N.81 - NOVEMBRE 2022 [Link].
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N. 81 - 2022 | NOVEMBRE Gienneci Studios Editoriale. [Link]
L'ULTIMO FABBRO
La forza dell'acqua per lavorare il ferro
Band of Giroinfoto
REAL COLLEGIO VENEZIA VICOFORTE
MONCALIERI DAL TRAMONTO ALL'ALBA IL SANTUARIO
Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto
Photo cover by Giacomo Bertini
WEL
COME
81
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NOVEMBRE 2022
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Benvenuti nel mondo di
Giroinfoto magazine ©
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Ed ecco entrati nel sesto anno di redazione di Giroinfoto Magazine.
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. Le difficoltà degli ultimi due anni relative alla pessima gestione socio-
politica sono cresciute, intralciando il libero sfogo editoriale limitando le
È così che Giroinfoto magazine© diventa una finestra sul prerogative della rivista nello sviluppo culturale e turistico in aiuto dei
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
territori.
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters
professionisti e amatori del photo-reportage. Nonostante tutto, e grazie all'impegno di tutti i nostri collaboratori, il
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più progetto [Link] non si arresta, anzi, combatte con tutte le proprie
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
forze per pubblicare articoli utili alla valorizzazione dei territori bisognosi
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere
un punto di riferimento per la promozione della cultura di visibilità.
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio.
In questo periodo storico, dove tutto è ormai convertito al mondo
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi,
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, digitale, risulta talvolta anacronistico volersi concentrare su un progetto
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici cartaceo, sia per motivi di convenienza economica che di divulgazione.
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e Da qui la decisione di mantenere il magazine con un format "tradizionale"
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai
per il mantenimento della qualità comunicativa, evolvendolo alla
tutti ci siamo fossilizzati.
digitalizzazione favorendo la fruizione.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e In ultimo, vorrei ringraziare anche tutti i nostri lettori che crescono
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze continuamente sostenendo il progetto Giroinfoto.
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili.
Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]
progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.
Giroinfoto Magazine nr. 81
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
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LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5
LA RIVISTA DEI FOTONAUTI
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ANNO VIII n. 81
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PER LA PUBBLICITÀ: @Ig_lombardia_, @Ig_veneto, @Ig_liguria_
CAPO REDATTORE Gienneci Studios,
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RESPONSABILI DELLE ATTIVITÀ DISTRIBUZIONE: SKIRA Editore
Barbara Lamboley (Resp. generale)
Gratuita, su pubblicazione web on-line di Urbex Team Old Italy
Adriana Oberto (Resp. gruppi)
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Monica Gotta (Regione Liguria)
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Questa pubblicazione è ideata e realizzata
COORDINAMENTO DI REDAZIONE
da Gienneci Studios Editoriale.
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Tutte le fotografie, informazioni, concetti,
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Laura Rossini divieto riprodurli o modificarli anche solo
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Regione Sicilia
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Regione Toscana
Giroinfoto Magazine nr. 81
10
6
C O N T E N T S
R E P O R TA G E
L'ULTIMO FABBRO
GIROINFOTO MAGAZINE
81
I N D E X
R E P O R TA G E
DE LA MACCHINA
10 L'ULTIMO FABBRO
La forza dell'acqua
per lavorare il ferro
DEL TEMPO
Band of Giroinfoto
26
26 DE LA MACCHINA
DEL TEMPO
Sculture di Sean Guerrero
Adriana Oberto
46 MONTE GUASTANELLA
Sicilia
Band of Giroinfoto
58 LA TRANSIBERIANA
D'Italia
Band of Giroinfoto
R E P O R TA G E
TRANSIBERIANA
ITALIA
70 IMAGE CAPITAL
MAST Bologna
Mostra
58
R E P O R TA G E
46
MONTE GUASTANELLA
Giroinfoto Magazine nr. 81
7
R E P O R TA G E
74
VENEZIA
VENEZIA
Dal tramonto all'alba
74 R E P O R TA G E
Band of Giroinfoto REAL COLLEGIO
88
REAL COLLEGIO
Moncalieri
88
Band of Giroinfoto
VILLA GROCK
Imperia
104
Band of Giroinfoto
VICOFORTE
Il Santuario
120
Band of Giroinfoto
TRAPANINPHOTO
2022
138
Toti Clemente
R E P O R TA G E
104
VILLA GROCK
R E P O R TA G E
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VICOFORTE
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Novembre 2022
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10 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
L'ULTIMO
La forza
dell’acqua
per lavorare
il ferro
A cura di Giacomo Bertini
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 11
Piegaio
Lucca
L'ULTIMO
Nella frazione di Piegaio del comune di
Pescaglia si trova una particolare attività
artigianale le cui origini risalgono a ben
prima del 1700.
Conosciuto come «Ferriera Galgani», o
popolarmente chiamato “distendino”,
da distendere il ferro, questo laboratorio
artigianale è ben lontano dall’immaginario
collettivo che oggi potremmo avere
pensando a queste attività.
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
12 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
L'ULTIMO
Situato a una notevole distanza dal centro abitato, è Proprio grazie alla presenza dell’acqua corrente questa
raggiungibile attraverso una strada sterrata che attraversa ferriera gode di una particolarità che la rende unica nel suo
alberi di frassino, castagno, ontano e carpino, si trova lo genere.
storico edificio in pietra, annerito in alcuni punti dal fumo Nonostante i secoli trascorsi dalla sua costruzione, il
della fucina che fuoriesce dalle finestre più ed è attraversato laboratorio si inserisce in un contesto di sostenibilità
da un torrente artificiale annesso alla struttura. ambientale secondo i parametri oggi tanto auspicati dalla
cultura ambientalista.
Giacomo Bertini Photography
La forza
dell’acqua
per lavorare
il ferro
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 13
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
14 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
Giacomo Bertini Photography
L'ULTIMO
Qui tutto funziona grazie alla forza dell’acqua che viene
raccolta in una grande vasca situata sul retro dell’edificio e
collegata a un complesso sistema idraulico che aziona una
turbina collegata ad un generatore che produce l’energia
elettrica necessaria per il funzionamento di alcuni attrezzi da
lavoro, come la saldatrice elettrica.
Sempre grazie alla forza dell’acqua e per mezzo di valvole
manuali per il dirottamento dei flussi in tubazioni diverse,
vengono azionati macchinari come il pesantissimo maglio, le
mole di varie misure e funzioni, il trapano a colonna e la forgia.
In sostanza non ci sono né motori inquinanti, né utenze da
pagare.
Questo edificio oggi sarebbe definito come una struttura
sostenibile, uno spazio autosufficiente dal punto di vista
energetico e se non per qualche segno evidente del tempo
trascorso, si potrebbe affermare che la ferriera di Carlo
Galgani è un luogo sospeso al di fuori del tempo.
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 15
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
16 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
Giacomo Bertini Photography
Arrivato in questo luogo fantastico, ad accogliermi tra un A proposito dell’incudine, lui ne ha due ben visibili e ancora
colpo di martello e il rumore dell’acqua, in un ambiente ben utilizzate.
scuro, dalla luce fioca, con pareti annerite dal tempo e dalla
fuliggine della forgiatrice a carbone, c’è Carlo, un signore La prima, quella che lui definisce «nuova», con un concetto
con indosso l’abito da lavoro portato con grande fierezza ed che oggi sarebbe di difficile comprensione, risale infatti al
eleganza e i segni della fatica di molti anni di lavoro. 1910 e a comprarla fu suo nonno; l’altra, quella «vecchia»,
- ricorda Carlo - apparteneva alla sua famiglia già dal 1700,
A chi gli chiede da quanto tempo lavora come fabbro, Carlo ma sicuramente risale ancora più addietro nel tempo,
dà sempre la stessa risposta che ha ereditato dal padre: perché sa che è stata ereditata dalla sua famiglia.
«Ho visto passare tanti carnevali», come per dire: nonostante
la mia età sia oltre gli ottant’anni, sono ancora col martello
in mano a battere sull’incudine, a domare il fuoco e il ferro.
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 17
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
18 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
Alessia Sangalli Photography
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 19
BGiacomo Bertini Photography
Anche l’imponente maglio che domina la stanza La storia della ferriera ha quindi origini ben lontane nel
principale ha una storia tutta da raccontare. tempo: pare che già nel Rinascimento la sua famiglia
fosse dedita al mestiere di fabbro e che operasse nella
Costruito dal padre nel 1928 con una struttura in legno frazione di Piegaio, fino a quando, nel 1794, data riportata
ben ancorata al terreno con oltre un metro di scavo, dopo su alcuni documenti presenti nella chiesa di San Martino
43 anni, e precisamente ad ottobre del 1971, Carlo decise poco distante, si trasferì nel vecchio mulino ad acqua
di ristrutturarlo ingabbiando in una struttura di acciaio dismesso di Piè Lucese, oggi sede della ferriera.
ben ancorata ad una base di cemento, che gli permette di
raggiungere circa 200 battiti al minuto. Carlo ha cominciato a frequentare la ferriera nel
dopoguerra, quando aveva a malapena otto anni.
Da quel giorno ha subito solo un intervento straordinario Inizialmente non andava tutti i giorni e come poteva
per la rottura dell’albero principale, che prontamente utilizzava la bicicletta prestata dal padre per svolgere le
Carlo ha riparato rimettendo in funzione lo strumento. commissioni necessarie alla famiglia.
Col tempo anche lui, come suo padre e suo nonno prima
di lui, ha iniziato a percorrere a piedi tutti i giorni quella
distanza di circa quattro chilometri che separa la casa
dal lavoro.
A volte da solo, altre volte in compagnia del ciuco, che
utilizzava per trasportare il ferro risparmiandosi un po’
di fatica.
L'ULTIMO Dall’età di 25 anni ha vissuto in ferriera giorno dopo
giorno, dall’alba al tramonto, sia in estate che in inverno
e come se non bastasse, da sempre al suo rientro a casa
costruisce macchinari e attrezzi in quello che lui definisce
«ufficio accanto a casa».
Giroinfoto Magazine nr. 81
20 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
Oltre a essere un artista del ferro, Carlo è anche
costruttore di macchine di vario genere.
Tra le varie macchine ideate, progettate e costruite con
materiale quasi sempre riciclato, ce n’è una che ora giace
addormentata fuori della sua porta, coperta malamente
ed esposta alle intemperie.
Un macchinario realizzato per tagliare i binari della
ferrovia, che, nonostante la ruggine e il più che ventennale
inutilizzo, funziona ancora.
Giacomo Bertini Photography
Un complesso incastro di ruote e ingranaggi permette di
passare da 1400 a 2 giri e mezzo al minuto.
Una riduzione meccanica perfetta.
Un tempo i clienti di Carlo erano i contadini con i loro
attrezzi da aggiustare o affilare, ma il lavoro nei campi,
laddove resiste, è profondamente cambiato.
Tecnologia e meccanica hanno ridotto l’utilizzo degli
strumenti “antichi” come zappe, vanghe e picconi.
Per questo da un po’ di tempo a questa parte realizza
anche coltelli, mezzelune, pennati e perfino spade per
le rievocazioni storiche, come quelle esposte all’interno
della Fortezza delle Verrucole di San Romano in
Garfagnana.
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 21
Permanendo in bottega un pomeriggio intero ci si rende conto quanto la sua fama sia diffusa, vengono a trovarlo scolaresche
di ogni età o amanti della lama e del ferro da ogni parte d’Italia o d’Europa.
Mentre realizzavo il mio servizio è giunta una coppia di tedeschi, che approfittando del periodo di vacanza nella vicina città
di Lucca e sentito parlare della ferriera, sono venuti ad acquistare il suo famoso coltello artigianale chiamato “dei Vichinghi”.
Come molte delle sue opere, che sono nate da un suggerimento o da uno spunto, anche il coltello dei Vichinghi nacque da un
disegno portato da un Tedesco, trasferito nel paese di Ghivizzano per amore.
Questo coltello, afferma Carlo, è uno dei suoi prodotti più ricercati e che addirittura non fa in tempo a preparare che è subito
prenotato.
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
22 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
Giacomo Bertini Photography
Durante la mia permanenza ho appreso anche un’altra
cosa molto importante che fa riflettere.
A causa della siccità di questo periodo, la vasca
di raccolta dell’acqua che, come dicevamo viene
alimentata da un torrente artificiale, impiega più tempo
a riempirsi: quindi spesso Carlo si trova costretto
a decidere di sacrificare l’illuminazione artificiale
lavorando alcune decine di minuti solo con la luce
naturale che entra dalle finestre, per permettere il
funzionamento del pesantissimo maglio.
Da qualche anno alla bottega bazzica il nipote Nicola,
un giovane di poco più di vent’anni che nelle ore libere,
trascorre il suo tempo al fianco del nonno per carpire
i segreti del mestiere e i tanti amanti della Ferriera
Galgani si augurano che sia lui l’erede della bottega
storica e ne continui l’attività.
Carlo Galgani, l’ultimo fabbro a distendere il ferro con la
forza dell’acqua.
L'ULTIMO
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 23
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
24 R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO
L'ULTIMO
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | L'ULTIMO FABBRO 25
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
26 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
A cura di Adriana Oberto
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 27
Le magnifiche sculture di
Sean Guerrero
INGEGNO
Opera dell'ingegno, prodotto
della creatività, protetto dal diritto
d'autore ed esente da alcune
imposte.
(dal dizionario Hoepli 2018).
La parola “ingegno” nel titolo è
pertanto sinonimo di “congegno”,
“marchingegno” e “arnese” e
come tale va qui interpretata.
Perché le sculture che si trovano
nel laboratorio e adiacente salone
espositivo di Sean Guerrero, ma
anche in giro per il Colorado e gli
Stati Uniti, in locations private e
pubbliche, vanno oltre la nostra
immaginazione e ci portano a quel
confine con l'immaginario che fa
parte anche del nostro vissuto.
Giroinfoto Magazine nr. 81
28 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
Ho incontrato Sean nel giugno di quest’anno a Paonia,
una tranquilla cittadina in Colorado.
Ovvero sono passata un giorno di fronte alla sua
galleria e ho visto la fusoliera di un aereo.
Sono una location scout e ho fotografato l’aereo, per la
semplice ragione che era lì e ci faceva una bella figura;
la sera stessa la porta della galleria era aperta e dentro
ci ho trovato, tra le altre cose, la macchina del tempo.
Ho capito di essere entrata in un posto magico, pieno
di novità, ingegno, ma anche riferimenti al nostro
passato e a quel bagaglio di informazioni, racconti e
immaginazione, che ci portiamo dietro.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 29
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
30 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
All’angolo tra la terza strada e la Grand Avenue è difficile
Adriana Oberto Photography non notare un edificio basso, adibito in origine a magazzino,
dalle proprietà particolari: è, come viene definito sul sito
web dell’artista, il “luogo sacro interiore dell’arte”.
Horse Cow 57 Ci dà il benvenuto, di fronte all’entrata sulla terza strada, la
fusoliera di un aereo della Seconda guerra mondiale; poco
più a destra, girato l’angolo, ci sono un vecchio bus, una
Warehouse scultura che potrebbe assomigliare a una piccola navicella
spaziale, e il murale di un robot col corpo da slot machine e
vicino la scritta: “leggi il futuro nella polvere”.
L’interno dell’edificio è suddiviso in due aree principali:
espositiva e di lavoro.
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 31
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
32 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
Il laboratorio di Sean, sul retro, è spazioso e luminoso.
Almeno tre ampi piani di lavoro si alternano alle macchine
utensili che utilizza per la sua arte.
Mi offre l’immancabile biscotto americano con gocce di
cioccolato mentre scatto qualche foto in giro.
Gli elementi del suo lavoro sono gli scarti, le cose rotte, i
rottami di un incidente o di un oggetto abbandonato.
Molti sono cartelli stradali in parte arrugginiti o bucati da
proiettili, ruote di bicicletta – ce n’è anche una integra –
carrelli, pese, marmitte, basi di legno.
Molte sono le sculture appena abbozzate; di altre si indovina
la forma, come per quella dalla testa a becco, che a me fa
venire in mente la maschera di Leach ne Il Fantasma del
Palcoscenico.
Non mancano vecchi mobili, specchi, appendiabiti.
Sul fronte dell’edificio un ampio spazio mette in mostra le
opere finite e in vendita, nonché quelle che in vendita non
sono (come la macchina del tempo), ma che fanno parte
dello spirito stesso dell’artista.
Molte sono luminose; alcune “parlano” al pubblico attraverso
piccole scene create al loro interno.
Altre rappresentano il desiderio di migliorare ciò che ci sta
attorno (come il distributore di bibite con un viso sorridente).
E non manca la scritta “arte” a lettere cubitali sopra quelle
che sembrano le porte di un garage.
C’è anche l’immagine di Salvador Dalì, da cui Sean trae
ispirazione per alcuni dei suoi lavori.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 33
Adriana Oberto Photography
Gran parte delle sculture di Sean – quelle che appartengono
a collezioni private o fanno mostra di sé negli spazi aperti
del Colorado – sono di acciaio cromato, ma non è questo
l’unico “look” delle sue creazioni: spesso, infatti, la ruggine,
il colore originale di un pezzo, o il nome del brand o della
marca dell’oggetto da cui proviene sono ben visibili, così Alessio Bagnoli Photography
come lo sono il legno – per esempio quello che il mare
riporta sulla spiaggia.
Numerosi sono gli animali: cavalli, orsi, tori, aquile, cervi, Manuela Albanese Photography
alci, ma anche un drago (che, insieme all’immancabile
cavaliere, aveva creato nel 1994 per l’amministratore
delegato della Columbia Films), due giraffe, pesci (tra
cui lo scheletro di un’immensa tilapia fatta di legname
marcio trovato in spiaggia e scarti arrugginiti di un tetto di
caravan degli anni ‘50).
E poi c’è l’orfanotrofio dei robot, che aspettano di essere
adottati; le sedute fatte di legno e lamiera, o il retro di una
macchina (o semplicemente il suo paraurti), o ancora con
gli scheletri di sedili di aereo.
Molte sculture sono antropomorfe, con facce, occhi,
bocche.
Ci sono poi quelle sculture a cui è difficile attribuire una
categoria, e che vengono da Sean stesso considerate
eclettiche oppure collages surrealisti.
È anche possibile acquistare stampe fine art delle foto di
alcune delle sue opere.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
34 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
Sean Guerrero
Sean è uno scultore.
Nipote di artisti (il nonno materno era secondo
clarinetto nell’orchestra filarmonica di Philadelphia)
ha in sé il sangue “caldo” degli italiani e quello “ancora
più folle” (le parole sono sue) degli antenati catalani (la
Catalogna è stata la patria di Salvator Dalì – ulteriore
controprova, sempre per voce di Sean, del suo sangue
“folle”).
Nato a Philadelphia, si trasferisce all’età di quattro
anni a Denver per ragioni di salute (gli era stata
diagnosticata la tubercolosi).
Cresce perciò negli spazi sconfinati del West
americano, con un padre che si occupa di logistica
nel comando aereo strategico dell'Aeronautica ed in
seguito lo porta con sé a recuperare i resti di velivoli e
veicoli incidentati.
Ha sempre amato i rottami e la nuova vita che può
scaturire da essi.
Di indole “turbolenta” (si definisce un “bambino
combina guai” e non nasconde alcuni episodi di
vandalismo quando era adolescente), ha sempre
fatto volare la sua immaginazione per creare cose
che avessero l’abilità di stupire e al tempo stesso
raccontare una storia. Samuele Silva Photography
Mi accoglie nel suo atelier, dove sono stati posizionati
strategicamente alcuni divani, in modo da poter parlare
col pubblico che lo viene a trovare. Gli piace parlare di
sé e trovare un senso – attraverso il suo passato – per
le cose che fa.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 35
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
36 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
“Da parte di madre eravamo italiani.
Il nome della nonna era Mafalda Serpentini; il nonno era Jules La scultura aveva bisogno di un basamento e decisi di
Serpentini e suonava il clarinetto nell’Orchestra Filarmonica fargliene uno di cemento; quando fu quasi pronto, presi un
di Philadelphia; il cognome da nubile della nonna era Scarpa. paio di scarpe da tennis che avevo e le misi nel cemento
fresco, in modo che vi rimanessero bloccate.
Era una persona mondana; la gente veniva a trovarci perché
mio nonno era conosciuto; il nonno era un tipo calmo, ma Non si trattava di un gesto qualsiasi o di uno capriccio da
la nonna no: era chiassosa, esuberante; se ne combinavo artista: stavo a livello inconscio facendo quello che la mafia
una (ed io sono sempre stato un bambino particolarmente faceva con i suoi nemici per farli scomparire per sempre;
vivace), me le dava col mattarello. stavo prendendo la maledizione del cognome di mia madre
Io ero incuriosito dal suo cognome e le chiedevo cosa e me ne stavo liberando in un modo platealmente italiano”.
significasse, ma lei mi diceva sempre che dovevo scoprirlo La nonna paterna era della Catalogna – la patria di Dalì, per
da solo. cui era ancora più fuori di testa della mia parte italiana”.
Così un giorno andai a cercarlo sul vocabolario e, uno volta
scopertone il significato, ne rimasi per sempre segnato: io
ero una scarpa, o forse il tipo che era stato colpito in testa
da una scarpa!
Questi erano i miei geni e io lo presi come un destino avverso.
