GF78
GF78
com
N. 78 - 2022 | APRILE Gienneci Studios Editoriale. [Link]
CHIGNOLO PO
Band of Giroinfoto
78
[Link]
APRILE 2022
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Ed ecco entrati nel sesto anno di redazione di Giroinfoto Magazine.
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. Le difficoltà degli ultimi due anni relative alla pessima gestione socio-
politica sono cresciute, intralciando il libero sfogo editoriale limitando le
È così che Giroinfoto magazine© diventa una finestra sul prerogative della rivista nello sviluppo culturale e turistico in aiuto dei
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
territori.
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters
professionisti e amatori del photo-reportage. Nonostante tutto, e grazie all'impegno di tutti i nostri collaboratori, il
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più progetto [Link] non si arresta, anzi, combatte con tutte le proprie
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
forze per pubblicare articoli utili alla valorizzazione dei territori bisognosi
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere
un punto di riferimento per la promozione della cultura di visibilità.
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio.
In questo periodo storico, dove tutto è ormai convertito al mondo
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi,
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, digitale, risulta talvolta anacronistico volersi concentrare su un progetto
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici cartaceo, sia per motivi di convenienza economica che di divulgazione.
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e Da qui la decisione di mantenere il magazine con un format "tradizionale"
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai
per il mantenimento della qualità comunicativa, evolvendolo alla
tutti ci siamo fossilizzati.
digitalizzazione favorendo la fruizione.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e In ultimo, vorrei ringraziare anche tutti i nostri lettori che crescono
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze continuamente sostenendo il progetto Giroinfoto.
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili.
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
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LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5
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ANNO VIII n. 78
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20 Aprile 2022 giroinfoto TV
C O N T E N T S
R E P O R TA G E
CHIGNOLO PO
GIROINFOTO MAGAZINE
78
I N D E X
R E P O R TA G E
MONET
10 CHIGNOLO PO
Il complesso Monumentale
Band of Giroinfoto
22
22 MONET
Genova
Band of Giroinfoto
38
R E P O R TA G E
52
VILLA DELLA REGINA
R E P O R TA G E
84
FICUZZA
FICUZZA
Ibosco del Re
84 R E P O R TA G E
102
ALBERGO DEI POVERI
Genova
102
Band of Giroinfoto
RANVERSO
e il carnevale
120
Band of Giroinfoto
ALTOPASCIO
Storia e attualità
134
Giancarlo Nitti
R E P O R TA G E
120
RANVERSO
R E P O R TA G E
134
ALTOPASCIO
Un modo divertente e
coinvolgente per condividere le
tue emozioni.
I NOSTRI
REPORTS Articoli totali Articoli pubblicati Nuovi
sul magazine dagli utenti Reporters
Aprile 2022
389 52 8 36 20 1
ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI
COMPLESSO MONUMENTALE
Alessia Sangalli
Manuel Monaco
A cura di Manuel Monaco Michela De Lazzari
Stefano Scavino
Chignolo Po
Un po' di storia
La storia del complesso inizia nel 740 d.C. al
tempo in cui Liutprando, re dei Longobardi,
fece edificare una struttura fortificata con
una grande torre per controllare i territori
circostanti.
Da qui, infatti, è possibile osservare i colli di
San Colombano a nord, l’Oltrepò piacentino
a sud e, a ovest, Pavia, la capitale del regno
longobardo.
Il Ricetto
Il ricetto è una struttura fortificata di origine medievale.
Di solito è costituito da un insieme di case circondate da mura e torri il cui compito era quello
di proteggere la popolazione in caso di pericolo.
In Italia si trovano numerosi esempi di ricetti in Piemonte, in Lombardia, in Toscana e in Lazio.
[Un esempio di particolare pregio è il ricetto di Candelo (BI) descritto nel numero 40 di Giroinfoto.]
Inoltre, la vicinanza con le grandi città emiliane e lombarde I Cusani rimasero quindi i proprietari fino al 1936 quando,
rese il complesso un nodo commerciale di notevole rilevanza alla morte senza eredi del marchese Camillo Cusani Visconti
tant’è che Galeazzo Maria Sforza inviò mezzi e uomini per Botta Adorno, il castello venne donato all’ordine di Malta che
intraprendere un’opera ingegneristica di notevole rilevanza lo elesse Casa Magistra.
per l’epoca: la deviazione di alcuni chilometri verso sud del Negli anni Ottanta del ‘900 l’ordine di Malta vendette il castello
Po che, ad ogni esondazione, provocava enormi danni. all’attuale proprietario: l’avvocato Antonio Procaccini.
Da allora è in atto il restauro dell’intera struttura ed è possibile
Il complesso passò di mano in mano fino a quando, nel 1486, effettuare sia visite guidate che eventi e manifestazioni al suo
Beatrice Federici Todeschini ne divenne proprietaria. interno.
Beatrice sposò in seconde nozze il marchese Gerolamo
Cusani portando in dote il castello di Chignolo Po.
La nostra guida, Maria Elena, ci ha accompagnato in un Prima di proseguire all’interno ci spostiamo all’ingresso
tour dedicato, che ci ha permesso di apprezzare la storia e i meridionale per ammirare l’imponente facciata su cui svetta
personaggi che hanno influenzato e plasmato il complesso. la torre.
Il nostro percorso inizia dalla Palazzina della caccia, situata
nel parco. Scopo di questo edificio era ospitare i nobili Da qui sono ben visibili anche i camminamenti di ronda.
al termine delle attività venatorie ma non solo, infatti in Percorriamo quindi il viale che dal cancello meridionale
corrispondenza della palazzina fu creato un lago artificiale porta all’ingresso, attraversiamo uno dei pontili in muratura
per permettere agli ospiti di dilettarsi e rilassarsi in barca. che sostituirono i ponti levatoi e ci addentriamo nel castello.
Claude Monet
Palazzo Ducale
Genova
dal 11/02/2022
al 22/05/2022
ARANCIONE L'arancione è considerato la forza nascosta della vita, è il flusso segreto della
vita, è energia anti stanchezza.
Armonizza vitalità fisica con ottimismo mentale, stimolazione emotiva.
BLU
Il blu è spesso considerato un colore
profondo, dove lo sguardo affonda
senza incontrare ostacoli perdendosi
nell'infinito.
È il più immateriale dei colori, la
natura non lo presenta spesso se
non ad esempio con il vuoto dell'aria
o il riflesso dell'acqua.
Il blu è freddo ma è anche
considerato il più puro dei colori. Il
blu smaterializza, è spesso associato
all'infinito dove il reale si trasforma in
immaginario.
Gli egizi lo consideravano il colore
della verità.
VIOLA
È il colore dell'equilibrio tra cielo e terra, tra passione ed
intelligenza.
Nell'alchimia è considerato il colore della trasmutazione e
della sublimazione. INDACO
Per Kandinskij l'indaco esprime la misteriosa
attrazione dell'uomo verso l'infinito, la sete del
soprannaturale.
Monica GottaPhotography
BIANCO
Il colore bianco comprende tutti i
colori dello spettro luminoso e come
significato sta agli antipodi del
colore nero.
Questa disanima sui colori è fatta per riflettere su ciò che ci ha trasmesso il maestro dell’Impressionismo.
Monet non ha soltanto esplorato i colori, la luce, i riflessi e l’interazione di questi tre elementi.
Ha aperto una discussione con il futuro, quel punto spazio-temporale dove siamo noi quando ammiriamo le sue
opere eccelse.
Contempliamo le sue opere, più precisamente le sue pennellate che emergono dalle sue tele, i rilievi di colore…
Come non osservare questa tensione verso l’infinito, verso il futuro, verso di noi che abbiamo l’arduo compito di
capire una mente così elevata e creativa?
NERO
Secondo una meravigliosa leggenda,
è dall'esplosione di una minuscola
onice nera che ha preso vita tutto il
creato.
La definizione di impressionismo è legata anche alla tecnica Monet era talmente legato ad alcune sue opere che non riuscì
utilizzata per dipingere, ovvero effettuare veloci pennellate di mai a metterle in vendita e le custodì nella sua abitazione di
colore che danno vita a paesaggi impressi sulla tela attraverso Giverny.
l’osservazione diretta o en plein air.
Le opere esposte percorrono la sua crescita artistica e la sua
Il maestro Monet in quegli anni dichiarava… “Altri pittori grande creatività, provengono dal Musée Marmottan Monet
dipingono un ponte, una casa, una barca…io voglio dipingere di Parigi, dove è conservato il nucleo più grande al mondo
l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della delle opere dell’artista, donate al museo parigino dal figlio del
luce in cui esistono”. maestro, Michel, nel 1966.
Un progetto piuttosto ambizioso quello di dipingere l’aria che,
tuttavia, ha trovato la sua realizzazione nelle opere del grande
maestro dell’Impressionismo.
Monet non
è che un Le sue pennellate delicate, ma ricche e
corpose sono la sua firma, la luce passa
dall’essere fioca all’essere accecante.
buon Dio,
che occhio!
Paul Cézanne
Può l'arte
diventare
un'occasione di Mostra organizzata da Palazzo Ducale
"rivelazione"?
