Programma Di Italiano
Programma Di Italiano
• I fondamenti teorici
Il naturalismo è una corrente letteraria che nasce in Francia nella seconda metà dell'Ottocento come
applicazione diretta del pensiero positivista: movimento di pensiero che è l’espressione ideologica
della nuova organizzazione industriale, della scienza borghese e dello sviluppo della ricerca
scientifica.
Esso porta alla visone che tutto il reale sia regolato da ferree forze meccaniche spiegabili
scientificamente → materialismo assoluto (visione di una realtà meccanicista).
▪ Il pensatore da cui il naturalismo trasse le sue basi, fu Hippolyte Taine: la sua concezione era
ispirata ad un rigoroso determinismo materialistico ed affermava che i fenomeni spirituali
sono prodotti della fisionomia umana e sono determinate dall’ambiente fisico che circonda
l’individuo.
Taine applicò le concezioni positiviste alla letteratura, auspicando che essa assumesse il
compito di analizzare scientificamente la realtà, sulla base del principio deterministico
dell’influenza della “razza”, “dell’ambiente”, e del “momento storico” (fattori determinati
per ogni aspetto umano).
▪ Altro importante precursore fu Gustave Flaubert, per la sua teoria dell’impersonalità:
“l’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente, che
lo si senta ovunque ma non lo si veda mai” →l’autore non deve mostrarsi nell’opere, e quindi
non deve dare una propria lettura ed opinione riguardante i fatti narrati.
• Emile Zola
Tali esigenze di trasformare il romanzo in uno strumento scientifico e di rappresentare la realtà in
tutte le sue forme, rifiutate dal buon gusto letterario, furono riprese da Emile Zola.
Le concezioni che si trovano alla base della narrazione zoliana si trovano espresse nel romanzo
sperimentale (1880): Zola sostiene che il metodo sperimentale delle scienze, debba essere applicato
anche alla sfera spirituale (e non solo all’inanimato e ai viventi) → atti intellettuali e passionali
dell’uomo (non spirito in senso religioso).
Pertanto, la letteratura e la filosofia devono entrare a far parte delle scienze, adottando il metodo
sperimentale → il romanzo diviene come il resoconto di un’esperienza scientifica esposta al pubblico.
Tale pensiero deriva dalla concezione delle qualità “spirituali” come frutto della natura, come quelle
fisiche, e pertanto sono rette da leggi fisse che determina il funzionamento del corpo e della mente.
▪ Osservando un tipo di temperamento, l’autore lo pone ad agire in determinate situazioni per
verificare come si sviluppino le sue passioni e come vengano modificate dall’ambiente.
Zola sosteneva che la scienza poteva affermare con certezza che l’ereditarietà biologica e
l’influsso esercitato dall’ambiente sociale modifica continuamente i meccanismi dalla vita
individuale.
Come il fine della scienza è far si che l’uomo diventi padrone dei fenomeni per domarli, così
anche il fine del romanzo sperimentale è impadronirsi dei meccanismi psicologici per poterli
poi dirigere → quando si otterranno tutte le leggi generali dell’agire umano, si dovrà operare
in conformità sugli individui e sugli ambienti per migliorare le condizioni della società.
Pertanto, il romanziere ha il fine di aiutare le scienze politiche ed economiche nel regolare la
società, fornendo strumenti atti a dirigere i fenomeni sociali.
È facile intuire che alla base del romanzo sperimentale ci sia una visione progressista della
società, nella quale lo scrittore assume un preciso impegno sociale e politico.
• Tendenze romantico-decadenti
Dietro la facciata dei propositi scientifici del crudo realismo sociale è facile scorgere in Zola il
permanere di un temperamento romantico → lascia confluire in sé stimoli provenienti da tutta la
cultura contemporanea: episodi idillici e lirici; assunzione di determinati oggetti ad una valore
simbolico che riassume in sé il senso del racconto; componente di vitalismo panico (progressiva
perdita dei confini tra natura e uomo); perversioni tipiche del decadentismo; e scene che richiamano
una grandiosità apocalittica (come nel testo “l’alcol inonda Parigi” in cui l’immagine dell’alcol che
trasuda dall’alambicco e inonda Parigi, vuole mostrare come l’agglomerato urbano sia la causa della
degradazione della classe operaia).
• Verismo
Il Verismo fu un movimento letterario nato in Italia all'incirca fra il 1875 e il 1895, rispecchiando la
maggior parte delle caratteristiche fondamentali del naturalismo francese.
L’immagine di Zola, come romanziere scienziato e scrittore sociale, si diffuse anche in Italia,
principalmente negli ambienti socialisti milanesi, che però non seppero costruirvi attorno una teoria
artistica organica e completa.
Teorie coerenti furono elaborate da due intellettuali meridionali e conservatori: Giovanni verga e
Luigi Capuana.
▪ Capuana: critico letterario che ebbe una funzione fondamentale nel diffondere, in Italia, la
conoscenza di Zola.
Nonostante ciò, Capuana respinse la subordinazione della letteratura a scopi estrinseci,
come tesi scientifiche e impegno sociale e politico (rifiuta di attribuire alla letteratura degli
scopi che non gli appartengono).
Nella prospettiva di Capuana, accolta da Verga, il naturalismo perde la sua volontà di far
scienza e il suo impegno polito e sociale diretto, e si traduce solo in un modo particolare di
fare letteratura: la scientificità si manifesta solo in forma artistica → questa maniera si
riassume nel principio dell’impersonalità → scomparsa dal testo, del giudizio e intervento
del narratore (autore).
GIOVANNI VERGA
• La poetica dell’impersonalità
Alla base del nuovo metodo narrativo vi è il concetto di impersonalità:
la rappresentazione artistica deve conferire al racconto l’impronta di cosa realmente avvenuta;
pertanto, l’avvenimento deve essere raccontato in modo da porre il lettore “faccia a faccia col fatto
nudo e schietto”, in modo che non abbia l’impressione di vederlo attraverso la “lente” dell’autore.
Per questo lo scrittore deve eclissarsi, cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni
soggettive, le sue riflessioni, e i suoi giudizi → l’opera dovrà sembrare “essersi fatta da sé”, generata
spontaneamente ponendo i soggetti narrati in un determinato contesto.
▪ Il lettore avrà l’impressione non di sentire un racconto di fatti, ma di assistere a fatti che
svolgono davanti ai suoi occhi. A tal fine il lettore deve essere introdotto nel mezzo degli
avvenimenti senza che nessuno gli spieghi gli antefatti (i personaggi si fanno conoscere solo
attraverso le loro azioni e parole).
Solo in questo modo, evitando l’intromissione dell’autore che spiega e informa, si può creare
l’illusione completa della realtà → eliminare l’artificiosità letteraria.
(l’impersonalità non è, per verga, una definizione filosofica e assoluta dell’arte, ma solo un
suo personale programma di poetica → procedimento espressivo).
• Tecnica narrativa
Nelle sue opere Verga si eclissa, calandosi “nella pelle” dei personaggi → a raccontare i fatti non è
un narratore tradizionale (onnisciente).
o La regressione
Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai nelle opere di Verga: il narratore si colloca
all’interno del mondo rappresentato e allo stesso livello dei personaggi.
Il narratore si mimetizza nei personaggi stessi, adottando il loro modo di pensare, si riferisce
agli stessi criteri interpretativi, agli stessi principi morali, usa il loro stesso modo di esprimersi.
Chi narra è interno al piano della rappresentazione → questo anonimo narratore non
informa esaurientemente il lettore sul carattere e sulla storia dei personaggi, né offre
dettagliate descrizioni dei luoghi: ne parla come se si rivolgesse a un pubblico appartenente
a quello stesso ambiente, che avesse sempre conosciuto quelle perone e quei luoghi.
E se la voce narrante commenta o giudica i fatti, non lo secondo la visione dell’autore, ma in
base alla visione della collettività che vive nelle situazioni rappresentate.
Pertanto, anche il linguaggio non è quello che potrebbe essere usato dallo scrittore, ma un
linguaggio che viene adattato al contesto in cui la storia è ambientata → lo stesso linguaggio
usato dai personaggi del racconto, in base alla loro cultura e classe sociale (esempio:
personaggi popolari → linguaggio basso e rozzo, con mentalità fortemente legata alla
tradizione e alle superstizioni).
Ovviamente la regressione può essere notata solo in narrazioni che presentano ambienti
popolari bassi, in quanto l’autore non ha bisogno di cambiare il suo linguaggio o le sue
conoscenze se vengono rappresentati ambienti aristocratici (come in mastro-don Gesualdo).
• Ideologia verghiana
Alla base della visione di Verga stanno posizioni radicalmente pessimistiche: egli ritiene che la società
sia dominata dal meccanismo della lotta per la vita, un meccanismo crudele in cui il più forte schiaccia
necessariamente il più debole → gli uomini non sono mossi da motivi ideali, ma dall’interesse
economico, dalla ricerca dell’utile, dall’egoismo e dalla volontà di sopraffare gli altri.
Tale legge naturale è universale, e governa qualsiasi società, in ogni tempo e luogo.
Inoltre, come legge di natura, essa è immodificabile: non si possono dare alternative alla realtà
esistente, in un organizzazione sociale diversa e più giusta → pessimismo assoluto → anche se la
realtà è ingiusta non possiamo fare nulla per modificarla.
▪ Da questo pensiero è facile intuire perché Verga ritenga che l’autore debba eclissarsi in
quanto non ha il diritto di giudicare la materia rappresentata nell’opera: solo la fiducia nella
possibilità di modificare il reale può giustificare l’intervento dall’esterno nella materia
(giudizio); ma se è impossibile modificare l’esistente, ogni tentativo di giudicare appare
inutile e privo di senso, e allo scrittore non resta che riprodurre la realtà per come essa si
manifesta, senza farla passare attraverso alcuna lente collettiva.
