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Diritto Orale

Il documento discute i limiti alla pianificazione urbanistica, evidenziando l'interazione tra il piano regolatore generale (PRG) e le discipline concorrenti, nonché l'importanza della tutela ambientale e paesaggistica. Viene analizzato il ruolo della pianificazione territoriale e della valutazione ambientale strategica (VAS) nel garantire un uso sostenibile del territorio, e si descrivono le tipologie di beni paesaggistici e culturali. Infine, si sottolinea l'importanza del piano del parco e della legge quadro sui parchi per la conservazione dell'ambiente e la gestione delle aree protette.

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Diritto Orale

Il documento discute i limiti alla pianificazione urbanistica, evidenziando l'interazione tra il piano regolatore generale (PRG) e le discipline concorrenti, nonché l'importanza della tutela ambientale e paesaggistica. Viene analizzato il ruolo della pianificazione territoriale e della valutazione ambientale strategica (VAS) nel garantire un uso sostenibile del territorio, e si descrivono le tipologie di beni paesaggistici e culturali. Infine, si sottolinea l'importanza del piano del parco e della legge quadro sui parchi per la conservazione dell'ambiente e la gestione delle aree protette.

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ESAME ORALE DIRITTO

50. L'individuazione di una categoria di “limiti alla pianificazione urbanistica”

Nella pianificazione urbanista comunale spesso ci possono essere interessi che non
riguardano solamente il comune stesso ma possono interessare anche ad esempio
l’amministrazione forestale. Tutte queste discipline, che devono convivere con la pianificazione
urbanistica per cercare di arrivare ad un compromesso riguardante l’utilizzo di un territorio,
sono chiamate Discipline Cancorrenti. Il piano presenta prescrizioni autonome ed eteronome,
quelle eteronome sono quelle prescrizioni dove il Comune non può avvalersi della sua
discrezionalità. Il PRG deve regolare tutto il territorio comunale e quando ci sono strumenti
urbanistici diversi da quest'ultimo, che riguardano l'organizzazione del territorio, anche questi
devono coincidere con il piano regolatore.

La giurisprudenza ha creato il principio della necessaria intesa che oggi avviene con la
conferenza dei servizi, qui la discrezionalità dell'amministrazione precedente viene limitata
dall'esterno in quanto si deve raggiungere un compromesso.

Il PRG deve inserire al suo interno quanto è previsto dal piano paesaggistico, se ciò non
dovesse accadere è compito dell'amministrazione competente modificarlo attraverso le
modifiche d'ufficio. L'amministrazione comunale, pur avendo un potere discrezionale nella
pianificazione urbanistica, incontra dei limiti quando si deve occupare di interessi pubblici
specifici, che sono regolati da leggi settoriali. Questi interessi sono considerati "differenziati"
perché sono trattati separatamente con normative specifiche per ciascuno.

Ci sono due tipi di interessi differenziati:

Nel primo caso: l’interesse viene curato attraverso un procedimento di acclaramento, ovvero
di un procedimento volto a fare chiarezza o verificare la qualità di un bene e la limitazione
dell’uso senza l’utilizzo di prescrizioni urbanistiche. Ci sono due conseguenze:

- Le modifiche fisiche di tali aree necessitano un’autorizzazione proveniente dal titolare


che abilita all’edificazione
- L’uso di quel territorio può essere fissato dal comune solo in accordo con
l’amministrazione che ha la cura dell’interesse differenziato.

Nel secondo caso: L’interesse è oggetto di un atto di pianificazione territoriale con cui la
pianificazione urbanistica in senso stretto deve coordinarsi.

Cerulli Irelli [19] 386 distingue in due gruppi gli interessi differenziati: 1° caratterizzato da
interessi dinamici (localizzazione delle opere pubbliche), 2° caratterizzato dalla disciplina
propria di determinate cose. Per Picozza [49] distingue il contenuto del PRG in eteronomo e
autonomo. I primi sono costituiti da vincoli imposti dalla legge o altre amministrazioni e il PRG
non può contrastare, comunque l’amministrazione può agire tramite discrezionalità, nei
secondi l’amministrazione pianificatrice non esercita poteri discrezionali.

Salvia Teresi [58] 38 individua 5 gruppi di limiti alla pianificazione urbanistica:

- Standard urbanistici
- Vincoli posti dalle altre amministrazioni
- il limite dell'esistente
- limite delle opere pubbliche
- beni pubblici

51. Segue la pianificazione territoriale con finalità di tutela ambientale

Molti dei piani funzionali di ambito sovracomunale hanno come interesse primario la tutela del
paesaggio grazie alla pianificazione territoriale per finalità di tutela ambientale si riescono a
colmare due esigenze fondamentali:

- Organizzare gli usi consentiti e quelli vietati su un determinato territorio creando dei
modelli di sviluppo anziché limitarsi alle imposizione di vincoli
- Consente un migliore coordinamento tra le varie prescrizioni sull'assetto dei suoli ed in
particolare tra strumenti urbanistici comunali e discipline di settore

i principali piani territoriali con scopo di tutela degli aspetti ambientali del territorio sono il
piano paesaggistico, il piano del parco e il piano di bacino idrografico. Queste figure
pianificatorie non dettano soltanto prescrizioni urbanistiche ma contengono una serie di altri
concetti che non hanno come oggetto le trasformazioni fisiche del suolo. Hanno però delle
prescrizioni sull’effettivo assetto del territorio che non muta ad eventuali prescrizioni in
contrasto con altri piani urbanistici, come il PRG. Hanno anche una forza di abrogare eventuali
prescrizioni preesistenti, in quanto sono espressione di interessi posti al vertice
dell’ordinamento per il criterio della gerarchia degli interessi, leggi un cui è espressamente
scritto ciò: (art.12) il piano del parco è immediatamente vincolante per le amministrazioni e per
i privati. (art.17) le prescrizioni del piano di bacino hanno effetti vincolanti verso
amministrazioni ed enti pubblici nonché sui privati.

52. il piano territoriale di coordinamento provinciale e metropolitano

PRIMA: introdotto dalla legge 142/1990, Il piano territoriale di coordinamento provinciale è


stato considerato fin dagli anni 60, Il livello di pianificazione di media area indispensabile per
superare i problemi derivanti dalla presenza di molteplici comuni di piccole dimensioni

OGGI: previsto dall’articolo 20 del testo unico degli enti locali, ci dice che il piano determina
indirizzi generali di assetto del territorio e individua soltanto enti e amministrazioni come
destinatari del piano stabilendo che gli uni e le altre si conformino alle sue previsioni.

Il piano territoriale di coordinamento provinciale e il piano territoriale di coordinamento


regionale possono tranquillamente coesistere in quanto la Corte costituzionale ritiene che essi
abbiano una diversa divisione degli interessi. Nel piano territoriale di coordinamento
provinciale si decidono non solo gli indirizzi di pianificazione generale ma vengono individuati
direttamente i territori dove i Comuni hanno dei limiti sulla discrezionalità.

Dall'art57, DLgs 112/1998, che individua in esso il punto di convergenza di tutte le discipline
territoriali di settore espresse in forma pianificatoria, questa disposizione prevede che le
regioni, attraverso una legge, possono prevedere che il piano di coordinamento provinciale
assume il valore e gli effetti dei piani di tutela ambientale, acqua. Solamente se tra le province e
le amministrazioni a tutela di tali interessi riescono a creare un'intesa (l’obbiettivo della legge è
porre in un quadro unitario la tutela degli interessi differenziati). --> ci sono due modi di lettura:
- il piano di coordinamento delle provincie deve dettare le proprie precisioni, prendendo
in esame i piani di settore e le loro previsioni, e questi continuerebbero ad esistere. Il
piano di coordinamento territoriale provincial assumerebbe anche le prescrizioni dei
piani di settore.
- Si può prevedere un principio di fungibilità tra pianificazione provinciale di
coordinamento e pianificazione di settore, il primo potrebbe rendere superflua
l’emanazione del secondo, diventando parti di un più ampio processo di pianificazione
“globale” di livello provinciale

