Tacito
Vita => Della vita di Cornelio Tacito non si sà molto. Era nativo o della Gallia Narbonese o di Terni. Suo
suocero fu il comandante militare Giulio Agricola, che contribuì alla conquista della Britannia (di cui Tacito
parla nell’Agricola), del quale Tacito sposò la glia tredicenne.
Tacito ebbe la migliore educazione, allievo anche di Quintiliano e intraprese presto la carriera politica. La sua
attività iniziò con Vespasiano, proseguì con il glio Tito e poi con Domiziano. Dopo la morte di Domiziano
sotto l’impero moderato di Nerva (in cui Tacito si illude che le cose possano andare meglio: nunc demum
redit animus= ora nalmente ritorna il respiro; Illusione come quinquennio felice con Nerone, miglioramento
solo apparente), divenne console e iniziò a scrivere. Strinse amicizia con Plinio il Giovane come risulta
dall’epistolario, infatti mandò a Tacito due lettere con il resoconto della morte di Plinio il Vecchio. Proseguì la
sua carriera pubblica sotto Traiano. La data della morte è incerta, potrebbe aver visto anche l’inizio del
principato di Adriano.
Opere
L’Agricola
L’Agricola (De vita et moribus Iulii Agricolae) è un’opera di impianto monogra co, divisa in 46 capitoli,
dedicata alla memoria del suocero Giulio Agricola, comandante militare distintosi nella conquista della
Brittania dove l’impero aveva faticato ad estendersi, di cui era stato per vari anni giovernatore. Lodando la
gura del suocero, Tacito lodava indirettamente se stesso e la propria famiglia. Agricola è ra gurato come un
rappresentate dell’antica virtus romana, un vir bonus. Tacito loda i tempi nuovi in contrapposizione alla
passata oppressione sostenendo che si torna a respirare. Un breve excursus etnogra co sui costumi dei
Britanni precede il resoconto delle imprese di Agricola. La parte più notevole è quella dedicata alla vittoria di
Agricola contro i ribelli Caledoni.
Discorso di Calgàco => Tacito riferisce anzitutto il discorso ttizio di Calgàco, comandante dei Caledoni. Le
sue parole sono quelle di un uomo ero e libero che si batte insieme al suo popolo per la libertà contro gli
invasori. I Romani, dice Calgàco “là dove fanno il deserto dicono di avere portato la pace = ubi solitudinem
faciunt, pacem appellant”. Ciò è riferito alle politiche di devastazione e saccheggio. Tacito riporta questo
discorso ponendosi dalla parte dei nemici scon tti, perchè era di origini germane e perchè viveva in un
periodo di consapevolezza della decadenza. Tacito si illude però quando si trova alla ne della dinastia Flavia
si succedono diversi imperatori e quando poi arriva Nerva al potere tacito pensa che le cose possano andare
meglio.
Nerva può contare su una maggiore stabilità al potere (perché la concorrenza si erano uccisi tra di loro), la
guerra si è placata sembra che le cose vadano meglio. In realtà con Nerva e Traiano le cose non andranno
meglio. Tacito farà un grosso passo indietro nel suo percorso storiogra co perché voleva parlare anche dei
avi e Nerva ma non lo fece perché pensava che continuare a lamentarsi di uno stato che non funziona era
inutile. All’inizio dell’Agricola pensa che le cose possano cambiare poi deve fare un passo indietro quindi
pensando che è inutile continuare a parlare dei avi successivamente tornerà indietro parlando di Augusto
(ma rimane traccia dell’ illusione nunc demum redit animus= ora nalmente ritorna in respiro; Illusione come
quinquennio felice come Nerone miglioramento apparente), per indagare sulle cause che hanno parlato della
decadenza comportandosi da vero storico (Erodoto e Tucidide greci sostenevano che la gura dello storico
vero deve ricercare cause).
Tacito si inserisce in una tradizione consolidata (=> altri storiogra ).
Consapevole della decadenza giusti ca se stesso che scrive di quei tempi (Aetas incuriosa suorum= la
storiogra a non parlava delle cose del suo tempo) dicendo che qualcuno comunque tramanda la storia ai
posteri quando la virtù (qualità di Agricola) ha la meglio (situazione diversa da quella di Sallustio che scriveva
per denunciare il vizio). Nell’opera parlando dell’invidia sostiene che ignoranza e invidia riguardano tutti,
grandi e piccoli popoli, Sallustio invece individua il problema nella corruzione. Sostiene inoltre che le virtù
vengono apprezzate quando c’è tanta virtù. Nel testo utilizza due esempi, fonti indirette di due autobiogra ;
stessa tecnica utilizzata da Seneca con gli exempla nelle epistole a Lucilio.
