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Valery - L'Anima e La Danza

Il documento è una traduzione italiana dell'opera 'L'Anima e la Danza' di Paul Valéry, realizzata da Vincenzo Errante. Esplora il tema della danza come metafora dell'arte e della poesia, evidenziando la catarsi dell'anima attraverso la bellezza e l'esperienza estetica. Il dialogo tra i personaggi, tra cui Socrate ed Erissimaco, riflette sul rapporto tra cibo spirituale e la ricerca di significato nella vita.

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Valery - L'Anima e La Danza

Il documento è una traduzione italiana dell'opera 'L'Anima e la Danza' di Paul Valéry, realizzata da Vincenzo Errante. Esplora il tema della danza come metafora dell'arte e della poesia, evidenziando la catarsi dell'anima attraverso la bellezza e l'esperienza estetica. Il dialogo tra i personaggi, tra cui Socrate ed Erissimaco, riflette sul rapporto tra cibo spirituale e la ricerca di significato nella vita.

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PAUL VAINÉRY=>

L'ANIMA & LA DANZA


TRADUZIONE DI
VINCENZO ERRANTE

MUMXXXIINI
ERMES JACCHÎÌA
IN VICENZA
EDITORE
ÈS Z È È Ri< a Z <
LA PROPRIETÀ LETTERARIA È RISERVATA
UNICA TRADUZIONE ITALIANA AUTOR!ZZATA
DA PAUL VALÉRY

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L'
PAUL VALÉRY

L'ANIMA E LA DANZA
TRADUZIONE DI
VINCENZO ERRANTE

151798
MCMXXXII

ERMES JACCHÌA
EDITORE IN VICENZA
Q DiQ hi©,< Q [S|bel E È AQ5 E
E (©)
SÙ II
Per ADA NEGRI

G onsentite, Amica mia, che io dedichi al


dono prezioso della Vostra amicizia la
traduzione italiana di questo Dialogo, in cui
sembra rivivere attraverso i secoli (per virti
di un grande Poeta, nostro contemporaneo )
il prodigio del Simposio platonico.
In una pagina del Protagora, Plato-
ne beffeggia quei poveri di spirito che,
ter-
minato il syndeipnon e iniziandosi
il sym-
potos, a corto di argomenti filosofici, ricor-
rono ai servigi mercenari di una citarista
o d’una danzatrice, perché diano
la cadenza
al ritmo delle loro libagioni
. Ma, certo, egli
non confonderebbe con que
i poveri di spi rito

esito
3
questi personaggi dai nomi suoi redivivi:
Socrate, Erissimaco, Fedro. Sazi di banchetta-
re, una invincibile nausea li prende, E hanno
| fame di cibo spirituale; sitiscono nèttare di
pensiero. S'abbandonano anche loro, a uno
sciame di danzatrici. Ma la corifea che le
comanda si definisce (e definisce anche le
sue nove corèute) col significato del proprio
nome; Athikté, e cioè l’Intangibile. Se il
gesto di unu mano impura, se perfino l’ac-
cenno di uno sguardo men che pudico s’at-
tentassero di sfiorar quelle creature di sogno,
si dissolverebbero di scatto, rovesciandosi in
cenere grigia. Non voluttà ai sensi. Ma deli-
zia allo spirito. Ma stimolo e insieme, nel-
l'atto del danzare, oggetto del pensiero. Il
quale, messo in moto per entro i personaggi
del Dialogo dalla fantasia di un Poeta, nel
linguaggio non dei filosofi ma dei poeti s’e-
sprime. In un ritmo vario di imagini: a vol-
te concitato; ma più spesso retto in freno
dalla intelligenza lucida di Valéry. In un
Mo; che estua tra caute sottigliezze dia-
lettiche e dismemori beatitudini di canto,
& creare il mito della divina danzatrice A-
thikté.
a Fréde-
Diceva un giorno Paul Valéry
ric Lefèvre: « J'estime qu'une eo SS
fois publiée, l’auteur n’a pas plus d’auto-
ses lectsurs
rité que qui que soit d’ entre
L’écrit est
pour interpréter ce qu'il a écrit.
or-
un fait, V’écrit est une chose. Il est dés
mais hors du pouvoir de celui qui la en-
gendré d’imposer une signification ou une
valeur quelquonque à cet objet. Voilà ce
qu'il faut bien comprendre, et qui généra-
lement n’est pas compris ».
Ebbene. Liberamente interpretando, io
ravviso in Athikté, che si stacca dall’inferno
della realtà per librarsi nell’empireo della
Danza a guarir dalla noja di vivere, un
simbolo dell'anima umana balzante anch’es-
sa, a guarir la noja di vivere, dall’inferno
della vita nell’empireo della Poesia. La Dan-
si è qui, insomma, metafora di Poesia; più
in genere, metafora di Arte. La quale ha in

az
sé la virti sublime di non guarir soltanto il

siiii icopie i
i si dell’ Anima nella Dan-
5 £ SS dell'Anima che guarisce dalla vi-
ta mediante il farmaco della creazione ar-
tistica) pure il filosofo Socrate, pure lo
scienziato Erissimaco, pure la « sensitiva »
Fedro, partecipano di quella guarigione,
Ecco, u parer mio, il senso del mito di
Athikté. In questo mito si trasfigura dun-
que la catarsi dell'Anima umana, quando
riesce a irrompere fuor dalla vita per assur-
gere all’Arte. O creando essa stessa, come
la danzatrice Athikté; o abbandonandosi al
raptus dell’Arte creata, come Socrate, Eris-
simaco e Fedro.
Anche voi, Amica, interpreterete, come
tutti i poeti, il senso ultimo di questo Dia-
logo, cosi. E confido che la nostra interpre-
tazione non spiaccia a Paul Valéry: poeta,
ne L’Ame et la Dance, non meno che nelle
liriche pure; non meno che nel Cimitière
marin, nella Jeune Parque e nei frammenti
del Narcisse,
Ma quanto breve è, oltre che raro, lV’at-
timo di quella catarsi! E quanta profondità
nel simbolo valeryano di questa
beatitudine
fugace ! Breve, per Athitké. Breve, per i
convivi che la contemplano. Trascorso
in un
baleno quell'attimo, la divina Danzatrice
ri-
cade affranta al suolo, precipitando da al-
tezze di vertigine, quasi per il LOpEnono a-
prirsi d’un grembo: il Turbine, in cui s era
lasciata rapire a quelle altezze. È ancora, in
lei, come una fievole eco di musiche astra-
li... Ma ai convivi, sembra ch’ella muoja. E
si sentono anch’essi morire...
Cessata la Danza, si ricade ad infran-
gersi contro un pavimento di pietra. Perché
l’ebrezza dell’ Arte, non dura. Distruggereb-
be dentro una fiammata vorace la vita. E la
vita deve, invece, ricominciare. Insopprimi-
bile, fino alla morte. E implacabile.
Voi vedete, Amica, la trasparenza del-
l’allegoria. Sarà accaduto tante volte anche
all’ anima Vostra, dopo i rapimenti nella
Poesia, di ricadere affranta al suolo come
Athikté, tornando ad essere doloro
sa e dolo-
rante umanità. Dio ha con
dannato anche i
Poeti ad essere uomini
, poveri uomini pit
di tutti gli altri: a non
poter, anzi, salire
allevertiginose alt. ezze
del canto, se non so-
di vivere e per ricadere
Ecco. Questo Dialogo del più grande
Poeta vivente di Francia viene a Voi nella
sua veste italiana. Viene al più grande Poe-
ta d’Italia, dopo la Triade gloriosa. Nel pe-
riodo in cui, uscita dalla catarsi di Vesperti-
na, certo nell'anima Vostra la sofferenza del
risveglio si scuote tutta in un anelito di nuo-
va catarsi.
Viene come un augurio.
Ma viene anche in segno di gratitudine
per le tante volte in cui la Vostra Poesia riu-
sci a guarirmi, per un attimo, dalla vita.
Vi bacio le mani.
Milano, Dicembre MCMXXXII

Vincenzo ERRANTE
S
53
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E
Ri
7
S|
LES GRENADES

Dures grenades entr’ouvertes


Cédant à l’excès de vos grains,
Je crois voir des fronts souverains
Éclatés de leurs découvertes!
Si les soleils par vous subis,
O grenades entrebàaillées,
Vous ont fait d’orgueil .travaillées
Craquer les cloisons de rubis,

Et que si l’or sec de l’écorce


A la demande d’une force
Crève en gemmes rouges de jus,

Cette lumineuse rupture


Fait rèver une îme que J eus
De sa secrète architecture.
LE MELAGRANE

Melagrane dure, spaccate


dall’urger soverchio dei chicchi,
o fronti sovrane, pei ricchi
pensieri compressi, scoppiate -

se il raggio dei soli sofferti


v’ha infuso un travaglio d’orgoglio
cosi che il socchiuso rigéglio
esplose in rubini conserti,

‘se al picchio di un’intima forza


in gemme dal sugo scarlatto
si fende, dorata, la scorza,

a quella splendente frattura


trasogno in me stesso, d’un tratto,
la ermetica vostra struttura.
[Link] > dt È + MI dr
eZ:

L’ANIMA E LA DANZA
=
ErISSIMACO
Socrate, muojo! Dammi un po’ di
cibo spirituale! Mescimi il nettare
del pensiero!... Accosta alle mie narici il
profumo acuto de’ tuoi enigmi!... Questo
banchetto senza misericordia trabocca
fuori da ogni appetito imaginabile, fuo-
ri da ogni credibile sete!... Quale tor-
mento aver delibato tante cose squisite,
per non serbare che il retaggio di digerir-
le!... L’anima mia non è più se non un
sogno della materia in lotta con se stes-
sa!... Levatemi d’innanzi tutte quelle go-
losità, tutte quelle golosità stomachevo-
li!... Ahimè! Da poi che il sole scompar-
ve all’orizzonte, ci siamo dati in preda a
quanto di meglio v’ ha sulla terra. Ma
questo terribile meglio, moltiplicato pe’l
suo durare nel tempo, infligge una in-
sopportabile attualità... Mi struggo, al-
fine, in un desiderio pazzo di cibi magri
ed austeri, unicamente spirituali. Per-
metti che venga a sedermi accanto a te
e accanto a Fedro, Socrate mio. Lascia
che, vòlte deliberatamente le spalle a
quelle carni in perpetuo ricrescer di pol-
pe e a quelle anfore perennemente ine-
sauste, io protenda alle vostre parole la
coppa suprema del mio spirito. - Di che
stavate parlando?

