N.80 - OTTOBRE 2022 [Link].
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N. 80 - 2022 | OTTOBRE Gienneci Studios Editoriale. [Link]
PALAZZO DELL'ARSENALE
Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito
Band of Giroinfoto
DAL GRANO AL PANE ASSORO STAVANGER
GIAVENO SICILIA NORVEGIA
Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto
Photo cover by Barbara Tonin
WEL
COME
80
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OTTOBRE 2022
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Benvenuti nel mondo di
Giroinfoto magazine ©
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Ed ecco entrati nel sesto anno di redazione di Giroinfoto Magazine.
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. Le difficoltà degli ultimi due anni relative alla pessima gestione socio-
politica sono cresciute, intralciando il libero sfogo editoriale limitando le
È così che Giroinfoto magazine© diventa una finestra sul prerogative della rivista nello sviluppo culturale e turistico in aiuto dei
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
territori.
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters
professionisti e amatori del photo-reportage. Nonostante tutto, e grazie all'impegno di tutti i nostri collaboratori, il
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più progetto [Link] non si arresta, anzi, combatte con tutte le proprie
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
forze per pubblicare articoli utili alla valorizzazione dei territori bisognosi
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere
un punto di riferimento per la promozione della cultura di visibilità.
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio.
In questo periodo storico, dove tutto è ormai convertito al mondo
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi,
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, digitale, risulta talvolta anacronistico volersi concentrare su un progetto
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici cartaceo, sia per motivi di convenienza economica che di divulgazione.
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e Da qui la decisione di mantenere il magazine con un format "tradizionale"
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai
per il mantenimento della qualità comunicativa, evolvendolo alla
tutti ci siamo fossilizzati.
digitalizzazione favorendo la fruizione.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e In ultimo, vorrei ringraziare anche tutti i nostri lettori che crescono
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze continuamente sostenendo il progetto Giroinfoto.
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili.
Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]
progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.
Giroinfoto Magazine nr. 80
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
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LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5
LA RIVISTA DEI FOTONAUTI
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ANNO VIII n. 80
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PER LA PUBBLICITÀ: @Ig_lombardia_, @Ig_veneto, @Ig_liguria_
CAPO REDATTORE Gienneci Studios,
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RESPONSABILI DELLE ATTIVITÀ DISTRIBUZIONE: SKIRA Editore
Barbara Lamboley (Resp. generale)
Gratuita, su pubblicazione web on-line di Urbex Team Old Italy
Adriana Oberto (Resp. gruppi)
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Barbara Tonin (Regione Piemonte)
Monica Gotta (Regione Liguria)
Manuel Monaco (Regione Lombardia) CONTATTI
Gianmarco Marchesini (Regione Lazio) email: redazione@[Link]
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Questa pubblicazione è ideata e realizzata
COORDINAMENTO DI REDAZIONE
da Gienneci Studios Editoriale.
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Tutte le fotografie, informazioni, concetti,
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Regione Piemonte testi e le grafiche sono di proprietà
Stefano Zec intellettuale della Gienneci Studios © o
Regione Liguria di chi ne è fornitore diretto(info su www.
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Regione Lombardia tema di copyright. Di tutti i contenuti è fatto
Laura Rossini divieto riprodurli o modificarli anche solo
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Regione Toscana
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C O N T E N T S
R E P O R TA G E
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GIROINFOTO MAGAZINE
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I N D E X
R E P O R TA G E
STAVANGER
10 PALAZZO DELL'ARSENALE
Scuola Applicazione Esercito
Band of Giroinfoto
32
32 STAVANGER
Norvegia
Antonio Pedone
46 SALE SAN GIOVANNI
Non solo erbe
Band of Giroinfoto
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Antica Città Stato
Band of Giroinfoto
R E P O R TA G E 76 ANDY WARHOL
La pubblicità della Forma
SALE SAN GIOVANNI La fabbrica del Vapore
46
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ASSORO
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Giaveno
84 R E P O R TA G E
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Toscana
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IL GIARDINO SEGRETO
Lazio
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OROLOGI NEL TEMPO
Il tempo è un'illusione
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IMAGE CAPITAL
La mostra
142
Mast Bologna
R E P O R TA G E
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IL GIARDINO SEGRETO
R E P O R TA G E
128
OROLOGI NEL TEMPO
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Ottobre 2022
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10 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
A cura di
Barbara Tonin
Adriana Oberto
Barbara Tonin
Giancarlo Nitti
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 11
TORINO
Raccontando di Torino, della sua storia, della sua architettura e dei suoi personaggi, è doveroso menzionare uno dei
palazzi più imponenti e culturalmente fecondi: il Palazzo dell’Arsenale, un tempo Regie Scuole Teoriche e Pratiche di
Artiglieria e Fortificazione, oggi sede del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito.
Polo formativo già da metà del Settecento, ha plasmato giovani che successivamente hanno fatto non solo la Storia
d’Italia, ma hanno anche fissato i capisaldi della scienza, della tecnologia, della cultura e della società: uomini illustri
quali Camillo Benso Conte di Cavour, Giovanni Cavalli e Vittorio Bottego, eroi quali Giovanni Cairoli, Piero Toselli e
Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, e Generali quali Alfonso Lamarmora, Raffaele Cadorna, Armando Diaz,
Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Enrico Caviglia e Franco Angioni.
Tra i docenti, figurano scienziati di fama mondiale quali Luigi Lagrange, Paolo Ballada di Saint Robert, Giovanni Cavalli,
Agostino Chiodo, Giovanni Plana, Filippo Burzio.
Giroinfoto Magazine nr. 80
12 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Sita nel cuore di Torino, la struttura, come la vediamo oggi, nasce come ridefinizione del Regio Arsenale, che inizialmente era
un fabbricato che delimitava ampi cortili di forma quadrata e che comprendeva poligoni, laboratori e una fonderia, risalenti al
secondo Seicento.
L’Arsenale, quindi, viene ripensato con l’intento di diventare il più importante centro di riferimento per la difesa del territorio e
dei regnanti e per la produzione, raccordando l’isolato di Santa Barbara con l’area della Cittadella; Carlo Emanuele III voleva
un arsenale “a prova di bomba, in grado di resistere ad un attacco come i depositi di munizioni”.
La produzione, infatti, sarà volta a fabbricare non solo cannoni e ordigni bellici, ma anche fuochi d’artificio.
La meravigliosa architettura di Palazzo dell’Arsenale nasce da un lungo periodo di interventi iniziati negli anni ’30 del
Settecento su strutture preesistenti.
Stilisticamente influenzato dal primo architetto di Sua Maestà Filippo Juvarra, che doveva conferire magnificenza allo
spazio militare di rappresentanza conservando la funzione produttiva, il progetto fu poi firmato e portato a termine dal
capitano Antonio Felice De Vincenti.
A Juvarra, tuttavia, si deve l’innovazione di separare la zona di rappresentanza da quella di produzione.
Barbara Tonin Photography
Il primo progetto di maniche che delimitano
Juvarra del 1728 prevede il cortile completando la
un complesso di due piani, al simmetria nella zona produttiva.
cui pian terreno sono collocati i
magazzini e al primo piano la sala d’armi. Le modifiche apportate in
Il secondo progetto del 1730, a cui seguirà quest’ultimo progetto, tuttavia, non
l’inizio dei lavori, porta alla costruzione di una potenziano il complesso, come voluto
composizione simmetrica rispetto all’asse inclinato, da Carlo Emanuele III.
che si presenta con un importante scalone a tenaglia,
con due rampe in curva, sul vertice dell’ingresso attuale; altri
due assi perpendicolari, poi, attraversano idealmente le quattro
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 13
Un nuovo progetto viene quindi pensato e predisposto nel La nuova soluzione ingloba e modifica il complesso
1736 da Ignazio Bertola, noto anche per la realizzazione dei esistente, lasciando però l’impianto juvarriano.
forti di Exilles e Fenestrelle, e infine firmato da Antonio Felice A Palazzo dell’Arsenale viene, quindi, integrata e completata
De Vincenti. la sala d’armi e, nel frattempo, continua la produzione di
Un provvedimento regio documenta che il capitano d’artiglieria munizioni e armi da fuoco. Una descrizione della fabbrica
dovrebbe aver disegnato militare è pubblicata nel 1753 nella “Guida de’ forestieri per
la Real Città di Torino” di Gian Giacomo Craveri, in cui si
«una pianta generale di tutta l’isola del nostro Arsenale legge:
ripartita in magazzini, fonderia, porticati ed altri comodi
necessari per la riposizione e custodia d’esse, munizioni da «Regio Arsenale.
guerra ed altri attrezzi […], [una] veduta verso il cortile ed in Alla porta di questo sta continuamente un Corpo di
faccia al Levante di detto Arsenale colli profili in testa delli Guardia del Reggimento dell’Artiglieria.
due lati, uno verso mezzogiorno e l’altro verso tramontana, E sotto l’atrio vedonsi quattro stupendi pezzi di cannone,
rappresentanti il di dentro e in largo le sale d’armi e detti colubrine.
magazzini coll’alzamento de’ Padiglioni e finalmente la Nell’ampio cortile del medesimo trovansi moltissimi
pianta della sala d’armi». cannoni, mortari, mucchi di bombe, palle da cannoni, ed
altri simili attrezzi militari.
Quest’Arsenale fu cominciato dal duca Carlo Emanuele
II, ristaurato dal re Vittorio Amedeo II, indi dal regnante
sovrano Carlo Emanuele fu accresciuto di sontuosa
fabbrica ed ultimamente di un nuovo, e particolare edificio,
dove è stabilita la Scuola di metallurgia, alla quale resta
annesso un ampio laboratorio, fornito di tutti li fornelli,
vasi e strumenti necessari alla chimica metallurgica; ed
un museo, o un gabinetto in cui si fa la raccolta di tutti li
minerali, e fossili non men del Paese, che esteri.
Inoltre vi sono fonderie di metalli, officine, e magazzini
d’ogni sorte d’istrumento militari da taglio, ed da fuoco,
offensivi, e difensivi.
Dietro all’Arsenale in capo alla contrada comincia il
nobile e dilettevole passeggio della Cittadella».
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
14 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Palazzo dell’Arsenale si presenta in stile barocco, ma
con influenze dell’ordine dorico, sugli assi stradali di via
dell’Arsenale e di via dell’Arcivescovado, atte a conferirgli un
senso di austerità. Adriana Oberto Photography
Il pian terreno è caratterizzato da imponenti pilastri bugnati
sormontati da pilastrini sdoppiati con volute che richiamano
i capitelli.
Su questi corre la cornice marcapiano che demarca il piano
nobile, a doppia altezza e strutturata in lesene sdoppiate,
anch’esse in bugnato, che conferiscono regolarità e modularità
alle facciate.
La fascia più in alto, ornata di triglifi combinati a coppie e di
riquadri con trofei di armi, completa la struttura.
L’impressione che ne risulta è di una profonda prospettiva,
solida e protettiva, che rimanda allo schieramento dei soldati
in linea.
Le facciate, invece, sugli altri due assi stradali conservano
l’immagine barocca che caratterizzava la capitale sabauda.
Posto tra via dell’Arsenale e via dell’Arcivescovado, rivolto verso
il nucleo storico della città, l’ingresso angolare, impostato da
Castellamonte e affinato da Juvarra, è chiuso da un imponente
portone d’accesso ad arco, sormontato da una testa di leone
che gli fa da chiave.
Ai lati, due coppie di massicce colonne binate sostengono una
maestosa trabeazione ottocentesca, raffigurante le statue del
Genio militare e dell’Artiglieria.
L’aspetto attuale di tale facciata fu realizzato nel 1890 dal
Capitano del genio Emilio Marrullier, modificando il progetto
voluto da De Vincenti.
Sopra il portale, una lapide ricorda gli scopi dell’opera:
“Regnando CARLO EMANUELE III, cresciuto il Piemonte in
militare grandezza, sorse, disegnato da Felice De Vincenti,
questo Arsenale di guerra, e perché rimanesse, di sua militare
difesa, presidio, scuola, officina, vi diè compimento l’Italia
nuova regnante UMBERTO I”.
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 15
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
16 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Giancarlo Nitti Photography
Varcato l’ingresso, un lungo corridoio antistante Dalla parte opposta, a mettere in comunicazione i vari
accompagna verso il cortile interno e, ai lati, uno scalone a porticati, il padiglione denominato “Gran scala”, che
tenaglia conduce ai piani superiori. originariamente era l’ingresso principale. Anch’esso, come il
Inusuale e innovativo l’asse diagonale che dall’ingresso precedente, presenta una scala a tenaglia, passaggi, snodi,
divide in due parti perfettamente simmetriche lo spazio atrii affluenti e arcate.
interno e incanala l’attenzione, con forte dinamismo, verso
il cortile “d’onore” (un tempo “cortile civile”), che ha sempre Dallo scalone si raggiunge l’ampio e luminoso salone del
avuto connotazione di rappresentanza. piano nobile, che sfoggia imponenti alte coppie di pilastri,
archi, volte a vela e cupole sferiche, che conferiscono allo
Le facciate che guardano la corte si presentano nuovamente spazio una forte carica ascensionale.
in stile barocco e con grande modularità, con ampie Attigue al salone e sviluppate su due o tre navate, ci sono
finestrature e ricche di ornamenti, figure allegoriche, riquadri quelle che in passato erano le sale d’armi dell’Arsenale, in cui
con trofei d’armi, abbaini, fiaccole e doccioni. si ripetono pilastri, archi e cupole sferiche e ampie finestre
disposte in ordine sovrapposto.
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 17
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
18 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Alessia Sangalli Photography
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 19
Barbara Tonin Photography
L’intervento di Ignazio Bertola non si limita, però, agli
aspetti architettonici.
Di concerto con altri ingegneri militari e con l’approvazione
di Carlo Emanuele III, dà vita nel 1739 alle Regie Scuole
Teoriche e Pratiche di Artiglieria e Fortificazione, di cui
diventa primo direttore. Ideata al fine di riorganizzare i
settori tecnici dell’esercito sabaudo, diventa un vero e
proprio istituto di formazione politecnica per l’istruzione
del Corpo degli ingegneri militari; un punto di riferimento
di vita intellettuale, culturale e militare, che mise in
comunicazione Torino con l’Italia e il resto del mondo.
Emerge dunque in via definitiva la funzione del complesso,
che non solo è fabbrica e rappresentanza, ma anche,
e negli anni a venire soprattutto, polo destinato alla
formazione militare.
Da qui trova origine la straordinaria biblioteca
monumentale sita al piano nobile, che dal 1814 ha assunto
il nome di "Libreria delle Scuole Tecniche dei Cadetti di
Artiglieria e Genio".
Voluta da Madama Maria Giovanna Battista di Savoia nel
1678, inizialmente propone testi di metallurgia, chimica,
industrie estrattive e costruzioni, ma successivamente
amplia l’offerta bibliografica con testi di carattere
etico, didattico, scientifico, tecnico, geografico, storico,
giuridico, letterario, psicologico, sociologico e militare,
nonché di una raccolta di pubblicazioni periodiche, atti,
reperti cartografici e di numerosissimi documenti di
notevole interesse culturale, contando fino a 120.000
opere.
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Giroinfoto Magazine nr. 80
20 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Costituita dalla fusione delle biblioteche della Scuola di
Applicazione di Artiglieria e Genio, della Regia Accademia
Militare e di quelle dei presidi militari di Torino, Alessandria
e Novara, la biblioteca si articola in due ambienti: uno
operativo, con oltre 100.000 volumi, e una monumentale.
Quest’ultima, Inaugurata il 28 ottobre 1989, conserva le
originarie caratteristiche architettoniche dell’edificio e
presenta uno splendido lavoro di ebanisteria dei fratelli
Baiano, di recente applicazione, in tutto l’ampio locale. Un
sistema di climatizzazione, inoltre, provvede a conservare
Barbara Tonin Photography
alla giusta temperatura gli importanti volumi in essa
contenuti: 120 cinquecentine principalmente di carattere
militare; 4 incunaboli tra cui il "De re militari" di Valturio,
del 1483, uno dei primi libri in cui appare l’illustrazione
silografica (stampata mediante tavole in legno incise) e
il "De Arithmetica ad Patritium Simmachum" - libri duo;
"De Musica" - libri quinque; "De Geometria" libri duo:
opere di Severino Boezio, stampate a Venezia nel 1499;
manoscritti del ‘700 e libri in stampa fino al 1850. Tra i
numerosi tomi citiamo l’opera geografica di Braun Georg,
"Urbium Praecipiarum Totius Mundi", edizione dell’ultimo
quarto del 1500 in 4 volumi, abbellita da numerose tavole
acquerellate; "Pirotechnia", di Vannuccio Biringuccio,
stampato a Venezia nel 1550; "Leonis lmperatoris de
bellico apparatu liber", stampato a Basilea nel 1554; "Delli
quesiti et inventioni diverse", di Nicolò Tartaglia, stampato
a Venezia nel 1538.
Tra le altre opere degne di particolar nota, si segnalano i
volumi (33) della "Encycolpédie ou Dictionnaire raissonné
des sciences, des arts et des métiers", pubblicata tra il
1751 e il 1777, sotto la direzione di Didérot e D’Alembert,
definita da Voltaire: uno dei più grandi monumenti del
progresso dello spirito umano...; "Ulyssis Aldrovandi
Monstrorum Histoira", opera di 13 volumi del famoso
naturalista, medico e filosofo bolognese, stampato a
Bonoire nel 1642; il manoscritto di GB. D’embser, "Dissegni
d’ogni sorta de’ cannoni et mortai" (1732), prezioso
trattato di artiglieria piemontese dcl Settecento, in due
volumi; "Sabaudiae Respublica et Historia" dedicato al
Senatore Veneto Domenico Molino, stampato in Olanda
nel 1634; una edizione settecentesca del "Vocabolario
degli Accademici della Crusca", in 6 volumi.
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Giroinfoto Magazine nr. 80
22 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Barbara Tonin Photography
Sono conservati, inoltre, numerosi manoscritti, quali
"Delle macchine inventate per l’espugnazione di Ostenda
in Fiandra" raccolte dal Capitano Alessandro Cavalca da
Parma (anno 1648); "Il Battaglione overo l’essercitio del
soldato sopra il campo conforme al stile moderno", anno
1680; "Trattato di Geometria sotterranea ad uso delle
Regie Scuole di Mineralogia" del Robilant, anno 1759;
"Les élements de tatctique" di Papacino d’Antonj, anno
1772.
Tra i cimeli custoditi nella biblioteca figurano le
fotografie e gli atti di assenso e di arruolamento alla
Regia Accademia Militare degli allievi Luigi Cadorna
(1865-1868) e Armando Diaz (1879-1882); la fede di
battesimo, la nomina a paggio d’onore, la votazione
d’esame e i documenti di nomina a Sottotenente
nel Corpo Reale del Genio dell’allievo Camillo Benso
Conte di Cavour, nonché la domanda del Marchese di
Cavour per l’ammissione del figlio Camillo alla Regia
Accademia Militare; gli atti di assenso e di arruolamento,
la fotografia, la lettera del Ministro della Guerra per
l’Ammissione alla Regia Accademia Militare, nonché
il decreto di promozione dal secondo al terzo anno di
corso di Emanuele Filiberto Duca delle Puglie.
Oltre alle opere di valore storico e a quelle destinate alla
formazione, sono presenti anche trattati di farmacopea
e studio di piante officinali, trattati di medicina e trattati
di classificazione di specie animali e vegetali: opere, per
lo più, afferenti al Fondo Antico.
La Biblioteca, custode anche dell’archivio della Regia
Accademia di Torino, consente, in appositi locali, la
consultazione delle proprie opere librarie a tutti i cittadini
italiani che ne facciano richiesta, previo appuntamento Giancarlo Nitti Photography
ed autorizzazione, secondo le vigenti norme in tema di
accesso, consultazione ed estrazione di copia.
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R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 23
Giancarlo Nitti Photography
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24 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Il Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito sono nati allo scopo di formare,
preparare e motivare giovani Ufficiali, al fine di adempiere il loro compiti nel rispetto della Patria, del
senso civico, della virtù e del coraggio.
La formazione è sempre più orientata verso una visione cosmopolita, al fine di soddisfare le esigenze
generate da nuovi e mutevoli scenari internazionali.
È svolta, quindi, con l’intento di preparare gli Ufficiali dell’Esercito ai cambiamenti geopolitici,
predisponendoli alla resilienza, per affrontare compiti sempre più complessi e diversificati e svolgere
missioni con efficienza e competenza.
Oltre all’insegnamento culturale e psico-fisico, alla Scuola di Applicazione si insegnano i principi
morali, l’efficienza, la salvaguardia, la dignità del decoro e la serietà.