53. Le valutazioni ambientali dei piani urbanistici-territoriali

L'introduzione dell'ordinamento giuridico della valutazione ambientale strategica (VAS) di piani


e programmi, è prevista dalla direttiva 2001/42 CE. Gli oggetti dei procedimenti (della VAS) sono
tutti piani e i programmi che possono avere impatti significativi sull'ambiente e sul patrimonio
culturale, la VAS è stata concepita come un processo di valutazione che accompagna la
formazione del piano e che mira a introdurre la verifica sull'impatto ambientale, L'aspetto
“strategico” nella valutazione risiede nell'analizzare gli effetti sull'ambiente delle misure del
piano regolatore (ancora da adottare) in modo da evidenziare le diverse opzioni dal punto di
vista della tutela ambientale. La VAS deve essere avviata dall'autorità procedenti (nel caso di
PRG, dal comune). Secondo le disposizioni in esame l'autorità procedente e quella decidente
devono essere distinte, in generale, la competenza a disciplinare in dettaglio il procedimento di
VAS aspetta allo Stato o alla Regione. L'art. 14 del DLgs 152/2006 Prevede che le autorità
competenti e procedenti pubblichino la proposta di piano cosicché i privati possano rilasciare
osservazioni. La valutazione di incidenza e il procedimento di carattere preventivo al quale è
necessario sottoporre qualsiasi piano che possa avere incidenza significativa su un territorio,
anche in questo caso è presente una fase di screening per determinare se sia possibile avere
un effetto significativo sul territorio. l'eventuale fase successiva è detta della “valutazione
approvata” riporta alla decisione sull'incidenza del piano sull'integrità del territorio, in caso di
incidenza negativa si definiscono misure atte a limitare tale incidenza.

54. La tutela paesaggistica

Questa tutela è posta espressamente nei principi fondamentali nella Costituzione, l’articolo 1
della L 19 novembre 1968 n°1187 include tra i contenuti del PRG i vincoli da rispettare nelle
zone a carattere storico, ambientale, e paesaggistico. La tendenza dell’urbanistica a diventare
centro di riferimento per tutti gli interventi sul territorio è stata recepita, dal DPR 616/1977, il cui
art. 80 definisce l’urbanistica come materia riguardante tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e
gestionali dell’uso dei suoli, compresa la protezione dell’ambiente. Nella giurisprudenza della
Corte costituzionale che ha ridefinito il confine che separa la tutela del paesaggio
dall’urbanistica sotto il profilo giuridico. In base a questo orientamento, ciò che distingue le
due discipline sono gli interessi pubblici che esse mirano a soddisfare, URBANISTICA:
amministrazione di tutti i possibili usi del territorio ≠ TUTELA DEL PAESAGGIO salvaguardia
ambientale di parti del territorio nazionale e prevale rispetto alla prima. La tutela però avviene
attraverso vari strumenti, sia provvedimenti di pianificazione territoriale sia attraverso
l’imposizione dei cosiddetti VINCOLI PAESAGGISTICI.
55. La tipologia e la disciplina dei beni paesaggistici

L’art 134 Codice CBCP (codice dei beni culturali e del paesaggio) Elenca tre tipi di beni
paesaggistici:

1) Beni oggetto di notevole dichiarazione di interesse pubblico


2) Beni individuati direttamente dalla legge (beni ope-legis)
3) Immobili e aree comunque sottoposti a tutela dei piani paesaggistici

Per tali beni al titolare del diritto di proprietà è sottratta la possibilità di modificare la materialità
della cosa, tutte le modifiche sono subordinate all’approvazione di un progetto da parte di un
apposito organo regionale o locale.

1) Mediante un provvedimento di certazione un bene è dichiarato di particolare interesse per il


fatto di possedere particolari caratteristiche estetiche o di bellezza panoramica. Il
procedimento per il riconoscimento delle qualità di questi beni è disciplinato dall'articolo 136-
141 CBCP ed è di competenza delle Regioni, le regioni hanno anche il dovere di pubblicare tale
proposta e in seguito esaminare le osservazioni, può anche decidere di svolgere una inchiesta
pubblica. Il procedimento deve concludersi al massimo entro un anno dalla richiesta

2) Beni ambientali ope legis introdotta dall’art 1 del L 8 agosto 1985 e oggi disciplinata dall’art
142 CBCP la legge dispone, senza l’utilizzo di alcun procedimento amministrativo che un
determinato bene sia direttamente assoggettato al regime giuridico dei beni paesaggistici.

3) Costituita da immobili e dalle aree sottoposte a tutela dei piani paesaggistici, il fine più
importante di tali piani non sta nella identificazione di nuovi beni da tutelare ma
nell’identificare le trasformazioni compatibili con i valori paesaggistici e gli interventi di
riqualificazione del paesaggio, anche in relazione allo sviluppo sostenibile. Mentre prima c’era
un aspetto meramente conservativo, oggi c’è una necessità di una tutela e formazione
dinamica dei beni paesaggistici. Il piano ha valenza su tutto il territorio regionale, i contenuti di
tale piano sono previsti dall’art 143 CBCP, e anche esso adotta lo zoning. I vincoli devono
essere dotati di un contenuto regolatorio che vada al di la del semplice divieto, tra i contenuti
prescrittivi del piano paesaggistico vi sono ad esempio l’individuazione degli interventi di
recupero e di riqualifica. Il piano paesaggistico è considerato misto, presenta prescrizioni
conformative della proprietà; e direttive rivolte agli altri soggetti pubblici, titolari di atti di
pianificazione territoriale.

I contenuti dei piani paesaggistici prevalgano sulla pianificazione urbanistica comunale che è
tenuta ad adeguarsi ai primi, di conseguenza sono legittime le nuove previsioni urbanistiche
che vengono a porsi in contrasto con quelle contenute negli atti di pianificazione paesaggistica.

56. I beni culturali

I beni culturali sono quei beni che esprimono un valore storico-culturale o hanno un
valore naturalistico culturale. Le leggi precedenti distinguevano fra cose di: Interesse
artistico, Interesse archeologico, Interesse etnografico e bellezze naturali. Secondo il
Codice sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato o ad altri
enti pubblici territoriali senza fine di lucro. Le competenze sui beni culturali spettano al
Ministero dei beni e delle attività culturali che opera attraverso le amministrazioni
periferiche, costituite da soprintendenze specializzate nei vari interessi e sono
autorizzate a rilasciare delle autorizzazioni di modifica dei beni immobiliari vincolati.

57. L’area protetta e il piano del parco

Il parco è un’istituzione volta ad assicurare un regime speciale dei beni immobiliari e delle
attività sociali insistenti nell’area protetta, dotata di potere amministrativi rivolti a impedire che
la cura di un interesse pubblico si svolga in contrasto con la conservazione dell’ambiente e del
parco.

La legge quadro del 6 dicembre del 91 n°394 contiene i principi fondamentali in materia di
parchi e riserve naturali, definisce una classificazione deli parchi e delle riserve, essa:

- disciplina i procedimenti di istituzione delle singole aree protette


- stabilisce il regime giuridico dei parchi nazionali
- Fissa i principi per le discipline da parte delle regioni

L’art 12 della legge quadro 394/1991 è il piano del parco, relativo ai parchi nazionali ma è un
punto di riferimento anche per quelli regionali. Quindi il piano del parco è il potere che ha l’ente
parco di regolare e gestire il territorio ma con il solo fine di tutelarlo (questo lo fa anche lo
zoning).

La legge quadro prevede alcuni contenuti obbligatori dal piano

- Organizzazione e suddivisione del territorio, suddivise in base al diverso grado di


protezione
- Vincoli e distinzioni d’uso pubbliche e private
- Percorsi veicolari e pedonali
- Servizi per le varie funzioni del parco
- Direttive sugli interventi su flora, fauna e l’ambiente naturale generale

Lo zoning si basa sulla suddivisione in zone in base al grado di protezione, ci sono 4 tipi di zone:

1. Le riserve integrali: viene esclusa qualsiasi tipo di attività umana in generale,


(l’ambiente naturale è conservato nella sua integrità)
2. Le riserve generali: la legge consente la realizzazione di opere e attività tassativamente
elencate (infrastrutture strettamente necessarie)
3. Nel 3° tipo: sono consentite alcune attività economiche-artigianali, come pesca e
raccolta, purché preesistenti sull’insediamento del parco e sono ammessi interventi
edilizi su strutture già esistenti
4. Nel 4° tipo: riguarda zone più interessate all’antropizzazione, quelle con più interventi e
presenza umana, comunque consente attività economiche compatibili.
Nel procedimento di formazione del piano del parco sono coinvolti tre di stinti soggetti pubblici
con funzioni di amministrazione attiva: l’ente parco, la Regione (a cui spetta il compito di
approvazione definitiva) ed il Comune, in una sequenza composta di due subprocedimenti:

- Comprende la formazione del progetto a cura dell’ente parco e l’adozione da parte


della Regione
- Il secondo subprocedimento prende avvio con il deposito del piano adottato presso i
Comuni, le comunità montane e le sedi regionali, per 40 giorni, entro i quali chiunque
può presentare osservazioni scritte, dirette sia alla Regione sia all’ente parco. Entro i
successivi 120 giorni, la Regione si pronuncia sulle osservazioni, successivamente,
d’intesa con l’ente parco, si pronunci sui contenuti del piano relativi alle prime tre
tipologie di zone, e d’intesa con i Comuni interessati, in base al quarto tipo di zona.
Quindi la Regione approva il piano con due intese: L’ente parco e i Comuni.