FeDRO
Di nulla, per ora. Eravamo intenti
a guardare come mangiano e come be-
vono i nostri simili...

ERISSIMACO
Ma Socrate non aveva certo smesso
di meditare su di un qualsiasi argomen-
to... Come può egli rimaner solo quando
€ con se stesso, e muto anche nel più
profondo dell’anima sua? Lo ho visto
sorridere teneramente al proprio dèmo-

È
ne, là, sui margini crepuscolari del fe-
stino. Che cosa mormorano le tue lab-
bra, Socrate diletto? "

SOCRATE
Mi dicono sommesse: L’uomo che
mangia è il più giusto fra gli uomini...

ERISSIMACO
Ecco, siibito, un enigma: e l’appe-
tito spirituale, che quell’enigma sembra
fatto per stuzzicare...

SOCRATE
L’ uomo che mangia - dicono le
mie labbra - nutre i suoi beni cosi come
i suoi mali. Ogni boccone ch’egli si sente
sciogliere e dileguar dentro corre ad in-
fondere nuova energia alle sue virtù: €,
insieme, anche a’ suoi vizi. Sostenta i
suoi erucci : e corrobora, in identica mi-
sura, le sue speranze. V’ha un misterio-
so punto, in cui si distribuisce fra le sue
passioni e i suoi propositi. L'amore non

23
può farne a meno: ma l’odio, parimen-
te, lo reclama. La mia gioja e il mio cor-
doglio, il mio cervello con tutti i suoi
progetti, si spartiscono, fraterni, la so-
stanza ch’è in quell’unico boccone... E
tu che ne pensi, figlio di Acumeno?

ErISSIMACO
Penso che penso come te.

SOCRATE
Ascoltami, allora, tu che sei medi-
co. Vedi? To stavo ammirando in silen- n
ai

zio, poco fa, tutti quei corpi umani in-


tenti a nutrirsi. Mentre si nutre, ciascu-
no d’essi distribuisce con equità, incon-
sapevolmente, la debita parte di cibo
tanto alle risorse della vita quanto ai T
—_

germi della morte racchiusi in sé. I cor-


PI sono ignari di quel che fanno: ma
operano come operano gli Dei.

ERrISSIMACO
: Lo avevo notato anch’io, e da gran
tempo. Tutto ciò che è introdotto nel-
l'organismo umano, vi si comporta im-
mediatamente secondo gli estri di una fa-
talità ineluttabile. Si direbbe che l’istmo
della gola sia, in un certo senso, la so-
glia delle necessità capricciose e del mi-
stero costituito. Ivi cessa, col cessare
della volontà, il regno sicuro della co-
scienza. Ecco perché, nell’esercizio del-
l’arte mia, io ho creduto di dover sop-
primere le tante droghe infide che i me-
dici somministrano per lo più alla varie-
tà dei loro pazienti. E rigorosamente mi
attengo a pochi rimedii semplici; coniu-
gati per contrasto dalla loro stessa natura.

FeDRO
E quali mai?

ErIssIMACO
Sono otto: il caldo e il freddo;
l’astinenza
° .
e il
.
suo contrario; l’aria e.
. .

l’acqua; il riposo e il movimento. Nul-


l’altro.

25
SOCRATE
Ma per l’anima, Erissimaco, non
ve ne sono che due.

FepRro
E quali, Socrate diletto?

SOCRATE
La verità e la menzogna.

FenRO
Spiègati meglio.

SOCRATE
Non stanno forse la verità e la
menzogna tra loro in un rapporto iden-
tico a quello che corre tra la veglia e il
sonno? Non aneli tu dunque il risveglio
e la nitidezza della luce, mentre un cat-
Uvo sogno ti angustia? Non ci risuscita
come da morte il sole, quando si mostra
all’orizzonte? E non ci rinfranca la pre-
| ‘“A:

senza delle solide realtà circostanti?


Ma, per inverso, a chi se non proprio al
sonno e ai sogni siamo noi soliti ricor-
rere, perché dissipino la noja e inter-
rompano gli affanni che ci perseguitano
nel regno della luce? Noi ripariamo dun-
que dall’uno stato all’altro: invocando, |
cioè, il giorno nel cuor della notte; e
implorando, al contrario, le tenebre
mentre dura la luce. Pavidi di conosce-
re, e felicissimi nella nostra ignoranza,
noi cerchiamo in ciò che è un rimedio
a ciò che non è; e in ciò che non è un
sollievo di ciò che è; ora, col riparare
nella realtà; ora, nell’illusione. L’ani-
ma, insomma, non ha altre risorse al-
l’infuori di queste due: la verità, ch’è
la sua arma; e la menzogna, che le serve
da scudo.

ErIssIMACO

E sta bene... Ma non temi allora,


Socrate mio, la conseguenza che scatu-
risce da codesto pensiero?
SOCRATE
Quale conseguenza?

ERrISSIMACO
Eccola. La verità e la menzogna
tendono al medesimo scopo... È un’uni-
ca realtà quella che, agendo per diverse
vie, ci fa veritieri o bugiardi. E come ora
il caldo ora il freddo alternativamente
ci assalgono e ci difendono, cosi alter-
nativamente ci assalgono e ci difendono
ora il vero ora il falso, e le opposte vo-
‘ lontà che ad entrambi si riferiscono.

SOCRATE
Nulla di più certo. E che farci? È
la vita stessa che vuole cosi. La vita (lo
sal meglio di me) si vale di tutto. Tutto
le serve, Erissimaco, per non concludere
mai. Per non concludere mai che in sé. |
Non consiste forse la vita in quel movi-
mento misterioso che, attraverso le am-
bagi degli eventi, mi trasforma senza
Posa in me stesso, riconducendomi sem-
pre con adeguata prontezza a ritrovare
quel medesimo Socrate, perché io forza-
tamente lo sia nell’atto del solo imagi-
nar [Link]? La vita è una femmi-
na che danza: e che cesserebbe d’esser
femmina indiandosi, qualora potesse ob-
bedire al proprio slancio con l’attingere
le nuvole. Ma come non è dato ai mortali
di sfiorare le soglie dell’ infinito (non
nel sonno e non nella veglia) simil-
mente ella ritorna ognora a circonscri-
versi per entro i propri limiti. Cessa
d’essere bioccolo di neve, uccello, idea
(d’essere, quindi, tutto ciò che il flauto
avrebbe sognato che fosse), perché la
stessa terra, da cui fu sospinta nello
slancio, la richiama a sé; e la restituisce
tutta ansante alla sua natura
di femmina
e al suo amore...

FepRro
Miracolo!... Miracolo
Retpenudo| Ecco quasi !... O savio
sSatieo) Non appena sc un miracolo au-
hiudi la bocca, tu
€1 ciò che dici. Le tue imagini non
si
O

rassegnano a restar pure imagini!...


Guarda! Come se dalle tue labbra na-
scesse per incanto un’ape, e poi un’al-
tra, e poi un’ altra, tutto uno sciame,
ecco il coro alato delle danzatrici divi-
ne!... L’aria risuona e bombisce di or-
chestrici presagi!... È, intorno, come un
riaccendersi di fiaccole... E svaria il mor-
morio dei dormienti... E sui muri agita-
ti dalle fiamme trasecolano, irrequiete,
le ombre enormi degli ubriachi!... Mi-
rate quello stormo di creature tra lievi
e solenni!... Avanzano quasi fossero a-
nime.,..

