N.77 - MARZO 2022 [Link].
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N. 77 - 2022 | MARZO Gienneci Studios Editoriale. [Link]
COLLEZIONE BRANCA
Band of Giroinfoto
PLANETARIO YALA NATIONAL PARK CARNEVALE
TORINO SRI LANKA VIAREGGIO
Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto
Photo cover by Isabella Cataletto
WEL
COME
77
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MARZO 2022
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Benvenuti nel mondo di
Giroinfoto magazine ©
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Ed ecco entrati nel sesto anno di redazione di Giroinfoto Magazine.
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. Le difficoltà degli ultimi due anni relative alla pessima gestione socio-
politica sono cresciute, intralciando il libero sfogo editoriale limitando le
È così che Giroinfoto magazine© diventa una finestra sul prerogative della rivista nello sviluppo culturale e turistico in aiuto dei
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
territori.
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters
professionisti e amatori del photo-reportage. Nonostante tutto, e grazie all'impegno di tutti i nostri collaboratori, il
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più progetto [Link] non si arresta, anzi, combatte con tutte le proprie
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
forze per pubblicare articoli utili alla valorizzazione dei territori bisognosi
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere
un punto di riferimento per la promozione della cultura di visibilità.
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio.
In questo periodo storico, dove tutto è ormai convertito al mondo
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi,
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, digitale, risulta talvolta anacronistico volersi concentrare su un progetto
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici cartaceo, sia per motivi di convenienza economica che di divulgazione.
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e Da qui la decisione di mantenere il magazine con un format "tradizionale"
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai
per il mantenimento della qualità comunicativa, evolvendolo alla
tutti ci siamo fossilizzati.
digitalizzazione favorendo la fruizione.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e In ultimo, vorrei ringraziare anche tutti i nostri lettori che crescono
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze continuamente sostenendo il progetto Giroinfoto.
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili.
Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]
progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.
Giroinfoto Magazine nr. 77
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
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LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5
LA RIVISTA DEI FOTONAUTI
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ANNO VIII n. 77
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COORDINAMENTO DI REDAZIONE
da Gienneci Studios Editoriale.
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Tutte le fotografie, informazioni, concetti,
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Laura Rossini divieto riprodurli o modificarli anche solo
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10
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C O N T E N T S
R E P O R TA G E
COLLEZIONE BRANCA
GIROINFOTO MAGAZINE
77
I N D E X
R E P O R TA G E
SISTEMA LINGOTTO
10 COLLEZIONE BRANCA
Milano
Band of Giroinfoto
28
28 SISTEMA LINGOTTO
Torino
Band of Giroinfoto
40 CELLENO
Il Borgo fantasma
Adriana Oberto
52 VIAREGGIO
Cittadella del Carnevale
Band of Giroinfoto
R E P O R TA G E 64 THE MAST COLLECTION
Un alfabeto visivo
CELLENO dell’industria, del lavoro
e della tecnologia
Fondazione MAST
40
R E P O R TA G E
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CARNEVALE DI VIAREGGIO
Giroinfoto Magazine nr. 77
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R E P O R TA G E
72
PALERMO STREGATA
PALERMO STREGATA
Storie e misteri
72 R E P O R TA G E
al tempo dell'inquisizione MUSEO DELLA CARTA
Band of Giroinfoto
92
MUSEO DELLA CARTA
Genova
92
Band of Giroinfoto
PLANETARIO TORINO
E luce fu
104
Band of Giroinfoto
YALA NATIONAL PARK
Sri Lanka
118
Giancarlo Nitti
R E P O R TA G E
104
PLANETARIO TORINO
R E P O R TA G E
118
YALA
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10 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
A cura di Isabella Cataletto e Mari Mapelli
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 11
Isabella Cataletto
Manuel Monaco
Mari Mapelli
MILANO
Già all’entrata di Via Resegone 2 a Milano,
nei pressi dell’antico quartiere industriale e
popolare della Bovisa, si ha l’impressione di
ritrovarsi in un luogo di austero lavoro.
Non vi è una moderna reception realizzata
da qualche famoso architetto o designer in
sintonia estetica con i dettami della moda del
nuovo millennio, ma una semplice guardiola
con un cortese e vigile addetto che svolge il
proprio lavoro.
Solo di fronte alla guardiola è posta una sobria
vetrina che mostra all’interno, in fila una dopo
l’altra, le bottiglie dei famosi liquori prodotti
dalla Fratelli Branca Distillerie.
Manuel Monaco Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
12 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
Manuel Monaco Photography
Il Dr. Marco Ponzano, Responsabile della Collezione raccolta
nel Museo Branca, riceve con cordiale cortesia e conduce
all’interno dello stabilimento da un antico androne dove si
arrampica un’elegante scala in marmo con le ringhiere in
ferro battuto, al di sopra di un’anticamera sovrastata dallo
striscione che celebra 170 anni delle Distillerie Fratelli
Branca.
Al termine della scala, in una piccola sala, è collocata una
grande stampa che mostra lo stabilimento commissionato
nei primi anni del Novecento dalla famiglia Branca all’Ing.
Merlini ed edificato nel 1913 nella tipica architettura
industriale lombarda di quell’epoca, ai limiti della città di
Milano di una volta, al centro di un crocevia al confine del
quartiere Bovisa con la campagna, dove correvano carrozze
con tiro a quattro.
Sopra la gigantesca stampa sono posti quattro ritratti dei
fondatori delle Distillerie Fratelli Branca.
Fu Bernardino Branca a volere la costruzione del grande
stabilimento, che rispecchia la tradizione architettonica dei
primi del Novecento, per dar vita ad un’impresa che divenne,
nell’arco di pochi decenni, famosa in Italia e nel mondo per
un prodotto unico e inconfondibile: il Fernet-Branca.
Isabella Cataletto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 13
Manuel Monaco Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
14 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
Isabella Cataletto Photography
Sono inoltre visibili le antiche fotografie dei prosecutori Il dipinto lo ritrae mentre intaglia, con colpi d’ascia, parti dei
dell’impresa che si sono succeduti di generazione in legni di rovere che venivano impiegati dai bottai per costruire
generazione sino ai giorni nostri e, in tempi recenti, l’attuale le grandi botti che tuttora conservano il Fernet Branca per la
Presidente e Amministratore Delegato di [Link] Branca Distillerie, maturazione per un anno.
il Conte Niccolò Branca. È una parte emozionante della mostra perché solo in quel
momento si scopre quanto duro e sapiente lavoro artigianale
Quest’ultimo ha voluto raccogliere strumenti di produzione, fu necessario per costruire un contenitore, considerato
quali distillatori e alambicchi, oggetti e illustrazioni in una comune come una botte e che tuttavia costituisce tuttora
preziosa collezione che è ora aperta al pubblico per poter una componente preziosa dell’intero ciclo produttivo, poiché
dare testimonianza di un luminoso passato industriale che la sua fattura e il pregiato legno di rovere con cui è costruita,
si è snodato lungo tutti i decenni dell’Ottocento e del nuovo consente la lenta ma progressiva profumata maturazione in
millennio. un anno del liquore.
La collezione trasporta fino a noi, cittadini o turisti a
Milano nel 2022, con un viaggio all’indietro nel tempo, lo Isabella Cataletto Photography
spirito imprenditoriale di una famiglia del 1800 che, con le
competenze e le facoltà di antichi speziali, mise a punto
una ricetta basata sull’uso di erbe e spezie officinali per la
produzione di un amaro, il Fernet Branca, che conquistò
subito, con il gusto unico e particolare e con un inconfondibile
aroma, i raffinati palati dei signori dell’epoca, per divenire
l’emblema della bevanda maschile da sorbire nei salotti
durante le conversazioni e i giochi di società.
La collezione è allineata su due lati di un lungo corridoio,
in base ad un sapiente e raffinato allestimento realizzato
dal responsabile del Museo con la collaborazione dei molti
dipendenti dell’azienda che hanno aiutato a restaurare i pezzi
presenti negli scantinati della fabbrica, grazie alle specifiche
competenze di ciascuno.
Si vedono quindi alambicchi, piccoli e grandi distillatori in
rame e autentici strumenti di lavoro in legno: una parete
della mostra è occupata da una foto che mostra un maestro
d’ascia che presenziò con commozione alla posa dell’opera.
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R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 15
Manuel Monaco Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
16 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
Il lato sinistro del corridoio è riempito da strumenti di lavoro ma anche
da “scene” che riproducono, come in un teatro, luoghi importanti di
lavoro, come un vero e proprio ufficio con un’antica scrivania con penne
e calamaio e un’agenda aperta e ferma sul mese di gennaio di un anno di
tanto tempo fa. Più avanti si scorge la sartoria con la macchina da cucire
con cui le sarte realizzavano le uniformi degli addetti.
Sono scene vive, come se il tempo si fosse fermato e come se il lavoro
di operai, impiegati, sarte, direttori, venisse ogni giorno riconosciuto nella
sua concatenata importanza in ogni ruolo, vivificato e celebrato per il
raggiungimento di un obiettivo di una comunità riunita in uno stabilimento
industriale che custodisce nella sua “pancia” centinaia di enormi botti
piene di Fernet- Branca.
Manuel Monaco Photography
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R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 17
Isabella Cataletto Photography
Se lo sguardo si sposta sul lato destro, ecco allora imporsi italiana: preziosi monili, rasoi, ventagli diventano sempre
all’attenzione meravigliata del visitatore dapprima i busti in più “moderni”, “attuali”, “vicini” alla società del Novecento.
marmo dei fondatori delle Distillerie e poco dopo bellissime Non più attuali oggi, perché ogni consumatore di qualsiasi
realizzazioni grafiche in cartone che riproducono scene di vita prodotto è riempito di “gadgets” e non più di monili.
degli anni della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento.
Si tratta di calendari che venivano realizzati per farne dono
agli importanti clienti della Branca.
Sono opere grafiche mirabili realizzate da artigiani ma anche
da famosi artisti in cui la protagonista della scena è sempre
una donna raffigurata in un ruolo importante e attivo.
È decisamente significativo notare come la prima
protagonista del calendario sia il personaggio della
“Bersagliera”, una figura popolare dell’immaginario maschile
che allietava la vista per le sue fattezze attraenti e procaci e
per l’atteggiamento vivace e seduttivo.
I calendari avevano lo scopo di scandire momenti sereni
durante l’anno, regalando istanti di bellezza e di svago
mentale.
È a questo punto della mostra che si inizia a intuire come
i Fratelli Branca abbiano saputo, sin dall’inizio della loro
impresa, fare uso attento e intelligente della comunicazione.
L’era della pubblicità, così come la si può intendere oggi, dagli
anni 1950 in poi, non era ancora iniziata.
Gli americani non avevano ancora fatto apparire sul mercato,
dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le immagini con
le bottigliette della Coca Cola, ma i Fratelli Branca avevano
già iniziato nel secolo precedente ad utilizzare le immagini, i
disegni e i bozzetti per affermare e tener vivo nella mente dei
consumatori il loro inconfondibile marchio presente in tutte le
opere grafiche: un’aquila che tiene fra gli artigli la bottiglia del
Fernet-Branca sopra il globo terrestre.
È proprio attraverso la visione dei calendari e di altri
pregevoli oggetti regalo conservati nelle teche che si rivive
e si comprende l’evoluzione dei costumi della società
Giroinfoto Magazine nr. 77
18 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
All’improvviso in uno spazio più ampio del corridoio
appare un altro simbolo del passato, una “Balilla”
rossa.
Una vera e propria auto “Balilla” come molti di noi
l’hanno solo potuta immaginare o vedere nei film
degli anni ’30.
Ecco riapparire davanti agli occhi del visitatore
sprazzi di vita dei nonni che si fermavano a
guardare con ammirazione quell’auto iconica, che
mai avrebbero potuto possedere e che spuntava
di tanto in tanto nelle strade, guidata da qualche
gentiluomo di buona famiglia.
Sulla parete che fa da cornice all’auto è raffigurata
l’iconica aquila che tiene ben salda tra gli artigli la
bottiglia di Fernet-Branca.
Manuel Monaco Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 19
Isabella Cataletto Photography
Per chi è nato e vissuto in Italia dopo gli anni ’50 è impossibile mentre in una vetrina poco distante sono conservate tutte
non essere presi via via da ricordi familiari. le imitazioni di prodotti concorrenti che non hanno potuto
Sul carrello di cristallo nel soggiorno di casa trovavano eguagliare in qualità, gusto e proprietà mediche i distillati di
sempre posto le bottiglie di Fernet, di Carpano e di Punt e Fratelli Branca.
Mes accanto ai bicchieri in cristallo di Baccarat.
Un uomo, il sabato sera, con un volto ormai disteso dopo una
lunga settimana di lavoro, esortava sua moglie a servirgli il
Carpano o il Punt e Mes.
Era un rito sotto gli occhi di un bambino o di una bambina che
assistevano al quieto inizio del fine settimana.
Se poi il padre decideva di andare in Liguria a trovare i nonni
vicino ad Andora, era bene portarsi dietro sulla Fiat 1100
bianca la bottiglia di Fernet: uno dei bimbi a bordo stava
sempre male lungo le curve dell’Aurelia e il Fernet metteva a
posto anche lo stomaco dei piccoli.
È un ricordo dolce amaro quello che riaffiora in bocca e nelle
narici di una signora, bambina in quei lontani anni ’60, che
ora è pervasa dalla sensazione di un profumo e di un gusto
indimenticabile.
Proseguendo lungo il corridoio, si apre una saletta in cui è
posizionato al centro un grande banco circolare diviso in
sezioni.
Alla vista appare subito come un cerchio diviso a spicchi
colorati ma avvicinandosi si colgono le forme e gli aromi di
varie spezie e erbe officinali provenienti da tutto il mondo. È
il trionfo dell’anice stellato, dello zafferano, della menta, della
curcuma e di quanto Madre Terra regala al mondo.
Le ricette alla base del Fernet, del Brandy Stravecchio e
delle altre bevande del marchio Branca sono state studiate
selezionando, in modo sapiente e con la cultura speziale di
Bernardino Branca e dei suoi successori, e sono custodite
gelosamente nel cuore dell’azienda.
Accanto alle preziose erbe e spezie multicolori vi è un tavolo
su cui sono poste le bottiglie più antiche dei liquori Branca,
Giroinfoto Magazine nr. 77
20 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
Isabella Cataletto Photography
Si procede verso la parte più moderna e attuale della del mondo, impiantando i propri stabilimenti in Argentina
collezione. e in Francia e attivando la rete commerciale su scala
Qua e là domina sempre l’Aquila con la bottiglia fra gli artigli. internazionale.
È rappresentata con disegni e grafiche ma anche realizzata Ecco allora apparire i manifesti affissi negli Stati Uniti,
con una scultura formata da verdi bottigliette di Fernet. nell’Unione Sovietica, in Francia e, dovunque, in bar o
Una vera opera d’arte. caffetterie le insegne del Fernet- Branca, i bicchieri con il
Ecco apparire ora i grandi manifesti del Punt e Mes e del marchio Branca connotavano luoghi di incontro e di mescita
Carpano. di liquori, ormai frequentati dalla società per una sosta di
Tutte le opere sono a firma di grandi e famosi artisti. svago e di piacere.
È il segno di una nuova comunicazione che è ora divenuta,
secondo i canoni moderni, pubblicità. Documenti fotografici degli inizi del Novecento mostrano
Sono i manifesti delle affissioni nelle strade delle città in cui questi spaccati di società nei momenti di quell’epoca.
ci siamo imbattuti tutti e più volte e che sono rimasti nella Fernet -Branca, Brandy Stravecchio, Carpano, Punt e Mes,
memoria collettiva per i colori assunti dalle aree urbane. Branca Menta sono ormai prodotti di un marchio rinomato e
presente in tutto il mondo.
È interessante notare come nuovamente l’immagine della
donna sia centrale nella comunicazione Branca. Il manifesto
del Punt e Mes mostra due giovani donne ai lati ed un uomo
al centro. Le giovani donne sono vestite di rosso, le gonne
sono sopra il ginocchio, hanno un atteggiamento sicuro e
spigliato, sono protagoniste attive della loro vita.
L’uomo appare altrettanto sicuro, determinato, disinvolto ma
non “assistito” dalle due donne.
Sono tre individui indipendenti, pieni di vita e capaci di
proiettarsi ciascuno in libertà nel mondo.