Un giorno però creai una scultura: era una sorta di aeroplano,
ma del tipo di quello disegnato da Leonardo da Vinci, e una
volta terminato sembrava più ad un pesce.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 37
“Certo mi servono soldi per vivere. Quando queste situazioni vengono romanzate ritornano e
Però se sono qua (a Paonia N.d.R.), e ci sono ormai da quasi rimangono con te.
sette anni, è perché c’è spazio per stare da soli a pensare; E così c’è quella che io chiamo la borghesia di Los Angeles,
puoi uscire, andare all’aperto senza vedere anima viva per formata da chi si trasferisce e cerca di essere un moderno Lee
chilometri e immergerti nella natura. Van Cleef o Charles Bronson; puoi trovare tutti i personaggi
dei vecchi western che cercano di recitare la loro parte nel
E non c’è gente snob come su ad Aspen, tra la quale, sì, è loro piccolo teatro e poi rimangono bloccati nella sabbia
bello fare come una mosca di tanto in tanto e dare fastidio, con il loro cavallo moderno (la macchina) e non sanno come
ma che ti guarda dall’alto in basso e si chiede chi tu sia e che uscirne.
cosa ci faccia in mezzo a gente di alto rango come loro.
Ma è per questo che amo il West: i paesaggi sconfinati, i
Prima di trasferirmi ho vissuto in Montana per un po’ perché vecchi edifici in rovina, l'illusione, il chiedersi che tipo di
mi prendevo cura di mio padre che era malato. Il Montana storia sia successa in un posto; i tramonti.
fa parte del West americano, con i suoi modi di fare e i suoi Quando sei bambino e cresci con queste cose, ti entrano
valori piuttosto conservativi. dentro e rimangono con te, e adesso che sono più vecchio
mi rendo conto di essere fortunato di avere queste cose nella
Ed è per questo che i film western sono così popolari in mia vita.”
America: perché c’è ancora questo mito delle locations di
Sergio Leone; del modo in cui lui immaginava questi ampi
spazi aperti, tutta questa maestosità, e la coniugava con la
colonna sonora; era semplicemente fantastico.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
38 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
Adriana Oberto Photography
"Quando ero a Los Angeles chiedevo a chi lavorava É così che mi vengono in mente le cose che creo; sono come
nell'ambiente del cinema cosa fosse ciò che li rendeva ciò canzoni o libri: una minima quantità di quello che produci è
che erano – che cosa li facesse diventare persone speciali. veramente buona; alcuni sono mediocri; il resto forse non è
granché.
E un giorno ho incontrato Kirk Douglas e gliel’ho chiesto.
La sua risposta è stata che, quando ti approcci a qualcosa, Niente sarà mai corretto al 100%; siamo imperfetti ed è
devi sempre usare gli occhi di un fanciullo, anche se mitigati questa la ragione per cui mi piacciono i grandi artisti e
(o in questo caso migliorati) dalla conoscenza ed esperienza pensatori, come Da Vinci: queste persone ci hanno costretto
della maturità. ad andare oltre alla nostra percezione delle parole “creatività”
Ed è ciò che faccio con gli oggetti che creo. e “creativo”.
Sono sempre stato così; cerco di includere spirito e satira Sean non dà titolo alle sue opere; ovvero alcune delle sue
negli oggetti che cerco di reinterpretare e trasformare in sculture hanno un titolo e altre no.
qualcosa che ha nuova vita. Crede che alcune non vogliano avere un nome, sebbene sia
Non è una cosa semplice e non succede sempre; anch’io a lui a cercare di dargliene uno.
volte mi “perdo per strada”, ma quando ti trovi in un posto A questo punto gli chiedo di descriverne alcune.
dove riesci a lasciarti alle spalle tutta la negatività e a E sebbene ce ne siano a decine – alcune poco più che
concentrarti, allora puoi permetterti di seguire direzioni abbozzate – me ne descrive tre.
interessanti e ascoltare la creatività che ti parla.
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R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 39
Extreme Makeover Gone Extremely Wrong.
Adriana Oberto Photography
Il titolo è preso dal reality show degli anni Duemila “Extreme
Makeover – Belli per Sempre”, ma in questo caso il cambio di
look è andato veramente male.
“Tutto parte da quando vivevo a Denver e sono incominciati Così i dottori lo operano, magari una delle operazioni non va
quei reality show così stupidi in cui le persone vengono come dovrebbe e la devono ripetere; perdono un occhio e si
umiliate; pensa per esempio a “Extreme Makeover – Belli ricordano dopo dove avrebbero dovuto metterglielo – cose
per Sempre”; è un po’ la storia del brutto anatroccolo: prendi del genere.
una persona che non si sente bella e promettile davanti alle Quando finalmente tolgono le bende e lo mostrano alle
telecamere e a un pubblico in studio che verrà trasformata in telecamere, sono un po’ spaventati, perché sanno di aver
qualcosa di migliore. sbagliato in più di un’occasione.
Sappiamo tutti, però, che ciò che viene fatto avviene a scopo Gli danno uno specchio, in modo che si possa vedere
di intrattenimento. (e infatti la scultura aveva uno specchio al posto della
Per cui qui abbiamo un uomo che non si sente propriamente macchina fotografica, che è stata aggiunta in tempi recenti
bello e si rivolge perciò ad un chirurgo estetico, chiedendogli a rappresentare il dilagare del selfie) e tutti ormai sanno che
di trasformarlo in un Adone, di dargli un aspetto che nessun sembra un moderno Frankenstein, ma alla fine, lui si vede,
altro uomo abbia mai avuto. si rende conto che, sì, la cosa è scappata di mano e anche
tanto, ma ha un petto virile, il seno, e di sicuro ha un aspetto
“Voglio essere così “uomo” – dice – da andare oltre la che nessun altro ha e si piace proprio per questo!”
mascolinità e rappresentare quindi la dualità tra uomo e
donna”. Le due sculture che seguono sono forse le più significative,
Però questa persona non ha abbastanza soldi per pagare un oltre ad essere probabilmente le più attraenti, anche solo da
chirurgo estetico di fama mondiale e si rivolge perciò ad un un punto di vista della curiosità che evocano.
chirurgo straniero, che non lo faccia pagare troppo. Gli chiede
di alzare gli zigomi, aumentare la distanza tra gli occhi e di
dargli un petto virile.
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40 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
La macchina del tempo
Adriana Oberto Photography
“Quando ero piccolo i miei genitori si sono trasferiti da Ho preso una delle poltrone di velluto rosso che avevamo;
Philadelphia a Denver. ce n’erano due e io mi ricordo che mi ci sedevo e guardavo
C’erano i Drive-In e la gente veniva e si ritrovava, si sedeva in mia madre, mio padre e sua sorella venuta dall’Argentina
macchina e guardava il film. mentre creavano un mosaico di vetro che sarebbe diventato
Un giorno – era agli inizi degli anni Sessanta – mio padre ci un contenitore per la frutta.
prese con sé (eravamo io, mia sorella e la mamma), ci mise La poltrona, messa sulla tavola di legno, mi faceva pensare
nel retro di un pick-up e ci portò a vedere il film L’uomo che alla macchina del tempo e così mi venne in mente di creare
visse nel futuro (The time machine in lingua originale, N.d.R.), tale macchina come omaggio a mio padre che mi aveva
basato sul racconto di H.G. Wells. sopportato da bambino.
Mio padre, anche lui un creativo, ha sempre cercato di fare il
Il protagonista della storia costruisce una macchina meglio per la propria famiglia, anche se ovviamente aveva i
del tempo con la quale viaggia nel futuro e incontra due suoi problemi.
popolazioni diametralmente opposte – gli Eloi, docili e gentili,
e i Morlok, aggressivi e spietati. Non ho creato la macchina del tempo per nessuno, se non
Si innamora di una donna della razza degli Eloi e le salva la come regalo in sua memoria; ci ho messo la mia anima e il
vita, ma è costretto a tornare indietro senza di lei nel suo mio cuore e l’ho fatto per gratitudine verso di lui.
tempo perché i Morlok glielo impediscono. É fatta di pezzi trovati in giro messi insieme in un momento
Dopo aver raccontato la sua storia ai suoi amici e aver triste della mia vita, ed è forse per questo che ha un’anima
dimostrato loro l’esistenza della sua invenzione, decide di anch’essa, che è tutta sua; e ovviamente ci sono io – il
tornare nel futuro per provare a mettere fine a guerra e odio bambino che andava in giro per le campagne e trovava pezzi
proprio insieme alla donna amata. “ sconclusionati che riportava a casa; ci sono la mia fantasia
di bambino e il mio desiderio di tornare indietro nel tempo e
“Quante persone vorrebbero andare indietro nel tempo? cambiare chi ero in rapporto a mio padre: sarei stato un figlio
Quante avanti nel futuro? migliore?
Per correggere qualcosa, o vedere quella cosa come si è L’avrei trattato meglio?”
evoluta. E tutto porta a quando ho conosciuto Kirk Douglas e le
Questo è stato il genio di H.G. Wells quando ha scritto “la persone che interpretano ruoli differenti.
Macchina del Tempo”: questa idea di cambiare il futuro non Alla fine, è quello che fanno i bambini: giocano a fare il pirata,
sarebbe possibile senza l’esistenza della macchina e questo il marinaio, così come gli attori recitano una parte, ma la
per me divenne, col passare degli anni e il progredire della recitano così bene che “sono” quella parte, al punto che a
mia carriera di scultore, un punto focale fisso. volte non riescono ad uscirne.
Ho sempre desiderato ricreare la macchina del tempo, ma mi Devi avere quella parte fanciullesca che include gioco e
è sempre mancato il tempo. recitazione, insieme al tuo essere adulto, in modo da stare
Poi mi sono trasferito in Montana quando mio padre non in entrambi i mondi: poter vivere da adulto e fare le cose da
stava bene ed è in seguito deceduto ed è in quel periodo che persona adulta, usando però la fantasia, in modo da non
ho trovato un tavolo in un centro di recupero e l’ho portato nel sentirti in colpa quando ti sembra di essere diventato troppo
mio laboratorio di Bigfork. bambino.”
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R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 41
Aereo -Rimorchio un BEECHCRAFT C-18 del 1944 rimodernato e messo a lustro.
Adriana Oberto Photography
"Negli anni Settanta mio padre recuperava aerei dismessi persona che aveva recuperato al tempo questo aereo era
allo scopo di metterli a posto e rivenderli, se ancora in buone morta e che l’aereo sarebbe stato distrutto per venderne le
condizioni, sul mercato dell’usato. parti. E così – abitavo in Montana al tempo – sono andato a
Avrò avuto quattordici o quindici anni ed eravamo io, mio Denver e l’ho recuperato.
padre e un suo aiutante di colore con un braccio solo. La mia intenzione era – come per la maggior parte delle cose
che faccio – di costruirmi un “giocattolo”, una sorta di missile
Era primavera e andammo su in montagna, dove lui aveva o navicella spaziale con cui andarmene in giro.
visto questo relitto; non trovammo corpi dentro, perché Ho tagliato il pavimento e l’ho ribassato; ci ho aggiunto
vengono in genere recuperati dalla Civil Air Patrol; in seguito, qualche mio tocco personale – incluso il quadro di fronte al
però, le compagnie assicurative affidano il recupero a persone divano, nella parte posteriore della fusoliera.
esterne e tante volte ne vale veramente la pena.
Fu così che una delle mie prime escursioni nell’area dei Ho trovato il quadro in una cantina in Montana; la figura della
Maroon Bells sulle Montagne Rocciose attorno ad Aspen fu ragazza col cane mi ha sempre fatto venire in mente il film di
proprio con mio padre e aveva a che fare con il recupero di un Stanley Kubrick Il Dottor Stranamore; alla fine della pellicola
aereo da guerra. Vera Lynn canta “ci incontreremo ancora, non so quando, non
so dove…”; non sapevo chi fosse la cantante, ma un giorno,
A mio padre non piaceva avventurarsi in luoghi poco quando vivevo in Francia, trovai, in un mercato delle pulci, un
accessibili, magari perché stretti oppure in cima ad un albero, tot di suoi dischi e ho così scoperto il nome.
e così mandava me; succedeva anche che qualcuno venisse
prima che avessimo portato a termine il nostro lavoro e Cantava per le truppe durante la guerra e direi possa essere
rubasse parte di quello che era stato assegnato ad altri. considerata la versione inglese della nostra Doris Day; mi
Ricordo di aver bevuto la mia prima birra in un bar di Woody piace pensare sia lei la ragazza del quadro.
Creek (vicino ad Aspen, N.d.R.), quando questo non si Se guardi bene la scena, nell’angolo in alto c’è un aereo: direi
chiamava ancora the Woody Creek Tavern, mentre mio padre il quadro abbia trovato il posto giusto.
parlava con lo sceriffo riguardo proprio questo problema. Inoltre, sempre verso il retro del velivolo, laggiù in fondo, c’è
uno specchio: ti ci vedi riflesso, ma sei molto piccolo; la sera,
Mio padre era uno che sapeva fare un po’ di tutto; l’aereo che poi, con le luci accese che luccicano sembra quasi un tunnel
vedi viene da Denver e da quello che era un suo concorrente; del tempo – è come se tornassi indietro, per cui anche l’aereo
sarà stato il 2008 e mio padre mi chiamò, dicendomi che la diventa una sorta di macchina del tempo.”
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42 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
L’aereo di Sean viene portato a sagre, festival ed eventi I bambini sono i primi ad avvicinarsi e così il bambino che c’è
culturali e attrae sempre molte persone. in Sean può parlare con loro; Sean adulto parla con i bambini
e mostra loro la sua parte di fanciullo.
Sean ne ha fatto il suo “salotto” e vi invita i cantanti, gli Per gli adulti, se sono particolarmente simpatici, Sean ha
attori, nonché ovviamente gli amici; c’è persino un ventilatore anche una piccola sorpresa: la punta dell’aereo si apre e
all’interno; ci sono le luci e la musica; e così la gente si siede nasconde un piccolo bar, dal quale l’artista offre ai suoi amici
all’interno dell’aereo che non vola, così, tanto per passare il qualcosa di fresco.
tempo.
Può essere considerato un posto in cui pensare, discutere, L’aereo non ha ancora un nome vero e proprio. Sono stati
darsi alla contemplazione e magari pensare alle donne suggeriti nomi anche fantasiosi come “la nuvola d’argento”,
rivettatrici (si chiamavano “Riveting Rosies”), che a Wichita, e altri più banali, ma Sean aspetta il giorno in cui a qualcuno
KS, lavoravano sui bombardieri della Seconda guerra verrà in mente un nome speciale che vada a pennello; per
mondiale e il cui lavoro è stato recuperato da Sean, prima che ora l’aereo non ha ancora trovato il nome da apporre al suo
qualcuno distruggesse del tutto l’aereo. certificato di nascita.
Quando viene parcheggiato lungo la strada, magari di fronte L’aereo può che essere affittato per eventi.
ad una galleria d’arte, la gente si avvicina incuriosita.
Lui lo considera il modo migliore di “rompere il ghiaccio” col
pubblico. Adriana Oberto Photography
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R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 43
Adriana Oberto Photography
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44 R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO
Un momento "dada"
Sean Guerrero Photography
Quando l’ho incontrato, Sean stava pensando di costruire da sogno, chiudendo però di fatto la strada alle persone
una base per la sua macchina del tempo, in modo che fosse comuni, che non potevano più raggiungere un certo posto
facilmente trainabile. per la semplice ragione che la strada si trovava su proprietà
privata.
Ogni anno all’inizio di agosto, infatti, il museo d’Arte di
Aspen, rinomata località sciistica del Colorado con una forte Fu a volte protagonista di azioni di dimostrazione/ribellione
tradizione artistica d'élite, organizza l’evento “Aspen Art a volte al limite della legalità, sempre mirate a quell’élite che
Crush”, in cui opere d’arte di artisti famosi vengono messe non permette, appunto, a chi non ne fa parte di entrarvi o
all’asta. parteciparvi.
Accompagnata da un gruppo di comparse vestite da In realtà Sean non è riuscito a mettere in atto il suo proposito.
contadini Rom, la macchina sarebbe dovuta arrivare ad Tuttavia ha portato una sua opera di minori dimensioni ad
Aspen e venire Aspen in occasione di “Intersect Aspen” – un evento di arte e
parcheggiata davanti al museo durante i giorni dell’evento. cultura che precede i giorni dell’”Aspen Art Crush”.
L’opera, un vecchio segnale stradale con su scritto “siate
L’idea, di chiaro stampo dadaista – e perciò in opposizione pronti a fermarvi” avvolto in carta da pacchi, non ha ricevuto
alle idee d’élite che gli esperti di arte di Aspen possono avere il permesso dagli organizzatori di essere posizionato vicino
– vuole essere, per definizione di Sean, “un momento dadaista all’ingresso della fiera.
fuori dal tempo che avviene durante un evento elitario nella Sean ha pertanto dovuto spostarla e, ironia della sorte, l’ha
città che Hunter Thompson definì “la città grassa”. dovuta collocare vicino ad un segnale di divieto di parcheggio.
Hunter Thompson, giornalista e scrittore statunitense Ha così dimostrato che un artista del suo calibro, che lavora
creatore del cosiddetto “giornalismo Gonzo”, cercò negli con oggetti trovati in giro e materiale di riciclo, non verrà mai
anni Settanta e inizi Ottanta di cambiare la cocciutaggine considerato dal mondo elitario di Aspen come un artista vero
e ostinatezza degli investitori che andavano ad Aspen, e proprio.
compravano larghe porzioni di terreno e vi costruivano case
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | DE LA MACCHINA DEL TEMPO 45
“Se dai a qualcosa nuova vita,
questa continuerà a vivere e
sarà per la gente un incentivo
alla creatività.
Abbiamo bisogno di questo
tipo di atteggiamento nella
nostra società, di cose positive
come queste, in mezzo a tutta
la negatività che c’è.
[Sean Chrome Guerrero]
[Link]
Sean Guerrero Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
46 R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA
Una passeggiata tra
necropoli e fortezze
rupestri nel cuore di
gesso della Sicilia centro
meridionale.
A cura di Rita Russo
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R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA 47
“La Sicilia è il paese delle arance, del suolo fiorito la cui citata dal noto scrittore e poeta francese dopo il suo
aria, in primavera, è tutto un profumo… viaggio nell’isola, questo mese andremo alla scoperta di
Ma quel che ne fa una terra necessaria a vedersi e unica al due dei tanti tesori architettonici custoditi nel cuore di
mondo, è il fatto che da un’estremità all’altra, essa si può questo magnifico e divino museo di architettura che è la
definire uno strano e divino museo di architettura.” Sicilia.
Questo è ciò che scrisse Guy de Maupassant nel suo
Viaggio in Sicilia nel 1885 e per dar forza alla definizione
Monte Guastanella
Rita Russo Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
48 R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA
Rita Russo Photography
Il primo è un sito archeologico di notevole interesse
scientifico che custodisce, peraltro, un enigma
ancora irrisolto, comprendente una necropoli e i resti
di una fortezza araba scavata nella roccia, posto sulla
sommità del Monte Guastanella, un rilievo alto 609 m
sul livello del mare che si erge sulla valle del Fiume
Platani, l’antico Halykos, a circa 5 km dal piccolo
centro abitato di Santa Elisabetta.
Il secondo, distante poco più di 11 km da quest’ultimo,
è costituito dalla più grande e suggestiva tomba
protostorica della Sicilia, la “Tomba del Principe”,
che insieme a numerose altre sepolture ritrovate nel
territorio di Sant’Angelo Muxaro, rendono questo
piccolo borgo uno dei centri più importanti della
Sicilia pre e protostorica.
Ci troviamo, dunque, nella porzione centro meridionale
dell’isola, nel libero consorzio comunale di Agrigento,
sulle propaggini meridionali dei Monti Sicani.
Ancor prima di raggiungere le nostre mete, lungo
la strada che ci porta verso questo lembo di
territorio agrigentino, ci rendiamo subito conto della
straordinaria bellezza del paesaggio che si attraversa,
le cui forme aspre o, talora, arrotondate, spesso
solcate da profonde incisioni vallive che convogliano
le loro acque nell’ampio e tortuoso letto del fiume
Platani, sono strettamente legate alla costituzione
geologica dell’area.
Infatti, le rocce che affiorano in questa zona della
Sicilia appartengono ad una delle serie stratigrafiche
più importanti e conosciute dell’isola, la Serie
Gessoso Solfifera, che affiora prevalentemente tra le
provincie diIanaro
Domenico Agrigento, Caltanissetta ed Enna.
Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA 49
L’importanza di tale serie è legata alla presenza, al In particolare, il Tripoli, è una roccia costituita
suo interno, di strati altamente produttivi che, a partire prevalentemente da organismi e alghe a scheletro siliceo
dall’Ottocento, sono stati, e in parte continuano ad esserlo, (radiolari e diatomee), che spesso a causa della notevole
diffusamente coltivati costituendo, per lungo tempo, uno dei presenza di sostanza organica è impregnata di bitume;
principali interessi economici dell’isola: i giacimenti di zolfo il Calcare di base, è costituito da calcare di colore bianco
(oggi non più produttivi) e quelli di sali, per l’estrazione dei o grigio chiaro, sottilmente stratificato, che contiene
quali attualmente restano attive solo tre miniere. all’interno dei suoi vacuoli lo zolfo; i potenti banchi di Gessi
si presentano distinti in varie forme a seconda della loro
La genesi di questa serie è legata ad una “crisi di salinità” qualità: gessi macrocristallini costituiti da grossi cristalli di
del Mediterraneo, verificatasi circa 6,9 milioni di anni fa, nel gesso geminati “a ferro di lancia”; gessi balatini costituiti
Messiniano (Miocene superiore), a causa della temporanea da microcristalli di gesso intercalati a sottili strati argillosi;
chiusura dello Stretto di Gibilterra per l’avvicinamento della gessi alabastrini o alabastri gessosi, microcristallini,
Spagna all’Africa. caratterizzati da scarso contenuto di argilla; gessi anidri
A causa di ciò, quasi tutta l’area mediterranea fu interessata o anidriti, che si presentano compatti, tenaci e di colore
da una radicale variazione ambientale. bianco neve.
