Dissipative Mind
Dissipative Mind
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Introduzione
Comprendere che cosa sia la nostra mente è una colossale sfida filosofica e scientifica. E le
domande più frequenti sono spesso: “come potremmo definire la nostra coscienza pensante? Il
nostro sé conscio? O la nostra intelligenza creativa? E che cos’è infine la mente”?
In decenni di studi ci siamo fatti una certa idea del cervello ed anche un certa idea della mente. Che
tuttavia non sembrano conciliarsi. La mente è rimasta un arcano, mentre il cervello è diventato una
macchina complessa. Abbiamo collocato la mente in un mondo alieno e magico e il cervello nel più
confortevole (apparentemente) luogo dei marchingegni. E tuttavia, per rispondere a quelle insidiose
ed oscure domande, non riusciamo a configurarci quasi mai risposte semplici ed eleganti, se non
nell’ambito della “descrizione” e della “classificazione”. Normalmente pensiamo a qualche
definizione complicata, qualcosa cioè che dovrebbe avere esclusivamente a che fare con la stessa
inestricabile complessità del cervello umano, nel tentativo di dipanarne la segreta logica sottostante.
L’idea che ci facciamo, di solito, è un po’ quella di un oscuro signore che, dalla segretezza del suo
castello, comanda tutto ciò che facciamo, dal banale movimento di un arto o delle ciglia a tutto
quello che pensiamo, desideriamo, sogniamo o creiamo nei diversi campi della scienza, della
tecnica o dell’arte. Questo accade quando da “fuori” studiamo noi stessi. Ma è veramente così?
Siamo “comandati” da un alias di ciò che riteniamo essere l’io? C’è un avatar dentro di noi che ci
conduce? O invece è una proiezione? Questa è la principale ossessione degli epistemologi e degli
neuroscienziati. Una macchina che “sa” di essere una macchina. Ma nessuna macchina, se per
definizione è un marchingegno costruito per uno scopo, si riconosce e si identifica come un “sé”, se
un “altro”, sempre per definizione, l’ha progettata e fatta per uno scopo.
I progressi delle neuroscienze e i molti decenni di studi nella neurologia e nella psico-neurobiologia
moderne hanno in realtà radici molto antiche, dato che le prime descrizioni dello studio del cervello
e delle patologie nervose e neurologiche farebbero capo ad un papiro egizio di oltre 3500 anni di
storia, di cui oggi esiste una copia, il papiro in ieratico di Edwin Smith, risalente a circa 1700 anni
fa1-3. Dunque, lo studio del cervello è antico almeno quanto lo studio delle stelle e del cielo. E
curiosamente con il cosmo ha molte cose in comune, oltre alla meraviglia che desta in tutti noi
l’ordine sotteso a tale strabiliante complessità: rappresenta infati un territorio di ricerca ancora
oscuro e inesplorato. Tuttavia, esistono dei metodi anche per studiare il cervello, così come ce ne
sono per lo studio del cosmo. Questi metodi hanno originato, nel corso della storia della scienza,
diversi “modelli” interpretativi della natura e della funzione del cervello e di cosa sia la mente, che,
diffusi nel sapere comune hanno creato alcuni “paradigmi”.
L’approccio dell’uomo alla conoscenza della natura usa il rigore logico della matematica e una
sequela di ipotesi e di verifiche che possono originare raffigurazioni “plastiche” di tali ipotesi, che
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sono chiamate, in questo caso, modelli4. Diciamo, cioè, per semplicità, che il modello è una
raffigurazione immaginaria di una ipotesi logica, o logico-matematica. Il modello è anche un
importante punto di partenza per verificare se la natura dei fenomeni osservati è ben descritta dal
modello stesso, che deve a questo punto servire ad interpretare i fenomeni stessi. Ad esempio, una
volta si pensava che l’atomo potesse essere identificabile come “qualcosa” di molto simile a
minuscole sfere compatte e inscindibili. L’atomo non è una “pallina” in senso stretto ma la pallina
ce lo fa immaginare come un “qualcosa” di esistente e di reale. La “pallina” è un modello, per
l’atomo. Sappiamo poi com’è andata a finire la storia: qualcuno riuscì a rompere l’atomo sul serio e
si scoprì che il modello della sfera compatta non poteva essere più valido, la maggior parte
dell’atomo non è affatto compatta ma è, paradossalmente, vuota. La “compattezza” che noi
verifichiamo in natura, dato che la materia non sembra affatto vuota, è, per dirla in termini
semplicistici, di natura energetica, per cui il modello della sfera compatta oggi è già stato
ampiamente soppiantato da un modello nuovo. A quell’epoca, siamo agli inizi del XX secolo, si
dovette pensare a come raffigurare questo nuovo modello. Nel nuovo modello, si dovettero
collocare una particella (l’elettrone) ed un’altra (un nucleo positivo) in un modo tale che fosse
assicurata l’idea di una struttura stabile, affidabile, pur non potendo negare il vuoto. Si concepì un
modello del tutto diverso dalla “pallina”, dunque. Non più una sfera compatta ma una specie di mini
planetario, tipo Terra-Sole, un oggettino molto piccolo (l’elettrone) ruotante intorno al nucleo.
Almeno questo per l’atomo d’idrogeno, come “modello base” per tutti gli altri elementi chimici
(Figura 1).
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Figura 1 Immagini di modelli con cui si interpretano alcuni elementi della realtà fisica.A) modello atomico di
Thomson (modello della sfera compatta); B) modello di Rutherford e successivamente rielaborato da Bohr e
Sommerfield (modello del planetario); C) modello degli orbitali atomici. In D una idea del modello più diffuso
sul cervello, il modello computazionale. Per gentile concessione.
Perché proprio “questo” tipo di modello? Era l’unico modello “logico” che potesse “prendere
dentro” i fatti sperimentali , compresa l’idea che il modello non potesse essere “pieno” come la
sfera e contemporaneamente una idea (già esistente in natura) che fornisse la garanzia che il
modello potesse funzionare, fosse, in una parola, credibile e verificabile, esistendone, appunto, uno
simile in natura. Sappiamo poi che anche questo stesso modello (quello del planetario) fu superato,
per la sua difficoltà a mantenere l’idea di una stabilità (i calcoli facevano ritenere che in tale
modello l’elettrone ruotando sarebbe caduto sul nucleo annichilendo la materia entro un tempo
rapidissimo), e fu così che si passò perciò al modello dell’orbitale. Quindi, la verifica dei modelli si
basa sui fatti sperimentali che la ricerca scientifica ottiene e sull’immagine o metafora di “oggetti”
già presenti in natura o nella realtà esperibile dagli uomini, che “ricordano molto” i modelli
ipotizzati, “oggetti” che i modelli imitano per immaginazione (ad esempio l’atomo come un sistema
Terra-Sole) o astrazione (modelli nati dalla matematica, come, ad esempio, gli orbitali).
I modelli sono usati spesso per spiegare e rappresentare fenomeni ed oggetti complessi. E anche il
cervello ne ha uno. O perfino più di uno.
Quello forse più diffuso, anche nel “sentire comune”, è il modello computazionale: il cervello come
un complesso computer5. L’analogia con il computer sarebbe in realtà piuttosto insolita dato che è il
computer semmai che imiterebbe il cervello, il cervello infatti esiste prima e si è evoluto prima di
un qualsiasi banale laptop o pc. Il modello computazionale presuppone, come tutti i modelli, una
teoria fondante, un terreno filosofico o di pensiero che ne norma la stessa descrizione e gli fornisce
la potenzialità ad essere verificato con metodi oggettivi o sperimentali. Per semplicità, diciamo che
l’idea che sta sotto al modello computazionale è quella della network o rete funzionale, in parole
povere una struttura fortemente interconnessa di unità interagenti, come ad esempio possono esserlo
molecole, cellule o organismi, o perfino persone in una collettività sociale, e che può essere
descritta da calcoli probabilistici, ovvero statistici6,7. In effetti, quello che è la “norma” matematica
di una rete, il linguaggio metodologico che dovrebbe permettere di decodificare il funzionamento di
una rete o la sua “logica”, è che la conoscenza, più o meno precisa, di alcuni nodi della rete, del loro
funzionamento in termini di relazione con altri nodi, può essere, per così dire, “prevista” o
modellizzata matematicamente, attraverso algoritmi e calcoli statistici8-10. In neuroanatomia e in
neurofisiologia, l’idea di una network è fortemente associata all’arborizzazione dendritica e alle
diverse connessioni neuronali e se inizialmente il modello matematico di questa rete può essere
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semplificato immaginando una struttura anatomica più o meno identificabile, ad esempio attraverso
le moderne tecniche di imaging come la microscopia elettronica o la risonanza magnetica nucleare,
successivamente un modello simile potrebbe essere letto o perfino “decifrato” da una statistica
complessa, il tutto per comprendere come i neuroni comunichino tra di loro, come siano
anatomicamente connessi e come evolve la loro funzione, ma anche come tale funzione procede e si
sviluppa o come l’informazione fluisce nel cervello stesso11-14. Ora, questo approccio matematico è,
spesso usato per decifrare e progettare un software15. E’ quindi ovvio che questa modalità consente
di studiare il nostro cervello esattamente come se fosse un macchinario elettronico, anche se molto
complesso.
Il concetto di una rete di funzioni si applica bene ad altri modelli, ad esempio alla rete delle
relazioni umane o alla rete delle interazioni di diverse proteine, come ad esempio i cosiddetti
“interattomi”16-20. L’utilità della matematica delle reti trova una sua ragione nel fatto che si possa
trasferire il modello statistico-matematico al modello fisiologico del cervello (i neuroni formano
connessioni ramificate), per formulare una teoria più o meno solida di come funzioni la
comunicazione elaborata tra neuroni e dunque poterla descrivere tramite i diversi complessi
algoritmi che stanno trovando ampia diffusione in bio-informatica21-24. La previsione di come
funzioni una rete di relazioni, sulla base di funzioni di probabilità e di densità, potrebbe rivelarsi
sufficientemente buona per creare un software, e per elaborare algoritmi informatici in grado di
svolgere operazioni anche complesse, un’operazione che permetterebbe, ad esempio, di costruire le
immagini della risonanza magnetica25, ma che non è sempre efficace nel “leggere” le attività più
complesse del nostro cervello, come il pensiero o la mente.
A tutt’oggi, infatti, non sembra esistere un modello convincente e solido di cosa sia la mente.
La moderna neurobiologia, infatti, non riesce sempre a spiegare molte delle questioni “intriganti”
che riguardano il nostro cervello solo attraverso una modellizzazione computazionale. Il successo
del modello computazionale è che, ad oggi, è possibile “mappare” aree anatomiche del cervello in
cui localizzare precise funzioni complesse, perfino funzioni di tipo mentale e certamente funzioni di
tipo cognitivo26,27. Esiste infatti, un modello chiamato “teoria computazionale della mente” o CTM,
nel quale si sostiene la teoria di Warren McCulloch e Walter Pitts secondo i quali l’attività neurale è
un’attività computazionale e che la cognizione e la coscienza siano entrambe forme di una
computazione28. Ciò è senza dubbio affscinante ma, alla fine, tutto si limiterebbe ad un modello più
o meno complesso di interazioni e di connessioni come lo si potrebbe immaginare in un
supercalcolatore. Qualcuno infatti ha parlato anche di “connettoma”29,30.
Tuttavia, la descrizione della dinamica delle interazioni, quando queste interazioni sono
innumerevoli, non può essere sufficientemente definita da una descrizione stocastica e
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probabilistica, di solito lineare, dato che risulterebbe più appropriata, in un sistema estremamente
complesso, una matematica dei sistemi non lineari, come ad esempio lo è la matematica che
descrive la meccanica dei fluidi o la fluidodinamica. Infatti, perfino quando il sistema da descrivere
appare sorprendentemente semplice, come lo è ad esempio quello riguardante la caduta
apparentemente costante di una gocciolina da un rubinetto, non si ha quasi mai la possibilità di una
descrizione lineare del fenomeno perché lo spazio temporale, ad esempio tra una caduta e l’altra
della gocciolina dal rubinetto che perde, è sempre variabile ed imprevedibile. Qui stiamo
introducendo il grande tema dei sistemi caotici che sono paradossalmente deterministici (hanno un
fine specifico) e tuttavia impredicibili, poiché sono estremamente dipendenti da piccole variazioni
nelle condizioni iniziali. In effetti, mentre utilizzando parametri semplici come la forza di gravità
che fa cadere la gocciolina, la tensione superficiale che forma la gocciolina, l’attrito dell’aria, la
pressione del rubinetto, etc.. potremmo, in teoria, descrivere il moto della gocciolina che cade e
dunque “prevedere” quando cadrà la prossima, definendo un sistema, in pratica, periodico,
l’introduzione di fattori imponderabili (la variazione di temperatura esterna, i moti convettivi
dell’aria intorno alla goccia che si sta formando o che cade, la vibrazione del lavabo legata a fattori
interni della casa, la vibrazione del tubo legata a piccoli movimenti sismici o meccanico-elastici
dello stabile, etc), trasforma il moto periodico (prevedibile) in un moto stocastico (imprevedible) e
da qui in poi gli scienziati parlano di transizione al caos31. In natura, è praticamente quasi tutto così.
L’emergere della complessità, che come vedremo più avanti era obbligatoria per la stessa, semplice
esistenza di “strutture aperte ordinate”, rende caotici molti sistemi dinamici. In pratica, quasi tutti i
fenomeni naturali, a causa dell’enorme variabilità delle interazioni tra i diversi sistemi, tendono ad
un comportamento caotico. Che non vuol dire comportamento “disordinato” in generale, senza
tuttavia aspetti matematicamente percorribili, deducibili e perfino quantificabili. Niente affatto. I
comportamenti caotici ubbidiscono sempre a principi cardine della matematica delle dinamiche non
lineari, anche se complessi, molti dei quali sono stati definiti con rigore da un certo Lyapunov (vedi
avanti). Tuttavia, vedremo avanti, che l’ordine funzionale spesso “stabilizza” l’andamento caotico e
che il caos entra in gioco nelle dinamiche informazionali.
Dunque, per tornare a noi, la descrizione matematica della caduta libera e naturale della gocciolina,
affrontata negli anni 80’ dal fisico Robert Stetson Shaw dell’Università della California, ci
introduce ad un nuovo mondo dei fenomeni naturali, cioè il caos. Nel comportamento caotico della
gocciolina il fattore che introduce una variabilità imprevedibile e crea il comportamento caotico è la
velocità di formazione della gocciolina stessa32. Non possiamo fare a meno del caos, se vogliamo
affrontare seriamente l’avventura di conoscere come funzioni veramente il nostro cervello. La
descrizione più compiuta delle attività neuronali, anche in un modello computazionale, non può
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dunque non tenere conto del caos, ovvero che il cervello funzioni ubbidendo alle leggi del caos.
Anche se questo sembrerà gettare in una luce alquanto insolita la nostra elegante, confortevole e
prevedibile interpretazione del funzionamento del cervello come un elaborato computer, come una
complessa macchina, la matematica del caos sembra piuttosto farci ripiombare in un insolito
sgomento. Il cervello resta più incomprensibile di prima. E ciò accade perché l’idea comune che si
ha del caos è ancora estremamente rudimentale, un po’ a causa della matematica estremamente
complessa che è alla base dello studio dei sistemi caotici, poco diffusa nel sentire comune per la sua
difficoltà ad essere facilmente capita, un po’ perché la stessa idea figurativa del caos non è quella,
per certi aspetti, più rassicurante e accessibile delle reti computazionali. E’ dunque molto difficile
credere che il caos “contenga” una ferrea disciplina matematica al suo interno, dato che lo si
considera un po’ un concetto anarchico, nel sentire comune. Pertanto, la matematca del caos e il
modello di una funzione caotica delle reti neuronali, non sono ancora stati onorati della debita
diffusione nella scienza ufficiale e dunque anche nella cultura popolare, malgrado la loro modernità.
C’è inoltre un altro fattore che complica un po’ le cose, nella nostra comune “idea” del cervello, e
della nostra capacità di leggerne la natura funzionale con una dinamica caotica.
La pervasione nelle neuroscienze del modello computazionale è stata tale che il modello caotico
resta ancora qualcosa di esotico, soprattutto considerando il fatto che l’evoluzione intellettuale del
modello computazionale, che è stato rinfrancato dall’abilità di mappare delle funzioni neurali, è il
modello cibernetico, cioè un modello che spiega abbastanza bene come il cervello comanda (e
gestisce) le funzioni meccaniche e cognitive o, più generalmente le relazioni funzionali, un modello
che ha trovato sorprendenti applicazioni in robotica. Non si sfugge quindi da una immagine del
cervello molto simile alla tecnologia che dalla CTM (vedi sopra) si è sviluppata, dove il limite è
semplicemente segnato da una idea del funzionamento neurale che è assolutamente simile a quello
di un dispositivo elettronico. Probabilmente non si può del tutto negare che i neuroni usino leggi
comuni all’elettronica dei dispositivi usati dall’uomo ma ci sono aspetti, emergenti in questi ultimi
anni, che sembrano distanti da questa visuale meccanica o meccanicistica del cervello e che, eppure,
sono da prendere in seria considerazione.
Tra l’altro, i modelli diffusi nella cultura generale creano ovvi preconcetti.
Ad esempio, un preconcetto piuttosto noto è che la mente sia un concetto “alto”, esclusivamente
legato alle funzioni del sistema nervoso centrale, al software del motore intellettivo e relazionale
umano e farebbero parte di questa nobile famiglia la cognizione, l’intelligenza, la memoria, il
pensiero logico, la creatività, la volontà, la coscienza, eccetera. Al contrario, l’intestino ad esempio
è relegato al buio della sottospecie, al territorio degli organi senza gloria, senza l’intrigante
complessità dell’encefalo. Tra il fondo-schiena e la testa esiste un abisso, nella concezione comune
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delle nostre funzioni complesse, tanto che si dice spesso “ragioni con la pancia” per indicare
l’assoluta assenza di un ragionamento logico e intellettualmente dotato. In verità, la famosa favola
raccontata da Menenio Agrippa, per quanto possiamo trasferirne il senso per i nostri scopi, non è
mai stata così attuale. Quello che sta emergendo dai più recenti studi, infatti, è che la relazione tra
cervello e intestino è molto stretta e decide, in modo formidabile, di tutta la nostra vita di relazione.
Persino della cognizione. Cervello e intestino hanno un’intesa molto forte, quasi fossero “due
cervelli”, un termine che non è necessariamente quello legato alla classica ipotesi dei due cervelli
fatta qualche anno fa33, creando quello che nella letteratura scientifica corrente si chiama gut-brain
axis34, l’asse intestino-cervello, che decide del controllo di innumerevoli attività bio-organiche e di
diversi sistemi, come ad esempio il sistema immunitario e la cui disfunzione, come vedremo più
avanti, sembra essere all’origine di diverse insospettabili patologie neurologiche, neurodegenerative
e neuromuscolari, e perfino cognitive. Il primo preconcetto da sfatare è dunque quello che
suggerirebbe l’intestino come qualcosa che non c’entri affatto con la nostra intelligenza, o, persino,
auto-coscienza.
Il secondo preconcetto da smitizzare è che il cervello abbia lo scopo, del tutto cibernetico, di
muovere la nostra vita di relazione. L’idea che invece sta emergendo è che il compito del nostro
complesso sistema nervoso possa essere quello di macro-controllare che tutto il nostro organismo
partecipi al bilancio energetico con l’ambiente, sia interno che esterno, presupposto fondamentale
per assicurare tutti i meccanismi di sopravvivenza cellulare che creano, come corollario, i fenomeni
della vita di relazione, compresi la cognizione, la coscienza, la memoria fino al movimento. Se è
vera questa ipotesi, il gut-brain axis, oggi meglio definito come gut-microbiome-brain axis o
GMBA, ha un ruolo fenomenale nella nostra conoscenza del mondo e nella nostra permanenza
biologica come esseri viventi su questo pianeta35-37.
Per i più potrebbe essere bello sentirsi dire che la pancia c’entra con l’attività più alta e primigenia
della nostra corteccia, perché si arriva di schianto all’idea che il mondo in cui abbiamo rinchiuso
tutte le nostre attività intellettuali non sia più un Olimpo spirituale ed esoterico ma un “luogo”
fortemente radicato nell’idea fisica, quasi rozzamente carnale, del “corpo”. L’integrità tra cervello e
intestino, nel cui potente connubio entrano di ruolo molte altre funzioni come, ad esempio,
l’immunità, la cognizione e l’appendimento, la psiche e l’attività neuro-muscolare, non è una
semplice questione di comunicazione tra organi apparentemente opposti per destino funzionale, allo
scopo di una corretta sopravvivenza dell’organismo38-40. E’ qualcosa di molto più potente e
potrebbe avere origini antichissime, addirittura dalla colonizzazione dei primi organismi unicellulari
con i batteri endosimbionti. Seguendo il filo dell’evoluzione organica, quella descritta dalla teoria
dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin-Wallace, noi siamo nati dal cammino evolutivo,
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durato almeno 2 miliardi di anni, delle prime cellule che hanno avuto un rapporto simbiotico con
altri micro-organismi. Questa eredità ce la portiamo nelle fibre più recondite del nostro io. Il
cervello lo “sente”, anzi ne è il “prodotto funzionale” più autorevole, il frutto più direttamente
imparentato con questa eredità. E’ curioso sapere che il nostro intestino ha un numero elevatissimo
di batteri, anche tre volte superiore al numero di cellule dell’intero organismo ed il microbioma
deve molto probabilmente giocare un ruolo chiave nella nostra vita di relazione perché deve
possedere una “competenza storica” nella costituzione del nostro essere biologico più intimo, forse
perfino nella coscienza profonda di essere in vita, dato che risalirebbe all’antica relazione stabilitasi
due miliardi di anni fa41-43. In cosa potrebbe consistere questa potente relazione, tanto che, della sua
gestione, il cervello ne deve assumere un compito fondamentale? E’ quello che si vuole affrontare
in questo volume.
Il filo conduttore del testo partirà dall’illustrare come gli organismi siano strutture ordinate per
“incidente di percorso” nel flusso energetico (cioè termodinamico) che porta all’equilibrio,
all’aumento di entropia, al massimo disordine. Il modello che svilupperemo è quello delle
cosiddette “strutture dissipative”. Le strutture dissipative sono strutture ordinate che nascono per
dissipare le forze che si oppongono a tale equilibrio e, in questo senso, il loro compito è di favorire
l’evolversi dell’equilibrio, fornendogli una “spinta entropica”. Nel far questo, esse sono “costrette”
ad una forte riduzione dell’entropia della struttura, ossia costrette all’ordine. Hanno il compito di
aumentare di molto l’entropia esterna, pur essendo esse nate lontane dall’equilibrio termodinamico,
nello “squilibrio di forze”. Questa linea di pensiero, ci accompagnerà per tutto il testo, dove
vogliamo, basandoci su ciò che sta emergendo nella letteratura del settore, descrivere il cervello
come decisamente impegnato a custodire e mantenere questa funzione primaria dell’organismo, che
è di competenza energetica ed informazionale. Dire quindi che il cervello ha come compito
primario il mantenimento dell’integrità biologica e biofisica della vita di un organismo complesso, e
non di essere solo un software di funzioni articolate e cibernetiche, pone questo organo e tutto il
sistema nervoso, in un ambito molto più “interno” e profondo di quanto lo avevamo visto finora,
nella torre eburnea di un isolato e oscuro sovrano, comandante di misteriose attività. E’ per
mantenere tutto ciò che cervello (sistema nervoso) e intestino formano una sorta di “macro-organo”
funzionale. Abbiamo chiamato questo macro-organo, neurobioma o “cervello metabolico”, una
struttura funzionalmente connessa al solo scopo di svolgere il colossale lavoro di bilancio
energetico, di mantenimento della complessità e ordine funzionale, che non è solo un frutto del
metabolismo, ma molto di più.
Il “paradigma” oggi più diffuso sulla natura e funzione del cervello è quello computazonale, da cui
deriva la cibernetica e la robotica, il cervello cioè come un complesso meccanismo elettronico ed il
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corpo come un complesso meccanismo meccatronico44-46. Che noi siamo dispositivi complessi ed
automatici, come lo sono tutti gli organismi viventi, è un dato di fatto; tuttavia, alcune spinose
contraddizioni epistemologiche emergono laddove si cominci ad affrontare il problema uomo. Nel
corso del testo si avrà occasione di discuterne. Il mistero ancora insoluto delle neuroscienze, ma
anche della filosofia, è l’origine e soprattutto il ruolo che ha la mente, con tutto il suo bagaglio
“spirituale” di manifestazioni, dalla libertà alla volontà, all’auto-coscienza e alla creatività, nel
percorso evolutivo. Si potrebbe rispondere che l’uomo è al vertice del successo evolutivo grazie alla
mente, e nessuno può negarlo, ma se il successo evolutivo dovesse misurarsi in capacità di
adattamento, in senso tipicamente darwiniano, cioè che la durata di un organismo, o del suo phylum,
è quasi infinita, dai tempi in cui la vita organica è nata sul nostro pianeta, i micro-organismi come i
batteri, ad esempio, sono ben più evoluti di noi. L’evoluzione non è semplice adattamento plastico
per costruire meccanismi perfettamente funzionanti per secoli o millenni. Contiene, e ne daremo
qualche ragione biofisica, un elemento nuovo che si chiama ”complessità”, ed è l’emergere della
complessità che ha modificato l’idea che dovremmo avere di adattamento evolutivo. Vedremo infati
che durante il nostro percorso, cognizione, memoria e intelligenza, avranno a che fare con tutto
questo. In questo testo ne descriveremo l’affascinante natura, anche usando, quando pertinente, il
linguaggio impiegato dalla matematica e fisica del caos.
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Capitolo primo
Gli organismi come sistemi lontani dall’equilibrio termodinamico: la vita è il
prodotto ordinato di uno squilibrio continuo
Una premessa. Noi guardiamo il mondo come strutture dissipative: la nostra è sempre una
visione “ordinata” e “ordinante” del mondo
Definire che cosa sia la vita è veramente un’impresa titanica. Tuttavia, se non si parte da almeno un
tentativo coraggioso di comprendere cosa sia la vita rispetto al cosmo termodinamico, è quasi
impossibile anche solo iniziare a comprendere cosa sia il cervello.
La prima impressione della parola vita ci fornisce un contraccolpo intellettuale assolutamente
tipico: pensiamo quasi sempre ad un qualcosa di ordinato, di mirabilmente funzionale, di molto
complesso e in continua evoluzione. Sembra che sia la visione della vita “fatta” da una struttura
dissipativa “senziente” o “cosciente”. Già. Ma che cos’è una struttura dissipativa?
La Figura 2 ci illustra un esempio.
Figura 2 Immagine di un fiume verso la foce e di strutture dissipative elicoidali rotanti. Vedi testo per ulteriori
spiegazioni.
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Possiamo immaginare il flusso degli eventi come un fiume che è diretto verso il mare. Il fiume è
anche la freccia del tempo. Il fiume non torna indietro spontaneamente, va solo verso la foce.
Questo lo chiameremo “flusso termodinamico”, che è un flusso continuo di materia e di energia e
va sempre verso il mare immoto della massima entropia. Durante il suo percorso il fiume ha molti
ostacoli, oggetti come sassi o rami di alberi, diversa densità dell’acqua o diversa viscosità della
medesima. Le forze che impediscono al flusso di defluire, scorrere costantemente verso il mare si
chiamano “forze dissipative”. Esse dissipano l’energia che porta l’acqua del fiume verso il mare,
rallentando lo stesso o perfino bloccandolo. A questo punto si formano, spontaneamente, delle
strutture insolite, ad esempio dei vortici nell’acqua. Esse sono insolite perché non sono in linea con
il flusso, hanno una forma ordinata e precisa (sono coni elicoidali) e si muovono in modo insolito
rispetto al flusso, cioè girano, hanno un moto rotatorio.
Perché si formano tali strutture? Per dissipare le forze dissipative, per ridurle, quindi, indebolirle, in
modo che il flusso vada avanti il più velocemente ed efficientemente possibile. Poiché queste
strutture dissipano le forze dissipative, si chiameranno “strutture dissipative”. Gli uragani, i cicloni
o le trombe d’aria ne sono un esempio. Vedremo che non tutte le strutture dissipatve sono fatte così,
tuttavia. Le strutture dissipative si formano per consentire al fiume di correre più facilmente verso il
mare, di eliminare le forze dissipative. Le strutture dissipative non si formano sempre, non sono
frequenti, la loro comparsa nel flusso termodinamico è un vero e proprio evento ma quando
compaiono hanno un ruolo determinante per lo stesso flusso. La loro “normalità” (naturalità) e
spontaneità nell’esistere ma anche la loro “eventualità” sono simili a quelle della nascita di un
figlio. Il figlio nasce, è naturale che nasca, ma potrebbe anche non accadere e inoltre non si sa
quando. La struttura dissipativa è un evento nel mare degli eventi. E cos’è questo mare, per noi? Il
mare immoto e silente del nulla? Forse no, ma noi lo “guardiamo” così.
La struttura dissipativa, che in questo esempio è rappresentata da un mulinello, è sempre una
struttura “inclusiva” non “esclusiva”. Se si pensa con attenzione ad un tornado, esso prende dentro
di tutto, ed è per questo che è “distruttivo”. Il motivo termodinamco di questa proprietà ”inclusiva”
è che la materia e l’energia “in entrata” vengono sfruttate per la dissipazione. Se, per ipotesi, la
materia dovesse entrare ma non essere utile per la dissipazione, essa dovrebe uscire come materia
degradata ma a spese della struttura dissipativa che, con questo ingresso di materia inutile, non ci
guadagna nulla, in termini energetici. Dunque, nell’evoluzione biologica, i meccanismi di
eliminazione di un messaggio esterno sono energeticamente meno preferiti di quelli dell’inclusione
del messaggio che viene reso utile in qualche modo (omeostasi). Più avanti nel testo
approfondiremo questo tema.
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La struttura dissipativa emerge per favorire il flusso ma nello stesso tempo si “mantiene” usando il
flusso stesso. E’ inclusiva ma “vede”, “legge” il mondo come estraneo al suo ordine e vorrebbe, per
renderlo “intellegibile” renderlo ordinato, perfino a comando. Ci sono in questo sorprendenti
analogie con la filosofia dell’esistenza umana. Sembra proprio che il “cruccio” maggiore degli
organismi, ovvero di ogni essere vivente, sia quello di non essere “diluito” nel mare dell’entropia
dell’universo, del “disordine” dell’universo. E’ un terrore che nasce dal fatto che il nostro modo di
concepirci è totalmente alieno a questo “mare immoto”. Ciò che non è “nostro” e che “non
comprendiamo” appare sempre disordinato, agli occhi della nostra mente. Fuori da noi tutto è
entropia in aumento, caos, disordine. Se qualcosa è compreso o pensato dalla nostra mente, esso
entra di diritto in un “territorio ordinato”, anche se non è ancora nostro del tutto, non è stato del
tutto compreso. E’ sufficiente farlo entrare nel moto del pensiero. Se non è nostro, ma lo è almeno
in potenza, come promessa, nel pensiero o nell’immaginazione, è ordinato (o ordinante). Ha una
logica, e la logica è ordine. La nostra visione del mondo, se è nostra, è sempre ordinata. Per cui
quello che non è “compreso”, che è alter, è quasi sempre paura, terrore, sconcerto. E’ disordine. E’
curiosità solo se ha un minimo nesso con il nostro ordine. La nostra maggiore paura è di non essere
diluiti nell’oceano delle cose e degli eventi, perché questo è visto ed è letto come “non ordinato”. E’
la paura della morte, dunque. Questo mare immoto si chiama “equilibrio termodinamico”.
Quando parliamo di “equilibrio termodinamico” non intendiamo un bilanciamento equo di
qualcosa, a cui la parola “equilibrio” ci inviterebbe a pensare. L’equilibrio termodinamico, che sarà
meglio spiegato più avanti, è il piattume, l’assenza di ogni moto, di ogni potenzialità, di ogni
relazione. E’ la massima entropia. Ogni cosa ha lo stesso, anonimo valore e non promuove, né
chiede relazioni. E’ l’omologazione, l’abbattimento di ogni minimale differenza. Noi vediamo
l’equilibrio termodinamico come avente questa faccia qui. Per fare un esempio visivo immaginiamo
che l’entropia dell’universo sia un colossale oceano immoto, più simile al vuoto senza stelle che
potremmo vedere in una notte mortale. Se è un oceano, dobbiamo immaginarci anche un fiume, che
non va mai all’indietro, ma che corre sempre e solo in avanti verso questo oceano. Questo fiume,
come abbiamo già detto, è il flusso del tempo termodinamico, il flusso degli eventi, il fluire delle
cose e della storia. Il suo fluire, però, non è omogeneo e costante: ci sono innumerevoli discordie.
Un qualsiasi fiume infatti ha delle forze che ne rallentano o ne interrompono il flusso, ad esempio,
come abbiamo riportato poc’anzi, la densità o la viscosità dell’acqua.
Ma facciamo anche un esempio un po’ più casalingo. Ipotizziamo di buttare dell’acqua nel lavabo.
Se versiamo un’intera bacinella, all’inizio la massa d’acqua scende nel foro di scarico grazie alla
pressione esercitata dalla massa d’acqua stessa, poi interverranno forze che disturberanno il flusso,
ad esempio l’attrito dell’acqua contro l’aria e le diverse pressioni dell’aria che deve risalire dallo
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scarico e dell’acqua che vi deve entrare. Lo noterete anche voi. Si formerà una struttura “strana”: un
mulinello. Questo mulinello ha due insolite proprietà: non è lineare o caotico come il flusso (infatti,
forma una spirale conica) e soprattutto gira, fa cioè un movimento strano rispetto a quello quasi
lineare del flusso, fa infatti un movimento rotatorio. Il mulinello si forma per ridurre le forze che
ostacolano il flusso e renderne più veloce ed efficiente il percorso nello scarico. Le forze che
impedirebbero al flusso di uscire velocemente, se non ci fosse il mulinello, le abbiamo chiamate
“forze dissipative”. E il mulinello si chiama, per questo, “struttura dissipativa”.
Non tutte le strutture dissipative hanno aspetti spiraliformi e rotatori, come vedremo, ma tutte si
formano spontaneamente per accelerare il flusso termodinamico. E lo fanno prendendo materia ed
energia (sono sistemi aperti), rilasciando energia degradata all’esterno (entropia). Dissipano
energia, dissipano le forze dissipative e aumentano l’entropia (il disordine) all’esterno. Come
possiamo immaginarcele, con un altro esempio? Se uno di noi sta correndo in linea retta e
all’improvviso due energumeni lo bloccano per le braccia a destra e a sinistra (forze dissipative),
l’uomo, non corre più (rallentamento o blocco del flusso) e per divincolarsi l’uomo fa un moto
“rotatorio” o “oscillatorio” (a destra e a sinistra). Come vedete, il movimento che si crea per
dissipare la forza con cui gli energumeni vi hanno bloccato è girare. Esattamente come il mulinello
dello scarico.
Ma, ancora, una caratteristica delle strutture dissipative, è che sono oggetti ordinati, e in questo
senso, seppur nati spontaneamente dal caos, non sembrano c’entrare niente con l’equilibrio
termodinamico. Infatti, le forze dissipative, non seguono l’equilibrio termodinamico. E quindi la
struttura dissipativa, quando si forma, è lontana dall’equilibrio termodinamico. Lo squilibrio di
forze è ovviamente una realtà “lontana” dall’equilibrio. Ecco che allora, l’idea dell’equilibrio
termodinamico come quell’oceano immoto di cui si faceva cenno prima, ci spaventa. Le strutture
dissipative si formano spontaneamente, quando un sistema aperto (cioè che scambia materia ed
energia) è lontano dall’equilibrio termodinamico ma questa spontaneità non è una “decisione
autonoma” ma una conseguenza automatica, una conseguenza automatica dell’esistenza di forze
dissipative in un flusso termodinamico.
Non perdersi nell’oceano dell’equilibrio termodinamico è dunque il nostro maggiore assillo
esistenziale, un’inquietudine che si traduce nel voler manifestare la propria dirompente individualità
(che “sentiamo” ordinata) e salvare la dignità che la vita del singolo rappresenta per il mondo, senza
disperdere tempo, sentirsi inutili o cadere nell’oblìo. Vivere coincide con il salvarsi la vita,
rappresentandone l’esistente in tutta la sua dirompente natura ed è anche manifestare
compiutamente il proprio io nel mondo. L’ordine è visto come vita, il disordine no. In effetti,
quando un organismo muore, cioè finisce di vivere, tutte le sue componenti chimiche e molecolari
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si dissolvono nell’ambiente, in un modo apparentemente disordinato, cioè si confondono con la
materia inorganica e organica presente nel cosmo, materia che a sua volta è preziosa per la
costruzione biochimica di nuovi organismi. Il fuoco della vita, che è energia, si “spegne”
nell’immane disordine termodinamico. Una realtà che siamo costretti ad accettare perché “naturale”
ma che non sentiamo che ci corrisponde. La nostra identità è infatti tutta scolpita nell’idea di un
ordine, un ordine funzionale ed adattato. L’ordine, appunto, è vita, il disordine no. Perché accade
questo? Probabilmente proprio perché siamo gli eredi di strutture dissipative.
L’idea che ci sta dietro, e che sarà sviluppata in questo testo, è che la vita nasce da strutture
dissipative. Ovviamente il nostro è un modello. E’ significativo infatti che mentre noi siamo
originati da strutture dissipative, che si ordinano per essere poi dissolte nel mare degli eventi casuali
dopo essere cresciute e divenute più complesse, il nostro “io” è definito da una rigida idea ordinata
delle cose. In effetti, noi non ci accettiamo come parte di un grande, misterioso disordine (perché è
così che noi leggiamo l’incomprensibile), ma ci sentiamo fortemente estranei ad esso, anche se nel
contempo, misteriosamente, siamo attratti prepotentemente dal Mistero. Non comprendiamo quello
che è imprevedibile come possibilmente “ordinante”, quello che è caotico come “deterministico”,
“finalizzato”, abbiamo un’idea del mondo non ordinato che, di fatto, non è un’idea. Noi leggiamo il
mondo da “strutture dissipative complesse”, che sono costrette ad “ordinarsi” per lo strappo alla
presunta libertà anarchica che la “fuga” all’esterno di entropia provoca su tali strutture,
costringendole ad una strettoia rigida di funzioni, per forza ordinate e per forza ripetitive, come se
tirassimo dello spago intorno ad un rocchetto che gira: lo spago si stringe in un ordine. Noi
guardiamo il mondo da qui, non da organi ordinati a prescindere ma da organi ordinati per
evoluzione. E’ curioso infatti che noi ci comportiamo come grandi e complesse strutture dissipative
anche nel pensiero, anche nella mente, come avremo modo di spiegare più avanti. Tutto ciò che
leggiamo del mondo in cui viviamo lo leggiamo come indiscutibilmente ordinato. Malgrado la
scienza ci dia sempre maggiori ragguagli apparentemente desolanti di un cosmo che sembra non
avere scopo o finalità, essendo pregno di inspiegabili contraddizioni che sembrerebbero negare di
per sé un disegno interno, la nostra incomprensione del cosmo non è necessariamente una prova che
il “disordine” che noi associamo all’equilibrio termodinamco sia, di fatto, qualcosa di folle e di
insensato, senza un disegno finalizzato. Il fatto che noi leggiamo il mondo, e noi stessi, come
“ordinati” è la conseguenza più radicale e profonda che tutto il nostro essere si comporta come una
struttura dissipativa, che perde energia degradata sotto forma di un aumento di entropia,
aumentando l’ordine interno. E’ perfino curiosa la relazione tra il senso della “libertà” come fuga
verso il “disordine” ovvero l’”anarchia” e la tendenza tipica degli organismi a stare lontano
dall’equilibrio termodinamico (il disordine), lontano dall’omogenea dispersione nell’universo di
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elementi che si erano in precedenza auto-organizzati in strutture ordinate, è curiosa, quando
piuttosto lo stare lontani dall’equilibrio ci costringe ad essere più rigidamente dipendenti dalle
funzioni e più ordinati, cioè più “legati”, meno liberi. Si intuisce da qui che il “nostro” dissidio
esistenziale è già insito nel tessuto più interno del nostro stesso essere biologico, del nostro stesso
essere biofisico. Anzi: del nostro stesso essere in quanto tale. “Qualcosa” ce lo fa emergere ad un
livello “cosciente” o “sub-cosciente” e quindi, per semplificare, il nostro cervello deve avere
rapporti profondissimi con la natura biofisica del nostro essere. Un essere che, secondo il nostro
modello, è strettamente legato alla dinamica energetica e informazionale degli eventi. Organizzare e
mantenere strutture ordinate richiede, infatti, energia, oltre che materia. Non è possibile quindi
credere che il neurobioma non sia fortemente implicato in questo lavoro.
Tuttavia, in questo capitolo, cercheremo di comprendere perché gli organismi “coscienti” e/o
“senzienti” esistono e si evolvono nel mare degli eventi fisici pur avendo l’horror vacui del mare
immoto del nulla. Vedremo che l’auto-organizzazione e l’epistemologia della complessità, e
paradossalmente l’ordine, nascono spontaneamente a causa dell’esistenza di un forte squilibrio
dentro una ineluttabile tendenza di tutti gli eventi naturali all’equilibrio termodinamico. Non è
escluso, quindi, che il neurobioma abbia come compito precipuo quello di mantenere questo ordine
in continua lotta, che il suo ruolo sia più di carattere energetico, in senso lato, di mantenimento
dell’epistemologia della complessità nel vivente che di tipo cibernetico. Ma come affrontare questo
argomento in modo non banale?
Dovremo almeno iniziare con l’illustrare alcuni fondamentali concetti della bioenergetica.
Termodinamica ed entropia.
Lo studio dei fenomeni legati agli scambi energetici si chiama termodinamica. I fenomeni
termodinamici sono molto particolari perché la loro descrizione è indipendente dal tempo. Ci
interessano solo lo stato iniziale e quello finale, non cosa accade nel “mentre”. Con la
termodinamica si studia un sistema attraverso le proprietà che ne identificano lo stato interno e le
sue trasformazioni, anche nel seno dei rapporti con l’ambiente. Non c’è dipendenza dal tempo nello
studio termodinamico di un sistema. Questa indipendenza dal tempo potrebbe, in realtà, tradurre un
“difetto” della nostra capacità di leggere la natura fisica del reale, ma non è solo così. Le misure
macroscopiche sono estremamente lente rispetto alla velocità dei fenomeni che accadono su scala
microscopica, infatti esse possono fornire una valutazione di fenomeni entro i pochi secondi (con
l’occhio umano) o i decimilionesimi di secondo (con strumenti sofisticati), quando in realtà i
fenomeni a livello atomico e/o molecolare possono verificarsi entro la spazio di un milionesimo di
miliardesimo di secondo. Quello che accade è che tra il livello infinitesimale nella materia e la
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nostra misurazione più fine c’è un ritardo di almeno cento milioni di volte. Questo ritardo ci fa
credere che i fenomeni relativi agli scambi energetici siano osservabili, e dunque misurabili, se
abbiamo a che fare con coordinate atomiche (pressione, volume, etc..) indipendenti dal tempo, cosa
che in realtà non succede. E’ solo che a causa del tempo così infinitesimale (e impercettibile) in cui
accadono i fenomeni a livello atomico, l’approssimazione dei fenomeni su scale temporali più
grandi è piuttosto frequente. Quindi, quando si studiano i processi energetici, ovvero i fenomeni
termodinamici negli organismi, la loro descrizione è sempre approssimata e deve tener conto di una
matematica piuttosto complessa per avvicinare la descrizione fatta alla verità della natura dei
fenomeni. La termodinamica, in particolare, avrebbe lo scopo di descrivere con una certa generalità
e semplicità sistemi macroscopici più complessi, composti da molti elementi, e di comprendere
quali relazioni possano intercorrere tra le differenti proprietà emergenti dalla reciproca interazione
degli elementi stessi che compongono il sistema.
Questo fatto può all’apparenza sembrare paradossale.
Tuttavia, la domanda fondamentale in termodinamica non è quale sia la natura delle variabili
macroscopiche in gioco, problema interpretativo proprio della meccanica statistica, ma quali
relazioni feconde possono sussistere tra queste variabili in rapporto alla spiegazione di fenomeni
macroscopici come ad esempio l'irreversibilità dei processi, la freccia del tempo e in generale la
tendenza spontanea dei sistemi a evolvere verso stati ben definiti. L’approccio “biofisico” alla
comprensione di cosa possa essere definito “essere vivente” tiene conto della termodinamica ma è
ancora lontano dall’essere esaustivamente compiuto attraverso una interpretazione organica e
complessiva della vita in quanto tale. Con la ricerca attuale e i dati scientifici da codesta prodottisi
negli ultimi anni, siamo tuttavia capaci di fare ragionamenti logici ed eleganti su come si possa
intraprendere questa strada. Il ragionamento ci serve per introdurre il significato più profondo del
concetto di neurobioma.
E’ fin troppo ovvio che noi ricaviamo l’ energia per vivere dal cibo, dall’acqua e dall’ossigeno, non
abbiamo l’abilità di farlo usando le radiazioni solari, come accade, ad esempio, per organismi
autotrofi fotosintetci quali sono le piante.. Dunque, il nostro rapporto con il metabolismo è molto di
più che una semplice digestione. Da questo punto di vista gli esseri umani sono “sistemi
termodinamici aperti”, cioè che scambiano sia materia (massa) che energia (lavoro e calore) con
l’ambiente. Che cos’è un “sistema aperto”? Un semplice esempio di sistema aperto è un bicchiere
di acqua posto sul tavolino.
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Figura 3 Un bicchiere contenente acqua sarà sottoposto agli effetti termodinamici ambientali. Se la
temperatura esterna è più alta di quella dell’acqua nel bicchiere, l’acqua tenderà ad evaporare per
equilibrare la tensione di vapore dell’ambiente. L’entropia delle molecole di acqua nel vapore è maggiore di
quella presente nell’acqua (freccia verde crescente). La stessa temperatura e il grado di saturazione
dell’umidità, faranno tornare acqua (materia) al bicchiere tramite condensa.
Se la temperatura dell’ambiente (la stanza) è sensibilmente più alta dell’acqua, l’acqua entrerà in
equilibrio termico con l’ambiente ed un buon numero di molecole di acqua usciranno dal sistema
sotto forma di vapore, fino al punto in cui, dopo un certo tempo, il livello di acqua nel bicchiere sarà
macroscopicamene inferiore al livello di partenza, posto che l’umidità dell’ambiente sia di un certo
valore (ad esempio aria secca). Il bicchiere scambierà energia (calore) e massa (vapore acqueo) con
l’ambiente. Quello che si verifica è un equilibrio termodinamico del sistema con l’ambiente.
L’acqua continuerà ad evaporare dal bicchiere a causa della continua tendenza ad equilibrare la
tensione di vapore nell’ambiente in ragione della temperatura e pressione esterna, finchè non ci sarà
più acqua nel bicchiere o finchè non si creerà una situazione in cui buona parte dell’acqua è
evaporata ed una parte sarà restituita dall’ambiente al bicchiere sotto forma di condensa. Identica
cosa che succede ad un lago: una certa quantità di acqua evapora e più tardi è restituita sotto forma
di pioggia dalle nubi formatesi a causa anche della sua evaporazione. Si tratta quindi di un
equilibrio: io mi tolgo qualcosa e poi mi viene restituita. Il finale di questo equilibrio è una resa che
è, grosso modo, pari a zero, anche se non è proprio così. In linea generale, in questo equilibrio ciò
che mi viene tolto poi mi viene restituito. Lo scambio è costante, non c’è resa netta. La dinamica
complessiva di questi scambi rappresenta un equilibrio statico e avviene dentro un equilibrio
termodinamico. In realtà qualcosa si “perde” per strada, ad esempio l’energia degradata in calore,
che è collegata con un aumento di entropia dell’ambiente, ma resta l’idea del ciclo. Questa
spiegazione, anche se un po’ naif della termodinamica, dovrebbe aiutarci a comprendere, più avanti,
la totale differenza nell’uso dell’energia che compete agli organismi come sistemi dissipativi.
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Torniamo per un momento al nostro esempio del bicchiere di acqua. Le molecole di acqua che
escono dal bicchiere come vapore, che è un esempio di gas, occuperanno tutto lo spazio a loro
disposizione, come i bambini che escono in disordine da scuola al suono della campanella. Un
concetto che è diventato di uso comune è infatti quello di entropia. E tale concetto è legato anche
all’idea di ordine e di disordine. Banalmente diremo che, mentre l’acqua liquida, nella sua struttura
chimica è un po’ più “compatta” del vapore (entropia negativa), il vapore è fatto di molecole meno
unite, con un maggior grado di libertà dello stato liquido, e con una maggiore tendenza ad andare
dove il vapore vuole, ad occupare tutto lo spazio dell’ambiente, ad essere più “disordinato” di
quanto non lo sia il liquido (entropia positiva). Quindi, durante il passaggio di stato, da liquido a
vapore dell’acqua contenuta nel bicchiere (il nostro sistema termodinamico aperto), l’entropia
dell’universo (sistema + ambiente) aumenta. Nella termodinamica statica valutiamo l’equilibrio
termodinamico considerando la differenza tra le condizioni iniziali e quelle finali e viceversa, non
facciamo caso a quello che accade, realmente, nello spazio minuto e infinitesimale del tempo,
“mentre” l’equilibrio sta accadendo. E quindi la nostra idea di aumento di entropia è assoluta e
pervasiva, quando, invece, mentre gli eventi termodinamci si stanno verificando, la questione è,
diciamo, un po’ più complessa.
Per capire meglio quest’ultimo concetto faremo infatti un esempio.
Immaginiamo di essere degli operai di un grande deposito di una fabbrica che produce palline da
golf e che tali palline siano perfettamente custodite in grandi confezioni di cartone poste in modo
ordinato e catalogato in innumerevoli scaffali numerati. Il responsabile della qualità riporta al capo
magazziniere che alcune centinaia di palline sono difettose e devono essere eliminate dalla
produzione e dunque dallo stoccaggio. Tuttavia, tutti i sistemi informatici di controllo sono fuori
uso e la cernita delle palline difettose deve essere fatta con immediata urgenza. Cosa dovrebbe
accadere al deposito se gli operai dovessero fare questo lavoro a mano, senza l’ausilio di una
tecnologia robotizzata? Quello che accadrebbe al magazzino è che, dopo un certo tempo, sarebbe
invaso da palline da golf e non più da scatoloni numerati. E se per fare una corretta cernita le palline
da golf sono distribuite nell’enorme piazzale vuoto antistante la fabbrica, allora magazzino e
piazzale sarebbero invasi da un enorme disordine di palline. Ma gli operai otterrebbero questo dopo
un certo tempo. Per ottenere il disordine indicato rapidamente dovrebbero creare qualcosa di come
un’esplosione. Invece, quello che molto più presumibilmente accade nella realtà è che, all’inizio
abbiamo un certo numero di scatoloni aperti con le palline dentro, diverse palline fuori e ancora
tanti scatoloni negli scaffali. C’è un po’ di disordine ma non più di tanto. E soprattutto non è il
disordine che si avrebbe se gli scatoloni fossero fatti esplodere tutti d’un colpo o che potremmo
avere alla fine del lavoro di apertura di molti o tutti gli scatoloni.
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Cosa ci dice questo esempio bizzarro?
Nel nostro esempio le palline sono le molecole. All’inizo (un inizio che arbitrariamente poniamo
noi) la materia è ordinata, è in uno stato fisico ordinato (come lo è ad esempio un solido o un
cristallo, oppure, nel nostro esempio, gli scatoloni codificati, catalogati e messi a posto sugli scaffali
registrati). Alla fine del processo di equilibrio termodinamico, tutte le molecole sono diventate gas
(palline fuori dagli scatoloni) e l’entropia dell’universo (sistema più ambiente ovvero deposito più
piazzale esterno) aumenta (il disordine delle palline aumenta). In verità questo aumento di entropia
non si verifica di colpo all’”interno” del processo termodinamico, perché, mentre gli operai
smontano qualche scatolone e buttano a terra le palline per fare la cernita di quelle difettose, non è
ancora aumentata in modo macroscopico (evidente ai nostri occhi e alle nostre iniziali
interpretazioni) l’entropia dell’universo. C’è un po’ di disordine ma non c’è ancora “il” disordine
totale delle palline, cioè quello alla fine di tutto il lavoro.
Che cosa realmente accade? Che in un primo tempo si apre un solo scatolone, si tira fuori un certo
numero di palline (disordine), si mettono le palline in un contenitore per la cernita (ordine), si
buttano via quelle difettose (disordine) e si mettono ancora le palline sfuse in uno scatolone nuovo
per la produzione (ordine). Gli operai fanno un lavoro ciclico, ordine-disordine/disordine-ordine,
dove il risultato finale è una massa di scatoloni nuovi non catalogati e ammassati (disordine) ma
passando per variazioni di ordine/disordine praticamente nulli, perché poi tutto torna al suo posto.
Gli operai ci mettono sei mesi a fare un lavoro che per ogni manciata di palline fanno in due minuti.
Se noi studiamo la termodinamica del processo, partendo da un inizio (scatoloni catalogati sugli
scaffali) per arrivare alla fine (scatoloni ammassati in un’area per la catalogazione e ancora non
catalogati) diremmo senza dubbio che l’entropia è aumentata: dagli scatoloni di palline numerati,
codificati e in ordine sugli scaffali agli scatoloni non codificati e non a posto in un’area dismessa
del magazzino. Guardiamo l’effetto finale soltanto. Ma mentre il lavoro si svolgeva il concetto di
ordine e di disordine era più o meno ciclico, nelle piccole operazioni degli operai.
In effetti, abbiamo qui introdotto il concetto di trasformazione termodinamica quasi-statica, che è
valutata non più da equazioni semplici, come quelle che abbiamo studiato a scuola con le
trasformazioni statiche, ma da equazioni differenziali. La trasformazione quasi statica è una
trasformazione termodinamica che nel nostro spazio di misura del tempo avverrebbe in modo
estremamente lento (mentre a livello atomico o molecolare è estremamene veloce), in modo tale che
il nostro sistema (il magazzino) passando da uno stato di equilibrio iniziale A ad uno stato di
equlibrio finale B, attaversi infiniti stati più piccoli di equilibrio in cui il passaggio da una
condizione di disordine ad una di ordine e viceversa è reversibile (si può fare e disfare e viceversa)
e la variazione in entropia è in pratica nulla. Nel “mare magnum” del flusso degli eventi verso la
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massima entropia, esistono regioni dove questo incremento è ancora incostante o addirittura nullo.
Vale a dire che nell’infinitamente piccolo, i fenomeni termodinamici classici, con l’entropia come
concetto di disordine (secondo Clausius e Boltzmann), sono meno “drastici” e dipendono
dall’entropia dell’informazione (quella di Shannon), con l’entropia come parametro di probabilità.
E’ chiaro che nei due “mondi” il tempo ha un significato radicalmente diverso.
Questa lunga dissertazione ci introduce ad un concetto chiave espresso negli anni settanta del secolo
scorso da Ilya Prigogine, che ha introdotto l’idea dei cosiddetti “sistemi dissipativi”, ovvero che
nelle trasformazioni termodinamiche di sistemi aperti, cioè che scambiano materia ed energia con
l’ambiente, come in ogni fenomeno fisico oggetto di studio, in realtà, sistemi ordinati e auto-
replicantesi si formano spontanamente in una situazione in cui il processo tende irreversibilmente al
massimo disordine. In termodinamica il concetto di tempo è espresso come differenza tra un prima
ed un dopo, mentre in realtà il “tempo intrinseco” ad ogni fenomeno fisico non è il tempo che
normalmente misuriamo noi47-53. Se ne deduce che qualsiasi fenomeno fisico macroscopicamente
osservabile è fatto di “intorni” molto ma molto piccoli, o teoricamente infinitesimali, in cui la legge
macroscopicamente osservata potrebbe non essere necessariamente rispettata. E’ vero che nelle
trasformazioni termodinamiche irreversibili, come ad esempio la diffusione di un gas compresso,
l’entropia dell’universo aumenta su scala macroscopica (entropia positiva) ma non è affatto detto
che mentre accade, l’entropia aumenti sempre. Questo sicuramente si verifica nei sistemi aperti. La
vita biologica sembrerebbe infatti procedere da nicchie dinamiche di “reversibilità termodinamica”,
da “imperfezioni” o piccole tregue in quel processo termodinamico che condurrebbe
inesorabilmente ad un irreversibile disordine, ed il mantenimento di tali nicchie di entropia negativa
(ordine) si realizzerebbe creando un’anisotropia (situazione di asimmetria) e di squilibrio nel
sistema, quindi una crescente diversità locale e infine complessità. Per dirla in parole povere,
interpretando per certi aspetti Prigogine e Nicolis, la vita potrebbe essere cominciata qui, in questi
spazi o nicchie di entropia negativa, ciò che gli addetti ai lavori chiamano neghentropia54-57.
Ma più precisamente le strutture dissipative sono sistemi dinamici che riducono l’entropia al loro
interno “dissipando” l’energia dello squilibrio di forze. Vediamo meglio di cosa si tratta nel
prossimo paragrafo.
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riduzione della medesima (ordine). Non è sempre esattamente così per tutti questi tipi di sistemi ma
la loro conoscenza ci permetterà di introdurci, in modo più o meno rigoroso, al concetto basilare di
organismo vivente, che prevede l’auto-organizzazione ordinata e complessa che si auto-riproduce
nella freccia del tempo, cioè lungo il percorso del tempo, nel flusso termodinamico. In natura,
esistono dunque sistemi che spontaneamente si auto-organizzano a causa di solide leggi chimiche e
fisiche. L’esempio più semplice di ordine “spontaneo” è quello che si può osservare buttando
qualche gocciolina di olio in acqua.
Da un punto di vista termodinamico l’olio dovrebbe entrare in equilibrio con l’acqua e mescolarsi
con essa, soprattutto se agitiamo l’olio con l’acqua stessa. In effetti questo accade, se al posto
dell’olio vi buttiamo qualche goccia di aceto, ma non accade affatto e mai con l’olio. L’aceto è
miscibile con l’acqua, l’olio no. Analogamente a quello che avviene con due gas, inizialmente
ognuno chiuso in un comparto separato da una parete ermetica, che una volta mescolantisi
all’apertura della parete aumentano l’entropia del sistema, anche la miscelazione di due liquidi
aumenta l’entropia del sistema. Nel caso del teorico miscelamento di olio ed acqua, in realtà, le
goccioline di olio tendono a restare separate e anzi, dopo un po’, sono soggette alla coalescenza per
cui tutte le goccioline si fondono in una macchia di olio unica galleggiante sulla superficie
(menisco) dell’acqua. E’ vero: per l’olio c’è una diminuizione di entropia ma l’acqua aumenta il suo
disordine nelle regioni più vicine al contatto con l’olio e a conti fatti l’entropia dell’universo
(sistema + ambiente) aumenta molto di più che se l’olio potesse mescolarsi completamente con
l’acqua. Come si vede, dalla Figura 4, le gocce di olio in acqua si organizzazno in strutture circolari
galleggianti, a causa dell’aumento di entropia dell’acqua.. E’ l’aumento di entropia dell’acqua che
”obbliga” le molecole di olio a unirsi, a “essere più ordinate”, separandosi dalla miscelazione con
l’acqua.
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Figura 4 Goccioline di olio in acqua (a sinistra) costituite da molecole di grasso (lipidi), formano uno strato di
molecole idrofobiche (come ad esempio i fosfolipidi) sul menisco dell’acqua, con la testa (idròfila) verso
l’acqua e le code (idròfobiche) verso l’aria. Dentro l’acqua tali molecole formano più verosimilmente micelle,
cioè strutture sferiche in cui le superfici sono tutte fatte da teste e le code sono all’interno della cavità, dove è
esclusa l’acqua.
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L’olio si organizza, spontaneamente, a causa del disordine dell’acqua (entropia dell’acqua). Ma è
anche possibile che si formino delle strutture ordinate più organizzate, chiamate micelle, che sono
delle sfere cave, con all’interno acqua e all’esterno solo le teste delle molecole di olio o grasso,
molecole che abbiamo chiamato lipìdi (Figura 4). La disposizione poi di questi lipidi, ad esempio
dei ceramidi o dei fosfolipidi, può essere quella della formazione di un doppio strato, soprattutto
quando il mondo in cui questi lipidi stanno è tutto fatto di acqua (non c’è un menisco di acqua
contro l’aria). Questi sono esempi, ancora semplici e d’immediata comprensione, in cui la stessa
forza che muove la termodinamica, il trasferimento di energia e l’aumento complessivo di entropia,
può creare “nicchie” ordinate e ripetute che potrebbero anche essere antesignane di rudimentali
“proto-cellule”58. Non sono vere e proprie strutture dissipative ma esempi in cui, a spese di un
aumento “esterno” di entropia, chi vi contribuisce diventa ordinato. Il senso ultimo di questi
ragionamenti è che l’aumento di entropia esterna è il motore dell’ordine, l’energia, o meglio ancora
lo “squilibrio energetico”, muove le forme. E per meglio capire questo aspetto dovremmo fare degli
esempi più appropriai di strutture dissipative. Un esempio assolutamente tipico ci viene dato dalle
celle di Rayleigh-Bénard.
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bombola è chiusa), quello chimico (non ci sono reazioni chimiche). Se cambia la pressione esterna
(dell’ambiente) aprendo una valvola, l’azoto torna ad essere un gas (cambiamento di stato del
sistema), passando ad un nuovo equilibrio termodinamco, quello dell’azoto gassoso nell’aria. Ora,
quando almeno una delle condizioni dell’equilibrio termodinamico non viene rispettata, si dice che
il sistema è “lontano dall’equilibrio termodinamico”.
Il concetto di equilibrio termodinamico, almeno per come lo abbiamo semplicemente abbozzato agli
inizi di questo testo, coincide, nella nostra raffigurazione mentale degli eventi fisici, con il concetto
di “morte termica” . In effetti, seguendo il secondo principio della termodinamica, il progresso di
tutti i fenomeni naturali sembra proprio essere quello di andare verso una condizione irreversibile di
massimo disordine (aumento di entropia), un luogo in cui non ci sarà più né bisogno, né occasione
di scambiare energia, dove le differenze dei potenziali energetici saranno nulle, un luogo, quindi, in
cui non ci siano irregolarità, sbavature in grado di creare ancora disparità di equilibrio energetico e
consentire ancora uno scambio, un luogo in cui tutte le forze siano omogeneamente uguali in
qualsiasi direzione li si guardi. In natura, un luogo così non esiste realmente, se non in una
percezione macroscopica ed approssimata della realtà, ma l’equilibrio termico ci fa intuire un
aspetto fondamentale della natura dei viventi: l’irregolarità e l’anisotropia in condizioni di flusso
dinamico e continuo di energia. Torneremo sul concetto filosofico di errore o irregolarità o meglio
ancora di “squilibrio” come chiave di lettura della variabilità e complessità nei viventi, tra qualche
pagina.
Il sistema a celle esagonali di Rayleigh-Bénard è un esempio di sistema lontano dall’equilibrio. E’
più esattamente un esempio di sistema dissipativo59.
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Figura 5 Celle di Bénard (A) e paagone con cellule vegetali (B). Come si vede dal disegno, le celle di
Bénard somigliano moltissimo alle cellule biologiche (nell’ esempio, cellule di una foglia al microscopio)
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Immaginiamo di camminare in modo costante e non veloce con attaccata al bacino una corda che ha
all’estremità legato un sasso. Se camminiamo in modo costante (velocità costante) su un piano
anch’esso costante, il sasso si muoverà in linea con il nostro moto e quindi anche il sasso procederà
con noi in modo costante e lineare. Ma se aumentiamo la velocità, il sasso comincerà a
ballonzolare, a intraprendere un moto incostante e casuale, a causa della resistenza su di esso di
altre forze (attrito, forza centrifuga, forza centripeta, etc.) e lo vedremo ballare di qua e di là su è giù
mentre noi stiamo correndo alla stessa veloctà in linea retta. All’inizio il moto del sasso è casuale,
irregolare ma poi si assesta su un moto ondulatorio, vibrazionale o circolare che è esattamente una
nuova entità rispetto al moto dell’uomo che corre (lineare). Il sasso, costretto dalle forze dissipative,
ha formato una struttura che ricorda molto una “struttura dissipativa”. I cicloni, come già detto, le
trombe d’aria o il vortice (mulinello) dell’acqua che buttiamo nel lavandino da un secchio, sono
esempi illuminanti di strutture dissipative. Queste strutture si stabilizzano, cioè si formano, quando
non c’è un equilibrio tra forze, anzi c’è un forte squilibrio tra forze, dunque quando si è lontani
dall’equilibrio termodinamico, e sono giustificate dall’esigenza del sistema di riequilibrare tali forze
il più velocemente possibile per raggiungere l’equilibrio termodinamico. Per questo motivo, cioè
con lo scopo di portare il sistema all’equilibrio, l’esistenza di una struttura auto-organizzata crea un
nuovo squilibrio che quindi potrebbe richiedere un maggior numero di strutture dissipative per
affrontarlo, creando probabilmente una evoluzione nell’auto-organizzazione71. In natura vi sono
molti altri sistemi chimico-fisici spontanei che creano strutture dissipative, ad esempo la reazione di
Belousov-Zhabotinsky72,73 di cui parleremo più avanti, ma per il momento affrontiamo cosa
introduce di nuovo il concetto di struttura dissipativa nel significato biologico della parola vita.
