N.82 - DICEMBRE 2022 [Link].
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N. 82 - 2022 | DICEMBRE Gienneci Studios Editoriale. [Link]
CASTELLO DI MONCALIERI
Residenza Sabauda
Band of Giroinfoto
LUCCA COMICS ROSKILDE TROINA
2022 FIORDO VICHINGO SICILIA
Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto
Photo cover by Barbara Lamboley
WEL
COME
82
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DICEMBRE 2022
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Benvenuti nel mondo di
Giroinfoto magazine ©
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Ed ecco entrati nel sesto anno di redazione di Giroinfoto Magazine.
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. Le difficoltà degli ultimi due anni relative alla pessima gestione socio-
politica sono cresciute, intralciando il libero sfogo editoriale limitando le
È così che Giroinfoto magazine© diventa una finestra sul prerogative della rivista nello sviluppo culturale e turistico in aiuto dei
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
territori.
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters
professionisti e amatori del photo-reportage. Nonostante tutto, e grazie all'impegno di tutti i nostri collaboratori, il
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più progetto [Link] non si arresta, anzi, combatte con tutte le proprie
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
forze per pubblicare articoli utili alla valorizzazione dei territori bisognosi
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere
un punto di riferimento per la promozione della cultura di visibilità.
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio.
In questo periodo storico, dove tutto è ormai convertito al mondo
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi,
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, digitale, risulta talvolta anacronistico volersi concentrare su un progetto
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici cartaceo, sia per motivi di convenienza economica che di divulgazione.
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e Da qui la decisione di mantenere il magazine con un format "tradizionale"
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai
per il mantenimento della qualità comunicativa, evolvendolo alla
tutti ci siamo fossilizzati.
digitalizzazione favorendo la fruizione.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e In ultimo, vorrei ringraziare anche tutti i nostri lettori che crescono
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze continuamente sostenendo il progetto Giroinfoto.
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili.
Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]
progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.
Giroinfoto Magazine nr. 82
on-line dal
11/2015
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Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
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LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5
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ANNO VIII n. 82
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Barbara Lamboley (Resp. generale)
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Barbara Tonin (Regione Piemonte)
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Questa pubblicazione è ideata e realizzata
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da Gienneci Studios Editoriale.
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Tutte le fotografie, informazioni, concetti,
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10 CASTELLO DI MONCALIERI
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34 CAFFÈ PEDROCCHI
Padova
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L'anno del vitigno Freisa
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R E P O R TA G E 76 AFRICA
Viaggio nei grandi
DOUJA D'OR parchi nazionali
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SALONE DEL GUSTO
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Torino
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COROLLARIA
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10 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Residenza Sabauda
Il Castello di Moncalieri è un castello fortilizio
situato in posizione dominante sulla collina di
Moncalieri, alle porte di Torino.
In quanto residenza della casa reale dei Savoia, è
iscritto dal 1997 nella lista Patrimonio Mondiale
dell’UNESCO insieme alle altre Residenze Sabaude
e fa parte della cosiddetta Corona di Delizie.
A cura di Adriana Oberto
Adriana Oberto
Barbara Lamboley
Barbara Tonin
Domenico Ianaro
Elisabetta Ramondini
Gerardo Rainone
Giancarlo Nitti
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 11
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
12 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Con il trasferimento della capitale del Ducato di Savoia a Torino
nel 1563 nasce il desiderio di Casa Savoia di circondarsi di una
serie di residenze sontuose che, al pari di quelle delle altre famiglie
reali europee, ne celebrassero l’importanza e il potere assoluto.
Il progetto inizia quindi con il duca Emanuele Filiberto, ma è in
Carlo Emanuele I e la moglie che trova ampio sviluppo.
A Torino viene conferito un forte carattere barocco; al suo esterno
vengono fatti costruire castelli, palazzine di caccia e regge,
progettati dai migliori architetti dell’epoca.
In questo modo al centro del potere all’interno della città ‒ la
cosiddetta area di comando, che gestiva gli aspetti politici,
amminsitrativi e culturali, vengono affiancate sontuose maisons
de plaisance che la circondano come una vera e propria corona.
L’insieme delle residenze è unificato sia da una rete stradale
uniforme, sia dallo stile architettonico e dalla scelta dei materiali
usati.
La Corona di Delizie, in quanto parte delle Residenze Sabaude, è
iscritta dal 1997 nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 13
Il castello si circondò di altri edifici di pregio.
Nel 1776 vi morì Vittorio Amedeo III.
Durante la rivoluzione francese l’edificio divenne caserma,
ospedale militare e carcere e fu severamente danneggiato;
parte del parco superiore fu adibita a cimitero.
Tornò in mano dei Savoia con la restaurazione; nel 1817
Vittorio Emanuele I diede il via ad altri nuovi lavori, che
interessarono le maniche laterali (arredate con quadri che
La storia del castello di Moncalieri parte da lontano.
raffiguravano le gesta dei regnanti), lo scalone principale
È infatti intorno al 1200 che il conte Tommaso II di Savoia
(furono costruite le tre rampe che si vedono attualmente),
ha la necessità di controllare il passaggio a Moncalieri, che
modificati gli appartamenti vicini e costruita la cavallerizza in
costituiva la porta di accesso a Torino dalla via di Asti.
fondo al cortile principale.
La collina di Moncalieri costituisce un luogo ideale, perchè
guarda il Po, in un luogo dove il fiume non è ancora
eccessivamente largo, poichè non vi sono ancora sfociati Maria Letizia Bonaparte
nè il Sangone nè la Dora Riparia. e il figlio Umberto Conte di Salemi
Giancarlo Nitti Photography
Sul luogo sorge già una roccaforte, in cui le genti di Testona
avevano trovato riparo quando, durante le lotte tra Asti e
Chieri, le loro case vennero distrutte.
Vi fa costruire pertanto un fortilizio con una torre e una
porta merlata.
Dalla seconda metà del 1400 l’edificio viene fatto ampliare
dalla duchessa Jolanda, moglie di Amedeo IX di Savoia, che
lo rende dimora ducale e villa di delizie.
In questo momento il castello ha quattro torrioni circolari.
Nel 1475 vi si firma il Trattato di Moncalieri tra la duchessa,
Carlo duca di Borgogna e il duca di Milano Galeazzo Sforza.
Nel XVI secolo il castello divenne dimora saltuaria di
Emanuele Filiberto, ma fu il suo successore, Carlo Emanuele
I, che diede il via a lavori di ristrutturazione ed ampliamento.
Questi andarono avanti per circa sessanta anni per volere di
Vittorio Amedeo I e di Cristina di Francia, la prima Madama
Reale; vi lavorarono architetti del calibro di Amedeo di
Castellamonte, Andrea Costaguta e Carlo Morello e il
castello ottenne la configurazione attuale.
Delle quattro torri circolari rimasero le due, rivestite in
mattoni, in facciata (oggi è possibile vedere parte della
terza dagli appartamenti di Maria Letizia); venne ampliato
il parco superiore con l’aggiunta di duecento alberi e
realizzati i giochi d’acqua a cura del Vignon.
