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Prevenzione Incendi Per Altre Attività in Edifici Tutelati

Il documento tratta della Regola Tecnica Verticale V.12 del Codice di prevenzione incendi, specificamente per attività in edifici tutelati. Esamina l'approccio alla progettazione antincendio, evidenziando l'importanza della valutazione del rischio e delle soluzioni tecniche flessibili. Inoltre, discute le normative vigenti e le recenti modifiche al Codice, sottolineando l'obbligatorietà dell'applicazione delle nuove regole.
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Prevenzione Incendi Per Altre Attività in Edifici Tutelati

Il documento tratta della Regola Tecnica Verticale V.12 del Codice di prevenzione incendi, specificamente per attività in edifici tutelati. Esamina l'approccio alla progettazione antincendio, evidenziando l'importanza della valutazione del rischio e delle soluzioni tecniche flessibili. Inoltre, discute le normative vigenti e le recenti modifiche al Codice, sottolineando l'obbligatorietà dell'applicazione delle nuove regole.
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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE

ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La Regola Tecnica Verticale V.12


del Codice di prevenzione incendi

2025

COLLANA RICERCHE
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE
ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La Regola Tecnica Verticale V.12


del Codice di prevenzione incendi

2025
Pubblicazione realizzata da

Inail
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici

Responsabili scientifici
Raffaele Sabatino1, Tarquinia Mastroianni2, Tiziana Petrillo3

Autori
Raffaele Sabatino1, Gianni Biggi2, Francesca Conti2, Michele Mazzaro2, Piergiacomo Cancelliere2, Luca
Manselli2, Andrea Marino2, Paolo Iannelli4, Caterina Rubino4, Marco Di Felice5, Vincenzo Cascioli6

con la collaborazione di:


Sara Sabatini6, Elena Benedetta Pirozzi6, Michele Urbani6

1
Inail, Dipartimento innovazioni tecnologiche e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
2
Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco
3
Consiglio Nazionale degli Ingegneri
4
Ministero della Cultura
5
Componente del CCTS per il CNI
6
Libero professionista

per informazioni
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
Via Roberto Ferruzzi, 38/40 - 00143 Roma
dit@[Link]
[Link]

© 2025 Inail

ISBN 978-88-7484-920-8

Gli autori hanno la piena responsabilità delle opinioni espresse nella pubblicazione, che non vanno
intese come posizioni ufficiali dell’Inail.
Distribuita gratuitamente. Vietata la vendita e la riproduzione con qualsiasi mezzo.
È consentita solo la citazione con l’indicazione della fonte.

Tipolitografia Inail - Milano, maggio 2025


La presente pubblicazione è il risultato della collaborazione tra
Inail, Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e Consiglio Nazionale
degli Ingegneri nell’ambito dei progetti previsti nel Piano delle
attività di ricerca dell’Inail per il triennio 2025/2027, sulla base
delle finalità delineate nei Protocolli d’intesa sottoscritti dall’Inail
con il Consiglio Nazionale degli Ingegneri il 24 settembre 2024 e
con il Dipartimento dei Vigili del Fuoco il 20 maggio 2022.
Alla stesura della presente pubblicazione ha partecipato anche
il Ministero della Cultura.
INDICE

Introduzione 7

Obiettivi 11

Le differenze tra l’approccio prescrittivo e quello prestazionale 13

Il Codice di prevenzione incendi 15

L’attività 72 dell’allegato I al d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151 21

La prevenzione incendi e la salvaguardia del patrimonio artistico e storico 22

Il piano di limitazione dei danni 25


Attività 72 diversa da musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche 37
e archivi

La Regola Tecnica Verticale V.12 38

Caso studio: ristrutturazione di un ufficio ubicato in un edificio tutelato 44


Descrizione 44

Contestualizzazione dell’attività in relazione alla prevenzione incendi 46

Progettazione antincendio con il Codice di prevenzione incendi 64


Riferimenti normativi 64
Classificazione dell’attività 64
La metodologia generale 68
Scopo della progettazione 70
Obiettivi di sicurezza 70
Valutazione del rischio d’incendio per l’attività 72
Valutazione del rischio residuo 83
Attribuzione dei profili di rischio 84
Strategia antincendio per la mitigazione del rischio 90
Attribuzione dei livelli di prestazione alle misure antincendio 93
Individuazione delle soluzioni progettuali 95
Reazione al fuoco 97
Resistenza al fuoco 101
Calcolo del carico di incendio specifico di progetto (par. S. 2.9) 108
Compartimentazione 112
Progettazione dei compartimenti antincendio 115
Realizzazione dei compartimenti antincendio 116
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Distanza di separazione per limitare la propagazione dell’incendio 119


Ubicazione 120
Comunicazioni tra attività 120
Esodo 121
Dati di ingresso per la progettazione del sistema d’esodo 124
Requisiti antincendio minimi per l’esodo 125
La progettazione del sistema d’esodo 126
Sala conferenze al piano terra 144
Completamento della progettazione del sistema d’esodo in soluzione conforme 145
Eliminazione o superamento delle barriere architettoniche per l’esodo 152
Verifica di rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5 154
Soluzioni alternative per la misura S.4 159
Analisi preliminare (par. M.1.3) 160
L’analisi quantitativa (par. M.1.4) 173
Gestione della sicurezza antincendio (GSA) 191
GSA nell’attività in esercizio 200
GSA in emergenza 206
Ricadute sulla GSA inerenti gli esiti della soluzione alternativa per S.4 210
Piano di limitazione dei danni (par. V.[Link]) 214
Controllo dell’incendio 240
Rivelazione ed allarme 254
Controllo fumi e calore 273
Operatività antincendio 284
Sicurezza degli impianti tecnologici e di servizio 288
Impianti per la produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione 290
e di utilizzazione dell’energia elettrica (par. S.10.6.1)
Protezione contro le scariche atmosferiche (par. S.10.6.4) 293
Impianti di sollevamento e trasporto di cose e persone (par. S.10.6.5) 293
Impianti di climatizzazione e condizionamento (par. S.10.6.10) 293
Sezione V - Regole tecniche verticali 294

Considerazioni a commento 295

Bibliografia 296

Fonti immagini 299

6
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

INTRODUZIONE

L'iter procedurale per la certificazione della sicurezza antincendio nelle attività sog-
gette ai controlli dei Vigili del Fuoco, finalizzato alla riduzione della probabilità di in-
sorgenza di un incendio e alla limitazione delle relative conseguenze, è stabilito dal
d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151 e, se luoghi di lavoro, è assoggettata anche alle previsio-
ni del [Link]. 9 aprile 2008, n. 81 e s.m.i. (Testo Unico sulla salute e sicurezza) e dei
[Link]. 1, 2 e 3 settembre 2021.
La progettazione antincendio si basa sulla preliminare valutazione del rischio d’incen-
dio e può seguire un approccio progettuale di tipo prescrittivo o di tipo prestazionale.
Nel rispetto della normativa vigente, essa può quindi essere effettuata elaborando
soluzioni tecniche flessibili e aderenti alle specifiche caratteristiche ed esigenze delle
attività esaminate (metodologia prestazionale).
In questo contesto si inserisce il “Codice di prevenzione incendi” (d.m. 3 agosto 2015 e
s.m.i.) che si propone, privilegiando l’approccio flessibile, come promotore del cam-
biamento e in grado di garantire standard di sicurezza antincendio elevati mediante
un insieme di soluzioni progettuali, sia conformi che alternative.
In sostanza, il Codice rappresenta uno strumento finalizzato al raggiungimento de-
gli obiettivi di sicurezza antincendio, caratterizzato da un linguaggio allineato con gli
standard internazionali.
La strategia antincendio in esso descritta, in funzione dei livelli di prestazione scelti,
garantisce i prefissati obiettivi di sicurezza, mediante l’adozione di diverse soluzio-
ni progettuali, grazie all’apporto ed alla compresenza delle varie misure antincendio
(approccio di tipo olistico).
A seguito dell’emanazione del Codice, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco ha ini-
ziato ad implementare la Sezione V (Regole tecniche verticali), che originariamente
prevedeva solamente tre RTV di tipo trasversale o di servizio (applicabili a più attività,
V.1 Aree a rischio specifico, V.2 Aree a rischio per atmosfere esplosive e V.3 Vani degli
ascensori), emanando nel tempo una serie di ulteriori specifiche RTV mirando, nel
lungo termine, a sostituire gradualmente l’attuale corpo normativo sugellando, a re-
gime, il passaggio dall'approccio prescrittivo tradizionale a quello basato sulla ormai
nota metodologia prestazionale del Codice, per tutte le attività normate.

Sono state pertanto emanate, ad oggi, le seguenti RTV:


 V.4 Uffici
 V.5 Attività ricettive turistico-alberghiere
 V.6 Autorimesse
 V.7 Attività scolastiche
 V.8 Attività commerciali
 V.9 Asili nido

7
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 V.10 Musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi in edifici tutelati


 V.11 Strutture sanitarie
 V.12 Altre attività in edifici tutelati
 V.13 Chiusure d’ambito degli edifici civili
 V.14 Edifici di civile abitazione
 V.15 Attività di intrattenimento e di spettacolo a carattere pubblico

Con il d.m. 26 luglio 2022, sono state emanate le norme tecniche di prevenzione in-
cendi per gli stabilimenti ed impianti di stoccaggio e trattamento rifiuti.
La norma, seppur connotata dalla consueta struttura delle RTV, al momento, non è
inserita nel Codice ma, come stabilito all'art. 3 del decreto, si applica in combinazione
con le sezioni G, S, V, limitatamente ai Capp. V.1, V.2 e V.3, e M restituendo, di fatto,
quale metodologia di progettazione della sicurezza antincendi quella del Codice.
Peraltro, nel 2019 sono stati emanati due fondamentali decreti che hanno apportato
sensibili modifiche al Codice, sia negli aspetti inerenti il campo di applicazione che in
relazione agli aspetti tecnici contenuti nell’allegato 1.
Infatti, con il d.m. 12 aprile 2019 viene esteso il campo di applicazione delle attività
progettabili con il “Codice” ed eliminato per molte attività il cosiddetto ‘‘doppio bina-
rio”, ovvero la possibilità di scelta, da parte del progettista, tra l’applicazione delle
normative tradizionali preesistenti rispetto al Codice e l’approccio prestazionale co-
stituito da quest’ultimo.
Con il d.m. 18 ottobre 2019, invece, è stato interamente sostituito l’allegato 1 del
Codice, modificando e/o integrando alcune previsioni relative alle misure tecniche di
prevenzione incendi di cui alle Sezioni G, S, V, limitatamente ai Capp. V.1, V.2 e V.3, e
M, sulla base delle esperienze maturate nel primo triennio di applicazione del Codice.
Conseguentemente a tali aggiornamenti, taluni particolarmente radicali, come ad
esempio per la misura antincendio S.4 Esodo, si è reso necessario apportare alcuni
aggiustamenti, mediante il d.m. 14 febbraio 2020 e il d.m. 6 aprile 2020, anche alla
Sezione V ed alle nuove RTV di recente emanazione (V.4 ÷ V.8).
Il d.m. 24 novembre 2021 ha quindi introdotte ulteriori modifiche all’allegato 1 del
Codice, in particolare per locali molto affollati, proprio in vista della emanazione della
RTV V.15 "Attività di intrattenimento e di spettacolo a carattere pubblico".

In definitiva, risultano, ad oggi, 491 le attività soggette comprese nel citato allegato I di
cui al d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, per le quali la Regola Tecnica Orizzontale (RTO) del
Codice rappresenta l'unico riferimento progettuale possibile.
Ad oggi, le varie RTV emanate e ricomprese nel testo coordinato del Codice sono le
seguenti:
 d.m. 8 giugno 2016: V.4 “Uffici”
 d.m. 9 agosto 2016: V.5 “Attività ricettive turistico-alberghiere”

1
Comprese quelle con RT per le quali vale il doppio binario (tranne V.6).

8
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 d.m. 21 febbraio 2017: V.6 “Attività di autorimessa”


 d.m. 7 agosto 2017: V.7 “Attività scolastiche”
 d.m. 23 novembre 2018: V.8 “Attività commerciali”
 d.m. 14 febbraio 2020: aggiornamento dei Capp. V.4, V.5, V.6, V.7, V.8
 d.m. 6 aprile 2020: V.9 “Asili nido”, correzione refusi nei parr. V.4.2, V.7.2 e tab. V.5-2
 d.m. 15 maggio 2020: aggiornamento del Cap. V.6 “Attività di autorimessa”
 d.m. 10 luglio 2020: V.10 “Musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi
in edifici tutelati”
 d.m. 29 marzo 2021: V.11 “Strutture sanitarie”
 d.m. 14 ottobre 2021: V.12 “Altre attività in edifici tutelati”
 d.m. 30 marzo 2022: V.13 “Chiusure d’ambito degli edifici civili”
 d.m. 19 maggio 2022: V.14 “Edifici di civile abitazione”
 d.m. 22 novembre 2022: V.15 “Attività di intrattenimento e di spettacolo a carattere
pubblico”

Come detto, avendo il d.m. 12 aprile 2019 determinato la fine del cosiddetto “doppio
binario”, per le attività soggette e non normate non esiste più la possibilità di scegliere
il criterio progettuale da utilizzare tra il Codice e i preesistenti criteri tecnici.
L’utilizzo del Codice è pertanto ormai obbligatorio; tuttavia, tale “doppio binario” per-
mane esclusivamente per le attività per le quali è presente una regola tecnica di tipo
tradizionale ancora vigente, ad eccezione delle autorimesse.
Ad esempio, ad oggi, è possibile progettare un’attività uffici secondo la V.4 oppu-
re utilizzando il d.m. 22 febbraio 2006; viceversa, essendo stato abrogato il d.m. 1
febbraio 19862, un’autorimessa può essere progettata unicamente mediante l’appli-
cazione della V.6. Ulteriori RTV sono in fase di pubblicazione, notificate alla Commis-
sione europea, o allo studio dei quadri dirigenti del Corpo Nazionale dei Vigili del
Fuoco ([Link]
incendi/norme-di-prevenzione-incendi).

Tanto premesso, al fine di fornire un seguito alla precedente Collana di Quaderni tec-
nici, inerenti le Sezioni S ed M del Codice3, incentrata sull’illustrazione delle potenzia-
lità del Codice, sulla base di esempi pratici di progettazione, si intende ora, mediante
una nuova Collana, focalizzare l’attenzione sulla Sezione V e, con il medesimo approc-
cio pratico, fondato sullo sviluppo di casi studio, saranno prese in rassegna le diverse

2
L'art. 3 comma 3 del d.m. 15 maggio 2020 prevede che "Per gli interventi di modifica ovvero di ampliamento delle autorimesse
esistenti alla data di entrata in vigore del presente decreto, si applicano le disposizioni previste dall’art. 2, commi 3 e 4 del
decreto del Ministro dell’interno 3 agosto 2015, come modificato dal decreto del Ministro dell’interno 12 aprile 2019." In estrema
sintesi, gli interventi di modifica o adeguamento su autorimesse esistenti vanno progettati con il Codice "a condizione che
le misure di sicurezza antincendio esistenti, nella parte dell’attività non interessata dall’intervento, siano compatibili con gli
interventi da realizzare ". Solo qualora ci sia tale incompatibilità, si potrà progettare gli interventi su autorimesse esistenti con
il d.m. 1 febbraio 1986.
3
[Link]
[Link]

9
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

RTV emanate, con l’ottica di illustrare l’applicazione dei nuovi strumenti normativi e
di evidenziare gli esiti delle progettazioni del medesimo caso studio, affrontato con
le due metodologie applicabili, costituite dalla vecchia normativa prescrittiva e dalla
nuova RTO, come integrata dalla rispettiva RTV.

10
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

OBIETTIVI

Come per la precedente Collana di Quaderni tecnici, inerenti le Sezioni S ed M del


Codice, citata nell’introduzione, anche stavolta s’intende utilizzare la metodologia del
caso studio, usualmente adottata nel campo della ricerca empirica come strumento
che ha la funzione di approfondimento di una questione.
Nello specifico, si ritiene possa favorire l’apprendimento dei metodi e degli strumenti
offerti dal Codice, nell’ambito dell’utilizzo della Sezione V, illustrandone l’applicazione
pratica in contesti reali.
Il caso studio consiste nella descrizione di una situazione realistica, a partire dalla
quale si intenderebbe sviluppare nel lettore le capacità analitiche necessarie per af-
frontare, in maniera sistematica, una situazione reale, nella sua effettiva complessità.
L’obiettivo specifico del ricorso al caso studio, quindi, non è quello di risolvere un pro-
blema, bensì di fornire al lettore strumenti pratici volti ad affrontare le varie proble-
matiche reali e ad inquadrare le stesse nel contesto del protocollo fornito dal Codice.

Si rappresenta che la presente pubblicazione ha scopo divulgativo e non costituisce in alcun modo una linea guida né un canone
interpretativo vincolante.
Il caso studio trattato si riferisce a situazioni ipotizzate dagli autori a soli fini esplicativi. I giudizi di valore rappresentano l’opinione
degli autori ed in nessun caso costituiscono istruzioni in merito a soluzioni tecniche vincolanti.
Formule, valutazioni, grafici e tabelle e modelli di calcolo impiegati sono riportati al solo fine divulgativo e pertanto viene
declinata qualsiasi responsabilità in merito all’effettivo utilizzo degli stessi.
Pur garantendo la massima cura nell’allestimento della pubblicazione, si declina ogni responsabilità per eventuali errori od
omissioni e, in merito all’eventuale concreta applicazione delle soluzioni tecniche illustrate, per eventuali danni risultanti dall’uso
delle informazioni contenute nella medesima.

11
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nella presente pubblicazione sarà affrontata la ristrutturazione di un ufficio aperto al


pubblico, ubicato in un edificio sottoposto a tutela ai sensi del [Link]. 22 gennaio 2004,
n. 42, mediante la RTV V.12 che integra, in base alle proprie specificità e per le solu-
zioni conformi, le imprescindibili e ineludibili indicazioni fornite dalla regola tecnica
orizzontale costituita dal Codice.

12
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

LE DIFFERENZE TRA L’APPROCCIO PRESCRITTIVO E QUELLO


PRESTAZIONALE

La progettazione della sicurezza antincendi può essere approcciata utilizzando due


diverse metodologie.
L’approccio prescrittivo, di natura deterministica, storicamente utilizzato nella nor-
mativa italiana, è caratterizzato da un insieme di norme, per l’appunto, prescrittive,
che richiedono al progettista l’applicazione pedissequa del disposto normativo senza
particolari spazi di manovra e senza poter incidere nella progettazione dell’attività
esaminata.
I vantaggi dell’approccio prescrittivo consistono nella sua agevole e omogenea appli-
cazione da parte del progettista e, lato “controllori”, nella ragionevole aspettativa di
uniformità di giudizio.
D’altro canto, gli svantaggi maggiori di tale metodologia risiedono nell’estrema rigidi-
tà che si manifesta nelle prescrizioni previste dal normatore che, sovente, obbliga il
progettista a dover ricorrere all’istituto della deroga.
L’approccio prestazionale, di tipo ingegneristico (Fire Safety Engineering), di origine an-
glosassone, è fondato, invece, sullo studio dell’evoluzione dinamica dell’incendio e
sulla previsione scientifica della prestazione dell'attività progettata, mediante l’utiliz-
zo di opportuni modelli di calcolo.
Il pregio principale di questo secondo approccio risiede nell’estrema flessibilità della
metodologia, che permette, con tutte le limitazioni del caso, di simulare incendi an-
che molto complessi.
D’altro canto, anche per tale approccio si rilevano alcuni limiti consistenti nella valida-
zione dei modelli di calcolo, nella forte richiesta di preparazione del progettista (e dei
“controllori”) e, laddove vengano utilizzati modelli di campo4, discreti oneri computa-
zionali che richiedono idonei supporti hardware e software.

Nel nostro Paese, prima dell’avvento del Codice, l’utilizzo della Fire Safety Engineering
ha riguardato, essenzialmente, la progettazione di attività non normate e, laddove
si istruiva una richiesta di deroga a norme prescrittive di attività normate, al fine di
dimostrare il raggiungimento di condizioni di sicurezza equivalente.
La Fire Safety Engineering costituisce uno strumento dalle enormi potenzialità; tutta-
via, come accennato, richiede al progettista un elevato livello di competenza, consi-
derevoli tempi per la progettazione, elevata etica professionale e, in definitiva, costi
di progettazione più elevati per la committenza.
Del resto, però essa, ed è questo uno degli aspetti peculiari dell’approccio prestazio-

4
I modelli di campo forniscono la stima dell’evoluzione dell’incendio in un unico volume, risolvendo per via numerica le equazioni
fondamentali del flusso dei fluidi risultante da un incendio (equazioni di Navier-Stokes).
Tale approccio è sviluppato attraverso i metodi alle differenze finite, agli elementi finiti o degli elementi di confine.
Si veda, ad esempio, [Link]
[Link]

13
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

nale, consente al progettista di adottare le soluzioni progettuali più adatte allo speci-
fico contesto nel quale va ad operare e al committente potenziali risparmi economici,
ben inteso, a parità di sicurezza antincendio.
Il Codice, in quanto Regola Tecnica Orizzontale, ovvero regola tecnica applicabile a tut-
te le attività, predilige l’approccio prestazionale alla sicurezza antincendio, volto all’in-
dividuazione del livello di prestazione richiesto da una specifica misura antincendio
ed alla verifica del suo raggiungimento.
La soluzione alternativa prevista dal Codice applicando, in via prioritaria ma non esclu-
siva, i Metodi suggeriti nella Sezione M, pertanto, si può considerare come eseguita
“su misura” dal progettista per ciascuno specifico contesto analizzato.
In tal modo, il progettista è assoluto artefice della progettazione e la flessibilità, carat-
teristica peculiare del Codice, assicura la massima applicabilità della norma a qualsi-
asi situazione.
Sinteticamente si rammenta che la Sezione M del Codice descrive la metodologia di
progettazione dell’ingegneria della sicurezza antincendio.
Tale approccio metodologico viene adottato anche in soluzione conforme, essendo
richiesto al progettista di individuare il livello di prestazione adeguato per ogni misu-
ra antincendio e verificandone indirettamente il relativo raggiungimento.
L'applicazione dei principi dell'ingegneria della sicurezza antincendio consente, ana-
logamente alle altre discipline ingegneristiche, di definire soluzioni idonee al raggiun-
gimento di obiettivi progettuali mediante analisi di tipo quantitativo.
Nel Cap. M.1 si descrive in dettaglio la metodologia di progettazione dell'ingegneria
della sicurezza antincendio (o progettazione antincendio prestazionale).
Per altri aspetti tecnici della progettazione antincendio prestazionale debbono es-
sere impiegate le indicazioni riportati nei seguenti capitoli:
 Cap. M.2 Scenari d’incendio per la progettazione prestazionale;
 Cap. M.3 Salvaguardia della vita con la progettazione prestazionale.

Per gli aspetti della progettazione antincendio prestazionale non esplicitamente defi-
niti nel Codice si può fare riferimento alla regola dell'arte internazionale.

14
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IL CODICE DI PREVENZIONE INCENDI

Rinviando, ad esempio, alla prima delle nove pubblicazioni della precedente Collana
di Quaderni tecnici in merito all’illustrazione del Codice e della propria strutturazione,
nonché al sito ufficiale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco [Link]
[Link]/aspx/[Link]?IdPage=10259 per la sua consultazione nella versione aggior-
nata, in questa sede si richiamano, brevemente, alcuni concetti peculiari di questo
fondamentale strumento normativo nel campo della prevenzione incendi.
Il Codice ha introdotto norme che potremmo definire “semi-prescrittive”, che con-
sentono il ricorso a soluzioni conformi o alternative (sezione M – Metodi), e segna il
passaggio da una metodologia prescrittiva, dove la valutazione del rischio d’incendio
così come la definizione di soluzioni progettuali era fatta dal normatore, sulla base
di criteri di sicurezza applicati dal normatore e non noti, ad una metodologia presta-
zionale che attinge a piene mani alle nuove tecniche dell’ingegneria antincendio (Fire
Safety Engineering).
A garantire un ottimale rapporto tra il livello di sicurezza e i costi della soluzione adot-
tata contribuiscono, da una parte, le misure tecniche (compartimentazione, sistemi
di allarme, ecc.) e, dall’altra, le misure gestionali (sorveglianza, controlli, ecc.), che ac-
quistano pari dignità nella nuova concezione della progettazione antincendio.
Progettare la sicurezza antincendio significa individuare le soluzioni tecniche e gestio-
nali finalizzate al raggiungimento degli obiettivi primari (sicurezza della vita umana,
incolumità delle persone e tutela dei beni e dell'ambiente in caso di incendio); il rag-
giungimento degli stessi si considera soddisfatto se le attività sono progettate, realiz-
zate e gestite in maniera da:
 minimizzare cause incendio o di esplosione;
 garantire la stabilità delle strutture;
 limitare la produzione e la propagazione di un incendio all’interno dell’attività;
 limitare la propagazione di un incendio alle attività contigue;
 limitare gli effetti di un’esplosione;
 garantire la possibilità che gli occupanti lascino l’attività autonomamente o che gli
stessi siano soccorsi in altro modo;
 garantire la possibilità per le squadre di soccorso di operare in condizioni di sicu-
rezza;
 tutelare gli edifici pregevoli per arte e storia;
 garantire la continuità di esercizio per le opere strategiche;
 prevenire il danno ambientale e limitare la compromissione dell’ambiente in caso
di incendio.

La metodologia di valutazione del rischio d’incendio è il processo di analisi che, par-


tendo dalla conoscenza scientifica della combustione, consente di stimare gli effetti

15
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

dell’incendio e del comportamento umano, in termini di probabilità di accadimento


e di danno.
Il progettista, pertanto, individua i pericoli di incendio presenti nell’attività (sostanze
pericolose e modalità di stoccaggio, carico di incendio, impianti, macchine ecc.) e,
in funzione delle condizioni strutturali dell’edificio (geometria, distanziamenti, isola-
mento, viabilità layout aziendali, ecc.), dell’organizzazione (affollamento, turni di lavo-
ro, formazione ecc.) e delle caratteristiche della specifica attività (lavorazioni, proces-
si, ecc.), sviluppa un’attenta valutazione del rischio di incendio dell’attività, finalizzata
all’individuazione delle più severe e credibili ipotesi di incendio e le conseguenze che
da esso ne derivano, anche quando si progetta in maniera semi-prescrittiva e si ricor-
re alle soluzioni conformi.
Tale valutazione è centrale nell’ambito della progettazione, consentendo al progetti-
sta di adottare correttamente le soluzioni progettuali previste dal Codice, eventual-
mente, perfezionandole in base alle risultanze dell’analisi eseguita.
In esito alla valutazione del rischio, il progettista dovrà individuare anche comparti-
menti, ambiti e opere da costruzione, al fine di individuare correttamente i livelli di
prestazione da attribuire.
Il processo di valutazione del rischio incendio o esplosione è di tipo iterativo, dal mo-
mento che può essere soggetto a rivalutazione da parte del progettista in funzione
delle misure antincendio da adottare per raggiungere i relativi livelli di prestazione.
Stabilito lo scopo della progettazione della sicurezza antincendio, fissati gli obiettivi di
sicurezza ed espletata la valutazione del rischio incendio ed esplosione per l'attività,
il progettista attribuisce un valore per ciascuno dei tre profili di rischio e per ciascuno
dei compartimenti/ambiti cui sono riferiti, secondo le secondo le indicazioni conte-
nute nel Codice:
 Rvita profilo di rischio relativo alla salvaguardia umana;
 Rbeni profilo di rischio relativo alla salvaguardia dei beni economici;
 Rambiente profilo di rischio relativo alla tutela dell’ambiente dagli effetti dell’incendio.

I profili di rischio Rvita, Rbeni e Rambiente sono definibili come degli indicatori speditivi della
tipologia di rischio presente negli ambiti dell’attività, ma in nessun caso sostituiscono
la valutazione del rischio di incendio!
Attraverso la loro determinazione il progettista è guidato (non costretto!) all’attribu-
zione dei livelli di prestazione, ricorrendo ai criteri di attribuzione generalmente ac-
cettati o ad uno dei metodi di cui al par. G.2.7, ovvero alla individuazione delle misure
antincendio.
La valutazione del rischio (frequenza di accadimento e danno eventuale) è propedeu-
tica per l'assegnazione della misura a Rvita, Rbeni e Rambiente e dipende dagli altri indicatori
di pericolosità (geometria complessa, affollamento, lavorazioni pericolose, ecc.) sca-
turiti dalla valutazione del rischio d’incendio.
Se non diversamente indicato, o determinato in esito a specifica valutazione del ri-
schio, il profilo di rischio Rambiente è ritenuto non significativo negli ambiti protetti da

16
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

impianti o sistemi automatici di completa estinzione dell’incendio (Cap. S.6) a disponi-


bilità superiore e nelle attività civili.
Le operazioni di soccorso dei VV.F. sono escluse dalla valutazione del rischio ambientale.

Profili di rischio

Una volta effettuata la valutazione del rischio incendio ed esplosione, individuati i


suddetti profili di rischio ed in funzione di altri parametri caratterizzanti la specifica
attività, il progettista è chiamato a definire tutte le misure antincendio del Codice at-
tribuendo, per ciascuna, i pertinenti livelli di prestazione in funzione degli obiettivi di
sicurezza da raggiungere e degli esiti delle suddette valutazioni, che sono parte di un
processo iterativo di progettazione.
Per ogni livello di prestazione di ciascuna misura antincendio sono previste diverse
soluzioni progettuali.
La soluzione progettuale scelta deve garantire il raggiungimento del livello di prestazione.

17
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Le soluzioni progettuali che sono previste dal Codice sono:

Soluzioni progettuali

La novità del Codice consiste nell’ammettere soluzioni alternative: il progettista può


sviluppare soluzioni progettuali diverse da quelle conformi, trovarne una alternativa,
dimostrando il raggiungimento del collegato livello di prestazione, ovvero, in via re-
siduale, una in deroga (G.2.8), fatto salvo doverne dimostrare il raggiungimento dei
pertinenti obiettivi di sicurezza antincendio di cui al par. G.2.5.
Il Codice, come detto, rappresenta la regola generale (RTO) per tutte le attività non
dotate di RTV.
Per le attività dotate di RTV occorre prioritariamente effettuare la valutazione del
rischio, tenendo conto delle specificità previste dalla RTV, quindi attribuire i livelli di
prestazione previsti dalla RTO per le misure antincendio che compongono la strategia
antincendio e infine modificare o integrare le soluzioni conformi della RTO con quelle
di cui alla RTV, nel caso di ricorso alle soluzioni conformi (solo la V.6 prevede indica-
zioni anche per le soluzioni alternative, in particolare per la sola resistenza al fuoco).
Laddove la RTV non fornisse indicazioni specifiche per una misura (es.: la V.6 per la
S.9), in tal caso, si dovrà far riferimento esclusivamente alle pertinenti indicazioni
contenute nella sezione S della RTO quindi, per l'esempio in argomento, al Cap. S.9
Operatività antincendi.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Cap. G.2 - Progettazione per la sicurezza antincendio

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Iter per l’attribuzione dei livelli di prestazioni alle misure della strategia e delle soluzioni progettuali

20
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’ATTIVITÀ 72 DELL’ALLEGATO I AL D.P.R. 1 AGOSTO 2011, N. 151

Il riordino delle attività soggette ai procedimenti di prevenzione incendi, apportato


dal d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, ha ampliato i criteri di assoggettabilità dei beni tu-
telati individuando nell’attività 72 gli edifici sottoposti a tutela, ai sensi del [Link]. 22
gennaio 2004, n. 42, destinati ad attività aperte al pubblico.

Gli edifici “sottoposti a tutela” sono, ope legis, quelli “opera di autore non più vivente, la
cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni”, fino alla verifica dell'interesse culturale, di
proprietà pubblica, di persone giuridiche private senza fini di lucro, compresi gli enti
ecclesiastici.

Va precisato che, qualora il vincolo di tutela non sia confermato, l'edificio è escluso
dalle disposizioni del citato [Link]. 22 gennaio 2004, n. 42 e, pertanto, l’attività non è
compresa nell’attività 72.

Il vincolo può essere posto su un intero edificio, su una sua parte (se catastalmente
identificata), sul suo contenuto e su eventuali pertinenze.
Negli ultimi due casi si parla di "vincolo pertinenziale"; il vincolo può inoltre essere
di tipo "indiretto", finalizzato ad evitare che sia messa in pericolo l'integrità dei beni
culturali immobili, ne sia danneggiata la prospettiva o la luce o siano alterate le con-
dizioni di ambiente e di decoro.

I vincoli indiretti possono derivare quindi dalla posizione del bene immobile nel suo
contesto ovvero dalla sua collocazione in un particolare ambito paesaggistico, arche-
ologico o d’insieme.

Si segnala che, nel caso l’edificio tutelato sia solo parzialmente occupato dalle attività
aperte al pubblico comprese nell’allegato I al citato d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, si con-
figura l’attività 72, limitatamente alla porzione in cui viene svolta l’attività.

Sostanzialmente, quindi, la declaratoria dell’attività 72 ha tracciato un solco per le


successive norme di prevenzione incendi, nelle quali l’obiettivo della tutela del bene
culturale concorre con quello della sicurezza della vita umana sancito dall’art. 13 del
[Link]. 8 marzo 2006, n. 139 e s.m.i.

21
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

LA PREVENZIONE INCENDI E LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO


ARTISTICO E STORICO

Il patrimonio immobiliare di edifici tutelati nel nostro Paese è vastissimo.


Per questo, sin dai primi provvedimenti normativi in materia di prevenzione incendi,
è stata prestata particolare attenzione all'individuazione di criteri progettuali compa-
tibili con gli edifici tutelati, che si sono affinati nel corso degli anni fino a raggiungere
l'attuale quadro normativo.

Le prime indicazioni di prevenzione incendi relative ai musei risalgono al 1942, con


il Regio Decreto 7 novembre 1942, n. 1564, che imponeva limiti all'esecuzione di im-
pianti tecnici a protezione di edifici pregevoli per arte o storia, nonché di quelli desti-
nati a contenere biblioteche, archivi, musei, gallerie, collezioni e oggetti d'interesse
culturale.
Tra le disposizioni, rilevano le precisazioni relative ai possibili danni causati dagli im-
pianti ad aria calda in presenza di affreschi e decorazioni (come screpolature nelle
pareti e negli intonaci) e dall'umidità dell'aria, causa di alterazione di libri, stampe,
dipinti, miniature, manoscritti, ecc..
Successivamente, la prevenzione incendi nelle attività presenti negli edifici tutelati è
stata oggetto di due provvedimenti normativi specifici: il d.m. 20 maggio 1992, n. 569,
"Regolamento contenente norme di sicurezza antincendio per gli edifici storici e artistici
destinati a musei, gallerie, esposizioni e mostre", e il d.p.r. 30 giugno 1995, n. 418, "Rego-
lamento concernente norme di sicurezza antincendio per gli edifici di interesse storico-
artistico destinati a biblioteche ed archivi".
Entrambi i regolamenti citati, tuttora vigenti, dettano una serie di prescrizioni non
sempre attuabili, in quanto contrastano con i vincoli connessi alla tutela del bene
stesso; da qui, la necessità di ricorrere frequentemente a deroghe.

Rispetto a tutte le altre attività soggette ai procedimenti di prevenzione incendi, l'atti-


vità 72 del d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151 ha una connotazione unica, collegando l'attività
svolta alla protezione del bene tutelato.
Il panorama di tipologie edilizie, tecnologie costruttive, epoche di realizzazione, ecc.,
denota un'evidente eterogeneità che, in molti casi, non consente l'applicazione delle
misure prescrittive previste dalle norme.

Dal punto di vista della vulnerabilità antincendio, la progettazione in edifici storici,


spesso caratterizzati da incertezze nel comportamento strutturale, dalla mancanza
di compartimentazioni e da elevati carichi di incendio, non permette di adeguarsi ai
requisiti di resistenza e reazione al fuoco previsti nelle norme prescrittive, né è sem-
plice realizzare sistemi impiantistici di controllo dell'incendio.
Altrettanto complesso risulta predisporre un sistema organizzato di vie di uscita per

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

il deflusso rapido e ordinato, che deve rispondere a limiti dimensionali ben precisi,
derogabili unicamente con la riduzione dell'affollamento.

L'utilizzo delle deroghe alle norme tecniche prescrittive permette di evitare l'integrale
applicazione delle normative di sicurezza antincendio agli edifici tutelati, promuoven-
do l'individuazione e l'applicazione di misure di sicurezza equivalenti.
In questo modo, è possibile fornire ai progettisti lo strumento per individuare solu-
zioni progettuali, anche di tipo gestionale, compatibili con la tutela del bene culturale,
agevolando in tal modo l'iter di autorizzazione delle Soprintendenze e, in definitiva,
la fruizione del bene stesso.

In tali casi, è necessario individuare misure di sicurezza equivalenti, in applicazione


dei citati decreti 569 e 418, che sostituiscano quelle che sarebbero state eccessiva-
mente invasive e avrebbero alterato la fisionomia degli edifici tutelati, o ancora, non
sarebbero compatibili con la conservazione dei beni presenti.
Tuttavia, il ricorso all'istituto della deroga comporta maggiori oneri e tempi più lunghi
per l'istruttoria di valutazione del progetto da parte dei VV.F..

Nell’ambito del Codice, la RTV V.12, d.m. 14 ottobre 2021, “Approvazione di norme
tecniche di prevenzione incendi per gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legi-
slativo 22 gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, contenenti una o più attività ricomprese
nell'allegato I al decreto del Presidente della Repubblica 1° agosto 2011, n. 151, ivi indivi-
duate con il numero 72, ad esclusione di musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e
archivi, ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139” completa la
trattazione delle attività 72 abbinandosi al d.m. 10 luglio 2020 "Norme tecniche di preven-
zione incendi per gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio
2004, n. 42, aperti al pubblico, destinati a contenere musei, gallerie, esposizioni, mostre,
biblioteche e archivi ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139"
(RTV V.10).

A differenza della RTV V.10, che può essere applicata in alternativa alle specifiche
RT tradizionali di cui al d.m. 20 maggio 1992, n. 569, riferito agli edifici di interesse
storico-artistico destinati a musei, gallerie, esposizioni e mostre e al d.p.r. 30 giugno
1995, n. 418, riferito agli immobili di interesse storico-artistico destinati a contenere
biblioteche e archivi, la RTV V.12 raffigura un’assoluta novità, trattando aspetti di tu-
tela dell’edificio vincolato, avente valore storico o artistico, destinato alla erogazione
e fruizione di beni o servizi non strettamente riconducibili alla fruizione e valorizzazio-
ne del patrimonio culturale in essi contenuto, ma costituenti attività soggette ai sensi
del d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151.
Conseguentemente, la V.12 non rappresenta un’alternativa ad alcuna RT tradizionale
pre Codice, perseguendo uno degli obiettivi primari, tipici della progettazione presta-
zionale, richiamato al punto 1 del par. G.2.5.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

In Italia, in considerazione del patrimonio edilizio esistente, risultano frequenti utilizzi


di edifici tutelati per attività soggette quali uffici, scuole, alberghi, attività commercia-
li, strutture sanitarie, ecc..

L'approccio prestazionale della RTV V.12, contenuta nel citato d.m. 14 ottobre 2021,
ha superato le rigidità delle disposizioni prescrittive, che, applicate alla progettazione
antincendio negli edifici tutelati, determina quasi sempre il ricorso alle soluzioni in
deroga.

Con le RTV V.10 e V.12, si passa dalle prescrizioni fondate esclusivamente sul crite-
rio di garantire la massima prevenzione e protezione antincendio a una valutazione
dell'attuabilità multi-criteriale della disposizione antincendio, basata su diversi aspet-
ti che la caratterizzano, rendendola compatibile con le esigenze di conservazione,
valorizzazione e fruizione degli edifici tutelati.
La strategia antincendio delle RTV V.10 e V.12 prevede, infatti, diverse soluzioni con-
formi, tra le quali il progettista può scegliere quella che meglio si adatta alle specificità
dell'edificio da adeguare.
Senza dover ricorrere alle soluzioni in deroga, è inoltre possibile progettare soluzioni
alternative calibrate sul tipo di edificio tutelato e sulle e sulle eventuali prescrizioni
delle competenti Soprintendenze, connesse alle esigenze di tutela.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IL PIANO DI LIMITAZIONE DEI DANNI

Le RTV V.10 e la RTV V.12 ampliano le disposizioni del Cap. S.5 del Codice, proponen-
do un approccio avanzato alla sicurezza antincendio dei beni tutelati attraverso l’in-
troduzione del “piano di limitazione dei danni”.
Questo piano, specifico per la protezione dei beni culturali in caso di incendio (ma in
forma estensiva potrebbe utilmente essere esteso anche per altri eventi sia antro-
pici che naturali), deve individuare misure e procedure idonee a garantirne la loro
salvaguardia sia nella zona in cui si sviluppa l’incendio che nelle ulteriori zone in cui
potrebbero comunque risentirsi effetti dannosi sul patrimonio culturale in termini di
crolli, fumo e calore.

A soggetti, adeguatamente formati, incaricati dell’attuazione delle procedure

B distribuzione qualitativa e quantitativa dei beni tutelati presenti

procedure di allontanamento dei beni dettagliando, ove possibile, anche le priorità di


C evacuazione e gli specifici provvedimenti per la rimozione e il trasporto presso i luoghi di
ricovero

eventuali luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza, con particolare riferimento
D
alle condizioni di sicurezza e di conservazione degli stessi

E procedure per la protezione in loco dei beni inamovibili o difficilmente spostabili

Tab. 1 - Par. V.[Link] (e Par. V.[Link]) Piano di limitazione dei danni - Contenuti essenziali

Un’analisi dei contenuti del PLD (punti A - E della Tab. 1) evidenzia immediatamente
la difficoltà che il progettista, nel rispetto degli indirizzi del responsabile dell’attività,
dovrà affrontare.
La complessità della problematica, che coinvolge competenze gestionali oltre che
tecnico-scientifiche impiantistiche, strutturali e di conservazione dei beni culturali,
richiede un approccio multidisciplinare ed il conseguente coinvolgimento di profes-
sionalità e specializzazioni diverse in relazione alla tipologia di beni presenti all’in-
terno dell’edificio, dello scenario emergenziale preso in considerazione, delle attività
prevalente e sussidiarie presenti e quindi delle relazioni con la fruizione pubblica e le
esigenze di valorizzazione che i beni culturali impongono.
L’individuazione di tali expertise ed il loro coordinamento rimane evidentemente in
capo al responsabile dell’attività, titolare dell'autorizzazione all'esercizio ai fini antin-
cendio e quindi anche dell’aggiornamento della stessa, ivi compreso il piano di limita-
zione danni, in relazione alle eventuali future sopravvenute variazioni.
Per quanto sopra evidenziato, si propongono di seguito alcuni spunti di riflessione e
approfondimento utili per chi si appresta all’elaborazione del piano.

25
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Il primo passo (punto A della Tab. 1) riguarda l’identificazione e la formazione del per-
sonale incaricato dell’esecuzione delle procedure del piano di limitazione dei danni.
È indispensabile innanzitutto prevedere un elenco con i nominativi e i riferimenti te-
lefonici, delle persone incaricate per l’attuazione delle diverse fasi del piano:
 responsabile/referente per i beni culturali;
 addetti e responsabile della movimentazione dei beni;
 responsabile/referente dell’eventuale deposito di ricovero temporaneo;
 coordinatore dell’emergenza;
 componenti della squadra di intervento;
 eventuali ditte esterne di supporto e delle ditte di manutenzione del sito;
 eventuali associazioni/enti/collaboratori esterni coinvolti in una o più fasi del piano.

I riferimenti dovranno essere costantemente aggiornati anche in relazione ad even-


tuali modifiche organizzative ed essere immediatamente disponibili al personale in-
caricato per l’attuazione del piano.
Il personale inserito nel suddetto elenco dovrà essere adeguatamente formato sia in
relazione alle procedure di rispettiva competenza, che al più generale piano di emer-
genza della sede dell’attività.
La formazione dovrà obbligatoriamente prevedere anche un numero adeguato di
esercitazioni che consentano di far conoscere in dettaglio la dislocazione dei beni su
cui dovrà intervenire e le procedure necessarie per la loro protezione in situ e/o movi-
mentazione, i luoghi di ricollocazione in sicurezza in relazione ai diversi scenari ipotiz-
zati nel piano, l’ubicazione delle attrezzature necessarie.
In tale paragrafo è fondamentale definire inoltre univocamente e in modo chiaro e det-
tagliato, i compiti e le responsabilità di ciascuno all’interno della squadra di intervento,
designare il coordinatore e stabilire le modalità di comunicazione tra i componenti
della squadra e con i soccorritori che intervengono nella gestione dell’emergenza.
In situazioni particolari e certamente in ambiti o condizioni particolarmente rischio-
se, potrebbe essere necessario integrare la squadra di limitazione dei danni con una
squadra di supporto dei VV.F. che, una volta informata sul contenuto del PLD, forni-
rà le indicazioni necessarie per garantire le condizioni di sicurezza degli operatori e
potrà svolgere compiti specifici, come la movimentazione e il trasporto di beni che,
per dimensione, peso o collocazione, non possono venire movimentati da altro per-
sonale.
In generale la squadra di intervento provvederà alla movimentazione, al trasporto,
all’imballaggio e all’organizzazione della custodia temporanea dei beni, operando in
ogni caso solo se sono garantite le condizioni di sicurezza.
Il secondo punto dell’elenco (punto B della Tab. 1) prevede che il piano ricomprenda
una mappatura con la distribuzione qualitativa e quantitativa dei beni tutelati presen-
ti all’interno dell’attività.
Oltre che l’elenco e la dislocazione dei beni con la relativa priorità di intervento, è

26
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

importante riportare l’elenco e l’ubicazione dei materiali e delle attrezzature a di-


sposizione per l’attuazione delle procedure di emergenza sui beni (movimentazione,
distacco, trasporto, protezione in loco, collocazione nei ricoveri temporanei).

Tale obiettivo potrà essere garantito attraverso l’elaborazione di schemi planimetrici


semplificati, con una legenda di immediata lettura che identifichi anche le diverse ti-
pologie di beni, a cui corrispondono, in generale, diverse procedure da attuare e alle-
gati, secondo un formato facilmente fruibile (ad es.: max A3 o ripiegabile facilmente).
Tali schemi dovranno riportare anche i percorsi di sicurezza che dai diversi comparti
portano ai relativi ricoveri sicuri di ricollocamento delle opere e che possono costitu-
ire anche le vie d’esodo per l’eventuale evacuazione degli operatori.
È fondamentale che, nello schema planimetrico sia riportata la collocazione dei beni,
includendo dettagli utili per identificarli anche attraverso l’uso di un sistema di codi-
ficazione per le posizioni (ad esempio, numero del piano, stanza, armadio o ripiano),
che può facilitare la localizzazione durante un’emergenza, ma anche informazioni
sulle modalità movimentazione per tutti quelli che, con diversi sistemi, siano fissati a
supporti (sgancio dalle pareti, apertura di eventuali teche, smontaggio dai piedistalli).

Le informazioni di localizzazione possono essere integrate con fotografie che mostra-


no etichette identificative del luogo; l'implementazione di tecnologie, come sistemi
di tracciamento in tempo reale, potrebbe migliorare ulteriormente la gestione della
sicurezza.

27
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Occorre in ogni caso prevedere adeguate precauzioni di riservatezza delle informazio-


ni sulla localizzane dei beni e sulle modalità di smontaggio, specialmente per quelle
parti del piano che possono o debbano essere rese disponibili all’esterno dell’attività.
Il terzo punto (punto C della Tab. 1) riguarda le procedure per l’allontanamento dei
beni durante un’emergenza.
Al fine di poter attuare efficacemente una qualsiasi procedura di messa in sicurezza
di beni è indispensabile individuare preliminarmente le priorità di intervento sui beni,
in relazione al valore culturale degli stessi, ma anche in relazione alle vulnerabilità nei
confronti dello scenario emergenziale specifico e anche al tempo, alle risorse umane
e alle attrezzature effettivamente disponibili per l’intervento.
Pur riconoscendo come sia estremamente complicato attribuire una priorità in base
al “valore culturale” dei singoli beni, è comunque fondamentale considerare specifica-
tamente le condizioni dei beni, in termini di localizzazione nei riguardi dell’eventuale
incendio in atto, dimensioni e trasportabilità nei tempi e nelle condizioni operative
consentite dallo scenario.
In tale valutazione si inserisce pure la necessità di determinare anche eventualmente
quali beni si possono/devono proteggere attraverso misure di mitigazione del danno
e protezioni passive da mettere in opera in loco.
Evidentemente la valutazione delle priorità, intesa come sopra, richiede un approccio
multidisciplinare e la collaborazione con esperti di conservazione e restauratori oltre
che del gestore dell’attività e dei tecnici che hanno elaborato il progetto di adegua-
mento alle norme di prevenzione incendi.
I piani di limitazione dei danni, che dettagliano le procedure di “salvaguardia” dei
beni, sono essenziali anche per coordinarsi con i soccorritori impegnati nella gestione
dell’emergenza; pertanto, è indispensabile condividere il piano con tutti gli operatori
dell’emergenza a vario titolo coinvolti.
La letteratura internazionale propone approcci metodologici per valutare il valore dei
beni tutelati, secondo criteri multidimensionali che prevedono l’attribuzione di pun-
teggi per definire le priorità di salvataggio.
È di fondamentale importanza bilanciare adeguatamente la quantità di beni salvabili
con un piano dettagliato che comprenda l’intero edificio e che comunque sia modu-
labile in relazione al tempo di intervento effettivamente disponibile.
Il piano dovrà quindi essere dimensionato prevalentemente in relazione al tempo di-
sponibile per le operazioni di messa in sicurezza e quindi inevitabilmente prevederà
operazioni differenziate tra le diverse zone dell’edificio e in relazione ai diversi scenari
incidentali considerati.
In ogni caso è sempre bene considerare che l’evoluzione dello scenario in seguito ad
un evento potrebbe non consentire l’accesso e l’operatività in alcune zone e quindi
prevedere una certa flessibilità anche in termini di zone di intervento.
Il PLD deve affrontare una molteplicità di contenuti e decisioni che certamente non
rendono facile l’elaborazione della strategia di intervento; nei casi più complessi po-
trebbe essere utile predisporre un piano semplificato da arricchire e approfondire
con aggiornamenti successivi, sviluppati anche all’esito di esercitazioni mirate.

28
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La procedura di allontanamento dei beni deve essere dettagliatamente delineata nel


piano, specificando, a seconda delle diverse tipologie, modalità, mezzi, attrezzature e
numero di operatori necessari per tutte le diverse fasi: recupero, trasporto e ricollo-
cazione nel luogo di ricovero temporaneo.
Nell’ambito della pianificazione delle misure di protezione dei beni, è fondamentale
considerare preliminarmente i seguenti aspetti:
 il reale rischio per il bene tutelato in funzione dello scenario incidentale e quindi
della collocazione del bene, in relazione all’effettiva pericolosità dell’incendio e dei
prodotti della combustione;
 valutare se le misure già in essere non siano sufficienti a prevenire danni;
 considerare quale sia il luogo più sicuro per il ricovero del bene;
 individuare chi debba fornire l’autorizzazione per lo spostamento o la protezione
in loco dei beni;
 verificare se il personale e le risorse disponibili al momento dell’evento siano ade-
guate ad attuare le misure di protezione dei beni in pericolo e che il personale sia
dotato dei dispositivi di protezione individuale necessari.

La decisione di allontanare i beni, se non adeguatamente pianificata e attuata con


personale formato, potrebbe infatti esporli a potenziali ulteriori danneggiamenti.
In casi particolari, in presenza di beni di elevato valore culturale, potrebbe essere
preso in considerazione anche l’utilizzo di tecnologie avanzate, come sensori e droni,
per monitorare le condizioni e il fattore di esposizione dei beni e ottimizzare quindi le
misure di salvaguardia da attuare in caso di emergenza.
Nell’ambito della valutazione del rischio e quindi delle priorità di intervento, riveste
un ruolo fondamentale la vulnerabilità nei confronti del fuoco e quindi anche le carat-
teristiche materiche dei beni interessati; materiali organici come carta, legno, tessuti
e ossa sono maggiormente sensibili e quindi essere più facilmente danneggiati da ca-
lore, fumi e acqua utilizzata per lo spegnimento, rispetto a materiali inorganici come
vetro e ceramica, che possono comunque subire danni da crolli o distacchi causati
dall'incendio, ma in condizioni di esposizione a temperature più elevate.

Elemento essenziale nella strategia di limitazione dei danni, attraverso l’adozione di


misure di messa in sicurezza dei beni con allontanamento degli stessi verso un rico-
vero temporaneo sicuro, è l’identificazione di un percorso sicuro che, tenendo conto
delle dimensioni dei beni movimentati e delle attrezzature necessarie e disponibili,
garantisca percorsi e passaggi idonei, ma ancor più la disponibilità di luoghi di ricove-
ro temporanei sicuri e adeguatamente attrezzati per ricevere i beni spostati.

29
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’identificazione dei luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza (punto
D della Tab. 1) rappresenta l’elemento di completamento del piano stesso e quindi
determinante per l’efficacia delle misure di salvaguardia del piano di limitazione dei
danni.
L’individuazione di spazi di ricovero con condizioni di sicurezza e di conservazione
idonee, dislocati in punti diversi dell’edificio, in modo da poter utilizzare quello miglio-
re in relazione al luogo dell’evento incidentale, di attrezzature per l’allestimento velo-
ce e funzionale a poter stoccare in modo idoneo i beni oggetto di allontanamento, la
disponibilità di personale specializzato per l’allestimento del deposito, costituiscono
elemento imprescindibile dell’intero piano.
I requisiti essenziali richiesti ad un luogo di ricovero di beni culturali anche solo tem-
poraneo sono:
 dimensioni adeguate al numero di beni da trasferire;
 assenza di infestazioni da parassiti o muffe;
 aerazione e mancanza di umidità;
 protezione contro furti e atti vandalici;
 accessibilità per il trasporto sicuro dei beni;
 condizioni che si mantengano nel tempo in caso di custodia prolungata.

