuare in caso di incendio;
azionamento degli allarmi;
procedure da attuare all’attivazione degli allarmi e per l’evacuazione fino al luogo sicuro;
nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di prevenzione incendi,
lotta antincendio e gestione delle emergenze e pronto soccorso;
modalità di chiamata dei VV.F..
14
Vedi punto 3.2 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021; nel prosieguo della trattazione si giustificherà tale scelta.
81
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
L’informazione sarà basata sulla valutazione dei rischi effettuata e fornita al lavorato-
re all’atto dell’assunzione ed aggiornata nel caso in cui si verifichi un mutamento della
situazione dei luoghi di lavoro che comporti una variazione della valutazione stessa.
Adeguate informazioni, in vista di possibili rischi d’interferenza, dovranno essere for-
nite agli addetti alla manutenzione e agli appaltatori, per garantire che essi siano a
conoscenza delle misure generali di sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro, delle
azioni da adottare in caso di incendio e delle procedure di evacuazione.
La squadra degli addetti al servizio antincendio, come sarà esposto nel prosieguo
della trattazione, sarà composta dal personale dipendente dell’ufficio.
Tali addetti dovranno possedere, a norma dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021,
una formazione antincendio per addetti in attività di livello 2.15
Esercitazioni antincendio
La frequenza delle prove di attuazione del piano di emergenza sarà prevista almeno
trimestrale (vedi punto 1 del par. V.12.5.4).
15
Vedi punto 3.2.3 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021.
82
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In tale ottica, tralasciando, per questioni di brevità, la valutazione del rischio per i
suddetti scenari, si evidenzia che attenzionare i punti critici dell'attività consente di
progettare e calibrare al meglio tutte le misure antincendio, tra cui riveste particolare
importanza la GSA, principale misura fattibile per mitigare il rischio in molte situa-
zioni, fornendo al responsabile dell’attività indicazioni di tipo gestionale in termini di
layout, addestramenti del personale, controlli, limitazioni, ecc.: un semplice esempio
riguarda la corretta disposizione di materiali combustibili in alcune aree.
In definitiva, con riferimento alla frequenza di accadimento dell’evento di incendio,
è ragionevole considerare la struttura come luogo con pericolo di ignizione basso,
rilevando il fatto che la presenza di personale adeguatamente formato lascia presup-
porre, in generale, un buon livello di prevenzione circa il rischio incendio.
In merito alla possibilità di propagazione dell’incendio saranno adottati tutti gli ac-
corgimenti necessari a garantire il rispetto delle prestazioni richieste per la reazione
al fuoco; pertanto, si ritiene che la propagazione dell’incendio ad una vasta area sia
improbabile.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Tutto considerato, si ritiene che nell’attività progettata, realizzata e gestita secondo le indi-
cazioni di sicurezza antincendio ed i metodi del Codice, il residuo rischio d’incendio possa
essere considerato accettabile.
Nota I profili di rischio sono indicatori speditivi e sintetici della tipologia di rischio presente
negli ambiti dell’attività e non sono sostitutivi della dettagliata valutazione del rischio
d’incendio condotta dal progettista secondo le indicazioni del paragrafo G.2.6.1.
2. Il capitolo G.3 fornisce al progettista:
a. la metodologia per determinare quantitativamente i profili di rischio Rvita ed
Rbeni,
b. i criteri per valutare il profilo di rischio Rambiente.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ai sensi del punto 2 del par. V.12.4, i profili di rischio sono determinati secondo la
metodologia di cui al Cap. G.3.
Il profilo di rischio Rvita è attribuito per ciascun compartimento e, ove necessario,
per ciascuno spazio a cielo libero dell’attività (par. G.3.2).
Il profilo di rischio Rbeni è attribuito all’intera attività o ad ambiti di essa (par. G.3.3).
Il profilo di rischio Rambiente è attribuito all’intera attività o ad ambiti di essa (par.
G.3.4).
Le tabb. G.3-1 e G.3-2 guidano il progettista nella selezione dei fattori δocc e δα.
Il progettista può selezionare il valore di δα anche ricorrendo ad una delle opzioni:
dati pubblicati da fonti autorevoli e condivise;
determinazione diretta della curva RHR (Rate of Heat Release) relativa ai combu-
stibili effettivamente presenti e nella configurazione in cui si trovano, secondo le
indicazioni del Cap. M.2 o tramite misure presso laboratorio di prova, secondo
protocolli sperimentali consolidati.
Il valore di δα, valutato in assenza di sistemi di controllo dell’incendio, può essere ri-
dotto di un livello se l’attività è servita da misure di controllo dell’incendio di livello di
prestazione V (Cap. S.6).
85
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il valore di Rvita è determinato come combinazione di δocc e δα, come da tab. G.3-3.
[1] Quando nel presente documento si usa C la relativa indicazione e valida per Ci, Cii, Ciii
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
δα tα [1] Criteri
Ambiti di attività con carico di incendio specifico qf ≤ 200 MJ/m2, oppure ove
1 600 s
siano presenti prevalentemente materiali o altri combustibili che contribui-
lenta
scono in modo trascurabile all’incendio.
2 300 s Ambiti di attività ove siano presenti prevalentemente materiali o altri combu-
media stibili che contribuiscono in modo moderato all’incendio.
A meno di valutazioni più approfondite da parte del progettista (es. dati di letteratura, misure dirette,
…), si ritengono non significative ai fini della presente classificazione almeno le quantità di materiali
nei compartimenti con carico di incendio specifico qf ≤ 200 MJ/m2.
[1] Velocità caratteristica prevalente di crescita dell’incendio.
[2] Con h altezza d’impilamento.
Sulla base della tipologia e del quantitativo di materiale combustibile, nonché della
sua distribuzione spaziale, si assume una velocità caratteristica prevalente di crescita
dell'incendio pari a 2.
Osservazione
Negli uffici, il carico d’incendio specifico è influenzato principalmente dalla presenza
di arredi, scaffalature, documentazione cartacea e apparecchiature elettroniche.
Tuttavia, nell’edificio in esame, la natura degli elementi strutturali, prevalentemente
realizzati con materiali non combustibili, contribuisce significativamente alla riduzio-
ne della velocità di propagazione dell’incendio.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La valutazione della crescita dell’incendio tiene conto non solo delle caratteristiche
intrinseche dell’edificio, ma anche delle misure di protezione adottate, sia passive che
attive.
Tra queste rientrano una compartimentazione efficace per limitare la diffusione delle
fiamme e dei fumi, l’utilizzo di vernici intumescenti per la protezione delle strutture in
legno, e sistemi di rilevazione precoce per garantire un intervento tempestivo.
Inoltre, sono state previste soluzioni di mitigazione del rischio incendio di natura ge-
stionale, come un controllo rigoroso delle sorgenti di innesco, la limitazione dei ma-
teriali combustibili e l’adozione di piani di emergenza adeguati.
Tali strategie, nel loro insieme, contribuiscono a contenere lo sviluppo dell’incendio e
a ridurre la probabilità che esso raggiunga livelli di crescita rapida.
Sulla base di questi elementi, si giustifica l’adozione del valore 2 (crescita moderata
dell’incendio) anziché del valore 3 (crescita rapida), in quanto le condizioni specifiche
dell’edificio e le misure adottate determinano un’evoluzione dell’incendio meno ag-
gressiva rispetto a un contesto standard privo di tali mitigazioni.
Ci Non
Ci1 Ci2 Ci3
ammesso [1]
in attività individuale di lunga durata
Cii Non
in attività gestita di lunga durata Cii1 Cii2 Cii3
ammesso [1]
in attività gestita di breve durata
Ciii Non
Ciii1 Ciii2 Ciii3
ammesso [1]
D n.a. Non
Gli occupanti ricevono cure mediche D1 D2
[1] ammesso [1]
E Non
Occupanti in transito E1 E2 E3
ammesso [1]
[1] Per raggiungere un valore ammesso, δα può essere ridotto di un livello come specificato nel
comma 3 del paragrafo G.3.2.1.
[2] Quando nel presente documento si usa il valore C1 la relativa indicazione è valida per Ci1, Cii1 e
Ciii1. Se si usa C2 l’indicazione è valida per Ci2, Cii2 e Ciii2. Se si usa C3 l’indicazione è valida per Ci3,
Cii3 e Ciii3.
Tab. G.3-3 – Determinazione di Rvita
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Si segnala inoltre che la scelta di attribuire per l’ufficio il profilo di rischio Rvita B2 appa-
re supportata dalle risultanze della tab. G.3-4, che fornisce i profili di rischio Rvita per
alcune tipologie di destinazione d’uso.
C1: ufficio B 2 B2
C2: deposito (piano interrato) A 2 A2
C3: sottotetto A 2 A2
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
No Sì
No Rbeni = 1 Rbeni = 2
Attività o ambito strategico
Sì Rbeni = 3 Rbeni = 4
16
Si veda anche il [Link]. 3 maggio 2024, n. 62.
90
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La strategia antincendio sarà adottata in ossequio a quanto previsto nel par. V.12.5,
applicando tutte le misure antincendio della RTO ed attribuendo i livelli di prestazione
secondo i criteri in esse definiti, fermo restando le indicazioni complementari o sostitu-
tive, riportate nella RTV V.12, per le sole soluzioni conformi previste dai corrispondenti
livelli di prestazione della RTO.
Devono, inoltre, essere applicate le prescrizioni del Cap. V.1 in merito alle aree a ri-
schio specifico e le prescrizioni delle altre regole tecniche verticali, ove pertinenti.
91
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
1. Devono essere applicate tutte le misure antincendio della regola tecnica orizzontale at-
tribuendo i livelli di prestazione secondo i criteri in esse definiti, fermo restando quanto
indicato al comma 3.
2. Devono essere applicate le prescrizioni del capitolo V.1 in merito alle aree a rischio spe-
cifico e le prescrizioni delle altre regole tecniche verticali, ove pertinenti.
3. Nei paragrafi che seguono sono riportate le indicazioni complementari o sostitutive del-
le soluzioni conformi previste dai corrispondenti livelli di prestazione della RTO e delle
pertinenti RTV.
92
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota La definizione di attività con valutazione del progetto si trova nel capitolo G.1 ed
include, oltre alle attività con valutazione ordinaria, anche quelle con possibilità della
valutazione in deroga.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
94
(parr. S.7.3, S.7.4.4 V.4.4.6 e V.12.5.6)
Livello II di prestazione
Controllo di fumi e calore Compartimenti
(parr. S.8.3, S.8.4.1 e V.12.5.7)
Livello IV di prestazione
Operatività antincendio Opera da costruzione
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
(parr. S.9.3 e S.9.4.3)
Livello I di prestazione
Sicurezza degli impianti tecnologici Attività
(parr. S.10.3 V.4.4.7 e S.10.4.1)
Livelli di prestazione
Reazione al fuoco
5
Sicurezza degli
Resistenza al fuoco
impianti tecnologici 4
2
Operatività antincendio Compartimentazione
1
Controllo di fumi e
Esodo
calore
Gestione della
Rivelazione ed allarme
sicurezza antincendio
Controllo dell’incendio
RAPPRESENTAZIONE
Rappresentazione polare dei l.P. Relativi
POLARE [Link]
DEIalle . RELATIVI
costituenti
ALLElaMISURE
strategiaCOSTITUENTI
antincendio LA STRATEGIA ANTINCENDIO
96
1. Per ogni livello di prestazione di ciascuna misura antincendio sono previste diver-
se soluzioni progettuali. L’applicazione di una delle soluzioni progettuali garantisce
il raggiungimento del livello di prestazione richiesto.
2. Sono definite tre tipologie di soluzioni progettuali:
a. soluzioni conformi (vedi punto G.[Link])
b. soluzioni alternative (vedi punto G.[Link])
c. soluzioni in deroga. (vedi punto G.[Link])
95
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il Codice offre i criteri necessari per consentire al progettista di eseguire una corretta
valutazione del rischio incendio e attuare le misure strategiche necessarie.
Ogni soluzione progettuale deve garantire il livello di prestazione necessario a soddi-
sfare le misure antincendio in funzione degli obiettivi prefissati.
96
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
REAZIONE AL FUOCO
S.1.1 Premessa
La reazione al fuoco è una misura antincendio di protezione passiva che esplica i suoi
principali effetti nella fase iniziale dell’incendio, con l’obiettivo di limitare l’innesco dei materiali
e la propagazione dell’incendio. Essa si riferisce al comportamento al fuoco dei materiali
nelle effettive condizioni d’uso finali, con particolare riguardo al grado di partecipazione
all’incendio che essi manifestano in condizioni standardizzate di prova.
Tali requisiti sono applicati agli ambiti dell’attività ove si intenda limitare la partecipazione
dei materiali alla combustione e ridurre la propagazione dell’incendio.
I Nessun requisito.
Per contributo all'incendio si intende l'energia rilasciata dai materiali che influenza la crescita e lo
sviluppo dell'incendio in condizioni pre e post incendio generalizzato (flashover) secondo EN 13501-1
97
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
II Vie d'esodo [1] dei compartimenti con profilo di rischio Rvita in B1.
III Vie d'esodo [1] dei compartimenti con profilo di rischio Rvita in B2, B3,
Cii1, Cii2, Cii3, Ciii1, Ciii2, Ciii3, E1, E2, E3.
IV Vie d'esodo [1] dei compartimenti con profilo di rischio Rvita in D1, D2.
[1] Limitatamente a vie d'esodo verticali, percorsi d'esodo (corridoi, atri, filtri...) e spazi calmi
II Locali di compartimenti con profilo di rischio Rvita in B2, B3, Cii1, Cii2, Cii3,
Ciii1, Ciii2, Ciii3, E1, E2, E3.
Soluzione conforme
In base alla prescrizione di cui al par. V.4.4.1, ed in accordo con quanto previsto dalla
RTO (par. S.1.4.2), per le vie d’esodo dell'attività (limitatamente a quelle verticali, ai
percorsi di esodo ed agli spazi calmi) possono essere adottati materiali compresi nel
gruppo GM2 di reazione al fuoco.
Per gli altri locali dell’attività, in accordo con quanto previsto dalla RTO (par. S.1.4.1),
possono essere adottati materiali compresi, almeno, nel gruppo GM3 di reazione al
fuoco17.
17
Per i compartimenti con Rvita A2 risulta adeguato il livello I.
98
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Verificate le condizioni dell’attività (ambiti con profili di rischio Rvita non ricompresi in
C, D o E), il livello di prestazione attribuibile (I) comporta la non valutazione del contri-
buto all’incendio dei materiali (tab. S.1-1).
Tuttavia, considerata la presenza di arredi recenti, non ascrivibili nell’ambito del patri-
monio storico, si conferma la prescrizione di cui al par. V.4.4.1 per quanto riguarda i
locali dell’attività diversi dalle vie d’esodo, considerando soluzione conforme l’impiego
di materiali compresi nel gruppo GM3.
Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.1.4.4).
99
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
100
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
RESISTENZA AL FUOCO
S.2.1 Premessa
La finalità della resistenza al fuoco è quella di garantire la capacità portante delle strutture
in condizioni di incendio nonché la capacità di compartimentazione, per un tempo minimo
necessario al raggiungimento degli obiettivi di sicurezza di prevenzione incendi.
Il capitolo S.3 sulle misure di compartimentazione costituisce complemento al presente
capitolo.
101
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Livello di
Criteri di attribuzione
prestazione
Soluzione conforme
Considerato il profilo di rischio Rvita B2 e profilo di rischio Rbeni 2, sulla base dei criteri di
attribuzione fissati dalla tab. S.2-2, il livello di prestazione attribuibile per tale misura
è il III.
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.2.4.3, inerente le soluzioni conformi per il livel-
102
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In base alla prescrizione di cui al par. V.4.4.4, la classe di resistenza al fuoco minima è
stabilita dalla tab. V.4-1:
Classificazione dell'attività
Compartimenti
HA HB HC HD HE
Fuori terra 30 60 90
Interrati 60 90
103
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazione.
Ove si determinasse, per via statistica (vedi par. S.2.9.1), il valore nominale del carico
d’incendio specifico (qf) per il compartimento multipiano adibito ad ufficio, come frat-
tile 80%, secondo la tab. S.2-10 (Densità di carico di incendio da UNI EN 1991-1-2) esso
risulterebbe pari a:
qf = 511 MJ/m2
Peraltro, anche trascurando la circostanza per cui il carico di incendio non risulta
104
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il calcolo del carico d’incendio dei locali sottotetto (nei quali non verrà depositato al-
cun tipo di materiale, né combustibile né incombustibile) è stato verificato, secondo
il procedimento di cui al par. S.2.9.2, considerando la presenza delle strutture lignee
costituenti l’orditura di copertura.
A tal fine, si è adottata una classe del compartimento pari a 30 minuti, prescindendo
inizialmente dalla presenza degli elementi strutturali lignei; tale classe è stata utiliz-
zata ai soli fini della determinazione dello spessore di carbonizzazione degli elementi
strutturali di legno.
La “velocità di carbonizzazione”, in favore di sicurezza, è stata ipotizzata pari a 1 mm/
min tramite il prospetto 3.1 della norma UNI EN 1995-1-2 “Progettazione delle strutture
di legno - Parte 1–2: Regole generali - Progettazione strutturale contro l’incendio”, sce-
gliendo cautelativamente la velocità più alta per i pannelli di legno.
