1.
CONTESTO STORICO: IL CINQUECENTO
Il Cinquecento rappresenta un secolo di grandi trasformazioni e contrasti. Da un lato c’è l’immagine luminosa del
Rinascimento, con il suo entusiasmo per l’uomo, per la scienza, per l’arte e per il sapere. Dall’altro, però, l’Europa
vive momenti di crisi, conflitti, rotture e profonde tensioni religiose. È un secolo in cui coesistono fiducia e
inquietudine, espansione e paura, creatività e censura. Anche l’Italia attraversa un periodo complesso: mentre
fiorisce la cultura rinascimentale, la penisola subisce invasioni straniere e gradualmente perde la sua autonomia
politica.
1.1 Il quadro storico
All’inizio del Cinquecento l’Italia è ancora frammentata in stati regionali – ducati, repubbliche, principati – che
possiedono una grande ricchezza culturale ma una debolezza politica evidente. Questa frammentazione attira le
ambizioni delle grandi monarchie europee. Nel 1494 cominciano infatti le Guerre d’Italia, con francesi e spagnoli
che si contendono il controllo della penisola. Dopo decenni di scontri, sarà la Spagna a prevalere, imponendo la
propria supremazia e trasformando l'Italia in una sorta di scacchiera di domini e influenze straniere.
Contemporaneamente l’Europa è attraversata da un processo di rinnovamento che la porta verso l’età moderna. Le
monarchie nazionali – come Francia, Spagna e Inghilterra – si consolidano, mentre la scoperta dell’America apre
nuove rotte commerciali e amplia la visione del mondo. Nel 1517, con le tesi di Lutero, esplode la Riforma
protestante, che mette in discussione il primato della Chiesa cattolica e dà avvio a un periodo di tensioni religiose
destinato a segnare profondamente la cultura del secolo.
1.2 Il quadro culturale
La cultura del Cinquecento è dominata dall’ideale rinascimentale, una visione che pone al centro la dignità e le
potenzialità dell’essere umano. L’uomo viene considerato capace di comprendere il mondo attraverso la ragione, lo
studio e l’esperienza diretta. È un’intellettualità che guarda con ammirazione all’antichità classica, convinta che nei
testi greci e latini si trovi il modello di perfezione da cui partire per costruire la cultura moderna.
Il classicismo rinascimentale si basa quindi su alcuni valori fondamentali: equilibrio, misura, armonia, bellezza
proporzionata. Gli artisti e gli scrittori cercano di imitare gli antichi non in modo servile, ma per eguagliarli e, se
possibile, superarli. Questo spirito di fiducia nella ragione convive però con un progressivo senso di crisi, che
diventa più forte nella seconda metà del secolo.
Il clima culturale si complica con la Controriforma, cioè la risposta della Chiesa cattolica alla protesta protestante.
Attraverso il Concilio di Trento, la Chiesa riafferma i propri dogmi e introduce un controllo molto più severo sulla
produzione culturale: nascono l’Indice dei libri proibiti e nuovi strumenti di censura che limitano la libertà intellettuale.
L’atmosfera si fa più rigida, e molti autori devono adeguarsi a un linguaggio e a contenuti conformi.
Le corti italiane diventano il centro della vita culturale: sono luoghi di potere ma anche di raffinata eleganza, dove
poeti, letterati e artisti trovano protezione e lavoro. Qui si sviluppa l’ideale dell’uomo di corte, colto, misurato,
equilibrato, capace di conversare e di agire con grazia e intelligenza. Accanto alle corti si diffondono le accademie,
istituzioni culturali spesso nate in modo informale, dove si discute di lingua, stile, poetica e filosofia. Sono spazi di
grande vitalità, fondamentali per la circolazione delle idee.
Un ruolo decisivo viene svolto dalla tipografia, che nel Cinquecento vive un’espansione straordinaria: i libri si
diffondono a ritmi mai visti prima, e questo favorisce la circolazione degli autori contemporanei e la
standardizzazione del volgare scritto. Tuttavia, la diffusione della stampa rende più difficile sfuggire ai controlli della
censura ecclesiastica.
Gli intellettuali del secolo, di fronte a questo scenario complesso, si trovano spesso a metà strada tra libertà creativa
e necessità di cautela. La politica diventa un tema sempre più concreto e realistico: non più un campo guidato dai
valori morali astratti, ma uno spazio governato dall’esperienza e dall’analisi dei fatti. È in questo contesto che si
colloca la riflessione di Machiavelli, il primo a considerare la politica come una disciplina autonoma, fondata sulla
comprensione oggettiva della realtà umana.
1.3 Il quadro artistico
L’arte del Cinquecento esprime in modo evidente l’evoluzione culturale del secolo. Nella prima metà domina il
Rinascimento maturo, con giganti come Leonardo da Vinci, Raffaello e Michelangelo. In queste opere si avverte la
ricerca della perfezione formale, dell’armonia assoluta, della bellezza ideale. Gli artisti mirano a una
rappresentazione equilibrata dell’uomo e della natura, capaci di riflettere l’ordine dell’universo.
A partire dalla metà del secolo, però, questi ideali iniziano a incrinarsi. Le incertezze politiche, le tensioni religiose, il
clima più cupo determinato dalla Controriforma spingono gli artisti verso forme espressive meno serene e più
inquietanti. È il momento del Manierismo, uno stile che si allontana dall’equilibrio rinascimentale per privilegiare la
tensione, la complessità, la soggettività. Le figure diventano più allungate, i colori più irreali, le composizioni più
spezzate: non si cerca più l’imitazione perfetta della natura, ma la rappresentazione dell’instabilità interiore.
1.4 Il quadro linguistico
Il Cinquecento è anche il secolo in cui esplode la grande questione della lingua, cioè il dibattito su quale debba
essere il modello linguistico da adottare in un’Italia politicamente divisa e ricca di dialetti. Con la diffusione della
stampa e la crescita della produzione letteraria, diventa urgente individuare una lingua comune che possa
rappresentare l’intera penisola.
Le posizioni principali sono due: da un lato ci sono coloro che sostengono l’importanza della lingua parlata, viva,
concreta, basata sull’uso quotidiano delle persone colte. Secondo questa idea, la lingua non dovrebbe essersi
fissata nei modelli antichi, ma riflettere l’evoluzione naturale del parlato contemporaneo.
Dall’altro lato c’è la proposta di una lingua letteraria e illustre, costruita sui modelli del Trecento, considerati
insuperabili. Il principale sostenitore di questa posizione è Pietro Bembo, che nelle sue Prose della volgar lingua
afferma che la lingua italiana deve derivare dal fiorentino trecentesco, in particolare da Petrarca per la poesia e da
Boccaccio per la prosa. Bembo desidera una lingua elegante, pura, controllata, volutamente distante dal parlato
comune. Questa visione suscita la reazione dei toscani contemporanei, come Machiavelli, che rivendicano la dignità
del fiorentino vivo e sostengono che la vera norma linguistica sia l’uso, cioè il modo in cui le persone colte parlano
realmente. La discussione è vivace e complessa, ma getta le basi per la futura evoluzione dell’italiano, costruito
lentamente da una combinazione di tradizione letteraria e pratica quotidiana.
2. TORQUATO TASSO
Torquato Tasso è una delle figure più affascinanti, complesse e tormentate di tutto il Cinquecento. La sua vita,
segnata da grandi entusiasmi e da profonde inquietudini, si riflette in un’opera poetica attraversata da tensioni
contrastanti: il desiderio di perfezione e la paura dell’errore, l’adesione ai canoni classici e l’attrazione per il gusto
romanzesco, la volontà di essere poeta di corte e la sensazione di non trovare mai un luogo stabile nel mondo. Per
questo Tasso è diventato, già per i contemporanei, un mito letterario, simbolo di una sensibilità fragile ed
esasperata che sembra anticipare, in molti aspetti, la modernità.
2.1 La vita
La giovinezza e la formazione
La storia di Tasso comincia in un ambiente familiare già segnato da inquietudini. Torquato nasce a Sorrento nel
1544, figlio di Bernardo Tasso, poeta e cortigiano, e di Porzia de' Rossi. Bernardo è un intellettuale di corte, molto
colto ma continuamente sfortunato: a causa di difficoltà politiche e rivalità personali, è costretto a spostarsi da una
città all’altra, perdendo più volte la sua posizione. Questa vita instabile segna profondamente il giovane Torquato,
che cresce con la percezione precoce della precarietà, del bisogno di protezione e insieme del fascino e dei rischi
della vita cortigiana.
Quando Bernardo è costretto all’esilio, Torquato lo segue e con lui vive i primi anni di quella che sarà una vera
formazione da cortigiano, fatta di studio, osservazione delle dinamiche di potere e partecipazione all’ambiente
nobile. Nel frattempo si distingue per un’intelligenza precoce: studia retorica, letteratura, filosofia e comincia a
scrivere in giovane età, mostrando un talento straordinario.
Gli anni dell’università – prima a Padova, poi a Bologna – segnano il passaggio decisivo nella sua crescita culturale.
Qui entra in contatto con i grandi dibattiti sul poema epico, sull’imitazione dei classici, sulla poetica aristotelica. Nel
1562, a soli diciotto anni, pubblica il suo primo grande successo: il “Rinaldo”, un poema cavalleresco che unisce il
modello ariostesco alla volontà di ordine e coerenza narrativa. Il successo del Rinaldo lo rende famoso in tutta Italia
e apre le porte della vita di corte, alla quale Tasso aspira profondamente.
Un cittadino della corte
Nel 1565 Tasso entra al servizio del cardinale Luigi d’Este a Ferrara, una delle corti più raffinate e culturalmente
attive d’Italia. Qui vive anni relativamente sereni, partecipa alla vita mondana, compone poesie d’occasione e stringe
legami con letterati, musicisti e dame della corte. È l’ambiente ideale per un poeta che vuole misurarsi con le grandi
aspettative del pubblico aristocratico.
Al servizio di Alfonso II d’Este: l’epoca dei capolavori
Pochi anni dopo passa al servizio diretto del duca Alfonso II d’Este, e qui comincia la stagione più felice e produttiva
della sua vita. È il periodo in cui lavora intensamente alla Gerusalemme liberata, che per lui rappresenta una vera
ossessione poetica: il sogno di comporre un grande poema epico moderno, capace di competere con l’Eneide e
insieme di rispondere ai valori della Controriforma.
In questi anni nasce anche l’Aminta, la favola pastorale che diventerà un capolavoro assoluto del teatro
cinquecentesco.
