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Cap 2

Il documento discute l'influenza delle idee filosofiche sulla politica e sulla società, sottolineando che i filosofi, anche se non ufficialmente al potere, governano attraverso le loro idee. Viene criticata la teoria del nazionalismo politico e si evidenzia come idee filosofiche, sia buone che cattive, abbiano storicamente guidato eventi significativi, come la Rivoluzione russa e il radicalismo di John Stuart Mill. Infine, si propone un approccio critico verso le idee filosofiche, riconoscendo il loro potere e la responsabilità che ne deriva.
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Cap 2

Il documento discute l'influenza delle idee filosofiche sulla politica e sulla società, sottolineando che i filosofi, anche se non ufficialmente al potere, governano attraverso le loro idee. Viene criticata la teoria del nazionalismo politico e si evidenzia come idee filosofiche, sia buone che cattive, abbiano storicamente guidato eventi significativi, come la Rivoluzione russa e il radicalismo di John Stuart Mill. Infine, si propone un approccio critico verso le idee filosofiche, riconoscendo il loro potere e la responsabilità che ne deriva.
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IX

Epistemologia e industrializzazione

Bacone considerava il cambiamento della forma


della produzione e il dominio pratico dell'uomo sulla
natura come risultato del cambiamento del metodo
del pensiero.
Karl Marx

l. In un famoso e intenso passo della sua principale


opera, Platone chiede che i filosofi diventino re e che,
viceversa, i re - o sovrani - siano filosofi veri e seri 1 • La
prima parte della proposta di Platone è piaciuta a molti
filosofi, e alcuni di essi l'hanno presa alquanto sul serio.
Personalmente, non penso si tratti di un suggerimento
convincente. A parte il fatto che awerso ogni forma di
autocrazia o dittatura, compresa quella dei più saggi e mi­
gliori , i filosofi non mi sembrano particolarmente adatti a
questo compito. Si prenda, per esempio, il caso di Tho­
mas Masaryk, il creatore, primo presidente e, si potrebbe
dire, filosofo-re della Repubblica cecoslovacca. Masaryk
non era solo un filosofo a pieno titolo. Era anche un
uomo di stato nato, e una straordinaria e ammirevole per­
sona. E la sua creazione, la Repubblica cecoslovacca, fu
un risultato politico senza precedenti. E tuttavia, fu in
parte opera di Masaryk anche la dissoluzione del vecchio
impero austriaco, una dissoluzione che per l'Europa e il
mondo intero è stata una sventura. All'instabilità che ne è
seguita, infatti, si deve in gran parte l'ascesa del nazismo,
e alla fine anche la caduta della stessa Repubblica ceco­
slovacca di Masaryk. Ciò che è significativo è che la tesi
di Masaryk che «l'Austria-Ungheria, questo stato [ . . . ] an­
tinazionale, deve essere smembrato»2 (per usare le sue
stesse parole) , derivava da un'erronea dottrina filosofica:
dal principio filosofico dello stato nazionale3 • Ma questo
principio, il principio del nazionalismo politico, non solo
è una concezione sfortunata e persino pericolosa, ma an­
che impossibile da realizzare. Lo è perché le nazioni -

247
Epil"tcmolugia c induJtrializzazione

nel senso in cui usano tale termine coloro che difendono


quel principio - non esistono: sono costruzioni teoriche,
e le teorie che procedono a tale costruzione sono total­
mente inadeguate e assolutamente inapplicabili all'Eu­
ropa. La teoria politica del nazionalismo si basa, infatti,
sull'assunzione secondo cui esistono gruppi etnici che al
tempo stesso sono gruppi linguistici, e cui accade, inoltre,
di vivere su territori geograficamente uniti e regioni uni­
formi delimitate da confini naturali difendibili militar­
mente, gruppi che sono uniti da un linguaggio e un terri­
torio comune, da una storia, una cultura e un destino co­
mune. I confini delle regioni abitate da tali gruppi do­
vrebbero, secondo la teoria dello stato-nazione, costituire
i confini dei nuovi stati nazionali.
Era questa teoria che costituiva il fondamento del
principio dell'«autodeterminazione delle nazioni» di Ma­
saryk-Wilson, e in suo nome è stato distrutto lo stato
multilinguistico austriaco.
Ma quel tipo di regione non esiste, almeno non in
Europa, né, in realtà, in alcuna altra parte del mondo4•
Sono poche le regioni geografiche al cui interno si parli
una sola lingua natale: in quasi tutte esiste una minoranza
linguistica o «razziale». Anche lo stato nazionale da poco
creato da Masaryk conteneva, nonostante le sue ridotte
dimensioni, diverse minoranze linguistiche5 • E il principio
dello stato nazionale giocò un ruolo decisivo nella sua di­
struzione: fu infatti quel principio che consentì a Hitler di
presentarsi come un liberatore e che disorientò l'Occi­
dente.
Che quella di nazionalismo sia un'idea filoscfica è im­
portante per il tema che intendo affrontare. E derivata
dalla teoria della sovranità, dalla teoria secondo cui in
uno stato il potere dev'essere indiviso, dall 'idea di un so­
vrano al di sopra degli uomini che governa per grazia di
Dio. La sostituzione del re con il popolo operata da
Rousseau ha solo rovesciato il punto di vista: ha fatto del
popolo una nazione, una nazione sovrumana per grazia di
Dio. Perciò, la teoria del nazionalismo politico ha tratto
origine da un capovolgimento filosofico della teoria della

248
EpiJtcmologia e industrializzazione

monarchia assoluta. La storia di questo sviluppo mi sem­


bra caratterizzare la nascita di molte idee filosofiche e mi
induce a pensare che queste ultime andrebbero conside­
rate con qualche cautela. Può anche insegnarci che alcune
idee fondamentali, per esempio, l'idea di libertà politica,
della protezione delle minoranze linguistiche e religiose, e
di democrazia, restano vere e di grandissima importanza
anche se difese da teorie filosofiche insostenibili.
Il fatto che un personaggio ammirevole e un grande
uomo di stato come Masaryk sia stato indotto da certe
idee filosofiche a commettere un così grave e grossolano
errore - accettare una teoria filosofica che non solo era
insostenibile, ma, nelle condizioni allora esistenti, pratica­
mente destinata a distruggere la sua stessa impresa di sta­
tista -, tutto ciò, credo, costituisce un forte argomento
contro la richiesta di Platone di assegnare ai filosofi il
compito di governare. Ma contro Platone è possibile ad­
durre anche una seconda e del tutto diversa ragione: si
potrebbe, cioè, sostenere che la sua richiesta è in realtà
superflua, dal momento che i filosofi stanno in ogni modo
già governando - non ufficialmente, è vero, ma proprio
per questo tanto più di fatto. Desidero infatti avanzare la
tesi secondo cui il mondo è governato dalle idee - idee
sia buone sia cattive - e perciò da chi le idee le produce,
vale a dire dai filosofi, per quanto raramente da filosofi
professionisti.
La tesi secondo cui sono i filosofi i veri sovrani è,
naturalmente, non nuova. Nel 183 8 Heinrich Heine la
espose nel modo seguenté:

Tenetevelo a mente, voi orgogliosi uomini d 'azione. Voi


non siete altro che esecutori incoscienti degli uomini di pen­
siero, che spesso, nel silenzio più umile, hanno determinato in
precedenza, fin nei minimi particolari, il vostro operato. Massi­
miliano Robespierre non fu che la mano di Jean Jacques Rous­
seau.