→ la letteratura non può contribuire a cambiare la realtà, ma può solo avere il ruolo di
studiare ciò che è dato una volta per tutte e riprodurlo fedelmente.
• Valore conoscitivo del pessimismo
Un simile pessimismo ha una connotazione conservatrice → rifiuto esplicito per le ideologie
progressiste contemporanee, democratiche e socialiste.
Tale pessimismo conservatore non implica un’accettazione arcaica della realtà, anzi, proprio il
pessimismo consente a Verga di cogliere con grande lucidità ciò che vi è di negativo in quella realtà
→ anche se non dà giudizi correttivi, Verga rappresenta con grande accuratezza l’oggettività delle
cose; il pessimismo non è dunque un limite della rappresentazione verghiana, ma al contrario è la
condizione del suo valore conoscitivo e critico.
Il pessimismo assicura a Verga l’immunità dai quei miti che trionfavano nella letteratura
contemporanea (mito del progresso e del popolo) → anche se le opere di Verga hanno per gran parte
al centro la vita del popolo, non si riscontra in esse un atteggiamento populistico che consiste nella
pietà sentimentale per le miserie degli umili → il duro pessimismo che si concentra sugli spetti più
crudi della realtà, mortifica ogni possibile abbandono al patetismo umanitario, e la scelta di regredire
nell’ottica popolare, nega ogni valore di umanità e altruismo, costituendo la dissacrazione più
impietosa di ogni mito populistico volto al progresso. Ed anche la campagna non rappresenta
un’alternativa al mondo brutale della civiltà cittadina → il pessimismo induce a vedere che anche il
mondo primitivo della campagna è retto dalle stesse leggi del mondo moderno.
• Le diverse ideologie
Tecniche narrative così lontane sono conseguenza di ideologie altrettanto distanti:
▪ Zola interviene a giudicare e commentare perché ritiene che la scrittura possa contribuire a
cambiare la realtà ed ha piena fiducia nella funzione progressiva della letteratura, come
studio di problemi sociali.
Ciò è dovuto alle radici sociali di Zola → essendo uno scrittore barghese e democratico,
cresciuto in una realtà dinamica, ha fiducia nelle possibilità della letteratura di incidere sul
reale.
• I malavoglia
• Intreccio
I malavoglia sono una famiglia siciliana (famiglia toscano), che vive in un piccolo paese chiama to Aci
Trezza, dove conducono una vita tranquilla.
Nel 1863 il giovane ‘Ntoni (figlio di Bastianazzo e nipote di padron ‘Ntoni) deve partire per il servizio
militare → la famiglia si trova in difficoltà (cattiva annata per la pesca).
Padron ‘Ntoni pensa di intraprendere un piccolo commercio: compera a credito da un usuraio (zio
crocifisso) un carico di lupini; ma la loro barca (provvidenza) affonda → perdono i lupini e Bastianazzo
muore.
Comincia una lunga serie di venture che disaggregano il nucleo famigliare → al ritorno di ‘Ntoni,
quest’ultimo, ormai abituato alla vita in città, non riesce a sopportare la monotonia del paese →
frequenta cattive compagnie, e viene arrestato per omicidio.
• Modernità e tradizione
Il personaggio in cui si incarnano le forze disgregatrici della modernità e il giovane ‘Ntoni che, uscito
universo chiuso del paese, non può più adattarsi ai precedenti ritmi della vita → scaturisce un
conflitto con il nonno che rappresenta lo spirito tradizionalista.
Sotto l’azione di queste due forze la famiglia si disgrega; e la storia termina con un finale
emblematico: il personaggio inquieto, che aveva messo in crisi quel sistema arcaico, se ne distacca
per sempre → verso la realtà del progresso.
Si alternano quindi i due punti di vista opposti → quello nobile dei malavoglia e quello ottuso
degli abitanti del villaggio.
In questo contesto l’ottica del paese ha il compito di straniare sistematicamente i valori ideali
proposti dai malavoglia (come onestà, altruismo, affetto, …) che agli occhi della collettività
appaiono strani → deformati.
Lo straniamento vale a denunciare l’implacabilità di un mondo dominato dalla lotta per la vita.
• Mastro-don Gesualdo
• Intreccio
Gesualdo Motta da semplice muratore, con la sua intelligenza e dedizione, è riuscito ad arricchirsi
notevolmente.
Tale ascesa sociale dovrebbe essere coronata dal matrimonio con Bianca Trao, una nobildonna.
Ma il matrimonio non ha l’esito sperato → Gesualdo resta escluso dalla società nobiliare, che lo
disprezza a causa delle sue origini.
Anche la moglie non lo ama, e concepisce un figlio con un suo cugino; la bambina, Isabella, crescendo
respingerà il padre.
Gesualdo non trova conforto neanche nella sua famiglia d’origine: il padre è geloso del suo successo,
e i fratelli tentano costantemente di appropriarsi della sua fortuna.
Bianca abbandona Gesualdo, che si ammala di cancro e si reca dalla figlia, che ha sposato un nobile
squattrinato.
Gesualdo trascorrerà i suoi ultimi momenti solo e angosciato nel vedere come le sue ricchezze
vengono sprecate.
• Impianto narrativo
Anche in quest’opera, Verga, resta fedele al principio dell’impersonalità, per cui il narratore, pur
senza coincidere con uno specifico personaggio, deve essere interno al racconto.
In questa narrazione il livello sociale si è elevato, e così anche la morale, la cultura, le credenze e il
linguaggio; pertanto, anche il livello del narratore si innalza, e torna a coincidere con quello dello
scrittore (essendo Verga un aristocratico) → la regressione non è più necessaria (universo narrato e
universo di appartenenza dello scrittore coincidono).
▪ I malavoglia sono un romanzo corale, che vede in scena una folla fittissima di personaggi.
Il Gesualdo ha, invece, al centro della narrazione una figura protagonista, che so stacca
nettamente dallo sfondo popolato in figura.
È infatti la storia di un individuo eccezionale, della sua epica ascesa e caduta → la narrazione
è focalizzata su Gesualdo, che diviene il punto di osservazione dei fatti narrati.
DECADENTISMO
• Mistero e corrispondenze
La base della visione del mondo decadente è un irrazionalismo misticheggiante, che esaspera
posizioni presenti nella cultura romantica.
Troviamo un rifiuto del positivismo, che costitutiva l’opinione borghese.
▪ Il decadente ritiene che la ragione e la scienza non possano dare la vera conoscenza del reale,
perché l’essenza di esso è al di là delle cose materiali, per cui solo rinunciando all’ambito
razionale si può tentare di attingere all’ignoto → l’anima decadente è protesa verso il mistero
che è dietro la realtà visibile; per questa visone mistica tutti gli aspetti dell’essere sono legati
tra loro da arcane analogie e corrispondenze, che sfuggono alla regione e possono essere
colte solo in ambito di empatia irrazionale.
▪ La rete di corrispondenze coinvolge anche l’uomo → persiste una sostanziale identità tra l’io
e il mondo, che si confondono in una misteriosa unità.
Tale unione si realizza sul piano dell’inconscio, in cui l’individualità scompare e si fonde con
un Tutto inconsapevole → i decadenti si lasciano inghiottire dal vortice tenebroso,
distruggendo ogni legame razionale, e solo tramite questo abbandono possono giungere alla
realtà più vera.
• Strumenti irrazionali del conoscere
Come strumenti del conoscere vengono indicati tutti gli stati abnormi e irrazionali dell’essere: follia,
delirio, malattia, sogno e incubo.
Tali stati di alterazione permettono di sottrarsi al controllo limitante della ragione, aprendo lo
sguardo interiore a prospettive ignote → mistero al di là delle cose.
▪ Altre forme di estasi: panismo ed epifanie.
- Panismo: l’io individuale si annulla nella vita del grande Tutto, confondendosi nella
vibrazione stessa della materia → i confini tra l’io e la natura spariscono, e tramite
questo annullamento la vita dell’individuo viene potenziata all’infinito,
permettendogli di far esperienza dell’ignoto.
- Epifanie: realtà insignificante che improvvisamente si carica di una misteriosa
intensità di significato → momentanea rivelazione dell’assoluto.
• L’estetismo
Tra gli strumenti privilegiati della conoscenza vi è l’arte → gli artisti (in generale) diventano sacerdoti
di un vero e proprio culto, capaci di spingere lo sguardo là dove l’uomo comune non vede nulla.
Tale culto religioso per l’arte è detto estetismo: l’estetista assume come principio regolatore della
vita non in valori morali, ma solo il bello → si colloca al di là della morale comune, in una sfera di
assoluta eccezionalità, andando costantemente alla ricerca di sensazioni rare e squisite.
Ne consegue che il poeta si rifiuta di farsi banditore di idealità morali e civili: l’arte rifugge dalla
rappresentazione della realtà storica e sociale, e si chiude in una costante celebrazione di sé stessa.
▪ Tecniche espressive:
- Musicalità: la parola vale non tanto per il suo significato logico, ma quale puro suono
che si carica di valori magicamente evocativi → musica suprema tra le arti.
- Sintassi vaga e imprecisa, altamente ambigua → le parole assumono sfumature
diversi da quelli comuni.
- Utilizzo di sinestesie: accostamento di termini che appartengo a sfere sensoriali
diverse → rimanda ad una rete simbolica, che presuppone l’unità del tutto.