30
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La particolare dislocazione dei beni, ad esempio, con altezze eccessive o luogo di col-
locazione non facilmente raggiungibili, le dimensioni e il peso con oggetti ad esempio
molto pesanti, come mosaici e dipinti con grandi cornici, o particolarmente fragili,
potrebbero non consentire il loro allontanamento in luogo sicuro e richiedere quindi
una protezione in loco sia nei confronti del fumo che del calore (punto E della Tab. 1).
Il piano dovrà in tal senso prevedere le misure di protezione in loco comprensive dei
materiali da utilizzare, delle professionalità e operatori necessarie a mettere in opera
presidi e materiali individuati, attrezzature idonee ivi comprese le eventuali scale e/o
trabattelli.
È evidente che la predisposizione di un piano di limitazione danni presuppone la pre-
liminare ricognizione di tutti i beni culturali presenti all’interno di un’attività, finaliz-
zata a sintetizzare in un unico documento tutte le informazioni funzionali a definire
le procedure di messa in sicurezza, siano queste da realizzare in situ, sia mediante lo
spostamento dei beni.
È evidente che tale ricognizione costituirà un documento assolutamente riservato, ad
uso del responsabile dell’attività e degli incaricati a vario titolo da questo designati.

Tale ricognizione deve riguardare essenzialmente:


1) l’univoca identificazione dell’attività in termini di denominazione, collocazione (re-
gione, provincia, comune, località, indirizzo), riferimento amministrativo del re-
sponsabile dei beni mobili, proprietà, utilizzatore, responsabile dell'Istituto (nome,

31
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

cognome, telefono cellulare e-mail), responsabile della sede (nome, cognome, te-
lefono cellulare e-mail), referente per l'accesso (nome, cognome, telefono cellula-
re e-mail);
2) la verifica dell’accostabilità dei mezzi per il carico-scarico e, in caso di non acco-
stabilità, la distanza approssimativa dal primo punto di parcheggio dei mezzi di
trasporto;
3) per ciascun bene:
 tipologia;
 identificazione;
 dati dimensionali e peso;
 stato di conservazione;
 collocazione;
 foto;
 tipo di intervento di messa in sicurezza previsto (nessuno, protezione in loco,
spostamento interno alla sede, spostamento in deposito esterno);
 informazioni relative all’eventuale movimentazione (tipologia di materiale per
l’imballaggio, tipologia di contenitori per il trasporto, eventuali attrezzature ne-
cessarie per la movimentazione, priorità di intervento).

32
Identificazione dei beni mobili

Tipologia Identificazione (per gruppi si utilizzerà la voce VARI) Dati dimennsionali (in centimetri)

N. Opera isolata OI
Descrizione/
ID Inventario inventario/cat Amovibile Serie S
Progr. Quantità N. Descrizione fisica
(Solo Archivi) alogo/Segnat (A) Frammento F Oggetto/Tipologia
Soggetto/Titolo/ dei supporti Autore/Soggett Ingombro Altezza/lunghezza/
ura Archivio A delle unità di Datazione Peso (in kg)
Intitolazione contenuti nelle o produttore volumetrico larghezza/Diametro
Inamovibile Raccolta A/R conservazione
unità di
(I) Serie SA
conservazione
Parte P

Elementi
1 A OI 562 architettonici in Medio 150 x 180 cm 40 Kg
marmo

Stato di
Collocazione Foto Dati relativi alla movimentazione beni
conservazione

Tipologa intervento
(nessuno N, protezione
Spostamento
in loco PL,
per rischio
spostamento interno Tipologia di
sismico
Buono B luogo di alla sede SI, mezzo di
S/N Tipologia Tipologia di contenitori Attrezzature Luogo di deposito di Priorità di
Sufficiente S collocazione sposatmento in trasporto:
Riferimento foto deposito esterno SE) materiale per per il trasporto per la spostamento destinazione spostamento
Cattivo C all'interno della ordinario O
imballaggio (cassette/scatole/…) movimentazione interno alla sede previsto (da 1 a 3)
Pessimo P sede /
Speciale S

Pluriball,
B PL N tessuto/non S interno
tessuto/ funi

Scheda utilizzata per il piano di limitazione dei danni

33
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

SCHEDA UTILIZZATA PER IL PIANO DI LIMITAZIONE DEI DANNI

33
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Le esercitazioni rappresentano il momento più importante per la verifica del piano di


limitazione danni.
Per tale motivo è indispensabile prevedere periodicamente lo svolgimento di eser-
citazioni che impegnino in tutto od in parte la struttura cui il piano stesso è riferito.
Una efficace intervento di limitazione dei danni può essere garantito solo se si di-
spone dl squadre di intervento costituite da un numero adeguato di persone, molto
motivate e ben preparate e se tutto il personale, anche quello non direttamente coin-
volto nelle procedure, sia preparato di fronte ad un evento emergenziale.
Ciò può essere ottenuto con una particolare attenzione alla fase di informazione e
formazione del personale e delle squadre nonché attraverso una idonea e rigorosa
pianificazione delle esercitazioni che veda coinvolti tutti i soggetti che hanno un ruolo
nell’attuazione delle misure in esso previste; potranno essere utilmente previsti pre-
liminarmente momenti formativi e prove destinate anche separatamente alle diverse
misure da attuare e a momenti informativi a tutto il personale che opera all’interno
dell’attività.
Le esercitazioni dovranno includere anche i soccorritori esterni e le squadre di emer-
genza interne all’attività, per garantire una comprensione e applicazione efficace del-
le procedure pianificate.
Simulazioni di emergenza e revisioni periodiche del piano garantiranno l’aggiorna-
mento continuo del piano anche in relazione alle sopravvenute valutazioni in termini
di variazione dei rischi (modificazioni dei fattori di esposizione, sopravvenuti inter-
venti di compensazione e/o mitigazione) e alle risorse disponibili.
Solo un adeguato numero di esercitazioni e momenti di verifica potranno garantire
infatti che il piano di emergenza costituisca un modus operandi accettato e condiviso
da tutti, conseguendo l'obiettivo di un accettabile livello di rischio residuo.
Il numero delle esercitazioni periodiche è funzione dell'articolazione planovolumetri-
ca e dell'estensione dell'insediamento, delle criticità emerse nella fase di valutazione
dei rischi, del numero di dipendenti, della tipologia e della quantità di beni presenti,
del numero di visitatori.
Il numero di esercitazioni programmate dipende inoltre dal grado di formazione del
personale e delle squadre di intervento.
Momenti di verifica straordinari dovranno essere previsti in caso di significative va-
riazioni della gestione di emergenza in rapporto a cambiamenti strutturali o degli
impianti.
Le esercitazioni dovrebbero essere concordate e/o pianificate con i responsabili di
eventuali ulteriori attività presenti nello stesso insediamento, al fine di testare il PLD in
rapporto alla sicurezza dell'intero insediamento e nelle condizioni di maggiore criticità.

Le esercitazioni andranno precedute da una fase di informazione relativa alla prova


ed alle procedure, che potrà essere effettuata con distribuzione di specifica docu-
mentazione semplificata ed operativa e/o incontri anche in modalità e-learning.
L'esercitazione per le squadre di intervento dovrà riguardare a rotazione tutti gli sce-
nari emergenziali presi in considerazione nel piano di limitazione danni.

34
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Il coordinatore del gruppo di intervento potrà, se lo ritiene utile, programmare alme-


no una esercitazione con il coinvolgimento delle squadre di soccorso esterne (VV.F.,
forze dell'ordine) a seconda dello scenario che si vuole simulare.
Ogni prova dovrà essere completata con un report finale nel quale siano riportati:
 le tempistiche relative alle varie fasi delle procedure (allertamento, allontanamen-
to, messa in opera di presidi);
 criticità connesse all'attuazione delle singole procedure di intervento;
 idoneità e/o carenze in riferimento ai dispositivi di protezione individuale, alle at-
trezzature in dotazione alle squadre di intervento ed ai dispositivi visivi e sonori di
comunicazione.

Le prove che prevedano l’allontanamento dei beni andranno effettuate preferibil-


mente con delle copie che ne riproducano l'ingombro ed il peso e devono evidenziare:
 l’idoneità dei dispositivi e delle attrezzature disponibili per l'allontanamento dei
beni in sicurezza;
 l'idoneità del luogo di ricovero dei beni, con particolare riferimento alle condizioni
di sicurezza e di conservazione.

In relazione infine alla necessità di garantire la completa tracciabilità dei diversi in-
terventi effettuati in occasione di eventi incidentali, occorre disporre di un apposito
report in cui siano riportate, a cura del coordinatore della squadra di intervento, le
attività effettivamente messe in atto per ciascun bene; il report dovrà riportare la
data di spostamento e la collocazione di ciascuno dei beni movimentati nell’ambito
del ricovero temporaneo.

Operazioni di messa in sicurezza effettiva

deposito luogo di collocazione


data di spostamento Riferimento
di destinazione all’interno
in deposito esterno QR Code
effettivo del deposito

Scheda utilizzabile per la tracciabilità degli interventi

Inoltre, ciascuno dei beni oggetto di allontanamento dovrà essere corredato da una
scheda identificativa, da apporre in modo sicuro ed evidente, sull’imballaggio predi-
sposto per poter movimentare il bene in sicurezza.
Tale scheda dovrà contenere un’efficace e univoca identificazione del bene comprensi-
va, se disponibile, anche del suo numero di inventario e/o di schedatura, una sintetica
indicazione del suo stato di conservazione, con particolare riferimento ad eventuale
danneggiamento subito nel corso dell’evento incidentale considerato, il luogo di col-

35
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

locazione all’atto della sua rimozione e il deposito temporaneo in cui viene ricoverato.

Scuola Giovanni Pascoli - Torino

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

ATTIVITÀ 72 DIVERSA DA MUSEI, GALLERIE, ESPOSIZIONI,


MOSTRE, BIBLIOTECHE E ARCHIVI

Per la progettazione di un’attività ricompresa nell'allegato I al d.p.r. 1° agosto 2011,


n. 151, ivi individuata con il numero 72, ad esclusione di musei, gallerie, esposizioni,
mostre, biblioteche e archivi, esercita in edifici sottoposti a tutela ai sensi del [Link].
22 gennaio 2004, n. 42, aperta al pubblico, è possibile applicare solamente il Codice,
come integrato dalla nuova RTV di cui al d.m. 14 ottobre 2021 e s.m.i.: V.12 “Altre at-
tività in edifici tutelati”.

La RTV V.12, come detto, rappresenta infatti un’assoluta novità, non esistendo una
corrispondente RT tradizionale pre Codice.

37
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

LA REGOLA TECNICA VERTICALE V.12

Il d.m. 14 ottobre 2021 “Norme tecniche di prevenzione incendi per gli edifici sottoposti a
tutela ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, contenenti
una o più attività ricomprese nell'allegato I al decreto del Presidente della Repubblica 1°
agosto 2011, n. 151, ivi individuate con il numero 72, ad esclusione di musei gallerie, espo-
sizioni, mostre, biblioteche e archivi, ai sensi dell'articolo 15 del decreto legislativo 8 marzo
2006, n. 139”, costituisce RTV di prevenzione incendi per tali attività.

La RTV V.12 si applica agli edifici sottoposti a tutela ai sensi del [Link]. 22 gennaio 2004,
n. 42, aperti al pubblico, contenenti una o più attività soggette, ad esclusione di quelli
destinati a musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi.

Le disposizioni in questione si applicano a tutte le attività caratterizzate da Rbeni pari a


2 o 4 e possono essere di riferimento per la progettazione, realizzazione ed esercizio
degli edifici sottoposti a tutela contenenti attività soggette non aperte al pubblico.

La RTV V.12 prevede, al par. V.12.3, che per le attività rientranti nel campo di applica-
zione della medesima e oggetto di specifiche regole tecniche verticali (RTV) valgono le
classificazioni previste nelle stesse RTV.

Al par. V.12.4 la RTV specifica, in merito alla valutazione del rischio di incendio, che la
progettazione della sicurezza antincendio deve essere effettuata attuando la meto-
dologia di cui al Cap. G.2 e che i profili di rischio sono determinati secondo la meto-
dologia di cui al Cap. G.3.

Al par. V.12.5 la RTV specifica che:


1. Devono essere applicate tutte le misure antincendio della RTO attribuendo i livelli
di prestazione secondo i criteri in essa definiti, fermo restando quanto indicato al
successivo comma 3.
2. Devono essere applicate le prescrizioni del capitolo V.1 in merito alle aree a rischio
specifico e le prescrizioni delle altre regole tecniche verticali, ove pertinenti.
3. Nei paragrafi che seguono sono riportate le indicazioni complementari5 o sostitu-
tive6 delle soluzioni conformi previste dai corrispondenti livelli di prestazione della
RTO e delle pertinenti RTV.

5
“Indicazioni complementari” sono quelle previste in aggiunta alle soluzioni conformi previste dalla RTO e specifiche per l'attività
in questione.
Per gli edifici storici solitamente sono quelle individuate per tutelare il valore storico-artistico del bene.
6
"Indicazioni sostitutive" sono quelle che sostituiscono le soluzioni conformi previste per la RTO.
Per la RTV V.12 si sostituiscono a quelle della RTO e della pertinente RTV e sono state elaborate per individuare soluzioni
tecniche che facilitino l'adeguamento antincendi del bene storico.

38
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Per le misure antincendio esaminate nella RTV V.12, è previsto quanto segue:

V.12.5.1 Reazione al fuoco


1. Non è richiesta la verifica dei requisiti di reazione al fuoco dei beni tutelati, ivi com-
presi i beni costituenti arredo storico (es. librerie, cassettonati, tendaggi, poltrone,
mobilio, …), ad eccezione dei beni tutelati posti in vie d’esodo verticali, percorsi
d’esodo (corridoi, atri, filtri, …) e spazi calmi in ambiti di attività con profili di rischio
Rvita ricompresi in C, D o E.

V.12.5.2 Resistenza al fuoco


1. Negli ambiti delle attività ove la natura dell’edificio tutelato non renda possibile l’a-
deguamento o la determinazione della classe richiesta dalla RTO e dalle pertinenti
RTV sono ammessi unicamente i profili di rischio Rvita pari ad A1, A2, B1, B2, E1, E2
e devono essere adottati tutti i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. valore di qf,d ≤ 200 MJ/m², calcolato escludendo il contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti;
b. incremento di un livello di prestazione della gestione della sicurezza antincen-
dio (capitolo S.5) e del controllo dell’incendio (capitolo S.6).
2. Ove non sia possibile l’adeguamento o la determinazione della classe richiesta
dalla RTO e dalle pertinenti RTV dei sottotetti con struttura portante combustibile
devono essere adottati tutti i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. se il sottotetto non costituisce compartimento distinto:
i. controllo dell’incendio con livello di prestazione IV (capitolo S.6) riferito
all’ambito contenente il sottotetto;
ii. sistema di gestione della sicurezza antincendio (capitolo S.5) di livello di pre-
stazione III.
b. se il sottotetto costituisce compartimento distinto:
i. il sottotetto deve essere mantenuto libero da materiali combustibili di ogni
genere.

V.12.5.3 Esodo
Sono ammesse le soluzioni conformi (capitolo S.4) di cui alla tabella V.12-1 alle se-
guenti condizioni aggiuntive:
a. la porzione di impianto di illuminazione di sicurezza in corrispondenza delle
criticità sia progettato per garantire il doppio dell’illuminamento minimo previ-
sto dalla norma UNI EN 1838;
b. siano previste specifiche misure gestionali (capitolo S.5).
Nota Ad esempio: informazione a tutti gli occupanti, segnaletica, opuscoli, applicazioni per
smartphone, tablet e similari, planimetrie, …
2. Le porte di interesse storico artistico presenti lungo le vie di esodo, che non pos-

39
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

siedono le caratteristiche riportate nella tabella S.4-6, devono essere mantenute


costantemente aperte durante l’esercizio dell’attività.

Altezze ≥ 1,80 m lungo le vie d’esodo.

Tutte le combinazioni di alzata e pedata dei gradini delle scale previste nel capitolo S.4.

Variazioni di alzata e pedata dei gradini nella medesima rampa.

Tabella v.12-1: Soluzioni conformi per l’esodo

V.12.5.4 Gestione della sicurezza antincendio


1. Oltre a quanto previsto nel capitolo S.5 in funzione di Rbeni devono essere garan-
titi i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. la frequenza delle prove di attuazione del piano di emergenza deve essere non
inferiore a 3 volte l’anno e la prima prova deve essere effettuata entro due
mesi dall’apertura dell’attività;
b. deve essere predisposto il piano di limitazione dei danni di cui al paragrafo
V.[Link].
2. In presenza di cantieri temporanei e mobili, il responsabile dell’attività integra il
piano per il mantenimento del livello di sicurezza antincendio (paragrafo S.5.7.2),
verificando l’osservanza delle misure di prevenzione incendi da parte delle ditte
appaltatrici, dei fornitori e di tutto il personale esterno che, a vario titolo, opera
all’interno dell’edificio.
Nota Ad esempio: disalimentazione impianti elettrici fuori dall’orario di lavoro, adegua-
mento segnaletica di sicurezza, impedimento vie di esodo, controllo lavorazioni a caldo, …

V.[Link] Piano di limitazione dei danni


1. Il piano di limitazione dei danni, predisposto dal responsabile dell’attività, deve
essere aggiornato e adeguato anche a seguito di specifiche esercitazioni.
2. Il piano di limitazione danni contiene misure e procedure per la salvaguardia dell’e-
dificio e dei beni tutelati in esso presenti, da mettere in atto in caso di incendio.
3. Il piano di limitazione dei danni deve individuare:
a. i soggetti, adeguatamente formati, incaricati dell’attuazione delle procedure in
esso contenute;
b. la distribuzione qualitativa e quantitativa dei beni tutelati presenti;
c. le procedure di allontanamento dei beni dettagliando, ove possibile, anche le
priorità di evacuazione e specifici provvedimenti per la rimozione e il trasporto
presso i luoghi di ricovero;
d. gli eventuali luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza, con par-
ticolare riferimento alle condizioni di sicurezza e di conservazione degli stessi;

40
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

e. le procedure per la protezione in loco dei beni inamovibili o difficilmente spo-


stabili;
Nota Ad esempio: copertura con materiali di protezione, puntellamenti, riadesioni di parti
staccate, barriere contro schegge, …
f. le eventuali restrizioni nell’utilizzo di sostanze estinguenti.
Nota Ad esempio: zone in cui è necessario evitare o limitare l’uso di acqua per minimizzare
i danni ai beni tutelati in esso contenuti …

V.12.5.5 Controllo dell’incendio


1. In considerazione della natura dell’edificio tutelato e delle misure aggiuntive previ-
ste nella presente RTV, nella determinazione del valore del carico di incendio spe-
cifico qf (tabella S.6-2), è ammesso non tenere conto del contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti.
2. La scelta degli agenti estinguenti deve essere effettuata secondo quanto previsto
al capitolo S.6 tenendo in considerazione anche la compatibilità degli stessi con i
beni tutelati presenti.

V.12.5.6 Rivelazione ed allarme


1. L’attività deve essere dotata di misure di rivelazione ed allarme (capitolo S.7) di
livello di prestazione IV.

V.12.5.7 Controllo di fumi e calore


1. In considerazione della natura dell’edificio tutelato e delle misure aggiuntive previ-
ste nella presente RTV, nella determinazione del valore del carico di incendio spe-
cifico qf (tabella S.8-5), è ammesso non tenere conto del contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti.

41
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

A differenza della RTV V.10, che fornisce indicazioni direttamente applicabili a “speci-
fiche attività” svolte all’interno di edifici tutelati (ad esempio musei, ecc.), la RTV V.12
è “trasversale”, ovvero fornisce indicazioni aggiuntive rispetto a quelle dettate dal
Codice per le attività soggette svolte all’interno di edifici tutelati, pertanto deve essere
applicata in combinazione alle pertinenti RTV, specifiche dell’attività in progettazione,
contenute nella Sezione V (es.: nel caso di progettazione di un’attività uffici soggetta
ai controlli del [Link].F. - att. 71 di cui al d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151, le indicazioni
dettate dalla RTV V.12, specifiche per gli edifici tutelati, si applicano in combinazione
con la RTV V.4 “attività uffici”, pertinente all’attività in progetto)7.

La RTV V.12 propone, in considerazione delle peculiarità degli edifici sottoposti a tute-
la, anche al fine di contemperare il giusto equilibrio fra misure di sicurezza antincen-
dio e tutela del bene, per quasi tutte le misure antincendio che concorrono a concre-
tizzare la strategia per il raggiungimento degli obietti primari di sicurezza, indicazioni
complementari o sostitutive delle soluzioni conformi previste dai corrispondenti livelli di
prestazione della RTO e delle pertinenti RTV.
La RTV V.12 si occupa delle misure S.1, S.2, S.4, S.5, S.6, S.7 ed S.8, mentre per le re-
stanti tre (S.3, S.9 ed S.10) si dovrà riferire esclusivamente alle indicazioni della RTO,
come integrate o sostituite dalla RTV applicabile individuata (es.: RTV V.4).
In sostanza, la RTV V.12 introduce misure idonee nei confronti dell’incendio che tengo-
no conto delle situazioni più ricorrenti di vincoli di carattere architettonico e storico-
artistico e rispetto a interventi di adeguamento che potrebbero risultare fortemente
impattanti in relazione agli esiti della valutazione del rischio.

7
Ferraiuolo L., La strategia antincendio negli edifici oggetto di tutela, Riv. Antincendio 08/2022.

42
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Misura “da bilanciare” Misura “compensativa”

 S.5: Piano di limitazione dei danni


S.1 non richiesta
 S.7: l.d.p. IV

 Limitazioni nella destinazione d’uso


S.2 non congrua o non determinabile in alcuni  Limitazione del qf
ambiti  S.5: Incremento di un l.d.p.
 S.6: Incremento di un l.d.p.

S.2 non congrua o non determinabile dei  Compartimentazione e qf = 0


sottotetti in legno  In alternativa, S.5 l.d.p. III e S.6 l.d.p. IV

 Illuminazione di sicurezza doppia


S.4 - porte
 Misure gestionali nell’ambito della GSA

S.4 - alzate e pedate  Misure gestionali nell’ambito della GSA

S.6 - calcolo del qf  S.7: l.d.p. IV

S.8 - calcolo del qf  S.7: l.d.p. IV

l.d.p. = livello di prestazione

43
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

CASO STUDIO: RISTRUTTURAZIONE DI UN UFFICIO UBICATO IN


UN EDIFICIO TUTELATO

DESCRIZIONE

Il presente caso studio riguarda la ristrutturazione e l'adeguamento antincendio di un


ufficio aperto al pubblico ubicato in un edificio sottoposto a tutela.
L’attività ospita uffici della ASL e un centro psicosociale nel quale sono offerte una
serie di attività a supporto dei percorsi di reinserimento psicosociale (corsi di infor-
matica, di pittura, di canto, di italiano per stranieri, ecc.).

Di seguito sono riportate le risultanze grafiche del progetto architettonico del sito.
L’edificio, individuato nella Rocca di Ponteratto, si struttura principalmente su due
livelli, piano terra e piano primo; è presente un piano sottotetto, parzialmente ac-
cessibile, chiuso al pubblico e accessibile solamente ai manutentori degli impianti ivi
presenti.
Al piano interrato è presente un cunicolo, chiuso da un cancello metallico, che emer-
ge al di fuori dell’area di interesse dell’edificio, e un deposito.
Le diverse zone presentano la seguente estensione planimetrica:

Denominazione zona Superficie (m2)

piano interrato (deposito) 60,50

piano interrato (ingresso dal cunicolo) 13,10

piano terra + piano intermedio 966,20

piano primo 860,20

piano sottotetto (zone accessibili) 280,50

L’edificio è stato realizzato negli anni immediatamente successivi al 1560, utilizzando


la pietra arenaria per le murature e il legno di quercia per le travature e i solai.

La datazione dell’edificio, ovviamente, determina una serie di conseguenze, sia sotto


l’aspetto della funzionalità strutturale e della agibilità del sito che dal punto di vista
della sicurezza antincendi, che saranno esaminate nel prosieguo della trattazione.

L’edificio, un ex rocca fortificata, presenta una pianta simmetrica, quadrata, delimi-


tata da mura imponenti con agli angoli quattro torri; al suo interno è presente un
chiostro, che si prevede di coprire superiormente mediante superficie vetrata, previo
ottenimento dell’autorizzazione della Soprintendenza competente per territorio.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Come tipicamente accade per la tipologia di architettura rinascimentale, le stanze


sono comunicanti le une con le altre; peraltro, si osserva che tale conformazione
planimetrica favorisce notevolmente l’interazione tra le persone, in qualche modo
obbligate ad incontrarsi.
Tale circostanza, peraltro, considerate le attività svolte nell’attività, influisce positiva-
mente nel percorso di sostegno all’utenza.

Al piano terra sono presenti atrio di ingresso, sala d’attesa, uffici, aule didattiche e
sala conferenze da realizzare nel chiostro coperto.
Al piano primo sono presenti uffici e un’area ristoro.

I collegamenti tra i livelli sono garantiti da due scale e da un vano ascensore.


Sono presenti, sul lato nord-ovest, una prima scala (scala 1) che permette, dal piano
terra, il raggiungimento del piano primo e del piano sottotetto e una seconda scala
(scala 2) che permette, dal piano interrato, il raggiungimento del piano primo.

Il fabbricato presenta un’altezza antincendio8, come prevista dal Codice (par. G.1.7.4),
pari a + 6,96 m rispetto alla quota della viabilità esterna (piano di riferimento).

Vista principale della rocca

8
Escluso il piano sottotetto, che prevede la presenza occasionale e di breve durata del personale addetto alla manutenzione
degli impianti ivi presenti.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

CONTESTUALIZZAZIONE DELL’ATTIVITÀ IN RELAZIONE ALLA


PREVENZIONE INCENDI

Ai sensi dell’allegato I del d.p.r. 1 agosto 2011, n. 151 l’attività rientra nella classifica-
zione di cui al punto 72: “Edifici sottoposti a tutela ai sensi del [Link]. 22 gennaio 2004, n.
42, aperti al pubblico, destinati a contenere biblioteche ed archivi, musei, gallerie, esposi-
zioni e mostre, nonché qualsiasi altra attività contenuta nel presente Allegato”.
Pertanto, l’attività risulta compresa nel campo di applicazione del Codice.
Non sono presenti attività secondarie.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Foto aerea dell’insediamento

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

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Prospetto Nord Est

Chiostro (prima della realizzazione della sala conferenze)

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Scorcio Piano terra

Scorcio Piano primo

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

PROGETTAZIONE ANTINCENDIO CON IL CODICE DI PREVENZIONE


INCENDI

RIFERIMENTI NORMATIVI

d.m. 3 agosto 2015 e s.m.i.; si veda il testo aggiornato al link: [Link]


it/codice-di-prevenzione-incendi

La RTV V.12 riguarda gli edifici sottoposti a tutela ai sensi del decreto legislativo 22
gennaio 2004, n. 42, aperti al pubblico, contenenti una o più attività ricomprese nell'al-
legato I al decreto del Presidente della Repubblica 1° agosto 2011, n. 151.

CLASSIFICAZIONE DELL’ATTIVITÀ

Alla luce del par. V.12.3, varranno le classificazioni previste nella RTV V.4; pertanto,
l’ufficio in esame è classificabile (punto 1 del par. V. 4.2) come segue:
a) in relazione alle persone presenti: n = 494 (affollamento massimo) vedi paragrafo
successivo inerente i dati di ingresso per la progettazione del sistema d’esodo, in OA
(300 < n ≤ 500);
b) in relazione alla massima quota dei piani h (la nuova definizione di massima quota
dei piani, ovvero il dislivello tra il piano di riferimento alla massima quota dei piani
(h = 6,96 m), in HA (h ≤ 12 m).

Nell’edificio sono presenti le seguenti tipologie di aree (punto 2 del par. V. 4.2):

64
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 TA: locali destinati agli uffici e a spazi comuni;


 TZi: altre aree9.

Il piano sottotetto è considerato area a rischio specifico TZ2, Cap. V.1 (punto 3 del par.
V. 4.2).

La tabella seguente illustra la classificazione delle aree di interesse in base alla loro
dislocazione:

Aree Piano Classificazione

terra
Locali destinati agli uffici
intermedio TA
e a spazi comuni
primo

interrato TZ1
Altre aree
sottotetto (zone accessibili) TZ2

9
Per analogia al punto 1 del par. V.10.3, si potrebbero considerare tali aree quelle non ricomprese nelle precedenti, anche
accessibili al pubblico con particolari condizioni e limitazioni di accesso.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

LA METODOLOGIA GENERALE

L’approccio prestazionale o semi-prestazionale, tipico del Codice, si concentra su tut-


to ciò che l’attività (strutture, impianti, gestione, ecc.) dovrà garantire, piuttosto che
su come questa dovrà essere realizzata definendo, quindi, obiettivi prestazionali sulla
base di valutazioni relative alle performance finali.
La valutazione del rischio non è quindi fatta ex ante, ma sul caso reale e concreto; per-
tanto, il progettista effettuerà la scelta delle misure adeguate al conseguimento degli
obiettivi di sicurezza da raggiungere, valutando l’adeguatezza del contesto e delle
tecniche di analisi, assumendosene direttamente la responsabilità, al fine di garantire
le prestazioni attese.
Progettare con approccio prestazionale la sicurezza antincendio, conseguentemen-
te, consente massima flessibilità nell’individuazione di soluzioni tecniche e gestionali
finalizzate al raggiungimento del livello di sicurezza accettabile, adottandone di più
specifiche e altrettanto efficaci in termini di sicurezza.
In questo modo si favorisce l’utilizzo di nuove tecnologie (che nel complesso potreb-
bero addirittura risultare meno onerose) e l’adeguamento alle situazioni peculiari
dell’attività, ottenendo anche un’ottimizzazione dei costi senza compromissione della
sicurezza antincendio.
Sinteticamente, secondo i Capp. G.2 e G.3, le fasi della metodologia indicate dal Co-
dice sono:

Definizione dello scopo della progettazione


Si fa riferimento al par. G.2.6 punto 1 a.

Identificazione degli obiettivi di sicurezza


Si fa riferimento al par. G.2.6 punto 1 b.

68
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

G.2.6 Metodologia generale

Nota Questa metodologia generale è applicata a tutte le attività, anche nel caso siano
disponibili pertinenti regole tecniche verticali (Sezione V).
1. La progettazione della sicurezza antincendio delle attività è un processo iterati-
vo, costituito dai seguenti passi:
a. scopo della progettazione: si descrive qualitativamente e quantitativamente l’at-
tività ed il suo funzionamento, al fine di chiarire lo scopo della progettazione;

Nota Ad esempio, la descrizione dell’attività può comprendere: localizzazione e contesto,


finalità, vincoli, struttura organizzativa e responsabilità, tipologia e quantità di
occupanti, processi produttivi, opere da costruzione, impianti, tipologia e quantità di
materiali stoccati o impiegati, …
b. obiettivi di sicurezza: sono esplicitati gli obiettivi di sicurezza della progettazio-
ne previsti al paragrafo G.2.5, applicabili all’attività;

Nota Ad esempio, non è necessario tutelare edifici che non risultino pregevoli per arte
o storia, o garantire la continuità d’esercizio per opere che non siano considerate
strategiche.

Valutazione del rischio d’incendio per l’attività


Si fa riferimento al par. G.2.6.1; nello specifico, il par. V.12.4 prevede che la progetta-
zione della sicurezza antincendio deve essere effettuata attuando la metodologia di
cui al Cap. G.2.

Attribuzione dei profili di rischio


Si fa riferimento al par. G.2.6.2; nello specifico, il par. V.12.4 prevede che i profili di
rischio sono determinati secondo la metodologia di cui al Cap. G.3.

Strategia antincendio per la mitigazione del rischio


Si fa riferimento al par. G.2.6.3; nello specifico al par. V.12.5.
Devono essere applicate tutte le misure antincendio della RTO attribuendo i livelli di
prestazione secondo i criteri in essa definiti, fermo restando il rispetto delle indicazio-
ni della presente RTV, complementari o sostitutive delle soluzioni conformi previste dai
corrispondenti livelli di prestazione della RTO e delle pertinenti RTV.
Devono essere applicate le prescrizioni del Cap. V.1 in merito alle aree a rischio spe-
cifico e le prescrizioni delle altre regole tecniche verticali, ove pertinenti.

Attribuzione dei livelli di prestazione alle misure antincendio


Si fa riferimento al par. G.2.6.4.

Individuazione delle soluzioni progettuali


Si fa riferimento al par. G.2.6.5.

69
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Scopo della progettazione


Lo scopo della presente progettazione è quello di tutelare l’incolumità degli occupan-
ti previsti, a qualsiasi titolo presenti nell’attività, e di salvaguardare i beni presenti e
l’ambiente circostante nei confronti del rischio d’incendio.
Il progetto di prevenzione incendi riguarda la ristrutturazione di un ufficio aperto al
pubblico, ubicato in un edificio sottoposto a tutela, sito nel Comune di Ponteratto
(PR) in Via San Pasquale. In tale fase si descrive qualitativamente e quantitativamente
l’attività ed il suo funzionamento.

Come mostrato nei precedenti elaborati grafici, l’edificio si sviluppa principalmente


su due piani (piano terra e piano primo).
È presente un’area sottotetto, parzialmente raggiungibile, chiusa al pubblico.

L’ufficio sarà destinato a contenere al suo interno una serie di attività che riguardano
le funzioni amministrative della ASL e un centro psicosociale nel quale sono offerte
una serie di attività a supporto dei percorsi di reinserimento psicosociale.

Per brevità di trattazione, si rimanda alla descrizione effettuata nel paragrafo omonimo.

Obiettivi di sicurezza
In relazione all’attività in esame, gli obiettivi primari di sicurezza della progettazione
applicabili, previsti al par. G.2.5, riguardano:

Sicurezza della vita umana e incolumità delle persone:


 l’attività sarà progettata, realizzata e gestita in modo da:
- minimizzare le cause d’incendio o d’esplosione;
- garantire la stabilità delle strutture portanti per un periodo di tempo determinato;
- limitare la produzione e la propagazione di un incendio all’interno dell’attività;
- limitare la propagazione di un incendio ad attività contigue;
- limitare gli effetti di un’esplosione;
- garantire la possibilità che gli occupanti lascino l’attività autonomamente o che
gli stessi siano soccorsi in altro modo;
- garantire la possibilità per le squadre di soccorso di operare in condizioni di
sicurezza.

Tutela dei beni e dell’ambiente:


 l’attività sarà progettata, realizzata e gestita in modo da:
- rispettare i criteri di tutela degli edifici sottoposti alle disposizioni del codice dei
beni culturali e le prescrizioni degli organi di tutela;
- garantire la continuità d’esercizio per le opere strategiche;

70
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

- prevenire il danno ambientale e limitare la compromissione dell’ambiente in


caso d’incendio.

71
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Valutazione del rischio d’incendio per l’attività

G.2.6.1 Valutazione del rischio d'incendio per l'attività

1. Il progettista impiega uno dei metodi di regola dell’arte per la valutazione del
rischio d’incendio, in relazione alla complessità dell’attività trattata.
Nota La valutazione del rischio d’incendio rappresenta un’analisi della specifica attività
finalizzata all’individuazione delle più severe ma credibili ipotesi d’incendio e delle
corrispondenti conseguenze per gli occupanti, i beni e l’ambiente. Tale analisi consente
al progettista di implementare e, se necessario, integrare le soluzioni progettuali
previste nel presente documento.
2. In ogni caso la valutazione del rischio d’incendio deve ricomprendere almeno i
seguenti argomenti:
a. individuazione dei pericoli d’incendio;
Nota Ad esempio, si valutano: sorgenti d’innesco, materiali combustibili o infiammabili,
carico incendio, interazione inneschi-combustibili, eventuali quantitativi rilevanti
di miscele o sostanze pericolose, lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio o
dell’esplosione, possibile formazione di atmosfere esplosive, …
b. descrizione del contesto e dell’ambiente nei quali i pericoli sono inseriti;
Nota Si indicano ad esempio: condizioni di accessibilità e viabilità, layout aziendale,
distanziamenti, separazioni, isolamento, caratteristiche degli edifici, tipologia edilizia,
complessità geometrica, volumetria, superfici, altezza, piani interrati, articolazione
plano-volumetrica, compartimentazione, aerazione, ventilazione e superfici utili allo
smaltimento di fumi e di calore, …
c. determinazione di quantità e tipologia degli occupanti esposti al rischio d’in-
cendio;
d. individuazione dei beni esposti al rischio d’incendio;
e. valutazione qualitativa o quantitativa delle conseguenze dell’incendio su oc-
cupanti, beni ed ambiente;
f. individuazione delle misure preventive che possano rimuovere o ridurre i
pericoli che determinano rischi significativi.
3. Qualora siano disponibili pertinenti regole tecniche verticali, la valutazione
del rischio d’incendio da parte del progettista è limitata agli aspetti peculia-
ri della specifica attività trattata.
4. Negli ambiti delle attività in cui sono presenti sostanze infiammabili allo stato
di gas, vapori, nebbie o polveri combustibili, la valutazione del rischio d’in-
cendio deve includere anche la valutazione del rischio per atmosfere esplosi-
ve (capitolo V.2).

La valutazione del rischio d’incendio, in relazione alla complessità dell’attività, può


seguire due approcci metodologici:
 metodi quantitativi;
 metodi qualitativi o semiquantitativi.

Appare utile sottolineare l’importanza della fase iniziale della valutazione del rischio

72
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

d’incendio, relativa all’individuazione dei pericoli, in considerazione del fatto che, se


un pericolo non viene correttamente individuato, il conseguente rischio non potrà
essere valutato e, pertanto, gestito in seguito.

Considerazioni preliminari
La presente valutazione del rischio di incendio deve tenere conto delle peculiarità
dell’immobile nel quale è esercita l’attività in esame.
Si veda anche la norma UNI EN 16893:2018 “Conservazione del patrimonio culturale -
Specifiche per la scelta del luogo, la costruzione e le modifiche di edifici o sale finalizzate
al deposito o all'esposizione di collezioni del patrimonio culturale”.
Infatti, come per tutti gli insediamenti ed immobili realizzati in un arco temporale
spesso misurabile in secoli, non modificabili con interventi strutturali ed impiantistici
invasivi, non è possibile ipotizzare soluzioni deterministico – prescrittive valide per
tutte le situazioni.

a. Individuazione dei pericoli d’incendio

La struttura portante della Rocca, come detto, è realizzata in muratura e in legno,


relativamente alle travature e ai solai.
I materiali di finitura sono costituiti, al piano primo, in boiserie in legno trattate con
vernici ignifughe/reattive per offrire la necessaria protezione e, allo stesso tempo,
preservare la bellezza architettonica del legno a vista.

Nello specifico, l’attività di ufficio è aperta al pubblico; tutti gli ambienti saranno carat-
terizzati da ridotti carichi d’incendio ed assenza di fonti d’innesco significative.
Come descritto nel seguito della trattazione, i carichi d'incendio specifici all'interno
dell’attività di ufficio saranno sempre inferiori ai 51110 MJ/mq e caratterizzati dalla
presenza di materiali prevalentemente cartacei e cellulosici, con velocità di crescita
mediamente di tipo basso.
Le potenziali fonti d'innesco saranno limitate al malfunzionamento delle apparecchia-
ture elettriche e di illuminazione dei locali o all'errore umano; non saranno presenti
attività pericolose, né si farà uso di fiamme libere o di altre fonti di calore critiche agli
effetti del rischio d’incendio.
Inoltre, per ridurre la probabilità di accadimento di anomalie e malfunzionamenti, gli
impianti saranno sottoposti a verifica e manutenzione a regola d'arte.
Non sono presenti altre lavorazioni oltre a quelle destinate ad uffici, né sono presenti
attrezzature di lavoro.
Nell'attività non saranno presenti apparecchiature alimentate a gas metano, né ma-
teriali infiammabili.

Altre possibili fonti di innesco sono individuabili nei mozziconi di sigarette, nell’even-

10
Valore ricavato dalla tab. S.2-10 (vedi seguito della trattazione).

73
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

tuale presenza di apparecchiature elettriche non installate correttamente o non sot-


toposta a corretta manutenzione o, in definitiva, nella carente o scorretta esecuzione
delle procedure di GSA.

Ulteriori fonti di innesco potrebbero essere generate dall’utilizzo improprio di attrez-


zature per la manutenzione; a tal fine, dovrà essere previsto che gli interventi di ma-
nutenzione avvengano in occasione della chiusura al pubblico degli uffici.
Per quanto riguarda il rischio di fulminazione, di tipo diretto o indiretto, la verifica
probabilistica effettuata ha dato esito negativo e, pertanto, tale rischio può conside-
rarsi accettabile.

Nell’edificio saranno installati i seguenti impianti tecnologici e di servizio:


 impianti elettrici, luce e FM, e di messa a terra;
 impianti di illuminazione di sicurezza e di emergenza;
 impianto di protezione contro le scariche atmosferiche;
 impianto ascensore;
 impianto di climatizzazione e condizionamento.

b. Descrizione del contesto e dell’ambiente nei quali i pericoli sono inseriti

Come illustrato nella descrizione, l’attività è posizionata in Via San Pasquale.


La Rocca presenta una pianta simmetrica, quadrata, protetta da quattro torri e impo-
nenti muri.

L’edificio, come detto, si struttura su cinque livelli: piano interrato (superficie lorda
accessibile pari a 73,60 m2), piano terra ed intermedio (superficie lorda accessibile
pari a 966,20 m2), piano primo (superficie lorda pari a 860,20 m2) e piano sottotetto
(superficie lorda accessibile pari a 280,50 m2) e ospita uffici amministrativi della ASL
ed un centro psicosociale con annesse attività a supporto.
L’altezza antincendio è pari a + 6,96 m rispetto al piano di riferimento coincidente con
la quota stradale dalla quale è previsto l’accesso dei mezzi dei VV.F. e l'esodo preva-
lente degli occupanti.
L’edificio risulta isolato e separato dalle costruzioni limitrofe per tutto il suo perime-
tro; la distanza di separazione dagli edifici limitrofi è > 10 m.

L’edificio prevede un compartimento antincendio multipiano e, per il locale deposito


al piano interrato e il sottotetto, compartimenti a sé stanti.
I collegamenti tra i livelli della Rocca avverranno attraverso due scale e da un vano
ascensore.
Sono presenti, sul lato nord-ovest, una prima scala che permette, dal piano terra, il
raggiungimento del piano primo e del piano sottotetto e una seconda scala che per-
mette, dal piano interrato, il raggiungimento del piano primo.

74
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’accessibilità ai mezzi di soccorso è sempre garantita grazie alla viabilità, comunale


e privata; le superfici esterne consentono, in caso di emergenza, l’eventuale esodo
rapido verso tutte le direzioni.
Il complesso, pertanto, offre un’adeguata capacità di deflusso degli occupanti, garan-
tendo la possibilità di sfollamento verso aree scoperte e sicure all’esterno dell’edificio.
L’edificio sarà facilmente avvicinabile dai mezzi di soccorso senza limitazioni di peso
e dimensioni per i veicoli, con possibilità di raggi di sterzata adeguati ai mezzi di soc-
corso e di accesso su tutti i lati dello stesso.

In esito alle risultanze della valutazione del rischio, si forniscono i seguenti riferimenti:

Misura antincendio Oggetto della progettazione Rif. Par.

S.1 Ambiti S.1.2 e V.12.5.1


S.2 Opera da costruzione S.2.2 e V.12.5.2
S.3 Opera da costruzione S.3.2 e V.12.5.3
S.4 Ambiti S.4.2 e V.12.5.4
S.5 Attività S.5.2 e V.12.5.5
S.6 Ambiti S.6.2 e V.12.5.6
S.7 Ambiti S.7.2 e V.12.5.7
S.8 Compartimenti S.8.2
S.9 Opera da costruzione S.9.2
S.10 Attività S.10.2

75
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La definizione degli ambiti dipende, pertanto, dalla specifica misura considerata e,


ovviamente, dalla valutazione del rischio.

I criteri di attribuzione dei pertinenti livelli di prestazione dipendono essenzialmente


dal profilo di rischio Rvita del compartimento dell’ambito considerato e, soprattutto,
dalle risultanze della valutazione del rischio.

Si rammenta che, nel caso in questione:


 per opera da costruzione si fa riferimento all’edificio nel suo complesso;
 per attività si fa riferimento alla definizione di cui al punto 1 del par. G.1.5 (comples-
so delle azioni organizzate svolte in un luogo delimitato, che può presentare pericolo
d’incendio o esplosione);
 per ambito si fa riferimento alla definizione di cui al punto 8 del par. G.1.7 (porzio-
ne delimitata dell’attività avente la caratteristica o la qualità descritta nella specifica
misura).

c. Determinazione di quantità e tipologia degli occupanti esposti al rischio


d’incendio

L’affollamento complessivo è stimato pari a 494 occupanti:

Affollamento Affollamento
Superficie Densità di affollamento
Piano addetti + pubblico occasionale
1112 (m2) (pers/m2)
(pers) addetti (pers)

interrato 73,60 --- --- 6


terra + intermedio 966,20 0,411 386 ---
primo 860,20 dich. R.A.12 100 ---

sottotetto
280,50 --- --- 2
(zone accessibili)

Totali 2180,50 486 8

Trattandosi di un’attività aperta al pubblico, è ragionevole supporre che gli occupanti


non avranno familiarità con gli ambienti.
Gli occupanti con disabilità13 occasionalmente presenti potranno accedere al piano
primo grazie all’impianto ascensore presente. In relazione alle problematiche inerenti
l’eliminazione e il superamento delle barriere architettoniche per l’esodo (par. S.4.9),
si rimanda a quanto previsto nel prosieguo della trattazione.

11
Vedi tab. S.4-12.
12
Vedi tab. S.4-12.
13
Si veda anche il [Link]. 3 maggio 2024, n. 62

76
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

d. Individuazione dei beni esposti al rischio d’incendio

I beni esposti al rischio d’incendio sono rappresentati prevalentemente dal materiale


di ufficio (arredi e documentazione di consultazione corrente); la documentazione
cartacea archiviata è custodita nel deposito compartimentato al piano interrato.
Il materiale cartaceo (documenti in lavorazione di particolare importanza, ecc.) è allo-
cato in appositi armadi realizzati con strutture incombustibili all’interno delle stanze.
I server presenti sono di piccole dimensioni e pertanto non pongono particolari con-
dizioni specifiche di rischio.
Al piano primo sono presenti rivestimenti lignei di varie dimensioni e consistenze,
nonché cassettoni in legno a vista.

Il piano sottotetto, non aperto al pubblico, ospiterà esclusivamente l’unità per la ven-
tilazione meccanica controllata centralizzata (VMC), con climatizzazione integrata, e
sarà considerato area a rischio specifico (vedi prosieguo della trattazione).

e. Valutazione qualitativa o quantitativa delle conseguenze dell’incendio su occu-


panti, beni ed ambiente

Valutate le caratteristiche dei locali e la consistenza degli oggetti esposti, si può af-
fermare che la probabilità che un incendio possa avere inizio è la stessa in tutti gli
ambienti dell’ufficio.

Dal punto di vista degli effetti che l’incendio può avere sugli occupanti, è evidente che
le conseguenze possono risultare più pesanti man mano che si sale al livello superiore.
Al piano terra l’esodo è possibile in più direzioni e le vie d’esodo sono molto brevi, per
cui non si riscontrano particolari problematiche.
Al primo piano esistono due vie d’esodo, seppur non contrapposte, mentre il piano
sottotetto disporrà di una sola via di esodo.

Come noto, in caso di incendio, i maggiori pericoli per gli occupanti derivano dal fumo
(la scarsa visibilità, come noto, può seriamente pregiudicare l’individuazione e l’utiliz-
zo delle vie d’esodo), dalla mancanza di ossigeno, dalla concentrazione di composti
tossici e dal calore.
Considerata la prevista presenza di IRAI (Impianto di Rivelazione ed Allarme Incendio)
all’interno dell’intera area e degli impianti di controllo dell’incendio, è possibile sup-
porre che anche le conseguenze su beni ed ambiente siano limitate.

f. Individuazione delle misure preventive che possano rimuovere o ridurre i peri-


coli che determinano rischi significativi

Individuati i maggiori pericoli d’incendio, attraverso un’accurata disamina dei luoghi,

77
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

delle attività svolte e delle caratteristiche degli occupanti presenti, è possibile fornire
un quadro delle misure di sicurezza, che possano rimuovere o ridurre tali pericoli, da
adottare al fine di compensare i rischi ipotizzati.
È necessario, pertanto, valutare se i pericoli individuati possano essere eliminati o
ridotti adottando soluzioni più sicure (riduzione delle sorgenti di innesco, corretto
impiego di attrezzature elettriche, utilizzo di materiali meno pericolosi, processi pro-
duttivi più sicuri, implementazione di specifiche procedure, ecc.).

Premesso che, sulla base del par. G.2.3.1 lett. b., le misure antincendio di prevenzione,
di protezione e gestionali previste nel Codice sono selezionate al fine di minimizzare
il rischio d’incendio, in termini di frequenza e di conseguenze, entro limiti considerati
accettabili, si prevedono le seguenti misure di prevenzione e protezione:
 assicurare il rispetto degli affollamenti previsti, sopra esposti;
 assicurare il controllo periodico di tutte le aree dell’attività, a cura del responsabile
dell’attività, al fine di ridurre ulteriormente il verificarsi di eventi incidentali;
 assicurare la pulizia e il mantenimento dell’ordine in tutte le aree dell’attività;
 disposizione del divieto di fumo in tutte le aree dell’attività;
 disposizione del divieto di uso di fiamme libere, gas e liquidi infiammabili;
 assicurare nei depositi la rimozione del materiale non indispensabile e alla siste-
mazione ordinata del materiale rimanente;
 assicurare, in tutte le aree dell’attività, la riduzione al minimo dei quantitativi di
materiale combustibile;
 assicurare la corretta installazione della segnaletica di sicurezza secondo le previ-
sioni del Codice;
 negli ambienti accessibili a persone che non hanno familiarità con l’edificio, do-
vranno essere mantenute aperte, durante l’esercizio dell’attività, tutte le porte
lungo le vie di esodo non facilmente identificabili ed apribili da parte di tutti gli
occupanti;
 il piano primo potrà essere frequentato da una sola persona con ridotte capacità
motorie, utilizzante sedie a ruote, per volta;
 assicurare la manutenzione degli impianti tecnologici e di servizio;
 assicurare, in tutte le aree dell’attività, i controlli periodici e gli interventi di manu-
tenzione sugli impianti e sulle attrezzature antincendio presenti, annotandoli nel
registro dei controlli, ai sensi dell’art. 3 del d.m. 1 settembre 2021;
 assicurare la corretta dotazione di mezzi di estinzione, al fine di garantire le ope-
razioni di primo intervento;
 predisposizione del piano di emergenza ed evacuazione ai sensi dell’art. 2 del d.m.
2 settembre 2021;
 assicurare che gli impianti elettrici siano conformi alle norme CEI;
 assicurare la formazione e l’informazione dei lavoratori ai sensi degli artt. 36 e 37

78
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

del [Link]. 81/08 e s.m.i. focalizzata, nello specifico, sulle norme comportamentali
da tenersi nei luoghi di lavoro;
 assicurare la formazione dei lavoratori degli addetti alla prevenzione incendi, lotta
antincendio e gestione dell’emergenza, ai sensi dell’art. 5 del d.m. 2 settembre
2021, con formazione specifica per l’assistenza, durante l’emergenza, agli occu-
panti con disabilità occasionalmente presenti.

Misure di tipo organizzativo, gestionale e tecnico


Al fine di eliminare, o almeno ridurre, le possibili cause di incendio, sono state predi-
sposte, inoltre, le seguenti misure compensative:

Rispetto dell’ordine e della pulizia dei luoghi


È fatto divieto di introdurre nell’attività ulteriori materiali combustibili, scongiurando
condizioni di carico di incendio elevato.
Tutte le aree dovranno essere mantenute pulite, evitando depositi di materiale com-
bustibile e/o infiammabile che potrebbero concorrere all’insorgenza di un incendio.

Divieto di fumo
Sono vigenti, per tutte le aree, idonee disposizioni attinenti il divieto di fumo e sono
stati nominati i preposti alla sorveglianza di tale divieto.

Controlli periodici dei mezzi antincendio, di primo soccorso e della segnaletica di sicurezza
Tutti gli impianti, le attrezzature e tutti i sistemi di sicurezza antincendio saranno
controllati secondo le cadenze temporali indicate da disposizioni, norme e specifiche
tecniche pertinenti, nazionali o internazionali, nonché dal manuale d’uso e manuten-
zione, e la loro verifica dovrà essere annotata, a cura del responsabile dell’attività, nel
registro dei controlli.
Le attrezzature utilizzate per il primo soccorso dovranno essere controllate seme-
stralmente, attenzionando le date di scadenza dei prodotti e, nel caso si renda neces-
sario, occorrerà procedere immediatamente alla relativa sostituzione o integrazione.

Impianti elettrici
Al fine di ridurre i rischi derivanti da guasti di origine elettrica, gli impianti elettrici,
realizzati a regola d’arte e provvisti di dichiarazione di conformità, dovranno essere
controllati periodicamente da manutentori qualificati e secondo le modalità previste
dalla normativa tecnica pertinente.
È fatto divieto assoluto di effettuare qualsiasi intervento sugli impianti elettrici e sulle
attrezzature elettriche, nonché di modificare prolunghe, prese e/o spine da parte di
personale non autorizzato.
È fatto divieto assoluto di utilizzare, all’interno degli spazi dell’attività, apparecchi di
riscaldamento individuali e portatili, fornelli, ecc..

79
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nel caso si rilevino danneggiamenti di componenti elettrici, con il conseguente rischio


di contatti con parti in tensione, ne dovrà essere data immediata comunicazione al
responsabile dell’attività.
Si rinvia al Cap. S.10 per le ulteriori specificazioni.
L’attività sarà dotata di impianto di illuminazione di sicurezza e di emergenza realiz-
zato secondo la norma UNI EN 1838, presentando un’autonomia delle alimentazioni
di sicurezza pari ad almeno 1 ora, con un tempo massimo di ricarica completa degli
accumulatori prevista entro 12 ore.

Attrezzature mobili di estinzione


Al fine di garantire le operazioni di primo intervento, in ciascun piano dell’attività
saranno installati estintori portatili a base d'acqua per uso su apparecchiature in ten-
sione sino a 1000 V alla distanza di 1 m, nel rispetto della distanza massima di rag-
giungimento di 30 m; in prossimità dei quadri elettrici sarà installato un estintore a
CO2, con potere estinguente pari a 89 B.
Gli estintori portatili saranno opportunamente segnalati da idonea segnaletica di si-
curezza.