SOCRATE

Guarda, per tutti gli Dei, quale lu-


minosa teoria di danzatrici!... Sembra
che entri, con essa, viva e leggiadra, una
teoria di pensieri infallibili... Le loro
mani, parlano; e i loro piedi, giurerem-
mo che scrivano. Quanta perfezione di
gesti esattissimi è in quegli esseri che si
studiano di esercitare cosi felicemente
la duttilità delle proprie forze! Vedo
pen-
tutti gli ostacoli cadermi innanzi al
siero: e non v'è più problema che mi af-
fatichi, tanto obbedisco con gioja alla
mobilità di quelle figure. Qui, la cer-
tezza non è più che un semplice giuoco.
Qui, diresti che la conoscenza abbia îro-
vato un gesto in cui tradursi, che l’in-
telligenza abbia di colpo ceduto al ritmo
delle grazie spontanee... Guardate là!
Guardate quella danzatrice che è insie-
me la più esile e la più assorta nella giu-
stezza pura!... Chi sarà mai? È soda di
una deliziosa sodezza, e agile, tuttavia,
di un’agilità inesprimibile... Cede, ri-
prende e restituisce la cadenza con tanta
precisione di tempi che, se abbasso le
palpebre, la vede chiarissimamente il mio
udito. E se mi chiudo le orecchie e la
guardo, ecco ella resulta tutta quanta
Te S LIO cosi, che non m’è possi-
Ire un tintinno di cetre.

FEDRO
i Sic hiama Rhodopis,
credo, colei
Che ti incanta...

LA

RIP
VeR
SOCRATE

L’orecchio di Rhodopis è allora,


per un prodigio, collegato alla caviglia...
Guarda com’ è giusta nei tempi!... La
vecchia cadenza rinasce in lei perpetua-
mente più giovine!

ERISSIMACO
Ma no, Fedro: t’inganni. Rhodopis
è quell’altra laggiù: cosi dolce, che sem-
bra fatta per essere accarezzata in eter-
no dagli occhi,

SOCRATE
E chi è dunque mai quell’esile pro-
digio di flessuosità?

ErissIMACO
È Rhodonia.

SOCRATE
E allora, l’ orecchio di costei, di
Rhodonia, si collega alla caviglia, mira-
colosamente.
ERISSIMACO

Io le conosco tutte, d’altronde: a


una a una. E posso dirvi i loro nomi,
senza eccezione, ordinati entro il giro di
una piccola strofe che si ritiene facil-
mente a memoria:
Nips, Niphoé, Néma;
Niktéris, Néphélé, Néxis;
Rhodopis, Rhodonia, Ptilé.
Quel piccolo orrendo danzatore
laggiù, si chiama Nettarion... Ma non
vedo giungere ancora la regina del Coro.

FepRO
Chi regna dunque su quello sciame
d’api?
ERISSIMACO
La eccelsa, la stupefacente danza-
trice Athikté.

Fepro
Come le conosci tutte per nome!
ErISSIMACO

Quelle graziose creature ne hanno


più d’uno. Dopo il nome che ricevette-
ro nascendo, altri ne ebbero dai loro più .
intimi...

FeDRO
Ma fra gli intimi, il più intimo di
ciascuna sei tu... Vedo che le conosci
a dismisura.
dl
ERISSIMACO
Si, le conosco bene; anzi, benissi-
mo. In un certo senso, un po’ meglio di
quel che non si conoscano loro stesse.
Rifletti: Non sono io forse il medico, o
Fedro? In me e per me, tutti gli enigmi
della medicina si barattano segretamen- ‘
te con tutti gli enigmi della danza. Es-
se ricorrono alle mie cure per ogni più
piccola cosa: storte, lievi eruzioni cu-
tanee, allucinazioni, sofferenze di cuore.
E anche per tutti i varii accidenti che
naturalmente derivano dalla caratteristi-

34
ca mobilità dell’arte loro. Infine, ricor-
rono a me per alcuni misteriosi malan- :
ni: finanche per la gelosia artistica o per
la gelosia d’ amore; finanche per i so-
gni... Non sai che basta mi sussurrino
all’orecchio il sogno da cui sono afflitte,
perché io riesca a concludere: « Un den-
te guasto »?

SOCRATE

O uomo ammirevole, esperto nel


dedurre dai sogni il mal di denti, pensi
tu che i filosofi li abbian davvero tutti
guasti?

ErISssIMACO

Gli Dei mi preservino dal morso di


Socrate!

FeDRO

Guardate piuttosto il giuoco di


quelle braccia e di quelle gambe innu-
merevoli!... Cosî poche creature bastano
a divenit mille prodigi!... Mille fiacco-

39
le, mille efimeri peristilii... e cancella-
te, e colonne... Le imagini si fondono,
svaniscono... Vedo un boschetto con i
bei rami agitati dalle brezze della. mu-
sica. V’ha dunque un sogno, Erissima-
co, che produca nei nostri spiriti più
tormenti e più perigliose alterazioni?

SOCRATE

Ma questa è per l’appunto, Fedro


diletto, l’antitesi di un sogno.

Fenro

Eppure, io sogno... Sogno, molti-


plicata all’infinito per se stessa, la ine-
sauribile vaghezza di quegli incontri e di
quegli scambi tra le dolci forme virgi-
nee. Sogno quegli ineffabili contatti che
si producono nell’ anima tra i ritmi, i
candori e lo svariar delle soavi membra
in cadenza. Sogno gli accenti di quella
muta sinfonia in cui sembra trasferita la
variopinta totalità delle cose... Respiro
come un profumo composito di grappoli
eresse

quel miscuglio di fanciulle maliarde. E


mi smarrisco nel labirinto di grazie, in
cui ciascuna si perde con una compagna
per ritrovarsi con un’altra.

SOCRATE
Ebbene, anima voluttuosa: non
scorgere in tutto questo se non l’anti-
tesi del sogno e l’assenza della fatalità...
Ma che cos’è,o Fedro, l’antitesi di un
sogno se non un sogno essa stessa; se
non un sogno vigile e teso sognato dalla
Ragione?... E in che consisterebbe mai
questo sogno della Ragione? Se la Ra-
gione potesse sognare, rigida, eretta, con
l’occhio armato, padrona delle proprie
ermetiche labbra, non sarebbe forse il
suo sogno per l’appunto ciò che noi a-
desso vediamo: e, dunque, proprio quel
mondo di forze precise e di elaborate
illusioni? Un sogno, si, un sogno: ma
un sogno tutto compenetrato di simme-
trie, tutto ordine, tutto atti e sequen-
ze!... Chi sa mai quali auguste Leggi
sognano qui di avere assunto dei volti

37

— —- —nes ces" selen


na —————@
chiari, d’essersi accordate nel proposito
di rivelare agli uomini come il reale, l’ir-
reale e l’intelligibile possano fondersi e
combinarsi secondo l’onnipotente volon-
tà delle Muse?

ERISSIMACO
Inestimabile è invero, o Socrate, il
tesoro di codeste imagini preziose... Non
credi tu che quanto. noi adesso vediamo
sia precisamente il pensiero degli Im-
mortali? L’infinità di quelle nobili simi-
litudini (le conversioni, le inversioni e
le diversioni inesauribili, che si rispon-
dono e si deducono sotto i nostri occhi)
non ci trasporta forse nel regno della
stessa onniscienza divina?

FEDRO
Oh qual mai purezza di lince e di
ritmi leggiadri è in quel piccolo tempio
rotondo, color di rosa, che le danzatrici
adesso compongono e che lentamente si
volge su se stesso come la notte!... Ma db

38
ecco: si scompagina in un nuovo scia-
mar di fanciulle. Le loro tuniche svolaz-
zano... E sembra svariare di colpo anche
il pensiero dei Numi, cosi.

ERISSIMACO

Il pensiero dei Numi si attua ora


nella variopinta dovizia dei gruppi in cui
si combinano quelle figure giojose. Essa
genera il ripetersi delle leggiadre evolu- .
zioni, dei vortici voluttuosi che si for-
mano dalla sintesi inscindibile di due
o tre corpi. Una di loro è come prigio-
niera; e non si svincolerà più dalle ma-
glie di quella rete incantata!..

SOCRATE
Ma guarda! guarda! Che succede?
Si aggrovigliano... fuggono...

FepRo
Volano alle porte. S’inchinano co-
me a ricevere qualcuno.
ErissIMACO
Athikté! Athikté! O Numi! Giunge
la palpitante Athikté!

SOCRATE

Guardala! È un nulla...

FEDRO

Sembra un uccellino...

SOCRATE

Una cosa senza corpo...

ERISSIMACO
D’incalcolabile pregio...

FenRO
35 Si direbbe, o Socrate, che essa ub-
bidisca a delle figure invisibili!

40
*-

SOCRATE

O che si arrenda alle leggi di un


fato sublime.

ErISsIMACO

Guarda, guarda! Attacca, vedi?, la


danza con un passo già in sé compiuta-
mente divino. È un semplice passo cir-
colare... Comincia: e comincia subito
dal vertice dell’arte sua. Cammina istin-
tiva sul culmine che ha raggiunto. Que-
sta sua seconda natura resulta quanto
mai diversa dalla prima: ma pure le ras-
somiglia cosi, da identificarvisi fino a
non lasciarsi distinguere più.

SOCRATE

Inebriato da quella magnifica li-


bertà di movenze, io godo come al mondo
non gode alcun altro. Le sue compagne
di danza sono adesso lî come impietrite
ed estatiche. Le sonatrici si ascoltano
con gli occhi fissi su di lei... Aderiscono
ai movimenti di quel corpo mentre sem-
brano insistere sulla perfezione delle
musiche con cui lîi accompagnano.

l'EDRO

Una ve n’ha, di roseo corallo, che,


reclina in un gesto rarissimo, soffia den-
tro una enorme conchiglia.

