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GF78

Giroinfoto Magazine, fondato nel 2015, è un progetto editoriale dedicato alla fotografia e ai viaggi, che offre uno spazio per la condivisione di esperienze e reportage. Nonostante le sfide socio-politiche recenti, il magazine continua a promuovere la cultura fotografica e il turismo attraverso articoli e reportage su luoghi di interesse. Il numero di aprile 2022 presenta vari reportage, tra cui uno sul complesso monumentale di Chignolo Po, noto come la 'Versailles della Lombardia'.

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Giroinfoto Magazine, fondato nel 2015, è un progetto editoriale dedicato alla fotografia e ai viaggi, che offre uno spazio per la condivisione di esperienze e reportage. Nonostante le sfide socio-politiche recenti, il magazine continua a promuovere la cultura fotografica e il turismo attraverso articoli e reportage su luoghi di interesse. Il numero di aprile 2022 presenta vari reportage, tra cui uno sul complesso monumentale di Chignolo Po, noto come la 'Versailles della Lombardia'.

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N.78 - APRILE 2022 [Link].

com
N. 78 - 2022 | APRILE Gienneci Studios Editoriale. [Link]

CHIGNOLO PO
Band of Giroinfoto

PARCO DELLA BESSA VILLA DELLA REGINA ALTOPASCIO


BIELLA TORINO TOSCANA
Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto

Photo cover by Isabella Cataletto


WEL
COME

78
[Link]
APRILE 2022
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3

Benvenuti nel mondo di


Giroinfoto magazine ©

Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Ed ecco entrati nel sesto anno di redazione di Giroinfoto Magazine.
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. Le difficoltà degli ultimi due anni relative alla pessima gestione socio-
politica sono cresciute, intralciando il libero sfogo editoriale limitando le
È così che Giroinfoto magazine© diventa una finestra sul prerogative della rivista nello sviluppo culturale e turistico in aiuto dei
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
territori.
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters
professionisti e amatori del photo-reportage. Nonostante tutto, e grazie all'impegno di tutti i nostri collaboratori, il
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più progetto [Link] non si arresta, anzi, combatte con tutte le proprie
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
forze per pubblicare articoli utili alla valorizzazione dei territori bisognosi
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere
un punto di riferimento per la promozione della cultura di visibilità.
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio.
In questo periodo storico, dove tutto è ormai convertito al mondo
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi,
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, digitale, risulta talvolta anacronistico volersi concentrare su un progetto
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici cartaceo, sia per motivi di convenienza economica che di divulgazione.
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e Da qui la decisione di mantenere il magazine con un format "tradizionale"
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai
per il mantenimento della qualità comunicativa, evolvendolo alla
tutti ci siamo fossilizzati.
digitalizzazione favorendo la fruizione.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e In ultimo, vorrei ringraziare anche tutti i nostri lettori che crescono
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze continuamente sostenendo il progetto Giroinfoto.
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili.

Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]


progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.

Giroinfoto Magazine nr. 78


on-line dal

11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.

L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E

[Link]
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5

LA RIVISTA DEI FOTONAUTI


Progetto editoriale indipendente

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ANNO VIII n. 78
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CAPO REDATTORE Gienneci Studios,
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Barbara Lamboley (Resp. generale)
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Monica Gotta (Regione Liguria)
Manuel Monaco (Regione Lombardia) CONTATTI
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Questa pubblicazione è ideata e realizzata
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Tutte le fotografie, informazioni, concetti,
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Regione Lazio in parte se non da espressa e comprovata
Rita Russo autorizzazione del titolare dei diritti.
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Regione Toscana

Giroinfoto Magazine nr. 78


10
6

C O N T E N T S
R E P O R TA G E

CHIGNOLO PO

GIROINFOTO MAGAZINE

78
I N D E X

R E P O R TA G E

MONET
10 CHIGNOLO PO
Il complesso Monumentale
Band of Giroinfoto

22
22 MONET
Genova
Band of Giroinfoto

38 PARCO DELLA BESSA


Biella
Band of Giroinfoto

52 VILLA DELLA REGINA


Torino
Band of Giroinfoto

R E P O R TA G E 78 HANS GEORG BERGER


La disciplina dei sensi
PARCO DELLA BESSA Skira Editore

38
R E P O R TA G E

52
VILLA DELLA REGINA

Giroinfoto Magazine nr. 78


7

R E P O R TA G E

84
FICUZZA

FICUZZA
Ibosco del Re
84 R E P O R TA G E

Band of Giroinfoto ALBERGO DEI POVERI

102
ALBERGO DEI POVERI
Genova
102
Band of Giroinfoto

RANVERSO
e il carnevale
120
Band of Giroinfoto

ALTOPASCIO
Storia e attualità
134
Giancarlo Nitti

R E P O R TA G E

120
RANVERSO

R E P O R TA G E

134
ALTOPASCIO

Giroinfoto Magazine nr. 78


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Aprile 2022
389 52 8 36 20 1
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10 R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO

COMPLESSO MONUMENTALE

A una trentina di chilometri a est di Pavia e a


pochi chilometri dal fiume Po, confine naturale
con l’Emilia Romagna, svetta imponente nel
panorama rurale di queste zone una torre
intorno alla quale, nei secoli, si sono avvicendati
personaggi di rilievo e di elevato prestigio.

Una torre intorno alla quale è sorta una


fortificazione che in seguito, nel tempo, è stata
trasformata in una villa di delizia che tutt’oggi,
nonostante sia una residenza privata, conserva
la magnificenza dell’epoca.
Stiamo parlando del castello di Chignolo
Po, un tempo noto come la Versailles della
Lombardia.

Alessia Sangalli
Manuel Monaco
A cura di Manuel Monaco Michela De Lazzari
Stefano Scavino

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO 11

LA VERSAILLES DELLA LOMBARDIA

Chignolo Po

Stefano Scavino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


12 R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO

Stefano Scavino Photography

Un po' di storia
La storia del complesso inizia nel 740 d.C. al
tempo in cui Liutprando, re dei Longobardi,
fece edificare una struttura fortificata con
una grande torre per controllare i territori
circostanti.
Da qui, infatti, è possibile osservare i colli di
San Colombano a nord, l’Oltrepò piacentino
a sud e, a ovest, Pavia, la capitale del regno
longobardo.

La struttura, nel 910 d.C., venne donata


da Re Berengario ai monaci benedettini
dell’Abbazia di Santa Cristina e divenne
quindi un luogo sicuro per i pellegrini che
percorrevano la vicina via Francigena.

Sotto i monaci il castello divenne uno


dei centri più importanti a livello militare,
commerciale e religioso. La presenza della
cinta muraria, del fossato e, in seguito, di
un ricetto, garantiva agli occupanti difesa
e autosufficienza anche in caso di attacco.

Michela de Lazzari Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO 13

Il Ricetto
Il ricetto è una struttura fortificata di origine medievale.
Di solito è costituito da un insieme di case circondate da mura e torri il cui compito era quello
di proteggere la popolazione in caso di pericolo.
In Italia si trovano numerosi esempi di ricetti in Piemonte, in Lombardia, in Toscana e in Lazio.

[Un esempio di particolare pregio è il ricetto di Candelo (BI) descritto nel numero 40 di Giroinfoto.]

Inoltre, la vicinanza con le grandi città emiliane e lombarde I Cusani rimasero quindi i proprietari fino al 1936 quando,
rese il complesso un nodo commerciale di notevole rilevanza alla morte senza eredi del marchese Camillo Cusani Visconti
tant’è che Galeazzo Maria Sforza inviò mezzi e uomini per Botta Adorno, il castello venne donato all’ordine di Malta che
intraprendere un’opera ingegneristica di notevole rilevanza lo elesse Casa Magistra.
per l’epoca: la deviazione di alcuni chilometri verso sud del Negli anni Ottanta del ‘900 l’ordine di Malta vendette il castello
Po che, ad ogni esondazione, provocava enormi danni. all’attuale proprietario: l’avvocato Antonio Procaccini.
Da allora è in atto il restauro dell’intera struttura ed è possibile
Il complesso passò di mano in mano fino a quando, nel 1486, effettuare sia visite guidate che eventi e manifestazioni al suo
Beatrice Federici Todeschini ne divenne proprietaria. interno.
Beatrice sposò in seconde nozze il marchese Gerolamo
Cusani portando in dote il castello di Chignolo Po.

Alessia Sangalli Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


14 R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO

Stefano Scavino Photography

I lavori, quindi, andarono ad aggiungere o a trasformare


La Visita quanto già presente, creando così un complesso di
natura ibrida, la cui parte più antica ha origini medioevali.

Ecco spiegato quindi come sia possibile effettuare due


Come è stato possibile trasformare il complesso fortificato in
differenti percorsi di visita guidata: il percorso barocco,
una villa di delizia?
che permette ai visitatori di apprezzare maggiormente
gli ambienti settecenteschi, e il percorso medievale,
Per capirlo bisogna fare un salto a ritroso fino al 1700
incentrato maggiormente sulle strutture difensive e le
circa, quando il cardinale Agostino Cusani Visconti divenne
parti più antiche del castello.
proprietario del feudo.

Agostino era un uomo di cultura e di prestigio, ex arcivescovo


di Pavia nonché amico di papa Clemente XI.
All’epoca le residenze nobiliari erano caratterizzate da estesi Manuel Monaco Photography
parchi con giardini e ampie sale affrescate.

A Chignolo Po Agostino trovò una fortificazione circondata


da fossato e mura, ben lontana da quanto era allora in voga.
Decise quindi di affidare la direzione dei lavori al suo amico
architetto Giovanni Ruggeri.

I lavori durarono circa 30 anni (dal 1700 al 1730) e permisero


di creare il parco di trenta ettari al cui interno fu edificata la
“Palazzina di caccia” e i giardini, di costruire una nuova ala
(l’ala est) per donare simmetria al complesso ed infine di
creare il cortile d’onore.
Il fossato fu bonificato e prosciugato, i ponti levatoi vennero
sostituiti da pontili in muratura ed infine la facciata venne
rivista in stile barocco.
Negli interni le stanze del piano terra e del piano nobile vennero
affrescate dagli allievi del Tiepolo.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO 15

Michela De Lazzari Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


16 R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO

Manuel Monaco Photography

La nostra guida, Maria Elena, ci ha accompagnato in un Prima di proseguire all’interno ci spostiamo all’ingresso
tour dedicato, che ci ha permesso di apprezzare la storia e i meridionale per ammirare l’imponente facciata su cui svetta
personaggi che hanno influenzato e plasmato il complesso. la torre.
Il nostro percorso inizia dalla Palazzina della caccia, situata
nel parco. Scopo di questo edificio era ospitare i nobili Da qui sono ben visibili anche i camminamenti di ronda.
al termine delle attività venatorie ma non solo, infatti in Percorriamo quindi il viale che dal cancello meridionale
corrispondenza della palazzina fu creato un lago artificiale porta all’ingresso, attraversiamo uno dei pontili in muratura
per permettere agli ospiti di dilettarsi e rilassarsi in barca. che sostituirono i ponti levatoi e ci addentriamo nel castello.

Oggi il lago non esiste più ma un grande avvallamento


rimane a testimoniare la sua presenza.

Stefano Scavino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO 17

Manuel Monaco Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


18 R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO

Alessia Sangalli Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO 19

Alessia Sangalli Photography

Usciti dalla torre ci dirigiamo sui camminamenti di ronda


del complesso.

Da qui possiamo ammirare a nord le due corti, la


francigena (la più distante dalla torre) seguita da quella
delle arti e dei mestieri sulla quale si affacciavano le
botteghe degli artigiani.
Esiste una terza corte, quella feudale e agricola, che
quest’anno compie ben settecentosettanta anni, in cui a
breve verrà ultimato l’orto dei semplici, dedicato ai monaci
che da sempre sono legati al castello e che tutt’oggi, con
l’attuale proprietario, hanno un legame speciale.

Dai camminamenti scendiamo attraverso una stupenda


scala a chiocciola nelle cantine e veniamo poi condotti
nelle cucine per poi uscire nel fossato.

Ultima tappa della nostra visita sono le due corti dove,


davanti all’imponente cancello che permette di entrare
nella corte francigena, salutiamo la nostra guida.

Desideriamo ringraziare Alessandro e Maria


Elena per la disponibilità e l’accoglienza che ci
è stata riservata.

Un ringraziamento particolare va anche


all’avvocato Procaccini per averci permesso di
visitare questo magnifico complesso.

Per ulteriori informazioni si rimanda al sito


ufficiale: [Link]
Mail: info@[Link]

Stefano Scavino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


20 R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | CHIGNOLO PO 21

Stefano Scavino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


22 R E P O RTA G E | MONET

A cura di Manuela Albanese e Monica Gotta

Claude Monet

Palazzo Ducale
Genova

dal 11/02/2022
al 22/05/2022

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 23

«Il puro e mero colore, non contaminato dal significato,


e non fuso od unito ad una forma specifica, può parlare
all'anima in mille modi diversi.»
Oscar Wilde

Il colore, divincolandosi dagli


schemi chimici, si rivela quello che
è: l'elemento irreale delle cose, la
metafora del loro mistero.
Vasilij Kandinskij (Lo spirituale nell’arte)

Tutti i colori si possono formare mescolando


tre tinte di base dette primarie, tipiche delle
stampanti a colori: magenta (rosa molto
carico), giallo e ciano (un azzurro che tende al
turchese).
Il colore è, per la
Dalla fusione dei colori primari possono nascere mente, come le onde
i nostri colori preferiti.
Senza dimenticare la rappresentazione di
Kandinskij e, facendo riferimento al presente,
sono per il mare.
la scala Pantone sicuramente contiene il nostro
colore preferito. Agisce su di noi
Il Pantone Matching System è il sistema di
standardizzazione del colore che aiuta nella
come la musica. Ogni
corrispondenza e identificazione del colore e
ogni colore ha il suo numero univoco.
persona ha un suo
colore preferito.

Vasilij Kandinskij (Lo spirituale nell’arte)

Il concetto di cromoterapia è conosciuto ai più e i benefici


che ha sulla nostra mente e sul nostro corpo sono
comprovati ormai da tempo.
Ma vi siete mai chiesti come i colori interagiscono con
il nostro corpo, con il nostro subconscio oppure con la
nostra anima?

Giroinfoto Magazine nr. 78


24 R E P O RTA G E | MONET

ROSSO Rappresenta l'emozione e le esperienze sul piano vitale.


Indica movimento, dinamismo, forza ossia la forza della volontà di vivere.

ARANCIONE L'arancione è considerato la forza nascosta della vita, è il flusso segreto della
vita, è energia anti stanchezza.
Armonizza vitalità fisica con ottimismo mentale, stimolazione emotiva.

Monica Gotta Photography

Stefano Zec Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 25

GIALLO È il più caldo ed espansivo dei colori.


È il colore dell'intelligenza, dell'intuizione mentale, dell'amore puro e dell'armonia
interiore.

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


26 R E P O RTA G E | MONET

VERDE Risulta dall'interferenza tra giallo e blu.


Può essere considerato mediatore tra caldo e freddo. È tranquillizzante e riconduce
al contatto con la natura.
Le ninfee, che nel linguaggio dei fiori significano purezza e castità, il cui nome deriva
dall'acqua, indossano abiti di colore verde.
Per questo è un colore femminile.

BLU
Il blu è spesso considerato un colore
profondo, dove lo sguardo affonda
senza incontrare ostacoli perdendosi
nell'infinito.
È il più immateriale dei colori, la
natura non lo presenta spesso se
non ad esempio con il vuoto dell'aria
o il riflesso dell'acqua.
Il blu è freddo ma è anche
considerato il più puro dei colori. Il
blu smaterializza, è spesso associato
all'infinito dove il reale si trasforma in
immaginario.
Gli egizi lo consideravano il colore
della verità.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 27

VIOLA
È il colore dell'equilibrio tra cielo e terra, tra passione ed
intelligenza.
Nell'alchimia è considerato il colore della trasmutazione e
della sublimazione. INDACO
Per Kandinskij l'indaco esprime la misteriosa
attrazione dell'uomo verso l'infinito, la sete del
soprannaturale.

L'indaco riflette come uno specchio ciò che noi siamo


in una determinata fase della nostra evoluzione.
Chiaro da un lato, scuro dall'altro.
L'indaco è il colore della coscienza, mentre il blu è
il colore che riceve ed esprime questa coscienza.
Intuizione affettiva è blu, indaco è coscienza raffinata.

Monica GottaPhotography

Giroinfoto Magazine nr. 78


28 R E P O RTA G E | MONET

BIANCO
Il colore bianco comprende tutti i
colori dello spettro luminoso e come
significato sta agli antipodi del
colore nero.

Jung considera il bianco come un


momento evolutivo ed esistenziale,
come “il grado più elevato che la
meditazione umana possa mai
raggiungere”.

Questa disanima sui colori è fatta per riflettere su ciò che ci ha trasmesso il maestro dell’Impressionismo.

Monet non ha soltanto esplorato i colori, la luce, i riflessi e l’interazione di questi tre elementi.
Ha aperto una discussione con il futuro, quel punto spazio-temporale dove siamo noi quando ammiriamo le sue
opere eccelse.

Contempliamo le sue opere, più precisamente le sue pennellate che emergono dalle sue tele, i rilievi di colore…
Come non osservare questa tensione verso l’infinito, verso il futuro, verso di noi che abbiamo l’arduo compito di
capire una mente così elevata e creativa?

NERO
Secondo una meravigliosa leggenda,
è dall'esplosione di una minuscola
onice nera che ha preso vita tutto il
creato.

Se è vero che il nero è l’assenza di


luce, è anche vero che nell’oscurità
è possibile trovare l'origine di tutto.
Il nero ha un significato positivo.
Trascende tutti i colori.
Un colore che non deve essere
temuto, ma piuttosto esplorato.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 29

Che cosa è la temperatura della luce?


Pensando a un parallelismo tra pittura e fotografia, riflettiamo
sulla “luce”.

In fotografia la luce si misura in gradi Kelvin.


Pertanto la temperatura di colore si riferisce alla tonalità della
luce emessa da una sorgente luminosa.
Questo valore viene espresso in gradi Kelvin (K) con una scala da
1000 a 12000. Più alto il numero di Kelvin, più bianca o bluastra
apparirà la luce.

La temperatura colore è strettamente correlata alla luce che


illumina la scena e influisce su di essa.
Ci sono delle fonti di luce che tendono a illuminare con colori
caldi, ovvero con una temperatura colore bassa come la luce del
sole in alcuni momenti della giornata (tramonto e alba).

La temperatura colore, espressa in gradi Kelvin, si misura al


contrario rispetto a quanto l’intuito potrebbe farci pensare.
A temperature Kelvin più alte, la temperatura colore è più
fredda, mentre a temperature Kelvin più basse, la temperatura
colore è più calda.

Come rapportiamo tutto ciò all’arte del dipingere di Monet?


Per rendere più bianca e intensa la luce del mattino l’artista
aggiungeva del bianco a tutti i colori in luce, mentre per
rappresentare il tramonto e la sua luce scaldava tutti i colori e
l’atmosfera con l’arancione.
Incredibile o logico?
Pittura e fotografia, colori e luce, è l’unione di due concetti,
l’unione tra passato e presente, il nesso tra due tipi di arte.
Monet fu un artista illuminato … dalla luce e dai colori?

Manuela Albanese Photography


Giroinfoto Magazine nr. 78
30 R E P O RTA G E | MONET

Da una delle installazioni posizionate nella mostra


ci soffermiamo sull’Occhio di Monet.

Bisogna cogliere l’interazione dei colori e della luce


nelle sue opere.
Monet ha catturato nei suoi dipinti queste sinergie
vivendo immerso nella natura.

In teoria i colori degli oggetti sono modificati dai


colori riflessi dagli oggetti vicini e dal colore della
luce che li illumina.
Per questo Monet non li riproduce fedelmente ma
li interpreta in relazione alla luce e al contesto.
Quale occhio a parte quello di Monet può cogliere
e percepire queste sottili differenze, questi colori
effimeri dei riflessi oppure le ombre che mutano al
variare della luce del sole?