- Metafora, che presuppone una concezione irrazionalistica → visione simbolica del
mondo, dove ogni cosa rimanda ad un’altra → sistema di analogie universali.
GABRIELE D’ANNUNZIO
• L’esteta
Nella prima parte della sua vita d’annunzio fu un estetista → intento di “trasformare la propria vita
in un’opera d’arte”.
Nacque a Pescara nel 1863, da una famiglia borghese.
Si trasferì a Roma per l’università.
Già da giovane acquistò notorietà in campo letterario attraverso una copiosa produzione di opere
narrative, che spesso suscitavano scandali per il contenuto erotico, sia per la sua vita altrettanto
scandalosa.
• Il superuomo
Questa fase estetizzante della vita di d’annunzio attraversò una crisi → lo scrittore cercò nuove
soluzioni, e le trovò nel mito del superuomo, derivante dalle teorie di Nietzsche.
In questo disprezzo per la vita comune ed in questa ricerca di una vita d’eccezione, d’annunzio era
strettamente legato alle esigenze del sistema economico → necessitava dell’attenzione pubblica per
sostenere la sua vita sregolata.
Quindi il culto della bellezza risultava finalizzata al suo contrario → denaro ed esigenze del mercato.
Ironico pensare a come lo scrittore più ostile al mondo borghese era il più legato alle sue leggi.
• D’annunzio e Nietzsche
D’annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche, banalizzandoli e forzandoli per i suoi scopi:
- Rifiuto del conformismo borghese ed esaltazione dello spirito dionisiaco → forte impulso
vitale.
- Rifiuto dell’etica e della pietà, dell’altruismo, che mascherano l’incapacità di godere la gioia
del vivere.
- Esaltazione della volontà di potenza → lotta per affermarsi come superiori.
- Mito del superuomo: umanità libera e gioiosa.
D’annunzio si scaglia contro la realtà borghese, in cui il trionfo dei principi democratici ed egualitari
rischia di contaminare il senso della bellezza, il gusto dell’azione eroica e del dominio.
Pertanto, d’annunzio vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia che sappia tenere schiava
la moltitudine degli esseri comuni ed elevarsi a superiori forme di vita attraverso il culto del bello, e
di una vita attiva ed eroica.
Il pensiero di Nietzsche viene interpretato da d’annunzio come il diritto di pochi esseri eccezionali
di dominare sugli altri.
• Il superuomo e l’esteta
Il nuovo personaggio del superuomo creato da d’annunzio non nega l’immagine dell’esteta, ma la
ingloba in sé:
il culto della bellezza è essenziale nel processo di elevazione → l’estetismo non è più rifiuto sdegnoso
della realtà, ma strumento di una volontà di dominio sulla realtà.
→ l’eroe d’annunziano non si accontenta più di vagheggiare la bellezza in una dimensione isolata,
ma si adopera ad imporre il dominio di un élite violenta e raffinata, su un mondo borghese meschino.
Il mito del superuomo è sempre un tentativo di reagire alla tendenza, in atto nella società moderna,
ma l’artista-superuomo ha ora la funzione di “vate”, ed anche i compiti più pratici e attivi.
D’annunzio non si piega ad accettare la sorte comune, ambisce a rovesciarla, egli si conferisce il ruolo
di profeta di un nuovo ordine: l’artista deve aprire la strada al dominio delle nuove élite che pongano
fine al caos del liberalismo borghese, della democrazia e dell’egualitarismo.
• Il fuoco
Il superuomo Stelio Efferna vuole creare un’opera teatrale che possa risolvere in sé ogni forma d’arte
→ fallisce a causa di una donna (Foscarina Perdita).
▪ Vergine delle rocce: si alternano a parti oratorie al simbolismo → la narrazione sfuma in clima
mitico.
▪ Forse che sì forse che no: intreccio drammatico, ma anche in questo caso prevale la
dimensione simbolica.
• Svolta radicale
Il ciclo delle laudi rappresenta l’ultima tappa della ricerca del ruolo dell’intellettuale all’interno della
civiltà moderna: d’annunzio aveva affidato all’intellettuale-superuomo il compito di intervenire
attivamente nella realtà, aprendo la strada alla nuova élite aristocratica.
Nel mondo moderno d’annunzio scopre una segreta bellezza → l’epica delle grandi imprese
industriali → la forza grandiosa del capitalismo.
Pertanto, il poeta non si oppone più alla nuova realtà borghese, ma la esalta.
È però possibile scorgere la paura del letterario umanista dinanzi alla realtà industriale che tende ad
emarginarlo e a farlo scomparire. Ciò si mostra nelle opere in quanto le macchine possono entrare
in ambito poetico solo se debitamente esorcizzate mediante la sovrapposizione di qualcosa di noto
e rassicurante per l’intellettuale (miti e storia classica), che legittimano l’introduzione in poesia di
realtà moderne e scientifiche attraverso l’uso di perifrasi (figura retorica che consiste nel sostituire
una o più parole in una frase con altre che ne richiamino il senso) mitologiche.
- L’originalità di d’annunzio consiste nel fatto che egli non si chiude, ma reagisce costruendosi
sogni di onnipotenza → invece di fuggire davanti a ciò che lo aggredisce, esorcizza la paura
e l’orrore auto avvalendosi di un nuovo ruolo: cantare e celebrare l’età moderna per non
rassegnarsi alla scomparsa; in questo modo l’esteta può passare dal suo radicale rifiuto
antiborghese alla posizione di cantore entusiasta della realtà moderna.
- Il prezzo pagato da d’annunzio è però alto: egli assume la figura pubblica del propagatore dei
miti più oscurantisti e reazionari (dominio stirpe latina sul mondo); inoltre la sua arte appare
gonfia, insopportabile e illeggibile → ciò accade perché essa è essenzialmente falsa →
d’annunzio tradisce le sue tendenze profonde, il suo spirito autentico era quello decadente.
• Alcyone
È il terzo libro delle laudi, composto da 88 componimenti → diario ideale di una vacanza estiva dai
colli Fiesolani alle coste tirreniche.
Il tema lirico predominante è la fusione panica tra uomo e natura (confini tra uomo e natura, e
viceversa, tendono ad assottigliarsi fino a sparire).
La stagione estiva è vista come la più propizia ad eccitare il godimento sensuale → consentire la
pienezza vitalistica: l’io del poeta si fonde col fluire della vita del Tutto, identificandosi con le presenze
naturali, trasfigurandosi all’infinito e attingendo ad una condizione divina.
▪ L’esperienza panica cantata dal poeta non è altro che una manifestazione del superomismo:
solo al superuomo è concesso di transumanare al contatto con la natura, attingendo ad una
sensibilità che non è più umana → esaltazione della violenta vitalità dionisiaca.
• Periodo notturno
Dopo “forse che sì forse che no” d’annunzio non scriverà più romanzi, ma opere più frammentarie
che vennero esaltate dalla critica, in quanto risaltava un d’annunzio più genuino, senza le solite
maschere artificiose.
▪ Tali opere (scritte dopo il 1910) si concentravano su materia nuova: principalmente ricordi
d’infanzia, sogni e sensazioni → d’annunzio esplora la propria interiorità.
▪ Anche la struttura cambia radicalmente: non più costruzioni complesse e artificiose, ma
strutture frammentarie → procedere per libere associazioni, fondendo presente e passato,
sogni e allucinazioni con la realtà.
- Ciò può essere notato nell’opera “notturno”, scritta da d’annunzio durante un
periodo di cecità totale a causa del distacco della retina durante un incidente in volo.
A causa della cecità, tutta l’esperienza vitale si concentra su altri sensi, o sulla propria
interiorità: impressioni, sensazioni e ricordi vengono annotati su lunghi fogli di carta
→ pertanto l’opera presenta un carattere di annotazione casuale, con uno stile
nervoso e frettoloso → brevi proposizioni e spesso in forma nominale (senza verbi).
• Le istituzioni culturali
Molti intellettuali reagirono a tale periodo di cambiamento, portando alla nascita delle avanguardie
(movimenti letterari o artistici che attuano nuove poetiche o nuovi modi espressivi in contrasto con
la tradizione corrente); e le riviste, in cui gruppi di intellettuali si schieravano a sostegno di una
determinata corrente di pensiero (sia artisticamente che politicamente) .
• L’intellettuale protagonista
il clima di rinnovamento sembra offrire nuove possibilità di intervento agli intellettuali, soprattutto i
giovani, che provenivano dalla piccola e media borghesia → vedevano nella cultura una possibilità di
affermazione e di promozione sociale.
Alla figura del letterato tradizionale, stabilmente inserito nelle strutture sociali, si sostituisce quella
di chi ambisce a diventare un protagonista della vita nazionale, intervenendo nella vita culturale e
sociale.
• La narrativa
La contaminazione delle forme letterarie indebolisce la costruzione organica e chiusa dell’opera
d’arte, e anche il romanzo contesta e abbandona le forme della narrativa ottocentesca.
Concentrandosi su tematiche relative alla memoria e all’interiorità dell’individuo, in un epoca ormai
privata di ogni certezza assoluta.
• La letteratura drammatica
Sotto la spinta dei movimenti dell’avanguardia, anche il teatro mutò radicalmente la sua tradizionale
fisionomia , che si proponeva di portare sulla scena la realtà di vita quotidiana.
Il teatro teorizzato dai futuristi esclude dalla rappresentazione ogni logica comune e ogni criterio di
verosimiglianza, proponendosi come teatro sintetico che si basa sull’assurdo e su situazioni irreali.
Dal teatro borghese muove il teatro del “grottesco”, che, pur basandosi sul triangolo amoroso
moglie-amante-marito, ne corrode il banale convenzionalismo, giudicandone gli avvenimenti.