ErissIMACcO
L’alta flautista sottile, che intreccia
strettamente una all’altra le gambe affu-
solate, protende il piedino elegante, il
cui alluce scandisce la cadenza... Socra-
te, guardala! Che ne dici?

SOCRATE
Erissimaco, quella minuscula crea-
tura fa pensare... Concentra su di sé,
ed assume, una maestà ch’era confusa in
tutti noi: che abitava, impercettibile, in
ciascuno dei partécipi a quest’orgia di
crapuloni... Un semplice accenno di pas-
si, ed eccola Dea; ed eccoci quasi tra-

42
sformati in Numi anche noi. Un sempli-
se accenno di moto, risolto nell’accordo
più elementare: e sì direbbe ch’ella ri-
muneri lo. spazio con de’ bei gesti sim-
metrici: si direbbe ch’ella conii, batten-
do il tallone, le monete sonore del movi-
mento, per pagare in oro purissimo ciò
che noi spendiamo distratti nei miseri
spiccioli dei nostri passi, ogni giorno.

ERISSIMACO

Ascolta, Socrate diletto. Colei ci ri-


vela il senso d’ogni nostro atto, chiaren-
do alle anime nostre ciò che i nostri cor-
pi compiono nella caligine dell’inconscio.
Alla luce delle sue gambe, siibito anche
i nostri stessi movimenti ci appajono pro-
digi e ci riempiono di un legittimo stu-
pore.

FEDRO

E non ti sembra, allora, che la dan-


zatrice si dimostri, in un certo senso, a-
lunna di Socrate, proprio in questo suo

pu

43
ammaestrare gli uomini a conoscersi un
po’ meglio di quanto non si conoscano?

ErissIMAcO

Precisamente. Il muovere passo die-


tro passo è per noi tutti una consuetudi-
ne cosi semplice che non ebbe mai da
parte nostra l’onore di essere considera-
ta in se stessa come un atto specifico. A
meno che, infermi o paralitici, l’esserne
rimasti privi non ci costringa ad ammi-
rarla. I passi conducono dunque come
sanno la nostra ingenuità che li ignora:
e sì comportano a seconda del terreno e
della mèta; a seconda del nostro umore,
del nostro stato e della luce che illumina
più o meno la strada. Noi siamo avvezzi
a spenderli cosi, senza pensarci. Ma con-
sidera, invece, l’ impeccabile incesso di
Athikté sul pavimento levigato: un inces-
80 sciolto, netto e appena appena
un po?
elastico. Ella poggia su quello specchi
o
delle proprie forze, alternativamente,
simmetrici, i sostegni delle sue gambe.
tallone getta il corpo verso la punta Il S
SN
"I
RIT
MI
«li
30
+

del V
piede, l’altro piede avanzando e racco-
gliendo il corpo per sospingerlo al passo.
E cosi, passo dietro passo, mentre il ver-
tice del capo adorabile traccia dentro
un’ attualità sempiterna quasi il crinale
ondulato di un flutto.
Poi che il terreno è qui, in un certo
senso, assoluto (reso accuratamente sgom-
bro, cioè, da ogni causa di aritmia e d’in-
certezza), quell’incesso grandioso, epu-
rato di tutte le scorie, esaurisce in sé il
proprio scopo e diviene paradigma uni-
verso.
Guarda quale esterno splendore e
quanta convinta intima tranquillità resul-
tano dalla misura de’ suoi mobili passi!
La loro ampiezza è in accordo d’unissono
col loro numero, che scaturisce dal grem-
bo della Musica. Ma numero e ampiezza
sono d°’ altronde in misterioso rapporto
d’armonia con la figura della danzatri-
ce...
SOCRATE
È Tu parli con tanta eviden
————————_______É___mt
ì za, o dotto
è Tissimaco, che a me non
resta se non
veder le cose secondo il tuo pensiero. Ec-
co: io guardo quella fanciulla mentre
cammina; e provo, nel guardarla, il sen- ?
so della perfetta immobilità, perché non
I

non mi riesce d’appigliarmi che all’equi-


valenza delle misure...

FEDRO

Guarda!... Ella s’arresta proprio al


centro di quelle grazie commensurabili...

ERISSIMACO
E adesso, vedrete!

FepRrO

Chiude gli occhi...

SOCRATE
Ed ecco: è tutta intiera negli occhi
suoi chiusi, tutta sola con l’anima pro-
pria, tutta assorta nel grembo dell’atten-
zione interiore... Si avverte, entro di sé,
divenire a poco a poco un evento.

46
ERissIMACO

Preparatevi... Silenzio! Silenzio!


. . !
. .

FEDRO

O attimo d’ infinita delizia! Silen-


zio che da sé si rinnega, poi che non sa-
rebbe possibile, no, non gridare: Silen-
SRI
zio!

SOCRATE
Attimo vergine, di una verginità in-
corruttibile... Attimo, in cui pur qualche
cosa deve rompersi negli abissi dell’ani-
ma dentro quell’attesa di tutte le ener-
gie spirituali riunite... Rompersi,si...
Ma per lasciar come il senso
d’una salda-
tura.. .
x

ErissiMACcO
l O Athikte! Come
a Pparisci perfet
In codesta attitu
dine d° Imminenza! ta
FEDRO

La musica sembra riprenderla dol-


cemente, ma in un ritmo diverso... La
solleva...

ERISSIMACO
E le costringe l’anima a svariare.

SOCRATE
In quest’attimo moribondo, voi sie-
te, o Muse, onnipotenti regine!
O deliziosa sospensione d’ ogni re-
spiro e d’ogni cuore! Ecco. La pesantez-
za le cade ai piedi; e quel gran velo che
s’abbatte' al suolo senza il minimo fru-
scio, ce lo dice. Il suo corpo è invisibile
se non si attua nell’ epifania del movi-
mento.

ErIissIMACO
Guardate! I begli occhi han fatto
ritorno alla luce...
FeDRO
Godiamo il delicatissimo istante,
che segna il tramutarsi in lei della volon-
tà!... Come l’uccello giunto all’orlo del
tetto, si stacca dal lucido marmo e cade
nel vortice del suo volo...

ErISssIMACO
Io non amo nulla tanto, quanto ciò
ch’è in procinto di essere... Anche nel-
l’ amore, non v° ha ebrezza che superi
quella dei primissimi palpiti... Di tutte
le ore del giorno, l’alba è l’ora che pre-
diligo. Ecco perché io mi struggo, adesso,
di cogliere su quel corpo vivente, con
una tenerezza commossa, il primo accen-
no del sacro movimento in sul nascere.
Guardate! Nasce da quel carezzevole
sguardo che piega irresistibile il vélto
dalle fini narici verso la spalla tutta in-
trisa di luce... E il congegno bellissimo
del suo corpo energico e mondo si pro-
nunzia a poco a poco evidente, si torce
tutto vibrando dalla nuca al tallone in
un palpito solo... Ella descrive, lenta, la
nascita del primo balzo nel ritmo. Ci
mozza il respiro, sino all’attimo in cui
sì scoccherà in uno zampillo, risponden-
do brusca, di scatto, allo schianto atteso
e repentino dei cimbali strepitosi.

SOCRATE
Oh eccola, infine, che varca le so-
glie dell’Insolito e pènetra nel regno del-
l’Impossibile... Come appajono sorelle
fra loro, amici miei, le anime nostre in-
nanzi al fascino di quelle creature, che
emana da tutte egualmente diffuso ed in-
tero!... Come s’abbeverano insieme le
nostre anime fraterne alla sorgiva di tan-
ta bellezza!
ud
yo

ErissIMAcO
Ella diviene tutta danza. E si con-
sacra intiera alla totalità del movimento!

FeDRO
Sembra cancellare anzitutto dal suo-
lo con i suoi passi traboccanti d’ anima
ogni vestigio di stoltezza e di fatica... Ed
9

90
ecco che si crea la propria dimora un po”
al disopra delle umili cose. Diremmo che
si prepari il nido fra le proprie candide
braccia!... Ma non vi sembra adesso, mi-
rate!, ch’ella si vada tessendo coi minu-
scoli piedi un tappeto di sensazioni inde-
finibili? Incrocia i fili, e ne disfa l’intrec-
cio. Inserisce la trama del tempo per en-
tro l’ordito della terra... Oh, quanta pre-
ziosa leggiadria è nel lavoro delle sue di-
ta intelligenti, che assalgono e schivano,
annodano e sciolgono, si dan la caccia e
si fuggono!... Come sono abili e vive,
quelle industri operaje che tessono le
delizie del tempo perduto!... Quei due
minuscoli piedi tubano, e questionano
tra loro come colombe!... Si disputano
un palmo di suolo quasi fosse un chicco
di grano... Si spiccano insieme a volo, e
cozzano l’uno contro l’altro in un vorti-
ce d’aria... Oh, per tutte le Muse, le mie
labbra non hanno mai invidiato nulla
cosi!
SOCRATE
Si: le tue labbra invidiano la nobil-

51
tà di quei piedi prodigiosi! Tu vorresti
sentire alate cosi le tue parole, poter or-
nare il tuo eloquio di figure vive come
quei balzi... co
SI

FEDRO
Io?...

