Certo, ecco la riscrittura completa dei testi che mi hai inviato, mantenendo
l'ordine originale e
cercando di preservare il più possibile lo stile e le informazioni:
**PRIMA DI COMINCIARE**
L’Europa alla vigilia dell’anno Mille
* 800 – 814 Morte di Carlo Magno
* 843 Trattato di Verdun e divisione dell’Impero carolingio
* 888 Deposizione dell’ultimo imperatore carolingio Carlo III il Grosso
* 827 Inizio della conquista saracena della Sicilia
* IX-X SECOLO INVASIONI DI VICHINGHI, SARACENI E UNGARI
* 955 Battaglia di Lechfeld e sconfitta degli ungari da parte di Ottone I di
Sassonia
▶ beneficio Nel rapporto feudale il beneficio era un bene immobile, molto spesso
rappresentato
da un appezzamento di terra.
**La crisi dell’Impero carolingio e l’inizio dell’età signorile**
Dopo la morte di Carlo Magno nell’814, il vasto impero costruito in Europa dai
Carolingi andò
incontro a una inarrestabile crisi. Il figlio di Carlo Magno, Ludovico il Pio (814-
840), era riuscito tra
molte difficoltà a tenere insieme l’Impero, ma dopo la sua morte la situazione
precipitò. I suoi
discendenti – i figli Carlo il Calvo, Ludovico il Germanico e Lotario – si
contesero aspramente il
dominio sull’impero. Con il trattato di Verdun dell’843 il titolo imperiale andò a
Lotario, ma i
territori furono divisi fra i tre fratelli come se si trattasse di un patrimonio
personale. Al tempo di
Carlo Magno, le cariche politiche venivano distribuite dall’imperatore a uomini di
sua fiducia; i suoi
successori non ebbero però la forza e l’autorevolezza necessarie per controllare
l’operato dei
funzionari imperiali, che cominciarono a trasmettere in eredità ai figli la loro
carica e i connessi,
creando centri di potere periferici: fu così che l’Impero carolingio si disgregò.
Con la deposizione
nell’888 dell’ultimo imperatore, Carlo III il Grosso, l’impero si sfasciò
definitivamente e dalle sue
ceneri nacquero e si svilupparono una miriade di nuovi poteri locali: questo
fenomeno diede.
**La seconda ondata di invasioni**
Tra il IX e il X secolo, l’Europa fu nuovamente al centro di ripetute incursioni e
scorrerie di
popolazioni in armi: gli ungari, i saraceni e i vichinghi. A tal proposito si parla
di “seconde”
invasioni perché seguirono alle “prime”, cioè alle migrazioni di gruppi germanici
che, tra IV e VI
secolo, si erano riversati all’interno dei confini dell’Impero romano dando vita ai
regni romano-
barbarici. Gli ungari o magiari erano cavalieri e arcieri provenienti dalle steppe
dell’Asia, esperti
razziatori nelle pianure. Divisi in bande, imperversarono in Germania, in Francia e
nella Pianura
padana finché furono sconfitti a Lechfeld da Ottone I (nel 955) e da allora si
convertirono al
cristianesimo e si stanziarono in Pannonia, l’attuale Ungheria. I Maghreb
(corrispondente all’area
più a ovest dell’Africa del Nord) e dalla Spagna conquistata dagli arabi e,
sfruttando le loro basi
nelle Baleari e in Sicilia, si riversarono lungo le coste del Mediterraneo
occidentale. Frassineto,
invece (presso l’attuale Saint-Tropez, in Provenza), faceva da testa di ponte per
le loro incursioni
nell’area alpina. Dall’827 i saraceni iniziarono la conquista della Sicilia
bizantina, che
completarono all’inizio del X secolo con la presa di Taormina e la cacciata dei
bizantini. La
dominazione musulmana sull’isola sarebbe durata fino all’XI secolo con l’arrivo dei
normanni,
mentre Saint-Tropez fu distrutta nel 972-973. I vichinghi provenivano dalla
Scandinavia ed erano
organizzati in bande di giovani guerrieri: si trattava di abilissimi navigatori, in
grado con le loro agili
imbarcazioni di risalire in profondità i corsi dei fiumi; erano anche i migliori
mercanti del tempo, ma
sempre pronti a saccheggiare villaggi e monasteri privi di difese. Nell’XI secolo,
un gruppo di
vichinghi che si era stanziato nel nord della Francia, i normanni, conquistò
l’Inghilterra e il Sud
Italia
**Incastellamento e signoria di banno**
Nei secoli IX e X, i sovrani che si trovarono a gestire il vuoto di potere lasciato
dal disgregamento
dell’Impero carolingio erano troppo deboli per contrastare l’iniziativa dei grandi
proprietari terrieri