L'interno fu arricchito di prezioni capolavori d’arte e mobili.
Nel XVII secolo vi risiedette Vittorio Amedeo II, che ne fu
anche prigioniero insieme alla seconda moglie, la duchessa
di Spigno, quando il figlio Carlo Emanuele III ve lo rinchiuse
a seguito del suo tentativo di riprendere il trono dopo aver
abdicato.
Carlo Emanuele III decise molti interventi di abbellimento,
seguiti da Benedetto Alfieri, prima, ed in seguito da
Francesco Martinez nel 1775.
Fu costruita la cappella vicino allo scalone principale,
modificata la facciate interna, e progettato il giardino delle
rose.
Fu inoltre ingrandito il parco soprastante.
Giroinfoto Magazine nr. 82
14 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Nel castello soggiornò Carlo Felice di Savoia
e, in seguito all’estinzione del ramo principale
di casa Savoia, Carlo Alberto di Savoia-
Carignano.
Questi lo scelse come residenza reale e lo
fece ulteriormente ammodernare; il castello
divenne anche residenza dei principi. Anche
Vittorio Emanuele II lo preferì a Torino e lo
mantenne come residenza dei figli negli
anni di studio (il vicino Real Collegio era
scuola di eccellenza per l’istruzione dei
nobili e ricchi borghesi); la consorte Maria
Adelaide D’Asburgo-Lorena fece arredare i
suoi appartamenti secondo il gusto eclettico
dell’epoca.
Il 20 novembre 1849 al castello di Moncalieri
venne firmato il famoso Proclama: il re
scioglieva la Camera dei Deputati, chiedeva
agli elettori di appoggiare Massimo d’Azeglio
come Presidente del Consiglio e di approvare
il trattato con l’Austria.
Fu questo un periodo di nuovi lavori: Fu
demolita e poi ricostruita la scala del
padiglione sud-est, cambiata la destinazione
d’uso di vari ambienti, realizzato un nuovo
atrio nella parte est, costruita la “Torre del
Roccolo”, ampliato il ninfeo, costruita una
grande cisterna al centro del cortile per la
raccolta delle acque e creato un laghetto.
Tra l’Ottocento e il Novecento vi risiedettero
regine madri e principesse reali, come Maria
Clotilde e la figlia Maria Letizia Bonaparte, che
vi morì nel 1926.
Nel 1927 il castello divenne sede della Scuola
Allievi Ufficiali di complemento Artiglieria del
corpo d'armata di Torino; durante la Seconda
Guerra Mondiale venne usato come base
per le forze, prima fasciste e poi da quelle
partigiane, per ospitare in seguito gli sfollati,
cosa che ne determinò una decadenza.
Alla fine della guerra il castello fu destinato
ai Carabinieri. Oggi è sede del 1º Reggimento
Carabinieri "Piemonte", che ne occupa una
gran parte, ad esclusione degli appartamenti
reali, che sono stati restaurati ed aperti al
pubblico nel 1991. A seguito dell’incendio
del 5 aprile 2008, uno dei torrioni è stato
fortemente danneggiato, inclusa la sala del
Proclama di Moncalieri.
Dopo un lungo lavoro di restauro e aperture
“a singhiozzo” il castello è di nuovo visitabile
nella sua parte museale.
Giancarlo Nitti Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 15
Riccardo Vitale
E’ laureato in architettura al Politecnico di Torino.
Dal 2008 lavora come funzionario architetto del
Ministero della cultura; in questo ambito è stato
dapprima operativo sul fronte della tutela dei beni
architettonici e paesaggistici per poi orientare
i suoi interessi sulla gestione del patrimonio.
In qualità di direttore del Castello di Racconigi,
incarico che ha mantenuto per sei anni, si è impegnato per la
valorizzazione della residenza, realizzando numerosi progetti per far
conoscere le collezioni e ampliare i percorsi museali; tra questi vi sono
il recupero del Giardino delle Foglie, il restauro e l’allestimento del Fregio
Palagiano, nonché il cantiere per il restauro dei suggestivi spazi dei
Bagni di Carlo Alberto.
Dal 2020 è direttore del Forte di Gavi; qui, oltre ad aver attivato un
percorso di valorizzazione particolarmente incentrato sull'arte
contemporanea, ha avviato diversi cantieri finalizzati a migliorare
l'accessibilità e l’integrazione della struttura con il territorio.
Nel 2021 ha assunto anche la direzione del Castello di Moncalieri
e ha promosso un percorso di maggiore integrazione con il
territorio e con il primo Reggimento Carabinieri Piemonte,
presente all’interno della residenza, anche aprendo a mostre ed
eventi di forte interesse.
Barbara Lamboley Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
16 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Barbara Lamboley Photography
La struttura del castello è a ferro di cavallo; è rivolto verso Si accede al castello da piazza Baden Baden e superando una
nord e possiede agli angoli quattro torrioni a forma di breve rampa di scale che porta ad un primo spazio aperto
parallelepipedo. destinato a parco.
Da qui è possibile osservare - al di là di un cancello di
I corpi sui lati sono a cinque piani con pareti in laterizio e protezione - il Giardino delle Rose.
contrafforti.
A questo corpo centrale vanno aggiunti due corpi di fabbrica Questo è ubicato proprio ai piedi del castello, a livello della
laterali a paralleli, che creano altrettanti corti adibite in origine piazza e con entrata dal viale della Rimembranza, e si trova
a scuderie o alloggi per la servitù. perciò ad un livello inferiore a dove ci troviamo.
La facciata a sud, quella dell’ingresso,‒conserva le due Il luogo aveva in origine la funzione di accesso e deposito
torrette cilindriche risalenti al castello di epoca medievale e carrozze; fu la principessa Maria Letizia a volerne fare un
guarda su un giardino all’italiana. giardino e piantarvi, appunto, le rose.
All’esatto opposto troviamo, invece, il belvedere dell’ingresso
nord.
Oltre ad esso il giardino all’inglese si estende per circa dieci
ettari sulla collina, comprende la Cavallerizza, la Casa del
Vignolante, la Torre del Roccolo e il laghetto delle ninfee.
Il castello è attualmente suddiviso in due consegnatari: l’Arma
dei Carabinieri e la Direzione Regionale Musei Piemonte.
Inoltre l’area esterna, che comprende i giardini e il parco, è
gestita dal Comune di Moncalieri, che vi organizza eventi.
Ciò che rappresenta oggetto di visita è la parte storica e
monumentale, ubicata sul lato ovest del castello, che ospita
gli appartamenti reali e la cappella.
A differenza di altre residenze sabaude, dove emerge il
carattere nobiliare della famiglia, qui l’atmosfera è quella
della quotidianità e gli alloggi sono spazi di vita famigliare.
Adriana Oberto Photography
Giancarlo Nitti Photography
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R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 17
Elisabetta Ramondini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
18 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Poco più avanti troviamo l’ingresso al castello.
Si tratta di una porta che immette in un androne.