Samuele Silva Photography

Manuela Albanese Photography Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 31

Manuela Albanese Photography

La mostra, curata da Marianne Mathieu, storica dell’arte e


direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet, è divisa
in sette sezioni e si sviluppa intorno alla ricerca artistica
dell’autore e intorno al tema della luce.
Si inizia con i primi lavori, anche di piccole dimensioni, tipici
della pittura en plein air, passando per i paesaggi rurali
e urbani, arrivando infine alle opere di grandi dimensioni
di un autore maturo che esplora nuovi approcci e nuove
interpretazioni della natura che lo circonda.

“Il mio giardino è… “: così si apre la mostra dedicata a


Claude Monet.
Monet è stato uno dei maggiori esponenti del movimento
impressionista che vede la luce nell’anno 1874, anno in cui
alcuni artisti come Manet, Renoir e Degas si affacciano al
panorama artistico con la loro prima mostra allestita presso
lo studio fotografico di Nadar a Parigi.
Il movimento prende il nome da un’opera di Monet del 1872, Manuela Albanese Photography
“Impression: soleil levant”.
Questo dipinto rappresenta l’atmosfera dell’alba a Le Havre.
Sullo sfondo s’intravedono le sagome bluastre delle gru,
mentre in primo piano ci sono due piccole imbarcazioni in
controluce.

Giroinfoto Magazine nr. 78


32 R E P O RTA G E | MONET

La definizione di impressionismo è legata anche alla tecnica Monet era talmente legato ad alcune sue opere che non riuscì
utilizzata per dipingere, ovvero effettuare veloci pennellate di mai a metterle in vendita e le custodì nella sua abitazione di
colore che danno vita a paesaggi impressi sulla tela attraverso Giverny.
l’osservazione diretta o en plein air.
Le opere esposte percorrono la sua crescita artistica e la sua
Il maestro Monet in quegli anni dichiarava… “Altri pittori grande creatività, provengono dal Musée Marmottan Monet
dipingono un ponte, una casa, una barca…io voglio dipingere di Parigi, dove è conservato il nucleo più grande al mondo
l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della delle opere dell’artista, donate al museo parigino dal figlio del
luce in cui esistono”. maestro, Michel, nel 1966.
Un progetto piuttosto ambizioso quello di dipingere l’aria che,
tuttavia, ha trovato la sua realizzazione nelle opere del grande
maestro dell’Impressionismo.

La mostra si sviluppa seguendo un ordine cronologico e,


attraverso le cinquanta opere esposte, il visitatore percorre la
vita dell’autore sino ad arrivare alle sue celebri Ninfee (dipinte
tra il 1916 ed il 1919) e le sue Rose (dipinte tra il 1925 ed il
1926).

Monica Gotta Photography

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 33

La mostra è stata allestita nelle sale del Munizioniere


di Palazzo Ducale, l’intimità delle sale e la suggestività
dell’allestimento rendono magico il percorso, ad ogni passo, Manuela Albanese Photography
in ogni pennellata, in ogni cambio colore, si percepisce
l’amore dell’autore per la sua arte.

Già dopo i primi passi il visitatore è proiettato nel mondo


di Monet attraverso una sala multimediale che avvolge
e coinvolge gli ospiti della mostra lasciando presagire la
grandezza delle opere che a breve si potranno ammirare:
i visitatori si ritrovano a camminare in un giardino onirico
dove si alternano le ninfee, i salici, gli iris, le rose e il ponte
giapponese rappresentato in varie versioni.
La luce e i colori sono i veri protagonisti di questa prima
sala.

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


34 R E P O RTA G E | MONET

Le tele di Monet sembrano catturare la luce e fonderla con


i paesaggi naturali ivi rappresentati, le pennellate sembrano
essere ancora fresche, appena date.
Si percepiscono le atmosfere, quasi anche i profumi e i
suoni essendo opere realizzate en plein air.

Pur avendo vissuto molto tempo a Parigi e avendo viaggiato


sia in Francia che all’estero, Monet ha sempre rappresentato
i giardini incontrati sul suo cammino, ha sempre prediletto
la campagna e, avendo vissuto per mezzo secolo lungo la
Senna, qui accrebbe la sua passione per aiuole, giardini e
fiori.

Saranno proprio i giardini di Giverny la sua fonte di


ispirazione, ivi dimorò dal 1883 e proprio Giverny può essere
considerato il luogo della maturità e della consapevolezza
del maestro. Sono di questi anni le opere con i colori più
vivaci, come le ninfee e gli iris.
L’incantevole casa colorata, divisa su due livelli, rispecchia
l’amore dell’artista per i colori: vi si trova una suggestiva
sala da pranzo gialla, una cucina decorata con maioliche
blu cobalto, due camere da letto modeste e qui allestì il suo
primo vero atelier, il quale venne realizzato nella stanza più
luminosa.

L’abitazione venne poi ampliata nelle parti esterne.


Sempre alla ricerca di ogni possibile sfumatura di colore
nella luce, Monet fece realizzare un secondo e poi un terzo
atelier.
Il terzo fu studiato con un complesso sistema di verande
che garantivano il passaggio della luce solare anche nei
giorni più bui.
Proprio in questo grande e luminoso atelier l’artista dipingerà
e terminerà il ciclo delle ninfee.

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 35

Le stesse ninfee, furono a lungo incomprese


poiché sono tese verso un nuovo stile,
moderno, quasi astratto. Infatti le ninfee
sono fiori d’acqua che riflettono la propria
immagine in modi diversi, a seconda della
luce; è questo punto di vista che incuriosisce
l’artista.
La prospettiva qui è completamente
annullata, le ninfee occupano lo spazio, non
c’è più la distinzione tra primo e secondo
piano.

Le pennellate sembrano essere sempre più


rapide, per poter cogliere l’istante.
La serie delle Ninfee, cominciata nel 1897,
poi interrotta e ripresa a partire dal 1914, è
quella più sperimentale della fase avanzata
della carriera di Monet, con alcuni elementi
che quasi sembrano allinearsi al nascente
astrattismo; con queste opere dell’età
matura l’artista sembra accompagnare lo
spettatore in un mondo quasi fantastico,
dove l’unico elemento sono le ninfee e il
paesaggio appare riflesso nell’acqua, non
più in secondo piano, ecco perché possiamo
definirlo quasi irreale.

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


36 R E P O RTA G E | MONET

Monet non
è che un Le sue pennellate delicate, ma ricche e
corpose sono la sua firma, la luce passa
dall’essere fioca all’essere accecante.

occhio, ma, La natura è protagonista indiscussa, è il


punto focale del grande maestro, è il nucleo
dell’occhio di Claude Monet.

buon Dio,
che occhio!
Paul Cézanne

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | MONET 37

Una domanda su cui si può riflettere…

Può l'arte
diventare
un'occasione di Mostra organizzata da Palazzo Ducale

"rivelazione"?
Fondazione per la Cultura e Arthemisia
In collaborazione con Musée Marmottan
Monet di Parigi
(Riflessioni di Kandinskij sul rapporto tra
spiritualità ed arte) A cura di Marianne Mathieu

Giroinfoto Magazine nr. 78


38 R E P O RTA G E | BESSA

RISERVA
NATURALE
SPECIALE

Barbara Tonin
Domenico Ianaro
Fabrizio Rossi
Marco Cullari
Monica Pastore

A cura di Barbara Tonin e Monica Pastore


Tra Ivrea e Biella, compreso tra i comuni di
Cerrione, Borriana, Mongrando e Zubiena, si
trova un parco davvero inusuale.

Si tratta della Riserva Naturale Speciale la


Bessa, che ha la particolarità di essere stata
una miniera aurifera a cielo aperto.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | BESSA 39

Immergendosi nel parco, la vegetazione lascia spazio


via via ad ampi cumuli e distese di sassi rotondeggianti
di varie dimensioni.

Se non fosse per il verde che nei secoli si è ripreso


il suo territorio, si potrebbe immaginare di essere su
un altro pianeta, popolato più di 2000 anni fa da 5000
operai che estraevano oro dal terreno.

Ma quali sono le origini della Bessa?


Per spiegarlo si deve tornare indietro nel tempo di
800.000 anni, quando un diffuso abbassamento delle
temperature nell’arco alpino contribuì a estendere
verso valle i ghiacciai.

La lenta discesa del grande ghiacciaio Balteo,


proveniente dalla Valle d’Aosta e dall’alto Canavese,
trasportò diversi tipi di materiali da erosione, quali
rocce, massi, ghiaie e sabbie e tra questi anche le
pagliuzze d’oro.
Quando nell’era successiva i ghiacci si sciolsero e si
ritirarono, rimasero degli enormi accumuli sedimentari,
dando orgine alla Morena della Serra, di cui La Bessa
fa parte.

Il fianco biellese della Serra, fu eroso e smantellato


anche dall’azione dei torrenti Viona e Olobbia, che
rimodellarono e posarono il materiale morenico sotto
forma di deposito alluvionale e fluviale.

Da qui deriva l’aspetto ad altopiano della Morena,


la forma arrotondata dei ciottoli della Bessa e l’alta
concentrazione di pagliuzze d’oro.

Biella

Riserva Naturale
Speciale la Bessa
Ivrea

Barbara Tonin Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


40 R E P O RTA G E | BESSA

La forza
centrifuga allontana i
sedimenti più leggeri dalla
depressione conica (analogamente
a ciò che avviene entro una
batea) concentrando sul fondo le
lamine d’oro e forza attrattiva per
la polarizzazione superficiale delle
Per effetto della pagliuzze d’oro ad elevato peso
La corrente del forza centrifuga specifico che per effetto della forze di
corso d’acqua forma dei si forma una Van Der Walls (forze elettrostatiche
mulinelli maggiormente depressione a forma di attrattive o repulsive intermolecolari)
attivi durante gli eventi di piena ove cono rovesciato sul fondo iniziano ad aggregarsi.
particolari condizioni morfologiche del corso d’acqua.
del fondo dell’alveo li favoriscono
(presenza di grossi massi,
affioramenti rocciosi trasversali al
corso d’acqua, ecc.)

Al termine dell’evento di piena entro la buca


conica si depositano i normali sedimenti che
per il loro peso (tensione litostatica) favoriscono
ulteriormente l’aggregazione e la compattazione delle
lamine aurifere.

Durante successivi eventi di


piena la forza centrifuga allontana
i sedimenti più leggeri e favorisce Successivi e continui eventi di piena
un arricchimento di nuove lamine d’oro sul seguiti da successivi e continui ricarichi
fondo del cono di erosione. di sedimenti portano alla formazione della
“pepita” e al suo aumento di volume.

Un evento alluvionale di
grande energia e superiore
ai precedenti modifica Dopo tutto questo
bruscamente il fondo dell’alveo processo la pepita è
asportando la pepita formatasi in “disponibile” per il Cercatore
precedenti eventi di piena. d’Oro che se fortunato la trova
entro la sua Batea!

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | BESSA 41

Le prime opere di coltivazione della miniera (aurifodinae)


nella Bessa avvennero per opera degli Antichi Romani
tra la fine del secondo e il primo secolo a.C.; per questo
lavoro vennero impegnati migliaia di uomini che
modificarono il terreno trasformando La Bessa in una
delle più grandi miniere d’oro a cielo aperto del mondo,
come testimoniato da Plinio il Vecchio e Strabone.

Per poter estrarre il metallo, era necessario lo


smantellamento e lo scavo del deposito alluvionale,
attuabile tramite lo spostamento dei massi e dei ciottoli
a lato del sito di estrazione. I massi spostati durante
gli scavi venivano ammucchiati creando “colline” che
arrivavano fino a 10 m di altezza e con ampiezze da
poche decine a centinaia di metri.

I materiali sabbioso-ghiaioso sottostante venivano poi


incanalati in fossati sfruttando la forza dell’acqua, fino
a farli accumulare in zone semi-pianeggianti ai piedi
dell’altopiano.

Durante quest’ultima fase venivano selezionate,


tramite dilavamento e concentramento per gravità e
la sabbia più fine poi veniva setacciata per separare
l’oro presente sotto forma di pagliuzze e piccole pepite.
Probabilmente questa tecnica fu utilizzata, già prima
dei Romani, dai Victimuli o Ittimuli, un popolo celto-
ligure. Il processo di estrazione, chiamato tecnica della
scaletta, è tuttora utilizzato dai cercatori d’oro.

Domenico Ianaro Photography

Fabrizio Rossi Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


42 R E P O RTA G E | BESSA

Monica Pastore Photography

Considerando tutto il secolo di attività, si è stimata l’estrazione


di alcune decine di tonnellate d’oro.
Quando il giacimento si esaurì e i romani si spostarono nei
paesi transalpini alla ricerca di nuove miniere, ebbe termine
anche il “periodo aureo” della Bessa.

Una volta abbandonata, l’aspetto che assunse il paesaggio


consisteva principalmente in due ambienti antropici: i cumuli
di ciottoli posti sull’originale altopiano alluvionale e i conoidi
antropici, ovvero le zone semi-pianeggianti a forma di cono o
ventaglio, poste più in basso rispetto ai cumuli e costituite da
sabbia e ghiaia.

Successivamente all’abbandono della miniera, non solo la


vegetazione ricolonizzò la zona, ma proseguì anche uno
sfruttamento agricolo, forestale e pascolivo e i ciottoli e i
ghiaioni vennero utilizzati come materiali da costruzione o
per fini industriali. Marco Cullari Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | BESSA 43

Un studio approfondito sulla Bessa è stato eseguito anche Il colore era dato dalla presenza di quarzite negli stessi. Il
dal geologo Giuseppe Quaglino, che citiamo in quanto nel suo minerale quarzoso aveva e ha tuttora diversi impieghi, tra i
libro "Bessa: non solo oro" illustra non solo quanto descritto in quali la produzione del vetro.
precedenza, ma anche un’ulteriore ipotesi sullo sfruttamento
del giacimento. Ora la Bessa non ha più questo aspetto, in quanto tra gli anni
’50 e ’60 aziende locali asportarono la quasi totalità dei ciottoli
La nuova ipotesi dell’Autore si basa sul concetto che “qualsiasi bianchi.
giacimento primario o secondario non fornisce quasi mai Partendo quindi dall’aspetto antropico della riserva, Quaglino
un unico minerale, altri minerali sono sempre presenti ed in ipotizza che i Romani avessero non solo cercato l'oro nei
quantità tali da non essere trascurati a meno che non siano sedimenti sabbiosi presenti nel complesso fluvioglaciale
notevolmente dispersi nel giacimento; per esempio in molti della Bessa, ma anche sfruttato questa seconda materia,
giacimenti auriferi primari si estraggono anche argento e particolarmente apprezzata.
platino”.
La raccolta dei ciottoli di quarzite, dunque, avveniva
Fino agli anni ’50, la Bessa si presentava come un manto di contemporaneamente alla raccolta dell’oro.
ciottoli bianchi.

Domenico Ianaro Photography

Dell’industria vetraria dei Romani, infatti, si legge anche Poiché la presenza dei ciottoli di quarzite era casuale, e
negli scritti di Strabone e si può affermare con certezza che quindi il loro sfruttamento non era programmabile, la doppia
questi non si fossero fatti scappare la possibilità di sfruttare coltivazione (sabbia aurifera –quarzite) procedeva avendo
tale giacimento a cielo aperto, vista la notevole quantità e come “Linea Guida” la semplice presenza dell’acqua che
l’estrema purezza del minerale. serviva per il lavaggio della sabbia aurifera.
Questo metodo di coltivazione, apparentemente “Casuale”,
Così lo descrive Quaglino: “Lo sfruttamento, dopo la facile spiegherebbe perché i ciottoli non sono stati scaricati a valle
raccolta dei ciottoli quarzitici presenti in superficie, comportava del terrazzo alluvionale verso l’Elvo ma collocati lateralmente
logicamente il rimaneggiamento dei ciottoli per raccogliere ai percorsi delle falde freatiche alcune delle quali tuttora
quelli dispersi in profondità entro l’enorme massa sedimentaria. visibili; lo scarico dei ciottoli alla base del terrazzo alluvionale
Si evidenzia che lo sfruttamento della quarzite non necessitava e quindi lungo la sponda destra dell’Elvo avrebbe ostacolato la
di acqua e l’unico problema, facilmente risolvibile, era quello ricerca dell’oro lungo la sponda stessa sede principale, a mio
di spostare i ciottoli non quarzosi e la sabbia aurifera che parere, di una delle aurifodine dell’Agro Vercellese oltre a quelle
logicamente veniva lavata asportandone l’oro. dell’Olobbia e del Cervo forse in concorrenza con quella lungo
Il mio convincimento è che gli antichi minatori, mentre lavavano le sponde della Dora. […] sfruttare solamente la sabbia aurifera
la sabbia aurifera asportavano i ciottoli di quarzite andando a tralasciando il quarzo ritengo fosse semplicemente assurdo ed
raccoglierla anche in profondità entro il territorio della Bessa; antieconomico”.
poiché il lavaggio della sabbia aurifera comportava l’utilizzo di
acqua questo doppio sfruttamento minerario veniva iniziato e Per un maggiore approfondimento, il libro dell’Autore è
proseguito ove erano presenti quelle abbondanti emergenze scaricabile gratuitamente dal sito [Link]
idriche alla base del terrazzo alluvionale. [Link]/

Giroinfoto Magazine nr. 78


44 R E P O RTA G E | BESSA

Alla Bessa esistono parecchi ritrovamenti archeologici,


tra cui le incisioni a coppella di origine protostorica
rilevate su 55 massi erratici.
Sui cumuli si possono ancora vedere tracce di passaggi
per carri o grosse slitte, muri di possibili capanni,
piccole abitazioni, ripari temporanei o depositi di
materiali (alcuni scavati nei cumuli).

All’interno di alcuni di essi, sono state ritrovate monete,


cocci di ceramica, lucerne e altri materiali conservati
presso il Museo Civico di Biella. Sono ancora
necessarie, tuttavia, molte ricerche per comprendere
le fasi dello sfruttamento aurifero e gli insediamenti
precedenti e successivi.

Nei secoli, infatti, si persero le tracce di queste miniere


fino a quando nel 1985 la regione Piemonte la istituì a
riserva naturale, per preservare La Bessa da una non
controllata attività di cava per sabbia e ghiaia; da qui
le prime ricerche storiche, archeologiche e geologiche.
Il parco si estende per quasi 8 chilometri quadrati,
con quote comprese tra 270 e 430 m, il visitatore può
passeggiare tra un cumulo e l’altro (“ciapei”) e nei
valloni (“bunde”).

Grazie alla discesa del ghiacciaio Balteo, la varietà dei


ciottoli nei cumuli è notevole ed è di sicuro interesse per
gli appassionati della petrografia delle Alpi Pennine, in
particolare i già citati massi erratici e rocce granitiche,
gneiss, micascisti, eclogiti e dioriti.