Pertanto, lo spessore di carbonizzazione degli elementi strutturali di legno nel sotto-
tetto, per un incendio di 30 minuti, è pari a:
30 x 1 = 30 mm = 0,030 m
Ipotizzando cautelativamente una densità del legno pari a 450 kg/m3, per lo spessore
di carbonizzazione ipotizzato si bruceranno 0,030 x 450 = 13,50 kg/m2 di legno, da
moltiplicare per la superficie dei locali in oggetto (13,50 kg/m2 x 280,50 m2 = 3787 kg).
Si segnala che i valori indicati in tab. V.4-1 sono valori minimi; occorrerà, in ogni caso, ef-
fettuare per ciascun compartimento il calcolo della relativa classe di resistenza al fuoco.
Come di seguito evidenziato, in base alla tab. S.2-2, si evince l’attribuzione del livello
di prestazione III in corrispondenza del quale, nel par. S.2.4.3 è prevista l’individua-
zione della soluzione conforme con classe minima di resistenza al fuoco, ricavata per
il compartimento in questione, in relazione al carico di incendio specifico di progetto
qf,d, secondo la tab. S.2-3.
Si sottolinea che occorre, in ogni caso, calcolare il qf,d, al fine di confrontarlo con la
classe minima richiesta!
L’edificio, come detto, presenta murature portanti e divisorie in pietra arenaria e tra-
vature e solai in legno di quercia.
105
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ai fini del raggiungimento dei seguenti requisiti, per i piani fuori terra, occorrerà veri-
ficare la resistenza al fuoco dei seguenti elementi:
R 30 per le strutture portanti in muratura;
R/REI 30 per i solai in legno;
REI/EI 30 per gli elementi di compartimentazione, orizzontali e verticali.
Le prestazioni di resistenza al fuoco delle strutture saranno verificate in base agli in-
cendi convenzionali di progetto.
Nello specifico il progettista potrà, ove lo ritenga opportuno, valutare soluzioni alter-
native per la resistenza al fuoco delle strutture portanti, facendo ricorso alle curve
naturali di incendio in luogo di quelle standard come cimento termico e dimostrando,
attraverso calcoli termo-strutturali avanzati nel dominio del tempo, che la struttura
dell'intera opera da costruzione mantenga la sua capacità portante in relazione ai
peggiori scenari d'incendio di progetto credibili.
Pertanto, non basta determinare le curve naturali o i flussi termici naturali agenti nel
compartimento o opera da costruzione, ma è necessario anche procedere alle analisi
termiche ed ai calcoli termo-strutturali per dimostrare l'adeguatezza delle soluzioni
alternative per la resistenza al fuoco.
In riferimento al par. S.2.8, Criteri di progettazione strutturale in caso di incendio, la
capacità strutturale in caso d’incendio sarà vagliata, in sede di verifiche di sicurezza,
tenendo conto della combinazione dei carichi per azioni eccezionali prevista dalle
vigenti NTC.
106
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
107
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Superficie
in pianta gi Hi (MJ/ gi • Hi • mi S gi • Hi • qf
Zona Materiale U.M. mi Yi
lorda (U.M.) U.M.) • Yi (MJ) mi • Yi (MJ) (MJ/m2)
A (m2)
legno kg 3400 17,5 0,8 1 47600
18
Il valore assunto è sicuramente cautelativo rispetto all’effettiva consistenza degli impianti presenti.
108
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Tab. S.2-9: Es.: Di calcolo del carico di incendio specifico qf per compartimenti multipiano
Il carico d’incendio specifico di progetto qf,d, cioè il carico d’incendio specifico qf cor-
retto in base ai parametri indicatori del rischio di incendio e dei fattori relativi alle
misure di protezione presenti, sarà pari a:
La superficie lorda (A) dei compartimenti considerati determina il coefficiente δq1 (fat-
tore che tiene conto del rischio di incendio in relazione alla dimensione del compartimen-
to, vedi tab. S.2-6):
109
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Descrizione δq2
rete idranti con protezione interna δn1 0,90
Controllo dell’incendio di livello
di prestazione III (capitolo S.6) rete idranti con protezione interna ed
esterna
δn2 0,80
Gestione della sicurezza antincendio di livello di prestazione II [1] (capitolo S.5) δn7 0,90
Controllo di fumi e calore di livello di prestazione III (capitolo S.8) δn8 0,90
[1] Gli addetti antincendio devono garantire la presenza continuativa durante le 24 ore.
19
Vedi prosieguo della trattazione.
110
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Per i vari compartimenti, in riferimento ai valori di δq1, δq2 e δn = δn1 x δn8 x δn9, si ha20:
qf qf,d Classe di
Compartimento (MJ/m2) δq1 δq2 δn (MJ/m2) Verifica
calcolo
Si segnala che, in accordo a quanto prescritto nella tab. V.4-1, la classe minima di resisten-
za al fuoco delle strutture costituenti il deposito al piano interrato dovrà essere pari a 60.
Le indicazioni sostitutive di cui al par. V.12.5.2 non risultano di interesse per lo speci-
fico caso in esame.
20
La procedura di calcolo del carico di incendio specifico di progetto (qf,d) non si differenzia sostanzialmente rispetto a quanto
previsto nel d.m. 9 marzo 2007; cambiano solamente i coefficienti δni che sono stati modificati in congruenza con le finalità del
Codice.
21
Si è considerata la proiezione in pianta della superficie del compartimento multipiano, come da indicazione della tab. S.2-9
111
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
COMPARTIMENTAZIONE
S.3.1 Premessa
I Nessun requisito
112
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La differenza tra i Livelli di prestazione II e III risiede nella capacità di contrastare la pro-
pagazione dei fumi freddi fra i compartimenti della stessa attività.
Soluzione conforme
Il par. V.4.4.3 stabilisce che:
1. Le aree di tipo TA, TO devono essere ubicate a quota di piano ≥ -5 m.
2. Le aree di tipo TA e TO con controllo dell’incendio (capitolo S.6) di livello di prestazio-
ne IV e con vie di esodo verticali protette possono essere ubicate a quote ≥ -10 m.
3. Le aree dell’attività devono avere le caratteristiche di compartimentazione (capito-
lo S.3) previste nella seguente tabella V.4-2.
4. Gli uffici afferenti a responsabili dell’attività diversi possono essere ubicati all’in-
terno dello stesso compartimento, avere comunicazioni dirette (capitolo S.3) e si-
stema d’esodo comune.
Attività
Aree dell'attività
HA HB HC HD HE
TA Nessun requisito aggiuntivo
TM, TO, TT Di tipo protetto
Il resto dell'attività deve essere a prova di
TK Di tipo protetto [1]
fumo proveniente dall'area TK
TZ Secondo risultanze dell'analisi del rischio
[1] Di tipo protetto se ubicate a quota ≥ -5 m; in caso l'area TK sia ubicata a quota < -5 m, il resto
dell'attività deve essere a prova di fumo proveniente dall'area TK.
113
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
A tal riguardo, la RTV V.12 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.
Come detto, l’attività prevede tre compartimenti antincendio: uno (C1), multipiano,
per l’attività uffici, uno (C2) relativo all’interrato e l’altro (C3) relativo al sottotetto.
Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.3.4.3).
Al fine di limitare la propagazione dell’incendio all’interno della stessa attività, deve
essere impiegata almeno una delle seguenti soluzioni conformi:
114
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Classe
Compartimento Piano Superficie (m2) Rvita
di progetto
C2 interrato 60,50 60
A2
C3 sottotetto (zone accessibili) 280,50 n.r.
Sono soddisfatte le condizioni della tab. S.3-7, in funzione del profilo di rischio Rvita
B2 e delle caratteristiche geometriche dell’opera da costruzione, nonché le relative
prescrizioni aggiuntive:
115
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota Ad esempio, per il filtro o per la scala d’esodo protetta è prescritta la classe minima
di resistenza al fuoco pari a 30.
Nota L’obiettivo è di proteggere l’attività dai terzi confinanti mediante elementi di separa-
zione dotati di un livello minimo di resistenza al fuoco.
In accordo con le soluzioni adottate per la misura S.2 – Resistenza al fuoco, le classi di
resistenza al fuoco minime dei compartimenti saranno quelle indicate in precedenza
(par. S.3.7.1).
116
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nel caso in cui, per ragioni gestionali, sia necessario mantenere aperte alcune porte
resistenti al fuoco durante l’esercizio ordinario delle attività, le ante delle porte saran-
no dotate di dispositivi di ritegno (blocco elettromagnetico a parete od a pavimento,
con pulsantino di prova e sgancio) con comando di sgancio della porta in caso di al-
larme e/o intervento dell’IRAI o di assenza di alimentazione elettrica.
117
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
1. Le chiusure d’ambito orizzontali e verticali dei compartimenti devono formare una bar-
riera continua ed uniforme contro la propagazione degli effetti dell’incendio, ad esem-
pio nel caso di:
a. giunzioni tra gli elementi di compartimentazione,
b. attraversamento degli impianti tecnologici o di processo con l’adozione di sistemi si-
gillanti resistenti al fuoco quando gli effetti dell’incendio possono attaccare l’integrità
e la forma dell’impianto (es. tubazioni di PVC con collare, sacchetti penetranti nelle
canaline portacavi, …) oppure con l’adozione di isolanti non combustibili su un tratto
di tubazione oltre l’elemento di separazione quando gli effetti dell’incendio possono
causare solo il riscaldamento dell’impianto (es. tubazioni metalliche rivestite, sul lato
non esposto all’incendio dell’elemento di compartimentazione, con idonei materiali
isolanti);
c. canalizzazioni aerauliche, per mezzo dell’installazione di serrande tagliafuoco o impie-
gando canalizzazioni resistenti al fuoco per l’attraversamento dei compartimenti;
d. camini di esaustione o di estrazione fumi impiegando canalizzazioni resistenti al fuoco
per l’attraversamento dei compartimenti;
e. facciate continue;
f. ascensori o altri condotti verticali (es. cavedi per impianti, …).
118
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota Ad esempio, ove non sia interposta idonea distanza di separazione su spazio a cielo
libero o compartimentazione, edifici distinti sono assimilabili a porzioni dello stesso
compartimento.
2. Ai fini della definizione di una soluzione conforme per la presente misura antin-
cendio, il progettista impiega la procedura tabellare indicata al paragrafo S.3.11.2
oppure la procedura analitica del paragrafo S.3.11.3, imponendo ad un valore
pari a 12,6 kW/m2 la soglia Esoglia di irraggiamento termico incidente sul bersaglio
prodotto dall’incendio della sorgente considerata.
Tale soglia è considerata adeguatamente conservativa per limitare l’innesco di
qualsiasi tipologia di materiale, in quanto rappresenta il valore limite convenzio-
nale entro il quale non avviene innesco del legno in aria stazionaria.
3. Il progettista è tenuto a verificare almeno le seguenti tipologie di sorgenti e bersagli:
a. opere da costruzione,
b. depositi di materiali combustibili, anche ubicati in spazio a cielo libero.
4. Qualora il carico d’incendio qf nei compartimenti o dei depositi di materiali com-
bustibili dell’attività sia < 600 MJ/m2, si considera soluzione conforme anche l’inter-
posizione di spazio scoperto tra sorgente e bersaglio.
119
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ubicazione
Non è prevista la coesistenza di più attività nella stessa opera da costruzione.
120
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
ESODO
S.4.1 Premessa
1. La finalità del sistema d’esodo è di assicurare che gli occupanti dell’attività pos-
sano raggiungere un luogo sicuro o permanere al sicuro, autonomamente o con
assistenza, prima che l’incendio determini condizioni incapacitanti negli ambiti
dell’attività ove si trovano.
Nota Ad esempio, la funzione richiesta agli spazi calmi è quella di consentire agli occupanti
di attendere l’assistenza dei soccorritori per completare l’esodo verso luogo sicuro.
Nota L’esodo orizzontale progressivo si attua ad esempio nei reparti di degenza degli
ospedali.
Nota La protezione sul posto si attua ad esempio in: centri commerciali, mall, aerostazioni, …
Nota Le definizioni di esodo simultaneo, esodo per fasi, esodo orizzontale progressivo,
protezione sul posto, gestione della folla sono reperibili nel capitolo G.1.
121
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
II Gli occupanti sono protetti dagli effetti dell’incendio nel luogo in cui si
trovano.
I Tutte le attività
Soluzione conforme
Verificate le condizioni previste, si applica, per la misura in questione, il livello di pre-
stazione I.
A tal riguardo, la RTV V.4 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.
122
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Tutte le combinazioni di alzata e pedata dei gradini delle scale previste nel capitolo S.4.
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.4.4.1, inerente le soluzioni conformi per il
livello di prestazione I, il sistema d’esodo di ogni ambito22 deve essere progettato ite-
rativamente come segue:
a. si definiscono i dati di ingresso di cui al par. S.4.6: profilo di rischio Rvita di riferimen-
to ed affollamento per ciascuno degli ambiti individuati;
b. si assicurano i requisiti antincendio minimi del par. S.4.7;
c. si definisce lo schema delle vie d’esodo fino a luogo sicuro e lo si dimensiona se-
condo le indicazioni dei parr. S.4.8 e S.4.9: numeri di vie d'esodo23 e numero di
uscite indipendenti, corridoi ciechi, luoghi sicuri temporanei e lunghezze d’esodo,
larghezza di vie d’esodo ed uscite finali, superficie dei luoghi sicuri e degli spazi
calmi, …
d. si verifica la rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5.
Qualora la verifica non sia soddisfatta, si reitera la procedura.
22
Ambito: porzione delimitata dell’attività avente la caratteristica o la qualità descritta nella specifica misura.
23
Via d’esodo (o via d’emergenza): percorso senza ostacoli al deflusso, appartenente al sistema d’esodo, che consente agli
occupanti di raggiungere un luogo sicuro dal luogo in cui si trovano.
Percorso d’esodo: parte di via d’esodo che conduce dall’uscita dei locali dedicati all’attività fino all’uscita finale.
Uscita di piano: varco del sistema di esodo che immette in via d’esodo verticale da una via d’esodo orizzontale.
Uscita finale (o uscita di emergenza): varco del sistema di esodo al piano di riferimento, che immette all’esterno su luogo sicuro
temporaneo o luogo sicuro.
123
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Sarà adottata una modalità di esodo simultaneo, vedi par. S.4.1, punto 3 a; si rammen-
ta (vedi par. G.1.9) la definizione di tale modalità di esodo:
Esodo simultaneo: modalità di esodo che prevede lo spostamento contemporaneo
degli occupanti fino a luogo sicuro.
L’attivazione della procedura di esodo segue immediatamente la rivelazione dell’in-
cendio oppure è differita dopo verifica da parte degli occupanti dell’effettivo innesco
dell’incendio.
Nel presente caso studio, gli ambiti in base ai quali sarà dimensionato il sistema di vie
di esodo sono sei: il piano interrato cunicolo e deposito (1 e 2), il piano intermedio (3),
il piano terra (4), il piano primo (5) e il piano sottotetto (zone accessibili) (6).
Anche per tale misura antincendio, sono ammesse soluzioni alternative per tutti i
livelli di prestazione (par. S.4.4.3).
Osservazione
Si rammenta, che a norma del par. S.4.6.1, occorre dimensionare ciascun componen-
te del sistema d’esodo in funzione del più gravoso ai fini dell’esodo dei profili di rischio
Rvita dei compartimenti serviti, rinviando alla definizione di profilo di rischio di riferi-
mento (punto G.13.7).
Per quanto concerne l’affollamento, esso sarà determinato come segue (vedi par.
S.4.6.2, tabb. S.4-12 e S.4-13).
Nello specifico, come descritto nell’ambito della progettazione con la RT tradizionale,
124
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
si hanno i seguenti massimi affollamenti, per un totale stimato pari a 494 occupanti:
Superficie Occupanti
Ambito Piano Rvita
(m2) (pers.)
Tab. S.4-14: Quote dei piani soglia per due vie d’esodo indipendenti
24
Vedi punto 2 del par. S.4.6.2
125
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
25
La via d'esodo rappresenta il percorso dell'occupante dal punto più sfavorevole dell'attività sino al raggiungimento del luogo
sicuro.
126
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ambito 6 (piano sottotetto - zone accessibili) - area a rischio specifico (Cap. V.1)
Trattasi di ambito chiuso al pubblico ove si ipotizza l’esclusiva presenza di personale
specificamente formato che, occasionalmente e per breve tempo, esegue la manu-
tenzione sugli impianti ivi presenti.
È presente un’unica via d’esodo verso il piano primo sottostante.
Anche in tale ambito occorre verificare le prescrizioni inerenti l’ammissibilità dei corridoi
ciechi e le lunghezze d’esodo.
127
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
128
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
129
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
130
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
131
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
132
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
N. minimo uscite
Rvita Affollamento dell'ambito servito
indipendenti
Corridoi ciechi
Dall’ambito servito, il corridoio cieco (porzione di via d’esodo da cui è possibile l’esodo
in un’unica direzione) offre agli occupanti una sola via d’esodo senza alternative.