Qualsiasi modifica del territorio è soggetta ad un provvedimento autorizzato il “nulla osta” di


competenza dell'ente parco che ne controlla la conformità con il piano. L’art 13 della legge
quadro prevede il regolamento del parco e specifica che ha effetti urbanistici.

La giurisprudenza costituzionale ha fissato il principio di intesa tra lo Stato (o in generale l’ente


gestione del parco) e la regione, prima dell’approvazione dei piani urbanistici comunali che
interessano zone che fanno parte di un parco nazionale. Con la legge 394/1991 si assiste ad
una sorta di rovesciamento, perché, attraverso lo strumento d’intesa mirava a salvaguardare gli
interessi nazionali collegati alla protezione dell’ambiente naturale nei confronti di un potere di
pianificazione che si svolge in assenza di strumenti di pianificazione territoriale funzionali
all’interesse del parco. Nella legge 394/1991 viceversa, già il comune deve tenere in
considerazione il parco e gli interessi di tutela ambientale.

58. I vincoli idrogeologici e la difesa del suolo

Il vincolo idrogeologico è disciplinato nel TU 30 dicembre 1923, n. 3267, hanno attribuito alle
Regioni tutte le competenze relative. La finalità del vincolo è quella di sottoporre a limitazioni
l’utilizzazione del bosco in quanto è un fattore di stabilizzazione del terreno, attraverso il
proprio sistema radicale, e in grado di assicurare il buon regime delle acque. Il vincolo
idrogeologico può essere imposto in tre modi, uno in diretto, due diretti.

- Indiretto, l’imposizione costituisce l’effetto automatico dell’approvazione del progetto


di massima di sistemazione idraulico-forestale di un bacino montano.
- Diretto, un articolato procedimento amministrativo certativo, diviso in fasi:
- Iniziativa dell’amministrazione forestale
- Istruttoria
- Decisoria, dov’è competente un altro organo regionale rispetto al procedente
- Diretto, prescrizioni relative ai vincoli contenute nel piano di bacino

L’interesse pubblico di difesa del suolo incide sul territorio e quindi deve coordinarsi con la
pianificazione urbanistica comunale, l’imposizione del vincolo rende legittimo il rifiuto del
permesso di costruire. Anche stavolta deve essere presente un coordinamento tra disciplina
della difesa del suolo e pianificazione urbanistica comunale, perché, le disposizioni del piano
di bacino hanno la prevalenza su qualunque altro strumento di governo del territorio; dall’altro
lato, il piano di bacino, in quanto strumento di pianificazione territoriale, deve prendere in
considerazione l’intera gamma degli interessi pubblici presenti sul territorio.

Il procedimento di imposizione del vincolo idrogeologico inizia con la “proposta” da parte


dell’amministrazione forestale che determina i terreni da vincolare (vengono segnati i confini
dei territori proposti per il vincolo prescritti su una mappa catastale per ogni comune di
appartenenza). Dopo la proposta c’è una fase di contraddittorio con i privati interessati, ovvero
a quanti di questi andrebbe a discapito il vincolo (anche per questo viene prevista la
pubblicazione per 90 giorni). I “reclami” vanno indirizzati alla medesima amministrazione
comunale, anch’essi da pubblicare per un periodo di 90 giorni, durante il quale possono essere
presentati “controreclami”. Alla fine di questi 90 giorni il sindaco spedisce tutto (i reclami,
esemplare della carta topografica con i confini delle zone, relazione dell’ispettorato forestale)
all’amministrazione regionale competente. Entro 180 giorni all’amministrazione competente
spetta la decisione se imporre o meno il vincolo, dopo l’amministrazione decidente comunica
le sue decisioni all’amministrazione procedente che entro 60 giorni deve pubblicare nell’albo di
ogni Comune una carta topografica con l’indicazione delle zone vincolate. La determinazione
definitiva avviene definitivamente dopo 15 giorni.

59. Il piano del bacino idrogeografico

Prima con la legge 183/1989 vedeva il piano di bacino finalizzato alla difesa del suolo e dei
bacini fluviali di interesse nazionale, interregionale e regionale, al cui interno operano le
autorità di bacino. Ora con la Direttiva quadro in materia di acqua, si introduce la nozione di
distretto idrografico, c’è quindi una necessità di coordinamento degli usi delle acque su area
vasta, in quanto essa comprende una visione più ampia.

Ogni distretto di bacino ha un’autorità di bacino, che è composta da 4 diversi organi:


conferenza operativa dei servizi, segreteria tecnico-operativa, segretario generale e conferenza
istituzionale permanente. Quest’ultima è l’organo al vertice dove il ministro dell’ambiente e
della tutela del territorio ne è a capo, la conferenza è composta dagli: altri ministri con
competenza territoriale e presidenti regionali e provincie autonome delle regioni il cui territorio
è interessato dal distretto idrografico

L'autorità di bacino dispone il piano di bacino, previsto dall’art 63-65 del DLgs 152/2006 e ha
valore di piano territoriale di settore e sono pianificate e programmate le azioni e le norme
d’uso finalizzate alla conserva zione, alla difesa e alla valorizzazione del suolo ed alla corretta
utilizzazione delle acque, sulla base delle caratteristiche fisiche ed ambientali del territorio
interessato ed ha carattere immediatamente vincolante per le amministrazioni ed enti pubblici.
I suoi contenuti sono principalmente: individuazione del degrado del sistema fisico del
territorio, localizzazione di opere pubbliche, fissazione di norme d’uso e vincoli per i privati.

Il procedimento del piano di bacino comprende molte amministrazioni per questo risulta molto
complesso. L’autorità di bacino predispone (conferenza operativa) e adotta a maggioranza il
piano e ne cura la pubblicazione, è previsto un periodo di 6 mesi per depositare le osservazioni,
le regioni e le provincie autonome visto che fanno parte della Conferenza Operativa
partecipano alla formazione del piano. Queste operano formulando pareri sul piano e sulle
osservazioni. Il piano viene adottato a maggioranza dalla conferenza istituzionale permanente e
viene inviato tutto al Consiglio dei ministri per la definitiva approvazione, dopo c’è anche la
valutazione ambientale strategica (VAS) e i giudizi ci compatibilità ambientale.

Il piano di bacino ha una duplice funzionalità, una di carattere riprestinatorio-conservativo, la


seconda attinente alla sfera dello sviluppo economico-sociale. IL piano di bacino può incidere
in modo penetrante sulla pianificazione territoriale ed urbanistica. La norma presente nell'art
17 stabilisce che le disposizioni del piano di bacino approvato hanno carattere immediato
vincolante per le amministrazioni ed enti pubblici e privati, potendo il piano sia disporre misure
direttamente conformative del territorio e della proprietà, sia emanare direttive cui gli enti
territoriali devono adeguarsi. Il piano di bacino supera la frammentazione della disciplina,
riunifica acque e difesa del suolo, pretende di operare una visione complessiva del ciclo
dell’acqua, dagli usi alla tutela degli inquina menti, fino alla difesa dalle acque incorporando
anche quello della difesa ambientale o dell’ecosistema, e le autorità di bacino possono
emanare misure di salvaguardia.