Idranti
Nell’attività è già presente una rete idranti, progettata e installata in accordo alle pre-
visioni contenute nella norma UNI 10779, dotata di idranti UNI 45, muniti di dotazio-
ne conforme alla norma UNI 671-2; la distribuzione degli idranti, collocati in ciascun
piano dell’attività, in posizione facilmente accessibile e visibile, dovrà garantire la pos-
sibilità di intervento in tutte le aree della stessa.
La distanza massima, valutata secondo la regola del filo teso, tra l’idrante e ogni pun-
to dell’area protetta, dovrà essere non superiore a 20 m.
Tali idranti dovranno essere posizionati vicino alle uscite di emergenza o lungo le vie
d’esodo, in modo tale però da non ostacolare l’esodo.

Segnaletica di sicurezza
Nell’attività sarà installata la segnaletica di sicurezza conforme alle previsioni del Codice.
Le uscite di emergenza ed i percorsi di esodo dovranno essere evidenziati da segna-
letica di tipo luminoso, mantenuta sempre accesa durante l’esercizio dell’attività, ali-
mentata sia da rete normale che da alimentazione di sicurezza.
Inoltre, saranno indicate le norme di sicurezza e comportamento per gli occupanti.
In particolare, saranno evidenziati:
 uscite di emergenza;
 direzioni dei percorsi per raggiungere le uscite;
 spazi calmi e luoghi sicuri;
 attrezzature antincendio;
 quadri elettrici di piano.

80
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Inoltre, saranno indicate le norme di sicurezza e comportamento per l’accesso ai lo-


cali, all’interno delle quali saranno indicate le limitazioni ed i divieti del caso.
Particolare cura dovrà essere posta al mantenimento in efficienza della segnaletica
di sicurezza.

Piano di Emergenza ed Evacuazione


A seguito di quanto prescritto dall’art. 4 del d.m. 2 settembre 2021, il Datore di lavoro
designerà i lavoratori addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione
dell’emergenza.
Quale indicazione progettuale, il progettista, sulla base della valutazione dei rischi,
delle procedure e istruzioni contenute nella GSA in esercizio ed in emergenza, che si
omettono per brevità di trattazione, prevederà un numero di addetti antincendio non
inferiore a 15, di livello 2 e 314.

Parimenti, ai sensi dell’art. 18 del [Link]. 81/08 e s.m.i., designerà quelli incaricati dell’at-
tuazione del primo soccorso e predisporrà il “piano di emergenza ed evacuazione”, ai
sensi dell’art. 2 del d.m. 2 settembre 2021.
Per le ulteriori specifiche, si rimanda al successivo paragrafo inerente la misura S.5.
Tutto il personale addetto agli uffici deve ricevere formazione antincendio specifica
secondo la normativa vigente.

Informazione e formazione dei lavoratori


Il Datore di lavoro provvederà affinché ogni lavoratore riceva una adeguata informa-
zione sui rischi di incendio legati all’attività svolta e sulle misure di prevenzione e di
protezione incendi adottate, con particolare riferimento a:
 osservanza delle misure di prevenzione degli incendi e relativo corretto compor-
tamento nei luoghi di lavoro;
 ubicazione delle vie di uscita;
 modalità di apertura delle porte delle uscite;
 divieto di utilizzo dell’ascensore per l’evacuazione in caso di incendio.

Particolare importanza dovrà essere rivolta alle informazioni relative alle procedure
da adottare in caso di incendio, ed in particolare:
 azioni da attuare in caso di incendio;
 azionamento degli allarmi;
 procedure da attuare all’attivazione degli allarmi e per l’evacuazione fino al luogo sicuro;
 nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di prevenzione incendi,
lotta antincendio e gestione delle emergenze e pronto soccorso;
 modalità di chiamata dei VV.F..

14
Vedi punto 3.2 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021; nel prosieguo della trattazione si giustificherà tale scelta.

81
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’informazione sarà basata sulla valutazione dei rischi effettuata e fornita al lavorato-
re all’atto dell’assunzione ed aggiornata nel caso in cui si verifichi un mutamento della
situazione dei luoghi di lavoro che comporti una variazione della valutazione stessa.
Adeguate informazioni, in vista di possibili rischi d’interferenza, dovranno essere for-
nite agli addetti alla manutenzione e agli appaltatori, per garantire che essi siano a
conoscenza delle misure generali di sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro, delle
azioni da adottare in caso di incendio e delle procedure di evacuazione.
La squadra degli addetti al servizio antincendio, come sarà esposto nel prosieguo
della trattazione, sarà composta dal personale dipendente dell’ufficio.
Tali addetti dovranno possedere, a norma dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021,
una formazione antincendio per addetti in attività di livello 2.15

Esercitazioni antincendio
La frequenza delle prove di attuazione del piano di emergenza sarà prevista almeno
trimestrale (vedi punto 1 del par. V.12.5.4).

15
Vedi punto 3.2.3 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021.

82
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Valutazione del rischio residuo


A valle del processo eseguito secondo le indicazioni del par. G.2.6.1 e valutate, allo
stato, le misure preventive che possano rimuovere o ridurre i pericoli individuati che
determinano rischi significativi, è possibile stimare i rischi residui d’incendio, in rap-
porto alla frequenza di accadimento e alla magnitudo delle conseguenze, in termini
di danni agli occupanti e di salvaguardia di beni e ambiente.
La maggiore probabilità di rischio d’incendio appare collegata a possibili guasti di
origine elettrica, capaci di originare un principio d’incendio, con conseguente propa-
gazione nei vari ambienti dell’attività.
Un eventuale incendio può svilupparsi anche a causa dagli stessi occupanti (visitatori
e dipendenti dell’attività), a seguito di errati comportamenti quali, ad esempio, depo-
sito di mozziconi di sigaretta accesi in aree ove siano presenti materiali combustibili,
inefficace risposta all’emergenza da parte degli occupanti, erroneo espletamento del-
le operazioni di evacuazione, ecc., o con l’utilizzo di fiamme libere.
Tali eventi, sempre possibili, risultano agevolmente gestibili se tempestivamente ri-
levati, ben inteso, nel contesto di ambiti correttamente progettati e manutenuti dal
punto di vista della protezione attiva.
È stata anche valutata, seppur qualitativamente, la possibile concretizzazione di sce-
nari d'incendio che possano rendere particolarmente gravosa la progettazione della
sicurezza antincendio e, pertanto, meritevoli di attenzione in riferimento ad alcune
specifiche misure antincendio (in primis la S.5).
In sostanza, mirando all'individuazione delle più severe ma credibili ipotesi d'incen-
dio e delle conseguenze per occupanti, beni ed ambiente (vedasi nota successiva al
comma 1 del par. G.2.6.1), sono stati individuati alcuni scenari critici, tra i quali quelli
illustrati nell’ambito della soluzione alternativa per la misura S.4 (vedi prosieguo della
trattazione).

In tale ottica, tralasciando, per questioni di brevità, la valutazione del rischio per i
suddetti scenari, si evidenzia che attenzionare i punti critici dell'attività consente di
progettare e calibrare al meglio tutte le misure antincendio, tra cui riveste particolare
importanza la GSA, principale misura fattibile per mitigare il rischio in molte situa-
zioni, fornendo al responsabile dell’attività indicazioni di tipo gestionale in termini di
layout, addestramenti del personale, controlli, limitazioni, ecc.: un semplice esempio
riguarda la corretta disposizione di materiali combustibili in alcune aree.
In definitiva, con riferimento alla frequenza di accadimento dell’evento di incendio,
è ragionevole considerare la struttura come luogo con pericolo di ignizione basso,
rilevando il fatto che la presenza di personale adeguatamente formato lascia presup-
porre, in generale, un buon livello di prevenzione circa il rischio incendio.

In merito alla possibilità di propagazione dell’incendio saranno adottati tutti gli ac-
corgimenti necessari a garantire il rispetto delle prestazioni richieste per la reazione
al fuoco; pertanto, si ritiene che la propagazione dell’incendio ad una vasta area sia
improbabile.

83
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Tutto considerato, si ritiene che nell’attività progettata, realizzata e gestita secondo le indi-
cazioni di sicurezza antincendio ed i metodi del Codice, il residuo rischio d’incendio possa
essere considerato accettabile.

Attribuzione dei profili di rischio

G.2.6.2 Attribuzione dei profili di rischio

1. Dopo aver valutato il rischio d’incendio per l’attività, il progettista attribuisce le


seguenti tre tipologie di profili di rischio:
Rvita, profilo di rischio relativo alla salvaguardia della vita umana;
Rbeni, profilo di rischio relativo alla salvaguardia dei beni economici;
Rambiente, profilo di rischio relativo alla tutela dell’ambiente dagli effetti dell’incendio.

Nota I profili di rischio sono indicatori speditivi e sintetici della tipologia di rischio presente
negli ambiti dell’attività e non sono sostitutivi della dettagliata valutazione del rischio
d’incendio condotta dal progettista secondo le indicazioni del paragrafo G.2.6.1.
2. Il capitolo G.3 fornisce al progettista:
a. la metodologia per determinare quantitativamente i profili di rischio Rvita ed
Rbeni,
b. i criteri per valutare il profilo di rischio Rambiente.

84
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

DETERMINAZIONE PROFILI DI RISCHIO DELLE ATTIVITÀ:


CAP. G.3

Ai sensi del punto 2 del par. V.12.4, i profili di rischio sono determinati secondo la
metodologia di cui al Cap. G.3.
 Il profilo di rischio Rvita è attribuito per ciascun compartimento e, ove necessario,
per ciascuno spazio a cielo libero dell’attività (par. G.3.2).
 Il profilo di rischio Rbeni è attribuito all’intera attività o ad ambiti di essa (par. G.3.3).
 Il profilo di rischio Rambiente è attribuito all’intera attività o ad ambiti di essa (par.
G.3.4).

Profilo di rischio Rvita (tabb. da G.3-1 a G.3-4)


In relazione ai compartimenti, in cui è stata suddivisa l'opera da costruzione, si attri-
buirà un profilo di rischio Rvita secondo le indicazioni seguenti.
Il profilo di rischio Rvita è attribuito in relazione ai seguenti fattori:
 δocc: caratteristiche prevalenti degli occupanti;
 δα: velocità caratteristica prevalente di crescita dell’incendio riferita al tempo tα, in
sec, impiegato dalla potenza termica per raggiungere il valore di 1000 kW.

Le tabb. G.3-1 e G.3-2 guidano il progettista nella selezione dei fattori δocc e δα.
Il progettista può selezionare il valore di δα anche ricorrendo ad una delle opzioni:
 dati pubblicati da fonti autorevoli e condivise;
 determinazione diretta della curva RHR (Rate of Heat Release) relativa ai combu-
stibili effettivamente presenti e nella configurazione in cui si trovano, secondo le
indicazioni del Cap. M.2 o tramite misure presso laboratorio di prova, secondo
protocolli sperimentali consolidati.

Il valore di δα, valutato in assenza di sistemi di controllo dell’incendio, può essere ri-
dotto di un livello se l’attività è servita da misure di controllo dell’incendio di livello di
prestazione V (Cap. S.6).

85
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Il valore di Rvita è determinato come combinazione di δocc e δα, come da tab. G.3-3.

Caratteristiche prevalenti degli occupanti δocc Esempi

Ufficio non aperto al pubbli-


co, scuola, autorimessa pri-
A Gli occupanti sono in stato di veglia ed hanno familiarità con
vata, attività produttive in
l’edificio
genere, depositi, capannoni
industriali

Attività commerciale, au-


torimessa pubblica, attivi-
tà espositiva e di pubblico
B Gli occupanti sono in stato di veglia e non hanno familiarità con spettacolo, centro congres-
l’edificio si, ufficio aperto al pubblico,
ristorante, studio medico,
ambulatorio medico, centro
sportivo

Ci Gli occupanti possono essere addormentati: [1] Civile abitazione


 in attività individuale di lunga durata Dormitorio, residence, stu-
Cii  in attività gestita di lunga durata dentato, residenza per per-
 in attività gestita di breve durata sone autosufficienti

Ciii Albergo, rifugio alpino

Degenza ospedaliera, tera-


pia intensiva, sala operato-
D Gli occupanti ricevono cure mediche ria, residenza per persone
non autosufficienti e con as-
sistenza sanitaria

E Stazione ferroviaria, aeropor-


Occupanti in transito
to, stazione metropolitana

[1] Quando nel presente documento si usa C la relativa indicazione e valida per Ci, Cii, Ciii

Tab. G.3-1 – Caratteristiche prevalenti degli occupanti

L’attività è frequentata prevalentemente da occupanti in stato di veglia e che non han-


no familiarità con l’edificio.
Per il compartimento deposito, sito al piano interrato, e per il sottotetto è possibile
attribuire un valore δocc = A.

86
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

δα tα [1] Criteri

Ambiti di attività con carico di incendio specifico qf ≤ 200 MJ/m2, oppure ove
1 600 s
siano presenti prevalentemente materiali o altri combustibili che contribui-
lenta
scono in modo trascurabile all’incendio.

2 300 s Ambiti di attività ove siano presenti prevalentemente materiali o altri combu-
media stibili che contribuiscono in modo moderato all’incendio.

Ambiti con presenza di significative quantità di materiali plastici impilati,


prodotti tessili sintetici, apparecchiature elettriche ed elettroniche, materiali
combustibili non classificati per reazione al fuoco (capitolo S.1).
Ambiti ove avvenga impilamento verticale di significative quantità di materiali
combustibili con 3,0 m < h ≤ 5,0 m [2].
3 150 s
Stoccaggi classificati HHS3 oppure attività classificate HHP1, secondo la nor-
rapida
ma UNI EN 12845.
Ambiti con impianti tecnologici o di processo che impiegano significative
quantità di materiali combustibili.
Ambiti con contemporanea presenza di materiali combustibili e lavorazioni
pericolose ai fini dell’incendio.

Ambiti ove avvenga impilamento verticale di significative quantità di


materiali combustibili con h > 5,0 m [2].
Stoccaggi classificati HHS4 oppure attività classificate HHP2, HHP3 o HHP4,
4 75 s
secondo la norma UNI EN 12845.
ultra-rapida
Ambiti ove siano presenti o in lavorazione significative quantità di sostanze
o miscele pericolose ai fini dell’incendio, oppure materiali plastici cellulari/
espansi o schiume combustibili non classificati per la reazione al fuoco.

A meno di valutazioni più approfondite da parte del progettista (es. dati di letteratura, misure dirette,
…), si ritengono non significative ai fini della presente classificazione almeno le quantità di materiali
nei compartimenti con carico di incendio specifico qf ≤ 200 MJ/m2.
[1] Velocità caratteristica prevalente di crescita dell’incendio.
[2] Con h altezza d’impilamento.

Tab. G.3-2 – Velocità caratteristica prevalente di crescita dell’incendio

Sulla base della tipologia e del quantitativo di materiale combustibile, nonché della
sua distribuzione spaziale, si assume una velocità caratteristica prevalente di crescita
dell'incendio pari a 2.

Osservazione
Negli uffici, il carico d’incendio specifico è influenzato principalmente dalla presenza
di arredi, scaffalature, documentazione cartacea e apparecchiature elettroniche.
Tuttavia, nell’edificio in esame, la natura degli elementi strutturali, prevalentemente
realizzati con materiali non combustibili, contribuisce significativamente alla riduzio-
ne della velocità di propagazione dell’incendio.

87
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La valutazione della crescita dell’incendio tiene conto non solo delle caratteristiche
intrinseche dell’edificio, ma anche delle misure di protezione adottate, sia passive che
attive.
Tra queste rientrano una compartimentazione efficace per limitare la diffusione delle
fiamme e dei fumi, l’utilizzo di vernici intumescenti per la protezione delle strutture in
legno, e sistemi di rilevazione precoce per garantire un intervento tempestivo.
Inoltre, sono state previste soluzioni di mitigazione del rischio incendio di natura ge-
stionale, come un controllo rigoroso delle sorgenti di innesco, la limitazione dei ma-
teriali combustibili e l’adozione di piani di emergenza adeguati.
Tali strategie, nel loro insieme, contribuiscono a contenere lo sviluppo dell’incendio e
a ridurre la probabilità che esso raggiunga livelli di crescita rapida.
Sulla base di questi elementi, si giustifica l’adozione del valore 2 (crescita moderata
dell’incendio) anziché del valore 3 (crescita rapida), in quanto le condizioni specifiche
dell’edificio e le misure adottate determinano un’evoluzione dell’incendio meno ag-
gressiva rispetto a un contesto standard privo di tali mitigazioni.

Velocità caratteristica prevalente


dell’incendio δα
Caratteristiche prevalenti degli occupanti δocc
1 2 3 4
lenta media rapida ultra-rapida

A Gli occupanti sono in stato di veglia ed hanno


A1 A2 A3 A4
familiarità con l’edificio

B Gli occupanti sono in stato di veglia e non Non


B1 B2 B3
hanno familiarità con l’edificio ammesso [1]

Gli occupanti possono essere addormentati: Non


C C1 C2 C3
[2] ammesso [1]

Ci Non
Ci1 Ci2 Ci3
ammesso [1]
 in attività individuale di lunga durata
Cii Non
 in attività gestita di lunga durata Cii1 Cii2 Cii3
ammesso [1]
 in attività gestita di breve durata
Ciii Non
Ciii1 Ciii2 Ciii3
ammesso [1]

D n.a. Non
Gli occupanti ricevono cure mediche D1 D2
[1] ammesso [1]

E Non
Occupanti in transito E1 E2 E3
ammesso [1]
[1] Per raggiungere un valore ammesso, δα può essere ridotto di un livello come specificato nel
comma 3 del paragrafo G.3.2.1.
[2] Quando nel presente documento si usa il valore C1 la relativa indicazione è valida per Ci1, Cii1 e
Ciii1. Se si usa C2 l’indicazione è valida per Ci2, Cii2 e Ciii2. Se si usa C3 l’indicazione è valida per Ci3,
Cii3 e Ciii3.
Tab. G.3-3 – Determinazione di Rvita

88
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Si segnala inoltre che la scelta di attribuire per l’ufficio il profilo di rischio Rvita B2 appa-
re supportata dalle risultanze della tab. G.3-4, che fornisce i profili di rischio Rvita per
alcune tipologie di destinazione d’uso.

Tanto premesso, si indicano di seguito i profili di rischio Rvita attribuiti:

Caratteristica Velocità caratteristica


prevalente degli prevalente
Compartimento Rvita
occupanti di crescita dell’incendio
δocc δα

C1: ufficio B 2 B2
C2: deposito (piano interrato) A 2 A2
C3: sottotetto A 2 A2

Tutte le misure antincendio componenti la strategia adottata saranno verificate ri-


spetto al profilo di rischio di riferimento e alle risultanze della valutazione del rischio
incendio effettuata in precedenza.

89
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Profilo di rischio Rbeni (tab. G.3-5)


Poiché l'attività si svolge in un edificio sottoposto alle disposizioni di tutela del codice
dei beni culturali e non si configura come attività strategica, si attribuisce il profilo di
rischio Rbeni = 2 come da tab. G.3.5 di seguito riportata.

Attività o ambito vincolato

No Sì
No Rbeni = 1 Rbeni = 2
Attività o ambito strategico
Sì Rbeni = 3 Rbeni = 4

Rbeni = 1 (per l’intera attività)

Profilo di rischio Rambiente (par. G.3.4, punto 3 lett. b)


In riferimento a quanto previsto al par. G.3.4, dalla valutazione del rischio non sono
emerse criticità, anche potenziali, che fanno pensare a problematiche di carattere
ambientale in caso d'incendio, pertanto, trattandosi di attività civile senza tali criticità
(es.: assenza di sostanze e miscele classificate come pericolose in quantità significati-
ve), Rambiente è non significativo.
Espletata la valutazione del rischio d’incendio per l’attività e determinati i profili di ri-
schio, si attribuiscono alle misure componenti la strategia antincendio i relativi livelli
di prestazione, i quali andranno verificati implementando le relative idonee soluzioni
progettuali conformi o alternative.

Strategia antincendio per la mitigazione del rischio


In ragione della valutazione del rischio d’incendio precedentemente effettuata, per l’at-
tività in esame, si indica brevemente la seguente strategia antincendio a prevenzione
degli incendi ed a protezione degli occupanti dell’attività:
 limitare la probabilità d’innesco e di propagazione dell’incendio, grazie all’efficace
gestione della sicurezza antincendio, alle caratteristiche dei materiali di rivesti-
mento, alla limitazione degli inneschi, alla sicurezza degli impianti;
 garantire la stabilità delle strutture portanti per l’intera durata dell’incendio;
 garantire, secondo i principi enunciati nel rapporto tecnico ISO/TR 16738:2009 Fire-
safety engineering - Technical information on methods for evaluating behaviour and
movement of people, che la maggior parte degli occupanti dell’edificio non avrà
esperienza diretta degli effetti dell’eventuale incendio, limitando la propagazione
dei prodotti della combustione all’interno dell’attività per mezzo di compartimen-
tazione orizzontale ed assicurando un’efficace gestione dell’emergenza;
 garantire agli occupanti con disabilità16 (es.: fisiche, mentali o sensoriali) la possibi-

16
Si veda anche il [Link]. 3 maggio 2024, n. 62.

90
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

lità di lasciare autonomamente l’attività, tramite il sistema di vie d’esodo verticali o


di essere altrimenti protetti all’interno di spazi calmi;
 garantire per le squadre di soccorso la possibilità di operare in condizioni di sicu-
rezza tramite la pronta disponibilità di agenti estinguenti e di percorsi protetti di
accesso ai piani.

La strategia antincendio sarà adottata in ossequio a quanto previsto nel par. V.12.5,
applicando tutte le misure antincendio della RTO ed attribuendo i livelli di prestazione
secondo i criteri in esse definiti, fermo restando le indicazioni complementari o sostitu-
tive, riportate nella RTV V.12, per le sole soluzioni conformi previste dai corrispondenti
livelli di prestazione della RTO.
Devono, inoltre, essere applicate le prescrizioni del Cap. V.1 in merito alle aree a ri-
schio specifico e le prescrizioni delle altre regole tecniche verticali, ove pertinenti.

91
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

G.2.6.3 Strategia antincendio per la mitigazione del rischio

1. Il progettista mitiga il rischio d’incendio valutato applicando un’adeguata strategia antin-


cendio composta da misure antincendio di prevenzione, di protezione e gestionali.
2. Nel presente documento le misure antincendio di prevenzione, di protezione e gestionali,
di cui al comma 1, sono raggruppate in modo omogeneo nei capitoli compresi nella se-
zione Strategia antincendio.
3. Per ciascuna misura antincendio sono previsti diversi livelli di prestazione, graduati in
funzione della complessità crescente delle prestazioni previste e identificati da numero
romano (es. I, II, III, …).
4. Il progettista applica all’attività tutte le misure antincendio, stabilendo per ciascuna i
relativi livelli di prestazione in funzione degli obiettivi di sicurezza da raggiungere e della
valutazione del rischio dell’attività.

V.12.5 Strategia antincendio

1. Devono essere applicate tutte le misure antincendio della regola tecnica orizzontale at-
tribuendo i livelli di prestazione secondo i criteri in esse definiti, fermo restando quanto
indicato al comma 3.
2. Devono essere applicate le prescrizioni del capitolo V.1 in merito alle aree a rischio spe-
cifico e le prescrizioni delle altre regole tecniche verticali, ove pertinenti.
3. Nei paragrafi che seguono sono riportate le indicazioni complementari o sostitutive del-
le soluzioni conformi previste dai corrispondenti livelli di prestazione della RTO e delle
pertinenti RTV.

92
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Attribuzione dei livelli di prestazione alle misure antincendio

G.2.6.4 Attribuzione dei livelli di prestazione alle misure antincendio

1. Effettuata la valutazione del rischio d’incendio per l’attività e stabiliti i profili di


rischio Rvita, Rbeni ed Rambiente nei pertinenti ambiti (capitolo G.3), il progettista attri-
buisce alle misure antincendio i relativi livelli di prestazione.
2. Ciascun capitolo della sezione Strategia antincendio fornisce al progettista i criteri
di attribuzione dei livelli di prestazione alle misure antincendio.
3. Qualora disponibili, nelle pertinenti regole tecniche verticali possono es-
sere definiti alcuni dei livelli di prestazione che il progettista è tenuto ad
attribuire all’attività in funzione delle sue caratteristiche (es. numero degli
occupanti, quota dei piani, quantità di sostanze e miscele pericolose, …).
4. Per ogni misura antincendio, il progettista può attribuire livelli di prestazione diffe-
renti da quelli proposti nel presente documento.
Se i livelli attribuiti sono inferiori a quelli proposti, il progettista è tenuto a dimo-
strare il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza antincendio impiegando uno
dei metodi di progettazione della sicurezza antincendio previsti al paragrafo G.2.7.
Al fine di consentire la valutazione di tale dimostrazione da parte del Corpo na-
zionale dei Vigili del fuoco, è ammessa l’attribuzione di livelli di prestazione diffe-
renti da quelli proposti solo nelle attività con valutazione del progetto.

Nota La definizione di attività con valutazione del progetto si trova nel capitolo G.1 ed
include, oltre alle attività con valutazione ordinaria, anche quelle con possibilità della
valutazione in deroga.

Pertanto, laddove disponibili, occorrerà applicare, per le soluzioni conformi, le prescri-


zioni della pertinente RTV, nel caso in esame le RTV V.4 e RTV V.12.
Laddove, nelle RTV (nello specifico V.4 e V.12, con quest'ultima prevalente) non sia
indicato il livello di prestazioni minimo da garantire, si dovrà riferirsi alla RTO per tale
finalità, al fine di individuare le corrispondenti soluzioni progettuali.
In ogni caso, occorrerà dimostrare che i livelli di prestazione attribuiti consentano,
nell’attività, di raggiungere gli obiettivi di sicurezza di cui al par. G.2.5, in relazione al
rischio di incendio valutato.

93
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Attribuzione dei livelli di prestazione

Oggetto della Attribuzione del


Misura antincendio
progettazione livello di prestazione

Reazione al fuoco Livello III - II di prestazione


Ambiti
(parr. S.1.3, V.4.4.1 e V.12.5.1)

Resistenza al fuoco Livello III di prestazione


Opera da costruzione
(parr. S.2.3, S.2.4.3, V.4.4.2 e V.12.5.2)

Compartimentazione Livello II di prestazione


Opera da costruzione
(parr. S.3.3, S.3.4.1 e V.4.4.3)

Esodo Livello I di prestazione


Ambiti
(parr. S.4.3, S.4.4.1 e V.12.5.3)

GSA Livello III di prestazione


Attività
(parr. S.5.3, S.5.4.1 e V.12.5.4)

Controllo dell’incendio Livello III di prestazione


Ambiti
(parr. S.6.3, S.6.4.2 V.4.4.5 e V.12.5.5)

Rivelazione ed allarme Livello IV di prestazione


Ambiti
(parr. S.7.3, S.7.4.4 V.4.4.6 e V.12.5.6)

Controllo di fumi e calore Livello II di prestazione


Compartimenti
(parr. S.8.3, S.8.4.1 e V.12.5.7)

Operatività antincendio Livello IV di prestazione


Opera da costruzione
(parr. S.9.3 e S.9.4.3)

Sicurezza degli impianti Livello I di prestazione


tecnologici Attività
(parr. S.10.3 V.4.4.7 e S.10.4.1)

94
(parr. S.7.3, S.7.4.4 V.4.4.6 e V.12.5.6)
Livello II di prestazione
Controllo di fumi e calore Compartimenti
(parr. S.8.3, S.8.4.1 e V.12.5.7)
Livello IV di prestazione
Operatività antincendio Opera da costruzione
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI
(parr. S.9.3 e S.9.4.3)
Livello I di prestazione
Sicurezza degli impianti tecnologici Attività
(parr. S.10.3 V.4.4.7 e S.10.4.1)

Livelli di prestazione

Reazione al fuoco
5
Sicurezza degli
Resistenza al fuoco
impianti tecnologici 4

2
Operatività antincendio Compartimentazione
1

Controllo di fumi e
Esodo
calore

Gestione della
Rivelazione ed allarme
sicurezza antincendio

Controllo dell’incendio

RAPPRESENTAZIONE
Rappresentazione polare dei l.P. Relativi
POLARE [Link]
DEIalle . RELATIVI
costituenti
ALLElaMISURE
strategiaCOSTITUENTI
antincendio LA STRATEGIA ANTINCENDIO

96

Individuazione delle soluzioni progettuali

G.2.6.5 Individuazione delle soluzioni progettuali

1. Per ogni livello di prestazione di ciascuna misura antincendio sono previste diver-
se soluzioni progettuali. L’applicazione di una delle soluzioni progettuali garantisce
il raggiungimento del livello di prestazione richiesto.
2. Sono definite tre tipologie di soluzioni progettuali:
a. soluzioni conformi (vedi punto G.[Link])
b. soluzioni alternative (vedi punto G.[Link])
c. soluzioni in deroga. (vedi punto G.[Link])

Nota Le definizioni di soluzione conforme, soluzione alternativa e soluzione in deroga si


trovano nel capitolo G.1.

3. Qualora disponibili, nelle pertinenti regole tecniche verticali possono es-


sere descritte eventuali soluzioni progettuali complementari o sostitutive
di quelle dettagliate nella sezione Strategia antincendio, oppure semplici
prescrizioni aggiuntive per la specifica tipologia d’attività.
4. Il progettista può sempre scegliere la soluzione progettuale più adatta alla tipo-
logia d’attività.

95
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Il Codice offre i criteri necessari per consentire al progettista di eseguire una corretta
valutazione del rischio incendio e attuare le misure strategiche necessarie.
Ogni soluzione progettuale deve garantire il livello di prestazione necessario a soddi-
sfare le misure antincendio in funzione degli obiettivi prefissati.

Le soluzioni progettuali previste dal Codice sono:


 Soluzioni conformi: di immediata applicazione; non è richiesta ulteriore valutazio-
ne tecnica per dimostrare il raggiungimento del collegato livello prestazionale;
 Soluzioni alternative: opzioni alternative alle soluzioni conformi, per le quali il pro-
gettista è tenuto a dimostrare il raggiungimento del collegato livello prestazionale;
 Soluzioni in deroga: per le quali è richiesta l’attivazione del procedimento di deroga
secondo la normativa vigente; è una soluzione praticabile laddove non sia possibi-
le applicare né soluzioni conformi né alternative.

96
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.1 REAZIONE AL FUOCO

REAZIONE AL FUOCO

S.1.1 Premessa

La reazione al fuoco è una misura antincendio di protezione passiva che esplica i suoi
principali effetti nella fase iniziale dell’incendio, con l’obiettivo di limitare l’innesco dei materiali
e la propagazione dell’incendio. Essa si riferisce al comportamento al fuoco dei materiali
nelle effettive condizioni d’uso finali, con particolare riguardo al grado di partecipazione
all’incendio che essi manifestano in condizioni standardizzate di prova.
Tali requisiti sono applicati agli ambiti dell’attività ove si intenda limitare la partecipazione
dei materiali alla combustione e ridurre la propagazione dell’incendio.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


Per tale misura i criteri di attribuzione dipendono essenzialmente dal profilo di ri-
schio Rvita dell'ambito considerato; per quelle successive, invece, i criteri di attribu-
zione dipendono anche da altri parametri ed elementi e, soprattutto, dalle risultanze
della valutazione del rischio.

Livelli di prestazione (vedi tab. S.1-1):

Livello di prestazione Descrizione

I Nessun requisito.

II l materiali contribuiscono in modo non trascurabile all'incendio.

III l materiali contribuiscono moderatamente all'incendio.

IV l materiali contribuiscono limitatamente all'incendio.

Per contributo all'incendio si intende l'energia rilasciata dai materiali che influenza la crescita e lo
sviluppo dell'incendio in condizioni pre e post incendio generalizzato (flashover) secondo EN 13501-1

97
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione - vie d’esodo (vedi tab. S.1-2):

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

I Vie d'esodo [1] non ricomprese negli altri criteri di attribuzione.

II Vie d'esodo [1] dei compartimenti con profilo di rischio Rvita in B1.

III Vie d'esodo [1] dei compartimenti con profilo di rischio Rvita in B2, B3,
Cii1, Cii2, Cii3, Ciii1, Ciii2, Ciii3, E1, E2, E3.

IV Vie d'esodo [1] dei compartimenti con profilo di rischio Rvita in D1, D2.

[1] Limitatamente a vie d'esodo verticali, percorsi d'esodo (corridoi, atri, filtri...) e spazi calmi

Livello di prestazione - altri locali dell’attività (vedi tab. S.1-3):

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

I Locali non ricompresi negli altri criteri di attribuzione.

II Locali di compartimenti con profilo di rischio Rvita in B2, B3, Cii1, Cii2, Cii3,
Ciii1, Ciii2, Ciii3, E1, E2, E3.

III Locali di compartimenti con profilo di rischio Rvita in D1, D2.

Su specifica richiesta del committente, previsti da capitolati tecnici di


IV progetto, richiesti dalla autorità competente per costruzioni destinate
ad attività di particolare importanza.

Soluzione conforme
In base alla prescrizione di cui al par. V.4.4.1, ed in accordo con quanto previsto dalla
RTO (par. S.1.4.2), per le vie d’esodo dell'attività (limitatamente a quelle verticali, ai
percorsi di esodo ed agli spazi calmi) possono essere adottati materiali compresi nel
gruppo GM2 di reazione al fuoco.
Per gli altri locali dell’attività, in accordo con quanto previsto dalla RTO (par. S.1.4.1),
possono essere adottati materiali compresi, almeno, nel gruppo GM3 di reazione al
fuoco17.

17
Per i compartimenti con Rvita A2 risulta adeguato il livello I.

98
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La RTV V.12, al par. V.12.5.1, prevede che:


1. Non è richiesta la verifica dei requisiti di reazione al fuoco dei beni tutelati, ivi com-
presi i beni costituenti arredo storico (es. librerie, cassettonati, tendaggi, poltrone,
mobilio, …), ad eccezione dei beni tutelati posti in vie d’esodo verticali, percorsi
d’esodo (corridoi, atri, filtri, …) e spazi calmi in ambiti di attività con profili di rischio
Rvita ricompresi in C, D o E.

Verificate le condizioni dell’attività (ambiti con profili di rischio Rvita non ricompresi in
C, D o E), il livello di prestazione attribuibile (I) comporta la non valutazione del contri-
buto all’incendio dei materiali (tab. S.1-1).

Tuttavia, considerata la presenza di arredi recenti, non ascrivibili nell’ambito del patri-
monio storico, si conferma la prescrizione di cui al par. V.4.4.1 per quanto riguarda i
locali dell’attività diversi dalle vie d’esodo, considerando soluzione conforme l’impiego
di materiali compresi nel gruppo GM3.

Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.1.4.4).

Vista del cassettonato al piano terra

99
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Aula didattica al piano terra

100
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.2 RESISTENZA AL FUOCO

RESISTENZA AL FUOCO

S.2.1 Premessa

La finalità della resistenza al fuoco è quella di garantire la capacità portante delle strutture
in condizioni di incendio nonché la capacità di compartimentazione, per un tempo minimo
necessario al raggiungimento degli obiettivi di sicurezza di prevenzione incendi.
Il capitolo S.3 sulle misure di compartimentazione costituisce complemento al presente
capitolo.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce all’opera da co-
struzione il livello di prestazione III.

(tab. S.2-1) = livello III

Livello di prestazione Descrizione

I Assenza di conseguenze esterne per collasso strutturale.

Mantenimento dei requisiti di resistenza al fuoco per un periodo


II sufficiente all’evacuazione degli occupanti in luogo sicuro all’esterno
della costruzione.

III Mantenimento dei requisiti di resistenza al fuoco per un periodo congruo


con la durata dell’incendio.

IV Requisiti di resistenza al fuoco tali da garantire, dopo la fine dell’incendio,


un limitato danneggiamento della costruzione.

V Requisiti di resistenza al fuoco tali da garantire, dopo la fine dell’incendio,


il mantenimento della totale funzionalità della costruzione stessa.

101
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione III (vedi tab. S.2-2)

Livello di
Criteri di attribuzione
prestazione

Opere da costruzione, comprensive di eventuali manufatti di servizio adiacenti


nonché dei relativi impianti tecnologici di servizio, dove sono verificate tutte le
seguenti condizioni:
 compartimentate rispetto ad altre opere da costruzione eventualmente
adiacenti e strutturalmente separate da esse e tali che l’eventuale cedimen-
I to strutturale non arrechi danni ad altre opere da costruzione o all’esterno
del confine dell’area su cui sorge l’attività medesima;
 adibite ad attività afferenti ad un solo responsabile dell’attività e con profilo
di rischio Rbeni pari ad 1;
 non adibite ad attività che comportino presenza di occupanti, ad esclusione
di quella occasionale e di breve durata di personale addetto.

Opere da costruzione o porzioni di opere da costruzione, comprensive di


eventuali manufatti di servizio adiacenti nonché dei relativi impianti tecnologici
di servizio, dove sono verificate tutte le seguenti condizioni:
 compartimentate rispetto ad altre opere da costruzione eventualmente
adiacenti;
 strutturalmente separate da altre opere da costruzione e tali che l’eventuale
cedimento strutturale non arrechi danni alle stesse o all’esterno del confine
dell’area su cui sorge l’attività medesima; oppure, in caso di assenza di sepa-
razione strutturale, tali che l’eventuale cedimento della porzione non arrechi
II danni al resto dell’opera da costruzione o all’esterno del confine dell’area su
cui sorge l’attività medesima;
 adibite ad attività afferenti ad un solo responsabile dell’attività e con i se-
guenti profili di rischio:
- Rvita compresi in A1, A2, A3, A4;
- Rbeni pari ad 1;
 densità di affollamento ≤ 0,2 persone/m2;
 non prevalentemente destinate ad occupanti con disabilità;
 aventi piani situati a quota compresa tra -5 m e 12 m.

III Opere da costruzione non ricomprese negli altri criteri di attribuzione.

Su specifica richiesta del committente, previsti da capitolati tecnici di progetto,


IV, V richiesti dalla autorità competente per costruzioni destinate ad attività di
particolare importanza.

Soluzione conforme
Considerato il profilo di rischio Rvita B2 e profilo di rischio Rbeni 2, sulla base dei criteri di
attribuzione fissati dalla tab. S.2-2, il livello di prestazione attribuibile per tale misura
è il III.
In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.2.4.3, inerente le soluzioni conformi per il livel-

102
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

lo di prestazione III, devono essere verificate le prestazioni di resistenza al fuoco delle


costruzioni in base agli incendi convenzionali di progetto come previsto al par. S.2.5.
Per ogni compartimento occorre determinare il carico di incendio specifico di proget-
to, qf,d, in funzione del quale si determina la classe minima di resistenza al fuoco (tab.
S.2-3).

Carico di incendio specifico di progetto Classica minima di resistenza al fuoco

qf,d ≤ 200 MJ/m2 Nessun requisito


qf,d ≤ 300 MJ/m2 15
qf,d ≤ 450 MJ/m2 30
qf,d ≤ 600 MJ/m2 45
qf,d ≤ 900 MJ/m2 60
qf,d ≤ 1200 MJ/m2 90
qf,d ≤ 1800 MJ/m2 120
qf,d ≤ 2400 MJ/m2 180
qf,d ≤ 2400 MJ/m2 240

In base alla prescrizione di cui al par. V.4.4.4, la classe di resistenza al fuoco minima è
stabilita dalla tab. V.4-1:

Classificazione dell'attività
Compartimenti
HA HB HC HD HE

Fuori terra 30 60 90
Interrati 60 90

Conseguentemente, avendo classificato l’edificio come HA, occorre rispettare la clas-


se minima R/REI 30 per i piani fuori terra e R/REI 60 per il piano interrato.

Il par. V.12.5.2 stabilisce, inoltre, che:


1. Negli ambiti delle attività ove la natura dell’edificio tutelato non renda possibile l’a-
deguamento o la determinazione della classe richiesta dalla RTO e dalle pertinenti
RTV sono ammessi unicamente i profili di rischio Rvita pari ad A1, A2, B1, B2, E1, E2
e devono essere adottati tutti i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. valore di qf,d ≤ 200 MJ/m², calcolato escludendo il contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti;
b. incremento di un livello di prestazione della gestione della sicurezza antincen-
dio (capitolo S.5) e del controllo dell’incendio (capitolo S.6).

103
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

2. Ove non sia possibile l’adeguamento o la determinazione della classe richiesta


dalla RTO e dalle pertinenti RTV dei sottotetti con struttura portante combustibile
devono essere adottati tutti i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. se il sottotetto non costituisce compartimento distinto:
i. controllo dell’incendio con livello di prestazione IV (capitolo S.6) riferito
all’ambito contenente il sottotetto;
ii. sistema di gestione della sicurezza antincendio (capitolo S.5) di livello di
prestazione III.
b. se il sottotetto costituisce compartimento distinto:
i. il sottotetto deve essere mantenuto libero da materiali combustibili di ogni
genere.

Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazione.

Ove si determinasse, per via statistica (vedi par. S.2.9.1), il valore nominale del carico
d’incendio specifico (qf) per il compartimento multipiano adibito ad ufficio, come frat-
tile 80%, secondo la tab. S.2-10 (Densità di carico di incendio da UNI EN 1991-1-2) esso
risulterebbe pari a:

qf = 511 MJ/m2

Attività Valore medio (MJ/m2) Frattile 80% (MJ/m2)

Civili abitazioni 780 948


Ospedali (stanza) 230 280
Alberghi (stanza) 310 377
Biblioteche 1500 1824
Uffici 420 511
Scuole 285 347
Centri commerciali 600 730
Teatri (cinema) 300 365
Trasporti (spazio pubblico) 100 122

Tuttavia, piano terra, intermedio e primo costituiscono compartimento multipiano


(C1), per il quale, non si ricade nella condizione di cui al par. S.2.5, comma 6 (gli ele-
menti orizzontali di separazione non offrono adeguata resistenza al fuoco e, pertanto,
non consentano di considerare separatamente il carico di incendio dei singoli piani).

Peraltro, anche trascurando la circostanza per cui il carico di incendio non risulta

104
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

uniformemente distribuito sulla superficie di ciascun piano, i valori di qf “statistici”,


relativi a ciascun piano, si andrebbero a sommare!

Tanto premesso, si ipotizza di effettuare un calcolo analitico relativo alle superfici


effettivamente occupate dai materiali combustibili, su ciascun piano, al fine di deter-
minare il relativo qf in maniera più precisa.

Il calcolo del carico d’incendio dei locali sottotetto (nei quali non verrà depositato al-
cun tipo di materiale, né combustibile né incombustibile) è stato verificato, secondo
il procedimento di cui al par. S.2.9.2, considerando la presenza delle strutture lignee
costituenti l’orditura di copertura.

A tal fine, si è adottata una classe del compartimento pari a 30 minuti, prescindendo
inizialmente dalla presenza degli elementi strutturali lignei; tale classe è stata utiliz-
zata ai soli fini della determinazione dello spessore di carbonizzazione degli elementi
strutturali di legno.
La “velocità di carbonizzazione”, in favore di sicurezza, è stata ipotizzata pari a 1 mm/
min tramite il prospetto 3.1 della norma UNI EN 1995-1-2 “Progettazione delle strutture
di legno - Parte 1–2: Regole generali - Progettazione strutturale contro l’incendio”, sce-
gliendo cautelativamente la velocità più alta per i pannelli di legno.
Pertanto, lo spessore di carbonizzazione degli elementi strutturali di legno nel sotto-
tetto, per un incendio di 30 minuti, è pari a:

30 x 1 = 30 mm = 0,030 m

Ipotizzando cautelativamente una densità del legno pari a 450 kg/m3, per lo spessore
di carbonizzazione ipotizzato si bruceranno 0,030 x 450 = 13,50 kg/m2 di legno, da
moltiplicare per la superficie dei locali in oggetto (13,50 kg/m2 x 280,50 m2 = 3787 kg).

Si segnala che i valori indicati in tab. V.4-1 sono valori minimi; occorrerà, in ogni caso, ef-
fettuare per ciascun compartimento il calcolo della relativa classe di resistenza al fuoco.

Come di seguito evidenziato, in base alla tab. S.2-2, si evince l’attribuzione del livello
di prestazione III in corrispondenza del quale, nel par. S.2.4.3 è prevista l’individua-
zione della soluzione conforme con classe minima di resistenza al fuoco, ricavata per
il compartimento in questione, in relazione al carico di incendio specifico di progetto
qf,d, secondo la tab. S.2-3.

Si sottolinea che occorre, in ogni caso, calcolare il qf,d, al fine di confrontarlo con la
classe minima richiesta!

L’edificio, come detto, presenta murature portanti e divisorie in pietra arenaria e tra-
vature e solai in legno di quercia.

105
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ai fini del raggiungimento dei seguenti requisiti, per i piani fuori terra, occorrerà veri-
ficare la resistenza al fuoco dei seguenti elementi:
 R 30 per le strutture portanti in muratura;
 R/REI 30 per i solai in legno;
 REI/EI 30 per gli elementi di compartimentazione, orizzontali e verticali.

Le prestazioni di resistenza al fuoco delle strutture saranno verificate in base agli in-
cendi convenzionali di progetto.

Nello specifico il progettista potrà, ove lo ritenga opportuno, valutare soluzioni alter-
native per la resistenza al fuoco delle strutture portanti, facendo ricorso alle curve
naturali di incendio in luogo di quelle standard come cimento termico e dimostrando,
attraverso calcoli termo-strutturali avanzati nel dominio del tempo, che la struttura
dell'intera opera da costruzione mantenga la sua capacità portante in relazione ai
peggiori scenari d'incendio di progetto credibili.
Pertanto, non basta determinare le curve naturali o i flussi termici naturali agenti nel
compartimento o opera da costruzione, ma è necessario anche procedere alle analisi
termiche ed ai calcoli termo-strutturali per dimostrare l'adeguatezza delle soluzioni
alternative per la resistenza al fuoco.
In riferimento al par. S.2.8, Criteri di progettazione strutturale in caso di incendio, la
capacità strutturale in caso d’incendio sarà vagliata, in sede di verifiche di sicurezza,
tenendo conto della combinazione dei carichi per azioni eccezionali prevista dalle
vigenti NTC.

106
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Le verifiche potranno essere condotte su ciascun singolo elemento separatamente,


trattandosi di soluzione conforme ed ai sensi del par. S.2.8.1; è evidente, però, che è
necessario condurre indagini strumentali per conoscere le caratteristiche geometri-
che e meccaniche della struttura e di ciascun elemento costituente, i cui esiti sono di
norma proposti nella valutazione della sicurezza ex punto 8.3 delle NTC 2018, essen-
do in tal caso non note a priori le prestazioni di resistenza al fuoco della costruzione.
In relazione agli elementi strutturali secondari, una volta individuati, è necessario ve-
rificare che un loro eventuale cedimento non risulti compromettente per la capacità
portante dei restanti elementi strutturali e assicuri l’efficacia delle compartimentazio-
ni e dei sistemi di protezione attiva installati.
Deve, inoltre, essere garantito l’esodo in sicurezza degli occupanti e dei soccorritori.

107
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Calcolo del carico di incendio specifico di progetto (par. S. 2.9)


Il calcolo del carico di incendio è stato effettuato per i compartimenti del fabbricato:
 compartimento C1 (multipiano) dal piano terra in su, con Rvita B2;
 compartimento C2, deposito al piano interrato, con Rvita A2;
 compartimento C3, piano sottotetto, con Rvita A2.

Superficie
in pianta gi Hi (MJ/ gi • Hi • mi S gi • Hi • qf
Zona Materiale U.M. mi Yi
lorda (U.M.) U.M.) • Yi (MJ) mi • Yi (MJ) (MJ/m2)
A (m2)
legno kg 3400 17,5 0,8 1 47600

carta kg 2400 20 0,8 1 38400


[Link] 887,40 162000 183
plastica kg 1400 40 1,0 1 56000

attrezzature m3 100 200 1,0 1 20000

legno kg 600 17,5 0,8 1 8400

carta kg 100 20 0,8 1 1600


[Link]. 78,80 14000 178
plastica kg 100 40 1,0 1 4000
18

attrezzature m3 0 200 1,0 1 0

legno kg 9000 17,5 0,8 1 126000

carta kg 1000 20 0,8 1 16000


[Link] 860,20 168000 195
plastica kg 150 40 1,0 1 6000

attrezzature m3 100 200 1,0 1 20000

C1 887,40 Vedi tab. S.2-9 (secondo esempio) riportata di seguito 388

legno kg 500 17,5 0,8 1 7000


Deposito
([Link].) 60,50 carta kg 550 20,0 0,8 1 8800 21800 360
C2
plastica kg 150 40,0 1,0 1 6000

[Link]. legno kg 3787 17,5 0,8 1 53015 53015 189


ACCESS. 280,50
C3 impianti Centrale termica, a legna o a carbone (fonte ClaRaF) 30018

Per C1: qf = (Q1 + Q2 + Q3 ) / A1 = (162000 + 14000 + 168000 ) / 887,40 = 388 MJ/m2

18
Il valore assunto è sicuramente cautelativo rispetto all’effettiva consistenza degli impianti presenti.

108
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

In corrispondenza del piano intermedio, considerandone la proiezione ai piani su-


periore e inferiore, si osserva che non vi sono distribuzioni localizzate di materiale
combustibile che facciano ritenere ragionevole determinare il valore.
Pertanto, il carico d'incendio nel compartimento multipiano può essere modellato
come distribuito in maniera sufficientemente uniforme.

Tab. S.2-9: Es.: Di calcolo del carico di incendio specifico qf per compartimenti multipiano

Il carico d’incendio specifico di progetto qf,d, cioè il carico d’incendio specifico qf cor-
retto in base ai parametri indicatori del rischio di incendio e dei fattori relativi alle
misure di protezione presenti, sarà pari a:

qf,d = δq1 x δq2 x δn x qf

La superficie lorda (A) dei compartimenti considerati determina il coefficiente δq1 (fat-
tore che tiene conto del rischio di incendio in relazione alla dimensione del compartimen-
to, vedi tab. S.2-6):

Superficie in pianta lorda Superficie in pianta lorda


del compartimento (m2) δq1 del compartimento (m2) δq1

A < 500 1,00 2500 ≤ A < 5000 1,60


500 ≤ A < 1000 1,20 5000 ≤ A < 10000 1,80
1000 ≤ A < 2500 1,40 A ≥ 10000 2,00

Le aree dell’attività presentano un moderato rischio di incendio in termini di probabi-


lità d’innesco, velocità di propagazione di un incendio e possibilità di controllo dell’in-
cendio stesso da parte delle squadre di emergenza; pertanto, come da previsione
del punto S.2.9.1, per il coefficiente δq2 (fattore che tiene conto del rischio di incendio in
relazione al tipo di attività svolta nel compartimento, vedi tab. S.2.7) si ha:

109
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Classi di rischio Descrizione δq2

Aree che presentano un basso rischio d’incendio in termini di probabilità


I d’innesco, velocità di propagazione delle fiamme e possibilità di controllo 0,80
dell’incendio da parte delle squadre d’emergenza

Aree che presentano un modesto rischio d’incendio in termini di probabilità


II d’innesco, velocità di propagazione delle fiamme e possibilità di controllo 1,00
dell’incendio da parte delle squadre d’emergenza

Aree che presentano un alto rischio d’incendio in termini di probabilità


III d’innesco, velocità di propagazione delle fiamme e possibilità di controllo 1,20
dell’incendio da parte delle squadre d’emergenza

Tenuto conto delle misure di protezione e gestione antincendio che si prevede di


adottare, per il coefficiente δn = Πi δni (fattore che tiene conto delle differenti misure an-
tincendio dei compartimenti19 vedi tab. S.2-8) si ha:

Descrizione δq2
rete idranti con protezione interna δn1 0,90
Controllo dell’incendio di livello
di prestazione III (capitolo S.6) rete idranti con protezione interna ed
esterna
δn2 0,80

sistema automatico ad acqua o schiuma


e rete idranti con protezione interna
δn3 0,54

altro sistema automatico e rete idranti


con protezione interna
δn4 0,72
Controllo dell’incendio di livello
di prestazione IV (capitolo S.6)
sistema automatico ad acqua o schiuma
e rete idranti con protezione interna ed δn5 0,48
esterna

altro sistema automatico e rete idranti


con protezione interna ed esterna
δn6 0,64

Gestione della sicurezza antincendio di livello di prestazione II [1] (capitolo S.5) δn7 0,90

Controllo di fumi e calore di livello di prestazione III (capitolo S.8) δn8 0,90

Rivelazione ed allarme di livello di prestazione III (capitolo S.7) δn9 0,85

Operatività antincendio di livello di prestazione IV (capitolo S.9) δn10 0,81

[1] Gli addetti antincendio devono garantire la presenza continuativa durante le 24 ore.

19
Vedi prosieguo della trattazione.

110
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Per i vari compartimenti, in riferimento ai valori di δq1, δq2 e δn = δn1 x δn8 x δn9, si ha20:

Compartimento δq1 δq2 δn

C1 1,2021 1,00 0,62


21
C2 1,00 1,00 0,62
C3 1,00 1,00 0,62

Si indicano di seguito, in riferimento ai compartimenti in esame, i fattori utilizzati per


il calcolo del carico di incendio specifico di progetto qf,d e l’identificazione della classe
degli stessi:

qf qf,d Classe di
Compartimento (MJ/m2) δq1 δq2 δn (MJ/m2) Verifica
calcolo

C1 388 1,20 1,00 0,62 289 15 OK


C2 360 1,00 1,00 0,62 223 15 OK
C3 489 1,00 1,00 0,62 303 30 OK

Si segnala che, in accordo a quanto prescritto nella tab. V.4-1, la classe minima di resisten-
za al fuoco delle strutture costituenti il deposito al piano interrato dovrà essere pari a 60.
Le indicazioni sostitutive di cui al par. V.12.5.2 non risultano di interesse per lo speci-
fico caso in esame.

In riferimento al par. S.2.10, Classificazione di resistenza al fuoco di prodotti ed elementi


costruttivi di opere da costruzione, i requisiti di resistenza al fuoco degli elementi strut-
turali e di compartimentazione, nonché delle porte e degli altri elementi di chiusura,
sono stati valutati in base alle prescrizioni dei parr. S.2.10, S.2.11 e S.2.12 e secondo i
metodi di cui ai parr. S.2.13, S.2.14 e S.2.15.

20
La procedura di calcolo del carico di incendio specifico di progetto (qf,d) non si differenzia sostanzialmente rispetto a quanto
previsto nel d.m. 9 marzo 2007; cambiano solamente i coefficienti δni che sono stati modificati in congruenza con le finalità del
Codice.
21
Si è considerata la proiezione in pianta della superficie del compartimento multipiano, come da indicazione della tab. S.2-9

111
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.3 COMPARTIMENTAZIONE

COMPARTIMENTAZIONE

S.3.1 Premessa

La finalità della compartimentazione è di limitare la propagazione dell'incendio e dei suoi


effetti:
 verso altre attività, afferenti ad altro responsabile dell’attività o di diversa tipologia;
 all’interno della stessa attività.