e di altri signori feudali. Pertanto questi ultimi iniziarono a governare in
autonomia il territorio,
imponendo tributi e armando eserciti per difendere il territorio. Questa ultima
esigenza divenne
molto pressante a causa delle frequenti invasioni di vichinghi, ungari e saraceni,
che seminavano il
terrore fra la popolazione e costringevano i signori a un grande impegno militare
per respingere i
loro attacchi. Conti, marchesi, ma anche vescovi e abati iniziarono così a
fortificare i villaggi e i
monasteri e le torri si moltiplicarono; in questa situazione di insicurezza i
piccoli proprietari terrieri
e i contadini erano indotti a trasferirsi all’interno di queste aree fortificate e
a porsi sotto la
protezione del signore o dell’abate. Si verificò così il fenomeno
dell’incastellamento, una nuova
forma di organizzazione del territorio che accrebbe il potere del signore perché,
se da una parte
egli si accollava l’onere di difendere il territorio, dall’altra tutti coloro che
ricevevano protezione gli
rendevano in cambio servigi, pagavano a lui le tasse e obbedivano al suo comando.
Ben presto
conti, vassalli, abati e vescovi non si accontentarono di governare un solo
castello, ma ambirono
a costruire dei veri e propri domini locali, simili a piccoli “Stati”, dove avevano
il potere di
giudicare e punire, di organizzare un loro esercito e di riscuotere tasse a
piacimento. Gli storici
chiamano questo fenomeno signoria di banno. Il termine “banno”, derivato dal
germanico ban,
indicava il potere spettante ai capi delle tribù e veniva impiegato per indicare il
potere di comando
dei signori. Fra le costrizioni che il signore poteva imporre c’erano le cosiddette
“banalità”: diritti,
perlopiù in natura, su alcune installazioni di pubblica necessità, come il mulino
di un villaggio o un
forno. Nel banno rientrava anche il diritto di punire: chi non obbediva alle leggi
del signore veniva
giudicato e punito. Da questa accezione del termine “banno” deriva il verbo
“bandire”, cioè
“mettere fuori legge”: nell’italiano volgare infatti il “bando” era la proscrizione
o l’esilio che colpiva
i “banditi”, cioè coloro che si erano sottratti all’esecuzione della condanna,
ponendosi perciò fuori
legge.
**L’aristocrazia nel Medioevo**
Sia per difendere i suoi possedimenti, sia per accrescere il suo prestigio il
signore ebbe sempre
più bisogno di uomini armati al suo servizio. In questo contesto nacque una nuova
figura sociale,
quella del miles, ovvero il cavaliere, un combattente a cavallo. Insieme alle armi
di metallo, il
cavallo era tra i beni più costosi e importanti di quel tempo: possederne uno
voleva dire non solo
poter fare la guerra, ma anche potersi dedicare alla razzia, un’attività violenta
ma assai diffusa e
molto remunerativa. Coloro che non possedevano la terra necessaria per essere
signori, ma che
erano abbastanza ricchi per comprarsi un cavallo, potevano diventare cavalieri: i
candidati si
sottoponevano al rito pubblico dell’addobbamento, durante il quale ricevevano
spada, scudo,
elmo e speroni. Quando non erano impegnati in una guerra vera, i cavalieri si
esercitavano nei
tornei e nella giostra. Nei secoli intorno al Mille e fino al XIII secolo, il ceto
più importante della
società era formato proprio dai signori e dai milites. La loro superiorità era di
tipo economico (data
dal possesso di castelli e dallo sfruttamento delle proprietà agricole curtensi) e
militare (grazie al
fatto che possedevano cavalli e armature per dedicarsi alla guerra e alla razzia):
dunque erano di
fatto gli uomini più potenti e influenti del loro tempo e formavano un’aristocrazia
di governo. Per
lungo tempo, l’appartenenza all’aristocrazia non fu garantita dai vincoli di
sangue, ma andava
guadagnata tutti i giorni sul campo: non era affatto detto, cioè, che i figli di un
aristocratico
sarebbero stati ricchi e potenti come il padre. La nobiltà moderna, quella cioè in
cui il titolo e i
privilegi nobiliari vengono trasmessi in eredità di padre in figlio, nacque solo a
partire dal XIII secolo. È questa l’idea di nobiltà, una classe privilegiata e
chiusa, definita dal sovrano superiore
“per diritto”, ad aver influenzato nel profondo il nostro immaginario.