60. Beni pubblici e civili

I beni pubblici: sono beni destinati ad usi collettivi e appartengono allo Stato o ad un ente
pubblico, questi beni sono disciplinati dall’art 822 del Codice civile, esistono tre categorie dei
beni pubblici:

- Beni Demaniali
- Beni patrimoniali indisponibili
- Beni patrimoniali disponibili (del tutto equiparati ai beni privati)

Prima questi beni erano esterni alla pianificazione comunale in quanto dovevano essere
“pianificati” dall’amministrazione che lo tutelava, le cose poi sono cambiate con l’art 10 della
L.P. che inseriva anche i beni pubblici nell’organizzazione del territorio comunale. Quando
un’amministrazione pubblica vuole costruire su un bene demaniale deve essere il ministero
delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con la regione, a verificare che le opere non siano in
contrasto il PRG. Il principio dell’intesa si estende ai beni demaniali o del patrimonio
indisponibile (es: lido del mare)

Beni destinati alla difesa militare: viene istituito nel 1976 un comitato in ogni regione ha
composizione paritetica (sei rappresentanti sono di designazione statale e regionale), essi si
consultano su eventuali problemi commessi dall'amministrazione tra la pianificazione
territoriale regionale e i programmi di installazione militare, comunque sia le decisioni finali
spettano all'amministrazione militare poiché il comitato esprime semplici pareri quindi non
vincolanti per l'amministrazione stessa.

Usi civili: sono veri agrari e forestali in proprietà collettiva di diritto pubblico, ci sono due
opinioni su come gli strumenti urbanistici possano incidere sui beni ad uso civile.
- i piani urbanistici non possono alterare le destinazioni d'uso delle destinazioni agrarie e
forestali, senza una speciale procedura, possono solo determinare prescrizioni
sull'utilizzo agrario e forestale delle aree
- I beni civici non hanno una vera e propria destinazione pubblica, quindi, il piano
urbanistico può anche alterare la conformazione delle aree soggette ad uso civico in
vista del soddisfacimento di particolari interessi pubblici

61. I problemi dei centri storici

La normativa sui centri storici è diversa per ogni normativa e nell’ordinamento statale non c’è
una vera definizione di stretto rilievo giuridico di “centro strico”, Dal fatto che non vi sia una
definizione legale univoca e sufficientemente precisa di centro storico, deriva l’assenza di un
vero e proprio limite alla discrezionalità dell’amministrazione pianificatrice. In un dibattito sui
centri storici ci sono due profili.

- Il primo: i valori presenti nel centro storico si fondono su finalità ed interessi sociali di
ampia portata. il patrimonio edilizio esistente diviene rilevante e intrinsecamente
connesso con il tessuto sociale.
- Il secondo: il patrimonio dei centri storici rappresenta uno spazio urbanistico, da
rivitalizzare e riqualificare perché è importante strategicamente nel contesto cittadino.

Al concetto di centro storico non corrisponde dunque una precisa definizione nel diritto
urbanistico, Il termine non è altro che una sintesi verbale (e non una nozione giuridica) utilizzata
per raggruppare la porzione più antica delle città. si va dalle ipotesi in cui all'interno del centro
storico sono ammessi solo certi tipi di interventi edilizi e di strumenti urbanistici, ma spetta al
comune individuarne dei nuclei antichi. Si è posto il problema se attraverso la disciplina
urbanistica, oltre a vincolare la trasformazione dell'edificato sia possibile anche condizionare
le attività economiche situate nel centro storico che tradizionalmente contribuiscono alla sua
riconoscibilità. La risposta non può che essere negativa poiché l'attività economica non è
oggetto dell'urbanistica.

62. La disciplina urbanistica per le zone agricole

Anche se fin dalle origini la disciplina urbanistica ha dovuto misurarsi con il rapporto città-
campagna, E per lungo tempo le campagne avevano modifiche solo a discapito di queste, solo
di recente sono stati introdotti forme dirette di tutela per le zone agricole. Prima della legge
ponte non vi era l'obbligo di richiedere la licenza edilizia fuori dai centri abitati. Secondo la
giurisprudenza con “verde agricolo” si intende impedire l'edificazione privata conservando
l'utilizzazione in atto, il verde agricolo non è destinato obbligatoriamente all'agricoltura.

A partire dagli anni 70 diversi piani urbanistici comunali introducono prescrizioni secondo cui
nelle zone agricole si possono realizzare soltanto impianti e strutture finalizzate all'agricoltura,
le uniche trasformazioni ammesse erano quelle inerenti all'attività di coltivazione. In una
seconda fase il legislatore regionale comincia a disciplinare anche i contenuti necessari dei
piani urbanistici, ai comuni aspetta comunque l'individuazione della zona agricola. È presente
poi una divisione di territori agricoli in zona di montagna collinare pianeggiante fino a zone
spopolate, inoltre vengono previsti e incoraggiati gli interventi di recupero conservazione il riuso
del patrimonio edilizio esistente.
CAPITOLO 10

63. Il diritto urbanistico e le proprietà private

Uno dei problemi centrali del diritto urbanistico è quello del rapporto tra poteri amministrativi e
proprietà private, La tutela delle proprietà private costituisce uno dei momenti di affermazione
dello Stato di diritto. Solo la legge può limitare o conformare la proprietà privata alle finalità
sociali.

64. Basi costituzionali della proprietà

la proprietà, pur essendo tutelata dalla Costituzione italiana dall’art. 42, non è più considerata
un diritto assoluto. Spetta ai poteri amministrativi stabilire il concreto contenuto del diritto del
proprietario sul proprio bene, sono i poteri pubblici e le amministrazioni a determinare come il
proprietario può usufruire del bene. Il proprietario di un'area urbana identificata può esercitare
il proprio ius aedificandi Solo dopo che l'amministrazione comunale abbia deciso, attraverso il
piano urbanistico, la destinazione di quell'area, che potrebbe risultare anche inadatta
all’edificazione. Rimane il PROBLEMA della garanzia della proprietà e dell'individuazione di un
punto di equilibrio tra esigenze di funzionalizzazione sociale e tutela dei proprietari. In questo
caso si fa appello al concetto di contenuto minimo del diritto di proprietà che, anche se
previsto dalla legge, non esiste alcuna indicazione per quanto riguarda la sua identificazione.

65. I vincoli urbanistici. Tipologie

I vincoli urbanistici, che impongono l’inedificabilità assoluta o relativa disposta dai


piani territoriali, sono ancora oggi oggetto di dibattito riguardante la loro legittimità, in
quanto vanno a svantaggio del proprietario del bene che ricade in tali aree, intaccando
così il contenuto minimo del diritto di proprietà. Esistono due tipi di vincoli,

Vincoli strumentali (usato dalle amministrazioni per attuare le disposizioni del PRG)

- Vincoli localizzativi (emanati direttamente dal PRG): comportano l’inedificabilità


delle aree in attesa che le stesse vengano espropriate per la realizzazione di
opere. Il vincolo rimane fino quando non interviene il provvedimento che
determina il trasferimento del bene del privato alla pubblica amministrazione, il
privato non può edificare perchè sarà poi l’amministrazione a edificare.
- Vincoli di rinvio: si differenziano dal primo perché non definiscono il contenuto
del diritto di proprietà, che è invece al piano attuativo.

Vincoli sostanziali: l’inedificabilità è posta in via definiva, non può edificare ne il


privato ne il pubblico.

66. Il regime giuridico dei vincoli urbanistici

Una grande mancanza da parte della legge urbanistica sta nel non prendere in
considerazione ne il problema della durata dei vincoli strumentali ne il problema di
eventuali forme di indennizzo per il fatto di imporre tali veicoli. Il problema è stato preso
in considerazione tempo dopo con la teoria dell’espropriazione “sostanziale” che si
basa sui primi commi dell'articolo 42 della costituzione, essi stabiliscono che le
proprietà private può essere espropriata per motivi di interesse generale, viene anche
attribuito alla legge la determinazione dei limiti alla proprietà privata allo scopo di
assicurarne la funzione sociale.

per essere legittimi, vincoli urbanistici, dovrebbero essere soggetti ad indennizzo


(pagamento nei confronti di qualcuno per rimediare ad un danno/una perdita subita)

L’art. 2 della legge del 19 novembre 1968 prende in considerazione solo il problema
della fissazione di un limite temporale, stabilendo che il PRG entro 5 anni perdeva
qualsiasi effetto se non venivano approvati in tempo di piani particolareggiati. Questa
disposizione è stata poi abrogata del Testo Unico delle espropriazioni che dichiarava
che il vincolo con finalità d’esproprio ha la durata di 5 anni; quindi, nei cinque anni a
venire doveva avverarsi la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera che funge da
approvazione del piano.