In base alla tab. S.4-18, la massima lunghezza dei corridoi ciechi ammessa per i profili
Rvita presenti, in relazione agli affollamenti degli ambiti serviti26, risulta:
26
L’affollamento da considerare è quello dell'ambito servito dal c.c. (occupanti che realmente lo percorrono) trattandosi di un
rischio localizzato.
133
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
A1 ≤ 45 m B1, E1 ≤ 25 m
A3 ≤ 15 m B3, E3 ≤ 15 m
≤ 50 occupanti
A4 ≤ 10 m Cii1, Ciii1 ≤ 20 m
D2 ≤ 15 m Cii3, Ciii3 ≤ 10 m
I valori delle massime lunghezze di corridoio cieco di riferimento Lcc possono essere incrementati
in relazione a requisiti antincendio aggiuntivi, secondo la metodologia del paragrafo S.4.10.
Max Max
Superficie
Ambito Piano Rvita lunghezza Lcc lunghezza Lcc,d
(m2)
(m) (m)
Il valore della massima lunghezza di corridoio cieco può essere incrementato, alla
luce del par. S.4.10.
134
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La tab. S.4-18 consente di definire “ammissibile” il corridoio cieco in funzione del pro-
filo Rvita e dell'affollamento dell'ambito servito; in soluzione conforme, solamente ove
entrambi i parametri risultino verificati, è possibile ammettere il corridoio cieco.
Lunghezze d’esodo
Secondo il comma 1 del par. S.4.8.3, al fine di limitare il tempo necessario agli occu-
panti per abbandonare il compartimento nel quale si verifica l’innesco dell’incendio,
almeno una delle lunghezze d’esodo determinate da qualsiasi punto dell’attività non
deve superare i valori massimi Les della seguente tab. S.4-25 in funzione del profilo di
rischio Rvita di riferimento:
A1 ≤ 70 m B1, E1 ≤ 60 m
A2 ≤ 60 m B2, E2 ≤ 50 m
A3 ≤ 45 m B3, E3 ≤ 40 m
A4 ≤ 30 m Cii1, Ciii1 ≤ 40 m
D1 ≤ 30 m Cii2, Ciii2 ≤ 30 m
D2 ≤ 20 m Cii3, Ciii3 ≤ 20 m
Max Max
Superficie
Ambito Piano Rvita lunghezza Les lunghezza Les,d
(m2)
(m) (m)
Si segnala che nel caso in esame non è ammesso omettere la verifica della lunghezza
d’esodo nelle vie d’esodo verticali non trattandosi di scale d’esodo protette.
135
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Anche il valore della massima lunghezza d’esodo può essere incrementato, alla luce
del par. S.4.10.
1 P1 16,40 OK
2 P2 21,20 OK
3 P3 20,40 OK
La lunghezza di tali corridoi ciechi è pari alla distanza che ciascun occupante deve
percorrere, lungo una via d’esodo, dal punto in cui si trova fino a raggiungere un pun-
to in cui diventa possibile l’esodo in più di una direzione (par. G.1.9.16).
Almeno una delle lunghezze d’esodo, date dalla distanza che ciascun occupante deve
percorrere lungo una via d’esodo dal punto in cui si trova fino a raggiungere il pre-
detto luogo sicuro (par. G.1.9.17), terminanti nel luogo sicuro (pubblica via, vedi par.
S.4.5.1) per il tramite dell’uscita finale U2 (a sud-ovest), risulta inferiore ai limiti pre-
scritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).
1 P1 22 (U2) OK
2 P2 38 (U2) OK
3 P3 33 (U2) OK
27
Considerando, in favore di sicurezza, che gli occupanti del primo piano percorrano tutti la scala passante per il piano intermedio.
136
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
137
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
P4 8,50 OK
4 P5 15,70 OK
P6 14,20 OK
Almeno una delle lunghezze d’esodo, date dalla distanza che ciascun occupante deve
percorrere lungo una via d’esodo dal punto in cui si trova fino a raggiungere il pre-
detto luogo sicuro (par. G.1.9.17), terminanti nel luogo sicuro (pubblica via, vedi par.
S.4.5.1) per il tramite delle uscite finali U1 (a nord-est) e U2 (a sud-ovest), risulta infe-
riore ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).
P4 19 (U1) OK
4 P5 26 (U2) OK
P6 22 (U2) OK
138
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
139
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
P7 30,40 NO
P8 7,50 OK
5
P9 9,60 OK
P10 31,30 NO
Pertanto, per tale ambito, occorrerà ipotizzare una soluzione alternativa che dimostri
il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza per gli occupanti del piano primo.
Peraltro, almeno per l’occupante P9, nessuna delle lunghezze d’esodo risulta inferiore
ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).
P7 55 (U1) OK
P8 45 (U2) OK
5
P9 72 (U2) NO
P10 53 (U1) OK
140
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
141
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ambito 6 (piano sottotetto - zone accessibili) - area a rischio specifico (Cap. V.1)
Pur trattandosi di ambito chiuso al pubblico e nel quale si ipotizza l’esclusiva presen-
za di personale specificamente formato addetto alla manutenzione periodica degli
impianti ivi presenti, ai fini delle verifiche in questione, si rileva il mancato rispetto
delle prescrizioni della soluzione conforme.
Pertanto, nel contesto della soluzione alternativa necessaria per l’ambito 5, si opererà
anche in tale ambito 6 una verifica secondo il criterio ASET > RSET (vedi par. M.3.2.2).
Infatti, anche per tale ambito, in relazione ai corridoi ciechi, sono state analizzate le
condizioni degli occupanti P11 e P10, che si trovano in posizione maggiormente criti-
ca rispetto al sistema di esodo e, in relazione ai quali, la lunghezza dei corridoi ciechi
LCC risulta:
P11 57,50 NO
6
P12 39,20 NO
Pertanto, per tale ambito, occorrerà ipotizzare una soluzione alternativa che dimostri
il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza per gli occupanti del piano primo.
Per entrambi gli occupanti considerati P11 e P12, nessuna delle lunghezze d’esodo
risulta inferiore ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).
P11 82 (U2) NO
6
P12 74 (U2) NO
142
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
143
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
A norma del par. S.[Link], il numero di sedili saldamente fissati al suolo che com-
pongono la fila non deve essere superiore al numero previsto in tab. S.4-9, in funzio-
ne della larghezza del passaggio tra le file di sedili e della possibilità per gli occupanti
di muoversi verso una o due direzioni di uscita dal settore.
Nella sala in esame, la verifica è soddisfatta.
In relazione sistema delle vie di esodo, non si rileva alcuna criticità.
A tale scopo, ai fini della verifica dell’ammissibilità dei corridoi ciechi (par. S.4.8.2),
non si rilevano percorsi unidirezionali ed i percorsi di esodo previsti presentano una
lunghezza massima (par. S.4.8.3), determinata da qualsiasi punto della sala, inferiore
ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).
144
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
145
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
LO = LU · nO
dove:
LO è la larghezza minima della via d’esodo orizzontale [mm];
LU è la larghezza unitaria per le vie d’esodo orizzontali determinata dalla seguente
tab. S.4-27 in funzione del profilo di rischio Rvita di riferimento [mm/persona];
nO è il numero degli occupanti che impiegano tale via d’esodo orizzontale, nelle
condizioni d’esodo più gravose (par. S.4.8.6).
Il calcolo delle larghezze minime delle vie d’esodo orizzontali e verticali è stato ese-
guito utilizzando le espressioni S.4-1 e S.4-2, e cioè come prodotto delle rispettive
larghezze unitarie per l’affollamento, nel rispetto delle condizioni riportate nei parr.
S.4.8.3 e S.4.8.6.
Nel caso in esame, i valori delle larghezze unitarie per le vie d’esodo orizzontali, rica-
vate mediante la tab. S.4-27, sono riportati nella tabella seguente.
146
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nella seguente tab. S.4-28 sono riportati i valori della larghezza minima per le vie d’e-
sodo orizzontali.
Le larghezze minime ottenute risultano inferiori a quelle disponibili; pertanto la veri-
fica può ritenersi soddisfatta.
Piano Criterio
Affollamento dell’ambito servito > 1000 occupanti oppure > 200 occupanti
≥ 1200 mm
prevalentemente in piedi e densità d’affollamento > 0,7 p/m2
L’affollamento dell’ambito servito corrisponde al totale degli occupanti che impiegano ciascuna delle
vie d’esodo che si dipartono da tale ambito.
Osservazione
In riferimento alla verifica di ridondanza delle vie d’esodo orizzontali, vedi par. S.4.8.6,
si segnala che, considerata la larghezza minima di progetto delle due uscite finali U1 e
U2 al piano terra pari a 1650 mm, si determina la condizione peggiore nel caso in cui
una di esse venga resa indisponibile.
Nell’ipotesi più gravosa, pertanto, si potrebbe osservare che l’intero affollamento
147
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
(494 occupanti) dell’attività debba transitare attraverso una delle due uscite finali:
Lo stesso risulta, come già detto, per le vie d’esodo verticali che, in virtù delle consi-
derazioni di cui al par. S.4.8.1, non possono essere considerate indipendenti tra loro
e, pertanto, devono essere rese contemporaneamente indisponibili.
La soluzione alternativa adottata (vedi prosieguo della trattazione) risolverà, in ogni caso,
la problematica.
LV = LU · nV
dove:
LV è la larghezza minima della via d’esodo verticale [mm];
LU è la larghezza unitaria determinata dalla seguente tab. S.4-29 in funzione del
profilo di rischio Rvita di riferimento e del numero totale dei piani serviti dalla via
d’esodo verticale [mm/persona];
nV è il numero degli occupanti che impiegano tale via d’esodo verticale, provenien-
ti da tutti i piani serviti, nelle condizioni d’esodo più gravose (par. S.4.8.6).
148
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
A1 4,00 3,60 3,25 3,00 2,75 2,55 2,40 2,25 2,10 2,00 330 s
B1, C1, E1 4,25 3,80 3,40 3,10 2,85 2,65 2,45 2,30 2,15 2,05 310 s
A2 4,55 4,00 3,60 3,25 3,00 2,75 2,55 2,40 2,25 2,10 290 s
B2, C2, D1, E2 4,90 4,30 3,80 3,45 3,15 2,90 2,65 2,50 2,30 2,15 270 s
A3 5,50 4,75 4,20 3,75 3,35 3,10 2,85 2,60 2,45 2,30 240 s
B1 [1], B2 [1], B3,
C3, D2, E3 7,30 6,40 5,70 5,15 4,70 4,30 4,00 3,70 3,45 3,25 180 s
A4 14,60 11,40 9,35 7,95 6,90 6,10 5,45 4,95 4,50 4,15 90 s
I valori delle larghezze unitarie sono espressi in mm/p ed assicurano una durata dell’attesa in coda,
per gli occupanti che impiegano la specifica via d’esodo, non superiore a Δtcoda.
I valori delle larghezze unitarie devono essere incrementati per le scale secondo le indicazioni della
tab. S.4-30, oppure per le rampe secondo le indicazioni della tab. S.4-31.
[F] Impiegato anche nell’esodo per fasi.
[1] Per occupanti prevalentemente in piedi e densità d’affollamento > 0,7 p/m2.
Per la verifica delle vie d’esodo verticali, occorre considerare quanto stabilito al com-
ma 1 del par. S.[Link], secondo il quale le vie d’esodo verticali devono essere in grado
di consentire l’evacuazione contemporanea di tutti gli occupanti in evacuazione da
tutti i piani serviti.
Nel caso in esame, tale numero corrisponde al totale degli occupanti nella configura-
zione più gravosa ovvero 112 persone.
Anche per le vie d’esodo verticali si farà riferimento ai valori della larghezza unitaria
per vie d’esodo verticali; come noto, il parametro è da ricavarsi per ogni scala in base
al numero dei piani che la stessa serve.
Per maggiore comprensione, nella tabella seguente sono riportate le proprietà delle
vie d’esodo verticali presenti, con riferimento ai piani serviti, indicati con una X.
Piano Piano
Via d’esodo verticale Piano sottotetto
intermedio primo
scala 1 X X X
scala 2 --- X ---
Le larghezze unitarie per le diverse vie d’esodo verticali sono ricavate dalla tab. S.4-
29, in base al numero di piani serviti da ciascuna scala, ottenendo valori diversi per
ciascuna di esse, pari a 3,80 mm/persona (profilo di rischio Rvita di riferimento = B2),
149
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
per la scala 1 e pari a 4,90 mm/persona, ottenuto per la scala 2 a servizio di un solo
piano.
In relazione alle previsioni di cui alla tab. S.4-30, la scala 1, presentando l’alzata dei
gradini pari a 17,5 cm e la pedata pari a 30 cm, determina l’incremento del 5% della
larghezza unitaria della scala.
Analogamente, la scala 2, presentando l’alzata dei gradini pari a 18 cm e la pedata pari
a 30 cm, determina il medesimo incremento del 5% della larghezza unitaria della scala.
Si rammenta che il par. V.12.3, al punto 1, consente, al verificarsi di specifiche condizioni
aggiuntive, variazioni di alzata e pedata dei gradini nella medesima rampa.
Riepilogando si ottiene:
Per valutare la larghezza minima LV, occorre ipotizzare quale possa essere la distribu-
zione degli occupanti in esodo sui diversi vani scala.
Nel caso in esame, considerata la posizione dei due vani scala, è stato ipotizzato, in
prima approssimazione, che gli occupanti si distribuiscano tutti sulla scala 1.
Tanto premesso, si ottiene il numero di occupanti di seguito riportato.
Con tali premesse, la larghezza minima necessaria può essere calcolata utilizzando
l’espressione S.4-2, come riepilogato di seguito.
LV min Incremento di LV in
Via d’esodo verticale L’V min (mm)
(mm) relazione ai gradini
scala 1 112 3,99 446,88
scala 2 --- 5,15 ---
larghezza minima (mm) 446,88
larghezza disponibile (mm) 1150,00
150
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Via d’esodo verticale n. occupanti (p) L’V min (mm) Larghezza (mm)
Nella seguente tab. S.4-32 sono riportati i valori della larghezza minima per le vie d’e-
sodo verticali.
La larghezza minima ottenuta risulta inferiore a quella disponibile, la quale, a sua
volta, è superiore a quella minima prevista dalla tab. S.4-32; pertanto la verifica può
ritenersi soddisfatta.
Larghezza Criterio
Affollamento dell’ambito servito > 1000 occupanti oppure > 200 occupanti
≥ 1200 mm
prevalentemente in piedi e densità d’affollamento > 0,7 p/m2
L’affollamento dell’ambito servito corrisponde al totale degli occupanti che impiegano ciascuna delle
vie d’esodo che si dipartono da tale ambito.
151
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
152
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Alla superficie minima destinata agli occupanti devono essere aggiunti gli spazi di manovra necessari
per l’utilizzo di eventuali ausili per il movimento (es. letto, sedia a ruote, …).
Lo spazio calmo dovrà essere contrassegnato con segnale UNI EN ISO 7010-E024,
esemplificato in tab. S.4-8.
28
Al piano terra le uscite finali conducono direttamente al luogo sicuro.
Si veda anche “R. Sabatino, M. Lombardi, P. Cancelliere e altri, Sicurezza degli impianti tecnologici e di servizio, INAIL 2021” -
29
153
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Verifica di rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5
Giunti a questo punto dell’analisi della misura antincendio S.4, occorre verificare la
rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5.
Nel citato paragrafo sono riportate le prescrizioni inerenti gli elementi costituenti il si-
stema d’esodo (Luogo sicuro, Luogo sicuro temporaneo, Vie d’esodo (protetta, a prova di
fumo, esterna, senza protezione), Scale d’esodo, Scale e marciapiedi mobili d’esodo, Ram-
pe d’esodo, Porte lungo le vie d’esodo, Uscite finali, Segnaletica d’esodo ed orientamento,
Illuminazione di sicurezza, Disposizione dei posti a sedere fissi e mobili, Installazioni per
gli spettatori, Sistemi d’esodo comuni).
Per quanto attinente al caso in esame si osserva che:
a) In relazione al par. S.4.5.1, i due luoghi sicuri saranno individuati in prossimità delle
due uscite finali U1 e U2 nella pubblica via antistante l’edificio.
Tali luoghi sicuri rispetteranno le prescrizioni di cui al par. S.4.5.1 punto 2, lett. a) e saran-
no contrassegnati mediante il cartello UNI EN ISO 7010-E007, esemplificato in tab. S.4-8.
La superficie lorda del luogo sicuro si calcola tenendo conto delle superfici minime
per occupante (vedi precedente tab. S.4-36).
154
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Minima superficie
Occupanti Occupanti
Punto di raccolta lorda luogo sicuro
dal piano terra (p) dai piani superiori (p)
(m2)
155
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Secondo risultanze
Altri casi
della valutazione del rischio [5]
[1] Numero degli occupanti che impiegano la singola porta nella condizione d’esodo più gravosa,
considerando anche la verifica di ridondanza di cui al paragrafo S.4.8.6.
[2] Qualora l’esodo possa avvenire nelle due direzioni devono essere previste specifiche misure
(es. porte distinte per ciascuna direzione, porte apribili nelle due direzioni, porte ad azionamento
automatico, segnaletica variabile, …). Sono escluse dal verso di apertura le porte ad azionamento
automatico del tipo a scorrimento.
