Nitamo Federico Montecucco
NEUROPSICOSOMATICA
LE NEUROPERSONALITÀ E LA MINDFULNESS PSICOSOMATICA
IL NUOVO PARADIGMA INTEGRATO DELLA TERAPIA MENTE-CORPO
INDICE
INTRODUZIONE BIOGRAFICA: ESPERIENZE DI CAMBIO DI PARADIGMA
PRIMA PARTE: LE BASI TEORICHE DELLA NEUROPSICOSOMATICA
• CAPITOLO PRIMO: IL NUOVO PARADIGMA NEUROPSICOSOMATICO E LA RICERCA
SCIENTIFICA DELLA COSCIENZA DI SÉ
• CAPITOLO SECONDO: IL SÉ PSICOSOMATICO ALLA LUCE DELLE NEUROSCIENZE.
Dalla Frammentazione del Cervello all’Unità del Sé
• CAPITOLO TERZO: LA MAPPA DEL SÈ PSICOSOMATICO E DELLE NEUROPERSONALITÀ
• CAPITOLO QUARTO: I SISTEMI EMOTIVI E LE NEUROPERSONALITÀ
Le basi neurobiologiche della personalità umana
• CAPITOLO QUINTO: I SISTEMI EMOTIVI PRIMARI E IL SÉ CORPOREO
Piacere Corporeo, Ricerca, Paura-Ansia, Rabbia-Dominanza, Sessualità
• CAPITOLO SESTO: I SISTEMI EMOTIVI EVOLUTI E IL SÉ EMOTIVO
Cura-Amorevolezza, Panico-Tristezza, Ricerca-Passione, Gioco – Socializzazione, Fantasia-
Spiritualità
SECONDA PARTE: LE BASI CLINICHE DELLA NEUROPSICOSOMATICA
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• CAPITOLO SETTIMO: NEUROBIOLOGIA DEL Sé E DEI DISTURBI PSICOSOMATICI
• CAPITOLO OTTAVO: NEUROBIOLOGIA DELLO STRESS: DAI SISTEMI DI DIFESA DEL Sé ALLA
FORMAZIONE DEI DISTURBI E DEI BLOCCHI PSICOSOMATICI
• CAPITOLO NONO: I DISTURBI E I BLOCCHI PSICOSOMATICI
CAPITOLO DECIMO: I DISTURBI E I BLOCCHI PSICOSIMATICI SPECIFICI DEI SISTEMI EMOTIVI
E DELLE NEUROPERDONALITA’
CAPITOLO UNDICESIMO: GENESI INTRAUTERINA E INFANTILE DEI DISTURBI,
DEI BLOCCHI E DEI TRAUMI PSICOSOMATICI
• CAPITOLO DODICESIMO: I DISTURBI PROFONDI DEL SÉ: I TRAUMI E LA “DISSOCIAZIONE
PSICOSOMATICA”
• CAPITOLO TREDICESIMO: IL PROTOCOLLO MINDFULNESS PSICOSOMATICA PMP
• CAPITOLO QUATTORDICESIMO: LE VALIDAZIONI DI EFFICACIA CLINICA DEL PROTOCOLLO
PMP
• BIBLIOGRAFIA
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INTRODUZIONE BIOGRAFICA
ESPERIENZE DI CAMBIO DI PARADIGMA
Stamo vivendo un momento di transizione umana e sociale verso una società globale, in cui i vecchi
modelli e paradigmi su cui si è basata la cultura la medicina e la psicoterapia stanno profondamente
mutando. Le neuroscienze stanno rivoluzionando la comprensione della natura dell’essere umano e della
realtà, superando i limiti del vecchio paradigma basato sulla dicotomia tra corpo e mente, e muovendosi
verso un nuovo paradigma fondato sulla consapevolezza e sull’unità psicosomatica.
La dicotomia scientifica tra corpo e coscienza
La mia ricerca di un nuovo paradigma è iniziata da molto giovane, ero affascinato dalla coscienza umana
e degli esseri viventi, di come questa misteriosa capacità cognitiva si adattasse in modo intelligente alle
situazioni dell’ambiente modificando le strutture biologiche, e si evolvesse in complessità dagli esseri più
primitivi fino a sviluppare il pensiero razionale e l’auto consapevolezza umana. Cominciai a farmi
domande sulla natura scientifica della coscienza a cercare risposte nei libri o interrogando i miei docenti.
Per anni, non trovai soddisfacenti risposte ma solo interpretazioni riduttive e banalmente meccaniciste.
Volevo studiare biologia o zoologia. Dal 1969 al 1972, partecipai e collaborai ai campi scientifici
multidisciplinari della FOIST (Fondazione per lo Sviluppo e la Diffusione dell’’Istruzione e della Cultura
Scientifica e Tecnica), dove ebbi delle lunghe e costruttive discussioni con il Prof. Ettore Tibaldi, docente
di zoologia dell’Università di Milano, sulla natura della vita e dell’evoluzione. Mi resi conto, con estremo
sconcerto, che la scienza non riconosceva minimamente il sostanziale apporto della coscienza di Sé e
dell’intelligenza, ma considerava la struttura del vivente e dell’intera evoluzione solo come un sistema
meccanico che si progrediva in modo del tutto casuale.
Negli stessi anni iniziai a studiare la coscienza in termini spirituali e prendere consapevolezza della
dimensione profonda di me stesso. Lessi gli Aforismi sullo yoga di Patanjiali, con il commento di Corrado
Pensa, praticai il kriya yoga di Yogananda, la vipassana e approfonii la lettura di testi di differenti scuole.
Avendo scartato biologia, per mancanza di teorie soddifacenti sulla coscienza, mi iscrissi alla Facoltà di
Medicina per seguire un indirizzo psicologico. Dal 1971 al 1973, come studente di medicina, ho
collaborato con grande passione e interesse con il Prof. Bruno Bara, presso l’Istituto di Psicologia della
Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, alle ricerche sul problem solving e l’artificial
intelligence e sulla comunicazione non verbale nell’apprendimento. Il nostro approccio metodologico era
strettamente sperimentale e in stretta collaborazione con l’Istituto di Statistica e Biometria del Prof.
Giulio Alfredo Maccacaro. Anche in quel contesto, mi resi conto che, all’interno della concezione
cognitivo-comportamentale della psicologia, era completamente rimossa e negata la realtà della
coscienza e del Sé come motore centrale dell’essere umano e di ogni sua esperienza e conoscenza. Mi
sembrava che, senza la coscienza di Sé, tutte le immense conoscenze scientifiche riguardanti la vita,
l’evoluzione e la natura dell’essere umano, diventassero prive di valore e di senso.
Decisi così di interrompere medicina e per due anni, dal 1976 al 1978, mi ritirai a lavorare la terra in una
proprietà agricola di famiglia, chiamata “Pomo Rosso”, nell’Oltrepò Pavese. Durante quel periodo di
riflessione, lessi molti testi: La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn, la Teoria Generale dei
Sistemi di Bertalanffy, La Filosofia Perenne di Huxley, Verso un'ecologia della mente di Bateson,
l’Evoluzione di Darwin, Il cosidetto Male di Lorenz, la Cibernetica di Wiener, poi tutta la psicoterapia:
Freud, Groddeck, Yung, Reich, Lowen, Perl e Alexander. Dagli Stati Uniti un amico di San Francisco,
appassionato di questi temi, mi inviava i libri più interessanti non ancora tradotti in italiano: il
fondamentale The brain and the unity of conscious experience del Nobel Eccles, e The Self and Its Brain
scritto da Eccles e da Popper, The Varieties of Religiuos Experience di James William, The Tao of Physics di
Capra, Evolution and Consciousness di Jantsch, The Triune Brain di MacLean e i primi ricchissimi
“Brain&Mind Bulletin” della Ferguson. Grazie a questi testi presi maggiore consapevolezza della
spaccatura tra scienza e coscienza, ma anche delle molte medicine e psicologie alternative e degli
sviluppi negli studi scientifici sulla coscienza che Eccles, Popper e altri scienziati già proponevano. Mi era
diventato chiaro che le ragioni di questa dicotomia che separava materia e coscienza era dovuta da un
lato alla poca esperienza diretta della consapevolezza di Sé stessi e dall’altra alla difficoltà di studiare
scientificamente la coscienza, ricerca che richiedeva una più elevata sensibilità nelle tecniche di indagine
strumentale e un parallelo approfondimento della metodologia sia della ricerca neurale che della
dimensione psicologica. Decisi allora di ritornare a medicina e di portarvi il mio contributo per
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promuovere un nuova visione, più unitaria e psicosomatica dell’essere umano e della sua evoluzione. La
sfida era di riscoprire le leggi e le funzioni della coscienza utilizzando nuovi strumenti e nuove
metodologie scientifiche e di indagine oggettiva sulle funzioni cerebrali e neuroendocrine e di indagine
soggettiva orientata alla dimensione psicologica della conoscenza di Sé. Avrei dovuto aspettare almeno
due decenni perché queste condizioni si realizzassero.
Le basi del nuovo paradigma tra oriente ed occidente
Mi sono laureato in medicina nel 1979, con una tesi sulla psicosomatica, in cui ho riunito le conoscenze
mediche e scientifiche sull’interazione tra psiche, corpo e malattia con i modelli energetici della medicina
tradizionale tibetana e yogica. Presi il massimo dei voti e il vicerettore, al termine della discussione, mi
strinse la mano soddisfatto dicendomi avevo messo una bomba nell’edificio della medicina moderna.
Dopo la laurea, decisi di andare a vivere in India, dove per tre anni lavorai come medico. Vissi in ashram,
monasteri e centri di medicina indo tibetana, per approfondire le medicine tradizionali, la psicologia e la
spiritualità orientale e per esplorare ancora più intensamente gli stati di meditazione profonda delle
differenti tradizioni, dalla vipassana, al kundalini yoga, all’advaita vedanta, al samadhi e, in particolare, gli
effetti di queste potenti pratiche sulla salute psicosomatica e sulla crescita interiore. Conobbi e meditai
con Krishnamurti, Osho, Ramesh Balsekar e con lama tibetani.
Quelle esperienze cambiarono profondamente la percezione e la comprensione di me stesso e del senso
della mia esistenza. Dopo questa full immersion nella tradizione spirituale orientale, nel 1984, decisi di
andare a vivere negli Stati Uniti, nella Bay Area di San Francisco, per approfondire la dimensione
scientifica occidentale, le ricerche sul cervello e le pratiche di psicoterapia corporea e di crescita
personale. Partecipai a molti incontri di ricercatori e studiosi californiani. Conobbi Eva Reich, la figlia di
Wilhelm Reich, psicoterapeuti e fisici quantistici di Berkeley e la biofisica Beverly Rubick, esperta di
medicine non convenzionali per l'associazione medica americana, che mi invitò a tenere una lezione sulla
medicina psicosomatica alla University of Oakland. Cresceva la chiara consapevolezza che i tempi storici
erano maturi per un nuovo paradigma. Sperimentai decine di gruppi di crescita personale, psicoterapia,
Gestalt, bioenergetica avanzata, all’interno di quello che veniva chiamato lo Human Potential Growth
Movement.
Emerge il modello del Sé psicosomatico
Nel 1985, nel mio appartamento a Berkeley, mentre scrivevo un libro per Riza Psicosomatica sull’energia
biologica e la consapevolezza, cercando di capire la natura psicosomatica dell’unità del vivente,
sperimentai un istante di profonda consapevolezza e lucidità in cui tutte le conoscenze mediche,
spirituali e scientifiche che avevo accumulato negli anni, si riunirono in una comprensione unitaria.
D’improvviso, la consueta percezione del mio corpo fisico e della
realtà esterna si trasformò. Percepii me stesso come coscienza, un
campo sferico di energia luminosa e pulsante che animava l’intero
mio essere. Tutto era informazione, viva e intelligente, in movimento.
Non era una comprensione mentale, ma una percezione diretta e
spontanea. Sentivo il mio centro di identità, il Sé, come una luce più
intensa al centro del sistema, nella zona del cuore. Percepivo il mio
essere come una unità: un Sé psicosomatico, un “sistema unitario”. La
sensazione si estendeva un po’ anche intorno al mio corpo fisico,
come un campo di energia elettromagnetica aperta e connessa alla
realtà esterna, alla vita che mi circondava. Questo stato di intensa
consapevolezza durò e lucida comprensione cognitiva un tempo
limitato, forse qualche minuto, ma lasciò un segno indelebile.
Realizzai che questa esperienza unitaria poteva rappresentare il modello psicosomatico di coscienza di
Sé, il nucleo del nuovo paradigma capace di superare i limiti della vecchia dicotomia mente-corpo e di
creare le basi di una grande sintesi in grado di riunire scienza e consapevolezza, in una visione unitaria.
Compresi che ogni essere vivente è un “sistema unitario”, un campo di consapevolezza in cui il Sé
centrale governa e regola ogni parte del sistema attraverso una rete coerente che riceve, elabora e
integra le informazioni in un continuo circuito feedback ricorsivo e autoreferente che ne garantiva
l’intrinseca unità.
Oggi siamo riusciti a codificare questa “esperienza del Sé Psicosomatico” e riusciamo a farla
sperimentare a tutte le persone come pratica base di “mindfulness”.
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Questa esperienza mi portò alla comprensione delle cellule e degli organismi viventi come “sistemi
unitari”, in cui i circuiti metabolici e le reti neuronali erano come flussi più concentrati, come fossero
flussi e circuiti luminose di informazione su fibre ottiche neurobiologiche, che connettevano ogni cosa in
ogni direzione e insieme costituivano una totalità: un’unica “coscienza sistemica”.
Decisi di chiamare Cyber questo modello del Sé psicosomatico, mutuando il termine dalla cibernetica, la
scienza delle informazioni e dalla radice greca kubernetes, il governatore, in quanto il Sé è il centro
cognitivo di coscienza che “governa” l’intera rete psicosomatica delle informazioni.
Da quel momento, la comprensione del modello divenne così naturale e semplice da risultare ovvia.
Pensai, quindi, che un modello analogo o un’idea simile fosse già stata sicuramente intuita e formulata da
altri scienziati o studiosi. Ricordo che passai giornate intere nella biblioteca dell’Università di Berkeley,
famosa per aver avuto 22 Nobel tra i suoi docenti e per avere una delle prime biblioteche computerizzate
già nel 1984, senza tuttavia trovare nessun riferimento, testo o minimo accenno bibliografico ad un
simile modello informatico di coscienza.
La necessità storica di strumenti per l’evoluzione della consapevolezza globale
Questa esperienza mi aveva toccato profondamente. Restai ancora due anni negli Stati Uniti, nella West
Coast, per approfondire la comprensione del paradigma olistico che stava emergendo in quegli anni e
concludere le esperienze di crescita della consapevolezza che avevo iniziato. In quei due anni, ebbi
incontri particolarmente significativi. che mi fecero comprendere l’importanza di utilizzare il concetto di
consapevolezza di Sé, non solo come base per una nuova medicina psicosomatica ma soprattutto come
strumento di crescita personale, per risvegliare una più vasta coscienza globale. Il messaggio veicolato da
numerosi incontri, articoli e libri esponeva in modo evidente che stavamo vivendo un momento di
transizione verso una civiltà planetaria e che questo passaggio richiedesse efficaci strumenti e nuovi
modelli scientifici per liberarsi dei vecchi schemi e permettere alla consapevolezza di evolvere e
realizzarsi. Il quadro era sufficientemente chiaro: decisi quindi di tornare in Italia ed iniziare una vera
ricerca a 360 gradi per dare basi scientifiche, sostegno epistemologico e concretezza clinica al modello
psicosomatico che avevo intuito e che, nel frattempo, era cresciuto e maturato.
Nasce la rivista Cyber e l’Istituto di Psicosomatica
Nel 1988, a Milano, con l’amico Federico Ceratti, primo editore di Riza Psicosomatica, fondiamo Cyber il
mensile scientifico monografico di informazioni olistiche su cervello/mente/coscienza, e l’Istituto di
Psicosomatica, come centro di studi e di ricerche sul nuovo paradigma psicosomatico e come centro di
medicina e psicoterapia ad orientamento psicosomatico. In questo istituto, si sperimentano gli approcci
clinici medici e psicoterapeutici più innovativi e funzionali del modello psicosomatico, orientati alla
crescita personale e alla consapevolezza di Sé.
Intorno alla rivista Cyber e all’Istituto di Psicosomatica, sin dagli esordi, si riunisce un comitato
scientifico, costituito da personalità di grande consapevolezza e conoscenza, con un approccio
interdisciplinare e transdisciplinare; in particolare, esperti in psicosomatica e medicine tradizionali,
psichiatri, psicologi e psicoterapeuti di differenti scuole, sostenuti da fisici quantistici, biologi,
evoluzionisti e filosofi della scienza. Il nostro comitato scientifico, a cui aderisce anche il famoso con il
neurofisiologo Henri Laborit, uno dei pionieri delle neuroscienze, famoso per la scoperta della
clorpromazina, con cui abbiamo approfondito il fenomeno dell’“inibizione dell’azione” in psicoterapia, si
è impegnato nel progetto, o meglio nell’avventura conoscitiva, di sviluppare un nuovo “paradigma
psicosomatico”, come modello unitario dell’essere umano, capace di includere, da un lato, le antiche
medicine sacre e le differenti tradizioni spirituali, dall’altro, i contributi clinici medici e psicoterapeutici
internazionali, sempre basandosi su un approccio empirico e sperimentale fortemente ancorato alla
documentazione scientifica e alle ricerche neurofisiologiche.
Le principali linee di ricerca sono: 1) le basi neurofisiologiche della coscienza e del Sé psicosomatico, 2)
le ripercussioni psicosomatiche dei blocchi del Sé e dell’inibizione delle sue funzioni, 3) la mappa
integrata tra la medicina yogica, la medicina cinese e tibetana dei canali e degli shén, rapportata alle
neuroscienze e alla medicina occidentale, 4) le ricerche sul cervello e sulla coerenza EEG, 5) la ricerca
delle applicazioni cliniche mediche e psicoterapeutiche, per concretizzare le conoscenze teoriche in
pratiche utili alla salute psicofisica e alla crescita della consapevolezza personale, 6) le ricerche sulla PNI,
la psico-neuro-immunologia, (base della futura PNEI) e le relazioni psicosomatiche tra emozioni e
sistema immunitario, 7) la Mappa Neuropsicosomatica del Sé.
Nel 1990 pubblichiamo il Manifesto Olistico e organizziamo il primo convegno sul nuovo paradigma
psicosomatico su basi scientifiche.
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La ricerca dell’unità neuropsichica
Sin dall’inizio, abbiamo sviluppato un’intensa attività di ricerca scientifica e sperimentazione, per
comprendere in termini scientifici la natura della consapevolezza, in relazione alla salute psicofisica e
alla crescita personale.
Il nucleo della ricerca del nostro istituto era studiare e sperimentare come le differenti parti del cervello
venissero unite dalla coscienza di Sé, in un network neuronale altamente sincronizzato e coerente.
Nel 1991, sviluppiamo e realizziamo un avanzato elettroencefalografo computerizzato, capace di
misurare la coerenza elettroencefalografica e la sincronizzazione cerebrale e iniziamo la lunga serie di
ricerche sulle relazioni tra coerenza EEG, malattie e stati di consapevolezza profonda di Sé. I risultati
sperimentali, che saranno brevemente descritti nel primo capitolo, confermano con grande consistenza
statistica la nostra ipotesi del network neurocognitivo autoreferente e mostrano come la coscienza, o
meglio la consapevolezza di Sé, generi unità e coerenza EEG, sincronizzando le differenti aree fisiche,
emotive e cognitive del cervello e dando origine alla percezione di integrità del Sé psicosomatico.
Immediatamente, rileviamo che le aree frontali sono maggiormente coinvolte in questo processo, dato
poi confermato da una moltitudine di ricerche tra cui quelle di Damasio (1994) sull’importanza della
corteccia frontale e orbitale prefrontale.
Una più precisa conferma del nostro modello psicosomatico arriverà nel 1998, con l’ipotesi del Nobel
Edelman del Dynamic Core of Consciousness, come network coerente tre le differenti aree talamo-corticali
del cervello (Tononi e Edelman, 1998). Con il nuovo elettroencefalografo computerizzato, iniziamo una
sperimentazione che durerà anni, per testare le differenti tecniche terapeutiche e le pratiche di
meditazione, allo scopo di selezionare le più efficaci e le più appropriate da utilizzare nella cura dei
disturbi psicosomatici, sia individualmente sia in gruppo.
Dal 1993 al 1994, pubblichiamo i cinque volumi dell’Enciclopedia Olistica, basata sul nuovo paradigma
psicosomatico e, due anni dopo, il libro di Psicosomatica Olistica.
Ervin Laszlo e il Club di Budapest
Nel 1995, a Firenze, incontro Ervin Laszlo, filosofo della scienza, teorico dei sistemi, due volte candidato
al Nobel per la Pace e si apre un nuovo capitolo della ricerca sul paradigma olistico. Nonostante la
differenza di età, sin dall’inizio, la nostra relazione è stata caratterizzata da una profonda intesa e da una
grande assonanza di intenti e orientamenti. Scopriamo che abbiamo sviluppato due linee di ricerca
parallele, entrambe orientate alla comprensione del nuovo paradigma scientifico e al risveglio di una
nuova consapevolezza planetaria. Ervin aveva già ricoperto incarichi di prestigio come docente in
diverse università americane, europee ed esiatiche, come direttore dell’UNITAR (United Nations Institute
for Training and Research) delle Nazioni Unite, come consulente scientifico di Federico Mayor, Direttore
Generale dell’UNESCO, ed era universalmente noto per le sue teorie sull’evoluzione dei sistemi viventi e
per i suoi numerosi libri tradotti in 13 lingue. Dopo aver collaborato con Aurelio Peccei al Club di Roma,
aveva appena fondato il Club di Budapest e noi stavamo per iniziare l’avventura del Villaggio Globale, in
cui i destini di queste due associazioni si incontrano.
Nasce il Villaggio Globale di Bagni di Lucca
Nel 1996, a Bagni di Lucca, nel verde della Toscana, fondiamo l’associazione Villaggio Globale, come
centro di cultura internazionale orientata al nuovo paradigma. Nella storica Villa Demidoff, trasferiamo
la sede dell’Istituto di Neuropsicosomatica, dove iniziamo ad operare come Scuola di Formazione e
Centro di Ricerche.
L’indirizzo psicoterapeutico, metodologico e teorico culturale della nostra scuola, basato sul paradigma
psicosomatico, permette di comprendere l’essere umano come un sistema unitario e multidimensionale
che pone al centro la consapevolezza di Sé e include ed integra le differenti dimensioni: cognitiva,
emozionale, relazionale e somatica, come reti dinamiche funzionali. Il nostro istituto, per mantenere un
costante livello di aggiornamento e approfondimento, sia per i docenti, sia per gli allievi, ogni anno
organizza un Convegno Internazionale di due giorni, oggi alla sua 31° edizione, sui temi della medicina e
psicoterapia ad orientamento psicosomatico e sulla ricerca neuropsichica ad esse associata.
I temi degli ultimi convegni, a cui vengono invitati psicoterapeuti, medici, psichiatri, ricercatori italiani e
stranieri, hanno esplorato argomenti chiave, come le basi neurofisiologiche e gli avanzamenti
psicoterapeutici riguardanti: depressione, crisi di panico, ansia, stress, paura, evitamento, disturbi
affettivi e dell’umore, lavoro sulle emozioni, effetti clinici della consapevolezza di Sé e della mindfulness
psicosomatica, disturbi di personalità, clinica psichiatrica, terapia familiare e di coppia.
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Il comitato scientifico
Il comitato scientifico del nostro istituto, oggi, annovera ricercatori universitari, medici, psicoterapeuti e
accademici di fama internazionale. In particolare, abbiamo collaborato, fino a pochi anni prima della loro
scomparsa, con il neuroscienziato e psicologo Karl Pribram, conosciuto per la sua teoria del cervello
olografico, che partecipò ad uno dei nostri primi convegni internazionali, con i fisici quantistici Giuliano
Preparata ed Emilio del Giudice, del Centro delle Alte Energie dell’Università di Fisica di Milano, coi quali
abbiamo approfondito le logiche dell’”entanglement quantistico” e dell’informazione coerente, come
motore dell’evoluzione dei sistemi viventi.
Con Candace Pert e Michael Ruff, ricercatori presso il NIMH, National Institute of Mental Health, e
scopritori delle endorfine e dei neuropeptidi, che hanno partecipato al nostro Convegno Internazionale
di Psicosomatica, abbiamo esplorato e condiviso conoscenze e intuizioni per approfondire la PNEI e il
ruolo delle emozioni nei disturbi psicosomatici e nella loro cura.
Negli ultimi anni, è stato nostro relatore al nostro Convegno Internazionale di Psicosomatica anche il
Prof. Jaak Panksepp, psicologo e ricercatore in neuroscienze, presso la Washington State University,
scopritore dei sette principali neurocircuiti delle emozioni e delle loro importanti implicazioni in
psicoterapia. Con Panksepp abbiamo approfondito il modo in cui i sette sistemi emotivi potevano essere
visti come basi delle “neuropersonalità” umane e così contribuire ad un approccio psicosomatico più
articolato ed efficace in psicoterapia e nella crescita personale.
Per noi ogni tassello di comprensione, basato sui dati delle ricerche scientifiche, diventava un ulteriore
elemento della complessità del nuovo paradigma psicosomatico e delle sue ripercussioni sul salto di
consapevolezza a livello globale.
Tra i docenti della nostra Scuola di Psicoterapia contiamo esperti e caposcuola italiani e internazionali di
medicina olistica, medicina tradizionale cinese e tibetana, psicoterapeuti di differenti orientamenti e
group leader che operano a livello internazionale per lo sviluppo della consapevolezza di Sé e della
crescita personale.
La PNEI e gli albori della Neuropsicosomatica
La psiconeuroimmunologia (PNI), madre della futura PNEI, fu, sin dagli inizi, uno dei nostri punti centrali
di studio. Nel 1989, sulla rivista Cyber, pubblicammo la prima monografia sulle relazioni tra mente, corpo
ed emozioni, con un articolo di otto pagine sulla PNI e la relazione tra emozioni e sistema immunitario,
con i primi studi di Robert Ader e Nicholas Cohen, di Candace Pert e Michael Ruff, di Karen Bulloch,
George Solomon, Edwin Blalock, David Felten, Allen Goldstein e Sandra Levy.
Le neuroscienze, ed in particolare la PNEI, hanno fornito, negli ultimi decenni, un contributo
fondamentale per la validazione scientifica del paradigma psicosomatico, offrendo una comprensione
unitaria dell’essere umano, considerato come un “network psicosomatico” governato dal Sé: una rete
globale in cui mente, emozioni, corpo e coscienza, rappresentano inscindibili dimensioni funzionali del
sistema stesso. Il contributo di Francesco Bottaccioli, in questo processo di rivoluzione di paradigma, è
stato importantissimo. Nel 1995, Bottaccioli pubblica la prima edizione di
Psiconeuroendocrinoimmunologia, un libro di rara chiarezza e logica, scritto con un linguaggio
giornalistico scorrevole, in cui presenta vecchi e nuovi dati sulle ricerche della PNI, con l’appassionante
senso storico di essere testimoni di un epocale cambio di paradigma. Il libro mostra una nuova
comprensione unitaria dell’essere umano, non più frammentato in aree cerebrali o sistemi funzionali, ma
come network unitario psicosomatico. Ci sentiamo profondamente il sintonia con il suo lavoro e lo
adottiamo come libro di testo della nostra scuola. Nel 2005, con la seconda edizione di
Psiconeuroendocrinoimmunologia, la PNEI diventa un paradigma accettato anche a livello accademico
ufficiale e all’unanimità decidiamo di farlo diventare uno dei pilastri scientifici dell’Istituto di
Neuropsicosomatica.
Questo principio epistemologico implica che in ogni forma psicopatologica o traumatica i fattori
psicologici, e in particolare quelli emotivi, siano intrinsecamente connessi ai fattori somatici e viceversa.
L’approccio psicoterapeutico che deriva da questo modello si propone come una pratica clinica
multidimensionale che va ad agire sulle specifiche problematiche del singolo individuo, attraverso tutte
le dimensioni del Sé: corporea, emotiva, cognitiva e relazionale, intervenendo direttamente su di esse con
tecniche appropriate e con una teoria generale che le guida in modo organico.
Negli ultimi vent’anni, le ricerche del nostro istituto hanno evidenziato e validato statisticamente
l’efficacia dell’approccio psicoterapeutico neuropsicosomatico, con risultati clinici su un’ampia gamma di
disturbi psicologici e psichiatrici, sia a livello individuale, sia di gruppo.
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L’apporto delle neuroscienze al modello neuropsicosomatico
Negli ultimi decenni, la concezione psicosomatica dell’unità mente-emozioni-corpo e il ruolo chiave delle
emozioni e della coscienza nella regolazione dei disturbi psicologici e psicosomatici del Sé, hanno
ricevuto una serie di importanti conferme anche da parte delle neuroscienze, dalle ricerche sulla
coscienza e la mindfulness. Pert sostiene che non è più possibile separare l’aspetto fisico dall’aspetto
emotivo e mentale, ma che “bisogna parlare di mente-corpo come di un’unica entità integrata”.
Con Candace Pert e Michael Ruff approfondiamo molti punti critici del nuovo paradigma e ci sentiamo in
profonda sintonia sia nell’approccio scientifico che umano e interiore.
Le ricerche delineano con sempre più dettagli un “paradigma neuropsicosomatico” ed evidenziano come
i differenti sistemi dell’essere umano formino un “network psicosomatico”, una rete di circuiti
psicologici, neurologici, emotivi e somatici governati dal Sé: la coscienza centrale del sistema. Il concetto
di network psicosomatico è alla base di un nuovo modello psicoterapeutico integrato, in cui si riconosce
anche la nostra scuola. Le intuizioni della psicoterapia ad orientamento psicosomatico, trovano qui una
forte conferma scientifica che prova chiaramente come le basi corporee influenzino la psiche, ma anche
come i pensieri e le emozioni influenzino il corpo, il sistema immunitario, il sistema endocrino e nervoso,
base di tutte le patologie psichiatriche e psicologiche. Lo stato di salute psicologica è quindi dipendente
da una molteplicità di cause e la cura dei disagi e delle patologie, sia psicologiche sia psichiatriche, deve
assumere necessariamente un approccio multidimensionale.
Questo ci permette un più preciso inquadramento clinico ed un conseguente migliore intervento
terapeutico.
Olos e Globalshift: i due video manifesto del nuovo paradigma
Nel 2010, realizzo il film Olos, l’Anima della Terra, il nuovo paradigma scientifico e nel 2014 il film
Globalshift, il Rinascimento della Coscienza Globale, due video manifesti della nuova cultura planetaria
emergente. I due film mostrano come i disastri ecologici, sociali ed umani, possano essere risolti
attraverso una nuova coscienza globale e come ogni cittadino della Terra possa realizzare un salto di
consapevolezza e diventare un protagonista attivo e creativo del cambiamento verso una società più
etica, sostenibile e pacifica. Globalshift offre informazioni e conoscenze scientifiche sull’importanza della
meditazione e delle pratiche per evolvere la consapevolezza di Sé e del pianeta, le vere basi per il salto
storico verso una nuova società globale più etica, sostenibile e pacifica.
Olos propone una visione scientifica che comprende l’evoluzione della consapevolezza umana e della
società globale. Nel film oltre trenta scienziati e personalità della cultura internazionale, tra i quali il
Dalai Lama, Fritjof Capra (fisico quantistico), Ervin Laszlo, Deepak Chopra (medico ayurvedico), Candace
(neuroscienziata), Vandana Shiva (ecologista), Jane Goodall (etologa e antropologa, esperta di
scimpanzé), Tara Ghandi (pacifista, nipote del Mahatma Gandi), Laura Chinchilla (Presidente del Costa
Rica), Francesco Bottaccioli (PNEI) ed Emilio Del Giudice (fisico quantistico), espongono il nuovo
paradigma fondato sulla consapevolezza; un paradigma che riunisce una moltitudine di culture e modelli
antichi e moderni, scientifici e spirituali e li sintetizza in una visione globale.
I due film, per i loro contenuti scientifici e culturali sui nuovi modelli della salute psicosomatica, della
consapevolezza e della sostenibilità, ricevono il patrocinio del Club per l’UNESCO di Lucca e il sostegno
del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Questi film sono sostenuti anche dalla Earth Charter
International, associata all’ONU e dal Club of Budapest International. I film, in lingua italiana, sono stati
doppiati in inglese, spagnolo, francese, e divulgati gratuitamente in ogni parte del mondo.
Il Nuovo Paradigma e il Progetto Gaia
Nel 2013, con Ervin Laszlo e i membri del comitato scientifico, decidiamo di sviluppare il Progetto Gaia di
educazione alla consapevolezza e alla salute globale di Sé e del pianeta. Il Progetto Gaia viene accreditato
dal MIUR, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, viene sostenuto dal Clun per l’UNESCO, e
viene selezionato e finanziato dal Miniatero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Formiamo oltre 2000
professionisti, psicologi, medici, docenti, educatori e operatori e portiamo il Progetto Gaia ad oltre
36.000 persone, bambini, giovani e adulti in scuole, ospedali, università e associazioni in tutte le regioni
italiane. Gli eccellenti risultati scientifici di riduzione dello stress, ansia, depressione e aggressività e di
miglioramento del benessere, dell’intelligenza emotiva e della collaborazione, vengono pubblicati in
numerosi articoli tra cui la rivista Mindfulness.
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PRIMA PARTE
LE BASI TEORICHE DELLA
NEUROPSICOSOMATICA
IL NUOVO PARADIGMA E LE RICERCHE SCIENTIFICHE SULLA
COSCIENZA: LA NEUROEVOLUZIONE DEL SÉ E
DELLE NEUROPERSONALITÀ
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CAPITOLO PRIMO
IL NUOVO PARADIGMA NEUROPSICOSOMATICO
E LA RICERCA SCIENTIFICA DELLA COSCIENZA DI SÉ
La religiosità cosmica
Il mistero della vita è la più bella sensazione che possiamo sperimentare.
E' il sentimento profondo che si trova all’origine dela vera arte e della vera scienza.
Chi non sperimenta il mistero e che non prova più stupore e meraviglia è come morto,
una candela spenta.
Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più profondo e
della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più elementari,
è questa conoscenza e questo sentimento che costituiscono la vera attitudine spirituale,
in questo senso, e soltanto in questo senso, io sono un uomo profondamente religioso.
Mi basta il mistero dell'eternità della vita
e l'intuizione della stupefacente struttura della realtà,
insieme allo sforzo che viene dal profondo del cuore per afferrare una porzione,
anche minuscola,
dell'intelligenza che manifesta se stessa nella natura.
Difficilmente troverete, tra le più profonde menti scientifiche,
una che non possegga una propria peculiare spiritualità.
Lo scienziato è posseduto dal senso di causalità universale.
La sua spiritualità consiste nella meraviglia estasiata dell’armonia della legge della natura;
che gli si rivela come intelligenza superiore,
tale che tutto il pensiero sistematico e le azioni umane, al confronto con essa,
non sono che un riflesso del tutto insignificante.
A mio avviso la funzione più importante dell'arte e della scienza è risvegliare
questo sentimento e tenerlo vivo in coloro che sono in grado di farlo.
Albert Einstein
da Come io vedo il mondo
Il cambiamento di paradigma
Con questa citazione di Einstein inizio questo libro sulla neuropsicosomatica, che rappresenta una porta
aperta verso una prima e quindi certamente incompleta comprensione scientifica del grande mistero
della coscienza umana e della sua evoluzione neuro-psico-somatica.
Questo libro è basato su una serie di cambi di paradigma avvenuti negli ultimi decenni in molti ambiti e
campi delle scienze fisiche, umane e sociali, e in particolare delle ricerche delle neuroscienze e della
PNEI, che hanno profondamente modificato la comprensione biologica, medica e psicologica dell’essere
umano e dell’evoluzione della coscienza di Sé. Essendo un testo di avanguardia è quasi inevitabile che
contenga errori e basi teoriche che magari non saranno completamente confermate o non si
svilupperanno pienamente, chiedendo venia in anticipo per eventuali inesattezze o errori, tengo a
precisare tuttavia che lo scopo di questo libro non è di dare certezze sui singoli elementi emersi dalle
ricerche, ma piuttosto quello di dare una nuova visione globale, più unitaria e organica, dell’essere
umano e della neuroevoluzione della sua coscienza. Le teorie possono cambiare ed evolvere nel tempo, la
comprensione di fondo rimane.
Il paradigm shift, “cambiamento di paradigma”, è l’espressione coniata dal filosofo Thomas Kuhn per
descrivere la rivoluzione delle assunzioni basilari che, dal paradigma scientifico dominante, porta ad un
nuovo paradigma. L’espressione cambiamento di paradigma, intesa come cambiamento nel modello e
nell’interpretazione degli eventi, è stata da allora applicata a molti campi delle scienze esatte e
dell’esperienza umana in genere. Per molti studiosi e pensatori contemporanei noi stiamo vivendo
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un’epoca di cambiamento globale di paradigma, che sta interessando trasversalmente tutti campi della
cultura e dell’esperienza umana. Riteniamo che il cambio di paradigma sia espressione di un cambio di
consapevolezza e di percezione di Sé stessi e del mondo che sta avvenendo in questo momento storico.
Suggeriamo ai lettori l’opportunità che le informazioni teoriche presentate in questo libro possano
essere accordate e integrate con le esperienze dirette di consapevolezza derivate dalla pratica della
mindfulness psicosomatica e delle tecniche del Protocollo PMP che possono essere scaricate dal sito
[Link].
La rivoluzione del paradigma psicosomatico PNEI
In questo primo volume sono esposti i più significativi avanzamenti delle neuroscienze e della PNEI
(Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) che stanno generando un cambiamento di paradigma nella
comprensione della coscienza, delle emozioni e dei meccanismi che sottostanno ai disturbi psicosomatici.
Da queste conoscenze emerge una nuova comprensione della coscienza umana, della salute psicofisica e
del processo di evoluzione che permette di creare le basi di una vera “psicologia”, letteralmente “scienza
dell’anima”, capace di fornire una concretezza scientifica alle intuizioni sviluppate nelle antiche
tradizioni mediche e spirituali.
La finalità di questo saggio è identificare i princìpi che emergono dalle più recenti ricerche e trovare le
loro concrete applicazioni nella pratica medica e psicoterapeutica.
Questo libro di neuropsicosomatica vuole essere un essenziale e completo, testo di riferimento per tutti i
sempre più numerosi medici, psicologi e psicoterapeuti che cercano un approccio scientifico clinico più
profondo e unitario, orientato allo sviluppo della consapevolezza di Sé e alla crescita personale.
La prima parte di questo primo volume tratterà le basi teoriche della neuropsicosomatica, mentre nella
seconda parte saranno trattate le basi cliniche per la comprensione della genesi dei disturbi e dei blocchi
psicosomatici e del loro primo approccio terapeutico integrale.
Nel secondo volume saranno trattate le pratiche cliniche e psicoterapeutiche più approfondite che
derivano da queste prime basi.
Dall’insieme di queste conoscenze scientifiche, che riecheggiano e potenziano le intuizioni delle antiche
medicine e tradizioni spirituali, emerge un nuovo paradigma psicosomatico PNEI, un avanzato modello
che permette una comprensione più unitaria, olistica e sistemica dell’essere umano, dei suoi disturbi e
della loro cura.
L’elemento che maggiormente caratterizza questo nuovo paradigma è la comprensione scientifica della
coscienza di Sé, del suo ruolo primario come elemento centrale dei sistemi viventi, che si riflette sia sui
disturbi emotivi, psicologici e fisiologici, sia sulla crescita personale. Il nuovo paradigma rappresenta il
nucleo dell’appassionante ricerca della mia vita e di quella delle persone con cui ho vissuto e collaborato,
in grado di aprire un nuovo scenario per il futuro.
In questo libro non tratteremo invece la moltitudine di ipotesi, scuole o teorie di impostazione new age,
esoterica o misticheggiante, in quanto prive di basi scientifiche documentate.
La nascita della scienza moderna
Il metodo scientifico identificato da Galileo Galilei segna l’inizio della scienza moderna.
La scienza moderna si sviluppa ereditando dal Rinascimento una nuova fiducia nelle capacità conoscitive
dell'uomo, la capacità di liberarsi dei principi trascendenti cattolici per spiegare la realtà, la
riconsiderazione dell’esperienza diretta dei sensi, il rigetto dei principi di verità imposti dall’alto e
soprattutto del valore universale dei dati derivanti dalla sperimentazione che possono essere controllati
e validati anche da altri scienziati.
Il metodo sperimentale, espressione finale del Rinascimento, è la modalità empirica con cui la scienza,
libera dai vecchi paradigmi dogmatici, procede per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva,
affidabile, verificabile e condivisibile. Esso consiste, da una parte, nella raccolta di dati empirici sotto la
guida delle ipotesi e teorie da vagliare; dall'altra, nell'analisi matematica e rigorosa di questi dati,
associando cioè, come enunciato per la prima volta da Galilei, le “sensate esperienze” ossia i dati
sensoriali percepiti attraverso i cinque sensi, alle “dimostrazioni necessarie”, ossia la sperimentazione e
la matematica.
Nel testo Il Saggiatore Galilei, come già fece Pitagora, afferma che il libro della natura è scritto in leggi
matematiche, e, per poterle capire, è necessario eseguire esperimenti con gli oggetti che essa ci mette a
disposizione. “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto innanzi
agli occhi, io dico l'universo, ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua e
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conoscere i caratteri ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli,
cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola”.
Il metodo sperimentale da lui sviluppato lo porterà ad opporsi alla geocentrica proposta da Aristotele e
Tolomeo e sostenuta dalla chiesa cattolica, che poneva la Terra al centro dell’Universo, a favore della
teoria eliocentrica, in cui è la terra a ruotare intorno al sole. Il sapere scientifico andava a demolire
l’antico paradigma basato dogmi teologici e filosofici mettendo in pericolo la validità globale della
struttura di fede, non più sostenuta da un'esperienza spirituale collettiva.
Questa sua teoria, anche se sostenuta da prove scientifiche, venne fortemente contrastata dalla chiesa
che ordinò il ritiro delle opere di Galileo e la sua reclusione in attesa del processo.
Il 22 giugno 1633 Galileo venne ritenuto colpevole e fu costretto ad abiurare le sue concezioni
astronomiche e venne condannato al confino nella propria villa di Arcetri a Firenze.
Il paradigma dicotomico cartesiano
In quello stesso periodo storico con Descartes (Cartesio) nasce la dicotomia tra materia e spirito, che ha
catalizzato la ricerca scientifica fino ai nostri giorni.
Nonostante il concetto di dicotomia mente corpo sia già presente in Platone, potremmo prendere la
pubblicazione della “dicotomia cartesiana”, come momento emblematico dell’inizio del paradigma
scientifico dicotomico, che ha generato l’orientamento della scienza in una direzione materialista e
riduzionista che perdura fino ai nostri giorni.
Descartes per primo definì concettualmente la separazione tra la materia o “res extensa” (la sostanza
fisica) e lo spirito o “res cogitans” (la sostanza cosciente e pensante) e indicò come la prima fosse
dominio della scienza mentre la seconda fosse esclusivo monopolio della chiesa.
La dicotomia cartesiana tuttavia non deve essere considerata un errore ma una strategia per separare i
campi di pertinenza della scienza da quelli della chiesa. Descartes infatti nel suo trattato Il Mondo, voleva
“spiegare tutti i fenomeni della Natura”, una visione globale e unitaria della realtà, in cui si esponevano
principi di fisica e di ottica unitamente ad alcune questioni fondamentali sull’uomo, come: anatomia,
fisiologia e metafisica, che si sarebbero dovute concludere con una trattazione dell’anima.
In questo testo Descartes voleva esporre “la favola del mio Mondo” una sorta di visione unitaria in cui la
dimensione Fisica e Metafisica potessero coesistere tra loro: “Cerco di aprire a sufficienza la strada per
fare in modo che, in seguito, si possano conoscere tutte (le due dimensioni) unendo l’esperienza al
ragionamento”.
Ma nel 1633 Descartes che aveva terminato Il Mondo venne a conoscenza del processo contro Galileo
Galilei, della sua condanna e dell’abiura a cui fu costretto, avvenuta il 22 giugno dello stesso anno e della
messa all'Indice del Dialogo sopra i due massimi sistemi lo dissuasero dal completare e pubblicare l'opera
che in più parti sposava le tesi di Copernico condannate dalla Chiesa. Così Descartes decise, per sua
sicurezza personale e per timore di incorrere nelle punizioni della chiesa, di non stampare il suo trattato,
anzi, considerando la grave ingerenza della chiesa che in quegli anni aveva condizionato gravemente le
scoperte di molti scienziati, decise di cambiare strategia rifondando i suoi principi con una chiara
divisione tra corpo e anima. Nasce così la dicotomia cartesiana. Da consumato diplomatico conscio
dell’evidente conflitto tra chiesa e scienza, propose una netta separazione di campi e ambiti di
competenza. La chiesa aveva come pertinenza la res cogitans ossia la dimensione immateriale dell’anima
e dello spirito, mentre la scienza doveva occuparsi esclusivamente della res extensa, la materia fisica e
misurabile.
Nel 1644 Descartes nei Principia philosophiae (1, 7 e 10) espone il “cogito ergo sum”, incorrettamente
tradotto come “penso dunque sono” o meglio “ho coscienza quindi esisto”, come assunto che assicura
l’indubitabile certezza che l'uomo ha di se stesso e della propria coscienza o anima in quanto soggetto
pensante. Il cogito ergo sum è la prima definizione moderna di auto consapevolezza e la dimostrazione
logica dell’ineluttabile evidenza del Sé, una asserzione del tutto sovrapponibile a quello di molte filosofie
indo tibetane che affermavano l’auto-evidenza della coscienza di Sé.
La scienza senza coscienza
La dicotomia certesiana certamente permise alla nascente scienza sperimentale di potersi sviluppare
senza le pesanti ingerenze ideologiche e teologiche della chiesa cattolica ma, per contro, generò un
paradigma scientifico eccessivamente materialista e riduzionista comunque condizionato dai veti dalla
religione. Il primo paradigma scientifico è quindi basato sull’assunto (non scritto) che la scienza non può
e non deve studiare l’anima, la coscienza, la res cogitans.
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Sulla questione dell’unità di mente e corpo, nel timore di non incorrere nelle condanne della chiesa e per
consentire alla medicina di potersi sviluppare in modo laico e autonomo, Descartes arriva ad affermare
che l’essere umano è solo un corpo materiale, una macchina guidata dall’anima attraverso un piccolo
punto: la ghiandola pineale, l’epifisi. La dicotomia cartesiana rendeva possibile la separazione tra materia
e coscienza: la chiesa non perdeva il suo potere e la scienza iniziava la sua clamorosa e inarrestabile
espansione.
I presupposti del vecchio paradigma dicotomico cartesiano, che ha separato la materia dallo spirito e il
corpo dalla coscienza, hanno portato a ritenere che la coscienza, come res cogitans, fosse impossibile da
studiare empiricamente e pertanto non costituisse materia di ricerca e conoscenza scientifica. La scienza
moderna, dal seicento in poi, si è di fatto sviluppata con un’attitudine fortemente materialista e
riduzionista come “scienza senza coscienza”.
La rivoluzione scientifica della coscienza
La rivoluzione scientifica a cui stiamo assistendo ha le sue origini nella ricerca di numerosi scienziati che
hanno cercato di non separare la scienza dalla coscienza ma di trovare una modalità che le riunisse
all’interno di una comprensione globale e unitaria. Tra questi Darwin, i premi Nobele i Nobel della fisica
quantistica: Einstein, Winer, Planck, Heisenberg, i premi Nobel della filosofia e della letteratura: Bergson,
Mann, e della Chimica: Eigen.
Nello specifico campo delle neuroscienze alcuni dei momenti storici che hanno segnato l’inizio della
rivoluzione della coscienza, sono stati: nel 1965 quando Sir John Eccles, premio Nobel nel 1963 per la
neurofisiologia, pubblica The brain and the unity of conscious experience, nel 1977 quando insieme al
filosofo della scienza Karl Popper pubblica The Self and Its Brain, e nel 1989 Evolution of the Brain: the
creation of the Self. Questi sono i primi testi che indagano in modo scientifico i tradizionali temi filosofici
della natura della coscienza e dell’origine evolutiva del Sé e dell’anima.
Agli inizi degli anni ’80, Francis Crick, premio Nobel per la scoperta del DNA e pioniere nelle
neuroscienze, afferma che “la coscienza rappresenta un legittimo campo di ricerca scientifica” e che, data
la sua complessità, essa debba necessariamente essere studiata con un approccio multidisciplinare e
interdisciplinare.
La coscienza ritorna finalmente al centro del sistema umano e con le ricerche delle neuroscienze e della
PNEI inizia la “science of consciousness” che studia l’essere umano, l’organismo vivente più complesso da
noi conosciuto, come un “sistema unitario” multidimensionale, un “Sé psicosomatico” che si auto-governa
come un network neurocognitivo di estrema intelligenza e organizzazione, in quanto ha coscienza di
tutte le informazioni del proprio sistema.
I nuovi e più sofisticati metodi di indagine scientifica e l’evolversi delle conoscenze relative alle
neuroscienze, oggi stanno generando una accelerazione nella rivoluzione di paradigma che si fonda
proprio sul riconoscimento del ruolo centrale della coscienza e del Sé nell’organizzazione biologica e
cognitiva del vivente.
Le fasi della rivoluzione del paradigma
Come tutte le rivoluzioni scientifiche anche questa che stiamo vivendo avrà le sue fasi e i suoi conflitti.
Kuhn descrive cinque fasi delle rivoluzioni scientifiche.
Fase 1: l’accettazione del nuovo paradigma. Questa fase segna l’inizio di un nuovo paradigma: un modello
di comprensione della realtà che viene riconosciuto dalla comunità scientifica e che permette nuove
comprensioni dei fenomeni naturali.
Fase 2: scienza normale. In questa fase la comunità scientifica, utilizzando i parametri definiti dal nuovo
paradigma, cerca di formulare leggi e codificare processi quantitativi che permettono di spiegare sempre
più fenomeni.
Fase 3: la nascita delle “anomalie”. In questa fase si evidenziano e si accumulano le “anomalie”, ossia i
problemi che sfidano gli assunti centrali del paradigma e che costringono la comunità scientifica ad
utilizzare un nuovo paradigma basato su nuovi assunti e metodologie. Nel nostro caso, dopo quattro
secoli di prevalenza del paradigma dicotomico, questa fase segna l’incapacità del paradigma dicotomico e
materialista stesso di poter interpretare e comprendere appieno di fenomeni, come: la coscienza, l’auto-
consapevolezza, la natura della vita e della sua evoluzione, l'inadeguatezza a spiegare in termini
neurofisiologici le basi stesse delle emozioni e dei disturbi psicosomatici, l’atteggiamento troppo
riduzionista in medicina e nell’approccio col paziente e la malattia che tende ad una interpretazione
troppo meccanicista che rende la persona un mero caso clinico negandogli la dignità umana, la tendenza
a considerare i disturbi psicologici come lo stress, l’ansia o la depressione come errori o rotture di
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meccanismi biochimici o genetici, da riparare essenzialmente con interventi farmacologici, impossibilità
di comprendere i fenomeni di auto consapevolezza e di profondità come l’identità, il Sé e la capacità di
auto-osservazione che rappresentano gli elementi di base della psicologia e della dignità umana. Da
decenni questi e molti altri problemi hanno mostrato i limiti del vecchio paradigma e della vecchia
modalità di ricerca scientifica basata su una logica riduzionista.
Fase 4: crisi di paradigma. Questa fase, nel nostro contesto, è caratterizzata dalla crisi del paradigma
dicotomico che stiamo vivendo. Dagli anni sessanta una esigua minoranza di scienziati, sulla base di dati
sperimentali (a volte ancora parziali e incerti) ha proposto nuovi modelli, ipotesi e teorie basate sulla
coscienza, per decifrare fenomeni che prima non erano spiegabili o per offrire un approccio più
complesso e unitario agli stessi fenomeni. Questi nuovi modelli tuttavia sono ovviamente ancora
incompleti e non sono ancora riuniti in un unico organico paradigma. Su queste basi, la vecchia guardia
degli scienziati, ancora fortemente identificata con il vecchio paradigma, sospettosa delle novità, si
trincera sulle certezze obsolete e cerca fortemente di contrastare e criticare i nuovi approcci e le nuove
teorie come “non scientifiche” o “metodologicamente non corrette” o anche accusandole di totale
inconsistenza.
Questo conflitto tra paradigmi può risultare in una vittoria del vecchio paradigma, come accadde
inizialmente con la teoria eliocentrica di Galileo che fu costretto ad abiurare, negando ufficialmente che
la Terra ruotasse intorno al sole, salvo poi, guardando il cielo, affermare “eppur si muove” (citato da
Baretti, 1757). Oppure, come afferma Kuhn, può risultare nell’affermazione del nuovo paradigma
unitario, quando le nuove teorie iniziano ad essere divulgate e sperimentate da un numero sempre
maggiore di scienziati e in particolare dai giovani, che diventano così i portatori dei valori e della
comprensione del nuovo paradigma della consapevolezza, e così in un salto generazionale prenderanno
il sopravvento sul vecchio paradigma dicotomico.
Come Galileo infatti la maggior parte degli scienziati citati in questo libro hanno subito forti opposizioni e
contestazioni, da parte degli scienziati legati alla vecchia struttura paradigmatica, per le loro nuove
ipotesi e affermazioni sulla coscienza, nonostante le evidenti documentazioni sperimentali. In questa fase
la maggioranza numerica degli scienziati è ancora legata al vecchio paradigma e riveste ruoli di potere
all’interno delle strutture universitarie e di ricerca.
Fase 5: la rivoluzione di paradigma. Nella Fase 5 della rivoluzione scientifica, che Kuhn chiama di
“scienza straordinaria”, il nuovo paradigma prende sempre più spazio e adesione all’interno della
comunità scientifica e genera nuove comprensioni, campi di sperimentazione e positivi risvolti clinici che
aprono, all'interno della stessa comunità, una articolata discussione sulle qualità e le possibili
applicazioni dei due paradigmi. Ciò impone agli scienziati di impegnarsi in un dibattito circa la validità
delle vecchie teorie scientifiche generalmente accettate dalla comunità e sulle nuove prospettive e
potenzialità del nuovo paradigma.
In questa fase, diversi scienziati o gruppi di ricerca propongono nuove teorie per spiegare quei fenomeni
che il vecchio paradigma non riesce a inserire nel proprio sistema. Successivamente, il conseguimento di
una serie di successi parziali determina il formarsi di una condizione di fiducia nei riguardi di una delle
nuove teorie. Quando tale fiducia “contagia” un sufficiente numero di scienziati attivi, anche se in
numero inferiore, la nuova teoria si trasforma in nuovo paradigma e la fase di scienza straordinaria
lascia il posto a un nuovo periodo di scienza basata su una nuova metodologia e comprensione.
Il cambiamento di paradigma nelle scienze
Uno degli aspetti più rilevanti di questo attuale salto di paradigma, che dopo quattro secoli di
materialismo, reintroduce la coscienza all’interno della scienza, è che si sta realizzando parallelamente in
differenti campi di ricerca. L’aumento delle ricerche e degli studi scientifici sui temi della coscienza
mostra una curva esponenziale, che evidenzia un rapidissimo cambiamento dell’orientamento e
dell’interesse all’interno delle scienze. La curva esponenziale è segno di radicali cambiamenti in atto.
IL NUOVO PARADIGMA IN FISICA QUANTISTICA: ENTANGLEMENT E NON LOCALITA’
“La meccanica classica non è in grado di spiegare la coscienza.” Roger Penrose
La vecchia fisica newtoniana concepiva il mondo come costituito da atomi fisici, materiali, isolati tra loro
e completamente slegati dalla dimensione della coscienza. Questa è la base fisica della storica divisione o
dicotomia cartesiana tra materia e coscienza, che ha caratterizzato gli ultimi secoli della nostra storia e
che riflette una parallela dicotomia di percezione interiore tra mente e corpo. Questo vecchio paradigma
è stato da tempo soppiantato dal nuovo paradigma della fisica quantistica, sviluppata agli inizi del
novecento da un incredibile numero di scienziati che attraverso le loro ricerche e scoperte hanno
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ribaltato la comprensione del mondo e dell’essere umano. L’innovativa comprensione della fisica
quantistica è che nulla di realmente “materiale” esiste in natura, in quanto la “materia fisica” è in realtà
composta da particelle o “quanti”” di energia informata.
Ogni particella è un “campo quantistico” che si estende all’infinito che è profondamente e costantemente
interconnesso con tutti gli altri campi e con l’intera esistenza. Questo potente concetto di
interconnessione, chiamato entanglement quantistico, ha aperto la strada ad una differente prospettiva
umana e globale dove ogni atomo, ogni persona, ogni essere vivente è profondamente e costantemente
collegato alla grande e delicata rete della vita.
Di seguito sono riassunti i principi essenziali che caratterizzano il nuovo paradigma quantistico
attraverso una breve descrizione degli scienziati premi Nobel della Fisica e dei padri della meccanica
quantistica che li hanno scoperti.
Albert Einstein: premio Nobel per la Fisica nel 1921, evidenzia che il campo è una regione di spazio che
manifesta una forza gravitazionale, magnetica o elettrostatica che teoricamente “si estende all'infinito”,
perdendo intensità con il quadrato della distanza. La fisica quantistica prova l’esistenza di un campo
energetico intorno ad ogni oggetto fisico, dalla particella, all’ essere umano e al pianeta Terra. Più
particelle o più persone possono condividere un campo comune. La fisica quantistica di Einstein
evidenzia che ogni particella è un campo di energia che si estende all’infinito ed è interconnesso con tutte
le altre particelle. Einstein, Podolsky e Rosen evidenziarono, in un famoso articolo, che secondo le leggi
della meccanica quantistica, esiste una connessione profonda tra ogni particella quantistica.
Eugene Wigner: premio Nobel della Fisica nel 1963, ha scritto: “è straordinario... che lo stesso studio del
mondo fisico ha portato alla conclusione scientifica che la coscienza è la realtà primaria… Il principale
argomento, contro il materialismo, è che i processi mentali e la coscienza sono concetti primari, che la
nostra conoscenza del mondo esterno è contenuta nella nostra coscienza e quindi che la coscienza non
può essere negata”.
Max Planck: uno dei padri della teoria dei quanti e premio Nobel della Fisica, nel 1918, ha detto:
"Considero la coscienza come fondamentale. Ritengo che la materia derivi dalla coscienza... Tutto quello
che consideriamo come esistente, postula coscienza". The Observer (25 January 1931)
Werner Heisenberg: premio Nobel per la Fisica nel 1932, nel suo “principio di indeterminazione”
stabilisce che non possiamo determinare precisamente il momento o lo stato di un’onda-particella, in
quanto l'atto dell'osservare (la coscienza del ricercatore) crea un'interazione con la particella osservata e
lo modifica. Da questo principio derivano tre profonde considerazioni. La prima è che la coscienza
dell'osservatore è profondamente connessa e interferisce con ogni fenomeno dell’esistenza e con il Tutto.
La seconda è che le unità dell’esistenza fisica non completamente determinabili e quantificabili e quindi
sono libere. La terza è che l’intera struttura della conoscenza scientifica risulta probabilistica e non
deterministica.
Erwin Schrödinger: premio Nobel per la Fisica, nel 1935 ha coniato il termine entanglement per
descrivere l’interconnessione tra le particelle già prevista da Einstein, Podolsky e Rosen. Più
precisamente l'entanglement quantistico è un fenomeno in cui lo stato quantistico di un insieme di due o
più sistemi fisici dipende dallo stato di ciascun sistema, anche se sono spazialmente separati. Esso
implica la presenza di una correlazione istantanea a distanza tra i sistemi di carattere “non locale”.
Alain Aspect: fisico dell’Università di Paris Sud nel 1982 ha compiuto esperimenti in cui dimostra
l’entanglement quantistico “non locale” tra due particelle. Questo avveniva in modo istantaneo: una
comunicazione oltre il tempo e lo spazio conosciuti. Questo prova l'esistenza di una interrelazione tra
particelle ad una velocità superiore a quella della luce, che li informa del loro stato reciproco, come se
esse conoscessero ciò che accade alla loro particella gemella in qualsiasi punto dell'universo.
David Bohm: collega di Einstein e docente alla Princeton University, autore di testi fondamentali di fisica
quantistica, sostiene che: “ogni particella è accompagnata da un campo olistico” che è un “campo di
informazione attiva”, che lo guida. Un campo è qualcosa che si espande in tutto lo spazio e l'elettrone ha
questo campo "sottile" che significa "elusivo", "intangibile", ma anche "finemente interconnesso"
all'ambiente circostante e dotato di una primitiva qualità mentale, cognitiva, che il grande matematico
Alfred North Whitehead chiama “protocoscienza”. Questo suggerisce che la divisione tra materia e mente
non sia così netta e che c'è mente persino a livello quantistico. Bohm cercò di spiegare l’unità
dell’esistenza come un Tutto, Wholeness, costituito da un “ordine esplicato” per i fenomeni materiali e
misurabili, e un “ordine implicato” per i processi “invisibili” dell’informazione e della coscienza. L’ordine
esplicato e implicato sono parti inseparabili dell’Unità globale.
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Giuliano Preparata ed Emilio del Giudice: fisici quantistici dell’Istituto delle Alte Energie
dell’Università di Milano, scoprono e codificano le basi della “Coerenza Elettroquantistica”, ovvero la
capacità delle particelle quantistiche di sincronizzarsi sulla stessa frequenza (fase), scoprendo come
l’acqua, in cui sono disciolte altre sostanze, possa creare dei “domini di coerenza”: sistemi quantistici che
al loro interno hanno la capacità di conservare “energia e informazione”. La coerenza quantistica è il
principio fisico che spiega e sostiene la cellula, la vita, il cervello e la coscienza.
IL NUOVO PARADIGMA IN GENETICA: L’EPIGENETICA TRANSGENERAZIONALE
Il nuovo paradigma dell’informazione che si evolve con l’esperienza
“La coscienza è il maggior problema irrisolto della biologia”
Francis Crick, premio Nobel per la scoperte del DNA
I biologi Maturana e Varela sostengono che gli organismi viventi siano sistemi autopoietici e cognitivi, in
quanto, attraverso l’elaborazione delle informazioni, si possano auto-organizzare e auto-riparare, e che
l’autopoiesi, ossia la capacità di un sistema di mantenere la propria unità, in tutte le forme di vita, sia
direttamente legata ai fenomeni di cognizione e di coscienza. Maturana (1970) dichiara: “la conoscenza è
un fenomeno biologico”, ossia che la vita, la conoscenza e la coscienza siano proprietà emergenti dei
sistemi organici autopoietici.
Già agli albori della vita, nei primi unicellulari vi sono tutti gli ormoni e neurotrasmettitori che troviamo
nel cervello e nel corpo umano.
La conservazione dell’informazione è la base della memoria,
della cognizione e della consapevolezza di Sé. Le evidenze
derivate dalle numerosissime ricerche di epigenetica degli ultimi
anni (vedi Figura 18), hanno demolito sperimentalmente le basi
dell’interpretazione neodarwinista, decretando sia il crollo del
dogma centrale di Crick, sia la scorrettezza di fondo del concetto
di “casualità” applicato indiscriminatamente all’intero processo
evolutivo.
Gli studi di epigenetica, in rapidissimo aumento, evidenziano che
lo sviluppo di ogni organismo, e dell’intero processo di
evoluzione, sono profondamente influenzati dalle informazioni
acquisite, ossia dalle conoscenze derivate dalle esperienze di
vita e dalle comprensioni dei genitori e, in parte, tramandate ai figli attraverso mutazioni epigenetiche.
L’epigenetica mostra come il sistema genetico sia plastico e sensibile alle esperienze adattative acquisite
dai genitori, rese necessarie dalle situazioni esterne o interne all’organismo. L’azione epigenetica non
comporta un cambiamento della sequenza del DNA (genotipo) ma solo una variazione nell’espressione
dei geni presenti nel DNA (fenotipo) che possono essere regolati, attivati, inattivati o silenziati. Tali
mutazioni permangono per tutta la vita dell’organismo o della cellula, anche durante la divisione
cellulare. Le ricerche e gli studi della genetista Eva Jablonka, docente dell’Università di Tel Aviv, e
membro del bìnostro Comiitato scientifico, dimostrano l’esistenza di una “quarta dimensione”
dell’Evoluzione, e di una “Epigenetica Transgenerazionale” che fornisce le prove scientifiche di come la
coscienza, le conoscenze, le esperienzer, le emozioni e la cultura generano cambiamenti epigenetici che
possono essere tramandati alle generazioni successive.
IL NUOVO PARADIGMA NELL’EVOLUZIONE: LA SELEZIONE NEURALE COGNITIVA
L’ontogenesi è una ricapitolazione della filogenesi. Ernst Heinrich Haeckel
L’essere umano, nelle fasi del suo sviluppo embrionale (ontogenesi),
ripercorre tutte le principali fasi dell’evoluzione dei sistemi viventi
(filogenesi). La memoria genetica, presente nelle cellule staminali
dell’essere umano, contiene tutte le informazioni derivate dalle
conoscenze precedenti e, quindi, ci permette di accelerare, in nove
mesi di gestazione, un percorso evolutivo durato quattro miliardi di
anni.
Manfred Eigen, premio Nobel per la Chimica afferma che:
“L’informazione rappresenta l’essenza stessa della Vita” e quindi
che “L’evoluzione non può essere casuale”. “Non è la chimica che
distingue gli organismi superiori da quelli inferiori... l’invenzione è
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stata quella delle informazioni! Tutto quello che è successo dal momento dell’inizio della vita è avvenuto
sul piano dell’informazione. La complessità della chimica non è nulla se paragonata con quella del più
semplice oggetto biologico. Prendiamo un gene (del DNA) con 300 nucleotidi: le diverse possibili
sequenze sono 10 elevato alla 180esima: un numero che eccede quelli che si usano in astronomia”.
Gerald Edelman, neurofisiologo, premio Nobel per la medicina, evidenzia che: “il pensiero darwiniano
applicato allo studio del funzionamento del cervello conduce ad una teoria globale: la teoria della
selezione dei gruppi neurali, chiamata “darwinismo neurale” (Edelman, 1993). “Nell’evoluzione gli
individui più adatti si selezionano”. “La selezione (dei comportamenti più adattativi) non opera su singoli
neuroni ma su “gruppi neuronali”, in particolari configurazioni anatomiche: i “circuiti” o “sistemi
neuronali”. “L’evoluzione favorisce gli individui che utilizzano con successo tali circuiti neuronali per
accrescere la propria adattabilità cognitiva e far sopravvivere più discendenti”. Le più recenti ricerche di
Panksepp sui sistemi emotivi e le ricerche di epigenetica, confermano questa teoria che favorisce le
strutture e i circuiti neurocognitivi che permettono risposte più funzionali, intelligenti e adattative.
IL CAMBIO DI PARADIGMA EVOLUTIVO NELLE NEUROSCIENZE
Sir John Eccles, neurofisiologo, premio Nobel per la Medicina nel 1963 è stato uno dei primi
neuroricercatori ad interessarsi del Sé e della coscienza.
Agli inizi degli anni ‘80 il premio Nobel Francis Crick, scopritore del
DNA e pioniere nelle neuroscienze, afferma che “la coscienza è
legittimo campo di ricerca scientifica”. Gerald Edelman evidenzia
come la coscienza e il Sé siano l’effetto dell’intera rete coerente delle
informazioni del cervello, e propone il concetto di core consciousness
e di dynamic network of consciousness: la rete neurale della coscienza.
Il centro della teoria della coscienza di Antonio Damasio è il Core Self
e il Core Consciousness il nucleo centrale della coscienza di Sé, la
“coscienza di base” descritta come un livello di consapevolezza
generato da strutture neurali presenti anche nella maggior parte
degli animali. Damasio identifica le funzioni superiori o neocorticali
della coscienza come “Sé autobiografico”.
Il neuroscienziato Jaak Panksepp evidenzia la presenza nel cervello di
sette principali “sistemi emotivi” e mostra sperimentalmente che
queste aree del cervello sono presenti in modo analogo in tutti gli animali.
Noi umani condividiamo le stesse emozioni e la stessa coscienza di base di tutti i viventi.
IL NUOVO PARADIGMA IN MEDICINA: LA RIVOLUZIONE PSICOSOMATICA DELLA PNEI
Nel 1964 George Solomon, docente alla Stanford e alla University of California Los Angeles con alcuni
colleghi conia il termine psychoimmunology. Nel 1975 Robert Ader, psicologo, e Nicholas Cohen,
immunologo, presso l'Università di Rochester, dimostrano sperimentalmente che la psiche, attraverso il
sistema nervoso può influenzare il sistema immunitario. Con la loro dimostrazione di condizionamento
classico della funzione immunitaria, hanno coniato il termine PNI "psico-neuro-immunologia".
Nel 1984 Edwin Blalock, fisiologo dell’Alabama University, pubblica l’articolo The immune system as a
sensory organ, in cui mostra le interazioni tra sistema nervoso, endocrino e immunitario.
Candace Pert, scopritrice dell’endorfina e dei neuropeptidi dichiara che “non esiste separazione tra
mente, corpo e coscienza”, e che “dobbiamo pensare all’essere umano come “network psicosomatico”.
IL NUOVO PARADIGMA IN PSICOLOGIA: LA RIVOLUZIONE DELLA MINDFULNESS
Negli Stati Uniti, Jon Kabat-Zinn sviluppava il Protocollo MBSR
(Mindfulness Based Stress Reduction) che ha portato la
mindfulness ad essere una pratica realmente laica, conosciuta e
utilizzata in tutto il mondo. Siamo immensamente riconoscenti a
Kabat-Zinn e ai molti medici, psicologi e ricercatori grazie ai quali
oggi la mindfulness è uno strumento scientificamente studiato e
validato da un elevato numero di studi e ricerche cliniche.
Nel grafico a fianco l’aumento esponenziale delle ricerche
pubblicate su riviste scientifiche begli ultimo anni.
Nell’articolo pubblicato da Richard Davidson, John Kabat-Zinn e
colleghi su Psychosomatic Medicine nel 2003, si evidenzia che
17
anche un breve programma di mindfulness di due mesi genera cambiamenti nell’attivazione del cervello,
con aumento dell’attività dell’emisfero sinistro, correlata con le emozioni positive e un miglioramento
dell’attività immunitaria.
IL NUOVO PARADIGMA IN SOCIOLOGIA: I CREATIVI CULTURALI
I dati positivi delle ricerche sociologiche internazionali evidenziano un fondamentale e continuo trend di
crescita della consapevolezza umana a livello di globale.
Le società contemporanee si stanno muovendo in
modo progressivo verso una maggiore
globalizzazione, interculturalità e
interconnessione. I programmi televisivi
satellitari, Internet, i cellulari, i film e le musiche
stanno creando una rete di comunicazioni senza
confini nazionali o culturali.
Paul Ray è il sociologo statunitense che per primo
ha studiato il fenomeno dei “creativi culturali”: le
persone che sono positivamente orientate ai temi
del nuovo paradigma. Dopo la prima ricerca di
Paul Ray negli USA, la nostra associazione ha
promosso lo sviluppo di questa ricerca
sociologica anche a livello internazionale, che poi
sono state realizzate in molte nazioni tra le quali:
USA, Italia, Giappone, Germania, Francia,
Ungheria.
Come si può osservare nel grafico, i dati evidenziano come la popolazione che si interessa all’ecologia,
alla consapevolezza, ai diritti umani, alla pace, all’alimentazione e alle cure naturali, alla crescita
personale, alla meditazione e ad uno stile di vita più equo e sostenibile, sia in continuo aumento.
I dati evidenziano come la popolazione che si interessa all’ecologia, ai diritti umani, alla pace,
all’alimentazione e alle cure naturali, alla crescita personale e ad uno stile di vita più equo e sostenibile
sia in continuo aumento. La percentuale di queste persone, chiamate “creativi culturali” da Paul Ray, che
negli anni 70’ era del 1-2% è cresciuta ad oggi fino al 40-42% della popolazione, e rappresenta un
tangibile segno dell’evoluzione dei valori etici e dei comportamenti consapevoli più utili allo sviluppo di
una società globale più umana e sostenibile. Per i giovani o gli adulti è fondamentale sentire che siamo in
una società in rapido e progressivo miglioramento. E che noi possiamo diventare elementi attivi e
creativi di questo processo (per maggiori informazioni
[Link] ).
Sei gradi di separazione
Uno dei messaggi centrali del Nuovo Paradigma è “tu puoi cambiare il mondo” ossia trasmettere la
consapevolezza che “il cambiamento di ogni singola persona, giovane o adulta che sia, può realmente
contribuire al cambiamento globale della società”.
Nel Protocollo PMP e nel Progetto Gaia informiamo le persone
sulle molte ricerche scientifiche (Science, 2003; ecc.) che hanno
dimostrato che ogni persona del mondo è collegata ad ogni
altra attraverso “sei gradi di separazione” ossia solo cinque
persone (vedi figura).
In altri termini, come suggeriscono grandi personaggi della
cultura etica, come i Nobel per la Pace Mikail Gorbachov, il
Dalai Lama ed Ervin Laszlo nel libro Tu puoi cambiare il mondo
(Laszlo, 2002), di cui ho avuto l’onore di scrivere la postfazione,
il cambiamento e l’evoluzione della consapevolezza di ogni
singola persona si riflette progressivamente sull’intera società.
Lo sviluppo della propria consapevolezza, il miglioramento dello stato di benessere psicofisico e della
propria intelligenza emotiva, genera un cambiamento positivo nelle persone con cui siamo in relazione
che si riflette attivamente nel cambiamento della società verso una direzione positiva e sostenibile.
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IL NUOVO PARADIGMA IN ECOLOGIA: L’IPOTESI GAIA
James Lovelock è uno scienziato britannico, scrittore e ricercatore ambientalista. Il suo maggiore merito
scientifico è l’Ipotesi Gaia con la quale per primo ha descritto il pianeta Terra come un unico
superorganismo, capace di autoregolarsi (autopoiesi, omeostasi) e dotato di una forma
di consapevolezza globale. Molte ricerche hanno confermato la sua ipotesi.
IL NUOVO PARADIGMA NELLA TEORIA DEI SISTEMI: I SISTEMI UNITARI
Per superare la visione frammentata del vecchio paradigma, iniziamo a riconoscere le unità che formano
la nostra realtà e, in particolare, gli organismi viventi, come sistemi unitari che posseggono una
dimensione materiale-energetica e una dimensione informatica-cosciente.
Ludwig Von Bertalanffy, biologo austriaco, autore del classico testo Teoria Generale dei Sistemi (1969), ha
definito “sistema” come un “insieme di elementi in relazione tra di loro”. Sulla base delle comprensioni di
grandi studiosi della teoria dei sistemi applicata all’evoluzione, come Eric Jantsch (1980) ed Ervin Laszlo
(1986), dal 2001 ho potuto formulare una teoria organica dei “sistemi unitari”, intesi come sistemi
viventi, dotati di una “coscienza sistemica” che permette di unificare e dare coerenza alle informazioni
del sistema stesso. La teoria dei sistemi unitari è in grado di includere la coscienza e i suoi processi
neurocognitivi, in termini di capacità cognitiva, qualità e quantità di elaborazione, memorizzazione,
organizzazione, utilizzo intelligente e comunicazione delle informazioni.
Consideriamo la “tavola della co-evoluzione dei sistemi unitari” per livelli di complessità, dal Big Bang ai
nostri tempi, per avere una visione più globale e onnicomprensiva del momento attuale di transizione
verso una società globale e del parallelo salto di consapevolezza che è necessario per realizzarla.
Nella tavola sono stati evidenziati i tre “salti quantici” evolutivi già avvenuti ed il possibile quarto salto.
Il primo salto quantico è avvenuto circa 14 miliardi di anni fa, solo 300.000 anni dopo il Big Bang, in un
tempo cosmico brevissimo, quando i quark e le particelle elementari si sono unite a formare l’atomo, il
sistema unitario fondamentale nella costruzione dell’universo.
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Nel grafico, è rappresentato dalla riga rossa alla base In 14 milioni di anni, gli atomi, dal semplice
idrogeno, ai più pesanti, come l’uranio, si sono evoluti in complessità e riuniti in sistemi complessi (non
unitari), creando molecole semplici, aminoacidi e aggregati sempre più complessi, come le proteine e le
molecole genetiche come l’RNA (la riga arancione nel grafico). Poi la complessità del sistema arriva ad un
punto critico e quell’insieme di miliardi di atomi diventa “una” cellula: un sistema unitario, di estrema
intelligenza e adattabilità, che genera tutte le forme viventi che conosciamo. Il Sé cellulare si evolve in
complessità e, nell’arco di 4 miliardi di anni, genera un proprio nucleo centrale, con un codice genetico
(DNA), sviluppa organi interni di produzione dell’energia, organi di senso e di movimento. Questo
processo è raffigurato dalla riga gialla in basso a destra del grafico. Le cellule si riuniscono in colonie,
sviluppano sistemi specializzati e iniziano a comunicare e ad organizzarsi in gruppi sempre più grandi e
complessi; poi avviene un ulteriore salto quantico evolutivo: la magia della vita, un “sistema complesso”
di miliardi di cellule diventa “un” singolo essere vivente, un sistema unitario multicellulare, vegetale o
animale.
Entriamo così nella riga verde del processo evolutivo, l’emergere dei multicellulari.
La curva dell’evoluzione della complessità si impenna: in tempi sempre più brevi, si generano infinite
nuove specie, sempre più adattate e coscienti. Nell’arco di un miliardo di anni, il primo vermino
multicellulare si evolve con una accelerazione sbalorditiva, generando molluschi, pesci, anfibi e poi
rettili, uccelli, mammiferi, fino a realizzare l’essere umano.
La consapevolezza di Sé si evolve, generando un’accelerazione sincronica del processo di sviluppo neuro-
cognitivo, con una verticalizzazione della curva esponenziale. In meno di 2 milioni di anni, (la piccola riga
viola verticale in alto sulla destra della curva dell’evoluzione della complessità), l’essere umano crea la
storia, la società, le arti e le scienze e, infine, la consapevolezza di sé e la coscienza spirituale.
Conclusioni
L’aumento esponenziale delle ricerche scientifiche pubblicate su peer review sui temi della coscienza in
fisica quantistica, in biologia molecolare e in epigenetica, che modificano il concetto di evoluzione, gli
studi sulla PNEI, la psicosomatica e la mindfulness e l’auto consapevolezza, rappresentano un segno
inequivocabile di grande trasformazione e ci fanno supporre che la rivoluzione di paradigma sia ormai in
atto nella scienza in generale.
Come sarà evidenziato in questo libro uno dei principali elementi catalizzanti di questo fenomeno è
l’esperienza di autoconsapevolezza, in particolare la mindfulness, che moltissimi scienziati, ricercatori,
biologi, etologi, medici e psicologi, sociologi e studiosi stanno sperimentando in sé stessi, e che genererà
un profondo cambiamento nella struttura neurocognitiva delle persone: una rivoluzione interiore.
Grazie ad un parallelo incremento nel numero di persone che inizieranno a considerare il nuovo
paradigma unitario come più efficiente, utile, completo ed efficace a livello clinico e applicativo. In larga
parte questo incremento sarà dovuto alle nuove generazioni che sono cresciute con l’insegnamento
accademico orientato al vecchio modello ma parallelamente anche con le informazioni esterne, da libri
conferenze o esperienze dirette, sulle opportunità, gli scenari e le metodologie del nuovo paradigma e
che quindi potranno rappresentare la generazione di transizione verso la prossima rivoluzione di
paradigma.
I FILM SUL NUOVO PARADIGMA E LA CONSAPEVOLEZZA GLOBALE
Per chi desidera approfondire le tematiche del nuovo paradigma della consapevolezza consigliamo di
vedere i due film documentari che abbiamo realizzato nel 2008 e nel 2012 per offrire un quadro più
esteso e articolate di questa complessa rivoluzione di paradigma. È possibile scaricare gratuitamente
Olos e Globalshift dal sito [Link] in lingua italiana, inglese e spagnola.
Chi desidera approfondire i temi del nuovo paradigma nell’educazione può visitare il sito
[Link] e scaricare gratuitamente i video e il libro “Progetto Gaia”
OLOS: l’Anima della Terra,
Il film Olos, l’Anima della Terra è un’esposizione del nuovo paradigma olistico: una visione scientifica che
comprende l’evoluzione della consapevolezza umana e della società globale.
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Nel film Olos oltre trenta scienziati e personalità della cultura internazionale, dal Dalai Lama a Fritjof
Capra, a Ervin Laszlo, ci espongono le basi nuovo paradigma: un manifesto della nuova cultura planetaria
emergente.
Olos è stato proiettato e presentato in Università italiane e
straniere, presso centri e associazioni di medicina naturale di tutta
Italia, ed è stato visto da oltre 60.000 persone.
Il film è stato doppiato in lingua italiana, inglese, spagnola e
francese ed è divulgato gratuitamente in ogni parte del mondo.
Nel film Olos la Terra, attraverso la vita e le esperienze di una
ragazza di sedici anni, racconta la propria storia: un emozionante
viaggio scientifico nell’evoluzione della vita e della coscienza.
Dall’inconscio collettivo, allo sviluppo del cervello e
dell’intelligenza, fino alla realizzazione della coscienza di Sé e del
pianeta.
Il cambiamento epocale verso una civiltà globale richiede un
cambio di paradigma, un nuovo modello dell’essere umano e del
mondo. Una visione che accomuna milioni di persone e
associazioni ecologiste, etiche, mediche e spirituali di ogni parte
del mondo. Che riunisce una moltitudine di culture e modelli
antichi e moderni, scientifici e spirituali, e li sintetizza in una visione globale.
Globalshift: l’Evoluzione della Coscienza Globale.
Il film Globalshift, la R-Evoluzione della Coscienza Globale è un documentario sulla globalizzazione del
pianeta girato in cinque continenti con interviste a personaggi chiave della cultura emergente, che mette
in evidenza il ruolo centrale della consapevolezza di Sé per superare l’attuale crisi ecosistemica
internazionale e realizzare una società più consapevole, pacifica e sostenibile. Il film mostra come i
disastri ecologici, sociali ed umani possono essere risolti
attraverso una nuova coscienza globale, e come ogni cittadino
della Terra può fare un salto di consapevolezza e diventare un
protagonista attivo del cambiamento per verso una società
più etica, sostenibile e pacifica. Si espone la necessità di
un’evoluzione della consapevolezza espressa nel “Manifesto
della Coscienza Planetaria” sottoscritto dal Premio Nobel
Dalai Lama, dal filosofo Ervin Laszlo e da personalità della
cultura etica internazionale.
Le finalità del film sono quelle di elevare la coscienza delle
persone e farle sentire elementi attivi e creativi di questo
momento storico di transizione verso una società globale più
pacifica e sostenibile.
Il film Globalshift ha avuto il patrocinio dell’UNESCO-FICLU, e
del Club di Budapest International. Nel film sono protagonisti:
Ervin Laszlo (Club di Budapest, proposto come Premio Nobel
per la Pace), Laura Chinchilla (Presidente del Costa Rica),
Miriam Vilela (Presidente della Earth Charter International,
delle Nazioni Unite), Candace Pert (neuroscienziata scopritrice delle endorfine e dei neuropeptidi), Tara
Ghandi (pacifista, nipote del Mahatma Gandi), Jaak Panksepp (neuropsicologo), Vandana Shiva
(ecologista internazionale), Jane Goodall (esperta in scimpanzé), Paul Ray (sociologo creatiore dei
creativi culturali), Deepak Chopra (medico olistico di fama internazionale), Jim Garrison (ecologista),
Paul Hawken (economista e fondatore della più importante rete ecologica del mondo), Swami Veda
Barhati (Maestro spirituale Yoga, Consiglio Mondiale della Religioni), Sree Tathata (maestro spirituale
Hindu), Hans Kung (teologo cattolico, Consiglio ONU delle Religioni).
21
CAPITOLO SECONDO
IL SÉ PSICOSOMATICO ALLA LUCE DELLE NEUROSCIENZE
Dalla Frammentazione del Cervello all’Unità del Sé
Definizione di coscienza
Iniziamo questo secondo capitolo con la definizione di “coscienza” come “la capacità di un sistema di
comprendere il senso di una informazione e di utilizzarla per vivere e per adattarsi all’ambiente”.
Tutti i sistemi viventi, dalle cellule agli esseri umani, mostrano questa “coscienza globale” delle proprie
informazioni e la capacità di utilizzarle per sopravvivere e adattarsi alle mutevoli condizioni della vita.
Nel corso dell’evoluzione animale si sviluppa anche il senso del Sé, ossia l’esperienza di unità e integrità
psicofisica che definisco come “Sé psicosomatico”, in cui il soggetto si percepisce come totalità di corpo,
emozioni e mente. Il sistema acquista una sua specifica identità.
Come approfondiremo nei prossimi capitoli, il Sé psicosomatico trova una sua precisa metafora
nell’albero della coscienza, che affonda le sue antiche radici nelle memorie della coscienza corporea-
istintiva dei primordi della vita, si evolve nella consapevolezza emotiva-affettiva dei mammiferi, sviluppa
la sua fioritura nella coscienza cognitiva superiore dell’essere umano e che, all’apice del suo ciclo
evolutivo, matura i frutti dell’autoconsapevolezza di Sé, realizzando una dimensione di profonda unità
con l’esistenza.
La rivoluzione delle neuroscienze e la ricerca dell’unità della coscienza
Le neuroscienze rappresentano, oggi, uno dei principali campi in cui si è realizzata una vera rivoluzione
di paradigma. Il premio Nobel Gerald Edelman, nel 1990, dichiara: “La proprietà essenziale della
coscienza è di essere unitaria”, e il suo concetto di core consciousness rappresenta per noi il cuore del Sé
Psicosomatico.
Le ricerche della PNEI dimostrano che ogni cellula del corpo elabora informazioni e Blalock dimostra che
ogni linfocita produce e possiede i recettori dei maggiori neurotrasmettitori. Di fatto il linfocita è
paragonabile ad un neurone del cervello: si inizia a considerare il sistema sanguigno linfocitario come un
“cervello fluido”. Ippocrate di Kos, il padre della medicina greca, affermava con grande intuizione che “In
ogni parte del corpo c’è una parte di pensiero cosciente”.
Ogni parte dell’essere umano è una parte della coscienza di Sé, ogni area del cervello è un’area della
coscienza di Sé. La comprensione dell’unità psicosomatica dell’essere umano e delle dinamiche che
determinano i disturbi psicologici e somatici, è stata rivoluzionata dalle ricerche degli ultimi anni, nel
campo delle neuroscienze e della PNEI. L’elemento centrale di questo paradigm shift, o rivoluzione di
paradigma, è rappresentato da una nuova comprensione scientifica della coscienza di Sé, della sua
evoluzione neurocognitiva ed emotiva ma, soprattutto, dei meccanismi che portano ai disturbi
psicosomatici, psicologici e fisiologici.
La coscienza di Sé, per la sua natura altamente soggettiva, elusiva e “immateriale”, che ne rendeva
apparentemente impossibile una quantificazione scientifica, è stata da sempre argomento esclusivo della
religione e della psicologia. La logica cartesiana aveva portato alla conclusione che la coscienza, come res
cogitans, non avendo un’estensione misurabile, non potesse essere oggetto di studio della scienza. La
scienza moderna, dal seicento in poi, si è infatti sviluppata in modo fortemente materialista e
riduzionista come “scienza senza coscienza”.
Come è stato accennato uno dei principali momenti storici del cambio di paradigma si realizza quando
dagli anni sessanta in poi studiosi e premi Nobel come John Eccles, Francis Crick e Gerald Edelman, e
studiosi di fama internazionale come Candace Pert, Antonio Damasio, Jaak Panksepp, Richard Davidson,
e molti altri iniziano a indagare scientificamente la coscienza, il Sé e le sue espressioni. La coscienza
ritorna finalmente al centro del sistema umano e inizia la “Science of Consciousness”. Le ricerche delle
neuroscienze e della PNEI, utilizzando nuovi e più sofisticati approcci metodologici, hanno iniziato a
comprendere le basi neuropsichiche della coscienza, del Sé e delle emozioni. Per capire pienamente le
basi neurobiologiche della coscienza, descriviamo brevemente le principali strutture del cervello umano
e le loro funzioni cognitive.
22
TRE: i tre cervelli come livelli neuroevolutivi della coscienza
Nel 1960 Paul MacLean, medico e neuroscienziato della Yale Medical School e del NIMH (National
Institute of Mental Health), ha dato un contributo significativo nel campo della neuroscienze, della
psichiatria e del modello psicosomatico, con la sua teoria del “cervello triuno”, e con l’identificazione e
definizione del “sistema limbico”. Nel 1972, pubblica A Triune Concept of the Brain and Behaviour, in cui
evidenzia come la struttura del cervello e della coscienza umana, sia costituita da tre differenti livelli
evolutivi che ereditiamo filogeneticamente dai rettili, dai mammiferi e dai primati. Come possiamo
vedere nello schema dello stesso MacLean (Figura**), il “cervello triuno” è costituito dalla
sovrapposizione di tre strutture: 1) l’antico “R-complex” o cervello rettile, che MacLean chiama livello
“protomentale”, ha la caratteristica di seguire schemi istintivi precostituiti, 2) il sistema limbico, o
cervello mammifero “emotomentale”, tipico degli antichi mammiferi (o paleo mammiferi), che gestisce le
emozioni e gli affetti, 3) la più recente neocorteccia “raziomentale”, tipica degli esseri umani (o neo
mammiferi), che segue la ragione e l’intelletto.
Questi tre cervelli, secondo MacLean, gestiscono parallele funzioni della coscienza.
Il cervello rettile (in rosso), è la sede della coscienza corporea-istintiva: regolando le funzioni e le
pulsioni primarie della vita, provvede alle attività
vitali di base, è responsabile dei comportamenti
istintuali tipici che hanno come tema l’aggressività,
la dominanza, la territorialità e i comportamenti
rituali, si manifesta in strutture di comportamento
basate sull’imitazione ed è scarsamente incline ad
adeguarsi alle situazioni.
Il cervello mammifero limbico (in verde), è la sede
della coscienza emotivo-affettiva e delle funzioni di
comunicazione e relazione sociale. Esso modula e
orienta i comportamenti più istintivi e automatici,
verso funzioni cognitive evolutivamente più mature:
le emozioni e l’affettività.
Il cervello umano neocorticale (in blu), è la sede
della coscienza mentale-cognitiva, delle funzioni logiche, razionali, del pensiero scientifico, concreto,
delle funzioni analogiche, simboliche, del pensiero intuitivo e artistico. Conferisce la capacità di
linguaggio, astrazione e pianificazione e, grazie alle citate attività corticali superiori, ha la capacità di
modificare ed adattare le attività istintive ed emotive dei due cervelli sottocorticali, assoggettandole a
princìpi mentali razionali e valori etici e culturali. L’evoluzione recente del cervello neocorticale ha
permesso l’incredibile sviluppo della mente umana, della parola e della scrittura, delle conoscenze
scientifiche e tecnologiche, delle arti creative e umanistiche, dei diritti umani universali,
dell’esplorazione della psiche umana e, infine, della dimensione spirituale o interiore del Sé, che
trascende la funzione anatomo-fisiologica dei tre cervelli.
Dopo anni di ricerche, MacLean conclude: “Ognuno dei tre cervelli possiede il proprio speciale tipo di
intelligenza, senso del tempo, memoria, attività motoria e altre funzioni […]”.
Ogni uomo quindi guarda a se stesso e al mondo attraverso tre menti assai diverse tra loro. “A
complicare ulteriormente le cose -continua MacLean- due delle tre mentalità difettano della capacità di
parlare”. Il silenzio verbale dei due cervelli più antichi non deve tuttavia essere interpretato come una
mancanza di intelligenza o di coscienza, in quanto essi si esprimono attraverso le emozioni e il linguaggio
del corpo. Come vedremo nei prossimi paragrafi, i tre cervelli rappresentano le basi neurali del Sé
corporeo, del Sé emotivo e del Sé cognitivo. MacLean evidenzia anche che, mentre negli animali i tre
cervelli agiscono in profondo coordinamento e sinergia, nell’essere umano i tre cervelli sono spesso in
conflitto tra loro e conia il termine “schizofisiologia” che diventerà una delle più importanti basi per la
comprensione dei blocchi psicosomatici individuali e collettivi.
MacLean ritiene che, se l’uomo vuole sopravvivere in armonia con queste differenti identità, diventano
necessarie nuove ricerche, differenti approcci e una comprensione più “percettiva” della coscienza
umana, capace di abbracciare questi tre differenti livelli evolutivi di coscienza.
Anatomia evolutiva dei tre cervelli
Anatomicamente, il cervello rettile comprende le aree più antiche del rombencefalo, fino ai gangli della
base; il cervello mammifero comprende il setto, l’amigdala, il talamo, l’ipotalamo, il complesso
23
ippocampale e la corteccia cingolata; il cervello cognitivo comprende la neocorteccia, divisa nei due
emisferi. MacLean, in un documento nel 1952, introduce il termine “sistema limbico” per fare riferimento
a questo insieme di strutture cerebrali interconnesse. Il concetto di sistema limbico, come un sistema
cognitivo funzionale “centrale” nel cervello, ha conquistato ampi consensi tra i neuroscienziati ed è
generalmente considerato come il suo contributo più importante nel settore. MacLean ha sostenuto che
le strutture del sistema limbico si sviluppino presto nell’evoluzione dei mammiferi (da cui “paleo-
mammifero”) e siano responsabili della motivazione e dell’emozione, coinvolti nei comportamenti
alimentari, riproduttivi, sociali e genitoriali. Il complesso umano o neo-mammifero comprende la
neocorteccia cerebrale che MacLean considera come lo sviluppo più recente dell’evoluzione del cervello
mammifero.
La mappa psicosomatica dei tre cervelli
Negli anni, l’applicazione clinica e psicoterapeutica del modello di MacLean, ci ha portato a realizzare
come i tre cervelli fossero profondamente collegati alle tre principali strutture del Sé psicosomatico.
Nella mappa dei tre cervelli (vedi Fig. **), possiamo osservare lo schema semplificato dei tre cervelli e
delle tre aree psicosomatiche.
1. Addome I principali ormoni della sopravvivenza “rettile” istintiva primaria sono secreti
nell’addome: le catecolamine e il cortisolo, ormoni dello stress dalle surrenali, gli ormoni della
sessualità dalle gonadi, gli ormoni dell’alimentazione, come l’insulina e il glucagone dal pancreas.
Disturbi e blocchi psicosomatici relativi al potere e alla sessualità si manifestano con evidenti
contrazioni muscolari nell’area pelvica sessuale, con la contrazione dell’area lombare, con
tensione alle gambe e con il blocco del diaframma.
2. Torace L’area toracica è fortemente legata all’affettività
che caratterizza il cervello “mammifero”, sono infatti
presenti i seni, gli organi dell’amorevolezza e della cura
materna, associati all’allattamento; il cuore, come organo
psicosomatico emotivo di primaria importanza nella
percezione dell’amorevolezza delle relazioni; la voce, per la
comunicazione affettiva e le braccia, per il contatto umano,
lo scambio di calore e la socializzazione. Le persone con
problemi relativi all’affettività e alla mancanza di
amorevolezza, riportano disturbi e blocchi psicosomatici in
quest’area corporea, si descrivono con locuzioni come: “mi
si stringe il cuore”, “ho un peso sul petto” e manifestano
evidenti contrazioni alla respirazione toracica, tensioni alle spalle e mani fredde o sudate.
3. Testa Alla testa sono ovviamente riferite le tensioni da iperattività mentale, fastidi agli occhi,
cefalee, rigidità nucale e tensione dei muscoli masticatori, come nel bruxismo.
Le basi delle neuropersonalità umane
Le osservazioni nei reparti di neonatologia, gli studi sui gemelli mono ed eterozigoti e le nostre
esperienze terapeutiche su migliaia di persone, in linea con le comprensioni delle antiche medicine
tradizionali e con i più recenti dati delle ricerche di genetica ed epigenetica, provano che ogni individuo
nasce con una sua caratteristica struttura psicosomatica e temperamento (Cloninger, 1999) in cui gli
aspetti corporeo-istintivi, emotivo-affettivi e cognitivo-psicologici sono presenti con proporzioni
leggermente differenti. Da queste semplici ed immediate osservazioni nascono le tipologie e le
costituzioni dell’antica medicina ippocratica, ayurvedica e cinese, più recentemente dell’omeopatia o dei
caratteri della psicologia loweniana. Come approfondiremo nei prossimi capitoli, i sistemi cerebrali
psicosomatici che gestiscono tutte le attività della nostra vita, sono molto legati a queste differenze di
struttura. Una prevalenza del cervello rettile tenderà a sviluppare un corpo tendenzialmente più robusto
e forte e una più marcata attitudine fisico-istintiva, che si manifesterà con livelli più elevati di serotonina,
testosterone e adrenalina. Una prevalenza del cervello mammifero si manifesterà con un corpo più
proporzionato e più spiccate sensibilità e attitudine alle relazioni affettive e alla socializzazione, con
livelli più elevati di ossitocina, prolattina e dopamina. Una prevalenza del cervello neocorticale tenderà a
sviluppare una maggiore capacità mentale-intellettiva, con una migliore attitudine alla comprensione,
all’elaborazione e al pensiero che spesso si associa ad una struttura corporea più longilinea e magra.
Nel capitolo quarto sulla mappa neuropsicosomatica, approfondiremo queste diverse strutture e le loro
più comuni disfunzionalità.
24
Tre cervelli e blocchi psicosomatici
La fondamentale osservazione compiuta da MacLean e dalla Neuropsicosomatica è che ad ogni blocco
neuropsichico del cervello corrisponda un
parallelo blocco del corpo e delle emozioni.
Nella sua teoria, MacLean evidenzia come, per
una corretta comprensione dei comportamenti
umani e in particolare della salute fisica e
psichica, sia necessaria una lettura evolutiva del
cervello che ponga in evidenza come le
differenti funzioni istintive, emotive e cognitive
debbano essere integrate e armonizzate tra
loro, facilitando i processi relazionali che si
sono sviluppati nel tempo come adattamento
alle logiche umane, affettive, familiari e sociali.
La teoria di MacLean è uno schema che
permette una comprensione intuitiva e immediata dei comportamenti e delle attività umane ed espande
in modo logico lo spettro delle funzioni psichiche, non solo alle più elevate funzioni cognitive, ma anche
alle emozioni e agli istinti. La teoria di MacLean rappresenta una solida base neuroanatomica del modello
psicosomatico PNEI.
Le dominanze o neurocognitive “annidate” e i tre livelli psicosomatici
Per comprendere i disturbi e i blocchi psicosomatici dobbiamo comprendere la logica delle gerarchie
neurocognitive del Sé. Panksepp (2012) evidenzia che, tra i tre livelli evolutivi del cervello, esiste una
precisa gerarchia che permette il governo dell’intero sistema psicosomatico, in modo armonico e
funzionale.
1. I PROCESSI PRIMARI regolano le funzioni istintive ed emotive di base, per l’omeostasi corporea e
la sopravvivenza individuale.
2. I PROCESSI SECONDARI
regolano i meccanismi
dell’apprendimento e della
memoria, essenziali per la
vita di relazione.
3. I PROCESSI TERZIARI
regolano le funzioni
cognitive-riflessive
superiori, essenziali per la
vita sociale.
Panksepp usa i termini gerarchie
annidate, per indicare come queste
funzioni di regolazione siano, appunto, annidate una dentro l’altra, come i tre cervelli di MacLean.
La Figura ** mostra una sintesi delle gerarchie neurocognitive bottom-up (dal basso verso l’alto) e top-
down (dall’alto al basso) che si ritiene operino in ogni sistema emotivo del cervello. Lo schema riassume
l’ipotesi che, affinché le funzioni psicosomatiche superiori funzionino in modo equilibrato e maturo
(tramite controllo bottom-up), debbano essere integrate con le funzioni psicosomatiche inferiori. I
processi primari sono raffigurati come quadrati rossi, i processi secondari dell’apprendimento come
cerchi verdi e i processi terziari, cognitivi, da rettangoli blu. La codifica a colori propone di trasmettere il
modo in cui le gerarchie “annidate” integrano le funzioni cerebrali inferiori con le superiori del cervello,
con un controllo di regolazione top-down (dall’alto al basso) e bottom-up (dal basso all’alto).
In stato di salute normale del Sé psicosomatico, le gerarchie neurocognitive dovrebbero essere funzionali
e bidirezionali ma, come vedremo nei successivi paragrafi, sono molto comuni alterazioni dell’equilibrio,
con differenti gradi di disfunzionalità che confermano il concetto di “schizofisiologia”.
Come vedremo più approfonditamente nei prossimi capitoli, le osservazioni cliniche mostrano in modo
evidente che l’ordine gerarchico di regolazione funzionale tra i tre cervelli, spesso subisce evidenti
alterazioni gerarchiche, con la formazione di “dominanze o dittature neurocognitive” che si riflettono
sugli equilibri psicosomatici generali.
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DUE: i due emisferi e le funzioni della coscienza cognitiva neocorticale
Negli anni ‘60, al California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena, Roger Sperry e Michael
Gazzaniga iniziarono a studiare il comportamento di persone a cui, come trattamento per limitare i danni
dell’epilessia che, da un emisfero, si trasmetteva all’altro, era stato reciso chirurgicamente il “corpo
calloso”, l’insieme di fibre nervose che collega i due emisferi. Questi
soggetti erano chiamati split-brain, cervelli divisi, in quanto, per via
della rescissione del corpo calloso, i due emisferi cerebrali non
comunicavano più tra loro. Nel 1961 Sperry pubblica su Science il
primo articolo sugli “split brain”. Nel 1981, Roger Sperry viene
insignito del premio Nobel per la medicina, per le sue scoperte sulla
specializzazione delle funzioni cognitive negli emisferi cerebrali.
Nel lavoro per cui venne insignito del premio Nobel, Sperry e i suoi
colleghi sottoposero i pazienti operati di “callosotomia” a test
neuropsicologici atti ad indagare le singole funzioni degli emisferi
cerebrali e scoprirono, diversamente da quanto era opinione comune,
che ogni lato del cervello, non solo presiede a specifiche funzioni ma è
dotato di una propria coscienza.
Sperry affermava che ogni emisfero: “è un sistema cosciente a pieno titolo, in grado di percepire,
pensare, ricordare, ragionare, volere ed emozionarsi, il tutto a un livello tipicamente umano” e, quindi,
“[...] sia l'emisfero destro, sia quello sinistro possono essere simultaneamente coscienti in esperienze
mentali differenti, talora persino in conflitto tra loro, che viaggiano in parallelo”.
Le ricerche confermarono che l’emisfero sinistro ha il dono della parola ed è “dominante” in tutte le
attività che riguardano il linguaggio, l’aritmetica e l’analisi. Quello destro, si esprime attraverso
comportamenti ed emozioni, è capace solo di addizioni semplici (sembra poter contare più o meno fino a
venti), ed è superiore al sinistro nella comprensione visuo-spaziale (per esempio, leggere una mappa o
riconoscere un volto).
Un quarto di secolo di esperimenti ha portato ad un quadro ben più articolato in cui, normalmente,
l’emisfero sinistro è specializzato nei processi linguistici, nell’analisi logica e scientifica, nella capacità
razionale di analizzare e dividere un problema nelle sue parti, mentre l’emisfero destro è specializzato
nella comunicazione emotiva e corporea, nell’intuizione, nei processi visivi, nella percezione globale di
un problema, nella comprensione analogica e simbolica, nella creatività artistica e immaginativa.
L’emisfero femminile è inconscio e l’emisfero maschile parla anche per quello femminile
Una sconcertante differenza rilevata tra i due emisferi concerne il loro stato di coscienza, o meglio,
l’accesso alla coscienza che hanno le informazioni da loro elaborate. Le informazioni gestite dall’emisfero
razionale sono coscienti, mentre le informazioni processate dall’emisfero intuitivo, pur svolgendo la
stessa quantità di operazioni con analoga precisione, sono inconsce.
L’emisfero destro, sede dei processi inconsci, è più rapido nel cogliere le espressioni emotive dei volti
(Pizzagalli, Regard e Lehmann, 1999) e contiene un “lessico affettivo di tipo non verbale” (Bowers, Bauer
e Heilman, 1993; Snow, 2000). In esso si ritrova anche la mappa più completa degli stati somatici
(Damasio, 1994). Siccome è profondamente connesso non solo col sistema limbico, ma anche con le
branche simpatica e parasimpatica del sistema nervoso autonomo, esso si presta ad essere un efficace
strumento di adattamento allo stress (Wittling, 1997). Sempre il cervello destro è fondamentale per lo
sviluppo dell’empatia (Adolphs et al., 2000).
I soggetti a cui è stata recisa chirurgicamente la connessione tra i due emisferi, sono coscienti degli
oggetti che vedono solo con l’emisfero razionale, ma non sono in grado di descrivere ciò che vedono con
il solo emisfero intuitivo. In un famoso esperimento, un’immagine di nudo femminile proiettata
direttamente all’emisfero logico/razionale provocava un arrossamento del viso del soggetto
sperimentale, accompagnato da un tipico sorriso di imbarazzo; se al soggetto veniva domandato cosa gli
stesse accadendo, lui rispondeva qualcosa come: “Beh! ho visto una donna nuda...”. Quando la stessa
immagine veniva inviata all’emisfero analogico/intuitivo, si ottenevano le stesse identiche reazioni
emotive e corporee, ma i soggetti, interrogati sul motivo della reazione, rispondevano con un vago: “Mah,
non so... forse stavo pensando ad una cosa buffa” o con analoghe razionalizzazioni, come: “Probabilmente
avevo caldo” o “Credo mi sia venuta in mente una barzelletta…”.
In un altro famoso drammatico filmato sperimentale, si osserva una donna split-brain che con la mano
destra, eseguendo un compito guidato dall’emisfero sinistro, costruiva un castello di cubetti di legno ma
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ad un certo punto, l’altra mano distruggeva tutta la costruzione, con grande frustrazione e angoscia della
paziente. La persona raccontava come non fosse consapevole di questa parte che la boicottava e le creava
angoscia: un’ulteriore conferma della “schizofisiologia” di MacLean. Va ricordato che, per l’incrociarsi
delle fibre nervose, l’emisfero destro governa la parte sinistra del corpo e viceversa.
Il concetto di “diavolo” nasce etimologicamente dal greco dia ballos, ciò che è diviso. Nella logica della
Neuropsicosomatica, possiamo definire lo stato di salute psicofisica come uno stato di integrità
psicosomatica che nasce da un organico e armonico sviluppo delle varie componenti dell’essere umano e
che si realizza nell’unità della coscienza. Per contro, in situazioni di carente o traumatico sviluppo
umano, le differenti parti, in questo contesto gli emisferi, invece di svilupparsi in armonia tra loro, per
contribuire a realizzare l’unità psicosomatica, si dividono e possono arrivare a creare subpersonalità in
visibile conflitto tra di loro.
È evidente che l’emisfero razionale si assume il ruolo di “parlare per l’intera persona” ma non è
completamente cosciente delle informazioni presenti nell’emisfero opposto. I motivi di questa
importantissima differenza non sono ancora stati chiariti dalla scienza ufficiale, anche se sono state
avanzate diverse ipotesi. Tra queste, una delle più affascinanti, è quella che considera questa una
differenza dovuta ad una storica repressione e inibizione dell’espressione emotiva (alessitimia) e del
femminile. Per via delle molte ricerche che hanno associato l’emisfero femminile - destro alle emozioni
negative e alla depressione, si è avanzata anche l’ipotesi che l’emisfero intuitivo sia una sorta di porta
sull’inconscio, nel senso di emozioni rimosse, perché legate ad eventi traumatici. Nelle pratiche di
sviluppo del potenziale umano, l’emisfero intuitivo è ritenuto legato all’intelligenza “del cuore” o alla
sensibilità, contrapposta all’intelligenza “della testa” o mentale, dell’emisfero maschile.
Schore: l’emisfero destro come base del Sé implicito/inconscio
Negli ultimi due decenni, Allan Schore, psicologo e sostenitore della neuropsicoanalisi, ha pubblicato una
serie di studi sull’evoluzione delle strutture neuropsichiche nel primo periodo della vita che mirano a
comprendere più a fondo i processi psicologici dei legami affettivi e i meccanismi neurobiologici che
sono alla base dell’inconscio umano, descritto da Freud. Holzman e Aronson (1992) scrivono che Freud
“sarebbe stato molto interessato agli attuali studi sulla neuropsicologia dei lobi frontali che mostrano
come essi forniscano il substrato organico alla canalizzazione degli impulsi”.
Le tecniche di brain-imaging permettono oggi di documentare in
tempo reale l’attivazione delle aree orbitali prefrontali durante
una relazione oggettuale. Le stesse tecniche hanno permesso di
evidenziare differenze di genere, con una maggior attivazione
delle aree coinvolte nella regolazione affettiva nelle donne.
Schore evidenzia che la corteccia destra è dominante
nell’elaborazione, nell’espressione e nella regolazione delle
emozioni e nel ricordo delle espressioni emotive del volto (Horn
e McCabe, 1984), e contiene una rappresentazione di Sé in
relazione agli altri (Mesulam e Geschwind, 1978; Schore, 1994).
Come si osserva nella fig.**, secondo Schore, lo sviluppo del
cervello destro, nel primo anno e mezzo di vita, è fondamentale
per la formazione del “Sé implicito”, base dell’inconscio (Schore 1994, 1997, 2003a, 2005, 2007). Schore
ha fornito un notevole numero di interessanti prove interdisciplinari a sostegno della tesi, secondo cui, il
Sé esplicito, conscio, è associato con l’emisfero sinistro razionale-verbale, più legato all’espressione e alla
relazione con il mondo esterno, mentre il Sé implicito è associato con le funzioni più inconsce
dell’emisfero destro intuitivo-immaginativo, maggiormente connesso con il sistema limbico-emotivo e
con la dimensione corporea. Nel 2002, il neuroscienziato Joseph LeDoux, ha scritto sulla rivista Science:
“Che esistano aspetti espliciti ed impliciti del Sé non è un’idea particolarmente nuova. Essa è
strettamente legata alla partizione di Freud della mente in livelli conscio, preconscio (accessibile ma
attualmente non accessibile), e inconscio (inaccessibile).”
Alcune ricerche in neuroscienze evidenziano anche che: “l’emisfero destro è stato collegato
all’elaborazione delle informazioni implicite, in contrasto con il trattamento più esplicito e più
consapevole legato all’emisfero sinistro” (Happaney. Zelazo, e Stuss, 2004) e gli psicofisiologi italiani
Balconi e Lucchiari dichiarano: “Abbiamo scoperto che l’emisfero sinistro più che il destro può mediare
l’elaborazione cosciente […], questo risultato è in linea con la ricerca precedente, che ha sottolineato una
dicotomia sinistra-conscio/destra-inconscio” (Balconi & Lucchiari 2008).
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La corteccia orbitofrontale come area ad alta valenza psicosomatica
La corteccia orbitofrontale è una zona di convergenza tra corteccia e zone sottocorticali: ha connessioni
dirette con l’ipotalamo, l’amigdala e la formazione reticolare ascendente ma contiene neuroni che
reagiscono ai volti e al tono della voce. Essa può quindi integrare gli stimoli interni (emotivi, somatici) e
quelli esterni (stimoli visivi ed uditivi). Essa è anche cruciale per il monitoraggio di esperienze passate,
nelle loro componenti emotive e sociali (Cavada, Company, Tejedor, Cruz-Rizzolo e Reinoso-Suarez,
2000). L’integrità della corteccia orbitofrontale è necessaria per acquisire forme di conoscenza molto
specifiche per la regolazione interpersonale e del comportamento sociale (Dolan, 1999).
Tale struttura è particolarmente rappresentata a livello di emisfero destro (Falk et al., 1990).
Essa viene definita da Goleman (1995) “la parte pensante del cervello emozionale”, rappresentato dal
“sistema limbico”, responsabile degli aspetti emotivi di
eccitazione-ricompensa e avversione-inibizione e centro di
controllo superiore dell’equilibrio fra l’attivazione simpatica e il
rilassamento parasimpatico. La corteccia orbitofrontale è quindi
un’area ad alta valenza psicosomatica in cui vengono integrate
le informazioni provenienti dall’ambiente esterno e quelle
relative agli stimoli che provengono dal corpo e dall’ambiente
viscerale interno. L’area corticale orbitofrontale è
maggiormente espansa nell’emisfero destro della neocorteccia
(Falk et al., 1990). La corteccia orbitofrontale ha anche un ruolo
nella memoria (Stuss et al., 1982) e nelle interazioni cognitivo-
emotive (Barbas,1995). Il sistema racchiude quindi la capacità operativa di generare una relazione di
oggetto internalizzata, ovvero una rappresentazione di sé, una rappresentazione oggettuale ed il
collegamento con uno stato affettivo (Kernberg,1985), esso media l’equilibrio fra piacere e dolore così
come le emozioni più primitive con una più forte connotazione corporea intrinseca. Questo tipo di
emozioni primarie sono affetti corporei non verbali espressi dal viso (Buck,1993), si manifestano in
configurazioni universalmente riconoscibili ed insorgono in maniera automatica, operando al di fuori
della consapevolezza. Il sistema orbitofrontale ha un ruolo centrale nella gestione dello stato corporeo
interno (Mega e Cummings,1994), nell’organizzazione temporale del comportamento (Fuster,1985) e
nella capacità di valutazione degli stimoli sensoriali (Pribram,1987), ovvero nella regolazione affettiva.
Queste capacità sono critiche per la comparsa, intorno ai 18 mesi, di un sistema del Sé, stabile e
adattabile (Lewis,1995). Autori moderni quali Kohut (1984), Mahler (1975) o Settlage (1988)
ribadiscono la convinzione che esista un sistema strutturale per la autoregolazione degli affetti che si va
a strutturare durante i primi rapporti tra Sé ed Oggetto-Sé.
Una ricerca effettuata con l’utilizzo della PET (Andreason, Zametkin, Guo, Baldwin e Cohen, 1994) ha
mostrato come le aree orbitofrontali si attivino ricordando e raccontando un episodio del passato o
lasciando la mente “libera”: dati suggestivi per collegare tale regione corticale con la tecnica
psicoanalitica delle “libere associazioni” che attingono al processo primario.
Nel secondo volume descriveremo le differenti forme di disturbi e psicopatologie legate alla riduzione o
all’inibizione degli aspetti ossitocinici ed endorfinici legati all’amorevolezza e alla cura che causano una
potente e forse irreversibile alterazione dei circuito cortico-talamici e cortico limbici che permettono una
corretta e funzionale attivazione dell’emisfero destro e del sistema limbico nella gestione delle emozioni
affettive. (vedi fig. **). Questa inibizione dei circuiti emotivi della cura e del piacere relazionele (gioco,
entusiasmo, ricerca, socializzazione) genera una attivazione del controllo mentale sui comportamenti,
una tendenza a sostituire il “vero Sé” con un’identità egoica e legata alle direttive e alle regole sociali, ad
un’attitudine a vivere “senza cuore” e alla “dominanza neurocognitiva”.
La mappa delle polarità psicosomatiche
Nella Figura ** vediamo una semplificazione delle funzioni dei due emisferi cerebrali, che rappresentano
la base neurofisiologica delle due differenti “neuropersonalità archetipiche cognitive” della psiche
umana. Da un lato, la polarità della mente razionale/logico/analitica che sviluppa una coscienza più
esteriorizzata e trova la sua massima espressione nelle scienze esatte e nella tecnologia, dall’altro, la
polarità della psiche femminile, ossia della mente intuitiva/analogico/estetica che costituisce l’anima
delle arti e dei sentimenti e possiede una direzione più interiorizzata e inconscia.
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Per ragioni di semplificazione funzionale, abbiamo preferito porre sul lato destro l’emisfero sinistro
razionale, che è connesso con la parte destra del corpo, e viceversa
con l’emisfero destro. In questa mappa delle polarità abbiamo
inserito anche le polarità carica-attiva, del sistema simpatico e la
polarità rilassata-passiva, del sistema parasimpatico, che
descriveremo nel successivo paragrafo. L’emisfero
sinistro/maschile sembra maggiormente connesso con le attività
istintive e corporee del cervello rettile e con gli aspetti dinamici e
di dominanza, legati all’attivazione del sistema simpatico, mentre
l’emisfero destro/femminile sembra maggiormente connesso con
gli aspetti più affettivi, legati alle aree del sistema limbico e al
sistema femminile della cura, che richiedono l’attività rilassante e
tranquilla del sistema parasimpatico. È importante avere una reale consapevolezza delle nostre capacità
razionali e intuitive, così come delle loro potenzialità e dei loro limiti.
Olismo, emisferi e salute psicosomatica
Riteniamo funzionalmente ed epistemologicamente scorretto confondere le funzioni intuitive, tipiche
dell’emisfero destro, con le funzioni olistiche che caratterizzano il nuovo paradigma.
Alcuni autori hanno infatti confuso la qualità intuitiva, che è polare rispetto a quella analitica
dell’emisfero razionale sinistro, con la qualità “olistica”.
Riteniamo pertanto doveroso sottolineare che il termine “olistico”, inteso
come unitario o globale, non è riducibile alla sola polarità intuitiva o alla
“percezione d’insieme” che caratterizza l’emisfero destro, ma deve essere
strettamente associato alla funzione unitaria della coscienza centrale e
interpretato come il risultato della sintesi armonica delle attività dei due
emisferi: in altri termini, le due polarità -logica e intuitiva- devono
integrarsi, in un processo cognitivo di ordine più complesso ed evoluto, al
fine di realizzare una reale consapevolezza “olistica” e unitaria della realtà.
(Fig. **) Come nel caso dei tre cervelli, nella nostra pratica clinica
psicosomatica, abbiamo osservato come la squilibrata attività di un
emisfero sull’altro, in eccesso o inibizione delle specifiche funzioni, sia
quasi sempre associata ad un disagio psicologico o relazionale. Non solo nei disturbi più gravi, come il
disturbo bipolare, ma anche nei disagi della vita quotidiana, consideriamo l’armonizzazione delle
funzioni polari è il presupposto di integrità personale e di salute psicosomatica. Vedremo nei prossimi
paragrafi, l’effetto delle pratiche di consapevolezza e meditazione nel ristabilire il centro funzionale del
Sé capace, appunto, di dare coerenza, unità e comprensione olistica ai differenti aspetti cognitivi polari.
DUE: le due polarità del sistema neurovegetativo: il simpatico e il parasimpatico
Il sistema nervoso è diviso in due grandi sistemi
funzionali: il “sistema somatico”, o “volontario”, che
riceve informazioni dagli organi di senso (vista, udito,
gusto, olfatto, sensibilità corporea, ecc.) e invia
“consapevolmente” le sue informazioni al sistema
muscolo-scheletrico e il “sistema autonomo”, o
“neurovegetativo” o “involontario”, che controlla
“inconsapevolmente” le principali funzioni vitali, come
la temperatura, la pressione, il battito cardiaco, la
respirazione, la digestione, ecc., in modo inconscio e
automatico, ossia senza il diretto controllo della
volontà. Il sistema nervoso autonomo è, a sua volta,
diviso in due grandi sistemi: il “simpatico” e il
“parasimpatico”.
Parallelamente alla polarità maschile/logica e
femminile/intuitiva dei due emisferi cerebrali, abbiamo
la polarità maschile/attiva-dinamica, del sistema
simpatico e quella femminile/passiva-rilassante, del
sistema parasimpatico. La gran parte degli organi
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interni viene innervata sia dal simpatico sia dal parasimpatico, la loro azione è, per lo più, polare o
antagonista. (Fig. **)
Le due modalità di attivazione del sistema simpatico
Il sistema simpatico svolge due ruoli psicosomatici attivanti/eccitatori di fondamentale importanza nella
vita della persona: uno percepito come “positivo/piacevole” e uno “negativo/spiacevole” (Vedi fig. **).
L’attivazione simpatica percepita come “positiva”, è essenzialmente mediata dal sistema della dopamina
e degli ormoni sessuali (testosterone), è legata all’entusiasmo, all’esplorazione, al senso di piacere
relazionale, al gioco e alle nuove esperienze e conoscenze. Il sistema simpatico si attiva quindi anche in
situazioni piacevoli, come una festa, una gara sportiva o un incontro sentimentale, produce aumento
della frequenza del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa e mobilitazione delle riserve di
energia del corpo.
L’attivazione simpatica
percepita come
“negativa”, è
essenzialmente una
risposta eccitatoria da
stress, al pericolo o al
dolore. La sua
attivazione è un
elemento vitale, in
quanto stimola le
reazioni fisiche di
attacco o fuga
(adrenalina,
noradrenalina),
funzioni essenziali per
la sopravvivenza, che
richiedono la risposta,
immediata e totale del
corpo, ad una
situazione, come una preda da rincorrere e catturare (per nutrirsi), o un predatore da cui fuggire (per
sopravvivere). Approfondiremo questi aspetti nella seconda parte.
Le due modalità di attivazione del sistema parasimpatico
Il sistema parasimpatico svolge anch’esso due ruoli psicosomatici rilassanti/inibitori di fondamentale
importanza nella vita della persona: uno percepito come “positivo/pacevole” e uno “negativo/spacevole”
Il ruolo del sistema parasimpatico percepito come “positivo”, essenzialmente mediato dai sistemi emotivi
legati al benessere corporeo (serotonina), all’amorevolezza (ossitocina) e alla soddisfazione (endorfina),
è essenzialmente legato allo stato di riposo psicofisico e alla funzione rilassante, tipica di tutti i momenti
di relax, di relazioni piacevoli di amicizia, di abbandono al piacere affettivo e sessuale e di riposo e sonno.
La “teoria polivagale” di Porges (2001, 2013) evidenzia come il “vago”, un nervo cranico, di importanza
centrale nel sistema parasimpatico, è composto di due rami evolutivamente differenziati: il ramo
addominale, chiamata “dorso-vagale”, che innerva gli organi sottodiaframmatici dell’addome, che ha
origini più antiche e rettili, e il ramo toracico o “ventro-vagale” che rappresenta la parte più evoluta del
Vago, che innerva gli organi sovradiaframmatici. La funzione di questo ramo toracico è particolarmente
connessa con il cuore e viene attivata dalle relazioni affettive positive (ossitocina) e sociali (dopamina).
Il ruolo del sistema parasimpatico “negativo”, è essenzialmente una risposta legata ad un’esperienza
traumatica o violenta, mediata dal sistema della paura (cortisolo, noradernalina) e dall’amigdala, che
sembra essere alla base dei processi di “collasso vagale”, di inibizione dell’azione, di freezing,
congelamento, fino alla dissociazione.
UNO: i centri neuronali della coscienza di Sé
Nel 1977 Sir John Eccles, premio Nobel nel 1963 per la neurofisiologia, pubblicava, insieme al filosofo
della scienza Karl Popper The Self and Its Brain, e nel 1989 Evolution of the Brain: the creation of the Self, i
primi testi che indagano in modo scientifico sui tradizionali temi filosofici della natura della coscienza e
dell’origine evolutiva del Sé e dell’anima.
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La sua affascinante e profonda trattazione, che aprì la mente a molti ricercatori e inaugurò uno dei più
fertili orientamenti della ricerca delle neuroscienze moderne, mancava tuttavia di alcune conoscenze
scientifiche e culturali che si sarebbero sviluppate successivamente.
Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica, grazie allo sviluppo di metodi di indagine più avanzati e
raffinati come la PET, la TAC, la RMN, l’EEG e grazie anche all’esperienza pratica della meditazione e della
mindfulness, ha cercato di indagare e comprendere scientificamente la più intima e profonda natura
neurocognitiva della coscienza di Sé. Le neuroscienze hanno scoperto che alcuni centri, che
rappresentano i punti nodali in cui si concentrano i flussi cognitivi di informazioni dalle differenti reti
neuronali, mostrano la capacità di gestire la consapevolezza di Sé.
Fino a qualche decennio fa, nell’ambito delle neuroscienze, si riteneva che la coscienza di Sé fosse
espressione delle funzioni mentali-cognitive della neocorteccia e che le funzioni emotive e corporee, che
nascevano dalle aree sottocorticali più antiche del cervello, fossero essenzialmente tutte automatiche e
inconsce. Eccles sosteneva che la coscienza di Sé fosse originata da un’area del cervello neocorticale, il
più evoluto e mentale. Le ricerche più recenti mostrano, invece, che la coscienza primaria è originata dai
centri più antichi e profondi del cervello rettile e mammifero. Gli esperimenti condotti da Merker (2007)
evidenziano, infatti, che gli animali a cui è stata asportata la neocorteccia non hanno palesi
compromissioni della coscienza di Sé, da cui si evince inequivocabilmente che i centri regolatori della
coscienza di Sé siano sottocorticali.
Il Sé Corporeo-istintivo: le radici neurocognitive primordiali della coscienza di Sé
Jaak Panksepp, psicobiologo e ricercatore in neuroscienze presso la
Washington State University, con un’impostazione totalmente differente
da quella utilizzata da Eccles, afferma che: “La coscienza superiore umana
è frutto di un’evoluzione di stati di coscienza primitiva degli antichi
circuiti del tronco cerebrale (brain stem) e che “L’essenziale centro
dell’essere (core of being) è sottocorticale”.
Secondo Panksepp, il primordial core-SELF e i circuiti arcaici della
coscienza che elaborano il fondamentale “senso del sé”, sono radicati
nelle aree basse del cervello: nel tronco encefalico (cervello rettile).
