Canto 1
Dante apre il primo canto del Purgatorio con un proemio alle Muse ed in
particolare a Calliope, affinché questa lo aiuti e lo sostenga in questa
impresa; dopo il passaggio all’Inferno il poeta può finalmente
contemplare il cielo e le stelle, tra cui vede le quattro virtù cardinali,
ammirate prima solo da Adamo ed Eva; di seguito appare,
improvvisamente, Catone, con il quale i due pellegrini hanno un colloquio
che termina con le indicazioni date a Virgilio per l’abluzione del volto di
Dante e la recinzione con il giunco prima di iniziare la salita al monte.
“Per correr miglior acque alza le vele | omai la navicella del mio ingegno”
(Purgatorio, canto I, 1-2): i primi due versi dell’intera cantica sono assai
significativi per presentare tutto il nuovo regno visitato da Dante e
Virgilio. Sfuggiti al “mar sì crudele” dell’Inferno (v. 3), i due stanno
approdando al monte purgatoriale, e Dante coglie l’occasione per un
tributo d’onore alla tradizione classica del poema epico (e,
indirettamente, al suo maestro Virgilio), di cui s’invoca Calliope (v. 9): i
primi dodici versi del canto sono infatti una richiesta d’aiuto alle Muse,
affinché gli concedano gli strumenti stilistici ed immaginifici adatti alla
particolare situazione del Purgatorio.
La novità è anche ambientale, dato che Dante esce dalle tenebre infernali
e si trova sotto un cielo per lui assolutamente inedito, in quanto ci
troviamo dall’altra parte del mondo conosciuto. Così, le “quattro stelle |
non viste mai fuor ch’a la prima gente” (vv. 23-24, e che qui
simboleggiano le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza,
Temperanza) fanno da scenario al primo, celebre incontro del Purgatorio,
quello con Catone l’Uticense, guida e guardiano del monte di
purificazione. Assai sintomatico è il fatto che un autore profondamente
cristiano come Dante scelga come prima figura rilevante della sua cantica
un pagano, per giunta morto suicida nel 46 a.C., dopo la sconfitta delle
forze repubblicane schierate contro Cesare nella battaglia di Utica.
Tuttavia, il senso della scelta dantesca è complesso e stratificato: il poeta
infatti insiste sulla statura morale del nobile romano, e sul suo amore per
la libertà tale da indurlo al gesto estremo di togliersi la vita. Il Catone
terrestre era insomma una “figura”, una prefigurazione di ciò che sarebbe
divenuto solo nell’altra vita: l’esempio più mirabile della libertà cristiana
dagli impulsi e dalle tentazioni terrene. La “reverenza” dell’Uticense (v.
32) è allora il tratto che guida la progressiva cristianizzazione della sua
figura, a partire dalla descrizione fisica (recuperata dal poeta epico latino
Lucano e dalla sua Pharsalia), che ne mette in evidenza la lunga “barba e
di pel bianco mista” (v. 34), su cui riflettono i raggi del sole nascente. Le
sue rampogne (vv. 40-84, e cioè l’aspro rimprovero contro coloro che
sembrano aver spezzato le “leggi d’abisso”) caratterizzano ancor meglio il
personaggio, cui Virgilio spiega subito il senso e la necessità del viaggio
del suo protetto.
Dante, ancora vivo (v. 58), può attraversare i regni ultraterreni perché è
stato Dio stesso a volerlo, mandando Beatrice come sua ambasciatrice;
fine ultimo della missione è la riconquista di quella “libertà [...] ch’è sì
cara, | come sa chi per lei vita rifiuta” (vv. 71-72). Il senso profondo del
cammino di Dante (e della scelta di Catone di darsi volontariamente la
morte) insomma coincidono, come Virgilio si premura di sottolineare in
versi celebri del primo canto. Coerentemente con la ricerca di questa
libertà, Dante si sottopone subito ad uno dei molti riti di purificazione cui
andrà incontro nel resto del suo cammino: sulla spiaggia su cui si
distendono i primi raggi del nuovo giorno, Virgilio (come suggeritogli da
Catone) lava ritualmente il volto del poeta e gli cinge la vita con un ramo
di giunco, simbolo di umiltà. Da qui può così partire un nuovo itinerario
esistenziale.