Il Mar Mediterraneo, infatti, per il mancato collegamento Infine, la forte concentrazione delle acque, in alcuni punti
con l’Oceano Atlantico, perse le caratteristiche di mare del bacino, ha permesso la formazione di enormi accumuli
aperto divenendo, a tutti gli effetti, un bacino chiuso nel di Sali di sodio e potassio, detti domi salini.
quale, per il conseguente aumento della temperatura e della
concentrazione delle acque, iniziarono a depositarsi potenti L’inizio della successiva epoca pliocenica (5 milioni di
spessori di sedimenti evaporitici. anni fa) fu segnato da fenomeni tettonici che provocarono
l’abbassamento della soglia di Gibilterra e ristabilirono, nel
A seguito dell’evaporazione dell’acqua, le sostanze Mediterraneo, le originarie condizioni di mare profondo e
precipitarono al fondo del bacino in relazione al proprio aperto, di nuovo in comunicazione con l’Oceano Atlantico.
grado di solubilità, partendo da quelli meno solubili fino a Ciò determinò la fine del processo evaporitico e la
quelli più solubili, dando così origine alla serie stratigrafica conseguente deposizione di sedimenti calcareo marnosi di
formata, dal basso verso l’alto, da: tripoli, calcare di base, mare pelagico, denominati Trubi.
gessi e sali, con varie e variabili intercalazioni di strati Successivi fenomeni tettonici hanno smembrato e piegato i
argillosi. terreni della serie gessoso solfifera dando origine all’attuale
morfologia articolata dei luoghi.
Rita Russo Photography
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50 R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA
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Dopo avere attraversato il piccolo centro abitato di Santa
Elisabetta e raggiunto il cimitero, ci incamminiamo,
da questo punto lungo una strada sterrata, verso
Monte Guastanella, attraversando colline costituite
prevalentemente da potenti strati gessosi, spesso verticali
o tormentati da grosse pieghe, evidenti segni della tettonica
avvenuta in questi luoghi.
E restando ammaliati dai colori di ciò che ci circonda,
come il verde dei campi di grano, il bianco abbacinante
delle anidriti, il brillio dei grandi cristalli di gesso in mezzo
ai quali la natura, incurante della scarsa ospitalità di tali
rocce, manifesta la sua ostinata presenza attraverso la
bellezza di una di coloratissima vegetazione,raggiungiamo
la base di una di queste colline, formata proprio da una
grossa piega nei terreni gessossi, a fianco della quale una
scalinata di 350 gradini ci permette di iniziare la salita verso
la cima di Monte Guastanella, raggiungendo dapprima una
vera e propria sella tra i due rilievi e da questa terrazza,
su uno stretto tratto di sterrato a mezza costa sul ripido
pendio, raggiungiamo la sommità di quest’ultimo.
I resti di insediamenti appartenenti ad epoche e fasi diverse
rinvenibili lungo il rilievo sono costituiti da frammenti di
strutture murarie e tombe, scavate entrambi nella roccia
gessosa cristallina, che riluce in un caleidoscopio di natura
e suggestioni.
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R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA 51
Il primo insediamento, collocato sul fronte meridionale del Dopo questi fatti, non sono state più ritrovate ulteriori notizie
monte, è rappresentato da due tombe, risalenti con buona su questo castello, del quale oggi restano poche porzioni
probabilità all’età del bronzo (1000 a.C. circa). murarie sul lato est, nord e nord ovest, appartenenti alle
antiche mura di cinta.
Sulla sommità della vetta, invece, troviamo i resti di un
fortilizio attribuito al periodo di dominazione araba di evidente Al loro interno si riscontra la presenza di due camere ipogee
importanza strategica per la sua posizione, ma con molta ben conservate, passaggi e cisterne, tutti scavati nella roccia
probabilità edificato originariamente dai bizantini, i quali per gessosa, che dovevano costituire un complesso fortificato di
difendere l’isola dalle incursioni arabe avevano eretto fortilizi notevoli dimensioni.
e baluardi su gran parte delle alture siciliane. Questo forte
venne conquistato dai Saraceni una prima volta nel 839 d.C.
e la seconda nell’860-861.
Proprio per la sua posizione geografica, i nuovi conquistatori
vi insediarono una guarnigione militare posta a controllo e a
presidio del territorio circostante, che rese questa fortezza
praticamente inespugnabile.
Due secoli dopo arrivarono in queste contrade i Normanni
che posero fine all’egemonia saracena.
Infatti, dalle notizie riportate dal monaco benedettino Goffredo
Malaterra, cronista ufficiale del Conte Ruggero, sceso dalla
Normandia alla corte di Sicilia, il castrum di Gastaiel o
Guastanella fu tolto ai musulmani, nel 1086, proprio dal Gran
Conte Ruggero d’Altavilla, insieme a numerosi altri castelli
siciliani. In quel periodo, tutti gli ultimi domini arabi rimasti
nell’isola subirono continue scorrerie da parte dei Normanni,
costituendo a loro volta focolai di vendette e violenze.
Proprio a Ruggero toccò affrontare l’ultimo signore della
Sicilia musulmana, Hamúd, che si dice fosse di nobilissima
stirpe e che aveva scelto di risiedere nella città di Girgenti
che fu attaccata, assediata, oppressa, incendiata e derubata.
La stessa sorte toccò, di lì a poco, ai castelli vicini e quindi
anche a quello di Guastanella, nonostante la sua posizione
strategica.
Durante l’avvicendarsi dei successivi re normanni, i rapporti
con i Saraceni subirono alti e bassi in funzione del sovrano
al governo, alternando periodi di larga tolleranza a feroci e
crudeli repressioni.
Fino all’epoca di Enrico VI di Svevia (1194-1197) in cui la
Sicilia conobbe nuovamente crudeltà e terrore, piombando
nell’anarchia alla morte del sovrano.
I Saraceni perseguitati fuggirono sulle montagne fortificate
dell’interno e la situazione di pericolo e il malcontento favori
il nascere di condottieri di alto livello, sotto la cui guida
costituirono un vero e proprio emirato ribelle nel cuore della
Sicilia.
Il clima di rivalità e di lotte durò fino a quando il figlio di Enrico
e Costanza, il futuro imperatore Federico II, non raggiunse la
maggiore età e non consolidò il suo potere.
In particolare, nel 1220, anno in cui avvenne la solenne
incoronazione di Federico II, Ursone, vescovo di Girgenti dal
1191, fu catturato dai Saraceni e imprigionato per quattordici
mesi, proprio nel castello di Guastanella, dal quale fu liberato
dietro un riscatto di 5000 tarì d’oro.
La Chiesa Girgentina fu spogliata dei privilegi e dei beni
dai Saraceni che, dunque, occuparono la cattedrale e il
campanile, oltre a cacciare chierici e seminare il terrore tra
i cristiani.
Solo nel novembre del 1221, Federico II di Svevia arrivò ad
Agrigento, compì una ricognizione generale intorno al terreno
dello scontro, prima di sferrare l’attacco in grande stile contro
il castello di Guastanella, che cadde.
E soltanto dopo il 1225, Federico II riuscì a sottomettere tutte
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le fortezze musulmane in Sicilia.
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52 R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA
Gli studi archeologici sugli insediamenti presenti nel
territorio di Agrigento compreso tra San’Angelo Muxaro,
Raffadali e Santa Elisabetta risalgono ai primi anni
del 1900 grazie all’attività dell’eminente archeologo
roveretano, Paolo Orsi, pioniere nell’individuazione dei
rapporti tra la Sikania e le civiltà egee.
Ma ciò che per lui restò un enigma fu proprio
l’insediamento scoperto, nel 1931, sul Monte
Guastanella.
Nel 2017, la studiosa di archeologia Rosaria Rita
Lombardo, riportando alla luce una ricca e inedita
documentazione di Orsi sull’argomento e prendendo
spunto da una millenaria tradizione orale del luogo
e da alcune evidenze toponomastiche di esso (il
nome Guastanella potrebbe derivare dall´antico
Wuastanedda di matrice minoica, costituito dal prefisso
wa-, abbreviazione di wanax (re) e da stan (dimora,
luogo, città), radice del verbo cretese στανύομαι,
ossia città del re) ha avanzato sull’insediamento in
oggetto un’ipotesi archeologica di grande fascino
e mistero, secondo la quale essa ritiene che la città
sicana di Camico, di cui narrano le fonti classiche
(Diodoro Siculo nella “Bibliotheca historica“) e la
tomba di Minosse, siano entrambe identificabili con
il suggestivo insediamento agrigentino di Monte
Guastanella, sinora ritenuto di esclusiva matrice araba,
considerato, invece, dalla stessa studiosa, come un
superbo santuario - sepolcro di vetta, di verosimile
origine minoico-micenea, per molti anni negletto e
quasi sconosciuto.
Secondo il racconto ripreso da Diodoro Siculo, la
storia di Minosse si sarebbe conclusa in Sicilia ed
in particolare nella città di Camico, impenetrabile
roccaforte del re Kokalos.
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Dopo il mito del Minotauro e le gesta di Dedalo,
Teseo, Arianna e Icaro, Minosse, infatti, accettò di
recarsi a Camico come ospite del re sicano, dopo
aver scoperto che Dedalo vi aveva ottenuto rifugio
dopo essere evaso da Creta in volo, per sottrarsi
alle sue ire, nel tentativo di arrestarlo nuovamente.
Il re Kokalos, pur temendo la potenza dell’esercito
cretese, ma non volendo tradire Dedalo, giocò la
carta dell’inganno.
Così fingendo di riconsegnargli quest’ultimo,
invitò il re straniero Minosse a recarsi nella sua
casa, dove, durante il bagno, lo fece uccidere
dalle proprie figlie, seppellendolo proprio sulla
montagna.
Tuttavia, fino ad oggi, non è stata condotta alcuna
campagna di scavi in loco che possa avvalorare
o sconfessare quest’ipotesi e sciogliere, così,
l’enigma di Monte Guastanella.
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R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA 53
Ripresa l’auto, lasciamo questi luoghi per dirigerci
verso il centro abitato di Sant’Angelo Muxaro, un
piccolo borgo posto su un colle dai fianchi scoscesi,
alto 335 metri sul livello del mare, che si erge sulla riva
sinistra del Fiume Platani.
Dopo la conquista romana e fino agli ultimi anni del
Basso Medioevo, per questo centro fu un periodo
scuro e poco conosciuto.
Durante la dominazione araba in Sicilia, la rocca fu
scelta come sede di controllo del territorio circostante
prendendo il nome di Musharia, termine che è rimasto
in parte nell’attuale denominazione del comune
(Muxaro).
Alla fine del ‘400, il feudo del Mussaro passò alla
famiglia “De Marinis” di origine spagnola che, nel
1507, ottenne dal re Ferdinando il Cattolico, la licenza
per la fondazione di un nuovo borgo nel feudo stesso,
che doveva essere denominato Sant’Angelo.
Con il tempo il nome del feudo mutò in Sant’Angelo
del Mussaro, fino all’odierna denominazione di
Sant’Angelo Muxaro.
Il centro abitato, che ha un impianto a scacchiera
irregolare, si sviluppò intorno ad una grande piazza
centrale, l’odierna piazza Umberto I sulla quale si
affacciano alcuni palazzi signorili in parte rimaneggiati.
Di grande interesse culturale sono le due chiese
settecentesche, la chiesa della Madonna dell’Itria e
il Duomo, intitolato al patrono Sant’Angelo martire di
Sicilia, entrambe non lontane dalla piazza.
Anche il basolato che ricopre le strade del paese
contribuisce a mantenere a quest’ultimo un’aura di
antichità.
Il borgo è uno tra i più importanti della Sicilia
protostorica per i reperti archeologici rinvenuti nelle
centinaia di tombe scavate nella roccia gessosa e
prevalentemente macrocristallina di cui è costituito
sia il colle sul quale sorge la città che il territorio
circostante ad esso, grazie anche in questo caso,
all’attività di scavo e studio condotta, nei primi anni
del 1900, da Paolo Orsi.
Questa vasta necropoli stabilisce che in questo luogo,
nell’età del bronzo e del ferro, si sviluppò un importante,
Rita Russo Photography florido e predominante centro sicano, grazie anche alla
sua posizione geografica.
Una delle particolarità di questa necropoli è la
presenza di un determinato tipo di struttura tombale,
diffusa proprio nella valle del Platani: la tomba a
“tholos” (tomba a cupola e pianta circolare), la cui
scoperta in Sicilia creò un filum diretto con un modello
architettonico greco di età micenea, estraneo alla
tradizione indigena.
In questo tipo di sepoltura, rispetto alle tradizionali
tombe a grotticella, la camera funeraria si
monumentalizza arricchendosi di allestimenti stabili
come letti e banchine fisse.
La cupola presenta un profilo ogivale allungato che
può avere alla sommità un incavo a forma di scodellino
rovesciato.
Giroinfoto Magazine nr. 81
54 R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA
Tra le tombe ritrovate in questo territorio, vi è la “Tomba
del Principe”, la più suggestiva e monumentale tra tutte
quelle ritrovate nella zona e la più grande di tutta la
Sicilia protostorica, che fu definita così da Orsi perché
probabilmente servì da mausoleo per un ignoto principe
dell’antica cittadina sicula di Muxaro.
Questo sepolcro, che è ubicato a circa metà del colle
alla sommità del quale si estende l’odierno abitato di
Sant’Angelo Muxaro, viene chiamato anche “Grotta
Sant’Angelo”.
Infatti, la leggenda racconta che, nel periodo bizantino
l’antro divenne ricovero per gli eremiti e successivamente
fu abbandonato perché infestato da spiriti maligni. Un
santo misterioso venuto dal mare, Angelo, mise in fuga i
demoni scegliendo la grotta per il suo eremitaggio nel XII
sec. d.C..
In seguito, quest’ultima fu trasformata in chiesa rupestre
e divenne per lungo tempo il centro di grandi pellegrinaggi.
Questa tomba è formata da due camere a pianta circolare
comunicanti.
La prima, più grande, che costituiva il vestibolo della
sepoltura ed in essa venivano effettuate celebrazioni
periodiche, presenta circa 9 m di diametro e 3,5 m di altezza
e mostra una bassa banchina che gira tutto intorno alle
pareti.
La camera più interna e comunicante con la prima, quella
funebre vera e propria, è ben conservata, misura circa 6
metri e presenta sulla sinistra un grande letto funebre
ricavato nella roccia, largo m 1,10 e lungo m 2,25, in ottimo
stato di conservazione.
Rita Russo Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA 55
Sebbene questa tomba rivesta un ruolo di
primo piano nel complesso della necropoli
protostorica di questa cittadina, le altre
tombe non hanno minore importanza per
via dei numerosi reperti di altissimo valore
archeologico ritrovati durante gli scavi
condotti da Paolo Orsi.
In una in particolare furono ritrovati
numerosi corredi funerari ceramici e furono
scoperti al dito di alcuni scheletri in essa
contenuti due grossi e pesanti anelli d’oro
intagliati, oltre a gioielli in bronzo, che oggi
sono custoditi in diversi musei della Sicilia,
quali i Musei Archeologici di Agrigento,
Palermo e Siracusa.
Rita Russo Photography
Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
56 R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA
Rita Russo Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | MONTE GUASTANELLA 57
Gli oggetti d’oro ritrovati nelle tombe, databili intorno
al VII sec. a.C., sono frutto di una stessa mano ossia
quello di un ignoto toreuta che è stato denominato
come il “maestro degli ori di Muxaro”.
Si tratta, probabilmente di un artista autoctono che
ebbe modo di apprendere questa tecnica nella colonia
rodio - cretese di Gela.
Anche la cospicua quantità d’oro ritrovata nei corredi
funebri di Sant’Angelo Muxaro fa pensare ai rapporti
intrattenuti con una colonia greca o come ricompensa
per un favore ricevuto o come dono per l’elite della città
indigena.
Qualunque sia la verità su Monte Guastanella e sulla
necropoli di Sant’Angelo Muxaro resta il fatto che, i
luoghi di cui abbiamo parlato nelle righe di questo
articolo non sono interessanti solo dal punto di
vista archeologico e storico ma anche da quello
paesaggistico e naturalistico.
Infatti, dalle loro alture e non solo, si gode la vista
mozzafiato di un paesaggio articolato di spettacolare
bellezza e fascino, come la Sicilia è in grado di offrire e
meritano, comunque, di essere visitati.
Rita Russo Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
58 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
Gianmarco Marchesini
Guglielmo Vio
Laura Rossini
Una giornata
on the railroad
A cura di Laura Rossini
Laura Rossini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA 59
Appuntamento ore 9.00 alla stazione di Sulmona.
Il piazzale antistante la stazione sembra deserto, in realtà sono già tutti sulla
banchina in attesa del segnale.
Gente di tutte le età, musicisti, personale viaggiante, ognuno cerca il proprio
vagone e via: tutti in carrozza, si parte!
Vorremmo raccontarvi un’avventura multidimensionale nello spazio e nel
tempo, multidirezionale dentro e fuori noi stessi, multidisciplinare dalla
geografia alla filosofia.
In realtà è (solo) una giornata di vita piena e da ricordare.
Salite a bordo.
Giroinfoto Magazine nr. 81
60 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
Il percorso prevede 118 KM di binari da Sulmona a Carpinone e
ritorno, tra Abruzzo e Molise.
Ci accompagneranno due persone speciali, il capotreno
Marcello D’Amico e Nicola Malcangio l’addetto alla chiusura
delle porte.
Le carrozze sono degli anni ’30 e per la sicurezza di tutti noi
prima di ogni partenza Nicola si assicura che le porte siano
serrate.
Ma non si limita a questo, durante il viaggio, passa in ogni
vagone e, con gli occhi che brillano, racconta ciò che vediamo
dai finestrini, sia a destra che a sinistra, perché non dobbiamo
perderci nulla di questi paesaggi meravigliosi.
La Maiella, l’altopiano, le faggete, la Val di Sangro, il parco
nazionale d’Abruzzo.
Riesce a catturare l’attenzione di tutti, in ogni carrozza i gruppi
cambiano, ci sono famiglie con bambini, coppie di giovani, una
associazione che accompagna persone diversamente abili, un
gruppo di signore Toscane, c’è anche un cagnolino.
Un piccolo mondo o un mondo in piccolo, dipende dai punti di
vista.
In ogni carrozza racconta una storia, lo ascoltiamo incantati è
la storia di chi negli ultimi 100 anni ha vissuto su questi binari
come pendolari, come lavoratori.
L’ltalia della provincia, quella delle nostre radici…
Sulmona
Roccaraso
Castel di
Sangro
Carpinone
Guglielmo Vio Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA 61
Guglielmo Vio Photography
Laura Rossini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
62 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
Attinge dal libro di Riccardo Finelli Coi binari tra le nuvole
(cronache della Transiberiana d’Italia), pubblicato da Neo
Edizioni nel 2012, “un diario di viaggio clandestino per
riflettere su quello che eravamo e su quello che forse non
siamo più”.
È il racconto di chi a piedi, ha calpestato le 320 traversine
delle rotaie di questa tratta.
Ritengo doveroso, per rispetto verso quella fatica, raccontare
quello che oggi stiamo ammirando con le stesse parole,
proponendone tre brevi estratti.
La transumanza:
“Verso Campo di Giove a noi bastano pochi belati rincorsi da
grida antiche per chiudere li occhi e immaginare la ferrovia
di un altro tempo, quando, in estate, sui pascoli che stiamo
attraversando adesso, era più il bianco delle pecore che il
verde dei campi…. “
Il treno fermava a Palena, Rivisondoli, i vagoni erano carri
bestiame che trasportavano gli animali verso gli alpeggi.
La casa cantoniera:
“Ogni casa era una sorta di fortino autonomo, dove
teoricamente era possibile vivere giorni e giorni senza
contatti con il resto del mondo: pollaio forno a legna….”.
E chissà se le madri raccomandavano di non andare sui
binari! In queste abitazioni in mezzo al niente sono cresciute
generazioni di ragazzini.
Le gallerie: Laura Rossini Photography
“Dentro la galleria il tempo sembrava non passare mai e ogni
tanto la terra tremava, quando comincia a farsi timidamente
largo il cono di luce dell’uscita, un po’ eroi ci sentiamo.
All’uscita della galleria, la linea si stiracchia in una esse,
che battezza il tracciato alla sua montuosità.
Inizia qui la vera pendenza della ferrovia, ventotto
millimetri di ascesa ogni metro percorso, da qui e
per 27 chilometri, fino alla Galleria di Monte Maiella”
Gianmarco Marchesini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA 63
Gianmarco Marchesini Photography
Mentre anche noi attraversiamo le gallerie, al buio, guardiamo
fuori, le pareti scorrono, dalle feritoie tutto passa in fretta e
hai solo pochi attimi per cercare di capire dove sei.
Rimani lì a pensare cosa ci sia fuori…pensi anche che ognuno
di noi può vivere questi attimi con ansia che trattiene come il
respiro finché non arriva quello spiraglio di luce, un po’ come
nei momenti peggiori della nostra vita o come nella canzone
di Caparezza quando siamo Fuori da tunnel.
Ti guardi intorno e non potrai mai immaginare cosa pensa
la persona che ti sta accanto, ma la guardi sorridi e continui
a fissare il finestrino, perché qualcosa là fuori scorre e per
ognuno è diverso.
Guglielmo Vio Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
64 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
Laura Rossini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA 65
Guglielmo Vio Photography
Arriva il momento di scendere alla stazione di Palena, un
mercatino di prodotti tipici, un gruppo di musicisti che
viaggia con noi ci allieta con qualche brano.