Essi, per primi, danno una rappresentazione del corpo come un coherent
whole, un’“unità coerente” e quindi “la coerenza auto-referente generata
dagli antichi e stabili centri motori sembra essere il vero fondamento
dell’unità di tutte le forme di coscienza più elevate.”
Panksepp propone il termine di SELF, sovrapponibile al concetto di “proto-self” di Antonio Damasio
(1999), per indicare che il primo essenziale centro del Sé nasce dal cervello più primitivo: il PAG, l’area
del cervello rettile che gestisce la coscienza corporea ed emotiva, in quanto possiede al suo interno una
completa rappresentazione dell’intero corpo e dei sistemi emotivi-istintivi fondamentali alla vita.
I tessuti sottostanti al PAG contengono rappresentazioni di tutti i processi (circuiti) emozionali primari:
dolore, paura, rabbia e stress da separazione, sesso e comportamenti materni primari. Il PAG è anche
molto connesso con l’ARAS (Ascending Reticular Activating System), il sistema reticolare ascendente che,
letteralmente, accende e spegne la coscienza, con il risveglio e il sonno.
Il PAG, insieme ai livelli profondi del collicolo (un’area del tronco encefalico), sono la base del Sé
corporeo-istintivo e contengono una completa mappa sistemica-motoria del corpo fisico e degli istinti
primordiali, base del senso di identità o individualità. Edelman (2004) descrive questo livello come una
“coscienza primaria” di cui “sono dotati anche animali privi di capacità semantiche o linguistiche” e
quindi “la prima coscienza di sé è basata sul corpo: il sé corporeo”.
Panksepp sottolinea che lesioni estese del PAG provocano un disastroso effetto di perdita della coscienza,
mentre modeste lesioni del PAG compromettono molte funzionalità affettive.
In Neuropsicosomatica, il Sé corporeo rappresenta la prima e più elementare componente della “base
sicura”, su cui poggia l’intera struttura neuropsichica dell’essere umano che si manifesta come senso di
presenza fisica, di sicurezza nelle proprie risorse corporee, stabilità e sicurezza di base.
Il Sé Emotivo e i sette Sistemi Emozionali di Panksepp
Jaak Panksepp ha dato un enorme contributo alle neuroscienze emotive (Affective Neuroscience)
evidenziando che nei mammiferi, dai più primitivi fino all’essere umano, esistono sette principali sistemi
neuronali delle emozioni che rappresentano i principali canali di espressione del Sé, ossia “le vie
psicologiche, emotive e comportamentali con cui la coscienza di Sé si manifesta nella vita”. Panksepp
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evidenzia che i sette principali “sistemi emotivi” sono specifiche aree cerebrali comuni a tutti i cervelli
dei mammiferi e dell’uomo. I circuiti neuronali più antichi, che
prendono origine dal PAG, centro del Sé corporeo-istintivo, si
sviluppano verso il talamo, sede principale del Sé emotivo e poi, da
questo, si dirigono alla neocorteccia, per una rielaborazione cognitiva.
Nei suoi libri, Affective Neuroscience (1998) e The Archeology of Mind
(2012) (trad. it. L’Archeologia della Mente, 2014, Cortina Ed.), Panksepp
sottolinea che questi sistemi emotivi rappresentano le funzioni
psicosomatiche di base del vivente che regolano i differenti aspetti
essenziali della nostra vita e si manifestano attraverso specifici
comportamenti fisici, emotivi e cognitivi. Partendo dal Brain Regulatory
System, il sistema energetico-metabolico di base, centrato sul PAG, che
noi preferiamo chiamare sistema del PIACERE CORPOREO, o
Homeostatic Body Pleasure (HBP), si sviluppano i sette sistemi: RICERCA/ENTUSIASMO,
RABBIA/DOMINANZA, PAURA/ANSIA, SESSUALITÀ/DESIDERIO, CURA/AMOREVOLEZZA,
TRISTEZZA/PANICO e GIOCO/FANTASIA (che Panksepp scrive in carattere maiuscolo per specificare il
sistema emotivo di riferimento).
Per una corretta comprensione evolutiva delle strutture cerebrali, sottolineiamo che i primi quattro
sistemi (ricerca, rabbia, paura e sesso) sono già presenti nei cervelli più primitivi dei rettili, mentre gli
ultimi tre (cura, tristezza e gioco) si sviluppano solo con l’evoluzione del cervello dei mammiferi. I rettili,
infatti, non mostrano, in linea di massima, particolari comportamenti di cura, amorevolezza, tristezza,
gioco e fantasia.
Ogni sistema emotivo costituisce un elemento fondamentale della rete del Sé psicosomatico, in quanto
attiva simultaneamente: 1) i circuiti neuronali legati alle funzioni corporee-istintive della parte più
profonda e antica del cervello rettile (il “sistema-primario” istintivo-corporeo), 2) i circuiti neuronali
legati alle funzioni emotive e affettive del cervello limbico-mammifero (il “sistema-secondario”
dell’apprendimento emotivo e della memoria affettiva), 3) i circuiti neuronali legati alle funzioni mentali-
cognitive della zona superiore neocorticale del cervello (il “sistema-terziario” dei processi psicologici,
razionali e di valutazione cognitiva). In questo schema il talamo, come centro funzionale del sistema
limbico o cervello mammifero, rappresenta un nucleo di fondamentale importanza nella comprensione
neurocognitiva della coscienza di Sé e delle emozioni. Come vedremo nei successivi paragrafi, il talamo
può essere considerato come il cuore del cervello. Talamo e PAG sono due centri di coscienza già presenti
negli animali più primitivi, fortemente psicosomatici, in quanto regolano le principali funzioni corporee
primarie, istintive ed emotive.
La mappa neuropsicosomatica
In Figura ** sono stati schematizzati i sistemi emotivi posizionando alla sinistra di chi guarda i sistemi
che attivano il simpatico e alla destra di chi guarda i sistemi che attivano il parasimpatico. Nella mappa i
sistemi già presenti nei rettili sono stati posti nell’area rossa che caratterizza il cervello rettile-istintivo,
mentre i sistemi che emergono solo con i mammiferi si trovano nell’area verde del cervello mammifero-
emotivo. Ricordiamo che tutti i sistemi sono connessi con tutti e tre i cervelli e influenzano direttamente
le aree neocorticali superiori. Questi sette sistemi emotivi, sono
profondamente legati e regolati da specifici ormoni e
neurotrasmettitori che sono stati chiamati “molecole di emozioni”
dalla neuroscienziata Candace Pert (Pert, 1999) e costituiscono il
“network psicosomatico” dell’essere umano (Pert 1985).
In Neuropsicosomatica il Sé emotivo-affettivo rappresenta la seconda
componente della “base sicura” su cui poggia la struttura
neuropsichica dell’essere umano che si manifesta come senso di
presenza affettiva, di sicurezza nelle proprie risorse relazionali,
stabilità e sicurezza affettiva di base. Come approfondiremo nei
prossimi capitoli, i disagi da non allattamento al seno, i traumi da
carenza affettiva o abbandono infantile, la mancanza di una “base sicura” a livello di cura affettiva
materna (Bowlby, 1989, Ainsworth, 1970), come anche le influenze epigenetiche in gravidanza di madri
particolarmente anaffettive, preoccupate, o con situazioni familiari disfunzionali, possono influenzare
negativamente il corretto sviluppo del Sé emotivo, con evidenti riduzioni del sistema ossitocinico ed
endorfinico che generano una base di insicurezza e debolezza relazionale del Sé.
32
I sette sistemi emotivi e le neuropersonalità
Jaak Panksepp sottolinea che i sette sistemi emotivi sono le vie di espressione del Sé.
Sulla base degli studi delle neuroscienze e della PNEI e del modello neuropsicosomatico, ho messo in
evidenza come ognuno dei sette sistemi emotivi, abbia una componente genetica hardware, costituita dai
circuiti neuroanatomici del cervello, e una componente epigenetica software, modulata da specifici
neurotrasmettitori, neuropeptidi e ormoni che attivano o inibiscono le loro funzioni. La personalità
umana è espressione del complesso intreccio di relazioni e funzioni tra questi due aspetti.
Per evitare confusione con le molte definizioni di “personalità”, di “temperamento” o di “carattere”, delle
diverse scuole psicologiche e per evidenziare la loro sostanziale componente neuroanatomica e neuro
trasmettitoriale, ho utilizzato il termine “neuropersonalità” (Montecucco, 2005, 2009).
Definizione: la neuropersonalità è l’espressione sistemica del Sé che caratterizza una persona e che
rappresenta l’insieme degli specifici tratti fisici, posturali, comportamentali, emotivi, affettivi, relazionali,
psicologici, derivati dai sette sistemi emotivi, dall’attività cognitiva neocorticale dei due emisferi e dagli
ormoni e neurotrasmettitori a loro associati.
Mentre la componente hardware anatomica ha una tipica struttura genetica di base e resta
sostanzialmente immodificata nell’arco della vita, la sua componente software può subire ampie
modificazioni epigenetiche derivate dai differenti condizionamenti materni, famigliari, biosociali. Questa
componente software modula e regola gli aspetti della personalità umana, dalla normale funzionalità agli
aspetti più patologici e può essere ribilanciata e regolata dalle pratiche di terapia psicosomatica che
intervengono simultaneamente sugli aspetti comportamentali, emotivi e psicologici del carattere.
L’espressione comportamentale globale dell’attività dei sette sistemi emotivi e dei loro
neurotrasmettitori, genera le infinite qualità e sfumature della personalità umana.
Le basi delle neuropersonalità tengono conto anche delle ipotesi e dei modelli di personalità e
temperamento proposti da psicologi e ricercatori come Reich (1935), Eysenck (1953), Cloninger (1999),
Siever e Davis (1991).
Il Sé cognitivo neocorticale
La neocorteccia rappresenta la parte più evoluta e con maggiori capacità di elaborazione cognitive
dell’intera struttura cerebrale. La neocorteccia, tuttavia, non è essenziale per la generazione dei processi
primari dell’emotività e della consapevolezza di Sé, mentre è fondamentale per l’elaborazione dei
processi cognitivi superiori, ideativi, razionali, etici, strategici,
valutativi, in larga parte riferibili alla complessa interpretazione dei
significati relazionali, familiari, sociali, culturali, politici e religiosi che
codificano le relazioni umane. Parallelamente ai sette sistemi emotivi
che sviluppano e organizzano le attività del cervello rettile e
mammifero, le strutture mediane neocorticali sono quelle che
maggiormente rappresentano la parte cognitiva e mentale dell’intera
funzione globale della coscienza di Sé nel cervello umano o superiore.
Da un punto di vista evolutivo, è utile ricordare che il “Sé corporeo”
primitivo del PAG, legato al cervello rettile, si sviluppa nel “Sé emotivo”
dei mammiferi, centrato nel talamo, che coordina le funzioni della
coscienza emotiva-affettiva del sistema limbico e si evolve ulteriormente nell’essere umano con lo
sviluppo nel “Sé Cognitivo” neocorticale, fondamentale per l’analisi mentale e psicologica, per
comprendere i risvolti sociali e culturali, per l’analisi razionale e strategica dei comportamenti e per
sviluppare le sue potenzialità creative.
Le funzioni autobiografiche e sociali delle Cortical Midline Structures
Secondo Panksepp e Northoff et alii (2004) e Panksepp et alii (2008), nel circuito della coscienza di Sé, le
strutture mediane della neocorteccia chiamate Cortical Midline Structures (CMS) rappresentano le aree
che governano gli aspetti cognitivi superiori, della memoria autobiografica di Sé, della rappresentazione
di Sé, della valutazione di Sé, della percezione dell’unità del Sé, ossia di essere un’unità vivente, di
integrazione dei costrutti psicologici e ideologici del Sé e di quelli emotivi e affettivi (Schore, 2003). Le
strutture del CMS gestiscono i complessi aspetti relazionali e le regole della vita sociale. Queste strutture
permettono di comprendere e convalidare l’“io autobiografico” di Damasio (1999).
33
Nell’insieme, si ipotizza che queste strutture mediane corticali e
le loro attività psicologiche superiori, sostengano e amplifichino,
non solo i processi cognitivi relativi all’interpretazione etica,
relazionale e sociale, ma anche dell’auto-coscienza o auto-
consapevolezza.
In neuropsicosomatica il Sé cognitivo rappresenta la componente
psicologica, culturale e sociale su cui poggia la struttura
neuropsichica dell’essere umano che si manifesta come senso di
libertà di pensiero, sicurezza nelle proprie idee, autonomia
psicologica, intelligenza attiva, capacità di sostenere e risolvere le
sfide della vita. Come approfondiremo nei prossimi capitoli, i
disagi dovuti ad una limitata educazione, ad uno scarso o
negativo sostegno psicologico da parte della famiglia e della
società, fino ai traumi psicologici, come anche le influenze
epigenetiche in gravidanza di madri particolarmente disturbate
psicologicamente, o con situazioni familiari altamente
disfunzionali, possono influenzare negativamente il corretto
sviluppo del Sé cognitivo, con evidente iperstimolazione dell’asse
dello stress che genera una base di insicurezza e debolezza
psicologica del Sé.
La coscienza di Sé come network neuronale
La vera rivoluzione delle neuroscienze nella comprensione della
coscienza di Sé è stata proposta da Gerald Edelman (2004),
premio Nobel per la medicina, che evidenzia come la coscienza di
Sé non sia “riducibile” ad un oggetto anatomico o alla funzione
fisiologica di uno specifico centro nervoso, per quanto complesso e
interconnesso, ma che “la coscienza è un processo”.
Edelman sostiene che “per spiegare la coscienza è indispensabile
una comprensione globale” complessiva del cervello”, per cui la
funzione informatica della rete neuronale diventa prioritaria
rispetto alla struttura fisica-anatomica delle aree cerebrali
precedentemente studiate.
L’innovativo concetto di Edelman si basa sull’intuizione che la
coscienza di Sé non sia la funzione di un’area del cervello ma
l’espressione emergente di una rete neuronale che dal talamo si
dirama all’intera struttura neocorticale superiore. In questa
concezione, il talamo rappresenta il nucleo del dinamic core of consciousness, ossia il centro funzionale
di un “network talamo-corticale”, descritto come un flusso “rientrante” di informazioni che dal talamo si
espandono a tutte le aree della corteccia e che, dopo essere state rielaborate dai processi cognitivi
superiori, ritornano al talamo in un flusso continuo e senza pause (Edelman, 2004).
Il talamo come “Core Self”
La notte ha mille occhi, il giorno solo uno
eppure la luce del mondo muore, quando il sole tramonta.
La mente ha mille occhi, e il cuore solo uno
eppure la luce di un’intera vita muore, quando l’amore finisce.
Francis William Bourdillon
Edelman e Damasio, chiamano Core Self questo
fondamentale circuito talamico, alla base del senso-di-Sé.
Il Core Self è il reale “cuore” funzionale della coscienza, in
costante comunicazione con le informazioni somatiche
sensoriali provenienti dal basso e dal PAG e le
elaborazioni neocorticali delle informazioni che
rappresentano la dimensione più cognitiva e orientata ai
delicati aspetti sociali, etici e relazionali della coscienza
di Sé.
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A conferma delle teorie di Edelman vi sono anche le ricerche del neurofisiologo Rodolfo Llinas (1998)
che delineano la funzione del talamo come “centralina di un loop di messaggi” autoreferenti talamo-
corticali, che rappresenta il nucleo centrale della coscienza di Sé. Llinas (1998) ha dimostrato che il
talamo si connette e si sincronizza con le principali aree del cervello, inviando e ricevendo informazioni
con una frequenza di quaranta volte al secondo (40 Hz) generando coerenza tra la coscienza corporea, le
componenti emotive del sistema limbico e la coscienza cognitiva prefrontale della neocorteccia. Secondo
Llinas questa sarebbe “la base neuronale della coscienza di Sé”. Il talamo non è, tuttavia, da considerarsi
come “la sede” della coscienza di Sé ma come la struttura nervosa che, generando una comunicazione
coerente tra le differenti aree cerebrali, permette l’unità della rete della coscienza e del Sé psicosomatico.
Il talamo e il “cuore” psicosomatico
Il talamo rappresenta quindi il fondamentale centro di integrazione psicosomatica del cervello, in quanto
capace di associare e dare un “senso globale” alle percezioni corporee, integrandole con le memorie
emotive e i valori cognitivi superiori.
Il talamo infatti (anche se per esattezza dovremmo dire i due talami, in verde nella figura **) riceve le
informazioni corporee dalle vie della sensibilità somatica, le integra con le memorie limbiche
dell’ippocampo e dell’amigdala che "arricchiscono" le sensazioni corporee dando loro un “valore
emotivo” più globale, e con i “valori cognitivi e sociali” superiori, elaborati dalle diverse aree della
neocorteccia, del cingolo e dell’insula. Come abbiamo già visto questi circuiti bottom up (dal basso verso
l’alto), che dal corpo fisico salgono al sistema limbico e alla neocorteccia, poi ritornano al talamo e da
questo all’ipotalamo e al corpo, con un meccanismo top down (dall’alto verso il basso). Il talamo quindi
rappresenta la “centralina” neuronale (Llinas, 1998) dell’intero sistema
psicosomatico.
A sostegno delle teorie che considerano il talamo come il “cuore”
sincronizzatore della rete della coscienza di Sé, sono di fondamentale
importanza le ricerche che provano come anche piccole lesioni del
talamo danneggino gravemente o annullino la coscienza di Sé.
Nelle teorie psicosomatiche orientali e occidentali, la funzione del
talamo come sincronizzatore dell’intera rete della coscienza di Sé è
esattamente rispecchiata nel “cuore” fisico. In ogni parte del mondo, le
persone quando dicono il proprio nome (“io sono …”) , mettono la
mano sul cuore per indicare la propria identità. In molti testi sacri
occidentali e orientali, il cuore viene ritenuto la sede dell’anima, del Sé.
Per i padri del deserto, i mistici dell’antica tradizione cristiana, il cuore
non è semplicemente un organo corporeo, ma il centro dell’anima
dell’essere umano, il suo Sé più profondo e vero. Nell’antico testo classico di medicina cinese
dell’Imperatore Giallo, il Huang Ti Nei Ching Su When, è scritto (cap. 23): “Il cuore è la sede dell’anima
(Shén)” e (cap. 8): “Il cuore è il re che governa la mente”.
L’ipotalamo: il centro di governo del sistema psicosomatico
L’ipotalamo è un piccolo ma fondamentale centro di governo del cervello che regola le principali funzioni
vitali dell’intero sistema psicosomatico. L’ipotalamo (in viola nella Figura **) è il punto anteriore dove i
due talami (in verde) si congiungono e unificano le loro informazioni, già elaborate, in sinergia con i due
emisferi (in colore azzurro e rosa).
L’ipotalamo gestisce e regola una miriade di funzioni psicosomatiche fondamentali alla vita: dai processi
fisiologici primari, come la fame, la sete, la termoregolazione corporea (temperatura), il ritmo sonno-
veglia, le funzioni sessuali, le secrezioni gastriche, alla regolazione dello stress (asse ipotalamo-ipofisi-
surrene) e delle emozioni, alla regolazione del sistema nervoso autonomo simpatico-attivante e
parasimpatico-rilassante, alla regolazione dell’intero sistema endocrino, attraverso l’ipofisi.
Il talamo pesa solamente 4 grammi ed è rimasto sostanzialmente immutato nel corso dell’evoluzione del
cervello degli animali superiori, dai rettili all’essere umano. Questo significa che la sua struttura è così
essenziale e funzionale da non richiedere particolari trasformazioni o adattamenti evolutivi, come
praticamente è avvenuto per tutte le altre strutture cerebrali.
L’ipotalamo è un punto di connessione dell’intero network neuronale della coscienza, sia con l’esterno,
attraverso il nucleo soprachiasmatico che gli trasmette informazioni sulla luce e sul buio, permettendo la
regolazione del ritmo sonno-veglia e dei complessi orologi biologici ad esso associati, sia con l’interno, in
particolare con il sistema limbico-emotivo attraverso l’amigdala, l’ippocampo e i due talami che sono
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connessi con i due emisferi e con le aree più profonde del tronco e del PAG.
L’ipotalamo è poi intimamente connesso con l’ipofisi, la più complessa e importante ghiandola endocrina
del corpo. Per realizzare questo fondamentale collegamento, l’ipotalamo emette un fascio di fibre
(eminenza mediana) che attraversano la “barriera ematoencefalica” (che protegge il cervello dalla
possibile invasione di batteri, virus e sostanze chimiche tossiche), e formano la “neuroipofisi”, la parte
posteriore dell’ipofisi, che non è di fatto una vera ghiandola ma una parte del cervello che si collega alla
“adenoipofisi” (la parte anteriore): la vera ghiandola endocrina. L’ipotalamo, attraverso la neuroipofisi,
secerne un elevato numero di releasing hormones o releasing factors (fattori di rilascio degli ormoni) che
vanno a stimolare o inibire la produzione degli innumerevoli ormoni dell’ipofisi anteriore, che poi
entrano nel circolo sanguigno e vanno, a loro volta, a stimolare o inibire le ghiandole endocrine di tutto il
corpo.
Dalla coscienza ordinaria alla consapevolezza di Sé
A questo punto, per comprendere il passaggio al successivo stadio evolutivo, è necessaria un’attenta
riflessione sulla consapevolezza umana e sulle sue potenzialità. In particolare è necessario comprendere
la sostanziale differenza tra il terzo e il quarto livello evolutivo, ossia tra la “coscienza sistemica” e la
“consapevolezza di Sé”.
Come è stato descritto nel capitolo precedente, sulla neuroevoluzione dei sistemi unitari, ogni organismo
vivente possiede una sua “coscienza sistemica”, ossia è cosciente di esistere e di interagire con gli eventi
della realtà in cui si trova a vivere. La coscienza sistemica è definita come “la capacità cognitiva di un
sistema vivente di percepire il senso globale delle proprie informazioni” e rappresenta una caratteristica
intrinseca di ogni essere vivente e cosciente delle proprie informazioni, percepite come sensazioni,
emozioni, pensieri e credenze (vedi Figura **).
Nessun animale, invece, mostra evidenti segni di consapevolezza di Sé o auto-consapevolezza.
I rettili hanno sviluppato maggiormente le funzioni istintive
primarie, legate al cervello rettile, i mammiferi hanno poi sviluppato
le funzioni affettive ed emotive legate al sistema limbico e gli esseri
umani, grazie allo sviluppo del cervello neocorticale, hanno generato
l’incredibile espansione delle conoscenze scientifiche, artistiche e
culturali, che sono comunque interamente comprese sul terzo livello,
in cui esiste una forte corrispondenza tra la funzione psicologica,
emotiva o comportamentale e l’area neuroanatomica
corrispondente.
Quando una parte del cervello viene lesa da un trauma, o asportata
chirurgicamente, la corrispondente funzione fisiologica o cognitiva
viene parallelamente lesa o ridotta. Tutte queste funzioni intellettive
e cognitive del terzo livello appena descritte, sarebbero completamente annullate da un trauma o
dall’asportazione chirurgica delle relative aree della neocorteccia e del CMS in particolare (Marker,
2007).
Come abbiamo compreso, la consapevolezza di Sé, invece, è il risultato globale di un network neuronale
tra i tre cervelli e non è più legata ad una specifica area neuroanatomica del cervello, essa infatti,
permane nelle persone anche dopo gravi traumi cranici o rimozioni di ampie aree cerebrali, come nella
terapia chirurgica dei tumori, che riducono tutte le principali funzioni fisiologiche e cognitive.
Il quarto livello evolutivo
La consapevolezza di Sé, che rappresenta il quarto livello di evoluzione, deve essere vista come un salto
quantico verso la totalità psicosomatica del Sé che riunisce tutte le funzioni istintive, emotive e cognitive
in una percezione consapevole unitaria (vedi Figura **). La consapevolezza di Sé, non essendo più legata
ad una specifica area cerebrale, permette all’essere umano di trascendere il rapporto diretto con la
materialità ed entrare nella dimensione più unitaria e spirituale della coscienza.
L’essere umano, nell’arco della sua vita, riassume i tre precedenti livelli evolutivi della coscienza:
iniziando con lo sviluppo del primo livello, collegato al cervello rettile e al Sé corporeo che corrisponde ai
bisogni primari o “di pancia” della prima infanzia, fino all’adolescenza, sviluppa le relazioni affettive, “di
cuore”, con la madre, i genitori e gli amici e infine, diventando adulto, espande le sue potenzialità
cognitive, “di testa”, con lo studio, il lavoro e sviluppando le proprie strutture di pensiero politico,
religioso, culturale, una sua idea del mondo e della vita. Tutti questi livelli sono tendenzialmente
orientati all’esterno e alle relazioni con gli altri e con la società.
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A questo punto, in alcune persone, inizia a manifestarsi la spinta verso la quarta fase, in cui si inizia a
cercare un senso più profondo della vita: nasce così la ricerca di Sé e la persona diventa
progressivamente più consapevole della propria dimensione interiore, ancora inesplorata.
La consapevolezza di Sé -che esprime il quarto livello o stadio evolutivo- è stata definita come la capacità
di un sistema vivente “di avere coscienza di essere cosciente” (Edelman, 1993), o più dettagliatamente
“di essere consapevole del proprio Sé, ossia della propria natura profonda o spirituale.” La
consapevolezza di Sé è un’esperienza interiore diretta, non mentale, che avviene nel presente e a volte
accade spontaneamente, come un improvviso risveglio della coscienza, di insight, di comprensione
profonda del senso sacro della realtà, o più comunemente come risultato delle esperienze di
meditazione, quando la persona inizia un cammino interiore che la porterà gradualmente ad una più
profonda percezione del senso del Sé. Intensi ed improvvisi momenti di illuminazione sono stati descritti
da Fritjof Capra, nella prefazione del Tao della Fisica e da molti esponenti della nuova cultura olistica
mondiale, come viene narrato nell’importante saggio di Piero Ferrucci Esperienze delle vette (1989).
Questa esperienza modifica i circuiti neuronali, genera nuove percezioni corporee, emotive e cognitive
più integrate e unitarie, sviluppa un differente e più integro senso di dignità e valore personale.
La consapevolezza di Sé è l’elemento centrale del salto evolutivo che caratterizza l’essere umano rispetto
ad ogni altra specie animale e rappresenta l’elemento chiave per completare il modello psicosomatico
umano.
UNO: il Sé psicosomatico consapevole
L’esperienza della consapevolezza di Sé rappresenta il cuore profondo del “Sé Psicosomatico”.
Da questa sintesi di comprensioni scientifiche ed esperienze interiori, che seguono l’elegante logica
neuroevolutiva dei sistemi unitari e del paradigma olistico, emerge un nuovo paradigma psicosomatico,
basato sul modello dell’essere umano che ha risvegliato la consapevolezza di Sé. Un essere umano
semplicemente più consapevole, orientato alla crescita personale, che tende ad integrare la coscienza
corporea, emotiva e cognitiva.
L’esperienza della consapevolezza di Sé è spesso associata ad una sensazione interna di unità, armonia e
luminosità.
In oltre trent’anni di pratica, abbiamo osservato che nelle persone,
all’inizio di un percorso di consapevolezza e crescita personale, emerge
con elevatissima frequenza la percezione di oscurità, pesantezza e buio
interiore, in particolare quando descrivono i propri blocchi
psicosomatici; mentre l’esperienza interiore delle persone, al termine
dello stesso percorso di meditazione e crescita personale, è di una
maggiore percezione di luminosità interiore, di leggerezza, integrità e
libertà psicosomatica. In ogni parte del mondo esistono simili modi di
dire legati al negativo, come: “è una persona oscura”, “ho pensieri neri”,
“ho perso il lume della ragione”, o positivi: “è una persona brillante”, “ho
avuto un’idea luminosa”, “è una persona radiosa”. Le ultime parole del
Buddha furono: “Sii una luce dentro te stesso”.
È particolarmente interessante ricordare che le onde elettromagnetiche
dell’EEG, come le onde di ogni altra funzione corporea
(elettrocardiogramma, elettromiogramma, ecc.), sono fotoni dello spettro non visibile. Fritz Albert Popp
da anni ha dimostrato che stati di maggiore integrità e salute psicofisica sono associati ad un aumento
dei fotoni rilevabili nel campo elettromagnetico umano (Popp, 2002) e che questa luminosità, rilevabile
con normali amplificatori di fotoni, è associata allo stato di coerenza del sistema.
Le Cortical–Subcortical Midline Structures e l’asse neurocognitivo del Sé
Northoff e Bermpohl nel 2004 pubblicano Cortical midline structures and the Self e Northoff e Panksepp
nel 2007 The trans-species core SELF: The emergence of active cultural and neuro-ecological agents
through self-related processing within subcortical-cortical midline networks, in cui evidenziano come nel
cervello di tutte le specie di animali superiori vi sia una struttura centrale di comunicazione-trasmissione
preferenziale, divisa in: Cortical Midline Structures CMS a livello di corteccia e Sub Cortical Midline
Structures SCMS a livello sottocorticale. Queste strutture centrali del cervello gestiscono le informazioni
autoreferenziali e formano un vero e proprio “asse neurocognitivo del Sé”. Il CMS include la corteccia
mediale prefrontale e orbitale e adiacente (OMPFC), la corteccia cingolata anteriore, la corteccia
prefrontale dorsomediale (DMPFC) e la corteccia cingolata posteriore (PC) circuiti che poi si proiettano a
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livello sottocorticale (SCMS) a raggiungere il talamo, la sostanza grigia periacqueduttale (PAG) e il
tectum, le aree dopaminergiche e ricche di oppiacei come la zona tegmentale ventrale (VTA) e la
progettazione in striatum ventrale (VS) e nucleus accumbens (NACC) in un modello stabile nelle
differenti specie animali.
L’asse neurocognitivo del Sé in psicosomatica
L’asse neurocognitivo del Sé rappresenta un elemento di centrale importanza in psicosomatica, in quanto
permette di comprendere l’interrelazione dinamica tra le dimensioni cognitiva, emotiva e corporea del
Sé che ritroviamo nella struttura del cervello e dell’asse spinale, di valutarne i disturbi e le interruzioni e
quindi di utilizzarle nella diagnosi e nella clinica medica e psicoterapeutica.
L’asse neurocognitivo del Sé corrisponde alle Strutture Mediane Corticali e Subcorticali, Cortical Midline
Structures (CMS) e Sub-Cortical Midline Structures (SCMS), evidenziate
dai neuroscienziati Panksepp e Northoff. Esse sono costituite dai
circuiti neuronali in cui si trovano le principali aree deputate alla
coscienza di Sé. Esse connettono le aree neocorticali del dinamic core
of consciousness e alle strutture mediane sottocorticali centrate sul
talamo e il Core Self , alle aree istintive-corporee profonde del cervello
rettile e al PAG a al Primordial Core Self (Panksepp & Northoff, 2009).
che sincronizzano dell’intera rete neurale. Nella Figura ** e **
vediamo lo schema sintetizzato dell’asse neurocognitivo nel cervello
in trasparenza dall’alto e in sezione, che connette le aree rettili (PAG)
del Sé Corporeo, o Primordial Core Self, al Sé Emotivo, o talamico-
limbico e al Sé Cognitivo neocorticale.
Il Core Self talamicorappresenta il cuore del network neurocognitivo
del Sé, che opera e risuona all’unisono con il Primordial Self istintivo
corporeo e con il Sé cognitivo e autobiografico della mente.
L’asse neurocognitivo del Sé rappresenta, quindi, un elemento
centrale nella valutazione diagnostica del livello di salute globale e di
integrità psicofisica di una persona. Come vedremo a breve, questo asse
centrale del Sé è perfettamente sovrapponibile alla struttura funzionale
psicosomatica delle antiche medicine tradizionali indiana, tibetana e
cinese.
L’asse neurocognitivo è il network fondamentale che permette al Sé di
gestire le differenti e complesse funzioni del vivente, integrando i
bisogni corporei con i feeling emotivi e le ragioni e intuizioni della
mente.
Come approfondiremo nel prossimo paragrafo, questo fondamentale
network, che attraversa il cervello e connette tra loro i più importanti
centri della coscienza di Sé, può operare con differenti gradi di coerenza e comunicazione: dai livelli più
elevati di armonia e sincronizzazione, legati agli stati di integrità e consapevolezza di Sé, ad altri
altamente disfunzionali o addirittura conflittuali che, come vedremo nel sesto capitolo, si manifestano
come disturbi psicosomatici.
Consapevolezza di Sé e coerenza EEG
La comprensione scientifica della natura della consapevolezza di Sé ha da
sempre rappresentato il vero obiettivo delle mie ricerche.
Da quando ho fatto esperienza di meditazione e di stati di consapevolezza
profonda, mi sono reso conto che le percezioni psicosomatiche di me
stesso e le mie comprensioni intellettive, che inizialmente percepivo
frammentate e confuse, si trasformavano lentamente in una percezione
più unitaria e integrata del mio essere e, parallelamente, le mie idee e i
miei pensieri ritrovavano una loro coerenza e intelligenza globale. In
particolare, ricordo che dopo due anni di meditazione intensiva,
nell’ashram di Poona in India, provai la chiara sensazione che il mio
vecchio “io”, che percepivo come controllato e rigido, strutturato dalla
mente, dai condizionamenti del passato e orientato agli eventi esterni, si
era modificato in un “Sé” più fluido e libero, più presente e aperto agli
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eventi (interni ed esterni) e decisamente più spontaneo e felice.
L’io, l’ego, mutava: come se la mia mente, automatica e “grigia”, lentamente si trasformasse in una
consapevolezza più consapevole e “luminosa”. Come se il mio Sé risvegliato avesse riunificato il corpo, le
emozioni e i miei pensieri, dandomi una percezione più intensa e globale di me stesso. Mi sentivo un
tutt’uno, senza divisioni, in grande sintonia e connessione profonda con l’esistenza e con tutte le persone
intorno me. Ogni istante della vita quotidiana era diventato prezioso e pieno di senso. Queste percezioni
segnarono un cambiamento così profondo e significativo nella mia vita che decisi di dedicarmi alla
comprensione della natura del Sé e dei processi di crescita della consapevolezza. Così nacque il desiderio
di sviluppare un paradigma olistico, capace di riunire le comprensioni scientifiche e spirituali e iniziare le
ricerche sperimentali sulla consapevolezza di Sé.
Per comprendere e quantificare la coscienza di Sé, in termini neurofisiologici, pensai che dovevo
utilizzare la coerenza elettroencefalografica (EEG coherence) che intuivo potesse rappresentare una
misura della sincronizzazione della rete neuronale, prodotta dalla consapevolezza stessa.
Per svolgere queste ricerche ho sviluppato un avanzato elettroencefalografo computerizzato capace di
calcolare l’analisi matematica della coerenza EEG, o “Indice di correlazione di Pearson” e l’analisi
matematica delle onde “armoniche” o “Trasformata di Fourier”. I dati delle prime ricerche confermarono
subito la correttezza delle ipotesi di lavoro: la consapevolezza di Sé produce un aumento dei livelli di
coerenza EEG! La coerenza EEG diventava, quindi, un semplice strumento di possibile quantificazione
della consapevolezza di Sé.
Oggi la coerenza EEG è ritenuta una misura della comunicazione cerebrale (Florian 1998). Bassi livelli di
coerenza sono associati a lesioni e scarso flusso sanguigno (Leuchter et Al. 1997), a schizofrenia (Wada
et Al. 1998), a depressione (Leuchter et Al. 1997) e invecchiamento (Kayama et Al. 1997), mentre alti
livelli di coerenza sono associati a scambio di informazioni (Petsche et Al. 1997 e Pfurtscheller et Al.
1997) e coordinamento funzionale delle regioni cerebrali (Gevins et Al. 1989). Nei meditatori di lunga
data sono noti incrementi di coerenza, specie a carico delle bande alfa e theta, rispetto ai non meditatori;
minori sono invece gli studi che riguardano i neo meditatori (Tang Y.Y. et Al. 2009).
Consapevolezza di Sé e onde armoniche ad altissima coerenza
Nell’inverno del 1991, ho organizzato una spedizione di ricerca nel monastero di Hairakan, sull’Himalaya
indiano, e nell’Ashram di Pune, per studiare la
coerenza EEG su esperti meditatori in stato di
consapevolezza profonda.
La Figura 62 rappresenta una delle immagini EEG
che mostrano come gli stati di profonda
autoconsapevolezza possano arrivare a generare
“onde armoniche” ad elevatissima coerenza EEG
(+ 96.8%), che sincronizzano le aree del cervello.
In questo stato di coerenza armonica, i soggetti
descrivevano il Sé, lo spazio interiore della
coscienza, come uno spazio luminoso e unitario,
pervaso da un grande senso di armonia e contatto
con l’esistenza così com’era.
Le onde armoniche sono tipiche degli strumenti
musicali ben accordati e per la prima volta ero in
grado di rilevare, con uno strumento scientifico,
la capacità del cervello umano di produrre queste
onde. Le onde armoniche EEG denotano
l’esistenza di una profonda armonia tra le varie
aree del cervello, in particolare tra i tre principali
circuiti neuronali della coscienza di Sé, ossia il circuito corporeo-emotivo, PAG-talamo di Panksepp, il
circuito emotivo-cognitivo, talamo–corticale di Edelman e il circuito cognitivo-sottocorticale, CMS-SCMS
di Panksepp e Northoff.
Coerenza EEG e “armonia interiore”
Alla luce di queste ricerche sulle onde armoniche cerebrali, utilizzando una metafora musicale molto
vicina alla realtà, è lecito ritenere che il Sé (Core Self) abbia il ruolo del direttore d’orchestra che
sincronizza tutte le principali aree dell’asse neurocognitivo del cervello, come fossero i musicisti che
39
suonano vari strumenti, generando coerenza e armonia tra le componenti più ritmiche e istintive del
cervello rettile, le parti più melodiche-emotive del cervello mammifero e gli assolo più raffinati e
complessi del cervello umano neocorticale.
Coerenza cerebrale e salute psicosomatica
Dopo i primi risultati positivi, il nostro obiettivo fu di comprendere se e come la coerenza EEG potesse
rappresentare un indice, oltre che per la consapevolezza di Sé, anche per la salute psicosomatica globale.
Le nostre successive ricerche, svolte agli inizi degli anni novanta e poi confermate da ricerche
internazionali, evidenziarono una relazione significativa tra la coerenza elettroencefalografica in stati di
consapevolezza di Sé e la salute psicosomatica. Normalmente, più profondo è lo stato di meditazione o di
salute psicosomatica, più elevati sono i valori di coerenza EEG.
Nell’immagine **, il grafico di una persona in depressione, a -2% di coerenza EEG e, a destra, una persona
in stato di consapevolezza di Sé, a +96% di coerenza EEG. Queste ricerche hanno evidenziato che la
pratica della consapevolezza di Sé tende ad aumentare la coerenza EEG, in alcuni casi, fino a produrre
“onde armoniche”, come appare nell’immagine di destra.
Le pratiche di consapevolezza e le tecniche di meditazione delle differenti tradizioni, rappresentano
quindi, gli strumenti fondamentali per migliorare il benessere psicofisico e la crescita personale.
Il Sé psicosomatico come governatore della rete PNEI
I dati delle ricerche sulla meditazione e sulla mindfulness e le recenti
acquisizioni delle neuroscienze, confermano la centralità del Sé e il suo
ruolo di “governatore del sistema PNEI”.
Il Sé rappresenta l’elemento centrale dell’equilibrio neuropsichico e si
riflette immediatamente sulla stabilità endocrina e immunitaria che
regola i livelli degli ormoni e dei neurotrasmettitori e, infine, si
ripercuote sulla salute globale e sull’integrità psicosomatica della
persona.
Gli effetti positivi della consapevolezza di Sé sono oggi confermati da
oltre 2500 ricerche internazionali sull’efficacia clinica delle tecniche di
consapevolezza, mindfulness, yoga, qi-gong, tai chi, ecc.
Tra gli effetti positivi più evidenti sui sistemi PNEI:
• Diminuzione degli ormoni dello stress (cortisolo, adrenalina)
• Aumento degli ormoni del benessere (endorfine)
• Aumento degli ormoni dell’affettività (ossitocina)
• Miglioramento del sistema immunitario (basso cortisolo)
• Aumento degli ormoni che riducono la depressione (serotonina, dopamina)
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• Riduzione dell’infiammazione (citochine)
• Miglioramento della pressione sanguigna e dell’attività cardiaca
• Diminuzione della tensione muscolare e nervosa (bassa adrenalina e noradrenalina).
LE RADICI MEDICO-SPIRITUALI DELL’ASSE NEUROCOGNITIVO DEL SÉ
La Tavola delle equivalenze neuro-psico-somatiche
Come già intuiva Ippocrate, ogni parte del corpo si riflette sulla struttura neuropsichica del cervello e
ogni alterazione della rete psico-neuro-endocrina si riflette sincronicamente sull’intero sistema
psicosomatico. In questo breve paragrafo, metteremo in luce alcuni evidenti elementi comuni di
“anatomia comparata”, tra le principali tradizioni medico-spirituali del passato, che ancora oggi
sopravvivono e le loro basi neuronali. In accordo con le direttive dell’OMS, che invitano a trovare
elementi scientifici a sostegno delle antiche medicine tradizionali, e in collaborazione con il Prof. Sergio
Serrano del Collaborating Centre for Traditional Medicine del WHO - OMS (World Health Organization -
Organizzazione Mondiale della Sanità), abbiamo sviluppato alcuni schemi che permettono
un’integrazione tra neuroscienze e medicine tradizionali.
Nella Tavola delle Equivalenze Neuro-psicosomatiche (vedi Figura **), abbiamo cercato di offrire una
base di comprensione tra le recenti evidenze nelle neuroscienze e le mappe energetiche delle antiche
tradizioni, in particolare le medicine tradizionali taoista cinese, yogica indiana e buddhista tibetana che,
pur essendo nate migliaia di anni fa, sono a tutt’oggi ampiamente praticate e mostrano ancora un’elevata
efficacia clinica. L’OMS ha infatti evidenziato come le aree geografiche in cui sono praticate queste
medicine tradizionali, abbiano un migliore livello di salute, rispetto alle aree dove non vi sono pratiche
analoghe.
L’asse della coscienza di Sé
Il nostro principale contributo a questa intelligente politica dell’OMS, è riassunto nella Tavola delle
Equivalenze Neuro-psicosomatiche, in cui si possono osservare, a sinistra, lo schema dell’asse
neurocognitivo del Sé e, a destra, i paralleli schemi psicoenergetici utilizzati dalle antiche medicine sacre.
Notiamo la profonda relazione che lega la struttura neuropsichica del Sé corporeo, emotivo e cognitivo
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(PAG-talamo-neocorteccia) e sul SCMS-CMS, con la struttura dei modelli delle antiche medicine
tradizionali. Nella tradizione yogica indiana e himalayana, il canale centrale viene chiamato Sushumna e
possiede ai lati, due canali polari, femminile e maschile, Ida e Pingala o Dumai e Renmai nella tradizione
cinese con i relativi Chakra (Ajna, Anahat e Muladhara) e Tantien (alto, medio e inferiore). Esso
permetteva una comprensione psicosomatica realmente integrata, rivelatasi utile per la cura medica e
spirituale del corpo e dell’anima. La rottura dell’equilibrio e dell’armonica risonanza dei centri spirituali
del Sé si manifesta come malattia psicosomatica.
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CAPITOLO TERZO
LA MAPPA DEL SÈ PSICOSOMATICO
E DELLE NEUROPERSONALITÀ
In questo capitolo si ricompongono in un’unica mappa funzionale gli elementi neuroanatomici, emotivi e
cognitivi, fino ad ora presentati nel libro. È altamente probabile che le affermazioni contenute in questo e
nei prossimi capitoli, benché basate su centinaia di studi scientifici pubblicati, dovranno essere corrette e
modificate dai dati che emergeranno dalle ricerche nei prossimi anni e decenni. Siamo solo all’inizio di
una fantastica epoca di ricerche e scoperte sugli ormoni e i neurotrasmettitori che Pert chiamava
“molecole delle emozioni “ e “ molecole della coscienza”, le sostanze che regolano la nostra vita affettiva,
relazionale e psicologica. Negli ultimi dieci anni la Mappa Neuropsicosomatica è stata aggiornata
innumerevoli volte sulla base delle scoperte che ogni anno emergevano dalla ricerca internazionale. La
struttura della Mappa, tuttavia, è rimasta sostanzialmente immutata, segno che la sua configurazione
rispecchia la reale architettura neurocognitiva dell’essere umano e della sua evoluzione.
La Mappa Neuropsicosomatica
Nel 2001, in piena esplosione delle ricerche PNEI, ho sentito la necessità di ricondurre i dati frammentati
delle estesissime sperimentazioni delle neuroscienze, che sono state esposte nei capitoli precedenti, ad
un modello più organico e unitario. A questo scopo, ho iniziato a sviluppare la Mappa
Neuropsicosomatica, cercando di ordinare in modo funzionale, le caratteristiche dei neurotrasmettitori e
dei circuiti neurobiologici, con le principali attività neuropsichiche del cervello (fig. **) e del corpo (fig. **
pagina successiva).
Gli elementi su cui ho strutturato la mappa sono:
1. L’unità del Sé nella gestione delle informazioni dell’intera rete neuronale (Edelman)
2. La centralità dell’asse neurocognitivo del Sé, PAG-talamo-corticale (Northoff, 2004)
3. La duplice polarità cognitiva degli emisferi cerebrali
4. La duplice polarità del sistema autonomo simpatico/attivante e parasimpatico/rilassante
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5. La triplice natura evolutiva dei tre cervelli e delle dimensioni (corporea, emotiva e cognitiva)
6. I sette sistemi emotivi di Panksepp e le principali neuropersonalità.
7. I tre gradi clinici di equilibrio psicosomatico, di disagio e di grave squilibrio.
Da questo ordinamento funzionale, nasce una mappa che permette una lettura più organica e strutturata
del Sé psicosomatico e delle personalità umane e, soprattutto, una migliore griglia di lettura e
comprensione dei disturbi psicosomatici e della loro cura, come già da tempo auspicato dalle direttive
internazionali dell’OMS ed espresso nella Dichiarazione di Alma Ata (1978) e nella Carta di Ottawa
(1986).
L’inquadramento diagnostico e la mappa PNEI
Il nostro istituto e la nostra scuola di psicoterapia, anche senza condividerne pienamente gli
orientamenti, utilizzano il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), come sistema di
inquadramento diagnostico, in quanto rappresenta uno strumento diffuso e ampiamente condiviso che
permette una comunicazione efficace tra differenti figure professionali come medici, psichiatri, psicologi,
psicoterapeuti, ecc.
La Mappa Neuropsicosomatica si è rivelata uno strumento di grande efficacia diagnostica, in quanto
permette un’immediata comprensione psicologica e funzionale dei disturbi clinici sulla base del nostro
modello teorico e, nella nostra scuola, viene utilizzata in abbinamento al sistema nosografico del DSM-5
che invece, per definizione degli autori e dell’APA (American Psychiatric Association), è un sistema
nosografico puramente descrittivo, statistico e ateorico.
L’importanza dei sistemi emotivi e delle neuropersonalità è fondamentale in medicina e in psicoterapia,
in quanto ogni neuropersonalità ha specifiche strutture fisiche, reattività nervose, attitudini emotive e
relazionali, strutture psicologiche, resistenze terapeutiche e predisposizioni a particolari malattie fisiche
e psicologiche.
Schema generale della mappa PNEI
La mappa delle neuropersonalità è divisa in differenti aree:
1) Il centro e le tre sfere concentriche del Sé
La sfera gialla, al centro, è l’area del Sé, della consapevolezza e dell’integrità psicofisica
La sfera intermedia è l’area che include dai lievi disturbi, intesi come leggere “disregolazioni”
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dell’equilibrio funzionale globale, fino ai disturbi psicosomatici di media gravità, intesi come
“disconnessione” dei sistemi e delle neuropersonalità dal Sé.
La sfera più esterna scura rappresenta invece l’area dei disturvi psicosomatici e psichiatrici gravi,
evidenza di squilibri profondi e “dissociazioni traumatiche tra i sistemi emotivi e il Sé
2) Le due polarità
A destra (sinistra di chi guarda), c’è l’area “attiva” dell’arousal psicofisico, governata dal sistema
simpatico, a sinistra (destra di chi guarda), quella “passiva” del rilassamento psicofisico, governata
dal sistema parasimpatico.
3) I tre livelli orizzontali dell’evoluzione del Sé
1. in basso, l’area rossa del Sé Corporeo (cervello rettile), in cui predominano le pulsioni istintive e i
bisogni primari: piacere fisico, territorialità, aggressività, paura, sesso, sonno
2. al centro, l’area verde del Sé Emotivo (cervello mammifero, sistema limbico), in cui predominano le
emozioni e gli affetti, basi relazionali della coppia, della famiglia e della socializzazione
3. in alto, l’area blu del Sé Cognitivo, autobiografico (cervello neocorticale), in cui predominano le
funzioni cognitive superiori, razionali e intuitive.
Le due polarità: i due aspetti del sistema nervoso autonomo
La metà destra della figura umana evidenzia la polarità attiva (yang) dei sistemi emotivi e degli
ormoni/neurotrasmettitori che attivano il sistema simpatico, in cui prevalgono la “carica” e la tensione
psicosomatica e neurofisiologica (adrenalina, noradrenalina, testosterone, vasopressina e dopamina).
La metà sinistra esprime, invece, la polarità passiva (yin) dei sistemi emotivi e degli
ormoni/neurotrasmettitori che attivano il sistema parasimpatico, in cui prevalgono la “scarica” ed il
rilassamento psicosomatico e neurofisiologico del sistema (serotonina, cortisolo, ossitocina, prolattina,
endorfina). Possiamo osservare costantemente esempi di bambini o adulti che esprimono un chiaro
orientamento legato all’attivazione o inibizione di questi due sistemi.
I tre livelli evolutivi orizzontali del Sé e tre cervelli
L’area rossa rappresenta i sistemi e le funzioni fisiche-istintive, caratteristiche del cervello rettile.
L’area verde rappresenta i sistemi e le attività ormonali e neuropsichiche emotivo-affettive,
caratteristiche del cervello limbico-mammifero.
L’area blu rappresenta i sistemi e le attività ormonali e neuropsichiche legate all’attività mentale-
cognitiva della neocorteccia.
Il Sé e le tre sfere funzionali: normalità, squilibrio e patologia
All’interno di queste aree generali, si sviluppano tre differenti sfere funzionali: al centro l’area gialla, in
cui la persona si esprime in modo spontaneo, naturale e fluido, in ogni possibile comportamento e
ambito della vita. Poi un’area intermedia, in cui i sei comportamenti naturali si irrigidiscono diventando
strutture caratteriali fisse e una terza area, più esterna ancora, in cui gli stessi comportamenti diventano
patologici, ossia completamente inconsci, automatici, senza più possibilità di essere bilanciati dai loro
opposti polari. Il senso centrale del Sé viene perso e la persona si identifica con uno di questi
comportamenti squilibrati ed estremizzati.
Descriviamole nel dettaglio.
1) Sfera del Sé Psicosomatico L’area gialla luminosa, al centro della mappa, rappresenta la sfera del Sé:
la coscienza centrale del sistema che governa in modo naturale, funzionale ed equilbrato i sette sistemi
emotivi e le due componenti emisferiche cognitive neocorticali.
Marco Aurelio, imperatore romano e filosofo, descriveva il Sé come “la sfera radiosa dell’anima”. Questa è
la “sfera della consapevolezza” in cui la persona potrebbe vivere naturalmente e piacevolmente ed
esprimersi in modo coerente e funzionale, nelle differenti situazioni della vita. In questa sfera il Sé, la
coscienza globale “governa” e regola l’intero sistema PNEI, in modo organico e intelligente. Le attività dei
sistemi emotivi e cognitivi sono adattate e funzionali alle necessità reali: si scappa di paura quando c’è un
reale pericolo, si gode il corpo nei momenti di rilassamento e quiete, ci si eccita nel corteggiamento, si è
protettivi e affettuosi con i figli, si diventa reattivi e aggressivi quando si viene gravemente minacciati, la
mente è attiva quando è realmente necessario, altrimenti è silenziosa, si sperimenta la spontanea
consapevolezza di Sé e il piacere di esistere.
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2) Sfera delle neuropersonalità rigide e disfunzionali o delle identificazioni dell’io La zona
intermedia, all’esterno della sfera gialla centrale, è la sfera dello squilibrio psicosomatico compensato. Si
crea quando le neuropersonalità o le specifiche funzioni dei sistemi emotivi vengono inibite,
condizionate o eccessivamente stimolate e si squilibrano generando un “falso Sé”, una neuropersonalità
leggermente disfunzionale dove si manifesta un eccesso di paura, irrigidimento, rabbia, tristezza,
controllo, dominanza, chiusura, ansia, insicurezza, dipendenza. Il Sé naturale della persona non trova
sostegno né riconoscimento da parte dei genitori e perde, in misura più o meno grave, la sua funzione di
“governatore” saggio e spontaneo dell’intero sistema. Alle funzioni istintive ed emotive primarie e
spontanee del Sé si sostituiscono le funzioni mentali del controllo, dell’aggressività, della dipendenza o
dell’evitamento. La persona conserva comunque una certa coscienza fluida di Sé, ma deve controllare
mentalmente i propri comportamenti istintivi, emozionali e psicologici, per sentirsi accettata all’interno
del nucleo familiare o della rete sociale. Il Sé, la percezione fluida di esistere, si chiude e ci si identifica
pian piano con una di queste neuropersonalità condizionate e disarmoniche che diventano, col tempo,
degli “io”, delle strutture caratteriali, delle personalità rigide, automatiche e poco consapevoli, generate
dalla necessità di “doversi comportare” secondo specifiche regole, leggi o consuetudini religiose,
politiche o culturali innaturali.
Dalla fluidità della risposta funzionale del Sé, si passa agli “io” identificati con una specifica energia PNEI
(io sono un depresso, io sono un aggressivo, io sono un ansioso, io sono un insicuro). L’area intermedia
rappresenta la sfera dei comuni disturbi psicosomatici e dei disagi psicologici, dove ci sono una
neuropersonalità disturbata (che spesso diventa dominante) e un Sé sempre più impotente che desidera
armonia e unità.
In questa area le neuropersonalità sono rigide e progressivamente disfunzionali rispetto alle necessità
reali: si ha paura anche solo per un leggero rischio, ci si sente tesi nel corpo e nella mente anche nei
momenti di quiete, ci si eccita con immagini e sogni, evitando magari un vero contatto sentimentale
profondo, si è eccessivamente reattivi e aggressivi con i figli e con il partner, ci si sente ansiosi e
angosciati, anche nei momenti di vita normale o di fronte a piccoli problemi, la mente è iperattiva, c’è una
dualità tra l’io e il Sé.
3) Sfera delle neuropersonalità gravemente disfunzionali o della perdita della coscienza di Sé
L’area esterna rappresenta la sfera delle grandi patologie psicologiche e psichiatriche, o dello squilibrio
psicosomatico scompensato, dove si manifesta la “rottura dell’unità” e della regolazione psicosomatica
globale. La persona perde contatto con il proprio centro, ha quindi pochissima coscienza globale di Sé, si
sente squilibrata e totalmente identificata con la patologia di cui soffre e con i comportamenti fisici,
emozionali e mentali deviati, correlati alla patologia stessa. I comportamenti si estremizzano e diventano
inconsci, automatici, senza il normale equilibrio con i loro opposti. La persona è “fuori di Sé”. In questa
area le neuropersonalità sono gravemente alterate tra loro e disfunzionali rispetto alle necessità reali:
parliamo di disturbi d’ansia generalizzata, di “crisi di panico”, si diventa “evitanti” anche quando non c’è
nessun pericolo, non si sente più il piacere del corpo, si è tristi e depressi anche quando tutto va bene, si
prova eccitazione in contesti e modalità depravate (abusi, pedofilia, sadismo), si perde l’amorevolezza e
l’affettuosità per le persone care, si diventa gravemente reattivi e aggressivi con chiunque ed anche con
se stessi, la mente è turbata, ossessiva o delirante, non c’è più la pace interiore, né il piacere di esistere.
TEMPERAMENTI: LE TRE NEUROPERONALITÀ PRIMARIE ALLA NASCITA
Le nostre osservazioni nei reparti di neonatologia e gli studi sui gemelli “diversi” (eterozigoti), mostrano
che i bambini nascono con una loro precisa neuropersonalità di base o temperamento. Prendendo come
riferimento il modello neurobiologico dei “temperamenti” di Cloninger, cerchiamo di dare una
descrizione generale delle neuropersonalità primarie, in cui la base “genetica” dei caratteri genera
un’evidente predisposizione ad alcune tipologie psicosomatiche. É interessante ricordare che Reich già
nel 1933 ha sostenuto l'idea che “una teoria genetico-dinamica del carattere ... e un esame ben fondato
della differenziazione genetica dei tipi di carattere sarebbero importanti per la teoria e la terapia”… e per
raggiungere "una caratterologia psicoanalitica globale e sistematica.”
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La neuropersonalità fisica-istintiva e il Sé corporeo
Se la struttura genetica dominante è quella fisica (endodermica), particolarmente legata all’attività della
serotonina (il 90% viene dall’intestino), avremo un individuo di corporatura spesso robusta, con un
importante sviluppo del corpo e del metabolismo fisico, particolarmente identificato coi suoi bisogni
primari: cibo, piacere fisico, stabilità; con il proprio corpo: piacere corporeo (sesso) e con la propria
forza fisica: potere, autorità sugli altri, dominanza, possesso di beni. Queste sono le caratteristiche
espressioni del cervello rettile-istintivo, legate alla sopravvivenza personale: massima attenzione ai
bisogni fisici, scarsa tendenza alla comunicazione sociale. Gli ormoni ed i relativi schemi
comportamentali conducono a due principali neuropersonalità: attiva e passiva.
La neuropersonalità fisica attiva è quella orientata alla dominanza, ossia alla forza fisica,
all’aggressività e al potere, mediata da serotonina, testosterone, adrenalina, noradrenalina.
La neuropersonalità fisica passiva, mediata dalla serotonina e dal cortisolo e non sufficientemente
sostenuta dagli ormoni attivi (bassi livelli di testosterone e dopamina), è orientata a comportamenti
rilassati, accondiscendenti, deboli e dipendenti, sarà particolarmente sensibile al riconoscimento fisico e
formale, agli stimoli della paura (ansie della madre, aggressività del padre) e quindi a sperimentare una
neuropersonalità orientata alla sottomissione.
Come nella realtà animale, uno solo diventa il maschio alfa, all’interno di un gruppo e gli altri si
sottomettono a differenti livelli, così questa tipologia fisica si manifesta socialmente con le
neuropersonalità dominanti-istintive (pochi individui) e personalità sottomesse-controllate (le masse).
La neuropersonalità emozionale-affettiva e il Sé emotivo
Se la struttura genetica dominante è quella emotiva (mesodermica), particolarmente legata all’attività
della dopamina e dell’ossitocina, che statisticamente è la più frequente, avremo un individuo con un
corpo armonico che manifesta le funzioni principali del cervello emozionale-mammifero in modo
equilibrato. Se è particolarmente identificato con una neuropersonalità emotiva attiva, prevalgono le
emozioni esteriorizzate e dinamiche, come il gioco, l’amicizia e la socializzazione, mediate dalla
dopamina; se prevale una neuropersonalità emotiva passiva, le emozioni sono più interiorizzate e
recettive, mediate dall’ossitocina e legate all’affettività e all’empatia, si evidenzierà una particolare
sensibilità alle emozioni d’amorevolezza, alle relazioni di coppia, alle comunicazioni più intime e
psicologiche. La persona con una neuropersonalità emotiva è spesso associata ad una armonica e
proporzionata struttura fisica, sarà ovviamente più suscettibile alle influenze affettive, emozionali,
familiari e sociali relative all’apprezzamento, all’amore e spesso alla bellezza (i figli belli sono
statisticamente più amati); fattori che generano sicurezza emozionale e, nel caso siano sostenuti dagli
ormoni dell’attività fisica, una fiducia in se stessi e un certo carisma. Le persone con una
neuropersonalità emotiva saranno particolarmente sensibili all’attenzione affettiva (e alle privazioni
affettive), all’accettazione personale, ai contrasti emotivi, alle tensioni relazionali. Se la neuropersonalità
emotiva sensibile non viene sufficientemente rinforzata e “amata”, si sviluppa una caratteristica di
evidente dipendenza affettiva (ma spesso anche fisica e intellettuale) che, nel linguaggio bioenergetico,
va sotto il termine di personalità “orale”.
La neuropersonalità nervosa-psichica e il Sé cognitivo
Se la principale struttura genetica è mentale nervosa (esodermica), avremo si dalla nascita un individuo
con una struttura fisica spesso longilinea, maggiormente identificata con la propria dimensione mentale,
che evidenzia qualità peculiari di intelligenza, comprensione e sensibilità. In alcuni casi è maggiormente
evidente una neuropersonalità nervosa razionale, in cui prevalgono le funzioni logiche, analitiche e
pratiche dell’emisfero sinistro, mediate dalla noradrenalina e dall’acetilcolina, in altri casi, si manifesta
una neuropersonalità nervosa psichica, in cui prevalgono le funzioni intuitive, artistiche e
immaginative mediate dall’endorfina, spesso associate ad una particolare sensibilità o ipersensibilità del
sistema sensoriale-nervoso-cognitivo. Le persone con una neuropersonalità nervosa-psichica saranno
particolarmente sensibili alle privazioni cognitive e psicologiche, alla mancanza di comprensione
personale e di riconoscimento intellettivo e alla carenza di stimoli culturali. Questa neuropersonalità, se
sostenuta da un’adeguata spinta ormonale, psicologica e comportamentali orientata alla forza
(testosterone, serotonina) o all’attività (adrenalina, dopamina), genera una persona mentalmente sicura
e forte, al contrario, se non viene sostenuta dall’asse delle energie ormonali attive, genera una persona
spesso vaga, strana, sognante. La persona fisicamente concreta e attiva utilizza le capacità del proprio
emisfero razionale e intuitivo, in modo molto reale per realizzare i propri progetti razionali o di fantasia.
47
I PRINCIPALI FATTORI CHE CONDIZIONANO LE NEUROPERSONALITÀ
Per comprendere pienamente le modalità di strutturazione della personalità e delle malattie
psicosomatiche, bisogna considerare tutti i fattori che li determinano e li condizionano.
La struttura della neuropersonalità, come ogni disturbo psicosomatico, è condizionata da quattro
principali fattori che, dal concepimento alla vecchiaia,
interagiscono profondamente tra loro:
1. L’influenza genetica
2. L’imprinting epigenetico
3. L’imprinting emotivo e psicologico
4. I condizionamenti socio-culturali
5. L’influenza del Sé.
La neuropersonalità è, quindi, il frutto di una
multifattorialità di elementi che ne condizionano
l’espressione e la qualità. Questo schema propone concetti
che estendono la complessità del modello bio-psico-sociale
di Engel (1977) che fino ad ora è stato il più completo e
inclusivo. Descriviamo con maggiore dettaglio queste
influenze.
1) L’influenza genetica
L’influenza genetica rappresenta il primo fattore che
determina il carattere di fondo della persona, derivante dalla specifica struttura dei suoi sistemi emotivi.
L’influenza genetica è la principale base della personalità e si manifesta attraverso l’azione dei codici
genetici, DNA ed RNA, derivati dall’unione dei geni del padre e della madre.
In particolare, è importante ricordare che le ricerche di epigenetica confermano che la struttura genetica,
espressa dallo sviluppo dei tre foglietti embrionali, con le loro specifiche tendenze neuro-ormonali, è una
componente suscettibile di essere modificata, sia da agenti esterni, sia psicologici.
Esempi di influenze genetiche sulle neuropersonalità delle “razze” canine
Cloninger (1993) e Zuckerman ritengono che i tratti temperamentali (neuropersonalità) siano trasmessi
al 50% per via genetica. Per comprendere appieno le caratteristiche puramente genetiche delle
neuropersonalità umane, prendiamo come esempio le razze dei cani. Come già aveva osservato il Nobel
Konrad Lorenz nel libro E l’Uomo incontrò il Cane (1950), è di centrale importanza comprendere che le
“razze” canine moderne, che si ritiene inizino nel paleolitico neolotico col primo periodo di
domesticazione dei cani, al tempo dei cacciatori-raccoglitori, non si sono evolute per “selezione naturale”
ma attraverso una precisa “selezione umana” precisamente orientata all’utilizzo delle specifiche
caratteristiche temperamentali dei cani. Heidi Parker e Elaine Ostrander, biologhe del National Institutes
of Health (NIH) di Bethesda, ritengono che le razze canine abbiano subito due grandi periodi di
diversificazione. Migliaia di anni fa i cani furono selezionati per le loro capacità, mentre alcune centinaia
di anni fa gli animali furono allevati anche per i loro tratti fisici: “Questo intenso tipo di incroci deliberati
è stato fatto solo con i cani".
Gli studi sulla mappatura delle sequenze geniche dei cani, pubblicati su Science già nel 2003, sono ora
molto avanzati e hanno permesso di evidenziare che: “le sequenze geniche dei cani si allineano in modo
univoco a quelle del genoma umano” (Kirkness et al., 2003). Le ricerche genetiche ed etologiche
mostrano come ogni razza canina possieda delle specifiche tendenze genetiche che contraddistinguono il
temperamento della sua specifica razza, ossia la sua “neuropersonalità” primaria, che è mediata dagli
stessi ormoni e neurotrasmettitori e dalle analoghe aree cerebrali presenti negli esseri umani
(Andersson, 2002; Våge, 2008). Come negli esseri umani, anche nei cani queste tendenze possono essere
modificate epigeneticamente dall’ambiente e dai condizionamenti emotivi in cui sono stati allevati e
cresciuti (Mahut, 1958; Dehasse, 200; Strandberg, 2011; Franklin, 2011). Le razze canine sono l’effetto
di migliaia di anni di selezione genetica che l’uomo ha attuato, con lo scopo di utilizzare i cani per
specifici finalità comportamentali o emotive: cani da caccia, da compagnia, da guardia, da pastore o da
tartufo, da gioco, ecc. Abbiamo, infatti, razze di cani come il Dobermann e il Rottweiler, aggressive e
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dominanti, in cui predomina geneticamente il sistema della RABBIA/DOMINANZA. Alcune razze canine
mostrano, invece, una natura pacifica e quasi priva di aggressività, non amano lo scontro, come il San
Bernardo o il Terranova, in cui predomina il sistema del PIACERE CORPOREO, legato alla serotonina e
sono particolarmente stabili, docili e mansueti. Altre razze canine, in cui predomina il sistema della
CURA/AFFETTO, legato all’ossitocina (Mitsui, 2011), sono notoriamente affettuose e profondamente
bituati ad avere un legamo stretto col padrone, con i bambini e con la casa, come ad esempio il Cocker, il
Beagle, il Golden Retriever che sono particolarmente socievoli, docili ed estroversi, amano la compagnia,
la vita in famiglia e mal sopportano la solitudine. In alcuni, invece, predomina il sistema del
GIOCO/SOCIALIZZAZIONE e sono più allegri, vivaci e dinamici come il Barboncino, il Border Collie, lo
Schnauzer, il Bobtail o il Labrador.
Il Pastore Belga, il Pastore Bergamasco, il Collie o il Bobtail, hanno la tendenza innata a seguire ed è
difficile che scappino, anche con un conduttore inesperto, già a tre mesi, nelle prime passeggiate,
seguiranno spontaneamente la persona se lasciati liberi.
Un Siberian Husky difficilmente potrà andare a spasso senza guinzaglio, perché è portato ad allontanarsi,
così come il Pastore Maremmano: sono cani selezionati per essere indipendenti.
Alcune razze, come gli Spaniel, sono usate per la caccia, in quanto mostrano un’evidente attività del
sistema della RICERCA. È una questione di selezione genetica.
Alcune di queste razze più stabili e intelligenti, come il Pastore Tedesco o il Border Collie, sono
facilmente addestrabili, imparano il significato delle parole e sono ligi a seguire le regole e i complessi
compiti che vengono loro assegnati (cani per ciechi, antidroga, anti terrorismo, ecc.): predisposizioni
genetiche e apprendimenti complessi che richiedono intelligenza e discriminazione.
Come tutti i cinofili sanno, ogni cucciolo, già dalla nascita, mostra tendenze di temperamento specifiche
della sua razza: aggressività, dolcezza, giocosità, indipendenza, rilassamento, nervosismo, ancora prima
dei condizionamenti esterni. Abbiamo osservato, nei reparti di neonatologia, che già alla nascita ogni
neonato evidenzia una caratteristica e specifica neuropersonalità di base. Esattamente come è emerso
dalle ricerche sul carattere dei gemelli eterozigoti, i cui genitori confermano come, sin dalla nascita, i due
gemelli o gemelle mostrino caratteristiche di neuropersonalità estremamente peculiari e individuali, che
poi, con qualche modifica, si conservano fino all’età adulta.
Le basi genetiche sono potenti strutture di fondo che condizionano grandemente la neuropersonalità
dell’essere umano. Come abbiamo accennato, le caratteristiche genetiche possono essere profondamente
modificate dalle condizioni di crescita e sviluppo, così come cani di razze aggressive possono diventare
pacifici o viceversa, a seconda delle loro esperienze e dei loro vissuti: i fattori epigenetici che derivano
dalle qualità di relazione e dai condizionamenti emotivi esterni.
2) L’imprinting epigenetico intrauterino: l’influenza materna
I condizionamenti materni intrauterini rappresentano un argomento di crescente importanza nelle
scuole di psicologia, in quanto le ricerche internazionali, degli ultimi anni, confermano che durante la
gravidanza, esiste un preciso condizionamento epigenetico da parte della madre che modifica
l’espressione genica metabolica, ormonale, dei neurotrasmettitori del feto. I fattori genetici-epigenetici
influenzano e sono influenzati dai quattro aspetti Neuro, Psico, Endocrino e Immunitario della rete PNEI.
Ricerche di epigenetica rilevano che l’equilibrio PNEI della madre e, in particolare, i settaggi di molti
ormoni e neurotrasmettitori psicosomaticamente fondamentali, come il cortisolo, la serotonina,
l’ossitocina, la dopamina, il testosterone, ecc., possono influenzare le omologhe strutture epigenetiche
del feto, allo stadio intrauterino. Con ogni probabilità si scopriranno, nei prossini anni, effetti simili con
tutti i principali ormoni e neurotrasmettitori.
Da questi dati emerge che la struttura psico-neuro-endocrina “genetica” del neonato è già stata
modificata dall’imprinting epigenetico materno che lo orienterà ad una particolare neuropersonalità
(stressato, affettuoso, spaventato, dipendente, dominante, scisso al corpo, ecc.).
Per comprendere pienamente l’importanza dell’imprinting epigenetico della madre sulla struttura del
feto è fondamentale ricordare che, mentre il DNA del nascituro deriva al 50% dalla madre e al 50% dal
padre, tutto il materiale genetico dell’ovulo fecondato, che contiene RNA ribosomiale, messaggero,
transfer, micro-RNA proviene solo dalla madre. La madre quindi rappresenta un fattore determinante
dell’imprinting epigenetico e nel condizionamento della neuropersonalità del nascituro.
Le ricerche, che saranno esposte nei capitoli successivi, riportano modifiche dei sistemi della PAURA-
cortisolo, PIACERE CORPOREO-serotonina, CURA-ossitocina ecc.; che mettono in evidenza che la
neuropersonalità del neonato viene già modificata durante la gestazione da questo primo imprinting
epigenetico che deriva dalla neuropersonalità della madre.
49
Mentre la componente genetica è considerata immutabile, come ad esempio, il colore della pelle, la
struttura ossea o le malattie genetiche e non può essere “rinormalizzata”, la componente epigenetica è
modificabile, e quindi i disturbi epigenetici possono, in teoria, essere riportati alla normalità.
È evidente come alcune delle più gravi patologie siano fortemente associate a situazioni di rifiuto al
concepimento, di malattie, stati di grande paura o depressione o traumi durante la gravidanza.
3) L’imprinting emotivo e psicologico Come è stato ampiamente descritto nel capitolo precedente sui
sistemi emotivi e le neuropersonalità, nei primi anni di vita i condizionamenti affettivi e psicologici della
madre, del padre e della società, sono gli elementi classici che strutturano e modificano la
neuropersonalità del bambino, come ogni scuola di psicologia ha ampiamente documentato e come è
stato studiato e analizzato a livello neurofisiologico da Schore (2003) e da molti altri neuroscienziati.
4) I condizionamenti socio-culturali La neuropersonalità del bambino, da quando inizia la scuola
dell’infanzia a quando si inserirà nella società, verrà condizionata dalle relazioni umane, dai fattori
esterni sociali, politici, economici, morali e religiosi e dai mass media, forgiando i tratti emotivi e
psicologici che creeranno la personalità adulta.
5) L’influenza del Sé come anima o consapevolezza interiore Non potendo dimostrare
scientificamente l’esistenza della coscienza e del Sé, la nostra comprensione della neuropersonalità
umana si basa sull’“ipotesi coscienza”, ossia sull'idea che esista un Sé, un centro di identità, un’“anima”,
che può avere differenti livelli di consapevolezza e di integrità. Abbiamo osservato che le persone con
una forte consapevolezza sono difficilmente condizionabili e suggestionabili dagli eventi e dagli
imprinting esterni, mentre altre persone mostrano un’evidente debolezza del Sé e di fronte alle stesse
prove ed esperienze difficili della vita, tendono a subire, a lasciarsi condizionare, a perdere la propria
centratura e la propria identità profonda.
Al concepimento, nel momento in cui il codice genetico materno e paterno si fondono, ipotizziamo che
l’anima, il Sé, potrebbe agire stimolando o inibendo lo sviluppo dei tre foglietti embrionali e quindi del
settaggio psico-neuro-endocrino e, più in generale, lo sviluppo dei centri cognitivi attraverso processi di
coerenza e risonanza elettromagnetica. L’anima, la coscienza profonda, può crescere bene e manifestarsi
come Sé o venire inibita nella sua attività funzionale e restare inconsapevole, creando un io sociale, un
ego, una falsa personalità sociale (da persona=maschera).
Secondo la nostra osservazione trentennale, la coscienza individuale, il Sé, l’anima, può manifestarsi con
almeno tre diversi livelli di consapevolezza, correlati con la coerenza elettroencefalografica (vedi
capitolo terzo) e spesso, anche con le tre sfere della mappa PNEI. Possiamo osservare quindi bambini o
adulti con differenti stati di consapevolezza:
a) Alta consapevolezza di Sé La persona sente di essere se stessa, sente di vivere la propria vita con
sufficiente senso, amore e dignità, si prende la responsabilità di quello che fa, ha un suo pensiero
relativamente libero e autonomo, cerca esperienze interiori autentiche (10-15 % della popolazione);
b) Media consapevolezza di Sé La persona si sente parzialmente se stessa, vive molti compromessi, dà
la colpa agli altri per molte cose che la riguardano, non fa grandi scelte e si attiene parzialmente ai codici
esterni della famiglia, della società e della religione, sente le sue idee, ma a volte dubita di sé, vorrebbe
avere più forza e decisione ma non sa come fare (60-65% della popolazione);
c) Bassa consapevolezza di Sé La persona non ha una chiara percezione di Sé e della sua autonomia, è
molto condizionata dagli eventi esterni e non prende decisioni autonome se non sono in linea con le
regole e i modelli familiari, sociali e religiosi, ha scarsa fiducia e stima di sé (25-30% della popolazione).
Le percentuali delle nostre osservazioni sono puramente indicative e soggettive, poiché le persone che
arrivano al nostro centro sono già in parte autoselezionate e quindi, molto probabilmente, non
corrispondono alle percentuali reali dell’intera popolazione.
Il vero Sé e l’evoluzione della neuropersonalità
Esiste, come abbiamo detto, una “neuropersonalità primaria” geneticamente determinata, che dovrebbe
essere aiutata a crescere, rispettando la sua caratteristica natura del Sé Psicosomatico, con un corretto
sviluppo orientato a riequilibrarsi, in modo funzionale, con le altre neuropersonalità polari meno
sviluppate. Questa neuropersonalità di base nel tempo evolve e matura, generando una
“neuropersonalità realizzata”, più complessa e armonica tra le sue differenti parti e, soprattutto, capace
di utilizzare le proprie potenzialità e finalità in modo umano e funzionale, nella società in cui vive.
Come vediamo costantemente, tuttavia, questa potenzialità di sviluppo è ancora rara e, in alcuni casi,
quasi utopistica. Da inappropriate condizioni di relazione materna, paterna, familiare, nascono delle
50
reazioni profonde che soppiantano la naturale indole del soggetto, alterando la sua neuropersonalità
primaria e generando una “neuropersonalità secondaria” che normalmente presenta caratteristiche
rigide e progressivamente disfunzionali. Questa neuropersonalità secondaria equivale al concetto di
“falso Sé”, di “ego” o di “corazza caratteriale”.
Conclusioni cliniche generali sulla mappa PNEI
Come vedremo nei prossimi capitoli sui blocchi psicosomatici, l’impossibilità di esprimere in modo fluido
e naturale il proprio Sé e la propria essenza psicosomatica istintiva e naturale, genera sensazioni di
chiusura e inibizione. Quando il Sé, attraverso le sue neuropersonalità, viene fortemente inibito, dà vita a
un senso di dolore, pericolo, angoscia e paura, che attiva le reazioni di protezione e di sopravvivenza
primarie attive (simpatico) di rabbia, pianto o paura (mediate dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene dello
stress), o quelle passive (di inibizione del simpatico) di chiusura, fuga e freezing. Alcune persone restano
intrappolate in queste reazioni che si cronicizzano e perdurano per tutta la vita, come caratteri di fondo.
Alcuni bimbi vengono inibiti anche nelle reazioni di difesa attiva, ossia vengono sgridati se si arrabbiano,
ignorati se piangono, abbandonati se reagiscono, o vengono sottomessi se mostrano le loro ragioni. Entra
così in azione il meccanismo passivo più pesante e lesivo per la vita della persona: l’“inibizione
dell’azione”, identificata dal neurobiologo Henry Laborit, che blocca le risposte PNEI attive, chiude le
potenzialità alla naturale espressione del Sé e genera comportamenti caratteristici degli io passivi-yin:
sottomissione, chiusura, evitamento, blocco o estraniazione.
Applicazioni terapeutiche della plasticità neuronale ed epigenetica
La Mappa PNEI permette un’efficace valutazione delle polarità alterate, per eccesso o difetto e consente
un concreto triplice orientamento terapeutico di bilanciamento: 1) le sfere esterne con quelle interne, 2)
le polarità attive-simpatiche con quelle passive-parasimpatiche, 3) i caratteri mentali-alti con quelli
emozionali-medi e con quelli somatici-bassi.
Noi consideriamo i temperamenti psicosomatici e le neuropersonalità -i codici comportamentali dovuti a
fattori PNEI- in gran parte modificabili da un differente apprendimento e da un aumento della
consapevolezza di Sé.
Riteniamo che questo sia dovuto alla plasticità neuronale e agli effetti epigenetici derivati dalle modifiche
strutturali dei processi cognitivi, all’acquisizione di nuovi codici di comunicazione emozionale e
relazionale, all’aumento della consapevolezza psicosomatica e della percezione di se stessi.
L’applicazione di questo schema ci ha permesso un notevole miglioramento della capacità di valutazione
della struttura e dei blocchi psicosomatici delle persone e, ancora più importante, ci ha permesso un
parallelo miglioramento della direzione e dell’efficacia dell’approccio terapeutico. Sulla base di questo
schema, abbiamo iniziato ad associare alla pratica psicoterapeutica, un’attività “educativa” istintiva ed
emozionale, orientata a bilanciare gli eccessi di attività o passività (destra-sinistra), o di comportamenti
più mentali o più istintivi (alto-basso). Insegniamo alle persone ad agire e sperimentare i
comportamenti, gli istinti, le emozioni, le verbalizzazioni che sono state inibite nel loro percorso di vita e
che hanno causato loro evidenti disagi, malattie o disturbi comportamentali e relazionali. Fondamentale
per noi è stato l’utilizzo delle tecniche di meditazione, come processi di autoconsapevolezza, di rinforzo
della percezione della propria identità psicosomatica e di “educazione alla coscienza globale di Sé”.
51
CAPITOLO QUARTO
I SISTEMI EMOTIVI E LE NEUROPERSONALITÀ
LE BASI NEUROBIOLOGICHE DELLA PERSONALITÀ UMANA
In questo capitolo sono descritti, in modo approfondito, i sette sistemi emotivi e le relative neuro
personalità, che rappresentano gli elementi di base, che producono la struttura caratteriale dell’essere
umano. È un capitolo particolarmente dettagliato dal punto di vista endocrino e neurofisiologico e
particolarmente utile a medici e psicologi, ma nonostante l’elevato livello di complessità, consigliamo a
tutti di leggerlo, senza necessariamente memorizzare i termini tecnici, cogliendo piuttosto il senso più
immediato e intuitivo delle neuropersonalità.
Per penetrare meglio i sistemi emotivi e le rispettive neuro personalità, consigliamo di leggere le loro
caratteristiche funzioni, rapportandole a se stessi o alle persone che meglio conosciamo: ne emergerà un
quadro complessivo di grande interesse.
I “sistemi emotivi” come sistemi psicosomatici PNEI
Come è stato anticipato nel precedente capitolo, Jaak Panksepp, psicobiologo e ricercatore in
neuroscienze, presso la Washington State University, ha evidenziato l’esistenza di sette principali sistemi
emotivi: la RICERCA, la PAURA, la RABBIA, la SESSUALITÀ, il GIOCO, la CURA e la TRISTEZZA.
Ognuno dei sette sistemi emotivi possiede una componente hardware, costituita dai circuiti
neuroanatomici del cervello, e una componente software, costituita da specifici neurotrasmettitori,
neuropeptidi e ormoni che modulano le espressioni delle relative neuropersonalità.
L’espressione psicosomatica dell’attività dei sette sistemi emotivi e dei loro neurotrasmettitori, genera le
infinite qualità e sfumature della personalità umana. Panksepp sottolinea che, nella vita reale, il Sé si
manifesta attraverso questi sette sistemi psicosomatici e la loro alterazione, inibizione o iperattivazione
è all’origine delle principali malattie psicosomatiche, dei disturbi di personalità e dell’identità.
Ogni persona quindi possiede tutti i sistemi emotivi e tutte le neuropersonalità.
Le differenze individuali sono dovute alle differenti proporzioni ed espressioni di questi sette elementi
primari. Questi sette sistemi sono neurocircuiti cerebrali che collegano il cervello rettile, il cervello
mammifero (sistema limbico) e le aree neocorticali superiori e si manifestano come differenti
neuropersonalità.
Il sistema limbico o cervello emotivo, rappresenta il grande
mediatore tra corpo e mente, per questo il riconoscimento
dei sette principali sistemi emotivi, apre un nuovo capitolo
nella psicosomatica, in quanto evidenzia il ruolo delle
emozioni come i principali elementi che sostengono
l’integrazione tra psiche e soma. Ogni sistema emotivo
rappresenta un “sistema funzionale psicosomatico”,
essenziale alla vita, che integra e si manifesta
simultaneamente con aspetti psicologici-neocorticali,
emotivi-limbici e comportamentali-istintivi. Queste tre
dimensioni sono essenziali all’espletamento delle funzioni
psicosomatiche essenziali alla vita e regolano anche le
rispettive neuropersonalità.
Ogni sistema emotivo rappresenta anche un “sistema PNEI” che coinvolge simultaneamente il sistema
psichico (emotivo-cognitivo), il sistema nervoso (neurocircuiti cerebrali), il sistema endocrino
(neurotrasmettitori e ormoni) e il sistema immunitario.
Utilizzando diverse modalità di analisi, le ricerche hanno dimostrato che, sia gli animali sia l’essere
umano, vivono queste sette emozioni primarie con le stesse sensazioni “positive” di “piacere” o
“negative” di “disagio”: la RICERCA, il GIOCO, la SESSUALITÀ e la CURA sono vissute come piacevoli e
quindi ricercate, mentre la RABBIA, la PAURA e la TRISTEZZA sono legate a sensazioni spiacevoli e
quindi evitate.
Se i sistemi emotivi agiscono in modo funzionale, si attivano molecole “positive”, come la serotonina, la
dopamina, l’ossitocina e l’endorfina, che stimolano in modo ottimale il sistema immunitario, mentre se
52
viene turbata la naturale e fluida funzionalità delle emozioni, si attiva l’asse dello stress con produzione
di molecole “negative”, come il cortisolo, l’adrenalina e la noradrenalina, che tendono, quando presenti
ad alte dosi o per lunghi periodi, all’inibizione del sistema immunitario. Nella visione sistemica del Sé
psicosomatico, il fatto che ogni sistema emotivo (tranne i sistemi legati alla difesa del Sé), sia
profondamente connesso con il senso del piacere, ci fa comprendere come il senso della vita e la
soddisfazione di esistere, siano profondamente legati alla realizzazione e all’esperienza di questi sistemi
nella vita reale.
Noi esseri umani, nel nostro cervello, abbiamo gli stessi sistemi (e quindi proviamo le stesse emozioni)
degli animali che ci hanno preceduto nel processo evolutivo ma, in più, abbiamo sviluppato una “enorme”
neocorteccia che ci permette un livello di elaborazione cognitiva di valori, comprensioni e
consapevolezza, che gli altri animali più primitivi non possiedono.
Le basi scientifiche
Panksepp, sostenuto da un’imponente massa di dati sperimentali, ha posto in evidenza che:
1) Utilizzando l’ESB, Electic Brain Stimulation, la stimolazione elettrica cerebrale localizzata, in specifiche
aree del cervello, vengono suscitate potenti risposte emotive incondizionate, ossia senza una reale causa.
L’attivazione di specifici circuiti cerebrali, che si trovano in omologhe regioni subcorticali del cervello di
tutti i mammiferi, suscita analoghe reazioni emotive, comportamentali e psicologiche. Così, se si attiva il
circuito della PAURA in ratti, gatti o primati, uomo compreso, tutti mostrano simili risposte
psicosomatiche che si manifestano con comportamenti e risposte fisiche, emotive e cognitive simili. Da
queste ricerche sono stati identificati i sette tipi di sistemi emozionali primari.
2) Tutti i processi primari emotivi-istintuali, anche quelli complessi,
come il gioco sociale e la normale coscienza di Sé, hanno una base
essenzialmente sottocorticale e, quindi, rimangono intatti anche dopo
l’asportazione della neocorteccia.
3) Questi circuiti emotivi sono concentrati nelle antiche regioni
sottocorticali (cervello mammifero e rettile) e sono profondamente
connessi e regolati dai centri superiori neocorticali.
4 ) Ognuno di questi neurocircuiti è mediato selettivamente da uno o
più ormoni o neurotrasmettitori.
I più primitivi circuiti dei mammiferi si evolvono, portando alla
complessità emotiva dell’essere umano, ma l’emozione rimane la
stessa. Noi esseri umani condividiamo pertanto gli stessi circuiti, gli
stessi ormoni-neurotrasmettitori e le stesse emozioni, che
caratterizzano la vita di ogni animale.
Negli anni, all’interno del nostro Istituto, sulla base delle innumerevoli
ricerche sulla relazione tra neurotrasmettitori, ormoni e tratti di
personalità, abbiamo approfondito la comprensione dei meccanismi
neurobiologici che regolano le personalità umane e le loro patologie
caratteristiche .
Le ricerche di Panksepp confermano la mappa PNEI
Nel 2003, con il gruppo di ricerca del nostro Istituto, avevamo
sistematizzato nella Mappa Psicosomatica le principali neuro
personalità, partendo da una base funzionale neuroendocrina
(software), derivata dallo studio dei neurotrasmettitori e degli ormoni.
Avevamo identificato le neuropersonalità serotoninica, cortisolica,
adrenalinica, noradrenalinica, testosteronica, dopaminica, ossitocinica ed endorfinica (vedi Fig. **).
Quando, nel 2004, iniziai la lettura del testo Affective Neuroscience: The Foundations of Human and
Animal Emotions, pubblicato da Panksepp nel 1998, fu immediatamente chiaro che le scoperte di
Panksepp sui sistemi emotivi convalidavano a livello neuroanatomico (hardware) la nostra mappa
funzionale. Nel 2012, Panksepp pubblica The Archeology of Mind, in cui espone con ancora maggior
dettaglio e sostegno sperimentale i sette principali sistemi emotivi: che rappresentano la validazione
neuroanatomica della nostra mappa: la sovrapposizione dei sette sistemi alle neuropersonalità era quasi
perfetta.
Così integrammo nella mappa i sistemi con i rispettivi neuro-ormoni e, senza cambiare la struttura di
fondo, ci ritrovammo con una mappa psicosomatica funzionale del Sé, non solo con buone base
53
neuroendocrine ma anche con solide basi anatomiche (vedi fig. **). Ci sentivamo come i fisici quantistici,
quando un esperimento condotto in un altro laboratorio convalida e conferma empiricamente la
correttezza delle loro formulazioni teoriche.
Nel 2013 invitammo Panksepp a tenere una lectio magistralis al nostro 24° Convegno Internazionale di
Neuropsicosomatica e fu un incontro memorabile, per l’interesse e la convergenza delle direzioni
interpretative. La struttura della nostra vecchia Mappa Psicosomatica, di cui parleremo
approfonditamente nel prossimo capitolo, pur inserendovi i sette sistemi emotivi, restava praticamente
immutata.
Studiammo approfonditamente le sue ricerche e adottammo le sue impostazioni per la comprensione
delle funzioni della coscienza di Sé sul piano fisico, emotivo e psicologico.
Anche la comprensione delle funzioni primarie della coscienza di Sé, esposta da Panksepp, era in perfetto
accordo con le nostre basi, che prima si rifacevano essenzialmente alle formulazioni di Edelman.
In particolare, la concezione del Sé Nucleare (Core Self) di Panksepp, sosteneva la nostra visione
evolutiva e la necessità di una psicoterapia psicosomatica capace di includere un lavoro diretto sulla
sfera corporea ed emotiva, oltre che sulla sfera puramente cognitiva della psicoterapia classica. Il Sé era
di nuovo al centro del modello di essere umano e i suoi sistemi emotivi ne rappresentavano le funzioni
primarie.
Le neuropersonalità: una visione unitaria dei caratteri umani
Questi sette sistemi emotivi devono essere intesi come i sette colori primari, da cui nascono tutte le
infinite sfumature, le immagini e le percezioni visive esistenti: ognuna unica e irrepetibile. Così la
combinazione dei sette sistemi emotivi, con le loro infinite sfumature e variabili, dovute alle differenti
basi genetiche e alle esperienze vissute, possono creare ogni possibile sfumatura e tratto di personalità.
Ogni individuo possiede tutti i circuiti e, potenzialmente, tutte le possibili gradazioni di tonalità emotiva
e di struttura psicosomatica. Ogni neuropersonalità umana quindi, nonostante le sua basi comuni, è
assolutamente unica e irripetibile.
Il concetto di neuropersonalità rappresenta un sistema trasversale tra psicologia, medicina, neuroscienze
e genetica, che permette di integrare, in un modello più ampio e organico, le ipotesi e i modelli di
personalità e temperamento proposti da psicologi e ricercatori come Reich (1935), Lowen (1983),
Eysenck (1953), Cloninger (1999), Siever e Davis (1991).
Come abbiamo visto nel capitolo sull’evoluzione del Sé psicosomatico, gli ormoni-neurotrasmettitori
sono “specifici attivatori funzionali, psichici ed emozionali” che informano l’intero sistema, che Candace
Pert ha chiamato, dapprima, “molecole delle emozioni” e poi “molecole di coscienza”.
Dalla sintesi di queste vaste ricerche, sono stati identificati nove principali ormoni-neurotrasmettitori
con una consistente attività psicologica, somatica ed emotiva: serotonina, dopamina, testosterone,
cortisolo, adrenalina, noradrenalina, ossitocina, vasopressina ed endorfina.
Questi ormoni-neurotrasmettitori rappresentano gli attivatori dei principali circuiti neuropsichici,
studiati da Panksepp, che gestiscono le “funzioni psicosomatiche vitali del Sé”: cibo, sesso, paura,
aggressività, piacere e rilassamento, amore, affettività e cura, abbandono e tristezza, gioco e gioia. In
questo capitolo descriveremo nel dettaglio i loro aspetti caratteristici e peculiari.
Il Sé e i sette sistemi emotivi
Jaak Panksepp sottolinea che i sette sistemi emotivi sono le vie di espressione del Sé.
Il Sé esiste in quanto si manifesta nella vita attraverso le funzioni psicosomatiche dei sistemi emotivi e
delle rispettive neuropersonalità.
Ogni struttura di neuropersonalità manifesta tipici tratti comportamentali, emotivi e psicologici,
peculiari posture corporee e blocchi psicosomatici, ed evidenzia anche caratteristiche predisposizioni a
patologie fisiche e proprie difese e resistenze psicologiche, che richiedono un approccio terapeutico
specifico. Lo scopo finale è individuare la neuropersonalità, ossia la “personalità emotiva di base” o
emotional-based personality, attraverso scale e test, ma soprattutto attraverso un’attenta analisi e
valutazione delle caratteristiche psicosomatiche comportamentali, emotive e psicologiche che
identificano il temperamento della persona. Questo permette di diventare consapevoli dei propri schemi
psicosomatici di comportamento istintivo, emotivo e psicologico ed in particolare, per i medici, gli
psicologi, gli psichiatri e gli psicoterapeuti, di possedere delle specifiche conoscenze su come ribilanciare
le neuropersonalità inibite o iperattive e riportare la persona ad uno stato di equilibrio e di salute
psicofisica.
54
L’Affective Neuroscience Personality Scale e il Neuropersonality Questionnaire
In Neuropsicosomatica, l’osservazione della struttura primaria delle persone e delle loro specifiche e
uniche caratteristiche strutturali, rappresenta il primo passo per una corretta diagnosi psicosomatica e
un primo orientamento terapeutico, volto al riequilibrio di eventuali alterazioni.
L’Affective Neuroscience Personality Scale (ANPS) è un test psicologico, sviluppato sulla base delle
ricerche di Panksepp, per valutare i tratti comportamentali caratteristici dei sette sistemi emotivi e,
indirettamente anche le differenti neuropersonalità. Il test è stato tradotto e validato in Italia dal Prof.
Clarici dell’Università di Trieste (Pascazio et alii, 2015).
Da alcuni anni stiamo sviluppando il Neuropersonality Questionnaire: un questionario di autovalutazione
delle neuropersonalità che permetta alle persone, e soprattutto a medici e psicologi, di impostare una
corretta valutazione psicosomatica del paziente, base indispensabile per una corretta diagnosi e terapia.
Riteniamo particolarmente utile che ogni persona si soffermi un istante a valutare queste tre dimensioni
della coscienza che caratterizzano profondamente la nostra vita.
Il Sé governa l’intera rete PNEI.
Il Sé ha accesso e può manifestarsi attraverso tutti i sistemi-neuropersonalità ma spesso ne esprime una
o più di una, in modo prevalente.
Riteniamo, sulla base delle ricerche che verranno tra poco presentate, che il naturale piacere e il senso di
essere Sé stessi, sia il risultato di un equilibrio funzionale tra i differenti sistemi e le neuropersonalità.
L’eccessiva inibizione o iperattivazione delle neuropersonalità, dovuta a traumi, condizionamenti fisici,
carenze affettive o condizionamenti sociali, è alla base dei disagi, degli squilibri psicologici che, nei casi
più gravi, diventano patologie e gravi disturbi disfunzionali. L’inibizione e l’iperattivazione delle funzioni
primarie delle neuropersonalità creano immediate alterazioni dei livelli degli ormoni-neurotrasmettitori
e dei neurocircuiti e portano facilmente all’inibizione del Sé, che da uno stato di relativa spontaneità,
consapevolezza, centratura e gioia di vivere, si trasforma in una struttura tendenzialmente
inconsapevole di Sé, in cui prevalgono il controllo mentale e la reazione automatica, rigida, reattiva e
disfunzionale.
Le neuropersonalità squilibrate, inibite o iperattivate, tranne casi di estrema gravità, possono essere
largamente influenzate, riequilibrate e migliorate dalle pratiche di terapia psicosomatica e
consapevolezza di Sé, che tendono a riattivare le neuropersonalità inibite e a moderare quelle
iperattivate, facilitando la loro interazione funzionale, la comprensione e la centratura. Obiettivo della
psicosomatica è sviluppare una maggiore integrazione e riportare il Sé al centro del sistema, attraverso
un processo di crescita personale.
Descrizione dei sistemi emotivi e dei neurotrasmettitori associati
Jaak Panksepp, per contestualizzare i sette principali sistemi, in modo differente dal corrente utilizzo
psicologico, utilizza una speciale nomenclatura maiuscola:
1) il sistema della PAURA/ANSIA, legato al cortisolo
2) il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO, legato alla dopamina
3) il sistema della SESSUALITÀ/DESISDERIO e della brama, legato agli ormoni sessuali
4) il sistema della RABBIA/DOMINANZA, legato al testosterone e alla serotonina
5) il sistema della CURA/AMOREVOLEZZA, legato all’ossitocina
6) il sistema della TRISTEZZA/PANICO e della solitudine, legati all’assenza di CURA
7) il sistema del GIOCO/FANTASIA e della socializzazione, legati alla dopamina e all’endorfina.
Questi sette fondamentali sistemi emotivi sono dettagliatamente descritti nel libro di Panksepp,
L’Archeologia della Mente (2014), pubblicato dalle edizioni Cortina, che consideriamo un libro di testo
fondamentale, in quanto dà nuova luce ai processi e ai disturbi fisici, emotivi e psicologici e di cui
consigliamo vivamente la lettura, in particolare a medici, psichiatri, psicologi e psicoterapeuti.
Consigliamo a chi desiderasse approfondure questo tema fondamentale di seguire le 14 lezioni sul
“Nuovo Paradigma in Psicosomatica”, del Progetto Gaia sostenuto dal Ministero del Lavoro e delle
Politiche Sociali e accreditato dal MIUR scaricabili gratuitamente dal sito [Link]-
[Link].
Iniziamo ora la descrizione di questi sistemi che abbiamo rielaborato evidenziandone l’orientamento
psicosomatico e psicoterapeutico, associandovi una descrizione delle funzioni psicosomatiche degli
ormoni/neurotrasmettitori e delle neuropersonalità ad essi collegati.
55
CAPITOLO QUINTO
I SISTEMI EMOTIVI PRIMARI E IL SÉ CORPOREO
Gli antichi sistemi emotivi di origine rettile
Iniziamo l’esposizione dei sistemi emotivi iniziano con la descrizione dei sistemi evolutivamente più
antichi, che sono presenti già nel cervello dei rettili: il sistema del PIACERE CORPOREO, il sistema della
PAURA-ANSIA, il sistema della RABBIA-DOMINANZA, della SESSUALITÀ e della RICERCA.
Questi sistemi rappresentano le basi neuronali del Sé Corporeo-Istintivo.
Come di vede nell’immagine ** questi sistemi sono rappresentati nella parte inferiore della mappa
Neuropsicosomatica. Al centro il sistema del PIACERE CORPOREO, in equilibrio tra le funzioni attive e
passive, a destra il sistema della PAURA-ANSIA maggiormente orientato all’attività parasimpatica, e, a
destra, il sistema della RABBIA-DOMINANZA, della SESSUALITA’-DESIDERIO e (parzialmente) della
RICERCA, caratterizzati dall’attività simpatica-attiva.
La caratteristica di questi sistemi emotivi e delle relative neuropersonalità è di essere più primitivi nella
loro origine e quindi anche maggiormente istintivi, automatici e “inconsci”. Il lavoro psicoterapeutico per
il riequilibrio dei sistemi emotivi più antichi richiede e quindi un tempo ed una profondità maggiori che
con gli altri sistemi e relative neuropersonalità. Il loro riequilibrio e il ripristino della loro funzionalità è
alla base dell’integrità del Sé corporeo che sostiene il piacere di vivere il proprio corpo e il senso di
presenza e vitalità. Il protocollo del nostro lavoro psicoterapeutico prevede un’attenta valutazione dei
deficit funzionali da inibizione e squilibrio del Sé corporeo che consideriamo come la base, la radice del
Sé psicosomatico. Per questo utilizziamo specifiche pratiche di lavoro corporea ed energetico capaci di
sciogliere i blocchi e le inibizioni, rivitalizzare e ridare piena consapevolezza, funzionalità e piacere ai
sistemi emotivi primari.
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IL SISTEMA DEL PIACERE CORPOREO BASE
E LA NEUROPERSONALITÀ SEROTONINICA
“Ogni cosa che conosciamo nasce dalle sensazioni”. Leonardo da Vinci
Il sistema del piacere corporeo
Il sistema del piacere corporeo, che non è un sistema emozionale, ma rappresenta la “base”, il “motore
vitale” che sostiene tutti gli altri sette sistemi emotivi e in particolare il Sé corporeo. Panksepp (1998)
chiama questo sistema energetico Brain Regulatory System; noi preferiamo chiamarlo sistema del
PIACERE CORPOREO o Homeostatic Body Pleasure (HBP), per evidenziarne la caratteristica percezione di
benessere e di piacere legata all’equilibrio fisiologico, al cibo, alla stabilità, al sonno, alla sicurezza del
territorio, al rilassamento, alla dominanza, al sesso, alla forza e allo sforzo muscolare (Bottaccioli, 2005;
Panksepp, 1998a).
Come evidenziato nel primo capitolo, questo sistema basato sulla “sensibilità sistemica omeostatica”
rappresenta il sistema base attraverso il quale il Sé di ogni organismo vivente è in grado di percepire e
regolare la propria vita biologica. La serotonina è la molecola principale che regola questo primitivo ma
essenziale sistema. Per una buona salute psicofisica ogni persona dovrebbe avere questo sistema in
equilibrio funzionale e sperimentare il piacere di vivere, che è naturalmente legato ad ogni funzione
fisiologica quotidiana.
La neuropersonalità serotoninica o fisica
Il sistema del PIACERE CORPOREO è la base fisica del Sé, ossia il sistema che dà al Sé il senso di forza,
stabilità e fiducia materiale. Il sistema del PIACERE CORPOREO è la base neuronale della
neuropersonalità serotoninica, particolarmente legata agli aspetti corporei e istintivi della vita. Possiamo
affermare, con un linguaggio solo apparentemente metaforico, che il sistema del PIACERE CORPOREO e
la neuropersonalità serotoninica rappresentano le radici dell’albero psicosomatico della coscienza di Sé.
Come un albero non vive senza radici, così ogni
essere umano dovrebbe essere radicato nel
proprio corpo (pancia) e viverlo con un senso di
naturale piacere. Le radici da cui l’essere
umano assorbe le sostanze nutritive sono i villi
intestinali, le cui cellule cromaffini producono il
90% della serotonina corporea il restante 10%
viene secreto a livello cerebrale (vedi fig.**).
Per questa ragione l’intestino viene chiamato
“cervello enterico”. Ogni animale, a meno che
non sia gravemente malato o sofferente,
esprime piacere di vivere e presenza corporea.
Lo straordinario sviluppo della mente
neocorticale umana, come già suggeriva
MacLean, con il concetto di “schizofisiologia”,
molto spesso causa un evidente eccesso di
attività mentali, di carattere controllante o
inibitorio sulle aree istintive ed emotive più
antiche del cervello e sul sistema del PIACERE
CORPOREO in particolare, privando così
l’essere umano della naturale e integra percezione del proprio corpo. Consideriamo il sistema del
PIACERE CORPOREO come la base neurobiologica primitiva del “principio di piacere”, esposto da
Sigmund Freud nel 1920, che fornisce la spinta istintiva e corporea e si sviluppa in tutti gli altri sistemi
ed in particolare SESSUALITÀ/DESISDERIO, GIOCO/FANTASIA e CURA/AMOREVOLEZZA.
Autori come Reich, Lowen, Pierrakos, Marcuse e Laborit svilupparono una approfondita comprensione
delle modalità e degli effetti dell’inibizione del sistema del PIACERE CORPOREO e della SESSUALITÀ
essenzialmente dovuta ad un’azione di controllo o di repressione sociale e familiare. Da questa inibizione
del sistema del PIACERE, e dalla riduzione della serotonina ad esso associata, deriva un’ampia serie di
disagi e disturbi psicosomatici, psicologici e psichiatrici.
57
Basi psicosomatiche evolutive
Per comprendere la funzionalità primaria del sistema del piacere corporeo di base, dobbiamo
considerare che la sopravvivenza degli animali è essenzialmente legata all’assunzione di cibo e al
bilanciamento metabolico. In particolare, i primissimi multicellulari, come i vermi o gli anellidi, erano a
tutti gli effetti dei “tubi digerenti organizzati”: da una parte, la bocca e il polo cefalico della testa,
dall’altra, l’ano e la coda. La sopravvivenza di ogni essere vivente dipendeva dal cibo e l’informazione
sullo stato del sistema digerente era ed è gestito dalla serotonina. Quando il cibo è sufficiente salgono i
livelli di serotonina che informano l’intero sistema vivente dello stato di sicurezza (alimentare),
attraverso una sensazione di piacere, pienezza e quindi di rilassamento (parasimpatico). Quando il cibo
scarseggia, mettendo in pericolo l’intero organismo, diminuiscono i livelli di serotonina e questo
trasmette una sensazione sistemica di allarme e PAURA/ANSIA, che attiva il sistema simpatico e mette in
moto il sistema della RICERCA, mediato dalla dopamina, che stimola l’intero organismo a cercare cibo.
Negli animali evoluti, questo sistema si estende alla dominanza sociale, alla sessualità e ad altri
comportamenti funzionalmente legati ad un maggiore successo nel trovare cibo e a sopravvivere
all’interno di un gruppo. I nuclei del rafe, da cui parte la rete neuronale serotoninergica che si estende a
tutto il cervello, sono già presenti, in forma primitiva, nel cervello degli insetti.
Il piacere corporeo e la “madre sicura”
Nei mammiferi e negli esseri umani, la sopravvivenza primaria dei neonati è legata all’allattamento
(cibo) e al sistema affettivo della CURA che il cucciolo, di animale o di uomo, percepisce innanzitutto
attraverso un contatto corporeo caldo, sicuro e protettivo, da cui si sviluppa anche la consapevolezza
affettiva di essere amati. Il sistema del PIACERE CORPOREO rappresenta la componente fisica della “base
sicura”, materna, calda, piacevole e protettiva, descritta dalla Ainsworth (1970, 1982) e da Bowlby
(1989). La seconda componente affettiva è legata al sistema della CURA/AMOREVOLEZZA ed è
altrettanto fondamentale e importante nello sviluppo neurocognitivo delle emozioni e della psiche dei
bambini.
Questa separazione, apparentemente forzata, tra la componente corporea e affettiva della base sicura, si
rivela in realtà molto utile e funzionale nella cura differenziata delle relazioni disfunzionali tra madre e
figlio in cui possiamo avere una madre affettuosa, con una forte inibizione al contatto corporeo o, per
contro, una madre con un’attitudine di consistente contatto corporeo, che soddisfa i bisogni fisici del
bambino, ma è emotivamente anaffettiva.
Le ricerche hanno provato che esiste una correlazione significativa tra i livelli di serotonina della madre
e quelli dei neonati (Field, 2004).
Effetti della mancanza di serotonina/piacere corporeo
In assenza di pericolo, il sistema del PIACERE CORPOREO permette al Sé di manifestare comportamenti
di rilassamento, associati ad una sensazione di relax, di piacere e di godersi la vita. Questo sistema è
molto legato alle percezioni e al contatto corporeo piacevole che stimola la produzione di serotonina, di
endorfina e di oppioidi endogeni, che producono la sensazione di benessere fisico e globale.
Gli effetti della mancanza di questo contatto corporeo dolce sono riassunti nell’importante articolo
pubblicato dal Touch Research Institute, University of Miami School of Medicine, in cui si evidenziano le
relazioni, rilevate statisticamente su ampi numeri di adolescenti negli USA, tra la mancanza di contatto
fisico affettivo positivo, la diminuzione di serotonina e l’aumento della rabbia e dell’aggressività (Touch
Research Institute, 2002).
Approfondiremo l’argomento nel capitolo sui blocchi psicosomatici delle neuropersonalità.
Gli studi condotti da Tiffany Field mostrano che i bambini e gli adolescenti, che hanno ricevuto dai loro
genitori meno abbracci, coccole e calore umano,, presentano livelli di serotonina più bassi, tendono ad
instaurare relazioni familiari e sociali conflittuali e mostrano un peggiore rendimento scolastico, un
maggiore utilizzo di droghe e più elevati indici di depressione.
La neuropersonalità serotoninica: eccessi e deficit del sistema del PIACERE CORPOREO
Ippocrate chiama la depressione “la madre di tutte le malattie” e i dati statistici dell’OMS, su ampie fasce
di popolazione, mostrano che 350 milioni di persone, un quinto della popolazione mondiale, soffre di
questo disturbo e testimoniano la fondatezza di questa affermazione.
Nella depressione, la carenza di serotonina rappresenta il primo e forse più significativo elemento clinico
(vedi schema depressione serotonina/dopamina/noradrenalina nel paragrafo sul sistema
58
TRISTEZZA/PANICO).
È fondamentale considerare che quando una persona, per qualsiasi motivo di ordine fisico, emotivo o
psicologico, diminuisce o perde il senso di “piacere somatico base” di essere nel proprio corpo, il suo Sé
perde contemporaneamente il senso di realtà, di presenza, di stabilità psicosomatica e, più in generale, il
senso di esistere. Le tecniche di massaggio, di energetica, di radicamento e di grounding che utilizziamo,
con grande efficacia, servono letteralmente per riportare “nel corpo” una persona che si sente “sradicata”
dalla realtà e dal piacere di vivere la propria dimensione fisica, con pienezza e intensità, invece di vivere
“in testa”, nei propri pensieri.
Come vedremo più dettagliatamente nel paragrafo sul sistema della TRISTEZZA-PANICO, il contatto
delicato e protettivo tranquillizza i cuccioli e i bambini in preda all’agitazione da dolore e al pianto da
abbandono. Cuccioli che “piangono” in preda ad agitazione da abbandono, si rilassano e mostrano
comportamenti di fiducia e comfort, quando vengono presi in braccio da una persona o da un animale,
anche se di specie diversa.
Il sonno e la serotonina
Il sonno rappresenta l’attività notturna passiva del sistema del PIACERE CORPOREO che bilancia la
predominante attività diurna del sistema simpatico, col rilassamento parasimpatico. Il sonno
rappresenta la prima e più importante funzione fisiologica che stabilizza la neuropersonalità
serotoninica e quindi il Sé. Si calcola che circa 27 anni della vita (in media), vengano trascorsi dormendo.
Evidenze sperimentali rivelano che alcuni mediatori del sistema immunitario regolano anche il sonno
fisiologico.
I disturbi e la riduzione del sonno si ripercuotono gravemente sulla salute fisica e psichica, sia a livello
personale, sia per la società che ne subisce le ripercussioni, per i costi assistenziali e per la mancata
produttività. Molti problemi psichiatrici insorgono e sono fortemente legati alla diminuzione o alla
sospensione del sonno.
Dal punto di vista medico, sono noti da tempo gli effetti biologici della privazione di sonno: già dopo due
notti senza sonno, la persona presenta marcata sonnolenza diurna, irritabilità ed umore depresso; dalla
terza notte in poi, insorgono allucinazioni, irritazioni degli occhi e delle palpebre, possibili tremori, sbalzi
d’umore e stati di coscienza alterata.
La carenza di sonno influisce sul metabolismo dei carboidrati e sulle funzioni dell’apparato endocrino,
portando ad invecchiamento precoce e alla riduzione delle difese immunitarie. Si manifestano sbalzi di
pressione anormali che aumentano il rischio di patologie cardiovascolari e possono condurre
all’ipertensione arteriosa. I pazienti depressi, con insonnia non trattata, hanno una probabilità molto
superiore di ricaduta, rispetto ai pazienti non insonni. Rispetto ai buoni dormitori, i pazienti insonni si
ammalano più spesso, sono costretti a rivolgersi più frequentemente al medico curante e usufruiscono
maggiormente delle risorse sanitarie. Chi soffre d’insonnia si assenta dal lavoro molto più di chi riposa
bene, ha un’efficienza lavorativa inferiore ed è maggiormente esposto al rischio di incidenti lavorativi e
stradali: si calcola infatti che, solo in Italia, il colpo di sonno e la sonnolenza siano la causa di 180.000
incidenti gravi, di 8.500 morti e 240.000 feriti, per costi sociali e sanitari di circa 20.000 milioni di euro
all’anno (Fonte Istat/ACI).
Al termine di questo paragrafo sul sistema del piacere corporeo, è opportuno chiedersi quante delle
nostre funzioni primarie siano ancora legate alla sensazione del piacere corporeo o quanto ce ne siamo
distaccati, imparando a vivere senza le nostre radici somatiche.
Scheda Serotonina
La serotonina è stata isolata da Vittorio Erspamer, a Roma, nel 1935. La serotonina è la molecola della
stabilità energetica e metabolica, della presenza fisica, del radicamento nella realtà, del benessere
corporeo e della meditazione. La serotonina è fondamentale, insieme alla melatonina, per dormire bene,
per la regolazione del sonno e del nostro orologio interno (vedi sottolineatura gialla sotto). Bujatti e
Riederer (1976) sostengono che la serotonina sia “l'ormone dell’appagamento e del riposo”.
La serotonina “rappresenta il neurotrasmettitore maggiormente coinvolto nella fisiopatologia di diversi
disturbi neuropsichiatrici”, come l’ansia, la depressione, il disturbo bipolare, la crisi di panico, il disturbo
ossessivo-compulsivo, i disturbi alimentari, le fobie sociali e la psicosi (Marazziti, 2004). Una riduzione
del suo funzionamento sembra scatenare alcuni sintomi depressivi, mentre, al contrario, sostanze che
facilitano la trasmissione serotoninergica provocherebbero un’elevazione del tono dell’umore.
Informazioni generali La serotonina è il neuromediatore che riteniamo più legato alla sfera istintiva e
al cervello rettile, al piacere corporeo globale (piacere di vivere, di stare nel corpo), all’evitamento del
59
dolore e all’aggressività.
La serotonina si trova principalmente in tre diversi siti corporei: 1) nella parete intestinale, che contiene
circa il 90% della quantità totale di serotonina presente nell’organismo, 2) nel sangue, dove la serotonina
è presente in elevate concentrazioni nelle piastrine, che la accumulano dal plasma, 3) nel sistema
nervoso centrale, dove è presente in elevate concentrazioni in specifiche aree del mesencefalo, da cui si
diramano i circuiti serotoninergici.
Effetti fisiologici La serotonina è importante per dormire bene, per la regolazione del nostro orologio
interno, per la regolazione della temperatura corporea, la contrazione della muscolatura liscia dei vasi,
dell’intestino, dei bronchi, dell’utero e della vescica, nella regolazione dell’automatismo intestinale, nella
modificazione della pressione arteriosa, interviene nei processi allergici e infiammatori, riduce il tempo
di sanguinamento, determina la sintomatologia dell’emicrania, ecc. Nel tratto gastrointestinale, la
serotonina determina aumento della motilità intestinale e stimola la secrezione di fluidi; inoltre provoca
nausea e vomito, mediante la stimolazione del muscolo liscio e dei nervi sensoriali nello stomaco. Il
riflesso peristaltico, evocato dall’aumento della pressione in un segmento d’intestino, è mediato, almeno
in parte, dalla secrezione di serotonina. Nei vasi sanguigni, solitamente, ha un’azione contratturante sui
grandi vasi, arterie e vene. L’attivazione di alcuni recettori dà origine alla vasocostrizione dei grandi vasi
intracranici, la cui dilatazione contribuisce all’emicrania. La serotonina causa aggregazione piastrinica e
le piastrine che si raccolgono nei vasi rilasciano altra serotonina. Se l’endotelio è intatto, la liberazione di
serotonina dalle piastrine adese, causa vasodilatazione, che permette lo scorrimento del flusso
sanguigno; se esso è danneggiato, la serotonina causa costrizione e ostacola ulteriormente il flusso
ematico. La serotonina stimola le terminazioni nervose sensoriali nocicettive. Se iniettata a livello
cutaneo, provoca dolore.
Effetti psichici e comportamentali E’ il neurotrasmettitore dell’autoprotezione. Svolge un ruolo
importante nella regolazione dell’umore, del sonno, della temperatura corporea, della sessualità e
dell’appetito.
La serotonina ha un effetto calmante globale su tutti i sistemi cerebrali, riducendo l’intensità delle
emozioni e, quindi, la diminuzione della serotonina nel cervello, rende gli animali più impulsivi e reattivi
in generale. In carenza di serotonina gli animali e gli esseri umani tendono a rispondere in modo
esagerato all’ansia, alla paura, alla rabbia, all’aggressività e alla sessualità.
Come già sottolineato, la serotonina è coinvolta in numerosi disturbi neuropsichiatrici. Una riduzione del
suo funzionamento sembra scatenare alcuni sintomi depressivi, mentre al contrario, un alto livello di
serotonina promuove l’insorgere dello stato maniacale. Sostanze che facilitano l’attività serotoninergica
provocherebbero un’elevazione del tono dell’umore. Da questi dati, risulta fondamentale riconoscere che
la carenza di serotonina, causata da uno stato cronico di “sottomissione” familiare, sociale o lavorativa,
può essere una delle principali cause dell’ansia, dello stress, della depressione e dei disturbi del sonno.
Esperimenti sugli animali La serotonina è l’ormone della dominanza non aggressiva, la forza stabile del
vero leader. Nei primati, la serotonina è più alta nei maschi dominanti e più bassa negli individui
subordinati e sottomessi. La rimozione dal gruppo del maschio dominante, cambia la gerarchia nei
maschi rimasti ed il nuovo maschio dominante aumenta i suoi livelli di serotonina; la reintegrazione del
maschio dominante originario riporta i livelli di serotonina alla situazione iniziale. Un alto livello di
serotonina riduce i comportamenti aggressivi nei roditori e nei primati, mentre un basso livello di
serotonina è associato a uno scarso controllo degli impulsi (nei roditori, nei primati e nei suicidi
violenti). Come nei roditori, anche nei primati, l’uso di agonisti della serotonina diminuisce il
comportamento aggressivo, mentre l’uso di antagonisti aumenta tale comportamento.
Meditazione In meditazione aumentano gli ormoni del benessere, come la melatonina, che regola il
ritmo sonno-veglia e la serotonina (Bottaccioli, 2005). Bujatti e Riederer (1976) riportano un eccezionale
aumento del metabolita della serotonina 5-HIAA, durante la meditazione trascendentale. La meditazione
aumenta la serotonina e il benessere, riduce l’ansia e lo stress e regola la melatonina che armonizza il
ritmo del sonno.
Interazioni La serotonina stimola la produzione di ossitocina e prolattina che riducono l’irritabilità, lo
stress e l’ansia. La serotonina e la melatonina si equilibrano tra loro; la serotonina può trasformarsi in
melatonina e viceversa. La melatonina è l’ormone prodotto dalla ghiandola pineale (o epifisi), agisce
sull’ipotalamo ed ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia.
Il GABA
Il GABA, o acido gamma-aminobutirrico, è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso
centrale, che spesso agisce in sinergia con la serotonina, nel calmare l’eccitazione nervosa. Il GABA può
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essere definito il tranquillante o il sonnifero naturale di cui dispone l’organismo: una sorta di sedativo
naturale, con effetto ansiolitico (Bottaccioli 2005). Il GABA esercita un’azione di inibizione della
trasmissione nervosa e di promozione della condizione di calma. Il GABA interagisce con tutti i circuiti
nervosi che sostengono l’ansia, quindi quelli che partecipano all’attivazione cerebrale: il sistema dello
stress e i circuiti che rilasciano istamina, dopamina e glutammato (Bottaccioli, 2005). È uno degli ormoni
più importanti dell’organismo, viene prodotto nell’ipofisi e distribuito in tutto il corpo e sembra avere
anche proprietà analgesiche. Una riduzione dei livelli di GABA è correlata a disturbi dell’umore, in
particolare depressione e disturbi maniacali (Petty, 1995). Anche nell’ansia, vi è una riduzione dei livelli
del GABA.
Le benzodiazepine e i barbiturici agiscono come agonisti indiretti, promuovendo l’attività del recettore
GABAa. Le benzodiazepine rendono quindi più efficace l’azione del GABA. Vi sono evidenze che le
benzodiazepine siano attive sul sistema della TRISTEZZA/PANICO, riducendone gli effetti di angoscia.
Come risultato di questo potenziamento degli effetti inibitori del GABA, provocato dalle benzodiazepine,
diminuisce la produzione nel cervello dei neurotrasmettitori eccitatori, compresi la noradrenalina,
l’acetilcolina e la dopamina. Recenti evidenze sperimentali hanno dimostrato che la stimolazione
farmacologica dei recettori GABAb inibisce l’autosomministrazione (nel roditore di laboratorio) e
l’assunzione (nell’uomo), di diverse sostanze d’abuso, quali l’alcol, la cocaina, l’eroina e la nicotina.
Il DHEA
Il DHEA o 5-deidroepiandrosterone è un ormone steroideo, prodotto nelle ghiandole surrenali, nel
cervello, nell’ovaio e nei testicoli. Il DHEA ha effetti antidepressivi e ansiolitici ed aumenta la
performance cognitiva. Il DHEA, infatti, contrasta l’eccitabilità nervosa del glutammato, determinando un
effetto ansiolitico e di protezione dell’ippocampo, dagli effetti tossici dell’eccesso di cortisolo, con una
capacità di stimolazione della risposta immunitaria, riequilibrando i linfociti Th (T helper) e Th1.
Frequente è il riscontro di un deficit di DHEA nelle patologie autoimmuni, soprattutto nel LES (Lupus
Eritematoso Sistemico).
IL SISTEMA DELLA RICERCA
LE RADICI DELLA NEUROPERSONALITÀ DOPAMINICA
Il sistema della RICERCA è un sistema di vitale importanza per ogni essere vivente e che è presente nel
cervello dei rettili, di tutti i vertebrati e dell’essere umano, dove assolve la funzione di
realizzare/soddisfare i bisogni primari attraverso appunto la “ricerca” del piacere corporeo, della
sopravvivenza, dell’evitamento del pericolo e dell’accoppiamento.
Ogni volta che il sistema del PIACERE CORPOREO percepisce di non avere abbastanza cibo, sicurezza,
equilibrio omeostatico (eccesso di caldo o freddo ecc.) attiva il sistema della RICERCA per trovare ciò che
serve al sistema per sopravvivere nel migliore dei modi possibili. Parallelamente quando il sistema della
PAURA sente pericolo attiva il sistema della RICERCA per trovare modi di fuga ed evitamento dalle
situazioni dannose. Così anche il sistema del SESSO quando si attivano gli ormoni e il periodo
dell’accoppiamento attiva il sistema della RICERCA per trovare un partner con cui accoppiarsi.
Nonostante queste origini descriveremo questo sistema nel prossimo capitolo sui sistemi emotivi evoluti
caratteristici dei mammiferi in quanto il sistema della RICERCA si è molto sviluppato fino a diventare il
sistema dell’ENTUSIASMO, della passione e della ricerca intellettuale e interiore che rappresenta il
centro funzionale della vita emotiva e culturale dell’essere umano.
Il sistema RICERCA attiva il sistema simpatico e l’intera attività psicosomatica.
Il sistema RICERCA è di centrale importanza nel cervello e nella vita di ogni organismo vivente, in quanto
genera la forza emotiva propulsiva del Sé perchè permette di vivere la vita con piacere e soddisfazione.
Ogni bisogno, azione o pulsione, che richiede una risposta attiva, passa per questo circuito
profondamente connesso con molte aree cerebrali istintive, emotive e cognitive.
Il sistema della RICERCA (Panksepp, 2012) è attivato e mediato dalla dopamina ed è la base neuronale
della neuropersonalità dopaminica, che descriveremo ampiamente nel prossimo capitolo.
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IL SISTEMA PAURA/ANSIA
E LA NEUROPERSONALITÀ CORTISOLICA,
ADRENALINICA E NORADRENAMINICA
Il sistema della PAURA è il sistema primario di allarme e protezione del Sé che, attraverso emozioni di
ansia e insicurezza, stimola il soggetto alla difesa attiva o passiva. Il sistema della PAURA è la base
neuronale della “neuropersonalità cortisolica”, particolarmente legata alla funzione primaria
dell’evitamento del dolore e del pericolo. Tutti gli animali esprimono un’innata capacità di provare paura,
anche prima di fare esperienza del dolore o del pericolo.
La corretta funzionalità del sistema della paura ci può proteggere dai pericoli e, a volte, salvarci la vita
ma la sua iperattivazione ci rende deboli e disfunzionali, in quanto può attivare la paura anche in risposta
ad eventi del tutto normali.
La stimolazione con elettrodi delle aree cerebrali del sistema della PAURA, può generare uno spettro
completo delle risposte della PAURA negli animali, anche quando sono stati allevati in completa
sicurezza, dimostrando la sua natura profondamente innata e non appresa. Negli animali stimolati con
elettrodi intracranici, un’attivazione di media intensità di questo sistema, sviluppa comportamenti di
ansia cronica, mentre l’attivazione intensa produce comportamenti di terrore (Panksepp, 1012).
Il sistema PAURA/ANSIA è collegato al dolore fisico e al senso di pericolo (shock, trauma) che attiva
l’asse dello stress ipotalamo-ipofisi-surrene, HPA axis (Hypothalamic Pituitary Adrenal axis) (Fink, 2010)
e avvia la “risposta di attacco o fuga” (fight or flight response), identificata da Cannon nel 1929, ossia la
risposta psicosomatica attiva, oppure la risposta psicosomatica passiva di “inibizione dell'azione”
(Laborit, 1969) che svolge un ruolo importante nella genesi dei blocchi emotivi e psicosomatici umani e
dell’ansia in particolare e verrà descritta nella seconda parte clinica del libro.