La revisione romana e il poema non finito: Nel 1575 Tasso si reca a Roma per sottoporre alcuni canti del poema
al giudizio di teologi e intellettuali. È preoccupato che il suo lavoro possa contenere elementi poco ortodossi sul
piano religioso. Questa scrupolosità – che presto diventerà una vera ossessione – è uno dei primi segnali del suo
crescente turbamento interiore.
A Sant’Anna
Rientrato a Ferrara, Tasso comincia a mostrare un carattere sempre più inquieto e sospettoso. Si sente osservato,
giudicato, minacciato. Scoppia in accessi di ira, teme complotti, litiga con figure della corte. Nel 1579, dopo
l’ennesimo episodio di instabilità emotiva, Alfonso lo fa rinchiudere nel Convento di Sant’Anna, una sorta di
manicomio dell'epoca. Qui Tasso rimane per sette anni, in una condizione durissima ma durante la quale continua a
scrivere intensamente.
La pubblicazione della Gerusalemme liberata
Nonostante la reclusione, nel 1581 esce la Gerusalemme liberata, curata da amici e ammiratori. Il poema ottiene un
immediato successo in tutta Europa, rendendo Tasso il poeta più famoso del suo tempo. Tuttavia lui, turbato e
ossessionato dalla perfezione, non si riconosce pienamente nell’edizione pubblicata e continua a rivederlo.
Via da Sant’Anna: i Gonzaga, il vagabondare e il nuovo corso poetico
Liberato nel 1586, Tasso trascorre gli ultimi anni della sua vita spostandosi tra Mantova, Roma, Napoli e altre città,
accolto da corti che lo ammirano e compatiscono. Sono anni di malattia, povertà e inquietudine ma anche di
produzione intensa.
Un nuovo Tasso: la Gerusalemme conquistata
La sua ossessione per la perfezione lo porta a riscrivere radicalmente il poema: nasce così la Gerusalemme
conquistata, versione moralmente più severa e conforme ai dettami della Controriforma. È un poema più rigido,
meno spontaneo, che non riesce a eguagliare la potenza lirica e fantastica della Liberata.
Torquato Tasso muore a Roma nel 1595, poco prima di ricevere ufficialmente la corona poetica in Campidoglio: un
gesto simbolico che celebra un poeta ormai divenuto leggenda.
2.2 Carattere, idee, poetica — versione espansa e discorsiva
Torquato Tasso è una figura che si impone come paradigma del poeta moderno perché incarnò, nella sua vita e
nell’opera, una tensione etica e intellettuale fortissima: il conflitto tra l’aspirazione alla perfezione formale, alla
chiarezza e alla coerenza morale, da un lato, e la potenza irrefrenabile dell’immaginazione, del desiderio e della
passione, dall’altro. Questo dualismo non è un accidente biografico secondario: è il motore profondo della sua
poetica. Se proviamo a leggere la sua opera senza tenere conto della sua vicenda personale rischiamo di non
capire la vera posta in gioco: nel lavoro tassiano la scrittura è sempre anche una terapia, una disciplina, una lotta
per contenere e trasformare il tumulto interiore in forma artistica adeguata.
Il mito della sventura e il rapporto con la corte
Sin dalle prime biografie e dalle cronache coeve, Tasso viene rappresentato come il poeta “sfortunato”, il genio che
non trova pace. Questa immagine è in parte costruita dopo la sua reclusione, ma oggi sappiamo che era già
presente nelle reazioni dei contemporanei: la sua sensibilità acuta, l’intolleranza verso il ridicolo, l’attitudine a
leggere nell’intento altrui dei pericoli, tutto questo contribuì a un isolamento progressivo. La corte di Ferrara è per
Tasso insieme il luogo della realizzazione e la scena del suo disagio: qui trova la possibilità materiale e sociale di
scrivere, un pubblico estremamente colto e attento, ma anche l’occasione di confronti che lo mettono alla prova. La
corte è il teatro della gloria e della gelosia, e la necessità di piacere e di essere riconosciuto alimenta in lui una
tensione costante.
Il rapporto con la corte va letto a due livelli. Da un lato, Tasso concepisce la corte come pubblico ideale — un
pubblico educato, che apprezza la finezza stilistica e la complessità morale; dall’altro, la corte è un microcosmo di
inganni, di rivalità e di umane debolezze, che aumenta la sua paranoia e la sua paura del giudizio. Questa
ambivalenza rende ragione del fatto che Tasso fosse allo stesso tempo desideroso di gloria e terribilmente diffidente
nei confronti dei meccanismi che la producono.
Fu vera follia?
La questione della follia di Tasso è una delle più dibattute nella storia della letteratura: non è sensato ridurla a
un’unica diagnosi. Più convincente è considerare che Tasso manifestò segnali di profonda instabilità emotiva e di
crisi psicologica, aggravati da un contesto sociale e religioso molto pressante. La Controriforma impone canoni
rigorosi, la vigilanza su ciò che è ortodosso e ciò che non lo è rende il lavoro del poeta un esercizio rischioso: ogni
immaginazione rischia di essere letta come eresia o come pericolosa licenza. Tasso vive questa sorveglianza come
minaccia personale. Inoltre la sua vocazione alla perfezione, l’ossessione per la forma e la consapevolezza del
proprio limite umano creano un terreno favorevole a ricorrenti stati di angoscia, sospetto e isolamento, che alcuni
contemporanei descrissero come «follia». Ma questa «follia», se così vogliamo chiamarla, fu anche produttiva: molte
pagine della Gerusalemme nascono in uno stato di intensa sofferenza emotiva, e quella sofferenza è,
paradossalmente, parte della loro forza poetica.
La corte come pubblico ideale: implicazioni poetiche
Pensare la corte come pubblico ideale significa che Tasso modella la sua lingua, il suo stile, e la sua scelta tematica
su un pubblico che ama la finzione controllata, la raffinatezza morale e la dottrina religiosa. Di qui il suo tentativo di
conciliare l’epos classico (che richiede serietà, unità e dignità) con i materiali romanzeschi — cioè con il gusto per
l’avventura, l’amore e l’incanto — che interessavano il gusto cortigiano. La soluzione tassiana è ambiziosa:
comporre un poema che sia insieme epico, morale, e capace di suscitare meraviglia senza trasgredire i confini della
decenza religiosa.
Tra gusto romanzesco e rigore aristotelico: la tensione permanente
Il tratto più originale di Tasso è la volontà di costruire quello che si può definire il «poema epico moderno»: un’opera
che conservi la grandezza dell’epos classico (ogni cosa al suo posto, un’unità di proposizione, nobiltà di tono) ma
che accolga al suo interno la ricchezza narrativa, psicologica e fantastica del romanzo cavalleresco. È una tensione
che si traduce in scelte precise: l’adozione dell’ottava come metro, la cura nella progettazione della fabula,
l’attenzione ai discorsi morali che giustificano la presenza del meraviglioso.
Il confronto con l’aristotelismo è fondamentale. Tasso non rifiuta le regole: le studia, le fa sue, ma cerca anche una
loro riformulazione. Vuole una regola che contenga la fantasia senza annullarla; la sua soluzione è quella di
permettere il «meraviglioso», ma come manifestazione di una trama morale che trova i suoi limiti nel divino e nella
provvidenza, non nella magia arbitraria. In questo modo la sua epica è insieme «petrarchista» per l’attenzione al
sentimento, «classica» per la dignità del tono, e «cavalleresca» per la presenza di avventure e seduzioni.
Un sogno lungo una vita: l’epopea della perfezione
Il lavoro su Gerusalemme dura anni ed è l’ossessione centrale della sua esistenza. L’esigenza di perfezione porta
Tasso a revisioni sistematiche, a consulti con teologi, a dubbi continui: ogni passaggio narrativo viene pesato non
soltanto sul piano estetico ma anche su quello etico. Questo spiega perché la versione pubblicata (la Liberata) e la
successiva riscrittura (la Conquistata) siano così diverse nell’anima: la prima conserva più vivacità narrativa e un
felice equilibrio fra meraviglia e dottrina; la seconda tende verso maggior rigore e minore spontaneità. Questo
doppio volto del poema è un tratto essenziale per interpretarne la fortuna critica: la Liberata è amata per la sua forza
immaginativa e la ricchezza dei personaggi, mentre la Conquistata è spesso giudicata più fredda, più conforme alle
attese morali ma meno vitale.
2.3 Le Rime
Le Rime di Torquato Tasso costituiscono il luogo più intimo e rivelatore della sua personalità poetica. Se nelle opere
maggiori – l’Aminta e la Gerusalemme liberata – Tasso costruisce mondi complessi, regolati da norme morali e da
architetture narrative, nelle Rime si lascia invece attraversare dai propri sentimenti, dai turbamenti profondi, dalle
oscillazioni interiori che caratterizzano tutta la sua vita. In questo senso, la sua lirica è davvero un diario segreto, il
punto in cui la sua grande fragilità umana si traduce in una continua ricerca formale e spirituale.
Oltre il canzoniere: un rapporto critico con Petrarca
Il punto di partenza è naturalmente Petrarca: Tasso accetta il modello del Canzoniere come matrice della poesia
d’amore, ma non lo replica passivamente. Anzi, il suo rapporto con il maestro è problematico, irregolare,
profondamente moderno. Da Petrarca eredita l’introspezione, la tendenza a trasformare il sentimento in materia
poetica, la volontà di scandagliare se stesso in ogni sfumatura dell’emozione. Tuttavia, mentre Petrarca è un poeta
della misura, del controllo, dell’eleganza limpida, Tasso vive in una condizione psicologica tormentata, fatta di slanci
e ripiegamenti, di ansia religiosa e inquietudine morale. Questo fa sì che i suoi versi siano spesso più mossi, più
tesi, più drammatici rispetto alla compostezza petrarchesca: il ritmo è nervoso, le immagini improvvise, il lessico
carico di sfumature nuove.
I madrigali letterari e la dimensione musicale
Un ruolo fondamentale lo svolgono i madrigali, che nella poesia di corte del Cinquecento erano brevi componimenti
destinati alla musica. Tasso li trasforma in piccole miniature d’arte, densissime di immagini e di musicalità. In questi
testi brevissimi la poesia sembra quasi vibrare: la voce parla, sospira, indugia, e la musica diventa una specie di
amplificatore emotivo. Il poeta immagina costantemente la sonorità del verso, la sua pronuncia, il suo effetto
sull’ascoltatore, e questo conferisce ai madrigali una grazia leggera e raffinata, insieme a una sorprendente
profondità psicologica. È il luogo in cui l’eleganza cortigiana convive con i turbamenti interiori.