Non di minore importanza, inoltre, è la preparazione linguistica, necessaria a ricoprire incarichi
nell’ambito di Organismi Internazionali, nell’ottica degli scambi e della comunicazione con Eserciti
stranieri di Paesi alleati o partner, nonché della partecipazione a progetti di sviluppo e consolidamento
di rapporti internazionali e bilaterali o, semplicemente, di programmi formativi di scambio.
Barbara Tonin Photography
Barbara Tonin Photography
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R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 25
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
26 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Foto archivio
Supportata da tecnologie sempre più all’avanguardia,
la Scuola di Applicazione prepara i futuri professionisti
militari e comandanti dell’Esercito, tramite una didattica
politecnica e polifunzionale, di formazione avanzata
e versatile con ben nove dipartimenti tra materie
scientifiche e umanistiche.
Il Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione
dell’Esercito, con sede a Torino, ha il compito di
presiedere alla formazione di base degli Ufficiali del
Ruolo Normale, del Ruolo Speciale, della Riserva
Selezionata, in Ferma Prefissata e di quelli a Nomina
Diretta, nonché della formazione avanzata degli Ufficiali
del Ruolo Normale.
Alle proprie dipendenze ha l’Accademia Militare di
Modena, le due Scuole militari “Nunziatella” di Napoli e
“Teuliè” di Milano, il neo costituito Centro di Competenza
Tattica e, infine, il Centro Studi Post Conflict Operations
(CSPCO) di Torino.
Quest’ultimo conduce attività formative, di supporto
allo sviluppo concettuale e dottrinale, allo scopo di
accrescere la preparazione del personale militare
e civile, nazionale e internazionale, nel pianificare e
condurre efficacemente operazioni di stabilizzazione e
ricostruzione in situazioni post-conflitto.
L’istituto militare è pienamente integrato con l’Università
degli Studi di Torino per quanto riguarda la formazione
degli Ufficiali del Ruolo Normale delle Armi e del Corpo
di Commissariato.
A tale scopo, di concerto con l’ateneo torinese è
stata creata un’apposita struttura didattica speciale,
denominata Scuola Universitaria Interdipartimentale in Giancarlo Nitti Photography
Scienze Strategiche (SUISS).
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R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 27
Il percorso di studi per gli Ufficiali, è una peculiarità nel
panorama universitario nazionale in quanto Interateneo
ed Interdipartimentale.
Nasce infatti dalla collaborazione tra quattro Istituzioni:
Foto archivio
Comando per la Formazione
e Scuola di Applicazione
Ultimi tre anni del percorso formativo dove vengono conseguite la
dell’Esercito di Torino Laurea Triennale e la Laurea Magistrale.
Per soddisfare le esigenze formative degli Ufficiali frequentatori
sono stati individuati cinque percorsi didattici:
Università degli Studi
Politico Organizzativo per la Fanteria, Cavalleria e Artiglieria;
di Torino Sistemi Infrastrutturali per il Genio;
Comunicazioni per le Trasmissioni;
Logistico per Trasporti e Materiali;
Economico - amministrativo per il Corpo di Commissariato.
Accademia Militare
di Modena Nell'Accademia si svolgono i primi due anni del corso.
Università degli Studi di
Modena e Reggio Emilia
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28 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Il corso di laurea è stato aperto successivamente anche agli studenti civili, che vi accedono secondo
un numero programmato (60), per un totale di circa 250 studenti nell’arco dei cinque anni.
La collaborazione con il Politecnico di Torino è incentrata sulla formazione degli Ufficiali del Corpo
degli Ingegneri.
Nella sede di Modena gli Ufficiali conseguono la Laurea Triennale in Ingegneria e completano gli
studi con il conseguimento della Laurea Magistrale a Torino.
Con il Politecnico di Torino la collaborazione prosegue con il “Master in veicoli e mezzi per protezione
civile e difesa”, la cui prima edizione è stata organizzata nel 2011.
Per lo specifico progetto è stato coinvolto anche il Comando Logistico dell’Esercito tramite il
dipendente Centro Polifunzionale di Sperimentazione.
L’iniziativa è di particolare interesse in quanto prevede il coinvolgimento tripartito tra Esercito Italiano,
Politecnico di Torino e Industria della Difesa e Sicurezza (soggetti pubblici e privati) per la definizione
di un percorso formativo di comune interesse.
Il Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione di Torino in collaborazione con la SUISS
partecipa ai programmi europei ERASMUS e “The European initiative for the exchange of young
military officers, inspired by Erasmus” il cosiddetto Military Erasmus.
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE 29
Al completamento dell’internazionalizzazione contribuisce
l’attività di ricerca e didattica specializzata del Centro Studi
Post-Conflict Operations, tramite corsi in lingua inglese,
rivolti a dirigenti civili e militari, italiani e stranieri, al fine di
migliorare le capacità operative dei singoli e la conoscenza
reciproca delle rispettive competenze operative con specifico
riguardo alle Operazioni di Stabilizzazione e Ricostruzione e
alle tematiche connesse con la comprensione dell’ambiente
socio-antropologico dei Teatri di Operazione.
Inoltre è stato anche sviluppato un progetto internazionale
che ha visto interagire il polo formativo delle Nazioni
Unite con assetti dell’Esercito legati al Comando per la
Formazione e Scuola di Applicazione ed alla Brigata Alpina
“Taurinense”. Sono stati sviluppati anche specifici percorsi
formativi universitari, tra i quali il “Master in Peacekeeping
Management” presso la Facoltà di Scienze Politiche.
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
30 R E P O RTA G E | PALAZZO DELL'ARSENALE
Il Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione
dell’Esercito quale polo didattico di eccellenza nel
panorama italiano, e prestigioso centro culturale per
la Città di Torino, è ben inserito nel tessuto sociale
locale, proficua e consolidata la sinergia con il mondo
accademico, le istituzioni internazionali, scientifiche e
imprenditoriali del territorio.
In un’ottica volta a promuovere la cultura della “Difesa”,
sono state sviluppate molteplici iniziative volte a
rafforzare ulteriormente i legami con le altre istituzioni
Adriana Oberto Photography
civili, militari e religiose.
Diverse le collaborazioni con importanti Associazioni di
promozione culturali e sociali quali il Fondo Ambiente
Italiano e i Tram Storici, che hanno organizzato visite
guidate all’interno del Palazzo, ed il Teatro Regio che
quest’anno ha organizzato la seconda edizione del “Regio
Opera Festival” nella splendida cornice del Cortile d’Onore
di Palazzo dell'Arsenale.
Oltre al Palazzo dell’Arsenale, sede di comando, il
Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione
dell’Esercito si avvale di altre infrastrutture: il Complesso
Infrastrutturale "Città di Torino" (detto anche Palazzo
Simoni poiché intitolato al Capitano Gastone Simoni,
Medaglia d'Oro al Valor Militare); il Complesso Sportivo
"Capitano Nicola Porcelli"; la Caserma Morelli di Popolo;
il Campus “Alessandro Riberi” (Ex ospedale militare) e il
Circolo Unificato dell’Esercito di Torino.
Degno di nota tra le numerose attività dell’Esercito è
l’impegno nella salvaguardia del patrimonio naturale, in
collaborazione con la Sovraintendenza ai Beni Culturali,
per garantire il basso e rispettoso impatto delle attività
militari sull’ambiente e la conservazione del patrimonio
culturale.
Giroinfoto Magazine nr. 80
31
A riconoscimento del valore e dell’impegno negli
anni del Comando per la Formazione e Scuola
di Applicazione, al Palazzo dell’Arsenale sono
conservate diverse onorificenze e simboli.
Tra i più importanti citiamo la Bandiera d’Istituto
della Scuola di Applicazione, decorata di
Medaglia d’Argento al Valore Militare.
Storicamente, le bandiere venivano concesse
come ricompensa al contributo di sangue sul
campo di battaglia e come emblema delle glorie
e delle tradizioni del reparto, ma in questo caso
venne consegnata alla Scuola nel 1977 per
servizi particolarmente meritori, con la seguente
motivazione: "Culla di alti insegnamenti, che forgiò
tante giovani generazioni di Ufficiali educandole
alle leggi del dovere e del sacrificio, nella critica
notte dell'armistizio, respinta l'intimazione di
resa, affrontava una impari lotta contro forze più
volte superiori, costituendo un baluardo contro il
quale urtavano invano scelte fanterie avversarie.
Né le perdite, né il successivo intervento di mezzi
corazzati nemici riuscivano a fiaccarne la tenace
volontà di resistenza. Dopo più ore di accanita
lotta, desisteva dal combattimento solo in seguito
ad ordine superiore, suggellando con il sangue
generoso dei suoi difensori le sue tradizioni di
valore e di fedeltà all'onore militare".
Sempre nello stesso anno venne assegnato
anche uno Stemma Araldico.
Adriana Oberto Photography
La “campana del dovere”, invece, forgiata nel 1678 da
Simon Boucheron, regio fonditore nel Regio Arsenale, è lo
storico emblema che caratterizza gli Istituti di Formazione
militare.
Simbolo del valore e del sacrificio di militari e civili che
hanno dato la vita per la Patria, ricorda agli accademisti
il rigore e la rigorosa applicazione negli studi necessaria
per assolvere i loro gravosi compiti.
Dal 1739 a oggi la Scuola di Applicazione ha avuto diversi
cambi di denominazione, ordinativi e di sede, ma grazie
anche alla preziosa collaborazione dell’Università degli
Studi e il Politecnico di Torino, ha sempre mantenuto il
suo ruolo come riferimento formativo, culturale, morale
ed etico per le Forze Armate.
Sinergia, avanguardia e progresso: sono queste le parole
chiave che hanno reso nel tempo il Comando per la
Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito una
delle istituzioni più prestigiose d’Europa.
Si ringrazia per l’ospitalità il Comando per la Formazione e Scuola di
Applicazione dell’Esercito, in particolare il Comandante per la Formazione
e Scuola di Applicazione dell’Esercito, Generale di Divisione Mauro
D’Ubaldi; il Capo di Stato Maggiore del Comando per la Formazione e
Adriana Oberto Photography Scuola di Applicazione dell’Esercito, Generale di Brigata Roberto De Masi;
l’Addetto alla Pubblica Informazione, Luogotenente Giorgio Cuccu.
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Una passeggiata
nella street art, belle case di legno e ristoranti
tra i migliori della Norvegia.
A cura di Antonio Pedone
Giroinfoto Magazine nr. 80
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STAVANGER
Giroinfoto Magazine nr. 80
34 R E P O RTA G E | STAVANGER
Porto con me un bel ricordo di Stavanger perché è stato il Nel 2008 è stata anche Capitale europea della cultura insieme
primo posto che ho visitato dopo lo scoppio della pandemia alla città britannica di Liverpool.
da Covid-19.
È piena di buoni ristoranti, bar, locali notturni e negozi, ma allo
La sua area metropolitana, che include i comuni di Sola, stesso tempo il centro città è piccolo e suggestivo.
Randaberg e Sandnes, è la terza più grande area urbana della
Norvegia, con una popolazione complessiva di quasi 250 mila
abitanti.
Dal 1969, con la scoperta dei giacimenti petroliferi Ekofisk
nella parte meridionale del Mare del Nord, la città ha
conosciuto una veloce trasformazione, da centro economico-
industriale a polo energetico, ed è diventata nota per essere la
capitale europea del petrolio.
Antonio Pedone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | STAVANGER 35
Lungo il porto di Stavanger ci sono circa 60 edifici marittimi.
Furono costruiti tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX
secolo per essere utilizzati come salagione per le aringhe,
magazzini per sale, tronchi e altre merci, nonché per altre
industrie.
Oggi sono stati convertiti in uffici, ristoranti, appartamenti e
altre attività commerciali.
Antonio Pedone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
36 R E P O RTA G E | STAVANGER
Passeggiando per il centro, è possibile scorgere la torre
Valbergtårnet, costruita sulla collinetta Valberget.
Si tratta di un edificio costruito tra il 1850 e il 1853 come
torre di avvistamento degli incendi per i vigili del fuoco della
città.
Antonio Pedone Photography
I nuovi sistemi di allarme antincendio hanno gradualmente
reso superflui i turni di guardia, che sono stati definitivamente
sospesi nel 1922.
La torre ospita un piccolo museo che racconta la storia
dell’edificio e dei vigili del fuoco di Stavanger.
Gamle Stavanger è la parte più antica della città, sul lato
ovest del porto Vågen, e comprende 173 caratteristiche
case di legno dipinte di bianco risalenti all'inizio del XVIII
secolo. Anche il Museo norvegese dell'inscatolamento e il
Museo Marittimo di Stavanger fanno parte del nucleo della
città vecchia.
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Antonio Pedone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
38 R E P O RTA G E | STAVANGER
Il Norwegian Petroleum Museum è sicuramente il museo che
caratterizza maggiormente la città.
Al suo interno, vengono presentati i progressi tecnologici
raggiunti nel settore petrolifero e la sua influenza
nell’economia norvegese.
Inoltre, viene dato spazio anche al tema del cambiamento
climatico, minacciato dalle emissioni di gas serra e dal
riscaldamento globale.
Stavanger di notte è meravigliosa: il clima freddo non ferma
nessuno; in giro e nei locali si incontra e si fa amicizia con
gente di qualsiasi età e tipologia.
Øvre Holmegate è la strada con la maggior concentrazione
di locali per passare la serata: agli inizi degli anni 2000 era
una strada tranquilla e ordinaria, sino a quando il parrucchiere
Tom Kjørsvik non ha avviato un processo durato quattro anni
che l'ha trasformata da dimenticata ad attrazione principale
del paese, con l'aiuto dell'artista Craig Flannagan che ha
scelto la combinazione di colori per la pittura delle case.
Antonio Pedone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | STAVANGER 39
Antonio Pedone Photography
Oggi la strada, chiusa al traffico dal 2005, è fiancheggiata
da locali accoglienti e giustamente viene chiamata
“Fargegaten” (via dei colori)!
Uno bar dei più frequentati dalla gente del posto è
l'Hanekam , dotato di una piccola pista da ballo che si
riempie velocemente nei weekend.
Il Bardello invece è un locale accogliente dove si possono
degustare i migliori cocktail ascoltando musica dal vivo e
assistendo a performance dal vivo.
Se volete passare una serata all'insegna della leggerezza,
il Frøken Phil è il locale che garantisce divertimento e
informalità.
Invece, agli amanti della buona musica consiglio di fare
tappa allo Stavanger Blues Club, a pochissimi passi dalla
Fargegaten. Le serate programmate di martedì sono
state le mie preferite.
Anche la zona del molo vanta una numerosa presenza
di locali dove passare la serata e tra questi, consiglio il
Rabalder Bar, che gode della posizione migliore.
Letizia Angeli Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
40 R E P O RTA G E | STAVANGER
Dove mangiare
Stavanger ospita anche i migliori ristoranti della
Norvegia.
Impossibile quindi non citare i due ristoranti blasonati
con le stelle Michelin: il RE-NAA (due stelle) e il Sabi
Omakase (una stella).
Un’altra scelta sicura è il Tango, piccolo ristorante
intimo dotato di straordinarie opere d'arte moderne e
solo nove tavoli, che consentono di mantenere ferma
l'attenzione sul cibo.
Il Sirkus Renaa di giorno è una panetteria e pasticceria
di livello che si trasforma in eccellente pizzeria la sera.
Parlando di pizza, non posso omettere il Villa 22, dove
ho conosciuto i pizzaioli campani che, oltre a sfornare
la migliore pizza del posto, sono molto cordiali e si
rendono disponibili per dare i consigli giusti.
Per assaggiare i migliori piatti di pesce e frutti di mare,
la tappa da Fisketorget è obbligatoria.
Constaterete che è riduttivo associare i sapori della
Norvegia al solo salmone.
Fisketorget è famoso per la sua zuppa di pesce e altri
piatti di pesce pescato in giornata a base di ingredienti
di stagione.
Samuele Silva Photography
Durante il giorno è aperto anche il banco della pescheria,
dal quale si può acquistare del pesce sottovuoto da
portare a casa come souvenir, facendo attenzione a
non tenerlo troppo tempo fuori dal frigorifero.
Se invece volete provare la carne, vi consiglio di passare
da XO Steakhouse dove ho provato un ottimo filetto di
cervo.
Se non riuscite a rinunciare alla cucina Italiana, vi
consiglio Italo, di proprietà di una famiglia italiana.
Adiacente a Italo, il ristorante etiope Gadja vi
conquisterà con i suoi sapori stupefacenti. Antonio Pedone Photography
Infine, a circa 3 Km dal centro, il Patrioten Bistro offre
piatti tipici norvegesi in un ambiente semplice ma
accogliente.
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | STAVANGER 41
Antonio Pedone Photography
Stavanger è una delle città con il maggior numero di opere di
street art d’Europa. Dal 2001, infatti, ospita il festival di street
art Nuart che si tiene ogni anno a settembre.
Il festival stato istituito nel 2001 ma è dal 2005 che si è
concentrato esclusivamente sulla Street Art, diventando uno
degli eventi più antichi del settore.
Alessio Bagnoli Photography
Il Nuart Festival intende fornire una piattaforma annuale per
artisti nazionali e internazionali che operano al di fuori dei
sistemi tradizionali.
Manuela Albanese Photography
L'evento mira a stimolare il dibattito sfidando nozioni radicate
su cosa sia e, cosa più importante, possa essere l'arte, in un
ambiente internazionale, stimolante e dinamico per artisti,
studenti, galleristi e pubblico: un evento che mira a riflettere la
cultura e parteciparvi contribuendo a definirla.
Tra gli altri eventi degni di nota, non ci si può dimenticare del
Norway Chess, un torneo d’élite, che si tiene presso il Clarion
Hotel Energy, tra i più prestigiosi al mondo a tal punto da
essere definito da Garry Kasparov nel 2014 il "Wimbledon
degli scacchi”.
Invece, nel mese di maggio si tiene il festival internazionale di
Jazz (Mai Jazz) che è uno dei principali di tutta la Norvegia.
Se avete la possibilità di utilizzare una bicicletta (alcuni
alberghi, come lo Scandic Royal , le mettono a disposizione
dei clienti), vi consiglio di organizzare un paio di passeggiate
in bicicletta.
Giroinfoto Magazine nr. 80
42 R E P O RTA G E | STAVANGER
In particolare, consiglio di visitare il monumento Sverd i fjell Un’altra passeggiata che merita essere fatta in bicicletta è
(letteralmente, “Spade nella montagna”), che si trova nei quella sullo Stavanger City Bridge, passando dagli isolotti
pressi del fiordo Hafrsfjord di Madla. Grasholmen e Sølyst sino ad arrivare all’isola di Engøy e
Opera di Fritz Røed, le tre spade, costruite in stile Vichingo e godendo di viste spettacolari.
sono alte 10 metri circa l’una; il monumento fu commissionato
da re Olav V di Norvegia nel 1983 per ricordare la battaglia Stavanger è anche il punto di partenza ideale per alcune delle
di Hafrsfjord dell’872, quando il Re Harald Bellachioma, antico esperienze naturali più uniche della Norvegia: una crociera
predecessore Vichingo di Sweyn I Barbaforcuta che fu Re sul Lysefjord o delle escursioni mozzafiato sulle famose
d’Inghilterra per 5 settimane, sconfisse due rivali e unì tutta la formazioni rocciose di Preikestolen e Kjerag.
Norvegia in un unico regno.
La spada più grande rappresenta il re vittorioso, mentre le altre
due sono destinate a simboleggiare gli avversari sconfitti.
Il monumento funge anche da simbolo di pace, poiché le
spade sono affondate nella montagna e quindi non sono più
usate. Harald regnò dall’872 sino al 930, ed è passato alla
storia come il primo Re della Norvegia unita.
Antonio Pedone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | STAVANGER 43
Oltre ad essere un paese marittimo, la Norvegia è ricca di acque interne, che hanno reso la navigazione il mezzo di trasporto
più importante.
Nel porto di Stavanger, è possibile ammirare e visitare alcune delle navi veterane più importanti della Norvegia.
D/S Hestmanden
Antonio Pedone Photography
La D/S Hestmanden è stata costruita a Bergen nel
1911 e, in tempo di pace, ha navigato principalmente
in navigazione costiera in patria, mentre entrambe
le guerre mondiali ha navigato all'estero con
rifornimenti ai porti alleati.
Oggi, Hestmanden è l'unica nave mercantile
norvegese conservata che ha navigato in entrambe
le guerre mondiali, ed è anche l'unica rimasta
delle oltre 1000 navi che hanno navigato durante
la Seconda Guerra Mondiale sotto la bandiera di
Nortraship (Nortraship, il cui nome deriva dalla
Norwegian Shipping and Trade Mission - NORTRA
- è la società che venne creata durante la Seconda
Guerra Mondiale per gestire il naviglio norvegese
non catturato dai tedeschi e sotto la sovranità
del governo norvegese in esilio).