Mentre negli animali la risposta attiva di “attacco o fuga” è largamente predominante sull’“inibizione
dell’azione”, negli esseri umani l’“inibizione dell’azione” della risposta attiva di attacco o fuga, sia fisica
sia emotiva e psicologica, rappresenta il comportamento statisticamente più comune.
Questa è la base neuronale della neuropersonalità cortisolica, o “fisica passiva”, dove il termine passivo
indica propriamente la tendenza a non reagire attivamente ma a controllare e inibire.
Le ricerche svolte da Laborit (1969) hanno provato che l’inibizione dell’azione genera, sia negli animali,
sia nell’uomo, una forte attivazione del sistema di PAURA/ANSIA, con un aumento degli ormoni inibitori,
come il cortisolo e la noradrenalina e una diminuzione dell’adrenalina, dell’ossitocina e del GABA.
La neuropersonalità cortisolica
La neuropersonalità cortisolica o fisica passiva, mostra una tendenza al bisogno di sicurezza e di stabilità,
evitando ed inibendo le relative emozioni forti e le situazioni aggressive. Questa neuropersonalità,
fortemente legata alla paura e all’ansia, è quasi sovrapponibile al carattere “masochista” di Lowen.
Le persone in condizioni di difficoltà o di debolezza fisica (con bassi livelli di testosterone e alto
cortisolo), tendono all’“evitamento del danno” o harm avoidance, alla ricerca di sicurezza fisica e alla
prevenzione di rischi e pericoli (Cloninger, 1999). Una madre ansiosa e stressata rappresenta un
importante fattore epigenetico e psicosomatico: numerose ricerche internazionali mostrano, infatti, che
alti livelli di cortisolo e noradrenalina nelle donne in gravidanza (che hanno sofferto di paura e ansia da
traumi o eventi stressanti), attivano una più alta risposta al cortisolo e alla noradrenalina e il sistema
della PAURA/ANSIA nei bambini (Field, 2004). Anche bassi livelli di cura affettiva nella prima infanzia
aumentano lo stress, l’ansia e la sensibilità al cortisolo, nella vita adulta. L’“inibizione dell'azione”
aumenta il livello di cortisolo e crea una tensione nervosa e muscolare dovuta ad iperattivazione del
sistema simpatico, con progressiva difficoltà di relax parasimpatico e diminuzione del PIACERE
SOMATICO serotoninergico.
Numerose ricerche PNEI evidenziano che le madri incinte, in stato di stress, ansia e depressione, o per un
trauma vissuto durante la gravidanza, hanno una profonda influenza epigenetica e psicosomatica sui
sistemi emozionali (cortisolo) e altri parametri psicosomatici del feto, condizionando la salute fisica e le
emozioni del nuovo nato e che permangono per anni nel bambino, come tratti caratteriali e strutture di
neuropersonalità particolarmente esposte all’ansia e alla paura (Talge et al., 2007, O'Connor et al., 2002,
Ruth et al., 2007). Un’alta concentrazione di cortisolo, adrenalina e noradrenalina, provoca stati d’ansia e
di paura. In modo inversamente proporzionale alla serotonina, il livello di cortisolo è minimo nei maschi
dominanti e massimo nei maschi più sottomessi, che mostrano segni di ansia da prestazione, ansia da
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anticipazione ed eiaculazione precoce. La meditazione regola e riequilibra la produzione di cortisolo
(Bottaccioli, 2005).
Aspetti psicosomatici della neuropersonalità fisica passiva
L’aspetto psicosomatico della neuropersonalità cortisolica, legata al sistema PAURA/ANSIA, è spesso
caratterizzato dalla diminuzione del tono simpatico (inibizione del sistema attacco-fuga, inibizione del
sistema RABBIA/DOMINANZA), dal controllo dell’attività istintiva (muscolare) ed emotiva (affettiva),
legato quindi all’inibizione del respiro, con la contrazione della gola, del torace e del diaframma, con
tensione muscolare e contrazione delle spalle, glutei, ano e gambe, il petto è sgonfio e debole e il collo
rigido. Caratteristici sono gli occhi bassi e una voce debole e insicura. La neuropersonalità legata al
sistema PAURA/ANSIA mostra una caratteristica tendenza all’inibizione specifica relativa alle emozioni,
in generale (alessitimia) e della rabbia e aggressività, in particolare.
Iperattività del sistema della PAURA
Il sistema della PAURA può essere iperstimolato e diventare eccessivamente sensibile agli stimoli.
Quando viene stimolato in modo troppo intenso, o per troppo tempo (come nel trauma), produce la
sindrome post-traumatica da stress (PTSD, Post Traumatic Stress Disorder) che è una graduale
penetrazione della paura nel sistema, come uno stato emotivo sempre presente nell’anima, che genera
immagini, pensieri e considerazioni paurose. Tutti i mammiferi possono essere afflitti da PTSD, poiché
hanno tutti un sistema della paura simile ed evidenziare un’iperattivazione cronica della
neuropersonalità cortisolica.
Il sistema della PAURA, che alla nascita è “senza oggetto”, si sviluppa con l’evoluzione psicosomatica,
associandosi a situazioni o persone della vita reale, attraverso un processo di apprendimento. Quindi la
capacità del sistema della PAURA, evolutivamente presente nel cervello, non può informarci, e non ci
informa, di tutte le cose di cui dobbiamo avere paura: queste cose le impareremo durante la vita. In molti
sensi gli esseri umani sono le creature più paurose sulla faccia della Terra e mostrano una più evidente
neuropersonalità cortisolica. Noi esseri umani possiamo creare paure oltre ogni immaginazione, rispetto
alle altre specie animali; questo avviene grazie alle nostre capacità cognitive neocorticali che possono
anche generare fantasmi e immagini terrifiche nella nostra mente. Il sistema della PAURA ci permette di
anticipare, attraverso i processi di apprendimento, le situazioni critiche, dolorose e pericolose. In tutti i
mammiferi, il sistema della PAURA e la neuropersonalità cortisolica possono diventare iperattivi,
creando comportamenti cronici di ansia, evitamento e congelamento.
Il neurocircuito della PAURA
Il sistema della PAURA è un circuito primario del cervello che corre dal PAG all’amigdala. Sia la corteccia
frontale mediale, sia l’amigdala, possono inviare stimolazioni cognitive superiori che attivano il sistema
della PAURA. Se viene rimossa chirurgicamente l’amigdala, il soggetto perde ogni paura, mentre se
l’amigdala è iperattiva, genera comportamenti di paura, ansia e angoscia, anche senza una realtà
oggettiva che li giustifichi.
Il dolore è considerato l’elemento universale che stimola il sistema della PAURA. Molti animali, come
anche i bambini e le persone adulte, provano paura anche quando sentono rumori violenti o
eccessivi. Gli stimoli della paura arrivano direttamente al PAG e, in questa stessa area, sono presenti
meccanismi di inibizione del dolore che normalmente viene alleviato dagli oppioidi endogeni
(endorfina). Lo stato di paura (processo-primario) promuove un immediato apprendimento (processo-
secondario) e lo sviluppo di strategie e comportamenti di evitamento (processo-terziario).
Il sistema della PAURA è vissuto da tutti gli animali come negativo, per cui ogni animale o essere umano,
cerca in ogni modo di evitarlo, direttamente o indirettamente. Il sistema della PAURA include specifiche
attivazioni del sistema nervoso autonomo (asse dello stress), con tutti i sintomi relativi (mani sudate,
aumento del battito cardiaco e del respiro, congelamento, fuga). L’inibizione farmacologica dell’attività
del sistema della PAURA rende gli animali o gli esseri umani tranquilli.
La paura ancestrale
Gli animali evidenziano un’attivazione della paura, anche senza aver mai conosciuto lo stimolo, ad
esempio, i topi allevati in sicurezza, evidenziano comportamenti di paura se nella gabbia viene inserito
del pelo di gatto, di furetto o di volpe. Possiamo immaginare che geneticamente i topi abbiano conservato
la memoria dell’odore dei loro predatori, in modo da permettere, anche ai topi appena nati o giovani, di
evitare luoghi o spazi dove vivono questi felini, per loro mortali. Nell’evoluzione del cervello dei primi
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vertebrati, il riconoscimento di alcuni stimoli esterni pericolosi è stato codificato nel DNA della struttura
cerebrale dei nostri antenati, conservando una paura innata per certe stimolazioni che possono
fortemente causare dolore o pericolo di vita. Per questo i topi hanno una paura innata dell’odore dei loro
predatori come i gatti, i furetti e le volpi. I piccoli di topo non sono spaventati unicamente dalla presenza
dell’animale, ma anche solo dal suo odore. Persino dopo aver rimosso l’odore dei felini dalla gabbia, i topi
rimangono timidi ed inibiti per lungo tempo, arrestando o limitando il gioco, il cibo, la sessualità,
l’interazione e altri comportamenti positivi (Panksepp, 1012). Gli animali mostrano di evitare anche il
luogo fisico, dove hanno ricevuto uno stimolo negativo.
Se gli animali sono sottoposti a questo stress per molto tempo, iniziano a manifestare sintomi di
depressione.
Il sistema della PAURA è attivato dal dolore ma può anche diminuire la percezione del dolore. L’intensa
paura, infatti, inibisce la percezione del dolore, attraverso la secrezione di oppioidi endogeni e
permettendo agli animali in pericolo di sopravvivere scappando o reagendo con altri comportamenti. I
rumori forti fanno paura e generano comportamenti di ansietà e stress. Questa considerazione diventa
particolarmente importante nel caso in cui i bambini piccoli siano costretti a vivere in una situazione
dove i genitori litigano e urlano, generando in loro, se la situazione diventa cronica, un PTSD. I farmaci
più utilizzati, per ridurre l’attivazione del sistema della PAURA/ANSIA, sono le benzodiazepine (BZS), la
classe di psicofarmaci più adoperata dalle persone con neuropersonalità cortisolica. Va ricordato che
esiste una consistente differenza tra il sistema della PAURA e il sistema della TRISTEZZA/PANICO;
quest’ultimo non viene particolarmente ridotto dalle BZS.
La serotonina tendenzialmente controlla (inibisce) l’espressione istintiva delle emozioni, inclusa la
paura. Un basso livello di serotonina porta a possibili manifestazioni incontrollate di paura, di rabbia o di
altre emozioni, mentre un aumento della serotonina genera un miglioramento nella loro gestione, un
aumento della sensazione di rilassamento e una diminuzione dell’ansietà e della paura, rendendo anche
gli animali meno irritabili.
Non tutte le forme di ansia emergono dal sistema della PAURA: l’ansia da separazione verrà più avanti
spiegata come effetto del circuito della TRISTEZZA-PANICO. Una psicoterapia di successo deve
comunque basarsi sulla comprensione di quale sistema sia dominante in ogni paziente e, quindi, quale
sia la neuropersonalità più iperattiva e disfunzionale. È fondamentale, per psicoterapeuti e psichiatri,
riconoscere che ci sono diversi sistemi emotivi “negativi” nel cervello e che possono essere attivati anche
contemporaneamente.
Differenze tra sistema della PAURA e sistema della TRISTEZZA
Per Panksepp, ci sono due buone ragioni per differenziare il sistema della PAURA da quello del PANICO:
hanno due diverse strutture neuroanatomiche e reagiscono a sostanze diverse. Le BZS sono efficaci nella
PAURA, ma non riducono il pianto del PANICO da abbandono. Questi due sistemi attivano anche
differentemente il sistema nervoso autonomo; il sistema simpatico viene attivato dalla PAURA,
incrementando il battito cardiaco e la respirazione, in vista di una possibile fuga e allargando le pupille
per aumentare la vigilanza. Il parasimpatico, d’altro canto, è attivato dal sistema della TRISTEZZA-
PANICO e promuove cambiamenti come le lacrime, la salivazione e, in ultima analisi, la passività e la
rassegnazione che sono alla base dei comportamenti introversi in genere e della depressione in
particolare.
L’ansia anticipatoria (PAURA) attiva anche la sudorazione, il blocco gastro-intestinale e aumenta la
tensione muscolare. Il PANICO aumenta la debolezza e la depressione, con sintomi parasimpatici
accompagnati da tensione, chiusura del petto, blocco della deglutizione e del respiro nella gola. C’è
un’abbondante letteratura psicoterapeutica sui disturbi dell’attaccamento come manifestazioni del
sistema TRISTEZZA-PANICO. I bambini con gravi disturbi dell’attaccamento non si fidano di se stessi e
non sono capaci di empatizzare con gli altri; tendenzialmente crescono bisognosi e avidi, con una
domanda affettiva inappropriata e spesso diventano adulti o adolescenti dipendenti da droghe, come
oppiacei e alcool. Le persone con disturbi dell’attaccamento possono evidenziare paure persistenti,
soprattutto se legate ad esperienze di abusi infantili; questi bimbi possono crescere presentando
aggressività e, spesso, comportamenti antisociali. Le alterazioni dei sistemi della PAURA e del PANICO
sbilanciano i sistemi emotivi di base, in generale. Il PTSD è un’altra condizione che coinvolge differenti
sistemi emotivi: oltre all’iperattivazione del sistema PAURA e PANICO,, il PTSD genera uno stato di
PAURA che può accompagnarsi ad iperattivazione della rabbia. Il PTSD può essere ridotto da farmaci,
come la carbamazepina che non è efficace né nel controllo degli attacchi di panico, né dell’ansia
anticipatoria.
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Lo squilibrio dei diversi sistemi emotivi spiega perché sia così comune in psichiatria, il concetto di
comorbidità, ossia la compresenza di più disordini contemporaneamente.
La depressione è spesso accompagnata da un eccessivo dolore psicologico, ansietà, rabbia e irritabilità e
da un’evidente diminuzione del bisogno di ricerca, di piacere e di interessi.
Siamo solo all’inizio della comprensione dell’estrema complessità che sottostà alla neurofisiologia e alla
neurochimica. La futura psichiatria biologica dovrà lavorare in linea con la psicoterapia delle emozioni,
attraverso interventi che permettano una migliore esperienza emotiva dei pazienti. Una ragione
dell’inadeguatezza dell’attuale situazione è la credenza che la psicologia sia una scienza debole e che la
psichiatria possa più efficacemente modificare gli equilibri del cervello, anche senza un intervento ed
un’analisi emozionale.
Neurochimica della Paura
In passato, le sostanze per il trattamento della paura-ansia erano principalmente gli oppioidi, l’alcool, i
barbiturici e il meprobamato: sostanze calmanti, dato che l’ansia si accompagna ad un’eccitazione del
sistema simpatico, con aumento di adrenalina e noradrenalina.
Il trattamento dell’ansia è stato rivoluzionato dal clordiazeoxide (1960) e dalle benzodiazepine (BZ)
come il diazepam (Valium), ecc. I ricercatori hanno scoperto che le BZ non riducono l’ansia direttamente
ma attraverso l’aumento degli effetti del GABA che inibisce l’attività neuronale. I recettori BZ sono
concentrati lungo la traiettoria del sistema PAURA, dalle aree della neocorteccia, all’amigdala, fino al
PAG. Un gran numero di neuropeptidi attiva il sistema della PAURA: il CRF (Corticotropin-Releasing
Factor), ormone di rilascio della corticotropina, incrementa l’ansietà e l’agitazione riducendo i
comportamenti e le emozioni positive dell’assunzione di cibo, della sessualità, del gioco e della
socializzazione, mentre un’iniezione di ACTH (ormone adrenocorticotropo) attiva una fuga vigorosa o un
congelamento nei topi e in altri animali.
Danni o rimozioni del PAG rendono la persona senza paura.
Scheda Cortisolo
Storia Il cortisone, precursore inerte della molecola del cortisolo, fu scoperto dal chimico americano
Edward Calvin Kendall, al quale venne attribuito il premio Nobel per la medicina e la fisiologia -insieme a
Philip S. Hench e Tadeusz Reichstein- per la scoperta degli ormoni della corteccia surrenale e delle loro
strutture e funzioni.
Informazioni generali Il cortisolo è l’ormone maggiormente legato allo stress (Fink, 2010),
all’inibizione dell’azione, alla paura, all’ansia, all’inibizione dell’aggressività, alla sottomissione e
all’evitamento. La maggior parte delle ricerche internazionali sullo stress è legata ai livelli di cortisolo:
alti livelli di stress sono, generalmente, correlati ad alti livelli di cortisolo.
Effetti fisiologici La paura attiva l’asse dello stress HPA, o Ipotalamo-Ipofisi-Surrene, che stimola la
produzione di cortisolo nelle surrenali, la cui principale azione consiste nell’indurre un aumento della
glicemia. Questo aumento viene ottenuto stimolando la gluconeogenesi epatica (produzione di glucosio
nel fegato) che, in questo caso, viene sostenuta dagli amminoacidi, derivanti da un accentuato
catabolismo proteico, soprattutto a livello dei muscoli scheletrici (azione anti-insulinica). Il cortisolo
riduce l’utilizzo del glucosio, risparmiandolo in particolare per il cervello; stimola il catabolismo proteico,
allo scopo di rilasciare aminoacidi per la produzione energetica, la sintesi di enzimi, la riparazione
cellulare; deprime le reazioni immunitarie; incrementa la vasocostrizione causata dall’adrenalina,
favorendo la tendenza ad avere le mani fredde e sudate, tipiche di questa neuropersonalità ansiosa e
timorosa.
Elevati livelli di cortisolo provocano effetti dannosi per tutto l’organismo, tra cui: insonnia, diminuzione
dell’appetito, diabete mellito, osteoporosi, diminuzione dell’interesse sessuale, aumento dell’espressione
comportamentale dell’ansia, immunosoppressione, danni all’ippocampo, sindrome metabolica, danni ai
vasi cerebrali e cardiaci.
Un’altra funzione, non meno importante, è quella di contrastare le infiammazioni, in quanto il cortisolo
ha un’azione anti-immunitaria: questo è il motivo per cui molti farmaci antiinfiammatori si basano
sull’utilizzo di questo ormone. Gli effetti negativi sono l’inibizione della sintesi di testosterone, DNA, RNA,
proteine, GH (ormone della crescita) e della conversione del poco attivo ormone tiroideo T4 nel più
attivo T3. L’eccesso di quest’ormone, detto ipercorticosurrenalismo, o ipercortisolismo, o sindrome di
Cushing, ha come sintomi: stanchezza, osteoporosi, iperglicemia, diabete mellito tipo II, perdita di tono
muscolare e cutaneo, colite, gastrite, impotenza, perdita della libido, aumento della pressione arteriosa e
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della concentrazione sanguigna di sodio, strie cutanee, depressione, apatia, euforia, diminuzione della
memoria.
Effetti psichici e comportamentali Gli effetti psichici e comportamentali del cortisolo sono legati ai
comportamenti più passivi di sottomissione, di paura, di “inibizione dell'azione” e di freezing,
congelamento, fino ai comportamenti di evitamento che portano ai disturbi d’ansia. Il cortisolo aumenta
nello stress acuto (ansia) e interviene nel ritmo sonno-veglia. Nei soggetti che hanno maggior capacità di
affrontare e controllare gli eventi stressanti (coping), la concentrazione del cortisolo nel circolo
sanguigno, scende rapidamente al termine dell’evento stressogeno. L’esposizione prolungata di alcune
aree cerebrali al cortisolo è stata indicata come una delle cause degli effetti dello stress sulla memoria e,
a lungo termine, su altre capacità cognitive, quali la concentrazione e l’apprendimento. Nel caso dei
bambini, l’aumento di cortisolo può avere effetti estremamente negativi sul cervello in via di rapida
maturazione, interessando particolarmente l’ippocampo che è deputato all’elaborazione dei ricordi.
Nei pazienti depressi si è riscontrata un’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e, di conseguenza,
elevate dosi di cortisolo nel sangue.
Relazione con altri ormoni Il cortisolo inibisce il testosterone e quindi riduce e controlla l’aggressività
e la reattività. Insieme a noradrenalina e adrenalina, svolge la funzione comportamentale di
raggiungimento degli obiettivi. Alte concentrazioni di noradrenalina e cortisolo sono associate a stati
d’ansia e di angoscia.
Esperimenti sugli animali Il cortisolo è minimo nei maschi dominanti e massimo nei maschi più
sottomessi. Il cortisolo aumenta in situazioni stressanti, come l’isolamento nel cavallo e nella pecora, il
trasporto nei bovini, il sovraffollamento nei maiali. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene è stato indagato
anche nel lupo (Canis Lupus) che, in natura, presenta una struttura sociale altamente gerarchica; nel lupo
è stata evidenziata una maggior produzione di cortisolo, in situazione di stress, nei soggetti subordinati.
È stata riscontrata costantemente, nelle scimmie subordinate, una cortisolemia significativamente più
elevata, rispetto a quella delle scimmie dominanti.
Meditazione la meditazione abbassa i livelli di cortisolo e ne regola la produzione (Bottaccioli, 2005)
LA NEUROPERSONALITÀ ADRENALINICA
Storia John Jacob Abel a Baltimora studiando una sostanza da estratti surrenali parzialmente purificati la
definì "epinefrina". L’adrenalina venne isolata dal chimico giapponese Jokichi Takamine, nel 1901, nel
suo laboratorio di New York, grazie ad una sua nuova procedura di isolamento che permise di ottenere la
sostanza in forma cristallina pura e la commercializzò come "adrenalina". Nel 1903, l'adrenalina naturale
è risultata essere otticamente attiva e levogira.
Informazioni generali L’adrenalina, secondo il neurofarmacologo Laborit, è il neuro-ormone della
paura, attiva il sistema nervoso simpatico e stimola fisicamente la “risposta di attacco o fuga”, ossia
l’aggressività difensiva o l’azione attiva di fuga. L’adrenalina è il principale neurotrasmettitore attivato
dall’asse dello stress HPA, che stimola la sua produzione nelle surrenali. Durante la fase REM, in cui
l’attività cerebrale del dormiente è paragonabile a quella vigile, l’adrenalina affronta le situazioni
oniriche come se fossero reali, predisponendo il corpo ad affrontare i vari sbalzi umorali.
Effetti fisiologici Riduce la percezione del dolore e della fatica, aumenta il rendimento metabolico, il
consumo di sostanze nutritive, la dilatazione delle pupille, la frequenza cardiaca, la vasocostrizione a
livello cutaneo e nelle parti periferiche del corpo (in modo che, nella lotta o fuga, eventuali ferite non
sanguinino troppo), incrementa la pressione arteriosa, la capacità muscolare e il consumo di ossigeno.
Effetti psichici e comportamentali L’adrenalina è implicata nei processi di attacco-fuga, nella vigilanza,
nel sonno e nei comportamenti aggressivi. L’adrenalina predispone l’organismo ad affrontare situazioni
di emergenza sul piano fisico ed emotivo, dandogli un surplus di forza e vivacità sia fisica sia mentale.
Fornisce al corpo maggiore energia e un supplemento di lavoro muscolare e cardiaco, tuttavia, in tal
modo, l’organismo è costretto a ridurre altre funzioni, ad esempio diminuisce le difese immunitarie,
motivo per cui lo stress può turbare l’equilibrio tra il sistema di difesa e l’attacco di virus e batteri.
Meditazione La meditazione, in generale, produce risultati psicologici opposti a quelli dello stress,
tuttavia i ricercatori sono perplessi sul fatto che i livelli degli ormoni adrenalinici non si riducano in
modo costante nel sangue dei meditatori.
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LA NEUROPERSONALITA’ NORADRENALINICA
IL SISTEMA DELL’ATTENZIONE MENTALE
Informazioni generali
La noradrenalina è la sostanza che, insieme all’adrenalina, gestisce lo stress e le situazioni di emergenza,
regola una parte della risposta fisica di “attacco o fuga” ma soprattutto attiva la risposta cognitiva che
sottostà ai comportamenti di attacco o fuga, stimolando la concentrazione, l’attenzione e la vigilanza che
generano uno stato di acutezza mentale, determinazione e rapidità nelle risposte fisiche e cognitive
(Fink, 2010). La noradrenalina aumenta anche l’agitazione e l’ansia.
La noradrenalina è rilasciata dalle cellule cromaffini come ormone nel sangue, ma è anche un
neurotrasmettitore nel sistema nervoso, dove è rilasciato dai neuroni noradrenergici durante la
trasmissione sinaptica. In quanto ormone dello stress, coinvolge parti del cervello dove
risiedono i controlli dell'attenzione e delle reazioni. Insieme all’adrenalina provoca la risposta di
“attacco o fuga”, attivando il sistema nervoso simpatico per aumentare il battito cardiaco,
rilasciare energia sotto forma di glucosio dal glicogeno e aumentare il tono muscolare.
La noradrenalina è rilasciata quando una serie di cambiamenti fisiologici sono attivati da un
evento. Questo è provocato dall'attivazione di un'area, che nell'uomo si situa nel tronco
encefalico chiamata locus ceruleus. Questo nucleo è all'origine della maggior parte delle azioni
della noradrenalina nel cervello umano. I neuroni attivati inviano segnali in entrambe le
direzioni dal locus ceruleus lungo diversi percorsi verso varie parti, inclusa la corteccia
cerebrale, il sistema limbico e la colonna vertebrale.
Molti farmaci psichiatrici importanti esercitano forti effetti sui sistemi della noradrenalina nel
cervello. La noradrenalina è classificata come una sostenza simpaticomimetica: i suoi effetti
quando viene somministrata mediante iniezione endovenosa sono di aumentare la frequenza
cardiaca e alzare la pressione sanguigna.
Il sistema nervoso simpatico
Le anfetamine sono delle sostanze stimolanti che aumentano il rilascio di noradrenalina e dopamina. Gli
inibitori della monoamino ossidasi (MAO) sono antidepressivi che inibiscono la degradazione metabolica
della noradrenalina e della serotonina.
Stress
Per stress, fisiologicamente, si intende qualsiasi situazione che minaccia la stabilità del corpo e delle sue
funzioni. Lo stress colpisce una grande varietà di sistemi del corpo: i due più costantemente attivati sono
l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il sistema della noradrenalina, sia a livello di sistema nervoso
simpatico che di sistema centrale, il locus coeruleus nel cervello.
Molti fattori di stress evocano un aumento dell'attività noradrenergica, che mobilita il cervello e il corpo
per affrontare la minaccia. Lo stress cronico, se continuato per un lungo periodo, può danneggiare molte
parti del corpo. Una parte significativa del danno da stress cronico è dovuto agli effetti del rilascio
prolungato di noradrenalina che orienta le risorse fisiologiche, normalmente utilizzate per il
mantenimento, la rigenerazione e la riproduzione, verso sistemi necessari per la reattività nervosa e il
movimento attivo. Le conseguenze possono includere rallentamento della crescita (nei bambini),
insonnia, perdita della libido, problemi gastrointestinali, resistenza alle malattie alterata, tassi più lenti di
guarigione delle ferite, depressione, e maggiore vulnerabilità alle dipendenze.
ADHD
L’ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Disorder, è un disturbo psichiatrico che coinvolge problemi di
attenzione, iperattività e impulsività. È comunemente trattato con farmaci stimolanti come il
metilfenidato (Ritalin), il cui effetto principale è quello di aumentare i livelli di serotonina, dopamina e di
noradrenalina, ma è stato difficile stabilire come e se queste azioni siano coinvolti nella loro efficacia
clinica. Inoltre vi è una sostanziale evidenza che molte persone con ADHD mostrano "biomarcatori" che
coinvolgono alterate elaborazioni della noradrenalina. Diversi farmaci i cui effetti primari sono di
stimolare la noradrenalina, tra cui guanfacina, clonidina, e atomoxetina, sono stati usati come trattamenti
per l'ADHD.
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Il sistema nervoso simpatico
La noradrenalina è il principale neurotrasmettitore utilizzato dal sistema nervoso simpatico che ha
funzioni di attivazione neurocognitiva e fisiologica, che consiste di due dozzine di gangli della catena
simpatica situata vicino al midollo spinale, più una serie di gangli prevertebrali situati nel torace e
dell'addome. Questi gangli simpatici sono collegati a numerosi organi, tra cui gli occhi, ghiandole salivari,
cuore, polmoni, fegato, cistifellea, stomaco, intestino, reni, vescica urinaria, organi riproduttivi, muscoli,
pelle e ghiandole surrenali.
L'attivazione simpatica delle ghiandole surrenali stimola la “midollare” surrenale a rilasciare
noradrenalina nel sangue, e poi attraverso la circolazione sanguigna, funzionando come un ormone,
guadagna ulteriore accesso a una vasta gamma di tessuti.
In generale, l'effetto della noradrenalina su ciascun organo bersaglio è modificare il suo stato in un modo
che rende più favorevole al movimento del corpo attivo, tuttavia con un costo maggiore nel consumo di
energia e con conseguente aumento di usura. Questo può essere in contrasto con gli effetti del sistema
nervoso parasimpatico, che modifica la maggior parte degli stessi organi verso uno stato più favorevole
al riposo, il recupero, alla digestione del cibo, e di solito meno costosi in termini di dispendio energetico.
Gli effetti simpatici della noradrenalina sono:
• Negli occhi, aumenta la produzione di lacrime, rendendo gli occhi più umidi, e dilata la pupilla.
• nel cuore, aumenta la quantità di sangue pompato.
• Nel tessuto adiposo bruno, aumenta le calorie bruciate per generare calore corporeo.
• Molteplici effetti sul sistema immunitario.
• Nelle arterie, aumenta la costrizione dei vasi sanguigni, causando un aumento della pressione
sanguigna (ipertensione).
• Nei reni, rilascio di renina e ritenzione di sodio nel sangue, con aumento della pressione sanguigna
(ipertensione).
• Nel fegato, un aumento della produzione di glucosio, mediante glicogenolisi dopo un pasto o
gluconeogenesi quando il cibo non è recentemente stato consumato. Il glucosio è la fonte energetica
principale del corpo nella maggior parte delle condizioni.
• Nel pancreas, aumento del rilascio di glucagone, un ormone cui effetto principale è quello di aumentare
la produzione di glucosio da parte del fegato.
• Nei muscoli scheletrici, aumenta l'assorbimento del glucosio.
• Nel tessuto adiposo, aumenta la lipolisi, cioè conversione di grasso per sostanze che possono essere
utilizzate direttamente come fonti di energia di muscoli e altri tessuti.
• Nello stomaco e nell'intestino, inibisce e riduce l'attività digestiva. Questo risulta da un effetto inibitorio
generale della noradrenalina sul sistema nervoso enterico (cervello enterico), che causa una diminuzioni
nella mobilità gastrointestinale, del flusso di sangue, della produzione di serotonina e della secrezione di
sostanze digestive.
Per queste sue funzioni attivanti il rilascio di noradrenalina è più basso durante il sonno e aumenta
durante la veglia fino a raggiungere livelli molto più alti durante le situazioni di stress o di pericolo, sia
nella risposta di attacco o fuga che nell’inibizione dell’azione. La più importante fonte di noradrenalina
nel cervello è il locus coeruleus, che si stima contenga circa 15.000 neuroni, meno di un milionesimo dei
neuroni del cervello, ma invia proiezioni ad ogni parte di esso e al midollo spinale. La noradrenalina,
rilasciata dal locus coeruleus, migliora l’elaborazione degli input sensoriali, l’attenzione, la formazione e il
recupero della memoria a lungo termine e della memoria di lavoro, migliora la capacità del cervello di
rispondere agli input cambiando i circuiti neuronali della corteccia prefrontale e di altre aree. C'è grande
somiglianza tra le situazioni che attivano il locus coeruleus, nel cervello e le situazioni che attivano il
sistema nervoso simpatico, nella periferia: il locus coeruleus, essenzialmente, mobilita il cervello per l’
azione, mentre il sistema simpatico mobilita il corpo.
Effetti fisiologici La noradrenalina viene attivata dall’asse dello stress HPA e sostiene la risposta,
attivando il sistema nervoso simpatico per aumentare il battito cardiaco, rilasciare energia sotto forma di
glucosio dal glicogeno e aumentare il tono muscolare. Come ormone dello stress, la noradrenalina agisce
sull’amigdala, che controlla l’attenzione e le risposte al pericolo, integrandole con i ricordi emotivi del
passato.
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La noradrenalina controlla il tono dei vasi sanguigni, la muscolatura liscia dell’intestino, dell’utero,
dell’iride, la replezione della milza, la produzione pancreatica di insulina, la scissione epatica del
glicogeno in glucosio.
Effetti psichici e comportamentali La noradrenalina è ritenuta svolgere un importante ruolo
nell’attenzione e nella sua focalizzazione (concentrazione, determinazione), nella regolazione delle
risposte comportamentali (capacità di pensiero, tono dell’umore) ed umorali (secrezione di ormoni)
verso stimoli ambientali, potenzialmente pericolosi. Secondo Laborit, la noradrenalina è anche una
molecola strettamente legata alla “inibizione dell’azione”, ossia alla risposta di “congelamento”
(freezing), caratteristica sia degli animali, sia degli esseri umani (e mediata anche dal cortisolo), che più
di ogni altra sembra essere alla base dei disturbi d’ansia. La noradrenalina genererebbe l’“attesa carica di
tensione” e di ansia, tipica dei momenti di paura e di grave difficoltà, senza possibilità di azione (fuga o
attacco).
L’eccesso di noradrenalina, generato dalla “inibizione dell’azione”, invece, causa iperattività mentale e
ipercontrollo che sostengono l’ansia, la paura, l’ipertensione arteriosa, la tensione mentale, il blocco del
diaframma e del ritmo del respiro, la rigidità muscolare.
La persona vive in uno stato di arousal costante, di ansia cronica, in cui il sistema PAURA/ANSIA è
sempre attivo e stimola la produzione di pensieri di controllo, come se ad ogni istante potesse verificarsi
un pericolo che, tuttavia, non esiste (ansia anticipatoria). La persona non riesce a fermare i pensieri
nemmeno in vacanza, o durante i rapporti sessuali, perché la sua mente, troppo attivata, non permette al
corpo di produrre la serotonina base e l’ossitocina. L’eccesso di noradrenalina da stress e inibizione
cronica è quindi fortemente connesso con l’insonnia ed in particolare con la difficoltà di “spegnere” la
mente quando ci si addormenta, con i risvegli notturni o mattutini anticipati, in cui l’ansia stessa desta la
persona e disturba il rilassamento profondo e piacevole del sonno. È la radice neurofisiologica di tutti i
comportamenti tesi, rigidi, controllanti e ansiosi della personalità.
La carenza di noradrenalina Bassi livelli di noradrenalina, caratteristici di alcune depressioni
potrebbero essere alla base dell’insorgenza di vari sintomi depressivi, quali lo stato di confusione,
l’incapacità di concentrazione, di decisione, di chiarezza mentale e il sentirsi sempre stanchi e
demotivati. I pazienti gravemente affetti da questo disturbo mentale hanno, infatti, ridotti livelli di
escrezione urinaria, del maggior metabolita della noradrenalina cerebrale.
La depressione apparirebbe, quindi, come un’incapacità neuroendocrina della persona di reagire di
fronte ad un cambiamento di vita o, più in generale, ad una qualsiasi fonte di stress, oltre i limiti di
tolleranza tipici del soggetto.
Interazione con altri ormoni Il sistema noradrenergico, insieme al serotoninergico e al dopaminergico,
regola lo stato emozionale (Esposito & Liguori 1996). Insieme alla dopamina, la noradrenalina è ritenuta
svolgere un importante ruolo nell’attenzione e nella sua focalizzazione, nella ricompensa cerebrale e
nella modulazione della risposta immunitaria.
Meditazione Benson (1983b) ha studiato 19 soggetti che praticavano tecniche di rilassamento due volte
al giorno per 30 giorni, trovando che i livelli accresciuti di noradrenalina non producevano aumenti nel
ritmo cardiaco e nella pressione sanguigna e concludendo che le tecniche di rilassamento riducevano la
reazione del sistema nervoso centrale alla noradrenalina(Bottaccioli, 2005).
IL SISTEMA RABBIA/DOMINANZA
E LA NEUROPERSONALITÀ TESTOSTERONICA REATTIVA
Il sistema della RABBIA/DOMINANZA è il principale sistema di difesa reattiva del Sé.
Questo sistema permette di mobilitare le risorse energetiche e cognitive per reagire alle situazioni di
pericolo o di disagio, attivando le risposte attive dell’aggressività, della dominanza e del territorialismo.
La RABBIA, come istinto aggressivo e violento, presente in tutti gli animali e negli esseri umani, è uno dei
più potenti processi-primari del Sé e viene attivato per la difesa e per il mantenimento dell’omeostasi e
delle funzioni essenziali, come il cibo, il territorio, la gestione delle risorse, il nido, il sonno, ma anche la
casa, il lavoro, il proprio partner, i figli, la proprietà, le idee.
l sistema della RABBIA/DOMINANZA è legato al testosterone, l’ormone sessuale prodotto dai testicoli,
ma anche dalle ovaie e dalle surrenali, che è presente nel maschio in proporzioni statisticamente
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maggiori che nella femmina, che, rispetto agli uomini, hanno una maggiore tendenza a convertire
quest'ormone in estrogeni. I livelli massimi di produzione del testosterone si hanno tra i 20 e i 25 anni di
età, per poi calare progressivamente (vedi grafico).
Il sistema della RABBIA/DOMINANZA è la base
neuronale della “neuropersonalità testosteronica”,
particolarmente caratterizzata da comportamenti
reattivi e aggressivi, mediati da un alto livello di
testosterone e spesso da un basso livello di
serotonina. Il testosterone produce i
comportamenti aggressivi e competitivi,
originariamente legati alla conquista della
femmina, all’accoppiamento e alla difesa del
territorio. Questo tipo di aggressività si osserva
nelle lotte di potere politico, economico, tra gli
sportivi, nelle competizioni e nelle relazioni
sessuali. I tassi di testosterone dei vincitori si alzano, mentre si abbassano negli sconfitti, generando
demoralizzazione e bassa energia.
Il sistema della RABBIA viene anche attivato da uno stato di irritazione fisica (ferita, dolore), frustrazione
per carenza di rapporti sessuali, fame o sete, privazione di sonno.
Anche lesioni cerebrali o foci epilettici, possono aumentare l’irritabilità e stimolare il sistema della
RABBIA. Il sistema della RABBIA è anche attivato dall’inibizione o riduzione del sistema della RICERCA e
del GIOCO e del piacere inerente. La rabbia è uno strumento primario di protezione che dovrebbe
aiutarci a mantenere o a ripristinare la situazione ottimale del sistema del PIACERE CORPOREO.
Il sistema della RABBIA è presente in tutti gli animali studiati.
Il sistema della RABBIA si attiva anche quando subiamo una limitazione del circuito del piacere. Nei
mammiferi il sistema della RABBIA si attiva anche quando un soggetto viene privato di qualcosa di
piacevole, come un gioco, che genera sensazioni di limitazione o blocco della nostra libertà e della gioia
di vivere. Nei mammiferi superiori, e in particolare negli esseri umani, la RABBIA può essere attivata
anche dalla privazione dell’amore e dell’affetto, ossia dalla limitazione del sistema della
CURA/AMOREVOLEZZA che rappresentano valori profondi e importanti della vita.
Si ricorda che l’aggressività predatoria, tipica del felino che aggredisce una preda, non è frutto
dell’attivazione del sistema della RABBIA, ma largamente associato all’attivazione dell’asse dello stress e
del sistema della RICERCA.
La neuropersonalità aggressiva-dominante
L’aspetto psicosomatico della neuropersonalità testosteronica aggressiva-dominante, legata al sistema di
RABBIA/DOMINANZA, è caratterizzato da un aumento del tono simpatico, dalla forza, dalla struttura
fisica eretta, da un torace pieno e in espansione e da una respirazione nasale alta, con un carico di
tensione muscolare, in particolare nel braccio destro. Le emozioni sono intense e con una base
aggressiva. Lo sguardo è deciso e determinato, i movimenti volitivi e forti, la voce spesso direttiva e
incline all’aggressione verbale. Quando la neuropersonalità testosteronica è contrastata, sviluppa
pensieri di conflitto e di vendetta.
Il sistema della RABBIA/DOMINANZA è una della basi neurofisiologiche comuni ai leader carismatici e
agli uomini di potere ma anche, se non governata in modo equilibrato, ai criminali e alle persone con
disturbi della personalità antisociale e borderline del DSM-5. Questa struttura è in molti aspetti
sovrapponibile al “carattere psicopatico” codificato da Lowen.
Inibizione e iperattivazione del sistema della RABBIA/DOMINANZA
Il sistema della RABBIA/DOMINANZA è uno dei sistemi istintivi ed emozionali più vitali e potenti e anche
il più contrastato ed inibito dalle norme familiari, sociali e morali. La rabbia è spesso considerata come
una forza negativa da reprimere. L’eccessiva “inibizione dell’azione” del sistema della
RABBIA/DOMINANZA, a cui sono sottoposti i bambini che vivono in famiglie troppo normative,
aggressive o comunque in cui non si sentono sufficientemente protetti, può rinforzare e cronicizzare le
risposte passive del sistema PAURA/ANSIA, inibire profondamente la risposta aggressiva del sistema
RABBIA/DOMINANZA e reprimere la normale e funzionale “neuropersonalità testosteronica”. Questa
condizione psicosomatica può, quindi, ridurre fortemente il potere personale, il coraggio di vivere e la
forza di essere se stessi.
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In alcuni casi invece, come nei soggetti con un’elevata funzionalità genetica del sistema della
RABBIA/DOMINANZA, gli stessi maltrattamenti familiari o le privazioni d’affetto e cura generano una sua
attivazione cronica che da’ origine a una risposta di attivazione della neuropersonalità testosteronica,
con manifestazioni di reattività, iperattività motoria, ribellione e conflittualità con il potere o le figure
istituzionali e che può anche diventare cronica o addirittura patologica.
La repressione della rabbia può essere, infatti, facilmente vissuta come repressione della propria vitalità
e del Sé e quindi generare dei processi-secondari emotivi più articolati e complessi, come la collera e il
rancore e dei processi-terziari cognitivi superiori, trasformandosi in sdegno, gelosia, odio, frustrazione,
risentimento e sentimento di ribellione, rivincita o vendetta. Queste emozioni coinvolgono processi
psicologici e mentali complessi, in cui si inseriscono sistemi di giudizio e valore negativo sul soggetto o
sull’evento che ha causato la rabbia. I processi-secondari e terziari rappresentano le tipiche istanze delle
dinamiche di potere (familiare, sociale, di coppia) e le loro infinite variazioni, su cui operano
costantemente gli psicologi e gli psicoterapeuti. Nei processi-terziari la rabbia può indurre pensieri e
strategie psicologicamente complesse che portano a cercare rivincite, vendette per ripristinare e ricreare
le situazioni dei nostri desideri. I processi-terziari vengono ulteriormente complicati dall’effetto delle
neuropersonalità e delle circostanze che portano all’uso di atteggiamenti e toni conciliatori, accusatori,
frustrati, pacificatori che amplificano o diminuiscono la forza della RABBIA.
Rabbia e mancanza di amore
Nei bambini, come negli adulti con una forte neuropersonalità ossitocinica, legata al sistema della
CURA/AMOREVOLEZZA, la privazione dell’amore materno o dell’amore del partner genera un universale
senso di solitudine e di tristezza, attivando il sistema della TRISTEZZA/PANICO e una cronica inibizione
del sistema della RABBIA che spesso dura tutta la vita.
La stessa privazione dell’amore materno o dell’amore del partner, nella neuropersonalità testosteronica,
è spesso accompagnato dall’attivazione del sistema della RABBIA/DOMINANZA che spingerebbe
all’aggressività e a fare del male alla persona responsabile dell’evento, fino all’uccisione. I bambini cui
nasce un fratellino che minaccia di togliere loro l’affetto dei genitori, evidenziano l’attivazione del
sistema della RABBIA/DOMINANZA e della gelosia che può manifestarsi sotto forma di dispetti, fino a
comportamenti di estrema violenza.
Il neurocircuito della RABBIA
Il sistema della RABBIA venne scoperto, negli anni ’30, da Walter Hess che vinse il premio Nobel per
questa scoperta, nel 1949. Il sistema della RABBIA fu inizialmente localizzato nell’ipotalamo.
Gli animali stimolati elettricamente evidenziavano immediatamente comportamenti aggressivi e violenti,
attaccando e mordendo gli oggetti circostanti.
I comportamenti aggressivi erano proporzionali all’intensità della carica. La configurazione moderna del
sistema della RABBIA è dovuta ad Allan Siegel (2005) che l’ha identificato col neurocircuito amigdala-
ipotalamo-PAG e mostra una precisa struttura gerarchica. La profonda struttura cerebrale del PAG ha
un’importanza critica nella generazione dei comportamenti aggressivi, rispetto alle aree superiori.
L’ipotalamo (area mediale) è comunque centrale, ma meno importante, riceve gli input di attivazione
dalle sensazioni generali, mentre l’amigdala sembra attivare il sistema della RABBIA, sulla base delle
considerazioni cognitive superiori (giudizi, rivincite o vendette) che provengono dalla neocorteccia.
Damasio e colleghi (2005) hanno evidenziato un forte aumento della circolazione sanguigna nell’area del
PAG, durante l’attivazione del sistema della RABBIA. Il danneggiamento del PAG, infatti, elimina
completamente i comportamenti di RABBIA, mentre la RABBIA evocata dalla stimolazione del PAG, non è
diminuita dal danneggiamento dell’ipotalamo o dell’amigdala.
Questa struttura gerarchica del sistema della RABBIA/DOMINANZA è analoga per tutti i sistemi delle
emozioni primarie, in particolare per il sistema della RICERCA e della PAURA. Le aree più basse e
primitive hanno una rilevanza maggiore, mentre le aree superiori sembrano svolgere una sorta di
regolazione cognitiva, attraverso l’attivazione, l’inibizione o il controllo delle forze istintive ed emotive.
La psicoterapia è di fondamentale importanza in questo processo di regolazione e maturazione, poiché
aiuta la persona a governare le proprie emozioni, invece di diventarne schiava.
Le basi biochimiche della RABBIA
Le principali sostanze che attivano il sistema della RABBIA sono il testosterone, la sostanza P e la
noradrenalina. In secondo piano, abbiamo il glutammato, l’acetilcolina e l’ossido di azoto, che sono degli
attivatori cerebrali aspecifici.
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La RABBIA è regolata e sedata dall’endorfina e dagli oppioidi endogeni, dall’ossitocina e dalla serotonina.
La serotonina e gli psicofarmaci che rinforzano la serotonina, come gli inibitori selettivi della
ricaptazione della serotonina (SSRI), insieme al GABA, tendono in modo aspecifico a inibire il sistema
della RABBIA e i sistemi emozionali in genere, dalla depressione, alle crisi epilettiche, migliorando il
riposo e il sonno. Il sistema della RABBIA, come tutti i sistemi emotivi primari, è regolato da molti
processi psicologici e da molti sistemi neuronali. Queste influenze possono essere inibite da specifici
farmaci, ad esempio il propanololo (che blocca i recettori della noradrenalina) che inibisce
genericamente il sistema della RABBIA, ma anche altri sistemi emotivi. Tra i farmaci che possono
sopprimere il sistema RABBIA c’è anche l’aprepitant, antagonista della sostanza P.
Questa varietà di sostanze attivanti o inibitorie suggerisce che esista un’ampia gamma di possibilità e di
circuiti che possono agire sul sistema della RABBIA e quindi infinite modalità individuali che entrano in
gioco. Questo evidenzia anche la difficoltà di trovare uno specifico farmaco che vada bene per ogni
soggetto.
La strategia migliore sarebbe quindi quella di individuare la “neuropersonalità” di base, attraverso i test,
ma soprattutto attraverso un’attenta analisi dei vissuti, dei comportamenti e delle caratteristiche
psicosomatiche emotive e psicologiche che identificano il temperamento della persona.
Gli psichiatri dovrebbero capire che la salute psicofisica non può essere ottenuta semplicemente
inibendo farmacologicamente un sistema della RABBIA iperattivo. La RABBIA può essere normalmente
riequilibrata grazie al miglioramento delle relazioni sociali e, soprattutto, attraverso un aumento
dell’ossitocina e dell’endorfina, legate al miglioramento dei rapporti affettivi e sociali positivi. L’azione
dello psicoterapeuta è fondamentale per migliorare l’abilità del paziente di sviluppare buone relazioni
affettive con gli amici e la famiglia.
Differenze tra maschi e femmine
Da numerose ricerche, appare evidente che il sistema della RABBIA/DOMINANZA sia maggiormente
sviluppato negli uomini rispetto alle donne. Le femmine della maggior parte delle specie animali
mostrano una minor attitudine alla RABBIA/DOMINANZA dei maschi. La ragione principale è il
testosterone, i cui livelli più alti nei maschi stimolano la neuropersonalità testosteronica che si esprime
attraverso comportamenti aggressivi e una tendenza alla dominanza. Per contro, quando è stato iniettato
testosterone nelle femmine, queste sono immediatamente diventate più aggressive e meno tolleranti.
È rilevante notare che le femmine di iena hanno i livelli di testosterone più alti fino ad ora rilevati tra le
femmine animali e mostrano dei comportamenti particolarmente aggressivi e dominanti tra loro e sui
maschi. Gli elevati livelli di testosterone portano le femmine di iena ad un esagerato sviluppo del
clitoride (penis-like) e delle labbra esterne che esse mostrano come segno di potere, orientato alla
dominanza sociale.
L’attivazione del sistema della RABBIA è vissuto generalmente dagli animali e dagli esseri umani come
non piacevole e quindi, tendenzialmente, da evitare. In alcuni casi può essere vissuto positivamente,
quando è associato alla dominanza, al successo o ad una vittoria.
Interazioni tra sistema della RABBIA e SESSUALITA’
L’eccesso di testosterone genera comportamenti più sospettosi (gelosia) e meno basati sulla fiducia. Il
testosterone induce un’attivazione genetica per la produzione di vasopressina, il neuropeptide, che
promuove l’aggressività e la sessualità nei maschi. I maschi di topo castrati hanno livelli di vasopressina
dimezzati e sono parallelamente meno aggressivi e meno sessualmente attivi; l’iniezione di testosterone
nell’ipotalamo ristora il loro normale livello di sessualità e di aggressività.
Le esperienze di vittoria sono fortemente connesse col testosterone, con l’assertività e con la sessualità.
La ricerca della competizione e del successo sono segni evidenti della neuropersonalità testosteronica. Il
ruolo del testosterone nei giovani adolescenti maschi è molto evidente. È importante notare che gli
ormoni femminili, estrogeni, progesterone e ossitocina, normalmente inibiscono l’aggressività e danno
una chiave di lettura sui motivi per cui le femmine sono più pacifiche degli uomini. La personalità
femminile cui è stato dato testosterone, tende a virare verso una neuropersonalità testosteronica, con
uno spettro più tipicamente maschile, connotato da aumento dell’aggressività, del sospetto (gelosia) e da
elevata sessualità. La brama e il piacere sessuale femminile hanno una forte componente mediata dal
testosterone.
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IL SISTEMA RABBIA/DOMINANZA E
LA NEUROPERSONALITÀ SEROTONINICA ORIENTATA AL POTERE
Il sistema della DOMINANZA sostiene il potere personale e sociale del Sé. La DOMINANZA è uno status
che viene percepito in modo molto variabile, dalle differenti tipologie di neuropersonalità, dagli eccessi
di potere, alla completa sottomissione.
Ritengo verosimile che esista uno specifico “sistema della DOMINANZA” all’interno del cervello che si
trova in diretta comunicazione con il sistema della RICERCA, della RABBIA, della PAURA e del GIOCO.
Nessuno, nei giochi infantili, ama dichiarare “mi arrendo” o “cedo” ad un compagno: la sensazione di
sottomissione è profondamente radicata nei nostri codici genetici e tendenzialmente ritenuta negativa e
da evitare, in particolare in situazioni di visibilità sociale, ossia quando altre persone osservano e
possono giudicarci.
A livello etologico, il più importante aspetto della dominanza sociale è osservato tra maschi che cercano
di stabilire una supremazia territoriale e di combattere con gli altri maschi per il predominio sessuale.
Anche se il sistema RABBIA è sicuramente attivato durante l’aggressività tra maschi o per la dominanza e
l’accesso alle risorse primarie, c’è larga evidenza che il sistema della DOMINANZA sia comunque distinto
da quello della RABBIA. Esistono, infatti, dati chiari nei comportamenti animali e umani di DOMINANZA,
non legati all’aggressività ma alla stabilità e alla saggezza, come nelle femmine di elefante (Archie et alii,
2013) e in molti casi di neuropersonalità dominanti della storia umana, dell’economia, della cultura e
della spiritualità.
Come abbiamo detto precedentemente, la serotonina è l’ormone della dominanza non aggressiva, le
ricerche mostrano che i maschi dominanti hanno livelli di serotonina più alti, fino al doppio, rispetto ai
più sottomessi (Raleigh et alii, 1984). La rimozione del maschio dominante cambia la gerarchia nei
maschi rimasti e il nuovo maschio dominante aumenta i suoi livelli di serotonina.
La reintegrazione del maschio dominante originario riporta i livelli gerarchici di dominanza e i livelli di
serotonina alla situazione iniziale (Raleigh et alii, 1991).
Cambiamenti dei livelli di serotonina dovuti all’utilizzo di sertralina (farmaco inibitore del reuptake della
serotonina o SSRI), possono ugualmente modificare l’assetto gerarchico dei maschi dominanti verso i
subordinati (Larson et alii, 2001). I farmaci serotoninergici come la sertralina (SSRI) regolano e
diminuiscono le risposte aggressive del sistema RABBIA e stimolano la DOMINANZA.
Sono di grande importanza gli studi che evidenziano come la DOMINANZA sia significativamente
correlata anche al peso corporeo, ossia alla robustezza del soggetto che, anche senza utilizzare
l’aggressività, sa comunque di poterla potenzialmente esercitare, in caso di bisogno, come forza fisica che
gli offre una base corporea concreta di sicurezza e potere (Fairbanks et alii, 2004).
I fenomeni di bullismo sono molto spesso legati al maschio più robusto e aggressivo che s’impone sui
coetanei, fisicamente meno forti ed aggressivi.
La sottomissione, come polarità debole-paurosa del bullismo è spesso caratterizzata da un eccessi
ingiustificato di paura. Se le persone che subiscono angherie riducessero la paura del dolore e della
violenza fisica si ridurrebbero drasticamente i fenomeni di bullismo.
È plausibile che in milioni di anni di evoluzione, esista una diretta relazione tra la dimensione corporea,
legata alla forza muscolare e la percezione interna del Sé della sicurezza e della potenzialità di difendersi
o di dominare. Una base consistente del nostro lavoro psicoterapeutico psicosomatico sulle persone
timorose e timide, soggette situazioni di accettazione forzata o di sottomissione, è orientata a potenziare
la percezione della propria forza fisica e del proprio potere muscolare, attraverso il grounding e gli
esercizi di energetica forte che, in pochi mesi, danno maggiore sicurezza alla persona e le permettono
atteggiamenti più determinati e meno succubi delle pressioni esterne.
Nei mammiferi, come nei primati e negli esseri umani, bassi livelli di serotonina si osservano nei soggetti
che non riescono a controllare gli istinti aggressivi di RABBIA o autoaggressivi, come ad esempio, nei
suicidi.
È stato anche dimostrato che la serotonina promuove lo status sociale e il comportamento affiliativo, sia
nei primati, sia negli esseri umani. (Tse et alii, 2002).
In altre parole, il maschio “serotoninico” dominante è un “leader naturale”, ossia una figura sociale non
solo temuta, per la sua forza e potenziale aggressività ma anche stimata, per la sua presenza amichevole
e capacità socializzante.
Il sistema della DOMINANZA sociale, quindi, non è necessariamente un effetto del sistema della RABBIA,
anche se spesso i due sistemi si sovrappongono.
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Il sistema della RABBIA, l’aggressività predatoria e la DOMINANZA sociale possono fondersi a livello dei
processi-terziari. L’aggressività maschile da testosterone è ritenuta un’aggressività fisica; le femmine
mostrano meno aggressività fisica ma più aggressività psicologica e sociale.
La dominanza emerge anche dai giochi dei bambini e genera uno stato di consapevolezza e di gerarchia
che può rimanere fino in età adulta. Questi dati permettono a psicoterapeuti e psichiatri di comprendere
che il sistema RABBIA può diventare iperattivato quando le persone, specialmente da bambini, sono
soggette ad abusi, a un non riconoscimento e a mancanza d’affetto, quindi la chiave per diminuire una
RABBIA patologica è ristabilire la capacità di formare relazioni calde e basate sulla fiducia. Una
consistente amicizia e capacità d’interazioni positive possono avere un grande effetto su persone
arrabbiate; così le esperienze emotive positive, in un contesto terapeutico, possono limitare o sciogliere
molti tipi di memorie traumatiche. La psicoterapia può aiutare i pazienti a liberarsi dai propri schemi
negativi e di ruminescenza rancorosa.
Scheda Testosterone
Informazioni generali Il testosterone è l’ormone della sessualità attiva, dell’aggressività (lotta per
l’accoppiamento), della buona salute e della vitalità. È prodotto principalmente nei testicoli e, in minima
parte, nella corteccia surrenale.
Storia L’azione ormonale legata ai testicoli era già chiara nel passato: i cinesi sono stati i primi a isolare e
utilizzare gli ormoni sessuali e ipofisari per scopi medici dal II secolo a.C. (Temple, 2007); nello stesso
periodo, in India, il famoso medico Susruta, nei suoi testi ayurvedici, consigliò per la cura dell’impotenza,
l’ingestione di sostanze testicolari. Nel 1935, il gruppo Organon, nei Paesi Bassi, fu il primo ad isolare il
“testosterone”.
Effetti fisiologici Il testosterone ha un ruolo fondamentale per la fertilità, in quanto agisce sulla
maturazione degli spermatozoi nei testicoli, contribuisce alla regolazione della crescita ossea e
muscolare che induce l’aumento dell’attività e della forza fisica, aumenta l’utilizzo dei lipidi (grassi)
corporei, la tolleranza al glucosio, ha azione vasoprotettrice e normotensiva diminuendo i rischi cardiaci
e stimolando il sistema immunitario. La carenza di testosterone può indurre: diabete mellito, rischi
cardiaci, ipertensione, aumento del grasso corporeo, diminuzione della massa muscolare, disfunzioni
erettili, possibilità di collasso cardiocircolatorio e aumento della mortalità, in particolare più è basso il
rapporto testosterone/cortisolo, maggiori sono questi rischi (Friedrich, 2012).
Effetti psichici e comportamentali Il testosterone stimola il desiderio sessuale, l’erezione e la
soddisfazione sessuale: ha, infatti, la funzione di integrare e sincronizzare il desiderio sessuale con l’atto
vero e proprio, regolando l’inizio e la fine dell’erezione del pene. Un deficit di libido (desiderio sessuale)
è spesso associato a una disfunzione del testosterone. Ciò è stato evidenziato anche per il desiderio
sessuale femminile, a seguito della sua diminuzione nel periodo post-menopausa. Gli sportivi che
assumono illegalmente testosterone hanno maggiore vigore e aggressività fisica e psicologica nelle gare.
Si notano differenze individuali dei livelli di testosterone di ±15% tra individui poco o molto virili: un
maschio poco virile raggiunge, a vent’anni, una produzione di testosterone pari a quella di un maschio
molto virile, a sessant’anni.
Il testosterone può indurre una diminuzione dell’affettività e del sistema della CURA, antagonizzando gli
effetti psicologici dell’ossitocina.
La carenza di testosterone può indurre stanchezza, spossatezza, disfunzioni erettili, depressione.
Meditazione La meditazione fa aumentare i livelli di testosterone che ha un ruolo importante anche
nelle donne, soprattutto in menopausa e del DHEA, con ruoli molteplici sia sull’umore, sia sul sistema
immunitario (Bottaccioli, 2005).
IL SISTEMA SESSUALITA’/DESIDERIO
GLI ORMONI SESSUALI E LA NEUROPERSONALITÀ SENSUALE
Il circuito del piacere e della sensualità
Il sistema del SESSO/DESIDERIO sostiene l’identità di genere e rappresenta un elemento fondamentale
nella formazione della coppia e nel senso di appartenenza alle relazioni sociali. Il sistema del
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SESSO/DESIDERIO viene attivato dagli ormoni sessuali come il testosterone, gli estrogeni, i progestinici e
la vasopressina.
Panksepp scrive che il processo con cui la sensazione erotica dall’eccitazione iniziale si sviluppa fino alla
tenerezza dell’amore, rimane uno dei più importanti e poco studiati problemi delle neuroscienze, anche
se i circuiti dell’attivazione sessuale sono ben conosciuti in molti animali e nell’essere umano (Panksepp,
1012).
Il sistema del SESSO/DESIDERIO è la base neuronale della “neuropersonalità sensuale” mediata dagli
ormoni sessuali e caratterizzata da comportamenti “ormonali” orientati all’interazione emotiva, al
piacere, alla fascinazione, alla passionalità amorosa, al corteggiamento e all’incontro sessuale.
Gli impulsi primari sessuali rendono la vita sociale intrigante, poiché la sessualità è un potente motore
sociale per tutti i mammiferi, essere umano compreso. Una vita sessuale soddisfacente migliora la
risposta del sistema immunitario e la longevità; le persone con una vita sessuale soddisfacente vivono
più a lungo di quelle senza una vita di relazioni felici e sicure, indipendentemente dal genere del partner.
La benedizione di una vita di relazione amorevole e sessualmente appagante, rappresenta un tonico per
il corpo e per l’anima. Per quanto riguarda genere e identità sessuale, molte domande restano aperte,
nonostante i numerosi libri scritti sull’argomento: i dati delle neuroscienze, dell’endocrinologia, della
psicologia e degli studi sociali, ci dovrebbero fare riflettere con più complessità e apertura mentale su
cosa significhi essere uomo o donna dal punto di vista sessuale, su cosa rappresenti la normalità e come
venga creata l’identità sessuale, attraverso l’intreccio di biologia, cultura e scelta personale. La
considerazione di fondo sottostante, che genera questo alto livello di confusione e di complessità, è che la
sessualità dell’essere umano è generata da più componenti, non necessariamente coerenti e integrate tra
loro: 1) la componente genetica (fenotipo) ed epigenetica, derivata dai cromosomi femminili (XX) o
maschili (XY), 2) la componente endocrina delle ghiandole sessuali (gonadi), ossia delle ovaie e dei
testicoli, 3) la componente cerebrale che gestisce i circuiti neuronali della sessualità maschile, situati nei
nuclei interstiziali dell’ipotalamo anteriore (INAH) e femminile, nell’ipotalamo ventro-mediale (VMH), 4)
la componente psicologica ed emotiva che deriva dai condizionamenti familiari e sociali.
Genetica e ormoni
A livello genetico ed endocrino, molta confusione è data anche dal fatto che il fenotipo sessuale corporeo
e l’organizzazione sessuale cerebrale possono non corrispondere all’identità socio-culturale di
appartenenza e quindi generare complessi livelli di ambiguità: dalla completa mascolinità psico-
comportamentale, in una persona geneticamente femmina (cromosomi XX), a fattezze corporee più
femminili, in una persona geneticamente maschio (cromosomi XY), la cui mente è organizzata in senso
maschile?. L’identità derivante dalla propria neuropersonalità sessuale, per via di queste disarmonie e
incongruenze psico-somatiche, è quindi spesso confusa e sfuggente.
Sviluppo e differenziazione neuro-sessuale
È stato documentato (Phoenix et alii, 1959) che l’organizzazione dei circuiti sessuali inizia durante la vita
fetale, sviluppando bimbi o bimbe che differiscono fisicamente, emotivamente e psicologicamente
(Gooren, 2006). Queste differenze sono controllate dal testosterone, secreto prima e subito dopo la
nascita. Nell’adolescenza, le femmine sviluppano la pubertà grazie agli estrogeni e al progesterone,
secreto dalle ovaie, mentre i maschi grazie al testosterone, abbondantemente prodotto dai testicoli.
Il testosterone è presente in entrami i sessi ma esercita un’attività più intensa nel maschio perché è
dotato di aree cerebrali più estese, ricche di recettori per il testosterone, in particolare nell’ipotalamo
anteriore. L’effetto del testosterone sui recettori di queste aree cerebrali produce una sensazione di
piacere: è come se i maschi possedessero delle “ghiandole sessuali nel loro cervello” (Panksepp, 2015),
corrispondenti alle gonadi esterne (testicoli). Studi sui roditori hanno dimostrato che lesioni dei testicoli,
o di queste aree nel cervello, producono effetti simili: debolezza sessuale, diminuzione del desiderio e
dell’abilità, specialmente se il danno avviene prima dell’adolescenza.
Se i giovani animali perdono i testicoli prima della maturità sessuale, non svilupperanno mai forti
impulsi sessuali, a meno che non venga iniettato del testosterone in aree appropriate; tuttavia pulsioni
sociali più generiche non vengono totalmente inibite, dimostrando, quindi, che i bisogni relazionali sono,
almeno in parte, indipendenti da quelli sessuali (Panksepp 2012).
Se il danno avviene in animali adulti che hanno già sviluppato comportamenti sessuali, la sessualità viene
inibita in misura inferiore, probabilmente perché le abitudini sessuali sono sostenute da processi
secondari e terziari di ordine superiore, come l’apprendimento, le memorie e le attività cognitive e
psicologiche sessuali. Uomini sessualmente attivi che perdono i testicoli, tendono a mantenere una vita
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erotica più a lungo degli animali castrati, probabilmente perché hanno meccanismi psicologici superiori
più forti a sostegno della motivazione.
Il testosterone è molto potente nello stimolare l’eccitazione maschile, anche perché attiva la
vasopressina che in modelli animali promuove l’eccitazione sessuale, la difesa del territorio,
l’aggressività tra maschi e probabilmente la gelosia sessuale (Goodson, et alii, 2001; Hart et alii, 2010). I
maschi hanno concentrazioni doppie di vasopressina, rispetto alle femmine. Il testosterone attiva anche
il neurotrasmettitore protossido d’azoto che promuove un’elevata attività sessuale aggressività. Farmaci
come il sildenafil (Viagra) migliorano l’attività erettile, aumentando la produzione di protossido d’azoto,
sia nel cervello, sia nel pene e probabilmente anche nel clitoride. Ancora una volta vediamo come corpo e
mente lavorino assieme, sotto lo stimolo di identiche sostanze.
I circuiti sessuali del cervello
Il cervello maschile e femminile hanno caratteristiche sorprendentemente e dolorosamente differenti. Le
neuroscienze moderne hanno dimostrato che il cervello di maschi e femmine non è uguale, ma che
entrambi possiedono centri e circuiti cerebrali di tipo sia femminile sia maschile, generalmente con una
diversa distribuzione e attivazione.
Nei mammiferi maschi, il centro degli impulsi sessuali primari si trova nelle regioni mediali
dell’ipotalamo anteriore (POA), mentre nell’uomo, soprattutto nell’area dei nuclei interstiziali
dell’ipotalamo anteriore (INAH). Gli impulsi femminili per la disponibilità sessuale, originano invece
nell’ipotalamo ventro-mediale (VMH)
Così come i corpi di maschi e femmine sono diversi in alcuni aspetti importanti, anche i loro cervelli sono
distinti in molti modi, con un’enorme varietà di sfumature psicologiche (Hoyenga,1993).
Questi due differenti circuiti primari dell’attivazione e del piacere sessuale possono essere modulati,
attivati o inibiti da influenze secondarie (emotive) e terziarie (psicologiche e sociali) molto complesse.
I sistemi cerebrali maschile e femminile sono diversi in termini di impulsi, soddisfazione sessuale e molti
altri tratti psicologici, generati da circuiti cerebrali e biologici distinti. Il desiderio sessuale non riflette
semplicemente un bisogno corporeo periferico ma anche, e in modo decisivo, l’organizzazione del
cervello-mente. Da queste considerazioni risulta che le espressioni sessuali fisiche e psicologiche di
genere hanno un controllo separato ma sovrapposto, cioè il genere corporeo (genetico-ormonale) e il
genere psicologico (neuro-cognitivo) hanno uno sviluppo indipendente che inizia in utero, molto prima
che l’organismo abbia un qualunque condizionamento sociale riguardante la sessualità.
Partendo da questa complessità di strutture, diventa sempre più difficile sostenere una chiara
definizione di “normalità di genere” da un punto di vista fisico, psicologico e comportamentale,
relativamente all’essere eterosessuali, transgender, transessuali, omosessuali o bisessuali.
Testosterone e aggressività maschile
Come descritto nel paragrafo precedente, oltre a facilitare le risposte sessuali maschili, il testosterone
promuove gli impulsi di aggressività per la dominanza sociale, sia negli uomini sia nelle donne. A livello
di alcune aree sottocorticali, in particolare nell’amigdala mediale, il testosterone può attivare diversi
circuiti, tra cui il sistema della RABBIA, agendo su popolazioni neuronali diverse. Esistono, però anche
neuroni reattivi sia agli stimoli di tipo sessuale, sia a quelli correlati alla dominanza sociale e
all’aggressività. Studi su umani hanno evidenziato che le aree dei lobi temporali, dove risiede il circuito
dell’aggressività, sono più attive negli uomini, mentre aree della corteccia cingolata anteriore, correlate
al dolore affettivo e all’accudimento, sono più attive nelle donne (Gur et al., 1995). Tuttavia, anche le
femmine, sia animali sia umane, se assumono testosterone, diventano più decise e sicure ma anche più
sospettose verso gli altri (Van Honk et al., 2004). Anche una singola iniezione di testosterone aumenta
l’aggressività e induce altre caratteristiche psicologiche tipicamente maschili (Bos et al., 2010), come è
stato documentato da molte ricerche di imaging cerebrale, riguardanti gli effetti di questi steroidi sul
cervello (Van Honk et alii, 2010).
Quando l’impulso sessuale maschile non è soddisfatto, si può generare uno stato di tensione tale da
spingere verso comportamenti aggressivi e di competizione. È possibile che negli adolescenti la
frustrazione derivante dalla mancata soddisfazione degli impulsi sessuali primari, come avviene spesso
nelle società civilizzate, possa condurre alle aggressioni sessuali e ad altri comportamenti socialmente
inappropriati. Alcune delle differenze nelle funzioni cerebrali nei due sessi, derivano dalla diversa
specificità di azione degli ormoni sessuali: gli estrogeni, ad esempio, sostengono il circuito
dell’ossitocina, con un effetto calmante che facilita le relazioni sociali e i legami positivi in entrambi i
sessi, mentre il testosterone aumenta il potere della vasopressina nel cervello maschile, inducendo
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competitività, ma anche aumentando i legami sessuali e la possessività (gelosia) nei maschi, mentre
diminuisce la frenesia sessuale nelle femmine.
Il circuito del DESIDERIO SESSUALE femminile
La sessualità femminile, come è stato più volte notato, ha una maggiore complessità, rispetto a quella
maschile, che non è stata ancora del tutto indagata e compresa. Gli impulsi femminili per la disponibilità
sessuale sono controllati principalmente da estrogeni e progesterone e, in parte, dal testosterone
prodotto dalle ghiandole surrenali.
Il desiderio sessuale femminile, in molte specie, è correlato alla regolarità dei cicli mestruali, modulati
dal rilascio ciclico e dall’interazione reciproca degli ormoni sessuali.
Estrogeno e progesterone preparano la femmina ad essere anche emozionalmente ricettiva agli approcci
sessuali del partner, promuovendo la produzione di ossitocina: l’estrogeno attiva i geni silenti
dell’ossitocina nei neuroni ipotalamici, aumentandone la produzione cerebrale. Estrogeno e
progesterone, inoltre, promuovono l’ampliamento delle aree contenenti i recettori per l’ossitocina,
nell’ipotalamo ventro-mediale (VMH).
La combinazione dell’aumento di ossitocina e dei suoi recettori dà inizio e supporta il riflesso della
lordosi che causa una postura corporea sessualmente ricettiva: l’inarcarsi della schiena e la maggiore
esposizione dei glutei e, negli animali a quattro zampe, anche l’esposizione dei genitali (Pfaff, 1999).
Al picco della fertilità, quando sia estrogeno sia progesterone sono alti, i pensieri di una donna sono più
facilmente trasformati in fantasie erotiche, rispetto a quando i livelli ormonali sono bassi.
A dispetto delle molte differenze tra le specie, sembra che a livello dei processi primari, i mammiferi
abbiano circuiti del DESIDERIO SESSUALE straordinariamente simili (Pfaus et al., 2003). Molti dei
princìpi neurochimici sottostanti la sessualità femminile hanno una chiara generalità inter-specifica,
ossia comune a tutti i mammiferi (Meston, et alii, 2000), mentre alcuni aspetti sono tipici per ogni specie.
Negli esseri umani, il testosterone surrenalico aggiunge un ingrediente piccante alla sessualità della
donna, quasi come se un frammento delle pulsioni sessuali maschili fosse stato aggiunto all’equazione
della sessualità femminile.
Per una sessualità soddisfacente, sia maschile sia femminile, l’ingrediente più importante è comunque la
qualità affettiva della mente. L’ossitocina, in particolare, è un neuromediatore chiave della sessualità
femminile che può indurre il desiderio anche nel maschio e viene secreta durante l’eiaculazione. D’altra
parte, la vasopressina, che induce desiderio sessuale nel maschio, ha un effetto opposto nella femmina,
inibendo drasticamente l’impulso sessuale. È possibile che la vasopressina, nelle femmine, sostenga
alcuni degli aspetti più forti e aggressivi della funzione materna, come la protezione dei cuccioli e
l’ossitocina sostenga, nei maschi, alcune funzioni di supporto, come la tendenza dei padri a non essere
aggressivi con i propri cuccioli.
Il sistema del SESSO/DESIDERIO e il sistema della RICERCA
Il sistema della RICERCA è cruciale nel compito di trovare un partner sessuale: il desiderio sessuale è
promosso, oltre che dagli ormoni sessuali e dagli altri mediatori chimici implicati già discussi, anche dalla
dopamina ed è il sistema della ricerca che guida l’azione. Questo sistema sembra essere più presente nei
maschi mentre, per quanto riguarda la cura, il sistema della ricerca sembra essere più responsivo nelle
femmine.
La fame, come la paura e le altre emozioni negative, inibiscono l’impulso sessuale.
Mentalità e identità di genere
Nonostante le molte differenze neurochimiche esistenti tra uomini e donne, in particolare ossitocina e
vasopressina hanno ampi effetti come peptidi sessuali sociali, poiché interagiscono con processi mentali
più alti, promuovendo tratti psicologici che hanno una valenza diversa nei due sessi .
L’ossitocina incoraggia le attitudini tipicamente femminili di cura e nutrimento, sintetizzate nella frase
“to tend and be friend”, ovvero “tenerci ad essere amico” (Taylor et al., 2000).
La vasopressina sostiene le attitudini tipicamente maschili, sintetizzate nella frase “pushy and
competitive”, “pressante e competitivo”. Le differenze intrinseche maggiori nelle menti maschile e
femminile esistono ad un livello affettivo, con piccole differenze a livello cognitivo.
Come sottolineato precedentemente, i maschi hanno generalmente impulsi più intensi nella RICERCA e
nella COLLERA e, forse, tendenze più forti al GIOCO. Le femmine, tipicamente, hanno maggior
predisposizione alla CURA e una sensibilità maggiore all’ansia da separazione (PANICO/SOFFERENZA).
Inoltre, sembrano più paurose, anche se i cambiamenti ormonali della maternità aumentano chiaramente
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la sicurezza e l’autostima. Questo incremento di fiducia materna potrebbe derivare, in parte, dagli effetti
psicologici degli elevati livelli di ossitocina cerebrale (Panksepp, 2009c).
Ossitocina e sessualità
L’ossitocina ha un ruolo predominante nella sessualità e in altre emozioni positive: intensifica l’orgasmo
e la capacità della madre di completare il parto ed aiuta a gestire il dolore che accompagna situazioni
stressanti, sia emotive, sia fisiche e promuove la sicurezza femminile nel difficile compito di crescere i
figli.
Molti esperimenti dimostrano che l’ossitocina gioca un ruolo cruciale nelle interazioni sociali positive.
Per esempio, inibisce il pianto dei cuccioli separati dalla madre, dando conforto emotivo quando i
cuccioli sono da soli. Quest’effetto non richiede il coinvolgimento degli oppioidi endogeni.
Nei ratti, l’ossitocina viene secreta successivamente al rapporto sessuale, provocando tendenze pacifiche,
in modo che i padri non uccidano la loro prole.
L’attività dell’ossitocina e la specifica distribuzione dei suoi recettori nel cervello facilita anche lo
sviluppo di relazioni sentimentali tra adulti, come in alcune specie di arvicole di prateria che hanno la
tendenza a formare gruppi familiari con legami sessuali stabili (Carter et al., 1995).
I sistemi ossitocinergici esistono esclusivamente nelle regioni sottocorticali del cervello dei mammiferi,
zone del cervello che generano profondi effetti emotivi.
I legami umani di attaccamento, di natura sessuale o meno, sono sottili e complicati, con enormi strati di
complessità cognitiva. Tuttavia, se accettiamo che le fondamenta degli attaccamenti positivi, siano in
larga parte mediati da circuiti sottocorticali dell’ossitocina di processo primario, possiamo ottenere una
comprensione migliore degli aspetti psicologici superiori di processo secondario e terziario,
dell’attaccamento umano.
Le differenti forme di sessualità delle neuropersonalità
Dalle informazioni finora esposte, possiamo riconoscere differenti forme di sessualità e di relazione,
associate alle rispettive neuropersonalità.
1) La forma più primitiva e istintiva della sessualità di processo-primario è quella della neuropersonalità
testosteronica, molto ormonale e diretta, e spesso molto veloce (ad esempio, i tori), che ha il suo
corrispondente femminile nella neuropersonalità estrogenica.
2) La neuropersonalità serotoninica, sulla base degli ormoni sessuali primari, induce invece una forma di
sessualità sempre molto corporea e istintiva ma più lenta, pacifica e rilassata, spesso tipica di specie più
grandi, come gli elefanti.
3) Nei mammiferi, abbiamo un aumento di complessità emotiva e quindi un parallelo salto di complessità
nell’approccio sessuale, dato dalla neuropersonalità vasopressinica che promuove la vasta serie dei
comportamenti rituali di corteggiamento, essenziali per il processo-secondario di scelta del partner.
4) La neuropersonalità dopaminica, oltre a stimolare il processo-primario della RICERCA del partner,
promuove una forma di sessualità, di processo-secondario, più passionale e giocosa che negli esseri
umani diventa un ulteriore rituale di GIOCO sociale, come ad esempio, le feste e i luoghi dove si va per
ballare, per bere e soprattutto per mostrarsi (vasopressina), incontrarsi e accoppiarsi. La sessualità
dopaminica è dinamica, stimolante e divertente, anche se spesso non è chiaramente orientata alla
formazione della coppia stabile.
5) Per questo ultimo scopo, entra in gioco la neuropersonalità ossitocinica che promuove una sessualità
molto affettiva e orientata alla formazione della coppia stabile e alla riproduzione. I processi-terziari di
scelta cognitiva del partner sono ovviamente sempre potenzialmente presenti, anche se l’aspetto
ormonale di processo-primario e secondario spesso relega la chiarezza cognitiva razionale della scelta in
secondo piano.
6) Da ultima, la sessualità della neuropersonalità endorfinica, che rappresenta la componente più
profonda e globale di relazione, in cui ci si sente fusi nell’energia del partner.
Scheda Estrogeni
Informazioni generali Gli estrogeni sono i principali ormoni sessuali femminili. Si tratta di ormoni
steroidei che prendono il loro nome dall’estro e sono presenti in entrambi i sessi, anche se nelle donne in
età fertile, raggiungono livelli molto più alti.
Effetti fisiologici Promuovono la formazione dei caratteri sessuali secondari femminili, come il seno,
l’allargamento del bacino e sono coinvolti nella proliferazione dell’endometrio e in diversi fenomeni del
ciclo mestruale. Gli estrogeni sistemici migliorano la risposta sessuale, con incremento di lubrificazione e
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congestione, specie vaginale. Estrogeni e androgeni possono agire in modo indiretto, migliorando il
trofismo delle strutture genitali vascolari e muscolari lisce dei corpi cavernosi, deputate all’orgasmo.
Effetti psichici e comportamentali In generale, gli estrogeni tendono a placare l’aggressività. La
carenza di estrogeni riduce i caratteri sessuali secondari e con essi, la percezione biologica di
femminilità. La carenza estrogenica e, soprattutto, androginica, può ridurre l’attività dei centri che
attivano la risposta sessuale. Gli estrogeni possono concorrere a migliorare il desiderio in modo diretto,
in quanto contribuiscono a mantenere più trofici gli indicatori biologici dell’identità sessuale femminile.
L’ipoestrogenismo può determinare alterazioni di tatto, olfatto, gusto e secrezione salivare.
Scheda Vasopressina
Informazioni generali La vasopressina (insieme all’ossitocina, suo ormone polare associato) è un
ormone secreto dalla parte anteriore dell’ipotalamo, che stimola in particolare i comportamenti
psicosomatici del corteggiamento.
Effetti fisiologici La vasopressina è un ormone antidiuretico che determina il recupero di fluidi,
attraverso la formazione di urine più concentrate, regolazione della pressione arteriosa, della
temperatura corporea. Ha il ruolo di co-stimolatore dello stress, in particolare quando l’organismo deve
fronteggiare stress biologici (febbre, emorragia, perdita di liquidi, ipotensione). Il suo ruolo è, quindi, sia
quello di risparmiare liquidi e sali, sia quello di aumentare la pressione (Bottaccioli, 2005).
Effetti psichici e comportamentali La vasopressina sembra essere implicata nei comportamenti di
corteggiamento, in particolare quelli maschili attivi di esibizione, come alzare la cresta, la coda del
pavone, il canto rituale degli uccelli, l’aggressività tra maschi, la protezione della prole, la gelosia, ecc.
La distribuzione della vasopressina e dei suoi recettori, all’interno delle varie regioni del sistema nervoso
centrale, presenta differenze tra le varie specie animali ed è correlata con differenti comportamenti
sociali specie specifici. In particolare, i recettori per la vasopressina sono distribuiti in maniera differente
nelle specie animali monogame rispetto alle promiscue. Sul piano sociale, guida il confronto con
l’esterno. Un eccesso di vasopressina attiva una reazione di allerta che può essere potenzialmente
aggressiva (Bottaccioli, 2005).
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CAPITOLO SESTO
I SISTEMI EMOTIVI EVOLUTI E IL SÉ EMOTIVO
I sistemi emotivi di origine mammifera
Proseguiamo l’esposizione dei sistemi emotivi iniziano con la descrizione dei sistemi evolutivamente più
recenti, che sono già presenti nel cervello dei mammiferi e degli uccelli: il sistema della CURA-
AMOREVOLEZZA abbinato al sistema della TRISTEZZA-PANICO e il sistema della RICERCA-PASSIONE e
del GIOCO-SOCIALIZZAZIONE. Come di vede nell’immagine ** questi tre sistemi sono rappresentati nella
fascia mediana della mappa Neuropsicosomatica. A destra il sistema CURA-AMOREVOLEZZAfortemente
caratterizzato dall’attività parasimpatica rilassata, abbinato al sistema della TRISTEZZA-PANICO e, a
sinistra, il sistema della CURA-AMOREVOLEZZAabbinato al sistema della TRISTEZZA-PANICO
dall’attività simpatica-attiva, e a destra il sistema della RICERCA-PASSIONE e del GIOCO-
SOCIALIZZAZIONE caratterizzati da una decisa attività simpatica. Questi sistemi rappresentano le basi
neuronali del Sé Emotivo.
Questi sistemi emotivi, essendo più recenti a livello evolutivo filogenetico, hanno la caratteristica, se correttamente
sviluppati, di poter inibire e controllare i sistemi più antichi e istintivi grazie al loro valore emotivo-affettivo
superiore. In psicoterapia è relativamente più facile correggere eventuali disturbi di questi sistemi e delle relative
neuropersonalità in quanto, rispetti ai sistemi più primitivi e “inconsci”, presentano una caratteristica “subconscia”
o ”preconscia” più facilmente accessibili alla consapevolezza e alla volontà. Il loro riequilibrio e il ripristino della
loro funzionalità è alla base dell’integrità del Sé Emotivo che sostiene l’identità legata alle relazioni
affettive, amicali e al senso di appartenenza sociale.
Il protocollo del nostro lavoro psicoterapeutico prevede un’accurata valutazione dei deficit funzionali da
inibizione e squilibrio del Sé emotivo che consideriamo come il cuore del Sé psicosomatico. Per aprire il
cuore utilizziamo specifiche pratiche di lavoro sulle emozioni capaci di sciogliere i blocchi e le inibizioni
dei sistemi emotivi evoluti e ridare piena consapevolezza, funzionalità e piacere al Sé emotivo.
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IL SISTEMA CURA/AMOREVOLEZZA
E LA NEUROPERSONALITÀ OSSITOCINICA O AMOREVOLE
sistema della CURA/AMOREVOLEZZA, mediato dall’ossitocina rappresenta il cuore del Sé, l’energia più
profonda che sostiene l’identità, la dignità, l’amore e l’autostima (Panksepp, 2012). Il sistema della
CURA/AMOREVOLEZZA è più sviluppato nelle femmine che nei maschi ed è strettamente legato
all’ossitocina (cura), alla vasopressina (difesa dei piccoli e del partner), all’endorfina (piacere profondo),
agli oppioidi endogeni e alla prolattina (allattamento).
Il sistema della CURA/AMOREVOLEZZA è la base neuronale della “neuropersonalità ossitocinica”
caratterizzata dai comportamenti orientati all’affettività, all’amorevolezza, alle cure parentali,
all’intimità, all’empatia, all’amicizia, alla compassione (karuna), alla memoria affettiva (riconoscimento
del bambino), all’attenzione amorevole e alla gentilezza (Panksepp, 2012, Bottaccioli, 2005). L’ossitocina
è il più potente ormone anti stress e anti ansia.
Il sistema della CURA/AMOREVOLEZZA è di vitale importanza per tutti i mammiferi, perché i cuccioli non
sono autonomi alla nascita, anzi sono particolarmente vulnerabili e hanno bisogno di un periodo di cure,
da parte dei genitori, senza le quali nessun piccolo può sopravvivere.
Il sistema della CURA/AMOREVOLEZZA si sviluppa in particolare negli esseri umani, per via della grande
evoluzione del cervello e della dimensione cognitiva superiore che richiede anni di educazione per
diventare completamente matura e indipendente. Più alti sono lo sviluppo cognitivo e la consapevolezza,
più lungo è il periodo di cura e di educazione dei piccoli. Negli esseri umani è il più lungo rispetto ad ogni
altra specie vivente. Il sistema della CURA praticamente non esiste nei rettili, che non allevano i piccoli.
Il sistema della CURA genera l’affettività e l’amorevolezza che permettono la formazione della coppia, la
creazione della casa (nido), il parto, l’allattamento e la crescita fino alla maggiore età.
Il sistema della CURA è fondamentale per la crescita psicofisica e la regolazione cognitiva (Schore, 2003)
di ogni essere umano; lo scambio emozionale che si verifica tra genitori e figli è essenziale allo sviluppo
fisico, emotivo e cognitivo in fase evolutiva. L’amorevolezza e la compassione che derivano da questo
sistema sono indicati come un importante, e statisticamente robusto, fattore predittivo della salute
psicologica, in particolare della depressione e dell’ansia (Van Dam, 2013).
Se dalla nascita il bimbo o la bimba avrà una buona esperienza di amorevolezza e sicurezza affettiva da
parte della madre e del padre, svilupperà una “base sicura” di fiducia emotiva, di stabilità psicosomatica
e relazionale e di senso di Sé (Bowlby, 1989, 1980, Ainsworth, 1970, 1982) che gli/le permetterà una
buona socializzazione e la capacità di creare amicizie e relazioni affettive stabili, intime e durature
(Pastor, 198, Erikson et alii, 1985, Hazan et alii, 1987).
L’ossitocina tende ad attenuare gli ormoni steroidei sessuali maschili e femminili e promuove un tipo di
sessualità più intimo e amorevole. L’ossitocina, data ai bambini autistici, tende a ridurre al minimo le
loro difficoltà relazionali e a migliorare in loro l’espressione delle emozioni.
La neuropersonalità amorevole
L’aspetto psicosomatico della neuropersonalità ossitocinica, legata al sistema CURA/AMOREVOLEZZA è
caratterizzato da un aumento del tono parasimpatico, che produce calma e comportamenti affettuosi e
amichevoli. Il viso e gli occhi hanno una caratteristica espressione di accoglienza e comprensione, il
modo di porsi nelle relazioni è amorevole ed empatico, le mani tendono a essere calde e i gesti
rassicuranti.
Dalle nostre osservazioni cliniche, risulta che le persone con una neuropersonalità ossitocinica marcata
mostrano una forte predisposizione alla bontà e alla gentilezza e un elevato livello di alessitimia
specifica, ossia d’incapacità di riconoscere ed esprimere emozioni e comportamenti di rabbia e
aggressività.
Ossitocina come ormone del benessere emotivo e antistress
L’ossitocina agisce come neuromodulatore nei comportamenti materni e paterni che includono la
formazione di legami di coppia, il comportamento sessuale, l’ansia da separazione e la memoria sociale,
ossia del riconoscimento di uno stesso individuo a distanza di tempo.
Inoltre modula e riduce gli effetti dello stress, attivando il parasimpatico e rallentando l’attività delle
surrenali (Bottaccioli, 2005).
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Studi precedenti avevano attribuito all’ossitocina un ruolo anche nella regolazione dello stress e della
reattività alla paura, tale sostanza ridurrebbe l’ansia sociale, o accrescerebbe la motivazione alla
socializzazione migliorando l’elaborazione delle informazioni sociali.
Livelli costanti e alti di ossitocina in circolo producono riduzione a lungo termine della pressione del
sangue e del ritmo cardiaco (Uvnas-Moberg, 1998). Risultano inoltre interessanti i recenti studi
scientifici che dimostrerebbero una correlazione tra ossitocina e una migliore funzionalità cerebrale,
capacità di empatia, di comprensione dello stato d’animo altrui e di un migliore rapporto con sé e con gli
altri, aumento dell’autostima. L’ossitocina è chiamata anche “ormone della fiducia”, poiché provoca un
atteggiamento di maggior disponibilità e cordialità verso gli altri, oltre che agente biologico
dell’innamoramento. Durante il rapporto sessuale, si ha una sovrapproduzione di ossitocina che arriva al
massimo durante l’orgasmo, stimolando le contrazioni degli organi sessuali (Bottaccioli 2005). La sua
sintesi viene indotta anche perifericamente da stimolazioni sensoriali piacevoli, come quelle causate da
massaggi, carezze o dal succhiamento del capezzolo materno da parte del bambino (Bottaccioli 2005). Un
altro modo di liberare ossitocina è attraverso le immagini, addirittura in alcune ricerche si è dimostrato
che bambini abbandonati spesso hanno allucinazioni positive o ricordi sensoriali che ne stimolano la
produzione.
Il sistema della CURA nel mondo animale
La cura materna è un sistema essenzialmente mammifero e non è affatto universale nel mondo animale; i
rettili ad esempio non hanno ossitocina e quindi hanno minimi impulsi materni, mediati da una sostanza
simile all’ossitocina, come la deposizione delle uova e, in qualche caso, una brevissima fase di
accudimento. Al contrario i mammiferi non sopravvivrebbero senza simili attenzioni. I loro cervelli e i
loro corpi sono preparati ad investire tempo ed energia nella cura dei loro piccoli. Questi ultimi, per via
della grande evoluzione del sistema nervoso, non sono autonomi alla nascita ed hanno bisogno di un
lungo periodo di cure ed educazione.
Più alto sono lo sviluppo cognitivo e la consapevolezza, più lungo è il periodo di cura ed educazione da
dedicare ai piccoli. Negli esseri umani è il più lungo rispetto ad ogni altro essere vivente.
I circuiti cerebrali e i sistemi emotivi studiati fino ad ora sono simili tra tutti i mammiferi presi in
considerazione, ma ogni specie ha tratti unici che promuovono differenti intensità e modelli di
comportamento materno. In alcune specie, gli impulsi di cura sono così forti che si estendono anche ai
piccoli di altre specie.
Una ricerca molto interessante è stata svolta dal laboratorio di Michael Meaney, alla Mc Gill University, in
cui gli studiosi hanno valutato nei topi come la quantità di contatto materno calcolata in numero di
leccate (comportamento analogo ai nostri baci e carezze) influenzi le capacità emotive e cognitive dei
giovani topi, nelle fasi successive della loro vita. In particolare hanno dimostrato come i topolini più
leccati crescano meno ansiosi, più resistenti allo stress e più capaci di mostrare apprendimento e
comportamenti cognitivi ed emotivi adattativi nella loro vita, con meno paure anche in situazioni difficili.
Questi effetti sono accompagnati da cambiamenti nel cervello e dalla diminuzione di alcuni ormoni dello
stress.
Gli animali che, al contrario, non ricevono sufficienti cure materne, sono emotivamente più fragili e
possono, quindi, con più facilità essere sopraffatti dagli eventi della vita, che risultano essere più
stressanti. Recenti ricerche hanno dimostrato che quando i genitori ascoltano il pianto dei loro figli, si
accendono nel cervello le aree del sistema CURA e della TRISTEZZA, con una risposta più sollecita da
parte delle madri. Esse riescono a distinguere il pianto dei loro figli da quello degli altri piccoli. Le madri
sperimentano un’angoscia profonda fino a che non localizzano i loro figli e questa esperienza materna
sostiene la sopravvivenza del piccolo.
Le nuove ricerche che utilizzano il brain imaging (immagini cerebrali) hanno dimostrato che le madri
possono provare lo stesso tipo di senso di angoscia dei figli, quando i sistemi emozionali corrispondenti
dei loro cervelli vengono sollecitati dal pianto dei bambini. Ciò rappresenta una scoperta di
fondamentale importanza, in quanto dimostra che l’angoscia attiva il sistema della CURA e, quindi, le
radici dell’empatia umana trovano origine nel sistema della CURA e dell’angoscia (TRISTEZZA/PANICO)
del cervello.
La finestra di opportunità
Tutte le aree della neocorteccia tendono ad acquisire le loro funzioni attraverso un precoce
condizionamento che sottolinea, ancora una volta, l’importanza dell’educazione e il riconoscimento che i
processi terziari cognitivi-culturali siano importanti nell’elaborazione dell’emozione, attraverso
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l’apprendimento. C’è una finestra di opportunità nella prima infanzia anche per la programmazione della
corteccia neurovisiva. Le femmine, dopo il parto, hanno una finestra di opportunità di 2-4 ore, durante le
quali possono imparare ad accettare e riconoscere il figlio e curarlo; superato questo tempo, lo rigettano.
Nonostante la finestra di opportunità possa essere persa, la stessa può essere riaperta per brevi periodi,
attraverso la manipolazione della chimica cerebrale, ad esempio con l’infusione di ossitocina, grazie ad
interventi sociali che aumentano i livelli di attivazione emotiva-affettiva, o durante interventi mirati di
psicoterapia.
Le finestre di legame
Benché le femmine possano essere più materne e dedite alle cure, anche i maschi sono
costituzionalmente capaci di curare e far crescere i piccoli. Sono state riscontrate alcune specie in cui
l’attenzione paterna è molto alta, come ad esempio, in alcuni uccelli o pesci, dove il compito di
sorvegliare/curare/proteggere un nido di uova è lasciato ai padri.
Storicamente, i maschi umani non si sono presi cura dei bambini. Solo in epoca moderna,
l’apprezzamento conscio dell’importanza della cura dei giovani, persuade molti padri a partecipare alla
cura dei figli. Le madri, d’altro canto, hanno impulsi biologici più forti per occuparsi dei figli e fornire
cure. A causa di simili differenze biologiche, molti padri che partecipano nella cura dei figli,
probabilmente allevano/curano più per routine che per una profonda partecipazione emotiva ed
empatica rispetto alle madri, le quali mostrano un naturale calore e desiderio di stare con i propri figli,
realizzando una profonda comunicazione affettiva e sensitiva.
Diverse specie animali manifestano differenti “finestre di legame”, ovvero l’intervallo di tempo ottimale
durante il quale le madri ed i figli generano un legame di “attaccamento” l’uno all’altro. Quando gli
animali nascono in uno stato “altriciale”, ossia con occhi e orecchie ancora chiusi e, quindi, incapaci di
allontanarsi dal nido, la finestra di legame è più ampia e può durare anche diverse settimane dopo la
nascita. Mentre per altre specie, come gli erbivori, ad esempio le pecore, o gli uccelli come le anatre, la
finestra di legame si chiude dopo poche ore (pecore) o dopo pochi giorni (anatre), riducendo i pericoli di
perdersi o essere vittime di predatori.
Questa piccola finestra di legame riflette il fatto che il legame umano madre-figlio e i circuiti della CURA
sono sintonizzati con il livello di mobilità dei piccoli alla nascita. Inoltre, le madri di alcune specie
possono identificare i loro piccoli dall’odore. L’aspetto negativo, evidenziato da questi studi, è che se le
madri, dopo la nascita, perdono il contatto con i loro figli per un paio di ore, al momento della
riunificazione non li riconoscono più e li rigettano se tentano di allattarsi.
Sia negli esseri umani, sia nelle creature che hanno piccoli immaturi, sono essenziali lunghe finestre
temporali di legame. Come risultato di questi tempi più prolungati, gli umani possono più facilmente
adottare e prendersi cura di bambini di altre famiglie.
Sistema della CURA e legami sociali
Come sopra citato, i piccoli umani hanno un’ampia e lunga finestra per il legame sociale e questo
consente loro di legarsi anche a non-parenti ricettori di cure, anche se i legami sociali iniziali sono più
comunemente formati tra madri e figli biologici. Nel passato, la crescita dei figli era affidata ad una
famiglia estesa, dove, ad esempio nell’ambito di una famiglia tribale, veniva anche incoraggiata
l’indipendenza già in tenera età.
Nella nostra cultura questo non accade, solitamente i genitori controllano in modo molto stretto i loro
piccoli, negli anni formativi, tendendo a premiare l’esclusività della relazione genitore-figlio e offrendo ai
bambini l’opportunità di un’azione indipendente, nell’ambito di una comunità più ampia. La maturazione
sociale del bambino sarà tanto più elevata, quante più persone parteciperanno alla sua crescita (Schore,
2003).
Le madri, in generale, appaiono legate ai loro figli a livello emotivo piuttosto velocemente. I figli, d’altro
canto, hanno una finestra di legame considerevolmente più ampia e più flessibile. I legami, nei bambini,
non sono completamente formati fino all’età di un anno, permettendo loro di essere allevati da famiglie
di sostegno fino ad allora, senza molta preoccupazione; una volta formato il legame è però fondamentale
il suo mantenimento. È critico sapere come i neuromediatori dei legami affettivi sono generati
parallelamente sia nel cervello dei bambini che delle madri.
Endorfina e relazioni sociali
Il sistema della CURA è fortemente legato all’ossitocina (cura) e alla vasopressina (difesa dei piccoli e del
partner) ma opera con molti altri mediatori chimici cerebrali e stimoli ambientali. Studi animali indicano
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che l’ossitocina, da sola, non produce stati affettivi positivi persistenti ma gli effetti sono connessi con la
disponibilità di esperienze sociali positive, e potrebbe anche aumentare gli effetti di altri mediatori
cerebrali che promuovono direttamente sentimenti sociali positivi, come gli oppioidi endogeni, che
vengono rilasciati quando le persone si trovano in interazioni sociali amichevoli.
Il sistema della CURA e della socializzazione è consistentemente alimentato anche dagli oppioidi
endogeni e dall’endorfina in particolare. Gli oppioidi endogeni e l’endorfina sono le principali sostanze
chimiche del benessere e della gioia e, negli animali, la loro somministrazione può indurre velocemente
una preferenza condizionata per un luogo (CCP Conditioned Place Preference) (Liberazon et al., 1997).
Gli oppioidi endogeni sono presenti in tutte le interazioni sociali positive. Sia l’ossitocina sia gli oppioidi
endogeni sono neurotrasmettitori del buonumore e sono nati per inibire l’aggressività e l’irritabilità.
Infatti, le madri inclini alla cura, i cui neurotrasmettitori hanno dei livelli molto alti, mostrano
atteggiamenti fiduciosi del “si può fare”: istinti diretti alla cura e a fare amicizie.
Inoltre, comportamenti di cura possono essere indotti, come è stato sperimentato in giovani topi maschi,
ma anche in giovani topi femmine vergini, mediante la semplice esposizione ai cuccioli su base
giornaliera. Questo processo è noto come “sensibilizzazione”. L’esposizione e la vista di piccoli animali
facilita e rinforza i cambiamenti chimici noti per stimolare il sistema della CURA, come ad esempio
l’aumento di ossitocina.
Infanticidi e memorie affettive
Effetti aggressivi del testosterone nei cervelli dei maschi adulti osteggiano gli impulsi di cura e
promuovono persino tendenze infanticide. Nel regno animale, i maschi possono commettere infanticidi
nei piccoli della loro specie (non tipicamente la propria prole). Per questa ragione molti giovani animali
mostrano molta più paura, quando sono in presenza di adulti di sesso maschile, piuttosto che femminile.
L’ossitocina sembra inibire la tendenza maschile a questi comportamenti, come sperimentato nei giovani
topi che, dopo il periodo degli accoppiamenti e fino alla nascita dei cuccioli, vivono periodi di pace.
Sia l’ossitocina, sia la vasopressina rafforzano i ricordi sociali, pertanto è ragionevole pensare che
l’ossitocina consenta alle madri di ricordare i loro figli. Ricerche effettuate sulle pecore femmine hanno
dimostrato l’esistenza di un collegamento tra l’ossitocina e il neurotrasmettitore noradrenalina nei
processi sociali. Ciò consente alle madri di creare un ricordo olfattivo della loro progenie.
Alcune specie sembrano legarsi principalmente attraverso i meccanismi olfattivi, come accade a molti
roditori, mentre gli umani si legano maggiormente attraverso la vista, il suono e il tatto, sensi che
operano attraverso i meccanismi dell’ossitocina, oltre che degli oppioidi. Ad esempio, il suono della voce
della mamma può essere una via verso l’apprendimento della lingua e dell’amore per la musica: già i feti
iniziano a integrare i suoni extrauterini e a riconoscere la voce della madre.
Ci sono molti stimoli esterni che sviluppano il sistema della CURA, uno di questi è la musica. Sono state
condotte alcune ricerche i cui risultati sembrerebbero indicare che la musica rilassante stimoli la
produzione di ossitocina nel cervello.
Sembrerebbe che le mucche, quando ascoltano particolari tipi di musica, producano più latte. Da una
ricerca sulla separazione/angoscia. si è visto che la musica riduce il pianto indotto dalla separazione nei
giovani polli, inoltre nei pulcini neonati che ascoltano musica, si vengono a sviluppare dei profili
comportamentali simili a quando viene infusa ossitocina direttamente nei loro cervelli.
Le madri anaffettive
I comportamenti anaffettivi delle madri che tendono a prendersi cura dei loro piccoli in maniera
meccanica e razionale, piuttosto che empatica e affettuosa, possono essere causati da un deficit di
ossitocina e di neurotrasmettitori, che può condurre ad una diminuzione della sensibilità emozionale.
Molto lavoro attualmente viene condotto con ossitocina somministrata per via nasale (l’unica via
conosciuta per permettere al neuropeptide di raggiungere il cervello umano). La scoperta generale
derivata da questa ricerca è che le persone trattate tendono a diventare più pro-sociali, cioè meno
aggressive e più fiduciose nella gestione delle relazioni sociali (MacDonald & MacDonald, 2010).
Un possibile argomento di ricerca è se la somministrazione intranasale di ossitocina sia idonea ad
alleviare sentimenti di disperazione in quelle madri che sperimentano la depressione subito dopo la
nascita dei loro figli. Un simile progetto, nel contesto di terapia psicoanalitica, è stato iniziato dal gruppo
di Andrea Clarici, a Trieste. Anche la schizofrenia è spesso caratterizzata da fallimenti dei legami sociali e
l’ossitocina intranasale è stato provato che attenui sia i sintomi positivi (ad esempio le allucinazioni), sia
negativi (la privazione sociale), che sono alla base dei sintomi psicotici (Feifel et al., 2010).
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Il neurocircuito del sistema cura
L’ossitocina è prodotta in maggiori quantità nei cervelli femminili rispetto a quelli maschili e ciò è dovuto
al fatto che gli estrogeni mediano la produzione di ossitocina. Il progesterone è noto per agire come
sedativo, quasi come un anestetico nel cervello, probabilmente il declino di questo ormone, al termine
della gravidanza, sottolinea il fatto che la maternità richiede maggiore vigilanza e attenzione ai dettagli.
Sia il progesterone che gli estrogeni sono conosciuti anche per promuovere il rimodellamento di certi
sistemi di ossitocina cerebrale, i livelli in diminuzione del progesterone sono, quindi, importanti per
l’avvio del comportamento materno (Sheehan & Numan, 2002).
Il circuito del sistema cura si estende a tutta la regione subcorticale mediana del cervello, collegandosi
con altri sottosistemi, come quello del rilascio del latte mediato dalla prolattina. Questo circuito discende
dall’area del mesencefalo laterale ai segmenti del midollo spinale che innerva i capezzoli (Hansen &
Kohler, 1984), preparando la madre all’allevamento/nutrimento. Benché solo le madri possano nutrire i
loro piccoli, i circuiti del nutrimento-allevamento (nurturing) non sono dominio esclusivo delle femmine.
Entrambi, uomini e donne, sono capaci di allevare i loro piccoli e, come già sottolineato, molti circuiti
della cura esistono anche nel cervello maschile (de Jong et al. 2009).
Una parte del circuito della CURA si estende attraverso l’ipotalamo all’area tegmentale ventrale (VTA)
che produce dopamina (Numan, 1990), il cuore del sistema della ricompensa e del piacere sociale.
Neuropersonalità affettiva: eccessi e deficit del sistema della CURA
Il sistema della CURA è uno dei sistemi che maggiormente caratterizza le relazioni umane più mature ed
evolute ed è quindi necessaria un’attenta e onesta valutazione della funzionalità di questo sistema nella
nostra vita di relazione: dai comportamenti inibiti, freddi, distaccati e anaffettivi, ai comportamenti
caratterizzati da eccesso di cura, iperprotezione, tendenza eccessiva a generare relazioni simbiotiche e
chiuse.
Scheda Ossitocina
Informazioni generali È l’ormone dell’affettività, della cura, dell’empatia e dell’accoppiamento. Nella
donna regola la funzione uterina del parto, dell’allattamento e del ciclo mestruale.
Effetti fisiologici L’azione principale è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia
dell’utero. L’ormone esercita un ruolo importante nell’inizio e nel mantenimento del travaglio e del
parto. Stimola le contrazioni degli organi sessuali, sia maschili, sia femminili, durante l’orgasmo
(Bottaccioli 2005). Modula la reazione di stress, rallentando l’attività delle surrenali (Bottaccioli, 2005).
Livelli costanti e alti di ossitocina in circolo producono riduzione a lungo termine della pressione del
sangue e del ritmo cardiaco (Uvnas-Moberg K,1998).
Effetti psichici e comportamentali Esperimenti su animali hanno dimostrato l’importanza di tale
ormone nell’accoppiamento e nel comportamento nei confronti della prole. Favorisce quindi
l’attaccamento maschio-femmina e madre-figlio (Bottaccioli 2005). Negli uomini i livelli di ossitocina
sono legati ai livelli di attenzione per le cure parentali, al contrario influisce negativamente sul desiderio
sessuale. L’ossitocina è responsabile, per esempio, della capacità di empatia e di comprensione dello
stato d’animo altrui e di un migliore rapporto con sé e con gli altri, con fenomeni di stima e autostima
incrementati; è detta anche ormone della fiducia, poiché provoca una maggiore disponibilità e cordialità,
oltre che essere un agente biologico dell’innamoramento affettivo. L’ossitocina inoltre modula la
reazione dello stress attivando il parasimpatico (Bottaccioli 2005).
Esperimenti sugli animali Iniezioni di ossitocina nel cervello di animali aggressivi riducono tali
comportamenti (Panksepp, 1998). L’ossitocina, infatti, è un neutralizzatore dell’acetilcolina che, se
presente ad alti livelli, può risultare tossica producendo atteggiamenti aggressivi. Alcuni sperimentatori
stimolando l’ossitocina hanno suscitato un comportamento materno in topi da laboratorio non gravidi,
mentre hanno inibito il comportamento materno, iniettando nelle stesse zone del cervello delle sostanze
che bloccano l’ormone: le mamme topo tendevano a trascurare i piccoli, fino a dimenticarsi di recuperarli
se si allontanavano. I topi maschi, privati dell’ormone, tendono invece ad avere disturbi sociali e
mostrano amnesia sociale. I topi privi del gene che codifica l’ossitocina sono indifferenti al distacco dalla
madre e, in generale, presentano assenza di attaccamento sociale, non cercano la compagnia dei pari e
presentano un’aumentata aggressività. Ferguson (2000), dopo aver rilevato in questi topi un’incapacità a
sviluppare la memoria sociale, ha dimostrato un recupero della stessa dopo somministrazione
intracerebrale di ossitocina.
Interazione con altri ormoni L’ossitocina influenza l’ormone prolattina nella produzione del latte e
induce la liberazione di dopamina nell’orgasmo (Bottaccioli 2005).
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Scheda Prolattina
Informazioni generali È un ormone prodotto dall’ipofisi anteriore che sostiene comportamenti materni.
Effetti fisiologici La sua principale azione è di promuovere la lattazione, poiché l’atto di succhiare la
mammella della madre, da parte del bambino, aumenta la secrezione di prolattina ed essa stimola la
lattogenesi. Contribuisce alla regolazione del ciclo mestruale e della lattazione; inibisce gli ormoni
sessuali: livelli plasmatici elevati di prolattina determinano sterilità, amenorrea e galattorrea. Regola la
maturazione della ghiandola mammaria. A livello del sistema immunitario, promuove l’attivazione delle
natural killer e la crescita dei linfociti T; blocca l’apoptosi dei leucociti. Ad alti livelli, deprime l’attività
delle natural killer (Bottaccioli, 2005).
Effetti psichici e comportamentali Sono stati descritti effetti della prolattina d’induzione al
comportamento materno (parental behaviour) e il legame alla struttura domestica (homing). Negli
uomini (come per l’ossitocina), i livelli di prolattina sono legati ai livelli di attenzione per le cure
parentali e influiscono negativamente sul desiderio sessuale. Il marcato calo del desiderio e della potenza
sessuale è, in effetti, uno dei principali sintomi dell’iperprolattinemia. Alcune ricerche mostrano che
bassi livelli di prolattina possono portare nell’uomo a stati nervosi ed essere implicati nei problemi di
eiaculazione precoce.
Esperimenti sugli animali Nei roditori, la prolattina ha una grande importanza nella regolazione del
comportamento riproduttivo. Nei ratti maschi, è stata evidenziata la capacità della prolattina di ridurre la
loro attività riproduttiva.
Interazione con altri ormoni Ossitocina e prolattina sono sinergici tra loro. Durante la gravidanza, si
osserva un aumento della produzione di prolattina dovuta principalmente allo stimolo di suzione della
mammella da parte del bambino. Questo riflesso neuroendocrino è attribuito all’azione della serotonina
(5-HT). Altro ormone capace di aumentare la secrezione di prolattina è l’ossitocina. Dopo il parto
l’aumento dei livelli di cortisolo libero nel plasma garantisce l’azione lattogenica della prolattina. La
dopamina è il principale fattore che inibisce la secrezione di prolattina.
IL SISTEMA TRISTEZZA/PANICO
E LA NEUROPERSONALITÀ EMOTIVA PASSIVA
L’assenza di cura e di amorevolezza attivano il sistema TRISTEZZA/PANICO (Panksepp, 2012). Leggere e
medie carenze del sistema di CURA/AMOREVOLEZZAsi manifestano come dolore affettivo, tristezza,
pianto ma anche con comportamenti di panico con pianti e grida di richiamo, mentre le carenze profonde
si manifestano come disturbi del Sé (Schore, 2003).
Il sistema TRISTEZZA/PANICO è la base neuronale della “neuropersonalità emotiva passiva”,
caratterizzata dai comportamenti orientati alle emozioni di tristezza, vergogna (Schore, 2003), disagio,
malumore, senso di inadeguatezza, timore, umiliazione malinconia, fino alla depressione. In alcuni
bambini con una forte struttura genetica del sistema della RABBIA-DOMINANZA possono anche reagire
allo stesso dolore da carenza affettiva con reazioni di rabbia e aggressività.
È interessante ricordare che, nella medicina tradizionale cinese, il cuore è la sede del Sé (Shén) e
dell’amorevolezza e le malattie psichiatriche trovano la loro origine di base nella mancanza di
amorevolezza vissuta nel cuore, mancanza che determina un immediato disturbo dell’identità.
Il profondo legame affettivo, verso coloro che ci nutrono e ci amano, è l’imprinting principale che
caratterizza l’inizio di ogni vita e ha profonde conseguenze neurali ed implicazioni sulla salute mentale. I
nostri primi legami affettivi, come “base sicura” derivata dal particolare rapporto materno caldo e
protettivo, rappresentano l’ingrediente primario per una vita felice e sostengono la nostra identità e
salute psicosomatica per tutta la vita (Bowlby, 1980, Ainsworth, 1970).
Nel sistema della TRISTEZZA, l’aspetto PANICO è il sistema di protezione e di allarme, attivato dalla
mancanza di CURA, che porta i cuccioli ad emettere “vocalizzazioni di angoscia”, in forma di grida e
lamenti di richiesta di aiuto che dovrebbero richiamare l’attenzione e attivare il sistema della CURA e
della protezione della madre o delle figure protettive.
Panksepp chiama questo sistema PANICO, perché, quando i giovani animali o i bambini vengono
abbandonati, sperimentano una forma speciale di allarme e panico agitato. Negli esseri umani, si
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manifesta con il pianto, la sofferenza da abbandono, la tristezza per gli affetti mancati, l’angoscia da
solitudine e infine la depressione.
Psicologia dei disturbi affettivi
I disturbi del sistema TRISTEZZA/PANICO rappresentano il principale campo d’intervento della
psicologia e della psicoterapia; si riscontrano più comunemente nelle persone che lamentano disturbi
affettivi, psicologici e psicosomatici e si manifestano nella depressione e nelle crisi di panico.
Senza la presenza di continue cure sul piano sociale e di legami sicuri con persone amorevoli, i neonati
umani possono arrivare a languire e a lasciarsi morire (Spitz e Wolf, 1946).
Quelle morbide e calde sensazioni fisiche, abbinate alle emozioni di sicurezza che nascono dai legami
amorevoli, rappresentano i principali meccanismi della “base sicura” che, tra i due e tre anni di età, sono
gradualmente trasformati in forme superiori di coscienza. Durante i primi sei anni della fanciullezza, una
precoce perdita affettiva -cioè un eccessivo stress da separazione- sensibilizza il bambino all’ansia
cronica e all’insicurezza, emozioni che spesso si trasformano in depressione, nelle fasi successive della
vita. I gesti d’indifferenza emotiva causano delle risposte molto intense: ogni evento che suggerisce un
distanziamento o una lieve esclusione sociale, è vissuto come psicologicamente doloroso (Eisenberger,
2010).
Il sistema TRISTEZZA/PANICO è la base neurocognitiva della neuropersonalità di chi non è stato
abbastanza amato, protetto e considerato dai propri genitori o ha subito gravi traumi affettivi.
Una delle principali fonti di depressione, ricorda Panksepp, è il dolore psicologico che consuma la mente
dopo un abbandono o un lutto irrisolto. Si ritiene, infatti, che i meccanismi di separazione/angoscia del
cervello mammifero aprano le porte prima al dolore umano (Freed & Mann, 2007) e poi ad una
disperazione depressiva cronica, soprattutto quando il dolore da separazione è dovuto alla mancanza dei
genitori nei primi anni di vita (Bowlby, 1960, 1980; Heim et al, 2004; Watt e Panksepp, 2009).
La neuropersonalità emotiva passiva
L’aspetto psicosomatico della neuropersonalità legata al sistema del TRISTEZZA /PANICO è
caratterizzato da un comportamento insicuro, dipendente, bisognoso (needy) e timido, con
manifestazioni ansiose. Gli occhi sono tristi e in cerca di approvazione e amorevolezza, il petto (cuore) è
spesso contratto e “sgonfio”, le spalle strette, le ascelle chiuse, la voce ha un volume basso (sotto tono) ed
è caratterizzata da una tonalità acuta e lamentosa (piangere, piagnucolare, lamentarsi), orientata alla
richiesta di aiuto e di gentilezza. Questa neuropersonalità è molto associata al carattere “orale” di Freud e
di Lowen.
Discriminazione tra panico e paura
Le grida dei bambini abbandonati hanno una nota inconfondibile di urgenza e di panico che sembra
avere poco a che fare con l’angoscia generata dal sistema PAURA. Il bambino non si nasconde né fugge,
come farebbe di fronte ad un pericolo. Nemmeno si congela, nel tentativo di non attirare l’attenzione di
un predatore. Piuttosto, il bambino tende a correre freneticamente (forse una risposta del sistema della
RICERCA), piangendo e attirando l’attenzione per far accorrere i genitori. L’eccitazione costante del
sistema TRISTEZZA/PANICO può favorire disturbi dell’umore cronici (Watt & Panksepp, 2009), esaurire
le risorse di “gioia di vivere” del sistema RICERCA (Coenen, et al, 2011;. Panksepp & Watt, 2011), e
generare, nei casi più gravi, un disturbo del Sé (Schore, 2003).
L’eccitazione del sistema TRISTEZZA/PANICO fa sentire deprivati e miserabili ma quando l’angoscia
viene alleviata, cioè quando ci si trova nuovamente coinvolti emotivamente nei propri attaccamenti
sicuri, si prova un profondo senso di conforto e di sicurezza, probabilmente dovuto al rilascio di sostanze
chimiche del sistema della CURA, come gli oppioidi endogeni e l’ossitocina. È questo sentimento di
sicurezza, mediato da questi neurotrasmettitori, che rinforza i legami sociali.
Verso la metà degli anni ’70, è diventato chiaro che il legame sociale fosse, in parte, un processo di
dipendenza, essendo mediato nella sua intensità affettiva, da alcuni degli stessi sistemi cerebrali che
promuovono anche le dipendenze da stupefacenti (Insel, 2003). Mammiferi e uccelli diventano
“dipendenti” della reciproca compagnia, formando legami sociali che permettono loro di vivere in società
armoniose (Panksepp, 1981a;. Panksepp, Herman et al, 1980).
Le teorie dell’attaccamento
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I comportamentisti e gli psicoanalisti della metà del secolo scorso davano per scontato che i bambini
amassero i loro genitori grazie ad associazioni apprese con ricompense convenzionali, semplicemente
perché i genitori suppliscono alle necessità di sostegno vitale. Allo stesso modo, credevano che i bambini
non avessero motivo di legarsi alle persone che li accudivano (i caretakers), se essi non soddisfacevano i
loro bisogni fisici.
Questa visione ha gradualmente perso terreno, quando i
classici studi di René Spitz sulla “depressione anaclitica”
hanno rivelato che i bambini non riescono a svilupparsi
normalmente, se sono allevati in orfanotrofi che forniscono
una buona cura fisica, ma poco affetto (Spitz e Wolf, 1946,
Spitz, 1965). Spitz studiò i bambini, forzatamente distaccati
dalle madri in carcere e isolati in aree ad essi adibite,
all’interno dei penitenziari statunitensi. Senza un adeguato
accudimento affettivo, i bambini entravano in una grave
forma di “depressione anaclitica” e perdevano la gioia e la
volontà di vivere, in alcuni casi smettendo di comunicare e
di mangiare, fino ad arrivare alla morte.
Successivamente, John Bowlby (1960, 1980), nel suo fondamentale lavoro sull’attaccamento, ha
sottolineato che scarsi legami emotivi tra bambini e genitori possono dare luogo ad una serie di gravi
difficoltà psicologiche, quando i bambini crescono.
Nei famosi studi ed esperimenti dei coniugi Harlow, i cuccioli di scimmia, orfani di madre, cercano ogni
comfort che possono trovare, incluse delle morbide, ma inanimate, “madri di spugna” (vedi Figura **),
preferendole a dure madri metalliche che forniscono nutrimento, ma senza conforto (Harlow, 1958).
Quando questo tipo d’isolamento affettivo viene mantenuto per alcuni mesi, le scimmie mostrano
problemi di adattamento sociale per tutta la vita. Questi gravi deficit sono parzialmente recuperati se le
giovani scimmie sono allevate in compagnia di un gruppo di compagni coetanei, pur in assenza delle loro
madri (Suomi, 2006). Inoltre, questi effetti sono transgenerazionali. Uno dei problemi più gravi e
duraturi è stato evidenziato quando le femmine, emotivamente deprivate, crebbero e diventarono madri.
Come risultato delle loro privazioni infantili, queste madri non erano a loro volta in grado di rispondere
adeguatamente ai bisogni della prole.
L’anatomia della “vocalizzazione di angoscia”
Il sistema TRISTEZZA/PANICO, come tutti i sistemi legati ai processi primari delle emozioni, è
inizialmente “senza oggetto”: nei primissimi mesi di vita, esso può essere facilmente collegato a qualsiasi
individuo che offra sostegno e cura, anche ad un individuo abusante che è comunque meglio di nessun
individuo del tutto.
Alla fine degli anni '70, Panksepp ha identificato specifiche regioni del cervello da cui, con una
stimolazione elettrica, possono essere attivate le “vocalizzazioni di angoscia”: in particolare il PAG, le
regioni circostanti del mesencefalo e il talamo dorsomediale (Panksepp, Nor-Mansell, et al., 1988). Nelle
specie superiori, le “vocalizzazioni di angoscia” possono essere suscitate anche dalla stimolazione del
giro cingolato anteriore e dell’amigdala.
In altre parole, come per gli altri principali sistemi emotivi, il sistema TRISTEZZA/PANICO è costituito da
una capillare rete emotiva, concentrata sostanzialmente nelle antiche regioni cerebrali mediali, situate
sotto la “copertura pensante” neocorticale. Queste regioni, come il PAG, processano la profonda
sensazione affettiva del dolore fisico, ma non i suoi aspetti cognitivi, che sono mediati dalle regioni
superiori del cervello. È importante ricordare che il dolore affettivo attiva le aree del dolore fisico e,
quindi, la sensazione di dolore da abbandono, che viene comunemente riferito all’area cardiaca ed
espresso con frasi come “mi hai ferito il cuore” o “mi hai spezzato il cuore”, non è solamente una
sensazione psicologica ma corrisponde ad una reale condizione fisica. Recenti esperienze di cardiologi
con una comprensione psicosomatica, hanno riportato evidenze di come il miocardio, reagisce
fisicamente agli stimoli di dolore affettivo, contraendosi muscolarmente e alterando così la circolazione
coronarica (Di Luzio, 2001).
È interessante notare come il dolore emotivo e psicologico dell’abbandono e del lutto possa avere dei
forti legami evolutivi con gli antichi messaggi affettivi del dolore fisico. Questo è il modo in cui funziona
l’evoluzione: utilizzare soluzioni preesistenti per creare nuovi strumenti per vivere.
Differenze del sistema TRISTEZZA/PANICO tra maschi e femmine
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Molti adulti, soprattutto i maschi, piangono poco. Alcuni uomini possono passare la maggior parte della
loro vita adulta senza piangere.
La ricerca sulle cavie adulte indica chiaramente che i circuiti sono ancora attivi e che una stimolazione
elettrica nelle aree specifiche del cervello può ancora far piangere i maschi adulti come fossero bambini
(Panksepp & Miller, 1996). Con l’età, tuttavia, questi circuiti diventano molto meno reattivi, rispetto a
quando eravamo bambini. Negli studi sulle cavie, si è visto che ci vuole una corrente elettrica sempre più
forte, per provocare il pianto negli animali maturi (Panksepp & Miller, 1996).
La sensibilità del sistema TRISTEZZA/PANICO diminuisce gradualmente man mano che gli animali
passano attraverso la pubertà e diventa meno sensibile nei maschi rispetto alle femmine. Questo
suggerisce che i crescenti livelli di ormoni sessuali, durante la pubertà, giochino un ruolo critico. Infatti,
quando alle giovani cavie vengono rimosse le gonadi e le ovaie, la sensibilità del sistema di separazione-
distress diminuisce in misura minore rispetto agli animali intatti (Sahley & Panksepp, dati non pubblicati,
1986) .
Durante la pubertà, i maschi con le gonadi intatte piangono meno delle femmine, quando ricevono una
stimolazione cerebrale. La conclusione è chiara: “gli ometti non piangono” e non solo perché gli è stato
insegnato a non farlo. Essi hanno meno probabilità di piangere perché le loro gonadi in via di sviluppo
secernono grandi quantità di testosterone, durante la pubertà.
La chimica del sistema TRISTEZZA/PANICO e dei legami affettivi
Il legame sociale positivo, o la sensazione che abbiamo di una “base sicura”, sono accompagnati da alti
livelli di sostanze chimiche di attaccamento sociale. In particolare, tre neuropeptidi hanno dimostrato di
ridurre fortemente il sistema TRISTEZZA/PANICO. I primi, e forse più forti, di questi neuropeptidi sono
gli oppioidi endogeni e l’endorfina che, nelle loro forme farmacologiche, come ad esempio morfina ed
eroina, possono essere molto gratificanti e coinvolgenti fino a generare tossicodipendenza. Le altre due
sostanze che diminuiscono fortemente l’angoscia da separazione sono l’ossitocina e la prolattina, le
grandi protagoniste del sistema della CURA.
In breve, se gli oppioidi del cervello, l’endorfina, l'ossitocina o la prolattina sono elevati nei neonati in
difficoltà, le vocalizzazioni di angoscia diminuiranno, i piccoli si rilasseranno e mostreranno quei segni di
benessere che di solito sono associati alle attenzioni della madre e delle persone care (Panksepp, 1998a).