La compartimentazione è realizzata mediante:


 compartimenti antincendio, ubicati all’interno della stessa opera da costruzione;
 interposizione di distanze di separazione, tra opere da costruzione o altri bersagli com-
bustibili, anche ubicati in spazio a cielo libero.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce all’opera da co-
struzione il livello di prestazione II, che prevede sia contrastata per un periodo con-
gruo con la durata dell’incendio la propagazione dell’incendio verso altre attività e
all’interno della stessa attività.

(tab. S.3-1) = livello II

Livello di prestazione Descrizione

I Nessun requisito

È contrastata per un periodo congruo con la durata dell’incendio:


II  la propagazione dell’incendio verso altre attività;
 la propagazione dell’incendio all’interno della stessa attività.

È contrastata per un periodo congruo con la durata dell’incendio:

III  la propagazione dell’incendio verso altre attività;


 la propagazione dell’incendio e dei fumi freddi all’interno della stessa
attività.

112
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione III (vedi tab. S.3-2)

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

I Non ammesso nelle attività soggette

II Attività non ricomprese negli altri criteri di attribuzione

ln relazione alle risultanze della valutazione del rischio nell’ambito e in


ambiti limitrofi della stessa attività (es. attività con elevato affollamento,
attività con geometria complessa o piani interrati, elevato carico di
III incendio specifico qf, presenza di sostanze o miscele pericolose in quantità
significative, presenza di lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio, …).
Si può applicare in particolare ove sono presenti compartimenti con
profilo di rischio Rvita compreso in D1, D2, Cii2, Cii3, Ciii2, Ciii3, per
proteggere gli occupanti che dormono o che ricevono cure mediche.

La differenza tra i Livelli di prestazione II e III risiede nella capacità di contrastare la pro-
pagazione dei fumi freddi fra i compartimenti della stessa attività.

Soluzione conforme
Il par. V.4.4.3 stabilisce che:
1. Le aree di tipo TA, TO devono essere ubicate a quota di piano ≥ -5 m.
2. Le aree di tipo TA e TO con controllo dell’incendio (capitolo S.6) di livello di prestazio-
ne IV e con vie di esodo verticali protette possono essere ubicate a quote ≥ -10 m.
3. Le aree dell’attività devono avere le caratteristiche di compartimentazione (capito-
lo S.3) previste nella seguente tabella V.4-2.
4. Gli uffici afferenti a responsabili dell’attività diversi possono essere ubicati all’in-
terno dello stesso compartimento, avere comunicazioni dirette (capitolo S.3) e si-
stema d’esodo comune.

Attività
Aree dell'attività
HA HB HC HD HE
TA Nessun requisito aggiuntivo
TM, TO, TT Di tipo protetto
Il resto dell'attività deve essere a prova di
TK Di tipo protetto [1]
fumo proveniente dall'area TK
TZ Secondo risultanze dell'analisi del rischio

[1] Di tipo protetto se ubicate a quota ≥ -5 m; in caso l'area TK sia ubicata a quota < -5 m, il resto
dell'attività deve essere a prova di fumo proveniente dall'area TK.

113
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

A tal riguardo, la RTV V.12 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.

In riferimento ai predetti punti si osserva che:


 le aree TA sono tutte a quota positiva;
 le aree TZi, a valle della valutazione del rischio, non necessitano di ulteriori requi-
siti aggiuntivi relativi alla misura in questione.

Come detto, l’attività prevede tre compartimenti antincendio: uno (C1), multipiano,
per l’attività uffici, uno (C2) relativo all’interrato e l’altro (C3) relativo al sottotetto.

Compartimento Piano Superficie m2

C1 dal piano terra al primo 1826,40


C2 interrato 60,50
C3 sottotetto (zone accessibili) 280,50

Si applicano le soluzioni conformi per il livello di prestazione II, in relazione al quale


occorre operare secondo il par. S.3.4.1, che prevede:
1. Al fine di limitare la propagazione dell’incendio verso altre attività deve essere im-
piegata almeno una delle seguenti soluzioni conformi:
a. inserire le diverse attività in compartimenti antincendio distinti, come descritto
nei paragrafi S.3.5 ed S.3.6, con le caratteristiche di cui al paragrafo S.3.7;
b. interporre distanze di separazione su spazio a cielo libero tra le diverse attività,
come descritto nel paragrafo S.3.8.
2. Al fine di limitare la propagazione dell’incendio all’interno della stessa attività deve
essere impiegata almeno una delle seguenti soluzioni conformi:
a. suddividere la volumetria dell’opera da costruzione contenente l’attività, in
compartimenti antincendio, come descritto nei paragrafi S.3.5 ed S.3.6, con le
caratteristiche di cui al paragrafo S.3.7;
b. interporre distanze di separazione su spazio a cielo libero tra ambiti della stes-
sa attività, come descritto nel paragrafo S.3.8.
3. L’ubicazione delle diverse attività nella stessa opera da costruzione deve essere
stabilita secondo i criteri di cui al paragrafo S.3.9.
4. Sono ammesse comunicazioni tra le diverse attività presenti nella stessa opera da
costruzione, realizzate con le limitazioni e le modalità descritte al paragrafo S.3.10.

Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.3.4.3).
Al fine di limitare la propagazione dell’incendio all’interno della stessa attività, deve
essere impiegata almeno una delle seguenti soluzioni conformi:

114
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 suddividere la volumetria dell’opera da costruzione contenente l’attività, in com-


partimenti antincendio, come descritto nei paragrafi S.3.5 e S.3.6, con le caratte-
ristiche di cui al par. S.3.7;
 interporre distanze di separazione su spazio a cielo libero tra ambiti della stessa
attività, come descritto nel par. S.3.8.

Nel caso in esame, varrà la prima soluzione.

Progettazione dei compartimenti antincendio

S.3.6 Progettazione dei compartimenti antincendio

S.3.6.1 Regole generali

1. Devono essere inseriti in compartimenti distinti:


a. ciascun piano interrato e fuori terra di attività multipiano;
b. aree dell'attività con diverso profilo di rischio;
c. altre attività ospitate nella medesima opera da costruzione.
2. È ammessa la presenza di compartimenti multipiano alle condizioni indicate al paragrafo
S.3.6.2.
3. La superficie lorda dei compartimenti non deve superare i valori massimi previsti in ta-
bella S.3-6.

Conseguentemente, le caratteristiche della compartimentazione per le aree oggetto


del presente caso studio saranno disciplinate come indicato nella tabella seguente:

Classe
Compartimento Piano Superficie (m2) Rvita
di progetto

C1 dal piano terra al primo 1826,40 B2 n.r.

C2 interrato 60,50 60
A2
C3 sottotetto (zone accessibili) 280,50 n.r.

La superficie del compartimento multipiano C1 risulta inferiore alla massima super-


ficie lorda dei compartimenti (vedi tab S.3-6), corrispondente a 32000 m2 in funzione
del profilo di rischio Rvita e della quota del compartimento.

Sono soddisfatte le condizioni della tab. S.3-7, in funzione del profilo di rischio Rvita
B2 e delle caratteristiche geometriche dell’opera da costruzione, nonché le relative
prescrizioni aggiuntive:

115
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 rivelazione ed allarme di livello di prestazione III (Cap. S.7);


 essendo qf < 600 MJ/m2, controllo dell’incendio di livello di prestazione III (Cap. S.6).

In relazione al compartimento multipiano C1, esso è ammesso, essendo soddisfatte


le condizioni della tab. S.3-7, in funzione del profilo di rischio Rvita dei compartimenti e
delle caratteristiche geometriche dell’opera da costruzione.
Risulta, peraltro, rispettata la massima superficie lorda di compartimento di cui alla
tab. S.3-6 ed i vincoli dettati dalle altre misure antincendio (es.: esodo, Cap. S.4).

Realizzazione dei compartimenti antincendio

S.3.7.1 Determinazione della classe di resistenza al fuoco

1. La classe di resistenza al fuoco minima di ogni compartimento è determinata


secondo quanto previsto nel capitolo S.2.
Nel caso in cui il carico di incendio specifico di progetto qf,d non imponga una
classe minima di resistenza al fuoco, non è richiesto il compartimento, a meno
che non sia altrimenti espressamente prescritta una classe minima di resistenza
al fuoco.

Nota Ad esempio, per il filtro o per la scala d’esodo protetta è prescritta la classe minima
di resistenza al fuoco pari a 30.

2. In caso di compartimenti adiacenti afferenti a diversi responsabili di attività, gli


elementi di separazione tra tali compartimenti devono avere caratteristiche di
resistenza al fuoco non inferiori a EI 60.

Nota L’obiettivo è di proteggere l’attività dai terzi confinanti mediante elementi di separa-
zione dotati di un livello minimo di resistenza al fuoco.

In accordo con le soluzioni adottate per la misura S.2 – Resistenza al fuoco, le classi di
resistenza al fuoco minime dei compartimenti saranno quelle indicate in precedenza
(par. S.3.7.1).

S.3.7.2 Selezione delle prestazioni degli elementi

1. Le prestazioni degli elementi di compartimentazione sono selezionate secondo i criteri


di impiego riportati alla tabella S.3-9.
2. Tutte le chiusure dei varchi di comunicazione tra compartimenti devono possedere ana-
loga classe di resistenza al fuoco ed essere munite di dispositivo di autochiusura (es. por-
te) o essere mantenute permanentemente chiuse (es. sportelli di cavedi impiantistici).
3. Tutte le chiusure dei varchi tra compartimenti e vie d’esodo di una stessa attività do-
vrebbero essere almeno a tenuta (E) ed a tenuta di fumi freddi (Sa). Non è normalmente
richiesto il requisito di isolamento (I) e di irraggiamento (W).
4. Le porte tagliafuoco installate lungo le principali vie di passaggio degli occupanti dovrebbe-
ro essere preferibilmente munite di fermo elettromagnetico in apertura, asservito ad IRAI.

116
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Simbolo Prestazione Criterio di impiego

R Capacità portante Per prodotti ed elementi costruttivi portanti.

E Tenuta Contenimento di fumi caldi, gas caldi e fiamme.

Limitare la possibilità di propagazione dell’incendio per


I Isolamento contatto tra materiale combustibile e faccia dell’elemento di
compartimentazione non esposta all’incendio.

Limitare la possibilità di propagazione dell’incendio


per irraggiamento dalla faccia, dell’elemento di
W Irraggiamento
compartimentazione, non esposta all’incendio verso
materiale combustibile.

Limitare la possibilità di perdita di compartimentazione per


M Azione meccanica
effetto di azioni meccaniche accidentali.

S Tenuta di fumo Contenimento di fumi e gas freddi.

Tutte le porte resistenti al fuoco avranno le seguenti dotazioni e caratteristiche:


 certificato di omologazione, dichiarazione di conformità, libretto di installazione
ed uso, marchio di conformità apposto dal produttore sulla porta (targhetta);
 dichiarazione di corretta posa in opera;
 dispositivo di autochiusura;
 sulle porte a due battenti, il sequenziatore di chiusura delle ante;
 cartelli e/o targhe retroilluminate di segnalazione della presenza dell’uscita di
emergenza;
 maniglione antipanico (o push bar), se la porta è inserita in un percorso d’esodo;
 segnaletica conforme a quella prevista dal par. S.3.5.7.

Nel caso in cui, per ragioni gestionali, sia necessario mantenere aperte alcune porte
resistenti al fuoco durante l’esercizio ordinario delle attività, le ante delle porte saran-
no dotate di dispositivi di ritegno (blocco elettromagnetico a parete od a pavimento,
con pulsantino di prova e sgancio) con comando di sgancio della porta in caso di al-
larme e/o intervento dell’IRAI o di assenza di alimentazione elettrica.

Il sistema di gestione della sicurezza antincendio potrà altresì prevedere le seguenti


ulteriori logiche di chiusura automatica delle porte tagliafuoco, in funzione della loro
posizione e funzione:
 in sito, tramite pulsante manuale, installato a fianco del serramento, su entrambi
i lati della parete: consente lo sgancio dell’elettromagnete e la chiusura del serra-
mento a gravità;
 a seguito di azionamento di un pulsante di allarme antincendio in uno dei due

117
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

compartimenti separati dalla porta: si chiudono tutte le porte del compartimento


allarmato;
 a seguito di intervento dell’IRAI: si chiudono tutte le porte del compartimento al-
larmato a seguito di assenza di alimentazione elettrica.

Si sottolinea, in relazione alle chiusure dei varchi di comunicazione (porte, serrande,


ecc.) fra i compartimenti, che non potendosi in alcun modo “accettare” punti di debo-
lezza del sistema di compartimentazione, tutte le chiusure dovranno avere la stessa
classe di resistenza al fuoco dei compartimenti ed essere dotate di dispositivo di au-
tochiusura (o mantenute in posizione di chiusura).
Nel caso in esame, le porte resistenti al fuoco saranno munite di fermo elettromagne-
tico in apertura, asservito ad IRAI, con funzione N della tab. S.7.3.

S.3.7.3 Continuità dei compartimenti

1. Le chiusure d’ambito orizzontali e verticali dei compartimenti devono formare una bar-
riera continua ed uniforme contro la propagazione degli effetti dell’incendio, ad esem-
pio nel caso di:
a. giunzioni tra gli elementi di compartimentazione,
b. attraversamento degli impianti tecnologici o di processo con l’adozione di sistemi si-
gillanti resistenti al fuoco quando gli effetti dell’incendio possono attaccare l’integrità
e la forma dell’impianto (es. tubazioni di PVC con collare, sacchetti penetranti nelle
canaline portacavi, …) oppure con l’adozione di isolanti non combustibili su un tratto
di tubazione oltre l’elemento di separazione quando gli effetti dell’incendio possono
causare solo il riscaldamento dell’impianto (es. tubazioni metalliche rivestite, sul lato
non esposto all’incendio dell’elemento di compartimentazione, con idonei materiali
isolanti);
c. canalizzazioni aerauliche, per mezzo dell’installazione di serrande tagliafuoco o impie-
gando canalizzazioni resistenti al fuoco per l’attraversamento dei compartimenti;
d. camini di esaustione o di estrazione fumi impiegando canalizzazioni resistenti al fuoco
per l’attraversamento dei compartimenti;
e. facciate continue;
f. ascensori o altri condotti verticali (es. cavedi per impianti, …).

In riferimento alle compartimentazioni orizzontali e verticali, esse devono formare


una barriera continua ed uniforme contro la propagazione degli effetti dell’incendio.
Per il mantenimento delle caratteristiche di resistenza al fuoco delle pareti EI e dei
relativi compartimenti antincendio, tutti gli attraversamenti di cavidotti, passerelle,
tubazioni e altri sistemi saranno protetti con l’installazione di idonei sistemi di sigilla-
tura (collari intumescenti, sacchetti, schiume, intonaci, ecc.).

Gli attraversamenti di pareti EI con cavidotti, passerelle, tubazioni e altro saranno


documentati e caratterizzati come segue:

118
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 rilievo dei punti di attraversamento;


 caratterizzazione e numerazione del tipo di attraversamento e della tecnologia di
protezione EI adottata,
 rapporto di classificazione o valutazione del prodotto utilizzato;
 redazione del modello [Link].;
 eventuale documentazione in caso di marcatura CE (DoP, ecc.);
 [Link] o documento equivalente con analoga finalità.

La suddetta documentazione sarà necessaria e funzionale alla redazione del CERT.


REI per ogni elemento separante del compartimento antincendio, oltre che per gli
elementi costruttivi portanti.

Distanza di separazione per limitare la propagazione dell’incendio

S.3.8 Distanza di separazione per limitare la propagazione dell’incendio

1. L’interposizione della distanza di separazione d in spazio a cielo libero tra ambiti


della stessa attività o verso altre attività consente di limitare la propagazione
dell’incendio.

Nota Ad esempio, ove non sia interposta idonea distanza di separazione su spazio a cielo
libero o compartimentazione, edifici distinti sono assimilabili a porzioni dello stesso
compartimento.

2. Ai fini della definizione di una soluzione conforme per la presente misura antin-
cendio, il progettista impiega la procedura tabellare indicata al paragrafo S.3.11.2
oppure la procedura analitica del paragrafo S.3.11.3, imponendo ad un valore
pari a 12,6 kW/m2 la soglia Esoglia di irraggiamento termico incidente sul bersaglio
prodotto dall’incendio della sorgente considerata.
Tale soglia è considerata adeguatamente conservativa per limitare l’innesco di
qualsiasi tipologia di materiale, in quanto rappresenta il valore limite convenzio-
nale entro il quale non avviene innesco del legno in aria stazionaria.
3. Il progettista è tenuto a verificare almeno le seguenti tipologie di sorgenti e bersagli:
a. opere da costruzione,
b. depositi di materiali combustibili, anche ubicati in spazio a cielo libero.
4. Qualora il carico d’incendio qf nei compartimenti o dei depositi di materiali com-
bustibili dell’attività sia < 600 MJ/m2, si considera soluzione conforme anche l’inter-
posizione di spazio scoperto tra sorgente e bersaglio.

In merito alla distanza di separazione per limitare la propagazione dell’incendio, i


compartimenti in esame presentano qf < 600 MJ/m2; secondo il punto 4 del par. S.3.8,
si considera soluzione conforme anche l’interposizione di spazio scoperto tra sorgente
e bersaglio e, pertanto, la verifica è conclusa.

119
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ubicazione
Non è prevista la coesistenza di più attività nella stessa opera da costruzione.

Comunicazioni tra attività


Vedi punto precedente.

120
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.4 ESODO

ESODO

S.4.1 Premessa

1. La finalità del sistema d’esodo è di assicurare che gli occupanti dell’attività pos-
sano raggiungere un luogo sicuro o permanere al sicuro, autonomamente o con
assistenza, prima che l’incendio determini condizioni incapacitanti negli ambiti
dell’attività ove si trovano.

Nota Gli occupanti raggiungono l’incapacitazione quando diventano inabili a mettersi al


sicuro a causa degli effetti dell’incendio (capitolo M.3).

2. Il sistema d’esodo deve assicurare la prestazione richiesta a prescindere dall’in-


tervento dei Vigili del fuoco.

Nota Ad esempio, la funzione richiesta agli spazi calmi è quella di consentire agli occupanti
di attendere l’assistenza dei soccorritori per completare l’esodo verso luogo sicuro.

3. Le modalità previste per l’esodo sono le seguenti:


a. esodo simultaneo;
b. esodo per fasi;
Nota L’esodo per fasi si attua ad esempio in: edifici di grande altezza, ospedali, multi-
sale, centri commerciali, grandi uffici, attività distribuite, attività con profilo di rischio
Rambiente significativo, …
c. esodo orizzontale progressivo;

Nota L’esodo orizzontale progressivo si attua ad esempio nei reparti di degenza degli
ospedali.

d. protezione sul posto.

Nota La protezione sul posto si attua ad esempio in: centri commerciali, mall, aerostazioni, …

4. Il presente capitolo non tratta le tematiche riguardanti la gestione della folla.

Nota Le definizioni di esodo simultaneo, esodo per fasi, esodo orizzontale progressivo,
protezione sul posto, gestione della folla sono reperibili nel capitolo G.1.

121
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce agli ambiti dell’at-
tività il livello di prestazione I.

(tab. S.4-1) = livello I

Livello di prestazione Descrizione

Gli occupanti raggiungono un luogo sicuro prima che l’incendio determini


I condizioni incapacitanti negli ambiti dell’attività attraversati durante
l’esodo.

II Gli occupanti sono protetti dagli effetti dell’incendio nel luogo in cui si
trovano.

Livello di prestazione I (vedi tab. S.4-2):

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

I Tutte le attività

Ambiti per i quali non sia possibile assicurare il livello di prestazione I


II (es. a causa di dimensione, ubicazione, abilita degli occupanti, tipologia
dell’attività, caratteristiche geometriche particolari, vincoli architettonici, …)

Soluzione conforme
Verificate le condizioni previste, si applica, per la misura in questione, il livello di pre-
stazione I.

A tal riguardo, la RTV V.4 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.

Il par. V.12.5.3 stabilisce che:


1. Sono ammesse le soluzioni conformi (capitolo S.4) di cui alla seguente tabella V.12-
1 alle seguenti condizioni aggiuntive:
a. la porzione di impianto di illuminazione di sicurezza in corrispondenza delle
criticità sia progettato per garantire il doppio dell’illuminamento minimo previ-
sto dalla norma UNI EN 1838;
b. siano previste specifiche misure gestionali (capitolo S.5).
Nota Ad esempio: informazione a tutti gli occupanti, segnaletica, opuscoli, applicazioni
per smartphone, tablet e similari, planimetrie, …
2. Le porte di interesse storico artistico presenti lungo le vie di esodo, che non pos-
siedono le caratteristiche riportate nella tabella S.4-6, devono essere mantenute
costantemente aperte durante l’esercizio dell’attività.

122
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Altezze ≥ 1,80 m lungo le vie d’esodo.

Tutte le combinazioni di alzata e pedata dei gradini delle scale previste nel capitolo S.4.

Variazioni di alzata e pedata dei gradini nella medesima rampa.

In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.4.4.1, inerente le soluzioni conformi per il
livello di prestazione I, il sistema d’esodo di ogni ambito22 deve essere progettato ite-
rativamente come segue:
a. si definiscono i dati di ingresso di cui al par. S.4.6: profilo di rischio Rvita di riferimen-
to ed affollamento per ciascuno degli ambiti individuati;
b. si assicurano i requisiti antincendio minimi del par. S.4.7;
c. si definisce lo schema delle vie d’esodo fino a luogo sicuro e lo si dimensiona se-
condo le indicazioni dei parr. S.4.8 e S.4.9: numeri di vie d'esodo23 e numero di
uscite indipendenti, corridoi ciechi, luoghi sicuri temporanei e lunghezze d’esodo,
larghezza di vie d’esodo ed uscite finali, superficie dei luoghi sicuri e degli spazi
calmi, …
d. si verifica la rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5.
Qualora la verifica non sia soddisfatta, si reitera la procedura.

Possono essere eventualmente previsti i requisiti antincendio aggiuntivi del par.


S.4.10.

22
Ambito: porzione delimitata dell’attività avente la caratteristica o la qualità descritta nella specifica misura.
23
Via d’esodo (o via d’emergenza): percorso senza ostacoli al deflusso, appartenente al sistema d’esodo, che consente agli
occupanti di raggiungere un luogo sicuro dal luogo in cui si trovano.
Percorso d’esodo: parte di via d’esodo che conduce dall’uscita dei locali dedicati all’attività fino all’uscita finale.
Uscita di piano: varco del sistema di esodo che immette in via d’esodo verticale da una via d’esodo orizzontale.
Uscita finale (o uscita di emergenza): varco del sistema di esodo al piano di riferimento, che immette all’esterno su luogo sicuro
temporaneo o luogo sicuro.

123
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Sarà adottata una modalità di esodo simultaneo, vedi par. S.4.1, punto 3 a; si rammen-
ta (vedi par. G.1.9) la definizione di tale modalità di esodo:
 Esodo simultaneo: modalità di esodo che prevede lo spostamento contemporaneo
degli occupanti fino a luogo sicuro.
L’attivazione della procedura di esodo segue immediatamente la rivelazione dell’in-
cendio oppure è differita dopo verifica da parte degli occupanti dell’effettivo innesco
dell’incendio.

Nel presente caso studio, gli ambiti in base ai quali sarà dimensionato il sistema di vie
di esodo sono sei: il piano interrato cunicolo e deposito (1 e 2), il piano intermedio (3),
il piano terra (4), il piano primo (5) e il piano sottotetto (zone accessibili) (6).

Anche per tale misura antincendio, sono ammesse soluzioni alternative per tutti i
livelli di prestazione (par. S.4.4.3).

Dati di ingresso per la progettazione del sistema d’esodo


La progettazione del sistema d’esodo dipende dai dati di ingresso specificati nei parr.
S.4.6.1 e S.4.6.2.

Osservazione
Si rammenta, che a norma del par. S.4.6.1, occorre dimensionare ciascun componen-
te del sistema d’esodo in funzione del più gravoso ai fini dell’esodo dei profili di rischio
Rvita dei compartimenti serviti, rinviando alla definizione di profilo di rischio di riferi-
mento (punto G.13.7).
Per quanto concerne l’affollamento, esso sarà determinato come segue (vedi par.
S.4.6.2, tabb. S.4-12 e S.4-13).
Nello specifico, come descritto nell’ambito della progettazione con la RT tradizionale,

124
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

si hanno i seguenti massimi affollamenti, per un totale stimato pari a 494 occupanti:

Superficie Occupanti
Ambito Piano Rvita
(m2) (pers.)

1 interrato cunicolo 13,10 2


A2
2 interrato deposito 60,50 4
24
3 intermedio 78,80 10
4 terra 887,40 376
B2
5 primo 860,20 10024
6 sottotetto (zone accessibili) 280,50 2
Totale 494

Requisiti antincendio minimi per l’esodo


Il numero minimo di vie d’esodo verticali e orizzontali per ciascun ambito dell’attività
sarà determinato in relazione ai vincoli imposti dal par. S.4.8.1 per il numero minimo
di vie d’esodo e dal par. S.4.8.2 per l’ammissibilità dei corridoi ciechi.
Nel caso in esame, vedi punto 2 del par. S.4.7, al fine di evitare la diffusione degli
effluenti dell’incendio alle vie d’esodo, le vie di esodo verticali che collegano i compar-
timenti dell’attività dovranno essere protette da vani con resistenza al fuoco deter-
minata secondo il Cap. S.2 e comunque non inferiore alla classe 30 con chiusure dei
varchi di comunicazione almeno E 30-Sa.
Non si riscontrano le situazioni contemplate nella tab. S.4-14:

Rvita Piani a quota inferiore Piani a quota superiore

B1, B2, B3 < -5 m > 32 m


B1 [1], B2 [1], B3 [1], D1, D2 < -1 m > 12 m
Cii1, Cii2, Cii3, Ciii1, Ciii2, Ciii3 < -1 m > 32 m
Altri casi < -5 m > 54 m
[1] Ambiti con densità d’affollamento > 0,4 p/m2

Tab. S.4-14: Quote dei piani soglia per due vie d’esodo indipendenti

24
Vedi punto 2 del par. S.4.6.2

125
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La progettazione del sistema d’esodo

Vie d’esodo ed uscite indipendenti


Numero minimo di vie d’esodo indipendenti25
Per quanto concerne le vie d’esodo indipendenti (par. S.4.8.1), al fine di limitare la
probabilità che l’esodo degli occupanti sia impedito dall’incendio, devono essere pre-
viste almeno due vie d’esodo indipendenti in riferimento agli ambiti considerati.
È ammessa la presenza di corridoi ciechi secondo le prescrizioni del par. S.4.8.2.

Ambiti 1, 2 e 3 (piano interrato - cunicolo e deposito; piano intermedio)


È presente un’unica via d’esodo che immette, salendo (ambiti 1 e 2) o scendendo (am-
bito 3) al piano terra, all’esterno su luogo sicuro (pubblica via, vedi par. S.4.5.1) tramite
le uscite finali U2 (o U1).
Per tali ambiti, pertanto, occorre verificare le prescrizioni inerenti l’ammissibilità dei corri-
doi ciechi e le lunghezze d’esodo.

Ambito 4 (piano terra)


Sono presenti due uscite di piano (U1 e U2) che immettono all’esterno su luogo sicuro
(pubblica via, vedi par. S.4.5.1).
Anche in tale ambito occorre verificare le prescrizioni inerenti l’ammissibilità dei corridoi
ciechi e le lunghezze d’esodo.

25
La via d'esodo rappresenta il percorso dell'occupante dal punto più sfavorevole dell'attività sino al raggiungimento del luogo
sicuro.

126
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ambito 5 (piano primo)


Sono presenti due scale (aperte) conducenti al piano terra, dal quale è possibile rag-
giungere il luogo sicuro (pubblica via, vedi par. S.4.5.1) tramite le uscite finali U1 e U2.
Anche in tale ambito occorre verificare le prescrizioni inerenti l’ammissibilità dei corridoi
ciechi e le lunghezze d’esodo.

Ambito 6 (piano sottotetto - zone accessibili) - area a rischio specifico (Cap. V.1)
Trattasi di ambito chiuso al pubblico ove si ipotizza l’esclusiva presenza di personale
specificamente formato che, occasionalmente e per breve tempo, esegue la manu-
tenzione sugli impianti ivi presenti.
È presente un’unica via d’esodo verso il piano primo sottostante.
Anche in tale ambito occorre verificare le prescrizioni inerenti l’ammissibilità dei corridoi
ciechi e le lunghezze d’esodo.

127
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

128
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

129
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

130
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

131
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

132
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Numero minimo di uscite indipendenti


Al fine di limitare la probabilità che si sviluppi sovraffollamento di locali e spazi a cielo
libero, deve essere previsto almeno il numero di uscite indipendenti previsto nella
seguente tab. S.4-15 in funzione del profilo di rischio Rvita di riferimento e dell’affolla-
mento dell’ambito servito.

N. minimo uscite
Rvita Affollamento dell'ambito servito
indipendenti

Qualsiasi > 500 occupanti


3
B1 [1], B2 [1], B3 [1] > 150 occupanti
Altri casi 2
Se ammesso corridoio cieco secondo le prescrizioni del paragrafo S.4.8.2 1
[1] Ambiti con densità d’affollamento > 0,4 p/m2

Tab. S.4-15: Numero minimo di uscite indipendenti da locale o spazio libero

Determinazione dell’indipendenza tra vie d’esodo orizzontali e tra uscite


Si evince, dagli elaborati grafici, che al piano terra sono previste due uscite indipen-
denti compatibilmente con quanto prescritto alla tab. S.4-15.
Nei punti dove non è assicurata tale indipendenza, ovvero in corrispondenza dei cor-
ridoi ciechi, occorrerà operare le verifiche di cui al par. S.4.8.2.

Determinazione dell’indipendenza tra vie d’esodo verticali


Ai sensi del comma 2 del par. S.[Link], le due scale che dal piano terra conducono
al piano primo si configurano come vie di esodo verticali non protette, inserite nello
stesso compartimento multipiano, esse non possono nemmeno essere considerate
come indipendenti in quanto non rispettano tutte le seguenti condizioni:
 ciascuna sarà impiegata da non più di 100 occupanti (affollamento massimo del
piano primo);
 nessun piano servito dalle scale di esodo si trova a quota < -1 m;
 nei percorsi collegati a monte ed a valle non vi sarà corridoio cieco;
 il massimo dislivello, tra tutti i piani serviti dalle vie d’esodo verticali non protette
del compartimento, non è superiore a 7 m.

Corridoi ciechi
Dall’ambito servito, il corridoio cieco (porzione di via d’esodo da cui è possibile l’esodo
in un’unica direzione) offre agli occupanti una sola via d’esodo senza alternative.
In base alla tab. S.4-18, la massima lunghezza dei corridoi ciechi ammessa per i profili
Rvita presenti, in relazione agli affollamenti degli ambiti serviti26, risulta:

26
L’affollamento da considerare è quello dell'ambito servito dal c.c. (occupanti che realmente lo percorrono) trattandosi di un
rischio localizzato.

133
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Max Max lunghezza Max Max lunghezza


Rvita Rvita
affollamento Lcc affollamento Lcc

A1 ≤ 45 m B1, E1 ≤ 25 m

A2 ≤ 100 occupanti ≤ 30 m B2, E2 ≤ 20 m

A3 ≤ 15 m B3, E3 ≤ 15 m
≤ 50 occupanti
A4 ≤ 10 m Cii1, Ciii1 ≤ 20 m

D1 ≤ 50 occupanti ≤ 20 m Cii2, Ciii2 ≤ 15 m

D2 ≤ 15 m Cii3, Ciii3 ≤ 10 m

I valori delle massime lunghezze di corridoio cieco di riferimento Lcc possono essere incrementati
in relazione a requisiti antincendio aggiuntivi, secondo la metodologia del paragrafo S.4.10.

Tab. S.4-18: Condizioni per il corridoio cieco

Max Max
Superficie
Ambito Piano Rvita lunghezza Lcc lunghezza Lcc,d
(m2)
(m) (m)

1 interrato cunicolo 13,10


A2 ≤ 30 ≤ 36
2 interrato deposito 60,50
3 intermedio 78,80 ≤ 23
4 terra 887,40 B2 ≤ 20 ≤ 26,60
5 primo 860,20 ≤ 26
6 sottotetto (zone accessibili) 280,50 A2 ≤ 30 ≤ 34,50

Il valore della massima lunghezza di corridoio cieco può essere incrementato, alla
luce del par. S.4.10.

Lcc,d = (1 + δm) · Lcc


dove:
 Lcc,d è la massima lunghezza del corridoio cieco di progetto;
 δm è il fattore calcolato secondo il punto 4 del par. S.4.10, pari a:
Piano interrato: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 5% (3 m < hm ≤ 4 m) = 20%
Piano intermedio: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 0% (hm ≤ 3 m) = 15%
Piano terra: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 18% (6 m < hm ≤ 7 m) = 33%
Piano primo: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 15% (5 m < hm ≤ 6 m) = 30%
Piano sottotetto: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 0% (hm ≤ 3 m) = 15%

134
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La tab. S.4-18 consente di definire “ammissibile” il corridoio cieco in funzione del pro-
filo Rvita e dell'affollamento dell'ambito servito; in soluzione conforme, solamente ove
entrambi i parametri risultino verificati, è possibile ammettere il corridoio cieco.

Lunghezze d’esodo
Secondo il comma 1 del par. S.4.8.3, al fine di limitare il tempo necessario agli occu-
panti per abbandonare il compartimento nel quale si verifica l’innesco dell’incendio,
almeno una delle lunghezze d’esodo determinate da qualsiasi punto dell’attività non
deve superare i valori massimi Les della seguente tab. S.4-25 in funzione del profilo di
rischio Rvita di riferimento:

Rvita Max lunghezza Les Rvita Max lunghezza Les

A1 ≤ 70 m B1, E1 ≤ 60 m
A2 ≤ 60 m B2, E2 ≤ 50 m
A3 ≤ 45 m B3, E3 ≤ 40 m
A4 ≤ 30 m Cii1, Ciii1 ≤ 40 m
D1 ≤ 30 m Cii2, Ciii2 ≤ 30 m
D2 ≤ 20 m Cii3, Ciii3 ≤ 20 m

Tab. S.4-25: Massime lunghezze d'esodo

Max Max
Superficie
Ambito Piano Rvita lunghezza Les lunghezza Les,d
(m2)
(m) (m)

1 interrato cunicolo 13,10


A2 ≤ 60 ≤ 72
2 interrato deposito 60,50
3 intermedio 78,80 ≤ 57,50
4 terra 887,40 B2 ≤ 50 ≤ 66,50
5 primo 860,20 ≤ 60
6 sottotetto (zone accessibili) 280,50 A2 ≤ 60 ≤ 69

Si segnala che nel caso in esame non è ammesso omettere la verifica della lunghezza
d’esodo nelle vie d’esodo verticali non trattandosi di scale d’esodo protette.

135
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Anche il valore della massima lunghezza d’esodo può essere incrementato, alla luce
del par. S.4.10.

Les,d = (1 + δm) · Les


dove:
 Les,d è la massima lunghezza d’esodo di progetto (m);
 δm è il fattore calcolato secondo il comma 4 del par. S.4.10, pari a:
Piano interrato: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 5% (3 m < hm ≤ 4 m) = 20%
Piano intermedio: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 0% (hm ≤ 3 m) = 15%
Piano terra: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 18% (6 m < hm ≤ 7 m) = 33%
Piano primo: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 527% (vedi nota [1]) della tab. S-4.38) = 20%
Piano sottotetto: 15% (S.7 l.d.p. IV) + 0% (hm ≤ 3 m) = 15%

Ambiti 1, 2 e 3 (piano interrato - cunicolo e deposito; piano intermedio)


In relazione ai corridoi ciechi, sono state analizzate le condizioni degli occupanti P1,
P2 e P3 che, nei rispettivi ambiti considerati, si trovano in posizione maggiormente
critica rispetto al sistema di esodo e, in relazione ai quali, la lunghezza dei corridoi
ciechi LCC risulta:

Ambito Occupante Lcc (m) Verifica

1 P1 16,40 OK
2 P2 21,20 OK
3 P3 20,40 OK

La lunghezza di tali corridoi ciechi è pari alla distanza che ciascun occupante deve
percorrere, lungo una via d’esodo, dal punto in cui si trova fino a raggiungere un pun-
to in cui diventa possibile l’esodo in più di una direzione (par. G.1.9.16).
Almeno una delle lunghezze d’esodo, date dalla distanza che ciascun occupante deve
percorrere lungo una via d’esodo dal punto in cui si trova fino a raggiungere il pre-
detto luogo sicuro (par. G.1.9.17), terminanti nel luogo sicuro (pubblica via, vedi par.
S.4.5.1) per il tramite dell’uscita finale U2 (a sud-ovest), risulta inferiore ai limiti pre-
scritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).

Ambito Occupante Les (m) Verifica

1 P1 22 (U2) OK
2 P2 38 (U2) OK
3 P3 33 (U2) OK

27
Considerando, in favore di sicurezza, che gli occupanti del primo piano percorrano tutti la scala passante per il piano intermedio.

136
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

137
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ambito 4 (piano terra)


Analogamente, in relazione ai corridoi ciechi, sono state analizzate le condizioni degli
occupanti P4, P5 e P6, che si trovano in posizione maggiormente critica rispetto al
sistema di esodo e, in relazione ai quali, la lunghezza dei corridoi ciechi LCC risulta:

Ambito Occupante Lcc (m) Verifica

P4 8,50 OK

4 P5 15,70 OK
P6 14,20 OK

Almeno una delle lunghezze d’esodo, date dalla distanza che ciascun occupante deve
percorrere lungo una via d’esodo dal punto in cui si trova fino a raggiungere il pre-
detto luogo sicuro (par. G.1.9.17), terminanti nel luogo sicuro (pubblica via, vedi par.
S.4.5.1) per il tramite delle uscite finali U1 (a nord-est) e U2 (a sud-ovest), risulta infe-
riore ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).

Ambito Occupante Les (m) Verifica

P4 19 (U1) OK

4 P5 26 (U2) OK
P6 22 (U2) OK

138
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

139
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ambito 5 (piano primo)


Anche per tale ambito, in relazione ai corridoi ciechi, sono state analizzate le condizio-
ni degli occupanti P7, P8, P9 e P10, che si trovano in posizione maggiormente critica
rispetto al sistema di esodo e, in relazione ai quali, la lunghezza dei corridoi ciechi LCC
risulta:

Ambito Occupante Lcc (m) Verifica

P7 30,40 NO

P8 7,50 OK
5
P9 9,60 OK

P10 31,30 NO

Pertanto, per tale ambito, occorrerà ipotizzare una soluzione alternativa che dimostri
il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza per gli occupanti del piano primo.
Peraltro, almeno per l’occupante P9, nessuna delle lunghezze d’esodo risulta inferiore
ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).

Ambito Occupante Les (m) Verifica

P7 55 (U1) OK
P8 45 (U2) OK
5
P9 72 (U2) NO

P10 53 (U1) OK

140
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

141
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ambito 6 (piano sottotetto - zone accessibili) - area a rischio specifico (Cap. V.1)
Pur trattandosi di ambito chiuso al pubblico e nel quale si ipotizza l’esclusiva presen-
za di personale specificamente formato addetto alla manutenzione periodica degli
impianti ivi presenti, ai fini delle verifiche in questione, si rileva il mancato rispetto
delle prescrizioni della soluzione conforme.
Pertanto, nel contesto della soluzione alternativa necessaria per l’ambito 5, si opererà
anche in tale ambito 6 una verifica secondo il criterio ASET > RSET (vedi par. M.3.2.2).
Infatti, anche per tale ambito, in relazione ai corridoi ciechi, sono state analizzate le
condizioni degli occupanti P11 e P10, che si trovano in posizione maggiormente criti-
ca rispetto al sistema di esodo e, in relazione ai quali, la lunghezza dei corridoi ciechi
LCC risulta:

Ambito Occupante Lcc (m) Verifica

P11 57,50 NO
6
P12 39,20 NO

Pertanto, per tale ambito, occorrerà ipotizzare una soluzione alternativa che dimostri
il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza per gli occupanti del piano primo.
Per entrambi gli occupanti considerati P11 e P12, nessuna delle lunghezze d’esodo
risulta inferiore ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).

Ambito Occupante Les (m) Verifica

P11 82 (U2) NO
6
P12 74 (U2) NO

142
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

143
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Sala conferenze al piano terra


Si fa riferimento al par. S.4.5.11.
I posti a sedere (sedili) devono essere raggruppati in settori separati l’uno dall’altro
mediante passaggi tra i settori longitudinali e trasversali.
Tali passaggi tra i settori devono essere dimensionati come vie d’esodo oppure, se
ogni settore contiene non più di 300 posti, avere larghezza ≥ 1200 mm.
I passaggi tra le file di sedili devono essere compresi nel computo della lunghezza d’e-
sodo e di corridoio cieco, in quanto porzioni di via d’esodo.
La larghezza dei passaggi tra le file di sedili deve consentire il facile movimento in usci-
ta degli occupanti.
Tale larghezza è misurata orizzontalmente tra le massime sporgenze dei sedili.
Se i sedili sono automaticamente ribaltabili, la misura è effettuata con la seduta in
posizione alzata.
Negli ambiti ove siano prevalentemente installati posti a sedere, sono ammessi an-
che occupanti in piedi; le aree dedicate agli occupanti in piedi devono essere identifi-
cate e non devono interferire con il sistema d’esodo.
La sala, con la capienza di 80 posti a sedere e palco rialzato con 5 posti per i relatori,
costituisce uno spazio per convegni e conferenze.
La sala sarà dotata di videoproiettore centrale a soffitto, impianto audiovisivi per la
riproduzione di supporti digitali e multimediali.
Nella sala, i parametri indicati al par. S.4.5.11 corrispondono a:
 80 posti a sedere fissi (sedili non ribaltabili);
 2 settori contenenti 40 posti ciascuno;
 file composte da 5 sedili;
 larghezza di passaggio tra file di sedili pari a 400 mm;
 passaggi tra le file di sedili bidirezionali;
 passaggi tra i settori longitudinali e trasversali aventi larghezza ≥ 1200 mm;
 possibile presenza di occupanti in piedi, in aree dedicate e identificate in prossi-
mità del fondo della sala, in numero tale da non eccedere l’affollamento massimo
della sala computato in 100 occupanti.

A norma del par. S.[Link], il numero di sedili saldamente fissati al suolo che com-
pongono la fila non deve essere superiore al numero previsto in tab. S.4-9, in funzio-
ne della larghezza del passaggio tra le file di sedili e della possibilità per gli occupanti
di muoversi verso una o due direzioni di uscita dal settore.
Nella sala in esame, la verifica è soddisfatta.
In relazione sistema delle vie di esodo, non si rileva alcuna criticità.
A tale scopo, ai fini della verifica dell’ammissibilità dei corridoi ciechi (par. S.4.8.2),
non si rilevano percorsi unidirezionali ed i percorsi di esodo previsti presentano una
lunghezza massima (par. S.4.8.3), determinata da qualsiasi punto della sala, inferiore
ai limiti prescritti (tab. S.4-25 e par. S.4.10).

144
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Completamento della progettazione del sistema d’esodo in soluzione conforme


Per quanto concerne l’esodo, da questo punto in poi non ha senso effettuare ulteriori
considerazioni conformi, dal momento che tale misura antincendio sarà progettata
utilizzando una soluzione alternativa (vedi prosieguo della trattazione).
Tuttavia, ai soli fini didattici, si analizza la restante parte in soluzione conforme.

Altezza delle vie d’esodo


Risulta soddisfatta la prescrizione di cui al par. S.[Link]; l'altezza delle vie d'esodo,
infatti, sarà sempre superiore a 2 m (vedi anche punto 1 del par. V.12.3).

Larghezza delle vie d’esodo


Secondo il comma 2 del par. S.4.8.5, la larghezza delle vie d’esodo deve essere valutata
lungo tutta la via d’esodo.
Essa è la minima misurata, dal piano di calpestio fino all’altezza di 2 m, deducendo
l’ingombro di eventuali elementi sporgenti, con esclusione degli estintori.
Tra gli elementi sporgenti non vanno considerati i corrimani e i dispositivi di apertura
delle porte con sporgenza ≤ 80 mm.
Saranno individuate, secondo il comma 3 del par. S.4.8.5, le condizioni più gravose
per i componenti del sistema d’esodo tramite la verifica di ridondanza prevista al par.
S.4.8.6 e successivamente sarà determinata la larghezza minima delle vie d’esodo,
come previsto ai parr. S.4.8.7, S.4.8.8, S.4.8.9 e S.4.8.10.
Si vedano anche, nel seguito della trattazione, le tabb. S.4-33 e S.4-34.

Individuazione delle condizioni più


Verifica di ridondanza
gravose per i componenti del sistema
prevista al par. S.4.8.6
d’esodo

Determinazione della larghezza


minima delle vie d’esodo
parr. S.4.8.7, S.4.8.8, S.4.8.9 e S.4.8.10

Verifica di ridondanza delle vie d’esodo


Si fa riferimento al par. S.4.8.6.
In generale, se un ambito è servito da più di una via d’esodo, si ipotizza che l'incendio
ne possa rendere indisponibile una.
Ai fini della verifica di ridondanza, si deve rendere indisponibile una via d’esodo alla vol-
ta e verificare che le restanti vie d’esodo indipendenti da questa abbiano larghezza
complessiva sufficiente a consentire l’esodo degli occupanti.
Per le considerazioni di cui al par. S.4.8.1, le due vie d’esodo verticali, non indipenden-

145
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

ti tra loro, devono essere rese contemporaneamente indisponibili.


La verifica, non soddisfatta in soluzione conforme, è tuttavia insita negli esiti della soluzio-
ne alternativa adottata (vedi prosieguo della trattazione).

Calcolo della larghezza minima delle vie d’esodo orizzontali


Si fa riferimento al par. S.4.8.7.
La larghezza minima LO della via d’esodo orizzontale (es.: corridoio, porta, uscita,
ecc.), che consente il regolare esodo degli occupanti che la impiegano, è calcolata
come segue:

LO = LU · nO
dove:
 LO è la larghezza minima della via d’esodo orizzontale [mm];
 LU è la larghezza unitaria per le vie d’esodo orizzontali determinata dalla seguente
tab. S.4-27 in funzione del profilo di rischio Rvita di riferimento [mm/persona];
 nO è il numero degli occupanti che impiegano tale via d’esodo orizzontale, nelle
condizioni d’esodo più gravose (par. S.4.8.6).

La larghezza LO può essere suddivisa tra più percorsi.

Larghezza unitaria Larghezza unitaria


Rvita Δtcoda Rvita Δtcoda
(mm/persona) (mm/persona)

A1 3,40 330 s B1, C1, E1 3,60 310 s


A2 3,80 290 s B2, C2, D1 E2 4,10 270 s
A3 4,60 240 s B3, C3, D2, E3 6,20 180 s
A4 12,30 90 s - - -

Tab. S.4-27: Larghezze unitarie per vie d’esodo orizzontali

Il calcolo delle larghezze minime delle vie d’esodo orizzontali e verticali è stato ese-
guito utilizzando le espressioni S.4-1 e S.4-2, e cioè come prodotto delle rispettive
larghezze unitarie per l’affollamento, nel rispetto delle condizioni riportate nei parr.
S.4.8.3 e S.4.8.6.
Nel caso in esame, i valori delle larghezze unitarie per le vie d’esodo orizzontali, rica-
vate mediante la tab. S.4-27, sono riportati nella tabella seguente.

146
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Affollamento LO min LO disponibile


Piano Uscite presenti Verifica
max (p) (mm) (mm)

Interrato (cun.) 2 7,60 1 da 900 mm 900 SI


Interrato (dep.) 4 15,20 1 da 900 mm 900 SI
terra 376 1541,60 2 da 1650 mm 3300 SI
intermedio 10 41,00 1 da 900 mm 900 SI
primo 100 410,00 2 da 1150 mm 2300 SI
sottotetto (z.a.) 2 7,60 1 da 900 mm 900 SI

Nella seguente tab. S.4-28 sono riportati i valori della larghezza minima per le vie d’e-
sodo orizzontali.
Le larghezze minime ottenute risultano inferiori a quelle disponibili; pertanto la veri-
fica può ritenersi soddisfatta.

Piano Criterio

Affollamento dell’ambito servito > 1000 occupanti oppure > 200 occupanti
≥ 1200 mm
prevalentemente in piedi e densità d’affollamento > 0,7 p/m2

≥ 1000 mm Affollamento dell’ambito servito > 300 occupanti

Affollamento dell’ambito servito ≤ 300 occupanti


≥ 900 mm
Larghezza adatta anche a coloro che impiegano ausili per il movimento

≥ 800 mm Varchi da ambito servito con affollamento ≤ 50 occupanti

Varchi da ambito servito con affollamento ≤ 10 occupanti


≥ 700 mm
(es. singoli uffici, camere d’albergo, locali di abitazione, appartamenti, …)

Ambito servito ove vi sia esclusiva presenza di personale specificamente


≥ 600 mm formato, oppure occasionale e di breve durata di un numero limitato di
occupanti (es. locali impianti o di servizio, piccoli depositi, …).

L’affollamento dell’ambito servito corrisponde al totale degli occupanti che impiegano ciascuna delle
vie d’esodo che si dipartono da tale ambito.

Tab. S.4-28: Larghezze minime per vie d’esodo orizzontali

Osservazione
In riferimento alla verifica di ridondanza delle vie d’esodo orizzontali, vedi par. S.4.8.6,
si segnala che, considerata la larghezza minima di progetto delle due uscite finali U1 e
U2 al piano terra pari a 1650 mm, si determina la condizione peggiore nel caso in cui
una di esse venga resa indisponibile.
Nell’ipotesi più gravosa, pertanto, si potrebbe osservare che l’intero affollamento

147
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

(494 occupanti) dell’attività debba transitare attraverso una delle due uscite finali:

S LO min = 2023 mm > 1650 mm

La verifica risulta non soddisfatta (in soluzione conforme).

Lo stesso risulta, come già detto, per le vie d’esodo verticali che, in virtù delle consi-
derazioni di cui al par. S.4.8.1, non possono essere considerate indipendenti tra loro
e, pertanto, devono essere rese contemporaneamente indisponibili.

La soluzione alternativa adottata (vedi prosieguo della trattazione) risolverà, in ogni caso,
la problematica.

Calcolo della larghezza minima delle vie d’esodo verticali


Si fa riferimento al par. S.4.8.8.
In funzione della modalità d’esodo adottata (par. S.4.1, nel caso in esame esodo simul-
taneo), la larghezza minima LV delle vie d’esodo verticali che consentono il regolare
esodo degli occupanti che le impiegano è calcolata come specificato nei par. S.[Link].
Nella modalità d’esodo simultaneo, le vie d’esodo verticali devono essere in grado di
consentire l’evacuazione contemporanea di tutti gli occupanti in evacuazione da tutti
i piani serviti.

LV = LU · nV

dove:
 LV è la larghezza minima della via d’esodo verticale [mm];
 LU è la larghezza unitaria determinata dalla seguente tab. S.4-29 in funzione del
profilo di rischio Rvita di riferimento e del numero totale dei piani serviti dalla via
d’esodo verticale [mm/persona];
 nV è il numero degli occupanti che impiegano tale via d’esodo verticale, provenien-
ti da tutti i piani serviti, nelle condizioni d’esodo più gravose (par. S.4.8.6).

La larghezza LV può essere suddivisa tra più percorsi.

148
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Numero totale dei piani serviti dalla via d’esodo verticale


Rvita Δtcoda
1 2 [F] 3 4 5 6 7 8 9 >9

A1 4,00 3,60 3,25 3,00 2,75 2,55 2,40 2,25 2,10 2,00 330 s
B1, C1, E1 4,25 3,80 3,40 3,10 2,85 2,65 2,45 2,30 2,15 2,05 310 s
A2 4,55 4,00 3,60 3,25 3,00 2,75 2,55 2,40 2,25 2,10 290 s
B2, C2, D1, E2 4,90 4,30 3,80 3,45 3,15 2,90 2,65 2,50 2,30 2,15 270 s
A3 5,50 4,75 4,20 3,75 3,35 3,10 2,85 2,60 2,45 2,30 240 s
B1 [1], B2 [1], B3,
C3, D2, E3 7,30 6,40 5,70 5,15 4,70 4,30 4,00 3,70 3,45 3,25 180 s

A4 14,60 11,40 9,35 7,95 6,90 6,10 5,45 4,95 4,50 4,15 90 s
I valori delle larghezze unitarie sono espressi in mm/p ed assicurano una durata dell’attesa in coda,
per gli occupanti che impiegano la specifica via d’esodo, non superiore a Δtcoda.
I valori delle larghezze unitarie devono essere incrementati per le scale secondo le indicazioni della
tab. S.4-30, oppure per le rampe secondo le indicazioni della tab. S.4-31.
[F] Impiegato anche nell’esodo per fasi.
[1] Per occupanti prevalentemente in piedi e densità d’affollamento > 0,7 p/m2.

Tab. S.4-29: Larghezza unitaria per vie d’esodo verticali

Per la verifica delle vie d’esodo verticali, occorre considerare quanto stabilito al com-
ma 1 del par. S.[Link], secondo il quale le vie d’esodo verticali devono essere in grado
di consentire l’evacuazione contemporanea di tutti gli occupanti in evacuazione da
tutti i piani serviti.
Nel caso in esame, tale numero corrisponde al totale degli occupanti nella configura-
zione più gravosa ovvero 112 persone.
Anche per le vie d’esodo verticali si farà riferimento ai valori della larghezza unitaria
per vie d’esodo verticali; come noto, il parametro è da ricavarsi per ogni scala in base
al numero dei piani che la stessa serve.

Per maggiore comprensione, nella tabella seguente sono riportate le proprietà delle
vie d’esodo verticali presenti, con riferimento ai piani serviti, indicati con una X.

Piano Piano
Via d’esodo verticale Piano sottotetto
intermedio primo

scala 1 X X X
scala 2 --- X ---

Le larghezze unitarie per le diverse vie d’esodo verticali sono ricavate dalla tab. S.4-
29, in base al numero di piani serviti da ciascuna scala, ottenendo valori diversi per
ciascuna di esse, pari a 3,80 mm/persona (profilo di rischio Rvita di riferimento = B2),

149
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

per la scala 1 e pari a 4,90 mm/persona, ottenuto per la scala 2 a servizio di un solo
piano.