Questo conduce, sulla sinistra, agli appartamenti che furono
abitati anche dalla principessa Maria Letizia e, sulla destra, salita
una rampa di scale, allo scalone monumentale e agli appartamenti
reali.
Al piano terreno sulla destra si trova la cappella.
La corte che si vede sul fondo dall’entrata del castello è ad uso del
1º Reggimento Carabinieri "Piemonte", come attesta la bandiera
italiana che vi sventola.
Domenico Ianaro Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 19
Erano quattro e ne rimangono due.
Sono le torri che si vedono inserite ai lati dell’arco di ingresso al
centro del corpo rivolto a sud.
Costruiti ai tempi del fortilizio che dominava la piana del Po, hanno
funzione, appunto, di vedetta e di difesa.
La costruzione al tempo non era particolarmente grande, come si
può notare dalla luce tra le due torri.
È possibile vedere anche ciò che rimane di un terzo torrione, i cui
resti sono stati trovati inglobati nel resto dell’edificio durante lavori
di restauro.
Giancarlo Nitti Photography
Adriana Oberto Photography
Una volta entrati ci si trova in un androne
con orientamento est-ovest, che conduce ai
diversi appartamenti.
Ai lati alcune nicchie ospitano sei grandi busti
in marmo raffiguranti Marco Polo, Galileo
Galilei, Dante Alighieri, Antonio Canova e
Michelangelo Buonarroti, fatti realizzare tra il
1864 e il 1866 per il Palazzo Reale di Torino e
in seguito trasferiti qui. Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
20 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Elisabetta Ramondini Photography
Poco oltre l’androne e verso il cortile sulla destra,
troviamo la Cappella Reale.
Questa risale ai tempi di Vittorio Amedeo III (1726-1796)
e fa parte dei lavori di trasformazione dell’architetto
Francesco Martinez, che era nipote di Filippo Juvarra.
Sorge nel punto dove si alzava il quarto torrione
medievale, che fu demolito.
Ha un’unica aula; la volta è dipinta a finti cassettoni,
con ovali e stucchi, con un andamento curvilineo molto
particolare.
Non c'è marmo - è tutto legno - e si fa ampio uso di
trompe-l'oeil per ampliare lo spazio.
Sull’altare la pala raffigura l'educazione della Vergine
Maria, non c'è un'attribuzione certa dell'autore, ma è
stata avvicinata alla produzione di Claudio Francesco
Beaumont; la cornice lignea dorata è riccamente
decorata.
Dal piano superiore è possibile accedere al palco reale,
dal quale la famiglia assisteva alla messa.
La cappella è attualmente in uso da parte dei Carabinieri,
sia per la celebrazione della messa, sia per altri eventi,
quali battesimi, matrimoni e funerali.
Adriana Oberto Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 21
Sul lato sinistro dell'androne (parte a ponente) si
trovano gli appartamenti delle principesse.
L’appartamento di Maria Letizia è ubicato al piano
terra, quello della madre, Maria Clotilde, al piano
superiore.
Quest’area fu riallestita nel 1788-89 dagli architetti
G. Battista Piacenza e Carlo Randoni.
L’occasione fu il matrimonio di Vittorio Emanuele I,
Duca d’Aosta, con Maria Teresa d’Asburgo d’Este,
ma sono conosciuti col nome delle principesse,
rispettivamente nipote e figlia di Vittorio Emanuele
II, che vi abitarono a cavallo tra l’Ottocento e il
Novecento.
Tutte le stanze al piano terreno costituivano gli
appartamenti di M. Letizia.
Le prime tre sale avevano una funzione di “anticamera”
e sono quelle dove troviamo la Foresteria; qui c’è
anche l’appartamento di Umberto I, figlio di Maria
Letizia e del duca Amedeo d’Aosta, che morì in
giovane età di Spagnola sul Monte Grappa durante
la Prima Guerra Mondiale; sono le stanze che il conte
usava quando andava a trovare la madre.
Le stanze sono arredate in stile liberty; particolare è
la sala da pranzo, di forma allungata e di dimensioni
ridotte che non fanno pensare a tale destinazione.
A testimonianza dello spirito generoso e altruista
della principessa-spirito ereditato dalla mamma
Maria Clotilde, va anche ricordato che nel castello
era stato allestito un ospedale che si occupava dei
mutilati di guerra e gli invalidi; in questi locali era
stato riservato un piccolo laboratorio in cui queste
persone confezionavano giocattoli, in modo da
rendersi in qualche modo utili alla società.
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
22 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Barbara Tonin Photography
Maria Letizia era la figlia del principe Gerolamo
Napoleone e della principessa Mari Clorilde di Savoia.
Sposa nel 1888 nella cappella della Sindone di Torino lo
zio Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, padre di Emanuele
Filiberto, che le era stato precedentemente promesso.
Rimane vedova a due anni dalle nozze e con un unico
figlio, Umberto I, duca di Salemi.
Può essere considerata una sorta di femminista
ante-litteram; era una persona che aveva una propria
ricerca della libertà, ma sempre con attenzione verso
il prossimo.
E infatti si dedicava alla carità e all’attenzione verso i
deboli.
Il suo stile di vita all’epoca veniva visto come
particolarmente emancipato.
La principessa era una donna vivace e allegra e poco
osservante del protocollo; mostrava una grande
curiosità per le novità della scienza e della tecnica ed
amava frequentare le corse automobilistiche, alle quali
spesso faceva da madrina.
Alla sua morte nomina erede un giovane ufficiale con
Adriana Oberto Photography
cui aveva avuto una lunga relazione.
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 23
Gli ambienti sono quelli che potrebbero definirsi alto borghesi La volta è decorata con intrecci a ghirlande e rosone al centro
e assolutamente “non pretenziosi”, se si pensa allo stile di e risale al 1788-89.
vita di una famiglia reale. Lungo il perimetro sono dipinti 16 medaglioni, ognuno con
La decorazione dei soffitti risale al tardo ottocento, così una testa cinta di alloro.
come alcuni camini e sovrapporte; gli arredi invece sono Gli elementi in legno (porte, chiambrane, boiserie e il
frutto del gusto di chi li ha di volta in volta abitati. cornicione) sono anch’essi di quegli anni e opera del
falegname Giuseppe Ghigo.
Gli altri vani dell’appartamento sono la sala da ricevimento,
la camera da letto, il gabinetto cinese e un grande salone. Il mobilio è quello che la principessa ha usato negli ultimi
Nei giorni della nostra visita questi locali hanno ospitato anni di vita, richiamano lo stile neoclassico e sono in legno
la mostra di arte contemporanea “Nulla più che Scrivere” intagliato, laccato e dorato; risale al 1910 e reca il marchio
dell’artista nipponica Fukushi Ito. del mobiliere di Torino Giacomo Borra.