Ci sono somiglianze notevoli tra le dinamiche della dipendenza da relazioni affettive positive e da
oppiacei. Inizialmente, la tossicodipendenza comincia con un periodo in cui il farmaco produce un
piacere euforico o un forte sollievo emotivo. Lunghi periodi di utilizzo di stupefacenti sono comunemente
seguiti dalla tolleranza al farmaco, durante la quale sono richieste quantità sempre crescenti della
sostanza per produrre gli effetti positivi desiderati. Se il tossicodipendente viene privato della sostanza,
va incontro a sentimenti disforici e non dissimili dalla tristezza che si prova quando si perde un affetto
profondo.
Le relazioni affettive, familiari e amicali, seguono una traiettoria simile. Nella formazione del legame
affettivo e amicale c’è un periodo iniziale di intensi sentimenti di attrazione e benessere, seguito da una
graduale diminuzione del piacere, come se ci si abituasse all’altra persona, in modo simile alla tolleranza
agli oppiacei. Se, tuttavia, il rapporto viene successivamente minacciato o interrotto, si va incontro ad un
periodo di angoscia di separazione.
Recenti studi di brain imaging hanno rivelato che la tristezza umana e i processi affettivi e sociali sono
mediati dalle stesse regioni del cervello (Damasio et al, 2000; Lorberbaum et al, 2002; Swain et al, 2007)
e che la tristezza umana e la depressione sono accompagnate da bassi livelli di oppioidi cerebrali
(Kennedy et al, 2006; Zubieta et al, 2003). È particolarmente importante notare che una varietà di
interazioni amicali e sociali positive, come il gioco, comporta il rilascio di oppioidi endogeni nel cervello,
mentre una scarsità di oppioidi del cervello può contribuire al manifestarsi di diversi disturbi
psichiatrici.
Se gli oppioidi endogeni, in modo simile ai farmaci oppiacei di dipendenza, mediano le relazioni sociali,
significa che i mammiferi, soprattutto i più giovani che sono completamente dipendenti dagli altri, sono
letteralmente dipendenti da relazioni sociali.
Oppioidi endogeni, apprendimento e altre esperienze positive
Sappiamo che una varietà di stimoli ambientali piacevoli e tranquillizzanti può incondizionatamente
provocare la secrezione di oppioidi endogeni, di ß-endorfine e di altre sostanze chimiche del cervello che
provocano sensazioni piacevoli di soddisfazione e di benessere. Come per le altre emozioni, l’efficienza di
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questo sistema emotivo primario aumenta attraverso l’apprendimento. Anche il rilascio di oppioidi,
quindi, diventa oggetto di condizionamento e di varie esperienze di apprendimento.
Questi sistemi emotivi primordiali sono tra i nostri strumenti di codifica valoriale più essenziali e
producono esperienze evolutive che guidano la costruzione di tutto il resto dell’apparato mentale.
Possiamo facilmente immaginare esempi di come apprendimenti secondari condizionati si verifichino sin
dalle prime fasi della vita, collegando il rilascio di oppioidi ad una varietà di stimoli condizionati. Ad
esempio, se una madre ascolta regolarmente musica mentre allatta il suo bambino, il suono della sola
musica potrebbe, nel tempo, causare il rilascio di oppioidi nel cervello del bambino, producendo
un’influenza calmante. Così, la musica o il tocco, come stimoli condizionati, possono assumere un
durevole significato affettivo nel corso dello sviluppo neurale del bambino.
I bambini con un buon legame di attaccamento crescono, imparando quelle competenze sociali che li
tengono vicini ad amici e parenti. Questo processo di apprendimento comporta lo sviluppo di altri
sentimenti sociali di ordine superiore. I bambini sviluppano competenze che consentano loro di far
fronte agli inevitabili periodi di solitudine, distraendo la loro attenzione o impegnandosi in fantasie
gratificanti e giochi. Tutte queste strategie si riferiscono ai bisogni di mantenere l’impegno sociale e un
equilibrio affettivo (Panksepp, Siviy et al., 1985).
Altre due sostanze chimiche che calmano il sistema tristezza
Subito dopo la scoperta del ruolo degli oppioidi endogeni nella regolazione del sistema
TRISTEZZA/PANICO, si è scoperto che l’ossitocina e la prolattina erano altrettanto efficaci come inibitori
di questo sistema e in grado di rafforzare i legami affettivi tra i neonati e le loro madri.
Uno studio approfondito sull’ossitocina (Inset, 2010) ha dimostrato il suo ruolo nel reprimere le
“vocalizzazioni di angoscia” e creare legami sociali. L’ossitocina potrebbe aumentare gli effetti degli
oppioidi endogeni, forse migliorando l’attività delle ß-endorfine (Kovacs et al., 1998). Gli animali di solito
si abituano (sviluppano tolleranza) agli oppioidi, ma l’ossitocina può ridurre questo tipo di assuefazione,
rendendo gli oppioidi più potenti per periodi più lunghi.
Sembra inoltre che per tutta la vita, l’ossitocina venga rilasciata in seguito alla sensazione di conforto che
nasce dal contatto fisico sociale.
Nel cervello di un ratto neonato, quando il legame affettivo è cruciale per la sopravvivenza, si trova un
grande numero di recettori per l’ossitocina nelle strutture cerebrali del sistema TRISTEZZA/PANICO. Al
contrario durante l’età adulta, quando il legame affettivo non è così cruciale per la sopravvivenza, i
recettori dell’ossitocina sono meno numerosi. Nei primi anni, l’ossitocina potrebbe svolgere un ruolo
decisivo che si rifletterà nella futura vita sociale ed emotiva, mentre crescendo si sviluppano abbondanti
meccanismi di backup cognitivi e strategie per sostenere l’omeostasi emotiva.
Il sistema TRISTEZZA/PANICO e lo stress
Quando il sistema TRISTEZZA/PANICO è attivato, altre sostanze chimiche del cervello diventano più
attive, in particolare i neuropeptidi legati allo stress, come il fattore di rilascio della corticotropina (CRF)
e il glutammato, il principale neurotrasmettitore eccitatorio che partecipa ad ogni risposta emotiva.
Il CRF è l’ormone coinvolto nella risposta allo stress classico che attiva il sistema ipofisi-surrene. Lo
stress attiva i neuroni nel nucleo paraventricolare dell’ipotalamo (PVN) che contiene un’abbondanza di
neuroni CRF. Le proiezioni assonali del PVN scendono alla ghiandola pituitaria anteriore, provocando il
rilascio di ACTH. L’ACTH va a stimolare la corteccia surrenale per liberare l’ormone cortisolo. Questo
steroide aiuta il corpo a utilizzare l’energia per far fronte a molte situazioni stressanti, tra cui anche
l’angoscia da separazione.
Quando il sistema dello stress funziona bene, il cortisolo viene riassorbito dai numerosi recettori del
nucleo paraventricolare dell’ipotalamo (PVN) e questa azione di feedback fa sì che il PVN smetta di
produrre CRF per la pituitaria anteriore, la quale smette di produrre ACTH. Senza l’ACTH, che facilita il
rilascio di cortisolo, l’intera risposta allo stress tende a ridursi velocemente.
Se l’effetto positivo di autoregolazione è compromesso, la produzione di cortisolo non accenna a
diminuire e, alla lunga, questo esercita un effetto deleterio sul corpo e sul cervello, creando stati cronici
di stress e depressione. In casi estremi, elevati e prolungati livelli di cortisolo possono danneggiare i
neuroni dell’ippocampo, con conseguente perdita di memoria.
Patologia
Queste conoscenze ci spiegano perché coloro che hanno intensamente attivato il sistema della
TRISTEZZA/PANICO da bambini, per situazioni di abbandono o di trauma affettivo, ogni volta che
90
rivivranno simili situazioni di abbandono da grandi, anche se molto meno critiche, tenderanno a
riattivare l’“imprinting emotivo” e le memorie affettive negative del sistema limbico, in particolare
dell’ippocampo e dell’amigdala (LeDoux, 1986) e a manifestare espressioni psicosomatiche di dolore
emotivo più intense e drammatiche del necessario. La psicoterapia può aiutare queste persone a
prendere coscienza di questo processo d’imprinting emotivo negativo e a disattivarlo progressivamente,
attraverso una vasta serie di pratiche di consapevolezza psicosomatica e di lavoro psicologico sulle
emozioni. Nelle crisi affettive e soprattutto nelle crisi di panico è ipotizzabile che intervenga un
“sequestro dell’amigdala”, processo descritto da LeDoux, (1996), che si verifica quando gli stimoli
negativi come paura, panico o dolore affettivo sono così forti da indurre l’amigdala a bypassare
(sequestrare) l’attività cognitiva superiore della neocorteccia, che tendenzialmente è in grado di
comprendere razionalmente la non eccessiva gravità della situazione, e attivare invece i comportamenti
sottocorticali più reattivi, drammatici e disfunzionali.
Pazienti con questi sintomi spesso raccontano di essere consapevoli che tutto vada bene ma, nondimeno,
li assale un’emozione di TRISTEZZA/PANICO che non sono capaci di controllare.
Coloro che hanno sperimentato un trauma di guerra o altre atrocità (come i sopravvissuti all’olocausto)
spesso mostrano una diminuzione del volume dell’ippocampo. Si è inoltre scoperto che bambini vittime
di abusi sessuali e soldati traumatizzati tendono ad avere aree dell’ippocampo più piccole (Conrad,
2008;. Irle et al, 2009).
In questo modo, possiamo immaginare come situazioni precoci di stress e deprivazione sociale (che
attivano il sistema TRISTEZZA/PANICO) possano compromettere lo sviluppo psichico, inficiando il
recupero dei ricordi e la formazione delle memorie autobiografiche mediate dall’ippocampo.
Stress e depressione
Gli squilibri nell’“asse dello stress” sono anche seguiti da una
diminuzione delle “amine biogene”, in particolare noradrenalina,
serotonina e dopamina.
Inizialmente, il rilascio di CRF attiva potentemente questi sistemi
neurali, ma quando il rilascio di CRF si mantiene o si cronicizza, il
livello di queste sostanze chimiche nelle sinapsi può esaurirsi. Quando
questo succede, le persone e gli animali sono soggetti a depressione
(Holsboer & Ising, 2008).
Ancora non sappiamo precisamente come l’insieme di tutti i
cambiamenti cerebrali legati allo stress porti alla depressione clinica,
tuttavia, sappiamo che i farmaci che contrastano la scarsa disponibilità
di amine biogene, aumentando serotonina, noradrenalina e dopamina
(cioè gli inibitori della loro ricaptazione) tendono ad avere effetti Figura 75
antidepressivi.
Anche se non abbiamo alcuna soluzione definitiva che agisca sulle cause della depressione, a livello di
funzionamento del cervello, ci sono numerosi candidati neurochimici. Una delle sostanze chimiche
attualmente favorite è un “fertilizzante cerebrale”, noto come fattore neurotrofico derivato dal cervello
(BDNF Brain-Derived Neurotrophic Factor), attivato da attività salutari che hanno effetti antidepressivi,
come l’esercizio fisico. Anche il gioco fisico in animali giovani può promuovere la disponibilità di BDNF
nel cervello (Gordon et al., 2003). Tuttavia, è chiaro che il sostegno affettivo e sociale percepito è una
delle migliori indicazioni che un individuo sarà in grado di riprendersi da una grave malattia depressiva
(Leskela et al., 2006).
Oppioidi cerebrali e depressione
Sappiamo che l’attivazione del sistema TRISTEZZA/PANICO è un fattore chiave nella depressione indotta
da stress e genera una diminuzione degli oppioidi endogeni (Kennedy et al, 2006; Zubieta et al, 2003).
Sappiamo anche, da una vasta gamma di ricerche, che gli oppioidi endogeni e gli oppiacei (eroina)
possono avere effetti simili a quelli degli antidepressivi, ma agiscono più rapidamente. Tutti questi fatti
suggeriscono che si potrebbe trattare la depressione aumentando il livello di oppioidi e di endorfine nel
cervello. Tuttavia, a causa dei noti problemi di assuefazione e dipendenza, la somministrazione di
oppiacei è stata abbandonata a favore di tipi di antidepressivi più moderni e relativamente più deboli,
che sono stati progettati per intervenire nelle attività secondarie delle amine biogene.
Oggi i neuroscienziati dovrebbero riconsiderare la possibilità che la depressione sia in gran parte dovuta
al deficit di sostanze chimiche del piacere nel cervello, in particolare quelle che sostengono la sicurezza
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dei legami affettivi e sociali. I migliori antidepressivi rimangono quindi quelli che reclutano la potenza
dei sistemi socio-affettivi positivi, del conforto e del calore che derivano dalle relazioni sociali, che
stimolano il rilascio di oppioidi endogeni e ossitocina.
Differenze tra TRISTEZZA/PANICO e PAURA
Panksepp sottolinea che le recenti ricerche delle neuroscienze ci permettono oggi di distinguere tra ansie
suscitate dai sistemi TRISTEZZA/PANICO e PAURA, tra l’isolamento e il panico e la paura che si prova
quando si anticipano lesioni, morte, o qualche altro evento avversivo imminente. Naturalmente, i due
sistemi interagiscono. Ad esempio, i bambini che hanno subito frequenti abbandoni sperimenteranno
l’ansia da separazione, ma saranno anche spaventati della prospettiva di essere lasciati soli e di sentirsi
nuovamente abbandonati. In altre parole, possono avere paura del dolore ad un livello cognitivo più
elevato ma anche paura per la sopravvivenza fisica. Questi due sistemi inoltre condividono delle
sovrapposizioni a livello di sistemi neuroanatomici e chimici come il CRF che può attivare entrambi i
sistemi.
Ci sono molte ragioni per ritenere che gli attacchi di panico possano sostanzialmente derivare da
un’eccitazione del sistema TRISTEZZA/PANICO di separazione e disagio affettivo piuttosto che del
sistema della PAURA, come molti teorici attualmente credono.
Pazienti trattati con imipramina (un antidepressivo triciclico) hanno registrato un forte calo degli
attacchi di panico. Inizialmente, tuttavia, i pazienti non si erano resi conto di tali miglioramenti, perché il
farmaco non ha diminuito l’ansia anticipatoria associata alla malattia e cioè alla paura degli attacchi
stessi. Questi pazienti avevano ancora paura di avere attacchi di panico; forse avevano bisogno di farmaci
specifici per il sistema PAURA.
In questo contesto, è importante notare che l’imipramina è molto efficace nel ridurre il dolore da
separazione e la conseguente depressione in molte specie, tra cui cani e primati (vedi Panksepp, 1998a).
Inoltre gli aspetti fisiologici degli attacchi di panico possono essere promossi da una diminuzione
dell’attività degli oppioidi (Preter & Klein, 2008). Questi dati indicano che gli attacchi di panico, come le
“vocalizzazioni di angoscia”, derivano dal sistema della TRISTEZZA e non da quello della PAURA.
Anche le benzodiazepine, che sono tra i farmaci maggiormente utilizzati per sedare l’ansia e indurre il
sonno, sembrano operare soprattutto sul sistema TRISTEZZA /PANICO e non sul sistema PAURA/ANSIA.
Epigenetica della tristezza e neurobiologia dell’attaccamento
Solo negli ultimi anni i neuroscienziati sono stati in grado di tradurre la teoria dell’attaccamento in
cambiamenti concreti che avvengono nel cervello. Questi cambiamenti del cervello sono interpretati in
termini di espressione epigenetica che avviene come risultato dell’esperienza. L’espressione genica è un
processo mediante il quale un gene inattivo diventa attivo; l’epigenesi è invece un processo in cui certi
geni si possono esprimere con maggior vigore o meno, a seconda delle esperienze e delle necessità
funzionali (Szyf et al., 2008).
Quando i cuccioli ricevono cure dalle loro madri, queste esperienze si traducono in cambiamenti
epigenetici che influenzano le funzioni del cervello. Tali funzioni cerebrali variabili possono generare
caratteristiche e comportamenti specifici per l’individuo, come ad esempio, gli “stili di attaccamento”.
La ricerca suggerisce che se una madre è depressa e quindi non risponde al suo bambino, si possono
vedere anomalie nel comportamento del bambino e nella sua organizzazione cerebrale (Meaney, 2001;
Tronick, 2007). Forse questi bambini sviluppano sistemi cerebrali che, avendo subito un trauma
affettivo, regolano il loro sistema TRISTEZZA/PANICO su un livello di allarme cronicamente più alto e
quindi non sono più in grado di rispondere positivamente ai delicati stimoli affettivi del sistema della
CURA che aumentano l’ossitocina o gli oppioidi. Allo stesso modo, il sentimento di una madre angosciata
che non riesce a calmarsi per dare conforto al suo bambino, potrebbe derivare dal fatto che il suo sistema
della CURA non è più in grado di integrare e potenziare gli effetti degli oppioidi endogeni.
E molto probabile che l’esperienza di cure materne insoddisfacenti crea dei cambiamenti epigenetici nel
cervello delle giovani femmine, rendendo statisticamente improbabile che siano a loro volta delle buone
madri quando avranno i propri figli (Meaney, 2001; Szyf et al, 2008). Attaccamenti insicuri, forse a causa
della scarsa responsività agli oppioidi, possono essere trasmessi attraverso le generazioni.
La maggior parte degli studi biologici sull’attaccamento evidenzia delle modifiche nelle regioni cerebrali
superiori della neocorteccia, che si evolvono per ultime. Questi studi, ampiamente riassunti dal medico
Alan Schore (vedi anche McGilchrist, 2009), sottolineano il fatto che molte parti del cervello non sono
completamente formate al momento della nascita e che lo sviluppo di queste aree è mediato da
cambiamenti epigenetici dipendenti dall’esperienza (Schore, 2003).
92
Schore ha focalizzato l’attenzione sull’emisfero cerebrale destro che presenta un picco di crescita più
vigorosa nei primi 18 mesi di vita, rispetto all’emisfero sinistro. L’emisfero destro rimane dominante per
i primi 3 anni di vita (Chiron et al., 1997). Naturalmente questo è il periodo in cui i bambini cominciano a
formare dei legami relazionali con i genitori. L’emisfero destro sostiene un atteggiamento olistico ed
emotivo verso la vita, mentre l’emisfero sinistro -che matura successivamente- fornisce le abilità
cognitive più analitiche, lontane dalla sensibilità affettiva. La ricerca indica che questo lato è
emotivamente sensibile agli stimoli esterni come alle esperienze di accudimento e tattili nella prima
infanzia (Kalogeras et al. 1996). Queste esperienze sono intensamente determinate dalla qualità
dell’accudimento materno e, almeno nei ratti, hanno effetti cerebrali permanenti (Meaney, 2001).
Schore sostiene inoltre che la corteccia orbitofrontale (OFC Orbito Frontal Cortex) abbia un periodo
critico di maturazione che va dall’ultimo trimestre del primo anno di vita, alla metà del secondo. Anche in
questo caso, si tratta di un periodo in cui la relazione madre-figlio è particolarmente importante. In
questo lasso di tempo, le esperienze relazionali con la madre generano cambiamenti epigenetici che
contribuiscono allo sviluppo, o sottosviluppo, della corteccia orbitofrontale che svolge un ruolo
fondamentale nell’elaborazione dei segnali interpersonali e del loro significato emotivo.
La corteccia orbitofrontale gioca inoltre un ruolo critico nella regolazione affettiva (Schore, 1994). Una
corteccia orbitofrontale ben sviluppata regola anche molti aspetti del sistema nervoso autonomo
parasimpatico che produce le reazioni fisiologiche inibitorie dell’esperienza emotiva (Porges, 2009b).
Quando questa regione del cervello è danneggiata, le persone tendono a mostrare una scarsa regolazione
sociale e un temperamento più emotivamente impulsivo, anche sociopatico (Adolphs et al., 2003).
Evidenze sperimentali indicano che esseri umani o animali, sottoposti ad esperienze estreme, possono
sviluppare una sensibilità delle reti emotive limbiche cronicamente aumentata o diminuita. Tali
modifiche ai sistemi emotivi sottocorticali sono anche epigeneticamente mediate. Ad esempio, se un
animale ha avuto esperienze spaventose, il suo sistema della PAURA può diventare ipersensibile in modo
permanente; questi animali sono facilmente spaventabili (LeDoux, 2002). Simili modifiche epigenetiche
portano a un’ipersensibilità patologica e ad una sovra-responsività di vari altri sistemi emozionali, in
particolare quelli che regolano le risposte del sistema TRISTEZZA della separazione-stress.
IL SISTEMA RICERCA/ENTUSIASMO
E LA NEUROPERSONALITÀ DOPAMINICA
Come è stato descritto, il sistema della RICERCA è già presente in forma primitiva nel cervello dei rettili
dove assolve i compiti primari della “ricerca del piacere corporeo”, della sopravvivenza, dell’evitamento
del pericolo e dell’accoppiamento. Nonostante queste origini lo inseriamo a pieno diritto nell’area
mammifera in quanto il sistema della RICERCA si è molto sviluppato fino a diventare il sistema
dell’ENTUSIASMO e della passione, il centro funzionale della vita emotiva dei mammiferi e dell’essere
umano.
Il sistema RICERCA/ENTUSIASMO attiva il simpatico e l’attività psicosomatica.
Il sistema RICERCA/ENTUSIASMO è di centrale importanza nel cervello e nella vita di ogni persona, in
quanto genera la forza emotiva propulsiva del Sé per permette di vivere la vita con piacere e
soddisfazione. Diversi studi provano che i neuroni dopaminergici innervano la corteccia frontale
(Kalsbeek et al., 1987) e frontale orbitale (Levitt et al., 1984), le aree che maggiormente sono coinvolte
nella consapevolezza di Sé e nella regolazione degli affetti e nello sviluppo delle emozioni sociali.
Ogni azione o motivazione positiva, che stimola una risposta attiva, passa per questo circuito
profondamente connesso con molte aree cerebrali istintive, emotive e cognitive. Senza ricerca ed
entusiasmo la nostra vita diventa piatta e insignificante.
Il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO (Panksepp, 2012) è attivato e mediato dalla dopamina ed è la
base neuronale della neuropersonalità dopaminica, particolarmente legata ai processi emotivi attivi del
Sé collegati all’esplorazione, alla passione, alla ricerca del PIACERE CORPOREO e al sistema del
GIOCO/SOCIALIZZAZIONE, che ne rappresenta l’evoluzione sociale.
Col termine ENTUSIASMO s’intende uno stato di piacere emotivo dinamico e gratificante. Il sistema
RICERCA/ENTUSIASMO è il più importante sistema di attivazione del sistema limbico, il cuore del
cervello emotivo e stimola tutte le funzioni attive del cervello. Per questo è stato chiamato anche
93
“circuito del piacere” o “sistema del rinforzo” e la sua mancanza o inibizione viene percepita come
“punizione”. Gli psicologi cognitivo-comportamentali hanno associato questo sistema alla motivazione e
la sua inibizione all’evitamento. Eysenck (1953), psicologo e teorico delle personalità, divide le
personalità in introverse ed estroverse; queste ultime sono notevolmente associate al sistema della
RICERCA/ENTUSIASMO e alla neuropersonalità dopaminica.
Quando il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO e la dopamina si abbassano, compaiono segni di
demotivazione, fino a forme gravi di depressione caratterizzate da letargia e assenza di ogni desiderio di
attività. Lesioni bilaterali del circuito della RICERCA/ENTUSIASMO portano gli animali a non curarsi più
di se stessi fino alla morte. Quando, invece, il sistema è iperattivo, abbiamo comportamenti euforici ed
esagerati, fino agli episodi maniacali.
Neuroanatomia del sistema della RICERCA/ENTUSIASMO
La struttura del sistema della RICERCA/ENTUSIASMO si sviluppa, dal basso verso l’alto, partendo dal
VTA (Ventral Tegumental Area) verso quattro maggiori direzioni: 1) il Medial Forebrain Bundle (MFB), 2)
l’ipotalamo laterale (LH), 3) il nucleo accumbens e, 4) la corteccia prefrontale mediale, attraverso il
circuito dopaminergico mesolimbico e mesocorticale.
Il nucleo accumbens è il centro principale per l’apprendimento e i desideri.
Negli animali, le ramificazioni del circuito dopaminergico verso la corteccia sono limitate, mentre negli
esseri umani si estendono attivando moltissime aree superiori della neocorteccia e ciò dimostra come il
sistema della RICERCA/ENTUSIASMO, negli esseri umani, sia alla base di una componente cognitiva
molto elevata, come la conoscenza e la comprensione scientifica, artistica o spirituale che non hanno
equivalenti negli altri animali.
Il sistema dopaminergico opera in associazione con molti altri sistemi del cervello, come il sistema
noradrenergico e il sistema serotoninergico che controllano l’attivazione generale e il sistema
dell’attenzione mediati dall’acetilcolina e dal glutammato. Il GABA normalmente inibisce il sistema della
RICERCA.
La ricerca fisica La componente più primitiva (rettile) del sistema della RICERCA e della
neuropersonalità dopaminica è attivata dalla fame e dai bisogni primari, stimolati dal sistema del
PIACERE CORPOREO (Homeostatic Body Pleasure), che inducono alla ricerca del cibo (caccia), del
bilanciamento omeostatico, del nido, del territorio e dell’accoppiamento. Quando persone e animali sono
in pericolo, il sistema della RICERCA promuove soluzioni per trovare benessere, sicurezza e rifugio.
La ricerca emotiva Nel corso dell’evoluzione, dal cervello rettile al cervello mammifero e al
neocorticale, il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO sviluppa progressivamente la ricerca emotiva,
affettiva e sociale cercando attivamente amicizie, relazioni, partner, socializzazione. Riteniamo che il
primitivo sistema della RICERCA, presente nei rettili, con l’evoluzione del sistema limbico nei mammiferi,
abbia sviluppato una complessità di comportamenti e comunicazioni emotive, relazionali e sociali legate
all’ENTUSIASMO, che poi hanno portato alla strutturazione del sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE.
Il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO, insieme al sistema del GIOCO, stimola effetti positivi di
gratificazione nel cervello che tendono ad essere i principali vissuti ricercati dalla neuropersonalità
dopaminica.
È documentata una diretta relazione tra dopamina ed endorfina. Quando le persone e gli animali hanno
alti livelli di oppioidi endogeni, sperimentano situazioni affettive positive e comfort, esattamente come se
fossero in compagnia di buoni amici o di persone amate. Le sensazioni di dolore psicologico e di
solitudine sono attivate da alti livelli di CRF, l’ormone precursore dello stress e da una mancanza di
endorfine.
Il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO è anche attivato dalle esperienze negative, dall’allontanamento e
dell’evitamento. Sul piano emotivo, la mancanza di amorevolezza, di gioco o di relazioni sociali, attiva il
sistema della RICERCA di compagnia, di gioco e anche di relazioni sessuali.
La ricerca cognitiva e interiore. Negli esseri umani, il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO ha una
forte connessione con la corteccia frontale, la parte più evoluta del cervello umano, che energizza e
rivitalizza i processi cognitivi neocorticali, sviluppando una dimensione mentale, culturalizzata e
intellettuale. Per queste ragioni, la neuropersonalità dopaminica, nell’essere umano, si manifesta non
solo come ricerca di piacere fisico o emozionale, ma anche come curiosità, spinta creativa e ricerca della
conoscenza in genere, della ricerca scientifica, artistica o storica e, infine, della ricerca psicologica e della
ricerca di Sé, fino alla ricerca della verità (filosofia) e della spiritualità. In meditazione si verifica un
rilascio di dopamina nei circuiti del premio, della gioia e della ricompensa [Bottaccioli, 2005].
94
Il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO a livello cognitivo si manifesta in modo particolarmente evidente
nelle persone creative e nei ricercatori ed esploratori nei diversi campi della conoscenza, come: artisti,
scienziati, scrittori, studiosi e filosofi. La ricerca e l’entusiasmo li spinge alla scoperta di nuove
esperienze, di nuovi concetti, a trovare vie migliori di esprimere se stessi. Gli scienziati utilizzano questo
sistema per sviluppare ricerche che possano rivelare le leggi della natura. Questo sistema dà energia alla
creatività umana e può essere considerato il motore mentale di tutta la civilizzazione. Anche in questo
caso, si evidenzia come la neocorteccia, la sorgente dell’intelletto umano, sia di fatto un sistema cognitivo
al servizio del sistema emotivo. Il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO è un complesso generatore di
conoscenze e di idee e apre le porte cognitive più elevate del Sé, che ci permettono di interagire con la
conoscenza del mondo e dell’esistenza.
Ogni ricerca, anche quando non dà risultati evidenti, è legata comunque al senso di piacere e
soddisfazione: Thomas Alva Edison, per anni, sperimentò seimila tipi di filamenti, con costanti insuccessi,
prima di realizzare la prima lampadina.
Aspetto psicosomatico della neuropersonalità dopaminica
L’aspetto psicosomatico della neuropersonalità del sistema RICERCA/ENTUSIASMO è legato all’attività
del sistema simpatico, che stimola il movimento muscolare e l’energia vitale, al dinamismo emotivo e
cognitivo, al senso di curiosità e di esplorazione. La neuropersonalità dopaminica ha spesso un buon
calore corporeo, gli occhi sono presenti, vivaci e brillanti, manifesta una buona respirazione toracica.
Squilibri e patologie del sistema della RICERCA
L’equilibrio del sistema dopaminico della RICERCA e del GIOCO è fondamentale per il benessere fisico e
psicologico.
Le alterazioni e gli squilibri del sistema dopaminergico della RICERCA e del GIOCO sono alla base di molti
disturbi e patologie, come la depressione e l’ADHD legate all’inibizione e all’abbassamento dei livelli di
dopamina, mentre l’iperattivazione di questo sistema tende a generare disturbi psichiatrici, come la
mania, la schizofrenia paranoide e la psicosi.
In generale l’eccesso di attivazione da parte della dopamina e del sistema della RICERCA e del GIOCO
tende a far insorgere un accresciuto senso di sé, una sensazione di grandeur che genera comprensioni
sproporzionate e poi psicotiche delusioni di grandezza. L’abbondanza di dopamina, da sovrastimolazione
del sistema della RICERCA e del GIOCO, può arrivare a generare sintomi psicotici come un senso di
“irrealistico destino”.
È di grande importanza ricordare che tutte le droghe attivano il sistema dopaminergico. L’eccesso di
stimolazione del sistema della RICERCA e del GIOCO, da uso di sostanze psicotrope, può generare
schizofrenia, fantasie e delusioni psicotiche, stati maniacali e pensieri paranoidi.
Quando invece il sistema della RICERCA e del GIOCO è cronicamente ipoattivo, emergono i sintomi della
depressione, come quelli che insorgono nel calo successivo all’abuso di cocaina o anfetamina.
Nei pazienti affetti dal morbo di Parkinson, legato alla riduzione della dopamina, può insorgere anche
una grave depressione. La riattivazione del sistema della RICERCA e del GIOCO, dovuta alla cura con L-
dopa, può per contro generare sensazioni di grande euforia e “un senso di resurrezione, di rinascita, un
senso di benessere che arriva alla grazia” (Sacks, 1995).
Al termine di questo paragrafo è opportuno chiederci quanto entusiasmo e quanto desiderio di esplorare
e scoprire la vita sia rimasto dentro di noi o quanto tutto nella nostra vita sia diventato monotono e
senza stimoli.
Scheda Dopamina
Storia La dopamina è stata sintetizzata per la prima volta nel 1910, da George Barger e James Ewen. La
funzione della dopamina come neurotrasmettitore fu riconosciuta, nel 1958, da Arvid Carlsson e Nils-Åke
Hillarp, in Svezia. Nel 2000 Carlsson vinse il premio Nobel per la fisiologia e la medicina.
Informazioni generali La dopamina è il principale neurotrasmettitore del cervello emozionale e
governa l’emotività, la passione, il desiderio di raggiungere il piacere. Essa, oltre ad avere un grande
ruolo nel coordinamento del comportamento motorio (un deficit di questo sistema costituisce la
sintomatologia della malattia di Parkinson), è determinante per i comportamenti adattativi e le
conseguenti implicazioni affettive. Cloninger (1999) sostiene che la principale caratteristica della
neuropersonalità dopaminica sia la “ricerca della novità” (novelty seeking). La dopamina è il precursore
dell’adrenalina e della noradrenalina.
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Effetti fisiologici La dopamina agisce attivando il sistema nervoso simpatico, causa l’accelerazione del
battito cardiaco e l’innalzamento della pressione sanguigna, inoltre controlla la coordinazione motoria.
Effetti psichici e comportamentali La liberazione di dopamina è associata al desiderio, alla passione,
alla motivazione ad agire, alla sensazione del piacere e alla soddisfazione, provoca indirettamente anche
eccitazione, euforia ed entusiasmo e riduce parallelamente l’appetito. Elevati livelli di dopamina sono
collegati a maggiore energia, motivazione a raggiungere un obiettivo. I processi emozionali del piacere e
della ricompensa sono regolati dalla dopamina, al pari delle gratificazioni conseguenti al mangiare, al
bere, al riprodursi, al successo nella lotta e nella competizione. L’euforia connessa allo scampato pericolo
è orchestrata dalla dopamina. La trasmissione dopaminergica risulta, dunque, correlata alla fisiologia del
rinforzo psicologico ed è determinante nei processi di apprendimento. È comprensibile, al contrario, che
una sua iperattività provochi la sindrome maniacale e schizofrenica.
Un elevato livello dopaminergico sottocorticale (e basso livello prefrontale) è stato collegato alla
schizofrenia (Davis, et alii, 1991) e al disturbo psicotico delirante (Kiyoshi et alii, 2002). I farmaci
antipsicotici agiscono come antagonisti della dopamina, inibendola a livello del recettore e bloccando gli
effetti della neurochimica, in modo dose-dipendente.
Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD Attention Deficit Hyperactivity Disorder) e la
Sindrome delle Gambe senza Riposo (RLS Restless Legs Syndrome) potrebbero essere associate alla
diminuzione dell’attività della dopamina.
Esperimenti sugli animali Nel 1954, i due ricercatori Olds e Milner, inserirono in diversi punti del
cervello di un ratto un sottile elettrodo stimolante. Premendo una leva, il ratto chiudeva un circuito,
stimolando elettricamente la regione cerebrale nella quale l’elettrodo era infisso. Quando l’elettrodo era
posto in alcune regioni critiche, situate alla base del cervello, il ratto premeva la leva quasi fino allo
sfinimento, senza farsi distrarre neanche dall’offerta di cibo o acqua. Questo esperimento suggerì
l’esistenza di un particolare circuito neuronale, la cui attivazione agisce come una ricompensa. Studi
successivi hanno dimostrato la presenza di “centri del piacere” nel cervello delle scimmie e anche di
umani. Queste regioni si trovano nella parte anteriore del cervello e, se stimolate, producono una
sensazione simile all’anticipazione di un orgasmo.
Interazione con altri ormoni La dopamina è importante per la produzione delle endorfine, sostanze
regolatrici del senso del dolore e del piacere. Inoltre inibisce il rilascio di prolattina da parte del lobo
anteriore dell’ipofisi. Insieme alla noradrenalina e alla serotonina, è responsabile dei disturbi depressivi.
Meditazione Nel corso della meditazione, si verifica un rilascio della dopamina endogena. in
corrispondenza con un aumento dell’attività delle onde theta, registrate tramite elettroencefalogramma.
L’aumento della dopamina è stata riscontrata nei circuiti del premio, della gioia e della ricompensa
[Bottaccioli, 2005].
IL SISTEMA GIOCO/SOCIALIZZAZIONE
E LA NEUROPERSONALITÀ DOPAMINICA
La fonte ancestrale del gioco sociale e del divertimento.
Il sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE (Panksepp, 2012) non è presente nei rettili ma solo nel cervello
di tutti i mammiferi, viene attivato dalla dopamina e governa i processi di gioia, divertimento e di
socializzazione. Il sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE appare come un’evoluzione del più primitivo
sistema della RICERCA/PASSIONE. Il sistema della RICERCA infatti è attivo durante il gioco ed in
entrambi i sistemi la dopamina svolge un ruolo fondamentale.
Il sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE è la base neuronale della “neuropersonalità dopaminica”, o
emotiva attiva, caratterizzata dai comportamenti orientati alle emozioni di giocosità, simpatia,
esuberanza e divertimento.
L’aspetto psicosomatico della neuropersonalità legata al sistema del GIOCO/PASSIONE è molto simile al
sistema della GIOCO/SOCIALIZZAZIONE: sempre carico e con una più marcata espressione di gioia,
allegria, riso e divertimento.
Persone con alti livelli di dopamina tendono a mostrare comportamenti narcisistici, esuberanti ed
esteriorizzati, mentre bassi livelli di dopamina portano alla timidezza e alla chiusura in se stessi, fino alla
depressione.
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Il sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE si è evoluto con i mammiferi, e negli esseri umani, si estende dal
gioco fisico attivo, tipico della prima infanzia, fino a forme più elevate di gioco sportivo, relazionale,
psicologico e conoscitivo.
La ricerca scientifica condotta sul sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE ha dimostrato l’esistenza di una
rete geneticamente determinata che media le attività ludiche, portando grande gioia a tutti i giovani
mammiferi: dai giochi da bambini, come “nascondino" o “fare la lotta”, agli sport per adulti, al ballare in
discoteca e divertirsi con gli amici. Questo è un sistema fondamentale per le attività umane sociali
piacevoli e richiederebbe una maggior applicazione, anche in materie come l’educazione, la medicina e la
psicoterapia.
Gioco e riso
La forma di GIOCO/SOCIALIZZAZIONE più divertente è quella del gioco attivo e fisico, tipico dei maschi,
com’è indicato dalle abbondanti risate che accompagnano queste attività. Gli animali utilizzano il sistema
della RICERCA per il loro personale piacere e, quindi, il divertimento esplorativo può essere incluso nel
concetto di gioco.
La forma di gioco sociale, definita con l’espressione di “giocare a fare la lotta”, è la forma di gioco più
intensa e gioiosa, come dimostrano i suoni, tipo risata, ad alta frequenza (di 50 kHz), emessi dai ratti,
quando sono impegnati in questa attività o quando vengono solleticati da un essere umano. Questi suoni
acuti e divertenti, del tutto analoghi alle risa, sono strettamente legati al rinforzo dopaminergico positivo.
L’attività di gioco è stata definita, da Gordon Burghardt, attraverso i seguenti aspetti:
- Il gioco è un’attività spontanea, fatta per il proprio piacere, perché è divertente.
- Il gioco è una forma esagerata e incompleta delle attività degli adulti.
- Il gioco si manifesta in molte attività ripetute, fatte con abbondanti variazioni, a differenza dei
comportamenti seri che non sono flessibili.
- Gli animali devono essere ben nutriti, fiduciosi e sani, affinché il gioco possa avvenire.
- Le funzioni adattive del gioco non sono completamente evidenti nel momento in cui il gioco si verifica.
- Tutti i fattori di stress riducono il gioco.
La neuropersonalità emotiva attiva o sociale
Il piacere del gioco esplorativo può prendere anche la forma della pratica predatoria primaria. Il
comportamento predatorio è una conseguenza dello sviluppo del sistema della RICERCA. Questo si può
applicare anche alle attività ludiche e sessuali che, nella neuropersonalità dopaminica, assumono una
connotazione molto giocosa e, a volte, “predatoria” nel senso della “conquista”.
Il gioco consente l’apprendimento di abilità fisiche non sociali, come la caccia e il foraggiamento, di
capacità sociali, come l’aggressività, il corteggiamento, la sessualità e, in alcune specie, la competizione e
anche le abilità parentali. È spesso una forza essenziale per la costruzione di funzioni cognitive del nostro
cervello superiore.
Attraverso il gioco, gli animali imparano come possono sviluppare relazioni sociali e cooperative,
apprendono quando è possibile dominare un’interazione sociale e quando è meglio disimpegnarsi e
accettare la sconfitta. Nei bambini e nei ragazzi il gioco permette di sviluppare, senza traumi, la
consapevolezza delle proprie qualità e capacità che poi diventeranno le basi del lavoro da adulti. Tra
cuccioli o bambini, attraverso “il giocare alla lotta”, si selezionano gli individui più forti fisicamente e
dominanti, dagli individui più tranquilli e sensibili. Nei bambini, si selezionano specifiche tendenze al
gioco cooperativo di squadra, a sport più o meno agonistici o a giochi di ruolo, come “la mamma e la
bimba” con le bambole, tendenze più associate al sistema della FANTASIA e dell’endorfina, fino ad
arrivare a giochi più mentali, come dama, carte, scacchi o giochi di enigmistica. Da queste scelte di gioco
si svilupperanno specifiche competenze e direzioni di sviluppo individuale.
In sintesi, le reti del gioco nel cervello preparano gli individui a gestire i vari eventi imprevisti a cui la vita
li metterà di fronte.
Il gioco può essere sia delicato e femminile, sia forte e irruento. Il sistema del gioco in realtà è fragile,
perché molti fattori ambientali possono ridurre il gioco, come gli eventi che evocano stati emotivi
negativi quali la rabbia, la paura, il dolore e lo stress da separazione. Quindi, il gioco avviene quando si è
sicuri e ci si sente bene. È un sistema che, nelle giuste condizioni, manifesta intensità e forza e permette
agli animali -cuccioli, bambini o adulti- di giocare insieme per ore e ore, ogni giorno, per anni.
Ai giorni nostri, il gioco attivo/fisico nei bambini viene spesso scoraggiato dai genitori, poichè nelle città
non ci sarebbero le condizioni per correre e giocare liberamente e tutto deve essere controllato. I
genitori, tuttavia, non si rendono conto degli effetti negativi della carenza di gioco sullo sviluppo dei loro
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figli. Una ridotta o troppo controllata attività fisica può essere la causa di impulsi iperattivi scarsamente
controllati che possono assumere la forma patologica della sindrome da Deficit di Attenzione e
Iperattività (ADHD). I bambini con questa diagnosi diventano più gestibili quando sono somministrate
loro anfetamine, le stesse droghe che riducono il gioco nei ratti. Le ricerche condotte sui ratti, cui è stata
diagnostica l’ADHD, mostrano che un abbondante gioco giornaliero riduce i sintomi d’iperattività.
Lo sviluppo del gioco sociale nei giovani
La ricerca ha evidenziato che il desiderio di giocare non scaturisce da un processo di apprendimento, ma
è innato. Si tratta di un processo primario, con bisogni sociali geneticamente determinati. La
sperimentazione sui topi da laboratorio ha mostrato come l’isolamento sociale influisca direttamente sul
sistema del gioco, determinando un aumento della voglia di giocare.
I topi, privati delle opportunità di gioco, prontamente iniziano a giocare, quando viene fornita loro
l’occasione, sia che abbiano subito un isolamento per un periodo di tempo breve (poche ore), sia che
siano stati isolati totalmente nei primi giorni di vita, per un periodo più prolungato. La manifestazione
del desiderio di giocare non appare, invece, così immediata nei primati che, rispetto ai topi, hanno un
sistema del dolore più sviluppato. L’isolamento, infatti, produce nei primati uno stato di depressione per
cui essi hanno bisogno di ricostruire una sorta di “fiducia sociale”, prima che il desiderio per il gioco
riemerga.
Le logiche relazionali del gioco attivo
Il “gioco della lotta” dei topi mostra un’equilibrata presenza di comportamenti di attacco e fuga. È
caratterizzato da contatti dorsali, da attacchi e da abbondanti suoni acuti, del tutto paragonabili alle risa.
Esistono ragioni empiriche per credere che si tratti di un’ancestrale forma di risata, relativa agli impulsi
della ricerca.
La dominanza nel gioco si manifesta quando, nelle occasioni di gioco che si presentano ripetutamente,
uno dei due topi vince per la maggior parte del tempo (circa il 70%), mentre l’altro perde. La
continuazione del gioco richiede una reciprocità dei ruoli, nel senso che l’animale vincente deve auto
penalizzarsi, se vuole continuare a giocare, altrimenti il topo perdente diminuisce gradualmente la sua
voglia di giocare.
Nell’aggressione, a differenza del gioco della lotta, i topi assumono una posizione eretta sulle zampe
posteriori che consente l’attività di pugilato e i suoni emessi hanno una frequenza di 22 kHz, tipici delle
proteste e delle lamentele.
Infine, la distinzione tra gioco e aggressione è anche supportata dal fatto che il testosterone promuove
l’aggressione nei maschi adulti, mentre ha pochi effetti sulla voglia di giocare.
I ratti cui è stata rimossa la neocorteccia, continuano a giocare in modo quasi normale. L’attività ludica si
differenzia per il fatto che l’animale decorticato ha una relativa insensibilità sociale, per cui non consente
al partner le occasioni di vincere, al fine di mantenere il gioco. Questa sensibilità presumibilmente
richiede un livello di partecipazione cerebrale superiore che solo gli animali integri, e in particolare gli
esseri umani, posseggono.
L’inibizione del gioco avviene anche in presenza di certi stati emotivi negativi, come l’aggressività.
Gioco e risata
Le forme di gioco degli esseri umani possono essere considerate delle varianti secondarie e terziarie del
processo primario del gioco attivo/fisico (fare la lotta). Gli umani adulti manifestano i propri impulsi di
gioco in diverse maniere. Lo scambio verbale, nella forma della provocazione amichevole, è il modo che
più si avvicina ai contatti dorsali e agli attacchi del gioco fisico. Infatti, nell’avvicendarsi del “botta e
risposta”, può capitare che, di fronte alla risposta più intelligente di uno, ci siano scrosci di risate tra i più
giovani e ridacchiamenti tra i più anziani. È comune che, tra gli individui che partecipano a questo
scambio verbale, s’instauri uno speciale legame di rispetto e amicizia, quando entrambi sono soddisfatti
del modo in cui ciascuno si è misurato con l’altro.
Negli esseri umani, la risata è spesso collegata all’umore o alla complessità cognitiva, mentre nei bambini
e negli animali, è più collegata alla fisicità.
La connessione tra la risata umana e quella di altri mammiferi non è supportata solo da ricerche
comportamentali, ma anche da studi fisioanatomici che hanno mappato il circuito della risata nei ratti,
attraverso la stimolazione cerebrale localizzata, per suscitare i suoni acuti e caratteristici tipo risata alla
frequenza di 50 kHz. Il circuito collegato al riso corre lungo il sistema della RICERCA mesolimbico ed è
fortemente controllato dalla dopamina.
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I risultati di numerose ricerche suggeriscono che le regioni cerebrali, associate alla risata nei ratti,
giochino un ruolo importante anche nel generare la risata umana. La risata, come la giocosità, è una
risposta istintiva incondizionata che scaturisce, in presenza di determinati fattori ambientali e sociali,
dalle regioni antiche del cervello mammifero. La risata non viene appresa per imitazione (“neuroni
specchio” di Rizzolatti), poiché i bambini ciechi e sordi ridono prontamente.
La risata è spesso utilizzata a fini competitivi, forse anche aggressivi, poiché può essere usata per
infliggere dolore emotivo al rivale. Le ricerche delle neuroscienze suggeriscono che le risate al servizio
dell’aggressione non siano un aspetto intrinseco del sistema del GIOCO del processo primario, ma di
processi secondari o terziari
La neurochimica del gioco
Gli studi sulle immagini cerebrali hanno evidenziato che durante l’attività di gioco si verifica un diffuso
rilascio di oppioidi endogeni, in particolare di endorfina, nel sistema nervoso, soprattutto nell’area
preottica che governa i comportamenti sessuali e materni.
È facile influenzare il gioco attraverso manipolazioni farmacologiche, in particolare, si è visto che è
possibile promuovere il gioco, la dominanza sociale e anche la dominanza nel gioco, somministrando
basse dosi di stimolanti dei recettori oppiacei, come la morfina, che facilitano la vittoria nelle
competizioni ludiche, in quanto suscitano sentimenti di fiducia sociale nel soggetto che ha ricevuto la
manipolazione farmacologica. Al contrario, la somministrazione di antagonisti dei recettori oppiacei,
come il naloxone, genera un senso di maggior bisogno sociale e quindi d’insicurezza, che induce uno
svantaggio emotivo, rendendo più probabile la sconfitta.
In particolare, si è visto che l’ossitocina e il CFR riducono il gioco attivo. La giocosità può ridurre i sintomi
depressivi e rafforzare aree cerebrali danneggiate dallo stress. In sintesi, il sistema del GIOCO è un
processo gratificante del cervello e le chimiche cerebrali sono importanti nella generazione delle
gratifiche sociali. In particolare, sembrano importanti gli oppioidi endogeni secreti durante il gioco e,
molto probabilmente, anche la dopamina partecipa agli aspetti euforici del gioco.
Infine, i cannabinoidi endogeni sono parte del pacchetto di ricompensa del gioco.
Le funzioni sociali del gioco
Il gioco sembrerebbe avere funzioni sociali e non-sociali. Tra le funzioni sociali troviamo
l’apprendimento di abilità che facilitino il legame e la cooperazione sociale e che promuovano
l’appartenenza sociale e la leadership, nonché la capacità di comunicare efficacemente.
Sicuramente il gioco aumenta le possibilità riproduttive, infatti, gli animali che hanno avuto maggiori
esperienze di gioco durante la fase giovanile, dimostrano un vantaggio nella competizione per l’accesso
alle opportunità riproduttive, rispetto a quelli con scarso gioco giovanile.
Un’altra funzione del gioco sembrerebbe essere quella di facilitare i rapporti di amicizia, creando le basi
per una futura alleanza, cooperazione sociale ed empatia.
La deprivazione di gioco rende i soggetti più timorosi e aggressivi e meno creativi socialmente.
Gioco e maturazione cognitivo del cervello
Le ricerche indicano che il gioco sociale attiva i fattori di crescita neuronale in alcune zone del cervello,
ad esempio, nella corteccia frontale e nell’amigdala. Le analisi sull’espressione genetica cerebrale
indicano che l’attività di circa un terzo dei geni cerebrali, individuati nelle regioni corticali frontali, sono
modificate dal gioco. I cambiamenti che scaturiscono dal gioco facilitano la crescita e la maturazione del
cervello, attraverso la creazione epigenetica di circuiti pro-sociali.
Il gioco può aiutare a sviluppare e programmare la neocorteccia. Durante il gioco, i bambini si trovano a
fronteggiare sentimenti emotivi contrastanti che possono condurre a situazioni di relativa dominanza
sociale o di sottomissione. La supervisione degli adulti, durante questi particolari momenti, è
un’occasione straordinaria per l’apprendimento di comportamenti positivi pro-sociali e per lo sviluppo
sociale del bambino.
Genitori ansiosi, madri iperprotettive, mancanza di fiducia nelle capacità dei bambini o dei ragazzi,
possono facilmente portare a un’inibizione o a un eccessivo controllo cognitivo del sistema del GIOCO.
Il legame esistente tra l’eccitazione del gioco, lo sviluppo mentale e i cambiamenti epigenetici dei
percorsi sociali neuronali, accende i riflettori sugli effetti deleteri che la somministrazione prolungata di
psicofarmaci può avere sullo sviluppo della personalità di un bambino e sulle modalità con cui il gioco
programma la neocorteccia. Il fatto che la somministrazione di psicofarmaci riduca sia il gioco, sia i
sintomi d’iperattività, implica uno stretto legame tra il sistema del gioco e l’ADHD. Non sempre alla
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diagnosi di ADHD corrisponde un deficit anatomico e funzionale delle funzioni esecutive del lobo
frontale: si può essere in presenza di un eccesivo impulso all’attività ludica, non conforme ai dettami di
controllo familiare e di regole sociali. In questo caso, la somministrazione di psicofarmaci non migliora
l’attenzione e l’apprendimento e non riduce l’eccessiva emotività.
Il lavoro condotto sugli animali ha evidenziato che un’adeguata quantità di gioco giornaliero è in grado di
ridurre i comportamenti impulsivi nei giovani ratti e può rendere gli animali adulti meno aggressivi e
diffidenti. L’aggressione patologica negli esseri umani, spesso deriva da un’infanzia in cui la giocosità è
stata scarsa. I circuiti del gioco sono comunque indipendenti da quelli dell’aggressione. Il gioco insegna
alle persone e agli animali come andare d’accordo con gli altri. I bambini potrebbero imparare a
controllare meglio se stessi in classe, con migliori risultati nell’apprendimento, se iniziassero la giornata
con mezz’ora di attività ludica. Il gioco, se ben inserito nei sistemi educativi, soprattutto a livello
prescolastico e scolastico, sarebbe in grado di ridurre le diagnosi di ADHD.
Effetti sociali positivi
Il desiderio di giocare, se ben alimentato, aiuta a sviluppare nel bambino la competenza sociale e
l’indipendenza dal nucleo familiare. Il gioco affina la sensibilità ai bisogni emotivi e ai desideri degli altri,
permettendo ai bambini di maturare e assumere atteggiamenti funzionali fuori dal contesto familiare.
Attraverso il gioco, il bambino può imparare a sentirsi felice, grande, autosufficiente e capace, ad
accrescere la sua autostima e le forme di amicizia verso gli altri. Le attività ludiche creano individui
adulti soddisfatti e sono in grado di prevenire le patologie depressive.
I bambini che hanno una minore capacità di giocare, spesso appaiono depressi e invidiosi degli altri
bambini. Nei casi in cui i bambini non abbiano un regolare compagno di giochi, è opportuno che i genitori
si assicurino che il bambino faccia dell’attività ludica fisica quotidianamente.
Considerazioni finali sul gioco
Le ricerche recenti suggeriscono che il sistema del gioco sia particolarmente importante nello sviluppo
epigenetico e nella maturazione della neocorteccia. Una maggiore comprensione di questo sistema
potrebbe contenere la spiegazione di alcuni problemi emotivi dell’infanzia. Il riconoscimento universale
del diritto di giocare di un bambino può aiutare a sviluppare forme sociali e ad adottare politiche
educative più sagge nel futuro. Un bambino che è stato privato del gioco ha più probabilità, non solo di
ricevere una diagnosi di ADHD, ma anche di diventare un adulto solitario. Ovviamente, i tratti della
personalità umana sono il risultato di un processo multifattoriale, ma la mancanza di un legame sicuro
infantile, nonché la mancanza di gioco, sicuramente contribuiscono a sviluppare aspetti di irritabilità e
aggressione negli adulti. Visto il ruolo del gioco nel promuovere il benessere e la salute mentale del
bambino, appare sensato, per la società, creare le condizioni attraverso le quali i bambini possano
realmente giocare, durante gli anni della loro infanzia.
Il sistema della FANTASIA, il sogno e la neuropersonalità endorfinica
Il sistema della FANTASIA rappresenta la componente più alta ed evoluta del sistema del GIOCO ed è
collegato ai valori più creativi e immaginativi del Sé (corteccia frontale). Questo sistema è attivato
dall’endorfina e costituisce una delle basi della neuropersonalità endorfinica, caratterizzata da
comportamenti orientati alle emozioni di soddisfazione globale, benessere e serenità.
Sembra probabile che il gioco e il sogno siano processi che permettono al Sé di immaginare e anticipare
esperienze in divenire, cioè che consentano, sia agli animali sia alle persone, di sperimentare soluzioni a
problemi complessi e quindi prepararsi a fronteggiare in modo funzionale le sfide future della vita reale.
Il sistema della FANTASIA, nei bambini e negli adulti, probabilmente permette anche una visione
propositiva e creativa del futuro, sia nelle relazioni, sia nel lavoro. Sognare la propria vita futura di
coppia o di realizzare progetti, nasce da questa base cognitiva della FANTASIA.
Solms (1995) ha evidenziato come le strutture limbiche anteriori siano implicate nella regolazione
affettiva dei sogni: se tale regolazione fallisce abbiamo fenomeni quali: sonno agitato, risvegli, incubi.
I due principali stati del sonno sono: il sonno a onde lente, o sonno non REM, senza sogni, e il sonno REM
in cui gli animali e le persone sognano. Il sonno REM e il sogno sono due meccanismi cerebrali distinti,
anche se ben coordinati. Durante il sonno REM si verifica un rilassamento muscolare diffuso in tutto il
corpo che consente agli animali di non agire i loro sogni. Al tempo stesso, si verificano delle piccole
scosse muscolari delle dita, delle labbra, del naso, nonché il rapido movimento degli occhi. Le strutture
cerebrali che generano il sonno a onde lente (SWS Slow Waves Sleep), lo stato di veglia e il sonno REM, si
trovano nel tronco del cervello, disposte a profondità differenti. I meccanismi di SWS risiedono nella
100
parte più alta del tronco, mentre i meccanismi di veglia sono un po’ più in basso e i generatori del sonno
REM si trovano ancora più in basso. Le prove sembrano evidenziare che l’esperienza del sogno derivi da
regioni cerebrali più alte, rispetto a quelle del sonno REM e che la dopamina, mediata dal sistema della
RICERCA, abbia un ruolo fondamentale nella generazione del sogno.
Affinché le regioni cerebrali cognitive superiori diventino utili
per l’apprendimento e il pensiero, è necessario che la persona
possa esercitare le proprie emozioni riguardanti le diverse
criticità della vita, nella sicurezza del sogno, durante il sonno.
Il sonno REM è stato sperimentalmente dimostrato nei
mammiferi ma non nei rettili.
L’evoluzione cerebrale dei mammiferi verso una sofisticazione
cognitiva, richiede la costruzione di sistemi di eccitazione che
regolano gli stati di veglia attiva, dal talamo alla neocorteccia,
come un sistema che inibisce l’emozionalità mentale semplice. I
sistemi che eccitano la corteccia includono la dopamina, la serotonina, la noradrenalina e l’acetilcolina.
Eccessi del sistema del GIOCO/FANTASIA Il sistema della FANTASIA e la sua carica endorfinica e
dopaminica possono facilmente diventare un rifugio per coloro che non riescono a godersi il piacere e la
realtà del vivere quotidiano che si rifugiano nel sogno e nelle fantasie e, a volte, come nelle psicosi,
finiscono per non essere più in grado di discriminare tra immaginazione e realtà.
Scheda ANANDAMIDE
L'anandamide, o arachidonoiletanolammide (AEA), fa parte di una nuova classe di mediatori lipidici, ad
azione prevalentemente autocrina e paracrina, collettivamente noti come endocannabinoidi.
L'AEA è un neuro-modulatore che mima gli effetti dei composti psicoattivi presenti nella cannabis, noti
come cannabinoidi. Questo composto, il cui nome deriva dal sanscrito ānanda, beatitudine interiore, è
stato isolato e caratterizzato dal chimico ceco Lumír Ondřej Hanuš e dal farmacologo americano William
Anthony Devane nel laboratorio di Raphael Mechoulam dell'Università di Gerusalemme nel 1992.
I SISTEMI EMOTIVI E COGNITIVI UMANI
Concludiamo l’esposizione dei sistemi emotivi con la descrizione di due sistemi evolutivamente più
recenti, che sono maggiormente legati alle facoltà e alle attività cognitive prettamente umane.
Il sistema noradrenalinico dell’ATTENZIONE-ATTIVAZIONE e il sistema della FANTASIA-
SODDISFAZIONE mediato dalle endorfine. Come di vede nell’immagine ** questi due sistemi sono
rappresentati nella parte superiore della mappa Neuropsicosomatica. A sinistra il sistema
noradrenalinico dell’ATTENZIONE-ATTIVAZIONE fortemente caratterizzato all’attivazione del sistema
simpatico e dell’emisfero razionale-verbale del cervello neocorticale, e a destra il sistema endorfinico
della FANTASIA-SOGNO legato all’attivazione del sistema parasimpatico e dell’emisfero intuitivo-
creativo. Le funzioni dell’endorfina tuttavia non si possono ridurre a questa specifica funzione cognitiva,
per quanto importante essa sia nella vita umana, ma sembrano essere ben più vaste e profonde , per
questa ragione, nella parte superiore centrale della mappa abbiamo inserito un’area specifica della
finzione endorfinica della SODDISFAZIONE-SPIRITUALITÀ che, come la serotonina, rappresenta un
elemento di base nella gestione del piacere di esistere e che è in costante relazione siua con la
componente attiva-razionale che con la componente intuitiva-artistica.
101
IL SISTEMA DELLA SODDISFAZIONE E DELLA SPIRITUALITÀ
E LA NEUROPERSONALITÀ ENDORFINICA
L’endorfina e neuropersonalità endorfinica
Benchè Panksepp consideri il sistema endorfinico della FANTASIA (DREAM LIKE) insieme al sistema del
GIOCO, noi riteniamo che, per la sua funzione psicosomatica altamente specifica e la sua vastissima
innervazione e il sistema endorfinico debba essere visto come un sistema a sé. A sostegno della nostra
tesi osserviamo che nell’Affective Neuroscience Personality Scale (ANPS) Panksepp inserisce il sistema
della SPIRITUALITÀ e lo indaga attraverso domande che sono evidentemente legate all’endorfina.
Informazioni generali. Le endorfine sono “morfine endogene”, sostanze chimiche analoghe per natura e
azione a quella della morfina e di altre sostanze oppiacee, quindi capaci di dare un senso piacere e di
estasi e di riduzione del dolore. Ricordiamo che la morfina produce “una sensazione di “euforia”, una
forte sensazione di benessere fisico generalizzata, ci si sente trasportati in una dimensione
estremamente diversa e piacevole. Il pensiero diventa vivace e fluido, i problemi "svaniscono" e ci si
sente rilassati, isolati e fortemente sollevati dal dolore.”
Le endorfine sono sintetizzate principalmente nell’ipofisi, ma anche nei surreni e in alcuni tratti
dell’apparato digerente: questi neuropeptidi hanno i loro recettori in varie zone del sistema nervoso
centrale dove si concentrano soprattutto nelle aree più critiche, deputate alla percezione del dolore e del
piacere. Importante è anche la loro presenza nelle strutture del sistema limbico che spiega l'influenza sui
comportamenti e sulla risonanza psichica delle emozioni (Pert, 2007). Grazie a questa estesa distribuzione
le endorfine sono in grado di rilevare lo stato globale di benessere o malessere psicofisico dell’intero
sistema neuropsicosomatico. Quindi non solo monitorano eventuali disfunzioni o dolori ma sono in
grado di sostenere il Sé, sia attivando la loro potente attività analgesica, e quindi preservando il Sé
dall’eccessivo dolore, stress o fatica, sia, quando l’equilibrio del sistema è armonico e bilanciato, di
attivare il senso di piacere, di benessere globale, che genera uno stato di soddisfazione profonda di Sé, di
autostima fio al senso di estasi e beatutudine.
102
L’ endorfina viene secreta in associazione ad ogni
attività psico-somatica piacevole mediata da altri
ormoni-neuromediatori: (piacere corporeo, cibo,
sonno massaggio, bagno di foresta, (serotonina),
sesso (ormoni sessuali), paura e dolore (cortisolo),
gioco, danza, canto relazioni (dopamina), affetto e
amorevolezza (ossitocina), e meditazione. Le
ricerche mostrano che l’endorfina è associata anche
agli stati di intenso piacere (orgasmo), euforia
(runner high, sport estremi) e stati di pace, fiducia,
contatto con la natura e benessere globale
(meditazione). (vedi schema).
Candice Pert, una delle scienziate che partecipò alla scoperta delle endorfine, riteneva che fossero i
principali mediatori delle esperienze profonde come la bellezza, l’unità, la conoscenza, la meditazione e
la spiritualità (Pert, 1999) e ha dichiarato: “Se dovessi sciegliere il neuropeptide che è più strettamente
associato al divino, scieglierei le endorfine. E questo è basato su dei dati... solo sovradosaggio di endorfine
genera un’estasi profonda.” (Pert, 2012). Per questo Candace Pert chiamava le endorfine “le sostanze
chimiche della beatitudine” o “le molecole di coscienza”.
L’endorfina quindi, per la sua capacità di regolare l’umore e generare il senso di soddisfazione nel
rilassamento e nell’induzione al sonno, di appagamento e di euforia durante l’orgasmo, il senso di piacere
globale di vivere, di pace e di estasi profonda negli stati di meditazione, può essere considerato il
neuropeptide che più di ogni altro manifesta il Sé, lo stato di consapevolezza, equilibrio e benessere
globale dell’intero sistema neuropsicosomatico.
La neuropersonalità endorfinica quindi manifesta in Sé queste caratteristiche con comportamenti,
emozioni e attitudini mentali: è tendenzialmente pacifica, serena, armonica, sopporta il dolore e cerca il
piacere globale profondo, sia fisico, sia spirituale e la soddisfazione che emerge dall’equilibrio delle varie
neuropersonalità, ossia dall’armonica funzionalità delle energie psicosomatiche che sostengono l’unità
del Sé e il senso della vita. Ha una buona autostima di Sé, tende alla relazione piacevole con gli altri e
mostra una grande apertura verso la natura e la vita.
L’endorfina diminuisce leggermente l’effetto degli ormoni sessuali riducendo la libido più aggressiva, a
favore di una sessualità più amorevole e profonda. Per molti versi l’endorfina può essere considerata la
molecola più “spirituale”, legata all’esperienza del Sé, dell’anima e anche la neuropersonalità a essa
associata gode delle stesse caratteristiche qualità.
Per queste ragioni scientifiche, psicosomatiche e psicologiche, ci ritroviamo a considerare l’endorfina
come il neurotrasmettitore del sistema della SODDISFAZIONE GLOBALE o della SPIRITUALITÀ.
Proteggere il Sé dal dolore
L’endorfina esplica un’azione analgesica simile alla morfina e ad altre sostanze oppiacee. L’endorfina
aumenta nello stress, nelle emozioni negative e fino al 500% nello sforzo muscolare intenso, generando il
fenomeno chiamato runner’s hight o “sballo del corridore” che consiste in uno stato di euforia e
soddisfazione. In differenti condizioni può procurare sia uno stato di euforia, sia di sonnolenza. È attiva
nella regolazione del sonno, del ciclo mestruale, dell’attività gastrointestinale, della termoregolazione,
dell’appetito.
Importante è la loro presenza nelle strutture del sistema limbico che spiega l’influenza dell’endorfina sui
comportamenti e sulla risonanza psichica delle emozioni (Pert, 2007).
Le sensazioni di dolore psicologico e di solitudine sono attivate da alti livelli di CRF, l’ormone precursore
dello stress e da una mancanza di endorfine. Quando le persone e gli animali hanno alti livelli di oppioidi
endogeni sperimentano situazioni affettive positive e comfort esattamente come se fossero in compagnia
di buoni amici o di persone amate. Se le endorfine sono basse e il CFR alto si genera un sentimento di
solitudine, di malessere, fino alla percezione di perdere il senso e il piacere della vita. Una scarsità di
endorfina attiva il sistema della RICERCA che spinge persone e animali a cercare compagnia e
socializzazione.
103
La dipendenza da alcune droghe, come l’eroina, si spiega proprio nella carente produzione endogena di
endorfine. All’interno del nostro organismo, l’eroina o la cannabis si sostituiscono al ruolo naturale di
queste sostanze, saturandone i recettori e inibendone la produzione e quindi generando dipendenza.
Oltre ad aumentare la tolleranza al dolore, le endorfine sono coinvolte nel senso di benessere ed
appagamento che insorge al termine di un rapporto sessuale, nel controllo dell’appetito e dell’attività
gastrointestinale, nella termoregolazione, nella regolazione del sonno, nella regolazione dell’umore, nella
regolazione del ciclo mestruale. La regolazione dell’umore è probabilmente la proprietà più importante:
il rilascio di endorfine provoca un senso di benessere e di serenità, di maggiore soddisfazione ed
autostima, aiutandoci a sopportare meglio lo stress, gli stati di affaticamento e il dolore fisico.
Meditazione: la meditazione aumenta l’endorfina.
Conclusioni etiche
I sistemi emotivi rappresentano la base scientifica che ci permette di comprendere il profondo senso di
vicinanza e di empatia che proviamo con gli altri esseri umani ma anche con gli animali e gli esseri
viventi in generale.
La questione se altri animali sentano internamente le stesse esperienze umane ha vessato la scienza del
comportamento animale dal suo inizio. Vi sono ora evidenti prove sperimentali, che indicano, oltre ogni
ragionevole dubbio di antropomorfizzazione, come tutti i mammiferi abbiano analoghe reti neuro-
emotive, con simili valenze negative e positive, concentrate in omologhe regioni cerebrali che mediano le
esperienze affettive, quando gli animali sono emotivamente attivati.
IL SISTEMA DELL’ATTENZIONE E DELLA CONCENTRAZIONE MENTALE
E LA NEUROPERSONALITÀ NORADRENALINICA
La noradrenalina
Nell’essere umano tutti i sistemi emotivi producono profondi effetti e interazioni sui sistemi
cognitivi neocorticali e parallelamente i sistemi cognitivi, in questo caso l’attivazione mentale
neocorticale data dalla noradrenalina, producono evidenti effetti sui sistemi emotivi e corporei
sottocorticali.
La noradrenalina è sia un neurotrasmettitore cerebrale (prodotto dal locus ceruleus del
cervello) sia un ormone (prodotto dalla midollare del surrene). La noradrenalina è un
attivatore cognitivo e corporeo.
In situazioni di normalità la noradrenalina attiva l’attenzione, la vigilanza cognitiva e la
concentrazione mentale, incrementa la rapidità di elaborazione delle informazioni e dei dati
sensoriali, produce acutezza, determinazione e rapidità nelle risposte cognitive, e stimola anche
la produzione epatica di glucosio, principale fonte di energia corporea, per sostenere le risposte
adattative essenziali e affrontare i problemi che ogni giorno sorgono dalle esperienze di vita.
Senza noradrenalina ci si sentirà sempre deconcentrati, confusi e senza vigore.
In situazioni di pericolo o di emergenza, la noradrenalina (insieme all’adrenalina) attiva il
sistema simpatico e prepara all’azione attraverso la risposta di “attacco o fuga” (fight or flight),
attivando tutte le risorse energetiche del corpo e le attività cognitive, in particolare per cercare
di risolvere la situazione di emergenza, con l’attacco, la fuga oppure con l’inibizione dell’azione
o il congelamento (freezing).
Nello stress e nelle situazioni di emergenza gli stimoli visivi o uditivi di pericolo, stimolano il
locus ceruleus a produrre noradernalina che attivano diverse aree e funzioni del cervello, in
particolare l’amigdala (la principale area del cervello che controlla i comportamenti legati alla
paura e al pericolo) che attiva l’asse dello stress HPA (ipotalamo, ipofisi, surrene) e il sistema
simpatico.
Questa attivazione simpatica produce: un aumento del battito cardiaco e del tono dei vasi
sanguigni (fino all’ipertensione), aumento del tono muscolare di tutto il corpo attraverso la
produzione di glucosio e la produzione di insulina (dal pancreas), controlla anche la
104
muscolatura liscia dell'intestino (fino a generare tensione nello stomaco e nell’intero sistema
gastroenterico addominale), dell'utero e dell'iride.
La noradrenalina (sostenuta dal cortisolo) è il principale neurotrasmettitore del “controllo mentale”,
dell’ “Inibizione dell’azione” e dell’ evitamento.
Effetti psichici e comportamentali: La noradrenalina genera una tensione neuromuscolare
associata alla paura e all’ansia da cortisolo. Quando lo stress diventa cronico la noradrenalina
genera una iperattività e un controllo mentale disfunzionale (insonnia, nervosismo, ecc.).,
sempre associata a sensazioni di tensione neuromuscolare, stress e ansia.
In alcune persone “deboli” o che si percepiscono come tale, e quindi che non vogliono o non
sono in grado di affrontare la situazione la noradrenalina invece si abbassa, creando un
progressivo stato di confusione mentale ed emotiva (emotional numbing) e progressiva
debolezza muscolare. Aspetti che ricordano la cataplessia, un disturbo che quando si manifesta
di lieve entità provoca una moderata e parziale debolezza nel soggetto che si manifesta con
cedimento muscolare. L'Università di Lione ha dimostrato che nella cataplessia si osservano
disfunzioni nelle regioni superiori del tronco cerebrale e in particolare del locus coeruleus, il
principale sito per la sintesi della noradrenalina.
Interazione con altri ormoni: Il sistema noradrenergico, insieme al sistema serotoninergico e
dopaminergico regola lo stato emozionale (Esposito & Liguori 1996). Insieme alla dopamina, è
ritenuta svolgere un importante ruolo nell'attenzione e nella sua focalizzazione nella
ricompensa cerebrale e nella modulazione della risposta immunitaria.
Meditazione: Benson (1983b) ha studiato 19 soggetti che praticavano tecniche di rilassamento
due volte al giorno per 30 giorni, trovando che i livelli accresciuti di noradrenalina non
producevano aumenti nel ritmo cardiaco e nella pressione sanguigna e concluse che le tecniche
di rilassamento riducevano la reazione del sistema nervoso centrale alla noradrenalina.
[Bottaccioli, 2005]
105
PARTE SECONDA
LE BASI CLINICHE DELLA
NEUROPSICOSOMATICA
I DISTURBI DEL SÉ E DELLE
NEUROPERSONALITÀ
106
CAPITOLO OTTAVO
NEUROBIOLOGIA DELLO STRESS:
I SISTEMI DI DIFESA DEL SE’ E LA FORMAZIONE
DEI DISTURBI E DEI BLOCCHI PSICOSOMATICI
Cannon: omeostasi e risposta attiva di attacco o fuga
Nel 1915, Walter Cannon, fisiologo statunitense e docente di fisiologia alla Harvard University,
recuperando il concetto di “omeostasi” espresso da Claude Bernard, lo identifica come il principale
sistema di sopravvivenza degli organismi viventi. L’omeostasi (dal greco στάσις, simile stare) è la
tendenza naturale degli esseri viventi, a mantenere una relativa stabilità interna degli equilibri
metabolici vitali (cibo, metabolismo, calore, Ph., elettroliti, ecc.), attraverso precisi meccanismi
autoregolatori. La tendenza all’omeostasi è intrinsecamente legata al sistema del PIACERE CORPOREO, o
“Homeostatic Body Pleasure” che genera piacere di esistere in ogni essere vivente quando ha mangiato, è
forte e attivo ed è riposato, tranquillo e sicuro. Con lo sviluppo delle ricerche sulla PNEI, il concetto di
omeostasi si è stato esteso, dagli aspetti più strettamente metabolici e fisiologici, fino ad includere i più
articolati e complessi equilibri della rete PNEI che includono gli aspetti psicologici, neuronali, endocrini e
immunitari della persona. Cannon, oltre che per l’omeostasi, è noto per aver identificato e descritto la
“risposta di attacco o fuga”, o “fight or flight response”: il principale meccanismo di “difesa attiva” del Sé,
per conservare lo stato neuro-psic-somatico di omeostasi, mediato dai sistemi della PAURA e della
RABBIA, che diverrà la base neuroemotiva dello stress. Cannon, insieme a Bard, propone la “teoria
cortico-diencefalica o centrale” delle emozioni, che localizza nell’ipotalamo l’origine del meccanismo
emozionale e anticipa il suo ruolo centrale, come centro di regolazione e controllo dello stress, concetto
che verrà successivamente sviluppato come “asse dello stress”.
Selye: lo stress come sistema di adattamento
Lo stress, termine inglese che significa “tensione, sforzo, sollecitazione”, è la più conosciuta e studiata
reazione di difesa del Sé. Il termine stress fu impiegato per la prima volta, nel 1936, da Hans Selye che lo
definì come una “Sindrome Generale di Adattamento”. Nel 1955 Selye diede una definizione più
dettagliata di stress come “una risposta aspecifica a qualsiasi richiesta (demand) proveniente
dall’ambiente”.
Stress, nel linguaggio medico, designa la risposta psicofisica di difesa che la persona (il Sé psicosomatico)
mette in atto, attivando il sistema della PAURA, di fronte ad eventi percepiti come pericolosi (stressors),
come pericoli fisici (traumi, dolore, fatica), mentali (impegni lavorativi, esami), emotivi, sociali o
ambientali, che alterano o destabilizzano il normale stato di equilibrio (omeostasi) e richiedono un
cambiamento di attenzione, di coscienza o di comportamento. Lo stress
è fondamentalmente un sistema di allarme psicosomatico che genera
una tensione profonda nell’intero sistema.
Negli ultimi decenni un elevatissimo numero di ricerche ha dimostrato
che lo stress è all’origine di una ampia serie di disturbi e malattie
psicosomatiche, che incidono profondamente sulla salute individuale e
sulla bilancia dei costi sociali per la salute.
Le conseguenze dello stress dipendono dalle capacità individuali di
adattamento. Stressors simili possono indurre risposte
quantitativamente e qualitativamente diverse da soggetto a soggetto,
poiché la personalità e il vissuto dell’individuo, i suoi ritmi e le
caratteristiche degli stressors (regolarità, prevedibilità, evitabilità,
durata e intensità), i vari fattori ambientali (ciclo luce-buio, temperatura, grado di umidità e di pressione
atmosferica, intensità e frequenza dei campi elettromagnetici) possono influenzare le risposte di stress.
L’asse dello stress
Il sistema dello stress è costituito da due principali assi: l’asse chimico e l’asse nervoso.
L’asse chimico (ormonale) o “asse ipotalamo-ipofisi-surrene” (o HPA hypothalamic–pituitary–adrenal
axis), attiva il CRH (dall'inglese corticotropin-releasing hormone) ovvero l’ormone di rilascio della
107
corticotropina, prodotto dall’ipotalamo, che stimola la produzione di ormone adrenocorticotropo
(ACTH) che, attraverso la circolazione sanguigna, stimola la produzione di cortisolo (l’ormone dello
stress) da parte della corteccia del surrene.
L’asse nervoso parte dai nuclei ipotalamici che si collegano con il locus coeruleus il quale, tramite
l’attivazione del sistema nervoso simpatico, stimola la midollare del surrene a produrre adrenalina,
noradrenalina e dopamina, in ordine decrescente.
Nell’uomo, le risposte agli stimoli stressanti (stressors) sono complesse, articolate ed espresse in un
programma biologico integrato e geneticamente controllato, in cui le differenti neuropersonalità giocano
un ruolo importante.
L’eustress è un’attivazione funzionale del sistema della PAURA che produce una risposta di difesa del Sé
che dovrebbe esaurirsi al termine dell’evento stressogeno. Se la reazione perdura diventa
progressivamente disfunzionale. Quindi lo stress funzionale (eustress) è considerato una risposta
adattativa e fisiologica agli eventi, ma può avere sviluppi patologici quando è troppo intenso o diventa
cronico, rientrando così nell’ambito della patologia psicosomatica. Lo stress, quindi, di per sé non è
negativo, anzi è un allenamento alle continue sfide della vita, sono il suo eccesso e il suo perdurare nel
tempo ad essere nefasti.
Le due risposte di difesa del Sé psicosomatico
Una delle scoperte chiave per la comprensione dei disturbi psicosomatici
negli esseri umani è che l’attivazione dell’asse dello stress, può dare
luogo a due tipi di risposta: attiva o passiva (Fig. 76). La risposta attiva,
in rosso, attiva il sistema della RABBIA/DOMINANZA che promuove la
reazione difensiva attiva (attacco o fuga); la risposta passiva, in blu,
invece si attiva quando il Sé non ritiene possibile o utile alcuna reazione
attiva, e innesca così la reazione di “inibizione dell’azione”, che nella
teoria polivagale di Porges, che spiegherò a breve, sembra attivata dalla
componente addominale (“dorso-vagale”) del sistema parasimpatico
(Porges 2001, 2019).
Normalmente lo stress è associato alla “risposta di attacco o fuga” ma è
invece basilare ricordare che questa risposta avviene quasi
esclusivamente negli animali, e molto più raramente nell’essere umano, in cui, comunemente viene
inibita la componente fisica attiva e la risposta adattativa si trasforma in competizione sociale,
economica e lavorativa, aggressività verbale, eccesso di dominanza e controllo, in cui prevale una chiara
iperattivazione simpatica, con eccesso di tensione neuromuscolare. Parallelamente a queste situazioni
attive è indispensabile comprendere le numerosissime situazioni in cui invece prevale la “risposta da
inibizione dell’azione”.
Sia la risposta attiva della RABBIA, sia la risposta passiva di inibizione dell’azione da PAURA inibiscono
progressivamente il sistema mesolimbico dopaminergico del PIACERE e il sistema endorfinico della
SODDISFAZIONE, generando una progressiva riduzione del senso di gioia di esistere e di espletare le
normali funzioni vitali del Sé. Parallelamente alla diminuzione del livello di vitalità e piacere, anche il
“cuore” si chiude, con una progressiva perdita della gioia di esistere: queste sono le basi della
depressione.
Descriviamo ora le basi neurofisiologiche e psicologiche dei due sistemi primari di difesa del Sé che
stanno alla base dei disturbi e dei blocchi psicosomatici.
L’inibizione dell’azione di Henri Laborit
La scoperta dell’”inibizione dell’azione”, la base neurofisiologica dei
disturbi e dei blocchi psicosomatici, si deve a Henri Laborit che fu
membro del Comitato Scientifico del nostro istituto sin dal suo
esordio, nel 1988. Laborit ha sviluppato il concetto e le basi
scientifiche dell’inibizione dell’azione, dimostrando che in condizioni
di estremo stress, quando l’animale non può né lottare né fuggire, per
evitare una situazione drammatica, attiva il processo parasimpatico di
inibizione dell’azione: la strategia di difesa passiva del Sé. L’inibizione
dell’azione, se protratta nel tempo, produce ipercortisolemia che
provoca patologie e somatizzazioni, come ipertensione e ulcere gastriche, fenomeno che non avviene se
gli animali possono fuggire o sfogare l’aggressività combattendo.
108
Ricordiamo che gli effetti dell’ipercortisolemia dovuti all’inibizione dell’azione cronicizzata si riflettono
su tutti i sistemi PNEI, come: deficit immunitari (tumori), malattie autoimmunitarie, sindrome
metabolica, artrosi, ipertensione e cardiopatie, gastrite, disturbi del sonno REM, stanchezza,
infiammazioni, ecc.
La reazione da stress negli animali e nell’essere umano
La risposta da stress ha quindi due forme principali di manifestazione: una attiva/simpatica e una
passiva/parasimpatica. Mentre negli animali la risposta attiva di “attacco o fuga” è largamente
predominante, negli esseri umani il comportamento statisticamente più comune è quello dell’“inibizione
dell’azione” che tende appunto ad inibire la risposta attiva di attacco o fuga, sia fisica che emotiva e
psicologica. Sull’inibizione dell’azione sono basate tutte le forme di relazione umana di dipendenza,
sottomissione, ubbidienza e controllo in cui prevale la necessità di verifica e inibizione degli istinti
reattivi primari: attacco, fuga, difesa, aggressività, rabbia, paura.
È utile ricordare che l’inibizione di una pulsione come causa di malattia e sintomo psicosomatico, è stata
alla base del pensiero di Freud, Groddeck, Reich, Lowen e Alexander, per citare solo alcuni grandi
caposcuola. Consideriamo, infatti che, in particolare nella vita infantile ma anche nella vita adulta, il
bambino o la persona si trovano spesso in situazioni di dipendenza, inferiorità, vulnerabilità e fragilità
che li costringono a non poter attivare la risposta attiva di “attacco o fuga” (mediata dall’adrenalina, dalla
noradrenalina e dal testosterone) ma a rifugiarsi nel processo di inibizione dell’azione.
Dobbiamo considerare che, di fatto, la maggior parte dei bambini, dei giovani e degli adulti non può
reagire attivamente a situazioni negative. In pratica, non può fuggire e nemmeno aggredire i propri
genitori, gli insegnanti o le persone “negative” con cui vive o lavora e quindi deve “normalmente”
abituarsi ad “inibire” le proprie azioni ed emozioni attive e aggressive.
Normalmente, negli animali l’inibizione dell’azione è in larga parte funzionale, in quanto legata alla
risposta momentanea ad un evento pericoloso o altamente stressante (incontro con un predatore,
incendio della foresta, scontro con un rivale, ecc.) che si esaurisce in un tempo molto breve; nell’essere
umano, invece, l’inibizione, in genere dovuta ai condizionamenti familiari, sociali e culturali o ad eventi
violenti o traumatici, porta facilmente alla cronicizzazione del processo e ad una progressiva
disfunzionalità. La cronicizzazione da inibizione dell’azione genera il rilascio di alti livelli di cortisolo e
noradrenalina che si manifestano in uno stato di stress cronico con ansia, angoscia e tensione psicofisica
permanente. Questo stato è la base comportamentale della neuropersonalità cortisolica, o “fisico-
passiva”, dove il termine passivo indica propriamente la tendenza a non reagire attivamente ma a
controllare e inibire. Nei testi L’Inibition de l’Action e l’Elogio della Fuga, Laborit descrive l’inibizione
dell’azione e le conseguenze sulle patologie psicosomatiche e sulle dinamiche conflittuali sociali. Henri
Laborit sostenne lo sviluppo delle nostre ricerche sulle cause e sulla cura dei disturbi psicosomatici e
diede importanti contributi all’attuazione di trattamenti clinici medici e psicoterapeutici, per
comprendere e curare i vasti disturbi generati dall’inibizione dell’azione. Ovviamente l’inibizione può
essere momentanea e funzionale o, nei casi più gravi, può arrivare alla patologia e alla dissociazione
Le sperimentazioni (sui poveri topi)
Gli esperimenti storici di Laborit furono condotti sui topi. Nel primo esperimento, un topo era posto in
una gabbia di metallo con il fondo diviso in due parti che potevano essere elettrizzate a scelta. Quando
una metà veniva elettrizzata, il topo cercava di scappare saltando per evitare il dolore (attivazione
dell’azione di fuga), con un aumento momentaneo di adrenalina e cortisolo, e si fermava nella metà non
elettrizzata della gabbia. In quel caso, in breve tempo adrenalina e cortisolo ritornavano su livelli normali
e il topo non presentava alterazioni della pressione.
In un successivo esperimento, le due metà della gabbia venivano elettrizzate alternativamente: il topo
cercava di evitare il dolore saltando nella metà non elettrizzata, e i livelli ormonali tornavano comunque
normali.
Nel terzo esperimento, la gabbia veniva elettrizzata tutta e il topo cercava di fuggire da una parte e
dall’altra ma, dopo breve tempo, non potendo scappare (“risposta di fuga”), entrava in uno stato di
“inibizione dell’azione”, buttandosi a terra immobile e inattivo. In questo caso, oltre a cortisolo e
adrenalina, aumentava anche la noradrenalina che restava elevata per lungo tempo, producendo
ipertensione (angoscia).
In un successivo esperimento simile al terzo, ma con due topi nella stessa gabbia, si osservò che i due
topi imprigionati nella gabbia di metallo elettrizzato, dalla quale non potevano scappare, dopo aver
provato a saltare inutilmente da una metà all’altra della gabbia (“risposta di fuga”), invece di attivare il
109
parasimpatico addominale “dorso-vagale” ed entrare in “inibizione dell’azione”, iniziavano a lottare tra
loro, attivando il simpatico e liberando l’aggressività (“risposta di attacco”), con aumento di adrenalina e
testosterone e non producendo ipertensione.
Le ricerche svolte da Laborit hanno provato che l’inibizione dell’azione, sia negli animali sia nell’uomo,
genera una riduzione dei livelli di adrenalina e un aumento dei livelli di noradrenalina e cortisolo,
mentre nell’attivazione dell’azione si alzano i livelli di adrenalina, noradrenalina e cortisolo.
Neurofisiologia dei sistemi di attivazione e inibizione dell’azione
Nello schema di Laborit il Sistema di Attivazione dell’Azione (SAA) è mediato principalmente
dall’adrenalina, ma anche dal testosterone, dalla dopamina e
dall’insulina.
Schore evidenzia anche come il sistema positivo dell’attivazione
dell’azione, caratteristico della corretta regolazione affettiva tra
madre e figlio è mediato dal circuito Ventrale Tegmentale (VTC)
che attiva l’area Ventrale Tegmentale (VTA) mediato dalla
dopamina.
Il Sistema di Inibizione dell’Azione (SIA) è invece legato sia
all’assenza di stimoli di rinforzo positivo come amorevolezza,
piacere corporeo, riconoscimento (che normalmente attivano la
componente toracica o “ventro-mediale” del parasimpatico), ma
soprattutto agli stimoli negativi di paura, pericolo di vita,
abbandono, dolore affettivo o fisico, punizione, (che attivano la
componente addominale o “dorso-vagale” del parasimpatico) e
che sono mediati principalmente dalla noradrenalina dal
circuito Laterale Tegmentale (LTC), dal cortisolo (ACh) e
dall’amigdala (Schore, 2003).
L’adrenalina è quindi l’ormone della risposta attiva alla paura che spinge all’attacco e alla fuga, mentre la
noradrenalina è l’ormone che, nella fase attiva, facilita l’azione dell’adrenalina, sviluppando la
componente cognitiva dell’attacco e della fuga ma che diventa predominante nell’inibizione dell’azione e
nell’“attesa carica di angoscia e tensione per l’impossibilità di agire” (Laborit, 1983).
Come vedremo a breve, questa tensione neuromuscolare pervade tutto il corpo e si somatizza come
disturbi o “blocchi” psicosomatici in modo particolare in alcuni distretti corporei o su organi bersaglio
specifici.
Le principali risposte allo stress
Ricapitolando, il sistema PAURA/ANSIA (Panksepp, 2012) risponde al dolore fisico e al senso di pericolo
(shock, trauma) attivando l’asse dello stress ipotalamo-ipofisi-surrene (Fink, 2010) che avvia la “risposta
di attacco o fuga” (fight or flight) scoperta da Cannon
nel 1929, ossia la risposta psicosomatica attiva,
oppure, dove non sia possibile reagire con
l’aggressività o la fuga, attivando la risposta
psicosomatica parasimpatica/passiva di inibizione
dell’azione. Su queste basi, Panksepp (2012)
evidenzia sperimentalmente, attraverso la
stimolazione elettrica endocranica, che una corrente
di elevata intensità genera, negli animali,
comportamenti di fuga precipitosa e attivazione
neuromuscolare, mentre un basso livello di corrente
genera comportamenti di congelamento e inibizione
neuromuscolare. Come si può osservare nella Mappa
Psicosomatica l’“attivazione dell’azione” da stress
stimola tutti i sistemi emotivi e i rispettivi ormoni e neurotrasmettitori che attivano la carica simpatica,
mentre l’inibizione dell’azione attiva in particolare il sistema parasimpatico della PAURA legata al
cortisolo, e la componente cognitiva inibitoria regolata dalla noradrenalina.
Le quattro fasi dello stress
Selye definì tre fasi dello stress:
110
1. Fase di allarme funzionale (eustress) – sfera interna della mappa delle neuropersonalità. Selye
(1974) sosteneva che “La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si pensa di
solito, non dobbiamo, e in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo
efficace e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi, e adattando la nostra filosofia
dell’esistenza a esso”. L’organismo risponde allo stressor mettendo in atto meccanismi di
fronteggiamento (coping) fisici, emotivi e mentali, attraverso la mobilitazione delle difese che vengono
attivate sia dell’asse ipofisi-cortico-surrene (cortisolo), sia della midollare surrenale (adrenalina e
noradrenalina) con stato di attenzione e iperattivazione generalizzata principalmente a carico del
sistema nervoso e muscolare che poi si riflette come stato di squilibrio su tutti i sistemi (circolatorio,
respiratorio) e quindi sull’intera struttura psicosomatica con aumento del battito cardiaco, pressione
sanguigna, tono muscolare ed attivazione (arousal) psicofisiologica. Se lo stimolo dannoso (stressor)
termina i parametri momentaneamente alterati rientrano velocemente nella normalità.
Questa è una risposta funzionale aspecifica utile per preparare il soggetto ad un pericolo e che dovrebbe
terminare con la fine dell’evento pericoloso, quindi viene chiamata di eustress ossia si stress fisiologico.
C Secondo Selye ogni persona possiede un “serbatoio di energie” per fronteggiare gli stimoli esterni, in
base al quale si determina il livello di resistenza al fenomeno.
Quando lo stimolo stressogeno si protrae per troppo tempo, spesso per mesi o per anni, si instaura una
“fase di resistenza”: il corpo tentando di combattere e contrastare la persistenza degli stressors genera
un affaticamento prolungato, con ipersecrezione insulinica e delle ghiandole surrenali e conseguente
sovrapproduzione di cortisolo e inibizione delle difese immunitarie. In questa fase i disturbi
psicosomatici relativi al sistema nervoso, muscolare, cardiocircolatorio e respiratorio, cominciano a
fissarsi progressivamente e cronicizzarsi nella struttura della persona, con un aumento progressivo dello
stato di tensione che si manifesta con caratteristici disturbi o blocchi psicosomatici permanenti.
3. Fase di esaurimento – sfera intermedia-esterna della mappa delle neuropersonalità. Quando le
riserve del “serbatoio di energie” si esauriscono, per via di eventi stressanti particolarmente intensi, o
quando più eventi stressanti agiscono simultaneamente, oppure quando la loro azione è eccessivamente
prolungata nel tempo, il soggetto non riesce più a reagire e viene sopraffatto dagli eventi stessi. In questa
terza “fase di esaurimento” (il vecchio “esaurimento nervoso”) il sistema non riesce a compensare e i
sintomi tendono a peggiorare producendo disturbi patologici più o meno permanenti e irreversibili a
carico della struttura psichica e somatica. Nei casi più gravi fino ad arrivare all’esaurimento totale delle
riserve delle ghiandole surrenali e della produzione di cortisolo e DEHA e allo scompenso o al collasso
del sistema. Tra i sintomi della terza fase: stanchezza cronica, irritabilità, depressione e non voglia di
vivere, disturbi sessuali e calo del desiderio, disturbi del sonno, ridotta capacità di memoria o di
concentrazione, problemi tiroidei, basse difese immunitarie, ulcerazioni della mucosa gastrica.
Possiamo ipotizzare, dalla valutazione dei casi clinici, che la seconda e la terza fase siano dovute in
percentuale minore ad una iperattività simpatica (stress da eccesso di lavoro, competizione, crisi) e in
percentuale maggiore allo stress da inibizione dell’azione (eccesso di controllo mentale, chiusura delle
emozioni, alessitimia, ecc.). Laborit ha evidenziato che i principali sintomi dello stress, l’ansia e
l’angoscia, si manifestano più facilmente in persone che soffrono di un’inibizione cronicizzata della
normale azione reattiva e che sono caratterizzate da un eccesso cronico di cortisolo e noradrenalina.
4. Fase di dissociazione neuro-psico-somatica traumatica o esistenziale – sfera esterna della
mappa delle neuropersonalità. In neuropsicosomatica abbiamo ritenuto inserire una quarta fase dello
stress, caratterizzata da una progressiva dissociazione neuro-psico-somatica dell’intero sistema, e ad un
relativo disturbo del Sé, spesso ad una grave “disregolazione del Sé” (Schore, 2003, 2010). La quarta fase
è espressione di una risposta da stress profonda e gravemente disfunzionale, che può dipendere:
a) Da eventi traumatici che il Sé del soggetto non riesce a gestire e ad elaborare in modo funzionale e che
lo portano ad una rottura dell’equilibrio omeostatico dell’intero sistema neuropsicosomatico (vedi cap.
dodicesimo sui traumi), spesso associata ad una grave “disregolazione del Sé” (Schore, 2003, 2010).
b) Da una “crisi esistenziale”, che non dipende necessariamente da una previa fase di esaurimento, ma da
un profonda mutazione dei valori del Sé, che azzera la vecchia identità (falso Sé), senza avere ancora una
nuova identità più matura ed evoluta. Spesso avviene in situazioni dove una persona con una sensibilità e
una coscienza più sviluppata si trova a vivere con persone di bassa consapevolezza e valori.
Il nuovo schema clinico delle difese del Sé
Dopo la morte di Henri Laborit, avvenuta nel 1995, abbiamo continuato ad approfondire la ricerca e gli
studi sui processi di difesa attiva e passiva del Sé, e abbiamo poi riassunto nel nuovo schema le risposte
dell’attivazione simpatica e dell’inibizione parasimpatica. In particolare, abbiamo studiato e chiarito
111
come le basi neurobiologiche si riflettano sui quadri clinici delle differenti risposte di inibizione
dell’azione.
La parte più importante dello schema è il quadrante sinistro dove troviamo, in ordine di frequenza
clinica osservata, dal basso verso l’alto:
1) L’inibizione dell’azione tesa ipertonica-reattiva: è la forma clinica disfunzionale (compensata) più
comune dello stress, in cui, benché inibita dall’attività parasimpatica, resta comunque attiva la reattività
potenziale e il senso della difesa del Sé del sistema simpatico, che si manifesta come tensione ipertonica
neuromuscolare generalizzata e aspecifica. Questa è la forma più comune dei classici disturbi da stress
che si manifesta come irrequietezza, insonnia, mala digestione, reattività emotiva, eccesso di controllo, e
che si evidenzia in forma grave anche negli attacchi di panico, nell’ADHD, in alcune ossessioni,
nell’aggressività, nel bullismo, ecc.
2) L’inibizione dell’azione lassa ipotonica-arresa-cataplettica: si evidenzia nelle persone che si sentono
sconfitte e che si sono “arrese” agli eventi, che hanno abbandonato l’idea della reattività, e manifestano
ipotonia neuromuscolare, debolezza, stanchezza, confusione, bassa autostima, chiusura, timore. È la
condizione in cui prevale il sistema della PAURA e della TRISTEZZA, che caratterizza le personalità
evitanti e depresse.
3) Il collasso o svenimento: una situazione stressante intensa e improvvisa, come una paura o un evento
che non si riesce a gestire, può causare una sincope vagale che attiva in modo improvviso la componente
parasimpatica dorso-vagale (Porges 2001, 2019) che porta allo svenimento (lipotimia).
4) La dissociazione: è la forma disfunzionale (scompensata) più grave e profonda di inibizione
dell’azione, che si manifesta quando si “rompe” il meccanismo psicobiologico di difesa. Il Sé
psicosomatico sente di non poter più agire e vivere in modo vitale e piacevole, e non può nemmeno
reagire con una risposta attiva di attacco o fuga e quindi attiva in modo eccessivo la componente
parasimpatica addominale dorso-vagale (Porges 2001, 2019) che tende a generare processi di freezing,
dissociazione, inibizione grave, in cui il Sé si “distacca” dal corpo, dal cuore e a volte anche dalla mente. È
“l’ultima strategia difensiva disponibile” (Dixon, 1998), è “il distacco da una situazione insopportabile”
(Mollon, 1996), condizione tipica che si osserva nei traumi infantili e negli adulti, nella depressione
anaclitica, in alcune forme di psicosi e in alcune sindrome autistiche.
Le due modalità di attivazione del sistema simpatico attivante/eccitatore
112
Dalle origini della psicosomatica, come hanno evidenziato sia Reich che Alexander, il ruolo del sistema
autonomo, simpatico e parasimpatico, rappresenta uno degli elementi di maggiore importanza nella
comprensione del benessere e dei disturbi psicosomatici. La comprensione delle funzioni “positive” e
“negative” del sistema autonomo oggi è molto più articolata e richiede un parallelo salto di
comprensione. Il sistema simpatico svolge due ruoli psicosomatici attivanti/eccitatori di fondamentale
importanza nella vita della persona: uno percepito come “positivo/pacevole” e uno “negativo/spacevole”,
che è stato anticipato nel primo volume (Vedi fig. **).
L’attivazione simpatica percepita dal Sé come “positivo”, è essenzialmente mediata dal sistema della
dopamina (esplorazione e gioco) e in parte dall’adrenalina (sfida, rischio contenuto) e degli ormoni
sessuali (testosterone), ed è legata all’entusiasmo, alla ricerca di novità, al senso di piacere relazionale, al
gioco e alle nuove esperienze e conoscenze. Il sistema simpatico si attiva in situazioni piacevoli ed
eccitanti come una festa, una gara sportiva o un incontro sentimentale, produce aumento della frequenza
del battito cardiaco, aumento della pressione arteriosa e mobilitazione delle riserve di energia del corpo.
L’attivazione simpatica percepita dal Sé come “negativo”, come possiamo osservare dall’immagine, è
essenzialmente una
risposta eccitatoria da
stress al pericolo o al
dolore. La sua attivazione
fisiologica (eustress) è un
elemento vitale, in quanto
stimola le reazioni fisiche
di attacco o fuga
(adrenalina,
noradrenalina), funzioni
essenziali per la
sopravvivenza, che
richiedono la risposta,
immediata e totale del
corpo, per mobilizzare le
energie dell’intero sistema
allo scopo di fronteggiare
una situazione di pericolo
o di bisogno: come un
predatore o un incendio da cui fuggire (per sopravvivere) o una preda da rincorrere e catturare (per
nutrirsi).
Nella maggior parte dei casi, iI sistema simpatico iperattivato (ipersimpaticotonia) in modo eccessivo o
per troppo tempo, attiva la “fase di resistenza”, genera i presupposti psicofisici per i disturbi e i blocchi
psicosomatici da stress da inibizione dell’azione tesa (ipertonica-reattiva) in particolare i disturbi
viscerali come: battito cardiaco accelerato, respirazione difficoltosa, digestione difficile, intestino e colon
irritabile, disturbi sessuali come vaginismo ed eiaculazione precoce, e a livello più psicologico: tendenza
al controllo mentale, eccesso di attenzione, agitazione, ansia, insonnia, nervosismo e per le turbe sessuali
più comuni: eiaculazione precoce e vaginismo.
Quando questa fase ipertonica del sistema simpatico dura oltre misura, tende a “bruciare” tutte le risorse
del sistema, innescando la “fase di esaurimento” dello stress, che a volte persiste in uno stato
permanente di eccesso di attivazione, cronicizzando i disturbi tipici dell’ipersimpaticotonia, come
insonnia, nervosismo, ipercontrollo e ansia.
In altri casi, dopo la fase di “esaurimento”, può seguire invece una fase di iposimpaticotonia, in cui la
persona cade in uno stato di inibizione dell’azione lassa (ipotonica-arresa), con abbassamento energetico
generale, depressione, abbattimento psicofisico, sindrome da fatica cronica, impotenza sessuale,
anedonia, ecc.
Le due modalità di attivazione del sistema parasimpatico rilassante/inibitore
Il sistema parasimpatico svolge anch’esso due ruoli psicosomatici rilassanti e inibitori di fondamentale
importanza nella vita della persona: uno percepito dal Sé come “positivo/pacevole” e uno
“negativo/spacevole”.
Il ruolo del sistema parasimpatico percepito come “positivo”, principalmente mediato dai sistemi emotivi
legati al benessere corporeo (serotonina), all’amorevolezza (ossitocina) e alla soddisfazione (endorfina),
113
è essenzialmente legato allo stato di riposo psicofisico e all’attività funzionale rilassata, tipica di tutti i
momenti di relax, di lavoro piacevole, di relazioni amichevoli, affettive e sessuali, di riposo e sonno. Una
buona parasimpaticotonia è la base del piacere di vivere nel proprio corpo, della capacità di
abbandonarsi alle sensazioni e all’intimità sessuale. Un’eccessiva attivazione “positiva” del
parasimpatico, non bilanciata da un’attività simpatica funzionale, genera pigrizia, noia, sonnolenza,
apatia, svogliatezza e torpore.
La “teoria polivagale” di Porges (2001, 2013) evidenzia come il “vago”, un nervo cranico di importanza
centrale nel sistema parasimpatico, è composto da due rami evolutivamente differenziati: il ramo
addominale, chiamato “dorso-vagale” (in rosso nell’immagine) che innerva gli organi sottodiaframmatici
dell’addome, che ha origini più antiche e rettili, e il ramo toracico o “ventro-vagale” (in azzurro
nell’immagine) che rappresenta la parte più evoluta e che innerva gli organi sovra-diaframmatici. La
funzione di questo ramo toracico è centrale nelle relazioni umane positive, la facies pubblica, in quanto è
particolarmente connessa con il cuore, il respiro, i muscoli della gola e della mimica facciale e viene
attivata dalle relazioni affettive positive (ossitocina) e sociali (dopamina).
Il ruolo del sistema parasimpatico
“negativo”, è essenzialmente una
risposta legata ad un’esperienza triste,
dolorosa, violenta o traumatica,
mediata dal sistema della paura
(cortisolo, noradrenalina), della
tristezza/panico (mancanza di
amorevolezza), di rabbia
(testosterone), che, attiva
“negativamente” sia il ramo toracico
del nervo vago, con rallentamento del
battito cardiaco e respiratorio che
percepiamo come “chiusura del cuore”
e dell’espressione felice del volto, (il
pianto, ad esempio, è un processo
mediato dall’attivazione “negativa” del
sistema parasimpatico e dai sistemici
serotoninici, ossitocinici e prolattinici),
sia il ramo addominale del vago, che
sembra essere alla base dei disturbi e
dei blocchi psicosomatici da inibizione
dell’azione, congelamento (freezing),
fino al “collasso vagale” e alla
dissociazione.
“Vegetoterapia”: la salute psicosomatica come equilibrio tra simpatico e parasimpatico.
La logica della vita, come nell’alternanza del giorno e della notte, è basata su cicli di attività e riposo, in
cui l’attività dal simpatico si alterna al riposo del parasimpatico. Wilhelm Reich (1933) fu il primo ad
strutturare una psicoterapia corporea basata sul riequilibrio dei due sistemi autonomi “vegetativi” che
venne appunto chiamata “vegetoterapia”. Molti disturbi da stress sono basati sullo squilibrio tra questa
armonica alternanza: il più comune è lo stato di iperattivazione del sistema simpatico che rimane attivo
anche quando non è più necessario esserlo e, nei casi più gravi, l’attivazione “dorso-vagale” del
parasimpatico che produce i fenomeni di collasso e congelamento che stanno alla base dei disturbi
psicosomatici e psicologici più gravi.
Nei prossimi capitoli saranno descritte le ricerche di Perry e colleghi (Perry et alii., 1995) che hanno
descritto come, nei traumi infantili, possa essere riconosciuta una prima fase di forte attivazione
simpatica come reazione reattiva e funzionale all’evento dannoso (eustress), a cui poi segue una seconda
fase di inibizione-dissociazione, in cui il bambino, non avendo avuto gli esiti sperati, si ritrae dagli stimoli
del mondo esterno in un mondo interno attivando il sistema parasimpatico inibitorio. Questa fase di
distacco e dissociazione è tipica della “depressione anaclitica” osservata da Spitz nei bambini, figli di
madri detenute, che furono separati dalle stesse e allevati nelle carceri statunitensi.
114
Possiamo anche osservare che, a seconda della neuropersonalità di base, una persona si troverà
tendenzialmente a sviluppare una reazione attiva (se il suo sistema più attivo è adrenalinico) o giocosa-
dinamica (sistema dopaminico) o reattiva-aggressiva (sistema testosteronico), oppure a sviluppare una
reazione basata sulla paura e l’inibizione (sistema cortisolico), ipotonica-arresa (sistema cortisolico con
bassa noradrenalina e testosterone) o mentale-razionale (sistema noradrenalinico) o, nei casi peggiori, a
sviluppare una tendenza al collasso o alla dissociazione.
La corretta valutazione della neuropersonalità primaria di un paziente e dell’equilibrio funzionale o
disfunzionale tra sistema simpatico e parasimpatico è quindi un elemento centrale nella diagnosi e nel
trattamento dei disturbi e del blocchi psicosomatici.
CAPITOLO NONO
115
I DISTURBI E I BLOCCHI PSICOSOMATICI
Definizioni di disturbo e di blocco psicosomatico
La comprensione della genesi e della struttura dei disturbi e dei blocchi psicosomatici rappresenta un
elemento centrale per una corretta valutazione diagnostica e per un’efficace terapia psicosomatica.
Nella nostra scuola utilizziamo il termine “disturbo” in relazione ai disturbi mentali definiti dal DSM-5,
dall’ ICD-10 e dai testi di medicina e psichiatria, o in generale per definire una alterazione, disregolazione
o disconnessione di una funzione fisiologica, ad es. disturbo della vista o del respiro.
Utilizziamo invece il termine “blocco” che, per molti versi, è analogo e sovrapponibile a disturbo, per
indicare una qualsiasi forma di disregolazione o disconnessione neuro-psico-somatica che si manifesta
su un piano somatico-energetico, ossia come una difficoltà che altera, rallenta o inibisce – ossia che
“blocca” - la normale fluidità e circolazione energetica-emotiva di una funzione vitale o di un ciclo del
“network neuropsicosomatico” e quindi che abbassa il “piacere inerente” ad essa correlato.
Come ho accennato precedentemente il concetto di “blocco psicosomatico” è presente in molte medicine
tradizionali e nelle psicoterapie ad orientamento corporeo, e, in totale accordo con il concetto di
disconnessione neuro-psico-somatica, viene considerato come un’interruzione del fluire delle energie-
informazioni e delle normali funzioni fisiche, emotive o cognitive. Il blocco psicosomatico corrisponde ad
una reale e universale percezione soggettiva (ma anche oggettiva) di impedimento, ostacolo o difficoltà
di una normale funzione o sensazione corporea.
Noi parliamo di “blocco leggero” per una alterazione psicosomatica di lieve gravità, o di “blocco
profondo” per indicare un impedimento più consistente della funzionalità psicosomatica del Sé.
Il body scan psicosomatico e la consapevolezza dei blocchi
Da decenni, come sarà spiegato dettagliatamente nella parte finale relativa agli interventi clinici, il nostro
Istituto ha sviluppato la pratica del body scan psicosomatico uno strumento di estrema efficacia che
permette ad ogni persona di sviluppare una specifica e dettagliata consapevolezza dei propri blocchi
psicosomatici. Il body scan psicosomatico è uno strumento che facilita la progressiva presa di
consapevolezza dei livelli più profondi dei blocchi e dei traumi come sintomi locali di una disconnessione
neuro-psico-somatica. Partendo dai disturbi percepiti sul piano corpore, il body scan permette di aprire
dapprima la dimensione più “sottile” o “energetica” dei blocchi stessi, poi di accedere gradualmente ai
più delicati vissuti emotivi, quindi ai contenuti psicologici e cognitivi, e infine, nella quinta parte,
consente di esplorare e contattare la dimensione del Sé, il senso di identità e integrità della persona, che
rappresenta il centro dell’intero sistema neuropsicosomatico. Questo permette una valutazione
diagnostica e un approccio clinico psicosomatico particolarmente mirato ed efficace sia verso i pazienti
con “normali” disturbi da stress, sia con disturbi profondi del Sé.
La “memoria olografica” è neuropsicosomatica
Il body scan utilizza clinicamente il concetto di “memoria olografica” psicosomatica. Karl Pribram (1982),
psicologo e neuroscienziato della Yale e della Stanford University, che ho avuto il piacere di conoscere
quando ha partecipato ad uno dei nostri primi convegni, sosteneva che la memoria è essenzialmente
frutto di un’informazione sensoriale e cognitiva globale, che proviene dall’intero sistema, e che viene
registrata come “memoria olografica” nell’intero cervello, e non in una sua specifica parte. Come
nell’ologramma ogni informazione è distribuita sull’intera lastra olografica e quindi ogni parte
dell’ologramma contiene l’intera informazione, così le complesse informazioni-percezioni corporee-
emotive e cognitive che sperimentiamo in ogni momento della vita vengono memorizzate nell’intero
cervello, e quindi quando portiamo le persone a percepire consapevolmente un evento, felice o
traumatico, queste possono facilmente imparare a ricordare e rivivere non solo le memorie cognitive di
quel momento (luogo, tempo, situazioni..) ma anche, e soprattutto, gli specifici blocchi emotivi e corporei,
le inibizioni espressive e le difese del Sé sperimentate in quella situazione.
Il concetto-esperienza di blocco psicosomatico rappresenta uno dei principali elementi che permettono
un cambio di paradigma all’interno della medicina e della psicoterapia in quanto consentono di superare
la dicotomia mente-corpo che si manifesta con la disconnessione neuro-psico-somatica, e sviluppare una
nuova percezione e comprensione psicosomatica sistemica e di rete che riporta la persona ad un senso
del Sé più integro e ad una percezione di connessione più unitaria e globale. Rispetto al concetto classico
di malattia, fisica o psicologica, il concetto di blocco psicosomatico richiede infatti un cambio di
consapevolezza di Sé sia da parte del paziente, che muta gradualmente il modo di percepire il disturbo
116
nel proprio “corpo” fisico-materiale ad una percezione più energetica-sensoriale, sia da parte del
terapeuta che deve imparare a considerare il blocco in un contesto sistemico, come elemento
disfunzionale e disconnesso all’interno del network neuropsicosomatico del paziente.
Le cinque principali caratteristiche che definiscono i disturbi e i blocchi psicosomatici
1. Il disturbo o blocco psicosomatico è una alterazione dell’integrità del Sé e del network psicosomatico,
che si manifesta contemporaneamente sul piano corporeo, emozionale e psicologico. Il piano emotivo
rappresenta la principale causa dei disturbi e dei blocchi psicosomatici.
2. Il disturbo o blocco psicosomatico è originato da una disregolazione da squilibrio, inibizione (ipo) o
iperattivazione (iper) delle funzioni di uno o più sistemi emotivi del network neuropsicosomatico.
3. Il disturbo o blocco psicosomatico deriva da un conflitto o disarmonia del network
neuropsicosomatico del Sé, tra forze fisiche-istintive, emozionali e psicologiche del Sé, sia che
vengano dall’interno che dell’esterno.
4. Il disturbo o blocco psicosomatico si manifesta con una progressiva diminuzione del “piacere di
esistere” e della capacità di svolgere le normali funzioni vitali, fino all’insensibilità o al dolore.
5. Il disturbo o blocco psicosomatico si riconosce, ad un esame obbiettivo, da un’alterazione di uno o
più dei cinque principali sistemi neurofisiologici: nervoso, muscolare, respiratorio, circolatorio che,
insieme, influenzano la postura globale.
INQUADRAMENTO CLINICO: I TRE CLUSTERS DEI DISTURBI PSICOSOMATICI
Nei disturbi psicosomatici possiamo riconoscere tre grandi clusters di disturbi psicosomatici che
richiedono differenti approcci clinici. Questi clusters, per definizione, sono insiemi non perfettamente
separati tra loro e spesso sovrapposti, che si influenzano costantemente tra loro e molto spesso sono
presenti contemporaneamente in uno stesso soggetto.
1. APPROCCIO CLINICO AI DISTURBI PSICOSOMATICI GENERALI (ASPECIFICI) DA STRESS
I disturbi e i blocchi generali aspecifici dello stress rappresentano le più semplici forme di alterazione del
network neuropsicosomatico e sono causati dall’attivazione aspecifica dell’asse dello stress come
risposta ad eventi logoranti e impegnativi (stressors). La Social Readjustment Rating Scale, o SRRS, una
delle più affermate scale dello stress sviluppata dagli psichiatri Thomas Holmes e Richard Rahe nel 1967,
elenca i 43 eventi più stressanti: i più gravi sono emotivi e saranno trattati nel prossimo capitolo, nel
cluster dei disturbi generali aspecifici da stress possiamo elencare: malattie, incidenti, eccesso di lavoro,
impegni economici difficili (debiti, mutui), grandi cambiamenti di vita (trasferimento, cambio di casa,
pensionamento), sforzo fisico o intellettuale, eventi naturali eccessivi
(caldo, freddo, catastrofi). Ogni individuo, sosteneva Selye (1974),
possiede una differente modalità di approccio e un diverso livello di
resistenza allo stress per cui eventi che per alcune persone sono
affrontati normalmente, per altri possono rappresentare un forte
stressor. Queste tensioni progressive si manifestano su tutti i sistemi
PNEI: psicologico, nervoso, endocrino e immunitario, e si riflettono a
cascata alterando tutti i principali sistemi fisiologici del network
neuropsicosomatico: muscolare, respiratorio, cardiocircolatorio,
digestivo, sessuale, osteo-articolari, dermatologico, ecc. con sintomi
classici come: tensione nervosa, agitazione, ansia, depressione, insonnia,
infiammazione, tensione muscolare, dolori articolari, ecc.. Come sarà
descritto a breve queste reazioni generali (aspecifiche) allo stress si
manifestano e possono essere valutate obbiettivamente, in un ambito
medico o psicologico, soprattutto attraverso sei principali sistemi fisiologici: nervoso, muscolare,
respiratorio, gastroenterico e cardiocircolatorio e posturale.
- L’approccio clinico antistress generale di base
Questi disturbi psicosomatici aspecifici, oltre che dai tradizionali approcci sintomatici medici, psicologici
e farmacologici, sono migliorati da pratiche di riduzione dello stress e degli eventi stressogeni, da
cambiamenti dello stile di vita e dall’utilizzo di pratiche naturali antistress e altre simili.
Nella nostra scuola abbiamo riunito le principali pratiche olistiche, dimostratesi più efficaci negli studi
internazionali sulla riduzione dello stress, in un “Protocollo PMP Base” che insegniamo ai medici e agli
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psicologi e, in forma ridotta, anche ai docenti, agli operatori del benessere e ai counselor. Nel corso
triennale della nostra scuola i counselor e gli operatori vengono professionalmente formati all’utilizzo
delle numerose tecniche di consapevolezza di Sé, di lavoro sul corpo (yoga, massaggio, shiatzu, ecc.),
degli esercizi di energetica (tai qi, qi gong, ecc.), delle tecniche di respirazione, e delle meditazioni attive
e passive, come la mindfulness, che possono essere di grande aiuto alle persone e a collaborare con
medici, psicologi.
Grazie al Progetto Gaia e Kirone, i nostri counselor e operatori hanno lavorato con eccellenti risultati
clinici anche all’interno di scuole, università, ospedali, USL e strutture sanitarie.
2. APPROCCIO CLINICO AI DISTURBI PSICOSOMATICI EMOTIVI DELLE NEUROPERSONALITÀ
La nostra esperienza ci ha portato a osservare che, i disturbi generali, come risposte “aspecifiche” ad
eventi stressanti, rappresentano una parte minore dei disturbi clinici, mentre, nella maggioranza dei casi,
la genesi dei disturbi e dei blocchi psicosomatici avviene attraverso l’inibizione o iperattivazione di una
emozione tramite una risposta psicosomatica “specifica” caratteristica di una o più neuropersonalità.
Nella Social Readjustment Rating Scale, gli eventi stressanti più comuni che causano i disturbi
psicosomatici riguardano vissuti emotivi, che sono elencati in ordine decrescente: la morte di un coniuge,
divorzio o separazione, lutto, incarcerazione, difficoltà sessuali, malattie tra i famigliari, matrimonio,
nascita di un figlio, problemi relazionali (suoceri, relazioni, figli). I disturbi psicosomatici che derivano
dallo squilibrio, inibizione o iperattivazione dei sistemi emotivi e delle relative neuropersonalità – a cui
dedicheremo tutto il prossimo capitolo - sono quindi “specifici” ed entro certi limiti clinicamente
determinati e prevedibili. Spesso sono legati ad una caratteristica struttura comportamentale,
emozionale e psicologica e a specifici “blocchi” corporei-energetici, che è stata identificata come
“armatura” o “corazza caratteriale” da Reich (1933). Questa classe di disturbi psicosomatici evidenzia
una chiara logica causa-effetto emozionale, un preciso sistema bersaglio ed una evidente conflittualità
interiore tra forze fisiche, istintive, emozionali e psicologiche.
- L’approccio clinico dei disturbi psicosomatici “emotivi” spesso viene attuato utilizzando le stesse
pratiche dei disturbi generali che, tuttavia, in questo caso, si rivelano insufficienti. La maggior parte degli
interventi medici, farmacologici sintomatici o delle cure naturali “palliative” non ottiene i risultati attesi
di completa restituzione del benessere originario, in quanto non considera e quindi non “cura” la vera
causa emotiva e la struttura psicosomatica della neuropersonalità implicata.
Per ottenere un miglioramento stabile è necessario utilizzare concetti teorici che permettano una reale
comprensione delle cause e una valutazione delle strutture del disturbo psicosomatico: come i concetti di
“blocco energetico”, di “organo o sistema bersaglio”, di “corazza” o “armatura caratteriale” (Reich, 1933),
occorrono poi nuovi strumenti diagnostici come il bodyscan psicosomatico che permettono ai pazienti di
migliorare l’auto-consapevolezza dei propri blocchi emotivi attraverso l’esperienza diretta del proprio
corpo in stato di mindfulness, e infine nuovi orientamenti terapeutici integrati che si basino su pratiche
terapeutiche specifiche di intervento sui blocchi e rimuovano le cause reali dei disturbi. Tra queste
pratiche terapeutiche, utili per l’espressione autentica delle emozioni inibite, la loro gestione e la
ristrutturazione emotiva, si utilizzano le respirazioni profonde, l’emotional release, le catarsi, gli acting
reichiani, la bioenergetica loweniana, il cerchio, le pratiche di espressione emotiva, di verbalizzazione dei
blocchi emotivi, ecc. Questi nuovi approcci terapeutici si rivelano decisamente più efficaci in quanto
capaci di modificare le cause prime dello stress attraverso un cambiamento della sua struttura fisico-
energetica e della risposta comportamentale ed emotiva, portandola così ad un differente livello di
capacità di gestione delle emozioni. Su queste basi si può sviluppare un corretto percorso di crescita
personale ed eventualmente di psicoterapia neuropsicosomatica più efficace e duraturo.
Questo intervento terapeutico è riservato a psicologi, medici o psicoterapeuti che abbiano ricevuto
un’adeguata formazione in clinica neuropsicosomatica, così da essere in grado di comprendere la natura
delle disfunzioni o dei blocchi emotivi, di correggere le specifiche disfunzioni delle neuropersonalità e di
riequilibrarle attraverso le pratiche più adatte alla specifica situazione della persona.
Per ottenere buoni risultati, lo psicologo o il medico che opera sui disturbi delle neuropersonalità deve
aver personalmente sperimentato un percorso di consapevolezza psicosomatica e di crescita personale,
in cui ha lavorato sul riequilibrio dei propri blocchi emotivi e sugli aspetti disfunzionali delle proprie
neuropersonalità, ed avere sufficiente esperienza supervisionata nella diagnosi e nella pratica di
riequilibrio delle principali neuropersonalità sulle persone. Il riequilibrio della neuropersonalità della
persona richiede, infatti, un elevato livello di empatia e conoscenza clinica.
3. APPROCCIO CLINICO AI DISTURBI DEL SÉ O BLOCCHI TRAUMATICI “PROFONDI”
118
I disturbi del Sé derivano da un evento, o serie di eventi, vissuti generalmente come traumatici, che
hanno gravemente disturbato o bloccato le normali risposte di difesa del Sé, alterando le funzioni
centrali del network neuropsicosomatico e compromettendone così la capacità di governare
spontaneamente e regolare funzionalmente l’intero sistema neuropsicosomatico. I disturbi e i blocchi
psicosomatici traumatici che influenzano il Sé – a cui dedicheremo uno dei prossimi capitoli - si
manifestano con alterazioni dell’identità della persona, modificando la coscienza centrale (conscia e
inconscia) che dirige e coordina le funzioni e le comunicazioni dell’intero sistema vivente e
manifestandosi come fenomeni di disconnessione o dissociazione psicosomatica. Questa classe di
disturbi psicosomatici evidenzia una forte inibizione, contrapposizione o conflittualità tra il Sé e le forze
fisiche, istintive, emozionali e psicologiche. Come sarà descritto il Sé è particolarmente sensibile e
vulnerabile ai disturbi affettivi in particolare nel primo anno e mezzo di vita.
- L’approccio clinico dei disturbi del Sé o “profondi” richiede un complesso e articolato intervento
psicoterapeutico di rinforzo e consapevolezza dell’identità e della componente affettiva-emotiva più
profonda della persona che normalmente viene attuato da uno psicoterapeuta con una specifica
formazione nel lavoro profondo sui disturbi psicosomatici del Sé, lavoro che solitamente richiede un
tempo di intervento clinico più lungo e articolato. Oltre alle basi di terapia sopra elencate, i disturbi del
Sé richiedono un terapeuta che abbia egli stesso lavorato sulla consapevolezza profonda di Sé stesso e
che quindi sia in grado di operare con eguale intensità sul Sé della persona, attraverso un lavoro di
risonanza empatica, aiutato da specifiche pratiche, come la mindfulness psicosomatica e le tecniche di
consapevolezza profonda di Sé, come l‘intensive awareness (evoluzione dell’ Advaita Vedanta).
Note cliniche: la rimozione è un processo neuropsicosomatico
Una grande difficoltà nel processo di riconoscimento diagnostico e di approccio clinico
neuropsicosomatico viene dal fatto che le persone normalmente non percepiscono più i loro dolori
corporei per il fenomeno della “rimozione”. Utilizzando le pratiche di autoconsapevolezza mindfulness e
body scan psicosomatico riusciamo a superare progressivamente questo ostacolo.
Quando infatti le persone praticano attività che aumentano la loro consapevolezza corporea, emotiva e di
Sé, o quando il terapeuta lavora sulle aree bloccate, il paziente ricomincia a percepire la tensione e il
dolore di fondo. Qui inizia il lavoro diagnostico e terapeutico basato sulla consapevolezza e la crescita
personale.
La rimozione, in psicoanalisi, è il meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o
sensazioni considerati inaccettabili e intollerabili dall'Io, e la cui presenza provocherebbe dolore o
vergogna. la rimozione non è un processo esclusivamente psichico ma evidentemente psicosomatico.
La rimozione è uno dei cardini del pensiero e della prassi psicoanalitica, in quanto l'inconscio stesso
viene ritenuto costituito in massima parte da elementi psichici rimossi. Parallelamente nella nostra
pratica clinica abbiamo osservato che la struttura base dei disturbi e dei blocchi psicosomatici nasce da
una rimozione/inibizione inconscia delle memorie, delle emozioni e delle sensazioni vissute come
dolorose, negative o inaccettabili.
Nel capitoletto sui cinque principali parametri di valutazione oggettiva, nel paragrafo relativo ai disturbi
gastroenterici, è sottolineato che la maggior parte delle persone da noi visitate, con una percentuale
superiore all’80%, evidenzia una tensione e un dolore allo stomaco e in particolare nella zona alta o
epigastrica, a volte particolarmente intensa, ma di cui non è normalmente consapevole.