[3] Oppure dispositivo per specifiche necessita, da selezionare secondo risultanze della valutazione
del rischio (es. EN 13633, EN 13637, …).
[4] I dispositivi UNI EN 179 sono progettati per l’impiego da parte di personale specificamente
formato.
[5] Ove possibile, è preferibile che il verso di apertura sia comunque nel senso dell’esodo, anche
qualora si mantenga il dispositivo di apertura ordinario.
Tab. S.4-6: Caratteristiche delle porte ad apertura manuale lungo le vie d’esodo
A norma del punto 2 del par. V.12.5.3, le porte di interesse storico artistico presenti
lungo le vie di esodo, che non possiedono le caratteristiche riportate nella tab. S.4-6,
devono essere mantenute costantemente aperte durante l’esercizio dell’attività.
Le eventuali porte ad azionamento automatico rispetteranno i requisiti essenziali di
salute e di sicurezza previsti all’allegato I della direttiva 2006/42/CE del 17 maggio
2006 e verranno inserite nella progettazione della GSA dell’attività (capitolo S.5);
f) In relazione al par. S.4.5.8, si rileva che le uscite finali:
saranno posizionate in modo da garantire l’evacuazione rapida degli occupanti
verso luogo sicuro;
saranno contrassegnate, sul lato verso luogo sicuro, con cartello UNI EN ISO
7010:2012 - M001 riportante il messaggio “Uscita di emergenza, lasciare libero il
passaggio”.
156
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
g) In relazione al par. S.4.5.9, si rileva che il sistema d’esodo dovrà essere progettato
al fine di essere facilmente riconosciuto ed impiegato dagli occupanti, grazie ad
apposita segnaletica di sicurezza (pannelli riflettenti retroilluminati) (tab. S.4-8).
A titolo indicativo, si riportano i cartelli ritenuti necessari con la loro ubicazione:
157
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
luminamento minimo previsto dalla norma UNI EN 1838, dovrà coprire i tratti del-
le vie di esodo sino al punto di raccolta, compresi i tratti all'esterno dell’opera da
costruzione.
L’impianto di illuminazione di sicurezza dovrà soddisfare anche i requisiti previsti
nel Cap. S.10.
158
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Le soluzioni alternative in oggetto si sono rese necessarie per superare alcune proble-
matiche riscontrate nella progettazione in soluzione conforme della misura S.4.
Più in dettaglio:
per l’ambito 5 (inammissibilità dei corridoi ciechi e delle lunghezze d’esodo) occorre
ipotizzare una soluzione alternativa che dimostri il raggiungimento degli obiettivi di
sicurezza per gli occupanti che evacuano dal piano primo;
per l’ambito 6 (stessa problematica) occorre verificare, secondo il criterio ASET >
RSET (vedi par. M.3.2.2), il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza per gli occu-
panti, seppur occasionalmente, ivi presenti.
159
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Lo scopo delle modellazioni di incendio sarà quello di dimostrare che sia improbabile
che l’esodo degli occupanti possa essere impedito dall’incendio lungo i corridoi ciechi
esaminati, o negli ambiti collegati, e che le lunghezze d’esodo riscontrate consentano
comunque di abbandonare il compartimento di primo innesco prima che l’incendio
determini condizioni incapacitanti per gli occupanti (tab. S.4-3) e che, in ogni caso, si-
ano raggiunti gli obiettivi di sicurezza per gli occupanti impiegando i metodi del Cap.
M.3.
160
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
A tale scopo, sono stati considerati differenti scenari d’incendio limitandosi, nel pro-
sieguo della trattazione, ad illustrare solo quelli ritenuti più significativi per gli scopi
della presente pubblicazione.
È stata quindi effettuata la valutazione del tempo ASET (Available Safe Escape Time)
ovvero dell’intervallo di tempo calcolato tra l’innesco dell’incendio ed il momento in
cui le condizioni ambientali nell’attività diventano tali da rendere gli occupanti incapa-
ci di porsi in salvo raggiungendo o permanendo in un luogo sicuro.
30
ASET (Available Safe Escape Time), vedi par. M.3.3.
31
RSET (Required Safe Escape Time), vedi par. M.3.4.
161
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Occupanti: 10 m
ISO 13571-
Visibilità minima di Occupanti in locali di
2012
pannelli riflettenti, non superficie lorda < 100 m2: 5 m
Oscuramento della retroilluminati, valutata ad
visibilità da fumo altezza 1,80 m dal piano di Soccorritori: 5 m
calpestio Soccorritori in locali di [1]
superficie lorda < 100 m2: 2,5 m
ISO 13571-
2012, limitando
FED, fractional effective a 1,1% la
dose e FEC, fractional porzione di
effective concentration per Occupanti: 0,1
occupanti
Gas tossici esposizione a gas tossici incapacitati al
e gas irritanti, valutata ad aggiungimento
altezza 1,80 m dal piano di della soglia
calpestio
Soccorritori:
--
nessuna valutazione
ISO 13571-
Occupanti: 60°C
Temperatura massima 2012
Calore
di esposizione
Soccorritori: 80°C [1]
ISO 13571-
Irraggiamento termico 2012, per
massimo da tutte le Occupanti: 2,5 kW/m2 esposizioni
sorgenti inferiori a 30
Calore (incendio, effluenti min
dell'Incendio, struttura)
di esposizione degli
occupanti Soccorritori: 3 kW/m2 [1]
[1] Ai fini di questa tabella, per soccorritori si intendono i componenti delle squadre aziendali
opportunamente protetti ed addestrati alla lotta antincendio, all'uso dei dispositivi di protezione delle
vie aeree, ad operare in condizioni di scarsa visibilità. Ulteriori Indicazioni possono essere desunte
ad esemplo da documenti dell’Australian Fire Authorities Council (AFAC) per hazardous conditions.
Tab. M.3-2: Esempio di soglie di prestazione impiegabili con il metodo di calcolo avanzato
162
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ovvero (vedi par. M.3.3.1) ASET è definito come il minore di quelli calcolati secondo i
quattro modelli:
Come più avanti descritto, nel caso in esame, il parametro che necessita di particola-
re attenzione è quello relativo alla visibilità.
A tale scopo, nell’attività saranno previsti per la segnaletica d’esodo pannelli rifletten-
ti retroilluminati (come riportato nell’esame delle misure S.4, S.5 ed S.10) in tutte le
zone, comprese quelle più critiche, individuate tramite la modellazione.
Si segnala che la previsione di tali pannelli consente in FDS di beneficiare di un van-
taggio nella modellazione riferita all’oscuramento della visibilità da fumo, potendosi
settare il coefficiente C (costante adimensionale VISIBILITY_FACTOR) al valore pari a 8,
in luogo del valore 3 previsto, di default, in presenza di segnaletica d’esodo riflettente
non illuminata.
Tali posizioni, infatti, determinano le configurazioni ritenute più sfavorevoli per l’eso-
do in conseguenza dello sviluppo dell’incendio, come di seguito argomentato.
163
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
164
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Di seguito, saranno illustrate le condizioni per l’esodo degli occupanti che massimiz-
zano il tempo RSET.
Come noto, nell’ambito dell’analisi preliminare, di cui ai parr. M.1.2 e M.1.3, il proget-
tista, fra le altre cose, individua gli scenari d’incendio di progetto che rappresentano
la schematizzazione dei più gravosi eventi che possono ragionevolmente verificar-
si nell’attività (credible worst scenarios), in relazione alle caratteristiche del focolare,
dell’edificio e degli occupanti.
Successivamente, il progettista, nell’ambito dell’analisi quantitativa, di cui al par.
M.1.4, elabora una o più soluzioni progettuali per l’attività, congruenti con le finalità
della progettazione antincendio, da sottoporre alla successiva verifica di soddisfaci-
mento degli obiettivi di sicurezza antincendio, mediante la verifica del non supera-
mento delle soglie individuate durante l'analisi preliminare.
A questo punto, il progettista effettua una valutazione delle soluzioni progettuali, cal-
colando gli effetti che i vari scenari d’incendio di progetto definirebbero nell’attività
per ciascuna soluzione progettuale elaborata nella fase precedente.
Per far ciò, egli impiega un modello di calcolo analitico o numerico: l’applicazione
del modello fornisce i risultati quantitativi che consentono di descrivere l’evoluzione
dell’incendio e dei suoi effetti sulle strutture, sugli occupanti o sull’ambiente, secondo
le finalità della progettazione.
La modellazione degli effetti dell’incendio consente di calcolare gli effetti dei singoli
scenari per ciascuna soluzione progettuale.
I risultati della modellazione sono utilizzati per la verifica del rispetto delle soglie di
prestazione per le soluzioni progettuali per ciascuno scenario d’incendio di progetto.
Le soluzioni progettuali che non rispettano tutte le soglie di prestazione per ogni sce-
nario d’incendio di progetto devono essere scartate.
In conclusione, il progettista seleziona la soluzione progettuale finale tra quelle che
sono state verificate positivamente rispetto agli scenari d’incendio di progetto.
Le modellazioni, di seguito illustrate, sono state condotte per un tempo ben supe-
riore al valore di RSET, di seguito calcolato, e adeguato a verificare che le condizioni
ambientali durante la fase di esodo degli occupanti siano coerenti con le soglie pre-
stazionali di cui alla tab. M.3-2.
Si anticipa che i riscontri relativi ai parametri irraggiamento e FED/FEC, facenti rife-
rimento ai modelli dei gas tossici e irritanti, hanno fornito valori non significativi per
l’intera durata delle modellazioni operate e, pertanto, non ne verranno illustrati e
commentati i risultati.
L’irraggiamento, infatti, per ciascuno scenario, risulta elevato esclusivamente per un
sensore ovvero per quello che si trova in prossimità del focolare.
I valori di concentrazione di CO si mantengono bassi fino al tempo ASET, non risultan-
do incapacitanti per gli occupanti.
Anche i valori di concentrazione di O2 non risultano mai inferiori al 17%, per cui non
viene oltrepassata la soglia per la tenibilità riguardante tale parametro.
165
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Calcolo di RSET
Nel presente studio RSET è calcolato per gli occupanti che si trovano nel comparti-
mento nel quale si verifica l’innesco e termina quando gli stessi raggiungono il primo
luogo sicuro o luogo sicuro temporaneo32 lungo la via d'esodo.
Pertanto, RSET termina quando tutti gli occupanti raggiungono il luogo sicuro rappre-
sentato dalla pubblica via.
Si suppone, infatti, che non esista più pericolo imminente per gli occupanti che raggiungono i compartimenti adiacenti, in
32
quanto questi sono considerati non significativamente interessati dagli effetti dell'incendio durante la fase di esodo.
166
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
167
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nell’attività gli occupanti sono svegli e non hanno familiarità con l’edificio, con livelli
M1 B2 A1; la norma ISO/TR 16738 (vedi estratto nella tabella seguente) suggerisce un
tempo di pre-movimento con una distribuzione in cui il valore minimo è pari a 60 s (1°
percentile) e il massimo è pari a 180 s (99° percentile).
33
Nelle situazioni dove la densità di affollamento è elevata esiste interazione tra le velocità degli occupanti in movimento e si
formano code significative in corrispondenza dei componenti critici del sistema d'esodo, che ritardano il termine dell'esodo. Si
veda anche “R. Sabatino, M. Lombardi, P. Cancelliere e altri, La progettazione dell’esodo, INAIL 2020”.
34
E. Gissi, Calcolo dei parametri per il dimensionamento dei sistemi d'esodo secondo soluzione conforme al Codice di prevenzione
incendi, in Codice di prevenzione incendi commentato III ed. (2019), EPC Editore.
168
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
dove:
Il tempo di movimento ttra,i, che l'i-esimo occupante impiega per percorrere la via d'e-
sodo dal luogo in cui si trova fino al luogo sicuro rappresentato dalla pubblica via, è
somma di due componenti:
ttra (pres), tempo di presentazione, tempo necessario all’i-esimo occupante per pre-
sentarsi, dal luogo in cui si trova, all’uscita verso il luogo sicuro.
Per gli occupanti del piano terra, è calcolato come il rapporto tra la massima lunghez-
za della via di esodo fino all'uscita di piano e la velocità assunta per l’occupante (P4)
proveniente dal piano interrato, fornendo un contributo a RSET pari a:
Al tempo ttra(coda) si esauriscono le code alle uscite di piano. Ciò significa che tutti gli occupanti dei piani hanno attraversato le
35
uscite di piano e si trovano nella scala d'esodo protetta o addirittura all'esterno. Gli occupanti che si trovano in tali condizioni
hanno dunque già raggiunto almeno un luogo sicuro temporaneo entro il tempo RSET.
36
Velocità di spostamento indisturbato degli occupanti sulle superfici orizzontali, valore tratto da: ISO/TR 16738:2009, table G.4,
Travel speeds on horizontal surfaces: all disabled subjects, 1st quartile.
169
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Per gli occupanti del piano primo, è calcolato come il rapporto tra la massima lun-
ghezza della via di esodo fino all'uscita di piano e la velocità assunta per l’occupante
(P9), fornendo un contributo a RSET pari a:
avendo assunto voriz su superfici orizzontali pari a 0,71 m/s e vscala su scale in discesa
pari a 0,37 m/s;
ttra (coda),i, tempo di coda; tempo di attesa in coda all'uscita verso il luogo sicuro per
l'ultimo occupante a muoversi che dipende dalla geometria della via di esodo e dal
numero di occupanti in attesa all’uscita, prima dell’i-esimo occupante.
Per effettuare un calcolo del ttra(coda),vert, applicabile alle vie di esodo verticali del pre-
sente studio, si considera l’affollamento del piano primo, pari a 112 persone, da di-
stribuire su una larghezza LV suddivisa idealmente tra i due percorsi relativi alle altret-
tante vie d’esodo presenti, pari a 2400 mm.
dove:
Pvert = massima capienza del vano scala (p);
Wvert = larghezza geometrica della via di esodo verticale (m).
n = numero piani serviti dalla scala;
Dscala = massima densità di affollamento nella scala - assume il valore di 2,1 p/m2;
Fs,vert = flusso specifico per l’attraversamento dei componenti verticali del sistema
d’esodo - assume il valore di 1,09 p/m/s.
Applicando lo stesso procedimento alle vie di esodo orizzontali (uscite finali verso
spazio scoperto), per effettuare un calcolo del ttra(coda),UF, si considera l’affollamen-
to dell’intero edificio, pari a 494 persone, da distribuire su una larghezza LO suddivisa
37
E. Gissi, Calcolo dei parametri per il dimensionamento dei sistemi d'esodo secondo soluzione conforme al Codice di prevenzione
incendi, in Codice di prevenzione incendi commentato III ed. (2019), EPC Editore.
170
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
tra le due uscite finali (pari in totale a 3600 mm), oppure sulla larghezza LO di una sola
uscita finale (pari a 1800 mm) quando una di esse non fosse fruibile per la presenza
dei fumi.
Pertanto, utilizzando la formula del ttra(coda),UF avente la seguente equazione:
dove:
Poriz = massima capienza della via di esodo orizzontale (p);
Fs,oriz = flusso specifico per l’attraversamento dei componenti orizzontali del siste-
ma d’esodo - assume il valore di 1,30 p/m/s.
Woriz = larghezza geometrica - via di esodo orizzontale (m).
si ottiene un ttra(coda),UF pari a circa 151 s se entrambe le uscite finali di larghezza com-
plessiva pari a 3600 mm sono utilizzabili, mentre se solo un’uscita risulta fruibile il
tempo sale a 302 s:
I risultati della modellazione dei due scenari di incendio mostrano che entrambe le
scale risultano fruibili, pertanto ttra(coda),vert = 61 s.
Viceversa, gli stessi risultati mostrano che nello scenario 1 entrambe le uscite finali
risultano fruibili, mentre nello scenario 2 solo un’uscita finale è fruibile (la U2).
Pertanto, per lo scenario 1 risulta ttra(coda),UF = 151 s, mentre per lo scenario 2 è ttra(coda),UF
= 302 s.
ttra (pres),i, tempo di presentazione, fornisce in questo caso un contributo a RSET pari
a (con velocità per occupante “unimpeded”, da Table G.2 - ISO/TR 16738):
ttra (coda),i, tempo di coda; dato che l’occupante del sottotetto, dovendo percorrere un
percorso più lungo, non si mette in coda allo stesso tempo degli occupanti del piano
primo per uscire dalla scala; si considera invece, tuttavia, cautelativamente, il valore
del tempo di coda relativo all’uscita finale, calcolato come per gli altri occupanti.
171
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In definitiva, per i due scenari e tenendo conto delle diverse tempistiche degli occu-
panti presenti ai vari piani, si ottiene la seguente tabella:
Il criterio ASET > RSET dovrà essere valutato tenendo presente anche il tmarg, ottenen-
do la seguente tabella:
172
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Focolare di progetto
In riferimento agli scenari considerati, risultati i più gravosi tra quelli analizzati, con-
siderate le attività svolte nell’edificio, per entrambi, è stata considerata l’attivazione
dell’incendio a partire dal cestino gettacarte presente all’entrata dei locali, di dimen-
sioni 0,40 x 0,40 x 0,80 m.