ErissIMAcO
T° inganni, Socrate diletto... Egli
non pensa che a bezzicar con gli sguardi
quelle due tortore leggiadre, perduto
con tutta la sua più ardente attenzione
nello spettacolo della danza. Che v’ha
mai di più naturale e, insieme, di più N

semplicemente misterioso? L’amico no-


stro è come tutto abbagliato dal balzare
e ricader di quel corpo nelle fulgide gi-
ravolte onde vanno a buon diritto orgo-
gliose le dita della divina Athikté6. Guar-
da! Le mangia con gli occhi. Protende
tutto il vélto a divorarle. Sogna di sen-
tirsi correre sulle labbra il battito di que-
gli onici agilissimi...
Oh, no, non giustificarti, no, Fedro
eR
re"
diletto. Non è il caso che tu ti confonda
minimamente. Non hai provato nulla
che non sia al tempo stesso enigmatico e
legittimo: e, dunque, in tutto conforme.
alla umana natura. Non è forse ogni
mortale una fantasia attuata in organi-
A
ka

smo? E il nostro organismo vivente, una


incoerenza che funziona e un disordine
che agisce? Gli eventi, i desiderii, le
idee, non si commutano in noi secondo g

le sincrone leggi di una necessità inelut-


tabile e di un mistero insolubile, striden-
1
do in cacofonie di cause e di effetti? 3i
it
FepRO P
Pure, sei riuscito a spiegar chiara- i
A
mente, lo vedi?, tutto ciò che io sentivo, i
ma senza rendermene conto.

SOCRATE
In verità, Fedro diletto, io debbo
convenire che codesto tuo rapimento non
fu senza ragione. Più m’indugio a con-
templare quella danzatrice ineffabile, e
"o
più discorro di maraviglie con me stes-

93
so. Se mi domando come la natura abbia
fatto a racchiudere in un essere tanto fra-
gile e fine un cosî prodigioso volume di
robusta agilità, provo una strana inquie-
tudine. Ercole mutato in rondinella!...
V’è dunque un mito che narra una simile
metamorfosi? Come fa il minuscolo capo
contratto in sé al pari di una giovine pi-
gna a generare infallibile quelle miriadi
di domande e di risposte che s’incrocia-
no tra membro e membro, coi mille gesti
sbalorditivi ch’ella prova, riprova e ri-
pudia senza posa, accogliendoli dalla
Musica per restituirli immediatamente
alla Luce?
ERISSIMACO

Io penso al prodigio dell’insetto che


sostiene in perpetuo col vibrare innume-
revole dell’ali il suo canto, il suo corag-
gio e il suo peso!...

SOCRATE

Costei si dibatte nella tela di ragno


dei nostri sguardi come una mosca pri-
gioniera. Ma il mio spirito bramoso la
insegue di filo in filo e vorrebbe divorare
ogni suo atto.

FepRO

È scritto, Socrate caro, che tu non


possa trar godimento se non da te stesso.

SOCRATE

Amici miei! Sapete voi dunque che


cosa sia, esattamente, la danza?

ERISSIMACO

Quello che noi vediamo. E che altro


potrebbe essere mai? V’ha forse intorno
alla danza una definizione più chiara che
non sia la danza in se stessa?

FEDRO

Il nostro Socrate non si dà pace, fin-


ché non abbia còlto l’anima più profon-
da dentro l’anima delle cose.
SOCRATE

Ma che cos’è, insomma, la danza?


Quale può essere il senso recondito in un
semplice muover di passi?
FeDRO

Oh, tacete! Godiamo ancora, inge-


nuamente, di quel divino spettacolo! A
dritta e a manca; innanzi e indietro; in
alto e in basso, la danzatrice Athikté
sembra offrire doni, profumi, incenso,
baci, e la pienezza stessa della sua vita,
a tutti i punti della terra e ai poli dell’u-
niverso...
Ella traccia rose, festoni, stelle di
movimento e magici recinti... Balza di
slancio fuor da circoli appena conchiusi.
Ne balza, per correr dietro a fantasmi!...
Coglie un fiore, e le diviene tra le dita
un sorriso. Oh, come le riesce di provare -
la sua inconsistenza, in forza di una le-
vità inesauribile! Si smarrisce nel labi-
rinto dei suoni; e s’appiglia, per ritrovar-
visi, a un filo... È il flauto soccorrevole
che l’ha salvata!... Oh melodia!
SOCRATE
Si direbbe che adesso non abbia in-
torno se non sagome di spettri!... Li ge-
nera ella stessa fuggendoli. Ma Fasi,
repente, si svolge, ci sembra apparire
‘svelata agli occhi degli Immortali!...

FeDRO

Non è forse Athikté l’anima delle


fiabe, la fuga da tutte lé porte della vita?

ErissIMAcO

Ma credi tu che ella ne sia consape-


vole? Ritieni forse che s’illuda di gene-
rare tutti questi prodigi: e non, Sempn
cemente, i balzi, le percussioni ritmiche
e le giravolte appresi a fatica mentre
studiava ancora la danza?
nl

SOCRATE pe

è
Si può considerare il problema (e w

chi ne dubita?) sotto questa incontesta- PI


bile luce... A un occhio impassibile, sa-
e
1, "a

57
_-
-a

rebbe anzi agevole riconoscere una de-


mente, e null’ altro, in quella bizzarra
femmina sradicata dal suolo, che torna a
svellersi perpetuamente dalla propria
forma, mentre le sue membra impazzite
sembrano disputarsi l’ aria e la terra.
Guardate quel capo che si scaglia indie-
tro, strascicando al suolo una chioma di-
sciolta! Guardate quella gamba slanciata
adesso in alto là dov’era poc’anzi la fron-
te, quell’alluce che disegna nella polvere
geroglifici misteriosi... Ebbene: che si-
gnifica tutto ciò? Basta che l’anima si fis-
si e si ricusi, ed ecco non percepiamo più
che la disgustosa stranezza di quell’agi-
tazione scomposta e grottesca... Purché
tu veramente lo voglia, anima mia, tut-
to ciò finirà per apparirti null’altro che
assurdo!

ErIssIMAcO

E ti è possibile, dunque, a seconda


de’ tuoi umori, comprendere una cosa
o non comprenderla, trovare la cosa stes-
sa a piacer tuo sublime o ridicola?
SOCRATE
Non esiterei a confermarlo ..

FeDpRO
Vuoi tu con ciò sostenere, Socrate
diletto, che la tua ragione, considerando
la danza come una femmina di paesi bar-
bari, ne disprezza la lingua e giudica i
suoi costumi inesplicabili, se non pro-
prio repellenti o addirittura osceni?

ERISSIMACO
La ragione mi sembra a volte la fa-
coltà dell’anima nostra di non compren-
dere affatto ciò che si riferisce al nostro
corpo.

FEDRO
Eppure, o Socrate, la contemplazio-
ne di quella danzatrice mi costringe a
intuir molte cose e gli infiniti rapporti
che corrono fra l’una e l’altra. Questi
rapporti si identificano sibito col mio
pensiero; e pensano, in qualche modo,

59
al suo posto. Eccomi pervenuto cosi a u-
na chiarità che non avrei mai raggiunta
con la semplice presenza dell’ anima
mia... Or ora, per esempio, mi parve
che Athikté rappresentasse, danzando,
l’amore. Ma quale amore? Non questo,
e non quello... È nemmeno una qualsia-
si miserabile avventura!... Badate bene:
non voglio dire ch’ella recitasse la parte
di un’amante... No, qui siamo fuori d’o-
gni arte mimica. Non v’è insomma, qui,
neppur l’ombra di una finzione scenica...
Perché, d’altronde, dovrebbe ella finge-
re, quando può disporre del movimento
e del tempo musicale che sono la real-
tà assoluta e perfettissima?... Athikté
incarna dunque l’ essenza stessa, l’ es-
senza pura dell’ amore. Ma in che con-
siste mai questa essenza? Di che sì com-
pone? Come definirla e descriverla? Noi
sappiamo pur bene che l’anima dell’a-
more è insita nella invincibile diversi-
tà degli amanti e che la sua sostanza im-
palpabile si concreta nell’identità dei lo-
ro desiderii reciproci. Occorre perciò che
la danza generi con la finezza delle sue PE

60
linee, con la divinità del suo slancio,
con la delicatezza delle sue pause, quel-
la creatura universa, la quale non ha né
corpo né volto; ma dei doni, dei giorni,
dei destini; ma una vita e una morte.
Che non è, anzi, se non vita e morte,
null’altro; poi che il desiderio, una volta
nato, non conosce sonno né tregua. Ed
ecco perché la danza soltanto ha in sé il
potere di render visibile il desiderio at-
traverso la bellezza de’ suoi atti. Dan-
zando, Athikté è divenuta tutta amore ME
—SO

ella stessa. Fu tutta lagrime, sorrisi e i-


nutili finzioni. Incanti, cadute, offerte e
sorprese: un darsi e un negarsi: un suc-
cedersi di passi esattamente perduti. Ha
celebrato tutti i misteri dell’apparire e
del celarsi. Parve a volte sfiorare il ciglio
di catastrofi ineffabili... Ma adesso, guar-
datela dunque! Per ringraziare Afrodi-
te, non è, d° un tratto, ella un” onda,
un’onda del mare?... Ora più greve, ora
più leggera del proprio corpo, balza co-
me infranta da uno scoglio, e crolla e ri-
cade mollemente in se stessa... É l’on-
dal...