È la pubblicità in un’Italia degli anni ’60/70, gli anni del boom
economico in cui tutto andava verso il nuovo, il moderno, il
ricco e il facile: dal lavoro operoso per tutti, alle autostrade
lungo la penisola, ai DC8 che solcavano i cieli e portavano in
poche ore in altri continenti.
I Fratelli Branca avevano già messo piede in tutti i Paesi
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 21
Isabella Cataletto Photography
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
22 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
Si ringrazia per l’invito e la presentazione della
Collezione e dello Stabilimento Fratelli Branca il
Dr. Marco Ponzano, Responsabile della Collezione
Branca e della Torre Branca.
Museo Branca - 170 anni di storia delle Distillerie
Fratelli Branca
Via Resegone 2 - Milano
+INFO:
[Link]
Isabella Cataletto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 23
La visita alla Collezione si conclude con ciò che
costituisce una inaspettata sorpresa.
Si torna a scendere dalla scala in marmo con
le ringhiere in ferro battuto e si arriva alle
cantine: l’occhio si perde nel rincorrere le file di
enormi botti in rovere che emanano un profumo
inconfondibile.
Ecco migliaia di litri il Fernet- Branca posto a
maturare per un anno in 500 botti costruite a
mano dai bottai con il legno di rovere tagliato dai
maestri d’ascia.
Durante la visita alla Collezione, nel lungo e
tranquillo corridoio, si erano posati i piedi su una
realtà produttiva viva, costante e continuamente
in fermento.
L’antico stabilimento ha al centro della sua
bellissima architettura una colorata, ruggente e
fumante ciminiera che si erge nel cielo nebbioso
della serata invernale milanese. Il cortile dello
stabilimento è pavimentato in pavé, come antiche
strade della vecchia Milano: ecco Milano e tutto il
lavoro che la città rappresenta da sempre.
Nasce nell’animo un sentimento di nostalgia per
un mondo laborioso e ordinato, dove ogni cosa e
ogni persona occupava il suo posto senza dubbi,
confusione, sovrapposizioni o sottoposizioni.
Senza disumanità.
I datori di lavoro, gli imprenditori, come i Fratelli
Branca, erano riferimenti sicuri, quasi padri di
famiglia per i loro operai o impiegati, che ad
essi guardavano come fonte d’ispirazione e di
sicurezza sociale ed economica per il futuro.
L’imprenditore considerava le persone della
propria azienda come appartenenti a una grande
famiglia, una comunità composta da persone con
competenze e abilità preziose che meritavano
riconoscimento, attenzione per le esigenze
sociali, premi di produzione, aree di incontro e di
ricreazione.
Non era ancora l’epoca di asettici managers,
il rapporto fra l’imprenditore, gli operai e gli
impiegati era diretto e di stima reciproca. Questa
l’etica sociale trasmessa dalla Famiglia Branca.
Una famiglia che ha mostrato e conservato
valori morali imprescindibili: lo spirito d’impresa,
la competenza, la capacità di ricerca e di
innovazione, la qualità unica del prodotto,
l’ecosostenibilità.
L’attenzione e la valorizzazione sociale degli
addetti al lavoro. L’amore per la cultura e
la bellezza, da trasmettere attraverso una
comunicazione artistica efficace e sempre
attuale.
L’amore per la cultura ha indotto la Fratelli Branca
a restituire a Milano, dopo un attento e lungo
restauro, la Torre in ferro disegnata da Giò Ponti
collocata all’interno di Parco Sempione e ormai
conosciuta come Torre Branca, dalla cui sommità
si domina a 360° la grande laboriosa moderna Manuel Monaco Photography
Milano con il nuovo skyline del 2022.
Giroinfoto Magazine nr. 77
24 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
UNA TORRE NEL PARCO
Quella di salire sempre più su, raggiungere
il cielo e dominare lo spazio è sempre stata
un’ambizione dell’Uomo dai suoi albori, forse la
più grande dell’Umanità.
E senza scomodare la mitica Torre di Babele, a
chi non piace, arrivando in una città sconosciuta
o in un luogo ignoto, abbracciare l’interezza dello
spazio dall’alto, per avere una totale conoscenza
del nuovo ambiente e goderne il panorama?
Mari Mapelli Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 25
A Milano, tra le opportunità meno note, o forse
solo un po’ dimenticate, c’è la Torre Branca, opera
frutto della genialità progettuale di Gio Ponti,
che la disegnò, e degli ingegneri Cesare Chiodi
ed Ettore Ferrari che si occuparono dei calcoli
strutturali.
Immersa nel verde di Parco Sempione, la si vede
svettare slanciata sopra la vegetazione, quasi un
albero tra gli alberi, mentre si percorre il vialetto
che fiancheggia la cancellata di delimitazione del
Parco.
E non è un caso che la preceda all’arrivo la cortina
in clinker rosso del razionalista Palazzo dell’Arte,
che fu sede nel 1933 della prima “Esposizione
Triennale Internazionale delle Arti Decorative e
Industriali Moderne e dell’Architettura Moderna”
e poi di tutte le Triennali a seguire, sino ai giorni
nostri.
La Torre, infatti, nata col nome di Torre Littoria,
fu fortemente voluta da Benito Mussolini in
occasione della V Mostra delle Arti Decorative –
quella che il Maestro Ponti definì la “sua” triennale
- e fu realizzata e inaugurata, nel tempo record di
sole 68 giornate lavorative, il 10 agosto 1933.
Faceva parte, insieme ad altre strutture
architettoniche temporanee, di un ambizioso
progetto espositivo di cui è rimasta poi l’unica
superstite.
La Torre, oltre che un gioiello artistico, fu una
sfida ardita per i tempi: era la realizzazione
futuristica della città che sale, rappresentava la
tensione innovativa del Paese, era l’emblema del
dinamico sforzo tecnologico italiano.
E fu accolta con incredibile entusiasmo dal
pubblico! Essa si sviluppa su una base esagonale
– sì quell’esagono simbolo del diamante, tanto
amato dal Maestro Ponti e che su di esso ha
impostato tutta la sua filosofia progettuale – e
si eleva, rastremata verso l’alto, come un prisma,
con l’apparente leggerezza di un intreccio di tubi
in acciaio Dalmine, flangiati e imbullonati.
La torre panoramica, allora come oggi, tocca
i 108,60 metri di altezza, un metro sotto la
Madonnina, per rispettare la regola ormai in
disuso che nessun edificio potesse superare la
guglia maggiore della Cattedrale.
Alla quota di 97 metri si trovavano un piccolo
ristorante e il belvedere, raggiungibili con un
ascensore delle Officine meccaniche Stigler, e la
lanterna rotante del faro, azionata da un moderno
motore elettrico.
Mari Mapelli Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
26 R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA
A partire dagli anni della guerra, la Torre Littoria
subì una progressiva trascuratezza, sino ad
arrivare al totale abbandono: certamente anche
a motivo del suo nome ingombrante e del suo
legame col fascismo.
Dichiarata inagibile al termine degli anni
Sessanta per cedimenti strutturali, venne chiusa
definitivamente nel 1972.
Ma la rinascita non era poi così lontana, per
fortuna. Diciotto anni più tardi la Fratelli Branca
Distillerie – storica azienda milanese produttrice
del celeberrimo Fernet – la rilevava, cambiandone
il nome in Torre Branca e avviandone l’accurato
restauro strutturale ed estetico, che l’ha riportata
al passato splendore.
Tale intervento ha comportato anche il rinnovo
degli impianti tecnologici, tra cui l’installazione
di un moderno ascensore panoramico Schindler,
che permette la salita di cinque passeggeri alla
volta fino al piano del locale belvedere coperto,
percorrendo 99 metri in poco meno di 1 minuto.
Dal 2002 la Torre Branca è stata poi restituita
pienamente alla collettività.
Mari Mapelli Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | COLLEZIONE BRANCA 27
Oggi costituisce un palcoscenico eccezionale,
e anche se nella classifica delle altitudini
meneghine è scivolata al decimo posto, dalla sua
terrazza esagonale offre ancora un panorama
mozzafiato su Milano e il suo skyline, e sulla
catena alpina e sulla vasta pianura lombarda.
Dall’alto del suo belvedere, chiuso e protetto
da vetrate in cristallo ad alta resistenza dalle
quali non ci si può affacciare, la città si estende
meravigliosa con il suo impianto urbano, i nuovi
grattacieli e i monumenti antichi che sembrano
divertenti miniature.
Fra questi ultimi spiccano il sottostante Arco
della Pace, l’Arena e il Castello con la sua Torre
del Filarete, proprio con i quali la Torre Branca
completa l’asse di orientamento ortogonale del
Parco, mentre la fontana Bagni Misteriosi di De
Chirico sembra un piccolo giocattolo metafisico
color giallo ocra.
Alla base della Torre una struttura portante
metallica, a pianta semicircolare, ben si inserisce
con la modularità del monumento, evidenziando
l’ingresso all’ascensore, vicino a cui il simpatico
furgoncino d’epoca sottolinea la nuova identità
della Torre.
L’idea di recuperare e rendere fruibile un pezzetto
di orgoglio milanese è perfettamente riuscito,
visto che il luogo attira oggi curiosi dei posti
insoliti, di provenienza anche lontana.
Salire alla Torre è molto semplice, pure nei tempi
attuali che richiedono il rispetto delle normative
Covid – 19: basta una prenotazione on line o
telefonica. O presentarsi direttamente sul posto,
se si ha fortuna…
Tutte le visite, diversamente strutturate negli orari
in base alla stagionalità estiva e invernale, durano
7 minuti e il mercoledì mattina dalle 10:30 alle
12:30 la salita è gratuita per i pensionati.
Per informazioni:
Tel. Biglietteria 02-3314120 – 3356847122
info@[Link]
torre@[Link]
Si ringrazia il Dr. Massimo Fontana, Responsabile
di FPS Eventi, per il gentilissimo invito.
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28 R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO
Adriana Oberto
Barbara Lamboley
Barbara Tonin
Domenico Ianaro
Samuele Silva
A cura di Barbara Lamboley
TORINO
Per Torino e i torinesi, il Lingotto rappresenta tanto.
Per i più giovani, il Lingotto è un centro commerciale e fieristico dove svagarsi
mentre per i più anziani è un pezzo di storia dell’industria italiana.
Sì, perché il Lingotto è questo: la più grande fabbrica di automobili italiana
riconvertita in un centro multifunzionale; il Lingotto è una bella storia di
rinascita all’italiana resa possibile da investitori scaltri e dai migliori architetti
del Bel Paese.
Ma forse non tutti sanno che, prima di tutto, il Lingotto, è un quartiere a sud
della città di Torino.
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO 29
Destino ha voluto che il quartiere nascesse
nel XVII secolo da possedimenti terrieri
della nobile famiglia dei Lingotti.
L’area era caratterizzata dalla presenza di
un castello al centro e, attorno, vari edifici
rurali.
All’epoca, la zona era particolarmente ricca
di sorgenti e canali d’irrigazione propizi
all’insediamento di molteplici cascine.
Più che quartiere, si trattava di un vero e
proprio borgo rurale.
Col passare degli anni, Il borgo subì
vari mutamenti dovuti soprattutto alla
costruzione della linea ferroviaria e così, il
suo territorio si espanse sempre di più verso
sud.
Alla fine del XVIII secolo, il borgo aveva
completamente cambiato volto ed era
diventato un piccolo centro industriale
che contava una cinquantina di attività
produttive; ci si fabbricavano funi, sapone,
acciaio, pasta e tutto ciò che richiedeva
l’utilizzo di acqua in abbondanza.
Nonostante il crescente espandersi delle
attività industriali, fino all’inizio del ‘900, si
potevano ancora censire decine e decine di
cascine ed edifici rurali separati da campi e
boschi nelle aree immediatamente adiacenti
i fiumi Po e Sangone.
Adriana Oberto Photography
Fu solo a partire dagli anni ’30 che il Lingotto iniziò a diventare
quello per cui lo conosciamo con la demolizione sistematica delle
cascine, la bonifica dei terreni lungo fiume e la costruzione di
numerosi edifici pubblici e privati.
Giroinfoto Magazine nr. 77
30 R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO
In questo contesto di espansione, c’è chi non si è fatto
sfuggire l’opportunità di usufruire dell’area industriale
già esistente per farne qualcosa di decisamente più
“moderno” e all’avanguardia: la FIAT.
All’epoca, il suo primo stabilimento di Corso Dante era
già diventato troppo stretto per le crescenti richieste
produttive dettate dall’inizio della Prima Guerra
Mondiale, e così, nel 1915, decise di acquistare da TORINO
diversi proprietari un’area di 378.000 mq nel quartiere
del Lingotto per costruirci lo stabilimento produttivo più
innovativo e rivoluzionario dell’industria automobilistica
italiana. Per progettarlo, chiamò l’Ingegner Giacomo
Mattè Trucco che mise 3 anni a realizzarlo (1917/1920).
I torinesi assistettero alla nascita di un edificio di forma Quartiere Lingotto
ovale, con scheletro di cemento armato rivestito da
grandi vetrate con una pista di collaudo ubicata sul tetto.
Il risultato era decisamente sorprendente agli occhi di
tutti.
Una volta ultimata la struttura, iniziò il lungo lavoro di messa Sì, perché la FIAT fu la prima azienda italiana ad ispirarsi
in funzione di tutta la catena produttiva delle autovetture: al modello americano per quanto riguarda le metodologie
dalle fonderie fino ad arrivare al reparto di assemblaggio. produttive del settore automobilistico: il fatto di contenere
Infine, le auto venivano collaudate sulla pista ubicata sul tutte le lavorazioni nello stesso posto e di automatizzare
tetto dello stabile. maggior parte delle lavorazioni creando così il montaggio
“a catena” fa sì che anche la figura dell’operaio cambi
Nel 1923, l’azienda è finalmente pronta ad inaugurare il totalmente.
nuovo gioiello dell’Industria Italiana alla presenza del Re
Vittorio Emanuele III. Il manovale di una volta diventa addetto alle macchine che
non ha bisogno di muoversi, bensì aspetta di ricevere le parti
L’apertura dello stabilimento del Lingotto segna l’inizio di una a lui assegnate.
nuova era, non solo per la città di Torino, ma soprattutto per Una rivoluzione nel mondo operaio dell’epoca.
le aziende del settore.
Barbara Tonin Photography
Stefano Zec Photography
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R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO 31
Su scala cittadina, l’avvento della FIAT al Lingotto
crea un’offerta di lavoro mai vista prima.
Chi faceva il contadino nelle cascine della zona,
venne assunto in fabbrica ma ancora non bastava
per soddisfare la grande quantità di lavoro venuta
a crearsi.
Così la manodopera arrivò anche da altre regioni
d’Italia.
I Veneti, conosciuti per i lavori di manovalanza
nel settore edilizio, furono chiamati in un primo
momento per costruire la struttura del Lingotto
per poi essere assunti come operai all’interno
dello stabilimento.
In questo contesto di prosperità lavorativa,
arrivarono anche i primi immigrati dal meridione
portando l’organico della FIAT a raggiungere un
totale di 12000 operai e 500 impiegati.
Adriana Oberto Photography
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32 R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO
Per Torino era iniziata un’era sociale completamente nuova
rispetto al suo trascorso storico: convivenze nuove, profili
lavorativi nuovi, panorama architettonico nuovo…
Un susseguirsi di eventi che porta la città ad essere persino
sottodimensionata per accogliere quest’afflusso di persone.
Per ovviare al problema logistico dettato dall’arrivo di tanti
nuovi abitanti in città, la FIAT, insieme alla città di Torino,
instaura una serie di misure destinate ad agevolare la vita
dei neoassunti: crea nuove linee di trasporto pubblico, nuovi
collegamenti ferroviari e costruisce palazzi per accogliere la
popolazione immigrata da altre regioni.
La vita dei Torinesi cambiò radicalmente.
Per più di 10 anni, lo stabilimento del Lingotto scandisce i
ritmi della città; all’interno dell’azienda, comincia ad insidiarsi
lo spettro della lotta operaia con la nascita di vari movimenti
che rivendicano i diritti dei lavoratori.
Siamo nel 1938 e l’industria automobilista cresce sempre di
più. Il modello americano sul quale si era basato il Lingotto è
cambiato ed esperti del settore spiegano alla proprietà che,
ormai, il modello “verticale” sul quale è stato costruito lo
stabilimento non è adatto a soddisfare le esigenze produttive
di un mercato in continua espansione che aveva già raggiunto
dei livelli del tutto inaspettati.
È ora di pensare ancora più in grande e di identificare un
sito che possa permettere alla FIAT di adeguarsi alle nuove
esigenze del mercato.