Prima, perciò, faremo una considerazione di pensiero.
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volte ci appare perfino iniquo, tutti gli eventi che ci capitano sono impredicibili, imprevedebili e
non tutti misurabili e noi invece siamo oggetti misurati, adattati, limitati e ordinati. Perché il nostro
ordine dovrebbe prevalere e avere “competenza” su ciò che non ci appare affatto ordinato? Siamo
diversi, assolutamente alieni all’aleatorietà. Siamo ordinati, siamo complessi e alieni al disordine
termodinamico.
Pecrhè dunque? Perché l’ordine nasce spontaneamente e imprevediblmente. E’ un “regalo”.
Nell’Universo che ci immagineremmo isotropo, con la stessa probabilità che accada qualsiasi
evento, di qualsiasi genere, a prescindere, in un Universo statisticamente omogeneo, l’ordine è un
regalo. E’ un’anomalia e un evento. Ma siccome “serve” allo scopo, dissipa, è un fatto “buono”. Un
regalo, appunto.
Noi nasciamo da strutture semplici e ci evolviamo in macchine sempre più elaborate e complesse,
con funzioni sempre più ordinate, prendendo materia ed energia dall’esterno. Anche l’evoluzione
biologica è così: nasce dalle molecole, dai motori molecolari, dalle prime strutture dissipative
cicliche (oscillanti) e passa dagli organismi unicellulari all’uomo, in almeno 2-3 miliardi di anni. I
sassi e le montagne non evolvono. Semplicemente cambiano in ragione degli eventi esterni,
passivamente. Tutto ciò ci fa credere che siamo eredi delle stesse strutture dissipative del mondo
fisico, come i cicloni o le celle di Bénard, poiché le strutture dissipative si comportano in tal modo:
crescono in ordine e in complessità, in modo autonomo e spontaneo, stabilendo relazioni e
migliorando funzioni.
2.- Il motore di questi fenomeni è l’aumento di entropia nel flusso termodinamico. Buttare fuori
disordine costringe il sistema che prodce entropia a diventare ordinato. Le strutture dissipative
nascono laddove ci sono “squilibri”, cioè stando lontano dall’equilibrio, emergono quando cioè
sono lontani dall’equilibrio termodinamico. Questo rende chiara l’idea che la vita non è un’opera
ordinata statica, precostituita, fissa, che nasce da una pace immota senza giustizia, gli organismi non
sono macchinari perfetti e assoluti, adattati per un fine che è stato stabilito prima della loro
comparsa nel mondo, ma la complessità e l’ordine “crescono” a causa della “grande lotta” nel
tempo, attraverso il tempo, lungo il flusso termodinamico, finita la quale, si muore. Qui non si vuole
affatto distruggere con questo modello della biologia una possibile visione creazionista o
antropocentrica. Anche perché la stessa caducità e eventualità delle strutture dissipative, emerse
come strutture mirabilmente ordinate con uno scopo, una finalità, in un mondo che sembra non
averne, rafforza la visione delle creaturalità, piuttosto che smontarla. In realtà, stiamo qui cercando
di fornire alcune chiavi interpetative di tipo filosofico ed epistemologico all’ipotesi che la vita sia
nata e si sia sviluppata da strutture dissipative. Infatti, crediamo che i primi organismi viventi e
proto-cellule possano essere sorti come rudimenti di strutture dissipative, che si sarebbero auto-
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organizzate in una crescente complessità, sempre e comunque dentro uno squilibrio termodinamico,
mantenendosi quindi lontano dal cosiddetto equilibrio termodinamico. Questa ipotesi, che
troverebbe conferma nell’esistenza di diversi sistemi di auto-organizzazione (ordine) spontaneo,
come ad esempio le celle di Bènard, ci costringe dunque a dei commenti di natura filosofica ed
epistemologica.
Questi commenti dovrebbero suggerirci che le diverse caratteristiche di una struttura dissipativa,
ovvero: a) emergenza spontanea ma non necessariamente per questo prevedibile; b) emergenza e
sviluppo lontano dall’equilibrio termodinamico; c) aspetto ordinato e ripetuto; d) auto-
organizzazione a mantenere una struttura con forma e azione precise; e) capacità di replicazione
spontanea (crescita); f) relazione con altre strutture replicative e incremento della complessità; g)
manifestazione di un ordine strutturale e funzionale sempre “in continua lotta” per la sopravvivenza,
trattandosi di sistemi aperti lontani dall’equilibrio termodinamico; h) compito di favorire il flusso
degli eventi; i) dunque, caducità della struttura, per cui è destinata a morire. Se li si legge non
considerando che stiamo parlando di strutture dissipative, sembra che stiamo parlando della vita di
ognuno di noi, ad esempio il punto h) potrebbe tradursi con il “favorire il proprio destino e il
proprio compito nel mondo” o anche “spendersi per gli altri”, eccetera. Analogia? O si tratta del
riverbero sulla nostra mente delle proprietà delle strutture dissipative che noi abbiamo “dentro” e
che noi siamo come integralità?
Possiamo dedurne dei concetti esistenziali, infatti.
Il primo concetto “forte” che occorre sottolineare è che l’ordine nasce da uno squilibrio, da una
“rottura” dell’equilibrio, da un contrasto di forze opposte e si auto-mantiene se permangono
condizioni di squilibrio, se si è lontani dall’equilibrio termodinamico. Avevamo già detto che cosa
si debba intendere per “equilibrio termodinamico”: non è un accordo, una stretta di mano
diplomatica e neanche un pacifico do ut des, o un bilanciamento di forze o di energie. E’ l’assenza
di imperfezioni, di contrasti, di relazioni. E’ la massima entropia. Già. Vediamola allora in questo
modo. L’ordine è un elemento anomalo nel corso degli eventi. Ogni evento o ogni particella della
realtà deve avere la stessa probabilità di un’altra di esistere, di agire e di relazionarsi con un’altra
particella. Ma se è così, ogni particella deve avere la stessa proprietà, altrimenti si crea
un’asimmetria (o anche un’anisotropia). Particelle diverse o eventi diversi possono creare contrasti
e dunque, successivamente, anche ordine. Non stiamo dicendo che l’ordine è una conseguenza della
guerra. Stiamo dicendo che l’ordine può nascere solo come salvezza in un contrasto. L’ordine è
figlio dell’imperfezione ma è destinato alla perfezione.
Per tradurla in termini semplicistici, noi restiamo nell’ordine funzionale (quello dei marchingegni
con cui si concepisce la fisiologia e la biologia) se permane lo squilibrio. Paradossalmente, l’ordine
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non sembrerebbe nascere da una aprioristica intenzione ordinatrice e statica ma da uno squilibrio,
da una lotta. Nasce come dovuta e necessaria conseguenza dell’aumento di entropia, le strutture
dissipative sono sistemi aperti che aumentano di molto l’entropia al loro esterno. Il paradosso è che
quindi l’ordine nasce per far tornare tutto al disordine entropico (o all’equilibrio termodinamico) il
più velocemente possibile, per aumentare l’entropia dell’ambiente. Seppure noi concepiamo
fortemente che il disordine entropico e l’equilibrio termodinamico non siano il fine ultimo della vita
(nessuno vuole morire), tuttavia l’ordine nasce per favorire questo. Gli stessi organismi devono
ubbidire alle leggi fisiche dei fenomeni legati all’equilibrio termodinamico, alle leggi dei processi
irreversibili. E l’aumento di entropia sembra essere un motore ineluttabile dei processi irreversibili.
Valutando il fatto che il mulinello che si forma nello scarico aiuta l’acqua a cadere più in fretta e
velocemente nel medesimo, si potrebbe azzardare l’idea che i sistemi dissipativi creino ordine per
consentire al disordine (equilibrio termodinamico) di esistere, sono, loro malgrado, il motore
dell’irreversibilità aumentando l’entropia (sono sistemi aperti) e portano avanti il tempo
termodinamico degli eventi. Senza l’ordine e la complessità l’universo non si muove.
Organismi come strutture dissipative. In effetti si tratta di oggetti contraddittori.
Macroscopicamente permangono in un ordine mirabilmente adattato all’ambiente tanto da sembrare
sorprendenti e ingegnose macchine elaborate e microscopicamente stanno in mezzo ad una terribile
lotta energetica tra il mantenimento di tale ordine e il vento impietoso del disfacimento, ciò che li fa
emergere nel mondo come strutture misteriose, tutte diverse tra di loro e con impreviste costanti
interne. Il loro paradosso è che esistono per aumentare l’entropia, quando in realtà sono strutture
ordinate. E forse è probabile che, se non si formasse una struttura dissipativa nel flusso
termodinamico. il flusso stesso sarebbe destinato a interrompersi o a bloccarsi per lo squilibrio di
forze, forse rallentando sempre di più per trasformarsi in un universo perfettamente statico ed
isotropo, dove forse tutto rimarrebbe immoto per assenza di irregolaità, di una dinamica, o forse,
non sappiamo, collasserebbe in una singolarità, o forse ancora non sarebbe neppure mai nato, e
quindi la stessa esistenza del sistema dissipativo e del suo rapporto con l’ambiente cesserebbe di
avere significato e di esistere. Forse, perfino, non esisterebbe il mondo. Non sappiamo.
L’idea che le strutture dissipative nascano da un contrasto e per liberarlo al flusso degli eventi
“pagano” lo scotto diventando sistemi ordinati e complessi, è decisamente affascinante. L’ordine
che nasce da un sacrificio e da un dissidio. E in effetti, l’esistenza delle strutture dissipative non
emerge da una ribellione libera e anarchica all’equilibrio termodinamico, così, tout court, né sembra
originarsi per un “ordine immobile pensato” all’inizio, ma addirittura per consentire lo sviluppo di
ogni fenomeno naturale nella freccia del tempo, o, come dire? per consentire il disordine, il “quieto
e muto disordine”, quello che ci fa chiedere perché mai debbano esistere strutture infernali e
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formidabili come gli ammassi di galassie che possono perfino scontrarsi, la materia oscura e i buchi
neri. Non sappiamo se il quieto disordine sia in realtà pregno di signifcanza e di scopo come
l’ordine di cui siamo fatti. Noi lo vediamo come “quieto disordine” a causa della nostra incapacità
di leggere altre nature che non siano ordinate, lo leggiamo come incomprensibilità, come l’inquieto
e muto interrogativo del perché debbano esistere tali mostruosità (buchi neri, ad esempio), e tuttavia
lo leggiamo sempre anche come morte termica.
La conseguenza logica del nostro ragionamento potrebbe essere che se i viventi sono l’evoluzione
complessa di sistemi dissipativi, essi esistono per potere avere la possibilità di morire. I sistemi
viventi esistono perché possano morire, tutelano la loro possibilità di morire. Nascendo per
accelerare la fisica spontanea dei processi irreversibili e aumentare l’entropia, tutelano il mirabile
ordine e la complessità, l’organizzazione e la variabilità, ma anche la possibilità del finale ultimo,
quello che noi concepiamo come “massimo disordine”, o “morte termica” e perfino, più
semplicemente come “mistero”. Sono gli squilibri tra le forze in un processo irreversibile, (un
processo cioè che è destinato ad andare avanti inesorabilmente nella freccia del tempo e che non
può tornare indietro) che creano le strutture dissipative. Il loro compito è di consentire il più
possibile questa “irreversibilità”, aumentando di molto l’entropia esterna alla struttura dissipativa. I
processi irreversibili spontanei vanno inesorabilmente verso l’equilibrio termodinamico. In parole
povere le strutture dissipative non possono tornare indietro, possono solo andare avanti. Grande e
affascinante mistero della vita che, una volta venuta al mondo, può solo morire, non rinascere
daccapo, se non nella riproduzione (auto-replicazione). Quindi, questa evidenza, suggerisce che le
strutture dissipative si originino per consentire l’equilibrio termodinamico. E allora perché esiste
una certa potenza, nelle strutture dissipative, a volersi mantenere complesse e ordinate e a non farsi
“mangiare” dall’oceano del caos, che li vorrebbe far tornare all’equilibrio termodinamico?
Manteniamo aperta questa affascinante domanda, a cui risponderemo tra breve.
Il secondo punto forte è che, nel titanico sforzo di creare “pace” nello squilibrio termodnamico,
permettendogli di esistere riducendone i contrasti, le strutture dissipative sono costrette a diventare
un’”altra cosa” rispetto all’equilibrio termodinamico stesso e paradossalmente ad allontanarsi
sempre più da questo. Questo “allontanamento” a causa dell’inaudita diversità dell’ordine adattato
rispetto all’apparente aleatorietà del cosmo, quando “coscientizzato”, si percepisce come “unicità” e
anche come “esilio”. Dunque, nell’uomo ci sarà sempre un “nostalgico” e “struggente” desiderio di
tornare alla natura primigenia del reale, all’equilibrio termodinamico, perché, per salvarne, come
dire? l’esistenza, il vivente è stato costretto ad essere molto diverso dall’equilibrio stesso, ad
allontanarsene, pur nascendo da esso, a “estraniarsene”.
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E quindi l’umano è il dolore infinito dello straniero nel mondo. Nostalgia infinita e struggente di
Dio.
Soffrire, a causa di tale estraneità, è il motore della vita come esistente. Facciamo di tutto per
sfuggire da questa estraneità e farsi “accettare” dagli eventi, creando relazioni, e quindi la vita non è
altro che una indefessa lotta contro la nostra diversità (che è continua, parossistica e non tranquilla
trasformazione) rispetto al volto nascosto che identifica il tutto. La non tranquillità, che è il
continuo agitarsi per restare vivi, identifica in noi anche il senso della caducità, dell’inconsistenza
del tempo mentre accade, dell’incompiutezza, dell’effimero divenire. Tuttavia, vivere una vita non
tranquilla è più naturale che vivere una vita piatta. E’ vera anche la conseguenza psichica di tale
affemazione: siamo più felici e soddisfatti, infatti, se ci vediamo impegnati e affaticati nelle
relazioni con il mondo e con noi stessi, depressi e tristi se non abbiamo nulla per cui spendere in
modo costruttivo il tempo, per condividere il tempo con gli altri o anche se siamo bloccati o
paralizzati. Il nostro “ordine” ci affascina ma alla fin fine ci schiaccia. Cerchiamo sempre di
sfuggire all’equilibrio termodinamico ma paradossalmente sembra che troviamo soddisfazione in un
continuo andirivieni tra spinta anarchica (verso il disordine) e “rientro” (verso l’ordine). Dopotutto,
il nostro “senso” dell’ordine è di un incatenamento serrato agli eventi e al tempo e l’irrequietezza
verso il reale, l’inquietudine esistenziale, è solo dell’uomo, gli animali, le piante o i micro-
organismi non ce l’hanno. Inquietudine, instabilità, aleatorietà: la vita cresce e mantiene il suo
ordine teleonomico dentro questo paradossale scenario cosmico. Finchè siamo in vita, non c’è pace.
E’ dunque una inquietante ed intrigante analogia con le strutture dissipative.
Il fatto che fin qui abbiamo fatto esempi concreti e fisici di strutture dissipative e nello stesso tempo
vi abbiamo costruito su delle “analogie” antropologiche ed intellettuali, potrebbe essere un
interessante segnale che, se noi vediamo la realtà in questo modo, siamo strutture dissipative
“senzienti”. E’ dunque probabile, come si affronterà in questo testo, che di questa configurazione
fondamentale della vita, sia rimasta l’impronta indelebile nelle radici più profonde del nostro io, a
definire mente e coscienza di noi stessi nel mondo. Come l’uomo guarda e concepisce il mondo,
questo continuo e struggente desiderio dell’oceano immoto che sta al di là del nostro continuo,
rischioso, camminare su una fune sospesa, e nello stesso tempo l’angoscia di essere cadùchi e
diversi rispetto al cosmo, ordinati e prevedibili come macchine complesse con una funzione e uno
scopo adattato mentre il cosmo non è prevedibile e non sembra avere scopo, non può non
affascinarci, e non attirare il nostro interesse su come funzioni il cervello o meglio, il neurobioma. Il
modello delle strutture dissipative ha molti aspetti suggestivi.
La vita cammina in una continua rischiosa scommessa sul giorno dopo e sembra che più si soffre e
si rischia più si cresce in maturità. Questa immagine dell’uomo potrebbe ricordare in qualche modo
33
la “teoria della disintegrazione positiva” di Kazimierz Dabrowski (1902-1980)74,75, ma è qualcosa di
filosoficamente più profondo. Tratteggia l’ipotesi che nel tessuto più intimo del nostro essere si è
consolidato “qualcosa” che richama lo “scopo” di una struttura dissipativa, qualcosa che ripete il
fine e l’esistenza stessa di cosa sia una struttura dissipativa nell’economia del cosmo. Il ruolo che
l’energia ha per noi non è solo quello di fornirci una fonte di alimentazione e di scambio per la
macchina-uomo ma di avere “costruito”, dagli organismi unicellulari alla nostra complessità
biologica, tutta la struttura “pensante” della nostra biologia, compreso lo spirito, compresa la mente.
La spontaneità di un’organizzazione più ordinata, l’auto-organizzazione, è promossa e guidata da
“disomogeneità”, da “squilibri”, che accadono nella naturale tendenza alla massima entropia, al
massmo disordine. Da un punto di vista epistemologico, l’ordine e la simmetria dell’auto-
organizzazione sono l’evoluzione “forzata” del disordine intorno a impreviste incoerenze, una
forzatura che crea ordine. E le prime importanti incoerenze nel flusso del tempo verso un disordine
generalizzato e verso l’assenza di scambi energetici, nascono dall’opposizione di forze, nascono dal
diverso potenzale delle forze e dal loro diverso orientamento (anisotropia), nascono dallo squilibrio
tra forze. L’ordine sembra dunque essere un processo obbligato nel caos51,76.
Si intuisce perciò che l’adattamento biologico nasce come esigenza di dissipare energia e dunque di
aumentare la complessità, non come finalistico compito di creare strutture perfettamente rispondenti
alla funzione richiesta per quel contesto ambientale77-79. Nell’idea dei sistemi viventi come strutture
dissipative sembra che ci sia solo il compito di aumentare e organizzare l’ordine nella complessità
ma forse c’è solo il compito di aumentare il più possibile l’entropia dell’universo e questo rende più
complessa ed articolata la struttura dissipativa, la rende più ordinata, anche funzionalmente,
aumentandone la variabilità e sfruttando l’intrinseca auto-organizzazione per continuare a stare
dentro il flusso energetico e la freccia del tempo termodinamico80-82.
Tentando di rispondere alla domanda aperta con cui ci siamo lasciati qualche riga fa, le strutture
dissipative hanno, quello che noi chiameremmo “istinto di sopravvivenza”, quando sono strutture
dissipative stabili e, in tale stabilità, hanno auto-organizzato una sempre maggior complessità, che
non ha potuto fare a meno dell’uso di strutture pre-esistenti, (i pre-pattern di Turing, vedi avanti)
ovvero di una “memoria”. In questo caso sono diventate essere stesse “strutture irreversibili” e
quindi il loro “tornare indietro” ai componenti iniziali, spontaneamente, deve superare tutte le
barriere di controllo che la struttura complessa ha costruito per rendersi sempre più ordinata
volendo rendere il più efficiente possibile l’aumento di entropia dell’universo. La strenua difesa
dell’ordine adattato e funzionale c’è perché l’ordine è talmente interdipendente dalla complessità
che non ha modo di tornare indietro. La struttura ordinata ha, come dire, un colossale “credito” con
l’equilbrio termodinamico che quest’ultimo non è disposto a sanare. Inoltre, la macchina efficiente
34
che è l’organismo, produce molto ma molto più aumento di entropia dell’ambiente che il semplice
piccolo motore molecolare che ha iniziato, come struttura dissipativa elementare, i primi mattoncini
della vita. E quindi una struttura dissipativa, più complessa ed ordinata è, più produce entropia e
quindi all’equlibrio termodinamico non “converrebbe”, diciamo così, distruggere una struttura
dissipativa (molto efficiente) riportandola al disordine. Questo è il motivo per cui una struttura
complessa, quando continua a produrre entropia (dunque “vive”), non può tornare indietro
spontaneamente. Costa molto, al cosmo. Forse, l’instinto di sopravvivenza nasce da qui.
Per concludere, dunque, il nostro ordine funzionale che ci ingiunge a farci ritenere macchinari
complessi e perfetti nasce da uno squilibrio, e per questo motivo la nostra vita è continuamente in
bilico, in divenire. Siamo l’organizzazione evoluta e complessa di semplici strutture dissipative
biomolecolari, nate in acqua, e di questo conserviamo la memoria, così radicalmente e
profondamente che tutto il nostro io si concepisce come un ordine continuamente assediato dal
caos.
E tuttavia, noi siamo un ordine inquieto che anela struggente al quieto disordine senza averne mai
visto la faccia, se non nello specchio strano delle cose ordinarie e mortali.
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eteroatomico comparso nell’universo88. Le strutture dissipative costruite dall’uomo in laboratorio
sono esteemamente labili, come lo sono del resto in natura, basta vedere ad esempio la rapidità con
cui si formano e scompaiono gli uragani89,90. E’ quindi interessante sapere perché mai in acqua si
siano formate strutture dissipative “stabili” di tipo chimico e bio-molecolare, che hanno originato i
primi motori molecolari e i primi organismi unicellulari o le prime “proto-cellule”, anche se qualche
ipotesi è stata pure avanzata84,87,91. Il ruolo dell’acqua deve essere dunque assolutamente più
imponente e sostanziale nella creazione di strutture dissipative biomolecolari di quanto lo sia la sua
proprietà di dissoluzione dei sali e di convezione termica.
Anzitutto, una mole di studi recenti, farebbe ritenere l’acqua liquida niente affatto una struttura
omogenea, costituita da acqua, qualche molecola di gas disciolto e alcuni sali minerali in forma
ionica.
Figura 6 Nanostrutture che si formano e si rompono in tempi brevissimi in acqua liquida a temperature e
pressioni standard. Tali strutture hanno architetture “ordinate” e sempre più articolate, arrivando a contenere
anche fino a 280 molecole di acqua in strutture isosaedriche, le quali possono essere in equlibrio dinamico
tra loro in una forma “chiusa” o “aperta”, per cui si dice, in gergo, che “respirano”. L’inclusione di molecole
apolari o ioniche può stabilizzare la struttura icosaedrica, che quindi è meno effimera (dal sito del Prof Martin
Chaplin, South Bank University, London, per gentile concessione)
([Link]
L’acqua forma, mentre è liquida alle condizioni standard di temperatura (25°C o 298 K) e di
pressione (1 atm), strutture architettoniche quasi-cristalline, simili a quelle che si trovano nel
ghiaccio, grazie ai cosiddetti “legami idrogeno” (un tipo di legame che è fondamentale anche nelle
proteine e nel DNA), che hanno durata veramente effimera ma si compongono, scompongono e
36
ricompongono molte volte e molto velocemente. Sebbene la rottura e formazione, in termini
statistici, di un legame idrogeno è dell’ordine dei 50 femtosecondi, cioè 50 milioni di miliardi più
veloce di un secondo, per cui, a livello infinitesimale, risulterebbe impossibile la stabilità di una
struttura in acqua fatta dall’acqua stessa, diverse evidenze riportano che in acqua si formino
appunto tali strutture tridimensionali complesse, spesso causa delle stravaganti proprietà dell’acqua
liquida92. La rapidità di formazione e di rottura di strutture tridimensinali molto effimere nell’acqua
liquida è tale che nel nostro tempo macroscopico apparirebbe di maggiore durata l’acqua liquida
senza nanostrutture. Per fare un semplice esempio, è un po’ come potrebbe esserlo una scala a pioli
dove i gradini, in modo randomizzato (casuale), spariscono e riappaiono in un cinquantesimo di
milionesimo di miliardesimo di secondo. In pratica, noi non ce ne accorgeemmo, vedremmo una
scala a pioli perfettamente stabile, con i pioli che stanno sempre lì, nel tempo che ci occorre per
salirvi sopra e non cadere nel vuoto.
Sono state quindi riscontrate, in acqua liquida, soprattutto se sottoposta a stress meccanico,
diluizione o stimolo fisico, strutture “nanosized” cioè nanomolecolari, dalle dimensioni di un
miliardesimo di metro, simili alle piccole strutture organizzate presenti nel ghiaccio, ma che sono
instabili in acqua liquida84,93,94. Ora, a parte il fatto che sembra che esistano almeno diciassette
tipologie di ghiaccio, anche nell’acqua liquida perciò si formano strutture tridimensionali, piuttosto
labili, costituite da diverse molecole di acqua legate tra loro da legami idrogeno a formare strutture
icosaedriche o poliedriche di varie dimensioni95 (Figura 6).
Non si può negare che tali “irregolarità” nell’ambiente “acqua liquida”, siano possibili focolai di
forze dissipative, capaci di creare strutture dissipative in molecole disciolte in acqua che
stabiliscano relazioni energetiche lontane all’equlibrio termodinamico. Le strutture dissipative, la
loro auto-organizzazione e crescita in complessità, sembra che abbiano grande fortuna in acqua.
L’evoluzione di una struttura dissipatva in acqua potrebbe anche essere favorita dalla
nanostrutturalità dell’acqua liquida stessa.
Occore qui fare una necessaria precisazione, in merito al concetto di “ordine”, con cui abbiamo
introdotto le proprietà di una struttura dissipativa. L’ordine cosiddetto “statico” è quello delle
goccioline d’olio, dei cristalli o delle nanostrutture in acqua. Questo ordine nasce dall’interazione di
due strutture che trovano complementarietà chimica tra di loro e con altri simili. La struttura
articolata, anche se non complessa, si forma perché la reazione chimica (esempio, i cristalli) è
energeticamente favorita o perchè l’acqua aumenta la sua entropia (caso dell’olio). Diverso è invece
l’”ordine dinamico” che è quello che nasce da due forze contrapposte che obbligano il sstema a
buttar fuori energia degradata (o entropia) e di conseguenza a ridurre la loro, diventando oggetti
strutturalmente e funzionalmente ordinati. Questo “ordine” come prodotto incidentale si verifica
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laddove il sistema è aperto ed è all’interno di forze dissipative, cioè lontano dall’equilibrio.
L’ordine dinamico è quello delle strutture dissipative.
Come abbiamo altre volte riferito, le strutture dissipative sono sistemi aperti, altamente complessi,
capaci di auto-organizzarsi, quindi creando ordine fuori dall’equilibrio termodinamico, originando,
a causa di questa auto-organizzazione ordinata e complessa, una drammatica riduzione di entropia
del sistema e ad un forte aumento di entropia dell’ambiente. Secondo alcuni studiosi, l’acqua ha
proprietà quantomeccaniche assolutamente uniche per un composto della stessa famiglia chimica, e
ciò le permette di favorire la creazione spontanea e la “permanenza” di strutture dissipative
complesse e auto-evolventesi nel tempo84. Quello che è estremamente curioso, ad esempio, è che
l’acqua è fatta di un atomo di ossigeno, che ha proprietà chimiche e massive come tutti gli atomi in
natura e da due “protoni”, dato che i due atomi d’idrogeno sono sempre impegnati nei legami
idrogeno, e i protoni hanno innegabili proprietà quantistiche96. Alcuni autori hanno ipotizzato che
l’abilità dell’acqua di creare strutture dissipative permanenti sia legata non solo alla termodinamica
dei processi irreversibili ma anche alle sue proprietà quantomeccaniche o di “coerenza quanto-
elettrodinamica (QED)”84. In questo testo non abbiamo il tempo e lo spazio di soffermarci su tali
argomenti, per i quali rimandiamo il lettore alla consultazione della bibliografia, ma molti
paradossali e ancora inspiegabili fenomeni fanno ritenere che l’acqua possegga proprietà
assolutamente insolite per essere spiegate dalla semplice chimica del sistema periodico degli
elementi95-97.
Un esempio interessante per comprendere il ruolo dell’acqua nella formazione delle strutture
dissipative è la reazione di Belousov-Zhabotinsky.
38
Figura 7 Reazione di Belousov-Zhabotinsky. L’emergere di strutture circolari, tipo celle di Bénard, avviene
con un meccanismo molto simile a quello visto per le celle di Bènard, dove le forze dissipatve sono date
dalla diversa distribuzione di densità e viscosità e dei diversi rispettivi fronti di reazione chimica (A).
L’instaurarsi di strutture dissipative porta alla formazione di strutture complesse, con forme e ordini imprevist
(B) e l’instauararsi di un caos con realtà non locale. E’ l’inizio della formazione di pattern ineguali e imprevisti
(pattern di Turing). In C una foto della reazione di Belosov Zhabotinsky preparata da una soluzione di acido
malonico in acqua, una soluzione acquosa di bromato di potassio in acido solforico e da una soluzione di
bromuro di potassio. Nella reazione si osserva una oscillazione periodica spontanea, che può durare ore, dal
colore azzurro al rosso e viceversa, a causa della presenza di un indicatore contenente ferro, cioè la
ferroina, un complesso fatto di ferro bivalente e di ferro trivalente con ortofenantrolina. Se il complesso con
l’ortofenantrolina ha il ferro bivalente la clorazione è rossa, se è trivalente è blu (dal sito
[Link] per gentile concessione).
39
si tratti di un’affascinante interazione tra forze ondulatorie (che si vedono nella reazione come
dinamica di onde concentriche) e strutture dissipative stabili, evidentemente formate grazie
all’acqua, rappresentando un interessante modello di transizione ordine-disordine, l’aspetto basilare
dell’auto-organizzazione98. Nella reazione di Belousov-Zhabotinsky si verificano due tipologie di
fenomeni, quello della propagazione ondulatoria e quello dell’emergenza di strutture dissipative
chimiche ordinate. Il fenomeno di propagazione delle diverse reazioni chimiche può essere descritto
da un tipico caos con proprietà locali, che evolve in un attrattore strano, un po’ come il nostro
precedente esempio della goccia del rubinetto. Ma l’emergenza delle strutture dissipative fa nascere
un nuovo tipo di caos, un caos definito “auto-ondulatorio” o “auto-oscillatorio”, che non ha
proprietà locali, e che sorge dall’interazione delle onde di propagazione con le strutture dissipative
stazionarie99. Questo crea strutture complesse “non previste” come il prodotto automatico di
strutture simili, come nel caso delle celle di Bènard.
Quello che risulta interessante è che nei sistemi biologici molti meccanismi di segnalazione
(signaling), intracellulare fondamentali per la cellula sono sistemi chimici oscillanti, spesso
bistabili, addirittura anche l’omeostasi di alcuni organelli, come i mitocondri, costituisce un sistema
ondulatorio-ciclico100-108. E’ possibile immaginare che, nell’evoluzione dei viventi, in acqua si siano
formate strutture dissipative chimiche, probabilmente stabilizzate dall’acqua stessa, che interagendo
con i meccanismi caotici a carattere “locale” derivanti dalla semplice reazione-diffusione chimica
delle molecole in condizioni lontane dall’equilibrio, abbiano originato nuovi meccanismi caotici che
si sono poi tramandati nei sistemi chimici oscillanti che troviamo in biologia. E a che servirebbero?
E’ plausibile che i sistemi chimici oscillanti e il caos auto-oscillante, siano fondamentali
nell’emergere della complessità e nell’assicurare lo sviluppo armonico funzionale e il
mantenimento della complessità stessa, espressa anche come “variabilità”.
Gia’ diversi anni fa, Turing riportò che lo stare lontani dall’equilibrio termodinamico, cioè il non
equilibrio nelle dinamiche chimiche di reazione-diffusione, porta alla bio-morfogenesi, ossia alla
genesi delle forme109. Questa tendenza a “mantenere” una complessità ordinante e ordinata nello
spazio e nel tempo, intrinseca agli stessi meccanismi di reazione-diffusione mentre accade la
formazione di strutture dissipative, non sembra essere solo peculiarità delle molecole ma anche
degli organismi, lasciando intendere il perché del successo evolutivo di certe collettività naturali
(api, termiti, etc..) e della stessa tendenza degli esseri umani a solidarizzare e a socializzare110
Ci torneremo più avanti.
40
L’inizio della complessità e della primordiale idea di morfogenesi in acqua dalle strutture
dissipative.
Una volta che si forma una struttura dissipativa, come si spiega la sua evoluzione auto-
organizzatrice in una complessità? Questa è una interessantissima domanda, a cui i biologi e i
biofisici, non hanno dato ancora una esauriente risposta. Tentativi approssimati possiamo
recuperarli osservando perché un mulinello d’acqua gira su sè stesso o guardando l’evoluzione
spontanea di una reazione di Belousov Zhabotinsky. Ad ogni modo, questo è un passaggio chiave
per introdurre nel mondo un sistema che mantenga la complessità raggiunta e favorisca l’auto-
organizzazione. Il fenomeno della dissipazione è, secondo alcuni autori, il motore costruttivo che
conduce all’emergere della vita, non una mera forza disgregatrice, dato l’equivoco che il termine
“dissipare” porta con sé, sinonimo di “consumare” o di “disperdere”111. E un modo, forse, per
comprendere come dalle strutture dissipative si è passati ad un organismo funzionalmente
organizzato in acqua, è partire dalle strutture dissipative fatte da biomolecole organiche, dato che
anche i composti minerali non organici in acqua possono dare origine a strutture dissipative. Come
ha ripotato il Nobel per la Chimica Ilya Prigogine alcuni sistemi fisico-chimici possono formare
strutture dnamiche ordinate nello spazio e nel tempo una volta che tali sistemi siano sottoposti a
flussi di energia e di materia che li “spingono” a lavorare in un regime lontano dall’equilibrio
termodinamico98. Dopo il 1945, Prigogine lavorò alla sua teoria dell’auto-organizzazione (ordinata)
dei processi termodinamci irreversibili, concentrando i suoi sforzi sulle reazioni chimiche
accoppiate che in genere sono caratterizzate da dinamiche non lineari e lontane dall’equilibrio. Le
reazioni in cui vengono usate molecole di ATP, ad esempio, sono tutte reazioni accoppiate. Nel
1952 è Turing che riporta una scoperta molto importante in questo campo109. L’interazione chimica
di due sostanze in acqua con diversi tassi di diffusione è in grado di generare delle strutture ordinate
e ripetitive.
Figura 8 Diverse (a,b,c,d) figure di Turing di un sistema chimico fatto da clorite-acido malonico e ioduro (che
a seconda delle diverse reazioni assume un colore rosso o azzurro), in dipendenza di diversi fattori di
perturbazione del sistema (da Borkmans P, De Wit A, Walgraff D-Universitè Libre de Bruxelles).
41
La differente auto-organizzazione di Turing di un sistema chimico (Figura 8), data da un composto
organico (acido malonico) con composti inorganici e minerali, che crea quelle che sono state
chiamate “strutture di Turing”, sembra un interesante preludio alla formazione di strutture
dinamiche auto-organizzate, auto-replicantesi, ordinate e complesse, che è prerogativa degli
organismi viventi. In effetti, già diversi anni fa, sono state fatte delle simulazioni al computer di una
estensione non lineare dei processi osservati da Turing98,112. Quando il sistema chimico è
mantenuto in condizioni lontane dall’equilibrio termodinamico (ad esempio, diversi tassi di
diffusione e/o viscosità) si formano zone di concentrazione omeostatiche spazialmente organizzate,
non omogenee e stabili nel tempo. Queste “strutture” possono essere indicate come dei pre-schemi
(“pre-pattern”), per la successiva crescita e/o per il successivo differenziamento (inizio della
complessità) e tali pre-pattern sono convertiti in un pattern successivo, dipendente dal precedente
nella serie, solo quando la crescita che sta dirigendo dà come risultato condizioni che rendono la
crescita instabile112.
Questo processo sembra essere facilitato in acqua. Inoltre, secondo alcuni autori, gli atomi e le
molecole in acqua interagiscono con un campo elettromagnetico “coerente” in acqua che
faciliterebbe la formazione di strutture collettive e dissipative stabili71,84. Partendo dalle diverse
reazioni di Belousov-Zhabotinsky, che rappresentano una famiglia di reazioni dissipative oscillanti,
questi autori sostengono che, nel caso di reazioni di Belousov Zhabotinsky in cui sono presenti
lipidi (grassi o olii) lamellari, l’acqua partecipa alla reazione solo se ce n’è in una quantità tale che
superi una soglia, in genere il 70% del peso dei lipidi. Il dato estremamente curioso è che tutti gli
organismi viventi hanno in genere un tenore di acqua che è, di fatto, ≥ 70% del peso secco
dell’organismo. Molta di questa acqua, come spiegheremo in seguito, è acqua “strutturata”, molto
diversa dalla classica acqua che bagna le superfici che ci immaginiamo di solito. L’acqua è
fondamentale per l’auto-organizzazione spontanea di una struttura dissipativa di tipo chimico e per
l’evoluzione della stessa in una struttura complessa71,84.
Finora abbiamo detto che le strutture dissipative conservano il loro stato termodinamico di non
equilibrio attraverso una continua dissipazione di energia verso l'ambiente, riducendo l’entropia
interna (ordine) e aumentando quella esterna (disordine). L'ordine che viene prodotto da questa
dissipazione è capace di generare nuovo ordine e anche una nuova organizzazione, ad esempio
strutture autocatalitiche di tipo chimico, tuttavia, se la dissipazione viene interrotta o viene ridotta,
può accadere che la struttura dissipativa collassi e potrebbe anche non tornare al suo stato iniziale
(processo irreversibile)71,84,113.
42
E’ chiaro che un sistema ordinato deve mantenere il regime di ordine continuando a produrre
entropia nell’ambiente riducendo di molto l’entropia legata all’ordine e quindi strutturandosi in una
serie di funzioni molto controllate e possibilmente ripetute. Il sistema è costretto ad auto-
organizzarsi “spinto” dalla riduzione di entropia a cui è portato per restare “in vita” come struttura
dissipativa e quindi si auto-organizza a causa di processi interni (con dinamiche non lineari) che
consentano un equilbrio tra energia in entrata ed energia in uscita114, equilibrio mantenuto dalla
variazione di entropia che si verifica all’interno della struttura dissipativa. Una volta che la struttura
dissipativa è così organizzata, l’energia, per così dire, “degradata” (ad esempio energia termica)
esterna può essere assunta dalla struttura dissipativa che la trasforma in un lavoro chimico-fisico o
molecolare o chimico-biologico, facendo in modo che si liberi nell’ambiente una quantità maggiore
di energia degradata, ergo una maggiore entropia, ovviamente a spese di una riduzione di entropia
interna alla struttura dissipativa che, in questo caso, la usa per aumentare la sua complessità
organizzata. La struttura dissipativa organizzata acquisisce “energia degradata” dall’ambiente per
trasformarla in “energia ad alta densità”, capace di eseguire lavori utili come le eccitazioni
energetiche collettive delle molecole e degli atomi84. Qualcuno, in questo processo di
“condensazione dell’energia degradata in energia densa nell’uomo e poi eliminazione dell’energia
densa in energia degradata dall’uomo all’ambiente” ci ha visto anche una analogia con il Qi delle
filosofie orientali115-117.
I sistemi aperti in termodinamica lontani dall’equilibrio termodinamico hanno sempre un
comportamento non lineare e quando assumono spontaneamente un comportamento auto-
organizzativo sinergertico, formano una struttura dissipativa114.
L’acqua è estremamente particolare e possiede caratteristiche uniche per consentire l’auto-
orgaizzazione di strutture dissipative stabili. Al di sotto della soglia del 70% di acqua in un sistema
organico, come la miscela lipidi-acqua, non si verifica auto-organizzazione delle strutture
dissipative bio-molecolari84. Sebbene, secondo diversi autori, quasi tutti i sistemi dinamci esistenti
nel cosmo si comportano come strutture dissipative, l’aspetto più difficile da comprendere è perché
queste strutture devono anche essere replicative, cioè avere la proprietà intrinseca dell’auto-
riproduzione e dell’auto-organizzazione.
Si potrebbe fare l’esempio della donna con un secchio in mano che sta cercando di evitare che
l’acqua che sta uscendo da un canale attaccato all’uscio della sua abitazione, inondi la sua casa. La
donna farà una serie di operazioni ordinate, in sequenza e ripetute per evitare che l’acqua entri in
casa. L’azione “ordinata”, che è anche una “funzione ordinata”, è legata alla continuazione del
flusso di acqua che potrebbe entrare nella casa, per cui, trasferendo questo esempio per analogia ai
nostri scopi, una struttura dissipativa continua a funzionare fintanto che persiste il flusso
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termodinamico e si è lontani dall’equilibrio termodinamico (fintanto che l’acqua minaccia di entrare
in casa) e lo si fa sempre a spese di materia e di energia (la donna raccoglie acqua e fa il lavoro di
buttarla altrove), creando entropia (la donna butta acqua fuori dal flusso del canale in uno spazio più
largo)118. L’instabilità, che può “rompere” la struttura dissipativa nasce se all’interno dell’ordine si
instaura una “turbolenza”, cioè un elemento caotico che riduce la complessità facendo tendere la
dinamica dissipativa a quella di un sistema aperto in equilibrio termodinamico. Durante la crescita
dei bio-sistemi, mentre avviene il loro sviluppo, dovrebbe aumentare la loro capacità totale di
dissipazione e essere incoraggiate a stabilire relazioni per la costruzone di strutture complesse che
siano capaci di recepire un maggior flusso di energia, intensificare la loro attività ciclica, aumentare
il numero di pattern di Turing e sviluppare una maggiore diversità (o variabilità), che, sempre
nell’ottica di una ottimizzazione della produzione di entropia esterna (e riduzione di quella interna),
dovrebbe promuovere e generare livelli gerachici sempre più elevati in un maggior ordine
informazionale, e dunque strutturale e funzionale. Le strutture dissipative che non instaurano
relazioni funzionali e non aumentano la loro dissipazione totale sono destinate a fallire, e dunque a
non adattarsi e morire119.
Dunque, l’inizio di una “proto-morfogenesi”, sta tutta nell’abilità della struttura dissipativa di
crescere per aumentare la sua dissipazione, e lo fa anche nella relazione con altre strutture
dissipative. L’esigenza di una struttura dissipativa è di dissipare le forze che ostacolano il flusso e
più tali forze sono presenti più è necessario aumentare la capacità di dissipazione. Poiché le forze
dissipative nascono dal flusso, esse sarebbero destinate ad aumentare in intensità, frequenza o
numero e questo “costringe” la struttura dissipativa a crescere, a stabilire relazioni per aumentare la
dissipazione. Ma, nelo stesso tempo, a ridurre l’entropia legata alle informazioni, connesse con le
strutture e le funzoni e aumentare l’ordine. Dunque, in parallelo con l’evoluzione di strutture e
funzioni sempre più efficienti nel dissipare energia e produrre entropia, la riduzione dell’entropia
dell’informazione costringe le strutture dissipative a diventare più complesse e gerarchicamente
strutturate e tale complessità è sempre variabile, poiché legata ai pattern di Turing.
Vedremo nei prossimi capitoli che cos’è questa riduzione dell’entropia informazionale, che conduce
alla complessità.
La dissipazione di Shannon
Dobbiamo fermarci un attimo, prendere un po’ di fiato e ricapitolare i concetti che fin qui abbiamo
espresso. Il consiglio è di rileggerli qualche volta in più con attenzione per metabolizzarli.
Alcuni punti cardine del discorso fatto fin qui vale la pena, tuttavia, di riprenderli con una certa
fermezza. Il primo aspetto fondante è il cosiddetto “movens” dei sistemi biologici.
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Se gli organismi fossero macchine sensu stricto dovrebbero lavorare in condizione di equilibrio
termodiinamico. In queste condizioni non potrebbero creare né ordine, né complessità. Sarebbero
meravigliosamente funzionali ma resterebbero costanti nella loro struttura e nella loro funzione.
Macchine che non sanno apprendere. Inoltre, le macchine dipendono esclusivamente dal flusso
termodinamico ovvero funzionano se c’è materia ed energia in entrata, si stoppano se non c’è
materia o non c’è energia. O, peggio, entrambe. L’automobile non si muove senza benzina.
L’automobile non si muove senza una batteria. Inoltre le macchine non hanno un inizio e una fine.
Possono avere una “scadenza”, legata all’usura funzionale e meccanica o meccatronica dei
dispostivi automatici o semi-automatici ma nulla più. Inoltre, non sono affatto indipendenti. Devono
essere guidate dal’uomo, controllate e monitorate dall’uomo. Non hanno senso, né utilità alcuna,
senza l’uomo. Può essere davvero banale, dopo questa schiacciante descrizione delle macchine,
asserire che un organismo biologico non sia una macchina ma, in fondo, nessuno di noi lo crede. Il
motivo è che siamo tratti in inganno dal fuzionamento adattato ed organizzato, assicurato nel tempo
da un formidabile apparato di controllo e di mantenimento omeostatico. Rispetto alle macchine, gli
organismi hanno un inizio ed una inesorabile fine. E’, come dire? un cammino, una fuga, un fuoco,
insomma, una dinamica che una volta partita può solo fermarsi definitivamente, esaurirsi. Sappiamo
invece che le macchine possono essere spente e riaccese. Un essere vivente no, se per “spento”
intendiamo l’assoluta assenza di scambi termodinamici legati alla ”macchina”. E’ fuori di dubbio
infatti, nel modello dei sistemi dissipativi, che un organismo continui a dissipare finchè non muore.
Questo tipo di dissipazione, che ha a che fare con la materia e con l’energia, ci ha suggerito di
chiamare l’”organismo-macchina” come “struttura dissipativa bio-organica”. Ora, in questo capitolo
ci siamo imbattuti nell’esistenza di sistemi chimici dissipativi, come la reazione di Belousov-
Zhabotinski, che creano ordine e complessità ma poi si “spengono”, entrando, dopo diversi cicli, in
teoria infiniti, nell’equilibrio termodinamico, probabilmente per “consumo” di materiale e aumento
di entropia interna. Se i viventi si saranno evoluti partendo da sistemi dissipativi chimico-fisici,
avranno dovuto affrontare anche l’ingombrante paradosso di crescere perdendo ordine. Una
struttura dissipativa è destinata a crescere, a prendere con sé materia (oltre ad energia), se
consideriamo un tornado o un ciclone è esatamente così. Ma in chimica, l’”aggiunta” di nuove
molecole nel sistema dissipativo avrebbe aumentato l’entropia del sistema stesso, danneggiando o
distruggendo l’ordine strutturale e funzionale che si era costituito. Bisogna dire che, un qualsiasi
atomo o molecola o composto chimico porta con sé una informazione, essendo la stessa molecola
potenzialmente informativa. Di per sé la molecola non lo è, se non entra in relazione con un sistema
di decodifica. Il fatto che qualunque composto “casualmente” nato dal caso abbia, di default,
“entropia di Shannon positiva” significa che il messaggio che il composto porta con sé (la sua
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proprietà informazionale) non significa nulla, se non è messo in relazione con un linguaggio di
decodifica. La “messa in ordine” funzionale di altri “messaggi” che arrivano ubbidisce alla
dinamica della dissipazione. Se il sistema è ordinato e funzionalmente attivo, cioè se dissipa nel
campo termodinamico (o di Boltzmann), il messaggio nuovo non può essere semplicemente
escluso, se è veicolato da materia, proprio per il fatto che la dinamica dissipativa di quello che
abbiamo definito struttura dissipativa bio-organica, prende sempre materia dall’esterno. Una
molecola che non ha significato, viene buttata fuori dal sistema. La struttura dissipativa bio-
organica ”spreca” energia per eliminare la molecola non leggibile, senza averla prima ottenuta dalla
stessa molecola. E’ chiaro che, nell’evoluzione biologica, si saranno imposte strutture dissipative
bio-organiche inclusive ma che avranno avuto il compito di rendere il messaggio nuovo
“comprensibile” dal linguaggio ordinato. Un messaggio con informazione “sensata” ha entropia di
Shannon ridotta, negativa. Dunque, una struttura dissipativa bio-organica, prendendo da fuori
messaggi inizialmente senza senso (per definizione), cioè entropia di Shannon positiva, è costretta,
per mantenere l’ordine e la dissipazione a rendere informativo il messaggo, riducendo l’entropia di
Shannon interna e mantenendo quella esterna positiva. Si tratta di una vera e propria dinamica
dissipativa ma, questa volta, non di energia e materia, bensì d’informazione. E’ una dissipazione
non solo nel campo di Boltzman ma anche nel campo di Shannon. E’ una dissipazione di Shannon o
altrimenti detta dissipazione informazionale.
La dissipazione di Shannon, avremo modo anche di riprenderlo più avanti, è il motore della
complessità e dell’auto-organizzazione in sistemi ordinati, uno dei punti cardine che conduce a
diffferenziare gli organismi biologici dagli automatismi meccanici.
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condividere delle proprietà con lo scopo di guadagnare una proprietà comune (quella della
relazione) che è a minore energia (o a minore entropia) della somma delle singole proprietà o
ancora di più delle singole proprietà stesse. Le reazioni chimiche sono un esempio lampante di
queste relazioni. In questo esempio, in più, c’è un fattore “dinamico”. La relazione avviene se c’è
un flusso energetico, che si chiama “scambio”, cioè se il “guadagno” della relazione è per entrambi
i partner della relazione e tale scambio avviene sempre, in linea generale nel nostro mondo naturale,
ubbidendo al secondo principio della termodinamica. Le relazioni avvengono se creano disordine
“fuori” dalla relazione, cioè se aumentano l’entropia “fuori” dalla relazione e, di conseguenza,
invece, riducono l’entropia “nella” relazione, cioè creano “ordine” creando una relazione.
Come è stato detto qualche riga fa, quando è stato trattato il rigoroso tema della termodinamica e
anche delle strutture dissipative, l’aumento di entropia dell’ambiente è un fatto obbligatorio quando
in un equilibrio termodinamico si creano delle forze dissipative, è obbligatorio perché si creano
strutture ordinate, le strutture dissipative, appunto. Se le relazioni avvengono all’interno di un
sistema aperto che è la struttura dissipativa, queste relazioni, per non essere distrutte e tornare
all’equilibrio termodinamico, devono continuare ad “alimentarsi” di materia ed energia affinche
possano sempre restare ordinate buttando fuori entropia (cioè disordine). Cerchiamo di capire
meglio l’argomento guardando alla Figura 9.
Figura 9 Probabilità di emergenza di relazioni tra strutture che porterebbero ad una complessità. In A, si
considera l’ipotesi che tutte le strutture (ad esempio molecole, qui identificate da palline azzurre) abbiano la
stessa probabilità di “incontrarsi” in una relazione, muovendosi a caso nell’ambiente (energia cinetica,
frecce associate alle palline). La probabilità di associazone e di dissociazioe (frecce azzurre) è praticamente
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uguale e come si formano le strutture associative (ne cerchi rossi), possono anche scindersi. In B invece, le
strutture dissipative si relazionano insieme perché associate dal flusso termodinamico (freccia verde
grande). Si veda il testo per ulteriori ragguagli.
48
pura aleatorietà, o così come la leggiamo noi, è l’equilibrio termodinamico, dove tutte le palline si
muovono come caspita vogliono, senza regole, né ordine. Paradossalmente, la struttura dissipativa
si forma per riappropriarsi di questa “libertà”. Facendolo, la struttura dissipativa, crea al suo interno
un ordine, dato che butta fuori da sé stessa entropia e dunque crea all’interno delle relazioni. Queste
relazioni non sono esclusivamene relazioni strutturali, come quando si formano nuove molecole per
reazione chimica, ma relazioni “funzionali”.
La “funzione”, infatti, è il secondo fattore importante del nostro tema di ricerca.
Essa rappresenta una relazione continuamente messa “in discussione” che, per mantenersi ordinata
(e cioè “fissata” nel suo rapporto all’interno del tempo e nello spazio), ha bisogno di un dinamismo,
non di una fissità tipo meccanismo tecnico, necessita infatti che la struttura dissipativa contiui a
dissipare, continui a prendere materia densa e a buttare fuori materia degradata, continui a prendere
energia densa e a buttare fuori energia degradata. La funzione è una relazione dinamica. E per
restare dinamica, la funzione ha bisogno che si relazioni con l’intero dinamismo della struttura
dissipativa, cioè sia in linea con il processo di dissipazione, sia”concertata” con il processo di
dissipazione, per cui la funzione tra due strutture in relazione è obbligatoriamente ciclica, oscillante,
a feedback, reiterativa, eccetera. Non è affatto la relazione meccanica che c’è tra una ruota dentata
ed un albero a camme o tra una biella ed una manovella, eccetera, è piuttosto una relazione
dinamica, come lo è un ciclo.
Il terzo fattore è l’informazione.
L’informazione è una proprietà sia delle strutture (quelle che abbiamo identifcato in Figura 9 con le
palline, cioè molecole, organelli o anche perfino cellule), che delle funzioni. L’informazione è una
“proprietà”, non è un oggetto. E’ una proprietà di oggetti (strutture, molecole, cellule, ecc) e di
relazioni (ad esempio, funzioni). Anche le informazioni hanno una loro entropia, che si chiama
“entropia di Shannon”, o “entropia informazionale”, di cui approfondiremo diversi concetti anche
più avanti. Molto semplicemente diremo che, se due strutture si uniscono in una relazione
funzionale, la loro proprietà cambia rispetto alle strutture singole prima della relazione. Cambia il
loro “contenuto informazionale”. E’ questo che si “guarda”, si “considera”, quando si deve
instaurare una nuova relazione. La singola molecola A ha la sua proprietà informazionale che è, ad
esempio, la possibilità di fare n relazioni. Lo stesso vale per la molecola B. Quando si uniscono in
una relazione la loro proprietà informazionale ha meno possibilità delle proprietà dei singoli partner
A e B. Shannon indica che quante più “possibilità” di lettura ha un messaggio, tanto maggiore è la
sua entropia informazionale120,121. Tanto più una struttura ha proprietà informazionali per una
relazione, tanto più alta è l’entropia informazionale della struttura nella dinamica delle relazioni.
Invece, se si verifica una relazione con un’altra struttura B, l’entropia informazionale si riduce,
49
nella relazione funzionale [A+B]. Qualche autore, riferendosi a Shannon, ha parlato anche di
“informazioni sintattiche”122, informazioni che riflettono l’ammontare di correlazione statistica
presente nei sistemi, mentre le “informazioni semantiche” sono quelle le cui correlazioni sono
associate ad un significato, dunque ad un linguaggio121,122. Le informazioni sintattiche sono quelle
che creano complessità e nuovo ordine, le informazioni semantiche sono quelle che mantengono
l’ordine e la complessità. In effetti, citiamo letteralmente, Kolchinsky e Wolpert riportano che si
defniscono informazioni semantiche tutte “le informazioni sintattiche che un sistema fisico ha sul
proprio ambiente, che è causalmente necessario affinché il sistema mantenga la propria esistenza.
La "necessità causale" è definita in termini di interventi controfattuali che ricombinano le
correlazioni tra il sistema e il suo ambiente, mentre il "mantenimento dell'esistenza" è definito in
termini di capacità del sistema di mantenersi in uno stato di bassa entropia”. La nostra struttura è
basata sulle dinamiche intrinseche di un sistema accoppiato ad un ambiente ed è applicabile a
qualsiasi sistema fisico, vivente o meno. Porta a definizioni formali di diversi concetti che sono stati
intuitivamente compresi per essere correlati alle informazioni semantiche, tra cui "valore
dell'informazione", "contenuto semantico" e "agenzia"123 (cit da ef 121).
Vedremo più avanti, ma in parte lo abbiamo anticipato, che il “motore” delle strutture dissipative è
l’aumento di entropia all’esterno, dunque, la riduzione di entropia all’interno della relazione.
Spontaneamente, dunque, saranno favorite le relazioni A+B+C+D +…Z, eccetera, che dissiperanno,
cioè produrranno energia degradata (entropia di Boltzmann) e informazione degradata (entropia di
Shannon) fuori dalla relazione cioè, per dirla meglio, che ridurranno l’entropia energetica (di
Boltzmann) e quella informazionale (di Shannon) all’interno della relazione funzionale, cioè
ovunque si creino relazioni. La riduzione dell’entropia di Boltzmann e di quella di Shannon in un
sistema dissipativo è il motore della complessità.
Già, ma qui abbiamo anticipato un concetto chiave, che sarà sviluppato anche nelle prossime
pagine.
L’esistenza dell’entropia di Shannon suggerisce che debba esistere, all’interno della struttura
dissipativa che è l’organismo, anche il meccanismo di “dissipazione informazionale”, che è così
importante da consentire, nel corso dell’evoluzione biologica, l’emergere di strutture dissipative
deputate solo alla dissipazione informazionale (struttura dissipativa informzionale). In genere, il
messaggio che arriva alla struttura dissipativa dall’esterno (ambiente) non può avere alcuna
informatività, a meno che non sia decodificato da un sistema di decifrazione. Dunque, per
definizione, l’entropia di Shannon ambientale è sempre positiva. Una struttura dissipativa, lascia
all’esterno del sistema materia degradata, energia degradata e informazione degradata.
L’informazione degradata può essere qualsiasi cosa. Per capire dobbiamo fare l’esempio del
50
linguaggio umano, facendo finta che la parola sia una informazione qualsiasi, proprietà di una
molecola X qualsiasi.. Ad esempio, la parola costellazione se viene rotta in più pezzi potrebbe non
essere degradata dal punto di vista informazionale, ad esempio si formano le parole coste, stella,
azione, che sono informazioni ancora decodificabili da altre funzioni semantiche. Questo è quello
che succede, ad esempio, ad una proteina che ha domini (unità interne) che sono a loro volta
funzionali in altre vie di azione. In questo caso, la degradazione dell’informazione costellazione,
aumenta l’entropia di Shannon esterna perché la parola degradata non ha più l’informatività di
prima ma, in una struttura dissipativa complessa, la sua degradazione può contribuire a ridurre
anche l’entropia di Shannon all’interno, sia usando la parola degradata come “sinonimo” funzionale
(stella, che è simile al concetto di costellazione), sia per essere letta in altre funzioni, che spesso
sono correlate. La dissipazione informazionale ha il compito di creare l’omeostasi funzionale, che
più avanti sarà spiegata meglio, e anche di promuovere la complessità nel fenomeno di auto-
organizzazione. La complessità ha il compito di funzionare, a sua volta, come omeostasi
informazionale: più la struttura è complessa, più numerose informazioni possono trovare decodifica
e aumentare la possibilità di ridurre l’entropia di Shannon all’interno della struttura dissipativa.
L’omeostasi informazionale è una dinamica che consente a “qualsiasi” messaggio ad alta entropia
di Shannon di essere “comunque” usato dal sistema dissipativo, a causa del fatto che il messaggio
contiene codici che gli permettono una decodifica semantica e funzionale. Ad esempio, se il
messaggio è sapone non può essere ridotta l’entropia di Shannon se il messaggio è sapore o vapore
ma può essere ridotta se è sopone o sapne, perché nella funzione la semantica sopone o sapne è,
come dire? più “simile” a sapone e non somiglia a nessun altra parola di senso compiuto se non a
questa sola.
E’ probabile che in questo ambito sia emerso nell’evoluzione il sistema immunitario, probabilmente
la prima struttura dissipativa informazionale complessa apparsa nell’evoluzione biologica.
Ipotizziamo che nella struttura dissipativa entri una molecola sconosciuta, che non può essere
decodificata e dunque usata in qualche modo, secondo il meccanismo di omeostasi. Se la molecola
non è in qualche modo decodificata, cioè se non si verifica riduzione dell’entropia di Shannon
all’interno della struttura dissipativa, essa diventa materia degradata ed entra nel ciclo di
eliminazione tipico della dissipazione di Boltzmann. Ipotizziamo che l’informazione strana sia la
parola moratoria. Le cellule spazzino la distruggono in (ad esempio) m ora tori a. Il “pezzetto” ora
ha, ad esempio, una sua informatività. Se questo “pezzetto” circolasse nel sistema liberamente, a
causa dell’omeostasi informazionale, potrebbe essere letto e decodificato come parte delle
informazioni, ad esempio, di corale, morale, lavorare, collaborare. Forse con “corale” e “morale”
potrebbe non stabilirsi omeostasi informazionale (i due termini non sembrano avere nessun senso in
51
comune), ma con “lavorare” e “collaborare” probabilmente si. Se l’informazione “ora” circolasse
liberamente nel sistema dissipativo, aumenterebbe l’entropia interna di Shannon per “condivisione
omeostatica” con molte altre informazioni. Per tale motivo, l’entropia dell’informazione degradata
(molecola degradata) deve essere ridotta già nel corso della dissipazione della materia. La parolina
”ora” non può essere usata come codice comune ma come “termine univoco”.
L’evoluzione di strutture recettoriali in grado di riconoscere in modo dettagliato questo codice
interno ai messaggi, probabilmente è nato con i microorganismi, che hanno molta più possibilità di
ridurre l’entropia di Shannon accettando qualsiasi messaggio esterno. I micro-organismi riducono
l’entropia di Shannon rendendosi assolutamente vulnerabili ai messaggi esterni e alle loro
informazioni sintattiche, di cui, però, aumentano l’entropia esterna con l’auto-replicazione e
l’emergere di mutanti resistenti. Quel messaggio, allora, diventa non informativo, sui resistenti,
rispetto a prima. Questa elevata plasticità dei batteri facilita assolutamente l’emergere, ad esempio,
di proteine denaturate che riconoscono frammenti di molecola degradata, cioè un meccanismo per
cui l’informazione degradata è “letta” e decodificata da un linguaggio piuttosto “rigido”, molto
preciso (il recettore), un modo efficace per ridurre l’entropia di Shannon. E’ curioso, ma è come se
stessimo parlando dell’evoluzione della stringente e precisa interazione antigene-anticorpo. Ora, è
ben noto che il reticolo endoplasmatico, dove si svolgono molte delle reazioni di riconoscimento ad
esempio del complesso maggiore di istocompatibilità, gli antigeni del trapianto, per intenderci, è
sorto nell’evoluzione delle cellule eucariotiche per simbiosi con primitivi batteri. Il recettore
immunologico rende il messaggio “degradato” informativo, e in questo modo si riduce l’entropia di
Shannon nel sistema. La selva di messaggi degradati, che potrebbero aumentare l’entropia di
Shannon, ha creato un sistema di dissipazione dell’informazione basato su recettori a linguaggio
“rigido”. Non sappiamo se l’idea del “self” abbia radici in questo tipo di visione delle cose. Dalla
nostra ipotesi emergerebbe che le informazioni sintattiche che “non trovano spazio” nell’omeostasi
informazionale, e dunque in quella funzionale, entrano nella dissipazione di Boltzmann, quella della
struttura dissipativa bio-organica, come materia degradata e i diversi codici vengono “catturati” da
recettori piuttosto rigidi di linguaggio nelle cellule deputate a ripulire il sistema dissipativo da
messaggi non addomesticabili, che aumenterebbero, se lasciati in giro, l’entropia di Shannon
interna. Probabilmente, per favorire la riduzione di entropia di questi messaggi, i recettori sono stati
anche “presentati” dalle cellule fagocitiche, di modo che i codici in giro venissero subito
decodificati da questi recettori e la loro entropia interna diminuita. Da qui, il passo successivo di
usare questi codici come riconoscimento di messaggi esterni per introdurli nell’omeostasi
informazionale o eliminarli, si è sviluppato con l’esigenza di ridurre il dispendio energetico legato
all’eliminazione dei messaggi che non potevano essere ridotti in entropia informazionale. Nello
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stesso tempo, il messaggio degradato è portato all’esterno, contribuendo all’aumento dell’entropia
di Boltzmann (materia degradata) e di Shannon (informazione degradata). Nell’evoluzione
biologica, quindi, queste cellule fagocitiche, deputate alla riduzione dell’entropia di Shannon ed
auto-organizzantesi in una complessità cellulare successiva, hanno sviluppato un linguaggio
“rigido” di decodificazione e un sistema complesso di dinamica caotica, che tuttavia, essendo
basato sull’identificazione di codici, e non di parole complete, ha anche consentito una maggiore
efficienza nella riduzione dell’entropia di Shannon in un sistema dissipativo complesso. In che
modo? Se, facciamo un esempio, la parola collaborazione può essere degradata in colla b ora zione
o ad esempio in colla bo r azione, alcune informazioni entrano nell’omeostasi funzionale (quelle
sottolineate, perché comprensibili in italiano), altre no, e dunque questa struttura dissipativa
informazionale che è il sistema immunitario “garantisce” la riduzione di entropia informazionale nel
sistema dissipativo, cioè mantiene il “self” ma, nello stesso tempo, è assolutamente plastico
nell’evoluzione di questo “self” lungo il cammino evolutivo della struttura dissipativa perché,
facciamo una ipotesi, il giorno in cui avrà significato l’informazione borazio, che oggi non esiste,
quell’informazione può avere entropia di Shannon ridotta, grazie all’azione di “verifica di frontiera”
del sistema immunitario. Ora, è evidente che, trattandosi anche di una struttura dissipativa bio-
organica, fatta di cellule e organi che dissipano materia ed energia nella termodinamica di
Boltzmann, anche le funzoni del sistema immunitario sono standardizzate in un progresso auto-
organizzativo spontaneo che è lo sviluppo. Nella vita di un uomo, il “corredo” di informazioni
soggette a riduzione dell’entropia di Shannon è già memorizzato, il resto, se Dio vuole, verrà
vivendo. Può essere dunque ovvio ipotizzare che le informazioni con entropia di Shannon ridotte
sono quelle usate dal sistema dissipativo bio-organico, ovvero che i codici contenuti in tali
informazioni siano ben definiti e “memorizzati”. Il codice ora ad esempio sarà presente in molte
informazioni relazionate con diverse funzioni ma il codice wsta molto probabilmente no, dato che,
se usiamo sempre lo stesso linguaggio biologico (nel nostro esempio l’italiano) non c’è nessuna
parola in italiano che ha il codice wsta. Durante lo sviluppo embriologico e neonatalogico, si
verifica quello che possiamo definire “apprendimento” del linguaggio immunologico e come molti
altri meccanismi che eliminano le strutture dissipative (cellule) che aumenterebbero l’entropia
interna, quelle cellule che dovrebbero fare il riconoscimento di informazioni già relazionate e non
d’informazioni “da” relazionare, sono eliminate (per apoptosi). Infatti, costerebbe molto in termini
di energia di dissipazione far riconoscere informazioni già conosciute e già usate con successo.