Nel 2017, la nave ospita il Norwegian War Sailor
Museum con mostre, film e altre informazioni sui
marinai di guerra e le loro storie nelle due guerre
mondiali.
A bordo ci sono anche opportunità di vedere la
cabina e il salone del capitano, nonché la cucina.
Molto spesso, ex marinai si incontrano a bordo della
nave per intonare vecchi cori di guerra.
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44 R E P O RTA G E | STAVANGER
MS Sandnes
Antonio Pedone Photography
La motonave Sandnes è una delle navi più belle e lussuose che
hanno navigato al largo della costa norvegese.
È stata costruita nel 1950 e fino al 1974 ha operato un servizio di
traghetti notturni da Bergen a Stavanger e ritorno.
Divenne poi una nave scuola/scuola per i giovani che volevano
diventare marinai, ma nel 1995 fu ritenuta troppo piccola per
continuare in questo ruolo, e fu messa in vendita.
Nel 2007 è stata acquistata e trasferita di nuovo a Stavanger, dove è
stata ristrutturata e classificata di II grado dalla Direzione per i beni
culturali.
Ora è la più grande nave storica della Norvegia ed è utilizzata per
crociere notturne sui fiordi ed eventi sociali.
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | STAVANGER 45
SS Rogaland
Antonio Pedone Photography
Fu varata nel 1929 e originariamente era dotata di motori a al servizio Sandnes/Stavanger-Oslo. Fu infine ritirata da quel
vapore, che furono sostituiti da motori diesel nel 1965, da qui servizio nel 1964 per essere venduta.
il cambio di designazione da piroscafo a motonave.
Nel 1990 fu acquistata dalla Veteran Ships Association
Come la MS Sandnes, la SS Rogaland ha iniziato la sua di Stavanger, che la ribattezzò Gamle Rogaland (Vecchia
vita operando un servizio di traghetti notturni da Bergen a Rogaland).
Stavanger e ritorno. È stata restituita a Stavanger per essere restaurata e utilizzata
Dopo la guerra, nel 1947, si trasferì sulla rotta Bergen-Oslo e come nave museo, e attualmente intraprende occasionali
continuò a operare su quella rotta fino al 1954, quando passò crociere sui fiordi.
Giroinfoto Magazine nr. 80
46 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
Barbara Lamboley
Cinzia Carchedi
Domenico Ianaro
Lorenzo Rigatto
Maddalena Bitelli
Maurizio Anfossi
Remo Turello
Non solo erbe
A cura di Simone Bravo
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI 47
Ogni anno, durante l’ultimo fine settimana di giugno, il mettere in mostra i tesori del paese, come la pieve di San
comune di Sale San Giovanni, in collaborazione con la Pro Giovanni Battista o la cappella di Sant’Anastasia.
Loco, organizza la manifestazione Non solo erbe, fiera
delle erbe aromatiche ed officinali. Il periodo corrisponde con quello di massima fioritura in
modo da permettere a tutti i visitatori di immergersi tra i
Questo evento è nato per valorizzare le coltivazioni bellissimi colori e gli evocativi profumi di queste piante.
biologiche e biodinamiche di lavanda, elicriso, issopo,
salvia, melissa e altre presenti sul territorio, ma anche per
Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
48 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI 49
Sale San Giovanni
I suggestivi sentieri che portano dal centro del paese
ai campi coltivati, passando per punti panoramici e
percorsi ombreggiati, sono visitabili tutto l’anno, ma
in questo fine settimana il centro storico di Sale San
Giovanni si popola anche di stand di esposizione e
vendita di prodotti erboristici e cosmetici, agricoli e
derivati, oltre che di ottimi prodotti culinari.
Oli aromatici ed essenze, estratti e rimedi naturali,
saponi e prodotti per l’igiene, tutti fanno bella mostra
di sé sui banchetti distribuiti per le vie del paese,
inebriando i visitatori con i loro aromi.
Questa manifestazione rappresenta anche l’occasione
per visitare, accompagnati da preparatissime
giovani guide, i gioielli storici ed artistici del paese,
rappresentati dalle antiche pievi di campagna, veri
scrigni custodi di bellezze antiche e nascoste.
Sale San Giovanni
Barbara Lamboley Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
50 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
Maurizio Anfossi Photography
La prima di queste meraviglie è la Pieve di San Giovanni
Battista, chiesa cimiteriale costruita sul sito di un tempio
pagano già esistente e risalente ai primi decenni dell’XI
secolo.
Nel corso delle epoche ha subito varie modifiche ed
aggiunte: tra le altre è stato rialzato il tetto delle navate
laterali, sono stati aggiunti il campanile e la sacrestia.
Così come la struttura, anche le decorazioni interne hanno
subito varie modifiche nel tempo: alcuni affreschi sono
andati perduti, altri sono stati coperti e quelli che rimangono
sono esempi di stili e gusti differenti.
L’affresco più antico è quello che si trova nel catino absidale
ed è della fine del XII secolo.
Grazie ad un recente restauro ha riacquistato la sua originale
bellezza e rappresenta il Cristo in mandorla attorniato dai
simboli dei quattro evangelisti: il bue sacrificale per San
Luca, l’angelo per San Matteo, l’aquila per San Giovanni e il
leone per San Marco.
L’opera successiva per datazione è quella presente sulla
navata di destra ma è arrivata a noi incompleta.
Ci rimangono solamente l’immagine di san Sebastiano
ancora giovane, vestito con abiti cortesi e con le frecce
in mano come simbolo distintivo e quella di sant’Antonio
Abate, riconoscibile dalla tonsura monacale, dal tau e dal
bastone da pellegrino. Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI 51
Proseguendo all’interno della navata principale e avanzando Nel 2013 è stato fatto uno scavo che ha riportato alla luce
nei secoli possiamo osservare l’immagine presente sul parti delle antiche fondamenta dell’edificio, oltre che più di
pilastro di sinistra. Si tratta dell’affresco meno ben conservato, una decina di sepolture che sono state poi rimosse e studiate.
dipinto tra XIV e XV secolo da una mano più delicata e precisa,
con una prospettiva più studiata ed accurata. È anche presente un affresco raffigurante san Secondo
d’Asti che tiene in mano un modellino della città di Asti,
Si vedono solo più sulla sinistra le mani di santa Lucia che probabilmente simbolo del legame tra il Marchesato di Ceva
porge gli occhi su un piattino mentre alla destra si intravede e la città di Asti.
una spalla con l’armatura e un’arma. Si pensa si tratti di un I colori del Marchesato si possono vedere ancora nell’affresco
santo guerriero, in quanto in alto compare anche una parte di presente sull’abside della navata di sinistra.
aureola, ma non è facilmente identificabile in quanto questa La parte superiore è stata rifatta nel ‘900, probabilmente
parte di affresco è andata perduta. perché troppo deteriorata, mentre la parte inferiore risale ad
un periodo compreso tra XV e XVI secolo. È rappresentata una
Proseguendo sulla destra si vedono san Giovanni Battista con sacra conversazione in cui la Madonna è intenta a discorrere
tutti i suoi attributi, l’abito fatto di pelle di animale, il mantello da un lato con san Sebastiano e sant’Antonio Abate, mentre
rosso e la scrittura sacra con l’Agnello, che punta il dito verso dall’altro ci sono san Rocco con cappello e conchiglie ad
un’altra figura non più riconoscibile. identificarlo e san Martino con le insegne vescovili.
Si potrebbe trattare di un altro santo di provenienza orientale,
visto il turbante, ma anche in questo caso non è possibile La presenza in più affreschi di san Rocco e di san Sebastiano,
identificarlo univocamente. entrambi protettori da pestilenze e peste, denota le frequenti
epidemie che devono aver colpito il paese e la zona.
La mancanza di documenti antichi non permette di conoscere
il nome degli autori degli affreschi, come accade per molte
chiese antiche.
C’è però una piccola eccezione all’interno della pieve di San
Giovanni che è data dagli affreschi di san Sebastiano e della
Madonna che allatta il Bambino, risalenti alla fine del XV
secolo.
Per entrambi è presente un particolare sfondo dorato con
stralci vegetali che si ritrova in un ugual decoro in alcuni
affreschi della chiesa di santa Anastasia ed in altre chiese del
Piemonte.
Anche se questo dettaglio non permette di dare un nome agli
autori di questi affreschi, da modo di identificare la bottega
che li ha realizzati, caratterizzandola con questa specie di
‘firma’. Camillo Balossini Photography
Un discorso simile si può fare per la committenza delle opere.
Non ci sono indicazioni esatte sui committenti, ma
sicuramente doveva trattarsi di famiglie abbastanza ricche:
questo si vede in particolare dal grande affresco del 1550
che rappresenta la Madonna in trono con san Pietro e san
Giovanni Battista.
La Madonna, assisa in trono, tiene in braccio Gesù Bambino
che, sporgendosi verso San Pietro gli offre due chiavi: una
d’oro indicante il potere spirituale e una d’argento per il potere
materiale.
All’altro lato della Vergine appare san Giovanni Battista,
protettore di Sale, che regge con una mano il libro e l’Agnello e
con l’altra un bastone con il cartiglio ‘Ecce Agnus Dei’.
La particolarità di questo affresco è il colore usato per il
mantello della Madonna che è un blu oltremare.
Si tratta di una tinta che veniva preparata usando pietre come
i lapislazzuli che provenivano dai porti del Vicino Oriente,
quindi da oltre il mare.
Era un pigmento raro e dispendioso, indice proprio della
ricchezza della committenza.
Notizie più concrete riguardanti la famiglia che ha richiesto
le decorazioni di questa chiesa si possono trovare in un altro
affresco leggermente più tardo.
Al di sopra, come decorazione, si trovano le bande colorate in
giallo e nero, simbolo del Marchesato di Ceva.
All’interno della pieve si trovano altri indizi del legame del
paese con la nobile famiglia: è possibile trovare sia il loro
motto che il richiamo ai nomi di alcuni membri sepolti al di
Maurizio Anfossi Photography
sotto del pavimento.
Giroinfoto Magazine nr. 80
52 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
L’altro gioiello medioevale di Sale San Giovanni è la
Pieve di Sant’Anastasia.
Costruita su una collinetta al di fuori del paese,
anche questa chiesa ha subito diverse modifiche e
rimaneggiamenti nel corso dei secoli.
Il nucleo più antico è datato intorno al 1050 ed è
stato eretto dai monaci benedettini di San Benedetto
Belbo che dipendevano dal priorato di Santa Maria del
Castiglione di Parma.
Si trattava originariamente di una sorta di riparo per
viaggiatori e viandanti e la struttura corrispondeva
all’incirca all’attuale abside.
Anche il toponimo della collina su cui si trova, detta
Gamellona, riconduce a questa funzione: la gamella,
infatti, era la ciotola con cui i monaci rifocillavano i
pellegrini.
La chiesa rimase immutata fino all’incirca al XIII – XIV
secolo: in questo periodo venne ingrandita alzando il
tetto e costruendo la navata.
È ancora possibile distinguere facilmente le parti
originarie rispetto a quelle aggiunte in seguito per i
differenti metodi di costruzione utilizzati.
Infine, nel XIX secolo vennero fatti nuovi lavori
ricoprendo il tetto con pietre di langa e costruendo il
campanile.
All’interno dell’edificio sono presenti diversi affreschi,
ma quello più bello e meglio conservato è quello che
si trova nella zona absidale, realizzato nel XV secolo.
La scena è divisa in tre parti ed è tutta racchiusa tra le
due figure simboliche che si trovano agli angoli opposti:
un diavolo dalle corna caprine e un angelo bianco con
ali verdi e rosse dall’altra.
I due personaggi rappresentano allegoricamente
l’Inferno e il Paradiso, cioè i due estremi opposti, tra cui Remo Turello Photography
si muoveva la vita degli uomini medioevali.
Ogni dettaglio della rappresentazione è un simbolo
teologico e, ad esempio, i colori dell’angelo
rappresentano le tre virtù teologali: fede, speranza e
carità.
Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI 53
Il centro dell’affresco è occupato dalla figura di santa
Anastasia che tiene in una mano il Vangelo e nell’altra
la palma del martirio.
Anastasia nacque in una famiglia patrizia dell’antica
Roma, figlia di un senatore e di una nobildonna
cristiana.
Fin da giovane aderì alla fede della madre e incominciò
ad aiutare segretamente i perseguitati. Si sposò con
un certo Publio, anch’egli appartenente al ceto patrizio,
che però era contrario al cristianesimo.
Quando scoprì la fede della moglie, Publio la segregò
in casa, impedendole di portare avanti le sue attività in
favore dei bisognosi.
Morto il marito, Anastasia si trasferì in Illiria, dove
fu libera di riprendere la sua azione di aiuto verso
i bisognosi, curando in particolar modo i carcerati,
essendo lei stata in qualche modo carcerata in casa.
La sua storia si svolge durante il periodo dell’impero
di Diocleziano, famoso per le persecuzioni contro
i cristiani, e ripercorre i passi di quella di molti altri
martiri della prima chiesa.
Venne infatti scoperta e processata e, rifiutandosi di
abiurare la fede cristiana, venne condannata al rogo.
Secondo la tradizione fu arsa viva il 25 dicembre 304.
Il suo culto si diffuse inizialmente nelle province romane
orientali e raggiunse l’Italia e poi il resto dell’Europa solo
a seguito delle conquiste dei Goti e dei Longobardi.
Alla sua sinistra è rappresentato san Rocco con il
caratteristico cappello a falde larghe per la protezione
dagli agenti atmosferici e il corto mantello detto
‘sanrocchino’ su cui è posata una conchiglia.
Sulla gamba è ben visibile la piaga della peste, che lo
identifica facilmente come protettore dalle malattie,
oltre che dei viandanti.
Dall’altro lato, invece, si trova san Romeo, rappresentato
Maddalena Bitelli Photography con una cotta bianca, il mantello rosso, il bastone e la
mitra.
Anche questo santo è considerato protettore dei
pellegrini, infatti anche lui ha una conchiglia sul
bastone, ma la sua presenza è piuttosto insolita nelle
langhe, trattandosi di un santo spagnolo domenicano.
Queste tre figure occupano il riquadro centrale
dell’affresco mentre, sulla sinistra, nella parte in cui
è presente il piccolo diavolo, si trovano sant’Antonio
Abate, con la tonaca marrone, la lunga barba bianca e
il bastone a forma di tau e san Bernardo di Chiaravalle.
Nel riquadro di destra, infine, possiamo osservare la
Vergine in trono con il Bambino e san Giovanni Battista.
Maria ha in mano una rosa bianca, simbolo di verginità
e purezza, mentre Gesù bambino tiene in mano un
uccellino, simbolo della salvezza dell’anima.
Tra queste figure e l’angelo si trova san Giovanni
Battista nella sua iconografia più classica, con il
vangelo in mano e la scritta ‘Ecce Agnus Dei’, la tunica
fatta di peli di cammello e il mantello rosso simbolo del
Remo Turello Photography martirio.
In tutti e tre i riquadri dell’affresco il cielo sullo sfondo
è sostituito da un fondo dorato decorato con stralci
vegetali, proprio come nell’affresco della pieve di san
Giovanni, ad indicare che è stato dipinto dalla stessa
bottega.
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54 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
L’attrazione principale della manifestazione sono le piante
officinali.
Sale San Giovanni è il secondo polo in Piemonte per la
produzione di erbe officinali: coltivazioni di lavanda, elicriso,
issopo e salvia si perdono a vista d’occhio, intervallate
dall’enkir, un cereale di origine antica e riscoperto per le sue
qualità.
Per saperne di più abbiamo fatto alcune domande ai
membri della famiglia Suria, coltivatori da anni su questi
difficili terreni.
Quando siamo arrivati, al mattino presto per poter fare i
primi scatti al levar del sole, abbiamo trovato Ugo e Luca già
intenti al lavoro.
“Ieri sera è piovuto – ci raccontano – così questa mattina abbiamo
iniziato a rincalzare le piante novelle di lavanda.
La natura non ti aspetta e quando c’è da fare un lavoro nel campo
va fatto rapidamente in giornata altrimenti dopo è tardi.”
Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI 55
Cogliere il momento! Come per noi
fotografare!!
Marco ci ha raggiunti più
tardi al pian del Gi, uno dei più
caratteristici luoghi di Sale San
Giovanni.
Il casotto e i campi attigui sono
proprietà della famiglia.
“La nostra storia è iniziata con
mia mamma Vittoria.
Per necessità si lavorava nei
campi per poter vivere.
In quegli anni nei nostri terreni
coltivavamo cereali e avevamo
dei vigneti; come potete vedere
la conformazione di queste
colline le rende spettacolari, ma
allo stesso tempo la pendenza è
avversa all’agricoltura e i campi
sono impervi da lavorare, faticosi
da coltivare.”
Ma come siete passati da cereali e viti alle erbe
officinali?
Con il cambio generazionale parte dei terreni
sono stati abbandonati.
Quando abbiamo ripreso l’attività di famiglia,
il nostro primo obiettivo è stato di poter
coltivare in modo naturale per aver prodotti
sani e genuini senza dover utilizzare prodotti
chimici.
Abbiamo abbandonato quindi i cereali e le
viti, che producono meglio su altri terreni e
qui avrebbero bisogno di additivi e concimi.
Abbiamo riflettuto su come usare al meglio
e in modo naturale questi terreni e la
risposta è giunta guardando alla tradizione:
per arricchire i campi e mantenerli produttivi
il modo migliore è la rotazione delle
coltivazioni.
Inoltre, abbiamo dovuto trovare un prodotto
che si adattasse bene alla tipologia dei
nostri terreni e le piante aromatiche si sono
dimostrate perfette.
E come funziona il ciclo delle colture?
Per prima cosa bisogna preparare il
terreno; per questo piantiamo per un
anno del favino, una leguminosa che
riesce ad ‘ingrassare’ il terreno.
L’anno successivo la sostituiamo con
dell’Enkir, un antico cereale riscoperto
in tempi recenti che riesce a ripulire il
terreno.
A questo punto, dopo aver fertilizzato
il terreno, l’anno successivo è
possibile piantumare le erbe officinali.
Remo Turello Photography
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56 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
Maddalena Bitelli Photography
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R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI 57
Che tipi di piante aromatiche avete qui? Quindi non usate macchinari?
Noi coltiviamo principalmente la lavanda e la salvia, ma Sì, li usiamo per la raccolta dei fiori.
abbiamo anche campi di issopo, melissa e finocchietto. Passiamo nell’interfila con una particolare macchina che
Quindi abbiamo detto un anno di favino e un anno di enkir, taglia i fiori con lo stelo e li carichiamo in un cassone. Il
ma poi quanto vivono le altre erbe officinali? ricavato lo portiamo agli stabilimenti per la lavorazione e
l’estrazione degli oli.
Queste piante restano sul terreno fino ad una quindicina
di anni. Dopo il passaggio di questa macchina e per il resto
Tra la fine di giugno e la prima decade di luglio dell’anno le piante restano come “tosate” sempre ogni
raggiungono il massimo della loro fioritura, poi i fiori anno un po’ più alte del precedente, per compensare la
iniziano a diventare più scuri, tendenti al marrone, ed è il crescita. In primavera poi ripartono e si preparano per
momento di raccoglierli. una nuova fioritura.
Per il resto dell’anno queste piante non richiedono molti
interventi, se non di sostentamento e di pulizia delle Questo è il procedimento per la lavanda, ma per la salvia come
prode dalle erbacce. funziona?
Lavori che per lo più vanno fatti manualmente.
Il procedimento è il medesimo e anche la macchina che
usiamo è la stessa.
L’unica differenza è che ci sono anni particolari per cui per
la salvia riusciamo ad avere due raccolti.
Cinzia Carchedi Photography
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58 R E P O RTA G E | SALE SAN GIOVANNI
Cinzia Carchedi Photography
Come vengono usati i fiori e le foglie che raccogliete?
Principalmente servono per produrre tramite la
distillazione in alambicchi gli oli essenziali, che vengono
usati in cosmesi e per la profumeria.
Le piante che coltiviamo appartengono a chemiotipi
specifici, selezionati per produrre una buona quantità di
olio, quindi raramente le utilizziamo per scopi alimentari
o per l’essiccatura.
E quanto rendono praticamente queste piante?
Per fare ad esempio un litro di olio essenziale, quanta lavanda
occorre?
Servono all’incirca quattro quintali di lavanda per distillare
un litro di olio.
Ah! Se pensiamo alla leggerezza del fiore di lavanda
capiamo bene il motivo per il quale sia così costoso!
Ringraziamo i nostri ciceroni per le loro interessanti
informazioni e ora non ci resta che andare ancora ad
immergerci tra i profumi, i colori, gli aromi e la storia di
Sale San Giovanni.