La Germania
A prima vista si presenta come un trattato etnogra co sul modello dei capitoli relativi ai popoli nordici che
Giulio Cesare inserì nei Commentarii. Tacito possedeva qualche conoscenza diretta del mondo germanico,
ma le sue fonti sono soprattutto il De Bello Gallico di Cesare e Plinio il Vecchio, autore di un’opera perduta
sulle guerre germaniche. Tuttavia dietro l’intento descrittivo, Tacito cela un problema storico di grande
importanza: la corruzione della società romana, in cui vede i germi della decadenza dell’impero. Nei Barbari
egli trova invece quel modello di integrità morale e di purezza di costumi che un tempo avevano fatto grande
Roma e che ormai vivevano una profonda crisi. Questo appare ad esempio nei capitoli dedicati ai matrimoni
germani, in cui gli adulteri sono rari e severamente puniti.
La Germania è quindi la seconda opera di Tacito in cui si parla dei Barbari. A Roma, si stava riproponendo un
atteggiamento già utilizzato dai greci che avevano coniato il termine barbaros, da barbarbar suono che
imitava il balbettare, per scimmiottare la lingua e indicare indistintamente le popolazioni che non parlavano
greco. I romani adottano dunque lo stesso schema: tutte le popolazioni al di là delle Alpi sono chiamate
barbari. E se i greci facevano leva sulla loro ampia cultura, i romani si poggiano sulla loro superiorità militare.
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In età imperiale però questa situazione era cambiata già con la pax augustea, e anche gli imperatori
successivi non furono mai noti per le imprese militari, se non solo successivamente con Traiano.
La Germania è quindi un trattato che descrive le caratteristiche dei germani. Per la prima volta dunque
troviamo il punto di vista di un romano che parla bene dei barbari, mentre nell’agricola il punto di vista era
quello dei barbari stessi. Tacito rappresenta i germani come valorosi, intravedendo in loro le caratteristiche
che avevano reso grande la Roma di un tempo (Tacito prevede dunque che successivamente queste
popolazioni avranno la meglio). Il grande limite di queste popolazioni era la mancanza di organizzazione e il
non essere un popolo unito. Per la prima volta abbiamo una visione positiva dei barbari, mentre nelle
descrizioni precedenti come nel De Bello Gallico, erano visti con arroganza e veniva fatta di loro una
descrizione si curiosa, ma che non elogiava il popolo dei Galli visti come arretrati. Quest’esaltazione di un
popolo straniero è un’ altro frutto della decadenza. Motivo di forza dei germani era l’obbligo di sposarsi solo
tra germani. L’obbligo derivava da leggi proprie del popolo germanico poichè anche se la cittadinanza
romana era stata estesa, a Roma interessava solo ricevere le tasse da questi popoli e che non provocasserò
rivolte quindi non interferiva nei loro costumi. Quest’obbligo era sintomo di purezza del loro popolo, per
questo, questi testi di Tacito che descrivevano i germani come migliori (Tacito li descrive come prestanti e
con tratti molto diversi da quelli mediterranei) furono strumentalizzati dai Nazisti con l’introduzione delle leggi
razziali.
La Germania si divide in due parti; una prima sezione prncipalmente etnogra ca in cui sono descritti gli usi e i
costumi, la religione e le istituzioni della società germanica. La seconda parte invece è più geopolitica: si
passano in rassegna le varie tribù in cui si dividevano i germani e compare per la prima il nome dei
Longobardi, destinati ad avere enorme importanza nella storia europea successiva. Tacito quindi arriva quasi
profeticamente ad individuare nei Germani il futuro distruttore di Roma.
Dialogus de oratoribus
In quest’opera si discute di arte oratoria, un argomento che vantava una lunga tradizione nella letteratura
latina: basti ricordare il De oratore e l’Orator di Cicerone. In età imperiale Tacito non è il solo a occuparsi di
oratoria: è il caso di Quintiliano, maestro di Tacito, o di Petronio, che in una parte del Satyricon inserisce
appunto un dibattito sulle cause della corruzione dell’ eloquenza.