Il Tasso “parlato” e l’intimità
Un altro tratto caratteristico delle Rime è il tono colloquiale, quasi confidenziale, con cui Tasso si rivolge spesso
all’amata, agli amici, a se stesso o a Dio. È un parlato intensificato, non banale, che però crea una vicinanza
emotiva nuova rispetto alla tradizione lirica precedente.
Ne deriva una poesia che sembra continuamente oscillare tra artificio e sincerità, tra la grazia della forma e la verità
della sofferenza. Tutto questo fa delle Rime un corpus ricchissimo e moderno, in cui l’eredità umanistica convive con
le inquietudini dell’uomo del tardo Rinascimento.
TESTI:
T1: “Qual rugiada o qual pianto”
Contenuto del testo: Nel madrigale Qual rugiada o qual pianto Tasso rievoca un incontro amoroso appena
concluso. Quando l’amata se ne va, il poeta osserva il paesaggio notturno e legge nei fenomeni naturali — la
rugiada che scende, il chiarore della luna, il mormorio dei venti — dei segni malinconici che preannunciavano la
separazione. Tasso proietta la propria tristezza nel mondo esterno, come se l’intera natura partecipasse al suo
dolore: le stelle sembrano piangere, la luna pare versare un “nembo” di gocce luminose, i venti si muovono come se
si lamentassero. Questa profonda corrispondenza emotiva fra uomo e paesaggio è uno dei tratti più caratteristici
della lirica tassiana.
Metro e organizzazione ritmica: Il testo è un madrigale di dodici versi, alternati tra endecasillabi e settenari.
Sebbene endecasillabi e settenari siano numericamente pari, all’orecchio prevale la musicalità breve e leggera del
settenario: molti endecasillabi, infatti, presentano una forte cesura dopo la settima sillaba, che ne spezza il ritmo e li
fa “suonare” come se fossero settenari ampliati.
Questo ritmo frammentato conferisce al testo un andamento più ansioso e inquieto, perfettamente adeguato ai toni
malinconici del madrigale.
Struttura sintattica e progressione emotiva: L’intera lirica è costruita come un movimento ascendente di
domande: quattro interrogative che diventano via via più brevi e più incalzanti (4 + 3 + 3 + 2 versi). Questa
progressione dà al testo un crescendo drammatico, come se il poeta accumulasse emozione mentre cerca una
spiegazione al proprio dolore.
Anche il sistema delle rime segue un’evoluzione significativa: si parte da uno schema simmetrico e regolare (abAB),
che però si frantuma progressivamente nelle terzine centrali e nel distico finale a rima baciata. Ne risulta un effetto
sonoro mobile, nervoso, che suggerisce internamente l’instabilità dell’animo del poeta.
Musicalità e figure ricorrenti: Per controbilanciare questa frammentazione, Tasso utilizza numerosi effetti di
ripetizione — anafore, allitterazioni, echi — che creano un legato musicale: “Qual… qual… quai…”; “intorno intorno”;
“vita… vita”. Questi richiami interni danno compattezza a una lirica altrimenti molto mossa e contribuiscono a creare
quella particolare atmosfera di dolcezza inquieta tipica del poeta.
T2: “Tacciono i boschi e i fiumi”
Contenuto del testo: Nel madrigale Tacciono i boschi e i fiumi la scena si apre su un paesaggio immerso nella
quiete della notte: i boschi tacciono, il mare è fermo, i venti riposano nelle loro spelonche, la luna diffonde un
chiarore silenzioso. In questo clima di pace assoluta, anche i gesti d’amore devono adeguarsi: gli amanti devono
“tenere ascose” le loro dolcezze, e perfino i baci e i sospiri devono farsi muti.
La natura non riflette uno stato d’animo, come nella lirica precedente: al contrario, è l’esperienza amorosa a
conformarsi alla grandiosa calma del paesaggio.
Il paesaggio silenzioso: Tasso organizza la prima parte del madrigale come un crescendo di quiete: ogni verso
aggiunge un nuovo elemento del paesaggio naturale che partecipa al silenzio cosmico. Il ritmo rallenta, le immagini
si fanno quasi pittoriche, e la notte diventa uno spazio sacro, da rispettare.
Il silenzio non è vuoto, ma una condizione spirituale: un’atmosfera che impone agli amanti un atteggiamento
contenuto, delicato, quasi rituale.
Metro e dualità della struttura: Il madrigale è composto da nove versi, con prevalenza netta del settenario (7
settenari e 3 endecasillabi). Anche qui gli endecasillabi sono “spezzati” da una cesura interna, così da imitare la
misura breve e musicale del settenario.
La struttura è bipartita: versi 1-5 → il paesaggio notturno; versi 6-9 → gli amanti che si adeguano al silenzio
Questa divisione è marcata dalla pausa sintattica dopo il verso 5 e accentuata da un sistema di rime baciate che
ribadisce il parallelismo e la specularità delle due sezioni.
Uno stile equilibrato e simmetrico: Diversamente dal precedente madrigale, che era inquieto e frastagliato, qui
domina la regolarità: frasi brevi, coordinate, costruite per associazione; immagini che si succedono sullo stesso
piano con andamento calmo e misurato; rime che si richiamano creando un effetto di armonia.
L’impressione complessiva è quella di una lirica che vuole trasmettere una sensazione di sospensione, di immobilità
notturna, di perfetto equilibrio.
2.4 L’Aminta: la «favola boschereccia»
Le date e la genesi
L’Aminta è un’opera breve ma densa di significati: è al tempo stesso un intrattenimento cortese, una riflessione
sull’amore e una messa in scena delle contraddizioni della cultura di corte. Composta per la corte estense e
rappresentata nel 1573, l’Aminta prende la forma della favola pastorale e la porta a risultati straordinari per
equilibrio, musicalità e sottigliezza psicologica.
Scritta nel 1573 e presentata nello stesso anno nella corte di Ferrara, l’Aminta nasce dall’esigenza di creare un testo
che fosse insieme raffinato e popolare: la pastoralità permetteva questo equilibrio, perché un mondo ideale di
pastori e ninfe poteva parlare di questioni serie in chiave mascherata.
Trama e struttura
La trama proprio nella sua semplicità rivela una grande forza simbolica. Aminta è un giovane pastore innamorato di
Silvia, una ninfa che vive esclusivamente per la caccia e che sembra rifuggire l’amore come un pericolo. Aminta
soffre in silenzio, si strugge, tenta di avvicinarla, e per salvarla perfino rischia la vita. Silvia, invece, appare
inizialmente chiusa, ostile, quasi incapace di riconoscere i sentimenti che suscita. Ma questa freddezza non è
cattiveria: è paura, è difesa, è un istinto di autosufficienza che nasconde la fragilità di chi teme di essere ferito.
Le facce dell’amore: innocenza e cinismo
L’opera mette in scena due concezioni opposte dell’amore: quella pura e ingenua di Aminta, che rappresenta
un’idea quasi platonica dell’affetto, e un atteggiamento più disincantato o scettico che i personaggi secondari
incarnano. Questo confronto permette a Tasso di esplorare senza moralismi la natura ambivalente dell’eros: fonte di
elevazione per l’anima ma anche potenziale turbamento.
L’eros del satiro e la sovversione della norma
La scena del satiro, in particolare, introduce nel mondo pastorale un elemento di rottura: l’eros bruto, animalesco,
violento. Di fronte alla brutalità del satiro, l’amore di Aminta appare nella sua forma più pura e rispettosa. Tasso
contrappone deliberatamente due modi di intendere il desiderio: da un lato la violenza istintiva, dall’altro il
sentimento sublimato in dedizione e idealizzazione. È un contrasto che funziona non solo sul piano poetico, ma
anche sul piano morale.
La corte in scena
L’Aminta è dunque un’opera sul desiderio, sulla paura dell’amore, sulla difficoltà di conciliare libertà e affettività. Il
passaggio finale, in cui Silvia riconosce la sincerità del sentimento di Aminta, rappresenta non una semplice
“conversione sentimentale”, ma un vero e proprio percorso di maturazione interiore. Non è Aminta a cambiare: è
Silvia, e il suo cambiamento rispecchia il cammino di chi comprende che la difesa assoluta da ogni emozione è solo
un’altra forma di prigionia.
Ma l’Aminta non parla solo di questo. È anche una riflessione sottilissima sulla vita di corte. Il mondo pastorale è una
proiezione idealizzata dei cortigiani stessi: la spontaneità apparente dei pastori nasconde le stesse dinamiche di
rivalità, di gioco amoroso, di ricerca della perfezione formale che caratterizzano le corti italiane. Così, mentre
leggiamo un idillio bucolico, percepiamo una rete di allusioni sociali e culturali che rende l’opera molto più
complessa di quanto sembri a prima vista.
TESTI:
T1: O bella età dell’oro
Funzione del coro: Il coro dei pastori, che chiude ogni atto dell’Aminta, è una voce collettiva che svolge un ruolo
duplice: partecipa agli eventi della favola e allo stesso tempo li commenta dall’esterno. In questo modo Tasso si
riserva uno spazio di riflessione che arriva direttamente al pubblico della corte estense, usando il mondo arcadico
come specchio poetico e al tempo stesso come distanza protettiva.
Struttura metrica e tema generale: Il componimento è strutturato come una canzone in più stanze, più un congedo
finale. L’intera lirica ruota intorno al tema dell’età dell’oro, vista come un tempo felice in cui la vita seguiva
spontaneamente la legge della natura, soprattutto nei rapporti amorosi.
Il senso dell’età dell’oro: Tasso riprende il mito antico dell’età primitiva, ma ne ridimensiona gli aspetti prodigiosi:
non sono i miracoli della natura a rendere felice quel tempo, bensì la totale assenza di costrizioni morali. L’età
dell’oro è l’epoca in cui gli uomini vivevano secondo il proprio naturale impulso, senza freni imposti dall’autorità
sociale o dal senso dell’onore. La vera libertà consisteva nel non separare il desiderio dal suo compimento.
La naturalità dell’amore: Il cuore del brano è la celebrazione di una condizione in cui amore, piacere e spontaneità
coincidono. La dimensione pastorale diventa un modello immaginario fatto di affetti immediati, gesti liberi e corpi non
ancora sottoposti a norme o pudori estranei alla natura. L’amore non è colpa, né trasgressione: è la normale
espansione dell’essere umano nella sua fase più innocente e armoniosa.