Lorenzo Rigatto Photography
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Barbara Lamboley Photography
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60 R E P O RTA G E | ASSORO
A cura di Rita Russo
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R E P O RTA G E | ASSORO 61
La millenaria storia dell’isola più grande del Mediterraneo, la Sicilia, emerge in ogni
suo angolo, dalla costa alle aree più interne, come quelle della provincia di Enna,
l’unica priva di sbocco a mare, costituita da venti comuni tra i più alti di quota,
ognuno dei quali porta i segni, più o meno integri, lasciati dalle numerose civiltà che
si sono succedute nel tempo sull’intera isola.
Rita Russo Photography
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62 R E P O RTA G E | ASSORO
Così in giro per la provincia ennese, attratti dalla sua antichissima
storia e dalle affascinanti testimonianze di essa, siamo andati
a visitare Assoro, una ridente cittadina, il cui centro storico,
che si erge sul Monte La Stella a circa 900 metri sul livello del
mare, digrada dolcemente sul pendio meridionale di esso e
dista 30 km da Enna e 4 km dalla riva sinistra del Fiume Dittaino
(conosciuto nell’antichità con il nome di Chrysas).
Il Monte La Stella fa parte dei Monti Erei, una catena
montuosa sita nella parte centrale dell’isola, a sud dei Nebrodi
e delle Madonie, il cui limite orientale è costituito dalle prime
propaggini della Piana di Catania e quello occidentale dal corso
del Fiume Imera Meridionale e comprende le provincie di Enna
e Caltanissetta.
Quest’area montuosa, le cui vette non raggiungono altezze
particolarmente elevate, è nota per essere stata un tempo la
sede di una delle aree più importanti al mondo per l’estrazione
dello zolfo, testimoniata oggi da alcuni parchi minerari.
Rita Russo Photography
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R E P O RTA G E | ASSORO 63
L’estrazione dello zolfo è stato un
elemento determinante, non solo per
l’intera provincia di Enna, ma anche per
l’economia assorina. Infatti, ad Assoro,
nella zona confinante con il Dittaino,
sono stati ritrovati giacimenti di zolfo,
salgemma e alabastro gessoso, sfruttati
grazie a una rete di 80 pozzi, che, fino al
dopoguerra, hanno donato ricchezza e
stabilità economica al paese.
La risorsa estratta dalle tredici zolfare
prossime ad Assoro veniva trasportata
alla stazione di Leonforte e da qui a
quella di Dittaino, per poi essere trasferita
ai porti di Catania o di Riposto, dai quali
raggiungeva tutto il mondo.
Dell’antica tratta ferroviaria Assoro -
Leonforte restano oggi la traccia e alcune
infrastrutture, tra cui l’antico ponte delle
dodici luci.
Rita Russo Photography
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64 R E P O RTA G E | ASSORO
ASSORO ATTRAVERSO I SECOLI
Le origini di questo centro abitato affondano le loro radici Ai normanni seguirono prima gli svevi e poi gli angioini che si
in epoche antichissime, a partire dall’età del Bronzo medio. imposero prepotentemente in tutta l’isola, causa scatenante
Tracce dei primi insediamenti urbani sono stati riscontrati della famosa battaglia dei Vespri Siciliani (1282), a cui gli
in alcune zone collinari nei pressi dell’attuale Assoro e nella assorini parteciparono attivamente.
zona dove s’innalza il maestoso castello.
Espulsi gli angioini dal territorio dell’isola, il potere passò
I Siculi, di provenienza indo - europea, fondarono per primi la agli aragonesi con a capo Pietro I d’Aragona, che portò in
città, verso il 1450 a.C., al centro dell’ampio e fertile territorio Sicilia numerose famiglie aristocratiche, tra le quali quella dei
attraversato dal fiume Chrysas, che gli arabi denominarono Valguarnera, alla quale venne riconosciuto il diritto di dimora
poi Wadi at Tain, ossia fiume di fango, da cui l’attuale nome nel castello e gli vennero affidati tre feudi.
di Dittaino.
Ma i primi abitanti effettivi furono i Sicani giunti dall’Africa. Questa famiglia contribuì molto allo sviluppo e all’espansione
In seguito fu colonizzata da diverse popolazioni tra le quali i della cittadina con la costruzione di monumenti e luoghi di
Greci, i Cartaginesi e i Romani. culto.
Di tale periodo sono stati ritrovati numerosi reperti, oggi
custoditi nel Museo Archeologico Paolo Orsi di Siracusa.
Secondo lo storico Diodoro Siculo, Assoro, tra il 404 e il 260
a.C., fu l’unico centro a sostenere la potente Siracusa nelle
battaglie contro i Cartaginesi, gli Etruschi e i Greci.
In cambio la potente città le donò il privilegio di coniare
moneta propria, rappresentando uno Stato indipendente con
proprie leggi, culti e calendario religioso.
Della storia di Assoro scrisse anche Cicerone ne “Le Verrine”,
in cui racconta di un episodio che vide protagonisti gli Rita Russo Photography
“assorini” contro il pretore romano Verre, il quale noto per
la sua abilità nei furti di pregevoli opere d’arte, dopo essere
divenuto governatore della Sicilia, escogitò un piano per
sottrarre, dal Tempio di Assoro, la statua del dio Chrysas,
il dio del fiume che scorreva attraverso le sue campagne
rendendole fertili e per questo adorato dagli abitanti, in
prevalenza agricoltori.
Egli, infatti, giocando d’astuzia, decise di non compiere
direttamente il furto ma di inviare i suoi uomini che, però,
furono scoperti e costretti alla fuga.
Riferendosi a questo episodio, Cicerone attribuì agli assorini
la frase “Viri Fortes et Fideles” che oggi compare sullo
stemma del Comune, in cui è raffigurata l’immagine di tre
monti italici illuminati da una stella.
Tale stemma risulta essere identico a quello dei Benedettini
di Catania che ressero Assoro per circa un millennio.
La tormentosa e più recente storia di questa città inizia con
l’invasione dei musulmani che s’insediarono nel centro fino
al 1061 d.C., quando i normanni guidati dal Conte Ruggero,
in quell’anno, conquistarono Assoro per la felicità dei suoi
abitanti.
Al Conte Ruggero successe Guglielmo II, detto “il buono”
che, insieme alla zia Costanza d’Altavilla, Signora di Assoro,
decise di erigere nella cittadina un nuovo tempio costituito
dalla magnifica Basilica di San Leone.
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R E P O RTA G E | ASSORO 65
Prima di raggiungere il cuore del centro storico, sito nella parte La facciata settentrionale e quella orientale, in elegante stile
più alta del paese, ci si imbatte in un isolato campanile a fianco Catalano, che prospettano, invece, rispettivamente sulla
del quale si scorgono alcuni ruderi. successiva piazza Guglielmo Marconi e su Via Crisa, hanno
portali bugnati e balconi in pietra finemente lavorati.
Si tratta della Chiesa di Santa Caterina che, realizzata dai
Cavalieri del Tempio nel secolo XIII, fu utilizzata per molto tempo Il palazzo fu edificato nel 1492 per volontà della nobile famiglia
come ospedale per i pellegrini e alla fine del 1700 funzionò, per Valguarnera, Signori di Assoro, che avendo vissuto per lungo
un periodo, da Chiesa Madre di Assoro. tempo nel bellissimo Castello, ebbero per il palazzo esigenze
costruttive sfarzose e regali.
Percorrendo la via Crisa, corso principale della cittadina, si
raggiunge la pedonale Piazza Umberto I, caratterizzata da un Negli anni successivi la residenza divenne ancora più elegante e
ampio belvedere dal quale si gode di una spettacolare veduta sui nel 1538 venne affiancata da un nuovo palazzo in stile barocco.
tetti della cittadina e dei profili delle città di Enna e Calascibetta,
site proprio di fronte ad essa.
Da questo punto ci si trova ad un passo dai luoghi più interessanti
del paese. Infatti, sul lato destro della piazza, prospetta il fronte
posteriore del maestoso Palazzo della Signoria, i cui pianterreni
costituivano originariamente le scuderie baronali.
Rita Russo Photography
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Rita Russo Photography
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R E P O RTA G E | ASSORO 67
Rita Russo Photography
A 50 metri da piazza Umberto I si trova la bellissima Chiesa
di San Leone, divenuta Matrice di Assoro nel 1492 ed elevata
a rango di Basilica nel 1499, il cui prospetto principale si
affaccia su Piazza Marconi.
Essa è collegata al Palazzo della Signoria attraverso un arco
a tutto sesto sul quale un camminamento permetteva, ai
nobili Valguarnera, l’accesso privato dal palazzo al tempio.
La magnificenza decorativa e la bellezza artistica di questo
luogo di culto è tale da lasciare senza fiato il visitatore che
vi accede.
Essa fu, infatti, dichiarata Monumento Nazionale nel 1933
ed è, senza tema di smentita, uno dei monumenti più belli
dell’intera Sicilia.
La chiesa fu eretta nel 1186, su un’area sulla quale insisteva
originariamente un tempio pagano, per volere di Guglielmo
il buono, il quale la donò, come cappella “regia”, a Costanza
d’Altavilla, figlia di Ruggero II, sposa di Enrico VI, a sua volta
figlio di Federico Barbarossa (dal cui matrimonio nacque poi
Federico II, lo Stupor Mundi).
Verso la fine del 1400, per mano dei Valguarnera, la chiesa fu
ristrutturata, ampliata e arricchita di nuovi stili.
In questo periodo furono aggiunte alla navata centrale le due
laterali dotate ognuna di sette altari.
Essa presenta, dunque, uno stile prevalentemente gotico che
si alterna a quelli arabi e catalani.
A seguito dei danni subiti a causa del terremoto della Val di
Noto, avvenuto nel 1693, il tempio subì ulteriori ristrutturazioni.
Il sisma non causò vittime, ma ingenti danni al pronao e
alla guglia campanaria, poi sostituita da una specola con
orologio fino al 1973.
La chiesa, a fasi alterne, è stata oggetto di ulteriori
ristrutturazioni che, conclusesi nel 2012, hanno permesso
di rendere fruibile nella sua interezza questo prezioso bene,
insieme a tutto il suo patrimonio artistico e culturale.
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68 R E P O RTA G E | ASSORO
Domenico Ianaro Photography
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Per il tipo di struttura, la basilica presenta similitudini con la
Cappella Palatina Palermitana e con il Duomo di Monreale,
della cui Curia, nel periodo normanno, faceva parte anche il
territorio assorino.
Essa presenta una forma a croce latina ripartita in tre navate
per mezzo di colonne tortili. Il transetto è rialzato rispetto
al pavimento della chiesa e a un livello superiore si trovano
l’abside centrale e le due laterali.
Il tetto, ligneo con capriate, nel 1490 fu restaurato da un ricco
ma non noto assorino, Eugenio di Rocca, il quale, convinto
di guadagnarsi un posto in paradiso attraverso questa
ristrutturazione, su una delle travi, in una lingua ottenuta
dalla commistione di più stili ( arabo, gotico - catalano e
barocco), così scrisse: LULEGATU DI RUGGERU DI ROCCA NI
ACCAPTAU - VIVAI ANIMA EIUS - MCCCCLXXXX.
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70 R E P O RTA G E | ASSORO
Numerose opere d’arte, riferibili alle varie fasi costruttive della Quelle di sx raffigurano San Leone Vescovo, titolare della
basilica, adornano e arricchiscono ogni suo angolo. chiesa e San Leone II, papa siciliano; mentre, quelle di destra
Di notevole bellezza è il crocifisso ligneo appeso al centro della raffigurano San Benedetto da Norcia, in omaggio ai monaci
navata principale, che da un lato ritrae il Cristo e dall’altro la sua benedettini che evangelizzarono la cittadina e San Placido
resurrezione, del quale non si conosce il nome dell’autore ma martire, che donò la dimora assorina all’Ordine benedettino.
si pensa che possa appartenere ad un artista della scuola di Mentre in quella centrale è raffigurata la statua della Madonna
Cimabue, databile quindi tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300. Libera Inferni.
L’ordine superiore comprende due lunettoni esterni, due serie
Le meraviglie che decorano l’abside centrale, ornata da una di tre formelle che recano scene evangeliche in bassorilievo
volta con nervature ad ombrello, sono per lo più attribuibili alla e delimitano un grande altorilievo sull'asse centrale, nel quale
scuola gaginiana. si staglia la figura trionfale del Cristo Risorto con bandiera
Di particolare pregio è la pala d’altare scultorea, collocata nel spiegata, raffigurato nell'atto di assurgere al cielo in un vortice
catino absidale e realizzata in marmo da Antonello Gagini, nel di nembi e putti alati.
1515. Essa raffigura nelle due scene esterne inferiori, l’inferno
a sx e il purgatorio a dx; un festone di frutta, sul quale si trovano Le formelle sono intervallate da lesene con capitelli che
i simboli iconografici dei quattro evangelisti (aquila, angelo, presentano la superficie esterna decorata da
leone e toro), separa le scene inferiori dalla parte centrale delicate grottesche in rilievo.
della pala stessa, nella quale in cinque nicchie decorate in alto Infine, tutti gli elementi della parte sommitale della pala
dalla conchiglia di San Giacomo, allegoria del pellegrinaggio riportano all’allegoria del Paradiso.
terrestre, si trovano altrettante statue a tutto tondo.
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I sarcofagi marmorei, realizzati anch’essi da Gagini
e ben visibili ai lati dell’abside, contengono le
spoglie dei conti Valguarnera ed originariamente
poggiavano su quattro cariatidi, oggi non più
esistenti.
Sull’altare maggiore svetta un Crocifisso in legno
e impasto (alto metri 1,70) sempre attribuito ad
Antonello Gagini e caratterizzato da una bellezza e
una perfezione anatomica fuori dal comune.
Questa statua, in occasione delle feste pasquali e in
particolare il Venerdì Santo, viene portata a spalla,
in processione per le vie del paese, da 72 confratelli
“Nudi”, così chiamati perché camminano a piedi
scalzi.
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72 R E P O RTA G E | ASSORO
Una volta usciti dalla basilica, saliamo attraverso gli stretti
vicoli e i piccoli cortili del centro storico, per raggiungere la
parte più alta di esso sul quale si trovano i ruderi del Castello,
non mancando di passare prima a visitare un’altra delle
chicche di questo paese, costituita dalla chiesa di Maria SS
degli Angeli, la prima edificata ad Assoro.
Essa, insieme all’adiacente convento, fu eretta dai Padri
Francescani Riformati, nel 1622, inglobando quella
preesistente dedicata a S. Margherita.
Fino al 1896 questa struttura, che ospitava una ricca biblioteca,
rimase in possesso dei frati francescani. Dopo quella data il
convento fu trasformato in carcere mandamentale e dopo
la Seconda Guerra Mondiale divenne prima sede di un
orfanotrofio e poi di un istituto scolastico a regime convittuale.
Alla chiesa si accede attraverso una monumentale scalinata
al cui centro si innalza una grossa croce in pietra.
All’interno, trionfa lo sfarzo legato agli splendidi dipinti in
stile barocco siciliano, realizzati con la tecnica del “trompe
l’oeil”, inusuali per una chiesa appartenente all’ordine dei
francescani.
Rita Russo Photography
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R E P O RTA G E R E
| PFESTIVAL
O R T A G EDELL'ORIENTE
| ASSORO
73
Continuando la salita, raggiungiamo la sommità del Monte La Essi apportarono numerosi interventi di sviluppo ed
Stella, sulla quale si erge quel che resta dell’antico Castello, espansione al Castello e vi abitarono finché non furono
conosciuto anche come Castello di Valguarnera, dal nome completati i lavori di realizzazione del Palazzo della Signoria.
della nobile famiglia che vi dimorò per ultima. Da quel momento la fortezza fu abbandonata e andò nel
Di questa magnifica struttura, che ha contribuito alla tempo in rovina, cosa che ha reso ancora più difficile, oggi, la
formazione della storia di Assoro, restano oggi solo pochi e comprensione dell’intero apparato.
significativi ruderi. Nonostante ciò, dai suoi resti si può affermare che una parte
delle mura superstiti sono rivolte verso la vallata, dove si
Le notizie storiche su questo edificio sono per lo più incerte estendeva la zona residenziale.
ed esigue. E’ probabile che esso sia il frutto di successive
ricostruzioni su apparati preesistenti. Invece, dall’altra parte, cioè verso Assoro, si estendeva
Infatti, con l’importante scoperta effettuata dall’illustre quella difensiva dove i soldati controllavano costantemente
archeologo Paolo Orsi, fu avanzata l’ipotesi dell’esistenza di eventuali attacchi nemici.
un’antichissima struttura, risalente probabilmente ai primi Infatti, era possibile accedere al Castello solo passando per
abitanti di Assoro (Siculi e Sicani), grazie al rinvenimento, il paese.
sul lato interno del muro di sud - ovest, di segni di un’antica La planimetria di questo edificio, realizzato in cima alla rupe,
scrittura costituita da lunghe serie di petroglifi lineari, tutti ha un andamento poligonale irregolare, a causa delle asperità
uguali. Su questo edificio, poi, i bizantini realizzarono il loro del terreno roccioso sul quale fu edificato.
forte che fu, però, requisito e ricostruito dagli invasori arabi
nel 939 d.C.. Caratteristica tipica dei castelli del medioevo, era quella di
Il forte arabo fu, successivamente, conquistato dai normanni costruire fortezze alternando gli scavi nella roccia a mura forti
che lo ingrandirono e lo cedettero poi, attraverso un atto di e solide. In quella in oggetto è possibile, infatti, notare questo
vendita sottoscritto da Ruggero II, al vescovo di Catania che particolare attraverso i due spezzoni di mura rimasti, il primo
ne divenne proprietario feudale. dei quali termina su una torre piena, a pianta circolare, l’unica
superstite delle quattro originarie, dotata, fino a pochi anni
A questo seguì Scaloro degli Uberti, feudatario e conte di addietro, di beccatelli in pietra.
Assoro, componente della omonima famiglia ghibellina
proveniente da Firenze. L’altro brandello di cortina muraria è rivolta verso la vallata
Durante le guerre politiche del 1340, Scaloro, accusato di e delimita una sorta di sotterraneo, probabilmente utilizzato
tradimento, subì l’esproprio del Castello e del feudo di Assoro come magazzino, al quale si accedeva da una scala
che venne assegnato a Giovanni d’Aragona, duca di Randazzo. elicoidale scavata nella roccia calcarenitica; mentre i piani
Sette anni più tardi, Scaloro, grazie ad un atto di clemenza superiori erano adibiti a dimora residenziale dei nobili che si
del re Federico IV d’Aragona, riottenne il Castello e il suo succedettero.
feudo ma morì poco tempo dopo, a causa di una sanguinosa La posizione strategica dell’edificio permetteva di controllare
vicenda bellica che vide coinvolto proprio il castello. sia il vasto territorio di Assoro, sia la strada che da Catania
Negli anni successivi, la proprietà di quest’ultimo restò conduceva a Palermo.
dapprima nelle mani reali aragonesi e nei primi anni del 1400
passò in quelle dei nobili catalani Vitale e Simone Ventimiglia. Attualmente, in prossimità dei ruderi del castello, dai quali si
Questi ultimi furono nominati Signori di Assoro e tali rimasero può godere di un’ottima veduta sull’ampia vallata sottostante
fino alla fine del feudalesimo. e soprattutto sul Monte Etna, è stato realizzato un parco
urbano immerso nel verde.
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74 R E P O RTA G E | ASSORO
Una volta visitato il Castello, scendiamo, attraversando altre vie A queste si aggiunge un’altra particolarità, che non potevamo
del centro storico, per chiudere la nostra passeggiata culturale perdere, costituita dalla cappella rupestre bizantina (sec.X-XI)
nel punto da cui essa ha avuto inizio, ossia Piazza Umberto I. dedicata a Santa Maria La Mendola o della Madonna Medica,
che si trova custodita all’interno di una cavità rupestre, sita
Durante questo tragitto ci imbattiamo in altri luoghi di culto tra poco fuori dal centro storico di Assoro.
cui la Chiesa dello Spirito Santo a tre navate, risalente al secolo
XIII, che è stata restaurata di recente e le suggestive rovine All’interno di questo antro, probabilmente sede di un culto
della Chiesa di San Biagio, risalente al 1603, della quale resta pagano più antico, si conservano le tracce di dipinti bizantini
solamente il campanile e il prospetto principale. dedicati a San Leone e a Santa Petronilla, patrona di Assoro.
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Giunti nuovamente a Piazza Umberto I, concludiamo la nostra produttiva passeggiata tra le bellezze artistiche e naturalistiche
di questa cittadina, nelle ultime ore di luce della giornata, inaspettatamente accolti da un emozionante e infuocato tramonto,
intenso per colori e sfumature.
Un motivo di più per visitare questa magnifica realtà medievale siciliana.