Il dialogo è ambientato nel 75; a parlare sono Apro (un avvocato), Materno (un poeta), e Messalla (Vipstano)
(un retore dilettante). È Apro ad aprire il dialogo per difendere il suo mestiere negando che l’eloquenza sia
corrotta. Messalla, invece, è di parere opposto: gli operatori moderni sono mediocri e nelle scuole si pratica la
banalità (idee di Quintiliano). A concludere il dialogo è Materno , il quale ha abbandonato la retorica per
dedicarsi alla poesia tragica e a lui Tacito a da il suo pensiero. A partire dalle parole di Materno, si passa dal
piano dell’ oratoria a quello della politica. La causa della decadenza, dice Materno, sta nel fatto che i con itti
e le lotte politiche dell’epoca repubblicana avevano favorito lo sviluppo dell’ oratoria, mentre la tranquillità
dell’impero: l’ha coma sopita: solo in un contesto in cui all’oratore è a dato e ettivamente il compito di
dirigere la politica l’oratoria può raggiungere la sua grandezza.
Tacito trova dunque la ragione della decadenza dell’oratoria nella situazione politica. L’impero era infatti
avverso, in quanto non vi era libertà di parola. Prima tutti potevano esprimersi e provare ad avere la meglio
attraverso la retorica. Anche l’attività politica prima dell’impero era legata alla retorica, basti pensare a
Cicerone. L’impero invece, a partire dal suo carattere ereditario non premia le capacità.
Tacito quindi in questo dialogo dimostra di conoscere bene il pensiero di Quintiliano e cerca di far prevalere il
proprio. Se secondo tacito il problema stava nella decadenza della situazione politica, secondo Quintiliano
invece il problema era da ricercare nella qualità dell’insegnamento, prima basato sul confronto con gli altri.
Allo stesso modo Petronio nel Satyricon attacca le scuole che fanno esercitare i ragazzi con storie di principi
e fanciulle, lontane dalla vita vera.
Le Historiae
Già nell’Agricola Tacito aveva espresso la volontà di dedicarsi ad un’opera storica vera e propria,
annunciando il progetto di “a dare alla memoria la durezza del recente passato (gli anni di Domiziano) e la
felicità dei tempi nuovi (gli anni di Nerva e Traiano)”. Il lavoro di ricerca dei materiali da destinare a
quest’opera lo portò a compilare non una, ma due opere storiche di erenti. La prima opera, le Historiae,
trattava di eventi a Tacito contemporanei e copriva gli anni dal 69 (anno di Galba) al 96, anno in cui crollò la
dinastia Flavia con l’assassinio di Domiziano. Successivamente Tacito scrive gli Annales, che iniziavano con
la morte di Augusto per arrivare a quella di Nerone. Tacito si riprometteva di scrivere anche del principato di
Augusto, perchè vedeva in esso la prima radice della storia presente, ma la morte lo colse prima.
Per le Historiae Tacito si dedica ad una storia contemporanea seguendo il modello delle Historiae di Sallustio
(l’opera di Sallustio si riproponeva di raccontare anno per anno le vicende di Roma dal 78 a.C. (Morte di Silla)
al 67 a.C. Quest’opera doveva fungere da raccordo tra la guerra giugurtina e la congiura di Catilina ma fu
interrotta dalla morte di Sallustio.). Da una notizia di San Girolamo risulta che le Historiae e gli Annales in
tarda età imperiale erano stati raggruppati in un unico corpus di trenta libri. Le Historiae erano composte da
quattordici libri e gli Annales di sedici. Delle Historiae, tuttavia, si conservano solo i primi quattro libri e i primi
ventisei capitoli del libro V.
L’impianto è annalistico. L’opera si apre con il racconto di anno cruciale: il 69, l’anno dei quattro imperatori
(Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano), che aprì la fase politica successiva alla morte di Nerone.
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(Dopo Augusto: dinastia giulio-claudia, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone -> ‘69, anno dei quattro, Galba,
Otone, Vitellio, Vespasiano -> dinastia avia, Vespasiano, Tito e Domiziano -> Nerva e Traiano)
Tacito parte innanzitutto tracciando un quadro dei fatti avvenuti nel periodo che vuole narrare: guerre civili,
attacchi dei Germani sul Reno, l’eriuzione del Vesuvio, stragi e degrado dei costumi. La crisi del 69 terminò
nel 70, quando prese il potere Vespasiano, allora a capo dell’esercito impegnato a domare la ribellione degli
Ebrei.
Contenuto Historiae:
Antefatti=> Con la morte di Nerone suicida nell’estate del ‘68, ebbe ne la dinastia giulio-claudia. La scelta
dell’esercito e del senato cadde su Galba, che era un uomo anziano; il suo primo intervento, dopo le spese di
Nerone, fu quello di tagliare i costi, e questo suscitò malcontento.