Il pavimento è in legno di ciliegio con disegni a rombi. Da
Alcuni pannelli luminosi hanno messo in relazione gli scritti notare il letto piuttosto corto - come tutti quelli del periodo.
della prima donna scrittrice al mondo, Murasaki Shikibu, Questo perché non solo le persone erano in media più basse,
e della prima scrittrice professionista dell’era moderna, ma perché si dormiva reclinati su cuscini e in posizione semi-
Higuchi Ichiy. seduta, in parte per ragioni di digestione o di respirazione, ma
Si tratta in generale di un omaggio alle donne e la scelta di anche più prosaicamente per scaramanzia: i morti, infatti,
questi locali non è avvenuta a caso, ma è stata voluta proprio giacciono in posizione orizzontale.
come omaggio alla principessa M. Letizia.
Il soffitto del Salone da Ricevimento risale alla seconda
metà del Settecento; i dipinti sono à grisaille; negli angoli è
sempre presente lo scudo con le iniziali di Vittorio Amedeo
III; il lampadario, le boiserie e le porte sono dell’Ottocento; il
pavimento è in legno di noce a motivi geometrici.
Gli arredi sono quelli commissionati all'epoca di Carlo Alberto
e il gusto si rifà nei particolari al mondo greco e romano, che
tanto piacevano al sovrano (all'epoca in ritrovamenti negli
scavi di Pompei ed Ercolano avevano suscitato particolare
scalpore e tali decorazioni erano diventate di moda).
La Camera da Letto presenta un ampio servizio in stile “neo
Luigi XVI” intagliato, laccato e dorato, che risale al 1910.
Adriana Oberto Photography
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24 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Agli inizi del Novecento nei locali del castello viene
introdotta l'illuminazione elettrica, il che lo rende il
primo edificio per lo meno nella zona di Torino con tale
caratteristica.
Ciò fu voluto dalla mamma della principessa, Maria
Clotilde, sempre attenta alle comodità.
Il soffitto del Gabinetto Cinese è l’unico elemento
dell’apparato decorativo originario.
Nella prima metà dell’Ottocento fu trasformato in sala
da bagno di gusto rococò, come testimonia il lavabo
con specchiera in legno dorato che fu trasformato
in consolle; in lampadario è in stile rocaille; la porta
laccata alla cinese e i pannelli sono del XVIII secolo e
provengono da Venaria: trasferiti qui nel 1817, quelli
non utilizzati vennero in seguito mandati a Roma per
realizzare nel 1888 il salotto cinese del palazzo del
Quirinale.
Prima di salire al piano superiore, troviamo un locale
di passaggio, che in realtà costituita al tempo l'entrata
agli appartamenti delle principesse.
Qui c'è una collezione di ritratti equestri appesi alla
parete; si tratta dei principi della Real casa di Savoia
vissuti nel XIV e XV secoli.
Tali dipinti facevano parte della quadreria della
galleria grande, poi demolita per voler di Napoleone,
che collegava Palazzo Reale a Palazzo Madama,
rappresentano il desiderio della casa reale di ricostruire
la propria storia attraverso i personaggi della dinastia.
Barbara Tonin Photography
Barbara Tonin Photography
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R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI 25
Quello che però merita menzione è
l'ascensore, uno dei primi ascensori
privati installati in Piemonte, voluto dalla
principessa Maria Clotilde per potersi
spostare facilmente da un piano all'altro.
Venne realizzato, come quello del castello
di Racconigi, utilizzando il brevetto
dell'ingegnere svizzero Augusto Stigler.
La cabina è in legno intagliato e verniciato e
conserva la pulsantiera originale e le porte
scorrevoli in vetro molato.
È perfettamente funzionante e viene usato
attualmente nel percorso di visita del
castello per i visitatori che lo necessitano.
Nella stanza adiacente si può ammirare il
divano originale che si trovava al suo interno.
Barbara Tonin Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
26 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Una scala a tenaglia ci porta al piano superiore, dove si
trova l'appartamento della principessa Maria Clotilde.
Qui si trova un locale guardaroba, con una stufa di
Castellamonte, passamaneria originale e un armadio
dell'Ottocento, tipico locale di servizio annesso ai locali
più nobili.
Elisabetta Ramondini Photography
Nei locali di Maria Clotilde l'arredamento è meno
sontuoso, anche se sempre elegante e raffinato, a
testimonianza del carattere della principessa che, dove
Giancarlo Nitti Photography
Letizia era vivace, libera e indipendente, era invece
religiosa, silenziosa e seria.
I locali, situati al piano nobile, sono stati oggetto di
restauro perché fortemente compromessi sia dalle
infiltrazioni, ma soprattutto dall'uso più recente (alcuni
locali erano stati adibiti a caserma e armeria).
Quello che si vede ora è un arredamento riportato a
quello che era agli inizi del XX secolo.
Maria Clotilde era la figlia di Vittorio Emanuele II e Maria
Adelaide.
A soli sedici anni andò in sposa, per sua scelta, ma in
realtà costretta dalle necessità della politica, a Gerolamo
Napoleone, che aveva già quasi quarant'anni.
Ebbe due figli, Vittorio e Luigi, e la figlia Maria Letizia.
Visse a Parigi fino alla fine della dinastia napoleonica,
per poi trasferirsi prima sul lago di Ginevra e poi
definitivamente al castello di Moncalieri, dove visse
separata dal marito, col quale però ebbe sempre buoni
rapporti.
Da sempre molto religiosa, si dedicò ad opere di bene.
Morì terziaria domenicana (cioè come membro laico
dell'Ordine Domenicano) nel 1911 ed è sepolta nella
Basilica di Superga. Detta ”la Santa di Moncalieri” è in
attesa di beatificazione. Barbara Lamboley Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
27
La Camera da Letto, con tappezzeria verde molto ampia e
luminosa, conserva più di tutti gli arredi dell'epoca.
La principessa aveva fatto sostituire i camini con stufe di
Castellamonte; inoltre qui troviamo l'angolo toilette e un
inginocchiatoio che la principessa usava spesso.
Su di esso c'è la copia in gesso di lei inginocchiata.
L'originale, opera dello scultore Piero Canonica, si trova
nella collegiata di Santa Maria della Scala e Sant'Egidio
(nel centro storico di Moncalieri) nel luogo in cui era solita
pregare. Il tessuto delle pareti non è del tutto originale.
Al vellutino presente è stata affiancata una versione
stampata nelle pareti di fianco.
Questa camera, come quella adiacente, dà sul parco del
castello che si affaccia sul paese e la piana del Po.
La stanza vicina, più piccola, è attualmente l'ufficio del
direttore.
Di nota il tavolino rotondo da gioco con piano ribaltabile:
da un lato è di legno intarsiato con stella al centro,
dall'altro è ricoperto di velluto verde.
Gerardo Rainone Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
28 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Dalla parte destra dell'androne, saliti alcuni scalini, troviamo lo Scalone monumentale.
Frutto degli intervenuti di restauro intrapresi da Vittorio Emanuele I dal 1820 e opera di Carlo Randoni, è in marmi policromi.
Porta al piano degli appartamenti della coppia reale.
Situati nella porzione ad est del castello, gli Appartamenti Reali sono gli appartamenti dove hanno vissuto Vittorio Emanuele
II e la consorte Maria Adelaide e l’arredamento ne rispecchia i gusti.