Si ringrazia la Pro Loco di Assoro per averci reso
possibile la visita ai luoghi citati nel presente
articolo.
info@[Link]
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IG castello_di_assoro
Rita Russo Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
76 MOSTRE | ANDY WARHOL
Icone, Fama e Successo
Marilyn, 1967, Serigrafia su carta, 189 / 250,
91.4 x 91.4 cm
Collezione Eugenio Falcioni
Giroinfoto Magazine nr. 80
MOSTRE | ANDY WARHOL 77
a cura di Achille Bonito Oliva
MILANO
FABBRICA DEL VAPORE
dal 22 ottobre 2022 al 26 marzo 2023
Una mostra imperdibile
sul protagonista della pop art americana
Ogni cosa ripete se stessa.
È stupefacente che tutti siano
convinti che ogni cosa sia nuova,
quando in realtà altro non è se non
una ripetizione.
[ Handy Warhol ]
Con oltre trecento opere divise in sette aree tematiche
e tredici sezioni - dagli inizi negli anni Cinquanta come
illustratore commerciale sino all’ultimo decennio di attività
negli anni Ottanta connotato dal rapporto con il sacro - la
spettacolare mostra Andy Warhol.
La pubblicità della forma è promossa e prodotta da
Comune di Milano–Cultura e Navigare, curata da Achille
Bonito Oliva con Edoardo Falcioni per Art Motors, Partner
BMW.
Aperta dal 22 ottobre 2022 sino al 26 marzo 2023 a Milano
alla Fabbrica del Vapore, è un viaggio nell’universo artistico
e umano di uno degli artisti che hanno maggiormente
innovato la storia dell’arte mondiale.
Giroinfoto Magazine nr. 80
78 MOSTRE | ANDY WARHOL
“Warhol – afferma Bonito Oliva – è il Raffaello della società di massa americana che dà superficie ad ogni profondità
dell'immagine rendendola in tal modo immediatamente fruibile, pronta al consumo come ogni prodotto che affolla il nostro
vivere quotidiano.
In tal modo sviluppa un'inedita classicità nella sua trasformazione estetica.
Così la pubblicità della forma crea l'epifania, cioè l'apparizione, dell'immagine”.
Andrew Warhola, classe 1928, originario di Pittsburgh, dopo la laurea nel 1949 si trasferisce a New York, trasforma il proprio
nome di origine slovacca in Warhol e nei primi anni ’60 è un giovane pubblicitario di successo, che lavora per riviste come New
Yorker, Vogue e Glamour.
L’intuizione che lo renderà celebre e ricco è quella di ripetere una immagine più e più volte, in modo da farla entrare per sempre
nella mente del pubblico.
Thirty Are Better Than One, la sua prima Monna Lisa ripetuta ben trenta volte, da celebre ed esclusiva opera d’arte, viene
trasformata in una opera di tutti e per tutti, trasformando il linguaggio della pubblicità in arte. In Green Coca-Cola Bottles –
scrive Falcioni nel suo testo per il catalogo – comprendiamo immediatamente che per l’artista è proprio la quantità a prevalere
sull’originalità del soggetto raffigurato: è infatti ripetendo la stessa immagine che egli riesce a portare e mettere in scena il
panorama consumistico nel mondo dell’arte: compito dell’artista non è più creare, ma riprodurre”.
Per far questo Warhol adotta una speciale tecnica di serializzazione, con l’ausilio di un impianto serigrafico, che facilita la
realizzazione delle opere e riduce notevolmente i tempi di produzione.
Su grosse tele riproduce moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori: usando immagini pubblicitarie di grandi
marchi commerciali o immagini di impatto come incidenti stradali o sedie elettrice, riesce a svuotarle del significato originario.
L’arte deve essere “consumata” come qualsiasi altro prodotto.
La tecnica della serigrafia viene usata da Warhol già nel 1962 per realizzare la serie Campbell’s Soup Cans, composta da
trentadue piccole tele di identiche dimensioni raffiguranti ciascuna gli iconici barattoli di zuppa Campbell’s, esposte nello
stesso anno alla Ferus Gallery di Los Angeles.
Mao (Reversal Series)
ca. 1979, Serigrafia su carta da giornale,
Unique, 76.2 x 96.52 cm, Collezione Privata,
Monaco.
Giroinfoto Magazine nr. 80
MOSTRE | ANDY WARHOL 79
Lo stesso fa con i ritratti delle celebrità dell’epoca: Marilyn Monroe, Mao Zedong,
Che Guevara, Michael Jackson, Elvis Presley, Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot,
Marlon Brando, Liza Minnelli, Gianni e Marella Agnelli, le regine Elisabetta II del
Disastri
Regno Unito, Margherita II di Danimarca, Beatrice dei Paesi Bassi, l'imperatrice
Car Crash Disaster, 1978, Serigrafia su carta
iraniana Farah Pahlavi, la principessa di Monaco Grace Kelly, la principessa del
Curtis Rag, Unique, 53 x 92.4 cm, Collezione
Galles Diana Spencer.
Jonathan Fabio
Per queste personalità essere ritratte da Wahrol diventa un imperativo a conferma
del proprio status sociale.
Emblematica la Gold Marilyn Monroe, conservata al MoMA di New York: una delle
donne più affascinanti della storia moderna americana viene qui rappresentata
su uno sfondo oro, esattamente come si trattasse di una tavola del Trecento
raffigurante la Madonna.
La critica all’inizio stronca questi lavori, non comprendendone l’originalità né la
volontà di Warhol di comunicare l’idea della ripetizione e dell’abbondanza del
prodotto, in linea con la filosofia consumistica dell’epoca.
La sua opera viene vista come un oltraggio all’Espressionismo Astratto, movimento
artistico allora dominante negli USA.
Lo stesso celebre gallerista Leo Castelli all’inizio non comprende la genialità
innovativa del lavoro di Warhol e cede alla richiesta di Jasper Johns di non
ammetterlo nella sua scuderia.
In realtà aderendo alla cultura di massa e portandola nel mondo concettuale
dell’arte figurativa, Warhol ha esaltato la patria del consumismo e tutto quanto gli
Stati Uniti hanno simboleggiato dal dopo guerra sino agli anni ’80.
Giroinfoto Magazine nr. 80
80 MOSTRE | ANDY WARHOL
Little Race Riot
1963, Acrilico e serigrafia su tela, 76.2 x
83.3 cm, Collezione Privata
“Il vero colpo di genio attraverso cui l’artista riuscì a valorizzare definitivamente gli anni ’60 e le nuove forme di comunicazione
di massa – leggiamo ancora nel testo di Falcioni – furono però le Brillo Box: si tratta di sculture identiche alle scatole di
pagliette saponate Brillo in vendita nei supermercati.
Queste vennero realizzate da una falegnameria e i bordi vennero serigrafati da Warhol e i suoi assistenti come le etichette
originali. Saranno proprio queste opere a far scaturire in Arthur Danto, celebre filosofo ammaliato da queste creazioni, la sua
concezione sulla filosofia dell’arte, che ruota attorno ad una domanda fondamentale: “che cos’è l’arte?”.
Questo interrogativo lo porterà a ritenere queste scatole di legno delle vere e proprie opere d’arte, in forza della loro capacità
di evocare e rappresentare alla perfezione un determinato contesto storico, in questo caso gli anni ‘60 assieme alle sue
innumerevoli novità, di cui il pop artist può essere considerato senza dubbio il massimo interprete.
L’evento che rese queste opere tra le più celebri dell’intera storia dell’arte fu la personale dell’artista presso la Stable Gallery di
New York, tenutasi nel 1964: queste sculture furono disposte all’interno dello spazio espositivo tutte in fila e una sopra all’altra,
proprio come se si trattasse di un supermercato piuttosto che di una galleria d’arte”.
E’ visitando questa mostra che Leo Castelli si ricrede e comprende l’attualità dell’operazione di Warhol, arruolando nella sua
scuderia.
Da questo momento la carriera di Warhol ha una vera e propria deflagrazione.
Nasce la celebre The Factory, originariamente al 231 East 47th Street, dove innumerevoli assistenti creano a ritmo frenetico le
sue opere in serie: quadri, film, cover musicali, sculture, copertine di riviste e molto altro.
E dove Warhol accoglie attori, musicisti, scrittori, tutto il mondo creativo newyorchese, creando i primi film come i The Velvet
Uderground & Nico, per cui realizza anche la copertina del celebre LP.
Qui sono realizzati molti altri film che mostrano azioni ripetute dilatate nel tempo, sorta di quadri proiettati su una parete
bianca e gli Screen Test, ritratti filmati di personaggi in visita alla Factory, ripresi, allo scopo di entrare nella loro intimità, con
una camera fissa senza muoversi per tre minuti su un fondo nero.
Alcuni di questi film dedicati alla cultura gay newyorkese, di cui Warhol faceva parte, sono stati censurati, distribuiti col
passaparola e proiettati trent’anni dopo la data di realizzazione in occasione di mostre organizzate in vari musei del mondo.
Nella Factory viene realizzato inoltre il magazine Interview con in copertina, per ciascun numero, il personaggio del momento.
E sono prodotte altre celebri copertine per Time e Playboy.
Molte altre Factory seguiranno in diverse parti della città, laboratori dei tantissimi progetti ideati senza sosta dal poliedrico
artista.
Giroinfoto Magazine nr. 80
MOSTRE | ANDY WARHOL 81
Drag Queen
(Wilhelmina Ross), 1975, Polaroid, 10.8 x
8.6 cm, Collezione Privata
Nel frattempo è nata una nuova generazione di artisti come Basquiat, Haring, Scharf che
considerano Warhol il loro padre spirituale: accogliendoli nella sua cerchia Warhol ne assorbisce
dinamismo e creatività.
Riesce così a rinnovarsi nuovamente, ideando le ultime sperimentazioni iconiche come il
celeberrimo Dollar Sign, emblema del rampantismo economico di quegli anni, abbandonando
l’uso della serigrafia e dedicandosi, reinterpretando in chiave pop alcuni riferimenti artistici del
passato, alla pittura pura.
La mostra milanese vuole documentare questo avvincente percorso: dagli oggetti simboli del
consumismo di massa, ai ritratti dello star system degli anni ’60; dalla serie Ladies & Gentlemen
degli anni ’70 dedicata alle drag queen, i travestiti, simbolo di emarginazione per eccellenza e
considerati alla pari di star come Marilyn, sino agli anni ’80 in cui diviene predominante il rapporto
col sacro: cattolico praticante, ne era stato in realtà pervaso per tutta la vita.
Giroinfoto Magazine nr. 80
82 MOSTRE | ANDY WARHOL
Fran Lebowitz and Karl Lagerfeld
1984, Stampa in gelatina d’argento,
25.4 x 20.3 cm, Collezione Privata
Giroinfoto Magazine nr. 80
MOSTRE | ANDY WARHOL 83
Esposte una ventina di tele, una cinquantina di opere uniche come serigrafie su seta, cotone,
carta, oltre a disegni, fotografie, dischi originali, T-shirt, il computer Commodore Amiga 2000
con le sue illustrazioni digitali, la BMW Art Car dipinta da Wahrol, la ricostruzione fedele della
prima Factory e una parte multimediale con proiezioni di film da vedere con gli occhialini
tridimensionali.
Andy Warhol muore nel 1987 per una infezione alla cistifellea. Le sue icone, i suoi personaggi,
i suoi soggetti sono riprodotti ovunque, in tutto il mondo, su vestiti, matite, posters, piatti, zaini.
Ha anticipato i social network e la globalizzazione degli anni Duemila, ha cambiato per sempre
amato da un pubblico trasversale.
La mostra rappresenta una occasione imperdibile per godere della sua arte unica, coraggiosa,
innovativa e traboccante di idee.
Self-Portrait
(Fright Wig), ca. 1986, Acetato fotografico,
91.4 x 77.5 cm, Collezione Privata
Giroinfoto Magazine nr. 80
84 R E P O RTA G E | GIAVENO
Andrea Barsotti
Anna Gadaleta
Barbara Tonin
Domenico Ianaro
Fabrizio Rossi
Gerardo Rainone
Monica Pastore
Remo Turello
A cura di Luciana Navone Nosari
Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
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GIAVENO
I meno giovani
lo ricorderanno sicuramente, ma non sappiamo
se per le nuove generazioni i testi delle elementari
riportino ancora la figura del contadino che, da una
grande sacca, estrae i semi di grano per lanciarli sul
terreno.
In quelle illustrazioni il “seminatore” indossava immancabilmente
un cappello, sovente di paglia, e calzava dei larghi scarponcini.
Adesso la semina avviene tramite macchinari e strumenti
sofisticati che dell’uomo hanno soltanto bisogno per venire
manovrati, però è affascinante riandare col pensiero a un
intervento “umano” più diretto, a contatto con quei semi che
diventeranno delle spighe dorate pronte a trasformarsi nel
profumato pane che arriva sulle nostre tavole.
E allora perché non fare un poco di storia di questi chicchi capaci
di tramutarsi quasi miracolosamente, sebbene siano già stati
ampiamente trattati nel numero 71 della nostra rivista?
La parola grano deriva dal latino triticum, che significa spezzato,
schiacciato o trebbiato, riferendosi a quell’operazione che separa il chicco di
grano dalla lolla (detta anche pula) da cui è ricoperto.
La semina - dopo aver pulito, fertilizzato e arato il terreno - può avvenire
in primavera o in autunno, da cui la denominazione “grano primaverile o
invernale” (quello invernale raccolto in primavera, il primaverile in autunno) e
per crescere bene richiede almeno otto ore di luce solare al giorno; il terreno migliore
è quello argilloso con un adeguato contenuto di calce, ma è importante avere una buona
scorta di materia organica e humus e innaffiarlo tre volte all’anno, la prima dopo l’aratura, poi durante la spigatura e infine
nella maturità delle spighe.
La raccolta avviene, con una mietitrebbia, dopo cinque-sei mesi, a circa 30 centimetri da terra, precisamente quando gli steli
hanno perso il colore verde e la grana risulta molto consistente.
Remo Turello Photography
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Sono assai considerevoli i benefici del grano, richiesta di alcune Associazioni di agricoltori,
ritenuto a ragione uno degli alimenti più tra cui l’Associazione Principi Pellegrini di
importanti per l’uomo, come asserisce il prof. VangAzioni.
Alessandro Corbellini dell’Istituto Agrario Gae
Aulenti di Biella, che considera i cereali legati da Nel corso del tempo si sono aggregate altre
tempo immemorabile alla storia dell’umanità, collaborazioni, specie con il territorio di Giaveno,
trattandosi di una risorsa facilmente reperibile allo scopo di creare una filiera “Dal grano al pane”,
e nello stesso tempo fondamentale per pertanto dalla coltivazione al prodotto finito.
l’alimentazione.
Man mano che passava il tempo, si sono poi fatti
Il professore aggiunge poi che, nel corso dei avanti l’Ecomuseo della Val Sangone, i Mulini
millenni, alcune tipologie sono state privilegiate storici di Detu e della Bernardina, il Centro arti
ad altre, anche in virtù dell’adattamento delle e Tradizioni Popolari e i Panificatori [Link] di
piante all’ambiente circostante. Giaveno.
A tale proposito, molto interessanti sono le
iniziative del Giardino Botanico Rea, dove vengono Ė stato proprio a causa della curiosità e
presentate periodicamente mostre tematiche per dell’interesse suscitati da queste notizie che in
valorizzare e divulgare le conoscenze in ambito noi è sorto il desiderio di conoscere alcuni di quei
botanico su argomenti differenti, fra le quali ci ha MULINI che, trasformando il grano in farina, ci
colpiti particolarmente l’esposizione che tratta “Il permettono di apprezzare il sapore e la fragranza
recupero dei grani storici”. del PANE.
Per questo motivo sono state fatte delle
sperimentazioni sulla coltivazione di diverse
varietà di cereali storici, inizialmente dietro
Maria Grazia Castiglione Photography
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Intenzionati quindi a saperne di più, ci siamo recati proprio a Giaveno, dove siamo stati accolti
dal Sindaco Carlo Giacone, dal Vicesindaco Stefano Olocco, dal Capo Area Comunicazione e
Ufficio Stampa dottoressa Alessandra Maritano e dal panificatore Dario Calcagno Tunin,
coordinatore delle attività dell'Associazione Panificatori Artigiani De.C.O. Giaveno.
Dopo i primi convenevoli, questo “Comitato di accoglienza” si è attivato per illustrarci i
prodotti locali, che non riguardavano soltanto i funghi, ma anche numerosi prodotti
caseari o relativi all’allevamento, al dolce miele e - non perché ultimo in ordine di
importanza - a quei panificatori che si tramandano quest’arte da generazioni.
Il signor Calcagno Tunin tiene a sottolineare che si dà molta importanza alle
tradizioni che si trasmettono da padre in figlio, soprattutto alla qualità dei prodotti,
senza mai limitarsi alle parole, alle chiacchiere, ma curando la sostanza!
Si entusiasma poi nel raccontarci che ai tempi del nonno gli abitanti
delle borgate scendevano dai monti fino a Giaveno con le
gerle cariche di burro, tome e tomini e per distribuire i loro
prodotti agli interessati e, una volta svuotate, visitavano i
fornai per riempirle nuovamente.
Fra gli avventori c’erano anche i monaci della Sacra di San
Michele, che facevano fare il pane in quello che poi si
chiamerà il Mulin du Detu.
Quando gli domandiamo quali siano le Giaveno Torino
specialità del luogo risponde trattarsi delle
micche, delle mezzane e degli stirotti, delle
biove e dei grissini stirati a mano, ma non
manca di appassionarsi nel descriverci
i suoi prodotti e, fedele al “non limitarsi alle
chiacchiere”, ci regala persino dei deliziosi biscotti
di sua produzione!
Sono i nuovi nati, “I Pellegrini”, creati finalmente
con farine integrali cento per cento prodotte in
terre di Sacra: i primi di pasta di meliga fatta con
pignoletto rosso, i secondi di farina di castagno e,
infine, il “bastone del pellegrino” con mirtilli e mele
essiccate sminuzzati e miele.
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Barbara Tonin Photography
Piacevolmente scortati dalla dottoressa Maritano,
attraversiamo questa ridente cittadina attorniata dai monti per Monica Pastore Photography
raggiungere la nostra prima meta, il Mulino della Bernardina,
sentendoci un po’ calare in un’atmosfera dai sapori antichi.
Ai nostri occhi si presenta un’efficientissima costruzione
dotata di quella ruota che possiede un non so che di fiabesco.
Ė sempre interessante conoscere la storia delle strutture
che visitiamo, e anche in questa occasione non ce ne fanno
mistero, spiegandoci il suo funzionamento e le sue origini.
Veniamo così a sapere che si tratta di un antico mulino a
pietra, ancora funzionante ad acqua, costruito nel 1745 e
ristrutturato alla fine del 1800.
Il suo nome deriva dal mugnaio che iniziò i lavori di
ristrutturazione, che si chiamava appunto Bernardino, di
cognome Ughetto.
Alla sua morte, la moglie fece proseguire i lavori, ma pur
desiderando onorare il marito attribuendo al mulino il suo
nome, lo tramutò al femminile, per far sì che in futuro ci si
ricordasse anche di lei e del suo impegno lavorativo.
Le suffragette e le femministe avrebbero apprezzato!
Il mulino è dotato di tre macine, una per il mais, una per le
castagne e una per il grano e la segale e, fino ad ora, le antiche
tradizioni sulla lavorazione della farina sono state tramandate
di padre in figlio.
I proprietari desiderano difatti far riscoprire le usanze di una
volta, trasmettendo i valori della vita contadina, ed esaltano la
qualità della farina macinata a pietra, prodotto di alta qualità
che mantiene intatti i suoi valori nutrizionali.
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Anna Gadaleta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Una particolarità del mulino sta nel pavimento, in cui
sono state inserite le vecchie macine del mulino - che
poi è stato restaurato - perché a quei tempi nulla veniva
buttato. I materiali con cui sono fatte, inoltre, arrivano
da una cava di una specifica zona della Francia: si
tratta di un agglomerato di pietre specificatamente
studiato per non dare problemi di salute.
È un granito molto resistente all’usura e che non
produce fessurazioni nel tempo.
Ogni anno, in aggiunta, vengono svolti degli interventi
di rabbigliatura, per conferire alla superficie le tipiche
striature che permettono di schiacciare i grani con la
migliore resa.
Ai visitatori del mulino, esattamente come è capitato
a noi, è così offerta la possibilità di scoprire un pezzo
di storia secolare giavenese, dove questo antico
esemplare si distingue per essere uno dei più grandi
mulini di montagna presenti sul territorio.