Barbara Tonin Photography

Monica Pastore Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | BESSA 45

Proprio per la particolarità dell’ambiente, La Bessa vanta una biacco e il colubro di Esculapio; tra gli uccelli, oltre all’avifauna
flora e una fauna tipiche, spesso esclusive, che hanno trovato abituale dei boschi biellesi, è da segnalare una rilevante
nella Bessa l’habitat ideale. L’accumularsi alla base delle presenza di allocchi e barbagianni.
pietraie di materiale fino e organico ha dato origine ad una
progressiva colonizzazione vegetale. Il parco è visitabile in tutto il periodo dell'anno, ma la stagione
in cui lo si può apprezzare di più è la primavera, per le fioriture
Compaiono per primi i licheni e i muschi, poi le felci, le eriche multicolore.
e altri arbusti. Nella stagione estiva è consigliabile scegliere le ore più
Tra le specie arboree predominano le querce, ma si trovano fresche del mattino o della sera, per evitare il caldo eccessivo
anche ciliegi, betulle, frassini, robinie, castagni e noccioli. e gli insetti: inoltre, nel periodo da Ottobre ad Aprile il riposo
A primavera, la fioritura dei ciliegi accompagna il profumo dei vegetativo delle piante consente una maggiore visibilità
pruneti, mentre il biancospino, il ciclamino e la rosa canina dell'ambiente circostante.
danno un suggestivo tocco di colore. Tipico è il fiammeggiante
giglio di S. Giovanni, mentre rara è la Pulsatilla montana e la L'abbigliamento adatto corrisponde a quello di una escursione
Stellaria bulbosa. in montagna a bassa quota: pedule o scarponcini leggeri,
felpa o giacca e pantaloni robusti di cotone per proteggersi
Anche la vita animale, sebbene meno evidente, trova qui un nell'attraversamento di fasce di vegetazione: importante, nel
habitat ideale: bruchi e farfalle tra gli insetti, roditori, volpi, periodo estivo, dotarsi di adeguata scorta di acqua.
lepri, camosci e talvolta cervi, ma anche rettili quali la vipera, il

Barbara Tonin Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


46 R E P O RTA G E | BESSA

Alla Bessa sono presenti diversi percorsi e


passeggiate, percorribili a piedi, in bicicletta e
a cavallo. Gli itinerari segnalati sono semplici
e fruibili da tutti, mentre sono sconsigliati
quelli fuori sentiero.
I percorsi autoguidati sono 5:

VERMOGNO

MOLINO DEL GHE CERRIONE

Sentiero della
Fontana del Buchin
percorso introduttivo ai vari ambienti della Bessa

Località di partenza: Parcheggio al bivio per Magnano della SP Dopo una serie di modesti incrementi di quota si raggiunge
411, da Cerrione a Mongrando una deviazione, segnalata, che conduce ad un punto
Tempo di percorrenza: ore 1.15 panoramico da cui si gode un’ampia vista sui cumuli di
ciottoli sull’imponente cordone morenico della Serra, sulle
Dal parcheggio si attraversa l'area pic-nic e si raggiunge Alpi Biellesi e sulla vetta del Monte Rosa.
l'ampia radura dove si trova la "Fontana del Buchin", moderno
adattamento a forma di vasca rettangolare che raccoglie Rientrando sul percorso principale, in breve si giunge
l'acqua della sorgente che sgorga dal terreno a poca distanza. all'incrocio con la strada della "Mezza Bessa": questa strada,
che per lungo tratto segue il culmine della linea di separazione
Il sentiero sale in breve sul Terrazzo superiore, in questa zona tra i versanti Olobbia ed Elvo, si ritiene sia uno dei pochi resti
molto meno evidente che sul versante Elvo. (trasformato e colmato) del canale che, proveniente dal
Immediatamente a sinistra si trova il sito ove giaceva la torrente Viona, alimentava le numerose diramazioni degli
stele scoperta nel 1997, risalente presumibilmente alla II Età impianti di lavaggio della aurifodina. Il percorso prosegue
del Ferro (IV-II sec. a.C.) ed ora conservata presso la sede a sinistra sullo stradino orlato da cespugli di erica, fino
dell'Ente di Gestione della Riserva, in Cerrione. alla fontana del "roc di pé" dove si svolta ancora a sinistra
avviandosi lungo la via del rientro, lasciando a destra i resti
Si prosegue su terreno misto di ciottoli e macchie di alberi, in di un insediamento con profondi affossamenti e resti di muri.
cui frequenti affioramenti di terreno morenico testimoniano Poco più avanti si esce dal bosco salendo su un pronunciato
della scarsa ed irregolare consistenza dei cumuli che tendono dosso rettilineo in ambiente aperto e panoramico, dopo di che,
ad assottigliarsi progredendo verso il termine meridionale ridiscendendo attraverso zone di bosco e radure, si ritorna in
dell'altopiano. pochi minuti al parcheggio.

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R E P O RTA G E | BESSA 47

VERMOGNO

CERRIONE
MOLINO DEL GHE

Sentiero della
Ciapei Parfundà
percorso di approfondimento sugli aspetti geologici,
storici e archeologici

Località di partenza: Centro Visita di Vermogno (Zubiena) "pietre sprofondate", poiché gli abitanti del luogo raccontano
Tempo di percorrenza: ore 1.30 dell'esistenza di una galleria che si inoltrava nei ciottoli.
L'insediamento omonimo, posto ad Est del cumulo, è
Questo itinerario si snoda lungo le "strade di servizio" costituito da numerosi edifici affondati nella pietraia: uno di
delle antiche aurifodinae, in un paesaggio vario di cumuli questi, di notevoli dimensioni (circa 25 per 5 metri) e collegato
e macchie alberate, tra resti di insediamenti e canali di da corridoi ad altre strutture di minore superficie, fu scavato
lavaggio traboccanti in "conoidi antropici", in una delle aree nel 1995 ed ha restituito ceramica in frammenti (soprattutto
dove maggiormente evidenti sono i resti dello sfruttamento anfore) ascrivibile alla fine del II, prima metà del I secolo a.C.
minerario da parte dei Romani. Il sentiero contorna a sinistra il piccolo "villaggio" e prosegue
costeggiando un canale che più avanti, al limite del Terrazzo,
Dal Centro Visita di Vermogno il per- corso ritorna per un sbocca nei "conoidi antropici" che si aprono a ventaglio sulla
centinaio di metri lungo la strada asfaltata fino all'imbocco pianura sottostante e sono costituiti dal materiale risultante
della carrareccia sulla sinistra, che si inoltra nel bosco. In dal lavaggio delle sabbie aurifere durante la coltivazione della
breve il percorso esce allo scoperto e compaiono i primi miniera.
cumuli di ciottoli, con ampia vista sulle montagne.
A questo punto il percorso volge al rientro e, riprendendo a
Procedendo in leggera discesa, si raggiunge la base di un alto salire, prosegue lungo il sentiero a fondo erboso in un bosco
cumulo posto sulla sinistra, dalla cui sommità si fruisce di un di querce e carpini che in autunno si colorano di giallo intenso.
magnifico paesaggio: Biella e l'alta pianura, le Alpi Biellesi e le Dopo numerose curve si incontra la carrareccia percorsa
prime propaggini delle colline moreniche della Serra. Questa all'inizio dell'itinerario e quindi si svolta a destra fino a tornare
zona è chiamata "Ciapei Parfundà" cioè alla strada asfaltata e al Centro Visita.

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48 R E P O RTA G E | BESSA

VERMOGNO

MOLINO DEL GHE CERRIONE

Sentiero della
Riva del Ger
percorso di approfondimento sugli aspetti naturalistici,
agricoli e forestali

Località di partenza: Centro Visita di Vermogno (Zubiena) Il percorso giunge al bordo della scarpata che separa il
Tempo di percorrenza: ore 1,30 Terrazzo, sul quale era situato il giacimento aurifero, dai
"conoidi antropici" costituiti dai detriti prodotti dal suo
Dal parcheggio del Centro Visita il percorso attraversa il grande sfruttamento.
prato dell'area attrezzata e si inoltra ben presto tra i cumuli di
ciottoli, fiancheggiato da muri a secco; dopo circa 50 metri Attraverso un bosco di querce e castagni il percorso volge
una biforcazione sulla destra devia dal percorso principale e al rientro seguendo il crinale, fino a ridiscendere nel canale
conduce ad un vasto bacino pianeggiante che si ritiene essere proveniente dalla "vasca di accumulo" situata nei pressi
stato una grande "vasca di accumulo" dell'acqua utilizzata per dell'inizio del sentiero.
la coltivazione della miniera romana.
Il tracciato risale ora il corso del canale e poi, proseguendo
Ritornando sull'itinerario principale e osservando con tra dossi alternati a tratti di strada su ciottoli, si ricongiunge
attenzione ai lati del percorso, si possono scorgere le tracce di al percorso dell'andata e raggiunge in breve il prato dell'area
un "villaggio" legato allo sfruttamento della miniera, costituite attrezzata, dove termina il sentiero.
da grandi "fondi di capanna" ricavati nei ciottoli e divisi in più
vani da muri ora crollati.

Proseguendo lungo il sentiero si incontrano i resti ben


conservati di un canale di lavaggio e ancora numerose
"capanne" e piccoli "focolari" in buono stato di conservazione.
La forma circolare delle capanne è dovuta al crollo di parte
dei muri che hanno modificato la pianta originale, quadrata o
rettangolare.

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R E P O RTA G E | BESSA 49
MONGRANDO

Sentiero della
Truch Briengo
percorso introduttivo ai vari ambienti della Bessa
Località di partenza: Parcheggio lungo la SP 419 prima del raccolta dell'acqua, sembrano dimostrare che lo scorrimento
ponte sul Torrente Viona di rivoli lungo le pendenze della struttura e lo sfociare degli
Tempo di percorrenza: ore 1,15 stessi nelle nicchie e nei pozzetti rappresentano l'elemento
VERMOGNOcaratterizzante per l'interpretazione del significato e della
Questo itinerario si snoda nella parte più settentrionale della funzione del "Castelliere", quale elemento strettamente
Bessa dove la valle del Viona, il torrente che ha generato il collegato alla ritualità e al culto delle acque di scorrimento.
giacimento aurifero, sbocca nella pianura. Lasciato il "Castelliere" il sentiero prosegue costeggiando
Paesaggio molto movimentato con alte creste moreniche alcune zone pianeggianti protette da murature a secco ed in
ricoperte da boschi, massi erratici e un magnifico punto breve giunge ad una grande area prativa dalla quale emerge
panoramico: il Truch Briengo. L'interesse archeologico è solitario un grande masso erratico.
focalizzato nell'insediamento del cosiddetto "Castelliere".
Oltre il prato si innalzano ripidi i resti della morena Bornasco-
Dall'estremità del parcheggio il sentiero sale direttamente nel Vermogno, scolpiti dagli agenti atmosferici e dal peregrinare
bosco percorrendo una traccia ciottolosa a fondo sconnesso, del corso del Viona. Seguendo un'agevole carrareccia, il
che prosegue fino ad incontrare, sulla destra, l'imponente percorso raggiunge in breve l'altura del "Truch Briengo" (un
struttura alla quale, per il suo aspetto fortificato, è stato risalto più accentuato della morena) a 440 m. di altitudine,
attribuito il nome di "Castelliere”. sulla cui cima la vista si estende dalle Alpi Biellesi, alla pianura
e alla vicina morena della Serra.
Si tratta di uno dei monumenti archeologici più complessi e
misteriosi del Piemonte, in quanto gli studi e le ricerche finora Il sentiero prosegue scendendo lungo lo sterrato che contorna
svolti non hanno ancora chiarito tutti gli interrogativi che il "Truch" fino alla sottostante frazione Briengo (Comune di
questa straordinaria e complessa struttura pone: la presenza Mongrando), agglomerato di case al margine di prati e ripidi
di un sistema complesso di canaletti, nicchie e pozzetti, pendii franosi, per poi rientrare al parcheggio lungo una
ricavati nelle murature, nonché l'esistenza, sulla sommità carrareccia con fondo ciottoloso.
del manufatto, di un grande invaso a conca irregolare per la

Giroinfoto Magazine nr. 78


50 R E P O RTA G E | BESSA

VERMOGNO

MOLINO DEL GHE CERRIONE

Sentiero delle
Incisioni rupestri
Località di partenza: Centro Visita di Vermogno (Zubiena) I cartelli posizionati in prossimità dei singoli massi illustrano
Tempo di percorrenza: ore 2 le caratteristiche delle incisioni, talvolta molto diverse da un
masso all'altro.
Si tratta di un percorso lungo il quale si trovano numerosi Verso il fondo il percorso viene a sbucare sulla pista ciclabile
massi erratici con la maggiore concentrazione di incisioni "dei Massi Erratici" che deve essere seguita in discesa,
rupestri protostoriche, rappresentante la più ampia gamma di direzione Nord, fino alla ulteriore breve deviazione che conduce
tipologie di tutta la Bessa. all'imponente e minaccioso "Roch Malegn": ripercorrendo a
ritroso e per intero la pista ciclabile, si raggiunge nuovamente
Dal parcheggio del Centro Visita il percorso segue la il punto di partenza.
carrareccia in direzione Nord Ovest fino al confine della
Riserva, dove rientra verso destra e si inoltra nel bosco,
proseguendo con andamento sinuoso a volte affiancato da
muretti a secco.

Lungo il sentiero si incontrano ad un certo punto una


deviazione che conduce a un vasto bacino invaso da
vegetazione palustre ed alimentato da sorgenti sotterranee,
unico nel Terrazzo superiore della Bessa, e successivamente
altre due deviazioni che raggiungono due massi incisi posti al
di fuori del percorso principale, il quale si snoda su un terreno
molto movimentato.

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R E P O RTA G E | BESSA 51

Tra le ciclovie, si consigliano la pista ciclabile del “Vecchie Potrete sperimentare, inoltre, “stivali ai piedi e piatto in mano”,
cave”, dei “Massi erratici” e quella dei “Cumuli di ciottoli”. la ricerca dell’oro sul torrente Elvo e sono disponibili specifiche
proposte per scolaresche e famiglie. L’Ente, in aggiunta, offre
Una ulteriore possibilità per gli escursionisti è data dalla alle scuole, ai centri estivi e ai gruppi di ragazzi numerosi e
GTB -Grande Traversata del Biellese, le cui tappe n°14, 15 e collaudati progetti didattici di educazione ambientale, con
16 percorrono i tracciati di alcuni dei percorsi sopra indicati interventi in classe e nella Riserva.
oltre che l'intero tracciato della strada della "Mezza Bessa",
piacevole e sinuoso percorso che, con modeste ondulazioni, Altre iniziative prevedono passeggiate notturne, itinerari in
parte da Cerrione e raggiunge la Pista ciclabile dei "Cumuli bicicletta, conferenze o giornate di studio, escursioni con
di Ciottoli", e dal quale si diparte un sentiero di collegamento esperti su diversi aspetti della Riserva.
che conduce all'area della ex Cava Barbera, dove sono stati Da segnalare in autunno la consueta festa dell’Associazione
realizzati due punti di osservazione faunistica nonché una “Vermogno Vive”, in cui una decina di artisti e artigiani
struttura di protezione di un canale di lavaggio riportato alla espongono le loro opere tra le vie della caratteristica frazione.
luce nel corso delle opere di recupero ambientale della cava
stessa. Del “manto bianco” della Bessa oggi rimane poco e alla
prima occhiata la distesa di ciottoli si rivela grigiastra e
La Bessa presenta inoltre una fitta rete di sentieri e stradine monotona, ma se ci avviciniamo di più possiamo scorgere,
sterrate, non segnalati e non soggetti a costante manutenzione, sotto l’ossidazione superficiale e l’attecchimento di muschi e
che talvolta si perdono nella vegetazione: addentrarsi in questi licheni, gli originali colori dei ciottoli.
percorsi non comporta rischi particolari, tuttavia l'uniformità
del paesaggio può determinare la perdita dell'orientamento; Tali cromie corrispondono a diversi minerali o a inclusioni
in tale eventualità, date anche le modeste distanze in gioco, è entro i ciottoli di quarzite e, con un po’ di pazienza, possiamo
senz'altro utiledisporre di un buon fischietto da utilizzare per scoprire questo mondo variopinto che fino a qualche decennio
localizzare la propria posizione. fa attirava decide di visitatori e rappresentava il vanto del
territorio.
In linea di massima la percorribilità dei sentieri è buona, ed
i dislivelli da superare sono generalmente moderati: tuttavia, Si ringraziano per l’ospitalità i guardiaparco dell’Ente di
i frequenti tratti con fondo di ciottoli richiedono particolare Gestione delle Aree Protette del Ticino e del Lago Maggiore,
attenzione a causa della naturale scivolosità, specie nelle in particolare il Responsabile Territoriale Bessa Burcina
stagioni autunnali e invernali, dopo una pioggia o nelle prime Gianni Innocenti, che ci ha guidati alla scoperta della Riserva
ore del mattino. Naturale Speciale La Bessa.

L’Ente di Gestione Aree Protette Baragge – Bessa – Brich offre


diverse possibilità di visite guidate: esperti accompagnatori vi
potranno condurre alla scoperta del misterioso e affascinante
mondo della Bessa. Per i bambini sono predisposte particolari
proposte basate sul gioco o l’avventura.

Domenico Ianaro Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


52 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

A cura di Adriana Oberto

Adriana Oberto
Floriana Podda
Lorena Durante
Maurizio Anfossi
Remo Turello
Samuele Silva

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 53

La vigna del Cardinale Maurizio


Villa della Regina (conosciuta in passato anche come Villa del Cardinale
o Vigna della Regina) è una villa del Seicento sulle pendici della collina di
Torino, in posizione dominante rispetto al centro. In quanto residenza della
casa reale dei Savoia, è iscritta dal 1997 nella lista Patrimonio Mondiale
dell’UNESCO insieme alle altre Residenze Sabaude.

Adriana Oberto Photography

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54 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Le “Vigne” sulla collina torinese


Per “Vigna” si intende, in questo caso, una vasta
proprietà, coltivata non solo a vigneti, ma anche orti e
boschi, con edifici padronali e rustici, in cui le famiglie
nobili e di ricchi mercanti torinesi si trasferivano
nella bella stagione per la “villeggiatura”, periodo che
poteva andare dalla Pasqua alla festa di Ognissanti.

Le prime vigne vengono costruite già nel XV secolo,


ma è nel 1700 che questa moda prende piede e
cambia l’aspetto del paesaggio collinare, che fino
allora era rimasto incolto e coperto di boschi.

Remo Turello Photography

Adriana Oberto Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 55

Samuele Silva Photography

La villa venne fatta costruire dal Cardinale Maurizio di Savoia,


figlio cadetto del Principe di Piemonte Carlo Emanuele I e
fratello di Vittorio Amedeo I.
Nel 1615 il cardinale fece progettare all’architetto Ascanio
Vitozzi il rifacimento di una “vigna” preesistente che aveva
acquistato dalla famiglia Forni.

Al tempo l’abitazione era molto semplice, costituita da


un salone centrale e quattro stanze ai lati, ubicata in una
conca naturale, e molto più piccola di quella attuale ricavata
attraverso terrazzamenti e sbancamenti, ma pur sempre in
una posizione privilegiata sulla collina di Torino e rivolta verso
di essa.

Quello che Carlo Emanuele I e il Cardinal Maurizio avevano in


mente erano le ville presenti all’epoca attorno a Roma, quali
Villa Aldobrandini a Frascati e villa D’Este.
Il Cardinal Maurizio era un grande collezionista, faceva parte
di accademie di letterati a Roma (e qui ne ricreerà una) e
aveva perciò ben chiaro il tipo di residenza che desiderava:
al di là del fiume, ma in stretto contatto con la città, doveva
essere luogo di diletto, destinata a soggiorni piacevoli. In
contrapposizione alle finalità del Palazzo Reale, che era un
luogo di comando e di potere: uno al centro della città, l’altra
attorno.

D’altronde sono molte le residenze reali attorno a Torino e


queste avevano scopi molteplici, quali ad esempio la caccia
e l’agricoltura.

La Villa della Regina (al tempo definita “vigna”) era una


residenza suburbana con una parte boschiva, ma anche una
dedicata all'agricoltura e al vino; c’erano perciò boschi, orti
e un grandissimo vigneto, che era molto più ampio di quello
che è stato ripristinato di recente, ridando così a Torino il suo Floriana Podda Photography
vigneto urbano.

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56 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Il Cardinal Maurizio rinunciò alla porpora cardinalizia e sposò È in questo periodo che venne costruito il padiglione dei
la nipote Ludovica (o Luisa Cristina di Savoia), che all’epoca – il Solinghi per ospitare l’omonima Accademia – un salotto di
1642 – aveva 13 anni. accademici, scienziati ed intellettuali del tempo.
Il cardinale morì nella villa nel 1657 e questa passò alla moglie,
La coppia si trasferì in villa, che per un certo periodo prese il che riammodernò sia gli interni, sia il giardino, affidando la
nome, appunto, di “villa Ludovica”. progettazione ad Amedeo di Castellamonte; vi morì, senza aver
dato eredi al cardinale, nel 1692.