Il castello di Moncalieri è forse l'unica residenza sabauda in cui è visibile la presenza dell'ultima regina di Sardegna, morta di
parto a trentasei anni dando alla luce l'ottavo figlio e moglie di un marito spesso infedele.
Lui è non solo l'ultimo Re di Sardegna (dal 1849), ma anche il primo d'Italia (dal 1861 al 1878); a Maria Adelaide lo lega un
sincero affetto, ma questo non gli impedisce di avere varie relazioni extraconiugali.
È uno spazio vissuto appieno (a differenza, per esempio del castello di Racconigi, dove Vittorio Emanuele II occupava giusto
una stanzetta ad angolo), dove la coppia reale veniva volentieri, anche perché in quel periodo la zona era un luogo felice dal
punto di vista climatico: venire a Moncalieri significava andare fuori porta, lontano dalla città, e, in effetti, anche adesso in
estate, affacciandosi sui terrazzi, si gode di una ventilazione costante che rende il soggiorno molto piacevole.
La prima sala che si incontra è la sala degli staffieri.
Da notare il mobile appendiabiti e portabastoni su uno dei lati della stanza.
È opera di Henry Thomas Peters, l'ebanista britannico attivo prima a Genova e poi al castello di Racconigi. Piace così tanto
da ottenere l'appellativo di ”ebanista di corte”.
Nella sala sono anche presenti una serie di quadri di personaggi illustri.
Adriana Oberto Photography
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Domenico Ianaro Photography
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Domenico Ianaro Photography
La sala da pranzo presenta un magnifico soffitto dipinto a Da questo locale si passa all'elaborato Salotto Blu.
tempera, opera del pittore bolognese Domenico Ferri, che La boiserie è in legno palissandro e bois de rose con inserti
dal 1854 era passato al servizio dei Savoia e aveva curato ovali di porcellana dipinta, eseguiti secondo modelli della
decorazioni e restauri in più di una residenza sabauda. porcellana di Sèvres.
Qui lo stile è Secondo Impero. È l'unica sala della residenza, insieme alla camera da letto
della regina, che conserva L’aspetto originale.
La sala di passaggio dopo la sala da pranzo è un locale
guardaroba, con un letto ribaltabile che scompare nel mobile, La Camera da Letto della Regina è di colore rosso e conserva
ad uso dei servitori di camera; l’armadio è ottocentesco e particolari dell'ebanista Gabriele Capello, detto il Moncalvo.
contiene una collezione di stoffe e tappezzerie d'epoca, così Di nota il baldacchino del letto con lo stemma di Casa
come pomoli e fermatenda in materiali diversi (latta dorata, Savoia e la ricca nicchia pregadio.
bronzo, legno dorato). Una piccola cappella, sempre sulle tonalità del rosso, fa
parte di questi vani.
Gerardo Rainone Photography Barbara Lamboley Photography
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Domenico Ianaro Photography
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32 R E P O RTA G E | CASTELLO DI MONCALIERI
Questa parte del castello fu vittima, il 5 aprile 2008, di un
disastroso incendio (a testimonianza si vedono ancora
alcune parti di arredo, come i montanti di alcune porte,
completamente inceneriti).
Nonostante gli accurati restauri, non è stato possibile
recuperare le finiture originarie di alcuni locali, tra cui la
Camera da Letto del Re e la Sala del Proclama.
È possibile invece visitare la singolare Stanza da Toeletta
del Re, che vediamo arredata come una tenda da campo
con stoffe in cinz a fiori.
Per le altre stanze che non si è potuto ricostruire, si è
optato per un recupero "evocativo" attraverso l'inserimento
di sistemi di pannellature in Barrisol e velari autonomi e
distaccati dalle pareti, il tutto corredato da un particolare
sistema di illuminazione, che permette di apprezzare sia le
pareti distrutte, sia le decorazioni perse.
Proseguendo la visita è possibile ammirare le ricche
decorazioni e i soffitti a padiglione della Sala del Convegno.
A questo punto non ci resta che tornare sui nostri passi,
scendere lo Scalone e dirigerci verso l'uscita, non prima
di aver scattato ancora qualche foto a questa parte del
parco.
Ringraziamo per questa visita Il Ministero della Cultura e
la Direzione regionale dei Musei Piemonte, nella persona
del direttore del castello, dott. Riccardo Vitale, e le nostre
guide, tra cui l'esperta storico dell'arte Elisabetta Silvello,
che ci hanno gentilmente e piacevolmente condotto alla
scoperta dei suoi tesori.
Barbara Tonin Photography
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A cura di Barbara Tonin
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R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI 35
Un monumento da vivere
Nel cuore di Padova, tra piazza
Cavour e piazza Garzeria e a due
passi dall’antico Palazzo Bo, antica
sede dell’Università, si trova un
caffè che non è solo un salotto per
i Padovani e i turisti, ma soprattutto
un prezioso frammento di storia per
la città: il Caffè Pedrocchi.
È un luogo raffinato ed elegante,
però apre le porte a chiunque,
così come voluto dal suo ideatore
Antonio Pedrocchi, caffettiere
di origini bergamasche dei primi
dell’Ottocento.
Al suo interno si incontrarono
intellettuali e letterati, uomini
d’affari e viaggiatori, ma anche
studenti o chi semplicemente
desiderasse avere un ristoro.
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36 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
In contrapposizione ai salotti privati dei nobili e con
la diffusione del caffè anche in Italia, tra la fine del
Settecento e i primi dell’Ottocento, si vide crescere
sempre più l’esigenza di un punto d’incontro aperto a
tutti.
La bottega del caffè di Francesco Pedrocchi, padre di
Antonio, oltre ad essere in centro città, era anche a
pochi passi dall’Università, dal Municipio, dai mercati,
dalle Poste e dalla piazza da cui partivano le diligenze.
Un luogo strategico per un caffè.
Antonio Pedrocchi, che ereditò la bottega dal padre,
decise perciò di acquistare i locali attigui e farne “il
caffè più bello della Terra”.
Commissionò, pertanto, il progetto a Giuseppe Jappelli,
noto architetto e ingegnere veneziano che, in virtù della
sua visione laica e illuminista della società, creò un
edificio monumentale, unico nel suo genere.
Costruito su due piani in stile neoclassico, con un corpo
aggiuntivo neogotico, il caffè mostra un’architettura
rappresentativa ma, allo stesso tempo, funzionale.
Divenne ben presto di fama internazionale e simbolo
della città di Padova, al punto che gli venne dedicato un
foglio settimanale.
