Tesi
Tesi
ECONOMIA
Innovazione e Sostenibilità:
Proposta di un modello di valutazione strategica integrato
con i criteri ESG.
Relatrice/Relatore Laureando
Marianna Gilli Marco Schettino
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Abstract
L’obiettivo di questo elaborato è analizzare i tradizionali strumenti finanziari per la
valutazione dei progetti innovativi, riflettere sui limiti dei modelli quantitativi, capire in
che modo possano essere integrati con i criteri di sostenibilità (ESG) e affiancati ad una
visione strategica appropriata che riconosca l’impatto ambientale e sociale come un
nuovo paradigma per la creazione di valore.
L’obiettivo è costruire un ragionamento solido su come valutare l’innovazione proponendo un
approccio integrato alla strategia e alla sostenibilità, andando oltre i classici metodi finanziari
conosciuti.
È possibile “misurare” l’innovazione? Come farlo senza perdere di vista la sua natura
dinamica e trasformativa, soprattutto quando il successo è legato a benefici intangibili come la
reputazione e la resilienza?
Mediante un approccio teorico e critico basato su riflessioni maturate attraverso lo studio della
letteratura economica, la tesi si compone di un percorso articolato in quattro capitoli;
dapprima si analizza il quadro teorico dell’innovazione e il suo legame con la sostenibilità; si
approfondiscono poi i metodi di valutazione tradizionali, sia quantitativi che qualitativi;
successivamente si propone un framework per integrare i criteri ESG nel processo decisionale
e, infine, si offre una riflessione critica su ciò che i numeri da soli non riescono a catturare,
ossia il ruolo della visione strategica manageriale
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Indice
Introduzione ......................................................................................... 5
Capitolo 1 – Il Quadro Teorico: dall’Innovazione alla Sostenibilità
................................................................................................................ 7
1.1. L’innovazione come motore strategico del vantaggio competitivo ................................7
1.2. Le forme e i modelli dell'innovazione ............................................................................8
1.3. Il nuovo paradigma: dalla finalità strategica (Stakeholder) alla sua quantificazione
(ESG) ...............................................................................................................................10
Conclusioni ......................................................................................... 22
Bibliografia ......................................................................................... 24
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Introduzione
Al giorno d’oggi, parlare di innovazione è diventato imprescindibile quando si discute
di imprese e strategie di crescita. Nella quotidianità il concetto di innovazione si ritrova
continuamente in ormai tutti gli ambiti della società: educazione, sanità, sostenibilità,
comunicazione, servizi digitali, prodotti di consumo, ma è all’interno della realtà
aziendale che si manifesta la sua natura più complessa. Innovare non significa solo
“essere moderni”, adattarsi al progresso tecnologico, ma comporta fare scelte
strategiche, investire risorse, navigare nel campo dell’incertezza, poiché non sempre è
chiaro se un nuovo progetto riuscirà a portare benefici concreti o si rivelerà un
fallimento.
Come si può valutare un progetto innovativo in un’ ottica che tenga insieme
profitto e sostenibilità?
Questo interrogativo è il punto di partenza della presente tesi; con una visione
superficiale si potrebbe pensare che basti applicare qualche formula economica per
predire l'esito di un progetto innovativo, ma effettuarne una valutazione è in realtà
molto più complesso. I modelli tradizionali, basati su previsioni di flussi di cassa, sono
spesso miopi, faticano a quantificare il reale valore di benefici intangibili come il
miglioramento della reputazione o l’accesso a nuovi mercati “green” i cui risultati,
oltretutto, spesso si manifestano solo dopo diversi anni, considerando che i mercati sono
in continua evoluzione e cambiamento, oltre ad essere influenzati da variabili
difficilmente prevedibili. D'altro canto, è pero fondamentale riconoscere che molte idee
innovative possiedono un valore significativo anche in assenza di un profitto
immediato, qualora contribuiscano a rafforzare l’identità dell’impresa, migliorandone la
reputazione e aprendo in questo modo nuove opportunità di sviluppo.
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Drucker, P. F. Innovation and Entrepreneurship, Harper & Row, New York, 1985
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Questa frase racchiude l’essenza del presente lavoro di tesi, soprattutto se vediamo la
parola “benessere” in chiave più ampia: l’innovazione di successo non può essere più
solo quella che genera valore economico, ma deve essere lo strumento che va a definire
l’impresa stessa, che crea un valore condiviso: per l’impresa, per la società e per
l’ambiente.