67. I vincoli morfologici e ricognitivi

presentano due categorie

La prima: vincoli da osservare nelle zone a carattere storico, ambientale e paesaggistico, e


sono indicati nel PRG.

Si dibatte sui vincoli presenti nel PRG: I vincoli che il PRG deve indicare sono solo quelli già
definiti mediante i procedimenti previsti dalla specifica normativa settoriale (cosiddetti vincoli
eteronomi). Oppure se il PRG possa disporre di vincoli ex-novo

La seconda: sono vincoli da osservare in tutte quelle discipline di tutela del territorio hanno
come scopo la tutela del territorio e non la sua modifica, di fatto possono tutelare un bene
(paesaggistico, culturale e l’ambiente) e rinviare ad una successiva per la tutela di questi beni.

La Corte costituzionale ha elaborato una teoria la quale I vincoli morfologici risultano estranei
alla tematica espropriativa, infatti, i beni “ambientali” sono una categoria che originariamente
è di interesse pubblico. Il vincolo non intacca il contenuto minimo della proprietà

68. La scadenza dei vincoli urbanistici

Dopo la scadenza dei vincoli urbanistici trascorso il quinquennio, nascono due questioni:

La disciplina urbanistica dell’area interessata: Una volta che scadeva un vincolo, un


territorio rimaneva essenzialmente senza una prescrizione urbanistica, visto che un territorio
non può rimanere in assenza di prescrizioni, la giurisprudenza ha utilizzato gli standar Ope
Legis, previsti dalla legge ponte, per incentivare il comune nell’emanazione di un piano
regolatore.

Qual'ora l’amministrazione voglia prolungare un vincolo deve essere rilasciata una procedura
che giustifichi l’interesse. La Corte costituzionale ha dichiarato che non è costituzionalmente
accettabile che l'amministrazione rinnovi un vincolo scaduto senza prevederne un indennizzo
al proprietario. questo tipo di vincolo è visto dalla Corte come un'espropriazione larvata, cioè
come una limitazione dei diritti di proprietà che deve essere compensato economicamente.
L‘indennizzo deve essere proporzionato in base al danno effettivo subito nei confronti del
proprietario, qualora l'amministrazione non provveda a questo indenizzo, il proprietario ha
diritto di richiedere il pagamento all'amministrazione, in casi in cui non lo riceva può rivolgersi
al giudice della corte d’appello.

69. L’espropriazione e l’indennizzo

I vincoli urbanistici in senso stretto sono quelli localizzativi ovvero quelli strumentali ed
un successivo intervento per la realizzazione di un'opera pubblica. si parla anche di
vincoli preordinati all'espropriazione, l'amministrazione per realizzare l'opera deve
acquisire le aree interessate con due atti collegati (atti disciplinati dal testo unico
dell'espropriazione):

1) la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera stessa


2) decreto espropriativo

La prima: il testo unico in materia d'esproprio prevede nell'articolo 12 che la


dichiarazione di pubblica utilità si ritiene disposta quando l'autorità espropriante
approva il progetto definitivo dell'opera pubblica, ovvero quando ha approvato un piano
attuativo.

La seconda: approvato il progetto dell'opera si dà inizio al procedimento espropriativo,


che è definito con il trasferimento del bene alla pubblica amministrazione.

L'indennizzo in grandi linee si basa sul valore del territorio con le regole del libero
mercato.

- In un territorio in cui si vuole costruire un’opera di valore economico sociale,


l’indnnizzo è del 25% in meno.
- Per i territori di agricoltura il valore dell’indennizzo è pari al valore del terreno
tenendo anche conto delle colture dei territori circostanti.
CAPITOLO 12

74. L’amministrazione per accordi. Profili generali

Gli accordi ad oggetto pubblico sono previsti e disciplinati dagli art.11 e 15 della legge sul
procedimento amministrativo, questo fenomeno è definito amministrazione per accordi e un
suo elemento fondamentale, è che presenta una pluralità di amministrazioni pubbliche
portatrici di interessi diversificati sul territorio. I rapporti contrattuali riguardano sia la
collaborativa tra più amministrazioni, sia per regolare i rapporti tra amministrazioni e privati.

Il diritto positivo: tende a favorire la collaborazione tra le amministrazioni finalizzate al


raggiungimento di un risultato comune.

A livello giuridico si parla di accordi amministrativi o contratti ad oggetto pubblico o contratti di


diritto pubblico. Che essenzialmente sono contratti di determinazioni consensuali da cui
derivano reciproci obblighi per i soggetti che vi partecipano.

Gli accordi relativi ad un procedimento si distinguono in:

1) Accordi procedimentali: condizionano il contenuto del procedimento e non sono


previsti dalla legge, prima questi erano considerati meri accordi ufficiosi, mente oggi
sono molto rilevanti
2) Accordi sostitutivi: il provvedimento viene sostituito dal contratto, es: cessione
volontaria del bene immobiliare destinato all'espropriazione.
3) Contratti accessivi: non incidono sul contenuto del provvedimento, ma lo affiancano.
serve per regolare aspetti patrimoniali ed è un contratto di diritto privato.

75. Accordi amministrativi

Il fondamento della collaborazione tra amministrazioni sta nell'esigenza di coordinare una


pluralità di interessi che il legislatore ha attribuito alla tutela di una pluralità di amministrazioni.
Esistono due tipi di accordi organizzativi:

intesa tra due o più amministrazioni: sul contenuto di un certo provvedimento che una di
esse ha il compito di emanare.

Accordo di Programma: previsto dall’art.34 del testo unico sull’ordinamento degli enti locali.
Le amministrazioni si impegnino a conseguire un interesse comune, come ad esempio
definizione o attuazione di opere, è promosso dal presidente della Regione (anche in caso di
interessi statali) o Provincia o il Sindaco. Questi accordi si assicurano che tutte le loro azioni
avvengano in modo coordinato (nei tempi e nelle modalità). Il loro accordo deve essere
verificato e questo avviene tramite una conferenza dei servizi. L'accordo deve terminare con
un consenso nanime del consenso di tutte le amministrazioni. Per finire ci deve essere una
vigilanza sull’esecuzione dell’accordo fatto da organismi collegiali nel caso di inadempimento
delle amministrazioni.

La conclusione degli accordi di programma produce (nel caso in cui tra le finalità del
programma vi sia la localizzazione di opere) l'abrogazione delle eventuali prescrizioni
urbanistiche comunali (vincoli credo) in contrasto con la realizzazione del programma stesso
nonché la sostituzione anche dei permessi di costruire.

76. La fissazione negoziata delle prescrizioni urbanistiche

Si tratta di un meccanismo previsto dalla normativa italiana (in particolare dall’art. 11 della
legge 241/1990) che consente all’amministrazione pubblica di accordarsi con i privati su
come pianificare e organizzare lo sviluppo del territorio. L’amministrazione può discutere e
definire insieme ai privati le regole per l’urbanizzazione, questi accordi possono anche
prevedere, ad esempio, che un privato ottenga la possibilità di aumentare la volumetria di un
edificio se, in cambio, cede una parte dell’area per usi pubblici o accetta oneri economici
aggiuntivi.

Se il piano urbanistico nasce dall’iniziativa del privato, il progetto approvato può anche portare
a modifiche del PRG, influenzando la conformazione del territorio.

Capitolo 13

77. Controllo comunale sull’uso del suolo

Nel 1935, per la prima volta la norma statale impose l’obbligo di richiedere una licenza edilizia
per le nuove costruzioni nella cinta urbana, L’art. 31 della legge urbanistica, generalizza
imponendo una licenza edilizia per tutte le costruzioni all’interno della cinta comunale.

Nel 1967, con la legge ponte l’obbligo viene esteso su tutto il territorio comunale, anche nelle
zone agricole.

Nel testo unico vengono distinti due tipi di interventi:

1. Interventi costituenti trasformazioni edilizie e urbanistiche del territorio: hanno bisogno


del permesso di costruire; quindi, c’è l’obbligo di un versamento del contributo di
urbanizzazione, sanzioni in caso di abusivismo.
2. Interventi di minore importanza: non comportano trasformazioni ne sanzioni per
abusivismo.