Floriana Podda Photography

La villa venne ereditata da Anna Maria d’Orléans, moglie di La villa mantenne la sua funzione di collegio fino alla Seconda
Vittorio Amedeo II, re di Sicilia e poi di Sardegna e Duca di guerra mondiale, quando i danni causati dai bombardamenti
Savoia; questa ne affidò la riprogettazione a Filippo Juvarra. (nel corso dei quali fu anche distrutto il Palazzo del Chiablese
– un edificio del XVIII secolo attiguo alla villa e che ospitava la
È a questo punto che la villa assunse l’aspetto che vediamo cappella) ne decretarono la chiusura.
oggi, divenne luogo di delizie e svago e ospitò la corte durante
tutto il mese di settembre (dopo il giorno 8, che rappresentava Per anni, e fino al 1994, la villa rimase in stato di abbandono
giorno di festa e commemorazione della liberazione di Torino e oggetto di degrado, sia internamente sia esternamente.
dall’assedio del 1706). Con Anna Maria d’Orléans Villa Ludovica Nel 1994 passò al Demanio, che la diede in consegna alla
divenne a tutti gli effetti Villa della Regina e incominciò ad Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici
essere conosciuta con questo nome. del Piemonte.
Fu oggetto così di una lunga opera di restauro, che porterà
Quando l’imperatore Bonaparte occupò il ducato di Savoia, la all’apertura al pubblico nel 2006.
villa divenne parte del patrimonio imperiale, il che ne permise
la conservazione e il suo utilizzo una volta ritornati i Savoia. È rinata anche la vigna, che produce dal 2008 un’ottima Freisa.
Dopo l’unità d’Italia e a seguito del trasferimento della corte, La villa è stata inoltre set cinematografico, a partire da un
la villa fu donata da Vittorio Emanuele II nel 1865 all’Istituto cortometraggio del 1909 (all’epoca del cinema muto torinese)
nazionale delle Figlie dei Militari e cessò così di essere e fino al 2014, quando vi venne girata la miniserie televisiva La
proprietà privata di casa Savoia. Le sue stanze furono adibite Bella e la Bestia, passando anche da un’apparizione nel film
ad alloggio e aule studio e molti arredi furono trasferiti al The Italian Job (l’originale – la banda si riunisce nel salone
Palazzo del Quirinale. aulico per organizzare il “colpo”).

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 57

Adriana Oberto Photography

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58 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Adriana Oberto Photography

Ci accompagna nella visita la


[Link]
Chiara Teolato,
direttrice della villa.

Dopo essersi laureata e specializzata in Storia dell’arte presso l’Università degli Studi
di Roma "La Sapienza", ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e conservazione
dell’oggetto d’arte ed architettura all’Università Roma Tre, dove è anche stata assegnista
di ricerca e si è occupata di studi sulla storia del collezionismo italiano ed europeo, con
ricerche condotte principalmente in Inghilterra, in Svezia e Germania.

Consegue in seguito un master in management delle amministrazioni pubbliche alla SDA


Bocconi di Milano.
Dal 2013 si occupa di Residenze Sabaude, prima come responsabile delle attività per
i siti UNESCO, poi come direttrice, per un breve periodo, del Castello di Agliè, di Palazzo
Carignano dal 2018 al 2021, e ora di Villa della Regina.

Come dice lei stessa, ha scelto di occuparsi della Villa “perché è un luogo magico, in cui arte
e natura vivono in perfetta simbiosi guardando la città di Torino”.

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 59

Per apprezzare appieno l’ubicazione e la disposizione


delle diverse parti della villa bisogna considerarne la sua
importanza strategica.
Lorena Durante Photography
La villa – come le ville romane a cui il cardinale si ispirava –
è fatta per essere vista dalla città, ma anche per guardarla;
si tratta di sfoggiare e nello stesso tempo ribadire il proprio
potere.
La Villa guarda verso il centro di Torino ed è collegata ad essa
dal viale.
Questo è stato riaperto di recente nella sua totalità per
volere della direttrice e grazie ad un esempio virtuoso di
collaborazione, che ha visto impegnati non solo i giardinieri,
ma anche l’associazione Amici di Villa della Regina, che ha
procurato le piante e gli attrezzi necessari ai giardinieri, e la
circoscrizione, che ha fatto intervenire il Comune di Torino
per lavori sul viale stesso.

Esso è infatti parte importante per comprendere questa


funzione della villa.
Si tratta del viale aulico, contornato oggi da platani, in origine
da olmi; percorrendolo in salita è possibile cogliere a poco
a poco la struttura della villa e il disegno del giardino che la
circonda.
Si arriva così al Grand Rondeau (chiamato anche, in maniera
italianizzata, “Gran Rondò”).
Si tratta di un bacino circolare di 20 metri di diametro, la
fontana del Nettuno, circondato da una scala a tenaglia, che
lo avvolge all’esterno e porta al livello superiore.

Al centro della fontana il dio Nettuno è seduto su uno scoglio


e lancia acqua verso un putto sul dorso di un delfino. Il
bacino è attorniato da dodici divinità per lo più acefale; tale
situazione si deve al periodo di abbandono della villa, durante
il quale la stessa ha subito furti e danneggiamenti.
Dietro alla fontana – al di sotto della terrazza al livello
superiore, troviamo tre nicchie con sculture; queste sono
realizzate in sassi e murso: si tratta di una particolare
decorazione usata per i giardini e le grotte con l’acqua, creata
con concrezioni di pietra che donano una diversa luminosità
alle pareti.
Qui il murso è bicromo. Adriana Oberto Photography

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60 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Salendo la rampa a tenaglia si arriva ad una terrazza e alla Corte d’Onore.


Da qui si accede alla villa.

Anche qui c’è una scala, simile alla precedente ma più piccola, con al centro una vasca con una ninfa. Si tratta della
Fontana della Sirena, di forma ellittica.
É una peschiera ed era perciò popolata al tempo da carpe e trote che fornivano le cucine della villa, situate proprio
dietro di essa, nella parte inferiore.
Il sistema di alimentazione delle fontane è ancora quello seicentesco e serviva non solo a portare l’acqua, ma anche
a creare veri e propri giochi d’acqua.

Lorena Durante Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 61

Da questa seconda scala a tenaglia si accedeva direttamente É qui che verrà realizzato il palazzo del Chiablese, utilizzato
al Salone d’Onore. dai duchi durante il loro soggiorno alla villa, donato anch’esso
La facciata della villa, che guarda su Torino, è del Settecento, all’Istituto delle figlie dei Militari, bombardato durante la
ed è costituita da un corpo centrale avanzato con ampio Seconda guerra mondiale e mai più ricostruito.
ordine di finestre e una balaustra in cima, sopra la quale si
trovano quattro statue di marmo bianco. Il parterre sud è molto interessante perché, oltre alla parte
di giardino, vi erano due sentieri che portavano ad una zona
A lato del corpo centrale ci sono due maniche laterali che sopraelevata, che ospitava un giardino segreto, rettangolare,
terminano con un torrione. A destra e a sinistra si trovano i con carpini che ne schermavano la presenza, ma dal cui
due parterre. Sono due giardini – uno a nord e uno a sud – interno si poteva vedere la città, e in seguito alla ghiacciaia e
realizzati secondo l’arte topiaria con i bossi, che venivano da lì alla parte superiore dei giardini; si tratta, infatti, della parte
tagliati a formare strutture geometriche. esposta a nord, molto in ombra a causa della conformazione
del territorio e quindi più fredda e adatta ad ospitare la
Il parterre nord è stato recuperato, per quel che riguarda il ghiacciaia e al mantenimento della frescura.
disegno del giardino, ma non quello sud, anche se il suo La parte nord della tenuta – esposta perciò a sud – era invece
recupero è in progetto. quella che ben si prestava ad ospitare gli orti e la vigna.
Quello nord, esposto pertanto a sud, dava l’accesso
all’orangerie, dove si ricoveravano i limoni e gli agrumi durante
il periodo invernale.

Samuele Silva Photography

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62 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Al di là della villa si estende un altro giardino, che è invisibile Da qui si arriva al piano nobile e si passa al salone d’Onore e
dall’entrata, che contiene il teatro delle acque e l’asse del alle due ali laterali che ospitano gli appartamenti.
Belvedere.
A questo punto si entra nella villa, non dalla scala a tenaglia,
ma da una porta laterale attraverso la quale si accede alla
biglietteria, alcuni locali interni e alle scale.

Maurizio Anfossi Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 63

Samuele Silva Photography

Il Salone d’Onore
che vediamo oggi non è quello originario seicentesco, ma la
versione trasformata e ampliata dall’architetto Filippo Juvarra.
Questi pensa e crea il magnifico salone d’Onore in questo
modo, perché esso rappresenta l’anello di congiunzione tra il
giardino che guarda la città e quello verso la collina; si tratta
pertanto di un punto di snodo, non solo tra i due giardini, ma
anche tra gli appartamenti del Re a nord e della Regina a sud.
Il salone – a doppia altezza – è caratterizzato da architettura
reale e architettura sapientemente dipinta, in una serie di
trompe-l’oeil che esaltano e allargano gli spazi.

É estremamente luminoso grazie alle due serie di finestroni,


intervallati da una fila di finestre circolari, che si sviluppano
su entrambe le facciate. Gli affreschi, che ricoprono la quasi
totalità della superficie dei muri, sono del pittore modenese
Giuseppe Dallamano e risalgono alla prima metà del XVIII
secolo.

Il soffitto, che ospitava nella sua parte centrale il “carro di


Aurora” di Giuseppe Valeriani, subì gravi danni a causa del
bombardamento del 1942 ed è perciò non originale, ma
ridecorato negli anni Cinquanta del secolo scorso con
semplici nuvole; sono invece sopravvissuti i due dipinti sulle
pareti nord e sud, opera di Corrado Giaquinto, che ritraggono
“Apollo e Dafne” e “Venere che scopre il corpo di Adone
morto”.

Lorena Durante Photography

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64 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

La balconata al piano superiore non è unica, ma formata Durante il periodo in cui la villa è stata un collegio, l’Istituto
anch’essa da parti reali e parti dipinte – reali nei lati est e Nazionale per le Figlie dei Militari utilizzava il salone come
ovest, dipinte in quelli nord e sud. sala di rappresentanza e i loggiati sovrastanti come laboratori
di cucito e disegno per le allieve (la maggior parte del collegio
La prospettiva creata dagli affreschi, che riprendono non solo era ubicato nel Palazzo del Chiablese, andato distrutto).
la ringhiera, ma le colonne, le porte e tutti gli altri elementi
architettonici, contribuisce alla magnificenza del luogo.
I soffitti dei vestiboli rappresentano le quattro stagioni e
sono opera di Giovanni Battista Crosato; il carattere agreste,
più “leggero” e giocoso, delle immagini rappresentate indica
chiaramente che qui ci troviamo in un luogo di piacere e non
in un palazzo del potere.

In uno spazio adiacente il salone si trovava la cappella, poi


abbandonata per una più grande che era stata costruita
all’interno del palazzo del Chiablese.

Il pavimento a piastrelle bianche e nere è dell’inizio del ‘700;


le decorazioni del salone sono del 1733; Juvarra si trasferirà
a Madrid nel 1735 lasciando ad altri il compimento della villa.

Adriana Oberto Photography

Samuele Silva Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 65

Adriana Oberto Photography

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66 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Le ali laterali: dalla parte opposta (a levante – verso il giardino interno).


Fatta accezione per la parte occupata dalla scala interna, e che Dal 1868 le camere furono usate come aule scolastiche dal
si trova nel lato sud della villa, la disposizione delle camere è Collegio delle Figlie dei Militari.
simmetrica; gli appartamenti a nord sono quelli del Re – verso
sud troviamo quelli della Regina.
Gli appartamenti del Re sono composti da camere private nella
parte a ponente (il fronte della villa) e camere di intrattenimento

Lorena Durante Photography

Samuele Silva Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 67

Adriana Oberto Photography

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68 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Samuele Silva Photography

La prima stanza che incontriamo a nord e verso levante è Inoltre, due soprafinestre di Giovanni Battista Crosato
quella detta del Trucco. raffigurano giochi di putti e burle.
Tale denominazione deriva dal fatto che un tempo vi si
trovava un tavolo da biliardo usato per un gioco di allora che
era simile alle “boccette”, il “trucco” appunto.

Al centro del soffitto c’è il dipinto di Francesco Beaumont “il


trionfo di Davide”.
La scelta di tale soggetto non è a caso, ma fu fatta per
celebrare le gesta di Vittorio Amedeo III che, dopo aver
liberato Torino dall’assedio del 1706, assunse il titolo di Re
con la firma del trattato di Utrecht.
Qui il re è paragonato al patriarca Davide, che era diventato
re d’Israele dopo aver sconfitto Golia, comandante dei
Filistei.

Alle pareti troviamo un grande quadro rappresentante il


castello di Saint-Cloud (vicino a Parigi) dove era nata e
cresciuta Anna Maria d’Orléans. Sulla parete di fronte i ritratti
di Maurizio di Savoia, Anna Maria d’Orléans e di Vittorio
Amedeo III.
Ai due lati, e contrapposti, ci sono due quadri, datati 1878
e di Paolo Emilio Morgari, rappresentanti Maria Adelaide
d’Asburgo Lorena e suo marito il Re Vittorio Emanuele II.
Quest’ultima immagine è molto importante in questo luogo,
perché vi si ritrae il Re con in mano l’atto di cessione della villa
all’Istituto Nazionale delle Figlie dei Militari.

Segue un’anticamera, che veniva usata nel Settecento per


giochi e che è ricca di ritratti familiari e nature morte di pittori
fiamminghi.
Diversa per foggia è la targa commemorativa in bronzo,
risalente al periodo del collegio, su cui è inciso il bollettino
militare con cui Armando Diaz annunciò la fine della Prima Adriana Oberto Photography
guerra mondiale nel 1918.

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 69

Il locale successivo, verso levante, è un bellissimo gabinetto Ci volgiamo adesso agli appartamenti verso ponente.
“alla China”. Dall’anticamera verso levante si passa alla camera da letto
Era rivestito da preziose tappezzerie in taffetà à la branche, del Re.
descritte da un inventario del 1755. É probabilmente la stanza più sontuosa.
Pietro Massa aveva inoltre realizzato tra il 1732 e il ‘35 una
preziosa boiserie con pannelli che simulavano carte cinesi. Sul soffitto, una tela da plafond del Beaumont rappresenta
Questi vennero smontati, immagazzinati per un tempo nel Apollo col suo carro che solca il cielo introdotto da Aurora.
castello di Moncalieri e poi trasferiti al palazzo del Quirinale a Anche qui c’è un chiaro scopo celebrativo, in cui il sovrano
Roma. Il rivestimento in carta delle pareti viene oggi riproposto viene accostato ad Apollo (il disco solare).
da pannelli ignifughi. Nell’Ancien Régime, infatti, il re era spesso considerato, come
il sole, il centro dello stato, attorno al quali ruotano tutti i
L’ultima sala verso la collina era la Biblioteca. poteri (i pianeti).
Si trattava di un piccolo locale molto sontuoso, adibito Ai lati sono rappresentate le stagioni e agli angoli quattro
appunto a biblioteca, risalente agli anni 1735-40 e creato da scudi dorati contengono la personificazione delle quattro
Pietro Piffetti “ebanista del re e re degli ebanisti” con legno di virtù: la Fortezza, la Giustizia, la Prudenza e la Temperanza. Le
pioppo con alta zoccolatura e scansie per i libri. immagini delle soprafinestre e soprapporte sono di Corrado
Giaquinto ed in parte (quelle sopra le porte) copie fotografiche
Il corpo era rivestito da pannelli in palissandro, ulivo, bosso e degli originali che si trovano al Quirinale.
tasso e gli intarsi erano in avorio. Il letto a baldacchino si trovava dove oggi è appeso il ritratto
La libreria fu smontata tra il 1867 e il 1868 e trasferita nel della regina Margherita di Savoia.
1876 al Quirinale per ornare dal 1879 la stanza contigua alla
camera da letto della regina Margherita di Savoia ed è ancora
lì.
Una consolle, sei sgabelli e una sputacchiera sono a Palazzo
reale. Restano il pavimento, opera dello stesso Piffetti, e il
soffitto di Giovanni Francesco Fariano, dove è rappresentata
Minerva che scaccia i giganti, immagine metaforica del
trionfo della cultura sulla violenza e l’istinto bruto.
Al tempo del collegio questo era lo studio della direttrice.

Samuele Silva Photography

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70 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

A destra della camera da letto, e opposto al gabinetto di


levante, si trova il Gabinetto di Ponente verso mezzanotte,
anch’esso “alla China” e ricco di decorazioni di gusto “chinese”.

Si tratta di otto pannelli di legno a fondo giallo, opera di Pietro


Massa, con montanti bianco avorio e ramages blu, e tre
specchiere, il tutto incorniciato in oro.
I dipinti sono in rilievo e rappresentano soggetti tipici della
produzione artistica cinese, rappresentanti paesaggi con
alberi e animali esotici, personaggi orientali con abiti colorati,
come colorati sono gli uccelli che ornano la parte inferiore dei
pannelli.

Gli stucchi sulla volta, come quelli della camera da letto del
re, sono luganesi. Accanto al gabinetto, il guardaroba del re
contiene mobili in legno di noce.
Gli affreschi del soffitto sono purtroppo andati perduti a
causa dell’umidità. Si trattava di affreschi a “grottesche”.

Remo Turello Photography

Lorena Durante Photography Adriana Oberto Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 71

Tornando verso il salone centrale c’è ancora l’anticamera di Le sovrapporte sono del Giaquinto.
ponente. A questo punto abbiamo completato metà del giro e ci
Questa stanza conteneva circa ottanta dipinti, raffiguranti troviamo di nuovo nel salone centrale.
diversi soggetti tra cui ritratti, nature morte, paesaggi e scene Proseguendo, e per la regola di simmetricità dell’edificio,
mitologiche. troviamo gli appartamenti della Regina; sono locali rivolti
Gli stucchi della volta, come per il resto delle sale, sono di verso sud che si affacciano sia verso Torino a ovest, sia verso
Pietro Somasso e meritano un’attenta osservazione. i giardini ad est.
Al centro del soffitto vi era una tela raffigurante Diana ed Adibiti ad aule scolastiche o ambienti di servizio al tempo
Endimione, danneggiata durante i bombardamenti del 1943 del collegio, sono quelle che hanno subito i maggiori danni
e tuttora dispersa. durante le Seconda guerra mondiale.

Samuele Silva Photography

Maurizio Anfossi Photography

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72 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

La prima stanza è l’anticamera di ponente.


Le decorazioni furono realizzate in più fasi, a partire dalla
fine del Seicento con i lavori voluti da Maria Borbone
d’Orléans. Dei primi anni del Settecento è la tela centrale
del soffitto “Il Tempo e la Fama” di Daniel Seiter.
Si tratta di un tema allegorico molto caro ai sovrani
europei. La zoccolatura, il camino e le specchiere fanno
parte del progetto di Juvarra, mentre sono di epoca
napoleonica (primi decenni del XIX secolo) le pitture alle
pareti, eseguite da Carlo Pagani a tempera su intonaco
a secco.
Anche questa stanza era ricca di dipinti alle pareti, ora
mancanti.

Gli arredamenti e le decorazioni della camera da


letto della regina furono ampiamente distrutti nel
bombardamento del 1943.
Sappiamo che la stanza aveva una volta dipinta da
Corrado Giaquinto nel 1733 con la rappresentazione
dell’Olimpo; la tappezzeria era blu con motivi floreali.
Gli arredamenti – quelli originali erano su progetto dello
Juvarra – sono copie degli anni ‘50 del secolo scorso e
si distinguono per la mancanza delle dorature.
Ai tempi del Collegio questa era l’aula di musica e per
questo troviamo un pianoforte verticale della fine
dell’Ottocento.

La prossima sala, più piccola, è il gabinetto verso


mezzogiorno e ponente “alla china”.
Si distingue dagli altri per il suo arredamento fisso.
Contiene un unico mobile sopravvissuto tra quelli
documentati storicamente: un piccolo doppio corpo in
legno in “lacca povera” e decorato ad imitazione delle
preziose lacche orientali. Tutto il resto è andato perso,
così come è andato distrutto il rivestimento delle pareti
in taffetà.

Da vedere sono invece la zoccolatura con scene


orientaleggianti, le porte con medaglione centrale
e i monogrammi di Polissena D’Assia-Rheinfels-
Rothemburg nelle cornici di legno ornate con foglie d’oro
agli angoli tra porte e sovrapporte, entro le quali sono
inseriti degli specchi. Il soffitto presenta lacerti di pitture
a fresco con decorazioni di grottesche, ornati vegetali,
animale e figure maschili.