La nostra prassi di valutazione psicosomatica prevede di chiedere al paziente se sente dolore o tensione
allo stomaco, nella grande maggioranza dei casi la persona risponde che non sente alcun dolore, ma se
poi le si chiede di fare una media pressione sullo stomaco, quasi tutti dicono di sentire dolore e tensione,
a volte anche molto forte.
Si fa notare come un attimo prima la persona non fosse consapevole e avesse “rimosso” questo evidente
dolore cronico allo stomaco e tutte le emozioni e i ricordi ad esso associate.
Uno dei punti che abbiamo maggiormente approfondito è stato come superare la rimozione inconscia del
paziente utilizzando pratiche di consapevolezza capaci di migliorare la percezione sottile di dolori e
blocchi, elemento essenziale per la guarigione.
I DISTURBI PSICOSOMATICI ASPECIFICI DEI SISTEMI PNEI
119
L’influenza aspecifica dello stress sui sistemi PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologici) è vastissima
ed essenzialmente dovuta ai valori aumentati di glucocorticoidi, adrenalina, noradrenalina, citochine,
CRH e altri ormoni che alterano in senso patologico le normali funzioni psichiche, nervose, endocrine e
immunitarie. Le numerose reviews e i molteplici dati degli studi sullo stress (Fink, 2009, Bottaccioli,
1995) hanno confermato che una consistente parte degli effetti nocivi dello stress è dovuta, in
particolare, alla secrezione prolungata di glucocorticoidi (cortisolo).
Sebbene gli effetti a breve termine dei glucocorticoidi siano essenzialmente funzionali e fisiologici, quelli
a lungo termine sono altamente dannosi. Tra gli effetti patologici dell’eccesso di glucocorticoidi abbiamo:
ipertensione, danneggiamento del tessuto muscolare, sindrome metabolica, diabete da steroidi,
infertilità, inibizione della crescita, aumento delle risposte infiammatorie, depressione del sistema
immunitario.
Studi sperimentali dimostrano che la guarigione da ferite indotte da biopsia, in soggetti sottoposti a
stress cronico, richiede un tempo significativamente più lungo. Sembra inoltre che lo stress attivo e,
ancora di più l’inibizione dell’azione a lungo termine, possano produrre un danno cerebrale: è provato
infatti che l’esposizione a lungo termine ai glucocorticoidi danneggia e riduce i neuroni localizzati
nell’ippocampo.
I maggiori disturbi patologici sono stati evidenziati a carico dei seguenti sistemi e funzioni:
• Disturbi neurologici a carico del sistema nervoso centrale e periferico.
• Disturbi psicologici e psichiatrici: ansia, depressione, crisi di panico, ecc.
• Disturbi a carico sistema immunitario.
• Disturbi a carico del sistema digestivo gastroenterico.
• Infiammazione e febbre (azione delle citochine).
• Disturbi a carico del sistema sessuale.
• Disturbi a carico del sistema cardiocircolatorio (cardiopatie e ipertensione).
• Disturbi a carico del sistema respiratorio.
• Disturbi a carico del sistema metabolico: ipercolesterolemia, sindrome metabolica e obesità.
Vanno inoltre segnalate le importanti connessioni del sistema dello stress con altri assi neuroendocrini:
• Asse della crescita
• Asse tiroideo
• Effetti epigenetici dello stress materno sul neonato
Note sul trattamento clinico dei disturbi PNEI da stress
Il trattamento dei disturbi generali da stress normalmente consiste in un intervento medico o psicologico
sintomatico, e, nei casi più critici, del trattamento farmacologico di uno specialista, che tuttavia tendono a
curare gli aspetti patologici finali della malattia e non le sue reali cause emotive e profonde. Ad esempio
una gastrite da stress cronico può essere trattata con un antiacido o con antibiotici per la presenza di
elicobacter pilorii, le infiammazioni e i dolori articolari con i FANS, le asme con i cortisonici, le tachicardie
con gli antiaritmici, l’insonnia, l’ansia e le crisi di panico con le benzodiazepine, l’ipotiroidismo con gli
ormoni tiroidei, le depressioni con gli SSRI (gli inibitori del reuptake della serotonina), le cefalee e i
dolori mestruali con analgesici, le vaginiti con candelette di antimicotici e così a seguire per ogni tipo di
disturbo sintomatico. La maggior parte delle cure mediche farmacologiche sintomatiche o delle cure
naturali palliative tuttavia, dopo un miglioramento iniziale, non ottengono i risultati attesi di completo
ripristino del benessere originario (restitutio ad integrum), in quanto non c’è stato un reale intervento
sulle cause e sulle strutture del disturbo psicosomatico.
Nei prossimi capitoli saranno esposte le basi teoriche, le pratiche di indagine soggettiva e di valutazione
oggettiva, e le modalità di inquadramento delle cause profonde dei disturbi e dei blocchi psicosomatici
che permettono un approccio clinico e psicoterapeutico integrato realmente efficace e duraturo.
Come vedremo nei prossimi capitoli, tutti questi disturbi PNEI da stress, se non sono cronicizzati da
troppo tempo e quindi irreversibili, possono essere migliorati e a volte anche risolti da una attenta e
competente valutazione e terapia neuropsicosomatica.
LA DIMENSIONE CORPOREA DEI DISTURBI E DEI BLOCCHI PSICOSOMATICI
120
I disturbi e i blocchi psicosomatici aspecifici collettivi
Descriviamo ora le principali aree e punti del corpo in cui si somatizzano i disturbi dello stress. Queste
aree e punti sono spontaneamente dolorosi (perché tesi, infiammati o ipersensibili) o evidenziano dolore
alla pressione nella maggior parte delle persone e quindi vengono definiti “blocchi psicosomatici
collettivi”. Il dolore è sinonimo di alterazione e disturbo energetico-psicosomatico, tranne nei casi di
trauma fisico, malattia, infiammazione o infezione.
È importante sottolineare che “nel corpo sano non ci sono
punti dolenti!” In stato di normale salute la psiche e le
energie fisiche fluiscono dando una sensazione di piacere
globale, di gioia di vivere.
Nella nostra società, le rare persone “sane” sono quelle poco
stressate, e infatti oltre il 90% delle persone che visitiamo,
mostrano tensione e dolore in particolare nei punti e nelle
aree centrali, ossia sulla striscia mediana del corpo.
Tra i disturbi più comuni, che rileviamo in più di 90 persone
su 100, vi sono almeno quattro di questi blocchi: tensione
neuro muscolare diffusa, stanchezza generale, testa pesante,
fronte tesa, occhi stanchi, irrigidimento della nuca, bocca-
mandibola contratta, tensione (nodo) alla gola, spalle rigide,
petto in leggera contrazione, diaframma irrigidito e dolore
allo stomaco (epigastrio), tensione alla schiena (cervicali e
lombari in particolare), bacino contratto, tensione o
congestione anale, gambe rigide. Nella maggior parte delle
persone malate o più stressate questi punti tesi diventano
dolorosi.
I blocchi delle aree sulla linea mediana sono i blocchi
collettivi che normalmente hanno più “carica” emotiva e
costituiscono degli elementi primari della terapia.
Attraverso la pratica del “body scan psicosomatico” e delle
altre terapie neuropsicosomatiche, come gli esercizi di
energetica e le respirazioni psicosomatiche, la persona
prende sempre più consapevolezza di questi punti e aree e
impara a mobilizzare la parte energetica-corporea tesa ma
soprattutto a sciogliere le emozioni bloccate e rielaborare le
memorie degli eventi che hanno generato il blocco stesso.
I 5 parametri oggettivi di riconoscimento dei blocchi psicosomatici
Nella valutazione clinica di una personan le alterazioni dei cinque principali sistemi neurofisiologici
(nervoso, miìuscolare, respiratorio, circolatorio e posturale) rappresentano uno dei principali elementi
di efficace riconoscimento e valutazione dei disturbi e dei blocchi psicosomatici. Il Master di formazione
della nostra scuola prevede un approfondimento di ognuno di questo parametri e una supervisione sulla
lettura psicosomatica del corpo. I cinque principali parametri di valutazione oggettiva sono:
1. I disturbi e i blocchi del sistema nervoso: Il sistema nervoso è il più complesso sistema umano
e la sua sensibilità in caso di disturbo o blocco può essere enormemente aumentata o inibita.
Normalmente la maggioranza dei pazienti evidenzia una chiara iperattività nervosa con manifeste
espressioni di eccessiva attivazione (iper) del sistema simpatico come: incapacità a rilassarsi, agitazione,
irritazione, ipersensibilità somatica, iperestesia sensoriale, eccessiva attività mentale, iperattivazione
ideativa o ansiosa, insonnia, oppure, nei soggetti più tendenti all’inibizione (ipo) come, pesantezza,
pigrizia, lentezza, anedonia, iposensibilità o insensibilità sensoriale, bassa ideazione e stato di letargia e
confusione, eccessi tendenza a dormire, depressione ecc.
2. I disturbi e i blocchi del sistema muscolare il sistema nervoso attiva direttamente il sistema
muscolare. La risposta attiva-simpatica si manifesta oggettivamente come tensione muscolare
generalizzata, con muscoli eccessivamente contratti, che spesso si manifestano come tensione alla
schiena, al collo (cervicalgia), agli occhi (nistagmo, tic) e alla fronte (corrugata, ecc.), ai muscoli della
bocca (bocca stretta, angolo buccale verso il basso, ecc.) e della masticazione (bruxismo), alle spalle
121
(contratte, eccessivamente espanse, curve, ecc.), al diaframma (dolore epigastrico, ernia iatale, ecc.),
all’addome (dolore, coliche, stitichezza diarrea), al bacino (lombalgia, rigidità), alle gambe (rigidità,
mollezza, sindrome delle gambe senza riposo o Restless Legs Syndrome). Nella risposta passiva-
parasimpatica si manifestano invece muscoli ipotonici, flaccidi, occhi ed espressione facciale spenta e
poco mobile, spalle basse, pancia floscia, gambe stanche e lente. Se si osserva la massa muscolare della
persona bloccata, si notano dei punti dove i muscoli fanno male perché sotto c’è eccessiva tensione
(iper), oppure poca sensibilità (ipo), come se il muscolo fosse troppo rilassato o flaccido.
3. I disturbi e i blocchi del sistema respiratorio. Esaminando la respirazione naturale di una persona,
meglio se sdraiata, si osserva una pulsazione respiratoria che muove armoniosamente addome e torace,
che sale dal ventre al petto e poi si rilassa senza tensioni, pause o alterazioni del normale ritmo. I disturbi
o i blocchi si manifestano visibilmente come zone che respirano troppo (iper), con aumento della
frequenza e dell’ampiezza del respiro, come nell’iper-inspirazione cronica toracica trattenuta, mentre
nella risposta passiva come zone che non mostrano la normale pulsazione respiratoria o in cui il respiro
si accorcia, si rallenta o si blocca. Con un corretto training si impara a percepire se ci sono blocchi o nodi
alla gola, alla parte alta del torace, al cuore, al diaframma, allo stomaco o al basso ventre. Il respiro deve
essere uniforme e fluido, come un’onda che fa pulsare pancia e petto. Nel blocco una parte non si muove,
non respira e si osserva solo una respirazione alta toracica, in cui la pancia non si muove, oppure respira
bene solo la pancia e il torace non si muove.
4. I disturbi e i blocchi del sistema circolatorio, A livello corporeo i disturbi e i blocchi psicosomatici da
eccesso (iper) si manifestano con aumento del battito cardiaco e ipertensione, con alterazioni
dell’irrorazione sanguigna percepibili oggettivamente attraverso un aumento eccessivo della
temperatura con iperemia, arrossamento, infiammazione, aumento del calore locale, mani e piedi molto
caldi. I blocchi in difetto (ipo) con battito rallentato e ipotensione (che può arrivare fino al collasso), con
bassa irrorazione, stasi, freddezza in specifiche aree, mani e piedi freddi. Il corpo dev’essere tutto tiepido,
non deve essere né troppo caldo né troppo freddo. Se mettiamo le mani sul corpo di una persona, o se le
chiediamo di posare le proprie mani e farle scorrere dalla fronte all’inguine, ci rendiamo conto che
esistono delle zone decisamente più calde (eccesso circolatorio) o più freddo (vuoto, carenza).
Ricordiamo che ci sono inoltre tipologie costituzionali più calde o più fredde. La stasi del linfatico è anche
espressione di un’alterazione del sistema sanguigno.
5. I riflessi dei disturbi e dei blocchi sul sistema osteoarticolare o posturale si manifestano e si
osservano oggettivamente come alterazioni della postura, come asimmetrie, disarmonie, squilibri. Nella
maggior parte delle persone in equilibrio la postura esprime l’armonia e dell’equilibrio del corpo. Nei
disturbi e nei blocchi si possono osservare zone armoniche e zone disarmoniche. La bellezza di un corpo
è nell’insieme armonico delle proporzioni delle forme: si può essere più o meno integri, proporzionati
nella propria magrezza o grassezza. Come approfondiremo nel prossimo capitolo sui disturbi emotivi,
l’analisi della postura permette di individuare la struttura di fondo delle neuropersonalità e dove sia
necessario un ribilanciamento. Con un formazione specifica si possono notare differenti atteggiamenti
possibili in attivazione: agitato, iperattivato, reattivo, aggressivo, sfidante e dominante, o, nella risposta
passiva, con atteggiamenti di paura, evitamento, congelamento, freezing, con tensione neuromuscolare:
schiena rigida, spalle strette, nuca tesa, mascelle chiuse e rigide, bacino irrigidito, gambe tese.
Il sistema endocrino, il sistema metabolico e il sistema immunitario non rientrano in questo contesto in
quanto non sono percepiti soggettivamente dalla persona e non possono essere diagnosticati
oggettivamente dal terapeuta attraverso un normale esame obbiettivo (visita semeiologica), ma solo
attraverso una più approfondita valutazione basata su esami di laboratorio che permettono di scoprire
eventuali immunodeficienze, o alterazioni metaboliche, endocrine o genetiche.
Il body scan psicosomatico e la percezione interna dei blocchi
Da decenni, come sarà spiegato dettagliatamente nella parte finale relativa agli interventi clinici, il nostro
Istituto ha sviluppato la pratica del body scan psicosomatico uno strumento di estrema efficacia che
permette una specifica e dettagliata analisi psicosomatica dei blocchi della persona.
Questo ci permette una valutazione diagnostica e un approccio clinico psicosomatico particolarmente
mirato ed efficace sia verso i pazienti con “normali” disturbi da stress, sia con disturbi profondi del Sé.
Il body scan psicosomatico è una pratica avanzata che, utilizzando la mindfulness come auto-
consapevolezza interiore, permette ad ogni persona una progressiva presa di coscienza dei livelli più
profondi dei propri blocchi e dei traumi. Partendo dai disturbi percepiti sul piano corporeo il body scan
122
permette di aprire dapprima la dimensione più “sottile” o “energetica” dei blocchi stessi e poi di accedere
gradualmente ai più delicati e disparati vissuti emotivi, ai contenuti psicologici della memoria e delle
dinamiche cognitive, e infine, nella quinta parte, consente al terapeuta di esplorare e contattare la
dimensione del Sé, il senso di identità e integrità della persona, che rappresenta il centro dell’intero
sistema neuropsicosomatico. Questo offre una serie di informazioni di fondamentale importanza per la
diagnosi e la successiva terapia. Grazie alla pratica del body scan psicosomatico aiutiamo le persone a
entrare in uno stato di profonda sensibilità interna e a comunicarci con grande precisione e dettaglio le
sensazioni e gli effetti corporei e interiori del disturbo del Sé o del trauma. In questo stato le persone
passano da una consueta modalità “cognitiva” e piramidale di percepire il proprio corpo “dalla testa”,
dall’”alto in basso”, come un’entità materiale e sottilmente distaccata dalla mente, ad una nuova
percezione di “essere nel corpo” e di percepirlo “dall’interno” come un campo di “energie” e sensazioni
vitali e pulsanti in costante movimento. Mentre la consueta percezione ha una certa natura dicotomica, in
quanto tende a sentire la testa-mente separata dal corpo fisico-materiale che è percepito come statico e
poco modificabile, nella percezione auto-consapevole di Sé del body scan si entra in una sensazione più
“energetica” e “unitaria” in cui si sente il corpo come il proprio “essere”, il network neuropsicosomatico in
cui il Sé, entro certi limiti, può modificare le parti agendo sul respiro, sul movimento, sulla percezione e
sui giudizi. Questo cambio di paradigma nella consapevolezza e nella percezione di Sé, da un piano
dicotomico-piramidale ad un piano energetico-vissuto ha una base scientifica fondata sulle logiche
dell’elettromagnetismo e della fisica quantistica.
LA DIMENSIONE ENERGETICA DEI DISTURBI E DEI BLOCCHI PSICOSOMATICI
La dimensione energetica e il “corpo elettromagnetico”
Il concetto di campo elettromagnetico costituisce il maggior successo dell’uomo nella scienza.
Albert Einstein
La comprensione della dimensione energetica elettromagnetica del corpo umano e le sue alterazioni
nelle differenti patologie, è stato uno degli elementi più innovativi e importanti del nuovo approccio
neuropsicosomatico all’interpretazione diagnostica e all’approccio clinico della medicina psicosomatica e
della prsicoterapia corporea corporeo.
In fisica ogni particella è considerata un “campo” di
energia, che si estende all’infinito, e che perde di
intensità con il quadrato della distanza. Il “campo
elettromagnetico” si estende intorno ad ogni oggetto,
essere vivente o pianeta. Per comprendere meglio la
natura del “corpo elettromagnetico” umano dobbiamo
semplicemente riunire le conoscenze scientifiche di
fisica quantistica e di medicina che già possediamo. Il
corpo elettromagnetico umano è generato dalle
interazioni atomiche dei campi quantistici delle
particelle (fotoni, elettroni), delle cellule e di tutti i
sistemi fisiologici. Ricordiamo che i campi e le correnti
elettromagnetiche sono generati dai fotoni, i “quanti di
luce”, le particelle elementari prive di massa (bosoni) che veicolano informazione e che ogni nostra
sensazione e percezione corporea deriva in ultima analisi dagli impulsi elettromagnetici dei nervi
(impulsi elettrici lungo i neuroni), come calore (infrarosso), come senso di “carica” o “scarica”, del cuore,
dei muscoli e del campo del nostro intero sistema. L’analisi medica strumentale del corpo
elettromagnetico trasmette basilari informazioni sullo stato di salute della persona. In medicina ogni
parte del corpo può essere analizzata e valutata diagnosticamente in termini elettromagnetici, ad
esempio: l’elettrocardiogramma (ECG) per l’attività del cuore, l’elettroencefalogramma (EEG) per il
cervello, l’elettromiogramma (EMG) per i muscoli, gli elettroliti nel sangue, l’elettroforesi, il Ph. nelle
urine, la tomografia assiale computerizzata (TAC), la risonanza magnetica, la radiografia a raggi X.
I fotoni, quando la loro frequenza rientra nello “spettro visibile”, sono percepibili come luce e colori, dal
rosso al violetto, mentre quando la frequenza è più alta (ultravioletto) o più bassa (infrarosso) sono
invisibili all’occhio umano, ma sono percepiti in termini di sensazioni corporee come disturbi o “blocchi”
psicosomatici legati a sensazioni di eccesso di calore o di freddo.
123
In particolare la termografia (vedi figura laterale) mette in evidenza
la banda dello spettro elettromagnetico legato alla frequenza degli
infrarossi, e viene utilizzata anche come diagnosi precoce di alcune
malattie tra cui il cancro al seno. Le zone rosse della termografia
sono percepite come calde, fino all’eccesso come nell’infiammazione,
mentre quelle blu come fredde, fino alla sensazione di
“congelamento”. Il cancro al seno, ad esempio, che nella termografia
appare normalmente come più rosso e caldo del normale tessuto,
viene spesso percepito dalle donne come disagio dovuto ad
sensazione di infiammazione e congestione delle ghiandole.
Nel Protocollo Mindfulness Psicosomatica sono utilizzati esercizi per
prendere consapevolezza del “campo”, dell’energia calorica che si
irradia intorno all’essere umano e interagisce con i campi
provenienti dalle altre persone. Questa percezione sviluppa la
consapevolezza di essere connessi col gruppo e con la Terra.
Nell’immagine sopra un campo “alto”, poco espanso, di persona
stressata, “di testa” che circonda testa e torace, sotto un campo
“equilibrato” di persona rilassata e in buona salute psicosomatica.
Tutti sentiamo il nostro “campo” come spazio vitale o “prossemico”,
intorno a noi. Tutti sentiamo fastidio se una persona sgradita ci si
avvicina troppo ed entra nel nostro spazio, mentre sentiamo piacere
anche solo ad essere vicini a certe persone particolarmente care e
amorevoli.
Con l’amico Prof. Siegmar Gerken,
psicoterapeuta e docente in scuole
di psicoterapia e università in
diverse nazioni, che ha collaborato
alle ricerche sui biofotoni col
ricercatore Fritz Popp, abbiamo
iniziato uno studio per la
valutazione dei blocchi
psicosomatici tramite camera
termografica.
Ad esempio, le immagini (fig.**)
mostrano (a sinistra) una persona
molto stressata e bloccata, con un
evidente blocco psicosomaticio in
iper, con eccesso di calore (rosso)
alla testa, torace e addome e
parallelo blocco in ipo-freddo alle
estremità (mani e piedi in blu), prima un intervento clinico di neuropsicosomatica. L’immagine (a destra)
al termine della sessione, testimonia l’efficacia della pratica che riduce il calore in eccesso
ridistribuendolo in tutto il corpo. Le nostre
numerose ricerche testimoniano come i
blocchi e i disturbi psicosomatici influenzano
fortemente i campi elettromagnetici
dell’infrarosso e grazie alla termografia
possono essere rilevati e dare importanti
informazioni sullo stato di alterazione
funzionale e sulla sua risoluzione clinica. In
molte sessioni di terapia si può osservare un
quadro energetico - termografico iniziale con
aree fortemente squilibrate che poi, col lavoro
clinico sui blocchi si ribilanciano e ritornano
alla temperatura normali.
IL CONCETTO DI “ENERGIA” E DI ”BLOCCO” PSICOSOMATICO
124
NELLE ANTICHE MEDICINE TRADIZIONALI
Le origini del concetto di blocco psicosomatico nelle tradizioni medico-spirituali
Il concetto di “energia” e di “blocco psicosomatico” hanno origini antichissime e si ritrova nelle principali
medicine tradizionali e nelle scuole spirituali greche, indiane, cinesi, tibetane, andine e polinesiane. (Vedi
bibliografia alla fine del capitolo). Queste antiche “medicine sacre” utilizzano pratiche di consapevolezza
e di meditazione che, in passato come oggi, sviluppano nei meditatori un cambio di percezione del proprio
essere, passando gradualmente da una sensazione prettamente fisica-materiale del proprio “corpo” ad una
esperienza “energetica” viva e fluida di sensazioni psicosomatiche pulsanti.
Per questo motivo tutte le medicine tradizionali erano e sono basate sul concetto di “energia vitale” come il prana e
la shakti dello yoga, il qi dei Cinesi, o il r’lung dei Tibetani, l’anemos e il pneuma dei Greci. Questa profonda
percezione energetica ha permesso ai meditatori più esperti di scoprire il network di “canali” e di “centri”
attraverso i quali scorre l’energia intelligente, il “soffio vitale" che anima l’unità anima-corpo, sincronizzato al
pulsare ritmico del respiro.
Le alterazioni e i bocchi di questa armoniosa circolazione dell’energia-coscienza sono alla base delle
malattie e dei disturbi psicosomatici.
Il concetto di blocco poteva quindi derivare da eccesso o “pieno”, da difetto o “vuoto” e da “squilibrio”
della circolazione energetica. Nella medicina yogica i blocchi vengono chiamati granthi, “nodi”, termine
che anche oggi utilizziamo come “nodo alla gola” o “nodo allo stomaco”.
Nel concetto di “energia” era implicita la dimensione psicosomatica, ossia la componente vitale (prana,
qi, rlung, pneuma, ecc.), la componente mentale ed emotiva (citta, mana, jing, buddhi, ecc.) e la
dimensione spirituale (shen, atman, psiche ecc.), che quando sono in armonia tra loro generano il piacere
intrinseco di esistere come parte della grande vita.
Il concetto di energia e di blocco rappresenta quindi un elemento centrale per una concezione psicosomatica
sistemica. L’effetto dello scioglimento dei blocchi e del risveglio della consapevolezza è il piacere corporeo e la gioia
di vivere.
È significativo rilevare come il concetto di blocco psicosomatico o “energetico” è attualmente utilizzato
nelle scuole di psicoterapia ad approccio corporeo o body-oriented psychotherapy.
L’OMS e la comparazione tra medicine tradizionali e neuroscienze
Il nostro modello neuropsicosomatico, pur essendo fortemente legato agli aspetti scientifici e
neurobiologici, ha da sempre seguito le direttive dell’OMS che invitano ad integrare le conoscenze delle
antiche medicine tradizionali cinese, indiana e tibetana, che gli studi hanno evidenziato possedere una
significativa efficacia clinica, con le moderne conoscenze mediche e scientifiche (OMS, 1989).
Con questo approccio empirico
e aperto abbiamo riunito in una
mappa i principali elementi
energetici (centri, chakras,
canali, nadi) comuni alle
medicine tradizionali cinese,
tibetana, yogica e ayurvedica, e
li abbiamo confrontati con la
mappa raffigurante il sistema
nervoso centrale e periferico,
i plessi nervosi e i
dermatomeri (le aree corporee
innervate dai differenti nervi
spinali e cranici).
I plessi nervosi sono
“anastomosi”, composte da
fibre afferenti ed efferenti che
nascono dalla fusione dei rami
anteriori dei nervi spinali. Ci sono diversi plessi nel corpo, tra cui: plesso cervicale, faringeo, cardiaco,
celiaco (solare), di Auerbach, lombare e sacrale e pudendo. Le analogie tra le due mappe sono apparse
subito evidenti e quindi riunimmo le differenti strutture in un’unica mappa di sintesi.
La Mappa Energetica Unitaria
125
La mappa unitaria ci ha permesso di riunire le antiche conoscenze delle medicine tradizionali con le
moderne comprensioni mediche. Vediamo ora in dettaglio gli elementi che nelle antiche tradizioni
caratterizzano lo stato di benessere e che più comunemente sono compromessi nei disturbi e nei blocchi
psicosomatici. Negli anni ci siamo resi conto che l’attenta valutazione di questi punti ci permetteva di
formulare una migliore diagnosi e quindi un migliore approccio clinico psicosomatico.
a) L’asse centrale: è stato già descritto come “asse neuropsichico” ed è
chiamato sushumna nella tradizione yogica e chong mai nella tradizione
126
cinese In tutte le tradizione l’integrità dell’asse centrale viene ritenuta un elemento di vitale importanza
per la salute e la malattia, in quanto ogni blocco o disturbo psicosomatico di si riflette su di esso. La tradizione
yogica dà molta enfasi all’asse neurocognitivo come sistema energetico dell’asse della coscienza (sushumna) che è
parallelo alla colonna vertebrale e che permette al Sé di governare l’intera rete di energie informate (prana)
attraverso il sistema circolatorio, nervoso ed energetico. L’asse è attorniato da due paralleli canali polari
maschile e femminile: Ida e Pingala in India, Dumai e Renmai in Cina, con funzioni parallele al sistema
simpatico e parasimpatico (vedi immagini a lato).
Nella tradizione greca era anche presente il concetto di asse neurocognitivo raffigurato come ”caduceo”,
simbolo di Esculapio (Asclepio) figlio di Apollo e Dio della Medicina, che poi divenne anche il simbolo
dell’OMS (WHO) .
Le mappe psico-energetiche tibetane sono molto simili a quella indiane yogiche e
comprendono l’asse (antakarana) e solo 5 chakra. Sono utilizzati i canali e gli aghi
per sciogliere i blocchi energetici dei disturbi più corporei.
Nella nostra esperienza clinica l’asse viene facilmente percepito dalle
persone ed ogni blocco psicosomatico si riflette sull’asse centrale come
alterazione o interruzione del suo flusso e del suo allineamento. La rigidità
della schiena e i classici dolori e blocchi cervicali, toracici o lombari ne sono
un comune esempio. Abbiamo ereditato moltissime pratiche di cura per
migliorare la flessibilità e la fluidità e reintegrare l’allineamento dell’asse.
Quando l’asse è allineato e “aperto” le persone entrano più facilmente in uno
stato di presenza e benessere e accedono a stati più profondi di
consapevolezza durante le meditazioni.
b) I sette centri/plessi neuroendocrini principali, presenti su questo asse
centrale, chiamati chakras (vortici di energia) nella tradizione indiana, o
tantien (crogiuoli di energia) nella tradizione cinese, che in anatomia
corrispondono quasi perfettamente ai plessi neuroendocrini.
Nella nostra esperienza clinica questi centri sono del tutto sovrapponibili ai
punti evidenziati nella mappa dei blocchi collettivi, ossia le aree in cui le
persone lamentano più dolori e tensioni. Nella nostra esperienza questi
centri ? non sono totalmente fissi, ma vengono percepiti con forti differenze
individuali nella dimensione, nella consistenza (pesanti, rigidi o leggeri e
fluidi) e nel colore (tendenzialmente tendenti allo nero nei casi più gravi).
Ogni blocco psicosomatico altera uno o più centri e la consapevolezza
energetica di questi disturbi è fondamentale nel processo di guarigione.
c) I sette livelli/dermatomeri psicosomatici. È interessante notare come
questi sette centri psico-energetici e i loro corrispettivi livelli corporei
(rappresentati in colori dal rosso al violetto), corrispondono perfettamente
ai sette “dermatomeri” dell’anatomia occidentale, ossia alle aree corporee
innervate dai nervi che fuoriescono dalle vertebre corrispondenti. Wilhelm
Reich, negli anni ’40, aveva compreso la natura energetica dei blocchi
psicosomatici e li aveva divisi in sette “segmenti” corporei quasi
perfettamente corrispondenti a quelli dei dermatomeri appena descritti.
Nella nostra esperienza clinica l’importanza dei livelli si evidenzia sia a
livello diagnostico che soprattutto a livello terapeutico in quanto nelle
antiche tradizioni come nelle nostre nuove pratiche psicosomatiche esistono
specifici esercizi per mobilizzare e riarmonizzare i blocchi su ognuno dei
sette livelli.
d) I centri energetici-psicosomatici minori. I centri minori descritti dalle
medicine tradizionali sono quelli esterni all’asse centrale.
Nella nostra esperienza clinica abbiamo osservato che le persone
percepiscono quasi tutti i centri minori descritti nei testi antichi, che
diventano dolorosi, disturbati e bloccati nelle malattie, in particolare
abbiamo osservato più facilmente quelli del palmo delle mani, sotto la pianta
dei piedi, nel fegato, nella milza, nei reni, nei polmoni e nelle gonadi (ovaie e testicoli).
e) La rete dei canali. Nelle medicine tradizionali da questi sette centri di energia si dirama una “rete” di
canali psicoenergetici (i nadi, della tradizione yogica e i “canali” o “meridiani” di agopuntura cinese) che
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innerva gli organi e le aree che da essi dipartono, che abbiamo raffigurato dello stesso colore codificato.
Il primo “network psicosomatico” della storia della medicina.
Nella nostra esperienza clinica non abbiamo quasi mai osservato che le persone descrivessero questi
canali con la stessa precisione descritta nei testi cinesi, indiani o tibetani, ma solo come sensazioni di
scorrimento e connessione tra centri, organi e parti del corpo. Una percezione di fluidità o di blocco che
spesso è analoga, ma meno definita, rispetto a quelli descritti nei testi di agopuntura. In compenso
abbiamo percepito con una certa intensità i canali che arrivano e si dipartono dai tre principali centri di
energia della pancia, del cuore e della fronte, che sono descritti sia nei testi cinesi che indiani e tibetani.
f) Il campo individuale.
La sfera dell’anima è radiosa, quando risplende di quella luce per la quale vede la verità di tutte le cose.
Marco Aurelio
In tutte le tradizioni il “corpo energetico” o ”aura”: la “sfera luminosa” di energia che irradia dal corpo,
presente nelle iconografie di ogni tradizione spirituale occidentale e orientale, e del tutto sovrapponibile
alla struttura “toroidale” del “campo elettromagnetico” (vedi figura **).
Nella nostra esperienza clinica abbiamo osservato che le persone malate descrivono il proprio campo
energetico come scuro, disarmonico, con colori “sporchi” fino al nero, mentre le persone in buona salute
e ancora di più i meditatori lo descrivono e lo raffigurano come chiaro, luminoso, con colori “puliti” e
armonici, fino alla luce dorata, come spesso venivano raffigurati i maestri e i santi sia delle tradizioni
orientali che occidentali (vedi figura **).
Nel buddhismo tibetano questa energia luminosa derivata dalla coscienza risvegliata è chiamata
bodhicitta, buddi nello yoga e putixin in Cina.
Questa esperienza di unità o di sfera luminosa dell’essere è una costante
esperienza che ogni persona percepisce al termine della mindfulness
psicosomatica, ed è fondamentale nel processo di crescita personale e di
riequilibrio neuropsicosomatico. Ogni persona che medita in profondità
riporta nella sua esperienza come, nella malattia il proprio “campo” non è
più “integro”, “pieno,”, “luminoso”, “forte e “intero”, ma “debole”,
“sconnesso”, “incompleto”, “bucato” o “spento”. Come è stato già descritto
questa percezione è totalmente sovrapponibile al concetto di “campo
quantistico-elettromagnetico” ed è stata in parte misurabile con adeguati
strumenti di rilevazione. È importante osservare che l’asse neurocognitivo
corrisponde alla parte centrale del “toroide” del campo elettromagnetico e che i blocchi psicosomatici
vengono molto spesso descritti come disturbi o interruzioni di questo flusso energetico bloccato verso il
basso, con sensazioni di “bacino chiuso” o “gambe tese” che non sono bene radicate a terra (grounding); o
verso l’alto, con sensazioni classiche di “cappa” o “peso sulla testa” che schiaccia o chiude il flusso verso il
cielo.
g) Il campo collettivo. Rappresenta la percezione/consapevolezza di essere parte di un gruppo. I testi
spirituali buddhisti descrivono anche il campo di energia collettiva che si sviluppa intorno alle comunità
spirituali o ai maestri come sangha, tradotto come buddhafield (dal sanscrito buddhi, la coscienza
risvegliata luminosa e dall’inglese field, campo). Al termine di ogni nostra esperienza di meditazione o di
mindfulness psicosomatica invitiamo le persone a percepire prima il campo individuale e poi il campo
collettivo, descrivendo e condividendo le sensazioni più dettagliate sulla sua intensità, la sua luminosità,
a volte il suo colore e la sua ampiezza.
h) Il campo universale. Rappresenta la percezione/consapevolezza di essere parte dell’esistenza, della
vita. Viene ritenuto il campo finale dell’esperienza di crescita spirituale. Quando le persone perdono la
loro identificazione con il corpo fisico, e con proprio Sé individuale, la coscienza individuale si apre alla
coscienza del Tutto. Questo stato o esperienza viene chiamata: Samadhi, Moksha, Nirvana, Tao, Satori,
Brahma, Dharma in differenti contesti. Questo stato di apertura, seppure non molto comune, è
sperimentato da alcune persone per tempi più o meno lunghi. L’esperienza di aprire il proprio campo
individuale è l’esperienza di aprirsi alla vita e all’esistenza ad un livello di profonda spiritualità. Molte
persone riportano come questa sensazione di unione (yoga: dal sanscrito yug unire, come dal latino
iugum) ha segnato un momento di bellezza e senso della propria vita come un punto di svolta nel
superamento di una malattia o di una depressione. La salute globale della persona dipende da questa
armoniosa circolazione energetica e dalle varie parti che compongono l’unità psichica.
128
L’ORGANO E LA FUNZIONE BERSAGLIO
Introduciamo i concetti di “organo bersaglio”, di “funzione bersaglio” e di “blocco di funzione” che si
manifestano quando la tensione generale e aspecifica dello stress, sia da iperattivazione che da
inibizione, attraverso il sistema simpatico e parasimpatico e gli ormoni e neurotrasmetitori, viene
indirizzata, somatizzata e simbolicamente “colpisce” uno specifico organo o una specifica funzione
psicosomatica. La corretta valutazione dell’organo e della funzione alterata permette un più efficace
intervento terapeutico.
Normalmente l’organo bersaglio è quello geneticamente o costituzionalmente più debole degli altri o
quello particolarmente sottoposto alla tensione funzionale dell’emozione di una specifica
neuropersonalità. Il concetto di funzione bersaglio e di disturbo o blocco di funzione descrive
semplicemente quando una delle funzioni specifiche di un sistema emotivo viene alterata,
eccessivamente stimolata o inibita nella sua funzione primaria.
Potenzialmente ogni organo può diventare un bersaglio di patologie da stress. Le cause che portano un
organo ad essere il “bersaglio” di un disturbo psicosomatico sono strettamente fisiologiche e funzionali
all’interno di un approccio PNEI, e, tranne rari casi, non sono legate ad attività inconsce di tipo simbolico.
In psicoterapia invece è possibile tramite un lavoro associativo di tipo simbolico risalire ai vissuti che
sottostanno al disturbo.
Esempi semplificati di blocchi d’organo e di funzione
Esempi semplificati di blocchi d’organo e di funzione, che approfondiremo nel prossimo capitolo,
possono essere ritrovati nei “blocchi orali” sviluppati da bambini che non sono stati allattati, nei “blocchi
oculari” dovuti a genitori o superiori molto normativi che usano lo sguardo e la dominanza visiva, nei
“blocchi delle mani” delle persone ansiose, con le mani fredde e tese da eccesso di adrenalina (tipo
sindrome di Raynaud), nei comuni “blocchi della gola” da timidezza sviluppati da bambini che hanno
subito una eccessiva inibizione della loro spontanea espressione emotiva da sottomissione o da giudizio.
Come approfondiremo nel prossimo capitolo il blocco d’organo o di funzione è spesso strettamente
legato ad un sistema emotivo eccessivamente attivato o inibito, come nei classici blocchi del cuore
caratteristici di tutte le tematiche di disturbo affettivo del sistema della CURA/AMORE, o i blocchi del
sistema SESSUALE da inibizione religiosa o da eccessivo controllo morale, in cui “organo bersaglio” può
essere rappresentato in alcuni casi direttamente dai genitali come nelle vaginiti, nelle impotenze, ecc.
oppure dal generico “blocco dalla funzione” sessuale in genere che viene ipercontrollata e disturbata con
evitamento dei rapporti intimi, frigidità, anorgasmia, o nel blocco del sistema del CONTROLLO MENTALE
noradrenalinico che si riflette nella rigidità della schiena che appare “come un manico di scopa”
(“straight back syndrome”) e nella mancanza di spontaneità e di PIACERE CORPOREO (anedonia) che
sovente caratterizza i figli di famiglie molto dure e normative o educati in collegi religiosi o accademie
militari.
Esperienze avanzate di gruppo sui blocchi dei sette livelli psicosomatici
Nel “Corso Base di Consapevolezza Psicosomatica e Crescita Personale”, che si sviluppa in nove seminari
mensili di due o tre giorni l’uno (weekend), esploriamo progressivamente i sette livelli psicosomatici e i
loro specifici organi o sistemi bersaglio.
Ogni mese il gruppo inizia con un’ora circa di esperienza energetica diretta di body scan psicosomatico su
uno specifico livello psicosomatico, progressivamente dal primo segmento (dermatomero coccigeo-
anale), ai successivi, fino al livello cranico. Durante il body scan di gruppo, formato mediamente da una
ottantina di partecipanti, ogni persona esprime a turno le dirette percezioni dei propri blocchi,
evidenziando l’organo e la funzione bloccata sullo specifico livello, dal piano fisico-energetico, alle
emozioni profonde e alle memorie psicologiche ad esso connesse. Si pone grande attenzione alla
percezione dello stato di integrità del network neuropsicosomatico, come rete equilibrata e fluida di
sensazioni ed energie, e di come ogni blocco d’organo o di funzione, sia percepito come una
disregolazione, una disconnessione o addirittura una dissociazione del network stesso e dal senso del Sé.
Durante queste sessioni ogni medico o psicologo presente comprende, con grande ricchezza e varietà di
casi, la variegata natura emotiva e psicosomatica dei disturbi fisici e psicologici e della struttura dei
“blocchi” degli organi bersaglio o delle funzioni bersaglio. Dopo questa prima presa di consapevolezza si
inizia un lavoro integrato di scioglimento fisico-energetico e poi emozionale e psicologico del blocco
percepito e delle emozioni e delle memorie storiche bloccate che stanno alla sua origine. Al termine di
ogni esercizio si entra in uno stato di consapevolezza globale di Sé (mindfulness), in cui si accetta e si
129
integrano le esperienze piacevoli o spiacevoli emerse nel lavoro.
Questa esperienza di gruppo ci ha permesso di comprendere a fondo come ogni livello psicosomatico,
possiede una sua complessa ma precisa e ripetitiva struttura e logica di somatizzazione, e come
attraverso specifiche pratiche di consapevolezza e lavoro psicosomatico integrato ogni blocco di un
organo o di una funzione può trovare la sua via di scioglimento, riapertura e risoluzione. L’esperienza
finale risulta in una rinnovata e vitale percezione di integrità del Sé e di fluidità del proprio essere come
network neuropsicosomatico. Questa esperienza genera una profonda consapevolezza individuale e
collettiva dell’origine dei blocchi e del loro possibile scioglimento o trasformazione attraverso specifiche
pratiche di autoconsapevolezza come la mindfulness psicosomatica. Questa delicata analisi psicologica
del Sè ad approccio corporeo integrato è alla base dell’arte della psicoterapia neuropsicosomatica.
Umiltà epistemologica: lo stomaco come organo bersaglio di molteplici cause
Per concludere, al fine di evitare rigide e banali associazioni e spiegazioni di tipo “simbolico” con un
disturbo, che purtroppo molti libri improvvisati propongono con una certa arroganza e semplicistica
fantasia, ma senza una consistente base scientifica o clinica, proviamo a considerare le possibili
molteplici cause che portano lo stomaco ad essere un organo bersaglio.
Innanzitutto ricordiamo che l’organo disturbato o malato può anche non avere cause psicosomatiche, ma
derivare solo da condizioni ecologiche o alimentari anormali, come ad esempio i disturbi gastrici e il
cancro allo stomaco che caratterizzano popolazioni dedite ad una alimentazione di carne cotta alla griglia
o sulle braci, in quanto la parte bruciata della carne contiene pericolosi idrocarburi cancerogeni che
stimolano la produzione di tumori allo stomaco, o, più in generale, i disturbi allo stomaco dovuti
all’arsenico presente nell’acqua o agli “ftalati” e al “bisfenolo A” (molecole conosciute come EDC,
Endocrine Disrupting Chemicals) che derivano dal PVC delle bottiglie di plastica dell’acqua.
È stato rimarcato che lo stato di stress cronico (ipercortisolemia) agisce negativamente inibendo il
sistema digestivo ma un paziente con una neuropersonalità dopaminica esageratamente socializzante,
che tende a mangiare cibi particolarmente carichi e speziati può avere uno “stomaco infiammato” da
cause alimentari e che quindi diventa un organo bersaglio indiretto.
Nella neuropersonalità cortisolica, per via del sistema della paura molto attivo, si può avere lo stomaco
come organo bersaglio dello stress dovuto a difficoltà nell’espressione emotivo e all’inibizione
dell’aggressività, oppure lo “stomaco chiuso” caratteristico delle neuropersonalità ossitociniche in stato
di cronica “chiusura del cuore”, o lo “stomaco teso” delle neuropersonalità noradrenaliniche più mentali
e nervose. Ma anche nel caso della neuropersonalità testosteronica aggressiva che genera una cronica
tensione da rabbia che carica lo stomaco di eccessive tensioni.
La consapevolezza della multifattorialità delle cause e della complessità umana deve indurci all’umiltà.
Il terapeuta dovrebbe porsi in uno spazio di reale e ponderata ricerca dei segni, dei sintomi e delle
esperienze del paziente, lasciandosi sempre un certo margine di dubbio e considerando sempre un
possibile errore, in modo da non “cavalcare” certezze diagnostiche e non “sparare” diagnosi che tendono
ad inquadrare la persone e rinchiuderla nella gabbia del suo disturbo e di un destino segnato. La corretta
valutazione neuropsicosomatica e la possibile diagnosi dovrebbero essere un’ipotesi fluida, utile e
condivisa col paziente, basata su un approccio multicausale che tenga conto delle differenti
neuropersonalità del paziente e delle molteplici possibili variabili.
La dinamica conflittuale del blocco psicosomatico
In ogni persona con un blocco psicosomatico si possono osservare
almeno due forze in conflitto tra loro: se non ci fosse conflittualità e
disconnessione non ci sarebbe blocco e tensione ma piacere e
fluidità.
Già Reich aveva evidenziato come all’origine dei blocchi ci fosse una
contrapposizione tra l’energia vitale-sessuale, che lui chiamava
“energia orgonica”, e i condizionamenti sociali, culturali e famigliari
che tendono ad inibirla, generando un conflitto interiore (vedi figura
**). Nella nostra esperienza di oltre trent’anni abbiamo preso atto
che normalmente le persone, grazie al lavoro di consapevolezza
corporea, emotiva e psicologica, imparano a percepire chiaramente questa conflittualità come causa dei
loro disturbi e blocchi psicosomatici, e dichiarano di viverla costantemente anche nella vita di tutti i
giorni come separazione e disarmonia tra la mente, il cuore e il corpo, segno evidente di disregolazione -
disconnessione - dissociazione del network neuro-psico-somatico. Attraverso la pratica del body scan
130
psicosomatico la maggioranza delle persone, in breve tempo, inizia a descrivere che sente di essere
molto nella testa, nella mente, e che sente poco il cuore e il corpo. Esse descrivono questa separazione
come situazione “normale” nella loro vita anche se sgradevole e limitante, come un’incapacità di sentirsi
realmente e integralmente nel proprio corpo.
Per approfondimenti sul tema della psicoterapia ad orientamento corporea reichiana e neoreichiana.
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CAPITOLO DECIMO
DISTURBI E BLOCCHI PSICOSOMATICI SPECIFICI
133
DEI SISTEMI EMOTIVI E DELLE NEUROPERSONALITÀ
Attivazioni e inibizioni disfunzionali delle neuropersonalità
Con la scoperta e lo studio delle neuropersonalità e il loro inquadramento nella Mappa Psicosomatica, già
dai primi anni del 2000, tra i docenti del nostro Istituto, diventò evidente come, sia i disturbi
psicosomatici da stress, sia i disturbi profondi del Sé, fossero costantemente legati a uno squilibrio
emotivo, ossia ad un’iperattivazione o ad un’inibizione di uno o più sistemi emotivi, coinvolgendo così le
corrispondenti neuropersonalità e le loro specifiche espressioni
psicosomatica corporee, emotive e cognitive (Fig. **).
Iniziò così lo studio clinico e la sperimentazione terapeutica dei
disturbi psicosomatici dei sistemi emotivi.
Attraverso la comprensione specifica degli squilibri dei differenti
sistemi emotivi e delle loro neuropersonalità, siamo oggi in grado
di spiegare i disturbi psicosomatici con molta più chiarezza
diagnostica e, conseguentemente, con migliore efficacia clinica.
I disturbi o blocchi psicosomatici che influenzano i sistemi
emotivi si manifestano come alterazioni “disfunzionali” di una o
più neuropersonalità. In questa classe di disturbi psicosomatici si
evidenzia normalmente una contrapposizione o conflittualità tra forze fisiche, istintive, emozionali e
psicologiche. Dato che i sistemi emotivi esprimono il Sé contemporaneamente sui tre piani: fisico,
emotivo e cognitivo, un’alterazione di uno o più sistemi comporta un simultaneo squilibrio funzionale tra
le attività fisiche comportamentali, le espressioni emotive e le risposte cognitive del Sé. Questa logica può
essere applicata a tutti i sistemi emotivi e alle relative neuropersonalità. Per ogni neuropersonalità
abbiamo identificato caratteristici disturbi patologici e blocchi psicosomatici a carico di organi e funzioni
legate all’emozione di quel sistema, e quindi specifiche modalità di approccio e terapia.
Anche se le singole neuropersonalità saranno descritte in modo separato, sottolineiamo ancora che tutte
le neuropersonalità coesistono in ogni persona e si influenzano a vicenda!
Le neuropersonalità, gli “umori” e i “Benshen” delle antiche tradizioni mediche
È particolarmente interessante puntualizzare la fortissima analogia tra i sistemi emotivi e i loro disturbi
e i modelli delle antiche medicine tradizionali, che, avendo un’impostazione molto psicosomatica, hanno
sempre cercato di interpretare le malattie come alterazioni delle emozioni e delle personalità umane,
sviluppando la teoria degli “umori”, i cui scquilibri consentirebbero al medico di classificare le tendenze
psicofisiche presenti nel corpo e nella mente e le disfunzioni che ne possono derivare.
Nella Grecia di Ippocrate la “teoria umorale” prevedeva la flegma (da cui deriva flemmatico), la bile gialla
(collerico), la bile nera (malinconico) e il sangue (sanguigno). Nell’Ayurveda si considerano i tre “dosha”:
vata, l’aria, pitta, il fuoco e l’acqua, kapha, l’acqua e la terra. Secondo l'ayurveda le patologie nascono
quando si vengono a creare degli squilibri nei dosha; l'individuazione degli squilibri in un dosha,
corrispondente alla diagnosi, conducono a trovare i rimedi per ristabilirne lo stato di equilibrio
individuale (prakriti) e quindi la guarigione. Anche la medicina tibetana considera i tre umori e le tre
costituzioni pure o miste: vento, bile e flemma.
La medicina tradizionale cinese afferma che lo Shen, la coscienza centrale (il Sé) che risiede nel cuore (e
nel “cuore celeste” nel centro della testa) si manifesta attraverso i cinque Benshen, le anime degli organi.
Ognuna di queste cinque differenti anime/coscienze rappresenta una specifica emozione, sia positiva che
negativa, collegata ad uno organo/funzione: il cuore ha come emozione positiva l’amore, la gioia e in
negativo il delirio e l’odio, il fegato l’attività, il coraggio e la rabbia e l’irritabilità, i reni la forza vitale, la
volontà, la sessualità e la paura e l’ansia, la milza la riflessione, la dolcezza e la mania, l’ossessione e la
tristezza, i polmoni la curiosità e la tristezza e la depressione.
La dimensione più elevata della medicina tradizionale cinese riguarda il trattamento di questi squilibri
emotivi dello Shen e dei Benshen degli organi/sistemi, che, oltre all’agopuntura (piano energetico), della
dieta e dei rimedi fitoterapici (piano fisico) utilizza le pratiche di qi gong e di meditazione. Quando le
emozioni si bloccano l’amore diventa odio, la gioia diventa rabbia, la sessualità diventa paura, la dolcezza
diventa depressione e la curiosità tristezza. Lo Shen centrale è il Sé psicosomatico che governa i Benshen
e tutte le emozioni. Quando le emozioni/organi/funzioni sono squilibrate o bloccate lo Shen centrale
(chiamato anche “imperatore”) perde potere e stabilità e trascina con sé l’intero sistema/regno.
134
Lo Shen centrale nel suo aspetto di “identità di Sé” (ling) è il “Sé psicosomatico” che governa tutte le
emozioni, quando le emozioni/organi/funzioni sono squilibrate o bloccate lo Shen centrale, l’imperatore,
perde potere e stabilità. Riprenderemo alcune conoscenze di medicina cinese sui BenShen nel corso della
trattazione dei disturbi delle singole neuropersonalità.
Prima di iniziare la descrizione delle differenti neuropersonalità facciamo una breve sintesi delle
specifiche cause e risposte di ogni neuropersonalità/sistema emotivo.
Le principali cause dello stress da disfunzionalità dei sistemi emotivi
Selye (1974) sosteneva che “dal punto di vista della sua capacità di provocare uno stress, non ha
importanza che l’agente o la situazione stressante che dobbiamo fronteggiare, sia piacevole o spiacevole:
conta solamente l’intensità del bisogno di adattamento o riadattamento”.
La risposta da stress, sia attiva che passiva, può essere causata
da tutti i sistemi emotivi (vedi Fig. **), come ad esempio:
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema del
sistema della PAURA-ANSIA.
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema della
RABBIA/DOMINANZA come in situazioni di attacco, di
sottomissione, di abusi di potere o di aggressività.
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema del
SESSO, come un approccio forte o l’incontro con una persona
molto attraente.
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema del
sistema della CURA-AMOREVOLEZZA come nel caso di un
genitore molto apprensivo per la sicurezza dei figli quando
questi si allontanano.
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema
GIOCO, come ad esempio la sfida giocosa con gli amici di
tuffarsi nell’acqua da una roccia alta o intense situazioni sociali come parlare in pubblico.
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema della TRISTEZZA-PANICO, come
nell’abbandono o nella solitudine.
• Da una eccessiva stimolazione o inibizione del sistema della FANTASIA, attraverso cui il Sé si isola dal
contesto reale e si estranea dalla realtà, nei sogni e le fantasie.
Approfondiremo queste specifiche cause di disturbo o blocco psicosomatico nei successivi paragrafi
dedicati alle principali neuropersonalità.
Le principali risposte delle neuropersonalità allo stress
Descriviamo ora in modo sintetico come ogni neuropersonalità tenda ad attivare una differente modalità
di risposta allo stress. Questo argomento sarà approfondito nel prossimo capitolo sulle specifiche
caratteristiche cliniche delle singole neuropersonalità.
1) La risposta stabile serotoninica. Quando prevale l’effetto mediato dalla neuropersonalità
serotoninica e dal sistema del PIACERE abbiamo una risposta stabile e ponderata. La serotonina ha la
capacità di contenere la rabbia e l’aggressività e quindi di limitare gli eccessi di reattività istintiva agli
stimoli di pericolo o dolore. Questa risposta è tipica delle persone con grande capacità di presenza e
autocontrollo, come un maschio alfa, un comandante o un buon padre che, anche in situazioni di grande
rischio e pericolo, non perdono la calma e rispondono con decisione e ponderatezza. A livello corporeo
ed emotivo la capacità tranquillizzate e stabile della serotonina genera un alleggerimento dei sintomi e
una tendenza a non cronicizzare.
2) La risposta istintiva-passiva cortisolica (inibizione). Quando prevale l’effetto mediato dalla
neuropersonalità cortisolica e del sistema della PAURA, si evidenzia una risposta fisica istintiva passiva
di evitamento o di inibizione dell’azione, caratterizzata da una tendenza all’autoprotezione fisica,
emotiva e psicologica (inibizione dell’azione), che, se non viene bilanciata dalla reattività fisica
adrenergica, può facilmente cronicizzare e diventare disfunzionale. Questa tendenza inibitoria
caratterizza la “neuropersonalità cortisolica”, esageratamente protetta, ansiosa e timorosa con una
evidente alessitimia.
3) La risposta istintiva-attiva adrenalinica (attacco-fuga). Quando prevale l’effetto mediato dalla
neuropersonalità adrenalinica e dal sistema della PAURA attiva o di attacco/fuga, si evidenzia una
135
risposta fisica attiva, caratterizzata dall’arousal neuromuscolare che tende ad innescare risposte
comportamentali istintive (non aggressive) di attacco o fuga. Nella normale risposta adrenalinica attiva,
come nell’attacco dei felini per procurarsi il cibo, non c’è aggressività e i livelli di testosterone sono bassi.
Nelle risposte di attacco o difesa, in particolare nei maschi, in cui sono coinvolte la dominanza sociale o la
lotta per la conquista della femmina, si attiva anche il sistema RABBIA/DOMINANZA e si alzano i livelli di
testosterone. La risposta adrenalinica può facilmente cronicizzare e generare uno stato di stress e
tensione psicosomatica disfunzionale, legata ad una iperattivazione del sistema dell’attacco o della fuga,
in cui prevale un aspetto di attività corporea e neuromuscolare, agitazione, ansia, mani e piedi freddi, e a
volte di paradossale ricerca del rischio.
4) La risposta istintiva-aggressiva testosteronica. Quando prevale l’effetto mediato dalla
neuropersonalità testosteronica e dal sistema della RABBIA/DOMINANZA, si evidenzia una risposta
fisica reattiva istintiva con una caratteristica aggressiva, caratterizzata dall’arousal neuromuscolare, che
può cronicizzare o diventare disfunzionale con tensione e rabbia cronica.
5) La risposta emotiva-passiva ossitocinica. Quando prevale l’effetto mediato dalla neuropersonalità
ossitocinica e del sistema della CURA/AMOREVOLEZZA, si evidenzia una tendenza all’emotività, alla
preoccupazione per le conseguenze, alla fragilità e al pianto. La percezione di fondo è di debolezza e
impossibilità a reagire (sottomissione) della persona. Il comportamento psicosomatico è caratterizzato
dalla protezione del cuore, chiusura delle spalle, e dolore affettivo che viene esteso agli occhi, al viso e
alla postura toracica e generale.
6) La risposta emotiva-attiva dopaminica (mediazione). Quando prevale l’effetto mediato dalla
neuropersonalità dopaminica si osserva la tendenza a reagire agli stressors in modo attivo, attraverso
strategie basate sulla RICERCA e la SOCIALIZZAZIONE: sull’intelligenza emotiva, la comunicazione e la
mediazione.
7) La risposta cognitiva noradrenalinica (controllo). Quando prevale l’effetto mediato dalla
neuropersonalità noradrenalinica e dal sistema dell’attenzione cognitiva (sempre legato al sistema della
PAURA), si evidenzia una risposta psicosomatica caratterizzata da una forte attivazione mentale,
dall’eccesso di controllo e di tensione neuromuscolare (inibizione dell’azione e freezing). Questa risposta
a livello psicosomatico è caratterizzata da iperattività mentale o congelamento, spesso rigidità
muscolare, panico, controllo ed elaborazione continua delle possibili soluzioni di risposta agli stressors.
8) La risposta endorfinica globale. Quando prevale l’effetto mediato dalla neuropersonalità endorfinica
e dal sistema del benessere e della soddisfazione, si evidenzia una risposta psicosomatica caratterizzata
da una certa capacità di distacco e di valutazione cognitiva più globale. La capacità dell’endorfina di
abbassare la soglia del dolore probabilmente esercita nella persona una forma di consapevolezza meno
istintiva ed emotiva e più orientata alla comprensione globale. Tra tutte le risposte è la meno soggetta a
ripercussioni croniche.
Alessitimia e disturbi psicosomatici da inibizione delle emozioni
Prima di iniziare la descrizione dei disturbi e blocchi dei sistemi emotivi è utile ricordare l’alessitimia, dal
greco “a” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione: letteralmente, “non avere le parole per le
emozioni”, che, in psicologia, definisce il disturbo della consapevolezza emotiva che si manifesta come
incapacità di percepire, riconoscere ed esprimere verbalmente le proprie e le altrui emozioni e a
distinguerle dalle percezioni corporee.
Il termine fu coniato da John Nemiah e Peter Sifneos, all’inizio degli anni settanta, per definire un insieme
di caratteristiche di personalità evidenziate in pazienti cosiddetti psicosomatici. Il nome venne divulgato
per la prima volta nel 1976, alla XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche.
L’alessitimia è attualmente considerata anche come un possibile deficit della funzione del Sé.
All’interno della nostra scuola, partendo dallo studio dei sistemi emotivi e delle neuropersonalità,
l’alessitimia è stata studiata e rivista in un’ottica più orientata alle neuroscienze, come inibizione di uno o
più sistemi emotivi. Come sarà descritto nei prossimi paragrafi, abbiamo osservato che normalmente
l’iperattivazione disfunzionale di un sistema emotivo è strettamente correlata all’inibizione (alessitimia)
del suo sistema polare. Ad esempio, l’iperattivazione del sistema ossitocinico della cura è fortemente
correlata all’inibizione (alessitimia) del sistema della rabbia.
L’INIBIZIONE DEL SISTEMA DEL PIACERE CORPOREO DI BASE
E I DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ SEROTONINICA
136
Il sistema del piacere corporeo fornisce le basi energetiche del piacere sessuale, del piacere di giocare,
del piacere affettivo di abbracciarsi e stare vicini, e anche del piacere di pensare, creare e sognare.
Come è stato già accennato, il progressivo deterioramento delle condizioni naturali dell’ambiente, della
famiglia, della società e del lavoro (stress) ha creato le basi per un graduale impoverimento del piacere di
vivere nel proprio corpo, con conseguente abbassamento dei
livelli di serotonina e peggioramento della funzione primaria
del Sé corporeo: la radice dell’intero “albero della coscienza”.
Il “blocco del piacere” o più dettagliatamente l’inibizione del
sistema del PIACERE e il conseguente abbassamento dei
livelli di serotonina è alla base dei principali disturbi
psicologici e psichiatrici: dalla depressione, agli sbalzi di
umore, all’insonnia, ai disturbi alimentari (voglia di zuccheri)
fino al disturbo ossessivo compulsivo.
La neuropersonalità serotoninica originaria, vitale, rilassata,
stabile e forte, base del Sé corporeo, che gode ogni istante di
vita e di attività fisica, dal cibo, al lavoro, al sesso, al riposo,
viene progressivamente sostituita da una neuropersonalità
inibita, poco vitale, incapace di provare il piacere di stare nel corpo (bassa serotonina) e quindi
emotivamente spenta (bassa dopamina) e cognitivamente poco motivata (bassa noradrenalina), o, più
raramente, da una neuropersonalità emotivamente e fisicamente più reattiva, che vivendo con una
tensione costante (stress), si gode poco il corpo e la vita quotidiana.
Uno dei costrutti fondamentali della teoria di Kohut (1977) è il “Sé nucleare”, termine che indica una
struttura a sviluppo precoce che rappresenta le basi per “sperimentare che il nostro corpo e la nostra
mente formano un’unità nello spazio e sono in continuità nel tempo.”
Serotonina e disturbi alimentari
Tra i più comuni derivati dall’abbassamento del piacere corporeo ritroviamo i disturbi alimentari.
Ingerire cibo, in particolare alimenti calorici come carboidrati, zuccheri, pane, pasta, dolci, cioccolato ecc.
aumenta i livelli di serotonina. La mancanza di piacere legato all’abbassamento della serotonina è infatti
ritenuta una delle condizioni predisponenti dei disturbi alimentari come la bulimia, l’anoressia che
utilizzano il cibo per aumentare la serotonina e compensare il suo deficit (Brewerton, 1995, Mayer et
alii., 1998). Questi disturbi sono molto spesso associati ai disturbi della personalità cortisolica e risultati
significativamente associati anche alla depressione e all’alessitimia (Bydlowski et alii. 2005).
L’anedonia e i disturbi della personalità serotoninergica
I disturbi della personalità serotoninergica, in particolare le forme legate all’inibizione delle azioni e dei
comportamenti che danno piacere, sono le basi biochimiche e neuropsicologiche dell’anedonia, collegata
a un deficit di serotonina e di dopamina che è considerata uno dei sintomi più indicativi di vari disturbi
mentali, in primo luogo dei disturbi dell’umore e della depressione, e che noi consideriamo espressione
dell’inibizione del Sé corporeo
Tale sintomo è uno di quelli maggiormente citati dai manuali per la diagnostica con criteri statistici DSM-
V e ICD, anche se in modo diverso. L’anedonia è considerata un sintomo di carattere accessorio, ma
comunque significativo, sia nella diagnosi della schizofrenia che di alcuni disturbi di personalità.
Neuropersonalità serotoninica e personalità di “tipo B”
La neuropersonalità serotoninica equilibrata ha caratteristiche di fondo in parte sovrapponibili alla
personalità di “tipo B”, a cui appartengono individui tendenzialmente sereni e rilassati che percepiscono
il risultato del loro lavoro come appagante, ricevendone emozioni positive. Rispetto alla personalità di
“tipo A”, la personalità di “tipo B” (Friedman & Rosenman), pur mostrando efficacia nel lavoro,
intelligenza e capacità produttive, evidenzia meno eccessi, minore tensione e una capacità più rilassata e
concreta di adattamento alle esigenze dell’ambiente.
Effetti psicosomatici dell’inibizione del sistema del PIACERE CORPOREO
Come già accennato, la diminuzione e il deterioramento del contatto corporeo dolce e piacevole,
innanzitutto della madre (Bowlby, 1989; Ainsworth, 1970) e poi del padre e dei familiari, genera una
diminuzione della serotonina e del piacere corporeo che si riflette negativamente sull’equilibrio dei
sistemi emotivi e si manifesta come base di numerosi disturbi psicosomatici, psicologici e psichiatrici.
137
Winnicot (1986) nel descrivere le esperienze di relazione madre-figlio ha sostenuto che “l’aspetto
principale è una comunicazione tra la madre e il bambino nei termini dell’anatomia e della fisiologia dei
loro corpi”. In termini più semplici il contatto corporeo dolce e piacevole è uno degli aspetti fondamentali
della nostra vita sia da bambini che da adulti.
Va segnalata un’importante interferenza dell’inibizione del PIACERE (serotonina) e della CURA
(ossitocina) sull’asse della crescita corporea. Il cortisolo può avere un’azione attivante sui geni delle
cellule ipofisarie che producono GH, l’ormone della crescita. Se però lo stress è cronico, l’incremento del
CRH determina un aumento della somatostatina e quindi il blocco della produzione di GH. Inoltre, il
cortisolo contrasta l’azione sui tessuti bersaglio dell’ormone della crescita e dei suoi principali metaboliti
come l’IGF-1. Esistono forme di insufficiente crescita dei bambini che si ritiene dovuta a mancanza di
contatto e di cure materne.
Un altro importante studio pubblicato dal già citato Touch Research Institute, University of Miami School
of Medicine, sugli effetti della mancanza del contatto corporeo dolce, rilevati su ampi numeri di
adolescenti negli USA, evidenzia una relazione statisticamente significativa tra la mancanza di contatto
fisico affettivo positivo e l’aumento della rabbia e dell’aggressività (Touch Research Institute, 2002). Dalla
letteratura, si evince che i bambini e i preadolescenti che hanno ricevuto dai loro genitori meno
attenzioni affettive mediate dal contatto fisico, ossia meno abbracci, coccole e calore umano, o addirittura
maltrattamenti fisici, riducono i livelli di serotonina e, per compensare il minore accoglimento fisico
affettivo da parte dei loro genitori e coetanei, sviluppano da adolescenti, una maggiore incidenza di
relazioni conflittuali con la famiglia, hanno minori relazioni di contatto fisico affettivo con i coetanei,
utilizzano maggiormente sostanze illecite (droghe), hanno prestazioni scolastiche inferiori e più alti
indici di depressione. Ricerche interculturali comparate hanno evidenziato che i bambini in età
prescolare e gli adolescenti statunitensi erano fisicamente meno affettuosi e più aggressivi, rispetto ai
francesi.
La terapia basata sul massaggio dolce e il piacere corporeo
La terapia di massaggio è antica quanto l’uomo, ed è stata una delle principali pratiche delle antiche
medicine tradizionali praticate ancora ai nostri giorni, come: tui na, shiatsu massaggio ayurvedico,
tibetano, ecc.. Divenuta più popolare come parte del movimento della medicina alternativa, la terapia di
massaggio ha recentemente ricevuto un consistente supporto empirico dalla ricerca clinica.
Il primo stimolo sensoriali nella vita viene dal senso del tatto, mentre il bambino è ancora nel grembo
materno, e la percezione del “contatto corporeo” continua ad essere il mezzo primario di conoscere il
mondo per tutta l'infanzia. Il contatto corporeo è fondamentale per la crescita dei bambini, per lo
sviluppo e la salute, così come per il benessere fisico e mentale degli adulti.
La nostra società negli ultimi secoli ha pericolosamente inibito e limitato il contatto corporeo.
Oggi stiamo assistendo anche in questo contesto medico e psicologico in un nuovo paradigma che riapre
la comprensione dell’importanza del contatto corporeo dolce ed empatico e del suo uso terapeutico in
tutte le fasi della vita.
“Il contatto dolce e la pressione”, spiega Tiffany Field, ricercatrice e coordinatrice del Miami Touch
Research Institute il più importante centro mondiale che studia scientificamente il contatto corporeo e la
pelle come organo di senso, “favoriscono la produzione di endorfine, naturali soppressori del dolore”.
I suoi studi sugli effetti della terapia del contatto corporeo hanno rilevato un significativo abbassamento
medio, del 31% dei livelli di cortisolo e un parallelo aumento medio, del 28%, della serotonina e del 31%
della dopamina (Field et alii, 2005).
Questi studi evidenziano un’efficace riduzione dello stress che facilita uno stato comportamentale più
rilassato e pacifico, e un miglioramento degli effetti empatici e antidepressivi (aumento di serotonina e
dopamina) che si sono rivelati efficaci su una varietà di condizioni mediche e disturbi da stress e
psicologici. L’effetto generale antistress sembra derivare anche dalla stimolazione dei recettori di
pressione che causano un aumento dell’attività vagale che rallenta l’attivazione del sistema simpatico
(Diego et al., 2009).
Le pratiche di massaggio dolce quindi migliorano il PIACERE CORPOREO di chi le riceve e di chi le offre,
in quanto aumentano i livelli di serotonina, che a sua volta riattiva il sistema dopaminergico e la ripresa
vitale del Sé corporeo. Il contatto corporeo dolce migliora quindi la relazione empatica serotoninica,
ossitocinica ed endorfinica tra le persone.
Dati di efficacia clinica della terapia basata sul massaggio dolce
Rimandiamo la lettura del paragrafo relativo alle ricerche della Field sugli effetti del contatto dolce nei
neonati e negli adulti nel capitolo ** sulla genesi dei disturbi e dei blocchi psicosomatici.
138
Terapia basata sul contatto corporeo
È rilevante osservare che il contatto dolce e il massaggio delicato, a moderata pressione, senza particolari
competenze tecniche o professionali, permettono di riattivare il piacere corporeo e si sono dimostrati
semplici ed efficaci pratiche terapeutiche che abbiamo inserito nel nostro “protocollo base”, per ridurre i
comportamenti aggressivi, legati agli alti livelli di testosterone o i comportamenti iperattivi da eccesso di
dopamina, e aumentare i comportamenti pacifici ed empatici legati all’incremento dei livelli di
serotonina e ossitocina ed endorfina.
È fondamentale ricordare che il contatto corporeo è la prima via di relazione affettiva e piacevole con la
madre, moltissime persone tuttavia non hanno mai avuto questo tipo di contatto piacevole dalla propria
madre o dal padre e quindi il “contatto dolce” caratterizzato da quella semplice qualità materna, genera
nel paziente una risposta di apertura, fiducia e affidamento: elementi indispensabili per una buona
interazione terapeutica.
Mentre ancora oggi, in alcune scuole di psicologia e psicoterapia, il contatto fisico diretto con il paziente è
ostacolato in quanto ritenuto non appropriato nell’ambito del corretto setting terapeutico, nella nostra
scuola il contatto corporeo viene insegnato e sostenuto, sia come base del setting, per creare un reale
contatto con la persona, sia come pratica terapeutica di evidente efficacia su una ampia serie di disturbi
anche gravi.
Per queste ragioni il nostro protocollo terapeutico base prevede un ampio utilizzo di pratiche di contatto
corporeo empatico con le persone (pazienti), di massaggio dolce, di “maternage” e “paternage”, di
massaggio psicosomatico (diaframmatico, respiratorio e viscerale), di comunicazione sicura attraverso le
mani, di amichevole contatto corporeo sociale (attraverso abbracci, vicinanza fisica, condivisione dei
pasti e dei tempi di relax, vasche termali in piccoli gruppi), cerchi di meditazione e condivisione in cui il
contatto corporeo, attraverso le mani, è un elemento sostanziale.
Uno dei principali pregi delle terapie ad orientamento corporeo, e del nostro protocollo clinico
psicosomatico, in particolare, è precisamente quello di ripristinare l’efficacia del sistema del PIACERE
CORPOREO e quindi di ristabilire una funzionale attività della neuropersonalità serotoninica riportando
la persona in contatto piacevole e integro con il Sé corporeo e la dimensione somatica. Nella nostra
scuola, per riaprire e rivitalizzare il Sé corporeo sono utilizzate le tecniche di contatto corporeo e di
massaggio, le tecniche dolci di consapevolezza corporea e di body scan psicosomatico, le tecniche di
respiro, gli esercizi di energetica dolci-yin e forti-yang, il radicamento (grounding) e le varie meditazioni
attive, prese dal grande patrimonio di conoscenze medico-psicologiche-evolutive delle differenti
tradizioni spirituali.
La qualità del piacere corporeo per la cura dell’anedonia
Il piacere corporeo è la base del piacere di vivere e del Sé corporeo, l’eros freudiano e reichiano, e, su
questa considerazione, sostenuta dalle antiche tradizioni come da numerose scuole di medicina e
psicoterapia, abbiamo basato tutto il nostro lavoro clinico. Se il terapeuta vive con piacere la sua vita
trasmette al paziente questo senso “fisico” di piacere, non sessuale, che permette di trasformare una
pratica di massaggio tecnico, o di ginnastica, o di esercizio in un’esperienza di presenza e consapevolezza
corporea. La dominanza neurocognitiva corticale-mentale del terapeuta è in questo caso un invalicabile
ostacolo alla realizzazione di questo protocollo di base.
La qualità di saper trasmettere piacere in ogni momento e anche nel lavoro corporeo è un’arte che
purtroppo abbiamo in larga parte perso nel mondo occidentale, ma che, essendo nella natura intrinseca
di ogni essere vivente, è anche altrettanto facile recuperare.
Le due cause principali del blocco del piacere corporeo sono la “chiusura del cuore” e il dovere e la
serietà mentale. Se il terapeuta ha il cuore aperto e una buona “presenza energetica” può imparare a
trasmettere questa qualità con semplicità ed efficacia, usando un tempo e un modo appropriato per ogni
momento e per ogni pratica. Come abbiamo visto dagli studi della Field la pratica del “contatto dolce e
piacevole” è essenziale, e noi insegniamo molti tipi di “contatto” nel nostro training, partendo dal
semplice “tenersi le mani” ai più impegnativi maternage o paternage con una costante condivisione e
supervisione. Consideriamo queste pratiche di “contatto dolce e piacevole” come una terapia
serotoninica-ossitocinica-endorfinica, nel senso che deve comprendere il piacere fisico, affettivo e
profondo.
Il gruppo dell’apertura del piacere corporeo
139
Al Villaggio Globale, alla fine di Giugno, ogni anno si tiene il gruppo dell’apertura al piacere corporeo o
“apertura della pancia” che rappresenta il seminario di inizio del percorso di crescita personale. Il
gruppo è aperto in particolare a chi non ha mai avuto esperienze di lavoro collettivo.
In questo seminario si inizia con la mindfulness psicosomatica e gli esercizi di energetica dolce per
entrare nella dimensione energetica, seguendo il delicato filo del piacere e della rivitalizzazione
corporea.
Sono due giorni di rilassamento e di apertura dei sensi.
Il tempo estivo permette quasi sempre di lavorare sul prato all’aperto sotto il grande platano di fianco al
tempietto o nell’acqua fresca del torrente che scorre appena sotto.
Si sperimentano individualmente e in coppia tutte le pratiche del protocollo base antistress aiutando
ogni partecipante a superare i disturbi e i blocchi che ostacolano la naturale soddisfazione di sentirsi di
nuovo bene nel proprio corpo. Si insegnano alle persone come riappropriarsi gradualmente del piacere
corporeo dei sensi, il piacere di respirare, del gustare il cibo quotidiano, del bere l’acqua, del respirare,
dell’annusare, del lavorare, del riposare e anche del non-far-nulla e stare in pace.
Si saggiano vari massaggi e modalità di contatto, e anche la “terapia del solletico” che permette di
sbloccare rapidamente e gentilmente la tensione del diaframma e dello stomaco. Si praticano differenti
meditazioni sia calme e silenziose che dinamiche e intense. Si usa molto anche la voce, il canto, il disegno
e la danza. Questa piacevole energia che viene finalmente liberata dalle tensioni del corpo e della mente
viene immediatamente vissuta come consapevolezza dell’unità dell’essere: l’esperienza del Sé
psicosomatico.
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IPERATTIVAZIONE DEL SISTEMA DELLA PAURA/ANSIA
E I DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ CORTISOLICA
140
Il potere logora... chi non ce l’ha. Giulio Andreotti
L’attivazione del sistema della PAURA/ANSIA, associato alla produzione di cortisolo, rappresenta la base
di tutti i disturbi dello stress, aspecifico e specifico, a carico dei sistemi PNEI e di tutti i sistemi e organi
corporei, e per questo il protocollo base antistress, descritto nel precedente capitolo, rappresenta un
elemento di base della terapia neuropsicosomatica.
Come è stato già descritto, l’attivazione disfunzionale del sistema
della PAURA/ANSIA si attiva in modo disfunzionale nelle situazioni
di intenso o prolungato dolore o pericolo, oppure quando l’evento
(stressor) è troppo forte e violento, come nei traumi, il sistema della
PAURA/ANSIA non è in grado di reagire funzionalmente e si altera,
diventando cronicamente “disfunzionale”, aumentando i livelli del
cortisolo. La paura e l’ansia normalmente inibiscono il piacere
corporeo, la sessualità, il gioco, l’affettività, e la soddisfazione
globale.
Come è stato evidenziato nella nuova mappa psicosomatica dello
stress, questa alterazione si manifesta cronicamente come inibizione dell’azione “tesa” (con una
iperattivazione simpatica e un’alta reattività), o come inibizione dell’azione “ipotonica”, in cui prevale il
senso di arresa e l’attività parasimpatica.
Dobbiamo ricordare che lo stress da inibizione dell’azione,
caratteristico di questa neuropersonalità, è essenzialmente basato
sull’attivazione della PAURA, mediata dal cortisolo, e dall’attivazione
della funzione noradrenalinica di controllo e attenzione che
caratterizza in special modo il cervello sinistro (vedi fig. **).
Cloninger (1999) ha evidenziato come nelle persone con alti livelli di
cortisolo e serotonina vi sia la tendenza all’evitamento del danno che
espresse come harm avoidance. In questa neuropersonalità il Sé
esagera la naturale tendenza a proteggersi ed inizia ad evitare ogni
possibile pericolo (harm avoidance) ma anche tutte le situazioni ad alta intensità emotiva, anche se
positive e piacevoli. Questo atteggiamento è mediato a livello cognitivo da un elevato livello di
noradrenalina che modula gli stati di attenzione e controllo (vedi fig. **). L’asse cortisolo-noradrenalina
mostra una forte e diffusa relazione tra neuropersonalità di centrale importanza in neuropsicosomatica,
comune sia allo stress generico che in particolare all’inibizione dell’azione.
Neuropersonalità cortisolica e depressione
L’inibizione dell’azione “ipotonica” si manifesta più comunemente nelle persone più asteniche, deboli o
con bassa vitalità, e rappresenta un tratto tipico della neuropersonalità cortisolica che la predispone alla
depressione e disturbi caratterizzati da evitamento e tendenza al “ritiro dal mondo”.
Nel 1956 Board e colleghi, evidenziarono per la prima volta che i pazienti depressi mostrano elevati
livelli plasmatici di cortisolo. Sachar e la sua equipe, nel 1970, dimostrarono che nella depressione era
alterato e aumentato l’intero ritmo circadiano del cortisolo. Più recentemente è stata dimostrata la
relazione tra aumento dei livelli di cortisolo mattutino con il rischio di depressione.
In alcuni casi, come quando la situazione di dolore e paura è poco intensa ma continua (come un
bambino in una famiglia con una madre depressa o con una bassa vitalità o con eccessivi conflitti), la
risposta da stress si cronicizza in uno stato di inibizione e la persona si rinchiude in se stessa. Il disturbo
della neuropersonalità cortisolica da attivazione cronica del sistema della PAURA, si manifesta con
sintomi persistenti di ansia, comportamenti evitanti, chiusura e depressione latente.
La neuropersonalità cortisolica, in quanto basata sulla paura, la difesa e l’evitamento, è di fatto la più
resistente alla terapia e richiede un approccio psicologicamente e terapeuticamente molto sicuro,
affidabile e prolungato nel tempo.
I disturbi psicosomatici da PAURA a carico dei sistemi PNEI
Selye, Laborit e gli studi più recenti sullo stress (Fink, 2009), hanno confermato che la maggior parte
degli effetti nocivi dello stress è dovuta alla secrezione prolungata dei glucocorticoidi e del cortisolo.
Sebbene gli effetti a breve termine dei glucocorticoidi siano funzionali, quelli a lungo termine sono
altamente dannosi. Tra gli effetti patologici dell’eccesso di glucocorticoidi abbiamo: ipertensione,
danneggiamento del tessuto muscolare, diabete da steroidi, infertilità, inibizione della crescita, inibizione
delle risposte infiammatorie e depressione del sistema immunitario. Studi sperimentali dimostrano che
141
la guarigione da ferite indotte da biopsia richiede un tempo significativamente più lungo in soggetti
sottoposti a stress cronico. Sembra inoltre che lo stress attivo e, ancora di più l’inibizione dell’azione a
lungo termine, possano produrre danno cerebrale: è provato infatti che l’esposizione a lungo termine ai
glucocorticoidi danneggia e riduce i neuroni localizzati nell’ippocampo.
Tra i maggiori disturbi patologici evidenziati a carico dei sistemi PNEI sono riportati:
• Danni neurologici al sistema nervoso centrale. La sovraproduzione di cortisolo legata allo stress
danneggia il cervello, in particolare l'ippocampo, causando deterioramento della memoria e della
performance cognitiva in generale. Al contrario una scarsa attività dell’asse dello stress è collegata al
disturbo affettivo stagionale e alla sindrome da fatica cronica.
• Sistema immunitario e malattie autoimmuni. Una quantità importante di studi, dal 1970 ad oggi,
ha dimostrato l’effetto immunosoppressivo del cortisolo. La sovraproduzione di cortisolo, infatti,
inibisce la risposta Th1 che ci protegge dai virus e dalla trasformazione neoplastica. È importante
sottolineare che uno stress acuto ha un effetto stimolante sull’attività immunitaria: quantità
“fisiologiche” di cortisone incrementano infatti la produzione anticorpale e la proliferazione di
linfociti T, ed anche le catecolamine, nel breve periodo, stimolano soprattutto le cellule natural killer
e i linfociti B.
Nel corso di stress cronico, invece, sia il cortisolo sia le catecolamine dislocano il sistema su una
posizione Th2. Il cortisolo, altera il profilo delle citochine sopprimendo la citochina IL-12 e favorendo
l’IL-4, l’IL-10 e le catecolamine, che hanno lo stesso effetto poiché i recettori ß-adrenergici che
recepiscono il segnale non sono espressi sui linfociti precursori Th1 ma solo sui Th2.
Sotto stress si assiste ad una ridistribuzione dei leucociti: nello stress acuto le cellule immunitarie
vengono indirizzate nei linfonodi e nelle superfici della cute e delle mucose (respiratorie, intestinali,
genito-urinarie). Nello stress cronico, invece, i linfociti vengono sequestrati negli organi linfoidi
centrali, milza in particolare.
• Oppioidi e analgesia endorfinica. Sotto stress, per azione di CRH e AVP (l’ormone antidiuretico),
vengono liberati oppioidi con funzioni analgesiche (analgesia endorfinica) che noi ipotizziamo
potrebbe essere una spiegazione dell’eccesso di protezione caratteristico di questa neuropersonalità.
Contemporaneamente gli oppioidi attivano il sistema dello stress, sia dal lato dell'asse ipotalamo-
ipofisi-surrene, sia dal lato del sistema nervoso simpatico. Gli oppioidi hanno quindi un effetto
inibitorio sui Th1. Lo stress cronico diminuisce le difese immunitarie, di conseguenza, regolando il
“tono oppioide” complessivo, è possibile modulare la bilancia Th1/Th2.
• Infiammazione. L’infiammazione è parte integrante della reazione di stress (Paul H. Black, 2002)
come conseguenza dell’attivazione del simpatico e della produzione di cortisolo. Sotto stress vengono
prodotte citochine infiammatorie, ad esempio, l’IL-6 viene rilasciata dall’endotelio dei vasi e dal
grasso sottocutaneo e viscerale. L’infiammazione rappresenta uno dei sintomi fisici più evidenti dello
stato di stress. L’infiammazione si manifesta classicamente con i cinque sintomi: rubor, tumor, calor,
dolor e functio lesa, ossia come arrossamento, tumefazione (edema), calor (aumento di temperatura)
dolore e inibizione della funzionalità della parte lesa.
• Sindrome metabolica e insulino-resistenza. Un numero sempre più consistente di studi evidenzia
come l’aumento cronico e protratto nel tempo della secrezione di cortisolo, adrenalina e
noradrenalina, provocano un’eccessiva stimolazione dell’insulina che poi degenera in insulino-
resistenza e “sindrome metabolica”. La sindrome metabolica è caratterizzata da una situazione clinica
che comprende una serie di fattori di rischio e di sintomi che si manifestano contemporaneamente
nell'individuo. Questi sono spesso correlati allo stile di vita della persona (peso eccessivo, vita
sedentaria) o a situazioni patologiche preesistenti (obesità, ipercolesterolemia - presenza di un
elevato tasso di colesterolo nel sangue - ecc.). Colpisce un'elevata percentuale della popolazione a
livello mondiale, principalmente d'età avanzata.
• Sindrome metabolica e patologie cardiovascolari. La sindrome metabolica è caratterizzata da una
situazione clinica ad alto rischio cardiovascolare. Gli studi svolti confermano che gli individui colpiti
dalla sindrome metabolica, che non cambiano drasticamente il proprio stile di vita, hanno un elevato
tasso di mortalità legato a problemi cardiovascolari.
• Insulino-resistenza e diabete di tipo 2.
• Obesità Ciò è dovuto ad una pluralità di meccanismi: l’iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-
surrene, che il cortisolo non è in grado di spegnere, anche per l’eccessiva stimolazione che riduce
l’attività dei recettori per il cortisolo. Prima dell’esaurimento dell’attività recettoriale, l’eccesso di
cortisolo stimola il rilascio di dopamina dal nucleo accumbens; questo circuito del piacere rinforza
142
positivamente la reazione di stress. Il circuito dopaminergico è anche fortemente stimolato
dall’assunzione di cibo, in particolare carboidrati e grassi. S’innesca così un circolo vizioso per cui la
persona stressata ricerca cibo ricco di zuccheri e grassi come conforto, determinando
l’iperattivazione del sistema dello stress e di quello del piacere.
Vanno inoltre segnalate le importanti connessioni del sistema dello stress con altri assi neuroendocrini:
• Asse tiroideo Il CRH determina l’aumento della somatostatina che inibisce la produzione di TSH.
Inoltre, gli alti livelli di cortisolo ematico determinano il blocco della conversione del T4 in T3, in
altre parole impediscono un’adeguata produzione dell’ormone tiroideo attivo. Anche l’IL-6
interferisce negativamente sul TSH, quindi i disturbi tiroidei, specie l’ipotiroidismo, possono essere il
risultato di un’azione stressante.
• Asse sessuale-riproduttivo Sia il CRH, sia le ß-endorfine, sia il cortisolo inibiscono la produzione di
Gn-RH che regola l’asse sessuale. Inoltre il cortisolo, con la sua azione sull’ipofisi, determina il blocco
di FSH e LH.
• Effetti epigenetici dello stress materno sul neonato (vedi paragrafo “stress in gravidanza: effetti
epigenetici sul neonato”, nel capitoletto sui disturbi del sistema SESSO/RIPRODUZIONE). Lo stress e
la depressione materna nei primi mesi di vita determinano nei bimbi un aumento del cortisolo ed un
aumentata risposta del cortisolo agli stimoli stressanti che permane anche negli anni successivi.
Questo tema sarà approfondito nel capitolo sulla genesi dei disturbi psicosomatici.
Postura e blocchi corporei caratteristici
La postura più caratteristica della neuropersonalità cortisolica, che rappresenta una vera difesa del Sé
per l’attivazione cronica da PAURA, si manifesta con una tensione delle spalle e del dorso che appaiono
leggermente ricurvi, come avesse un peso sulle spalle, con la testa china e gli occhi che evitano di
guardare ed essere guardati. La voce spesso è sotto tono.
Come si può osservare dalla Figura ** in medicina l’eccesso di cortisolo, di solito dovuto ad adenoma
ipofisario, genera la “sindrome di Cushing” (a sinistra) che presenta un quadro posturale e
sintomatologico in larga parte sovrapponibile alla struttura tipologica o “corazza caratteriale” del
“masochista” descritto da Lowen (a destra).
Ricordiamo, per correttezza e per non cadere nella tendenza a categorizzare rigidamente strutture
caratteriali troppo semplificate (come è successo con
molte scuole di bioenergetica e di gestalt), che questi
esempi eclatanti di postura sono tra i più osservati, ma
anche che l’eccessiva attivazione del sistema PAURA-
ANSIA e della neuropersonalità cortisolica disfunzionale
può manifestarsi, ovviamente, in persone di ogni struttura
corporea, dai magri longilinei ai normotipi.
Dal punto di vista corporeo, la neuropersonalità
cortisolica si manifesta con tensione muscolare nucale (da
ipercontrollo) che si estende all’intera colonna vertebrale,
blocco diaframmatico-digestivo, spesso con una
caratteristica tensione alla zona anale che sembra
trattenuta e introflessa, gambe sovente irrigidite e
pesanti, alterazione della normale pulsazione respiratoria
che spesso si manifesta con chiusura del torace e
ampiezza del respiro ai minimi fisiologici. Il torace è
spesso rigido e poco espanso. Nei casi più critici, si osserva anche un
blocco oculare da evitamento visivo, in cui gli occhi appaiono come spenti, poco vitali, che guardano in
dentro, con un’evidente incapacità del soggetto a guardare direttamente negli occhi le persone.
Il blocco psicosomatico primario da paura-stress e i disturbi collegati
La tensione allo stomaco è un sintomo generale aspecifico da stress. Come è stato precedentemente
descritto, la base del sistema del PIACERE CORPOREO è il sistema digestivo, che produce il 90% della
serotonina del corpo, ed è legato all’attività rilassata del parasimpatico. L’attivazione dell’asse dello
stress e del sistema simpatico da pericolo-paura, che inibiscono dell’attività gastro-intestinale e il
rilassamento parasimpatico (Cannon) generano cattiva digestione, disbiosi intestinale, abbassamento
della serotonina, inibizione del sistema immunitario e disfunzionalità del “cervello enterico” che insieme
143
rappresentano uno dei principali meccanismi neurofisiologici alla base delle malattie psicosomatiche.
L’origine di questo blocco è facilmente intuibile pensando a un erbivoro che normalmente passa la sua
giornata a mangiare erba e vegetali ma che, in caso di attacco di un predatore, deve istantaneamente
inibire l’attività dell’intero sistema digestivo, dall’alimentazione alla defecazione, che rallenterebbero e
metterebbero in pericolo la sua vita, per concentrare tutte le sue energie fisiche e cognitive sulla fuga.
Nella nostra scuola, consideriamo che il blocco dello stomaco è fortemente connesso al blocco del
diaframma. Insieme rappresentano uno dei più evidenti organi bersaglio, manifestazione organica dello
stato di tensione neuropsichica da stress e attivazione del sistema della PAURA.
In particolare la tensione cronica del diaframma si riflette spesso sulla tensione del cardias, la valvola
muscolare che separa l’esofago dallo stomaco, che, col tempo, si deteriora passando da uno stato di
eccesso di tensione, ad una perdita di tensione che genera l’ernia iatale e il reflusso gastroesofageo.
A volte, la tensione dello stomaco può riflettersi, specie nelle persone con una struttura longilinea e
nervosa, in un parallelo blocco del piloro che genera la sensazione di “stomaco chiuso”, o di “cibo che
resta sullo stomaco”, o che “non mi va giù”.
Blocco del diaframma e blocco del respiro
Il diaframma è il più importante muscolo respiratorio e, quindi, la tensione o il blocco dell’”organo”
diaframma si riflette immediatamente sulla “funzione” della respirazione, modificando il normale ritmo e
la corretta profondità della pulsazione del respiro, generando un ritmo respiratorio alterato o, nei casi
più gravi, bloccato. Il blocco del diaframma incide, quindi, sugli tutti organi dell’addome e in particolare
sul colon (uno degli organi “cavi”, della medicina tradizionale cinese associato ai polmoni) che necessita,
per la sua funzione di trasporto dei residui del cibo al suo interno, della pulsazione ritmica e regolare del
respiro. Anche il colon e le funzioni associate possono essere un evidente organo bersaglio dello stress.
Semplificando possiamo osservare che quando il ritmo respiratorio addominale è troppo teso, agitato e
accelerato (eccesso simpatico), la tensione-pressione sul colon favorisce la parallela accelerazione del
transito, con una diminuzione dei tempi di assorbimento dell’acqua presente nelle feci, che quindi sono
troppo molli e non formate, come nel colon irritabile. Se il ritmo addominale è invece troppo contratto e
bloccato, anche l’attività del colon si blocca e rallenta il transito, con un aumentato assorbimento
dell’acqua che genera fenomeni di stitichezza.
Riassumendo: la tensione allo stomaco e al diaframma, come sintomi aspecifici da stress, sono alla base
di numerosi disturbi specifici come: crampi allo stomaco, ernia iatale, gastrite, dolori colici addominali,
nausea, colite, ulcera peptica, meteorismo, vomito, stitichezza, diarrea, intolleranze alimentari, ma anche
di disturbi psicosomatici apparentemente distanti ma strettamente collegati come in particolare: crisi di
panico, cefalee, labirintiti, insonnia, bruxismo, disturbi della sessualità da stress e molte altre.
Freezing, inibizione dell’azione e blocco del sistema respiratorio
Mentre nella risposta attiva di attacco e fuga, il sistema respiratorio viene fortemente attivato dalle
catecolamine (adrenalina e noradrenalina), permettendo così al soggetto di ossigenare il sangue e
facilitare l’attività energetica dei muscoli e del cervello, nell’inibizione dell’azione osserviamo invece che
il sistema nervoso inibisce il sistema respiratorio e muscolare in genere, generando il fenomeno del
“congelamento” (freezing), in cui il soggetto, animale o umano, interrompe ogni attività fisica e si
immobilizza, letteralmente “senza fiatare”, per non farsi sentire e così sfuggire ad un possibile pericolo o
un predatore.
In questo caso, molto comune, si osserva un parallelo “blocco” del diaframma, dello stomaco, dell’ano
(evacuazione) e della gola che si riflettono sull’alterazione della normale funzione della respirazione,
generando le basi fisiologiche dei più comuni disturbi dell’apparato respiratorio, come l’asma bronchiale
e le dispnee.
“Blocco anale”, masochismo e “fase anale”
Il blocco anale è uno dei disturbi più comuni e studiati della psicosomatica e della psicologia in quanto l’ano e la
funzione della defecazione sono caratteristici organi e sistemi bersaglio del sistema della PAURA/ANSIA e della
neuropersonalità cortisolica.
In etologia, come in ogni cultura del mondo, la paura è stata associata alla contrazione dei muscoli anali,
indicativo il “cane con la coda tra le gambe”, e alla defecazione. Se si osserva un gregge impaurito, si vede
con chiarezza come le pecore, animali paurosi per eccellenza, mentre scappano, evacuano le feci:
letteralmente “se la fanno sotto dalla paura”. Questa è diventata probabilmente una componente genetica
ereditaria, che alcuni individui esprimono in modo più evidente. In ogni cultura esistono analoghi modi
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di dire, e giudizi, che associano la paura al “farsela addosso”. Per contenere liberazione spontanea e
piacevole delle feci la persona deve aumentare il livello di controllo neuromuscolare per contrarre il
pavimento pelvico e stringere i muscoli anali. In breve tempo questo stato di controllo diventa cronico e
disfunzionale. Questa struttura psicosomatica controllante e trattenuta dal piano propriamente fisico si
estende al piano emotivo e psicologico.
Come è stato già puntualizzato, i disturbi della neuropersonalità cortisolica rispecchiano molto i disturbi
del carattere “masochista” freudiano, reichiano e loweniano.
L’eccessiva attivazione del sistema della PAURA è quasi sempre associato ad un’iperattivazione del
sistema noradrenalinico del controllo mentale, portando questa neuropersonalità a sviluppare
un’esagerata sorveglianza, per evitare i possibili danni e le esposizioni emotive e sociali.
Consideriamo che la “fase anale” di Freud nasce nella Vienna dei primi del novecento, dove il clima
freddo, la carenza di servizi igienici riscaldati nelle case, l’assenza delle lavatrici e dei pannolini,
rendevano certamente molto stressante pulire la cacca dei bambini piccoli. Da lì l’attenzione, a volte
eccessiva e nevrotica delle mamme e dei genitori viennesi sulle normali funzioni di evacuazione da cui
poi, nel tempo, il bambino sviluppava di riflesso l’associazione della tensione al controllo degli sfinteri.
Oggi, con l’avvento dei pannolini, questo problema di eccessivo controllo materno è in parte superato, ma
la tensione anale da controllo e timore del giudizio, tuttavia, rimane ancora una caratteristica molto
evidente in molte persone.
Trattenimento delle emozioni, evitamento, timore dell’esposizione, vergogna di Sé e delle proprie
funzioni, senso di inadeguatezza, alessitimia, precisione, anche avarizia e perfezionismo, dipendenza,
sottomissione, iposensibilità sono qualità che psicologicamente sono state associate a questa tipologia di
personalità. Vedremo a breve come il blocco anale sia uno degli elementi che spesso si ritrovano anche
nei disturbi della sessualità e nei disturbi di panico in particolare.
Il processo di cura e di crescita personale per questa tipologia di blocco psicosomatico è orientato a
riaprire le difese energetiche del sistema della risposta attiva dello stress, dell’aggressività, del piacere
corporeo e del gioco che gli permettono di sciogliere progressivamente la sua chiusura protettiva.
Il blocco dei reni nella medicina tradizionale cinese
Nella medicina tradizionele cinese lo shen dei reni zhì (志) è caratterizzato dalla volontà, dall’energia del
potere e della forza vitale e sessuale. L’emozione della paura (wu zhi) indebolisce e a volte blocca il rene,
e viceversa il rene debole e scarico genera più facilmente il senso della paura. Le surrenali infatti
producono sia testosterone, adrenalina e noradrenalina, gli ormoni della sessualità, della vitalità e della
forza, ma anche il cortisolo, ormone associato alla paura.
Alessitimia generale e specifica: il “blocco della rabbia”
Nelle ricerche internazionali, l’alessitimia è stata particolarmente associata ad uno stile di attaccamento
insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno, talvolta ossessivo, di attenzioni e cure. Nella
neuropersonalità cortisolica, si osserva molto spesso un elevato livello di alessitimia che si manifesta con
una tendenza generale alla vergogna e alla difficoltà ad esprimere le emozioni, specialmente in pubblico
o in situazioni di esposizione emotiva. La specifica alessitimia che caratterizza questa neuropersonalità è
la difficoltà a riconoscere e ad esprimere il potere, la rabbia e la propria aggressività.
Il Sé della neuropersonalità cortisolica è disfunzionalmente identificato con il proprio lato debole e
sottomesso, in quanto la paura di fondo genera una visione distorta della propria realtà, in cui viene
enfatizzata la propria vulnerabilità e sminuita la propria forza fisica. È caratteristico un forte senso di
inferiorità, di vergogna e spesso anche un profondo “senso di colpa”. Il Sé esagera la naturale tendenza a
proteggersi da ogni possibile danno (harm avoidance) e vive l’espressione della propria rabbia come un
forte pericolo, capace di generare conflitti verbali che possono portare, eventualmente, anche allo
scontro fisico, da cui ritiene ne uscirebbe sicuramente sconfitto. Per questo tende a inibire, controllare e,
a volte, sopprimere completamente la rabbia che poi emerge in modo più subdolo e freddo come rancore,
risentimento, sarcasmo, o rabbia rivolta su se stessi (masochismo come aggressività rivolta verso se
stessi, per l’incapacità di agirla verso gli altri).
Gola e tiroide come organi-funzioni bersaglio
Questa tendenza alessitimica generale a inibire l’espressione emotiva si somatizza sulla gola come
organo primario della funzione dell’espressione di Sé, e su tutti gli organi del 5° livello psicosomatico:
tiroide, vie aeree, bronchi, polmoni. Questa “resistenza” si manifesta spesso anche con una caratteristica
difficoltà ad esprimere la propria voce, con un “volume” e un timbro normale, a volta, durante le pratiche
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di respiro globale, la persona prova vergogna anche a fare un semplice suono in espirazione come una
“haaa” al termine di uno sbadiglio.
Le nostre pratiche in breve tempo permettono alle persone di prendere coscienza delle proprie
resistenze e di sciogliere consapevolmente i propri blocchi espressivi, spesso liberando grandi “volumi”
di emozioni trattenute, dal pianto alla rabbia.
Ricordiamo che la repressione delle emozioni e della rabbia, pur con differenti motivazioni e logiche, è
presente in quasi tutte le neuropersonalità parasimpatiche/passive (sulla destra della Mappa
Neuropsicosomatica). Questa difficoltà alessitimica la ritroviamo in modo diametralmente opposto nella
neuropersonalità simpatica testosteronica, aggressiva e dominante, che invece non riesce ad esprimere
la sua paura e il suo lato pavido e delicato.
Nelle persone che non lavorano su questi blocchi, la rabbia non espressa viene trattenuta a livello
muscolare profondo influenzando negativamente le relazioni e il lavoro, e degenerare in scoppi di rabbia
non controllati (in alcuni casi limite fino all’omicidio) o in diverse malattie psicosomatiche lievi o gravi,
come la sindrome metabolica, i disturbi della tiroide e il cancro.
Abbiamo cartelle cliniche che testimoniano come il profondo lavoro di disinibizione dell’espressione
emotiva, e della rabbia in particolare, attraverso le pratiche di respiro globale, di energetica yang, di
emotional release e di “meditazione dinamica”, ha portato al miglioramento di numerose disfunzioni
tiroidee, e in alcuni casi addirittura alla scomparsa di noduli alla tiroide e alla guarigione di tiroiditi
autoimmunitarie di Hashimoto.
Stress della madre in gravidanza: effetti epigenetici sul neonato
(Vedi paragrafo “stress in gravidanza: effetti epigenetici sul neonato”, nel capitoletto a pag. 108 sul
“protocollo per la nascita consapevole”).
Basi psicosomatiche della sindrome metabolica
Da molti anni, stiamo valutando l’ipotesi, che sembrerebbe confermata da alcuni recenti studi, che alla
base della “sindrome metabolica” ci sia una forte inibizione dell’azione, caratterizzata da elevati tassi di
cortisolo. È importante ricordare ancora una volta che uno stato di ipercortisolismo, come nello stress
cronico da inibizione dell’azione, produce modificazioni metaboliche che favoriscono l’insorgenza di un
iperinsulinismo secondario che predispone alla “sindrome metabolica”.
In uno studio condotto su 2.732 adulti statunitensi, da Williams Janice e colleghi (Williams et alii, 2012)
pubblicato su Circulation, la rivista dell’American Heart Association, si evidenzia che alti livelli di rabbia e
ostilità, sia verso se stessi (masochismo), sia verso gli altri, sono associati anche ad un aumento della
“sindrome metabolica” o “sindrome da insulino-resistenza”. In ambito medico, essa definisce una
situazione clinica ad alto rischio cardiovascolare che comprende: obesità, presenza di un elevato tasso di
colesterolo nel sangue, tendenza alla vita sedentaria, all’insulino-resistenza, al diabete, alle malattie
cardiovascolari e all’ipertensione che colpisce un’elevata percentuale della popolazione a livello
mondiale, principalmente d’età avanzata.
Nello studio è riportato che una delle tendenze caratteriali più distintive di questa sotto-popolazione è
contraddistinta da frasi: “tendo a nutrire rancori”, “perdo le staffe” o “faccio commenti sarcastici”
descrivano caratterialmente questa sotto-popolazione, tendenze che contraddistinguono la
neuropersonalità cortisolica negativa.
Ricerche sulla relazione tra cancro e repressione della rabbia
In uno studio condotto dal Dipartiment of Epidemiology, School of Public Health, Università del Michigan, i
ricercatori hanno scoperto che la repressione della rabbia è correlata ad una mortalità precoce, sia negli
uomini sia nelle donne. La repressione della rabbia negli uomini influenza in modo significativo la
pressione sistolica del sangue e le patologie bronchiali, che sono cause predittive di mortalità in generale
e di problemi cardiovascolari in particolare. I risultati mostrano che per le donne c’è una correlazione tra
rabbia repressa e mortalità precoce, per tutte le cause cardivascolari e per il cancro.
In una ricerca condotta presso il College of Nursing dell’Università del Tennessee, sulla relazione tra
rabbia e cancro (Thomas et al., 2000), sono stati riscontrati livelli elevati di inibizione o soppressione
della rabbia. Questo dato è emerso in numerosi studi su pazienti con cancro. Evidenze sperimentali
dimostrano che la rabbia repressa può essere un fattore predisponente allo sviluppo del cancro ed anche
un fattore che determina la sua progressione dopo la diagnosi.
Un importante studio condotto dal Dipartiment of Psicology dell’Università di Miami conferma la
relazione psicosomatica che lega la repressione delle emozioni, e in particolare della rabbia, al blocco
146
anale e alle patologie ad esso correlate, come il tumore della prostata. In questo studio, i ricercatori
hanno trovato negli uomini con cancro alla prostata che hanno fortemente represso la propria rabbia, un
minor numero di cellule natural killer, le principali cellule del sistema immunitario che combattono il
cancro.
Neuropersonalità cortisolica e personalità di “tipo C”
La neuropersonalità cortisolica ha caratteristiche di fondo in buona parte sovrapponibili alla personalità
di “tipo C”. Negli anni ’80, alcuni studi hanno portato all’elaborazione di un modello di personalità
definito di “tipo C” o “cancer-prone personality” che è caratterizzata da un insieme specifico di
atteggiamenti (accondiscendenza, conformismo, passività, scarsa assertività), tratti emozionali
(tendenza a reprimere le emozioni, in particolare, rabbia e aggressività) e “locus of control” esterno
(Phares, 1957). La continua repressione emotiva si tradurrebbe, in questi soggetti, in un’iperattivazione
ripetuta o cronica del sistema neurovegetativo e quindi all’ipercortisolemia che, a lungo termine, porta
alla compromissione della risposta immunitaria. La personalità di “tipo C” si caratterizza per la tendenza
a reprimere le emozioni, mentre la personalità di “tipo A” tende a esprimere più facilmente le emozioni e
spesso anche in maniera meno controllata. Nelle ricerche descritte si può osservare come la repressione
della rabbia sia un elemento predisponente al cancro, sia negli uomini sia, soprattutto, nelle donne.
Sintomatologie cliniche progressive della neuropersonalità cortisolica
Riassumendo quanto esposto fino ad ora:
1) I principali sintomi di lieve intensità, da “disregolazione” del sistema della PAURA/ANSIA e della
relativa neuropersonalità cortisolica sono: ansia leggera, insicurezza, tendenza ad evitare di esporsi
in situazioni rischiose o ad alta emotività, vergogna delle proprie emozioni, tendenza a inibirsi,
tendenza alla remissività.
2) I principali sintomi di media gravità del sistema della PAURA/ANSIA, anche se poco visibili in quanto
spesso accuratamente nascoste da chi ne soffre
anche se ne limitano la vita, si manifestano
come: fobie eccessive, ansie ingiustificate, timori
irrazionali, tendenza alla rassegnazione,
alessitimia specifica (difficoltà a riconoscere e ad
esprimere) l’espressione della RABBIA e
dell’aggressività in genere. Questi sintomi di
moderata gravità, raffigurata nella sfera
intermedia della mappa (vedi fig. **), sono chiari
segni di una “disconnessione” e di una
progressiva “dominanza” che il sistema della
PAURA/ANSIA esercita sull’intero network
neuro-psico-somatico, contenendo e inibendo
l’intensità e la ricchezza della vita della persona. Questi sintomi tuttavia spesso possono essere
“compensati” dal Sé che, nonostante le difficoltà, riesce a manterere uno stile di vita limitato ma
sufficientemente funzionale.
3) I principali sintomi gravi del sistema della PAURA/ANSIA rientrano nel disturbo evitante di
personalità, nei disturbi d’ansia e nei disturbi del Sé, che si manifestano con i sintomi
dell’evitamento, delle fobie e del disturbo post traumatico da stress. In quest’ultimo disturbo, i
principali sintomi accusati dai pazienti sono riassunti dalla cosiddetta “triade sintomatologica”, come
definita dalla classificazione del DSM-5: intrusioni, evitamento, iperattivazione psicofisiologica
(hyperarousal). La dittatura del sistema della PAURA si osserva in modo eclatante nelle situazioni
sociali, quando ad esempio una folla durante una partita o una manifestazione entra in un panico
collettivo, “perde la testa” e fugge in modo irrazionale, schiacciando e uccidendo persone in modo del
tutto inconsapevole. I sintomi gravi sono caratterizzati dal fatto di non poter essere “compensati” dal
Sé e quindi di generare situazioni altamente disfunzionali e a volte rovinose nella vita famigliare,
sociale e lavorativa della persona.
Come si può vedere nell’immagine a lato, la fisiologica e funzionale paura (al centro della mappa),
diventa progressivamente sregolata e disconnessa dal network psicosomatico (fascia intermedia), fino ai
disturbi più gravi (fascia esterna) in cui la paura influenza in modo “dittatoriale” il network
psicosomatico e si sostituisce alla funzione regolatrice del Sé.
147
Esempio di lavoro integrato sulla neuropersonalità cortisolica
Il protocollo base, descritto nel precedente capitolo, rappresenta la prima fase del lavoro psicosomatico
per tutti i disturbi o i blocchi aspecifici da stress, caratteristici della neuropersonalità cortisolica.
Parallelamente agli esercizi del protocollo si lavora con la mindfulness psicosomatica sulla
consapevolezza del problema e l’accettazione di Sé e degli aspetti disfunzionali della neuropersonalità
cortisolica. Quando si identifica un blocco specifico, d’organo o di funzione, si cerca di percepire e
sciogliere le tensioni locali e sull’intero livello psicosomatico. Nel caso di blocco al colon o all’ano ci si
focalizza ad esempio sul dermatomero sacrale o coccigeo corrispondente e si lavora sulla mobilizzazione
del bacino, sulle gambe, col radicamento, con gli esercizi respiratori muscolari di “tensione e
rilassamento” e altri simili fino a che il disturbo si è allentato.
Per sbloccare il diaframma si lavora specialmente con le respirazioni profonde e il rilascio delle
emozioni. Abbiamo osservato che molte persone che lamentano un forte dolore epigastrico, dopo aver
liberato intense emozioni, riportano con sorpresa che il dolore è “magicamente” scomparso.
Pratiche per sciogliere le rigidità da paura
Nella neuropersonalità cortisolica, e nella sua neuropersonalità noradrenalinica associata, si osserva una
evidente rigidità corporea strutturale, o “corazza caratteriale”, che condiziona la persona in uno schema
corporeo irrigidito e disfunzionale, e che rappresenta la base psicosomatica dei comportamenti evitanti.
Per sciogliere queste rigidità strutturate basate sull’eccesso di PAURA/ANSIA si inizia un lavoro di
rinforzo del Sé corporeo e si utilizzano diverse pratiche per il riequilibrio delle funzioni inibite della
forza fisica, lavorando con gli esercizi di energetica yang-forti, basati sul piacere di usare la propria forza
fisica e attivare il sistema del potere personale fisico, emotivo e psicologico.
Questi esercizi sono derivati dalle pratiche di Tai Chi, di Qi Gong, da cui sono nate le arti marziali, e di
Yoga dinamico e sono considerate pratiche di lunga vita con numerose attestazioni di efficacia in
numerose patologie e disturbi da rigidità corporea (vedi referenze in fondo al capitoletto).
Si affianca poi un lavoro di rinforzo del Sé emotivo, basato sul rinforzo e l’attivazione della
neuropersonalità “dopaminica” attraverso la “terapia del gioco” la vera forza propulsiva che permette di
superare la paura sentendo che si può giocare un po’ di più nella vita.
Nei gruppi questo rinforzo dopaminico è molto semplice da realizzare attraverso soprattutto la danza
con musiche intense e divertenti e l’energia collettiva del ritmo, del divertimento e dell’entusiasmo,
trascina e coinvolge anche le persone più timide ed evitanti, che sciolgono le rigidità psicosomatiche
caratteriali.
Quando queste prime fasi sono stabilizzate, si inizia il lavoro sulla progressiva espressione
“testosteronica” della rabbia repressa e accumulata negli anni. Per questo utilizziamo inizialmente gli
esercizi di energetica forte o yang, e poi differenti esercizi di bioenergetica, di gestalt e la meditazione
dinamica. Spesso emergono traumi o memorie infantili difficili e si opera con le respirazioni
psicosomatiche e le pratiche di regressione ed emotional release, per liberare psicosomaticamente i
vecchi blocchi. Si inizia quindi un lavoro di gruppo, per allentare la paura dei giudizi esterni e migliorare
il piacere della socializzazione. Dopo questa prima “ristrutturazione psicosomatica”, si applicano le
pratiche psicoterapeutiche più classiche per iniziare il superamento dei comportamenti evitanti,
partendo dai più leggeri.
IPERATTIVAZIONE E INIBIZIONE DEL SISTEMA DELLA
RABBIA/DOMINANZA
E I DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ TESTOSTERONICA
148
Evidenze cliniche di dominanza e dittatura testsosteronica
Prendiamo ora in considerazione l’iperattivazione del sistema RABBIA/DOMINANZA, che genera una
neuropersonalità testosteronica disfunzionale, più comune nei maschi, che si manifesta con un’eccessiva
reattività e aggressività fisica, emotiva e cognitiva, associata ad una persistente carica simpatica.
L’iperattivazione del sistema RABBIA/DOMINANZA e il relativo aumento di testosterone, adrenalina e
spesso anche di serotonina e noradrenalina, tende a esaltare le caratteristiche della neuropersonalità
testosteronica che si manifestano con un cluster, una varietà di sintomi interconnessi tra loro a differenti
livelli di gravità.
Postura e blocchi corporei caratteristici
Una delle caratteristiche che contraddistinguono questa neuropersonalità è la sua struttura corporea o
“corazza caratteriale”, che esalta la propria forza e irruenza ma anche un’evidente tensione
neuromuscolare, spesso sostenuta da una struttura fisica carica, con gambe apparentemente ben
radicate, torace tendenzialmente pieno e in iper-espansione, mascella in avanti, viso e sguardo diretto,
che fissa negli occhi le persone e in particolare le donne e i più deboli, in modo a volte intrusivo, sfidante
e quasi alla ricerca di un contatto fisico.
La pelle e il corpo sono spesso caldi e “sanguigni”. Bassa o assente amorevolezza e gentilezza, anche con i
partner, che questa personalità ha la tendenza ad assoggettare e ad opprimere. Gli alti livelli di
testosterone si manifestano anche come tendenza alla dominanza sul partner e alla gelosia, che può
sfociare in comportamenti violenti e modalità prepotenti, anche nel tono della voce e nei modi.
La voce è spesso alta, sonora e sopra tono e lascia trapelare un eccessivo senso egoico di Sé (falso Sé) e
senso di superiorità sempre associato ad una tendenza a comandare, a prevalere ed a sminuire e
sottomettere gli altri. Le abitudini di questa neuropersonalità tendono agli eccessi alimentari, all’abuso di
alcool, di sostanze eccitanti o psicoattive, all’esagerazione della spinta nel lavoro, negli sport, come
nell’attività sessuale. Lo stress classico da iperattività, le tensioni muscolari e l’insonnia accompagnano
questa neuropersonalità in eccesso. Sono spesso evidenti i sintomi di cattiva digestione, di fegato
ingrossato (da alcool o cibi grassi), di stanchezza cronica.
L’eccesso di attivazione del sistema simpatico tende a caricare e forzare i sistemi interni e, in particolare,
il sistema cardio-circolatorio e nervoso.
Il lato polare di questa iperattivazione è che l’energia spesa in eccesso all’esterno si riflette poi in una
fase di esaurimento, con stanchezza persistente, abbassamento della vitalità e, a volte, depressione
ansiosa.
Nei casi migliori questa tendenza, se mediata dalla neuropersonalità dopaminica, può diventare attività
produttiva, spinta lavorativa o competizione sportiva.
Spesso invece questa neuropersonalità, non riuscendo a realizzare tutti i suoi sogni, deve reprimere la
rabbia e il desiderio di dominanza, ma non riesce ad accettare la sconfitta e quindi a calmarsi, restando in
uno spazio di rancore e frustrazione che si manifesta con nervosismo, tensioni nervose e muscolari, in
particolare delle mascelle (bruxismo), della spalla e braccio destro (trattenimento della rabbia) e del lato
destro (fegato), in genere.
I suoi schemi cognitivi, attivando il sistema noradrenalinico, possono tendere all’ossessione e alla
paranoia: sensazione che la sua donna lo tradisca, richieste eccessive di sicurezza, sensazione che le
persone ce l’abbiano con lui, che l’abbiano preso di mira, che lo vogliano ledere. Nell’antica medicina
tradizionale cinese, questa neuropersonalità collegata all’elemento legno, tende a deteriorare il fegato
(eccessiva espressione della rabbia) o la cistifellea (rancore e rabbia trattenuta) e poi il cuore e la
circolazione.
Iperattivazione del sistema simpatico
I sintomi classici dello stress attivo, in particolare da eccesso di lavoro, di tensione o di impegni, sono
molto spesso causati dell’eccessiva attivazione del sistema della RABBIA/DOMINANZA e del sistema
noradrenalinico dell’attenzione mentale, che si manifestano in primo luogo con l’eccesso di attivazione
simpatica e neuromuscolare.
Questo eccesso di tensione psicosomatica generale, che caratterizza la neuropersonalità testosteronica,
genera col tempo numerosi disturbi da stress attivo, come difficoltà a rilassarsi adeguatamente, insonnia,
iperattività, crampi allo stomaco, al sistema digestivo e al fegato (ma anche emorroidi da stasi epatica e
da sovraccarico della vena porta e dell’intestino), disturbi dell’apparato muscolare, cefalea, crampi,
torcicollo, e nei casi di rabbia trattenuta, la contrazione dei muscoli paravertebrali provoca lo
schiacciamento delle vertebre e il susseguente stato di compressione e dolore dei nervi in uscita, con
149
lombalgia e dolori alla colonna e conseguente artrite e possibili ernie.
Nei casi più gravi dei disturbi del Sé dovuti alla repressione-inibizione del sistema RABBIA/DOMINANZA,
si osserva senso d’inferiorità dovuto alla scarsa capacità di reazione attiva, che genera debolezza,
depressione, e anche una base di fibromialgia.
Il sistema simpatico è iperattivo e la tensione è spesso altissima, l’individuo non è capace di rilassarsi
realmente e resta sempre in allarme. I sistemi della CURA e dell’amorevolezza sono spesso
profondamente feriti e c’è un grande buco di solitudine, dolore e fragilità, che la persona ovviamente non
vuole contattare. Nelle sperimentazioni che abbiamo seguito, svolte nei carceri italiani e nel carcere
indiano di New Delhi, si è osservato che con la pratica della mindfulness, associata a un lavoro di
sostegno umano e affettivo, queste persone possono aprirsi e cambiare profondamente le loro modalità.
Nella mappa psicosomatica, si osserva un progressivo spostamento dalle aree simpatiche attive e fisiche
di destra, alle aree medie e recettive di sinistra. Spesso quando si “apre il cuore”, escono un profondo
pianto e commozione, emerge il Sé più autentico e profondo e la persona cambia struttura di
neuropersonalità, riequilibrandosi con l’attivazione dei sistemi della CURA, del GIOCO e dell’endorfina.
Neuropersonalità testosteronica e malattie cardiache e metaboliche
Il cuore e il sistema cardiocircolatorio rappresentano un organo e una funzione bersaglio della
neuropersonalità testosteronica. L’azione vasocostrittrice cardiaca e circolatoria dell’adrenalina e della
noradrenalina (ipertensione) insieme all’ipercololesterolemia (dieta troppo ricca e grassa) sono fattori
che caratterizzano la neuropersonalità testosteronica disfunzionale, aggressiva e competitiva, e che sono
alla base delle numerose patologia cardiovascolari.
È statisticamente provato che i disturbi da eccesso del sistema simpatico, e della RABBIA in particolare,
possono sfociare in disturbi anche gravi dell’apparato cardiocircolatorio: ipertensione, aritmia,
tachicardia, fino alla fibrillazione e alla cardiopatia ischemica.
Negli ultimi trent’anni, le ricerche sulla relazione fra il tratto di personalità tendente alla rabbia e
malattie cardiache sono state numerose e, pur analizzando differenti contesti culturali e nazionali, hanno
confermato la significatività di questa importante relazione psicosomatica.
Un vasto studio clinico dell’American Heart Association, condotto su 12.986 persone, da Williams Janice
et alii del Cardiovascular Disease Epidemiology Unit, School of Public Health, University of North Carolina,
ha esaminato l’associazione tra la tendenza alla rabbia e il rischio di malattie coronariche (coronary heart
disease), considerando il rischio di aterosclerosi, l’infarto miocardico acuto, l’infarto fatale e la
rivascolarizzazione cardiaca. I risultati hanno confermato che tra soggetti normotesi, il rischio di malattie
coronariche aumenta statisticamente con livelli crescenti di tendenza alla rabbia. Il tratto caratteriale
(neuropersonalità) di propensione alla rabbia pone gli uomini e le donne di mezza età al
rischio significativo di ammalarsi, peggiorare e morire per malattie coronariche.
Neuropersonalità testosteronica e personalità di “tipo A”
Le caratteristiche di base della neuropersonalità testosteronica, in particolare quando è riferita alla
dimensione lavorativa, coincidono particolarmente con i tratti della personalità di “tipo A” che fu
descritta nel 1959 da Friedman & Rosenman, come complesso di comportamenti ed emozioni di persone
particolarmente competitive che si sentono cronicamente in lotta (goal oriented), ossia che tendono a
raggiungere obiettivi con grinta e nel minor tempo possibile e che si contrappongono costantemente alle
persone che ostacolano le loro intenzioni.
Le ricerche evidenziarono che la personalità di “tipo A” è predisposta alle malattie cardio-vascolari.
L’aggressività e la sfida sono le componenti che più caratterizzano il “tipo A”, mentre lo stress attivo e la
frustrazione emergono quando questi soggetti perdono il controllo che vorrebbero avere sulle proprie
azioni e sull’ambiente che li circonda, con un aumento dell’attenzione da iperattivazione noradrenalinica
che genera uno stato di ipertensione e una vasocostrizione sanguigna generalizzata. Studi recenti hanno
scoperto un’associazione significativa tra questa personalità e le malattie periferiche delle arterie (Deary
et al., 1994; Julkunen et al., 1994) e l’ipertensione (Jamner et al., 1993).
Sintomatologie cliniche progressive della neuropersonalità testosteronica
Sintetizziamo i sintomi dei disturbi della neuropersonalità testosteronica.
1) I principali sintomi di lieve intensità, da “disregolazione” della neuropersonalità testosteronica
rispetto al network neuropsicosomatico, sono: tendenza ad arrabbiarsi, a comandare e ad avere
sempre ragione, durezza, leggera gelosia, impulsività.
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2) I principali sintomi di media gravità del sistema della RABBIA/DOMINANZA e della neuropersonalità
testsosteronica sono molto evidenti e si manifestano come: decisa tendenza ad arrabbiarsi, a
comandare e a generare conflitti, sfida, arroganza, egoismo, possessività, forte bisogno sessuale,
gelosia, durezza, controllo, episodi di violenza fisica, emotiva e psicologica. Parallelamente viene
inibito il sistema della CURA/AMOREVOLEZZA, con un’alessitimia specifica a riconoscere e
manifestare sentimenti di gentilezza, affetto, attenzione empatica in genere. Questi sintomi di
moderata gravità, raffigurata nella sfera intermedia della mappa (vedi fig. **), sono evidenti segni di
una “disconnessione” e di una progressiva “dominanza” della neuropersonalità testosteronica
sull’intero sistema neuropsicosomatico. L’intelligenza sistemica del Sé tuttavia spesso riesce a
“compensare” queste manifestazioni violente e,
nonostante le difficoltà, a manterere uno stile di vita
sufficientemente funzionale.
3) I principali sintomi gravi del sistema della
RABBIA/DOMINANZA si manifestano maggiormente nei
maschi come aggressività in generale sulle donne e sui
bambini in particolare, tendenza a sottomettere le
persone, abusi sessuali, gelosia furiosa, stalking nel caso
di abbandono, relazioni altamente conflittuali e centrate
sul potere, violenza fino all’omicidio e al femminicidio.
L’aggressività genera gravi disagi soprattutto nelle
persone affettivamente o lavorativamente legate al
soggetto che devono subire le manifestazioni di potere. Chiari esempi di “dittatura” testosteronica
sono i casi di “raptus”, quando ad esempio una persona “perde la testa” e picchia, ferisce o uccide
persone in modo del tutto dissociato dalla sua normale consapevolezza. Questo tipo di sintomi
rientrano nel disturbo antisociale e borderline di personalità e nei disturbi del Sé. I sintomi gravi
sono caratterizzati dal fatto di non poter essere “compensati” dal Sé e quindi di generare situazioni
altamente disfunzionali e spesso rovinose nella vita famigliare, sociale e lavorativa della persona. La
dittatura del sistema della RABBIA/DOMINANZA si osserva in modo eclatante nelle situazioni sociali
di guerra, di integralismo politico e religioso, di violenza feroce, di torture, di mafia, di criminalità, di
stupri di gruppo, di “branco”, di terrorismo.