• Gruppi e programmi
L’avanguardia presenta un forte ruolo di intervento ideologico e politico: Nasce l’esigenza di
costituirsi in gruppi alla ricerca di una maggiore forza d’urto, che consenta di svolgere un’azione
efficace → necessità di formulare dei programmi per chiarire le ragioni di scelte altrimenti
incomprensibili → manifesti delle avanguardie (dichiarazione pubblica che definisce i principi e gli
obiettivi di un movimento artistico, politico o letterario).
• I FUTURISTI
Nel manifesto del futurismo, pubblicato sul quotidiano parigino “Le Figaro” (20 febbraio 1909),
Filippo Tommaso Marinetti formula il suo programma di rivolta contro la cultura del passato;
proponendo un azzeramento su cui elevare una concezione della vita interamente rinnovata. I valori
su cui fondò la sua visione del mondo futurista erano quelli della velocità, del dinamismo,
dell’attivismo, considerati come distintivi della moderna realtà industriale, che ha il suo emblema nel
mito della macchina.
Il culto dell’azione violenta ed esasperata respinge ogni forma di organizzazione politica e sindacale,
così come rifiuta il parlamentarismo, il socialismo, il femminismo, nel nome di un individualismo
assoluto → nuova incarnazione del mito del superuomo.
Da queste posizione deriva l’adesione all’ideologia nazionalista che celebra la guerra come sola
“igiene del mondo”. Anche l’uomo, il cui significato si risolve interamente nell’azione, finisce per
ridursi a un essere meccanico e dinamico → disinteressandosi della dimensione psicologica, i futuristi
disprezzano gli atteggiamenti spirituali e sentimentali, oltre che all’amore.
• Le innovazioni formali
Sul piano delle soluzioni letterarie, la contestazione si propone di colpire le strutture stesse della
comunicazione ideologica.
La letteratura si era sempre basata su un impianto concettuale; il futurismo respinge ogni forma di
causalità e consequenzialità, sostituendo una forma più sintetica e abbreviata → un’analogia, che
sappia rappresentare l’ossessione lirica della materia, accostando e assimilando realtà diverse e
lontane tra loro, attraverso l’uso della sinestesia e onomatopea.
La forma stessa della parola deve suggerire visivamente le immagini di una dinamicità complessa,
per dare una voce autonoma all’infinita relazione tra le cose. Il rifiuto della logica tradizionale ha
anche il proposito di distruggere la sintassi, che riflette l’ordine di un pensiero concatenato → aboliti
i normali elementi di interpunzione, che scandivano i rapporti interni alla frase, con lo scopo di
suggerire il fluire ininterrotto delle sensazioni, e la rapidità folgorante dei passaggi.
Teoria della parola libera: consiste nel disporre i sostantivi a caso, come nascono spontaneamente.
La parola vale come segno concretamente visibile, destinato a produrre impressioni acustiche o
tattili, come se la parola producesse suoni che si ascoltano o realtà che si toccano.
La poetica futurista opera una fusione tra diversi linguaggi artistico-espressivi → evidente è il
rapporto tra letteratura e pittura nelle “tavole parolibere” che si basano sul libero accostamento di
lettere, segni grafici e immagini.
• I manifesti
Tale vicenda fu scandita dal rapido susseguirsi di manifesti e altri interventi programmatici che
riguardarono le più disparate esperienze artistiche.
• LA LIRICA DEL PRIMO NOVECENTO IN ITALIA
La lirica del primo novecento esprime una profonda esigenza di rinnovamento, in seguito alla crisi
della cultura positivistica e all’esaurirsi delle forme della letteratura tradizionale.
Il romanzo diventa un genere poco praticato; e alla prosa i giovani scrittori preferiscono la lirica.
Di qui la pratica del “frammento”, cioè della composizione breve e intensa, che cerca di suggerire
impressioni simili a quelle della poesia. Questa risente del clima idealistico e della concezione di una
poesia pura, che pone in primo piano la soggettività del poeta e la condizione esistenziale dell’uomo
contemporaneo.
Anche le rime e le forme chiuse della metrica tradizionale, vengono considerate quali una prigione,
e, pertanto, contestate e rifiutate.
• I crepuscolari
La definizione dei poeti crepuscolari risale ad una recensione, pubblicata nel 1909 su quotidiano “La
Stampa”, di Giuseppe Antonio Borghese, il quale parlò di “una voce crepuscolare, la voce di una
gloriosa poesia che si spegne”.
→ Questi poeti rappresentano, infatti, l’esaurirsi di un’intera tradizione.
Ai contenuti aulici, espressi in forme retoricamente complesse, i crepuscolari contrappongono
l’amore per le piccole cose, con atmosfere grigie e comuni della vita quotidiana, rievocate attraverso
un linguaggio dismesso e prosaico.
Mutano la concezione e il significato della poesia, che non ha più messaggi eccezionali da proporre,
ma si mimetizza nell’opacità dell’esistenza borghese, presentandosi come esperienza minore.
I modelli vanno cercati nel simbolismo intimista e introverso; ma anche l’esempio di Pascoli, con la
poetica del fanciullino, contribuì largamente alle ideologie di tale movimento.
• Vociani
Con il termine vociani vengono indicati alcuni scrittori che collaborarono alla rivista “La Voce”.
Le loro opere non obbediscono ai principi di una poetica ben definita, ma partecipano a quelle ipotesi
di rinnovamento di cui di era fatta espressione la rivista.
È questo l’elemento che collega personalità ben diverse tra loro, ma che hanno in comune alcune
esigenze di fondo: i particolare quella di esprimere una letteratura svincolata dalla tradizione
accademica, in cui si riflettano le inquietudini dell’uomo contemporaneo.
Utilizzando il verso libero, questi scrittori, si possono considerare come i primi esponenti della lirica
italiana del ‘900, intesa come ricerca essenziale, libera e autonoma espressione delle esigenze dell’io.
ITALO SVEVO
Aron Hector Schmitz nacque il 19 dicembre 1861 a Trieste (all’epoca sotto il dominio austriaco) da
un’agiata famiglia borghese.
Il padre, era figlio di un funzionario imperiale, di famiglia ebraica, che indirizzò gli studi de figlio verso
la carriera commerciale.
Nel 1873, con i fratelli, fu mandato in collegio, in Germania; ma contemporaneamente si dedicò allo
studio di scrittori tedeschi.
Nel 1878 tornò a Trieste e si iscrisse all’istituto superiore per il commercio; ma la sua ispirazione era
quella di diventare scrittore → iniziò a comporre testi drammatici e, dal 1880, iniziò a pubblicare i
suoi scritti sul giornale “L’indipendente”.
Sempre nel 1880, in seguito ad un investimento industriale sbagliato, il padre fallì: Svevo conobbe
l’esperienza della declassazione → fu costretto a cercare un lavoro, che per lui era arido ed
opprimente, e pertanto cercava costantemente un’evasione nella letteratura.
(periodo di silenzio letterario dal 1898 al 1919, poi si dedicò alla pubblicazione della coscienza di
Zeno).
• Fisionomia intellettuale
La fisionomia di Svevo appare diversa da quella dei tradizionali letterati italiani: in primo luogo
presenta caratteristiche peculiari l’ambiente in cui egli si forma → Trieste è infatti una città di confine
(tra Austria e Italia), pertanto appare come un crogiolo di popoli e culture diverse; lo scrittore decide
quindi di adottare lo pseudonimo Italo Svevo, per segnalare come in lui vengano a confluire la cultura
italiana e quella tedesca.
L’ambiente in cui si forma, e opera, Svevo assume una prospettiva ben più ampia di quella di tanti
scrittori italiani del suo tempo, ma soprattutto gli consente uno stretto rapporto con la cultura
mitteleuropea (ovvero quella dell’Europa centrale).
Inoltre, nella borghesia intellettuale, Svevo, ha le sue radici: pertanto egli non coincide con la figura
dello scrittore italiano tradizionale, la cui attività principale era la letteratura → Svevo prima fu
impiegato di banca, e poi dirigente d’industria; infatti, tra il 1899 e il 1919 la letteratura fu relegata
ai margini della sua esperienza.
E per finire, i suoi studi furono commerciali, mentre la sua cultura letteraria fu quella di autodidatta.
• La cultura di Svevo
• I maestri del pensiero
Alla base dell’opera letteraria di Svevo vi è una robusta cultura filosofica.
▪ Un pensatore che ebbe un’influenza determinante fu Schopenhauer, il filosofo che opponeva
un pensiero a sfondo irrazionalistico al sistema Hegeliano, e che affermava un pessimismo
radicale, indicando come unica via di salvezza dal dolore la rinuncia alla volontà di vivere.
▪ Svevo conobbe anche Nietzsche, e da lui poté trarre l’idea del soggetto non come salda e
coerente unità, ma come pluralità di stati in fluido divenire.
▪ L’altro grande punto di riferimento fu Charles Darwin, autore della teoria dell’evoluzione,
fondata sulle nozioni di selezione naturale e lotta per la vita.
Svevo tendeva ad utilizzare tali riferimenti in modo critico, come strumenti conoscitivi: lo
Schopenhauer a cui faceva riferimento era l’assertore del “carattere effimero e inconsistente della
volontà e dei desideri” → lo smascheratore degli autoinganni. E, infatti, nei suoi romanzi, Svevo mira
sempre a smascherare gli autoinganni dei suoi personaggi, smontando gli alibi che essi si costruiscono
per occultare ai propri stessi occhi le vere motivazioni dei propri atti.