Fondazione per la Cultura e Arthemisia
In collaborazione con Musée Marmottan
Monet di Parigi
(Riflessioni di Kandinskij sul rapporto tra
spiritualità ed arte) A cura di Marianne Mathieu
RISERVA
NATURALE
SPECIALE
Barbara Tonin
Domenico Ianaro
Fabrizio Rossi
Marco Cullari
Monica Pastore
Biella
Riserva Naturale
Speciale la Bessa
Ivrea
La forza
centrifuga allontana i
sedimenti più leggeri dalla
depressione conica (analogamente
a ciò che avviene entro una
batea) concentrando sul fondo le
lamine d’oro e forza attrattiva per
la polarizzazione superficiale delle
Per effetto della pagliuzze d’oro ad elevato peso
La corrente del forza centrifuga specifico che per effetto della forze di
corso d’acqua forma dei si forma una Van Der Walls (forze elettrostatiche
mulinelli maggiormente depressione a forma di attrattive o repulsive intermolecolari)
attivi durante gli eventi di piena ove cono rovesciato sul fondo iniziano ad aggregarsi.
particolari condizioni morfologiche del corso d’acqua.
del fondo dell’alveo li favoriscono
(presenza di grossi massi,
affioramenti rocciosi trasversali al
corso d’acqua, ecc.)
Un evento alluvionale di
grande energia e superiore
ai precedenti modifica Dopo tutto questo
bruscamente il fondo dell’alveo processo la pepita è
asportando la pepita formatasi in “disponibile” per il Cercatore
precedenti eventi di piena. d’Oro che se fortunato la trova
entro la sua Batea!
Un studio approfondito sulla Bessa è stato eseguito anche Il colore era dato dalla presenza di quarzite negli stessi. Il
dal geologo Giuseppe Quaglino, che citiamo in quanto nel suo minerale quarzoso aveva e ha tuttora diversi impieghi, tra i
libro "Bessa: non solo oro" illustra non solo quanto descritto in quali la produzione del vetro.
precedenza, ma anche un’ulteriore ipotesi sullo sfruttamento
del giacimento. Ora la Bessa non ha più questo aspetto, in quanto tra gli anni
’50 e ’60 aziende locali asportarono la quasi totalità dei ciottoli
La nuova ipotesi dell’Autore si basa sul concetto che “qualsiasi bianchi.
giacimento primario o secondario non fornisce quasi mai Partendo quindi dall’aspetto antropico della riserva, Quaglino
un unico minerale, altri minerali sono sempre presenti ed in ipotizza che i Romani avessero non solo cercato l'oro nei
quantità tali da non essere trascurati a meno che non siano sedimenti sabbiosi presenti nel complesso fluvioglaciale
notevolmente dispersi nel giacimento; per esempio in molti della Bessa, ma anche sfruttato questa seconda materia,
giacimenti auriferi primari si estraggono anche argento e particolarmente apprezzata.
platino”.
La raccolta dei ciottoli di quarzite, dunque, avveniva
Fino agli anni ’50, la Bessa si presentava come un manto di contemporaneamente alla raccolta dell’oro.
ciottoli bianchi.
Dell’industria vetraria dei Romani, infatti, si legge anche Poiché la presenza dei ciottoli di quarzite era casuale, e
negli scritti di Strabone e si può affermare con certezza che quindi il loro sfruttamento non era programmabile, la doppia
questi non si fossero fatti scappare la possibilità di sfruttare coltivazione (sabbia aurifera –quarzite) procedeva avendo
tale giacimento a cielo aperto, vista la notevole quantità e come “Linea Guida” la semplice presenza dell’acqua che
l’estrema purezza del minerale. serviva per il lavaggio della sabbia aurifera.
Questo metodo di coltivazione, apparentemente “Casuale”,
Così lo descrive Quaglino: “Lo sfruttamento, dopo la facile spiegherebbe perché i ciottoli non sono stati scaricati a valle
raccolta dei ciottoli quarzitici presenti in superficie, comportava del terrazzo alluvionale verso l’Elvo ma collocati lateralmente
logicamente il rimaneggiamento dei ciottoli per raccogliere ai percorsi delle falde freatiche alcune delle quali tuttora
quelli dispersi in profondità entro l’enorme massa sedimentaria. visibili; lo scarico dei ciottoli alla base del terrazzo alluvionale
Si evidenzia che lo sfruttamento della quarzite non necessitava e quindi lungo la sponda destra dell’Elvo avrebbe ostacolato la
di acqua e l’unico problema, facilmente risolvibile, era quello ricerca dell’oro lungo la sponda stessa sede principale, a mio
di spostare i ciottoli non quarzosi e la sabbia aurifera che parere, di una delle aurifodine dell’Agro Vercellese oltre a quelle
logicamente veniva lavata asportandone l’oro. dell’Olobbia e del Cervo forse in concorrenza con quella lungo
Il mio convincimento è che gli antichi minatori, mentre lavavano le sponde della Dora. […] sfruttare solamente la sabbia aurifera
la sabbia aurifera asportavano i ciottoli di quarzite andando a tralasciando il quarzo ritengo fosse semplicemente assurdo ed
raccoglierla anche in profondità entro il territorio della Bessa; antieconomico”.
poiché il lavaggio della sabbia aurifera comportava l’utilizzo di
acqua questo doppio sfruttamento minerario veniva iniziato e Per un maggiore approfondimento, il libro dell’Autore è
proseguito ove erano presenti quelle abbondanti emergenze scaricabile gratuitamente dal sito [Link]
idriche alla base del terrazzo alluvionale. [Link]/
Proprio per la particolarità dell’ambiente, La Bessa vanta una biacco e il colubro di Esculapio; tra gli uccelli, oltre all’avifauna
flora e una fauna tipiche, spesso esclusive, che hanno trovato abituale dei boschi biellesi, è da segnalare una rilevante
nella Bessa l’habitat ideale. L’accumularsi alla base delle presenza di allocchi e barbagianni.
pietraie di materiale fino e organico ha dato origine ad una
progressiva colonizzazione vegetale. Il parco è visitabile in tutto il periodo dell'anno, ma la stagione
in cui lo si può apprezzare di più è la primavera, per le fioriture
Compaiono per primi i licheni e i muschi, poi le felci, le eriche multicolore.
e altri arbusti. Nella stagione estiva è consigliabile scegliere le ore più
Tra le specie arboree predominano le querce, ma si trovano fresche del mattino o della sera, per evitare il caldo eccessivo
anche ciliegi, betulle, frassini, robinie, castagni e noccioli. e gli insetti: inoltre, nel periodo da Ottobre ad Aprile il riposo
A primavera, la fioritura dei ciliegi accompagna il profumo dei vegetativo delle piante consente una maggiore visibilità
pruneti, mentre il biancospino, il ciclamino e la rosa canina dell'ambiente circostante.
danno un suggestivo tocco di colore. Tipico è il fiammeggiante
giglio di S. Giovanni, mentre rara è la Pulsatilla montana e la L'abbigliamento adatto corrisponde a quello di una escursione
Stellaria bulbosa. in montagna a bassa quota: pedule o scarponcini leggeri,
felpa o giacca e pantaloni robusti di cotone per proteggersi
Anche la vita animale, sebbene meno evidente, trova qui un nell'attraversamento di fasce di vegetazione: importante, nel
habitat ideale: bruchi e farfalle tra gli insetti, roditori, volpi, periodo estivo, dotarsi di adeguata scorta di acqua.
lepri, camosci e talvolta cervi, ma anche rettili quali la vipera, il
VERMOGNO
Sentiero della
Fontana del Buchin
percorso introduttivo ai vari ambienti della Bessa
Località di partenza: Parcheggio al bivio per Magnano della SP Dopo una serie di modesti incrementi di quota si raggiunge
411, da Cerrione a Mongrando una deviazione, segnalata, che conduce ad un punto
Tempo di percorrenza: ore 1.15 panoramico da cui si gode un’ampia vista sui cumuli di
ciottoli sull’imponente cordone morenico della Serra, sulle
Dal parcheggio si attraversa l'area pic-nic e si raggiunge Alpi Biellesi e sulla vetta del Monte Rosa.
l'ampia radura dove si trova la "Fontana del Buchin", moderno
adattamento a forma di vasca rettangolare che raccoglie Rientrando sul percorso principale, in breve si giunge
l'acqua della sorgente che sgorga dal terreno a poca distanza. all'incrocio con la strada della "Mezza Bessa": questa strada,
che per lungo tratto segue il culmine della linea di separazione
Il sentiero sale in breve sul Terrazzo superiore, in questa zona tra i versanti Olobbia ed Elvo, si ritiene sia uno dei pochi resti
molto meno evidente che sul versante Elvo. (trasformato e colmato) del canale che, proveniente dal
Immediatamente a sinistra si trova il sito ove giaceva la torrente Viona, alimentava le numerose diramazioni degli
stele scoperta nel 1997, risalente presumibilmente alla II Età impianti di lavaggio della aurifodina. Il percorso prosegue
del Ferro (IV-II sec. a.C.) ed ora conservata presso la sede a sinistra sullo stradino orlato da cespugli di erica, fino
dell'Ente di Gestione della Riserva, in Cerrione. alla fontana del "roc di pé" dove si svolta ancora a sinistra
avviandosi lungo la via del rientro, lasciando a destra i resti
Si prosegue su terreno misto di ciottoli e macchie di alberi, in di un insediamento con profondi affossamenti e resti di muri.
cui frequenti affioramenti di terreno morenico testimoniano Poco più avanti si esce dal bosco salendo su un pronunciato
della scarsa ed irregolare consistenza dei cumuli che tendono dosso rettilineo in ambiente aperto e panoramico, dopo di che,
ad assottigliarsi progredendo verso il termine meridionale ridiscendendo attraverso zone di bosco e radure, si ritorna in
dell'altopiano. pochi minuti al parcheggio.