In relazione alle previsioni di cui alla tab. S.4-30, la scala 1, presentando l’alzata dei
gradini pari a 17,5 cm e la pedata pari a 30 cm, determina l’incremento del 5% della
larghezza unitaria della scala.
Analogamente, la scala 2, presentando l’alzata dei gradini pari a 18 cm e la pedata pari
a 30 cm, determina il medesimo incremento del 5% della larghezza unitaria della scala.
Si rammenta che il par. V.12.3, al punto 1, consente, al verificarsi di specifiche condizioni
aggiuntive, variazioni di alzata e pedata dei gradini nella medesima rampa.

Riepilogando si ottiene:

LV min Incremento di LV in L’V min


Via d’esodo verticale
(mm) relazione ai gradini (mm)

scala 1 3,80 1,05 3,99


scala 2 4,90 1,05 5,15

Per valutare la larghezza minima LV, occorre ipotizzare quale possa essere la distribu-
zione degli occupanti in esodo sui diversi vani scala.
Nel caso in esame, considerata la posizione dei due vani scala, è stato ipotizzato, in
prima approssimazione, che gli occupanti si distribuiscano tutti sulla scala 1.
Tanto premesso, si ottiene il numero di occupanti di seguito riportato.

Piano Piano Piano n. occupanti


intermedio primo sottotetto (p)

Affollamento max (p) 10 100 2 112


Vie d’esodo verticali disponibili 1 2 1 ---
scala 1 10 100 2 112
scala 2 --- --- --- ---

Con tali premesse, la larghezza minima necessaria può essere calcolata utilizzando
l’espressione S.4-2, come riepilogato di seguito.

LV min Incremento di LV in
Via d’esodo verticale L’V min (mm)
(mm) relazione ai gradini
scala 1 112 3,99 446,88
scala 2 --- 5,15 ---
larghezza minima (mm) 446,88
larghezza disponibile (mm) 1150,00

150
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La larghezza minima ottenuta risulta inferiore alla larghezza disponibile; pertanto la


verifica può ritenersi soddisfatta.
Si segnala come la procedura seguita risenta, inevitabilmente, dell’ipotesi adottata
per la distribuzione degli occupanti sui due vani scala.
A tale scopo, si è ripetuto il calcolo, ipotizzando stavolta un esodo in emergenza, con
focolare al piano primo che impedisca, al piano medesimo, l’utilizzo della scala 1, ot-
tenendo i seguenti risultati.

Piano Piano Piano n. occupanti


intermedio primo sottotetto (p)

Affollamento max (p) 10 100 2 112


Vie d’esodo verticali disponibili 1 2 2 ---
scala 1 10 --- --- 10
scala 2 --- 100 2 102

Via d’esodo verticale n. occupanti (p) L’V min (mm) Larghezza (mm)

scala 1 10 3,99 39,90


scala 2 102 5,15 525,30
larghezza minima (mm) 565,20
larghezza disponibile (mm) 1150,00

Nella seguente tab. S.4-32 sono riportati i valori della larghezza minima per le vie d’e-
sodo verticali.
La larghezza minima ottenuta risulta inferiore a quella disponibile, la quale, a sua
volta, è superiore a quella minima prevista dalla tab. S.4-32; pertanto la verifica può
ritenersi soddisfatta.

Larghezza Criterio

Affollamento dell’ambito servito > 1000 occupanti oppure > 200 occupanti
≥ 1200 mm
prevalentemente in piedi e densità d’affollamento > 0,7 p/m2

≥ 1000 mm Affollamento dell’ambito servito > 300 occupanti


≥ 900 mm Affollamento dell’ambito servito ≤ 300 occupanti

Ambito servito ove vi sia esclusiva presenza di personale specificamente


≥ 600 mm formato, oppure occasionale e di breve durata di un numero limitato di
occupanti (es. locali impianti o di servizio, piccoli depositi, …).

L’affollamento dell’ambito servito corrisponde al totale degli occupanti che impiegano ciascuna delle
vie d’esodo che si dipartono da tale ambito.

Tab. S.4-32: Larghezze minime per vie d’esodo verticali

151
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Calcolo della larghezza minima delle uscite finali


Per la verifica della congruità delle uscite finali, si rileva che la larghezza complessiva
disponibile è pari a (1650 + 1650) = 3300 mm; nessuna delle due uscite finali U1 e U2
ha valori inferiori ai minimi fissati (900 mm, vedi tab. S.4-28), in nessun caso si verifi-
cano ostacoli alla convergenza dei flussi (vedi comma 3 del par. S.4.8.9).
I 494 occupanti che escono dalle due uscite finali U1 e U2 al piano terra comprendo-
no i 112 provenienti dai piani superiori che, scendendo dalle vie d’esodo verticali, si
riversano sulle vie d’esodo orizzontali al piano terra.
Pertanto, ai fini del calcolo della larghezza minima delle uscite finali, LV è considerabi-
le pari a 0 mm, risultando:

LF = LO + LV = 2023 mm + 0 mm = 2023 mm < 3300 mm

con la verifica che può pertanto ritenersi soddisfatta.

Eliminazione o superamento delle barriere architettoniche per l’esodo


Il Codice è uno strumento di progettazione inclusivo e richiede che la sicurezza antin-
cendio debba essere garantita anche in presenza di occupanti con specifiche necessi-
tà. Gli occupanti con disabilità occasionalmente presenti potranno accedere al piano
primo dell’attività grazie all’impianto ascensore presente.

152
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Rinviando ai precedenti paragrafi, nei quali è stata esaminata la progettazione dell’e-


sodo, nell’attività in esame, al piano primo28, nel quale ci può essere presenza non oc-
casionale di occupanti che non abbiano sufficienti abilità per raggiungere autonoma-
mente un luogo sicuro tramite vie d’esodo verticali, sarà realizzato uno spazio calmo,
secondo le indicazioni del par. S.4.9.1, al fine di consentire a tali occupanti con ridotte
o impedite capacità motorie di attendere e ricevere assistenza.
Lo spazio calmo al piano primo è inserito nel vano adiacente la scala 1, in posizione
funzionale per ottenere assistenza dai soccorritori.
Come rilevabile dagli elaborati grafici, lo spazio calmo sarà posizionato in modo da
non costituire intralcio all’esodo; si prevede la presenza di un occupante su sedia a
ruote in ciascuno degli spazi calmi e, quindi, esso dovrà avere dimensione in pianta
pari, almeno, a 1,77 m2, in accordo alla seguente tab. S.4-36.

Tipologia Superficie minima per occupante

Occupante deambulante 0,70 m2/persona


Occupante su sedia a ruote 1,77 m2/persona
Occupante allettato 2,25 m2/persona

Alla superficie minima destinata agli occupanti devono essere aggiunti gli spazi di manovra necessari
per l’utilizzo di eventuali ausili per il movimento (es. letto, sedia a ruote, …).

Tab. S.4-36: Superfici minime per occupante

All’interno dello spazio calmo saranno presenti:


a. un sistema di comunicazione bidirezionale29 (impianto di sicurezza, Capp. G.2 ed
S.10) per permettere agli occupanti di segnalare la loro presenza e richiedere as-
sistenza ai soccorritori;
b. una sedia di evacuazione;
c. indicazioni sui comportamenti da tenere in attesa dell’arrivo dei soccorritori.

Lo spazio calmo dovrà essere contrassegnato con segnale UNI EN ISO 7010-E024,
esemplificato in tab. S.4-8.

28
Al piano terra le uscite finali conducono direttamente al luogo sicuro.
Si veda anche “R. Sabatino, M. Lombardi, P. Cancelliere e altri, Sicurezza degli impianti tecnologici e di servizio, INAIL 2021” -
29

Caso studio 1: Spazio calmo, sistema di comunicazione da utilizzare in un asilo nido.

153
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Verifica di rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5
Giunti a questo punto dell’analisi della misura antincendio S.4, occorre verificare la
rispondenza del sistema d’esodo alle caratteristiche di cui al par. S.4.5.
Nel citato paragrafo sono riportate le prescrizioni inerenti gli elementi costituenti il si-
stema d’esodo (Luogo sicuro, Luogo sicuro temporaneo, Vie d’esodo (protetta, a prova di
fumo, esterna, senza protezione), Scale d’esodo, Scale e marciapiedi mobili d’esodo, Ram-
pe d’esodo, Porte lungo le vie d’esodo, Uscite finali, Segnaletica d’esodo ed orientamento,
Illuminazione di sicurezza, Disposizione dei posti a sedere fissi e mobili, Installazioni per
gli spettatori, Sistemi d’esodo comuni).
Per quanto attinente al caso in esame si osserva che:
a) In relazione al par. S.4.5.1, i due luoghi sicuri saranno individuati in prossimità delle
due uscite finali U1 e U2 nella pubblica via antistante l’edificio.

Tali luoghi sicuri rispetteranno le prescrizioni di cui al par. S.4.5.1 punto 2, lett. a) e saran-
no contrassegnati mediante il cartello UNI EN ISO 7010-E007, esemplificato in tab. S.4-8.

La superficie lorda del luogo sicuro si calcola tenendo conto delle superfici minime
per occupante (vedi precedente tab. S.4-36).

154
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Minima superficie
Occupanti Occupanti
Punto di raccolta lorda luogo sicuro
dal piano terra (p) dai piani superiori (p)
(m2)

1 191 62 253 x 0,70 = 177


2 191 50 241 x 0,70 = 169

b) In relazione al par. S.4.5.2, relativamente ai compartimenti individuati, si conside-


ra luogo sicuro temporaneo qualsiasi altro compartimento che può essere attra-
versato dagli occupanti per raggiungere il luogo sicuro tramite il sistema d’esodo
senza rientrare nel compartimento in esame.
c) In relazione al par. S.4.5.3, si rileva che le vie d’esodo presenti avranno altezza
minima di 2 m; inoltre, le relative superfici di calpestio non saranno sdrucciolevoli,
mentre il fumo ed il calore dell’incendio smaltiti o evacuati dall’attività non avran-
no modo di interferire con il sistema delle vie d’esodo.
Inoltre, durante l’esodo degli occupanti, non dovranno essere investiti dai prodotti
della combustione (punto 4 del par. S.4.5.3).
Le scale presenti risultano vie d’esodo senza protezione (vedi parr. S.[Link] e
S.[Link]).
d) In relazione al par. S.4.5.4, si rileva che le scale d’esodo saranno dotate di corrima-
no laterale e consentiranno l’esodo senza inciampo degli occupanti.
e) In relazione al par. S.4.5.7, si rileva che le porte installate lungo le vie d’esodo
presenti saranno conformi alle prescrizioni ivi previste; in particolare, le porte do-
vranno possedere i requisiti di cui alla seguente tab. S.4-6, in relazione alle carat-
teristiche del locale e del numero di occupanti che impiegano ciascuna porta.

155
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Caratteristiche della porta


Ambito servito Verso Dispositivo
Occupanti serviti [1]
di apertura di apertura
Ambiti dell’attività non aperti al n > 50 occupanti
pubblico
n > 25 occupanti Nel senso UNI EN 1125 [3]
Ambiti dell’attività aperti al pubblico
dell’esodo [2]
n > 10 occupanti
Aree a rischio specifico
n > 5 occupanti UNI EN 179 [3] [4]

Secondo risultanze
Altri casi
della valutazione del rischio [5]

[1] Numero degli occupanti che impiegano la singola porta nella condizione d’esodo più gravosa,
considerando anche la verifica di ridondanza di cui al paragrafo S.4.8.6.
[2] Qualora l’esodo possa avvenire nelle due direzioni devono essere previste specifiche misure
(es. porte distinte per ciascuna direzione, porte apribili nelle due direzioni, porte ad azionamento
automatico, segnaletica variabile, …). Sono escluse dal verso di apertura le porte ad azionamento
automatico del tipo a scorrimento.
[3] Oppure dispositivo per specifiche necessita, da selezionare secondo risultanze della valutazione
del rischio (es. EN 13633, EN 13637, …).
[4] I dispositivi UNI EN 179 sono progettati per l’impiego da parte di personale specificamente
formato.
[5] Ove possibile, è preferibile che il verso di apertura sia comunque nel senso dell’esodo, anche
qualora si mantenga il dispositivo di apertura ordinario.

Tab. S.4-6: Caratteristiche delle porte ad apertura manuale lungo le vie d’esodo

A norma del punto 2 del par. V.12.5.3, le porte di interesse storico artistico presenti
lungo le vie di esodo, che non possiedono le caratteristiche riportate nella tab. S.4-6,
devono essere mantenute costantemente aperte durante l’esercizio dell’attività.
Le eventuali porte ad azionamento automatico rispetteranno i requisiti essenziali di
salute e di sicurezza previsti all’allegato I della direttiva 2006/42/CE del 17 maggio
2006 e verranno inserite nella progettazione della GSA dell’attività (capitolo S.5);
f) In relazione al par. S.4.5.8, si rileva che le uscite finali:
 saranno posizionate in modo da garantire l’evacuazione rapida degli occupanti
verso luogo sicuro;
 saranno contrassegnate, sul lato verso luogo sicuro, con cartello UNI EN ISO
7010:2012 - M001 riportante il messaggio “Uscita di emergenza, lasciare libero il
passaggio”.

156
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

g) In relazione al par. S.4.5.9, si rileva che il sistema d’esodo dovrà essere progettato
al fine di essere facilmente riconosciuto ed impiegato dagli occupanti, grazie ad
apposita segnaletica di sicurezza (pannelli riflettenti retroilluminati) (tab. S.4-8).
A titolo indicativo, si riportano i cartelli ritenuti necessari con la loro ubicazione:

Cartellonistica utilizzabile all’interno dell’attività

In tutti i piani saranno installate delle planimetrie semplificate, correttamente orien-


tate, nelle quali sarà indicata la posizione del lettore (es.: “Voi siete qui”) ed il layout
del sistema d’esodo, con l’applicazione delle indicazioni contenute nella norma ISO
23601 “Identificazione di sicurezza - Planimetrie per l’emergenza”.
h) L'illuminazione di sicurezza (par. S.4.5.10) progettata per garantire il doppio dell’il-

157
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

luminamento minimo previsto dalla norma UNI EN 1838, dovrà coprire i tratti del-
le vie di esodo sino al punto di raccolta, compresi i tratti all'esterno dell’opera da
costruzione.
L’impianto di illuminazione di sicurezza dovrà soddisfare anche i requisiti previsti
nel Cap. S.10.

158
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

SOLUZIONI ALTERNATIVE PER LA MISURA S.4

Le soluzioni alternative in oggetto si sono rese necessarie per superare alcune proble-
matiche riscontrate nella progettazione in soluzione conforme della misura S.4.
Più in dettaglio:
 per l’ambito 5 (inammissibilità dei corridoi ciechi e delle lunghezze d’esodo) occorre
ipotizzare una soluzione alternativa che dimostri il raggiungimento degli obiettivi di
sicurezza per gli occupanti che evacuano dal piano primo;
 per l’ambito 6 (stessa problematica) occorre verificare, secondo il criterio ASET >
RSET (vedi par. M.3.2.2), il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza per gli occu-
panti, seppur occasionalmente, ivi presenti.

159
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Analisi preliminare (par. M.1.3)


Come noto, la fase di analisi preliminare si compone delle seguenti sotto-fasi neces-
sarie per definire i rischi da contrastare e, di conseguenza, i criteri oggettivi di quanti-
ficazione degli stessi necessari per la successiva analisi numerica.

In particolare, vengono descritti i seguenti punti:


 definizione del progetto (par. M.1.3.1);
 identificazione degli obiettivi di sicurezza antincendio (par. M.1.3.2);
 definizione delle soglie di prestazione (par. M.1.3.3);
 individuazione degli scenari d’incendio di progetto (par. M.1.3.4).

Definizione del progetto


La soluzione alternativa in oggetto si è resa necessaria per superare le problematiche
riscontrate nella progettazione in soluzione conforme della misura S.4.

Lo scopo delle modellazioni di incendio sarà quello di dimostrare che sia improbabile
che l’esodo degli occupanti possa essere impedito dall’incendio lungo i corridoi ciechi
esaminati, o negli ambiti collegati, e che le lunghezze d’esodo riscontrate consentano
comunque di abbandonare il compartimento di primo innesco prima che l’incendio
determini condizioni incapacitanti per gli occupanti (tab. S.4-3) e che, in ogni caso, si-
ano raggiunti gli obiettivi di sicurezza per gli occupanti impiegando i metodi del Cap.
M.3.

Identificazione degli obiettivi di sicurezza antincendio (par. M.1.3.2)


Il Cap. M.3, come noto, tratta gli aspetti legati alla salvaguardia della vita con la pro-
gettazione prestazionale.
L'obiettivo principale che si propone il presente studio è quello di verificare la percor-
ribilità delle vie di esodo dall’attività, al verificarsi degli scenari che individuino le più
severe ma credibili ipotesi d’incendio.

160
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

A tale scopo, sono stati considerati differenti scenari d’incendio limitandosi, nel pro-
sieguo della trattazione, ad illustrare solo quelli ritenuti più significativi per gli scopi
della presente pubblicazione.

Definizione delle soglie di prestazione (par. M.1.3.3)


Come noto, onde garantire la salvaguardia della vita degli occupanti, è necessario
individuare le soglie di prestazione massime dei principali indicatori delle condizioni
ambientali (soglie di prestazione di cui al par. M.3.3.1).
I parametri di inabilità in fase d’esodo sono stati monitorati, nell’ambito delle mo-
dellazioni e con l’ausilio di sonde virtuali posizionate in più punti, all’altezza da terra
prescritta nei metodi di cui al par. M.3.3, lungo i percorsi d’esodo.
La modalità utilizzata consisterà nell'adozione, per il modello esaminato, del criterio
ASET30 > RSET31, con il quale si dimostrerà che, per ogni scenario d'incendio conside-
rato, il tempo disponibile per gli occupanti, prima che si creino condizioni incapaci-
tanti, è superiore, con un certo margine di sicurezza, al tempo richiesto agli occupanti
stessi per uscire in sicurezza dal compartimento nel quale si verifica l’innesco.

È stata quindi effettuata la valutazione del tempo ASET (Available Safe Escape Time)
ovvero dell’intervallo di tempo calcolato tra l’innesco dell’incendio ed il momento in
cui le condizioni ambientali nell’attività diventano tali da rendere gli occupanti incapa-
ci di porsi in salvo raggiungendo o permanendo in un luogo sicuro.

30
ASET (Available Safe Escape Time), vedi par. M.3.3.
31
RSET (Required Safe Escape Time), vedi par. M.3.4.

161
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Metodo di calcolo avanzato per ASET


I valori ottenuti come output della modellazione sono stati confrontati con le soglie
di prestazione riferite al metodo di calcolo avanzato (vedi tab. M.3-2 seguente), per gli
occupanti, ovvero a:

Modello Prestazione Soglia di prestazione Riferimento

Occupanti: 10 m
ISO 13571-
Visibilità minima di Occupanti in locali di
2012
pannelli riflettenti, non superficie lorda < 100 m2: 5 m
Oscuramento della retroilluminati, valutata ad
visibilità da fumo altezza 1,80 m dal piano di Soccorritori: 5 m
calpestio Soccorritori in locali di [1]
superficie lorda < 100 m2: 2,5 m

ISO 13571-
2012, limitando
FED, fractional effective a 1,1% la
dose e FEC, fractional porzione di
effective concentration per Occupanti: 0,1
occupanti
Gas tossici esposizione a gas tossici incapacitati al
e gas irritanti, valutata ad aggiungimento
altezza 1,80 m dal piano di della soglia
calpestio
Soccorritori:
--
nessuna valutazione

ISO 13571-
Occupanti: 60°C
Temperatura massima 2012
Calore
di esposizione
Soccorritori: 80°C [1]

ISO 13571-
Irraggiamento termico 2012, per
massimo da tutte le Occupanti: 2,5 kW/m2 esposizioni
sorgenti inferiori a 30
Calore (incendio, effluenti min
dell'Incendio, struttura)
di esposizione degli
occupanti Soccorritori: 3 kW/m2 [1]

[1] Ai fini di questa tabella, per soccorritori si intendono i componenti delle squadre aziendali
opportunamente protetti ed addestrati alla lotta antincendio, all'uso dei dispositivi di protezione delle
vie aeree, ad operare in condizioni di scarsa visibilità. Ulteriori Indicazioni possono essere desunte
ad esemplo da documenti dell’Australian Fire Authorities Council (AFAC) per hazardous conditions.

Tab. M.3-2: Esempio di soglie di prestazione impiegabili con il metodo di calcolo avanzato

162
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ovvero (vedi par. M.3.3.1) ASET è definito come il minore di quelli calcolati secondo i
quattro modelli:

Modello dei gas tossici FED < 0,1


Modello dei gas irritanti FEC < 0,1
Irraggiamento sugli occupanti ≤ 2,5 kW/m2
Modello del calore
Temperatura ambiente sugli occupanti ≤ 60 °C
Modello dell’oscuramento
della visibilità da fumo Visibilità > 10 m

Come più avanti descritto, nel caso in esame, il parametro che necessita di particola-
re attenzione è quello relativo alla visibilità.

A tale scopo, nell’attività saranno previsti per la segnaletica d’esodo pannelli rifletten-
ti retroilluminati (come riportato nell’esame delle misure S.4, S.5 ed S.10) in tutte le
zone, comprese quelle più critiche, individuate tramite la modellazione.
Si segnala che la previsione di tali pannelli consente in FDS di beneficiare di un van-
taggio nella modellazione riferita all’oscuramento della visibilità da fumo, potendosi
settare il coefficiente C (costante adimensionale VISIBILITY_FACTOR) al valore pari a 8,
in luogo del valore 3 previsto, di default, in presenza di segnaletica d’esodo riflettente
non illuminata.

Individuazione degli scenari d’incendio di progetto (par. M.1.3.4)


Sono stati considerati differenti scenari d’incendio che variano nella consistenza e
nella localizzazione dell’innesco e nella propagazione del focolare ipotizzato (vedi pa-
ragrafo successivo inerente la descrizione del focolare utilizzato).
Come noto, nel processo di individuazione degli scenari d’incendio di progetto, devo-
no essere valutati gli incendi realisticamente ipotizzabili nelle condizioni di esercizio
previste, scegliendo i più gravosi per lo sviluppo e la propagazione dell'incendio, la
salvaguardia degli occupanti, la sicurezza delle squadre di soccorso e la sollecitazione
strutturale dell’opera da costruzione.
Nel caso in questione sono stati selezionati i due scenari d’incendio che massimizza-
no le problematiche di salvaguardia della vita umana.
A tal fine, i relativi focolari sono stati posizionati come indicato nelle figure seguenti:
 scenario 1: innesco nell’ufficio 10 al piano primo;
 scenario 2: innesco nell’aula 3 al piano terra.

Tali posizioni, infatti, determinano le configurazioni ritenute più sfavorevoli per l’eso-
do in conseguenza dello sviluppo dell’incendio, come di seguito argomentato.

163
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

164
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Di seguito, saranno illustrate le condizioni per l’esodo degli occupanti che massimiz-
zano il tempo RSET.
Come noto, nell’ambito dell’analisi preliminare, di cui ai parr. M.1.2 e M.1.3, il proget-
tista, fra le altre cose, individua gli scenari d’incendio di progetto che rappresentano
la schematizzazione dei più gravosi eventi che possono ragionevolmente verificar-
si nell’attività (credible worst scenarios), in relazione alle caratteristiche del focolare,
dell’edificio e degli occupanti.
Successivamente, il progettista, nell’ambito dell’analisi quantitativa, di cui al par.
M.1.4, elabora una o più soluzioni progettuali per l’attività, congruenti con le finalità
della progettazione antincendio, da sottoporre alla successiva verifica di soddisfaci-
mento degli obiettivi di sicurezza antincendio, mediante la verifica del non supera-
mento delle soglie individuate durante l'analisi preliminare.
A questo punto, il progettista effettua una valutazione delle soluzioni progettuali, cal-
colando gli effetti che i vari scenari d’incendio di progetto definirebbero nell’attività
per ciascuna soluzione progettuale elaborata nella fase precedente.
Per far ciò, egli impiega un modello di calcolo analitico o numerico: l’applicazione
del modello fornisce i risultati quantitativi che consentono di descrivere l’evoluzione
dell’incendio e dei suoi effetti sulle strutture, sugli occupanti o sull’ambiente, secondo
le finalità della progettazione.
La modellazione degli effetti dell’incendio consente di calcolare gli effetti dei singoli
scenari per ciascuna soluzione progettuale.
I risultati della modellazione sono utilizzati per la verifica del rispetto delle soglie di
prestazione per le soluzioni progettuali per ciascuno scenario d’incendio di progetto.
Le soluzioni progettuali che non rispettano tutte le soglie di prestazione per ogni sce-
nario d’incendio di progetto devono essere scartate.
In conclusione, il progettista seleziona la soluzione progettuale finale tra quelle che
sono state verificate positivamente rispetto agli scenari d’incendio di progetto.
Le modellazioni, di seguito illustrate, sono state condotte per un tempo ben supe-
riore al valore di RSET, di seguito calcolato, e adeguato a verificare che le condizioni
ambientali durante la fase di esodo degli occupanti siano coerenti con le soglie pre-
stazionali di cui alla tab. M.3-2.
Si anticipa che i riscontri relativi ai parametri irraggiamento e FED/FEC, facenti rife-
rimento ai modelli dei gas tossici e irritanti, hanno fornito valori non significativi per
l’intera durata delle modellazioni operate e, pertanto, non ne verranno illustrati e
commentati i risultati.
L’irraggiamento, infatti, per ciascuno scenario, risulta elevato esclusivamente per un
sensore ovvero per quello che si trova in prossimità del focolare.
I valori di concentrazione di CO si mantengono bassi fino al tempo ASET, non risultan-
do incapacitanti per gli occupanti.
Anche i valori di concentrazione di O2 non risultano mai inferiori al 17%, per cui non
viene oltrepassata la soglia per la tenibilità riguardante tale parametro.

165
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Condizioni per l’esodo degli occupanti che massimizzano il tempo RSET


Si considerano, per gli scenari considerati, le condizioni di esodo per gli occupanti più
sfavoriti: (P9) che, al momento dell’innesco, si trova nell’ufficio 2 al piano primo e (P4)
che, al momento dell’innesco, si trova nell’ufficio 3 al piano terra e devono raggiunge-
re il luogo sicuro (pubblica via attraverso l’uscita U2) percorrendo, rispettivamente, una
distanza pari a circa 72 m e 50 m.
Per l’ambito 6 occorrerà verificare le condizioni di esodo per l’occupante P(11) che, al
momento dell’innesco, si trova al piano sottotetto e deve raggiungere il luogo sicuro
(pubblica via attraverso l’uscita U1) percorrendo una distanza pari a circa 93.
L’occupante con disabilità presente al piano primo, coadiuvato dagli addetti alla ge-
stione delle emergenze, sarà indirizzato verso lo spazio calmo ivi presente in tempi
sicuramente inferiori a quello di seguito determinato come RSET riferito ad un occu-
pante medio.

Calcolo di RSET
Nel presente studio RSET è calcolato per gli occupanti che si trovano nel comparti-
mento nel quale si verifica l’innesco e termina quando gli stessi raggiungono il primo
luogo sicuro o luogo sicuro temporaneo32 lungo la via d'esodo.

Composizione del tempo RSET

Pertanto, RSET termina quando tutti gli occupanti raggiungono il luogo sicuro rappre-
sentato dalla pubblica via.

Si suppone, infatti, che non esista più pericolo imminente per gli occupanti che raggiungono i compartimenti adiacenti, in
32

quanto questi sono considerati non significativamente interessati dagli effetti dell'incendio durante la fase di esodo.

166
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Tempo di rivelazione (tdet)


Il tempo di rivelazione tdet è stato verificato tramite i rivelatori virtuali utilizzati nelle
modellazioni fluidodinamiche eseguite, verificando che questi si attivano in un tempo
pari tra i 7 e i 9 s, considerato che i locali in cui si ipotizza l’innesco presentano una
superficie molto limitata.
Le risultanze fornite dalle modellazioni e l’attribuzione del livello IV per la misura S.7
consentirebbero di ipotizzare un tempo tdet relativamente breve; tuttavia, cautelativa-
mente, tenendo conto anche delle diverse caratteristiche tecnologiche dei rivelatori
presenti sul mercato e del conseguente differente tempo di risposta, si assumerà un
tdet pari a 60 s.

Tempo di allarme (ta)


Il tempo di allarme ta è nullo, in quanto in seguito all’attivazione della rivelazione, l’al-
larme viene diramato immediatamente sia a livello locale, che tramite segnalazione
remota.

Tempo di attività pre-movimento (tpre)


In seguito al rilancio dell’allarme, è necessario tenere conto del fatto che ogni occu-
pante necessita di un tempo di riconoscimento dell’allarme e di risposta ad esso, in
cui si rende conto del pericolo e quindi si organizza prima di mettersi in movimento.
La somma di questi due tempi (riconoscimento e risposta) fornisce il tempo di attività
di pre-movimento tpre.
Per stimare tale tempo, si è fatto uso della norma ISO/TR 16738, ripresa dal Codice
(vedi tab. M.3-1), che fornisce una guida per valutare il tempo di pre-movimento tpre
su base statistica in base ai seguenti parametri:
 qualità del sistema di allarme (classificata nei livelli da A1 ad A3; vedi Annex D.3.2);
 complessità dell'edificio (classificata nei livelli da B1 a B3; vedi Annex D.3.3);
 management della GSA (classificato nei livelli da M1 a M3; vedi Annex D.3.4).

Nel caso in esame risulta:


 sistema di allarme di livello A1: rilevazione automatica, in tutta l'attività, che attiva
un allarme generale immediato per gli occupanti di tutte le parti coinvolte del fab-
bricato, con conseguente attivazione delle procedure previste;
 complessità dell’edificio di livello B2: edificio che ha una complessità media, a più
piani, con la maggior parte delle caratteristiche progettate secondo semplici la-
yout interni; in tali condizioni possono prevedersi difficoltà per gli occupanti nel
wayfinding;
 management della GSA: si ipotizza un livello M1 (gestione elevata della sicurezza
con procedure soggette a certificazione indipendente, compreso un audit periodico) in
quanto, dato l’affollamento elevato, si ipotizza un’aliquota elevata di addetti antin-
cendio, sempre presenti a ciascun piano. Il personale deve essere formato con un
livello elevato di gestione della sicurezza antincendio con buone pratiche di pre-

167
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

venzione e manutenzione antincendio, dovrà essere presente un piano di emer-


genza ben sviluppato e dovranno essere organizzate delle esercitazioni regolari.
Inoltre, trattandosi di un ufficio aperto al pubblico, è previsto un rapporto elevato
tra personale formato e visitatori ed è prevista la certificazione indipendente delle
procedure di emergenza, compreso un audit periodico effettuato da ente terzo.

Nell’attività gli occupanti sono svegli e non hanno familiarità con l’edificio, con livelli
M1 B2 A1; la norma ISO/TR 16738 (vedi estratto nella tabella seguente) suggerisce un
tempo di pre-movimento con una distribuzione in cui il valore minimo è pari a 60 s (1°
percentile) e il massimo è pari a 180 s (99° percentile).

Estratto dalla norma ISO/TR 16738/2009 - Table E.2

Il tempo di pre-movimento, considerando l’attività ad elevata densità di affollamento33,


è stato scelto al 1° percentile (tempo necessario ai primi occupanti per muoversi, secon-
do la distribuzione statistica di tpre)34, vedi anche nota seguente, pari a tpre (1° percentile) = 60 s.

Tempo di movimento (ttra)


Il tempo di movimento ttra, che l'i-esimo occupante impiega per percorrere la via d'e-
sodo dal luogo in cui si trova nel compartimento nel quale si verifica l’innesco fino al
luogo sicuro.
In base all'analisi semplificata descritta nell'Annex H della norma ISO/TR 16738, per il

33
Nelle situazioni dove la densità di affollamento è elevata esiste interazione tra le velocità degli occupanti in movimento e si
formano code significative in corrispondenza dei componenti critici del sistema d'esodo, che ritardano il termine dell'esodo. Si
veda anche “R. Sabatino, M. Lombardi, P. Cancelliere e altri, La progettazione dell’esodo, INAIL 2020”.
34
E. Gissi, Calcolo dei parametri per il dimensionamento dei sistemi d'esodo secondo soluzione conforme al Codice di prevenzione
incendi, in Codice di prevenzione incendi commentato III ed. (2019), EPC Editore.

168
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

tempo RSET può essere calcolato come segue:

RSET = tdet + ta + tpre(1° percentile) + ttra(pres) + ttra(coda)

dove:

tpre(1° percentile) è il tempo, in s, di pre-movimento per i primi occupanti a muoversi,


secondo la distribuzione statistica di tpre;
ttra(pres) è il tempo di presentazione, in s, necessario all'occupante più lon-
tano per presentarsi all'uscita verso il luogo sicuro o il luogo sicuro
temporaneo;
t
35 tra(coda) è il tempo, in s, di coda in attesa all'uscita verso il luogo sicuro o il
luogo sicuro temporaneo per l'ultimo occupante a muoversi, secondo
la distribuzione statistica del tempo di pre-movimento tpre35.
Per una disamina dettagliata relativa ai calcoli in questione, in particolare per il ttra(coda), ci
si può riferire alla precedente pubblicazione della medesima Collana “Prevenzione incendi
per attività commerciali”, edita da INAIL ad ottobre 2024, ISBN 978-88-7484-882-9.

Il tempo di movimento ttra,i, che l'i-esimo occupante impiega per percorrere la via d'e-
sodo dal luogo in cui si trova fino al luogo sicuro rappresentato dalla pubblica via, è
somma di due componenti:

ttra,i = ttra (pres),i + ttra (coda),i

 ttra (pres), tempo di presentazione, tempo necessario all’i-esimo occupante per pre-
sentarsi, dal luogo in cui si trova, all’uscita verso il luogo sicuro.

Per gli occupanti del piano terra, è calcolato come il rapporto tra la massima lunghez-
za della via di esodo fino all'uscita di piano e la velocità assunta per l’occupante (P4)
proveniente dal piano interrato, fornendo un contributo a RSET pari a:

ttra (pres),PT = 50 / 0,71 = 70 s

avendo assunto voriz su superfici orizzontali pari a 0,71 m/s36;

Al tempo ttra(coda) si esauriscono le code alle uscite di piano. Ciò significa che tutti gli occupanti dei piani hanno attraversato le
35

uscite di piano e si trovano nella scala d'esodo protetta o addirittura all'esterno. Gli occupanti che si trovano in tali condizioni
hanno dunque già raggiunto almeno un luogo sicuro temporaneo entro il tempo RSET.
36
Velocità di spostamento indisturbato degli occupanti sulle superfici orizzontali, valore tratto da: ISO/TR 16738:2009, table G.4,
Travel speeds on horizontal surfaces: all disabled subjects, 1st quartile.

169
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Per gli occupanti del piano primo, è calcolato come il rapporto tra la massima lun-
ghezza della via di esodo fino all'uscita di piano e la velocità assunta per l’occupante
(P9), fornendo un contributo a RSET pari a:

ttra (pres),PP = 60 / 0,71 + 12 / 0,37 = 117 s

avendo assunto voriz su superfici orizzontali pari a 0,71 m/s e vscala su scale in discesa
pari a 0,37 m/s;
 ttra (coda),i, tempo di coda; tempo di attesa in coda all'uscita verso il luogo sicuro per
l'ultimo occupante a muoversi che dipende dalla geometria della via di esodo e dal
numero di occupanti in attesa all’uscita, prima dell’i-esimo occupante.

Per effettuare un calcolo del ttra(coda),vert, applicabile alle vie di esodo verticali del pre-
sente studio, si considera l’affollamento del piano primo, pari a 112 persone, da di-
stribuire su una larghezza LV suddivisa idealmente tra i due percorsi relativi alle altret-
tante vie d’esodo presenti, pari a 2400 mm.

Pertanto, utilizzando la formula del ttra(coda),vert avente la seguente equazione37:

ttra(coda),vert = (Pvert / Wvert - ((n -1) • Dscala • 13.75)) / (70% • Fs,vert)

dove:
 Pvert = massima capienza del vano scala (p);
 Wvert = larghezza geometrica della via di esodo verticale (m).
 n = numero piani serviti dalla scala;
 Dscala = massima densità di affollamento nella scala - assume il valore di 2,1 p/m2;
 Fs,vert = flusso specifico per l’attraversamento dei componenti verticali del sistema
d’esodo - assume il valore di 1,09 p/m/s.

si ottiene un ttra(coda),vert pari a circa 61 s se entrambe le scale di larghezza complessiva


pari a 1,20 m sono utilizzabili, mentre se solo una scala risultasse fruibile (ipotesi non
applicabile al nostro caso) il tempo salirebbe a 122 s:

ttra(coda),vert,2 = (112 / 2,40 - ((1-1) • 2,1 • 13.75)) / (70% • 1,09) = 61 s


ttra(coda),vert,1 = (112 / 1,20 - ((1-1) • 2,1 • 13.75)) / (70% • 1,09) = 122 s

Applicando lo stesso procedimento alle vie di esodo orizzontali (uscite finali verso
spazio scoperto), per effettuare un calcolo del ttra(coda),UF, si considera l’affollamen-
to dell’intero edificio, pari a 494 persone, da distribuire su una larghezza LO suddivisa

37
E. Gissi, Calcolo dei parametri per il dimensionamento dei sistemi d'esodo secondo soluzione conforme al Codice di prevenzione
incendi, in Codice di prevenzione incendi commentato III ed. (2019), EPC Editore.

170
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

tra le due uscite finali (pari in totale a 3600 mm), oppure sulla larghezza LO di una sola
uscita finale (pari a 1800 mm) quando una di esse non fosse fruibile per la presenza
dei fumi.
Pertanto, utilizzando la formula del ttra(coda),UF avente la seguente equazione:

ttra(coda),UF = Poriz / (70% • Fs,oriz • Woriz)

dove:
 Poriz = massima capienza della via di esodo orizzontale (p);
 Fs,oriz = flusso specifico per l’attraversamento dei componenti orizzontali del siste-
ma d’esodo - assume il valore di 1,30 p/m/s.
 Woriz = larghezza geometrica - via di esodo orizzontale (m).

si ottiene un ttra(coda),UF pari a circa 151 s se entrambe le uscite finali di larghezza com-
plessiva pari a 3600 mm sono utilizzabili, mentre se solo un’uscita risulta fruibile il
tempo sale a 302 s:

ttra(coda),UF = 494 / (70% • 1,30 • 3,60) = 151 s


ttra(coda),UF = 494 / (70% • 1,30 • 1,80) = 302 s

I risultati della modellazione dei due scenari di incendio mostrano che entrambe le
scale risultano fruibili, pertanto ttra(coda),vert = 61 s.
Viceversa, gli stessi risultati mostrano che nello scenario 1 entrambe le uscite finali
risultano fruibili, mentre nello scenario 2 solo un’uscita finale è fruibile (la U2).
Pertanto, per lo scenario 1 risulta ttra(coda),UF = 151 s, mentre per lo scenario 2 è ttra(coda),UF
= 302 s.

Dualmente, il tempo di movimento ttra,i che l'occupante P(11), occasionalmente pre-


senta al piano sottotetto, impiega per percorrere la via d'esodo fino al luogo sicuro
rappresentato dalla pubblica via, è somma di due componenti:

ttra,i = ttra (pres),i + ttra (coda),i

 ttra (pres),i, tempo di presentazione, fornisce in questo caso un contributo a RSET pari
a (con velocità per occupante “unimpeded”, da Table G.2 - ISO/TR 16738):

ttra (pres) = 75 / 1,19 + 18 / 0,85 = 84 s

 ttra (coda),i, tempo di coda; dato che l’occupante del sottotetto, dovendo percorrere un
percorso più lungo, non si mette in coda allo stesso tempo degli occupanti del piano
primo per uscire dalla scala; si considera invece, tuttavia, cautelativamente, il valore
del tempo di coda relativo all’uscita finale, calcolato come per gli altri occupanti.

171
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

In definitiva, per i due scenari e tenendo conto delle diverse tempistiche degli occu-
panti presenti ai vari piani, si ottiene la seguente tabella:

RSET = tdet + ta + tpre(1° percentile) + ttra(pres) + ttra(coda)

RSET scenario 1 RSET scenario 2


Piano
(s) (s)

terra - interrato 341 492


primo - intermedio 449 600
sottotetto 355 506

Margine di sicurezza (tmarg)


Come richiesto dal par. M.3.2.2, a meno di specifiche valutazioni, si assume tmarg ≥
100% RSET.
In caso di specifiche valutazioni sull’affidabilità dei dati di input impiegati nella proget-
tazione prestazionale, supportate da dati di letteratura o di normazione tecnica con-
solidata, è consentito assumere tmarg ≥ 10% di RSET e comunque non inferiore a 30 s.
Nel caso in esame, le ipotesi assunte, fortemente cautelative, con l’utilizzo dei valori bi-
bliografici più critici e l’impiego di curve HRR sufficientemente severe e aderenti ai possibili
scenari d’incendio, consentono di assumere per il tmarg un valore pari al 10% di RSET.

Il criterio ASET > RSET dovrà essere valutato tenendo presente anche il tmarg, ottenen-
do la seguente tabella:

RSET scenario 1 RSET scenario 2 RSET + tmarg RSET + tmarg


Piano
(s) (s) scenario 1 (s) scenario 2 (s)

terra - interrato 341 492 375 541


primo - intermedio 449 600 494 660
sottotetto 355 506 391 557

172
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’analisi quantitativa (par. M.1.4)


L’analisi quantitativa si compone di tre sotto-fasi necessarie per effettuare le verifiche
di sicurezza degli scenari individuati nella fase preliminare.
In particolare, vengono descritti i seguenti punti:
 elaborazione delle soluzioni progettuali (par. M.1.4.1);
 valutazione delle soluzioni progettuali (par. M.1.4.2);
 selezione delle soluzioni progettuali idonee (par. M.1.4.3).

Elaborazione delle soluzioni progettuali (par. M.1.4.1)


In questa sotto-fase si elaborano una o più soluzioni progettuali per l'attività, con-
gruenti con le finalità già definite nella definizione del progetto (effettuata durante
l’analisi preliminare nella prima fase), da sottoporre alla successiva verifica di soddi-
sfacimento degli obiettivi di sicurezza antincendio.

Focolare di progetto
In riferimento agli scenari considerati, risultati i più gravosi tra quelli analizzati, con-
siderate le attività svolte nell’edificio, per entrambi, è stata considerata l’attivazione
dell’incendio a partire dal cestino gettacarte presente all’entrata dei locali, di dimen-
sioni 0,40 x 0,40 x 0,80 m.

173
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Curva HRR(t) innesco cestino gettacarte


(SFPE Handbook of Fire Protection Engineering 5th ed. fig. 26.107)

L’ipotesi di progetto prevede che l’innesco avvenga, per cause accidentali, con la con-
seguente accensione del cestino gettacarte (t = 0 s) posto in prossimità dell’ingresso
del locale.
All’oggetto è stata assegnata la curva di incendio fig. 26.107 tratta da SFPE Handbook
of Fire Protection Engineering, 2016.
Nelle immagini che seguono sono riportate le curve di incendio relative ai materiali
combustibili presenti nel locale considerato che vengono coinvolti nella propagazio-
ne dell’incendio e che quindi costituiscono i successivi inneschi.
La funzione input di tali curve è rappresentata dalla temperatura di accensione in °C,
caratteristica del materiale costituente l’oggetto esaminato.

174
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Curva HRR(t) successivo innesco - sedia non imbottita


Temp. di attivazione stimata 300°C
(SFPE Handbook of Fire Protection Engineering 5th ed. fig. 26.69)

Curva HRR(t) successivo innesco - rack di gestione dispositivi informatici


Temp. di attivazione stimata 300°C
(SFPE Handbook of Fire Protection Engineering 5th ed. fig. 26.35)

175
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Curva HRR(t) successivo innesco - tavolo in legno - Temp. di attivazione stimata 250°C
CURVA HRR(T) SUCCESSIVO of Fire-Protection
INNESCO
(SFPE Handbook TAVOLOEngineering - T5th
IN LEGNO5th EMPed..fig. ATTIVAZIONE STIMATA 250°C
DI 26.39)
(SFPE HANDBOOK OF FIRE PROTECTION ENGINEERING 5TH ED. FIG. 26.39)
Dall’analisi
Dall’analisifluodinamica
fluodinamica è stata calcolata
è stata la curva
calcolata HRR-tempo
la curva HRR-tempo complessiva dello sce-
complessiva dello
nario, in relazione all’ambiente considerato, come nell’immagine seguente.
scenario, in relazione all’ambiente considerato, come nell’immagine seguente.
Tale
Talecurva
curvarappresenta
rappresenta lala
somma
somma dei singoli
dei singolicontributi
contributidel rilascio
del termico
rilascio termiconel tempo
nel tempo
didi
ogni elemento, osservata una limitata propagazione ai materiali
ogni elemento, osservata una limitata propagazione ai materiali di secondo di secondo inne-
sco dovuta al mancato
innesco dovuta al raggiungimento della temperatura
mancato raggiungimento di accensione caratteristica
della temperatura di accensione
dei singoli oggetti.
caratteristica dei singoli oggetti.

1100
1000
900
800
700
HRR [kW]

600
500
400
300
200
100
0
0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 500 550 600
tempo [s]

ANDAMENTO
Andamento della
DELLA curva HRR(t) HRR(T)
CURVA

L’incendio ha una crescita veloce raggiungendo un valore massimo di HRR pari a 967
176
kW a circa 200 s dall’innesco; successivamente si evidenzia una fase di decadimento
fino al valore di 60 kW a circa 500 s.
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’incendio ha una crescita veloce raggiungendo un valore massimo di HRR pari a 967
kW a circa 200 s dall’innesco; successivamente si evidenzia una fase di decadimento
fino al valore di 60 kW a circa 500 s.
Nel caso in esame, la reazione chimica di fase gassosa assunta da FDS è stata deter-
minata con riferimento ai valori previsti nella letteratura tecnica (SFPE Handbook 5th
Edition - tabb. A.31 e A.39) in riferimento alla combustione del poliuretano:

Definizione
Parametro
del focolare

Resa in particolato Ysoot 0,130 gsoot/gfuel


Resa in monossido di carbonio YCO 0,031gCO/gfuel
Resa in biossido di carbonio YCO2 1,52 gCO/gfuel
Calore di combustione effettivo ΔHC 26 MJ/kg
Frazione di HRR(t) in irraggiamento (Radiative fraction) 35%
Combustibile di riferimento: poliuretano rigido (GM29) CH1.1 O0.23 N0.10

Descrizione quantitativa del focolare

La scelta della REAC è stata fatta a favore di sicurezza quale materiale prevalente pre-
sente e meglio rappresentativo del focolare impiegato.
I dati assunti, pertanto, sono conformi alla normazione tecnica consolidata e risulta-
no cautelativi, per le ipotesi sopra esposte.

177
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Valutazione delle soluzioni progettuali (par. M.1.4.2)


Nella sotto-fase in oggetto si calcolano gli effetti che gli scenari d'incendio di proget-
to determinerebbero nell'attività per ciascuna soluzione progettuale elaborata nella
fase precedente.
A tal fine viene impiegato un modello di calcolo analitico o numerico: l’applicazione
del modello fornisce i risultati quantitativi che consentono di descrivere l’evoluzione
dell’incendio e dei suoi effetti sulle strutture, sugli occupanti o sull'ambiente, secondo
le finalità della progettazione.
La modellazione degli effetti dell'incendio consente di calcolare gli effetti dei singoli
scenari per ciascuna soluzione progettuale.
I risultati della modellazione sono utilizzati per la verifica del rispetto delle soglie di
prestazione per le soluzioni progettuali per ciascuno scenario d'incendio di progetto.
Le soluzioni progettuali che non rispettano tutte le soglie di prestazione per ogni sce-
nario d’incendio di progetto devono essere scartate.
Nel presente studio, i due scenari di incendio rappresentati sono stati valutati ipotiz-
zando due condizioni di progetto:
 Sistema di Evacuazione Naturale di Fumo e Calore non presente;
 Sistema di Evacuazione Naturale di Fumo e Calore presente – apertura comanda-
ta dall’attivazione dell’IRAI per i portoni scorrevoli sulle due uscite finali e SENFC
costituito da:
- Scenario 1 – SENFC con apertura automatica degli infissi al piano primo, che si
affacciano sul chiostro;
- Scenario 2 – SENFC con apertura automatica di un evacuatore naturale di fumo
e calore posizionato sulla copertura vetrata del chiostro a piano terra.

Nell’ipotesi di SENFC presente, la strategia di apertura degli infissi è stata volutamente


differenziata, in quanto nello scenario 2 (incendio al piano terra) un’eventuale aper-
tura contemporanea porterebbe una diffusione al piano primo dei fumi provenienti
dal piano terra.
Peraltro, la norma UNI 9494-1:2017 “Sistemi per il controllo di fumo e calore - Parte
2: Progettazione e installazione dei Sistemi di Evacuazione Naturale di Fumo e Calore
(SENFC)” prevede che essa possa essere tenuta in considerazione in ogni caso, anche
al di fuori del proprio campo di applicazione, ove si ricorra ai metodi dell’approccio
ingegneristico.
Le modellazioni della dinamica dell’incendio qui illustrate sono state condotte per un
tempo superiore a RSET, manifestando gli esiti di seguito riportati, in riferimento alle
soglie di prestazione relative alla visibilità e alla temperatura38.

38
Le restanti soglie di prestazione relative all’irraggiamento e ai gas tossici e irritanti non hanno fornito risultati significativi.

178
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Di seguito si raffigura il modello FDS utilizzato nelle modellazioni per gli scenari rap-
presentati:

Vista dall’esterno della geometria della rocca modellata con FDS

Sezione della geometria modellata con FDS

Sezione della zona scala 1 modellata con FDS

179
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Vista interna del chiostro modellata con FDS

Vista interna del chiostro modellata con FDS

180
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Scenario 1
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio per lo scenario 1,
posizionato al piano primo, considerando l’impianto SENFC presente o meno.
Come è possibile valutare dalle immagini relative alla visibilità, il fumo occupa solo il
piano primo.
Nel caso ove il SENFC è presente, il fumo non invade i locali perimetrali.

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO - SCENARIO 1 – SENFC NON PRESENTE


Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO - SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE


Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

181
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso senza
SENFC, esaminando un piano posizionato al piano primo, con z = 1,80 m rispetto al
piano di calpestio e al tempo ASET pari a 148 s, riscontrato per lo scenario 1 senza
SENFC. Infatti, è possibile riscontrare che a 148 s nelle vie di esodo al piano primo la
visibilità diventa inferiore a 10 m anche con segnaletica d’esodo retroilluminata (equi-
valenti a 3,80 m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo impostato
VISIBILITY_FACTOR=3 nelle modellazioni).

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 148 s < RSET

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 148 s < RSET

182
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso con SENFC,
esaminando piani posizionati a z = 1,80 m rispetto al piano calpestio e al tempo t pari
a 700 s, successivo a RSET + tmarg massimo calcolato per lo scenario 1.
Infatti, è possibile riscontrare che a 700 s nelle vie di esodo al piano primo la visibilità
rimane superiore a 10 m con segnaletica d’esodo retroilluminata (equivalenti a 3,80
m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo impostato VISIBILITY_
FACTOR=3 nelle modellazioni).

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

183
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’immagine seguente, relativa alla visibilità su un piano posizionato a z = 1,80 m ri-


spetto al piano calpestio, mostra che, in presenza del SENFC, nello scenario 1 il fumo
non si diffonde al piano terra.

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

Dal grafico seguente, è evidente che la temperatura rimane costantemente sotto al


target di 60°C (NB: i sensori inseriti nel grafico non comprendono il locale di innesco
dell’incendio, ma rappresentano le vie di esodo dell’edificio).

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – TEMPERATURA


SCENARIO 1 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

184
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Scenario 2
Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio per lo scenario 2,
posizionato al piano terra, considerando l’impianto SENFC presente o meno.
Come è possibile valutare dalle immagini relative alla visibilità, senza SENFC il fumo in-
vade anche il piano superiore, diffondendosi attraverso le scale, mentre con il SENFC
il fumo invade solo la zona a piano terra adiacente al locale di primo innesco.

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA - SCENARIO 2 – SENFC NON PRESENTE


Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA - SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE


Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

185
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso senza
SENFC, esaminando un piano posizionato al piano terra, con z = 1,80 m rispetto al pia-
no di calpestio e al tempo ASET pari a 344 s, verificato per lo scenario 2 senza SENFC.
Infatti, è possibile riscontrare che a 344 s nelle vie di esodo al piano terra la visibilità
diventa inferiore a 10 m anche con segnaletica d’esodo retroilluminata (equivalenti a
3,80 m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo impostato VISIBILI-
TY_FACTOR=3 nelle modellazioni).

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 344 s < RSET

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC NON PRESENTE – Tempo di simulazione: 344 s < RSET

186
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nelle seguenti immagini vengono mostrati gli effetti dell’incendio nel caso con SENFC,
esaminando piani posizionati a z = 1,80 m rispetto al piano calpestio e al tempo t pari
a 700 s, successivo a RSET + tmarg massimo calcolato per lo scenario 2.
Infatti, è possibile riscontrare che a 700 s nella maggior parte delle vie di esodo al
piano terra la visibilità rimane superiore a 10 m con segnaletica d’esodo retroillumi-
nata (equivalenti a 3,80 m con segnaletica d’esodo riflettente non illuminata, avendo
impostato VISIBILITY_FACTOR=3 nelle modellazioni).

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

187
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’immagine seguente, relativa alla visibilità su un piano posizionato a z = 1,80 m ri-


spetto al piano calpestio, mostra che, in presenza del SENFC, nello scenario 2 il fumo
non si diffonde al piano primo.

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO PRIMO – VISIBILITÀ (z = 1,80 m rispetto al piano calpestio)
SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

Dal grafico seguente, è evidente che la temperatura rimane costantemente sotto al


target di 60°C (NB: i sensori inseriti nel grafico non comprendono il locale di innesco
dell’incendio, ma rappresentano le vie di esodo dell’edificio).