Allo stesso modo, per influenza del darwinismo, Svevo fu indotto a pensare il comportamento dei
suoi eroi come prodotto di leggi naturali immodificabili, e non dipendenti dalla volontà; ma seppe
anche cogliere come questi comportamenti avessero le loro radici nei rapporti sociali, e fossero
quindi non prodotti di natura, ma un prodotto storico → mette in luce la responsabilità individuale
dell’agire.
• La lingua
La lingua quotidianamente parlata da Svevo non era l’italiano ma il dialetto triestino → per bocca del
suo personaggio Zeno, egli confessa la difficoltà nel trovare i vocaboli italiani più appropriati.
Ciò tuttavia non autorizza a concludere che Svevo scriveva male: la sua prosa è efficacissima nel
rendere le tortuosità della psiche → la scritta sveviana sistematicamente tende a riprodurre il modo
di esprimersi dei personaggi.
Quanto detto vale ancor di più per la sua opera “la coscienza di Zeno”, nella quale la scrittura
riproduce fedelmente il linguaggio del tipico borghese triestino che usa l’italiano → certe
imperfezioni stilistiche sono dunque volute, al fine di rendere più da vicino lo “stile” di Zeno.
• La coscienza di Zeno
Romanzo psicoanalitico di Italo Svevo, pubblicato nel 1923.
Il romanzo è di fatto l'analisi della psiche di Zeno, un individuo che si sente malato e inetto ed è
continuamente in cerca di una guarigione dal suo malessere attraverso molteplici tentativi, a volte
assurdi o controproducenti.
• Le vicende
▪ Capitolo 1 - Prefazione:
Il dottor S., psicanalista di Zeno, introduce il romanzo annunciando la sua decisione di
divulgarne le memorie come atto di vendetta per l'abbandono della terapia da parte di Zeno.
▪ Capitolo 2 - Preambolo:
Zeno accetta l'invito del suo psicanalista a scrivere le sue memorie come parte del processo
terapeutico. Inizia a rievocare i momenti significativi della sua vita, concentrandosi sulla sua
nevrosi e sulla mancanza di volontà.
▪ Capitolo 3 – Il fumo:
Zeno riflette sulla sua dipendenza dal fumo, simbolo della sua incapacità di agire e di mantenere
le promesse fatte a se stesso.
▪ Capitolo 8 - Psicoanalisi:
Zeno rifiuta la psicoanalisi come fonte di ulteriori afflizioni mentali. Riflette amaramente sulla
condizione umana e sulla natura autodistruttiva del progresso, concludendo con una visione
apocalittica dell'umanità.
• La vita
Nacque il 28 giugno 1867 presso Girgenti, da una famiglia di agiata condizione borghese.
Svolse i suoi studi universitari prima a Palermo e poi a Roma, e in seguito a Bonn dove si laure in
filologia nel 1891.
Dal 1892 si stabilì a Roma, dedicandosi alla letteratura; e nel 1894 sposò Maria Antonietta Portulano.
Nel 1903 un allagamento della miniera di zolfo in cui il padre aveva investito il suo patrimonio,
provocò il dissesto economico della famiglia → conseguenze drammatiche sulla vita dello scrittore
→ la moglie sprofondò nella follia, e divenne ossessionata e gelosa, tanto da mutare la concezione
della famiglia agli occhi di Pirandello, che ora la percepiva come una “trappola”.
Pirandello, dopo il dissesto economico fu costretto a trovare un lavoro nell’industri cinematografica,
e conobbe l’esperienza della declassazione.
Ciò influenzò le concezioni di Pirandello e il suo atteggiamento vero la società → fornendogli lo
spunto per la rappresentazione del grigiore soffocante della vita piccolo borghese, ma soprattutto il
rancore e l’insofferenza che ne derivarono acuirono il suo rifiuto irrazionalistico del meccanismo
sociale alienante, in cui l’uomo si dibatte invano, tentando di riattingere alla spontaneità originale
della vita.
Prima della guerra, Pirandello, vide con favore l’intervento, considerandolo una sorta di compimento
del processo risorgimentale, ma la guerra incise dolorosamente sulla sua vita quando il figlio fu fatto
prigioniero dagli austriaci → peggiorando le condizioni psicologiche della moglie.
• L’attività teatrale
Dal 1910 Pirandello ebbe il primo contatto con il modo teatrale, e dal 1915 la sua produzione teatrale
si intensificò.
Da quel momento divenne scrittore per il teatro, scrivendo una serie di drammi tra il 1916 e il 1918,
che suscitarono reazioni sconcertate. → Solo nel 1920 le sue rappresentazioni riscossero il successo
di pubblico. E dal 1922 si dedicò totalmente al teatro.
La crisi dell’idea di identità e di persona risente dei grandi processi in atto nella realtà
contemporanea, dove si muovono forze che tendono alla frantumazione e negazione dell’individuo.
In questo periodo si osserva l’affermazione di tendenze spersonalizzanti nella società: l’instaurarsi
del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale; l’espandersi della grande industria e
dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo ad
insignificante ingranaggio di un gigantesco meccanismo; la creazione di sterminati apparati
burocratici, che annullano l’individuo in quanto tale, cancellandone l’individualità; e il formarsi delle
grandi metropolitane moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame con gli altri.
In una prima fase questi processi indussero a rifiutare la realtà oggettiva, e a chiudersi nella
soggettività, ma poi anche questa finisce per sfaldarsi → l’io si indebolisce e si frantuma in una serie
di stati incoerenti.
La presa di coscienza di questa inconsistenza dell’io suscita nei personaggi pirandelliani smarrimento
e dolore: l’avvertire di non essere nessuno provoca angoscia e orrore, e genera un senso di solitudine
tremenda. Viceversa l’individuo soffre anche ad essere fissato dagli altri in forme in cui non può
riconoscersi. L’uomo si vede vivere, si esamina dall’esterno nel compiere gli atti che gli impone la sua
maschera, e che appaiono assurdi (se osservati da tale prospettiva).
• Il relativismo conoscitivo
Se la realtà è in perpetuo divenire, essa non si può fissare in schemi e moduli d’ordine totalizzanti:
ogni immagine globale che pretenda di sistemarla organicamente non è che una proiezione
soggettiva → il reale è multiforme, non esiste una prospettiva privilegiata, al contrario le prospettive
sono infinite. Tale visione del reale conduce ad un radicale relativismo conoscitivo: non si dà una
verità oggettiva a priori → ognuno ha la sua verità che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le
cose. Ne deriva un’inevitabile incomunicabilità tra gli uomini: essi non possono intendersi, poiché
ciascuno fa riferimento alla realtà com’è per lui, e non sa come essa sia per gli altri → proietta nelle
parole che pronuncia il suo mondo soggettivo, che gli altri non possono in alcun modo conoscere.
Tale incomunicabilità accresce il senso di solitudine dell’uomo consapevole.
▪ Alla base del decadentismo vi è una condizione spirituale mistica: si possono ravvisare in
Pirandello tendenze di questo genere, ma esse entrano in conflitto con tendenze di segno
opposto → nella visone di Pirandello la realtà si sfalda in una pluralità di frammenti che non
hanno un senso complessivo. Se per decadentismo e romanticismo l’interiorità era al centro
del reale, sede dell’esperienza originaria dell’essere, ora questo centro scompare, il soggetto
da entità assoluta diviene nessuno.
• La poetica: umorismo
L’opera d’arte, secondo Pirandello, nasce dal libero movimento della vita interiore; la riflessione, al
momento della concezione, resta invisibile.
Nell’opera umoristica invece la riflessione non si nasconde, non è una forma del sentimento, ma si
pone dinanzi ad esso, lo analizza e lo scompone. Di qui nasce il sentimento del contrario, che è il
tratto caratterizzante dell’umorismo: l’avvertimento del contrario è il comico; ma se interviene la
riflessione, non è più possibile solo ridere → dall’avvertimento del contrario si passa al sentimento
del contrario, cioè all’atteggiamento umoristico.
La riflessione, nell’arte umoristica coglie il carattere molteplice e contradditorio della realtà: se si
coglie il ridicolo di una persona ne individuo anche il fondo dolente (e viceversa) → in una realtà
multiforme, tragico e comico vanno sempre insieme.
• Le novelle
Pirandello scrisse novelle per tutto l’arco della sua attività creativa. Nella raccolta pirandelliana non
si riesce ad individuare un ordine determinato, a causa dell’infinita molteplicità delle situazioni
presentate. In generale le tali opere riflettono la visione globale di un mondo non orinato, ma
disgregato in una miriade di aspetti precari.
• Novelle siciliane
Insieme di novelle collocate in una Sicilia contadina. Tali novelle potrebbero ricordare lo stile verista,
ma in realtà non si riscontra l’attenzione per un’indagine scientifica sui meccanismi sociali.
Le novelle siciliane, da un lato riscoprono il sostrato ancestrale della terra siciliana; dall’altro le figure
dell’arcaico mondo contadino sono deformate sino al paradosso da una carica grottesca, portando
le dinamiche sociali sino all’assurdo.
• L’atteggiamento umoristico
Pirandello mette in opera un atteggiamento umoristico, deformando le figure umane in gesticolanti
e allucinate marionette, portando all’estremo dell’inverosimiglianza i casi comuni della vita, per
dimostrare che la legge che li governa non è un rapporto di causa ed effetto, ma la casualità più
bizzarra. Da questo meccanismo scaturisce il riso, seppur sempre accompagnato dal sentimento del
contrario.
Caricando espressionisticamente la maschera di ognuno, Pirandello distrugge l’idea stessa di
personalità coerente, rivelando le varie “persone” che si annidano nell’individuo, e che possono
erompere all’improvviso.