E nella sua famosa opera di filosofia politica liberale,


La società libera, Friedrich von Hayek ha sottolineato

249
Epistemologia e industrializzazione

l'importanza di questa idea per i nostri tempi, e il suo


ruolo nella tradizione liberale7 •
Infiniti esempi illustrano il potere politico delle idee
filosofiche. Il marxismo è una filosofia: Marx stesso cita
orgogliosamente una recensione che, alquanto corretta­
mente, descrive la teoria esposta nel Capitale come uno
degli ultimi grandi sistemi filosofici post-kantiani8• La
presa del potere del marxismo per opera di Lenin, trenta­
quattro anni dopo la morte di Marx, è una ripetizione
quasi puntuale della conquista del potere di Rousseau, se­
dici anni dopo la propria morte, per mano di Robes­
plerre.
Naturalmente, il marxismo ortodosso contesta la tesi
del potere politico delle idee: in queste non vede che le
inevitabili conseguenze dello sviluppo tecnico e indu­
striale. La realtà che cambia per prima, insegna Marx, è il
modo di produzione. In conseguenza di ciò, muta la
struttura di classe della società, seguita dalle idee domi­
nanti. E infine, quando l'intera struttura è cambiata, mu­
terà anche il sistema del potere politico9• Ma questa teoria
- che contraddice la nostra tesi a proposito del potere
delle idee filosofiche è confutata dalla storia. Si consi­
-

deri, per esempio, la storia della Russia a partire dal 1917 .


Ciò che per prima cosa è lì accaduto è la presa del po­
tere, vale a dire, ciò che secondo la teoria di Marx sa­
rebbe dovuto accadere per ultimo. Venne quindi la
grande idea di Lenin: l'idea che il socialismo consiste
nella dittatura del proletariato più l'elettrificazione10• E in­
fine seguì l'elettrificazione, l'industrializzazione e l'impo­
sto cambiamento della cosiddetta «struttura» economica.
Tale cambiamento fu perciò imposto dall'alto, da un
nuovo strumento di potere, la nuova dittatura di classe.
Più avanti tenterò di dimostrare che anche la prima
Rivoluzione industriale - la rivoluzione industriale in­
glese - è stata ispirata da idee filosofiche.
Un esempio totalmente differente di presa del potere
da parte di una filosofia - una presa del potere realizzata
con mezzi puramente democratici - mi è stato suggerito
da Hayek. Il filosofo ed economista inglese John Stuart

250
t,Pùtemologia e induJtrializzazione

Mill ha scritto nella propria Autobiografia, pubblicata


poco dopo la sua morte, nel 1873 , che negli anni intorno
al 1830 il movimento da lui fondato (il cosiddetto «radica­
lismo filosofico») aveva adottato il seguente programma:
voleva realizzare un miglioramento della società umana
con «l' assicurazione del pieno impiego con alti salari di
tutta la popolazione lavoratrice»11• Settantadue anni dopo
la sua morte, John Stuart Mill ha preso il potere politico
in Inghilterra. E nessun partito oserebbe ora mettere in
discussione il suo programma.

2. Il potere politico delle idee filosofiche - e abba­


stanza spesso di idee dannose, immature o assolutamente
sciocche - è un fatto che potrebbe davvero scoraggiarci
e persino terrorizzarci. E in effetti, se sostenessimo che
quasi tutte le nostre guerre sono state o sono guerre di
religione - guerre di religione o persecuzioni ideologico­
religiose - non sbaglieremmo.
Ma non dobbiamo essere eccessivamente pessimisti.
Fortunatamente, sono state proposte anche idee filosofi­
che buone, umane e sagge. E anche queste sono potenti.
Penso, in primo luogo, all'idea di tolleranza religiosa e del
rispetto per le opinioni diverse dalle nostre. E ci sono le
idee filosofiche di giustizia e libertà. Moltissimi uomini
hanno sacrificato le loro vite per esse. E se ricordiamo le
guerre ideologiche, non dobbiamo però dimenticare le
crociate di pace, come il Nansen Aid della Croce Rossa
Internazionale di Ginevra, che ha salvato più di un mi­
lione di cittadini dell'Unione Sovietica dalla morte per
fame, nella carestia del 1921 e 1922. E non dobbiamo
scordare che l'idea di pace sulla terra è un'idea sia filoso­
fica sia religiosa, e che è stato un filosofo, Immanuel
Kant, a formulare per primo l'ideale di una federazione
del mondo o di una lega delle nazioni.
Quella di pace è un buon esempio della nostra tesi a
proposito del potere politico delle idee. Ossessionati
come siamo dal ricordo delle due guerre mondiali e dalla
minaccia di una terza, siamo tutti inclini a sottovalutare
qualcosa di importante, il fatto che a partire dal 1918

251
Hpistemologia e industrializzazione

tutta l'Europa ha riconosciuto l'idea di pace come fonda­


mentale. Anche Mussolini e Hitler, la cui ideologia era
apertamente aggressiva, sono stati costretti dall'opinione
pubblica prevalente ad atteggiarsi a suoi paladini, a incol­
pare gli altri delle guerre da loro stessi dichiarate, un fatto
che dimostra quanto profondo fosse il desiderio di una
convivenza pacifica. Non si deve sminuire !a vittoria mo­
rale riportata nel 1918 dall'idea di pace. E vero, non è
riuscita a trasformarsi in realtà. E tuttavia, ha creato la
volontà di farlo, una volontà che, della realizzazione della
pace, è un prerequisito morale.
Tale vittoria dell'idea di pace può essere considerata
un risultato tardivo delle aspirazioni di Erasmo da Rotter­
dam , quasi quattrocento anni dopo la sua morte. Per ca­
pire in modo chiaro quanto la perversamente cristiana
Europa avesse bisogno degli insegnamenti del cristiano
Erasmo, dovremmo ricordare l'attacco che gli mosse il
grande musicista, poeta e soldato della lotta contro il
male, Martin Lutero.
Questi contrastò Erasmo perché comprese che l'idea
di pace era legata a quella di tolleranza: «Se non avessimo
assistito a questi sconvolgimenti [Lutero si riferisce a
guerre e massacri] avrei pensato che la parola di Dio non
fosse in questo mondo. Ma ora, ora che li ho visti, il mio
cuore gioisce». «Il desiderio di porre fine a tali sconvolgi­
menti non è niente di meno del desiderio di abbandonare
la parola di Dio e di soffocarla��, scrive Lutero. E all'ap­
pello di Erasmo alla pace e alla comprensione risponde:
«Smettiamo di dolercene, smettiamo di cercare di curare
[i mali del mondo] ! Questa guerra è la guerra del nostro
Signore Iddio. Egli l'ha iniziata, Egli la sostiene, e non
avrà fine finché tutti i nemici della sua parol� non sa­
ranno diventati polvere sotto i nostri piedi»12• E bene ri­
cordare qui che Erasmo e i suoi amici non mancavano di
coraggio. Tommaso Moro e John Fisher, entrambi com­
pagni di Erasmo e come lui esempi di tolleranza, mori­
rono non in primo luogo come martiri del cattolicesimo
romano, ma piuttosto, credo, come martiri dell'idea di
umanesimo, come oppositori della barbarie, del dominio

252
Hpiitemologia e industrializzazione

arbitrario e della violenza. Se oggi guardiamo al cristiane­


simo come ad una forza a sostegno della pace e della
tolleranza, testimoniamo la vittoria spirituale di Erasmo.