La tirannia dell’Onore: Il vero avversario della felicità naturale è l’Onore, personificato come una forza astratta che
impone regole rigide e crea sensi di colpa. È l’onore, secondo il coro, ad aver introdotto pudori e divieti, a frenare la
spontaneità dei gesti, a mascherare ciò che prima era espressione libera dell’identità. L’onore domina le corti,
modella i comportamenti, impone controllo e artificio. In questo senso è percepito come un tiranno della natura
umana.
Arcadia contro Corte: Il coro costruisce un chiaro contrasto tra due mondi:
- Arcadia, spazio ideale della libertà, in cui l’amore è lasciato al suo corso naturale,
- la Corte, luogo reale a cui Tasso si rivolge, caratterizzato da rigide norme sociali e dal culto dell’onore.
Il pubblico della corte estense, pur riconoscendo come “poetico” il mondo dei pastori, avverte nello stesso tempo la
critica indiretta ai propri stessi costumi. Il testo mantiene però un equilibrio: ciò che afferma non è una proposta
politica o morale, ma un’immagine lontana e poetica che permette di parlare della realtà senza urtarla frontalmente.
Il carpe diem conclusivo: Nel congedo finale il coro invita a vivere l’amore finché è possibile. La vita umana è
breve e non conosce ritorno; per questo gli affetti vanno colti nell’attimo presente. Si tratta di un invito che unisce
nostalgia e consapevolezza: celebrare l’età dell’oro significa ricordare agli uomini che la felicità non è garantita, e
per questo va colta, se e quando si presenta.
2.5 La Gerusalemme liberata
1. Le vicende della composizione e la trama
La storia del libro: verso la Liberata
La storia della Gerusalemme liberata è una delle più travagliate di tutta la letteratura italiana. Per capire il poema,
bisogna partire proprio dalle sue difficoltà di nascita. Tasso cominciò a lavorarci giovanissimo, con un entusiasmo
immenso e con un obiettivo molto ambizioso: creare un poema epico moderno, capace di unire l’eredità classica a
quella cavalleresca, rispettando le regole aristoteliche e, allo stesso tempo, rispondendo alle esigenze morali della
Controriforma.
Da subito, però, questa impresa grandiosa si trasformò in una fonte di ansia: Tasso temeva continuamente di
sbagliare, di peccare di fantasia, di violare qualche precetto teologico o poetico. Scriveva, riscriveva, correggeva,
dubitava. È un’opera che nasce sotto il segno dell’inquietudine, e questa inquietudine si riflette nella complessità
profonda del poema.
La “stagione della Liberata”
Negli anni ferraresi, quando era al servizio del duca Alfonso II d’Este, Tasso vive il periodo più creativo della sua
vita. È circondato da una corte raffinata, ricca, musicale, una vera officina d’arte. Qui riprende in mano il grande
poema, lo rielabora, lo arricchisce di episodi, di personaggi, di tormenti interiori. È una stagione felice? Solo in parte.
Tasso è senz’altro energico e produttivo, ma anche sempre più teso e inquieto: teme la censura religiosa, teme
l’errore, teme perfino la propria immaginazione.
La Gerusalemme liberata nasce così: da un’energia poetica potentissima, ma continuamente frenata dal dubbio e
dalla paura.
Il capolavoro riscritto: La Gerusalemme conquistata
Dopo la pubblicazione della Liberata, Tasso non è affatto sollevato: anzi, è insoddisfatto, tormentato dal sospetto di
non essere stato abbastanza “ortodosso”. Così decide di riscrivere l’intero poema, eliminando gli aspetti più
romanzeschi e sentimentali, irrigidendo la struttura, riducendo il ruolo delle passioni e accentuando la dimensione
religiosa e morale. Nasce così la Gerusalemme conquistata, un’opera più severa, più allineata ai dettami del
Concilio di Trento, ma molto meno vitale.
La critica e i lettori, nonostante il rispetto per Tasso, hanno sempre preferito la Liberata: più libera, più umana, più
ricca di emozione, e soprattutto capace di quella tensione tragica che non si ritrova nella riscrittura.
2. La struttura, la materia e l’interpretazione
La struttura tripartita
Il poema è composto da venti canti, costruiti con una cura architettonica raffinata. Tasso immagina un percorso in tre
grandi movimenti:
- la crisi dell’esercito cristiano, minato da discordie interne, tentazioni, errori e debolezze;
- il recupero dell’ordine e della disciplina, guidato da Goffredo, vero centro morale del poema;
- la conquista finale di Gerusalemme, che rappresenta non solo una vittoria militare, ma un ritorno all’armonia
perduta.
Tutta la struttura è basata sul concetto di ordine: ordine interiore, spirituale, politico, militare. Il poema procede come
una lenta guarigione, come se la comunità cristiana dovesse curarsi moralmente prima di poter vincere fisicamente.
Dai Discorsi alla Liberata: la materia e il “meraviglioso cristiano”
Tasso aveva teorizzato la propria poetica nei Discorsi dell’arte poetica, dove riflette sul ruolo della fantasia e della
verosimiglianza. Era ossessionato dall’idea che il poeta cristiano, a differenza di Omero o Virgilio, non potesse
inventare liberamente: doveva rispettare la verità religiosa e non ingannare il pubblico.
Ne nasce il cosiddetto meraviglioso cristiano, cioè una forma di soprannaturale controllato: gli incantesimi, le magie,
le apparizioni non sono semplici divertimenti, ma effetti dell’azione demoniaca; dall’altra parte, gli interventi divini
che guidano i cristiani non sconvolgono mai il piano della natura, ma la illuminano.
È un equilibrio difficile, che però conferisce al poema un tono unico: incantato, ma teologicamente coerente.
La licenza del fingere
Questa è una delle questioni più delicate per Tasso. Il poeta deve fingere, deve creare mondi immaginari, ma non
può tradire la verità religiosa. Perciò il meraviglioso non è mai evasione gratuita: è un modo per rendere percepibile
la dimensione morale della lotta.
Ogni magia pagana è dunque inganno, mentre ogni ispirazione divina è rivelazione.
È come se il poema fosse costruito su un teatro a due livelli: quello della realtà storica e quello della realtà spirituale,
continuamente intrecciati.
Dai Discorsi alla Liberata: la favola
La “favola” per Tasso non è un semplice racconto: è la struttura portante del poema, cioè il modo in cui gli eventi si
concatenano secondo necessità morale. La trama principale è la conquista di Gerusalemme, ma attorno ad essa si
innestano molte storie secondarie, che non sono mai digressioni arbitrarie: sono variazioni sul tema centrale del
conflitto interiore.
Ogni personaggio rappresenta infatti un diverso modo di affrontare la lotta tra dovere e passione, tra fede e
desiderio.
Dai Discorsi alla Liberata: l’elocuzione
Lo stile della Liberata è uno dei più alti della nostra letteratura. Tasso raggiunge un equilibrio perfetto tra solennità
epica e intensità lirica. Il suo verso, l’endecasillabo sciolto, è musicale, ricchissimo di immagini, aperto alla
descrizione ma capace di farsi improvvisamente intimissimo nei momenti emotivi.
È una lingua nobile, raffinata, ma mai gelida: vibra di tensione psicologica, di pietà, di dubbio. Sarebbe impossibile
separare il contenuto dallo stile: la poesia è il modo in cui Tasso vive e rappresenta il conflitto umano.
I motivi e l’ideologia del poema: i tre livelli del conflitto
Il cuore del poema è il conflitto, che Tasso rappresenta su tre livelli intrecciati:
Conflitto storico-militare: cristiani contro pagani, la guerra santa come scenario epico.
Conflitto morale: dovere contro passione; Goffredo, modello di disciplina, contro i cavalieri più impulsivi come
Rinaldo.
Conflitto interiore: la battaglia più segreta, quella combattuta dentro l’animo umano, tra luce e tenebra, tra grazia e
tentazione.
È un’epica profondamente spirituale: la guerra esterna è solo la proiezione della guerra interiore.
Un irrisolto “bifrontismo spirituale”
La Liberata vive di una tensione che non si risolve mai completamente. Da un lato c’è l’esigenza della fede cattolica,
dell’ordine, della disciplina; dall’altro c’è la forza devastante della passione, la bellezza del mondo sensibile, il
fascino dell’errore.
Tasso non riesce – e forse non vuole – eliminare questa contraddizione. È proprio questa irresolutezza a rendere il
poema così moderno: gli eroi sono lacerati, divisi, umanissimi. L’epica non è più certezza, ma domanda.
3. Il sistema dei personaggi
Personaggi a tutto tondo
I personaggi della Liberata non sono simboli astratti: sono creature vive, mosse da desideri, paure, speranze,
debolezze. In questo senso Tasso è un precursore del romanzo: Tancredi che combatte con il cuore spezzato,
Rinaldo sedotto dalla bellezza, Armida divisa tra odio e amore, Erminia che fugge per incontrare Tancredi e trova un
mondo nuovo… ognuno di loro ha una sua parabola interiore.
Personaggi nel campo cristiano:
Goffredo di Buglione: il capo carismatico, figura ideale di sovrano-guerriero; è la personificazione del dovere e
dell’ordine. Goffredo è meno passionale di altri, ma la sua presenza morale guida il fronte cristiano. La sua misura e
la sua capacità di giudizio fanno di lui un punto di riferimento etico.
Rinaldo: è l’eroe per eccellenza della dimensione passionale. Impulsivo, coraggioso e vulnerabile all’amore, Rinaldo
incarna la fragilità dell’uomo che, pur destinato alla gloria, è soggetto a seduzione. Il suo episodio con Armida è un
momento di crisi che mette in luce la difficoltà di conciliare vocazione e desiderio.
Tancredi: il cavaliere innamorato, figura tragica per eccellenza; il suo sentimentalismo si unisce a un coraggio
profondamente umano. Tancredi rappresenta una variante dell’eroe: non tanto epico quanto esistenziale, vicino al
modello petrarchesco per la sofferenza amorosa.
Personaggi nel campo «pagano»:
Clorinda: la donna guerriera che combatte per la sua gente. La sua figura è carica di complessità: è pagana, ma
possiede nobiltà morale e senso tragico; il suo destino – l’uccisione in battaglia da parte di Tancredi che la confonde
per un guerriero – è uno dei momenti più toccanti del poema.
Erminia: rappresenta l’ideale di tenerezza e innocenza. Il suo amore non è distruttivo ma terapeutico: le sue azioni
sono mosse da compassione e da pietà.
Armida: probabilmente il personaggio più ricco e studiato. Maga seduttrice, crea un microcosmo incantato in cui
Rinaldo si perde. Ma Armida non è solo seduttrice: è donna dotata di volere, malinconia e capacità di cambiamento
— alla fine della vicenda mostra elementi di redenzione. La sua complessità simbolica la rende figura liminare:
simbolo del fascino sensuale ma anche della possibile riconciliazione con il bene.