Tematiche e personaggi
Catone l’Uticense e la “figura” dantesca
Catone l’Uticense, figura emblematica del primo canto del Purgatorio,
non rappresenta solo un ideale etico per Dante, ma illumina anche alcuni
componenti strutturali profonde dell’intera Commedia. È sintomatico
innanzitutto che la figura del politico repubblicano dell’antica Roma
compaia anche in altre opere dantesche: il poeta infatti parlerà di Catone
anche nel quarto libro del Convivio e nel secondo del Monarchia, in un
passo del trattato politico dantesco in cui viene presentato in un elenco di
personaggi romani che avevano messo al primo posto il bene comune e
non se stessi. Un altro elemento importante che caratterizza la figura di
Catone (e che sicuramente interessa al poeta nel momento in cui lo
colloca sulla spiaggia del Purgatorio) è la sua forte coerenza morale, che
per i commentatori antichi gli derivava dalla morale stoica che professava
e che per Dante costituisce un perfetto esempio per intraprendere il
lungo cammino di ascensione al monte.
Ma perché Dante sceglie esplicitamente un pagano, per giunta suicida,
come modello di virtù? Secondo Erich Auerbach 1, uno dei più grandi
dantisti dell’intero Novecento, la risposta sta nel concetto di “figura”,
tipico di tutta la mentalità medievale e, più in particolare, della visione del
mondo dantesca. Partendo da un’analisi storico-etimologica del termine,
lo studioso mette a fuoco il significato primo di “figura” quale
“immagine”, passando attraverso quello di “copia” per giungere alla
concezione elaborata dai Padri della Chiesa (e, sulla loro scorta, da tutta
l’esegesi cristiana dei testi sacri), per cui “figura” diventa il modo in cui un
evento reale è il preannuncio o la profezia di un altro evento futuro, che
costituirà l’avveramento o adempimento di una premessa. La concezione
figurale si basa sulla necessità e la volontà di reinterpretare tutti i fatti
dell’Antico Testamento come “anticipazione” della Rivelazione di Cristo e
dell’incarnazione di Dio nell’uomo 2; in tal senso, nella Commedia - per
fare un esempio tra i tanti - Enea e Paolo di Tarso, nelle loro discese agli
Inferi, hanno prefigurato il viaggio dantesco, che porta le esperienze
precedenti ad un nuovo livello di profondità e valore. E sempre in
quest’ottica Dante ha scelto di porre come custode del Purgatorio un
pagano e un suicida: il Catone terreno, che si è tolto la vita per la libertà
politica, è “figura” del Catone ultraterreno, che è colui che, sempre per
amore di “libertà” (v. 71), ha ripudiato il peccato (come Dante, che giunge
dagli Inferi) e la sua schiavitù.
Canto 2
Il secondo canto del Purgatorio si apre quando Dante e Virgilio si trovano
ancora sulla spiaggia ai piedi della montagna - siamo ancora
nell’Antipurgatorio - dove si era svolto il rituale di purificazione ordinato
da Catone nel canto precedente. È giunta intanto l’alba, che il poeta
descrive con una complessa immagine astronomici, arricchiti dall’uso di
metafore. Si avvicina un’imbarcazione, guidata da un angelo
luminosissimo che al posto delle vele fa vento con le sue stesse ali. È così
che le anime penitenti, destinate alla salvezza, raggiungono il luogo della
loro espiazione. Queste numerose anime sono smarrite poiché non
conoscono il percorso che devono intraprendere: si avvicinano dunque a
Dante e, rendendosi conto di trovarsi al cospetto di un uomo vivo, gli si
accalcano intorno. Fra di loro Dante incontra il defunto amico e musico
Casella, a cui chiede di intonare una propria canzone. Il canto è però
interrotto dall’arrivo di Catone, che bruscamente le indirizza verso il loro
cammino di redenzione. Anche Dante e Virgilio si allontanano
velocemente.