Fabrizio Rossi Photography
Rita Russo Photography
Gerardo Rainone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
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Mentre lasciamo con rammarico il Mulino della Bernardina, organolettiche primitive e più facilmente digeribili; questa
ancora affascinati dal sapore antico dei locali che sanno di decisione si è rivelata molto utile, se non altro al fine di un
genuinità e di pane, ci avviamo verso il secondo Mulino, il semplice recupero della biodiversità andata persa negli anni.
Mulin du Detu, anch’esso - come il precedente - ad acqua a Ciononostante, non bisogna credere che a priori le antiche
ruota verticale esterna. varietà siano tutte migliori di quelle attuali, è normale che
ne esistano di buone e meno buone, queste ultime poi
Nel percorrere le vie di Giaveno insieme alla dottoressa abbandonate per la loro scarsa qualità.
Maritano, disquisiamo sull’importanza e sulla necessità di
tornare ai vecchi usi, ma per capire questa esigenza occorre Ne è un esempio il Triticum turgidum mirabilis, detto più
fare un passo indietro. comunemente il “grano del miracolo”, una qualità presente da
Dagli anni ‘70 in poi le richieste dell’industria si erano difatti secoli; nell’800 un grande semenziere francese, Villemourin,
rivolte in una direzione diversa, cioè verso la riduzione dei affermò che con l’utilizzo di quella varietà le produzioni
tempi del ciclo produttivo. sarebbero incredibilmente aumentate, e proprio per tale
motivo gli venne attribuito l’appellativo grano del miracolo.
Dal momento che l’obiettivo verteva a creare farine che
permettessero tempi minori di impastatura e lievitazione, In effetti produce sì una spiga molto grande, però possiede
gli ibridatori avevano iniziato a creare piante con presenze degli aspetti negativi, delle criticità che si riscontrano non
di glutini sempre maggiori, ma continuando con questa soltanto nel peso maggiore che rischia di spezzare il fusto,
metodologia una buona parte della popolazione non riusciva ma anche nella qualità del prodotto che è molto bassa. In
a digerire l’aumentata quantità di glutini; e risultavano conclusione, appaga l’occhio ma non la pancia!
incrementate le intolleranze alimentari, anche quelle leggere.
Ė stata questa la ragione per cui è emersa la necessità di un
ritorno alle vecchie varietà di grani, possedenti caratteristiche
Anna Gadaleta Photography
Monica Pastore Photography
Manuela Albanese Photography
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Andrea Barsotti Photography
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Domenico Ianaro Photography
Gerardo Rainone Photography
Abbiamo approfittato del tempo mancante al raggiungimento
della nuova meta per “ripassare” la storia da poco appresa
sulla macinazione a pietra del grano, ricordando che l’uomo ha
cominciato a schiacciare e frantumare i cereali sin dalle epoche
più remote.
L’idea di lavorare un prodotto della terra e di sottoporlo ad una
“prima trasformazione” che lo rendesse meglio utilizzabile e
digeribile, è stato peraltro uno dei punti chiave dell’evoluzione
della specie umana, al pari della scoperta del fuoco o
dell’invenzione della ruota.
L’affinamento dell’arte di lavorare il frumento è durato millenni.
Inizialmente gli antichi agricoltori schiacciavano i grani per
mezzo di mortai, poi cominciarono a stritolarli tra due pietre,
fino a riuscire, intorno all’anno 1000 a.C. in Grecia, a dare alle
macine una forma più razionale.
Nei resti di Pompei è stata ritrovata una macina a pietra,
comprensibilmente dalla forma ben diversa rispetto alle attuali,
azionata dalla forza umana o animale.
Nella lenta ma incessante evoluzione di questa tecnologia,
definita “bassa”, o “piatta” macinazione, i salti fondamentali
sono stati compiuti con l’adozione della forza idraulica, del
vento e, infine, della propulsione a vapore.
Alla fine del XVIII secolo, punto di massima evoluzione di
questa tecnologia, le macine a pietra venivano azionate “in
batteria” mediante turbine idrauliche o macchine a vapore.
Grazie alla nuova e copiosa disponibilità di forza motrice, anche
le macchine accessorie vennero “motorizzate” e fecero la loro
comparsa le prime coclee, i primi elevatori e i buratti.
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Fabrizio Rossi Photography
Fu proprio il perfezionamento del buratto, uno dei primi Ad esempio, per la macinazione del grano tenero conviene
macchinari nella storia dei molini, che mise in luce utilizzare un maggior numero di raggi di congrua profondità,
il più grande limite della macinazione a pietra, ossia per fare in modo di ridurre la superficie lavorante, aumentare il
il fatto di trattare tutte le frazioni del chicco allo stesso passaggio dell’aria e, di conseguenza, ridurre il surriscaldamento
modo, indipendentemente dalla diversa resistenza che del prodotto.
oppongono alla macinazione.
Per questo motivo, pochi anni dopo, all’inizio del XIX
secolo, iniziarono a prendere piede i primi laminatoi
a cilindri e si iniziò ad adottare un nuovo metodo
produttivo, che un tempo era definito “alta” (o “graduale”)
macinazione.
Proseguendo la nostra camminata, abbiamo esaminato
le informazioni avute sulla struttura della macina a
pietra, come fossimo degli alunni che ripassano la
lezione.
Ė costituita da due mole orizzontali (A e B in figura) in
moto relativo l’una sull’altra. Una delle due mole è fissata
all’incastellatura e non può muoversi (mola dormiente,
indicata dalla lettera A in figura), l’altra è invece mobile
(mola mobile, indicata dalla lettera B in figura).
Il grano da macinare viene caricato mediante una
tramoggia (D in figura) collocata al centro della mola
superiore, sulla quale è praticato un foro di ingresso. Il
grano è costretto a passare nello spazio che rimane tra
le due mole, la cui altezza viene regolata mediante un
volantino.
Per agevolare l’ingresso del grano tra le due mole e, al
contempo, obbligarlo a compiere un lungo percorso
prima di scaricarsi alla periferia delle stesse, queste
presentano scanalature o “raggi”, che vengono tracciate
secondo considerazioni teoriche e pratiche.
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Grazie alle spiegazioni ottenute dai mugnai e dalla
dottoressa Maritano, abbiamo quindi appreso quali
tipi di farine si ottengono con la macinazione a pietra,
cioè delle ottime farine scure, come la farina tipo “2” e
la farina tipo “1”, che differiscono dalle analoghe farine
macinate con il molino a cilindri per i valori di umidità
che, nel caso della macinazione a pietra, sono sempre
inferiori, poiché questa è in grado di macinare soltanto
cereali con un tenore di umidità inferiore rispetto a
quello sopportato da un molino a cilindri e, inoltre, è
piuttosto impattante sul prodotto dal punto di vista del
surriscaldamento.
Per questa ragione, uno dei metodi più rapidi per capire
se una farina è veramente macinata a pietra consiste
nel controllarne l’umidità, che solitamente risulta più
bassa di almeno due punti percentuali rispetto a quella
ottenuta dalla macinazione a cilindri.
A quanto pare, il prodotto più caratterizzante che si
può ottenere con la “nostra” macinazione è la farina
integrale.
Questa avrà una granulometria più fine e spigolosa, a
differenza della farina analoga ottenuta con il molino
a cilindri, e sarà quindi particolarmente indicata per la
preparazione di prodotti rustici e ricchi di fibre.
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Domenico Ianaro Photography
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Stavamo ancora elaborando queste informazioni quando (Lou Detu), proveniente dalla vicina borgata Tetti Via (lou Cant
siamo arrivati al numero 8 di via Beale, dove si trova - e ci dou Tet).
appare - il Mulin Du Detu, l'antico storico mulino della Ruata Dal 1960 e fino al 1980 è stato gestito da Rosanna, ma ha
Bassa di Giaveno e uno dei protagonisti dell’iniziativa “Dal continuato a macinare sempre più saltuariamente perché il
grano al pane, tra forni e mulini”. prezioso lavoro delle vecchie macine non veniva più richiesto
come prima.
Ė sull’imponente, antichissimo portone in legno di quercia I tempi stavano cambiando, e con essi le abitudini di consumo
che, leggendo la scritta sulla targa ancora parzialmente pertanto, pur essendo uno dei più grandi e più antichi mulini
visibile, apprendiamo che fu edificato nel 1218, più di 800 anni della Val Sangone, a un certo punto le vecchie pale della ruota
fa. Il Mulin Du Detu ha una grande ruota a pale metalliche, hanno definitivamente fermato le ancora robuste macine.
che l’acqua del Biàl fa muovere per spinta in senso antiorario Delle quattro macine da cui era composto, due macinavano
(solitamente le pale girano per caduta dell’acqua). solo grano, le altre due servivano per granoturco, segala,
avena, castagne e fave.
Dopo aver ammirato il lavoro della ruota visitiamo i locali e
veniamo avvolti nella particolare atmosfera di questo antico
mulino-museo.
Ci viene raccontato che, già mulino abbaziale appartenuto ai
monaci benedettini del monastero della Sacra di S. Michele,
nel 1877 è stato acquistato e restaurato da Giai Via Benedetto
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Fortunatamente, nel novembre del 2016, a quasi ottocento anni
dalla costruzione e dopo circa 35 anni di inattività, le porte del Remo Turello Photography
“Mulin du Detu” si sono riaperte in occasione della festa di San
Martino, per poi passare sotto l’ala protettrice dell’Associazione
Culturale MULIN DU DETU - nata il 4 aprile 2018 a Giaveno, e i
cui soci fondatori sono Giuseppe Colombatti, Carla Gianotti e
Claudio Ostorero -.
Ed è stato così che ha ripreso l’attività, in seguito a un anno
e mezzo ricco di soddisfazioni per aperture ed eventi per far
visitare il Mulino - patrocinati dal Comune di Giaveno e in
collaborazione con l’Associazione Panificatori Artigiani [Link].
di Giaveno, alla partecipazione a tavole rotonde e incontri sui
mulini sia in Piemonte che in Val d’Aosta, nonché all’iscrizione
all’associazione nazionale A.I.A.M.S. (Associazione Italiana
Amici dei Mulini Storici).
L’Associazione ha tanti progetti per il futuro, legati principalmente
al territorio piemontese, alle scuole (con laboratori didattici),
a collaborazioni a 360° per la fattoria didattica e la semina di
grani antichi e storici.
La nostra visita ai due mulini termina con i ringraziamenti
ai nostri anfitrioni, certi che quando sulle nostre tavole
spezzeremo il pane ne stimeremo maggiormente il profumo
e il sapore, ricordando non soltanto le intense fragranze
conosciute e apprezzate con i mugnai e i panificatori, ma
finanche la passione che anima e la fatica che costa a coloro
che lo producono affinché noi lo possiamo gustare.
Si ringraziano il Comune di Giaveno e l'Associazione Panificatori
Artigiani De.C.O. di Giaveno, in particolare il sindaco Carlo
Giacone, il vicesindaco Stefano Olocco, la dottoressa Alessandra
Maritano e il sig. Dario Calcagno Tunin, nonchè la signora Cristina
del Mulin della Bernardina e i signori Giuseppe e Carla del Mulin du
Detu per l’ospitalità.
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | GIAVENO 101
Luciana Navone Nosari,
nata a Villar Perosa, sin dall’adolescenza vive a Torino, dove oltre alla
scrittura si è dedicata all’altra sua passione, la pittura.
Presso il Circolo dei Lettori di Torino partecipa da anni al gruppo di letture poetiche “Tempo di Parole”.
Dopo aver vinto il concorso Poeti al video, alcune sue liriche sono state pubblicate su un volume dallo stesso titolo e su
Tendenze poetiche.
Sono poi seguiti i romanzi Carezze di Luce (Saste, 2000); Profumo di tiglio (Edizioni Angolo Manzoni, 2006); Specchi di
ghiaccio (Ananke, 2008); Viola di vento (WLM edizioni, 2011); Stelle di carta (Amazon, 2014); Donna è… (ETABETA-ps,
2015); I colori del silenzio (Edizioni EBS Print, 2016); Refoli di vita (Edizioni EBS Print, 2018); Le orme violate (ETABETA,
2019); Il trono di Lancillotto (Amazon, 2021), Sui passi del vento (ETABETA, 2022).
Nel 2013 è uscita la raccolta di poesie Bagliori (WLM edizioni).
Fanno parte di Antologie i racconti: Profumo di neve (TURIN TALES, un caffè a Torino, Lineadaria, 2009), Amiche stelle
(ITALIANE, Lineadaria, 2010), L’uomo dagli occhi di cristallo (LA LUNA STORTA, WLM edizioni, 2013) e Diversità…?
(RACCONTI DAL PIEMONTE, historica edizioni, 2019).
Nel 2019 il romanzo Refoli di vita ha ricevuto una Menzione d’Onore all’VIII edizione del Premio Nazionale I MURAZZI;
fra gli altri, hanno ottenuto dei riconoscimenti i racconti I cavei del pento, L’ultimo sogno, Diversità…?, Non solo gatti e le
poesie Il fiume della vita, L’incontro, Bruchi e farfalle, Tre donne nella pandemia, La corona usurpatrice, Pistilli di Luce, A
un ragazzo di vento, Spicchi di vite e Volteggi di diversi autunni.
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102 R E P O RTA G E | BARGA
A cura di Giacomo Bertini
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BARGA
Il Comune di Barga è geograficamente situato tra la piana di Lucca e le montagne della
Garfagnana, definito uno dei borghi più belli d’Italia oltre che località turistica di prestigio
tanto da meritarsi la Bandiera arancione Touring Club e la qualifica di «Città-slow».
Giacomo Bertini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
104 R E P O RTA G E | BARGA
Con il ritrovamento di alcuni reperti archeologici si è avuta
conferma che i primi abitanti di questo territorio furono
popolazioni Liguri, o, più precisamente, «Liguri Apuani», una
confederazione di tribù insediatesi a cavallo dell’Appennino
ligure e tosco-emiliano sin dalla preistoria.
Nel II secolo a.C. queste popolazioni furono sottomesse
da Roma e, dopo la caduta dell’Impero d’Occidente
l’intero territorio cadde sotto il dominio dei Longobardi, e
precisamente sotto la famiglia dei Roladinghi.
Successivamente Barga subì numerosi assedi da parte delle
soldatesche dei comuni di Lucca e di Pisa, fino all’XI secolo,
quando il dominio divenne definitivamente dei lucchesi,
con un periodo particolarmente florido sotto l’aspetto
economico grazie al commercio dei prodotti provenienti
dalle località vicine e dalla manifattura tessile.
Dopo non molto tempo, a causa di una presenza importante
del fenomeno del contrabbando che causò l’aumento dei
dazi su molti prodotti, l’economia locale entrò in crisi, con una
conseguente notevole diminuzione della sua popolazione.
Solo nel 1341 Barga decise di sottomettersi a Firenze e
tale decisione segnò l’inizio della rinascita e dell’ulteriore
progresso della cittadina.
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R E P O RTA G E | BARGA 105
La famiglia dei Medici, che governarono la Repubblica
fiorentina e poi, dal 1500, il Granducato di Toscana, ebbe
grande interesse per questa zona da cui si traevano importanti
materie prime e concesse privilegi ed esenzioni fiscali che
favorirono un consistente sviluppo dell’economia del posto.
Questo sviluppo economico è testimoniato ancora oggi dai
diversi palazzi in stile rinascimentale sorti nel XVI secolo,
come il Palazzo Pancrazi, sede comunale, il Palazzo Balduini
e il Palazzo Bertacchi, che ospiterà in tempi diversi i granduchi
di Toscana.
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106 R E P O RTA G E | BARGA
Nel periodo granducale Barga, ebbe diversi cambiamenti
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sotto il profilo amministrativo molto importanti, infatti da
distretto fiorentino passo alla provincia pisana, quindi, nel
1849, a seguito dell’annessione del Ducato di Lucca alla
Toscana, diventare un Compartimento di Lucca.
Con l'annessione al Regno d'Italia il Compartimento
Lucchese fu trasformato in provincia di Lucca e Barga
ne divenne il comune più settentrionale al confine con la
provincia di Massa e Carrara.
Con l'annessione al neocostituito Regno dovette subire un
nuovo, consistente, lento declino economico, che portò una
buona parte della popolazione ad emigrare verso l’estero
fino al XIX secolo, quando molti emigranti cominciarono a
ritornare a Barga, investendo i loro risparmi in terreni e nella
costruzione di ville nell'allora immediata periferia cittadina.
Gli anni della Seconda guerra mondiale furono
particolarmente drammatici anche per la zona del
barghigiano.
Trovandosi direttamente sulla Linea Gotica, questo borgo
visse l'esperienza del fronte in tutte le sue crudeltà,
subendo rastrellamenti e cannoneggiamenti che causarono
centinaia di vittime militari e civili.
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R E P O RTA G E | BARGA 107
Per ricordare quei momenti drammatici è stata inaugurata la
“via della liberazione” che parte da Barga, attraversa Catagnana,
Sommocolonia, Rio Villese e ritorna a Barga.
Una strada percorribile a piedi lunga 7.8 Km o in bicicletta per 10.6
Km lungo un percorso che si snoda in sentieri, mulattieri o rotabili.
L’industrializzazione del territorio a valle, che ha caratterizzato
gli anni del dopoguerra, ha permesso a Barga di svilupparsi in un
sistema economico misto, mentre si sono ridotti, spopolandosi, gli
insediamenti più in alto che non offrivano concrete possibilità di
sviluppo.
Uno scenario socioeconomico che negli ultimi anni si è
consolidato anche sullo sviluppo rurale, grazie alle nuove frontiere
della economia «verde», in armonia con le altre attività come la
lavorazione dei metalli (in via primaria il rame e le sue leghe), e
con importanti strutture turistiche che si avvantaggiano della
particolare posizione di Barga, al centro di una zona di interesse
naturalistico e geologico.
Accedendo al centro storico da ovest si attraversa Porta Reale,
anticamente chiamata Porta Mancianella.
Questa porta risale al 1185 ed è conservata nelle sue forme
originali ed è sormontata dallo stemma di Barga all’esterno e da
una terracotta robbiana all’interno.
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108 R E P O RTA G E | BARGA
Un’altra storica porta si trova dalla parte opposta del borgo, Tra queste sono ben visibili sopra l’arco del portale maggiore
Porta Macchiaia. delle foglie e un bassorilievo che raffigurano la scena di
Il suo nome richiama il suo orientamento verso i boschi una vendemmia, mentre sullo stipite a destra sono scolpiti
dell'Appennino Tosco-Emiliano ed è più piccola rispetto alla dei simboli caratteristici del periodo medievale, che hanno
porta originaria che fu costruita nel XV secolo ed era protetta impegnato studiosi nel tempo per comprenderne il significato,
da una torre oggi scomparsa. rimanendo tutt’oggi ancora un mistero.
Dominante sulla città si trova il Duomo dedicato a San
Cristoforo.
Un imponente edificio costruito in diverse fasi, la cui attuale
facciata corrisponde al fianco sinistro di una precedente
pieve. Molte sono le decorazioni che arricchiscono l’esterno
della chiesa che spaziano dal romanico al gotico.
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Sul ponte stradale che attraversa Parco Kennedy
si trova una cabina telefonica modello inglese, con
al suo interno dei libri posizionati su scaffali, tanto
da essere considerata la più piccola biblioteca al
mondo.
La presenza di questa cabina telefonica, donata
da una coppia di italo-scozzesi, è giustificata
dal legame che c’è tra Barga e la Scozia. Infatti,
a causa della crisi economica dalla fine dell’800
precedentemente descritta, molti abitanti del posto
emigrarono in Scozia in cerca di fortuna e una
volta in pensione, portando con sé moglie e figli
con annesse tradizioni scozzesi, ritornarono nel
paese di origine donando al luogo valori e modelli
di vita acquisiti in terra di emigrazione ancora oggi
percepibili.
Nel centro della cittadina si trovano molti edifici di
importanza culturale e storica.
Tra questi il Teatro dei Differenti, costruito su un
piccolo teatro risalente al 1689.
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Barbara Tonin Photography
Lorena Durante Photography
Samuele Silva Photography
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112 R E P O RTA G E | BARGA
Il piccolo teatro, infatti, solo cento anni dopo, venne abbattuto
e ricostruito ampliandolo in tre ordini di palchi con l’aggiunta
di decorazioni eseguite sotto la direzione del Cav. Francesco
Fontanesi, pittore e scenografo teatrale noto in tutta Italia.
Il Teatro dei Differenti è il fiore all’occhiello della mondanità
barghigiana e dal 1967 è tornato a vivere un’intensa e prestigiosa
attività lirica e concertistica.
Dopo importanti lavori di recupero e adeguamento strutturale
iniziati dall’amministrazione comunale verso la fine del secolo
scorso, il Teatro dei Differenti, oggi prosegue il suo prestigioso
cammino come luogo della cultura.
In questo teatro il poeta Giovanni Pascoli, nel pomeriggio del
26 novembre 1911, tenne il discorso «La grande proletaria si è
mossa» a sostegno dell’impegno italiano nella guerra italo-turca
che portò alla conquista della Libia.