VERMOGNO
CERRIONE
MOLINO DEL GHE
Sentiero della
Ciapei Parfundà
percorso di approfondimento sugli aspetti geologici,
storici e archeologici
Località di partenza: Centro Visita di Vermogno (Zubiena) "pietre sprofondate", poiché gli abitanti del luogo raccontano
Tempo di percorrenza: ore 1.30 dell'esistenza di una galleria che si inoltrava nei ciottoli.
L'insediamento omonimo, posto ad Est del cumulo, è
Questo itinerario si snoda lungo le "strade di servizio" costituito da numerosi edifici affondati nella pietraia: uno di
delle antiche aurifodinae, in un paesaggio vario di cumuli questi, di notevoli dimensioni (circa 25 per 5 metri) e collegato
e macchie alberate, tra resti di insediamenti e canali di da corridoi ad altre strutture di minore superficie, fu scavato
lavaggio traboccanti in "conoidi antropici", in una delle aree nel 1995 ed ha restituito ceramica in frammenti (soprattutto
dove maggiormente evidenti sono i resti dello sfruttamento anfore) ascrivibile alla fine del II, prima metà del I secolo a.C.
minerario da parte dei Romani. Il sentiero contorna a sinistra il piccolo "villaggio" e prosegue
costeggiando un canale che più avanti, al limite del Terrazzo,
Dal Centro Visita di Vermogno il per- corso ritorna per un sbocca nei "conoidi antropici" che si aprono a ventaglio sulla
centinaio di metri lungo la strada asfaltata fino all'imbocco pianura sottostante e sono costituiti dal materiale risultante
della carrareccia sulla sinistra, che si inoltra nel bosco. In dal lavaggio delle sabbie aurifere durante la coltivazione della
breve il percorso esce allo scoperto e compaiono i primi miniera.
cumuli di ciottoli, con ampia vista sulle montagne.
A questo punto il percorso volge al rientro e, riprendendo a
Procedendo in leggera discesa, si raggiunge la base di un alto salire, prosegue lungo il sentiero a fondo erboso in un bosco
cumulo posto sulla sinistra, dalla cui sommità si fruisce di un di querce e carpini che in autunno si colorano di giallo intenso.
magnifico paesaggio: Biella e l'alta pianura, le Alpi Biellesi e le Dopo numerose curve si incontra la carrareccia percorsa
prime propaggini delle colline moreniche della Serra. Questa all'inizio dell'itinerario e quindi si svolta a destra fino a tornare
zona è chiamata "Ciapei Parfundà" cioè alla strada asfaltata e al Centro Visita.
VERMOGNO
Sentiero della
Riva del Ger
percorso di approfondimento sugli aspetti naturalistici,
agricoli e forestali
Località di partenza: Centro Visita di Vermogno (Zubiena) Il percorso giunge al bordo della scarpata che separa il
Tempo di percorrenza: ore 1,30 Terrazzo, sul quale era situato il giacimento aurifero, dai
"conoidi antropici" costituiti dai detriti prodotti dal suo
Dal parcheggio del Centro Visita il percorso attraversa il grande sfruttamento.
prato dell'area attrezzata e si inoltra ben presto tra i cumuli di
ciottoli, fiancheggiato da muri a secco; dopo circa 50 metri Attraverso un bosco di querce e castagni il percorso volge
una biforcazione sulla destra devia dal percorso principale e al rientro seguendo il crinale, fino a ridiscendere nel canale
conduce ad un vasto bacino pianeggiante che si ritiene essere proveniente dalla "vasca di accumulo" situata nei pressi
stato una grande "vasca di accumulo" dell'acqua utilizzata per dell'inizio del sentiero.
la coltivazione della miniera romana.
Il tracciato risale ora il corso del canale e poi, proseguendo
Ritornando sull'itinerario principale e osservando con tra dossi alternati a tratti di strada su ciottoli, si ricongiunge
attenzione ai lati del percorso, si possono scorgere le tracce di al percorso dell'andata e raggiunge in breve il prato dell'area
un "villaggio" legato allo sfruttamento della miniera, costituite attrezzata, dove termina il sentiero.
da grandi "fondi di capanna" ricavati nei ciottoli e divisi in più
vani da muri ora crollati.
Sentiero della
Truch Briengo
percorso introduttivo ai vari ambienti della Bessa
Località di partenza: Parcheggio lungo la SP 419 prima del raccolta dell'acqua, sembrano dimostrare che lo scorrimento
ponte sul Torrente Viona di rivoli lungo le pendenze della struttura e lo sfociare degli
Tempo di percorrenza: ore 1,15 stessi nelle nicchie e nei pozzetti rappresentano l'elemento
VERMOGNOcaratterizzante per l'interpretazione del significato e della
Questo itinerario si snoda nella parte più settentrionale della funzione del "Castelliere", quale elemento strettamente
Bessa dove la valle del Viona, il torrente che ha generato il collegato alla ritualità e al culto delle acque di scorrimento.
giacimento aurifero, sbocca nella pianura. Lasciato il "Castelliere" il sentiero prosegue costeggiando
Paesaggio molto movimentato con alte creste moreniche alcune zone pianeggianti protette da murature a secco ed in
ricoperte da boschi, massi erratici e un magnifico punto breve giunge ad una grande area prativa dalla quale emerge
panoramico: il Truch Briengo. L'interesse archeologico è solitario un grande masso erratico.
focalizzato nell'insediamento del cosiddetto "Castelliere".
Oltre il prato si innalzano ripidi i resti della morena Bornasco-
Dall'estremità del parcheggio il sentiero sale direttamente nel Vermogno, scolpiti dagli agenti atmosferici e dal peregrinare
bosco percorrendo una traccia ciottolosa a fondo sconnesso, del corso del Viona. Seguendo un'agevole carrareccia, il
che prosegue fino ad incontrare, sulla destra, l'imponente percorso raggiunge in breve l'altura del "Truch Briengo" (un
struttura alla quale, per il suo aspetto fortificato, è stato risalto più accentuato della morena) a 440 m. di altitudine,
attribuito il nome di "Castelliere”. sulla cui cima la vista si estende dalle Alpi Biellesi, alla pianura
e alla vicina morena della Serra.
Si tratta di uno dei monumenti archeologici più complessi e
misteriosi del Piemonte, in quanto gli studi e le ricerche finora Il sentiero prosegue scendendo lungo lo sterrato che contorna
svolti non hanno ancora chiarito tutti gli interrogativi che il "Truch" fino alla sottostante frazione Briengo (Comune di
questa straordinaria e complessa struttura pone: la presenza Mongrando), agglomerato di case al margine di prati e ripidi
di un sistema complesso di canaletti, nicchie e pozzetti, pendii franosi, per poi rientrare al parcheggio lungo una
ricavati nelle murature, nonché l'esistenza, sulla sommità carrareccia con fondo ciottoloso.
del manufatto, di un grande invaso a conca irregolare per la
VERMOGNO
Sentiero delle
Incisioni rupestri
Località di partenza: Centro Visita di Vermogno (Zubiena) I cartelli posizionati in prossimità dei singoli massi illustrano
Tempo di percorrenza: ore 2 le caratteristiche delle incisioni, talvolta molto diverse da un
masso all'altro.
Si tratta di un percorso lungo il quale si trovano numerosi Verso il fondo il percorso viene a sbucare sulla pista ciclabile
massi erratici con la maggiore concentrazione di incisioni "dei Massi Erratici" che deve essere seguita in discesa,
rupestri protostoriche, rappresentante la più ampia gamma di direzione Nord, fino alla ulteriore breve deviazione che conduce
tipologie di tutta la Bessa. all'imponente e minaccioso "Roch Malegn": ripercorrendo a
ritroso e per intero la pista ciclabile, si raggiunge nuovamente
Dal parcheggio del Centro Visita il percorso segue la il punto di partenza.
carrareccia in direzione Nord Ovest fino al confine della
Riserva, dove rientra verso destra e si inoltra nel bosco,
proseguendo con andamento sinuoso a volte affiancato da
muretti a secco.
Tra le ciclovie, si consigliano la pista ciclabile del “Vecchie Potrete sperimentare, inoltre, “stivali ai piedi e piatto in mano”,
cave”, dei “Massi erratici” e quella dei “Cumuli di ciottoli”. la ricerca dell’oro sul torrente Elvo e sono disponibili specifiche
proposte per scolaresche e famiglie. L’Ente, in aggiunta, offre
Una ulteriore possibilità per gli escursionisti è data dalla alle scuole, ai centri estivi e ai gruppi di ragazzi numerosi e
GTB -Grande Traversata del Biellese, le cui tappe n°14, 15 e collaudati progetti didattici di educazione ambientale, con
16 percorrono i tracciati di alcuni dei percorsi sopra indicati interventi in classe e nella Riserva.
oltre che l'intero tracciato della strada della "Mezza Bessa",
piacevole e sinuoso percorso che, con modeste ondulazioni, Altre iniziative prevedono passeggiate notturne, itinerari in
parte da Cerrione e raggiunge la Pista ciclabile dei "Cumuli bicicletta, conferenze o giornate di studio, escursioni con
di Ciottoli", e dal quale si diparte un sentiero di collegamento esperti su diversi aspetti della Riserva.
che conduce all'area della ex Cava Barbera, dove sono stati Da segnalare in autunno la consueta festa dell’Associazione
realizzati due punti di osservazione faunistica nonché una “Vermogno Vive”, in cui una decina di artisti e artigiani
struttura di protezione di un canale di lavaggio riportato alla espongono le loro opere tra le vie della caratteristica frazione.
luce nel corso delle opere di recupero ambientale della cava
stessa. Del “manto bianco” della Bessa oggi rimane poco e alla
prima occhiata la distesa di ciottoli si rivela grigiastra e
La Bessa presenta inoltre una fitta rete di sentieri e stradine monotona, ma se ci avviciniamo di più possiamo scorgere,
sterrate, non segnalati e non soggetti a costante manutenzione, sotto l’ossidazione superficiale e l’attecchimento di muschi e
che talvolta si perdono nella vegetazione: addentrarsi in questi licheni, gli originali colori dei ciottoli.
percorsi non comporta rischi particolari, tuttavia l'uniformità
del paesaggio può determinare la perdita dell'orientamento; Tali cromie corrispondono a diversi minerali o a inclusioni
in tale eventualità, date anche le modeste distanze in gioco, è entro i ciottoli di quarzite e, con un po’ di pazienza, possiamo
senz'altro utiledisporre di un buon fischietto da utilizzare per scoprire questo mondo variopinto che fino a qualche decennio
localizzare la propria posizione. fa attirava decide di visitatori e rappresentava il vanto del
territorio.