3 . Con quanto ho fin qui sostenuto intendevo sugge­


rirvi un atteggiamento nei confronti della filosofia che
forse potrebbe essere descritto nel modo seguente. Pro­
prio come vi sono religioni del bene e del male - reli­
gioni che incoraggiano nell'uomo il bene o il male - così
esistono idee filosofiche buone e cattive, e teorie filosofi­
che vere e false. In quanto tale, dunque, la religione non
va né riverita né vituperata, e lo stesso vale per la filoso­
fia. Dobbiamo piuttosto valutare le idee religiose e filoso­
fiche in modo critico e meticoloso. Lo straordinario po­
tere delle idee ci carica tutti di pesanti responsabilità.
Non dobbiamo accettarle o rifiutarle senza riflettere, ma
giudicarle criticamente.
L'atteggiamento che ho appena descritto può apparire
owio a molti. E tuttavia, non è affatto generalmente ac­
cettato e neppure compreso. In origine, è piuttosto un
atteggiamento specificamente europeo od occidentale, l'at­
teggiamento del razionalismo critico. È l'atteggiamento
della tradizione critica e razionale dei filosofi europei.
Naturalmente, sono esistiti pensatori critici anche
fuori dell'Europa. Ma, per quanto ne so, una tradizione
critica o razionalista non si è formata in nessuno luogo. E
dalla tradizione critica e razionalista europea è nata, alla
fine, la scienza europea.
Ma prima di dare origine alla scienza moderna, il ra­
zionalismo critico ha creato innanzitutto la filosofia euro­
pea. O più precisamente, la filosofia europea è tanto vec­
chia quanto il razionalismo critico. Entrambi sono stati,
infatti, fondati da Talete e Anassimandro di Mileto.
Ovviamente, ciò non ha impedito che all'interno della
stessa filosofia europea continuassero a formarsi contro­
correnti non critiche o anche anti-critiche, sia razionaliste
sia anti-razionaliste. E oggi13 è molto di moda la filosofia
an ti-razionalista dell' «esistenzialismo».
Questa corrente di pensiero sostiene, alquanto corret-

253
Epistemologia e industrializzazione

tamente, che, poiché in questioni di grande importanza


niente può essere dimostrato, allora non possiamo sfug­
gire alla necessità di prendere decisioni, decisioni /onda­
mentali. Il punto è che nessuno contesta la tesi secondo
cui nulla di importante può essere provato, che tutto ciò
che ci è possibile dimostrare consiste, al massimo, di trui­
smi matematici e logici , neppure il razionalista meno cri­
tico , e più ingenuo.
E dunque assolutamente corretto affermare che dob­
biamo continuamente prendere libere decisioni - un
fatto che, per esempio, Immanuel Kant, il razionalista cri­
tico e l'ultimo grande filosofo illuminista, comprese molto
bene. Ma naturalmente questa affermazione non dice
nulla a proposito di quale finirà per essere la nostra deci­
sione fondamentale: se decideremo a favore o contro il
razionalismo, se, cioè, ci schiereremo con Erasmo e So­
crate a sostegno dell'ascolto delle argomentazioni razionali
- facendo dipendere le nostre successive decisioni dall'a­
nalisi critica e attenta di tali argomentazioni e dalla rifles­
sione autocritica -, o se invece salteremo precipitosa­
mente nel cerchio magico di un esistenzialismo irrazionali­
sta, o piuttosto, nel magico gorgo degli «impegni» anti­
razionalisti14.
Comunque sia, quando ventiquattro secoli fa optò a
favore del razionalismo critico e dell'autocritica, la filoso­
fia europea prese una decisione fondamentale per se
stessa e per l'Europa. E in verità, senza tale tradizione di
autocritica, le attuali mode filosofiche anti-razionaliste
non potrebbero neppure essere sorte: è infatti proprio
una delle tradizioni del razionalismo critico che esso non
cessi mai di criticarsi.

4. Quanto ho detto fin qui ha molto a che fare con il


mio tema principale, ma è solo un'introduzione. Il com­
pito di delineare schematicamente l'influenza della filoso­
fia europea sulla storia dell'Europa in meno di un'ora mi
ha, infatti, messo di fronte ad alcune decisioni difficili e
senza dubbio fondamentali. Ho scelto di !imitarmi a tre
problemi strettamente legati l'uno all'altro. Desidero ana-

254
bpislemulugia e induitrializzaziune

lizzare il poco noto ruolo che una teoria filosofica molto


immatura ha giocato nella nascita delle tre più particolari
e caratteristiche forze della storia europea. Le tre forze
cui sto pensando sono le seguenti:
l) la nostra civiltà industriale;
2) la nostra scienza e la sua influenza; e
3 ) la nostra idea di libertà individuale.
L'industrialismo, la scienza e l'idea di libertà sono
dunque i miei tre temi principali. Che si tratti di temi
peculiarmente europei è abbastanza ovvio, sempre che si
accetti di considerare la civiltà americana una ramifica­
zione di quella europea. Come essi si colleghino con la
filosofia è forse meno chiaro.
La mia tesi fondamentale è che essi sono legati in un
modo interessante a una teoria della conoscenza, o episte­
mologia, profondamente europea: con la teoria che Pla­
tone presenta nella sua famosa similitudine della caverna,
per la quale il mondo dei fenomeni è un mondo di om­
bre, ombre proiettate dal mondo reale nascosto dietro i
fenomeni. Certo, la convinzione di Platone che esista un
mondo che ci è impossibile imparare a conoscere po­
trebbe forse essere chiamata «pessimismo epistemolo­
gico». E si è diffusa ben al di là dell'Europa. Ma Platone
l'ha integrata, proprio nello spirito dell'antica tradizione
critica e razionalista della scuola ionica, con un ottimismo
epistemologico senza pari. E questo costituisce tuttora una
delle componenti della civiltà occidentale. Si tratta della
teoria ottimistica secondo la quale la scienza, ossia l' effet­
tiva conoscenza del nascosto mondo reale, per quanto
certamente molto complessa, è tuttavia possibile, se non
altro per alcuni di noi. L'uomo, secondo Platone, è in
grado di scoprire la realtà nascosta dietro il mondo dei
fenomeni, e lo può fare grazie al potere della sua stessa
ragione critica, senza l'aiuto della rivelazione divina.
Consiste in questo il quasi incredibile ottimismo del
razionalismo greco15: del razionalismo del Rinascimento,
del razionalismo europeo. Omero si appellava ancora al­
l'autorità delle Muse, per quanto forse con un leggero
tocco di ironia. Esse sono le sue fonti, le sorgenti divine

255
Epistemologia e industrializzazione

della sua conoscenza. In modo simile, si richiamavano al­


l' autorità della rivelazione divina, origine del loro sapere,
gli ebrei, e, nel Medioevo, gli arabi e i cristiani d'Europa.
Ma i filosofi ionici, a cominciare forse da Talete, ragiona­
vano. Si appellavano alla discussione critica e perciò alla
ragione: pensavano che la ragione f�sse in grado di sve­
lare i segreti della realtà nascosta. E questo che chiamo
«ottimismo epistemologico». Credo che tale atteggiamento
ottimista sia esistito quasi esclusivamente in Europa: in
due o tre secoli di razionalismo greco, e nei tre o quattro
secoli che lo hanno visto rinascere in Europa e in Ame­
nca.
In corrispondenza dei tre temi principali - industria­
lismo, scienza e libertà - posso ora formulare tre tesi
fondamentali. Riassunte in una sola frase suonano così:
l'industrialismo dell'Europa, la sua scienza e il suo ideale
politico di libertà, vale a dire, ognuno dei caratteristici e
fondamentali aspetti della civiltà europea che ho elencato,
sono un prodotto di ciò che ho chiamato «ottimismo episte­
mologico»16.
Cercherò ora di dare un fondamento a tale tesi per
ognuno dei miei tre temi principali.