• I ROMANZI
• Il fu Mattia Pascal
Pubblicato nel 1904.
È la storia paradossale di un piccolo borghese imprigionato nella trappola di una famiglia
insopportabile, che, per un caso fortuito, si trova improvvisamente libero e padrone di sé: diviene
economicamente autosufficiente grazie ad una cospicua vincita al casinò e apprende di essere
ufficialmente morto, in quanto la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un
annegato. Ma, invece di approfittare della liberazione dalla forma sociale per vivere nel fluire della
vita, Mattia si sforza per costruirsi un’identità nuova. In lui resta l’attaccamento alla vita sociale,
quindi egli soffre perché la sua identità falsa non gli permette di rifarsi una vita normale. Decide
quindi di rientrare nella sua vecchia identità, ma scopre che la moglie si è sposata con un altro uomo;
pertanto non gli resta che adattarsi alla sua uova condizione di forestiere della vita, osservando quella
degli altri dall’esterno, consapevole di non essere più nessuno.
Le tematiche più rilevanti sono: la trappola delle istituzioni sociali, che blocca il fluire della vita; la
critica dell’identità individuale, che si rivela inconsistente in quanto semplice maschera che nasconde
un variare indistinto di stati psicologici in continuo divenire; e l’estraniarsi dal meccanismo sociale da
parte di chi ah capito il giuoco.
La realtà, attraverso il gioco paradossale del caso, viene grottescamente distorta, ma al di là del riso
che questo suscita, vi è l’autentica sofferenza del protagonista.
Infine, essendo il romanzo narrato dal protagonista, al punto di vista oggettivo della narrazione, si
sostituisce u punto di vista soggettivo, mutevole e inattendibile, che non fornisce una prospettiva
certa sugli eventi.
• IL TEATRO
• Lo svuotamento del dramma borghese
Il contesto teatrale in cui Pirandello veniva ad inserirsi era quello del dramma borghese di impianto
naturalistico, che si incentrava sui problemi delle famiglie e del denaro (adulterio e difficoltà
economiche). Era un dramma serio, che si fondava sulla verisimiglianza e su uno psicologismo che si
basava sul presupposto causa-effetto.
Pirandello riprende questi temi e ambienti, ma porta la logica delle convenzioni borghesi alle estreme
conseguenze: i ruoli imposti dalla società borghese vengono assunti con estremo rigore, siano a
giungere al paradosso e all’assurdo, col fine di smascherarne l’inconsistenza.
▪ Così è (se vi pare): il signor Ponza tiene relega la moglie nel suo alloggio, perché la suocera
(Frola) non possa vederla. Il signor Ponza sostiene che quella chiusa in casa sia la sua seconda
moglie, perché la figlia di Frola è morta, ma Frola non gli crede. A questo punto la signora Ponza
afferma che lei è “colei che mi si crede” lasciando il pubblico senza alcuna risposta. In questo
modo Pirandello porta in scena il suo relativismo assoluto.
▪ Il giuoco delle parti: Leone Gala, separato, mostra di guardare con indifferenza il rapporto tra
la moglie e l’amante Guido Venanzi, ma alla fine li inganna facendo combattere (e morire) Guido
in uno scontro per recuperare l’onore della moglie.
(pagina 962)
• Il grottesco
Il grottesco non è altro che la forma che l’arte umoristica assume nel teatro: Nei drammi
rappresentati, il tragico è sempre straniato dal comico, e viceversa il comico rivela sempre, al suo
fondo, un nucleo di tragica sincerità.
I protagonisti, nella loro riduzione della vita a maschera, hanno qualcosa di burattinesco che li rende
ridicoli, ma rivelano anche uno strazio profondo.
UMBERTO SABA
• Vita
Nato a Trieste nel 1883; la madre apparteneva a una famiglia ebrea di commercianti, e il padre
abbandonò la famiglia dopo la nascita di Saba, che fu cresciuto da una balia → Saba visse un infanzia
difficile e malinconica a causa della mancanza del padre, e dovendo dividere il suo amore fra la madre
naturale e quella adottiva (la balia).
I suoi studi letterari furono intrapresi come autodidatta, appassionandosi inizialmente ai classici
(Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Foscolo,…) fino ad arrivare ai contemporanei.
Durante il suo soggiorno a Firenze (1905-1906) non fu coinvolto nel rinnovamento letterario, essendo
più legato alle radici culturali mitteleuropee.
▪ Tra il 1907-1908 compie a Salerno il servizio di leva militare. Tornato a Trieste sposerà Carolina
Woelfer, e si stabilirà a vivere a Montebello. In questo periodo realizzerà alcune opere pubblicate
con uno pseudonimo → distaccamento dal cognome del padre.
▪ Nel 1921 esce il primo “canzoniere”, in cui Saba raccoglie la sua produzione fino a quel momento.
▪ Nel 1928, a causa di disturbi nevrotici, inizia un percorso di psicoanalisi, riconoscendo il valore di
tale terapia come mezzo conoscitivo dell’inconscio umano.
▪ Colpito dalle leggi razziali, lascia l’Italia e si reca a Parigi; nel 1939 torna a Roma e viene nascosto
da Ungaretti, per poi andare a Firenze, ospitato da Montale.
• Il canzoniere
• Struttura
L’edizione definita della raccolta risulta divisa in sezioni, raggruppate in tre volumi corrispondenti ai
più ampi archi di sviluppo temporale della “giovinezza”, “maturità”, e “vecchiaia”.
Nelle opere Saba pone sempre in primo piano l’elemento autobiografico della poesia, per questo il
canzoniere è un’opera unitaria, dato il fatto che si tratta di una sorta di “biografia” del poeta.
Ciò si nota anche dal fatto che molte opere sono tra loro collegate sia a livello tematico, che a livello
sintattico (come se un’opera fosse il proseguo di un’altra precedente).
• Tematiche principali
La tematica centrale delle opere può essere vista come un amore per la vita che il poeta
costantemente avverte. Lo si vede soprattutto nelle opere di ambiente triestino, che mostrano
adesione alle vicende quotidiane degli altri. Queste aperture presuppongono anche lo sforzo di
superare un isolamento che nasconde in sé tracce profonde di angoscia e dolore → Trieste è amata
per la sua vivacità, ma anche per quei luoghi in cui il poeta può isolarsi. Il desiderio di addentrarsi
nella vita di tutti è la riscoperta di un senso di partecipazione che non ignora la solitudine e
l’esclusione dell’individuo.
• L’infanzia
L’infanzia assume un’importanza decisiva come momento centrale nella frammentazione
dell’individuo: dall’infanzia, infatti, si dipartono i principali motivi sviluppati nel canzoniere → l’eros;
la nevrosi; e la scissione dell’io, che appare indagata nelle sue cause più profonde.
• Conflitti psicologici
Il grumo di contraddizioni e conflitti psicologici presenti nell’individuo, determinano la
frammentazione dello stesso; frammentazione che Saba si è sforzato di ricomporre con qui momenti
di felicità o sollievo che la vita e la poesia possono offrire. In questo senso i componimenti
costituiscono una vera e propria psicoanalisi poetica, che vale come bisogno di chiarificazione e
acquisto di consapevolezza, là dove l’emergere del ricordo si fa doloroso.
Tra i testi più significativi in questo senso, vi è “Berto”, che descrive un dialogo tra il poeta adulto e il
Saba bambino: tale dialogo ripercorre i momenti dolorosi dell’infanzia di Saba, senza però riuscire a
ricostruire quell’identità andata perduta, ricomponendo il dissidio interiore nato da quelle
esperienze.
Nell’alternanza delle crisi e del loro superamento, la gioia e il dolore restano i termini di un dissidio
sempre richiuso e sempre riaperto. Ciò che conta maggiormente è il legame inscindibile tra gioia e
dolore, considerati come elementi costitutivi dell’esperienza individuale e collettiva.
• Caratteristiche formali
la crisi della parola che investe la letteratura novecentesca, non trovò un terreno propizio in Saba,
che insieme con il linguaggio della quotidianità, riprende le convenzioni che appartengono alla
poetica del passato → Saba non esita a adottare schemi poetici del passato, come la metrica e l’uso
delle rime, estraniandosi dalla poetica dell’ermetismo, rifiutando tale espressione poetica
deliberatamente difficile.
le cose nominate da Saba vivono in un’atmosfera naturale, che egli si propone di cogliere senza
rinunciare alla ricerca di significati profondi.
La poesia di Saba è sempre sostenuta da una chiarezza espressiva che usa modi semplici e immediati,
con un lessico volutamente comune. Lo sguardo sulla realtà dismessa e quotidiana ha sempre
l’obiettivo di interrogarsi sui significati essenziali e universali della vita: relativi al destino dell’uomo,
con le sue ambiguità e contraddizioni.
Pertanto, è sbagliato affermare che la poetica di Saba sia una semplice copia di quella classica, anzi,
egli riesce a rielaborare ed utilizzare le tecniche della poetica passata per creare nuove soluzioni
(presentando sei richiami nostalgici di quella poetica).
L’ERMETISMO
• La lezione di Ungaretti
La poesia degli anni Trenta, riconducibile alla corrente dell'Ermetismo, eredita la tradizione della lirica
primonovecentesca, sia per l'uso ormai ampiamente consolidato del verso libero, sia per la netta
preminenza accordata alle motivazioni spirituali ed interiori dell'esercizio poetico → L'esempio
decisivo viene offerto dalla lezione di Ungaretti, che pubblica nel 1931 L'allegria. L’elaborazione di
questa tendenza ha il suo centro a Firenze che trovò uno spazio crescente sulle principali riviste,
fiorentine: da "Solaria" a "Letteratura".