In linea di massima la percorribilità dei sentieri è buona, ed
i dislivelli da superare sono generalmente moderati: tuttavia, Si ringraziano per l’ospitalità i guardiaparco dell’Ente di
i frequenti tratti con fondo di ciottoli richiedono particolare Gestione delle Aree Protette del Ticino e del Lago Maggiore,
attenzione a causa della naturale scivolosità, specie nelle in particolare il Responsabile Territoriale Bessa Burcina
stagioni autunnali e invernali, dopo una pioggia o nelle prime Gianni Innocenti, che ci ha guidati alla scoperta della Riserva
ore del mattino. Naturale Speciale La Bessa.
Adriana Oberto
Floriana Podda
Lorena Durante
Maurizio Anfossi
Remo Turello
Samuele Silva
Il Cardinal Maurizio rinunciò alla porpora cardinalizia e sposò È in questo periodo che venne costruito il padiglione dei
la nipote Ludovica (o Luisa Cristina di Savoia), che all’epoca – il Solinghi per ospitare l’omonima Accademia – un salotto di
1642 – aveva 13 anni. accademici, scienziati ed intellettuali del tempo.
Il cardinale morì nella villa nel 1657 e questa passò alla moglie,
La coppia si trasferì in villa, che per un certo periodo prese il che riammodernò sia gli interni, sia il giardino, affidando la
nome, appunto, di “villa Ludovica”. progettazione ad Amedeo di Castellamonte; vi morì, senza aver
dato eredi al cardinale, nel 1692.
La villa venne ereditata da Anna Maria d’Orléans, moglie di La villa mantenne la sua funzione di collegio fino alla Seconda
Vittorio Amedeo II, re di Sicilia e poi di Sardegna e Duca di guerra mondiale, quando i danni causati dai bombardamenti
Savoia; questa ne affidò la riprogettazione a Filippo Juvarra. (nel corso dei quali fu anche distrutto il Palazzo del Chiablese
– un edificio del XVIII secolo attiguo alla villa e che ospitava la
È a questo punto che la villa assunse l’aspetto che vediamo cappella) ne decretarono la chiusura.
oggi, divenne luogo di delizie e svago e ospitò la corte durante
tutto il mese di settembre (dopo il giorno 8, che rappresentava Per anni, e fino al 1994, la villa rimase in stato di abbandono
giorno di festa e commemorazione della liberazione di Torino e oggetto di degrado, sia internamente sia esternamente.
dall’assedio del 1706). Con Anna Maria d’Orléans Villa Ludovica Nel 1994 passò al Demanio, che la diede in consegna alla
divenne a tutti gli effetti Villa della Regina e incominciò ad Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici
essere conosciuta con questo nome. del Piemonte.
Fu oggetto così di una lunga opera di restauro, che porterà
Quando l’imperatore Bonaparte occupò il ducato di Savoia, la all’apertura al pubblico nel 2006.
villa divenne parte del patrimonio imperiale, il che ne permise
la conservazione e il suo utilizzo una volta ritornati i Savoia. È rinata anche la vigna, che produce dal 2008 un’ottima Freisa.
Dopo l’unità d’Italia e a seguito del trasferimento della corte, La villa è stata inoltre set cinematografico, a partire da un
la villa fu donata da Vittorio Emanuele II nel 1865 all’Istituto cortometraggio del 1909 (all’epoca del cinema muto torinese)
nazionale delle Figlie dei Militari e cessò così di essere e fino al 2014, quando vi venne girata la miniserie televisiva La
proprietà privata di casa Savoia. Le sue stanze furono adibite Bella e la Bestia, passando anche da un’apparizione nel film
ad alloggio e aule studio e molti arredi furono trasferiti al The Italian Job (l’originale – la banda si riunisce nel salone
Palazzo del Quirinale. aulico per organizzare il “colpo”).
Dopo essersi laureata e specializzata in Storia dell’arte presso l’Università degli Studi
di Roma "La Sapienza", ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e conservazione
dell’oggetto d’arte ed architettura all’Università Roma Tre, dove è anche stata assegnista
di ricerca e si è occupata di studi sulla storia del collezionismo italiano ed europeo, con
ricerche condotte principalmente in Inghilterra, in Svezia e Germania.
Come dice lei stessa, ha scelto di occuparsi della Villa “perché è un luogo magico, in cui arte
e natura vivono in perfetta simbiosi guardando la città di Torino”.
Anche qui c’è una scala, simile alla precedente ma più piccola, con al centro una vasca con una ninfa. Si tratta della
Fontana della Sirena, di forma ellittica.
É una peschiera ed era perciò popolata al tempo da carpe e trote che fornivano le cucine della villa, situate proprio
dietro di essa, nella parte inferiore.
Il sistema di alimentazione delle fontane è ancora quello seicentesco e serviva non solo a portare l’acqua, ma anche
a creare veri e propri giochi d’acqua.
Da questa seconda scala a tenaglia si accedeva direttamente É qui che verrà realizzato il palazzo del Chiablese, utilizzato
al Salone d’Onore. dai duchi durante il loro soggiorno alla villa, donato anch’esso
La facciata della villa, che guarda su Torino, è del Settecento, all’Istituto delle figlie dei Militari, bombardato durante la
ed è costituita da un corpo centrale avanzato con ampio Seconda guerra mondiale e mai più ricostruito.
ordine di finestre e una balaustra in cima, sopra la quale si
trovano quattro statue di marmo bianco. Il parterre sud è molto interessante perché, oltre alla parte
di giardino, vi erano due sentieri che portavano ad una zona
A lato del corpo centrale ci sono due maniche laterali che sopraelevata, che ospitava un giardino segreto, rettangolare,
terminano con un torrione. A destra e a sinistra si trovano i con carpini che ne schermavano la presenza, ma dal cui
due parterre. Sono due giardini – uno a nord e uno a sud – interno si poteva vedere la città, e in seguito alla ghiacciaia e
realizzati secondo l’arte topiaria con i bossi, che venivano da lì alla parte superiore dei giardini; si tratta, infatti, della parte
tagliati a formare strutture geometriche. esposta a nord, molto in ombra a causa della conformazione
del territorio e quindi più fredda e adatta ad ospitare la
Il parterre nord è stato recuperato, per quel che riguarda il ghiacciaia e al mantenimento della frescura.
disegno del giardino, ma non quello sud, anche se il suo La parte nord della tenuta – esposta perciò a sud – era invece
recupero è in progetto. quella che ben si prestava ad ospitare gli orti e la vigna.
Quello nord, esposto pertanto a sud, dava l’accesso
all’orangerie, dove si ricoveravano i limoni e gli agrumi durante
il periodo invernale.
Al di là della villa si estende un altro giardino, che è invisibile Da qui si arriva al piano nobile e si passa al salone d’Onore e
dall’entrata, che contiene il teatro delle acque e l’asse del alle due ali laterali che ospitano gli appartamenti.
Belvedere.
A questo punto si entra nella villa, non dalla scala a tenaglia,
ma da una porta laterale attraverso la quale si accede alla
biglietteria, alcuni locali interni e alle scale.
Il Salone d’Onore
che vediamo oggi non è quello originario seicentesco, ma la
versione trasformata e ampliata dall’architetto Filippo Juvarra.
Questi pensa e crea il magnifico salone d’Onore in questo
modo, perché esso rappresenta l’anello di congiunzione tra il
giardino che guarda la città e quello verso la collina; si tratta
pertanto di un punto di snodo, non solo tra i due giardini, ma
anche tra gli appartamenti del Re a nord e della Regina a sud.
Il salone – a doppia altezza – è caratterizzato da architettura
reale e architettura sapientemente dipinta, in una serie di
trompe-l’oeil che esaltano e allargano gli spazi.
La balconata al piano superiore non è unica, ma formata Durante il periodo in cui la villa è stata un collegio, l’Istituto
anch’essa da parti reali e parti dipinte – reali nei lati est e Nazionale per le Figlie dei Militari utilizzava il salone come
ovest, dipinte in quelli nord e sud. sala di rappresentanza e i loggiati sovrastanti come laboratori
di cucito e disegno per le allieve (la maggior parte del collegio
La prospettiva creata dagli affreschi, che riprendono non solo era ubicato nel Palazzo del Chiablese, andato distrutto).
la ringhiera, ma le colonne, le porte e tutti gli altri elementi
architettonici, contribuisce alla magnificenza del luogo.