Riprende il viaggio.
La lunga sosta è nel parco nazionale per chi vuole, oppure
a Carovilli.
Noi non ci siamo organizzati per il pranzo. I diversi gruppi si
distribuiscono ordinatamente nei ristoranti di questo piccolo
borgo dove hanno prenotato.
Noi chiediamo indicazioni per capire dove c’è ancora
disponibilità e ci incamminiamo.
Finiamo in un ristorante che non si aspettava così tanta
gente.
Il servizio è arrangiato, ma che dire il vino è sincero e la
burrata è una delle migliori che abbia mai mangiato.
Ancora oggi me la sogno.
Come dice Piero Angela nel suo libro Il mio lungo viaggio:
“Nella mia adolescenza: un mondo diverso, non solo per
le sue grandi e piccole scomodità; credo che all’ epoca ci
fosse un maggiore allenamento a adattarsi alle situazioni,
ad accettare più facilmente le rinunce..”.
Mi ritengo fortunata perché è ciò che i miei nonni mi hanno
sempre raccontato.
Viviamo un mondo di recensioni, ma dobbiamo essere in
grado di capire cosa valutare.
Non tutto ha lo stesso peso.
Il caso, il tempo, forse il vino, hanno reso questi momenti
indimenticabili e vi spiego perché.
Gianmarco Marchesini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
66 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
A Carovilli, prima di ripartire abbiamo un po’ di tempo ed
ognuno di noi cammina per le stradine del borgo per cercare
ispirazione. Io entro nella chiesa Santa Maria dell’Assunta.
Una chiesa del XV secolo.
E’ semplice e piena di spiritualità.
Al centro sopra all’altare la scritta Domus Domini Est.
Questo effettivamente è il senso della chiesa e della
cristianità.
Sono sola e giro intorno all’altare.
Davanti a me due affreschi opera di artisti locali a sinistra
il Processo a Gesù, mentre a destra un momento di vita
quotidiana di Gesù da bambino in casa, mentre Giuseppe
lavora e Maria gli insegna a leggere.
Esco, e per esprimere le mie sensazioni prendo in prestito
ancora le parole di Piero Angela: “Nella vita con le persone
sono importanti non solo le parole, ma forse ancora di più i Guglielmo Vio Photography
comportamenti, i fatti, gli esempi.”
Le parole non dette…onestà assoluta, senso del dovere,
libertà di pensiero e schiena dritta.
Laura Rossini Photography
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R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA 67
Torniamo in stazione. Non a caso il giornalista Luciano Zeppegno battezzò questa
Nicola ci presenta Marcello D’Amico il capotreno che tratta delle FS come “la piccola Transiberiana” in un articolo
comincia a raccontare la sua storia. del 1980.
La sensazione che si ha è quella di essere ancora in chiesa,
per l’onestà delle sue parole, la dedizione al lavoro, le sue Sono tante le storie raccontate e da raccontare per ciò che
idee, l’orgoglio per la sua divisa. hanno vissuto passando su questi binari le persone che
viaggiavano e quelle che ci lavoravano.
Ci mostra il suo cappello, tratto distintivo ed identitario del Ci fa vedere l’impianto del freno d’emergenza, ci racconta a
ferroviere. Una volta non c’erano le divise. cosa servono le bandiere.
Andavano al lavoro con i propri abiti. Ci spiega che ad ogni stazione deve scendere per fare una
telefonata di controllo e solo dopo si può ripartire.
Ci mostra tutte le caratteristiche della locomotiva e delle Un punto di riferimento per i macchinisti e per il personale
carrozze. Gli strumenti previsti e la tecnologia con la quale viaggiante.
sono stati pensati.
Alcune opere di ingegneria ancora all’avanguardia.
Racconta come una notte di Natale è rimasto da solo
bloccato in una stazione dalla neve, senza cibo e con la sola
acqua della fontanella per bere e lavarsi.
Laura Rossini Photography
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68 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
Alla stazione di Cansano è obbligatoria “la foto davanti alla Ad un certo punto si accorge che non ho ancora scattato la
mole di ghisa della pompa del rifornimento idrico” che serviva foto del segnale.
per i treni a vapore. Cominciamo a correre tutti verso la coda del treno per poterlo
prendere in corsa.
Fa mettere in funzione solo per noi un vecchio passaggio a Ed eccolo lì.
livello manuale, uno dei pochi rimasti. Da sola non lo avrei mai notato.
Ma di una cosa va particolarmente orgoglioso. La cura e la dedizione che mettono in questo progetto le
persone che ci lavorano è oltre ciò che siamo abituati a
E anche qui sono le parole di Finelli a dirlo: riscontrare giornalmente.
Come cos’è? Sono le persone come Nicola e Marcello che lo rendono
È un segnale ad ala di seconda categoria! speciale.
E’ stato concepito negli anni Venti proprio per le ferrovie minori Dietro a loro c’è anche tanta storia tanto studio e tantissima
ed è una rarità ormai. cura.
Venivano appassionati da tutta Europa per vederlo in azione.
Serve a proteggere la stazione.
Se il braccio sporge fuori, significa che il treno deve fermarsi
con la coda appena oltre il segnale .
Tra una disposizione ed un controllo nel suo andare avanti e
indietro nei vagoni ci porta con lui.
Laura Rossini Photography
Guglielmo Vio Photography
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R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA 69
Guglielmo Vio Photography
Ci dispiace di non poter riprodurre anche parte del
materiale custodito nel museo della Fondazione.
Fotografie su lastre di vetro in bianco e nero.
Ludici dei progetti delle locomotive e dei vagoni
gelosamente custoditi affinché possano rimanere
in buono stato.
Il grande lavoro di catalogazione fatto in questi anni
testimonia che dalle piccole cose si costruiscono le
grandi. Si recupera la storia per viverla nel presente.
Cos’è quella sensazione che si prova quando
ci si allontana in macchina dalle persone e
le si vede recedere nella pianura fino
a diventare macchioline e disperdersi? – è
il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l’addio.
Ma intanto ci si proietta in avanti verso una
nuova folle avventura sotto il cielo, una sorta di On
the Road, alla Jack Kerouac.
“Si può sempre andare oltre, oltre – non si finisce
mai.”
Laura Rossini Photography
Jack KerouaC – "On the Road" (Sulla Strada)
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70 MOSTRE | IMAGE CAPITAL
Fotografo sconosciuto, scheda a finestra, 1960
c. University of Rochester, Rare Books, Special
Collections, and Preservation (RBSCP), Kodak
Historical Collection
MAST. Bologna
22 settembre 2022 – 8 gennaio 2023
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MOSTRE | IMAGE CAPITAL 71
La mostra IMAGE CAPITAL, curata da Francesco Zanot, allestita negli spazi
espositivi del MAST, è frutto della collaborazione tra il grande fotografo
Armin Linke e la storica della fotografia Estelle Blaschke, ricercatrice
dell’Università di Basilea.
Un progetto visivo e di ricerca che ha richiesto oltre quattro anni di lavoro
e racconta una storia della fotografia diversa dal solito, mettendo al centro
i suoi innumerevoli utilizzi pratici e la sua funzione come tecnologia
dell’informazione.
La mostra IMAGE CAPITAL, al MAST di Bologna dal 22 settembre all’8
gennaio 2023, è un ambizioso progetto artistico che investiga la fotografia
come sistema di creazione, elaborazione, archiviazione, protezione
e scambio di informazioni visive: un vero e proprio capitale per cui, il
suo possesso, corrisponde all’acquisizione di un autentico vantaggio
strategico.
Armin Linke, CERN, ALICE (A Large Ion Collider Experiment),
modello del sensore di eventi per le presentazioni al pubblico,
Ginevra, Svizzera, 2021.
Courtesy: l’artista e Vistamare Milano/Pescara
Lorena Durante Photography
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72 MOSTRE | IMAGE CAPITAL
Il fotografo Armin Linke e la storica della fotografia
Estelle Blaschke, ricercatrice dell’Università di Basilea,
esplorano attraverso immagini, testi e altri materiali
le diverse modalità attraverso cui la fotografia viene
utilizzata all’interno di differenti tipologie di processi
di produzione, in particolare in ambito scientifico,
culturale e industriale: grazie alla fotografia, infatti, i
sistemi di comunicazione e di accesso alle informazioni
sono migliorati esponenzialmente fino a consentire
lo sviluppo delle industrie globali e di vasti apparati
governativi.
“Dentro questo circuito – spiega Francesco Zanot – le
immagini fotografiche assumono un peculiare valore
descrivibile come una vera e propria forma di capitale.
La spinta all’utilizzo della fotografia come tecnologia
dell’informazione è avvenuta intorno alla metà
del Novecento, quando i processi gestionali e
amministrativi di aziende e istituzioni si stavano
espandendo e necessitavano di essere ottimizzati”.
Con la fotografia digitale c’è stato un vero e proprio
salto di scala. “Anziché essere soltanto i soggetti
delle fotografie – prosegue Zanot –, gli oggetti del
nostro mondo vengono oggi costruiti sulla base delle
fotografie stesse e delle loro rielaborazioni, invertendo
un rapporto precedente unidirezionale.
Queste trasformazioni portano con sé alcune
fondamentali ricadute sul piano economico e politico:
le grandi masse di immagini che alimentano questo
sistema hanno acquisito un valore straordinario,
conferendo a coloro che le possiedono e le gestiscono
poteri ugualmente sterminati.
Nella società capitalista la fotografia non domina
soltanto l’immaginario, ma molto di più”.
IMAGE CAPITAL esplora questi processi in un percorso
che parte dall’inizio della loro storia e arriva fino alle
tecnologie più recenti e aggiornate.
La mostra è suddivisa in sei sezioni dedicate ad
altrettanti temi essenziali:
Aimé Girard, Ricerca sulla coltivazione industriale della patata. Portfolio
Memory: sulla capacità delle fotografie di raccogliere e
con sei eliografie, 1889. Courtesy: Estelle Blaschke & Armin Linke
immagazzinare informazioni.
A partire dall’idea di riproducibilità meccanica, viene
qui investigata l’intrinseca natura della fotografia
come strumento di registrazione, le cui potenzialità si
esprimono a livelli sempre più alti con l’avvento della
tecnologia digitale.
Access: sulle modalità di archiviazione e indicizzazione
delle immagini.
L’associazione tra fotografia e testo (o metadati) è alla
base del successo di questo medium come tecnologia
dell’informazione.
I metadati (parole chiave, geodati, didascalie...)
non sono utili soltanto per organizzare le immagini
in sistemi ordinati, ma anche per poterle ritrovare e
utilizzare.
Protection: sulle strategie per la conservazione a
lungo termine delle immagini e delle informazioni che
contengono.
Se le immagini possono essere considerate come
depositi di informazioni potenzialmente deteriorabili,
a loro volta devono essere protette per non venire
disperse.
Qui si investigano le strategie per la protezione Movimenti di particelle catturati nella LExan Bubble Chamber (LEBC)
delle immagini, dagli archivi, che possono arrivare a installata nella zona nord dell'acceleratore noto come Super Proton
dimensioni monumentali, ai sistemi di back-up.
Synchrotron, 09.12.1981, CERN, Ginevra, Svizzera. Courtesy: CERN
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MOSTRE | IMAGE CAPITAL 73
Mining: sull’analisi delle immagini e il loro utilizzo
nelle tecnologie per il riconoscimento automatico.
Se è vero che le fotografie contengono una grande
quantità di informazioni, allo stesso modo si rendono
necessari sistemi per poterle estrarre (mining).
Questa sezione è dedicata a questi processi e alla
conseguente possibilità di utilizzare grandi quantità
(cluster) di immagini simili (da cui vengono estratte
informazioni simili) per lo sviluppo di tecnologie
di riconoscimento automatico, le cui applicazioni
sono oggi fondamentali, particolarmente nei settori
dell’industria e della sicurezza.
Imaging: sulla fotografia come sistema di
visualizzazione dell’esistente o di un suo progetto.
La fotografia viene qui osservata come sistema
di visualizzazione, a partire dalla sua capacità di
andare oltre i limiti dell’occhio umano fino al suo
utilizzo per lo sviluppo di tecniche di rendering e
modellazione digitale.
Dopo essere stata a lungo considerata una prova
di realtà, la fotografia costituisce in questo senso
la base di partenza da cui la realtà viene progettata
e costruita.
Currency: sul valore delle immagini.
Dall’associazione tra fotografia e valuta al
capitalismo informatico, qui si osservano i processi
di attribuzione di valore alle immagini, oggi legati
particolarmente alla capacità di accumularne grandi
quantità e, soprattutto, di associare ad ognuna ampi
set di informazioni.
A partire dai testi di Estelle Blaschke e dalle opere
fotografiche di Armin Linke, ideatori del progetto
IMAGE CAPITAL, la mostra comprende una vasta
selezione di interviste, video, immagini d’archivio,
pubblicazioni e altri oggetti originali.
Nonostante la loro diversità, tutti questi materiali
sono disposti negli spazi espositivi del MAST su
uno stesso piano, senza gerarchie né priorità, con
Tavolo per la scansione e misurazione (IEP – strumento per la valutazione l’obiettivo di offrire agli spettatori una narrazione-
delle fotografie) di fotografie generate in una camera a bolle, CERN, esperienza tanto immersiva quanto stratificata.
Ginevra, Svizzera, 08.03.1963. Courtesy: CERN
IMAGE CAPITAL è un progetto di ricerca promosso
da Fondazione MAST e dal Museum Folkwang di
Essen.
La mostra sarà esposta in un tour internazionale
al Museum Folkwang (9 settembre - 11 dicembre
2022) e nel 2023 al Centre Pompidou, Parigi e
alla Deutsche Börse Photography Foundation,
Francoforte/Eschborn.
La mostra è accompagnata da un opuscolo
informativo gratuito.
FONDAZIONE MAST
via Speranza 42, Bologna
[Link]
IMAGE CAPITAL
22 settembre 2022 – 8 gennaio 2023
Ingresso gratuito
Martedì - Domenica 10 - 19
Ricostruzione del Ciclo di Sant'Orsola di Carpaccio ad opera di Gustav Ludwig, modello in legno con fotomontaggio,
1904 c. Gustav Ludwig Collection, Fototeca del Kunsthistorisches Institut – Max-Planck-Institut in Florenz, Firenze,
Italia. Courtesy: Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut
Giroinfoto Magazine nr. 81
74 R E P O RTA G E | VENEZIA
Manuela Albanese
Luca Barberis
Giuseppe Tarantino
Davide Mele
Luca Esposito
A cura di Manuela Albanese
Davide Mele Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VENEZIA 75
L’idea di organizzare un fine settimana
fotografico nasce dalla passione per la
fotografia notturna; è proprio quando le ombre
della notte si allungano che le città cambiano
volto, le luci e le ombre diventano protagoniste.
La conoscenza della tecnica e della propria
reflex diventano fondamentali.
L’idea di fare un viaggio tra amici appassionati
fotografi ci accarezzava da parecchio tempo,
il problema più grande era determinato
dall’assoluta incertezza del momento storico
che stiamo vivendo.
Sera dopo sera nascono proposte, si individuano
mete fotograficamente interessanti ma anche a
portata di “viaggio”.
Vince Venezia, La Serenissima, La Dominante,
La Regina dell’Adriatico, una delle Repubbliche
Marinare, una meta agognata dai turisti italiani
e stranieri per il fascino che trasuda, per i suoi
scorci mozzafiato, per la sua unicità di città
sospesa sull’acqua.
Manuela Albanese Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
76 R E P O RTA G E | VENEZIA
Sera dopo sera il sogno prese forma, buona parte della Band of Giroinfoto Liguria desiderava fare un’esperienza fuori porta.
Nell’arco di poco arrivò il giorno della partenza sembravamo un gruppo di liceali pronti per la gita di fine anno!
Il sogno era diventato realtà.
Venezia … cosa possiamo scrivere di Venezia che già non sia stato scritto! Stiamo parlando di una città magica, sospesa in
una bolla temporale, a seconda del luogo si passa dal XVIII al XXI secolo.
La maggior difficoltà incontrata in fase organizzativa è stato individuare gli spot fotografaci in base alle diverse ore della
giornata; volevamo ottimizzare tramonti, albe, ora blu senza tralasciare l’esplorazione della città e magari la possibilità di fare
un po’ di street photography.
Questa “fame” di scatti e spot perfetti ha fatto sì che in tre giorni percorressimo poco meno di 60 km a piedi interrotti da poche
ore di riposo per catturare ogni attimo, ma ne è valsa la pena!
Giuseppe Tarantino Photography
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R E P O RTA G E | VENEZIA 77
In origine era una rampa d'accesso dalle e dagli scandali che lo avevano costretto a
sale dei magistrati al Palazzo delle prigioni, scappare dalla madrepatria.
dove venivano trasportati i detenuti appena Attraverso le finestre del ponte i condannati
giudicati e condannati. avrebbero visto per l'ultima volta il cielo
prima di essere rinchiusi in carcere, da cui
Secondo la tradizione popolare, a dare probabilmente non sarebbero più usciti.
al ponte il nome “Dei Sospiri” fu il poeta I sospiri alla vista del panorama, sarebbero
inglese Lord Byron, che a Venezia soggiornò stati il loro ultimo desiderio di libertà.
per alcuni anni trovando rifugio dai debiti
Manuela Albanese Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
78 R E P O RTA G E | GIAVENO
VENEZIA
Il Ponte di Rialto è il più antico dei quattro ponti del Canal
Grande.
È famoso sia per la propria architettura che per la sua storia.
Il nome "Rialto" deriva da "Rivus altus", che in italiano significa
"canale profondo", indicando che si tratta di una zona libera
da inondazioni.
Le stradine limitrofe al mercato hanno i nomi delle
corporazioni che occuparono la zona.
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R E P O RTA G E | VENEZIA 79
Luca Barberis Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
80 R E P O RTA G E | VENEZIA
Detto anche ponte della Costituzione; il quarto sul Canal Grande, una delle poche
opere di architettura moderna realizzate a Venezia, nonostante si tratti di un
ponte estremamente scenografico e moderno le voci contro sono state molteplici,
in primis i problemi strutturali e gli errori di progettazione della scalinata che,
a causa della scivolosità e del deterioramento dei gradini in vetro, è risultata
pericolosa per i passanti.
Ciò non toglie che si tratti di un ponte dal grande fascino realizzato da un vero e
proprio archistar come Santiago Calatrava, le cui opere sono contraddistinte da
un forte accento identitario ed esprimono una ricerca estetica e architettonica
che si ispira alle forme della natura, basti pensare all’ampio uso di forme sinuose
e di doppie eliche, che rispettivamente ricordano le onde elettromagnetiche e il
dna.
Un esempio lo sono il famoso Oculus di NYC o la stazione ferroviaria di Reggio
Emilia.
Luca Esposito Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VENEZIA 81
Nell’esplorazione diurna della Serenissima non ci
siamo fatti mancare una visita alla famosissima
libreria Acqua Alta, una delle più belle del mondo. I
libri sono stipati in arredi alternativi, quali vasche da
bagno, gondole, canoe e su scaffali rialzati in modo
da non essere mai a rischio, addirittura sono usati
come elemento di arredo.
Infatti, sul retro, ci accoglie una scala interamente
formata da libri, la parte in assoluto più bella della
libreria Acqua Alta.
Centinaia di tomi enciclopedici destinati al macero
che sono stati sapientemente disposti a formare, un
gradino dopo l’altro, una scala che si affaccia sulla
calle.
Luca Esposito Photography
Manuela Albanese Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
82 R E P O RTA G E | VENEZIA
Uno degli spot fotografici individuati era lo “Squero di San Lo squero di San Trovaso è uno dei pochissimi squeri ancora
Trovaso” nel sestiere di Dorsoduro. in funzione a Venezia.
Si tratta del tipico cantiere veneziano dove si creano, si L'edificio che lo ospita ricorda una baita di montagna, forma
costruiscono e si riparano le imbarcazioni di dimensioni atipica per Venezia.
contenute come gondole, pupparini, bragozzi e altre barche
tipiche della tradizione lagunare veneziana. Il motivo è duplice: da una parte tanto i carpentieri quanto il
Il termine squero deriva dalla parola "squara" che indica legname da costruzione in passato provenivano dal Cadore,
una squadra di persone che cooperano per costruire le dall'altra l'inclinazione del piazzale antistante e la tettoia
imbarcazioni. che in parte lo ricopre erano utili in caso di pioggia, oltre che
come deposito per gli strumenti di lavoro.
Lo squero di San Trovaso sorge lungo il rio omonimo e risale
a prima del Seicento. In questa zona della città il flusso dei turisti è meno
Ogni barca è un'opera a sé e ogni maestro d'ascia custodisce accentuato, si riesce a camminare potendo osservare il
i suoi segreti. sestiere e le sue case colorate che si affacciano sul canale.
Le gondole ancora oggi vengono costruite interamente a Forse uno dei luoghi più affascinanti della città.
mano!
La loro costruzione richiede otto tipi diversi di legno e mesi
di lavoro.
Manuela Albanese Photography
Manuela Albanese Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VENEZIA 83
Il vero obiettivo del viaggio era immortalare
questa città magica nel momento in cui scende
la calma tra canali, calle e campielli.
Quando i turisti abbandonano i percorsi più
famosi e il silenzio e la pace avvolgono la
città come un soffice mantello, questo è il
momento perfetto per cominciare a esplorare
Venezia con l’occhio della reflex, con l’idea di
scattare in qualche spot “famoso” ma anche
con il desiderio di andare di perdersi tra i canali
scoprendo luoghi magici.