Libro I => Fu ordita una congiura da Otone che però non durò a lungo al potere: mentre organizzava la
congiura ai danni di Galba, le legioni della Germania avevano proclamato imperatore, contro la sua stessa
volontà, il loro comandante Vitellio.
Libri II-III => Il potere passò a Vitellio ma non fu mai accettato da tutto l’esercito. Le legioni danubiane e
quelle d’Oriente, infatti, avevano acclamato imperatore Vespasiano.
Libri IV-V => Il libro IV è dedicato all’inizio del principato di Vespasiano e ai due pericoli che minacciavano
l’impero: la rivolta dei Batavi e la rivolta giudaica. I Batavi erano un popolo germanico, la cui rivolta corse il
rischio di destabilizzare i con ni di Roma sul Reno, ma fu in ne domata. La rivolta giudaica si concluse invece
con la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Del libro V restano i primi ventisei capitoli, che contengono,
tra l’altro, un excursus etnogra co, tutt’altro che lusinghiero, sulla civiltà ebraica.
Inoltre nelle Historiae Tacitpo a erma che la storia di Roma era stata raccontata già dai molti storici prcedenti
con impegno tale alla libertà di cui godevano prima, la libertà è vista dunque come necessaria per generare
l’impegno. Ora invece la verità risulta falsata a causa del disinteresse per la politica che è sintomo di
ignoranza: sia a causa di una smania di consenso di Augusto, sia per il disprezzo degli imperatori
contemporanei che porta a parlarne male a prescindere. Secondo Tacito, spesso capita di essere severi nei
confronti degli adulatori ed è molto facile essere dalla parte di chi critica. In quanto chi si comporta da
adulatore può avere due motivi: un tornaconto personale, o il servilismo. Chi invece critica viene accolto
positivamente in quanto risulta coraggioso poiché si esprime liberamente. Tacito sostiene di non trovarsi ne’
in una condizione ne’ nell’altra. A erma che il suo successo è coinciso con la dinastia Flavia, ma per essere
leale veramente, bisogna essere oggettivo.
Gli Annales
(Annales di Ennio, le Origines di Catone sono Annales)
Gli Annales (Annales ab excess divi Augusti) molto propalbimente in sedici libri, sono il capolavoro della
storiogra a tacitiana. Narrano le vicende della casata giulio-claudia a partire dalla morte di Augusto sino al
suicidio di Nerone, e, come le Historiae, seguono lo schema annalistico. Restano i libri relativi a Tiberio,
all’ultima parte del principato di Claudio e a quasi tutto quello di Nerone.
Libro I => I libri I-IV parlano del principato di Tiberio. Questi fu nominato erede da Augusto per testamento. Di
Tiberio Tacito dà un ritratto da cui emerge il progressivo declino morale dell’imperatore.
Libri II-III => Subito dopo il racconto della nomina di Tiberio, Tacito comincia a parlare di colui che avrebbe
potuto essere ben più degno del potere imperiale: il giovane nipote di Tiberio, Germanico, che comandava
l’esercito del Reno e che si era già segnalato con splendide vittorie. Se Tiberio è il tiranno, Germanico è
l’eroe. Sul Reno infatti c’è un’altra Roma, fatta non di personaggi corrotti e assetati di potere, ma di uomini
fedeli ai costumi antichi, capaci di sacri carsi per lo Stato. Seguono i racconti delle guerre contro i Germani.
Nell’anno 16 Germani e Romani si a rontano e i Germani vengono annintati e la scon tta di Varo è vendicata.
Germanico sembrava quasi sul punto di domare la Germania, ma Tiberio lo richiamò a Roma, per gelosia dei
suoi successi. Fu poi inviato in Oriente, dove morì improvvisamente, forse avvelenato dal governatore Pisone,
che era in discordia con lui, forse per ordine di Tiberio stesso.
Libri III-IV => Il protagonista è Seiano, uomo sanguinario e ambizioso, che riuscì a diventare il consigliere più
stretto di Tiberio, nella speranza di succedergli. Quando Tiberio si ritirò a Capri si rese conto del pericolo
caratterizzato da Seiano, e decise di farlo uccidere.
Libro VI => La morte di Tiberio si invece conservata in un capitolo del libro VI: all’età di 78 anni si ammalò e
sembrava stesse morendo. Il suo erede designato, il glio di Germanico, Gaio Cesare (futuro Caligola), era
presente e si stava già preparando a diventare imperatore quando Tiberio si risvegliò, ma il prefetto Macrone,
ordinò di so ocare Tiberio.