5. Quando cerchiamo di comprendere il carattere pe­


culiare della civiltà· europea o occidentale, un aspetto
balza all,a mente. La civiltà europea è una civiltà indu­
striale. E basata sull'industrializzazione su grande scala.
Utilizza macchine, fonti di energia non muscolari. Per
questo aspetto, la civiltà europea e americana si allontana
radicalmente da tutte le altre civiltà, le quali sono, o
erano, principalmente agrarie, e la cui produzione dipen­
deva dal lavoro manuale.
Penso che nessun'altra caratteristica distingua la no­
stra civiltà dalle altre in modo così chiaro, se non forse la
scienza europea. La letteratura, l'arte, la religione, la filo­
sofia e persino i primi rudimenti delle scienze naturali
giocano un ruolo in tutte le civiltà, per esempio anche in
India e in Cina. Ma l'industria pesante su grande scala
sembra essere unica come forma di produzione, e, in ef-

256
Epistemologia e industrializzazione

fetti, come modo di vivere. La troviamo solo in Europa e in


quelle parti del mondo che da questa l'hanno importata.
Come l'industrialismo, il progresso della scienza è un
aspetto peculiare dell'Europa. E poiché si sono sviluppati
quasi simultaneamente, si pone la domanda se l'industria
sia un prodotto del progresso della scienza, o se invece la
scienza sia un prodotto dell'industrialismo (come il mar­
xismo sosterrebbe).
Credo che nessuna di queste interpretazioni sia vera, e
che tanto la scienza quanto l'industria siano prodotti di
quella filosofia che ho chiamato «ottimismo epistemolo­
gico».
Che a partire dal Rinascimento lo sviluppo dell'indu­
stria e quello della scienza siano stati strettamente legati e
abbiano influito l'uno sull'altro è un fatto. Ciascuno deve
all'altro qualcosa. Ma se ci chiediamo come tale intera­
zione si sia prodotta, la mia risposta è la seguente. Era
destino si realizzasse proprio fin dall'inizio: è derivata in­
fatti da una nuova idea filosofica o religiosa, una partico­
lare nuova variante dell'idea platonica secondo cui ai filo­
sofi, ossia a coloro che sanno, dovrebbe spettare anche il
potere. Tale particolare nuova versione di quella teoria è
formulata nella massima la conoscenza è potere, potere
sulla natura. La mia tesi è che lo sviluppo industriale e
quello scientifico avviatisi a partire dal Rinascimento siano
realizzazioni di tale idea filosofica, l'idea del dominio del­
l'uomo sulla natura.
Questa idea è, a mio avviso, la versione rinascimentale
dell'ottimismo epistemologico. La troviamo nel neo-plato­
nico Leonardo e, in una forma alquanto enfatica, in Ba­
cone. Quest'ultimo non fu , penso, un grande filosofo. E
tuttavia, era un utopista, un efficacissimo profeta di una
nuova società industriale e scientifica. Fondò una nuova
religione secolarizzata e divenne così il creatore della rivo­
luzione industriale e scientifica1 7.

6. Prima di entrare nei particolari, vorrei spiegare bre­


vemente la mia opinione su questa particolare versione
dell 'ottimismo epistemologico18•

257
Epistemologia e industrializzazione

Anch'io sono un razionalista e un ottimista epistemo­


logico. E tuttavia, non sono un sostenitore di quella reli­
gione estremamente razionalista di cui Bacone è il fonda­
tore. La mia obiezione a tale religione è puramente filoso­
fica. E vorrei sottolineare che non ha assolutamente a che
fare con le sue attuali spiacevoli conseguenze - la doccia
fredda intellettuale della bomba atomica19 (o altri indesi­
derabili e non intenzionali risultati del progredire della
conoscenza scientifica e della tecnologia) . La mia obie­
zione al dominio della natura, all'idea che la conoscenza
sia potere, è, molto semplicemente, che questa è qualcosa
di assai più elevato del potere. La formula di Bacone «la
conoscenza è potere» ( «nam et ip sa scientia potestas est»)
era un tentativo di pubblicizzare la conoscenza. Assume
che il potere sia sempre una cosa positiva, e promette
che, se si compirà lo spiacevole sforzo necessario a rag­
giungere la conoscenza, si sarà ripagati in termini di po­
tere. E tuttavia, penso che Lord Acton avesse ragione nel
sostenere: «Il potere tende a corrompere; il potere asso­
luto a corrompere in modo assoluto»20• Naturalmente,
non nego che il potere possa essere ammansito, che lo si
possa talvolta utilizzare per obiettivi molto nobili, che
possa farlo, per esempio, un buon medico. E tuttavia,
temo che anche i dottori soccombano spesso alla tenta­
zione di far percepire ai propri pazienti il potere che de­
tengono.
Kant ha sorprendentemente criticato, una volta, la
tesi secondo cui la fiducia e l'onestà è la migliore poli­
tica. Se ne può dubitare, sostenne. Ma precisò di non
dubitare del fatto che la fiducia fosse migliore di ogni
politica21 • La mia osservazione che la conoscenza è mi­
gliore di ogni potere è semplicemente una variante di
quella considerazione di Kant. Allo scienziato interessa
solo la verità, non il potere. È il politico che si occupa
di quest'ultimo.
L'idea del dominio sulla natura è forse in se stessa
neutrale. Quando si tratta di aiutare il nostro prossimo,
del progresso in medicina o della lotta contro la denutri-

258
[Link];-temulogia e indmtrialzuaziunc

zione e la miseria, allora naturalmente accetto di buon


grado il potere sulla natura che dobbiamo alla cono­
scenza. Ma l'idea del dominio sulla natura contiene
spesso, temo, un altro elemento, la volontà di potere
come tale, il desiderio di dominare. E l'idea di dominio
non la posso vedere di buon occhio. È blasfema, sacri­
lega, tracotante. Gli uomini non sono dèt e dovrebbero
saperlo: non domineranno mai la natura. E da compatire
l'alpinista che non vede nelle montagne niente altro che
ostacoli da superare, che non conosce la gratitudine, il
sentimento della sua stessa irrilevanza rispetto alla natura.
Il potere è sempre tentazione, anche il potere o dominio
sulla natura. Ciò che Sherpa Tenzing provò sulla vetta di
Chomo Lungma - ossia sul monte Everest - era qual­
cosa di meglio: «Ti sono grato, Chomo Lungma», egli
disse22 .
Ma torniamo a Bacone. Da un punto di vista razionale
o critico, Bacone non fu un grande filosofo della scienza.
I suoi scritti sono approssimativi e pretenziosi, contraddit­
tori, superficiali e immaturi. E la sua famosa e influente
teoria dell'induzione, per quel tanto che egli l'ha svilup­
pata ( è rimasta infatti essenzialmente un progetto, e lo è
ancora oggi), non ha aJcuna relazione con il reale procedi­
mento della scienza. (E stato il grande chimico J ustus Lie­
big a sottolinearlo con più forza. )23 Bacone non ha mai
compreso l' approccio teoretico di Copernico o di Gilbert
e neppure quello dei suoi contemporanei Galileo e Ke­
plero24. Né capì l'importanza per la scienza delle idee ma­
tematiche. E tuttavia, difficilmente qualche filosofo dei
tempi moderni può competere con lui in influenza. Molti
scienziati guardano ancora oggi a Bacone come al loro
padre spirituale.