Floriana Podda Photography

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R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 73

Il Guardaroba conteneva, tra l’altro, una “cadrega di


servigio” e un montavivande per portare le pietanze
direttamente al piano superiore dalle cucine.
Il soffitto era decorato con variopinti arabeschi e a questi
si univano “botti” in maiolica con decori blu e bianchi che
fungevano da coronamento ai mobili.
Rimangono le tracce dell'impianto idraulico che aveva
trasformato la stanza nella toilette della direttrice al
tempo del collegio.

Rimangono così le camere verso levante. Sono


l’Anticamera, che fu più volte danneggiata dai
bombardamenti; ciò che vediamo è frutto del restauro
degli anni ‘50 del secolo scorso.
In origine sul soffitto c’era una tela del Seicento
raffigurante il Re Salomone che riceve la Regina di Saba;
questa fu trasferita nella seconda metà del XIX secolo al
Quirinale a Roma.
Le pareti erano affrescate in stile pompeiano con colori
vivaci e foglia d’oro.
Ora ci sono dipinti del Novecento, a copia degli originali.
Rimane una sovrapporta in carta dipinta con fiori e
uccelli – opera attribuita a Francesco Rebaudengo –
che risale alla fase tardo settecentesca della Villa; ve ne
erano altre, sparite a causa di un furto nel 1979.
Le poltrone, le sedie e il divano sono in stile impero e
appartengono all’arredo della villa realizzato nel 1812 da
Francesco Bolgi.
La camera conteneva 43 ritratti di membri delle varie
famiglie che hanno abitato la Villa.
Lorena Durante Photography
Dall’anticamera si accede al gabinetto verso levante
detto “delle Ventaglyne”, per la collezione di oltre trenta
pagine di ventagli dipinti montati sulla boiserie.
Se ne vedono le impronte sui riquadri delle pareti ed
erano alternati a 26 effigi di personaggi delle stirpi legate
ai Savoia.
La volta è stata rifatta in gesso e ridipinta ad olio nel
1952 e riproduce le decorazioni originali. Manca il tondo
centrale con “Amore che suona la cetra”.

Attiguo a questo gabinetto ve ne è un altro, quello di


mezzogiorno e levante “alla china”, che è uno degli
appartamenti più affascinanti.
Il progetto è unitario per boiserie e volta e comprende
pannelli a fondo rosso inseriti in una struttura di legni
con decori a fondo nero e tecniche orientali.
Ci sono tre grandi specchiere con agli angoli, e, sopra
delle mensole, quattro figure femminili chiné con teste
e mani separabili dal corpo e abiti pieghettati; sono
state scolpite nel legno, ma riproducono fedelmente la
porcellana cinese. Disegnato dallo Juvarra e da Baroni di
Tavigliano, fu realizzato dall’atelier di Pietro Massa.
Con l’avvento del collegio, questo era lo studio delle
Direttrice (1890) e divenne poi salotto da ricevimento.

Samuele Silva Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


74 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Il giardino
Il giardino su cui si esce verso levante è quello privato,
non visibile dalla città.
Esiste una sorta di osmosi tra di esso e quello di
fronte, data dalla presenza delle stesse vetrate su
entrambi i fronti della villa.

Qui venne realizzato un anfiteatro attraverso lavori di


sbancamento, rimozione e contenimento della collina
di Torino; tutta la scenografia è stata realizzata nello
spazio di soli trenta metri.
La prima parte che vediamo è il Cortile d’Onore
o Esedra, dove nicchie contenenti le statue sono
alternate con altre che hanno un piedistallo su cui
poggiavano vasi con piante.
Al centro vi è una fontana polilobata con un piccolo
gioco d’acqua.

Adriana Oberto Photography

Lorena Durante Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 75

Da qui parte l’asse del Belvedere. superiore con la cascatella della Naiade, e di questa che è in
Si tratta di un grande anfiteatro in cui si passa dall’esedra, corrispondenza con la fontana del mascherone.
per mezzo di uno scalone, alla grotta del Re Selvaggio, con i E poi un altro scalone a tenaglia conduce al belvedere
mursi e decorazioni di conchiglie. superiore, opera dell’architetto Juvarra.
Questa prima parte è il giardino dei fiori. Questo, rimodernato sotto Maria d’Orléans, porta il suo
Due strade laterali portano al piano superiore e a una vasca stemma.
più grande. Tutto è in asse.
Si tratta quindi di un vero e proprio Teatro delle Acque,
La prospettiva – che ci fa immaginarie una distanza superiore alimentato dalla fontana del mascherone, che convoglia le
ai soli trenta metri, è data dall’esedra, dagli obelischi ai acque della collina, cinto dal belvedere superiore e sormontato
lati della scala in corrispondenza degli ovali della fontana dal bosco al di là.

Samuele Silva Photography

Lorena Durante Photography Maurizio Anfossi Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


76 R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA

Ai lati ci sono due belvederi.


Quello nord affacciava direttamente sulla vigna ed è esposto
a sud.
Più interessante, però, è il Padiglione dei Solinghi sul
belvedere a sud.

Qui si svolgevano le conversazioni letterarie, culturali, di


musica, politica e letteratura dell’Accademia dei Solinghi,
fondata da Maurizio di Savoia.
Era perciò quello destinato all’ozio nell’accezione del tempo.
L’edificio è alto e ripartito su due livelli; in quello inferiore una
grande nicchia contiene l’effigie di Bacco.

Al livello superiore vi è un edificio a due piani con fronte a


fasce cromatiche bicolori.
All’interno vi sono i resti di un impianto idraulico che
suggerisce la presenza, anche lì, di un gioco di acque.
Di questo rimane un’elaborata conchiglia bivalve in stucco
nella nicchia centrale della sala.

Samuele Silva Photography

Floriana Podda Photography Remo Turello Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | VILLA DELLA REGINA 77

Percorrendo la strada che porta al padiglione, sulla destra è possibile vedere quello che era il giardino segreto.
Sulla sinistra una porta indica la presenza della ghiacciaia – posta in questo luogo, come si diceva, perché si tratta della zona
esposta a nord e quindi più fredda.

Non ci resta a questo punto che visitare da soli il giardino per godere dello stesso, piacevole in ogni stagione dell’anno, nonché
della meravigliosa vista sulla città di Torino.

Lorena Durante Photography

Ringraziamo per questa visita Il Ministero della Cultura e la


Direzione regionale dei Musei Piemonte, nella persona della
direttrice della Villa [Link] Chiara Teolato, che ci ha gentilmente
e piacevolmente condotto alla scoperta dei suoi tesori.

Giroinfoto Magazine nr. 78


78 BOOK | HANS GEORG BERGER

Giroinfoto Magazine nr. 78


BOOK | HANS GEORG BERGER 79

Skira presenta

Hans Georg Berger


La disciplina dei sens, Fotografie 1972–2020

Quasi cinquant'anni di carriera del grande fotografo tedesco.


Un viaggio che tocca le radici della spiritualità ritraendo
con straordinaria compostezza gli universi interiori dell’uomo.

La fotografia di Hans Georg Berger (Treviri, 1951) è essenziale, realistica e purissima.


La sua accuratezza non deriva dall’artificio ma da un’incessante riflessione sulla naturalezza come sostanza dell’armonia.
Una fotografia di attimi, restituiti senza modificare il gioco delle luci e delle ombre, in cui ogni taglio, ogni oggetto e ogni sfumatura possiede
una sua ragione d’essere.

Una fotografia che non prevarica i contesti ma li assorbe e li trasforma in raffinati giochi di linee e di volumi.
Una fotografia che, nata nell’àmbito del dialogo intimo con sé stesso e con l’amato, ha saputo nel corso di mezzo secolo estendersi
a una dimensione cosmopolita e universale, compiendo un viaggio straordinario, e probabilmente unico, all’interno della grande arte
contemporanea.

Ritratto di Hans Georg Berger


©Daniela Zedda

Giroinfoto Magazine nr. 78


80 BOOK | HANS GEORG BERGER

L’intera opera di Berger muove dalla scelta consapevole della fotografia come rimedio esistenziale, come strumento, rivelatosi nel tempo
solidissimo, per dare corpo alla propria identità e al proprio universo di sensi e di sogni: una strategia capace di attenuare, attraverso l’arte, la
sofferenza generata dalla distanza della propria condizione umana dalla realtà sociale e dal sistema dei valori condivisi.

Hans Georg Berger


L'abbrivio, Isola d'Elba,1978
© 2021 Hans Georg Berger

Giroinfoto Magazine nr. 78


BOOK | HANS GEORG BERGER 81

Hans Georg Berger


Agostiniani, Isola d'Elba,
1990
© 2021 Hans Georg Berger

Nell’arco di cinquant’anni, tale prospettiva ha


consentito a Berger di mettere in gioco la ricchezza
del proprio mondo interiore in un’esplorazione che
si è progressivamente allargata dall’intimo della sua
relazione con Hervé Guibert, alla dimensione sociale
degli abitanti di Rio nell’Elba, sino ad approdare,
dopo un lungo viaggio attraverso l’Asia ricco di
significati metaforici, alla rappresentazione del
buddhismo therava ̄da e dell’islam sciita.

Hans Georg Berger


Madre acqua, Laos, 2000
©2021 Hans Georg Berger

Giroinfoto Magazine nr. 78


82 BOOK | HANS GEORG BERGER

Hans Georg Berger


I colossi di Memnone, Luxor, Egitto, 1984
© 2021 Hans Georg Berger

Un viaggio e un approdo contraddistinti dall’esercizio di una ferrea disciplina intellettuale che, applicata innanzitutto alla propria vita, si è
trasformata in un linguaggio capace di cogliere liricamente i tratti essenziali della realtà, non dimenticando mai la centralità etica, e non
soltanto estetica, dell’oggetto fotografato.
Francesco Paolo Campione insegna Antropologia culturale all’Univer- sità degli Studi dell’Insubria ed è direttore del Museo delle Culture di
Lugano.

Hans Georg Berger


Consapevolezza,
Isola d'Elba, 1984
© 2021 Hans Georg Berger

Giroinfoto Magazine nr. 78


BOOK | HANS GEORG BERGER 83

Hans Georg Berger


Carlo, Isola d'Elba, 1995
© 2021 Hans Georg Berger

Hans Georg Berger


La disciplina dei sens, Fotografie 1972–2020

22,5 × 26,6 cm,


400 pagine 215 colori e b/n,
cartonato ISBN 978-88-572-4663-5

Lugano, Museo delle Culture


13 maggio 2021 – 16 gennaio 2022
IN LIBRERIA
NOVEMBRE 2021

Giroinfoto Magazine nr. 78


84 R E P O RTA G E | FICUZZA

A cura di Rita Russo

Rita Russo Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | FICUZZA 85

Questo mese la nostra band vi porterà a circa 40 km dal capoluogo siciliano dove si
trova una delle più grandi oasi verdi della Sicilia occidentale costituita dal Bosco della
Ficuzza, che fa parte di una Riserva Naturale Orientata, estesa complessivamente
7398 ettari (di cui circa 5334 di riserva vera e propria e 2064 di pre-riserva), che
comprende anche il massiccio carbonatico di Rocca Busambra, il Bosco del
Cappelliere (contiguo a quello della Ficuzza) e il Gorgo del Drago.
Si tratta di un'area naturale protetta, gestita attualmente dal Dipartimento
dello Sviluppo Rurale e Territoriale della Regione Siciliana, situata tra i comuni
di Corleone, Godrano, Marineo, Mezzojuso e Monreale, tutti ricadenti in provincia di
Palermo.

Marineo

Lago di Scanzano

Chiarastella
Bosco del Cappelliere Cefalà Diana

Gorgo
del Drago Villafrati
Godrano

Ficuzza

Bosco di Ficuzza

Mezzojuso
Rocca Busambra

Corleone
Campofelice di Fitalia

Giroinfoto Magazine nr. 78


86 R E P O RTA G E | FICUZZA

L’importanza di questa vasta area sta nel fatto che, essendo centro dell’omonimo bosco demaniale, deve la sua notorietà
in essa presenti l’80% delle specie faunistiche, tra uccelli e a Ferdinando I di Borbone, re delle due Sicilie che, all’inizio
fauna selvatica, di tutta la Sicilia, insieme a oltre mille specie dell’Ottocento, dopo avere acquistato dal clero l’area boschiva
vegetali, essa rappresenta un patrimonio d’inestimabile valore dei feudi di Ficuzza, Lupo e Cappelliere, la scelse come luogo
per la ricchezza di fauna e di flora. per farne una sua riserva di caccia, realizzandovi anche una
palazzina reale che divenne la residenza estiva, la Casina
Questo grande polmone verde, per le sue bellezze naturalistiche Reale di Caccia, attorno alla quale sorse il piccolo borgo.
e storiche e per la sua vastità, è una meta fortemente ambita
da tutti gli amanti del trekking, provenienti non solo dal vicino Fino all’arrivo dei Borbone, infatti, l’area boschiva era stata
capoluogo ma da tutte le parti della regione che, grazie anche risparmiata dall’essere disboscata totalmente perché,
alla presenza di guide esperte, può essere fruita attraverso essendo impervia e rocciosa, mal si prestava alla pratica
innumerevoli percorsi dal differente grado di difficoltà. dell’agricoltura e fu per questo sfruttata esclusivamente
come riserva di legna da ardere.
Essa è anche la meta estiva preferita dai palermitani per Con l’Unità d’Italia, nel 1860, gran parte dell’area, già
sfuggire al caldo afoso della città. disboscata e dissodata, fu ceduta ai privati dal Demanio del
Sebbene in tutta l’area di riserva siano state ritrovate Regno d’Italia che, nel frattempo, ne divenne proprietario.
numerose testimonianze della presenza dell’uomo sin dalla
preistoria, il piccolo nucleo abitativo di Ficuzza, frazione
del Comune di Corleone, che conta 146 abitanti ed è sito al

Palermo

Ficuzza

Corleone

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R E P O RTA G E | FICUZZA 87

Successivamente, nel 1871, quel che restò dell’ex riserva Nel 1948, l’area divenne di proprietà dell'Azienda Foreste
reale fu affidato all’Amministrazione Forestale che dichiarò Demaniali della Regione Siciliana che rifiutò di concedere
questo territorio inalienabile. ulteriori concessioni, arrestando così lo sviluppo edilizio
Nel 1901, il “Bosco nazionale inalienabile di Ficuzza”, divenuto del borgo e provvedendo anche al suo rimboschimento, fin
meta preferita per la villeggiatura della nobiltà palermitana, quando nel 2000, con un Decreto dell’Assessorato Territorio
fu dichiarato stazione climatica montana con una legge e Ambiente della Regione Siciliana, venne istituita l’attuale
del Regno d’Italia e fu sempre maggiore la richiesta di R.N.O. “Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del
concessione di terreni demaniali per la costruzione di nuove Cappelliere e Gorgo del Drago” e con lo stesso decreto venne
residenze. affidata la gestione della riserva all’Azienda Demaniale delle
Foreste, oggi Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e
Con un atto del 1912, la proprietà della “Foresta Ficuzza” e Territoriale.
della “Foresta Godrano” passò all’Azienda di Stato per le
Foreste Demaniali.
Durante la Prima Guerra Mondiale e ancor di più durante la
Seconda, la necessità di utilizzare il legname per esigenze
belliche prevaricò sulla protezione dell’area stessa che, per
questo motivo, fu abbandonata al degrado.

Rita Russo Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


88 R E P O RTA G E | FICUZZA

Rita Russo Photography

La prima particolarità che s’incontra quando si raggiunge La realizzazione di questa grande struttura nacque da due
Ficuzza, percorrendo la Strada Statale n.118, è l’ Obelisco esigenze, ossia quella di trovare una dimora che potesse
chiamato “La Guglia” che si erge davanti al bivio che porta al contenere tutta l’intera famiglia e quella di trovare un luogo
borgo. nel quale egli potesse esercitare la sua principale passione,
Questa struttura fu realizzata dai Borbone ed è costituita da ossia la caccia e la pesca. Così acquistando l’area di Ficuzza,
un prisma verticale a sezione quadrangolare, sormontato da il re fece realizzare il palazzo e destinò il bosco a tenuta di
un tronco di piramide. caccia, apportando migliorie e attrezzando entrambi di ogni
Superata l’antica stazione ferroviaria, oggi divenuta rinomata comodità per renderli adatti alla sua persona; mentre, nel
struttura ricettiva, si raggiunge il centro del borgo nel quale, frattempo, faceva realizzare a Palermo la Casina alla Cinese,
specie quando si arriva per la prima volta, è quasi impossibile comunemente chiamata Palazzina Cinese e destinava il
non provare una forte emozione di fronte allo spettacolo che Parco della Favorita anch’esso a tenuta di caccia.
si offre davanti agli occhi, ossia l’ampia e austera struttura
rettangolare della reggia borbonica, la Casina Reale di I lavori per la realizzazione del palazzo, il cui progetto fu
Caccia che, oltre a spiccare sull’ampio prato antistante redatto dal regio architetto Carlo Chenchi e modificato
l’intera facciata principale, è circondata dal verde del bosco dall’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia (lo stesso
e incoronata dall’alta vetta della Rocca Busambra, visibile alle che progettò la Palazzina Cinese a Palermo), iniziarono nel
sue spalle che, con i suoi 1613 m sul livello del mare, domina 1802 e terminarono nel 1807 e assorbirono notevoli risorse
l’intera area di riserva e ne delimita a sud il territorio. economiche in manodopera e materiali. Qui, il re vi visse dal
1810 fino al 1813.
Si tratta di un vero e proprio palazzo reale che fu costruito,
a partire dal 1799, per volere del re Ferdinando I di Borbone
che, in seguito alle insurrezioni e all’avanzata napoleonica,
si trasferì a Palermo in fuga da Napoli, insieme alla famiglia.

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R E P O RTA G E | FICUZZA 89

L’edificio si affaccia su un vasto piano circondato da


abbeveratoi, magazzini e case che ospitavano chi
lavorava all’interno e a servizio del palazzo.

La sua bellezza sta proprio nella semplicità delle


sue linee. Esso presenta una pianta rettangolare
e un prospetto dallo stile neoclassico, tipico
dell’architettura siciliana di quel periodo.
Quest’ultimo, attraversato da due ordini di finestre
bordate, termina nella parte sommitale con un
cornicione sporgente, poggiato su mensole
decorate, sormontate al centro dallo stemma
coronato dei Borbone, abbellito da un festone e dal
gruppo scultoreo del dio Pan, protettore dei boschi e
di Diana, dea della caccia.

Alle rispettive estremità della facciata vi sono due


grandi orologi, realizzati dall’artista Giuseppe Lorito.
Al di sotto di quello destro si trova l’accesso esterno
alla Cappella del Palazzo (ancora oggi in uso),
sebbene il re poteva assistere alle funzioni religiose
da un balcone interno, al quale accedeva dai suoi
appartamenti.
Mentre dal lato opposto si trovava l’ingresso per la
servitù.

Rita Russo Photography

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


90 R E P O RTA G E | FICUZZA

L’edificio, che si sviluppa su due piani, ospitava al piano


terra le abitazioni di quest’ultima e delle guardie, insieme
alle dispense e alle cucine.
Queste erano collegate da una scala interna alla cantina
che era stata ricavata negli ambienti sotterranei, utilizzati
per il riparo della carrozza del re e delle attrezzature,
comunicanti all’esterno attraverso un cunicolo.
Attualmente il sotterraneo ospita un erbario, all’interno
del quale si trovano raccolte gran parte delle essenze
riscontrabili nella riserva.