Nella realtà aziendale innovare, può voler dire migliorare un processo esistente, adattare
un metodo, trovare una soluzione più efficiente o semplicemente guardare a un
problema da un punto di vista diverso. L’innovazione diventa il centro della strategia
aziendale, alimentando il miglioramento continuo di ogni aspetto dell’attività: dai
processi produttivi all’organizzazione interna, dalla comunicazione alla gestione di
risorse umane, fino all’espansione verso nuovi mercati.
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Capitolo 1 – Il Quadro Teorico: dall’Innovazione alla Sostenibilità
1.1. L’innovazione come motore strategico del vantaggio competitivo
Al concetto di innovazione si deve riconoscere una duplice natura: è una minaccia
costante alla sopravvivenza dell’impresa e, al tempo stesso, il suo più potente strumento
di creazione di valore; ambivalenza che rende l’innovazione un elemento tanto
affascinante quanto difficile da gestire.
Sono due le strategie che vengono individuate per conseguire tale vantaggio: la
leadership di costo, ottenuta attraverso l’efficienza e la riduzione dei costi senza
compromettere la qualità percepita del prodotto; e la differenziazione, basata
sull’unicità del prodotto o del servizio, che consente di applicare un premium price.
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L’innovazione è, quindi, il modo attraverso cui queste strategie possono essere
perseguite in modo efficace: l’innovazione di processo consente di migliorare la
produttività e ridurre i costi; quella di prodotto permette di costruire un vantaggio
competitivo attraverso unicità e valore percepito. Si può così definire l’innovazione,
come l’anello di congiunzione tra la distruzione creatrice e il vantaggio competitivo
sostenibile: da un lato rappresenta la forza esogena che sconvolge i mercati, dall’altro la
risposta endogena che consente all’impresa di governare tale cambiamento e trarne
beneficio (Porter, 1985).
1.2. Le forme e i modelli dell'innovazione
Una volta stabilito che l’innovazione è la leva fondamentale del vantaggio competitivo,
è necessario analizzarne le diverse forme. La letteratura manageriale ha proposto
diverse tassonomie per classificarne la portata giacché l’impatto strategico di un nuovo
progetto non è uniforme.
La distinzione più intuitiva è quella basata sull’intensità del cambiamento (Schilling &
Izzo, 2017):
La Radical Innovation rappresenta l’estremo opposto, una netta rottura con l’esistente.
Ha il potenziale per creare mercati interamente nuovi o di ridefinire quelli esistenti, dal
momento che si basa su una nuova scoperta scientifica o una tecnologia completamente
nuova; rende obsolete le competenze e gli asset delle imprese dominanti.
Esiste un paradosso ricorrente che questa dicotomia, sebbene utile, non riesce a
spiegare: perché le imprese leader di un settore spesso falliscono di fronte all’emergere
di nuove tecnologie? La risposta a questa domanda viene data da Clayton M.
Christensen(1997) con il suo concetto di Disruptive Innovation:
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La Disruptive Innovation inizialmente non viene valutata come un’innovazione
“migliore” secondo i parametri tradizionali; al contrario, al suo esordio offre prestazioni
inferiori sui parametri chiave, ma è resa attraente per una nicchia di nuovi consumatori
o per clienti meno esigenti che il leader di settore ignora perché introduce un pacchetto
di attributi diverso, spesso è più semplice, economica o più accessibile.
Qui emerge il famoso “Dilemma dell’innovatore”: le imprese leader sono sempre più
incentivate a soddisfare i loro migliori clienti, i quali pretendono sempre prodotti più
performanti; investire in una tecnologia disruptive, quindi rivolgersi a un mercato
marginale, potrebbe apparire come una decisione strategica ed economicamente
irrazionale; eppure il vantaggio si vede nel lungo periodo, infatti, evolvendo
rapidamente, la tecnologia disruptive arriva ad un punto in cui le sue prestazioni
diventano “sufficientemente buone” per il mercato di massa, “distruggendo” dal basso il
mercato dei leader che non hanno saputo reagire in tempo.