Questa ipotesi dell’evoluzione del sistema immuitario ha qualche ragione ergonomica
fondamentale.
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Si deve precisare che per una struttura dissipativa è più ergonomico introdurre materia (e con essa
informazione) da usare ed adattare piuttosto che spendere energia per eliminare. Se entra un
messaggio (proprietà di una molecola) privo di informatività, la struttura dissipativa fatta di
molecole e funzioni (chiamata struttura dissipativa bio-organica), elimina questa molecola come
materia degradata ma la molecola non ha fornito alla struttura alcun guadagno energetico, non
essendo stata decodificata come molecola utile. La struttura dissipativa bio-organica ha tutto
l’interesse di evitare questo spreco. I batteri sono stati i primi a trovarsi di fronte a tale circostanza
ed hanno preferito accettare tutto, farsi condizionare da tutto (o quasi), farsi ammazzare ma poi
contare sulla progenie resistente. La progenie resistente in contatto con il messaggio
precedentemente privo di informatività, adesso usa il messaggio per ricavare energia, perché il
messaggio è adattato e non è più dannoso, a causa, ad esempio, della diversa situazione genetica dei
resistenti. Il processo segue dunque un meccanismo di apprendmento per memoria del danno o, se
vogliamo essere meno legati ad un concetto di “necessità”, è un meccanismo che riduce l’entropia
interna grazie all’aumento di entropia esterna. Un meccanismo dissipativo, dunque. Infatti: il
messaggio inutile o dannoso viene eliminato con la dissipazione termodinamica (aumento di
entropia esterna) e lo stesso messaggio, riconosciuto dai resistenti, permette a questi di
decodificarlo e di utilizzarlo (diminuizione di entropia interna).
Se il sistema immunitario si fosse sviluppato per caso come cellule spazzino che spontaneamente
riconoscono dei codici, potrebbe sembrare ovvio che diverse molecole esterne di nuova
informazione venissero buttate via prima di essere valutate come materia buona per la dissipazione:
tale percorso non sembrerebbe logico, di per sé, considerando l’argomentare di cui sopra. Se il
sistema immunitario si è sviluppato per creare un blocco a nuove molecole in entrata, certo,
bisognrebbe chiedersi se tale blocco è stato casuale e certamente ricadremmo nell’illogicità di cui
poc’anzi. Forse, l’ipotesi più ragionevole, è che il sistema imunitario è nato nella “scuola di vita
microbica”. I microbi sono le strutture dissipative biologiche che hanno sempre accolto il
messaggio nuovo, cimentandolo con un “riconoscitore” funzionale, ad esempio una proteina,
magari inizialmente una proteina sballata, in quello che sarà il reticolo endoplasmatico nelle cellule
eucarioti. Fidandosi troppo, certi batteri sono morti, altri sopravvissuti, poiché quell’interazione
“proteina sballata (o mutata)-molecola dannosa” poteva essere adattata funzionalmente. Ma qui,
forse, siamo alle origini dell’interazione ligando-recettore. Il recettore con il ligando (ex molecola
dannosa) entra nella memoria funzionale e diventa un pezzo autorizzato, riconosciuto e
decodificabile funzionalmente della struttura dissipativa bio-organica. E’ qui che comincia il
cosiddetto “self” ma non dimentichiamoci che il primo nostro self è batterico. Ora, se i batteri sono
nostri “nemici”, perché il nostro self è, in realtà, pieno di molecole derivanti da antigeni batterici?
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La struttura dissipativa è inclusiva, prende dentro qualsiasi materia. L’informazione legata a tale
materia è associata in modo relazionale con le funzioni della struttura complessa, con il suo
cosiddetto linguaggio. Se una informazione nuova non è decodificata come adattabile, viene
eliminata ma la sua eliminazione presuppone una riduzione di entropia informazionale per trovare il
modo più (informativamene) adeguato all’eliminazione e ciò darà origine ad una memoria
funzionale (e informazionale) dell’eliminazione, meccanismo che fa scattare la vera origine del self
immunologico.
Avremo modo, comunque, di tornarci più avanti.
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l’effetto totale sull’esistenza dei batteri, di quel “tipo” (specie o ceppo) è stato in pratica nullo,
facendo perdere a quell’informazione il suo contenuto informazionale nocivo (aumento “esterno”
dell’entropia di Shannon). In questo modo i micro-organismi usano l’entropia di Shannon
esattamente secondo il suo flusso termodinamico, senza filtri attivi di controllo. La riduzione
dell’entropia di Shannon (per riduzione subito recuperata del numero di cellule batteriche) e il suo
aumento esterno (per la perdita di informazione dello stesso segnale) è stabilzzata per mutazione
genetica. Per fare un esempio semplice, i micro-organismi riducono l’entropia di Shannon in questo
seguente modo.
Immaginiamo che all’inizio i messaggi esterni siano informativi perché ammazzano una moltitudine
di batteri: tali messaggi hanno efficacia, sono letti con un loro signficato ed hanno effetto, dunque,
hanno, in questo senso, una “ridotta entropia di Shannon”. I batteri sopravvissuti, però, si replicano
attivamente, in un numero tale che “è come se non fosse successo niente”, ovvero come se
quell’informazione non avesse valore, ovvero fosse priva di informatività (così facendo i batteri
aumentano l’entropia di Shannon esterna). Ma, non solo. Poiché quei microorganismi sopravvissuti
sono dei mutanti “adattati”, il messaggio con quell’informazione ha perso l’informazione nociva per
sempre sui batteri (aumento di entropia di Shannon esterna in modo irreversibile).
La strategia di dissipare l’informazione di Shannon per i batteri è piuttosto semplice e geniale. Con
l’elevata replicazione aumentano di molto la possibilità che un fattore nocivo (informazione) arrivi
ai batteri, venga da questi letta come nociva e, se i meccanismi di salvaguardia e di riparazione non
sono efficaci, l’informazione ha effetto. L’informazione arriva “per caso” dall’ambiente e in teoria
dovrebbe essere letta come informazione negativa perché è un’informazione sintattica e non
semantica, cioè, non essendo in relazione con la struttura dissipativa ordinata perché viene da fuori,
disturba il linguaggio bio-molecolare adattato della cellula come potrebbe farlo una parola
sconosciuta o incomprensibile in un qualsiasi messaggio scritto o detto con la volontà di essere di
senso compiuto. A quel punto, una volta dentro, l’informazione è una informazione con “un senso”,
dato che può avere effetto uccidendo la cellula e quindi si riduce la sua entropia di Shannon. La
strategia di una elevata auto-replicazione piuttosto che auto-organizzazione, rende i batteri anche
piuttosto “fluidi” nella variabilità genetica. Dunque, si rende piuttosto probabile l’eventualità che ci
sia almeno un batterio che ha un gene di resistenza all’informazione nociva. In questo caso
quell’informazione sintattica diventa semantica123, all’interno dell’intera popolazione cellulare
(riduzione dell’entropia di Shannon) e l’informazione, che ormai risulta inesorabilmente inefficace
per sempre, perdendo di valore informazionale, si vede aumentare l’entropia di Shannon “fuori”
dall’intera popolazione cellulare. Dobbiamo ricordare che la dissipazione dell’informazione
(“ordine” interno e “disordine” esterno) equivale a “avere significato all’interno”, “avere nessun
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significato all’esterno”, ed è il motore dell’adattamento, per tutti i viventi. Dunque i batteri
dissipano l’entropia informazionale attraverso la pressione selettiva ambientale, in pratica (quasi)
senza filtri e senza controllo.
Diversa è invece la strategia degli organismi pluricellulari e differenziati.
La dissipazione informazionale e la riduzione dell’entropia di Shannon nel sistema avviene
prevalentemente per auto-organizzazione, non per auto-replicazione. La strategia è molto diversa.
Mentre per i micro-organismi unicellulari che si replicano moltissimo in una unità di tempo è la
pressione selettiva sui mutanti genetici che “annulla” completamente l’informatività di un
messaggio esterno (aumento dell’entropia di Shannon esterna), quindi questo è il modo con cui i
batteri dissipano l’informazione, per gli organismi complessi e differenziati la dissipazione avviene
“aumentando” la probabilità che i messaggi esterni siano inefficaci, dunque privi di informatività
(aumento dell’entropia di Shannon esterna). Al contrario dei batteri che “si lasciano colpire e
ammazzare e ai supersiti affidano la vendetta, che è definitiva”, gli organismi complessi e
differenziati “non si lasciano colpire e ammazzare tanto facilmente e hanno molti superstiti, a cui
affidano gli strumenti per resistere”. Questo significa che l’elevata entropia di Shannon esterna per i
batteri viene ridotta per auto-replicazione del sistema dissipativo, mentre l’elevata entropia esterna
di Shannon per gli organismi complessi e differenziati (pluricellulari) viene ridotta per auto-
organizzazione del sistema dissipativo.
I micro-organismi sono contemporaneamente, strutture dissipative bio-organiche singolarmente e
anche strutture dissipative informazionali collettivamente. Questa è forse la “radice” evolutiva degli
organismi pluricellulari, dato che avere organismi più complessi (in termini di auto-
organizzazione), piuttosto che biomasse complesse per auto-replicazione, avrebbe aumentato
l’informazione semantica (aumentando l’efficienza della dissipazione) e ridotto il dispendio
energetico della replicazione (replicando meno copie nell’unità di tempo). La strategia dei micro-
organismi tuttavia è stata vincente nell’evoluzione, tant’è che molti batteri esistono quasi immutati
da almeno due miliardi di anni, perché questo approccio di riduzione dell’entropia di Shannon, crea
molta “variabilità adattativa” e poca “complessità adattativa”. Cosa vuol dire?
La variabilità è una proprietà informazionale associata alle diverse probabilità di relazioni
funzionali mentre la complessità è una proprietà informazionale associata alle diverse memorie
delle relazioni funzionali. La variabilità è soprattutto il frutto di informazioni sintattiche, mentre la
complessità è il prodotto di informazioni esclusivamente semantiche. La variabilità avviene per la
casualità della formazione di relazioni mentre la complessità avviene per un ordine nella sequela
delle relazioni. Questo è il motivo per cui nei sistemi complessi, dfferenziati, pluricellulari, la
memoria ed il controllo sono due aspetti fondanti del funzionamento dell’intera struttura dissipativa.
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Diverse possibilità di relazione tra strutture dissipative che “funzionano”, cioè che riescono a fare il
loro lavoro di strutture dissipative, costituiscono la variabilità. La variabilità non necessita di una
memoria auto-organizzativa ma di una memoria auto-replicativa. La complessità è invece il
risultato di un’auto-organizzazione su informazioni semantiche, necessita di una memoria auto-
replicativa ed auto-organizzativa e, al contrario della variabilità, può essere “indirizzata”
autonomamente rispetto all’ambiente.
Per ricapitolare, dunque, malgrado la strategia dei batteri sia stata evolutivamente vincente, essi
devono farsi “ammazzare” per adattarsi, e contare sui supersititi, che aumentano l’entropia
informazionale di un messaggio esterno irreversibilmente. Questo significa che quel messaggio ha
proprietà adattative “dirette” e i batteri sono “condannati”, per così dire, a restare obbligatoriamente
legati ad una nicchia ecologica e seguire passivamente l’evoluzione ambientale della stessa. I batteri
sono pesantemente vincolati all’ambiente esterno. La formazione di colonie pluricellulari stabili ha
invece consentito di attribuire ad alcune strutture dissipative “collegate” o “associate” nella colonia,
di realizzare un nuovo linguaggio biomolecolare in modo da avere molta più possibilità di ridurre
l’entropia di Shannon interna all’intero sistema. Un po’ come se più cellule collegate parlassero
lingue diverse o dialetti diversi, riuscendo ad avere più possibilità di rendere “informativi” i
messaggi esterni. La complessità ha quindi favorito la trasformazione di molte informazioni
sintattiche in informazioni semantiche, aumentando moltissimo l’efficienza della dissipazione
informazionale, poiché questo aumentava la riduzione interna dell’entropia di Shannon. In questo
caso, molte informazioni esterne potenzialmente nocive, entrando nel sistema come messaggi
“sensati”, diventavano “utili” e non lesivi come nel caso dei batteri, e l’adattamento dei sistemi
complessi non diventava quindi pesantemente legato all’ambiente particolare (nicchia ecologica)
ma poteva contare su molti ambienti diversificati. I sistemi complessi pluricellulari differenziati
aumentavano l’entropia esterna di Shannon rendendo il messaggio esterno inoffensivo e inefficace
grazie al meccanismo concertato di decodificazione (e anche identificazione) operato
dall’omeostasi. Dunque, i messaggi potenzialmente nocivi o lesivi, venivano resi “innocui”
(aumento entropia di Shannon) rendendoli “noti” al sistema omeostatico (diminuizione entropia di
Shannon). In questo caso, per i sistemi complessi differenziati pluricellulari “qualsiasi” messaggio è
potenzialmente usato per l’adattamento, mentre per gli organismi unicellulari “solo i messaggi
letali” sono usati per l’adattamento. E’ chiaro perciò, che da un punto di vista evolutivo, i sistemi
complessi pluricellulari differenziati per auto-organizzazione, abbiano conseguito un successo
evolutivo senza precedenti.
La strategia usata dai sistemi complessi è quella di aumentare la capacità dissipativa non per
numero di unità che dissipano con la stessa efficienza ma per associazione relazionata di strutture
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dissipative che dissipano con efficienza modulata. In questo caso, la massima efficienza dissipativa
di una struttura complessa, è regolata sul flusso termodinamico dell’ambiente e dunque è meno
dispendiosa (più efficiente) di una collettività mono-dispersa (come i batteri). La possibilità di
modulare l’efficienza della dissipazione, tuttavia, presuppone che le strutture dissipative complesse
“concertino” questa attività su tutta la macro-struttura complessa. In questo caso, emerge nel
percorso evolutivo, una nuova forma di memoria, che non è solo quella strutturale delle funzioni
chimico-dfisiche dissipative ma è una memoria relazionale, ossia legata al cambiamento
ambientale, dunque alle dimensioni spaziali e temporali. E’ in questo ambito che comincia a
realizzarsi una forma ancora primitiva di “percezione” della struttura dissipativa integrale in azione,
struttura dissipativa non più come dispositivo termodinamicamente funzionante e isolato ma come
costrutto plurale ed articolato di diverse dissipazioni in una sola attività dissipatrice. E’ l’inizio del
controllo e di una “proto-coscienza”, l’inizio della comparsa di una struttura dissipativa
informazionale.
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Capitolo secondo
Percezione intrinseca, memoria fondamentale e adattamento. La dissipazione
informazionale come motore della complessità
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micro-organismi, gli organismi cellulari e quelli più semplici, o con gli organismi semplici (poco
complessi) che si riproducono molto velocemente, ma ciò non accade, se non in tempi geologici
lunghi, con gli animali superiori ben più complessi. Nell’evoluzione biologica è progredito, nella
complessità, un affascinante meccanismo di “refrattarietà” alla pressione ambientale o meglio
ancora di “assorbimento silenziante”. Dopotutto, le macchine sono così. Se fatte bene, funzionano
alla meraviglia e non hanno bisogno di essere messe in discussione. Hanno solo bisogno di
controllo e di manutenzione. Di evolversi, diciamo così, non ne sentono la necessità, se sono
egregiamente funzionali.
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conseguenza del meccanismo naturale, avente la stessa natura del meccanismo naturale, perché se il
meccanismo non ha necessità di evolvere, il “quid” non avrebbe ragione di esistere e non sarebbe
stato generato “spontaneamente” nella biologia, sebbene siano scaturite da ciò diverse visioni
neurofisiologiche sull’argomento135-137. L’altra versione è che questo “quid” ci serva per non
soccombere alle avversità esterne come accade per tutte le specie animali che, modificato
drasticamente l’ambiente, non potendo evolvere velocemente rispetto ad un evento drammatico e
imprevisto su cui non hanno potuto sviluppare un adeguato e rapido apprendimento per un nuovo
adattamento, si estinguono. Ipotesi certamente possibile. Ma è lo stesso “quid” che ci fa dipingere la
Cappella Sistina, scrivere la nona sinfonia di Beethoven, andare sulla Luna. Che “ruolo” evolutivo
avrebbe, per il corpo biologico, ascoltare Mozart? L’equivoco di una mente di cui non si conosce la
vera natura, come già introdotto qualche pagina fa, rischia di essere presente anche nell’assunzione
del modello computazionale per spiegare come funziona il cervello umano, dato che tale modello ha
applicazione negli automatismi cibernetici ed informatici, mentre, il modello stesso, se è
paradimatico del sistema nervoso nell’uomo, non può esimersi dall’includere il fatto che nell’uomo
esista una mente, il “quid”, insomma136-139.
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informazioni è sempre rimasta dentro la struttura dissipativa bio-organica e quindi biologica. La
nostra mente, che è il prodotto evoluto di questa struttura dissipativa informazionale, è sempre stata
dentro il nostro corpo, in poche parole, e, paradossalmente, da qualche “parte” di questo strano
“automatismo” sarà pur derivata. Nel corso del testo suggeriremo qualche ipotesi su questo aspetto.
L’ordine, insomma, il tanto sacro e meraviglioso ordine, è stato sempre una conseguenza della
concertazione dissipazione-complessità, gestita, modulata e governata da dinamiche relazionate
informazionali. Concetto diffcile? Avremo modo di spiegare meglio più avanti quest’ultimo
interessante punto della discussione, anche facendo degli esempi, ci si auspica, illuminanti.
Ma torniamo al punto con cui avevamo iniziato il nostro capitolo.
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ognuno di voi “spiegami perché dici e credi di essere vivo e da che cosa lo deduci”, la risposta
potrebbe iniziare anche da un “perché lo sento” ma poi subito dopo vengono date ed elaborate
risposte cognitive e meta-cognitive, soprattutto in merito alla libertà, la decisione e la volontà. La
stessa domanda fatta ad un gatto, non trovrebbe risposta alcuna, posto che si possa “parlare” ad un
gatto, anche se il gatto una percezone di sé integrale ce l’avrà per forza, altrimenti non sarebbe
capace di saltare da sette metri senza massacrarsi. La percezione intrinseca, infatti, interessando
anche le funzioni neurali, le prende dentro ed è impossibile per noi quando vogliamo descriverla
non usare anche un processo conscio e cognitivo. Però, se stiamo un attimo in silenzio e vogliamo
sentire, percepire il nostro corpo in vita, mentre dissipa, il primo punto che “sentiamo”,
“avvertiamo” è molto probabilmente la pancia con il torso, poi subito la testa e infine gli arti. Fateci
caso. La nostra percezione elementare, fondamentale, segue un interessante percorso relazionale.
Comincia con un “prima”, poi subito con il “dopo” e infine con il “durante”. Le visceri sono
considerate la parte più bassa del nostro essere, quella più primitiva (“prima”), la testa (cervello con
la mente) l’evoluzione ultima e più nobile (“dopo”), gli arti rappresentano il movimento, il
“durante”. La percezione intrinseca è una percezione del “me” tutto intero, compresa la mente, ma
non necessariamente immediatamente consapevole, come lo è dire il proprio nome. E’ una
percezione che, come spiegheremo più avanti, “non nominativa”, essa percorre un pathway
relazionale del tipo “prima-dopo-durante”. In realtà, avremo modo di spiegare più in là che questa
evoluzione è una derivazione profonda della “tecnica” usata dal processo verso la complessità, che
usa informazioni semantiche, cioè radicate nella dipendenza alla memoria informazionale (vedi
avanti), ciò che è l’effetto sulla struttura dissipativa bio-organica della riduzione dell’entropia di
Shannon. Le informazioni sono “congelate” in memoria informazionale, che rappresenta il processo
defiinitivo, finale, della riduzione dell’entropia di Shannon, cioè il “dopo”, della nostra sequenza.
Quindi se il “prima” è l’entropia positiva di Shannon o informazioni inizialmente sintattiche e il
“dopo” è la memoria, allora il “durante” è la nuova funzione che si instaura leggendo “sulla”
memoria acquisita la nuova informazione. Per analogia con l’energia nel campo termodinamico,
anche l’informazione, per così dire, si “condensa” dentro la struttura dissipativa, attraverso il
processo di riduzione dell’entropia di Shannon, diventando “memoria”, anche se questa
“condensazione” è molto più “fluida” della condensazione energetica.
Condensazione energetica e il Qi
La “condensazione energetica” è un termine, un po’ improprio, che usiamo qui per indicare l’effetto
della riduzione dell’entropia di Boltzmann. In effetti, una molecola di glicogeno è l’effetto di un
lavoro energetico di “sintesi” (condensazione) ma, quello che è interessante, è che dal glicogeno si
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produce energia, l’energia meccanica del movimento dei muscoli. Per incontrare la filosofia del Qi,
potremmo dire che, con la riduzione dell’entropia di Boltzmann, l’energia degradata (molecole di
fosfoenolpiruvato o di alanina distinte, ad esempio) viene “condensata”, attraverso l’anabolismo in
glucosio e in glicogeno, che viene “accumulato” nei muscoli, come riserva energetica “densa”, che,
successivamente, con l’attività muscolare viene dissolta in calore e anidride carbonica, cioè energia
degradata all’esterno (aumento di entropia). Questo è uno dei tanti esempi di condensazione
dell’energia (o se volete del Qi) in biologia. Volendo essere sintetici, questa energia densa coincide
con la parte più pesante e massiva dell’essere, il corpo. Al contrario, il lavoro di dissipazione
dell’informazione non produce effetti misurabili e ponderabili come l’energia e la massa ma solo
effetti dinamici, funzionali, essendo l’informazione una proprietà delle cose e non “cose” tout court.
In questo senso il flusso informazionale somiglia molto di più a quel tipo di energia del Qi che
scorre quasi intangibile tra gli esseri, rappresentando una misteriosa forza cosmica.
Tuttavia, anche l’entropia informazionale viene ridotta all’interno del “corpo in funzione” (struttura
dissipativa bio-organica) e si “raggruppa”, dinamicamente, in memoria relazionale, creando
linguaggi e raffigurazioni, nature certamente meno “dense” e corporee del glicogeno di prima.
Abbiamo voluto incontrare anche alcuni aspetti della filosofia orientale per evidenziare come tutti
gli esseri umani, cognitivamente consapevoli, hanno nelle loro filosofia costruito immagini della
fenomenologia della natura che è quella idonea a descrivere l’evoluzione di una struttura
dissipativa, esattamente come se “la natura” di una struttura dissipativa costituisse la parte più
profonda di ogni uomo, determinandone il pensiero, così come lo è di ogni essere vivente. Questa
“struttura fondamentale dinamica” che muove tutti gli esseri, anche quelli non dotati di un sistema
nervoso o di una mente, potrebbe ricordarci qualcosa di simile ad una “proto-coscienza”, anche se
per gli animali quello che noi chiamiamo percezione intrinseca è, diciamo, l’unico modo integrale
con cui, ad esempio, un cane o un topo, “sanno” di sé dentro il mondo.
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assolutamente primigenia e molto profonda. E’ un’attitudine fondamentale, basilare, che
caratterizza l’uomo ma anche molte specie animali, almeno per diverse caratteristiche, come
l’ubbidienza a codici etologici netti e definiti per la difesa della specie e a comportamenti pro-attivi,
associativi e solidali anche tra gli animali (banco, gregge, stormo, branco, sciame, ecc). La proto-
coscienza dissipativa investe sia la nostra sfera inconsapevole che quella consapevole ma è
sotterranea, non percepita, assolutamente spontanea. E’ una matrice relazionale fondamentale del
nostro essere, sale a noi solo come percezione intrinseca. Il modo in cui concepiamo noi stessi e il
mondo è quello che farebbe una struttura dissipativa “senziente”, ovvero una strutura dissipativa se
“cosciente”: questa è la proto-coscienza dissipativa. Se è così, il nostro essere e lo stesso nostro
concepirci come essere, deve avere una genealogia di tipo dissipativo. La Figura 10 ci aiuterà a
riassumere questi concetti.
67
Figura 10 Rappresentazione dell’uomo vitruviano di Leonardo (per gentile concessione) ed evoluzione delle
aree di rappresentazione del sé, come struttura dissipativa funzionante (in azione). Nello schema del
modello discusso in questo capitolo, la proto-coscienza dissipativa è alla base delle altre percezioni e
coscienze ed è la coscienza elementare anche del regno animale (ovale rosso). Essa è ineliminabile con
l’essere stesso in vita (da cui il colore rosso dello schema) e comprende, originandola, la percezione
intrinseca (cerchio blu) che, comprendendo di fatto anche la mente nell’uomo, che è ordinata e razionale
(cognizione), non può farne a meno per definirsi. La percezione intrinseca, dato che solo nell’uomo
comprende la mente, è anche consapevole (nella specie umana), mentre non lo è negli animali, considerati
come privi di mente e coscienza cognitiva in senso stretto. Il quadrato verde, come derivazione della
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percezione intrinseca, è chiamata coscienza del sé in azione o quello che più avanti sarà definito “senso di
agenzia”.
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in un organismo che non ha un sistema nervoso, la base dinamica, fenomenologica dell’intero
“andamento” di un organismo, insomma, perfino di un batterio. La percezione intrinseca emerge
invece con la comparsa di un sistema in grado di ridurre l’entropia informazionale, cioè, in genere,
con la comparsa dei primi rudimenti di un sistema nervoso e di quello che poi nell’uomo originerà il
cervello con la mente, per cui la percezione intrinseca è un ambito in cui sono prese dentro,
nell’uomo, sia quello che abbiamo definito struttura dissipativa bio-organica (per semplicità, il
corpo) sia quello che definiremo meglio più avanti struttura dissipativa informazionale (per
semplicità nell’uomo, la mente). Negli esseri viventi in cui una mente, nei termini di autocoscienza
con cognizione di sé e del mondo non si è evoluta, la percezione intrinseca è l’unica “coscienza”
unitaria di tutte le proprie funzioni dissipative, nel senso che un animale non solo si “comporta”
come una struttura dissipativa (proto-coscienza dissipativa) ma “percepisce”, grazie al sistema
nervoso, questo comportamento come unitario e finalizzato (percezione intrinseca), anche se, non
avendo una mente, non sviluppa il meccanismo di un’auto-coscienza e consapevolezza come invece
accade nell’uomo. Più tardi vedremo come ciò sia governato all’interno della struttura dissipativa
bio-organica, riferendoci alla neurofisiologia di recente conoscenza.
70
fuori, emergono, nell’evoluzione perché la struttura dissipativa crea entropia esterna, prendendo su
materia ed energia. Dunque, i due motivi fondamentali che creano ordine sono il rilascio di entropia
esterna e la riduzione dell’entropia informazionale, quest’ultima obbligata dall’ingresso di nuova
materia (quindi di nuovi messaggi informativi). La proto-coscienza dissipativa potrebbe dunque
formarsi dall’effetto dinamico dell’ordine sulla dissipazione di Shannon. Questo aspetto sarà
affrontato meglio, tuttavia, più avanti. Qui possiamo anticipare che questa “lettura” informazionale
unitaria è preludiale allo sviluppo di una complessità.
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capitolo terzo. Qui intanto affrontiamo il problema della riduzione della complessità
informazionale, che possiamo esprimere con un semplice esempio.
Ipotizziamo che uno di noi sia stato invitato ad un Congresso e debba parlare del problema mente-
corpo in neuroscienze. Un conto è se il relatore fa uno speech (una relazione) ricca di riferimenti
alla letteratura, metafore, esempi, spiegazioni, pause riflessive, concetti e poi spiegazioni, per
ricondurre tutta la relazione ad un punto focale e creare dunque un’architettura di pensiero e di
oratoria capace di veicolare concetti alti, profondi e con molte implicazioni e spunti alla successiva
riflessione del pubblico e promuoventi la curiosità di quest’ultimo. Un altro è invece fare un
discorso privo di tutte queste variabili, piatto, sciatto e superficiale, usando un linguaggio
elementare, povero o banale, con la scusa di esprimere concetti nel modo più semplice e accessibile
possibile, usando esempi primitivi e poco profondi, senza creare un’architettura compiuta e dalle
dimensioni adatte per un argomento di tale fattura. Qui, c’è una perdita di complessità. Altro
esempio. Un conto è creare una melodia semplice per pianoforte scrivendo la stessa melodia senza
contrappunto, variazioni di tempo e ritmo o altri melismi e artifici musicali. Un altro è usare le
stesse poche note per comporre una sonata brillante e complessa. Qui abbiamo avuto un guadagno
in complessità. E’ fuori di dubbio che la nostra “attrattiva”mentale è per il primo caso nel primo
esempio e per il secondo caso nel secondo esempio, cioè per la complessità. La complessità per noi
significa “ricchezza”, significa “bellezza”, significa “compiutezza”. Un qualcosa di complesso che
funziona a meraviglia, desta il nostro stupore reverenziale. Segno che noi siamo “indirizzati” verso
la complessità ordinata ed adattata (funzionalmente utile). La complessità ordinata ed adattata e
funzionalmente utile è una complessità informazionale. La riduzione e la perdita di complessità
informazionale è il primo aspetto che può verificarsi in una patologia, malore o difetto funzionale,
quando non c’è immediatamente il recupero omeostatico. La perdita (caduta) di complessità suona a
noi come una “bruttezza”, una “insipienza”, una “tristezza”, uno “squallore”, un “fallimento”, un
“errore”. Perché accade questo?
Possiamo avanzare una ipotesi, sintetizzata in Figura 11 ed esplicata più avanti nel testo.
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Figura11 Perdita di complessità informazionale nel corso di eventi avversi e patologie. Le strutture che
costituiranno la struttura dissipativa in funzione, reggiungeranno questo compito attraverso l’instaurarsi di
relazioni funzionali che, a riduzione di entropia informazionale eseguita, entreranno in un ciclo adattato di
omeostasi funzionale e in questo ambito la struttura dissipativa dissiperà con la massima efficienza (struttura
adattata e in salute). Un evento o una serie di eventi a cascata in grado di corrompere e/o disturbare il
controllo omeostatico, costringe il sistema a ridurre la sua complessità informazionale, per abbassare
l’aumento di entropia verso cui la struttura dissipativa “malata” è funzionalmente diretta. Perdita 1:
reversione informazionale delle strutture (ad esempio de-differenziazione cellulare in caso di tumore, perdita
di recettori, ecc), Perdita 2: riduzione della complessità funzionale (ad esempio, perdita della capacità di
risposta allo stress e dei meccanismi di controllo della replicazione cellulare); Perdita 3: riduzione della
complessità informazionale data da perdita 1 e perdita 2. Una prima riduzione della complessità
informazionale è la riduzione delle attività ridondanti e complesse e della dinamica informazionale per cui un
segno obbligato dell’insorgere di un evento avverso non recuperato immediatamente con i meccanismi
omeostatici è l’obbligo al riposo mentale, fino alla scongiurata riduzione delle funzioni vitali, se non
intervengono meccanismi riparativi e di recupero funzionale.
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messaggio viene decodificata ma non tradotta. Lo stesso di quello che accadrebbe in un linguaggio
se, durante un discorso, dicessimo: Oggi con mia moglie siamo andati a mangiare rostoni di
wurlandia al Ristorante da Gino. Sono buonissimi. Tu che abiti in zona, me ne compreresti due
etti? Ovviamente, il messaggio “rostoni di wurlandia” è decodificato ma non ha valore semantico.
Ci scervelleremo per chiederci se abbiamo capito bene, se l’interlocutore al telefono non intendesse
dire “crostoni”, o se forse intendeva qualcosa che ha a che fare con la carne alla brace e
poi…”wurlandia” che è? Una località? Un nome svedese, ugro-finnico? Il sistema di decifrazione
semantica in modo che la stessa sintassi funzionale fosse “tradotta” in una funzione (per noi, andare
al supermercato e comprare questi “rostoni”) è bloccato. In biologia di situazioni simili ne abbiamo
parecchie, quasi tutte associate a riduzione della complessità per insufficieza omeostatica. Un
esempio può essere dato dalla catena pesante della tossina botulinica che è riconosciuta dal recettore
proteico sinaptico SV2: il recettore accetta l’informazione come corretta (il messaggio riduce la sua
entropia perchè “riconoscuto” dalla memoria strutturale del recettore) ma la catena leggera che si
libera nel citoplasma ha attività proteasica, distrugge la proteina SNAP-25 che è necessaria per il
rilascio dei neurotrasmettitori a livello delle sinapsi e crea danno (blocco) al sistema di
neurotrasmissione. Dunque “elimina” l’attività funzionale della proteina SNARE (cioè SNAP-25),
riducendo la complessità della funzione di rilascio del neurotrasmettitore. L’informazione contenuta
nel messaggio proteina A del Clostridium botulinum diventa inutile per la complessità funzionale
del sistema, crea entropia interna e dunque deve essere eliminata per aumentare l’entropia esterna di
Shannon. La riduzione in complessità è una “perdita omeostatica” della complessità, cioè si può
recuperare, in un primo momento, la funzione aumentando l’entropia informazionale esterna
dell’informazione che ha causato la riduzione di complessità (clearance o eliminazione). Se questa
dissipazione non è efficace, si ricade nella perdita di complessità.
E’ ovvio, tuttavia, che affinchè funzioni egregiamente l’eliminazione del messaggio “di disturbo”,
la struttura dissipativa deve prima dissipare l’aumento di entropia interna. Questo lo si può fare
esclusivamente rendendo “informativo” il messaggio di disturbo. Questo può essere una ragione
affascinante perché, se il sistema nervoso è nato da rudimenti di cellule fagocitiche, queste ultime
sono state conservate nell’evoluzione biologica. Il sistema immunitario è uno dei principali sistemi,
oltre a quello nervoso, di dissipazione informazionale, riconosce la molecola dannosa (che aumenta
l’entropia informazionale) e facendo questo riduce l’entropia di Shannon. Riconoscendo un qualsasi
messaggio esterno fonte di disturbo (capace cioè di aumentare l’entropia interna), lo rende
informativo (diminuisce l’entropia interna) e lo porta all’esterno, aumentando quindi l’entropia
esterna di Shannon.
Torneremo su questi concetti tra qualche istante.
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Qualche precisazione per non perdere il filo del discorso
Il modo in cui la dissipazione si verifica sarà approfondito nel capitolo terzo. Qui stiamo solo
introducendo il problema.
Quello che possiamo riassumere qui è che un intero organismo vivente è come un complesso
dispositivo automatico fatto di tante parti che funzionano in modo continuo (ciclico, ripetitivo,
oscillatorio, eccetera), grazie al fenomeno della dissipazione: gli organismi sono sistemi aperti,
prendono materia ed energia e buttano fuori entropia ma nel fare questo diventano “internamente”
ordinati e complessi. L’informazione esterna è contenuta in messaggi che di per sé non dicono
niente, a meno che non siano letti con un linguaggio adatto. Dunque, tutti i messaggi ambientali
sono, per definizione, ad entropia di Shannon positiva e la dissipazione informazionale
spontaneamente aumenta l’entropia informazionale all’esterno della struttura dissipativa. Il
messaggio buttato fuori dalla struttura dissipativa torna ad essere tutto o nulla, né carne, né pesce. I
messaggi diventano informativi solo se entrano dentro una dinamica fatta di linguaggio e di
memorie e se diventano informativi la loro entropia informazionale (o di Shannon) diminuisce.
L’organismo è dunque anche una struttura diissipativa che riduce l’entropia di Shannon (all’interno)
e aumenta quella all’esterno. Diciamo che, quando si evolveranno il sistema nervoso ed il sistema
immunitario, quest’attività dissipativa sarà “localizzata” in tutta la struttura dissipativa grazie alla
loro attività, un processo che perfezionerà l’ordine concertato delle funzioni nell’organismo
complesso. Anticipiamo qui che la dissipazione dell’entropia di Shannon è il motore della
complessità e dell’adattamento. Facciamo un esempio che probabilmente riprenderemo anche dopo.
Ipotizziamo di trovarci a fare una piacevole passeggiata in un bosco e dopo qualche minuto ci
imbattiamo in un piccolo esemplare di Amanita phalloides, un fungo estremamente tossico. La
domanda che ci facciamo è? Perchè l’evoluzione avrebbe favorito la presenza nell’ambiente di un
fungo velenoso? Posta così, la domanda lascia intendere che debba esistere una forza misteriosa “a
prescindere”, che può essere chiamata indifferentemente caso o necessità, per cui il fungo velenoso
non si è estinto per questa “forza protetttrice di selezione, di preferenza”, ovvero poiché eventuali
suoi predatori morirebbero nel mangiarlo e nel tempo gli stessi predatori avrebbero “appreso” che il
fungo è mortale e lo avrebbero lasciato indenne, a bella mostra per noi che stiamo passeggiando tra
i frassini e gli abeti. Questa è la storiellina che i biologi ci raccontano, più o meno. Nel continuare il
nostro “siparietto” filosofico, potremmo avanzare la legittima (forse buffa) obiezione che l’animale
morto per aver mangiato il fungo, non potrà dirlo a nessuno, posto che possa “spiegarsi” con un suo
simile. E forse, prima che il prossimo animale riesca a testimoniare che l’eccidio nella sua specie è
dato dall’aver mangiato il fungo, chissà quanto tempo dovremmo attendere. Il problema di questa
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storiellina è che, introdurre causalità “necessarie” nel caso, nella casualità, è un abuso, è come
entrare in casa d’altri scassinando la porta.
Ipotizziamo, invece, che il fungo sia una struttura dissipativa complessa (struttura dissipativa bio-
organica) e che come tutti gli organismi “viva” perché attivamente dissipa materia ed energia,
buttando fuori entropia (entropia di Boltzmann) e informazione (buttando fuori entropia di
Shannon). Se il fungo viene mangiato, il messaggio contenuto nel fungo non ha l’informazione
“velenoso” a meno che non entri in un sistema in cui l’informazione è letta e non è tradotta e si
verifichi una riduzione e/o perdita di complessità (effetto del veleno). La dissipazione
dell’informazione secondo Shannon, nella struttura dissipativa bio-organica che è l’organismo che
ha mangiato il fungo, avviene correttamente come in tutti gli organismi vivi: il messaggio
inizialmente ha bassa informatività e alto potenziale (alta entropia di Shannon), entra nel sistema di
decodificazione dell’organismo e viene decodificato (riduzione entropia di Shannon), non viene
tradotto in una funzione omeostatica e dunque perde di informatività, (aumento entropia di Shannon
interna), si verifica riduzione della complessità, l’organismo muore, l’informazione che era
“velemoso” torna nell’ambiente e perde il suo contenuto informazionale (il gatto morto è morto e
nessuno sa perché) (aumento entropia di Shannon). Di questo passo, il messaggio che è letto dagli
organismi come “velenoso”, non divetando memoria funzionale nell’organismo predatore (perchè
una volta che il messaggio è decodificato non si riduce ancora l’entropia di Shannon facendo
entrare l’informazione nell’ordine funzionale dell’organismo, anzi, questa informazione aumenta
l’entropia di Shannon interna), non partecipa all’adattamento e dunque all’evoluzione biologica. Il
fungo resta com’è non perché non lo fila nessuno, ma perché il messaggio che porta non è usato per
ridurre l’entropia di Shannon nella struttura dissipativa bio-organica di chi lo mangerebbe e
partecipare all’adattamento ambientale di quest’ultima. Nel caso in cui evolvessero organismi in
grado di metabolizzare il veleno del fungo, l’Amanita phalloides potrebbe estinguersi se fosse solo
un automatismo. Ma essendo anche il fungo una struttura dissipativa bio-organica, potrebbe usare il
messaggio ad altra entropia che sono le spore evacuate dall’animale per riprodursi ad altissima
efficienza (riduzione dell’entropia di Shannon), aumentando la sua complessità orizzontale, e
garantendo la possibilità della creazione di nuove sottospecie, una commestibile e l’altra ancora più
velenosa, che so? Ma è chiaro che il fungo si evolve e si adatta, se viene mangiato, non se resta lì.
Tuttavia, per “arrivare” ad una Amanita phallloides velenosa, un adattamento, tipo quello
raccontato qui, sarà pur accaduto, non vi pare? La storiellina che ci hanno raccontato a scuola del
fungo intelligente che non si fa mangiare, potrebbe, di fatto, avere qualche lacuna.
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Ancora qualcosa sulla complessità
Come promesso qualche istante fa, torniamo al concetto di riduzione della complessità, come
preludio, di natura informazionale e dunque funzionale alla patogenesi. Per essere semplici,
possiamo considerare la complessità come una riduzione entropica delle relazioni. La complessità è
dunque una proprietà esclusivamene informazionale. E’ pacifico ammettere che la complessità
abbia una ricaduta sulle strutture e sulle funzioni e quindi sulla dissipazione bio-organica ma tale
ricaduta è informazionale per cui, cambiato il linguaggio, precipta tutta la complessità, cioè le
relazioni aumentano la loro entropia informazionale, entrano in quello che può essere definita,
pittorescamente, come “turbolenza di Shannon”. Data l’ingente mole di messaggi che entrano nello
spazio delle fasi della dinamica dissipativa, il principale “prodotto” dell’adattamento è l’omeostasi
ovvero quel meccanismo di riduzione della turbolenza di Shannon che consente ai sistemi
funzionali biologici di restare all’interno di una funzione “regolare”, ovvero stabile e quasi-
periodica con poca possibilità di una transizione al caos. E chiaro che, se volessimo immaginare la
complessità come una specie di grande intelaiatura dinamica di relazioni “stabili”, funzionalmente
ordinate, una turbolenza informazionale amplificata dall’intelaiatura signficherebbe, a pensar bene,
l’instaurarsi di un caos deterministico che dovrebbe dare come esito un cambiamento sostaziale al
linguaggio biologico adattato, portando la struttura dissipativa su un “piano B” provvisorio nel
quale i nuovi messaggi sono letti e sono, paradossalmente, funzionali. La nostra può essere la
descrizione dell’instaurarsi di uno stato patologico cronico. Se invece l’intelaiatura che qui
figurativamente abbiamo identificato con la complessità silenzia o riduce una parte, di modo che la
turbolenza di Shannon sia recuperata in un caos deterministico che conduce ad una nuova funzione
ordinata o che possa essere ridotta dalla semplice dissipazione di Shannon, per far “tornare” la
funzione nell’ordine adattato (omeostasi), allora la struttura dissipativa bio-organica recupera la sua
complessità adattata e torna ad essere, ai nostri occhi, un meraviglioso meccanismo.
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indicare quell’oggetto con la parola “casa”. La struttura dissipativa bio-organica, fatta di strutture
chimico-fisiche, diventa una struttura dissipativa biologica laddove le diverse relazioni fra le
strutture di tipo chimico-fisico assolvono una funzione concertata (sequenziale) e ordinata, grazie
alla riduzione costante dell’entropia delle informazioni, cioè di Shannon, che dovrebbero farla
funzionare, in modo che si assolva il compito fondamentale, che è e resta la dissipazione. Abbiamo
anticipato prima che la struttura dissipativa informazionale ha il compito principale, dissipando, di
ridurre l’entropia di Shannon interna al sistema e che tale struttura si è biologicamente evoluta nel
sistema nervoso, partendo anche da ciò che si sarebbe organizzato successivamente come sistema
immunitario. Ovviamente, c’è un livello più elementare di questo in natura, come abbiamo
anticipato altrove. Negli organismi in cui anche solo un primitivo rudimento di sistema nervoso,
come nei Metazoi, non c’è, la dissipazione dell’entropia informazionale non si verifica con una
struttura apposita (si veda anche il capitolo precedente) ma la dissipazione informazionale avviene
praticamente solo con la struttura dissipativa bio-organica. La riduzione dell’entropia
informazionale è il criterio con cui gli organismi continuano a mantenere un ordine funzionale,
malgrado le variabili (esterne ed interne) che li assalgono. Il “meccanismo” funziona perché è
dentro la dinamica dissipativa. Un ciclone non lo fermi, una volta che si forma va avanti, finchè non
si estingue da solo, ma la sua attività è ripetitiva, ciclica, rotatoria, proprio perché è una struttura
dissipativa. Anche se a noi appaiono così, non tutti meccanismi sono perfettamente “regolari” come
un orologio, ma perpetuano funzioni ordinate e relazionate nel modo più simile possibile ad una
“periodicità”, una “ciclicità” o “oscillazione” o a un “equilibrio dinamico”, ma non esattamente in
un modo così rigido e tecnico come lo si potrebbe identificare in un meccanismo tecnologico
costruito dall’uomo. Sono semmai più simili al fenomeno (qui molto semplificato, come esempio)
della goccia di acqua del rubinetto vista un capitolo fa, la cui caduta appare grossolanamene
regolare ma con una dinamica, invece, che creerebbe un “attrattore strano” caotico di Lorenz. La
struttura dissipativa informazionale, localizzata in quello che sarà il sistema nervoso ed il sistema
immunitario connessi con tutto il corpo, essendo una struttura dissipativa come quella bio-organica,
sarà destinata a crescere in ordine e in complessità. Ma mentre nel caso della struttura dissipativa
bio-organica, l’ordine diventa ordine funzionale complesso e la struttura, che si definirà biologica,
sarà adattata e non avrà più bisogno di complessità ulteriore, che ruolo avrà l’ordine e la
complessità di una struttura dissipativa informazionale? Avrà il compito di dissipare e ridurre
l’entropia di Shannon, certo, ma non solo, come avremo modo di approfondire nelle prossime
pagine.
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Come viene affrontata la complessità negli organismi
Nella struttura dissipativa bio-organica l’ordine che si raggiunge dissipando e producendo entropia
esterna è un ordine fatto di strutture (molecole, organelli, cellule, ecc) e di funzioni, dunque è un
ordine strutturale e funzionale, ovvero è ciò che noi leggiamo come il cosiddetto “meccanismo”.
Nella struttura dissipativa informazionale l’ordine è formato solo da messaggi e segnali che hanno
contenuto informativo, cioè sono “compresi” e “utili” per l’ordine funzionale intero del
“meccanismo” e dunque per la struttura dissipativa informazionale l’ordine è il cosiddetto
“controllo”. Dove una struttura dissipativa informazionale non è presente, la dissipazione
dell’entropia delle informazioni si verifica all’interno della struttura morfo-funzionale, cioè della
struttura dissipativa bio-organica, dove l’entropia di Shannon è ridotta semplicemente rendendo
interpretabili e innocui potenzialmente tutti i messaggi (ome accade nei micro-organismi) o usando
potenzialmente tutti i messaggi per creare ordine stutturale (come accde negli organismi autotrofi e
nelle piante). Ma, invece, cos’è la complessità in questa prospettiva?
Per la struttura dissipativa bio-organica la complessità è definita entro il range ristretto dello spazio
vitale, cioè nel tempo della vita biologica, non va oltre ed è reiterata per ogni individuo attraverso
un complesso processo standard, controllato geneticamente, che è lo sviluppo. Quindi per la
struttura dissipativa bio-organica la complessità è uno “sviluppo densamente relazionato,
automatico e chiuso”. Per la struttura dissipativa informazionale che cos’è la complessità? Dato che
le informazioni sono la matrice della dissipazione di questa struttura, la complessità per
quest’ultima è uno “sviluppo densamente relazionale, non automatico e aperto”. La prima ha uno
sviluppo “relazionato”, cioè pre-definito (ha memoria), la seconda ha uno sviluppo “relazionale”,
cioè da definire (fa memoria).
Il punto focale di questa differenza sta in due aspetti cardinali della natura dei sistemi biologici.
Il cosiddetto “meccanismo” è relazionato e chiuso perché “adeguato” ad uno scopo. Il continuare a
ridurre l’entropia informazionale del sistema bio-organico ha fatto in modo che la relazione tra due
strutture dissipative A e B, sia diventata più efficiente della sola somma delle singole efficienze di
A e di B (aumento di complessità) ma la relazione è stata “obbligata” dall’ambiente (esterno o
interno). Nel corso dell’evoluzione dei viventi, la dissipazione dell’entropia di Shannon, è stata
affrontata in modo molto diverso. Come già riportato nel capitolo precedente, i micro-organismi,
come i batteri, riducono l’entropia di Shannon rendendo potenzialmente leggibili tutti i messaggi
che arrivano all’interno (se innocui fanno vivere il batterio, se nocivi lo uccidono e comunque tutti
possono modificare potenzialmente il patrimonio genetico) e aumentano l’entropia esterna di
Shannon rendendo, di fatto, innocui (e quindi senza informatività) tutti i messaggi nei batteri
adattati (infatti, l’informazione dannosa di fatto non lo è perché si creano i ceppi resistenti). Nel
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caso degli organismi autotrofi, essi riducono l’entropia di Shannon perché qualunque nuovo
messaggio potenzialmente può dar luogo ad una nuova memoria strutturale (nuove molecole) e
funzionale (nuovi cicli biochimici), creando “complessità orizzontale” (nuove sottospecie, nuove
cultivar), così di fatto rendendo ininfluenti i messaggi pericolosi (come per i batteri) e dunque
aumentando l’entropia di Shannon esterna. Per i micro-organismi e gli organismi autotrofi, che
mancano di una struttura dissipativa informazionale distinta, la dissipazione informazionale avviene
per “pressione ambientale”, mentre per gli animali avviene per “pressione informazionale”. Forse
questo è uno dei motivi per cui un sistema nervoso si è sviluppato solo negli animali. Per fare un
esempio semplicistico ma forse efficace potete considerare l’ambiente o la pressione informazionale
una mano o un pugno e le strutture con le loro diverse funzioni una “matrice” plastica, di cera o
plastilina (il “pongo”, per intenderci). Se noi “pressiamo” la matrice contro una definita tipologia di
relazione (nel nostro esempio un foro a forma di prisma trigonale), creeremo, man mano che
pressiamo, una matrice di forma trigonale. E cosa diremmo? Che la nuova struttura dissipativa è più
ordinata e complessa della semplice pasta pongo ed è anche “adattata” all’ambiente, cioè è in
relazione funzionale con l’ambiente, risulta adeguata allo scopo, avendo, in questo esempio, forma
perfettamente prismatica trigonale. L’ambiente costringe la casualità con cui si muoverebbero le
strutture nell’equilibrio termodnamico ad un rigore ordinato perché o si crea entropia da qualche
parte (esempio dell’olio in acqua, visto qualche pagina fa) o perché emergono delle strutture
dissipative che dissipano anche l’entropia informazionale.
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carbonio, ADP, lattato, ecc) ed energia degradata (calore), cioè un sistema che “dissipa”. Che cosa
accadrebbe se al posto del D-glucosio ci fosse un altro aldoesoso come il D-mannosio? Il messaggio
B sarebbe ancora informativo? Poiché il D-mannosio è leggermente simile al D-glucosio,
l’esochinasi fosforila (aggiunge un gruppo fosfato) in posizone 6 del D-mannosio ma l’intermedio
non può essere trasformato in fruttosio-6-fosfato (per “rientrare” nell’ordine funzionale della
glicolisi) dall’enzima fosfoglucosio isomerasi e il sistema si blocca, a meno che non intervengano
altri fattori (ad esempio l’attività della fosfomannosio isomerasi). La dissipazione informazionale ha
consentito al D-mannosio di essere decodificato (letto) dalla memoria strutturale dell’esochinasi ma
non dalla memoria funzionale nel pathway, dato che l’intermedio che si forma non consente di
proseguire nella funzione a valle dell’esochinasi. Se in natura dovessero apparire molte molecole di
D-mannosio, tanto da competere con quelle di D-glucosio, la struttura informazionale si troverebbe
a fronteggiare un aumento di entropia interna, data dall’ingresso del messaggio D-mannosio che
non potrebbe essere tradotto in segnale funzionale dalla memoria funzionale dell’esochinasi nella
glicolisi. In questi casi, la riduzione dell’entropia informazionale interna sarebbe un’attività
dissipativa preponderante della struttura dissipativa bio-organica, per il recupero della complessità.
L’organismo potrebbe continuare a dissipare l’entropia di Boltzmann con una riduzione in
complessità ma l’attività di dissipazione dell’entropia informazionale (di Shannon) sarà prevalente.
Se l’organismo si trova in una condizione in cui le molecole di D-mannosio sono in maggioe
quantità di quelle di D-glucosio, questa riduzione di complessità (paragonabile ad una ”patologia” o
“para-funzione”) viene affrontata facendo in modo che le molecole di D-mannosio, più che venire
escrete, siano “cimentate” con le memorie funzionali già esistenti, di modo che un codice di lettura
e di possibile “traduzione” sia trovato, così da ridurre l’entropia di Shannon. Non si verifica un
meccanismo casuale di errori-tentativi all’interno della struttura dissipativa, perché questa è
ordinata e complessa e non risponde al caso se non riducendone l’entropia. Saranno privilegiate le
possibilità di usare il D-mannosio “comunque”, perfino la simbiosi con i batteri, al fine di ridurre
l’entropia di Shannon. Dunque, se tale riduzione diventa nuova memoria strutturale e funzionale,
cioè una nuova memoria informazionale, il D-mannosio è usato come informazione acquisita e
l’organismo si è adattato. Diciamo, per sintetizzare, che la riduzione in complessità è inizialmente
un incremento nel’entropia informazionale. Se questa rende suscettibile di una transzione al caos
una funzione ordinata, è la relazione di questa funzione con le altre che subisce la dissipazione
dell’entropia di Shannon e dunque quella funzione, in via di dissipazione, non fa più parte, almeno
temporanamente, della complessità, da cui si evince il nostro concetto di “riduzione” della
complessità.
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Quello che stiamo anticipando qui è che l’adattamento, che per riduzione dell’entropia di Shannon
potrebbe rendere più complessa una struttura dissipativa bio-organica, è un evento assolutamente
graduale, può comprendere molte “mesoforme evolutive” che stanno usando rattoppi, “pezze”
informazionali, per mantenere efficiente la dinamica dissipativa, usando una sorta di “omeostasi
informazionale” che, tuttavia, essendo informazionale non serve per mantenere una funzione
costante ma per mantenere attiva l’attività di dissipazione informazionale, una specie di cesello
continuo dell’informazione, fino al punto da stabilire una funzione ottimale, ovvero possibilmente
ordinata e non caotica. A quel punto noi potremmo perfino vedere l’emergere, probabilmente, di
una nuova specie.
Ovviamente, esistono anche le possibilità di un non recupero omeostatico informazionale, quando la
perdita di complessità è grave.
Torniamo all’esempio di prima. Il principio cardine è che l’organismo (la struttura dissipativa bio-
organica complessa) continua a dissipare entropia di Boltzmann ed entropia di Shannon, nel caso in
cui il glucosio comincia a scarseggiare e al suo posto c’è molto più mannosio disponibile. Lo fa in
una condizione in cui il mannosio gli va bene ma fa funzionare la struttura non come prima, cioè c’è
una riduzione o perdita di complessità. Il mannosio che entra aumenta l’entropia interna di
Shannon. Si deve ridurre questa entropia. E dunque si crea una nuova “omeostasi” che è funzionale
alla riduzione dell’entropia di Shannon, il D-mannosio che interagisce con una fosfoglucosio
isomerasi sballata o un qualsiasi enzima EC5 (una isomerasi), produce fruttosio-6-fosfato e la via
glicolitica riprende. Il sistema dissipativo bio-organico non “elimina” dalla lettura del linguaggio la
nuova informazione, è questa la sua ”attività” informazionale. Se eliminasse il D-mannosio perché
non funzionale, forse ridurrebbe l’entropia di Shannon eliminando il messaggio non informativo ma
ridurrebbe l’aumento di entropia esterna poiché l’entità della dissipazione informazionale sarebbe
minore a causa di una riduzione in complessità dell’organismo. Dunque l’attività dissipativa
informazionale è costretta a ridurre l’entropia interna per aumentare quella esterna, obbligo della
funzione di dissipazione, appunto. Questo ci suggerisce che l’attività di dissipazione dell’entropia
informazionale interna è un’attività dissipativa ”obbligata” del sistema che, sempre
obbligatoriamente, deve trovare una collocazione funzionale per il D-mannosio, piuttosto che
semplicemente eliminarlo come se non fosse mai entrato nel sistema.
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messaggi in entrata possono contare su un linguaggio fluido e su un’omeostasi informazionale se
all’interno l’entropia di Shannon viene ridotta, cioè se il sistema dissipativo informazionale
funziona. Ma se i messaggi interni diventano non informativi ed aumentano l’entropia di Shannon
interna, ovvero il sistema dissipativo informazionale non è riuscito a ridurre l’entropia di Shannon
interna relativo a quel messaggio con i meccanismi di cui sopra, il linguaggio con cui il messaggio
riprende informatività deve essere rigido. Cioè, in poche parole. Se entra nel sistema dissipativo
bio-organico una molecola nuova, il sistema ne riduce l’entropia informazionale “cercando di
adattarla” a qualche funzione esistente, usando un linguaggio fluido (alta entropia di Shannon) e
dunque rendendola informativa (riduzione entropia di Shannon). Al sistema dissipativo “conviene”
essere tollerante, potrebbe nascere una nuova funzione. Se il sistema dissipativo informazionale non
riesce ad “addomesticare” la muova informazione, l’entropia di Shannon interna aumenta e la nuova
informazione deve essere letta da un linguaggio più preciso, affinchè sia informativa. Ad esempio,
noi in un discorso potremmo introdurre la parola “papi” al posto di “papà” e il significato rimane.
Ma se dovessimo usare il termine zapi o pappa, uno senza significato e l’altro con un significato
completamente diverso, saremmo obbligati a cambiare il nostro metodo di decodificazione.
In questo “luogo di perplessità” della funzione dissipativa informazionale, è possibile che si sia
evoluto il sistema immunitario e il riconoscimento recettoriale. Il messaggio bloccante, che non può
essere adattato, viene “modificato”, in modo da renderlo più rigidamente decodifcabile dal
linguaggio stretto. La modifica può avvenire in vari modi ma quello più semplice è di far entrare il
messaggio nell’entropia di Boltzmann, cioè nella materia degradata. La molecola complessa, che è,
ad esempio, una parola “incomprensibile”, se lisata o degradata, può essere una parola
“comprensibile”, ad esempio se l’informazione bloccante (che aumenta l’emtropia di Shannon) è
“sparcellanco”, se lisata può essere “s”, “parcella”, “par”, “cella”, “nco”: due di queste sono parole
di senso compiuto (informazioni a entropia di Shannon negativa). E’ chiaro che la struttura
dissipativa bio-organica userà questo criterio molto meno frequentemente che quello omeostatico,
perché aumentare la quantità di materia degradata in entrata rispetto alla materia densa che avvia la
dissipazione, riduce l’efficienza della dissipazione (di Boltzmann). L’omeostasi e la “tolleranza”
sono meccanismi preferiti dalle strutture dissipative, a parte le barriere funzionali e fisiche, perché
hanno bisogno di materia, energia e informazione in entrata per dissipare, altrimenti muoiono. Le
strutture dissipative sono sistemi dinamici assolutamente inclusivi.
Negli organismi primitivi, evolutisi nel Cambriano, la pressione ambientale molto forte, in un
pianeta ancora in formazione, ha creato organismi con fenomenale adattabilità e bassa complessità,
ovvero estrema semplicità strutturale e funzionale, come ad esempio il phylum degli invertebrati
protostomi celomati noti come Tardigradi, capaci di vivere in condizioni estreme e dotati di un
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primitivo sistema nervoso. I Tardigradi, come molti altri metazoi evolutivamente antichi, hanno un
numero di cellule definito geneticamente (non crescono in complessità) ma sono capaci di
colonizzare ambienti impossibili per altre specie. Scoperti da Spallanzani alla fine del XVIII secolo,
in queste strutture dissipative biologiche, la continua e pressante riduzione dell’entropia di Shannon
ha creato un linguaggio rigido che ha consentito ai messaggi ambientali “critici” di essere
decodificati e usati per la dissipazione bio-organica, creado una memoria funzionale di contesti
ambientali estremi, in una situazione paleobiologica ancora molto primitiva, riducendo quindi
l’abilità della memoria informazionale di crescere in complessità attraverso il meccanismo
dell’omeostasi informazionale. Questi organismi hanno sviluppato una “omeostasi orizzontale”,
cioè hanno sviluppato una costruzione di memorie funzionali critiche di tutti gli ambienti possibili
che li rende “resistenti” praticamente a qualsiasi variazione ambientale, non hanno sviluppato
un’”omeostasi verticale”, cioè un sistema molto più complesso capace di supportare molte delle
variazioni ambientali, anche se non necessariamente estremamente critiche. Per essere
esemplificativi, i Tardigradi hanno memorizzato il “peggio”, che gli viene utile una volta che il
“peggio” arriva. La strategia non è molto diversa da quella usata dai batteri, solo che questi micro-
organismi hanno ridotto ancora maggiormente la complessità verticale, puntando sull’auto-
replicazione, mentre i Tardigadi producono solo fino a circa 40 uova, anche se estremamente
resistenti. L’adattamento usa gradi divesrsi di auto-organizzazione e di auto-replicazione, a seconda
della riduzione dell’entropia di Shannon per pressione ambientale. Dunque, l’adattamento biologico
può anche prevedere la scomparsa di alcune strutture complesse, la riduzione delle medesime (come
avviene in una patologia) e la loro sosttuzione con altre funzioni complesse che risulteranno
adattate, grazie alla riduzione dell’entropia di Shannon.