Barbara Tonin Photography
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R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI 37
Nella stesura del progetto Jappelli ebbe non poche Una loggia analoga alle precedenti, ma priva di leoni, crea
difficoltà, in quanto il complesso acquisito era di forma una sorta di simmetria sulla facciata sud.
quasi triangolare e le facciate dei vari corpi erano troppo Il pianterreno fu ultimato e inaugurato nel 1831, mentre il
disomogenee. Forse proprio grazie a tali complicanze settore neogotico (il Pedrocchino) fu realizzato nel 1838.
nacque alla fine un edificio decisamente insolito e Il primo ospitava locali destinati alla torrefazione, alla
innovativo, che conquistò immediatamente i padovani. preparazione del caffè, alla "conserva del ghiaccio" e alla
mescita delle bevande, il secondo l’offelleria, su ispirazione
Dal lato dove sorgeva la scuola di S. Giobbe, oggi piazzetta dal viaggio effettuato da Jappelli a Londra nell’anno
Cappellato Pedrocchi, due corpi con logge doriche sono precedente.
unite visivamente da un’altra loggia corinzia al piano
superiore, chiamato piano nobile. Il piano terra è suddiviso in tre ambienti principali separati
Alla base del colonnato, quattro leoni in pietra scolpiti da che sono riconoscibili dai colori verde, bianco e rosso degli
Giuseppe Petrelli imitano quelli in basalto del Campidoglio arredi, scelti dopo il 1866 in omaggio al tricolore nazionale,
a Roma. quando il Veneto fu annesso al Regno d’Italia.
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38 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
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La Sala verde era quella aperta a tutti, senza obbligo di “È a Padova che ho cominciato a vedere la vita alla maniera
consumazione e ha l’accesso da piazzetta Pedrocchi. veneziana, con le donne sedute nei caffè.
Destinata alle persone meno abbienti (forse deriva da qui il L’eccellente ristoratore Pedrocchi, il migliore d’Italia”.
detto “essere al verde”?), era frequentata da studenti o da chi
volesse semplicemente ripararsi dalle intemperie.
Un luogo sicuro dove sostare e trovare ristoro.
Tuttora studenti e visitatori possono accedervi liberamente
e concedersi comodamente un momento di relax, senza
essere disturbati. In questa sala, inoltre, il Caffè Pedrocchi
offre la possibilità ad artisti e ad autori di esporre i loro quadri
o presentare i loro libri.
La Sala bianca inizialmente era detta nera per il colore del
mobilio.
Le sedie, infatti, erano in legno di pero dipinto di nero e la
seduta era in tessuto di crini anch’essi colorati con la stessa
cromia.
Dell’aspetto originario rimangono solo il pavimento in marmo
rosso e bianco e la decorazione in stucco dipinto in tinta
avorio e oro sulla fascia superiore delle pareti.
Il lampadario, invece, è stato riprodotto come il precedente, a
seguito del crollo parziale del soffitto nel 1962.
Nelle pareti principali, si possono notare due piccole mensole
in marmo semicircolari, sorrette da teste di leone egizio di
pietra dipinta.
La Sala bianca è collocata verso Palazzo Moroni (il Municipio)
e Palazzo Bo (Università).
Attualmente è destinata a zona ristorante come anche,
d’estate, la parte esterna tra i due loggiati.
Nella parete finestrata si può leggere la famosa citazione di
Stendhal, assiduo frequentatore del Pedrocchi che nel suo
romanzo “La certosa di Parma” scrive:
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Tale stanza è purtroppo stata testimone di un evento nefasto Quella è una data significativa per Padova.
avvenuto l’8 febbraio del 1948. Si tratta della prima insurrezione spinta da motivi politici,
Era un periodo di forte tensione politica e si faceva sempre più in cui gli studenti si pongono in prima linea diventando
intenso il sentimento anti-asburgico tra studenti e cittadini. protagonisti, e che porterà a una vera e propria stagione di
Quel giorno, una delegazione di notabili, cittadini e studenti rinnovamento.
sottopose al comando austriaco una serie di richieste, che A memoria dell’evento, in via Cesare Battisti, è affissa
vennero rigettate. una lapide commemorativa (l’originale è al Museo del
La tensione era palpabile, anche per le provocazioni al governo Risorgimento e dell’Età Contemporanea) che recita “8
austriaco avvenute il giorno prima, e scoppiò una guerriglia. febbraio 1848 / Alle irruenti orde straniere / studenti e
I soldati Austriaci aprirono il fuoco e lo indirizzarono anche popolani / per improvvisa concordia terribili / il petto inerme
verso quegli studenti che si rifugiavano nel Caffè Pedrocchi opponendo / auspicarono col sangue / il riscatto d’Italia”.
e a Palazzo Bo.
Ma ben più commovente è il foro di proiettile rimasto nella
I feriti si contarono a decine e ci furono anche alcuni morti, parete della sala bianca.
tra i quali gli studenti Giovanni Leoni e Giambattista Ricci.
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40 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
Il corpo centrale, il principale e più spazioso, è rappresentato
dalla Sala rossa, originariamente detta Sala grande o
tripartita, in quanto suddivisa in tre ambienti separati da
colonne doriche.
Nella zona più ampia, quella centrale, presenta un bancone
marmoreo, disegnato da Jappelli, a forma ellittica e con sei
zampe leonine alle cui spalle, in alto, c’è un orologio ancora
funzionante.
A destra e a sinistra di questo, due bassorilievi in stucco
(forse riconducibili al Petrelli), rappresentanti “L’aurora” e
“La notte” che, assieme all’orologio, probabilmente vogliono
simbolizzare lo scorrere del tempo, a voler ricordare agli
avventori che quello era il “Caffè senza porte”, aperto a tutti
24 ore su 24 (fino al 1916, dopodiché le luci vennero spente,
per non permettere al nemico di individuare un riferimento).
Nelle pareti opposte alle finestre, la superficie è interamente
ricoperta da due dipinti dell’ingegner Peghin, rappresentanti
i due emisferi di mappamondo in proiezione stereografica,
le cui caratteristiche sono il settentrione in basso e la
nomenclatura in lingua francese.
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R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI 41
Barbara Tonin Photography
Completavano il pianterreno una stanza di servizio e, in
origine, una sala ottagonale adibita a borsa, rimaneggiata
nel 1950 e nel 1999, ora bar pasticceria.
Del piano superiore possiamo dire che si tratta di un’opera
indiscutibilmente magnifica e originale. Alessio Bagnoli Photography
Inaugurato nel 1842 durante il “IV Congresso degli
scienziati italiani”, era interamente dedicato agli
spettacoli e alle feste (e a volte alle riunioni massoniche),
mentre oggi ospita il Museo del Risorgimento e dell’Età Manuela Albanese Photography
Contemporanea.
Vi sono comprese ben nove sale, tutte diverse, ognuna
ispirata a una cultura differente.
Ci si accede dal loggiato destro di Piazzetta Pedrocchi,
salendo uno scalone d’onore che conduce sia alla grande
nicchia, decorata a stucco e con l’immagine di muse
danzanti, sia al vestibolo etrusco.
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42 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
Il Vestibolo etrusco presenta dipinti a olio sul soffitto
e sulle pareti e, negli angoli, quattro rocchi di colonna
a sezione ellittica con altrettanti vasi decorati, per
occultare le porte di ripostigli e passaggi.
Ispirati in senso lato alla pittura vascolare greca, le
decorazioni sono di colore nero su fondo rosso (rosso
su nero sui vasi) e ai quattro lati del soffitto sono
rappresentate quattro tripodi con citarede alate.