PROPAGAZIONE DEI FUMI AL PIANO TERRA – TEMPERATURA


SCENARIO 2 – SENFC PRESENTE – Tempo di simulazione: 700 s > RSET + tmarg

188
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Le immagini precedenti mostrano che in assenza di SENFC, i fumi dell’incendio diminui-


scono drasticamente la visibilità in tutto il piano per entrambi gli scenari.
Nello scenario 2, l’incendio avviene in prossimità del portone scorrevole corrispon-
dente all’uscita finale U1.
Pertanto, anche in presenza di SENFC, il fumo impedisce la fruibilità di questa via di
esodo e pertanto, come detto, nello scenario 2 il tempo di coda ttra(coda),UF aumenta
rispetto allo scenario 1, in quanto tutti gli occupanti si affollano su un'unica uscita
finale libera da fumi.
Di conseguenza anche i tempi RSET e RSET + tmarg risultano maggiori nello scenario 2
rispetto a quelli dello scenario 1.

RSET scenario 1 RSET scenario 2 RSET + tmarg RSET + tmarg


Piano
(s) (s) scenario 1 (s) scenario 2 (s)

Piano terra 341 492 375 541


Piano primo - 449
600 494 660
intermedio
Piano sottotetto 355 506 391 557

Osservazione
Nello scenario 2 è possibile notare che il fumo penetra nei locali perimetrali attigui al
locale ove si innesca l’incendio, diminuendo drasticamente la visibilità.
Ciò è ammissibile, in quanto si tratta dei locali che si trovano in un raggio di circa 20
m rispetto al punto da cui ha origine l’incendio.
Un utile riferimento a questa affermazione è individuabile nella NFPA 92, allegato M,
in cui al punto 3.4 si afferma che (traduzione dall’inglese):

… La zona di tenibilità si dovrebbe definire in modo tale da riguardare l'esterno di un


confine lontano dal perimetro dell'incendio. Questa distanza dipenderà dalla HRR dell'in-
cendio, dalla velocità di rilascio del fumo dell'incendio, dalla geometria del locale e dalla
ventilazione e potrebbe arrivare fino a 30 m (100 piedi). Una considerazione fondamenta-
le nel determinare questa distanza sarà il modo in cui le risultanti esposizioni all’irraggia-
mento e le temperature dello strato di fumo influenzano l’esodo…

Dato che i locali perimetrali invasi dal fumo possono essere inscritti in un cerchio
avente un raggio inferiore a 30 m, avente il centro nel punto in cui ha origine l’in-
cendio, la valutazione della tenibilità perde senso in tali locali, in quanto il punto 3.4
dell’allegato M della NFPA 92 afferma proprio che la zona di tenibilità si dovrebbe
definire in modo tale da riguardare l'esterno di un confine lontano dal perimetro
dell'incendio, con una distanza che può arrivare fino a 30 m.
Questa considerazione, tuttavia, comunque non esonera il progettista alla valutazione
dell’impatto della perdita di una uscita finale, che quindi introduce una maggiorazione di
ttra(coda),UF e di conseguenza anche dei tempi RSET e RSET + tmarg, come sopra evidenziato.

189
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Selezione delle soluzioni progettuali idonee (par. M.1.4.3)


Come ultima sotto-fase, si seleziona la soluzione progettuale finale tra quelle che
sono state verificate positivamente rispetto agli scenari di incendio di progetto.

Dall’esame degli scenari 1 e 2, emerge che i risultati delle modellazioni consentono


di dimostrare l’idoneità delle soluzioni progettuali proposte per la misura S.4, in vista
del raggiungimento degli obiettivi di sicurezza prefissati.

190
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.5 GESTIONE SICUREZZA


ANTINCENDIO

GESTIONE DELLA SICUREZZA ANTINCENDIO (GSA)

S.5.1 Premessa

La gestione della sicurezza antincendio (GSA) rappresenta la misura antincendio organizzativa


e gestionale dell’attività atta a garantire, nel tempo, un adeguato livello di sicurezza in caso
di incendio.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce all’intera attività
il livello di prestazione III.

(tab. S.5-1) = livello III

Livello di prestazione Descrizione

I Gestione della sicurezza antincendio per il mantenimento delle condizioni


di esercizio e di risposta all’emergenza.

II Gestione della sicurezza antincendio per il mantenimento delle condizioni


di esercizio e di risposta all’emergenza con struttura di supporto.

III Gestione della sicurezza antincendio per il mantenimento delle condizioni


di esercizio e di risposta all’emergenza con struttura di supporto dedicata.

191
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione II (vedi tab. S.5-2)

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

Attività ove siano verificate tutte le seguenti condizioni:


 profili di rischio:
- Rvita compresi in A1, A2;
- Rbeni pari a 1;
- Rambiente non significativo;
I  non prevalentemente destinata ad occupanti con disabilità;
 tutti i piani dell’attività situati a quota compresa tra -10 m e 54 m;
 carico di incendio specifico qf ≤1200 MJ/m2;
 non si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quan-
tità significative;
 non si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio.

II Attività non ricomprese negli altri criteri di attribuzione

Attività ove sia verificato almeno una delle seguenti condizioni:


 profilo di rischio Rbeni compreso in 3, 4;
 se aperta al pubblico: affollamento complessivo > 300 occupanti;
 se non aperta al pubblico: affollamento complessivo > 1000 occupanti;
III  numero complessivo di posti letto superiore a 100 e profili di rischio
Rvita compresi in D1, D2, Ciii1, Ciii2, Ciii3;
 si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative e affollamento complessivo > 25 occupanti;
 si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio o dell’esplo-
sione e affollamento complessivo > 25 occupanti.

Soluzione conforme
Il par. V.4.4.4, in merito, non fornisce indicazioni utili al caso in questione.

A tal riguardo, la RTV V.12, al par. V.12.5.4, fornisce le seguenti ulteriori specifiche
prescrizioni.
1. Oltre a quanto previsto nel capitolo S.5 in funzione di Rbeni devono essere garantiti
i seguenti requisiti aggiuntivi:
a. la frequenza delle prove di attuazione del piano di emergenza deve essere non
inferiore a 3 volte l’anno e la prima prova deve essere effettuata entro due
mesi dall’apertura dell’attività;
b. deve essere predisposto il piano di limitazione dei danni di cui al paragrafo
V.[Link].
2. In presenza di cantieri temporanei e mobili, il responsabile dell’attività integra il
piano per il mantenimento del livello di sicurezza antincendio (paragrafo S.5.7.2),

192
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

verificando l’osservanza delle misure di prevenzione incendi da parte delle ditte


appaltatrici, dei fornitori e di tutto il personale esterno che, a vario titolo, opera
all’interno dell’edificio.
Nota Ad esempio: disalimentazione impianti elettrici fuori dall’orario di lavoro, adegua-
mento segnaletica di sicurezza, impedimento vie di esodo, controllo lavorazioni a caldo, …

La RTV V.12, analogamente alla RTV V.10, prevede, il Piano di limitazione dei danni al
par. V.[Link], di cui si tratterà nel prosieguo del capitolo.
Sono ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazione.
Per poter dimostrare il raggiungimento del livello di prestazione, il progettista dovrà
impiegare, in tal caso, uno dei metodi di cui al par. G.2.7.
Le soluzioni conformi, costituenti soluzioni standardizzate, possono quindi essere so-
stituite da un sistema di gestione di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro (SGSSL)
secondo linee guida UNI INAIL, norma UNI ISO 45001, ecc., nel rispetto dei livelli di
prestazione.
Prioritaria alla definizione della GSA è l’individuazione dei rischi interferenziali inerenti
le attività presenti e delle conseguenti misure di prevenzione degli incendi (par. S.5.5).

193
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

S.5.5 Misure di prevenzione degli incendi

1. Le misure di prevenzione degli incendi devono essere individuate nella prima


fase della valutazione del rischio (capitolo G.2). Per ciascun elemento identificato
come pericoloso ai fini antincendio, è necessario valutare se esso possa essere
eliminato, ridotto, sostituito, separato o protetto da altre parti dell’attività.
2. Si riportano, a titolo esemplificativo, alcune azioni elementari per la prevenzione
degli incendi:
a. pulizia dei luoghi ed ordine ai fini della riduzione sostanziale:
i. della probabilità di innesco di incendi (es. riduzione delle polveri, dei ma-
teriali stoccati scorrettamente o al di fuori dei locali deputati, …),
ii. della velocità di crescita dei focolari (es. la stessa quantità di carta corret-
tamente archiviata in armadi metallici riduce la velocità di propagazione
dell’incendio);
b. riduzione degli inneschi;

Nota Siano identificate e controllate le potenziali sorgenti di innesco (es. uso di fiamme
libere non autorizzato, fumo in aree ove sia vietato, apparecchiature elettriche
malfunzionanti o impropriamente impiegate, …); a tal fine si può far riferimento
anche agli inneschi definiti al capitolo V.2;

c. riduzione del carico di incendio;


d. sostituzione di materiali combustibili con velocità di propagazione dell’incen-
dio rapida, con altri con velocità d’incendio più lenta;
e. controllo e manutenzione regolare dei sistemi, dispositivi, attrezzature e de-
gli impianti rilevanti ai fini della sicurezza antincendio;
f. controllo degli accessi e sorveglianza, senza che ciò possa limitare la disponi-
bilità del sistema d’esodo;
g. gestione dei lavori di manutenzione o di modifica dell’attività; il rischio d’in-
cendio aumenta notevolmente quando si effettuano lavori di manutenzione
ordinaria e straordinaria e di modifica, in quanto possono essere:
iii. condotte operazioni pericolose (es. lavori a caldo, …);
iv. temporaneamente disattivati impianti di sicurezza;
v. temporaneamente sospesa la continuità di compartimentazione;
vi. impiegate sostanze o miscele pericolose (es. solventi, colle, …).
Tali sorgenti di rischio aggiuntive, generalmente non considerate nella pro-
gettazione antincendio iniziale, devono essere specificamente affrontate (es.
se previsto nel DVR, …).
h. in attività lavorative, formazione ed informazione del personale ai rischi spe-
cifici dell’attività, secondo la normativa vigente;
i. istruzioni e segnaletica contenenti i divieti e le precauzioni da osservare
3. Le misure di prevenzione degli incendi identificate nella fase di valutazione del
rischio sono vincolanti per l’esercizio dell’attività.

I parr. S.5.6, S.5.7 e S.5.8 forniscono un quadro di dettaglio inerente la progettazione


della GSA in generale e della GSA in esercizio e in condizioni di emergenza; la definizione
dettagliata della GSA per il presente esempio esula dagli scopi della presente pubblicazione.

194
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Avendo attribuito un livello di prestazione III, in relazione alla composizione della


struttura organizzativa e dei relativi compiti e funzioni di ciascun componente, occor-
rerà far riferimento alla tab. S.5-5, per le soluzioni conformi del caso.

Nello specifico, la struttura minima organizzativa sarà così costituita:


 responsabile dell’attività;
 coordinatore unita gestionale GSA;
 coordinatore degli addetti del servizio antincendio;
 addetti al servizio antincendio.

Struttura organizzativa
Compiti e funzioni
minima

 organizza la GSA in esercizio;


 organizza la GSA in emergenza;
 [1] predispone, attua e verifica periodicamente il piano d’emergenza;
I Responsabile
 [1] provvede alla formazione ed informazione del personale su pro-
dell’attività
cedure ed attrezzature;
 [1] nomina le figure della struttura organizzativa;
 istituisce l’unità gestionale GSA (paragrafo S.5.7.7).

[1] Coordinatore unità


Coordina le attività di cui al paragrafo S.5.7.7.
gestionale GSA

Addetto al servizio antincendio, individuato dal responsabile dell’attività,


che:
 sovraintende ai servizi relativi all’attuazione delle misure antincendio
previste;
[1] Coordinatore degli
 programma la turnazione degli addetti del servizio antincendio;
addetti del servizio
 coordina operativamente gli interventi degli addetti al servizio antin-
antincendio
cendio e la messa in sicurezza degli impianti;
 si interfaccia con i responsabili delle squadre dei soccorritori;
 segnala al coordinatore dell’unità gestionale GSA eventuali necessita di
modifica delle procedure di emergenza.
[1] Addetti
Attuano la GSA in esercizio ed in emergenza.
al servizio antincendio

GSA in esercizio Come prevista al paragrafo S.5.7.

GSA in emergenza Come prevista al paragrafo S.5.8.

[1] Solo se attività lavorativa.

Tab. S.5-5: Soluzioni conformi per il livello di prestazione III

195
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Sulla base delle risultanze della valutazione del rischio, il coordinatore unità gestionale
dovrà essere formato secondo il livello 2, a norma dell’Allegato III del d.m. 2 settem-
bre 2021.
Considerate le peculiarità del sito, la vulnerabilità degli ambiti in progetto, il numero
minimo di addetti antincendio da garantire per un'efficace gestione della sicurezza
antincendio, tenuto conto delle assenze prevedibili, in relazione alle risultanze della
valutazione del rischio, considerate le procedure e istruzioni operative del Piano di
Emergenza, si stabiliscono i seguenti profili degli addetti al servizio antincendio:
 n. 8 addetti al servizio antincendio di livello 239, (4 per piano);
 n. 3 addetti al servizio antincendio di livello 340, per garantire assistenza agli occu-
panti con specifiche necessità.

Nell’ambito del programma per l’attuazione della GSA, dovranno essere valutati ed
esplicitati i provvedimenti inerenti i seguenti punti:
 identificazione e valutazione dei pericoli derivanti dall’attività;
 formazione ed informazione addetti al servizio antincendio;
 pianificazione di emergenza;
 gestione delle modifiche;
 sicurezza delle squadre di soccorso;
 manutenzione dei sistemi di protezione;
 registro dei controlli;
 controllo operativo;
 centro di gestione dell’emergenza CGE;
 unità gestionale GSA.

39
Vedi punto 3.2.3 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021.
40
Vedi punto 3.2.2 dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021.

196
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Si ipotizza nello specifico che:


 il responsabile dell’attività coincida con il datore di lavoro e che nomini, nell’ambito
del proprio staff, il coordinatore unità gestionale (CUG) GSA.
Tale figura, pertanto, è anche responsabile della sicurezza dei propri lavoratori e,
tra l’altro, designa gli addetti alla gestione delle emergenze;
 il coordinatore degli addetti del servizio antincendio (CAE) sia individuato dal respon-
sabile dell’attività, sia individuato nell’ambito del personale addetto all’ufficio;
 la “squadra” degli addetti al servizio antincendio sia composta dal personale addet-
to all’ufficio.

Il responsabile dell’attività:
 organizza la GSA in esercizio;
 organizza la GSA in emergenza;
 nomina il coordinatore dell’unita gestionale GSA;
 predispone, attua e verifica periodicamente il piano di emergenza;
 attua le limitazioni e le modalità d’esercizio ammesse per l’appropriata effettua-
zione della GSA;
 provvede alla formazione ed informazione del personale su procedure ed attrez-
zature;
 nomina le figure della struttura organizzativa per quanto attiene alla sicurezza
antincendio;
 istituisce l’unità gestionale GSA;
 adotta il piano per il mantenimento del livello di sicurezza antincendio (par. S.5.7.2)
con le misure necessarie in presenza di eventuali cantieri temporanei e mobili,
verificando l’osservanza delle misure di prevenzione incendi da parte delle ditte
appaltatrici, dei fornitori e di tutto il personale esterno che, a vario titolo, opera
all’interno dell’edificio (es.: disalimentazione impianti elettrici fuori dall’orario di la-
voro, adeguamento segnaletica di sicurezza, impedimento vie di esodo, controllo
lavorazioni a caldo, ecc.);
 assicura che la pianificazione di emergenza (Cap. S.5) sia integrata da un piano di
limitazione dei danni (par. V.[Link]) che individui una procedura di messa in sicu-
rezza dei beni tutelati in caso d’incendio.

Il CUG, in caso di emergenza, viene coinvolto dopo che il CAE abbia accertato la pre-
senza effettiva di una condizione di crisi che possa evolvere, se non adeguatamente
controllata, in condizione di emergenza.
Il CUG prende provvedimenti, in caso di pericolo grave ed immediato, anche di inter-
ruzione delle attività fino al ripristino delle condizioni di sicurezza.
Il CUG coordina le operazioni di emergenza.
Il CUG, in funzione delle reali condizioni di emergenza (incendio, allagamento, ecc.):

197
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 decide in merito alla chiamata dei VV.F.;


 decide in merito alle modalità di evacuazione (totale o parziale);
 dichiara la fine dell’emergenza;
 redige un rapporto dettagliato sull’accaduto;
 è sempre presente (lui o i suoi sostituti) nel periodo di apertura dell’attività.

Il CAE svolge compiti di organizzazione, coordinamento e supervisione dei processi in


corso e dell’organizzazione in essere, ha conoscenza dei vincoli progettuali, organiz-
zativi e di esercizio dell’attività.
Il CAE dovrà essere coinvolto preventivamente su qualsiasi progetto o modifica orga-
nizzativa/gestionale che interessa l’attività, ai fini di valutarne possibili ricadute sugli
aspetti organizzativi o tecnici della sicurezza antincendio; il CAE dovrà possedere una
formazione specifica inerente le problematiche di sicurezza antincendio.
Il CAE:
 sovraintende ai servizi relativi all’attuazione delle misure antincendio previste;
 programma le turnazioni degli addetti al servizio antincendio;
 coordina operativamente gli interventi degli addetti al servizio antincendio e la
messa in sicurezza degli impianti;
 si interfaccia con i responsabili delle squadre dei soccorritori;
 segnala al CUG eventuali necessità di modifica delle procedure di emergenza;
 controlla che i materiali combustibili presenti nei vari compartimenti non superi-
no le quantità ammesse in sede di progetto, con particolare riferimento alle aree
non presidiate (locali al piano interrato);
 verifica l’osservanza delle misure di prevenzione incendi da parte delle ditte appal-
tatrici, dei fornitori e di tutto il personale esterno che, a vario titolo, opera all’inter-
no dell’edificio.

In condizioni ordinarie, il CAE è anche responsabile del servizio antincendio; di conse-


guenza, coordina e supervisiona tutti gli aspetti attinenti alla sicurezza antincendio e
svolge le seguenti attività principali:
 sovraintende alla funzione di prevenzione incendi dell’attività qualora venga rile-
vata una condizione di pericolo d’incendio;
 vigila sulla corretta dislocazione degli addetti al servizio antincendio ai vari livelli
dell’attività;
 risolve eventuali criticità inerenti alla copertura del personale di emergenza; l’indi-
viduazione delle persone designate a ricoprire i suddetti ruoli è riportata in appo-
siti elenchi conservati all’interno dell’attività;
 si occupa della gestione dei mezzi di protezione contro l’incendio installati nell’at-
tività, ne coordina le attività di manutenzione e di sorveglianza;
 verifica la compilazione del registro antincendio e segnala eventuali anomalie al

198
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

coordinatore degli addetti al servizio antincendio;


 assicura e vigila sul divieto di depositare materiali combustibili nel piano sottotet-
to e sull’interdizione ai visitatori dello stesso;
 assicura la costante apertura, da parte di tutti gli occupanti, durante l’esercizio
dell’attività, di tutte le porte presenti lungo le vie di esodo;
 gestisce gli ingressi del personale terzo (manutentori/tecnici/fornitori/ecc.), assicu-
randosi che qualunque intervento di manutenzione ordinaria avvenga al di fuori
dell’orario di apertura dell’ufficio.

Addetti al servizio antincendio


Come detto, in riferimento alla gestione delle emergenze, la squadra degli addetti al
servizio antincendio sarà composta dal personale addetto all’ufficio.
Tali addetti dovranno possedere, a norma dell’Allegato III del d.m. 2 settembre 2021,
una formazione antincendio per addetti in attività di livello 2.
I requisiti specifici che devono possedere gli addetti al servizio antincendio riguardano:
 frequenza di un corso di formazione ed addestramento per prevenzione e lotta
antincendio;
 conoscenza approfondita della situazione generale dell’edificio, di tutte le aree e
degli impianti presenti;
 conoscenza specifica delle modalità con cui prestare la assistenza agli eventuali
soggetti a rischio che dovessero essere presenti tra gli ospiti (eventuali occupanti
con disabilità, ecc.);
 conoscenza delle manovre da effettuare per la messa in sicurezza degli impianti
(interventi su impianti elettrici, apertura e chiusura di finestre/portoni, ecc.);
 capacità di utilizzo dei mezzi di spegnimento incendi.

199
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

GSA nell’attività in esercizio


La GSA durante l’esercizio dell’attività consisterà nella riduzione della probabilità di
insorgenza di un incendio e la riduzione dei suoi effetti, adottando misure elementari
di prevenzione degli incendi, buona pratica nell’esercizio, manutenzione, informazio-
ne per la salvaguardia degli occupanti, formazione ed informazione del personale,
il controllo e manutenzione di impianti ed attrezzature antincendio, preparazione
alla gestione dell’emergenza, tramite l’elaborazione della pianificazione d’emergenza,
esercitazioni antincendio e prove d’evacuazione periodiche.

Prevenzione degli incendi


Al fine di ridurre la probabilità di incendio, saranno messe in atto le seguenti azioni:
 rispetto costante della pulizia e dell’ordine dei luoghi, al fine di minimizzare la pro-
babilità di innesco e della velocità di crescita dell’ipotetico focolare;
 riduzione degli inneschi, controllando e identificando nuove potenziali sorgenti
d’innesco;
 riduzione del carico d’incendio, limitando le quantità di materiali combustibili pre-
senti al minimo indispensabile per il normale esercizio dell’attività;
 sostituzione dei materiali combustibili con velocità di propagazione dell’incendio
rapida con altri caratterizzati da velocità più lenta, al fine di aumentare il tempo
disponibile per l’esodo degli occupanti;
 verifica costante del massimo affollamento previsto;
 verifica costante della disponibilità delle vie d’esodo, affinché le stesse siano co-
stantemente tenute sgombre e sempre fruibili dagli occupanti;
 controllo e manutenzione regolare dei sistemi, dispositivi, attrezzature degli im-
pianti rilevanti ai fini antincendio e della perfetta efficienza degli armadi contenen-
ti i D.P.I. da utilizzare in caso di incendio;
 contrasto degli incendi dolosi, assicurando il rispetto dei divieti e delle prescrizioni
imposti;
 gestione dei lavori di manutenzione che possano originare sorgenti di rischio ag-
giuntive non considerate nella progettazione antincendio iniziale.

Registro dei controlli


Trattandosi di attività di tipo lavorativo, il datore di lavoro predispone, secondo le
modalità previste dal d.m. 1 settembre 2021, un registro dei controlli periodici (par.
S.5.7.1) nel quale saranno annotati:
 i controlli, le verifiche, gli interventi di manutenzione su sistemi, dispositivi, attrez-
zature e altre misure antincendio adottate;
 le attività di informazione, formazione e addestramento;
 le prove di evacuazione.

200
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Piano per il mantenimento del livello di sicurezza antincendio


Il datore di lavoro dovrà curare la predisposizione di un piano finalizzato al mante-
nimento delle condizioni di sicurezza, al rispetto dei divieti, delle limitazioni e delle
condizioni di esercizio.
Tale piano prevederà:
 il controllo periodico delle sezioni dell’attività, al fine di ridurre ulteriormente il
verificarsi di eventi incidentali;
 i controlli periodici e gli interventi di manutenzione sugli impianti e sulle attrezza-
ture antincendio presenti, annotandoli nel registro dei controlli ai sensi dell’art. 3
del d.m. 1 settembre 2021;
 la programmazione dell’attività di informazione, formazione e addestramento del
personale addetto all’ufficio, comprese le esercitazioni all’uso dei mezzi antincen-
dio e di evacuazione in caso di emergenza (d.m. 2 settembre 2021);
 la specifica informazione in funzione della tipologia di occupanti presenti nell’atti-
vità (disabili, anziani, bambini, ecc.) in relazione ai rischi presenti;
 il controllo costante del numero massimo di occupanti nei vari ambiti dell’attività;
 i controlli delle vie d’esodo, al fine di garantirne la fruibilità, e la visibilità della se-
gnaletica di sicurezza;
 la pianificazione della turnazione degli addetti antincendio, in maniera tale da ga-
rantire l’attuazione del piano di emergenza in ogni momento;
 la corretta installazione della segnaletica di sicurezza secondo le previsioni del
Codice;
 in caso di presenza di visitatori con disabilità, la portineria (ingresso principale) do-
vrà preallertare gli addetti antincendio, in modo tale da organizzare le opportune
misure di sicurezza in caso di emergenza;
 le procedure per l’esecuzione delle manutenzioni ordinarie e straordinarie.

Inoltre, saranno indicate le norme di sicurezza e di comportamento per l’accesso


all’attività, comprensive delle limitazioni e dei divieti del caso.
Si rammenta che, secondo le definizioni di cui al par. G.1.6, il responsabile dell’attività
è il soggetto tenuto agli obblighi di prevenzione incendi per l’attività, mentre il pro-
gettista è il tecnico abilitato, o professionista antincendio, incaricato dal responsabile
dell’attività della progettazione, ai fini antincendio, dell’attività stessa o di specifici am-
biti di essa, nel rispetto delle competenze attribuite dalle disposizioni regolamentari.
Il progettista quindi, nello specifico, deve definire un idoneo modello di GSA, che con-
sideri i rischi interferenziali delle varie attività presenti nel complesso edilizio ed i
vincoli progettuali che richiedono di essere verificati e gestiti, da sottoporre al respon-
sabile dell’attività.

201
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

I rispettivi compiti, nell’ambito della misura S.5, sono riassunti nella seguente tab. S.5-7:

Responsabile dell’attività Progettista

Fornisce al progettista le informazioni relative


ai pericoli di incendio e tutti gli altri dati di input Riceve le informazioni dal responsabile
sull’attività necessari ai fini della valutazione del dell’attività
rischio di incendio (capitolo G.2). [1]

Valutano congiuntamente le misure di prevenzione incendi come da paragrafo S.5.5 [1]

Valutano il rischio di incendio dell’attività e ne definiscono la strategia antincendio [1]

Contribuisce all’attività di progettazione della GSA. [1] Definisce e documenta il modello della GSA.

Attua le limitazioni e le modalità d’esercizio ammesse Fornisce al responsabile dell’attività le


per l’appropriata gestione della sicurezza antincendio indicazioni, le limitazioni e le modalità
dell’attività, al fine di limitare la probabilità d’incendio, d’esercizio ammesse per l’appropriata
garantire il corretto funzionamento dei sistemi di gestione della sicurezza antincendio
sicurezza e la gestione dell’emergenza qualora si dell’attività, al fine di limitare la
sviluppi un incendio. probabilità d’incendio, garantire il corretto
funzionamento dei sistemi di sicurezza e la
gestione dell’emergenza qualora si sviluppi
un incendio.

[1] Il committente si relaziona direttamente con il progettista nel caso in cui il responsabile dell’attività
non sia noto in fase di progettazione.

Controllo e manutenzione di impianti ed attrezzature antincendio


Il controllo e la manutenzione degli impianti e delle attrezzature antincendio devo-
no essere effettuati nel rispetto delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti
(vedi d.m. 1 settembre 2021), secondo la regola dell’arte, in accordo alle norme e
documenti tecnici inerenti e al manuale d’uso e manutenzione dell’impianto e dell’at-
trezzatura (par. S.5.7.3).
Il manuale d’uso e manutenzione dell’impianto e delle attrezzature antincendio è for-
nito al responsabile dell’attività.
La manutenzione sugli impianti e sulle attrezzature antincendio sarà svolta da per-
sonale esperto in materia, sulla base della regola dell’arte, con cadenza temporale
indicate dalle norme e documenti tecnici pertinenti.

Preparazione all’emergenza
Secondo l’art. 4 del d.m. 2 settembre 2021, il datore di lavoro designerà i propri lavo-
ratori addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione dell’emergenza.
Il piano di emergenza ed evacuazione ha la finalità principale di fornire a ciascun oc-
cupante le indicazioni sui comportamenti da assumere laddove si verifichi un evento
emergenziale.

202
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

L’organizzazione dell’emergenza, pertanto, ha lo scopo di perseguire, nel più breve


tempo possibile, i seguenti obiettivi:
 salvaguardia degli occupanti;
 compartimentazione e confinamento dell’incendio;
 tutela dei beni e delle attrezzature.

La preparazione all’emergenza è realizzata tramite la pianificazione delle procedure


da eseguire in caso di emergenza in risposta agli scenari incidentali ipotizzati, la for-
mazione ed addestramento periodico del personale all’attuazione del piano di emer-
genza ed evacuazione e l’effettuazione di prove di evacuazione, la cui frequenza è
prevista (punto 1 del par. V.12.5.4) non inferiore a 3 volte l’anno, con la prima prova
da effettuarsi entro due mesi dall’apertura dell’attività.

Obiettivi principali delle esercitazioni antincendio e delle prove di evacuazione sono:


 accertare l’effettiva applicabilità delle procedure per la gestione dell’emergenza;
 verificare la disponibilità e l’efficienza delle dotazioni per l’emergenza;
 verificare la preparazione e l’idoneità del personale;
 individuare eventuali misure migliorative.

Si rimanda a tale scopo alla tab. S.5-9 (parr. S.5.7.4, S.5.7.5 e S.5.7.8).

In prossimità degli accessi di ciascun piano dell’attività saranno esposte planimetrie


riportanti il sistema d’esodo, l’ubicazione delle attrezzature antincendio, istruzioni sul
comportamento degli occupanti in caso di emergenza, indicando in particolare le mi-
sure di assistenza agli occupanti con specifiche necessità.
Nella pianificazione delle procedure da eseguire saranno indicati i compiti e le funzio-
ni in emergenza mediante la predisposizione di una catena di comando e controllo,
destinazioni delle varie aree dell’attività, compartimentazioni antincendio, sistema
d’esodo, aree a rischio specifico, dispositivi di disattivazione degli impianti e di attiva-
zione di sistemi di sicurezza, ecc..
Il piano di emergenza, contenente le procedure per la gestione dell’emergenza, sarà
aggiornato in caso di modifica significativa ai fini della sicurezza antincendio dell’attività.
I parr. S.5.6, S.5.7 e S.5.8 forniscono un quadro di dettaglio inerente la progettazione
della GSA in generale e della GSA in esercizio e in condizioni di emergenza.
Nello specifico, il responsabile dell’attività è stato reso edotto sulle limitazioni e sulle
modalità d’esercizio ammesse per l’appropriata GSA nell’attività, al fine di limitare la
probabilità d’incendio, garantire il corretto funzionamento dei sistemi di sicurezza e
la gestione dell’emergenza qualora si sviluppi un incendio.
Inoltre, vanno sviluppate ed implementate le misure aggiuntive di GSA elencate ge-
nericamente al par. M.1.8, essendo state adottate soluzioni alternative cui si rimanda
per ulteriori approfondimenti.

203
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Centro di gestione delle emergenze


Secondo quanto previsto dalle soluzioni conformi per il livello di prestazione III attri-
buito all’attività, sarà predisposto un apposito Centro di Gestione delle Emergenze (CGE)
ai fini del coordinamento delle operazioni d’emergenza, chiaramente individuato da
apposita segnaletica di sicurezza.
Tale CGE sarà ubicato al piano terra, all’ingresso principale41, e sarà costantemente
presidiato durante l’orario di apertura dell’ufficio.
Al suo interno dovranno essere presenti:
 informazioni necessarie alla gestione dell’emergenza (piano di emergenza, plani-
metria e schemi funzionali di impianti, numeri telefonici utili per l’emergenza);
 strumenti di comunicazione con le squadre di soccorso, il personale e gli occupanti;
 centrali di controllo degli impianti di protezione attiva o ripetizione dei segnali
d’allarme.

Unita gestionale GSA


L’unità gestionale GSA provvede al monitoraggio, alla proposta di revisione ed al co-
ordinamento della GSA in emergenza.
L’unità gestionale GSA in esercizio:
 attua la gestione della sicurezza antincendio attraverso la predisposizione delle
procedure gestionali ed operative e di tutti i documenti della GSA;
 provvede direttamente o attraverso le procedure predisposte al rilievo delle non

41
Vedi par. S.5.7.6, considerato il profilo di rischio B2, è possibile costituire il CGE in locale ad uso non esclusivo.

204
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

conformità del sistema e della sicurezza antincendio, segnalandole al responsabi-


le dell’attività;
 aggiorna la documentazione della GSA in caso di modifiche.

Il coordinatore dell’unità gestionale GSA, o il suo sostituto, in emergenza:


 prende i provvedimenti, in caso di pericolo grave ed immediato, anche di interru-
zione delle attività, fino al ripristino delle condizioni di sicurezza;
 coordina il CGE.

Revisione periodica
I documenti della GSA devono essere oggetto di revisione periodica a cadenza sta-
bilita e, in ogni caso, devono essere aggiornati in occasione di modifiche dell’attività.
La frequenza minima per la revisione della GSA, considerata la complessità del sito,
i beni culturali presenti, le procedure operative presenti nella GSA in esercizio ed in
emergenza, si prevede non inferiore a 18 mesi.
Dovranno essere oggetto di valutazione da parte del responsabile dell’attività tutte
almeno le variazioni inerenti:
 layout delle aree sia in termini di carico d’incendio che di suddivisione degli spazi,
con particolare attenzione alla geometria delle isole di stoccaggio e alla tipologia
di materiale stoccato;
 gli impianti presenti nell’attività, sia in termini di distribuzione che di caratteristi-
che dei componenti;
 gli affollamenti presenti nell’attività;
 l’organigramma del personale coinvolto nella GSA dell’attività.

205
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

GSA in emergenza
La gestione della sicurezza in emergenza prevede, essendo l’attività di tipo lavorativa,
l’attivazione ed attuazione del piano di emergenza ed evacuazione, che dovrà struttu-
rare la gestione dell’emergenza, fino all’arrivo dei soccorritori.

Alla rivelazione manuale o automatica dell’incendio seguirà l’immediata attivazione


delle procedure d’emergenza e la verifica dell’effettiva presenza di un incendio e la
successiva attivazione delle procedure d’emergenza.
Sinteticamente, il piano di emergenza ed evacuazione dovrà dettagliatamente illu-
strare:
 le azioni che le figure della GSA dovranno attuare in caso di emergenza (in rap-
porto alle squadre di emergenza, azioni degli addetti antincendio, ecc.), mediante
redazione di apposite schede per le singole figure;
 le procedure per l’evacuazione dall’attività che dovranno essere attuate dagli oc-
cupanti presenti (percorsi, indicazione del punto di raccolta, ecc.);
 le specifiche misure per l’assistenza degli occupanti con specifiche necessità;
 le disposizioni per chiedere l’intervento dei soccorsi esterni e per fornire loro le
necessarie informazioni all’arrivo.

Saranno quindi da prevedere informazioni inerenti le procedure da attuare per la


gestione dell’emergenza:
 procedure e modalità di allarme, informazione agli occupanti, modalità di diffusio-
ne dell’ordine di evacuazione;
 procedure di intervento antincendio che prevedono le azioni della squadra degli
addetti al servizio antincendio per lo spegnimento di un principio di incendio, per
l’assistenza degli occupanti nella evacuazione, per la messa in sicurezza delle ap-
parecchiature o impianti;
 procedure per l’esodo degli occupanti e le azioni di facilitazione dell’esodo;
 procedure di messa in sicurezza di apparecchiature ed impianti: in funzione della

206
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

tipologia di impianto e della natura dell’attività, occorre definire apposite sequen-


ze e operazioni da porre in atto42;
 procedure per il ripristino delle condizioni di sicurezza al termine dell’emergenza:
devono essere definite le modalità con le quali garantire il rientro degli occupanti
in condizioni di sicurezza ed il ripristino dei processi ordinari dell’attività.

In particolare, nel piano di emergenza ed evacuazione, saranno definite le procedure


necessarie ad assicurare il coordinamento, le comunicazioni e le azioni conseguenti
per affrontare le emergenze determinate da situazioni come quelle di seguito elenca-
te, in maniera certamente non esaustiva:
 incendio ed esplosione;
 intervento di primo soccorso;
 terremoto;
 calamità naturali in genere (tromba d’aria, allagamento, alluvione, ecc.);
 nube tossica;
 rapina;
 tumulti;
 aggressione a dipendenti;
 telefonata terroristica;
 presenza di un pacco sospetto e/o di un presunto ordigno;
 ecc.

In caso di incendio in uno degli ambienti dell’attività, l’allarme sarà trasmesso a tutti
gli altri tramite i pannelli ottico-acustici ivi installati.
Nell’attività, nell’orario di apertura, dovrà essere assicurata la prevista presenza con-
tinuativa degli addetti antincendio per ciascun piano dell’attività, in modo da poter
attuare, in ogni momento, le azioni previste in emergenza.
Se si individuerà un incendio, sarà necessario dare immediatamente l’allarme tramite
i pulsanti di segnalazione.
In caso di incendio, sarà vietato l’utilizzo dell’ascensore.
Tutti gli occupanti dovranno recarsi all’esterno presso il punto di raccolta, costituente
luogo sicuro.
All’arrivo delle squadre dei VV.F., si dovrà segnalare loro la posizione del pulsante di
sezionamento di emergenza dell’impianto elettrico.

Nel piano di emergenza ed evacuazione dovrà essere prevista una specifica proce-
dura per la gestione della presenza di persone con disabilità, tenendo conto della
disponibilità dello spazio calmo al piano primo (vedi Cap. S.4).

A titolo esemplificativo, in caso di malfunzionamento di una sezione dell’IRAI o altro impianto di protezione attiva, si dovranno
42

adottare idonee misure volte ad incrementare la sorveglianza delle aree nelle quali si osserva il disservizio, con personale
dedicato appositamente addestrato (addetti antincendio con mansione esclusiva).

207
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Per il piano terra, nel piano di emergenza ed evacuazione, dovranno comunque es-
sere previste apposite misure per gestire le specifiche necessità degli occupanti con
disabilità.

Una proposta potrebbe essere la seguente.

Le misure da prevedere, ad ogni piano, includeranno almeno le seguenti:


 monitorare, sin dall'ingresso, la presenza e il numero di persone con disabilità,
adeguando le misure da porre in atto in funzione della tipologia di quest'ultima;
 informare le persone con disabilità della presenza dello spazio calmo sin dall'in-
gresso all’ufficio e allertare gli addetti all'emergenza nei piani, ai fini dell'accompa-
gnamento e assistenza in caso di necessità;
 illustrare alle persone con disabilità le caratteristiche dello spazio calmo e il fun-
zionamento del sistema di comunicazione bidirezionale.

Si riporta di seguito una possibile schedulazione delle soglie di rischio, in ottica della
possibile evoluzione dell’evento che ha provocato l’allarme, al di sopra delle quali è
opportuno diramare l'ordine di evacuazione.
L’ordine di evacuazione (esodo simultaneo), verificata la situazione, potrà essere im-
partito solamente dal CAE.

208
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello Gravità e tipo di segnalazione Comportamenti ed azioni da eseguire

Emergenze di
primo livello Possono essere facilmente risolte dagli
Preallarme

(es.: incendio in un cestino gettacarte) addetti al servizio antincendio.


Non richiedono la chiamata
Il suono intermittente delle sirene segnala dei soccorsi esterni.
la presenza di un incendio o di altra Vige l’obbligo, in ogni caso, di darne
emergenza, allertando i presenti, che restano comunicazione al CAE.
al proprio posto.

Emergenze di
secondo livello
Allarme generale

(incendio che coinvolge un locale, es.: una teca) Non possono essere risolte dagli
addetti al servizio antincendio.
Il suono continuo delle sirene segnala Viene diramato l’allarme ai Vigili del
la presenza di un incendio o di altra Fuoco.
emergenza, allertando i presenti circa la Il CAE impartisce l’ordine di
necessità di procedere immediatamente evacuazione dell’edificio.
all’evacuazione.

209
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ricadute sulla GSA inerenti gli esiti della soluzione alternativa per S.4
La strategia antincendio con la metodologia del Codice di prevenzioni incendi asse-
gna alla misura antincendio S.5 “Gestione della Sicurezza antincendio” (GSA) il ruolo
fondamentale di mantenere nel tempo il livello di sicurezza antincendio di progetto.
In particolare, la GSA in esercizio restituisce al titolare dell’attività la possibilità di ave-
re un sistema di gestione affinché tutte le limitazioni di sicurezza antincendio siano
soddisfatte (ad es.: non superare le soglie di materiale combustibile in stoccaggio o
lavorazione, non superare le densità di affollamento di progetto, ecc.) e, nel contem-
po, garantire che ciascuna misura, nella soluzione conforme o alternativa adottata,
garantisca il livello di prestazione assegnato in fase di progettazione.

Essendo un sistema basato sul ciclo di Deming “Plan–Do–Check–Act” ("Pianificare –


Fare - Verificare - Agire") la GSA richiede, con una frequenza stabilità in fase di pro-
gettazione, la revisione periodica prevista al par. S.5.7.2 Piano per il mantenimento
del livello di sicurezza antincendio, comma 2 lettera g. e, più specificamente al par.
S.5.7.8 “Revisione periodica”.

Completano l’efficacia della misura S.5, la GSA in emergenza, con le procedure ope-
rative e le istruzioni da seguire e mettere in atto all’insorgere di un incendio o altro
evento emergenziale per l’attività.
La progettazione di una soluzione alternativa basata sull’applicazione della ingegneria
della sicurezza antincendio, come il caso trattato, comporta una cura maggiore e del-
le previsioni ulteriori da considerare per la corretta implementazione della GSA.
In particolare, queste previsioni ulteriori sono richieste al par. M.1.8 “Requisiti aggiun-
tivi per la gestione della sicurezza antincendio”.

A tal proposito, il citato paragrafo prevede che, qualora i sistemi di protezione attiva
contribuiscano a mitigare gli effetti dell’incendio, devono essere installati sistemi a
disponibilità superiore.
Si omettono, per ovvie ragioni di brevità, le modalità di effettivo recepimento nella
GSA, in termini di istruzioni, procedure e azioni conseguenti, finalizzate sia all'adegua-
ta gestione degli aspetti indicati al par. M.1.8, sia alla credibilità degli scenari d'incen-
dio di progetto adottati nella soluzione alternativa.

Nell’ambito della soluzione alternativa per S.4, i tempi di attività di pre-movimento


sono stati assunti sulla base di un sistema di GSA di livello M1, che consiste in una ge-
stione elevata della sicurezza con procedure soggette a certificazione indipendente,
compreso un audit periodico, presenza di un sistema EVAC, con gli addetti alla gestio-
ne delle emergenze al piano sempre presenti.
La presenza di un ente terzo certificatore restituisce un livello indipendente di valuta-
zione sulla efficacia del sistema implementato per la specifica attività con particolare
riferimento alle fasi di:

210
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 Controllo delle prestazioni


 Manutenzione dei sistemi di protezione
 Controllo e revisione

La certificazione di un Sistema GSA è un'operazione secondo la quale un ente di par-


te terza (detto Organismo di Certificazione) verifica che il Sistema adottato sia stato
implementato conformemente agli standard di gestione scelti per la realizzazione del
Sistema stesso, con particolare riferimento ai requisiti di sicurezza antincendio.
L’ente terzo di certificazione all’avvio dell’attività dovrà effettuare la prima visita di
controllo “indipendente” della GSA implementata per stabilire se il sistema risulti es-
sere adeguato rispetto alla progettazione della sicurezza antincendio.
Solo a valle della prima verifica positiva, il titolare potrà avviare l’attività. Inoltre, ogni
anno, l’ente di certificazione dovrà effettuare un “audit” sulla GSA per verificare se
il sistema è in grado di controllare e mantenere il livello di sicurezza stabilito dalla
progettazione, attraverso la verifica delle prestazioni, della manutenzione di tutti i
sistemi di protezione e delle attività di controllo e revisione messe in atto dal titolare
dell’attività.

Seguono le planimetrie riportanti le procedure di esodo relative ai piani terra e primo


dell’attività.

211
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Procedure di esodo - piano terra

212
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Procedure di esodo - piano primo

213
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Piano di limitazione dei danni (par. V.[Link])


Il PLD nasce dalla necessità di compensare la maggiore esposizione al rischio, dovuta
alla tipologia degli immobili, al loro contenuto.
Il responsabile dell’attività deve integrare la pianificazione di emergenza con un PLD
che individui le misure per la salvaguardia dell’edificio e le procedure di messa in si-
curezza dei beni tutelati in esso presenti, da mettere in atto in caso di incendio.
Di qua la necessità di pianificare con maggiore dettaglio le azioni che devono essere
intraprese e/o i comportamenti che devono essere adottati, qualora si verifichi un
incendio, per limitare i danni e tutelare i beni.

Il PLD prevede, pertanto, procedure di messa in sicurezza dei beni per limitare i danni
al patrimonio culturale presente nell’immobile, conseguenti all’incendio.

Dovranno quindi essere individuati (vedi par. V.[Link]):


a) i soggetti, adeguatamente formati, incaricati dell’attuazione delle procedure in
esso contenute;
b) la distribuzione qualitativa e quantitativa dei beni tutelati presenti;
c) le procedure di allontanamento dei beni dettagliando, ove possibile, anche le prio-
rità di evacuazione e specifici provvedimenti per la rimozione e il trasporto presso
i luoghi di ricovero;
d) gli eventuali luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza, con partico-
lare riferimento alle condizioni di sicurezza e di conservazione degli stessi;
e) le procedure per la protezione in loco dei beni inamovibili o difficilmente spostabi-
li (es.: copertura con materiali di protezione, puntellamenti, riadesioni di parti staccate,
barriere contro schegge, ecc.);
f) le eventuali restrizioni nell’utilizzo di sostanze estinguenti (es.: zone in cui è neces-
sario evitare o limitare l’uso di acqua per minimizzare i danni ai beni tutelati in esso
contenuti ecc.).

Anche se la definizione dettagliata del PLD per il presente esempio esula dagli scopi
della presente pubblicazione, si forniscono alcune indicazioni per la redazione del
suddetto piano.

Fonti letteratura
Nella gran parte della letteratura, i PLD si indirizzano alle attività museali o comunque
a strutture contenenti esposizioni, collezioni e in generale elevate quantità di beni tu-
telati, per le quali risulta fondamentale dettagliare un piano di risposta all’emergenza
focalizzato sul contenuto delle attività.

Di seguito sono richiamate brevemente le fonti principali selezionate dalla letteratura


straniera.

214
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Uno studio di UNESCO e ICCROM43, nato per rispondere alla crescente esposizione al
rischio di danneggiamento di beni tutelati, in particolare museali, sia per eventi terro-
ristici che per catastrofi naturali, ha elaborato una “Guida” che definisce, passo dopo
passo, le azioni necessarie per il salvataggio dei beni e può essere utilizzata per mi-
gliorare la preparazione alle emergenze nelle attività tutelate e la redazione del PLD.
Atteso che non esistono due situazioni di emergenza uguali, la guida descrive un
flusso di lavoro semplice, che può essere personalizzato per soddisfare le esigenze di
uno specifico contesto emergenziale.

Una rassegna del lavoro internazionale sulla pianificazione della risposta alle emer-
genze44, pubblicata su International Journal of Disaster Risk Reduction, mette a con-
fronto diverse guide e manuali sulla pianificazione e il salvataggio di beni. Dall’analisi
comparativa di questo studio è scaturita una procedura per la redazione dei piani di
salvataggio, che può essere utilizzata anche dai non professionisti del settore.
Quest’ultimo aspetto è di grande utilità, atteso che gli strumenti decisionali per la
valutazione dei beni da “salvare” sono in molti casi troppo approfonditi, richiedendo
un parere esperto.

43
© UNESCO and ICCROM, Endangered Heritage, Emergency Evacuation of Heritage Collections, 2016.
Nina Kjølsen Jernæs, “A roadmap for making a salvage plan. Valuing and prioritising heritage objects”, International Journal of
44

Disaster Risk Reduction 59 (2021).

215
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Pertanto, risultano maggiormente efficaci guide e procedure semplificate e adatte ad


un uso diffuso da parte dei soccorritori.
La procedura proposta dallo studio è uno strumento di ausilio per la redazione del
piano, contiene tutti i passaggi dalla preparazione e il lavoro di ricerca iniziale, alla
valutazione dei beni e della loro vulnerabilità, unitamente all’individuazione delle ne-
cessità di protezione in situ o allontanamento.

Il testo “Building an Emergency Plan: A Guide for Museums and Other Cultural
Institutions”45, riferito principalmente ai piani di emergenza, sviluppa nella terza par-
te elementi utili per l’organizzazione del processo di pianificazione, valutazione e re-
visione del piano di emergenza, rendendolo parte della normale routine di gestione
dell’attività in esercizio.

The Getty Conservation Institute, Building an Emergency Plan: A Guide for Museums and Other Cultural Institutions, Los
45

Angeles, California 1999.

216
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Particolarmente efficaci sono le procedure proposte attraverso una sequenzialità


delle fasi di analisi e determinazione delle modalità con le quali elaborare un piano di
salvataggio dei beni tutelati.

La raccolta “First aid to cultural Heritage in Times of crisis - Tolkit 2”46 descrive le azioni
da effettuare per valutare i danni in loco e i rischi a seguito di un’emergenza, tra cui
l’incendio.
Lo schema di approccio può essere finalizzato maggiormente al PLD dei musei, delle
esposizioni, ecc..
Le indicazioni riportate consentono infatti al personale del settore, adeguatamente
preparato, di operare dopo l’emergenza, effettuando un triage dei danni e la succes-
siva messa in sicurezza dei beni tutelati o parti di essi.
Una parte del manuale (Tolkit 2) riguarda l’intervento in edifici tutelati danneggiati e
riporta la descrizione delle operazioni da seguire per “stabilizzare” le strutture attra-
verso puntellamenti e allestimenti temporanei, in modo da non danneggiare ulterior-
mente parti decorate, affrescate ecc..

©Prince Claus Fund for Culture and Development 2018, ©ICCROM», first aid to cultural heritage in times of crisis - Aparna
46

Tandon, 2. Toolkit - For coordinated emergency preparedness and response to secure tangible and intangible heritage.

217
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La redazione del PLD


La prima prescrizione (a) di cui al punto 3 del par. V.[Link] riguarda l’individuazione
dei soggetti, adeguatamente formati, incaricati dell’attuazione delle procedure del PLD.
Ciò significa che dovrà essere disponibile personale che sappia individuare i beni tu-
telati presenti, la loro dislocazione e le procedure per la protezione in situ o la loro
movimentazione.
Su questo argomento, uno dei riferimenti consultati47 descrive con particolare atti-
nenza agli ambienti museali una serie di informazioni utili per individuare la squadra
che dovrà intervenire, designare compiti e responsabilità, individuare la figura del
coordinatore e chiarire le relazioni che dovranno essere attivate con i diversi soccor-
ritori che saranno coinvolti nell’emergenza.
In alcuni casi può essere necessario integrare il piano di emergenza con una squadra
di supporto ai VV.F. che interverrà, in condizioni di sicurezza, e dovrà avere cognizio-
ne del PLD, eseguire specifici compiti relativi alla movimentazione, l’imballaggio, il
trasporto e all’organizzazione della custodia temporanea del bene tutelato.
In questi casi occorre definire chiaramente i ruoli e prevedere le modalità di comuni-
cazione con i VV.F..
Infatti, sebbene il PLD riguardi il responsabile dell’attività, per una migliore gestione
della risposta all’emergenza è utile portarli a conoscenza della pianificazione prevista.

The Getty Conservation Institute, Building an Emergency Plan: A Guide for Museums and Other Cultural Institutions, Los
47

Angeles, California 1999.

218
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La seconda prescrizione (b), di cui al punto 3 del par. V.[Link], attiene alla distribu-
zione qualitativa e quantitativa dei beni tutelati presenti.
Si tratta, in sostanza, di indicare in una planimetria dove sono collocati i beni tutelati,
dettagliando informazioni utili ad individuare il bene, anche in caso non sia più nella
sua posizione originaria.
A questo scopo può essere utilizzato un metodo di codificazione della posizione (ad
esempio riportando il numero del piano, se gli oggetti si trovano a piani diversi; il nu-
mero di stanza; il numero di armadio o ripiano ecc.) che consentirà, in caso di emer-
genza, di risalire all’ubicazione originaria del bene.
Le informazioni per localizzare il bene possono essere utilmente integrate con foto-
grafie nelle quali siano visibili etichette con il codice per identificare il luogo nel quale
si trova il bene.

Esempio di codificazione: il codice di localizzazione dell’oggetto numero 522 di proprietà di Craft Galleria e ubicata nell'armadio
A, stanza numero 1 al piano terra sarà: CG. 0.1.A.522

Relativamente all’allontanamento dei beni tutelati dal luogo dell’emergenza (terza


prescrizione (c) di cui al punto 3 del par. V.[Link]), dagli studi già citati è emerso che
l’aspetto più complesso è principalmente stabilire le priorità di salvataggio dei beni e
individuare le informazioni necessarie per sostenere tali priorità. In effetti, è difficile
attribuire un valore in grado di recepire, per ogni bene, le differenti caratteristiche
valoriali che lo connotano come, ad esempio, il valore riconosciuto dalla collettività
che, non in tutti i casi, coincide col valore storico artistico del bene stesso.
All’analisi delle priorità si aggiunge anche la valutazione delle condizioni dei beni,
come la localizzazione, le dimensioni, la trasportabilità ecc., necessaria per capire

219
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

quali beni potranno essere salvati intraprendendo misure di mitigazione del danno
direttamente in loco.
Queste considerazioni portano a scelte che implicano punti di vista multidisciplinari,
in molti casi più astratte rispetto alla visione delle squadre dei VV.F..
I PLD, esplicitando le procedure di “salvataggio” dei beni, sono quindi utili proprio
per fornire le indicazioni necessarie ai soccorritori nella risposta alle emergenze; per
questo il piano dovrà essere necessariamente condiviso con i soccorritori.
Un esempio tratto dalla letteratura olandese48, riferito ai beni tutelati contenuti nelle
chiese, propone di individuare le priorità di allontanamento dei beni, utilizzando un
diagramma di flusso che permette di determinare il “maggior valore” di un bene ri-
spetto ad un altro, sulla base di criteri come la storia e l’età, la rilevanza nazionale o
locale, i valori soggettivi attribuiti dalla collettività ad un dato bene e il numero massi-
mo di beni da trarre in salvo.

48
Guidelines on Ways of Dealing with Religious Objects, Museum Catharijne convent, Utrecht, 2012.

220
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La procedura di allontanamento dei beni dovrà essere specificata nel piano, anche se
non sono state individuate le priorità di evacuazione (terza prescrizione (c)).
Su questo argomento, è interessante l’approccio riportato nella citata “Guida”49, che
propone di esaminare le seguenti condizioni prima di procedere alla pianificazione
delle azioni per la protezione dei beni:
 la minaccia per il bene tutelato è reale;
 le attuali misure in essere non sarebbero in grado di prevenire danni;
 è disponibile un luogo più sicuro per il ricovero del bene tutelato;
 è stata rilasciata l’autorizzazione formale all’evacuazione e al trasferimento dei beni;
 sono disponibili personale e risorse sufficienti per ricollocare i beni in pericolo.