**Clero e fedeli**
La Chiesa giocò nel Medioevo un ruolo straordinario all’interno della società
europea, in cui praticamente tutti si professavano cristiani. È importante quindi
ricordare come fosse articolata al
suo interno. Vescovi, sacerdoti e chierici formavano il clero secolare, poiché
vivevano nel
“secolo”, ossia nel mondo in mezzo ai laici, e avevano il compito di guidare e
istruire. Il primo
passo della carriera ecclesiastica era diventare chierico: il nome deriva dal rito
della tonsura,
ovvero dalla rasatura dei capelli (chierica) che si doveva subire come segno di
umiltà. I chierici,
molto spesso, sapevano leggere e scrivere in latino e per questo potevano essere
impiegati come
funzionari pubblici (proprio da qui deriva il termine inglese clerk, ovvero
“impiegato”). Il grado
successivo era quello di sacerdote, detto anche prete: il sacerdote era l’unico che
poteva
celebrare messa e amministrare i sacramenti. Il percorso per diventare sacerdote
era piuttosto
complicato e prevedeva sette tappe: dagli ordini minori di ostiario, lettore,
esorcista, accòlito, si
diventava suddiacono, diacono e, solo alla fine, si riceveva l’ordinazione e si
diveniva sacerdote.
Prima della riforma della Chiesa dell’XI secolo, i sacerdoti erano soliti sposarsi
e avere una
famiglia. Al vertice dell’organizzazione religiosa si trovava il vescovo, ovvero un
sacerdote dotato
di un’autorità superiore che esercitava in una determinata circoscrizione
territoriale della Chiesa,
la diocesi. Alcune diocesi potevano essere riunite in una p
**Il clima migliora e la popolazione cresce**
Una nuova fase di ripresa Intorno al Mille, dopo secoli di stagnazione demografica,
la popolazione
dell’Europa cominciò di nuovo a crescere. Secondo alcune stime discusse dagli
studiosi, si passò
da circa 23 milioni di abitanti nel 950 a 46 milioni nel 1050: la popolazione,
dunque, raddoppiò in
soli cento anni. Parallelamente alla crescita impetuosa degli esseri umani ci fu un
aumento della
produzione agricola. I motivi di questo incremento non sono stati ancora del tutto
chiariti.
L’innalzamento della temperatura ambientale, che era di media un grado superiore a
quella
attuale, influì certamente. Il clima più mite e la maggiore disponibilità di
manodopera permisero di
coltivare porzioni più ampie di terra e di migliorare il rendimento dei raccolti.
Conviene ricordare
anche altri fattori di questo processo come la diminuzione delle epidemie e la
progressiva
riduzione delle incursioni di popolazioni in armi. Un cambiamento passato
inosservato Gli uomini
dell’XI secolo non ebbero l’immediata percezione di vivere sotto un cielo migliore
rispetto al
passato. L’uomo del Medioevo non aveva la possibilità di mettere a confronto
statistiche relative
alle variazioni climatiche. Non dobbiamo stupirci perciò che nelle cronache di quei
tempi venisse
dato un grande rilievo, più che a mutamenti di lungo periodo, a eventi climatici
improvvisi, come
piogge torrenziali, inondazioni e siccità. Questi scritti provengono di solito dai
monasteri, perché
una delle attività principali dei monaci era la redazione di cronache. Essi però
amavano
drammatizzare il racconto e, soprattutto, cercavano sempre di interpretare ciò che
accadeva
intorno a loro come una manifestazione del volere di Dio. Per questo segnalavano
disordini
climatici e cataclismi, epidemie e carestie, che ritenevano prove della punizione
celeste, per
convincere gli uomini a pentirsi dei loro peccati e a fare penitenza. Con lo stesso
atteggiamento
annotavano e disegnavano apparizioni di comete ed eclissi di sole e di luna,
ritenute segni
profetici di sciagure imminenti.