173
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
L’ipotesi di progetto prevede che l’innesco avvenga, per cause accidentali, con la con-
seguente accensione del cestino gettacarte (t = 0 s) posto in prossimità dell’ingresso
del locale.
All’oggetto è stata assegnata la curva di incendio fig. 26.107 tratta da SFPE Handbook
of Fire Protection Engineering, 2016.
Nelle immagini che seguono sono riportate le curve di incendio relative ai materiali
combustibili presenti nel locale considerato che vengono coinvolti nella propagazio-
ne dell’incendio e che quindi costituiscono i successivi inneschi.
La funzione input di tali curve è rappresentata dalla temperatura di accensione in °C,
caratteristica del materiale costituente l’oggetto esaminato.
174
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
175
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Curva HRR(t) successivo innesco - tavolo in legno - Temp. di attivazione stimata 250°C
CURVA HRR(T) SUCCESSIVO of Fire-Protection
INNESCO
(SFPE Handbook TAVOLOEngineering - T5th
IN LEGNO5th EMPed..fig. ATTIVAZIONE STIMATA 250°C
DI 26.39)
(SFPE HANDBOOK OF FIRE PROTECTION ENGINEERING 5TH ED. FIG. 26.39)
Dall’analisi
Dall’analisifluodinamica
fluodinamica è stata calcolata
è stata la curva
calcolata HRR-tempo
la curva HRR-tempo complessiva dello sce-
complessiva dello
nario, in relazione all’ambiente considerato, come nell’immagine seguente.
scenario, in relazione all’ambiente considerato, come nell’immagine seguente.
Tale
Talecurva
curvarappresenta
rappresenta lala
somma
somma dei singoli
dei singolicontributi
contributidel rilascio
del termico
rilascio termiconel tempo
nel tempo
didi
ogni elemento, osservata una limitata propagazione ai materiali
ogni elemento, osservata una limitata propagazione ai materiali di secondo di secondo inne-
sco dovuta al mancato
innesco dovuta al raggiungimento della temperatura
mancato raggiungimento di accensione caratteristica
della temperatura di accensione
dei singoli oggetti.
caratteristica dei singoli oggetti.
1100
1000
900
800
700
HRR [kW]
600
500
400
300
200
100
0
0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 500 550 600
tempo [s]
ANDAMENTO
Andamento della
DELLA curva HRR(t) HRR(T)
CURVA
L’incendio ha una crescita veloce raggiungendo un valore massimo di HRR pari a 967
176
kW a circa 200 s dall’innesco; successivamente si evidenzia una fase di decadimento
fino al valore di 60 kW a circa 500 s.
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
L’incendio ha una crescita veloce raggiungendo un valore massimo di HRR pari a 967
kW a circa 200 s dall’innesco; successivamente si evidenzia una fase di decadimento
fino al valore di 60 kW a circa 500 s.
Nel caso in esame, la reazione chimica di fase gassosa assunta da FDS è stata deter-
minata con riferimento ai valori previsti nella letteratura tecnica (SFPE Handbook 5th
Edition - tabb. A.31 e A.39) in riferimento alla combustione del poliuretano:
Definizione
Parametro
del focolare
La scelta della REAC è stata fatta a favore di sicurezza quale materiale prevalente pre-
sente e meglio rappresentativo del focolare impiegato.
I dati assunti, pertanto, sono conformi alla normazione tecnica consolidata e risulta-
no cautelativi, per le ipotesi sopra esposte.
177
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
38
Le restanti soglie di prestazione relative all’irraggiamento e ai gas tossici e irritanti non hanno fornito risultati significativi.
178
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Di seguito si raffigura il modello FDS utilizzato nelle modellazioni per gli scenari rap-
presentati:
179
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
180
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Scenario 1
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio per lo scenario 1,
posizionato al piano primo, considerando l’impianto SENFC presente o meno.
Come è possibile valutare dalle immagini relative alla visibilità, il fumo occupa solo il
piano primo.
Nel caso ove il SENFC è presente, il fumo non invade i locali perimetrali.
181
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso senza
SENFC, esaminando un piano posizionato al piano primo, con z = 1,80 m rispetto al
piano di calpestio e al tempo ASET pari a 148 s, riscontrato per lo scenario 1 senza
SENFC. Infatti, è possibile riscontrare che a 148 s nelle vie di esodo al piano primo la
visibilità diventa inferiore a 10 m anche con segnaletica d’esodo retroilluminata (equi-
valenti a 3,80 m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo impostato
VISIBILITY_FACTOR=3 nelle modellazioni).
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 148 s < RSET
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 148 s < RSET
182
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso con SENFC,
esaminando piani posizionati a z = 1,80 m rispetto al piano calpestio e al tempo t pari
a 700 s, successivo a RSET + tmarg massimo calcolato per lo scenario 1.
Infatti, è possibile riscontrare che a 700 s nelle vie di esodo al piano primo la visibilità
rimane superiore a 10 m con segnaletica d’esodo retroilluminata (equivalenti a 3,80
m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo impostato VISIBILITY_
FACTOR=3 nelle modellazioni).
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg
183
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg
184
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Scenario 2
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio per lo scenario 2,
posizionato al piano terra, considerando l’impianto SENFC presente o meno.
Come è possibile valutare dalle immagini relative alla visibilità, senza SENFC il fumo in-
vade anche il piano superiore, diffondendosi attraverso le scale, mentre con il SENFC
il fumo invade solo la zona a piano terra adiacente al locale di primo innesco.
185
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso senza
SENFC, esaminando un piano posizionato al piano terra, con z = 1,80 m rispetto al pia-
no di calpestio e al tempo ASET pari a 344 s, verificato per lo scenario 2 senza SENFC.
Infatti, è possibile riscontrare che a 344 s nelle vie di esodo al piano terra la visibilità
diventa inferiore a 10 m anche con segnaletica d’esodo retroilluminata (equivalenti a
3,80 m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo impostato VISIBILI-
TY_FACTOR=3 nelle modellazioni).
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 344 s < RSET
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 344 s < RSET
186
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso con SENFC,
esaminando piani posizionati a z = 1,80 m rispetto al piano calpestio e al tempo t pari
a 700 s, successivo a RSET + tmarg massimo calcolato per lo scenario 2.
Infatti, è possibile riscontrare che a 700 s nella maggior parte delle vie di esodo al
piano terra la visibilità rimane superiore a 10 m con segnaletica d’esodo retroillumi-
nata (equivalenti a 3,80 m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo
impostato VISIBILITY_FACTOR=3 nelle modellazioni).
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg
188
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Osservazione
Nello scenario 2 è possibile notare che il fumo penetra nei locali perimetrali attigui al
locale ove si innesca l’incendio, diminuendo drasticamente la visibilità.
Ciò è ammissibile, in quanto si tratta dei locali che si trovano in un raggio di circa 20
m rispetto al punto da cui ha origine l’incendio.
Un utile riferimento a questa affermazione è individuabile nella NFPA 92, allegato M,
in cui al punto 3.4 si afferma che (traduzione dall’inglese):
Dato che i locali perimetrali invasi dal fumo possono essere inscritti in un cerchio
avente un raggio inferiore a 30 m, avente il centro nel punto in cui ha origine l’in-
cendio, la valutazione della tenibilità perde senso in tali locali, in quanto il punto 3.4
dell’allegato M della NFPA 92 afferma proprio che la zona di tenibilità si dovrebbe
definire in modo tale da riguardare l'esterno di un confine lontano dal perimetro
dell'incendio, con una distanza che può arrivare fino a 30 m.
Questa considerazione, tuttavia, comunque non esonera il progettista alla valutazione
dell’impatto della perdita di una uscita finale, che quindi introduce una maggiorazione di
ttra(coda),UF e di conseguenza anche dei tempi RSET e RSET + tmarg, come sopra evidenziato.
189
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
190
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
S.5.1 Premessa
191
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Soluzione conforme
Il par. V.4.4.4, in merito, non fornisce indicazioni utili al caso in questione.
A tal riguardo, la RTV V.12, al par. V.12.5.4, fornisce le seguenti ulteriori specifiche
prescrizioni.
1. Oltre a quanto previsto nel capitolo S.5 in funzione di Rbeni devono essere garantiti
i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. la frequenza delle prove di attuazione del piano di emergenza deve essere non
inferiore a 3 volte l’anno e la prima prova deve essere effettuata entro due
mesi dall’apertura dell’attività;
b. deve essere predisposto il piano di limitazione dei danni di cui al paragrafo
V.[Link].
2. In presenza di cantieri temporanei e mobili, il responsabile dell’attività integra il
piano per il mantenimento del livello di sicurezza antincendio (paragrafo S.5.7.2),
192
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La RTV V.12, analogamente alla RTV V.10, prevede, il Piano di limitazione dei danni al
par. V.[Link], di cui si tratterà nel prosieguo del capitolo.
Sono ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazione.
Per poter dimostrare il raggiungimento del livello di prestazione, il progettista dovrà
impiegare, in tal caso, uno dei metodi di cui al par. G.2.7.
Le soluzioni conformi, costituenti soluzioni standardizzate, possono quindi essere so-
stituite da un sistema di gestione di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro (SGSSL)
secondo linee guida UNI INAIL, norma UNI ISO 45001, ecc., nel rispetto dei livelli di
prestazione.
Prioritaria alla definizione della GSA è l’individuazione dei rischi interferenziali inerenti
le attività presenti e delle conseguenti misure di prevenzione degli incendi (par. S.5.5).
193
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota Siano identificate e controllate le potenziali sorgenti di innesco (es. uso di fiamme
libere non autorizzato, fumo in aree ove sia vietato, apparecchiature elettriche
malfunzionanti o impropriamente impiegate, …); a tal fine si può far riferimento
anche agli inneschi definiti al capitolo V.2;
194
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Struttura organizzativa
Compiti e funzioni
minima
195
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Sulla base delle risultanze della valutazione del rischio, il coordinatore unità gestionale
dovrà essere formato secondo il livello 2, a norma dell’Allegato III del d.m. 2 settem-
bre 2021.
Considerate le peculiarità del sito, la vulnerabilità degli ambiti in progetto, il numero
minimo di addetti antincendio da garantire per un'efficace gestione della sicurezza
antincendio, tenuto conto delle assenze prevedibili, in relazione alle risultanze della
valutazione del rischio, considerate le procedure e istruzioni operative del Piano di
Emergenza, si stabiliscono i seguenti profili degli addetti al servizio antincendio:
n. 8 addetti al servizio antincendio di livello 239, (4 per piano);
n. 3 addetti al servizio antincendio di livello 340, per garantire assistenza agli occu-
panti con specifiche necessità.
Nell’ambito del programma per l’attuazione della GSA, dovranno essere valutati ed
esplicitati i provvedimenti inerenti i seguenti punti:
identificazione e valutazione dei pericoli derivanti dall’attività;
formazione ed informazione addetti al servizio antincendio;
pianificazione di emergenza;
gestione delle modifiche;
sicurezza delle squadre di soccorso;
manutenzione dei sistemi di protezione;
registro dei controlli;
controllo operativo;
centro di gestione dell’emergenza CGE;
unità gestionale GSA.
39
Vedi punto 3.2.3 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021.
40
Vedi punto 3.2.2 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021.
196
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il responsabile dell’attività:
organizza la GSA in esercizio;
organizza la GSA in emergenza;
nomina il coordinatore dell’unita gestionale GSA;
predispone, attua e verifica periodicamente il piano di emergenza;
attua le limitazioni e le modalità d’esercizio ammesse per l’appropriata effettua-
zione della GSA;
provvede alla formazione ed informazione del personale su procedure ed attrez-
zature;
nomina le figure della struttura organizzativa per quanto attiene alla sicurezza
antincendio;
istituisce l’unità gestionale GSA;
adotta il piano per il mantenimento del livello di sicurezza antincendio (par. S.5.7.2)
con le misure necessarie in presenza di eventuali cantieri temporanei e mobili,
verificando l’osservanza delle misure di prevenzione incendi da parte delle ditte
appaltatrici, dei fornitori e di tutto il personale esterno che, a vario titolo, opera
all’interno dell’edificio (es.: disalimentazione impianti elettrici fuori dall’orario di la-
voro, adeguamento segnaletica di sicurezza, impedimento vie di esodo, controllo
lavorazioni a caldo, ecc.);
assicura che la pianificazione di emergenza (Cap. S.5) sia integrata da un piano di
limitazione dei danni (par. V.[Link]) che individui una procedura di messa in sicu-
rezza dei beni tutelati in caso d’incendio.
Il CUG, in caso di emergenza, viene coinvolto dopo che il CAE abbia accertato la pre-
senza effettiva di una condizione di crisi che possa evolvere, se non adeguatamente
controllata, in condizione di emergenza.
Il CUG prende provvedimenti, in caso di pericolo grave ed immediato, anche di inter-
ruzione delle attività fino al ripristino delle condizioni di sicurezza.
Il CUG coordina le operazioni di emergenza.
Il CUG, in funzione delle reali condizioni di emergenza (incendio, allagamento, ecc.):
197
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
198
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
200
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
201
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
I rispettivi compiti, nell’ambito della misura S.5, sono riassunti nella seguente tab. S.5-7:
Contribuisce all’attività di progettazione della GSA. [1] Definisce e documenta il modello della GSA.
[1] Il committente si relaziona direttamente con il progettista nel caso in cui il responsabile dell’attività
non sia noto in fase di progettazione.
Preparazione all’emergenza
Secondo l’art. 4 del d.m. 2 settembre 2021, il datore di lavoro designerà i propri lavo-
ratori addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione dell’emergenza.
Il piano di emergenza ed evacuazione ha la finalità principale di fornire a ciascun oc-
cupante le indicazioni sui comportamenti da assumere laddove si verifichi un evento
emergenziale.
202
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Si rimanda a tale scopo alla tab. S.5-9 (parr. S.5.7.4, S.5.7.5 e S.5.7.8).
203
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
41
Vedi par. S.5.7.6, considerato il profilo di rischio B2, è possibile costituire il CGE in locale ad uso non esclusivo.
204
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Revisione periodica
I documenti della GSA devono essere oggetto di revisione periodica a cadenza sta-
bilita e, in ogni caso, devono essere aggiornati in occasione di modifiche dell’attività.
La frequenza minima per la revisione della GSA, considerata la complessità del sito,
i beni culturali presenti, le procedure operative presenti nella GSA in esercizio ed in
emergenza, si prevede non inferiore a 18 mesi.
Dovranno essere oggetto di valutazione da parte del responsabile dell’attività tutte
almeno le variazioni inerenti:
layout delle aree sia in termini di carico d’incendio che di suddivisione degli spazi,
con particolare attenzione alla geometria delle isole di stoccaggio e alla tipologia
di materiale stoccato;
gli impianti presenti nell’attività, sia in termini di distribuzione che di caratteristi-
che dei componenti;
gli affollamenti presenti nell’attività;
l’organigramma del personale coinvolto nella GSA dell’attività.
205
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
GSA in emergenza
La gestione della sicurezza in emergenza prevede, essendo l’attività di tipo lavorativa,
l’attivazione ed attuazione del piano di emergenza ed evacuazione, che dovrà struttu-
rare la gestione dell’emergenza, fino all’arrivo dei soccorritori.
206
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In caso di incendio in uno degli ambienti dell’attività, l’allarme sarà trasmesso a tutti
gli altri tramite i pannelli ottico-acustici ivi installati.
Nell’attività, nell’orario di apertura, dovrà essere assicurata la prevista presenza con-
tinuativa degli addetti antincendio per ciascun piano dell’attività, in modo da poter
attuare, in ogni momento, le azioni previste in emergenza.
Se si individuerà un incendio, sarà necessario dare immediatamente l’allarme tramite
i pulsanti di segnalazione.
In caso di incendio, sarà vietato l’utilizzo dell’ascensore.
Tutti gli occupanti dovranno recarsi all’esterno presso il punto di raccolta, costituente
luogo sicuro.
All’arrivo delle squadre dei VV.F., si dovrà segnalare loro la posizione del pulsante di
sezionamento di emergenza dell’impianto elettrico.
Nel piano di emergenza ed evacuazione dovrà essere prevista una specifica proce-
dura per la gestione della presenza di persone con disabilità, tenendo conto della
disponibilità dello spazio calmo al piano primo (vedi Cap. S.4).
A titolo esemplificativo, in caso di malfunzionamento di una sezione dell’IRAI o altro impianto di protezione attiva, si dovranno
42
adottare idonee misure volte ad incrementare la sorveglianza delle aree nelle quali si osserva il disservizio, con personale
dedicato appositamente addestrato (addetti antincendio con mansione esclusiva).
207
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Per il piano terra, nel piano di emergenza ed evacuazione, dovranno comunque es-
sere previste apposite misure per gestire le specifiche necessità degli occupanti con
disabilità.
Si riporta di seguito una possibile schedulazione delle soglie di rischio, in ottica della
possibile evoluzione dell’evento che ha provocato l’allarme, al di sopra delle quali è
opportuno diramare l'ordine di evacuazione.
L’ordine di evacuazione (esodo simultaneo), verificata la situazione, potrà essere im-
partito solamente dal CAE.
208
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Emergenze di
primo livello Possono essere facilmente risolte dagli
Preallarme
Emergenze di
secondo livello
Allarme generale
(incendio che coinvolge un locale, es.: una teca) Non possono essere risolte dagli
addetti al servizio antincendio.