In particolar modo le imprese che operano in settori ad alta intensità tecnologica devono
saper anticipare il cambiamento. Studi sul modello adottato da leader come Apple,
evidenziano come la capacità di deviare dalle regole tradizionali del “gioco
concorrenziale” consente di creare un valore superiore per i clienti (Calvosa, 2011).
Per un’azienda la sfida non è più solo “innovare”, ma saper gestire la coesistenza tra
l’ottimizzazione del presente (Incremental) e la costruzione di nuovi mondi
(Disruptive).
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1.3. Il nuovo paradigma: dalla finalità strategica (Stakeholder) alla sua quantificazione
(ESG)
I quadri teorici analizzati in precedenza, pur fondamentali, si concentrano sul come
competere (Schumpeter,1982; Porter,1985) o sul come gestire la discontinuità
tecnologica (Christensen,1997). Ad oggi, però, il cambiamento più radicale del contesto
competitivo non è solo tecnologico, ma finalistico; riguardante il quesito: Per chi
l’impresa crea valore?
Alla prova dei fatti, le più avanzate ricerche accademiche dimostrano come i rating ESG
non vengono trattati come semplici etichette, ma analizzati come dati complessi,
applicando articolati algoritmi di raggruppamento per mappare i pattern spaziali e
temporali dei punteggi; questi dimostrano come la performance di sostenibilità sia una
variabile dinamica, influenzata in modo misurabile dalle coordinate geografiche e dai
rischi e policy ambientali specifici del territorio in cui opera (Morelli et al., 2024).
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Questo consolidamento di una nuova “scienza” della misurazione della sostenibilità
pone il management di fronte a un vuoto metodologico. Sono cambiate le finalità
strategiche e i sistemi di misurazione della performance ex-post si sono evoluti, ma gli
strumenti di valutazione ex-ante, usati per decidere oggi se finanziare o meno un
progetto innovativo, sono rimasti ancorati ad un paradigma precedente.
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Capitolo 2 - La Valutazione dei Progetti di Innovazione: i Metodi
Tradizionali
2.1. La sfida della selezione: perché valutare è un processo critico
Per stimare correttamente il valore di un progetto tenendo conto dei criteri ESG,
bisogna analizzare il quadro operativo. L’innovazione per un’azienda è una serie di
decisioni concrete di investimento; poiché non tutti i progetti innovativi possono essere
perseguiti, data la scarsità delle risorse disponibili-capitale, talento tecnico, tempo
manageriale- diventa centrale la fase di selezione: un processo ad alto rischio che funge
da filtro strategico per allocare risorse solo alle iniziative che promettono di generare un
maggior valore, in linea con gli obiettivi iniziali (Schilling & Izzo, 2017).
Le imprese si trovano di fronte a due rischi opposti: il rischio di Falso Positivo dove le
risorse sono investite in un progetto che si rivelerà un fallimento commerciale o tecnico;
e il rischio di Falso Negativo quando si scarta un progetto che avrebbe potuto avere un
grande successo, magari perché i suoi ritorni non erano immediatamente quantificabili,
lasciando campo libero ai concorrenti.
Per mitigare questi rischi, le imprese hanno sviluppato una serie di strumenti di
valutazione, che possono essere classificati in: quantitativi e qualitativi.
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I due metodi principali all’interno di questo criterio sono il Valore Attuale Netto (VAN)
e il Tasso Interno di Rendimento (TIR).
Il TIR è il secondo metodo più diffuso ed è definito come il tasso di attualizzazione che
rende il VAN di un progetto esattamente uguale a zero. In sintesi, rappresenta il tasso di
rendimento implicito di un progetto. Un investimento viene accettato se il suo TIR>k
perché indica che il rendimento generato supera il costo delle risorse impiegate.
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Il business plan risulta, quindi, essenziale per un’analisi di fattibilità completa di un
singolo progetto, ma la sua natura narrativa e complessa lo rende poco agile per un
confronto rapido tra decine di potenziali progetti. Per questo, il management ricorre a
strumenti qualitativi più snelli, tentando di distillare la complessità del Business plan in
metriche comparabili.
Se le checklist e gli scoring servono per il singolo progetto, la Mappa del portafoglio
R&S (fig.1) serve per valutare l’equilibrio strategico dell’intero portafoglio di
innovazione.