61
ERISSIMACO
Ecco. Fedro pretende a ogni costo
che Athikté rappresenti qualcosa.

Fepro
E tu, Socrate, che ne pensi?

SOCRATE
Mi domandi se rappresenta qualco-

Fenpro

Si. Credi tu che rappresenti qual-


cosa?

SOCRATE
Non rappresenta nulla, Fedro di-
letto. Eppure non v’ha cosa che non rap-
presenti, Erissimaco! L’amore e l’ocea-
no, la vita stessa e il pensiero... Non av-
vertite dunque ch’ella è l’atto puro di
tutte le metamorfosi?

62
Fenro
Divino Socrate! Tu sai quale sem-
plice e singolar fede ho riposto, da che ti
conobbi, ne’ tuoi incomparabili lumi. Io
non posso ascoltarti senza crederti, né
crederti senza gioire per il solo fatto che
ti credo. Ma che la danza di Athikté non
rappresenti proprio nulla e non sia, in-
nanzi tutto, un simbolo degli impeti e
delle grazie d’amore, soltanto udir ciò,
vedi?, m°’è insopportabile...

SOCRATE
Non ho pronunziato ancora un as-
serto cosi reciso! Io mi limito, amici
miei, a domandarvi che cosa sia la dan-
za. Sembrate saperlo entrambi, ciascu-
no a suo modo. Uno di voi mi risponde
che la danza è quel che è, né più né me-
no, ridotta alla sua specie visibile. L’al-
tro, si ostina a ribattere che rappresen-
ta invece qualcosa: e che non consiste
dunque tutta in se stessa, ma anche in
noi; e in noi, anzi, principalmente. Per
quel che mi riguarda, amici miei, vi di-
rò che il mio dubbio rimane: intatto.
Il mio pensiero gli svaria intorno molte-
plice; e non è buon seguo. Varie e con-
fuse, le mie opinioni m’ urgono da ogni
parte con identica intensità...

ErissIMACO
Osi dunque dolerti della tua ric-
chezza!

SOCRATE
Si, me ne dolgo. La ricchezza ren-
de immobili. Ma il mio desiderio è mo-
vimento esso stesso, Erissimaco. Brame-
rei adesso l’aerea energia dell’ape. Quel-
l’energia che è, anche, la suprema vir-
ti della danzatrice... Occorrerebbe allo
spirito mio quella forza concentrata nel
movimento, che tiene l’ insetto sospeso
sulla moltitudine dei fiori; che lo fa ar-
bitro vibrante della diversità onde son
contraddistinte le loro corolle; che lo ac-
costa a piacer suo ora a una ora all’altra,
e infine a quella rosa laggiù più lontana,
e gli consente di sfiorarla e di fuggirla o

64
di penetrar nel suo calice. Quella forza
concentrata ottiene che l’insetto s’allon-
tani da una corolla, non appena cessa di
amarla: e ve lo riconduce, se mai l’in-
setto si penta d’avervi lasciato, senza de-
libarlo, qualche succo, il cui ricordo lo
incalza ossessionante mentre prosegue a
volar di fiore in fiore... Oppure m°’occor-
rerebbe, Fedro diletto, che quella dan-
zatrice, indugiando a spostarsi con i suoi
movimenti lievissimi, s’ insinuasse ne”
miei pensieri per suscitarli a uno a u-
no. Sorgendo dall’anima mia tutti insie-
me, apparirebbero allora ai vostri spiri-
ti nell’ordine più luminoso di tutti gli
ordini possibili.

FepRO
Séguita! Séguita!... Vedo l’ape sul-
le tue labbra e la danzatrice dentro il tuo
sguardo!

ERISSIMACO
Parla, o-Maestro nell’ arte divina
d’affidare alle parole il pensiero che na-
sce!... Parla, creatore perennemente fe-
lice delle maravigliose deduzioni insite
in ogni evento dialettico! Parla! Distin-
gui e deduci il filo d’oro... Trai da’ tuoi
rapimenti profondi qualche verità palpi-
tante!

FEDRO
Il caso è con te... E si tramuta in-
sensibilmente in saggezza, via via che tu
lo insegui con la voce pe’l labirinto del-
l’anima tua!...

SOCRATE
Ebbene: anzitutto, io pretendo di
consultare il nostro medico.

ErissIMACcO
Sono agli ordini tuoi, Socrate caris-
simo.

SOCRATE
Dimmi dunque, o figlio di Acume-
no, terapeuta Erissimaco. Tu che ravvisi
cosi scarse vir nelle droghe amarissime
e negli aromi tenebrosi, di cui non fai
perciò uso veruno; tu che, possedendo
come niun altro al mondo ogni segreto
dell’arte e della natura, tuttavia non pre-
scrivi e non consigli né balsami, né pillo-
le, né unguenti misteriosi; tu che non
credi agli elisir né ai filtri suggeriti in
confidenza, o risanatore senza elettuarii,
o spregiatore di tutto ciò che (polveri,
gocce, gomme, glomeruli, fiocchi, sali e
cristalli) allappa, buca le vélte olfatti-
ve, fa scattar le molle dello starnuto o
della nausea, uccide o risuscita; dim-
mi, Erissimaco, medico tra i più versati
nell’arte di Esculapio: mon conosci tu
(fra tante mai sostanze attive ed effi-
—___.Ac
sso
ss
_os
"Pon,
fr
nei
sia
cienti, fra tanti mirifici preparati che la
tua scienza considera come armi vane 0
spregevoli nell’ arsenale della farmaco-
pea) non conosci tu dunque uno specifi-
co solo per quel tremendissimo male, un
solo antidoto per quel veleno nemico
della stessa natura...

67
FeDRO
Quale veleno?

SOCRATE
... che si chiama; la noja di vive-
re? E intendo (bada bene!) non già la
noja passeggera, non già la noja che de-
riva dalla fatica o quella di cui si ve-
dono i germi o si conoscono i limiti; ma
quella noja perfetta, quella noja inte-
grale, quella noja che, non avendo per
causa né la sventura né la malattia, si
appiglia anzi, di solito, alle condizioni
umane apparentemente più felici. Quel-
la noja, insomma, che non ha altra so-
stanza o ragion d'essere all’infuori della
vita, altra causa che la chiaroveggenza
dell’essere vivente. Quella noja assoluta
che non è, in se stessa, se non la vita i-
gnuda quando riesce a vedersi con lim-
pidi occhi, chiaramente.

ERISSIMAcO
Si. Purtroppo è vero che se l’anima
nostra sì purifica di ogni falsità e s’àm-
puta d’ ogni fraudolenta appendice ag-
giunta alla propria sostanza, subito in-
combe sulla nostra vita la minaccia di ca-
der sotto il raggio di quella contempla-
zione fredda, meticolosa, raziocinante e
sorvegliata, che Ja fissa nella sua auten-
tica realtà.

FepRro

La vita si offusca al contatto della


realtà come il fungo ambiguo, schiaccia-
to, al contatto dell’aria.

SOCRATE

Io ti ripeto la mia domanda, Erissi-


maco:; conosci tu un qualsiasi rimedio
che valga contro quel morbo?

ERrISSIMACO

E perché dovremmo noi tentar di


guarire un male cosî ragionevole? Senza

Tal
(3
dubbio, nulla si dimostra più morboso
in se stesso, nulla più contro natura
quanto il veder le cose nella loro nuda
realtà. Una chiarezza fredda e assoluta
è un veleno contro il quale non v’ha an-
tidoto che giovi. La realtà allo stato pu-
ro ferma il cuore di colpo... Basta una
goccia sola di quella gelida linfa per a-
trofizzare in un’anima tutti gli impulsi
e i palpiti del desiderio, per sterminar
tutte le speranze e i germi divini che re-
chiamo nel sangue. Stihito tutte le vir-
ti, anche le più nobili, e tutti i colori,
anche i più accesi, impallidiscono; e
muojono a poco a poco di consunzione.
Il passato si riduce a un mucchietto di
cenere; l’ avvenire, si condensa in un
ghiacciuolo. L’anima apparisce a se stes-
sa come una vacua forma commensura-
bile. La realtà nuda resulta dunque com-
posta di elementi infinitesimi avvinti l’u-
no all’altro, che si limitano a vicenda
collegandosi secondo leggi di un rigore
feroce... O Socrate! L’universo non si
rassegna, neppur per un attimo solo, a
non essere se non quello che è. Come
sembra strano che il Tutto possa non ba-
stare a se stesso!... Il suo terrore d’esse-
re per l’appunto ciò che è lo ha costretto
a plasmarsi e a dipingersi mille masche-
\ re. Non v’ha altra ragione che giustifi-
chi l’umanità. Perché mai esistono gli
uomini? Il loro compito è la conoscenza.
Ma che vuol dire conoscere? È, sicura-
mente, non essere ciò che si è. Ed ecco
allora 1’ umanità, còlta dal delirio del
pensiero, introdurre nella natura il prin-
cipio degli errori illimitati e le conse-
guenti maraviglie, a miriadi. Gli equivo-
ci, le parvenze ingannevoli, i giuochi
\ della diottrica spirituale ottengono che
nel più profondo fermenti la miserrima
pasta del mondo... Il pensiero infonde
in ciò che è il lievito di ciò che non è...
Ma pure a volte la verità si tradisce co-
me una stonatura nel sistema armonioso
delle fantasmagorie e degli errori... Tut-
| to minaccia allora di rovinar nel nulla;...
' e Socrate, proprio Socrate, viene a chie-
dermi un qualsiasi rimedio per questo
disperatissimo caso clinico di chiaroveg-
genza e di noja!...