Rapporti, dinamiche e contrappunti
Le relazioni tra questi personaggi consentono a Tasso di esplorare il tema della responsabilità: la loro psicologia non
è astratta, ma interagisce con le esigenze storiche. Gli amori ostacolano la guerra ma la rendono anche più umana;
la fede guida l’azione ma non elimina la sofferenza. In questo gioco di contrasti la grandezza di Tasso sta nell’evitare
semplificazioni: la sua è una rappresentazione dell’umano nella sua contraddizione.
TESTI:
T5 – La presentazione di Tancredi
1. Di cosa parla: All’inizio della Gerusalemme liberata Goffredo di Buglione, appena scelto da Dio come guida
dell’esercito cristiano, passa in rassegna i cavalieri destinati alla conquista di Gerusalemme. Tra tutti, la figura di
Tancredi emerge immediatamente con forza: Tasso lo presenta come il cavaliere ideale, nobile nel portamento,
bellissimo, valoroso, animato da un naturale senso di cortesia che lo distingue da ogni altro. È il modello perfetto
dell’eroe crociato, quello che pare racchiudere in sé “l’antica cavalleria” e al tempo stesso una gentilezza moderna.
Ma questa perfezione è subito incrinata da un elemento che Tasso inserisce con abilità: una ferita nascosta, un
amore segreto per una donna pagana. Il poeta racconta come Tancredi si sia invaghito di Clorinda durante una
tregua di battaglia, presso una fonte dove entrambi si erano fermati per riprendere fiato. L’apparizione della
guerriera – figura straordinaria perché unisce grazia femminile e coraggio virile – lo aveva come folgorato. L’arrivo
improvviso di compagni d’armi aveva impedito che i due si affrontassero o si parlassero, costringendo Clorinda a
fuggire; ma da quel momento l’immagine di lei si era incisa nel cuore del giovane cavaliere, lasciandolo inquieto,
distratto e malinconico. Così, già all’inizio del poema, Tancredi appare come un eroe diviso: perfetto in apparenza,
ma turbato interiormente da una passione che lo rende meno pronto, meno saldo, meno concentrato sul compito
sacro della crociata.
2. Analisi
Tancredi, un eroe ideale incrinato dall’amore: Tasso presenta Tancredi come un cavaliere esemplare, ma subito
incrinato da un conflitto interiore. A differenza degli eroi dell’epica tradizionale, non è una figura granitica: la
passione amorosa lo rende inquieto, malinconico, incapace di dedicarsi pienamente alla missione sacra della
crociata. È un eroe moderno, segnato da una tensione continua tra dovere e sentimento.
L’amore come ferita, non come forza: Nel mondo tassesco, l’amore non è più un motore positivo dell’azione,
come in Boiardo o in Ariosto. È un ostacolo, una deviazione dalla volontà divina che guida la guerra santa. Per
questo Tancredi vive il suo sentimento come una colpa: la sua perfezione eroica è graffiata da una passione che
indebolisce non solo lui, ma simbolicamente l’intero schieramento cristiano.
La nascita dell’eroe moderno: Attraverso Tancredi Tasso inaugura un modello eroico nuovo: non più il paladino
invincibile, allegro e disinvolto del Rinascimento, ma un combattente che deve lottare soprattutto contro se stesso. È
un personaggio attraversato da conflitti interiori, capace di grandezza ma anche di esitazioni; soffre, riflette, vacilla.
Questo tormento lo rende più umano e più vicino al lettore moderno: Tancredi appare come un protagonista non
soltanto epico ma psicologico, anticipatore di una sensibilità più [Link], un’apparizione che destabilizza
La figura di Clorinda: Clorinda appare poco ma lascia un’impronta potentissima. È una donna guerriera, fiera e
valorosa, ma anche capace di una grazia che colpisce Tancredi con forza quasi soprannaturale. La sua immagine
mescola bellezza e vigore, e perfino il gesto di coprirsi il volto prima del combattimento suggerisce un’identità
complessa, divisa tra la sua natura femminile e il ruolo militare che incarna.
T6 – La presentazione di Rinaldo
1. Di cosa parla: Nel canto iniziale della Gerusalemme liberata Rinaldo viene introdotto come il più giovane e
promettente dei crociati: ha solo diciotto anni, ma ha già lasciato la famiglia per inseguire la gloria. Entra in scena
con un portamento fiero e sicuro, quasi impetuoso, che lo distingue immediatamente dagli altri cavalieri. Tasso lo
presenta con l’ossimoro «dolcemente feroce», che condensa la sua doppia natura: la grazia unita alla potenza, la
bellezza che convive con l’aggressività. Fin da subito emergono due elementi che segneranno tutta la sua storia: la
forza smisurata che lo porta a combattere secondo il proprio impulso, e la bellezza che lo renderà vulnerabile al
fascino di Armida, spingendolo addirittura a dimenticare la crociata. Oltre alla funzione narrativa nelle avventure più
romanzesche, Rinaldo ha anche un ruolo encomiastico, perché rappresenta l’antenato ideale della famiglia d’Este,
dedicataria del poema. La sua figura è dunque centrale sia per la trama sia per il significato simbolico del testo.
2. Analisi:
Un eroe giovane e impetuoso: Rinaldo è costruito come un personaggio dominato dall’energia giovanile: non è
ancora pienamente controllato, e il suo comportamento rivela un’orgogliosa fiducia nelle proprie forze. A differenza
di Tancredi, che subito appare segnato dall’amore, Rinaldo entra nel poema libero, spavaldo, quasi protagonista di
un’avventura personale che precede la missione collettiva.
Forza e bellezza come qualità ambigue: Le due doti che lo rendono straordinario – la forza eroica e il fascino
fisico – sono presentate da Tasso in modo doppiamente pericoloso. La forza rischia di trasformarsi in ribellione ai
comandi di Goffredo, e infatti Rinaldo finirà per agire secondo il proprio capriccio, lontano dal bene dell’esercito
cristiano. La bellezza, invece, è la porta attraverso cui Armida potrà soggiogarlo: non un semplice dettaglio estetico,
ma un segno della sua predisposizione alla seduzione e quindi alla deviazione.
Il doppio ruolo narrativo: Rinaldo è l’eroe più “romanzesco” del poema: le sue avventure (soprattutto la vicenda
con Armida) sono quelle che introducono magia, seduzione, boschi incantati e sortilegi, cioè gli elementi più
affascinanti per il lettore moderno. Ma allo stesso tempo egli è il personaggio chiamato a rappresentare gli ideali
della casata d’Este, e per questo la sua parabola deve sfociare in una riabilitazione morale e religiosa. La sua
presenza nel poema, dunque, non è mai gratuita: ogni sua deviazione prepara il suo ritorno finale come eroe
necessario alla vittoria.
La duplicità del carattere: L’ossimoro «dolcemente feroce» non è solo un tratto estetico, ma la chiave
interpretativa del suo ruolo. Rinaldo vive sempre sul crinale tra due poli opposti: l’eroe guerriero e l’uomo capace di
cedere alle passioni. In questo assomiglia a Clorinda o ad altri personaggi tassesci divisi interiormente, ma in lui la
lotta interiore è ancora più evidente, perché riguarda direttamente il destino della crociata.
Rinaldo come “Achille” tassesco: Tasso stesso dichiara il modello: Rinaldo è per la Liberata ciò che Achille è per
l’Iliade. Senza di lui l’esercito non vince. La sua lontananza porta disorientamento, la sua presenza restituisce forza.
Ma, a differenza dell’Achille omerico, il ritorno di Rinaldo non è solo un atto militare: è un passaggio morale, quasi
spirituale. L’eroe avventuroso che inseguiva la gloria personale diventa finalmente un guerriero consacrato alla
causa cristiana, trasformazione che conclude in modo simbolico la sua maturazione.
T7 – Erminia: amore e guerra
1. Di cosa parla: Erminia, principessa di Antiochia, vive ora a Gerusalemme come sfollata dopo che i cristiani
hanno conquistato la sua città e sterminato la sua famiglia. Paradossalmente, proprio uno dei protagonisti della
distruzione, Tancredi, durante la sua prigionia l’ha trattata con cortesia, e questo gesto l’ha fatta innamorare di lui.
Quando il re Aladino nota Tancredi sul campo di battaglia e chiede informazioni, Erminia deve nascondere i propri
sentimenti. Perciò parla del cavaliere come di un nemico crudele, feroce nel colpire, autore di ferite senza rimedio.
Ma ogni sua parola contiene un’ambiguità: ciò che presenta come odio è, in realtà, travestimento del suo amore.
2. Analisi:
Un personaggio lacerato tra guerra e sentimento: Erminia incarna una contraddizione profonda: ama l’uomo che
ha causato la rovina della sua città. La sua identità è quindi segnata da un conflitto interiore continuo: il dovere di
mostrarsi ostile al nemico e la spinta irresistibile dell’amore che prova. La sua fragilità nasce proprio da questa
impossibilità di allineare cuore e ruolo politico.
La “doppiezza” del linguaggio: Il discorso a re Aladino è il punto in cui questa tensione esplode. Erminia descrive
Tancredi come un guerriero sanguinario, ma in realtà sta parlando di sé e delle proprie ferite interiori.
Le immagini che usa – ferite crudeli, colpi senza medicina, desiderio feroce di catturarlo – appartengono sì al
linguaggio epico, ma diventano anche metafore amorose: le ferite «senza rimedio» sono le ferite che l’amore le ha
inflitto, il desiderio di farlo «suo prigioniero» è il desiderio di possederlo come amante, non come nemico.
In questo modo Tasso crea un doppio livello: l’apparenza bellica, e il significato intimo che il lettore può decifrare.
L’eco della lirica d’amore: Tutte le immagini usate da Erminia richiamano i modi tipici della lirica amorosa
rinascimentale: crudeltà, piaga, prigionia. Lo stesso repertorio, per esempio, usato da Ariosto quando descrive
Angelica innamorata. Tasso quindi intreccia volutamente linguaggio epico e linguaggio amoroso: la guerra diventa
specchio dell’amore e l’amore assume la forma della guerra.
Il nodo centrale: amore e guerra che si confondono: Questo episodio è una micro–sintesi di uno dei temi portanti
della Gerusalemme liberata: il continuo incrocio fra passioni private e doveri eroici. Erminia parla di guerra ma pensa
all’amore; vive in un mondo di violenza ma è dominata dalla dolcezza dei propri sentimenti.