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Figura 1: Mappa del
portafoglio R&S
I progetti vengono classificati per assicurare che l’impresa non investa eccessive risorse
in progetti a breve termine e basso rischio (derivati), ma allochi risorse sufficienti ai
progetti breakthrough o di ricerca, vitali per la sopravvivenza futura.
Oggi la sfida è integrare un valore che è allo stesso tempo esterno, strategico e
quantitativo; i vecchi strumenti qualitativi essendo rivolti all’interno e non sono
equipaggiati per dialogare con le nuove metriche quantitative della sostenibilità, la cui
rilevanza è innegabile.
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2.4. Impatti su performance, rischio e competitività: i limiti della "cassetta degli
attrezzi"
L’accettazione cieca dei metodi finanziari e qualitativi tradizionali non è neutrale, ma
produce distorsioni sistemiche che impattano direttamente sulla strategia aziendale.
I limiti emergono su tre fronti critici:
-Rischio Sociale: interruzioni della supply chain dovute a problemi etici presso i fornitori;
perdita di "licenza di operare" da parte della comunità (Henisz, Koller, Nuttall, 2019).
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Capitolo 3 – Oltre i Numeri: un Framework di Valutazione Integrato
con i Criteri ESG
3.1. I Meccanismi Finanziari del Valore ESG
La principale obiezione all’integrazione della sostenibilità nella finanza aziendale è
sempre stata la sua presunta “impalpabilità”. Per superare questa barriera è necessario
comprendere i meccanismi di trasmissione attraverso cui una solida performance ESG
impatta direttamente le variabili finanziarie chiave.
Sono cinque le leve attraverso cui l’ESG crea un valore finanziario tangibile(Henisz et.
al, 2019).
La prima è la crescita della top-line (Ricavi). Automaticamente una forte proposta ESG,
da elemento reputazionale, diventa un driver commerciale. Consente l’accesso a nuovi
mercati e comunità, dove la “licenza di operare” è sempre più subordinata alla
performance sociale e ambientale. Inoltre permette di fidelizzare segmenti di
consumatori (B2C) e clienti aziendali (B2B) disposti a riconoscere un premium price
per prodotti sostenibili e filiere trasparenti.
Il secondo canale è la riduzione dei costi operativi. Questa è l’area in cui la Green
Innovation trova la sua applicazione immediata. L'innovazione di processo volta a
migliorare l'efficienza energetica, ridurre il consumo di acqua, ottimizzare gli
imballaggi o minimizzare i rifiuti si traduce in una riduzione immediata dei costi
operativi, aumentando la marginalità(Henisz et al., 2019).
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Infine il quinto driver è l’ottimizzazione degli investimenti e degli asset; attraverso una
lente ESG permette al management di allocare il capitale in modo più efficiente. Aiuta a
orientare gli investimenti verso le opportunità ad alto potenziale, come le green-tech, e a
evitare di immobilizzare il capitale in stranded assets (asset incagliati); per esempio un
impianto produttivo ad alte emissioni, seppur efficiente oggi, è uno stranded asset in un
mondo che punta al Net Zero, poiché una futura normativa lo renderà antieconomico,
distruggendo il suo valore.
3.2. Dalla Teoria alla Pratica: il Principio di Materialità
Datosi per assodato che le performance ESG siano un driver diretto di valore
finanziario(Henisz et al., 2019), collegando perfettamente profitti e scopo. Le categorie
Environmental, Social and Governance sono incredibilmente ampie e comprendono
centinaia di mercati potenziali, dal consumo dell’acqua alla diversità nel consiglio di
amministrazione, dalla privacy dei dati alla trasparenza fiscale. Se un’impresa tentasse
di misurare e gestire ogni singolo fattore ESG cadrebbe in una paralisi decisionale,
disperdendo molte risorse in un “rumore di fondo” burocratico. Si apre così una nuova e
complessa sfida operativa, rendere strategica la valutazione ESG. Per venirne a capo è
necessario un filtro: il principio di “Materialità”.
Nella sua concezione finanziaria, un fattore ESG è materiale se ha, o potrebbe avere, un
impatto significativo sulla performance operativa o finanziari di un’azienda e, di
conseguenza, sul suo valore a lungo termine(Kotsantonis, Pinney, Serafeim, 2016).