**I progressi dell’agricoltura**
Un diverso impiego degli animali Nell’XI secolo l’espansione demografica fu
accompagnata da
una serie di innovazioni nelle tecniche di coltivazione e nell’attrezzatura
agricola che ottimizzarono
l’uso dell’energia motrice meccanica e animale. Per molti secoli l’energia per
lavorare la terra era
derivata quasi esclusivamente dalle braccia dell’uomo. Nell’antichità, l’unico
aiuto era stato fornito
dai buoi, che tuttavia sono animali molto lenti e adatti solo per alcuni lavori,
come l’aratura dei
terreni. Tiravano l’aratro con il giogo che veniva appoggiato sul lo sforzo
dell’animale era
esercitato proprio su questa parte del corpo. Gli antichi romani avevano utilizzato
come animale
da tiro anche il cavallo, apprezzato per la sua velocità e agilità, ben superiori
rispetto al bue.
Tuttavia il cavallo, privo del garrese, poteva tirare solo per mezzo di una cinghia
di cuoio tenero
passata intorno al collo, per cui un carico troppo pesante poteva provocarne il
soffocamento.
Inoltre il cavallo è un animale costoso da mantenere perché richiede molte cure e
si nutre di
avena, al contrario del bue, che mangia fieno. Dal Mille in poi furono introdotti
miglioramenti
fondamentali che favorirono un più diffuso impiego del cavallo nel lavoro dei campi.
Fu adottato
un collare rigido e imbottito, detto “di spalla” perché fissato intorno al petto
dell’animale e non più
intorno alla gola; grazie a questa innovazione il cavallo era in grado di tirare
con una potenza
cinque volte superiore rispetto a prima. Inoltre, dall’XI secolo si iniziò a
proteggere i suoi fragili
zoccoli con la ferratura, cioè con un ferro inchiodato direttamente sulla spessa
unghia del piede.
Infine, con un’altra innovazione medievale, la rotazione triennale dei campi a
disporre di sufficienti
quantità di avena per il mantenimento di questi animali. L’aratro a versoio e il
mulino La maggiore
energia animale a disposizione fece sì che anche l’aratro fosse perfezionato,
divenendo però assai
più pesante. L’aratro utilizzato in precedenza era essenzialmente di legno e si
limitava a tracciare
un solco leggero attraverso il vomere, una lama che taglia la terra
orizzontalmente. Intorno al Mille
l’aratro fu dotato di un coltro, una specie di coltello che incide la terra in
profondità e permette al
seme di insediarsi bene. Se il seme rimanesse in superficie, potrebbe essere
beccato dagli uccelli
di passaggio, oppure potrebbe non riuscire a trovare abbastanza umidità per far
germogliare le
radici. Ma la vera novità fu l’aggiunta di un versoio, una sorta di grande orecchio
in metallo in
grado di rivoltare e spostare grandi zolle: in questo modo si otteneva una maggiore
ossigenazione
del terreno e quindi un raccolto migliore. Se il terreno da arare si trovava in
pianura, all’aratro
venivano aggiunte anche le ruote. Oltre all’aratro, divennero di uso comune l’
erpice per spianare i
solchi dopo la semina, falci e altri attrezzi in metallo con i quali i contadini
estirpavano, con molta
pazienza, le erbacce che soffocavano le giovani spighe in crescita. Per macinare il
grano si
costruirono mulini ad acqua, che erano stati messi a punto già dai romani, ma non
venivano
adoperati perché nelle campagne all’epoca c’erano schiavi in abbondanza. Per secoli
il massiccio
impiego di manodopera servile nei campi non rese necessaria la ricerca di nuove
forme d’energia.