Al piano nobile del palazzo, al quale si accede attraverso


uno scalone di marmo rosso locale (estratto dal
versante meridionale di Rocca Busambra), si trovano gli
appartamenti reali e gli alloggi per i nobili che il re ospitava
in occasione di feste e battute di caccia che lui stesso
organizzava.
Purtroppo, degli antichi splendori di una volta rimane oggi
solo la camera da letto del re, nella quale sono rimaste
ben visibili quattro colonne in marmo con capitelli in stile
neoclassico e decorazioni e affreschi soprattutto sulla
volta, nei quali sono raffigurate scene di caccia con un
particolare gusto per l’esotico, di gran voga a Palermo in
quel periodo.
Pochi sono gli oggetti d’arredamento presenti all’interno
del palazzo in quanto il mobilio originario fu distrutto
durante i moti del 1820-1821.
Infatti, subito dopo il rientro del re a Napoli iniziò il periodo
di decadenza dell’edificio che, durante la Seconda Guerra
Mondiale, divenne anche sede del comando tedesco,
così come documentato dalle scritte ancora visibili nei
sotterranei.

Il palazzo, dopo i necessari lavori di ristrutturazione e


restauro, è stato riaperto al pubblico nell'aprile 2009 e il
3 agosto 2013 la Regione Siciliana ha voluto utilizzare la
struttura per istituire il "Museo multimediale del bosco
di Ficuzza" dove vengono messe in risalto sia l'enorme
biodiversità del parco, sia la storia di Ferdinando di
Rita Russo Photography Borbone durante la sua permanenza a Ficuzza.

Infatti, esso è articolato in due sezioni, Ambientale e


Architettonica, che con diversi livelli di approfondimento
raccontano il palazzo e il parco nel loro contesto storico
e naturalistico.
Numerosi pannelli informativi, insieme ad un impianto di
filodiffusione e video proiezione, permettono al visitatore
di conoscere non solo tutti gli aspetti naturalistici del bosco
ma anche quelli storici con un ampio sguardo alla dinastia
borbonica ed alla loro presenza in Italia e in Europa.
Sullo stesso piano è visitabile anche un’ampia esposizione
di volatili presenti nell’area di riserva.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | FICUZZA 91

Rita Russo Photography

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92 R E P O RTA G E | FICUZZA

A fianco del palazzo reale, affacciato sulla piazza del piccolo profumi della vegetazione, i colori delle rocce che s’incontrano
borgo, si trova il Centro regionale per il recupero della fauna lungo il cammino, il crepitio delle ghiande calpestate lungo i
selvatica “Ficuzza”, creato dalla Forestale nel 1996 e gestito sentieri, i riflessi sulle acque degli stagni, il tipico volteggio
oggi dalla LIPU, che oltre a svolgere servizio di assistenza di un rapace e l’eco dei richiami di alcune specie di uccelli,
alla fauna selvatica in difficoltà, ospita una sala didattica il suono del vento tra le fronde degli alberi, la presenza di
nella quale possono essere visionati filmati e proiezioni di una gran quantità di muschi e licheni che ammantano la
diapositive sulla riserva. superficie degli alberi e delle rocce, creando un’atmosfera da
fiaba invasa dai folletti e tanto altro. Un’esperienza sensoriale
Si tratta di un vero e proprio ospedale che cura, riabilita e da vivere di persona!
riammette in natura i suoi “ospiti”, specie i volatili, dotato di
una sala operatoria, di un’area destinata alla convalescenza In particolare, nel bosco della Ficuzza e nel contiguo Bosco
e riabilitazione e di una nursery nella quale vengono ospitati i del Cappelliere, che costituiscono un’estesa area ricoperta
nidiacei giunti al centro. da foresta mediterranea sempre verde, si trovano numerosi
Lasciata la piazza del borgo, ci si può addentrare tra le bellezze e variegati ambienti naturali. Infatti, dalle aree boschive vere
naturalistiche del bosco alla ricerca dei numerosi punti e proprie in cui sono presenti diverse specie di quercia, come
d’interesse presenti in esso, tra i quali spiccano i gorghi, la i lecci, le sughere, le roverelle e i cerri, oltre ad altre specie
Peschiera del re e il Pulpito del re, tutti raggiungibili attraverso arboree come i frassini, gli aceri campestri e i castagni,
percorsi diversi l’uno dall’altro. si passa alle aree rupestri, a quelle umide e fluviali, oltre ai
pascoli e alle praterie .
Quando si attraversa il verde polmone e ci si immerge nel pieno
della natura, tutto ciò che ci circonda ci può stupire: i colori e i

Rita Russo Photography


Manuela Albanese Photography
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R E P O RTA G E | FICUZZA 93

Rita Russo Photography

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94 R E P O RTA G E | FICUZZA

Rita Russo Photography

La riserva è ricca di corsi d’acqua a carattere torrentizio, che


scorrono lungo incisioni più o meno profonde e formano, talora,
laghetti naturali, chiamati gorghi.

In particolare, il gorgo è uno stagno, a carattere stagionale,


con invaso pieno durante la stagione invernale e primaverile e
secco durante quella estiva.
Esso è uno degli ambienti naturali che può formarsi in aree
argillose, come lo è gran parte della porzione settentrionale del
Bosco della Ficuzza.

Gli stagni temporanei sono di notevole importanza per la fauna


e la flora dulci-acquicola, soprattutto invertebrata, che ha
sviluppato strategie di sopravvivenza al periodo secco.
La presenza d'acqua durante la primavera e l'inizio dell'estate
consente la riproduzione di anfibi e insetti.

I gorghi naturali più conosciuti nell’area di riserva sono due:


il Gorgo Tondo, noto anche come Gorgo del Drago e il Gorgo
Lungo.
Rita Russo Photography

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Rita Russo Photography

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96 R E P O RTA G E | FICUZZA

Il primo, distante da Gorgo Lungo qualche centinaio


di metri, che un tempo era ampio anche se sempre
poco profondo e quasi permanente, all'inizio dell'800
fu trasformato in Peschiera del re, un laghetto per
l'allevamento di pesci d’acqua dolce come anguille
e trote, dove Ferdinando I, re delle due Sicilie amava
andare a pescare.

Oggi questo gorgo presenta uno scarso contenuto


d’acqua, anche durante il periodo invernale, che risulta
insufficiente per la maggior parte della flora e della
fauna di acqua dolce.
Il Gorgo Lungo, invece, si mantiene ancora umido per
diversi mesi dell’anno e ospita un’abbondante fauna.

Il paesaggio è suggestivo: il gorgo è incassato in una


conca boscosa e vi si accede attraversando una piccola
valle particolarmente umida, ricca di muschi e licheni.
Spesso è ricoperto da uno strato verde di lenticchie
d'acqua e ospita la tartaruga palustre.

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R E P O RTA G E | FICUZZA 97

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98 R E P O RTA G E | FICUZZA

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La vegetazione arbustiva della riserva, che popola il sottobosco, è molto varia ed è rappresentata, tra le tante essenze, oltre
che da un gran numero di orchidee selvatiche anche dal biancospino, dal pungitopo, dal caprifoglio, dall’asparago spinoso,
dall'erica arborea, dalla ginestra spinosa e dalla rosa di San Giovanni.

Ai piedi della Rocca Busambra si trova, inoltre, una delle poche stazioni siciliane di Atropa belladonna, una pianta a fiore della
famiglia delle Solanaceae, il cui nome deriva dai suoi effetti letali e dall’impiego cosmetico.
Infatti, l’ingestione delle sue bacche causa la morte.
Mentre, il suo epiteto di belladonna fa riferimento ad una pratica che risale al Rinascimento, quando le dame, per dare risalto
e lucentezza agli occhi, usavano un collirio a base di questa pianta che, per effetto dell’atropina in essa contenuta, produceva
la dilatazione della pupilla.

Tra i grandi mammiferi presenti nell’area di riserva, oggi si ritrovano solo il daino ed il cinghiale, che sono stati reintrodotti
dall’ente gestore all’interno di poche aree controllate e si nutrono delle ghiande prodotte dai lecci.
Altre specie presenti sono la volpe, la lepre italica, il coniglio selvatico, il gatto selvatico, la martora, la donnola, l'istrice e il riccio.
Molto ricca è l’avifauna che, tra gli altri, comprende numerose specie di rapaci, come l’aquila reale, il falco pellegrino, il
capovaccaio che si avvista solo nei periodi di migrazione, il nibbio bruno e il nibbio reale.
Mentre è scomparso il grande gufo reale.

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R E P O RTA G E | FICUZZA 99

Tra le altre specie animali ritroviamo i rettili come la vipera, la lucertola verde, il biacco, il ramarro e le testuggini; tra gli anfibi è
presente il rospo comune e tra i numerosi insetti va segnalata la presenza del raro coleottero Carabus famini.

La riserva di caccia, passatempo preferito del sovrano Borbone, copriva migliaia di ettari.
Così per proteggere la selvaggina, il re istituì un corpo di guardiacaccia e fece dotare il bosco di una serie di muraglie, denominate
muracche, che avevano lo scopo di dividere in settori la tenuta (la zona di caccia vera e propria da quella di ripopolamento) e di
altre costruzioni, ancora oggi visibili, come quella della peschiera e del Pulpito del re, che si trova a 927 m di quota.

Quest’ultimo è costituito da un sedile posto in cima ad una scala scavata nella roccia dove, si dice, che il re sedesse
comodamente per cacciare, mentre i suoi servi spingevano la selvaggina verso di lui.
Recenti studi geo-archeologici hanno, però, dimostrato che si tratta di un luogo di culto d’età protostorica, d’origine probabilmente
sicana. Prossimo al trono del re si trova, infatti, un monolite dalla vaga forma di aquila (visto lateralmente) che fa parte di questo
santuario rupestre e sul quale sono visibili segni alfabetici lasciati da queste civiltà protostoriche, purtroppo oggi vandalizzate.

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100 R E P O RTA G E | FICUZZA

Da questo luogo, seguendo un breve sentiero, si


raggiunge un eccezionale punto panoramico, posto
su uno spuntone di roccia, dal quale si domina tutta la
vallata e si scorgono oltre ai paesi limitrofi all’area di
riserva, anche gran parte del versante settentrionale
di Rocca Busambra, che come un gigante controlla
dall’alto quest’ultima.

Rocca Busambra, infatti, soprannominata “dolomiti


della Sicilia”, è la cima più alta dei Monti Sicani, nonché
il rilievo più alto della Sicilia occidentale ed è una
dorsale calcareo dolomitica, molto frastagliata, che si
sviluppa per circa 15 km da ovest ad est, interessata da
fenomeni carsici.

Essa, sul versante settentrionale, ossia quello che si


affaccia sul bosco, è caratterizzata da pareti verticali a
tratti strapiombanti; mentre sul lato opposto, il pendio
digrada più dolcemente e dalla sua cima si gode di un
panorama mozzafiato su gran parte dell’isola.

Per la sua conformazione geomorfologica, l’ambiente


che caratterizza la rocca è di tipo rupestre e presenta,
dunque, forti escursioni termiche fra giorno e notte e
venti battenti che disseccano i suoli.
Essa offre pace e rifugio anche ad animali esclusivi
come il falco pellegrino o l’aquila reale, che nidifica
qui e da qui si spinge a cacciare nelle aree aperte. Nel
periodo invernale potrebbe capitare di essere testimoni
di una parata nuziale di questo splendido animale.

Rita Russo Photography

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R E P O RTA G E | FICUZZA 101

Rita Russo Photography

Il piccolo borgo di Ficuzza emerge anche per la produzione di un particolare vino brut, realizzato da una nota casa vinicola
siciliana e per l’arte casearia, quest’ultima ereditata dai Borbone.

I vigneti di Ficuzza, infatti, per la loro posizione, il microclima, l’acqua abbondante e l’ossigeno originato dal bosco, danno
origine ad un prodotto di alta qualità.
Mentre, tra i formaggi primeggia il caciocavallo, prodotto ancora oggi secondo i metodi in uso al tempo dei Borbone e il latte
che arriva dai numerosi bovini che pascolano sui monti circostanti.
Non resta, dunque, che provare… per credere!

Giroinfoto Magazine nr. 78


102 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

A cura di Monica Gotta

Adriana Oberto
Dario Truffelli
Luca Barberis
Gianfranco Cavassa
Giuseppe Tarantino
Manuela Albanese
Monica Gotta

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 103

GENOVA
L’Albergo dei Poveri, uno dei palazzi più grandi di Genova se
non il più grande, nasce a metà del Seicento con un intento di
pubblica assistenza destinato all’accoglienza dei cittadini più
disagiati della città.

Questa struttura è sede museale e ospita tre grandi collezioni:


i quadri, una pinacoteca consistente, un archivio storico
estremamente completo e una collezione di circa 700 paramenti
sacri.
Il cuore del complesso dell'Albergo dei Poveri è il grande salone
dedicato ai benefattori e, sul fondo, la chiesa.
In Italia esistono solo altri tre alberghi dei poveri.

Luca Barberis Photography

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


104 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

L’Albergo dei Poveri è la più importante istituzione caritativa dedicò a istituzioni già esistenti di cui ne diventò benefattore,
della storia di Genova; nasce nel 1656 con lo scopo di ricordiamo la Casa di Nostra Signora del Rifugio fondata da
accogliere le fasce più povere della popolazione genovese Santa Virginia Centurione Bracelli.
che, a quel tempo, a metà Seicento prima della grande
peste, contava circa 70.000 abitanti di cui 15.000, si stimava, Le suore, che ancora oggi si trovano all'ospedale di San
vivessero in condizioni di assoluta povertà. Martino, si chiamano Suore Brignoline così denominate
La Repubblica di Genova costruì questo grande complesso proprio in suo nome. Emanuele Brignole donò una grande
per gli indigenti, grande in previsione anche di un aumento del dimora affinché divenisse la casa madre dell’ordine.
numero dei poveri, trend comune all’Europa del tempo, con
lo scopo ultimo di accorpare in questo complesso gli istituti Per dovere di cronaca la suddetta casa fu distrutta per
minori presenti in città che già accoglievano orfani, anziani e costruire la Stazione Brignole che ancora porta il suo nome.
indigenti. Nel 1656, la Repubblica di Genova, decise di costruire un
edificio dedicato agli indigenti.
La coesistenza di situazioni di vita molto diverse tra loro Per far ciò incaricò Emanuele Brignole di occuparsi
rappresentava effettivamente un grande problema. del progetto, avendo maturato esperienze nel campo
Fondatore dell’albergo fu Emanuele Brignole e a lui è dedicata dell’assistenza e avendo ingenti disponibilità finanziarie.
una statua nel grande salone dei benefattori.
All’interno di una delle stanze dell’albergo si può vedere Il motivo del suo coinvolgimento era duplice.
l'originale da cui è stata prodotta la statua. Non si stava solo pensando a come costruirlo, strutturarlo e
Sono le uniche due rappresentazioni note di questo organizzarlo ma anche a dove reperire il capitale necessario
personaggio che fu uno degli uomini più ricchi della Genova alla costruzione stessa.
del tempo.
Brignole fu un uomo molto schivo e non volle né in vita, né Il primo incarico consistette nello scegliere il luogo dove
dopo la sua morte icone della sua persona. costruire il complesso. Scelse la valle del Carbonara che
rispondeva a una serie di requisiti importanti.
Quest’idea nasceva dal fatto che non voleva essere ricordato Tecnicamente la valle era ed è attraversata dal Rio Carbonara
personalmente, desiderava che si ricordasse solamente il suo che fu interrato all'inizio della costruzione dell'Albergo
lavoro e il suo impegno a favore di persone meno fortunate di dei Poveri ed ancora oggi scorre sotto l'asse principale
altri. Effettivamente la sua opera più importante fu lui stesso. dell’edificio per poi proseguire lungo il corso di Via Brignole
Importante finanziere, nacque in una delle famiglie più De Ferrari fino ad arrivare al mare.
influenti del patriziato genovese. Si sottolinea l’importanza della presenza di un corso
d’acqua e, in più, erano terreni disponibili, acquistabili e non
Ad un certo punto della sua vita decise di destinare tutti i suoi eccessivamente lontani dalla città abitata, quella all’interno
proventi finanziari in beneficenza. delle mura del Cinquecento che passavano da Piazza della
Prima di arrivare alla fondazione dell'Albergo dei Poveri si Nunziata.

Dario Truffelli Photography

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R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 105

Il secondo motivo, altrettanto importante, era legato alla Questa ripartizione portò alla configurazione di uno stile di
visibilità dell’edificio che, con un lato lungo ben 174 metri, vita quasi conventuale.
poteva essere visto e immediatamente percepito da coloro Si effettuò un’ulteriore divisione in 18 reparti in base alle fasce
che arrivavano a Genova via mare. d’età. Si veniva accolti a partire dai 3 anni e il limite superiore
L’intento della Repubblica di Genova era ben chiaro: che fosse di età per risiedere all’interno era 21 anni, inizialmente
noto al mondo che la Repubblica aveva collocato i suoi poveri applicato solo alle donne, poi esteso a tutti e, infine, c’era il
in una reggia al pari di quelle dei più importanti personaggi reparto dedicato agli anziani.
dell’epoca. Erano gli anni in cui si stavano costruendo i palazzi
dei Rolli. L’innovazione consisteva quindi nel fatto che all'interno della
struttura le persone non oziassero, ma erano impiegati in
Uno dei problemi costruttivi fu quello di inserire questo grande attività lavorative di tipo artigianale, soprattutto tessitura.
quadrilatero nella parte alta e stretta della valle. Al piano terra c'erano ambienti predisposti per il lavoro e i
All’interno dell’albergo si vede una riproduzione del progetto bambini ricevevano anche un'istruzione.
originale. Pertanto, la novità dell'Albergo dei Poveri fu che, per tutta la
Si rinunciò in corso d’opera alla costruzione di una parte; oggi durata della loro permanenza, gli ospiti non potevano uscire a
vediamo la facciata interamente realizzata, il lato est sede loro piacere come accadeva nei conventi.
dell’università, la parte nord priva della porzione finale e la Ciò lo rese il primo edificio in Italia costruito in questo modo e
parte mai costruita dove si trova una roccia che ha impedito tecnicamente fu chiamato reclusorio.
la chiusura del complesso. Fu anche definito "basilica di pietà" e "reggia dei poveri" (Cit.
La costruzione durò dal 1656 al 1740 e, quando si riprese Annamaria de Marini “Emanuele Brignole e l’Albergo dei
in mano il progetto nell’Ottocento, si constatò nuovamente Poveri di Genova”).
l’impossibilità di effettuare questo lavoro.
Venne, quindi, costruito un corridoio di collegamento che Brignole e chi con lui pensò a quest’organizzazione riteneva
partendo dalla metà della facciata congiunge le due parti. che fosse la condizione necessaria per poter compiere questo
percorso con lo scopo ultimo di essere reinseriti nella società,
Al centro del quadrilatero si inserisce l’organismo a croce avendo appreso un mestiere, una volta usciti dall’Albergo dei
destinato al culto. Poveri.
Questo è un modello tipico delle strutture ospedaliere, così fu Un’opzione poteva essere anche il decidere di fermarsi nella
per l'Ospedale Maggiore di Milano del Quattrocento progettato struttura prestando la propria manodopera, scelta fatta dai
da Antonio Averlino detto Il Filarete o per l'Escorial in Spagna, più.
noto alla Repubblica di Genova per le relazioni economiche
con questo paese. Nell’Ottocento si entrava solo su richiesta spontanea ed era
Questi luoghi servirono da esempio per il progetto che ancora così elevato il numero di richieste che, spesso, si
Emanuele Brignole intendeva realizzare al suo interno. era rifiutati. Tutto questo rimase immutato fino all'inizio del
Qui sarebbero stati raccolti migliaia di poveri, dai bambini Novecento, quando l’albergo si trasformò in ospedale per
orfani di un istituto che venne aggregato, agli anziani di lungodegenti, condizione che perdurò fino ai primi anni del
un altro istituto chiamato I Vecchi di Carignano, fino ai nostro secolo.
mendicanti presi dalla strada senza tralasciare le donne che,
abbandonate, si sarebbero prostituite. Dagli anni ‘90 si inserisce all'interno della struttura l'Università
Tutto ciò confluì all'interno dell’Albergo dei Poveri e ne rese di Genova, scelta dettata da esigenze tecniche.
grandi i numeri. La struttura cominciava a decadere ed era troppo grande per
essere riscaldata, inoltre non si prestava più all’assistenza
Emanuele Brignole, memore di esperienze precedenti che diurna.
aveva maturato ad esempio nella visita al Lazzaretto della Dato che l'Università necessitava di spazi per l'insegnamento
Foce, luogo che prima dell'Albergo dei Poveri veniva utilizzato si fece un accordo: la struttura restava in mano alla sua
per dare ricovero ai poveri nei momenti in cui non c'erano in proprietà in quanto vincolata per sempre da Emanuele
corso pestilenze, decise di adottare un metodo diverso. Brignole all’uso assistenziale senza possibilità di alienazione,
Negli altri luoghi gli indigenti stavano in ozio e non erano divisi, mentre l’Università entrava con il diritto di superficie e poteva
situazioni che spesso generano e degeneravano in disordini e disporre degli spazi come se fossero propri, con indicazione
risse. Al contrario, nelle case fondate dalla Bracelli, le ragazze di restauro a sue spese.
ivi accolte lavoravano e lui decise pertanto di applicare questo Ad oggi l'Università ha già realizzato delle opere nella parte
stesso criterio. di Levante e nella facciata e sono in essere progetti per
Si effettuò una prima divisione in base al sesso, le donne continuare i lavori di riammodernamento.
nell’ala est e gli uomini nell’ala ovest.