L’evoluzione normativa, specialmente in Europa, ha introdotto un concetto ancora più
sofisticato: la “Doppia Materialità”.
Ai fini della nostra analisi, l’integrazione della sostenibilità nei modelli di valutazione
finanziaria dei progetti, è la materialità finanziaria ad essere cruciale, poiché ci permette
di identificare i fattori ESG che hanno un legame causale con i flussi di cassa, il rischio
e la crescita(Kotsantonis et al., 2016).
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mineraria, i fattori Environmental (gestione delle emissioni, uso dell'acqua, bonifica dei
siti) sono altamente materiali. Essi impattano direttamente sui driver "Riduzione Costi"
(efficienza energetica), "Rischio Normativo" (carbon tax) e "Ottimizzazione Asset"
(evitare stranded assets come impianti inquinanti destinati alla chiusura) (Henisz et al.,
2019).
Al contrario, per un'azienda tecnologica o una banca, i fattori ambientali diretti hanno
una materialità finanziaria bassa. Per loro, i fattori critici sono Social (sicurezza e
privacy dei dati dei clienti, gestione dei talenti) e di Governance (etica dell'IA,
cybersecurity). Questi fattori impattano su leve di valore diverse: "Crescita della Top-
Line" (la fiducia del cliente è l'asset principale) e "Rischio Normativo" (le multe per
violazione della privacy, come il GDPR, sono un rischio miliardario).
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Una volta superato questo screening, il progetto deve essere sottoposto alla disciplina
finanziaria. L’evoluzione più radicale avviene nel potenziamento del Valore Attuale
Netto (VAN). La critica che viene fatta ai metodi DCF, infatti, non è che la formula sia
matematicamente sbagliata, ma che i dati che tradizionalmente vengono immessi siano
incompleti o distorti.
Il VAN potenziato corregge le sue tre variabili chiave (flussi di cassa, tasso di sconto,
tempo) per riflettere la realtà del paradigma ESG.
La correzione più diretta è quella dei flussi di cassa che devono internalizzare le
esternalità, traducendo i cinque driver principali in termini monetari. Nei ricavi si
stimeranno i flussi positivi della top-line growth; nei costi si inseriranno i risparmi
operativi da efficienza ambientale e i guadagni di produttività. Ma soprattutto, si
dovranno prezzare i rischi futuri, inserendo come costi nei progetti non sostenibili le
stime di carbon-tax, sanzioni o costi di smantellamento di stranded assets (Henisz et al.,
2019). In questo modo, un progetto “pulito”, seppur con un investimento iniziale più
alto, può risultare finanziariamente superiore rispetto ad uno “sporco”.
Questa correzione dei flussi di cassa porta a una revisione della seconda variabile, il
tasso di attualizzazione k, la misura del rischio. I modelli tradizionali catturano solo il
rischio finanziario e di mercato. Tuttavia, come dimostrato dall’intera analisi,
un’eccellente performance ESG è una forma di mitigazione del rischio, quindi un
progetto allineato a queste policy a un’esposizione al rischio minore (Morelli et al.,
2025). Di conseguenza, un progetto sostenibile giustifica un tasso k inferiore, che
aumenta matematicamente il VAN, premiando la visione a lungo termine.
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Conclusioni
Questo percorso di tesi è partito dal constatare una profonda frattura metodologica, nel
management strategico contemporaneo, tra la finalità dell’impresa e i suoi strumenti di
valutazione. Da un lato, la consapevolezza strategica si è evoluta, non vedendo più
l’innovazione come una “distruzione creatrice” di matrice tecnologica, ma come una
risposta a una nuova potente forza dirompente: la transizione verso la sostenibilità.
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Sebbene questo lavoro si sia concentrato sulla necessità di strumenti rigorosi, la
riflessione finale non può che andare oltre i numeri; il VAN potenziato più sofisticato
resta comunque un supporto, non un oracolo. Restituisce, quindi, al management la
responsabilità più alta: quella di usare questi dati per informare e non per sostituire
l’intuito strategico e la visione di lungo periodo, unici veri motori della capacità di
governare il cambiamento.
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Bibliografia
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