Il metodo Ornish: un esempio di intervento integrato sulle cardiopatie e l’ipertensione
Negli anni novanta sulla nostra rivista “Cyber” abbiamo tradotto e pubblicato i primi articoli sul Metodo
Ornish, un programma di guarigione delle malattie cardiovascolari ormai famoso e citato in tutto il
mondo, messo a punto dal cardiologo americano Dean Ornish, che non usa farmaci anticolesterolo,
chirurgia o interventi invasivi d’altro tipo, ma prevede un intervento realmente olistico e psicosomatico,
lavorando sull’alimentazione, sulla gestione dello stress con esercizi corporei e con un lavoro psicologico
sulle emozioni e sulle relazioni, fino alle pratiche di consapevolezza e meditazione.
Stephen M. Weiss, primario dell’istituto di cardiologia dei NIH (National Institute of Health) degli Stati
Uniti l’ha definito come l’unico sistema terapeutico basato scientificamente sul cambiamento dello stile
di vita capace di invertire il processo patologico delle cardiopatie. I lavori di Ornish vengono citati nei
testi di cardiologia di moltissimi Paesi.
Le pratiche psicosomatiche per la gestione della rabbia
Partendo da questo saggio e organico metodo, anni fa, abbiamo cercato di migliorare il nostro protocollo
base antistress inserendo alcune pratiche di cui siamo particolarmente esperti, in particolare il lavoro
sulle emozioni e sul riequilibrio delle energie del cuore attraverso il bodyscan, le respirazioni e le catarsi.
La prima considerazione a livello di psicosomatica è che la rabbia è la più potente e la più osteggiata e
criticata emozione umana in quanto associata all’aggressività e agli abusi di potere, e quindi, se viene
repressa o inibita, diventa proporzionalmente una potente causa di disturbi e blocchi psicosomatici,
come testimoniano le ricerche sul cancro e sulle malattie cardiovascolari.
Nell’ambito delle life skills la “gestione delle emozioni” e della rabbia in particolare assume un significato
di primaria importanza.
La nostra comprensione è che l’espressione della rabbia, normalmente bloccata o agìta in modo del tutto
istintivo e inconsapevole come “scatto di ira”, ossia come una “dominanza” neuropsicosomatica gestita
impulsivamente dal cervello rettile, debba poter essere gestibile dalla persona in modo più maturo e
consapevole, integrando la partecipazione gestionale del cervello emotivo e cognitivo.
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Per questo utilizziamo sia gli esercizi di espressione emozionale consapevole della rabbia, di energetica
yang, di bioenergetica e con la “meditazione dinamica” di Osho, sia esercizi di riapertura della
controparte ossitocinica attraverso le pratiche di lavoro emotivo di “apertura del cuore”
sull’amorevolezza e la compassione. L’ossitocina, l’ormone che maggiormente bilancia l’attività
testosteronica, può essere un elemento di grande aiuto che favorisce l’abbassamento dell’attività
simpatica e dello stress aspecifico generale.
Si opera molto sulle emozioni anche con le respirazioni psicosomatiche e le pratiche di regressione ed
emotional release, per liberare “psicosomaticamente” i vecchi blocchi da cui spesso emergono traumi o
memorie infantili di violenze famigliari o anche evidenti carenze affettive che hanno causato, come difesa
automatica nel bambino con una forte neuropersonalità testosteronica di base, la prima risposta
aggressiva di rabbia e reattività diventata poi cronica negli anni.
Il blocco del fegato nella medicina tradizionale cinese
Nella medicina tradizionele cinese lo shen del fegato, hún (魂), ha le qualità dell’anima mentale,
intellettiva e ideativa (progetti, fantasie, orientamenti ideologici,) sostenuta della vitalità corporea, attiva
(con qualità prettamente testosteronica e dopaminica) del fegato. Quando lo shen del fegato è in eccesso
si possono manifestare rabbia e aggressività (come da eccesso di testosterone) o allucinazioni (come da
eccesso di dopamina).
Da notare come, nella medicina cinese, il termine nù (怒) che indica la collera vada inteso sia per la
collera "esplosiva", cioè lo scatto di rabbia, sia per quella repressa e rancorosa, ancora più dannosa, come
evidenzia il cuore (xīn 心) oppresso di una donna in ginocchio (nǔ 女) incatenata come una schiava
(yòu 又). Disturbi che abbiamo descritto nel capitoletto dei disturbi legati all’eccesso della PAURA
riguardante le numerose patologie derivanti dalla repressione della rabbia. Quando la rabbia viene
repressa il fegato si congestiona e si manifestano malattie epatiche e patologia da ritenzione della bile
come i calcoli alla cistifellea.
INIBIZIONE-IPERATTIVAZIONE DEL SISTEMA SESSO/DESIDERIO
E I DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ SENSUALE
La soddisfazione sessuale e la sua inibizione
L’energia sessuale, come eros e libido, motiva e dà energia ad ogni aspetto della vita e delle
neuropersonalità. Secondo la teoria freudiana, la libido rappresenta la pulsione principale, di natura
puramente sessuale, mentre secondo la teoria junghiana la libido è anche una forma di "energia psichica"
che costituisce per l'uomo una vera e propria "spinta vitale", la quale non si limita esclusivamente
all'ambito sessuale, nella teoria di Reich la libido freudiana, venne chiamata “energia orgonica” e assume
ancora di più una connotazione anche biologica e fisica.
La soddisfazione sessuale di fatto costituisce una importante elemento che contribuisce al benessere
globale e alla vita sociale. Le ricerche internazionali mostrano che i benefici del sesso sulla salute globale
sono consistenti. Il piacere sessuale può aumentare l’attività immunitaria, migliorare l'umore e diminuire
il livello di stress. Il raggiungimento di un orgasmo aumenta i benefici del sesso ancora di più, grazie al
rilascio di elevate quantità di ossitocina e di endorfine. Una buona soddisfazione sessuale abbassa i livelli
di testosterone e di aggressività facilitando le relazioni famigliari e di coppia. Gli ormoni del benessere
come la serotonina, l’ossitocina e l’endorfina, contribuiscono a migliorare il relax, l’intimità e la vicinanza.
L’inibizione e l’iperattivazione della sessualità
La sfera della sessualità, in tutti i suoi aspetti, è estremamente sensibile allo stress.
Gli studi sull’inibizione del sistema SESSO/DESIDERIO e quindi dell’eros e della libido hanno
caratterizzato le origini della psicologia occidentale, inizialmente con Freud e, successivamente, con
Reich. Essi misero in evidenza che i disturbi collegati all’inibizione o all’iperattivazione della sessualità
generavano molteplici e gravi disturbi psicologici, affettivi e corporei.
I disturbi e i blocchi da stress a carico dell’asse sessuale-riproduttivo sono noti da tempo.
L’eccesso di produzione di cortisolo e di CRH inibiscono la produzione di Gn-RH che regola l’asse
sessuale e quindi l’asse gonadico, con alterazioni nella produzione di testosterone ed estradiolo. Inoltre il
152
cortisolo, con la sua azione sull’ipofisi, determina il blocco di FSH e LH. Ciò comporta amenorrea nelle
donne, riduzione della libido in entrambi i sessi, impotenza, riduzione del numero di spermatozoi nei
maschi, e può anche determinare patologie autoimmuni.
L’iperattivazione del sistema SESSO/DESIDERIO avviene oggi molto spesso nei bambini e nei ragazzi per
via di un’anticipata e scorretta stimolazione sessuale attraverso la visione di immagini e filmati
pornografici su Internet o riviste, o per una eccessiva libertà sessuale dei genitori o promiscuità
dell’ambiente in cui vivono i giovani. Nei casi peggiori, avviene per abusi sessuali. In tutti questi casi, si
osserva spesso un’iperattivazione del sistema SESSO/DESIDERIO e una parallela inibizione cognitiva o
relazionale dovuta a giudizi, vergogne, sensi di colpa e processi di rimozione.
La delicatezza delle sensazioni e delle emozioni connesse con la sessualità e collegate anche alla parallela
attivazione del sistema della CURA/AMOREVOLEZZA, rendono i genitali e il sistema sessuale un organo-
sistema bersaglio molto sensibile e fragile e quindi spesso inibito e bloccato. Come la psicologia ha
contemplato fin dai suoi esordi, ogni eccesso di paura, iperattivazione, tensione, vergogna, controllo o
abuso può facilmente inibire o bloccare la delicata sfera sessuale.
Postura e blocchi corporei caratteristici
Nella letteratura psicologica delle varie scuole di psicoterapia corporea, sono riportate numerose
osservazioni di alterazioni della postura corporea, e del bacino in particolare, caratteristiche di persone
con blocchi sessuali da inibizione o da iperattivazione. In genere, si osserva che nell’inibizione della
sessualità la normale curva lombare (lordosi) si attenua e s’irrigidisce la mobilità del bacino (spesso con
dolore lombare), con tensione protettiva dei muscoli dell’area genitale (gambe strette) che porta spesso
a manifestazioni di vaginismo nelle donne ed eiaculazione precoce nel maschi. I comportamenti sessuali,
dalla seduzione all’accoppiamento, sono spesso parallelamente inibiti ed eccessivamente controllati.
Nei casi di iperattivazione, si osserva invece una eccessiva lordosi lombare da estrogeni, caratteristica
degli animali in periodo di accoppiamento o delle donne in fase fertile, e comportamenti “dopaminici” di
esagerata espressione della sessualità, come espansione del petto, mostrare i seni, eccessivo riso e
approcci seduttivi inappropriati, eccessiva mobilità del bacino nella camminata e nella danza.
Interessante ricordare che nei gruppi di lupi solo il maschio alfa può accoppiarsi con le femmine, mentre
per i maschi sottomessi l’accoppiamento è ritenuto un atto di insubordinazione verso il capo-branco, che
se li scopre li azzanna. I maschi sottomessi che rompono questo divieto e si accoppiano di nascosto, in
uno stato di elevata tensione da stress, soffrono di eiaculazione precoce.
L’asse sesso-cuore
In psicosomatica, come nelle antiche tradizioni mediche, si considera fondamentale una connessione
sensoriale, respiratoria, energetica, emotiva e psicologica tra cuore (torace) e genitali (pancia), ossia tra
l’amore e il sesso. Ricordiamo ancora che i genitali sono una parte del mesoderma che nel feto si stacca
dal cuore e migra in basso, fino alla zona inguinale: cuore e sesso sono quindi connessi sin dall’inizio del
processo embriologico. Quando questa connessione è viva e funzionale, la persona “fa l’amore”, mentre
se la connessione è interrotta, o “fa sesso” senza cuore o ama senza sesso: tra queste polarità esistono
infinite gradazioni. Molte inibizioni sessuali si manifestano con una contrazione genitale da protezione,
sia con i muscoli inguinali che si “chiudono”, come a proteggere la zona genitale, sia con una tensione
interna dei muscoli dell’area genitale, a cui molto spesso si associa una parallela tensione dell’area anale
da paura e tensione generale. Da questo stato psicosomatico di tensione psicologica ed emotiva e di
parallela tensione neuromuscolare dell’area genitale, si generano i più comuni disturbi sessuali come il
vaginismo, l’eiaculazione precoce, i disturbi dell’erezione e l’anorgasmia. Spesso la tensione cronica si
manifesta anche con disturbi psicosomatici collaterali dell’apparato urogenitale come: dismenorrea,
vaginiti, cistiti, dolori e irregolarità mestruali nelle donne e come prostatiti nell’uomo.
Tutti questi disturbi psicosomatici da tensione dell’area genitale si manifestano in modo evidente nel
periodo della gravidanza che richiede un consistente impegno di tutti gli organi genitali e riproduttivi e
che quindi mette a nudo ogni eventuale tensione o disfunzionalità.
Abbiamo osservato, negli anni, anche casi di sviluppo di tumori all’utero nei 6-12 mesi successivi ad un
evento traumatico come il tradimento del coniuge o evento simile, che da un lato abbassa le difese
immunitarie e dall’altro “blocca” a livello neuronale, psicologico, emotivo e fisico la sfera della sessualità.
Riteniamo siano necessari, anche per i tumori all’utero, studi analoghi a quelli che hanno dimostrato una
relazione tra repressione della rabbia, depressione e tumori al seno.
Dati statistici sulla soddisfazione sessuale
153
Le statistiche internazionali sui comportamenti sessuali, dal rapporto Master e Johnson, al rapporto
Kinsey, fino ai più recenti studi, rivelano che solo il 75 per cento delle donne raggiunge il pieno piacere e
l’orgasmo durante i rapporti sessuali vaginali, mentre per gli uomini la percentuale sale al 90% in quanto
tendono superficialmente ad identificare l’orgasmo con l’eiaculazione, anche quando questa non porta al
naturale senso di appagamento e piacere.
Secondo il recente sondaggio “Women’s Health Behavior Index” del 2015, su un campione composto da
1.092 donne, il 62% ha ammesso di non essere soddisfatte della loro vita sessuale.
Questi dati statistici sono confermati anche da una valutazione di 33 studi condotti nel corso degli ultimi
80 anni, presentata da Elisabeth Lloyd nel suo libro “The Case of the Female Orgasm” (2011), in cui risulta
che circa la metà delle donne raggiunge occasionalmente l’orgasmo durante il rapporto sessuale, il 20
per cento raramente, e circa il 5 per cento non lo ha mai sperimentato.
Questi dati statistici mostrano in modo evidente che la delicata sfera psicosomatica della sessualità è
fortemente disturbata dallo stress generale e da specifici blocchi emotivi da mancanza di piacevole
contatto fisico (serotonina), da mancanza di contatto affettivo (ossitocina), mancanza di amore
passionale (dopamina), ed eccesso di ansia e paura (cortisolo).
Sintomatologie cliniche progressive del sistema SESSO/DESIDERIO
Sintetizziamo i sintomi dei disturbi della neuropersonalità sensuale:
1. I principali sintomi di lieve intensità, da “disregolazione” del sistema SESSO/DESIDERIO e della
neuropersonalità sensuale sono innanzitutto le leggere inibizioni: calo del desiderio, leggere
difficoltà nelle fasi iniziali di approccio o a raggiungere l’orgasmo, timidezza, vergogna a mostrare il
corpo, episodi di vaginismo, di eiaculazione precoce o di leggera impotenza; o le leggere forme di
eccesso di eccitazione e di insistenza nella ricerca del rapporto sessuale.
2. I principali sintomi di media gravità del sistema SESSO/DESIDERIO e della neuropersonalità sensuale
si manifestano nel loro aspetto inibitorio come: inibizione della libido, tendenza ad evitare i rapporti
sessuali, frigidità, vaginismo, eiaculazione precoce, impotenza, anorgasmia. La maggior parte di
questi disturbi dipende da un eccesso di controllo e di attività mentale, che, in terapia, rivelano
evidenti forme di condizionamento famigliare, sociale o religioso. Nei casi di disregolazione da
eccesso troviamo l’eretismo sessuale di media gravità, la masturbazione eccessiva, la tendenza alla
pornografia, il linguaggio volgare, le immaginazioni eccessive. Spesso queste persone sono incapaci
di reali sentimenti affettivi e vicariano sulla sfera sessuale la frustrazione del mancato appagamento
che deriva dalle relazioni affettive più profonde legate alla produzione di ossitocina e di endorfina. In
entrambi i casi si osserva infatti una disconnessione tra cuore (sentimenti, affetti) e sesso (istinti
corporei), che spinge all’iperattività mentale, inibitoria o eccitatoria, e alle fantasie in particolare. In
alcuni casi emergono anche memorie traumatiche di leggeri abusi fisici o psicologici.
Si osserva spesso una alessitimia specifica a riconoscere e manifestare sentimenti di gentilezza,
affetto, attenzione empatica in genere. Questi sintomi di moderata gravità sono evidenti segni di una
“disconnessione” e di una progressiva “dominanza” della neuropersonalità testosteronica sull’intero
sistema neuropsicosomatico. L’intelligenza sistemica del Sé tuttavia spesso riesce a “compensare”
questi aspetti eccessivi e, nonostante le difficoltà nelle relazioni intime, ad adattarsi e a manterere
uno stile di coppia sufficientemente funzionale.
3. I principali sintomi gravi del sistema SESSO/DESIDERIO e della neuropersonalità sensuale si
manifestano come grave inibizione del desiderio, frigidità, tendenza ad instaurate rapporti basati
sulla sottomissione e l’umiliazione (masochismo), con forme progressive di pensieri, fantasie o
comportamenti compensatori. Segni evidenti di “dittatura” del sistema SESSO/DESIDERIO e della
neuropersonalità sensuale sono: i rapporti tendenzialmente forzati, aggressivi e abusanti (in
generale sulle donne e sui minori ma anche sui famigliari), masturbazione compulsiva, ricerca di
scambi di coppia o di rapporti erotici esagerati o “pornografici”, linguaggio volgare e umiliante anche
durante l’atto sessuale, gelosia furiosa, pedofilia, fino alla violenza fisica e all’uccisione
(femminicidio). Osserviamo che alcuni sintomi sono sovrapponibili a quelli del sistema RABBIA-
DOMINANZA e della neuropersonalità testosteronica in quanto il testosterone è ovviamente in parte
implicato anche nel sistema SESSO/DESIDERIO e nella neuropersonalità sensuale.
In entrambi i casi, di inibizione e di ipereccitazione, emergono spesso memorie traumatiche di
relazioni famigliari gravemente disorganizzate o di abusi sessuali fisici o psicologici subiti
nell’infanzia o nell’adolescenza.
Questo tipo di sintomi rientrano nell’area nosografica delle “ disfunzioni sessuali ” del DSM-5. I
sintomi gravi sono caratterizzati dal fatto di non poter essere “compensati” dal Sé e quindi di
154
generare situazioni altamente disfunzionali e spesso volte rovinose nella vita famigliare e di coppia
della persona. La dittatura del sistema SESSO/DESIDERIO si osserva in modo eclatante nelle
situazioni sociali di stupri di gruppo o di “branco”, di prostituzione, di pedo-pornografia, di violenza e
stupri collettivi nell’integralismo politico e religioso.
Schema di approccio integrato: il “protocollo base” per i disturbi sessuali leggeri
I disturbi e i blocchi sessuali sono fortunatamente sensibili all’approccio terapeutico psicosomatico. I
nostri consistenti risultati clinici sui disturbi della sfera sessuale sono il risultato di una terapia
psicosomatica che lavora parallelamente sugli aspetti corporei, emotivi e psicologici della persona,
attraverso un profondo e delicato lavoro di consapevolezza del Sé.
Dopo le fase dell’assessment neuropsicosomatico e del bodyscan, nel caso di comuni disturbi alla sfera
sessuale, di grado leggero o iniziale, come dolori mestruali, vaginismo, scarsa lubrificazione, eiaculazione
precoce, impotenza, anorgasmia, si inizia con il “protocollo base antistress” orientato al lavoro sulla sfera
sessuale e sul secondo livello psicosomatico.
Questo utilizzo specifico delle pratiche del protocollo come primo approccio di base riguarda in
particolare il lavoro di mobilizzazione corporea e rivitalizzazione energetica del bacino, e comprende:
1. Bodyscan dei disturbi sessuali sul piano corporeo ed energetico.
2. Il contatto e il massaggio dolce allo stomaco e alla pancia con particolare attenzione a portare e
percepire il respiro nella zona inferiore dell’addome e nei genitali (“respirazione nell’hara”).
3. Gli esercizi di energetica con particolare attenzione alla mobilizzazione-energizzazione del secondo
livello psicosomatico (dermatomero sacrale): sesso, bacino, gambe, radicamento, apertura del canale
pancia-cuore.
4. Gestione delle emozioni: una componente centrale nel lavoro di base sui disturbi sessuali leggeri è
la delicata condivisione delle emozioni eventualmente collegate al blocco che la persona esprime nel
bodyscan o negli esercizi di energetica. Nel protocollo base questa pratica è basata sull’ascolto delle
espressioni spontanee della persona più che sull’indagine. Spesso si è rivelato molto utile il disegno
psicosomatico specifico dell’area toracica e addominale, che mette in evidenza i blocchi profondi tra
cuore e sesso o gli eventuali problemi somatici presenti.
5. Gestione psicologica dei giudizi. Secoli di condizionamenti sociali e religiosi hanno generato un
profondo senso di giudizio, e a volte anche di peccato e condanna, sui vissuti della sfera sessuale. Nel
bodyscan e nel lavoro di condivisione delle emozioni emergono molti giudizi e vissuti negativi che
devono essere accolti ed elaborati in modo più consapevole e maturo.
6. La meditazione “Tre suoni” in cui la voce e la percezione della vibrazione corporea viene
particolarmente indirizzata all’ascolto del canale cuore-sesso e della pancia in generale. Questa
meditazione allenta molto l’attivazione-tensione simpatica e permette un facile raggiungimento di
uno stato di rilassamento, piacere corporeo e di mindfulness. Ricordo che la lubrificazione femminile
e l’erezione maschile, oltre che dall’attrazione associata agli ormoni sessuali, non dipendono, come
superficialmente ci si potrebbe aspettare, dall’attivazione del sistema simpatico, ma dallo stato di
rilassamento e sicurezza generato dal sistema parasimpatico.
7. La meditazione “Evolution” la prima fase di scioglimento e la seconda fase di danza ad occhi chiusi
(di 15’ ciascuna) permettono di sciogliere facilmente le tensioni e i conseguenti dolori della schiena e
del bacino (spesso controllate e irrigidite), di aprire il cuore e di allineare l’intera colonna vertebrale.
Una buona alternativa a questa pratica è la meditazione “chakra breathing” basata su un maggiore
movimento del bacino.
La mindfulness psicosomatica e la sacralità del sesso
Nei disturbi sessuali anche leggeri la componente del giudizio sulle proprie performances e prestazioni è
molto elevata e quindi richiede un altrettanto elevato livello di accettazione e di non giudizio con una
corretta pratica della mindfulness. Il giudizio atavico di demonizzazione del sesso è spesso ancora
presente nell’inconscio collettivo e personale.
Per questo una componente molto importante del nostro protocollo riguarda la sacralizzazione della
sessualità che si ottiene invitando le persone con disturbi sessuali a praticare meditazione anche a letto
col partner. Per questo abbiamo messo a punto una modalità di prassi della meditazione dei “tre suoni” e
di altre simili meditazioni, che possono essere praticate sul letto insieme al partner, prima di un
rapporto, e che permettono di entrare nella dimensione di intimità da uno spazio differente: più
femminile, delicato e profondo. Una più profonda consapevolezza di Sé permette alla persona di
155
imparare a gestire con maggiore senso di realtà e presenza dei propri comportamenti inconsapevoli di
inibizione o iperattivazione sessuale.
Queste pratiche del protocollo base antistress orientate alla sfera genitale e riproduttiva permettono di
migliorare i disturbi sessuali iniziali o più leggeri, specialmente se dipendono da cause di stress generale
aspecifico. Molti disturbi e inibizioni del sistema SESSO/DESIDERIO sono collegati anche a blocchi della
gola e del respiro diaframmatico causati da eccessivo controllo cognitivo degli impulsi provenienti
dell’area genitale, che si manifestano a livello comportamentale nella difficoltà o blocco delle espressioni
vocali di piacere durante l’atto sessuale. Per questa comune forma di alessitimia specifica
dell’espressione del piacere sessuale, il nostro protocollo invita il terapeuta a rivolgere una particolare
attenzione allo scioglimento della voce e dell’espressione emotiva del paziente.
Su questa base abbiamo anche sviluppato un “protocollo PMP per la nascita consapevole” che sarà
descritto a breve.
L’approccio psicosomatico ai blocchi sessuali più gravi
I disturbi alla sfera sessuale, come vaginismo, scarsa lubrificazione, eiaculazione precoce, impotenza,
anorgasmia, in particolare quando generati da cause emotive più specifiche o da traumi, possono essere
gravemente disfunzionali e richiedere un approccio terapeutico molto più profondo e complesso. Oltre
alle pratiche per i disturbi sessuali più leggeri, il nostro protocollo prevede:
1. Il Bodyscan psicosomatico approfondito sul piano emotivo, psicologico e del Sé, con una attenta
analisi e valutazione delle emozioni e dei vissuti che sottostanno ai blocchi sessuali ed eventualmente
che hanno leso il Sé e il senso di integrità globale.
2. L’”esercizio della farfalla” e “della medusa”, due pratiche specifiche particolarmente efficaci per i
disturbi della sfera sessuale che abbiamo sviluppato per sciogliere le tensioni corporee, emotive e
psicologiche che hanno dato positivi risultati anche nel lavoro sui traumi e gli abusi. L’”esercizio della
farfalla” e l’”esercizio della medusa” si praticano da coricati, ad occhi chiusi, e utilizzano il movimento
sincronizzato delle gambe e del bacino con il respiro che permette di attivare il blocco muscolare-
energetico, rendendolo evidente alla persona e poi facilitando la rievocazione e l’espressione delle
emozioni sessuali negative (emotional release) associate al blocco stesso, e che facilitano la riapertura
della sfera genitale, sincronizzandola con la sfera emozionale-affettiva del cuore.
Queste pratiche di psicoterapia ad orientamento corporeo, nate da Reich e modificate da Lowen sono
state migliorate dalla nostra scuola con l’introduzione della consapevolezza energetica e della
meditazione che permette alla persona una più profonda consapevolezza di Sé sui differenti piani.
3. Il lavoro psicologico e la ristrutturazione psicosomatica. A queste prima due pratiche segue un
delicato lavoro psicologico sulle emozioni e le memorie negative, una accurata analisi e
ristrutturazione dei condizionamenti o dei traumi subiti, che permette al paziente di reintegrare i
vissuti traumatici e riappropriarsi della propria vita sessuale e sentimentale. La formazione del
terapeuta anche in questo caso è di centrale importanza: la nostra scuola prevede una serie di
seminari teorici e di crescita personale per liberare questo delicata sfera della sessualità da inutili
blocchi.
I disturbi del sistema riproduttivo
I blocchi della sessualità e dello stress si riflettono sia sul sistema riproduttivo che, quando viene
sollecitato e messo sotto pressione dal processo della gravidanza manifesta tutti i suoi lati deboli e si
squilibra, sia sullo sviluppo del Sé psicosomatico del nascituro.
Rimandiamo l’esposizione dei disturbi e dei blocchi psicosomatici del sistema riproduttivo al ”Protocollo
PMP per la nascita consapevole” che sarà descritto nel prossimo capitolo suoi disturbi del Sé.
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ALTERAZIONI DEL SISTEMA CURA/AMOREVOLEZZA:
IL “CUORE” E DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ OSSITOCINICA
L’importanza dell’amore nello sviluppo infantile e umano
Il sistema CURA/AMOREVOLEZZA è il vero cuore del sistema emotivo psicosomatico. L’amore sostiene il
senso e la gioia di vivere, anche in condizioni estremamente avverse.
157
Alcune persone, come alcuni animali, sembrano accontentarsi del solo sostentamento fisico-economico,
così come possono anche sopravvivere ingabbiati in uno spazio minimo tra le sbarre di uno zoo o nei
condomini delle città; altri animali ed esseri umani, invece, senza l’amore e la libertà si lasciano morire
fisicamente o moralmente, altri ancora si muovono incessantemente alla loro ricerca.
L’amore e il riconoscimento del Sé, che da esso deriva, rappresentano forse i valori primari che danno un
significato alla vita. Bambini amati riescono a sopravvivere con un buon senso di dignità e integrità di Sé
anche in condizioni fisiche, economiche e sociali disastrose, come durante guerre, tsunami o carestie.
Per diversi anni, quando ho vissuto in India, ho potuto osservare bambini e bambine degli slums di
Bombay vivere in baracche, di teli di plastica o lamiere di latta, seminudi, sporchi, senza servizi igienici
ma sempre sorridenti e dignitosi.
Le loro mamme erano sempre amorevolmente presenti e vicine, trasmettendo loro quel senso di rispetto
e riconoscimento profondo del Sé che contraddistingue il meglio della cultura indiana, anche quando ci si
trova a vivere in condizioni socialmente degradanti. È facile, invece, osservare persone o bambini
benestanti, in condizioni sociali agiate e culturalmente stimolanti, che hanno perso la dignità di vivere e
sono cadute in apatia e depressione, lamentando a volte la mancanza di quello sfuggente elemento che
dia loro un senso e un cuore.
Neurobiologia dello sviluppo affettivo del Sé
La “madre sicura” (Bowlby 1989; Ainsworth 1970) è un elemento di primaria importanza nello sviluppo
umano, dal concepimento all’età adulta.
Gli studi delle neuroscienze sul periodo evolutivo condotte da Schore mostrano come la relazione
affettiva tra madre e figlio sia una delle fondamentali basi per una corretta regolazione del Sé e della
neuropersonalità del bambino (Schore, 2003a, 2003b).
L’amorevolezza e la “compassione” (karuna) legate alla pratica della mindfulness si sono rivelate
importanti fattori predittivi di salute psicologica. Le ricerche condotte dal Department of Psychology,
dell’Università di Albany, State University of New York, dimostrano che l’amorevolezza e la compassione
sono un robusto e importante fattore predittivo della salute psicologica, in particolare per l’ansia e la
depressione (Van Dam et al., 2010).
Caratteristiche psicosomatiche della neuropersonalità ossitocinica
Le persone che possiedono una spiccata tendenza all’amorevolezza e alla cura, che noi definiamo
neuropersonalità ossitociniche, sentono di avere e sono percepite come persone con un “grande cuore” o
un “cuore aperto” e “sensibile”. Questo grande cuore permette loro di generare molte relazioni positive
ma anche molti problemi di dolore e sofferenza dovuti alla loro sensibilità.
Oltre a questa basilare caratteristica le neuropersonalità ossitociniche evidenziano alcune caratteristiche
psicosomatiche essenziali, che possiamo osservare come tratti del viso dolci e accoglienti, spesso con le
linee degli occhi tendenti al basso, sorriso gentile, movimenti del corpo delicati e morbidi, con un
equilibrio tra le parti del corpo che compone una figura armonica e “bella”.
Questo tipo di persone tendenzialmente sceglie professioni in cui può esprimere la propria amorevolezza
e cura, come: la maestra, il medico, lo psicologo, l’infermiere, il counselor. Se possono, sono anche felici di
avere figli, allattarli e farli crescere felici, ossia di “fare la mamma”. Quando non possono avere figli,
tendono ad adottarne. Per questa neuropersonalità il seno riveste ovviamente un senso di particolare
significato fisico, umano e simbolico, come vedremo nelle ricerche presentate nel successivo paragrafo
sulla mancanza d’amore.
Le persone con un’evidente neuropersonalità ossitocinica sono spesso estremamente sensibili sia al
dolore fisico che, soprattutto, affettivo e psicologico, si sentono molto delicate e ipersensibili e questa
loro caratteristica le rende spesso più deboli di quello che sono realmente. Esse assumono quindi una
forma di difesa e di evitamento del Sé, simile a quella della neuropersonalità cortisolica ma non per
paura, bensì per eccesso di sensibilità. La diagnosi differenziale è semplicissima: la neuropersonalità
cortisolica non esprime le emozioni mentre la neuropersonalità ossitocinica tende ad esprimere molto le
emozioni, l’affetto, i propri sentimenti e in particolare il pianto.
Alessitimia specifica alla rabbia e iperprotezione da eccesso di cura
Per contro, la forma di alessitimia che più caratterizza questa neuropersonalità è la grande difficoltà a
riconoscere e ad esprimere la rabbia e l’aggressività. La neuropersonalità ossitocinica tende ad inibire la
rabbia non tanto per iperattivazione del sistema della PAURA, ma per una logica legata all’eccesso di
158
amorevolezza e di cura, che genera una evidente tendenza alla protezione e alla comprensione. Questo
non significa che non si arrabbiano mai ma che cercano di evitare questa emozione.
Nei casi di eccesso del sistema della CURA le persone con una neuropersonalità ossitocinica
disfunzionale tendono a iper-proteggere tutti, a cominciare dai propri figli, famigliari e amici, ma anche i
bambini (se sono maestre), o cani e gatti (le “gattare”). Le mamme iperprotettive tendono a proteggere i
figli e i propri cari da ogni possibile evento pericoloso o doloroso, “farli crescere nella bambagia” o “ sotto
una campana di vetro”, ma così facendo sottraggono loro fiducia e autonomia. Paradossalmente queste
persone non trasmettono sicurezza ai figli ma ansia ed insicurezza, perché li hanno privati della libertà di
fare errori e di maturare attraverso le loro esperienze anche negative (apprendimento per prova ed
errore). I figli crescono ma non diventano autonomi e si sentiranno sempre insicuri e legati alla madre
che li protegge.
Un altro caso comune di iperprotezione da eccesso disfunzionale del sistema della CURA e di
neuropersonalità ossitocinica, la osserviamo nelle persone che, apparentemente, “amano troppo” e non
si ribellano nemmeno a chi fa loro del male: purtroppo leggiamo molto spesso nelle cronache di donne
maltrattate, offese, fino ad essere picchiate o uccise! Dall’analisi dei loro comportamenti emerge che non
si sono mai realmente ribellate e che tendenzialmente eccedevano nella comprensione del partner,
spesso giustificando e proteggendolo fino a livelli umanamente inaccettabili.
Vedremo nel prossimo paragrafo sul sistema della TRISTEZZA/PANICO, come l’inibizione delle emozioni
di reazione attiva, e rabbia in particolare, possano diventare cause di disturbi psichici e de patologie
oncologiche.
Lo Shen del cuore in medicina tradizionale cinese
Come è stato precedentemente esposto il termine shen significa anima, spirito, psiche, un concetto
estremamente ampio della tradizione cinese che spazia dalla religione alla medicina senza soluzione di
continuità. In ambito medico le sfaccettature di questo concetto sono molteplici.
Nella medicina tradizionale cinese lo shen (l’anima, il Sé) risiede nel cuore (xīn 心,), e si manifesta anche
nel suo aspetto di “identità di Sé” o “individualità” (ling 霛) e viene identificato come l’imperatore, il
governatore di tutte le funzioni fisiche ed intellettive del corpo. Dal cuore, le sue emanazioni si diramano
e governano gli altri quattro organi zang: polmoni, fegato, milza e reni e l’intero sistema.
L'emozione associata è la gioia, l'allegria.
La chiusura del cuore è considerata quindi un evento di estrema gravità, che corrisponde alla morte
dell’imperatore e al collasso dell’intero sistema neuropsicosomatico, che compromette il senso della vita
e l’armonica manifestazione di tutti gli organi/sistemi emotivi. L’eccesso lieve dello shen del cuore
genera gioia eccessiva, eccesso di riso o tendenza a cantare e a parlare troppo, l’eccesso grave genera
delirio (psicosi, maniacalità da eccesso di dopamina, disturbi dell’“identità di Sé” (ling). Riprenderemo il
concetto di “chiusura del cuore” nel prossimo capitoletto sulla tristezza e nel prossimo capitolo sui
disturbi del Sé.
Il gruppo dell’apertura del cuore e delle emozioni
Al Villaggio Globale ogni anno, alla fine di luglio, si tiene il gruppo dell’“apertura del cuore”, basato su un
lavoro organico di apertura del senso fisico-energetico del cuore e delle emozioni. Si tratta del secondo
seminario del percorso di crescita personale. Il gruppo è aperto in particolare a chi non ha mai avuto
esperienze collettive di “lavoro sulle emozioni”.
Molte persone che hanno fatto psicoanalisi e psicoterapia pensano di aver lavorato sulle emozioni
mentre, nella nostra ottica psicosomatica, hanno solo parlato delle loro emozioni ed elaborato i vissuti ad
esse collegati. Nei nostri gruppi invece si vive una reale esperienza corporea di espressione delle
emozioni inibite o represse, sia piacevoli o “negative” come il pianto, la rabbia, la paura, il dolore, sia
piacevoli e positive come il riso, la gioia e l’amore.
In questo fine settimana si inizia con la mindfulness psicosomatica, col body scan e con gli esercizi di
energetica dolce e respirazione per sciogliere le tensioni e i blocchi corporei del torace e del cuore, e poi
per entrare nella dimensione emotiva seguendo il delicato filo affettivo del cuore, che cela vecchie
chiusure all’amore e memorie di tristezza, abbandono e solitudine.
Ogni sessione include esercizi in coppia per sviluppare una migliore capacità di espressione, respirazione
e condivisione per superare i limiti dell’alessitimia. Si lavora molto anche sul contatto corporeo e sul
contatto con gli occhi.
Sono due giorni di intenso e piacevole lavoro su di sé in cui, con tecniche specifiche, si attivano le energie
dei differenti sistemi emotivi il piacere corporeo, serotoninico, l’entusiasmo e la gioia dinamica
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dopaminica, la forza testosteronica, l’amorevolezza ossitocinica e anche la tristezza e la paura
dell’abbandono e del dolore affettivo.
Nella prima parte del gruppo si sperimentano individualmente e in coppia le pratiche del protocollo base
aiutando ogni partecipante a sentire meglio le risorse corporee ed emotive per superare i disturbi e i
blocchi del cuore che ostacolano la gioia di vivere. Si praticano anche tecniche avanzate di respiro e di
emotional release per liberare il materiale represso nei blocchi emotivi. Si usa molto anche la voce, il
canto, il disegno e la danza.
Al termine del gruppo l’energia finalmente liberata dalle tensioni del cuore viene immediatamente
trasformata in consapevolezza dell’unità dell’essere: l’esperienza del Sé psicosomatico.
L’ATTIVAZIONE DEL SISTEMA TRISTEZZA/PANICO, LA “CHIUSURA DEL CUORE”
E I DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ OSSITOCINICA
La chiusura del cuore toglie amore e senso a tutti gli aspetti della vita
L’importanza vitale dell’amorevolezza e della
CURA/AMOREVOLEZZA nello sviluppo infantile ed umano ha
causato la formazione del sistema della TRISTEZZA/PANICO come
sistema primario di difesa del Sé.
La purtroppo comune situazione di carenza o inibizione del sistema
della CURA/AMOREVOLEZZA causata da mancanza affettiva, scarsa
amorevolezza o abbandono e la parallela attivazione del sistema
della TRISTEZZA/PANICO, si manifesta con numerosi sintomi tra
cui il più evidente è la “chiusura del cuore” e l’energia bassa.
La struttura psicosomatica della “chiusura del cuore”
La prima osservazione della struttura psicosomatica tipica dell’attivazione del sistema della
TRISTEZZA/PANICO è l’espressione di tristezza e di chiusura alla gioia. Si osserva la persona che piange
facilmente, sempre che non abbia inibito anche questa espressione emotiva troppo dolorosa, bloccando
tutto.
Il senso di Sé e di autostima è basso e si riflette somaticamente in una struttura spesso introversa,
spenta, piegata su se stessa.
Il meccanismo di “chiusura del cuore” si esprime con il torace sgonfio e le spalle ricurve. Il viso diventa
triste o inespressivo, gli occhi bassi o senza carica, che non guardano direttamente l’altro o lo scrutano
con un’espressione di richiesta d’affetto e aiuto. Il mento e la testa sono spesso spostati in avanti, il collo
proteso, come se si fosse cristallizzata la tendenza a cercare il seno materno.
La vitalità generale è spesso bassa, la pelle pallida e a volte addirittura “esangue”, la voce sotto tono, a
volte sussurrante. Il respiro affaticato, spesso corto e poco profondo. Il pensiero è sovente orientato alla
ruminazione e alla bassa capacità di concentrazione. L’entusiasmo è spento, le paure e il senso di
impotenza fisica e relazionale molto elevate. Sono nella parte sinistra della mappa psicosomatica e
devono essere aiutati ad aprirsi e ribilanciarsi, riattivando i sistemi PNEI della parte destra.
Spesso la situazione di privazione affettiva si cronicizza e si struttura, a seconda delle differenti
neuropersonalità, con differenti forme patologiche; in questo capitoletto prenderemo in considerazione
tre principali disturbi di chiara origine psicosomatica: 1) la depressione, 2) l’attacco di panico , 3) il
tumore al seno.
La “chiusura del cuore” e il blocco della milza e dei polmoni nella tradizione cinese
Nella medicina tradizionale cinese la “chiusura” dello shen del cuore è un sintomo di grave pericolo che
viene preso in seria considerazione in quanto può compromettere la gioia di vivere e l’equilibrio
dell’intero sistema. La chiusura del cuore può spesso essere associata alla debolezza della milza e dei
polmoni.
Lo shen della milza yì (意) ha le qualità del proposito, della costanza, della dolcezza e della
determinazione, che prende le energie forti dei reni e le concretizza con perseveranza e riflessione. La
tristezza e il dolore affettivo che deriva dalla “chiusura del cuore” inibiscono e bloccano la milza e
generano la rimuginazione e la malinconia, il pensiero pessimista e “ruminante” che rappresenta una
delle caratteristiche della depressione e che per la tradizione cinese può arrivare fino all’”ossessione”,
160
alle manie e alle patologie della volontà.
Lo shen dei polmoni è pò (魄) ed è inibito e bloccato dalla tristezza e dalla malinconia che deriva dalla
chiusura del cuore, da cui nasce la depressione e le comuni malattie polmonari da infelicità, tra cui il
senso di inquietudine, l’ansia respiratoria, l’asma, le bronchiti, le sinusiti, ecc..
Una delle più antiche guarigioni dalla depressione è riportata in una storia della medicina tradizionale
cinese in cui si racconta che la figlia dell’imperatore era gravemente malata e si era chiusa nelle sue
stanze. Un famoso medico venne chiamato e, sentendole i polsi, comprese che si trattava di depressione e
riuscì a guarire la fanciulla facendola arrabbiare. La rabbia dello shen del fegato hún (attivatrice del
simpatico-yang) bilanciando la tristezza dello shen della milza (parasimpatica-yin) riporta equilibrio e
guarigione nel sistema neuropsicosomatico.
Psicosomatica della “chiusura del cuore”
Come già accennato, la carenza o mancanza di una “madre sicura” affettiva in particolare dal
concepimento al primo periodo di vita, (Bowlby 1989; Ainsworth 1970) è un elemento di primaria
importanza che porta alla “chiusura del cuore “ e che incide negativamente nello sviluppo del bambino.
Anche nelle successive fasi della vita ogni abbandono, mancanza di amorevolezza, rifiuto o lutto può
generare questa dolorosa attivazione del sistema della TRISTEZZA/PANICO.
La “chiusura del cuore” è uno dei segni psicosomatici più evidenti di mancanza di amorevolezza che si
riflette sull’intero livello toracico. Ogni persona, nel suo aspetto di neuropersonalità ossitocinica, quando
si sente non amata o abbandonata, prova un dolore affettivo e fisico al cuore che la porta a chiudersi in se
stessa e a non manifestarsi all’esterno per proteggere questo dolore profondo.
La diminuzione e il deterioramento del contatto amorevole e dolce, innanzitutto della madre e poi del
padre e dei familiari, genera una diminuzione dell’ossitocina e della sicurezza affettiva che si riflette
negativamente sull’equilibrio dei sistemi emotivi e si manifesta come aumento dello stress (alti livelli di
cortisolo) e di numerosi disturbi psicosomatici, psicologici e psichiatrici.
Ricordiamo che il cuore è la sede dell’amorevolezza ma anche, più in profondità, del senso di identità del
Sé. Per questa ragione quando si chiude il cuore perdiamo facilmente il senso di identità e tutto sembra
senza senso. In questo capitolo tratteremo la “chiusura del cuore” in modo più generale, evidenziando gli
aspetti corporei ed emotivi, mentre nel prossimo capitolo tratteremo la “chiusura del cuore” profonda,
che tocca e disturba il Sé e l’intero sistema neuropsicosomatico.
Gli studi delle neuroscienze sul periodo evolutivo, condotte da Schore, mostrano che la mancanza o la
disfunzionalità della relazione affettiva tra madre e figlio sia una delle fondamentali cause della
“disregolazione del Sé” e di una ampia serie di disturbi nello sviluppo cerebrale e cognitivo del bambino,
che si riflette in disturbi dei sistemi PNEI e delle patologie psicosomatiche (Schore, 2003a, 2003b).
Esperienze di consapevolezza psicosomatica
Nel “Corso Base di Crescita Personale” o nelle sessioni individuali, quando si lavora con il bodyscan sul
cuore e il quarto livello psicosomatico (che prende tutto il dermatomero del torace, del dorso, delle
spalle, delle braccia e delle mani), la maggior parte delle persone descrive di percepire che: “il cuore è
chiuso”, o diventa “piccolo, piccolo” o “è trafitto” o “ferito” o, addirittura, nei casi di coinvolgimento del
Sé, che il cuore “si spegne” o si “annulla”. La “chiusura del cuore” viene descritta fisicamente come “peso
sul cuore e sul petto”, “chiusura delle spalle per proteggere il cuore” e “blocco del respiro”, sul piano
energetico emergono sensazioni di colori scuri e pesanti, a volte il nero “come una pietra sul cuore” o a
volte rosso “come una ferita che ancora fa male”.
La chiusura del cuore si riflette sia sul collo come “senso di nodo in gola”, un “groppo” associato ad una
sensazione “di non poter esprimere se stessi” che in basso con un senso di “blocco nello stomaco”
(diaframma), di “non riuscire a digerire quell’evento”.
La “chiusura del cuore”, come condizione di dolore e angoscia si riflette somaticamente e viene descritta
come un “senso di blocco fisico generale” di “tensione muscolare in tutto il corpo” o di “tensione nervosa
che non passa mai”, o più raramente come uno stato di “collasso delle energie” o di “debolezza e
impotenza generale”.
Queste descrizioni non sono metafore astratte ma analogie linguistiche che corrispondono a precise
alterazioni dei 5 principali parametri fisiologici oggettivi con cui si manifestano i blocchi psicosomatici, e
quindi possono essere facilmente osservati dall’attenta valutazione delle tensioni e della postura.
Le persone chiudono il petto e stringono le spalle con una contrazione dei pettorali che diventa cronica.
Questa chiusura toracica, che è opposta all’eccessiva espansione toracica della neuropersonalità
161
testosteronica, genera la postura spenta e chiusa caratteristica delle persone tristi e depresse, con le
spalle strette, la schiena incurvata in avanti e le mani un po’ chiuse e trattenute. Vedremo a breve come
questa condizione generi una serie di disturbi fisici e psicologici.
La depressione e le sue differenti espressioni psicosomatiche
La depressione rappresenta uno dei principali effetti della chiusura del cuore. La depressione è definita
come uno stato di umore basso, tristezza e avversione per attività che può influenzare i pensieri, i
comportamenti, i sentimenti, e il senso di benessere di una persona. La depressione è considerata dal
DSM-5 un disturbo dell'umore, caratterizzata da episodi di tristezza e chiusura, accompagnati
principalmente da una bassa autostima e perdita di interesse o piacere nelle attività normalmente
piacevoli (anedonia).
Come per altri disturbi anche la depressione viene vissuta e agita in forme e con sintomi molto differenti
dalle singole neuropersonalità. Ciò permette di inquadrare i differenti sintomi e comportamenti in una
valutazione clinica più organica e unitaria, che orienta un trattamento più mirato e adatto alla specifica
neuropersonalità della persona.
La più tipica depressione da dolore e abbandono è quella della neuropersonalità ossitocinica,
caratterizzata da tristezza, pianto, tendenza all’isolamento, confusione, autocommiserazione,
dipendenza, bassa stima di Sé. Ma la stessa depressione da abbandono, vissuta da una persona molto
dopaminica, spesso si manifesta in una forma di eccesso di divertimenti e socializzazione (per
dimenticare il dolore), o da alternanza polare tra stati di depressione e tentativi di bilanciamento di tipo
esuberante e maniacale. Una persona molto testosteronica di fronte al dolore da abbandono, spesso da
rottura di una relazione, non volendo vivere la propria tristezza e la gelosia, può diventare estremamente
e aggressiva (fino all’omicidio) con la persona che l’ha lasciata.
Una depressione da abbandono in una persona molto mentale, che ha serie difficoltà ad esprimere ? le
emozioni spiacevoli, potrebbe assumere una forma rigida di autocontrollo e razionalizzazione con
tensioni, insonnia, ansia e nervosismo. In una neuropersonalità cortisolica la depressione da abbandono
assume spesso una forma di profonda vergogna, di chiusura emotiva e relazionale (alessitimia) e di
evitamento silenzioso delle esperienze sociali e divertenti, con eccessiva sedentarietà spesso associata ad
una sregolatezza alimentare da eccesso di cibo e conseguente tendenza all’obesità.
Depressione e alessitimia
La depressione e la “chiusura del cuore” sono strettamente correlate alla chiusura emotiva e quindi
all’alessitimia, alla difficoltà di sentire o esprimere alcune emozioni collegate al dolore e alle memorie
degli eventi che le hanno causate. Nella depressione si riduce anche il riconoscimento empatico delle
emozioni sul viso delle persone vicine (Pedrosa et al., 2008).
I dati di numerose ricerche confermano la nostra ipotesi della “chiusura del cuore” ed evidenziano che
nella popolazione l'alessitimia è fortemente correlata alla depressione (Honkalampi et al., 2000.
I risultati supportano l'idea che la struttura alessitimica rappresenti un tratto stabile di personalità
correlato anche allo stato di gravità del disturbo (Saarijärvi, et al., 2006). Altre ricerche hanno indicato
che le caratteristiche alessitimiche migliorano e sono alleviate nel recupero dalla depressione.
Mentre per altri studi clinici i casi di maggiore gravità della depressione sembrano essere associati ad un
minore recupero dell’alessitimia (Honkalampi et al., 2001).
I dati nazionali e internazionali sulla depressione
L'indagine del World Mental Health Survey condotta in 17 Paesi ha rilevato che, in media, circa 1 persona
su 20 ha riferito di aver avuto un episodio di depressione nel corso dell'anno precedente.
Gli studi epidemiologici dell’OMS, hanno valutato che oggi la depressione interessa 350 milioni di
persone nel mondo.
I dati nazionali e internazionali sullo stato di salute psicosomatico nella popolazione evidenziano un
crescente malessere dovuto ad un progressivo aumento dello stress, dell’ansia e della depressione (dati
Istat e Passi). La depressione, di cui soffre nell’arco della vita circa il 18% della popolazione, interessa
approssimativamente 12 milioni di italiani.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità in Italia il solo assenteismo causato della depressione
incide per 5 miliardi di euro l’anno. Questi dati sono purtroppo in continua crescita.
Basi psicosomatiche della depressione
162
Ricordiamo che la depressione è derivata dall’attivazione del sistema PANICO-TRISTEZZA e che viene
considerata dalle antiche tradizioni cinesi, indiane e greche come “la madre di tutte le malattie”. I
pazienti affetti da questo disturbo depressivo sono spesso persone “di cuore”, con un chiaro aspetto di
neuropersonalità ossitocinica, molto sensibili, intuitive e creative.
Nella neuropsicosomatica la depressione comune è considerata uno stato di dolorosa “chiusura del
cuore”. Nel nostro approccio neuropsicosomatico la depressione comune è considerata un disturbo
disfunzionale caratterizzato da mancanza di amore e di capacità di costruire o gestire relazioni
amorevoli. Infatti quando la persona riesce a trovare le risorse interiori e gli strumenti per riaprire la
corretta funzionalità del cuore la depressione tende progressivamente ad allentarsi e scomparire.
Nei casi gravi, e fortunatamente più sporadici, di depressione maggiore, in cui la depressione è causata
da drammatiche esperienze di vita che hanno seriamente disturbato e a volte “oscurato” la funzione del
Sé, come traumi, violenze o abbandoni, o come risultato di malattie o operazioni fortemente debilitanti,
l’approccio alla guarigione diventa proporzionalmente più complesso e articolato, in quanto richiede un
lavoro di ristrutturazione del Sé che dipende molto anche dal livello di consapevolezza del paziente.
Secondo lo schema della mappa dello stress la depressione comune è
caratterizzata da una “inibizione dell’azione ipotonica - arresa” e
quindi a bassa energia, con evidente inibizione del sistema simpatico
e dei sistemi emotivi attivi che lo caratterizzano.
La depressione, da un punto di vista PNEI, è normalmente
caratterizzata da un triplice squilibrio dei neuromediatori, con bassi
livelli di serotonina, di dopamina e noradrenalina.
In parole semplici la chiusura del cuore (da carenza di ossitocina)
oscura il Sé centrale che inibisce il piacere corporeo e la GIOIA di
vivere (dopamina) e l’AMOREVOLEZZA (ossitocina) e che causano
una cronica mancanza di soddisfazione di prospettive verso il
proprio futuro e confusione mentale (bassa noradrenalina).
Come vedremo nel prossimo capitolo anche la depressione può
facilmente ledere e disturbare la funzione del Sé come ha
magistralmente evidenziato Schore nei suoi due libri.
Basi di approccio neuropsicosomatico integrato alla depressione: il Protocollo PMP per la
Depressione
Il nostro approccio sui differenti piani dell’essere è in grado tuttavia di rispondere alle complesse
carenze della maggioranza degli stati depressivi e ribilanciarli, portando la persona a sentire che può
uscire dal tunnel della tristezza con le proprie forze. Le pratiche del Protocollo PMP per la Depressione ci
hanno permesso di risolvere numerose depressioni.
La logica di fondo del processo di apertura del cuore è semplice, il percorso di consapevolezza può anche
essere complesso ma comunque sostanzialmente lineare.
Assessment neuropsicosomatico: i sintomi psicosomatici diagnostici da osservare e valutare in modo
specifico sono relativi alla “chiusura del cuore”. A livello corporeo si osserva la tensione della cassa
toracica, delle spalle, della gola e del respiro.
Body scan psicosomatico. Attraverso il body scan la persona racconta tensioni e pesi o chiusure specifiche
sul petto e sul cuore, da cui il terapeuta percepisce il livello di chiusura, dolore e tensione o di
arresa/mollezza corporea e valuta la resilienza della persona a ritornare nello stato di normale piacevole
apertura del cuore con sorriso, leggerezza ecc.. Una corretta pratica del body scan permette alla persona
di prendere chiara consapevolezza delle cause della “chiusura del cuore” e di comprendere le emozioni o
i suoi comportamenti inibiti: tra questi è importante valutare sia l’inibizione del pianto che, soprattutto,
della rabbia. La consapevolezza della reale origine del disturbo è un elemento centrale da cui si sviluppa
il successivo percorso di crescita.
Nei casi più comuni la persona è consapevole di essere in uno stato depressivo e chiede di essere aiutata
ad uscirne. Nei casi difficili la persona, anche se si fa seguire da un terapeuta, non vuole inconsciamente
uscire dal suo stato. In molti casi la persona non sente il proprio cuore (alessitimia), nei casi più gravi
non vuole sentire il cuore perché c’è troppo dolore.
Intervento neuropsicosomatico corporeo-energetico: Anche in questo caso, all’inizio il contatto corporeo
consapevole ed empatico soprattutto sul cuore e sulla pancia del paziente porta, oltre che sollievo, a
163
migliorare la relazione col terapeuta che permette una migliore apertura emozionale del cuore e orienta
verso una relazione più profonda, basata sulla fiducia.
È opportuno ricordare che nelle depressioni più comuni il sistema simpatico e il sistema del PIACERE
corporeo sono inibiti dalla tristezza e del dolore del cuore, ed è quindi necessario aiutare la persona a
riattivare il corpo con ogni metodo possibile. Si inizia con gli esercizi di energetica dolce e poi forte, in
quanto già la semplice espressione della forza aiuta ad uscire dal circolo vizioso della depressione a
basso livello energetico. Si suggerisce anche di iniziare a fare muovere il corpo con passeggiate, palestra,
corsi di danza o con ogni pratica fisica vissuta come piacevole.
Prima di procedere con il lavoro sulle emozioni si deve valutare la situazione affettiva pregressa del
paziente, con particolare attenzione agli abbandoni e alle morti. Occorre assicurarsi che non ci siano stati
traumi o situazioni particolarmente difficili.
Il lavoro emozionale. L’elemento di maggior efficacia terapeutica è normalmente quello di sbloccare le
emozioni inibite. Si inizia con una respirazione progressiva sul cuore-gola, di 2° e di 3° livello, cercando
di aiutare la persona a sentire il blocco e il dolore sul cuore e a liberare il pianto trattenuto. Dopo una
prima elaborazione psicologica del pianto e degli eventi relativi alla chiusura del cuore, che vanno
riconsiderati da un differente punto di vista, si approfondisce il lavoro emotivo andando a sentire e a
liberare la rabbia. L’espressione e la condivisione delle emozioni, che portano ad alleggerire l’alessitimia
di fondo, permettono di riaprire progressivamente il cuore e aumentano l’energia vitale della persona.
Spesso dopo la liberazione delle emozioni si osserva un immediato miglioramento della respirazione
toracica, una diminuzione della tensione allo stomaco, un differente colore e rilassamento al viso e una
tonalità di voce più piena e “autentica”. Il lavoro di espressione delle emozioni è di grandissimo aiuto alla
persona e al suo processo di crescita, genera una migliore fiducia in se stessa, e riattiva inoltre la
capacità di relazionarsi.
Tecniche di riparazione affettiva: il maternage e il paternage. Il nostro approccio terapeutico
neuropsicosomatico alle carenze affettive, intese come blocco o “rottura” della relazione del bambino con
la madre, contempla anche il processo della “riparazione” ossia di esperienze corporee, emotive e
cognitive che compensano, nutrono e riaprono il cuore, l’amorevolezza e la fiducia.
Tra le tante pratiche, utilizzate dagli inizi del 2000 nei gruppi di crescita con persone che hanno subito
gravi mancanze affettive, abbiamo sviluppato il maternage e il paternage come pratiche di “riparazione”
di relativa semplicità e buona efficacia, che riportano la persona all’età infantile e le permettono
letteralmente di rivivere un approccio materno o paterno “sicuro”: fisicamente piacevole e rilassante,
affettivamente empatico e psicologicamente rassicurante.
Le pratiche del maternage e del paternage” si fanno in coppia, seduti a terra sui materassini, ad occhi
chiusi. Nel maternage il terapeuta fa le veci della madre assumendo una posizione a terra e abbracciando
la persona in una posizione più distesa e “fetale” come se fosse un figlio. La pratica dura dai 20 ai 25
minuti ed è facilitata da una musica lenta che permette di entrare in profondità nell’esperienza e di
abbandonare tutte le difese dell’io da stress e allarme, e lasciarsi andare al piacere dell’accudimento e del
ricevere amore e fiducia, senza nulla in cambio.
Nel paternage la posizione è leggermente differente, più verticale, e la sensazione trasmessa e
sperimentata dal paziente è di protezione, amorevolezza e forza con una qualità più maschile e paterna.
Spesso le persone con blocchi affettivi molto consistenti non riescono a lasciare andare subito la tensione
mentale e neuromuscolare da allarme ma ne diventano più consapevoli, facilitando così il processo di
riparazione.
Ristrutturazione psicologica: si cerca di prendere consapevolezza dei condizionamenti che hanno portato
alla depressione e si cerca di ristrutturare la modalità o lo schema di reazione automatico. Si potenzia il
senso del Sé corporeo-emotivo e si rinforzano in particolare gli aspetti delle neuropersonalità attive-
simpatiche che permettono di superare la depressione e ribilanciare gli aspetti della debolezza
ossitocinica. Il rinforzo del Sé genera una capacità di difesa e integrità più funzionale che permette, ad
esempio, di riuscire ad esprimere la reazione di affermazione, ed eventualmente di difesa, della propria
dignità umana, portandola a un livello di maggiore consapevolezza e maturità.
Ricordiamo che la neuropersonalità affettiva-ossitocinica classica ha molte difficoltà ad esprimere la
rabbia e l’aggressività anche con le persone che le hanno fatto molto del male. In una persona depressa
riuscire ad attivare il sistema della RABBIA è un indubbio risultato clinico, un vero primo grande passo
verso un riequilibrio del Sé psicosomatico.
Esperienze di crescita personale nelle persone con “il cuore chiuso”
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Dato che mediamente una persona su tre soffre o ha sofferto di depressione, i nostri gruppi di crescita
personale comprendono una vasta serie di pratiche e di esperienze per il superamento delle tristezze e
per una più matura apertura del cuore.
Ogni persona quando inizia i nostri gruppi di crescita, anche se all’inizio fa un po’ fatica a giocare e ad
attivare il piacere di vivere, si lascia trasportare velocemente dal campo collettivo vitale ed amorevole e,
riesce a superare l’inibizione alessitimica e ad aprire il cuore e liberare il pianto e le emozioni trattenute.
La persona inizia così a riaprirsi anche al piacere corporeo e godersi le pratiche di attivazione energetica
e respiratorie, che aumentano la serotonina base. Dopo una prima fase di riequilibrio del cuore e del
corpo, si lavora con pratiche specifiche per riaprire anche l’espressione del sistema della RABBIA, che di
solito ribilancia la tristezza, riportando la persona in equilibrio al centro della mappa PNEI.
È importate ricordare, come è stato accennato nel quarto capitolo, che l’attivazione del sistema
TRISTEZZA/PANICO è alla base non solo delle depressioni, ma anche degli attacchi di panico.
Il nostro modello terapeutico basato sul “Protocollo PMP per la Depressione” si è dimostrato
particolarmente efficace sia nella cura della depressione che degli attacchi di panico, in quanto, operando
con varie tecniche su differenti piani, è in grado di ristabilire l’integrità e la funzione del Sé emotivo,
facilitando l’espressione inibita della tristezza, liberando il pianto, riattivando il piacere di amare e di
condividere fisicamente ed emotivamente l’amorevolezza basilare del cuore.
Casi gravi di eccesso del sistema TRISTEZZA
Nei casi più gravi dei disturbi del Sé dovuti all’attivazione del sistema della TRISTEZZA, la persona cade
in depressione profonda e perde completamente il senso e la motivazione per vivere, arrivando
all’anedonia, alla chiusura al mondo e alle relazioni, fino al suicidio indotto o causato da totale inedia e
rifiuto del cibo, come nella “depressione anaclitica”, osservata e descritta da Spitz, dei bambini di
mamme recluse nei carceri statunitensi.
Sempre per contenere ogni arroganza umana sugli animali, ricordiamo che anche questo comportamento
di lasciarsi morire per mancanza di amore, normalmente ritenuto un sentimenti umano, è in realtà
presente anche negli animali più evoluti.
2 - L’attacco di panico e la sua logica psicosomatica
Prendiamo ora in considerazione l’attacco di panico. Mentre la classica depressione è caratterizzata da
una “inibizione dell’azione lassa” con ipotonia muscolare e abbassamento dell’energia vitale e della
reattività simpatica, l’attacco di panico è caratterizzato da una evidente “inibizione dell’azione tesa o
ipertonica” in cui, nonostante sia inibita l’espressione comportamentale ed emozionale, rimane una
iperattivazione del simpatico che si manifesta come tensione neuromuscolare di fondo. I pazienti affetti
da questo disturbo sono spesso persone “di testa” con una tendenza all’elaborazione e al controllo
mentale piuttosto che all’espressione emotiva e comportamentale spontanea.
L’attacco di panico è classificato dal DSM-5 come un disturbo d’ansia, caratterizzato da una serie di
alterazioni della normale funzionalità psicosomatica che insorgono improvvisamente, con vari possibili
sintomi come: respiro faticoso, sensazione di asfissia o iperventilazione, oppressione o fastidio al petto,
nodo alla gola, paura di morire, palpitazioni o tachicardia, tremori o torpore, disturbi digestivi e
intestinali, vampate e sudorazione eccessiva, vertigini, senso di debolezza e svenimento. Queste acute
alterazioni neurofisiologiche che la persona non riesce a controllare, generano uno stato di “panico”
caratterizzato da: agitazione, confusione mentale (la persona non capisce cosa le sta succedendo), paura
di perdere il controllo, di impazzire o di morire. Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti, si parla di
"disturbo di panico".
La crisi di panico è un disturbo di solito di breve durata senza nessuna grave ripercussione sulla salute.
L’emozione di panico tuttavia porta spesso la persona a chiamare un medico o a farsi portare al pronto
soccorso in ospedale, dove normalmente viene trattata con un semplice ansiolitico.
Dopo la prima sgradevole esperienza di attacco di panico, la persona normalmente comincia ad avere
paura che la crisi possa ritornare, associa la crisi a un evento o a circostanze del tutto casuali: “mi è
venuta mentre ero in mezzo a tanta gente” oppure “mentre ero sola in ascensore”, ed entra così in un
circolo vizioso di ansia e di evitamento di situazioni associate che peggiora la già precaria situazione,
aumentando il rischio di ricaduta.
Alcuni dati statistici sull’attacco di panico
Indagini svolte tra studenti di college statunitensi sull’incidenza attacchi di panico hanno evidenziato
percentuali variabili tra il 6% ed il 51% (Franceschina, Sanavio, Sica, 2004; Sanavio, Cornoldi, 2001) ed
165
un’indagine condotta tra gli studenti italiani ha riscontrato una percentuale del 32% (Sanavio, Cornoldi,
2001). Si stima che circa il 30% della popolazione urbana soffrirà, almeno una volta nella propria vita, di
un attacco di panico. I dati che emergono da una ricerca dell'”Associazione Liberi dal Panico e
dall'Ansia” (Alpa) e da altre ricerche cliniche è che di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella
prima età adulta ed ha un'incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini.
Sono quindi circa 10 milioni gli italiani che hanno vissuto almeno una volta l'esperienza di un attacco di
panico. Un evento isolato, che spesso si trasforma in un disturbo cronico nel 50% dei casi, riguarda oltre
2 milioni di persone che hanno sviluppato un vero e proprio disturbo di panico con attacchi ripetuti,
ansia e fobie.
Neuropsicosomatica dell’attacco di panico
Come per la depressione, consideriamo la crisi di panico come un disturbo funzionale e non come una
malattia, in quanto è dovuto ad una incapacità di gestire appropriatamente emozioni e comportamenti,
spesso per carente regolazione emotiva materna e famigliare, e non dovuto ad alterazioni patologiche,
fisiologiche o neuropsichiche. Questo significa che se ne comprendiamo la logica possiamo insegnare alla
persona approcci più efficaci e comportamenti più funzionali, liberandola così dal proprio disturbo.
Consideriamo l’attacco di panico una evidente espressione di inibizione dell’azione e di “dittatura”
neocorticale che poi, nell’attacco” si manifesta come una “ribellione scomposta” di “riequilibrio” dei
centri sottocorticali, con le modalità del “sequestro dell’amigdala” che, sempre nella fase dell’attacco,
isola la neocorteccia cognitiva e attiva le risposte e i comportamenti dei sistemi del cervello emotivo ed
istintivo.
Nel nostro approccio neuropsicosomatico consideriamo che l’attacco di panico dipende da due principali
fattori: una elevata tensione da controllo mentale e una bassa comunicazione emotiva, di solito apprese
nella famiglia di origine eccessivamente normativa ed emotivamente chiusa, che genera un alto grado di
tensione da stress e una base alessitimica di fondo.
Le tre fasi dell’attacco di panico e la metafora della pentola a pressione
Nel nostro approccio neuropsicosomatico suddividiamo l’attacco di panico in tre distinte fasi:
1. La fase di carica: la pentola a pressione
2. La fase di scarica: l’attacco di panico
3. La fase della paura-evitamento della scarica
La fase di carica. La metafora per comprendere l’origine funzionale di questo disturbo o blocco
psicosomatico è quella della “pentola a pressione” che, se non può sfiatare l’eccesso di pressione
(emozione stressante) attraverso la valvola di sicurezza (come i momenti di normale arrabbiatura o di
pianto), ad un certo punto raggiunge la soglia di contenimento ed esplode (crisi di panico).
I soggetti più esposti sono quindi persone tendenzialmente con un forte super-io, con molti giudizi e
autogiudizi sociali, e quindi portate al controllo cognitivo neocorticale e alla tensione da inibizione
dell’azione sottocorticale, ossia da una difficoltà o incapacità del paziente di gestire le emozioni e i
comportamenti corporei ed istintivi in modo appropriato, accumulando così un carico emotivo e di
tensione neuromuscolare che ad un certo momento non riesce più ad essere compensata ed esplode
nell’attacco di panico.
La fase di scarica. Appena insorge l’attacco di panico la persona cerca di controllare anche questa intensa
manifestazione, perché è ossessionata da “cosa penseranno gli altri che mi vedono in questa condizione”,
e così genera un ulteriore conflitto interno che aggrava la situazione già scompensata.
Nella nostra pratica abbiamo assistito ad alcuni attacchi di panico di persone e siamo riusciti a
rassicurarle con la nostra presenza ed empatia, dicendole che eravamo terapeuti esperti, che non c’era
pericolo, che eravamo in una situazione di totale protezione e controllo e che poteva anche liberare la
paura e le emozioni che sentiva. Questa possibilità permetteva alle persone innanzitutto di esprimere la
propria paura e poi, dopo aver liberato la voce, abbiamo osservato che le persone esprimevano il
materiale emotivo represso e negato, con un grandissimo senso di liberazione immediata dalle tensioni e
di conseguente risultato terapeutico di profondo miglioramento nella gravità e nella frequenza degli
attacchi stessi.
La fase della paura della scarica. Dopo la prima crisi di panico si instaura un secondo ulteriore livello
disfunzionale di paura che nasce dal tentativo di controllo ed evitamento delle possibili cause esterne che
potrebbero innescare la crisi.
Nell’attacco di panico si osserva una evidente conflittualità psicosomatica che si riflette come contrasto
tra le due branche funzionali del sistema autonomo: alcuni dei sintomi caratteristici (debolezza,
166
svenimento, disturbi addominali, bassa pressione, ecc.) sembrano infatti imputabili ad un “sindrome
vagale” da attivazione del sistema parasimpatico, mentre altri (ipertensione, tachicardia, tremori,
accelerazione del respiro, ecc.) sono caratteristici dell’attivazione del sistema simpatico.
Abbiamo più volte osservato che questa conflittualità psicosomatica era già presente nei genitori: le
persone con attacchi di panico consistenti spesso raccontavano di un padre molto duro e severo, con un
forte sistema RABBIA/DOMINANZA, che incuteva timore e generava sottomissione, e, per contro, una
madre tendenzialmente sottomessa con un forte sistema PAURA/ANSIA, ma poco affettuosa, che
tendeva ad accettare e a subire la situazione famigliare.
Alessitimia e crisi di panico
Gli studi delle neuroscienze confermano l’approccio neuropsicosomatico fondato sulla base alessitimica
dell’inibizione delle emozioni, e sull’ipotesi della dominanza neurocognitiva.
Gli studi di neuroimaging hanno infatti evidenziato che l’alessitimia può essere associata a una inibizione
nell’elaborazione degli stimoli emotivi che si svolge a livello neocorticale (nella corteccia cingolata
anteriore), piuttosto che a una mancanza di risposta neuronale in strutture sottocorticali che si occupano
dell’elaborazione di stimoli emotivi a livelli più bassi (Kano et al 2003).
Una recente review di ricerche di neuroimaging (Morigouchi & Komaki, 2013) ha mostrato che le
persone con alti valori di alessitimia mostrano ridotta risposta neurale dei sistemi emotivi limbico e
paralimbico a stimoli affettivi esterni (visivi), e che negli individui con punteggi più alti di alessitimia si
evidenzia una aumentata risposta neurale agli stimoli fisici, ossia una ipersensibilità corporea.
Basi di approccio neuropsicosomatico integrato agli attacchi di panico
L’approccio clinico neuropsicosomatico agli attacchi di panico è molto efficace e ci ha permesso di
liberare moltissime persone da questo disturbo. Questo approccio parte dalle considerazioni appena
esposte e quindi è orientato a migliorare e possibilmente risolvere alcuni sintomi e blocchi principali:
1) alleggerire innanzitutto la tensione di fondo del sistema simpatico eccessivamente attivato del
paziente rilassando le zone più tese e reattive della sua struttura neuromuscolare,
2) se la persona ha attacchi derivati principalmente dell’attivazione del sistema PANICO-TRISTEZZA
occorre liberare il cuore dalla tristezza, utilizzando le indicazioni del Protocollo PMP per la depressione,
3) migliorare l’alessitimia educando la persona alla consapevolezza emotiva attraverso il body scan e le
pratiche di intelligenza emotiva e di condivisione,
4) alleggerire e liberare l’eccesso di energia emotiva trattenuta (effetto “pentola a pressione”), ossia
dell’accumulo di tensioni ed emozioni che il paziente continua da anni a trattenere a livello corporeo ed
emotivo. Lavorare soprattutto con l’espressione vocale.
5) sviluppare una differente comprensione e logica cognitiva della tendenza della neuropersonalità del
paziente spesso molto controllante e ipercritica che, poi ovviamente, teme le critiche delle altre persone
e per controllarsi continua a tendere il sistema neuro-muscolare, fino a che “esplode” come una pentola a
pressione a cui è stato bloccata la valvola di sfiato.
Assessment neuropsicosomatico: i primi due sintomi diagnostici specifici da osservare e valutare sono la
tensione neuro-muscolare generalizzata (in particolare si valuta il dolore da tensione dello stomaco), e la
difficoltà ad esprimere le proprie emozioni. Spesso si osserva anche una “chiusura del cuore” associata
però (contrariamente ai casi di depressione classica) ad una “carica” e tensione del sistema simpatico,
che si manifestano psicologicamente come stato di agitazione e ansia. Dopo i primi “attacchi di panico”
(di cui è sempre bene verificare la realtà oggettiva utilizzando i parametri del DSM), si osserva una
evidente “paura della paura” ossia grave timore di incorrere di nuovo nella crisi di panico. Fondamentale
dal colloquio identificare le emozioni (neuropersonalità) trattenute ricordando che alcuni trattengono il
pianto e la paura, altri la rabbia o la gioia.
Body scan psicosomatico: attraverso il body scan si percepisce il livello di tensione corporea generale e
blocco dello stomaco in particolare e spesso anche della gola (che trattiene l’espressione delle
emozioni,). Nel body scan la persona racconta tensioni, pesi o chiusure specifiche sulla gola, sul petto e
sullo stomaco. Dopo il piano fisico si entra nel piano emotivo, si valuta il grado di alessitimia e si cerca di
aprire una migliore sensibilità emotiva.
Intervento sul corpo e sul Sé Corporeo: anche in questo caso, all’inizio, l’appoggio consapevole ed
empatico delle mani sulla testa e soprattutto sul cuore e sulla pancia permette al paziente il rilassamento
della sua forte tensione neuromuscolare e spesso genera un importante contatto affettivo che dà risultati
immediati di allentamento dell’ansia generando fiducia. Il massaggio del corpo e dello stomaco in
particolare è una pratica centrale: se la persona rilassa lo stomaco non può esserci esplosione
167
dell’attacco di panico. Dato che negli attacchi di panico il sistema simpatico è spesso iperattivato, è
necessario aiutare la persona a rilassare il corpo con ogni metodo possibile, magari iniziando a farlo
muovere con dolcezza e fluidità con gli esercizi di energetica (mentre normalmente si muove con
tensione e in modo meccanico e pressato), ma anche con passeggiate, palestra, corsi di danza o con ogni
pratica fisica vissuta come piacevole, che possono migliorare la stabilità e il rilassamento corporeo e lo
scarico fisico delle tensioni accumulate.
Intervento sulle emozioni e sul Sé Emotivo: lo scioglimento e l’espressione emotiva rappresenta
l’elemento centrale del nostro approccio agli attacchi di panico. Per liberare le emozioni inibite occorre
un consistente lavoro di consapevolezza del piano emotivo attraverso il body scan psicosomatico e la
descrizione verbale delle emozioni percepite. Nei casi di alessitimia più consistente, spesso si inizia con
semplici pratiche di “alfabetizzazione emotiva” come nel “Protocollo Gaia” per i bambini. Dopo il primo
lavoro di consapevolezza emotiva si passa all’espressione delle emozioni con le pratiche di respirazione e
di emotional release. L’espressione delle emozioni negate viene accompagnato nel nostro lavoro da un
senso di piacere e di forza del Sé Emotivo. Il lavoro terapeutico di 3° grado, relativo ai casi di media
gravità, richiede normalmente una respirazione progressiva sull’asse stomaco => cuore => gola,
iniziando progressivamente con le respirazioni di 2° e di 3° grado, liberando i blocchi che inibiscono
l’espressione delle emozioni e delle sensazioni corporee. Dalla liberazione e condivisione delle emozioni
trattenute nasce una nuova consapevolezza del Sé, che diventa più sicuro e cosciente della capacità di
saper gestire le proprie emozioni, anche intense o spiacevoli.
Meditazioni: dopo essersi assicurati che non vi siano gravi traumi o blocchi, si inizia con le meditazioni
attive. Nelle sessioni si può anche far fare gli esercizi di energetica yang-forte, e poi la Kundalini o la
Evolution, una danza ad occhi chiusi, fino alle pratiche della Chakra Breathing e della Dinamica, che
muovono le emozioni più negate e inconsce.
Ristrutturazione psicosomatica: si cerca di cogliere i condizionamenti primari, famigliari o sociali, che
hanno portato la neuropersonalità noradrenalinica del paziente all’iperattivazione e all’inibizione o
chiusura del sistema serotoninico del piacere corporeo e del sistema della giocosità e della cura.
Normalmente ci si trova di fronte a condizionamenti o sistemi di riferimento di genitori molto normativi,
con un padre spesso aggressivo, arrabbiato o duro (alto testosterone) che ha generato una percezione
psicologica di paura dell’autorità e di tendenza a strutture mentali di sottomissione o di reazione
bloccata (inibizione della reazione testosteronica), e ad una madre che non è riuscita a trasmettere la
sicurezza corporea (serotoninica) ed emotiva (dopaminica-ossitocinica) necessaria a sviluppare un Sé
Emotivo fluido e un Sé Cognitivo in grado di reale autonomia e sicurezza nell’affrontare le situazioni
difficili e gli imprevisti della vita.
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Il tumore al seno: una patologia da “chiusura del cuore” e delle emozioni
Il seno è uno degli organi bersaglio più evidenti della neuropersonalità ossitocinica e del sistema del
PANICO/TRISTEZZA. Numerose ricerche di psiconeuroendocrinoimmunologia hanno provato la
169
consistente relazione tra stress, depressione e malattie immunitarie nell’insorgere del cancro (Reiche et
alii, 2004). Le ricerche internazionali da tempo hanno confermato la relazione tra depressione (tristezza)
e inibizione del sistema immunitario (Kiecolt-Glaser et al., 2002), in particolare attraverso la produzione
di citochine pro infiammatorie che influenzano un vasto spettro di condizioni associate
all’invecchiamento, ai disturbi cardiovascolari, all’osteoporosi, all’artrite, al diabete di tipo 2, ad alcune
forme di cancro e molte altre patologie.
Prendiamo in considerazione la genesi di un tipico tumore al seno, come ulteriore esempio di come
valutare i dati del paziente e formulare una diagnosi psicosomatica che possegga una reale efficacia
terapeutica. Voglio puntualizzare, anche in questo caso, che in psicosomatica non esistono dogmi
“karmici” o “ferree leggi del cancro”, come alcuni autori illusoriamente affermano, i tumori infatti si
sviluppano anche negli alberi, com’è visibile negli ingrossamenti del tronco dei platani e dei castagni, e
negli animali selvatici (senza cause simboliche, condizionamenti materni negativi o cattivo karma). È
dimostrato che i tumori al seno possono anche essere causati da agenti biologici come eccessi di
estrogeni nel cibo o da alterazioni genetiche.
Consapevoli che esistono moltissime forme di tumore al seno da differenti cause, portiamo come
esempio un tumore al seno dovuta alla chiusura del cuore da dolore affettivo.
Questa forma di patologia psicosomatica, che abbiamo osservato in numerosi casi, si genera tipicamente
nella struttura ossitocinica di neuropersonalità che, a fronte di un grave dolore affettivo, genera una
“chiusura del cuore” ossia una tensione neuromuscolare di difesa del Sé e del cuore stesso. La chiusura
del cuore si manifesta con la tensione dei muscoli pettorali che genera la classica postura di chiusura
delle spalle e del torace, caratteristica della tristezza e della depressione.
In questa situazione la palpazione dell’attaccatura del tendine del pettorale sull’omero risulta
visibilmente più rigida e dura del normale, a volte come fosse un filo di ferro. Questa tensione porta alla
congestione dei linfonodi ascellari e del seno in generale, creando una situazione di relativa mancanza di
ossigeno che, associata alla produzione di citochine infiammatorie e all’abbassamento del sistema
immunitario da stress e ipercortisolemia per via del dolore emotivo, è alla base della formazione del
tumore.
Se potessimo fare un test alle ghiandole mammarie, come viene fatto con il Pap test a livello di cervice
uterina, è plausibile che potremmo all’inizio trovare dei livelli di leggera infiammazione alle ghiandole
mammarie (con referto tipo: “flogosi aspecifica”) che poi si aggravano progressivamente, in relazione sia
al tempo della cronicizzazione del blocco del cuore e del petto, sia all’intensità della congestione
mammaria e linfatica da tensione, fino a degenerare in tumore.
Le basi psicosomatiche del tumore al seno
Abbiamo descritto che la forma di alessitimia più caratteristica della neuropersonalità ossitocinica è la
grande difficoltà a riconoscere e ad esprimere la rabbia e l’aggressività. Ma l’inibizione della rabbia e
dell’aggressività, che sono potenti forze istintive del cervello rettile per la difesa del Sé, generano un
grave squilibrio neuropsicosomatico che si riflette in un elevata produzione di cortisolo e conseguente
inibizione del sistema immunitario che vanno a colpire il cuore e il seno come organo bersaglio della
“chiusura del cuore”.
In uno studio condotto su 160 pazienti con tumore al seno, presso il King's College Hospital di Londra,
riportato dal Journal of Psychosomatic Research (Greer & Morris, 1975), è emersa una significativa
correlazione tra la diagnosi di cancro al seno ed una eccessiva repressione della rabbia e, nelle pazienti
sopra i 40 anni, anche delle emozioni in generale.
Un importante studio ha coinvolto 847 donne statunitensi con diagnosi di carcinoma mammario
invasivo, seguite dal 1985 al 1994, dal California Department of Health Services and National Cancer
Institute, per verificare se l’espressione delle emozioni ed uno spirito combattivo influenzassero i tassi di
sopravvivenza al cancro. Nello studio si evidenzia che: “Le pazienti che hanno riportato bassi livelli di
espressione delle emozioni combinate a bassi livelli di supporto emotivo, hanno una sopravvivenza
minore rispetto alle donne che hanno riportato alti livelli di entrambi. Le pazienti che avevano segnalato
bassi livelli sia di espressione delle emozioni, sia di sostegno emotivo, avevano un rischio quasi quattro
volte maggiore di decesso per cancro al seno, rispetto alle pazienti con tumore nella fase iniziale che
riportavano alti livelli di entrambi”.
La crescita personale nei tumori al seno
170
Questa tendenza al cancro non è tuttavia irreversibile! Le potenzialità di una terapia psicosomatica
basata sul processo di crescita personale e di facilitazione all’espressione delle emozioni, sono oggi
documentate.
Il CBCRP, California Breast Cancer Research Program (programma di ricerca sul tumore al seno della
California), ha condotto uno studio di follow-up sul lavoro del 1989 del Dott. David Spiegel ed ha trovato
che il tasso di sopravvivenza delle donne capaci di esprimere apertamente la loro rabbia nel corso del
programma di terapia di gruppo, è raddoppiato (3,7 anni), rispetto a quello delle donne che nel
programma di terapia hanno represso la loro rabbia (1,8 anni). Il Dott. Spiegel scrive: “I nostri risultati
mostrano che la prolungata repressione o inibizione della rabbia durante i primi mesi di terapia di
gruppo, ha fortemente predetto una morte precoce”. Questo è il primo studio di terapia psicosomatica
che collega la capacità di sciogliere il blocco alessitimico ed esprimere la rabbia con una maggiore
sopravvivenza.
Come dimostrato dalle ricerche condotte dal Department of Psychology della University of Wisconsin-
Madison (Weng et al., 2013), la compassione può essere coltivata con la formazione, attraverso corsi e
training, e un comportamento altruistico può emergere da un maggiore coinvolgimento dei sistemi
neurali implicati nella comprensione della sofferenza di altre persone, con un miglioramento del
controllo emotivo ed esecutivo e dell’elaborazione della ricompensa.
Uno degli elementi cardine della terapia psicosomatica che insegniamo e sviluppiamo attraverso
differenti pratiche meditative, emotive e corporee, in tutti i nostri corsi e nel master, è legata allo
sviluppo delle qualità di amorevolezza, comprensione-compassione ed empatia, qualità umane “di cuore”
che osserviamo migliorare sensibilmente la depressione, l’ansia e la qualità della vita.
Un esempio di terapia psicosomatica integrata per il tumore al seno
Il nostro approccio neuropsicosomatico ha portato buoni risultati nella prevenzione e nel trattamento
dei tumori al seno e delle sue ricadute.
A scopo esplicativo esponiamo una breve sintesi del protocollo PMP specifico (e più articolato) per la
cura integrata del tumore al seno, eventualmente in parallelo con l’iter delle cure oncologiche suggerite.
Normalmente alle donne a cui è stato diagnosticato un ingrossamento anomalo delle ghiandole
mammarie o un chiaro tumore al seno, suggeriamo di iniziare immediatamente una intensa pratica
psicosomatica per migliorare i sintomi prima dell’eventuale intervento. In alcuni casi con tumefazioni
ghiandolari dubbie, o di tumori di dimensioni inferiori al centimetro abbiamo osservato una loro
riduzione o scomparsa. Nei casi di interventi psicosomatici su persone dopo l’intervento (post
operatorio) abbiamo osservato, rispetto a persone operate ma senza pratiche psicosomatiche, una
eccellente riduzione dei sintomi somatici collaterali: dolore, infiammazione, tensione, gonfiore,
arrossamento, senso di disagio al contatto; e dei sintomi psicologici: miglior senso di Sé, fiducia, apertura
emotiva, riduzione della depressione e dell’ansia, miglioramento delle relazioni.
Il nostro approccio prevede i seguenti interventi terapeutici sui sette piani:
1) rimedi di base: alimentazione biologica consigliata per i tumori, controllo del Ph, molta cura a non
introdurre estrogeni se il tumore è sensibile ad essi. Rimedi fitoterapici, omeopatici o omotossicologici,
atti a rinforzare il sistema immunitario (Shiitake, Uncaria, ecc), a depurare dalle tossine, a ridurre lo
stress e limitare l’infiammazione; terapia epigenetica con frazioni di cellule staminali del Dott. Piermatio
Biava.
2) piano fisico: lavoro sul corpo, con particolare attenzione al 4° livello psicosomatico toracico, con
massaggi o automassaggi con oli appropriati per ridurre la congestione linfatica e mammaria, ed
eventuale intervento craniosacrale;
4) piano energetico: lavoro con gli esercizi di energetica e respirazione dolce con particolare attenzione
al 4° livello psicosomatico toracico, per allentare le giunture e la muscolatura contratta della zona
pettorale e ascellare, e fare ossigenare e rivitalizzare i canali del cuore (eventualmente: agopuntura,
Seqex, Ryodoraku per riequilibrio energetico);
5) piano emotivo: lavoro sulle emozioni che rappresentano la causa prima del blocco. Attraverso il body
scan psicosomatico si aprono le percezioni delle emozioni dolorose che hanno portato alla “chiusura del
cuore” e si inizia il lavoro terapeutico che normalmente prevede l’utilizzo di pratiche di “respiro globale”,
regressioni, emotional release, maternage o paternage, espressione emotiva, gestalt. A fronte dei dati
delle ricerche appena esposte abbiamo sviluppato uno specifico lavoro sulle pratiche di espressione
emotiva della tristezza e della rabbia, in particolare, che riteniamo fondamentali per le donne con questo
tipo di patologia.
171
6) piano mentale: lavoro sulle memorie autobiografiche che sono associate alla causa prima del blocco.
Si lavora poi a livello psicologico nell’analisi e nella ristruttuazione dei condizionamenti e dei blocchi che
hanno portato, o che sono legati, al tumore. Esiste una caratteristica forma psicologica di squilibrio
emotivo, legato alle logiche di tipo affettivo-depressivo, che continua ad alimentare uno specifico modo
di vivere e di relazionarsi con i partner, i figli e le persone in generale. Il lavoro psicologico, in larga parte
derivato dallo scioglimento delle inibizioni affettive, permette al terapeuta di comprendere e facilitare
una sua ristrutturazione cognitiva.
7) piano del Sé: utilizzo di pratiche di meditazione: mindfulness per iniziare ad accettare il tumore e
reintegrarlo nel campo sistemico, tre suoni se la persona è molto nella testa per stress da tumore e
richiede di abbassare l’attivazione simpatica e migliorare il rilassamento parasimpatico, meditazione
dinamica se è necessario liberare emozioni forti come il dolore intenso o la rabbia, Who is in? per
rinforzare il senso di identità profonda del Sé che migliora la gestione globale degli eventi (esami,
ospedalizzazione, intervento, chemio, ecc.), riequilibra gli ormoni e, in particolare, il sistema
immunitario.
Sintomatologie cliniche progressive del sistema TRISTEZZA/PANICO
Sintetizziamo i sintomi dei disturbi da carenza della CURA/AMOREVOLEZZA.
1. I principali sintomi di lieve intensità, da “disregolazione” del sistema TRISTEZZA/PANICO legato alla
carenza di CURA/AMOREVOLEZZA mediato dall’ossitocina, sono: eccessiva tendenza alla protezione
e alla cura, tristezza di fondo, timidezza, propensione al pianto, inclinazione all’autosvalutazione,
difficoltà ad arrabbiarsi, eccesso di altruismo e propensione a capire e ad aiutare tutti mettendo se
stessi in secondo piano.
2. I principali sintomi di media gravità del sistema della TRISTEZZA/PANICO si manifestano come:
tristezza, dipendenza, tendenza alla depressione, alla dipendenza affettiva, all’autosvalutazione, a
compiacere agli altri fino al sacrificio. Parallelamente viene tendenzialmente inibito il sistema della
RABBIA/DOMINANZA con una forma di
alessitimia specifica a manifestare sentimenti di
rabbia e reazioni aggressive, che invece
diventano rancori e risentimenti sordi e
inespressi, che a volte diventano cronici “ha
sempre il muso”. I sintomi somatici di questi
squilibri si manifestano soprattutto a carico del
torace, con indebolimento e disturbi del sistema
immunitario, respiratorio (bronchiti, faringiti,
ecc.), cardio-circolatorio (aritmie, tachicardie,
mani troppo calde o fredde, Raynaud, ecc) e
disturbi al seno con infiammazione delle
ghiandole mammarie fino alla degenerazione
tumorale. Questi sintomi di moderata gravità,
raffigurata nella sfera intermedia della mappa (vedi fig. **), sono chiari segni di una “disconnessione”
e di una progressiva “dominanza” della neuropersonalità ossitocinica sull’intero network neuro-
psico-somatico, che tuttavia spesso riescono ad essere “compensati” dal Sé che, nonostante le
difficoltà, riesce a manterere uno stile di vita sufficientemente funzionale ed equilibrato.
3. I principali sintomi gravi del sistema della TRISTEZZA/PANICO si manifestano principalmente con i
sintomi della depressione profonda (in soggetti con predominanza parasimpatica) e degli attacchi di
panico intensi e frequenti (in soggetti con predominanza simpatica). Chiari esempi di “dittatura” in
cui una persona entra in un periodo di grave tristezza, dolore affettivo e isolamento, o di attacchi di
panico che non riesce in alcun modo a controllare e gestire con la sua normale volontà e
consapevolezza. Ritroviamo molto comunemente in questi casi anche una consistente inibizione del
sistema RABBIA/DOMINANZA e GIOCO/SOCIALIZZAZIONE. I sintomi gravi sono caratterizzati dal
fatto di non poter essere “compensati” dal Sé e quindi di generare situazioni altamente disfunzionali
e a volte rovinose nella vita famigliare, sociale e lavorativa della persona.
IPERATTIVAZIONE E INIBIZIONE DEL SISTEMA DEL GIOCO/SOCIALIZZAZIONE
E DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ DOPAMINICA
172
Il gioco fornisce la passione a tutti i sistemi emotivi
Il sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE genera l’emozione della gioia, dell’entusiasmo e del riso.
È presente in ogni mammifero e in ogni essere umano e rappresenta la principale struttura
motivazionale emotiva del cervello, gestita dal sistema mesolimbico dopaminergico. Un’adeguata attività
di gioco, in particolare nei bambini e nei giovani ma anche negli adulti, è un requisito essenziale per
mantenere una buona salute psicofisica e prevenire gli effetti indesiderati della vecchiaia.
Il gioco insegna alle persone come agli animali come trovare la giusta relazione e le semplici regole per
andare d’accordo con gli altri.
(Bowlby e Ainsword 1988) hanno descritto come la madre sintonica rappresenta una “base sicura” da
cui il bambino capace di camminare può partire per le sue esplorazioni del mondo e poi farvi ritorno.
Queste esperienze di separazione, esplorazione e riconnessione che sostengono il sistema del GIOCO
generano un ambiente arricchito che modella le reti neuronali in via di sviluppo (Tucker, 1992) e
aumentano l’interconnettività neurale (Fagen, (1977).
Schore (2003) suggerisce che “le comunicazioni diadiche, che generano intensi stati di affettività
positiva, ed elevati livelli di dopamina e di oppiacei endogeni, rappresentino un ambiente che promuove
la crescita della corteccia prefrontale, un’area criticamente implicata nei processi di imprinting descritti
da Bowlby”.
Recenti ricerche suggeriscono che il sistema del gioco sia particolarmente importante nello sviluppo
epigenetico e nella maturazione della neocorteccia. Un bambino che è stato privato del gioco ha più
probabilità, non solo di diventare iperattivo e magari ricevere una diagnosi di ADHD, ma anche di
diventare un adulto solitario. Ovviamente, i tratti della personalità umana sono il risultato di un processo
multifattoriale, ma la mancanza di un legame sicuro infantile, nonché la mancanza di gioco, sicuramente
contribuiscono a sviluppare aspetti di irritabilità e aggressione negli adulti. Visto il ruolo del gioco nel
promuovere il benessere e la salute mentale del bambino, appare sensato, per la società, creare le
condizioni attraverso le quali i bambini possano realmente giocare, durante gli anni della loro infanzia.
La nostra struttura sociale tuttavia, sia perché nelle città non ci sono adeguati spazi naturali liberi da
pericoli e macchine, sia per i tempi accelerati della vita quotidiana e lavorativa, tende ad inibire il piacere
del corpo e l’espressione emotiva e intensa del gioco libero e spontaneo dei bambini e dei ragazzi, come:
“giocare a prendersi”, “nascondino”, arrampicarsi, correre, “fare la lotta”, ecc.
La neuropersonalità dopaminica
Considerando che la dopamina attiva il sistema simpatico e il sistema motivazionale orientato al gioco e
alla socializzazione, diventa facile riconoscere le persone con
una marcata neuropersonalità dopaminica in quanto sono
sempre simpatiche, aperte, allegre e attive, in particolare
nell’ambito delle relazioni amicali e sociali. La
neuropersonalità dopaminica è tendenzialmente buona,
sorridente e pronta alla battuta, ha movimenti e
atteggiamenti sciolti e spontanei ma spesso non è veramente
rilassata. Tende a presentare il proprio aspetto migliore
all’esterno e normalmente reprime le emozioni negative in
società. Se non è bilanciata dall’aspetto serotoninico e
ossitocinico della personalità, nelle relazioni di coppia la
neuropersonalità dopaminica preferisce uscire in compagnia del gruppo piuttosto che restare da soli col
partner. Panksepp evidenzia una relazione tra il sistema dopaminico del GIOCO e il sistema endorfinico
della fantasia. L’iperattivazione di questo sistema tende infatti a generare disturbi psichiatrici, come la
schizofrenia paranoide e la psicosi.
Eccesso del sistema dopaminico
Le persone con una neuropersonalità dopaminica in eccesso mostrano aspetti caratteriali di eccessiva
esteriorizzazione emotiva, grande capacità di intrattenere le persone e di esprimersi. Evidenziano tratti
caratteristici di personalità come: narcisismo, tendenza alla seduzione e alla manipolazione, ambizione,
carisma, esuberanza, tendenza ad accentrare l’attenzione su di sé, ad essere tendenzialmente esagerati o
drammatici nell’espressione delle loro emozioni.
Spesso hanno tendenza artistiche e possono diventare attori, cantanti, musicisti, sempre in un contesto
di espressione pubblica. Se contraddetti diventano facilmente irosi, alzano la voce e dicono cose anche
173
pesanti a chi li ostacola o non li sostiene. Sovente non riescono a godersi il piacere dell’amorevolezza e
dell’affettività ossitocinica.
Spesso riemergono come “ragazzi” anche quando si sposano e fanno figli, lasciando facilmente alla
moglie i compiti di stare con i figli mentre loro stanno in giro con gli amici, o fanno sport di squadra,
girano in moto o in bici, piuttosto che prendersi le loro responsabilità come genitori e mariti e occuparsi
delle faccende domestiche e delle relazioni familiari.
Anche per le vacanze spesso tendono a stare con altre coppie piuttosto che fare una vacanza da soli con il
partner e i figli. Se vengono criticati per la loro tendenza eccessivamente socializzante reagiscono con
forza e difendono la loro “libertà di vivere come sono” con toni accesi e spesso drammatici. Hanno
problemi di salute spesso derivati da eccessivo fumo, cibo, alcool e altre “droghe sociali”. La loro tensione
di fondo, anche se vissuta con gioia ed entusiasmo, alla lunga può sfociare in uno stato di esaurimento da
stress, faticano a rilassarsi e ad accettare i loro limiti e le loro debolezze. Questo tipo di neuropersonalità
soffre spesso di problemi cardiocircolatori, pressione alta, tachicardie e aritmie da eccesso simpatico.
Condizionamenti dopaminici
Un bambino che nasce e cresce in una famiglia di persone con un forte tratto di neuropersonalità
dopaminica, che hanno molte pubbliche relazioni, o famiglie di attori, cantanti o atleti professionisti, con
un alto grado di attenzione alle modalità di presentarsi all’esterno e un alto livello di giudizio per il
successo in genere, è certamente sottoposto ad una sovrastimolazione del proprio sistema del
GIOCO/SOCIALIZZAZIONE. Questa sovrastimolazione potrebbe alterare la sua neuropersonalità
dopaminica fino ad eccedere nella ricerca della performance, del successo, del riconoscimento sociale,
economico, artistico o dell’agonismo sportivo, sviluppando ansie da prestazione ed eccessiva
focalizzazione sulla vittoria che spesso risultano estremamente stressanti.
Come è stato accennato le persone con alti livelli di dopamina, nelle situazioni di gioco e socializzazione
esibiscono comportamenti seduttivi, manipolativi, eccessivi, accentratori o esagerati, non spontanei ma
sempre un po’ finti, fino al narcisismo o a modalità istrioniche di relazione.
Inibizione del sistema del GIOCO/SOCIALIZZAZIONE
L’inibizione del gioco fisico, che spesso contraddistingue la vita dei bambini nelle città, si manifesta come
progressiva difficoltà a “giocare” nella propria vita e socializzare.
Un bambino con un sistema del GIOCO potenzialmente vitale e attivo, se cresce in un contesto familiare
troppo normativo, rigido, depresso e fisicamente o culturalmente isolato, o in città senza spazi dove
poter socializzare con i pari in un contesto libero, dovrà imparare ad inibire e controllare la sua energia
attiva e divertente e imparare a vivere in modo più tranquillo e limitato. Oltre un certo limite questa
inibizione arriva a ledere le necessità vitali primarie del Sé, abbassando la gioia di vivere, diventando
progressivamente disfunzionale, sviluppando stress e depressione. Si osserva il graduale emergere una
neuropersonalità dopaminica inibita, che ha spento la giocosità e la passione, che fatica a divertirsi con i
compagni e a socializzare, che mostra difficoltà relazionali, in particolare con le persone dell’altro sesso,
soprattutto considerando che l’allegria e l’intraprendenza giocano un ruolo essenziale nel
corteggiamento. Si smorza anche il sorriso e la vitalità fisica ed emotiva.
Progressivamente si spegne anche il sistema della RICERCA e del GIOCO sui piani più elevati, cognitivi,
lavorativi, ossia lo stimolo alla ricerca di nuove esperienze e conoscenze nel proprio campo di lavoro o di
interesse. Si spegne anche la spinta alla crescita personale, alla ricerca interiore e alla realizzazione su un
piano spirituale.
Squilibri e patologie gravi del sistema dopaminergico del GIOCO
L’abbassamento della dopamina, che consegue all’inibizione emotiva (e corporea) del gioco e della
socializzazione è una delle tre basi neurochimiche della depressione, insieme al calo della serotonina e
della noradrenalina.
Per contro è stata evidenziata da studi internazionali (Han, et alii, 2007; Grötsch, et alii, 2015) una forte
relazione tra alti livelli di dopamina, in particolare nel nucleo striato, e ludopatie, come la compulsione al
gioco d’azzardo e alle scommesse (videopoker, slot machine, cavalli, ecc.). La neuropersonalità
dopaminica e il sistema del GIOCO si manifestano come una “dominanza” sull’intero network
psicosomatico e sulla regolazione centrale del Sé, o addirittura nei casi più gravi, si manifestano come
una “dittatura” neuro-psico-somatica, che porta ai disturbi del Sé, l’eccesso di attivazione del sistema del
GIOCO/SOCIALIZZAZIONE e il relativo innalzamento dei livelli di dopamina, sono stati associati ad
174
espressioni di ipereccitazione, euforia, fino ai disturbi psichiatrici come le crisi maniacali, il disturbo
istrionico e la schizofrenia paranoide.
ADHD: una differente approccio neuropsicosomatico
Come accennato nei capitoli precedenti, la disregolazione del sistema GIOCO/SOCIALIZZAZIONE tende a
generare disturbi del comportamento, come il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD), e
la Sindrome delle Gambe senza Riposo (SRL), caratterizzati da bassi livelli di dopamina e serotonina.
L’ADHD è un disturbo che ha come sintomi: irrequietezza, impulsività e difficoltà alla concentrazione, che
colpisce dal 3% al 6% dei bambini in età scolastica e mostra un aumento nella nostra società. Questo
disturbo deve essere compreso nella sua logica psicosomatica funzionale che, permettendoci di
inquadrare le cause degli squilibri, può facilitare un efficace approccio alla sua cura.
È importante considerare che i bambini attivi e dinamici, e in particolare quelli con un chiaro tratto di
neuropersonalità dopaminica, hanno una pressante necessità di poter scaricare questa loro energia
entusiasta e dinamica con un appropriato tempo e qualità di gioco attivo, in cui si attiva anche la
serotonina, la molecola del piacere corporeo.
Questa forte energia dinamica ed entusiasta deve necessariamente essere “scaricata” col gioco fisico
attivo, per intenderci quello che brucia molte energie muscolari corporee, che fa sudare
abbondantemente e che fa divertire bambini e ragazzi, che, al termine del gioco (dopamina), possono
finalmente rilassarsi (serotonina) sia per la stanchezza che per la soddisfazione di aver “giocato tanto”.
Se questo intenso piacere fisico ed emotivo, mediato dalla serotonina e dalla dopamina, non viene agito e
vissuto, tutta l’energia dinamica corporea ed emotiva non “scaricata” rimane bloccata nel sistema
nervoso e muscolare, generando uno stato di tensione, iperattività e irrequietezza di fondo. Da questo
stato di “iperattività”, che non permette di essere stabili e rilassati, deriva inevitabilmente il “deficit di
attenzione”. I compiti scolastici più cognitivi e delicati richiedono un corpo calmo e stabile che permette
alla mente di concentrarsi e fermarsi per il tempo necessario sui problemi da risolvere.
Alcuni animali, in particolare certe razze canine mostrano analoghi problemi. Il border collie in
particolare, pastore scozzese estremamente intelligente e propenso al gioco, è un cane selezionato per
correre instancabilmente tutto il giorno per controllare i greggi di pecore e mostra una evidente energia
dinamica e giocosa ma ha la necessità di uscire ogni giorno per poter sfogare la sua energia vitale e
dinamica altrimenti diventa nervoso e irritato, fino a mostrare disturbi cognitivi di fissazione (palla,
bastone o altro).
Stress materno: serotonina, dopamina e ADHD
Lo studio condotto da Talge (2007) su oltre 7000 madri sotto stress ha mostrato nel nascituro un
aumento di deficit dell’attenzione-iperattività (ADHD), ansia e disturbi del linguaggio. Numerosi altri
studi hanno evidenziato che lo stress materno in gravidanza può portare a disturbi dell’attenzione
(ADHD) nel nascituro (Brummelte et al., 2011), e temperamento difficile e iperattivazione già dai primi
mesi di vita (Austin et al., 2005).
Nella nostra pratica clinica abbiamo molte volte osservato come i bambini con sintomi da ADHD hanno
delle madri molto stressate e poco “sicure”, ossia presumibilmente con alti livelli di cortisolo e bassi
livelli di serotonina.
Una serie di ricerche ha dimostrato la validità della nostra ipotesi clinica evidenziando che le madri con
bassi livelli di serotonina hanno una maggiore probabilità di avere dei figli impulsivi e disattenti, con
bassi livelli sia di serotonina che di dopamina: le radici PNEI dell’ADHD.
Da un punto di vista neuropsicosomatico dobbiamo considerare che quando i livelli di serotonina sono
bassi, la qualità dell’energia materna è poco piacevole, instabile e non offre al feto o al neonato le vitali e
fondamentali qualità di protezione e sicurezza richieste per un armonico sviluppo neurocognitivo ed
emotivo del figlio.
Raul Gainetdinov, membro del team di ricerca di Marc Caron, ha affermato che “l’iperattività si sviluppa
quando si rompe l’equilibrio tra serotonina e dopamina”.
Ricordiamo ancora una volta che la carenza di serotonina, genera una diminuzione del controllo sui
comportamenti corporei e un aumento dell’istintività e dell’iperattività: i sintomi centrali base
dell’ADHD. Deans (1999) sostiene che la carenza di serotonina della madre, sia una delle chiavi per
comprendere i disordini da iperattività. Il deficit di attenzione si sviluppa di conseguenza. L’attenzione e
la concentrazione cognitiva richiedono infatti una stabilità corporea. Per mirare con un fucile e colpire un
bersaglio preciso, bisogna essere molto stabili sulle gambe o appoggiarsi ad una base fissa. I bambini
iperattivi plausibilmente non riescono a concentrarsi anche perché mancano di questa “base sicura”
175
corporea e affettiva. Come se si cercasse di mirare un bersaglio stando in piedi su una barca tra le onde,
che continua a muoversi in modo instabile: un compito molto difficile. Il Ritalin, uno dei farmaci più
controversi, utilizzato nel disturbi da ADHD, aumenta sia i livelli di serotonina che di dopamina,
provocando un effetto calmante sui disturbi da iperattività.
Le ricerche di Marc Caron, pubblicate su Science nel 1999, hanno dimostrato tuttavia che l’effetto del
Ritalin, come di altri farmaci paradossalmente “stimolanti” utilizzati nell’ADHD, non coinvolge
direttamente la dopamina, ma sembra agire alzando i livelli della serotonina che, come atteso, hanno un
effetto calmante sull’iperattività.
Il fatto che anche la somministrazione di psicofarmaci come il Prozac abbiano causato una riduzione sia
dei sintomi d’iperattività, sia del gioco, implica uno stretto legame tra il sistema del gioco e l’ADHD.
Importanza del gioco attivo
Il lavoro condotto sugli animali ha evidenziato che un’adeguata quantità di gioco fisico giornaliero è in
grado di ridurre i comportamenti impulsivi nei giovani ratti e può rendere gli animali adulti meno
aggressivi e diffidenti. L’aggressività patologica negli esseri umani spesso deriva da un’infanzia in cui la
giocosità è stata scarsa. I circuiti del gioco sono comunque indipendenti da quelli dell’aggressività.
I bambini potrebbero imparare a controllare meglio se stessi in classe, con migliori risultati
nell’apprendimento, se iniziassero la giornata con mezz’ora di attività ludica. Il gioco attivo, se ben
inserito nei sistemi educativi, soprattutto a livello prescolastico e scolastico, secondo molti autori, tra cui
Panksepp, Biven e altri (Panksepp e Biven, 2012), sarebbe in grado di ridurre le diagnosi di ADHD..
Il legame esistente tra l’eccitazione del gioco, lo sviluppo mentale e i cambiamenti epigenetici dei
percorsi sociali neuronali, accende una nuova luce sugli effetti deleteri che la somministrazione
prolungata di psicofarmaci può avere sullo sviluppo della personalità di un bambino e sulle modalità con
cui il gioco programma la neocorteccia.
Basi cliniche psicosomatiche
Il nostro approccio all’ADHD è basato su alcune semplici pratiche:
• Fare giocare i bambini e i ragazzi con attività fisiche o sportive intense (che fanno sudare) e per loro
gratificanti, dal calcio, al rugby, al judo, per aumentare, senza farmaci, i loro livelli naturali di
serotonina e dopamina.
• Fare sperimentare a bambini e ragazzi modalità di espressione emotiva come: teatro,
improvvisazione, danza ecc.
• Utilizzare le pratiche di contatto corporeo e massaggio dolce che diminuiscono la loro tensione da
stress e stabilizzano il sistema nervoso e muscolare.
• Utilizzare le pratiche di consapevolezza di Sé : tre suoni, mindfulness ecc. per sostenere una migliore
percezione interna, corporea ed emotiva, di Sé
• Lavorare sulla madre (e sul padre) per allentare la tensione di fondo e facilitare la comprensione
dell’energia serotoninica “piacevole e tranquilla” in cui si vive in casa e migliorare la comunicazione
tra genitori e figli con una qualità più piacevole e orientata alla sicurezza fisica ed emotiva.
Il Protocollo PMP per aiutare le madri a prevenire i disturbi da ADHD nei bambini
Per curare i bambini ADHD spesso cerchiamo di curare le madri e i padri, che, se allentano lo stress e la
tensione di base, possono trasmettere al figlio la giusta energia per bilanciare il disturbo da iperattività e
carenza di attenzione.
Per questa ragione, come sarà descritto al termine del prossimo capitolo, abbiamo sviluppato un
Protocollo PMP per la Nascita Consapevole, che utilizziamo ampiamente nella nostra pratica di sostegno
alle madri che aspettano un bimbo, in cui abbiamo inserito l’uso delle pratiche del Protocollo Base
antistress leggermente modificate per permettere alla madre il miglior equilibrio e piacere corporeo
possibile in modo che il feto e il nascituro godano di un ambiente e di una relazione materna con
caratteristiche serotoniniche di stabilità, rilassamento e piacere corporeo.
La terapia giocosa
Una caratteristica che cerchiamo di realizzare costantemente sia nel nostro lavoro terapeutico di gruppo
che nei nostri programmi educativi, è la giocosità attiva e la propensione al riso. Moltissime persone non
sono capaci di “giocare”, di prendere la vita con quel minimo di leggerezza ed entusiasmo che rende
sostenibili anche le situazioni più monotone o difficili. Lo spirito del gioco, dell’avventura e della ricerca
si può applicare in ogni circostanza, come viene proposto dagli esercizi e le pratiche corporee e
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meditative, anche nei gruppi più intensi in cui si lavora sui traumi e si rivivono consapevolmente i
momenti più dolorosi della propria vita.
Il gioco, il divertimento e la risata riducono i livelli sierici degli ormoni dello stress: il cortisolo,
l’adrenalina e l’ormone della crescita, mentre aumentano la b-endorfina, la dopamina e la serotonina.
Il senso dell’entusiasmo e il riso, che caratterizzano il sistema del GIOCO/RICERCA attivano la
motivazione a vivere e affrontare le situazioni più difficili e le prove più critiche, alleggerisce la mente
dagli eccessi di razionalizzazione e permette quella spontaneità che libera dalla rigidità e dalla serietà
che contraddistinguono il controllo mentale. Il senso della vita non può esprimersi realmente senza
questa carica dopaminica che attiva i centri mesolimbici del cervello e ci dà la carica e la spinta vitale,
emotiva e intellettiva.
I nostri gruppi e training, pur operando con estrema serietà e professionalità, sono sempre caratterizzati
da un’atmosfera leggera e da un po’ di humor e di riso, qualità che abbiamo ereditato da molti maestri
spirituali e dai lama buddhisti. Queste qualità permettono un maggior distacco delle emozioni negative e
un deciso miglioramento del percorso terapeutico e dello sviluppo del Sé.
Neuropersonalità dopaminica e squilibri del sistema della RICERCA
L’equilibrio del sistema della RICERCA e del GIOCO è fondamentale per il benessere fisico e psicologico.
Se il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO e del GIOCO viene ipostimolato o sovrastimolato, provoca
disordini emotivi che vanno dalla depressione alla psicosi.
Come evidenziava Oliver Sacks (1995) in “Risvegli”, la malattia di Parkinson genera una riduzione della
dopamina che può portare ad una grave depressione, mentre la riattivazione del sistema della
RICERCA/ENTUSIASMO e del GIOCO, dovuta alla cura con L-dopa, può generare sensazioni di grande
euforia e “un senso di resurrezione, di rinascita, un senso di benessere che arriva alla grazia.”
L’abbondanza di dopamina, da sovrastimolazione del sistema della RICERCA in tali pazienti, genera
sintomi psicotici come un senso di “irrealistico destino” (Panksepp, 2015).
Quando il sistema della RICERCA/ENTUSIASMO e del GIOCO sono cronicamente ipoattivi, emergono i
sintomi della depressione, come quelli che insorgono nel calo successivo all’abuso di cocaina o
anfetamina. Dall’altro lato, l’eccesso del sistema della RICERCA/ENTUSIASMO e del GIOCO genera
schizofrenia, fantasie e delusioni psicotiche, stati maniacali e pensieri paranoidi.
Una delle funzioni dell’attività neocorticale è l’abilità di generare concetti e “connessioni di causa ed
effetto”; la dopamina potenzia questo effetto, generando la sensazione che “tutto abbia un senso” e che
fenomeni separati siano invece profondamente connessi, che spesso contraddistingue i deliri psicotici.
Quando viene sovrastimolata la corteccia frontale che produce memorie di lavoro a breve termine
(working memories), attiva un’abbondanza di pensieri e concetti sull’organizzazione del mondo. Spesso
genera importanti intuizioni e comprensioni sul funzionamento della realtà e sulle infinite possibili
profonde connessioni, anche quando vi sono solo semplici relazioni o quando non ce ne sono del tutto.
Quando questo avviene, la persona tende a sviluppare grandi, ma spesso errate, conclusioni o
comprensioni sulle relazioni tra i fenomeni. Questa modalità mentale è, quindi, facilmente portatrice di
altrettante grandi disillusioni.
L’eccesso di attivazione da parte della dopamina e del sistema della RICERCA/ENTUSIASMO e del GIOCO,
tende a far insorgere un accresciuto senso di sé, una
sensazione di grandeur che genera comprensioni
sproporzionate e poi psicotiche delusioni di grandezza.
Nei pazienti schizofrenici si notano false associazioni tra
normali eventi della vita (ad esempio, la rottura di uno
specchio) e un evento catastrofico nel mondo (come il
crollo delle Torri Gemelle).
Lo stress può aumentare la concentrazione di dopamina
nella corteccia frontale e spiega come uno stato di grave
tensione possa facilitare l’emergere di strutture di
pensiero paranoidi e schizofreniche. Alcune ricerche
hanno evidenziato una relazione tra questo tipo di
pensieri e i sogni. I neuroni dopaminergici sono
particolarmente attivi durante il sonno REM. È quindi
possibile concludere che un’alta attività dopaminica immaginativa avvenga nel cervello, sia durante il
sogno, sia nella schizofrenia.
177
Squilibri e patologie del sistema della RICERCA
È di grande importanza ricordare che tutte le droghe attivano il sistema dopaminergico. Le esperienze
particolarmente piacevoli del sistema della RICERCA e del GIOCO vengono intensamente memorizzate e
questa è la base di una possibile dipendenza.
L’abuso di sostanze come la cocaina, l’anfetamina e l’hashish (THC) è correlato all’aumento degli effetti
della dopamina e quindi all’attivazione del sistema della RICERCA e del GIOCO.
Se il sistema dopaminico viene sovrastimolato, genera comportamenti stereotipati e, negli esseri umani,
induce un intenso interesse verso cose molto mondane. Se questo tipo di eccitamento viene sostenuto
per molto tempo, le persone diventano sospettose e sviluppano tendenze paranoidi. L’iperattivazione di
questo sistema tende a generare disturbi psichiatrici, come la schizofrenia paranoide e la psicosi.
Sintomatologie cliniche progressive del sistema GIOCO/SOCIALIZZAZIONE
Sintetizziamo i sintomi dei disturbi da carenza o eccesso del sistema GIOCO/SOCIALIZZAZIONE e della
neuropersonalità dopaminica.
1. I principali sintomi di lieve intensità, da “disregolazione” del sistema GIOCO/SOCIALIZZAZIONE
mediato dalla dopamina sono: eccesso di allegria, di ricerca di divertimento e di relazioni amicali-
sociali, inclinazione al narcisismo, alla seduzione, ambizione, esuberanza, inclinazione ad accentrare
l’attenzione e ad essere esagerati nell’espressione delle emozioni. Al contrario le situazioni in difetto
(mediate da un eccesso del sistema della PAURA o della TRISTEZZA” sono di evitamento delle
situazioni di gioco, di esuberanza e di socializzazione).
2. I principali sintomi di media gravità da iperattivazione del sistema della GIOCO/SOCIALIZZAZIONE e
della neuropersonalità dopaminica si manifestano come: eccessiva ricerca di divertimanto e di
socializzazione (a discapito della relazione di coppia o della famiglia), comportamenti narcisisti e
seduttivi (che portano a rovinare le relazioni di coppia o amicali), tendenza all’uso di sostanze
euforizzanti (alcool, hashish, cocaina ecc. che aumentano la dopamina), tendenza alla manipolazione
affettiva-sessuale, ambizione esagerata, tendenza
al gioco in modo economicamente dannoso,
incapacità di prendersi delle responsabilità
famigliari o di coppia, tendenza ad arrabbiarsi e
ad essere esagerati o drammatici nell’espressione
delle emozioni.
I principali sintomi di media gravità da inibizione
del sistema della GIOCO/SOCIALIZZAZIONE e
della neuropersonalità dopaminica si manifestano
come: tendenza alla depressione, al ritiro dalle
relazioni amicali e sociali positive, difficoltà a
vivere momenti di gioia sociale come feste, eventi,
irritabilità e debolezza nella concentrazione (basi
dell’ADHD).
Questi sintomi di moderata gravità, che sono raffigurati nella sfera intermedia della mappa (vedi fig.
**), e sono evidenze di una “disconnessione” e di una progressiva “dominanza” o “carenza” della
neuropersonalità dopaminica nell’equilibrio dell’intero network neuro-psico-somatico. Le persone
che ne sono affette, grazie alla loro caratteristica forte capacità di persuasione e manipolazione,
spesso riescono a “compensare” questi disturbi, e, nonostante le difficoltà, a manterere uno stile di
vita sufficientemente funzionale.
3. I principali sintomi gravi del sistema della GIOCO/SOCIALIZZAZIONE rappresentano un netto
peggioramento dei sintomi di media gravità che generano una pesante disfunzionalità nelle relazioni
di coppia, famigliari, umane e lavorative e si manifestano con i sintomi patologici della mania, dello
stato di eccitazione nel disturbo bipolare, del disturbo narcisistico di personalità, nel disturbo
istrionico di personalità, delle ludopatie patologiche, e, in carenza, dell’ADHD. Chiari esempi di
“dittatura” in cui una persona entra in un periodo di eccessiva e irrefrenabile esuberanza e
iperattività maniacale che non riesce in alcun modo a controllare e gestire con la sua consapevolezza.
I sintomi gravi sono caratterizzati dal fatto di non poter essere “compensati” dal Sé e quindi di
generare situazioni altamente disfunzionali e a volte rovinose nella vita famigliare, sociale e
lavorativa della persona.
178
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IPERATTIVAZIONE E INIBIZIONE DEL SISTEMA DELL’ATTENZIONE MENTALE
E DISTURBI DELLA NEUROPERSONALITÀ NORADRENALINICA
L’IPERATTIVAZIONE MENTALE E I DISTURBI DA CONTROLLO RAZIONALE
L’eccessiva attivazione della neuropersonalità noradrenalinica, mentale-razionale, è un tratto comune a
tutta la società occidentale, ed è trasversale a quasi tutte le neuropersonalità. È caratterizzata dalla
necessità mentale di capire, controllare, calcolare e di essere in grado di gestire le situazioni e gli eventi.
Questa neuropersonalità è quasi sempre in eccesso tra le persone nel mondo contemporaneo.
L’iperattività noradrenalinica mentale-cognitiva è la più frequente forma di dominanza
neuropsicosomatica che rileviamo tra le persone, con un’eccessiva attività dell’emisfero maschile sul
femminile, in cui il cervello neocorticale comanda i due cervelli più primitivi, in cui la mente - il “capo” -
controlla e tendenzialmente inibisce le espressioni spontanee delle emozioni e dei comportamenti fisici
istintivi. Alla base di questo eccessivo controllo ci sono le numerose regole sociali e famigliari basate
essenzialmente sull’inibizione dei sistemi del PIACERE CORPOREO della CURA/AMOREVOLEZZA e del
GIOCO attraverso i giudizi, le regole rigide, le norme religiose, che generano nelle persone una esagerata
paura ad esprimere se stessi e i propri pensieri, una eccessiva timidezza, una vergogna a mostrare le
proprie emozioni, sproporzionato timore del giudizio degli altri e dei superiori. Tutto questo genera una
eccessiva iperattività mentale-cognitiva di controllo sulle emozioni e sui comportamenti istintivi e più
spontanei. Possiamo certamente affermare che l’iperattività mentale e il controllo sono elementi che
caratterizzano la nostra intera società e il suo modo di vivere stressato e teso che “non molla mai la
testa” e “non si lascia mai andare veramente”, “non perde mai il controllo”. La più comune
manifestazione di questa iperattività mentale la ritroviamo nello stress e nei sintomi generali aspecifici
da “inibizione dell’azione”, legati appunto ad un aumento della produzione di noradrenalina e cortisolo.
I disturbi psicosomatici da stress ed eccesso di noradrenalina con relativo aumento dell’iperattività
simpatica, si manifestano come ansia e tensione muscolare e nervosa che, specialmente nelle persone più
mentali, diventa nervosismo cronico, frustrazione e progressiva difficoltà ad abbandonarsi con
naturalezza al piacere del sonno, del sesso e della vita in genere.
Diturbi da squilibrio di noradrenalina
Abbiamo descritto questi sintomi come evidenze di una
“dominanza cognitiva-razionale neocorticale”: le
caratteristiche più comuni, (vedi immagine a fianco) sono
quelle di persone eccessivamente controllanti, giudicanti
e autogiudicanti, rigide, perfezioniste, calcolatrici,
tendenzialmente fredde, rigide, distanzianti
eccessivamente realiste e concrete. L’insonnia, la
tensione nucale da controllo, la difficoltà a digerire,
l’eiaculazione precoce e il vaginismo, la rigidità della
spina dorsale e del corpo, i crampi e le coliche da
tensione, il dolore allo stomaco con blocco del diaframma
e del respiro, sono tra i disturbi psicosomatici più presenti in questa neuropersonalità e più evidenti
nelle tipologie magre, nervose e longilinee. È importante ricordare che la noradrenalina accelera la
frequenza cardiaca e aumenta la pressione sanguigna, creando le basi psicosomatiche dell’ipertensione, e
della crisi di panico.
A volte questa “dominanza” si può trasformare in vera “dittatura” con tendeze ipercontrollanti fino ai
disturbi ossessivi compulsivi e paranoidi. Il risultato della dominanza mentale razionale è comunque
disagio, disfunzionalità, squilibrio, mancanza di piacere, senso d’inutilità e scarso desiderio di vivere.
180
Come ho già spiegato gli esperimeni di Henri Laborit hanno evidenziato che nello stress da “inibizione
dell’azione” i livelli di noradrenalina sono molto elevati e associati a ipertenzione e, come aveva anche
evidenziato Cannon (1929), a problemi di tensione gastroenterica fino all’ulcera gastrica ecc.. Laborit
affermava che la noradrenalina, nella fase cronica dell’”inibizione dell’azione” diventa l’ormone
dell’“attesa carica di angoscia e tensione per l’impossibilità di agire” (Laborit, 1983).
Per contro bassi livelli di noradrenalina sono associati a confusione mentale, mancanza di
concentrazione e bassa energia generale che sono sintomi caratteristici della depressione. La disfunzione
dei meccanismi di regolazione dell'attività noradrenergica, potrebbe essere alla base dell'insorgenza di
alcuni sintomi di depressione. Nei pazienti gravemente affetti da questo disturbo mentale hanno infatti
una ridotta escrezione urinaria del maggior metabolita della noradrenalina cerebrale.
Avere bassi livelli di noradrenalina è come cercare di avviare un'automobile con la batteria scarica.
Anche l’ADHD (disturbo da disattenzione e iperattività) è associato con i livelli anormalmente bassi di
noradrenalina, dopamina e serotonina, considerati i neurotrasmettitori che connettono l'area corticale
prefrontale, i gangli basalie il sistema limbico.
Basi di crescita personale: l’“elogio della stupidità”
Dato che lo stress e i sintomi generali aspecifici e la “dittatura cognitiva- razionale neocorticale” sono
stati ampiamente trattati, possiamo solo aggiungere che una delle strategie di bilanciamento di questa
neuropersonalità tendenzialmente rigida e seria è nella terapia del gioco e in particolare negli esercizi in
cui si invitano le persone stressate e controllate ad “essere scemi”. Abbiamo sviluppato una semplice ma
efficace strategia di “elogio della stupidità”, basato sull’evidenza che “quando siamo scemi ci divertiamo”,
sul “mollare la testa” e sul “sentirsi come bambini piccoli che si divertono per ogni cosa” che permette
alle persone anche più irrigidite di lasciarsi andare e divertirsi. Tra le tante pratiche utilizziamo
l’”esercizio dell’alga”, il “gibberish”, la “devavani”, il “gattonare” e la danza (prima ad occhi chiusi e poi
aperti) con musiche particolarmente energetiche ed emotivamente cariche per permettono di liberare la
testa e il controllo e finalmente divertirsi.