Riassunto
Il secondo canto del Purgatorio comincia con una descrizione dell’alba:
Dante unisce precisi elementi astronomici, dati espressivi, metaforici e
mitologici e riferimenti zodiacali tipici della cultura medievale. Il poeta e
Virgilio, ancora fermi sulla spiaggia ai piedi del Purgatorio, vedono venire
verso di loro un punto luminoso che inizialmente sembra piccolo e
confuso come Marte visto dalla terra nella foschia del mattino; man mano
che quella luce si avvicina e diviene più grande, il poeta riesce a
distinguere tre macchie bianche ai due lati e sotto di essa. Subito dopo
Dante comprende che si tratta di ali: appartengono all’angelo nocchiero
che guida e sospinge l’imbarcazione con la sua forza miracolosa, tale da
non richiedere strumenti umani come vele o remi. Anche la nave mostra i
segni di navigazione soprannaturale perché tocca a malapena l’acqua.
Virgilio invita il suo protetto ad inginocchiarsi e a congiungere le mani in
segno di rispetto.
L’angelo sta traghettando le anime destinate alla salvezza, che si
raccolgono sempre presso la foce del Tevere, fino alla spiaggia del
Purgatorio. La luce emanata dal viso dell’angelo diventa sempre più forte,
fino a quando Dante è costretto a distogliere lo sguardo. Le anime sulla
barca intonano, il Salmo 113 In exitu Istrael de Aegypto, che tratta della
liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana: così le anime esprimono in
modo allegorico la gratitudine per essere finalmente libere dalle catene
del corpo mortale.
L’angelo, una volta accostata l’imbarcazione alla spiaggia, benedice le
anime e il loro percorso facendo il segno della croce; poi, senza dire una
parola, le lascia scendere e riparte alla volta della foce del Tevere. Le
anime si trovano così sperse, a osservare quel luogo che vedono per la
prima volta e in cui non sanno come muoversi. Chiedono quindi
indicazioni a Dante e Virgilio, pensando che si trovino lì da più tempo; il
poeta latino le informa però che anche loro sono giunti da poco e che non
conoscono affatto quel luogo.
Intanto le anime si accorgono che Dante respira e che dunque è ancora in
possesso del suo corpo mortale; piene di meraviglia gli si accalcano
intorno fissandolo, proprio come accade con i messaggeri che portano
novità. Una delle anime si avvicina maggiormente a Dante, facendo per
abbracciarlo con atteggiamento tanto affettuoso, che Dante è pronto a
ricambiare. Stupito, non riesce stringere l’anima:è infatti inconsistente e
priva di realtà corporea. L’ombra allora gli suggerisce di abbandonare ogni
tentativo e, al suono della sua voce, Dante lo riconosce. Si tratta di
Casella, musico fiorentino e suo personale amico, morto qualche mese
prima.
Dante chiede come mai sia appena arrivato alla spiaggia del Purgatorio
nonostante sia passato un po’ di tempo; Casella gli risponde che l’angelo,
che decide secondo l’inconoscibile volontà divina chi può salire sulla sua
barca, fino ad allora non lo aveva accolto, lasciandolo ad aspettare. Da tre
mesi comunque - ossia da quando Bonifacio VIII (1230ca. - 1303)aveva
promulgato il Giubileo e la possibilità di ottenere indulgenze - l’angelo ha
concesso a chiunque lo volesse di salire senza opporsi.