Barbara Lamboley Photography
Samuele Silva Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO 33
Alla fine degli anni ’30, la famiglia Agnelli individua il sito
di Mirafiori come luogo idoneo per costruire il nuovo
stabilimento ma il progetto viene rallentato dall’inizio della
Seconda Guerra Mondiale.
Con lo scoppiare della guerra, il Lingotto diventa strategico e
deve garantire la continuità della produzione nonostante lo
smantellamento in programma.
Dal 1940 al 1944, la struttura viene presa di mira dall’aviazione
inglese e americana e lo stabilimento subisce danni ingenti.
Alcune parti degli edifici vengono distrutti dalle bombe e le
lavorazioni al loro interno vengono interrotte per causa di
forza maggiore.
Nel dopoguerra, viene ultimato lo spostamento della
produzione a Mirafiori lasciando spazio ad una riqualificazione
parziale del sito del Lingotto.
Fino agli anni ’80 lo stabilimento rimane la sede produttiva
di parti per auto nonché di elettrodomestici per poi, nel 1982,
chiudere definitivamente.
Domenico Ianaro Photography
Barbara Tonin Photography
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34 R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO
Oggi Il Lingotto è immutato esternamente ma, al suo interno,
è stato completamente ripensato dal grande architetto Renzo
Piano.
Quello che era una volta la parte delle nuove officine, è stato
sostituito da un polo multifunzionale; al suo interno sono
stati creati: un Auditorium, un centro congressi, alberghi di
lusso e un cinema multisala.
All’estremità nord, la rampa che porta alla pista di collaudo
è stata restaurata nel 2002 e dà accesso alla galleria
commerciale “8 Gallery”, alla foresteria della città, alla clinica
odontostomatologica dell’Università di Torino e al centro per
la formazione e la ricerca del Politecnico di Torino.
Quello che una volta era l’officina di smistamento (l’edificio
più a sud delle nuove officine), è diventato spazio fieristico
composto da diversi padiglioni in cui si vedono ancora gli
insediamenti dei macchinari (vedi padiglione 2).
Oggi gli spazi vengono usati per organizzare fiere ed eventi.
Samuele Silva Photography
Barbara Lamboley Photography
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R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO 35
Barbara Lamboley Photography
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36 R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO
Samuele Silva Photography
La pista di collaudo, accessibile tramite due
rampe elicoidali (una a nord e una a sud) è stata
conservata e oggi accoglie un ristorante molto
rinomato e un giardino pubblico unico nel suo
genere.
Quest’ultimo è stato pensato e realizzato
dall’architetto Benedetto Camerana ed è il giardino
pensile più grande d’Europa con oltre 40000 piante,
aree relax, area jogging e zone per fare yoga o
fitness. Sulla pista, inoltre, è tuttora presente “la
Bolla” che è una struttura composta da vetrate
di colore blu costruita nel ’94 per fungere da sala
riunioni con eliporto adiacente.
Infine, nel 2002, è stato aggiunto “lo Scrigno” che
rappresenta una scatola metallica appoggiata sul
tetto dell’edificio in cui sono conservate tutte le
opere della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli.
A completamento della parte museale, a settembre
2021, è stata inaugurata “Casa 500” che ripercorre
la storia della più famosa macchina della casa
torinese.
Per quanto riguarda la parte degli uffici di Via
Nizza (sede dell’amministrazione centrale della
FIAT per più di 80 anni), con lo spostamento della
sede legale della casa automobilistica all’estero,
la decisione ultima di vendere anche la palazzina
uffici è stata presa nel 2021 quando ormai l’edificio
era stato gradualmente svuotato già da qualche
anno.
Barbara Lamboley Photography
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R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO 37
Domenico Ianaro Photography
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38 R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO
Lo stabile è tuttora in attesa di conoscere il suo destino. Cristiana Catino e Negozi Blu Architetti già precedentemente
Dalla parte opposta, andando verso la ferrovia, sono stati autori del progetto Eataly.
costruiti spazi verdi e una passerella (detta “olimpica” visto
che è stata costruita per le olimpiadi del 2006) che collega il Questo è il classico esempio di riqualificazione esemplare di
Lingotto all’area degli ex mercati generali. strutture importanti come quella della FIAT visto che copre la
bellezza di 250.000 metri quadri.
L’ultima zona soggetta a restyling in termini di tempo è stata
l’area adiacente al centro commerciale (quella dell’ingresso Il meccanismo di recupero è spesso messo in secondo piano
principale per intenderci). quando si chiude uno stabile di vaste proporzioni.
Accanto all’ormai rinomato “Eataly”, il mercato Con la maestria di grandi architetti e (senza ombra di
enogastronomico fatto di eccellenze italiane, è nato un dubbio), con la grande disponibilità di fondi, il risultato è più
nuovo centro commerciale chiamato “Green Pea” centrato che ammirevole. L’auspicio è che il modello Lingotto si possa
sull’ecosostenibilità. riprodurre sempre di più in futuro.
La scommessa di Green Pea è quella di responsabilizzare le
persone sul tema dell’ambiente e del risparmio energetico. La strada per salvaguardare il nostro territorio è riqualificare.
All’interno, il centro propone una serie di negozi, musei,
ristoranti tutti pensati per offrire scelte “green” nonché
autoprodurre l’energia necessaria al loro funzionamento.
Il progetto è stato realizzato da ACC Naturale Architettura
Barbara LamboleyPhotography
Stefano Zec Photography
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R E P O RTA G E | SISTEMA LINGOTTO 39
Barbara Lamboley Photography
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40 R E P O RTA G E | CELLENO
Celleno è un piccolo
comune in provincia di
Viterbo, nel Lazio.
L’abitato attuale è costituito
dal borgo nuovo, nato a
partire dagli anni Trenta del
Novecento con la borgata
Luigi Razza.
Il borgo vecchio,
abbandonato a causa
di continui dissesti
idrogeologici, è diventato da
allora un borgo fantasma.
A cura di Adriana Oberto
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R E P O RTA G E | CELLENO 41
Siamo nella zona della Teverina, a est del fiume Tevere
tra Orvieto e Orte.
Si tratta di una zona ricoperta di materiali vulcanici
originatisi dalle esplosioni dell’apparato Vulsinio, che
800.000 anni fa fu il protagonista di estesi e devastanti
fenomeni di vulcanismo.
Tale attività fu di origine prevalentemente esplosiva,
con scarsa produzione di lava, ma in compenso una
grande emissione di nubi ardenti, che sono all’origine
delle formazioni tufacee che caratterizzano il territorio.
Questi materiali si posano su di uno strato sedimentario
argilloso-sabbioso, che le precipitazioni hanno man
mano fatto affiorare.
Il processo è comune alla zona ed è ben visibile, per
esempio, nell’area di Civita di Bagnoregio e della
limitrofa Valle dei Calanchi.
Sebbene in modo minore, lo stesso processo ha
interessato l’abitato originario del borgo di Celleno ed
è osservabile sulle sue pendici.
Le caratteristiche di questo territorio hanno favorito
lo sviluppo di numerosi insediamenti sin dall’età
preromana, così come hanno favorito la formazione di
scenari straordinari e forre profonde.
Purtroppo, però, sempre le stesse peculiarità,
unite all’attività dell’uomo, hanno anche causato
l’abbandono di alcuni degli abitati più sottoposti ad
erosione e crolli.
Attualmente questo territorio, stretto tra il lago di
Bolsena e la media valle del Tevere, ha aspetto
tipicamente rurale – come il resto della Tuscia, con
colture arboree, come ciliegio, vite e olivo; erbacee,
quali i cereali, e prati adibiti a pascolo.
Rinomate sono proprio le ciliegie di Celleno.
Adriana Oberto Photography
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42 R E P O RTA G E | CELLENO
Celleno Vecchio sorge a 341 mt msl. su uno sperone
di tufo tra due bacini idrografici le cui acque vanno
gradatamente verso il fiume Tevere.
Il borgo vecchio si trova a 1,5 chilometri dal nuovo centro
abitato. Il terreno è soggetto a una lenta e progressiva
erosione, che ne mette in serio pericolo la stabilità.
A differenza di Civita di Bagnoregio, dove seri interventi di
puntellamento ne hanno permesso, almeno, una parziale
conservazione e una limitata abitazione, qui l’abitato è in
completo stato di abbandono, se si eccettua l’uso della
chiesa di san Carlo come centro espositivo e dei locali
circostanti e sottostanti come percorso di visita riservato
alla memoria e all'identità di Celleno.
Alcune case sono in realtà state restaurate e appaiono
vissute, ma ovunque regnano i cartelli “vendesi” e
l’atmosfera è quella di un paese fantasma.
Celleno
Adriana Oberto Photography
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R E P O RTA G E | CELLENO 43
Il nome deriva, secondo alcuni studiosi, dalle antiche
civiltà etrusca e greca.
Un dato riguardo la sua fondazione ci viene da Dioniso
di Alicarnasso, che dice che la città fu fondata da Italo
in memoria della figlia Cilenia, morta anni prima della
fondazione di Roma.
Altri rimandano il nome a Celeno, una delle tre arpie
della mitologia greca che rappresentavano diversi
aspetti della tempesta: il suo nome significava oscurità.
Altri ancora si rifanno più prosaicamente al nome latino
medievale di “cella”, facendo riferimento alle tante
grotte scavate nel tufo e presenti lungo le pendici dello
sperone che ospita l’abitato originario.
Qualunque sia la verità, in tempi relativamente recenti,
e di certo non prima dell’unità d’Italia, fu scelto come
simbolo araldico sullo stemma del Comune un’arpia
al naturale su campo azzurro, all'interno di uno scudo
ornato da una lista svolazzante, a dimostrazione di
quanto sia suggestiva, anche se chiaramente non
provata, l’ipotesi mitologica.
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44 R E P O RTA G E | CELLENO
Adriana Oberto Photography
Come per tanti borghi antichi le origini si perdono nel tempo Quando poi Ferento venne distrutta (1170-1172), il comune
ed è difficile risalire alla data esatta della sua fondazione, di Viterbo si espanse rapidamente e mirò a controllare tutti i
anche se di certo si parla del IV-III sec. a.C., cioè del periodo territori facenti parte della contea di Bagnoregio.
tardo-etrusco. È così che dal 1237 e fino alla fine del XIV secolo, l’abitato
Il paese si trovava infatti lungo una storica e importante via figurava tra i castelli del territorio viterbese governati da un
di comunicazione – quella tra Orvieto, Bagnoregio e Ferento. podestà.
Come tutte le città etrusche, anche Celleno fu in seguito
sottomessa dai romani. In seguito, e per concessione papale, Celleno entrò a far parte
dei possedimenti della potente famiglia viterbese dei Gatti.
Anche le informazioni sull’insediamento medievale sono Fu allora che il fortilizio fu rinnovato e trasformato nella
abbastanza frammentarie. residenza – il castello – che vediamo tutt’ora.
Si pensa che Celleno fosse uno degli abitati fortificati sorti tra
il X e XI secc. ad opera dei conti di Bagnoregio, la cui signoria Il castello – e il borgo – rimasero di proprietà dei Gatti fino
deteneva anche questa parte di territorio. a che l’ultimo erede – Giovanni – fu fatto uccidere da papa
Al tempo l’abitato occupava le parti più elevate dello sperone Alessandro VI Borgia proprio perché non voleva consegnare
di tufo, era cinto da mura e aveva un’unica via di accesso il castello.
protetta da un fortilizio.
Nel frattempo, il borgo si era allargato e occupava, oltre a tutta
La prima fonte scritta risale al 1160 e ci dice che la giurisdizione la rocca, anche una parte fuori le mura, attorno alla chiesa di
sul castrum Celleni fu trasferita dal conte Adenulfo alla città di san Rocco.
Civita di Bagnoregio.
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R E P O RTA G E | CELLENO 45
Verso il 1500 il castello diventò proprietà degli Orsini, famiglia Durante il 1932-33 un’epidemia di febbre petecchiale causò la
dalla quale prende il nome con cui è conosciuto tuttora. morte di ben 40 abitanti; un altro forte terremoto, seguito da
Alla fine del XVI secolo il borgo entrò a far parte dello Stato ben 54 scosse, si ebbe nel 1855.
Pontificio e vi rimase fino all’unità d’Italia.
Nei primi anni ‘30 del XX secolo nuovi terremoti resero ancora
Durante tutta l’età moderna il borgo di Celleno fu purtroppo più pericoloso il centro abitato, soprattutto sul versante nord.
oggetto di terremoti e frane. Questo portò alla decisione, da parte delle autorità, di
Già lo statuto del 1457 impediva ai cittadini di effettuare nuovi non tentare più il recupero di Celleno, che così si spopolò
scavi lungo le pendici dello sperone e ordinava di mantenere gradualmente: gli abitanti si trasferirono poco a poco nel
le strutture sotterranee per evitare infiltrazioni. nuovo centro abitato.
Tra i vari terremoti e frane vanno ricordati quelli del 1593 e Il borgo medievale, che oggi è diventato un suggestivo borgo
1695 (o 1696); questi provocarono ingenti danni, tra cui la fantasma e che viene anche conosciuto come Castello di
distruzione del mastio del castello; si pensa inoltre che in Celleno (in cui la parola castello ha il significato di “borgo
occasione di quest’ultimo terremoto si sia formata la valle cintato e per lo più situato su un’altura”), fu completamente
che lasciò isolato il centro antico dal territorio circostante. abbandonato a partire dalla metà del secolo scorso.
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46 R E P O RTA G E | CELLENO
Si raggiunge il borgo antico di Celleno tramite la via del
ponte – una strada in salita che supera il ponte sopra
il fossato del castello e arriva a una porta di accesso
nelle mura; un altro varco di accesso, aperto nelle mura,
si trova non molto lontano, verso sud-est.
Si arriva così alla piazza del comune.
Questa era la piazza principale del borgo e prende il
nome dal ruolo che il castello ricopriva.
Sulla nostra sinistra si staglia infatti il castello
degli Orsini; si tratta della costruzione forse meglio
conservata dell’intero borgo, sia perché sempre usato
nel corso dei secoli, sia perché fatto restaurare nel
1973 dall’artista Enrico Castellani, che vi abitò fino alla
sua morte nel 2017.
Si tratta dell’antico fortilizio, già presente nei secoli X-XI
e poi ampliato e restaurato.
Di fronte ad esso, sulla piazza, ebbe luogo la tragica
morte di Giovanni Gatti il 27 maggio 1496.
Dopo anni di lotte tra le famiglie nobili, Giovanni, lasciata
Viterbo per rifugiarsi a Celleno, si rifiuta di consegnare
il castello a papa Alessandro VI Borgia.
Questi gli manda contro l’abate di Alviano che, dopo
averlo torturato per fargli rivelare il nascondiglio del
tesoro di famiglia, lo uccide insieme ai suoi figli maschi.
Di fronte al castello, sulla destra, c’è la chiesa di san
Carlo.
Anche questa è pienamente agibile e viene usata come
sede in occasione di mostre.
Presenta un portale in pietra basaltina lavorata.
Fu fatta costruire a partire dal 1615 grazie alle
donazioni della popolazione; ad essa era aggregata la
Confraternita dedicata alla Madonna.
Attualmente la chiesa ospita una mostra permanente
di “macchine parlanti” e illustra, a partire dagli albori
fino ai giorni nostri, lo sviluppo degli apparati audio e Adriana Oberto Photography
video.
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R E P O RTA G E | CELLENO 47
A sinistra della porta di accesso, invece, ci sono
costruzioni già fortemente in rovina, tra cui il vecchio
edificio delle Poste e Comunicazioni e la chiesa di san
Donato.
Adriana Oberto Photography
Costruita in periodo medievale, presenta un portale
di stile romanico-gotico risalente ai secc. XIII-XIV. Fu
più volte restaurata e rimaneggiata, anche a causa
dei frequenti terremoti; l’ultimo di questi, nel 1941, ne
causò il definitivo abbandono.
Proprio di fronte al castello c’è un altro edificio in buono
stato di conservazione; si tratta di un palazzetto a tre
piani recentemente restaurato.
Di fronte alla porta di accesso, e dall’altra parte della
piazza, si dirama una delle due stradine principali del
borgo (la seconda scende a destra a lato della chiesa
di san Carlo).
Questa prima strada conduce lungo il percorso
chiamato “la piazzarella”.
Le abitazioni del lato sinistro subirono gravi
danneggiamenti causati dall’instabilità del suolo e
furono abbattute nel corso del XVII e XIX secc.