I soffitti dei vestiboli rappresentano le quattro stagioni e
sono opera di Giovanni Battista Crosato; il carattere agreste,
più “leggero” e giocoso, delle immagini rappresentate indica
chiaramente che qui ci troviamo in un luogo di piacere e non
in un palazzo del potere.
La prima stanza che incontriamo a nord e verso levante è Inoltre, due soprafinestre di Giovanni Battista Crosato
quella detta del Trucco. raffigurano giochi di putti e burle.
Tale denominazione deriva dal fatto che un tempo vi si
trovava un tavolo da biliardo usato per un gioco di allora che
era simile alle “boccette”, il “trucco” appunto.
Il locale successivo, verso levante, è un bellissimo gabinetto Ci volgiamo adesso agli appartamenti verso ponente.
“alla China”. Dall’anticamera verso levante si passa alla camera da letto
Era rivestito da preziose tappezzerie in taffetà à la branche, del Re.
descritte da un inventario del 1755. É probabilmente la stanza più sontuosa.
Pietro Massa aveva inoltre realizzato tra il 1732 e il ‘35 una
preziosa boiserie con pannelli che simulavano carte cinesi. Sul soffitto, una tela da plafond del Beaumont rappresenta
Questi vennero smontati, immagazzinati per un tempo nel Apollo col suo carro che solca il cielo introdotto da Aurora.
castello di Moncalieri e poi trasferiti al palazzo del Quirinale a Anche qui c’è un chiaro scopo celebrativo, in cui il sovrano
Roma. Il rivestimento in carta delle pareti viene oggi riproposto viene accostato ad Apollo (il disco solare).
da pannelli ignifughi. Nell’Ancien Régime, infatti, il re era spesso considerato, come
il sole, il centro dello stato, attorno al quali ruotano tutti i
L’ultima sala verso la collina era la Biblioteca. poteri (i pianeti).
Si trattava di un piccolo locale molto sontuoso, adibito Ai lati sono rappresentate le stagioni e agli angoli quattro
appunto a biblioteca, risalente agli anni 1735-40 e creato da scudi dorati contengono la personificazione delle quattro
Pietro Piffetti “ebanista del re e re degli ebanisti” con legno di virtù: la Fortezza, la Giustizia, la Prudenza e la Temperanza. Le
pioppo con alta zoccolatura e scansie per i libri. immagini delle soprafinestre e soprapporte sono di Corrado
Giaquinto ed in parte (quelle sopra le porte) copie fotografiche
Il corpo era rivestito da pannelli in palissandro, ulivo, bosso e degli originali che si trovano al Quirinale.
tasso e gli intarsi erano in avorio. Il letto a baldacchino si trovava dove oggi è appeso il ritratto
La libreria fu smontata tra il 1867 e il 1868 e trasferita nel della regina Margherita di Savoia.
1876 al Quirinale per ornare dal 1879 la stanza contigua alla
camera da letto della regina Margherita di Savoia ed è ancora
lì.
Una consolle, sei sgabelli e una sputacchiera sono a Palazzo
reale. Restano il pavimento, opera dello stesso Piffetti, e il
soffitto di Giovanni Francesco Fariano, dove è rappresentata
Minerva che scaccia i giganti, immagine metaforica del
trionfo della cultura sulla violenza e l’istinto bruto.
Al tempo del collegio questo era lo studio della direttrice.
Gli stucchi sulla volta, come quelli della camera da letto del
re, sono luganesi. Accanto al gabinetto, il guardaroba del re
contiene mobili in legno di noce.
Gli affreschi del soffitto sono purtroppo andati perduti a
causa dell’umidità. Si trattava di affreschi a “grottesche”.
Tornando verso il salone centrale c’è ancora l’anticamera di Le sovrapporte sono del Giaquinto.
ponente. A questo punto abbiamo completato metà del giro e ci
Questa stanza conteneva circa ottanta dipinti, raffiguranti troviamo di nuovo nel salone centrale.
diversi soggetti tra cui ritratti, nature morte, paesaggi e scene Proseguendo, e per la regola di simmetricità dell’edificio,
mitologiche. troviamo gli appartamenti della Regina; sono locali rivolti
Gli stucchi della volta, come per il resto delle sale, sono di verso sud che si affacciano sia verso Torino a ovest, sia verso
Pietro Somasso e meritano un’attenta osservazione. i giardini ad est.
Al centro del soffitto vi era una tela raffigurante Diana ed Adibiti ad aule scolastiche o ambienti di servizio al tempo
Endimione, danneggiata durante i bombardamenti del 1943 del collegio, sono quelle che hanno subito i maggiori danni
e tuttora dispersa. durante le Seconda guerra mondiale.
Il giardino
Il giardino su cui si esce verso levante è quello privato,
non visibile dalla città.
Esiste una sorta di osmosi tra di esso e quello di
fronte, data dalla presenza delle stesse vetrate su
entrambi i fronti della villa.
Da qui parte l’asse del Belvedere. superiore con la cascatella della Naiade, e di questa che è in
Si tratta di un grande anfiteatro in cui si passa dall’esedra, corrispondenza con la fontana del mascherone.
per mezzo di uno scalone, alla grotta del Re Selvaggio, con i E poi un altro scalone a tenaglia conduce al belvedere
mursi e decorazioni di conchiglie. superiore, opera dell’architetto Juvarra.
Questa prima parte è il giardino dei fiori. Questo, rimodernato sotto Maria d’Orléans, porta il suo
Due strade laterali portano al piano superiore e a una vasca stemma.
più grande. Tutto è in asse.
Si tratta quindi di un vero e proprio Teatro delle Acque,
La prospettiva – che ci fa immaginarie una distanza superiore alimentato dalla fontana del mascherone, che convoglia le
ai soli trenta metri, è data dall’esedra, dagli obelischi ai acque della collina, cinto dal belvedere superiore e sormontato
lati della scala in corrispondenza degli ovali della fontana dal bosco al di là.
Percorrendo la strada che porta al padiglione, sulla destra è possibile vedere quello che era il giardino segreto.
Sulla sinistra una porta indica la presenza della ghiacciaia – posta in questo luogo, come si diceva, perché si tratta della zona
esposta a nord e quindi più fredda.
Non ci resta a questo punto che visitare da soli il giardino per godere dello stesso, piacevole in ogni stagione dell’anno, nonché
della meravigliosa vista sulla città di Torino.
Skira presenta
Una fotografia che non prevarica i contesti ma li assorbe e li trasforma in raffinati giochi di linee e di volumi.
Una fotografia che, nata nell’àmbito del dialogo intimo con sé stesso e con l’amato, ha saputo nel corso di mezzo secolo estendersi
a una dimensione cosmopolita e universale, compiendo un viaggio straordinario, e probabilmente unico, all’interno della grande arte
contemporanea.
L’intera opera di Berger muove dalla scelta consapevole della fotografia come rimedio esistenziale, come strumento, rivelatosi nel tempo
solidissimo, per dare corpo alla propria identità e al proprio universo di sensi e di sogni: una strategia capace di attenuare, attraverso l’arte, la
sofferenza generata dalla distanza della propria condizione umana dalla realtà sociale e dal sistema dei valori condivisi.
Un viaggio e un approdo contraddistinti dall’esercizio di una ferrea disciplina intellettuale che, applicata innanzitutto alla propria vita, si è
trasformata in un linguaggio capace di cogliere liricamente i tratti essenziali della realtà, non dimenticando mai la centralità etica, e non
soltanto estetica, dell’oggetto fotografato.
Francesco Paolo Campione insegna Antropologia culturale all’Univer- sità degli Studi dell’Insubria ed è direttore del Museo delle Culture di
Lugano.
Questo mese la nostra band vi porterà a circa 40 km dal capoluogo siciliano dove si
trova una delle più grandi oasi verdi della Sicilia occidentale costituita dal Bosco della
Ficuzza, che fa parte di una Riserva Naturale Orientata, estesa complessivamente
7398 ettari (di cui circa 5334 di riserva vera e propria e 2064 di pre-riserva), che
comprende anche il massiccio carbonatico di Rocca Busambra, il Bosco del
Cappelliere (contiguo a quello della Ficuzza) e il Gorgo del Drago.
Si tratta di un'area naturale protetta, gestita attualmente dal Dipartimento
dello Sviluppo Rurale e Territoriale della Regione Siciliana, situata tra i comuni
di Corleone, Godrano, Marineo, Mezzojuso e Monreale, tutti ricadenti in provincia di
Palermo.