Dante, ancora turbato da ciò che ha visto nell’Inferno, chiede a Casella di
intonare per lui un ultimo canto, come quando era vivo. Il musico sceglie
una canzone dello stesso Dante, tratta dal Convivio, ovvero Amor che ne
la mente mi ragiona. Tutte le anime, compresi Dante e Virgilio, si fermano
ad ascoltarlo, ma vengono interrotti da Catone, il custode del Purgatorio,
che disperde le anime, ricordando loro il lungo cammino di espiazione che
le attende. Il rimprovero sembra rivolto anche ai due poeti che quindi,
come gli altri, si affrettano e si allontanano.
Analisi e commento: la luce, l'antitesi con l'Inferno, i sentimenti umani
Uno dei principali protagonisti del canto - e in generale di tutto il
Purgatorio - è la luce: questa caratteristica si contrappone all’oscurità
della “selva” e dell’Inferno. Come il buio rappresenta il peccato e
l’estraneità da Dio, la luce identifica invece la sua presenza e la sua
benedizione. Essa domina quindi nel Purgatorio a simboleggiare come le
anime che lo abitano siano benvolute dal Signore e destinate alla
salvezza, benché attraverso un cammino di espiazione più o meno lungo e
faticoso. Dante insiste perciò prima sulla luce dell’alba e poi su quella
dell’angelo di Dio.
Nella rappresentazione astronomica (vv. 1-9) dantesca si riflettono
diverse necessità espressive. In primo luogo, il poeta deve dar conto del
tempo che passa cosicché il suo lettore possa orientarsi e comprendere
come si sta svolgendo il suo viaggio. Nell’Inferno il senso del tempo è
perduto, perché si tratta di un mondo chiuso e sotterraneo, mentre il
Purgatorio si trova sulla Terra, anche se nel disabitato emisfero australe,
composto quasi solo di acque e sconosciuto agli uomini, e quindi ne
condivide la cronologia 1. Secondariamente Dante raccoglie tutte le
consuetudini e le conoscenze tipiche e diffuse nella sua epoca. Lascia
quindi spazio a immagini concrete, fisiche (come la notte personificata) o
mitologiche, che appaiono più immediate all’immaginazione del lettore
rispetto ai dati tecnici e scientifici. Eppure essi non mancano, nascosti
sotto il velo della poesia e della metafora.
La rappresentazione della luce angelica non è altrettanto ricca sul piano
tecnico ma molto efficace nel suggerire l’immagine del nocchiero che si
avvicina velocemente, tanto splendente da essere infine insopportabile.
Dante spiega a chi legge la natura improvvisa di questa esperienza, il
rispetto che gli ha ispirato e l’origine miracolosa che la contraddistingue.
L’angelo viene evidentemente descritto in opposizione al nocchiero
infernale Caronte: luminoso, bello, chiaramente emissario della benevola
volontà divina, come anche il suo vascello, leggero e veloce, in contrasto
alla pesante barca infernale che attraversa l’Acheronte. L’angelo inoltre è
del tutto imperturbabile: non dice nulla, non presta attenzione a Dante e
Virgilio e si limita ad attenersi al compito che gli è stato affidato da Dio,
del quale è mero strumento. Non a caso il suo unico gesto è quello di
benedizione, che appunto viene dal Signore. Le anime sono
contraddistinte da due elementi essenziali: la gioia e l’amore reciproco.
Entrambi sono segnali eloquenti della loro condizione, destinata alla
salvezza. In tutto il Purgatorio infatti le ombre purganti, anche se soffrono
per la pena, sono felici, perché sanno cosa le aspetta alla fine e di essere
del tutto in accordo con la volontà divina: ancora una volta, la situazione
dei dannati nell’Inferno è del tutto opposta 2. Cantando il salmo che
celebra la liberazione degli Ebrei dalla servitù in Egitto, le anime del
Purgatorio comunicano proprio il loro sollievo e la loro speranza, e sono
in perfetta armonia tra loro, a differenza dei dannati infernali, che sono
sempre pieni di ostilità reciproca. Tutti questi temi sono in realtà
importanti in tutta la seconda cantica: l’amore reciproco, la concordia, la
speranza, la musica e il canto. I medesimi aspetti tornano nella scena
finale che introduce il musico fiorentino Casella. Per altro anche il fatto
che si tratti di un amico di Dante anticipa un’ulteriore tendenza del
Purgatorio, che è ricco di incontri con compagni di vita di Dante. Spesso il
poeta esprimerà il desiderio di stare insieme a loro più di quanto la
situazione lo consenta e il bisogno di conoscere la loro condizione,
riprendendo per brevi scene le consuetudini della vita quotidiana terrena.