Quelle di destra sopravvissero un po’ più a lungo, ma
caddero vittima del progressivo abbandono del borgo
agli inizi del secolo scorso e della predazione degli
elementi architettonici.
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48 R E P O RTA G E | CELLENO
A questo punto si può decidere se tornare dalla via presa
in precedenza, oppure tornare in piazza dalla strada
più esterna – quella che porta alla seconda stradina
menzionata prima.
Si passa così dal “Butto”: si tratta di un immondezzaio
domestico di origine medievale, fatto costruire al di sotto
di un’abitazione signorile.
Vi venivano gettati i resti del pasto e gli oggetti di ceramica
ormai inservibili.
L’università della Tuscia effettuò degli scavi sotto questo
palazzo e rinvenne circa 10000 frammenti di ceramica.
“Se qualcuno avesse fatto sporcizia,
monnezza, paglia, o avesse svuotato i
cassoni presso la porta altrui, o sulle vie, o
nei casalini, o nelle grondaie, o nelle piazze,
o nella piazzetta di Cencio Iohannis, entro il
castello di Celleno, e nella via che scende a
valle tra lo steccato e l’orticello di Gesuzio,
o nei fossi, o nei borghi del castello di
Celleno, paghi alla Curia 10 soldi per ogni
volta e tolga ciò che ha gettato.”
[dallo Statuto del 1457 – rubrica LXV – La pena per chi getta
mondezza in Celleno]
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R E P O RTA G E | CELLENO 49
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50 R E P O RTA G E | CELLENO
Proseguendo dopo il Butto e tornando verso la piazzetta centrale arriviamo ad alcuni locali, posti principalmente sotto la chiesa
di san Carlo e nelle vicinanze, che sono stati adibiti al mantenimento della memoria e dell’identità di Celleno.
Ci sono un plastico interattivo, alcune stanze arredate con mobili e oggetti di uso quotidiano del passato; le foto e le stampe alle
pareti mostrano un borgo che non c’è più e restituiscono la vita della gente che viveva nel borgo nei secoli scorsi.
A questo punto non ci resta che uscire dal paese attraverso la seconda porta e passando, così, presso il fossato, che è in parte
visitabile.
Fuori le mura e in basso si trovano la piazza del mercato e l’unica chiesa ancora consacrata – dedicata a san Rocco.
La strada porta alla cittadina attuale di Celleno, situata ad un chilometro e mezzo di distanza.
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R E P O RTA G E | CELLENO 51
LE CILIEGIE DI
CELLENO
La “Ciliegia di Celleno” è riconosciuta come prodotto agroalimentare
tipico. Infatti, il territorio è altamente adatto alla cerasicoltura, che ha origini
antichissime.
Tale attività nasce nel periodo romano e la ciliegia diventa importante nel Medioevo
per i pellegrini e i viandanti che percorrevano la via Francigena, tanto che uno statuto
del 1457 stabiliva le pene per chi “danneggia frutti e legumi altrui e altri prodotti della
terra tra cui le Cerase".
In anni più recenti, la ciliegia assume grande importanza a partire dal secondo
dopoguerra; tale importanza era dovuta anche al fatto che il frutto era il primo a
crescere – e di conseguenza ad apparire sul mercato – dopo l’inverno.
La ciliegia viene coltivata secondo un disciplinare molto severo, per garantirne la
qualità, e raccolta a mano, evitando così l’azione dei mezzi meccanici che potrebbero
danneggiare il prodotto.
Importante è la Sagra della Ciliegia, inaugurata nel 1960, ma interrotta sette anni dopo a
causa della forte crisi del settore.
La sagra fu ripresa a partire dal 1997 ed è da allora un successo, così come lo è la tipica
gara dello “sputo del nocciolo”.
Non mancano la sfilata dei carri allegorici e la crostatona di marmellata di ciliegie.
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52 R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO
La nascita del Carnevale di Viareggio risale al 1873
da un’idea di giovani viareggini ricchi e borghesi
che, seguendo la scia di quanto fatto per le strade
di Lucca, con carri adorni di fiori trainati da buoi,
decisero di protestare mascherati contro le tasse
sempre più salate.
A cura di
Luca Bonuccelli
Letizia Angeli
Luca Bonuccelli
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R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO 53
Ci vollero almeno dieci anni per
ottenere un’esperienza visiva e
allegorica più coinvolgente e dal
1883 gli artigiani, artisti viareggini,
principalmente scultori e
carpentieri, cominciarono a ideare
e creare opere monumentali.
I materiali principali erano juta,
legno, gesso scagliola e colla:
solo nel 1925 venne introdotta la
"cartapesta".
Il nome di Burlamacca ha origine
da Buffalmacco, pittore fiorentino
e personaggio del Decamerone.
Questa celebre manifestazione
ebbe un improvviso arresto per
sei anni durante il periodo della
Seconda guerra mondiale, ma
questo non fermò lo spirito dei
viareggini che nel 1946 ripresero
con la manifestazione.
BURLAMACCA
Letizia Angeli Photography
Nel 1887 a Natino Celli, celebre artista viareggino, venne commissionato
il primo carro allegorico "elettorale" dal candidato al Parlamento nel
Circondario di Pietrasanta, Vito Camillo Ventura Messía de Prado,
principe di Carovigno: un triestino eccentrico, giunto a Viareggio alla
ricerca di fortune politiche.
Dal 1899 la creazione dei carri allegorici cominciò ad avere una
connotazione sempre più politica e culturale, un modo spettacolare e
plateale di protestare ed esprime il proprio dissenso sulle azioni svolte
dalla classe politica o di celebrare degli avvenimenti importanti o,
ancora, acclamare personaggi di fama internazionale.
Durante il 1931 Umberto Bonetti, celebre artista viareggino, creò le due
figure allegoriche più popolari della storia del Carnevale, Burlamacca,
ritratto mentre giunge dal mare camminando sui moli paralleli di
Viareggio, e Ondina, che rappresenta la tipica bagnante viareggina con
indosso i caratteristici costumi degli anni '30.
Il nome di Burlamacca ha origine da Buffalmacco, pittore fiorentino e
personaggio del Decamerone.
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54 R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO
Questa celebre manifestazione ebbe un improvviso
arresto per sei anni durante il periodo della
Seconda guerra mondiale, ma questo non fermò lo
spirito dei viareggini che nel 1946 ripresero con la
manifestazione.
Nel 1954 la prima diretta televisiva, prodotta dalla
nascente Rai, garantì al Carnevale di Viareggio una
visibilità ancor più grande tale da essere trasmessa
in Eurovisione quattro anni dopo.
Nel 1984 la Lotteria nazionale di Viareggio venne
abbinata al concorso dei carri di prima categoria e
nel biennio 1988-1989 il sabato sera televisivo degli
italiani, su RaiUno, venne dedicato ai coriandoli di
Viareggio.
Luca Bonuccelli Photography Letizia Angeli Photography
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R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO 55
Letizia Angeli Photography
Nel 2001 venne inaugurata la "Cittadella del Carnevale",
considerato il più grande centro tematico italiano dedicato
alle maschere.
In questo luogo sono tuttora presenti i laboratori che
consentono ai costruttori di ideare e progettare i carri, si
tratta di sedici hangar dove poi, grazie ad una squadra, i
carri vengono costruiti e conservati.
A completamento dei luoghi ci sono anche due musei
in cui è possibile ripercorrere tutti gli avvenimenti più
importanti del Carnevale di Viareggio, oggi considerato
uno degli eventi in maschera più importanti al mondo e un
Centro documentario storico.
Il tutto attorno ad una straordinaria piazza ellittica che
ospita eventi culturali di ogni tipo.
Prima di questo incredibile complesso, i carri nascevano in
vari luoghi della città: sotto le logge del mercato, nel teatro
Politeama, tra una casa e l’altra.
Tanta era la voglia di creare vere e proprie opere d'arte che
i viareggini molte volte si trovavano a sfidare il freddo e la
pioggia dentro baracche improvvisate.
Poi, nel dopoguerra, vennero costruiti i baracconi di via
Cairoli distrutti in un terribile incendio nel 1960.
Subito dopo questo terribile evento vennero costruiti dei
veri e propri hangar, in via Marco Polo, che fino alla nascita
della Cittadella del Carnevale hanno costituito il luogo di
produzione di queste mastodontiche opere d' arte.
Luca Bonuccelli Photography
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56 R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO
Il Carnevale, dunque, costituisce per la città di Viareggio un evento di grandissima importanza, perché conduce inevitabilmente
all’aggregazione del popolo e spinge gli artisti a sfide per l’assegnazione di un premio, ma soprattutto a godere del calore e
della gioia che il loro pubblico sprigiona.
Per pochi giorni tutti condividono lo stesso palcoscenico composto da musica proveniente dai carri, da ballerini che animano
la scena, dagli attori pronti a impersonificare il soggetto del momento e da musicisti che si uniscono alle risate e allo stupore
degli spettatori.
Letizia Angeli Photography
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R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO 57
Letizia Angeli Photography
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58 R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO
Letizia Angeli Photography
Un lavoro di eccezionale maestria e genialità
risulta essere quello del carrista: l'idea che si
trasforma in materia.
Una magia che si respira non appena Luca Bonuccelli Photography
si varcano le aree di accesso alla
manifestazione sulla “Passeggiata” di
Viareggio, un’area pedonale lunga circa
due chilometri di incredibile fascino, dove è
possibile, inoltre, ammirare edifici di grande
pregio storico e bellezza in stile liberty.
Passato e presente che si mescolano in un
tripudio di colori e profumi. Come rintocchi
d'orologio, tre colpi di cannone saranno
il suono che darà il via ai festeggiamenti,
che termineranno con uno spettacolo
pirotecnico e altri tre scoppi.
Una routine che per sei giornate, scandite
in un mese, accompagnerà i corsi della
mascherata.
Ogni carro si presenta con allestimenti unici
e allegorie incomparabili, una parata di
figuranti inonda il corso.
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R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO 59
Letizia Angeli Photography
È interessante anche scoprire che dal 1921 questa manifestazione è
accompagnata da una lunga discografia: "Il Carnevale a Viareggio" di
Sadun Maffei, primo brano e inno ufficiale che sancisce un'importante
innovazione, in quanto la musica viene riprodotta direttamente dai carri
grazie a diversi altoparlanti, con la funzione di alleggerire anche i temi
più importanti, che vengono presentati da maestri e artisti durante il
carnevale e che spesso tendono a denunciare atti di prepotenza sociale.
Altri brani come "Maschereide" di Sadun Maffei o "Come un coriandolo"
di Gian Luca Cucchiar, trascinano gli spettatori mascherati a festa in ore
di spensieratezza e gioia.
Al calar della sera i colori sgargianti delle maschere vengono illuminati
da luci provenienti da ogni parte e, a ritmo di musica, questi carri tornano
nelle proprie rimesse e tutto è silenzio.
I grandi portelloni degli hangar si chiudono come un sipario in attesa del
prossimo spettacolo e del prossimo pubblico.
Su di essi, enormi figure futuriste catapultano indietro nel tempo.
L’immagine iconica di Burlamacca si ripete in diverse aree della Cittadella
del Carnevale, i colori bianco e rosso, che qui hanno una presenza
costante, ci ricordano i tipici ombrelloni che adornavano le spiagge di
tutto il litorale e ci rimandano ai colori che rappresentano la bandiera del
Carnevale di Viareggio.
Adriana Oberto Photography
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60 R E P O RTA G E | CARNEVALE DI VIAREGGIO
È proprio in questi laboratori, gli hangar, che prosegue la
lunga tradizione che accompagna nel tempo gli artisti e
gli artigiani viareggini, grandi maestri modellatori della
cartapesta.
Le enormi figure sono il frutto di una incredibile progettazione
ingegneristica, ore e ore alla ricerca del giusto compromesso
tra estetica e funzionalità.
Ogni elemento, minuziosamente progettato, andrà a
costituire la scultura.
Alcune parti verranno modellate con la cartapesta
direttamente attorno ad un sostegno, altre invece verranno
costruite saldando cavi di metallo a formare una maglia,
sulla quale verrà modellata una figura in argilla.
La figura verrà poi cosparsa di gesso in polvere, diluito
con acqua, dal quale si ottiene una colata che, dopo
un’essiccazione, fornirà degli stampi.
All' interno di questi stampi, dei fogli di giornale bagnati con
una colla naturale, ottenuta grazie all'ebollizione di farina
e acqua oppure amido di mais, ci forniranno la cartapesta
che, dopo l’asciugatura, verrà dipinta.
Una tecnica che garantirà una leggerezza e praticità
maggiore nello spostamento e nell'assemblaggio.
Ogni artista, in base alle proprie necessità, userà le tecniche
più affini.
Alcuni si affideranno all'utilizzo di tecniche e materiali
tradizionali, mentre altri faranno prevalere l 'innovazione e
tecniche più sperimentali.
Ma qual'è la particolarità di questo Carnevale che lo ha reso
così celebre nel mondo?
Le varie figure verranno dotate di capacità motorie,
come per dare l’illusione che prendano vita per unirsi ai
festeggiamenti. Il costruttore "dona" la vita ad un essere
inanimato. Luca Bonuccelli Photography
Un' attività ludica atta ad unire divertimento e cultura, ad
unire differenti generazioni che s' incontrano in un unico
palcoscenico ben congeniato, dove l'arte si mostra in ogni
suo aspetto.
Lorena Durante Photography
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Letizia Angeli Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
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Letizia Angeli Photography
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Letizia Angeli Photography
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64 MOSTRE | THE MAST COLLECTION
10.02/ 28.08.2022
MAST BOLOGNA
Addetta al magazzino (con olio
che le cola dalle mani), 2013
© Brian Griffin, courtesy of the
artist
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MOSTRE | THE MAST COLLECTION 65
Fondazione MAST
presenta
THE MAST COLLECTION
Un alfabeto visivo dell’industria, del lavoro e della tecnologia
È la prima esposizione di opere della Collezione della Fondazione: oltre 500 immagini tra fotografie, album, video di 200 grandi
fotografi italiani e internazionali e artisti anonimi.
La Collezione della Fondazione MAST, unico centro di riferimento al mondo di fotografia dell’industria e del lavoro, conta più di 6000
immagini e video di celebri artisti e maestri dell’obiettivo, oltre ad una vasta selezione di album fotografici di autori sconosciuti.
Nei primi anni 2000 la Fondazione MAST ha creato questo spazio appositamente dedicato alla fotografia dell’industria e del lavoro con
l’acquisizione di immagini da case d’asta, collezioni private, gallerie d’arte, fotografi ed artisti.
Il patrimonio della Fondazione, che già conteneva un fondo che raccoglieva filmati, negativi su vetro e su pellicola, fotografie, album,
cataloghi che negli stabilimenti di Coesia venivano prodotti fin dai primi del ‘900, si è così arricchito ed andato al di là dei parametri di
materiale promozionale e documentaristico delle imprese del Gruppo industriale.
La raccolta abbraccia opere del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo con un processo di selezione valoriale e un accurato approccio
metodologico a cura di Urs Stahel.
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66 MOSTRE | THE MAST COLLECTION
“The MAST Collection - A Visual Alphabet of Industry, Work and Technology”, curata da Urs Stahel, è la prima esposizione di opere
selezionate dalla collezione della Fondazione: oltre 500 immagini tra fotografie, album, video di 200 grandi fotografi italiani e internazionali e
artisti anonimi, che occupano tutte le aree espositive del MAST.
Immagini iconiche di autori famosi da tutto il mondo, fotografi meno noti o sconosciuti, artisti finalisti del MAST Photography Grant on
Industry and Work, che testimoniano visivamente la storia del mondo industriale e del lavoro.
Tra gli artisti in mostra: Paola Agosti, Richard Avedon, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Margaret Bourke-White, Henri Cartier-
Bresson, Thomas Demand, Robert Doisneau, Walker Evans, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, André Kertesz, Josef Koudelka,
Dorotohea Lange, Erich Lessing, Herbert List, David Lynch, Don McCullin, Nino Migliori, Tina Modotti, Ugo Mulas, Vik Muniz, Walter
Niedermayr, Helga Paris, Thomas Ruff, Sebastião Salgado, August Sanders, W. Eugene Smith, Edward Steichen, Thomas Struth, Carlo
Valsecchi, Edward Weston.
La mostra, proprio per la sua complessità, è strutturata in 53 capitoli dedicata ad altrettanti concetti illustrati nelle opere rappresentate.