Non si può non immortalare piazza San Marco
libera dalla folla; sebbene i lavori di restauro
delle Procuratie vecchie non fossero ancora
terminati e una pioggia incessante abbia reso
difficile seguire la tabella di marcia, siamo
comunque riusciti a fare qualche notturna
anche qui.
Sono seguite poi le notturne presso i 4 ponti
che attraversano il Canal Grande, Ponte
dell’Accademia, Ponte di Rialto, Ponte della
Costituzione ed il Ponte degli Scalzi accanto
alla stazione.
Luca Esposito Photography
Giuseppe Tarantino Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
84 R E P O RTA G E | VENEZIA
Manuela Albanese Photography
Il Ponte dei Sospiri sembrava aspettarci, il silenzio della notte
era interrotto solo dai click degli scatti, lontani dalla pazza
folla come avrebbe detto [Link], un silenzio ovattato in una
gelida notte di inizio primavera .
Quando le ombre della notte si accorciano e si ha la fortuna di
essere in una città che ci invidia tutto il mondo non si può non
aspettare l’alba.
Il punto migliore per ammirarla è proprio in Riva degli Schiavoni
alle spalle di Piazza San Marco, affacciati sul canale di fronte
all’isola di San Giorgio Maggiore.
Qui il panorama sull’isola è incorniciato dal movimento delle
gondole che quasi sembrano fantasmi avvolte nel drappo blu
con cui vengono chiuse la sera.
La luce del giorno sale velocemente, ogni scatto è pura magia,
ogni dondolio delle gondole ormeggiate tra i pali sembra voler
raccontare un’avventura.
Noi fotografi sebbene stanchi e provati dalla mancanza di
riposo nutriti dalla bellezza che ci circondava, con un cuore
gonfio d’amore e di passione per questa meravigliosa arte che
è la fotografia, abbiamo ripreso a scattare anche dopo l’alba.
La sensazione provata era paragonabile all’emozione vissuta
da un bambino a Natale, non sapevo se concentrarmi sui
parametri di scatto e sull’immagine proposta dal live view
oppure se gustarmi il sorgere del sole in un contesto fiabesco,
avrei voluto avere anche un drone per riprendere dall’alto
questo affresco che stavamo vivendo en plain air.
Giuseppe Tarantino Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VENEZIA 85
Non si può non fare la più classica delle escursioni,
la gita alle isole più note della Laguna, Murano e
Burano.
L’affascinante storia del Vetro di Murano nasce nel
1291, quando si decise che le vetrerie di Venezia
fossero trasferite a Murano.
Questa decisione, che si rivelò ben presto importante
per gli abitanti dell’isola di Murano, fu presa perché
i forni dei laboratori a Venezia erano la causa
principale di gravi incendi.
Concentrare tutte le vetrerie a Murano fu utile a
Venezia per controllare l’attività dei mastri vetrai e
per custodire quell’arte che l’aveva resa famosa in
tutto il mondo.
Gelosa della fama acquisita, Venezia obbligò i mastri
vetrai a vivere sull’isola e impedì loro di lasciarla
senza un permesso speciale.
Approdando sull’isola ci accoglie il faro di Murano
realizzato in marmo d’Istria.
Grazie a un gioco di specchi, riesce a proiettare la sua
luce proprio al centro della Bocca di Porto del Lido.
Giuseppe Tarantino Photography
Davide Mele Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
86 R E P O RTA G E | VENEZIA
A Murano è possibile assistere a una dimostrazione
di lavorazione del vetro presso la vetreria Emmedue,
operativa dal 2003.
Non è facile esplorare tutte le meraviglie della laguna
quando si fanno i conti con l’orologio, il tempo a
disposizione è stato tiranno ed a Murano abbiamo solo
potuto scorgere in lontananza l’insenatura dove sorge
il borgo originario.
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VENEZIA 87
Manuela Albanese Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
88 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Adriana Oberto
Anna Gadaleta
Cinzia Carchedi
Domenico Ianaro
Elisabetta Cabiddu
Gerardo Rainone
Matteo Martini
Maurizio Anfossi
A cura di Maurizio Anfossi
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 89
Il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri è stata un’istituzione
prestigiosa nella cittadina di Moncalieri, alle porte di Torino,
dal momento della sua fondazione e fino alla sua chiusura
nel 1998, rappresentando un luogo unico dove i figli dei nobili
e delle famiglie importanti del territorio potevano ricevere
un’istruzione di alto livello.
Moncalieri
Maurizio Anfossi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
90 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Il Real Collegio Carlo Alberto nasce proprio per volontà del
sovrano di cui l’istituto porta il nome e viene ufficialmente
aperto nel 1838.
Re Carlo Alberto sale al trono 7 anni prima e il suo desiderio
è quello di ripristinare quell’istituzione che era l’antico
Collegio dei Nobili, la scuola di formazione per i figli della
nobiltà non solo piemontese, ma anche europea.
Il fatto che l’istituto originario del 1600 risiedesse a Torino
e avesse già iniziato a ospitare la collezione del Museo
Egizio fa sì che si debba trovare una nuova collocazione e le
ragioni della scelta di Moncalieri sono molteplici.
Innanzi tutto si riteneva che già da oltre 200 anni fosse una
zona salubre; infatti dall’epoca della Duchessa Cristina i
figli di Casa Savoia venivano cresciuti proprio a Moncalieri,
e questo fece sì che il legame con la città fosse da sempre
molto forte; ne è riprova il fatto che, a differenza della
Reggia di Venaria, che fu ceduta all’esercito, i Savoia dopo
la restaurazione mantenessero il Castello di Moncalieri e vi
facessero ritorno.
Definita la città, si pone il problema di trovare l’edificio;
viene scelto quello che era un antico convento di frati
Francescani, che erano una delle realtà religiose più antiche
e presenti già dal 1200, e cioè prima ancora che la città
venisse fondata nel 1230.
Una trentina di anni prima fu infatti attestato il passaggio di
San Francesco che arrivava da Testona, che già preesisteva,
ed è probabilmente in quell’occasione che si colloca la
fondazione del convento.
Lo stesso Napoleone Bonaparte, che sopprime gli ordini
religiosi per evitare sollevazioni popolari, decide di non
mandare via i frati Francescani; esproprierà sì il convento,
ma l’uso della chiesa verrà loro lasciato.
L’esproprio del convento fa sì che già all’epoca di Napoleone
lo stesso venisse utilizzato come scuola.
Si presume quindi che Re Carlo Alberto prenda spunto
da quanto fatto in precedenza e continui con lo stesso
progetto; il problema sarà la presenza dei Francescani, con Matteo Martini Photography
i quali verrà avviata una trattativa che porterà l’ordine a
trasferirsi ad Avigliana.
Maurizio Anfossi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 91
A questo punto, trovati la città e l’edificio, rimane la decisione I padri andranno poi nel corso del 1700 a sostituire i Gesuiti
a chi affidare l’istruzione. nel Collegio dei Nobili a Torino.
La scelta cadrà sui Padri Barnabiti, in quanto questi erano già Questo perché avevano una formazione didattica molto
gli istitutori dei Savoia e infatti gli stessi Vittorio Emanuele particolare ed efficace, apprezzata dalla borghesia di allora.
e Ferdinando erano educati al castello proprio da un padre Al momento dell’apertura nel Collegio erano presenti circa 15
Barnabita. Nel 1838 viene ufficialmente aperto il collegio. padri barnabiti, il resto degli insegnanti erano docenti anche
laici.
I Barnabiti arrivano a Torino nel 1609 quando il Duca Carlo Oggi a Moncalieri ci sono soltanto 2 Padri Barnabiti e l’ordine
Emanuele I concede loro l’uso della chiesa di San Dalmazzo conta circa 350 padri nel mondo.
in via Garibaldi, della quale si sono occupati fino all’anno
prima.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
92 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Elisabetta Cabiddu Photography
La struttura originaria era a forma di C, con un braccio
principale e due laterali; sulla base di questo vengono
progettate delle trasformazioni cercando di acquisire
le due proprietà adiacenti, ma soltanto l’acquisto di una
andrà inizialmente in porto.
Per la seconda occorrerà aspettare gli inizi del 1900,
quando l’edificio prenderà la forma definitiva di una E.
Al termine dei lavori verrà aperto l’odierno ingresso e lo
stesso sarà poi decorato dal pittore Angelo Moia con
la rappresentazione delle materie di studio offerte: la
geografia, la matematica, le scienze e la musica. Angelo
Moia fu anche l’artista che decorò la Biblioteca Reale di
Torino.
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 93
Elisabetta Cabiddu Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
94 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Gerardo Rainone Photography
Con i lavori di trasformazione alcuni locali furono destinati Sempre qui sono presenti mobili dell’epoca Carloalbertina
ad altri usi; in particolare la Sala Rossa, che è quella dove realizzati da Gabriele Capello su disegno di Pelagio Palagi,
precedentemente c’era la cappella e che originariamente era che molto probabilmente arrivano dal castello di Moncalieri;
dipinta in stile neogotico, nella nuova destinazione acquisì è presente anche un ritratto della principessa Maria Letizia
uno stile neo-rinascimentale. donato nel 1908 quando si è diplomato suo figlio il Conte di
Salemi, Umberto.
Sono presenti ancora oggi immagini dell’apparizione di San In questa sala, ma non solo, sono inoltre presenti oltre 100
Paolo Apostolo a un gruppo di convittori e la chiamata di Gesù ritratti che raffigurano i cosiddetti “Principi degli Studi”: chi
ai bambini. In questa sala troviamo i cimeli appartenuti a Re tra gli studenti del collegio, la cui frequentazione al collegio
Carlo Alberto e donati nel 1938 da Re Vittorio Emanuele III e era di otto anni (cinque di scuola elementare e tre di scuola
dalla consorte Regina Elena del Montenegro per i 100 anni media), eccelleva in tutte le materie, aveva l’onore e l’onere
dall’istituzione del Real Collegio; si tratta di cimeli particolari di far realizzare un proprio ritratto da collocare all’interno del
rappresentati dalla bandiera, la spada, nonché dalla camicia Real Collegio.
e le forbici per tagliare i baffi. Tra questi spicca quello realizzato da Pellizza da Volpedo.
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 95
Matteo Martini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
96 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Matteo Martini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 97
CElisabetta Cabiddu Photography
Nella Sala Gialla troviamo nella prima parte
decorazioni ottocentesche con stile parzialmente
neo-barocco, mentre sul fondo le ultime due
campate presentano decorazioni con elementi
più moderni, come sci, ciaspole, elica e sistema
radio per aviazione e dal lato opposto decorazioni
rappresentanti gli sport più moderni, quali golf,
tennis e tiro con arco; sul fondo della sala troviamo
un trittico della fine del 1800 che rappresenta le
tre sedi a disposizione del Collegio Carlo Alberto:
la casa marina a Novi ligure, lo stesso edificio di
Moncalieri prima dell’acquisizione delle proprietà
adiacenti e la residenza di Montaldo, che era la
cascina agricola.
A Montaldo venivano anche mandati gli studenti
che risultavano indietro con l’apprendimento.
Barbara Tonin Photography
Lorena Durante Photography
Cinzia Carchedi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
98 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Nella Cappella troviamo le tre lunette situate nell’abside che
risalgono alla seconda metà dell’ottocento e sono opera di
Enrico Reffo; un’acquasantiera; una grande tela ovale che
raffigura Sant’Antonio Maria Zaccaria, che nel 1530 aveva
fondato, insieme ad altri confratelli, la congregazione dei
Chierici regolari di San Paolo poi chiamati Barnabiti dalla chiesa
di San Barnaba a Milano.
Nel collegio sono inoltre presenti il teatro, la palestra, la sala da
biliardo, campi sportivi nelle aree sul retro, nonché le camere,
che erano singole e ubicate su 2 piani (gli alloggi erano su
due livelli e al piano inferiore si trovava anche l’aula di studio
comune), in cui soggiornavano gli studenti le cui famiglie
abitavano lontano dal collegio.
Gerardo RainonePhotography
Anna Gadaleta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 99
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
100 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Ai piani superiori troviamo nelle varie vetrine gli strumenti
scientifici che venivano utilizzati durante le lezioni; infatti
era prassi di studio che non fosse insegnata soltanto la
teoria, ma che la stessa venisse legata alla pratica.
Per questo sono presenti anche varie collezioni, tra le
quali una mineralogica, entomologica, di conchiglie da
tutto il mondo, nonché una collezione ornitologica di
circa 500 esemplari che fu donata al Collegio dal principe
Re Umberto II; non manca la collezione archeologica di
padre Bruzza, che però non si trova al Collegio, ma nella
residenza accanto dei padri Barnabiti.
Anna Gadaleta Photography
Elisabetta Cabiddu Photography
Cinzia Carchedi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 101
Domenico Ianaro Photography
Sempre nell’ambito dell’uso della
dimostrazione pratica nell’insegnamento è
da rilevare quello che costituisce une vera
sorpresa all’interno ai locali del Collegio: in
fondo al magnifico scalone principale, si
trova un pendolo di Foucault perfettamente
funzionante; grazie ad esso gli studenti
potevano constatare il moto terrestre e la
sua rotazione intorno all’asse.
Giroinfoto Magazine nr. 81
102 R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO
Salendo ancora nell’edificio si arriva alla Specola di padre
Francesco Denza; questi, appassionato di meteorologia,
diventa già a 20 anni maestro al Real collegio e da
subito istituisce un osservatorio meteorologico; dal 1866
Elisabetta Cabiddu Photography
comincia la pubblicazione del bollettino che ancora oggi
viene pubblicato.
Data la continuità nel tempo e la costante spaziale, esso
costituisce una delle rilevazioni più affidabili in materia.
Nella torretta è possibile ammirare lo studio e la biblioteca
di padre Denza e salendo ancora troviamo gli strumenti di
misurazione e poi ancora la terrazza.
Ancora oggi la specola è attiva e il Dott. Luca Mercalli,
che si occupa della misurazione a distanza da Roma, ogni
tanto viene al Collegio per verificare la calibrazione degli
strumenti.
Cinzia Carchedi Photography Cinzia Carchedi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | REAL COLLEGIO 103
Nei vari corridoi troviamo varie
esposizioni, tra cui una lapide che
ricorda gli studenti caduti nella
seconda Guerra d’Indipendenza, la
guerra d'Africa e la Prima Guerra
Mondiale; una dedica a Papa Giovanni
XXIII, che fu ospite del collegio nel
maggio del 1950, nonché le fotografie
di classe dell’ultimo anno di corso dal
1858 al 1987.
Con la crisi arrivata dopo la Seconda
Guerra Mondiale il Collegio è
stato aperto anche alle ragazze
e agli studenti anche solo per la
frequentazione delle classi elementari.
Chi scrive infatti ha frequentato parte
di queste classi presso il Collegio,
con un ricordo di un ambiente
molto austero e diligente e di
un’intransigente severità da parte dei Maurizio Anfossi Photography
docenti.
Il Real Collegio chiuse definitivamente
nel 1998.
Con la chiusura i Padri Barnabiti si
trasferirono nella residenza accanto
portando con loro la biblioteca e la
collezione archeologica.
L’unico collegio Barnabita ancora oggi
in attività è a Lodi.
Allo stato attuale il Real Collegio
è di proprietà dei Padri Barnabiti,
che hanno stretto un accordo con
l'associazione Amici del Real Castello
e del Parco di Moncalieri per la
gestione delle visite.
Noi lo abbiamo visitato grazie a Giulia,
guida dell’associazione, che ci ha
accompagnato lungo le sue sale, e
che ringraziamo.
Nella settimana dell'11 luglio
all’interno
del Real Collegio è stata inaugurata
una mostra dedicata ai Carabinieri Anna Gadaleta Photography
durante l’epoca monarchica, vale a
dire dalla data di fondazione dell’Arma
nel luglio 1814 fino al 2 giugno 1946;
la mostra, terminata il 10 settembre,
ha quindi arricchito il percorso di una
interessante serie di divise d’epoca.
INFO
Le aperture e le visite sono curate e
gestite dagli Amici del Real Castello e del Parco di Moncalieri
Giroinfoto Magazine nr. 81
104 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
A cura di Monica Gotta e Adriana Oberto
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E PROERPTOARGTEA G| E BUNKER
| VILLA
SORATTE
GROCK 105
Spesso non bisogna allontanarsi tanto dalla propria
zona di comfort per vedere delle curiosità a cui non
si sarebbe pensato se non si fosse a gironzolare in
buona compagnia.
La Liguria, oltre a splendidi scorci paesaggistici di
mare e monti, offre anche curiosità culturali a portata
di mano di qualunque turista che si rispetti.
E’ questo il caso di Villa Grock, situata a Imperia a
pochi passi dalla zona centrale della città in posizione
sopraelevata rispetto al mare.
La villa si raggiunge a piedi e in auto, ma il mezzo più
comodo è la navetta gratuita messa a disposizione
dall’organizzazione che gestisce il Museo del Clown.
La navetta parte da Piazza Dante e fa servizio continuo
durante gli orari di apertura della struttura.
Imperia
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
106 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Il tragitto in navetta dura pochi minuti e si arriva
all’ingresso, dove è situato il botteghino per comprare
il biglietto.
Da questo punto inizia il percorso nel giardino fiabesco
nato dal genio di Adrien Wettach, in arte Grock.
Nel parco sono presenti diverse varietà di piante e
alberi tipici dei giardini storici della Riviera, dai cedri
del Libano alle magnolie, dagli abeti agli olivi, per finire
con le palme.
Tutti i sentieri del parco portano verso la villa, ma
in primis, si viene attirati da una terrazza da cui si
può ammirare un piccolo lago, al cui centro si trova
un’isoletta.
Attraverso un ponticello ad arco si raggiunge il
piccolo tempio di foggia esotica ornato da decorazioni
minuziose e particolari.
Non mancano i giochi d’acqua che ravvivano il laghetto
e creano una scenografia in perenne movimento
intorno all’isoletta.
Laura Rossini Photography
Adriana Oberto Photography
Monica Gotta Photography
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R E P O RTA G E | VILLA GROCK 107
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
108 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Già dopo pochi minuti Villa Grock incanta il visitatore. Non rimane altro che salire l’imponente scalinata, dalla base
A lato del laghetto c’è una struttura che sorregge il palco della quale si vede Villa Grock in tutta la sua magnificenza.
della terrazza.
E’ ornata da finestre di vetro colorato e, al suo interno, A lato, sulla nostra destra, ci accoglie un’immagine in bianco
nasconde opere che si possono ammirare solo attaccando e nero del clown; se guardiamo in alto, poi, scorgiamo un’altra
il naso al vetro. faccia clownesca sotto la cupola della torretta.
A fianco alla scalinata che porta alla villa si apre un porticato
con colonne dalle forme simili alle clave dei clown. Finemente
decorato, attira l’attenzione per il cesello sul muro e per i
disegni stilizzati sulla destra delle scale.
Monica Gotta Photography Monica Gotta Photography
Laura Rossini Photography Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VILLA GROCK 109
Adriana Oberto Photography
Due scale dalla forma ellittica abbracciano un dipinto che Ma, prima di fare il primo passo all’interno della villa, si deve
annuncia al visitatore di essere arrivato al Museo del Clown. alzare lo sguardo al soffitto del porticato.
Pur non essendo perfettamente mantenuto l’affresco
L’architettura e le decorazioni sono cariche di simbolismi, assomiglia a una notte stellata.
sono intrinsecamente legate alla personalità di Grock e
indissolubilmente connesse alla storia del suo proprietario. Potrebbe anche raffigurare qualcosa di più misterioso,
potrebbe avere un significato esoterico nascosto?
Salendo le scale della villa si arriva all’ingresso della Uno dei misteri della villa e del suo proprietario enigmatico.
fantastica dimora di Grock.
Girandosi verso il parco lo scorcio del verde e del laghetto
offre al visitatore una visione a più livelli del luogo.
Entrando si scoprono gli altri livelli.
Monica Gotta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
110 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Varcata la soglia ci troviamo nel foyer, che ospita foto e immagini di
clown, nonché un busto di proprietario della villa; si entra così nel Museo
del Clown, con i suoi percorsi interattivi che portano adulti e bambini a
immergersi nel fantastico mondo di Adrien, nell’arte di Grock.
Villa Grock risorge grazie a un percorso museale e culturale unico al
mondo, un percorso immersivo basato sulle nuove tecnologie.
Alla base del percorso sono state tenuti in considerazione alcuni concetti
fondamentali: l’interattività, l’immersività e l’autonomia del visitatore.
La creatività è l’anima della villa; l’espressività è padrona di questo luogo
inaspettato dove spalancherete gli occhi come se foste Alice nel paese
delle meraviglie.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VILLA GROCK 111
Ogni sala è stata concepita con una sua logica ed è dedicata a un argomento caratteristico, sia questo un trucco o una magia.
Sala del Cinema
Si inizia dalla Sala del Cinema,
dove si possono visionare spezzoni
di film e interviste fatte a diversi
clown famosi.
E’ qui che il visitatore riceve le
prime informazioni ed entra, per
così dire, nell’atmosfera necessaria
alla continuazione della visita.
Adriana Oberto Photography
Sala della Musica
La Sala della Musica ospita una
postazione interattiva, una base
ovale suddivisa in 4 porzioni.
Su ognuna si trova la riproduzione
degli strumenti musicali suonati
da Grock, che, come detto in
precedenza, era anche un abile
musicista.
Attraverso alcuni pulsanti si
attivano le melodie suonate da quel
particolare strumento.
E’ possibile premere più di un
pulsante, cosa che darà vita a una
sinfonia.
Delle sfere colorate si accendono in
sincronia alle melodie.
Le sfere ricordano i lampioni nel
parco della villa.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
112 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Sala delle Meraviglie
La Sala delle Meraviglie ci stupisce
con una Wunderkammer.