Il suono continuo delle sirene segnala Viene diramato l’allarme ai Vigili del
la presenza di un incendio o di altra Fuoco.
emergenza, allertando i presenti circa la Il CAE impartisce l’ordine di
necessità di procedere immediatamente evacuazione dell’edificio.
all’evacuazione.
209
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ricadute sulla GSA inerenti gli esiti della soluzione alternativa per S.4
La strategia antincendio con la metodologia del Codice di prevenzioni incendi asse-
gna alla misura antincendio S.5 “Gestione della Sicurezza antincendio” (GSA) il ruolo
fondamentale di mantenere nel tempo il livello di sicurezza antincendio di progetto.
In particolare, la GSA in esercizio restituisce al titolare dell’attività la possibilità di ave-
re un sistema di gestione affinché tutte le limitazioni di sicurezza antincendio siano
soddisfatte (ad es.: non superare le soglie di materiale combustibile in stoccaggio o
lavorazione, non superare le densità di affollamento di progetto, ecc.) e, nel contem-
po, garantire che ciascuna misura, nella soluzione conforme o alternativa adottata,
garantisca il livello di prestazione assegnato in fase di progettazione.
Completano l’efficacia della misura S.5, la GSA in emergenza, con le procedure ope-
rative e le istruzioni da seguire e mettere in atto all’insorgere di un incendio o altro
evento emergenziale per l’attività.
La progettazione di una soluzione alternativa basata sull’applicazione della ingegneria
della sicurezza antincendio, come il caso trattato, comporta una cura maggiore e del-
le previsioni ulteriori da considerare per la corretta implementazione della GSA.
In particolare, queste previsioni ulteriori sono richieste al par. M.1.8 “Requisiti aggiun-
tivi per la gestione della sicurezza antincendio”.
A tal proposito, il citato paragrafo prevede che, qualora i sistemi di protezione attiva
contribuiscano a mitigare gli effetti dell’incendio, devono essere installati sistemi a
disponibilità superiore.
Si omettono, per ovvie ragioni di brevità, le modalità di effettivo recepimento nella
GSA, in termini di istruzioni, procedure e azioni conseguenti, finalizzate sia all'adegua-
ta gestione degli aspetti indicati al par. M.1.8, sia alla credibilità degli scenari d'incen-
dio di progetto adottati nella soluzione alternativa.
210
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
211
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
213
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il PLD prevede, pertanto, procedure di messa in sicurezza dei beni per limitare i danni
al patrimonio culturale presente nell’immobile, conseguenti all’incendio.
Anche se la definizione dettagliata del PLD per il presente esempio esula dagli scopi
della presente pubblicazione, si forniscono alcune indicazioni per la redazione del
suddetto piano.
Fonti letteratura
Nella gran parte della letteratura, i PLD si indirizzano alle attività museali o comunque
a strutture contenenti esposizioni, collezioni e in generale elevate quantità di beni tu-
telati, per le quali risulta fondamentale dettagliare un piano di risposta all’emergenza
focalizzato sul contenuto delle attività.
214
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Uno studio di UNESCO e ICCROM43, nato per rispondere alla crescente esposizione al
rischio di danneggiamento di beni tutelati, in particolare museali, sia per eventi terro-
ristici che per catastrofi naturali, ha elaborato una “Guida” che definisce, passo dopo
passo, le azioni necessarie per il salvataggio dei beni e può essere utilizzata per mi-
gliorare la preparazione alle emergenze nelle attività tutelate e la redazione del PLD.
Atteso che non esistono due situazioni di emergenza uguali, la guida descrive un
flusso di lavoro semplice, che può essere personalizzato per soddisfare le esigenze di
uno specifico contesto emergenziale.
Una rassegna del lavoro internazionale sulla pianificazione della risposta alle emer-
genze44, pubblicata su International Journal of Disaster Risk Reduction, mette a con-
fronto diverse guide e manuali sulla pianificazione e il salvataggio di beni. Dall’analisi
comparativa di questo studio è scaturita una procedura per la redazione dei piani di
salvataggio, che può essere utilizzata anche dai non professionisti del settore.
Quest’ultimo aspetto è di grande utilità, atteso che gli strumenti decisionali per la
valutazione dei beni da “salvare” sono in molti casi troppo approfonditi, richiedendo
un parere esperto.
43
© UNESCO and ICCROM, Endangered Heritage, Emergency Evacuation of Heritage Collections, 2016.
Nina Kjølsen Jernæs, “A roadmap for making a salvage plan. Valuing and prioritising heritage objects”, International Journal of
44
215
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Il testo “Building an Emergency Plan: A Guide for Museums and Other Cultural
Institutions”45, riferito principalmente ai piani di emergenza, sviluppa nella terza par-
te elementi utili per l’organizzazione del processo di pianificazione, valutazione e re-
visione del piano di emergenza, rendendolo parte della normale routine di gestione
dell’attività in esercizio.
The Getty Conservation Institute, Building an Emergency Plan: A Guide for Museums and Other Cultural Institutions, Los
45
216
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La raccolta “First aid to cultural Heritage in Times of crisis - Tolkit 2”46 descrive le azioni
da effettuare per valutare i danni in loco e i rischi a seguito di un’emergenza, tra cui
l’incendio.
Lo schema di approccio può essere finalizzato maggiormente al PLD dei musei, delle
esposizioni, ecc..
Le indicazioni riportate consentono infatti al personale del settore, adeguatamente
preparato, di operare dopo l’emergenza, effettuando un triage dei danni e la succes-
siva messa in sicurezza dei beni tutelati o parti di essi.
Una parte del manuale (Tolkit 2) riguarda l’intervento in edifici tutelati danneggiati e
riporta la descrizione delle operazioni da seguire per “stabilizzare” le strutture attra-
verso puntellamenti e allestimenti temporanei, in modo da non danneggiare ulterior-
mente parti decorate, affrescate ecc..
©Prince Claus Fund for Culture and Development 2018, ©ICCROM», first aid to cultural heritage in times of crisis - Aparna
46
Tandon, 2. Toolkit - For coordinated emergency preparedness and response to secure tangible and intangible heritage.
217
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
The Getty Conservation Institute, Building an Emergency Plan: A Guide for Museums and Other Cultural Institutions, Los
47
218
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La seconda prescrizione (b), di cui al punto 3 del par. V.[Link], attiene alla distribu-
zione qualitativa e quantitativa dei beni tutelati presenti.
Si tratta, in sostanza, di indicare in una planimetria dove sono collocati i beni tutelati,
dettagliando informazioni utili ad individuare il bene, anche in caso non sia più nella
sua posizione originaria.
A questo scopo può essere utilizzato un metodo di codificazione della posizione (ad
esempio riportando il numero del piano, se gli oggetti si trovano a piani diversi; il nu-
mero di stanza; il numero di armadio o ripiano ecc.) che consentirà, in caso di emer-
genza, di risalire all’ubicazione originaria del bene.
Le informazioni per localizzare il bene possono essere utilmente integrate con foto-
grafie nelle quali siano visibili etichette con il codice per identificare il luogo nel quale
si trova il bene.
Esempio di codificazione: il codice di localizzazione dell’oggetto numero 522 di proprietà di Craft Galleria e ubicata nell'armadio
A, stanza numero 1 al piano terra sarà: CG. 0.1.A.522
219
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
quali beni potranno essere salvati intraprendendo misure di mitigazione del danno
direttamente in loco.
Queste considerazioni portano a scelte che implicano punti di vista multidisciplinari,
in molti casi più astratte rispetto alla visione delle squadre dei VV.F..
I PLD, esplicitando le procedure di “salvataggio” dei beni, sono quindi utili proprio
per fornire le indicazioni necessarie ai soccorritori nella risposta alle emergenze; per
questo il piano dovrà essere necessariamente condiviso con i soccorritori.
Un esempio tratto dalla letteratura olandese48, riferito ai beni tutelati contenuti nelle
chiese, propone di individuare le priorità di allontanamento dei beni, utilizzando un
diagramma di flusso che permette di determinare il “maggior valore” di un bene ri-
spetto ad un altro, sulla base di criteri come la storia e l’età, la rilevanza nazionale o
locale, i valori soggettivi attribuiti dalla collettività ad un dato bene e il numero massi-
mo di beni da trarre in salvo.
48
Guidelines on Ways of Dealing with Religious Objects, Museum Catharijne convent, Utrecht, 2012.
220
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La procedura di allontanamento dei beni dovrà essere specificata nel piano, anche se
non sono state individuate le priorità di evacuazione (terza prescrizione (c)).
Su questo argomento, è interessante l’approccio riportato nella citata “Guida”49, che
propone di esaminare le seguenti condizioni prima di procedere alla pianificazione
delle azioni per la protezione dei beni:
la minaccia per il bene tutelato è reale;
le attuali misure in essere non sarebbero in grado di prevenire danni;
è disponibile un luogo più sicuro per il ricovero del bene tutelato;
è stata rilasciata l’autorizzazione formale all’evacuazione e al trasferimento dei beni;
sono disponibili personale e risorse sufficienti per ricollocare i beni in pericolo.
Oltre a quanto accennato sui materiali costituenti i beni tutelati, assumono rilievo
nelle procedure di allontanamento, anche le dimensioni e il peso del bene, in quanto
potrebbe non essere sufficiente il tempo per allontanare oggetti molto pesanti, ad
esempio mosaici, dipinti con cornici di grandi dimensioni; di conseguenza converrà
prevedere una protezione in situ (quinta prescrizione (e) di cui al punto 3 del par.
V.[Link]).
Nel prevedere l’allontanamento del bene deve, inoltre, essere individuato un per-
corso sicuro e fruibile, valutando le dimensioni dei passaggi, eventuali ingombri, le
larghezze delle porte di uscita, ecc.
Il posizionamento del bene potrebbe, infatti, essere soggetto a gravi limitazioni, per le
quali va attentamente valutata la possibilità di rimuoverlo e maneggiarlo.
Se ad esempio l’oggetto di maggior pregio è un lampadario irraggiungibile dal piano
49
© UNESCO and ICCROM, Endangered Heritage, Emergency Evacuation of Heritage Collections, 2016.
221
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
terra, sarà opportuno coinvolgere i VV.F., che potranno operare in sicurezza, sia per
il tempo necessario per accedervi sia valutando il pericolo di caduta, ad esempio, a
causa di un incendio nel sottotetto.
Una fase da non dimenticare nella redazione del PLD, una volta individuato il numero
e il tipo di beni che devono essere evacuati, riguarda gli eventuali luoghi di ricovero
(quarta prescrizione (d) di cui al punto 3 del par. V.[Link]).
La “Guida” citata precedentemente offre un elenco dei principali requisiti che do-
vrebbero caratterizzare un luogo sicuro destinato alla conservazione temporanea dei
beni che possono che essere verificati controllando le seguenti condizioni del locale
prescelto50:
dimensioni sufficienti per ospitare il numero di beni che deve essere trasferito;
non presenti infestazioni da parassiti o muffe;
aerazione e assenza di umidità;
protezione da furti o atti vandalici;
accessibilità attraverso percorsi che consentano il trasporto in sicurezza dei beni;
durata delle condizioni verificate nel tempo, nell’eventualità che la custodia tem-
poranea sia protratta nel tempo.
Purtroppo, la preparazione alle emergenze spesso non è in cima alla lista delle prio-
rità del responsabile di un’attività, fino a quando non lo diventa per un evento emer-
genziale, ma è troppo tardi.
Invece, una pianificazione ad hoc per la specifica attività permette con un ridotto im-
pegno progettuale di raggiungere risultati impagabili come quello di salvare un’opera
unica altrimenti distrutta.
In riferimento al caso studio in esame, si propone una possibile schematizzazione del PLD.
50
Si veda anche: Ministero della cultura, Direzione generale sicurezza del patrimonio culturale, “Linee guida per l’individuazione,
l’adeguamento, la progettazione e l’allestimento di depositi per il ricovero temporaneo di beni culturali mobili con annessi
laboratori di restauro”, 2021.
222
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
II soggetti
soggetti incaricati
incaricatidell'attuazione
dell'attuazionedelle
delleprocedure
procedure previste
previste nelnel Piano
Piano di Limitazione
di Limitazione dei
dei Danni (non facenti parte della squadra degli addetti antincendio)
Danni (non facenti parte della squadra degli addetti antincendio) sono: sono:
REFERENTI
Qualifica Ufficio di Riferimento
Funzione Nominativo
professionale appartenenza telefonico
347************
Responsabile dell’attività dott. ************ medico Servizio II
interno 265
Responsabile della movimentazione 335************
arch. ************ conservatrice Archivio
dei beni culturali interno 303
Ufficio del 347************
Consegnatario dell’immobile geom. ************* geometra
consegnatario interno 442
Ufficio 335************
Coordinatore interno dell’emergenza ing. ************* ingegnere
tecnico interno 354
addetta 347************
[Link] ************ Portineria
all'accoglienza interno 201
Componenti della
addetto alla Portineria 347************
Squadra Limitazione Danni sig. ************** vigilanza interno 201
SqLD
archivista Archivio 347************
[Link] *********** interno 312
II materiali
materiali e
e le
le attrezzature
attrezzature aa disposizione
disposizione della
della Squadra
Squadra Limitazione
Limitazione Danni
Danni (SqLD)
(SqLD) per
per
attuare le procedure di messa in sicurezza dei beni previste nel piano (movimentazione,
attuare le procedure di messa in sicurezza dei beni previste nel piano (movimentazio-
distacco, trasporto, protezione in loco, collocazione nei ricoveri temporanei) sono
ne, distacco, trasporto, protezione in loco, collocazione nei ricoveri temporanei) sono
collocate all’interno del deposito del piano interrato.
collocate all’interno del deposito del piano interrato.
223
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nell’ambito della SqLD, la [Link] ************ curerà lo spostamento dei beni dal-
la loro collocazione ordinaria.
Trattandosi di beni agevolmente movimentabili, la squadra di limitazione dei danni,
coordinata dalla [Link] ************, procederà:
1. ad imballare i beni;
2. a compilare le schede di accompagnamento dei beni rimossi e ad attaccarle all’im-
ballaggio in modo evidente;
3. a collocare i beni all’interno delle apposite scatole e quindi sui carrelli;
Una volta collocati all’interno delle scatole e poste sui carrelli, il sig. ************
provvederà al trasporto dei beni al deposito temporaneo di sicurezza, verificando pre-
liminarmente che le scatole siano state collocate in modo stabile e sicuro sul carrello.
La messa in opera dei teli di protezione ignifughi sarà attuata dal sig. ************
e dalla [Link] ************ sotto le direttive della coordinatrice della SqLD arch.
************.
224
ELENCO DEI BENI E INTERVENTI DI MESSA IN SICUREZZA
Quadri appesi
1 ***** A OI 6 Dipinti Vari Medio 100 x 180 cm 40 Kg SI
alla parete
Statua in
2 ***** I OI 1 Statua Santa Chiara Grande 2000x100x100 120kg PL
marmo
Statua in
3 ***** I OI 1 Statua S. Fancesco Grande 2000x100x100 120kg PL
marmo
Archivio cartelle
4 ***** A A 50 Faldoni Medio 500x20x30 50 kg SI
sanitarie
Archivio
5 ****** A A 20 Faldoni Medio 200x20x30 20 kg SI
certificazioni
Registro
6 ***** A OI 1 Registro pazienti Piccolo 30x8x60 1 kg SI
cartaceo
Monete in teca
7 **** I S 5 Monete Medio 0,08 kg PL
blindata
225
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
223
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
226
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
227
228
ELENCO DEI BENI E INTERVENTI DI MESSA IN SICUREZZA
Statua in
2 ***** I OI 1 Statua Santa Chiara Grande 2000x100x100 120kg PL 3
marmo
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Statua in
3 ***** I OI 1 Statua S. Fancesco Grande 2000x100x100 120kg PL 3
marmo
Archivio cartelle
4 ***** A A 50 Faldoni Medio 500x20x30 50 kg SI cassette 2
sanitarie
Archivio
5 ****** A A 20 Faldoni Medio 200x20x30 20 kg SI cassette 2
certificazioni
Registro
6 ***** A OI 1 Registro pazienti Piccolo 30x8x60 1 kg SI Pluribol 1
cartaceo
Monete in teca
7 **** I S 5 Monete Medio 0,08 kg PL 2
blindata
226
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
229
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
230
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
231
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
232
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
il trasferimento e nei luoghi sicuri e fare attenzione a non perdere alcun segno iden-
tificativo quali cartellini e faldoni.
Pertanto, è auspicabile la supervisione di un archivista o di un bibliotecario in tutte le
fasi della movimentazione. Per ogni spostamento dovrà essere redatta una lista, in cui il
materiale movimentato verrà individuato, con la maggiore accuratezza possibile, attra-
verso un codice identificativo univoco (ad es.: collocazione, segnatura d’archivio, ecc.).
Tale lista dovrà essere prodotta in doppia copia, di cui una seguirà il materiale all’in-
terno dei contenitori o carrelli, l’altra dovrà essere conservata nell’archivio o nella
biblioteca di provenienza.