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106 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

Dal punto di vista più artistico nel grande salone dei


benefattori si può vedere una straordinaria collezione di
statue in stucco a partire da quelle più antiche nelle nicchie
e altre in fondo agli scaloni che sono state commissionate
da Emanuele Brignole per i primi benefattori.
Queste statue testimoniano quattro secoli di scultura.

La scelta dello stucco, a differenza di altre statue realizzate


in marmo, era dovuta al fatto che riteneva giusto non Luca Barberis Photography
spendere troppo nel rappresentare il benefattore, al fine di
risparmiare i capitali da destinare ai poveri.

La statua che lo raffigura che oggi è opera di un suo


discendente, fatta nell’Ottocento, forse “violando” le sue
ultime volontà.
Ma evidentemente questi ritenne opportuno che anche
Emanuele fosse rappresentato e ricordato per la sua
immensa opera caritatevole.

Giuseppe Tarantino Photography

Monica Gotta Photography

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R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 107

Grazie ai nuovi donatori è stato inaugurato da poco il restauro di


una statua.
Un’altra statua rappresenta un Brignole Sale, cugino primo di
Emanuele Brignole, figlio del Doge Giò Francesco.
Anton Giulio Brignole Sale, primo a portare il cognome Brignole Sale
da cui poi discenderà anche la Duchessa di Galliera, fu un senatore,
un diplomatico, politico e anche poeta (Van Dyck lo rappresenta a
cavallo in un ritratto attualmente esposto a Palazzo Rosso).
Morta la moglie Paolina Adorno, decise di entrare nella Compagnia
del Gesù e proseguì la sua opera anche come benefattore
nell’Albergo dei Poveri.
In questo momento la Famiglia Brignole era all’apice della sua
potenza economico-politica.

Anche un altro cugino di Emanuele è qui rappresentato da una


statua.
Si tratta di Giacomo Filippo Durazzo che porta un messaggio
importante come tutte le altre statue.
Queste statue imponenti dovevano colpire l'immaginazione di chi
entrava e stimolare all'emulazione, ossia a fare una donazione
all’Albergo dei Poveri.

Giuseppe Tarantino Photography

Adriana Oberto Photography

Giuseppe Tarantino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


108 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

Le statue conducono alla chiesa, unica parte dell’albergo


accessibile anche al pubblico esterno.
Così entrando potevano vedere i grandi benefattori del
passato e sentirsi coinvolti.
Alcune statue settecentesche evidenziano il tema del
denaro e il benefattore che sovrasta il beneficiato.
Ognuna delle otto statue in gesso porta in sé un significato
profondo e sono state realizzate da Giovanni Battista
Barberini.

Nel Novecento si prosegue poi, come si vede nel corridoio,


con targhe ed elenchi di nomi per ringraziare i benefattori
con nome e cognome, anno e importo e si arriva fino al
1974.

Luca Barberis Photography Dario Truffelli Photography

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 109

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


110 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

Luca Barberis Photography

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R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 111

LA CHIESA
Il primo tratto della chiesa, che non è consacrato,
è considerato ancora spazio profano e si chiama
antichiesa.
Questo spazio è dedicato ad alcune pale d’altare che
fanno parte della collezione pittorica dell’Istituto e
sono state restaurate dalla Soprintendenza.
Alla fine del Settecento, causa le leggi napoleoniche,
i conventi e gli ordini religiosi furono soppressi e i
loro beni confiscati.
Queste opere erano state portate all’albergo nei
secoli passati per le loro grandi dimensioni e la
disponibilità di spazi e qui sono rimaste dove ancor
oggi le possiamo ammirare.

Nella chiesa si possono ammirare opere


commissionate appositamente per essere
collocate in questo luogo sacro.
Una in particolare, commissionata proprio da
Emanuele Brignole, è l’Ascensione di Domenico
Piola. Egli commissionò anche l’Immacolata
Concezione di Pierre Puget che oggi è ancora
collocata sull’altare della chiesa dell’Albergo, chiesa
che è dedicata proprio all’Immacolata.

La chiesa vera e propria è sopraelevata di cinque


gradini rispetto all’antichiesa e ha due altari su ogni
lato.

Giuseppe Tarantino Photography

Lorena Durante Photography

Manuela Albanese Photography

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112 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

La cupola è posizionata all'incrocio dei bracci della chiesa.


L'altare fu realizzato circa 100 anni dopo dallo Schiaffino, artista
barocco genovese.
La chiesa aveva l’importante scopo di essere simbolicamente
posta al centro di tutto.
Gli ospiti lavoravano e pregavano dando centralità alla parte di
preghiera durante la loro giornata.
Questo metodo consentiva di continuare a tenere separati i
ricoverati anche durante i momenti di culto.
Quindi la funzione veniva celebrata per tutti al centro e questa
parte poteva essere frequentata anche dal pubblico esterno.
Nella parte est c'era l'oratorio femminile che oggi è l'aula magna
dell'Università e dall’altro lato c’era l'oratorio maschile.
I poveri potevano assistere alle funzioni anche dalla parte alta,
ossia dal corridoio di collegamento con la parte nord.
Nella parte retrostante si trovava l’infermeria riservata ai malati
in modo che anche loro potessero assistere alle funzioni.

A sinistra dell’altare attualmente si trova un’area sottoposta a


recupero.
Qui si trova anche la tomba di Emanuele Brignole che, per sua
espressa volontà, non porta il suo nome.
Non volendo essere ricordato, scrive nelle sue ultime volontà
di voler essere sepolto sotto una lastra senza nome, vestito
con la stessa divisa che i poveri portavano in albergo e in
corrispondenza alla parte di chiesa dedicata agli uomini, “per
stare sempre sotto i piedi dei poveri che grandemente ho amato
in vita”.
In questo ultimo messaggio, bellissimo, che lascia e che denota
grande umiltà, si riassume tutta la sua dedizione ai poveri.
Si ritira dal palazzo di famiglia, che pensava essere troppo
sfarzoso, si ritira in una casa più modesta, veste in maniera
dimessa e cerca progressivamente di avvicinarsi ai suoi assistiti
che aiutava in prima persona.
Adriana Oberto Photography

Manuela Albanese Photography

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R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 113

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


114 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

LE SALE
Inizia, infine, la scoperta delle sale attualmente adibite a
museo.
In una di queste troviamo una pietà che è stata per molto
tempo attribuita a Michelangelo.
Fu portata in albergo dal cardinale Spinola che veniva
da Roma ed è attribuibile ad un allievo di Michelangelo
probabilmente di scuola romana del Cinquecento.

Nel corridoio degli uomini si vedono i nomi dei benefattori


degli ultimi due secoli.
Uno dei quattro cortili è la metà di dimensione di quello
di Levante, poiché questa è la parte incompleta con il
corridoio di collegamento che passa attraverso l'oratorio
da dove poi si intravede l’ala nord.
Gli ambienti lungo il corridoio oggi sono allestiti come
museo e inizialmente erano gli uffici del Brignole,
restaurati nel 2020 circa.
Ad eccezione di due dipinti tutti quelli esposti fanno
parte di una serie di 18 dipinti che aveva commissionato
Emanuele Brignole al fine di esporli negli ambienti dove
stavano i poveri e negli oratori in particolare.
Tutte queste opere sono state create con l'intento di dare
anche i poveri un esempio di virtù da emulare, così come
le statue dovevano dare esempio ai benefattori per indurli
a donare all’albergo.
Tutti i dipinti, datati 1676, riportano una frase che
sostanzialmente vuole indurre i poveri ad aumentare la
propria devozione.
Ce ne sono altri quattro nell'ultima stanza che visiteremo
e ne manca uno che è collocato nella casa madre delle
Brignoline.
Uno dei dipinti è molto particolare.
Si pensa sia opera di un artista del Seicento genovese,
forse Giovanni Battista Baiardo.
E’ una rappresentazione della Sacra Famiglia piuttosto
insolita che riporta alla mente la pittura fiamminga dove Giuseppe Tarantino Photography
spesso si trova il bambino che tiene in mano i simboli
della passione e quindi già presagisce il suo destino.

Luca Barberis Photography

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R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 115

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


116 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

In un’altra sala sono esposti alcuni dei paramenti sacri della


collezione dell’Albergo dei Poveri.
In tutto sono circa 700 pezzi di cui si sta realizzando il
Luca Barberis Photography
restauro.
Anche in questo caso esiste un progetto per cercare
benefattori, che si chiama “adotta un paramento”.
Alcuni di questi paramenti sono straordinari, si parte dal
Seicento dove abbiamo un bellissimo paliotto in ciniglia
di seta colorata e filo dorato e poi una serie di vesti che
venivano utilizzate nell’albergo durante le celebrazioni
religiose, giunte alla struttura attraverso i lasciti delle
famiglie.
Quindi le famiglie non donavano solamente denaro
ma anche proprietà immobiliari, mobili, dipinti, vesti e
paramenti sacri.

Altra curiosità dell’albergo sono le madonne vestite


ex-voto che si rifanno alla tradizione spagnola, quella
delle madonne vestite, che prese piede anche a Genova
attraverso i rapporti che la città intratteneva con la Spagna.
La madonnina in cartapesta qui esposta è la struttura della
madonna che veniva poi vestita con una serie di abiti che
aveva a disposizione, arricchiti da bellissimi ricami, che
venivano utilizzati a seconda delle occasioni del calendario
liturgico.

Altri due pezzi straordinari sono la dalmatica e la pianeta


del primo quarto del Settecento, sotto i quali si intravedono
pizzi pregiati.
Tra le opere più interessanti è esposto un dipinto di Giovanni
Battista Paggi, la Madonna del Rosario; mentre per altri
dipinti, al momento, si hanno solo ipotesi attributive.

Luca Barberis Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 117

In un’altra stanza sono esposti i mobili più belli della


collezione dell’albergo.
Adriana ObertoPhotography
Sono mobili da sacrestia del Seicento, esempi di
ebanisteria genovese con figure di mori molto espressive
che custodiscono all’interno i volumi del fondo antico,
catalogati di recente.
Questa è anche l’unica sala affrescata di tutto il
complesso.
Un’ulteriore sala contenente altri 4 dipinti, era ed è adibita
a sala delle riunioni dove erano custoditi i documenti
dell’archivio che presto torneranno qui, archivio che
riguarda la storia dell’ente.

In questa sala c’è l'unico ritratto esistente di Emanuele


Brignole che è di particolare interesse in quanto questo
è stato realizzato solo un paio d'anni dopo la morte del
Brignole, a differenza della statua realizzata circa 200
anni dopo la sua morte.
Probabilmente questo dipinto è una riproduzione di
Emanuele più simile alla realtà che non la statua.

Emanuele era anche molto malato.


La malattia fu probabilmente generata dalle critiche che
aveva ricevuto sul suo operato.
All'epoca c'era possibilità di mettere in un’urna a Palazzo
Ducale, urna che si vede ancora oggi, i cosiddetti “biglietti
di calice”, ossia delle rimostranze o denunce anonime
che chiunque poteva esporre. Questi biglietti erano così
chiamati per via della forma dei recipienti che venivano
utilizzati per contenerli.

Anche Emanuele fu colpito da questa forma di denuncia


ingiusta che affermava che il Brignole spendeva troppo
denaro in opere ritenute superflue quali quelle legate
all’abbellimento dell’albergo pur trattandosi di soldi
propri.
E proprio in seguito al suo impegno nella fabbrica
dell'Albergo, divenne bersaglio di aspre critiche e invidie
che gli causarono una sorta di patologia da stress che lo
costrinse a lasciare Genova per farsi curare a Piacenza.

A questo punto raccontiamo la storia incredibile che la


[Link] de Marini insieme a uno storico della medicina
ha riportato alla luce 5 anni fa, una curiosità sulla vita del
Brignole sconosciuta fino a poco tempo fa.
Una storia che era rimasta sepolta negli archivi e che Dario Truffelli Photography
racconta l’evolversi della malattia di Emanuele Brignole.
I due medici, che lo avevano in cura, quello di Genova
e quello di Piacenza, entrarono in contrasto, scrissero
diverse note per far valere la propria teoria su come curare
questo paziente che chiamavano Il Signor Ipocondriaco.
In realtà egli venne anche nominato nei testi con uno
pseudonimo che lui stesso scelse di darsi e che risultò
essere l'anagramma del suo nome.
In seguito dopo la sua morte venne trovata una lettera
dove effettivamente lo si nominava e che spiegava
come causa dell’insorgere della sua malattia propria la
denuncia subita.

Tornando al desiderio di Brignole di farsi dimenticare,


questa storia associa la sua figura a qualcosa di molto
particolare, qualcosa che lo analizza quasi da dentro.

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


118 R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI

In questa visita, a parte conoscere la storia dell’Albergo dei


Poveri, abbiamo imparato a conoscere una figura chiave
della Genova del Seicento.
Uno dei più illustri genovesi dell’epoca, Emanuele Brignole
appunto, ha lasciato dietro di sé un’opera monumentale e
anche un insegnamento prezioso: aiutare gli altri, i poveri,
coloro che hanno bisogno di essere sostenuti.

Un argomento che tocca anche la nostra attualità, tocca Luca Barberis Photography
i giorni nostri, basti pensare agli accadimenti di questi
ultimi mesi che vedono il nostro mondo ancora straziato da
conflitti che rendono l’umanità povera.

Adriana Oberto Photography Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALBERGO DEI POVERI 119

RINGRAZIAMO
Architetto Marco Sinesi
Commissario Straordinario di AsP
Emanuele Brignole

[Link] Annamaria de Marini


Sovraintendente Albergo dei Poveri e
autrice del libro “Emanuele Brignole
e l’Albergo dei Poveri di Genova”

[Link] Maria Angela Mollica


Comunicazione AsP Emanuele
Brignole

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120 R E P O RTA G E | RANVERSO

La Precettoria di

Adriana Oberto
Floriana Podda
A cura di Remo Turello Maria Grazia Castiglione
Mariangela Boni
e Maurizio Anfossi Massimo Tabasso
Maurizio Anfossi
Remo Turello Massimo Tabasso Photography

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R E P O RTA G E | RANVERSO 121

Collocata sulla via francigena là dove la Val di Susa termina il suo


declinare verso la pianura padana, l’antica Precettoria, sorta intorno
all’anno mille, volge le spalle alla città di Torino per porgere la sua
facciata verso le montagne, vis-à-vis con la Sacra di San Michele.

In una cornice naturale ancora assai ben conservata, il


Complesso Abbaziale di Sant’Antonio di Ranverso è un’ampia
struttura appartenente all’Ordine Mauriziano che ha nella chiesa
sontuosamente affrescata il suo gioiello.

Tutto il complesso monastico appare ancora oggi ben riconoscibile


nella sua composizione originaria, comprendente, oltre alla chiesa,
il monastero con annesso chiostro ben conservato sul lato della
chiesa, l’ospedale, del quale si è preservata integra solo la notevole
facciata con ghimberga e pinnacoli e, un ricco ed articolato sistema
Ranverso
di cascine.
Torino
Per secoli ha rivestito un ruolo fondamentale per i monaci Antoniani,
non solo come punto di ristoro per i pellegrini che percorrevano la via
francigena, ma soprattutto per i malati bisognosi di cure.

Maria Grazia Castiglione Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


122 R E P O RTA G E | PLANETARIO TORINO
RANVERSO

Nel XIII e XIV secolo l'Abbazia subì diversi ampliamenti


e rifacimenti e sul finire del 1400 si arricchì delle
pregevoli decorazioni in terracotta sagomate con
disegni di fiori e frutta, sugli archi di ingresso e sulla
facciata dell'Ospedale.
La, l’interno della chiesa conserva magnifici affreschi
del '400 realizzati da Giacomo Jaquerio, tra i maggiori
esponenti della pittura piemontese tardo gotica.
Nella navata di destra è raffigurato un importante ciclo
pittorico sulla vita di San Biagio.

Nel presbiterio pregevoli affreschi raffigurano alcune


scene della vita di Sant’Antonio abate sempre attorniato
da animali domestici, belve feroci ed alcuni animali
fantastici.
Troviamo poi il Cristo pantocratore al centro della
“mandorla” in atteggiamento benedicente, una madonna
con il bambino assisa in trono, una deposizione con i
simboli della passione tra le due piccole aperture che
portano alla sacrestia dove Jaquerio e la sua bottega
hanno affrescano interamente le superfici in modo
davvero sontuoso.

La salita al calvario è un imponente affresco che occupa


una intera parete: Gesù sale al Calvario attorniato da
uno stuolo immenso di persone.
Nelle vele della volta a crociera sono raffigurati gli
evangelisti con i loro simboli.

Adriana Oberto Photography Mariangela Boni Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | RANVERSO 123

Il coro della chiesa è sovrastato dallo splendido polittico di


Defendente Ferrari, esponente di spicco della pittura piemontese
del XVI secolo.
Eseguito nel 1531 per committenza della Comunità di Moncalieri
come voto durante un’epidemia di peste, è rappresentata
la Natività con ai lati le figure dei santi: San Sebastiano e
Sant’Antonio, San Bernardino da Siena e San Rocco. Sulla parte
bassa sono rappresentate scene della vita e dei miracoli di
Sant’Antonio Abate.

Gli Antoniani cessarono la loro attività presso l'Abbazia nel


1776; con Bolla Pontificia di Papa Pio VI l’Ordine Ospedaliero
dei Padri Antoniani venne soppresso e i beni di Ranverso, con le
sue dipendenze agrarie, passarono all'Ordine dei Santi Maurizio
e Lazzaro e ancora oggi sono proprietà della Fondazione Ordine
Mauriziano.

Maurizio Anfossi Photography Floriana Podda Photography

Mariangela Boni Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


124 R E P O RTA G E | RANVERSO

Remo Turello Photography

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O R TRAEGPEO R| T APLANETARIO
GE | RANVERSO
TORINO 125

Il carnevale e le credenze antiche inglobate dal Cristianesimo


visti attraverso la Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso
Il cristianesimo dei primi secoli conobbe molte difficoltà
nella sua espansione e numerosi credenti vennero
martirizzati proprio a causa della loro fede.
Gradualmente, però, la religione cristiana riuscì a vincere
le ostilità, iniziando a convivere con quelle presenti, fino a
diventare, in seguito, religione ufficiale dell’Impero Romano.
Molti furono i fattori che contribuirono a questa diffusione
e, tralasciando l'importanza della dottrina proposta,
sicuramente grande peso lo ebbero l'assimilazione e la
rivisitazione di tradizioni e festività presenti già nei culti
precedenti.

Esempi tipici sono il Natale e la Pasqua che si rifanno a


festività pagane già presenti nelle antiche civiltà.
Il 25 dicembre è il primo giorno dopo il solstizio d'inverno
in cui la durata del giorno ricomincia ad aumentare
sensibilmente.
Per questo motivo la giornata è sempre stata associata
a riti di nascita o rinascita, a festività legate alla luce e al
rinnovamento della speranza.
Dalla nascita del dio-sole egizio Horus a quella del dio
Mitra, questo legame giunse fino ai romani e da qui ai primi
cristiani.