E’ una struttura a pianta ottagonale
con due lati aperti che permettono
il transito dei visitatori.
Il pavimento è concepito come
superficie illusoria su cui si
proiettano luci colorate che
cambiano di continuo.
Il livello di immersività non termina
qui: sulle pareti esterne sono
posizionate delle “serrature”, che
altro non sono che aperture da dove
si può spiare avvicinando l’occhio.
Si vedranno immagini animate del
mondo dei clown.
All’interno invece sono presenti
specchi magici che modificano le
figure che vi si specchiano … un
modo per far ridere il visitatore.
Monica Gotta Photography
Sala del Re
Giullare
La Sala del Re Giullare, che altro non
è che un pianerottolo, rappresenta
l’antitesi tra un re e un pagliaccio.
In sostanza il clown può diventare
il re della festa, fingersi uomo di
potere e far diventare reale ciò che
in effetti è immaginario.
Su un telo viene proiettato il film
“Il grande dittatore” di Charlie
Chaplin che impersona una figura
terrificante della nostra storia,
sapientemente messa in ridicolo
dal famoso attore.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
R E P O RTA G E | VILLA GROCK 113
Sala del Baule
La Sala del Baule ci presenta
la trasformazione del clown
attraverso la vestizione.
Il baule è il contenitore del mondo
magico.
Alcuni specchi multimediali
riconoscono le immagini e
i movimenti dei visitatori e
riproducono una figura vestita da
clown.
Adriana Oberto Photography
Adriana Oberto Photography
Sala del Trucco
La Sala del Trucco fa provare
l’emozione dello scambio di volto.
Il nostro viso diventa quello
truccato di un clown.
Anche qui degli specchi
multimediali e la presenza di una
tecnologia di realtà aumentata
proiettano sul volto del visitatore
varie tipologie di trucco clownesco.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
114 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Sala della Scatola Magica
La Sala della Scatola Magica ospita
una riproduzione della macchina
del folioscopio, antesignano del
cinema moderno (1894).
Un rullo, dove sono fissate delle
fotografie di un soggetto, azionato
meccanicamente dà l’impressione
del movimento.
Guardando nella scatola magica si
vedrà l’espressività del clown.
Monica Gotta Photography
Teatro dei
Simboli
Il Teatro dei Simboli è un’ambiente
misterioso, dedicato alla
personalità esoterica di Grock.
L’installazione ha forma di spirale e
è un percorso da percorrere.
Ogni opera è un’immagine
olografica che rivela un simbolo
e la sua rispettiva interpretazione
iconografica nel mondo dell’arte.
Anche questa è magia, una magia
che rivela anche una forma di
conoscenza, una magia legata
all’arte. Monica Gotta Photography
Sala del Riso
Nella Sala del Riso c’è una struttura
a pianta rettangolare che riproduce
le sagome stilizzate di pagode
ispirate allo stile dell’architettura di
Villa Grock.
Nelle aperture pendono dei fili con
attaccate delle palline colorate.
Tirando il filo si attiva un effetto
sonoro che riproduce una risata.
In questo caso l’esperienza
immersiva è di genere sonoro.
Monica Gotta Photography
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R E P O RTA G E | VILLA GROCK 115
Giostra Magica
La Giostra Magica, in un display
sotto vetro, espone alcuni modelli di
giostra perfettamente funzionanti.
Adriana Oberto Photography
Sala del Circo
La Sala del Circo riproduce la pista
circolare del circo.
I visitatori sono invitati a focalizzare
la propria attenzione sulle pareti
che si animano riproducendo
scenari con la tecnica delle ombre
cinesi.
Monica Gotta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
116 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Tutto il percorso all’interno delle sale, alla fine, porta alle terrazze sulla
sommità della villa dove si apre una vista davvero unica su Imperia.
Considerando gli orari di apertura della villa durante l’estate e, in particolare,
durante il fine settimana, si arriva sulla terrazza all’ora del tramonto la cui
luce rende ancora più emozionante l’attimo in cui il panorama della riviera
ligure si apre sotto i nostri occhi.
Questo è un motivo in più per scegliere quest’orario e l’attesa dell’accensione
delle luci nel parco.
Si potrà in tal modo procedere alla visita alla luce del giorno e godere poi
dell’atmosfera creata dalle luci artificiali nel parco in una sola visita.
Monica Gotta Photography
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R E P O RTA G E | VILLA GROCK 117
Villa Grock portava un altro nome, Villa Bianca.
I lavori di costruzione durarono dal 1927 al 1930 e richiesero molta mano d’opera.
Durante i lavori Adrien Wettach realizzò anche un efficiente sistema idrico privato, degno di una
mente ingegneristica e il primo impianto termico con generatore alimentato a diesel in Liguria.
La villa divenne e fu dimora di Adrien, il più grande clown del '900. Grock le donò questa veste creativa
che oggi vediamo, mista a un’atmosfera da circo che testimonia la sua straordinaria personalità.
La villa porta in sé influenze di stile Liberty che si amalgamano con le idee eclettiche del proprietario.
Non sfuggono infatti i dettagli architettonici di colonne, balaustre e lampioni che richiamano fortemente il
mondo circense.
L’eccentricità non manca neanche negli arredi, testimoni del particolare gusto di Grock per gli oggetti rari e
inusuali – per l’epoca.
La morte di Grock nel 1959 segnò l’inesorabile degrado della villa. I costi per il mantenimento dell’imponente villa
erano eccessivi per la vedova del “Re dei Clown”.
Per nascondere al mondo il decadimento della proprietà furono innalzati dei cancelli pensati per evitare il
turbamento che ne derivava, per celare ai vicini ciò che rimaneva della “fu grandiosità” della villa.
Nel 1974 la figlia Bianca affidò l’immobile e quanto in esso contenuto a una società immobiliare che mise tutto
all’asta. Ciò segnò la fine della leggenda del grande clown.
Passarono molti anni a alla fine la Provincia salvò l’immobile acquistandolo nel 2002.
Ne seguì una lunga ristrutturazione: prima furono riaperti al pubblico i giardini (2006) dopodiché anche il palazzo
fu nuovamente visitabile (2010).
Attualmente nelle stanze non esiste più il mobilio originale, andato perso all’asta o forse trafugato.
Nel 2013 fu allestito il Museo del Clown, un museo interattivo che guida il visitatore nella magia del circo e lo
porta a conoscere la figura del clown, un personaggio sempre più raro al giorno d’oggi.
Sarebbe un peccato perdere una tradizione che alcuni dicono essere nata durante le grandi feste – le Dionisie
- in onore del Dio greco Dionisio.
Tuttavia l’origine della figura del clown, dal buffone al giullare, è ancora imperscrutabile … è una storia che
attraversa i secoli, la storia dalle sue origini più remote, una storia che vale la pena di scoprire e avvalora
il mistero che circonda la villa del grande Grock!
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118 R E P O RTA G E | VILLA GROCK
Chi è Grock
Adrien Wettach nacque in Svizzera nel 1880.
“Ero solo un ragazzino, avevo appena sei anni. Mia zia mi portò al circo. Vidi un clown
balzare dal tavolo con un salto mortale. E così fu. Divenni clown...”
Di lui si sa che fu un artista dai mille talenti.
Fu giocoliere, acrobata, musicista in grado di suonare ben 14 strumenti ed edotto nelle lingue
straniere, di cui ne parlava ben 8. la sua attività di clown ebbe inizio a Budapest, dove lavorava come
accordatore di strumenti e musicista.
Nel 1919 al Teatro Olympia di Parigi fu consacrato "Re dei clown".
Durante i suoi spettacoli Adrien incantò ed entusiasmò il suo pubblico e divenne presto una leggenda in
tutto il mondo.
La sua fama duratura resistette finché non diede l’addio alle scene nel 1954.
I suoi partner di scena duravano ben poco a causa del suo carattere “burrascoso”.
Nel 1923 sposò la cantante d’opera italiana Ines Ospiri; sempre in quegli anni arrivò a Imperia per caso in
occasione di una visita ai suoceri e se ne innamorò tanto da acquistare una casa con il terreno circostante.
Inizialmente lo scopo era quello di acquistare una dimora per le vacanze.
Demolì la casa originaria, progettò quella nuova personalmente e nei minimi dettagli.
Fu il geometra genovese Armando Brignole a realizzare le fantasie di Adrien.
La villa divenne poi la sua residenza stabile fino al momento della sua morte avvenuta nel 1959.
Ancor oggi Adrien sorride a tutti i visitatori della sua dimora.
“...Il mio nome di nascita non conta più.
Io sono Grock.
L’altro è il nome degli anni oscuri…”
Grazie alla sua fama, Grock venne contattato dai sovrani, politici, artisti e sportivi del suo tempo.
Re Giorgio V lo nominò “Artista della Reale Corte Inglese”; Wiston Churchill “ lo chiamava “il Nostro Grande
Grock”; si esibì per il re Vittorio Emanuele II e Alberto I del Belgio; incontrò Hitler e Goebbels, conobbe artisti
del calibro di Dalì e Picasso e addirittura Charlie Chaplin gli disse: “Se io sono il migliore sullo schermo, tu
sei il più grande sul palcoscenico!”
“Il genio dell’essere Clown è di trasformare i piccoli fastidi quotidiani in qualcosa di strano... Far nascere
l’allegria dal niente e con meno di niente”
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R E P O RTA G E | VILLA GROCK 119
Per concludere sveliamo una curiosità.
Chi non conosce Michael Jackson?
Direi che tutti sappiamo di chi si tratta e tutti ricordiamo uno dei suoi più
grandi successi – “Thiller”.
La villa è un luogo talmente affascinante e particolare che ha ispirato l’idea di
ambientare qui la coreografia di un pezzo tra i più famosi al mondo.
Nel 2015, infatti, Villa Grock è stata scelta come set per il remake ufficiale del
grande successo del cantante statunitense.
Le aiuole della villa hanno ospitato le tombe del cimitero e gli zombi dai vestiti
laceri hanno ballato sulle note del celebre pezzo musicale.
Villa Grock custodisce ancora i suoi misteri. Se la si guarda da fuori porta una
“maschera”; se la si guarda da dentro la visione cambia radicalmente.
Questa “maschera” riflette forse una persona con le sue emozioni,
contraddizioni e sicuramente segreti non ancora svelati.
La villa, come il suo creatore, porta in sé una duplice chiave di lettura.
Una chiave esteriore, visibile negli elementi architettonici, e una seconda
più fiabesca ed esoterica che si rivela in alcuni elementi di natura filosofica.
Visitatela e ognuno scelga la chiave che preferisce.
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120 R E P O RTA G E | VICOFORTE
Adriana Oberto
Barbara Tonin
Monica Pastore
Mariangela Boni
Fabrizio Rossi
Silvia Petralia
A cura di Luciana Navone Nosari
Adriana Oberto Photography
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R E P O RTA G E | VICOFORTE 121
Vicende e dipinti della cupola ellittica più grande al mondo
Le varie sfumature dei verdi della campagna cuneese,
dei bianchi e dei rosa della fioritura collinare, dei gialli dei
campi dorati dal sole rallegrano ancor più i nostri cuori,
già palpitanti per la straordinaria avventura che stiamo per
affrontare.
Ė poi sufficiente voltarsi all’indietro per restare abbagliati
dalla neve che ancora brilla sulle cime delle Alpi, sebbene
la curiosità, l’attesa sia tutta rivolta alla nostra meta, quel
capolavoro del Barocco piemontese che è il Santuario di
Vicoforte.
Stiamo ancora ammirando la folta vegetazione che
attornia cascine e greggi quando, al di là di una macchia
di tigli, ci appare, svettando in tutta la sua fastosità, il
Monumento che ci preannuncia l’impresa assolutamente
unica a cui stiamo per dare inizio.
È stata battezzata “Magnificat”, perché mirabile è il
percorso che effettueremo, gradino dopo gradino, in
quell’opera costruita, a partire dalla fine del XVI secolo,
con l’intenzione di ospitare le tombe dei Savoia.
Indossando elmetto e imbrago, saliremo difatti di 60
metri sino alla sommità di quell’eccezionale struttura,
ammirando da vicino gli affreschi della maestosa cupola,
la più grande al mondo di forma ellittica.
E sarà proprio a quell’altezza, su quella cima, che più
tardi avremo modo di emozionarci di fronte a… no, forse
è preferibile non lasciarci travolgere dall’entusiasmo e
non descrivere ciò che ci attende alla fine, procedendo per
ordine senza anticipare i tempi.
Narreremo pertanto un po’ di storia del Santuario, passo
dopo passo, gradino dopo gradino…
Monica Gotta Photography
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122 R E P O RTA G E | VICOFORTE
Vicoforte
Se si considera che la più grande cupola circolare si
trova nel Pantheon di Roma, la seconda in Vaticano, la
terza a Firenze in Santa Maria Maggiore, e la quarta in
India, stupisce che la quinta sia quella di Vicoforte, ed
è ancora più sorprendente che, mentre le prime quattro
sono a base circolare, la sua sia ellittica (l’asse maggiore
è di 37 metri e il minore di circa 25), e che un’opera di Monica Pastore Photography
queste levatura e dimensione si trovi in una cittadina di
5000 abitanti sperduta nella valle di Cuneo.
Non ci si meraviglierebbe, però, se si sapesse che
quando, nel Cinquecento, il Santuario è stato costruito,
Vicoforte godeva di notevoli vantaggi di natura sia
culturale sia commerciale, soprattutto perché confinava
Lorena Durante Photography
con Mondovì - sotto la cui diocesi sorgeva la prima
università - e che, per importanza, era la seconda città
del Ducato di Savoia.
Trovandosi inoltre sulla Via del Sale, costituiva una
tappa obbligata per le merci che dal mare dovevano
raggiungere l’entroterra per raggiungere le Alpi e la
Francia; per tale ragione, essendosi il Duca Carlo
Emanuele I di Savoia interessato e attivato per il fiorire
di questo commercio, una sua statua è stata eretta nella
piazza prospiciente al Santuario.
Esiste anche un altro motivo per cui si è inteso onorare
con questo monumento il Duca, il quale, al di là di
questi aspetti commerciali, rivolgeva i propri interessi
anche verso la cultura e nel 1596, in virtù del suo primo
testamento redatto alla fine del Cinquecento, aveva
disposto la trasformazione di quella che doveva essere
una piccola cappella di campagna nel mausoleo di
famiglia.
In realtà, i suoi successori avrebbero poi spostato tale
destinazione alla Basilica di Superga a Torino e soltanto
il Duca resterà sepolto nel Santuario sino alla metà
del Seicento, mentre dal dicembre del 2017 le salme di
Vittorio Emanuele III e della Regina Elena riposano con
la sua nella cappella di San Bernardo.
Siamo venuti a conoscenza delle origini del Santuario da
una preparatissima Guida mentre, prima di cominciare la
vera e propria avventura, ci concediamo una pausa non
soltanto per ammirarne la struttura, ma per distinguerne
Adriana Oberto Photography
in special modo le fasi costruttive, che hanno impiegato
oltre trecento anni prima di essere ultimate.
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R E P O RTA G E | VICOFORTE 123
Tutto ha quindi inizio nel 1596, e vent’anni dopo verrà finita all’alleggerimento dei pesi superflui, che ha significato
la parte basamentale – 14 metri d’arenaria chiara con la smantellare malta e coppi per sostituirli con un tetto in legno
sezione del timpano triangolare -. di castagno e rame.
Ci sarà poi un intervallo durato ben quasi un secolo, Tali materiali leggeri hanno consentito alla Chiesa di
dopodiché fra il 1701 e il 1732 ci si dedicherà alla sezione in mantenersi bene sino ai più moderni restauri avvenuti a fine
mattoni rossi in stile barocco che sostiene sia la cupola sia Novecento, che l’avrebbero restituita non soltanto all’attuale
la lanterna. splendore, ma anche e soprattutto alla presente stabilità
strutturale.
Le interruzioni continueranno però a susseguirsi e il cantiere
terminerà solamente a fine Ottocento, difatti dal 1882 al 1884 Ė dopo questa “osservazione” avvenuta nella piazza,
verranno completate le quattro torri e le retrostanti, identiche completata dalle suddette informazioni, che entriamo
a quelle che abbiamo osservato dalla piazza. C’è un’unica finalmente nel Santuario cosicché, come abbiamo detto
differenza: la torre di destra che sta dietro ha le campane al prima, gradino dopo gradino, passo dopo passo…
suo interno, pertanto si tratta di una torre campanaria. … Ci troviamo a circa quindici metri d’altezza, che è un punto
privilegiato per poter ammirare il fulcro devozionale del
Un’ultima modifica ha riguardato il tetto, dove si nota Santuario: il pilone votivo che si vede dalla finestra a cui ci
una calotta azzurro-verdastra in rame, che in ogni caso affacciamo, incastonato nell’altare centrale della Chiesa.
non costituisce la copertura originale, perché il tetto
settecentesco era in malta e coppi, molto simile a quella Ed è proprio quest’atmosfera davvero magica che,
del monastero accanto al santuario della Palazzata da cui avvolgendoci, fa affiorare un alone fiabesco, quindi…
stiamo per partire.
Dal momento che la chiesa aveva subito problemi
strutturali molto gravi, si è dovuti ricorrere, a fine Ottocento,
Barbara Tonin Photography
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124 R E P O RTA G E | VICOFORTE
Fabrizio Rossi Photography
Si racconta che l’origine del pilone sia legato a una leggenda Si può immaginare lo stupore del cacciatore quando, subito
e ci piace riferirla dandole il dovuto credito. dopo, da quelle scalfitture vede uscire addirittura delle gocce
Secondo la narrazione, alla fine del Quattrocento un uomo di sangue.
che possedeva una fornace di mattoni sul territorio non
riusciva a mantenere acceso il fuoco del forno pertanto, Ovviamente, quando non si possiede alcuna prova, anche
disperato per la situazione in cui si trovava, si era rifugiato la Chiesa tentenna nel definire “miracolosi” questi prodigi
nella Fede facendo un voto alla Vergine Maria. passati di bocca in bocca, tuttavia, colpire l’immagine della
Vergine al ventre pare assuma un forte significato simbolico,
Ottenuta la grazia, il fuoco rimase sempre acceso quindi ed ecco che nasce la profonda devozione verso quel luogo,
l’uomo, per sdebitarsi dal salvataggio avvenuto sia per che nell’arco di pochi anni diventa meta di migliaia di
l’attività che per la sua famiglia, con la prima cottura di pellegrinaggi.
mattoni buoni fece edificare questo pilone votivo (piloni simili
li vediamo peraltro sparsi un po’ per tutta la campagna), a Questo fenomeno spinge pertanto il vescovo Catrucci
base quadrata, e su una delle facciate fece dipingere una di Mondovì a far edificare accanto al pilone una piccola
Madonna col Bambino. cappella che, se velocemente diventerà una chiesetta a
tre navate, avrà però breve durata, in quanto il duca Carlo
La leggenda vuole che per i primi tempi la famiglia del Emanuele I di Savoia, scoprendo l’importanza strategica del
fornaciaio lo abbia curato e protetto, ma col passare del territorio - e intendendo ribadire il proprio controllo su quelle
tempo e man mano che gli affari progredirono se ne occupò terre importanti e indipendenti -, appena quattro anni dopo
sempre meno, finché lo abbandonò. la riscoperta del pilone votivo finanzierà un nuovo progetto,
Dal momento che era stato costruito al centro di un bosco, posando la prima pietra del Santuario nel 1596.
in breve tempo venne ricoperto dalla vegetazione e si dice
che persino la popolazione di Vicoforte se ne dimenticò. Ė con innegabile emozione che da quella finestra riusciamo
Verrà riscoperto dopo ben un secolo, quando il cacciatore a identificare il pilone votivo, uno dei pochi particolari
Guido Sarzano, mentre sta inseguendo un animale, spara illuminati nel Santuario; ciononostante, siccome una luce a
un colpo di archibugio, ma il tentativo di colpire la bestiola led lo illumina dal basso verso l’alto, non possiamo vedere il
fallisce e, per cercare il proiettile, nel districare rovi e fogliame volto di Maria, ma soltanto la parte centrale dell’affresco: la
si accorge di aver colpito l’immagine sacra di Maria proprio mano, il piede e soprattutto la scalfittura prodotta, secondo
al ventre. la leggenda, dal proiettile.
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R E P O RTA G E | VICOFORTE 125
Se la prima sala è stata dedicata alle leggende e ai miracoli,
l’austerità del luogo ci suggerisce di ripercorrere, anche se
brevemente, altre tappe storiche.
Si è detto che a fine Quattrocento viene costruito il pilone
votivo, dimenticato però per un secolo, sebbene non sia mai
venuta meno la devozione, soprattutto perché le prime ondate
di pestilenza e in particolare di colera che hanno invaso
l’Europa a fine Ottocento hanno fatto sì che si sia cercato
conforto e aiuto nella religione.
Non potevano certo mancare gli appelli alla Madonna del
pilone, attribuendole grazie e miracoli e suscitando per tale
ragione, come già detto, l’interesse dei Savoia che quando, nel
1596, hanno preso a cuore il progetto del Santuario l’hanno
affidato all’architetto della Casa Ascanio Vitozzi.
Questa figura era sì esperta e competente, ma in quel periodo
molto impegnata nel riprogettare l’impianto monumentale di
piazza Castello e di via Roma.
Di conseguenza, non gli era possibile effettuare i necessari
controlli su un cantiere “soltanto” di provincia e i lavori
non andavano solamente a rilento, ma le problematiche
soprattutto strutturali che presentavano venivano risolte in
maniera inadeguata.
L’architetto muore nel 1615 e il cantiere si arresta quasi
totalmente; purtroppo soltanto nel corso degli anni seguenti
si tenterà di riaprirlo, ma senza fare i conti con quel secolo
afflitto da disgrazie.