Tornando all’esempio della glicolisi, sembra difficile, in questa situazione, immaginare che la
situazione incresciosa del mannosio che non funziona, venga essenzialmente o quasi esclusivamente
risolta buttando il mannosio fuori, perché fuori l’entropia di Shannon dei messaggi ambientali
“nuovi” è sempre positiva e, in assenza di riduzione dell’entropia interna di Shannon, il loro
ingresso aumenterebbe enormemente l’entropia interna, facendo andare in collasso la struttura
dissipativa bio-organica. Quello che risulta prioritario come attività è la riduzione dell’entropia
informazionale interna, ovvero il mannosio è “usato” in qualche modo, al fine di ridurne l’entropia
informazionale. L’omeostasi funzionale, che deriva da quella informazionale, si verifica se il
messaggio possiede codici interni capaci di essere letti dal linguaggio biologico in modo ampio
(questa è la fluidità), ad esempio se il messaggio è “rabarbaro”, forse si adatta alla lettura del codice
“barbaro”, e il nuovo messaggio è informativo. Se non può essere eseguita una dissipazione
informazionale corretta, il messaggio rabarbaro entra nella dissipazione del’entropia di Boltzmann
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come materia degradata e qui, se rabarbaro diventa ra-bar-bar-o e il codice BAR è quello che
consente la riduzione dell’entropia di Shannon del messaggio, l’informazione potrebbe essere letta e
compresa da molte funzioni che riconoscono BAR o anche, il codice BAR è troppo ridondante e
dunque l’entropia di Shannon resta alta se BAR non viene letto non più come codice comune ma
come una unità sintattica ben precisa (non parliamo più del rabarbaro che beviamo ma del bar, in
cui lo beviamo). Il linguaggio qui, deve essere più “rigido”. Quello che è davvero interessante è
proprio che questa dinamica ricorda molto l’evoluzione del sistema imunitario.
Possiamo fare un altro esempio di omeostasi informazionale.
Dobbiamo lavare le stoviglie nel lavabo e il tappo lo abbiamo involontariamente perso. Non
abbiamo al momento la possibilità di comprarne uno nuovo, perché i negozi sono chiusi. Allora
usiamo un qualcosa di gomma (un giocattolo di gomma di Paolo quando aveva 4 mesi, oggi ha 43
anni…) che abbiamo in casa che tappa piuttosto bene il lavabo. Non avremmo mai penato di usare
un cilindro giocattolo per tappare il lavabo ma funziona, anche se non benissimo. E’ chiaro che
“usando” il giocattolo, ne abbiamo ridotto l’entropia informazionale. Sarebbe rimasto un oggetto
senza informativtà, altrimenti, ovvero inutile o senza senso (entropia di Shannon positiva). Le
strutture dissipativa bio-organica o informazionale fanno di tutto per “usare” o “riutilizzare”
informazioni “nuove” o “decadute”, perché esiste una omeosasi informazionale, usata sia per
mantenere in ordine l’attività dissipativa che per creare complessità (e dunque adattamento).
Dunque, la patologia come riduzione di complessità è un passaggio, un passaggio naturale verso
l’adattamento e la complessità, e poiché interessa la riduzione di entropia informazionale questo
passaggio può essere “recuperato” o meno a seconda dell’entropia informazionale e del ruolo che
quella “informazione” ha per la dissipazione. Alcune cose si possono recuperare, altre no, ma il
motore è la riduzione dell’entropia di Shannon.
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informazioni. L’adattamento, quindi, è un ordine informazionale. La riduzione dell’entropia
informazionale interna alla struttura dissipativa bio-organica permette alla funzione di collaborare al
meglio con la dissipazione dell’entropia di Boltzmann, ovvero, se il messaggio che arriva alla
relazione struttura-funzione è informativo (c’è stata una riduzione dell’entropia di Shannon), la
relazione struttura-funzione continua il suo lavoro di dissipazione, sia “secondo” le diverse relazioni
complesse (in modo sintropico) o no (in modo antitropico), e in quest’ultimo caso o la struttura
dissipativa bio-organica fa il lavoro di dissipazione di Shannon con l’omeostasi o c’è una riduzione
o perdita di complessità, per aumento dell’entropia interna di Shannon. E’ chiaro che poiché la
dissipazione nell’ambito dell’entropia di Shannon è un continuo restringere in ordine le relazioni
(informazionali) tra ambiente e struttura dissipativa bio-organica, creando un linguaggio “univoco”
ed “unitario” all’interno di questa relazione, il dispositivo che è l’organismo risulterà perfettamente
adattato all’ambiente, “come se fosse stato costruito” apposta.
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“linguaggo” biologico. Quindi, nel meccanismo, la “leggibilità” è sempre “utilità”: o fa andare
avanti il meccanismo (l’omeostasi fa parte di questo) o lo induce ad una maggiore complessità ed
efficienza funzionale. Già. Ma “fuori”, potenzialmente tutti i messaggi sono ad entropia di Shannon
positiva, ovvero “non informativi”. Perciò, se la struttura dissipativa informazionale ha ridotto
l’entropia di qualsiasi informazione, permettendo dunque alla struttura dissipativa bio-organica di
mantenersi in vita, oltre questo la gestione di altre informazioni può essere rischiosa o pericolosa
per la sopravvivenza della specie, perché la loro “riduzione entropica”, effetto di una dissipazione,
potrebbe non realizzarsi in assenza di una lettura ed interpretazione del messaggio, cioè di una sua
“utilità”, “efficacia”, “ricaduta funzonale”. Forse è questo il motivo per cui gli animali sono anche
percepiti come aventi delle primordiali emozioni e sentimenti ma non fanno alcuna azione fuori da
una logica rigidamente naturale, utilitaristica, come invece, al contrario, fa l’uomo. L’evoluzione
biologica sembra dunque che abbia consentito l’evoluzione della complessità della struttura
dissipativa informazionale solo per informazioni utili alla struttura dissipativa bio-organica, per cui,
alla fine, il sistema nervoso che si è evoluto da ciò, ha solo un’azione di controllo informazionale
sulla struttura dissipativa bio-organica, di modo che essa mantenga la sua abilità dissipativa in
qualsiasi circostanza di spazio e di tempo, cioè in qualunque ambiente entro l’omeostasi funzionale.
In questo senso, e solo in questo senso, si potrebbe dire che il sistema nervoso si sia evoluto con il
miglioramento adattativo all’ambiente esterno della complessità bio-organica. E solo in questo
senso ci risulta inspiegabile l’origine di una mente. Ma ci torneremo.
A questo livello, noi non possiamo parlare altro che di una struttura di integrazione del sé che è
quella anticipata con la percezione intrinseca. A questo livello infatti, tranne che nell’uomo, non si è
ancora evoluta una mente. Esiste nel percorso evolutivo, la possibilità di una complessità maggiore
di questa struttura dissipativa informazionale “adattata”, a causa del fatto che tutte le informazioni
“restano” intrappolate nell’utilità alla struttura dissipativa bio-organica, ad esempio lo sviluppo di
un cervello corticale nei mammiferi e nei primati. Ma non parliamo ancora di mente. Tuttavia,
sempre a questo livello, la natura di questa complessità può essere pragmaticamente spiegata come
segue.
La complessità di questa struttura è fondamentale perché, la sua architettura complessa, fatta di
logica e sintagmi, cioè di un “lessico funzionale”, può essere paragonata ad un linguaggio, fatto di
simboli, logica sintattica, modulazione e formulazione, eccetera, cioè un insieme elaborato di codici
semantici e di pensiero logico che consente ad ogni informazione di essere “informativamente utile”
e dunque comprensibile. Il linguaggio accetta le informazioni che rispettano il codice
d’identificazione e scarta quelle che non ce l’hanno: in queso modo è funzionale sia all’utilità
biologica che alla dissipazione informazionale. La parola “comprensione”, in questo caso, può
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essere intesa infatti nella sua più ampia accezione, ovvero “prendere dentro”. Qui si sta facendo
l’ipotesi che la struttura dissipativa informazionale riduca l’entropia dei messaggi in entrata
dall’esterno trattandoli come informazioni (parole, codici) comprensibili di un linguaggio. Ciò
consentirebbe alla struttura dissipativa bio-organica di mantenere le funzioni ordinate e
costantemente in dissipazione. Inoltre, finchè tutta l’entropia dei messaggi esterni è gestita
“filtrando” i messaggi in informazioni “comprese”, dalla struttura dissipativa bio-organica, poiché
utili, la struttura dissipativa informazionale dissipa semplicemente “creando” entropia
informazionale con un intenso lavoro di scarto di informazioni inutili. Questo “scarto” è operato
solo sulla base di un linguaggio, il quale è l’unica cosa che diventa più complessa con l’evoluzione
e la vita dell’animale, grazie all’apprendimento. Tutti gli animali si comportano così, ubbidiscono
esclusivamente a segnali utili alla loro sopravvivenza.
Per noi invece, diciamo così, c’è qualcosa di diverso.
Se facciamo l’esempio del suono, per un animale il rumore o suono ha significato di richiamo,
pericolo, riconoscimento di specie, accoppiamento, eccetera. Per l’uomo, il suono ha anche
signifcato ludico, nonchè emotivo ed intellettuale. Per noi ha senso ascoltare Shubert. Per un cane
no. Che cosa ci contraddistingue, dunque, (e perdonate la banalità della domanda)? La complessità
della struttura dissipativa informazionale è cresciuta quando nell’evoluzione le informazioni, per
così dire, “inutili” sono state trattate nel processo di dissipazione, a prescindere dal loro uso della
struttura dissipativa bio-organica. E’ un tema importante, che affronteremo tra qualche capitolo. La
sintesi di questa idea è che la mente inizia ad emergere nell’evoluzione, “giocando”, ovvero
dissipando messaggi inutili.
Ma cerchiamo di riprendere il nostro filo logico.
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l’entropia esterna, cioè considerando inutili la maggioranza di stimoli esterni non decodificabili e
facendo da “filtro” solo a quelli decodificabili. I filtri e le barriere si sono evoluti anche per ridurre
lo spreco energetico nell’eliminare una informazione non decodificata, che diventerebbe materia
degradata, se l’informazione fosse una molecola o un complesso di molecole. Per evitare il contatto
con stimoli non decodificabili ad esempio possono scattare meccanismi di salvaguardia, come ad
esempio l’allontanamento dalla loro fonte (fuga dell’animale, ad esempio). Oppure, altra strategia,
rendendo inefficaci i messaggi esterni trattandoli come segnali “leggibili” nella dinamica
omeostatica in qualità di informazioni “note”, “innocue” o perfino “familiari”, con l’omeostasi.
Quest’ultimo approcio, come già detto altrove, è quello più usato dalle strutture dissipative
complesse e differenziate. Il filtro usato da tali strutture non è dunque di “divieto” ma di
“annullamento”, di “addomesticamento” ovvero di quenching. Le strutture complesse auto-
organizzate e differenziate usano il processo di “quenching informazionale”, contrariamente agli
organismi unicellulari a rapida replicazione. Se qualsiasi informazione negativa, invece di essere
lasciata “fuori” dal sistema viene fatta entrare e resa innocua dai meccanismi omeostatici, si
aumenta contemporaneamente l’entropia di Shannon esterna (la maggior parte dei messaggi esterni
non ha contenuto informazionale) e si riduce quella interna (i messaggi in ingresso hanno tutti un
contenuto informazionale noto o comprensibile, benchè innocuo). Ovviamente, oltre a questo
approccio, c’è anche quello del “filtro attivo”, cioè il divieto d’ingresso di certi messaggi. Ma, a
rigore, il filtro attivo è molto più dispendioso di quello che usa il queching informazionale, dato che
per costruirlo (e mantenerlo) costa e tale costo non è recuperato nella dissipazione, se la materia è
esclusa. Ma ha il vantaggio di non dover sprecare energia nella dissipazione bio-organica. I filtri
emergono laddove questo rischio è piuttosto elevato. Per cui, in realtà, un messaggio nocivo può
accadere che non entri nel sistema di relazioni funzionali a causa dell’esistenza di una vera e propria
barriera fisico-chimica e biologica (epidermide, mucose con immunità innata, barriera emato-
encefalica, eccetera), ma questa implica tutto il costo energetico e informazionale del filtro, mentre
se il messaggio potenzialmente nocivo (ad esempio un alcaloide di una pianta) è “letto” dai sistemi
omeostatici, la molecola viene trasformata in cataboliti “innocui”, poiché facilmente eliminabili
cioè riconosciuti dai meccanismi di catabolismo, ma il suo ingresso ha dato materia nuova al motore
della dissipazione bio-organica. Quindi in questo caso la struttura dissipativa informazionale fa il
suo lavoro di dissipazione inserendo nel linguaggio i messaggi informativi e lasciando fuori quelli
non informativi. In poche parole, il “quenching” è, come dire? un’attività spontanea di
addomesticamento dell’informazione nella struttura dissipativa, sia bio-organica che
informazionale. Il concetto di “utile” o “non utile” deve considerarsi in questa sede come
“entropicamente ridotto” (significativo, comprensibile, informativo) o “entropicamente aumentato”
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(non significativo o non leggibile). Il “filtro”, invece, dato che è attivo, richiede materia ed energia,
e dunque “costa” alla struttura dissipativa.
Memorie e messaggi inutili o “antitropici” nell’origine della complessità della struttura dissipativa
informazionale. Raffigurazioni
Le informazioni di natura chimica o fisica che arrivano alla struttura dissipativa informazionale
sono “comunicate” alla struttura dissipativa bio-organica dentro un “linguaggio”, che consente alla
nuova informazione di essere gestita all’interno dei meccanismi omeostatici. In questo modo
l’informazione acerba (nuova), “priva di senso” (alta entropia di Shannon), diventa “comprensibile”
al linguaggio omeostatico e si riduce l’entropia di Shannon all’interno. Il messaggio letto
dall’omeostasi è spesso innocuo e dunque questo rende i messaggi esterni, nella loro qualità,
insignificanti (aumento dell’entropia di Shannon). E’ ovvio che tutti quei messaggi che potrebbero
essere letti ma non “compresi” nel linguaggio omeostatico e funzionale, vengono rimossi,
aumentando anche l’entropia informazionale interna e dunque creando problemi al processo di
dissipazione, ergo possibile danno. Quei messaggi che sono letti e “compresi” nel meccanismo
omeostatico ma disturbano le memorie fondamentali funzionali, cioè diminuiscono l’ordine interno
o ne creano un altro non relazionato alla complessità, possono aumentare l’entropia informazionale
interna (per riduzione dell’ordine) o ridurre l’entropia informazionale interna senza aumentare
quella esterna (difetto nell’escrezione, ad esempio) ergo creando problemi al processo di
dissipazione e dunque danno. Questo è ad esempio quello che fanno le sostanze tossiche o velenose.
Queste dinamiche sono anche la prova funzionale più eloquente del fatto che il “meccanismo” è ben
adattato all’ambiente e che “intoppi” nella dissipazione informazionale creano danni. La maggior
parte delle informazioni che la struttura dissipativa biologica (bio-organica + informazionale) deve
gestire, tuttavia, riguarda quelle informazioni che scaturiscono dalle relazioni. Se consideriamo
l’organismo come una macchina e questa macchina funziona perfettamente, tutte le informazioni
esterne sono “assorbite” dal buon funzionamento della macchina ma ce ne sono alcune che
riguardano “cosa la macchina ha fatto nel tempo e dove”. Ovvero, non ci sono solo gli stimoli
esterni ma esiste un vastissimo mondo di messaggi e segnali (quindi possibili informazioni) che
nascono dalla risposta interna della struttura dissipativa “mentre vive”, cioè “mentre dissipa”. Come
spiegare questo concetto?
Ipotizziamo che la struttura dissipativa bio-organica sia come la nostra automobile che accendiamo
dal garage e che usiamo per fare un giro. Molti segnali esterni (freddo, buche sull’asfalto, semafori,
eccetera), sono “compensati”, cioè risolti in termini funzionali dallo stesso automatismo tecnologico
del veicolo (condizionamento dell’aria, ammortizzatori, freni ABS, ecc), praticamente quasi senza
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che noi ce ne accorgiamo. E’ tutto previsto dal funzionamento dell’auto, tutto è risolto dentro la
tecnologia della macchina. E’, né più né meno, il concetto di omeostasi, anche se molto alla buona.
Ma mentre il lunedi faccamo un giro in via Marconi, poi prendiamo la rotonda presso via Lorenzetti
e dopo giriamo a destra in via Foscolo e il tempo atmosferico è piovoso e c’è traffico, il martedi,
invece, facciamo un giro lungo in via della Crosa, poi prendiamo la tangenziale sud ed entriamo alla
Galvanina, il tempo è soleggiato e la strada è sgombra. La macchina ha avuto modo di eseguire le
sue funzioni e la sua “omeostasi” ma “ciò che ha fatto e dove” non è previsto dal meccanismo. I
meccanismi omeostatici rispondono alle informazioni nuove esterne se sono mediate all’interno da
un linguaggio fnnzionale, che è previsto dal meccanismo adattato. Qui, la struttura dissipativa
informazionale, riduce l’entropia informazionale in diversi modi e tutti indirizzati a rendere i
messaggi “accessibili e comprensibili” al meccanismo omeostatico, che avverrebbe anche se noi
stessimo immobili e fissi su un letto. La struttura dissipativa bio-organica ripete il meccanismo
omeostatico con i diversi segnali comunicati dalla struttura dissipativa informazionale, attraverso
memorie strutturali e funzionali che noi abbiamo chiamato memoria fondamentale (vedi avanti).
Mentre l’elevata entropia del messaggio esterno viene ridotta dalla complessità della struttura
dissipativa informazionale (che funge da linguaggio) e si crea una informazione che è “compresa”
all’interno del meccanismo dell’omeostasi, meccanismo che deve consentire alla “macchina” di
funzionare sempre e possibilmente in qualsiasi condizione, l’informazione che nasce dalla relazione
tra le diverse circostanze spazio-temporali ambientali è presa, anch’essa, in carico dalla struttura
dissipativa informazionale, ma ha un altro destino. Queste nuove informazioni relazionate, che
raggruppano più funzioni, non sono “assorbite” dall’omeostasi funzionale. In effetti, il
“meccanismo” che è la struttura dissipativa bio-organica, non aveva previsto, ad esempio, che
lunedi sarebbe piovuto. Esiste una enorme pletora di informazioni esterne non solo non previste ma
nemmeno capaci di relazione interna di tipo funzionale, meccanicamente funzionale, cioè derivata
dall’automatismo del dispositivo. Cosa si vuole dire? Che se la molecola A presenta una
caratteristica simile alla molecola B, per la quale esiste una memoria funzionale (memoria
fondamentale), il meccanismo di relazione con A è automatico e spontaneo (omeostasi). Se invece
tale informazione non ha “connotati di comunanza”, la relazione non avviene e l’informazione o è
scartata o, se non può essere scartata, genera entropia informazioale all’interno della funzione. In
poche parole, il fatto che lunedi piova o ci sia il sole, non tocca minimamente il modo in cui io
respiro. Anche se l’informazione entra, non ha connotati di comunanza con la funzione bio-
organica. Di solito, tale informazione si scarta. Ma se non lo si fa e si dovesse generare un aumento
di entropia informazionale interna, deve scattare la dissipazione informazionale. E qui la
dissipazione è mettere in relazione l’informazione spazio-temporale con “l’intera” struttura
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dissipativa bio-organica. “Caspita! Piove. Ok, prendo la macchina”. Prendere la macchina è una
decisione complessa. E’ chiaro dunque che la struttura dissipativa informazionale assolve un altro
formidabile compito, oltre a quello dell’ordine, del mantenimento della struttura dissipativa bio-
organica, che è il compito della crescita in complessità, un compito che la struttura dissipativa bio-
organica ha perso con l’adattamento. La complessità della struttura dissipativa informazionale
riduce l’entropia delle informazioni senza connotati di comunanza, mettendo in relazione tra loro
informazioni apparentemente inutili e memorizzandone la loro relazione attraverso le raffigurazioni.
Facciamo un esempio, per capire, ma prima vediamo di definire le tre tipologie di memorie
fondamentali. La memoria strutturale è la conservazione nel tempo del contenuto informazionale
associato alle strutture (ad esempio, molecole o organelli o cellule). La memoria funzionale è la
conservazione nel tempo del contenuto informazionale associato alle relazioni tra le strutture
(funzioni), mentre eseguono il loro lavoro di dissipazione e di evoluzione verso la complessità. La
memoria relazionale è la conservazione nel tempo delle relazioni tra le memorie funzionali e
l’ambiente informazionale (esterno o interno). Nel nostro esempio, noi stiamo camminando per una
stradina di montagna per la prima volta nella nostra vita. Alcuni “messaggi” esterni (un po’ di
freddo, il suolo sotto i tallloni, la fatica di salire, le gambe che vanno, la luce del sole negli occhi,
eccetera), mediati dalla struttura dissipativa informazionale, riducono la loro entropia (all’inizio
sono tanti e confusi con il resto del mondo), sono letti dal linguaggio che la struttura dissipativa
informazionale ha creato con la sua complessità (controllo), sono relazionabili con le funzioni
consolidate dalla memoria fondamentale e creano una risposta “standardizzata o programmata” nel
meccanismo (omeostasi), dando origine al fenomeno dell’adattamento dinamico, come l’auto che
affronta serenamente le impreviste buche sull’asfalto. Noi percepiamo noi stessi in movimento ma
più di tanto non ce ne accorgiamo, se siamo presi da un interessante discorso o dal fascino del
paesaggio. Il corpo fa tutto da sé. Ma, mentre camminiamo, ecco che da una stradina in alto, ad
esempio, vediamo un signore ed una signora che stanno scendendo da un ghiaione, uno urla, si
sente come uno scivolìo, ruzzolano dei massi, il signore ha uno zaino rosso, la signora un foulard
verde in testa e stanno scendendo da un rifugio che si intravede dalle cime là in alto dalle Tofane
mentre, qualche nube copre momentaneamente il sole e sta gracchiando uno stormo di corvi. Queste
“informazioni” che utilità hanno per la funzione biologica? Nessuna. Se tali informazioni non ci
fossero, la risposta omeostatica degli altri messaggi esterni sarebbe grosso modo la stessa.
Anche informazioni di tale fattura devono essere ridotte in entropia. Le informazioni inutili o “non
leggibili” o futili, o, come si dirà più avanti, “antitropiche”, possono essere ridotte in entropia se la
loro significanza non è più né sintattica, né semantica o “linguistica” ma “relazionale”, cioè se sono
messe in relazione fra di loro senza una apparente logica comune e tuttavia ordinate perché messe in
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relazione con precedenti costrutti di questo tipo. Questi costrutti saranno oggetto della memoria
come la intende la neurofisiologia, dato che anche la struttura dissipativa informazonale ha la “sua”
memoria fondamentale, ma non tutte le “memorie” diventano “ricordi”.
Qui si vuole solo suggerire che la crescita in complessità della struttura dissipativa informazionale
avviene sia costruendo un linguaggio per l’interpretazione dei messaggi esterni ed interni, che però
ha un limite che è definito dall’utilità per la struttura dissipativa bio-organica, sia mettendo in
relazione tra loro informazioni ad elevata entropia (creando “raffigurazioni” o costrutti) che non
sono necessariamente utili per la struttura dissipativa bio-organica e che sono ulteriormente ridotti
in entropia mettendoli in relazione con precedenti costrutti. Sintetizzando, quali informazioni
cambiano l’evoluzione contingente (durante la dissipazione) di un “meccanismo” così ben adattato
qual è la struttura dissipativa biologica? La dissipazione delle informazioni relazionali o altrimenti
dette “antitropiche”.
La Figura 12 dovrebbe aiutarci ad illustrare meglio questo argomento.
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Figura 12 Riduzione dell’entropia informazionale di Shannon e formazione della memoria relazionale, da cui
si formano i cosiddetti “ricordi”. In A il meccanismo di riduzione dell’entropia di Shannon nella dinamica
dell’omeostasi nella coppia di signori che camminano in un sentiero di montagna. Gli input sono diversi
stimoli che arrivano alla struttura dissipativa bio-organca e a quella informazionale, sono tutti introdotti nel
meccanismo di omeostasi (riduzione entropia di Shannon) e trattati come informazioni note o ammissbili
(innocue) (aumento entropia di Shannon negli output). Il prccesso è ciclico e contniuo mentre si cammina e
interessa anche la relazione tra i due (frecce doppie azzurrine). In B, la riduzione delle informazioni
apparentemente inutili è fatta mettendo le stesse in relazione con costrutti precedenti, ovvero memorie
relazionali precedenti, mentre l’aumento di entropia è per perdita di tali relazioni nel tempo. Poiché il bilancio
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tra formazione di relazioni tra memorie relazionali-nuove informazioni inutili (riduzione entropia di Shannon)
e la perdita di tali relazioni (aumento di entropia di Shannon) è a favore dell’aumento di entropia (ci sono
molte più informazioi inutili che relazionate), si verifica probabilmente il meccanismo dei “ricordi”, per
aumentare la riduzione dell’entropia di Shannon nella struttura dissipativa informazionale..
Più avanti, quando affronteremo il problema della mente, ovvero dell’auto-coscienza, dovremo
specificare che le informazioni “antitropiche” sono in realtà informazioni relazionali soggette a
dissipazione solo nell’uomo, molto meno negli animali, che tendono ad eliminarli. L’esempio
classico può essere quello che riguarda la differenza tra il sentire un certo suono per un tordo e per
un uomo. Se il suono è una fuga di Bach al pianoforte, la reazione di un qualsiasi animale dotato di
capacità di percezione del segnale, compresa una scimmia, è quella di fuggire o di essere, al
massimo, incurosito dal suono: quel segnale non viene dissipato, resta fuori, non contribuisce alla
complessità della struttura dissipativa informazionale se non come “allarme”, “stranezza”,
“pericolo” o volendo di “riconoscimento specie-specifico”. Senza dubbio, per l’evoluzione bio-
organica, la natura non necessita di una fuga di Bach. La fuga di Bach è una informazione
“antitropica” ma è fondamentale solo per noi umani. E cerchremo di capire perché, più avanti nel
testo. La maggor parte di ciò che appare nell’ambiente in cui si muove un animale dotato di un
sistema nervoso complesso, è “lasciato fuori” come insignificante (filtro neurale) o incorporato
come noto. Qualsiasi segnale non “letto” dal messaggio interno della struttura dissipativa
informazionale è considerato pericoloso dalla maggior parte degli animali con assenza di sviluppo
corticale, potenzialmente attrattivo di curiosità negli animali con sviluppo corticale. Dunque,
l’espansione della strutura dissipativa informazionale in termini di complessità ha significato
l’allargamento della disipazione informazionale a messaggi esterni non utili per l’animale, di modo
da ottimizzare l’efficienza della dissipazione informazionale, aumentando la “quantita” di messaggi
interni resi addomesticabili e non pericolosi, cioè aumentando il “quenching” informazionale.
Ovviamente, questo, rappresenterà un vantaggio evolutivo.
Altri aspetti della dissipazione delle cosiddette informazioni “inutili” o ad entropia positiva
(antitropiche) saranno affrontati alcune pagine più in là. Quello che forse emerge, nella dinamica
dissipativa informazionale, è che le informazioni cosiddette inutili, hanno una loro precisa natura
che vedremo più avanti e che non sembrano rientrare nella dimensione funzionale dell’omeostasi
fisiologica e biologica o di tipo chimico-fisico. Queste informazioni le abbiamo definite
“informazioni antitropiche”, proprio per indicare l’opposto di informazioni a entropia negativa
(utili) o sintropiche (dal termine sintropia, che vuol dire entropia negativa). Le informazioni
antitropiche possono essere dissipate solo dalla struttura dissipativa informazionale, che riduce la
loro entropia associandole a “costrutti” che rappresentano altre informazioni antitropiche legate fra
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loro, creando dei “pacchetti di raffigurazione” (scenografie dinamiche). Il motivo di questo lavoro è
la riduzione dell’entropia di Shannon interna alla struttura dissipativa informazionale. Tuttavia,
essendo questi pacchetti non associati ad alcuna funzione, facilmente subiscono il cosiddetto
“decadimento informazionale” con evidente aumento dell’entropia informazionale anche nel
sistema. E’ ovvio che ciò può essere preludiale ad un possibile blocco nell’attività dissipativa e
dunque si ripara tale problema con l’associazione di questi pacchetti ad altri attraverso molecole che
sono prodotte durante le funzioni emotive e cognitive, così riducendo l’entropia di Shannon di tali
informazioni antitropiche per mezzo di un “signaling” che è legato a diverse memorie fondamentali
della struttura dissipativa bio-organica, sia in diverse aree cerebrali che in altre funzioni organiche
distinte. In una parola il lavoro di dissipazione mentale, fatto attraverso concettualizzazione,
consolidamento della memoria e relazione con le emozioni, ha bisogno di un “signaling” corporeo,
molecolare, che è diverso da persona a persona. Tuttavia, la portata di tale riduzione entropica è
spesso poco efficiente a “bilanciare” l’eccesso di entropia positiva che può verificarsi “nel” sistema
e forse questo è il motivo per cui siamo “obbligati” a dormire e sognare. Nel sonno si consolida la
memoria (anche i ricordi). Stiamo accennando ai fondamenti della costruzione della memoria in
neuroscienze e pertanto questo argomento di spessore lo rimandiamo alla letteratura del settore. Si
può anche dire che la struttura dissipativa informazionale nella specie umana “risolve”, per così
dire, il problema dell’entropia informazionale in vari modi ma anzitutto diventando complessa sulle
informazioni “senza apparente utilità” (informazioni antitropiche), che “offrirebbe” alla struttura
dissipativa bio-organica sotto forma di caos informazionale interno, ovvero questa struttura
“ricreerebbe”, nell’ambiente interno, una situazione paradigmatca di quello che succede all’esterno,
in modo da far utilzzare alla struttura dissipativa bio-organica informazioni “interne” (create dalla
struttura dissipativa informazionale) come se fossero “esterne”, allo scopo di usare la complessità
informazionale non per far evolvere la struttura dissipativa bio-organica (che non lo farebbe più) ma
per mantenerla in vita, nella sua ordinata attività dissipatrice. Cioè, stiamo dcendo che la struttura
dissipativa informazionale, per “smaltire” tutte le informazioni esterne come “utili” o “note” o
“addomesticabili”, usa anche le informazioni antitropiche e fa leggere alla struttura dissipativa bio-
organica il mondo esterno “esclusivamente” con gli occhi della mente. In questo caso, la memoria
informazionale partecipa alla funzione della struttura dissipativa bio-organica.
Questo è l’inizo di quelle fenomenologie che hanno a che fare con l’origine della mente, in cui sono
incluse la volontà e con l’auto-coscienza. Questo processo si chiama “controllo” ed è, come si può
dedurre, un prodotto naturale spontaneo dell’esigenza di dissipazione della mente. Non si è dunque
lontani, in questo caso, parlando di memoria relazionale e di “raffigurazioni”, dall’idea della
”rappresentazione”, solo che qui sembra che si instauri il meccanismo di raffigurazione
96
semplicemente per ridurre il rischio di un aumento di entropia legato alla complessità della struttura
dissipativa informazionale. E’ un fatto fisico, non psicologico o filosofico, anche se può essere letto
con la psicologia. E’ probabile, ma lo affronteremo nel prossimo capitolo, che questo sia uno dei
motivi per cui l’attività cerebrale è caotica e non può essere computazionale in senso meccanico.
Cerchiamo di semplificare questo concetto con un esempio.
Facciamo l’ipotesi che le due diverse macro-strutture dissipative, quella bio-organica e quella
informazionale, siano destinate ad evolversi. La prima si è evoluta con la storia evolutiva biologica,
si è corredata di memoria e reitera questo percorso, diciamo “quasi” meccanicamente, con lo
sviluppo, dallo zigote all’invecchiamento (…se tutto va bene), contando sui ben noti meccanismi
bio-molecolari e genetici. La struttura dissipativa bio-organica è, nel nostro esempio, un adulto
“arrivato”, il suo scopo è di vivere serenamente e di mantenersi. La struttura dissipativa
informazionale è destinata anch’essa a crescere in complessità, riducendo l’entropia di Shannon, e
“mette” ordine alle informazioni (riduce l’entropia) attraverso la complessità di un ”linguaggio”
che, però, essendo un linguaggio, ha solo compito di utilità. Il linguaggio, pur essendo molto
versatile, resta incluso nello spazio della sua utilità: fare in modo che le informazioni che decidono
della “vita” dissipativa della struttura dissipativa bio-organica, siano sempre comprese (cioè capite e
dunque utili allo scopo). Ora, sempre rimanendo nell’ esempio del linguaggio, nuove informazioni
(innumerevoli) bussano alla”porta” della struttura dssipativa bio-organica, mentre questa è in vita.
Se la dissipazione dovesse avvenire solo sul linguaggio e sull’omeostasi, l’enormità di informazioni
dovrebbe creare un linguaggio enormemente ricco di nuovi vocaboli, sinceramente ingestibile, e
dunque la complessità della struttura dissipativa informazionale è a rischio “alta entropia”, ovvero
confusione infomazionale, rumore di fondo, perdita d’informatività. La scelta fatta nel corso
dell’evoluzione è che la complessità più alta nel percorso evolutivo (la mente) sia paradossalmente
fatta per lo più d’informazioni apparentemente “inutili” per la struttura dissipativa bio-organica, una
specie di “lallallà” senza senso. Ovviamente, anche le informazioni “inutili”, dato che non sono
usate e dunque non fatte “entrare” in una funzione biologica ordinata (a bassa entropia), possono
creare elevata entropia (disordine ovvero non informatività). Ecco che allora la complessità della
struttura dissipativa informazionale ricrea la complessità ordinaria esterna, cioè la struttura
dissipativa informazionale invece di ridurre l’entropia informazionale (quella di Shannon) per
permettere alle informazioni di “avere” significato funzionale, mette in relazione le informazioni
inutili tra di loro, creando le “raffigurazioni”, che diventano veri e propri “scenari” interni in cui si
svolge la vita organica. Non so se si capisce, ma ripetiamo il concetto.
1.- I messaggi esterni sono una enormità e per natura, finchè non sono decifrati, sono ignoti e senza
senso o significato. Siamo in una condizione di entropia di Shannon positiva (alta entropia
97
informazionale). Questa è anche la condizione di alto potenziale informativo (il messaggio può
significare tante cose);
2.- La struttura dissipativa informazionale all’interno della struttura dissipativa bio-organica renderà
i messaggi esterni “informativi” grazie alla sua complessità (linguaggio biologico) e le informazioni
usate dall’omeostasi funzionale (quenching informazionale, una forma di omeostasi
informazionale). Si riduce l’entropia di Shannon all’interno della struttura dissipativa bio-organica
(le informazioni sono lette e utili, entrano nell’ordine delle cose, cioè nell’omeostasi funzionale) e si
aumenta l’entropia esterna (tutte le informazioni esterne non sono né utili, né inutili, dato che si
verifca il “quenching” nel processo di omeostasi);
3.- Tutti i messaggi che entrando non potrebbero mai essere letti dal linguaggio omeostatico e
dunque “inutili” (antitropici), devono essere comuque gestiti dalla struttura dissipativa
informazionale. Essa li lega insieme in una relazione con precedenti pacchetti di questo tipo
(raffigurazioni o costrutti) e in questo modo riduce la loro entropia di Shannon.
4.- Data la labilità di tali relazioni, che dunque potrebbero aumentare l’entropia interna di Shannon,
le raffigurazioni sono collegate a funzioni della struttura dissipativa bio-organica, creando, in questo
modo, degli scenari interni che sono usati dalla struttura dissipativa bio-organica come fonte di
informazioni “sempre” utilizzabili (dunque leggibili), in una parola la mente dice al corpo com’è il
mondo reale. Qui, la dissipazione della struttura bio-organica può essere anche esaustivamente
controllata dalla struttura dissipativa informazionale.
Mettere in relazione le informazioni inutili o futili tra di loro riduce il rischio di entropia associato
alla complessità della struttura dissipativa informazionale, dato che le informazioni sono collegate
da una “logica” rappresentativa e raffigurativa, non linguistico-semantica, diventano ordinate e
dunque funzionalmente “utili” solo nello spazio raffigurativo mentale. Anche le innumerevoli
raffigurazioni possono, nel tempo, incorrere nel rischio entropico, come abbiamo visto. E dunque,
una volta che la complessità della struttura dissipativa informazionale è fatta da raffigurazioni,
saranno queste a veicolare le informazioni esterne alla strutura dissipativa bio-organica, che, invece,
sarà disposta ad accettarle come utili per il fatto che le raffigurazioni non veicolano più
informazioni esterne tout court ma prodotti di relazioni interne (dunque, “familiari”), elaborati
interni di fenomeni esterni. Se sono “elaborati” interni, fanno parte della ”casa”, dell’ordine
acquisito e adattato, e dunque vengono presi per buoni. A questo punto, la mente si comporta come
quella “buona” mamma che non fa uscire fuori il proprio figlio (la struttura dissipativa bio-
organica) perché non corra pericoli e comunica lei al figlio come sia il mondo fuori. Persino
mentendo.
98
Al contrario che nelle specie animali, nell’uomo la dissipazione delle informazioni antitropiche è
un’attività fondamentale per la vita.
Riprendendo il nostro discorso sul modo con cui la struttura dissipativa informazionale tratta le
informazioni, bisogna dire che la gestione di questo meccanismo di riduzione presuppone sempre
l’esistenza di una struttura dissipativa atta a questo compito (struttura dissipativa informazionale),
che, come tutte le strutture dissipative, va avanti in ordine e complessità. Laddove non ci fosse, la
riduzione dovrebbe essere assicurata da un aumento nell’efficienza di dissipazione della struttura
dissipativa bio-organica aumentando la complessità non della singola struttura ma della sua
relazione con l’ambiente. Anche in questi casi, l’ordine di questa struttura dissipativa
informazionale si chiama “controllo”, un concetto su cui torneremo, ed è la dimensione ordinata (a
minore entropia) della gestione delle funzioni di tutto l’organismo. L’ordine di questa struttura
diventa una macro-funzione di tutto l’organismo, mentre la sua complessità non è una complessità
necessariamente solo funzionale, come già detto. E’ una complessità informazionale, vale a dire una
complessità fatta anche di moltissime informazioni apparentemene “inutili”, cioè usate nel controllo
ma non direttamente efficaci, cioè con effetto diretto, sulla struttura dissipativa bio-organica. A
qualsiasi livello biologico noi ci trovassimo, la complessità biologica comprende dentro una
complessità bio-organica (chimica-fisica) ed una complessità informazionale, in questo caso
rappresentata dal semplice linguaggio biologico della proto-coscienza dissipativa. La complessità
della struttura dissipativa informazionale è utile solo a questa struttura dissipativa, dunque.
L’evoluzione del sistema nervoso si è verificata con l’esigenza di dissipare dentro una complessità
informazionale sempre più integrata con l’evolzione della complessità bio-organica. Il “corpo” è
adattato, ma la struttura che sarà in grado di ridurre l’entropia informazionale, e dunque creare
ordine nel flusso delle informazioni e aumentare l’informatività dei messaggi funzionali, sarà tanto
più funzionale nel controllo quanto più sarà in grado di essere complessa, cioè “adattata”
all’ambiente informazionale, cioè, al flusso impredicibile e caotico delle informazioni che arrivano
all’organismo e che da questo partono come risposta. Questo è il piano di discussione per affrontare
il perché e come si verifica una patologia in tali contesti.
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dissipazione delle stesse, per ridurne l’entropia. Il problema è che queste informazioni cosiddette
“nuove” non sono altro che derivazioni di informazioni già ridotte in entropia (già memorizzate),
ossia già entrate nell’ordine funzionale, ma in questa nuova “veste”, esse creano disordine, cioè
aumenano l’entropia dell’intera struttura funzionale, proprio perché senza significato (o con un
significato “perso”, perché “denaturato”). A questo punto, si deve più che altro ridurre l’entropia di
una funzione, non di una informazione. Spieghiamo meglio.
L’informazione “errata”, per così dire, ad alta entropia, non può essere “addomesticata” a
informazione a bassa entropia perché è errata proprio la sua relazione funzionale e se venisse re-
incorporata nel sistema in cui si era adattata, il sistema prenderebbe come informazione “buona”
una informazione “errata”, dovrebbe stravolgere tutta la catena relazionale, ergo l’evoluzione verso
la complessità dovrebbe essere spiegata come una continua “sanatoria” di errori rattoppati. Si
verificherebbe una irreparabile perdità di “qualità” della complessità e una riduzione nella sua
capacità dissipativa ergo il non adattamento evolutivo. La struttura può ripararsi, in questo caso,
tornando, come dire, “indietro” nella complessità. Qui il concetto è simile a quello di una
strumentazione tecnica. La strumentazione tecnica con un pezzo che non funziona, si vede tirare via
il pezzo e sostituirlo con uno nuovo. Ma se si tira via il pezzo, la macchina in effetti è tornata
“indietro” nel percorso di costruzione. Il vivente, che non è una macchina, torna indietro nel
percorso di complessità. Laddove non si può perturbare un sistema funzionale consolidato, si riduce
la complessità del suo “linguaggio” informazionale, in modo che il sistema funzioni lo stesso e bene
(dissipi) con “meno” componenti (minore dispendio energetico complessivo) o con “componenti
più semplici o di default”. Maturana parla di “declassamento”143.
La struttura dissipativa informazionale, nel processo di controllo, preferisce, piuttosto che tenere
una casa spaziosa e arredata ma rattoppata e pericolante, portare le fnnzioni nella piccola
dependance fuori dal pericolo, non continua a rattoppare per far restare nella casa pericolante le
funzioni. La complessità di una struttura dissipativa è un bel problema, dunque. L’ordine strutturale
e funzionale di una struttura complessa consente alla struttura dissipativa di dissipare con la
massima efficienza possibile per quella situazione, al punto che la struttura appare “adattata”
all’ambiente. Ma è in continuo pericolo di disfacimento. Più complessa è l’architettura funzionale e
strutturale di un sistema dissipativo, maggiore è il rischio che le informazioni che la sostengono e la
fanno funzionare, aumentino di entropia, cioè perdano di contenuto informativo.
Ma come si verifica la complessità e perché?
Se due strutture A e B portano ognuna una “dote” informazionale, la relazione avviene quando la
struttura (A+B) ha una funzione dissipativa maggiore della sola A e della sola B. La riduzione
entropica della nuova informazione A+B, che crea una nuova informazione che permette ad A e a B
100
di funzionare insieme ad alta efficienza ma “non più” singolarmente, crea una struttura [A+B] che
non solo è relazionata ma anche complessa. La complessità non è un’aggiunta di oggetti relazionati
ma una sintesi informazionale di oggetti relazionati. Nell’evoluzione, la relazione molto fortunata
tra strutture dissipative che principalmente riducevano l’entropia delle informazioni e quelle che
svolgevano il ruolo di aumentare in complessità, usando materia ed energia, fece emergere i
rudimenti di un sistema nervoso e la complessità ebbe un successo evolutivo. Il sistema deve
tuttavia funzionare, dissipando con la massima efficienza possibile. Tra le seguenti caratteritiche di
una struttura dissipativa, ordine, complessità, dissipazione, auto-replicazione, la dissipazione è la
più importante e la riduzione di entropia interna (ordine) assolutamente fondamentale per la
dissipazione. Dunque, quando il sistema è “perturbato” da un guasto o da un incidente esterno,
contro cui non si può provvedere con i diversi sistemi interni di salvaguardia, è l’ordine che viene
mantenuto, la struttura dissipativa deve mantenere un ordine funzionale, anche a discapito della
complessità. Il livello di complessità si abbassa, durante un episodio patologico. Non si abbassa
subito la complessità morfo-funzionale, che è irrobustita dalla memoria fondamentale (vedi avanti),
ma la complessità informazionale, ovvero la riduzione di entropia interna è molto più facilitata. Ad
esempio amenta il numero di informazioni (aumento di entropia) per gestire il problema, più
molecole interagenti, più network di signaling, più cellule partecipi, più retro-ifferenziameto,
eccetera. L’aumento informazionale è uno sfaldamento della complessità informazionale, che,
ovviamente è ordinata (entropia di Shannon negativa). Lo sfaldamento della complessità
informazionale crea il paradosso di vedere, nella condizione patologica, più “partecipanti” per
risolverla di quanto ce ne siano in uno stato di salute omeostatica. La riduzione della complessità
informazionale (del controllo ordinato e ordinante) crea un apparente “aumento” nella complessità
funzionale. Altra evidenza: quando ci ammaliamo, dobbiamo ridurre l’assunzione delle cognizioni
ed il movimento, e difatti ci sentiamo mentalmente svuotati, pigri, indolenti e con la necessità di
riposare o dormire. In effetti, il principale ordine funzionale è ridurre l’entropia delle informazioni
riducendone la complessità, dato che nelle condizioni di “emergenza” il flusso di informazioni
sarebbe molto più alto, dovendo abbandonare transitoriamente le condizioni in cui l’automatismo
lavora in condizioni omeostatiche standard. Riducendo la complessità, la riduzione di entropia
informazionale è molto più facilitata nel suo svolgimento. Per far “rientrare” le funzioni nel loro
regime omeostatico, la struttura dissipativa deve cedere qualcosa e ciò che cede è la complessità,
per favorire la riduzione dell’entropia informazionale interna. L’ordine funzionale è mantenuto, la
struttura dissipativa dissipa al meglio delle sue “nuove” condizioni e dunque il sistema dissipativo
resta in vita. La “riduzione” in complessità è spesso operata da una riduzione in funzioni ridondanti
o relazionate, che può tradursi, solo più avanti, in una riduzione della memoria di tali relazioni e in
101
una perdita strutturale (e dunque funzonale). Questo accade quando il “guasto” o la patologia non
sono superate dalla nuova dinamica omeostatica, dal nuovo ordine funzionale.
La riduzione in complessità è un modo con cui le strutture dissipative affrontano i guasti e gli
incidenti da informazioni nocive e lesive provenienti dall’esterno o da modificazioni interne. Il
processo è molto articolato e complesso ma possiamo azzardare l’ipotesi che esso percorra questi
passi: a) riduzione della complessità informazionale; b) riduzione delle catene relazionali; c)
riduzione della complessità funzionale; d) riduzione della complessità strutturale-funzionale.
Raggiunto il punto d), è molto più probabile che si verifichi una irrecuperabile riduzione
dell’efficienza nella dissipazione e dunque una riduzione nell’efficienza di diminuire l’entropia
informazionale interna.
La struttura rischia di non riuscire a dissipare più e dunque può anche morire.
Il controllo della complessità informazionale non può essere altrimenti sostenuto se non da quella
struttura dissipativa, poi esercitata dal sistema nervoso integrato al corpo (neurobioma), che riduce
l’entropia informazionale. Dunque, nell’evoluzione così come nella crescita della specie umana, la
mente avrà competenza assoluta sull’organismo, dato che la riduzione dell’entropia informazionale
è il presupposto per l’evoluzione verso una complessità funzionalmente di successo e la riduzione
della complessità informazionale il regime di salvaguardia per assicurare che la struttura dissipativa
resti in vita malgrado le avversità. La complessità della struttura dissipativa informazionale
“servirà” alla struttura dissipativa bio-organica perché quest’ultima venga mantenuta in vita. Questo
aspetto saliente, sarà esteso ed approfondito anche più avanti.
L’emergere delle strutture dissipative modifica il caos, generando memoria. Teoria del segnale
a cascata
Premessa
La proto-coscienza dissipativa è il tessuto dinamico del nostro essere, di noi come strutture
dissipative “senzienti”. Ci percepiamo in azione mentre dissipiamo con la percezione intrinseca. Ma
da dove scaturisce la percezione intrinseca? Facciamo dunque qualche passo indietro e torniamo ai
motori molecolari o alle prime strutture dissipative biomolecolari. La Figura 13 ci guiderà nella
comprensione dei concetti che esprimeremo a breve.
Ipotizziamo che una struttura dissipativa (biologica) complessa (macro-struttura) sia composta da
più elementi singoli o connessi, di diversa proprietà informazionale (rappresentata nella Figura 13
da tondi di un diverso colore) e chiamate genericamente “strutture”, che stabiliscono relazioni fra di
loro, chiamate “funzioni” (linee tra i tondi in Figura 13). Una tale macro-struttura si mantiene se le
diverse componenti (ad esempio molecole) e le diverse funzioni (ad esempio reazioni chimiche o
102
enzimatiche) forniscono alla macro-struttura una maggiore capacità dissipativa rispetto alle singole
strutture in relazione casuale e non concertata tra loro o comunque rispetto alla relazione tra un
numero inferiore di strutture interagenti. La macro-struttura è un elemento di discontinuità con il
disordine termodinamico (cioè l’ambiente), in cui la stessa funziona dissipando energia. Essa crea
un “effetto memoria” che condiziona l’andamento del caos144 e l’evoluzione stessa del fenomeno di
dissipazione145 e in parte modifica le leggi classiche della termodinamica, se valutate in un regime
caotico146. Stiamo dicendo, cioè, che quando una struttura dissipativa nasce e si evolve, cambia
anche la dinamica del caos ambientale. Possiamo fare un esempio semplice: è esattamente come la
nascita di un figlio. Un figlio è un punto di rottura assoluto con l’ambiente, una assoluta e
imprevista novità, che cambia la storia, pur manifestando una continuità, una evoluzione, con la
storia precedente. L’emergere della struttura dissipativa modifica sostanzialmente l’ambiente
termodinamico. E potrebbe darsi che ciò addirittura “faciliti” l’evoluzione della struttura dissipativa
verso la sua complessità.
103
Figura 13 Strutture dissipative e macrostrutture dissipative e loro evoluzione. Una struttura dissipativa
complessa è costituita da più unità (strutture) con diverse proprietà informazionali (diversi colori) che
stailiscono fra di loro diverse funzioni. Le macro-strutture stabiliscono relazioni funzionali con altre
macrostrutture dissipative (da A a D), spiegate nel testo e creano una perturbazione ambientale, anche
quando costruiscono relazioni (E)
La macro-struttura stabilisce, inoltre, delle relazioni gerarchiche con altre macro-strutture (Figura
13A), allo scopo di aumentare la dissipazione, strutture che forniscono un loro feedback (Figura
13B), verso cui si produce una risposta altrettanto conseguente (Figura 13C), per stabilire poi una
relazione spesso ciclica o interconnessa (Figura 13D). Questo “assetto relazionale” perturba
ulteriormente l’ambiente in cui operano le strutture dissipative in relazione fra loro, anche perché
dall’ambiente esse prendono materia ed energia densa e nell’ambiente vi ri-buttano materia ed
energia degradata, sempre più spesso e sempre più efficacemente. Questa storiellina sembra valida
per tutti gli organismi viventi, compreso l’uomo. Le prime strutture dissipative molecolari si sono
formate in acqua, o comunque grazie alla presenza di acqua. E dunque l’ambiente “acqua”, con le
proprietà introdotte nel capitolo precedente, avrà giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione
delle strutture dissipative che hanno portato alla nascita della vita. Trattandosi di strutture
dissipative nate in ambiente acquoso, la ”perturbazione” ambientale sarà diventata dunque un
segnale in ambiente acquoso, con tutte le insolite proprietà che l’acqua ha. Il “segnale” in ambiente
acquoso è una perturbazione dell’acqua ed è anche una perturbazione chimico-fisica nell’acqua,
come ad esempio distribuzione di ioni, distribuzione delle cariche elettriche, della polarità dei
soluti, delle interfacce idrofobiche, eccetera. Ma, la via più semplice per permettere che questo
segnale sia informativo è quello di diminuire il rumore di fondo di tale segnale in acqua, riducendo
l’entropia del segnale, per esempio aumentando la capacità del ricevitore. Ora, l’emergere di
strutture in grado di percepire la variazione prodotta sulla termodinamica ambientale in acqua,
causata dall’attività ripetuta di più strutture dissipative in relazione fra loro (Figura 13E), è forse da
considerare il primo timido passettino verso l’evoluzione di un sistema nervoso. Saranno emerse
strutture dissipative in relazione tra di loro, che avranno fatto un percorso evolutivo verso la
complessità, che saranno state “costrette”, per la loro stessa sopravvivenza, a fare il…lavoro
sporco…di diminuire l’entropia delle informazioni e dunque dei segnali, facendo nascere, di fatto,
una struttura dissipativa informazionale. E’ affascinante pensare che la conduzione nervosa è data
proprio da una variazione di distribuzione di ioni solubili, quello che accadrebbe sicuramente se in
un contesto termodinamico in acqua si verificasse l’emergere di una struttura dissipativa chimico-
fisica. L’effetto sull’ambiente dell’emergere di una struttura dissipativa è rappresentato in Figura
13E da una casella in cui è contenuta la struttura dissipativa con la sua attività, che può a sua volta
104
relazionarsi con un’altra casella (righe nere). La casella è informativamente utile se essa, come
segnale, è capace di memoria ed ha una bassa entropia di Shannon, cioè ha una bassa entropia
informazionale. Tuttavia, nel’evoluzione delle strutture dissipative, la casella così come è riportata
in Figura 13E, se esiste, è già un prodotto ottimale della complessità. Quindi, il suo “successo”
funzionale viene “mantenuto” e “copiato” (Figura 13E).
Qui stiamo introducendo un concetto che dovrebbe aiutarci a comprendere l’emergere della
memoria fondamentale nei sistemi dissipativi. La stabilità nel tempo di un oggetto con una sua
dinamica è data dalla “conservazione” della modificazione che lo stesso provoca nel contesto in cui
lavora, modificazione che, come vedremo tra qualche riga, sarà veicolata da un “segnale”, con certe
ben definite caratteristche. La conservazione nelle strutture in evoluzione di queste modificazioni, si
può definire come “teoria dell’impronta”. Se un qualsiasi sistema auto-organizzantesi nel caos
perturba quest’ultimo ed è costretto a prendere una certa “strada” funzionale, ottimizzando la
funzione stessa, essa viene accoppiata a un secondo sistema e per questa ragione la perturbazione
(impronta) rimane nell’evoluzione della complessità.
Cerchiamo di spiegare meglio il concetto.
Se una certa struttura dissipativa A, lavorando, perturba l’ambiente e tale perturbazione “costringe”
la struttura A a continuare a lavorare (dissipazione) e a farlo meglio, questo “successo” è “portato”
dentro la relazione di A con una ulteriore struttura B, relazione stabilizzata al fine di dissipare
meglio. Quello che noi “vediamo” e “leggiamo” di questo processo è l’eredità che la struttura A
porta nella relazione con B, cioè la sua dote, ma, tale eredità, per quanto riguarda la struttura A, è
l’impronta lasciata da A ben funzionante al contesto, impronta che è poi letta nella conseguente
migliorìa funzionale di A insieme a B. I sistemi che, come abbiamo detto poc’anzi, si sono evoluti
per veicolare “l’impronta creata sull’ambiente” ad altre strutture dissipative, sono essi stessi sistemi
dissipativi, indirizzati a gestire tali informazioni prese dall’ambiente modificato, attraverso la
riduzione della loro entropia. Questi sistemi hanno probabilmente dato origine a ciò che più avanti
sarà un sistema immunitario e poi anche un sistema nervoso.
C’è, tuttavia, un elemento importante da affrontare. La “perturbazione” deve essere “avvertita” in
modo distinto e inequivocabile. Le perturbazioni più comuni in acqua potranno essere di tipo fisico
ed elettrochimico (spostamento e/o formazione di ioni, ad esempio), mentre quelle che riguardano
la perturbazione nel caos termodinamico o nella risonanza stocastica saranno molto più
probabilmente captate da meccanismi oscillanti o bistabili (vedi avanti). Queste perturbazioni
ambientali potrebbero avere anche entropia di Shannon decisamene alta, l’acqua è piena di cationi
ed anioni e inoltre le modificazioni sul caos sono estremamente instabili, veloci e imprevedibili.
Dunque, il segnalatore della modificazione deve essere una struttura essa stessa dotata di
105
informazione ordinata, a bassa entropia. Una buona idea potrebbe essere una molecola di scarto o
un composto chimico esogeno. Questa molecola segnale deve poter comunicare che esiste
nell’ambiente una struttura dissipativa agente ma, nello stesso tempo, deve anche (per forza)
veicolare l’informazione che la stessa struttura dissipativa è in vita, cioè che ha capacità e
competenza nel “progredire verso la complessità”. Non è infatti sufficiente che una molecola
segnale avverta dell’esistenza di una struttura dissipativa e basta ma, piuttosto, il segnale deve
indicare quanto quest’ultima sia capace di creare complessità. Per questa ragione riteniamo che il
modo in cui gli organismi hanno evoluto la dinamica delle segnalazioni bio-molecolari è di rendere
i segnali dipendenti da un processo sequenziale. Nell’evoluzione si sono quindi sviluppate molecole
segnale assolutamente “dipendenti” da una cascata di eventi.
Riassumiamo.
Per captare l’”impronta”, come l’abbiamo accennata poc’anzi, non è sufficiente “percepire” una
modificazione ambientale, come si fa con gli olezzi o i fruscii, ma è necessaria una informazione ad
entropia bassa, cioè una parola netta e precisa non un farfugliare vocali, cioè, in termini chimico-
fisici, ad esempio una molecola chimica, più che un moto casuale di particelle. Ma, ed è questo che
marca la novità nella nostra teoria, non “solo” una molecola segnale ma una “sequenza funzionale
segnale”, cioè la molecola “attaccata” ad una sequenza di segnalazioni a cascata. La cascata è una
informazione “dinamica”, la sua esistenza e funzione dipendono dal fatto che il segnale proviene da
una fonte anch’essa dinamica e dunque è anche un segnale dell’evoluzione in atto, una evoluzione
dal trasmittente, dal fatto che il trasmittente è attivo nel percorso evolutivo, nel percorso verso la
complessità. E’ attivo durante la dissipazione.
106
segnale. Un buon segnale potrebbe essere, in linea teorica, la riduzione stessa di entropia nel
sistema dissipativo o l’aumento della medesima entropia nel contesto esterno ad esso (emissione di
calore, ad esempio). L’entropia, tuttavia, non è un segnale sempre affidabile, perché rappresenta un
passaggio di stato, non un “qualcosa” di oggettivamente spendibile e precisamente identificabile. E
tutti i passaggi di stato possono avvenire con qualsiasi struttura e funzione diverse, per cui “quel”
segnale potrebbe anche non essere in grado di dirci di “quale” struttura dissipativa ci stiamo
accorgendo. Difatti, se avessimo un cacciatore di infrarossi che invece di fare uno scanner ad
infrarossi segnala solo la presenza di fonti di calore, potremmo dire che se il segnale all’infrarosso
si muove non è il fornello acceso o la stufa ma un animale o una persona. Certo. Ma quale animale e
chi, tra gli umani, non lo sappiamo dalla semplice emissione di entropia (energia degradata, cioè
calore). Tuttavia, alcune perturbazioni, sembrano più fini di quelle termodinamiche, ad esempio
quelle elettromagnetiche, elettrochimiche o della risonanza stocastica, e dunque del caos. Ma anche
queste hanno scarsa informatività, per l’elevato rumore di fondo che le caratterizza. Per “afferrare”
una perturbazione ambientale come segnale inequivocabile di “quella” struttura dissipativa e non di
un’altra, si sono evoluti i segnalatori chimici che, da soli o in associazione con le variazioni fisiche
ambientali, hanno definito con elevata precisione che il segnale proveniva da una ben precisa
funzione e da una ben precisa struttura dissipativa.
Facciamo un esempio. Se il nostro segnale è una foglia, potremmo anche ipotizzare che la struttura
dissipativa sia un albero e non un delfino. Tuttavia, potrebbe anche essere un albero morto, cioè il
segnale di una struttura dissipativa che non fa il suo lavoro di dissipazione. Abbiamo bisogno che il
“segnale” sia informativo non solo di una struttura relazionata ad una funzione ma dell’emergere di
una struttura dissipativa. Il segnale deve dirci contemporaneamente che la struttura dissipativa c’è
ed è in funzione (è viva), cioè dissipa diventando più ordinata e complessa. Il segnale deve darci
indicazione di una evoluzione della funzione stessa. Se il segnale fosse un bambino, potremmo dire
che la struttura dissipativa è un essere umano. Ma se da questi abbiamo anche l’informazione del
nome e cognome e da quella si evince che il bambino ha una mamma e un papà e dei nonni con cui
interagisce, quel segnale è anche indicativo di un percorso evolutivo.
I segnali molecolari trasmettono l’informazione dinamica (cioè diventano segnali di una funzione
relatrice) solo attraverso una cascata interdipendente di segnali, di segnali in relazione tra loro. Non
è un caso, infatti, che quasi tutti i fenomeni di segnalazione intracellulare e cellulare in genere sono
cascate di fosforilazione. Dunque i segnali che devono arrivare alle strutture dissipative per creare
relazioni ed incrementare la complessità, così come quelli che arrivano a strutture dissipative
impegnate nel ridurre l’entropia dell’informazione, devono essere segnali in catena. Tutte le nostre
relazioni funzionali bio-organiche sono mediate da segnalatori chimici a bassa entropia, cioè
107
molecole e recettori. Il “lavoro di fino” è stato fatto dall’evoluzione su questi ultimi, per il semplice
motivo che scegliere molecole diverse per processi diversi avrebbe aumentato l’entropia di Shannon
(informazionale). E dunque in natura ci troviamo spesso con molecole semplici aventi un elevato
pleiotropismo ma che hanno funzioni nette e precise grazie all’evoluzione di riceventi il segnale
(recettori) a bassissima entropia informazionale, cioè molto “definiti”, minuziosamente “scolpiti”.
Stesso lavoro di fino è stato fatto sulle cascate, per cui la molecola segnale, anche se “diffusa”,
aveva una informazione diversa a seconda del tipo di cascata promossa dal definito recettore. Il
sapere che tutto, alla fine, è mediato da molecole, potrebbe apparire frustrante per gli amanti dello
spiritualismo o dell’ergodismo, mentre, viceversa, sembrerebbe poter alimentare un più cinico
materialismo dialettico e dar gloria al bieco meccanicismo. Niente di tutto ciò. La conseguenza
intellettuale di questi ragionamenti è, semmai, l’eliminazione dell’idea che esista una struttura
dissipativa delle informazioni e che sia stato l’ambiente e basta a costringere tale percorso, tale
“lavoro di fino”. Ciò è teoricamente sempre verificabile ma ci si dovrebbe chiedere perché, in
realtà, il nostro essere biologico, quello che abbiamo chiamato struttura dissipativa bio-organica, è
pressochè costante (omeostasi) al variare dell’ambiente mentre varia moltissimo il nostro
comportamento mentale, quello che ha come matrice plastica delle trasformazioni, le informazioni.
Anche la nostra attività mentale più alta conta sul bruto meccanicismo delle molecole ma “non è
meccanicistica” per il fatto che la sua natura è informazionale e non biochimica.
Ancoraslla proto-coscienza
Per concludere, dunque, l’inizio di una “proto-coscienza dissipativa” è l’emergere di
quell’”avvertire” la dinamica dissipativa con segnali che comunicano una funzione relatrice. I
segnali sono tutti chimici (biochimici) e fisici, e dunque, la nostra percezione intrinseca è
“immediatamente” corporea, prima che mentale. Inoltre, la nostra proto-coscienza dissipativa nasce
per forza da un ordine “relazionale”, dato che noi “avvertiamo” di essere vivi dalla relazione
dinamica che il nostro corpo ha con il resto del mondo e con la “nostra” percezione, anche
elementare, del sè. Possiamo avanzare l’ipotesi speculativa che la percezione si sia evoluta, a livello
del sistema nervoso, come “sequenza” di modificazioni, ovvero come una catena di relazioni. La
percezione intrinseca, inizia dall’emergere di strutture dissipative deputate a ridurre l’entropia delle
informazioni, il primordio di un sistema nervoso e successivamente di un cervello pensante. Ma
quali strutture dissipative si sarebbero arrogate tale impegnativo compito? Molto probabilmente
quelle in “prima linea” con l’ambiente, che, all’inizio dell’evoluzione biologica, erano in maggior
contatto con segnali esterni, ad alta entropia. Una struttura dissipativa può diventare struttura
dissipativa informazionale quanto più informazioni deve gestire, cioè se il flusso in cui la stessa
108
dissipa energia fuori dall’equilibrio ha un contenuto entropico d’informazioni decisamente alto, ad
esempio una innumerevole quantità di molecole diverse oppure una innumerevole quantità di
stimoli chimico-fisici diversi non provenienti da un ordine memorizzato interno, come può accadere
a cellule fagocitiche a contatto con la parte più periferica di un organismo, alla membrana
plasmatica o allo stesso esoderma. Dunque, la nostra percezione intrinseca è soprattutto, almeno
inizialmente, a livello dell’apparato digerente (intestino con microboma) e della pelle. E’ chiaro che
l’evoluzione del “sentire che la struttura dissipativa c‘è e funziona” in modo sempre più efficiente,
ha subìto un progresso gerarchico, per cui, alla fine, il “sentire” il corpo, cioè il corpo in funzione, si
è sempre spostato più in su rispetto alla minore complessità, potendosi, per metafora, paragonare a
quello che potrebbe sentire un uomo che vive in un attico. Quest’uomo al massimo sentirà qualche
piano più sotto, se qualcuno urla o sta facendo un’aria dalla Boheme al pianoforte ma difficilmente
sentirà il topo che cammina sul pavimento di qualche cantina del palazzo. Cioè, noi vediamo il
palazzo ma non sentiamo il topo in cantina, noi ci percepiamo un tutt’uno in relazione con il mondo
ma non sentiamo il rumore delle molecole nei mitocondri o il flusso del sangue nel microcircolo.