La forma espositiva è quella di un alfabeto che si snoda sulle pareti dei tre spazi espositivi (PhotoGallery, Foyer e Livello 0) e che permette di
mettere in rilievo un sistema concettuale che dalla A di Abandoned e Architecture arriva fino alla W di Waste, Water, Wealth.
Robotic Arm with seven degrees
of movement, dalla serie "Deep
Blue"
© Peter Fraser
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MOSTRE | THE MAST COLLECTION 67
Pozzo petrolifero, Burhan,
Kuwait
© Sebastiao Salgado/
Amazonas Images/Contrasto
“L’alfabeto nasce per mettere insieme incroci tra lo sguardo lontano e quello vicino, testi e momenti dello scatto, portando l’attenzione
all’interno delle opere – spiega il curatore, Urs Stahel -.
Lo stesso accade con le immagini e i fotografi coinvolti.
Questi 53 capitoli rappresentano altrettante isole tematiche nelle quali convivono vecchi e giovani, ricchi e poveri, sani e malati, aree
industriali o villaggi operai.
Costituiscono il punto di incontro delle percezioni, degli atteggiamenti e dei progetti più disparati.
La fotografia documentaria incontra l’arte concettuale, gli antichi processi di sviluppo e di stampa su diverse tipologie di carta fotografica,
come le stampe all’albumina, si confrontano con le ultime novità in fatto di stampe digitali e inkjet; le immagini dominate dal bianco e nero
più profondo si affiancano a rappresentazioni visive dai colori vivaci.
I paesaggi cupi caratteristici dell’industria pesante contrastano con gli scintillanti impianti high-tech, il duro lavoro manuale e la maestria
artigianale trovano il loro contrappunto negli universi digitali, nell’elaborazione automatizzata dei dati.
Alle manifestazioni di protesta contro il mercato e il crac finanziario si affiancano le testimonianze visive del fenomeno migratorio e del
lavoro d’ufficio”.
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68 MOSTRE | THE MAST COLLECTION
The Heavens. Annual Report, 2013
© Paolo Woods, Gabriele Galimberti,
courtesy of the artists
Sul piano della scansione cronologica solo il XIX secolo è stato affrontato separatamente in una sezione dedicata alle fasi iniziali
dell’industrializzazione e della storia della fotografia.
Il filo conduttore è spesso costellato dai numerosi ritratti di lavoratori, dirigenti, disoccupati, persone in cerca di lavoro e migranti.
“Il parallelismo tra industria, mezzo fotografico e modernità – prosegue Urs Stahel - produce a tratti un effetto che può disorientare.
La fotografia è figlia dell’industrializzazione e al tempo stesso ne rappresenta il documento visivo più incisivo, fondendo in sé memoria e
commento”.
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MOSTRE | THE MAST COLLECTION 69
Saarland, paesaggio industriale
3, 1950
© Estate Otto Steinert, Museum
Folkwang, Essen
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70 MOSTRE | THE MAST COLLECTION
Elettricità. La casa, 1931
© Man Ray Trust by SIAE 2022
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MOSTRE | THE MAST COLLECTION 71
La mostra documenta inoltre il progresso tecnologico e lo sforzo analogico sia del settore industriale sia
della fotografia, rappresentato oggi dai dispositivi digitali ultra leggeri, in perenne connessione, capaci di
documentare, stampare e condividere il mondo in immagini digitali e stampe 3D.
Dall’industria, dalla fotografia e dalla modernità si passa all’alta tecnologia, alle reti generative delle
immagini e alla post-post-modernità, ovvero a una sorta di contemporaneità 4.0.
Dalla semplice copia della realtà alle immagini generate dall’intelligenza artificiale.
La mostra “The MAST Collection – A Visual Alphabet of Industry, Work and Technology” condensa gli
ultimi 200 anni di storia ricchi, folli, intensi, esplosivi in più di 500 opere che raccontano della nostra
quotidianità.
Gli ultimi giorni del Kuomintang (crollo del mercato),
Shanghai, China, 1948-1949
© Fondation Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos
FONDAZIONE MAST
via Speranza 42, Bologna
[Link]
THE MAST COLLECTION
A Visual Alphabet on Industry, Work and
Technology
10 febbraio – 28 agosto 2022
Ingresso gratuito
Martedì - Domenica 10:00 - 19 :00
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72 R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA
A cura di Rita Russo
Rita Russo Photography
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R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA 73
Storie e misteri al tempo
dell’Inquisizione
Palermo, splendida città dal carattere multietnico grazie ai tanti popoli che l’hanno
dominata, non deve la sua notorietà solo alla visibile ed indiscutibile bellezza dei suoi
monumenti ma anche ai misteri, alle storie e alle leggende che caratterizzano ogni periodo
della sua millenaria storia.
Un’anima nascosta e talora tenebrosa che contribuisce ad accrescere il fascino e
l’interesse per questa città.
Manuela Albanese Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
74 R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA
Così, prendendo spunto da una passeggiata organizzata dall’associazione culturale “Siciliando Style”, che si occupa
di promuovere gli aspetti artistici, culturali e folkloristici della Sicilia, attraverso le righe che seguono conosceremo alcune
delle terribili storie e dei luoghi che caratterizzarono Palermo al tempo dei Viceré spagnoli.
Anni in cui la città pullulava di perseguitati e persecutori e in cui eretici e streghe riempivano le carceri e contribuivano, con lo
spettacolo macabro della loro esecuzione, a movimentare la vita cittadina di quel periodo.
Attraverso la passeggiata che, non a caso, ha inizio davanti a uno dei principali parchi pubblici della città, “Villa Giulia”,
ripercorriamo a ritroso il cammino tracciato dai condannati di quell’epoca partendo da uno dei punti in cui si svolgevano
le pubbliche esecuzioni capitali e gli autodafé (atti di fede), fino a raggiungere le antiche carceri dello Steri, passando per
l’Oratorio dei Bianchi.
Infatti, al posto di Villa Giulia, che nacque nel periodo compreso tra il 1775 e il 1778, vi era la piana di Sant’Erasmo, dove i
marinai facevano asciugare le reti, che, insieme a Piazza Marina, al piano della Cattedrale e a quello dell’Ucciardone, era uno
dei luoghi dedicati alla morte.
Rita Russo Photography
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R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA 75
A questo punto è opportuno fare un passo indietro per
inquadrare il periodo storico di cui ci accingiamo a parlare.
Era l’inizio del 1500 quando il Regno di Sicilia entrò in unione
personale con l'Impero Spagnolo, il più esteso del suo
tempo, tant’è che venne soprannominato "l'impero su cui non
tramonta mai il sole”.
Palermo diventò sede dei Viceré, i quali, condividendo il potere
nell'isola con il Parlamento siciliano, regnarono in luogo dei re
spagnoli fino al 1759.
In questi anni, venne istituito, in Sicilia, il Tribunale della Santa
Inquisizione Spagnola che ebbe l’obiettivo di promuovere
l’ortodossia cattolica e tutelarla dalle teorie considerate ad
essa contrarie, le cosiddette eresie.
Nel contempo crebbero i privilegi nobiliari e la città vide
rilanciare l’attività artistica con la costruzione di sontuosi
edifici come la chiesa di Santa Maria dello Spasimo, la
ristrutturazione di Porta Nuova, l’apertura di Via Maqueda,
la realizzazione dei Quattro Canti, della Fontana Pretoria e di
robuste mura e bastioni per la difesa del territorio cittadino.
Rita Russo Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
76 R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA
Rita Russo Photography
Sebbene l’Inquisizione abbia origini che affondano le proprie soprattutto, a confiscare i patrimoni dei condannati a favore
radici nel Medioevo, quando si occupò prevalentemente dell'erario reale.
dell'eresia catara e della valdese e si concluse a metà del
Trecento, l’Inquisizione spagnola, a differenza di quella Ad essere imprigionati non furono solo gli uomini ma anche le
medievale, fu il risultato della politica di conversione dei donne, che venivano per lo più accusate di stregoneria.
musulmani e degli ebrei al Cristianesimo.
L’Inquisizione in Sicilia, gestita da indagatori che erano
Essa fu istituita in Spagna con la bolla pontificia Exigit sincerae nominati e provenivano dalla Spagna, dipendeva direttamente
devotionis nel 1478 e fu fortemente voluta da Ferdinando dalla Corona spagnola e non dalla Santa Sede, in virtù di una
II, nonostante le ritrosie papali. Ad essere perseguitati dal bolla emanata da Papa Urbano II nel 1098, confermata da
tribunale furono proprio gli ebrei, i protestanti e, in generale, Papa Pasquale II nel 1117, in forza della quale i re di Sicilia
tutti coloro che andavano contro i dettami della religione erano ritenuti Legati Apostolici, come il Conte normanno
cattolica. Ruggero I.
Degni di accusa e di punizione furono anche gli stregoni, i Dunque, in questo modo, tutta la materia ecclesiastica
bestemmiatori, i blasfemi, gli adulteri (o chi si macchiava di sull’isola era di esclusiva competenza dei re spagnoli e ogni
reati di natura sessuale in genere) e gli usurai. Il tribunale sentenza pronunciata dal tribunale dell’Inquisizione era
servì, comunque, a colpire anche gli oppositori politici e, considerata inappellabile.
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L’organizzazione era composta da un Consiglio dell'Inquisizione Quest’ultima doveva servire a indurre il presunto reo a
Generale e Suprema, dai Tribunali e dai Familiari. confessare e, soprattutto, ad arrivare alla prova piena del
Il primo dava le istruzioni ai tribunali e oltre ad esaminare reato, resa schiacciante dal potere indiscutibile dei giudici del
i rapporti dei processi, ordinare le ispezioni e rivedere le tribunale, cui seguivano la condanna inappellabile e l’autodafè.
cause, agiva anche come tribunale per i membri della stessa
Inquisizione accusati di reati. Visto che la tortura veniva utilizzata per estorcere confessioni
Il presidente era l’Inquisitore Generale; mentre gli altri membri dai condannati e non per uccidere, le varie tecniche utilizzate
erano i requirenti provinciali (nominati dal re) insieme a prelati erano estremamente dolorose e, generalmente, non letali
e avvocati. e i differenti strumenti dipendevano dal tipo di tortura da
infliggere.
I Tribunali, che giudicavano gli accusati, erano formati da tre
inquisitori, per la maggior parte autorevoli membri del clero,
insieme ad altre figure, tra le quali i notai e un difensore
dell’accusato.
Infine, i Familiari erano personaggi appartenenti al popolo
con il compito di incoraggiare le delazioni, raccogliere le
testimonianze e catturare gli accusati.
Tali personaggi, odiati dal resto della popolazione, erano privi di
salario fisso ma, per la loro appartenenza all’ordine, godevano
di alcuni privilegi tra i quali quello di poter camminare armati
e quello di essere esenti dai contributi fiscali.
La “familiarità” con l’Inquisizione, dunque, era considerata
prestigiosa e per questo il loro numero crebbe a dismisura nel
tempo (solo a Palermo ne furono impiegati oltre quindicimila!).
Le procedure per infliggere le condanne venivano svolte in
segreto.
La cattura del reo avveniva “ex abrupto” (senza preavviso) e
tutte le prove, non sempre del tutto attendibili, erano raccolte
servendosi di delatori e della tortura.
Manuela Albanese Photography
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78 R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA
La pena più diffusa, imposta dal tribunale
dell’Inquisizione, era la morte al rogo.
Ma vi erano anche altri tipi di condanne minori per
chi si pentiva e confessava spontaneamente, anche
in extremis, che prevedevano il remo sulle galere, la
prigione perpetua, la pubblica fustigazione, l’esilio
o solamente indossare l’infamante sambenito, uno
scapolare con immagini e colore diversi a seconda della
pena decretata: una croce di sant'Andrea se il reo si era
pentito in tempo per evitare il supplizio, mezza croce se
aveva subito un'ammenda, le fiamme se condannato a
morte.
Dopo l’emanazione della pena aveva luogo l’autodafé,
un solenne cerimoniale che si svolgeva sulla pubblica
piazza per lo più nei giorni festivi e durava diverse ore,
al quale partecipavano autorità ecclesiastiche e civili.
Esso prevedeva una messa, le preghiere, la processione
dei colpevoli, condotti a colpi di sferzate e oltre alla
lettura delle sentenze, potevano aver luogo le abiure e
le riconciliazioni pubbliche.
Quindi, i condannati a morte venivano consegnati alla
giustizia ordinaria che, in un secondo momento, dava
seguito all’esecuzione della sentenza.
Lasciata alle nostre spalle Villa Giulia, iniziamo il
percorso attraversando quel che resta di una delle
porte della città, Porta Carolina, per entrare nella Kalsa
(dall’arabo Al-Hālis “l’eletta”), uno dei più antichi quartieri
di Palermo, risalente al periodo della dominazione
islamica.
Qui, tra il 937 ed il 938 d.C., in posizione strategica vicino
al porto della Cala, gli arabi costruirono il loro quartier
generale fortificato. Una vera e propria città nella città,
nella quale vi aveva sede l’emiro e la sua corte.
Seguendo l’itinerario che ci porterà a Palazzo Steri,
attraverso i vicoli e le strade di questo quartiere, vale
la pena dare un’occhiata a Santa Maria dello Spasimo
Rita Russo Photography che fu edificata insieme all’annesso convento, all’interno
delle mura della Kalsa, nel 1506.
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80 R E P O RTA G E | PALERMO STREGATA
Il committente fu Giacomo Basilicò che, per l’occasione, diede jazz siciliana”, provvede alla formazione musicale attraverso
a Raffaello l’incarico di eseguire un dipinto che ritraesse il la sua “Scuola popolare di musica”.
dolore della Madonna davanti alla croce. In prossimità della chiesa dello Spasimo, ci imbattiamo
Quando la minaccia turca sulla città divenne più pressante, nell’Oratorio dei Bianchi, un magnifico edificio sia civile
nonostante la chiesa non fosse stata terminata, si rese sia religioso, costruito nel 1542, per volere dell’omonima
necessaria la costruzione di un nuovo bastione a ridosso di Compagnia.
quest’ultima.
La costruzione incorporò la Chiesa della Madonna della
Il complesso venne, quindi, trasformato in fortezza, poi in Vittoria, realizzata, nel ‘400, nel luogo dove esisteva una
teatro, in lazzaretto (durante la peste del 1624), in ospizio delle quattro porte che avevano regolato l’accesso alla
per poveri (1835) ed infine in ospedale, fino al 1986, quando città fortificata (l’unica di cui si ha certezza) e dalla quale i
venne abbandonata. condottieri normanni, nel 1071, penetrarono per espugnarla.
Oggi, dopo i necessari interventi di restauro, il Complesso
monumentale dello Spasimo è sede della Fondazione The
Brass Group che, oltre ad organizzare e gestire l’“Orchestra
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Manuela Albanese Photography
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La Compagnia del SS. Crocifisso,
fondata nel 1541 e successivamente
detta dei Bianchi per il colore dell’abito
che indossavano, riuniva le figure più
nobili e autorevoli di Palermo, sia laici
sia ecclesiastici e aveva come compito
istituzionale il conforto e l’assistenza dei
condannati a morte da tutti i tribunali
(ordinari e dell’Inquisizione).
Tre giorni prima dell’esecuzione, infatti,
i prigionieri, consegnati al Presidente
di Giustizia che mandava il “biglietto
d’avviso” alla Compagnia, con i ceppi
ai piedi, venivano sottratti alle mani dei
carnefici e affidati alle “cure spirituali” di
quattro fratelli che, in quei giorni, vestiti
con un saio bianco e un cappuccio
in testa, li preparavano a una “buona
morte”, invitandoli alla confessione e al
pentimento.
I membri della compagnia, inoltre, erano
gli unici che, dopo avere accompagnato
per tutto il tragitto il condannato che
partiva dalle carceri, potevano varcare lo
steccato che delimitava la forca durante le
esecuzioni.
Dal momento che i componenti
della compagnia erano personaggi
appartenenti alle più alte cariche politiche
e religiose, essa acquisì nel tempo potere
e numerosi privilegi, tra cui quello di poter
concedere la grazia a un condannato,
a suo insindacabile giudizio, durante il
Venerdì Santo. Tal potere, seppur difeso
come esclusivo, cadde in disuso nel 1580
perché lesivo della potestà reale, ma fu
ripristinato molto dopo, nel 1707.