I poveri schiavi sfruttati come bestie ostacolarono, seppure involontariamente, il
progresso
agricolo. A partire dal X secolo, invece, i mulini furono usati in tutte quelle
attività che richiedevano
molta forza fisica, ad esempio nella spremitura delle olive, nella segatura del
legname, ma anche
per muovere magli e mantici per la lavorazione dei metalli, estrarre l’acqua dalle
miniere. La loro
diffusione fu molto rapida: nel 1086, quando Guglielmo il Conquistatore fece
eseguire in
Inghilterra il censimento riportato nel Domesday Book ogni 50 famiglie. A partire
dal XII secolo
comparvero anche i mulini a vento, che avevano il vantaggio di non risentire né del
congelamento
dei corsi d’acqua d’inverno, né dei periodi di piena e di siccità. L’aumento delle
aree coltivabili I
progressi esaminati finora andarono di pari passo con un cambiamento della società.
I grandi
proprietari, laici ed ecclesiastici, di fronte a una manodopera in costante aumento
e alle
innovazioni tecnologiche, si accorsero di poter realizzare maggiori profitti se
incoraggiavano i
contadini a sfruttare meglio i terreni loro affidati, ad esempio impiantando una
vigna o estendendo
la superficie arabile. I contadini, dietro mandato del signore, combatterono spesso
una dura
battaglia per rendere coltivabili aree fino ad allora inutilizzate: disboscarono
distese di fitta
vegetazione, facendosi largo in mezzo all’intrico di cespugli spinosi, bonificarono
paludi,
trascurate, colonizzarono territori prima scarsamente abitati. Questo processo fu
particolarmente
intenso in Italia, nella Pianura padana, dove furono scavati molti canali per
irrigare le terre, e nelle
Fiandre (una regione dell’attuale Belgio), dove una grande quantità di terreni fu
strappata al mare
per mezzo di dighe e chiuse e messa a coltura (polders). Un ruolo importante per
l’aumento delle
aree coltivabili fu svolto dai nuovi ordini monastici, in particolare quello
cistercense stercensi, che
desideravano il raccoglimento e la pace per meditare e pregare, si insediavano di
preferenza in
luoghi selvaggi e inospitali che trasformavano in breve tempo in campi fertili
mediante grandi
opere di dissodamento e di bonifica.
**Un nuovo regime alimentare**
Nell’Alto Medioevo le risorse delle foreste, soprattutto la selvaggina, erano state
sufficienti perché
la popolazione era molto scarsa. Ma con la riduzione degli spazi boschivi e il
contemporaneo
aumento della popolazione e della produzione agricola, il regime alimentare
lentamente cambiò.
La maggior parte delle persone passò da una dieta in cui la carne aveva un posto
importante
(completata da frutta, miele, latte e formaggi) a una dieta essenzialmente
cerealicola, a base di
pane e di zuppe di farina e legumi. Le coltivazioni di cereali esauriscono però
rapidamente i
princìpi nutritivi dei terreni e lo scarso concime disponibile all’epoca non era
sufficiente a
reintegrarli. Perciò, già nel mondo romano e nei primi secoli del Medioevo, i
contadini praticavano
la rotazione biennale dei campi: una parte di essi veniva coltivata e l’altra
lasciata a riposo
(maggese). A intervalli successivi le posizioni s’invertivano e restava a maggese
la parte dei campi
precedentemente coltivata. Il largo impiego del cavallo, prima in guerra e poi nei
lavori agricoli,
richiese però una produzione più abbondante di foraggi, in particolare di avena
(molto coltivata
nel Medioevo: si seminava in primavera ed era pronta in tre mesi). Accanto
all’avena, si
cominciarono a coltivare intensamente altri cereali primaverili come l’orzo, il
miglio e il farro, che
maturavano all’inizio dell’estate. Aumentò anche la produzione dei legumi.
Spero che questa riscrittura completa ti sia utile! Se hai bisogno di altro, fammi
sapere.