Da questo locale si prosegue verso la Sala greca,
decorata da Giovanni De Min con “L’incontro tra
Diogene e Platone”, che permette l’accesso alla sala
più spaziosa del piano nobile.
La “Sala Rossini” (detta anche sala napoleonica) è il
locale principale e su di essa ruotano attorno le altre
stanze. Si tratta di un ampio salone (doppio anche
in altezza rispetto agli altri) dedicato per l’appunto
a “Gioacchino Rossini splendore e forza del canto
italiano”.
Tale dedica è decorata in stile impero in bianco e oro
ed è posta alla base del palco.
Lire in stucco e api anch’esse dorate omaggiano la
musica e Napoleone.
La sala Rossini è tutt’ora utilizzata per cerimonie,
convegni ed eventi vari.
Samuele Silva Photography
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SALA ROSSINI
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SALA GRECA
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R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI 45
Da qui si può accedere alle due stanze più singolari: la Sala Motivi egizi decorano gli stipiti delle porte e i vetri delle
egizia e la Sala moresca. finestre poste più in alto. Si ritiene che le decorazioni
La Sala egizia si distingue dalle altre per l’intenso colore blu della stanza possano essere attribuite a Giuseppe Petrelli
(azzurro in origine), trapunto di stelle dorate, del soffitto e e Antonio Gradenigo, mentre lo stile è frutto di Jappelli, in
delle pareti. omaggio all’amico GianBattista Belzoni, noto esploratore e
pioniere padovano.
Queste presentano nella parte inferiore un alto basamento di Il soffitto originariamente presentava anche un gran
marmorino lucido, con effetto porfido. lampadario in bronzo, decorato con figure egizie e teste di
Ai quattro angoli, alti rocchi di colonna a sezione rettangolare chimere.
sorreggono statue in stucco raffiguranti la dea Sachmet. Tra
le finestre, invece, si trovano statue di divinità femminili, Dalla sala è possibile accedere al terrazzo nord che si
sormontate da sfingi e urne cinerarie. affaccia alla Piazzetta Pedrocchi e alla loggia con colonne in
stile corinzio che collega la stanza con lo scalone d’ingresso.
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46 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
Barbara Tonin Photography
La Sala moresca è completamente diversa dalle altre.
Interamente ricoperta da vetri e specchi decorati da De
Min, mostra la figura di un personaggio in abito arabo,
uccelli e vegetazione di vario tipo.
Intarsi variopinti in legno e la fascia superiore delle pareti
in stile arabeggiante completano la decorazione della
stanza, dedicata probabilmente come la precedente a
Belzoni.
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Attigua alla greca, troviamo la Sala romana.
È distinguibile dalle altre per la forma circolare e i dipinti
in tempera ripassata a olio del bellunese Ippolito Caffi.
L’opera raffigura il Foro romano e Castel Sant’Angelo nelle
pareti più ampie, la Colonna di Traiano e il Foro di Augusto
con il Tempio di Marte Ultore in quelle minori. Alessio Bagnoli Photography
In quest’ultimo dipinto si può notare l’indicazione della
data in cui è terminato il lavoro, ovvero il 1841.
I dettagli e l’aderenza alla realtà inducono nell’osservatore Manuela Albanese Photography
un forte impatto scenografico e denotano l’approfondito
studio del Caffi.
Restauri recenti hanno rivelato gli originali colori che la
spessa patina del tempo, i numerosi ritocchi e i numerosi
restauri antecedenti avevano alterato.
Sopra le porte e sul soffitto si possono rilevare elaborati
fregi in stucco dorato: teste leonine nello stile di Jappelli,
figure femminili, fogliame e serpi.
All’epoca due sedili grandi e due più piccoli di forma
curvilinea arredavano la stanza.
Prima di proseguire nella visita e sbirciando attraverso le
porte a vetri, si può vedere lo stanzino barocco, un piccolo
vestibolo a cui si accede anche attraverso l’antica scala
a chiocciola, che conduce in alto sulla torre ottagonale.
Dell’arredamento originale rimane soltanto una mensola
sorretta da un putto e sormontata da una cornice dorata
intagliata a fogliami.
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48 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
Torniamo nella stanza romana e varchiamo l’ultima delle tre L’opera allegorica, al centro del soffitto, è del padovano
porte. Vincenzo Gazzotto: “La Civiltà dispensa al mondo i suoi doni
e scaccia l’Ignoranza”.
Ci troviamo nella Sala ercolana. La Civiltà è raffigurata in sembianze di donna ed è seduta su
Decorata dal pittore Pietro Paoletti con soggetti mitologici un trono.
sulla parte superiore delle pareti e sul soffitto, mostra otto Di fronte a lei il Tempo in volo, ai suoi piedi, invece, i quattro
figure dedicate alle “Feste di Diana” e a episodi della sua continenti conosciuti (Europa, Asia, Africa e America) e sullo
vita. Tra le finestre, “Diana ed Endimione”, in cui la dea, nella sfondo, a sinistra, l’Ignoranza che fugge.
sua forma lunare, sorge all’orizzonte per raggiungere il suo
amato. Quattro mensole, con sostegni a forma di testa d’ariete con
girali in legno dorato e sormontate da specchiere con anfore
Verso destra “Il bagno di Diana”, “Diana ascolta Pan che anch’esse in legno dorato, fanno parte dell’arredamento
suona”, “Diana con la ninfa alla caccia del cervo”, “Diana originale.
pescatrice”, “Diana con le ninfe si esercita al tiro con l’arco”,
“Giochi di ninfe” e sul soffitto “Diana dispensa premi alle sue Il caminetto in marmo di Carrara, viceversa, fu aggiunto
alunne”. soltanto nel 1935. Purtroppo anche la tappezzeria non è
originale, ma rifatta su un campione dell’epoca, a causa dei
La parte inferiore della parete è in marmorino dipinto con numerosi restauri e del crollo del settembre del 1977 del lato
effetto porfido. ovest.
Le pitture, invece, furono eseguite con tempera a uovo. Dalla stanza è possibile accedere al terrazzino che guarda
Stucchi dorati, raffiguranti grifi, cavalli alati e racemi, verso Palazzo Moroni.
completano la decorazione.
La stanza ha quattro tavoli rotondi su base ottagonale con
zoccoli caprini e su ognuno è posizionata una lampada con
basamento e stelo decorati.
Le porte sono incorniciate da colonnine e timpani in legno in
stile pompeiano.
Proseguendo sulla destra entriamo nella Sala rinascimentale,
che colpisce per gli stucchi dorati e il grande dipinto del
soffitto.
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R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI 49
La stanza successiva è la Sala gotica e fa parte del
Pedrocchino.
Caratterizzata dallo stile neo-medievale, è riconoscibile
dagli stemmi delle famiglie nobili di Padova, che decorano
le pareti, e dalle finestre dipinte con figure di cavalieri in
costume medioevale.
Il soffitto, per contro, mostra gli stemmi di Padova e di altre
cittadine della provincia.
L’autore dei dipinti non è certo, ma potrebbe essere Antonio
Gradenigo che tra il 1837 e il 1839 eseguì gli ornamenti del
prospetto del Pedrocchino.