Difatti, dopo il Vitozzi nel 1630 muore anche il Duca, vittima
di quella peste descritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”
che falcidia mezza Europa e non risparmia neppure Vicoforte.
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126 R E P O RTA G E | VICOFORTE
Negli anni ’80 e ’90 è poi la volta dello scoppio
delle guerre del Sale, delle ribellioni contro tutti
e i dazi delle gabelle che i Savoia impongono sui Barbara Tonin Photography
commerci di quei territori. L’ultimo conflitto sul
sale termina nel 1699 e vi saranno soltanto due
anni di pace in collaborazione con i nobili della
Casata, che a onor del vero, al di là degli interessi
che facevano loro gola, avevano odiato queste
terre e ne erano stati odiati.
Un colpo di fortuna arriva però con la comparsa
dell’architetto monregalese Francesco Gallo,
ottenendone un grande vantaggio perché,
contrariamente ai due controlli effettuati in
vent’anni dal Vitozzi, questo nativo di Mondovì
staziona costantemente nel cantiere.
Nonostante ciò, i suoi contemporanei lo
considerano troppo giovane per i suoi ventinove
anni, pertanto inadatto e incapace a completare
un’opera di tale portata. Gallo non intende
tuttavia arrendersi, è caparbio e si reca a Roma,
dove nel secolo precedente si erano costruite
diverse cupole ellittiche che, pur essendo di
minori dimensioni, gli possono dare un’idea su
come erigerne una più grande.
Al rientro a Vicoforte modifica il disegno
originale di Vitozzi, trasforma quella che il primo
architetto considerava già una cupola ellittica,
pur essendo piccola, mentre nei suoi calcoli la
sezione già costruita avrebbe dovuto sostenere
37 metri per 25.
Nessuno fra i suoi collaboratori, fra i committenti,
fra la manovalanza, crede possibile realizzare
tale progetto, tuttavia i lavori procedono anche
in ragione del fatto che nel 1728 i documenti
attestano che si sia presentato Filippo Juvarra
– allora architetto di casa Savoia – che controlla
e valuta, nel corso di qualche giorno, i disegni di
Gallo, senza riscontrarvi alcun difetto.
Il monregalese è quindi spronato a procedere nel
costruire, all’interno dell’edificio, un gigantesco
ponteggio costituito da sei pilastri in muratura
che raggiungono i 30 metri - partendo dalla base
della chiesa -, da cui 48 centine in legno vanno
a riproporre la forma interna della cupola stessa,
costruita sopra mattone dopo mattone. Il suo
spessore, formato da mattoni pieni e malta, è
talmente notevole da richiedere sei-sette mesi
prima di far rimuovere il sottostante ponteggio
che, essendo già terminata la cupola nell’ottobre
del 1731, verrà stabilito per il 22 maggio 1732.
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R E P O RTA G E | VICOFORTE 127
Mariangela Boni Photography
Quel giorno l’architetto Gallo arriva di prima mattina, ma non metri alla base, nel punto in cui si innesta la lanterna si limita
ha fatto i conti con i dubbi e le paure dei suoi uomini e non a 90 centimetri, un ulteriore aiuto a permettere di equilibrare
trova nessuno. Sono tutti terrorizzati dall’idea, e convinti, il peso sulle mura perimetrali e non sul cuore della struttura.
che la cupola crollerà su se stessa nel momento in cui verrà
rimosso il ponteggio. Si può constatare che, all’interno, Gallo la lascia perfettamente
Si potrebbe definirlo uno sciopero ante litteram, perché gli liscia. Si tratta di 6032 metri quadrati di superficie che
operai si rifiutano di presentarsi al lavoro per non rischiare accoglieranno, negli anni successivi, il ciclo pittorico a tema
una morte decisamente violenta. unico più grande al mondo.
Prendendo in considerazione le date, può sembrare che siano
Si racconta che Gallo abbia infine convinto familiari e amici occorsi vent’anni per ottenerlo, mentre in realtà di lavoro
a posizionarsi sotto il ponteggio e lui stesso, armato di fede effettivo ce ne saranno soltanto sei, perché solamente nel
e di coraggio, si sarebbe trovato nella navata nel momento in 1746 verranno ingaggiati Felice Biella e Mattia Bortoloni che
cui impartiva l’ordine agli uomini, costringendoli a dare inizio riusciranno, dopo una serie di fallimenti, a completare quella
ai lavori di smantellamento. che si era cominciato a ritenere un’altra impresa impossibile
Dalle fonti dell’epoca risulta che, a cantiere animato, si per questo edificio.
udirono gli scricchiolii prodotti da assi e collanti, finché il Sarà poi a fine Ottocento che verranno effettuate altre
tutto venne sovrastato da un boato terrificante. modifiche, se si esclude che in quegli anni verranno
A dire il vero, possiamo affermare trattarsi del boato di completate e rimodernate le Quattro Torri e modificato il
assestamento, dovuto al fatto che nel momento in cui la tetto.
cupola non si è più appoggiata al ponteggio ha iniziato a
scaricare i pesi sulle mura perimetrali. Tutto ciò a causa dei problemi strutturali dell’edificio che
erano diventati sempre più gravi ed evidenti, colpevole il
Non è difficile mettersi nei panni di quegli uomini che, a terreno della piana su cui poggia il Santuario, che è umido e
metà Settecento, odono lo scricchiolio di una struttura sulle argilloso, perché nel sottosuolo esiste un torrente sotterraneo
proprie teste. Si racconta di un fuggi fuggi generale, sebbene che riemerge proprio nella zona di Mondovì.
la cupola avesse retto, in virtù della serie di accorgimenti
strutturali studiati da Gallo in fase di costruzione. Quando si è parlato della leggenda del bosco e del cacciatore
Ne abbiamo semplificato il disegno, rappresentandolo come ci saremmo forse dovuti riferire a una palude, essendo
se fosse una calotta, mentre in realtà la cupola, a livello qui il terreno troppo molle e inadatto a sostenere il peso
strutturale, è più simile a una campana. dell’edificio.
Tre gradoni la aiutano a scaricare i pesi sulle mura perimetrali Difatti, le 77500 tonnellate stimate poggiate su un terreno
per impedirle di gravare verso il centro della struttura. tanto molle hanno cominciato a sprofondare già a partire dal
Tecnicamente parlando, la si definisce rastremata, pertanto Seicento.
lo spessore murario si va restringendo e, pur superando i tre
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128 R E P O RTA G E | VICOFORTE
Nell’Ottocento, nella zona nord-ovest lo spostamento supera
i 60 centimetri, e questo enorme disequilibrio sulla base
provoca danni all’intera struttura.
Crepe lunghissime si sono aperte nella volta, la più lunga
dalla base del cupolino arriva a quella della cupola: 22 metri
all’interno, 13 all’esterno aperta di cinque centimetri, mentre
altre sette stanno al loro passo, dal punto di vista della gravità
e delle dimensioni.
Fortunatamente nel 1883 si provvede ad alleggerire il peso
superfluo esistente nella struttura, smantellando la malta e i
coppi che seguivano inoltre la forma a campana del tetto e
della cupola, funzionali allo scaricamento del peso sulle mura
perimetrali.
Occorre però tenere conto che, essendo ai piedi delle Alpi, la
caduta abbondante di neve e il conseguente aumento di peso,
aumenta anche il rischio di infiltrazioni e di umidità.
Ci si domanda se sia il caso di smantellare questa copertura.
Quella volta si decide per il sì e si crea una semisfera, una
calotta in legno di castagno ricoperta da sottili lastre di
rame. I materiali sono più leggeri, la forma più funzionale per
far scivolare la neve, quindi tutto ciò permette alla Chiesa
di sopravvivere sino al 1986, quando le tecnologie moderne
hanno prima di tutto stabilizzato le fondamenta con iniezioni
di cemento alla base, mentre per la risoluzione delle situazioni
a terra si è lavorato in alto, a 32 metri d’altezza, in quella che
costituisce la fascia terminale del tamburo; si tratta peraltro
di un punto critico, in quanto è lì che si scarica tutto il peso
della cupola, che è però stato rinforzato con un sistema
di cerchiaggio, costituito da quattro putrelle d’acciaio che,
parallele le une alle altre, si trovano all’interno dei muri
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correndo lungo tutto il perimetro.
Da terra sono praticamente invisibili, sia dall’esterno che
all’interno dell’edificio; contengono dei cavi, sempre in acciaio,
regolabili con dei pistoni idraulici che sono letteralmente
una cintura e una gabbia di contenimento che, sostenendo
e contenendo la cupola, possono addirittura essere regolati
in remoto dal Politecnico di Torino, in virtù delle sonde e
dei sensori che dal 2002 gestiscono la stabilità strutturale
dell’edificio.
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R E P O RTA G E | VICOFORTE 129
Questi sono posizionati in punti di interesse e, attraverso
queste centraline, i dati arrivano costantemente al Politecnico
di Torino, dove gli ingegneri possono decidere di stringere o
allentare il cerchiaggio, a seconda di quanto viene percepito
dai sensori in Chiesa.
C’è però una buona notizia, ovvero dal 2013 non si muove
più, pertanto non è più necessario fare regolazioni; gli esperti
tengono a sottolineare che probabilmente ciò è dovuto al
fatto che la struttura ha trovato il suo equilibrio, nonostante
gli sbalzi termici esistenti fra l’estate e l’inverno.
Tutto risulta stabile e si può azzardare a sostenere che nei
prossimi 100 anni sprofonderà meno di mezzo centimetro.
Oggettivamente, il 2015 è l’altro ieri, se raffrontato ai secoli di
Storia, ma nel suo piccolo diviene una data simbolica perché si
può iniziare a valorizzare il bene da un punto di vista culturale.
Questa idea è venuta a Kalatà, impresa con sede a Mondovì
Piazza, che quell’anno studia questo progetto mettendo in
sicurezza i tunnel prima riservati agli addetti ai lavori mentre
adesso consentono di vivere, esplorare, scoprire quella che
era e rimane una meraviglia del Barocco piemontese.
Finora abbiamo percorso, e superato, 137 gradini e possiamo
ammirare ben 6032 metri quadrati di superficie di pittura,
che costituiscono il ciclo pittorico a tema unico più grande al
mondo, ed è proprio questa la particolarità che la caratterizza,
il tema unico, in quanto a partire dalla parte bassa sino in
cima al cupolino si riscontra una narrazione continuativa
rappresentata dalla glorificazione di Maria, essendo tutta la
Chiesa dedicata al culto della Vergine.
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Silvia Petralia Photography
Barbara Tonin Photography
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130 R E P O RTA G E | VICOFORTE
La devozione inizia dal pilone votivo raffigurato da una
Madonna con Bambino e costituisce il più grande al mondo
proprio perché, se si guarda in particolare la superficie della
volta, Gallo, come si è già detto, la lascia perfettamente liscia.
Non esiste alcuna architettura tridimensionale che spezza
questa storia, realizzata completamente a livello pittorico
con la tecnica del trompe l’oeil, che significa, letteralmente,
“ingannare l’occhio” andando a giocare con colori e prospettive
per dare l’impressione della tridimensionalità, pur essendo
tutta totalmente liscia, piatta e dipinta.
I due artisti hanno accentuato i dettagli, facendo in modo che
qualsiasi fiore, frutto, personaggio o architettura si guardi a
livello prospettico funzioni, disegnando finanche le ombre
degli oggetti.
Se si osserva la lancia ai piedi di San Tommaso – quel santo
dalle braccia aperte che si trova alla destra del finestrone
ovale con la ghirlanda – sembra tridimensionale, veramente
appoggiata al gradino, mentre in realtà è del tutto piatta,
esattamente come il gradino che le sta sotto.
Vi sono invece altri punti dove viene rubata l’idea a una
scenografia teatrale, aggiungendo dei pannelli in legno in
alcune parti strategiche.
Un esempio facile che possiamo ammirare da questo livello è
costituito dalla ghirlanda di fiori che attraversa il finestrone.
Se lo osserviamo sulla sinistra vediamo un angelo che pare
avere le gambe a penzoloni oltre il limite della finestra, e anche
più su, nel cupolino, Dio Padre, Gesù Cristo e l’angelo con
l’abito blu sembrano delle statue in volo tridimensionali pronte
a cadere verso di noi.
Monica Pastore Photography
Lorena
FabrizioDurante Photography
Rossi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
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Mariangela Boni Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
132 R E P O RTA G E | VICOFORTE
Barbara Tonin Photography
Lorena Durante Photography
Nella realtà, il loro spessore medio è di tre-quattro centimetri. Maria si muove, in senso orario, nell’altare centrale dove, in
Si tratta di sagome, pannelli in legno ritagliati, dipinti e infine corrispondenza di Isaia, si riconosce l’Annunciazione. Infine,
agganciati con catene o fil di ferro, dando proprio l’impressione a destra ecco il momento della morte di Maria, il Dormitio
della tridimensionalità, quasi che la decorazione vada oltre il Virginis.
limite fisico della muratura raggiungendo il livello religioso;
si potrebbe dire che vogliano far sfondare, da questo cielo A onor del vero, questa iconografia è piuttosto insolita,
divino, le pareti terrene dell’edificio. perché la Dormitio fa parte dei Vangeli apocrifi e sarebbe
tendenzialmente eretica, rappresentata solitamente nelle
La storia che viene narrata, la glorificazione di Maria, è un Chiese ortodosse e, di conseguenza, un po’ fuori luogo
libro immenso, se si tiene conto che il fedele comune che in questo edificio, però è di certo un ottimo collegamento
in passato entrava nel Santuario non sapeva né leggere né concettuale all’ultima fase della storia, perché Maria
scrivere, era quindi analfabeta, e il modo migliore e più diretto abbandona la vita terrena e diviene protagonista della Vita
per raccontargli una storia era farlo attraverso le immagini. Celeste.
Nel raccontare, nel leggere pertanto questo edificio possiamo La Madonna è facilmente riconoscibile, in alto a sinistra, con
trovarvi tre capitoli principali: “Il momento dell’attesa, quello l’abito rosso e il manto azzurro, circondata dalla luce giallo-
della vita terrena, poi di quella celeste”. dorata sotto al baldacchino e accompagnata da angeli; è
in fase di Assunzione, pertanto sta salendo verso la Trinità
L’attesa corrisponde al livello intermedio e guardando i che la sta attendendo nel cupolino, dove già si sono visti Dio
finestroni di questo c’è un’alternanza di medaglioni sulle Padre e Gesù Cristo sui pannelli in legno.
tonalità del verde con dei busti maschili. E lo Spirito Santo?
Sono, questi, i profeti, ognuno dotato di un cartiglio con il Ci si chiede… Lo si vedrà più tardi, dove a 60 metri d’altezza,
proprio nome a rappresentare l’età pre-cristiana (l’Antico nella volta, troveremo la colomba dello Spirito Santo, che da
Testamento), coloro cioè che hanno predetto e atteso la qui ancora non si vede.
venuta di Gesù Cristo, che si realizza attraverso la vita terrena
di sua Madre, la Vergine Maria. I due artisti hanno rispettato il Suo dogma, che è sempre
Scegliendo uno di questi profeti e abbassando lo sguardo in presente ma invisibile, e per tale motivo Gli hanno trovato un
corrispondenza della parte bassa, negli spicchi fra gli archi punto che fosse scomodo da scorgerlo, a livello prospettico,
troviamo altri medaglioni sempre sul verde. un po’ da qualsiasi parte.
Occorrerà fare il percorso completo, sino in cima, per
Raffigurano gli episodi principali della vita della Madonna e scoprirlo.
sono disposti in ordine cronologico.
Trovandoci in corrispondenza dell’ingresso principale
la storia inizia sotto di noi, a sinistra, e con la natività di
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C’è una curiosità degna di essere menzionata, che riguarda a convertirsi a Gesù, ed è proprio in ragione delle sue gesta
i personaggi maschili che si alternano ai finestroni ovali, pagane che ha una spada in mano.
sempre a livello del Paradiso; sono testimoni dell’Assunzione
di Maria e comprendono gli Apostoli, qui insolitamente L’uomo inginocchiato davanti a loro è ufficialmente il
rappresentati in tredici. tredicesimo Apostolo, Mattia, il primo scelto dalla comunità
cristiana per sostituire Giuda.
A dire il vero, esiste un significato simbolico per questo Non è quindi frutto di una scelta diretta di Gesù, che in questo
numero. Innanzitutto non c’è Giuda, il traditore di Cristo, momento della storia è già risorto.
poiché sono raffigurati come salvatori del Paradiso e non gli A un attento osservatore salta all’occhio che è l’unico a
si può dare spazio fra di loro, quindi torniamo a undici, eppure essere dipinto in un atteggiamento umile, in ginocchio a
esistono indubbiamente due intrusi di cui dobbiamo scoprire guardare per terra, quasi a vergognarsi di essere tra i salvati.
l’identità. Da notare il particolare che di Mattia non esiste soltanto
Si trovano entrambi nel gruppo costituito dalle tre figure l’Apostolo, anche uno dei due artisti pittori porta quel nome,
a sinistra del finestrone con la ghirlanda, dove si trovano ovvero il figurinista che si era specializzato nei personaggi di
due uomini in piedi e uno inginocchiato davanti a loro, uno quel lavoro, Mattia Bortoloni, che ha sfruttato l’omonimia per
dei quali, sulla destra, è San Pietro, insieme ai dodici della eseguire un autoritratto e firmare la propria opera.
tradizione e con le chiavi del Paradiso fra le mani.
Questo dettaglio lo ha fatto accusare di falsa modestia dai
Il primo intruso è in piedi accanto a lui, con barba bianca e suoi contemporanei, essendosi raffigurato in ginocchio con
spada; si tratta di Paolo, che sovente viene paragonato agli gli occhi rivolti alla terra, sebbene si sia inserito in Paradiso
Apostoli per le sue gesta sebbene non ne abbia mai fatto peccando di presunzione.
parte; nella Bibbia viene al limite definito “Apostolo dei Secondo i suoi detrattori, la decisione di potersi salvare per i
Gentili”, comunque un guerriero, un soldato Romano e ultimo propri meriti artistici sarebbe spettata soltanto a Dio.
Silvia Petralia Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
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A completamento di queste elucubrazioni, si potrebbe
anche suggerire di provare a entrare in un Santuario con
gli occhi di un fedele e leggere quindi questa storia come
se si trattasse della storia della Salvezza, in quanto dolori
e sofferenze terrene significano la pace e la beatitudine
eterne del Paradiso.
Esistono però due chiavi di lettura per identificare questa
narrazione. Innanzitutto, prendendo in considerazione i
colori, dalla balconata metallica in giù sono tenui, spenti,
tinte pastello in cui domina il verde che Dante considera
colore della speranza, proprio perché rappresenta la
vita terrena e la sua caducità, sottolineata persino dalle
immagini che ci sono sotto i piedi degli Apostoli in quella
fascia, cioè tutte rovine della vita terrena.
Queste sono peraltro contrapposte, a livello di colori,
alla luminosità e alla brillantezza dei gialli, rossi e viola
dell’affresco che si trova sulla superficie della volta, perché
la vita è eterna, è vita piena quella del Paradiso, se vogliamo
anche in ragione dei colori.
A proposito invece di simbologia e di numerologia, si dice
che il numero otto rappresenti quello della salvezza.
Otto sono gli uomini salvati dal diluvio universale nella
Bibbia, l’ottavo giorno scompaiono le nubi del diluvio ed
è qui che, dopo una ripetizione costante, troviamo otto
archi, otto trittici dei finestroni dove ci troviamo, otto
finestroni ovali e - nella parte alta - otto profeti, otto scene
di vita di Maria, otto nicchie con otto gruppi di Apostoli e
sessantaquattro stelle nella volta (otto per otto), e ogni
stella ha otto punte ed è ovviamente dipinta in un soffitto a
cassettoni ottagonali.
E non è proprio ruotando il numero otto che lo si collega
facilmente al simbolo dell’infinito, pertanto ai concetti
legati all’idea di vita eterna e di infinito cari alla religione
cristiana?
Si disegni un otto a livello geometrico e, facendoci un
giro intorno, non otterremo un cerchio bensì un’ellisse.
Matematicamente parlando, la forma dell’otto è
perfettamente inscrivibile, quindi contenibile, in quella
ellittica.
Tornando invece alla pianta dell’edificio, è questo uno dei
motivi che ha convinto prima gli architetti e poi gli artisti
a ”giocare” con questa forma, quasi fosse un modulo, un
modello da seguire un po’ in tutta la composizione.
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Passo dopo passo, gradino dopo gradino, si va verso il
tetto…
Quello originale poggiava proprio dove stiamo camminando
seguendo la forma a campana che vediamo e che, se era
ottima per lo scaricamento del peso della struttura, non lo
era altrettanto per quello della neve.
Per tale ragione, visti i problemi procurati dalla precedente
cupola, è stata smantellata e ricostruita utilizzando legno
di castagno in centina e, in esterno, foglie di rame, materiali
cioè leggeri, raggiungendo lo scopo di far scivolare la neve
durante l’inverno.
La creazione di un microclima induce il caldo, tramite
una camera d’aria perfetta che risolve i problemi legati
a infiltrazioni e umidità sugli affreschi sottostanti. Il
Santuario non ha sostenuto alcuna spesa per i materiali,
essendo stato sempre oggetto di culto e di rispetto sia a
livello civile che religioso, per cui il legno è stato donato
dagli abitanti di Vicoforte insieme alla manodopera
volontaria, anche perché da tre anni la Chiesa era stata
dichiarata monumento nazionale e i fedeli e gli amatori
volevano contribuire a migliorarla, abbellirla, in un certo
senso addirittura a salvarla.