• Il linguaggio
La chiusura dello scrittore in una forma di individualismo totale si traduce nella scelta di un linguaggio
arduo, difficile, oscuro, al limite dell'incomunicabilità: La poesia si rivolge ad un ristretto numero di
persone, a coloro che ne condividono l'impostazione; dal messaggio letterario viene esclusa, la
maggior parte del pubblico abituale.
Lo strumento privilegiato dell'espressione è costituito dall'analogia, come tramite di un processo che
coglie realtà impalpabili e misteriose, trasferendo i dati dell'esperienza su un piano di situazioni
interiori e spirituali → il centro su cui converge questa ricerca è costituito dalla parola, che si fa
evocatrice ed allusiva, per caricarsi di significati molteplici e indefiniti → la poesia finisce per
costituire la vera e sola realtà, oltre che la fonte privilegiata della conoscenza, interrogandosi sul
senso della vita ed offrendo risposte che riguardano il destino ultimo dell'uomo.
• SALVATORE QUASIMODO
• Periodo ermetico
Nato a Modica, in provincia di Ragusa, nel 1901.
Dopo essersi diplomato alle scuole tecniche, a diciannove anni si stabilisce a Roma, dove svolge
diversi lavori, iniziando anche a studiare le lingue classiche. Durante un soggiorno a Firenze, Elio
Vittorini, che era suo cognato, lo presenta ad Eugenio Montale e ad Alessandro Bonsanti, il quale gli
pubblica le prime poesie su "Solaria". Presso le edizioni della rivista esce anche la raccolta
dell'esordio, Acque e terre (1930).
Nel 1934 si trasferisce a Milano, dove otterrà la cattedra di Letteratura italiana al Conservatorio,
continuando a pubblicare nuove raccolte.
Queste raccolte segnano una precisa linea di ricerca, facendo di lui uno dei più significativi esponenti
dell'Ermetismo.
Sul piano stilistico, si assiste ad un radicale divorzio con la lingua parlata → la parola tende
all'astrazione: frequenza delle analogie, confusione dei rapporti logici tra i vari elementi del periodo,
sintassi nominale, e i sostantivi non determinati dall'articolo e utilizzati al plurale, per aumentare gli
effetti di indeterminatezza.
Nell'esprimere il rapporto tra il dato reale e la condizione privata del poeta, la parola assume, oltre
che un valore simbolico, un timbro magico ed evocativo. I motivi di fondo, legati alla trasfigurazione
favolosa del proprio passato e all'insoddisfazione del presente.
• Testi
• Ed è subito sera
Il primo verso esprime la solitudine dell'uomo, che pure si trova «sul cuor della terra», nel cuore e
quindi al centro delle cose. Da questa antitesi deriva una contraddizione che si ripercuote sul
participio passato “trafitto”, il cui significato racchiude in sé una profonda ambivalenza: il raggio di
sole che colpisce l'uomo è simbolo di luce e di calore, della stessa vita; ma “trafitto” implica
soprattutto il significato di "ferito", trasformando il raggio in una specie di dardo, portatore di dolore
e di morte → È questa l'impressione destinata a prevalere dopo la lettura dell'ultimo verso, che
registra l'improvviso sopraggiungere della “sera”, metafora della morte.
Sul piano delle soluzioni foniche non mancano le allitterazioni (cuor - terra; terra trafitto - raggio -
sera), compresa la consonanza a contrasto «solo» - «sole».
EUGENIO MONTALE
• Vita
Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896.
Frequenta le scuole tecniche, ottenendo nel 1915 il diploma di ragioniere.
Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale con il grado di sottotenente, stringe rapporti di
amicizia con i poeti liguri Angelo Barile, Adriano Grande e Camillo Sbarbaro, di cui recensisce la
raccolta di prose Trucioli nel 1920. Tra il 1922 e il 1923 frequenta, nella villa di Monterosso la giovane
Anna degli Uberti, che canterà nelle poesie con il nome di Annetta-Arletta.
Nel 1922 esordisce come poeta su "Primo tempo"; Entra così in rapporto con l'ambiente intellettuale
torinese.
▪ Nel 1925 esce la prima raccolta di versi, Ossi di seppia; Montale firma il manifesto degli
intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce: espressione di un dissenso, civile e politico,
nei confronti della dittatura, che vedrà Montale condurre un'esistenza schiva e appartata negli
anni del fascismo.
▪ Dopo aver iniziato la collaborazione a "Solaria" ai primi del 1927 si trasferisce a Firenze. Nel 1933
avviene l'incontro con Irma Brandeis, una giovane studiosa americana (la “Clizia” di alcune
poesie).
▪ Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta poetica, Le occasioni (presso Einaudi, editore di
"opposizione"). Avvia intanto, un'intensa attività di traduttore.
▪ Dal 1939 vive con Drusilla Tanzi, che diventerà sua moglie solo nel 1962 e verrà poi cantata in
poesia con il nomignolo di “Mosca”.
▪ Dopo la guerra si iscrisse al Partito d’Azione.
▪ Nel 1948, trasferitosi a Milano, inizia la sua definitiva attività di redattore presso il "Corriere della
Sera".
▪ Dopo un lungo silenzio pubblicherà la raccolta “Satura”, che segnerà una svolta nello sviluppo
della sua ricerca poetica (il volume comprende anche gli Xenia, dedicati alla memoria della
moglie). Su questa linea la produzione prosegue intensamente.
▪ Nel 1967 Montale era stato nominato senatore a vita.
▪ Morte a Milano, il 12 settembre 1981.
• Ossi di seppia
• Le edizioni, la struttura e i rapporti con il contesto culturale
Ossi di seppia, uscì nel 1925 per le edizioni di Piero Gobetti, intellettuale antifascista, e conteneva
testi scritti fra il 1920 e quella data. Nel 1928 fu pubblicata una seconda edizione, con l'aggiunta di
alcuni testi nuovi.
Il libro è diviso in quattro sezioni: Movimenti, Ossi di seppia, che dà il titolo complessivo all'opera e
comprende componimenti brevi; Mediterraneo, un ampio poemetto; Meriggi e ombre, che contiene
i testi più complessi e ardui.
Nella raccolta si possono cogliere i legami con il contesto culturale del tempo: l'influenza del
pessimismo di Schopenhauer, ravvisabile nell'idea che le realtà sensibili siano parvenze ingannevoli,
e l'interesse per quelle correnti che ai primi del Novece nto si opponevano al determinismo
positivistico; letterariamente, il legame con la poesia dannunziana, che Montale fondamentalmente
supera lasciandosela alle spalle, poiché ne rifiuta l'abbandono sensuale, il vitalismo panico,
l'intonazione aulica e sublime. Parimenti, è evidente la lezione di Pascoli, sia per la scelta di trattare
oggetti "poveri" sia per alcuni procedimenti stilistici. Montale guarda anche all'esperienza
crepuscolare, nel rifiuto dell'aulicità della tradizione poetica, nell'adozione di oggetti umili e di
soluzioni antiliriche e prosastiche, pervase di ironia.
• Il Varco
Il poeta si protende a cercare un varco che consenta di uscire dalla prigionia esistenziale → istante
in cui l’uomo percepisce, poco lontano, la presenza di un passaggio per giungere alla verità: Ma
questo varco non si apre, e il poeta rimane con l’impressione di quel passaggio → al massimo egli
può nutrire l'avara speranza che altri riescano dove lui va incontro al fallimento.
Nonostante la desolata consapevolezza raggiunta, si impone una speranza: gli Ossi si chiudono con
un auspicio, che un giorno la sua anima non sia più divisa, possa “rifiorire” nel sole che investe le
riviere.
• La poetica
Montale non può più avere fiducia nella parola poetica come formula magica capace di arrivare
all'essenza profonda della realtà.
Tanto meno la poesia è in grado di proporre messaggi positivi, certezze di qualunque tipo, morale o
metafisico.
Ne consegue un rifiuto del lirismo, della magia musicale del verso → Montale non ricorre al
linguaggio analogico. Quella degli Ossi è una poetica degli oggetti → essi vengono citati nella poesia
come equivalenti di concetti astratti o della condizione interiore del soggetto.
La definizione di uno stato d'animo che esprime la tipica disposizione esistenziale dell'uomo
contemporaneo, il male di vivere, è presentata non in forma direttamente concettuale o esplicativa,
ma in prima persona come un incontro realmente accaduto. Questo "incontro" serve per identificare
uno stato d'animo o una condizione esistenziale in alcune presenze concrete, in cui si risolve. Anche
quando viene meno il riferimento di base restano gli "oggetti", le presenze e le cose della vita, a
significare le complesse vicende del destino umano, caricandosi di significato.
Se quindi l'analogia giocava sul piano dell'irrazionale, la poetica degli oggetti di Montale tende invece
a un rapporto razionale col mondo → una poetica che presenta, qualche convergenza con quella del
"correlativo oggettivo", elaborata da Eliot negli stessi anni.
Se quella degli Ossi è una "poetica degli oggetti”, gli oggetti a cui il poeta sceglie di fare riferimento
sono sempre umili, dimessi, prosaici → In un testo, “I limoni”, Montale dichiara di non amare la
poesia aulica della tradizione italiana, che cantano solo realtà nobili e sublimi. Per parte sua, predilige
realtà povere, "impoetiche", coerenti con la sua visione desolata del mondo.
• Le soluzioni stilistiche
Dinanzi all'aridità e alla desolazione della condizione esistenziale e cosmica, la poesia non può che
ridursi a “qualche storta sillaba e secca come un ramo”. Ne deriva, negli Ossi, una ricerca di suoni
aspri, di ritmi rotti e anti-musicali, di un andamento a volte prosastico.