Noi ci “percepiamo” e siamo “coscienti di esistere” al livello di questa proto-coscienza dissipativa
grazie all’emergere di una coscienza dalla percezione intrinseca, che, per noi, è sempre “sull’attico”
che si estrinseca, non nella cantina, anche se “parte” da qui, e ciò a causa della riduzione crescente
di entropia dell’informazione che è stata operata man mano che le strutture dissipative sono
cresciute in complessità e man mano che i segnali di cui abbiamo parlato avevano aumentato la loro
densità e la loro complessità, aumentando anche la loro entropia d’informazione e il rumore di
fondo. E’ per questo che noi ci percepiamo esistenti dal basso verso dall’alto, bottom up, e la
percezione è codificata in alto, nell’emergere della coscienza neurale. La gerarrchia delle strutture
dissipative si deve immaginare anche in termini di guadagno d’informazione. E’ anche curioso
osservare che laddove c’è una marea di messaggi in arrivo (mucose intestinali o pelle) e si è creato
un filtro attivo, dissipando solo attraverso la struttura dissipativa bio-organica, l’auto-
organizzazione (complessità) è bassa e l’auto-replicazione alta, cioè si ripete quasi l’approccio
primitivo di dissipare una elevata entropia di Shannon esterna dei batteri e dei micro-organismi, che
tra l’altro colonizzano questi territori. Laddove invece l’elevata entropia di Shannon è dissipata da
una struttura dissipativa informazionale l’auto-organizzazione (complessità) è molto spinta e l’auto-
replicazione notevolmente ridotta. La continua dissipazione dell’entropia informazionale porta ad
un aumento in auto-organizzazione (complessità), la continua dissipazione dell’entropia
informazionale solo da parte della struttura bio-organica porta ad un aumento in auto-replicazione.
Ma torniamo a noi.
109
Perché la percezione intrinseca o coscienza fondamentale, come nell’esempio dell’attico, si è
spostata (come percezione, appunto) sempre più in su, verso la memoria di relazioni sempre più
grandi, riassuntive e inclusive? Perché, i segnali più numerosi e più “bassi” (tra le molecole o le
cellule, ad esempio) si sono accumulati nel crescere in complessità, aumentando la loro entropia
informazionale, diventando un rumore di fondo. E poiché, come vedremo tra qualche pagina,
nell’evoluzione organica si è evoluta anche una struttura dissipativa informazionale, si è andati
sempre più riducendo questa entropia dell’informazione, man mano che si è “saliti” in complessità.
Questo “effetto” ha anche “riassunto”, ridotto l’ entropia, della memoria delle informazioni.
Faremo un esempio. La nostra percezione intrinseca è un inquilino che conosce la storia dal basso
ma vive in alto. E’ l’inquilino che abita all’inizio al pianterreno, in una casa ad un piano.
Costruiscono un primo piano e lui per non sentire il frastuono della strada sale ed abita al primo
piano. Poi si costruisce un secondo piano. E siccome dal balcone sente ancora il rumore dei veicoli
che transitano, si trasferisce al secondo piano. E così via, fino ad abitare in un attico di un palazzo a
più piani. Il salire ai piani è ridurre l’entropia informazionale. La costruzione dei piani avviene a
causa dall’evoluzione organica verso una maggiore complessità. E’ per questo che noi non
avvertiamo il rumore dei globuli rossi che strisciano lungo le pareti dei capillari, mentre stiamo
sorseggiando un buon caffè. Tuttavia, percepiamo l’esistere prima ancora di riconoscerlo. La Figura
14 ci aiuta a comprendere questi argomenti.
110
Figura 14 Livelli di complessità della percezione intrinseca, illustrata da costruzioni edilizie a piani crescenti
da A ad E. Man mano che aumentano le strutture dissipative in relazione tra loro, aumenta l’entropia delle
informazioni (linee di relazione) e la necessità di ridurre la stessa in “associazioni” funzionali (cerchi, ovali,
quadrati smussati). Ad ogni piano sarà associata l’informazione di tali associazioni, più che di tutte le
componenti delle medesime associazioni. Si veda il testo per ulteriori ragguagli.
111
problematiche, una “leggera”, che affronta i meccanismi obiettivi dei sistemi cognitivi così come li
si studia in neuroscienze e psicologia ed una “forte” che riguarda come la fisica del cervello dia
luogo alle esperienze soggettive della coscienza129, Luo ipotizza che la “consapevolezza
fondamentale” possa essere un buon punto di partenza per affrontare l’hard problem di Chalmers,
ovvero come la fisica possa spiegare l’origine e l’evoluzione della coscienza130-133. In effetti, qui noi
abbiamo tentato una epistemologia che parte da strutture biofisiche, le strutture dissipative, per
approdare ad una lettura della coscienza che abbia una base biologica, prima che psicologica,
filosofica o antropologica. La nostra è un’idea, e come tutte le idee che fondano nuovi modelli va
verificata.
Tuttavia, per aiutarci a comprendere come si “forma” questa consapevolezza intrinseca sarebbe
necessario tornare indietro, molto indietro, ovvero al momento in cui erano presenti le prime
molecole in acqua, le prime strutture dissipative in acqua, dove già c’era una natura”collettiva” dei
processi dissipativi71. Il nostro parere, infatti, è che esista una proto-coscienza, che non è una
coscienza in senso “mentale”, ma una “spontaneità” naturale, una “indipendenza” naturale, che è
solo tipica delle strutture dissipative. L’introduzione su cosa siano le strutture dissipative ci ha un
po’ aiutato in questo e crediamo dovremmo tornarci ancora. Qui cercheremo di approfondire
semmai la questione spinosa della percezione intrinseca, dato che sembra preludiale all’idea di
autocoscienza, e forse anche del “senso di agenzia”128,147.
Secondo noi, l’elemento che porta alla consapevolezza (o qui chiamata “percezione” intrinseca) è la
cosiddetta “memoria fondamentale”, che non è una memoria conscia e consapevole, gratificata dalla
cognizione e dai ricordi. E’ un fatto nuovo o un oggetto nuovo, di natura dinamica (struttuale,
funzionale e relazionale), che è ripetuto, portato dentro una nuova relazione, riconosciuto e
mantenuto nel tempo dalla nuova funzione che ha capacità dissipative migliori di prima che si
verificasse la relazione. La memoria fondamentale è il deposito, nella matrice dell’essere, di tutte le
relazioni con capacità informazionale “conservate” che si sono verificate tra le diverse strutture
dissipative, le quali, nell’evoluzione della complessità, hanno dato luogo all’organismo completo.
Non stiamo parlando, dunque, di “ricordi” ma, come già detto in precedenza, di “impronte”. La
memoria fondamentale non ha un fine ottimizzante. Si crea perché la struttura dissipativa nuova la
mantiene dato che tale struttura dissipa meglio. Se dissipa meglio è più ordinata, man mano che
diventa più complessa. E’ l’ordine (entropia negativa) che crea la memoria fondamentale, non
l’adattamento proveniente da stimoli ambientali. Per cui la memoria fondamentale può essere anche
apparentemente insolita, cioè non necessariamente indirizzata ad un miglioramento funzionale (in
senso teleonomico) ma ad un miglioramento dissipativo. La memoria sorge quando una relazione,
funzionale o informazionale, è presa come inizio di una ulteriore relazione che conduce ad un
112
sistema più complesso, per cui “quella” relazione iniziale viene conservata e mantenuta in tutta la
struttura in evoluzione. Questo tipo di memoria dunque è tipico delle strutture biomolecolari, delle
stesse in relazione funzionale con altre, degli organelli, eccetera. La memoria fondamentale si
costruisce esclusivamente con l’avvento di un ordine, di un processo ordinante, cioè riducente
l’entropia, dato che gli oggetti ordinati modificano il caos144. L’azione esercitata da segnali o
stimoli ripetuti entro un dominio funzionale conduce le strutture aggregate del dominio (in relazione
tra loro) ad assumere certe configurazioni privilegiate, che possono essere caratterizzate da
oscillazioni tra stati differenti o dalla permanenza di una struttura in uno stato defnito, che a sua
volta è mantenuto fintanto che non si verifichino cambiamenti provocati dagli stessi stimoli. Quello
che avviene è che, prescindendo dalla tipologia di stimoli, alcune configurazioni non si verificano,
altre invece appaiono pià volte in modo ripetuto. Dunque, è l’emergere di una memoria, ossia
configurazioni “privilegiate” dall’evoluzione verso la complessità144-148. La memoria fondamentale
è pertanto sempre una memoria delle relazioni. Quello che infatti fa capire che la struttura
dissipativa funziona è il segnale in un percorso a cascata e dunque un segnale relazionato, metodo
che sarà usato anche per segnalare la relazione tra due o più strutture dissipative in funzione.
Il fatto che noi diciamo che la memoria fondamentale è la memoria di una relazione
(strutturalmente funzionale o figurativa) e non di un oggetto funzionante o di una rappresentazione
figurativa fissa, meccanica o concettuale dello stesso, allontana il nostro modello da una idea
”cognitiva” del concetto di memoria e lo colloca in una idea pervasivamente dinamica, dove la
memoria è l’acquisizione dell’informazione di una relazione mantenuta perché quella relazione è
funzionante (in termini dissipativi). Dunque, quando noi ci percepiamo vivi (percezione intrinseca),
non ci percepiamo mai statici ma sempre in relazione. La percezione intrinseca proviene
direttamente dalla memoria fondamentale.
113
collegato con la linea orizzontale e l’area che ne deriverà sarà il nostro “spazio vitale”, la regione in
cui le strutture dissipative evolvono. Dunque collegheremo questo punto con le rispettive estremità
della linea retta orizzontale. Il risultato è un triangolo. Le relazioni saranno mappate dentro questo
triangolo. Ogni relazione è mappata da un punto, nello spazio del triangolo. Il primo punto sarà un
“invito” alla relazione, dunque uno stimolo informazionale. La relazione che si verificherà, essendo
appunto una “relazione”, può interessare e modificare: a) la struttura dissipativa prima
dell’evoluzione; b) l’evoluzione della struttura dissipativa, cioè il suo andamento o percorso; c) la
struttura dissipativa dopo l’evoluzione. Queste tre condizioni possono essere definite,
esemplificativamente, dai tre vertici del triangolo, cioè partendo dalla base e da sinistra in senso
orario, “prima”, “durante”, “dopo”, dove il durante è il vertice in alto (Figura 15). La relazione è un
punto nello spazio vitale. All’inizio è una informazione (punto blu, Figura 15). Connetteremo
questo punto ad uno dei vertici e porremo la “nuova” relazione risultante (“memoria”) ovviamente a
metà strada tra i due, ipotizzando che la relazione risultante memorizzata (il nuovo punto) sia
ovviamente paritaria e reciproca, visto che accade perché è conveniente per entrambi i partner della
relazione (punto rosso, Figura 15). Questa nuova “relazione”, ora “memorizzata” è altrettanto
informativa per una successiva relazione. E dunque da questo punto risultante si può andare avanti
(Figura 15) e ogni punto è di fatto una relazione acquisita ed una memoria. Ovviamente ci sono
anche i fallimenti ma questi non danno seguito all’evoluzione della struttura, per cui non li
consideriamo in questo esempio. Questa operazione, con diversi punti random e diversi
collegamenti random con i diversi vertici, potrà essere reiterata a caso innumerevoli volte. Se
facciamo fare l’operazione di simulazione ad un computer, il risultato sarà un frattale, il frattale o
triangolo di Sierpinski (Figura 15F).
114
Figura 15 La percezione intrinseca come un frattale di Sierpinski delle relazioni memorizzate. Seguendo le
istruzioni spiegate nel testo (vedi) si disegna una riga orizzontale di lunghezza definita ed un punto in alto
corrispondente a metà della linea (A), si costruisce un triangolo unendo il punto con le estremità della linea
(B) (spazio vitale). Si disegna un punto (blu, informazione) in una regione qualsiasi e si unisce uno di questi
punti con un qualsiasi vertice (a caso) (linea tratteggiata grigia), nella cui metà si colloca l’informazione
relativa alla nuova relazione, che vene memorizzata nel sistema (rosso) (C). Si va avanti così per molte altre
volte, iterando il processo (D, E). Per un numero molto elevato di iterazioni il risultato è un frattale d
Sierpinski (F).
115
vertice in alto del triangolo di Sierpinski). E’ dunque possibile leggere tutto il corpo (avere un senso
compiuto del sé, almeno come percezione fondamentale, intrinseca) da una mappatura. Il frattale di
Sierpinski ci dice che le infomazioni casuali che diventano il segnale per relazioni funzionali stabili
sono memoria fondamentale e che la distribuzione di questa memoria fondamentale è molto
probabilmente frattalica. Nel nostro esempio infatti il primo punto è una informazione, quello a
metà strada è la relazione memorizzata, che a sua volta diventa una nuova informazione nello
spazio vitale, e così via. Il tutto è quindi riportato in un “qualsiasi” particolare dentro il frattale. In
questo senso, l’idea delle mappe neurali e corticali, potrebbe essere sensata per la biologia di una
struttura dissipativa che ha il compito di continuare a ridurre l’entropia informazionale. Dopotutto,
per riuscire a vedere un intero palazzo senza usare un drone, come è stato anticipato, ci è sufficiente
usare una mappa, standovi dentro, stando dentro al palazzo.
La ripetizione di strutture funzionali, con diversi destini a causa delle diverse relazioni, è un dato di
fatto in biologia, basti pensare che il nostro corpo è fatto di unità funzionali ripetute, ad esempio le
cellule, una ragione che fa credere che l’evoluzione delle strutture dissipative sia proprio governata
dall’incremento in efficienza di strutture primitive in relazione tra loro, ma, ed è questo quello che è
interessante, le strutture primitive non si sono “diluite” in una struttura funzionale più grande, ma si
sono mantenute separate. Cioè, non è accaduto che da due o più cellule si sia evoluta una
macrocellula unica, e questo perché molto probabilmente esiste il fenomeno della memoria
fondamentale.
Ma, facciamo la difficile domanda: cosa, veramente, percepiamo di noi in vita con la percezione
intrinseca? Del “basso” funzionale (ad esempio il movimento di un macrofago mentre fa la
fagocitosi), assolutamente nulla. Perciò, quale “globale” informazione noi riteniamo se ogni singolo
territorio del nostro corpo è specializzato in funzioni diversificate? Anzitutto, essendo queste
funzioni diversificate assolutamente interdipendenti, dato che il compito globale è mantenere
l’ordine di tutto l’intero organismo dissipando energia e materia sotto forma di aumento di entropia,
la sintesi è data molto probabilmente da una rappresentazione frattale di questa dinamica, dove il
nostro percepirci “uniti” e vivi è strettamente collegato al fatto che la unità funzionale del corpo
mentre dissipa è fatta dalla memoria fondamentale, che è “collettiva” ed “esaustiva”, cioè unisce
tutte le diversità e riempie i buchi delle funzioni separate, esattamente come un frattale. La
percezione intrinseca arriva all’intero organismo da qualsiasi punto, non necessariamente dalla
coscienza. Tuttavia, quando dobbiamo far riconoscere questa percezione intrinseca a noi stessi, al
massimo possiamo usare la “dinamica” con cui si è costruita la memoria fondamentale, che fa solo
il lavoro di riconoscere il sé in azione da un “prima” poi da un “dopo” e infine da un “durante.
Ognuna delle sotto-dimensioni frattaliche ha questa proprietà dinamica, “prima-dopo-durante” ed è
116
solo questa che viene letta dal più primitivo e basilare senso del sé (percezione intinseca) quando
“emerge” davanti al sé. Quello di dire che una cosa è il braccio, un’altra è il cuore, è la cognizione
conscia, che “si serve” della percezione intrinseca. Nel passaggio fatto per costruire il frattale di
Sierpinski, abbiamo infatti eseguito un compito “strano”, cioè siamo partiti da un punto, lo abbiamo
collegato con la sua estremità e dopo abbiamo definito il punto di mezzo, cioè sembra proprio un
passaggio seriale prima-dopo-durante. Forse tutto questo è solo una affascinante analogia ma noi ci
percepiamo dentro una relazione funzionale non dentro una consapevolezza statica e cognitiva di
come siamo fatti, anche se apparentemente ci sembra così, da un punto di vista cosciente, che ci
apparirebbe sempre come un punto di vista rappresentativo e simbolico, non dinamico. Non è un
caso, come vedremo, che ci sia un rapporto molto stretto tra cognizione, coscienza e movimento.
Noi “sappiamo” cos’è un braccio, “sappiamo” cos’è un piede, “sappiamo” cos’è un occhio, ma la
percezione che l’oggetto sia nostro e sia nel corpo, nel tutt’uno con il corpo, necessita della
dinamica “prima-dopo-durante”. Il “durante”, che è la nostra percezione di essere vivi e senzienti
qui ed ora, è sempre una relazine tra un prima ed un dopo, dove il “dopo” non è reale, è una
prospettiva mentale. Il “prima” è l’informazione che arriva o una memoria acquisita, il “dopo” una
memoria acquisita o una prospettiva mentale, per cui la percezione del sé affonda inesorabilmente
sempre in uno spazio mentale (vedi la Figura 10). Questa percezione del “durante” è la vera
percezione di noi come “corpo”, del corpo che sta dissipando (che vive) ma è impossibile fuori
dalla relazione con un “prima” ed un “dopo” e dunque dall’emergere di un’auto-coscienza. E c’è
una ragione.
Appena noi “guardiamo” il corpo in azione o “percepiamo” il corpo in azione, facciamo un lavoro
di dissipazione nella struttura dissipativa informazionale, e dunque non riuciamo a “percepirci”
interi e vivi, fuori dalla coscienza. La percezione intrinseca, nell’uomo, include dentro la mente e
questo permette a noi di avere delle novità nella scala evolutiva dei mammiferi, come
l’autocoscienza, la volontà ed il senso di agenzia121,147,149. L’estrinsecarsi della percezione del sé
dentro una relazione [Link], ha una conseguenza fondamentale sull’epistemologia. In
questa prospettiva, infatti, noi non possiamo affatto essere considerate delle “macchine”, dove il
prima ed il dopo sono separati e non c’è continuità dinamica. In effetti, un’automobile, ad esempio,
la accendi e parte. Mentre è in funzione il marchingegno usa tutte le leggi della termodinamica,
assume benzina, acqua ed olio (materia) e li sfrutta sia per un lavoro, sia per aumentare l’entropia
ambientale (calore e gas di scarico). Ma puoi sempre spegnerla e parcheggiarla. E perfino poi
riaccenderla quando vuoi. E quando è nel parcheggio esterno in tale stato disperde calore
equilibrandosi con la temperatura esterna, raggiungendo l’equlibrio termodinamico. Dunque, la
vostra autovettura, da un punto di vista termodinamico, “vive” quando fate partire il motore e
117
guidate l’auto e “muore” quando parcheggiate quest’ultima. Dovete solo ringraziare la durata della
batteria, se potete riusarla dal vostro garage. Gli organismi, pur funzionalmente eccellenti quasi
fossero dispositivi meccanici o elettronici d’ineffabile fattura, non vivono e muoiono e rivivono e
rimuoiono come un’automobile o una lavatrice, ma vivono sempre. Sono, appunto, strutture
dissipative. E quindi la percezione intrinseca noi la riportiamo alla coscienza (alla mente) come una
percezione continua e presente ma appena ne abbiamo consapevolezza (usiamo la cognizione),
pensiamo subito ad un “prima” e ad un “dopo”, per accorgersi che siamo, che siamo
“dinamicamente” e non “staticamente”. E’ quasi come il lavoro che fa un cieco: parte da dove lui si
percepisce (prima), tocca l’oggetto (dopo) e ne valuta la distanza per orientarsi (durante). E’ la
cosiddetta “azione del cervello cieco” o della “black box”. Valutiamo tutto dentro la relazione
spazio-temporale in evoluzione. Questo approccio relazionale funziona anche nell’avvertire
“spazialmente” che noi siamo un tutt’uno, dove il “prima” è concepito in basso (indietro) e il
“dopo” in alto (avanti) nel percorso evolutivo della complessità e la sintesi, che parte dal nostro
vertice del triangolo di Sierpinski, è probabilmente operata grazie ad una modellizzazione frattale
del nostro essere, per il quale è sufficiente una mappa per dirci che siamo tutti interi e vivi.
Ovviamente, stiamo percorrendo delle ipotesi, pur se affascinanti.
In sintesi, secondo il nostro modello e guardando allo schema in Figura 16, esiste una realtà che
abbiamo chiamato proto-coscienza dissipativa che non è una vera e propria coscienza
cognitivamente consapevole ma un dinamismo essenziale che emerge dal fatto che siamo originati
da strutture dissipative e in questo modo continuiamo a comportarci. Questa fenomenologia crea ciò
che abbiamo chiamato “percezione intrinseca”, che, al contrario, è una vera e propria percezione del
sé in azione (che può essere indifferentemente consapevole o non consapevole) e che origina, a
livello mentale, la coscienza di essere e di esistere (cognitivamente consapevole). E’ verosmile che
la nostra visione della percezione intrinseca possa avere molti punti in comune con la coscienza
fondamentale o con il proto sé ma qui è definita come una conseguenza della frattalizzazione della
memoria fondamentale, cioè un livello che ha a che fare con le strutture dissipative, anche se non è
escluso che la sua fenomenologia neurofisiologica sia da mettere in relazione con il cervello basale.
Tuttavia, nel nostro modello, la percezione intrinseca è un fenomeno bottom up (Figura 16).
118
Figura 16 Percezione intrinseca come fenomeno bottom up. Le diverse allocazioni della memoria
fondamentale seguono la gerarchia della complessità e poiché aumentando la complessità si riduce anche
l’entropia dell’informazione (minor numero di frecce totali verso l’alto), pur mantenendo lo stesso flusso
informativo (stesso numero di frecce per cluster), la sintesi avviene in alto (top, frecce gialle tonde)),
sebbene il basso (bottom) fa da feedback a questa sintesi (frecce bipolari). L’informazione parte dal basso e
va verso l’alto nella complessità ma la lettura (percezione di un sé integro ed agente) si verifica in alto.
119
L’evoluzione di un neurobioma dalle strutture dissipative. I paradossi di Frankenstein e di Gray
Come ci eravamo ripromessi, ripercorriamo quello che succede ad una struttura dissipativa in
acqua, per capire meglio i passaggi che conducono alla memoria fondamentale.
Una struttura dissipativa è un’entità fisica nuova ed insolita nell’oceano statistico delle casualità.
Gli esempi classici di strutture dissipative in chimica, che sono quelle che dovrebbero interessarci
una volta che ci si abbia a che fare con la biologia, sono le celle di Rayleigh-Bénard, che si formano
per conduzione-convezione, e l’oscillatore chimico dato dalla reazione di Belousov-Zhabotinsky,
che emerge per reazione-diffusione. Entrambi danno luogo a sistemi dissipativi dell’ordine dei
millesimi di millimetro87-91. I fenomeni biologici invece sono ordinati, complessi ed organizzati a
livello dei “motori molecolari”, dove i sistemi dissipativi interessano un range molto più piccolo,
dell’ordime dei milionesimi di millimetro e anche meno70,92. Quindi, come fanno a realizzarsi? A
questo punto si deve ipotizzare l’esistenza di “qualcosa” che si organizzi in struttura dissipativa già
a livello nanomolecolare, cioè nell’ordine del miliardesimo di metro e l’acqua sembra essere l’unica
realtà capace di rispondere a questa ipotesi. Cioè, qui si vuole dire che le prime strutture dissipative
molecolari, nella storia della nostra evoluzione biologica, sono molto ma molto improbabili, se non
addirittura impossibili, fuori dall’acqua. Come è stato introdotto nel capitolo precedente, la capacità
dell’acqua di creare fenomeni collettivi, grazie alle sue proprietà di coerenza quanto-elettrodinamica
e alla sua nanostrutturalità, è un interessante spunto149-151. Questo aspetto, che qui non
approfondiamo per mancanza di spazio ma che rimandiamo alla letteratura di settore, potrebbe
suggerirci che l’acqua aiuti le strutture dissipative a costruire la memoria fondamentale, innanzitutto
facendo durare le strutture più a lungo rispetto al loro tempo di disfacimento e contribuendo a
ridurre l’entropia al loro interno. In acqua, le strutture dissipative non devono “accumulare” energia
come nel caso dei mulinelli di aria che formano i cicloni ma sono favorite nell’evoluzione verso la
complessità dalle caratteristiche peculiari dell’acqua liquida, che può fungere da chaperone
molecolare (una sorta di aiutante a raggiungere la forma molecolare corretta), da agente
collettivizzante, da stabilizzante energetico, eccetera. Avremo modo di tornare su questo punto
anche in altre occasioni in questo testo ma deve essere chiaro che una struttura dissipativa, cioè la
sua “nascita”, il suo emergere nel mare degli eventi termodinamici, è un evento, non è un
meccanismo obbligato come lo sono molti altri fenomeni spontanei. Malgrado possano coesistere
molti fattori chimico-fisici e quantistici in acqua in grado di promettere il verificarsi e l’evolversi di
una struttura dissipativa, questa potrebbe anche non emergere, non nascere mai. La nascita della
vita è stata un fatto di grazia, un evento imprevisto, non c’è mai stato niente di puramente casuale,
stocastico, meccanicamente prevedibile. E’ stato un colpo di fortuna, una rarità, come può esserlo
un ciclone che, certamente, può verificarsi in qualsiasi momento, nelle giuste condizioni, ma non si
120
sa mai con precisione “se” e “quando”. Torneremo su questo aspetto quando parleremo del caos nel
prossimo capitolo.
Il collegamento dell’acqua con tutte le strutture dissipative che costituiscono un organismo
complesso, al punto da farne una macro-struttura dissipativa essa stessa, è strategico per
l’ottenimento di una percezione integrale e fondamentale del sè. La percezione “io ci sono e sono
vivo”, a livello di quello che abbiamo definito percezione intrinseca, è favorita dal fatto che siamo
organismi nati in acqua e ancora pieni di acqua. L’acqua continua ad essere un collante ed un
collettivizzante di primario e insostituibile valore. Per riconoscere che “io ci sono e sono vivo”, la
proto-coscienza dissipativa deve poter avere il rebound informazionale nel mondo di me come
struttura dissipativa per diventare poi percezione intrinseca. Dunque, deve avere la visione di me
tutto intero e funzionante nel mondo, in modo da diventare percezione intrinseca. Anzi: tutto intero,
funzionante e in ordine. Questo suggerisce che quel processo da cui si è evoluto cervello e sistema
nervoso deve, oggi, avere sottomano tutto il corpo, tutto il corpo in relazione con il mondo, con
l’ambiente, dove per “ambiente” dobbiamo intendere sia l’ambiente “esterno” che qullo “interno”.
Non ci stupisce, dunque, che le relazioni tra cervello e intestino, ad esempio, non si siano evolute
per un “controllo” del cervello sull’intestino ma per una relazione informazionale, reciproca, anche
qui, condotta da molecole segnale. La relazione tra la nostra interiorità e la parte che riteniamo più
nobile di noi, mente, spirito, coscienza, eccetera, è molto solida. Si sa, ad esempio, che una
relazione piuttosto stretta esiste tra il microbioma intestinale, che lo abbiamo definito parte del gut
microbiome brain axis o GMBA, e lo sviluppo neurologico, compreso il coinvolgimento
psichiatrico152. Aminoacidi come il triptofano sono importanti molecole segnale in questo rapporto
cervello-intestino, influenzando comportamento e cognizione153. Quando la nostra attività cognitiva
è depressa, facciamo o desideriamo di fare più spesso cose che hanno sempre a che vedere con la
parte bassa del corpo, dal mangiare all’avere un rapporto sessuale, ed è interessante sapere che tali
attività sono collegate alla biologia della serotonina153-156. La percezione di essere “uniti”, di essere
“corpo”, un corpo solo, è esclusivamente di origine relazionale ma ha dentro la relazione di tutte le
memorie fondamentali. Noi non avvertiamo le singole funzioni delle diverse strutture che dissipano
energia, né tantomeno le strutture stesse, se non come entità globali relazionate. Noi sentiamo le
gambe perché appoggiano sul pavimento, sentiamo le braccia perché penzolanti dal corpo o perché
stanno scrivendo con una penna, eccetera, tutte in relazione a qualcos’altro, una prova che il nostro
corpo ci percepisce da quelle memorie fondamentali, che, come abbiamo già detto, sono relazionali.
E nelle dinamiche relazionali gli unici “oggetti” usati nella complessità sono le informazioni.
Questo aspetto dell’ accorgerci di noi dalla memoria delle relazioni, come descritto nei paragrafi
precedenti di questo capitolo, è talmente vero che noi continuiamo a percepire che un braccio sia lì
121
dalle mappe, non dalla certezza fisica dell’esistenza o meno di un braccio, anche se amputato.
Ovviamente, sono argomenti da riprendere in neurofisiologia.
L’idea del triangolo di Sierpinski, ci ha un po’ aiutato in questo. Nella struttura dissipativa le
informazioni sono presenti sia come messaggi esterni che come proprietà interne delle funzioni
della stessa struttura dssipativa. Le informazioni possono condurre a nuove relazioni tra diverse
strutture e funzioni che sono mantenute come memoria fondamentale se, queste nuove relazioni,
aumentano la capacità dissipativa, creando ordine e complessità e riducendo anche l’entropia
informazionale (creazione di un meccanismo automatico). Avere sotto mano tutta questa dinamica
evolutiva (come percezione integrale della stessa struttura dissipativa) lo si può fare se tale
dinamica è ripetuta in tutto l’organismo nella sua interezza. E sembra che la dimensione frattale
delle memorie fondamentali sia una possibilità. La percezione intrinseca, una volta che occupa lo
spazio mentale, può benissimo evolvere in una coscienza del sé. Questo ci anticipa qualche spunto
per comprendere perché la coscienza sia considerata fondamentale sia per la percezione del corpo
che per le emozioni superiori157. Tuttavia, lo spunto che ci viene dalla percezione intrinseca è che la
nascita della coscienza molto probabilmente non è immediatamente mentale o intellettuale, ma
interna, viscerale, o, in una parola, “orale”.
Vediamo di comprendere meglio questa prospettiva teorica.
Intanto, c’è un rapporto molto stretto, infatti, tra cognizione e coscienza157-162. Nella vasta pletora di
teorie, modelli ed evidenze riguardanti la cognizione, soprattutto dopo gli studi di Benjafield162, ci
si è posti il problema, in psicologia cognitiva, se il processo della conoscenza (che è il tema della
cognizione), ovvero quello dell’acquisizione dell’informazione, richieda che noi prestiamo
attenzione al processo in modo “consapevole” o se è invece possibile che i processi cognitivi siano
anche infuenzati da processi “non consapevoli”. Inoltre, anche i processi creativi hanno a che fare
con la cognizione, dato che la creatività è stata collegata da qualcuno all’emozione e alla
cognizione, come processi mentali163,164. Quello che si sta cominciando a conoscere, almeno
tenendo conto dei modelli murini (topi di laboratorio), è che c’è una relazione molto stretta tra
microbioma intestinale (GMBA) e processi cognitivi, soprattutto quelli che riguardano
l’apprendimento e la memoria165. In realtà, un certo rifiorire molto recente di studi, sta cercando un
approccio nuovo per riformulare la psicologia umana sulla base delle relazioni tra cervello (top) e
intestino (bottom)166.
122
punto di vista biologico vorrebbe indicare che tutte le relazioni bio-organiche del nostro essere sono
mediate da segnali netti e ordinati in sequenza e tali segnali sono obbligatoriamente prodotti o sotto-
prodotti (residui) del metabolismo. Il linguaggio che il corpo usa anche per costruire una mente è un
segnale, oseremmo dire, “grezzamente” chimico, corporeo, che perturba contesti molto più
complessi (caos, fluido-dinamica, campi elettrici, campi magnetici, complessità funzionale,
eccetera) ma che da tale perturbazione fa proseguire l’informazione sempre da atomi, sempre da
molecole. E il motivo di tutto ciò è piuttosto elementare: le molecole e gli atomi hanno una bassa
entropia informazionale, soprattutto se legati a catene consequenziali (cascate) e che partono da
riconoscimenti recettoriali. L’informazione veicolata da fenomeni biofisici e non biochimici è
dotata di un alto grado di entropia informazionale, rispetto al veicolo informativo dato da una
molecola chimica o da un recettore bio-chimico assolutamente netto e definito. Difatti, appare
piuttosto strano che nell’evoluzione organica non si siano sviluppati sistemi esclusivamente basati
su fenomeni biofisici, dove l’esistenza di biomolecole o di ioni fosse del tutto scongiurata. Basti
pensare alla trasmissione sinaptica. Come già riportato in qualche pagina precedente di questo testo,
il segnale non può essere solo “meta-molecolare” perché sarebbe molto meno “sonoro” e
informativo del segnale biochimico e si perderebbe nel rumore di fondo dei segnali biofisici.
Dunque tutto ciò che costruisce il nostro io biologico ha di “spirituale” solo l’informazione, mentre
tutto il resto è “carne”. Se è verosimile l’ipotesi che noi siamo strutture dissipative, la nostra
esistenza è data dalla dissipazione del sistema aperto che noi siamo, scanbianti materia ed energia, e
la stessa “materia” ed “energia” ci forniscono il linguaggio con cui vivere. Si può dire, pertanto, che
tutta la nostra variabilità, aleatorietà e impredicibilità consiste nel lavoro di dissipazione
dell’informazione.
Stiamo dicendo, dunque, che esiste una “concezione”, sentita, avvertita, percepita dal sé, che
ingloba, oltre alla struttura dissipativa bio-organica, fatta da molecole e funzioni, anche quella
informazionale, che usa le proprietà informazionali di queste molecole e funzioni, trasformandole in
memorie fondamentali (relazionali). Questa “concezione” l’abbiamo chiamata percezione intrinseca
e come è evidente in Figura 10, ingloba dentro tutto il nostro essere. Il fatto che i processi mentali,
dalla cognizione all’apprendimeto alla memoria o alla coscienza, abbiano una neurofisiologia fatta
da biomolecole, ci disorienta e ci fa credere che l’uomo sia un meraviglioso meccanismo
complesso. Nello stesso tempo, però, non siamo ancora riusciti a costruire del tutto una
neurofisiologia del pensiero e dello spirito o dell’autocoscienza o della volontà, senza cadere nella
palude fastidiosa di concetti filosofici e descrittivi, e senza considerare in modo pervasivo ed
eloquente, quanta parte nella formazione della coscienza e più in generale della mente possano
avere organi viscerali dai quali ci si aspetta soltanto una brutale, seppur ordinata ed eccellente,
123
funzione corporea. L’idea che sta sotto a questo ragionamento è che corpo e mente sono un tutt’uno
perché la mente deriva da “proprietà” del corpo, non dal corpo in quanto materia ed energia, ma
legge il corpo con “parti” corporee, le molecole e l’energia, il che crea l’equivoco che o la mente sia
un’entità fantasma o che esista solo il meccanismo e la mente è solo una computazione elettronica.
L’”indipendenza” o autonomia funzionale della mente non c’è in quanto “fuori” dal corpo come
natura, come si vorrebbe credere, ma in quanto struttura dissipativa anch’essa.
Se le nostre relazioni funzionali, anche mentali, sono veicolate da molecole, questo crea due
equivoci intellettuali (ma anche esistenziali), che noi abbiamo battezzato, rispettivamente,
“paradosso di Frankenstein” e “paradosso di Gray” e che traducono il ben noto dualismo cartesiano
di una mente che è considerata di una natura “aliena” rispetto alla natura del corpo.
Il primo paradosso, cioè il “paradosso di Frankenstein”, riguarda il fatto che smontando pezzo per
pezzo l’organismo, non riusciamo ad avere le stesse informazioni che lo hanno reso vivo,
semplicemente rimontando i pezzi, ergo se prima c’era un quid (mente, anima, spirito, o
qualsivoglia altra terminologia adatta), alla scomposzione questa “cosa” sparisce. Dunque, il quid, è
qualcosa che esiste dal principio, sparisce con la morte (con la fine definitiva della dissipazione) e
non riappare se si fa il percorso inverso. Sembra che appartenga di diritto ai fenomeni irreversibili,
quelli che obbligatoriamente vanno verso la massima entropia. Il paradosso è chiamato di
Frankenstein perché sembrerebbe che, se questo “quid” fosse energia (nel campo di Boltzmann,
cioè nel campo termodinamico), la vita “dovrebbe” riaccendersi dalla re-immissione di questa
energia in un corpo morto. E in effetti, l’esperimento “riesce” perché Frankenstein torna in vita ma
è il prototipo di una buona macchina funzionante, Frankenstein vive perché è una tecnologia
automatica rimessa in piedi ma appunto perché è una macchina non è un uomo. Considerare il
“quid” “esattamente” un fatto materiale, cioè energia, non rende giustizia al “quid”, che, di fatto,
non funziona. Ecco che allora si crede che il “quid” potrebbe essere di un “altro mondo”.
Frankenstein vive, pensa e si muove, ma non ha destino, finalità, complessità. E’ un mostro. Lo
abbiamo “rimesso in vita” ma non gli abbiamo “restituito la vita”, non gli abbiamo dato vita nel
senso in cui la vita si era espressa prima che il “mostro” fosse ricostruito. Una vita che “manca”
della vita. Come un robot. E’ strano: se vive biologicamente come prima e ha attive tutte le
dinamiche omeostatiche, perché non è vivo come dovrebbe? Abbiamo perso qualcosa, già, ma
“cosa”? Nel paradosso di Frankenstein il “quid” esce dal corpo vivo una volta che si muore e anche
se vi rientrasse non avrebbe più azione. Frankenstein è una macchina che una volta morta ha perso
tutte le sue memorie fondamentali relazionali.
Il paradosso di Gray, dal personaggio Dorian Gray di Oscar Wilde, è invece caratterizzato dal fatto
che già in vita il “quid” è fuori dal corpo, non è mai stato dentro, non c’è, e, al posto di
124
quest’ultimo, vive l’esistenza del corpo altrove, in un ritratto. Qui, al contrario del paradosso di
Frankenstein, si vorrebbe considerare il “quid” materiale, cioè riportarlo al funzionamento
meccanico, ma non vi si riesce perché l’idea di questo “quid” è totalmente spirituale, è totalmente
fuori da una dialettica materialista o anche solo scientifica. Qui, se il “quid” rientrasse nel corpo,
darebbe al corpo la sua continuità fenomenica di struttura dissipativa “viva”, biologica, nel tempo e
nello spazio, facendolo quindi crescere, invecchiare e morire, ma, al contrario del paradoso di
Frankenstein dove il “quid” si può immetterlo per ridare vita ad un morto ma il “quid” si perde, non
è lui, nel paradosso di Gray il “quid”, entrando, ridarebbe vera vita al corpo ma non vi può entrare.
E mentre nel paradosso di Frankenstein si vuole “far rivivere” un corpo morto immettendogli il
“quid” ma in realtà si crea un “non vivo”, cioè uno zombi (o un mostro), dato che il “quid” che
immettiamo “non è” il “quid”, nel paradosso di Gray non si vuole “far vivere” un corpo vivo
estromettendogli il “quid” ma in realtà questo “quid” isolato salverebbe il corpo, se solo potesse
entrare. E dato che il corpo non si salva senza “quid” il finale è che Dorian Gray si uccide
pugnalandosi al petto.
L’equivoco maggiore sta nel fatto, secondo noi, che la mente “appare” di altra natura perché è una
struttura dissipativa delle informazioni e le informazioni sono proprietà, non sono “cose”, dunque
per questo sembra che siano incorporee o irrazionali. Nello stesso tempo le informazioni, essendo
proprietà delle “cose” (materia ed energia) apartengono e derivano dal mondo materiale, con il
quale sono fortemente e inestricabilmente connesse.
Dove sta allora il senso di questo nostro argomentare?
I paradossi qui descritti sono paradigmatici di alcuni nostri equivoci nell’affrontare il tema della
mente e del corpo. Il primo equivoco è quello di pensare che noi siamo dei complessi meccanismi,
certo, complessi, elaborati, ma comunque meccanismi. E’ l’equivoco scaturito dal fatto che le
nostre funzioni, anche quelle complesse che riguardano la coscienza, la mente, la volontà, eccetera,
hanno una relazione stretta con certe aree del cervello e con certe funzioni anatomiche e anche che
difetti fisiologici e patologie che investono la neuroanatomia possono condurre ad effetti
psichiatrici. Dunque, tutto sarebbe smontabile e identificabile, perfino nei minimi particolari, del
marchingegno umano. Verissimo. Tuttavia non potremmo rimontarlo. E’ il “paradosso di
Frankenstein”. Un’automobile la smonti pezzo per pezzo e poi puoi rimontarla e questa funziona.
Un organismo complesso, no. Dunque: l’uomo macchina non avrebbe bisogno di una mente per
funzionare, ma di energia. Ma immetendo energia in un veicolo ricostruito non abbiamo più il
veicolo ma un meccanismo che ne ripete le funzioni.
Il secondo equivoco, espresso con il paradosso di Gray, è rifiutare l’evidenza biologica che noi
dobbiamo morire e che quindi non siamo automatismi e macchine e crediamo che tutta la nostra
125
esperienza fisica della realtà non sia reale. Al contrario della visione meccanicistica di cui sopra, ne
sviluppiamo una di tipo esoterico e spirituale dove riteniamo assolutamente realistico che tutto sia
governato dalla mente umana e poiché la mente umana, con il passare dei giorni della propria
esistenza, non è capace di rispondere alle domande sul nostro destino, perché il sogno è sempre
bello e immutabile e la vita no, si può raggiungere uno status critico, come quello di cui si
accennava poc’anzi.
I paradossi di Frankenstein e quello di Gray possono anche chiamarsi “paradossi corpo-mentali”. In
quello di Frankenstein c’è il desiderio di “concentrare la mente” mentre il corpo dissipa, dunque è
una negazione della dissipazione informazionale, un controllo del corpo sulla dissipazione
informazionale, un corpo che non “lascia andare” la mente, vorrebbe che la mente fosse controllata
dal corpo. In quello di Gray c’è il desiderio di “concentrare” il corpo, mentre la mente dissipa, una
mente che non lascia andare il corpo, un controllo della mente sul corpo, sulla dissipazione bio-
organica, e quindi è una negazione, un blocco o un controllo coercitivo della dissipazione bio-
organica.
In realtà, l’integrazione pressochè esaustiva del nostro essere con noi stessi e con il mondo, ci fa
comprendere che la percezione intrinseca tiene conto di tutto il nostro essere biologico come una
concertazione, più o meno conflittuale, tra due strutture dissipative, la struttura dissipativa bio-
organica e la struttura dissipativa informazionale.
Esiste, nella letteratura scientifica, una montagna di dati circa questo “conflitto” dinamico. E forse,
è necessario che intervenga un “terzo” fattore. Ma prima di affrontarlo, cerchiamo di comprendere
nei etagli come avviene la dissipazione di Shannon.
126
Capitolo terzo
Caos e meccanismi. La dissipazione informazionale di Shannon e l’apologia
anarchica della variabilità
Nei capitoli precedenti abbiamo introdotto cosa siano le strutture dissipative, come funzionano e
come si evolvono. Abbiamo riportato, in più contesti, che la struttura dissipativa fatta di molecole e
di energia, che noi abbiamo definito “bio-organica”, dissipa nel contesto termodinamico,
aumentando all’esterno l’entropia comunemente detta di Boltzmann, cioè aumentando la materia
degradata e l’energia degradata. Nello stesso tempo, una struttura dissipativa bio-organica dotata di
informazione, definita dunque struttura dissipativa biologica, esegue anche un lavoro di
dissipazione non solo aumentando l’entropia di Boltzmann all’esterno ma anche l’entropia di
Shannon. Mentre abbiamo diversi elementi, grazie a Ilya Prigogine, per comprendere come
“spontaneamente” un sistema aperto in ambiente chimico-fisico possa generare una struttura
dissipativa lontana dall’equilibrio termodinamico, non abbiamo ancora approfondito come si
verifichi, con la stessa spontaneità, il meccanismo di dissipazione dell’entropia di Shannon.
In questo capitolo affronteremo questo tema, generalizzando sul formalismo matematico e cercando
di portare alla comprensione della maggior parte dei lettori i numerosi aspetti che emergeranno
come concetti utili allo scopo.
S = – Σipiln(pi)
dove pi rappresenta la densità di probabilità di un i-esimo (vuol dire “qualsiasi”) messaggio
(simbolo, parola, molecola, ecc), qualunque sia il livello più basso di misura che noi usiamo per
decifrarlo o percepirlo in qualche modo. Ora: la densità di probabilità è una misura che va
dall’assoluta impossibilità (di decifrare il messaggio) cioè 0 (zero) all’assoluta certezza di
identificare il messaggio, cioè 1 (il 100% di probabilità). E siccome l’entropia non può diminuire
spontaneamente nei sistemi termodinamici all’equilibrio, si mette un segno meno, in modo da non
avere mai l’errore di un’entropia negativa spontanea all’equilibrio (che non si verifica in natura). La
formula di sopra ci fa vedere che quando esiste la cosiddetta “equiprobabilità” di più messaggi (ad
esempio la probabilità di interazione di più particelle uguali), l’entropia di Shannon aumenta. Infatti
se il messaggio A ha probabilità 0,5 ed il messaggio B ha probabilità 0,5, l’entropia di questo
128
sistema sarà uguale a 2. Se c’è un altro messaggio, C, con probabilità di relazionarsi anch’esso di
0,5, l’entropia del sistema (facendo il calcolo) è 4,7. Più i messaggi sono equiprobabili da usare, più
l’entropia del sistema aumenta. Questo è vero anche per l’entropia di Boltzmann, che quanto più
alto è il numero di microstati nella lettura del sistema, cioè il numero di particelle coinvolte, tanto
più aumenta l’entropia di Boltzmann, come si evince da:
S = – kΣipiln(pi) = kln(N)
dove N è il numero di microstati. Dunque, se restiamo nello spazio di Boltzmann, alla complessità,
se vista come associazione casuale e stocastica di microstati, sarebbe in teoria associato un aumento
di entropia.
Tuttavia, Shannon riporta anche che laddove si verificasse un cambiamento positivo
nell’informazione, c’è un cambiamento negativo in entropia. Cioè:
- ΔS = ΔI
Traduciamo in parole terra terra.
Si vuole dire, qui, che se il percorso di spiegazione con cui si è formata la vita è banalmente quello
del caso che vede la realizzazione di una complessità funzionale per un gioco assolutamente
aleatorio di relazioni, senza “spinte” dovute, anche solo, a irregolarità nella distribuzione omogenea
delle probabilità, l’entropia di Shannon, se vista solo come l’associazione casuale, senza riduzione
informazionale, di numerosi microstati, è destinata ad aumentare e questo non dovrebbe consentire
il proseguimento di una complessità ordinata e funzionalmente direzionata. Per cui, probabilmente,
il ragionamento più corretto da fare è che, una volta che due particelle equiprobabili stabiliscono
almeno una relazione funzionale, lo spazio di Boltzmann cambia e diminuisce l’entropia. Nello
stesso tempo, la relazione funzionale ha un contenuto informativo, mentre le due particelle singole
no, per le ragioni date qualche riga fa. C’è dunque una riduzione dell’entropia di Shannon. Facendo
un piccolo salto concettuale e tornando alle strutture dissipative, se la struttura dissipativa riduce
l’entropia termodinamica (di Boltzmann) all’interno del sistema, ridurrà automaticamente anche
l’entropia informazionale (di Shannon) nel sistema. Ad ogni “ordine” è associato un guadagno
informazionale, secondo la formula vista prima, ovvero
- ΔS = ΔI
Trattandosi di una equazione, dovrebbe risultare vero anche il contrario. Qualsiasi guadagno di
informazione (riduzione dell’entropia di Shannon) riduce l’entropia di un sistema ovvero conduce
all’ordine. Si può dunque presumere che il “motore” di una struttura dissipativa è l’aumento di
entropia di Boltzmann all’esterno e contemporaneamente anche la riduzione di entropia di Shannon
all’interno del sistema dissipativo. E mentre la struttura dissipativa, che, non dimentichiamocelo, è
129
un sistema aperto lontano dall’equilibrio termodinamico, prende materia ed energia densa e butta
fuori materia ed energia degradata, prende anche entropia di Shannon positiva dall’esterno e la
riduce all’interno del sistema. Lo stesso sistema dissipativo bio-organico, essendo una struttura
dissipativa, riduce l’entropia termodinamica interna (costruisce ordine) tanto maggiore quanto
minore è l’entropia informazionale e quindi maggiore è l’efficienza di riduzione dell’entropia di
Shannon, maggiore è l’entropia di Boltzman buttata all’esterno, cioè maggiore è la dissipazione,
l’efficienza della dissipazione. Nello stesso tempo, la riduzione dell’entropia di Shannon all’interno
della struttura dissipativa, aumenta l’entropia di Shannon all’esterno della struttura, perché i
messaggi che non sono entrati hanno più probabilità di relazionarsi in modo “ordinato” con la
struttura dissipativa, essendo quest’ultima sempre più complessa. In questo senso, il motore
termodinamico della dissipazione “muove” quello della riduzione di entropia informazionale che, a
conti fatti, si muove come una vera e propria dissipazione. Dunque, il motore termodinamico della
dissipazione “spinge” quello della dissipazione informazionale e può anche accadere viceversa. In
questo caso, in una struttura dissipativa, l’efficienza della dissipazione bio-organica (di Boltzmann)
coincide con l’efficienza della dissipazione informazionale (di Shannon).
Più avanti avremo modo di approfondire questi concetti..
130
fluido con dei gradienti di temperatura così da creare, nello spazio del fluido, il trasferimento di
calore da un’area più calda ad una più fredda, è difficile fare una buona approssimazione del
comportamento delle particelle, secondo l’idea random, browniana che abbiamo suggerito fin qui,
ma si dovrebbe, più che altro, ragionare in termini più probabilistici, cioè possiamo solo aspettarci
la probabilità che la particella occupi più frequentemente una certa area o regione di spazio (densità
di probabilità). La linea di pensiero su come si sia evoluta la complessità dal semplice caso non
sembra funzionare se non c’è un lavoro sull’informazione già nel più primitivo spazio di
Boltzmann.
Andiamo dunque con ordine e riprendiamo il filo del discorso.
Se un certo fenomeno naturale ci appare così complesso da sembrarci impossibile la relativa
soluzione, la fisica e la matematica usano il criterio della “pappa del neonato”, cioè riducono a
pezzetti semplici e decifrabili l’intera architettura logica del fenomeno e la descrizione dello stesso
(come si fa rompendo in pezzetti molto piccoli il cibo per il neonato), così che, spiegando le
componenti e le relazioni tra le componenti in modo semplice, anche solo di alcune, sia possibile
arrivare ad una buona previsione di come sia fatta e funzioni l’intera architettura, cioè l’intero
sistema dinamico. Incredibilmente, il metodo funziona perché è la stessa natura delle cose che
diventa complessa usando reiterazioni di regole semplici. In matematica si usa spesso il concetto di
“integrabilità”, per indicare la possibilità di trovare soluzioni a equazioni complesse. L’unica cosa
che ci rende poco intellegibile la descrizione della suddetta architettura dinamica è che nessuno sa
“attraverso” quale via ci sia arrivata. E’ vero che già con Laplace, e siamo nella prima metà del
1800, si asseriva che noi, di tale architettura possiamo intuire e conoscere l’inizio, scomponendone
le parti e siamo certi della fine, vedendo l’architettura completa ma dall’inizio alla fine come ci si è
arrivati? E’ ovvio che se noi ipotizzissassimo che due palline si incontrino in un certo modo in una
certa densità di probabilità e che con 3 o 4 si può fare una buona ”previsione”, così come con 10 o
20 o 1.000, usando un medesimo criterio matematico, le condizioni in cui le palline si incontrano
devono essere costanti, idealmente costanti, ovvero terribilmente semplici. Tuttavia, in natura non è
affatto così.
Ci eravamo illusi di descrivere il moto della gocciolina che cade dal rubinetto che perde, come un
moto periodico, e dunque deterministico e prevedibile, ma non è stato così. Quasi tutti i fenomeni in
natura sono “condizionati” dall’accadere di eventi che cambiano le condizioni iniziali, e dunque lo
stesso percorso fenomenologico, così che la previsione di come evolverà (e dunque finirà) il
fenomeno è impossibile, con solo una descrizione stocastica del medesimo. Di esempi siffatti ce ne
sono innumerevoli, il moto di una piuma che cade da una finestra, il moto di una pallina nella
roulette o anche solo i terremoti o il tempo atmosferico. Tuttavia, si era sempre pensato che le leggi
131
fondamentali della statistica, atte a stabilire l’andamento di un sistema di probabili collisioni di
molecole, dovessero valere anche per sistemi con un numero teoricamente infinito di componenti e
che la nostra difficoltà a descrivere il sistema dipendesse dall’enorme numero di equazioni da
risolvere. Infatti, l’impostazione cosiddetta “meccanicistica” o “riduzionistica” dello studio della
natura è fallace perché ha sempre ritenuto di poter formulare la desrizione matematica di un
andamento dalla semplice conoscenza dei parametri del moto (origine, velocità, eccetera), ma in
condizioni ideali e dunque solo in linea teorica, in uno spazio “teorico”, non naturale. Come se, ad
esempio, nel caso del cosiddetto moto browniano, il moto casuale di particelle solide o sospese in
un liquido dovuto ai moti di turbolenza e di convezione termica delle molecole del liquido stesso, si
potesse descrivere il moto di un granello di polvere sospeso conoscendo le caratteristiche fisiche del
moto del granello e di tutte le molecole del liquido. Si tratterebbe di un lavoro improbo, non c’è
dubbio.
Facciamo allora un’approssimazione, sapendo che ”grosso modo” le molecole si muovono in un
certo modo, più o meno sempre in certe precise condizioni e che il granello si comporti di
conseguenza. Questo approccio fu inizialmente elaborato da Langevin nei primi anni del XX
secolo, dove il moto browniano fu descritto come il moto apparentemente casuale di una particella
in un fluido dovuto alle diverse collisioni con le molecole del fluido ma utilizzando un’equazione
differenziale, anticipando una descrizione non lineare della realtà naturale176. Cosa vuol dire
descrizione non lineare? Molto banalmente: che la soluzione delle equazioni dà quasi sempre
origine a curve. In effetti, per semplificare, se noi volessimo stabilire il percorso di una particella e
volessimo essere ultraprecisi su ogni minima variazione, dovremmo utilizzare la matematica del
calcolo infinitesimale e soprattutto le cosiddette “derivate” di una funzione che possiamo
considerare, piuttosto semplicisticamente, il tasso di variazione di una precisa grandezza esaminata
al variare della funzione stessa, che ovviamente nel nostro esempio è curva. Questo tasso è preso
punto per punto, è per questo che si parla di analisi matematica e di calcolo infinitesimale. Non
possiamo oltremodo addentrarci in questi argomenti ma è chiaro che se noi volessimo descrivere
l’area sottesa ad una curva, il metodo più semplice è di calcolare l’area di pezzetti tanto piccoli
(teoricamente infinitesiali) da avere un lato della curva che apparirà quasi rettilineo, che è poi quello
che figurativamente chiamiamo integrale di una funzione. Questo tipo di matematica ci serve per
interpretare, misurare e calcolare la complessità, dato che in natura le linee rette e le costanti sono
estremamente rare e tutto invece è molto più articolato, misto, variabile e complicato della semplice
algebra dell’oste. Un caro collega fisico diceva che la natura è femmina e spiegava appunto che
oltre ad essere meravigliosamente complessa appare a te, come le donne, attraverso le curve
(ovviamente, matematiche), quasi mai attraverso ciniche e fredde rette costanti. Una battuta, ma che
132
ci fa capire bene che la matematica usata per descrivere la complessità nel mondo fisico non è
quella semplicistica dell’abaco, anche se la sua storia è partita da lì.
Dunque, tornando a noi, Langevin descrive il moto browniano tenendo conto che la velocità della
particella dipende dalla viscosità del mezzo (secondo la legge di Stokes) e da un parametro
stocastico, con distribuzione probabilistica tipicamente gaussiana, che tiene conto della
distribuzione delle collisioni. Quindi, Langevin introduce un metodo statistico di fare previsioni
sull’andamento di un sistema termodinamico tipo Boltzmann. Questo modello fu poi perfezionato
da Albert Einstein, che si chiese quanto “lontano” nel sistema la particella potesse migrare, partendo
da una certa posizione, cioè quale fosse l’entità del cammino libero della particella nel fluido,
ottimizzando l’equazione di Langevin con un coefficiente di diffusione e successivamente
applicando le leggi della meccanica statistica non solo a particelle piccole ma anche ad agglomerati
macroscopici, estendendo quindi la spiegazione di effetti fisici della diffusione di particelle in un
liquido, come la pressione osmotica, a corpi più grandi delle molecole177. Cioè, per dirla in termini
semplici, mentre l’equazione di Langevin si adattava bene a particelle molto piccole, Einstein riusci
a generalizzare l’approccio, rendendolo utile non solo per le particelle microscopiche ma anche per
quelle macroscopiche, estendendo l’approccio stocastico anche al macrocosmo177. Non
dimentichiamoci che uno dei prodotti di questa estensione di Einstein al moto di qualsiasi oggetto
casuale in un fluido, ad esempio molecole, è stato il calcolo del numero di Avogadro, uno dei
principali fondamenti della chimica178. In pratica, con Einstein, tutte le particelle in moto in un
fluido, non sono più descritte nell’ambito dei fenomeni termodinamici, ma come oggetti statistici,
inventando o migliorando quello che più in là sarà la meccanica statistica.
E’ chiaro che se il mondo potesse essere letto come una probabilità statistica di prevedere
l’andamento di un certo fenomeno, in pratica quasi tutti i fenomeni potrebbero essere predicibili,
con buona approssimazione e quindi compiutamente descrivibili. Questa idea, in cui il macrocosmo
può essere letto applicando regole di meccanica statistica ugualmente calzanti nel microcosmo
(atomi, molecole), ha fatto nascere o ha comunque maturato, l’idea del riduzionismo, o dell’analisi
scientifica, con i quali strumenti sarebbe possibile investigare tutta la realtà naturale dell’uomo,
eredità culturale del positivismo comtiano, che tra il XIX ed il XX secolo ha fatto nascere discipline
anche fiorenti, quali la sociologia e la psicologia. E’ con Laplace che, dopo essere riuscito a
introdurre il calcolo delle perturbazioni sulla gravitazione di Newton, nella sua celebre opera,
“Recherches sur le principe de la gravitation universelle, et sur les inégalités séculaires des
planètes”, scrive testualmente (trad.): Un’intelligenza che, per un istante dato, potesse conoscere
tutte le forze da cui la Natura è animata, e la situazione rispettiva dei corpi che la compongono e
133
che inoltre fosse abbastanza grande da sottomettere questi dati all’analisi … nulla le risulterebbe
incerto, l’avvenire come il passato sarebbe presente ai suoi occhi”179.
Se l’uso di un approccio stocastico ai fenomeni potesse renderci capaci di descrivere i fenomeni
stessi con buona o addirittura ottima approssimazione, potremmo prevederne l’esito. A sto punto,
potremmo sfdare i nostri colleghi spocchiosi dell’Università ad una partita a biliardo, sicuri che, la
meccanica statistica ci aiuterebbe a prevedere il moto della palla ed assicurarci la sua messa in buca,
garantendoci la vittoria della partita.
In realtà, la cosiddetta matematica del biliardo, con il famoso “biliardo di Sinai”, è uno dei territori
più intriganti della matematica complessa180-182. Nel cosiddetto biliardo di Sinai, la previsione
dell’esito di una pallina e dei suoi urti tra le diverse sponde e altre palline può essere impossibile,
dato che anche questo semplice modello dinamico può essere sensibile alle condizioni iniziali, che
sono innumerevoli, dal modo in cui si usa la stecca, alla posizione della pallina, o dalla forma del
tavolo fino alle condizioni ambientali o psichiche del giocatore. Sta di fatto che mentre la traiettoria
della pallina, che è rettilinea, potrebbe essere matematicamente descritta, conoscendo il punto di
partenza e le varie forze poste in gioco, cioè la dinamica del sistema, in realtà la forte dipendenza
alle condizioni iniziali rende la previsione dell’esito impossibile: il biliardo descrive un tipo di
dinamica nuova, chiamato caos deterministico. Quello che è importante definire, a questo punto, è
che i sistemi finora affrontati in questo capitolo, le palline nello spazio di Boltzmann, il biliardo,
eccetera, sono considerati “sistemi dinamici”, come lo saranno state anche le prime molecole in
acqua che avrebbero generato la vita. Un sistema dinamico è fatto essenzialmente da alcune
semplici cose. Lo spazio degli eventi, chiamato “spazio delle fasi”, cioè dove avvengono i fenomeni
dinamici, che in pratica rappresenta l’insieme dei possibili stati (o fasi) del sistema, e una legge,
chiamata “legge di evoluzione deterministica”, che non è altro che il modo in cui noi
matematicamente “determiniamo” l’andamento del sistema. Ad esempio, lo spazio delle fasi può
essere fatto inizialmente di molecole liberamente interagenti in un certo contesto chimico-fisico (ad
esempio un gas) e che poi evolve in uno stato condensato (ad esempio un liquido). Sapere che fine
fanno le molecole dallo stato di partenza a questo finale, può essere fatto descrivendo il sistema con
leggi fisiche che applicano la matematica. Diciamo che per descrivere un sistema dinamico si
possono usare due tipologie di leggi di evoluzione deterministiche. Quella più semplice è la mappa,
un po’ come si potrebbe fare sapendo del moto regolare di un oggetto semplice, quella un po’ più
complessa è l’equazione, o la serie di equazioni, differenziali. In genere, è facile descrivere un
sistema dinamico nei sistemi lineari, come i sistemi (quasi) periodici o quelli cosiddetti di
rilassamento verso soluzioni stazionarie. Nei sistemi non lineari, certamente più complessi, le
equazioni differenziali ci consentono di descrivere la dinamica del sistema se questo è integrabile,
134
ma se non lo è non si possono trovare le soluzioni alle equazioni, e ciò accade quando il sistema,
anche se “quasi”-periodico, entra, a causa di piccole, continue perturbazioni, in una evoluzione a-
periodica o caotica, un tipo di caos che si definisce “caos deterministico”. L’evoluzione da un
sistema quasi-periodico sotto “piccole perturbazioni” verso il caos deterministico, è stata descritta
da Kolmogorov, Arnold e Moser, ed è definito dagli addetti ai lavori come “teorema KAM”, su cui
tuttavia non ci addentreremo, rimandando i lettori più curiosi a leggere la letteratura citata in
bibliografia183-185. Si deve dire, altresì. che il comportamento caotico di un sistema fu previsto e
studiato dal grande Henri Poincaré ma l’intuizione sul comportamento caotico dei sistemi dinamici
è più lontano e farebbe riferimento nientemeno che allo stesso Isaac Newton, con la sua legge di
gravitazione universale, oggi superata e aggiornata dalla relatività ristretta e da quella generale.
L’evoluzione culturale che il nostro secolo ha subìto è stata fortemente influenzata dalla caduta del
determinismo cartesiano, brillantemente reso celebe da Newton tra il XVII ed il XVIII secolo, con
l’indeterminismo di Henri Poincarè e di Werner Heisenberg, tra la fine del XIX e l’inizio del XX
secolo, culminato, per parallelismo a Newton, con le leggi della relatività di Einstein. Certamente,
la legge di gravitazione di Netwon ha permesso per qualche secolo di spiegare in modo elegante le
tre leggi di Keplero, ma era lo stesso Newton a dubitare che la sua legge, dimostrata per due corpi
in relazione dinamica, potesse essere lo stesso elegantemente valida per tre corpi o addirittura di
più. E soprattutto, Newton non era completamente sicuro della stabilità nel lungo tempo delle
traiettorie dei pianeti nel sistema solare, tanto che aneddoticamente sarebbe attribuito a lui un
pensiero, cioè che “ti tanto in tanto, Dio avrebbe rimesso le orbite al loro posto”. A parte il tentativo
di Lagrange di estendere la legge su tre corpi, il problema del determinismo è dato dallo stesso
riduzionismo logico che, su base matematica, considerato per assunto che il sstema evolva in un
modo, diciamo così per capirci, costante, cioè ordinariamente periodico nel tempo, una volta
stabilite le equazioni del moto, la previsione di un evento nel tempo è semplice e lineare. Ma
neanche il pendolo è perfettamente periodico, in condizioni naturali. Lo è in condizioni “ideali”,
ovvero teoriche.