Marineo
Lago di Scanzano
Chiarastella
Bosco del Cappelliere Cefalà Diana
Gorgo
del Drago Villafrati
Godrano
Ficuzza
Bosco di Ficuzza
Mezzojuso
Rocca Busambra
Corleone
Campofelice di Fitalia
L’importanza di questa vasta area sta nel fatto che, essendo centro dell’omonimo bosco demaniale, deve la sua notorietà
in essa presenti l’80% delle specie faunistiche, tra uccelli e a Ferdinando I di Borbone, re delle due Sicilie che, all’inizio
fauna selvatica, di tutta la Sicilia, insieme a oltre mille specie dell’Ottocento, dopo avere acquistato dal clero l’area boschiva
vegetali, essa rappresenta un patrimonio d’inestimabile valore dei feudi di Ficuzza, Lupo e Cappelliere, la scelse come luogo
per la ricchezza di fauna e di flora. per farne una sua riserva di caccia, realizzandovi anche una
palazzina reale che divenne la residenza estiva, la Casina
Questo grande polmone verde, per le sue bellezze naturalistiche Reale di Caccia, attorno alla quale sorse il piccolo borgo.
e storiche e per la sua vastità, è una meta fortemente ambita
da tutti gli amanti del trekking, provenienti non solo dal vicino Fino all’arrivo dei Borbone, infatti, l’area boschiva era stata
capoluogo ma da tutte le parti della regione che, grazie anche risparmiata dall’essere disboscata totalmente perché,
alla presenza di guide esperte, può essere fruita attraverso essendo impervia e rocciosa, mal si prestava alla pratica
innumerevoli percorsi dal differente grado di difficoltà. dell’agricoltura e fu per questo sfruttata esclusivamente
come riserva di legna da ardere.
Essa è anche la meta estiva preferita dai palermitani per Con l’Unità d’Italia, nel 1860, gran parte dell’area, già
sfuggire al caldo afoso della città. disboscata e dissodata, fu ceduta ai privati dal Demanio del
Sebbene in tutta l’area di riserva siano state ritrovate Regno d’Italia che, nel frattempo, ne divenne proprietario.
numerose testimonianze della presenza dell’uomo sin dalla
preistoria, il piccolo nucleo abitativo di Ficuzza, frazione
del Comune di Corleone, che conta 146 abitanti ed è sito al
Palermo
Ficuzza
Corleone
Successivamente, nel 1871, quel che restò dell’ex riserva Nel 1948, l’area divenne di proprietà dell'Azienda Foreste
reale fu affidato all’Amministrazione Forestale che dichiarò Demaniali della Regione Siciliana che rifiutò di concedere
questo territorio inalienabile. ulteriori concessioni, arrestando così lo sviluppo edilizio
Nel 1901, il “Bosco nazionale inalienabile di Ficuzza”, divenuto del borgo e provvedendo anche al suo rimboschimento, fin
meta preferita per la villeggiatura della nobiltà palermitana, quando nel 2000, con un Decreto dell’Assessorato Territorio
fu dichiarato stazione climatica montana con una legge e Ambiente della Regione Siciliana, venne istituita l’attuale
del Regno d’Italia e fu sempre maggiore la richiesta di R.N.O. “Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del
concessione di terreni demaniali per la costruzione di nuove Cappelliere e Gorgo del Drago” e con lo stesso decreto venne
residenze. affidata la gestione della riserva all’Azienda Demaniale delle
Foreste, oggi Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale e
Con un atto del 1912, la proprietà della “Foresta Ficuzza” e Territoriale.
della “Foresta Godrano” passò all’Azienda di Stato per le
Foreste Demaniali.
Durante la Prima Guerra Mondiale e ancor di più durante la
Seconda, la necessità di utilizzare il legname per esigenze
belliche prevaricò sulla protezione dell’area stessa che, per
questo motivo, fu abbandonata al degrado.
La prima particolarità che s’incontra quando si raggiunge La realizzazione di questa grande struttura nacque da due
Ficuzza, percorrendo la Strada Statale n.118, è l’ Obelisco esigenze, ossia quella di trovare una dimora che potesse
chiamato “La Guglia” che si erge davanti al bivio che porta al contenere tutta l’intera famiglia e quella di trovare un luogo
borgo. nel quale egli potesse esercitare la sua principale passione,
Questa struttura fu realizzata dai Borbone ed è costituita da ossia la caccia e la pesca. Così acquistando l’area di Ficuzza,
un prisma verticale a sezione quadrangolare, sormontato da il re fece realizzare il palazzo e destinò il bosco a tenuta di
un tronco di piramide. caccia, apportando migliorie e attrezzando entrambi di ogni
Superata l’antica stazione ferroviaria, oggi divenuta rinomata comodità per renderli adatti alla sua persona; mentre, nel
struttura ricettiva, si raggiunge il centro del borgo nel quale, frattempo, faceva realizzare a Palermo la Casina alla Cinese,
specie quando si arriva per la prima volta, è quasi impossibile comunemente chiamata Palazzina Cinese e destinava il
non provare una forte emozione di fronte allo spettacolo che Parco della Favorita anch’esso a tenuta di caccia.
si offre davanti agli occhi, ossia l’ampia e austera struttura
rettangolare della reggia borbonica, la Casina Reale di I lavori per la realizzazione del palazzo, il cui progetto fu
Caccia che, oltre a spiccare sull’ampio prato antistante redatto dal regio architetto Carlo Chenchi e modificato
l’intera facciata principale, è circondata dal verde del bosco dall’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia (lo stesso
e incoronata dall’alta vetta della Rocca Busambra, visibile alle che progettò la Palazzina Cinese a Palermo), iniziarono nel
sue spalle che, con i suoi 1613 m sul livello del mare, domina 1802 e terminarono nel 1807 e assorbirono notevoli risorse
l’intera area di riserva e ne delimita a sud il territorio. economiche in manodopera e materiali. Qui, il re vi visse dal
1810 fino al 1813.
Si tratta di un vero e proprio palazzo reale che fu costruito,
a partire dal 1799, per volere del re Ferdinando I di Borbone
che, in seguito alle insurrezioni e all’avanzata napoleonica,
si trasferì a Palermo in fuga da Napoli, insieme alla famiglia.
A fianco del palazzo reale, affacciato sulla piazza del piccolo profumi della vegetazione, i colori delle rocce che s’incontrano
borgo, si trova il Centro regionale per il recupero della fauna lungo il cammino, il crepitio delle ghiande calpestate lungo i
selvatica “Ficuzza”, creato dalla Forestale nel 1996 e gestito sentieri, i riflessi sulle acque degli stagni, il tipico volteggio
oggi dalla LIPU, che oltre a svolgere servizio di assistenza di un rapace e l’eco dei richiami di alcune specie di uccelli,
alla fauna selvatica in difficoltà, ospita una sala didattica il suono del vento tra le fronde degli alberi, la presenza di
nella quale possono essere visionati filmati e proiezioni di una gran quantità di muschi e licheni che ammantano la
diapositive sulla riserva. superficie degli alberi e delle rocce, creando un’atmosfera da
fiaba invasa dai folletti e tanto altro. Un’esperienza sensoriale
Si tratta di un vero e proprio ospedale che cura, riabilita e da vivere di persona!
riammette in natura i suoi “ospiti”, specie i volatili, dotato di
una sala operatoria, di un’area destinata alla convalescenza In particolare, nel bosco della Ficuzza e nel contiguo Bosco
e riabilitazione e di una nursery nella quale vengono ospitati i del Cappelliere, che costituiscono un’estesa area ricoperta
nidiacei giunti al centro. da foresta mediterranea sempre verde, si trovano numerosi
Lasciata la piazza del borgo, ci si può addentrare tra le bellezze e variegati ambienti naturali. Infatti, dalle aree boschive vere
naturalistiche del bosco alla ricerca dei numerosi punti e proprie in cui sono presenti diverse specie di quercia, come
d’interesse presenti in esso, tra i quali spiccano i gorghi, la i lecci, le sughere, le roverelle e i cerri, oltre ad altre specie
Peschiera del re e il Pulpito del re, tutti raggiungibili attraverso arboree come i frassini, gli aceri campestri e i castagni,
percorsi diversi l’uno dall’altro. si passa alle aree rupestri, a quelle umide e fluviali, oltre ai
pascoli e alle praterie .
Quando si attraversa il verde polmone e ci si immerge nel pieno
della natura, tutto ciò che ci circonda ci può stupire: i colori e i
La vegetazione arbustiva della riserva, che popola il sottobosco, è molto varia ed è rappresentata, tra le tante essenze, oltre
che da un gran numero di orchidee selvatiche anche dal biancospino, dal pungitopo, dal caprifoglio, dall’asparago spinoso,
dall'erica arborea, dalla ginestra spinosa e dalla rosa di San Giovanni.
Ai piedi della Rocca Busambra si trova, inoltre, una delle poche stazioni siciliane di Atropa belladonna, una pianta a fiore della
famiglia delle Solanaceae, il cui nome deriva dai suoi effetti letali e dall’impiego cosmetico.
Infatti, l’ingestione delle sue bacche causa la morte.
Mentre, il suo epiteto di belladonna fa riferimento ad una pratica che risale al Rinascimento, quando le dame, per dare risalto
e lucentezza agli occhi, usavano un collirio a base di questa pianta che, per effetto dell’atropina in essa contenuta, produceva
la dilatazione della pupilla.
Tra i grandi mammiferi presenti nell’area di riserva, oggi si ritrovano solo il daino ed il cinghiale, che sono stati reintrodotti
dall’ente gestore all’interno di poche aree controllate e si nutrono delle ghiande prodotte dai lecci.
Altre specie presenti sono la volpe, la lepre italica, il coniglio selvatico, il gatto selvatico, la martora, la donnola, l'istrice e il riccio.
Molto ricca è l’avifauna che, tra gli altri, comprende numerose specie di rapaci, come l’aquila reale, il falco pellegrino, il
capovaccaio che si avvista solo nei periodi di migrazione, il nibbio bruno e il nibbio reale.
Mentre è scomparso il grande gufo reale.
Tra le altre specie animali ritroviamo i rettili come la vipera, la lucertola verde, il biacco, il ramarro e le testuggini; tra gli anfibi è
presente il rospo comune e tra i numerosi insetti va segnalata la presenza del raro coleottero Carabus famini.