Il rapimento con cui il canto trascina persino le anime desiderose di
intraprendere il loro percorso di redenzione ribadisce la celebrazione
della musica: non dobbiamo dimenticare, in effetti, che Dante in gioventù
era stato tra i più importanti esponenti dello Stil Novo, un’esperienza
letteraria innovativa, in cui era centrale la ricerca di modi stilistico-
linguistici che esaltassero la dolcezza del canto. Inoltre il riferimento ad
esperienze poetiche precedenti dello stesso Dante è frequente in tutto il
poema (basti pensare a ciò che succede nel canto ventiquattresimo).
Tuttavia l’indugiare delle anime di fronte al canto di Casella sottolinea
anche quanto il Purgatorio sia a sua volta pieno di indugi - sia delle anime
sia di Dante e Virgilio. Le anime del Purgatorio, e soprattutto quelle
dell’Antipurgatorio, pur essendo tese verso l’espiazione sono ancora
intrise di sentimenti umani e terreni e di ricordi legati alla loro vita
passata. Il severo rimprovero di Catone vuole però ricordare come la via
del perdono necessiti di sciogliersi dai legami terreni.
Canto 3
Siamo sempre nell’Antipurgatorio, e Dante e Virgilio continuano a salire,
arrivando in un punto in cui però la strada è troppo erta per poter
proseguire; incontrano un gruppo di anime a cui chiedono la via migliore
per poter continuare il loro cammino, quella che risponde è l’anima di
Manfredi, figlio di Federico II di Hohenstaufen, con cui Dante ha un
colloquio prima di procedere nel suo cammino.
Riassunto. Nel canto precedente Dante e Virgilio sono stati ripresi da
Catone, custode del Purgatorio, per essersi fermati ad ascoltare il musico
Casella, amico del poeta fiorentino. Il canto III si apre con la ripresa del
cammino dei due protagonisti. Nei primi versi Virgilio appare pieno di
rimorso per il rallentamento: “El mi parea da sé stesso rimorso: | o
dignitosa coscienza e netta, | come t’è picciol fallo amaro morso!” (vv. 7-
9). Rallentando il passo, Dante osserva il monte e, riabbassando lo
sguardo, nota una sola ombra, la sua, e pensa allora che sia scomparsa la
sua guida. Virgilio, dopo aver rassicurato il poeta, spiega che
nell’oltretomba le anime si presentano con l’aspetto dei corpi in vita, ma
non sono materiali e lasciano passare i raggi, tuttavia possono soffrire i
tormenti; così è stato stabilito dalla Grazia divina e “matto è chi spera che
nostra ragione | possa trascorrer la infinita via | che tiene una sustanza in
tre persone” (vv.34-36); in altre parole: è inutile cercare di decifrare
l’intento di Dio. Nei versi successivi (vv. 46-102) Virgilio appare per la
prima volta in difficoltà sulla strada da prendere, poiché egli non è
un’anima del Purgatorio, ma dell’Inferno, e non conosce quindi questi
luoghi. I due protagonisti sono costretti a chiedere la direzione ad alcune
anime. Queste rimangono stupite alla vista di un uomo ancora vivo,
notando la sua ombra, ed esitano a rispondere, Virgilio interviene,
rivelando che la presenza di Dante è voluta da Dio. Tra queste anime
emerge il personaggio centrale del canto, Manfredi, figlio naturale di
Federico II. Alla morte del padre nel 1250, aveva assunto la reggenza della
Sicilia e dell’Italia meridionale, fino all’arrivo del fratellastro Corrado IV
dalla Germania. Alla sua morte Manfredi mantenne la reggenza al posto
del figlio dell’imperatore, Corradino, troppo giovane per regnare. Nel
1258 si fece nominare re di Napoli e Sicilia, al posto del legittimo erede il