Dal testo unico troviamo pure una distinzione dettata dall’art 3.1 tra le opere di semplice
recupero e le opere di nuova costruzione:

- Semplice recupero: manutenzioni, restauro e risanamento


- Opere di nuova costruzione: in questo caso si pone il problema di identificare una
definizione sostanziale di opera a trasformazione urbanistica. Per la giurisprudenza il
criterio da seguire è quello della stabilità fisica e funzionale dell’opera da realizzare.

Bipartizione del titolo edilizio: Interventi di pianificazione urbanistica (permesso di costruire


rilasciato dal comune), interventi minori (segnalazione certificata di inizio di lavori).

78. Il mutamento di destinazione d’uso degli immobili senza opere a ciò preordinate

La giurisprudenza ha ritenuto che soltanto le modifiche fisiche degli immobili rientrassero nella
sfera della disciplina urbanistica, però, si è visto poi che anche alcune nuove utilizzazioni degli
immobili già esistenti potevano essere in grado di incidere sull'assetto urbanistico. per
marginare questo problema il legislatore ha dichiarato che sono le Regioni ad avere il compito
di stabilire quali modifiche necessitano del permesso di costruire e quali della denuncia di
inizio attività, in pratica sono le regioni che devono stabilire quali interventi hanno bisogno
di scia o permesso.

79. Le attività edilizie sul patrimonio edilizio esistente.

Sul patrimonio edilizio esistente oltre agli interventi di recupero e le nuove costruzioni, è
presente anche quella di ristrutturazione edilizia, nel TU sono presenti due tipo di
ristrutturazione edilizia: Propriamente detta, una innovativa, gli interventi di ristrutturazione
edilizia comprendono il riprestino o la sostituzione di alcuni elementi dell’edificio,
l’eliminazione o la modifica di impianti o una demolizione e una ricostruzione con la stessa
volumetria.

L’art. 10.1 del TU riconosce anche la categoria degli interventi di ristrutturazione innovativa tra
gli interventi di trasformazione del territorio, sono interventi che portano ad un edificio del tutto
o in parte diverso dal precedente.

Tra gli interventi di manutenzione straordinaria rientrano le opere e le modifiche


necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici sempre che non
modifichi i volumi, le superfici e la destinazione d'uso.

Gli interventi di restauro e di risanamento conservativo sono rivolti a conservare


l'organismo edilizio, ma consentono destinazioni d'uso diverse compatibili con l'edificio. La
differenza tra risanamento e ristrutturazione: nel primo caso si vuole conservare l'edificio,
nel secondo lo si vuole trasformare anche del tutto. Inoltre, mentre la ristrutturazione può
comportare un MUTAMENTO di destinazione d'uso di qualsiasi genere, il risanamento
conservativo deve garantire la CORRENZA con le caratteristiche preesistenti.

Infine, la manutenzione straordinaria non può comportare, per espressa disposizione


normativa, alcuna modifica delle destinazioni d'uso.

80. L'onerosità differenziata del permesso di costruire

il permesso di costruire dipende molto dalla categoria funzionale, è oneroso e va pagata al


comune.

Costo di costruzione: (In alcuni casi sono sostituiti da prescrizioni d'altro tipo) è una quota
che il richiedente deve versare, vengono stabiliti periodicamente dalla regione (e in alcuni
casi dal comune) in base a ciò che si vuole costruire. Per edificazioni già esistenti il costo lo
sceglie il comune in base a diversi tipi di attività es. Commerciale, turistica ecc. Per opere a
carattere industriale e artigianale questo costo non deve essere pagato, mentre per opere a
fine turistico o commerciale il costo non supera il 10% del costo documentato.

oneri di urbanizzazione: (opere primarie e secondarie) chi beneficia di un'attività di


trasformazione urbanistica deve farsi carico dei costi derivanti dalle esigenze di spazi e
servizi chi l'ha trasformazione genera. Le opere ad uso industriale o artigianale, è previsto
un altro contributo: Di protezione ambientale.
A volte il contributo per il permesso di costruzione è sostituito da prestazioni di altro tipo, si
va a cercare una convenzione tra il comune e il richiedente del permesso, si stipula una
convenzione con cui il richiedente del permesso si impegna ad applicare i prezzi di vendita
e canoni di localizzazione determinati in conformità ad una convenzione elaborata dalle
Regione. In tal caso il privato è esentato dal versamento delle quote del costo di costruzione

81. Natura giuridica del permesso di costruire ed evoluzione della fattispecie

Prima si parlava di concessione edilizia, attraverso questa concessione lo Stato attribuiva


al proprietario un diritto non compreso nelle sue facoltà. In seguito, è nato il concetto di
Licenza edilizia, che ha carattere autorizzatorio e non concessorio del provvedimento. I
giudici parlano anche di atto dovuto ovvero la concessione edilizia è dovuta quando non
sussistono norme vigenti che lo impediscono. All'amministrazione non spetta altro che
verificare se il progetto corrisponde o meno alle previsioni urbanistico-edilizio. La funzione di
costruire è di controllo di legittimità senza alcuna funzione conformativa, salvo nell’ipotesi di
“permesso di costruire deroga”.

82. La segnalazione certificata di inizio attività

È la Segnalazione certificata di inizio attività, è stata introdotta con la legge finanziaria nel
1997. l'inizio dell'attività è immediato e l'amministrazione ha 30 giorni per intervenire, e
accertarsi che sia tutto in regola e in caso può adottare anche dei provvedimenti di divieto
dell'attività. può intervenire anche dopo 30 giorni però in via di autotutela, può anche
procedere con una promozione dell’attività se dovesse essere presente un vizio di
illegittimità; infatti, la scia è un atto amministrativo e non privato, essa non è un
provvedimento, non è emanato dalle amministrazioni in quanto il privato che comunica alle
amministrazioni la volontà di avvalersi del diritto di costruire. Attività non può assoggettare
all’autorizzazione per questo si parla liberalizzazione

La scia deve essere fatta ogni volta che si vuole apportare modifiche qualcosa (Interventi
che non comportano trasformazioni urbanistiche ed edilizie del territorio), come:

- Manutenzione straordinaria
- risanamento conservativo
- restauro/ ristrutturazione

Secondo il decreto legislativo del 2002 può essere anche fatta in sostituzione del
permesso di costruire per:

- Ristrutturazione edilizia che aumenta la volumetria


- interventi di nuova costruzione o di ristrutturazione previsti dai piani urbanistici
- interventi di nuova costruzione per attuare prescrizioni del PRG

Quindi:

- Per recupero edilizio: tendenzialmente assoggettati alla scia.


- Trasformazioni urbanistiche: tendenzialmente serve il permesso di costruire.
- CILA: comunicazione di inizio lavori asseverati, titolo “residuale” ovvero
trasformazioni non subordinate di permesso di costruire che non sia SCIA o
trasformazioni libere.
Le opere realizzate devono essere conformi agli standard di pianificazione e devono rispettare
norme igienico-sanitarie. se il progetto non è in regola il comune ha 30 giorni per emanare
l'inibizione dell'effettuazione dei lavori.

Nel caso in cui le attività dei privati vadano a danneggiare dei terzi, essi possono mostrare
l'interesse legittimo in due modi:

- possono impugnare la SCIA come provvedimento amministrativo di fronte al giudice


amministrativo per un'interpretazione manipolativa della LPA, nuova normativa tuttavia
impedisce di impugnare la SCIA come provvedimento, posso solo sollecitare
l'amministrazione
- I terzi danneggiati possono presentare un ricorso al giudice per "condannare
l'amministrazione ad agire", se la richiesta viene accolta, l'amministrazione sarà
obbligata ad adottare i provvedimenti necessari, come ad esempio l'emissione di
un'ordinanza di inibizione dei lavori, per fermare o correggere le attività che causano il
danno.

La SCIA e una dichiarazione del privato che si avvale del diritto di costruire, non è un vero e
proprio titolo edificatorio, come il permesso di costruire; infatti, questo tipo di attività è
considerata “libera” nei limiti di ciò che è lecito, se dovessero sfociare nell'illecito sarebbero
immediatamente.