La decisione di allontanare i beni dal luogo dell’emergenza in corso, se non attenta-


mente pianificata anche in base alle condizioni elencate sopra, potrebbe esporre i
beni tutelati a minacce nuove e impreviste.
La “Guida”, per sviluppare questa fase della pianificazione, indirizza anche alla valuta-
zione delle caratteristiche fisiche (materiale peso ecc.) del bene stesso.
Si osserva che, in generale, materiali organici come carta, legno, tessuto e ossa pos-
sono essere facilmente danneggiati da fuoco, prodotti della combustione e acqua
(l’uso dell’acqua come agente estinguente deve essere quindi valutato attentamente,
come indicato nella sesta prescrizione (f) di cui al punto 3 del par. V.[Link]).
Di contro, eventuali crolli o distacchi di elementi dell’edificio conseguenti all’incendio
possono causare danni ai beni realizzati con materiali inorganici come vetro, cerami-
ca, argilla ecc..
Per queste considerazioni dovrebbero essere individuati dal piano quei beni le cui
caratteristiche materiche ne rendono prioritario l’allontanamento.
Ad esempio, una scultura di materiale lapideo è meno vulnerabile all’incendio rispet-
to ad una lignea, che verrebbe distrutta in assenza di misure di allontanamento.

Oltre a quanto accennato sui materiali costituenti i beni tutelati, assumono rilievo
nelle procedure di allontanamento, anche le dimensioni e il peso del bene, in quanto
potrebbe non essere sufficiente il tempo per allontanare oggetti molto pesanti, ad
esempio mosaici, dipinti con cornici di grandi dimensioni; di conseguenza converrà
prevedere una protezione in situ (quinta prescrizione (e) di cui al punto 3 del par.
V.[Link]).
Nel prevedere l’allontanamento del bene deve, inoltre, essere individuato un per-
corso sicuro e fruibile, valutando le dimensioni dei passaggi, eventuali ingombri, le
larghezze delle porte di uscita, ecc.
Il posizionamento del bene potrebbe, infatti, essere soggetto a gravi limitazioni, per le
quali va attentamente valutata la possibilità di rimuoverlo e maneggiarlo.
Se ad esempio l’oggetto di maggior pregio è un lampadario irraggiungibile dal piano

49
© UNESCO and ICCROM, Endangered Heritage, Emergency Evacuation of Heritage Collections, 2016.

221
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

terra, sarà opportuno coinvolgere i VV.F., che potranno operare in sicurezza, sia per
il tempo necessario per accedervi sia valutando il pericolo di caduta, ad esempio, a
causa di un incendio nel sottotetto.

Una fase da non dimenticare nella redazione del PLD, una volta individuato il numero
e il tipo di beni che devono essere evacuati, riguarda gli eventuali luoghi di ricovero
(quarta prescrizione (d) di cui al punto 3 del par. V.[Link]).
La “Guida” citata precedentemente offre un elenco dei principali requisiti che do-
vrebbero caratterizzare un luogo sicuro destinato alla conservazione temporanea dei
beni che possono che essere verificati controllando le seguenti condizioni del locale
prescelto50:
 dimensioni sufficienti per ospitare il numero di beni che deve essere trasferito;
 non presenti infestazioni da parassiti o muffe;
 aerazione e assenza di umidità;
 protezione da furti o atti vandalici;
 accessibilità attraverso percorsi che consentano il trasporto in sicurezza dei beni;
 durata delle condizioni verificate nel tempo, nell’eventualità che la custodia tem-
poranea sia protratta nel tempo.

Infine, dopo aver elaborato il PLD, è necessario sperimentarlo attraverso opportune


esercitazioni, in quanto ogni pianificazione rischia di diventare uno strumento inat-
tuabile, quindi inutile, se non viene provato realmente.
Così anche il PLD dovrà essere provato con i soggetti chiamati ad attuarlo, coinvol-
gendo anche i soccorritori per un’ampia condivisione delle procedure.
Con l’esercitazione può essere testata l’effettiva conoscenza del piano, la sua com-
prensibilità e facilità attuativa.
Sicuramente è particolarmente dispendioso in termini di tempo attuare l’esercita-
zione in presenza, ma può essere efficacemente realizzata anche solo simulando a
tavolino l’emergenza e ripercorrendo tutte le fasi previste nel piano.
In conclusione, con il PLD si può fare molto per mitigare gli effetti di incendi distruttivi
e per ridurre il rischio di danni o perdite.

Purtroppo, la preparazione alle emergenze spesso non è in cima alla lista delle prio-
rità del responsabile di un’attività, fino a quando non lo diventa per un evento emer-
genziale, ma è troppo tardi.
Invece, una pianificazione ad hoc per la specifica attività permette con un ridotto im-
pegno progettuale di raggiungere risultati impagabili come quello di salvare un’opera
unica altrimenti distrutta.

In riferimento al caso studio in esame, si propone una possibile schematizzazione del PLD.

50
Si veda anche: Ministero della cultura, Direzione generale sicurezza del patrimonio culturale, “Linee guida per l’individuazione,
l’adeguamento, la progettazione e l’allestimento di depositi per il ricovero temporaneo di beni culturali mobili con annessi
laboratori di restauro”, 2021.

222
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Piano di Limitazione dei Danni


Piano di (PLD)
Limitazione dei Danni (PLD)
Il presente piano ha come obiettivo limitare o evitare, in caso di eventi emergenziali
Il
giàpresente piano
individuati ha come obiettivo
nell’ambito del DVR,limitare o evitare, in caso
il danneggiamento di eventi emergenziali
del patrimonio già
culturale pre-
individuati nell’ambito del DVR, il danneggiamento del patrimonio culturale presente
sente all’interno degli uffici della ASL e del centro psicosociale ubicati in un edificio
all’interno
sottopostodegli
essouffici della
stesso ASL e del centro psicosociale ubicati in un edificio sottoposto
a tutela.
esso stesso a tutela.
In particolare, il patrimonio è costituito da:
In particolare, il patrimonio è costituito da:
 documenti archivistici, collocati sia nel deposito del piano interrato che nell’archi-
•vio documenti
del piano terra;
archivistici, collocati sia nel deposito del piano interrato che
 un nell’archivio
importante registro
del pianoditerra;
epoca pre-unitaria conservato all’interno di una vetrina
unmobile
•di un importante registro di epoca
antico, nell’archivio pre-unitaria
del conservato all’interno di una vetrina
piano terra;
 benidi storico-artistici
un mobile antico, nell’archivio del piano
e specificatamente terra;
6 dipinti appesi alle pareti, 2 statue e una
• beni storico-artistici e specificatamente 6 dipinti appesi alle pareti, 2 statue e una
serie di monete antiche conservate all’interno di una teca blindata, su un sostegno
serie di monete antiche conservate all’interno di una teca blindata, su un
fissato al pavimento, nell’ufficio 10 (stanza del direttore) al primo piano.
sostegno fissato al pavimento, nell’ufficio 10 (stanza del direttore) al primo piano.

II soggetti
soggetti incaricati
incaricatidell'attuazione
dell'attuazionedelle
delleprocedure
procedure previste
previste nelnel Piano
Piano di Limitazione
di Limitazione dei
dei Danni (non facenti parte della squadra degli addetti antincendio)
Danni (non facenti parte della squadra degli addetti antincendio) sono: sono:

REFERENTI
Qualifica Ufficio di Riferimento
Funzione Nominativo
professionale appartenenza telefonico
347************
Responsabile dell’attività dott. ************ medico Servizio II
interno 265
Responsabile della movimentazione 335************
arch. ************ conservatrice Archivio
dei beni culturali interno 303
Ufficio del 347************
Consegnatario dell’immobile geom. ************* geometra
consegnatario interno 442
Ufficio 335************
Coordinatore interno dell’emergenza ing. ************* ingegnere
tecnico interno 354
addetta 347************
[Link] ************ Portineria
all'accoglienza interno 201
Componenti della
addetto alla Portineria 347************
Squadra Limitazione Danni sig. ************** vigilanza interno 201
SqLD
archivista Archivio 347************
[Link] *********** interno 312

II materiali
materiali e
e le
le attrezzature
attrezzature aa disposizione
disposizione della
della Squadra
Squadra Limitazione
Limitazione Danni
Danni (SqLD)
(SqLD) per
per
attuare le procedure di messa in sicurezza dei beni previste nel piano (movimentazione,
attuare le procedure di messa in sicurezza dei beni previste nel piano (movimentazio-
distacco, trasporto, protezione in loco, collocazione nei ricoveri temporanei) sono
ne, distacco, trasporto, protezione in loco, collocazione nei ricoveri temporanei) sono
collocate all’interno del deposito del piano interrato.
collocate all’interno del deposito del piano interrato.

L’ufficio incaricato dell’acquisizione, conservazione, manutenzione delle attrezzature


necessarie a mettere in atto le misure previste
221 nel PLD è l’ufficio del consegnatario.

L’arch. ************ responsabile della movimentazione dei beni culturali, è anche


coordinatrice della SqLD.

223
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nell’ambito della SqLD, la [Link] ************ curerà lo spostamento dei beni dal-
la loro collocazione ordinaria.
Trattandosi di beni agevolmente movimentabili, la squadra di limitazione dei danni,
coordinata dalla [Link] ************, procederà:
1. ad imballare i beni;
2. a compilare le schede di accompagnamento dei beni rimossi e ad attaccarle all’im-
ballaggio in modo evidente;
3. a collocare i beni all’interno delle apposite scatole e quindi sui carrelli;

Una volta collocati all’interno delle scatole e poste sui carrelli, il sig. ************
provvederà al trasporto dei beni al deposito temporaneo di sicurezza, verificando pre-
liminarmente che le scatole siano state collocate in modo stabile e sicuro sul carrello.

La messa in opera dei teli di protezione ignifughi sarà attuata dal sig. ************
e dalla [Link] ************ sotto le direttive della coordinatrice della SqLD arch.
************.

La coordinatrice della SqLD arch. ************ verificherà e sovraintenderà all’inte-


ra procedura di movimentazione e accoglierà i beni presso il deposito temporaneo,
compilando le ultime due colonne della scheda “Elenco dei beni e interventi di messa
in sicurezza”, in cui è specificato il luogo di ricollocazione dei beni, e collocando con
il supporto della [Link] ************ i beni sugli scaffali appositamente allestiti allo
scopo.

224
ELENCO DEI BENI E INTERVENTI DI MESSA IN SICUREZZA

Identificazione dei beni mobili


Operazioni di messa in
Tipologa
Identificazione (per gruppi si utilizzerà la sicurezza effettiva
Tipologia Dati dimennsionali (in centimetri) intervento
voce VARI)
(nessuno N,
Opera protezione in
isolata OI Descrizione/ loco PL,
ID.
N. Amovibile Serie S Descrizione
inventario/c Quantità Altezza/lunghe spostamento luogo di
Progr (A) Frammento Oggetto/Tipologi Soggetto/Tit fisica dei data di
atalogo/Seg N. Ingombro zza/ Peso interno alla sede collocazione
. F a delle unità di olo/Intitolaz supporti spostamento in
natura volumetrico larghezza/Diam (in kg) SI, sposatmento all'interno del
Inamovibile Archivio A conservazione ione contenuti nelle in deposito deposito esterno
etro deposito
(I) Raccolta A/R unità di esterno SE)
Serie SA conservazione
Parte P

Quadri appesi
1 ***** A OI 6 Dipinti Vari Medio 100 x 180 cm 40 Kg SI
alla parete

Statua in
2 ***** I OI 1 Statua Santa Chiara Grande 2000x100x100 120kg PL
marmo

Statua in
3 ***** I OI 1 Statua S. Fancesco Grande 2000x100x100 120kg PL
marmo

Archivio cartelle
4 ***** A A 50 Faldoni Medio 500x20x30 50 kg SI
sanitarie

Archivio
5 ****** A A 20 Faldoni Medio 200x20x30 20 kg SI
certificazioni

Registro
6 ***** A OI 1 Registro pazienti Piccolo 30x8x60 1 kg SI
cartaceo

Monete in teca
7 **** I S 5 Monete Medio 0,08 kg PL
blindata

Scheda “Elenco dei beni e interventi di messa in sicurezza”


SCHEDA “ELENCO DEI BENI E INTERVENTI DI MESSA IN SICUREZZA”

225
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

223
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La SqLD provvederà alla movimentazione, al trasporto, all’imballaggio e all’organizza-


zione della custodia temporanea dei beni, operando solo se sono garantite le condi-
zioni di sicurezza.
Il coordinatore interno dell’emergenza e gli operatori dei Vigili del Fuoco eventual-
mente intervenuti provvederanno a fornire alla SqLD tutte le indicazioni necessarie
per garantire le condizioni di sicurezza degli operatori.
I componenti della SqLD comunicheranno tra di loro, con il coordinatore della SqLD e
con il coordinatore interno dell’emergenza attraverso i telefoni cellulari di servizio la
cui copertura di rete è garantita dalla rete interna wi-fi
Il coordinatore interno dell’emergenza comunicherà con il medesimo telefonino an-
che con i soccorritori che intervengono nella gestione dell’emergenza.

Distribuzione dei beni di interesse culturale


Il patrimonio culturale è presente nei seguenti locali:
 piano interrato - deposito, in cui è presente la documentazione archivistica da
preservare;
 piano terra - archivio, in cui è presente ulteriore documentazione archivistica
di interesse culturale, collocata sugli scaffali e un importante registro, di epoca
preunitaria, collocato all’interno di una vetrina di un mobile d’epoca che fa parte
dell’arredo della stanza;
 piano primo - ufficio 10, in cui sono presenti 6 dipinti appesi alle pareti, 2 sta-
tue poste agli angoli della stanza e una serie di monete antiche, conservate all’in-
terno di una teca blindata solidarizzata ad un supporto prismatico di dimensioni
40x40x120 cm fissato al pavimento.

L’elenco di dettaglio del patrimonio è riportato nella scheda di seguito riportata.

Nella scheda viene riportata:


1. la localizzazione dei beni;
2. le dimensioni e la trasportabilità nei tempi e nelle condizioni operative consentite
dallo scenario emergenziale previsto;
3. la priorità di intervento che è funzione oltre che del valore culturale e strategico
dei beni anche della loro vulnerabilità nei confronti dell’evento e quindi delle ca-
ratteristiche materiche dei beni coinvolti. In relazione al rischio incendio, è stato
tenuto in considerazione che materiali organici come carta, legno, tessuti sono
maggiormente vulnerabili e quindi possono essere più facilmente danneggiati da
calore, fumi e acqua utilizzata per lo spegnimento, rispetto a materiali inorgani-
ci come vetro e ceramica che possono subire danni da crolli o distacchi causati
dall’incendio o comunque da temperature più elevate;
4. le attrezzature e i materiali necessari per attuare le misure di protezione dei beni.

226
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La valutazione delle priorità è stata effettuata con un approccio multidisciplinare, che


ha garantito il coinvolgimento di esperti di conservazione e restauro e dei tecnici che
hanno elaborato il progetto antincendio ed il piano di emergenza dell’insediamento,
con il coordinamento e la supervisione del responsabile dell’attività.

Le procedure di “salvaguardia” dei beni, ed in particolare le priorità di intervento,


sono state dettagliatamente rese note, nel corso di mirati sopralluoghi, ai soccorritori
impegnati nella gestione dell’emergenza, quindi ai VV.F. e alle squadre di emergenza
interne.

227
228
ELENCO DEI BENI E INTERVENTI DI MESSA IN SICUREZZA

Identificazione dei beni mobili


Tipologa Dati relativi alla movimentazione beni
Identificazione (per gruppi si utilizzerà la
Tipologia Dati dimennsionali (in centimetri) intervento
voce VARI)
(nessuno N,
Opera protezione in
isolata OI Descrizione/ loco PL,
ID.
N. Amovibile Serie S Descrizione Tipologia di
inventario/c Quantità Altezza/lunghe spostamento Tipologia
Progr (A) Frammento Oggetto/Tipologi Soggetto/Tit fisica dei Priorità di
atalogo/Seg N. Ingombro zza/ Peso interno alla sede materiale contenitori per il deposito di
. F a delle unità di olo/Intitolaz supporti trasporto destinazione spostamento
natura volumetrico larghezza/Diam (in kg) SI, sposatmento per
Inamovibile Archivio A conservazione ione contenuti nelle in deposito (cassette/scatol previsto (da 1 a 3)
etro imballaggio
(I) Raccolta A/R unità di esterno SE) e/…)
Serie SA conservazione
Parte P
Pluriball,
Quadri appesi
1 ***** A OI 6 Dipinti Vari Medio 100 x 180 cm 40 Kg SI tessuto/non 2
alla parete
tessuto/ funi

Statua in
2 ***** I OI 1 Statua Santa Chiara Grande 2000x100x100 120kg PL 3
marmo
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Statua in
3 ***** I OI 1 Statua S. Fancesco Grande 2000x100x100 120kg PL 3
marmo

Archivio cartelle
4 ***** A A 50 Faldoni Medio 500x20x30 50 kg SI cassette 2
sanitarie

Archivio
5 ****** A A 20 Faldoni Medio 200x20x30 20 kg SI cassette 2
certificazioni

Registro
6 ***** A OI 1 Registro pazienti Piccolo 30x8x60 1 kg SI Pluribol 1
cartaceo

Monete in teca
7 **** I S 5 Monete Medio 0,08 kg PL 2
blindata

Scheda “Elenco dei beni e interventi di messa in sicurezza”


SCHEDA “ELENCO DEI BENI E INTERVENTI DI MESSA IN SICUREZZA

226
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nelle planimetrie seguenti è riportata la distribuzione dei beni, suddivisi secondo le


diverse tipologie e i percorsi di sicurezza che conducono ai relativi ricoveri di ricollo-
camento delle opere, costituendo quindi essi stessi le vie di esodo per l’evacuazione
degli operatori.
Il percorso sicuro identificato nelle planimetrie è stato verificato in termini di idoneità
dei passaggi, tenendo conto delle dimensioni dei beni movimentati e delle attrezza-
ture necessarie e disponibili.
Nei suddetti schemi è riportata inoltre l’ubicazione dei materiali e delle attrezzature a
disposizione della SqLD per attuare le procedure di messa in sicurezza dei beni pre-
viste nel piano.

229
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

230
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

231
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Le suddette informazioni essendo indispensabili ad indirizzare l’intervento delle


squadre dei VV.F. chiamate ad intervenire in caso di emergenza nel modo più tempe-
stivo ed efficace possibili, saranno rese immediatamente disponibili dal coordinatore
interno dell’emergenza ai VV.F..

Procedure per la protezione in loco di beni inamovibili o difficilmente spostabili


Nell’Ufficio 10 sono presenti una teca blindata contenente alcune monete su base
fissata al pavimento e due statue le cui dimensioni e peso non consentono un loro
spostamento con mezzi a disposizione della struttura.
In caso di incendio, quindi, occorrerà proteggere le statue provvedendo a coprirle in
modo completo con i teli ignifughi conservati nell’armadio posto nel corridoio di ac-
cesso alla sala, utilizzando la scala conservata nel locale di servizio posto in adiacenza
alle scale.
Una volta posizionati i teli occorrerà garantire la sigillatura degli stessi attraverso le
fascette presenti nel kit dei teli.
La stessa procedura andrà adottata per la teca posta all’angolo destro della medesi-
ma stanza.
Per la protezione in loco delle statue occorrerà seguire le indicazioni del responsabile
della squadra di limitazione dei danni.

Procedure di movimentazione dei beni mobili


Il PLD è stato dimensionato prevalentemente in relazione al tempo disponibile per
le operazioni di messa in sicurezza. In ogni caso poiché l’evoluzione dello scenario
emergenziale potrebbe non consentire l’accesso e l’operatività in alcune zone, le pro-
cedure previste devono essere considerate in modo flessibile e potranno essere ag-
giornate, da parte del coordinatore, nel corso dell’emergenza stessa.
La procedura di allontanamento dei beni per le diverse tipologie di beni di seguito
riportata, specifica modalità, mezzi, attrezzature necessari per tutte le diverse fasi.

Materiale archivistico e registro


In considerazione del fatto che i beni archivistici e librari hanno una natura parti-
colarmente vulnerabile nei confronti di movimentazioni improprie, di seguito sono
riportate le principali istruzioni per la loro movimentazione al fine di garantirne la
sicurezza e preservare l'integrità e l’ordinamento dei beni stessi.
In particolare, per lo spostamento è necessario utilizzare contenitori rigidi e materiali
di protezione adeguati, mantenendo l'ordine originale e documentando ogni fase con
elenchi, schede, inventari e fotografie, e avviare tempestivamente i trattamenti con-
servativi necessari, monitorando costantemente le condizioni ambientali.
La movimentazione di beni archivistici e librari richiede un approccio metodico per
garantire la conservazione e prevenire ulteriori danni, soprattutto in situazioni di
emergenza come alluvioni, incendi, terremoti o atti vandalici.
Particolare attenzione andrà posta all’ordine delle collocazioni durante lo spostamen-
to, occorre mantenere l'ordine originale dei volumi e delle unità archivistiche durante

232
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

il trasferimento e nei luoghi sicuri e fare attenzione a non perdere alcun segno iden-
tificativo quali cartellini e faldoni.
Pertanto, è auspicabile la supervisione di un archivista o di un bibliotecario in tutte le
fasi della movimentazione. Per ogni spostamento dovrà essere redatta una lista, in cui il
materiale movimentato verrà individuato, con la maggiore accuratezza possibile, attra-
verso un codice identificativo univoco (ad es.: collocazione, segnatura d’archivio, ecc.).
Tale lista dovrà essere prodotta in doppia copia, di cui una seguirà il materiale all’in-
terno dei contenitori o carrelli, l’altra dovrà essere conservata nell’archivio o nella
biblioteca di provenienza.
Prima di maneggiare il materiale, lavare accuratamente le mani e asciugarle. Si con-
siglia l'uso di guanti in nitrile o vinile. Evitare i guanti in cotone o pelle che possono
trattenere sporco e danneggiare la carta o la legatura. L’uso dei guanti è necessario
anche per protezione individuale in caso di presenza di fango o muffe.
Per il prelevamento di beni librari e archivistici, volumi, registri e unità di conservazio-
ne di materiale archivistico (contenitori quali buste/faldoni/cartelle ecc.):
 estrarre i beni afferrando il dorso con una mano e sostenendo la base con l’altra.
Evitare di afferrare la cuffia o il capitello;
 se una unità è difficile da estrarre a causa della mancanza di spazio, spingere leg-
germente in avanti le unità contigue, mantenendole stabili, prima di estrarla;
 per volumi e contenitori di grande formato, usare entrambe le mani per sostenere
il peso. Non far strisciare i beni sugli scaffali.

Aprire i volumi/unità archivistiche solo se strettamente necessario alle operazioni di


identificazione e cercare di ridurre al minimo la loro apertura durante le fasi di trasporto.
Per il trasporto, utilizzare scatole di cartone o ceste di plastica rigida; riempire gli
spazi vuoti con materiali di imbottitura. Evitare di impiegare strumenti che a diretto
contatto possano danneggiare i beni come elastici, spaghi o post-it.
Per l’imballaggio avvolgere i materiali fragili o danneggiati con velina non acida chiusa
con fettucce di cotone e riporli in scatole di cartone acid-free. Evitare elastici o nastro
adesivo che potrebbero provocare ulteriori danni.
Nel caso di materiale bagnato o danneggiato dal fuoco la movimentazione andrà effettua-
ta da personale esperto appositamente sopraggiunto allo scopo.

Nel caso in cui i beni potrebbero essere mescolati a detriti o altri oggetti, è importante
preliminarmente separare i beni dal materiale di arredo danneggiato e verificare se
sono stati bagnati.
Nel caso di danneggiamento da azioni meccaniche (deformazioni):
 eseguire una pulizia meccanica dai detriti;
 imbustare i beni in sacchetti di plastica o inserirli in contenitori di plastica dura;
 appoggiare i beni sul dorso, non sul taglio frontale, e trasportarli in un deposito
temporaneo.

233
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Dipinti
Per la movimentazione dei dipinti, in considerazione della dimensione degli stessi e
del fatto che sono tutti e sei incorniciati e fissati a parete semplicemente con un gan-
cio fissato al muro con chiodi, gli stessi potranno essere rimossi da una sola persona
che avrà cura di sostenere il singolo quadro con una mano dal lato inferiore della
cornice e con una da uno dei due montanti verticali.

Nella scheda di individuazione dei beni sono state elencate le tipologie di materiali e
le attrezzature necessarie per lo spostamento dei beni; sono stati altresì evidenziati i
beni per i quali alcune operazioni di movimentazione risultano critiche ai fini della
conservazione dei beni stessi.
La decisione di attuare lo spostamento dei beni va sempre ben ponderata in relazio-
ne allo scenario emergenziale, tenendo conto che l’allontanamento dei beni, anche
se adeguatamente pianificato e/o attuato con personale formato, potrebbe esporli a
potenziali ulteriori danneggiamenti.
Nel caso di allagamento, per lo spostamento dei beni si potrà coinvolgere la Società
******* il cui riferimento telefonico del responsabile è ******* che eventualmente
potrà tempestivamente essere contattata dal Responsabile dell’attività al fine di sup-
portare le “azioni” previste, in assistenza alla SqLD ed ai VV.F.

Gli interventi effettuati in occasione di eventi incidentali dovranno essere registrati an-
che al fine di assicurare la tracciabilità dei beni spostati. A tale scopo occorre disporre
di un apposito report in cui siano riportate, a cura del coordinatore della SqLD, le
attività effettivamente messe in atto per ciascun bene.
La “Scheda di ricognizione dei beni” utilizzata per il censimento dei beni, è stata oppor-
tunamente integrata con ulteriori campi nella sezione “operazioni di messa in sicu-
rezza effettiva”, per essere utilmente impiegata anche per il tracciamento degli inter-
venti di spostamento dei beni.
Il report dovrà riportare la data di spostamento e la collocazione di ciascuno dei beni
movimentati nell’ambito del ricovero temporaneo.

Nella planimetria di seguito riportata, sono individuati con riferimenti univoci le diver-
se zone e gli arredi allestiti per collocare i beni spostati all’interno del locale di ricovero
temporaneo; nello specifico, per brevità, è rappresentata solamente l’Area ristoro e
non la Biblioteca comunale.
Tale planimetria sarà posta all’ingresso del locale in modo da consentire agli operatori
di individuare univocamente il posto in cui si collocano i beni.

234
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

235
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Ciascuno dei beni oggetto di allontanamento dovrà essere corredato da una scheda
identificativa, da apporre in modo sicuro ed evidente, sull’imballaggio predisposto
per poter movimentare il bene in sicurezza.
Tale scheda dovrà contenere un’efficace e univoca identificazione del bene compren-
siva, se disponibile, anche del suo numero di inventario e/o di schedatura, una sinte-
tica indicazione del suo stato di conservazione con particolare riferimento ad even-
tuale danneggiamento subito nel corso dell’evento incidentale considerato, il luogo
di collocazione all’atto della sua rimozione e il deposito temporaneo in cui viene rico-
verato.
A tal fine, sarà possibile utilizzare la “Scheda di accompagnamento dei beni mobili
rimossi” di seguito riportata.

236
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

SCHEDA ACCOMPAGNAMENTO BENI MOBILI RIMOSSI

C1

Data N. Progressivo [Link]

C2. COMPILATORE SCHEDA

Cognome Nome

Ente/Ufficio di appartenenza

tel e-mail

C3. LUOGO DI COLLOCAZIONE (CONTENITORE)

Denominazione

Proprietà

Utilizzatore

Specificazione

C4.1 LOCALIZZAZIONE GEOGRAFICO AMMINISTRATIVA UFFICIO

Regione

Provincia

Comune

Indirizzo n. civico

Località

Sezione censuaria N. complesso o aggregato N. edificio

C5- IDENTIFICAZIONE BENE SPOSTATO

Oggetto

Soggetto

Descrizione

Misure (cm)

C6-TIPOLOGIA

Amovibile(A) / Inamovibile (I)


Opera isolata OI - Serie S
Frammento F

STATO DI
CONSERVAZIONE
Buono B
Sufficiente S
Cattivo C
Pessimo P

INDICAZIONI/PRECAUZIONI PER L'APERTURA DELL'IMBALLO

237
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Luoghi di ricovero dei beni rimossi in caso di emergenza


In caso di emergenza riconducibile ad allagamenti (per esondazione dell’adiacen-
te canale o per alluvione generato da eventi piovosi straordinari) tutto il materiale
presente nell’archivio posto a piano terra e nel deposito del piano interrato andrà
trasportato al primo piano nello spazio individuato come “Area ristoro” che verrà, in
tempi rapidi riconvertita allo scopo anche grazie alle scaffalature già allestite preven-
tivamente allo scopo nel locale.
Nel caso di incendio il materiale archivistico e i dipinti, compatibilmente con le con-
dizioni di sicurezza definite dal coordinatore dell’emergenza, andranno spostati nella
sala consultazione dell’adiacente Biblioteca Civica del Palazzo Comunale.
I due locali individuati (sala lettura della Biblioteca comunale e locale “Area ristoro”
come luogo di ricovero di beni culturali, anche solo temporaneo, sono infatti stati
verificati in relazione a:
 dimensioni, che sono adeguate al numero di beni da trasferire;
 capacità portanti dei solai, che in relazione alla tipologia e quantità di beni da col-
locare sono risultati verificate;
 assenza di infestazioni da parassiti o muffe;
 sufficiente aerazione e mancanza di umidità;
 protezione contro furti e atti vandalici;
 accessibilità e verifica dimensionale dei percorsi e dei varchi per il trasporto sicuro
dei beni;
 condizioni termoigrometriche stabili nel tempo.

I luoghi di ricovero temporanei sono stati già allestiti e adeguatamente attrezzati per
accogliere i beni spostati.

Restrizioni nell'utilizzo di sostanze estinguenti


Nell’Ufficio 10 e nell’archivio è opportuno evitare, in caso di spegnimento di un even-
tuale principio di incendio, l'uso di acqua per minimizzare i danni che potrebbero
derivare ai beni presenti.
In ogni caso, una volta risolto l’evento emergenziale, occorre procedere al ripristino
dei locali interessati dall’uso delle sostanze estinguenti, asciugando l’acqua ancora
presente anche nelle zone adiacenti per ridurre la possibilità dello sviluppo futuro del-
la muffa ed eliminando anche l’aerosol eventualmente utilizzato per lo spegnimento.
L’intervento di ripristino dovrà essere effettuato da imprese specializzate e deve in-
cludere anche tutte le superfici e gli arredi presenti nella zona interessata.
Prima di prendere in considerazione la ricollocazione dei beni rimossi e messi in sicurez-
za nei depositi temporanei, bisognerà accertarsi che siano state preliminarmente effet-
tuate la riparazione dei danni (ad esempio sovrastrutture danneggiate, ecc.) e la pulizia
degli ambienti e che siano state rimosse le cause che hanno generato l’evento stesso
(es.: tubazioni rotte). In questa fase devono essere altresì controllati e ripristinati gli
impianti di servizio e di sicurezza (elettrico, antincendio, di sicurezza anticrimine, ecc.).

238
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Formazione
Al fine di garantire che tutti gli operatori coinvolti conoscano in dettaglio la dislocazio-
ne dei beni su cui dovrà intervenire e le procedure necessarie per la loro protezione
in situ e/o movimentazione, i luoghi di ricollocazione in sicurezza in relazione ai di-
versi scenari ipotizzati nel piano, l’ubicazione delle attrezzature necessarie saranno
previste una serie di attività formative ed esercitazioni annuali.
Una prima esercitazione vedrà coinvolta esclusivamente la SqLD ed una successiva
dovrà essere organizzata congiuntamente con la squadra di emergenza interna con
uno scenario che preveda anche l’evacuazione del personale.

239
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.6 CONTROLLO DELL’INCENDIO

CONTROLLO DELL’INCENDIO

S.6.1 Premessa

1. La presente misura antincendio ha come scopo l'individuazione dei presidi antincendio


da installare nell'attività per:
a. la protezione nei confronti di un principio di incendio;
b. la protezione manuale o automatica, finalizzata all’inibizione o al controllo dell’in-
cendio;
c. la protezione mediante completa estinzione di un incendio.
2. I presidi antincendio considerati sono gli estintori d’incendio ed i seguenti sistemi di
protezione attiva contro l’incendio, di seguito denominati impianti: la rete di idranti, gli
impianti manuali o automatici di inibizione controllo o di estinzione, ad acqua e ad altri
agenti estinguenti.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce agli ambiti dell’at-
tività (nello specifico, si ipotizza coincidano con i compartimenti) il livello di prestazione
III essendo già installata una rete idranti51.

(tab. S.6-1) = livello III

Livello di prestazione Descrizione

I Nessun requisito

II Estinzione di un principio di incendio

III Controllo o estinzione manuale dell’incendio

Inibizione, controllo o estinzione dell’incendio con sistemi automatici


IV
estesi a porzioni di attività

Inibizione, controllo o estinzione dell’incendio con sistemi automatici


V
estesi a tutta l’attività

51
Al netto della presenza pregressa della rete idranti, nell’attività in esame si sarebbe potuto attribuire il livello di prestazione
II; tuttavia, nell’ottica dello spirito olistico del Codice, occorre sempre considerare eventuali ripercussioni su altre misure
antincendio (es.: S.2) che potrebbe determinare la scelta di un livello di prestazione anziché un altro, per un’altra misura
antincendio (es.: tab. S.2.8).

240
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione II (vedi tab. S.6-2)

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

I Non ammesso nelle attività soggette.

Ambiti dove siano verificate tutte le seguenti condizioni:


 profili di rischio:
- Rvita compresi in A1, A2, B1, B2, Cii1, Cii2, Ciii1, Ciii2;
- Rbeni pari a 1, 2;
- Rambiente non significativo;
II  tutti i piani dell’attività situati a quota compresa tra -5 m e 32 m;
 carico di incendio specifico qf ≤ 600 MJ/m2;
 per compartimenti con qf > 200 MJ/m2: superficie lorda ≤ 4000 m2;
 per compartimenti con qf ≤ 200 MJ/m2: superficie lorda qualsiasi;
 non si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative;
 non si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio.

III Ambiti non ricompresi negli altri criteri di attribuzione.


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio nell’ambito e
in ambiti limitrofi della stessa attività (es. ambiti di attività con elevato
affollamento, ambiti di attività con geometria complessa o piani interrati,
IV
elevato carico di incendio specifico qf, presenza di sostanze o miscele
pericolose in quantità significative, presenza di lavorazioni pericolose ai
fini dell’incendio, …).

Su specifica richiesta del committente, previsti da capitolati tecnici di


V progetto, richiesti dalla autorità competente per costruzioni destinate
ad attività di particolare importanza, previsti da regola tecnica verticale.

Soluzione conforme
Il par. V.4.4.5 stabilisce, per quanto di interesse nel presente caso studio, che:
1. Le aree dell’attività devono essere dotate di misure di controllo dell’incendio (Cap.
S.6) secondo i livelli di prestazione previsti in tab. V.4-3.
2. Ai fini della eventuale applicazione della norma UNI 10779, devono essere adottati
i parametri riportati in tab.V.4-4.

Attività
Area
HA HB HC HD HE
TA, TM, TO, TT II III
TK III [1] IV
TZ Secondo risultanze della valutazione del rischio
[1] Livello di prestazione IV qualora ubicati a quota < -10 m o di superficie > 50 m2

Tabella v.4-3: Livelli di prestazione per controllo dell’incendio

241
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Attività Livello di pericolosità Protezione esterna Alimentazione idrica

OA 1 Singola [3]
Non richiesta
OB 2 [2] Singola
OC 3 [2] Si [1] Singola superiore
[1] Non richiesta per attività classificate HA
[2] Per le eventuali aree TK presenti nella attività classificate HA, è richiesto almeno il livello di
pericolosità 1
[3] È consentita alimentazione promiscua secondo UNI 10779

Tabella V.4-4: Parametri progettuali per rete idranti secondo UNI 10779 e caratteristiche minime alimentazione idrica UNI EN
12845

A tal riguardo, la RTV V.12, al par. V.12.5.5, fornisce ulteriori prescrizioni; più specifi-
catamente:
1. In considerazione della natura dell’edificio tutelato e delle misure aggiuntive previ-
ste nella presente RTV, nella determinazione del valore del carico di incendio spe-
cifico qf (tabella S.6-2), è ammesso non tenere conto del contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti.
2. La scelta degli agenti estinguenti deve essere effettuata secondo quanto previsto
al capitolo S.6 tenendo in considerazione anche la compatibilità degli stessi con i
beni tutelati presenti.

Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.6.4.5).

In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.6.4.2, inerente alle soluzioni conformi per il
livello di prestazione III:
 devono essere installati estintori d’incendio a protezione dell’intera attività, secon-
do le indicazioni del par. S.6.6;
 deve essere installata una rete idranti a protezione dell’intera attività, secondo le
indicazioni del par. S.6.8.

Inoltre, a valle delle risultanze della valutazione dei rischi, si prevede un sistema auto-
matico di inibizione, controllo o estinzione dell’incendio a protezione degli ambiti 1, 2
(piano interrato - cunicolo e deposito) e 6 (piano sottotetto – zone accessibili), secondo le
indicazioni del par. S.6.9 per sistemi sprinkler o altre tipologie impiantistiche.
Nei predetti ambiti, protetti con sistema automatico di inibizione, controllo o estin-
zione dell’incendio, essendo prevista esclusivamente presenza occasionale e di breve
durata di personale addetto non è necessario prevedere la RI (par. S.6.8.2).
Per le medesime motivazioni, si opta per l’impiego di un sistema automatico con estin-
guenti aerosol.

242
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Estintori
Per la scelta del tipo di estintori, soprattutto nelle aree TA, è necessario tener conto
degli effetti causati sugli occupanti dall’erogazione dell’agente estinguente e dalla ti-
pologia di materiale combustibile presente52.
L’estintore è un presidio di base complementare alle altre misure di protezione attiva
e di sicurezza in caso d’incendio.
La capacità estinguente di un estintore, determinata sperimentalmente, ne indica la
prestazione antincendio convenzionale.
L’impiego di un estintore è riferibile solo ad un principio d’incendio e l’entità della ca-
pacità estinguente ad esso associata fornisce un grado comparativo della semplicità
nelle operazioni di estinzione.
Per la protezione dell’intera attività, si prevede l’installazione di estintori, di tipo por-
tatile, disposti in posizione ben visibile e di agevole fruizione, lungo i percorsi d’esodo
e in prossimità delle uscite.

In base alle indicazioni dei parr. S.6.6.2 e V.12.5.5 (punto 2):


 Nei luoghi chiusi, nei confronti dei principi di incendio di classe A o classe B, è op-
portuno l’utilizzo di estintori a base d’acqua (estintori idrici), in quanto l’impiego di
estintori a polvere in luoghi chiusi causa, generalmente, un’improvvisa riduzione
della visibilità, che potrebbe compromettere l’orientamento degli occupanti du-
rante l’esodo in emergenza o altre operazioni di messa in sicurezza.
 Gli estintori devono essere sempre disponibili per l’uso immediato e devono essere
collocati in una posizione facilmente visibile e raggiungibile, lungo i percorsi di eso-
do in prossimità delle uscite dei locali, di piano o finali.

52
Si veda anche l’appendice A della norma UNI EN 16893:2018.

243
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 Le impugnature dei presidi manuali dovrebbero essere collocate ad una quota


pari a circa 110 cm dal piano di calpestio.
 Laddove sia necessario installare estintori efficaci per più classi di fuoco, è prefe-
ribile utilizzare estintori polivalenti.

Estintori di classe A
Dalla tab. S.6-5, in riferimento alle caratteristiche dell’attività in esame e ai profili Rvita
presenti, si ha:

Profilo di rischio Max distanza di Minima Minima


Rvita raggiungimento capacità estinguente carica nominale

A1, A2 40 m 13 A

A3, B1, B2, C1, C2,


30 m 21 A 6 litri o 6 kg
D1, D2, E1, E2

A4, B3, C3, E3 20 m 27 A

Tab. S.6-5 - Criteri per l'installazione degli estintori di classe A

Pertanto, con riferimento agli estintori di classe A, negli ambiti dell’attività dovranno
essere installati estintori idrici con capacità estinguente minima pari a 21A e carica
nominale minima pari a 6 l, rispettando la massima distanza di raggiungimento pari
a 30 m.

Estintori di classe B
Premesso che i materiali plastici che bruciando formano braci sono classificati fuochi
di classe A, e pertanto considerati al precedente punto, si ritiene che debba essere
estesa all’intera attività anche la protezione con estintori di classe B, in quanto non è
possibile escludere il rischio di incendio dovuto a materiale plastico liquefacibile.
A norma del punto 6 del par. S.[Link] occorrerà, pertanto, che gli estintori installati
per il principio di incendio di classe A secondo la tab. S.6-5 dovranno possedere cia-
scuno anche una capacità estinguente non inferiore alla classe 89 B.

Estintori per altri fuochi o per rischi specifici


Saranno installati, in prossimità dei quadri elettrici di piano, estintori a CO2 conformi
alla norma UNI EN 3-7, idonei ad operare su impianti ed apparecchiature elettriche
sino a 1000 V e distanza di 1 m.

In definitiva, dovranno essere installati estintori idrici con capacità estinguente mini-
ma pari a 21A 89B, anch'essi idonei ad essere utilizzati su apparecchiature in tensione
sino a 1000 V e distanza di 1 m con carica nominale minima pari a 6 l ed estintori a
CO2, opportunamente segnalati grazie ad appositi segnali UNI EN ISO 7010, secondo

244
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

la disposizione riportata nelle planimetrie seguenti.

Rete di idranti
Come detto, è già presente una rete idranti53 all’interno dell’attività rispondente, a
seguito di apposita verifica, alla norma UNI 10779.

Ai fini dell’applicazione della norma UNI 10779 per le reti idranti ordinarie, si adottano
i parametri riportati al punto 2 del par. V.4.4.5 (tab. V.4-4):
a. protezione interna;
b. livello di pericolosità 1;
c. alimentazione singola secondo UNI EN 12845.

In caso di alimentazione singola con livello di pericolosità 1, è ammessa alimentazione


idrica di tipo promiscuo.

Gli idranti a muro UNI 45, correttamente corredati54, dovranno essere:


 distribuiti in modo da consentire l'intervento in tutte le aree dell'attività55;
 dislocati in posizione facilmente accessibile e visibile mediante l’ausilio di appositi
cartelli segnalatori che ne agevolino l'individuazione a distanza.

53
Laddove l’impianto non fosse già stato presente, sarebbe stato opportuno prevedere dei naspi anziché degli idranti.
54
Prevista dotazione conforme alla norma UNI 671-2.
55
Per la completa copertura delle aree da proteggere saranno previste tubazioni da 25 m.

245
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Prospetto B.1 della norma UNI 10779

I criteri di dimensionamento degli impianti dovranno rispettare il livello di pericolosi-


tà 1, pertanto le prestazioni idrauliche richieste dalla rete idranti dovranno verificare
le seguenti condizioni per gli idranti contemporaneamente operativi considerati:
 2 idranti UNI 45 con 120 litri/min e pressione residua ≥ 2 bar;
 durata alimentazione ≥ 30 min.

In definitiva, dovranno prevedersi idranti a muro UNI 45, muniti di dotazione con-
forme alla norma UNI 671-2; la distribuzione degli idranti, collocati in ciascun piano
dell’attività, in posizione facilmente accessibile e visibile, dovrà garantire la possibilità
di intervento in tutte le aree della stessa.
La distanza massima, intesa come poligonale di segmenti che connettono più punti,
dall’idrante a ogni punto dell'area protetta, dovrà essere pari a 20 m.
Tali idranti dovranno essere posizionati vicino alle uscite di emergenza o lungo le vie
d’esodo, in modo tale però da non ostacolare l’esodo.
Nel caso di porte tagliafuoco EI gli idranti saranno posizionati su entrambi i lati e. nel
caso di filtri a prova di fumo, su entrambi i comparti collegati dal filtro.
Non è prevista la protezione esterna.

L’alimentazione idrica sarà di tipo singola, come definita dalla norma UNI EN 12845
(ammessa alimentazione idrica di tipo promiscuo).

246
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Verifica della riserva idrica minima


L’alimentazione della rete antincendio sarà fornita da una riserva idrica adiacente al
locale pompe antincendio ubicato al piano interrato, con accesso esclusivo dall’ester-
no e separato rispetto al resto dell’edificio.
Nel locale pompe antincendio, realizzato in conformità alla norma 11292 (Locali desti-
nati ad ospitare gruppi di pompaggio per impianti antincendio - Caratteristiche costruttive
e funzionali), saranno installati le elettropompe (alimentate da linea preferenziale de-
dicata) e il gruppo motopompa.

247
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Per ulteriori approfondimenti circa il calcolo della riserva idrica necessaria, si rimanda
alla pubblicazione, della precedente Collana, “La protezione attiva antincendio”.

Esempio installazione impianto di pressurizzazione e riserva idrica - norma UNI 11292

Sistemi automatici di inibizione, controllo o estinzione dell’incendio


Impianti di spegnimento con estinguenti di tipo aerosol
Gli impianti di spegnimento con estinguenti aerosol (EA), generalmente a base di sali
di potassio, consistono in un sistema di particelle solide o liquide, finemente suddivi-
se, sospese in ambiente gassoso generate tramite un processo di combustione di un
composto solido.
Il composto aerosol è contenuto entro dispositivi (generatori) che lo creano, una volta
attivati, attraverso un processo di combustione.
Una peculiarità di tali impianti di spegnimento è rappresentata dal fatto che non ne-
cessitano di batterie di bombole e nemmeno di ugelli erogatori, avvenendo l’attiva-
zione mediante un dispositivo termico.
Lo spegnimento avviene attraverso saturazione dell'ambiente e, pertanto, la capacità
estinguente viene calcolata sul volume da proteggere.
Trattasi di sistemi utilizzabili su fuochi di classe A e B, i cui componenti devono avere
prestazioni in linea con la norma UNI EN 15276-1:2019, asserviti all’IRAI e muniti di
centralina di gestione spegnimento.

248
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Disposizione dei presidi antincendio - piano interrato

249
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Disposizione dei presidi antincendio - piano terra

250
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Disposizione dei presidi antincendio - piano intermedio

251
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Disposizione dei presidi antincendio - piano primo

252
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Disposizione dei presidi antincendio - piano sottotetto

253
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.7 RIVELAZIONE ED ALLARME

RIVELAZIONE ED ALLARME

S.7.1 Premessa

1. Gli impianti di rivelazione incendio e segnalazione allarme incendi (IRAI) sono realizzati con
l’obiettivo di sorvegliare gli ambiti di una attività, rivelare precocemente un incendio e
diffondere l’allarme al fine di:
a. attivare le misure protettive (es. impianti automatici di inibizione, controllo o estin-
zione, ripristino della compartimentazione, evacuazione di fumi e calore, controllo o
arresto di impianti tecnologici di servizio e di processo, …);
b. attivare le misure gestionali (es. piano e procedure di emergenza e di esodo, …) pro-
gettate e programmate in relazione all’incendio rivelato ed all’ambito ove tale princi-
pio di incendio si è sviluppato rispetto all’intera attività sorvegliata.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce agli ambiti dell’at-
tività (nello specifico, si ipotizza un unico ambito coincidente con l’intera attività) il livello
di prestazione IV56.

(tab. S.7-1) = livello IV

Livello di prestazione Descrizione

Rivelazione e diffusione dell’allarme di incendio mediante sorveglianza


I
degli ambiti da parte degli occupanti dell’attività.

Rivelazione dell’allarme di incendio mediante sorveglianza degli ambiti da


II
parte degli occupanti dell’attività e conseguente diffusione dell’allarme.

Rivelazione automatica dell’incendio e diffusione dell’allarme mediante


III
sorveglianza di ambiti dell’attività.

Rivelazione automatica dell’incendio e diffusione dell’allarme mediante


IV
sorveglianza dell’intera attività.

56
Vedi prescrizioni della RTV V.12 al par. V.12.5.6.

254
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione IV (vedi tab. S.7-2)

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

Ambiti dove siano verificate tutte le seguenti condizioni:


 profili di rischio:
- Rvita compresi in A1, A2;
- Rbeni pari a 1, 2;
- Rambiente non significativo;
 attività non aperta al pubblico;
 densità di affollamento ≤ 0,2 persone/m2;
I
 non prevalentemente destinata ad occupanti con disabilità;
 tutti i piani dell’attività situati a quota compresa tra -5 m e 12 m;
 carico di incendio specifico qf ≤ 600 MJ/m2;
 superficie lorda di ciascun compartimento ≤ 4000 m2;
 non si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative;
 non si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio.

Ambiti dove siano verificate tutte le seguenti condizioni:


 profili di rischio:
- Rvita compresi in A1, A2, B1, B2;
- Rbeni pari a 1, 2;
- Rambiente non significativo;
II  densità di affollamento ≤ 0,7 persone/m2;
 tutti i piani dell’attività situati a quota compresa tra -10 m e 54 m;
 carico di incendio specifico qf ≤ 600 MJ/m2;
 non si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative;
 non si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio.

III Ambiti non ricompresi negli altri criteri di attribuzione.


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio nell’ambito e
in ambiti limitrofi della stessa attività (es. ambiti o attività con elevato
affollamento, ambiti o attività con geometria complessa o piani interrati,
IV
elevato carico di incendio specifico qf, presenza di sostanze o miscele
pericolose in quantità significative, presenza di lavorazioni pericolose ai
fini dell’incendio, presenza di inneschi significativi,…).

Soluzione conforme
A tal riguardo, la RTV V.12, al par. V.12.5.6, fornisce ulteriori prescrizioni:
1. L’attività deve essere dotata di misure di rivelazione ed allarme (capitolo S.7) di
livello di prestazione IV.

Pertanto, le corrispondenti previsioni di cui al par. V.4.4.6 risultano superate.


Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.7.4.5).

255
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.7.4.4, inerente le soluzioni conformi per il
livello di prestazione IV, deve essere installato un IRAI progettato secondo le indica-
zioni del par. S.7.5, implementando la funzione principale D (segnalazione manuale
di incendio da parte degli occupanti), la funzione principale C (allarme incendio) e la
funzione principale A (rivelazione automatica dell’incendio).
Tutte le funzioni sono estese a tutta l'attività.

Devono essere previste le funzioni secondarie per consentire:


a. il controllo e l’avvio automatico di sistemi di protezione attiva, compresi i siste-
mi di chiusura dei varchi nella compartimentazione (es.: chiusura delle serran-
de tagliafuoco, sgancio delle porte tagliafuoco, ecc.);
b. il controllo e l’arresto degli impianti tecnologici, di servizio o di processo non
destinati a funzionare in caso di incendio.

In esito alle risultanze della valutazione del rischio, in attività con affollamenti elevati
o geometrie complesse, può essere prevista l’installazione di un sistema EVAC secon-
do le indicazioni del par. S.7.6.
Nello specifico, si considera soluzione conforme l’installazione di un sistema di diffusio-
ne dei messaggi di emergenza ad altoparlante EVAC, progettato ed installato secondo
la norma UNI ISO 7240-19 oppure UNI CEN/TS 54-32 (vedi par. S.7.6). La categoria del
sistema EVAC da installare nell’attività, tenuto conto del livello di prestazione della
GSA (Cap. S.5), vedi tab. S.7-7, sarà la 4.

Dovranno inoltre essere soddisfatte le prescrizioni aggiuntive indicate nella seguente


tab. S.7-3, ove pertinenti, secondo valutazione del rischio d’incendio:

256
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Funzioni minime degli IRAI Funzioni di


Livello di Aree Funzioni di
Funzioni Funzioni evacuazione
prestazione sorvegliate impianti [1]
principali secondarie ed allarme

I - [2] [3] [4]


II - B, D, L, C - [9] [4]
E, F [5],
III [12] A, B, D, L, C [9] [4] o [11]
G, H, N [6]
E, F [5],
IV Tutte A, B, D, L, C G, H, M [7], [9] o [10] [11]
N, O [8]
[1] Funzioni di avvio protezione attiva ed arresto o controllo di altri impianti o sistemi.
[2] Non sono previste funzioni, la rivelazione e l’allarme sono demandate agli occupanti.
[3] L’allarme è trasmesso tramite segnali convenzionali codificati nelle procedure di emergenza (es.
a voce, suono di campana, accensione di segnali luminosi, …) comunque percepibili da parte degli
occupanti.
[4] Demandate a procedure operative nella pianificazione d’emergenza.
[5] Funzioni E ed F previste solo quando è necessario trasmettere e ricevere l’allarme incendio.
[6] Funzioni G, H ed N non previste ove l’avvio dei sistemi di protezione attiva e controllo o arresto
altri impianti sia demandato a procedure operative nella pianificazione d’emergenza.
[7] Funzione M prevista solo se richiesta l’installazione di un EVAC.
[8] Funzione O prevista solo in attività dove si prevedono applicazioni domotiche (building
automation).
[9] Con dispositivi di diffusione visuale e sonora o altri dispositivi adeguati alle capacità percettive
degli occupanti ed alle condizioni ambientali (es. segnalazione di allarme ottica, a vibrazione, …).
[10] Per elevati affollamenti, geometrie complesse, può essere previsto un sistema EVAC secondo
norma UNI ISO 7240-19.
[11] Automatiche su comando della centrale o mediante centrali autonome di azionamento (asservite
alla centrale master), richiede le funzioni secondarie E, F, G, H ed N della EN 54-1.
[12] Spazi comuni, vie d’esodo (anche facenti parte di sistema d’esodo comune) e spazi limitrofi,
compartimenti con profili di rischio Rvita in Cii1, Cii2, Cii3, Ciii1, Ciii2, Ciii3, D1 e D2, aree dei beni da
proteggere, aree a rischio specifico.

257
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

In riferimento al par. S.7.5, si riportano le indicazioni da seguire per la corretta pro-


gettazione degli IRAI.

S.7.5 Impianti di rivelazione ed allarme incendio

1. Gli impianti di rivelazione ed allarme incendio (IRAI) progettati ed installati secondo


la norma UNI 9795 sono considerati soluzione conforme. Le soluzioni conformi
sono descritte in relazione alle funzioni principali e secondarie descritte nella
norma UNI EN 54-1 e riportate nelle tabelle S.7-5 e S.7-6.
2. Per la corretta progettazione, installazione ed esercizio di un IRAI deve essere
prevista, in conformità alla vigente regolamentazione e alle norme adottate
dall’ente di normazione nazionale, la verifica della compatibilità e della corretta
interconnessione dei componenti, compresa la specifica sequenza operativa delle
funzioni da svolgere. I componenti degli IRAI verificati secondo la norma UNI EN
54-13 sono considerati soluzione conforme.
3. Per consentire a tutti gli occupanti, anche a quelli che impiegano ausili di mo-
vimento, di inviare l’allarme d’incendio, i pulsanti manuali della funzione D do-
vrebbero essere collocati ad una quota pari a circa 110 cm dal piano di calpestio.