Giacomo Bertini Photography
Giacomo Bertini Photography
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R E P O RTA G E | BARGA 113
Un altro importante edificio di rilevanza storica si trova alla
destra del Duomo.
Il Palazzo Pretorio è un edificio civile di costruzione antica,
risalente al III o IV secolo d.C. Sotto la sua loggia si possono
vedere elementi, simboli e antiche misure barghigiane, come il
braccio, lo staio e il mezzo staio, utilizzati nella vita quotidiana
dei commerci e degli scambi della Barga del passato.
Oggi, questo affascinante luogo, ospita il Museo Civico del
Territorio, articolato in due sezioni: una dedicata all’aspetto
geologico e paleontologico, l’altro incentrato sull’aspetto
storico e archeologico, al fine di dare una lettura totale e
completa del territorio.
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114 R E P O RTA G E | BARGA
A pochi minuti dal centro storico, nella frazione di
Castelvecchio, si trova la Casa Museo Giovanni Pascoli.
In questo luogo il poeta, assieme alla sorella Maria
(Mariù) e al cane Giulì, trascorse gli anni più tranquilli
della sua travagliata esistenza, dal 1895 sino al 1912,
descrivendo la sua abitazione come «una bicocca con
attorno un po’ d’orto e di selva».
Probabilmente, proprio grazie alla pace e alla natura che
caratterizzano questi luoghi, in questa casa il «poeta
delle piccole cose» diede alla luce alcuni dei migliori versi
del decadentismo italiano. Questi versi sono rimasti, e
con essi anche la «bicocca», che mantiene inalterate le
vestigia del tempo.
Grazie alla dedizione e all’opera di conservazione da
parte della sorella Mariù, che, finché visse, si impegnò
quasi maniacalmente nella conservazione delle memorie
del fratello, attualmente, Casa Pascoli mantiene ancora
la struttura, gli arredi e la disposizione degli spazi che
aveva al momento della morte del poeta, avvenuta a
Bologna il 6 aprile 1912.
Oltre alla cucina, alle camere e allo studio, nella Casa
Museo, si può visitare la cappella ancora consacrata
dove si trovano le tombe di Giovanni e Mariù Pascoli.
Nel giardino, invece, ben conservate si trovano la tomba
del cane Giulì e di Merlino, un merlo di cui si era preso
cura per molti anni lo stesso Giovanni a causa di un’ala
rotta.
Il Comune di Barga, erede dei beni per lascito di Mariù
Pascoli, ha cura dell'archivio, nel quale sono custodite
circa 76.000 carte e 12.000 volumi, e degli edifici
attraverso la figura di un conservatore.
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R E P O RTA G E | BARGA 115
Giacomo Bertini Photography
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116 R E P O RTA G E | BARGA
A poche centinaia di metri dal centro di Barga recentemente
è stata inaugurata una via che lega l’attualità al passato,
grazie ad una pietra che ci riporta al tempo del dominio
Giacomo Bertini Photography
mediceo precedentemente descritto.
Questa pietra dura, conosciuta come diaspro, è stata
utilizzata come elemento decorativo nelle Cappelle
Medicee in San Lorenzo a Firenze.
Osservandole risalta il colore rosso cupo sanguigno e
agatato, cosparso e retato di chiazze e venature di quarzo
bianco e rosa.
Per ottenere questa pietra si dovette procedere
all’estrazione con metodi esclusivamente manuali in una
escavazione intensiva a cielo aperto, seguendo il filone
che affiora nelle tre cave di Giuncheto, denominate Cava
Frangente, Cava Bona e Cava Palazzetto, dalla quale fu
estratto tutto il diaspro necessario alla realizzazione dei
pilastri della Real Cappella.
Per raggiungere queste cave è necessario percorrere un
sentiero lungo il corso della Lopporella, affluente del lato
orografico destro della Loppora Grande, dove ancora oggi
sono ben visibili le linee di taglio a scalpello, i segni dei
picconi e dei tronchi che venivano usati come zattere.
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R E P O RTA G E | BARGA 117
A mantenere la memoria di quanto
ritrovato tra i documenti negli Archivi
di Stato fiorentini e con i sopralluoghi
effettuati sul posto, lo storio Emilio
Lammari guida i visitatori, grandi e
piccoli, e si impegna con la Proloco
a sistemare lungo il percorso della
cartellonistica informativa in continuo
aggiornamento.
Un compito difficile, ma necessario per
garantire l’eredità storica del paese,
che risplende a chilometri di distanza,
appunto nelle Cappelle Medicee.
Per riportare in vita il passato,
insieme alla Proloco, opera un’altra
associazione culturale denominata
Ventri d’Arte, che propone pratiche di
laboratorio che guardano al territorio
come un luogo meraviglioso da
scoprire.
Tra gli obiettivi prefissati quello di
riportare l’attenzione dei cittadini a quei
borghi o villaggi ormai abbandonati e
riconquistati dalla natura, come quello
di Bacchionero.
Questo villaggio si trova nel cuore
della montagna tra i comuni di Barga
e Coreglia e in antichità fungeva da
spartiacque dell’antico confine tra lo
Stato fiorentino e quello lucchese.
Tra i tanti volontari impegnati
nell’associazione Ventri d’Arte, la dott.
ssa in Storia dell’Arte Lucia Morelli,
pone il suo impegno con grandi e
piccoli nella realizzazione di molte
attività che interessano i più svariati
settori, tra cui quello teatrale proprio
sul palcoscenico del Teatro dei
Differenti.
Molti sono i turisti che scelgono di
trascorrere del tempo tra la storia,
l’arte e la cultura che questo luogo
dona, assieme al buon cibo e un’ottima
birra.
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118 R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO
A cura di Laura Rossini
Gianmarco Marchesini
Laura Rossini
Gianmarco Marchesini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E PROERPTOARGTEA G| E IL
| GIARDINO
BUNKER SEGRETO
SORATTE 119
Capita, a volte, di incontrare persone che non
conosciamo ma che suscitano un interesse immediato.
E’ quanto accaduto nel suo Ristorante agrituristico Il
giardino segreto con Barbara Pergolesi, una persona
speciale perché il suo sorriso, che la rende ancor più
bella, è una sintesi perfetta delle sensazioni di rispetto,
libertà e semplicità che si provano incontrandola.
Il ristorante si trova all’interno della sua Azienda
Agricola.
Una casetta rosa in mezzo al verde.
Un pergolato, qualche tavolo e sipario….
Il tempo si ferma.
In sottofondo il cinguettio degli uccelli e tra un piatto,
una chiacchiera, una risata, Barbara racconta a noi
commensali la sua storia.
Nel 1994 fugge dallo splendido caos del centro storico
di Roma e da Palazzo Colonna si trasferisce in quel di
Tarano in provincia di Rieti.
Un luogo suggestivo che riporta alle mente
reminiscenze letterarie:
Qui non palazzi, non
theatro o loggia,
ma ’n lor vece un abete,
un faggio, un pino
tra l’erba verde, e ’l bel
monte vicino,
Onde si scende poetando
et poggia.
( F. Petrarca Canzoniere, X )
Giroinfoto Magazine nr. 80
120 R E P O RTA G E | PLANETARIO
IL GIARDINO SEGRETO
TORINO
La sua è stata una scelta di vita consapevole alla ricerca
della semplicità nella natura.
Ma è stata anche la scelta di una nuova dimensione
lavorativa: trasformare un podere di circa 50 ettari in
Sabina, a due passi da Roma in una azienda agricola.
Un’azienda che oggi vanta pascoli semi bradi per
l’allevamento di circa 40 Chianine, 50 maiali neri oltre
ad altri animali come polli e cavalli.
Comprende anche una coltivazione di ulivi ed un orto
per avere sempre verdure ed odori a KM zero.
Special guest in questo ambiente rurale indigeno è una
particolare razza di bovino, quello giapponese il Wagyu.
Ben 27 capi importati dall’Olanda di una specie
pregiatissima.
Una qualità di carne elevata sia dal punto di vista
nutrizionale che di resa nella produzione e nel gusto.
Un Kg può costare dai 300 ai 1.000€.
La sua particolarità, racconta ancora Barbara, è quella di
avere una elevata marezzatura, ossia marmorizzazione
della carne, dovuta alla distribuzione uniforme del
grasso lungo tutta la muscolatura.
Questo conferisce alla carne una morbidezza Laura Rossini Photography
ineguagliabile. Ogni morso diventa un’esperienza.
Più conosciuta, in effetti, è la carne di Kobe chiamata
così perché allevata nella sola prefettura di Hyogo in
Giappone.
Laura Rossini Photography
Questa carne è protetta da un marchio registrato e per
essere definita tale deve rispettare alcune regole d’oro.
La carne di Kobe può essere quindi solo d’importazione,
mentre la carne di Wagyu può essere allevata in tutti gli
altri Paesi.
In Italia ci sono pochissime aziende che allevano
questa specie.
Alcune si trovano nel Nord-EST mentre nel Lazio c’è
solo questa.
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO 121
Laura Rossini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
122 R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO
Le regole d'oro
La carne di Kobe
appartenere alla razza con manto nero
essere nato, macellato e venduto nella prefettura di Hyogo
essere una mucca vergine, un manzo o un bue
le femmine non devono mai aver partorito e i maschi devono essere castrati
avere un rapporto di marezzatura di sesto livello o superiore
avere un’età compresa tra 28 mesi e 60 mesi
avere un peso lordo di 470 chilogrammi o inferiore, ovvero il maschio da 260 kg fino a 470
kg; la femmina dai 230 kg ai 470.
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R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO 123
Laura Rossini Photography
Ovviamente la qualità della carne è data anche dalla loro
dieta. In questo caso mangiano cereali fioccati, crusca, fieno
ed erba fresca perché escono al pascolo.
L’allevamento non è intensivo.
Gli animali sono liberi di circolare nella proprietà, hanno i loro
spazi ed anche dei ricoveri all’aperto.
Solo quelli all’ingrasso, la sera, tornano in stalla così possono
mangiare un po' di più.
La vocazione quasi francescana per il rispetto della natura e
la ricerca della purezza di Barbara si fonde con una mirata e
lungimirante strategia economica frutto della sinergia con i
suoi due figli Giovanni ed Isabella.
La filiera è completa e il prodotto arriva a KM zero dal
produttore al consumatore.
Direttamente in tavola nel ristorante gestito dalla figlia
Isabella o venduto al dettaglio.
Nel difficile periodo della pandemia è stato organizzato
un servizio di delivery utilizzando un furgoncino frigo per
effettuare le consegne di prodotto freschi a Roma.
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124 R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO
Non avendo alcuna esperienza nella ristorazione si sono E’ una fumatrice, ama conversare con gli amici e coccolare i
affidati allo chef stellato Maurizio Serva che ha un suo suoi cani.
ristorante a Rivodutri per avere consigli e studiare un menù Per questo ha realizzato all’interno del locale un giardino
che valorizzasse i prodotti dell’azienda. d’inverno per permettere agli irriducibili di fumarsi una
sigaretta o scambiare due chiacchiere in relax e compagnia
E in effetti, pane e salumi sono fatti in casa e le materie prime in un ambiente confortevole dedicando uno spazio anche agli
sono tutte di altissima qualità. amici a 4 zampe.
Dall’antipasto al dolce, ogni piatto, ha colori, profumi e forme
tale da creare una perfetta armonia di sensi. Un ambiente accogliente che non si esaurisce nel ristorante
Ecco qua che un sorriso compare anche sui nostri volti. in quanto consente un giro nell’azienda tra campi e stalle e
Piccole opere d’arte e di gusto. qualche incontro ravvicinato con i Wagyu, tra una mucca che
allatta ed cavalli incuriositi che si avvicinano e osservano i
Barbara si è lasciata guidare dal suo istinto di cliente esigente, visitatori.
con anni di esperienza alle spalle. Una carezza un saluto e via.
Ha investito tempo e denaro per fare di questo posto Il suo
giardino segreto.
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R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO 125
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126 R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO
E per finire, le parole di Frances Hodgson Burnett, autrice Succede, per esempio, se in una splendida notte stellata alzi
del romanzo dal titolo Il Giardino segreto, che ha certamente gli occhi verso la cupola scura trapunta da milioni di puntini
ispirato la scelta del nome dato all’agriturismo: tremuli e lucenti.
Succede, talvolta, se ascolti un pezzo di musica; o se ti
Una delle cose strane della vita di questo mondo è che solo specchi negli occhi di una persona che ami.
qualche volta uno si sente veramente contento di vivere.
E’ vero
Succede, per esempio, se ti alzi presto una mattina e assisti …a volte succede.
a quel meraviglioso, indescrivibile spettacolo che sono l’alba
e il sorgere del sole.
Se in un momento così si riesce a dimenticare tutto e a guardare
solo il cielo che da pallido va prendendo colore, il misterioso
spettacolo che ti prende alla gola e ti fa commuovere davanti
a tanta bellezza che pur si ripete ogni giorno da migliaia di
migliaia di migliaia di anni e ti senti felice di poterci assistere.
Un ringraziamento speciale a Barbara
Succede, per esempio, se ti trovi solo in un bosco al tramonto Pergolesi per l’accoglienza, la gentilezza e la
e riesci ad ascoltare le cose meravigliose che ti ripetono, professionalità.
senza che le tue orecchie possano intenderle, i raggi del sole
che se ne va e che ti raggiungono come una pioggia d’oro
attraverso i rami e le foglie degli alberi.
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Gianmarco Marchesini Photography
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R E P O RTA G E | IL GIARDINO SEGRETO 127
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128 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
Barbara Tonin
Federica Urso
Giuseppe Tarantino
Letizia Angeli
Manuela Albanese
Monica Gotta
Pietro Cattaneo
A cura di Monica Gotta Museo d'Orsee Parigi
Barbara Tonin Photography
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R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 129
Quanto leggerete nasce da un pensiero che da tempo si
manifesta e induce a riflettere sul concetto di tempo.
La domanda è: che fine ha fatto il nostro tempo?
Concorderete sul fatto che l’impressione che oggi abbiamo
del tempo è che ci sfugga tra le dita, che lo rincorriamo
e studiamo mille modi, peraltro inutili, per averne di più.
Perlomeno per pensare di averne di più, più precisamente
per illuderci di averne di più. Quindi perché la percezione
che avevamo 20 anni fa era quella di avere tempo mentre
oggi l’impressione che abbiamo è di averne sempre meno
oppure di non averne proprio?
Cosa ci è successo e perché il tempo è scomparso?
Cit.
Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”
Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.
(Lewis Carrol)
Monica Gotta Photography
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130 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
IL TEMPO E GLI OROLOGI
Il tempo è un'illusione
Albert Einstein
Come disse Einstein "il tempo è un'illusione".
L'equazione del tempo – detta analemma - è
indispensabile per calcolare gli orari del sorgere e
tramontare del sole, mentre l'uomo primitivo divideva il
tempo in mesi osservando la luna.
Quindi ci serve la luna o ci serve il sole per calcolare il
tempo?
Primo dilemma!
Per la fisica quantistica il tempo non esiste: ciò accade Spongano
anche nell’inconscio. Federica Urso Photography
Pensateci: quando viaggiate nella vostra mente il tempo
non esiste.
Pertanto secondo il modello relativistico di Einstein
il tempo potrebbe davvero non esistere ed essere
un'illusione
Lorena della
Durante nostra percezione.
Photography
La teoria della relatività afferma invece che la velocità
dell’osservatore influenza anche la percezione del prima
e del dopo, e dunque che lo scorrere del tempo non è
universale.
D’altra parte alcuni filosofi percepivano il tempo come
modalità dell'esserci dell'essere, una riflessione sul
mondo e sull'essere umano. Il tempo - indeterminato - è
un momento in cui accade qualcosa ... di speciale.
Pensate a passato, presente e futuro.
Come misurate il tempo?
Come lo misurereste nella dimensione dello spazio,
concetto sviscerato da Einstein?
Gli esseri umani - da un certo punto in poi della storia -
hanno inventato strumenti per misurare il tempo e qui
ci sarebbe da dire … in modo soggettivo ... L’orologio
suddivide il tempo attraverso un’unità di misura e questa
viene ripetuta all’infinito.
È una suddivisione del tutto arbitraria che riduce il mondo
a oggetto misurabile e ciò fa dell’orologio una forma di
controllo e non una forma di conoscenza (Heidegger).
Quale di questi concetti è più vicino all’idea che avete
del tempo?
Effettivamente quale è la realtà?
La realtà dei fatti, la realtà fisica, la realtà una e univoca?
Clock
Letizia Angeli Photography
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R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 131
LA STORIA DELLA MISURAZIONE DEL TEMPO
L’uomo primitivo misurava il tempo osservando la Luna perché Agli Egizi si deve anche la divisione del giorno in 24 ore e
ogni 28 giorni - oggi diciamo circa - essa torna nella stessa dell’ora in 60 minuti.
posizione. Attorno al 3.000 a.C. gli astronomi babilonesi
iniziarono a dividere il giorno in ore. Per vedere i primi orologi meccanici bisogna aspettare circa
Questa conoscenza ci è giunta attraverso delle tavolette il 1.200 d.C. Furono inventati in Europa ma erano ancora
d’argilla, il più importante compendio dell’astronomia strumenti imprecisi.
babilonese chiamato [Link] (668-626 a.C.). L’uso che si diffuse per rimetterli sull’ora esatta era attendere
Questi studi permettevano loro di controllare accuratamente mezzogiorno, ossia quando il Sole raggiunge il punto più alto
il flusso del tempo nel corso di tutto l’anno per via di una lunga sull’orizzonte.
lista di stelle e della loro levata eliaca.
Pare che da qui nasca anche il germe da cui scaturì lo zodiaco. Una storia racconta che il primo orologio meccanico fu
Il rapporto tra tempo e zodiaco lo vedremo in un secondo costruito da un orologiaio tedesco.
momento! Pare che Carlo V di Francia incaricò un orologiaio tedesco
di nome Henri de Vick di costruirne uno per la torre del suo
Qualche anno dopo, in Egitto, furono inventati i primi strumenti palazzo a Parigi.
di misurazione del tempo: le meridiane. L’artigiano compì l’opera nel 1364 o così si presume.
Il concetto della meridiana è semplice: un’asta illuminata dal
Sole proietta la sua ombra su un quadrante graduato. Un’altra teoria attribuisce a Christiaan Huygens, matematico,
Gli egiziani non si fermarono qui e inventarono anche l’orologio astronomo e fisico, l’invenzione dell’orologio.
ad acqua: un semplice vaso da cui il liquido sgocciolava Prendendo spunto dal lavoro di Galileo, Huygens lavorò fino a
attraverso un foro. ottenere il brevetto sul primo orologio a pendolo.
Nella sua opera "Horologium Oscillatorium sive de motu
L’ora veniva determinata in base alla quantità d’acqua rimasta pendulorum" espose la teoria del moto del pendolo.
nel vaso e così nacque la clessidra.
Il nome deriva dal greco κλεψύδρα (klepsýdra), che
letteralmente significa "ruba-acqua".
Museo d'Orsee Parigi
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
132 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
MERIDIANA VERSUS OROLOGIO SOLARE
Monica GottaPhotography
In sostanza l’orologio di più facile realizzazione è stato Uno dei costruttori di meridiane più conosciuto è il Capitano
la meridiana di cui si conosce l’uso in Cina a partire dal III D’Albertis che lasciò nella sua dimora, Castello D’Albertis,
millennio a.C. numerosi esemplari. Durante una visita al castello (N. 52
Nella sua versione primitiva si trattava di un palo piantato nel febbraio 2020 di Giroinfoto Magazine) si scoprì la passione
terreno, sistema di misurazione che nella sua semplicità si del Capitano per questo tipo di orologio.
diffuse rapidamente. Alcune di queste meridiane sono molto particolari, frutto
Le prime meridiane erano costituite da un quadrante con dell’ingegno del Capitano D’Albertis.
disegno orario tracciato a terra oppure su un muro e da un
palo, detto gnomone, infisso verticalmente o obliquamente
rispetto al piano del quadrante stesso su cui proietta l’ombra
indicando l’ora del giorno.
Bisogna fare una distinzione tra meridiana e orologio solare.
La meridiana indica solamente il passaggio del Sole a
mezzogiorno, ossia indica ogni giorno, lungo una linea retta,
l'istante in cui il Sole transita sul meridiano del luogo.
Gli orologi solari invece dipendono dal movimento apparente
del Sole.
Lo gnomone o stilo proietta l'ombra solare su una superficie
solcata dal tracciato delle linee orarie.
Queste linee cambiano a seconda del tipo
di orologio (declinante, verticale, orizzontale, etc.).
Il loro orario differisce dall'orario dell'orologio che portiamo al
polso e anche questo dettaglio è motivo di riflessione.