Sintomatologie cliniche progressive del sistema mentale razionale
Sintetizziamo i sintomi dei disturbi da carenza o eccesso del sistema mentale razionale.
1. I principali sintomi di lieve intensità, da “disregolazione” del sistema mentale razionale sono:
eccessiva razionalità e realismo, determinazione, controllo, tendenza alla rigidità e al mantenere
rapporti formali, un po’ distaccati e freddi.
2. I principali sintomi di media gravità da iperattivazione del sistema mentale razionale e della
neuropersonalità dopaminica si manifestano come: eccessivo controllo mentale, tendenza ad essere
troppo calcolatore, giudicante, eccessi di attenzione sulla pulizia delle mani, della chiusura delle
porte o del gas, fino ad essere perfezionista, rigido, cinico, freddo, distanziante nelle relazioni
affettive e sociali e iposensibile a livello emotivo e corporeo.
3. I principali sintomi di media gravità da inibizione del sistema mentale razionale e della
noradrenalina si manifestano come: tendenza alla confusione mentale, alla depressione. Questi
sintomi di moderata gravità, che sono raffigurati nella sfera intermedia della mappa (vedi fig. **),
sono chiari segni di una “disconnessione” e di una progressiva “dominanza” o “carenza” della
neuropersonalità noradrenalinica nell’equilibrio dell’intero network neuro-psico-somatico che
tuttavia spesso riescono ad essere “compensati” dal Sé che, nonostante le difficoltà, riesce a
manterere uno stile di vita sufficientemente funzionale.
4. I principali sintomi gravi di alterazione del sistema mentale razionale e dei
livelli di serotonina e noradrenalina rappresentano un netto peggioramento
dei sintomi di media gravità che generano una pesante disfunzionalità nella
vita e nelle relazioni di coppia, famigliari, umane e lavorative e si
manifestano come i sintomi patologici del disturbo ossessivo-compulsivo
(DOC) e dello spettro ossessivo-compulsivo, disturbo molto più comune di
quanto non si pensasse, che si stima nel 2-3% della popolazione (vedi grafico
a fianco). Chiari esempi di “dittatura” o di “dissociazione
neuropsicosomatica”, in cui la mente ossessiva prende il potere su una
persona, sostituendosi alla funzione del Sé, che non riesce in alcun modo a
controllare e gestire questo disturbo. I sintomi gravi sono caratterizzati dal fatto di non poter essere
“compensati” dal Sé e quindi di generare situazioni altamente disfunzionali e a volte rovinose nella
vita famigliare, sociale e lavorativa della persona.
181
CAPITOLO UNDICESIMO
GENESI INTRAUTERINA E INFANTILE DEI DISTURBI,
DEI BLOCCHI E DEI TRAUMI PSICOSOMATICI
In questo capitolo tratteremo le origini emotive e neurocognitive dei disturbi e dei “blocchi”
psicosomatici partendo dalla relazione primaria tra il bambino e la madre o il caregiver, la figura di
protezione, che nel periodo intrauterino e nella prima infanzia codificano la struttura
neuropsicosomatica PNEI della persona per tutta la vita.
Inizieremo con le ricerche sulle influenze epigenetiche intrauterine della madre sulla salute
psicosomatica del figlio e continueremo con le influenze relazionali tra la neuropersonalità della madre e
quella del bambino nel periodo della prima infanzia. Le ricerche mostrano in modo inequivocabile che gli
eventi stressanti e disfunzionali di questi due cruciali periodi sono da considerare le principali cause che
generano i disturbi psicologici e psicosomatici fino ad arrivare, nei casi più gravi, ai disturbi del Sé.
INFLUENZE EPIGENETICHE MATERNE SULLA SALUTE PSICOSOMATICA
DEL FIGLIO NEL PERIODO INTRAUTERINO
La nostra ipotesi è che le relazioni diadiche madre-figlio che generano i differenti stili di attaccamento
descritti da Ainsworth, Bowlby, Main e Solomon, che saranno descritti nel prossimo paragrafo, inizino
già nei nove mesi di gravidanza e quindi, alla nascita, queste “tipologie di relazione” siano già in parte
condizionate e strutturate dagli eventi e dall’ “imprinting epigenetico” che il feto e la madre hanno
sviluppato nel periodo intrauterino.
Epigenetica e imprinting neuropsicosomatico
Le informazioni sulle ricerche epigenetiche pubblicate negli ultimi anni rappresentano un elemento
essenziale per medici, psicologi, psichiatri e psicoterapeuti in quanto permettono di comprendere come,
nelle prime fasi di vita, l’essere umano sia sensibile agli stimoli dello stress e agli squilibri delle
neuropersonalità della madre e dei caregivers (le persone che si prendono cura dei bimbi).
Queste comprensioni sono di grande importanza per migliorare la salute e lo sviluppo umano, perché
possono migliorare, anche a livello preventivo, il processo della gravidanza e del primo periodo della
vita. Le conoscenze sull’imprinting epigenetico e infantile, insieme alle conoscenze psicologiche
sull’importanza della relazione affettiva genitore-bambino e delle cure parentali, possono migliorare lo
stato neuropsicosomatico e lo sviluppo cognitivo e umano del bambino.
L'epigenetica (dal greco epì (επί) = "sopra" e gennetikòs (γεννετικός), = "relativo all'eredità familiare"? si
riferisce ai cambiamenti che influenzano l’espressione genetica (il fenotipo) senza alterare il codice
genetico del DNA (il genotipo). L’epigenetica quindi in generale indica un determinato assetto
dell’espressione genica che condiziona l’insieme delle attività della cellula in risposta agli stimoli
ambientali. Questo significa che il nostro patrimonio genetico può produrre risultati diversi a seconda
del tipo di regolazione epigenetica che si realizza, la quale si adatta funzionalmente o a volte in modo
disfunzionale, agli stimoli ambientali interni ed esterni.
Durante la gravidanza la madre può trasmettere un preciso condizionamento o “imprinting epigenetico”
che modifica l’espressione genica PNEI del feto e che coinvolge gli aspetti psico-neuro-endocrini, la
componente metabolica, ormonale, e l’equilibrio nella produzione dei neurotrasmettitori.
Per questa ragione, nel “protocollo PMP per la nascita consapevole”, alle madri e ai padri vengono
trasmesse informazioni sugli eventi e sulle sostanze che generano una regolazione o una disregolazione
epigenetica del DNA. Esperimenti su piante e animali dimostrano che le modificazioni epigenetiche
possono essere trasmesse alle generazioni successive.
Meccanismi epigenetici, con modalità diverse, intervengono in tutte le fasi della vita: dalla formazione
dello zigote (ovulo fecondato) allo sviluppo dell’embrione fino alla vita dell’organismo sviluppato.
182
Emozioni ed epigenetica: effetti dello stress materno nelle prime fasi della vita
La struttura psico-neuro-endocrina “genetica” della neuropersonalità materna modifica quindi la
neuropersonalità del neonato. Questo “imprinting epigenetico” materno orienterà lo sviluppo del feto e
poi del neonato attivando o inibendo uno dei sistemi emotivi e della relativa neuropersonalità e
rendendo il nascituro più o meno pauroso, affettuoso, aggressivo, dipendente, dominante, giocoso, ecc..
Oggi sappiamo che stress vissuti dai genitori durante la gestazione, eventi traumatici durante il parto e la
gravidanza, condizioni sfavorevoli vissute durante l'infanzia possono influenzare a livello epigenetico, lo
sviluppo del cervello del figlio, la risposta del sistema immunitario e la regolazione dell'asse dello stress,
fino a con-causare l'emergere di disturbi quali ansia, schizofrenia, depressione, sindrome metabolica.
Il nostro stato di salute è quindi condizionato non solo dall'ambiente in cui viviamo e da cosa mangiamo,
ma anche dalle emozioni che prova la madre e da come si sono sviluppati gli eventi nei primi 1000 giorni
di vita, cioè dal pre-concepimento ai due anni circa.
I fattori epigenetici perinatali dannosi sono stati suddivisi in due gruppi principali:
1) I fattori materni che includono l’alimentazione e la malnutrizione, i cibi dannosi (alcool, conservanti e
trattamenti ecc.), cibi e sostanze che possono danneggiare la salute, tabacco, abuso di sostanze, alcol,
cocaina, diabete, ipertensione, vivere in un ambiente inquinato (esposizione a sostanze chimiche,
tossici ambientali, radiazioni elettromagnetiche o ionizzanti dannose, smog, ecc.).
2) I fattori fetali che comprendono ipossia/asfissia, insufficienza placentare, prematurità, basso peso
alla nascita, farmaci somministrati alla madre o per il bambino, e tutti i fattori che causano ritardo di
crescita intrauterino.
Oggi è ampiamente riconosciuto, dai risultati di decenni di ricerca che lo stress prenatale della madre
(alti livelli di cortisolo) può indurre effetti neurobiologici e comportamentali a lungo termine con
particolari conseguenze per la risposta ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) allo stress (Weinstock, 2005).
Le esperienze stressanti condizionano la vita nell’utero e nei primi due anni del figlio e possono
aumentare lo stress del nascituro e diventare fattori predisponenti di malattie e disturbi come: ansia,
obesità, diabete, ipertensione, malattie dei vasi sanguigni e del cuore, allergie, patologie endocrine ma
anche di disturbi neuropsichiatrici come disturbi bipolari, disturbi depressivi maggiori, l’autismo e la
schizofrenia (Faa et alii, 2016).
I fattori che possono influenzare l'andamento dei primi mille giorni, con effetti a lungo termine sulla
salute, sono diversi: i fattori esterni, come la presenza di elevate quantità di sostanze inquinanti
nell'ambiente e nei cibi, l'esposizione precoce al fumo di sigaretta, all'alcol o alle droghe, oppure lo stress
materno durante la gravidanza, o quello nell'ambiente in cui cresce il bambino, o anche il non essere
toccati e amati da piccolissimi.
I dati delle ricerche
Di notevole interesse, sono gli studi che da anni conduce il Laboratorio diretto da Michael Meaney alla
McGil University a Montreal, centrati sulle relazioni materne e ambientali delle prime fasi dello sviluppo e
l’assetto dell’asse dello stress (asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene, HPA) dei giovani ratti oggetto delle
sperimentazioni. Cuccioli allevati da madri “poco premurose” rispetto ad altri allevati da madri
“premurose”, presentavano una ipermetilazione a livello della citosina e degli istoni del promotore del
gene del recettore per i glucocorticoidi (GR) dell’ippocampo. Questi animali, nel corso dello sviluppo,
presentavano una alterazione della risposta di stress rispetto a ratti allevati con maggiore cura e, il dato
più importante, le femmine degli animali, allevati da madri poco amorevoli, presentavano lo stesso
epigenoma delle madri e quindi riproducevano lo stesso comportamento, poco amorevole, verso i loro
figli (Wadwa, 2005).
Infine, che sia il comportamento materno a indurre l’imprinting epigenetico e non una predisposizione
genetica è dimostrato dal fatto che, quando i cuccioli nati da madri accudenti venivano fatti allevare da
madri scarsamente accudenti, nell’ipotalamo dei cuccioli si registra la metilazione del gene per il GR e
quindi questi animali si comportano come i cuccioli nati da madri poco accudenti.
Del resto anche la ricerca epidemiologica sottolinea che il sostegno familiare e la qualità della cura
parentale siano fattori importanti per la salute del bambino, così come evidenziato dalla teoria
dell'attaccamento e dagli studi dello psicologo inglese John Bowlby. Cure parentali carenti e un sostegno
famigliare inadeguato rendono più insicuro lo stile di attaccamento del bambino, costruendo una
personalità insicura, epigeneticamente basata su un sistema dello stress fragile, che la espone a malattie
anche di tipo psichiatrico
183
Stress della madre in gravidanza: effetti epigenetici sul neonato
Moti studi dimostrano che alti livelli di cortisolo da stress e ansia della madre hanno gravi effetti sulla
gravidanza, sul parto, sulla salute del neonato e sulla sua futura crescita.
Il livello di cortisolo del feto e della madre sono fortemente correlati (Talge et al., 2007). In particolare lo
stress e gli effetti di lungo termine degli alti livelli di cortisolo della madre durante la gestazione
programmano epigeneticamente l'asse dello stress del feto, e influenzano la risposta dello stress del
nascituro (Levine, 1957). Il feto durante lo sviluppo prenatale è particolarmente vulnerabile agli effetti
dello stato emotivo e psicologico della madre, con conseguenze che possono persistere nella prima
infanzia, l'adolescenza, fino nell'età adulta.
Mentre fino a poco tempo fa si riteneva che i meccanismi epigenetici che, a partire dallo stato emotivo e
psicologico materno, portano a modificare l’espressione genetica del DNA, fossero limitati nella loro
plasticità alle primissime fasi di sviluppo embrionale, oggi le evidenze scientifiche indicano che la
variazione epigenetica fetale può condizionare il corso di tutta la vita in risposta ad una vasta gamma di
esposizioni ambientali (Champagne, 2010; Jirtle & Skinner, 2007). Questi percorsi epigenetici possono
dar luogo a livelli di espressione genetica alterata in diversi tessuti, incluso il cervello, con conseguenze
sul funzionamento e la connettività dei circuiti neurali, che può indurre rischi di disturbi fisici e
psichiatrici nelle fasi successive della vita.
Questi effetti a lungo termine sostengono l’ipotesi di una programmazione epigenetica dell’asse dello
stress da parte della madre sul feto e sul bambino che perdurano per tutta la vita.
I disturbi e i blocchi emotivi da PAURA/ANSIA della madre durante la gravidanza determinano come
sarà l’asse dello stress del nascituro.
Tra gli effetti degli alti livelli di cortisolo da stress in gravidanza sul feto, sul bambino alla nascita e sul
primo periodo di vita sono riportati:
• ridotto peso alla nascita (Weinstok, 2005; Wadwa, 2005; Diego et al., 2006; Knackstect, 2005),
• minor tasso di crescita fetale (Weinstok, 2005; Wadwa, 2005; Diego et al., 2006; Knackstect, 2005),
• alterazione del battito cardiaco fetale (Monk, 2000),
• incremento di malformazioni congenite (Knackstect, 2005),
• temperamento difficile a 4 e 6 mesi di et vita (Austin al., 2005),
• disturbi dell’attenzione a 18 mesi di età (Brummelte et al., 2011).
• peggioramento dello stress e del comportamento della madre (Tu et al., 2007).
• aumento dei parti pretermine (Weinstok, 2005),
• aumento degli aborti spontanei (Wadwa, 2005),
• travaglio accelerato e preeclampsia (Weinstok, 2005; Wadwa, 2005; Knackstect et al., 2005).
• predisposizione all’ipertensione (Knackstect, 2005; , O’Connor et al., 2003)
• predisposizione alla sindrome metabolica, (Knackstect, 2005; , O’Connor et al., 2003)
• predisposizione ai disturbi cardio-vascolari (Knackstect, 2005; , O’Connor et al., 2003)
• predisposizione al diabete di tipo 2 (Knackstect, 2005; , O’Connor et al., 2003)
• i nati pretermine (stress per i trattamenti e dolore) mostrano livelli di cortisolo basale superiori alla
norma (Grunau et al., 2004),
• Uno studio longitudinale su oltre 7000 madri, con test di autovalutazione di stress e ansia prenatale,
ha mostrato nel nascituro un aumento di deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD), ansia e disturbi
del linguaggio. La grandezza di questi effetti è clinicamente rilevante e stimata intorno al 15% (Talge
et al., 2007).
• Nell’essere umano studi sul modellamento dell’asse dello stress hanno evidenziato che: l’ansia
nell’ultima parte della gravidanza è legata a problemi comportamentali ed emozionali della prole a
47 e 81 mesi con forte legame tra le due rilevazioni (O’Connor et al., 2003)
• Uno studio longitudinale su 74 soggetti, durato 10 anni, mostra che alti livelli di ansia della madre
sono correlati significativamente con alti livelli di cortisolo nel figlio anche a 4 anni di età, sia al
risveglio e alla sera. Il livello elevato di cortisolo al risveglio permane correlato anche a 10 anni
(O’Connor et al., 2002).
• Uno studio su 430 soggetti di 4 anni e mezzo mostra come soggetti che hanno subito stress in
gravidanza hanno rialzi di cortisolo mentre quando non sono stati presenti stress e depressione in
gravidanza non si ha rialzo di cortisolo neppure in situazioni stressanti (Essex et al., 2002)
184
Effetti epigenetici della depressione materna sul neonato
Numerosi studi epidemiologici sulle origini del rischio di malattia psicosomatica e psichiatrica negli
esseri umani, hanno evidenziato anche il profondo impatto che la depressione e le avversità della vita,
vissute dalla madre, possono avere sul nascituro. La depressione materna prenatale ha effetti diretti sui
deficit dello sviluppo precoce del cervello con cambiamenti permanenti delle funzioni neuroendocrine e
dei comportamenti alterati nei discendenti. Ciò si traduce in sviluppo neurologico alterato, in un ritardo
dello sviluppo cognitivo e motorio che si riflette sul comportamento con alterazioni orientate a
condizioni di stress (Fatima et alii, 2017).
Numerose recenti ricerche mostrano che la depressione materna, parallelamente allo stato di stress e
ansia, modifica l’assetto epigenetico del nascituro attraverso differenti punti tra i quali la metilazione del
gene NR3C1, aumentando l’attivazione dell’asse HPA dello stress e diminuendo i livelli di serotonina.
In particolare, la depressione e l’ansia materna durante la gravidanza, come effetti dell’esposizione a
eventi stressanti cronici o acuti, può influenzare gli sviluppi comportamentali e fisiologici sia fetali ed
infantili. Ad esempio, sintomi prenatali di depressione e ansia nei neonati predicono maggiore reattività
comportamentale (con aumento dei livelli di cortisolo) in risposta alle novità ?(Kaplan, Evans e Monk,
2007; O'Connor et al, 2002a), una maggiore produzione di cortisolo a riposo per tutta la giornata tra gli
adolescenti (Van den Bergh et al., 2008), e una riduzione della densità di materia grigia nella corteccia
prefrontale (Pruessner et al., 2008).
Il disagio e la vulnerabilità che si instaura nel feto (in utero) in risposta all'esposizione alla depressione e
all'ansia prenatale materna può in ultima analisi, portare ad un aumento del rischio di sviluppare
psicopatologie nel nascituro (O'Connor et al, 2002b; Pawlby et al, 2009; Talge, Neal & Glover, 2007).
I dati generati degli ultimi due decenni mostrano che quando le donne incinte vivono situazioni di grande
stress, ansia o depressione (spesso correlati ad alti livelli di cortisolo), i loro figli sono a maggior rischio
di psicopatologie (Beydoun & Saftlas, 2008;. Charil et al, 2010;. Talge et al, 2007).
Effetti epigenetici della carestia olandese del 1944 sui disturbi psicologici
La ricerca epidemiologica sui bambini nati da madri olandesi che durante la gravidanza avevano vissuto
la drammatica carestia dell’inverno del 1944, ha mostrato associazioni tra lo stato di stress e
depressione delle madri e la salute cognitiva e mentale a lungo termine dei figli (Stein et al, 1972;. Susser
& Lin, 1992). Alcuni studi hanno dimostrato che i figli di donne incinte, che durante la guerra avevano
assunto solo una quantità di cibo ridotta a 500-1000 kcal al giorno, erano sottoposti a un rischio doppio
di disturbi dello sviluppo neurologico (Susser, Hoek & Brown, 1998).
Sono state suggerite due interpretazioni per quanto riguarda i meccanismi causali di questi effetti: 1) la
carenza di molti micro e macronutrienti, e/o 2) l’angoscia e la depressione materna, secondaria alla fame
- ciascuno con effetti neurotossici sul cervello in via di sviluppo.
Diversi studi successivi, ciascuno basato sulla carestia olandese, hanno trovato un parallelo elevato
rischio anche per l’aumento di psicopatologie degli adulti in relazione all'esposizione del feto a questa
esperienza materna. Nel complesso, questi studi suggeriscono che l'esposizione a questo evento nel
primo trimestre di gravidanza aumenta il rischio nella prole di un futuro sviluppo della schizofrenia,
mentre l'esposizione nel 2° o 3° trimestre è associata ad un elevato rischio di disturbi affettivi (Brown et
al, 2000; Hoek, Brown & Susser, 1998; Susser et al, 1998; Susser, Brown & Matte, 1999).
In un gruppo danese di un milione 380mila nascite, sono stati documentati eventi traumatici ? durante la
gravidanza, in seguito utilizzati per predire il rischio di psicopatologia nella prole (Khashan et al., 2008).
In questo gruppo, la morte di un parente durante il 1° trimestre di gravidanza è stato associato ad un
aumento del rischio di schizofrenia - anche se questo non ha tenuto conto di coloro che avevano una
storia familiare di malattia mentale (Khashan et al., 2008). Sono state riscontrate alcune prove che
collegano la sofferenza prenatale materna anche all’autismo (Beversdorf et al, 2005; Kinney et al, 2008).
Effetti negativi dell’alcol, del tabacco e delle droghe
Numerose ricerche provano anche gli effetti dannosi e in qualche caso permanenti sullo sviluppo del
bambino, degli abusi di alcol in gravidanza (Streissgut et alii, 1994), del tabacco (Fergusson et alii. 1998)
e delle droghe assunte dalla madre (Epsi et alii, 1999, Jacobson et al., 1996). Questi fattori di rischio si
riflettono anche su un ritardo nello sviluppo cerebrale e neurocognitivo post-natale del bambino (Huppi
et alii, 1996) e in scarse capacità interattive e sociali del bambino (Aitken, 1997).
Epigenetica transgenerazionale: da nonna a nipote
185
Secondo l'epigenetica transgenerazionale proposta e sostenuta dalla Jablonka (**) le alterazioni
epigenetiche di una persona (prima generazione) hanno effetti potenziali anche sulla seconda e terza
generazione (nonna => madre => nipote).
Ricordiamo che in una donna incinta, il feto della figlia contiene già il preciso numero di ovociti che
potranno svilupparsi e diventare le future nipoti.
Quindi i vissuti e le esperienze affettive dei nonni si possono trasmettere epigeneticamente modificando
l’espressione del DNA e influenzando così lo sviluppo cerebrale ed i comportamenti affettivi dei futuri
figli e nipoti. Questo è quanto suggerito da uno studio su cavie pubblicato sulla rivista Nature
Neuroscience da un gruppo di scienziati della Emory University di Atlanta, già nel 2013.
Esperienze positive o negative dei nostri nonni possono quindi condizionare le nostre predisposizioni a
rispondere allo stress, a resistere e adattarsi e alle nostre capacità di resilienza.
Alla luce di quanto detto capiamo quindi quanto lo sviluppo di un protocollo PMP specifico per la
gravidanza sia importante non solo per la salute e l'integrità psicofisica del nascituro ma anche per
quella delle generazioni future.
INFLUENZE MATERNE SULLA SALUTE PSICOSOMATICA
DEL FIGLIO NELLA PRIMA INFANZIA
La “base sicura” e gli stili di attaccamento di Bowlby e Ainsworth
John Bowlby, psichiatra e psicoanalista inglese, è conosciuto a livello internazionale per la “teoria
dell'attaccamento” proposta in un’ottica sistemica, etologica ed evoluzionista. Nel 1950 l'Organizzazione
Mondiale della Sanità si rivolse a Bowlby, già conosciuto come esperto in questo campo per gli articoli
pubblicati sull’argomento, per affidargli la direzione di una ricerca su bambini che avevano perso la
propria famiglia. Il rapporto redatto nel 1951 con il titolo “Maternal Care and Mental Health”, era
imperniato su due concetti base: quello dell'insufficienza di cure materne e quello della mancanza di cure
materne. La teoria dell’attaccamento di Bowlby propone un nuovo modello psicopatologico in grado di
fornire indicazioni generali su come la personalità (neuropersonalità) di un individuo cominci ad
svilupparsi fin dai primi anni di vita. Questa teoria suggerisce nuove strategie terapeutiche e importanti
accorgimenti preventivi per quei disturbi psicologici e psichiatrici dovuti ad un rapporto conflittuale del
bambino all'interno della famiglia di origine.
Attraverso una serie di sperimentazioni e osservazioni Ainsworth e Bowlby identificarono nelle
differenti tipologie di attaccamento, che descriveremo a breve, uno stile di attaccamento sicuro che, oltre
a fornire una base di protezione, serviva a costruire una “base sicura” a cui il bambino poteva ritornare
dopo le sue esperienze di esplorazione dell’ambiente circostante. La “base sicura” permette quindi al
bambino di sviluppare un senso di fiducia in se stesso e ne favorisce progressivamente l’autonomia e
l’indipendenza.
Negli ultimi decenni sono stati pubblicati numerosi studi che hanno indagato ed evidenziato importanti
particolari relativi ai comportamenti materni e infantili che caratterizzano questi stili di attaccamento.
Schore (2003) e Panksepp (2012) hanno riunito nei loro libri numerose ricerche su questo specifico
argomento e hanno fornito importanti modelli e parametri di grande importanza per una migliore
comprensione neuropsicologica e applicazione clinica e terapeutica.
La madre “sicura” e la sintonizzazione affettiva del sistema della CURA
Il concetto di “madre sicura” e di “base sicura” identifica le modalità relazionali funzionali di un genitore
o di una figura di protezione (caregiver) essenziali per un corretto sviluppo del bambino e del legame di
attaccamento.
La Ainsworth (1967) ritiene che l’attaccamento sia un processo ”costituito” sul sistema nervoso centrale
nel corso dell’esperienza che il bambino fa delle sue transizioni con la madre e come risultato di esse”.
Come è stato descritto nel primo libro di neuropsicosomatica, Jaak Panksepp (1998, 2012) ha
identificato il sistema della CURA-AMOREVOLEZZA, le cui strutture cerebrali gestiscono e modulano il
senso materno e paterno di amorevolezza utilizzando l’ossitocina come neurotrasmettitore.
È fondamentale nella nostra ottica comprendere che la relazione diadica madre-figlio è un’esperienza
globale che coinvolge profondamente il Sé psicosomatico della madre e del figlio, e che genera
186
l’imprinting neurocognitivo e psicobiologico che segnerà la neuropersonalità del bambino nell’intero
l’arco della sua vita.
Neuropersonalità dei genitori “funzionali” e “disfunzionali”
Per comprendere in modo più specifico e approfondito le caratteristica materne e paterne in relazione
agli stili di attaccamento sicuro e insicuro, o meglio
funzionale e disfunzionale, abbiamo utilizzato le
strutture delle neuropersonalità.
La relazione diadica “sicura” o meglio “funzionale”
madre-padre e figlio può essere compresa in una logica
pìù completa e psicosomatica come un’esperienza
complessa in cui il sistema della CURA/AMOREVOLEZZA
(dolcezza, empatia, coccole,) agisce in sintonia e
profonda sinergia con il sistema del PIACERE corporeo
(abbracci, carezze, rilassamento), con il sistema del
GIOCO (riso, entusiasmo, esplorazione) e col sistema
della SODDISFAZIONE (benessere, rilassamento
profondo, senso di completezza). Questo apparente
aumento di complessità in realtà renderà estremamente
più chiare e comprensibili le differenti modalità di sintonizzazione diadiche e l’eventuale cura nel caso
queste relazioni siano state disregolate e disfunzionali.
Per contro gli stili “insicuri” o “disfunzionali” di attaccamento possono essere compresi in modo più
articolato e preciso, non solo come una carenza delle
neuropersonalità genitoriali più “funzionali” e “positive”
ma come un eccesso delle neuropersonalità più
“disfunzionali” e “negative” relative ai sistemi della
PAURA-ANSIA, della RABBIA-AGGRESSIVITÀ e della
TRISTEZZA-PANICO, con tutte le articolazioni che esse
possono comportare.
Come approfondiremo nel capitolo sui blocchi emotivi
del sistema della CURA, i dati mostrano che la base della
corretta regolazione emotiva e del conseguente sviluppo
neuropsichico infantile è strettamente legata ad una
buona sintonizzazione affettiva tra la madre e il
bambino.
Stern (1985) sottolinea che le emozioni positive di
piacere e di interesse sono i principali indicatori della
sintonizzazione affettiva.
Sintonizzazione emotiva e coerenza EEG
Come approfondiremo nel capitolo sui blocchi emotivi del sistema della CURA, i dati mostrano che la
buona regolazione e
sintonizzazione emotiva è
profondamente legata al
corretto sviluppo
neuropsichico infantile.
Nella sua ricerca psicobiologica
Hofer (1990) evidenziava che
nello stato “simbiotico” i
sistemi omeostatici dell’adulto
e del bambino sono
profondamente interconnessi e
questo permette una
regolazione reciproca dei
sistemi endocrino, autonomo e
nervoso centrale sia della madre che del bambino.
Oggi abbiamo numerose prove di questa interconnessione tra sistemi PNEI e tra le frequenze
187
elettroencefalografiche della madre e del figlio. Questa sintonizzazione emotiva è alla base della
“risonanza neuropsichica” che abbiamo documentato con le nostre ricerche sulla coerenza EEG tra
madre e figlio (vedi figura. **).
La Field ha definito la sintonizzazione tra madre e figlio come una diade che si trova “sulla stessa
lunghezza d’onda”. Riteniamo che sia sempre più necessario considerare le due figure diadiche in una
prospettiva sistemica, come due “campi psicosomatici” che possono interagire tra loro, con differenti
gradi di sincronizzazione o coerenza EEG, sui differenti piani dell’essere: fisico, emotivo e psicologico.
L’emisfero destro e la regolazione degli affetti
Allan Schore nel libro I Disturbi del Sé (2003), basandosi su di una vasta mole di ricerche, mostra le basi
neuropsichiche della “disregolazione degli affetti” e delle emozioni che rappresentano le principali cause
che generano i disturbi psicologici e somatici fino ad arrivare, nei casi più gravi, ai disturbi del Sé
Schore (2003b) evidenzia il ruolo centrale dell’emisfero destro, e in particolare dell’area frontale e
orbitofrontale, due aree particolarmente collegate con il sistema limbico e con la regolazione emotiva,
nell’origine dei disturbi psicosomatici.
Le ricerche di Sabihi e colleghi (2014) mostrano che la corteccia prefrontale mediale contiene neuroni
sensibili all’ossitocina, esprime i recettori dell’ossitocina e riceve proiezioni assonali a lungo termine dai
neuroni che producono ossitocina nell'ipotalamo e ha dimostrato di avere un ruolo nella modulazione
del comportamento correlato all'ansia. Questi dati suggeriscono che la corteccia prefrontale mediale è
particolarmente collegata al sistema della CURA e grazie alle terminazioni ossitociniche è in grado di
diminuire l'ansia tranquillizzando il sistema della TRISTEZZA/PANICO.
Schore parte dalla considerazione che nel primo anno e mezzo-due di vita - che rappresenta un momento
di fondamentale importanza nello sviluppo affettivo e neurocognitivo del bambino - l’emisfero destro
non è ancora completamente mielinizzato e quindi ancora molto vulnerabile ad eventuali disregolazioni
che alterano i normali circuiti neuronali dopaminergici – endorfinici e attivano i circuiti noradrenergici
inibitori dello stress. Secondo Schore avviene uno scambio di informazioni strutturanti tra il cervello
destro della madre e l’emisfero corrispondente del bambino.
Nell’approccio neuropsicosomatico è fondamentale considerare che per poter comprendere e migliorare
la relazione neonatale e infantile tra madre e figlio durante il concepimento e la gravidanza, è necessario
integrare le comprensioni di Schore sugli aspetti psicologici e affettivi, che riguardano le aree e i circuiti
fronto-limbici, con le comprensioni di Panksepp sui sistemi emotivi psicosomatici.
La corteccia orbitofrontale come area ad alta valenza affettiva e psicosomatica
L’area prefrontale e orbitofrontale è così intimamente connessa con le aree limbiche e funzionalmente
legata alle percezioni piacevoli degli affetti e delle interazioni sociali da essere considerata come una
“corteccia associativa” del sistema limbico-emotivo.
La corteccia frontale e orbitofrontale è un’area ad elevata valenza psicosomatica, essa infatti contiene i
livelli più elevati di oppioidi endogeni e di dopamina della corteccia cerebrale (Steklis e Kling, 1985), di
ossitocina (Panksepp, 2009c, Sabihi et alii., 2014), e anche numerosi recettori della serotonina (Raleigh e
Brammer, 1993). Questa struttura fronto-limbica riceve segnali da tutte le aree sensoriali della corteccia
posteriore, e proietta ampie connessioni alle aree limbiche del lobo temporale e dell’amigdala, ai centri
sottocorticali dell’ipotalamo deputati al controllo degli impulsi primari e ai centri dopaminergici della
gratificazione dell’area ventrale tegmentale (Nauta, 1964). L’emisfero destro è specializzato anche
nell’analisi delle informazioni che l’individuo riceve direttamente dal proprio corpo (Luria, 1973); La
relazione tra la madre e il bambino è un’esperienza psicosomatica intensa e totalizzante del Sé
psicosomatico di entrambi, che coinvolge simultaneamente le sensazioni corporee, i vissuti affettivi e gli
aspetti cognitivi e psicologici più elevati e delicati.
L’emisfero destro è inoltre fondamentale per la capacità di conoscenza empatica (Voeller,1986).
L’attaccamento consiste, dunque, nella regolazione diadica (interattiva) delle emozioni (Sroufe, 1996),
riparando quelle negative e rinforzando quelle positive. L’emisfero destro e la corteccia orbitofrontale in
particolare sembrano essere i supporti strutturali dei MOI, i “modelli operativi interni” descritti da
Bowlby, che si strutturano nella relazione di attaccamento e poi agiscono per mantenere la regolazione
di base al mutare delle condizioni esterne: così agiscono componenti affettive e cognitive che fungono da
guida per le azioni future (Main, Kaplan e Cassidy, 1985; Dolan, 1999; Rolls, 1996).
188
La base corporea della sintonizzazione affettiva
Gli approcci interdisciplinari che studiano le modalità interattive tra il bambino e la figura primaria di
accudimento sono ormai concordi che tali primi scambi siano mediati soprattutto da transazioni affettive
fondate su dinamiche corporee non verbali.
Oltre alle comprensioni riguardo al ruolo delle emozioni e della comprensione psicologica che la madre e
il figlio sviluppano all’interno della diade relazionale, diversi autori tra cui la Field (1985, 1985a),
Damasio (1999) e Panksepp (1998, 2012) evidenziano come la sintonizzazione corporea (psicobiologica),
che sappiamo essere mediata dalla serotonina, rappresenti uno dei meccanismi essenziali della
formazione del legame di attaccamento. Le numerose ricerche della Field sull’importanza del contatto
fisico dolce, che rappresenta un’esperienza primaria del sistema del PIACERE corporeo all’interno della
relazione sintonica tra madre e figlio, evidenziano in modo inequivocabile come il contatto corporeo
dolce attiva il senso di rilassamento e di benessere parasimpatico e rappresenta quindi una forma di
relazione imprescindibile nelle relazioni umane in generale e in particolare in quelle preverbali della
prima infanzia. La carenza affettiva si manifesta quasi sempre come carenza di contatto corporeo dolce,
rassicurante e rilassante, che abbassa i livelli di serotonina, di dopamina e di endorfina, diminuendo il
piacere e aumentando i livelli del cortisolo che promuovono lo stress e la tensione.
La carenza di serotonina è alla base della maggior parte di disturbi psicologici e psicosomatici come:
stress, ansia, depressione, attacchi di panico, disturbi alimentari, disturbo ossessivo compulsivo,
insonnia, reattività e sbalzi di umore. Il contatto corporeo piacevole è capace di ribilanciare questi
disturbi e quindi, nel nostro protocollo clinico rappresenta un fondamentale strumento terapeutico di
riparazione e guarigione. Questa “base sicura” basata sul sintonizzazione corporeo ed emotiva permette
alla diade madre-figlio di sperimentare una profonda gratificazione nello stare semplicemente insieme,
nell’esprimere e riconoscere le emozioni reciproche e nel comunicarle sia con la vocalizzazione
spontanea e con la voce, sia con il linguaggio corporeo attraverso lo sguardo, la mimica facciale e la
postura.
Questa dimensione corporea per decenni è stata ampiamente sottovalutata dalla psicologia e dalle
ricerche scientifiche, che, tendenzialmente utilizzano raramente il termine “corporeo” o “psicosomatico”.
Al posto di “corporeo” o “psicosomatico” spesso viene utilizzato il termine “psicobiologico” che è
etimologicamente corretto in quanto modifica i parametri fisiologici e ormonali, ma che, nella
comprensione comune, allontana dal senso condiviso delle relazioni materne e paterne corporee dolci e
affettuose.
Dati di efficacia clinica del contatto corporeo e della terapia basata sul PIACERE somatico
Tiffany Field, direttrice del Dipartimento di Pediatria dell’Università di Miami, è una figura centrale nelle
ricerche scientifiche che, con i suoi collaboratori, hanno provato l’estrema importanza del “contatto
corporeo piacevole” e l’efficacia clinica del massaggio dolce. Field, in particolare, hanno pubblicato oltre
50 articoli con dati molto positivi sull’utilizzo del contatto corporeo e del massaggio empatico dolce in
pediatria e in altre patologie mediche e psicologiche. Le ricerche sulla “terapia del contatto” (Touch
Therapy) hanno evidenziato significativi risultati degli effetti del contatto corporeo empatico e della
terapia del massaggio dolce, su neonati e bambini, con varie condizioni mediche e psicologiche come:
• miglioramento della crescita e dello sviluppo dei sintomi dei neonati prematuri (Field et al., 2010)
• miglioramento dei sintomi dei neonati esposti alla cocaina e dei bambini esposti al virus dell’HIV
• miglioramento dei sintomi dei neonati di madri depresse (Field et al., 1996)
• il massaggio alle madri in gravidanza riduce la prematurità il peso ridotto dei neonati e la
depressione post-partum (Field et al., 2009) e (Field et al., 2012)
• migliorava anche i neonati a termine senza particolari problemi di salute.
• miglioramento dello stress e dei comportamenti iperattivi nei bambini prematuri, dopo 5 giorni di
terapia di massaggio (Hernandez-Reif et al., 2007)
• riduce l’ansia nei bambini (Field et al., 1996) e negli adolescenti psichiatrici (Field et al., 1992)
• riduce i sintomi da stress post traumatico nei bambini che sono stati investiti dall’uragano Andrew
(Field et al., 1996).
I dati delle ricerche sul massaggio dolce agisce sui disturbi psicosomatici hanno provato che:
• riduce la depressione: le pratiche di massaggio in combinazione con le psicoterapie di gruppo si sono
rivelate utili nella cura delle madri depresse (Field et al., 2009)
• riduce il dolore e riduzione del dolore della fibromialgia (Field et al., 2003)
• migliora la funzione immunitaria e delle cellule natural killer (Field, 1998)
189
• aumenta i linfociti e le cellule natural killer in donne col cancro al seno (Hernandez-Reif et al., 2005)
• migliora lo stress e i livelli di cortisolo nel trattamento del carcinoma mammario (Listing et al., 2010)
• aumenta l’attenzione (Field et al., 1996)
• migliora il rilassamento negli studenti universitari (Leivadi et al., 1999)
• migliora i sintomi da abuso sessuale (Field et al., 1997)
• migliora l’asma e la funzione polmonare (Field et al., 1998)
• migliora l’autismo
• migliora i sintomi da paralisi cerebrale nei bambini (Hernandez-Reif et al., 2005)
• rallenta il battito cardiaco e stabilizza l’HRV (hearth rate variability) (Diego, et al., 2004)
• migliora la pressione sanguigna (Hernandez-Reif et al., 2000)
• migliora la dermatite atopica (Schachner et al.,1998)
• migliora il dolore da ustioni (Field et al.,1998) e i sintomi da stress durante il trattamento
(Hernandez-Reif et al., 2001)
• migliora i sintomi della leucemia (Field et al., 2001)
• migliora i sintomi della dermatite (psoriasi)
• migliora i sintomi del diabete
• migliora i sintomi dei disturbi alimentari (bulimia)
• migliora i sintomi dell’artrite reumatoide giovanile
• migliora i sintomi del disturbo post-traumatico da stress
• migliora i sintomi delle patologie psichiatriche (Field, 1995)
È interessante notare come la pratica del contatto dolce riesce a migliorare la maggior parte degli effetti
patologici dovuti all’eccesso di stress e di cortisolo.
Le pratiche di massaggio dolce sono state anche insegnate ai genitori e ai nonni che si sono offerti per
imparare e hanno dato buoni risultati terapeutici nel miglioramento del benessere dei bambini, oltre ad
offrire un trattamento economico e un miglioramento delle relazioni affettive familiari.
È rilevante lo studio della Field (1998) che mostra come gli anziani volontari in pensione, così come le
madri, a cui era stato insegnato il massaggio dolce, hanno ricevuto benefici personali anche nel semplice
fare il massaggio dolce ai neonati e ai bambini, con i quali si instaurava una relazione empatica
serotoninica, ossitocinica ed endorfinica.
Sintonizzazione affettiva e capacità di reagire agli stress
L’attaccamento sicuro consiste, dunque, nella regolazione diadica (interattiva) delle emozioni (Sroufe,
1996), riparando quelle negative e rinforzando quelle positive.
La sintonizzazione affettiva tra la neuropersonalità della madre e quella del figlio permette al bambino di
attivare i sistemi positivi e gratificanti del PIACERE corporeo e della sicurezza fisica mediate dalla
serotonina, della CURA e della sicurezza affettiva mediate dall’ossitocina, del GIOCO e del divertimento
mediate dalla dopamina e della SODDISFAZIONE mediate dall’endorfina.
Questo stato di piacere, di fiducia e stabilità psicosomatica permette al bambino di avere una potente
risorsa interiore di benessere e stabilità che gli permette di sostenere episodi stressanti e situazioni
disturbanti, e di sviluppare una regolazione emotiva che diventerà sempre più articolata e complessa
nella sua evoluzione negli anni successivi e che gli fornirà le risorse emotive, energetiche e cognitive per
poter affrontare in modo funzionale anche le situazioni di stress e di difficoltà che sicuramente
incontrerà nella vita.
Ricordiamo che le ricerche confermano che l’ossitocina rappresenta la più importante sostanza
endogena capace di ridurre lo stress e l’ansia, la serotonina riduce e governa l’aggressività e la rabbia e
l’endorfina è una sostanza che allevia i dolori e calma l’intera struttura psicosomatica (Panksepp, 1998,
2012). All’interno della relazione terapeutica il protocollo PMP prevede uno specifico lavoro per
generare questo “campo collettivo”, sia individuale che di gruppo. Le qualità di fiducia, sostegno e
sintonia del campo rappresentano una risorsa di fondo nel processo di crescita personale, che permette
alle persone di poter superare molte difficoltà e problemi altrimenti difficilmente risolvibili.
Gli occhi come organo psicosomatico di regolazione affettiva e cognitiva
Dal secondo mese, la maturazione della corteccia visiva permette l’attivarsi di una sincronizzazione
affettiva tra madre e bambino mediata dal contatto visivo, senza alcun bisogno di comunicazione verbale
(Hess, 1975a).
190
Nel primo anno di vita le esperienze visive giocano un ruolo essenziale nello sviluppo sociale ed emotivo
(Blank, 1975; Fraiberg e Freedman, 1964; Hobson, 1993; Keeler, 1958; Nagera e Colonna, 1965; Preisler,
1995; Wright, 1991) ed il viso materno rappresenta lo stimolo visivo più potente per il bambino.
Tra i due ed i tre mesi aumenta vertiginosamente la maturazione delle aree visive della corteccia
occipitale e si sono osservate oggettive correlazioni fra lo stato delle pupille della madre e di quelle del
bambino (Hess,1975).
Sul piano neuroendocrino sappiamo che la visione del volto della madre innesca una scarica di endorfine
nel cervello in via di sviluppo dal bambino (Hoffman, 1987; Pankseep, Siviy e Normansell, 1985), le quali,
agendo sui neuroni dopaminergici, sono responsabili della piacevolezza delle interazioni sociali e delle
emozioni di attaccamento (Schore, 1994).
Secondo Bowlby (1969) la vista rappresenta uno elemento centrale nella formazione dell’attaccamento
primario alla madre. Schore (2003) evidenzia come “nel corso del primo anno di vita, le esperienze visive
giocano un ruolo centrale nello sviluppo emotivo e sociale del bambino”, e che “l’intensità
dell’espressione emotiva del volto della madre rappresenta in assoluto lo stimolo più potente
nell’ambiente del bambino, e l’intenso interesse del bambino per il viso della madre, soprattutto per i
suoi occhi, fa sì che egli li segua nello spazio e si coinvolga in scambi di sguardi sempre più intensi”.
Un interessante lavoro tramite la microanalisi dei filmati delle relazioni madre-bambino (Beebe e
Lachmann, 1988a) ha documentato la continua microregolazione affettiva tra i due: l’interazione iniziale
attiva il bambino, ma quando questi percepisce una emozione troppo forte da gestire, la madre distoglie
lo sguardo e gli dà tempo di recuperare uno stato di quiete, per poi riprendere questo dialogo visivo e
prosodico.
In questa fase, dunque, il bambino è regolato visivamente dall’esterno da una madre sintonizzata con lui.
Tronick: lo “Still Face Experiment” e i meccanismi di “rottura e riparazione”
Edward Tronick, Direttore del Child Development Unit dell’Università del Massachusetts ed esponente
dell'Infant Research, già negli anni '70, con l'ausilio di una videocamera cominciò a studiare l'interazione
madre-bambino face to face (faccia a faccia) riprendendo ed analizzando i vari momenti della relazione, e
cercando di cogliere sia la comunicazione verbale, sia la comunicazione corporea ed emotiva attraverso
la gestualità, i comportamenti e il gioco. Tronick voleva comprendere, attraverso la procedura face to
face, le basi relazionali dello sviluppo della personalità umana. I suoi studi misero in evidenza che la
comunicazione madre-figlio non avviene a senso unico, ma come relazione tra due soggetti; anche nei
primi mesi il neonato è attivo durante le interazioni ed è co-responsabile del tono affettivo della
comunicazione. Tronick afferma che la regolazione emotiva è un processo intersoggettivo.
Dopo circa vent'anni di studi utilizzando il face to face, Tronick mette a punto lo still face (faccia
immobile), una nuova procedura di ricerca che consiste nel filmare una normale interazione madre-
bambino suddivisa in tre fasi di circa 3 minuti l’una. Nella prima fase la madre è attivamente e
affettivamente in relazione affettiva e giocosa, faccia a faccia, con il suo bambino, Nella seconda fase si
richiede alla madre di mantenere il volto inespressivo e di non reagire a nessuna sollecitazione da parte
del figlio. Nell’ultima fase la madre ritorna a giocare col bimbo, riprendendo la normale interazione col
figlio.
Dopo la prima fase di relazione affettuosa e giocosa, quando la madre immobilizza ogni movimento ed
espressione emotiva del viso (still face) e il suo volto rimane improvvisamente impassibile ed
inespressivo interrompendo la comunicazione, il bambino percepisce immediatamente questa “rottura”
della comunicazione con la madre, rimane qualche istante fermo e allibito e poi cerca di riparare
il misunderstanding, l’incomprensione nella comunicazione, inizia ad attivare una serie di comportamenti
di richiamo, agitando le mani, usando la voce e le grida, e muovendosi per attirare lo sguardo e “riparare”
la relazione con la mamma. Quando la madre scioglie l’immobilità del viso e riprende la comunicazione
empatica, il bambino si mostra aperto, disponibile e felice.
È normale nell’ambito della relazione “sicura” che il bambino, anche di pochi mesi, impari che non può
avere l’attenzione della madre 24 ore su 24, e si adatti a regolare e a gestire i momenti stressanti di
allontanamento con i momenti di presenza.
Tronick evidenzia come le differenti modalità di espressione e di reazione del bambino sono dipendenti
dallo sviluppo di un tipo di personalità piuttosto che di un altro. Osservando i neonati e i bambini di
pochi mesi è possibile riconoscere le principali reazioni agli eventi stressogeni caratteristiche delle loro
neuropersonalità primarie.
Se nell’esperimento di still face viene protratto il tempo della seconda fase, e quindi se a ai tentativi del
bambino di richiesta non vi sarà rispondenza da parte della madre per un periodo più lungo di tempo, il
191
bambino tenderà a perdere il controllo posturale, a gridare, a lamentarsi e a cadere in un profondo stato
di tristezza. Tronick sostiene che la connotazione psicopatologica si genera non tanto
dall’incomprensione e dalla frustrazione derivante dalle esperienze di rifiuto, ma dall’impossibilità di
poter riparare i fallimenti comunicativi: quando il Sé del bambino non riesce a riparare la relazione,
allora il rischio è un ritiro profondo del Sé, un’evidente “inibizione dell’azione” che in alcuni casi prende
la forma di dissociazione e di ritiro autistico.
La riparazione affettiva
È nella logica delle cose che, con lo sviluppo progressivo che permette la deambulazione e una sempre
maggiore libertà e indipendenza, si vengano a creare dei momenti sempre più frequenti di rottura della
simbiosi tra madre e figlio con episodi di disagio, tensione e distacco.
Schore scrive che a 10 mesi il 90 percento dei comportamenti materni consiste in gesti affettuosi, giochi e
accudimento. In netto contrasto, la madre di un bimbo dai 13 ai 17 mesi, che è già in grado di deambulare
e quindi di esprimere una maggiore indipendenza, esprime una proibizione in media ogni 9 minuti. Nel
secondo anno di vita del bambino il ruolo della madre si trasforma da caregiver ad agente di
socializzazione e di controllo che cerca di persuadere il bambino a “inibire” le eccessive esplorazioni e i
capricci e a regolare le funzioni sfinteriche.
Una figura di accudimento “sufficientemente buona” è capace di riparare a tali fratture con un corretto
tempismo. E’ questa la “riparazione interattiva” secondo Tronick (1989).
L’attaccamento consiste, dunque, nella regolazione diadica (interattiva) delle emozioni (Sroufe, 1996),
riparando quelle negative e rinforzando quelle positive.
In terapia psicosomatica il processo di riparazione è di centrale importanza. Quello che la figura materna
o il caregiver non sono riusciti a dare, fisicamente, affettivamente e cognitivamente, al bambino nel
primo periodo della vita, possiamo darlo attraverso un corretto uso delle differenti pratiche di
riparazione all’interno del processo terapeutico di crescita personale.
Il Protocollo PMP, che sarà descritto a breve, comprende una vasta serie di pratiche in cui la persona che
è stata privata di alcune esperienze affettive basilari, può di nuovo imparare a sciogliere i vincoli
dell’inibizione dell’azione ed avere la libertà di sperimentare direttamente situazioni ed esperienze quali
il contatto corporeo dolce, l’abbraccio, lo sguardo amorevole e accettante, l’ascolto delle emozioni e delle
sensazioni anche spiacevoli, l’entusiasmo del gioco, la libertà all’interno di una situazione di sicurezza e
protezione, l’espressione delle emozioni spontanee piacevoli e spiacevoli, la possibilità di esternare i
sentimenti negativi come la rabbia, il dolore, la paura, e molte altre ancora.
Contatto profondo e sviluppo del Sé psicosomatico
Come è stato già evidenziato nella descrizione dei sistemi emotivi, nel primo delicato periodo della vita
vengono attivati praticamente tutti i sistemi emotivi (tranne la sessualità) che, insieme, permettono un
corretto e armonico sviluppo del Sé.
E’ ormai opinione condivisa che il cervello destro contenga gli elementi nucleari del sistema del Sé
(Mesulam e Geschwind, 1978; Schore, 1994). Il modellamento dei tratti temperamentali del bambino,
che noi riteniamo caratteristici della neuropersonalità primaria del Sé, che si svilupperanno nel tempo in
stabili caratteristiche della personalità è un processo che viene gestito dalle aree frontali, in diretta
relazione con le aree limbiche e temporali (Carlson et alii, 1988) e che questa relazione essenzialmente
corticale, sia profondamente interconnessa con le più profonde e antiche aree sottocorticali (Panksepp,
1998, 2012). In una differente prospettiva questi dati evidenziano come il corretto e funzionale sviluppo
del Cortical e Subcortical Midline Structures (Northoff, 2004; Panksepp e Northoff, 2009), ossia dell’asse
neurocognitivo centrale che abbiamo descritto come l’asse che dalle aree prefrontali e orbitali, connette
il sistema limbico emotivo e il sistema sottocorticale istintivo corporeo. Se sufficientemente sostenuto e
regolato, permette di sviluppare una corretta e integra percezione di Sé. Parafrasando l’affermazione di
Schore e altri ricercatori che suggeriscono di vedere la relazione diadica come una comunicazione tra
emisfero destro e della madre e quello del figlio, possiamo affermare che una corretta regolazione
affettiva e psicosomatica avviene quando l’asse neurocognitivo del Sé della madre è sufficientemente
integro e in sintonia con l’asse neurocognitivo del Sé del figlio, generando una elevata risonanza
neuropsichica.
In un’ottica neuropsicosomatica la madre “sicura” dovrebbe quindi essere compresa come una persona
in cui gli aspetti corporei, affettivi e cognitivi sono in equilibrio funzionale tra loro e quindi riesce ad
utilizzare le risorse dei vari sistemi emotivi per la cura e lo sviluppo equilibrato del Sé psicosomatico del
figlio.
192
I sistemi emotivi sono anche la base della madre “sufficientemente buona” di Winnicot (1971),
spontaneamente capace di sostegno e contenimento (holding) e di “stare con” il bambino abbassando il
livello di frustrazione anche durante le sue espressioni emotive e impulsive più vivaci e reattive.
Ricordiamo la caratteristica capacità della serotonina di attutire e pacificare le risposte aggressive e
istintive. La madre sufficientemente buona è anche la madre sensibile e intuitiva (qualità caratteristiche
dell’emisfero destro) che sa quando intervenire e dare amore, o invece quando mettersi da parte e
lasciare che il bambino sperimenti la libertà di essere se stesso. Queste caratteristiche secondo Winnicot
sono alla base di un corretto sviluppo del “vero Sé”, che, nel nostro approccio, può essere compreso come
lo sviluppo armonico e integrato dell’identità globale della persona in tutte le sue dimensioni: corporee,
affettive e cognitive, ossia di una consapevolezza dell’unità del Sé psicosomatico.
Una tale madre, grazie all’effetto empatico del sistema della CURA, è capace di una buona sintonizzazione
empatica col Sé del figlio, riesce ad infondergli uno stato di rilassamento e sicurezza derivati dal sistema
serotoninico del PIACERE corporeo, è capace di condividere la gioia e il riso attivando il sistema
dopaminico del GIOCO e generare un profondo senso di benessere grazie alla sua capacità di attivare il
sistema endorfinico della SODDISFAZIONE.
In questa fase di sintonizzazione affettiva e psicosomatica si forma il primo nucleo di coscienza nel
bambino, quella che Panksepp chiama Core Self: il nucleo del Sé, e che Edelman (1989) chiama
“Coscienza primaria”: che integra le informazioni corporee ed emotive relative al Sé corporeo con
l’elaborazione delle informazioni che giungono dall’esterno.
Intorno ai 18 mesi compare nel bambino un “Sé riflessivo” in grado di prendere in considerazione i punti
di vista di sé e dell’altro, stato essenziale per lo sviluppo emotivo (Fonagy, Steele, Moran e Higgitt, 1991).
La corteccia orbito frontale matura verso la metà del secondo anno, quando il bambino acquisisce la
capacità di generare una “teoria della mente” con la quale attribuire stati mentali a sé a agli altri. Quando
tutto ciò accade il bambino possiede in media un vocabolario di sole 15 parole: il nucleo del Sé è dunque
inconscio e non verbale, e risiede nei patterns di regolazione affettiva. Per Damasio inizia poi la
formazione e lo sviluppo del “Sé autobiografico” con una connotazione più cognitiva.
E’ stato sottolineato come un danno evolutivo nei primi due anni di vita di questi sistemi neurologici
determini lo sviluppo anormale di comportamenti sociali e morali (Anderson, Bechara; Damasio, Tranel
e Damasio, 1999) e quindi sia alla base delle patologie evolutive e dei disturbi del Sé.
Psicopatologia dello sviluppo: la disregolazione degli affetti e la “chiusura del cuore”
Nel 1978 Bowlby propose che la teoria dell’attaccamento potesse essere utilizzata per comprendere le
l’eziologia delle differenti forme di psicopatologia. Schore (2003) pone questa considerazione come
paradigma centrale del suo fondamentale lavoro orientato alla psicopatologia dello sviluppo, il cui
principale obbiettivo è lo studio degli stili precoci disfunzionali di adattamento e di come si evolvono
nelle successive forme patologiche.
Un consistente numero di studi dimostra che i più comuni disturbi psicosomatici e del Sé si generano da
una “disregolazione affettiva”, che avviene quando la madre e il figlio non riescono a sintonizzarsi tra
loro e a riconoscere ed esprimere le emozioni reciproche. La madre che non riesce ad attivare in modo
funzionale ed empatico il sistema della CURA-AMOREVOLEZZA, non comprende i bisogni corporei ed
affettivi del figlio, i suoi messaggi non verbali e la sua mimica facciale; gli occhi della madre non
rispondono sintonicamente al suo sorriso o al suo pianto e quindi si genera nel bambino la sensazione di
non essere amato e compreso. Questa situazione affettiva disfunzionale e sregolata attiva il sistema della
PAURA–ANSIA e della TRISTEZZA-PANICO che, a livello corporeo ed emotivo, si manifestano in una
progressiva “chiusura del cuore” associata all’inibizione dei circuiti gratificanti del sistema serotoninico
del PIACERE e della sicurezza fisica, del sistema dopaminico del GIOCO – ENTUSIASMO e del sistema
endorfinico della SODDISFAZIONE-FANTASIA.
La madre insicura, il sistema della TRISTEZZA e l’origine dell’inadeguatezza di Sé
Come è stato già descritto Panksepp (1998, 2012) ha identificato anche il sistema della TRISTEZZA-
PANICO che si attiva quando il sistema della CURA-AMOREVOLEZZA non è “sufficientemente buono” da
consentire al bambino di potersi affidare ad una madre o ad un caregiver “sicuro”.
Le ricerche condotte da Stefano Bembich e colleghi dell’Institute for Maternal and Child Health di Trieste,
Italy (Bembich et alii, 2016) mostrano che la madre depressa ha meno attenzione e cura dei figli. Le madri
con depressione post partum (DPP) infatti mostrano attraverso il neuroimaging una minore attivazione
della corteccia somatosensoriale sinistra, associate all'empatia per il dolore, normalmente mediate
dall’ossitocina e dalla serotonina, e sono quindi meno coinvolte dal dolore fisico ed emotivo del figlio.
193
Panksepp descrive che, in assenza di cura e di amorevolezza, il sistema TRISTEZZA/PANICO si manifesta
nel bambino come dolore affettivo, infelicità, pianto, disagio, scontentezza, timore ma anche con
comportamenti di panico con “vocalizzazioni di angoscia”, grida di richiamo, mentre le carenze profonde
si manifestano come disturbi del Sé (Schore, 2003).
Schore (1991) evidenzia come tra i 14 e i 16 mesi da questa mancanza di sintonia nasce nel bambino il
senso di “vergogna”, shame, termine che in lingua inglese racchiude tuttavia il significato molto più
ampio di disagio, senso di inadeguatezza, timore, dolore affettivo, umiliazione, pudore, mortificazione e
senso di colpa.
Il sistema della TRISTEZZA/PANICO e la vergogna rappresentano potenti inibitori specifici degli affetti,
dell’interesse-eccitamento e di godimento-gioia, riducono in maniera mirata l’esposizione del Sé e
l’esplorazione (Panksepp, 2012; Tomkins, 1963). L’assenza di sintonia, nella vergogna come in altre
emozioni negative analoghe, rappresenta il fallimento della regolazione affettiva e viene vissuta come
una rottura e discontinuità di quella che Winnicot (1958) definiva come la necessità del bambino di
“continuità dell’essere”. Schore ritiene che questa intensa tensione psicofisica sia vissuta dal bambino
come una “catastrofe”, letteralmente una “spirale verso il basso” che riflette un drammatico passaggio da
uno stato di iperattivazione del sistema simpatico deputato alla mobilizzazione dell’energia ad uno stato
parasimpatico di ipoattivazione, inibizione e vigilanza (Scherer, 1986). Vissuto che Powles (1992) ha
definito come uno stato in tono minore di inibizione e di ritiro-conservazione parasimpatica, in cui viene
sperimentato un senso di disperazione in cui l’individuo si inibisce e cerca con tutte le sue forze di non
attirare l’attenzione su di Sé e di diventare “invisibile”.
La differenza tra il funzionale rilassamento parasimpatico e l’inibizione parasimpatica, è che il primo è
caratterizzato dal piacere corporeo serotoninico e benessere endorfinico mentre l’inibizione
parasimpatica e caratterizzata da senso di anedonia, affaticamento e tensione, mediati da alti livelli di
cortisolo e noradrenalina.
Il sistema della TRISTEZZA e i circuiti dell’inibizione dell’azione
La sensazione di disagio e disconnessione con la madre, attiva il sistema della TRISTEZZA-PANICO e della
PAURA che attiva l’asse HPA dello stress, il circuito laterale tegmentale noradrenergico (LTC), le
connessioni con l’amigdala e i nuclei ipotalamici laterali che agiscono sui due rami del nervo Vago
(Schore, 2003). In questo stato di stress vengono rilasciati alti livelli di corticosteroidi che riducono i
livelli di endorfine e viene inibito il circuito dopaminergico ventrale tegmentale (VTC) limbico
prosencefalico e mesencefalico del PIACERE.
Questi circuiti sono responsabili di tutti i sintomi generali e specifici dello stress a livello cognitivo,
emotivo e corporeo, come le alterazioni endocrine (cortisolo, noradrenalina, adrenalina), le tensioni
neuromuscolari e le alterazioni del sistema omeostatico fisiologico che sono alla base della formazione
dei disturbi e dei blocchi psicosomatici generali. Come è già stato spiegato questi sintomi generali da
stress vengono poi orientati e catalizzati dalle differenti neuropersonalità verso specifici disturbi e
blocchi psicosomatici. La neuropersonalità della madre interagendo con la neuropersonalità del figlio
può generare un vasto spettro di risposte, da quelle più funzionali a quelle gravemente disfunzionali. Nel
capitolo decimo saranno approfonditi i disturbi e i blocchi psicosomatici e i comportamenti fisici,
relazionali e psicologici disfunzionali, che caratterizzano ogni singola neuropersonalità.
I quattro stili di attaccamento
Mary Ainsworth (1970), collaboratrice di Bowlby, elaborò una procedura sperimentale per determinare
lo stile di attaccamento sulla base della relazione tra madre (caregiver) e figlio. Questa procedura
chiamata strange situation era suddivisa in otto episodi della durata di tre minuti l’uno, dove il bambino,
di un anno di età, veniva sottoposto a situazioni di momentaneo abbandono potenzialmente generatrici
di stress relazionale. Da questa sperimentazione emersero alcune principali modalità di comportamento
che legano la madre o il caregiver al bambino e quattro stili di attaccamento: sicuro, insicuro-evitante,
insicuro-ambivalente e disorganizzato.
1) Attaccamento sicuro. Un bambino che è saldamente attaccato alla madre esplorerà liberamente
l’ambiente mentre il caregiver è presente, usandola come una "base sicura" da cui esplorare. Il bambino
si impegnerà con l’estraneo quando il caregiver è presente e sarà visibilmente sconvolto quando il
caregiver parte, ma felice di vedere il caregiver al suo ritorno. Negli Stati Uniti, circa settanta per cento
dei bambini di classe media presentano un attaccamento sicuro in questo studio.
2) Attaccamento insicuro ansioso-evitante. Un bambino con stile di attaccamento insicuro ansioso-
evitante, eviterà o ignorerà il caregiver - mostrando poca emozione quando il caregiver parte o ritorna. Il
194
bambino non esplora molto, a prescindere da chi sia lì. Non c'è molto gamma emotiva
indipendentemente da chi vi sia nella stanza o se sia vuota. I neonati classificati come ansiosi-evitanti (A)
rappresentavano un puzzle nei primi anni '70. Essi non mostravano disturbo alla separazione e
ignoravano il caregiver al loro ritorno (sottotipo A1) o mostravano tendenza ad avvicinarsi insieme ad
una certa tendenza ad ignorare o a respingere il caregiver (sottotipo A2). Ainsworth e Bell (1970) hanno
teorizzato che il comportamento apparentemente irriconoscibile dei bambini evitanti è infatti come una
maschera per la sofferenza, un'ipotesi successivamente confermata attraverso studi sulla frequenza
cardiaca dei neonati evitanti.
3) Attaccamento insicuro ansioso-resistente/ambivalente. I bambini classificati come ansioso-
ambivalente/resistente (C) mostravano segni di disturbo anche prima della separazione e erano
aggrappati e difficili da confortare al ritorno del caregiver. Essi hanno mostrato segni di risentimento in
risposta all'assenza (sottotipo C1) o segni di passività impotente (sottotipo C2). Nel campione originale
di Ainsworth, tutti e sei i neonati C hanno mostrato tanta angoscia nel corso degli episodi della procedura
della strange situation che le osservazioni dovevano essere sospese. L’uno per cento dei neonati ha
risposto con un alto grado di passività e di inattività ad una situazione impostata sull’impotenza.
4) Attaccamento disorganizzato/disordinato. Una quarta categoria, chiamata "D”, è stata aggiunta da
Mary Main, collega della Ainsworth. Nel 1990, la stessa Ainsworth ha dato la sua approvazione alla nuova
classificazione. A differenza dei neonati di altre categorie classificate dalla Ainsworth, che possiedono un
percorso standard di reazione mentre si occupano dello stress della separazione e della riunione, i
neonati di tipo D non sembrano possedere sufficienti competenze del meccanismo di coping. Infatti,
questi neonati avevano caratteristiche miste, quali "una forte ricerca di prossimità con il caregiver,
seguita da un forte evitamento o appariva sconvolta e disorientata dopo la riunione con i loro caregivers
(o entrambi)".
Basi neuropsicosomatiche dell’attaccamento insicuro-evitante
In questa tipologia di attaccamento sono chiaramente prevalenti i sistemi della PAURA del controllo
noradrenalinico.
Dal punto di vista dell’equilibrio simpatico/parasimpatico questa tipologia di relazione insicura-evitante
risulta eccessivamente stimolante sul sistema simpatico e inibitoria sull’attività parasimpatica e quindi
non permette un corretto sviluppo del riposo parasimpatico. Schore evidenzia che nella relazione
insicura-evitante la caratteristica della madre è di “mostrare livelli molto bassi di espressione affettiva e
un pattern di interazione caratterizzato dalla tendenza al ritiro, dall’esitazione e dalla riluttanza a
organizzare l’attenzione e il comportamento del bambino”,
Queste caratteristiche della madre tendenzialmente orientate all’inibizione, all’eccessivo controllo e
all’atteggiamento evitante o distanziante, nella mappa psicosomatica, corrispondono considerevolmente
alle neuropersonalità cortisolica e noradrenalinica.
Main e Weston (1981) hanno osservato che queste madri mostrano una generale avversione per il
contatto fisico e a volte esprimono una risposta di ritiro fisico non verbalizzabile o allontanano il
bambino. La ricerca di contatto del bambino non riceve nel genitore un corretto accudimento empatico
ma piuttosto un senso di distanza e di ritiro di fronte al suo approccio che si può manifestare anche con
la tendenza a “tenere la testa a un livello diverso da quella del figlio, evitando così le transizioni di
sguardo reciproche” (Schore, 2003). Nella relazione insicura-evitante la madre manifesta la caratteristica
tendenza evitante nei confronti della contatto corporeo e della sintonizzazione emotiva e affettiva con il
bambino. La sua tendenza è quella di controllare eccessivamente il bambino e inibire la sua esplorazione.
Il bambino insicuro-evitante, dall’altro lato della diade, non sembra mostrare interesse nei confronti di
un eventuale adulto che cerca di attrarre la sua attenzione e mostra scarsa motivazione a mantenere il
contatto. Nelle osservazioni della strange situation questo tipo di bambino è caratterizzato dal fatto che
non mostra segni di stress quando la madre si allontana, non manifesta felicità quando la mamma ritorna
da lui e, al momento della riunione, non esprime apertamente né rabbia né stress. Vi sono tuttavia prove
che, a differenza del bambino con attaccamento sicuro che quando la madre ritorna da lui mostra felicità
e smette di essere stressato e arrabbiato, il bambino insicuro-evitante non esterna le proprie emozioni
ma rimane un una reazione di irritazione, risentimento e rabbia trattenuta. Questa reazione emotiva
repressa del bambino rappresenta una risposta di reazione emotiva inibita nei confronti della madre,
legata al suo bisogno frustrato di accudimento. In altre parole è implicito che il bambino abbia una
basilare aspettativa di un contatto affettivo gratificante ma di fronte alle sue espressioni di evitamento,
impara ad agire in modo analogo. Main e Stadman (1981) hanno osservato che al momento della
riunione con la madre, questo tipo di bambino volge le spalle, distoglie lo sguardo e sembra cieco e sordo
195
ai suoi sforzi di stabilire una comunicazione. Si ritiene che questi comportamenti di evitamento riflettano
uno stato di disperazione-ritiro, analogo alla “disperazione” di Bowlby, che si sviluppa sulla base di una
dominanza parasimpatica inibitoria, caratterizzata da senso di impotenza e bassi livelli di attività
(McCabe e Schneiderman, 1985). Si ritiene altresì che questi stati affettivi negativi correlati con il ritiro
siano attivati dalla regione frontale destra ,(Davidson, Ekman, Saron, Senulis e Frisen, 2001).
Izard e colleghi (1991) hanno rilevato che il bambino insicuro-evitante ha un livello più elevato di tono
parasimpatico. Le tipologie insicure-evitanti mostrano anche una caratteristica tendenza a disturbi
patologici legati all’eccessivo all’ipercontrollo (Lewis e Milller, 1990), e alla costrizione che riflettono un
pattern vagotonico (Eppinger, 1915), una caratteristica di “minimizzazione dell’espressione emotiva”
(Cassidy, 1994), una ridotta capacità di sperimentare ed esternare affetti intensi, sia positivi che negativi.
Vedremo come queste precise caratteristiche sono tipiche della neuropersonalità cortisolica evitante con
iperattivazione del sistema della PAURA/ANSIA e una evidente attivazione della neuropersonalità
noradrenalinica e del sistema cognitivo dell’attenzione e dell’inibizione.
Basi neuropsicosomatiche dell’attaccamento insicuro-resistente (ambivalente/attivante)
In questa tipologia di attaccamento la madre riesce ad assolvere con facilità la regolazione affettiva
attivante, in particolare nei momenti di maggiore intensità emotiva e vitale, caratteristici della prima fase
di esplorazione, in cui entrano in gioco i sistemi della RICERCA e del GIOCO, a elevata attivazione
simpatica dopaminica, ma non è in grado di regolare e ridurre in modo appropriato la sua stimolazione
quando il bambino ha bisogno di bilanciare le esperienze ad alta energia con necessari momenti di riposo
e di fisiologico ritiro modulati dall’attività parasimpatica, mediati dalla serotonina e dall’endorfina, che
caratterizza i sistemi del PIACERE corporeo, della CURA e della SODDISFAZIONE.
Tronick e colleghi (1982) hanno descritto una tipologia di madri che tende a coinvolgere
persistentemente il bambino anche quando questo non la sta guardando.
Field (1985) ha osservato che se la madre non riesce a ridurre l’intensità nella relazione diadica, dopo i
momenti ad alta intensità, quando il bambino distoglie lo sguardo e desidera riportarsi in uno spazio più
calmo e interiorizzato, il bambino sperimenterà uno stato di avversione e di tensione. Dal punto di vista
dell’equilibrio simpatico/parasimpatico questa tipologia di relazione insicura-resistente sviluppa
eccessivamente e sovraccarica l’attività simpatica e non permette un corretto bilanciamento di riposo e
recupero parasimpatico.
La madre quindi, così facendo, sembra stimolare la capacità di esplorazione del figlio ma in qualche
modo non riesce a regolarlo sul suo bisogno di rilassamento parasimpatico; è noto che la capacità di un
bambino di apprendere nuovi stimoli ed esperienze è influenzato negativamente da eccessivi livelli di
vigilanza e autocontrollo simpatico (Schore, 2003).
Questo tipo di madre è definita ambivalente in quanto incostante nella modalità di accogliere il figlio che
cerca un contatto effettivo: in alcuni momenti è molto aperta e coinvolta nelle relazioni diadiche che
tendenzialmente tende ad amplificare e caricare in modo positivo, ma quando il bambino esprime
stanchezza, ritiro o irritazione e rabbia non è in grado di gestire né di porre limiti e riequilibrare le
emozioni negative di disagio, pianto e vergogna o nel sedare e gestire le sue esternazioni più aggressive,
in particolare nell’ultima fase di esplorazione e sperimentazione. Si è osservato che questo bambino è
particolarmente attento alle espressioni e ai movimenti degli occhi della madre che non riesce a dargli
una “base sicura” e quindi non riesce a giocare in modo rilassato e realmente indipendente.
Questo genera nel bambino una dipendenza conflittuale dalla madre che cerca di attrarre l’attenzione dei
genitori utilizzando modalità emotive vivaci tendenzialmente amplificate. L’ambivalenza della madre si
riflette nei comportamenti relazionali ambivalenti del figlio, che alterna momenti di ricerca di contatto e
relazione a momenti di rabbia e rifiuto.
Questi bambini mostrano un elevato livello di stress da separazione e, quando la madre ritorna da loro
dopo un distacco, sono notoriamente difficili da consolare e sono considerati bambini con un
temperamento “difficile” caratterizzati da una intensità di espressione e da emotività negativa, da una
rallentata capacità di adattamento sociale e da funzioni fisiologiche irregolari.
Questo tipo di madre per la sua natura labile e imprevedibile nella sua risposta affettiva, genera una
profonda incertezza nel bambino che non sa mai che cosa si deve aspettare dalla madre.
Basi neuropsicosomatiche dell’attaccamento disorganizzato-disorientato
Alcuni bambini, all’interno della strange situation, mostravano comportamenti che non erano
classificabili nelle tre categorie principali di attaccamento. L’impossibilità a classificare questi bambini
spinse Main e Solomon (1986, 1990) a studiare i loro comportamenti allo scopo di individuarne le
196
caratteristiche comuni e codificare questa tipologia di comportamenti come “attaccamento
disorganizzato” o di “tipo D”.
Questi bambini, durante la strange situation, in presenza del genitore, mostrano comportamenti
disorganizzati e conflittuali. Tra questi comportamenti disfunzionali c’era il pianto mentre cercano di
avvicinarsi al genitore, il fermarsi in silenzio improvvisamente e restare congelati e immobili per diversi
istanti oppure, all’avvicinarsi di un estraneo, mostrare paura e timore ma contemporaneamente
allontanarsi dalla madre. Altri analoghi comportamenti disturbati sono il chiamare il genitore quando
esce dalla porta e poi, se ritorna indietro, allontanarsi da lui, o comportamenti apertamente aggressivi
come picchiare il viso della madre mostrando un viso inespressivo, o tendano ad avvicinarsi al genitore
ma con il viso girato dall’altra parte. La logica comportamentale di fondo mostra che questi bambini
attivano contemporaneamente i due principali sistemi di attaccamento-avvicinamento e di evitamento-
fuga e aggressività. L’attaccamento infantile di tipo disorganizzato-disorientato è ritenuto una delle
cause principali dei disturbi psichiatrici, che si manifesteranno anche da adulti, ed è stato spesso
osservato in bambini appartenenti a famiglie ad alto rischio socio-affettivo, e nei bambini che hanno
subito traumi o negligenza nella cura (Carlson et alii., 1989; Lyons-Ruth et alii., 1991).
È ormai generalmente condiviso il fatto che la psicopatologia a esordio precoce consista in disturbi
dell’attaccamento, in particolare di tipo disorganizzato, e si manifesta come un fallimento della
regolazione del Sé o dell’interazione madre-figlio (Grotstein, 1986). Queste considerazioni cliniche ed
eziopatogenetiche sull’origine neuropsicosomatica dei principali disturbi psichiatrici e dei traumi
dissociativi in particolare sarà l’argomento che approfondiremo nel prossimo capitolo.
197
CAPITOLO DODICESIMO
I DISTURBI PROFONDI DEL SÉ: I TRAUMI E
LA “DISSOCIAZIONE NEURO-PSICO-SOMATICA”
“La natura della coscienza è unitaria e integrata, quanto meno negli individui sani”. Edelman, 2004.
I disturbi del Sé come blocchi psicosomatici profondi e traumatici
Dopo aver descritto nei precedenti capitoli i blocchi generali o “aspecifici” da stress, i disturbi
psicosomatici da disregolazione delle neuropersonalità e i disturbi della prima infanzia, in questo
capitolo presenterò le basi neuropsicosomatiche dei disturbi profondi del Sé, dei traumi e dei fenomeni
di dissociazione che ledono le radici dell’unità neuropsicosomatica.
La categoria clinica dei Disturbi Traumatici del Sé è la più grave in quanto riguarda gli stati patologici che
snaturano la vita delle persone e la principale funzione del Sé di governatore centrale e dei sistemi
emotivi, alterando o “bloccando” la delicata regolazione dell’intero network neuro-psico-somatico,
l’equilibrio globale del sistema e di riflesso le relazioni umane. Il tema dei disturbi traumatici del Sé e
della dissociazione, dal punto di vista della psicoterapia neuropsicosomatica, richiederebbe per la
complessità e multiformità delle cause e degi sintomi, un trattato a sé stante, in questo capitolo cercherò
solo di esporre un quadro teorico e di approccio diagnostico generale sull’argomento, che permetta una
nuova comprensione e un differente inquadramento clinico, umano e interiore.
Ritengo che il modello neuropsicosomatico, essendo basato su un approccio sistemico dell’essere umano
come network neuropsicosomatico, permette di spiegare in modo più organico e sistematizzato i sintomi
classici del trauma, partendo innanzitutto dalla dissociazione e dai suoi pricipali aspetti: i fenomeni da
distacco, compartimentazione e i sintomi somatoformi.
Il trauma e l’inquadramento diagnostico dei Disturbi Post-Traumatici
I disturbi da trauma sono definiti come danni psicologici che si verificano a seguito di un evento (o
ripetizione di eventi) vissuto come gravemente stressante, doloroso, catastrofico, minaccioso o violento e
dannoso per il benessere fisico o per la vita stessa, che generano una risposta caratterizzata da profonda
paura, ansia, impotenza, o orrore, e che il Sé non riesce a gestire, in quanto supera la sua capacità di
fronteggiare e di integrare le esperienze e le emozioni coinvolte.
Il trauma ha effetti negativi prolungati sul benessere e su funzionamento fisico, emotivo, psicologico,
sociale, e spirituale dell'individuo e, quando è generato da un evento preciso e normalmente limitato nel
tempo, viene definito dal manuale diagnostico DSM-5 come “Disturbo Post-Traumatico da Stress” (DPTS)
o “Post-Traumatic Stress Disorder” (PTSD).
Quando invece il trauma è causato da eventi multipli e ripetuti nel tempo, come i maltrattamenti subiti
all’interno di relazioni, a volte infantili, o gli abusi a cui la persona non poteva sottrarsi, si utilizza la
diagnosi di “Disturbo Post-Traumatico da Stress complesso” (DPTSc) o “Complex Post Traumatic Stress
Disorder“(cPTSD) (Herman, 1992), o, nel caso di traumi in età evolutiva, di “Disturbo Traumatico dello
Sviluppo" (DTS) (Van del Kolk, 2005).
Esperienze cliniche dei disturbi traumatici
Il lavoro terapeutico del nostro Istituto orientato alla crescita personale ad approccio olistico e integrato,
grazie alle numerose pratiche di consapevolezza psicosomatica, permette alle persone, anche in stato di
buona salute psicofisica, di sviluppare una maggiore sensibilità interiore e prendere coscienza dei traumi
e dei blocchi profondi del Sé che prima erano rimossi o inconsci. Questo affascinante e impegnativo
lavoro, da noi svolto negli ultimi decenni su migliaia di persone, ci ha portato a toccare, approfondire e
affrontare le tematiche dei disturbi del Sé, dei dolori profondi, dei traumi e dei sintomi dissociativi che li
accompagnano, che vengono riportati dalle persone adulte nel loro percorso all’interno dei gruppi di
crescita o delle terapie individuali.
Nella maggior parte dei casi queste memorie di esperienze traumatiche che emergono dalle persone nel
loro processo di crescita, sono originate da relazioni famigliari infantili altamente stressanti, da
situazioni cronicamente carenti di amorevolezza, di cura e riconoscimento, di gioia e di bellezza, che
198
generano problemi di attaccamento insicuro e disfunzionale. A volte purtroppo anche da famiglie di tipo
disorganizzato, negligente, trascurante o violento e abusante: tutte condizioni “traumatizzanti” di fondo,
che il Sé non riesce a comprendere e sostenere, per cui non trova una strategia funzionale di protezione,
che lo portano a sentirsi incapace di reagire, annullato, vuoto e infine dissociato.
Osservando e analizzando le persone nei racconti dei loro sviluppi traumatici e dei sintomi progressivi
che hanno segnato la loro vita, abbiamo da anni potuto constatare che da una punto di vista
neuropsicosomatico, esiste una logica progressiva di eventi clinici che porta la persona, di fronte al
dolore fisico, affettivo e psicologico vissuto, innanzitutto a “chiudere il cuore”, spegnere
progressivamente il piacere corporeo e il senso naturale dell’essere, fino a “inibire” il proprio Sé, la
propria identità. La maggior parte di queste memorie traumatiche rientrano nelle diagnosi di DPTSc o
DTS, e più raramente nel Disturbo Post-Traumatico da Stress. Mentre i dati delle differenti ricerche
statistiche mostrano che il Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS) è presente in una percentuale tra
il 6% e il 7% della popolazione, la nostra esperienza clinica dei disturbi profondi del Sé ci ha portato a
rivalutare la frequenza statistica dei Disturbi Post-Traumatici da Stress Complessi (DPTSc) e dei Disturbi
Traumatici dello Sviluppo (DTS), mettendo in evidenza come questi disturbi profondi del Sé siano una
realtà - spesso sub-clinica e sottovalutata - estremamente diffusa in tutta la popolazione.
LE BASI NEUROPSICOPATOLOGICHE DELLA “DISSOCIAZIONE” TRAUMATICA
La dissociazione del network neuro-psico-somatico: i traumi compensati e scompensati.
Come è stato anticipato nel primo capitolo di questo libro, per capire i disturbi profondi del Sé in una
logica neuropsicosomatica dobbiamo rivedere il concetto di trauma in chiave sistemica, come spettro
funzionale della rete neuronale che si articola dallo stato normale di “interconnessione”, alla leggera
“disregolazione”, alla “disconnessione” fino alla più grave “dissociazione”.
Come è stato descritto i disturbi e i traumi psicosomatici leggeri o di media gravità sono considerati il
risultato di eventi stressanti che il Sé ha cercato di gestire, generando un “equilibrio disfunzionale” ma
tuttavia “compensato” che si manifesta come una disregolazione (di lieve gravità) o una disconnessione
(di media gravità) nella rete neuro-psico-somatica.
Il trauma grave è invece considerato come una risposta ad un evento (o ripetizione di eventi)
gravemente doloroso, violento e dannoso per la vita, che il Sé non riesce a gestire, in quanto incapace ad
integrare le emozioni coinvolte, e quindi generando un “squilibrio disfunzionale” e “scompensato” che si
manifesta come una disregolazione grave o dissociazione nella rete neuro-psico-somatica.
Noi quindi tendiamo a dividere i traumi in “compensati” e “scompensati”: i primi sono relativi ad eventi
che, benchè abbiano lasciato dei segni profondi, sono stati controbilanciati dal Sé sistemico, limitandone
gli effetti negativi o riducendoli ad aspetti specifici della vita. I secondi, i traumi più gravi e
“scompensati”, li consideriamo in accordo con l’originaria interpretazione Jacksoniana (1835-1911) e
Janetiana (1859-1947), sostenuta da molti autori moderni, che considera i disturbi da trauma come
effetti di una “rottura” dei sistema di difesa del Sé, una “disgregazione”, désagrégation (Janet), un
“cedimento strutturale delle funzioni cerebrali e del loro ordinamento gerarchizzato” (Liotti e Farina,
2011). Queste evidenze di “disorganizzazione del funzionamento cerebrale” (Maers, 2000),
sottintendono una alterazione disfunzionale delle comunicazioni all’interno del network neuro-psico-
somatico del Sé, che, in termini di teoria dei sistemi, genera una grave compromissione della funzionalità
e dell’unità dell’intero sistema.
La dissociazione come forma estrema di inibizione dell’azione
Le ricerche di Perry e colleghi (1995) hanno mostrato come la risposta dei bambini ad un evento
traumatico si componga di due fasi consecutive: l’iperattivazione e la dissociazione. La prima fase è
caratterizzata da una forte attivazione di allarme che stimola la componente simpatica dell’asse dello
stress che si manifesta con un aumento corporeo della frequenza cardiaco, della pressione sanguigna,
della respirazione e del tono muscolare e da uno stato generale di ipervigilanza. Nel comportamento del
bambino si osserva prima il pianto e poi le urla. Questo stato, che Schore chiama di “stress
disorganizzante“ e Perry chiama “paura-terrore”, è mediato dall’iperattivazione simpatica e
caratterizzato come sempre da elevati livelli di adrenalina, noradrenalina e cortisolo.
Nella seconda fase del trauma infantile, descritta dal gruppo di Perry come “dissociazione”, il bambino,
dopo aver tentato, inutilmente, l’attivazione simpatica, si ritrae (evitamento) dagli stimoli del mondo
esterno, inibisce le “reazioni di attacco e fuga” e si pone in uno stato di congelamento (freezing), chiari
199
sintomi di “inibizione dell’azione”, in cui si possono manifestare sintomi di evitamento, confusione,
coartazione degli affetti, “fissare il vuoto con uno sguardo congelato”, sogni ad occhi aperti, alla
depersonalizzazione, fino alla perdita di coscienza da tortura.
Effetti della strategia di protezione del bambino sono stati descritti anche da Tronick e Weinberg (1997):
“quando i suoi tentativi di riparazione falliscono, spesso il bambino perde il controllo posturale, si ritira e
si autoconsola.” E nei casi più gravi “la reazione del bambino ricorda il ritiro delle scimmiette degli
Harlow o i bambini degli istituti osservati da Bowlby e da Spitz”.
Lo stato di dissociazione tende a fare aumentare i livelli di cortisolo inibitorio e di encefaline che
innescano l’immobilità (freezing) e anche “inibizione della richiesta di aiuto” (Kalin, 1993).
Schore commenta che: “questo stato di ritiro-conservazione è una strategia di regolazione parasimpatica
che si manifesta nelle situazioni stressanti in cui l’individuo indifeso e senza risorse si inibisce e cerca
disperatamente di evitare l’attenzione e diventare “invisibile”. È questo meccanismo parasimpatico
inibitorio (Porges, 2011) che media il “profondo distacco” caratteristico della dissociazione. Putnam
(1997) la descrive come “la fuga quando non c’è via di fuga”, descrizione perfetta anche per i topi degli
esperimenti di Laborit sull’”inibizione dell’azione”.
Darwinismo neuronale e potatura sinaptica
Gerald Edelman (2003, 2004) con la teoria della "selezione dei gruppi di neuroni" offre una spiegazione
funzionale ed evolutiva allo sviluppo neurobiologico del cervello umano. La sua teoria, chiamata
“darwinismo neuronale”, ipotizza che le facoltà neurocognitive superiori, che si manifestano nell’arco
dell’evoluzione animale, sarebbero il risultato di una “selezione dei gruppi di neuroni e dei relativi
circuiti e centri di integrazione, che si sono rivelati più funzionali e adattativi nel corso dello sviluppo
filogenetico di una data specie”. La stessa "selezione dei gruppi di neuroni" si manifesta durante lo
sviluppo dell’essere umano in particolare, come abbiamo visto, nei primi due anni di vita.
I gruppi di neuroni e i circuiti neuronali più funzionali e adattativi tendono ad auto-selezionarsi e
sopravvivere mentre i meno funzionali tendono ad autoeliminarsi per “apoptosi”. Dobbiamo ricordare
che lo sviluppo del cervello è una complessa rete dinamica di cambiamenti progressivi e regressivi.
La "potatura" di neuroni e sinapsi (synaptic and axon pruning) rappresenta un processo regolativo
determinante nel modificare la struttura del sistema nervoso a partire dalla vita fetale e nei primi anni di
vita in particolare. Grazie alle recenti tecniche di Risonanza Magnetica Strutturale (neuroimaging) è
possibile studiare la maturazione del cervello umano e osservare il suo sviluppo sia in termini spaziali
(anatomici) che temporali (nell’arco del suo sviluppo evolutivo). Il ritmo di sviluppo sinaptico e la
potatura variano sensibilmente nell’ambito delle varie aree cerebrali.
I dati delle ricerche mostrano che nella corteccia prefrontale mediale la produzione sinaptica raggiunge il
picco verso i 3-4 anni di età, con il declino durante l’adolescenza, mentre nella corteccia visiva la
produzione sinaptica raggiunge il picco al quarto mese di vita per poi subire uno sfoltimento (potatura)
che continua fino all’età scolare, quando la densità sinaptica raggiunge i livelli dell’adulto.
La selezione dei neuroni e degli assoni dovrebbe comportare una configurazione più efficiente mediante
un meccanismo felicemente espresso dall’aforisma anglosassone "use or loose", “o lo usi o lo perdi”, ma le
ricerche sullo sviluppo neurocognitivo dei bambini con un attaccamento insicuro e più ancora con
attaccamento disorganizzato mostrano che le carenze affettive e i traumi infantili generano una
degenerazione dei circuiti neuronali “positivi” e una selezione permanente dei circuiti “negativi”.
Questi dati evidenziano come le potature sinaptiche dei circuiti affettivi legati al piacere corporeo e
affettivo e le selezione neuronali “darwiniste” dei circuiti negativi legati allo stress generano le basi della
dissociazione e possano ledere la capacità del Sé di governare e regolare il complesso network
neuropsicosomatico.
Neurotossicità e cronicizzazione dei circuiti neuronali negativi
Schore (2003) ritiene che i traumi precoci e le negligenze post-natali possono generare “una eccessiva
potatura dei circuiti corticali-sottocorticali limbico-autonomici” che genera una compromissione della
normale crescita neurocognitiva. Questa compromissione altera i circuiti centrali del dynamic core of
consciousness di Edelman e la loro potatura si riflette automaticamente sulla progressiva perdita della
consapevolezza di Sé e di regolazione centrale del Sé che è alla base di tutti i sintomi traumatici. Le
esperienze psicologiche e affettive avverse nel periodo post-natale possono “potare” o condizionare
negativamente i circuiti neuronali in particolare delle aree frontali e temporali limbiche (Carlson et al.,
1988). Post e colleghi (1994) dichiarano che “le precoci esperienze avverse possono lasciarsi alle spalle
200
una anormale reattività fisiologica permanente nelle aree limbiche del cervello” che si rifletterà sulla
capacità di regolare ed esprimere le emozioni e le relazioni affettive.
Il cortisolo e i glucocorticoidi hanno un’azione tossica sul sistema nervoso, in particolare nel primo anno
e mezzo di vita in cui, come è stato spiegato, la mielinizzazione degli emisferi e dell’emisfero destro in
particolare non è ancora completata. I dati mostrano alterazioni permanenti dei recettori dei
corticosteroidi, degli oppiacei endogeni e dei fattori di rilascio della dopamina, della noradrenalina, della
serotonina (Ladd et alii, 1996, Coplan et alii, 1996, 1998; Rosemblum et alii, 1994) che alterano così
l’attività coerente e armonica delle neuropersonalità.
Questa azione si può manifestare anche come morte selettiva delle cellule neuronali nei “centri affettivi”
del sistema limbico (Kathol et alii. 1989) e dell’ippocampo, e come alterazione di alcuni circuiti limbici
(Benes et alii. 1994), che producono alterazioni funzionali permanenti della capacità di sviluppo dei
circuiti emotivi adattativi (DeKosky et alii. 1982). Margoulis e colleghi (1994) sostengono che
l’interazione tra corticosteroidi (cortisolo) e neurotrasmettitori eccitatori (acetilcolina, noradrenalina)
sia alla base della morte cellulare programmata (apoptosi) e rappresenti un meccanismo cellulare
fondamentale nella genesi dei disturbi neuropsichiatrici. Il trauma affettivo nel primo periodo della vita
può interferire con la maturazione dell’insula, che dipende dall’esperienza, e che poi ha un effetto
negativo nella produzione di un’immagine corporea di Sé (Craig et al., 2000) e nella parallela riduzione
del piacere corporeo legato alla produzione di serotonina. Queste ricerche mostrano come la
componente affettiva funzionale del sistema della CURA sia di estrema importanza nello sviluppo
neuropsicosomatico e neurocognitivo del bambino, che insieme sostengono lo stato di equilibrio e di
salute psicosomatica. Questi dati delle ricerche confermano che le esperienze affettive dolorose e
stressanti nei primi periodi della vita producono alterazioni permanenti dello sviluppo della corteccia
orbitofrontale e delle connessioni cortico-limbiche, che sostengono il “nucleo dinamico” della coscienza
di Sé, l’asse neurocognitivo (CMS e SCMS) e l’equilibrio PNEI dell’intero network neuropsicosomatico.
Valutazione sulla gravità dei disturbi traumatici del Sé
I numerosi studi sulla neurotossicità, la potatura neuronale e le “selezioni neuronali” disfunzionali,
mostrano che molte aree e circuiti cerebrali vengono alterati, in particolare i circuiti di connessione
fronto-limbici-ipotalamici e fronto-limbici-sottocorticali profondi che sostengono la consapevolezza di Sé
e regolano le relazioni sociali, affettive e comportamentali, generando danni “permanenti” che sono alla
base dei disturbi del Sé e dei blocchi psicosomatici fino alle psicopatologie traumatiche più gravi.
Le ricerche tuttavia non sono ancora in grado di definire se, e in che misura, questi danni strutturali
siano reversibili o irreversibili: una questione della massima importanza in quanto da questo dipende la
possibilità o meno di guarigione delle persone che soffrono di una vasta gamma di disturbi psicosomatici
traumatici. Dalle esperienze terapeutiche nostre come di molti medici, psicologi, psicoterapeuti e
psichiatri risulta evidente che la capacità di guarigione è statisticamente migliore e più rapida nei casi di
vissuti dolorosi più lievi, e progressivamente sempre più difficile e prolungata nei casi di stress o traumi,
fino ai casi in cui non vi è possibilità di reale guarigione dalla patologia psichiatrica, ma solo di un
possibile miglioramento del vissuto e dello stato generale del paziente.
Lo “spettro dei disturbi post-traumatici” dalla disconnessione alla dissociazione
Per integrare i dati neuropsicopatologici con le differenti esperienze cliniche abbiamo sviluppato una
mappa neuropsicosomatica che, come anticipato nel primo
capitolo (vedi mappa), considera uno spettro di disturbi post-
traumatici (Bremner, 2005), che si articola
progressivamente tra lo stato di integrità psicosomatica da
un lato, lo stato dei disturbi psicosomatici di media gravità e
lo stato dissociativo traumatico dall’altro. Lo stato di salute
di una persona può essere compreso schematicamente
grazie alle sfere della mappa clinica.
In un ottica di valutazione e diagnosi neuropsicosomatica
possiamo quindi schematizzare i quattro stadi di
progressiva gravità dello spettro traumatico e di parallela
perdita di connessione neuronale, ormonale e
neurotrasmettioriale col Sé, che riguarda in particolare il “nucleo dinamico talamo-corticale” e “l’asse
neurocognitivo”.
201
1) Interconnessione: (sfera gialla centrale), il Sé è funzionalmente
connesso con i differenti sistemi emotivi e neuropersonalità che
agiscono in modo equilibrato, mantenendo uno stato di benessere e di
piacere di vivere. (Gli schemi a fianco sono puramente esemplificativi).
È il quadro della regolazione affettiva e della naturale interconnessione
cortico-talamo-mesencefalo-pontina che permette una corretta integrità
e unità psicosomatica, una migliore consapevolezza di Sé, e un naturale
piacere di vivere dato dagli ottimali livelli ormonali e
neurotrasmettitoriali di serotonina, ossitocina, dopamina e endorfina.
Questo quadro è realmente raro nella popolazione attuale.
2) Disregolazione: (parte interna dell’area intermedia), il Sé non è
perfettamente connesso e capace di mantenere l’equilibrio tra le
neuropersonalità che evidenziano quadri clinici di leggera
disregolazione, rigidità e disfunzionalità delle neuropersonalità.
Si manifestano sintomi comuni come lievi eccessi o blocchi di ansia, di
tristezza, di rabbia, di timidezza, di gioco, ecc.
È la situazione di relativo benessere-malessere più comune tra le
persone nella nostra società.
3) Disconnessione: (parte esterna dell’area intermedia), il Sé è indebolito,
ha perso la corretta connessione e la capacità di regolare alcune neuropersonalità che manifestano
quadri clinici di disconnessione disfunzionale, in eccesso o in inibizione, come: eccessi di rabbia, di
tristezza, di paura-ansia, di pensieri ripetitivi, di inibizione sessuale, ecc., che rendono la vita difficile
ma tuttavia sono ancora in parte regolati e “compensati” dal Sé che, benchè indebolito, mantiene
parzialmente la sua funzionalità. È il quadro clinico più comune tra i
pazienti con problemi psicologici e disagi psicosomatici. Possiamo
osservare che la disconnessione può manifestarsi come “inibizione” di un
sistema o come una “dominanza” neuro-psico-somatica, in cui una delle
neuropersonalità, uno dei tre cervelli o un emisfero rispetto all’altro,
diventa disfunzionalmente dominante rispetto agli altri. Normalmente la
disconnessione viene “compensata” dall’equilibrio del sistema ma, per
effetto di ulteriori eventi negativi o traumatici, può anche evolversi nei
disturbi del Sé e nella dissociazione. Grazie alla plasticità neuronale e ed
un adeguato intervento terapeutico atto a “riparare le neuropersonalità
disturbate e a ricanalizzare i circuiti di connessione, i disturbi di media gravità sono suscettibili di
essere rimodellati e ristrutturati fino a consentire alla persona di riprendere, in buona misura o a
volte anche completamente, una vita integra e funzionale e un pieno senso di Sé. Questa categoria
comprende sia persone con una struttura psicosomatica sensibile e delicata che risentono
eccessivamente di situazioni di moderata disregolazione affettiva o di eventi stressanti ripetuti, sia
persone particolarmente integre e stabili che hanno vissuto situazioni traumatiche anche molto
intense ma che hanno una struttura psicosomatica e un Sé capace di contenere queste esperienze in
modo sufficientemente adattativo e “compensato”.
4) Dissociazione: (area esterna), il Sé è fortemente indebolito (oscurato) e
incapace di rispondere adeguatamente ad eventi traumatici e quindi a
regolare e governare funzionalmente le neuropersonalità coinvolte, che
diventano o eccessivamente autonome (sub-neuropersonalità,
depressione, violenza, maniacalità, disturbo ossessivo-compulsivo,
evitamento, ecc.) o dissociate (schizofrenia, psicosi, dissociazione
traumatica, ecc.). Il “nucleo dinamico” del Sé perde la sua funzione
centrale di connessione tra corpo, cuore e testa, (l’asse neurocognitivo,
PAG-talamo-corticale, in giallo) e l’intero sistema si trova in un quadro
clinico di dissociazione “scompensata” che lede gravemente la
funzionalità della vita della persona. È il quadro clinico più comune tra i
pazienti con problemi psicopatologici e psichiatrici acuti. Come sarà descritto in modo più
approfondito nei capitoli sui disturbi delle neuropersonalità e sui disturbi del Sé e le dissociazioni
traumatiche, in questi casi più gravi l’azione di una neuropersonalità o di un sistema cerebrale, può
assumere la caratteristica di una vera e propria “dittatura” di una neuropersonalità che soverchia in
202
modo gravemente disfunzionale l’armonica funzionalità del network neuropsicosomatico e assume il
comando dell’intero sistema regolato dal Sé, e lo squilibra imponendo la propria specifica energia
alla necessità globale. È evidente che la “dittatura” neuro-psico-somatica è espressione di una
disconnessione-dissociazione del network neuropsicosomatico in particolare tra il “nucleo dinamico”
del Sé e i differenti sistemi emotivi e le relative neuropersonalità.
Abbiamo sufficienti elementi per avanzare l’ipotesi che la sfera esterna della “mappa
neuropsicosomatica”, relativa alle neuropersonalità gravemente disfunzionali e ai disturbi di personalità
e di identità, comprenda i casi in cui le “potature sinaptiche” e la “neurotossicità”, che saranno descritte a
breve, generate da esperienze gravemente lesive e traumatiche, abbiano lasciato segni indelebili e a
volte irreversibili nelle delicate architetture delle reti neuronali che sottintendono alla consapevolezza di
Sé e all’integrità psicosomatica. Questa sfera esterna comprende sia persone con una struttura
psicosomatica “normale” che hanno subito gravi carenze affettive, abusi fisici o traumi psicologici, sia
persone con una struttura psicosomatica delicata e ipersensibile o un sistema neurocognitivo
eccessivamente fragile o con qualche alterazione funzionale di base, che risentono profondamente e
reagiscono drammaticamente a situazioni di disregolazione affettiva o ad eventi stressanti anche di
moderata intensità. Le esperienze terapeutiche relative a persone con disturbi di questa area
evidenziano un alto grado di difficoltà e di impegno clinico con spesso modesti o nulli risultati di
guarigione, ma con possibili miglioramenti del quadro generale e dell’adattamento affettivo e sociale
della persona.
Abbiamo trovato particolarmente utile, all’interno di questo “spettro”, studiare e comprendere gli aspetti
eziopatogenetici e i sintomi clinici di “disconnessione” intermedia, meno gravi dal punto di vista
patologico, per meglio comprendere l’iter progressivo dei disturbi traumatici da stress che nei casi più
critici portano alla disssociazione e ai suoi drammatici sintomi.
BOX
Il Sé e la dissociazione mente-corpo nelle antiche tradizioni mediche spirituali
Realizzare la coscienza (shen) è lo splendore della vita. Perdere la coscienza è l’annientamento e la dissociazione. Se la
coscienza ci lascia è la morte. Dal Lingshu, (cap. 71).
Vorrei inserire a questo punto l’importante contributo della millenaria esperienza delle medicine
tradizionali alla comprensione e alla cura dei disturbi del Sé. Nelle antiche tradizioni è infatti ben
presente e conosciuto il fenomeno del trauma e della dissociazione traumatica, che viene spiegato in
maniera analoga nella tradizione indiana, tibetana e cinese.
L’interpretazione dei fenomeni traumatici e dissociativi delle tradizioni medico-spirituali introduce e
approfondisce la funzione del Sé, come anima, un elemento particolarmente significativo che può
arricchire e completare l’attuale l’interpretazione psicopatologica.
Essenzialmente, come è stato già descritto, tutte le antiche tradizioni consideravano l’anima come
un’entità a se stante che normalmente, in una vita “sufficientemente buona”, si “incarna” alla nascita e
che si “distacca” dal corpo alla morte. In questo processo di “incarnazione” la funzione principale
dell’anima è di riunire, dare coerenza e governare le varie “anime” o coscienze biologiche e genetiche
(neuropsicosomatiche) presenti sin dall’inizio nell’ovulo fecondato e nel feto e in larga parte derivate dal
padre e dalla madre. Tutte le antiche tradizione avevano sviluppato una articolata conoscenza del
concepimento, della gestazione e del successivo sviluppo psicosomatico umano sia dal punto di vista dei
problemi medici che psichici e spirituali.
L’anima forte e matura si “sincronizza” e si unisce a questa base biologica dando una direzione armonica
e funzionale alle differenti parti del sistema neuropsicosomatico.
Questo processo di “incarnazione”, può tuttavia essere ostacolato o addirittura bloccato da eventi
dolorosi o traumatici, in particolare di natura affettiva, che possono turbare e indebolire profondamente
i poteri, i valori profondi e le funzioni dell’anima, fino ad indurre il Sé a “distaccarsi” progressivamente
dal corpo come sede reale del dolore fisico, affettivo o psicologico.
Quando nella vita del bambino o della persona, all’amore si sostituisce la freddezza, disattenzione dei
genitori, o addirittura l’abuso e la violenza, come nelle drammatiche esperienze, antiche e attuali, delle
guerre o delle migrazioni, si genera nell’anima la consapevolezza di un dolore a cui non sembra esserci
rimedio e quindi il desiderio di distaccarsi dalle esperienze della vita: la dissociazione o addirittura la
morte.
203
Nella tradizione indiana, l’anima, la coscienza si connette al corpo attraverso due sedi principali: la
prima, la coscienza superiore, l’atman, il Sé, risiede nel centro-anteriore del cervello (sesto chakra, area
fronto-talamo-ipotalamica) mentre l’io, la coscienza individuale di Sé, il jivatman (da Jiva, vita individuale
e atman anima) risiede nel cuore. In caso di trauma la principale modalità di risposta è la dissociazione,
che consiste nel distacco del Sé superiore, l’atman, lo shen, dal Sé corporeo-emotivo, il jivatman, le
essenze vitali, con progresssiva “chiusura” del cuore e del corpo, e “ritiro” nella testa, nella mente.
Nella tradizione cinese alla nascita lo shen (神), l’anima, la coscienza di Sé, unifica (yi 一) l’essere, si
connette e dà coerenza e ordine alle molteplici “coscienze corporee” o “essenze vitali” (jing 精) e le
cinque “anime” delle emozioni (ben shen), in particolare l’”anima corporea” o coscienza rettile-istintiva
(po 魄), l’”anima eterea” o coscienza mentale-intellettiva (hun 魂). Lo shen (神) equilibrato, la coscienza
di Sé stabile e centrale, permette di “ben governare il proprio essere”.
Quando eventi nocivi esterni o interni alterano o squilibrano il delicato processo della vita e del suo
sviluppo, si viene a creare una progressiva disarmonia nella persona con un progressivo indebolimento
del Sé (shen 神), che non riesce a governare funzionalmente le essenze vitali del corpo (jing shen 精神), e
le dimensioni dell’essere. Nei casi di trauma lo shen (神), che risiede nel cuore fisico (心), si “chiude” e
perde il governo amorevole delle cinque anime delle emozioni (ben shen) generando le basi del disordine
e della dissociazione (luan 亂).
Così lo Hun (魂) l’anima “psichica-mentale”, staccata dal cuore e dal corpo, diventa irrazionale, ossessiva
o controllante, il Po (魄), l’anima “istintiva-corporea” diventa eccessivamente attaccata ai bisogni
materiali, zhì (志) la volontà dei reni perde potere e forza vitale facendo emergere le paure e le fobie (wu
zhi), lo shen della milza yì ( 意 ) indebolisce la sua qualità del proposito, della costanza e della
determinazione, e si affossa nella tristezza, nella malinconia e nel pensiero pessimista e “ruminante”.
Globalmente la debolezza del Sé (shen 神), porta a perdere il senso di “identità” o “individualità” (ling 霛),
ad affievolire la luce interiore della coscienza (ming 明) e la direzione profonda dell’essere (shì是). Gli
effetti evidenti sono che il corpo (xing 形) si stacca dal cuore (xīn 心), e dalla mente.
Senza la regolazione del Sé (shen) anche le energie fisiche perverse (xie 邪) i soffi perniciosi (xie qi 邪氣)
non sono contenute e invadono l’essere generando debolezza delle difese immunitarie (oé) e nelle
condizioni di sviluppo delle malattie corporee.
La molteplicità dei fattori nel disturbo traumatico
I modelli tradizionali quindi tendono ad interpretare la dissociazione come risposte dell’anima ad eventi
traumatici che non possono essere gestiti con una risposta naturale. In particolare, come ho descritto nel
capitoletto sui disturbi del sistema della CURA e della neuropersonalità ossitocinica, i traumi affettivi, e
materni in particolare, relativi al jivatman o allo shen centrale del cuore, che verranno dettagliatamente
descritti a breve. Nel caso di svenimento per traumi violenti e fisici come gli incidenti stradali si
considera che l’anima lasci temporaneamente il corpo. Spesso la persona quando si “riconnette” e
“ritorna in Sé” non ha più memoria dell’evento perché il Sé ha rimosso il ricordo del vissuto in quanto
troppo doloroso o fastidioso. Quando il trauma è invece grave e intollerabile l’anima, si “dissocia” dal
corpo, dal cuore e nei casi più gravi anche dalla mente: la persone è “fuori di Sé”.
Le tradizioni contemplano anche il caso di anime eccessivamente sensibili o con una costituzione
genetica corporea, emotiva o neuropsichica troppo delicata e debole, che hanno difficoltà ad “incarnarsi”
completamente, in quanto trovano maggiori difficoltà a reagire attivamente ad un evento doloroso,
rispetto ad una persona “normale”. Invece di reagire attivamente, attraverso la fuga, la rabbia, la
momentanea paura, o le strategie di regolazione sociale, queste “anime” più fragili o ipersensibili
tendono più facilmente a disconnettersi, momentaneamente o cronicamente, dal proprio corpo di fronte
ad un evento sgradevole, anche poco significativo, come ad esempio la vista del sangue, o, nel caso di
traumi affettivi più consistenti a manifestare sintomi da dissociazione traumatica in modo più grave di
quanto normalmente ci si possa aspettare.
In questi casi un trauma affettivo può indurre una disconnessione dal corpo e dal cuore, ne sono chiari
esempi la “chiusura del cuore” dopo un doloroso o ingiusto abbandono, e la grave difficoltà di queste
persone a riaprirsi all’amore e alle relazioni basate sulla fiducia. Ricordiamo che molti esordi psicotici
avvengono in età puberale e sono sovente collegati a difficoltà relazionali tra ragazzi e ragazze, come
innamoramenti non corrisposti o abbandoni, che i ragazzi e le ragazze normalmente superano con una
certa disinvoltura ma che per anime delicate possono risultano traumatici e dissocianti.
204
Se proviamo ad interpretare i classici sintomi traumatici con la logica della medicina tradizionale ci
rendiamo conto che questa ci permette una prospettiva molto intuitiva ed evidente. Elenchiamo i
principali sintomi traumatici: i sintomi da distacco (detachment) come la depersonalizzazione
(alienazione dell’esperienza del Sé, il senso di sdoppiamento, il vedersi distaccati dal corpo e dalle
proprie azioni ed emozioni, l’ottundimento emotivo o emotional numbing), la derealizzazione (il senso di
irrealtà, di essere separati dal mondo esterno), i fenomeni da compartimentazione
(compartmentalization) come l’amnesia dissociativa, le distorsioni della memoria, e la fuga dissociativa,
la coesistenza di differenti stati dell’io che non riescono ad integrarsi, i sintomi da dissociazione
somatoforme. In tutti questi casi di parziale o severa dissociazione, la cura medico-spirituale tradizionale
è complessa e multidimensionale, e consiste nell’aiutare la persona a riconnettersi col proprio “corpo”
rinforzandolo con cibi, erbe e massaggi con olio caldo, a rinforzare la vitalità con esercizi tonificanti e un
lavoro che implichi poca attività mentale e molta attività fisica moderata ma continua, a rinforzare la
qualità affettiva delle relazioni familiari e sociali che riportano la persona a riaprire il cuore e il senso
affettivo del vivere, e lavorare sul rinforzo del Sé con meditazioni sull’identità e sulla centratura.
Un’interpretazione medica “tradizionale” della depressione anaclitica di Spitz
René Spitz nei suoi studi sui bambini ospedalizzati (vedi fig. **), figli di madri in carcere, che vivevano il
devastante dolore dell’abbandono materno, in situazioni di isolamento corporeo (ricordiamo che il
personale medico era invitato a non toccare i bambini) e di deprivazione di stimoli (erano tenuti fissi nei
lettini con le sbarre), osservò che nel primo mese reagivano con lamentele, pianto o rabbia, che nel
secondo mese si trasformava in pianto e perdita di peso
per il progressivo rifiuto del cibo, nel terzo mese poi
cominciavano a manifestare i primi sintomi dissociativi
come il rifiuto del contatto fisico, l’insonnia, il ritardo
nello sviluppo motorio, l’assenza di mimica, la perdita
continua di peso, che infine si acuivano con sintomi
gravissimi di cessazione del pianto e stato letargico, che
potevano portare anche alla morte per inedia o
consunzione. Su queste osservazioni cliniche Spitz
elaborò la teoria della “depressione anaclitica”. Da un
punto di vista dei modelli tradizionali, le fasi della
depressione anaclitica sarebbero interpretate come
un’anima che dapprima cerca di difendersi e reagire col pianto e la rabbia, poi lentamente si stacca dai
processi istintivi-corporei di reazione al dolore affettivo e all’isolamento, fino a distaccarsi anche dal
cuore e dalle emozioni per non sentire più il dolore e per la perdita del senso stesso della vita.
Spitz osservava che se il bambino si ricongiungeva all’oggetto d’amore entro tre-cinque mesi, il recupero
era relativamente rapido, ma dopo cinque mesi, il piccolo mostrava una sintomatologia traumatica molto
più grave. Gli studi di Spitz sono stati i primi a dimostrare sistematicamente che le interazioni affettive e
sociali con gli altri esseri umani sono essenziali per lo sviluppo dei bambini .
Dalle tradizioni alla neuropsicosomatica
Se con mente aperta cerchiamo di interpretare i principali aspetti patologici del trauma integrando
l’ottica “animica” delle medicine spirituali con le moderne conoscenze di neuropsicopatologia, possiamo
osservare che le due visioni possono essere comprese come punti di vista polari di uno stesso complesso
fenomeno, ma tra loro profondamente connessi.
1) le interpretazioni tradizionali hanno una concezione spirituale top-down (psiche => corpo) che
interpreta gli effetti traumatici come una reale dissociazione dell’anima, della coscienza di Sé, dal
corpo e dalle sue funzioni emotive e neurocognitive.
2) le interpretazioni neuropatologiche hanno una concezione empirica bottom-up (corpo => psiche) che
interpreta gli effetti psicologici traumatici come effetti di una grave reale disconnessione-
dissociazione dei circuiti neuronali, neurotrasmettitoriali, in particolare del “nucleo dinamico” e
dell’asse neurocognitivo (CMS e SCMS) che permettono al Sé, attraverso i sistemi PNEI, di esercitare
la sua principale funzione di regolazione, integrità e unità del network neuropsicosomatico.
Se consideriamo che il Sé può esprimersi in modo integro e funzionale solo grazie alle interconnessioni
neuro-psico-somatiche, e che i traumi generano gravi disturbi di regolazione e connessione del Sé dai
differenti sistemi vitali, possiamo comprendere che i due modelli non sono altro che differenti modi di
leggere una realtà complessa.
205
CLINICA DELLA DISSOCIAZIONE NEURO-PSICO-SOMATICA
DAI TRAUMI AI DISTURBI DEL SÉ
Esperienze di clinica neuropsicosomatica del trauma
Le ricerche di Perry, Tronick, Weinberg, Schore, Putnam e degli altri studiosi che sono state finora
presentate pongono in evidenza i drammatici effetti neuropatologici della risposta agli eventi traumatici
di origine affettiva, ossia della parte “neuro-psichica” del nostro modello; per completare il quadro è
quindi necessario mettere in evidenza gli aspetti più prettamente “somatici” che le persone
sperimentano nel rievocare, in ambito psicoterapeutico, le stesse situazioni traumatiche.
Kohut (1984) ha sottolineato come alla base del trauma vi sia l’esperienza di frammentazione del Sé
mente-corpo, capace di innescare l’ansia più profonda che un essere umano possa sperimentare.
La consapevolezza di Sé, che si sviluppa dalle nostre pratiche cliniche, in particolare dal body scan
psicosomatico di 2° e 3° grado, permette alle persone di accedere alla “memoria olografica” (Pribram,
1982), e di rievocare e riferirci una dettagliata percezione dei vissuti traumatici in sequenza cronologica,
non solo dei ricordi relativi al contesto di quell’evento (luogo, data, contesto ecc.), ma specialmente delle
drammatiche esperienze emotive e corporee che hanno caratterizzato l’evento stesso e delle sue
ripercussioni sulla propria identità nei periodi successivi.
Da oltre trent’anni ascoltiamo, osserviamo e studiamo queste importanti drammatiche esperienze
umane e ne ricaviamo un senso logico di fondo che poi può variare sulla base delle differenti risposte
relative alle diverse neuropersonalità delle persone. L’utilizzo clinico e l’analisi delle “memorie
olografiche psicosomatiche” riportate da migliaia di persone ci ha permesso di identificare in modo
dettagliato le logiche e i passaggi cronologici dei disturbi traumatici del Sé.
Ne è emersa una comprensione approfondita della struttura dei blocchi che si ripete in quasi tutti i
soggetti, con poche variazioni, in relazione alla loro neuropersonalità.
Inizieremo con la “chiusura del cuore” che per noi rappresenta il principale elemento che sta alla base dei
disturbi traumatici del Sé
Esperienze cliniche di disconnessione – dissociazione emotiva-affettiva
I vissuti psicosomatici testimoniano la realtà della poesia di Francis Bourdillon, quando afferma che “la
luce di un’intera vita muore, quando l’amore finisce.”. Come già anticipato, la nostra ipotesi è che il cuore
rappresenti la sede corporea elettiva in cui percepiamo il nostro Sé e, quindi, che i blocchi del Sé si
riflettano psicosomaticamente sulla “chiusura del cuore” e viceversa, e quindi che la grave tristezza
affettiva che “chiude il cuore” (con i classici sintomi di disperazione e depressione), si rifletta nei disturbi
del Sé e nei processi dissociativi. Abbiamo ipotizzato che questo processo di disregolazione -
disconnessione – dissociazione avvenga sia su un piano neuropsichico, che endocrino e
anatomofisiologico.
I sintomi traumatici da disregolazione affettiva, sono in massima parte generati da un senso di
anaffettività, abbandono, solitudine, principalmente nei confronti della madre e, meno sovente, del padre
o di altre figure familiari, e mediate dal sistema della TRISTEZZA-PANICO e dalla neuropersonalità
ossitocinica. Nella nostra pratica clinica, le persone rievocando eventi traumatici, solitamente infantili, di
mancanza di amore, di comportamenti aggressivi o disorganizzati, descrivono, letteralmente, che “il
cuore si chiude”, o “si oscura”, “è ferito” o addirittura “si spegne”, che “non posso vivere senza amore”,
“mi sono sentito morire”. Si realizzano le basi della depressione maggiore e dei disturbi dissociativi di
natura affettiva-relazionale.
Come è stato ampiamente descritto esistono ormai numerose prove a sostegno che la “disregolazione
degli affetti” e la mancanza di amorevolezza descritta da Schore - che noi più semplicemente chiamiamo
“chiusura del cuore”, sia strettamente legata a diverse gravi psicopatologie.
Ricerche anche nel campo del neuroimaging hanno documentato la compromissione dell’attività
orbitofrontale, legata alla disregolazione affettiva, in diverse forme patologiche come l’autismo (Baron-
Cohem, 1995), la mania (Starkstein et val., 1988), la depressione unipolare (Mayberg et al., 1994), gli
stati fobici (Rauch et al., 1995), la dipendenza da droghe (Volkow et al., 1991), il disturbo di personalità
borderline (Goyer et al., 1994), il disturbo psicopatico di personalità (Lapierre et al., 1995), e la
schizofrenia (Schore, 2003).
In un numero minore di persone con una spiccata neuropersonalità dopaminica, e con un sistema del
GIOCO molto attivo, il dolore da eventi traumatici affettivi si può trasformare in una reazione basata sulla
206
rimozione o negazione del dolore e della tristezza e sul suo bilanciamento con comportamenti
eccessivamente esuberanti, manipolatori, narcisistici o tendenti alla socializzazione. Da questa base si
possono poi generare disturbi narcisistici, maniacali, ludopatie, tossicodipendenze e altri disturbi legati
ad eccessi di dopamina. Anche in questo caso si possono ritrovare nella stessa persona entrambe le
polarità emotive depressive e maniacali, che agiscono come due sub-neuropersonalità disconnesse o
dissociate dal Sé centrale e quindi carenti o prive di stabilità, in relazione disfunzionale e sbilanciata tra
loro, come nel disturbo bipolare maniaco depressivo del DSM-5.
I disturbi traumatici del Sé e la chiusura del cuore
In tutti i disturbi del cuore, il Sé risulta sempre profondamente coinvolto e leso, con variazioni a seconda
della neuropersonalità della persona e del differente tipo di evento traumatico. Queste sensazioni di
blocco al cuore, percepito come sede corporea del dolore affettivo e della paura dell’abbandono, che per
un bambino piccolo equivale alla paura di morire, sono quasi sempre associate ad un annullamento del
senso di Sé che: “si blocca”, “si annulla”, con una sensazione come “non posso tollerare”, “non accetto
questa ingiustizia”, e “non posso essere me stesso” fino alla sensazione drammatica di “non ho il diritto di
esistere”, ”non ha più senso vivere”, “sono andato in pezzi”, “vorrei morire”.
La chiusura del cuore e del Sé Emotivo come condizione traumatica si riflette con una inibizione top
down sulla vitalità e sull’entusiasmo, e viene descritta come un “senso di blocco e impotenza generale”.
Sia la disconnessione corporea con l’inibizione della serotonina, sia la disconnessione affettiva con
l’inibizione dall’ossitocina e dalla dopamina portano ad una evidente stato di difficoltà nelle relazioni
sessuali. Le persone raccontano che: “quando ho chiuso il cuore mi si è bloccata anche la sessualità”, “non
sentivo più il piacere”, “non sentivo più nulla”. “mi si è bloccato il desiderio sessuale”.
In alcuni casi le persone con una forte neuropersonalità testosteronica o fisica attiva, con iperattività del
sistema della RABBIA, e con bassi livelli di serotonina e ossitocina (che sono dei regolatori
dell’aggressività), possono reagire ad eventi traumatici, in particolare a situazioni caratterizzate da
particolare anaffettività, gravi trascuratezze, abusi o violenze, con comportamenti aggressivi sia verso i
genitori che verso i pari o le istituzioni, come nel Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente, i
Disturbi Dirompenti, del Controllo degli Impulsi e della Condotta, il Disturbo Borderline e il Disturbo
Antisociale di Personalità del DSM-5.
Nei disturbi gravi e nelle psicosi in particolare, abbiamo avuto a volte, persone che descrivevano le
percezioni interne del loro corpo fisico “reale” in modo molto limitato e “distaccato-dissociato” o le
sostituiscono con percezioni alterate e inquietanti, a volte con immagini animate da emozioni intense,
piene di angosce o di immagini terrifiche.
Osservazioni cliniche sulla frammentazione neuropsicosomatica
Le nostre osservazioni cliniche confermano la teoria di
MacLean della “schizofisiologia” tra i tre cervelli e i
relativi tre aspetti del Sé: corporeo, emotivo e
cognitivo (vedi fig. **). Dalle nostre esperienze cliniche
risulta che il principale blocco psicosomatico collettivo
è dovuto all’inibizione del Sé che si riflette sulla
chiusura del cuore (sede corporea del Sé) che genera
la “disconnessione psicosomatica” tra torace
(limbico-cuore-cervello emotivo), testa (neocorteccia-
cervello mentale) e pancia (profondo sottocorticale-
PAG-cervello istintivo corporeo).
Questi aspetti disfunzionali, già in parte descritti come “blocchi psicosomatici collettivi”, si manifestano
con differenti livelli di gravità: dalle più comuni sensazioni di disconnessione, ad esempio “sento come un
blocco tra la testa e il torace”, alle drammatiche forme di dissociazione traumatica: “non sento più il mio
cuore!”, “non ho diritto di esistere”, “mi sento spezzato in due”, “sento che la pancia non è la mia”.
Dal punto di vista anatomofisiologico, osserviamo che la chiusura affettiva del cuore, si riflette
immediatamente con percezioni di tensione e chiusura del torace, del diaframma e della gola, ossia dei
punti di connessione-separazione tra torace, testa e addome.
207
La chiusura del cuore blocca così la normale percezione di unità psicosomatica e comportamentale tra
testa e pancia. Anche da un punto di vista embriologico, il cuore (che deriva dal mesoderma) rappresenta
il ponte di comunicazione strutturale (sistema circolatorio, osseo e muscolare) ed endocrino, tra pancia-
visceri (endoderma) e testa-sistema nervoso (esoderma). In tutti e tre i casi, il risultato finale è
comunque la frammentazione dell’unità psicosomatica e la percezione di aver perso l’integrità, la
centratura e l’allineamento dell’asse tra testa, torace e addome. Northoff (2012) sostiene che
“l'elaborazione di stimoli autoreferenziali nelle Strutture Mediane Corticali (CMS) è una componente
fondamentale nella generazione di un modello del Sé”.
Esperienze cliniche di disconnessione - dissociazione corporea
Oltre all’inibizione del piacere corporeo, dovute alla chiusura del cuore, le più comuni risposte
psicosomatiche ad eventi traumatici di natura più corporea come: violenza fisica, punizioni degradanti,
gravi negligenze infantili, incidenti, litigi gravi, più raramente abusi, sono mediate principalmente dal
sistema della PAURA, e associate alla sensazione di totale impotenza e inibizione. Le persone riferiscono
esperienze di “incapacità o impossibilità di reagire”, una delle condizioni di base della definizione di
trauma, che, nelle neuropersonalità prevalentemente attive-simpatiche il trauma è percepito come
INIBIZIONE DELL’AZIONE TESA e descritto come sensazione globale di tensione neuromuscolare: “mi
sento tutto bloccato”, “le gambe e la schiena sono tesissimi”, “la testa mi va a mille”, “il cuore e il respiro
sono accelerati”, “sento dentro una forte carica ma non posso reagire”, “non potevo fare nulla”.