= pe SA
71
SOCRATE

Ebbene, Erissimaco. Poiché non


v’ha dunque riniedio, puoi .tu almeno
dirmi quale stato magggiormente s’oppon-
ga a quell’orribile crisi di disgusto asso-
luto, di lucidità micidiale e di chiaroveg- SeN
e
genza inesorabile?

ErISsIMACO
In primo luogo, tutte le ebrietà non
malinconiche.
SOCRATE
E poi?
ErissIMAcO

Poi, l’ubriachezza vera e propria;


e, con l’ubriachezza, la categoria in ge-
nere dei lievi deliri prodotti da ogni dro-
ga inebriante.

SOCRATE
Sta bene. Ma non vi sono ubria-
chezze all’infuori di quella che proviene
dal vino?
FeDRO

Certo. L’amore, l’odio, la cupidi-


gia sono tutte passioni inebrianti. E, con
esse, il senso di potenza...
SOCRATE
Tutto ciò insaporisce la vita e la co-
lora. Ma la possibilità di odiare, di ama-
re e di conquistare immense ricchezze, è
anch’essa inscindibilmeute legata a tutti
| i casi della realtà. Non vedi tu dunque,
i Erissimaco, che fra tutte le ebrezze la
| più nobile e la più avversa alla noja as-
Ì soluta è proprio l’ebrezza connessa ad
alcuni atti umani? I nostri atti, e in par-
ticolar modo quelli che mettono in mo-
vimento tutto il nostro corpo, possono
farci entrare in uno stato singolare e am-
mirando, Il più lontano, cioè, da quello
miserevolissimo in cui lasciammo l’osser-
vatore lucido e immobile che poco fa e-
Vocavamo,
FeDRO
Ma se, per un qualsiasi prodig
io,
costui s’accen desse d’u na stib
r} zL:
ita passio
.
ne
per la danza?... Se anelasse, insomma,
d’un tratto smettere d’essere chiaroveg-
gente per divenir piuttosto leggero; e se
dunque, cercando di differenziarsi da se
stesso in una indefinita serie di metamor-
fosi, tentasse di barattar la propria liber-
tà di giudizio in libertà di movimento?

SOCRATE
Risolverebbe allora di colpo, am-
maestrandoci, il problema che per l’ap-
punto noi andiamo adesso procurando di
spiegare a noi stessi... Ma un’altra do-
manda io voglio rivolgere ancora a Eris-
simaco.

ERISSIMACO
Tutte quelle che vuoi, Socrate di-
letto.

SocRATE
Dimmi allora, o sapientissimo me-
dico che hai approfondito ne’ tuoi peri-
pli e ne’ tuoi studii la scienza di tutte le
cose viventi; conoscitore magnifico d’o-

74
gni forma e d’ogni capriccio della Natu-
ra, che ti sei distinto nella classificazio-
ne così degli animali come delle piante
ragguardevoli (le nocive e le benefiche;
le anodine e le efficaci; le ammirande, le
abominevoli e le grottesche; le ambigue
e finanche le inesistenti); dimmi tu dun-
que: non t'avvenne mai di sentir nomi-
nare quello strano animale che vive e
prospera immerso nella fiamma?

ERrISSIMACO
E come no? La sua forma e il suo
règime di vita furono oggetto di indagini
profonde, Socrate carissimo, anche se la
sua esistenza ha dato recentemente luo-
go a qualche contestazione. Mi avvenne
spesso di descriverlo ai discepoli, pur
non avendolo mai veduto con i miei pro-
pri occhi.

SOCRATE
ba Ebbene... Non pare anche a te, E-
Fesimaco; e a te, Fedro diletto, che
quel.
a creatura la quale vibra tutta lagg
iù e
——
——
n
2.
-

79
s’agita adorabilmente nello specchio del-
le nostre pupille; non pare anche a voi,
che quella ardente Athitké (vedi? si pro-
diga e si raccoglie, balza e ricade su se
stessa, si spalanca e si rinchiude con tan-
ta celere mutevolezza da: apparire in-
scritta per entro una. atmosfera diversa
dalla nostra); non sembra anche a voi
che quell’ardente Athikté viva felice im-
mersa in un elemento del tutto simile al
fuoco, in una sottilissima essenza mista
di movimento e di musica ove respira u-
na energia inesauribile, mentre parteci-
pa con tutto l’essere suo alla pura ir-
ruenza immediata della beatitudine su-
prema? Se noi paragoniamo la nostra
condizione greve e ‘seriissima alla condi-
zione di quella salamandra scintillante,
non vi sembra forse che i nostri atti or-
dinarii generati via via dai nostri biso-
gui, e i nostri gesti e i nostri movimenti
casuali siano, al paragone, materia grez-
za, resa tenace nel tempo dalle sue stes-
se impurità, mentre quella esaltazione
orgiastica, quella vibrazione frenetica,
quel trionfo di una tensione perpetua,
quel rapimento inesauribile in una mo-
bilità sovrumana hanno veramente tutte
le virtù e tutte le potenze della fiamma?
E le vergogne, le noje, le balordaggini
(tutti, insomma, gli alimenti quotidiani
della vita) vi si consumano dentro facen-
do brillare ai nostri occhi solamente ciò
che v'ha di divino in una creatura mor-
tale. Non sembra anche a voi?

FenRO
O ammirevole Socrate! Guarda,
presto!, sino a che punto tu cogli nel ve-
ro! Guarda quella creatura come palpi-
ta! Si direbbe che la danza irrompa dal
suo corpo al par di una fiamma!

SOCRATE
O fiamma!
— Può darsi che quella fan
non sia che una sciocchina ciulla
qualunque...
O fiamma!
_ 7 Chisa mai di qu
ali superstizio-
nm e di quali frottole sar
sua d’ogni
à fa tta l’anima
giorno...

71
Fiamma, fiamma - comunque!... Es-
senza viva e divina... Ma che cos'è u-
na fiamma, amici miei, se non l’attimo
puro, se non ciò che v’ha di folle di gau-
dioso e di formidabile nell’attimo stes-
so? Fiamma è il battito del momento che
scocca sospeso fra la terra e il cielo. Si.
Tutto ciò che trascorre dallo stato solido
allo stato aereo, passa per l’attimo del
fuoco e della luce... E non è forse la
fiamma anche l’altiera specie inafferra-
bile in cui s'incarna la suprema distru-
zione? Ciò che non avverrà più mai ac-
cade innanzi agli occhi nostri in tutto il
suo sfarzo! Ciò che non avverrà più mai,
è d’uopo che accada nel più splendido
dei modi possibili...
Come la voce canta perdutamente,
come la fiamma canta dissennata tra la
materia e l’etere e dalla materia all’ete-
re s’ avventa furiosa rugghiando - non
consiste forse la Danza, amici miei, nel-
la liberazione del nostro corpo possedu-
to dallo spirito di menzogna (e dalla mu-
sica che è, anch’essa, menzogna); non
consiste forse nella liberazione del no-

78
stro corpo, ebro di rinnegare la realtà
insignificante? Guardate infatti quel cor-
po che vibra al par della fiamma allor-
ché sostituisce via via lingueggiando se
stessa! Guardate come abbatte sotto i
piedi la realtà e la calpesta! Guardate .
con quanta furia giojosa s’accanisce a di-
struggere il suolo stesso su cui posa!
Guardate come s’inebria nell’orgia delle
sue stesse metamorfosi!... Ma anche
guardate come lotta contro lo spirito!
Non vedete quel corpo che spasima per
gareggiare in rapidità e in mutevolezza
con l’anima propria? Lo divora una stra-
na gelosia di quella libertà e di quella
ubiquità da cui crede di avvertir con-
traddistinta l’essenza stessa dello spiri-
to!..,
Senza dubbio, l’oggetto unico e per
sistente dell’anima è ciò che
-
non esiste:
ciò che fu, e non è più;
ciò che sarà e
non è ancora; il possib
ile e l’impossibi-
le. Tutto questo, è l’a
nima. Tutto que-
sto; ma non mai , uditemi
mai « ciò che è ». bene!, non
Ora, il corpo (il qu
ale consiste in-
vece soltanto in ciò che è) guardate: non
riesce più a contenersi nello spazio...
Dove mai si allogherà, per divenire?
Questa unità anela a farsi totalità. Aspi-
ra anch’essa a diventare, come l’anima,
universa. Vuole sottrarsi alla propria i-
dentità perpetua, col numero de’ suoi
atti. Essendo cosa prorompe in even.
ti. Travolge negli eventi se stessa. E co-
me il pensiero eccitato batte alla riva
d’ogni realtà e vibra fra il tempo e l’at-
timo, superando tuite le antitesi; e co-
me nel nostro spirito sì formano simme-
tricamente ipotesi varie e le possibili in
esso si ordinano via via enumerandosi -
cosi quel corpo sì esplica in ogni suo mem-
bro, inventa nuove combinazioni con se
stesso e si dà forme dietro forme, sva-
riando incessantemente dall’attualità dei
propri aspetti!... Ed eccolo infine giun-
to a quello stato comparabile allo stato
della fiamma: al cuore stesso delle più
attive metamorfosi... Non si può più par-
lar di movimento. Non si distinguono
ormai più gli atti dalle membra...
La fanciulla che poc’ anzi era là,
appare ormai divorata dal vortice delle
innumerevoli figure. Negli scatti del suo
vigore, quel corpo mi suggerisce un pen-
siero sublime. Come noi esigiamo dal-
l’anima nostra molte cose per le quali
non è fatta (chiedendole di illuminarci,
di profetar l’avvenire e giungendo per-
fino a scongiurarla perché ci riveli il Dio)
similmente quel corpo anela attingere
un possesso pieno di sé, un vertice di
gloria sovranaturale... Ma avviene di lui
come dell’anima, per la quale Dio e la
saggezza e la profondità che le doman-
diamo non sono e non possono essere se
non attimi, baleni, frammenti di un tem-
po ignoto, balzi disperati per uscir dai
limiti della propria forma...