La riserva di caccia, passatempo preferito del sovrano Borbone, copriva migliaia di ettari.
Così per proteggere la selvaggina, il re istituì un corpo di guardiacaccia e fece dotare il bosco di una serie di muraglie, denominate
muracche, che avevano lo scopo di dividere in settori la tenuta (la zona di caccia vera e propria da quella di ripopolamento) e di
altre costruzioni, ancora oggi visibili, come quella della peschiera e del Pulpito del re, che si trova a 927 m di quota.
Quest’ultimo è costituito da un sedile posto in cima ad una scala scavata nella roccia dove, si dice, che il re sedesse
comodamente per cacciare, mentre i suoi servi spingevano la selvaggina verso di lui.
Recenti studi geo-archeologici hanno, però, dimostrato che si tratta di un luogo di culto d’età protostorica, d’origine probabilmente
sicana. Prossimo al trono del re si trova, infatti, un monolite dalla vaga forma di aquila (visto lateralmente) che fa parte di questo
santuario rupestre e sul quale sono visibili segni alfabetici lasciati da queste civiltà protostoriche, purtroppo oggi vandalizzate.
Il piccolo borgo di Ficuzza emerge anche per la produzione di un particolare vino brut, realizzato da una nota casa vinicola
siciliana e per l’arte casearia, quest’ultima ereditata dai Borbone.
I vigneti di Ficuzza, infatti, per la loro posizione, il microclima, l’acqua abbondante e l’ossigeno originato dal bosco, danno
origine ad un prodotto di alta qualità.
Mentre, tra i formaggi primeggia il caciocavallo, prodotto ancora oggi secondo i metodi in uso al tempo dei Borbone e il latte
che arriva dai numerosi bovini che pascolano sui monti circostanti.
Non resta, dunque, che provare… per credere!
Adriana Oberto
Dario Truffelli
Luca Barberis
Gianfranco Cavassa
Giuseppe Tarantino
Manuela Albanese
Monica Gotta
GENOVA
L’Albergo dei Poveri, uno dei palazzi più grandi di Genova se
non il più grande, nasce a metà del Seicento con un intento di
pubblica assistenza destinato all’accoglienza dei cittadini più
disagiati della città.
L’Albergo dei Poveri è la più importante istituzione caritativa dedicò a istituzioni già esistenti di cui ne diventò benefattore,
della storia di Genova; nasce nel 1656 con lo scopo di ricordiamo la Casa di Nostra Signora del Rifugio fondata da
accogliere le fasce più povere della popolazione genovese Santa Virginia Centurione Bracelli.
che, a quel tempo, a metà Seicento prima della grande
peste, contava circa 70.000 abitanti di cui 15.000, si stimava, Le suore, che ancora oggi si trovano all'ospedale di San
vivessero in condizioni di assoluta povertà. Martino, si chiamano Suore Brignoline così denominate
La Repubblica di Genova costruì questo grande complesso proprio in suo nome. Emanuele Brignole donò una grande
per gli indigenti, grande in previsione anche di un aumento del dimora affinché divenisse la casa madre dell’ordine.
numero dei poveri, trend comune all’Europa del tempo, con
lo scopo ultimo di accorpare in questo complesso gli istituti Per dovere di cronaca la suddetta casa fu distrutta per
minori presenti in città che già accoglievano orfani, anziani e costruire la Stazione Brignole che ancora porta il suo nome.
indigenti. Nel 1656, la Repubblica di Genova, decise di costruire un
edificio dedicato agli indigenti.
La coesistenza di situazioni di vita molto diverse tra loro Per far ciò incaricò Emanuele Brignole di occuparsi
rappresentava effettivamente un grande problema. del progetto, avendo maturato esperienze nel campo
Fondatore dell’albergo fu Emanuele Brignole e a lui è dedicata dell’assistenza e avendo ingenti disponibilità finanziarie.
una statua nel grande salone dei benefattori.
All’interno di una delle stanze dell’albergo si può vedere Il motivo del suo coinvolgimento era duplice.
l'originale da cui è stata prodotta la statua. Non si stava solo pensando a come costruirlo, strutturarlo e
Sono le uniche due rappresentazioni note di questo organizzarlo ma anche a dove reperire il capitale necessario
personaggio che fu uno degli uomini più ricchi della Genova alla costruzione stessa.
del tempo.
Brignole fu un uomo molto schivo e non volle né in vita, né Il primo incarico consistette nello scegliere il luogo dove
dopo la sua morte icone della sua persona. costruire il complesso. Scelse la valle del Carbonara che
rispondeva a una serie di requisiti importanti.
Quest’idea nasceva dal fatto che non voleva essere ricordato Tecnicamente la valle era ed è attraversata dal Rio Carbonara
personalmente, desiderava che si ricordasse solamente il suo che fu interrato all'inizio della costruzione dell'Albergo
lavoro e il suo impegno a favore di persone meno fortunate di dei Poveri ed ancora oggi scorre sotto l'asse principale
altri. Effettivamente la sua opera più importante fu lui stesso. dell’edificio per poi proseguire lungo il corso di Via Brignole
Importante finanziere, nacque in una delle famiglie più De Ferrari fino ad arrivare al mare.
influenti del patriziato genovese. Si sottolinea l’importanza della presenza di un corso
d’acqua e, in più, erano terreni disponibili, acquistabili e non
Ad un certo punto della sua vita decise di destinare tutti i suoi eccessivamente lontani dalla città abitata, quella all’interno
proventi finanziari in beneficenza. delle mura del Cinquecento che passavano da Piazza della
Prima di arrivare alla fondazione dell'Albergo dei Poveri si Nunziata.
Il secondo motivo, altrettanto importante, era legato alla Questa ripartizione portò alla configurazione di uno stile di
visibilità dell’edificio che, con un lato lungo ben 174 metri, vita quasi conventuale.
poteva essere visto e immediatamente percepito da coloro Si effettuò un’ulteriore divisione in 18 reparti in base alle fasce
che arrivavano a Genova via mare. d’età. Si veniva accolti a partire dai 3 anni e il limite superiore
L’intento della Repubblica di Genova era ben chiaro: che fosse di età per risiedere all’interno era 21 anni, inizialmente
noto al mondo che la Repubblica aveva collocato i suoi poveri applicato solo alle donne, poi esteso a tutti e, infine, c’era il
in una reggia al pari di quelle dei più importanti personaggi reparto dedicato agli anziani.
dell’epoca. Erano gli anni in cui si stavano costruendo i palazzi
dei Rolli. L’innovazione consisteva quindi nel fatto che all'interno della
struttura le persone non oziassero, ma erano impiegati in
Uno dei problemi costruttivi fu quello di inserire questo grande attività lavorative di tipo artigianale, soprattutto tessitura.
quadrilatero nella parte alta e stretta della valle. Al piano terra c'erano ambienti predisposti per il lavoro e i
All’interno dell’albergo si vede una riproduzione del progetto bambini ricevevano anche un'istruzione.
originale. Pertanto, la novità dell'Albergo dei Poveri fu che, per tutta la
Si rinunciò in corso d’opera alla costruzione di una parte; oggi durata della loro permanenza, gli ospiti non potevano uscire a
vediamo la facciata interamente realizzata, il lato est sede loro piacere come accadeva nei conventi.
dell’università, la parte nord priva della porzione finale e la Ciò lo rese il primo edificio in Italia costruito in questo modo e
parte mai costruita dove si trova una roccia che ha impedito tecnicamente fu chiamato reclusorio.
la chiusura del complesso. Fu anche definito "basilica di pietà" e "reggia dei poveri" (Cit.
La costruzione durò dal 1656 al 1740 e, quando si riprese Annamaria de Marini “Emanuele Brignole e l’Albergo dei
in mano il progetto nell’Ottocento, si constatò nuovamente Poveri di Genova”).
l’impossibilità di effettuare questo lavoro.
Venne, quindi, costruito un corridoio di collegamento che Brignole e chi con lui pensò a quest’organizzazione riteneva
partendo dalla metà della facciata congiunge le due parti. che fosse la condizione necessaria per poter compiere questo
percorso con lo scopo ultimo di essere reinseriti nella società,
Al centro del quadrilatero si inserisce l’organismo a croce avendo appreso un mestiere, una volta usciti dall’Albergo dei
destinato al culto. Poveri.