Mentre nelle neuropersonalità prevalentemente passive-parasimpatiche, viene percepita come
INIBIZIONE DELL’AZIONE MOLLE e dettagliatamente descritta come sensazione globale di
“congelamento” o “collasso”, in particolare “non ho più energia”, “le gambe cedono e non mi reggono”, “la
gola e il respiro sono bloccati”, “la testa è in totale confusione”, “non riesco più a pensare a nulla”, “non
riesco a guardare nessuno”, “ho gli occhi spenti e abbassati”.
A volte si possono ritrovare nella stessa persona entrambe le polarità corporee che agiscono come due
sub-neuropersonalità prive di un Sé centrale di riferimento, in relazione disfunzionale e sbilanciata tra
loro, come una sorta di bipolarità corporea passiva-remissiva e reattiva-aggressiva.
Nei casi più gravi i disturbi traumatici si manifestano come reale disconnessione-dissociazione tra la
mente (la testa) e il corpo. Le persone non riescono a sentire normalmente il corpo, sono così prese da
continui pensieri ed emozioni che non riescono a percepire il proprio respiro nel cuore/corpo o nella
pancia, a volte “come se fossi anestetizzato” fino a “mi sento distaccato da me”, “mi sento staccato dal
corpo”, “non mi sento più io”, “mi sento completamente annullato e dissociato”.
Queste vivide memorie traumatiche sono sempre associate ad una miriade di sintomi e blocchi che
abbiamo descritto nel capitolo dei disturbi psicosomatici generali e in quello dei disturbi delle
neuropersonalità, in particolare del sistema della PAURA e della neuropersonalità cortisolica.
Dopo l’esperienza o le ripetute esperienze traumatiche le persone riferiscono di avere percepito una
cronicizzazione di quello stato di tensione, che ha cambiato e reso disfunzionale la loro vita, alterando in
modo grave una o più delle normali funzioni delle neuropersonalità. La violenza dell’impatto traumatico,
sia affettivo che fisico, genera una momentanea disregolazione, una disconnessione o una cronica
dissociazione dei circuiti sottocorticali limbico-mesencefalici che connettono il Sé emotivo limbico al Sé
corporeo del PAG e dei “nuclei del rafe” produttori di serotonina con perdita del piacere corporeo.
Si instaura una cronica inibizione della spontaneità corporea, della regolazione degli istinti primari, cibo,
sonno, sesso e del piacere corporeo che con un meccanismo bottom up inibisce il Sé emotivo e la normale
regolazione affettiva-relazionale. Il Sé centrale è parzialmente disconnesso o gravemente dissociato del
“Sé corporeo”, dalla “coscienza primaria” (Edelman, 2004) e dal “Core SELF” (Panksepp, Northoff, 2009).
Ricordo ancora che bassi livelli di serotonina sono alla base dei più comuni problemi psicologici e
psichiatrici: stress, ansia, depressione, attacco di panico, disturbi alimentari, disturbo ossessivo
compulsivo, insonnia, anedonia. Vedremo nel prossimo capitolo come, grazie a questo differente
inquadramento diagnostico psicosomatico, sia possibile utilizzare pratiche di psicoterapia ad approccio
corporeo che si sono rivelate di grande utilità ed efficacia.
Dissociazione traumatica e coerenza EEG
Un’ulteriore sostegno della teoria neuropsicosomatica secondo cui i disturbi traumatici del Sé, essendo
profondamente legati alla chiusura delle funzioni affettive del cuore, si riflettono nell’inibizione
dell’attività sincronizzatrice del Dynamic Core o Core Self talamo-corticale, che non è più in grado di
mantenere un’efficace “risonanza limbica” tra i circuiti mentali-cognitivi neocorticali superiori e i circuiti
corporei-istintivi prosencefalici-mesencefalici legati al Sé corporeo e al PAG, può essere studiata
208
attraverso la valutazione della coerenza EEG tra le
differenti parti del cervello. Questa disconnessione del
Core Self genera una progressiva diminuzione della
coerenza EEG, che viene ritenuta un possibile parametro
di valutazione dell’interconnessione cerebrale e quindi
dell’integrità psicosomatica del Sé. Nelle due immagini a
fianco in alto un quadro EEG di una persona tranquilla e
con il cuore aperto che si può presumere dal picco sui 10
Hz. della banda alfa (considerato un segno di “apertura
del cuore”) e dalla buona coerenza EEG a + 68 %. In
basso il quadro di una persona in grave conflitto
interiore e disconnessione tra neuropersonalità affettiva
e aggressiva, con bassa coerenza EEG a – 29,9 %.
A sostegno della nostra ipotesi che i disturbi dissociativi
traumatici traggano la loro origine da una alterazione
(inibizione-blocco) funzionale dell’attività di
sincronizzazione del core self talamico, che genera una
bassa coerenza EEG, citiamo alcune ricerche condotte da
Liberzon (Liberzon et alii, 1997), Lanius (Lanius et alii,
2001) e da Yin (Yin, et alii, 2011), che evidenziano
alterazioni della funzionalità del talamo e in particolare
della connessione cortico-talamica in soggetti con
Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD).
Esperienze cliniche di disconnessione - dissociazione cognitiva
Quando il Sé centrale, senza strumenti e strategie di difesa e incapace di reazione all’evento traumatico,
si disconnette dalla sua fondamentale componente corporeo ed emotiva, perde la sua funzione centrale e
si “annulla”, “si oscura”, come un re impotente di fronte al collasso o alla sconfitta del suo regno va in
esilio e si dissocia, oppure “abdica” in favore del Sé cognitivo-mentale. In linguaggio comune “va nella
testa”.
Se la neuropersonalità della persona traumatizzata ha tendenza mentale razionale il Sé vacante lascia il
comando alla neuropersonalità noradrenalinica, che spesso agisce come un “Super-io” che cerca di usare
il proprio potere cognitivo per controllare e proteggersi da ogni possibile pericolo, prevedere ed evitare
possibili danni (l’harm avoidance di Cloninger), e di razionalizzare la propria vita che in breve diventa
disfunzionale ed essenzialmente povera di spontaneo piacere corporeo, di fluide relazioni affettive e di
entusiasmo.
Le persone che rievocano episodi traumatici descrivono che, parallelamente o, più sovente, dopo
l’esperienza drammatica e dolorosa della chiusura della dimensione corporea-istintiva ed emotiva-
affettiva, sperimentano una progressiva “iperattività mentale”, “ho la testa che va sempre a mille”, “mi
continuo a giudicare”, “i pensieri non si fermano mai”, “cerco (inutilmente) di capire tutto”, “controllo
ogni situazione”, “sono sempre in allarme”, per “essere preparato ad ogni possibile evento negativo”,
come se le paure e i vissuti scioccanti originati dal trauma o dai ripetuti eventi traumatici, si
manifestassero in uno stato cognitivo cronico di stress, ansia e angoscia. Questa eccessiva tendenza
razionalizzante spesso può deragliare verso disturbi di tipo ossessivo-compulsivo e ipercontrollante.
Se invece la neuropersonalità della persona traumatizzata ha una tendenza più fantasiosa intuitiva, il
vuoto funzionale del Sé lascia il campo libero alla neuropersonalità endorfinica che attiva il mentale
irrazionale-astratto che tende a non discriminare tra pensiero reale e immaginazione, astraendosi
progressivamente dalla realtà: “vivo in un mondo tutto mio”, “ho fantasie che mi guidano”, “sento
messaggi che mi dicono cosa fare”, “la mia testa è un caos”, “vedo immagini che mi disturbano”, “non
controllo più nulla”, “mi sembra di impazzire”, “mi appaiono scene assurde o terribili”, “faccio dei sogni
inquietanti”. Fino a rimuginare che “penso che il mio corpo non è il mio”, “sento i miei pensieri come
delle voci di qualcun altro”, “non sono di questo mondo”, e nei casi più gravi deragliando verso la
dissociazione, la psicosi e la schizofrenia con costrutti linguistici completamente privi di logica e dove
ogni pensiero e immagine, anche se palesemente irreali, viene assunto come reale.
A volte in alcune persone si ritrovano entrambi gli eccessi contemporaneamente, che agiscono come due
sub-neuropersonalità in modo disfunzionale e sbilanciato tra loro.
209
Il disegno psicosomatico
Queste descrizioni delle percezioni dei blocchi psicosomatici possono anche essere rappresentate in un
“disegno psicosomatico” che per noi ha un valore auto-diagnostico.
Nel nostro corso del Master in Neuropsicosomatica, attraverso la pratica del body scan psicosomatico, in
gruppo e ad occhi chiusi, passiamo almeno un’ora su ogni livello corporeo o su ogni neuropersonalità, ad
esplorare interiormente i sintomi specifici dei blocchi che le persone prima descrivono e poi disegnano.
I disegni psicosomatici delle persone che seguono i nostri percorsi di crescita, mostrano un buon grado
di dettaglio dei blocchi e, nel tempo, con il procedere della terapia e della crescita della consapevolezza di
Sé, diventano più articolate e particolareggiate. Confrontando i disegni di momenti successivi si osserva
un miglioramento dello stato dei blocchi e delle differenti aree disturbate e si evidenziavano le aperture
del cuore e i progressi dovuti al processo di consapevolezza di Sé.
Nel prossimo libro sulle pratiche cliniche e psicoterapeutiche, orientate alla crescita personale e alla
consapevolezza di Sé, esploreremo nel dettaglio questi disturbi e le specifiche e più efficaci terapie per la
loro risoluzione.
La rappresentazione dei blocchi è molto accurata e rispecchia la struttura di base della schizofisiologia
di MacLean. La maggioranza dei pazienti descrive “visivamente” e disegna la percezione del cuore che “si
chiude” per il dolore, il corpo si irrigidisce per la paura, la mente progressivamente si attiva in modo
eccessivo, la percezione di Sé e dei vari organi si “oscura”. Le persone utilizzano il termine “oscuro” in
senso letterale, infatti percepiscono le parti del corpo e in particolare il cuore come “luminoso”, “caldo”,
“espanso”, “aperto” e “leggero”, quando invece entrano in contatto con un blocco psicosomatico profondo
che tocca il Sé e il cuore, associato ad emozioni di “dolore” e sensazioni di “oppressione” e “impotenza”, lo
percepiscono, lo descrivono e disegnano come “scuro” a volte “nero”, “freddo”, “pesante”, “chiuso” e
“contratto”, o comunque privo di quella luminosità radiosa che invece caratterizza la percezione del Sé
negli stati di consapevolezza e di integrità psicosomatica.
La pratica del disegno psicosomatico abbinato alla mindfulness e al body scan psicosomatico è così
semplice ed efficace che l’abbiamo inserita anche nel Progetto Gaia di educazione alla consapevolezza e
alla salute globale, che è stato accreditato dal MIUR e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche
Sociali e che è stato insegnato e sperimentato da oltre 25.000 bambini, ragazzi e adulti in ogni regione
Italiana.
Conclusioni sulla necessità di un approccio neuropsicosomatico globale
Il concetto neuropsicosomatico di Sé implica che il processo terapeutico per la cura dei disturbi
traumatici e dell’identità sia orientato a “riparare” il Sé in tutti gli aspetti della sua triplice natura
corporea, emotiva e psicologica.
Sulla base delle evidenze e delle considerazioni cliniche appena esposte è stato sviluppato il Protocollo
Mindfulness Psicosomatica (PMP), un approccio neuropsicosomatico integrato che è in grado di
“riparare” il Sé attraverso l’utilizzo di precise pratiche di consapevolezza somatica, emotiva e cognitiva,
allo scopo di ribilanciare la chiusura del cuore, l’iperattività della mente e la bassa percezione corporea.
Il raggiungimento dell’integrità neuropsicosomatica del Sé è il risultato di un lavoro organico e sinergico
di riparazione dei danni e dei blocchi del Sé.
Per sviluppare una percezione unitaria ed integrata di Sé il Protocollo PMP utilizza la mindfulness, il body
scan psicosomatico, insieme a numerose pratiche di consapevolezza derivate da differenti scuole di
psicoterapie e anche dalle antiche tradizioni medico-spirituali che sono state adattate alle necessità di un
pubblico occidentale contemporaneo. Le numerose e specifiche meditazioni permettono di aumentare
notevolmente il normale livello di consapevolezza e sensibilità interiore, e prendere consapevolezza di
disturbi e blocchi profondi che prima erano relegati nell’inconscio corporeo. In altri termini le pratiche di
consapevolezza permettono di estendere progressivamente il campo di coscienza dalla ristretta area del
“normale” conscio, alle informazioni e ai vissuti subconsci, fino alle sensazioni e alle esperienze
traumatiche profondamente inconsce e rimosse. Una volta presa consapevolezza di un vecchio blocco o
trauma si inizia a lavorare in modo terapeutico per sciogliere i blocchi a livello corporeo-energetico,
sciogliere, liberare e imparare a gestire le emozioni bloccate, ribilanciare la percezione psicologica di Sé e
della realtà e così riparare la perduta integrità neuropsicosomatica del Sé.
Le pratiche di consapevolezza più profonde possono focalizzarsi sulla natura profonda del Sé,
permettendo alla persona di percepire quando, dove e in che modo nella propria esperienza di vita, il Sé
è stato disturbato, ferito, leso o inibito. Tra queste vorrei menzionare le pratiche derivate dall’antica
210
tradizione dell’Advaita Vedanta che si basa sul Koan “chi sei?” che non è una domanda/risposta mentali
ma sollecita la manifestazione di una diretta esperienza del Sé nel qui e ora.
Riteniamo che l’orientamento terapeutico neuropsicosomatico integrato, capace di intervenire
sinergicamente sul piano corporeo, emotivo, psicologico e sulla dimensione profonda del Sé, offra
indubbi vantaggi.
Esperienze riparative e didattica
Se comprendiamo pienamente che ogni disturbo del Sé, in particolare da disregolazione affettiva
infantile o adolescenziale, è vissuto dalla persona come una mancanza di esperienze e relazioni
psicologiche, affettive e corporee, che comportano un alterazione dei circuiti neuronali della corteccia
frontale, del sistema limbico e dell’amigdala e delle aree sottocorticali più antiche del cervello rettile,
comprendiamo anche che il superamento e la risoluzione degli stessi disturbi richieda una serie di
esperienze riparative e integrative che interessano le stesse dimensioni traumatiche corporea, emotiva e
psicologica e le esperienze negate, che così possono essere ri-vissute in modo più maturo e funzionale. A
questo scopo abbiamo sviluppato una serie di pratiche di consapevolezza corporea, emotiva e cognitiva
che permettono di rivivere le esperienze traumatiche in modo molto progressivo e funzionale.
Gli psicologi che seguono il nostro training, sperimentano in profondità le pratiche di psicoterapia
neuropsicosomatica che li portano a rivivere, comprendere e risolvere vecchi traumi e momenti difficili
della loro vita, non solo attraverso una analisi psicologica mentale ma anche attraverso una diretta
esperienza corporea ed emotiva di rievocazione, fino al progressivo scioglimento dei propri traumi.
Ritengo che solo un terapeuta che è sia in contatto e abbia superato i propri traumi emotivi e le proprie
esperienza dolorose attraverso una profondo processo di crescita personale sia in grado di offrire una
parallela potenzialità di empatia e di risoluzione dei traumi del paziente.
L’orientamento clinico del Protocollo PMP rispetto ad altri approcci tradizionali più unidimensionali,
riteniamo abbia più possibilità di migliorare la condizione neuropsicologica compromessa in particolare
nei pazienti con gravi esperienze traumatiche.
Sintesi dei passaggi neuropsicologici che portano ai disturbi e ai blocchi psicosomatici
1) Mancanza di sintonizzazione e regolazione affettiva del sistema della CURA:/AMOREVOLEZZA con
sensazione di non essere amati e compresi. (Nei casi più gravi e traumatici: disperazione
dell’abbandono e terrore della violenza).
2) Attivazione del sistema della TRISTEZZA/PANICO (nei casi più gravi e traumatici: Attivazione del
sistema della PAURA/ANSIA)
3) Nascita del senso di disagio, della “vergogna” e del senso di colpa
4) Riduzione del sistema del PIACERE corporeo (serotonina), del sistema del GIOCO (dopamina), e del
sistema della SODDISFAZIONE (endorfina)
5) Attivazione dell’asse dello stress in direzione inibitoria (in rari casi reattiva) attraverso il circuito
laterale tegmentale noradrenergico (LTC), l’amigdala e i nuclei ipotalamici laterali che bloccano il
nervo Vago, con produzione dei disturbi e blocchi psicosomatici a livello corporeo.
6) Cronicizzazione, memorizzazione e automatizzazione delle risposte da stress emotive, psicologiche e
comportamentali disfunzionali e dei blocchi psicosomatici che diventano “armature” caratteriali.
7) Identificazione del Sé con la neuropersonalità disfunzionale (il “falso Sé” legato ai circuiti negativi).
8) Nel caso gli eventi traumatici siano troppo intensi e quindi insostenibili si genera una
disconnessione-dissociazione tra il Sé e i circuiti funzionali del cervello, che porta ai sintomi
patologici.
211
CAPITOLO TREDICESIMO
IL PROTOCOLLO MINDFULNESS PSICOSOMATICA (PMP)
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP)
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP) è un sistema basato sulla consapevolezza di Sé e la
crescita personale che è stato sviluppato per offrire un approccio diagnostico e clinico globale ai disagi, ai
disturbi e ai condizionamenti dell’uomo contemporaneo.
Il Protocollo PMP opera in conformità alle direttive internazionali dell’OMS, sancite nella Dichiarazione
di Alma Ata (1978), nella Carta di Ottawa (1986) e nel rapporto della “Commissione Salute”
dell'Osservatorio Europeo su Sistemi e Politiche per la Salute (European Observatory on Health Systems
and Policies 2010), che definisce la salute come "lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di
benessere, che consente alle persone di realizzare e mantenere il proprio potenziale personale nella
società".
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP) è orientato al miglioramento dei disturbi e blocchi
psicosomatici, emotivi e psicologici più comuni, ma anche allo sviluppo di una più matura
consapevolezza di Sé nelle differenti dimensioni dell’essere. Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica
(PMP) è stato sistematizzato e strutturato, nell’arco degli ultimi trent’anni, utilizzando le comprensioni e
i risultati clinici della nostra articolata esperienza terapeutica e delle comprensioni scientifiche e
culturali del nuovo paradigma. Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP) permette una organica
sintesi di queste esperienze cliniche mediche, psicologiche, culturali e spirituali orientata alla crescita
personale e allo sviluppo dei valori profondi del Sé. Oggi il Protocollo Mindfulness Psicosomatica è un
programma d’intervento terapeutico integrato, flessibile e graduale, orientato al progressivo
miglioramento del benessere psicofisico e allo sviluppo della consapevolezza globale di Sé, che è stato
utilizzato su oltre 36.000 persone in tutte le regioni italiane.
La sperimentazione clinica delle tecniche orientate alla crescita personale
L’Istituto di Neuropsicosomatica del Villaggio Globale nasce come centro di terapia olistica orientato al
risveglio della consapevolezza di Sé e alla crescita personale che da sempre ha cercato di applicare nella
pratica clinica le comprensioni derivate dalle ricerche scientifiche.
Per scelta, l’Istituto non è legato ad una singola scuola ma aperto a sperimentare e valutare ogni valido e
consistente approccio medico e psicoterapeutico che possa favorire lo sviluppo della consapevolezza
personale. Consci dell’unicità e della specificità delle pratiche sviluppate all’interno delle differenti scuole
spirituali, tutti gli oltre trentacinque terapeuti che collaborano con l’istituto, oltre che per propri meriti
professionali, sono stati scelti per l’esperienza di meditazione e di consapevolezza che hanno maturato
seguendo e sperimentando differenti vie spirituali. Riuniamo così una vasta esperienza umana,
scientifica e spirituale, con profondi contributi di pratiche e meditazioni di differenti tradizioni dal
buddismo, zen, cristianesimo, yoga, advaita vedanta, taoismo, sufismo e sciamanesimo, per citare le più
conosciute.
Tra i nostri collaboratori italiani e stranieri, oltre a medici esperti in psicosomatica, agopuntura,
omeopatia e omotossicologia, abbiamo psicologi e psicoterapeuti di scuole gestalt, junghiane, cognitivo-
comportamentali, reichiane, psicosintetiche, bioenergetiche, sistemico-relazionali e un ricco numero di
group leader delle principali correnti internazionali nate dallo “Human Potential Growth Movement”, il
movimento per la crescita umana, come: Primal therapy, Somato-emotional release, Intensive Awareness,
Satori, Somatic Experience, Power group, Giudice Interiore, Latifa ed Essenza e altri ancora.
Risulta evidente che le varie scuole hanno sviluppato una varietà di sistemi di cura e di evoluzione
personale che si rivelano utili in differenti contesti e situazioni cliniche. La nuova comprensione
sistemica e neuroevolutiva del Sé psicosomatico, presentata in questo testo, permette un’immediata
integrazione dei modelli teorici e soprattutto degli orientamenti e delle pratiche terapeutiche specifiche
(analitiche, corporee, cognitive, relazionali ecc.) che hanno caratterizzato le scuole di psicoterapia. Il Sé
rappresenta il centro del sistema umano e i diversi approcci terapeutici sono differenti vie che tendono a
raggiungere lo stesso nucleo centrale. Il nucleo centrale delle nostre pratiche cliniche è quindi
caratterizzato dalle pratiche di consapevolezza di Sé, intensamente adottate nei nostri corsi di
212
formazione per psicoterapeuti, psicologi, medici o operatori e poi da loro utilizzate come pratiche
cliniche sui pazienti.
Efficacia e struttura funzionale del Protocollo PMP
Il Protocollo PMP, come sarà esposto nell’ultimo capitolo, ha mostrato, attraverso numerose validazioni
scientifiche, eccellenti risultati di efficacia clinica nel miglioramento del repertorio emotivo
comportamentale dei soggetti trattati, fornendo ai partecipanti competenze (life skills) specifiche in
grado di migliorare la qualità della vita.
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP) propone un approccio terapeutico che utilizza la
mindfulness psicosomatica e il body scan psicosomatico come principali pratiche di consapevolezza e di
autodiagnosi, da cui orientarsi per un
corretto percorso terapeutico e per
l’utilizzo integrato più appropriato ed
efficace delle tecniche di terapia
psicosomatica (vedi schema
funzionale).
Le basi scientifiche e terapeutiche del
Protocollo Mindfulness Psicosomatica
(PMP) presentate in questo libro sono
sintetizzate nel concetto del “Sé
psicosomatico”, che rappresenta il
nucleo centrale dell’intero protocollo,
e nella “Mappa PNEI delle
neuropersonalità”. La nostra scuola
utilizza questa mappa come base per
una corretta diagnosi,
interfacciandola con le linee guida del
DSM V, per inquadrare correttamente
il percorso terapeutico, per integrare
organicamente le tecniche corporee, emotive e cognitive e sostenere la cura della persona, con un
approccio realmente organico e multidisciplinare.
Grazie a queste basi, siamo riusciti a integrare la varietà degli indirizzi terapeutici delle differenti scuole
e arricchire la complessità e organicità del nostro modello psicoterapeutico.
Le finalità pratiche del Protocollo Mindfulness Psicosomatica
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP) è stato sviluppato applicando le basi del nuovo
paradigma nei differenti ambiti scientifici, medici, psicologici e culturali al fine di migliorare i principali
aspetti della dimensione umana e contribuire non solo al suo benessere psicofisico ma anche
all’evoluzione di una più matura e attiva consapevolezza di Sé all’interno del grande cambiamento della
cultura globale.
I principali obbiettivi e punti di forza del Protocollo PMP sono:
1) Migliorare il benessere attraverso la riduzione dello stress: il primo obbiettivo è di attuare le
direttive preventive-educative dell’OMS, per la promozione della salute orientate a contrastare il
drammatico aumento dello stress e dei disturbi ad esso collegati, utilizzando pratiche di
consapevolezza corporea, emotiva e cognitiva (life skills per la gestione dello stress), e di riequilibrio
neuropsicosomatico, di provata efficacia clinica, facili da insegnare, da sperimentare e senza effetti
collaterali.
2) Migliorare la consapevolezza corporea ed energetica: il secondo punto è di offrire pratiche
psicosomatiche efficaci e ampiamente collaudate capaci di limitare l’eccessiva attività della mente
(dominanza neurocognitiva) e ritrovare il piacere corporeo base (serotonina), rivitalizzando le
energie interne sia nel loro aspetto più delicato e sensibile che negli aspetti di forza e potere, che
rinforzano il Sé corporeo e sostengono le eventuali debolezze e fragilità dell’identità delle persone.
Un lavoro importante è promuovere la percezione del “campo energetico” e la naturalezza istintiva
della presenza nel “qui ed ora”. La percezione fisico-energetica del “campo individuale” si espande
con facilità alla natura che ci circonda, generando il primo basilare senso di appartenenza alla vita e
all’esistenza.
213
3) Migliorare la consapevolezza emotiva e relazionale: il terzo punto è di offrire pratiche di
alfabetizzazione emozionale e di intelligenza emotiva (life skills per la gestione delle emozioni,
dell’empatia, delle relazioni umane) che permettano alle persone di “riaprire il cuore” (ossitocina e
dopamina), superare le depressioni e i disturbi che bloccano le nostre storie affettive, e vivere con
più intensità e passione le relazioni della propria vita. In questo contesto si sviluppa una maggiore
percezione del “campo collettivo” che lega emotivamente e affettivamente le persone all’interno del
loro gruppo, famiglia, classe o team di lavoro. L’apertura del cuore rappresenta la base della pace e
della collaborazione sociale e collettiva.
4) Ribilanciare e curare i disturbi psicologici: questo quarto importante obbiettivo clinico-terapeutico è
orientato ad offrire alle persone un organico processo psicologico di crescita personale per sciogliere
i principali blocchi e disturbi familiari e sociali, per liberarsi dai condizionamenti emotivi e
psicologici. Si lavora con pratiche di regressione, di comunicazione, di ristrutturazione cognitiva,
emotiva e psicosomatica, che permettono di ritrovare una integrità interiore e aprire le risorse
intellettive più creative ed evolute del Sé, legate ai valori più profondi e alle potenzialità dell’essere.
La nostra comprensione è che molti disturbi psicologici nascano proprio dalla chiusura o dal blocco
dei valori profondi.
5) Sviluppare una maggiore consapevolezza del mondo in cui viviamo: il quinto punto, in accordo con le
direttive educative delle Nazioni Unite e dell’UNESCO sullo sviluppo sostenibile e l’educazione alla
cittadinanza globale, è di trasmettere nuove conoscenze e comprensioni capaci di potenziare, in ogni
singolo individuo, una migliore consapevolezza del mondo in cui viviamo e del possibile ruolo di
cittadinanza attiva e di impegno creativo in relazione ai temi dall’inquinamento, dell’etica, dei diritti
umani, della necessità di integrazione culturale e razziale, della risoluzione dell’aggressività e dei
conflitti e della tutela della Terra.
6) Sviluppare così una più elevata integrità e consapevolezza di Sé: il sesto punto è di offrire pratiche di
risveglio della consapevolezza che portino ogni persona a realizzarsi spiritualmente nella propria
vita. Questo punto per noi è di centrale importanza e per questa ragione nel Protocollo PMP abbiamo
inserito, oltre alla mindfulness, una serie di pratiche “laiche” di altre tradizioni che permettano di
sperimentare differenti via di esperienza interiore e quindi una maggiore completezza e propensione
a sentirsi parte dell’unità del Tutto.
Il Protocollo PMP e i protocolli specifici
Rispetto ad altri protocolli clinici basati sulla mindfulness o mindfulness based therapy, che sono
articolati in modo specifico per la cura di
disturbi psicologici, come l’MBSR
(Mindfulness Based Stress Reduction per lo
stress), l’MBCT (Mindfulness-Based
Cognitive Therapy per la depressione),
l’MB-EAT (per i disturbi alimentari), il
DBT (Dialectical Behavior Therapy per il
disturbo borderline), il Protocollo
Mindfulness Psicosomatica (PMP) è un
sistema clinico aperto che può essere
adattato e declinato in differenti contesti
e per la cura di differenti disturbi.
La flessibilità del Protocollo PMP
permette di adattarlo anche a situazioni
molto particolari e specifiche come il
“Protocollo Gaia” per il lavoro preventivo
su bambini delle scuole materne e
primarie, il “Protocollo Kirone” per interventi su pazienti ospedalieri o malati, “Protocollo Ergon” per
interventi sullo stress lavoro dipendente nelle aziende il “Protocollo Base” per il lavoro sui disturbi
generali dello stress, il “Protocollo per la depressione, per gli attacchi di panico”, e il “Protocollo PMP per
la nascita consapevole” per il lavoro sulle gestanti e le famiglie che stanno per avere o hanno un figlio, il
“Protocollo PMP per l’accompagnamento alla morte consapevole”
Abbiamo utilizzato il Protocollo PMP per il lavoro sui pazienti oncologici, psichiatrici, cardiopatici o
tossicodipendenti, nei carcerati, con gli anziani o le persone con deficit cognitivi, per l’assistenza ai
pazienti terminali.
214
LA MINDFULNESS PSICOSOMATICA
Mindfulness psicosomatica: una via laica alla consapevolezza globale
Conosci Te Stesso. Antica iscrizione nel tempio di Apollo a Delfi
Mindfulness significa consapevolezza e deriva dalla pratica buddhista della vipassana. Il termine inglese
mindfulness, letteralmente “pienezza della coscienza”, è la traduzione del termine Pāli “sati” che significa
appunto “consapevolezza”. Il termine mindfulness fu coniato per la prima volta dal famoso studioso di
buddismo Rhys Davids nel 1910, e solo negli anni settanta John Kabat-Zinn utilizzò il termine per il suo
famoso protocolo Mindfulness Based Stress Reduction. La mindfulness è di facile apprendimento, non ha
effetti collaterali e risveglia il senso profondo dell’essere. La mindfulness non è una “tecnica da fare”, ma
uno stato in cui semplicemente “essere consapevoli” nel momento presente, con quello che c’è, stando
nel corpo, senza giudizio, nel “qui e ora”. Una delle fondamentali differenze nella definizione e concezione
della mindfulness psicosomatica, rispetto alle più comuni scuole, è che realizza uno stato di “sospensione
del pensiero” chiamato shunyata, vuoto, assenza di pensiero, non-essere, o più semplicemente no-mind,
non-mente, stato che in India è chiamato “samadhi” e nello zen “satori”. La mindfulness nella nostra
scuola non è quindi solo una pratica per la riduzione dello stress e con evidenti riscontri positivi sulla
salute, ma è nata per conseguire un progressivo risveglio della consapevolezza e uno stato di
realizzazione spirituale, imparando a stare in uno stato di presenza consapevole e fluida, oltre i pensieri
e i giudizi. Ricordiamo che gli Yoga Sutra di Patanjali, uno dei più antichi scritti sulla consapevolezza
inizia con l’aforisma: “yoga chitta vritti nirodha”, lo yoga è l’arresto intenzionale dell’attività della mente.
La culla della mindfulness
Ho conosciuto e praticato intensamente la mindfulness, come vipassana, dal 1979, quando ho vissuto e
lavorato in India e Nepal come medico e ricercatore spirituale. La comprensione costante che ebbi in
ogni luogo in cui praticai era la qualità di “presenza corporea” e di “cuore” dei monaci o dei meditatori
indiani, che mi trasmettevano le pratiche o che meditavano insieme a me.
Nel mio primo viaggio via terra, dall’Italia in India, nel 1977, prima della caduta dello scià di Persia e
dell’avvento di Komeini, avevo potuto constatare, con grande turbamento, la forte chiusura sociale, di
cuore e dei comportamenti delle popolazione turche, kurde, persiane, afgane e pachistane.
In questi luoghi la maggior parte degli uomini erano duri, pesanti e chiusi, le donne non sorridevano
frequentemente e i bambini giocavano poco e spesso in modo aggressivo e litigioso. Quando varcai il
confine con l’India, tra Lahore e Amritsar, ebbi la chiara immediata percezione del passaggio tra due
culture e umanità, dalla durezza e scontrosità dei Pakistani all’apertura e gentilezza degli Indiani.
Compresi come mai le grandi religioni erano nate in India. Anche in Nepal e a Sri Lanka mi resi conto che
quelle popolazioni, in generale, avevano un cuore particolarmente aperto e gentile, avevano una evidente
semplicità e spontaneità di comportamento. Le madri erano molto presenti e gentili con i figli con un
buon contatto fisico ed empatico, con intimità, i loro movimenti corporei mostravano presenza e fluidità.
In tre anni non ho mai visto un adulto sgridare o picchiare un bambino e non ho mai visto bambini
litigare tra loro. Ricordo di aver osservato padri e figli che parlavano abbracciati, in uno spazio di
confidenza e affiatamento, non c’era stress, non c’era la tensione mentale e comportamentale a cui ero
abituato nei paesi occidentali.
La vipassana era stata concepita per persone naturali e rilassate
In particolare nei vari monasteri, ashram e centri di meditazione aleggiava un senso di rilassata e pacifica
fratellanza. La fisicità rilassata, la loro gentilezza amorevole, insieme alla bassa attività mentale,
permetteva loro di vivere e di trasmettermi la mindfulness (vipassana) come una pratica semplice,
profonda e silenziosa. Loro erano come l’uomo dei tempi del Buddha, che viveva una vita molto rurale,
col cuore aperto e senza pensieri: oggi la situazione in occidente è capovolta.
Solo dopo un intero anno vissuto con loro in India incominciai a rilassarmi ed entrare nel loro ritmo
spontaneo e nei loro tempi lunghi di vita e di lavoro. Sperimentai così una grande differenza
nell’esperienza della mindfulness, che inizialmente esperimentavo come una pratica cognitiva, e che si
mutava in un reale stato di presenza amorevole dell’essere.
Praticando la mindfulness nella sua culla originaria, in India e Nepal, come nei ritiri di 21 giorni a
Lonavla, nel Maharashtra e a Pune, ho sperimentato un’intensa sensazione di unità psicosomatica e, nel
tempo, uno stato di risveglio della consapevolezza profonda, in cui dapprima sentivo il Sé come l’intero
campo silenzioso e pacifico della coscienza, dentro e intorno me (dhyāna), poi anche questo stato si
215
scioglieva in una percezione più vasta e assoluta, senza Sé (shunyata, samadhi). Da allora, per la sua
estrema naturalezza e semplicità, la mindfulness mi è sembrata la pratica perfetta da applicare alla
psicosomatica e, più in generale, lo strumento previlegiato di crescita personale, per facilitare questo
momento di trasformazione ed evoluzione globale.
La necessità corporea ed affettiva della mindfulness psicosomatica
Quando tornai in Italia compresi che la principale difficoltà nel trasmettere la mindfulness era proprio
l’iperattività mentale, la relativa chiusura emotiva e la bassa sensibilità corporea, che si evidenziava
come basso piacere corporeo. Le tensioni e i blocchi psicosomatici delle persone, associate
all’iperattivazione della mente, vanificavano il delicato senso interiore legato al respiro e non
permettevano di raggiungere la necessaria profondità della consapevolezza, la pacificazione della mente
e il senso di “piacere di essere”.
Per superare queste difficoltà iniziali iniziai a sviluppare le tecniche di base del Protocollo Mindfulness
Psicosomatica PMP come approccio integrato, orientato alla crescita personale, che utilizza la
mindfulness associata a tecniche di consapevolezza corporea, emotiva e cognitiva. Sperimentai e
migliorai negli anni una serie di pratiche che normalmente vengono proposte parallelamente alla
mindfulness, che permettono di risensibilizzare il corpo attraverso una più profonda percezione del
piacere e del dolore (body scan psicosomatico, meditazione dei tre suoni), e riattivare il piacere corporeo
sciogliendo almeno parzialmente i blocchi psicosomatici più evidenti (body flow, energetica, evolution),
che alleggerissero l’alessitimia, aprissero l’intelligenza emotiva e affettiva, e che permettessero alle
persone di lasciare andare il controllo mentale (la dittatura neocorticale) e quietassero la mente. Con
l’aiuto di queste pratiche psicosomatiche le persone riuscivano ad entrare molto più integralmente in
quello stato di mindfulness e unità dell’essere che chiamiamo il “Sé psicosomatico”.
Dal 1988, con l’inizio della pubblicazione della rivista Cyber, mente/cervello/coscienza e l’apertura del
nostro centro di ricerca e terapia a Milano, abbiamo cominciato a utilizzare la “mindfulness
psicosomatica”, che allora, non essendo ancora diventata di ampia divulgazione, chiamavamo
semplicemente “consapevolezza” o “meditazione”, applicandola ad ambiti sempre più ampi di intervento
medico, psicologico e interiore. In questo modo il Protocollo PMP riusciva a realizzare un doppio effetto:
non solamente favorire la risoluzione dei disturbi “periferici” dei blocchi psicosomatici, dello stress o
della depressione, ma anche di sviluppare una migliore consapevolezza “centrale” del Sé.
Le radici storiche e spirituali della mindfulness psicosomatica
La mindfulness psicosomatica è del tutto aderente all’essenza della pratica originaria come descritta nei
codici tradizionali espressi dal Buddha. Nel “Satipatthana Sutta”, il “Discorso sulla Stabilizzazione della
Consapevolezza (Mindfulness)” del Buddha, è scritto: “La consapevolezza è la via diretta per la
purificazione degli esseri, per il superamento del dolore e del pianto (depressione), per la scomparsa
della paura e dell’angoscia (stress, ansia), per il raggiungimento della giusta via (dharma), e per la
realizzazione del risveglio e della liberazione (nirvana)”.
“Un meditatore… si siede incrociando le gambe, tenendo il suo corpo eretto e portando la consapevolezza
alla parte anteriore del torace, sempre presente, consapevolmente egli inspira e consapevolmente egli
espira.” “Un meditatore rimane presente e centrato sul proprio corpo,
Consapevole del corpo, restando nel corpo…
Consapevole delle emozioni, restando nelle emozioni…
Consapevole della mente, restando nella mente… con piena coscienza di Sé.”
Queste antiche istruzioni sono perfettamente coerenti col Protocollo PMP e con la nostra mappa del Sé e
delle neuropersonalità della coscienza e hanno facilitato l’applicazione della mindfulness nella clinica
medica e psicologica. Così si è sviluppata la “mindfulness psicosomatica”, come pratica capace di portare
consapevolezza all’intero sistema neuropsicosomatico umano, ponendo l’attenzione non solo sul suo,
senz’altro, efficace uso terapeutico, ma anche sulla sua profondità e capacità di risveglio dell’essere.
Sankhara: le Strutture di Personalità e il Sé
Sempre nel “Satipatthana Sutta” Buddha evidenzia che Un meditatore è consapevole delle proprie
strutture mentali (saṅkhāra) e consapevole della propria identità (ahamkara, il senso di Sé). “
Il termine Pāli saṅkhāra, tradotto come “aggregati mentali”, identifica le strutture primarie (genetiche),
psicologiche ed emotive che caratterizzano la personalità di un individuo, e che si manifestano come
carattere emotivo, abitudini mentali, pensieri tipici, idee ricorrenti, giudizi e opinioni, pregiudizi,
compulsioni e orientamenti decisionali. Dagli eccessi di temperamento fino ai disturbi di personalità.
216
Dopo il corpo, le emozioni e la mente - uno dei principali punti per la “stabilizzazione della mindfulness” è
la consapevolezza delle proprie strutture mentali (saṅkhāra, neuropersonalità) in quanto permettono un
migliore e profondo il distacco dalle identificazioni dell’io (ahamkara).
Su queste basi il Protocollo PMP prevede infatti, dopo l’iniziale lavoro di osservazione del respiro, delle
emozioni e dei pensieri, quando la persona ha raggiunto un primo livello di integrazione e
consapevolezza, l’osservazione consapevole delle proprie strutture di neuropersonalità e della propria
identità o Sé. Queste pratiche di disidentificazione con le vecchie strutture di personalità e di identità
sociale sono essenziali per concludere efficacemente il percorso terapeutico e di crescita personale.
Mindfulness, errori da evitare: no giudizi, no visualizzazioni, no induzioni, no controllo.
Proprio per facilitare la consapevolezza e la sospensione del pensiero il Protocollo PMP prevede che
siano completamente evitate sia le visualizzazioni che le induzioni, intese come suggestioni mentali
guidate del terapeuta o conduttore: “immagina di essere su un prato verde…”, “immagina il tuo corpo che
si rilassa...” che sono da considerarsi forme di sottile condizionamento e induzione che tendono a
sostituirsi alla diretta percezione della realtà corporea o interiore della persona, e ad attivare le funzioni
cognitive neocorticali “di testa” e quindi che tendono a vanificare l’esperienza e la consapevolezza diretta
e non mentale di “ciò che si è” nel presente. Nel Protocollo viene evitata anche ogni forma di “induzione
positiva” come usare una voce suadente e melliflua per indurre uno stato forzatamente positivo: nella
mindfulness non si cerca di “essere positivi” o “buoni” ma si accetta senza giudizi la realtà del proprio
vissuto, sia piacevole che spiacevole, che neutro. Nel Protocollo viene evitata anche ogni forma di
“induzione emotiva” come usare una voce suadente e melliflua per indurre uno stato forzatamente
positivo: nella mindfulness non si cerca di “essere positivi” o “buoni” ma si accetta senza giudizi la realtà
del proprio vissuto, sia piacevole che spiacevole, che neutra. Ciò che realmente viene trasmesso
empaticamente, attraverso la “risonanza neuropsichica”, è solo lo stato reale di profondità interiore di
chi trasmette la pratica. Il risultato di questa consapevolezza non giudicante porta poi ad uno stato
spontaneo e autentico dell’essere.
Kabat-Zinn e il protocollo MBSR
È interessante osservare che, negli stessi anni Jon Kabat-Zinn, negli Stati Uniti, sviluppava il Protocollo
MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) che ha portato la mindfulness ad essere una pratica
realmente laica, conosciuta e utilizzata in tutto il mondo e suscettibile di una analisi empirica.
Siamo immensamente riconoscenti a Kabat-Zinn e ai molti medici, psicologi e ricercatori grazie ai quali
oggi la mindfulness è uno strumento scientificamente studiato e validato da un elevato numero di studi e
ricerche cliniche. Per contro, negli Stati Uniti, come in Italia e in altre nazioni del mondo, con la grande
espansione e divulgazione facilitata della mindfulness e in particolare il suo “uso” come tecnica per la
riduzione dello stress o per la psicoterapia cognitivo-comportamentale, si è da più parti osservata
un’eccessiva semplificazione e intellettualizzazione della pratica stessa, di cui prevale l’uso terapeutico e
in cui è fortemente ridotta, o a volte anche negata, la dimensione corporea, compassionevole e
soprattutto la finalità spirituale del risveglio della consapevolezza di Sé.
Protocollo Mindfulness Psicosomatica e plasticità neuronale
Il Protocollo PMP permette di ripristinare la corretta funzionalità e integrità psicosomatica del Sé,
agendo simultaneamente sul piano corporeo-rettile, emotivo-mammifero e cognitivo-neocorticale,
attraverso lo sviluppo della consapevolezza di Sé, il centro del sistema neuropsicosomatico.
Le nostre ricerche sulla coerenza EEG ci mostrano come lo stato di consapevolezza di Sé modifichi
profondamente le connessioni e le vie di comunicazione neuronali (Davidson, 2003) dell’intero cervello,
aumentando la sincronizzazione e regolarizzando così la sinergia psicosomatica globale.
Numerose ricerche internazionali provano che dopo soli due mesi di pratica della mindfulness, queste
nuove connessioni si stabilizzano e producono risultati stabili nel tempo. Nell’articolo pubblicato da
Richard Davidson, John Kabat-Zinn e colleghi su Psychosomatic Medicine nel 2003, si evidenzia che anche
un breve programma di mindfulness di due mesi genera cambiamenti nell’attivazione del cervello, con
aumento dell’attività dell’emisfero sinistro, correlata con le emozioni positive e un miglioramento
dell’attività immunitaria. Il protocollo PMP permette un approccio clinico flessibile e intelligente per
arrivare, attraverso differenti possibili percorsi terapeutici paralleli, all’unità e all’integrità
psicosomatica della persona. Dopo aver preso consapevolezza dei bisogni e delle esigenze del paziente, si
prendono in considerazione le diverse modalità di approccio e si imposta un percorso condiviso di
crescita personale.
217
IL “BODY SCAN PSICOSOMATICO” COME FONDAMENTALE STRUMENTO CLINICO
PER L’ESPLORAZIONE SOGGETTIVA DEI BLOCCHI PSICOSOMATICI
Samatha e body scan: la pratica della pacificazione della mente
In tutte le tradizioni, la mindfulness è preceduta della samatha, che in lingua Pāli significa “pacificazione”,
“rallentamento” o “riposo”, che consiste nella pratica dell’osservazione del respiro nelle varie parti del
corpo al fine di “pacificare” la mente (citta) e le sue strutture di personalità (sankhara). Attualmente
samatha viene tradotta come body scan o “esplorazione del corpo.” Normalmente, la samatha o body scan
è una pratica preliminare e relativamente breve, utilizzata per entrare in uno spazio più profondo di
calma che facilita la mindfulness. Nella tradizione buddhista era ed è praticata osservando il respiro, dalla
testa ai piedi.
Il “body scan psicosomatico” e l’esplorazione consapevole dei blocchi corporei ed energetici
I Sing the Body Electric – Io canto il Corpo Elettrico. Walt Whitman
Il poeta americano Walt Whitman, nella sua celebre poesia: I Sing the Body Electric, celebrava “il corpo
elettrico”, un inno all’energia vitale, alla bellezza e alla sacralità del corpo umano, immerso nell’oceano
pulsante e immenso dell’esistenza e della naturalezza dell’essere.
La grande scoperta riguardo al body scan è che poteva diventare una pratica di consapevolezza
energetica di fondamentale impatto nella terapia psicosomatica. Sin dai primi anni di pratica, mi ero
accorto che quando la consapevolezza si sofferma ad osservare, senza giudizio, un disturbo o un blocco
corporeo per un tempo sufficientemente lungo, quest’ultimo progressivamente si “apre” rivelando
aspetti “energetici” sempre più subconsci o inconsci legati alle esperienze passate, fisiche, emotive o
psicologiche connesse all’evento causa del disturbo o del blocco stesso.
Per poter valutare clinicamente e lavorare terapeuticamente sui blocchi psicosomatici la nostra scuola,
negli ultimi decenni, ha sviluppato il body scan psicosomatico: una pratica di “esplorazione corporea-
energetica” che permette ad ogni persona di sviluppare una più profonda consapevolezza di Sé e dei
propri blocchi psicosomatici. In questo paragrafo sono esposte solo le basi elementari del body scan e
della valutazione clinica dei blocchi e delle loro cause psicologiche, argomenti che saranno pienamente
sviluppati nel secondo volume dedicato alla terapia psicosomatica.
Negli ultimi trent’anni abbiamo perfezionato e standardizzato questa tecnica per renderla sempre più
facile da apprendere e più efficace nella sua azione. L'utilità di questa pratica è davvero sorprendente e
per questo il body scan psicosomatico rappresenta una delle pratiche centrali del nostro Protocollo
Mindfulness Psicosomatica PMP.
Il body scan psicosomatico educa le persone a percepire e descrivere le sensazioni corporee interne in
termini di “energia quantistica-elettromagnetica”, che sentono fluire nel corpo. Con la pratica questa
consapevolezza diventa sempre più chiara, definita e intensa.
In stato di benessere neuropsicosomatico le persone riferiscono che le energie e le emozioni fluiscono
liberamente in tutto il loro corpo dando una sensazione di piacere globale, di gioia di vivere, di integrità.
Quando nel corpo o nella psiche una funzione fisica, un’emozione o un pensiero viene inibito, negato o
esaltato le persone riferiscono sensazioni energetiche parallelamente rallentate, bloccate o iperattivate.
Nel tempo da questo nasce il senso di insensibilità, tensione, dolore o disagio che caratterizza il blocco.
Il “body scan psicosomatico” e la consapevolezza energetica
All’inizio della pratica della mindfulness psicosomatica si invitano le persone a ricordare che in fisica
quantistica la “materia fatta di atomi rigidi e definiti non esiste, e che ogni cosa è composta di particelle
quantistiche e fotoni che sono campi di “energia-informata” che si espandono oltre il corpo e che non
possono essere completamente determinati (principio di indeterminazione di Heisenberg). Si passa
dall’idea newtoniana dell’atomo come pallina dura e precisamente definita, al concetto di particella-
campo fluido, “indeterminato”, probabilistico e tendente all’infinito.
Si invitano così le persone a sviluppare una differente e più sottile sensibilità che permette di
trasformare la vecchia percezione del proprio corpo fisico (che normalmente è percepito come materiale,
rigido, pesante, stanco, affaticato), in una percezione quantistica-informatica del proprio essere, fatto di
energie (elettromagnetiche) vive, in costante fluidità, che pulsano ad ogni respiro. Negli anni abbiamo
osservato che questa semplice consapevolezza scientifica si traduce in un profondo cambio di percezione
e di consapevolezza di Sé. Le persone descrivono che mentre nella consueta percezione il proprio corpo e
i blocchi erano vissuti come “rigidi”, “strutturati”, “pesanti”, “duri” e quindi “difficilmente modificabili”,
218
nella nuova percezione “energetica” il proprio corpo e i blocchi sono vissuti come più “fluidi”, “flessibili”
e “potenzialmente modificabili”. Questa differente percezione apre le porte ad un cambiamento
personale e genera un “cambio di paradigma percettivo” passando da una consapevolezza grossolana e
“materiale” del proprio corpo, ad una consapevolezza “energetica” più unitaria e globale di Sé, delle
proprie potenzialità e dei propri blocchi psicosomatici.
L’esplorazione delle cinque dimensioni dei blocchi psicosomatici
Il body scan psicosomatico insegna ad esplorare gradualmente il proprio corpo e i blocchi dall’interno,
seguendo le sensazioni del respiro che entra ed esce dalle narici, che pervade la fronte e la testa, che
scende alla gola e al cuore, fino alla pancia e all’intero corpo. Come nella classica metodologia mindfulness
si osservano sia le sensazioni piacevoli che quelle spiacevoli, imparando ad accettarle e a non giudicarle o
contrastarle.
1°) Il piano fisico. La prima fase del body scan psicosomatico riguarda l’esplorazione e la
consapevolezza del corpo e dei blocchi fisici. Prendiamo come esempio di organo-funzione bersaglio la
gola e le sue tensioni, che le persone descrivono genericamente come: “ho la gola tesa”, “sento dolore”,
“ho la gola infiammata”, “non respiro bene”. Di fatto, quando la persona è in vita, non è possibile separare
il piano corporeo dal piano energetico, in quanto sono intrinsecamente connessi.
La caratteristica più evidente che caratterizza la comune percezione fisica è che la persona descrive le
proprie percezioni corporee come se fossero un “fenomeno” più o meno distaccato da sé. Infatti se viene
chiesto alla persona di specificare, normalmente descrive come se lei (la sua coscienza) fosse nella testa
(io della mente) e da lì osservasse l’organo o la parte del corpo dolente o disturbata. In questo esempio:
“dalla testa osservo la gola come se fosse un po’ più in basso”. Questa esperienza frammentata e
dicotomica è così collettiva e abituale che nessuno la nota, se non dopo un periodo di esperienza della
propria dimensione energetica, interiore e unitaria.
2°) Il piano energetico. La grande scoperta che abbiamo fatto negli anni ottanta è che, restando ad
osservare un disturbo o un blocco fisico per un tempo un po’ più lungo, si entra in un secondo piano di
percezione “energetica”, in cui lo stesso blocco viene percepito in modo più articolato e specifico.
In questo stato di consapevolezza energetica le persone imparano ad esplorare il proprio corpo
“elettromagnetico” che, quando è in stato di salute e benessere, viene descritto come fosse un “campo di
energia” viva, sensibile e intelligente, con precise sensazioni di colore, calore, luminosità, fluidità,
leggerezza, spaziosità, rilassamento.
Negli anni abbiamo visto che le persone quando esplorano un disturbo o blocco psicosomatico imparano
a descriverlo in modo sempre più preciso ed accurato utilizzando sette qualità distintive: la forma
(grosso, piccolo, allungato, piatto), la luminosità (chiaro, scuro, brillante, opaco), il colore (tutti i colori e
le sfumature), il materiale (gomma, pietra, metallo ecc.), il calore (caldo, congestionato, freddo, neutro,
congelato), la consistenza (duro, molle, flessibile pesante, leggero, ecc.), l’apertura (aperto, chiuso, difeso,
espanso, contratto).
In psicosomatica ogni persona è unica e caratteristica, non esistono facili schemi o semplificazioni. Ad
esempio ogni persona percepisce e descrive “energeticamente” il proprio blocco in gola con
caratteristiche e qualità uniche: ad esempio “sento il blocco come un nodo in gola di colore grigio scuro,
freddo, come fosse di pietra…” oppure “sento in gola come un tubo di metallo chiaro, stretto, che mi
limita il respiro..” oppure “sento la gola gonfia e contratta, di colore rosso vivo, calda che vuole buttare
fuori qualche cosa…” oppure “sento come un laccio in gola come di corda, di colore blu scuro, freddo, che
mi soffoca e non mi lascia esprimere…”. Le stesse persone dopo un lavoro psicosomatico sulla gola
esprimono un evidente miglioramento della percezione del blocco: “sento tutta la gola più fluida e
libera”, “sento che il blocco è più leggero e chiaro..”.
Negli anni abbiamo notato che le persone descrivono i propri blocchi come disturbi o alterazioni di sei
sistemi fisiologici: nervoso, muscolare, respiratorio, cardiocircolatorio e osseo-posturale. Vedremo a
breve nel dettaglio come fare una valutazione clinica oggettiva basata su questi cinque parametri di
riconoscimento.
3°) Il piano emotivo. Un altro grande salto di consapevolezza avviene quando si approfondisce
ulteriormente il piano energetico e si entra nel terzo piano della percezione emotiva, in cui riemergono le
emozioni inibite o rimosse che sono legate a quello specifico blocco. Si entra nel preconscio e
nell’inconscio: la coscienza, dalla percezione neocorticale dominante, mentale-razionale, entra nelle aree
emotive sotto-corticali, limbiche, “preconsce”, caratterizzate da una consapevolezza meno chiara e
razionale, più vaga e anche molto più suscettibile di inibizione e rimozione. In questa fase emergono i
219
vissuti personali legati all’inibizione o ai disturbi dei sistemi emotivi che hanno generato i blocchi.
Questo argomento sarà approfondito nel prossimo capitolo dei blocchi emotivi e delle neuropersonalità.
Il lavoro delicato sulle emozioni e l’educazione all’intelligenza emotiva. In questa fase del body scan, le
persone iniziano a descrivere la dimensione emotiva del blocco psicosomatico: “ascoltando meglio il mio
nodo in gola sento molta tristezza… solitudine”, “il bruciore dello stomaco è come una rabbia trattenuta
che vuole uscire..”, “sento il cuore stretto come una frustrazione di non essere ascoltata..”, “sento che è la
paura che mi blocca la voce.”
Dopo questo terzo piano di consapevolezza psicosomatica, già dalle prime esperienze, le persone,
bambini come adulti, sono in grado, con la tecnica del “disegno psicosomatico” che abbiamo sviluppato,
di rappresentare a colori e in modo sufficientemente dettagliato la loro esperienza del corpo e dei
blocchi.
Il disegno psicosomatico, utilizzando l’emisfero destro-femminile del cervello, permette, attraverso l’uso
del colore e del linguaggio artistico più intuitivo e spontaneo, di facilitare e superare le difficoltà ad
esprimersi verbalmente, attività gestita dal cervello sinistro logico-razionale, che caratterizzano il
fenomeno dell’alessitimia, la difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni.
Fino a questo punto il body scan psicosomatico è un flessibile ed efficace strumento di “alfabetizzazione
emotiva”, di educazione all’”intelligenza emotiva” e di promozione della salute, che può essere facilmente
utilizzato anche da docenti di ogni ordine scolastico, da counselor e operatori del benessere, senza alcun
problema o effetto collaterale. Col “Progetto Gaia - Kirone”, sviluppato in collaborazione con il Ministero
del Lavoro e delle Politiche Sociali, abbiamo fatto sperimentare il body scan e il disegno psicosomatico ad
oltre 20.000 bambini e adulti in scuole, centri e ospedali di tutte le venti regioni italiane, con eccellenti
risultati di efficacia scolastica, clinica e psicologica.
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica PMP, che è stato sviluppato dalla nostra scuola, prevede 4 gradi
di intensità delle tecniche: Il Progetto Gaia Kirone utilizza solo il primo e secondo grado del protocollo
PMP e quindi può essere utilizzato, con una adeguata preparazione teorica e di crescita personale, oltre
che da laureati in medicina e psicologia, anche da docenti, operatori e counselor olistici.
Il lavoro terapeutico sui blocchi emotivi. Il body scan psicosomatico, con opportune pratiche, può andare
ancora più in profondità sul piano emotivo, ed entrare nelle aree più profonde della psiche, alle radici
neuronali dell’albero della coscienza, dove sono celate le memorie più dolorose e negate, i ricordi che
turbano l’identità e che quindi vengono rimossi.
In questo preciso punto la nostra scuola traccia una chiara linea di demarcazione tra “promozione del
benessere” e terapia o psicoterapia. Qui si passa dall’ambito del riequilibrio energetico all’ambito più
toccante e profondo dei sentimenti e dei dolori affettivi trattati dalla psicologia.
Il body scan e le pratiche di intervento sui blocchi emotivi, sono considerate terapie di terzo e quarto
grado del Protocollo PMP e quindi riservate esclusivamente a medici, psicologi e psicoterapeuti.
Il body scan psicosomatico infatti, quando esplora i blocchi e i traumi emotivi diventa una potente pratica
terapeutica che permette di “aprire” l’inconscio e le memorie emotive e corporee in esso trattenute, un
potente ma delicato strumento riservato esclusivamente ai laureati in medicina, psicologia e agli
psicoterapeuti, che hanno le competenze teoriche e cliniche per valutare lo stato di integrità relazionale e
del Sé del paziente, e decidere con ponderazione il percorso appropriato per la cura dei traumi e dei
disturbi psicosomatici ad alto contenuto emotivo inibito, come le depressioni, le crisi di panico, i disturbi
da evitamento, ecc...
Le pratiche di emotional release. La principale e più efficace pratica terapeutica che utilizziamo nel
Protocollo PMP è il “respiro globale”. Portando consapevolezza sul blocco emotivo, col body scan
psicosomatico associato alle pratiche di “respiro globale” ossia di tecniche di scioglimento del flusso
bloccato del respiro e della rigidità posturale, si può produrre una dis-inibizione del contenuto emotivo
trattenuto e rimosso nel blocco, che si può manifestare con una liberazione delle emozioni che prende il
nome di emotional release o catarsi. Questo rilascio delle emozioni rimosse è vissuta dalle persone con un
senso iniziale di classica “resistenza” conscia e inconscia (Freud, 1920, 1926), una “difesa dell’io della
mente” per via dei condizionamenti psicologici e corporei inibitori ancora attivi (Reich, 1933), e poi di
scioglimento e integrità al termine della pratica, quando questi timori e vecchi schemi inibitori sono stati
superati e la persona sente di nuovo il proprio corpo vivo, aperto e fluido e le emozioni libere di
esprimersi. Questa pratica ci ha sempre dato importanti risultati clinici, ma questa grande efficacia
terapeutica potenziale deve essere regolata e gestita da un professionista con una buona capacità
diagnostica (DSM-5 e ICD, International Classification of Diseases) e un serio training supervisionato alle
spalle. Il ruolo di presenza empatica e di sicurezza del terapeuta è certamente un fattore centrale che
220
aiuta la persona a fidarsi e superare le vecchie paure e inibizioni, “liberare il proprio cuore” ed esprimere
l’autenticità dei propri vissuti e sentimenti.
In questa dimensione di esplorazione emotiva possono anche emergere immagini simboliche
strettamente associate al blocco e alla sua origine emotiva, come, “sento come una spada che mi trafigge
il cuore”, “ho un chiodo nello stomaco”, “sento una lama in gola”, “come una lastra di marmo che mi pesa
addosso”. Queste immagini sono normalmente manifestazioni di una sensazione corporea-emotiva-
energetica reale e intensa che normalmente si cerca di comprendere nel dettaglio chiedendo alla persona
di descriverla in termini metaforici. Nel prossimo volume di neuropsicosomatica approfondiremo anche
l’analisi dei simboli e delle metafore emerse dai blocchi psicosomatici su un piano più psicologico e di
lavoro onirico, utilizzando gli stati profondi di meditazione.
Come verrà descritto a breve, in questo contesto si evidenzia il ruolo dell’organo bersaglio o dell’area
funzionale specifica di quell’emozione.
4°) Il piano cognitivo. Quando la pratica del body scan psicosomatico diventa progressivamente più
profonda le persone iniziano a prendere consapevolezza anche del quarto piano del loro blocco, che
riguarda la dimensione psicologica dei ricordi, dei vecchi dolori, delle memorie autobiografiche dei
traumi e dei condizionamenti subiti. Le persone, sempre all’interno della sessione di body scan
psicosomatico, rievocano i ricordi specifici legati agli eventi collegati al blocco: “ricordo quando venivo
lasciata sola a casa e mi si chiudeva la gola dalla paura..”, “mio padre mi sgridava ingiustamente e io non
potevo ribellarmi e arrabbiarmi..”, “mia mamma non mi stimava e mi giudicava.. e io ho smesso di
parlarle”. Queste informazioni date dal paziente dei vari livelli del blocco permettono al terapeuta di
comprendere la corretta comprensione eziopatologica del disturbo psicosomatico, sul piano fisico-
comportamentale, energetico, emotivo, affettivo e i condizionamenti psicologici, culturali, familiari o
sociali che ne sono all’origine, e formulare una corretta diagnosi.
La consapevolezza del blocco, grazie al body scan psicosomatico, diventa un elemento di importanza
strategica nel percorso di crescita personale. Non solo l’esplorazione dei propri blocchi favorisce una
presa di coscienza più matura del paziente e permette un primo scioglimento dei blocchi stessi, ma
soprattutto permette al terapeuta e al paziente di concordare e strutturare un percorso di crescita e di
consapevolezza che nella nostra scuola ha dato eccellenti risultati clinici su migliaia di persone.
5°) Il piano del Sé. La quinta dimensione di indagine ed esplorazione del body scan è quella del Sé, il
senso di identità e integrità, che rappresenta il centro dell’intero sistema neuropsicosomatico. Al termine
della sessione di body scan si invitano le persone a percepire il loro “essere”, l’intero “campo” e le si invita
a sentire “chi sei”, all’inizio più semplicemente mettendosi una mano sul cuore e dicendo il proprio nome,
poi senza parlare, ma solo prendendo consapevolezza direttamente della propria identità globale, il Sé
psicosomatico. Vedremo nel prossimo capitolo sui disturbi del Sé come questa pratica generi delle
risposte e delle comprensioni di grande rilevanza nel lavoro di crescita personale e in particolare nella
terapia dei disturbi del Sé.
Ho accennato che per i Cinesi lo shen centrale è il Sé, l’”imperatore” dell’intero sistema, che ha sede nel
cuore e al centro del cervello. Il Sé governa la regolazione degli ormoni e neurotrasmettitori e in
particolare il sistema immunitario, che è capace di riconoscere il self dal non-self e quindi di proteggere
l’essere da ogni elemento estraneo (non-self) o da cellule mutate come nelle degenerazioni o nei tumori.
Con i dati ricavati durante il body scan dalle descrizioni del paziente dei suoi 5 piani/dimensioni, si può
comprendere e valutare, con una nuova efficacia e profondità, il senso di identità globale di una persona
intesa come integrità psicosomatica degli aspetti specifici del Sé corporeo, del Sé Emotivo e del Sé
cognitivo. Da questa valutazione del Sé psicosomatico emergono le principali forme di disturbo, blocco o
resistenze specifiche e in generale la sua forza o debolezza, la sua concretezza e stabilità o la sua
tendenza all’estraneazione.
Come approfondiremo nei prossimi capitoli il Protocollo PMP della nostra scuola prevede un trattamento
molto specifico e approfondito di questa essenziale dimensione umana del Sé e della sua realizzazione.
Differenze tra la psicoterapia e un percorso di consapevolezza e crescita personale
Una recente indagine di mercato condotta dall’ Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli
Psicologi (ENPAP) per analizzare in profondità le opinioni e le percezioni sociali delle persone ha messo
in luce che le persone in difficoltà che cercano un aiuto non hanno precisi elementi di valutazione per
distinguere chiaramente, e quindi scegliere, se affidarsi ad un counselor, ad uno psicologo o ad uno
psicoterapeuta. I dati mostrano che lo psicologo offre più affidabilità per via della sua professionalità e
degli studi universitari. La capacità delle persone di chiarire le differenze professionali e quindi la scelta
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tra uno psicologo e uno psicoterapeuta sono tuttavia limitate. Uno dei dati più interessanti di questa
ricerca è che le persone che cercano aiuto chiedono sempre più un “percorso di crescita personale” che
non una “psicoterapia”. Vediamo le ragioni di questo dato.
1) Benché gli strumenti clinici di una buona psicoterapia e di un percorso di crescita personale spesso si
equivalgono, la sostanziale differenza è che le vecchie psicoterapie non utilizzano la consapevolezza di
Sé e le varie tecniche di meditazione come strumento primario del cambiamento. E anche le scuole che
utilizzano la mindfulness spesso la usano come pratica clinica per ottenere un miglioramento sullo stress
o sulla depressine piuttosto che come strumento di risveglio interiore.
2) Come strumento di relazione empatica fondamentale in un setting psicoterapeutico il Protocollo PMP
prevede anche il contatto corporeo che ristabilisce una comunicazione primaria e di grande efficacia
con la persona. Come approfondiremo nel prossimo capitolo il contatto corporeo o “touch therapy” è
ormai una pratica ampiamente diffusa e con numerose validazioni scientifiche di efficacia clinica.
3) Le pratiche di “crescita personale” poi utilizzano anche strumenti di lavoro sul corpo, sulle emozioni e
sui condizionamento mentali di nuova generazione, che generano cambiamenti profondi e sostanziali
nella propria vita. Il lavoro di espressione del rimosso e del negativo risulta magari ostico all’inizio e
quindi va proposto enfatizzando che le pratiche che possono essere utilizzate permettono di “liberarsi
delle vecchie emozioni e dei vecchi condizionamenti, permettendo a queste energie bloccate di diventare
energie vitali e risorse creative” .
4) Un terzo elemento che genera una notevole differenza è che i processi di crescita utilizzano un setting in
cui è normale esprimere giocosità e la gioia, ossia l’equilibrio tra la serietà del lavoro e la leggerezza -
capacità di divertirsi. Nella maggior parte delle scuole di psicoterapia l’allegria e il divertimento non
erano utilizzate, se non minimamente, come strumenti di lavoro su di Sé. Nel nostro Protocollo PMP e nei
nostri gruppi e corsi di formazione l’elemento gioco e divertimento rappresenta un punto chiave per
riaprire il senso del piacere corporeo ed emotivo che ci riportano al vero Sé e danno senso alla vita.
5) Il quarto elemento è la prospettiva evolutiva. È evidente che oggi, nell’immaginario collettivo, il termine
“psicoterapia” suona come un processo di cura da una malattia psicologica, spesso grave, ad uno stato di
normalità, mentre il termine “crescita personale” offre una nuova e più dinamica prospettiva in cui la
persona percepisce i propri problemi con una prospettiva più leggera, e sente di poter cambiare vita ed
evolversi utilizzando le sue potenzialità per superare vecchi condizionamenti e modi di vivere.
Al termine della prima fase di assessment è quindi opportuno dare una spiegazione preliminare sulla
sostanziale differenza dell’approccio che utilizziamo per il superamento e la risoluzione dei problemi
attraverso un processo di consapevolezza e di crescita personale.
Sintesi dei punti generali dell’Assessment neuropsicosomatico
Schema sintetico delle prime sedute di valutazione del Sé Psicosomatico del paziente:
• Contatto tra terapeuta e paziente in uno spazio di “presenza empatica”
• Colloquio classico: valutazione dei problemi e dell’anamnesi della persona
• Colloquio e valutazione dei “5 parametri esterni di stabilità” del Sé sociale
• Colloquio e valutazione del Sé Corporeo, Emotivo e Cognitivo (integrità dell’”asse neurocognitivo”)
• Valutazione dello stato di attivazione dei sistemi di difesa del Sé
• Body scan psicosomatico: valutazione dei blocchi e dei “5 parametri interni di stabilità del Sé”
• Mindfulness psicosomatica (alla fine del body scan) per valutare lo stato e la profondità di
consapevolezza e il senso di integrità globale del Sé psicosomatico/condizionamenti.
• Valutazione dell’equilibrio simpatico/parasimpatico (stress-attivazione/depressione-inibizione)
• Valutazione delle neuropersonalità: primarie e delle più attive e più inibite
• Inquadramento neuropsicosomatico multifattoriale (schema) e diagnosi da DSM 5
• Riformulazione e riconversione (interiorizzazione) della domanda
• Spiegazione sulla differenza tra psicoterapia e un percorso di consapevolezza e crescita personale
• Restituzione, identificazione e condivisione col paziente di un primo percorso di crescita personale
222
LA FORMAZIONE IN CLINICA NEUROPSICOSOMATICA
IL PRIMO STRUMENTO DI GUARIGIONE È IL TERAPEUTA
Formazione e tras-formazione del terapeuta
Prima di affrontare gli argomenti più diagnostici e clinici voglio sottolineare che il primo strumento di
guarigione è lo stesso psicoterapeuta. La formazione del terapeuta è innanzitutto legata alla sua integrità
ed evoluzione personale. La nostra scuola richiede almeno un anno di percorso e di lavoro di crescita
personale del terapeuta stesso, prima di insegnare le basi teoriche e cliniche del Protocollo PMP.
Il medico o lo psicologo che ha sciolto, anche parzialmente, i propri blocchi e ritrovato un senso di
armonia e integrità psicosomatica, diventa un catalizzatore dei medesimi processi di crescita sul
paziente. La consapevolezza di Sé del terapeuta, per risonanza neuropsichica, si riflette sul paziente
facilitando, una differente consapevolezza di se stesso e dei propri disturbi.
Contrariamente alla quasi maggioranza delle scuole di medicina e psicologia che insegnano prima la
teoria e poi la pratica clinica, nella nostra scuola di formazione prima si sperimenta un completo e
intenso percorso di consapevolezza di Sé e di crescita personale sui sette livelli psicosomatici, dove ogni
partecipante sperimenta personalmente tutte le principali pratiche di lavoro sul corpo, sulle emozioni e
sulla mente che portano all’esperienza della mediazione profonda e dell’integrità del Sé psicosomatico.
Lo scioglimento delle emozioni bloccate rappresenta uno dei punti di forza della nostra formazione in
quanto permette un livello di empatia e di sintonizzazione col paziente che risulta essenziale nei percorsi
di crescita più complessi e difficili.
Solo successivamente si procede con la parte teorica e la pratica di tirocinio clinico, individuale e di
gruppo, e di supervisione. I risultati sono evidenti, molti medici, psicologi e psicoterapeuti con una buona
esperienza alle spalle riportano che dopo questo percorso la loro pratica è cambiata e anche l’efficacia
dei risultati. Possiamo certamente ritenere che un percorso organico di consapevolezza e crescita
personale permette un miglioramento, della sensibilità, dell’empatia, dell’intuizione clinica e
dell’approccio terapeutico. Queste ipotesi sembrano confermate dei dati elettroencefalografici della
coerenza EEG tra persone, e in particolare tra terapeuta e paziente, che ora riportiamo.
La Consapevolezza di Sé migliora l’empatia e l’intelligenza emotiva tra persone
Come è stato accennato, il nostro Istituto di Ricerche di Neuropsicosomatica ha studiato il fenomeno
della sincronizzazione cerebrale o “risonanza neuropsichica” (EEG specchio) tra i cervelli di due persone
in stato di empatia o di consapevolezza di Sé
(meditazione), evidenziando una significativa
sincronizzazione inter-cerebrale misurata come
coerenza EEG.
Utilizzando un elettroencefalografo
computerizzato con i canali optoisolati, ma con
gli elettrodi auricolari di riferimento in comune,
che permettono di amplificare il fenomeno della
sincronizzazione tra i cervelli di persone vicine,
abbiamo potuto osservare, come la coerenza
EEG può variare da valori tendenti a zero a
valori molto elevati.
Nella figura ** vediamo, a sinistra, il grafico di una coppia di persone amiche che chiacchierano tra loro,
con un valore di coerenza EEG, tra i loro cervelli, tra lo 0% e il 2% e, a destra, una coppia di persone in
stato di consapevolezza di Sé, con una coerenza tra i loro cervelli tra l’ 84% e il 78%.
Emozioni, empatia e body-transfert di coppia
Abbiamo studiato centinaia di casi di coppie di persone: madre e figlio, marito e moglie, terapeuta e
paziente, maestra e allievo, conduttore di gruppi e partecipante, sempre con significativi rilevamenti. Da
queste lunghe ricerche abbiamo appreso le logiche di questa coerenza, come svilupparla e come
insegnarla ai medici e agli psicologi del nostro Master. Da questa corrispondenza empatica e corporea
deriva che una buona alleanza terapeutica dipenderà dalla capacità del terapeuta di sintonizzarsi con lo
stato affettivo del paziente.
Nella figura ** un quadro elettroencefalografico tra un terapista sulla sinistra e un paziente sulla destra,
con una coerenza EEG inter-cerebrale del 65% che denota un’eccellente sintonia, empatia e
comunicazione tre i due soggetti.
223
I valori più elevati delle persone sulla sinistra (madre e terapista) sono in parte dovuto all’effetto
dell’esperienza di crescita personale che queste due persone hanno sperimentato.
Come è già stato spiegato, questi studi preliminari dimostrano come l’empatia e la consapevolezza di Sé
siano importanti strumenti per migliorare le relazioni e creare migliore relazione basata sulla
comprensione, comunicazione, senso di fiducia e di sicurezza tra i soggetti. La pratica della
consapevolezza rappresenta un fattore essenziale nella relazione empatica tra coppie, tra madre e figlio,
tra medico e paziente, come anche tra docente e allievo.
La risonanza neuropsichica è un fenomeno fondamentale per comprendere l’empatia e le dinamiche tra
amici, tra genitori e figli e migliorare così le relazioni sentimentali e di coppia, base dei disturbi affettivi.
La Consapevolezza di Sé migliora la collaborazione e la coscienza collettiva di gruppo
Il nostro Istituto, per la prima volta a livello internazionale, ha studiato anche il fenomeno della
sincronizzazione cerebrale di gruppo e, sempre con la stessa metodologia di rilevazione con canali EEG
isolati e con gli elettrodi auricolari di riferimento in comune, ha rilevato tra i cervelli di gruppi di persone
una bassa coerenza EEG quando le persone erano poco empatiche e disconnesse, e un significativo
aumento di coerenza EEG in stato di empatia o di consapevolezza di Sé (meditazione).
Nella Figura 65 il grafico a sinistra, rappresenta l’EEG di un gruppo di persone vicine, che parlano tra
loro, con una coerenza EEG collettiva media del 27% e, a destra, il grafico dello stresso gruppo, in stato di
autoconsapevolezza, con una coerenza EEG collettiva media che è salita al 63%.
La coerenza EEG si dimostra essere un valido parametro per la quantificazione dell’integrità psicofisica e
della consapevolezza di Sé. Anche se non siamo ancora riusciti a dimostrarlo scientificamente, la
sensazione dei nostri docenti e allievi è che in gruppo la coerenza collettiva, quando viene sapientemente
224
generata, facilita considerevolmente sia i processi di crescita e liberazione dei blocchi che il risveglio
della consapevolezza di Sé. Per questa ragione la consapevolezza di Sé costituisce il nucleo della nostra
scuola e della pratica terapeutica e di crescita personale.
I training del nostro Istituto sviluppano nei partecipanti, e ancora di più nei medici, negli psicologi e nei
docenti, una qualità di consapevolezza e di “presenza empatica” individuale e di gruppo che facilita la
coesione, la collaborazione, la comprensione psicologica ed emotiva di gruppo. (per maggiori
informazioni vedi il film: “Globalshift” dal sito [Link]
I dati finora esposti confermano la centralità del Sé e la correttezza del nostro modello
neuropsicosomatico e del lavoro clinico sui blocchi e sul Sé, capace di dare coerenza e sincronizzare le
principali reti neuronali di una persona e le persone tra di loro. Queste ricerche, ritenute un po’ eretiche
o comunque sospette agli inizi degli anni novanta, sono state via via sempre più accettate, fino
all’esplosione delle ricerche sulla mindfulness che negli ultimi anni sono aumentate esponenzialmente.
Vorrei concludere questo testo portando l’attenzione sulla necessità e opportunità di sviluppo della
consapevolezza di Sé e del processo di crescita personale, rivolgendo un particolare invito a medici,
psicologi e psicoterapeuti a partecipare al Master in Clinica Neuropsicosomatica
([Link]), un training di formazione e trasformazione personale biennale-
quadriennale in cui nel primo biennio sono applicate e trasmesse tutte le conoscenze presentate in
questo libro e sperimentate direttamente le differenti pratiche del Protocollo Mindfulness Psicosomatica.
In questo training si apprendono
teoricamente e praticamente le nuove
modalità di approccio al paziente per
trasformare la terapia in un reale processo di
consapevolezza e di crescita personale.
Questo permette di apprendere nuove
prospettive di lavoro e una nuova profondità
e intensità col paziente.
Viviamo un momento storico di enorme
cambiamento e l’azione di ognuno di voi può
realmente incidere sul futuro collettivo, orientandolo in una direzione più consapevole, umana e
sostenibile.
L’etnologa statunitense Margaret Mead scriveva: “Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini
consapevoli e determinati possa cambiare il mondo. Questo infatti è quanto è sempre successo”.
225
L’INTERVENTO CLINICO AD APPROCCIO
CORPOREO INTEGRATO MINDFULNESS
Basi dell’approccio clinico integrato
Sulla base delle percezioni emerse
dall’assessment e dal body scan psicosomatico, il
terapeuta valuta insieme alla persona, un primo
semplice percorso di riequilibri o e di crescita
personale.
Il Protocollo PMP utilizza 24 tecniche
psicosomatiche di base, e oltre 100 tecniche
avanzate che intervengono in modo specifico ed
efficace sui differenti blocchi e piani dell’essere.
Abbiamo sviluppato specifiche pratiche di
consapevolezza corporea, emotiva, psicologica,
culturale e interiore.
In questo libro, non sono esposte le informazioni
cliniche e le conoscenze terapeutiche che
permettono l’applicazione del Protocollo PMP.
Non saranno quindi trattate le parti concernenti
gli aspetti terapeutici e i trattamenti degli squilibri corporei-energetici, dei blocchi emotivi e psicologici e
dei disturbi del Sé. Questi delicati argomenti non richiedono solo un approfondimento teorico scientifico
ma anche un appropriato e profondo percorso di crescita personale che approfondiamo nel Master in
Psicosomatica Clinica. Questi argomenti saranno i temi del prossimo testo di terapia psicosomatica.
In questo libro presenterò solo un accenno alle logiche di approccio “dolce” di primo livello, con una
breve presentazione delle pratiche più semplici: la mindfulness psicosomatica, il body scan psicosomatico,
esercizi di energetica che tuttavia permettono di farsi un’idea di come sia possibile impostare una
valutazione globale della persona che voglia guarire dai propri disagi o di chi desideri evolvere,
attraverso un processo di crescita personale, partendo dalla diretta percezione di Sé e dei propri blocchi
psicosomatici, con un approccio ad orientamento corporeo integrato realmente olistico e unitario. Il
primo grado del Protocollo Mindfulness Psicosomatica rappresenta l’aspetto pratico e concreto più
semplice ed efficace delle informazioni trasmesse da questo libro. I dati che saranno esposti a breve,
testimoniano come, anche su un livello “dolce” e preventivo, vi sia una documentata efficacia medica e
psicologica che testimonia la consistenza delle nostre considerazioni e dei modelli proposti.
I QUATTRO GRADI DI INTENSITÀ DELLE TECNICHE PSICOSOMATICHE
I quattro gradi del Protocollo PMP
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica è un sistema d’intervento che utilizza, in modo attento e
graduale, specifiche tecniche terapeutico, differenziandole in quattro gradi progressivi di intervento che
corrispondono a crescenti aumenti di difficoltà clinica, medica e psicologica. Le stesse pratiche e le
modalità di intervento possono essere utilizzate con differenti gradi di intensità e profondità, in
relazione alle necessità della persona, del suo stato neuropsicosomatico, dell’integrità del Sé e del
contesto umano e sociale in cui si trova.
Tecniche di primo grado. Il primo grado del Protocollo PMP comprende pratiche di provata efficacia,
semplici da imparare e senza effetti collaterali che vengono utilizzate con una modalità di intervento di
riequilibrio neuropsicosomatico e di prevenzione con le persone che stanno iniziando un percorso di
consapevolezza psicosomatica orientata alla crescita personale. Le tecniche di 1° grado realizzano le
indicazioni dell’OMS per la “promozione della salute” e lo sviluppo delle competenze di base per il
benessere psicofisico o life skills, in particolare: consapevolezza di Sé, gestione dello stress, empatia,
comunicazione efficace, gestione dello stress, gestione delle emozioni relazioni efficaci creatività.
Il 1° grado del Protocollo PMP comprende sette principali pratiche: la mindfulness psicosomatica, il
bodyscan psicosomatico, la “Tre Suoni”, il contatto dolce empatico (massaggio respiratorio), gli esercizi
226
di energetica, la gestione delle emozioni e intelligenza emotiva (disegno psicosomatico e cerchio), la
meditazione “Evolution”.
Queste pratiche sono riunite nel “Protocollo Base” e nel “Protocollo Gaia –Kirone” e contribuiscono
innanzitutto a ridurre sintomi generali (aspecifici) dello stress, a sostenere e a rinforzare la parte sana e
le risorse della persona, a migliorare i più gravi sintomi dello stress e della depressione, a dare maggiore
consapevolezza corporea, emotiva e cognitiva, e così migliorare la fiducia di Sé e delle proprie risorse.
Sono tecniche accessibili a tutti, volte a sviluppare la capacità di mindfulness e la consapevolezza del
proprio stato neuropsicosomatico interno nel momento presente, che si possono utilizzare con bambini e
persone di ogni età. Queste pratiche oltre a promuovere la riduzione di alcuni aspetti sintomatologici,
possono favorire esperienze interiori e di unità del essere, favorendo un'integrazione dei piani cognitivo,
emotivo e fisico, vissuti come esperienza integrata e di integrità dell'individuo.
Secondo grado Il secondo grado del Protocollo PMP utilizza modalità di intervento e tecniche
psicosomatiche leggermente più profonde e clinicamente più efficaci, che tendono a sviluppare una
maggiore consapevolezza di Sé, dei blocchi psicosomatici e in particolare delle emozioni “negative” o
“positive” ad esse associate. Si utilizzano le stesse pratiche o pratiche analoghe a quelle del primo livello
che in questo caso vengono fatte sperimentare alla persona con un’intensità leggermente maggiore. In
particolare partendo dalla struttura della mindfulness psicosomatica e del body scan psicosomatico,
raggiungono una maggiore profondità grazie al leggero prolungamento dell'attenzione sui blocchi
psicosomatici emotivi. Il secondo grado del Protocollo PMP viene utilizzato nei gruppi di crescita iniziali
indirizzati a persone senza molta esperienza di pratiche di psicosomatica ma che vogliono già
sperimentare un certo grado di intensità emotiva e profondità di consapevolezza di Sé:
L’utilizzo del secondo grado del Protocollo PMP richiede un training più approfondito di formazione del
Master, che normalmente dura almeno 120 ore per medici, psicologi e psicoterapeuti. Il secondo grado
del protocollo richiede che il terapeuta abbia svolto un primo lavoro di crescita personale (Corso Base) e
possegga una maggiore esperienza di consapevolezza di Sé e di “campo empatico”, per poter interagire
con le persone e “lavorare” più profondamente sulle emozioni e sui blocchi psicosomatici. Il secondo
grado deve essere utilizzato solo su persone senza traumi fisici o psicologici.
Terzo grado Il terzo grado del Protocollo PMP utilizza tecniche terapeutiche differenti e molto profonde,
ad alta efficacia clinica che permettono di prendere consapevolezza dell’origine emotiva e psicologica dei
blocchi psicosomatici, dei ricordi infantili spiacevoli e dei traumi leggeri e per questo permette di dare
più consapevolezza e così risanare e normalizzare velocemente i disturbi psicosomatici più comuni:
depressione, crisi di panico, ansia, aggressività/passività, difficoltà relazionali.
Queste potenti tecniche comprendono il lavoro diretto sui blocchi emotivi e psicologici, le respirazioni
profonde, le regressioni, gli acting bioenergetici,
la ristrutturazione emotiva, il lavoro sulle
resistenze, l’emotional release (espressione delle
emozioni negate), l’alleggerimento del carico
energetico ed emotivo dei traumi leggeri, la
riconversione psicologica, gli esercizi di
maternage e paternage di riparazione emotiva e
affettiva, il ripristino dell’energia del gioco e della
socializzazione, l’espressione dei vecchi blocchi
da inibizione emotiva-cognitiva (hot chair), le
tecniche di meditazione attiva, il lavoro di
ristrutturazione psicosomatica delle
neuropersonalità eccessive o inibite e l’utilizzo
dei protocolli 3° grado: depressione, crisi di
panico, ansia, lavoro sui tumori, ecc.
Le tecniche di 3° grado possono essere apprese e
utilizzate con grande attenzione e quindi il 3°
grado è riservato solo a medici, psicologi o
psicoterapeuti che hanno concluso almeno due anni (600 ore) di training pratico e teorico approfondito
del Master. Le pratiche di terzo grado richiedono che il medico, lo psicologo o lo psicoterapeuta, abbia
realizzato un organico e approfondito lavoro su di sé, sui propri blocchi e condizionamenti e sui propri
traumi, in quanto l’uso inappropriato di queste potenti tecniche da parte di persone prive di un’adeguata
227
base clinica ed esperienza professionale, medica o psicologica, invece che aiutare, potrebbe generare
squilibri del Sé e dell’equilibrio neuropsicosomatico della persona.
Le tecniche di 3° grado possano essere utilizzate solo su pazienti con disturbi leggeri o di media gravità
(sfera intermedia delle neuropersonalità rigide e disfunzionali) o in situazioni di lieve o medio squilibrio
dei 10 parametri di stabilità del Sé.
Le tecniche di 3° grado sono strumenti fondamentali per lavorare su eventi traumatici lievi, vissuti che
hanno strutturato disfunzionalmente le nostre neuropersonalità e ripristinare la normale funzionalità
psicosomatica. Vengono così integrate le diverse funzioni del Sé che riacquistano la flessibilità originaria
che permette al soggetto comportamenti appropriati ai differenti contesti staccandosi dalla ripetizione
automatica ed inconsapevole di comportamenti acquisiti e rigidi.
Le diverse funzioni del Sé oltre che flessibili devono essere anche in equilibrio tra loro, senza che vi siano
neuropersonalità esuberanti o compressi rispetto ad altri.
L'uso di queste tecniche permette un processo di regressione che aiuta il soggetto in modo consapevole a
superare i suoi processi di resistenza e di controllo, ricontattando così il nucleo profondo e ricreare
un’integrazione delle funzioni del Sé (scioglimento del blocco psicosomatico).
Queste tecniche proprio per la loro intensità sono gli elementi prevalenti del lavoro neuropsicosomatico.
Per stabilizzare l'esperienza di integrazione emotiva e psicologica le tecniche di 3° grado prevedono una
organica integrazione con le tecniche di meditazione attiva e consapevolezza profonda, fondamentali
nella esperienza profonda del sé e nel processo di reintegrazione dell'individuo.
Quarto grado. Il quarto grado del Protocollo PMP riguarda le tecniche e la modalità di intervento sui
pazienti con traumi gravi, abusi maggiori, con problemi psichiatrici o con disturbi di personalità. Il
quarto grado, quindi, può essere utilizzato esclusivamente da psichiatri o psicoterapeuti e solo dopo
almeno tre anni (1300 ore) di corso avanzato di formazione.
Le tecniche di 4° grado possono essere anche tecniche di terzo livello applicate con una differente
sensibilità e modalità terapeutica in quanto si rivolgono a persone con una debolezza e del Sé, o che si
trovano in situazioni di consistente squilibrio dei 10 parametri di stabilità o con problemi psicologici o
psicosomatici più gravi e delicati (sfera esterna delle neuropersonalità psichiatriche) come: pazienti
psichiatrici, disturbi di personalità, doppie diagnosi e scompensi gravi.
Nel 4° grado a volte devono essere utilizzate pratiche più delicate, leggere e prolungate in quanto il
paziente vive una situazione di estremo squilibrio e distanza dal Sé, e deve essere aiutato a ritrovare la
stabilità, le risorse interiore e d energetiche per ristabilire un identità più stabile.
Le quattro fasi della crescita personale del Protocollo PMP
In grande sintesi, il nostro lavoro di crescita personale per favorire la salute psicosomatica e l’integrità
delle persone contempla quattro fasi.
Prima fase: consapevolezza dello stato di frammentazione
La prima fase è orientata ad aiutare la persona a prendere consapevolezza di Sé e del suo disagio, in
termini di frammentazione dell’unità del sistema
neuropsicosomatico. Normalmente in questa prima fase di
utilizza il Protocollo Base. Una volta presa maggiore coscienza
dello stato reale della situazione globale, si passa alle due fasi
successive che, a volte, avvengono contemporaneamente.
Seconda fase: il lavoro sul “negativo” e il rimosso
La seconda fase è orientata a favorire la liberazione dei blocchi
psicosomatici attraverso la dis-inibizione dell’azione che ne è
stata la causa, ossia a favorire l’espressione delle energie, delle
emozioni o dei pensieri che sono stati repressi da eventi o
condizionamenti familiari o sociali.
Consideriamo la “catarsi” (abreazione) delle emozioni “negative”
e l’espressione dei pensieri e delle azioni “negate”, come processi
psicoterapeutici di liberazione e de-condizionamento analoghi al
processo medico della depurazione fisica dalle tossine. La
liberazione psicosomatica dei blocchi genera un risveglio delle
energie fisiche, della vitalità e del potere personale che si
manifesta come una risorsa fisica, emotiva e psicologica che permette alla persona di sentirsi più
centrata e compiere cambiamenti importanti nella propria vita.
228
La terza fase: il lavoro sul “positivo” e la riparazione
La terza fase è orientata a favorire il risveglio delle risorse “positive”, la riparazione e il recupero dei
vissuti mancati, sia sul piano fisico, sia emotivo e cognitivo. È la fase che permette alla persona di
trasformare molte emozioni, vissute come “negative” e disfunzionali nella seconda fase e rigenerarle,
riconoscendole come energie “positive” e funzionali del Sé. La rabbia si trasforma in determinazione, la
tristezza in dolcezza, la paura in presenza.
In questa fase di “riparazione” creiamo strutture, sia individuali sia di gruppo, che permettono alla
persona di rivivere i principali vissuti mancanti nella sua vita, dal piacere corporeo, all’affetto materno,
alla giocosità infantile, al riconoscimento di Sé.
La persona viene aiutata ad esprimere i propri sentimenti e i valori profondi che non ha mai espresso. In
questa fase, sosteniamo anche il riconoscimento e l’esperienza diretta della propria dignità di essere
umano e della consapevolezza dei propri valori, orientando le persone a realizzarli creativamente nella
vita quotidiana.
Quarta fase: la realizzazione dell’unità dell’essere e la disidentificazione
Quando il processo di crescita giunge a conclusione, osserviamo che la persona sente di essersi liberata
dall’io del passato, rigido e identificato con i vecchi dolori, i risentimenti e le paure, di essere capace di
esprimere i sentimenti prendendo coscienza della propria naturale integrità e unità. A questo punto
avviene un processo spontaneo di disidentificazione e rinnovamento, in cui la persona lascia andare
l’attaccamento alle memorie disfunzionali e ai traumi del passato e inizia a vivere il suo presente con
maggiore integrità. Questa è la nuova coscienza, base del nuovo paradigma e della possibilità per ogni
persona di contribuire attivamente e creativamente al cambiamento globale del nostro pianeta.
Conclusioni
Vorrei concludere questo testo portando l’attenzione sulla necessità e opportunità di sviluppo della
consapevolezza di Sé e del processo di crescita personale, rivolgendo un particolare invito a medici,
psicologi e psicoterapeuti a partecipare al Master in Clinica Neuropsicosomatica
([Link]), un training di formazione e trasformazione personale biennale-
quadriennale in cui nel primo biennio sono applicate e trasmesse tutte le conoscenze presentate in
questo libro e sperimentate direttamente le differenti pratiche del Protocollo Mindfulness Psicosomatica.
In questo training si apprendono
teoricamente e praticamente le nuove
modalità di approccio al paziente per
trasformare la terapia in un reale processo di
consapevolezza e di crescita personale.
Questo permette di apprendere nuove
prospettive di lavoro e una nuova profondità
e intensità col paziente.
Viviamo un momento storico di enorme
cambiamento e l’azione di ognuno di voi può
realmente incidere sul futuro collettivo, orientandolo in una direzione più consapevole, umana e
sostenibile.
L’etnologa statunitense Margaret Mead scriveva: “Non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini
consapevoli e determinati possa cambiare il mondo. Questo infatti è quanto è sempre successo”.
229
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
VALIDAZIONI DELL’EFFICACIA DEL
PROTOCOLLO MINDFULNESS PSICOSOMATICA
Validazioni del Protocollo Mindfulness Psicosomatica
“La bontà di una teoria si misura dall’efficacia delle sue applicazioni pratiche.” Detto Ayurveda
Il nostro Istituto di Neuropsicosomatica si è sempre contraddistinto per un’elevata attività di
ricerca scientifica e clinica. Le attività terapeutiche del nostro Istituto si basano sul “Protocollo
Mindfulness Psicosomatica PMP” ad approccio corporeo integrato. Negli ultimi quindici anni,
grazie alle competenze della [Link] Silvia Ghiroldi, psicologa, genetista ed esperta di analisi
statistica, le principali pratiche terapeutiche e cliniche del “Protocollo Mindfulness
Psicosomatica” sono state oggetto di attente sperimentazioni cliniche e di valutazioni statistiche.
I risultati sono stati presentati in numerosi convegni scientifici in Italia e all’estero e pubblicati
su libri e riviste nazionali e internazionali. In questo capitolo presentiamo solo degli abstract
delle nostre ricerche, chi volesse può approfondire iil tema visitando il sito:
[Link] .
Oltre alle nostre ricerche neuropsicologiche, già presentate nei capitoli precedenti, per
verificare l’efficacia del Protocollo PMP, abbiamo anche realizzato studi incrociando i dati
elettroencefalografici sull’analisi della “coerenza cerebrale” (EEG coherence) e dei principali
parametri neurofisiologici legati allo stress (EMG, GSR, HRV, ecc.), associandoli a differenti test
psicologici per la verifica di parametri psicologici e psicosomatici come il Symptom Rating Test,
il Symptom Questionnaire, il Test di Zung dell’ansia e della depressione, il test M.S.P. (Mesure du
Stress psychologique), il BEES (Balanced Emotional Empathy Scale)
Con queste strumentazioni elettroencefalografiche, nel 2009-2010 abbiamo condotto una vasta
ricerca per verificare l’efficacia del Protocollo PMP applicato al “Corso Base” di crescita
personale e di terapia psicosomatica, della durata di nove seminari mensili che rappresenta il
nucleo centrale della formazione dalla nostra scuola.
Validazioni scientifiche della mindfulness e del “Protocollo Mindfulness Psicosomatica”
La mindfulness è la tecnica che ha ricevuto più validazioni da parte della comunità scientifica
internazionale, con oltre 3000 studi e ricerche pubblicati su riviste accreditate (peer review).
Come si può osservare dalla curva del grafico a fianco, il numero degli articoli scientifici
riguardanti la mindfulness, pubblicati negli ultimi anni
ha mostrato un incremento esponenziale (PubMed,
2018). Questi studi confermano scientificamente
l’efficacia clinica, medica e psicologica delle pratiche
“mindfulness based” utilizzate nel nostro Istituto per la
prevenzione e la riduzione dello stress,
dell’aggressività, dell’ansia, della depressione e per
migliorare l’autostima, l’attenzione, l’empatia, le
performances cognitive, il rilassamento, il rendimento
scolastico o lavorativo, l’amicizia, l’amorevolezza, la
socializzazione e le relazioni umane positive. Ma ciò
che caratterizza maggiormente il nostro Istituto e
l’implementazione della mindfulness con le terapie ad
approccio corporeo ha portato allo sviluppo della
mindfulness psicosomatica e del bodyscan psicosomatico: due pratiche che si sono rivelate di
straordinaria efficacia nel trattamento dei disturbi psicosomatici e psicologici. Nelle pagine
seguenti esporremo degli abstract delle nostre ricerche scientifiche di validazioni del nostro
approccio neuropsicosomatico e del “Protocollo Mindfulness Psicosomatica”.
230
INTERNATIONAL BODY PSYCHOTHERAPY JOURNAL
THE ART AND SCIENCE OF SOMATIC PRAXIS
International Body Psychotherapy Journal The Art and Science of Somatic Praxis
Volume 15, Number 2 Spring 2016 pp. 78 - 96. ISSN 2169-4745 Printing, ISSN 2168-1279 Online ©
Author and USABP/EABP. Reprints and permissions secretariat@[Link]
Neuropersonalità: un paradigma di unità psicosomatica
Neuropersonality: A Psychosomatic Unity Paradigm
di Luisa Barbato e Nitamo Federico Montecucco
Abstract
In questo articolo si espone come le recenti scoperte e le intuizioni in neuroscienze e PNEI
(psico-neuro-endocrino-immunologia) confermano e supportano il modello reichiano inteso
come "paradigma dell'unità psicosomatica", che vede gli esseri umani come un "sistema
psicosomatico unitario" e sottolinea come il Sé e le principali funzioni psicosomatiche sono
regolate da sette "sistemi emotivi" (Panksepp 2012). Lo squilibrio di questi sette sistemi può
avere un profondo impatto sulla coscienza e sulla struttura neuro-psicosomatica del Sé,
fornendo così una spiegazione scientifica per le personalità umane, per l'origine dei blocchi
psicosomatici e per il “carattere” reichiano e l'”armatura muscolare”. Questa evidenza scientifica
suggerisce la necessità e la sfida di una metodologia più scientifica orientata al corpo che possa
includere lo sviluppo di un approccio terapeutico più integrato basato sull'autocoscienza e sulla
profonda consapevolezza psicosomatica.
Parole chiave: paradigma PNEI psicosomatico - approccio integrato - sistemi emotivi - ormoni e
neurotrasmettitori - neuropersonalità - autocoscienza.
Abstract
In this paper we discuss how recent discoveries and insights in neuroscience and
psycho-neuro- endocrine-immunology (PNEI) confirm and support the reichian
“psychosomatic unity paradigm,” which views human beings as a “unitary
psychosomatic system” and highlights how the Self and the main psychosomatic
functions are regulated by seven “emotional systems” (Panksepp 2012). The
disequilibrium of these seven systems may have a deep impact on consciousness and on
the neuro-psychosomatic structure of the Self, thus providing a scientific explanation
for human personalities, for the origin of psychosomatic blocks and for Reichian
“character” and “muscular armour”. This scientific evidence suggests the need and
the challenge for a more scientific body-oriented methodology that can include the
development of a more integrated therapeutic approach based on self-awareness and
deep psychosomatic consciousness.
Keywords: Psychosomatic PNEI paradigm - integrated approach - emotional systems –
hormones and neurotransmitters – neuropersonality – self-awareness.
231
Articolo pubblicato sulla rivista “Mindfulness”
4 Agosto 2020 - [Link]
Springer Science+Business Media, LLC, part of Springer Nature 2020
Efficacia del Progetto Gaia: Intervento Scolastico Basato sulla Mindfulness
sui Problemi di Interiorizzazione ed Esternalizzazione dei Bambini.
Effectiveness of a School-Based Mindfulness Intervention on Children’s
Internalizing and Externalizing Problems: the Gaia Project
di Silvia Ghiroldi, Francesca Scafuto, Nitamo Federico Montecucco, Fabio Presaghi, Luca Iani.
Abstract
Obiettivi Gli studi che esaminano l'efficacia degli interventi di consapevolezza scolastica sui problemi
emotivi / comportamentali dei bambini quando forniti da insegnanti e professionisti della scuola sono
ancora limitati. Il presente studio riporta l'efficacia di Gaia, un programma di 12 settimane che integra un
approccio di consapevolezza in un paradigma ecologico.
Metodi Per valutare l'efficacia dell'intervento, abbiamo condotto uno studio controllato randomizzato a
cluster che ha confrontato i risultati dei bambini assegnati al gruppo sperimentale (Programma Gaia) con
quelli del gruppo di controllo (C.G.) utilizzando modelli lineari gerarchici. L'intervento è stato condotto
da istruttori all'interno del curriculum scolastico. I problemi emotivi/comportamentali sono stati valutati
con il modulo di relazione dell'insegnante di Achenbach prima e dopo il test. Quattrocento partecipanti di
età compresa tra 612 anni sono stati reclutati da sei scuole primarie (E.G., n = 232; C.G., n = 168).
Risultati I confronti del rapporto dell'insegnante hanno rivelato che, rispetto ai controlli, l'E.G. hanno
mostrato riduzioni significative nei problemi totali, interiorizzazione, esternalizzazione e nella maggior
parte delle scale a banda stretta al post-intervento. Le dimensioni dell'effetto erano medie per problemi
totali, esternalizzazione e problemi di attenzione, da piccole a medie per comportamenti violenti le
regole e comportamenti aggressivi, mentre risultavano piccole per interiorizzazione e ansia /
depressione. Mentre il 7,76% di E.G. ha mostrato livelli clinici / borderline di problemi totali prima
dell'intervento, il 3,87% di questo gruppo mostrava ancora livelli clinici / borderline dopo l'intervento,
mentre nessun bambino è peggiorato, con una differenza significativa nella direzione del cambiamento.
Conclusioni I risultati di questo studio indicano che il programma Gaia può essere consegnato dagli
istruttori scolastici durante un programma di studi regolare e l'intervento è promettente per ridurre i
problemi emotivi e comportamentali dei bambini.
Parole chiave: Mindfulness, Bambini, Problemi di interiorizzazione, Problemi di esternalizzazione,
Intervento scolastico, Modellazione gerarchica lineare
Abstract
Objectives Studies examining the effectiveness of school-based mindfulness interventions on children’s
emotional/behavioral problems when delivered by school teachers and professionals are still limited. The present
study reports the effectiveness of Gaia, a 12-week program integrating a mindfulness approach into an ecological
paradigm. Methods To evaluate the effectiveness of the intervention, we conducted a cluster randomized
controlled trial that compared outcomes for children assigned to the experimental group (E.G., Gaia program)
with those of the control group (C.G.) using hierarchical linear modeling. The intervention was led by instructors
within the school curriculum. Emotional/behavioral problems were assessed with the Achenbach Teacher’s
Report Form at pre-test and post-test. Four hundred participants aged 612 years were recruited from six primary
schools (E.G., n = 232; C.G., n = 168). Results Teacher-report comparisons revealed that, relative to controls, the
E.G. showed significant decreases in total problems, internalizing, externalizing, and in most narrow-band scales
at post-intervention. The effect sizes were medium for total problems, externalizing, and attention problems,
small to medium for rule-breaking behavior and aggressive behavior, while they resulted small for internalizing
and anxiety/depression. While 7.76% of the E.G. showed clinical/borderline levels of total problems before the
intervention, 3.87% of this group still showed clinical/borderline levels after the intervention, whereas no
children deteriorated, with a significant difference in the direction of change. Conclusions Findings from this
study indicate that the Gaia program can be delivered by school instructors during a regular curriculum and the
intervention is promising for reducing children’s emotional and behavioral problems.
232
Studio sull’efficacia di un Gruppo di Crescita Personale basato sul Protocollo
PMP tramite rilevazioni Elettroencefalografiche e Simptom Rating Test
Dott. Silvia Ghiroldi, Dott. Federico N. Montecucco
Abstract
Questo studio analizza i dati raccolti all’inizio e al termine di un gruppo di terapia ad
orientamento somatico denominata ‘Corso Base’, proposto dall’Istituto di Psicosomatica PNEI,
del Villaggio Globale di Bagni di Lucca. Il Corso Base è così chiamato in quanto rappresenta la
sintesi del percorso psico-terapeutico sviluppato dall’Istituto negli ultimi decenni, basato sul
Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP). La finalità del gruppo di crescita personale, che si
svolge in una sequenza di nove seminari con cadenza mensile e della durata di due giorni
ciascuno, è favorire la crescita dell’individuo in termini di autoconsapevolezza personale nella
complessità dei suoi livelli emozionali, mentali, fisici, sociali e interiori, promuovendo così il
raggiungimento di un reale stato di salute globale.
La ricerca personale è quindi finalizzata al benessere dell’individuo nella sua complessità.
L’uomo è visto come un sistema interdipendente ed unitario, nel quale corpo e mente sono
entità integrate, in interazione tra loro e con l’ambiente.
Se tra le finalità dei partecipanti c’è una richiesta di crescita personale, alcuni di loro hanno
anche un interesse terapeutico per risolvere specifici disturbi di tipo psicologico.
L’intervento affianca approcci differenti e diverse figure professionali di consolidata esperienza:
psicologi, medici, psichiatri e psicoterapeuti.
Per ciò che riguarda l’ambito psicoterapeutico, sono integrate formazioni diverse: Mindfulness
Based Therapy, Psicoterapia ad approccio corporeo, Sistemico relazionale, Gestalt, ecc.
L’intervento proposto con il Corso Base nelle sue diverse componenti, mira ad incrementare la
capacità di autoosservazione, a sviluppare la capacità di riconoscimento e gestione delle
emozioni, a trasferire informazioni sulla relazione mente/corpo, all’acquisizione di tecniche di
gestione d’ansia e stress, oltre che all’incremento delle capacità di problem solving e delle
capacità comunicative.
Vengono impiegate, a questi fini, tecniche esperienziali di diverso genere come role playing,
taking role, tecniche che sviluppano la
consapevolezza del corpo, delle proprie riduzione media dei punteggi SRT
azioni e dei propri schemi mentali. Una 0.00
componente rilevante è l’impiego della pt
-5.00
mindfulness psicosomatica e di tecniche di -5.64 -4.55
-10.00 -7.36 -6.64
meditazione riferite a differenti culture -15.00
(buddista, sufi, occidentali, taoiste, ecc.), -20.00
intese qui come pratiche di -25.00
autoconsapevolezza, prescindendo quindi -24.18
tot s ia ne ne zz
a
di f an si o zi o ate
da implicazioni religiose e ideologiche. In pr es tiz za
de
gu
de ma in a
particolare queste tecniche costituiscono scala so
uno strumento che i frequentanti
acquisiscono e possono eseguire anche a casa, costituendo uno strumento per la vita quotidiana.
La ricerca personale è intesa quindi come elemento di crescita finalizzato al benessere
dell’individuo, che non sostituisce, ma affianca terapie più tradizionali in un’ottica integrata
come quella della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI).
Risultati: I risultati hanno confermato l’efficacia clinica, con un miglioramento statistico
significativo sia dei punteggi al Symptom Rating Test, sia dei valori della coerenza EEG e
dell’AAR (Alpha Amplitude Ratio). (Per leggere l’intero articolo vedi:
[Link]
[Link] )
233
Studio sull’Efficacia di un Gruppo di Terapia basato
sul Protocollo PMP con Symptom Questionnaire
Di Silvia Ghiroldi: [Link] in Psicologa Clinica, Genetista
Federico Montecucco: Medico, ricercatore in Psicosomatica.
Abstract
Abbiamo verificato, con l’utilizzo del Symptom Questionnaire (SQ), l’efficacia clinica del
Protocollo PMP, studiando l’andamento dello stato sintomatologico e dello stato di benessere
dei partecipanti al “Corso Base” di psicoterapia ad orientamento psico-corporeo integrato
proposto ai nostri allievi.
Obbiettivo della ricerca era approfondire l’andamento dello stato sintomatologico e dello stato
di benessere dei partecipanti al gruppo, impiegando il Symptom Questionnaire (SQ). Il
trattamento, approfondito in questo studio, consente di ridurre significativamente i punteggi al
SQ e più specificamente di migliorare in maniera altamente significativa i punteggi per le
sottoscale di ansietà, sintomi somatici e disponibilità verso gli altri.
Risultati: Anche in questo caso i
risultati hanno confermato l’efficacia media della variazione dei punteggi SQ
clinica delle nostre terapie, con un 3.00 trattati
miglioramento statistico significativo 2.00 controllo
dei punteggi al SQ e, più
punti
1.00
specificamente, con un miglioramento
altamente significativo dei punteggi 0.00
per le sottoscale di ansietà, -1.00
depressione e sintomi somatici. Sono de
pr
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an
si
et
si
nt
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risultate significativamente migliorate one
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za
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za
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e
fis
il it
à
vs
ic ico
anche le differenze nella sottoscala di i al
tri
contentezza.
(Per leggere l’intero articolo vedi: [Link]
content/uploads/2018/02/studio_efficacia_gruppo_terapia2.pdf )
Validazioni cliniche del Protocollo Mindfulness Psicosomatica. Una
prospettiva ad ad approccio corporeo integrato per la salute mentale
Dott. Mario Betti, psichiatra e psicoterapeuta,
Responsabile Unità Funzionale Salute Mentale Adulti
Azienda USL 2 Lucca – Zona Distretto Valle del Serchio.
Abstract
L’approccio del Protocollo PMP è stato utilizzato, a partire dal 1996, presso il Servizio di Salute
Mentale della Valle del Serchio dell’Azienda USL 2 di Lucca. La sperimentazione di modelli e
tecniche psicoterapeutiche ad approccio corporeo integrato si è andata ampliando nel corso
degli anni. Essa si fonda su un approccio umanistico e multidimensionale sostenuto da una
rigorosa verifica scientifica. La collaborazione con associazioni quali l’Istituto di Psicosomatica
PNEI ha consentito di attivare un percorso di ricerca e di buone pratiche che ha portato, già nel
2003, al conferimento del Premio Nazionale Alesini per le buone pratiche in sanità. Questa
esperienza unica, sia in Italia che all’estero.
234
Risultati: Sono stati adottati alcuni indicatori che hanno consentito di verificare l’efficacia del
nuovo modello, ottenendo significativi
risultati nei seguenti parametri:
miglioramento qualitativo delle condizioni
degli utenti e dei familiari, sulla base delle
valutazioni di esito; acquisizione di evidenze
cliniche sull’efficacia dei trattamenti non
farmacologici; positiva ricaduta sul contesto
sociale, con attestazioni di consenso da parte
di cittadini, associazioni ed enti pubblici;
riduzione dei ricoveri in SPDC, che si sono
ridotti a meno di un terzo nel giro di pochi
anni. Registriamo che una maggior
sensibilità si sta diffondendo fra i medici e fra
gli operatori sanitari in genere. E’ importante
che una nuova cultura e un nuovo approccio centrato sui bisogni interiori si continui a
diffondere e porti alla costituzione di équipes di ricercatori adeguatamente formati, che
sappiano applicare protocolli rigorosi di valutazione, verifica e ricerca. (Per leggere l’intero
articolo vedi: [Link]
content/uploads/2018/02/validazioni_dati_statistici_UFSMA_betti.pdf ).
Ricerche sulla coerenza EEG di coppia come parametro di quantificazione
dell’empatia tra terapeuta e paziente e come strumento di formazione
didattica all’approccio psicoterapeutico del Protocollo PMP
Dott. Federico Montecucco: (Medico, ricercatore in Psicosomatica),
[Link] Silvia Ghiroldi (Psicologa Clinica, Genetista),
Dott. Manuel Chiaruttini (neuropsicologo),
Dott. Giuseppe Pagliaro (psicologo)
Abstract
L’Istituto di ricerche di Psicosomatica PNEI ha studiato il fenomeno della sincronizzazione
cerebrale o risonanza neuropsichica (EEG specchio) tra i cervelli di due persone senza diretto
contatto fisico o elettrico tra loro, evidenziando una evidente relazione, statisticamente
significativa, tra la coerenza elettroencefalografica (EEG) dei loro cervelli. Questa è la prima
ricerca a livello internazionale che dimostra
come l’empatia possa essere quantificata come
coerenza EEG o “risonanza neuropsichica” di
coppia. In particolare il nostro Istituto di ricerca
ha evidenziato come questa risonanza
neuropsichica sia un fattore essenziale nella
relazione empatica tra terapeuta-paziente e
anche come essa possa essere utilizzata,
all’interno del percorso di formazione
quadriennale in psicoterapia, per facilitare un
adeguato training di consapevolezza empatica.
La risonanza neuropsichica è un fenomeno
fondamentale per comprendere l’empatia e le
dinamiche tra madre e figlio e famigliari, base dei disturbi affettivi, delle relazioni sentimentali e
di coppia, delle relazioni e delle dominanze, scolastiche o lavorative.
235
Ricerche sulla coerenza EEG come
parametro indicativo di benessere o malessere psicofisico
Dott. Federico Montecucco: Medico (Docente di Psicosomatica, Univ. di Milano),
[Link] Silvia Ghiroldi (Psicologa Clinica, Genetista),
Dott. Manuel Chiaruttini (neuropsicologo), Dott. Giuseppe Pagliaro (psicologo).
Abstract: : L’Istituto di Psicosomatica PNEI ha sviluppato ricerche per approfondire il fenomeno
della coerenza cerebrale tra le varie parti del cervello, base del Protocollo Mindfulness
Psicosomatica (PMP), evidenziando la relazione esistente tra gli stati di benessere o malessere
psicofisico e i valori di coerenza EEG. In
particolare i valori medi della coerenza EEG a
livello dei temporali e la coerenza intra-
emisferica (frontale-temporale) sembrano
essere significativamente collegati, in maniera
direttamente proporzionale, agli stadi di salute
globale. Alla luce di questi risultati si può
osservare come la coerenza
elettroencefalografica (EEG) sia un fattore
essenziale nella comprensione delle malattie
psicosomatiche e possa essere utilizzata come
importante strumento per una diagnosi e una
validazione dell’efficacia delle terapie
psicosomatiche.
Risultati: Le persone che praticano psicoterapia
orientata alla consapevolezza di Sé e alla crescita personale utilizzando il Protocollo PMP, in
genere presentano dei valori di coerenza più elevati e stabili. La migliore coerenza tra frontali e
temporali potrebbe essere dovuta ad una migliore integrazione psicosomatica tra controllo
esteriore-cognitivo e vissuti interiori-emozionali. Questa migliore integrità potrebbe
corrispondere ad una “consapevolezza globale” di sé che riunisce le percezioni
comportamentali, emotive e mentali. Tutto ciò è in linea con la nostra ipotesi: quando la mente
sta male o il corpo sta male, il cervello lavora in maniera squilibrata e disarmonica. Quando il
sistema neuropsicosomatico è in armonia, la coscienza è globale e si percepisce il senso di unità,
del sé, di integrità e l’attività elettromagnetica del cervello diventa coerente, armonica ed
equilibrata. Gli stati di meditazione corrisponderebbero allo stato più armonico e integrato del
cervello. Nutrire la “consapevolezza globale” di sé stimolando la percezione unitaria dell’essere
e invertendo la direzione dell'attenzione dall'esterno all'interno è diventato per noi il punto
fondamentale di ogni trattamento terapeutico. (Per leggere l’intero articolo vedi:
[Link]
content/uploads/2018/02/ricerca_sulla_relazione_tra_coerenza_eeg_stato.pdf
236
IL PROTOCOLLO PMP E LE VALIDAZIONI DEL PROGETTO GAIA
Il “Progetto Gaia” di educazione alla consapevolezza di Sé
Sono giunto alla conclusione che qualche cosa deve cambiare dello spirito umano. Nel nostro mondo
multipolare dobbiamo poter creare un nuovo rinascimento dalle radici comuni delle culture e delle
religioni. Vaclav Havel-Presidente della Repubblica Ceca.
Il “Progetto Gaia” è un avanzato programma di educazione alla consapevolezza globale di Sé e alla salute
psicofisica, basato sul Protocollo Mindfulness Psicosomatica (PMP).
Il Progetto Gaia include e sviluppa le basi del Nuovo Paradigma scientifico e i fondamenti culturali su cui
può nascere una reale civiltà planetaria basata sulla pace e la sostenibilità.
Il Progetto Gaia è stato ideato e sviluppato da un’equipe di docenti, professori universitari, educatori,
psicologi e medici del nostro istituto, è stato approvato e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle
Politiche Sociali dall’anno 2012 al 2017 ed è stato sostenuto dalla Federazione Italiana Centri e Club
UNESCO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.
I destinatari del Progetto Gaia-Benessere Globale sono bambini, giovani e adulti con particolare
attenzione alle persone disagiate e a rischio.
I Principi dell’UNESCO e il Nuovo Umanesimo di Irina Bokova
“Ciò che gli umanisti italiani avevano intrapreso a livello di una città o di uno Stato, dobbiamo riuscire a
realizzarlo su scala planetaria.” Irina Bokova-General Director dell’UNESCO
Il Progetto Gaia è stato sviluppato per contribuire alla risoluzione dei grandi problemi di malessere
sociale e anche per rispondere alle necessità
educative di una società sempre più
globalizzata, dichiarate nelle linee educative
internazionali del Global Education First
Initiative, espresse con il “Nuovo Umanesimo”
di Irina Bokova e riprese nelle “Indicazioni
Nazionali per il Curricolo dell’Infanzia e del
primo ciclo di Istruzione” del Ministero
dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
che invita a sviluppare programmi educativi
capaci di “fornire strumenti teorici ed
esperienziali agli studenti di ogni età al fine di
sviluppare competenze che permettano la realizzazione di una società globale” e a facilitare
“l’elaborazione dei saperi necessari per comprendere l’attuale condizione dell’uomo planetario [...]
premessa indispensabile per l’esercizio consapevole di una cittadinanza nazionale, europea e planetaria”.
La finalità del Progetto Gaia è di promuovere un programma educativo che ponga al centro lo sviluppo
di una consapevolezza globale di se stessi e del pianeta e che, attraverso le pratiche psicosomatiche
per il benessere, dia le basi etiche, scientifiche e umane per essere cittadini creativi della società
globalizzata in cui viviamo.
Il “Progetto Gaia”, negli ultimi due anni, è stato promosso e sviluppato a livello nazionale: il nostro
Istituto di Neuropsicosomatica ha completato la formazione di oltre 1.800 psicologi, medici, docenti,
counselor e operatori, provenienti da tutta Italia, che poi hanno organizzato e realizzato il ciclo d’incontri
previsti dal programma con oltre 36.000 persone, giovani e adulti, in tutte le regioni Italiane. Il
Protocollo Mindfulness Psicosomatica è stato utilizzato con successo anche in situazioni di disagio, come
ospedali, carceri, centri per tossicodipendenze, istituti psichiatrici, centri per anziani e disabili e con
persone di fasce a rischio sociale.
237
Presentazioni e formazioni
Il “Progetto Gaia”, le basi della
Neuropsicosomatica e il Protocollo PMP
sono stati presentat in vari convegni,
congressi, ospedali e atenei, tra questi:
Università degli Studi di Milano,
Università Cattolica di Milano,
Università di Arezzo, di Novara, di
Pavia, di Chieti, di Sassari, di Cagliari, di
Trapani e di Verona.
L’Obbiettivo 3 dell’ONU e le indicazioni dell’OMS sul benessere/malessere psicofisico
Le linee guida dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Salute, si affiancano e sostengono l’Obbiettivo 3
dell’Agenda 2030. L’OMS ha da tempo lanciato un allarme: la diffusione delle malattie psicosomatiche sta
aumentando progressivamente al punto che, fra dieci anni, malesseri come lo stress, l’ansia e la
depressione – “le malattie del nostro tempo” - potrebbero trovarsi al secondo posto sulla lista dei mali
più diffusi, subito dopo le patologie cardiovascolari.
L'indagine del World Mental Health Survey condotta in 17 Paesi ha rilevato che, in media, circa 1 persona
su 20 ha riferito di aver avuto un episodio di depressione nel corso dell'anno precedente. L’impatto dello
stress relativamente ai costi sociali è elevatissimo. È stato calcolato che negli ultimi anni circa la metà
della spesa sanitaria nazionale è stata utilizzata per pagare terapie per curare malattie causate da stress:
stiamo parlando di oltre 50 miliardi di euro. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità in Italia il
solo assenteismo causato della depressione incide per 5 miliardi di euro l’anno. Questi dati sono in
continua crescita.
I risultati del Progetto Gaia
L’obiettivo che il Progetto Gaia ([Link]) è riuscito a realizzare è quello di promuovere la
salute, attraverso lo sviluppo delle life skills, insegnando come gestire lo stress, l’ansia e la depressione,
riattivando l’empatia e la capacità di comunicare e relazionarsi con la società di giovani, adolescenti e
adulti che, trovandosi in condizioni di grave disagio sociale, manifestavano sintomi di stress, aggressività,
ansia, depressione e isolamento.
Il Progetto Gaia ha promosso il benessere personale e il recupero psicofisico di persone anche in
condizioni di emarginazione sociale, attraverso una serie di “incontri” realizzati in tutta Italia da
operatori del settore adeguatamente formati nell’utilizzo delle pratiche psicosomatiche e delle modalità
più efficaci. Ha promosso una migliore consapevolezza delle proprie dinamiche interne (conflitti, disagi,
stress, ansie e depressioni) e parallelamente ha insegnato esercizi di comunicazione assertiva, di
“intelligenza emotiva” e di condivisione empatica, per utilizzare al meglio le proprie risorse interiori e
sociali. Ha contribuito a ridurre i livelli di stress, ansia, aggressività e tristezza delle persone e
incrementare le loro competenze relazionali, affettive e sociali.
Le valutazioni nazionali del gradimento
Gli effetti positivi del nostro Protocollo PMP,
all’interno del Progetto Gaia - Benessere Globale,
sul benessere psicofisico di bambini, ragazzi e
adulti, sono stati validati da protocolli
sperimentali e da questionari di gradimento,
condotti dal nostro istituto a livello nazionale su
oltre 36.000 persone.
I test somministrati hanno evidenziato un elevato
livello di gradimento e di riscontro di efficacia sia
da parte degli utenti, come si può osservare dal
grafico (vedi Figura **) che da parte dei docenti.
Validazioni del Protocollo PMP a livello nazionale
Nel 2013-2014, all’interno del Progetto Gaia-Benessere Globale, la [Link] Silvia Ghiroldi, responsabile
delle ricerche statistiche del nostro istituto, ha validato il Protocollo Mindfulness Psicosomatica
238
utilizzando una serie di differenti test su un campione di oltre 2000 adulti e di oltre 4200 studenti di
differenti ordini scolastici. I dati hanno confermato un elevato indice di gradimento e di efficacia clinica.
- Sui bambini e sugli studenti sono stati utilizzati il TRF (Teacher Report Form) e il YSR (Youth Self
Report), test utilizzati in parallele ricerche statunitensi sull’impatto educativo della mindfulness, con
eccellenti risultati.
- Su un campione di 65 persone testate con il Symptom Questionnaire, il protocollo è risultato
ampiamente efficace per la riduzione dell’ansia, depressione, sintomi somatici e ostilità e per
l’incremento di rilassamento, contentezza, benessere e disposizione verso gli altri.
- Con il Tas20 (Toronto Alexithymia Scale), il protocollo ha ottenuto miglioramenti nel riconoscimento e
nell’espressione delle emozioni.
- Utilizzando l’FFMQ (Five Facet Mindfulness Questionnaire), si è osservato un consistente miglioramento
dei cinque parametri della mindfulness: osservazione, descrizione, consapevolezza, non giudizio, non
reazione.
- Abbiamo anche verificato in numerosi esperimenti, con l’utilizzo del Symptom Questionnaire (SQ),
l’efficacia clinica, l’andamento dello stato sintomatologico e dello stato di benessere, dei partecipanti al
gruppo di psicoterapia ad orientamento neuropsicosomatico proposto ai nostri allievi. Anche in questo
caso, i risultati hanno confermato l’efficacia clinica delle nostre terapie, con un miglioramento statistico
significativo dei punteggi al SQ e, più specificamente, con un miglioramento altamente significativo dei
punteggi per le sottoscale di ansietà, depressione e sintomi somatici. È risultata significativamente
migliorata anche la sottoscala della contentezza.
Il Protocollo Mindfulness Psicosomatica, applicato al Progetto Gaia-Benessere Globale, è ora uno dei
protocolli mindfulness più studiati e validati a livello scientifico internazionale.
GRAFICO 1 Variazioni di punteggio per le scale del CBCL nei soggetti trattati (N=21) e nel gruppo di
controllo (N=22)
Le variazioni CBCL sono state analizzate attraverso un’analisi multivariata per misure ripetute con un
fattore between (gruppo trattato vs. gruppo di controllo), un fattore within (rilevazione precedente il
trattamento vs. rilevazione post trattamento), otto variabili dipendenti (le scale del CBCL) e una
interazione tra gruppo e variazione pre-post. Sono state effettuate anche le rispettive analisi univariate.
Il campione in questa fascia di età è piuttosto esiguo, ciò nonostante l'analisi univariata ha evidenziato
variazioni significative per le scale di Ansia/Depressione, Ritiro, Problemi del sonno (tabella 1). (Per l’
articolo vedi: [Link] )
239
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