In lei convivono, senza potersi conciliare, l’odio che dovrebbe provare verso il nemico e l’amore che in realtà la
guida.
T9 - Notturno e pastorale di Erminia
1. Di cosa parla: Il lungo episodio che coinvolge Erminia tra la fine del VI e l’inizio del VII canto è una delle
parentesi più liriche della Gerusalemme liberata. La scena si apre di notte, in un paesaggio silenzioso e lunare:
Erminia, innamorata di Tancredi, lascia Gerusalemme indossando l’armatura di Clorinda per raggiungere il cavaliere
ferito e curarlo. Mentre cammina, parla da sola alla natura e confida ai campi il suo amore tormentato.
Alla vista del campo cristiano, Erminia prova un’intensa commozione: cerca pace proprio “in mezzo alle armi”,
perché Tancredi rappresenta per lei protezione e salvezza. Ma la luna si riflette sulle armature che indossa: i cristiani
la scambiano per Clorinda e la inseguono. Inizia una fuga disperata che la trascina lontano dal campo e dalla
guerra.
Dopo un lungo vagare, Erminia crolla sfinita sulle rive del Giordano e si addormenta. Al risveglio, lo scenario cambia
completamente: dal mondo della guerra si passa a un paesaggio pastorale, un locus amoenus fatto di acque,
fronde, uccelli e brezza. Qui incontra un vecchio pastore che vive con la famiglia in una serenità semplice, lontano
dalle corti e dalla storia. Accolta nella sua casa, Erminia assume abiti rurali e partecipa alla vita del villaggio: guida le
pecore, mungerà il latte, prepara il formaggio. Ma la sua nobiltà traspare sempre, e soprattutto non può sfuggire al
suo dolore per Tancredi.
Quando le greggi riposano, Erminia incide negli alberi il nome dell’amato e la storia infelice del suo amore, sperando
che un giorno Tancredi possa leggerla e piangere sulla sua tomba. Ma è un sogno destinato a restare inascoltato.
2. Analisi: Questo episodio unisce due registri tipici della poetica tassiana: il notturno lirico e la digressione
pastorale, entrambi usati per mostrare la fragilità emotiva di Erminia.
Il notturno: La prima parte è costruita con immagini morbide: luna, silenzio, enjambement che allungano il ritmo,
creando un’atmosfera musicale simile ai madrigali. La notte diventa lo spazio dove Erminia può finalmente
confessare a sé stessa l’amore per Tancredi. Il tono è intimo, patetico, lontano dall’epica guerriera: il campo cristiano
è nemico, ma per lei coincide con la presenza dell’amato e quindi con un’idea di pace paradossale. Questo
contrasto — guerra/pensione, nemico/salvezza — è una delle chiavi della sensibilità tassiana.
La fuga e la solitudine: La smascheramento causato dalla luce lunare e l’inseguimento dei cavalieri sono simbolici:
la guerra irrompe nell’illusione amorosa e spezza il sogno. La fuga apre una parentesi di smarrimento totale, che
anticipa la condizione emotiva della protagonista: dispersa, senza patria, senza identità (indossa l’elmo di un’altra
donna), senza un amore corrisposto.
Il paesaggio pastorale: Il risveglio introduce un mondo pastorale che richiama direttamente l’Aminta: un ambiente
semplice, puro, fuori dalla storia. La famiglia del pastore rappresenta un modello di vita opposto alla corte: umiltà,
laboriosità, armonia naturale. Attraverso il racconto del vecchio, Tasso critica apertamente la corruzione, le
ambizioni e le inquietudini del potere. È un vero idillio anti-cortigiano. Ma la pace pastorale è solo apparente:
Tasso non crede che la fuga nella natura possa risolvere davvero il dolore umano. Erminia, pur vivendo tra i pastori,
rimane spiritualmente inquieta e sempre consumata dall’amore.
Il tema della scrittura d’amore sugli alberi: Le incisioni sui tronchi collegano il passo a due grandi modelli:
Petrarca, in Chiare, fresche et dolci acque: l’idea dell’amore che sopravvive oltre la morte e del desiderio che
l’amato pianga sulla tomba dell’io lirico.
Ariosto, con Angelica e Medoro: ma Tasso rovescia la scena. Là c’è gioia e amore corrisposto; qui dolore e
solitudine. I nomi incisi da Erminia resteranno segreti, non letti da nessuno.
T10 — Morte e trasfigurazione di Clorinda
1. Di cosa parla in breve: Nel cuore della notte, Tancredi e Clorinda si affrontano in un duello feroce senza
riconoscersi: lei è uscita dal campo pagano senza le sue armi abituali, e la voce non basta a rivelarne l’identità.
Dopo una breve pausa in cui Tancredi le chiede inutilmente il nome, la lotta riprende e il cavaliere cristiano la ferisce
mortalmente. Solo quando l’armatura si squarcia comprende che ha ucciso la donna che ama.
Clorinda, però, prima di morire, chiede il battesimo: ha scoperto da poco, grazie al racconto di Arsete, di essere nata
cristiana. Tancredi l’esaudisce in lacrime. La morte di Clorinda diventa così un atto di salvezza per lei, ma un trauma
irreversibile per lui.
2. Analisi (concetti fondamentali)
Identità ritrovata e destino tragico di Clorinda: L’episodio mostra come Clorinda giunga alla piena
consapevolezza della propria identità solo nell’istante della morte. Per tutta la vita ha vissuto in contraddizione:
donna che combatte come un uomo, bianca ma allevata da genitori neri, pagana pur essendo nata cristiana. La
rivelazione di Arsete ricompone il suo passato e le offre una via di salvezza spirituale: il battesimo diventa,
paradossalmente, il momento in cui trova finalmente se stessa. La sua morte non è solo tragica, ma trasfigurata:
appare come una “morte bella”, simile al modello petrarchesco di Laura.
Tancredi: dall’amore alla colpa: Per Tancredi, invece, il duello è un colpo devastante. La sua fedeltà alle “armi
pietose” si incrina: spinto dall’antica etica cavalleresca dello scontro individuale, combatte di notte come in un duello
romanzesco, ignorando la logica della guerra sacra. Quando scopre la verità, il battesimo che dona salva Clorinda
ma condanna lui a un rimorso perpetuo: la sua identità eroica non si ricomporrà più.
L’ironia tragica del duello: L’intero episodio è costruito sulla tragica ironia: due amanti che avrebbero potuto
riconoscersi finiscono invece per distruggersi. Nulla concorre al chiarimento: il buio, le armi sbagliate, la voce non
riconosciuta, la durezza insolita di Clorinda quando rifiuta di dire il proprio nome. Il duello diventa il negativo
specchio di un incontro amoroso: Tasso stesso nota l’ambiguità, descrivendo i loro “abbracci” non come gesti
d’amore, ma come stretti mortali.
Un duello “scorretto”: violazione del codice cavalleresco: Il combattimento rompe tutte le regole del duello
cortese: è notturno, senza spettatori, senza sospensione alla calata delle tenebre, e si conclude in una violenza
cieca e bestiale. Questa brutalità non è casuale: Tasso condanna implicitamente l’eroismo individualistico, estraneo
alla disciplina della crociata. L’antico spirito romanzesco emerge in Tancredi proprio nel momento più inopportuno, e
porta alla tragedia.
La musica della lotta: asprezza e ritmo spezzato: L’episodio è celebre anche per la sua intensità stilistica: Tasso
costruisce una “musica guerriera” fatta di rime dure, consonanti aspre, iterazioni martellanti (“non schivar, non parar,
non ritirarsi”), creando quasi l’eco acustica delle spade che si urtano. Il ritmo delle ottave è franto e irregolare,
seguendo le emozioni più che la metrica. Non a caso, Monteverdi mise in musica questo passo nel Combattimento
di Tancredi e Clorinda.
La morte come trasfigurazione: Nel momento estremo, il linguaggio epico si dissolve e subentra un tono lirico e
purissimo: la morte di Clorinda richiama quella di Laura nel Trionfo della Morte. Il pallore diventa dolce, il morire
somiglia a un addormentarsi. Il sangue e la violenza del duello si cancellano in una bellezza spirituale che riconcilia
la giovane con la sua vera identità. È un passaggio sublime, in cui la tragedia prende la forma di una pace ultima.
T11 – Gli incantesimi della selva di Saron
1. Di cosa parla: La morte di Clorinda non chiude soltanto la sua storia personale e quella di Tancredi: produce
conseguenze decisive anche sul piano epico. Nella notte dell’incendio della torre cristiana, compiuto da Clorinda e
Argante, la macchina d’assedio è distrutta, e l’esercito crociato deve ricostruirla al più presto. Per farlo occorre il
legname della vicina selva di Saron; ma il mago Ismeno, al servizio di Aladino, la sottopone a un incantesimo
infernale, popolandola di demoni e apparizioni spaventose.
Quando i taglialegna tentano di entrare nel bosco, ne fuggono terrorizzati; lo stesso accade a un drappello di
guerrieri scelti e perfino al feroce Alcasto, respinto da muri di fuoco e mostri terrificanti. Solo Tancredi riesce a
superare tutte le prove, dissolvendo illusioni e ostacoli. Ma la selva conserva per lui una trappola molto più insidiosa:
non un nemico visibile, bensì una ferita interiore.
Il cavaliere colpisce un albero sospetto e, dal tronco inciso, sgorgano sangue e parole: è la voce, o meglio l’illusione,
di Clorinda, che afferma di dimorare in quel legno. Si tratta di una falsa Clorinda evocata dai demoni, ma sufficiente
a riaprire in lui il trauma dell’uccisione. Il rimprovero dell’albero strega Tancredi, che rimane paralizzato dal dolore e
dall’angoscia, incapace di portare avanti la missione: la selva rimane dunque inviolata e l’esercito cristiano ancora
senza legna.
2. Analisi
La selva come spazio epico e psicologico: La selva incantata è, nella tradizione cavalleresca, il luogo delle prove
e delle apparizioni meravigliose. Tasso riprende questo scenario tipico, ma lo trasforma radicalmente: non è più solo
uno spazio di avventura, ma un territorio oscuro dell’interiorità. Gli altri personaggi fuggono perché spaventati da
apparizioni terrificanti; Tancredi, invece, supera ogni ostacolo esterno, come l’eroe “quasi perfetto” che Tasso vuole
tratteggiare. Ciò che lo sconfigge non è la magia in sé, ma la riemersione di un conflitto intimo che non ha mai
davvero superato. La selva diventa così il luogo in cui il cavaliere si confronta non con un nemico, ma con
l’immagine più dolorosa di sé: l’uomo che ha ucciso la donna che amava.