7. Quanto detto fin qui ci conduce a ciò che chiamo


il problema storico di Bacone: come possiamo spiegare la
grandissima influenza di un filosofo di tanto scarso valore
dal punto di vista logico e razionale?
Ho già acc<;nnato alla soluzione di tale problema. A
dispetto di quanto da me sostenuto, Bacone è di fatto il

259
Epistemologia e industrializzazione

padre spirituale della scienza moderna. Non grazie alla


sua filosofia della scienza e alla teoria dell'induzione, ma
perché divenne il fondatore e profeta di una chiesa razio­
nalista, una sorta di anti-chiesa fondata non su una base
solida, ma sulla visione e promessa di una società scienti­
fica e industriale, una società basata sul dominio del­
l'uomo sulla natura. La promessa di Bacone è la promessa
dell'autoliberazione del genere umano attraverso la cono­
scenza25 .
Nella sua utopia La Nuova Atlantide, Bacone descrive
tale società. Il consiglio di stato che la governa è un isti­
tuto di ricerca tecnocratico che egli chiama «Casa di Salo­
mone>>. È interessante notare come La Nuova Atlantide
non solo anticipi certi non troppo piacevoli aspetti della
contemporanea Big Science, ma con i suoi sfrenati sogni
di potere, gloria e ricchezza - il potere, gloria e ric­
chezza che lo scienziato può procurarsi - vada anche più
in là. Si consideri la descrizione del fasto più che papale
di uno dei «Padri della Casa di Salomone», vale a dire, di
uno dei direttori di ricerca26:

Nel giorno previsto il Padre della Casa di Salomone fece il


suo ingresso in Bensalem. Era un uomo di mezza età e di al­
tezza normale, dignitoso nell'aspetto e con uno sguardo pieno
di umana pietà. Indossava una semplice toga di stoffa nera con
ampie maniche e con un cappuccio. Sotto la toga aveva una
elegante veste di lino bianco che gli scendeva fino ai piedi,
stretta alla vita da una cintura anch'essa di lino bianco. [...] I
guanti erano ricchissimi, adornati di gemme, e i calzari erano di
velluto color pesca. Il collo era nudo fino alle spalle e il suo
copricapo era simile ad un elmo da cui scendevano con ele­
ganza i bruni capelli inanellati. La sua barba aveva una forma
rotondeggiante ed era dello stesso colore dei capelli, ma un po'
più lucente.
Avanzava su una ricca portantina costruita a guisa di lettiga
sostenuta e tirata da due cavalli riccamente bardati di velluto
azzurro intessuto di ricami. Ai due lati della portantina cammi­
navano due uomini anch'essi vestiti di velluto azzurro. La por­
tantina, costruiJ:a in legno di cedro, dorata e con decorazioni di
cristallo, aveva nella parte anteriore pannelli formati da zaffiri
inseriti in riquadri d'oro, mentre la parte posteriore era in tutto

260
Epistemologia e industrializzazione

simile alla prima ma con smeraldi al posto degli zaffiri. In cima


alla portantina, nel centro, era raffigurato un sole d'oro rag­
giante, mentre sul davanti v'era un piccolo cherubino d'oro ad
ali spiegate. La portantina, ricoperta da paramenti dorati intes­
suti di fili azzurri, era preceduta da cinquanta giovinetti, vestiti
di un'ampia tunica di seta bianca che scendeva loro a metà
gamba. Essi indossavano inoltre calze di seta bianca, scarpe di
velluto azzurro e cappelli della stessa stoffa e colore adornati di
belle piume variopinte che si intrecciavano intorno al cappello.
Immediatamente davanti alla portantina camminavano due
uomini a testa nuda ricoperti fino ai piedi da una veste di lino
stretta alla vita e calzati di scarpe di velluto azzurro. Uno di essi
portava una croce, l'altro un pastorale: nessuno di questi due
oggetti era di metallo, la croce era infatti di legno bàlsamo e il
pastorale di cedro. Nessun cavaliere era nel corteggio, né avanti
né dietro la portantina, forse per evitare possibili disordini o
confusioni. Venivano infine tutti i magistrati e i capi delle con­
fraternite cittadine.
Il Padre stava solo dentro la portantina, sdraiato sopra un
cuscino azzurro che sembrava di felpa e poggiava i piedi su un
variopinto tappeto di seta simile a un tappeto persiano, ma
molto più bello. Egli levava in alto la mano nuda benedicendo
il popolo silenziosamente.

Ma qui può risultare interessante un passo meno di­


scutibile del Nuovo Organo27:

Anche s i può essere indotti a sperare d a questo fatto: al­


cune delle cose già scoperte sono così straordinarie che, prima
che fossero ritrovate, non sarebbe facilmente venuto in mente
ad alcuno di sospettarne qualcosa, ma si sarebbero respinte
come impossibili. Gli uomini invero sogliano congetturare in­
torno alle cose nuove sull'esempio delle antiche, e seguendo la
loro fantasia da queste prevenuta e inquinata; tale modo di opi­
nare è il più errato, perché molto di quanto si ricerca alle fonti
delle cose non scorre pei soliti ruscelli.
Ad esempio, se prima che scoprissero le macchine da
guerra a fuoco, qualcuno ne avesse descritti gli effetti dicendo
che si era inventato qualcosa, per cui i muri e le opere di difesa
anche le più salde si possono da lontano colpire ed abbattere,
gli uomini avrebbero fatto fra sé molte e svariate congetture sul
modo di moltiplicare la forza degli ordigni e delle macchine da
guerra con pesi e ruote ed altri simili mezzi di urto e di spinta;

261
Epistemologia e industrializzazione

ma l'idea di un vento infuocato, che scoppi e si propaghi così


all'improvviso e con tanta violenza, non si sarebbe forse presen­
tata all'immaginazione o alla fantasia di nessuno, perché nes­
suno ne avrebbe trovato alcun esempio vicino.

Bacone passa poi ad analizzare negli stessi termini la


scoperta della seta e della bussola nautica, e prosegue:
Pertanto si deve ben sperare che, nascoste nel seno della
Natura, esistano ancora molte cose di grandissima utilità, le
quali non hanno alcun legame o somiglianza con quelle già sco­
perte, ma sorpassano del tutto il campo dell'immaginazione. Fi­
nora non sono state trovate, ma certamente, nel corso di molti
secoli e di molte vicende, anch'esse un giorno verranno alla
luce, come vennero alla luce le precedenti; però, col metodo, di
cui stiamo trattando, possono essere presentate e anticipate,
presto, d'un subito e contemporaneamente.