Persino il rame è stato ottenuto gratuitamente, in virtù di
un lascito di un signorotto della zona che aveva donato
ottanta mila lire per l’acquisto del rame in fogli. Potrebbe
far soridere, ai giorni nostri, quella cifra, ma se ci si rifà
all’Ottocento un palazzo del Centro di Torino ne costava
cinquantamila.
Si sente, vivo e profondo, il profumo del castagno, così ricco
di tannini ma poco appetibile per gli insetti, e più invecchia
maggiore è la sua resistenza.
Di per sé ha fatto parte della ristrutturazione che ha
interessato, negli anni ’80, tutto l’edificio, probabilmente
con una serie di resine naturali servite a rinforzare le fibre,
la struttura del legno.
I pali che vengono puntellati nella struttura non sono
di castagno, servono soltanto a dare forma alla centina
e contribuiscono a gestire la dilatazione dovuta alla
temperatura sia del rame sia del legno; inoltre non hanno
peso, che di per sé corre attraverso i costoloni e va a
scaricarsi lungo le mura perimetrali; tutto quello che
abbiamo sulla testa è castagno, è privo di tarli e risale al
1883.
Monica Pastore Photography
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Ed eccoci a 52 metri d’altezza, finalmente al cospetto della Per un concetto di inclusività, la si usa anche per consentire
Trinità, di fronte a Dio Padre e Gesù Cristo sui pannelli la visita a persone con disabilità fisica.
di legno, mentre alzando gli occhi a 60 metri scorgiamo Munite di una sedia a rotelle da ambulanze e imbrago,
l’affresco più alto di tutta la Chiesa: la Colomba, lo Spirito riescono a fare il giro dell’ellisse, per venire infine riagganciate
Santo, a completare quello che Dante chiama l’Empireo: il e riportate al centro con doppia terna. In questi casi non sono
punto più puro del Paradiso, sede della Trinità. sufficienti le guide facenti parte del personale di Kalatà, ma
viene coinvolto personale specializzato.
Degno di citazione è il colmo del tetto, che in esterno, con la
Croce, raggiunge i 75 metri. Queste opportunità rendono l’edificio religioso più alto
A questo livello è curioso notare come non siano tanto le d’Europa accessibile a persone con disabilità.
immagini, bensì la nostra esperienza di vita a essere posta
in evidenza. Al termine della visita “in salita”, raggiunti i 60 metri della
cima e già estasiati dalla meravigliosa esperienza appena
Nel 2015 Kalatà, nel mettere in sicurezza il percorso, ha vissuta, rimaniamo incantati dallo spettacolare panorama
ideato un’uscita di emergenza. che si presenta ai nostri occhi, deliziati dalle Langhe e
Abbiamo difatti sperimentato personalmente che le scale dall’arco alpino, mentre ci sentiamo avvolti, nonché parte,
sono troppo piccole per far passare una barella, e qualora di emozionanti, coinvolgenti testimonianze di Fede e di Arti
qualcuno si facesse male e non fosse più in grado di scendere pittoriche e architettoniche.
con le proprie gambe, avrebbe l’alternativa di poter scendere
in circa quattro minuti tramite una piccola gru, per mezzo Si ringrazia Kalatà per l’esperienza e in particolare le
eventualmente di una barella spinale. preparatissime guide.
Adriana Oberto Photography
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Monica Pastore Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
138 EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022
#IMMAGINIDILUCE
Venerdì 21 ottobre ore 18.45 ha avuto luogo l’inaugurazione
di TrapanInPhoto 2022 presso il Complesso Monumentale di
“San Domenico”.
I lavori fotografici sono stati realizzati e curati dai componenti
del Gruppo Scatto.
Quali personaggi di rilievo all’inaugurazione sono intervenuti
Marilena GALIA, Presidente dell’Associazione “I colori della
Vita" e Giacomo TRANCHIDA, Sindaco di Trapani.
A cura di Toti Clemente
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EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022 139
Arturo Safina, Direttore Artistico
dell’Associazione “I Colori della Vita”, è un
fotografo di lungo corso.
Attraverso la sua passione ha sempre
amato coinvolgere chi gli sta vicino e,
per questo motivo, è di certo per Trapani
e per la Sicilia occidentale, un punto di
riferimento nel mondo della fotografia.
In collaborazione con i soci del
circolo fotografico “Gruppo Scatto” e
dell’Associazione “I Colori della Vita”, ha
dato vita a un appuntamento annuale
che calamita fotografi, critici, scrittori e
artisti interessati al settore da diverse parti
d’Italia.
Quest’anno si è giunti all’undicesima
edizione della manifestazione.
Toti Clemente Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
140 EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022
Con l’hashtag #immaginidiluce si è voluto unire una serie Questo libro ci conduce in un insolito e, talvolta, surreale
di lavori eseguiti dai fotoamatori facenti parte del Gruppo viaggio in Sicilia che si rivela un pretesto per ritornare alle
Scatto. origini, per ricercare l'essenza di luoghi, le tracce di una
storia personale e collettiva, una relazione profonda che si
Per la prima volta sono stati esposti in una mostra collettiva stabilisce tra un popolo e la terra che lo ospita.
dove ognuno di loro ha portato un portfolio su un particolare Cristaldi decide di soffermarsi sugli aspetti dissonanti di
tema. quel paesaggio e racconta una Sicilia “sospesa” tra passato
I lavori sono stati selezionati da Sandro Iovine, direttore della e presente e le sue immagini, proprio come le 'rovine' da lui
rivista online di FPMag, dedicata alle tematiche legate alla immortalate, divengono una potente metafora.
comunicazione con le immagini.
Nel lavoro di Cristaldi, il viaggio si rivela un pretesto per
TrapanInPhoto rappresenta oggi una vetrina per i fotoamatori ritornare alle origini, per ricercare l'essenza di luoghi. “…C’è
e una passerella di autori e professionisti d’alto profilo. uno splendido e tragico senso di vuoto, e un non so che di
L’edizione 2022, nell’ampio programma articolato in surreale…”
tre settimane, è stato ricco di incontri ed è stata anche (Joel Meyerowitz)
un’occasione ambita per presentare al pubblico mostre,
eventi fotografici e diverse novità editoriali. “…Un’opera incompiuta ci racconta del processo creativo,
della smania del gesto autoriale che vuol giungere
La prima proposta culturale in scaletta, sabato 22 ottobre, ha all’essenza…”
avuto luogo presso l’Hotel San Michele. (tratto dalla prefazione del libro a cura di Franco Carlisi).
Massimo Cristaldi ha presentato il suo libro “Suspended”
introdotto da Franco Carlisi, Direttore del periodico “Gente di
Fotografia”.
Leonardo Sammannà Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022 141
MASSIMO CRISTALDI Il giorno seguente, domenica 23 ottobre, Piero
Lazzari, noto fotografo trapanese, ha tenuto uno
shooting fotografico con la partecipazione di una
Massimo Cristaldi è nato a Catania nel 1970. modella, ambientato nelle strade e tra gli angoli
È stato premiato in numerosi concorsi fotografici più suggestivi di Trapani con la partecipazione
internazionali come International Photography Awards, di diciotto fotoamatori componenti del “Gruppo
Sony World Photography Awards, Travel Photographers Scatto” e de “I Colori della Vita”.
Of the Year. Massimo ha esposto in Europa, Stati Uniti,
Canada e Brasile, in mostre personali e collettive e in Per dare un valore aggiunto all’iniziativa, Lazzari
festival di fotografia. Vive e lavora sia a Catania che a ha chiesto l’elaborazione dei migliori dieci scatti
Roma. Le fotografie di Massimo fanno parte della collezione da parte di ogni partecipante, destinati a diventare
permanente della George Eastman House, International oggetto di discussione, con la supervisione dello
museum of photography and Film di Rochester, NY (USA). stesso fotografo, promotore dell’iniziativa.
“…Una singola immagine demarca, nell'attimo in cui viene
realizzata, un confine tra quello che c'era prima, e che viene
da essa catturato, e come quel luogo, momento, o situazione
potrebbe evolversi e mutare nel Futuro. Così proprio una
fotografia, in quanto oggetto "fisico”, diventa parte della
mia “metafora dei confini”: è essa stessa confine tra prima
e dopo.
E’ l’incarnazione del momento presente.
Esistono, però, altri confini.
Esistono altri limiti…”
(tratto dal sito [Link]
Lorenzo Gigante Photography
Per gli aspetti documentaristici e didattici, nel
pomeriggio della stessa giornata, presso il Museo
PIERO LAZZARI
di Arte Contemporanea “San Rocco”, Michele
Fundarò, con l’arricchimento di nuove immagini,
ha intrattenuto gli intervenuti su “La fotografia a
Nasce in una famiglia dove nonno e padre erano fotografi Trapani tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900”.
e ha vissuto l’evoluzione della macchina fotografica e
dell’elaborazione delle immagini. L’intervento è stato molto apprezzato e lo stesso
Fundarò ha dichiarato…”Un pò come sentirsi a casa,
Dalla famiglia eredita uno stile sobrio ed elegante, nel 1984 in mezzo ad appassionati di fotografia…”
diventa fotografo matrimonialista.
Il suo stile si può anche definire minimalista per via dell’uso
essenziale e magistrale di luci ed ombre che si rincorrono
con semplicità creando così il tratto distintivo del fotografo.
Giroinfoto Magazine nr. 81
142 EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022
Di elevato spessore culturale e antropologico è stato
l’appuntamento di mercoledì 26 ottobre, svoltosi presso la GIUSEPPE LEONE
Prefettura di Trapani. Rispondendo al desiderio del Prefetto,
[Link] Filippina Cocuzza, è stato presentato l’ultimo lavoro Giuseppe Leone nasce a Ragusa nel 1936.
editoriale dell’autore siciliano Giuseppe Leone dal titolo E’ noto per aver raccontato i paesaggi e i costumi
“Pausa Pranzo” edito da Plumelia. della Sicilia dagli anni ’50 a oggi.
Il protagonista delle fotografie è il cibo e della simbiosi che Ha pubblicato innumerevoli volumi e realizzato mostre
crea con le persone. In circa mezzo secolo Leone ha raccolto in Italia e all’estero.
immagini sulla ritualità della tavola e, di conseguenza, sulle Predilige il bianco e nero perché …è l’interpretazione
relazioni familiari e umane. della natura e delle sue trasformazioni…
Scatta le sue prime fotografie nel 1952, sarà Leonardo
Le fotografie ci mostrano il cambiamento di un’epoca Sciascia a introdurlo nell’editoria.
attraverso la pausa pranzo, un rito sacro e antico, ci mostrano
anche un percorso sociale.
“Giuseppe Leone, grazie alla fotografia, racconta cangianti
scenari di incontro per entrare nel variegato mondo dove ci
muoviamo e interagiamo.
Nell’arco di circa un ottantennio è stato raccolto un lavoro
significativo che ci restituisce immagini del cambiamento
sociale in atto e della radice da preservare.
Questo lavoro sta proprio nell’unire e non nel dividere, donando
allo sguardo bellezza e autenticità. La fotografia e la pratica
del fotografare come sublimazione, quando tiene conto della
presenza del fotografo che coglie la pienezza delle situazioni Valido approfondimento sul vissuto di Letizia Battaglia è
e ce le restituisce come scatti di memoria e testimonianza.” contenuto nel libro intitolato "Mi prendo il mondo ovunque
sia”, editato nel novembre 2020 dalla Einaudi e scritto
Arturo Safina, punto di riferimento per molti fotografi che con Sabrina Pisu, nel quale la fotografa si racconta a 360
decidono di visitare la Sicilia, si adopera per portare a gradi, evidenziando i retroscena materiali e psicologici che
Trapani importanti personaggi del settore e autorevoli esperti l'hanno accompagnata per tutta la vita.
dell’universo fotografico nazionale.
In quest’ottica, un appuntamento importante è stato
anche quello di venerdì 28 ottobre svoltosi al Museo di
Arte Contemporanea “San Rocco”, dove Valentina Greco
e Pippo Pappalardo, con la partecipazione straordinaria
ed estemporanea del fotografo Francesco Cito, hanno
ricordato Letizia Battaglia a seguito della proiezione del film
documentario “Amore Amaro” – Regia di Francesco Giuseppe
Raganato - con la gentile concessione di Sky Arte.
Il filmato, pubblicato su YouTube, è ricco di spunti e denso
di testimonianze dirette raccontate da chi l'ha frequentata e
conosciuta.
Tra i tanti aneddoti narrati durante la serata, particolarmente
toccante è stato quello di Cito che riguardava il suo ultimo
incontro con Letizia nello scorso marzo, presso il Fiof di
Orvieto.
Durante questo evento, dopo che lei ebbe acconsentito alla
sua ennesima richiesta di allestirle una mostra personale Salvo Cristaudo Photography
al Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, gli venne
spontaneo rincorrerla, prima che andasse via, per baciarla
ancora una volta con affetto.
Un gesto inconscio - e per lui forse anche inusuale - quasi
intuendo lucidamente che quel saluto sarebbe stato l’ultimo
fra loro.
Nel suo intervento Francesco Cito ha confermato a
Valentina Greco - storica assistente di Letizia Battaglia e ora
responsabile dell’attività culturale del Centro, la sua piena
disponibilità ad allestire, quanto prima, una mostra nei locali
dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, al fine di realizzare
quell’impegno solennemente assunto con la nota fotografa,
scomparsa il 13 aprile di quest’anno.
Giroinfoto Magazine nr. 81
EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022 143
Toti Clemente Photography
La mattina del 29 ottobre, presso l’Istituto d’Istruzione Con leggerezza e ricchezza di contenuti, suffragati da una
Secondaria Superiore a indirizzo Turistico “Sciascia e variegata contemporanea proiezione di una moltitudine fra
Bufalino”, sono stati presentati, con l’intervento di Sandro le più famose fotografie prodotte, i racconti di Cito hanno
Iovine, i libri di Antonino Castiglione - “Non chiedermi il riassunto i suoi momenti di vita, le sue parentesi, le sue
perché” e Giovanni Cusenza - “MuruMuru”. avventure, la sua affermazione come fotografo, dalle origini
Castiglione, nel constatare la presenza di opere private e ad oggi.
pubbliche abbandonate e/o incompiute, catalogandole e
individuandole fotograficamente nel territorio, s’interroga Cito ha raccontato del suo arrivo a Londra nel 1972 e della
sulle risposte che potrà un giorno dare ai giovani per pratica dei vari mestieri per sopravvivere nella capitale
giustificare il degrado e l’abbandono di strutture iniziate e britannica, raccontando, senza alcuna enfasi, di quei classici
mai finite. casuali incontri che ti cambiano la vita (inizia come fotografo
nel 1975 con l’assunzione da parte di un settimanale di
Il volume di Cusenza racconta, invece, una Erice fascinosa, musica pop-rock), delle scelte immediate collegate al
focalizzandone una visione monumentale, con scelte di raggiungimento del suo obiettivo che era quello di fare il
immagini dalle tonalità fredde, dal taglio compositivo e fotografo free-lance, libero di spaziare e realizzare servizi per
dettagli che trasudano la millenaria storia della cittadina assecondare sempre quello che è stato continuamente il suo
medievale. istinto. Il suo racconto, per come ce lo ha illustrato l’autore,
sembra quasi simile a una bella favola.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, al secondo piano del
Museo di Arte Contemporanea “San Rocco”, si è svolto un A conclusione della lectio magistralis è stato consegnato
evento altrettanto importante: la brillante e interessantissima a Maurizio Garofalo il Premio alla Cultura Fotografica
Lectio magistralis del già citato Francesco Cito, che ha visto “Salvatore Margagliotti”.
anche l’intervento del critico Maurizio Garofalo.
Laura Crucè Photography Toti Clemente Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
144 EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022
Le consuete e attese letture portfolio si sono svolte nella Presso il Complesso di San Domenico sono state allestite
giornata di domenica 30 ottobre presso il Complesso altre 13 mostre, con esposizioni personali di altrettanti
Monumentale di “San Domenico”. autori, tutti soci dell’associazione organizzatrice “I Colori
Nell’invito a partecipare fatto agli autori dagli organizzatori si della Vita” di cui riportiamo i titoli: “Riscaldamento globale”,
leggeva: “Passione, impegno, sacrificio, studio, confronto …. “Non chiedetemi il perché”, “Metafisica del paesaggio
Un connubio imprescindibile per crescere. urbano”, “C.19”, “Paesaggio siciliano”, “Betlemme oggi”,
“Murales”, “Oro bianco”, “Eucaristic festival of life”, “Pandy
Trapani ha anche bisogno di cultura fotografica … e noi, nel il clown”, “Petra”, Nato a Trapani il 25.09.1980” e “Km 0”.
nostro piccolo, con le nostre capacità, attraverso l’aiuto e
sostegno degli Amici fotografi professionisti, docenti, critici
fotografici, ci impegniamo per diffonderla”.
Per le letture portfolio, ad Anna Fici, unica lettrice donna
in questa undicesima edizione, si sono affiancati Fabio
Florio, Sandro Iovine, Maurizio Garofalo e Pippo Pappalardo,
che hanno dato l’opportunità a quattordici fotoamatori
di proporre diciotto lavori, che hanno alimentato dialoghi
proficui e interessanti, non sempre facili o condivisibili, ma
indubbiamente utili come occasione e possibilità di confronto.
La giuria, coordinata da Laura Crocè e composta da Anna Fici,
Sandro Iovine, Maurizio Garofalo e Fabio Florio, con il portfolio
“Ritratto come memoria e identità culturale” ha indicato in
Antonella Messina la prima classificata; mentre secondi ex
equo sono stati giudicati Alessandro Ingoglia, Natale Trapani
e Salvo Titoni, rispettivamente autori dei lavori intitolati “Punti
di fuga!”, “Numeri” e “Nato a Trapani il 25.09.1980”. Toti Clemente Photography
Fra le mostre allestite durante l’evento di TrapanInPhoto,
spicca al primo piano del Museo di Arte Contemporanea “San
Rocco”, visitabile fino al 6 gennaio 2023, quella di Francesco
Cito. Cito – classe 1949 - è considerato oggi uno dei più
importanti fotoreporter italiani a livello internazionale, ha
dedicato anni di appassionati scatti del Palio di Siena.
Le foto in mostra, tutte rigorosamente in bianco e nero,
immortalano numerosi momenti di quest’ultimo, con un
particolare riferimento alla sua Contrada d’adozione, quella
del “Nicchio”, in un rapporto integrato e viscerale, dove non si
capisce bene chi per primo abbia adottato chi.
Toti Clemente Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
EVENTI | TRAPANINPHOTO 2022 145
Una mostra collettiva, allestita presso l’Hotel San Michele,
ha compreso, inoltre, foto di Arturo Safina, Lorenzo Gigante,
Mimmo Todaro, Simona De Togni e Claudio Masaracchia.
Un’altra iniziativa, perpetuata anche quest’anno a latere della
manifestazione, è stata “Gocce – Foto in città”, con fotografie
esposte in vetrine di attività commerciali nel centro trapanese.
Gli autori delle immagini sono i seguenti: Giovanni Cusenza,
Giuseppe Di Giorgio, Nicolò Gervasi, Lorenzo Gigante, Giuseppe
Gramignano, Alessandra Lombardo, Claudio Masaracchia
Franco e Mariella Lombardo.
Sabato 5 novembre, si è tenuta la presentazione del libro “Luce
e Memoria” di Tony Gentile, edito da Silvana Editoriale, che
Lorenzo Gigante Photography ha costituito l’evento conclusivo dell’undicesima edizione di
TrapanInPhoto.
Il volume raccoglie molte fotografie scattate dall’autore negli
anni terribili della guerra di mafia che a Palermo ha seminato
centinaia di morti.
Ma il libro offre spazio anche alla quotidianità di Palermo, dalle
processioni religiose fino allo stadio La Favorita.
Momenti di vita ordinaria che creano quasi un cortocircuito
nella percezione del fruitore per rendere più esplicita la
dicotomia tra i due volti opposti della città: la sua tragedia e
la sua umanità.
Testimoniato dalla massiccia affluenza di pubblico nei vari
appuntamenti di quest’anno, il successo della manifestazione
è stato il giusto riconoscimento per gli ottimi allestimenti e
Lorenzo Gigante Photography l’impegno profuso dagli instancabili organizzatori.
ELENCO MOSTRE
Museo di Arte Contemporanea “San Rocco” Il Palio di
Siena di Francesco CITO fotografo.
Complesso Monumentale di “San Domenico”
Riscaldamento Globale di Luciano BIANCO
Non chiedermi il perché di Antonino CASTIGLIONE
Metafisica del paesaggio urbano di Tonino CORSO
C. 19 di Giovanni CUSENZA
Paesaggio siciliano di Vito CURATOLO
Betlemme oggi di Maria Luisa FARACI
Lorenzo Gigante Photography Murales di Lorenzo GIGANTE
Oro Bianco di Francesco Paolo IOVINO
Eucaristic Festival of Life di Arturo SAFINA
Pandy il clown di Leonardo SAMANNÀ
Petra di Franco SCALIA
Nato a Trapani di Salvo TITONI
Km 0 di Mimmo TODARO
Ringraziamenti
Associazione “I Colori della Vita”
Gruppo Scatto – Trapani
Comune di Trapani
Assindustria Trapanimanifestazione è stato il giusto
riconoscimento per gli ottimi allestimenti e l’impegno
profuso dagli instancabili organizzatori.
Toti Clemente Photography
Giroinfoto Magazine nr. 81
146
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti dalla promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta e passione per la fotografia e il eventi e i prodotti legati ad
dai nostri reporters. viaggio. esso.
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Giroinfoto Magazine nr. 81
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