83. L'autorizzazione unica per gli insediamenti produttivi

Sono attività che riguardano la produzione di oggetti (non attività commerciali), per favorire lo
sviluppo imprenditoriale il legislatore tratta queste attività attraverso uno “sportello” unico,
riassume gli atti necessari a realizzare un impianto produttivo, (riassume gli atti necessari da 45
a 12 servizi comunali e 25 amministrazioni non comunali).

Il decreto legislativo 1998: attribuisce ai comuni tutte le funzioni amministrative per la


realizzazione, l'ampliamento, e la localizzazione di impianti produttivi (incluso il permesso di
costruzione). Dà indicazioni su come il comune deve agire e prevede un procedimento unico
per l'inserimento di attività produttive, questo procedimento contiene l'assenso delle altre
amministrazioni, necessarie per dare l'avvio al progetto.

Un'unica struttura è il responsabile del procedimento e il comune si assicura che tutti gli
interessati possano accedere (anche in via telematica) ai dati riguardanti le pratiche di
autorizzazione, per questo si crea lo sportello unico.

La disciplina del procedimento unico è stata disciplinata dal regolamento di semplificazione,


questo dice che la localizzazione (ampliamento e ristrutturazione) possono avvenire con due
procedimenti diversi (In entrambi i casi il responsabile e il comune):

- Ordinario: un procedimento unico che assorbe tutti gli atti di assenso delle altre
amministrazioni che l'interessato avrebbe dovuto procurarsi da sé
- Autorizzato:
Il procedimento è molto rapido in quanto entro 30 giorni lo sportello unico deve pronunciarsi e
concedere o meno l'autorizzazione, o indicare una conferenza dei servizi qualora sia
necessario acquisire intese, nulla osta, assensi di diverse amministrazioni.

a prescindere da chi lo fa l'esito del provvedimento vale come titolo unico per realizzare l'opera
in cui è assorbito anche il permesso di costruire.

84. L'accertamento di conformità sulle opere pubbliche d’interesse statale e sulle


opere comunali.

Per le opere di interesse pubblico è necessario il permesso di costruire che può assumere
anche il valore di permesso in deroga ai piani urbanistici, Il permesso e consentito dopo una
delibera del consiglio comunale.

Deroga: modifica consentita riguarda i limiti di densità edilizia, altezza e distanza tra fabbricati.
Successivamente è stata estesa a interventi di ricostruzione ma deve essere riconosciuto
l'interesse pubblico dell'intervento di rigenerazione urbanistica e richiede una motivazione
puntuale (Questo perché va un po in contrasto con i contenuti previsti dal piano). il comune
deve valutare gli interessi per individuare un interesse pubblico prevalente su quelli dei piani
urbanistici, per questo è un atto di micro-pianificazione.

Per le opere pubbliche eseguite da amministrazione statale al posto del permesso di costruire
c'è un provvedimento di competenza statale, che è essenzialmente un accertamento di
conformità ai piani urbanistici

Per le opere di competenza comunale basta la validazione del progetto da parte di un


responsabile del procedimento.

l'accertamento di conformità tra opere il lavoro spetta al ministero delle infrastrutture.


successivamente la legge statale ha aggiunto che l'accertamento deve essere fatto tra lo Stato
d'intesa e le regioni interessate. Gli organi dello Stato competenti dell'accertamento sono i
provveditori ai lavori pubblici presenti in ogni regione.

85. Struttura del procedimento di rilascio del permesso di costruire

È ad iniziativa di parte, ma solo i soggetti che hanno un "titolo" possono richiederlo. In


particolare, ne hanno diritto coloro che possiedono diritti reali di godimento e coloro che
detengono diritti relativi, pur non essendo proprietari del fondo, a condizione che dal
contratto emerga la volontà di attribuire loro tale potere.

Nella fase istruttoria il comune deve accertarsi che colui che richiede il permesso sia
legittimato a farlo

Fase istruttoria: in questa fase lo sportello unico comunale esamina le domande in ordine di
presentazione e comunica ai richiedenti il nome del responsabile del procedimento. non
vengono valutati gli interessi pubblici e privati come succede solitamente nell'istruttoria, ma
vengono acquisiti fatti di legittimazioni relative al richiedente perché sono procedimenti non
discrezionali.
Con lo sportello unico si acquisiscono atti di consenso di altre amministrazioni. Mentre la
conferenza di servizi subentra quando devono essere acquisite autorizzazioni paesaggistiche in
zone sismiche o di altro tipo.

L'interessato può provare modeste modifiche al progetto, motivandole entro 15 giorni per
chiarire le “prescrizioni” del provvedimento. queste prescrizioni non hanno natura
discrezionale, ma indirizzano il progetto al rispetto della disciplina edilizia urbanistica. per i
progetti complessi il tempo può essere raddoppiato alla fine della fase istruttoria si forma la
una proposta di provvedimento. Il dirigente adotta il provvedimento e, visto che non è
presente margine discrezionale, il rilascio è determinato esclusivamente dall'istruttoria. nel
caso in cui venga respinto l'amministrazione deve giustificare la risposta, è presente pure il
silenzio-assenso per l’accettazione se l’accetta, salvo in casi in cui ci sono vincoli.

Il permesso rilasciato in “sanatoria” si verifica quando l'opera viene realizzata abusivamente,


ma nel rispetto delle prescrizioni urbanistiche, si possono verificare due ipotesi:

- Demolizione
- In doppia conformità quindi paga due volte, colui che ha realizzato l'opera può
conseguire il permesso in via successiva.

86. Le vicende successive al rilascio del provvedimento

Una volta emanato il permesso di costruire si instaura un rapporto giuridico tra il richiedente e
l’amministrazione finché non viene conclusa l'opera, Fino ad allora il permesso non può essere
revocato; tuttavia, Questo rapporto può subire modifiche o dalla legge o da iniziativa
dell'interessato.

Pronunciandosi sull'approvazione del provvedimento, il comune possiede comunque un


margine di opinabilità (rilascia pareri vincolanti, che di basano sulle prescrizioni, ad esempio, il
piano del parco ecc.), questo potrebbe comportare incongruenza tra la natura del
provvedimento è lo schema normativo (perché le opinioni possono tralasciare alcune leggi che
invece andrebbero prese in considerazione), il provvedimento diventa illegittimo. Per tutti i
provvedimenti viziati si ha un annullamento del permesso, con effetto ex tuc, quindi come se
non fosse mai esistito.

una volta annullato il provvedimento, L'edificio diventa abusivo, l'annullamento può essere:

- di parte, presentato da terzi


- D’ufficio, Quindi disposto o dal comune o dalla regione, senza l'intervento di altre
amministrazioni, può essere emanato purché ci sia un interesse pubblico verso la
rimozione dell'opera. Il comune soppesa l'interesse pubblico con quello del
richiedente e può fare uso della sua discrezionalità, inoltre deve essere emanato entro
un tempo non superiore a 12 mesi. anche la regione può annullare il permesso e
nell'attesa di ciò può sospendere i lavori, ma se entro sei mesi non viene emanato
l'annullamento, il divieto di lavori perde efficacia.

l'annullamento di un provvedimento può essere parziale quindi non riguardare l’intera struttura
e riguardare solo una parte dislocata.
87. Decadenza proroga e rinnovazione

La decorrenza del tempo può causare la decadenza dei permessi, il testo unico prevede
un tempo massimo di inizio e fine lavori che va da 1-3 anni. Solo per opere di mole consistente
si può fissare un tempo più lungo. se non vengono rispettati i termini, il permesso decade e
l'amministrazione deve motivare e dichiarare la decadenza. (con “inizio lavori” si intendono
attività edilizie concretamente necessarie e preordinate all'opera autorizzata).

Proroga: l'interessato, se non ha finito, può richiedere una proroga del permesso, prima della
fine dei tre anni, qualora il ritardo non sia dipeso da lui.

Rinnovazione: (segue lo stesso procedimento consueto per il permesso), se il ritardo dipende


da lui, all'onere di richiedere un nuovo permesso, attinente alla parte non finita, da qui si
scaturisce un rapporto differente (si ha un ricalcolo degli oneri da pagare). se nel frattempo c'è
un mutamento alla disciplina urbanistica con cui il progetto diventa in contrasto, il
permesso non viene rilasciato. questo vale sia se si fa ritardo nel finire che nell’iniziare (se
non inizio a costruire entro 1 anno), se il progetto entra in contrasto con nuove prescrizioni
urbanistiche non può essere iniziato. Tuttavia, se i lavori sono effettivamente iniziati, la
decadenza non si avvera (i lavori devono comunque finire entro 3 anni).