Modelli letterari: Virgilio, Dante, Ariosto: Tasso intreccia in queste ottave una fitta rete di riferimenti:
- la selva come “regno dei morti” richiama l’ingresso agli Inferi nel libro VI dell’Eneide, dove Enea deve trovare il
ramo d’oro;
- l’albero sanguinante proviene da Virgilio (Polidoro), ma anche da Dante (Pier delle Vigne) e da Ariosto (Astolfo
trasformato in mirto);
tuttavia, in Tasso il motivo è caricato di un pathos mai visto prima: il sangue che cola non è quello di un personaggio
lontano, ma della donna amata dal protagonista, uccisa proprio da lui.
Così l’episodio assume un’intensità emotiva nuova: Tancredi non ferisce un innocente sconosciuto, ma riapre la sua
stessa ferita morale.
La falsa Clorinda: una figura infernale: La figura che si rivolge a Tancredi non è l’anima pacificata della Clorinda
morente, che nel battesimo aveva trovato la salvezza cristiana e lo aveva chiamato “Amico”.
È invece un fantasma infernale, che rovescia quell’immagine consolatoria: non ricorda la fede ritrovata, non
riconosce la salvezza, non vede Tancredi come lo strumento della sua beatitudine, ma come l’artefice della sua
rovina.
Questa voce ingannevole, proprio perché falsa, è tremendamente efficace: parla la lingua nascosta del senso di
colpa del cavaliere. Dice ciò che Tancredi teme di sentire. E per questo è impossibile da superare.
L’eroe sconfitto da sé stesso: Tancredi, che aveva dimostrato coraggio e forza oltre ogni ostacolo materiale,
fallisce davanti all’immagine della propria colpa. L’incanto non gli mostra un mostro, ma il suo tormento più profondo:
il trauma dell’uccisione di Clorinda, che non ha mai davvero elaborato.
L’episodio ribadisce così la sua natura di eroe “imperfetto”: valoroso in battaglia, fragile nel cuore. E il poema
ripropone il tema tassiano dell’eroe diviso, incapace di conciliare dovere e sentimento.
Una scena di straordinaria modernità: La forza dell’episodio risiede nella fusione di epica, meraviglioso e
psicologia: l’azione si interrompe, la missione fallisce, la guerra è sospesa, e il racconto si concentra sulla
lacerazione interiore di un personaggio.
È un momento in cui il poema epico diventa quasi un romanzo dell’anima: la selva non è più un luogo geografico,
ma uno spazio simbolico, in cui l’eroe incontra ciò che più teme: la parte di sé che non può dominare.
T12 – Nel giardino incantato di Armida
1. Di che cosa parla: Rinaldo, sedotto da Armida, vive con lei nelle Isole Fortunate, luogo remoto e fuori dalla
storia, simbolo di totale allontanamento dal dovere religioso e militare. Goffredo invia due compagni, Carlo e Ubaldo,
a recuperarlo: i due navigano sulla navicella della Fortuna, affrontano mostri, prodigi e seduzioni ingannevoli, finché
raggiungono il palazzo circolare della maga, costruito come un labirinto. Al centro si apre il giardino incantato: un
luogo lussuoso, sensuale e artificiale, dove Rinaldo vive in un abbandono molle e amoroso. L’eroe giace tra le
braccia di Armida, dimentico della guerra e della sua identità. Quando i compagni lo ritroveranno, sarà proprio un
riflesso – la luce dello scudo d’acciaio – a risvegliarlo e strapparlo a quell’incanto.
2. Analisi
La scena amorosa e il tema dello specchio: L’episodio insiste sulla passività totale di Rinaldo: l’eroe giace nel
grembo di Armida, non più cavaliere ma “schiavo d’amor”. Il centro simbolico della scena è lo specchio della maga.
Armida contempla sé stessa nel riflesso, e Rinaldo contempla Armida mentre si specchia:
i due amanti non si guardano mai direttamente, ma sempre attraverso un’immagine mediata.
Lo specchio diventa così metafora dell’inautenticità del loro rapporto: un amore che non nasce da reciprocità, ma da
seduzione, artificio, narcisismo. Tasso costruisce una scena basata su riflessi e duplicazioni, che anticipa il motivo
decisivo: sarà infatti un altro riflesso, quello dello scudo dei compagni, a rompere l’incanto e a richiamare Rinaldo al
suo ruolo nella guerra santa.
La relazione amorosa: dominio e servitù: Nelle ottave centrali Tasso mostra chiaramente lo squilibrio:
- Armida domina, incarnazione del potere magico e seduttivo;
- Rinaldo serve, annullato, reso strumento dell’altrui volontà.
L’amore non è autentico, ma un gioco di impero e servitù, una relazione fondata sull’attrazione sensuale e sulla
perdita di sé. Tasso rappresenta Rinaldo come eroe “ammollito”, degenerato rispetto all’ideale crociato.
La lirica “concettosa” e il barocco anticipato: Nel lungo elogio che Rinaldo rivolge alla bellezza della maga,
Tasso impiega un linguaggio elaborato, fatto di metafore e giochi ingegnosi tipici della futura poesia barocca. Il
motivo dello specchio viene sfruttato in modo ricercato e tortuoso:
Rinaldo invita Armida a non guardarsi nello specchio, ma nel suo cuore, dove la passione è il “ritratto vero” della sua
bellezza. Se non vuole guardare lui, Armida deve guardare almeno sé stessa, perché la sua immagine è l’unica
fonte di beatitudine. Nessuno specchio terreno basta a contenerla: solo il cielo potrebbe essere un riflesso
adeguato.
Questo procedimento è volutamente artificioso: non solo imita il linguaggio prezioso del Seicento, ma mette in
evidenza la falsità del mondo magico e della stessa relazione amorosa. Armida non è una Beatrice che salva: la sua
bellezza è autoriferita e sterile, priva di valore morale.
T13 – Il duello di Tancredi e Argante
1. Di cosa parla: Dopo la riconquista cristiana di Gerusalemme, Tancredi e Argante si ritrovano faccia a faccia per
chiudere definitivamente i conti rimasti in sospeso. Argante, vedendo la città rovinata e ormai perduta, prova un
momento di cupa malinconia: è il guerriero feroce che contempla la propria sconfitta e quella del suo mondo. Subito
dopo, però, riprende il tono aggressivo e accusa Tancredi di non aver rispettato i patti nel precedente scontro e,
soprattutto, lo provoca ricordandogli la morte di Clorinda, definendolo “uccisor di donne”.
Tancredi accetta la sfida e, usciti insieme dalle mura, i due iniziano l’ultimo duello. La battaglia è durissima: Argante
combatte con forza brutale, Tancredi con agilità e precisione. Lo scontro si consuma tra colpi fieri, momenti di
stanchezza e tentativi di offesa sleale da parte del circasso. Alla fine, Tancredi, quasi dissanguato, riesce comunque
a colpire a morte Argante: entrambi escono dal duello come figure tragiche, segnate dalla violenza e dalla fatica
della guerra.
2. Analisi
Tancredi e Argante: due figure opposte: Il duello mette in scena i due personaggi più antitetici del poema:
Tancredi, il cavaliere nobile e cortese, tormentato dall’amore e dalla colpa; Argante, il guerriero barbaro, feroce e
smisurato, nato per la battaglia e lontano da ogni principio di moderazione. Per questo lo scontro è il culmine
simbolico della guerra stessa: non è solo un duello fisico, ma il confronto fra due mondi morali.
Tasso, tuttavia, non demonizza Argante: pur essendo un pagano violento, gli concede momenti di malinconia e
dignità. Il suo sguardo su Gerusalemme perduta mostra un’anima capace di provare dolore e memoria; il ricordo
della compagna Clorinda aggiunge una nota di lealtà affettiva. È un “barbaro” che conserva comunque una
grandezza epica.
La voce dei personaggi: La lingua contribuisce a definire i due campioni:
Argante parla con violenza, ironia amara, orgoglio minaccioso; ma sa anche lasciarsi andare a un tono elegiaco
quando contempla la città distrutta. Il suo eloquio mostra la complessità di un personaggio che non è solo bestialità,
ma anche memoria, rimpianto e fatalismo.
Tancredi, invece, mantiene sempre un tono elevato, cortese, generoso: tenta più volte di offrirgli una resa onorevole,
chiama Argante “uom forte”, riconosce il valore del nemico. È la magnanimità cavalleresca in persona.
Ma la cortesia non lo rende debole: quando Argante tradisce il codice d’onore, Tancredi lascia emergere la sua furia
di guerriero cristiano. La sua identità eroica resta integra, benché profondamente segnata dall’uccisione di Clorinda.
La poesia dei vinti: Tasso interviene direttamente nel poema per esaltare il valore epico di Argante morente: un
nemico, ma anche una figura titanica. L’immagine del circasso che cade più per il peso del proprio corpo che per il
colpo di Tancredi è un modo per conferirgli dignità nella sconfitta. È la grande “poesia dei vinti” tipica di Tasso: chi
perde può diventare più memorabile di chi vince.
Un duello senza veri vincitori: Alla fine, Tancredi ha la meglio, ma non appare trionfante: esce dalla lotta quasi
dissanguato, tremante, debilitato. È un vincitore che porta sull’anima e sul corpo il marchio della morte. Lo stesso
poeta osserva che, visti insieme, “il vincitor dal vinto non ben saria distinto”: un verso che racchiude perfettamente la
malinconia dell’intero episodio. Il duello, dunque, suggella la vittoria cristiana, ma non è un’esaltazione eroica: è una
scena amara, crepuscolare, in cui la guerra non risparmia nessuno, nemmeno chi vince. Tancredi resta un eroe
diviso, ferito, segnato irrimediabilmente dal passato e dalle sue colpe.
T14 - L’aspra tragedia della condizione umana
1. Di cosa parla: Durante l’ultima grande battaglia (canto XX), i cristiani sconfiggono definitivamente l’esercito
egizio. Solimano osserva dall’alto della torre di David il massacro e riflette tragicamente sulla condizione umana.
Poi decide di gettarsi nuovamente nella mischia: affronta Rinaldo in un duello senza speranza e muore, paralizzato
non dalla paura ma dalla consapevolezza del destino ineluttabile che lo sovrasta.
Il poema si chiude così: vittoria gloriosa per i cristiani, ma anche una cupa meditazione sulla vanità della vita e sulla
forza cieca della sorte.