L’accesso alla Compagnia non era facile
e le domande degli aspiranti “Cavalieri
bianchi”, esclusivamente nobili di alta Rita Russo Photography
estrazione ed ecclesiastici dottori in
Teologia, erano esaminate da una
commissione composta da diciannove Solo nel 1987 la Regione Siciliana entrò in possesso dell’immobile
ex Superiori e Consiglieri che, con voto restituendolo alla fruizione, in ogni sua parte, dopo una complessa opera di
segreto, esprimevano il loro parere in restauro terminata nel 2002.
merito all’inclusione o all’esclusione dei
candidati. L’ingresso principale all’oratorio si trova su Piazzetta dei Bianchi e sulla facciata
spicca lo stemma della famiglia Alliata, principi di Villafranca, che aveva
Il complesso edificio dei Bianchi è il finanziato questa parte di oratorio e vantava un membro della famiglia tra i
risultato di continui rifacimenti. fratelli della compagnia.
Esso, infatti, dopo l’iniziale realizzazione,
fu definito in parte nel 1686, dopo che
un incendio all’inizio del secolo aveva
distrutto i locali riservati alla compagnia.
Ulteriori interventi di ampliamento
e rinnovamento decorativo, che gli
conferirono l’aspetto attuale, furono
effettuati negli anni compresi tra il 1700 e
il 1800.
Dopo la soppressione della compagnia,
avvenuta nel 1820, l’edificio fu lasciato
all’incuria e al totale abbandono che
causò il conseguente deterioramento e la
perdita dei ricchi apparati interni.
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Oltre l’ingresso si può ammirare una maestosa scalinata in
marmo bianco di Carrara che si sviluppa su tre livelli, con una
rampa centrale al primo e al terzo (alla fine della quale spicca
una statua del re spagnolo realizzata in stucco da Procopio
Serpotta), lungo le pareti della quale, dentro delle nicchie vi
sono statue e medaglioni a tema religioso.
Questa scalinata porta al primo piano nel quale si trova l’oratorio
vero e proprio, costituito da un grande salone dal pavimento in
maiolica settecentesca, di cui restano integre solo poche parti,
le cui pareti sono affrescate con scene che hanno per tema le
Sacre Scritture.
Sul presbiterio, invece, si trova una pala d’altare dipinta nel
1800 da Antonio Manno.
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Il fronte posteriore dell’edificio venne edificato su due
ordini sovrapposti: il pianterreno presenta un grande
portico composto da una serie di cinque archi bugnati,
culminanti con mascheroni antropomorfi nella chiave
dell’arco, sormontato al primo livello, da un ordine di
paraste rilevate che terminano con capitelli corinzi.
Tra i due piani si trova una balconata continua in ferro.
L’ingresso a questa parte dell’edificio immette nell’aula
dell’antica chiesetta, ormai sconsacrata, di S. Maria
della Vittoria, che funge da vestibolo d’ingresso e da
spazio espositivo oggi dedicato oltre che agli stucchi
di Giacomo Serpotta che adornavano il monastero
delle Stimmate, raso al suolo nel 1875 per permettere
la realizzazione del Teatro Massimo, anche statue
appartenenti ad altri oratori e chiese di Palermo.
In questa parte del palazzo vi è conservata anche la
storica porta araba “Bab el Fotik” dalla quale, secondo
la tradizione, il normanno Roberto il Guiscardo, nel
1071, entrò vittorioso nella città sconfiggendo gli arabi
ed è l’unico reperto ligneo di epoca islamica con una
datazione certa (956 d.C) appartenente alla città di
Palermo devastata dall’invasione normanna.
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Imboccando la via Alloro, l’asse principale del quartiere della Kalsa, molto importante, soprattutto in passato, perché vi
dimoravano le più alte cariche della città e vanta per questo un gran numero di palazzi nobiliari, raggiungiamo, dopo pochi
metri, Piazza Marina e in particolare il Palazzo Steri.
Questa piazza, anch’essa ricadente nel quartiere Kalsa, presenta al centro la Villa Garibaldi, progettata dall’architetto G. Battista
Basile nel 1863, con i suoi magnifici esemplari di magnolie secolari.
Lo stesso Basile fece sistemare la barocca Fontana del Garraffo, progettata da Paolo Amato e scolpita da Gioacchino Vitagliano,
che fino a qual momento era posizionata nella omonima piazza del vicino mercato della Vucciria, di fronte al palazzo della
Vicaria che, per lungo tempo, ospitò le carceri della città e che divenne in seguito il Palazzo delle Finanze.
Fino al Medioevo, questa piazza, che era una palude collegata col porto cittadino della Cala, fu bonificata nel XIV secolo
durante la dominazione angioina.
La bonifica creò una spianata libera che fu teatro oltre che di spettacoli solenni come cavalcate, tornei e giostre anche delle
esecuzioni capitali degli eretici provenienti dalle vicine carceri dello Steri, durante il periodo dell’Inquisizione spagnola.
Qui vi sorgeva, infatti, permanentemente il patibolo e vi si svolgevano i roghi e gli autodafé.
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Il Palazzo Chiaramonte detto Steri (da Hosterium magnum Dal 1468 al 1517 il palazzo divenne residenza dei Vicerè.
che vuol dire “fortezza”) si trova nell’estrema parte sud
orientale della piazza. Infine, nel 1598 il Tribunale per l’amministrazione di giustizia
Esso fu sede palermitana dell’Inquisizione e venne adattato al ordinaria venne trasferito a Palazzo Reale e nel 1601 s’insediò
ruolo di struttura detentiva, a partire dal 1601. quello dell’Inquisizione, con il Carcere dei Penitenziati,
Alla fine del 1700, dopo l’abolizione dell’Inquisizione, per predisposto da Filippo III, le cui celle vennero per questo
qualche anno fu sede del Rifugio dei Poveri di San Dionisio e denominate “filippine”.
in seguito della Regia Impresa del Lotto.
Dal 1800 al 1958 il palazzo ospitò nei piani superiori gli Uffici Per adattarlo a questo scopo, il palazzo subì delle modifiche
Giudiziari e, al pianoterra, gli uffici della Regia Dogana. radicali.
Dagli anni ’60 del secolo scorso è sede del rettorato Furono così realizzate la camera della tortura, le prime celle
dell’Università degli Studi di Palermo, che salvò il palazzo di detenzione, la stanza del segreto, dove gli inquisitori si
dalla demolizione per la realizzazione al suo posto di una riunivano per emettere le sentenze, la camera delle udienze
strada come previsto dal Piano Regolatore. e tutti gli altri ambienti necessari al buon funzionamento del
tribunale.
Il palazzo, edificato nel 1307, è il massimo esempio di stile
chiaramontano, una corrente dell'arte gotica sviluppatasi in Nel 1603 venne realizzata la porta monumentale sul piano
Sicilia durante il dominio della famiglia Chiaramonte, a lungo della Marina e visto che le celle si rivelarono troppo piccole
Conti di Modica, che mescola insieme forme islamiche, ed in numero insufficiente per accogliere la gran quantità
normanne e gotiche. di detenuti, fu costruito un nuovo edificio esclusivamente
Nel prospetto antistante la piazza è possibile, infatti, osservare adibito a carcere con otto celle al pian terreno e tre al primo
gli elementi della tradizione architettonica trecentesca piano, con vani di collegamento tra i due edifici.
chiaramontana nelle ampie finestre, bifore e trifore, con le
caratteristiche decorazioni ad intarsio in pietra lavica.
Alla fine del 1300, il re aragonese Martino il Giovane, dopo aver
confiscato il palazzo per fellonia ai Chiaramonte, vi elesse
domicilio e a tale scopo furono ridotti gli ambienti destinati
a tribunale ordinario, che dal Castellammare, nei pressi della
Cala, erano stati trasferiti in questa sede.
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I graffiti e i dipinti che si conservano oggi sui muri
delle celle, scoperti nei primi anni del Novecento dallo
studioso palermitano Giuseppe Pitrè, insieme a quelli
venuti alla luce durante i più recenti restauri del palazzo,
costituiscono una toccante ed autentica testimonianza
storico - culturale delle sofferenze e della condizione in
cui vivevano i condannati al tempo dell’Inquisizione, ma
attestano anche l’origine di essi, alcuni dei quali erano
artisti, poeti, studiosi e cartografi. Possibili detrattori
di una religione che voleva dominare e che aveva
trovato uno strumento infallibile per eliminare scomodi
avversari e miscredenti.
Tra le storie più note di eretici e streghe, nella Palermo
del 1600, ne emergono due, tra leggende e verità,
tramandate e arrivate fino ai giorni nostri grazie
all’operato di illustri studiosi: una è quella di Fra’ Diego
La Matina, l’eretico che da vittima divenne giustiziere
uccidendo il proprio inquisitore, la cui storia lunga e
dolorosa ha ispirato a Leonardo Sciascia il libro Morte
dell’Inquisitore e l’altra è quella di Francesca Rapisarda,
detta Peppa la Sarda, l’avvelenatrice.
Diego La Matina era un frate agostiniano eremita e
ribelle, originario di Racalmuto, un paese in provincia
di Agrigento, definito anche “scorridore di campagna”
dedito a “furtarelli” di poca importanza.
Come accadde a molte persone di quell’epoca, ad un
certo punto della sua vita venne accusato di eresia. Fu
accusato anche di avere ucciso un uomo per salvare
l’onore della sorella, ma di questo omicidio non è mai
stata trovata alcuna testimonianza.
Della sua effettiva eresia si sa poco o addirittura nulla.
Ma è più facile che, vista la sua indole ribelle e il suo
impegno nella difesa dei diritti dei più deboli, egli fosse
considerato come un pericolo sociale, un elemento
destabilizzatore scomodo per il potere sia politico che
ecclesiastico.
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Subì ben cinque condanne.
Fu arrestato per la prima volta, a soli 22 anni, nel 1644.
Sia in quest’anno che nel successivo, subì due giudizi
da parte del tribunale dell’Inquisizione ma fu assolto
dopo avere scontato un anno di pena e aver pronunciato
formale abiura.
Ma nel 1646 non ebbe scampo e stavolta il tribunale
punì l’ostinazione piuttosto che l’eresia, condannandolo
a cinque anni di deportazione sulle galere.
Ne scontò solo tre in virtù di un ordine dell’Inquisitore
Generale che prevedeva un massimo di tre anni per la
durezza di questo tipo di condanna.
La vita di un “remiero” risultava, infatti, estenuante in
quanto il condannato era costretto a vivere incatenato,
soddisfacendo i propri bisogni sempre nella stessa
postazione.
Tornato in carcere, il ribelle Fra’ Diego La Matina riuscì
a fuggire e a nascondersi nelle campagne della sua
Recalmuto, dove fu presto catturato e portato nelle celle
dello Steri.
Gli anni successivi furono per lui durissimi. Infatti, fu
murato vivo in perpetuo in una cella di questo carcere
dalla quale usciva solo per subire atroci torture e dove
vi restò sei anni, solo e ammanettato.
A seguito delle atroci sofferenze inflittegli sotto tortura,
Diego alla fine confessò.
Ma a marzo del 1657, condotto a colloquio davanti
all’Inquisitore di quel periodo, Juan López de Cisneros,
che nonostante la confessione minacciava ancora di
farlo torturare per l’ulteriore peccato di ribellione, sfinito
e infuriato, lo colpì a morte con i ceppi, fracassandogli
la testa.
Cisneros morì alcuni giorni dopo non senza avere
perdonato il suo assassino, rendendolo così ancora più Rita Russo Photography
colpevole.
Quindi, una volta ucciso il proprio inquisitore torturatore,
Diego fu condannato al rogo e incatenato a una sedia
di castagnolo dove restò fino al giorno dell’autodafé e
dell’esecuzione, che avvenne un mese dopo, il 17 marzo
del 1658, dopo dodici anni dalla prima condanna.
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Si racconta che la notte prima dell’esecuzione, Diego,
con la tenacia della sua volontà e la forza del suo
pensiero, affermò ancora una volta la dignità dell’uomo
nonostante le atroci prove da lui subite negli anni di
prigionia, tenendo testa alle torture psicologiche di dieci
teologi che cercarono di “salvargli l’anima” inducendolo
invano al pentimento.
Condotto il giorno dopo al piano di Sant’Erasmo, dove
il popolo attendeva l’esecuzione sui palchi allestiti
intorno alla pira, Diego fu protagonista di un estremo
gesto, chiedendo al Vescovo Giuseppe Cicala di riavere
la vita corporale in cambio della sua sottomissione alla
chiesa cattolica.
Alla risposta negativa di quest’ultimo, che ribadì
l’immutabilità della pena, Diego replicò
«a che dunque disse il Profeta “Nolo mortem peccatoris,
sed ut magis convertatur, et vivat”? (Non voglio la morte
del malvagio, ma piuttosto che si converta e viva)».
La risposta del vescovo giunse immediata precisando
che il Profeta intendeva “la vita spirituale e non quella
corporale” e fu allora che Diego concluse rabbiosamente
con la frase: «Dunque Dio è ingiusto».
Un ultimo appello con il quale egli, pur non negando
Dio, denuncia l’ingiustizia delle leggi e soprattutto
quelle della Chiesa che si proclama misericordiosa e
caritatevole e che, invece, opera contro Dio stesso.
Sciascia, che ebbe non poche difficoltà a realizzare il
suo libro a causa della perdita della documentazione
relativa alle carceri seguita all’incendio successivo
all’abolizione dell’Inquisizione, scrive che la colpa di
Diego fu quella di porsi «il problema della giustizia nel
mondo in un tempo sommamente ingiusto».
All’età di 37 anni, il frate, che quel giorno fu arso con
tutta la sedia sulla quale era stato incatenato dopo
essere stato prima affogato, divenne per tutti l’esempio
di resistenza al potere.
Ben diversa fu la storia, compresa sempre tra verità e
leggenda, di Francesca Rapisarda e di tutte le donne
avvelenatrici di questo frammento di storia.
Francesca fu condannata alla decapitazione dalla
Regia Corte Capitaniale che avvenne il 16 febbraio 1633
a Piazza Marina, davanti una gran folla di popolani e
signori, accalcati sui palchi realizzati per l’occasione,
per essere stata la “fabbricatrice d’un veleno diabolico
in acqua, della quale solo dandone una stilla in
qualsivoglia cosa, faccia perdere il calore naturale, e fra
tre giorni al più ne morivano le persone che la bevevano,
così in Palermo, come nel Regno”.(Cit. da I veleni di
Palermo, Rosario La Duca)
“Peppa La Sarda”, dunque, faceva un mestiere che, a
quel tempo, doveva fruttare parecchio ed era praticato
da diverse donne.
Si racconta che, durante il percorso che la condusse al
patibolo, derisa dagli astanti, rispose loro dicendo che
essi sarebbero morti come lei.
E in realtà la sua maledizione si avverò quasi come una
profezia perché, pochi minuti dopo la sua decapitazione, Rita Russo Photography
il legno dei palchi non resse il peso dei troppi spettatori
e il crollo delle strutture causò tra questi numerose
vittime.
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Peppa non fu l’unica avvelenatrice della Palermo del
1600, ma è con lei che il giro d’affari si espanse dalla
città ai paesi vicini e non solo.
Le richieste del suo potente veleno furono, a quel
tempo, molto numerose, spesso provenienti da donne
che, impossibilitate a ricorrere al divorzio, spinte dalla
disperazione, cercavano di sbarazzarsi di un consorte
indesiderato o violento ed essendo tale pozione incolore,
insapore e inodore, non lasciava alcuna traccia.
Così i crimini di questo tipo, che avvenivano tra la gente
comune, restavano per lo più impuniti non destando
alcun sospetto nelle autorità cittadine che in quel
periodo erano messe sotto pressione dal terribile
Vicerè Fernando Enriquez d’Afán de Ribera y Enríquez,
soprannominato “vendicator severo dei delitti”.
Fin quando però gli avvelenamenti non coinvolsero
anche personaggi altolocati.
A quel punto Francesca, una volta scoperta, venne
arrestata e sotto tortura denunciò a sua volta due
complici: Pietro Placido Marco e Teofania d’Adamo.
Il primo venne arrestato, torturato e giustiziato in
maniera terribile, a giugno dello stesso anno. Egli,
infatti, fu squartato in quattro parti dopo essere stato
legato a quattro cavalli.
La seconda, che subì la stessa sorte un mese dopo,
sembra, invece, avesse materialmente inventato la
formula di questo veleno e che si fosse macchiata di
numerosi delitti, tra i quali anche quello del marito.
Il veleno, conosciuto come acqua tofana, che fu venduto
anche a Napoli e a Roma, conteneva acqua, ossido
arsenioso, limatura di piombo e di antimonio e succo
di belladonna, le cui quantità sono rimaste sconosciute.