Prima di maneggiare il materiale, lavare accuratamente le mani e asciugarle. Si con-
siglia l'uso di guanti in nitrile o vinile. Evitare i guanti in cotone o pelle che possono
trattenere sporco e danneggiare la carta o la legatura. L’uso dei guanti è necessario
anche per protezione individuale in caso di presenza di fango o muffe.
Per il prelevamento di beni librari e archivistici, volumi, registri e unità di conservazio-
ne di materiale archivistico (contenitori quali buste/faldoni/cartelle ecc.):
estrarre i beni afferrando il dorso con una mano e sostenendo la base con l’altra.
Evitare di afferrare la cuffia o il capitello;
se una unità è difficile da estrarre a causa della mancanza di spazio, spingere leg-
germente in avanti le unità contigue, mantenendole stabili, prima di estrarla;
per volumi e contenitori di grande formato, usare entrambe le mani per sostenere
il peso. Non far strisciare i beni sugli scaffali.
Nel caso in cui i beni potrebbero essere mescolati a detriti o altri oggetti, è importante
preliminarmente separare i beni dal materiale di arredo danneggiato e verificare se
sono stati bagnati.
Nel caso di danneggiamento da azioni meccaniche (deformazioni):
eseguire una pulizia meccanica dai detriti;
imbustare i beni in sacchetti di plastica o inserirli in contenitori di plastica dura;
appoggiare i beni sul dorso, non sul taglio frontale, e trasportarli in un deposito
temporaneo.
233
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Dipinti
Per la movimentazione dei dipinti, in considerazione della dimensione degli stessi e
del fatto che sono tutti e sei incorniciati e fissati a parete semplicemente con un gan-
cio fissato al muro con chiodi, gli stessi potranno essere rimossi da una sola persona
che avrà cura di sostenere il singolo quadro con una mano dal lato inferiore della
cornice e con una da uno dei due montanti verticali.
Nella scheda di individuazione dei beni sono state elencate le tipologie di materiali e
le attrezzature necessarie per lo spostamento dei beni; sono stati altresì evidenziati i
beni per i quali alcune operazioni di movimentazione risultano critiche ai fini della
conservazione dei beni stessi.
La decisione di attuare lo spostamento dei beni va sempre ben ponderata in relazio-
ne allo scenario emergenziale, tenendo conto che l’allontanamento dei beni, anche
se adeguatamente pianificato e/o attuato con personale formato, potrebbe esporli a
potenziali ulteriori danneggiamenti.
Nel caso di allagamento, per lo spostamento dei beni si potrà coinvolgere la Società
******* il cui riferimento telefonico del responsabile è ******* che eventualmente
potrà tempestivamente essere contattata dal Responsabile dell’attività al fine di sup-
portare le “azioni” previste, in assistenza alla SqLD ed ai VV.F.
Gli interventi effettuati in occasione di eventi incidentali dovranno essere registrati an-
che al fine di assicurare la tracciabilità dei beni spostati. A tale scopo occorre disporre
di un apposito report in cui siano riportate, a cura del coordinatore della SqLD, le
attività effettivamente messe in atto per ciascun bene.
La “Scheda di ricognizione dei beni” utilizzata per il censimento dei beni, è stata oppor-
tunamente integrata con ulteriori campi nella sezione “operazioni di messa in sicu-
rezza effettiva”, per essere utilmente impiegata anche per il tracciamento degli inter-
venti di spostamento dei beni.
Il report dovrà riportare la data di spostamento e la collocazione di ciascuno dei beni
movimentati nell’ambito del ricovero temporaneo.
Nella planimetria di seguito riportata, sono individuati con riferimenti univoci le diver-
se zone e gli arredi allestiti per collocare i beni spostati all’interno del locale di ricovero
temporaneo; nello specifico, per brevità, è rappresentata solamente l’Area ristoro e
non la Biblioteca comunale.
Tale planimetria sarà posta all’ingresso del locale in modo da consentire agli operatori
di individuare univocamente il posto in cui si collocano i beni.
234
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
235
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Ciascuno dei beni oggetto di allontanamento dovrà essere corredato da una scheda
identificativa, da apporre in modo sicuro ed evidente, sull’imballaggio predisposto
per poter movimentare il bene in sicurezza.
Tale scheda dovrà contenere un’efficace e univoca identificazione del bene compren-
siva, se disponibile, anche del suo numero di inventario e/o di schedatura, una sinte-
tica indicazione del suo stato di conservazione con particolare riferimento ad even-
tuale danneggiamento subito nel corso dell’evento incidentale considerato, il luogo
di collocazione all’atto della sua rimozione e il deposito temporaneo in cui viene rico-
verato.
A tal fine, sarà possibile utilizzare la “Scheda di accompagnamento dei beni mobili
rimossi” di seguito riportata.
236
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
C1
Cognome Nome
Ente/Ufficio di appartenenza
tel e-mail
Denominazione
Proprietà
Utilizzatore
Specificazione
Regione
Provincia
Comune
Indirizzo n. civico
Località
Oggetto
Soggetto
Descrizione
Misure (cm)
C6-TIPOLOGIA
STATO DI
CONSERVAZIONE
Buono B
Sufficiente S
Cattivo C
Pessimo P
237
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
I luoghi di ricovero temporanei sono stati già allestiti e adeguatamente attrezzati per
accogliere i beni spostati.
238
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Formazione
Al fine di garantire che tutti gli operatori coinvolti conoscano in dettaglio la dislocazio-
ne dei beni su cui dovrà intervenire e le procedure necessarie per la loro protezione
in situ e/o movimentazione, i luoghi di ricollocazione in sicurezza in relazione ai di-
versi scenari ipotizzati nel piano, l’ubicazione delle attrezzature necessarie saranno
previste una serie di attività formative ed esercitazioni annuali.
Una prima esercitazione vedrà coinvolta esclusivamente la SqLD ed una successiva
dovrà essere organizzata congiuntamente con la squadra di emergenza interna con
uno scenario che preveda anche l’evacuazione del personale.
239
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
CONTROLLO DELL’INCENDIO
S.6.1 Premessa
I Nessun requisito
51
Al netto della presenza pregressa della rete idranti, nell’attività in esame si sarebbe potuto attribuire il livello di prestazione
II; tuttavia, nell’ottica dello spirito olistico del Codice, occorre sempre considerare eventuali ripercussioni su altre misure
antincendio (es.: S.2) che potrebbe determinare la scelta di un livello di prestazione anziché un altro, per un’altra misura
antincendio (es.: tab. S.2.8).
240
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Soluzione conforme
Il par. V.4.4.5 stabilisce, per quanto di interesse nel presente caso studio, che:
1. Le aree dell’attività devono essere dotate di misure di controllo dell’incendio (Cap.
S.6) secondo i livelli di prestazione previsti in tab. V.4-3.
2. Ai fini della eventuale applicazione della norma UNI 10779, devono essere adottati
i parametri riportati in tab.V.4-4.
Attività
Area
HA HB HC HD HE
TA, TM, TO, TT II III
TK III [1] IV
TZ Secondo risultanze della valutazione del rischio
[1] Livello di prestazione IV qualora ubicati a quota < -10 m o di superficie > 50 m2
241
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
OA 1 Singola [3]
Non richiesta
OB 2 [2] Singola
OC 3 [2] Si [1] Singola superiore
[1] Non richiesta per attività classificate HA
[2] Per le eventuali aree TK presenti nella attività classificate HA, è richiesto almeno il livello di
pericolosità 1
[3] È consentita alimentazione promiscua secondo UNI 10779
Tabella V.4-4: Parametri progettuali per rete idranti secondo UNI 10779 e caratteristiche minime alimentazione idrica UNI EN
12845
A tal riguardo, la RTV V.12, al par. V.12.5.5, fornisce ulteriori prescrizioni; più specifi-
catamente:
1. In considerazione della natura dell’edificio tutelato e delle misure aggiuntive previ-
ste nella presente RTV, nella determinazione del valore del carico di incendio spe-
cifico qf (tabella S.6-2), è ammesso non tenere conto del contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti.
2. La scelta degli agenti estinguenti deve essere effettuata secondo quanto previsto
al capitolo S.6 tenendo in considerazione anche la compatibilità degli stessi con i
beni tutelati presenti.
Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.6.4.5).
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.6.4.2, inerente alle soluzioni conformi per il
livello di prestazione III:
devono essere installati estintori d’incendio a protezione dell’intera attività, secon-
do le indicazioni del par. S.6.6;
deve essere installata una rete idranti a protezione dell’intera attività, secondo le
indicazioni del par. S.6.8.
Inoltre, a valle delle risultanze della valutazione dei rischi, si prevede un sistema auto-
matico di inibizione, controllo o estinzione dell’incendio a protezione degli ambiti 1, 2
(piano interrato - cunicolo e deposito) e 6 (piano sottotetto – zone accessibili), secondo le
indicazioni del par. S.6.9 per sistemi sprinkler o altre tipologie impiantistiche.
Nei predetti ambiti, protetti con sistema automatico di inibizione, controllo o estin-
zione dell’incendio, essendo prevista esclusivamente presenza occasionale e di breve
durata di personale addetto non è necessario prevedere la RI (par. S.6.8.2).
Per le medesime motivazioni, si opta per l’impiego di un sistema automatico con estin-
guenti aerosol.
242
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Estintori
Per la scelta del tipo di estintori, soprattutto nelle aree TA, è necessario tener conto
degli effetti causati sugli occupanti dall’erogazione dell’agente estinguente e dalla ti-
pologia di materiale combustibile presente52.
L’estintore è un presidio di base complementare alle altre misure di protezione attiva
e di sicurezza in caso d’incendio.
La capacità estinguente di un estintore, determinata sperimentalmente, ne indica la
prestazione antincendio convenzionale.
L’impiego di un estintore è riferibile solo ad un principio d’incendio e l’entità della ca-
pacità estinguente ad esso associata fornisce un grado comparativo della semplicità
nelle operazioni di estinzione.
Per la protezione dell’intera attività, si prevede l’installazione di estintori, di tipo por-
tatile, disposti in posizione ben visibile e di agevole fruizione, lungo i percorsi d’esodo
e in prossimità delle uscite.
52
Si veda anche l’appendice A della norma UNI EN 16893:2018.
243
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Estintori di classe A
Dalla tab. S.6-5, in riferimento alle caratteristiche dell’attività in esame e ai profili Rvita
presenti, si ha:
A1, A2 40 m 13 A
Pertanto, con riferimento agli estintori di classe A, negli ambiti dell’attività dovranno
essere installati estintori idrici con capacità estinguente minima pari a 21A e carica
nominale minima pari a 6 l, rispettando la massima distanza di raggiungimento pari
a 30 m.
Estintori di classe B
Premesso che i materiali plastici che bruciando formano braci sono classificati fuochi
di classe A, e pertanto considerati al precedente punto, si ritiene che debba essere
estesa all’intera attività anche la protezione con estintori di classe B, in quanto non è
possibile escludere il rischio di incendio dovuto a materiale plastico liquefacibile.
A norma del punto 6 del par. S.[Link] occorrerà, pertanto, che gli estintori installati
per il principio di incendio di classe A secondo la tab. S.6-5 dovranno possedere cia-
scuno anche una capacità estinguente non inferiore alla classe 89 B.
In definitiva, dovranno essere installati estintori idrici con capacità estinguente mini-
ma pari a 21A 89B, anch'essi idonei ad essere utilizzati su apparecchiature in tensione
sino a 1000 V e distanza di 1 m con carica nominale minima pari a 6 l ed estintori a
CO2, opportunamente segnalati grazie ad appositi segnali UNI EN ISO 7010, secondo
244
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Rete di idranti
Come detto, è già presente una rete idranti53 all’interno dell’attività rispondente, a
seguito di apposita verifica, alla norma UNI 10779.
Ai fini dell’applicazione della norma UNI 10779 per le reti idranti ordinarie, si adottano
i parametri riportati al punto 2 del par. V.4.4.5 (tab. V.4-4):
a. protezione interna;
b. livello di pericolosità 1;
c. alimentazione singola secondo UNI EN 12845.
53
Laddove l’impianto non fosse già stato presente, sarebbe stato opportuno prevedere dei naspi anziché degli idranti.
54
Prevista dotazione conforme alla norma UNI 671-2.
55
Per la completa copertura delle aree da proteggere saranno previste tubazioni da 25 m.
245
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In definitiva, dovranno prevedersi idranti a muro UNI 45, muniti di dotazione con-
forme alla norma UNI 671-2; la distribuzione degli idranti, collocati in ciascun piano
dell’attività, in posizione facilmente accessibile e visibile, dovrà garantire la possibilità
di intervento in tutte le aree della stessa.
La distanza massima, intesa come poligonale di segmenti che connettono più punti,
dall’idrante a ogni punto dell'area protetta, dovrà essere pari a 20 m.
Tali idranti dovranno essere posizionati vicino alle uscite di emergenza o lungo le vie
d’esodo, in modo tale però da non ostacolare l’esodo.
Nel caso di porte tagliafuoco EI gli idranti saranno posizionati su entrambi i lati e. nel
caso di filtri a prova di fumo, su entrambi i comparti collegati dal filtro.
Non è prevista la protezione esterna.
L’alimentazione idrica sarà di tipo singola, come definita dalla norma UNI EN 12845
(ammessa alimentazione idrica di tipo promiscuo).
246
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
247
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Per ulteriori approfondimenti circa il calcolo della riserva idrica necessaria, si rimanda
alla pubblicazione, della precedente Collana, “La protezione attiva antincendio”.
248
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
249
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
250
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
251
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
252
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
253
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
RIVELAZIONE ED ALLARME
S.7.1 Premessa
1. Gli impianti di rivelazione incendio e segnalazione allarme incendi (IRAI) sono realizzati con
l’obiettivo di sorvegliare gli ambiti di una attività, rivelare precocemente un incendio e
diffondere l’allarme al fine di:
a. attivare le misure protettive (es. impianti automatici di inibizione, controllo o estin-
zione, ripristino della compartimentazione, evacuazione di fumi e calore, controllo o
arresto di impianti tecnologici di servizio e di processo, …);
b. attivare le misure gestionali (es. piano e procedure di emergenza e di esodo, …) pro-
gettate e programmate in relazione all’incendio rivelato ed all’ambito ove tale princi-
pio di incendio si è sviluppato rispetto all’intera attività sorvegliata.
56
Vedi prescrizioni della RTV V.12 al par. V.12.5.6.
254
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Soluzione conforme
A tal riguardo, la RTV V.12, al par. V.12.5.6, fornisce ulteriori prescrizioni:
1. L’attività deve essere dotata di misure di rivelazione ed allarme (capitolo S.7) di
livello di prestazione IV.
255
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.7.4.4, inerente le soluzioni conformi per il
livello di prestazione IV, deve essere installato un IRAI progettato secondo le indica-
zioni del par. S.7.5, implementando la funzione principale D (segnalazione manuale
di incendio da parte degli occupanti), la funzione principale C (allarme incendio) e la
funzione principale A (rivelazione automatica dell’incendio).
Tutte le funzioni sono estese a tutta l'attività.
In esito alle risultanze della valutazione del rischio, in attività con affollamenti elevati
o geometrie complesse, può essere prevista l’installazione di un sistema EVAC secon-
do le indicazioni del par. S.7.6.
Nello specifico, si considera soluzione conforme l’installazione di un sistema di diffusio-
ne dei messaggi di emergenza ad altoparlante EVAC, progettato ed installato secondo
la norma UNI ISO 7240-19 oppure UNI CEN/TS 54-32 (vedi par. S.7.6). La categoria del
sistema EVAC da installare nell’attività, tenuto conto del livello di prestazione della
GSA (Cap. S.5), vedi tab. S.7-7, sarà la 4.
256
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
257
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota Qualora i pulsanti manuali d’allarme incendio non siano adeguati alle specifiche
necessità degli occupanti, si può ricorrere anche a sistemi prensili (es. interruttori a
corda pendenti da soffitto o pareti, …).
Nota Per adattarsi alle esigenze degli occupanti, possono essere utilizzati differenti
dispositivi quali pannelli visivi, cercapersone di nuova generazione (es. wi-fi paging
systems, …), apparecchi vibranti (es. sveglie interconnesse sulle postazioni di lavoro,
vibrazioni su smartphone individuali o segnali sonori entro bande di frequenza
specificatamente selezionate, …).
5. I segnali acustici di pre-allarme, ove previsto dalla GSA, e di allarme incendio della
funzione principale C dovrebbero avere caratteristiche rispondenti alla norma
UNI 11744.
258
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Funzioni principali degli IRAI secondo EN 54-1 e UNI 9795 (tab. S.7-5)
A, Rivelazione automatica dell’incendio
B, Funzione di controllo e segnalazione
D, Funzione di segnalazione manuale
L, Funzione di alimentazione
C, Funzione di allarme incendio
Funzioni secondarie degli IRAI secondo EN 54-1 e UNI 9795 (tab. S.7-6)
E, Funzione di trasmissione dell’allarme incendio
F, Funzione di ricezione dell’allarme incendio
G, Funzione di comando del sistema o attrezzatura di protezione contro l’incendio
H, Sistema o impianto automatico di protezione contro l’incendio
J, Funzione di trasmissione dei segnali di guasto
K, Funzione di ricezione dei segnali di guasto
M, Funzione di controllo e segnalazione degli allarmi vocali
N, Funzione di ingresso e uscita ausiliaria
O, Funzione di gestione ausiliaria (building management)
P, Funzione di allarme incendio (altoparlanti)
Aree sorvegliate
Tutte le aree dell’attività saranno protette da IRAI.