Questo passo del Nuovo Organo caratterizza bene la


promessa di Bacone: seguite la mia nuova strada, il mio
nuovo metodo, e in poco tempo vi impossesserete di co­
noscenza e potere. In effetti, Bacone pensava che si sa­
rebbe presto potuta completare un'enciclopedia conte­
nente la descrizione di tutti gli importanti fenomeni del­
l'universo: credeva che, nel giro di due o tre anni, egli
sarebbe riuscito a leggere l'intero Libro della Natura e a
port,are a compimento la nuova scienza.
E superfluo osservare che Bacone si sbagliava - non
solo riguardo alle dimensioni del compito intrapreso, ma
anche rispetto all'efficacia del nuovo metodo. Il procedi­
mento che egli proponeva non aveva assolutamente nulla
a che vedere con la nuova scienza di Gilbert, Galileo o
Keplero, né con le successive scoperte di Boyle e di New­
ton.
E tuttavia, la promessa di Bacone di un futuro scienti­
fico splendido e a portata di mano ebbe una straordinaria
influenza sia sulla scienza inglese, sia sulla Rivoluzione in­
dustriale, la rivoluzione che dall'Inghilterra si è diffusa
prima in Europa e quindi in America e, in verità, in tutti
i continenti, e che davvero ha trasformato il mondo nel­
l'utopia di Bacone.

262
Epùtemologia c industrialiv:azionc

Come ben si sa, la Royal Society e in seguito la British


Association far the Advancement of Science (e successiva­
mente ancora l' American Association) furono tentativi
consapevoli di realizzare l'idea baconiana di ricerca orga­
nizzata e cooperativa. E forse è interessante citare qui un
passo del secondo statuto della Royal Society, adottato
nel 1663 e ancora in vigore. Chiede che le ricerche dei
membri promuovano «attraverso l'autorità degli esperi­
menti, le scienze della natura e delle arti utili [ossia la
tecnologia industriale] , per la gloria di Dio il Creatore, e
il vantaggio della razza umana»28• La conclusione di que­
sto passo è tratta quasi alla lettera dall'opera di Bacone
Della dignità e del progresso delle scienze29 .
L' atteggiamento pragmatico-tecnologico è stato, per­
ciò, fin dall'inizio accompagnato da scopi umanitari: l'au­
mento del benessere generale e la lotta contro il bisogno
e la povertà. La Rivoluzione industriale inglese ed euro­
pea è stata una rivoJuzione filosofica e religiosa con Ba­
cone come profeta. E stata ispirata dall'idea di accelerare,
attraverso la conoscenza e la ricerca, il fino a quel mo­
mento troppo lento progresso tecnologico. Era l'idea di
un' autoliberazione materiale attraverso la conoscenza.

8. Ma qui si potrebbe sollevare un'importante obie­


zione. L'idea di conoscenza applicata, l'idea che la cono­
scenza è potere, non era già influente nel Medioevo? Non
c'era l'astrologia al servizio del desiderio di potere, non
c'er� l'alchimia, la ricerca della pietra filosofale?
E un'obiezione importante e può aiutarci a presentare
in modo più chiaro l'influenza dell'ottimismo epistemolo­
gico. Questo particolare ottimismo, infatti, mancava agli
alchimisti e astrologi medioevali. Essi cercavano un se­
greto che ritenevano un tempo noto ma in seguito dimen­
ticato. Cercavano la chiave della saggezza nelle antiche
pergamene.
E tuttavia, è possibile che essi abbiano avuto ragione
di andare alla ricerca di tesori di saggezza perduti. Ciò
che stavano cercando poteva davvero consistere, senza
che essi lo sapessero, nella grandezza dell'antica Roma e

263
Epistemologia e industrialiuazione

nella pace augustea, o forse nella grandezza e audacia


della filosofia critica e razionalista dei pensatori presocra­
tici.
Comunque siano andate le cose, Bacone (e il Rinasci­
mento) la pensò diversamente su questo punto. Certo, Ba­
cone fu un alchimista, un «mago» che credeva nella «ma­
gia naturale». Ma egli pensava anche - e questo è dec�­
sivo - di aver trovato la chiave di una nuova saggezza. E
questa nuova fiducia in se stessi che caratterizza l'ottimi­
smo di Bacone, la fiducia, completamente ingiustificata
nel suo caso, di possedere il potere di svelare i misteri
della natura senza dover essere iniziato alla misteriosa sag­
gezza degli antichi. Questo potere non dipende dalla rive­
lazione divina, né dal dischiudersi dei misteri conservati
negli scritti degli antichi saggi. Perciò, si può dire che la
promessa di Bacone seppe incoraggiare l'iniziativa e la fi­
ducia in sé. Spronò gli uomini a far affidamento su di sé
nella ricerca della conoscenza e a diventare così indipen­
denti dalla rivelazione divina e dalle tradizioni antiche.

9. Anche Bacone (e con lui molti aJtri saggi rinasci­


mentali) ha fatto parte di due mondi. E appartenuto al
vecchio mondo del misticismo, della parola magica asso­
ciata alla fede autoritaria in qualche segreto perduto, la
(neo-platonica)30 sapienza degli antichi31• E allo stesso
tempo ha fatto parte del nuovo mondo, dell'anti-autorita­
ria fiducia nel proprio potere di accrescere la conoscenza
e aumentare perciò ulteriormente lo stesso potere. Ciò
consentì al suo messaggio profetico di svilupparsi in una
nuova religione e, infine, in un nuovo messaggio illumini­
sta, un annuncio che forse possiamo riassumere con la
formula, alquanto equivoca, seguente: Dio aiuta chi si
aiuta, una formula che talvolta è stata presa molto sul
serio come esplicitazione della responsabilità che Dio ci
ha imposto e, talvolta, come un manifesto dell'autoeman­
cipazione e fiducia in sé di una società secolare e senza
padri32•
Più di ogni altra religione, forse, il cristianesimo ha
sempre insegnato ai propri credenti a pensare a una vita a

264
Epistemologia e [Link]

venire, a sacrificare il presente nell'interesse del futuro.


Esso ha in tal modo gettato le fondamenta di un atteggia­
mento verso la vita che pottebbe essere chiamato la «ne­
vrosi del futuro» europea. E un modo di vivere in ogni
momento più nel futuro che nel presente, di essere osses­
sionati dai progetti e piani per il domani, dagli investi­
menti in una vita a venire migliore. La mia ipotesi è che,
con la sua particolare idea di fiducia in sé - che Dio
aiuta chi si aiuta -, l 'ottimismo epistemologico abbia se­
colarizzato il cristianesimo e trasformato la sua nevrosi del
futuro nell'idea dell' autoliberazione attraverso l' acquisi­
zione di nuovo sapere, la partecipazione alla nuova cono­
scenza a venire - il nuovo avanzamento della conoscenza
-, e nello stesso tempo nell'idea, strettamente legata alla
precedente e tuttavia differente, dell'autoliberazione attra­
verso l'acquisizione di nuovo potere, di nuova ricchezza.
Possiamo dunque dire che, come la maggioranza delle
utopie, quella baconiana sia un tentativo di portare il pa­
radiso in terra. E nella misura in cui promette un au­
mento di potere e di ricchezza attraverso il contare solo
sulle proprie forze e l'autoliberazione per mezzo della
nuova conoscenza, è forse la sola utopia che ha (fin qui)
mantenuto la sua promessa. Lo ha fatto, in verità, in mi­
sura quasi incredibile33 .