Tali componenti, dopo la bollitura, davano luogo ad una
soluzione completamente incolore, inodore e insapore,
ma ad altissimo tasso di tossicità, che una volta
somministrata causava una morte lenta (dopo circa
quindici giorni) e un quadro clinico riconducibile a un
disturbo intestinale, che allontanava eventuali sospetti
di omicidio.
Nonostante le storie fin qui raccontate si trovino, come
già affermato prima, al confine tra verità e leggenda,
è pur vero che durante il periodo compreso tra il 1500
ed il 1700 inoltrato, molte furono le condanne a morte
non solo decretate dai tribunali civili, ma soprattutto da
quelli dell’Inquisizione che, in nome di Dio, fecero anche
grande uso della tortura.
Per fortuna, almeno l’istituzione del Tribunale
dell’Inquisizione fu soppressa nel 1782 con un Regio
decreto legge emanato dal Vicerè Domenico Caracciolo.
Vennero di conseguenza chiuse le carceri dello Steri,
distrutti gli stemmi, le insegne e gli strumenti di tortura.
Mentre, il 27 giugno 1783, l’archivio del tribunale venne
dato alle fiamme e con esso tutti i documenti relativi
all’Inquisizione, ai processi e ai personaggi che ne erano
stati coinvolti, sia inquisitori sia inquisiti.
Oggi questi palazzi rimangono importanti monumenti
del patrimonio architettonico di un vero e proprio museo
a cielo aperto, ossia la splendida città di Palermo.
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A cura di Gaia Cultrone e Stefano Zec
Si parla spesso, ma forse mai abbastanza, di quanto Genova sia
una città ricca di sorprese, nella sua conformazione, nel clima, nella
storia, nella quantità di aneddoti, luoghi e dettagli che nasconde.
Si parla poco però di quanto di bello ci sia anche al di fuori del
centro di Genova, più turistico e raccontato, come appunto ad
Acquasanta, località nelle alture sopra a Voltri, nel ponente
genovese.
La zona è famosa per via dello stabilimento termale che vi sorge,
ma c'è un'altra attrazione incredibilmente interessante: il Museo
della carta di Mele.
Gaia Cultrone
Giuseppe Tarantino
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R E P O RTA G E | MUSEO DELLA CARTA DI MELE 93
GENOVA
Il museo è stato inaugurato nel 1997, per raccontare una storia
importante e che si tende a dimenticare: quella della rilevanza
economica e sociale avuta dalla produzione della carta a Genova
a partire dal XV secolo.
La zona, detta valle Leira, era piuttosto comoda infatti per questa
filiera, poiché sorgeva vicina a numerosi fiumi.
Per questo motivo la produzione era molto concentrata (fino al
XVIII secolo si potevano contare circa un centinaio di cartiere),
tanto che per tutto il Cinquecento la carta utilizzata in Europa
era tutta italiana, e particolarmente ricercata era proprio
quella genovese, per via della sua qualità pregiata e dell'ottima
resistenza, soprattutto ai danni degli insetti.
Genova fu dunque, per circa tre secoli, il vero e proprio fulcro
cartario d'Europa.
La storia poi è all'incirca nota: l'avvento della Rivoluzione
industriale porta all'invenzione di macchine che non richiedono
più la forza manuale, alle produzioni su larga scala e dunque
alla ricerca di tecniche e materiali che richiedano minor tempo e
minor costo, a scapito della qualità.
Progressivamente quindi le cartiere si riducono, arrivando ad
essere circa 43 durante la Seconda guerra mondiale, e spariranno
progressivamente quasi tutte.
Ad oggi in Liguria quella del Museo della carta di Mele è l'unica
a produzione artigianale in Liguria e una delle cinque rimaste in
Italia a mantenere tali tecniche.
Giuseppe Tarantino Photography
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94 R E P O RTA G E | MUSEO DELLA CARTA DI MELE
Una storia affascinante, dunque, che vale la pena di non dimenticare
e di tramandare ed è questo che fa Giuseppe Traverso, titolare e
mastro cartaio, attraverso la sua produzione tutt'oggi in essere ma
anche attraverso le visite guidate al museo, che svolge anche per le
scuole, i corsi e i laboratori.
La particolarità del museo, innanzitutto, è quella di avere la sua sede
in una cartiera effettiva, una delle ultime ad essere stata dismessa
e risalente al 1756.
Il luogo è stato ristrutturato poi negli anni Novanta con fondi
che hanno permesso di incrementare anche la funzionalità dei
macchinari e dell'accessibilità complessiva al posto.
Tuttavia la vera peculiarità è proprio quella di essere in un opificio
originale, che permette un tuffo nel passato ma anche una vera e
propria esperienza artigianale, data la possibilità di toccare con
mano i macchinari originariamente utilizzati per la produzione della
carta e di vederli in funzione.
Come Giuseppe stesso racconta, infatti, la bellezza del Museo della
carta, e ciò che rende le visite da parte delle scuole così riuscite e
affascinanti, è il fatto che non si tratta solamente di visite guidate,
ma di vere e proprie esperienze: dopo aver visto le diverse stanze del
museo, e dunque le fasi di produzione della carta, si ha la possibilità
di fabbricare un foglio con i macchinari originali, di vedere quindi il
prodotto lavorato e finito.
Questo lascia al visitatore, e forse in particolare al bambino, una
prova tangibile del fascino dell'artigianato, dell'amore che si prova
per qualcosa che si realizza da zero, che si vede nascere tra le
proprie mani e sotto i propri occhi.
Giuseppe lavora con scuole di diverso ordine e grado e ha studiato
attività differenti in base alla tipologia di studente e alla sua età, in
modo da permettere a tutti di comprendere con facilità il fascino di
questo mondo e di farlo divertendosi. Giuseppe Tarantino Photography
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Giuseppe Tarantino Photography
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Tutto ciò ovviamente può essere declinato anche in chiave
adulta, e allora si può prendere parte ai laboratori in giornata
fino ad arrivare a dei veri e propri corsi professionalizzanti,
per chi volesse intraprendere un percorso concreto e Giuseppe Tarantino Photography
fare di questa realtà un progetto lavorativo più ampio o
semplicemente arricchire il proprio bagaglio professionale
e culturale.
D'altronde, la passione e il mestiere di Giuseppe sono nati
proprio da un corso di questo tipo, che ha poi incontrato il
progetto e i fondi del Provincia di Genova e della Comunità
Europea, che miravano proprio a far riscoprire il fascino
della produzione cartaria e a dare una nuova vita, e
anche una nuova immagine, al Museo, che consolidasse
tradizione e modernità.
Giuseppe è riuscito proprio nell'intento, perché racconta
sì la storia, i metodi di produzione artigianali e li mette
in mostra, ma pone l'accento su un aspetto quanto mai
attuale, ovvero la potenzialità delle risorse naturali come
acqua e vento, indispensabili per la produzione della carta e
del riciclo creativo: la carta infatti si può creare da numerosi
materiali di scarto e proprio attraverso i laboratori viene
mostrato come farlo, partendo da ritagli di giornali e scarti
di altri lavori.
Giuseppe ha anche sperimentato alcuni materiali particolari,
come per esempio scarti di alimenti quali bucce di arancia
e fondi di caffè o ancora alcune erbe come l'ortica, anche
per venire incontro all'interesse crescente nei confronti del
riciclo creativo.
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La lavorazione di carta di pregio però prevede l'utilizzo del
cotone, ovvero la cellulosa pura al 100%, che è proprio ciò
che ne garantisce la longevità che tanto veniva ricercata un
tempo.
Questo materiale, comunque, si ricavava da alcuni stracci
e solo successivamente si è iniziato a ricavarli dal legno,
diminuendo la qualità della carta ma incrementandone la
produzione.
Pertanto anche la carta di pregio nasce da un'attività di riciclo,
nonché, come si diceva, da fonti di energia naturale. Persino
l'acqua utilizzata veniva da un canale che altresì irrigava gli
orti limitrofi, limitando dunque lo spreco.
Dopo una fase preliminare di macerazione delle fibre, queste
vengono inserite in dei cilindri olandesi (così chiamati perché
inventati nei Paesi Bassi) che le raffinano, rendendole più
resistenti, per poi portarle al tino di lavorazione nella quantità
necessaria al tipo di prodotto che si vuole realizzare e
procedendo all'eventuale fase di colorazione desiderata.
Lo strumento fondamentale per questo passaggio, nonché il
più iconico, è il telaio, costituito da un cascio che dà il formato
alla carta e un setaccio in tela di bronzo che invece separa le
fibre dall'acqua e forma effettivamente il foglio.
L'artigiano esegue quindi un movimento nelle due direzioni in
modo da creare il foglio in maniera uniforme.
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Il quantitativo di prodotto inserito nel telaio determina lo
spessore della carta e qui sta l'abilità di artigiano di saper
dosare il quantitativo di materiale corretto in base al tipo
di lavoro da realizzare.
Il prodotto che deriva da questa fase di lavorazione è
comunque ancora al 90% acqua e dunque non si può
rimuovere a mani nude; per questo passa attraverso uno
strumento detto ponitore, che separa il foglio su un feltro.
Fondamentale è la forma della base su cui si esegue
il processo di ponitura, a schiena d'asino, perché la
curvatura permette di esercitare la corretta pressione su
tutti i lati.
I feltri vengono dunque impilati e pressati, per rimuovere
ulteriormente acqua, e solo allora sono effettivamente
separabili dai fogli, che a quel punto passano attraverso il
processo di asciugatura all'aria.
Vi è una sala apposita dove per tutta la lunghezza
venivano stese cinque corde di fogli di carta, che stavano
lì qualche giorno a seconda dello spessore per poi venire
pressati nuovamente un'ultima volta.
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R E P O RTA G E | MUSEO DELLA CARTA DI MELE 101
La sala che oggi ospita lo shop, attivo dal 2015, era
quella dove si eseguiva l'ultima pressatura per poi
legare i fogli con il fil di ferro, pesarli (la carta veniva
venduta al peso) e caricarli nel magazzino, odierna
sala riunioni.
Per quanto riguarda eventuali decori, essi
venivano aggiunti nella fase di pressatura, dove
era fondamentale la potenza del macchinario:
tanto più forte è la pressata, quanti più fogli lavora
contemporaneamente, ma non solo.
Se la pressa è debole, infatti, i fogli non perdono
abbastanza acqua e risultano fragili. Sempre a
proposito di decori, alcuni venivano realizzati con
cuciture a filo di ottone: esse creano un rilievo sul
telaio, così che le fibre che ci si depositino creino un
rialzo assottigliandosi.
In questo modo, dopo la pressatura, sotto la luce
si vede la filigrana come per le odierne banconote.
Ma quindi cosa si realizza al Museo della carta e
cosa si può acquistare?
Si possono far realizzare biglietti di auguri
e partecipazioni, carta personalizzata per
corrispondenza, segnalibri, menù e vari accessori
in carta per le cerimonie, prodotti di legatoria
(quaderni e diari) e carte per artisti.
Tutti le informazioni sono comodamente reperibili
sul sito e gli ordini sono fattibili anche online.
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Lorena Durante Photography
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Il prodotto di punta sono le partecipazioni per i matrimoni,
settore dove è particolarmente sentita, ancora oggi, l'esigenza
del prodotto artigianale in quanto mai uguale; al Museo della
carta poi dispongono di una vastissima gamma di colorazioni
e questo li rende particolarmente richiesti, complice poi il
fondamentale passaparola tra i clienti.
Quello che risulta davvero affascinante, come si evince da
questo racconto, nel visitare un posto come il Museo della
carta è il riscoprire l'amore per il prodotto fatto a mano, con
tutta la pazienza, la cura, nonché l'unicità, che questo trasuda.
Forse a raccontarlo meglio ancora sono le stesse parole di
Giuseppe:
“L'artigianato sta rinascendo in un suo modo, si sta riscoprendo
questo interesse, per gioco o hobby ma anche per lavoro;
penso che sia una doverosa risposta all'appiattimento sociale
economico in un certo senso: si perde progressivamente
la propria identità in un mondo fatto di digitalizzazione e
omologazione, e quindi forse per questo si cerca un qualcosa
che, per definizione ha una sua impronta unica e personale.”
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Giuseppe Tarantino Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
104 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
PLANE TARIO DI TORINO
A cura di Andrea Barsotti
Andrea Barsotti
Cinzia Carchedi
Domenico Ianaro
Edoardo Anfossi
Giancarlo Nitti
Maria Grazia Castiglione
Massimo Tabasso
Monica Pastore
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO 105
E luce fu
Un viaggio alla ricerca della luce
Dal primo bagliore accecante del Big Bang che generò lo spazio
tempo, ai maestri della pittura, fino ai grandi fotografi la luce
è la protagonista della storia dell’universo e quindi della vita
stessa; fornendoci la percezione primaria di ciò che ci circonda
dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.
Ed è con questa emozione subliminale che la Band di Giroinfoto ha
fatto visita ad INFINI*TO; il Museo dell’Astronomia e dello Spazio;
vero e proprio Science Centre situato sulla cima di una collina nel
comune di Pino Torinese, a pochi chilometri dal centro di Torino.
É attivo dal 27 settembre 2007.
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
106 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
Stiamo entrando in un museo interattivo posto su più
livelli dove, grazie agli exhibit distribuiti su ogni livello,
il fare e l’imparare rendono il visitatore protagonista in
prima persona della storia dell’universo; come bambini
dal passo incerto ci introduce ai misteri dello Spazio
fino ai suoi aspetti più curiosi: dalla teoria del Big Bang
ai Buchi Neri.
La struttura è dotata anche di un Planetario digitale tra
i più avanzati d’Europa.
Tutta l’architettura richiama l’Universo, per l’esattezza
un sistema binario formato da una Stella Gigante (il
planetario) e il Buco Nero che viene alimentato dalla
materia risucchiata dalla stella lungo il corridoio
elicoidale che ci accompagna nella visita ai vari livelli;
il cono di cristallo che si chiude nella Singolarità sul
fondo della struttura rappresenta la radiazione residua
del Buco Nero.
Il Museo è dominato dalla cupola bianca
dell’Osservatorio Astrofisico di Torino; struttura di
ricerca dell’Istituto Nazionale di Astrofisica la cui storia
risale alla metà del settecento.
Strutturato su 4 piani, di cui 3 interrati:
Piano 0 : Alzando gli occhi al cielo
Piano -1: Visibile e Invisibile
Piano -2: Le mani sulla scienza
Piano -3: L’universo che fugge
Cinzia Carchedi Photography
Museo
Piano 0
Terrazza
Piano -1
Planetario Piano -2 Spazio Attività
Barbara Tonin Photography Piano -3
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO 107
Iniziamo la visita
VIETATO NON TOCCARE
Piano 0
Gli albori dell’astronomia e le domande che da sempre
noi umani ci facciamo alzando appunto lo sguardo oltre
Monica Pastore Photography
l’orizzonte e osservando ad occhio nudo le stelle ed i
pianeti.
Ci guida Ipazia vissuta 1.500 anni fa ad Alessandria
d’Egitto ed ancora oggi ricordata come simbolo della
libertà di pensiero; scienziata e astronoma inventrice
dell’astrolabio (il modello bidimensionale della sfera
celeste), del planisfero (la raffigurazione piana della
superficie sferica della terra) e dell’idroscopio (strumento
per misurare il peso specifico dei liquidi).
Sopra le nostre teste dei veri modelli di satelliti:
il BeppoSAX e un Tethered (il celebre satellite al
guinzaglio), messi a disposizione dalla Thales Alenia
Space.
Fabrizio Rossi Photography
Andrea Barsotti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
108 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
Remo Turello Photography
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO 109
Piano -1
Galileo Galilei e la rivoluzione del suo cannocchiale
avvicinano i corpi celesti all’uomo.
Dai semplici strumenti ottici fino a quelli più complessi e
attuali, l’evoluzione della strumentazione ha permesso
di scandagliare tutta l’intera gamma dello spettro
elettromagnetico, quindi non solo la luce visibile.
I Raggi Gamma, i Raggi X, le radiazioni ultraviolette e
infrarosse, le Microonde e le onde Radio sono esposti nel
pannello multimediale “Lo spettro elettromagnetico” che
illustra le varie bande dello spettro e gli strumenti scientifici
costruiti dall’uomo.