tutore di Corradino, Papa Innocenzo IV, che scomunicò Manfredi,
iniziando una lotta che si protrasse con i suoi successori. Solo con
l’intervento di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, Manfredi venne
sconfitto nel 1266, nella battaglia di Benevento, in cui morì. Il suo corpo
fu dissepolto e disperso (secondo la versione ripresa da Dante) dal
vescovo di Cosenza. Dante vuole dimostrare, con la storia di Manfredi,
che il volere di Papi e vescovi non corrisponde sempre a quello divino, e
che la bontà di Dio può intervenire e salvare un’anima pentita,
nonostante una scomunica: “Orribil furon li peccati miei; | ma la bontà
infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei” (vv. 121-
122). Manfredi, infine, prega Dante di riferire alla figlia Costanza, che si
trova nel Purgatorio, e che, quindi, non è dannato.
Tematiche e personaggi-Manfredi e il Purgatorio
Manfredi (1232-1266), figlio naturale di Federico II e di Bianca Lancia di
Monferrato, ci viene presentato da Dante come l’esempio per eccellenza
delle virtù cavalleresche, quelle che Dante considera ormai perdute nella
maggior parte delle corti italiane e straniere. In questo senso, è assai
significativo, come indicato spesso dalla critica dantesca 1 che la
descrizione di Manfredi si appoggi su un modello letterario assai noto al
tempo. Si noti infatti il parallelismo con la Chanson de Roland (v. 2278:
“Bels fut e forz e de grant vasselage”), la chanson de geste dell’XI secolo
che cantava l’eroico sacrificio delle truppe cristiane e del paladino
Orlando nella battaglia di Roncisvalle del 778 e in cui il protagonista è
presentato come un guerriero bello, forte, valoroso, nobile e con il viso
insanguinato. L’allusione alla ferita che deturpa il bel viso di Manfredi è
già una spia della posizione che Dante assume in questo canto: il poeta,
attraverso la figura del sovrano svevo, tesse infatti la sua polemica contro
gli odi politici (sullo sfondo c’è l’aspra contesa tra Papato e Impero nel
corso del XIII secolo), che spingono gli uomini alle azioni più moralmente
aberranti. Più grave della scomunica di Manfredi (che anzi, convertendosi
in punto di morte può guadagnarsi la possibilità della beatitudine celeste,
anche se dovrà aspettare molti anni nell’Antipugatorio) è l’uso a fini
temporali del potere religioso. Più grave delle colpe di Manfredi, che il
personaggio stesso ammette (v. 121), è allora il comportamento del
vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli, che pretende di anteporre le
scelte di potere umane all’imperscrutabilità dei disegni divini, o del papa
stesso che, nella contesa contro le forze ghibelline, non si preoccupa del
bene delle anime dei fedeli ma del proprio potere personale. Per Dante,
quindi, Manfredi diventa una figura utilissima sia per ribadire tra le righe
il suo disegno politico (in accordo con la teoria medievale dei “due soli”)
che per riflettere sul destino delle anime dopo la morte. In tal senso la
“nascita del Purgatorio” 3 trova nella Commedia dantesca una delle sue
prime e più grandi rappresentazioni artistiche. Il secondo regno
ultramondano “nasce” infatti tra XII e XIII secolo, come regno “di
passaggio” per quelle anime che, pur avendo scampato l’Inferno, devono
ancora purificarsi dai loro peccati terreni prima di accedere alla
beatitudine divina (percorso che corrisponde, nel poema, alla salita al
monte).