Anche il giorno di Pasqua, la prima domenica dopo il


primo plenilunio di primavera, corrispondeva ad una
data importante già prima dell'avvento del cristianesimo.
Essendo legata al ritorno della primavera e al rifiorire
della natura era il giorno perfetto per celebrare anche la
risurrezione di Cristo.

Andrea Barsotti Photography Maurizio Anfossi Photography

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


126 R E P O RTA G E | RANVERSO

Accanto a questi giorni e a queste ricorrenze così importanti ci


sono però anche molti altri piccoli segni che sono stati recuperati
e che magari sono meno noti. Possiamo riconoscerne alcuni
esplorando ed osservando con attenzione la Precettoria di
Sant'Antonio di Ranverso.

Come primo elemento possiamo considerare la posizione in cui


l’antico complesso si trova.
Molti luoghi di culto furono costruiti su siti preesistenti e questo
non fa eccezione.
Prima della fine del XII secolo, periodo in cui la Precettoria
venne affidata ad un gruppo di canonici regolari di Sant'Antonio,
esisteva già in questo luogo una piccola cappella dedicata a San
Biagio.

Ma la presenza di un grande masso quasi all'ingresso della


chiesa ci porta indietro nel tempo fino al periodo neolitico.
Si tratta di un masso erratico: una grande roccia inglobata nei
ghiacci che coprivano tutta la valle di Susa durante le ultime
glaciazioni e che poi è stata "lasciata" sulla pianura quando i
ghiacci si sono ritirati, sciogliendosi per il riscaldamento della
temperatura terrestre.

Oggi questo masso può suscitare curiosità o un po' di stupore,


ma è facile spiegare la sua collocazione così particolare, ma
chissà cosa poteva rappresentare qualche migliaio di anni fa.
Immaginate di far parte di un gruppo di persone del neolitico
che giunge per la prima volta in questa valle e scorge questo
masso in mezzo al verde, senza nulla che possa giustificare la
sua presenza.
L'unica spiegazione possibile era probabilmente che si trattasse
di un segno lasciato da qualche creatura superiore, e che quindi
si trattasse di un luogo mistico di grande spiritualità.
Questa ipotesi interpretativa è avvalorata dal fatto che su molti
massi erratici sono state rinvenute piccole incisioni e coppelle, a
volte non chiarissime da identificare.
Si tratta, in conclusione, di importanti punti di riferimento, a cui
sono stati associati nei secoli luoghi di passaggio, di incontro e Mariangela Boni Photography
anche di culto.

Massimo Tabasso Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | RANVERSO 127

Remo Turello Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


128 R E P O RTA G E | RANVERSO

Volgendo ora lo sguardo alla facciata della chiesa, possiamo scaldarsi, chiara e diretta ripresa del mito classico di Prometeo
trovare altri simboli carichi di significati, come ad esempio la che ruba il fuoco agli dèi per portarlo agli uomini.
decorazione di alcune fiammelle.
Il fuoco rappresenta il cosiddetto "fuoco sacro" o "fuoco di Sempre sulla facciata si possono osservare altre decorazioni
Sant'Antonio", malattia chiamata in realtà ergotismo e legata di tipo naturalistico, come rose e viti, che rimandano da un
all'ingestione prolungata di derivati della segale cornuta. lato a simboli cristologici, come l'uva e il vino, e dall'altro allo
stretto e fondamentale rapporto con la natura esistente anche
Si tratta di una malattia che era molto frequente nel prima del diffondersi del cristianesimo.
medioevo e poteva causare sintomi che andavano da leggeri
arrossamenti della pelle, a piaghe, a forti stati di allucinazione Una nota a parte la meritano le ghiande presenti tra le
e poteva causare anche la morte. decorazioni.
Gli Antoniani erano soliti curare questa malattia e la fiamma Anch'esse inneggiano alla natura, ma come cibo principale
usata come decorazione indicava in quel luogo un ospedale dei maiali ricordano proprio questi animali, grande ricchezza
dove essere curati. dell'ordine Antoniano.
Essi possedevano, infatti, numerosi allevamenti di suini
Il fuoco è però legato anche direttamente a Sant'Antonio da cui ricavavano, oltre agli altri prodotti, il lardo, uno degli
abate. ingredienti principali del balsamo che usavano per curare le
Si narrava, infatti, che proprio Sant'Antonio si fosse recato piaghe del fuoco sacro.
all'inferno per prendere il fuoco e portarlo agli uomini per

Massimo Tabasso Photography Mariangela Boni Photography

Maurizio Anfossi Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | RANVERSO 129

All'interno della chiesa troviamo un altro dei modi Si tratta di un rito in cui si richiede al santo la protezione
fondamentali in cui il cristianesimo ha assorbito le credenze e della gola dalle malattie, ma che rimanda a momenti di
i riti precedenti: i Santi. purificazione più antichi.
Le figure dei santi rappresentano quasi degli eroi a cui i
credenti si affidano in cerca di punti di riferimento, ma anche Nella tradizione ebraica, infatti, quaranta giorni dopo il parto
di aiuto. una puerpera poteva effettuare i suoi primi riti di purificazione
e, calcolando quaranta giorni dal Natale, giungiamo proprio ai
Soprattutto nei primi, come abbiamo visto per Sant'Antonio, primi di febbraio.
vengono incorporati caratteri mitici o mitologici. Anche in questo caso, dunque, si tratta della ripresa di
Nella navata di destra della chiesa troviamo la cappella di San usanze più antiche, confluite in quel periodo di purificazione
Biagio, realizzata da Jaquerio, con gli affreschi sulla vita del e penitenza che, partendo dal mese di febbraio, conduce,
santo. Biagio è da sempre associato alla protezione della gola attraverso la quaresima, fino ai festeggiamenti per la Pasqua.
e nell’affresco il Santo è raffigurato mentre toglie una lisca Il mese di febbraio rimane, quindi, strettamente legato alla
dalla gola di un ragazzo. purificazione, ma anche ad un altro antico rito: quello del
carnevale.
La ricorrenza di San Biagio si festeggia il 3 febbraio e in molti
luoghi la chiesa lo celebra con la "benedizione della gola”.

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


130 R E P O RTA G E | RANVERSO

Si tratta anche in questo caso di una celebrazione tipicamente


pagana, che esistevano già nella cultura greca (con i riti
dionisiaci) e più tardi in quella romana, con i Saturnalia.

In entrambe le culture questi riti erano incentrati su una


trasformazione nella società del tempo: i ricchi diventavano
poveri per un giorno e viceversa.
In particolare, i Saturnalia cadevano in dicembre, nel mese di
maggiore oscurità dell'anno.
Si trattava di un periodo di massima trasgressione, una valvola
di sfogo con festeggiamenti intrisi di riso e satira.
Anche per questa ragione le celebrazioni di Saturnalia e le feste
dionisiache sono state inglobate nel carnevale, come svago e
distrazione prima dell’inizio del periodo quaresimale.

I santi sono stati un grande veicolo di diffusione della religione


cristiana grazie al loro insegnamento, e anche rifacendosi a
riti e credenze più antichi. Infatti, le loro rappresentazioni sono
mutate nel tempo e, partendo da quelle originali, hanno subito
influenze continue.
Riprendendo come esempio Sant'Antonio Abate, patrono della
Precettoria, prima del XII secolo, era rappresentato generalmente
in due modi diversi: o con le tentazioni che aveva subito quando
viveva come eremita o bastonato dai demoni.

Solo a seguito della nascita dell'ordine degli Antoniani e


dell'importanza che per questi assunse il maiale, non solo per il
balsamo con cui si curava il fuoco sacro, ma soprattutto come
fonte di ricchezza, iniziò ad essere rappresentato proprio con un
porcellino al suo fianco.

Maria Grazia CastiglionePhotography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O R TRAEGPEO R| T APLANETARIO
GE | RANVERSO
TORINO 131

Il carnevale degli animali


Alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso per il carnevale
2022 si è voluto unire la tradizione sacra a quella profana,
l’arte e la cura attraverso un percorso iniziato il 23 gennaio,
nella domenica della festa dedicata a Sant’Antonio Abate.

Nel giorno in cui per tradizione avviene la benedizione degli


animali, è stato presentato questo progetto di carnevale,
proseguito poi con alcuni incontri che hanno accompagnato
il percorso di creazione e che si è concluso il 27 febbraio
con una visita guidata, alla scoperta dei temi del Carnevale
nel Medioevo alla Precettoria (di cui abbiamo ampiamente
descritto in precedenza) e una camminata in maschera,
lungo il tratto acciottolato della via Francigena che dalla
chiesa della Precettoria va verso la valle di Susa.

Le maschere, ispirate agli animali e alla natura, sono state


realizzate nel corso del laboratorio online di creazione
contemporanea e arteterapia, a cura di Serena Fumero
ed Elena Maria Olivero, organizzato dai servizi didattici di
Ranverso in collaborazione con “È, arte, formazione e cura”
Ogni partecipante ha scelto l’animale che più lo
rappresentava costruendo dapprima la propria maschera e
poi lavorando sulla parte corporea, esprimendo durante la
camminata, balli e figure ispirate all’animale scelto.

Serena Fumero che si occupa della valorizzazione e


didattica della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso
ci ha raccontato le linee guida che hanno accompagnato
il progetto, dove una maschera nasconde per rivelare:
realizzando la propria si possono esprimere parti profonde
di noi stessi.
Artificio, stranezza, rovesciamento delle consuetudini: una
maschera può mostrare l’anima più autentica di ciascuno
proprio grazie alla sua eccezionalità e alla sua capacità
di comunicare simbolicamente in modo immediato ed
accessibile.
Andrea Barsotti Photography Massimo Tabasso Photography

Maria Grazia Castiglione Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


132 R E P O RTA G E | RANVERSO

Elena Maria Olivero ci ha spiegato cosa sono le arteterapie,


pratiche che utilizzano l'arte e i suoi linguaggi, quindi le arti
visive: la musica, il teatro e la danza come mezzi per sostenere
le persone in percorsi di espressione e trasformazione e che lo
fanno attraverso un processo che permette di accompagnare a
nuove modalità possibili, stare in contatto con se e di relazionarsi.

Queste pratiche sono utilizzate in ambito educativo, in ambito


sociale, in ambito sanitario riabilitativo, come mezzo di
introspezione ed evoluzione in virtù del fatto che i linguaggi
artistici permettono di esprimere un livello non verbale sensibile
e profondo per le verità che sono più difficili da raccontare a
parole.

Si tratta di pratiche accessibili a tutti, senza che sia richiesta


una particolare competenza e questo perché si tratta
sostanzialmente di una ricerca di espressione che va oltre il
riferimento di modelli formali ed estetici.
La finalità dell'arte terapia è quella di attivare le risorse creative
degli individui, dei gruppi e delle comunità per sviluppare
benessere personale e sociale promuovendo la salute così
come definita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè
uno stato di completo benessere fisico-psichico e sociale e non
semplice assenza di malattia.

Massimo Tabasso Photography

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | RANVERSO 133

Remo Turello Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


134 R E P O RTA G E | ALTOPASCIO

Situato all’estremo margine orientale della


provincia di Lucca sui confini di altre tre
province (Pisa, Pistoia e Firenze), il Comune
di Altopascio ricopre un’estensione
territoriale pari a 28,70 kmq e comprende
le frazioni di Spianate, Marginone e Badia
Pozzeveri.

A cura di Giacomo Bertini


Giroinfoto Magazine nr. 78
R E P O RTA G E | ALTOPASCIO 135

Giacomo Bertini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


136 R E P O RTA G E | ALTOPASCIO

Il nome Altopascio è di probabile origine longobarda e deriva


dalle parole «Teu» (popolo) e «passio» (ruscello), che, unite,
significherebbero «rio pubblico».

Il toponimo risulta così composto dalla preposizione Al- e


dall’elemento Topascio, ad indicare la posizione di quello che fu
l’ospizio dei Cavalieri del Tau di cui si ha notizia in documenti che
risalgono alla fine dell’XI secolo presso il detto corso d’acqua.

Questo luogo ebbe notevole importanza fin dall’anno Mille, in


quanto punto di sosta, di assistenza e di cura, hospitale, per i
pellegrini che percorrevano la via Francigena.

Lo Spedale di Altopascio, del quale si hanno le prime notizie certe


in un documento datato 1084, si ritiene fondato probabilmente
per opera di dodici cittadini lucchesi.

All’epoca la zona era ricoperta da fitte selve e da malsane paludi


che nascondevano pericoli di ogni genere per i pellegrini, pericoli
che andavano dal rischio di perdersi e non ritrovare più il giusto
percorso o di incappare in brutti incontri con banditi attirati dai
valori trasportati dai viandanti.

Giacomo Bertini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALTOPASCIO 137

Ben presto i servizi dello Spedale


divennero di grande rilevanza tanto
che per adempiere le funzioni cui
era preposto, venne istituito l’Ordine
monastico cavalleresco dei Cavalieri
del Tau, che assunse ben presto grande
prestigio e accumulò consistenti
ricchezze diffondendosi rapidamente in
tutta Europa.

I Cavalieri del Tau che presero il nome


dalla Croce «taumata», simile alla
lettera Tau dell’alfabeto greco (Τ), oltre
ad occuparsi dell’assistenza e della
difesa, anche armata, dei pellegrini,
provvedevano alla cura delle strade, dei
ponti e dei navigli.

Lo Spedale, che diede origini al borgo,


sorgeva sulle rive del lago di Bientina
o di Sesto, ora bonificato, ma a
testimonianza dell’importanza del lago
esistono ancora molti riferimenti come i
nomi di alcuni luoghi che lo ricordano: si
veda, ad esempio, la piazza del Porto e
un affresco nella chiesa di San Jacopo
Maggiore, che ritrae San Jacopo, patrono
dei pellegrini, al suo arrivo ad Altopascio
sulla prua di una imbarcazione con il
simbolo del Tau.

Giacomo Bertini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


138 R E P O RTA G E | ALTOPASCIO

Giacomo Bertini Photography

Altopascio non è solo un luogo di passaggio o di ristoro, ma è Oggi Altopascio conserva molto bene il piccolo centro storico
una cittadina ricca di storia e teatro di importanti eventi storici, che lo caratterizza, grazie ai lavori di conservazione delle
come la grande battaglia del 1325 in cui i Fiorentini, proprio strutture antiche e delle aree pubbliche; è possibile visitare
in mezzo a quelle terre paludose, furono sanguinosamente due grandi piazze; la più grande è piazza Bettino Ricasoli, che
sconfitti da Castruccio Castracani, signore di Lucca, dopo un speso ospita concerti o fiere.
lungo periodo di assedio del borgo. La più piccola è piazza Giuseppe Garibaldi, che un tempo
costituiva il cortile grande della Casa di fattoria, creato nel
Dopo il 1459, anno in cui per disposizione di Papa Pio II venne 1472 allargando uno spazio preesistente.
sciolto l’Ordine dei cavalieri del Tau, lo Spedale di Altopascio Sulla sinistra della facciata dell’edificio sono ancora visibili i
subì un progressivo declino vedendo diminuire la sua resti dell’abside dell’antica chiesa.
importanza fino a che il granduca di Toscana Pietro Leopoldo
di Lorena, nel 1773, lo soppresse definitivamente in favore Esiste ancora una piazza a poche decine di metri, forse la
dell'ospedale di Pescia. più importante ed emblematica di Altopascio: la piazza degli
Ospitalieri, che corrisponde a un cortile di fattoria realizzato
Questo provocò anche uno spopolamento della campagna e nel XVI secolo da Ugolino Grifoni allargando l’antica area
un aumento dei poveri, che, a catena, provocò un aumento dei claustrale con l’abbattimento dei lati superstiti del chiostro.
crimini ai danni dei pellegrini, con la conseguente perdita di Al centro di questa area si conserva un interessante pozzo
importanza della ricettività del luogo. con un pregevole Pozzale ottagonale in monoblocco di pietra,
Grazie al ruolo strategico che Altopascio ebbe durante le lotte sul cui bordo interno si notano i solchi delle catene con cui si
di potere tra i Medici, Granduchi di Toscana, e la Repubblica calavano i secchi e le brocche per attingere l’acqua.
di Lucca, nei secoli XVI e XVII, la cittadina assunse una Il pozzale è stato trasferito in questo luogo negli anni Trenta
conformazione di fortezza che rimase tale fino al termine dei dalla vicina corticella della che probabilmente ospitava la
contrasti di confine tra il Granducato e la piccola Repubblica foresteria medievale.
di Lucca, per divenire un luogo di fattorie.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALTOPASCIO 139

Giacomo BertiniPhotography

Giroinfoto Magazine nr. 78


140 R E P O RTA G E | ALTOPASCIO

Dell’antico chiostro rimane ben poco, ma si è conservata la


parte più significativa.
Di fronte alla porta del Giardino è situato il lato di levante,
così trasformato nel 1557 in stile tuscanico con colonne e
pilastri in pietra serena e sormontato da una loggetta.

Alle spalle, con il suo alto campanile che proietta la sua


ombra nelle due piazze, si trova la già citata chiesa dei
Santi Jacopo, Cristoforo ed Eligio, comunemente nota
come chiesa di San Jacopo Maggiore.
Si tratta di una chiesa, originariamente in stile romanico
che, nel corso degli anni ha subito numerosi interventi
di restauro che l’hanno profondamente trasformata
conservando però la facciata e la zona absidale.

Al suo interno, come abbiamo già accennato, è visibile un


bellissimo affresco che raffigura il patrono dei pellegrini,
San Jacopo, sulla prua di una barca con il simbolo del Tau,
dipinto da Dilvo Lotti nel 1954.

Giacomo Bertini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALTOPASCIO 141

Proprio di fronte alla chiesa si trova un’importante via di


collegamento che attraversa il cuore di questo comune: via
Cavour.
Su questa strada le attività commerciali, botteghe, farmacie e
alimentari aprono le loro vetrine e bar e pasticcerie offrono i
loro servizi ai molti cittadini che vi abitano.
Questa via collega la zona della stazione ferroviaria, fino a
raggiungere l’altra estremità del paese sita in piazza Umberto
I, da dove partono essenziali diramazioni stradali che
raggiungono le province limitrofe.

Entrando in quest’ultima piazza si rimane subito attratti da


una piccola chiesa circondata da strade trafficate.
La Chiesa di San Rocco venne edificata nel 1645 dalla
Compagnia di San Rocco per aver ricevuto la grazia fermando
l’avanzare della peste.

Giacomo Bertini Photography

Le celebrazioni in onore del Santo che dà il nome alla chiesa,


si svolgono il 16 agosto ed è quella l’occasione propizia per
ammirare i bellissimi dipinti che sono custoditi al suo interno.

Giroinfoto Magazine nr. 78


142 R E P O RTA G E | ALTOPASCIO

Giancarlo Nitti Photography


A pochi minuti dal centro storico si trova la
riserva naturale del lago di Sibolla, un’oasi di
60 ettari di querce e farnie, con prati, campi
coltivati e un grande specchio d'acqua a fornire
un punto di sosta a tanti uccelli che percorrono
le rotte migratorie.

Anticamente era molto più esteso, ma le


numerose bonifiche di cui è stato oggetto ne
hanno ridotto le dimensioni, ma non hanno
decretato la scomparsa, in quanto l’acqua del
lago è originata da sorgenti sotterranee, difficili
da regimare.

Nella frazione di Badia Pozzeveri si trova


la Badia di San Pietro, un tempo chiesa
parrocchiale, oggi area archeologica sede di
lezioni ed esercitazioni pratiche del Master
universitario in bioarcheologia, paleopatologia
ed antropologia forense delle università di
Bologna, Pisa e Milano.

Nella storia anche questa abbazia vede le


sue sorti legate alla già menzionata battaglia
di Altopascio, in quanto l’area circostante
iniziò la propria decadenza a causa del suo
spopolamento e fu preda di scorrerie di
briganti, fino al definitivo abbandono da parte
dei monaci nel 1408.

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALTOPASCIO 143

Giacomo Bertini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 78


144 R E P O RTA G E | ALTOPASCIO

Giroinfoto Magazine nr. 78


R E P O RTA G E | ALTOPASCIO 145

Giacomo Bertini Photography

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Ponte delle catene


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Budapest

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Alba a Vestrahorn
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    Una Storia Del Mondo in Sei Bicchieri: Sete
    4 pagine