Libro XI => La parte che narra il principato di Caligola non si è conservata, mentre quando gli Annales
tornano leggibili, al potere c’è Claudio, fratello di Germanico. Claudio intraprese la conquista della Britannia,
ma la sua gura è comunque giudicata con severità da Tacito, rappresentate di un ceto senatorio in ogni caso
ostile al potere imperiale. Claudio era pieno di difetti sici e perciò considerato inadatto alla cariche
pubbliche. Tuttavia Claudio era solo insicuro, e perciò facile preda. In gran parte del libro XI si parla infatti di
sua moglie Messalina, che non solo lo tradiva pubblicamente, ma complottava contro di lui. Uscita di scena
lei compare Agrippina glia di Germanico.
Libro XII => Agrppina riuscì a sposare Claudio e ciò suscitò uno scandalo: uno zio sposava la nipote, e ciò
era considerato un incestum. Agrippina aveva un glio dal precedente marito, Nerone, mentre Claudio ne
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aveva avuti due da Messalina, Brittanico, e Ottavia, che fu data in sposa a Nerone. Agrippina voleva lasciare il
potere al glio e così convinse Claudio ad adottare Nerone a scapito di Britannico, e poi uccise il marito.
Libri XIII-XVI => Narrano il principato di Nerone. Agrippina aveva ucciso Claudio per poter controllare
direttamente il potere. Nerone, nella descrizione di Tacito, era paranoico con smania di onnipotenza e
esibizionismo. Fece uccidere Brittanico e poco dopo la madre. Nerone di a dò sempre più al prefetto
Tigellino, degno erede di Seiano. Fu inoltre accusato di aver fomentato l’incendio di Roma del ‘64. In seguito
Nerone diede inizio all’edi cazione di una fastosa reggia, la Domus Aurea, per la quale vennero spese cifre
enormi. Dell’incendio Nerone fece incolpare la piccola comunità cristiana: quella di Tacito è la più antica
testimonianza della presenza dei cristiani a Roma. Tacito racconta come essi siano stati sterminati. Contro
Nerone, la nobiltà senatoria organizzò una congiura che fu però scoperta e tra le vittime, abbiamo Seneca e
Petronio.
Tacito in quanto storico riporta i fatti con precisione ma nel modo di raccontare i fatti prevale l’aspetto
personale (si può dire che fonde l’annalistica e la monogra a).
Tacito però a erma di scrivere “sine ira et studio” (studio inteso come passione, sentimento che condiziona,
non si è più razionali e lo storico non se lo può permettere). La passione politica è qualcosa di estremo che
divideva i romani tra repubblicani e fautori dell’impero. Tacito in quanto storico promette di provare a
dimenticare il proprio orientamento politico, di scrivere quindi senza passione, e ira che seconda Seneca
cambia le persone. Prima di parlare di Tiberio, a erma che ai tempi di Augusto non mancarono menti
decorose: nell’ epoca Augustea, con Virgilio, si parla ancora di temi importanti come la religiosità. Ad un certo
punto però la situazione cambia a causa della crescente adulazione: Tacito vuole quindi dire che anche
nell’Epoca di Augusto chi voleva scrivere era costretto a parlarne solo bene e dunque non ci si può limitare a
leggere ciò che è stato tramandato di quell’epoca.
Dopo Augusto, tranne Tito Livio, non ci sono storici perchè c’era la storiogra a di corte e chi era contro non
scriveva di quell’epoca (es. Curzio Rufo…). A erma dunque che chi ha scritto della dinastia giulio-claudia l’ha
fatto o per paura, quindi a favore, o dopo la loro morte, mancando di coraggio. Sostieni infatti che scrivere
dopo la loro morte, signi ca scrivere in preda al rancore, in quanto il recentibus odiis (odio recente) è l’odio
peggiore capace di andare oltre la morte. Sostiene quindi che dato che scrive della dinastia giulio-claudia
nell’epoca dei avi, può scrivere senza ira dato che è passato del tempo.
Nelle Historiae Tacito voleva arrivare a Domiziano e quindi successivamente avrebbe dovuto raccontare di
Nerva e Traiano. Ma dato che la situazione politica non migliorò è costretto negli Annales a trovare indietro ai
giulio-claudi quindi speci ca sine ira et studio proprio perchè era stato costretto a cambiare un grande
progetto. Tacito è quindi arrabbiato come cittadino con l’impero a causa della decadenza, sia come letterato
poiché in questo modo tutta la fatica fatta con le Historiae era stata resa vana.
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