Tale strumentazione è in grado di registrare le varie
lunghezze d’onda sopperendo alle deficienze del nostro
occhio e, in alcune situazioni, è diventata familiare anche
nella vita quotidiana e domestica: la radio, il forno a
microonde, il telefono cellulare e gli apparecchi per le
radiografie.
Ne “L’atmosfera” alcuni pannelli ci mostrano come gli strati
della pellicola d’aria che ricopre la Terra assorbano le varie
lunghezze d’onda e il perché, quindi, sia fondamentale andare
nello spazio oltre l’atmosfera terrestre per intercettare tutti i
segnali che l’universo ci manda.
Spettacolare la postazione “Uno specchio sulla Luna”,
che simula il tempo di percorrenza necessario alla luce
per andare e tornare sul nostro satellite: per la precisione,
viaggiando alla velocità di 300.000 chilometri al secondo,
circa 1,3 secondi.
Guardando attraverso un modello di un piccolo telescopio ci
vediamo ripresi dall’occhio di una piccola telecamera posta
dietro di noi, ma come eravamo 1,3 secondi prima; con
Andrea Barsotti Photography
questo semplice esperimento abbiamo simulato ciò che
vedremmo se sulla Luna ci fosse uno specchio a rifletterci:
la luce è lenta…?
Massimo Tabasso Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
110 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
Piano -3
Tutto si allontana da noi verso il futuro dello spazio-tempo.
Si parte dal Big Bang e non si sa…
La guida virtuale è Edwin Hubble e ci introduce ai veri misteri
dell’Universo come la sua nascita, la sua evoluzione, i buchi
neri e il suo futuro.
“Le pieghe dello spazio-tempo” e “Le Lenti Gravitazionali” ci
mostrano come la materia e l’energia deformano lo spazio
e il tempo intorno a noi, secondo la Teoria della Relatività di
Einstein: attraverso una telecamera ci vediamo modificati
dalla simulazione delle onde gravitazionali come negli
specchi deformanti dei Luna Park di qualche anno fa.
Come sarà il futuro dell’Universo?
Per avere una risposta a questa domanda occorrerà andare
alla ricerca delle tracce fossili della sua nascita: una grande
immagine della Radiazione di Fondo del grande evento
primigenio: c’è abbastanza massa nell’Universo?
Ne “I Tre Modelli di Friedmann” sono esposti appunto i tre
possibili scenari del nostro lontano futuro: quello statico
(come credeva Einstein); quello in contrazione o oscillante-
ciclico dove l’universo si espanderà fino a quando comincerà
a contrarsi per ricominciare tutto da capo e quello che
continuerà ad espandersi accelerando la sua fuga fino al
disgregamento di tutta la materia: la fine della LUCE…!
L’arbitro che stabilirà tutto questo è appunto la massa
presente nell’Universo e la sua densità; si parla di massa
oscura se consideriamo che quella visibile è appena il 14%
del totale…
Edoardo Anfossi Photography
Edoardo Anfossi Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO 111
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
112 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
Il Planetario
Tutto si allontana da noi verso il futuro dello spazio-tempo.
Si parte dal Big Bang e non si sa…
La guida virtuale è Edwin Hubble e ci introduce ai veri misteri
dell’Universo come la sua nascita, la sua evoluzione, i buchi
neri e il suo futuro.
“Le pieghe dello spazio-tempo” e “Le Lenti Gravitazionali” ci
mostrano come la materia e l’energia deformano lo spazio
e il tempo intorno a noi, secondo la Teoria della Relatività di
Einstein: attraverso una telecamera ci vediamo modificati
dalla simulazione delle onde gravitazionali come negli
specchi deformanti dei Luna Park di qualche anno fa.
Come sarà il futuro dell’Universo?
Per avere una risposta a questa domanda occorrerà andare
alla ricerca delle tracce fossili della sua nascita: una grande
immagine della Radiazione di Fondo del grande evento Massimo Tabasso Photography
primigenio: c’è abbastanza massa nell’Universo?
Ne “I Tre Modelli di Friedmann” sono esposti appunto i tre
possibili scenari del nostro lontano futuro: quello statico
(come credeva Einstein); quello in contrazione o oscillante-
ciclico dove l’universo si espanderà fino a quando comincerà
a contrarsi per ricominciare tutto da capo e quello che
continuerà ad espandersi accelerando la sua fuga fino al
disgregamento di tutta la materia: la fine della LUCE…!
L’arbitro che stabilirà tutto questo è appunto la massa
presente nell’Universo e la sua densità; si parla di massa
oscura se consideriamo che quella visibile è appena il 14%
del totale…
Domenico Ianaro Photography
Massimo Tabasso Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | CICIU DEL VILLAR 113
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
114 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
Remo Turello Photography
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO 115
Questo è quindi il Museo dell’Astronomia e dello Spazio di
Pino Torinese; ma non solo se, come nel più classico dei
modi di dire, il suo nome INFINI*TO “è tutto un programma”…
Non si esce mai davvero dalla visita, la luce del Sole e delle
Stelle ci accompagneranno ancora in ogni esperienza,
spingendoci ancora a fare domande e a cercare risposte.
Un ringraziamento a tutto il personale dello Staff del Museo;
ragazzi sempre disponibili e pazienti nel rispondere anche
alle nostre più ingenue domane.
Divulgatori, istruttori e sperimentatori entusiasti che, anche
se con il volto parzialmente coperto dalle mascherine
(Covid docet), con la LUCE della parola e dei loro occhi ci
hanno guidato trasformandoci in “BAMBINI-DELLE-STELLE”
di kubrickiana memoria.
Maria Grazia Castiglione Photography
Monica Pastore Photography Massimo Tabasso Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
116 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO 117
Andrea Barsotti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
118 R E P O RTA G E | YALA
A cura di Giancarlo Nitti
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | YALA 119
Immerso nell'angolo sud-orientale dello Sri Lanka, il Parco
Nazionale di Yala è il principale parco nazionale dell'isola e
offre la più grande diversità di animali e uccelli del paese.
Gli habitat che si trovano nel parco sono di ampia portata, dai
laghi d'acqua dolce alle spiagge, dagli affioramenti rocciosi
alle pianure verdi e alla giungla.
Questo crea un'area di immensa biodiversità ed è una delle
destinazioni più popolari al mondo per avvistare l'inafferrabile
leopardo, che ama oziare sugli enormi massi di granito del
parco.
Giroinfoto Magazine nr. 77
120 R E P O RTA G E | PECCIOLI
La densità della popolazione
di leopardi all'interno
del parco garantisce gli
avvistamenti di questo
fantastico felino come un
evento regolare, rendendo
il parco Yala un'attrazione
estremamente popolare solo
per questo motivo.
Yala è una zona piuttosto selvaggia e aspra del
paese, con lunghe spiagge battute dal vento con
onde che si infrangono rendendo il mare pericoloso
per la balneazione, molte delle quali sono adiacenti
alle foreste e alle pianure che costituiscono uno dei
Parchi Nazionali dello Sri Lanka.
Nessuna visita a Yala rischia di deludere e la fauna
selvatica, oltre ai famigerati leopardi include molti
elefanti indiani, cinghiali, manguste, coccodrilli,
cervi maculati, coccodrilli e rettili di ogni tipo.
L'avifauna del parco è altrettanto varia, con oltre
230 specie che possono essere avvistate e questo
include una serie di specie endemiche come
l'uccello della giungla e il bucero grigio.
L'area è situata in una zona molto secca dello Sri
Lanka, le precipitazioni annuali per la regione
Giancarlo Nitti Photography
di Yala sono comprese tra 900 e 1300 mm a
seconda della località, con dicembre e gennaio
generalmente i mesi più piovosi e la siccità tra
maggio e settembre.
Nonostante ciò, avvistare il leopardo non è
difficile, rendendo il parco un'ottima destinazione
per la fauna selvatica e divertente in vari periodi
dell'anno, anche se le strade tendono ad essere più
accidentate dopo pioggia.
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | PECCIOLI 121
Il Parco Nazionale di Yala ha
un'estensione di 980 chilometri quadrati
ed è visitato da oltre 650.000 persone
l'anno.
Yala è composto da 5 settori diversi, di
cui solo "il blocco 4" è chiuso al pubblico
per garantire che gli animali e i paesaggi
del parco siano protetti dal turismo di
massa.
La riserva naturale va dalla giungla
interna alla costa dorata dell'Oceano
Indiano e presenta terra rossa, laghi e
vegetazione molto arida.
Il periodo migliore per visitare il Parco
Nazionale di Yala è durante i mesi più
secchi da maggio ad agosto, ma può
essere visitato tutto l'anno a causa del
clima mite della stagione delle piogge.
Da fare attenzione nei mesi di settembre
e ottobre, in quanto il parco è in
manutenzione chiudendo alcune zone.
Dicembre e gennaio sono i mesi più
affollati nel Parco Nazionale di Yala
poiché turisti internazionali e nazionali si
riversano nel parco in varie festività.
Il tempo nel sud-est dello Sri Lanka
oscilla solo di un paio di gradi (all'incirca
tra 29 e 31 gradi centigradi), quindi si
può visitare il Parco Nazionale di Yala in
qualsiasi mese dell'anno.
Giroinfoto Magazine nr. 77
122 R E P O RTA G E | YALA
Giancarlo Nitti Photography
UNA STORIA ANTICHISSIMA
Dalle scoperte archeologiche e testi ritrovati,
la regione all'interno e intorno all'attuale Parco
Nazionale di Yala è stata la dimora di civiltà
antiche come la civiltà indo-ariana.
Si ritiene che il re Ravana, il mitico tiranno e
antieroe indù, abbia stabilito il suo regno qui
con Ravana Kotte, ora sommerso dal mare.
I commercianti marittimi portarono con sé
la civiltà indo-ariana, poiché Yala si trovava
sulla rotta commerciale, installando un gran
numero di cisterne per la raccolta dell'acqua,
testimonianza di una ricca civiltà idraulica e
agricola risalente al V secolo A.C. nominata
Situlpahuwa, che ospitava 12.000 abitanti.
Essa si trovava all'interno dell'area del parco
insieme a Magul Vihara, costruito nell'87 a.C.
e Akasa Chaitiya, costruito nel II secolo a.C.
L'agricoltura fiorì nell'area durante il periodo del
regno di Ruhuna .
Secondo Mahavamsa, il regno di Ruhuna iniziò
a declinare alla fine del XIII secolo d.C.
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | YALA 123
Giancarlo Nitti Photography
L'area dello Yala National Park,
nel 1560, è stato menzionato
nei resoconti di esploratori
europei come Cipriano Sanchez
e alcuni ufficiali britannici delle
colonie dello Sri Lanka come il
capo della giustizia di Ceylon,
Sir Alexander Johnston.
Durante il periodo coloniale
Yala divenne un popolare
terreno di caccia.
Nel 1900, il Forest Ordinance
ha creato una riserva forestale
di 389 km, includendo la parte
dell'area che sarebbe diventata
il futuro Yala National Park nel
settore di Palatupana dove solo
lì era consentita la caccia agli
animali.
La foresta ricevette lo status
di parco nazionale, noto oggi
come Yala National Park nel
1938, con l'attuazione delle
disposizioni dell'Ordinanza
sulla flora e la fauna che si
estese anche per altre aree
naturali come la vicina Kumana
e i santuari di Kataragama,
Katagamuwa e Nimalawa.
Giroinfoto Magazine nr. 77
124 R E P O RTA G E | YALA
Il Safari
Solitamente la meta dello Sri Lanka si
raggiunge acquistando un pacchetto
turistico compreso di accompagnatore
(driver), quindi raggiungere il parco non è
un problema.
Volendo, si può anche noleggiare un’auto
in aeroporto a Colombo che dista circa 280
km da Yala.
Giancarlo Nitti Photography
Nei pressi del Parco di Yala, esiste la piccola città di di queste solamente due sono accessibili al pubblico:
Tissamaharama, dove si trovano moltissimi hotel e villaggi Ruhuna National Park, e il Kumana National Park.
nonostante la zona non è ancora particolarmente turistica.
Ce ne sono per tutte le tasche ed alcuni sono abbastanza I tour safaristici vengono organizzati in loco o venduti su
lussuosi. prenotazione, il consiglio è di dedicare almeno un'intera
Vi è anche la possibilità di alloggiare all’interno del parco in giornata arrivando la sera prima nei pressi della partenza che
una piccolo campeggio che offre sia tende che bungalows. solitamente avviene all'alba.
Yala è un parco enorme, visto che la sua estensione oggi è di
979 chilometri quadrati che comprendono le cinque aree, ma
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | YALA 125
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
126 R E P O RTA G E | YALA
Giancarlo Nitti Photography
La fauna all’interno del parco che si può
avvistare è infinita, Yala vanta un ecosistema
con una alta densità di animali, e le varietà che
si possono incontrare sono parecchie.
Ci sono ben 44 diverse specie di mammiferi;
quella più facile da vedere è l’elefante, sia per
il numero che per le dimensioni.
Sono anche tantissime le specie di scimmie,
soprattutto macachi ma anche cervi, orsi, bufali
e il protagonista del parco: Il leopardo, che
come già detto è quasi garantito incontrarlo
nonostante sia un animale molto schivo e
solitario che passa gran parte del tempo a
sonnecchiare su pietre e alberi.
Il parco, dal punto di vista dell'avifauna è la gioia
di qualunque appassionato di bird watching:
infatti, nel parco sono presenti 215 specie
registrate e ben sei di queste sono endemiche
e uniche dello Sri Lanka come il bucero di
Ceylon , il gallo di Lafayette , il piccione di
Ceylon , il bulbul barbuto dalla corona rossa, il
bulbul dalla testa nera e l'akalat dalla corona
marrone .
90 specie di uccelli acquatici vivono nelle zone
umide di Yala e la metà di loro sono specie
migratrici.
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | YALA 127
Un'altra grande famiglia di animali presenti allo Yala National
Park sono i rettili che contano circa 46 specie conosciute nel
parco e cinque di loro sono endemiche dello Sri Lanka.
Il Krait lo Sri Lanka , il parallelum amphiesma , chrysopelea
taprobanica , labbra dipinte e lucertola agame di Wiegmann
sono specie endemiche.
La costa del parco è visitata annualmente nelle stagioni della
riproduzione da cinque specie di tartarughe marine in via di
estinzione ( liuto , l'olivo ridley , la tartaruga caretta caretta, il
hawksbill e la tartaruga verde ) che visitano lo Sri Lanka.
Le due specie di coccodrilli dello Sri Lanka, il coccodrillo di
palude e il coccodrillo di mare , abitano il parco. Il cobra indiano
e la vipera di Russell sono tra gli altri rettili.
Ci sono 18 specie di anfibi che sono state registrate a Yala, e
Duttaphrynus atukoralei (noto anche come "rospo di Yala") e
Adenomus kelaartii sono endemiche dello Sri Lanka.
Nei fiumi di Yala ci sono 21 specie di pesci d'acqua dolce.
La popolazione ittica nei bacini idrici è composta principalmente
dal pesce esotico invasivo Tilapia del Mozambico.
I pesci Garra ceylonensis e Esomus thermoicos sono specie
endemiche.
Anche le farfalle nel parco hanno la loro importanza, infatti
è possibile trovare un'ampia varietà di farfalle: Graphium
sarpedon, Papilio demoleus, Atrophaneura hector, Delias
eucharis e Papilio polytes .
[Link]
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
128 R E P O RTA G E | YALA
Il Parco Nazionale di Yala è il più visitato dello Sri
Lanka contando di media circa 150.000 turisti all'anno,
soprattutto europei, che rappresentano il 30% del
totale dei visitatori.
Il Blocco uno è il settore più visitato.
A causa del peggioramento delle condizioni di
sicurezza durante la guerra civile, le entrate del parco
sono diminuite drasticamente.
Il parco nazionale di Yala fino al 2009 era a rischio di
attacchi terroristici da parte dei gruppi di Liberation
Tigers from Tamil Islam (LTTE).
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
R E P O RTA G E | YALA 129
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 77
130
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti dalla promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta e passione per la fotografia e il eventi e i prodotti legati ad
dai nostri reporters. viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
[Link]
Giroinfoto Magazine nr. 77
131
ARRIVEDERCI AL PROSSIMO NUMERO
in uscita il 20 aprile 2022
[Link]
Giroinfoto Magazine nr. 77
Conoscere il mondo attraverso un
obbiettivo è un privilegio che solo
Giroinfoto ti può dare veramente.
APPASSIONATI A NOI
PHOTO
T R AV E L
M AG A Z I N E
LINGOT TO TORINO
Samuele Silva
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