Ora, qui abbiamo elementi sufficienti per tirare una riga e “rischiare” un primo tentativo di giudizio.
In natura sono estremamente rare, se non in forma macroscopica, le dinamiche perfettamente
periodiche. In buona sostanza, in natura nessuna dinamica è periodica, cioè perfettamente ripetitiva
e prevedibile. Qualsiasi sistema dinamico può essere perturbato da piccole variazioni e “cadere” in
un regime caotico. Il che, malgrado il concetto che si ha del caos, sarebbe, in parte, anche una
fortuna, rispetto ad una a-periodicità non caotica. Un sistema può benissimo passare da uno stato
“quasi” periodico, ad uno stato completamente aperiodico, random e impredicibile, per il quale
finora non si dispone di una matematica sufficientemente elaborata per risolverne le leggi di
135
evoluzone deterministiche. Se invece il sistema entra in un regime di caos deterministico, ci sono
alcuni aspetti per così dire “tranuillizzanti” del caos, matematicamente deducibili, chiamati
“attrattori”, cioè punti (o luoghi di punti) nello spazio delle fasi che sono invarianti rispetto al tempo
dell’evoluzione del sistema dinamico, ovvero, il caos ha all’interno un comportamento “invariante”
e questo probabilmente rende i sistemi caotici interpretabili dalla matematica. I sistemi dinamici che
hanno un attrattore, riducono sempre di più intorno all’attrattore la descrizione matematca del
sistema dinamico, quindi riducendo il volume dello spazio delle fasi nel tempo, e tali sistemi sono
detti dissipativi (dissipao il caos), una situazione molto comune in natura. Per capirci, una pallina
della roulette, una volta “lanciata” nel piatto rotante, descriverebbe un moto caotico (lo spazio delle
fasi è complesso) per poi, a causa dell’attrito e delle celle numeriche resringere le dinamiche delle
orbite ad un’orbita limite con comportamento periodico (lo spazio delle fasi è meno complesso, più
regolare, si è “ristretto”). Fanno eccezione a ciò, infatti, i cosiddetti sistemi hamiltoniani, che sono
costituiti da sistemi meccanici privi di attrito. Un pendolo con attrito, invece, descrive un attrattore
(detto di Lorenz), come quello della goccia del rubinetto che perde, dove l’attrattore è costituito dal
punto fisso del pendolo. Oppure, un altro esempio, è quello del “ciclo limite”, cioè, se consideriamo
un oscillatore biologico, ad esempio, le oscillazioni man mano, dopo un certo transiente di tempo, si
avvicineranno sempre di più ad un ciclo limite, che assumerà un andamento periodico (o quasi)
(Figura 17).
136
Figura 17 Immagini che dovrebbero consentirci di introdurci all’idea di cosa sia un caos deterministico. In A
è raffigurato l’andamento periodico, circolare, del moto di una particella. Tale condizione è estremamente
rara, se non impossibile in natura ed è approssimata per corpi molto grandi, come ad esempio i pianeti che
ruotano intorno ad una stella (poiché le piccole variazioni non hanno effetto immediato nel tempo) o per corpi
molto piccoli, come gli elettroni,(in cui le variazioni sono “assorbite” dall’enormità di particelle coinvolte nel
sistema). Un sistema dinamico oscillante, ripetitivo o circolare, se perturbato darà luogo a traiettorie casuali e
impredicbili che, tuttavia, si “restringeranno” intorno ad un “bacino” di attrazione (B), costituendo un sistema
caotico deterministico, rappresentato dal cosiddetto attrattore di Lorenz (C). E’ né più né meno di quello che
avviene con il moto della pallina della roulette, che prima percorre orbite irregolari (in ampiezza e fuoco) e
poi, si restringe su un’orbita circolare stabile, il cosiddetto ciclo limite, anche se in definitiva la pallina non
continua a girare ma si arresta,
Il tipo di caos, matematicamente, può essere identificato in base ad almeno due parametri, ossia il
tipo di attrattore e il cosiddetto “coefficiente di Lyapunov”, che è legato alla matematica delle
equazioni differenziali usate per studiare il sistema caotico. L’esponente di Lyapunov, spesso
indicato con la lettera lambda (λ) non è altro che un indicatore di “quanto” le orbite (le oscillazini)
di un sistema dinamico siano sensibili alle condizioni iniziali. Quindi gli esponenti di Lyapunov,
chiamati anche coefficienti di Lyapunov, non solo ci indicano la “qualità” del nostro sistema
dinamico (ad esempio ci permette di distinguere un moto periodico non caotico rispetto ad un moto
caotico deterministico), ma anche su “quanto” il sistema sia caotico. Se l’esponente di Lyapunov è
positivo, il sistema dinamico presenta un carattere di estrema dipendenza alle condizioni iniziali ed
evolverà un comportamento caotico. La somma di esponenti di Lyapunov positivi si chiama
“entropia metrica” o entropia di Kolmogorv-Sinai, con il quale si misura il tasso di produzione di
informazione del sistema, ovvero semplicemente la media del contenuto informazionale delle orbite
di un sistema dinamico, o, in parole povere, anche quanto possiamo “prevedere” dell’andamento del
sistema183-185. La prevedibilità di un sstema caotico si chiama “tempo di Lyapunov” ed è legata
all’inverso del coefficiente di Lyapunov stesso. La matematica del caos ci ha permesso di
comprendere come si passi da una dinamica regolare ad una caotica, permettendoci di investigare la
cosiddetta “transizione al caos”. Nella storia della scienza, si possono citare almeno quattro
importanti modelli o ipotesi di come si passi dalla regolarità al caos, facendo riferimento
all’esempio più eclatante, quello della cosiddetta “turbolenza”, un fenomeno caotico della
fluidodinamica, che influenza anche le nostre previsioni del tempo. La turbolenza si misura con un
indicatore, privo di dimensioni, che è dato dal rapporto tra le forze d’inerzia e le forze viscose, detto
numero di Reynolds (Re oppure r). Di questi modelli ne vogliamo ricordare due, in particolare. Nel
modello di Landau ed Hopf, il caos emerge dalla sovrapposizione, al crescere di r, di oscillazioni
regolari ma con frequenza diversa. Nel modello di Manneville e Pomeau, si parla di transizione al
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caos di dinamiche intermittenti, dinamiche che avvengono anche in biologia186. Il lavoro di
Manneville e Pomeau è fondamentale per comprendere come si passa da un comportamento
periodico o “quasi”-periodico ad uno caotico in un sistema dissipativo come lo è quello delle celle
di Bénard, e quindi ci offre importanti spunti per capire come si evolvono i sistemi caotici nei
sistemi dissipativi bio-organici186.
Molte di queste informazioni ci torneranno utili più avanti.
138
Se la struttura dissipativa bio-organica, in condizioni lontane dall’equilibrio termodinamico, dissipa
buttando fuori entropia (aumentando l’entropia esterna), riduce quindi l’entropia interna, cioè crea
ordine strutturale e funzionale. Può essere anche ovvio ipotizzare che il mantenimento dell’ordine
funzionale è esso stesso una dissipazione. Se due molecole si mettono in relazione funzionale e,
ipotizzando che una sia un enzima e l’altro un ligando, il prodotto che ne deriva termina la
funzione, se questa non è continuamente alimentata con altro materiale esterno (ligando) ed energia
per alimentare la funzione. Ma il “linguaggio” usato dalla funzione, affinchè la funzione sia
correttamente eseguita, deve essere ”ordinato” anch’esso. Tutto questo elementare ragionamento ci
porterebbe a concludere che il caos, come aspetto “disordinato” (basti pensare al fenomeno della
turbolenza in fluidodinamica) non sia di casa in biologia, soprattutto se gli esseri viventi sono visti
come macchine complesse funzionalmente ordinate. L’ordine non è il caos ma il caos, tuttavia, sta
trovando ampia diffusione in biologia e medicina187-192. Sembra addirittura che non ci sia aspetto
biologico che non si possa (o non si debba) investigare usando la matematica del caos,
particolarmente nel ritmo cardiaco e nella dinamica neurale193. Curiosamente, ci piace anticipare
che sono proprio queste due attività che sono modificate funzionalmente dalle tecniche di
rilassamento e di meditazione194-202. Quello che potrebbe stupirci è, dunque, questa semplice,
quanto disarmante osservazione. Ma se un funzionamento biochimico-biologico, che può essere
raffigurato come un ottimo dispositivo inserito nella complessità biologica, deve fare ben precise
azioni e le macromolecole biologiche, in genere proteine, devono essere molto precise nella loro
struttura altrimenti rischiano di funzionare con minore efficienza o così male da non funzionare
affatto, come mai si inserisce una dinamica lontana dal ripetuto meccanismo ordinato e adattato
dall’evoluzione com’è, appunto, il caos? La risposta è tanto semplice quanto sconcertante: perché le
funzioni ordinate, essendo dissipative, oscillano tra la periodicità (steady state) ed il caos.
Prendiamo in considerazione un’attrezzatura tecnologica quale può essere un autoveicolo.
L’autoveicolo usa gli stessi criteri termodinamici di un organismo vivente. Prende materia
(carburante, acqua, olio, aria eccetera) e la usa per fare lavoro (una forma di energia), cioè
cammina, corre, svolta, si ferma eccetera, usando anche energia degradata (calore) o altra energia
quale combustione, elettricità, per aumentare poi l’entropia esterna (fumi di combustione nello
scarico, calore). Tutto questo serve al dispositivo per funzionare, ma non “produce” entropia
informazionale. Il problema è che l’autoveicolo non può considerarsi una struttura dissipativa
perché la sua dinamica funzionale avviene solo in condizioni di equilibrio termodinamico. Poiché
l’autoveicolo è costruito e funziona in regime di equilibrio termodinamico, esso lavora e basta, non
evolve e non crea complessità. Internamente è funzionalmente ordinato, alcune sue funzioni
potrebbero anche essere descritte da una matematica caotica, perché no? 203,204 ma non costruisce
139
ordine e non dissipa informazione. Un meccanismo non dissipa informazione o, in una parola più
semplicistica, esso spontaneamente e automaticamente non “apprende”, non si “evolve”, non
diventa “più complesso”. Un meccanismo non costruisce ordine perché non dissipa informazione.
Inoltre, un qualsiasi meccanismo ripetitivo e periodico è costante in condizioni di assoluta assenza
di perturbazioni esterne, quindi in condizioni ideali. O anche in condzioni in cui l’entropia
informazionale associata alla funzione risulti negativa. Dove il processo informazionale è
particolarmente restrittivo, il caos non dovrebbe emergere nei sistemi biologici205. In effetti, i
processi che meno di ogni altro subiscono la transizione al caos, sono, secondo alcuni, quelli che
sono alla base della dissipazione bio-organica, cioè le reazioni biochimiche catalitiche, enzimatiche
e più in generale il metabolismo205. Quindi, possiamo anticipare che il caos, laddove è stato visto
verificarsi in biologia, interessa lo spazio delle relazioni, non delle funzioni, un aspetto che ci
suggerisce fortemente l’idea, che cercheremo di sviluppare tra poco, che il caos nei sistemi biologici
abbia principalmente cause di natura informazionale206,207.
Secondo la nostra ipotesi, senza un ordine interno, la struttura dissipativa smette di dissipare.
L’ordine interno è il frutto della dissipazione ma ne è anche il motore. Questo ordine è soprattutto di
carattere informazionale, prima che funzionale. Se all’interno del sistema dissipativo aumenta
l’entropia informazionale, essa modifica la dinamica funzionale interna, creando perdita di ordine
informazonale e più avanti, se non sono efficienti i meccanismi di omeostasi (steady state), anche
riduzione della complessità funzionale. La perdita di ordine interno riduce la capacità di
dissipazione, cioè riduce l’aumento di entropia all’esterno della struttura dissipativa. E’ necessario
pensare che la “macchina-uomo” non è mai in equilibrio con il mondo ma, bensì, in disequilibrio
con il medesimo perché, come già detto in altre precedenti pagine, la struttura dissipativa è
un’anomalia dell’equilibrio. Se noi fossimo solo un’accozzaglia di sostanze chimiche e di energia,
l’equilibrio con il cosmo significherebbe sciogliere tutto nel disordine. Invece, il concetto di
equilibrio, non termodnamico ma esistenziale, filosofico, è quello del lasciarsi fare dal flusso,
lasciarsi ordinare dalla dissipazione. Il ragionamento che fin qui si sta facendo è che la dissipazione
informazionale ha generato memorie funzionali che lavorano fuori dal caos ma che la dissipazione
informazionale di queste funzioni possa avere comportamento caotico. La dissipazione
informazionale avviene laddove la funzione deve rispondere a messaggi nuovi, informazioni nuove,
quindi non sulla funzione in quanto tale ma sulla sua relazione con altre informazioni e funzioni. In
effetti i fisiologi sono piuttosto concordi nell’ammettere che l’intera struttura dissipativa, mentre
dissipa, si trova in uno stato di “equilibrio dinamico” che noi in questo testo abbiamo più volte
richiamato con il termine omeostasi ma che qualcuno definisce “stato stazionario” (steady state),
che per certi aspetti potrebbe ricordarci l’autonomia funzionale di una specie di pilota automatico.
140
E’ evidente che questo steady state può essere paragonato ad una trottola che gira in modo
teoricamente infinito. Se noi ci avviciniamo con cautela e, mentre la trottola gira, infiliamo con
delicatezza un foglio di carta rigida sotto l’ago-bilanciere su cui si muove l’asse rotatorio della
trottola, quest’ultima continua a girare ma possiamo farglielo fare sul foglio, che potremmo anche
portarci in giro. Se soffiamo delicatamente sulla trottola, questa si sbilancia un po’, ma poi riprende
a girare, se invece il nostro soffio è troppo forte, la trottola potrebbe sbilanciarsi troppo e dunque
rallentare con orbite caotiche e non girare più. Quella che abbiamo fin qui descritto è un’immagine
un po’ pittoresca dello steady state o se volete, più semplicemente, dell’omeostasi funzionale e fa
vedere anche che tale equilibrio stazionario, se perturbato in un certo modo, potrebbe entrare in una
fase di squilibrio, addirittura senza ritorno. In realtà, secondo alcuni, le strutture dissipative
biologiche, possiedono molti aspetti dinamici di salvaguardia, oltre ad un comune steady state,
come ad esempio la periodicità, la quasi-periodicità, il caos deterministico e il compotamento
stocastico (o altrimenti detto “random”)208. Il comportamento quasi-periodico è un comportamento
periodico con rapporto tra minimo due frequenze che non è un numero intero, ed è un
comportamento che è stato verificato nel ciclo cardiaco e nell’attività neuronale208,209. Dinamiche
oscillatorie e caotiche sono state riportate in biologia, ad esempio la ritmicità oscillatoria del calcio
e altri mediatori di signaling intracellulare210-218 e di organelli219,220, per cui la struttura dissipativa
ha aspetti caotici laddove deve “incontrare” e “parlare” con il mondo.
141
per questa ragione è quasi sempre associato a fluttuazioni dinamiche che gli consentono di “restare
in piedi”, grazie alla dissipazione di grado II. Quest’ultima, non crea un meccanismo ma una
“topologia dinamica”, cioè una sorta di “figurazione” fatta di una certa dinamica caotico-oscillatoria
che caratterizza un definito sistema o gruppo complesso di funzioni. Per capire questa differenza
dobbiamo immaginare che, se abbiamo una pila di bicchieri di altezze e volumi diversi e vi
versiamo varie quantità di acqua, potremmo ottenerne dei suoni diversi, battendo leggermente sul
bordo del bicchiere con una bacchettina di legno. Ma dobbiamo “affinare” il sistema. Il primo
affinamento è quello di abbinare il volume e la struttura del bicchiere al volume di acqua in modo
da creare un ordine molto preciso, che sono le sette note musicali con i loro rispettivi semitoni.
Questo lavoro è la dissipazione di grado I. Una volta trovate tutte le tonalità di un pentagramma
musicale, ci possiamo divertire a fare baccano. Questa è la turbolenza di Shannon. Se invece di fare
“caos” seguiamo un certo modulo di frequenze potremmo farne una melodia. Questa è la
dissipazione di grado II. Se nella dissipazione di grado II inseriamo una frequenza non modulare
(una nota stonata, s’intende), tutta l’architettura dinamica diventa caotica, cioè si distrugge la
melodia. La dissipazione di grado II è dunque una dinamica per certi aspetti più delicata di quella di
tipo I.
Come ha funzionato la dissipazione informazionale di grado I in biologia per creare automatismi
pressochè perfetti?
La dissipazione informazionale nello spazio stocastico di Boltzman cioè quella di grado I è molto
probabilmente iniziata in un contesto in cui il cosiddetto fenomeno dell’”orbital steering” può
essere stato fortemente modulato dalle intriganti proprietà dell’acqua. Il fenomeno dell’orbital
steering, che potremmo tradurre con un analogo “sterzatura orbitale” o “spostamento angolare” è
stato studiato in anni non molto recenti, per spiegare la velocità con cui due elementi molecolari
riconoscono il sito catalitico o reattivo e siano “guidati” a reagire e quindi a rendere i due messaggi,
legati alle due molecole, informativi, da cui non solo ne deriva una riduzione dell’entropia
termodinamica nel complesso, anche se ritenuta di poco conto, ma anche, se non soprattutto,
informazionale. Quello che è sempre stato considerato importante in questa relazione tra due
molecole è lo spostamento angolare dalla sovrapposizione lineare, che si verifica entro lo spazio di
pochi gradi, nello stato di transizione nel complesso enzima-substrato e che avrebbe un’importanza
fondamentale sull’energia cinetica (e anche sull’entropia) della molecola 222. In poche parole, qui
stiamo parlando di un “qualcosa” che, modificando la relazione casuale tra due molecole di un
minimo, di poco cioè, riduce l’entropia delle stesse portandole ad una relazione o funzione ordinata.
La relazione funzionalmente corretta ed ordinata è una situazione con bassa entropia di Shannon.
142
L’orbital steering è quel fenomeno per cui una minima variazione angolare nel rapporto molecolare
tra due parti in due distinte molecole che, nella relazione, potrebbero essere un enzima e il suo
substrato, garantisce la funzione. Insomma, immaginiamo due molecole che devono riconoscersi
incastrandosi “perfettamente”, così che la loro relazione diventi stabile. Se l’angolatura, anche
interna, delle due molecole non è “perfetta” (da cui l’orbital steering), non avviene nulla. E’ chiaro
che il fenomeno dell’orbital steering è fondamentale per iniziare una serie di funzioni ordinate ma
noi crediamo, sulla base dell’ingente letteratura esistente sull’acqua liquida, che questa attività di
fine aggiustamento dell’angolatura spaziale tra due molecole, non possa essere avvenuta per caso
per “tentativi ed errori”, in un ipotetico mondo vuoto e spettatore, ma sia stata assolutamente
accelerata dalla particolare fisica-chimica dell’acqua. La letteratura ha messo in relazione il
fenomeno dell’orbital steering con l’entropia ed il tasso di accelerazione (della relazione funzionale
tra le due molecole), andando ovviamente a toccare anche l’entropia informazionale, nella reazione
enzimatica223-225. Quello che è decisamente importante sottolineare, citando un recentissimo lavoro
di un gruppo di ricercatori sloveni, è che, a questo livello, potrebbe essersi verificata la prima
dissipazione dell’entropia informazionale. Secondo i ricercatori dell’Università di Maribon, un
principio di produzione di massima entropia, quello che noi abbiamo più volte indicato essere il
meccanismo chiave delle strutture dissipative, viene usato come principio di selezione per
descrivere il reggiungimento più probabile dell’omeostasi (“steady state”) in condizioni di non
equilibrio in una reazione di cinetica enzimatica225. Gli autori hanno studiato l’entropia di Shannon
del sistema, valutando l’azione di un enzima che abbiamo introdotto qualche pagina fa, parlando del
glucosio, cioè la glucosio isomerasi225. La condizione in cui si verifica quella brevissima fase di
transizione che va dall’enzima al complesso enzima substrato è a massima entropia di Shannon e
coincide con il massimo flusso di reazione e la massima densità di entropia termodinamica, cioè in
pratica è come se fossimo nella fase di “verifica” dei messaggi. Gli autori fanno riferimento ad un
parametro, che chiamano Tr(J) che rappresenta un indicatore di rigidità o in alternativa di
flessibilità dell’omeostasi del sistema, chiamato anche “attrattore di divergenza”226-230. Minime
variazioni o fluttuazioni in questo stato riducono fortemente il parametro Tr(J) con una restrizione
nelle possibilità di transizione enzima/enzima-substrato e riduzione dell’entropia di Shannon225. Le
costanti cinetiche sono le uniche “forze” che portano avanti, secondo gli autori, la dinamica
omeostatica del sistema che funziona, sempre secondo gli autori, usando la massima densità di
entropia (e anche massima entropia di Shannon) nella relazione dinamica, cioè “mentre” avviene,
ma. a reazione avvenuta, con un valore di Tr(J) diminuito, l’entropia di Shannon si riduce
notevolmente225. Secondo questi studi, il mantenimento dinamicamente fluido dello steady state
enzimatico, con massima densità entropica e massima entropia di Shannon, assicurerebbe il corretto
143
funzionamento della stessa cinetica enzimatca, però, ritengono che nei sistemi biologici questa
situazione ideale non si verifichi in tal modo, avendo molte “costrizioni” rigide tra catene
enzimatiche e biochimiche225. Quello che è interessante del modello di Dobovišek è che la reazione
enzimatica si verifica in condizioni di non equilibrio termodinamico, e quindi si deve presupporre
che una dissipazione debba avvenire. Gli autori sloveni non hanno tenuto in debito conto la
funzione attiva dell’acqua in tal senso, tuttavia. Il calcolo della densità massima di entropia
potrebbe aver escluso il ruolo delle molecole d’acqua intorno al sito catalitico. Alcuni studi hanno
dimostrato che l’acqua, legandosi ai gruppi o alle superfici polari di una molecola o di una
macromolecola proteica, favorisce l’energetica del sistema (entalpia), mentre una dislocazione o
eliminazione dell’acqua da queste aree aumenterebbe l’entropia legata alla macromolecola231.
Dunque, in realtà, sebbene il modello di Dobovišek vale in termini teorici, in uno spazio stocastico
di Boltzmann, dove sono valide le leggi della meccanica statistica, il vero motore della dissipazione
informazionale è l’azione dell’acqua, che, sia riducendo il carico entropico ad una molecola ne
riduce l’entropia di Shannon (interagendo con le superfici polari) sia aumentando il carico entropico
dell’acqua (interagendo con le superfici apolari) riduce la densità di entropia della funzione e anche
la relativa entropia informazionale232. Sembra quindi che, quanto più l’acqua è organizzata nei
contorni delle strutture funzionali a formare precise organizzazioni topologiche, ci sia una ridotta (e
minima) entropia strutturale. In questo senso, l’acqua avrà avuto un ruolo fondamentale nel ridurre
anche l’entropia legata all’orbital steering.
Mentre può sembrare ovvio come si dissipa l’entropia collegata alle relazioni intermolecolari, con
due protagonisti nella relazione, la cosa dovrebbe complicarsi con tre o più soggetti nella partita.
Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui Prigogine era affascinato dalle reazioni accoppiate.
Modifiche all’entropia di Shannon accadono normalmente nelle reazioni chimiche, anche in quelle
organiche233. L’aumento o la diminuzione dell’entropia di Shannon, per il cui fenomeno abbiamo
parlato di dissipazione, potrebbe in realtà non riguardare le proprietà legate alla topologia di una
molecola e alla sua capacità di relazione ma al cosiddetto “campo topologico informazionale”, cioè
l’insieme di tutte le perturbazioni che una molecola o un insieme di molecole concertate in una
funzione, hanno e generano sul sistema ambientale fatto dall’acqua. La Figura 18 ci illustra questo
concetto. In questo caso, quindi, la riduzione dell’entropia di Shannon per dissipazione
riguarderebbe campi informazionali e la loro interazione con l’acqua. Se volessimo essere
esemplificativi e immaginare l’informazione legata ad una molecola come un sintagma e quella
associata al campo topologico come un brano, è evidente che si può fare un lavoro di riduzione
(miglioramento della forma espressiva del testo e maggiore economia) su entrambe le tipologie
informazionali (vedi Figura 18).
144
Figua 18 Simulazione al computer con software grafico di una dinamica di dissipazione dell’entropia
informazionale su campo topologico informazionale (simulazione), rappresentato da densità di entropia
illustrate in A e poi dissipate da B a D.
I campi topologici informazionali sono fondamentali perché possono anche plasmare l’andamento
caotico all’interno di un sistema funzionale234-236. Un campo topologico informazionale, se, come
deve essere in una struttura dissipativa, include oltre a strutture, anche relazioni tra le stesse ovvero
funzioni, diventa l’ambito dinamico su cui può agire una dissipazione di grado II. Il caos può in
effetti dinamicamente diffondere in un sistema chimico. Il cosiddetto “caos debole” (weak chaos)
può essere considerato la diffusione che corre su uno strato, per così dire, caotico, di una singola
risonanza, o anche lungo differenti strati di una rete di risonanze, diffusione che per periodi
significativamente lunghi di tempo può essere approssimata ad un processo normale diffusivo236.
Questo accade per il cosiddetto caos debole, associato al rumore di fondo. Nel caso in cui si
verifichi una perturbazione significativa in tempi rapidi o che vedono l’emergere di un caos “forte”,
è difficile poter valutare il processo di diffusione, anche se qualcuno ha usato l’entropia di Shannon
per rendee il sistema integrabile, sistema dove comunque questo fenomeno è quasi sempre attribuito
alle correlazioni di fase236. Ma cerchiamo di spiegare meglio.
145
Lo studio delle correlazioni di fase in un sistema caotico è importante per capire come va il caos e
cosa lo genera. Esso permette di distinguere un moto o processo assolutamente stocastico, cioè
veramente random, casuale, dalle oscillazioni caotiche che sono generate da dinamiche
deterministiche in sistemi non lineari. La dimunuzione delle proprietà di correlazione fino allo zero,
se si verifica per tempi lunghi, generando ciò che si definisce “splitting” delle correlazioni, è, ad
esempio, una conseguenza del miscelamento. Inoltre, se l’intervallo di tempo tra due stati di un
sistema è piuttosto considerevole, i sistemi diventano indipendenti236-242. L’introduzione di entropia
fa evolvere il sistema in una dinamica caotica, esattamente quello che accadrebbe per instabilità
delle traiettorie caotiche242. Il modo in cui si “muove” l’entropia di Shannon, e quindi la
dissipazione informazionale, può essere usato per capire l’andamento del caos in un sistema
dinamico236. E qui possiamo azzardare una interessante analogia. Mentre una struttura dissipativa
classica si forma lontano dall’equilibrio termodinamico, per dissipare forze contrastanti (forze
dissipative), la dissipazione informazionale si forma lontano dallo splitting delle correlazioni, dal
miscelamento, dove le forze contrastanti sono caratterizzate dal contrasto “comportamento
stocastico random” contro “caos deterministico”, quest’ultimo con una evoluzione che può riportare
il sistema ad un comportamento oscillatorio quasi-periodico o di weak chaos (caos debole) o
comunqe ad un cambiamento dinamico “più regolare” del sistema. Quindi, la dissipazione
dell’entropia di Shannon, avviene con gli stessi criteri, più o meno, della dissipazione
termodinamica, dove in quest’ultimo caso è la materia con energia che “alimenta” la dissipazione,
nel caso di Shannon è l’informazione che perturba la dinamica del sistema che sta dissipando.
Questo aspetto è fondamentale per comprendere il lavoro di dissipazione che svolge la dissipazione
di grado II nell’attività cerebrale. La topologia informazionale, che è data dalla distribuzione,
appunto, topologica, delle diverse densità di entropia di Shannon, è soggetta a continue
trasformazioni nel paesaggio dinamico con cui si muovono e correlano i diversi caos sullo strato di
frequenza oscillatoria dato dagli spikes e oscillazioni neuronali. Questi “caos”, in una rete di
neuroni interconnessi, sembra che siano di debole entità, per cui facilmente dissipabili. Le reti di
neuroni altamente interconnessi producono di fatto una dinamica caotica e dunque questo li pone in
una condizione particolarmente privilegiata a ricevere le minime perturbazioni possibili. Sappianmo
che il caos è fonte di impredicibilità e dunque dovremmo aspettarci che la minima perturbazione
crei una perdita di controllo sul segnale, una perdita nella turbolenza di Shannon, dato che il caos è
fonte di grande variabilità. Alcuni studiosi hanno dimostrato che le reti neuronali con
comportamento fortemente caotico producono “pacchetti” di spikes che in modo preciso codificano
stimoli tempo-dipendenti usando una decodifica per tempi di spikes di circa un decimo di
millisecondo, creando un linguaggio di ricorrenza che permette di distinguere risposte ad input
146
molto simili tra loro243. Praticamente, è come se il caos forte fosse ridotto in tanti “mini-caos” e che
tale ricorrenza di pacchetti di spikes nella rete ridistribuisca i segnali in tutta la rete caotica, di modo
che ad ogni singolo neurone sia associata una singola informazione sostanziale sui segnali che
arrivano da ogni parte243. Questa è una riduzione topologica (sulla rete) delle densità di entropia
informazionale. Potremmo paragonarla a questo tipo di lavoro. Se arriva un messaggio fortemente
entropico, generatore di un caos forte, come, in questo nostro esempio figurativo e immaginativo,
un brano del Macbeth di Shakespeare, un modo per decifrarlo è ridurlo a pezzettini sulla base di
codici di verosimiglianza, fonetici o sintattici, il cui ordine è l’ordine con cui è scritto, cioè, il
“timescale”, l’ordine rispetto al tempo. I vari codici, poi, dopo lo “splitting” possono essere
ricostruiti, per comunanza con codici pre-esistenti e ricostruire una buona bozza comprensibile del
brano, fino a tutto il brano completo, sempre per affinamento del lavoro di confronto, un po’ come
si fa con un puzzle. In effetti, su esperimenti fatti con reti neurali, modelli cibernetici del
funzionamento del cervello, soprattutto di aree corticali, è stato osservato che il caos, fonte
intrinseca di grande variabilità, ha un effetto fondamentale sulla capacità di reti ricorrenti di fare
una decodifica (riduzione entropia di Shannon) estremamente precisa degli stimoli in funzione del
tempo243. Ci sono almeno due fattori con cui questa riduzione dell’entropia informazionale
(decodifica) avviene. Il primo è la forza del rumore di fondo indotto dal caos e tale rumore di fondo
è rappresentato dalla variabilità di tutti i pacchetti di spikes evocati dal rumore dovuto al caos. Il
secondo è il segnale, cioè la sensibilità di questi pacchetti alla selezione dell’input. Il caos nelle reti
ricorrenti di spiking non esclude, in sé e per sé, la codifica accurata degli stimoli temporali; la
riduzione dell’entropia di Shannon permette di leggere questi stimoli sulla base di affidabili modelli
multi-picco che le reti caotiche producono tramite attrattori a bassa dimensionalità243. Quindi, la
cosiddetta “connettività ricorrente” distribuisce le informazioni sugli stimoli attraverso reti caotiche,
consentendo di ridurre l’entropia di Shannon di stimoli ad alta dimensione con “letture” a bassa
risoluzione. Nelle strutture dissipative biologiche dove è funzionante un sistema dissipativo
informazionale, la dissipazione di Shannon di grado II usa, quindi, dinamiche caotiche.
Torniamo adesso un attimo indietro e facciamo un piccolo ragionamento. Esiste una vasta pletora di
fenomeni fisici, come ad esempio l’intensità delle fluttuazioni di un laser caotico, il moto
browninano o la possibilità di rilevare singoli fotoni in un fascio luminoso, che è soggetta a
impredicibilità, almeno su scale temporali piuttosto considerevoli. Questa impredicibilità può
essere, per così dire, “misurata”, quantificata, da un “tasso di entropia”244. Questo tasso descrive
quanto rapidamente un sistema produce nuova informazione random (aumento entropia di
Shannon), un aspetto che è considerato fondamentale anche in meccanica statistica. Questo tasso è
inoltre fondamentale nel valutare il passaggio da un “rumore di fondo” e il caos deterministico244. In
147
effetti, la dinamica di una struttura dissipativa in funzione comprende l’accadere di eventi discreti in
momenti di tempo random. Esempi del genere in natura ne abbiamo molteplici, il pasaggio di ioni
attraverso una membrana biologica, ad esempio245, o la dinamica di un numero vasto di
neuroni244,246, eccetera. Ci sono due tipi di impredicibilità in questi sistemi, ovvero il rumore di
fondo (detto “noise”) associato con gli eventi random comprendenti i segnali di fondo, che
solitamente sono processi ad elevata entropia informazionale, tanto che possono essere descritti da
una distibuzione di Poisson e le dinamiche macroscopiche dell’intero sistema che partecipa
all’evoluzione informazionale del fenomeno, che può essere caotico244. Quando sono presenti
entrambi gli effetti, le dinamiche macroscopiche possono alterare la stocasticità del rumore di
fondo, tanto che il rumore di fondo a bassa entità può a sua volta alimentare le dinamiche su larga
scala, un fenomeno che può condurre quindi ad effetti molto fini e non banali come la risonanza
stocastica e la risonanza di coerenza (o coerenza caotica)236-239. In altre parole, le reti neuronali
fungono come i canali di capillarizzazione dei fiumi, per allagare la superficie di diffusione
dell’entropia informazionale, abbassandone la densità in una vasta regione spaziale. Nel nostro
modello ipotizziamo che l’attività neuronale, come quella cardiovascolare, del resto, è continua non
solo nella dissipazione energetica, come accade per tutte le funzioni organiche di una struttura
dissipativa bio-organica ma anche in quella informazionale, nel senso che mentre tutte le altre
funzioni si “alterano” in modo significativo solo in presenza di segnali, e quindi prevedono fasi di
cosiddetto riposo, cervello e cuore, diciamola così, non riposano mai. In particolare, l’attività
neuronale è caratterizzata, lungo tutta l’esistenza della struttura dissipativa bio-organica, da una
costante dinamica oscillatoria. Le neuroscienze attuali infatti considerano che, soprattutto in aree
talamo-corticali e corticali, le reti di connessione neurale, con connessione random dispersa e una
funzione di omeostasi degli input eccitatori ed inibitori fisiologicamente sotto controllo, producano
un’attivià continua di spiking e firing, cioè una sorta di oscillazione eletrodinamica stocastica di
fondo con possibili picchi, che caratterizza l’attività di base del cervello 250. Diversi autori hanno
riportato che questa attività sia perfino caotica, generando un cosiddetto “weak chaos” (caos
debole)251-257.
Il passaggio dal caos debole al caos deterministico potrebbe essere il fenomeno chiave che potrebbe
spiegare il concetto di “azione” in termini dissipativi e più precisamente in termini di funzione
biochimica. La correlazione tra i diversi caos potrebbe essere alla base di ciò che funziona come
“controllo sistemico” o di più funzioni contemporaneamente. E’ interessante riportare che l’entropia
di Shannon presenta il suo maggiore valore nel rumore di fondo, nel cosiddetto “rumore bianco”
(noise), con le minori correlazioni e che con l’aumentare delle correlazioni del “noise”, del
cosiddetto “weak chaos” (caos debole) l’entropia di Shannon si riduce notevolmente236.
148
Come poterci aiutare a capire come fa la dissipazone informazionale di grado II ad “aggustare” le
dinamiche caotiche oscillatorie di reti interconesse di neuroni in modo da consentire una
trasmissione informativa specifica? Dobbiamo fare degli esempi semplici. La prima idea che ci può
venire in mente è che le frequenze possiamo immaginarcele non più come onde che si muovono ma
come qualcosa che fotografiamo in un istante molto piccolo, in modo da aver una idea che “quella”
tipologia di rapporto tra le frequenze, fotografata nell’istante t, abbia un significao preciso, tale da
essere preso per un “segnale”, un “messaggio”, una”informazione”. Ci verrebbe fuori qualcosa di
molto simile ad una geografia, fatta di avvallamenti (segnale basso, vicino al rumore di fondo), di
collinette (segnale medio) e di picchi. Questa “struttura”, che non dimentichiamocelo, è dinamica,
la chiameremo “topologia informazionale”. Ma possiamo più semplicemente tradurre le valli o
pianure con un codice e i picchi con un altro, in modo da “identificare” le diverse topologie con una
stringa di Boole. Il paesaggio dinamico delle oscillazioni può essere “ridotto” da un punto di vista
informzionale ad una serie booleana: la regolarità oscillatoria, il “weak chaos”, la quasi-perodicità,
l’oscillazione modulare potrebbero essere associati allo 0 e al caos forte, alla perturbazione, alla
stocasticità, eccetera, il valore 1. Ovviamente questa esemplificazione vale se lo 0 registra segnali
“sotto una soglia” e l’1, segnali “sopra quella soglia”. Le soglie in effetti sono plausibili. La diversa
topologia informazionale di una variegata distribuzione delle densità di entropia di Shannon, ovvero
di zone periodiche e di zone caotiche, per così dire, può essere identificata, nella nostra analogia, ad
una stringa 1-0 di Boole che potrebbe essere “associata” ad una dinamica funzionale ben precisa e
dunque ad un elemento di una “raffigurazione”. Questo è un interessante lavoro di fino fatto in
concerto dalle dissipazioni di grado II e di grado I nel cervello. Ci torneremo tra qualche riga.
149
forse, allora, da qui siano scaturite caratteristiche tipicamente umane come la consapevolezza di un
sé, la coscienza e la mente pensante. Ci torneremo tra un attimo.
Intanto, cerchiamo di tracciare una linea ipotetica del perché nell’uomo c’è una dissipazione
(soprattutto di grado II) delle informazioni antitropiche e che cosa sono. La dissipazione
informazionale di grado II fatta dall’uomo sui messaggi antitropici è realizzata dalla “nominazione”
cognitiva, mentre negli animali questa nominazione non si verifica e i messaggi esterni, utili solo
per la sopravvivenza, si fermano nello spazio della percezione e del riconoscimento percettivo. Per
un gatto o un cavallo o un cane o anche un ratto, si potrebbe fare il semplicistico ragionamento che
questi esseri non si siano evoluti come l’uomo, nel senso che, molto banalmente non giocano a
scacchi, non scrivono canzoni o poesie, non recitano l’Amleto, non scrivono musica, non hanno un
percorso logico-matematico, eccetera, perché non hanno sviluppato un’adeguata complessità della
corteccia e delle sue relazioni funzionali con altri distretti del cervello. In parte questo è vero ma noi
crediamo che ci sia anche dell’altro. Si potrebbe dire, in parole povere, che il “computer” neurale di
un gatto avrebbe molta meno memoria ram di quello di un uomo e fosse fornito di un
microprocessore più scadente. Questa visione computazionale, che in parte poi, vedremo, ha diverse
analogie interessanti con la computazione informatica dei nostri dispositivi elettronici, non è che
non possa essere corretta: è che non rende sensato, dal punto di vista evolutivo, perché un essere
umano debba ascoltare Brahms, ovvero che utilità ha Brahms per l’evoluzione biologica. Poiché il
nostro filo conduttore è l’evoluzione biologica, dobbiamo chiederci perché si è evoluta una specie
che “elabora” input provenienti da un “qualcosa” che non serve alla sopravvivenza dell’individuo.
Tenete presente, cari lettori, che qualsiasi lavoro di elaborazione è un lavoro, costa materia ed
energia, e nessun organismo è disposto a fare un lavoro inutile. Dunque, il modello della
computazione non risolve l’enigma del perché l’uomo elabori informazioni inutili.
L’idea che ci siamo fatti è che sarebbe cosa evolutivamente vantaggiosa se nessun messaggio
esterno restasse ad alta entropia di Shannon o, in una parola più terra terra, se la struttura dissipativa
biologica potesse fare i conti con tutti i messaggi possibili e immaginabili, nessuno escluso, allo
scopo di ridurre l’energia (il consumo) del processo di dissipazione, il che sarebbe certamente un
guadagno evolutivo. Questa cosa la fanno le piante ma le piante dissipano moltisimi messaggi nuovi
“creando” nuove informazioni sintropiche solo sulla struttura dissipaiva bio-organica e possono
farlo perché hanno una fornitura energetica enorme, rispetto agli animali e agli organismi eterotrofi.
Gli organismi autotrofi e le piante possono raccogliere tutte le informazioni ambientali di tipo
chimico e fisico e di queste moltissime, se non quasi tutte, sono in grado di farle entrare in
dinamiche funzionali, già operatve o moltissime volte nuove, per cui consideriamo le piante degli
straordinari laboratori biochimici. Questo è possibile perché la fonte di energia e materia per le
150
piante è praticamente illimitata. Ma è stata anche la loro “sfortuna”. Potendo dissipare tutto creando
nuove informazioni sintropiche, non hanno avuto un gran bisogno di riaggiustare sempre relazioni
già costituite, per fare in modo che non “crollassero” con l’introduzione di nuovi messaggi. Le
piante, i nuovi messaggi, più che farli entrare in una omeostasi li hanno usati per costruire nuove
funzioni e hanno anche risparmiato sulla complessità, perché le nuove funzioni non le hanno
distribuite più di tanto in organismi vegetali sempre più complessi ma in sottospecie sempre più
variegate. Per cui, alla fine, le piante non hanno evoluto una struttura dissipativa informazionale
definita, non avevano bisogno di “gestire” equilibri energetici pre-definiti da eventuali sprechi e
turbolenze informazionali.
Nell’uomo, invece, deve essere accaduta una cosa piuttosto singolare. Ha preso (inconsapevolmente
e come analogia) esempio dalle piante ovvero ha assunto la capacità di fare entrare nel sistema
dissipativo informazionale “qualsiasi” messaggio e di renderlo “informativo” per confronto
dinamico. Come è avenuto ciò nell’evoluzione potremmo anche attribuirlo alle teorie
paleobiologiche che affrontano l’origine degli ominidi e la loro evoluzione come esseri bipedi, con
la diminuzione del valume del bacino nelle femmine a causa della deambulazione, il restringimento
conseguente del canale del parto, la nascita più prematura rispetto ad altri primati, l’instaurarsi nella
storia naturale del fenomeno dell’infanzia e dell’accudimento dei neonati per un certo lungo tempo.
In questo contesto sarà stato possibile che, in costante condizione di accudimento, moltissime
informazioni siano arrivate in corteccia passando da un meccanismo di “piacere” e di “ricompensa”,
dato che l’”aversione” associata al rischio o pericolo veniva molto ridotta dall’accudimento. E forse
questo potrebbe aver generato perfino una specie di meccanismo simile all’ “addiction”
(dipendenza) nella ricerca di informazioni, un fenomeno che potrebbe persino illuminare l’ipotesi di
come sia nato il gioco. Probabilmente, non è stata tanto, o solo, la manualità degli arti superiori ad
avviare l’evoluzione della complessità cerebrale negli ominidi ma forse, più banalmente, l’aver
giocato da piccoli sotto la protezione della mamma258. Ovviamente, nello sviluppo del cervello
degli ominidi sono intervenuti molti altri fattori, perfino nutrizionali, ma è certamente possibile che
si sia creata una vasta attività di dissipazione di messaggi esterni considerati “buoni”, rispetto ad
altri mammiferi prossimi all’uomo nella scala evolutiva258,259. Per un gatto, quindi, i cui cuccioli
appena venuti al mondo, hanno a che fare con un ambiente esterno pieno di pericoli, il “filtro
cognitivo” è dato soprattutto dal rapporto che il messaggio nuovo ha con l’olfatto. In effetti, la
perdita della regalità dell’olfatto come principale valutatore dei messaggi esterni negli ominidi, può
essere un interessante bivio all’origine dell’intelligenza nell’uomo rispetto ad altri mammiferi.
L’olfatto è l’unico senso la cui neurobiologia non prevede vie provenienti da recettori primari che
proiettino a nuclei del talamo prima di raggiungere una qualsiasi area della neocorteccia ma, in
151
realtà, la corteccia piriforme (o lobo piriforme) fa parte dell’archicorteccia, che ha solo tre strati e
non sei, come la neocorteccia. Quello che è senza dubbio interessante è che l’olfatto è fortemente
connesso a percezioni emotive, il che suggerirebbe che se il messaggio è nuovo, spesso è associato
a “rifiuto”, se non ci sono elementi di “familiarità”. E’ interessante sapere infatti, dalla
neurobiologia, che la corteccia pririforme ha assoni che portano al talamo e da qui proiezioni che
vanno ad aree associative della neocorteccia orbitofrontale, che, cosa curiosa, sono deputate alla
percezione del dolore. E inolte, la corteccia entorinale proietta a formazioni mesencefaliche,
all’ippocampo, all’amigdala, al talamo e al’ipotalamo, dove si verifica la percezione emozionale
dell’odore. E’ chiaro che negli animali, più che nell’uomo, l’olfatto è il pricipale ingresso con cui
una dissipazione informazionale dei messaggi esterni si verifica e crea un apprendimento. In effetti
l’attività oscillatoria dei neuroni olfattivi è molto complessa nei diversi “phyla” di animali e in un
certo senso giustifica la complessità dei sistemi di elaborazione dell’olfatto fino ai mammiferi260,261.
In parole povere, per i mammiferi fino ai primati compresi, escludendo l’evoluzione poi conseguita
dagli ominidi, ma comunque in genere per tutti gli animali, i messaggi esterni sono filtrati come
“familiari” o no e dunque “non pericolosi” o no ma l’apertura all’ingresso dei messaggi è dunque
“diffidente”. Negli animali si è evoluta la cosiddetta “diffidenza cognitiva”, negli ominidi, molto
pobabilmente, la cosiddetta “profidenza cognitiva”. Questo è stato l’inizio dell’accettazione di
messaggi anche antitropici. Ovviamente si tratta di ipotesi. E’ possibile che anche l’evoluzione delle
vie gustative in questo contesto abbia avuto un ruolo. Probabilmente, come si accennava, l’ingresso
dei messaggi come messaggi potenzialmente benefici (e dunque se benefici anche “familiari”), oltre
ad un meccanimo di rewardng (ricompensa), avrà riguardato l’evoluzione del signaling del
glutammato, dato che il glutammato e l’acido glutammico, con gli zuccheri, sono i principali
mediatori del gusto, e del piacere ad esso collegato, nei primati262. E in effetti, già nei mammiferi,
l’area ventrale tegmentale e la pars compacta della substantia nigra, contengono neuroni misti
dopaminergici e glutamatergici, che giocano un ruolo nei meccansmi di ricompensa e di
aversione263.
L’ipotesi che quindi qui si sta facendo è che negli ominidi lo sviluppo della neocorteccia non sia
legato solo all’uso degli arti superiori ma alla considerazione “pro-attiva” dei messaggi esterni. E
forse è anche qui che si colloca il fondamentale e stretto rapporto tra movimento e cognizione. La
ricezione degli stimoli è dunque un fattore fondamentale per la riduzione dell’entropia di Shannon,
dato che maggiore è la quantità di messaggi con potenziale informativo che arrivano alla macchina
dissipativa, maggiore è la “vita” della stessa “macchina”. Dalle evidenze emerse in letteratura e
dalle ipotesi percorse finora, alcuni messaggi arrivano ai sistemi di riduzione dell’entropia
152
informazionale, che sono definiti anche con il termine generico di “decodificatori”, attraverso la
modulazione delle dinamiche caotiche che si verificano nelle reti neuronali.
Vediamo di capire come.
Ipotizziamo adesso di essere al supermercato e di stare facendo la spesa. Abbiamo un po’ di cose da
comprare e passiamo in rassegna, tra il distratto e il pensieroso, diversi reparti. Poi, dopo essere
passati alla cassa automatica e pagato con il bancomat, torniamo a casa, facciamo la nostra vita,
incontriamo degli amici, facciamo tardi la sera, andiamo a letto e dormiamo. Dopo circa una
settimana, al lavoro, verso tarda mattinata, un collega ci racconta che in quel supermercato il giorno
in cui avete fatto la spesa, poche ore dopo il vostro acquisto, c’era stata una rapina e che l’uomo che
l’aveva perpetrata era un signore grasso di mezza età con uno strano cappello fucsia. Quello che ci
succede è qualcosa di molto interessante. Ci vengono in mente particolari del supermercato che non
avevano affatto destato la nostra attenzione e forse riusciamo anche a ricordare che un uomo con il
cappello fucsia lo avevamo distrattamente notato al banco dei salumi. Non sembrava ce ne fossimo
accorti. Cosa potremmo dire? Il fatto che il caffè sia nello scomparto a sinistra del banco frigo e che
lo shampoo è quattro scomparti più a sinistra, avendo alle spalle il banco salumi o che il prodotto
per pulire i pavimenti costava più di due euro e sessantacinque, tutte cose che ci erano tornate in
mente, non dovrebbe servire alla nostra sopravvivenza, almeno, apparentemente. Eppure, da
qualche parte, queste informazioni sono “entrate”. Una selva di messaggi “apparentemente” inutili
ragginnge il sistema di decodificazione, stiamo cioè dicendo che una massa enorme di messaggi
viene sottoposta a riduzione dell’entropia di Shannon. Ora, è chiaro che non si tratta solo di un fatto
di percezione di cose e azioni presenti nell’ambinte. Anche un gatto o un macaco, se si muovessero
nello stesso supermercato, vedrebbero e percepirebbero lo spazio né più né meno di come lo
vediamo noi, ma nessuno dei due ha mai nominato, né nominerà mai, oggetti e azioni percepiti
dall’ambiente. Il fatto che noi facciamo entrare proprio tutto potrebbe sembrare uno scandaloso e
assurdo spreco di energia. Soprattutto perché molto, se non la maggior parte, di quello che ci passa
davanti, ce lo dimentichiamo dopo non molto tempo. A che serve? Prima di tentare una risposta,
faremo una piccola digressione sul processo di nominazione.
Ipotesi: la nominazione come processo chiave della dissipazione dei messaggi antitropici
Il processo di “nominazione”, dare un nome a ciò che emerge nella nostra realtà percettiva, è senza
dubbio un fatto esclusivamente umano e forse può darci luce sulla gestione di ciò che abbiamo
definito messaggi antitropici. Senza dubbio, la nominazione è un pocesso che ha a che fare con
l’evoluzione del linguaggio ngli ominidi, forse iniziata 100.000 anni fa, e su cui c’è ancora un
acceso dibattito in corso264. Essendo il linguaggio un processo altamente ordinato e coordinato, si
153
può presumere che la sua evoluzione abbia a che fare con un processo di dissipazione
informazionale. E possiamo fare un ragionamento speculativo molto semplicistico ma logicamente
ancora in piedi. Se i messaggi esterni sono utili alla sopravvivenza, l’organismo, dopo dissipazione
informazionale, userà i messaggi come memoria relazionale, sia per riconoscere messaggi simili, sia
per discriminare messaggi buoni da messaggi cattivi. Gli interessano solo i messaggi utili alla
sopravvivenza, tutti gli altri sono esclusi. E in effetti un animale, solitamente, scappa. Se invece
qualsiasi messaggio entra, la sua dissipazione informazionale può avvenire in due modi: a) o si
associa ad una funzione basilare (pericolo, riconoscimento di specie, richiamo, predazione,
eccetera), oppure, dato che la maggior parte di tali messaggi sono antitropici, li si deve
“denominare”. In effetti, fuori da un “obbligo” di tipo fisico, come lo è la dissipazione, è assurdo
concepire un perché negli ominidi si sia sviluppato l’obbligo di una nominazione dei messaggi, dato
che “accumulare” messaggi è dannoso e controproducente per la dissipazione bio-organica. Non è
neanche percorribile l’idea che la nominazione fosse nata e risultasse utile per “identificare” oggetti
e azioni da “comunicare” all’altro, perché c’è una infinità di messaggi che non sono utili da
comunicare per la sopravvivenza spicciola di un individuo e della sua comunità, considerando
anche che, come negli animali, c’è un intero mondo di linguaggio non verbale. Quello che è
assolutamente interessante è che anche il linguaggio, che senza dubbio è associato al processo della
nominazione, si configura come un meccanismo di tipo computazionale264,265. Come vedremo più
avanti, tale meccanismo, sebbene non sia realmente un meccanismo come si potrebbe considerare
qualsiasi tecnologia, è possibile sia un prodotto della dissipazione informazionale. Perché
nell’uomo si sviluppa un linguaggio ed una nominazione? Secondo noi, questo è l’effetto della
caratteristica “pro-fidente” degli ominidi. L’ingresso di tutti i possibili messaggi nella dissipazione
di Shannon, ovvero la loro “accettazione pro-fidente”, forse avviata da meccanismi pro-attivi e di
ricompensa, ha “obbligato” la struttura dissipativa bio-organica all’elaborazione interna. La
struttura dissipativa informazionale è stata costretta a ridurre l’entropia di queste informazioni
catalogandole, più che associandole a memorie di “pericolo”-“familiarità”. Già, ma come?
Probabilmente, per confronto. Negli animali, dove, ad esempio, l’olfatto è ancora molto sviluppato,
il “confronto” in una selva di messaggi di riconoscimento è solo nel grande gruppo degli odori
“familiari”, ossia buoni, affidabili. E quindi, se una ipotetica nominazione dovesse svilupparsi negli
animali, essa riguarderebbe solo i messaggi buoni. Quelli “cattivi” sono paragonati con quelli buoni
semplicemente perché “sconosciuti”. E’ chiaro dunque che, com’è accaduto per gli ominidi, la
platea di messaggi “buoni” è stata appresa dentro il rapporto “affidabile” con i consimili. Tuttavia,
negli ominidi, nei quali si è siluppato il processo dell’infanzia, è possibile che la quantità di
messaggi “affidabili”, per gli stessi criteri di altri mammiferi evoluti, sia stata in realtà molto più
154
alta. Non solo. Ma l’uso delle mani ha portato moltissimi oggetti, forme e colori a portata
immediata non solo dell’olfatto e del gusto, ma del tatto e della vista, e non è un caso che nell’uomo
si sia sviluppata proprio quest’ultima rispetto all’olfatto. In effetti, un infante accudito dalla
mamma, non è come un cucciolo che deve muoversi nelle praterie e che quindi deve percepire con
molta finezza l’avvicinarsi del possibile pericolo, prima ancora di scorgerlo con la vista o con
l’udito. Un infante ha, a portata di mano, oggetti che sono facilmente a portata di bocca e di occhi.
La conoscenza orale è stata (ed è) senza dubbio fondamentale per lo sviluppo della cognizione266-
268
.
155
una rimodulazione “ordinante”, si rimarrebbe in una situazione di turbolenza. La funzione ordinante
è la dissipazione di grado II sulla dinamica caotica delle oscillazioni neurali. Si crea quindi una
nuova distribuzione, più “modulare” della prima che ha più probabilità di “aggangiare” una
successiva modificazione al pattern caotico che, ancora sotto dissipazione, diventa ancora più
modulare ed ordinata e così via, per cui la dissipazione di Shannon di grado II crea una topologia
meno “disordinata” e più “definita” che è associata ad una funzione biologica. Se volessimo essere
più riduttivi, ipotizziamo che ad un certo “tono” dell’oscillazione delle reti neurali (esempio, tono
costante, omogeneo o quasi-periodico) si dia il valore 0 (dall’algebra di Boole) e alle variazioni,
picchi, spikes o bursting si dia il valore 1 (dall’algebra di Boole). Alla visione “colore rosso” è
associata una topologia ben definita in corteccia, ad esempio un messaggio che dovrebbe tradurre il
“colore rosso” è associata una stringa 01001101101110100110010011010010001, eccetera.
Ovviamente, stiamo facendo una ipotesi. La stessa cosa potrebbe accadere con “linea verticale”,
“linea orizzontale”, “rettangolo”, “parallelepipedo”, “riempito di rosso”, “scritta in alto”,
“confezione di caffè”. In questo caso, le diverse topologie informazionali, create sul caos neuronale
dalla dissipazione informazionale di II grado, non può creare funzioni molecolari ma “rapporti
figurali tra informazioni”, quello che noi chiamiamo “raffigurazioni”. La dissipazione
informazionale di II grado lavora su dinamiche e non sulla relazione tra oggetti e dunque il suo
risultato è una rappresentazione relazionale, una figurazione, quindi. Queste figurazioni, che
arrivano in corteccia, essendo topologie informazionali cioè diverse dinamiche con cui i neuroni
oscillano, decidono anche della modalità con cui oscillano i neuroni interessati a fibre cortico-
subcorticali, laddove si generano emozioni e memoria. In queso senso, i messaggi antitropci sono
soprattutto usati per il riconoscimento di messaggi nuovi in arrivo. In pratica, la nominazione ci
serve per dissipare più velocemente qualsiasi messaggio. E la nominazione è la base per la
memoria, dato che il confronto, di un messaggio antitropico nuovo, lo facciamo con tale memoria,
argomento di vastissimo interesse. L’ingresso quindi di tutti i messaggi nello spazio di azione, ha
“costretto” gli ominidi, a causa della dissipazione informazionale, a “nominare” tutti i messaggi in
entrata, ovvero la ”nominazione”, come processo tipico della dissipazione informazionale, è stato
da subito attribuire una “identificazione” topologica precisa ad ogni messaggio soggetto a
dissipazione. E a questo punto è possibile speculare sull’idea che i messaggi antitropici nominati
siano stati abbondantemente usati dalla dissipazione di Shannon per aumentare l’efficienza stessa
della dissipazione. Come? La Figura 19 ne riassume il concetto.
156
Figura 19 Ipotesi su come lavora la dissipazione informazionale di grado II nella trasmissione del messaggio
fino al riconoscimento corticale (modello semplificato). Ipotizzando che il nostro oggetto sia una scatola di
caffè vista per la prima volta nella nostra vita, le diverse manifestazioni dinamiche (caotico-oscllatorie) dei
neuroni che devono “elaborare”, secondo la neurofisologia, l’oggetto, non sono altro che topologie
informazionali dissipate e che possono essere tradotte in stringhe 1-0 di Boole. Ogni particolare, all’inizio, è
identificato (nell’’esempio l’ipotetica identificazione del colore rosso).. Quando l’oggetto è stato identificato, le
diverse modulazioni dei neuroni alla vista di una nuova confezione di caffè (l’oggetto in questione), sono
“aggangiate” per riconoscerne pattern (oscillatorio-caotiche) comuni (quadrati rossi), da cui l’identificazione
immediata connotevole risparmio dissipativo.
Sebbene la nostra ipotesi somigli molto ad una elaborazione computazionale, il motore che crea
tutto ciò è la dissipazione informazionale, se ciò non avvenisse, ad esempio, saremmo costretti a
“memorizzare” tutto, per filo e per segno e inoltre, se usassimo il criterio qui riportato senza essere
costretti a memorizzare proprio tutto, vedremmo gli oggetti in una dimensione fluida e sfuocata o ne
udiremmo un suono non chiaro e pieno di strane armoniche, eccetera. Bisogna precisare che i
messaggi antitropici non sono messaggi subliminali perché hanno uno stretto rapporto con la
dimensione cognitiva cosciente. All’inizio, la riduzione avviene solo sulla densità di entropia
informazionale nelle dinamiche oscillatorie dei neuroni, senza dover essere necessariamente seguita
da una riduzione dell’entropia legata a funzioni biologiche. Cosa significa? I messaggi sono
“tradotti” da modificazioni nella dinamica oscillatoria dei neuroni. Questo vuol dire che
l’informazione contenuta nel messaggio ha una fase temporale, brevissima, in cui modula una
topologia dinamica ed è qui che si verifica una prima dissipazione informazionale. E’ molto
157
probabile che queste oscillazioni siano legate alle oscillazioni del calcio ionizzato, dato che il calcio
ha una enorme versatilità informazionale e ubiquità in molti tessuti, eccitabili e non269,270. Il calcio
ionizzato libero nel citoplasma è il motore di una dinamica oscillatoria molto complessa, anche
tempo-dipendente271,272. E’ possibile quindi pensare che una rete interconnessa di neuroni
funzionanti e con oscillazione caotica debole e induzione di spikes, si trovi, in un preciso tempo t
molto breve, in una precisa geografia dinamica di queste attività, configurando una ben precisa
topologia informazionale. Un qualsiasi messaggio, che incontra, nel tempo infinitesimale, tale
configurazione si trova ad aumentare l’entropia informazionale della dinamica oscillatoria, sia per
induzione di altre frequenze oscillatorie che modificano le dinamiche caotiche del calcio, sia per
effetto di diversi neuro-modulatori273,274. La nuova topologia informazionale risulta a ridotta
entropia di Shannon quanto meno random e stocastica è la dinamica oscillatoria o quanto più
sincrona è l’attività neuronale275,276. Secondo alcuni autori l’informazione di Shannon è una misura
della ”novità” e quindi è una misura dell’emergenza, che è correlata con le dinamiche caotiche277,
mentre l’auto-organizzazione, stimata come l’inverso dell’informazione di Shannon, è un indicatore
di ordine278. Questo indica che l’emergenza di un segnale è vista come un aumento dell’entropia di
Shannon. Come con, in un esempio un po’ bizzarro, un ritmo di diverse percussioni, che hanno
andamento oscillatorio o ritmico, l’entrata di una frequenza nuova “obbliga” la dinamica del ritmo a
cambiare modulo oscillatorio (o caotico), la dissipazione dell’entropia di Shannon avviene
riducendo il tasso di turbolenza ritmica e di non sincronizzazione. Questa prima modifica è un
segnale dinamico. Essendo un segnale è anche uno stimolo per una successiva modifica nelle
dinamiche oscillatorie di altri neuroni o altre reti neuronali collegate. Considerando i messaggi
antitropici, essi creano un’emergenza nella dinamica caotica delle reti neuronali, ad esempio se il
messaggio è visivo, l’emergenza dovrebbe interessare i neuroni del nucleo genicolato laterale, in
area talamica (sub-corticale)279,280. La dinamica con cui ci passa davanti una confezione del caffè
del supermercato con un certo colore ed in una certa posizione in relazione ad altri oggetti, che noi
notiamo ma su cui non ci facciamo caso, è il prodotto di un susseguirsi di processi di dissipazione
delle topologie informazionali che vanno, parlando ancora di visione, dal chiasma ottico alle aree
ottiche occipitali 17, 18 e 19, passando per il corpo genicolato laterale del talamo, che portano
informazioni a pezzi modulari e modulati da ricostruire e “associare” e che tornano a noi come
raffigurazione, cioè quello che “noi” vediamo in quel momento, anche se distrattamente, è la traccia
biologica sulla dinamica dissipativa di quella serie di informazioni emergenti281.
Per capire questo fenomeno è necessario asserire, sempre per ipotesi, che le dinamiche caotiche-
oscillatorie dei neuroni non siano affatto percepite dall’organismo. Quello che è “percepito”
dall’organismo è il legame funzionale di queste dinamiche con “biomolecole” e sistemi di signaling
158
intracellulare, cioè molecole, recettori e compagnia bella. Quindi, la dissipazione informazionale
crea un disegno (“topologia”) su questa dinamica neuronale che, anche questo, non è percepito dal
nostro essere. Immaginiamo che a precise dinamiche di dissipazione associamo una relazione
funzionale con una macromolecola (di solito un neurotrasmettitore o neuromodulatore): questa
associazione paragoniamola, per nostra comoda comprensione, ad un buchetto sul nostro foglio
bianco. Le diverse topologie che la dissipazione lavorando crea sulle comunicazioni caotiche tra
neuroni siano, ad esempio, caratterizzate dall’aggiunta sul foglio di diversi buchetti, separati, in un
modo che ci appare, così, a prima vista, casuale. Ogni buchetto è l’intervento nella dinamica di una
funzione biologica (della dissipazione bio-organica). Se noi fossimo la corteccia saremmo
autorizzati, ora, a prendere una matita e a passare uno strato di grafite su tutti i puntini. Ne viene
fuori una immagine. Per associazione con dinamche simili riconosciamo che si tratta di un oggetto
preciso: una confezione di caffè. E’ a questo punto che noi ce ne accorgiamo, ne acquistiamo
consapevolezza. La consapevolezza è il prodotto molecolare di una raffigurazione, una
(banalizziamo un pochino) “relazione delle molecole con il caos”. Ed essendo un prodotto
molecolare c’entra con tutto il corpo.
In assenza di strutture funzionali, fatte di molecole e di recettori, noi non ci accorgiamo di nulla,
non abbiamo percezione di noi stessi senza il rapporto strutturale con il corpo, anche per le funzioni
mentali. Il pensiero nasce caotico ma emerge a noi come non caos.