Funzioni principali
A: Rivelazione automatica dell’incendio; l’impianto sarà di tipo automatico con
l’installazione di rivelatori ottici lineari di fumo.
259
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Funzioni secondarie
Saranno inoltre previste le funzioni secondarie E, F, G, H, J, K, M, N, O, P, che permet-
teranno:
il controllo e l’avvio automatico dei sistemi di protezione attiva, compresi i sistemi
di chiusura dei varchi della compartimentazione;
il controllo e l’arresto di quegli impianti tecnologici o di servizio per i quali è previ-
sto il mancato funzionamento in caso di incendio;
la trasmissione e la ricezione dei segnali di guasto.
Segue una descrizione schematica delle specifiche tecniche dell’IRAI, che è parte inte-
grante della più estesa e dettagliata specifica tecnica dell'impianto (non illustrata, per
brevità di trattazione, esulando dagli scopi della presente pubblicazione).
L’IRAI sarà progettato ed installato secondo la norma UNI 9795 e i componenti verifi-
cati secondo la norma UNI EN 54-13.
Tutte le aree dell'attività saranno protette da impianto di segnalazione ed allarme
incendio di tipo automatico.
L'impianto IRAI sarà dotato di:
pulsanti manuali di allarme lungo le vie d’esodo principali;
dispositivi di allarme ottici ed acustici (pannelli ottico acustici);
rivelatori ottici lineari di fumo;
rivelatori puntiformi di tipo ottico indirizzabili;
centrale di controllo con ricezione e invio dei segnali di allarme;
sistema EVAC.
L’attività sarà dotata di un sistema di allarme in grado di avvertire gli occupanti re-
lativamente alle condizioni di pericolo causate dall’incendio, allo scopo di iniziare le
procedure di emergenza e le operazioni di evacuazione.
La diffusione degli allarmi nei vari ambiti dell’attività avverrà mediante l’attivazione
dei pannelli ottico acustici installati ai piani.
La procedura di diffusione dei segnali di allarme dovrà costituire parte integrante del
piano di emergenza.
260
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
261
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Centrale di controllo
Nella centrale di controllo perverranno i seguenti allarmi, cui è demandato il compito di:
segnalare la rivelazione di incendio, per il tramite di rivelatore e/o pulsante di al-
larme manuale;
attivare i pannelli ottico acustici e le sirene di allarme incendio situate nei piani e
nei compartimenti dell’edificio;
avviare i sistemi di protezione attiva, compresi i sistemi di chiusura dei varchi della
compartimentazione;
arrestare gli impianti tecnologici o di servizio per i quali è previsto il mancato fun-
zionamento in caso di incendio;
spegnere l’unità di trattamento dell’aria.
262
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Segnali e allarmi
Nell’ambito della Gestione della Sicurezza Antincendio (GSA), è fondamentale garan-
tire un'efficace gestione sia delle segnalazioni in fase di esercizio che degli allarmi in
caso di emergenza.
In particolare, in un edificio storico, i segnali e gli allarmi generati dall’impianto devo-
no essere trasmessi tempestivamente alla centrale di controllo e, se previsto, inoltrati
anche in remoto ai dispositivi mobili del responsabile dell’attività e/o degli addetti
antincendio, in conformità a quanto prescritto dalla norma UNI 9795, assicurando
così un rapido intervento e la tutela del patrimonio storico e delle persone presenti
Batterie
Il tempo di autonomia in stand-by dell’impianto sarà di 24 ore.
L’alimentazione di sicurezza assicura in ogni caso anche il contemporaneo funziona-
mento di tutti i segnalatori di allarme per almeno 60 min a partire dalla emissione
degli allarmi.
In merito all'autonomia minima e all'interruzione dell'alimentazione elettrica di sicu-
rezza, vedasi l'osservazione precedente.
Tutti i presidi antincendio dovranno essere indicati da segnaletica di sicurezza UNI EN
ISO 7010 (pannelli riflettenti retroilluminati), vedi par. S.7.7.
Il sistema EVAC
Un impianto di diffusione sonora “fire alarm”, denominato EVAC (Emergency Voice
Alarm Communication), utilizza la messaggistica sonora a scopo di emergenza, diffon-
dendo messaggi tramite altoparlanti opportunamente dislocati nelle aree da proteg-
gere.
Tale sistema, che può essere azionato automaticamente o manualmente, diffonden-
do messaggi preregistrati o direttamente da parte di un addetto, costituisce un im-
pianto di protezione attiva contro l’incendio finalizzato a fornire preziose informazio-
ni in caso di evacuazione.
Si segnala, in ogni caso, che le procedure di diffusione dei segnali di allarme devono
essere regolamentate nel piano di emergenza.
Conseguentemente, il sistema EVAC con allarme evacuazione potrà rivelarsi di gran-
de utilità in situazioni di emergenza, specialmente in presenza di elevati affollamenti,
con occupanti non preparati e/o con disabilità.
Il Codice, infatti, descrive al punto G.1.14.11 il sistema EVAC come “impianto destinato
263
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
264
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
La norma UNI ISO 7240-19, in riferimento alla strategia di evacuazione, all’analisi dei
rischi ed al livello di competenze del personale, prevede 4 categorie di sistemi EVAC.
Tali categorie attengono al grado di controllo manuale richiesto e dovrebbero essere
appropriate al rischio e alla disponibilità di personale addestrato in grado di far fun-
zionare il sistema di evacuazione.
Un sistema di categoria 4, quale quello previsto nel caso in esame, offre la possibilità
di selezionare ed emettere i messaggi preregistrati di emergenza anche in determi-
nate zone o gruppi di zone; inoltre, è possibile includere ed escludere la trasmissione
di messaggi di emergenza diffusi automaticamente dalla centrale di controllo IRAI e
di visualizzarne lo stato in tempo reale dalla centrale.
In definitiva, informare gli occupanti in una situazione di emergenza, trasmettendo
messaggi di allarme e inerenti alla messa in atto di azioni mirate, può contribuire alla
riduzione, anche significativa, dei tempi di esodo.
In particolare, sono ridotti i tempi di pre movimento, PTAT (pre travel activity time).
Infatti, i sistemi ottico acustici tradizionali (pannelli, sirene, segnali lampeggianti, ecc.),
specialmente in attività che presentano elevati affollamenti, non sempre si rivelano
di immediata comprensione e, comunque, non forniscono informazioni sulle corrette
azioni da intraprendere.
Pur non essendo spazi frequentati dal pubblico, si prevede di replicare l'EVAC anche nei
piani interrato e sottotetto, in modo da portare a conoscenza anche ai lavoratori presenti
le indicazioni per l'emergenza.
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S.8.1 Premessa
I Nessun requisito
Deve essere mantenuto nel compartimento uno strato libero dai fumi
che permetta:
la salvaguardia degli occupanti e delle squadre di soccorso,
III la protezione dei beni, se richiesta.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Soluzione conforme
A tal riguardo, la RTV V.4 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.
La scelta del livello di prestazione II deriva dalle risultanze della valutazione del ri-
schio, essendo presenti numerose e ampie aperture di aerazione, una geometria dei
locali relativamente semplice e di dimensioni piccole, tali da consentire un adeguato
smaltimento di fumi e calore.
Anche altri aspetti relativi alla tipologia e quantità di materiale combustibile e l'assen-
za di fonti significative di pericolo fanno convergere decisamente verso questa scelta.
Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.8.4.3).
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.8.4.1, inerente le soluzioni conformi per il livel-
lo di prestazione II, deve essere prevista la possibilità di effettuare lo smaltimento di
fumo e calore d’emergenza secondo quanto indicato al par. S.8.5.
A differenza dei SEFC, lo smaltimento di fumo e calore d’emergenza non ha la funzio-
ne di creare un adeguato strato libero dai fumi durante lo sviluppo dell’incendio, ma
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
In linea con quanto previsto nel par. S.8.5.2, la superficie utile minima complessiva SE
delle aperture di smaltimento di piano è calcolata secondo tab. S.8-5, in funzione del
carico di incendio specifico qf e della superficie lorda del compartimento A; la super-
ficie SE sarà suddivisa in aperture di forma regolare e superficie utile ≥ 0,10 m2.
Carico di incendio
Tipo di impiego SE [1] [2] Requisiti aggiuntivi
specifico qf
Tipo di Ssm
Sup. qf Dimensionamento min
Compartimento Piano Conforme
m2 MJ/m2 Superficie richiesta
di smaltimento SE m2
terra e
966,20 24,16 SI
C1 interm. 511
primo 860,20 SE1 21,51 SI
C2 interrato 60,50 197 A/40 1,51 SI
C3 sottotetto SI
280,50 189 7,01
(z.a.)
Come risulta dalle tabelle seguenti, la superficie totale delle aperture di smaltimento
effettivamente presenti è sufficiente a garantire il minimo richiesto (SE1).
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Piano primo
Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
su elaborato evacuazione
di apertura (2) (m) (n)
grafico (1) (m2)
F10 SEd (1 SEb) 1,17 1,64 9 17,27
F11 SEd (1 SEb) 1,16 1,64 5 9,51
F12 SEd 0,80 1,12 4 3,58
F13 SEd 0,90 1,12 3 3,02
Superficie di smaltimento totale (m2) 33,39
Piano interrato
Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
su elaborato evacuazione
di apertura (2) (m) (n)
grafico (1) (m2)
F14 SEd (1 SEb) 0,80 1,12 3 2,70
Superficie di smaltimento totale (m2) 2,70
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
(1)
P = Porta / Portone; F = Finestra; L = Lucernario
(2)
Vedi tab. S.8-4
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nell’ambito della soluzione alternativa per S.4, al fine di mantenere la tenibilità degli
ambienti, si è reso necessario prevedere un SENFC con la conseguente installazione
delle seguenti aperture di tipologia SEb:
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nelle due figure sotto riportate è visibile l’apertura del lucernario motorizzato pre-
sente sulla copertura vetrata della sala conferenze (quadrato bianco in mezzo alla
copertura vetrata azzurra) e la posizione delle finestre motorizzate che si affacciano
sul chiostro al piano primo.
Vista del modello FDS dall’alto con apertura del lucernario sulla copertura vetrata
281
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Vista in sezione del modello FDS con finestre sul chiostro motorizzate (elementi verticali)
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Come esposto nell’ambito della soluzione alternativa è stato necessario prevedere l’instal-
lazione di un SENFC asservito all’IRAI; per evidenti ragioni di brevità, si omette la progetta-
zione del sistema, segnalando appena la necessità di prevedere la disponibilità superiore
del sistema.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
OPERATIVITÀ ANTINCENDIO
S.9.1 Premessa
I Nessun requisito
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Soluzione conforme
A tal riguardo, né la RTV V.4 né la RTV V.12 forniscono ulteriori specifiche prescrizioni.
Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.9.4.4).
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.9.4.2, inerente le soluzioni conformi per il livel-
lo di prestazione III, deve essere permanentemente assicurata la possibilità di avvici-
nare i mezzi di soccorso antincendio, adeguati al rischio d’incendio, a distanza ≤ 50 m
dagli accessi per soccorritori dell’attività.
Il progettista può impiegare i criteri di cui alla tab. S.9-5, quali parametri di riferimento
per l’accesso dei mezzi dei Vigili del fuoco:
285
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Larghezza: 3,50 m;
Altezza libera: 4,00 m;
Raggio di volta: 13,00 m;
Pendenza: ≤ 10%;
Resistenza al carico: almeno 20 tonnellate, di cui 8 sull’asse anteriore e 12 sull’asse
posteriore con passo 4 m.
L’attività risulta provvista di rete idranti e, pertanto, non è richiesta la colonna a secco.
In assenza di protezione esterna della rete idranti propria dell’attività, vedi punto 3
del par. S.9.4.2, sarà disponibile un idrante collegato alla rete pubblica, installato in
prossimità dell’accesso principale a Nord Est; tale idrante deve assicurare un’eroga-
zione minima di 300 litri/min per una durata ≥ 60 min.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
57
Laddove l’acquedotto non dovesse garantire l’affidabilità richiesta, si dovrebbe ipotizzare l’ampliamento della riserva idrica a
servizio della RI, con rincalzo, al fine di sopperire alla differenza di portata fornita dall’acquedotto.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
S.10.1 Premessa
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Soluzione conforme
In base alla prescrizione di cui al par. V.4.4.7, i gas refrigeranti negli impianti di cli-
matizzazione e condizionamento (Cap. S.10) inseriti in aree TA o TO devono essere
classificati A1 o A2L secondo ISO 817.
A tal riguardo, la RTV V.12 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.10.4.1, inerente le soluzioni conformi per il
livello di prestazione I, si ritengono conformi gli impianti tecnologici e di servizio pro-
gettati, installati, verificati, eserciti e manutenuti a regola d’arte, in conformità alla
regolamentazione vigente, secondo le norme applicabili.
Tali impianti devono garantire gli obiettivi di sicurezza antincendio riportati al par.
S.10.5 ed essere altresì conformi alle ulteriori prescrizioni tecniche riportate al par.
S.10.6 per la specifica tipologia dell’impianto.
Sono ammesse soluzioni alternative alle sole prescrizioni riportate al par. S.10.6 (par.
S.10.4.2).
Come prescritto al comma 2 del citato paragrafo, per gli impianti in questione occorre
un’apposita valutazione del rischio di incendio.
Come detto, le soluzioni conformi, vedi par. S.10.4.1, prevedono che gli impianti tecno-
logici e di servizio siano progettati, installati, verificati, eserciti e manutenuti a regola
d’arte, in conformità alla regolamentazione vigente, secondo le norme di buona tec-
nica applicabili.
Tali impianti, inoltre, debbono garantire gli obiettivi di sicurezza antincendio riportati al
par. S.10.5 (rispetto ai quali non sono ammesse soluzioni alternative) ed essere conformi
alle prescrizioni tecniche riportate al par. S.10.6 per la specifica tipologia dell’impianto.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Nota Per l’operatività (capitolo S.9) sono previste specifiche prescrizioni in merito alle
modalità di disattivazione degli impianti, compresi quelli destinati a funzionare
durante l’emergenza.
Considerati gli impianti presenti nell’attività, gli elementi del par. S.10.6 da valutare
sono quelli riferiti a:
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Gli impianti che abbiano una funzione ai fini della gestione dell’emergenza devono
disporre di alimentazione elettrica di sicurezza con le caratteristiche minime indicate
nella tab. S.10-2:
[1] L’autonomia deve essere comunque congrua con il tempo disponibile per l’esodo dall’attività
[2] L’autonomia può essere inferiore e pari al tempo di funzionamento dell’impianto
[3] Solo se utilizzate in movimento durante
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
Illuminazione di sicurezza
L'attività sarà dotata di impianto di illuminazione di sicurezza con apparecchi aventi
autonomia minima di 60 min, in grado di mantenere un adeguato livello di illumi-
namento lungo tutti i percorsi d’esodo, anche tenendo conto dei livelli aumentati in
accordo alle indicazioni complementari della RTV 12.
Si rammentano, ad ogni buon fine, le differenze tra le alimentazioni elettriche ripor-
tate al par. G.1.19:
Alimentazione di emergenza: alimentazione di sicurezza o di riserva.
Alimentazione di sicurezza: sistema elettrico inteso a garantire l’alimentazione di
apparecchi utilizzatori o parti dell’impianto elettrico necessari per la sicurezza del-
le persone.
Nota L’alimentazione di sicurezza risulta essere necessaria per alimentare gli impianti
significativi ai fini della gestione della sicurezza antincendio e dell’emergenza, quali ad
esempio l’illuminazione di sicurezza.
Nota I sistemi di sicurezza e gli impianti dotati di alimentazione elettrica di sicurezza sono
normalmente alimentati da una sorgente di alimentazione ordinaria che, in caso di indi-
sponibilità o in situazioni di emergenza, viene sostituita automaticamente dalla sorgente
di alimentazione di sicurezza.
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CONSIDERAZIONI A COMMENTO
A differenza degli altri volumi della Collana, è stata affrontata, in assenza della corri-
spondente RT tradizionale, la progettazione della sicurezza antincendio dell'attività
ricorrendo al Codice, comprensivo della RTV V.12.
Il Codice, anche in questo caso, si è dimostrato uno strumento che consente di atta-
gliare in maniera idonea le misure antincendio alla specifica attività, essendo stato
possibile valutare e risolvere le problematiche riscontrate anche in soluzione conforme.
Si è quindi resa necessaria l’adozione di una soluzione alternativa per la risoluzione di
alcune problematiche inerenti ad alcune previsioni contenute nel Cap. S.4; in parti-
colare, per gli ambiti 5 e 6 (inammissibilità dei corridoi ciechi e delle lunghezze d’esodo)
e per risolvere la problematica inerente la verifica di ridondanza per le vie d’esodo
orizzontali e verticali, che non davano esito positivo in soluzione conforme.
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BIBLIOGRAFIA
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pag. 175a e 175b SFPE Handbook of Fire Protection Engineering 5th ed.
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