2. Analisi
La figura di Solimano: Solimano è l’ultimo grande protagonista pagano: un re senza regno, ossessionato
dall’antico disonore e deciso a riconquistare dignità. Diversamente da Argante, non agisce per impulso individuale,
ma per un progetto politico e ideale: riscattare il proprio passato e opporsi alla fortuna avversa.
Tasso lo dipinge con severità ma anche con rispetto: è un nemico degno, costante, grandioso nel suo fallimento.
La vita come tragedia: Dalla torre di David, mentre assiste alla caduta della città, Solimano diventa spettatore di
una “tragedia” che è quella dell’umanità intera. La metafora del teatro (“quasi in teatro od in agone”) suggerisce che
la vita è uno spettacolo tragico e insensato, dominato da una fortuna capricciosa. Tasso fa parlare un pagano, ma le
sue parole sembrano valere per tutti: cristiani e non, vincitori e vinti.
Il duello come resa al destino: Quando Rinaldo lo raggiunge, Solimano avverte una paralisi interiore: non
vigliaccheria, ma lucidissima percezione della fine. Tasso lo paragona all’uomo che, in un incubo, vorrebbe agire e
non può: una similitudine che richiama Virgilio (Turno nell’Eneide). La sua morte non è solo la sconfitta militare, ma
la sconfitta metafisica davanti al fato.
Un pagano tragico e nobile: Solimano non rinnega la propria dignità: non fugge, non si lamenta, affronta il destino
con grandezza. Per questo diventa il più alto tra gli eroi pagani del poema: non perché vinca, ma perché accetta la
perdita con fermezza, consumato da un valore disperato.
INTERPRETAZIONI:
Donadoni – Tasso come vittima moderna dei suoi sentimenti
Per Eugenio Donadoni, Tasso è il primo poeta veramente “moderno” perché scrive non come voce collettiva, ma
come espressione assoluta del proprio io. Questa eccessiva concentrazione sull’interiorità lo rende incapace di
vivere in armonia con la realtà: Tasso non domina i propri sentimenti, non sa integrarsi, resta isolato e fragile. La sua
poesia nasce da questa interiorità febbrile e dolorosa: è intensa, tesa, concettuale, ma anche segnata da una
malinconia senza rimedio.
Per Donadoni, dunque, Tasso è una vittima della propria sensibilità, un artista che soffre perché troppo esposto
a se stesso, anticipando così il modello romantico del poeta infelice e lacerato.
Caretti – Tasso interprete del suo tempo e della crisi rinascimentale
Lanfranco Caretti rifiuta l’idea che l’instabilità di Tasso sia solo psicologica. Per lui, Tasso incarna la crisi storica e
culturale dell’Italia della Controriforma. Rispetto alla serenità di Ariosto, che vive ancora nel pieno del Rinascimento,
Tasso si trova immerso in un’epoca tormentata, segnata dal declino politico, dalla perdita di certezze, dal crollo della
fiducia umanistica.
Le contraddizioni della sua vita e del suo poema non sono quindi capricci personali, ma la manifestazione poetica
di un’intera epoca inquieta, che Tasso sente e interpreta con straordinaria intensità. Non è un malato o un
eccentrico, ma un testimone privilegiato della crisi del suo tempo.
Raimondi – Tasso come esploratore dell’inconscio attraverso il testo
Ezio Raimondi non guarda più alla biografia di Tasso, ma al testo stesso, interpretandolo con strumenti moderni
(psicoanalisi, simbolismo). La selva incantata diventa così un luogo psichico: uno spazio dove i personaggi
incontrano le proprie paure, i loro ricordi, i loro incubi interiori. Ciò che accade nella foresta non è soltanto magia
narrativa, ma materializzazione dell’inconscio.
Tancredi, ad esempio, rivive l’uccisione di Clorinda perché la selva trasforma il suo trauma in visione. Come nei
sogni, il bosco è oscuro, impenetrabile, simbolo delle zone dell’io che non trovano ancora chiarezza.
Per Raimondi, quindi, Tasso è un autore che – consapevolmente o no – scava nelle profondità psichiche,
rendendo la Gerusalemme liberata un testo aperto, capace di parlare anche ai lettori moderni.
CONFRONTO GERUSALEMME, ORLANDO INNAMORATO, ORLANDO FURIOSO
1. Il Mondo Cavalleresco: tra incanto medievale e crisi moderna
Il viaggio attraverso i tre grandi poemi rivela immediatamente tre modi diversi di concepire il mondo cavalleresco.
Nel “Orlando Innamorato” di Boiardo esso appare ancora come un luogo magico e vitalistico, dove l’avventura è
gioia, espansione, curiosità, un perpetuo “andare” senza troppe ombre interiori. La cavalleria resta un gioco serio e
insieme fantastico, abitato da maghi, castelli incantati, cavalieri leali, duelli e fughe in un’atmosfera allegra, aperta,
ancora pienamente rinascimentale.
Con Ludovico Ariosto il quadro cambia profondamente: nel “Furioso” quel mondo cavalleresco si fa labirinto,
teatro di un’ironia profonda e dolcissima. La cavalleria non è più soltanto avventura, ma un sistema che comincia a
mostrare le sue fragilità: Orlando impazzisce per amore, Ruggero è continuamente sviato, Angelica è un oggetto di
desiderio che sfugge e si sottrae. Ariosto guarda tutto questo con uno sguardo equilibrato e disincantato,
consapevole della complessità della vita e dell’impossibilità di trovare una verità unica.
Con Tasso, infine, la cavalleria approda alla sua fase più tormentata. Nella “Gerusalemme liberata” il mondo
epico-cavalleresco è ancora vivo, ma attraversato da un’ombra costante: angoscia, dubbio, conflitto interiore,
consapevolezza della colpa. È un mondo non più solare, ma ferito, che riflette la spiritualità tesa e vigilante della
Controriforma. Se in Ariosto si ride della follia amorosa di Orlando, in Tasso la follia è tragedia, come quella di
Tancredi davanti all’albero insanguinato o di Clorinda che muore inconsapevole per mano dell’amato.
2. L’Amore: gioco, follia, tragedia
L’amore è uno dei campi dove meglio si vede la distanza fra i tre autori.
Nel Boiardo, l’amore è una forza luminosa: l’“innamoramento” è quasi un rito di gioia. Orlando s’innamora di
Angelica e ciò dà vita al poema stesso. Tutto è ancora mosso da un entusiasmo giovanile, da una vitalità che
guarda all’amore come motore dell’avventura.
Nel Furioso, l’amore è soprattutto smarrimento e ironia tragica: Orlando perde la ragione per Angelica e la sua follia
diventa simbolo dell’impossibilità di controllare il mondo degli affetti. L’amore ariostesco non è mai pienamente
tragico né pienamente comico: è un sentimento ambiguo, mobile, cangiante, come il mondo stesso.
Nella Gerusalemme, l’amore è dramma e colpa. Le coppie Tancredi-Clorinda e Rinaldo-Armida incarnano un amore
sempre minacciato dalla moralità cristiana. Armida deve essere vinta e convertita; Tancredi è eternamente lacerato;
Clorinda muore battezzata dall’uomo che l’ama senza averla riconosciuta. Qui l’amore non è più un’avventura, ma
un luogo dove si misurano il peccato, il destino, la grazia.
3. La Visione dell’Eroe: dal cavaliere libero al cavaliere ferito
Nei tre poemi, la figura dell’eroe attraversa un’evoluzione radicale.
Nel Boiardo, l’eroe è ancora colui che agisce con gioia: combatte, ama, viaggia. È un uomo pienamente armonico
col mondo, non turbato da profonde lacerazioni interiori.
Nell’Ariosto, l’eroe si incrina: Orlando perde la ragione, Bradamante soffre, Ruggero è lacerato tra dovere e
desiderio. Tuttavia, l’ironia dell’autore impedisce che questa crisi diventi tragedia: l’eroe è fragile, sì, ma il mondo
resta abitabile, governato da una sapienza narrativa che tutto equilibra.
Con Tasso, l’eroe entra nel territorio del tragico. Tancredi vive una malinconia che non lo abbandona mai; Rinaldo
stesso deve sottoporsi a un processo di purificazione; Solimano contempla l’“aspra tragedia dello stato umano”.
L’eroe tassiano è più solo, più spirituale, più tormentato: non può più contare sull’armonia del mondo, perché il
mondo stesso è divenuto luogo di contraddizioni.
4. Struttura e Narrazione: libertà, armonia, tensione
I tre poemi appartengono a tre modi opposti di concepire la narrazione.
L’Orlando Innamorato è una narrazione spontanea, aperta, inesauribile, che procede per accumulo di avventure e
continui colpi di scena.
Il Furioso rappresenta il massimo della polifonia e dell’arte combinatoria: Ariosto intreccia trame e sotto-trame con
una maestria e una fluidità uniche nella letteratura europea. La struttura è complessa, ma sempre chiara e
sorridente, capace di tenere insieme mille fili con eleganza perfetta.
La Gerusalemme Liberata, al contrario, è un poema rigoroso, teso, architettonico: ha un progetto teologico e
storico preciso, un’unità profonda garantita dall’idea di guerra santa e dalla teleologia cristiana. La narrazione
avanza con una serietà drammatica che non lascia spazio all’ironia.
5. Linguaggio e Stile: tra gioco, musica e severità
Sul piano stilistico i tre poeti incarnano tre modi diversi di intendere la poesia.
Boiardo usa una lingua fresca, vivace, ancora popolareggiante: una lingua che spesso sembra parlare direttamente
al lettore, senza mediazioni.
Ariosto raggiunge l’equilibrio più alto: il suo stile è misura, armonia, canto; ogni verso scorre come un piccolo
miracolo di leggerezza e precisione. Il suo italiano è uno dei punti più alti della nostra tradizione letteraria.
Tasso abbandona ogni leggerezza: il suo stile è solenne, travagliato, lirico, pieno di aggettivi preziosi, di clausole
melodiche, di immagini fortemente simboliche. Ogni pagina porta il segno della sua interiorità angosciata e della sua
tensione spirituale.
6. Una Storia Europea: dal Rinascimento al dramma moderno
Visti insieme, i tre poemi raccontano la storia di un’epoca.
Boiardo è il Rinascimento nella sua fase più gioiosa, espansiva.
Ariosto rappresenta l’equilibrio classico e culturale più maturo dell’Umanesimo.
Tasso inaugura la modernità inquieta, segnata dalla crisi, dalla malinconia, dalla riflessione religiosa.
In tre poemi si legge il passaggio da un’Italia sicura di sé e del proprio ruolo culturale, a un’Italia ferita, che guarda
dentro di sé e scopre il dubbio, il dolore e il destino.