159
e cioè: 1) l’assoluta libertà d’ingresso di tutti i messaggi, anche quelli inutili, come capaci di
modifiche alle dinamiche oscillatorie neuronali. Questa è la ”materia” per la dissipazione
informazionale e dunque la “macchina” dissipativa (informazionale) non si ferma ma è
continuamente “nutrita”; 2) la dissipazione informazionale diventa essa stessa simile al messaggio
antitropico e alla comunicazione tra neuroni, dato che anch’essa modifica il caos come può farlo un
messaggio esterno e crea modulazione come possono farlo i neuroni tra di loro dopo il messaggio;
3) il lavoro di raffigurazione è talmente esaustivo, dato che tutti i messaggi sono riconosciuti e
nominati, che il mondo di queste attività coincide con il mondo esterno. Possiamo quindi dire che, a
causa del processo di dissipazione informazionale, si crea un “qualcosa” che ci fa vedere il mondo
per come il “qualcosa” lo legge e siccome, per gli aspetti riportati sopra, il processo è esaustivo, il
mondo esterno esiste ma per noi è quello che noi riconosciamo e nominiamo. E’ ovvio che la
mente, che fa da impenetrabile mediatore tra noi ed il mondo “vero”, farà per forza da mediatore tra
i messaggi interni e l’esterno. Ed è esattamente questo il principio cardine per cui noi abbiamo
consapevolezza di noi stessi.
Questa consapevolezza tiene conto della dinamica cognitiva.
Tornando al famoso supermercato, la confezione di caffè sullo scaffale potrebbe benissimo essere
identificata da una stringa di codice 1-0 (booleana), come giò riportato in Fgura 19, qualcosa di
simile ad un codice a barre, insomma, dove tutti i parametri di riconoscimento che si tratta di una
confezione di caffè di colore rosso, posta su un certo scaffale, sono stati gradualmente dissipati in
un ordine che, dalle aree visive 18 e 19 (aree di Brodmann) ci ritorna come “quella più adattata
all’immagine interna che potevamo ricostruire dall’enorme serie di messaggi antitropici che ci
arrivano nel corso della vita”. Il codice 1-0 è una idea, che viene semplicemente dal modo in cui le
diverse oscillazioni sono dissipate, oscillazioni che variano in topologia informazionale essendo
dipendenti dal tempo, dal rapporto con le aree emotive e della memoria e dal rapporto con la
dissipazione bio-organica.
Dove va a collocarsi l’immagine antitropica? Ogni informazione che arriva alle aree cognitive è
dunque una topologia complessa di più “paesaggi” dissipativi e la sua associazione con dinamiche
molecolari ce la fa arrivare a noi come raffigurazione. Questa raffigurazione è fondamentale per un
successivo riconoscimento, ad esempio quando dovessimo fare un giro in un supermercato diverso
da quello di prima con altre marche di caffè ma soprattutto afferma l’obbligo dell’identificazione.
L’obbligo del’identificazione è una evoluzione del meccanismo di dissipazione.
Ipotizziamo infatti che una certa immagine entri nel nostro campo visivo per la prima volta e noi
non abbiamo mai fatto conoscenza di nulla. Se è la solita confezione di caffè, che appare dal nulla,
o noi abbiamo già “qualcosa” con cui paragonarla oppure resta nella sola percezione emotiva,
160
facendoci paura. In una volta successiva, la stessa confezione di caffè, sarà paragonata con l’effetto
emotivo, e ne avremo più paura di prima, sparisce perfino una, pur debole, curiosità. Le
raffigurazioni non servono solo al riconoscimento ma ovviamente, essendo dinamiche oscillatorie,
possono essere trasferite ad aree interessate alla percezione motoria, emotiva e della
memorizzazione. Se la mente, come struttura dissipativa informazionale, esegue dinamiche simili a
quelle oscillatorie neuronali, può perfettamente ricreare raffigurazioni complete o parziali e miste
in altre sedi anatomiche con dinamiche oscillatorie neurali e con la stessa dinamica può “attaccare”
un messaggio antitropico a raffigurazioni mentali. Anzi, questa è l’attività che normalmente svolge.
Questo processo si chiama “etichettatura”. E’ obbligatorio per la dissipazione dei messaggi
antitropici, che altrimenti creerebbero un aumento dell’entropia di Shannon e turbolenza
informazionale. Potremmo definirla come una “fascicolazione” provvisoria di raffigurazioni e di
stimoli, che la struttura dissipativa informazionale potrebbe “associare” a funzioni tipiche del
midbrain, il cervello sub-corticale o mesencefalo. Abbiamo detto altrove che tutti i messaggi, per
definizione, sono a entropia di Shannon positiva. Questo non vuol dire che sono antitropici. Mentre,
nello spazio di percezione, una palla che ti sta arrivando contro è un messaggio sintropico, perché ci
cosringe ad attivare funzioni di tutela e una serie di movimenti, la palla rossa rispetto alla palla
gialla è un messaggio antitropico. Sono state evidenziate nell’uomo connessioni, anche se sparse,
tra aree corticali pre-frontali e mesencefalo, che dovrebbero avere anche un fondamentale ruolo
regolatorio sui circuiti dei gangli cortico-basali, soprattutto aree come la substantia nigra e l’area
ventrale del tegmento282. Nei mammiferi, primati compresi, questa correlazione regolerebbe infatti
l’azione dei neuroni produttori di dopamina. La pars reticulata della substantia nigra è molto ricca
di neuroni GABAergici, che spontaneamente e continuamente producono weak chaos, attraverso
“firing” di potenziali d’azione283,284. Molti messaggi antitropici sono spesso associati con l’aspetto
emozionale del soggetto, che quindi interessa, non solo i gangli della base 285, ma anche la corteccia
insulare, il cingolato anteriore, la corteccia pre-frontale, l’amigdala, il nucleo grigio
periacquaduttale, il nucleo ventrale striato286. In effetti qualcuno in passato ha riunito tutti questi
circuiti in un macro-sistema, chiamato “rete centrale automomica”286,287. Alcuni autori hanno
ipotizzato che il segmento esterno dei gangli della base nel nucleo subtalamico “globus pallidus”,
sia costituito da un paio di stratificazioni di neuroni aventi dinamiche oscillatorie, esibendo una
varietà di regimi dinamici come caos, onde di frequenza e clustering. Questo sistema sarebbe anche
associato con il sistema di “rewarding” (ricompensa) della pars compacta della substantia nigra288-
290
.
Una sorta di clustering dei segnali di frequenza potrebbe essere alla base del fenomeno di
“etichettatura”. Non si sa ancora se questo clustering è del tipo “bottom up” o “top down”. Forse,
161
nel meccanismo di etichettatura che compie la struttura dissipativa informazionale, è possibile che
più stimoli siano impacchettati in cluster di verosimiglianza, forse frequenziale, non sappiamo.
Nella nostra ipotesi, la struttura dissipativa informazionale non filtra alcun messaggio esterno tra
quelli che entrano nel nostro spazio degli eventi percettivi che, a differenza degli animali, crea un
campo cognitivo-emozionale di informazioni non tutti decisamente evolutivamente necessari per
l’omeostasi biologica. Deve risultare chiaro al lettore che, secondo il nostro modello, tutti i
messaggi esterni sono ad elevata entropia di Shannon e tutti, se all’interno del campo di percezione,
“entrano” e subiscono il fenomeno di dissipazione informazionale. E’ chiaro che l’etichettatura
serve soprattutto a far sì che il messaggio antitropico sia dissipato. La dissipazione più semplice è
data dal processo di verosimiglianza o di appartenenza, con raffigurazioni già presenti nella
memoria figurativa e rappresentativa. Dunque, i messaggi entrano tutti e non c’è alcun filtro in
entrata. La mente utilizza gli stessi criteri di un sistema termodinamico aperto, è totalmente
inclusiva (d’informazione, ovviamente), come lo è un organismo biologico (di materia ed energia).
La vertigine di informazioni antitropiche (il colore della marca del caffè, il suono di un pianoforte,
il cappellino strano di quella signora, la risata di un bambino che gioca con la mamma, eccetera),
non danno luogo a decisioni immediate in rapporto alla vita o alla morte dell’organismo. E dunque:
a che servono? In condizioni ideali, l’associazione dell’entropia di Shannon con quella di Boltzman
(termodinamica) potrebbe farci calcolare un’unità di informazione (1 bit) pari al valore di energia di
0,96x10-23 J/K. Dunque, la dissipazione dell’entropia informazionale è anche una dissipazione nel
campo energetico, mette ordine e dunque è spontanea, nell’economia della dissipazione. Il
clustering potrebbe essere un modo in cui le oscillazioni nelle reti relazionate di neuroni
raggruppano le variazioni sul caos generate dagli stimoli esterni. Queste variazioni sono piuttosto
variegate in topologia e dinamica, contano su una vasta variabilità nei rapporti tra neuroni
elettricamente accoppiati, in cui uno può essere più tonico nelle oscillazioni e l’altro più “a ritmo”
(bursting), o entrambi a tono o a ritmo, quindi in neuroni uniti da gap-junctions, sono possibili
biforcazioni caotiche che cambiano il pattern con cui nella rete viaggia l’ìinformazione
esterna290,291.
L’etichettatura è un percorso che la struttura dissipativa informazionale fa continuamente ed è
assolutamente agevole, dato che le raffigurazioni raccolgono paesaggi dinamici, già dissipati, in cui
qualsiasi nuovo oggetto (ovvero informazione) può facilmente trovare collocazione. Ora, l’attività
d’identificazione e riconoscimento cognitivo è quasi sempre legata ad attività motorie o decisionali,
di cui si farà cenno più avanti, e pertanto molte “etichettature” di raffigurazioni vengono attaccate a
funzioni non cognitive, che possono dar luogo sia a emozioni che a decisioni. E’ chiaro, tuttavia,
che trattandosi di relazioni figurative, rappresentative e non strutturali, la confezione di caffè può
162
essere riconosciuta (ad esempio) sia da una raffigurazione in cui noi abbiamo visto la confezione al
supermercato con la morosa contenta del nuovo gioiello che le abbiamo regalato, sia in un caso in
cui stavamo comprando qualcosa vicino ad una confezione di caffè mentre avevamo male al
ginocchio, sia in un momento in cui stavamo facendo il giro al supermercato e ci arriva la notizia
della morte di un caro amico. E’ evidente da questi esempi che l’etichettatura non è solo cognitiva
ma è mista o “spuria” e questo spiega anche il fato di poter riconoscere (o di “vedere”) la
confezione di caffè da un odore. I messaggi antitropici quindi ri-creano il mondo esterno, il che
permette alla struttura disspativa informazionale di vedere il mondo prima di incontrarlo.
E questo pone un gigantesco problema.
Vedere il mondo prima di incontrarlo, attraverso raffigurazioni e rappresentazioni, nelle quali non ci
sono solo figure, oggetti e movimenti ma anche la “percezione” dei medesimi, significa che la
struttura dissipativa rischia di non poter dissipare più. In effetti, non ci sarebbero più messaggi ad
entropia elevata fuori nel mondo, se il “mondo” è la stessa mente, costruita su dinamiche
dissipative, quindi su raffigurazioni “sensate”. Probabilmente, si sfugge a ciò in un unico modo.
Che è esattamente quello che fa dell’uomo un qualcosa di umano. Manipolare le raffigurazioni
ovvero usarle per creare una “finta” dissipazione, cioè usare raffigurazioni interne rendendo inutili
quelle esterne (per cui si produce all’esterno entropia informazionale), o rielaborare informazioni
interne associandone alcune in modo più stabile (diminuzione di entropia interna) quando non si è
in contatto con informazioni esterne, creando un aumento di entropia transiente. Nel primo caso
abbiamo la nascita della logica e matematica, delle arti, del pensiero, della letteratura, della filosofia
e della scienza. Nel secondo abbiamo il sonno, con il sogno e l’immaginazione.
Le etichettature sono inizialmente memorie relazionali, che possono anche diventare memoria vera
e propria ovvero ricordi. Che cos’è una memoria relazionale? Si tratta di un costrutto dinamico fatto
dalla relazione concertata di più neuroni, che creano una “memoria sequenziale”292. Quindi siamo
sempre in campo informazionale. Sia le “etichettature” che il loro legame con le memorie
relazionali sono dinamiche relazionali, eseguite per dissipare le informazioni antitropiche. Non
avrebbero senso se non ci fosse un meccanismo che li “conduce”, che è la dissipazione, la
dissipazione informazionale (o di Shannon). Dobbiamo infatti ricordarci che stiamo parlando
dell’ingresso di informazioni antitropiche e che restano tali anche quando possono condizionare
nostre decisioni ma, quello che è interessante, è che si tratta di raffigurazioni su cui si può modulare
il diverso grado di “rewarding”, ricompensa, che, considerando sempre i gangli della base,
muovono decisioni sia emotive che motorie291-293.
163
Inflazione informazionale
C’è una caratteristica fondamentale in seno alla dinamica sottostante alla dissipazione di Shannon.
Abbiamo già detto dunque che le informazioni antitropiche entrano sempre e comunque, se
“dentro” lo spazio della percezione, anche se noi “non ci facciamo caso”. Quindi hanno per
definizione entropia di Shannon positiva. Dunque, anche se apparentemente ci sembra così, noi non
“scegliamo” questi input esterni, selezioneremmo, semmai, la loro relazione interna. In realtà, non
sarebbe possibile una “selezione” delle topologie, perché le topologie non sono informative di per
sè, sono solo codifiche informazionali a flusso e noi, se fossimo totalmente passivi in tale dinamica,
non potremmo evitare che tale flusso proceda. Quindi, una qualsiasi “azione” sul flusso può solo ed
esclusivamente modificare il flusso e lo si può fare solo con “blocchi” al flusso, ovvero con dei
“no”. In pratica, tutte le nostre decisioni mentali sono, intrinsecamente, dei “no”. Non il “no” della
decisione “non voglio”: è il “no” dell’intervento sul flusso che comunque va, sempre e comunque,
essendo noi strutture dissipative. Quello che noi avvertiamo come libertà, come senso di libertà, è
appunto il poter dire “no”, se ci pensate bene. Poiché il flusso non si può impedire, ogni nostra
decisione libera (azione) è sempre un controllo (la realizzazione di un ordine informazionale) della
strutura dissipativa informazionale sulla perturbazione, per cui si configura quello che è un “no”
informazionale. Dopotutto, questo sembra anche figurativamente ovvio, l’informazione ad alta
entropia sembra “libera”, quella a bassa entropia (ordinata), sembra meno libera, sembra infatti
soggetta ad una costrizione, un no, appunto. La struttura dissipativa informazionale, che qui
possiamo anche più semplicemente chiamare mente, deve dissipare le informazioni antitropiche e
così facendo rischia di creare un aumento di entropia informazionale, dato che aumenta la
possibilità di incollare le etichettature a costrutti (raffigurazioni) emotive. Si crea un fenomeno
chiamato “inflazione informazionale”, dove aumenta la possibilità che diverse raffigurazioni siano
associate a funzioni organiche, tra le più disparate. A questo punto è come se la struttura dissipativa
bio-organica si “ingolfasse” di funzioni fittizie, poiché scaturite da attaccatue di etichette mentali. E
poiché si tratta di relazioni stabilizzate da memorie funzionali, è difficile sia dissiparli dalla struttura
dissipativa bio-organica (dato che provengono da raffigurazioni), sia dalla struttura dissipativa
informazionale (dato che sono vere e proprie funzioni). L’ingolfatura, che può dare origine a
funzioni reiterate, ripetitive, può toccare diversi punti della struttura dissipativa bio-organica ed
essere ricca di costrutti raffgurativi a cui le etichettature possono essere continuamente “attaccate”.
Per cui una operazione di impedimento dell’attaccatura di diverse etichettature con costrutti di
questo tipo andrebbe consigliata. Se la struttura dissipativa informazionale “attacca” le etichettature
sui costrutti ingolfanti, reitera l’inflazione informazionale, dando origine a schemi ripetitivi di
azioni non necessariamente utili. L’incollatura dovrebbe essere realizzata solo nello spazio emotivo
164
e non fnnzionale e laddove questo accadesse, l’incollatura a cui non segue una decisione funzionale,
si perde (“quenching” delle memorie funzionali) e modifica il target.
In sintesi, le informazioni antitropiche entrano e grazie alla dissipazione di Shannon creano
conformazioni topologiche (etichettature) che favoriscono l’associazione con costrutti emotivi.
165
strutture dissipative chimico-fisiche naturali come i mulinelli di aria e nemmeno in ordini strutturali
come i cristalli. La partecipazione dell’errore all’ordine si chiama variabilità. Essa è un vero e
proprio “ordine” solo se la si vede come proprietà informazionale. Se è informativo l’ordine in
quanto tale ed è informativa la variabilità, le due potenzialità informazionali possono essere usate
entrambe per costruire un nuovo ordine informazionale. In questo senso, la variabilità non è vista
come “aggressiva” dell’ordine perché l’ordine è una costruzione informazionale e basta. Non è altro
che questo. Alla parola “ordine” dobbiamo associare il concetto buono di “informativo”. Il suo
nemico, se vogliamo trovarne uno, è l’assoluta aleatorietà, stocasticità random, turbolenza caotica
ma, si badi, l’aleatorietà è una caratteristica dell’equilibrio termodinamico. Dunque, l’ordine come
proprietà informazionale, si verifica solo nelle strutture dissipative, fuori dall’equilibrio
termodinamico. Questa proprietà informazionale è fortemente inclusiva di tutto ciò che emerge con
proprietà di tipo informativo. In acqua, a livello nano-molecolare, è stata favorita l’organizzazione e
l’inclusione di variabili chimico-fisiche ma è nata anche una nuova entità: la dissipazione
informazionale. Grazie proprio alle straordinarie proprietà di coerenza quanto-elettrodinamica
dell’acqua, alle sue proprietà colligative, cooperative e di convezione termica, alla sua nano-
strutturalità in fase liquida, sono state possibili minime variazioni nel flusso di entropia, che hanno
creato densità di entropia minimalmente diverse all’interno della stessa struttura dissipativa,
“cesellando” l’ordine entro aggiustamenti minimi di densità entropica, sia all’interno di molecole
che nella relazione tra esse. E’ stato reso possibile, probabilmente, un controllo molto ma molto fine
della dissipazione termodinamica che ha portato a modificare l’informatività del sistema
dissipativo, cosa certamente plausibile dato il rapporto diretto tra dinamica di Boltzman e dinamica
di Shannon che esiste nei microstati. Ricordiamo infatti che un’unità di informazione (1 bit) è pari
al valore di energia di 0,96x10-23 J/K. In acqua sono state modificate molto le diverse probabilità di
relazione informazionale, creando, in questi aggiustamenti fini, un vero e proprio “linguaggio
biologico”295. Quello che si dovrebbe dire, in questo senso, è che non è esatto affermare che l’acqua
può vicariare l’informatività vastissima delle molecole, soprattutto delle molecole organiche e
biomolecole, ma semmai di costruire la memoria informativa delle molecole, più che sostituirla
senza di queste ultime. I fini aggiustamenti alle variazioni di entropia avranno probabilmente
condotto anche a rendere altamente informativa la relazione stessa tra strutture o più esattamente la
loro dinamica rispetto all’ambiente, che è e rimane l’acqua. Questo fine rimodellamento avrà
probabilmente condotto alla fomazione di sistemi bistabili, oscillatori, mutualmente dinamici, di
risonanza stocastica che avranno in seguito dato la possibilità alle turbolenze caotiche di essere
“assorbite” o “addomesticate” per aumentare il grado di informatività del sistema dissipativo.
Questo è l’emergere di un nuovo sistema dissipativo “all’interno” della stessa struttura dissipativa
166
chimico-fisica che noi abbiamo chiamato struttura dissipativa informazionale, strutturata come unità
biologica poi nel sistema immunitario e nel neurobioma. La dissipazione informazionale è l’unica
realtà che crea ordine strutturale e funzionale e che ha la proprietà di ridurre finemente l’entropia
informazionale tanto da “aggiustare” il sistema perfettamente funzionante in risposta all’ambiente
(adattamento). Dopotutto, come possiamo definire l’adattamento?
E’ la massima capacità di rapporto informazionale con l’ambiente ovvero la minima entropia
informazionale nella relazione tra il contenuto informazionale di una funzione e quello del
messaggio che arriva dall’ambiente o input. Un coltello è adeguato allo scopo di tagliare perché
l’entropia di Shannon della struttura “coltello” in relazione a quella del pane è ridotta ovvero che se
il coltello avesse una lama un po’ tagliente e un po’ no (imprecisa, entropia di Shannon alta) e il
pane fosse un po’ morbido e un po’ troppo duro (impreciso, entropia di Shannon alta), o anche uno
solo dei due fosse così (entropia di Shannon alta della relazione), il coltello non sarebbe adeguato a
tagliare il pane, che in questo caso è il suo “ambiente”. La dissipazione informazionale è dunque
una dinamica fortemente critica nelle strutture dissipative bio-organiche, forse il vero unico fattore
che rende una struttura dissipativa bio-organica un sistema biologico.
Risulta chiaro dunque che, laddove l’unica matrice di dissipazione è l’informazione, questa
rappresenta la “mente” intrinseca degli “strani” oggetti un po’ ordinati, un po’ caotici che sono gli
organismi viventi. Forse, se proprio volessimo dare un nome un po’ meno spirituale al concetto di
“quid” o di “anima” nei viventi, questo potrebbe essere qualcosa di molto vicino al termine
informazione. Che l’acqua svolga un compito fondamentale nella “matrice” informazionale
biochimica e biofisica, è una evidenza che dovrebbe essere maggiormente sottolineata. Il Nobel per
la chimica Albert Szent-Gyorgyi diceva che “l’acqua è la materia e la matrice della vita, madre e
mezzo e non esiste vita senza l’acqua”97. Quello che è veramente interessante è come è “strutturata”
l’acqua all’interno delle cellule, assolutamene diversa dalle mini regioni “umide” a cui ci hanno
abituato anni ed anni di lezioni di biologia cellulare e molecolare, dove la visione è sempre stata
quella di molecole galleggianti in uno spazio acquoso tridimensionale ricco di ioni e micelle. Niente
di tutto questo, sembra296,297. E’ dunque interessante chiedersi come mai il nostro cervello sia
composto da oltre il 60% di grasso, molecole che costringono l’acqua confinata ad arrangiamenti
strutturali molto ordinati296, il che dovrebbe favorire la dinamica dei fini aggiustamenti dell’entropia
di Boltzmann che porta alla dissipazione informazionale di cui abbiamo trattato.
167
Considerazioni conclusive. La spettralità come effetto dell’etichettatura
In questo capitolo sono state scritte molte cose, ed è utile fare un riassunto. Letto il riassunto,
suggeriamo di riprendere gli argomenti scritti nel capitolo, ove risultassero poco chiari o addirittura
oscuri, magari affrontando anche la letteratura citata a fine testo.
Fondamentalmente, quello che abbiamo detto qui, è che la comunicazione tra neuroni non è solo
elettronica come finora ci è stato, perfino correttamente, riportato dalla letteratura scientifica. I
neuroni usano il comportamento elettronico per creare oscillazioni caotiche. Secondo quello che
abbiamo detto è la modalità con cui si sviluppano e cambiano queste oscillazioni caotiche che
rappresenta il “linguaggio” con cui i neuroni comunicano e creano tutta la complessa attività che è il
nostro cervello. E’ evidente che le oscillazioni caotiche di per sé non possono essere informative. Il
caos, di per sé, è confusione. Per essere precisi, al caos, come turbolenza, è associata un’entropia di
Shannon massima, cioè bassissima (se non nulla) capacità d’informazione. Nel capitolo abbiamo
anche detto che, rispetto agli animali e perfino ad altri primati, l’uomo gestisce informazioni che
sarebbero considerate inutili alla sopravvivenza da qualsiasi organismo evoluto, e abbiamo
chiamato queste informazioni “antitropiche” perché, al contrario di quelle “sintropiche” non sono
associabili direttamente a nessuna funzione bio-organica, che, com’è ovvio, c’entra con la
sopravvivenza biologica dell’individuo. Se è vero tutto questo, ci siamo posti il problema di che
cosa se ne faccia l’uomo di questa marea di messaggi antitropici se il loro accumulo, per forza
provoca una turbolenza informazionale (turbolenza di Shannon). E in questo senso la stessa
comunicazione tra neuroni sarebbe soggetta a tale turbolenza e i neuroni smetterebbero di
comunicare. La nostra ipotesi è che si sviluppi il meccanismo di dissipazione informazionale.
Questa dissipazione produce ridotta entropia di Shannon nella dinamica oscillatoria dei neuroni e
permette quindi ai neuroni di formulare “pacchetti” ordinati di dinamiche oscillatorie che possono
essere paragonati a codici, esattamente come si fa con un linguaggio. L’enorme variabilità che si
può “plasmare” sul caos oscillatorio è tale che qualsiasi messaggio può essere decodificato e inoltre,
sulla dinamica caotica, una qualsiasi piccolissima perturbazione cambia tutto e dunque ciò fa
acquisire anche estrema finezza alla nitidezza con cui sono decodifcati i diversi messaggi. Noi
abbiamo definito i prodotti di queste modificazioni sulle oscillazioni caotiche dei neuroni fatte dalla
dissipazione informazionale, “topologie informazionali” e le abbiamo paragonate, per analogia, a
due esempi: a) un paesaggio orografico; b) una stringa 1-0 di Boole. Entrambe le analogie ci
tornano utili per immaginarci come funziona la dissipazione. Un ulteriore aspetto di ciò è la
“raffigurazione”. Poiché quello che si costruisce con la dissipazone non è un messaggio funzionale
netto come lo è la relazione tra molecole ma un complesso di modifiche, una dinamica, appunto, il
prodotto della dissipazione nell’attività dei neuroni è più simile ad una sinfonia (se restiamo
168
sull’idea che stiamo parlando di oscillazioni e dunque di frequenze) o su una scenografia (se
restiamo sull’idea di un “paesaggio”). In effetti, il messaggio dinamico che arriva in corteccia o in
qualche altra area nucleare associativa, è una somma, sempre più modulata ed ordinata, di
dinamiche e quindi di relazioni, più che di strutture, per cui arriva un’informazione plurale,
dinamicamente plurale, per questo è una “raffigurazione”. Ma, se dovesse funzionare solo così, a
noi non arriverebbe nessun segnale. La percezione ci arriva perché questa dinamica muove funzioni
molecolari e le molecole sono le uniche cose che “ci fanno accorgere” del moto dell’informazione.
Un altro aspetto trattato è l’”etichettatura”.
La domanda che subito ci siamo posti è: dove vanno tutte queste dinamiche modulate dalla
dissipazione che abbiamo chiamato di grado II? Siccome abbiamo ipotizzato che la raffigurazione è
una specie di “ricomposizione” di moduli più semplici e comuni, è possibile che accada tutta una
serie di fenomeni di “spettralità”. Oggetti e messaggi nuovi sono facilmente dissipati perché
immediatamente confrontati, dal meccanismo di dissipazione, con moduli simili. Ma questi moduli
simili si possono ritrovare in moltissimi altri nuclei di neuroni che concertano oscillazioni che, se
dissipate, possono ricordare molti codici comuni con quelli ottenuti dal fenomeno più propriamente
detto di “cognizione”. Poiché la struttura dissipativa informazionale deve dissipare, può eseguire il
fenomeno dell’”etichettatura” con diverse regioni interessate dal nostro sistema nervoso, nel senso
che mentre il lavoro corretto lo fa con le raffigurazioni, è sempre possibile che l’etichettatura venga
fatta, soprattutto in condizioni particolari come lo stress, con “aspetti comuni” di queste
raffigurazioni, che si trovano in altre sedi neurali del corpo, un fenomeno che abbiamo chiamato
“spettralità”. Questa è anche la conseguenza della dissipazione di messaggi antitropici. Infati, la
possibiltà per la struttura dissipativa di far entrare “tutto il mondo”, rende la struttura dissipativa
stessa una “interpretazione del mondo”. E poiché è più facile dissipare per confronto, la mente si è
sviluppata nell’uomo come unico luogo di rapporto dinamico informazionale con l’esterno. Non
solo. Se il meccanismo è quello del’etichettatura con raffigurazioni, è possibile immagiare che tale
etichettatura sia svolta dalla struttura dissipativa, che qui possiamo definire mente, anche tra
messaggi interni. Se è così, la mente ha anche avuto accesso a tutti i messaggi interni in risposta alla
stessa “mente”, che è il luogo in cui l’uomo sperimenta il mondo esterno. Ne consegue che, la
percezione cognitiva dei messaggi, arrivata attraverso la dinamica delle molecole, diventa anche
coscienza del mondo esterno, perché il mondo esterno è, in realtà, un mondo interno. La coscienza
integrale del mondo esterno, resa possibile perché è una percezione di tutto il mondo interno,
probabilmente ha creato la consapevolezza del sé. Nei capitoli seguenti affronteremo alcuni aspetti
di questa fenomenologia e di come trattarla.
169
Capitolo quarto
All’origine della coscienza e della volontà
Introduzione
Una possibile relazione tra coscienza e strutture dissipative è stata affrontata in passato da alcuni
autori che hanno ritenuto la coscienza una struttura dissipativa essa stessa298. basandosi sulle teorie
di Margareth Newman sulla salute come “coscienza in espansione (HEC)”299-303. In realtà, il
modello di Newman è un modello di espansione della coscienza individuale, modello che è stato
ipotizzato nel campo della nursery o assistenza infermieristica299. Quello che di interessante,
tuttavia, dicono autori come J.A. Schorr e C.A. Schroeder è che nel comportamento psicologico che
loro indicano di tipo A, l’”orientamento al futuro” e l’”ansia della fine” sono espressioni di questa
coscienza in espansione e possono essere interpretabili come manifestazioni che hanno la stessa
dinamica di una struttura dissipativa, ovviamente se quest’ultima fosse “senziente”298.
Questa evidenza ci conferma un suggerimento anticipato qualche pagina fa che rilanciava in
qualche modo l’interrogativo su che cosa accadrebbe ad una struttura dissipativa se questa fosse
“senziente” o se avesse una “mente conscia”. Quello che infatti sappiamo è che la struttura
dissipativa si forma nei processi termodinamici aperti e irreversibili, che tendono ad aumentare
prepotentemente l’entropia (disordine) fuori dal sistema dissipativo, all’esterno, per intenderci, in
condizioni di non equilibrio termodinamico. Trattandosi di processi irreversibili, che vanno solo in
avanti, una struttura dissipativa non può tornare indietro, ripartendo da dove si è auto-organizzata e
da dove ha iniziato a crescere in complessità. Essa non può tornare all’inizio di tutto o almeno non
può farlo spontaneamente. Questa evidenza suggerirebbe che la struttura dissipativa, una volta auto-
organizzatasi in gradi maggiori di complessità, è destinata a sottostare ad una dinamica “orientata” e
sempre in avanti, verso il futuro (”end oriented”), essa ha solo il compito di crescere (in complessità
e organizzazione) e dunque ha solo il futuro davanti, il futuro è l’unico motore, per cui “vedrebbe”
(se senziente) solo quello. La struttura dissipativa, se “senziente”, avrebbe solo una “coscienza
attiva” del futuro, cioè che ciò che la muoverebbe nelle azioni e nelle decisioni sarebbe la
prospettiva di un al di là dell’atto “pensato”, una prospettiva futura, appunto. Per il momento
diciamo che quello che emerge dalle nostre considerazioni è che, nella traduzione fatta dagli autori
riprendendo la Newman298, il futuro è la vera dimensione della coscienza di una struttura dissipativa
ma è anche, inesorabilmente, la progressiva consapevolezza della morte, quello che avevamo
indicato qualche pagina fa come “equilibrio termodinamico”. In questa serie di ipotetici
ragionamenti, sembrerebbe dunque verosimile che la coscienza del tipo A in un contesto HEC
somigli molto a quella che potrebbe essere la “coscienza” di una struttura dissipativa298.
170
Un aspetto di tutto ciò potrebbe incuriosirci.
Nelle ipotesi della Newman si parla di “espansione” della coscienza e ci si potrebbe chiedere se ciò
abbia a che fare anche con una “estensione” della coscienza al fuori del sé, o di una estensione della
percezione elementare di cui si faceva menzione nel capitolo secondo. In effetti, altri autori, come
Antonio Damasio, hanno parlato di coscienza estesa, Damasio ha inoltre identificato una natura più
“interna” della coscienza rispetto ad una ”coscienza estesa”. Più esattamente Damasio identifica una
forma di coscienza molto elementare, che chiama “proto sé”, condivisa con gli animali, che
includerebbe anche una sfera emotiva primordiale e biologica, ovvero istintuale, (paura, fame, sete,
rabbia, impulso sessuale, etc..) e che non avrebbe consapevolezza di un “sé” o al massimo si
riconoscerebbe come parte distinta dal mondo esterno; una “coscienza” cosiddetta “nucleare” che
invece implica la consapevolezza di oggetti distinti dalla coscienza elementare di un sé, la
consapevolezza della posizione del proprio corpo rispetto all’oggetto e dalle relazioni tra il sé e
l’oggetto, e infine una “coscienza estesa”, che si forma sulla coscienza nucleare e origina il
cosiddetto “sé autobiografico”303-309. E’ interessante che l’intuizione di tre strutture o nature in
Damasio riprenda l’idea della triade, che nel nostro modello (vedi avanti) sarebbe fatta da tre
strutture dissipative interagenti. La struttura pressochè a scatole cinesi della coscienza, nella
elegante interpretazione di Damasio, in realtà fornisce interessanti spunti per intraprendere
l’avventurosa idea speculativa che anche la mente si evolva con un meccanismo auto-organizzativo
complesso come fanno le strutture biologiche e chimico-fisiche, ovvero che anche la mente sia una
struttura dissipativa. Infatti, la inter-dipendenza delle diverse “coscienze” secondo Damasio dal
proto sé alla coscienza estesa suggerisce l’esistenza di una struttura evolutiva e crescente, tipica
delle strutture dissipative. Anticipiamo qui: dovrebbe, più che altro essere una struttura dissipativa
delle relazioni (o delle funzioni che hanno valore esclusivamente informazionale). E’ necessario,
prima di andare avanti, tuttavia, fare una precisa definizione di “mente” e di “coscienza”, sempre
che questa definizione sia realistica310. Secondo Tuomas Pernu ciò che noi definiamo come “mente”
è una entità che è definita da precise connotazioni descrittive, di cui se ne possono elencare almeno
cinque, cioè intenzionalità, volontà autonoma, coscienza, finalità e decisionalità o discernimento
(ovvero capacità di distinzione tra il bene e il male, la cosiddetta normativity)310. Sembra quindi che
i concetti di coscienza e di volontà costruiscano entrambi il concetto di mente, che, in generale, li
racchiude entrambi. L’idea che la mente possa comportarsi come una struttura dissipativa,
esattamente come nel caso delle strutture macromolecolari e biologiche descritte nel primo capitolo,
sembra quantomeno “strana”, dato che la mente non è definibile da un concetto oggettivo di tipo
chimico-fisico e non sembra avere rapporti con il mondo reale di tipo termodinamico. Abbiamo
infatti appreso che nei processi fisici, quegli “oggetti” che mantenendosi lontani dall’equilibrio
171
termodinamico dissipano energia producendo entropia nell’ambiente e che riducendo quella del
sistema diventano strutture ordinate, sono stati chiamati strutture dissipative. Il concetto che è
passato è che si trattava di oggetti ben definiti nello spazio e nel tempo, che usavano energia nel
flusso termodnamico. Non sembra esserci una tale identificazione per il concetto di mente, che resta
ancora un problema filosoficamente aperto, soprattutto nell’ambito del cosiddetto “fisicalismo”311-
313
. Tuttavia, la dissipazione informazionale, sembra essere l’unico modello finora percorribile per
risolvere l’increscioso problema di come l’ingresso di una marea colossale d’informazioni
(moltissime sono antitropiche) non metta in tilt il funzionamento della nostra coscienza cognitiva,
come invece avverrebbe sicuramente con un elaboratissimo calcolatore se in continuo contatto con
il mondo esterno per mezzo della rete, essendo costante vittima di virus, malware, cavalli di troia ed
altro. Inoltre, un aspetto certamente molto intrigante di tutto ciò è che la “qualità” con cui un
soggetto percepisce aspetti oggettivi del reale, suoni, colori, odori, gusti e quant’altro, sia
individualmente diversa e tale diversità disegna quello che noi leggiamo come stati di coscienza, ciò
che Clarence Irvng Lewis ha definito in passato i qualia314-316. In realtà, da quello che si evince
leggendo il capitolo precedente, ci sono elementi interessanti, che saranno qui ripresi, per
comprendere questa affascinante diversità. L’idemtià “individuale” della coscienza è un segno
tangibile che si possa trattare di una struttura dissipativa informazionale, dato che le informazioni, e
la loro dissipazione, sono diverse per ogni singolo soggetto. Deve quindi esistere una realtà fatta
dalle diverse singole esperienze relazionali che definisce i “qualia”. Sono tutte ipotesi su cui tuttavia
dovremo tornare, nel nostro ragionamento.
In verità, il problema più difficile quando si affronta il tema dell’origine della nostra coscienza, è
che non si riesce a risanare quella secolare “spaccatura” epistemologica che si è creata, da Cartesio
in poi, tra i diversi concetti usati per identificare la mente e il corpo. Tali concetti sono spesso
distinti e incomunicabili, creando, cioè, una ferita filosofica, ma anche scientifica, che si tenta di
ricucire in molte occasioni anche oggi, con modelli perfino curiosi317-321. Tuttavia, senza volere
avere la presunzione di attraversare tutto l’oceano di pensiero e di ricerca scientifica riguardanti la
mente, la coscienza e il problema mente-corpo, dove non basterebbe il testo intero, dobbiamo
riportare la nostra attenzione sulla linea di ragionamento fatta fno ad ora e richiederci se anche la
mente sia una struttura dissipativa o almeno abbia un comportamento dissipativo.
Nei prossimi paragrafi cercheremo di approfondire questo tema, magari addirittura riprendendo
concetti e fondamenti espressi nei capitoli precedenti.
172
Le strutture dissipative informazionali nella formazione della coscienza.
Premessa
Riprendiamo un attimo alcuni concetti affrontati nei precedenti capitoli. Uno degli aspetti più
affascinanti delle teorie di Shannon è la relazione che esiste tra informazione ed entropia322. Questo
aspetto è facilmente rappresentabile con un esempio. Immaginiamo di trovarci in una folla
chiassosa in una grande piazza gremita di persone e un amico ci sussurra in un orecchio una frase,
che ci chiede di ripetere all’orecchio del vicino, con il medesimo comando di ripeterla anch’egli al
suo vicino più prossimo eccetera. Dopo un buon numero di persone che hanno fatto il passa parola
all’orecchio dell’amico, potreste scommettere che il messaggio arrivi correttamente a destinazione,
cento metri più in là nella grande spianata gremita di folla, attraverso questa modalità di
comunicazione? No. Il significato del messaggio, ovvero la sua informatività, è diventato
disordinato nel rumore di fondo degli eventi (nel nostro esempio, la folla) e perdendo il suo ordine
ha perso anche il suo potenziale informativo, la sua significanza, ovvero il vero significato del
messaggio, trasformandosi in un potenziale degradato, ad alta entropia.
Come nel caso delle strutture biomolecolari ordinate, dove abbiamo affrontato il concetto di ordine
come fortemente connesso ad una diminuzione di entropia, anche per l’informazione si può parlare
di entropia. Il “significato” che il messaggio informativo ha è nel suo ordine. E più esattamente il
suo ordine “adattato”. Se il messaggio non ha il suo ordine e tale ordine non è adattato, il messaggio
è privo di informatività ovvero, in pratica, non viene usato come informazione. E ovviamente
l’adattamento presuppone che si sia voluto un ordine funzionale. E dunque un linguaggio
(biologico). Nella parola “mamma” o “sole”, l’ordine fonetico è anche un ordine semantico, se
dicessimo ammam o elos, l’interlocutore non ci capirebbe ma anche se, modificato l’ordine
sematico, cambiassimo l’ordine adattato con un altro, sostituendo una semplice lettera (elos = eros),
l’interlocutore potrebbe ricevere una informazione diversa da quella che il trasmittente vorrebbe
comunicare. Il sole è una cosa, l’eros un'altra. L’ordine adattato è il nuovo ordine che la struttura
dissipativa assume quando si auto-organizza in una struttura gradualmente più complessa. Sarebbe
molto simile, in idea, a quello che in termini più semplici definiamo, “contesto”. Nella parola “sole”
l’ordine è esse, o, elle, e ma se noi parlassimo di sole in un testo di astronomia o di sole come
aggettivo relativamente a due ragazze in un deserto o come termine metaforico per indicare la
bellezza di una di loro, la parola sole avrebbe almeno tre informatvità distinte.
Come abbiamo in altre pagine riportato, in biologia questa evoluzione nella dinamica delle
informazioni comincia quando si creano in acqua le prime strutture funzionali, cioè strutture
molecolari che, in relazione tra loro e con l’acqua, creano o modificano una terza struttura
molecolare. Questo stesso ragionamento, dunque, lo facciamo con le funzioni, cioè con le attività di
173
relazione che i corpi materiali (ad esempio le molecole chimiche) hanno in un contesto
termodinamico. Una definita molecola chimica, che è “ordinata” nella sua struttura e dal suo ordine
strutturale è riconoscibile, distinguibile e identificabile, esattamente come la parola, e proprio come
la parola è informativa, può assumere funzioni diverse in contesti diversi e tali funzioni diverse
sono nuovi “ordin”, ordini di una struttura complessa fatta da più strutture dissipative in relazione
dinamica e funzionale tra di loro, un “ordine adattato”, ma questa volta chimico o biologico, non
semantico. E ci sono molti esempi di questo. Ad esempio, il monossido di carbonio è una molecola
tossica per l’emoglobina ma è anche un neurotrasmettitore, la parola PESCA può significare un
frutto o un’attività sportiva. E’ evidente che la struttura chimica della molecola di CO abbia
funzioni diverse in contesti diversi, con riceventi diversi. Così come lo è l’informazione associata
alla parola PESCA. Il percorso analogico che qui abbiamo svolto, un po’ semplicisticamente forse,
serve ad introdurre i nostri ragionamenti verso l’avventuroso compito di comprendere come sia nata
la coscienza e se questa abbia proprietà dissipative. Dalla nostra analogia emerge l’affascinante
ipotesi che sia le molecole con le funzioni che le informazioni possano formare strutture dissipative.
Ci potrà risultare immediata la percezione che stiamo parlando di due realtà apparentemente e
irrevocabilmente distinte tra loro, di cui mentre per l’una abbiamo evidenze concrete e “corporee”
(molecole), per l’altra abbiamo una immagine “mentale”, “rappresentata”, dato che l’informazione
non è un oggetto, ma una funzione del messaggio, ed è anche una proprietà degli oggetti e delle
funzioni. In verità, la parola che li mette in comune è la parola “relazione”. Esistono relazioni tra
strutture (funzioni) e relazioni tra messaggi (informazioni). Il modo più semplice per definire, in
modo rigoroso, una relazione e quanto questa sia funzionale, è se la relazione tra A e B funzioni o
no, cioè se esista o no. I partner A e B sono in relazione se tra i due si stabilisce un ordine
funzionale, ad esempio nella relazione “A ama B”? La risposta è SI oppure NO. Il termine “forse” o
“dipende” non stabilisce alcuna relazione, perché nel presente dire “forse” o “dipende” equivale in
pratica ad un no. Questa “dualità” è in realtà la matrice fondamentale del metodo di lavoro della
dissipazione. La dissipazione informazionale ha effetto sulle funzioni solo nella scelta “esiste”-“non
esiste”, cioè, se volessimo attribuire un ordinamento booleano, una scelta tra 0 ed 1. Cerchiamo di
approfondire.
La dissipazione informazionale non è in grado di distinguere se una funzione è adeguata o no al
mentenimento della dissipazione, se una funzione è di un tipo o di un altro, eccetera. Si chiede solo
se la relazione “esiste”, cioè se è in grado di creare entropia, modificando il tasso di entropia della
funzione o altri parametri fini legati all’entropia o all’energia di Gibbs, oppure no. La dissipazione
informazionale non ha, e non può avere, alcuna parte nella “scelta morale” tra una relazione giusta o
una relazione sbagliata. Quello che fa è, come dire? “approvare” la relazione costringendo, in
174
questo caso, le altre relazioni a fare i conti con la prima e dunque, in questa sequela, creare un
ordine che può, sempre e comunque, rispondere alla (ipotetica e immaginativa) domanda: “la
funzione esiste?” oppure “la funzione non esiste?”. Nella formazione di un ordine funzionale, prima
o poi, se la riduzione dell’entropia di Shannon conduce ad uno stato in cui si verifica la condizione
“la funzione non esiste”, quella informazione può essere (da noi, esseri coscienti che stanno
scrivendo questo testo), considerata dannosa. L’”esistenza” di una funzione è definita dalla
relazione tra minimo due strutture (molecole, organelli, cellule, organi, eccetera) che contribuisce
all’ordine dissipativo. L’ordine dissipativo si definisce come quella macrodinamica auto-
organizzata e complessa che consente a tutta la struttura dissipativa per intero (l’organismo) di
continuare a dissipare.
Dai nostri ragionamenti speculativi, sembra proprio, quindi, che le relazioni possano avere una
connotazione di tipo booleano, relazione “si” o relazione “no”, relazione “vado”, relazione “non
vado”, oppure “faccio”-non faccio”, o ancora “attivo-inibisco”. Il capitolo terzo ci ha fornito anche
degli spunti su come un’architettura booleana fornisca suggestive interpretazioni sul funzionamento
della dissipazione. La dinamica delle relazioni sembra ubbidire all’algebra di Boole, quella delle
informazioni, della serie 1-0. C’è un’affascinante analogia con il nostro modo “conscio”,
“consapevole, di usare la nostra libertà, cioè la nostra volontà, il nostro “free will”. Essa è sempre
polarizzata su una scelta duale, bimodale, come le leggi dell’informatica basate sull’algenra di
Boole, il che potrebbe suggerirci che la natura della nostra mente nasca come una macro-struttura
dissipativa di dinamiche informazionali, una struttura che abbiamo definito struttura dissipativa
informazionale. Se questo modello fosse verificato in neurobiologia, la mente potrebbe non essere,
di fatto, solo neurale, dato che le dinamiche informazionali sono in “tutta” la macro-struttura
dssipativa complessa che è il nostro essere biologico, qualcosa che suggerirebbe la validità dell’idea
di una dislocazione della mente nel corpo. O comuque non avrebbe almeno solo una origine
neurale. La correlazione con aree e regioni encefaliche potrebbe esserci per un effetto “speculare” o
di rebound (ritorno). Poiché noi abbiamo consapevolezza dell’esistenza di una mente attraverso la
logica razionale ed il linguaggio, che sono mappate in aree corticali, immaginiamo la mente come
localizzata nel cervello. E viceversa, poiché il cervello controlla, come riportato altrove, il
mantenimento dell’organismo come struttura dissipativa, diversi aspetti disfunzionali del cervello
hanno effetti mentali323-327. Questi concetti saranno probabilmente ripresi più avanti.
Torniamo ora a Shannon e vediamo quanto questa ipotesi circa la mente come struttura dissipativa
sia veramente percorribile e presumibilmente verificabile. La prima questione da chiarire è cosa
muove la struttura dissipativa informazionale che originerebbe la mente. Se le strutture dissipative
chimico fisiche e biologiche si auto-organizzavano e crescevano in complessità nella
175
termodinamica, la struttura dissipativa informazionale evolve la sua dinamica con le relazioni328,329.
Il concetto di entropia secondo Shannon è comunque diverso da quello termodinamico di Clausius e
Boltzmann330, nel senso che secondo Shannon l’entropia è massima quando è massima la perdita di
informazione o è massima l’incertezza legata all’esito di una informazione. Il concetto di entropia
per Shannon non è necessariamente quello comune di “disordine” ma semmai di “perdita o
guadagno d’informazione”330. Quanto più il messaggio è degradato in un sistema di relazioni
funzionali, tanto più aumenta l’entropia dell’informazione. Supponiamo che all’origine della
formazione di una struttura dissipativa bio-organica, cioè fatta da molecole in acqua, la struttura si
auto-organizzi spontaneamente a causa di una relazione casuale tra le sue componenti, relazione che
nel tempo stabilisce una funzione chimico-fisica reiterata o ciclica. All’interno della struttura ci sarà
un trasferimento d’informazione che all’inizio sarà stato caratterizzato da una selva “disordinata” di
messaggi, poi uno di questi (input) avrà fatto scattare un messaggio di risposta (output), indi
saranno stati scelti messaggi aventi un codice informativo simile al messaggio input, il che avrà
migliorato le prestazione del trasmittente e del ricevente nel veicolare l’informazione (si è spesa
meno energia) e quindi sarebbe in seguito bastato un messaggio input ridotto, cioè con alta
probabilità di essere catturato, trasmesso e compreso. Tutto ciò in una mutua e reciproca auto-
organizzazione sempre più complessa in cui l’ordine si sarebbe verificato sia nella struttura
dissipativa bio-organica, sempre più simile ad un marchingegno elaborato e funzionalmente
adattato, sia nel trasferimento informazionale, che avrebbe visto la riduzione economica del
linguaggio usato in codici. Questo interessante meccanismo è soggetto alla controprova che
abbiamo tracciato qualche riga prima, ovvero “funzione esiste” o “funzione non esiste”. I codici che
portano, nella dissipazione informazionale, a dare funzioni del tipo “non esiste”, vengono eliminati,
dato che appartengono a molecole, con la dissipazione bio-organica, come è stato riportato
ampiamente nel capitolo secondo.
Nell’attività inclusiva che la struttura dissipativa ha per sua natura, la struttura dissipativa bio-
organica aumenta l’entropia dell’ambiente, costruendo al suo interno ordine strutturale e funzionale
e riducendo al suo interno l’entropia. Ma nello stesso tempo potrà aver usato informazione
“degradata” ad alta entropia, usando messaggi con bassa probabilità di possedere il codice
semantico dell’input o con bassa probabilità di essere ricevuti a causa di un elevato rumore di
fondo. Tuttavia, una volta beccato il codice più simile a quello “perfetto”, la selezione si sarà
imposta solo su tale codice, selezionando solo messaggi con tale disponibilità e aumentando la
probabilità di catturare messaggi aventi tale codice, dunque, di fatto, diminuendo l’entropia di
Shannon. Riferendosi al linguaggio come esempio, questi codici sono messaggi corti contenuti in
messaggi più lunghi e rappresentano anch’essi esempi di riduzione dell’entropia di Shannon. Se una
176
struttura dissipativa funziona perfettamente con una informazione che ha, per esempio, codice
CASA, tutti i messaggi più lunghi di questo che hanno il codce CASA potrebbero funzionare ma
all’inizio la struttura dissipativa bio-organica sarà attivata ad auto-organizzarsi proprio da queste
parole lunghe, che sono molto ma molto meno probabili di esistere e di essere trasmesse e comprese
rispetto al codice (in questo caso di quattro lettere) contenuto in più parole. Le parole lunghe sono
più rare rispetto al codice e dunque, come accade per le password, sono più “targetting”, precise.
Tuttavia, se un codice ha lo stesso effetto e il codice ha più probabilità di esistere di una parola
lunga che lo contiene, l’evoluzione informazionale condurrà all’uso di codici sempre più corti
(economici) a pari capacità informativa, disegnando quello che potrebbe essere una evoluzione
dalla massima entropia di Shannon (bassa probabilità dell’informazione) alla massima riduzione
della stessa (massima probabilità dell’informazione).
Quello che probabilmente accade, quindi, è che insieme alla struttura dissipativa bio-organica si
evolve una struttura dissipativa informazionale. E se entrambe sono strutture dissipative, entrambe
sono capaci di complessità, di ordine, di auto-organizzazione e auto-replicazione. Questa struttura
dissipativa informazionale, “interna” alla struttura dissipativa bio-organica fatta di strutture
corporee (chimico-fisiche) e di funzioni, che abbiamo chiamata struttura dissipativa informazionale
è il preludio di ciò che chiamiamo mente. Per certi aspetti che specificheremo nel corso della nostra
trattazione, infatti, questa struttura dissipativa informazionale è l’inizio della costruzione di una
mente, e anche qualche cosa che noi percepiamo di avere (coscienza) ma che non siamo capaci di
“afferrare” o di “rappresentare”, come si farebbe per la macchina corporea. Forse in questo cade la
questione del problema mente-corpo, come dualismo. Occorre infatti precisare che le
“informazioni” sono proprietà degli oggetti reali, sia massivi che energetici, e in questa senso
sembrano sfuggire alla possibilità di essere comprese come “oggetti”. La domanda più ovvia che
dovremmo porci è: perché si può ipotizzare l’esistenza di una struttura dissipativa informazionale,
non è sufficiente pensare ad una rete di controllo delle informazioni? Perché immaginare proprio
un’”altra” struttura dissipativa all’interno di una precedente, che quindi cresce e si evolve?
Perché, come nel caso della materia e dell’energia, che sono costantemente elementi di un flusso,
anche le informazioni costituiscono un flusso continuo. E come nel caso dei fenomeni
termodinamici esistono forze dissipative che impedirebbero questo flusso e anche per il flusso
d’informazione esistono forze che dissipano il contenuto informazionale di un messaggio (si veda il
capitolo terzo). E’ dunque possibile che l’evoluzione del “linguaggio” biochimico e cellulare
nell’auto-organizzazione complessa di una struttura dissipativa biologica, abbia parallelamente
costruito una struttura dissipativa informazionale.
177
All’origine della della mente e della coscienza. Qualche ipotesi
Ovviamente dovremo, pian piano tradurre i concetti fin qui espressi in termini più chiari e
possibilmente inequivocabili, approfondendo ogni singolo particolare dell’argomento. Speriamo di
riuscirvi. Volendo ricapitolare il complesso paragrafo precedente diremo, brevemente, che, come
esistono strutture dissipative nel contesto termodinamico che hanno originato dalla chimica e dalla
fisica in acqua organismi biologici, aumentando l’entropia (quella di Boltzmann) dell’ambiente, in
“loro”, cioè “dentro”, connaturate con loro, esistono strutture dissipative informazionali che
aumentano l’entropia informazionale (quella di Shannon) dell’ambiente. In entrambi i casi,
l’emissione di massa ed energia degradata (Boltzmann) e di informazione degradata (Shannon)
nell’ambiente, costruisce ordine all’interno di entrambe le strutture dissipative.
Come si evolve una struttura dissipativa informazionale?
L’idea più comune potrebbe apparire questa. Il primo modo per “ordinare” l’informazione è rendere
più probabile la cattura del messaggio corretto in una selva di messaggi e di “lingue” diverse. Se
consideriamo l’esempio in Figura 20, la selva di elementi per costruire più messaggi possibili (di
tipo chimico-fisico, funzionale o relazionale), indicata metaforicamente a sinistra con delle lettere
alla rinfusa, dà la possibilità di avere messaggi diversi, più corti o pù lunghi, ovvero con un
crescente grado di complessità.
Figura 20 Codificazione e decodificazione dei messaggi attraverso la comunanza di codici interni. Vedi testo
per ulteriori ragguagli.
178
porfirina. Sono meno complessi i termini “apparente”, ancora meno complesso il termine “parente”
e ancora di meno il temine “appare”. Tutti questi messaggi, che possono essere quindi “proprietà”
tipiche di molecole o di funzioni definite, hanno probabilità diverse di esistere (decrescenti da
“apparescente” ad “appare”) ed hanno in comune un codice, il codice breve che è “P A R E” (ad
esempio, che ne so…un gruppo fenilico). Nel tempo si evolveranno strutture dissipative
biomolecolari che useranno questo codice per funzionare, piuttosto dell’esigenza di un messaggio
intero, che pur lo contiene. Mentre la parola “apparescente” ha bassa probabilità di esistere (la
probabilità che si formi il messaggio ordinato per caso è più bassa se il messaggio è più complesso,
cioè, nel nostro esempio, più lungo), ma anche quindi di essere catturata e compresa nel rumore di
fondo, il codice “p-a-r-e” è più probabile che sia catturato e compreso e viene quindi selezionato
dalla struttura dissipativa bio-organica. E’ chiaro allora che in questo caso la struttura dissipativa
informazionale ha ridotto l’entropia di Shannon, se sono stati selezionati codici più probabili e più
comprensibili. Mentre si evolve l’ordine funzionale della struttura dissipativa bio-organica, si
evolve anche l’ordine informazionale della struttura dissipativa informazionale. Tuttavia, è anche
vero che se il messaggio deve essere univoco, il messaggio di “apparescente” è molto più “sicuro”
dato che è più raro di “pare”, un po’ come si fa con una password. Perché allora non viene
selezionato dall’evoluzione bio-organica?
Qui entra in gioco la struttura dissipativa informazionale.
Le strutture dissipative bio-organiche, una volta ridotta l’entropia in una relazione tra due sistemi
(ad esempio due macro-molecole) e garantita una funzione che è preludio per un’altra struttura
complessa, devono continuare a mantenere questo ordine reiterando la funzione, anche mettendola
in relazione con altre funzioni coordinate o subordinate. Le strutture dissipative hanno proprietà di
auto-organizzazione e di auto-replicazione ripetute, se continua ad essere presente il flusso di
materia, di energia e d’informazione. E’ chiaro quindi che il messaggio che mantiene la funzione
ciclica, ridondante o oscillatoria, deve essere più certo da reperire di quanto lo sia la sicurezza
legata alla sua complessità, altrimenti la macchina della vita si ferma, dato che il messaggio più
complesso e più sicuro è raro da rintracciare. Per queste ragioni, durante la “vita” di una struttura
dissipativa bio-organica, si evolverà una riduzione di entropia dell’informazione, la riduzione sarà
“obbligata”, proprio perché la struttura dissipativa bio-organica deve dissipare energia e produrre
entropia con “quella” funzione continuamente, finchè non si evolve e non muore. L’esistenza di una
struttura dissipativa informazionale è obbligatoria per la vita, senza questa la struttura dissipativa si
scompone come il mulinello d’acqua del lavabo entro pochissimo tempo. Ovviamente, se la
riduzione dell’entropia di Shannon è inevitabile per la vita, questa riduzione di entropia diventa il
vero “motore interno” della complessità, la struttura dissipativa informazionale plasma l’ordine con
179
cui una struttura dissipativa bio-organica deve evolversi in complessità. E alla struttura dissipativa
bio-organica “conviene” che ci sia una struttura dissipativa informazionale, come l’abbiamo
chiamata prima, che ne garantisca la funzione coordinata e strutturata. ed è proprio qui che nasce il
germoglio della mente, il germoglio del sistema nervoso. Ma, è anche qui, come vedremo che
nasce l’idea del “controllo”. Questa struttura dissipatva informazionale è assolutamente e
sistematicamente connessa con tutte le funzioni e le strutture dell’organismo e la sua evoluzione
può essere spiegata da questo semplice esempio.
Immaginiamo che all’inizio la nostra struttura dissipativa sia un neonato. Molte funzioni bio-
organiche del neonato sono ancora immature. Quello che succede lungo la freccia del tempo è che il
neonato è destinato a crescere e a morire. Non torna indietro. L’evoluzione del neonato è fisica,
corporea e ha a che fare con le “forme” (le strutture biologiche e anatomiche) e le “funzioni” (la
fisiologia, la biochimica, la genetica, eccetera), che diventano sempre più complesse, mantenendosi
sempre più ordinate. Questa è la macro-struttura dissipativa bio-organica. Nello stesso tempo anche
le informazioni per migliorare tale complessità diventano più univoche, precise ed economicamente
vantaggiose nel corso dello sviluppo verso la maturità, molti messaggi inutili e ridondanti vengono
esclusi come messaggi utili per le funzioni e le stesse relazioni, il linguaggio migliora in logica e
nella semantica, nella costruzione e nll’economia. Nel procedere della vita, le relazioni sono
selezionate e vagliate. Anche qui stiamo parlando di una “struttura” dinamica che evolve nel tempo,
buttando informazione inutile (degradata) all’esterno e tenendosi informazione ordinata ed
efficiente all’interno. Anche qui parliamo dunque di una struttura dissipativa, una struttura
dissipativa informazionale. L’evoluzione del linguaggio è un esempio illuminante di questa
struttura. Noi evolviamo il linguaggio perchè, alla base di questo, c’è una struttura dissipativa
informazionale. La nostra vita è fatta da almeno due strutture dissipative interconnesse e in continua
evoluzione. A queso punto del nostro ragionamento, quindi, quello che emergerà più tardi come
coscienza, nel campo mentale delle funzioni, se origina da una struttura dissipativa informazionale,
che caratteristiche avrà? M. Cappuccio riferisce, a proposito degli studi di Maturana e Varela che
Nel modello formulato da Varela e Maturana, la cognizione non è un processo di rappresentazione,
e non è limitata a una funzione meramente conoscitiva; la cognizione è azione, intervento,
movimento - una dinamica che riconfigura la situazione dell'organizzazione interna del vivente e
che, al tempo stesso, riconfigura la relazione del vivente nei confronti del suo ambiente
circostante331,332. Qui si parla di cognizione, una funzione molto più vicina al concetto
d’informazione di quanto possa esserlo il termine coscienza. Ma è preludiale. Appare interessante
notare che la cognizione qui viene interpretata come una fenomenologia assolutamente interna alle
funzioni relazionali e corporee, non rappresentative-mentali. Si tratta di una funzione organica, una
180
funzione informazionale “dentro” la funzione bio-organica. Tra cognizione e coscienza si fa una
differenza concettuale in neuroscienze. La cognizione è considerata un’azione mentale o comunque
un processo di acquisizione delle conoscenze e di comprensione attraverso l’esperienza, i sensi ed il
pensiero, mentre la coscienza è lo stato (ancora mentale) di essere consapevoli della propria
esperienza, dei propri pensieri e dei propri sensi o più generalmente di essere, di esistere333,334.
Dunque, sembrano concetti l’uno l’evoluzione dell’altro. Tuttavia, quello che è assolutamente
interessante, per tornare ai concetti espressi da Maturana e citati da Cappuccio331,332, è che funzioni
non mentali e del tutto bio-organiche hanno un ruolo nella cognizione, ad esempio l’asse intestino-
microbioma-cervello o gut-microbiome-brain axis (GMBA) ha un ruolo fondamentale in neurologia
e neuropsichiatria335, il che ci rafforza nell’idea che l’evoluzione della mente sia un fatto
informazionale “biologicamente integrale”. Per continuare e fare un po’ di luce su questi concetti,
dovremmo un attimo tornare indietro e riprendere una stringata sintesi dell’intero excursus fatto fin
qui.
Un primo punto di novità è che le informazioni, sia quelle inerenti le biomolecole con le loro
funzioni che quelle cognitive-mentali, sono gestite da una dinamica dissipativa e non
computazionale. Noi ipotizziamo che se la gestione delle informazioni fosse computazionale, cioè
un funzionamento a mò di computer, l’ingresso di una folla abnorme di informazioni creerebbe
situazioni di “crash” informazionale (e dunque anche funzionale) paragonabili a quelle dei virus o
dei malware che infettano i nostri sistemi tecnologici informatici, per i quali sono obbligatori
strumenti di barriera come i firewall o gli anti-virus. Il secondo punto è che la dissipazione
dell’informazione bio-molecolare ha modalità un po’ diverse da quella relativa alla percezione e
della cognizione. Abbiamo fatto delle ipotesi su ciò. Nella dissipazione bio-molecolare, l’acqua ha
un ruolo prìncipe. Nel capitolo terzo abbiamo cercato di spiegare come ciò possa essere avvenuto.