L'orologio negativo solare invece proietta i raggi di luce
attraverso una fessura.
Lascio alla vostra curiosità di indagare ulteriormente
sull’argomento (orario dell’orologio solare e di quello da
polso) che riporta all’analemma e ad altri calcoli piuttosto Mondovì
complicati! Monica Gotta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 133
L’equazione del tempo, detta anche analemma è a forma di 8 in posizione orizzontale,
è stata usata come simbolo matematico di infinito ∞.
La sua conoscenza nei calendari è indispensabile per calcolare gli orari del sorgere
e del tramontare del Sole.
L’UNITA’ DI MISURA DEL TEMPO – ANTICA E MODERNA
Un giorno Galileo, osservando un movimento oscillatorio,
cominciò a contare i battiti del polso e scoprì, con soddisfazione,
che ogni oscillazione ne conteneva esattamente lo stesso
numero.
Sostanzialmente il battito misura la durata dell’oscillazione e,
a sua volta, l’oscillazione può essere utilizzata per misurare la
durata di altre variabili fisiche osservabili.
Unità di misura = battito del cuore.
Oggigiorno l’unità di misura è il secondo.
E’ l’intervallo di tempo in cui un atomo di cesio eccitato compie
9 192 631 770 oscillazioni.
Unità di misura = secondo = atomo.
Gli orologi atomici permettono di anche di suddividere il
secondo in numero impressionante di sotto-intervalli che
assicura una precisione mai raggiunta prima. Il primo orologio
atomico entrò in funzione nel 1999.
Ciò dimostra quanto si sia progrediti scientificamente ma,
concettualmente, è cambiato qualcosa?
Torniamo alla domanda: effettivamente quale è la realtà?
Tuttora scegliamo un fenomeno osservabile come unità di
misura del tempo.
Non possiamo fare esperienza del “secondo” con i nostri 5
sensi: il tempo è una percezione.
Il concetto di tempo nasconde, inoltre, un altro tranello:
possiamo andare avanti e indietro di un metro, ma non
possiamo andare e venire nel tempo - almeno per ora la
scienza non ci ha donato lo strumento per farlo - non possiamo
fermarlo, se non quando viaggiamo nella nostra mente.
Torre Mondovì
Pietro Cattaneo Photography
Grand Central Terminal - New York
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
134 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
In Italia si trova il più antico orologio ancora funzionante al Uno è sulla Torre dell’Orologio di San Marco, l’altro è sulla
mondo, o meglio, orologio da torre. Chiesa di San Giacomo di Rialto.
Si trova a Chioggia e basterà guardarlo per capire che in
quest’oggetto convivono mistero, leggenda e storia. L’orologio di San Marco fu creato dall'orologiaio emiliano
Si tratta dell’orologio del campanile di Sant’Andrea. Giancarlo Ranieri e fu inaugurato il 1 febbraio 1499 dal Doge
Durante la disputa con la cattedrale inglese di Salisbury per Agostino Barbarigo.
conquistare il titolo di orologio più antico ancora funzionante Creò grande meraviglia per i suoi automi e le particolari
è stato scoperto un documento comunale che recitava … “Si indicazioni del quadrante.
metta a disposizione degli economi del Comune la somma Posizionato in modo che fosse ben visibile dal mare era
per saldare le spese dell’orologio e per tenerlo in ordine e azionato da pesi e la sua caratteristica più particolare era la
funzionante”… Processione dei Magi.
Questo documento, risalente al 1386 circa, lascia presumere La parte più affascinante del meccanismo invece era
che l’orologio fosse già funzionante prima di quella data. l’indicazione astronomica.
Grazie alle ricerche dell’Ing. Marisa Addomine Chioggia vinse Il quadrante era suddiviso in 24 ore e si potevano leggere in
la sfida contro Salisbury nel 2005. cerchi concentrici le posizioni dei pianeti secondo il sistema
Oggi nella torre di Sant’Andrea è ospitato il Museo Tolemaico tra cui la posizione del Sole inserita nello zodiaco
dell’Orologio, un museo verticale che porta il visitatore con un e l’indicazione delle fasi lunari.
itinerario storico temporale a raggiungere la cella campanaria
da cui si gode un panorama mozzafiato. Una leggenda racconta che quando l'orologiaio ebbe terminato
il suo capolavoro, gli Inquisitori di Stato lo fecero accecare, in
Non distante da Chioggia troviamo alcuni esempi di orologi modo che non potesse mai più costruirne uno uguale.
simili e particolari a Venezia.
Manuela Albanese Photography
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 135
Monica Gotta Photography
La Chiesa di San Giacomo di Rialto è una delle chiese più
antiche di Venezia.
Si apre su Campo San Giacomo di Rialto e probabilmente la
sua fondazione è legata alla nascita del mercato di Rialto nel
1097.
Anticamente questo luogo era nucleo delle attività
commerciali e finanziarie della città.
La chiesa è ornata da uno splendido orologio che regolava la
vita dei clienti e dei commercianti del mercato di Rialto.
È il quadrante di orologio pubblico più antico della città di
Venezia con numeri romani in pietra d’Istria, una lancia segna-
ore e i raggi del sole.
La particolarità è quella di avere le ore 12 a destra (alle 3) e
non in alto.
È stato recentemente restaurato e ora si regola
automaticamente con Francoforte attraverso un sistema di
sincronizzazione via radio.
Anche qui troviamo il richiamo all’astronomia come in molti
altri orologi antichi.
Anche l’orologio delle Torri dell’Arsenale di Venezia, uno dei
monumenti più ammirati e fotografati nella città lagunare, è
stato recentemente ripristinato.
Si tratta di un orologio a pendolo di fattura probabilmente
tedesca risalente al Settecento.
La torre dell’orologio è uno dei più antichi accessi all’Arsenale
di Venezia e ora è tornato a segnare il tempo sulla laguna.
Giuseppe Tarantino Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
136 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
COGNE
Monica Gotta Photography
Volendo si potrebbero nominare un numero
infinito di orologi sparsi sulla nostra penisola e
nel mondo degni di essere citati e la cui storia
ci farebbe sicuramente incuriosire se non
appassionare.
Lascio la parola alle immagini.
Suggerisco un luogo che ha dell’incredibile e
che lascia a bocca aperta tutti coloro che lo
vedono.
Parlo di Jantar Mantar a Jaipur, nella regione
del Rajasthan in India.
Qui riprendo una frase precedente ossia quale
è il rapporto tra tempo e zodiaco.
In effetti Jantar Mantar non rappresenta un
rapporto, è una convivenza.
Ci sono strumenti per la misurazione del tempo
e ci sono strumenti astronomici.
TREVISO
Monica Gotta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 137
ANTAR MANTAR – JAIPUR – RAJASTHAN (INDIA)
Il Jantar Mantar, situato nel cuore di Jaipur, è uno dei più antichi,
grandi e spettacolari osservatori astronomici, riconosciuto
come patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 2003.
Fu costruito dal Re Rajput Sawai Jai Singh II tra il 1727 e il 1734
su modello della struttura già esistente a Delhi.
Per la sua costruzione fu utilizzato marmo locale e si sviluppa
su oltre 18.000 metri quadrati.
Il nome deriva dalla lingua sanscrita.
Jantar deriva da yantra che significa macchina o strumento e
mantar deriva da mantrara che significa calcolare o consultare.
Quindi possiamo dire che Jantar Mantar significa strumento
per il calcolo.
Il Maharaja costruì 4 strutture simili oltre a quella di Jaipur.
Questi 19 straordinari strumenti erano adibiti a misurare ed
interpretare la posizione dei corpi celesti, a misurare il tempo e
a calcolare l’ora locale.
Questi strumenti potevano essere utilizzati anche per fare
previsioni sui raccolti o, più semplicemente, per fare oroscopi.
Ogni strumento porta una scala astronomica e ciascun pezzo
include strumenti complessi le cui forme – geometriche - e
impostazioni sono state scientificamente progettate.
È un esempio di innovazione architettonica costruito sulla
base di diverse credenze religiose e sociali dell’India del XVIII
secolo.
Al suo interno c’è la meridiana in pietra più grande del mondo:
Vrihat Smarat Yantra. Vrihat Samrat Yantra è un'enorme meridiana lunga
Non è più un centro di osservazione scientifica funzionante circa 27 metri la più alta del mondo e la più grande
ma viene mantenuto come monumento storico, rappresenta del mondo.
le profonde conoscenze e competenze in ambito astronomico "Samrat Yantra" che significa "strumento supremo"
Lorena Durante Photography
e cosmologico e rivela l’incredibile patrimonio culturale è una meridiana equinoziale e calcola il tempo con
dell’India. Jantar Mantar è stato più volte restaurato, nel 1948 una precisione di due secondi.
è stato dichiarato monumento nazionale ed è protetto come
monumento nazionale del Rajasthan dal 1968.
Gli strumenti più conosciuti sono i seguenti.
Monica Gotta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
138 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
Jaya Prakash Yantra include due coppe emisferiche
con lastre di marmo graduate che fungono da
meridiana.
L'elevazione, l'azimut, gli angoli delle ore e la
posizione esatta dei corpi celesti vengono rilevati
utilizzando l'immagine invertita del cielo e il
movimento delle ombre invertite sulle lastre.
Nadi Valaya Yantra è costituito da una coppia
di meridiane circolari, rivolte a nord a sud che
simboleggiano i due emisferi della Terra.
È una meridiana che calcola l’ora solare ed è
inclinata di circa 27°.
Lorena
MonicaDurante Photography
Gotta Photography
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R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 139
Laghu Samrat Yantra è uno strumento che misura
l'ora locale con una precisione di venti secondi.
La rampa di questa meridiana punta verso il
Polo Nord, quindi l'ora locale a Jaipur può essere
facilmente calcolata misurando la posizione
dell'ombra della rampa sulle divisioni della scala.
Ram Yantra misura l'elevazione e l'azimut del Sole e
dei pianeti ed è costituito da una coppia di strutture
a forma di tubo, aperte verso il cielo.
Chakra Yantra è uno strumento costituito da due
cerchi di metallo che misurano le coordinate e
l'angolo orario del Sole.
Digamsa Yantra è una struttura simile a un pilastro
nel mezzo di due cerchi concentrici esterni, che
viene utilizzata per misurare l’azimut dei corpi
celesti prevedere i tempi di alba e tramonto in un
giorno.
Kranti Writta è uno strumento speciale utilizzato
per misurare il segno solare del Sole durante il
giorno.
Nadi Valaya Yantra
Monica Gotta Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
140 R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO
Monica Gotta Photography
Lorena Durante Photography
Ma cosa può essere un orologio oltre che il misuratore del tempo?
Può essere un elemento decorativo della nostra persona, un pezzo alla
moda da abbinare alla nostra mise quotidiana, può essere un ricordo del
nostro nonno o bisnonno come un orologio da taschino, può essere lo
smartwatch che portiamo al polso e registra i nostri allenamenti, risponde
al telefono o usa la tecnologia NFC per fare pagamenti elettronici, è la
sveglia molesta che ogni mattina ci ricorda che dobbiamo andare al lavoro.
È il nostro marca tempo per essere sempre puntuali agli appuntamenti,
al giorno d’oggi è diventato un vero e proprio accessorio di bellezza, un
pezzo integrato e irrinunciabilmente cool del nostro modo di vestire e del
nostro look.
Può essere anche un oggetto di scena che vediamo in una pièce di teatro,
può essere una curiosità da ammirare in un centro commerciale di Dubai
U.A.E.
Può essere un’infinità di cose alle quali probabilmente nessuno di noi
pensa.
Vi lascio curiosare nei meandri della meccanica quantistica, fate amicizia
con il termine “entanglement”, confrontate il tutto con la fisica classica,
rinfrescate la memoria sul modello relativistico di Einstein, fate un viaggio
nelle teorie dei maestri filosofi … avrete sicuramente tempo da dedicare
a queste attività straordinariamente “connesse” … per usare un termine
familiare del nostro “tempo”.
Considerate questo come punto zero, il momento che divide il nostro
passato dal nostro futuro.
Questo momento ha senso e valore se viene confermato dalle nostre
azioni.
Senza azione, senza conferme è solamente un “non tempo”, sprovvisto di
dimensione temporale e di realtà effettiva.
Per acquisire coscienza di tutto ciò basta un attimo!
Giroinfoto Magazine nr. 80
R E P O RTA G E | OROLOGI NEL TEMPO 141
Giroinfoto Magazine nr. 80
142 MOSTRE | IMAGE CAPITAL
Università di Rochester, Libri Rari, Collezioni Speciali e
Conservazione (RBSCP), Kodak Historical Collection.
Fotografo sconosciuto, pubblicità della Recordak con
etichetta "Tutti questi assegni in 30 metri di rullino.
Un bel risparmio", 1955 c.
MAST. Bologna
22 settembre 2022 – 8 gennaio 2023
Giroinfoto Magazine nr. 80
MOSTRE | IMAGE CAPITAL 143
La mostra IMAGE CAPITAL, curata da Francesco Zanot, allestita negli spazi
espositivi del MAST, è frutto della collaborazione tra il grande fotografo
Armin Linke e la storica della fotografia Estelle Blaschke, ricercatrice
dell’Università di Basilea.
Un progetto visivo e di ricerca che ha richiesto oltre quattro anni di lavoro
e racconta una storia della fotografia diversa dal solito, mettendo al centro
i suoi innumerevoli utilizzi pratici e la sua funzione come tecnologia
dell’informazione.
La mostra IMAGE CAPITAL, al MAST di Bologna dal 22 settembre all’8
gennaio 2023, è un ambizioso progetto artistico che investiga la fotografia
come sistema di creazione, elaborazione, archiviazione, protezione e
scambio di informazioni visive: un vero e proprio capitale per cui, il suo
possesso, corrisponde all’acquisizione di un autentico vantaggio strategico.
Fortune Magazine, vol. 62, no. 3, Settembre 1960
Lorena Durante Photography
Giroinfoto Magazine nr. 80
144 MOSTRE | IMAGE CAPITAL
Il fotografo Armin Linke e la storica della fotografia
Estelle Blaschke, ricercatrice dell’Università di Basilea,
esplorano attraverso immagini, testi e altri materiali
le diverse modalità attraverso cui la fotografia viene
utilizzata all’interno di differenti tipologie di processi
di produzione, in particolare in ambito scientifico,
culturale e industriale: grazie alla fotografia, infatti, i
sistemi di comunicazione e di accesso alle informazioni
sono migliorati esponenzialmente fino a consentire
lo sviluppo delle industrie globali e di vasti apparati
governativi.
“Dentro questo circuito – spiega Francesco Zanot – le
immagini fotografiche assumono un peculiare valore
descrivibile come una vera e propria forma di capitale.
La spinta all’utilizzo della fotografia come tecnologia
dell’informazione è avvenuta intorno alla metà del
Novecento, quando i processi gestionali e amministrativi
di aziende e istituzioni si stavano espandendo e
necessitavano di essere ottimizzati”.
Con la fotografia digitale c’è stato un vero e proprio
salto di scala. “Anziché essere soltanto i soggetti delle
fotografie – prosegue Zanot –, gli oggetti del nostro
mondo vengono oggi costruiti sulla base delle fotografie
stesse e delle loro rielaborazioni, invertendo un rapporto
precedente unidirezionale.
Queste trasformazioni portano con sé alcune
fondamentali ricadute sul piano economico e politico:
le grandi masse di immagini che alimentano questo
sistema hanno acquisito un valore straordinario,
conferendo a coloro che le possiedono e le gestiscono
poteri ugualmente sterminati.
Nella società capitalista la fotografia non domina
soltanto l’immaginario, ma molto di più”.
IMAGE CAPITAL esplora questi processi in un percorso
che parte dall’inizio della loro storia e arriva fino alle
tecnologie più recenti e aggiornate.
La mostra è suddivisa in sei sezioni dedicate ad
altrettanti temi essenziali:
George Eastman House, the Legacy Collection.
Pubblicità Kodak per il Recordak Miracode System, 1966
Memory: sulla capacità delle fotografie di raccogliere e
immagazzinare informazioni.
A partire dall’idea di riproducibilità meccanica, viene
qui investigata l’intrinseca natura della fotografia
come strumento di registrazione, le cui potenzialità si
esprimono a livelli sempre più alti con l’avvento della
tecnologia digitale.
Access: sulle modalità di archiviazione e indicizzazione
delle immagini.
L’associazione tra fotografia e testo (o metadati) è alla
base del successo di questo medium come tecnologia
dell’informazione.
I metadati (parole chiave, geodati, didascalie...) non
sono utili soltanto per organizzare le immagini in sistemi
ordinati, ma anche per poterle ritrovare e utilizzare.
Protection: sulle strategie per la conservazione a
lungo termine delle immagini e delle informazioni che
contengono.
Se le immagini possono essere considerate come
depositi di informazioni potenzialmente deteriorabili,
a loro volta devono essere protette per non venire
disperse.
Qui si investigano le strategie per la protezione Armin Linke, CERN, Large Hadron Collider (LHC),
delle immagini, dagli archivi, che possono arrivare a cablaggio, Ginevra, Svizzera, 2019
dimensioni monumentali, ai sistemi di back-up.
Giroinfoto Magazine nr. 80
MOSTRE | IMAGE CAPITAL 145
Mining: sull’analisi delle immagini e il loro utilizzo
nelle tecnologie per il riconoscimento automatico.
Se è vero che le fotografie contengono una grande
quantità di informazioni, allo stesso modo si rendono
necessari sistemi per poterle estrarre (mining).
Questa sezione è dedicata a questi processi e alla
conseguente possibilità di utilizzare grandi quantità
(cluster) di immagini simili (da cui vengono estratte
informazioni simili) per lo sviluppo di tecnologie
di riconoscimento automatico, le cui applicazioni
sono oggi fondamentali, particolarmente nei settori
dell’industria e della sicurezza.
Imaging: sulla fotografia come sistema di
visualizzazione dell’esistente o di un suo progetto.
La fotografia viene qui osservata come sistema
di visualizzazione, a partire dalla sua capacità di
andare oltre i limiti dell’occhio umano fino al suo
utilizzo per lo sviluppo di tecniche di rendering e
modellazione digitale.
Dopo essere stata a lungo considerata una prova di
realtà, la fotografia costituisce in questo senso la
base di partenza da cui la realtà viene progettata e
costruita.
Currency: sul valore delle immagini.
Dall’associazione tra fotografia e valuta al
capitalismo informatico, qui si osservano i processi
di attribuzione di valore alle immagini, oggi legati
particolarmente alla capacità di accumularne grandi
quantità e, soprattutto, di associare ad ognuna ampi
set di informazioni.
A partire dai testi di Estelle Blaschke e dalle opere
fotografiche di Armin Linke, ideatori del progetto
IMAGE CAPITAL, la mostra comprende una vasta
selezione di interviste, video, immagini d’archivio,
pubblicazioni e altri oggetti originali.
Nonostante la loro diversità, tutti questi materiali
sono disposti negli spazi espositivi del MAST su
uno stesso piano, senza gerarchie né priorità, con
Università di Stoccarda, High-Performance Computing Center (HLRS), l’obiettivo di offrire agli spettatori una narrazione-
Stoccarda, Germania, 2019 esperienza tanto immersiva quanto stratificata.
IMAGE CAPITAL è un progetto di ricerca promosso
da Fondazione MAST e dal Museum Folkwang di
Essen.
La mostra sarà esposta in un tour internazionale
al Museum Folkwang (9 settembre - 11 dicembre
2022) e nel 2023 al Centre Pompidou, Parigi e
alla Deutsche Börse Photography Foundation,
Francoforte/Eschborn.
La mostra è accompagnata da un opuscolo
informativo gratuito.
FONDAZIONE MAST
via Speranza 42, Bologna
[Link]
IMAGE CAPITAL
22 settembre 2022 – 8 gennaio 2023
Ingresso gratuito
Martedì - Domenica 10 - 19
Edo Collins, Radhakrishna Achanta, Sabine Süsstrunk, Deep Feature
Factorization for Concept Discovery, documento presentato alla Conferenza
europea sulla visione computerizzata (ECCV), Monaco, Germania, 2018
Giroinfoto Magazine nr. 80
146
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti dalla promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta e passione per la fotografia e il eventi e i prodotti legati ad
dai nostri reporters. viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
[Link]
Giroinfoto Magazine nr. 80
147
ARRIVEDERCI AL PROSSIMO NUMERO
in uscita il 20 novembre 2022
[Link]
Giroinfoto Magazine nr. 80
Conoscere il mondo attraverso un
obbiettivo è un privilegio che solo
Giroinfoto ti può dare veramente.
APPASSIONATI A NOI
PHOTO
T R AV E L
M AG A Z I N E
PAL AZZO DELL'ARSEN ALE TORINO
Giancarlo Nitti
[Link]