Questo è un modello tipico delle strutture ospedaliere, così fu Un’opzione poteva essere anche il decidere di fermarsi nella
per l'Ospedale Maggiore di Milano del Quattrocento progettato struttura prestando la propria manodopera, scelta fatta dai
da Antonio Averlino detto Il Filarete o per l'Escorial in Spagna, più.
noto alla Repubblica di Genova per le relazioni economiche
con questo paese. Nell’Ottocento si entrava solo su richiesta spontanea ed era
Questi luoghi servirono da esempio per il progetto che ancora così elevato il numero di richieste che, spesso, si
Emanuele Brignole intendeva realizzare al suo interno. era rifiutati. Tutto questo rimase immutato fino all'inizio del
Qui sarebbero stati raccolti migliaia di poveri, dai bambini Novecento, quando l’albergo si trasformò in ospedale per
orfani di un istituto che venne aggregato, agli anziani di lungodegenti, condizione che perdurò fino ai primi anni del
un altro istituto chiamato I Vecchi di Carignano, fino ai nostro secolo.
mendicanti presi dalla strada senza tralasciare le donne che,
abbandonate, si sarebbero prostituite. Dagli anni ‘90 si inserisce all'interno della struttura l'Università
Tutto ciò confluì all'interno dell’Albergo dei Poveri e ne rese di Genova, scelta dettata da esigenze tecniche.
grandi i numeri. La struttura cominciava a decadere ed era troppo grande per
essere riscaldata, inoltre non si prestava più all’assistenza
Emanuele Brignole, memore di esperienze precedenti che diurna.
aveva maturato ad esempio nella visita al Lazzaretto della Dato che l'Università necessitava di spazi per l'insegnamento
Foce, luogo che prima dell'Albergo dei Poveri veniva utilizzato si fece un accordo: la struttura restava in mano alla sua
per dare ricovero ai poveri nei momenti in cui non c'erano in proprietà in quanto vincolata per sempre da Emanuele
corso pestilenze, decise di adottare un metodo diverso. Brignole all’uso assistenziale senza possibilità di alienazione,
Negli altri luoghi gli indigenti stavano in ozio e non erano divisi, mentre l’Università entrava con il diritto di superficie e poteva
situazioni che spesso generano e degeneravano in disordini e disporre degli spazi come se fossero propri, con indicazione
risse. Al contrario, nelle case fondate dalla Bracelli, le ragazze di restauro a sue spese.
ivi accolte lavoravano e lui decise pertanto di applicare questo Ad oggi l'Università ha già realizzato delle opere nella parte
stesso criterio. di Levante e nella facciata e sono in essere progetti per
Si effettuò una prima divisione in base al sesso, le donne continuare i lavori di riammodernamento.
nell’ala est e gli uomini nell’ala ovest.
LA CHIESA
Il primo tratto della chiesa, che non è consacrato,
è considerato ancora spazio profano e si chiama
antichiesa.
Questo spazio è dedicato ad alcune pale d’altare che
fanno parte della collezione pittorica dell’Istituto e
sono state restaurate dalla Soprintendenza.
Alla fine del Settecento, causa le leggi napoleoniche,
i conventi e gli ordini religiosi furono soppressi e i
loro beni confiscati.
Queste opere erano state portate all’albergo nei
secoli passati per le loro grandi dimensioni e la
disponibilità di spazi e qui sono rimaste dove ancor
oggi le possiamo ammirare.
LE SALE
Inizia, infine, la scoperta delle sale attualmente adibite a
museo.
In una di queste troviamo una pietà che è stata per molto
tempo attribuita a Michelangelo.
Fu portata in albergo dal cardinale Spinola che veniva
da Roma ed è attribuibile ad un allievo di Michelangelo
probabilmente di scuola romana del Cinquecento.
Un argomento che tocca anche la nostra attualità, tocca Luca Barberis Photography
i giorni nostri, basti pensare agli accadimenti di questi
ultimi mesi che vedono il nostro mondo ancora straziato da
conflitti che rendono l’umanità povera.
RINGRAZIAMO
Architetto Marco Sinesi
Commissario Straordinario di AsP
Emanuele Brignole
La Precettoria di
Adriana Oberto
Floriana Podda
A cura di Remo Turello Maria Grazia Castiglione
Mariangela Boni
e Maurizio Anfossi Massimo Tabasso
Maurizio Anfossi
Remo Turello Massimo Tabasso Photography
Volgendo ora lo sguardo alla facciata della chiesa, possiamo scaldarsi, chiara e diretta ripresa del mito classico di Prometeo
trovare altri simboli carichi di significati, come ad esempio la che ruba il fuoco agli dèi per portarlo agli uomini.
decorazione di alcune fiammelle.
Il fuoco rappresenta il cosiddetto "fuoco sacro" o "fuoco di Sempre sulla facciata si possono osservare altre decorazioni
Sant'Antonio", malattia chiamata in realtà ergotismo e legata di tipo naturalistico, come rose e viti, che rimandano da un
all'ingestione prolungata di derivati della segale cornuta. lato a simboli cristologici, come l'uva e il vino, e dall'altro allo
stretto e fondamentale rapporto con la natura esistente anche
Si tratta di una malattia che era molto frequente nel prima del diffondersi del cristianesimo.
medioevo e poteva causare sintomi che andavano da leggeri
arrossamenti della pelle, a piaghe, a forti stati di allucinazione Una nota a parte la meritano le ghiande presenti tra le
e poteva causare anche la morte. decorazioni.
Gli Antoniani erano soliti curare questa malattia e la fiamma Anch'esse inneggiano alla natura, ma come cibo principale
usata come decorazione indicava in quel luogo un ospedale dei maiali ricordano proprio questi animali, grande ricchezza
dove essere curati. dell'ordine Antoniano.
Essi possedevano, infatti, numerosi allevamenti di suini
Il fuoco è però legato anche direttamente a Sant'Antonio da cui ricavavano, oltre agli altri prodotti, il lardo, uno degli
abate. ingredienti principali del balsamo che usavano per curare le
Si narrava, infatti, che proprio Sant'Antonio si fosse recato piaghe del fuoco sacro.
all'inferno per prendere il fuoco e portarlo agli uomini per
All'interno della chiesa troviamo un altro dei modi Si tratta di un rito in cui si richiede al santo la protezione
fondamentali in cui il cristianesimo ha assorbito le credenze e della gola dalle malattie, ma che rimanda a momenti di
i riti precedenti: i Santi. purificazione più antichi.
Le figure dei santi rappresentano quasi degli eroi a cui i
credenti si affidano in cerca di punti di riferimento, ma anche Nella tradizione ebraica, infatti, quaranta giorni dopo il parto
di aiuto. una puerpera poteva effettuare i suoi primi riti di purificazione
e, calcolando quaranta giorni dal Natale, giungiamo proprio ai
Soprattutto nei primi, come abbiamo visto per Sant'Antonio, primi di febbraio.
vengono incorporati caratteri mitici o mitologici. Anche in questo caso, dunque, si tratta della ripresa di
Nella navata di destra della chiesa troviamo la cappella di San usanze più antiche, confluite in quel periodo di purificazione
Biagio, realizzata da Jaquerio, con gli affreschi sulla vita del e penitenza che, partendo dal mese di febbraio, conduce,
santo. Biagio è da sempre associato alla protezione della gola attraverso la quaresima, fino ai festeggiamenti per la Pasqua.
e nell’affresco il Santo è raffigurato mentre toglie una lisca Il mese di febbraio rimane, quindi, strettamente legato alla
dalla gola di un ragazzo. purificazione, ma anche ad un altro antico rito: quello del
carnevale.
La ricorrenza di San Biagio si festeggia il 3 febbraio e in molti
luoghi la chiesa lo celebra con la "benedizione della gola”.
Altopascio non è solo un luogo di passaggio o di ristoro, ma è Oggi Altopascio conserva molto bene il piccolo centro storico
una cittadina ricca di storia e teatro di importanti eventi storici, che lo caratterizza, grazie ai lavori di conservazione delle
come la grande battaglia del 1325 in cui i Fiorentini, proprio strutture antiche e delle aree pubbliche; è possibile visitare
in mezzo a quelle terre paludose, furono sanguinosamente due grandi piazze; la più grande è piazza Bettino Ricasoli, che
sconfitti da Castruccio Castracani, signore di Lucca, dopo un speso ospita concerti o fiere.
lungo periodo di assedio del borgo. La più piccola è piazza Giuseppe Garibaldi, che un tempo
costituiva il cortile grande della Casa di fattoria, creato nel
Dopo il 1459, anno in cui per disposizione di Papa Pio II venne 1472 allargando uno spazio preesistente.
sciolto l’Ordine dei cavalieri del Tau, lo Spedale di Altopascio Sulla sinistra della facciata dell’edificio sono ancora visibili i
subì un progressivo declino vedendo diminuire la sua resti dell’abside dell’antica chiesa.
importanza fino a che il granduca di Toscana Pietro Leopoldo
di Lorena, nel 1773, lo soppresse definitivamente in favore Esiste ancora una piazza a poche decine di metri, forse la
dell'ospedale di Pescia. più importante ed emblematica di Altopascio: la piazza degli
Ospitalieri, che corrisponde a un cortile di fattoria realizzato
Questo provocò anche uno spopolamento della campagna e nel XVI secolo da Ugolino Grifoni allargando l’antica area
un aumento dei poveri, che, a catena, provocò un aumento dei claustrale con l’abbattimento dei lati superstiti del chiostro.
crimini ai danni dei pellegrini, con la conseguente perdita di Al centro di questa area si conserva un interessante pozzo
importanza della ricettività del luogo. con un pregevole Pozzale ottagonale in monoblocco di pietra,
Grazie al ruolo strategico che Altopascio ebbe durante le lotte sul cui bordo interno si notano i solchi delle catene con cui si
di potere tra i Medici, Granduchi di Toscana, e la Repubblica calavano i secchi e le brocche per attingere l’acqua.
di Lucca, nei secoli XVI e XVII, la cittadina assunse una Il pozzale è stato trasferito in questo luogo negli anni Trenta
conformazione di fortezza che rimase tale fino al termine dei dalla vicina corticella della che probabilmente ospitava la
contrasti di confine tra il Granducato e la piccola Repubblica foresteria medievale.
di Lucca, per divenire un luogo di fattorie.
Giacomo BertiniPhotography
Alba a Vestrahorn
Autore: Stefano Pellegrini
Vestrahorn, Stokkens, Islanda
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti dalla promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta e passione per la fotografia e il eventi e i prodotti legati ad
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