Successivamente si è creato un linguaggio biomolecolare, che ha consentito di modulare la
dissipazione informazionale non solo grazie all’acqua ma anche grazie ad altre molecole e a macro-
strutture di molecole in relazione tra loro. Più avanti questa evoluzione verso una maggiore
complessità ha permesso l’emergere di strutture funzionali organizzate deputate alla dissipazione
informazionale, come il sistema immunitario ed il sistema nervoso. La dinamica della dissipazione
informazionale avviene in tutti gli esseri viventi, con modalità che in parte sono state già affrontate
nel capitolo secondo. Nel capitolo terzo abbiamo accennato alla questione della dissipazione
informazionale dei messaggi antitropici. Abbiamo definito questi messaggi “inutili” per la semplice
ragione che per un gatto, un cane o un coccodrillo, il colore rosso o giallo di una nota marca di
caffè, non ha valore esistenziale. Premesso quindi che anche questi animali sono in grado di
percepire molti dei segnali esterni, e dunque dei messaggi, provenienti dal mondo esterno in cui
181
vivono, come accade anche per la specie umana, è possibile suggerire l’idea che, non essendo il
colore della marca del caffè (ma probablmente neanche il caffè), fondamentali per la vita di questi
esseri, forse questi messaggi non sono soggetti a dissipazione e restando fuori, nel mondo ad alta
entropia, sono riconosciuti solo se simili ad oggetti pericolosi da cui fuggire o invitanti per la
predazione o l’accoppiamento. Nella specie umana sembra invece che non ci siano messaggi esterni
che non entrino nella dissipazione informazionale. Moltissimi di questi messaggi non sarebbero
“letti” neanche da un macaco ma quello che ci appare molto intrigante è che si tratta di messaggi
che non hanno una funzione direttamente legata alla sopravvivenza vitale. Ovvero, traduciamo
meglio. Qual è l’utilità di un messaggio antitropico per la dissipazione bio-organica? Se un accordo
sul pianoforte dovesse essere percepito come un suono “strano”, esso, in fase di dissipazione di
Shannon, non potrebbe essere usato come fraseologia nota alle funzioni biologiche, e l’animale che
lo sentirebbe per la prima volta si darebbe alla fuga, un comportamento che potrebbe essere
banalmente tradotto in “non spreco energia per dissipare questo”. E’ un atteggiamento esclusivo. Se
invece, facendo una ipotesi più o meno fantasiosa, l’atteggiamento di un mammifero fosse
completamente inclusivo, al messaggio nuovo, mai incontrato prima, potrebbe seguire un
atteggiamento “almeno” di “convinta curiosità”.
Nel capitolo terzo abbiamo suggerito come si verifica la riduzione dell’entropia di Shannon nel
circuito percettivo-cognitivo. Qui abbiamo tracciato un modello per cui la dissipazione agisce su
dinamiche continue, molto veloci, in cui il messaggio esterno modifica la topologia informazionale
con cui sono connessi molti neuroni tra di loro nell’attività oscillatoria che li caratterizza. Mentre
per la dissipazone bio-molecolare abbiamo ipotizzato un quadro microscopico molto stringente in
cui agisce l’acqua, nella dissipazione informazionale dei processi mentali, dove entrano messaggi
antitropici, abbiamo immaginato che si verifichi una prima fase in cui il messaggio cambia la
topologia della dinamica caotica dei neuroni per farla diventare “base” modulare per l’azione
successiva. Il meccanismo in cui i messaggi antitropici sono dissipati con questa dinamica lo
abbiamo definito “etichettatura”. Secondo la nostra interpretazione, l’etichettatura è una modifica
nel paesaggio topologico dato dale dinamiche delle reti neuronali associate con le emozioni, che,
sempre secondo la nostra interpretazione, precedono immediatamente l’elaborazione cognitiva che,
vedremo perché, è raffigurativa. Questo perché, sempre secondo la nostra interpretazione,
l’emozione è il processo in cui la dissipazione informazionale dei messaggi antitropici ha raggiunto
la struttura dissipativa bio-organica336. In effetti, il collegamento diretto del sistema limbico con il
talamo, che è la struttura subcorticale a cui pervengono tutte le informazioni sensoriali, comprese
quelle visive e uditive che sono alla base delle vere e proprie emozioni, prima dell’arrivo in
corteccia, sembrerebbe dare ragione al fatto che la cognizione, con riconoscimento e nominazione,
182
sia successiva ad una connotazione emotiva. Ed è interessante sapere che è l’amigdala che riceve
informazioni antitropiche prima che le aree corticali. Nell’idea che abbiamo sviluppato. la
dissipazione informazionale, modulando i diversi paesaggi informazionali chiamate topologie
informazionali, crea etichettature che consentono una modulazione ordinata delle oscillazioni o dei
diversi paesaggi caotici con cui comunicano i neuroni, consentendo funzoni coordinate. Ad
esempio, sembra noto che nella neocorteccia la comunicazione sia assolutamente influenzata dai
diversi pattern oscillatori e in coerenza ed ancora si sa molto poco come la coerenza di tali
oscillazioni sia importante per l’ingresso di input talamici nelle aree corticali in animali in veglia e
in attività, ovvero come le oscillazioni e gli spikes nella corteccia visiva primaria siano allineati con
le aree visive del talamo; sembra che ci debbano essere coerenze sincrone oscillatorie che nel topo
sono dell’ordine dei 50-90Hz, coè in area gamma, simili funzionalmente alle oscillazioni beta
nell’uomo (14-30 Hz) in grado di stimare durate di tempo estremamente brevi337,338.
Questo ci suggerisce che la dissipazione informazionale sia una dinamica obbligatoria per la
cognizione. Nell’esempio del colore della marca del caffè, la percezione di un qualsiasi oggetto del
genere deve tener conto di una serie di fattori che quindi devono essere dissipati insieme o in
sequenza: a) il senso emotivo del colore ovvero della radiazione luminosa; b) il rapporto della
radazione luminosa nel tempo (forma); c) il rapporto di queste funzioni con lo spazio. Se la
comunicazione è associata a treni ondulatori e a neurotrasmettitori, che sono uguali o di numero
contenuto per una infinità di decodificazione e nominazione di forme, oggetti, suoni e quant’altro,
ci deve essere una modulazione fine di dinamiche informazionali, che sono molto più plastiche e
fluide di quelle biomolecolari.
La parola antitropico vuol dire che sono generatori di entropia o che contengono un elevato
contenuto entropico. Il lettore potrebbe chiedersi: okay, ma poi l’entropia non viene ridotta con la
dissipazione informazionale? In un certo senso si, solo che tali messaggi non sono funzionali, non
servono alla sopravvivenza della specie, anche se poi, vedremo, potranno essere usate anche per
questo, perfino. E quindi, è come se rimanessero là, una volta entrate, senza un apparente senso. Se
il messaggio antitropico non può essere associato a delle relazioni funzionali, può essere associato
solo a delle relazioni, ovvero a relazioni interne. Nel capitolo seguente affronteremo più
profondamente il concetto relativo a tali relazioni, per il momento diciamo solo che l’entropia delle
informazioni antitropiche è ridotta per legame relazionale di queste con la relazione corpo-mente
cioè struttura dissipativa bio-organica relazionata a struttura dissipativa informazionale. Dunque
non si tratta di funzioni, come dinamiche autonome e automatiche ma di funzioni relazionate e
dunque in stretto rapporto con lo spazio e con il tempo, con il corpo e con l’ambiente. Per questo
motivo sono state identificate come “raffigurazioni”, cioè processi informazionali di relazioni
183
funzionali. L’arrivo a “noi” come coscienza c’è perché, come riporteremo più avanti, è necessario
ipotizzare una struttura dissipativa apposita delle relazioni.
Rispetto alle altre specie animali la dissipazione di tutti i possibili messaggi esterni ha creato una
struttura dissipativa più complessa che, proprio a causa di un ordine strutturato informazionale fatto
mettendo in relazione tali messaggi con le relazioni interne tra strutture bio-organiche e strutture
informazionali, ha “ricreato” la specularità del mondo esterno nel mondo interno. Ovvero, c’è stato
il cosiddetto “adattamento informazionale”. E siccome l’adattamento informazionale non può essere
una funzione ma una rappresentazione, la più fedele possibile al mondo, esso è quello che è il
mondo per ognuno di noi. Questa “cosa” la chiamiamo mente. In effetti, il cervello è una ”black
box”, non sa niente del mondo esterno, può conoscerlo solo con la mente. E in effetti, la letteratura
neurobiologica e psichica è piena di questa idea del “mondo interno” e della rappresentazione del
mondo.339-341.
Può risultare dunque ovvia una conseguenza di questa fenomenologia dissipativa, che è
l’evoluzione complessa del “controllo”. Il mondo interno può perfettamente essere “sufficiente” alla
dissipazione e quindi alla “vita” della struttura dissipativa che è l’uomo. Dato che il mondo interno
è copia fedelissima del mondo esterno, tanto che noi diciamo che è vero ciò che “vediamo e
tocchiamo”, esprimiamo cioè un giudizio di verità (affidabilità oggettiva) sulla natura “altra” del
mondo, “partendo” dal nostro mondo interno come specchio fedele, è sufficiente questo “avatar” a
dirci che viviamo. Se non che, il mondo è il mondo e noi siamo noi. Se il mondo fosse solo lo
specchio interno, dovremmo, detto banalmente, prevedere tutte le “mosse” del mondo. Per “fortuna
nostra” (anche evolutivamente parlando) non è così e ci sarà utile dunque un “terzo” che chiarisca la
questione e metta “pace” tra il “nostro” modo di vedere e leggere il mondo e il “mondo
autenticamene com’è”. Nel capitolo quinto introdurremo infatti, il conetto di struttura dissipativa
relazionale e di triade relazionale.
Il controllo è una dinamica molto forte perché connaturata, da un punto di vista relazionale, con
tutta la dissipazione e cioè con le strutture che la esercitano. E non è quindi banale affermare che i
messaggi antitropici, ad esempio quelli etico-morali, siano frutto esclusivo di una elaborazione
mentale delle esperienze e raggiungono quindi il livello delle raffigurazioni, dettando legge anche,
ovviamente, su ogni dinamica funzionale bio-organica, anche se non direttamente.
184
molte eccellenti sedi, ma ci interessa almeno sfiorare il concetto, in modo intellettualmente
suggestivo, partendo dal modello delle strutture dissipative che fin qui abbiamo argomentato.
Le strutture dissipative chimico-fisiche contengono, per definizione, una caratteristica intrinseca che
è la dinamica “end oriented”. Questa dinamica può essere definita anche come una dinamica
intenzionale, perché è completamente orientata su un target, che è l’equilibrio termodinamico, in
termini funzionali ma è anche la fonte di materia, energia e informazione per continuare a dissipare,
contiuaando ad essere presenti le condizioni di non equilibrio. Dunque, è “profondamente
intrinseco” nella struttura più immanente dell’essere, anche biologicamente inteso, il fenomeno
dell’intenzionalità, che, per questa sua natura, non è di origine mentale, anche se a noi (coscienza)
“arriva” così. L’intenzione è una proprietà intrinseca, profondamente intrinseca, alle strutture
dissipative in quanto tali e particolarmente in quelle “informate” (biologiche) e l’unico “end point”
o “target” di questa intenzione è dissipare. Al contrario di quello che si pensa normalmente,
l’intenzione non nasce come atto creativo puro, libero e genuino, da un processo mentale, perché
noi siamo “esseri direzionati”, inesorabilmente direzionati, e l’unica cosa sana è seguire la
direzione, il flusso. Ora, l’unico modo per “modificare” la direzione, quello che è l’effetto attivo
dell’intenzione, chiamatela scelta libera o decisione o azione, è bloccarne l’andamento, per
obbligarlo a dirigersi altrove. In una parola, noi non creiamo “da noi”, con la nostra mente libera,
l’intenzione della dinamica dissipativa, che è sempre quella di dissipare il maggior tasso di
entropia. Possiamo solo, come fa un uomo che si mette in mezzo ad un gregge in fuga di pecore
cercando di bloccarne il flusso, deviare le pecore. Facciamo questo o quello, decidiamo questo o
quello, non ha una scaturigine originale: è un blocco. O in una semplice parola, un “no”. No al
flusso, no all’intenzione originale della dissipazione. Ed è veramente curioso che il nostro senso di
libertà che percepiamo più autentico è quando diciamo “no”, quando ci sentiamo di poterci ribellare
al mondo, perfino a Dio, alle regole, alle imposizioni morali. Il no è l’atto supremo del fatto che
“sono io che decido” e non tu. Ed è sempre un “no” ad un fatto che va avanti (o che andrebbe avanti
comunque e in un certo modo) a prescindere dalla tua esistenza. A livello dei meccanismi di
controllo della dissipazione, dunque, non ci può essere una vera e propria creazione “dal nulla” ma
un cambiamento per “blocchi”. Perché l’assenza di blocchi non conduce al cambiamento ma al
mantenimento del flusso e ovviamente il mantenimento del flusso non conduce a nessuna
evoluzione informativamente guidata.
La volontà è dunque un “no”, un blocco a qualcosa che già ha una sua “end-pointed orientation”, un
orientamento finalizzato. Quello che è interessante eccepire in questa sede è che la dinamica del no
può perfettamente creare situazioni corto-circuitali al flusso dissipativo, con tutta l’immensa pletora
di stuazioni fisio-patologiche anche in area psicologica che non possiamo affrontare qui per ragioni
185
di spazio. Il “no” è il modo con cui il bambino costruisce l’io e dunque, se il “si” traduce
l’appartenenza (il riconoscimento di un alter), il no traduce la coscienza (il riconoscimento del self)
186
Capitolo quinto
Dissipazione e movimento. La tecnica Navigator
Introduzione
Può sembrare abbastanza ovvio, sulla base degli aspetti trattati nei precedenti capitoli, che la
dissipazione bio-organica “produca” più entropia quando si è in movimento, piuttosto che quando si
è a “riposo”. In effetti, secondo diversi fisici impegnati nella ricerca sulle strutture dissipative,
queste ultime puntano a produrre il massimo tasso di entropia in condizione di gradiente energetico.
Nel capitolo secondo abbiamo riportato che tutto il nostro essere si concepisce come una struttura
dissipativa: questo suggerirebbe fortemente l’idea che la condizione di “riposo”, nel senso di
assenza di movimento, non sarebbe la condizione primaria di un essere vivente, sebbene un
organismo completamente immobile e che dissipa possa essere considerato ancora vivo. Almeno
per quanto riguada l’uomo si devono considerare “movimenti”, nel conteso della dinamiche
dissipative, ad esempio sia il linguaggio che il movimento vero e proprio. E’ movimento tutto ciò
che relazione con l’interno (sé stessi) e l’esterno al sé. L’organismo biologico, e quindi anche
l’essere umano, è in continua dissipazione finchè non muore e il movimento ne è la
rappresentazione più eloquente. Questo implica che qualsiasi dinamica informazionale non può
esistere senza movimento e che la stessa dissipazione informazionale ha profonde implicazioni con
il movimento. Anzi, è tutta la dissipazione biologica che ne è fortemente condizionata. In questo
senso, il movimento deve intendersi nella sua accezione più generale, anche, cioè, come movimento
interno. Il movimento è dunque relazione, relazione esterno-interno e interno-interno (percezione) e
interno-esterno (azione), una dinamica che è caratteristica fondante di una struttura dissipativa in
quanto tale.
Secondo James A Dixon, dell’Università del Connecticut, c’è un rapporto strettissimo tra il concetto
di “percezione-azione” e le strutture dissipative. Dixon infatti suggerice che, sulla base di studi
eseguiti su strutture dissipative non biologiche, quindi esclusivamente chimico-fisiche, tali strutture
si auto-organizzano e si muovono alla ricerca di nuove fonti di energia in modo spontaneo ed
autonomo e che addirittura, per un “caso fortunato”, possono perfino sviluppare “sensori” in grado
di realizzare ciò342-344. Il movimento, e anzi il rapporto percezione/azione, è dunque una
caratteristica intrinseca dei sistemi dissipativi come lo sono l’ordine e la complessità345. Gli studi di
Dixon, presentati in un seminario all’Università del Connecticut nel novembre del 2017, riportano
l’abilità di sistemi chimico-fisici, non biologici, di “indirizzare” spontaneamente la loro
organizzazione verso le fonti di energia, in modo da produrre il tasso di entropia più alto possibile.
Questi sistemi, fatti di biglie galleggianti su uno strato di olio in una piastra Petri di plastica,
187
sottoposte ad un voltaggio di 20.000 volt da un elettrodo, formano spontaneamente strutture ad
albero, e rappresentano un rudimentale modello dell’evoluzione del rapporto percezione/movimento
nelle strutture dissipative344. Gli esperimenti di Dixon rivelano che il concetto di “percezione-
azione”, che potrebbe essere tradotto, volendo, anche in “emozione-processo relazionale”, è
intrinseco alla stessa chimica-fisica dei sistemi dissipativi. Gli studi di Dixon c dicono anche che
“intenzione” (verso un’azione) è connaturata, intrinseca alla dissipazione, alla natura chimico-fisica
fondamentale della struttura dissipativa.
Che la vita sia una struttura dissipativa è stato detto e sostenuto in diverse occasioni346-348. E può
sembrare anche naturale ed ovvio che, essendo la struttura dissipativa un sistema “end oriented”,
cioè orientato verso uno scopo, una finalità, il movimento ne costituisca la sua natura fondamentale,
dato che una volta emerso nel mare degli eventi può esclusivamente raggiungere il suo scopo e
morire. Inoltre, dopo che noi in questo testo abbiamo decisamente sostenuto che l’uomo è una
struttura dissipativa e si comporta come tale, il movimento nell’uomo non è più una questione di
esercizio muscolare ma va ben oltre, basti pensare che lo stesso termine “emozione”
etimologicamente ha lo stesso prefisso di “educazione”. Infatti, il prefisso “e”- risalirebbe al latino
“extra”, cioè fuori, per cui mentre la parola educazione significherebbe alla lettera “tirare fuori”,
evidentemente l’io con le sue domande di valore, la parola emozione significherebbe “muovere
fuori”, dunque come un vettore verso un obiettivo. E’ risaputo che l’idea delle emozioni sia assunta
erroneamente come un’idea statica, del pensiero, meditativa, interiore, riguardante i sentimenti e i
sentimenti sono idealmente connessi alle sensazioni che, sempre per il medesimo preconcetto,
“precederebbero” un ipotetico movimento. Il preconcetto dualistico ha infatti separato il mondo
delle emozioni, delle percezioni e dei sentimenti da quello delle azioni, creando un drammatico
vulnus nella comprensione della coscienza. Non c’è un prima e dopo decisionale: come
spiegheremo meglio più avanti c’è un gradiente relazionale (potenziale di relazione) che segue il
gradiente entropico. Nel dualismo le emozioni sono annoverate nel gruppo di quelle dinamiche
“associate” al movimento ma che non sono movimento (interno) esse stesse. L’etimologia, tuttavia,
dovrebbe farci riflettere suggerendoci uno sguardo un po’ diverso e in questo capitolo ne
affronteremo la questione. E in tale prospettiva la domanda che ci si potrebbe porre è la seguente:
una struttura dissipativa biologica prova emozioni?
L’idea di molti biologi è che le emozioni, nel significato con cui le intendiamo noi, cioè quello
associato all’idea di sentimento, nascano con l’emergere nel cammino evolutivo del phylum degli
Cnidari, o più comunemente Celenterati (le meduse, per intenderci), del sistema nervoso. Se è così,
le emozioni sono fenomeni “motori” interni che hanno a che fare con la complessità della struttura
dissipativa informazionale. E, ad essere più rigorosi, se l’emozione è considerata un aspetto neurale
188
ma configurata nel sentimento di felicità giustizia, bellezza, amore e quant’altro, essa, che non
sembra essere verificabile in un animale, dovrebbe essere un prodotto mentale, più che nervoso in
senso lato. E’ più semplice immaginare che l’emozione sia il frutto di una relazione interna, come
specificheremo più avanti, e che non è assente negli animali con un sistema nervoso complesso. In
realtà, alcuni ricercatori russi, hanno studiato da un punto di vista fisico, cioè partendo dalla
termodinamica, l’aspetto delle emozioni in relazione al “decision-making”, cioè del “prendere una
decisione”, meccanismo considerato come risposta ad una emozione o complesso di emozioni349.
Questo aspetto è importante per comprendere il concetto di “emozione”, di “movimento” e di
“decisionalità”, con tutte le sfumature che condurrebbero al “senso di agenzia”, all’interno del
modello delle strutture dissipative, svincolando, per un attimo, il significato di emozione dal campo
del sapere psicologico, per poi eventualmente tornarvici con maggior rigore. Pakhomov e Sudin,
due ricercatori russi, ritengono che le fasi dinamiche del processo di decisione (“decision making”),
quindi, secondo noi, anche nel contesto dei meccanismi di dissipazione, possano essere definite
come fenomeni irreversibili in condizioni di non equilibrio, e dunque possono perfino essere
descritte dalle leggi della termodinamica classica349. In pratica il complesso “emozione-prendere
una decisione”, per le sue caratteristiche termodinamiche, può esso stesso essere una struttura
dissipativa, dato che ha dinamica irreversibile in condizioni lontane dall’equilibrio termodinamico.
Sarebbe interessante a questo punto studiare quanto il movimento vero e proprio dipenda da questa
struttura dissipativa, e se essa possa “sganciarsi” dalla struttura dissipativa biologica (bio-organica +
informazionale) e ritenersi una struttura dissipativa autonoma. O se invece è un prodotto
“biologico” della struttura dissipativa informazionale. Affronteremo queste tematiche nelle
prossime pagine.
189
flora intestinale. Alcuni comportamenti e abitudini legate a obesità, disfagie e altre attitudini
psichiche che riguardano il rapporto con il proprio corpo e con l’assunzione di materia ed energia,
sarebbero da imputare a importanti cambiamenti nel microbiota intestinale351-357. In diverse pagine
di questo testo abbiamo più volte ribadito il concetto che tutta la popolazione di modelli, assunzioni,
tematiche filosofiche ed epistemologiche, se “riletti” nella prospettiva della dissipazione, cioè della
fenomenologia delle strutture dissipative, cambiano completamente sguardo e tutta la complessa
fenomenologia umana sembra essere strutturata per aumentare il tasso di entropia cioè per portare
alla massima efficienza la dinamica dissipativa. La “strana” relazione tra cognizone e batteri
nell’uomo sembra portare più verso un’ipotesi di tipo dissipativo che altro. In effetti, sembra essere
associabile più ad una funzione di tipo energetico, metabolico che altro. Questo è uno dei motivi per
cui è stato fondato il concetto di neurobioma. Così, può comprendersi, forse, perché i batteri
influenzino molte delle nostre attività mentali, evidentemente le nostre più alte attività della mente
nascono e si evolvono nel seno di un unico compito: dissipare. Poiché dissipare è un compito
assolutamente e strettamente associato con il flusso di energia ed informazione, l’emozione è più
facilmente comprensibile come relazionata ad un processo decisionale e ad un movimento.
Possiamo dunque avanzare l’idea speculativa che anche l’emozione sia un processo “end-oriented”
(nel senso in cui lo intendono i fisici che studiano le strutture dissipative) e siccome i processi “end-
oriented” nello squilibrio termodinamico sono processi dissipativi, sarebbe interessante, come
anticipato prima, discutere se l’emozione, con il suo complesso “emozione-processo decisionale-
movimento” sia essa stessa una struttura dissipativa autonoma. In questo caso, oltre alla struttura
dissipativa bio-organica e alla struttura dissipativa informazionale, potrebbe essere adeguato
considerarne una terza, che chiameremmo “struttura dissipativa relazionale”. La possibilità di
sviluppare l’idea ed il modello di tre strutture dissipative co-funzionali nell’essere, va ulteriormente
discussa ma resta senza dubbio curiosa ed affascinante l’involontaria analogia con diverse
epistemologie e filosofie, non ultima l’Ayurveda e i suoi tre dosha, dove il Pitta sembra essere più
vicino all’idea di una struttura dissipativa bio-organica, il Vata a quella informazionale e il Kapha a
quella relazionale, anche se non sembra ci sia una vera e propria similitudine, a dire il vero. In
realtà, l’ipotesi di tre strutture è, come affronteremo più avanti, il minimo di una dinamica ciclica
relazionata.
Nell’ipotesi di una terza struttura dissipativa, dove abbiamo detto che l’ordine della struttura
dissipativa bio-organica è l’automatismo e quello della struttura dissipativa informazionale è il
controllo, nasce la convinzione che il ruolo di queste due strutture dissipative sia la cosiddetta
“centratura dell’io”, che è obbligatoria affinche la struttura dissipativa relazionale svolga un ruolo
dissipativo. La struttura dissipativa relazionale, contenente la fase del “decision making”
190
conseguente alle emozioni, ha componenti vettoriali che consentono il trasferimento del sistema in
fasi diverse e tali fasi sono caratterizzate da proprietà dinamiche irreversibili e operanti fuori
dall’equilibrio termodinamico349. Secondo Pakhomov e Sudin l’entropia di quello che abbiamo
definito struttura dissipativa relazionale ha un impatto su tutta l’attività delle due strutture
dissipative, quella bio-organica e quella informazionale, attraverso le emozioni, che genererebbero
dinamiche caotiche capaci di poter essere influenzate da fattori esterni. Questi ultimi, sempre
secondo gli autori, modificherebbero le dinamiche caotiche in qualità di “ordini”, ovvero comandi,
vettoriali e facendo il calcolo dell’entropia dell’aspettativa legata ad una particolare scelta
dipendente da una qualsivoglia emozione, sia essa negativa che positiva, emerge la considerazione
piuttosto supportata dai fatti sperimentali di una “legge di conservazione delle emozioni”349. E’
chiaro che se questa assunzione fosse corretta, l’emozione si dovrebbe riconsiderare nel seno della
“conservazione di una relazione” che, secondo i nostri ragionamenti che qui approfondiremo, si
verifica tra struttura dissipativa bio-organica e struttura dissipativa informazionale. Ma accade
qualcosa di più importante, in realtà, che qui vogliamo per il momento solo anticipare.
Alcuni interessanti studi sperimentali hanno dato prova delle cosiddette “teorie asimmetriche” e che
riguardano il famoso “approach-avoidance process”, il processo di “vado verso” (mi approccio),
“evito di” (mi allontano), che è importante in psicologia perché ha a che fare anche con
l’”approach-avoidance conflict”, dove, evidentemente, quella che abbiamo definito struttura
dissipativa relazionale avrebbe a che fare con uno scopo o un evento con effetti positivi e negativi
contemporaneamente, che rende il “target” contemporaneamente appetibile, attraente ma anche non
interessante358-361. Gli studi di Maxwell e Davidson hanno mostrato una reale asimmetria nel
processo di approccio-elusione di cui sopra nell’investigare l’attività dei muscoli flessori e di quelli
estensori che sono stati contestualizzati come movimenti verso il self (approccio) e lontani dal self
(elusione) e che erano differentemente associati con l’attività dell’emisfero sinistro e dell’emisfero
destro, rispettivamente358. Questa asimmetria appariva interessante quando ai soggetti reclutati
nell’esperimento venivano assegnati anche compiti cognitivi, oltre che motori, e si è riportato che
all’interno di questa coorte di soggetti il grado maggiore di differenziazione nell’attività di muscoli
flessori ed estensori era predittivo, rispettivamente, di maggiori livelli soggettivi di esperienze
affettive quotidiane e di minori livelli soggettivi di ansia nel rendersi partecipi358. Altri interessanti
studi sono stati svolti di recente dal gruppo di Hunter nel Dipartimento di Terapia Fisica della
Merquette University nel Milwaukee, USA362. Questi studi hanno valutato le possibili differenze
legate all’età e al sesso nella stabilità delle contrazioni isometriche nel caso in cui al soggetto
venisse imposta una domanda cognitiva d’importanza e contenuto elevati e che fosse in relazione
con un range di forze applicate ai muscoli flessori del gomito (primo studio) e successivamente
191
differenze nel sesso della stabilità tra gli adulti più anziani quando fosse invece imposta una
domanda cognitiva d’importanza e contenuto bassi362. I risultati riportavano che i soggetti anziani
mostravano una ridotta stabilità e nel contempo una maggiore attivazione muscolare quando la
domanda cognitiva era alta, mentre la domanda cognitiva bassa induceva un maggior numero di
fluttuazioni nelle donne più anziane e molto meno negli uomini. Secondo gli autori questi studi
hanno importanti implicazioni per i compiti giornalieri e per quelli associati ad attività lavorative
che includono una domanda cognitiva presa in carico simultaneamente durante le contrazioni
isometriche submassimali nel caso dell’invecchiamento di una forza-lavoro362. Questi studi, e molti
altri che non possiamo, per questioni di spazio riportare in questo testo, dunque, ci suggeriscono la
radicale e fondamentale questione che l’attvità dissipativa biologica (bio-organica e informazionale)
e quella relazionale (con sé stessi e con il mondo), sono inestricabilmente interconnesse. Se è così, e
sta emegendo una mole imponente di evidenze in letteratura, dobbiamo seriamente chiederci quale
sia il vero compito della struttura dissipativa relazionale. All’inizio, per pura comodità didattica,
potremmo distinguere il “vettore verso il self” con il termine “emozione” e il vettore fuori dal self
con il più comune termine “movimento”. Questa iniziale distinzione didattica, non necessariamente
corretta, ci aiuterà a districarci nel ragionmento che stiamo per fare.
192
Figura 21 Valutazione delle relazioni in strutture diadiche (a sinistra) rispetto a quelle triadiche (a destra): le
frecce indicano i vettori. In A l’esempio in cui una delle strutture dissipative (bio-organica) dissipa e quella
informazionale no, in B la dissipazione ottimale di entrambi e i versori sono additivi (stessa direzione), in C
stuazione di conflitto (da evitare). In D uno schema semplificato della relazione triadica fra le tre strutture
dissipative, in E uno schema del Dr Antonio Vella (originale).
Ipotizzando che tutta l’attività dell’individuo possa finalizzarsi nella dissipazione energetica, quella
di Boltzmann, fatta di materia degradata e di energia degradata, in una relazione binaria il minimo
di efficienza è se la dissipazione della struttura dissipativa informazionale è nulla, cioè se l’entropia
di Shannon è uguale a quella di Boltzmann ed è semplicemente interna, cosa che succede solo
immaginando un meccanismo biologico completamente automatico assolutamente (in linea teorica)
fuori da ogni dinamica informazionale esterna. La dissipazione in questa relazione binaria sarebbe
massima se la dissipazione delle due strutture dissipative prese singolarmente fosse “concertata”,
cioè avesse moduli dello stesso segno e vettori non opposti (caso B Figura 21). Tuttavia, risulta
ovvio immaginare che, nel caso in cui le due strutture dissipino entrambe egregiamente, possano
anche avere versori opposti, non coincidenti (caso C Figura 21). Il conflitto tra la struttura
dissipativa bio-organica e quella informazionale è un evento assai probabile nella dinamica
193
dissipativa di un organismo, particolarmente nell’uomo, dove la struttura dissipativa informazionale
ha, com’è stato ampiamente detto in precedenti capitoli, un ruolo centrale ed esaustivo nella
configurazione del sé e del mondo. Il “bilancio” di una dinamica binaria deve essere svolto da un
terzo elemento interno e partecipe alla dinamica che si pone in relazione reciproca con le altre due.
Questa relazione è chiamata “relazione triadica”. La relazione triadica o ternaria è un particolare
tipo di relazione logica poliadica, usata in matematica. Essa ci dovrebbe introdurre in un discorso
più complesso e che tira in ballo le cosiddette “dipendenze poliadiche” in un flusso informazionale
di un sistema370. In effetti, tenendo per il momento “fisso” il comportamento dinamico della
struttura dissipativa bio-organica, è importante andare a vedere come evolve la dinamica della
struttura dissipativa informazionale nel tempo. James e colleghi, dell’Università della California,
suggeriscono che ciò che risulta fondamentale per comprendere il comportamento di un sistema
complesso è di definire la sua dinamica informazionale e anche tutta la stessa architettura
informativa, cioè quali meccanismi generano l’informazione, dove è conservata e in che modo
viene trasmessa in un sistema. Certamente, un contributo per affrontare tali interrogativi è stato dato
da Kolmogorov, che ha elucidato le modalità con cui l’informazione viene trasmessa dal microstato
(molecole, organelli, cellule, eccetera) al macrostato o macro sistema (l’organismo integro,
l’individuo)372. Per capire un attimo dobbiamo aprire una piccola parentesi. Nelle scienze statistiche
che hanno a che fare con la meccanica statistica e l’informazione, esiste un concetto che si chiama
“trasferimento di entropia” che è una statistica non parametrica (non gaussiana) che misura la
quantità di trasferimento diretto (asimmetrica rispetto al tempo) di informazione tra due processi
random. E’ un concetto che è stato usato anche nel trasferimento d’informazione tra neuroni373-375.
In pratica, il trasferimento entropico (informazionale) è un tipo di informazione mutua condizionale,
cioè serve per capire quanta informazione (dunque in termini di probabilità, quanto ne va a buon
fine) in una connettività possa essere “guidata” dalla connettività stessa o restare random è,
insomma, da un punto di vista strettamente probabilistico, il valore che ci si aspetta in una
informazione mutua di due variabili random, una volta che si conosce il valore di una terza. E’
anche, in parole povere, una misura della causalità (causa) o della casualità (random) delle
connessioni, ovvero delle relazioni, e che riduce il fenomeno della cosiddetta causalità di Granger,
intesa come quell’ipotesi statistica in cui una serie temporale sia in grado di prevedere la successiva.
Questi parametri intendono valutare quanto in una relazione triadica sia effettivamente misurabile e
quantificabile in tema di trasferimento informazionale, usando tuttavia il metodo della statistica
delle reti (computazionale)375. L’approccio ci è particolarmente utile per studiare la dipendenza
poliadica in una triade. Secondo James e colleghi, su tre elementi posti in gioco, ad esempio A, B e
C, il condizionamento probabilistico non è un’operazione sottrattiva, cioè non è l’informazione
194
condivisa da A e B una volta che C è stato rimosso. Piuttosto, si tratta dell’informazione di A e B
“mentre” tengono ancora conto di C. Il condizionamento può influenzare profondamente
l’informazione condivisa tra due processi370. Ciò non può avvenire se il condizionamento ha
semplicemente rimosso un’influenza: la dipendenza condizionale include una dipendenza
“addizionale” che si verifica in presenza della terza variabile370. James e colleghi riportano che
l’attuale “lettura” della dinamica delle reti ha una modalità semplicemente diadica e non tiene conto
di questi condizionamenti poliadici, generando anche bias nella lettura delle dinamiche
informazionali in una rete, come la disconnessione di una rete a tre (triadica) dove gli elementi
sarebbero considerati indipendenti a gruppi di due per volta, usando il metodo del trasferimento
entropico370.
Abbiamo ripreso gli studi di James e colleghi, forse leggermente ostici nel linguaggio, per
rappresentare e confermare l’idea che nella triade costituita dalle tre strutture dissipative, le
dipendenze poliadiche sono assolutamente attive, anzitutto perché tale modello non è un modello
statistico-probabilistico ma dinamico. Cerchiamo di specificare il concetto. In una relazione a tre,
dovesse essere esclusa l’attività di una componente, quello che accade è che la restante relazione
“pseudo-diadica” (a due, cioè) è influenzata dal fatto che la relazione, comunque, è strutturata su tre
partecipanti e non su due. In questo caso, sarebbe importante vedere cosa accade se i partecipanti
sono strutture altamente dinamiche, potenzialmente indipendenti, e non connessioni. E’ interessante
sapere che la neurobiologia attuale riporta una connessione a tre nella connettività funzionale basale
(senza “compiti”), il che dovrebbe darci ragguagli sull’integrazione spontanea e la segregazione
informazionale nel processo della cognizione, identificando una prima configurazione che è quella
del cervello a riposo, una seconda configurazione che avrebbe a che fare con la disconessione dei
modelli di connettività visiva e sensitivo-motoria, ed una terza che ha a che fare con quel modello di
connettività che comprende le aree di rete fronto-parietali e del cosiddetto default, ma anche
l'interazione tra i due diversi emisferi, che, secondo gli autori, sarebbero anche associati alla
consapevolezza del sé e dell’altro da sé371. Sono sicuramente ricerche ed osservazioni
particolarmente suggestive e che ci rafforzano nell’idea di una triade operativa che andiamo adesso
meglio a descrivere.
Il primo aspetto importante di una struttura dissipativa è che essa evolve rispetto al tempo, o meglio
rispetto allo spazio-tempo. L’evoluzione è contemporaneamente spaziale e temporale. Se prendiamo
in considerazione un mulinello di aria, un ciclone, ad esempio, esso non solo possiede un
movimento dissipativo intrinseco (quello rotatorio) ma anche un movimento “da qua a là”,
orientato, capace di far spostare la struttura dissipativa lungo il flusso energetico distribuito nello
spazio e nel tempo. Il ciclone non solo gira vorticosamente ma si muove lungo un percorso. Il
195
percorso non è mai definito o tanto meno pre-definito all’interno della struttura dissipativa ma è
dettato dal flusso esterno. Lo stesso ragionamento potremmo farlo con gli altri sistemi dissipativi
descritti nel capitolo primo. Mentre la struttura dissipativa avanza nel tempo e nello spazio, qualche
autore avrebbe usato l’entropia di Shannon per misurare il grado di distribuzione delle connessioni
interne e anche la capacità di orientamento verso un target (oggetto) esterno, un approccio usato per
studiare la qualità di un software376,377. Se la struttura bio-organica è una struttura dissipativa è
corretto dire che tale struttura crei ordine interno poiché è un sistema termodinamico aperto
irreversibile che opera lontano dall’equilibrio. L’ordine interno della struttura dissipativa bio-
organica deve presupporre che, ogni aumento dell’ entropia di Shannon, debba essere ridotto a
causa della stessa riduzione di entropia di Boltzmann causata dall’acqua strutturata nei vari
compartimenti e per il conseguente ordine dinamico all’interno delle funzioni biologiche. La
riduzione interna dell’entropia di Shannon implica che qualsiasi messaggio esterno aumenti la sua
entropia restando fuori dall’interazione con la logica biologica della struttura dissipativa bio-
organica, che, per lo stesso motivo, tende a portare all’esterno informazioni degradate. Ipotizzando
che la struttura dissipativa bio-organica sia, appunto, un sistema dissipativo lo deve essere
pressochè obbligatoriamente anche la struttura dissipativa informazionale. Le due strutture
dissipative lavorano insieme per assicurare la cosiddetta “tenuta bio-informazionale” che è il
fondamento con cui si estrinseca l’ordine funzionale delle catene metaboliche, enzimatiche e di
signaling delle cellule e dell’intero organismo378. In questo senso, la struttura dissipativa
informazionale è il motore che consente alla struttura dissipativa bio-organica di mantenersi
ordinata funzionalmente e di diventare sempre più complessa. La dissipazione informazionale è un
concetto che non è ancora stato espresso in biologia, malgrado recentemente un concetto simile sia
stato espresso solo in economia, come indicatore di transizione379,380. In realtà, c’è stato chi ha
parlato di lunghezza di dissipazione dell’informazione come misura (statica) della tipica distanza di
decadimento di una mutua informazione in un sistema, misura che può essere utilizzata per valutare
l’emergenza di correlazioni a lungo raggio del sistema che precedano transizioni dinamiche
critiche379. Anche qui si tratta di una misura di reti ed eventi connessi computazionali, non di un
fenomeno puramente dinamico, come lo è, ad esempio, la termodinamica classica. Ne risulterebbe
che l’informazione è una proprietà non auto-organizzantesi in una dinamica dissipativa, ma una
dinamica che si evolve in esclusiva dipendenza di altre dinamiche (non necessariamente dissipative)
ad essa collegate.
La dissipazione informazionale permette di spiegare molti fenomeni, primo fra tutti la nascita di una
struttura informazionale complessa. Fuori da una fenomenologia dissipativa, le informazioni
sarebbero risultate tutte proprietà del sistema senza alcuna indipendenza dinamica, il che appare
196
anche piuttosto insolito, visto che le strutture biologiche evolvono a causa di e attraverso le
informazioni. L’emergere di una complessità nella struttura dissipativa informazionale, come
descritta nel capitolo quarto, cioè una mente, deve aver modificato anche il rapporto tra struttura
dissipativa bio-organica e struttura dissipativa informazionale. Mentre può essere comprensibile il
fatto che l’informazione “abbia il ruolo di normare” la complessità della struttura dissipativa bio-
organica, ci si dovrebbe chiedere che cosa normi la complessità della struttura dissipativa
informazionale. Per rispondere a tale interrogativo, faremo una breve premessa.
Considerando l’esempio del mulinello d’aria, il movimento lungo un percorso è connaturato alla
dinamica della struttura dissipatva, non ai rapporti interni ma al rapporto che la struttura dissipativa
ha con il suo scambio di entropia, cioè con la sua dissipazione. La relazione con la dinamica
provocata dallo squilibrio di forze crea l’ordine e la complessità. La relazione con la dissipazione
crea il movimento. Quindi, il movimento è quella relazione tra l’ordine complesso e la dissipazione.
Non è semplicemente un rapporto, ovvero relazione, tra la struttura dissipativa e l’ambiente,
l’esterno, il mondo, ma con la dissipazione.
Che cosa implica tutto ciò nella predetta relazione triadica?
L’aspetto fondamentale nuovo è che se le strutture dissipative biologiche (bio-organica e
informazionale) sono in continua relazione non con l’ambiente ma, attraverso la struttura dissipativa
relazionale, con la dissipazione, la relazione non è “da dentro a fuori” come si continua a sostenere
ma dalla “relazione tra il dentro e la relazione con il fuori”. In parole povere, ti muovi e interagisci
con il fuori “in dipendenza di come dissipi” e di come la dissipazione modifica le relazioni interne.
Questo significa quindi che anzitutto la struttura dissipativa bio-organica è in relazione con la sua
dissipazione e che la struttura dissipativa informazionale è in relazione, anch’essa, con la sua
dissipazione. Ovvero: che il modo in cui la struttura dissipativa bio-organica dissipa cambia
l’informazione relazionata con l’ordine e la complessità della struttura dissipativa medesima. E
anche che il modo con cui la struttura dissipativa informazionale dissipa cambia la funzione
biologica relazionata con il controllo della struttura dissipativa citata, cioè quella informazionale. La
relazione tra le due strutture dissipative e le loro rispettive dissipazioni è posta in essere dalla
struttura dissipativa relazionale. E come? Faremo qualche esempio si spera semplice e
comprensibile, per capire meglio il tema.
Se associamo alla struttura dissipativa relazionale l’idea del movimento verso uno scopo, un target,
lo scopo è raggiunto dal corpo, che dunque si muove verso l’obiettivo, ma che deve
obbligatoriamente fare i conti con il tasso di entropia e dunque con la sua dissipazione, per
permettere che lo scopo sia raggiunto, cioè che sia soddisfatta, alfine, la dissipazione della struttura
dissipativa relazionale. Inoltre, anche la gestione delle informazioni relative all’oggetto dello scopo
197
deve essere messa in relazione con la dissipazione informazionale, altrimenti o ci si muove per uno
scopo inutile o si ottiene un oggetto inutile, ovvero la relazione con la dissipazione, anche qui,
permette la dissipazione della struttura dissipativa relazionale. La dissipazione relazionale è la
dissipazione concertata e vettorialmente concorde delle altre due strutture dissipative che, per
consentire la dissipazione relazionale devono essere “centrate”. La centratura si può valutare, in
termini teorici, come la corrispondenza tra l’aumento del tasso di entropia di Boltzmann in uscita
con la riduzione di un corrispondente tasso di entropia di Shannon in ingresso e viceversa.
Dicendola in termini molto terra terra, possiamo dire, semplicisticamete, che è centrato un soggetto
che sfrutta bene la dissipazione informazionale e la dissipazione energetica per raggiungere il suo
obiettivo. L’idea dello “sfruttare bene” sottintende, in realtà, una natura ben più complessa, in
quanto esisterebbe una vastissima gamma di “pseudo-centrature” che svolgono ruoli
apparentemente eccellenti ma che possono creare il cosiddetto “debito entropico”. Il “debito
entropico” è un comunissimo e frequentissimo difetto nel circuito relazionale tra le varie strutture
dissipative e la dissipazione concertata e può essere soprattutto a carico della struttura dissipativa
bio-organica o della struttura dissipativa informazionale o di entrambe contemporaneamente.
Vediamo di capire di cosa si tratta.
Ipotizziamo che ci sia, nell’orizzonte di un soggetto, un obiettivo affettivo da raggiungere. La
struttura dissipativa bio-organica sa il fatto suo e può procedere con la dissipazione che dalla
visione (ad esempio), tralasciando per il momento tutta la complessa dinamica neurofisiologca, va
al movimento dei muscoli per raggiungere l’obiettivo, una descrizione molto ma molto semplificata
la nostra ma efficace per introdurre il concetto. Sarebbe un perfetto meccanismo cibernetico se
l’informazione non fosse una dinamica dissipativa. Ma siccome lo è, almeno secondo noi in base
alle evidenze esistenti, “qualcosa”, che non è il meccanismo, deve mettere in relazione la
dissipazione informazionale con quella bio-organica, che qui ironicamente avremmo definito
cibernetica. Certo. Ma anche la dissipazione informazionale sa il fatto suo. E la struttura dissipativa
complessa dissipa molte informazioni, come abbiamo giù visto, e nel caso in questione potrebbe
(dover) dissipare più informazioni di quelle richieste, a causa, ad esempio, dell’esistenza di
particolari etichettature (vedi pagine precedenti). La struttura dissipativa relazionale potrebbe farsi
carico di questa dissipazione trasferendo il compito a quella bio-organica che quindi dovrà produrre
un tasso di entropia maggiore, andando in debito. In parole povere stiamo descrivendo un certo
sbilanciamento energetico nel raggiungere l’obiettivo, come se l’apparato bio-organico chiamato in
causa per ottenere il suo “goal” (scopo) fosse obbligato a fare più fatica. Ma il sistema dissipativo
bio-organico costringerebbe in queto modo a complicare la vita anche alla struttura dissipativa
informazionale, rischiando di creare un circolo vizioso. Quindi, questo debito è costretta a
198
trasferirlo alla struttura dissipativa relazionale, che fa da “garante”. La struttura dissipativa
relazionale farà “scontare” il debito andando a dissipare l’eccesso di entropia in strutture bio-
organiche che si trovano in punti di biforcazione o in condizioni di transizione al caos, spesso
lontane dalle funzioni coinvolte in quel processo con debito, rendendole più ordinate ma anche
meno flessibili alle relazioni interne e/o esterne e quindi più “rigide”. Questo ad esempio succede
quando ci sono blocchi affettivi mentali nell’approccio ad un soggetto e si possono avere impreviste
e insospettabili ricadute, ad esempio, gastrointestinali o artro-muscolari. Allo stesso modo può
accadere che sia la struttura dissipativa bio-organica, magari per un handicap motorio, a far entrare
in debito la struttura dissipativa informazionale che, per un meccanismo analogo a quello riportato
prima può provocare difetti nella gestione cognitiva-decisionale del movimento. Il debito entropico
è sempre spalmato sulla struttura dissipativa relazionale, che deve riportarlo ai debitori specifici, in
modo che si realizzi al meglio la centratura e la dissipazione sia ottimale.
Non sappiamo se questo modello riesca a spiegare l’origine di anomalie motorie e di stabilità a
causa di questioni mentali e viceversa ma senza dubbio la, chiamiamola così, “riduzione”
dell’entropia relazionale serve a “centrare” la relazione biologica (bio-organica e informazionale),
una qualsiasi riduzione entropica relazionale fatta non sulla relazione biologica ma su una singola
struttura dissipativa, crea blocchi che possono essere “liberati” solo da una terapia.
Questa nostra ipotesi, poggia sull’idea che la struttura dissipativa relazionale possa funzionare nel
seguente modo: riduce l’entropia relazionale all’interno, quindi permette la cosiddetta centratura e
aumenta l’entropia relazionale esterna, cioè, detto in modo semplice, fa in modo che la
consapevolezza di sé sia completamente aperta al mondo. Un effetto di questa centratura è la
considerazione che esista un equilibrio interno nella gestione delle emozioni, che restano costanti,
come si è già detto prima. Prendendo spunto da recenti studi349, se si considera il cervello come un
sistema chiuso e non aperto, nel senso che usa solo informazioni interne create dalla mente e
funziona come un automatismo (una “black box”), quando comincia ad analizzare diverse
alternative in risposta alle emozioni, che, lo ripetiamo, sono movimenti interni, esso abbandona lo
stato di equilibrio a causa delle fluttuazioni decisionali e porta il sistema in uno stato caotico,
obbligando il sistema chiuso ad un processo irreversibile e quindi alla produzione di entropia.
Questa entropia è liberata dalla struttura dissipativa relazionale con il linguaggio, il pensiero, i
sentimenti o il movimento349. Nello stesso modo, il raggiungimento di uno scopo o anche solo la
presa di una decisione, che ha liberato l’entropia come indicato poc’anzi, fa tornare il sistema
chiuso in uno stato di equilibrio. Le ipotesi sostenute da tali autori sul mantenimento di una
costanza emozionale interna non suggeriscono che le emozioni non possano avere sfumature molto
variegate ma che esista un luogo interno in cui è mantenuta una certa costanza relazionale in modo
199
che la relazione con l’esterno sia sempre vettorialmente definita ed eseguita. In parole povere, la
relazione triadica tra le tre struture dissipative è il presupposto per la consapevolezza del sé, la
coscienza del sé in azione. E si possono tracciare i diversi livelli, lungo l’evoluzione biologica.
In effetti, se la struttura dissipativa bio-organica avesse delle informazioni e basta e potesse dirigersi
verso un obiettivo grazie al rudimentale moto (in seno ad ogni struttura dissipativa chimica) verso la
fonte344, avemmo un dispositivo cibernetco, con “coscienza proto-dissipativa ed orientamento
spazio-temporale”. Se avessimo una struttura dissipativa bio-organica con all’interno una struttura
dissipativa infrmazionale, l’obiettivo sarebbe raggiunto e si avrebbe una “percezione intrinseca di
una struttura integrata nell’azione (proto sé) in relazione con l’orientamento spazio-temporale”. Se
avessimo una struttura dissipativa bio-organica con all’interno una struttura dissipativa
informazionale e la relazione tra loro normata da una struttura dissipativa relazionale a obiettivo
raggiunto avremmo una ”coscienza primaria minimale di una struttura integrata nelle emozioni e
nelle azioni in relazione con l’orientamento spazio-temporale”. Se avessimo una struttura
dissipativa bio-organica con all’interno una struttura dissipativa informazionale che dissipa
messaggi antitropici ed è diventata ciò che abbiamo descritto nel capitolo quarto (mente) con la
relazione tra loro normata da una struttura dissipativa relazionale al raggiungimento dell’obiettivo
avremmo “una consapevolezza del sé (self) e coscienza cognitiva di un sé nominale come struttura
integrata nelle emozioni e nelle azioni in relazione con l’orientamento spazio-temporale (l’alter) e
con il self”, e ciò si raggiungerebbe anche con la formulazione di decisioni. Solo questa struttura ha
un senso di agenzia, cioè un senso del sé in azione nel mondo.
Conseguenze e precisazioni.
1. Coesione dell’io e gradiente entropico della dissipazione
Immaginiamo la struttura dissipativa bio-organica che debba dissipare una macro-attività attraverso
la riduzione di un caos forte ad un caos debole e che la struttura dissipativa informazionale debba
dissipare una turbolenza di Shannon in un codice di lettura, la dissipazione concertata, in questo
caso, sarebbe impossibile senza una “conoscenza” (chiamamola così) da parte delle due struture di
come il soggetto stia dissipando mentre è, inevitabilmente, in continuo e dinamico rapporto con sé
stesso e con l’ambiente esterno. L’unica possibiltà che suggeriamo, in attesa di evidenze
sperimentali corroboranti, è che la “coesione” relazionale affinchè tutte le strutture dissipative siano
concertate nella dissipazione è l’instaurarsi di un “gradiente entropico” che, probabilmente, è
generato da un “gradiente relazionale”. Il gradiente relazionale viene inteso qui come una continua,
inesauribile e crescente dinamica tra le tre strutture, nel mentre un’azione è valutata, pensata, decisa
e attuata. Cioè: se la struttura dissipativa bio-organica deve “parlare” con quella informazionale lo
200
deve fare attaverso quella relazionale e anche il contrario, se la struttura dissipativa informazionale
deve “parlare” con quella bio-organica lo deve fare attaverso quella relazionale e la struttura
dissipativa relazionale, se vuole rapportarsi con una struttura, deve farlo anche con l’altra. In una
parola, deve accadere che qualsiasi percezione dell’esterno abbia una freccia sulla consapevolezza
del sé e che qualsiasi azione del sé abbia una freccia orientata sull’esterno. Vale a dire che qualsiasi
cosa noi pensiamo, decidiamo e facciamo coinvolge emozioni e consapevolezza dell’io che sta
agendo, anche quando ci percepiamo distratti. La distrazione non è altro che una relazione di un io
centrato verso un obiettivo che non è l’io ma per fare le cose, come dire, in “automatico”, la
relazione interna è mantenuta molto coesa perché se emergesse un solo piccolo fattore di disturbo di
questa coesione, non saremmo distratti e la relazione verso il centro sarebbe preponderante. Il
gradiente infatti tiene conto di una direzione, quella verso il massimo tasso di entropia, che è
garantito solo se il gradiente opposto va verso la massima riduzione di entropia. Il concetto di
gradiente di entropia esiste in fisica ma qui ha una valenza leggermente diversa. Tutti i flussi, sia
energetici che informazionali, e i gradienti che, in una precisa regione (quindi localmente)
collaborano insieme e portano lo stato di ogni funzione nella direzione di massima ascesa
dell’entropia, a livello globale, in realtà, competono per tutte quelle risorse necessarie alla dinamica
del sistema e quindi sono costretti ad “aggiustarsi” spontaneamente verso configurazioni di
produzione globale di entropia via via decrescenti fino a raggiungere uno stato stazionario con
produzione globale di entropia minima. E’ evidente che se non ci fosse il motore dissipativo
relazionale, si finirebbe presto in un equilibrio termodinamico, cioè la cosiddetta “macchina”. Nella
dinamica dissipativa il gradiente entropico è continuamente rinnovato ed è, per certi aspetti,
obbligatorio nell’andamento della dissipazione se in quest’ultima entrano in gioco altre dinamiche
dissipative. Quando noi diciamo, consapevolmente, “io sto facendo questa cosa” si deve leggere
come l’effetto di una dissipazione, quella della struttura dissipativa relazionale sul gradiente
entropico in uscita. Significa che mentre noi stiamo compiendo l’azione, sia essa mentale che
motoria, la struttura dissipativa relazionale sta riducendo l’entropia della relazione interna tra
struttura dissipativa bio-organica e struttura dissipativa informazionale, in modo che aumenti il
tasso di entropia in uscita di entrambe, quindi ottimizzando una dinamica di centratura, da cui il
senso pienamente relazionato del sé in azione. Succede quando le tre strutture dissipative sono in
relazione triadica, cioè quando siamo vegli, presenti, concentrati, su uno o più obiettivi. Se noi
compiamo un azione meccanicamente ed inconsapevolmente, significa che il target della struttura
dissipativa relazionale è all’esterno della relazione con il sé e la relazione tra struttura dissipativa
relazionale con le altre è provvisoriamente diadica, anche se tiene conto delle influenze poliadiche
come riportato qualche pagina prima. Questo succede quando una delle due strutture, e quasi
201
sempre è quella bio-organica, si trova in uno stato di omeostasi funzionale e non crea gradiente
entropico, ma solo flusso entropico, mentre il gradiente è assicurato dalla sola struttura dssipativa
informazionale. Un po’ come dire che su tre colleghi, due lavorano e uno si rilassa. Il collega che si
rilassa c’è sempre (non è morto) e può sempre scattare in una necessità ma senza dubbio questa
configurazione consente alla struttura dissipativa relazionale di “percepire” meglio il gradiente
entropico avendo noto il flusso di una delle due strutture. E’ forse un modo per evitare il debito
entropico.
Conseguenze e precisazioni.
2. Il sonno e i “blocchi” funzionali conseguenze della relazione? Il concetto di dominio
La relazione a tre è certamente molto complessa ed è un facile contesto in cui si può sempre
verificare il rischio di un debito entropico. Sarebbe bello quindi che, quanto più possibile nella vita
biologica del soggetto, esistessero momenti, i più lunghi possibili, in cui le attività dissipative delle
tre strutture siano talmente ben concertate che è come se non si dovesse verificare più nessun
conflitto. E come si può ottenere ciò tra tre partecipanti alla dinamica? La cosa più semplice è che
ce ne sia una che annulli le restanti due facendo loro fare il lavoro di dissipazione massimo
possibile e a basso costo. Questa circostanza l’abbiamo chiamata ”dominio”. Ad esempio, le due
strutture dissipative dominate potrebbero essere quella bio-organica e quella informazionale, mentre
la struttura dissipativa relazionale è il dominio. La nostra è una provocazione intellettuale,
beninteso, ma questa circostanza potrebbe, a nostro parere, verificarsi nel sonno. La struttura
dissipativa bio-organica è in attiva dissipazione e in assenza del rapporto motorio con l’esterno, cioè
“sganciata” dalla struttura dissipativa relazionale per la relazione attiva verso il fuori, un
meccanismo che fino a quaranta anni fa si riteneva dipendesse dall’inibizione post-sinaptica dei
neuroni motori, anche se oggi sono state aggiunte nuove evidenze381,382. In effetti la struttura
dissipativa bio-organica è in attiva dissipazione, dato che una colossale cascata di eventi plastici si
verifca durante il sonno REM: nuove strutture, crescita e complessità. Un simile ragionamento vale
anche per la struttura dissipativa informazionale che non solo dissipa le informazioni negli assetti
funzionali della struttura dissipativa bio-organica ma dissipa le relazioni con le raffigurazioni
creando memoria383-386. Quello che è affascinante è che, nel sonno, non c’è relazione attiva con
l’esterno: la struttura dissipativa bio-organica dissipa uno squilibrio energetico interno di entropia e
la struttura dissipativa informazionale dissipa uno squilibrio informazionale interno di entropia.
Durante il dominio si verifica una dissipazione “esterocentrica”, cioè dall’esterno verso l’interno,
cioè, diciamo così per capirci, “l’accumulo” di entropia interna durante le fasi di veglia e di attività
prodotte dalla relazione delle tre strutture con l’esterno, deve essere ridotto. In realtà, non è tanto un
202
accumulo di entropia, anche se globalmente si presenta come tale, ma è piuttosto un accumulo di
disparità e di sbilanciamenti nel gradiente entropico, che diventa sempre meno direzionato.
Insomma, se consideriamo il gradente entropico come un flusso crescente verso una direzione, il
flusso rallenta o tende a chiudersi in un andamento ciclico o turbolento se ci sono rallentamenti nel
gradiente, blocchi, riduzioni di variabilità, eccetera.
Nel sonno, sempre seguendo una nostra teoria, la struttura dissipativa relazionale “guarda” le altre
due che dissipano e questo è forse un modo per spiegare il sogno, una ricostruzione relazionata
raffigurativa in cui noi siamo presenti o come protagonisti o come spettatori coscienti (e dunque, in
tal senso, presenti). Nel sogno ci muoviamo e tutte le immagini si muovono, per cui il sogno è una
costruzione della struttura dissipativa relazionale che usa quella informazionale. C’è una relazione
diadica dominante, perchè la mente non partecipa a nessuna decisione e cognizione, solo,
semplicemente, dissipa. Ovviamente, lasciamole come affascinanti suggestioni per il momento e
andiamo avanti.
Il concetto del cosiddetto “dominio” di una struttura dssipativa rispetto alle altre due è una
possibilità che si instaura quando una struttura dissipativa in particolare crea il gradiente entropico
per permettere la dissipazione in quanto tale. Il dominio della struttura disspativa bio-organica sulle
altre due avviene quando la dissipazione del soggetto è quasi esclusivamente metabolica, quando la
dissipazione informazionale segue esclusivamente quella energetica e non c’è un contatto attivo con
il mondo esterno, dato che la struttura dissipativa relazionale non gestisce alcuna relazione tra le
due strutture se non “guardare” come fa la struttura dissipativa informazionale, il corpo che respira
e sta in perfetto riposo. Questa potrebbe essere la situazione di molte tecniche cosiddette di
rilassamento. Il dominio della struttura dissipativa informazionale sulle altre due è una tipica
situazione di concentrazione, spesso usata nelle tecniche meditative. Queste tecniche potrebbero
avere il buon ruolo di portare le diverse strutture della centratura, cioè quella bio-organica e quella
informazionale, ad un trasferimento entropico quasi lineare, creando più un weak chaos, una bassa
stocasticità, in modo da ristrutturare la dinamica dissipativa ad essere pronta a rispondere al caos
forte o deterministico indotto dalle relazioni. Quello che si vuole dire qui è che il “passaggio” di
entropia all’esterno è un processo molto complesso e che si deve immaginare come un fluido che
deve passare per una matrice porosa a vari livelli di porosità, dove le porosità sono in realtà le
diverse dinamiche caotiche che portano ad un riequilibrio della turbolenza. E’ chiaro quindi che
dove si creano “sacche” dinamiche di entropia queste iniziano un processo cumulativo graduale (il
gradiente, appunto) che è usato come vettore per portare fuori l’entropia. Questo discorso non è
tanto complicato se pensiamo a tutto l’organismo integro come a un fenomeno macroscpico che
raccoglie sempre più densità entropiche localizzate e le accumula insieme lungo il gradiente per
203
“buttarle fuori”: è curioso ma ciò coincide paradigmaticamente con il meccanismo di un’ottima
respirazione. L’intuito quindi delle diverse tecniche di rilassamento e meditazione non è lontano dal
vero. Si capisce anche che tali “sacche” sono causa di interessanti aspetti fisio-patologici. Se le
“sacche” sono prese in carico dalla struttura dissipativa relazionale e non sono “svuotate”, usiamo
questo termine figurale, modificano molti registri funzionali, perché questi non dissipano più in
eccesso di entropia. E’ possibile che questa sia una radice di ciò che sono definiti “blocchi”. I
blocchi o “nodi” potrebbero non essere snodati dalle tecniche che usano un particolare dominio,
perché qui è la dinamica della triade che deve essere affrontata. I prossimi capitoli affronteranno
questo tema.
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Scheda riassuntiva Definizioni usate nel testo
1 Antitropico Che genera entropia positiva
2 L’insieme delle proprietà informazionali di molecole concertate da
Campo topologico informazionale
relazioni e della loro relazione con l’acqua
3 Decision making Prendere una decisione
4 E’ il lavoro di riduzione dell’entropia di Shannon alll’interno del
Dissipazione informazionale
sistema ottenuto aumentando l’entropia di Shannon all’esterno
5 L’energia del moto intrinseca ad ogni singola particella nello spazio
Energia cinetica
di Boltzmann
Concetto della fisica e termodinamica che è tradotto con il più
6 Entropia semplice concetto di “dirsordine” in termodinamica (Boltzmann) e di
“scarsa informatività” in Shannon.
Caratteristica del contenuto informazionale di un qualsiasi messaggio
7 Entropia informazionale o di Shannon secondo Shannon. Se il messaggio non significa nulla l’entropia è
alta. Se il messaggio è significativo (informativo) l’entropia è bassa
Le aggregazioni e organizzazioni macroscopiche (grandi) di particelle
8 Macrostati
atomiche o molecolari
Memoria intrinseca al sistema dissipativo, da non confondersi con il
9 Memoria fondamentale
conetto di “ricordo”. E’ un po’ come la memoria del computer
10 Memoria funzionale L’informazione depositata nel tempo nelle funzioni
L’informazione depositata nel tempo nelle relazioni tra funzioni o
11 Memoria relazionale
informazioni
L’informazione depositata nel tempo nelle strutture (atomi, molecole,
12 Memoria strutturale
macromolecole, organelli, cellule, eccetera)
Gli stati fisici definiti da particelle piccole (“micro”) come atomi o
13 Microstati
molecole
L’unitarietà nel controllo basilare di tutte le strutture dissipative fatte
da più funzioni in più strutture dissipative relazionate (sistema
14 Percezione intrinseca
complesso differenziatograzie ad un sistema deputato alla
dissipazione informazionale (sistema nervoso)
L’unitarietà nel controllo basilare di tutte le strutture dissipative fatte
da più funzioni (es. batteri) o da più strutture dissipative relazionate
15 Proto-coscienza dissipativa
(sistema complesso differenziato) in assenza di un sistema deputato
alla dissipazione informazionale (sistema nervoso)
16 Quenching Spegnimento, addomesticamento
17 Sintropico Che genera entropia negatia
Spazio di Boltzmann E’ la regione di spazio e di tempo in cui avvengono i fenomeni
18
Spazio degli eventi di Boltzmann dinamici. Coincide con lo spazio delle fasi.
Il fenomeno per cui possono verifcarsi etichettature in vari punti
19 Spettralità
neurali del corpo
Il sistema dissipativo fatto di materia (ad esempio molecole) ed
20 Struttura dissipativa bio-organica
energia, che in biologia può essere sintetizzato con il “corpo”
L’architettura spazio-temporale delle relazioni ordinate i una struttura
21 Topologia informazionale
dissipativa
Condizione in cui l’elevata entropia di Shannon crea riduzione di
22 Turbolenza di Shannon
complessità e induzione di caos forte
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