Il lessico accoglie termini comuni; ma si possono anche incontrare termini rari, letterari e aulici, ciò
perché Montale, vuole far cozzare “l'aulico” con il “prosaico”, in funzione ironica e straniante.
• Montale fa ricorso al verso libero, ma usa spesso il verso più classico della poesia italiana,
l'endecasillabo, e se presenta versi più lunghi, non previsti da quella tradizione, essi risultano dalla
somma di due versi brevi.
I versi sono di regola raggruppati in strofe, spesso in quartine, con la ricorrenza di rime: Montale
apparentemente sembra operare scelte che non rompono in modo radicale con la tradizione. In
realtà, quella tradizione è ripresa in modo straniato, e come svuotata dall'interno mediante l'uso di
vari procedimenti: assonanze e consonanze al posto delle rime, e rime ipermetre (cioè, che
presentano ancora una sillaba dopo la rima vera e propria).
• Nelle Occasioni si registra un netto innalzamento stilistico, che esclude lo stridore fra aulico e
prosaico, puntando su un registro decisamente elevato e monolinguistico. La poesia si fa densa,
concentrata, ardua, oscura. Tuttavia, Montale resta lontano dalle soluzioni della poesia "pura" degli
ermetici, in quanto, applicando con assoluto rigore la poetica degli oggetti, non si affida
minimamente alla magia della parola e alla suggestione dell'analogia. La difficoltà non nasce
pertanto, dalla volontà di rendere il senso dell'indefinito, ma dal fatto che il poeta tace i dati che
potrebbero esplicitare e chiarire il significato concettuale degli oggetti che fa sfilare nel suo discorso.
• In questo sviluppo della poetica e della poesia agì il trasferimento del poeta a Firenze nel 1927 e il
suo inserimento nel gruppo degli intellettuali che facevano capo alla rivista "Solaria": Le posizioni che
caratterizzavano questo contesto culturale erano ispirate a un culto umanistico della letteratura,
vista come estremo baluardo dei valori più alti della civiltà contro l'avanzare della barbarie,
rappresentata dalla volgarità delle prime manifestazioni di una società di massa, dalla opprimente
dittatura fascista e dall'addensarsi delle prospettive di guerra. Ne derivava una concezione elitaria
della cultura e degli intellettuali, una tendenza a isolarsi dal contesto sociale per preservare la
purezza dei valori e la dignità dell'uomo di lettere.
• La donna salvifica
Motivo che diviene centrale nella produzione montaliana a partire dalle Occasioni; la creazione di
un'immagine sublimata di donna-angelo, in cui convivono virtù quali l'intelligenza e la
chiaroveggenza, capace di indicare una via di salvezza dall'inferno quotidiano.
• Altre immagini di donne compaiono nelle Occasioni, Dora Markus, donna segnata da un destino di
irrequietudine, di precarietà; oppure Arletta, la fanciulla morta attorno a cui si addensano le memorie
di un passato più felice ma irrecuperabile.
Queste donne sono in realtà dei doppi del poeta stesso, proiezioni della sua inquietudine esistenziale
→ La nuova figura della Beatrice rappresenta un'alternativa totale all'esistente.
Nella terza raccolta, La bufera e altro, essa avrà il nome di Clizia, (nella mitologia greca era la donna
trasformata dal dio solare Apollo nel fiore del girasole) → Il girasole si volge sempre verso la luce del
sole: ma Apollo è anche il dio della poesia, e per questo Clizia può essere assunta a rappresentare il
valore della cultura.
• Si prospetta così nelle Occasioni una netta polarizzazione: da un lato una condizione esistenziale
imprigionata nel fluire sempre eguale del tempo, in una quotidianità opaca e frustrante, che ha come
corrispettivo la città, la modernità, la massificazione della vita, e su cui incombe l'apocalisse della
guerra; dall'altro l'attesa dell'epifania della donna-angelo, che può indicare una via di salvezza dando
un senso e un valore al reale.
Nonostante ciò, Montale, è consapevole che l'intelligenza e la cultura sono impotenti ad arrestare lo
scatenarsi delle forze distruttive della guerra. Ma solo chi conserva la chiarezza intellettuale, non è
cieco come tutti gli altri uomini, può rendersi conto della barbarie, dominando intellettualmente il
corso degli eventi storici e garantendo una possibilità di salvezza al di là della catastrofe .
• Da Clizia a Volpe
Ritorna la figura della donna-angelo, che ora si carica di valori scopertamente cristiani, e della
possibilità di una salvezza per tutti (come si afferma in La primavera hitleriana). Ma questa speranza
si rivela presto impossibile, nella situazione degradata degli anni successivi alla guerra: la donna-
angelo è costretta a fuggire in un “oltrecielo” irraggiungibile.
Si affaccia allora il recupero dell'infanzia ligure grazie alla memoria, attraverso la rievocazione dei cari
morti (la madre, il padre, la sorella) visti come depositari di una saggezza quotidiana di vita, contro
lo svuotamento dell'esistenza determinato dalla massificazione e dalla meccanizzazione della
modernità alienante.
Alla figura dell'angelo salvifico si contrappone una rivalutazione della vitalità istintuale, dell'adesione
alla pura esistenza biologica → Si impone una nuova figura femminile, indicata con il soprannome
di Volpe, che fa subentrare motivo dell'eros.
Si profila anche la figura della moglie (la Mosca, come viene affettuosamente chiamata dal poeta),
antitetica anch'essa rispetto alla Beatrice, nella sua dimessa sapienza di vita quotidiana.
• Le Conclusioni provvisorie
L'ultima sezione del libro, Conclusioni provvisorie, testimonia l'approdo a un profondo pessimismo
dinanzi alla realtà presente. Comprende due poesie di ispirazione politica e civile, Piccolo testamento
e il sogno del prigioniero.
Nella prima il poeta proclama la propria estraneità alle due "chiese" che dominano la scena politica
e culturale del suo tempo, quella democristiana e quella comunista. Ma si profila la prospettiva di
un'apocalisse bellica, che segnerà la fine della civiltà occidentale e della sua cultura. Nel Sogno del
prigioniero il poeta trae ispirazione dagli orrori dei regimi totalitari, quello nazista e quello stalinista.
• Dal punto di vista stilistico la bufera prosegue sulla linea di una lirica di intonazione elevata e ardua,
ma si differenzia dalle Occasioni: si orienta verso un maggiore plurilinguismo, che nei registri sublimi
inserisce anche elementi prosastici e realistici.
• L’ULTIMO MONTALE
• Satura
Dopo La bufera per alcuni anni Montale non scrive più versi. La ripresa avviene nel 1966, con la
pubblicazione dei primi quattordici Xenia (il termine greco significa "doni fatti agli ospiti"), in cui il
poeta si rivolge alla moglie morta, cercando ancora un recupero difficile degli affetti nell'aldilà. Con
una serie successiva di altri quattordici, questi Xenia confluiranno nel 1971 nella raccolta intitolata
Satura.
• Abbandonata la prospettiva metafisica, Montale accentua il suo pessimismo storico → I suoi obiettivi
polemici sono: le aberrazioni della società dei consumi che, nella corsa verso il benessere, ha perso
vista non solo i valori fondamentali ma anche ogni forma di dignità e di credibilità, la massificazione
che omologa modi di pensare e comportamenti, il bombardamento dei mass media, il diffondersi di
mode culturali ridotte a luoghi comuni. Nei confronti di queste manifestazioni Montale si pone in un
atteggiamento di freddo distacco, che si risolve in duri giudizi di condanna, espressi nelle forme
mediate di una ironia sottile, fino a raggiungere il sarcasmo.
• La sua polemica non è però animata dalla fiducia di poter modificare l'esistente → Il suo pessimismo
è tale che gli impedisce di vedere alcuna alternativa nel futuro. Ma nemmeno si ripiega a rimpiangere
il passato: ha la consapevolezza che una catastrofe si è abbattuta sui valori della civiltà e della cultura
umanistica tradizionale, spazzandoli via. Pertanto, nei confronti delle sue posizioni di un tempo,
Montale ostenta un distacco ironico.
• Nella raccolta ha grande rilievo la figura della moglie, Drusilla Tanzi, la Mosca: La funzione della sua
immagine è antitetica rispetto a quella della donna-angelo: se Clizia rappresentava la
chiaroveggenza, Mosca insegna una minima saggezza quotidiana, un'ironica arte di vivere che è
l'unica a permettere di resistere all'insensatezza e alla degradazione dominanti.
• L'unico modo per far parlare ancora la poesia è trasformarla in non-poesia, scrivere una poesia
prosastica → Per questo Satura segna una netta rottura con lo stile alto che caratterizzava Le
occasioni e ancora in buona parte La bufera. Ora Montale sceglie deliberatamente uno stile basso,
"comico", che imita la babele dei linguaggi contemporanei, le forme trite della conversazione
quotidiana.
All'armonia, anche aspra e dura, dei versi di un tempo, corrisponde adesso una dissonanza antilirica
e anti-musicale. Le cadenze prosastiche, proprie del parlato, hanno un andamento scontroso e
volutamente difficoltoso, che corrisponde alla realtà di un mondo sconnesso e degradato, che vive
in una totale confusione di idee e di principi.
• Diario del '71 e del '72, Quaderno di quattro anni, Altri versi
Proseguendo su questa linea, le raccolte conclusive riducono la poesia a una specie di cronaca del
quotidiano, come sola possibilità di confrontarsi ancora con l'effimero dell'esistenza, dalla quale non
si può più ricavare nessun criterio per organizzare e unificare il discorso poetico.