10. È forse bene che ricordi il mio programma. In­


tendo delineare brevemente il ruolo di decisiva impor­
tanza giocato dalle idee filosofiche e, più in particolare,
dall'ottimismo epistemologico, nello sviluppo di tre pecu­
liari forze della storia europea:
l ) la nostra civiltà industriale;
2) la nostra scienza e la sua influenza; e
3 ) la nostra idea di libertà individuale.
Lascerò ora il primo di questi tre punti, non perché
l'abbia trattato in modo esauriente (è un tema che è im­
possibile approfondire in un solo saggio), ma semplice­
mente perché sono costretto a passare al secondo, l'evolu­
zione della scienza moderna.
Come ho sottolineato in precedenza, l'evoluzione della

265
Epistemologia e industrializzazione

scienza e lo sviluppo dell'industria e della tecnologia sono


processi che hanno interagito arricchendosi reciproca­
mente. Desidero ora mettere in evidenza che tale intera­
zione rivela un'importante asimmetria. Mentre lo sviluppo
industriale cui abbiamo assistito è diventato impensabile
senza la scienza moderna, non vale l'opposto: la scienza è
largamente autonoma. Senza dubbio, le necessità dell'in­
dustria sono state uno stimolo per il suo sviluppo, e ogni
stimolo è benaccetto e utile. Ma ciò che lo scienziato
vuole più di ogni altra cosa è conoscere. E per quanto
egli sia grato a chiunque gli sottoponga interessanti pro­
blemi da affrontare e i mezzi per farlo, ciò cui aspira è la
conoscenza, accrescere il nostro sapere.

11. La scienza del Rinascimento può essere considerata


la continuazione diretta della cosmologia greca degli ionici e
dei pitagorici, dei platonici e degli aristotelici, degli atomisti
e dei fondatori della geometria. Il metodo di Galileo e di
Keplero è il metodo critico, razionale e ipotetico di quei loro
precursori34• Si elaborano ipotesi e le si sottopone alla cri­
tica. Sotto la spinta della critica si introducono in esse alcune
modificazioni. Quando le modificazioni si fanno insoddisfa­
centi, le si abbandona e si avanzano ipotesi nuove. Un esem­
pio tipico è quello della cosmologia geocentrica tolemaica
con le sue modificazioni e ipotesi ausiliarie, gli epicicli.
Quando divennero eccessivamente ingombranti, Copernico
riscoprì la cosmologia eliocentrica di Aristarco. Ma anche
l'ipotesi eliocentrica si imbatté in serie difficoltà, superate
trionfalmente da Keplero e Newton. Il metodo della scienza
consiste perciò nell'avanzare arditamente ipotesi provvisorie
e, quindi, nel sottoporle a verifiche critiche. A partire da
Einstein, sappiamo che essa non può mai assicurare la cer­
tezza. Abbia ragione Newton o Einstein, infatti, almeno una
cosa abbiamo imparato da quest'ultimo: che anche la teoria
di Newton è solo un'ipotesi, una congettura, forse persino
falsa, e questo nonostante il suo incredibile successo nel pre­
vedere, con la più grande precisione, quasi tutti i fenomeni
astronomici all'interno del nostro sistema solare e anche al di
là di questo.

266
f:.pùtemologia e indu;trializzazione

Abbiamo dunque appreso da Einstein che la scienza ci


offre solo ipotesi o congetture, piuttosto che conoscenza
certa. Senonché, l'umile programma di cercare ipotesi
probabilmente non avrebbe stimolato gli scienziati: forse
non avrebbero mai avviato l'impresa della scienza. Ciò
che speravano, e cercavano, era la conoscenza, la cono­
scenza certa e indubitabile. E tuttavia, mentre erano im­
pegnati nella ricerca della conoscenza sicura, gli scienziati
inciamparono, per così dire, nel metodo ipotetico, conget­
turale, critico. Sia o no certa, infatti, la conoscenza deve
tener testa alla critica. Se non riesce a farlo, è necessario
abbandonarla. E così successe che gli scienziati si abitua­
rono a elaborare nuove congetture, a utilizzare al massimo
la loro immaginazione e insieme a sottoporsi alla disci­
plina della critica razionale.
Per quanto si sia oggi abbandonata l'idea di cono­
scenza assolutamente certa, non dobbiamo in nessun
modo rinunciare all'idea di cercare la verità. Al contra­
rio, nel sostenere che la nostra conoscenza non è indubi­
tabile, intendiamo solo affermare che non possiamo mai
dirci certi della verità delle nostre congetture. Quando
scopriamo che un'ipotesi non è vera, o almeno che non
sembra essere un'approssimazione alla verità migliore
delle congetture alternative, allora possiamo abbando­
narla. Le ipotesi non sono mai dimostrabili, ma possono
essere falsificate. Possono essere criticate e messe alla
prova.
È la ricerca delle teorie vere che ispira il metodo cri­
tico. Senza l'idea regolativa della verità, la critica sarebbe
priva di senso.
I metodi sperimentali di Gilbert, Galileo, Torricelli e
Boyle sono metodi per mettere alla prova le teorie: se una
di queste non riesce a soddisfare un esperimento, è falsifi­
cata e deve essere o modificata o sostituita da un'altra, da
una teoria, cioè, che si presti meglio o almeno altrettanto
bene al controllo.
Questo per quanto riguarda il metodo della scienza. È
critico, basato sulla discussione e quasi scettico.

267
Epistemologia e industrializzazione

12. E tuttavia, i grandi maestri di questo metodo non


ne ebbero piena consapevolezza. Credevano nella possibi­
lità di raggiungere la certezza assoluta, una conoscenza
indubitabile. Li ispirava (come Bacone) una versione radi­
cale dell'ottimismo epistemologico. Li condusse di suc­
cesso in successo. E tuttavia, era non critica e logicamente
insostenibile.
Possiamo descrivere questo radicale e non critico otti­
mismo epistemologico del Rinasci,mento come la convin­
zione che la verità sia evidente. E difficile scoprirla, ma
una volta che essa ci si palesa, è impossibile non ricono­
scerla per tale. Non possiamo in alcun modo sbagliarci.
La natura è un libro aperto. O, come si espresse Cartesio,
Dio non ci inganna.
Questa teoria è strettamente legata alla nozione dell'a­
namnesi di Platone, alla teoria secondo cui, poiché prima
della nascita conosciamo la realtà nascosta, la ricono­
sciamo non appena ci accade di scorgerla, o persino,
forse, di intravedere la sua pallida ombra.
Che la verità sia evidente è un'idea filosofica (o forse
anche religiosa) della massima importanza, dal punto di
vista storico. È un'idea ottimistica, un sogno magnifico e
pieno di speranze, un'idea davvero sublime. E ammetto di
buon grado che è possibile contenga ,un granello di verità.
Ma certamente non più di questo. E infatti un'idea sba­
gliata. Più volte e a proposito di fatti o realtà alquanto
semplici, abbiamo la verità nelle nostre mani e non la ri­
conosciamo. E ancora più spesso siamo convinti di averla
trovata quando in realtà siamo intrappolati nell'errore.
Gli ottimisti epistemologici radicali - Platone, Ba­
cone, Cartesio e altri - erano ovviamente consapevoli del
fatto che talvolta scambiamo l 'errore per verità. E per sal­
vare la dottrina della verità manifesta furono obbligati a
spiegare la possibilità dell'errore.
Platone propose la teoria secondo cui la nascita è una
sorta di caduta epistemologica dalla grazia: una volta nati,
dimentichiamo la parte più elevata della nostra cono­
scenza, che consiste nell'incontro con la verità. In modo
simile, Bacone (e con lui Cartesio) dichiarò che l 'errore si