FenRo
Guarda, su, guarda!... Ella
laggiù: e, danzando, do
danza
na ai nostri oc-
chi tutto ciò che ti sforzi
di esprimere
con le parole!.... Rende
l’attimo!.. Oh, attraverso visibile anche
È GSS
ammina : quali gemme
! È
Sparge intorno i su
oi gesti co-
me fulgide pietre preziose! Ruba alla
natura atteggiamenti impossibili sotto lo
stesso occhio del Tempo!... E il Tempo
si lascia sviare in inganno... Ella attra-
versa impunemente l’Assurdo. È divina
in quella sua perpetua instabilità; e ne
fa dono ai nostri sguardi!...

ERISSIMACO

L’attimo genera la forma, e questa


rende, a sua volta, visibile l’attimo.

FeDRO

Ella fugge la propria ombra cer-


cando nell’etere uno scampo...

SOCRATE
E non ci è dato vederla se non co-
me in procinto di cadere...

ErISssIMACO
Ha sciolto tutto il proprio corpo in
una agilità cosi pronta nel serrarsi e nel
chiudersi, da gareggiare con quella della
più agile mano... Soltanto la mia mano
emula il suo corpo nel facile dominio di
SÉ...

SOCRATE

Amici miei! Non vi sentite come


invasati da un’ebrietà che vi percorre a
scosse, e resi a poco a poco, per un reite-
rarsi di colpi sempre più forti, simili a
quegli altri convivi che battono a terra
i piedi con crescente furore, né più rie-
scono a far tacere e a nascondere i pro-
pri dèmoni? Io stesso, vedete?, mi sento
come invadere tutto dalle correnti di una
misteriosa energia... O, meglio, avverto
ch’esse prorompono da me: da me, che
non supponevo di contenere tali virti.
In un mondo che è tutto suono, risonan-
za e vibrazioni, questo tripudio intenso
del corpo celebrato innanzi ai nostri spi-
riti offre uno spettacolo di gioja e di lu-
ce... Di fronte a un simile spettacolo,
tutto appare più solenne, più leggero,
più vivo ed energico. Tutto si rivela pos»
sibile, ma di una possibilità diversa dal.
le possibilità consuete. Tutto si dimostra
pronto a indefinitamente ricominciare...
Nulla resiste alla alternativa delle arsi e
delle tesi... Battete! battete!... È il re-
gno, questo, della materia battuta ed ur-
tata in cadenza; della terra colpita, del-
le pelli e delle corde ben tese, percosse;
delle palme e dei talloni che scandiscono
il tempo, forgiando letizia e follia... È il
reguo di tutte le cose in delirio di ritmo
perfetto.
Ma l’impeto della gioja che monta,
anela di traboccar da ogni misura; scon-
quassa a colpi di ariete le muraglie in-
terposte fra gli esseri. omini e donne,
in cadenza, esaltano il canto sino all’in-
tensità del tumulto. Tutto l’universo è
un gran palpito di battiti che accompa-
gnano l’inno in un crescendo di elevazio-
ne... Odo il frastuomo sommosso da tut-
te le armi scintillanti della vita!... Gli
strepiti dei cimbali spezzano alle nostre
orecchie la voce di ogni pensiero segre-
to... Sono essi sonori come baci scocca-
ti da labbra di bronzo...

84
e
e
ErISssIMACO
Ecco. Guardate! Athikté si presen-
ta in un’ultima figura di danza! Tutto il
suo corpo si sposta puntando sull’alluce
possente.
FepRO
Quel dito ch’è il plinto su cui tut-
ta intiera si regge, tormenta il suolo co-
me un pollice la tesa pelle del tamburo.
Quanta attenzione si concentra nell’at-
to! Quale tenace volontà la sostiene rit-
ta sul perno di quella punta!... Ma ecco
ch’ella gira su se stessa...

SOCRATE
Gira su se stessa... E le cose che
pareano congiunte per l’eternità, comin-
ciano d’un tratto a disgiungersi. Ella gi.
ra e rigira...

ErIssIMAcO
E quel suo girar su se stessa equi.
vale, in realtà, a un trasmigra
re in un
mondo Ron,
SOCRATE

È il tentativo supremo... Ella gira


su se stessa; e tutto ciò che le appariva
visibile le si distacca dall’anima. La fec-
cia si separa alfine dalla pura essenza,
nell’anima sua. Gli uomini e le cose si
stringeranno tra breve intorno a lei co-
me il cerchio di un fondiglio amorfo.
Guardate!... Ella gira su se stessa...
La semplice energia sprigionata da. un
corpo sotto l’impulso del movimento rie-
sce ad alterar profondamente la natura
delle cose, più che non lo stesso spirito
nel ritmo delle speculazioni e dèi so-
gni!...

l'EDRO
Si direbbe che quella danza abbia
a durare in eterno. i

SOCRATE
Che ella potrebbe morir mentre
danza... Forse dormire: addormentarsi
In un magico sonno... Riposerebbe allo-
ra immobile al centro stesso del proprio
movimento. Isolata da tutto, sola: simi-
le all’asse della terra.

Fepro
Gira su se stessa... Gira su se stes-
sa... Cade!

SOCRATE
È caduta...

FeDRO
È morta...
i
rr

SOCRATE
Ha esaurito le ultime sue riserve,
le più intime forze del proprio org
ani-
smo!

FeDRO
Numi!... Potrebbe
T. .

morire... Eris-
sImaco, corri!

Val
cei
sm
eia
Corn
87
ErISssIMACO
In simili casi, io non ho fretta... Se
è destino che tutto si risolva per il me-
glio, non conviene al medico turbare il
processo fatale delle cose. Basterà ch’e-
gli giunga un attimo prima della guari-
gione, all’unissono col passo degli Dei...

SOCRATE
Ma andiamo almeno a vedere...

FepRO
Com'è bianca!

ERrISSIMACO
Lasciamo agire il riposo perché la
guarisca dal movimento.

FepRO
Credi che non sia morta?

88
ERISSIMACO
No, non è morta. Guarda quel mi
nuscolo seno che non chiede se non di
vivere... Osserva come palpita debolmen-
te, sospeso al tempo...

FepRO
Lo vedo, lo vedo...

ErissIMACO
L’uccello scuote un poco le ali a-
vanti di riprendere il volo.

SOCRATE
Eppure, ella sembra quasi felice...

FepRO
Avete udito? Che ha detto?

SOCRATE
Ha mormorato qualcosa fra sé e
Bé..,
ERISSIMACO
Ha detto: « Come mi sento be-
ne!»... Null’altro. -

FeDRO
Quel mucchietto di membra e di
sciarpe, vedete?, sì agita...

ErISsIMACO
Via, piccola, andiamo! Riapri gli
occhi. Come ti senti, adesso?

ATMIKTE
Non sento nulla. Non sono morta.
Ma non son viva neppure...

SOCRATE
Da quali luoghi ritorni?
Re
a
E|P
R

ATHIKTÉ
Asilo, asilo, 0 mio unico asilo, ©
Turbine! — Ero in te, movimento,
al di
fuori di tutte le cose...

FINE

__.
+
—_
er
o
È

INDICE

Dedica del traduttore


Quasi preludio
Les sranades
Le melagrane .
L’Anima e la Danza
QUESTO VOLUME È STATO COMPOSTO E
staMPATO PER ERMES JACCHIA Epi-
TORE IN VICENZA NELLO STABILIMENTO TI-
POGRAFICO ARTI GRAFICHE DELLE VENEZIE
VICENZA
TRA IL QUINDICI MARZO E IL DIECI MAGGIO
DELL'ANNO MILLENOVECENTOTRENTATRE
SI SONO STAMPATI CINQUANTA ESEMPLARI
DI LUSSO SU CARTA A MANO DI FABRIANO
. FIRMATI DALL'AUTORE E DAL TRADUTTORE
NUMERATI DALL’l AL 50. |
L’EDIZIONE COMUNE È COSTITUITA DA QUAT-
TROCENTOCINQUANTA ESEMPLARI NUMERATI |
DA 51 A 500. |

186 c$

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