Nota Qualora i pulsanti manuali d’allarme incendio non siano adeguati alle specifiche
necessità degli occupanti, si può ricorrere anche a sistemi prensili (es. interruttori a
corda pendenti da soffitto o pareti, …).

4. La comunicazione dell’allarme con la funzione principale C deve essere veicolata


attraverso modalità multisensoriali, cioè, percepibili dai vari sensi (almeno due),
a seconda della condizione degli occupanti cui è diretta, per ottenerne una par-
tecipazione collaborativa adeguata alla situazione di emergenza.

Nota Per adattarsi alle esigenze degli occupanti, possono essere utilizzati differenti
dispositivi quali pannelli visivi, cercapersone di nuova generazione (es. wi-fi paging
systems, …), apparecchi vibranti (es. sveglie interconnesse sulle postazioni di lavoro,
vibrazioni su smartphone individuali o segnali sonori entro bande di frequenza
specificatamente selezionate, …).

5. I segnali acustici di pre-allarme, ove previsto dalla GSA, e di allarme incendio della
funzione principale C dovrebbero avere caratteristiche rispondenti alla norma
UNI 11744.

258
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Sistema di rivelazione e allarme incendio: funzioni e apparecchiature associate (EN 54-1)

Funzioni principali degli IRAI secondo EN 54-1 e UNI 9795 (tab. S.7-5)
A, Rivelazione automatica dell’incendio
B, Funzione di controllo e segnalazione
D, Funzione di segnalazione manuale
L, Funzione di alimentazione
C, Funzione di allarme incendio

Funzioni secondarie degli IRAI secondo EN 54-1 e UNI 9795 (tab. S.7-6)
E, Funzione di trasmissione dell’allarme incendio
F, Funzione di ricezione dell’allarme incendio
G, Funzione di comando del sistema o attrezzatura di protezione contro l’incendio
H, Sistema o impianto automatico di protezione contro l’incendio
J, Funzione di trasmissione dei segnali di guasto
K, Funzione di ricezione dei segnali di guasto
M, Funzione di controllo e segnalazione degli allarmi vocali
N, Funzione di ingresso e uscita ausiliaria
O, Funzione di gestione ausiliaria (building management)
P, Funzione di allarme incendio (altoparlanti)

L'IRAI implementerà le seguenti funzioni:

Aree sorvegliate
Tutte le aree dell’attività saranno protette da IRAI.

Funzioni principali
A: Rivelazione automatica dell’incendio; l’impianto sarà di tipo automatico con
l’installazione di rivelatori ottici lineari di fumo.

259
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

B: Funzione di controllo e segnalazione estesa a tutti gli ambienti delle attività, di


tipo automatico.
D: Funzione di segnalazione manuale estesa a tutti gli ambienti delle attività, di
tipo manuale demandata agli occupanti.
L: Funzione di alimentazione estesa a tutti gli ambienti delle attività.
C: Funzione di allarme incendio estesa a tutti gli ambienti delle attività, con dispositivi
ottici-acustici.

Funzioni secondarie
Saranno inoltre previste le funzioni secondarie E, F, G, H, J, K, M, N, O, P, che permet-
teranno:
 il controllo e l’avvio automatico dei sistemi di protezione attiva, compresi i sistemi
di chiusura dei varchi della compartimentazione;
 il controllo e l’arresto di quegli impianti tecnologici o di servizio per i quali è previ-
sto il mancato funzionamento in caso di incendio;
 la trasmissione e la ricezione dei segnali di guasto.

Segue una descrizione schematica delle specifiche tecniche dell’IRAI, che è parte inte-
grante della più estesa e dettagliata specifica tecnica dell'impianto (non illustrata, per
brevità di trattazione, esulando dagli scopi della presente pubblicazione).
L’IRAI sarà progettato ed installato secondo la norma UNI 9795 e i componenti verifi-
cati secondo la norma UNI EN 54-13.
Tutte le aree dell'attività saranno protette da impianto di segnalazione ed allarme
incendio di tipo automatico.
L'impianto IRAI sarà dotato di:
 pulsanti manuali di allarme lungo le vie d’esodo principali;
 dispositivi di allarme ottici ed acustici (pannelli ottico acustici);
 rivelatori ottici lineari di fumo;
 rivelatori puntiformi di tipo ottico indirizzabili;
 centrale di controllo con ricezione e invio dei segnali di allarme;
 sistema EVAC.

L’attività sarà dotata di un sistema di allarme in grado di avvertire gli occupanti re-
lativamente alle condizioni di pericolo causate dall’incendio, allo scopo di iniziare le
procedure di emergenza e le operazioni di evacuazione.
La diffusione degli allarmi nei vari ambiti dell’attività avverrà mediante l’attivazione
dei pannelli ottico acustici installati ai piani.
La procedura di diffusione dei segnali di allarme dovrà costituire parte integrante del
piano di emergenza.

260
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Pulsanti di segnalazione manuale d’incendio


I pulsanti di segnalazione manuale dovranno essere installati in conformità al proget-
to esecutivo e collegati al bus comprendente i rilevatori d’incendio.
L’installazione dovrà essere eseguita in modo tale che l’altezza del pulsante sia a circa
1,20 m dal pavimento, in posizione protetta da eventuali urti e danneggiamenti.
La posizione d’installazione dovrà essere inoltre vicina alle uscite di emergenza e ogni
zona dell’edificio dovrà essere coperta dalla presenza di almeno un pulsante, comun-
que in conformità alla norma UNI 9795.

Pannelli ottico acustici


Ciascun elemento dell’IRAI, rivelatore e/o pulsante di allarme manuale, attiverà (al
primo allarme) almeno un pannello ottico acustico posto nell’ambiente da sorveglia-
re, oltre alla trasmissione del segnale di allarme all’eventuale combinatore telefonico
per la segnalazione remota.
Le prestazioni audio saranno conformi alla norma EN 54-3, mentre le prestazioni di
allarme video (VAD, Visual Alarm Device) saranno conformi alla norma EN 54-23.
Il comando di ogni singolo pannello dovrà essere eseguito da un modulo dedicato;
questo sarà collegato al loop tramite il cavo bus, con collegamento tale da garantire il
costante controllo della linea, come richiesto dalle norme EN 54-2.

Rivelatori ottici lineari di fumo


I rivelatori ottici lineari di fumo sono costituiti da un trasmettitore-ricevitore, alloggia-
ti nel medesimo involucro, e da un’unità riflettente, a norma UNI EN 54-12.
Il trasmettitore invia, con frequenze ed intensità determinate, un raggio di luce infra-
rossa al ricevitore, che ne misura l’intensità; laddove il raggio ricevuto venga oscurato
dalla presenza di fumo, il sensore del ricevitore, rimanendo colpito da un’intensità
inferiore alla soglia prestabilita, genera un segnale di allarme.
Tali rivelatori saranno progettati e installati ai sensi della norma UNI 9795.

261
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La segnalazione di allarme proveniente da uno qualsiasi dei rivelatori installati deter-


mina una segnalazione ottica ed acustica di allarme incendio nella centrale di con-
trollo, ubicata nel CGE al piano terra e costantemente presidiato durante le ore di
apertura dell’attività.

Rivelatori di fumo puntiformi


I rivelatori puntiformi saranno di tipo ottico indirizzabili, a norma UNI EN 54-7; idonei
alle caratteristiche degli ambienti da sorvegliare.
I sistemi indirizzati consentono, infatti, la puntuale individuazione di un principio di
incendio.
I rivelatori di fumo puntiformi saranno installati ai sensi della norma UNI 9795.

Centrale di controllo
Nella centrale di controllo perverranno i seguenti allarmi, cui è demandato il compito di:
 segnalare la rivelazione di incendio, per il tramite di rivelatore e/o pulsante di al-
larme manuale;
 attivare i pannelli ottico acustici e le sirene di allarme incendio situate nei piani e
nei compartimenti dell’edificio;
 avviare i sistemi di protezione attiva, compresi i sistemi di chiusura dei varchi della
compartimentazione;
 arrestare gli impianti tecnologici o di servizio per i quali è previsto il mancato fun-
zionamento in caso di incendio;
 spegnere l’unità di trattamento dell’aria.

La centrale di controllo attiverà un sistema di segnalazione ottico acustica nei piani


per avviare la procedura di evacuazione ed allertare gli addetti antincendio, al fine di
diminuire il tempo di evacuazione.
La centrale sarà completa di batterie per un'alimentazione di riserva di 24 h dei rivela-
tori e di almeno 60 min delle segnalazioni di allarme incendio (pannelli ottico acustici,
sirene, ecc.).
Il par. S.10.2, in ogni caso, stabilisce che l’autonomia debba essere comunque con-
grua con il tempo disponibile per l’esodo dall’attività.
La centrale di controllo sarà interfacciata con un combinatore telefonico per la segna-
lazione dell’incendio e di eventuali guasti dell’impianto di rilevazione incendi ad una
o più stazioni ricevitrici, in modo da poter sorvegliare l’attività anche durante gli orari
di chiusura.
Quando la centrale non è sotto costante controllo in loco da parte del personale ad-
detto, deve essere previsto un sistema di trasmissione tramite il quale le segnalazioni
di allarmi di incendio e di guasto sono trasferiti ad una o più centrali di ricezione allar-
mi e intervento e/o luoghi presidiati, dalle quali gli addetti possano dare inizio in ogni
momento e con tempestività alle necessarie misure di intervento.

262
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Segnali e allarmi
Nell’ambito della Gestione della Sicurezza Antincendio (GSA), è fondamentale garan-
tire un'efficace gestione sia delle segnalazioni in fase di esercizio che degli allarmi in
caso di emergenza.
In particolare, in un edificio storico, i segnali e gli allarmi generati dall’impianto devo-
no essere trasmessi tempestivamente alla centrale di controllo e, se previsto, inoltrati
anche in remoto ai dispositivi mobili del responsabile dell’attività e/o degli addetti
antincendio, in conformità a quanto prescritto dalla norma UNI 9795, assicurando
così un rapido intervento e la tutela del patrimonio storico e delle persone presenti

Batterie
Il tempo di autonomia in stand-by dell’impianto sarà di 24 ore.
L’alimentazione di sicurezza assicura in ogni caso anche il contemporaneo funziona-
mento di tutti i segnalatori di allarme per almeno 60 min a partire dalla emissione
degli allarmi.
In merito all'autonomia minima e all'interruzione dell'alimentazione elettrica di sicu-
rezza, vedasi l'osservazione precedente.
Tutti i presidi antincendio dovranno essere indicati da segnaletica di sicurezza UNI EN
ISO 7010 (pannelli riflettenti retroilluminati), vedi par. S.7.7.

Il sistema EVAC
Un impianto di diffusione sonora “fire alarm”, denominato EVAC (Emergency Voice
Alarm Communication), utilizza la messaggistica sonora a scopo di emergenza, diffon-
dendo messaggi tramite altoparlanti opportunamente dislocati nelle aree da proteg-
gere.
Tale sistema, che può essere azionato automaticamente o manualmente, diffonden-
do messaggi preregistrati o direttamente da parte di un addetto, costituisce un im-
pianto di protezione attiva contro l’incendio finalizzato a fornire preziose informazio-
ni in caso di evacuazione.
Si segnala, in ogni caso, che le procedure di diffusione dei segnali di allarme devono
essere regolamentate nel piano di emergenza.
Conseguentemente, il sistema EVAC con allarme evacuazione potrà rivelarsi di gran-
de utilità in situazioni di emergenza, specialmente in presenza di elevati affollamenti,
con occupanti non preparati e/o con disabilità.
Il Codice, infatti, descrive al punto G.1.14.11 il sistema EVAC come “impianto destinato

263
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

principalmente a diffondere informazioni vocali per la salvaguardia della vita durante


un’emergenza”.

Caratteristiche tecniche del sistema EVAC


Il sistema EVAC segue i medesimi criteri progettuali di un IRAI, ossia la presenza di
un’alimentazione di sicurezza, in caso di interruzione di quella primaria, idonea a ga-
rantire un’autonomia minima prevista dalla normativa (che, comunque, deve essere
congrua con il tempo disponibile per l’esodo dall’attività, vedi tab. S.10-2).
I collegamenti tra gli equipaggiamenti devono presentare una resistenza al fuoco per
un tempo non inferiore all’autonomia garantita dall’alimentazione di riserva.
I messaggi diffusi dal sistema EVAC devono essere facilmente udibili dagli occupanti
ed essere caratterizzati da un’ottima intellegibilità del parlato, considerata la situazio-
ne di emergenza nella quale vengono trasmessi.

Impianti EVAC - la normativa richiamata dal Codice


I sistemi EVAC rientrano nella norma UNI 9795, essendo richiamati al punto 4.2 (Compo-
nenti) la funzione M (Funzione di controllo e segnalazione degli allarmi vocali), la funzione
C (Funzione di allarme incendio) e la funzione P (Funzione di allarme incendio, altoparlanti).
La norma citata prevede la possibilità di utilizzare il sistema EVAC, sia in combinazione
ad integrazione dei dispositivi di tipo sonoro sia in loro vece, ponendo attenzione sul
fatto che il sistema di allarme sonoro non interferisca con l’intellegibilità del messag-
gio vocale (nel caso di attivazione del sistema vocale devono cessare le segnalazioni
acustiche, mentre è ammessa la prosecuzione delle segnalazioni ottiche).
Per la realizzazione di tali sistemi si devono utilizzare componenti conformi alle UNI
EN 54-4, UNI EN 54-16 e UNI EN 54-24.
Per quanto concerne i criteri per la progettazione, installazione, messa in servizio,
manutenzione ed esercizio dei sistemi di allarme vocale per scopi d’emergenza antin-
cendio, si deve fare riferimento alla UNI ISO 7240-19 o alla UNI CEN TS 54-32.
Il sistema di segnalazione di allarme deve essere concepito in modo da evitare l’insor-
genza di ulteriore confusione.
Criteri di buona tecnica prevedono che, alla rivelazione di un allarme, il sistema EVAC
disabiliti immediatamente trasmissioni di musica o di annunci generici e diffonda i
messaggi attinenti all’emergenza, pianificati in precedenza o “live”, che devono essere
chiari, coincisi ed inequivoci.
Risulta scontato che, durante l'annuncio dei messaggi vocali dell'EVAC, gli allarmi so-
nori dell'IRAI (funzione C EN 54-3) risultino disattivati.

I componenti del sistema EVAC


I principali componenti sono:
 centrale, generalmente armadio rack a pavimento contenente i componenti per
generare i messaggi, modulo Ups per l’alimentazione di riserva, microfono di
emergenza, ecc.;

264
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 base microfonica, in grado di inoltrare i messaggi vocali a singole zone ovvero a


più zone contemporaneamente;
 diffusori (altoparlanti) a parete o ad incasso;
 cavi di collegamento resistenti al fuoco secondo la norma CEI 20-105.

La norma UNI ISO 7240-19, in riferimento alla strategia di evacuazione, all’analisi dei
rischi ed al livello di competenze del personale, prevede 4 categorie di sistemi EVAC.
Tali categorie attengono al grado di controllo manuale richiesto e dovrebbero essere
appropriate al rischio e alla disponibilità di personale addestrato in grado di far fun-
zionare il sistema di evacuazione.
Un sistema di categoria 4, quale quello previsto nel caso in esame, offre la possibilità
di selezionare ed emettere i messaggi preregistrati di emergenza anche in determi-
nate zone o gruppi di zone; inoltre, è possibile includere ed escludere la trasmissione
di messaggi di emergenza diffusi automaticamente dalla centrale di controllo IRAI e
di visualizzarne lo stato in tempo reale dalla centrale.
In definitiva, informare gli occupanti in una situazione di emergenza, trasmettendo
messaggi di allarme e inerenti alla messa in atto di azioni mirate, può contribuire alla
riduzione, anche significativa, dei tempi di esodo.
In particolare, sono ridotti i tempi di pre movimento, PTAT (pre travel activity time).
Infatti, i sistemi ottico acustici tradizionali (pannelli, sirene, segnali lampeggianti, ecc.),
specialmente in attività che presentano elevati affollamenti, non sempre si rivelano
di immediata comprensione e, comunque, non forniscono informazioni sulle corrette
azioni da intraprendere.

Pur non essendo spazi frequentati dal pubblico, si prevede di replicare l'EVAC anche nei
piani interrato e sottotetto, in modo da portare a conoscenza anche ai lavoratori presenti
le indicazioni per l'emergenza.

265
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Schema di massima impianto EVAC piano terra

266
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Schema di massima impianto EVAC piano primo

267
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IRAI - piano interrato

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IRAI - piano terra

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IRAI - piano intermedio

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IRAI - piano primo

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

IRAI - piano sottotetto

272
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.8 CONTROLLO FUMI E CALORE

CONTROLLO FUMI E CALORE

S.8.1 Premessa

1. La presente misura antincendio ha come scopo l’individuazione dei presidi an-


tincendi da installare nell’attività per consentire il controllo, l’evacuazione o lo
smaltimento dei prodotti della combustione in caso di incendio.

Nota I sistemi a pressione differenziale per rendere a prova di fumo le compartimentazioni,


sono trattati nel capitolo S.3.

2. In generale, la misura antincendio di cui al presente capitolo si attua attraverso


la realizzazione di:
a. aperture di smaltimento di fumo e calore d’emergenza del paragrafo S.8.5;
b. sistemi di ventilazione orizzontale forzata del fumo e del calore (SVOF) di cui
al paragrafo S.8.6;
c. sistemi per l’evacuazione di fumo e calore (SEFC) descritti al paragrafo S.8.7.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce a ciascuno dei
compartimenti in esame il livello di prestazione II.

(tab. S.8-1) = livello II

Livello di prestazione Descrizione

I Nessun requisito

Deve essere possibile smaltire fumi e calore dell’incendio dai


II
compartimenti al fine di facilitare le operazioni delle squadre di soccorso.

Deve essere mantenuto nel compartimento uno strato libero dai fumi
che permetta:
 la salvaguardia degli occupanti e delle squadre di soccorso,
III  la protezione dei beni, se richiesta.

Fumi e calore generati nel compartimento non devono propagarsi ai


compartimenti limitrofi.

273
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione II (vedi tab. S.8-2)

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

Compartimenti dove siano verificate tutte le seguenti condizioni:


 carico di incendio specifico qf ≤ 600 MJ/m2;
 per compartimenti con qf > 200 MJ/m2: superficie lorda ≤ 25 m2;
I  per compartimenti con qf ≤ 200 MJ/m2: superficie lorda ≤ 100 m2;
 non si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative;
 non si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio.

II Compartimento non ricompreso negli altri criteri di attribuzione.

In relazione alle risultanze della valutazione del rischio nell’ambito e in


ambiti limitrofi della stessa attività (es. attività con elevato affollamento,
III attività con geometria complessa o piani interrati, elevato carico di
incendio specifico qf, presenza di sostanze o miscele pericolose in quantità
significative, presenza di lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio, …).

Soluzione conforme
A tal riguardo, la RTV V.4 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.

Il par. V.12.5.7 stabilisce che:


1. In considerazione della natura dell’edificio tutelato e delle misure aggiuntive pre-
viste nella presente RTV, nella determinazione del valore del carico di incendio
specifico qf (tab. S.8-5), è ammesso non tenere conto del contributo degli elementi
strutturali portanti combustibili e dei beni tutelati presenti.

La scelta del livello di prestazione II deriva dalle risultanze della valutazione del ri-
schio, essendo presenti numerose e ampie aperture di aerazione, una geometria dei
locali relativamente semplice e di dimensioni piccole, tali da consentire un adeguato
smaltimento di fumi e calore.
Anche altri aspetti relativi alla tipologia e quantità di materiale combustibile e l'assen-
za di fonti significative di pericolo fanno convergere decisamente verso questa scelta.

Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.8.4.3).

In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.8.4.1, inerente le soluzioni conformi per il livel-
lo di prestazione II, deve essere prevista la possibilità di effettuare lo smaltimento di
fumo e calore d’emergenza secondo quanto indicato al par. S.8.5.
A differenza dei SEFC, lo smaltimento di fumo e calore d’emergenza non ha la funzio-
ne di creare un adeguato strato libero dai fumi durante lo sviluppo dell’incendio, ma

274
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

solo quello di facilitare l’opera di estinzione dei soccorritori.


Lo smaltimento di fumo e calore d’emergenza può essere realizzato per mezzo di
aperture di smaltimento dei prodotti della combustione verso l’esterno dell’attività.
Nello specifico, esso è operato tramite le aperture ordinariamente disponibili per la fun-
zionalità dell’attività (finestrature e porte verso l’esterno).
Secondo le prescrizioni del par. S.8.5.1, le aperture di smaltimento devono essere
realizzate in modo che:
a. sia possibile smaltire fumo e calore da tutti gli ambiti del compartimento;
b. fumo e calore smaltiti non interferiscano con il sistema delle vie d’esodo, non pro-
paghino l’incendio verso altri locali, piani o compartimenti.

Le aperture di smaltimento devono essere protette dall’ostruzione accidentale du-


rante l’esercizio dell’attività.
Devono essere previste indicazioni specifiche per la gestione in emergenza delle
aperture di smaltimento (Cap. S.5).
Secondo le prescrizioni del par. S.8.5.1, in relazione agli esiti della valutazione del ri-
schio, una porzione della superficie utile delle aperture di smaltimento dovrebbe es-
sere realizzata con modalità di tipo SEa, SEb, SEc (es.: il 10% sia di tipo SEa, SEb o SEc).

Tipo di impiego Descrizione

SEa Permanentemente aperte

SEb Dotate di sistema automatico di apertura con attivazione asservita ad IRAI

Provviste di elementi di chiusura (es. infissi, …) ad apertura comandata da


SEc posizione protetta e segnalata

Provviste di elementi di chiusura non permanenti (es. infissi, …) apribili anche


SEd da posizione non protetta

Provviste di elementi di chiusura permanenti (es. lastre in polimero PMMA,


policarbonato, …) per cui sia possibile l’apertura nelle effettive condizioni
SEe d’incendio (es. condizioni termiche generate da incendio naturale sufficienti a
fondere efficacemente l’elemento di chiusura, …) o la possibilità di immediata
demolizione da parte delle squadre di soccorso

Tab. S.8-4 - Tipi di realizzazione delle aperture di smaltimento seguente

Nell’attività sono previste aperture di smaltimento d’emergenza costituite da finestratu-


re e porte apribili (tipologia SEd) manualmente in posizione non protetta dall’incendio.
Inoltre, in assenza di valutazioni più approfondite, è stato stabilito di dotare di aper-
ture SEd tutti i compartimenti, motorizzando alcune (vedi tabella seguente), trasfor-
mandole nella tipologia SEb, per una superficie non inferiore al 10% di SE.
L'alimentazione elettrica di tali motori sarà dotata di alimentazione di sicurezza, in
modo da garantire il funzionamento anche in condizioni di assenza di alimentazione
elettrica, con una durata di 60 min.

275
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

In linea con quanto previsto nel par. S.8.5.2, la superficie utile minima complessiva SE
delle aperture di smaltimento di piano è calcolata secondo tab. S.8-5, in funzione del
carico di incendio specifico qf e della superficie lorda del compartimento A; la super-
ficie SE sarà suddivisa in aperture di forma regolare e superficie utile ≥ 0,10 m2.

Carico di incendio
Tipo di impiego SE [1] [2] Requisiti aggiuntivi
specifico qf

SE1 qf ≤ 600 MJ/m2 A / 40 -

SE2 600 < qf ≤ 1200 MJ/m2 A · qf / 40000 + A / 100 -

10% di SE di tipo SEa o


SE3 qf > 1200 MJ/m2 A / 25
SEb o SEc

[1] Con SE superficie utile delle aperture di smaltimento in m2


[2] Con A superficie lorda di ciascun piano del compartimento in m2

Tab. S.8-5: Tipi di dimensionamento per le aperture di smaltimento

La superficie utile minima complessiva SE delle aperture di smaltimento di piano è cal-


colata come indicato nella tabella precedente in funzione del carico di incendio speci-
fico qf e della superficie lorda di ciascun piano del compartimento A:

Tipo di Ssm
Sup. qf Dimensionamento min
Compartimento Piano Conforme
m2 MJ/m2 Superficie richiesta
di smaltimento SE m2

terra e
966,20 24,16 SI
C1 interm. 511
primo 860,20 SE1 21,51 SI
C2 interrato 60,50 197 A/40 1,51 SI
C3 sottotetto SI
280,50 189 7,01
(z.a.)

Come risulta dalle tabelle seguenti, la superficie totale delle aperture di smaltimento
effettivamente presenti è sufficiente a garantire il minimo richiesto (SE1).

276
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Le superfici di evacuazione effettiva sono riportate di seguito:

Piano terra e intermedio


Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
su elaborato smaltimento
di apertura (2) (m) (n)
grafico (1) (m2)
P1 SEb 2,25 3,60 1 8,10
P2 SEb 1,55 3,60 1 5,58
F1 SEd 1,17 1,71 2 4,00
F2 SEd 0,69 0,80 3 1,64
F3 SEd 0,50 0,75 1 0,38
F4 SEd 0,80 0,69 1 0,55
F5 SEd 1,25 1,50 1 1,88
F6 SEd 0,50 0,50 1 0,25
F7 SEd 0,70 1,00 2 1,40
F8 SEd 0,90 1,00 1 0,90
F9 SEd 0,42 0,60 1 0,25
Superficie di smaltimento totale (m ) 2
24,93

Piano primo
Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
su elaborato evacuazione
di apertura (2) (m) (n)
grafico (1) (m2)
F10 SEd (1 SEb) 1,17 1,64 9 17,27
F11 SEd (1 SEb) 1,16 1,64 5 9,51
F12 SEd 0,80 1,12 4 3,58
F13 SEd 0,90 1,12 3 3,02
Superficie di smaltimento totale (m2) 33,39

Piano interrato
Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
su elaborato evacuazione
di apertura (2) (m) (n)
grafico (1) (m2)
F14 SEd (1 SEb) 0,80 1,12 3 2,70
Superficie di smaltimento totale (m2) 2,70

277
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Piano sottotetto (zone accessibili)


Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
su elaborato evacuazione
di apertura (2) (m) (n)
grafico (1) (m2)
L1 SEd (1 SEb) 1,45 1,82 3 7,92
Superficie di smaltimento totale (m2) 7,92

(1)
P = Porta / Portone; F = Finestra; L = Lucernario
(2)
Vedi tab. S.8-4

278
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

279
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Nell’ambito della soluzione alternativa per S.4, al fine di mantenere la tenibilità degli
ambienti, si è reso necessario prevedere un SENFC con la conseguente installazione
delle seguenti aperture di tipologia SEb:

Lucernario su copertura vetrata al piano terra


Identificazione Dimensioni Superficie
Tipologia Numero
nel progetto (1) nel modello FSE (a xb) smaltimento
di apertura (2) (n)
FSE (m) (m2)
L2 SEb 2,75 2,75 1 7,56
Superficie di smaltimento totale (m2) 7,56

Finestre con affaccio sul chiostro - piano primo


Identificazione Superficie
Tipologia Dimensioni (b x h) Numero
nel progetto (1) smaltimento
di apertura (2) (m) (n)
FSE (m2)
FM1 SEb 2,5 2,75 3 20,63
FM2 SEb 2,75 2,75 7 52,94
FM3 SEb 3,25 2,75 2 17,87
Superficie di smaltimento totale (m )
2
91,44
(1)
P = Porta / Portone; F = Finestra; L = Lucernario
(2)
Vedi tab. S.8-4

280
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

La logica di apertura di tali superfici di smaltimento fumi, asservite all’IRAI, è legata


alla posizione dello scenario di incendio:
 se l’innesco avviene al piano terra, viene aperto il lucernario motorizzato presente
sulla copertura vetrata della sala conferenze;
 se l’innesco avviene al piano primo, vengono aperte le finestre motorizzate che si
affacciano sul chiostro al piano primo.

La strategia di apertura sopra determinata è stata adottata in luogo dell’apertura con-


temporanea di tutti gli infissi, al fine di evitare il passaggio dei fumi dal lucernario alle
finestre che si affacciano sul chiostro e, quindi, all’interno della struttura.
Saranno asservite all’IRAI anche le porte a battente della sala conferenze.
Infatti, dato che tali porte si trovano in prossimità della copertura vetrata, ove si trova
il lucernario ad apertura automatica, la loro apertura consente il passaggio di fumo e
calore dalla zona dell’incendio verso l’esterno.

Nelle due figure sotto riportate è visibile l’apertura del lucernario motorizzato pre-
sente sulla copertura vetrata della sala conferenze (quadrato bianco in mezzo alla
copertura vetrata azzurra) e la posizione delle finestre motorizzate che si affacciano
sul chiostro al piano primo.

Vista del modello FDS dall’alto con apertura del lucernario sulla copertura vetrata

281
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Vista in sezione del modello FDS con finestre sul chiostro motorizzate (elementi verticali)

Le aperture di smaltimento presentano superficie superiori alle dimensioni minime


prescritte, di conseguenza lo smaltimento di fumi e calore risulta assicurato.
Le aperture di smaltimento dovrebbero, secondo le prescrizioni del par. S.8.5.3, essere
distribuite uniformemente nella porzione superiore di tutti i locali, al fine di facilitare
lo smaltimento dei fumi caldi dagli ambiti del compartimento.
La relativa verifica risulta soddisfatta; infatti, al fine di facilitare lo smaltimento dei
fumi caldi dagli ambiti di ogni compartimento, le aperture di smaltimento saranno
distribuite uniformemente in tutti i piani.
Tali aperture saranno distribuite avendo verificato che i locali risultino coperti in pian-
ta dalle aree di influenza delle medesime, ad essi pertinenti, secondo un raggio di
influenza di roffset di circa 20 m.

Illustrazione s.8-1: Verifica dell’uniforme distribuzione in pianta delle aperture di smaltimento

282
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Come rilevabile dagli elaborati grafici, la distribuzione delle aperture di smaltimento


nei compartimenti è regolare lungo le pareti perimetrali dei piani, soddisfacendo im-
plicitamente la verifica sopra menzionata.
Nell’ambito della GSA sarà prevista una specifica procedura operativa che, in funzio-
ne dello scenario emergenziale, gestirà tutte le SA previste.

Come esposto nell’ambito della soluzione alternativa è stato necessario prevedere l’instal-
lazione di un SENFC asservito all’IRAI; per evidenti ragioni di brevità, si omette la progetta-
zione del sistema, segnalando appena la necessità di prevedere la disponibilità superiore
del sistema.

283
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.9 OPERATIVITÀ ANTINCENDIO

OPERATIVITÀ ANTINCENDIO

S.9.1 Premessa

L'operatività antincendio ha lo scopo di agevolare l’efficace conduzione di interventi di


soccorso dei Vigili del fuoco in tutte le attività.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce all’opera da co-
struzione il livello di prestazione III.

(tab. S.9-1) = livello III

Livello di prestazione Descrizione

I Nessun requisito

II Accessibilità per mezzi di soccorso antincendio

Accessibilità per mezzi di soccorso antincendio.


Pronta disponibilità di agenti estinguenti.
III
Possibilità di controllare o arrestare gli impianti tecnologici e di servizio
dell’attività, compresi gli impianti di sicurezza.

Accessibilità per mezzi di soccorso antincendio.


Pronta disponibilità di agenti estinguenti.
Possibilità di controllare o arrestare gli impianti tecnologici e di servizio
IV
dell’attività, compresi gli impianti di sicurezza.
Accessibilità protetta per i Vigili del fuoco a tutti i piani dell’attività.
Possibilità di comunicazione affidabile per soccorritori.

284
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Livello di prestazione III (tab. S.9-2)

Livello di prestazione Criteri di attribuzione

I Non ammesso nelle attività soggette

Opere da costruzione dove siano verificate tutte le seguenti condizioni:


 profili di rischio:
- Rvita compresi in A1, A2, B1, B2;
- Rbeni pari a 1;
- Rambiente non significativo;
 densità di affollamento ≤ 0,2 persone/m2;
II  tutti i piani dell’attività situati a quota compresa tra -5 m e 12 m;
 carico di incendio specifico qf ≤ 600 MJ/m2;
 per compartimenti con qf > 200 MJ/m2: superficie lorda ≤ 4000 m2;
 per compartimenti con qf ≤ 200 MJ/m2: superficie lorda qualsiasi;
 non si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative;
 non si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio.

III Opere da costruzione non ricomprese negli altri criteri di attribuzione.

Opere da costruzione dove sia verificata almeno una delle seguenti


condizioni:
 profilo di rischio Rbeni compreso in 3, 4;
 se aperta al pubblico: affollamento complessivo > 300 occupanti;
 se non aperta al pubblico: affollamento complessivo > 1000
occupanti;
IV
 numero totale di posti letto > 100 e profili di rischio Rvita compresi in
D1, D2, Ciii1, Ciii2, Ciii3;
 si detengono o trattano sostanze o miscele pericolose in quantità
significative ed affollamento complessivo > 25 occupanti;
 si effettuano lavorazioni pericolose ai fini dell’incendio ed affollamento
complessivo > 25 occupanti.

Soluzione conforme
A tal riguardo, né la RTV V.4 né la RTV V.12 forniscono ulteriori specifiche prescrizioni.

Sono, in ogni caso, sempre ammesse soluzioni alternative per tutti i livelli di prestazio-
ne (par. S.9.4.4).

In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.9.4.2, inerente le soluzioni conformi per il livel-
lo di prestazione III, deve essere permanentemente assicurata la possibilità di avvici-
nare i mezzi di soccorso antincendio, adeguati al rischio d’incendio, a distanza ≤ 50 m
dagli accessi per soccorritori dell’attività.
Il progettista può impiegare i criteri di cui alla tab. S.9-5, quali parametri di riferimento
per l’accesso dei mezzi dei Vigili del fuoco:

285
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Larghezza: 3,50 m;
Altezza libera: 4,00 m;
Raggio di volta: 13,00 m;
Pendenza: ≤ 10%;
Resistenza al carico: almeno 20 tonnellate, di cui 8 sull’asse anteriore e 12 sull’asse
posteriore con passo 4 m.

L’attività risulta provvista di rete idranti e, pertanto, non è richiesta la colonna a secco.

In assenza di protezione esterna della rete idranti propria dell’attività, vedi punto 3
del par. S.9.4.2, sarà disponibile un idrante collegato alla rete pubblica, installato in
prossimità dell’accesso principale a Nord Est; tale idrante deve assicurare un’eroga-
zione minima di 300 litri/min per una durata ≥ 60 min.

286
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Apposita dichiarazione dell’ente erogatore, riferita ai valori di portata e pressione,


viene considerata sufficiente a garantire l'affidabilità prevista57.

I sistemi di controllo e comando dei servizi di sicurezza destinati a funzionare in caso


di incendio (es.: degli IRAI, ecc.) devono essere ubicati nel CGE, in posizione segnalata
e facilmente raggiungibile durante l’incendio.
Gli organi di intercettazione, controllo, arresto e manovra degli impianti tecnologici
al servizio dell’attività, rilevanti ai fini dell’incendio (es.: impianto elettrico, impian-
ti di ventilazione, ecc.), devono essere ubicati, in posizione segnalata e facilmente
raggiungibile durante l’incendio. La posizione e le logiche di funzionamento devono
essere considerate nella gestione della sicurezza antincendio (Cap. S.5), anche ai fini
di agevolare l’operato delle squadre dei VV.F..

57
Laddove l’acquedotto non dovesse garantire l’affidabilità richiesta, si dovrebbe ipotizzare l’ampliamento della riserva idrica a
servizio della RI, con rincalzo, al fine di sopperire alla differenza di portata fornita dall’acquedotto.

287
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

MISURA ANTINCENDIO: S.10 SICUREZZA IMPIANTI

SICUREZZA DEGLI IMPIANTI TECNOLOGICI E DI SERVIZIO

S.10.1 Premessa

1. Ai fini della sicurezza antincendio devono essere considerati almeno i seguenti


impianti tecnologici e di servizio:
a. produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione e di utilizzazione dell'e-
nergia elettrica;
b. protezione contro le scariche atmosferiche;
c. sollevamento o trasporto di cose e persone;

Nota esempio: ascensori, montacarichi, montalettighe, scale mobili, marciapiedi mobili, …

d. deposito, trasporto, distribuzione e utilizzazione di solidi, liquidi e gas com-


bustibili, infiammabili e comburenti;
e. riscaldamento, climatizzazione, condizionamento e refrigerazione, compre-
se le opere di evacuazione dei prodotti della combustione, e di ventilazione
ed aerazione dei locali;
2. Per gli impianti tecnologici e di servizio inseriti nei processi produttivi dell'attività
il progettista effettua la valutazione del rischio di incendio e prevede adeguate
misure antincendio di tipo preventivo, protettivo e gestionale. Tali misure devo-
no essere in accordo con gli obiettivi di sicurezza riportati al paragrafo S.10.5.

Livelli di prestazione e relativi criteri di attribuzione


In relazione alle risultanze della valutazione del rischio, si attribuisce all’intera attività
il livello di prestazione I.

(tab. S.10-1) = livello I

Livello di prestazione Descrizione

Impianti progettati, realizzati, eserciti e mantenuti in efficienza secondo


I la regola d’arte, in conformità alla regolamentazione vigente, con requisiti
di sicurezza antincendio specifici.

288
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

Soluzione conforme
In base alla prescrizione di cui al par. V.4.4.7, i gas refrigeranti negli impianti di cli-
matizzazione e condizionamento (Cap. S.10) inseriti in aree TA o TO devono essere
classificati A1 o A2L secondo ISO 817.
A tal riguardo, la RTV V.12 non fornisce alcuna ulteriore specifica prescrizione.

In virtù delle prescrizioni di cui al par. S.10.4.1, inerente le soluzioni conformi per il
livello di prestazione I, si ritengono conformi gli impianti tecnologici e di servizio pro-
gettati, installati, verificati, eserciti e manutenuti a regola d’arte, in conformità alla
regolamentazione vigente, secondo le norme applicabili.
Tali impianti devono garantire gli obiettivi di sicurezza antincendio riportati al par.
S.10.5 ed essere altresì conformi alle ulteriori prescrizioni tecniche riportate al par.
S.10.6 per la specifica tipologia dell’impianto.

Sono ammesse soluzioni alternative alle sole prescrizioni riportate al par. S.10.6 (par.
S.10.4.2).

Nell’attività in esame sono presenti i seguenti impianti tecnologici e di servizio, con-


templati al comma 1 del par. S.10.1:
 impianti elettrici;
 impianto di protezione contro le scariche atmosferiche;
 impianto ascensore;
 impianto di climatizzazione e condizionamento.

Come prescritto al comma 2 del citato paragrafo, per gli impianti in questione occorre
un’apposita valutazione del rischio di incendio.

Come detto, le soluzioni conformi, vedi par. S.10.4.1, prevedono che gli impianti tecno-
logici e di servizio siano progettati, installati, verificati, eserciti e manutenuti a regola
d’arte, in conformità alla regolamentazione vigente, secondo le norme di buona tec-
nica applicabili.
Tali impianti, inoltre, debbono garantire gli obiettivi di sicurezza antincendio riportati al
par. S.10.5 (rispetto ai quali non sono ammesse soluzioni alternative) ed essere conformi
alle prescrizioni tecniche riportate al par. S.10.6 per la specifica tipologia dell’impianto.

289
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

S.10.5 Obiettivi di sicurezza antincendio

1. Gli impianti tecnologici e di servizio di cui al paragrafo S.10.1 devono rispettare i


seguenti obiettivi di sicurezza antincendio:
a. limitare la probabilità di costituire causa di incendio o di esplosione;
b. limitare la propagazione di un incendio all'interno degli ambienti di installa-
zione e contigui
c. non rendere inefficaci le altre misure antincendio, con particolare riferimento
agli elementi di compartimentazione;
d. consentire agli occupanti di lasciare gli ambienti in condizione di sicurezza;
e. consentire alle squadre di soccorso di operare in condizioni di sicurezza;
f. essere disattivabili, o altrimenti gestibili, a seguito di incendio.
2. La gestione e la disattivazione di impianti tecnologici e di servizio, anche quelli
destinati a rimanere in servizio durante l'emergenza, deve:
a. poter essere effettuata da posizioni protette, segnalate e facilmente raggiun-
gibili;
b. essere prevista e descritta nel piano d'emergenza.

Nota Per l’operatività (capitolo S.9) sono previste specifiche prescrizioni in merito alle
modalità di disattivazione degli impianti, compresi quelli destinati a funzionare
durante l’emergenza.

La gestione e la disattivazione dei suddetti impianti, compresi quelli destinati a rima-


nere in servizio durante l’emergenza, saranno:
 effettuate da posizioni segnalate, protette dall’incendio e raggiungibili facilmente;
 descritte nel piano di emergenza.

Considerati gli impianti presenti nell’attività, gli elementi del par. S.10.6 da valutare
sono quelli riferiti a:

Impianti per la produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione e di utilizzazio-


ne dell’energia elettrica (par. S.10.6.1)
Tutti gli impianti elettrici dovranno essere realizzati in conformità alla norma CEI 64-
15 (“Impianti elettrici negli edifici pregevoli per rilevanza storica e/o artistica”) che forni-
sce indicazioni tecniche specifiche per progettare, realizzare e mantenere in sicurez-
za gli impianti elettrici in edifici sottoposti a tutela per il loro valore storico, artistico o
architettonico.
In particolare, nella norma citata rileva la conservazione dell’edificio, evitando inter-
venti invasivi e dannosi per gli elementi di pregio.
Sono pertanto preferibili soluzioni reversibili quali, ad esempio, canaline esterne, im-
pianti in vista o cablaggi su supporti rimovibili.
Può essere utile promuovere l’uso di sistemi intelligenti e domotici per ridurre l’inter-

290
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

vento fisico sull’edificio e garantire una gestione più efficiente e discreta.


Tutti gli impianti saranno dotati di regolare dichiarazione di conformità (d.m. 22 gen-
naio 2008, n. 37).

Quadri elettrici e interruttori generali


L'attività sarà munita di una serie di interruttori generali, posti in posizione segnalata,
che permetteranno di togliere tensione all'impianto elettrico dell'intera attività.
L’ubicazione dei quadri elettrici non dovrà, in alcun caso, ostacolare il deflusso degli
occupanti lungo le vie d’esodo.
Gli impianti in questione debbono possedere caratteristiche strutturali, tensione di
alimentazione e possibilità di intervento, individuate nel piano di emergenza, tali da
non costituire pericolo durante le operazioni di estinzione dell’incendio.
Ogni impianto di alimentazione sarà dotato di quadri elettrici dedicati, con relativo
interruttore generale di sgancio; ogni quadro sarà dotato degli interruttori di prote-
zione (magnetotermico e differenziale) e dell’interruttore generale, azionabile sotto
carico.
Tutti i quadri elettrici saranno segnalati con idonei cartelli, posti in posizione accessi-
bile e tali da non compromettere l’esodo in sicurezza degli occupanti.

Gli impianti che abbiano una funzione ai fini della gestione dell’emergenza devono
disporre di alimentazione elettrica di sicurezza con le caratteristiche minime indicate
nella tab. S.10-2:

Tutti i sistemi di protezione attiva e l’illuminazione di sicurezza debbono disporre di ali-


mentazione elettrica di sicurezza.

Utenza Interruzione Autonomia

llluminazione di sicurezza, lRAl lnterruzione breve (≤ 0,5 s) > 30’ [1]

Scale mobili e marciapiedi mobili utilizzati


per l’esodo [3], ascensori antincendio, lnterruzione media (≤ 15 s) > 30’ [1]
SEFC

Sistemi di controllo o estinzione degli lnterruzione media (≤ 15 s) > 120’ [2]


incendi

Ascensori di soccorso lnterruzione media (≤ 15 s) > 120’

Altri lmpianti lnterruzione media (≤ 15 s) > 120’

[1] L’autonomia deve essere comunque congrua con il tempo disponibile per l’esodo dall’attività
[2] L’autonomia può essere inferiore e pari al tempo di funzionamento dell’impianto
[3] Solo se utilizzate in movimento durante

Tab. S.10-2: Autonomia minima ed interruzione dell’alimentazione elettrica di sicurezza

291
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

I circuiti di sicurezza debbono essere chiaramente identificati e su ciascun dispositivo


generale a protezione della linea/impianto elettrico di sicurezza deve essere apposto
un segnale riportante la dicitura “Non manovrare in caso d’incendio”.
Come detto nell’ambito della progettazione della misura S.8, in assenza di valutazioni
più approfondite, è stato stabilito di dotare di aperture SEd tutti i compartimenti, mo-
torizzando alcune aperture (come evidenziato in precedenza, trasformandole nella
tipologia SEb) per una superficie non inferiore al 10% di quella del rispettivo compar-
timento.
L'alimentazione elettrica di tali motori sarà dotata di alimentazione di sicurezza, in
modo da garantire il funzionamento anche in condizioni di assenza di alimentazione
elettrica, con una durata di 60 min.
Tutti gli impianti saranno dotati di regolare sistema di messa a terra.
Tutti gli impianti saranno corredati di progetto esecutivo, schemi unifilari e dichiara-
zioni di conformità alla regola dell’arte (d.m. 22 gennaio 2008, n. 37).
Gli impianti elettrici debbono essere realizzati tenendo conto della classificazione del
rischio elettrico dei luoghi in cui sono installati (luoghi ordinari, a maggior rischio in
caso di incendio, a rischio di esplosione, ecc.).
Dovranno, inoltre, essere rispettate le prescrizioni di cui alla tab. S.1-8.
Gli impianti debbono essere suddivisi in più circuiti terminali, in modo che un guasto
non possa generare situazioni di panico o pericolo all’interno dell’attività.
Qualora necessario, i dispositivi di protezione debbono essere scelti in modo da ga-
rantire una corretta selettività.

Illuminazione di sicurezza
L'attività sarà dotata di impianto di illuminazione di sicurezza con apparecchi aventi
autonomia minima di 60 min, in grado di mantenere un adeguato livello di illumi-
namento lungo tutti i percorsi d’esodo, anche tenendo conto dei livelli aumentati in
accordo alle indicazioni complementari della RTV 12.
Si rammentano, ad ogni buon fine, le differenze tra le alimentazioni elettriche ripor-
tate al par. G.1.19:
 Alimentazione di emergenza: alimentazione di sicurezza o di riserva.
 Alimentazione di sicurezza: sistema elettrico inteso a garantire l’alimentazione di
apparecchi utilizzatori o parti dell’impianto elettrico necessari per la sicurezza del-
le persone.

Nota L’alimentazione di sicurezza risulta essere necessaria per alimentare gli impianti
significativi ai fini della gestione della sicurezza antincendio e dell’emergenza, quali ad
esempio l’illuminazione di sicurezza.
Nota I sistemi di sicurezza e gli impianti dotati di alimentazione elettrica di sicurezza sono
normalmente alimentati da una sorgente di alimentazione ordinaria che, in caso di indi-
sponibilità o in situazioni di emergenza, viene sostituita automaticamente dalla sorgente
di alimentazione di sicurezza.

292
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

 Alimentazione di riserva: sistema elettrico inteso a garantire l’alimentazione di ap-


parecchi utilizzatori o di parti di impianto per motivi diversi dalla sicurezza delle
persone.

Si rammenta la disposizione inerente i presidi antincendio che devono essere indicati


da segnaletica di sicurezza UNI EN ISO 7010 (pannelli riflettenti retroilluminati).

Protezione contro le scariche atmosferiche (par. S.10.6.4)


Per l’attività in esame deve essere eseguita una valutazione del rischio dovuto ai fulmini.
Sulla base dei risultati di tale valutazione, gli impianti di protezione contro le scariche
atmosferiche dovranno essere realizzati nel rispetto delle relative norme tecniche;
nello specifico si dovrà far riferimento alla norma CEI EN 62305-2 per verificare che la
struttura sia protetta contro le fulminazioni.
Nel caso specifico, si omette tale valutazione, il cui esito prevede che la costruzione
sia autoprotetta.

Impianti di sollevamento e trasporto di cose e persone (par. S.10.6.5)


All’interno dell’attività è presente un ascensore a servizio degli uffici.
Tale impianto di sollevamento, non specificatamente progettato per funzionare in
caso di incendio, dovrà essere dotato di accorgimenti gestionali, organizzativi e tecni-
ci che ne impediscano l’utilizzo in caso di emergenza.
In questo caso è previsto in caso di allarme incendio dell'IRAI che l'ascensore si porti
al piano previsto per lo scenario di emergenza considerato e che stazioni a porte
aperte.

Impianti di climatizzazione e condizionamento (par. S.10.6.10)


Gli impianti di condizionamento o di ventilazione dovranno possedere requisiti che
garantiscano il raggiungimento dei seguenti ulteriori specifici obiettivi:
a) evitare il ricircolo dei prodotti della combustione o di altri gas ritenuti pericolosi;
b) non produrre, a causa di avarie o guasti propri, fumi che si diffondano nei locali
serviti;
c) non costituire elemento di propagazione di fumi o fiamme, anche nella fase inizia-
le degli incendi.

293
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

SEZIONE V - REGOLE TECNICHE VERTICALI

Cap. V.1 Aree a rischio specifico


In base al punto 2 del par. V.4.2 ed alle risultanze della valutazione dei rischi, è consi-
derata area a rischio specifico (Cap. V.1) il piano sottotetto (TZ2) costituente compar-
timento distinto (vedi par. V.1.2).
Si ribadisce, peraltro, che in tale area l’accesso è consentito unicamente (e occasio-
nalmente) al personale della manutenzione degli impianti di climatizzazione, idonea-
mente formati alla mansione.
La strategia antincendio per tale area prevede la realizzazione delle attinenti misure
previste al par. V.1.2.
In particolare, la sorveglianza degli IRAI con soglie di preallarme e allarme viene op-
portunamente trattata nella GSA in esercizio a seguito di segnali di preallarme e nella
GSA in emergenza a seguito di segnalazioni di allarme incendio provenienti dall'IRAI.

Cap. V.2 Aree a rischio per atmosfere esplosive


All'interno dell’attività non sono presenti aree a rischio di formazione di atmosfere
esplosive.

Cap. V.3 Vani degli ascensori


Ai fini dell’applicazione della RTV V.3, il vano ascensore in esame è classificato di tipo
SA: vano aperto e dovranno essere rispettate le prescrizioni comuni di cui al par. V.3.3.
L’ascensore dovrebbe essere realizzato in conformità alla norma UNI EN 81-73.
In prossimità dell’accesso degli spazi di installazione del macchinario sarà posizionato
un estintore.

Cap. V.13 Chiusure d’ambito degli edifici civili


Le prescrizioni inerenti tale RTV, che pur dovranno essere rispettate, esulano dagli
scopi della presente pubblicazione.
Peraltro, ove non sia prevista alcuna chiusura d'ambito combustibile, vi sarebbe ne-
cessità di applicazione della RTV per assenza del pericolo di facciata combustibile.

294
PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

CONSIDERAZIONI A COMMENTO

 Riepilogo sintetico del caso studio


Il caso studio riguarda la ristrutturazione di un ufficio aperto al pubblico ubicato in un
edificio sottoposto a tutela.

A differenza degli altri volumi della Collana, è stata affrontata, in assenza della corri-
spondente RT tradizionale, la progettazione della sicurezza antincendio dell'attività
ricorrendo al Codice, comprensivo della RTV V.12.
Il Codice, anche in questo caso, si è dimostrato uno strumento che consente di atta-
gliare in maniera idonea le misure antincendio alla specifica attività, essendo stato
possibile valutare e risolvere le problematiche riscontrate anche in soluzione conforme.
Si è quindi resa necessaria l’adozione di una soluzione alternativa per la risoluzione di
alcune problematiche inerenti ad alcune previsioni contenute nel Cap. S.4; in parti-
colare, per gli ambiti 5 e 6 (inammissibilità dei corridoi ciechi e delle lunghezze d’esodo)
e per risolvere la problematica inerente la verifica di ridondanza per le vie d’esodo
orizzontali e verticali, che non davano esito positivo in soluzione conforme.

 Commento dei risultati


La soluzione alternativa adottata richiede, ai fini di una effettiva efficacia, la presenza
di un SENFC a disponibilità superiore.
Ciò non stupisce, in quanto gli ambienti oggetto di verifica hanno altezze non elevate
e articolazione plano-volumetrica che favorisce la diffusione dei fumi negli ambienti
presenti. Come ripetutamente evidenziato anche in altre pubblicazioni, questa scelta
deve essere effettuata in maniera consapevole sia dal progettista, in termini di valuta-
zione del rischio e di misure impiantistiche e gestionali aggiuntive da considerare pri-
ma della realizzazione della soluzione, sia dal titolare dell'attività, che avrà l'onere di
adottare quotidianamente misure gestionali finalizzate a ricondurre la realtà dell'at-
tività in esercizio a quella definita e stabilita nel progetto di prevenzione incendi. Tale
impegno, valido anche per tutte le altre previsioni progettuali che influiscono sul suc-
cesso della soluzione alternativa, in assenza di modifiche sostanziali ai fini del rischio
incendio, sarà verificato ogni 5 anni, in quanto, oltre al rinnovo periodico di conformità
antincendio, il titolare sarà tenuto a presentare una SCIA per la verifica della GSA, an-
che perché quest'ultima, per sua natura, è soggetta a modifiche nel tempo derivanti
dalla sua concreta applicazione e finalizzate al suo miglioramento continuo. In ultimo,
e non per importanza, il caso studio ha messo in evidenza come le previsioni conte-
nute nella RTV V.12 rafforzino le disposizioni del Cap. S.5, proponendo un approccio
avanzato alla sicurezza antincendio dei beni tutelati attraverso l’introduzione del pia-
no di limitazione dei danni, documento di pianificazione della risposta emergenziale
dell’attività specifico per la protezione dei beni culturali in caso di incendio, ma in
forma estensiva, utile anche per altri scenari emergenziali sia antropici che naturali.

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PREVENZIONE INCENDI PER ALTRE ATTIVITÀ IN EDIFICI TUTELATI

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FONTI IMMAGINI

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Inail - Direzione centrale pianificazione e comunicazione
piazzale Giulio Pastore, 6 - 00144 Roma
dcpianificazione-comunicazione@[Link]
[Link] ISBN 978-88-7484-920-8

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