268
Epi.<ll•mulogia e industrializzazione

spiega chiamando in causa i nostri personali difetti. Sba­


gliamo perché aderiamo caparbiamente ai nostri pregiu­
dizi, invece di aprire gli occhi, anche della mente, alla
verità manifesta. Siamo peccatori epistemologici: spietati
peccatori che si rifiutano di riconoscere la verità anche
quando ci appare in tutta la sua evidenza davanti agli oc­
chi. Il metodo di Bacone consiste perciò nel purificare le
nostre menti dai pregiudizi. È il pensiero imparziale, la
mente pura, lavata dei suoi preconcetti, che non può
mancare di riconoscere la verità.
Con questa teoria ho raggiunto una formulazione fi­
nale dell'ottimismo epistemologico radicale. È una teoria
di grande importanza. Divenne la pietra angolare della
scienza moderna. Fece dello scienziato un sacerdote della
verità, e del culto della verità una sorta di servizio divino.
Penso che tale rispetto per la verità sia una delle ca­
ratteristiche della civiltà europea più importanti e pre­
ziose; e in nessun luogo è radicata tanto saldamente e
profondamente quanto nella scienza. È un tesoro inesti­
mabile conservato nella tesoreria della scienza, un tesoro,
io credo, che oltrepassa di gran lunga in valore la sua
utilità tecnologica.
E tuttavia, la teoria dell'errore di Bacone è, nono­
stante le sue desiderabili conseguenze, insostenibile. Non
sorprende perciò che essa abbia portato anche a esiti
spiacevoli. Ne analizzerò alcuni in relazione al mio terzo
ed ultimo punto, cui passo ora - l'esame dell'importanza
dell'ottimismo epistemologico per lo sviluppo della li­
bertà, del liberalismo europeo.

13 . Nell'affrontare il mio secondo punto ho cercato di


mostrare in che modo l'ottimismo epistemologico abbia
determinato lo sviluppo della scienza moderna. Ma nello
stesso tempo ho anche cercato di analizzarlo, e di valutare
e criticare la sua particolare filosofia.
Nel passare a considerare lo sviluppo del liberalismo
moderno, dobbiamo fare tesoro di tale analisi . E poiché
sto per proporre alcune considerazioni in parte critiche a
proposito del liberalismo, desidero per prima cosa affer-

269
Epistemologia e [Link]·

mare in modo assolutamente chiaro e schietto che lo so­


stengo senza esitazioni. In effetti, per quanto sia ben con­
sapevole delle sue molte imperfezioni, penso - con E.M.
Forster e Pablo Casals - che la democrazia sia, nella storia
del genere umano, la migliore e più nobile forma di convi­
venza sociale mai realizzata. Non sono un profeta, e non
posso escludere la possibilità che un giorno essa venga sop­
pressa. Ma se essa effettivamente sopravviverà o meno, il
nostro compito è comunque lavorare per la sua salvezza.
Ora, a mio avviso, la molla principale che consente
alle società democratiche di mantenersi in vita è la parti­
colare filosofia che ho appena delineato: la fiducia nella
sacralità della verità, insieme alla convinzione più che otti­
mista che la verità sia evidente, per quanto i pregiudizi la
possano temporaneamente oscurare.
Questa particolare filosofia è, naturalmente, molto più
antica di quella di Bacone. Ebbe un ruolo di grande im­
portanza in quasi tutte le guerre di religione, le guerre in
cui ciascuna parte considerava l'altra ottenebrata, l' accu­
sava di rifiutarsi di vedere l'ovvia verità e, forse, persino
di essere posseduta dal demonio.

14. Il super-ottimismo epistemologico si oppone a due


filosofie profondamente diverse tra loro: al pessimismo,
che dispera della possibilità della conoscenza, e all'ottimi­
smo critico, che invece comprende come errare sia umano
e che il fanatismo rappresenta in genere il tentativo di
tacitare i propri dubbi. Fino al XX secolo gli ottimisti
critici sono stati rari. Socrate, Erasmo, John Locke, Im­
manuel Kant e John Stuart Mill furono tra i più grandi.
Dalla Riforma fino ai giorni nostri, lo sviluppo del li­
beralismo è proceduto quasi interamente sotto l 'influsso
del super-ottimismo epistemologico non critico: la teoria
della verità evidente. Essa portò al liberalismo lungo due
strade. La prima condusse dalla Riforma direttamente alla
richiesta della libertà di culto. La seconda, invece, passò
attraverso alcune esperienze di delusione nei confronti
della teoria della verità manifesta e condusse, infine, alla
teoria secondo cui qualcosa cospira contro la verità. Si

270
Epistemologia e indw-trializzazionl'

sostenne, infatti, che se così poche persone riescono a co­


glierla - cogliere quella verità così lampante -, ciò deve
essere imputato ai falsi pregiudizi tanto astutamente e si­
stematicamente inculcati nelle nostre impressionabili
menti da accecarci. I cospiratori contro la verità erano,
naturalmente, i sacerdoti delle chiese avversarie: per i
protestanti la chiesa cattolica, e viceversa.
Per quanto basata sull'infondata dottrina della vertta
manifesta, questa seconda strada portò tuttavia alla legit­
tima e inestimabile richiesta della libertà di pensiero e a
quella di un'istruzione primaria universale e secolare, poi­
ché coloro che vengono liberati dalle tenebre dell' analfa­
betismo e dalla tutela religiosa non possono non riuscire a
vedere la manifesta verità.
E portò infine a richiedere il suffragio universale. Se in­
fatti la verità è evidente, è impossibile che il popolo sbagli. E
poiché è in grado di riconoscere la verità, allora può anche
individuare ciò che è buono e conforme a giustizia.
Penso che tale sviluppo sia stato positivo e giusto, no­
nostante il super-ottimismo epistemologico, il punto più
debole del suo fondamento teorico. E tuttavia, fu proprio
tale punto debole che portò alle terribili guerre di reli­
gione del XVI e XVII secolo e agli orrori delle rivoluzioni
violente e delle guerre civili. Qui in Occidente, tutto ciò
ci ha infine guidati all'intuizione socratica che errare è
umano. Non siamo più fanatici. La maggior parte di noi è
incline a riconoscere i propri difetti ed errori persino in
modo eccessivo. Per quanto tardiva, quella intuizione è
un dono di Dio. Ma come gli altri, è un ambiguo dono di
Dio, tende a minare la fiducia che riponiamo nel nostro
modo di vivere, in particolare in chi tra noi ha meglio
imparato la lezione.
Devo concludere il mio schizzo storico. Desidero ag­
giungere, per chiudere, solo un'ultima osservazione: l'in­
tuizione di Socrate ed Erasmo secondo cui possiamo sba­
gliare non ci consente certamente di intraprendere una
guerra aggressiva. Ma la consapevolezza dei nostri difetti
e sbagli non deve trattenerci dal combattere in difesa
della libertà .

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