Se eri responsabile costruisci su zone vincolate senza l'autorizzazione, deve demolire e


ripristinare lo stato originale dei luoghi di tasca sua.

il permesso è trasferibile (insieme all'immobile) ai suoi successori che acquistano il diritto di


edificare, questa procedura prende il nome di voltura e va comunicata all'amministrazione, si
andrà a creare un nuovo rapporto tra amministrazione e proprietario successore.

88. Varianti

Nel permesso possono essere riconosciute esigenze tecniche che non si erano valutate, che
non risultano conformi al progetto iniziale.

spesso le varianti si configurano come veri e propri provvedimenti, separati da quello del
progetto.

varianti proprie: durante lo svolgimento del progetto possono sorgere esigenze non previste. In
questo caso è detta propria perché non incide sui parametri del progetto iniziale, non altera la
destinazione d'uso e rispetta il disegno globale del progetto originale. conserva i tratti
essenziali.

varianti improprie: richiedono nuovo permesso di costruire, di conseguenza si crea un nuovo


rapporto tra privato e amministrazione, questo perché le opere da realizzare non possono
essere ricondotte al progetto iniziale. il nuovo progetto deve essere conforme alle
prescrizioni urbanistiche pervenute nel tempo.

89. Coordinamento con le altre forme di controllo sull’uso dei suoli

Molto spesso non è sufficiente il permesso di costruire perché il suolo è oggetto anche ad altre
discipline che concorrono con quella urbanistica nell’assetto territoriale. Ogni amministrazione
deve dare il proprio assenso, e in caso positivo, si avviano i procedimenti che si svolgono in
parallelo (nello stesso momento), questi procedimenti riguardano la stessa area del suolo,
ma sviluppano interessi primari diversi. Gli esiti di tutti i procedimenti devono essere positivi.

Per risolvere il problema di coordinamento tra le amministrazioni, si ricorre alla conferenza dei
servizi decisoria, inoltre lo sportello unico deve curare tutti gli atti di assenso necessari per
realizzare l’opera. La conferenza dei servizi serve proprio ad acquisire questi atti di
assenso.

90. L'attività edilizia nelle zone sismiche

Per costruire in queste zone prima va fatto un controllo preventivo che ha due fasi: la denuncia
dei lavori (dichiarazione) e il rilascio dell'autorizzazione.

c'è l'obbligo di preavviso allo sportello unico comunale, che lo trasmette poi all'ufficio
regionale competente. insieme alla denuncia deve essere allegato il progetto e la dichiarazione
che quest'ultimo rispetti le prescrizioni tecniche ed urbanistiche. la regione rilascia
l'autorizzazione che viene trasmessa al comune ed entro 30 giorni deve essere trasmessa al
privato. Sulla domanda si forma il silenzio-assenzo, lo sportello unico deve comunque
certificare il rilascio dell’autorizzazione con un’attestazione al richiedente.

91. Le autorizzazioni “paesistico-culturale”

Il proprietario di un bene culturale o paesaggistico deve chiedere un’autorizzazione


presentando il progetto all’ufficio competente regionale e Locale o Statale.

In seguito alla richiesta, l’organo regionale deve accogliere il parere della sopraintendenza (il
suo parere è obbligatorio), che è vincolante finché la Regione, nei piani paesaggistici, non
emana delle prescrizioni d’uso riguardante i beni (nell’emanazione il piano deve comunque
tenere conto in grandi linee i pareri, che poi non saranno più vincolanti).

La fase di autorizzazione non è caratterizzata da valutazione di interessi, ma deve valutare le


misure di tutela, valorizzazione e gestione del bene. Il codice dei beni ritiene che
l'autorizzazione non equivalga al permesso di costruire, ma che senza quest'ultima i lavori non
possono essere iniziati, è un atto distinto del permesso di costruire, il permesso di costruire
non può essere rilasciato se prima non vi è questa autorizzazione.

l'autorizzazione per i beni storici culturali è detta sopraintenditizia, ha la stessa natura


tecnico-valutativa e ha lo stesso rapporto di quella precedente con il permesso di costruire.
Deve essere rilasciata entro 120 giorni e se non succede il richiedente può diffidare
l'amministrazione a provvedere. Se l'amministrazione non provvede entro 30 giorni dalla diffida,
il richiedente può agire contro il suo silenzio.

[Link] autorizzazioni di protezione naturalistica e l’autorizzazione “forestale”

• Protezione naturalistica (parchi nazionali): l’autorizzazione è sottoposta al doppio controllo,


da parte del comune e dell'ente parco che rilascia il nulla osta. Il nulla osta (autorizzazione) è
rilasciata prima del permesso di costruire.
Procedimento: si verifica la conformità del progetto con le previsioni del parco e con il
regolamento dell'ente parco, poi si rilascia il nulla osta entro 60 giorni, in caso di silenzio-
assenso viene rilasciato. i nulla osta rilasciati devono essere appesi all'albo dei comuni,
insieme a quelli respinti.

• L’autorizzazione forestale è necessaria per zone gravate da vincoli idrogeologici,


l'autorizzazione individuata nelle leggi regionali, inoltre dell’art.7 è presente il divieto di
trasformare il bosco in altra qualità di coltura (non essendo assoluto il divieto può essere
rimosso da un'autorizzazione dell'amministrazione). Con “altra coltura” si intende ogni
mutamento della destinazione produttiva; quindi, anche la trasformazione della coltura
nell'area specifica occupata dall'edificio, per tutte queste tipologie di trasformazione c'è
bisogno dell'autorizzazione.

93. Le autorizzazioni “ambientali” in senso stretto e la valutazione di impatto


ambientale.

Oltre al permesso di costruire e l’autorizzazione necessarie, il soggetto potrebbe necessitare di


ulteriori autorizzazioni non riguardanti le trasformazioni fisiche ma la tutela dell’ambiente,
intesa come tutela verso l’inquinamento del territorio (acque, suoli ecc).

Soprattutto relativi agli insediamenti di tipo produttivo per i noti danni che procurano verso
l’ambiente.

Il comune, se il progetto presentato è in regola con le prescrizioni del PRG, deve rilasciare il
permesso, non potendolo negare per gli effetti inquinanti del progetto. È importante però che
l’imprenditore abbia tutte le autorizzazioni di competenza regionale riguardo l’ambiente.

Per gli impianti di eliminazione dei rifiuti l’imprenditore deve ottenere sia l’autorizzazione
regionale per lo smaltimento sia la “Pronuncia di compatibilità ambientale” che viene rilasciata
dal ministro dell’ambiente. Queste trasformazioni necessitano della VIA (valutazione di
impatto ambientale), al fine di valutare gli impatti ambientali, l’imprenditore deve fornire uno
studio accurato della situazione ambientale dove vuole intervenire.

VIA: provvedimento a sé che deve essere interato nell’autorizzazione di un progetto. prima di


concedere l’autorizzazione, le autorità devono verificare, attraverso una fase istruttoria
articolata, dove viene redatto uno studio d’impatto che analizza in dettaglio le possibili
conseguenze ambientali. È importante che vi sia la partecipazione degli interessati, ossia di
tutti i soggetti o comunità che potrebbero essere influenzati dal progetto. La VIA contiene le
motivazioni della scelta della Regione.

L'articolo 7 stabilisce che alcune opere (come centrali termiche o idroelettriche) rientrano sia
nelle competenze statali che in quelle regionali per la VIA. Per alcuni progetti viene eseguito
prima un controllo iniziale, chiamato "verifica di assoggettabilità", per capire se è necessario
sottoporli alla VIA.

93. Il certificato di agibilità


Il certificato di agibilità è un’attestazione delle condizioni di sicurezza, igiene, risparmio
energetico ecc. e della conformità dell’opera al progetto.

Entro 15 giorni dalla fine dei lavori, il titolare deve presentare il certificato allo sportello unico,
insieme alla dichiarazione di un professionista abilitato riguardante la sussistenza delle
condizioni dell’opera (e il certificato di collaudo). Le Regioni e gli enti locali disciplinano le
modalità di svolgimento dei controlli riguardanti le condizioni dell’opera dichiarate nel
certificato, in caso di segnalazione.

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