Da notare la carta topografica di Padova e territorio in
marmorino bianco, posta tra la stanza gotica e quella
rinascimentale, copiata dalla pergamena del 1465 di
Francesco Squarcione.
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50 R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI
Il Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea è di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che
collocato nella Sala gotica e prosegue in ulteriori sei stanze. verranno portati dal progresso dei tempi mettendolo al livello
Racchiude al suo interno un secolo e mezzo di storia di questi e nulla tralasciando onde nel suo genere possa
padovana, che viene suddiviso secondo i più importanti mantenere il primato in Italia» (dal testamento di Domenico
avvenimenti. Cappellato Pedrocchi).
La Sala gotica raccoglie reperti del periodo che va dal 1797 Ancora oggi, entrando al Pedrocchi, si respira quell’atmosfera
al 1847, ovvero dal tramonto della Repubblica di Venezia agli di fine Ottocento e non è difficile immaginarsi Stendhal
eventi che poi portarono all’insurrezione. seduto a un tavolino della Sala bianca a sorseggiare un caffè
La stanza successiva ricorda il triennio 1859-61, in cui si o un gruppo di filosofi che discutono di politica nella Sala
susseguirono sanguinose battaglie che culminarono più rossa.
tardi con la fondazione del Regno d’Italia. Ma se è la prima volta che varchi la soglia del Caffè e ti senti
Si prosegue la visita visionando le testimonianze relative allo un po’ intimidito dalla sua eleganza, accomodati nella Sala
sviluppo economico, politico e sociale di Padova dal periodo verde e avvertirai quella calorosa accoglienza che Antonio e
post-risorgimentale fino al 1914. Domenico Pedrocchi avevano desiderato per tutti.
Le ultime stanze approfondiscono gli eventi, i personaggi
e il ruolo di Padova durante le due Guerre Mondiali,
terminando l’esposizione con documenti e immagini relativi
all’insurrezione padovana del 28 aprile 1945, al referendum
istituzionale del 2 giugno 1946 e ai padovani eletti alla
Costituente.
La vivace storia del Caffè Pedrocchi si conclude con la morte
di Domenico Cappellato Pedrocchi nel 1891.
Il figlio adottivo di Antonio, infatti, decise di lasciare il Caffè
in dono al Comune di Padova e ai suoi concittadini, con un
preciso impegno:
«Faccio obbligo solenne e imperituro al Comune di
Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l’uso
dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando
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R E P O RTA G E | CAFFÈ PEDROCCHI 51
Foto archivio
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52 R E P O RTA G E | DOUJA D'OR
Il Douja D’Or è una manifestazione nata
nel 1967 ed è da sempre sinonimo di festa
del vino che, come da tradizione, prevede il
coinvolgimento della città di Asti.
È un viaggio enogastronomico-culturale
nel Monferrato e nei sapori della tradizione
piemontese, alla scoperta delle eccellenze
del territorio, del cibo e della storia, dove il
vino rimane il protagonista indiscusso.
A cura di Maurizio Anfossi
Elisabetta Ramondini
Maurizio Anfossi
Giroinfoto Magazine nr. 82
R E P O RTA G E | DOUJA D'OR 53
La Band di Giroinfoto ha partecipato alla serata finale
del “Wine Masterclass”, che ha avuto come tema “2022:
l’anno del vitigno Freisa” e che ha rappresentato uno
degli appuntamenti più importanti del programma.
Un percorso di avvicinamento ai vini piemontesi e ai loro
territori di origine.
Un approfondimento sulle denominazioni della regione
Piemonte, sui vitigni e sulle uve da cui si producono, un
viaggio tra i territori che sono culla del patrimonio enoico
regionale.
Guidati da un sommelier professionista, si sono svolte
presso la Camera di Commercio di Asti, sei serate
dedicate all’approfondimento delle tematiche territoriali
legate ad un vino, con la possibilità di imparare a
degustarlo.
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Elisabetta Ramondini Photography
Il progetto della Regione Piemonte “Vitigno dell’anno”
nasce dall’idea di raccontare e valorizzare i vitigni
storici della regione.
Nel 2019 il protagonista era il Dolcetto, nel 2020
il Cortese - le cui attività promozionali sono state
approfondite anche nel 2021 - questo, invece, è l’anno
della Freisa.
Le origini dei vitigni freisa risalgono al 1500 circa.
Dalla documentazione storica, viene citato per
la prima volta nel 1517, riguardo un carico di uve
fresearum, che a quei tempi erano considerate di
grande qualità.
La sua coltivazione, poi, si diffuse velocemente
nell’area nord-occidentale del Monferrato, tra le
province di Asti e Torino, come attestano i documenti
nei catasti del Comune di Chieri del secolo sedicesimo.
Successivamente, il vitigno attecchisce in tutto il
Piemonte, in quanto è una pianta molto resistente
(anche alla peronospora, a differenza degli altri
arbusti) e si adatta facilmente a qualsiasi terreno, sia
calcareo che argilloso.
La prima descrizione ampelografica dedicata alla
"Freisa" risale alla fine del 1700.
Esistono almeno due varietà di questo vitigno:
la Freisa Piccola, presente soprattutto in zona
collinare e la Freisa Grossa, detta anche Neretta
Cuneese o Freisa di Nizza, coltivata soprattutto nel
Pinerolese e nel Saluzzese.
Le date della vendemmia erano stabilite da leggi
comunali; la raccolta non poteva avvenire prima di S.
Matteo (21 settembre) per la pianura e di S. Michele
(29 settembre)
Domenico perPhotography
Ianaro la collina.
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Oggi Il Freisa si esprime in 7 DOC nelle seguenti denominazioni:
Freisa d’Asti doc
Freisa di Chieri doc
Monferrato doc Freisa
Langhe doc Freisa
Colli Tortonesi doc Freisa
Pinerolese doc Freisa
Piemonte doc Freisa
Elisabetta Ramondini Photography
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Elisabetta Ramondini Photography
Tra le caratteristiche del vitigno, c’è quella di adattarsi alla
produzione di diverse tipologie di vino, tra cui:
Maurizio Anfossi Photography
La Freisa Vivace è ottenuta con una leggera rifermentazione
degli zuccheri, con un residuo zuccherino abbastanza
basso. È poco frizzante, con una percezione di profumo di
lampone che è tipica del vitigno.
Ha un colore rubino con gusto fruttato e floreale;
Chiaretto di Freisa, caratterizzato da una svinatura
precoce e vinificazione in bianco danno al vino un colore
leggermente rosato, contraddistinto dal tipico profumo
fruttato di frutti rossi e dal sapore aromatico e fresco;
Secco e superiore sono le tipologie che oggi vanno per la
maggiore, infatti i produttori hanno cominciato a investire
e studiare sulla Freisa, come vino fermo prima e poi da
invecchiamento.
Il secco ha un colore rubino intenso e brillante, profumi di
rosa e viola, lampone e ciliegia, con tannini morbidi.
Il Superiore in particolare, ha bisogno di un anno di
affinamento in legno.
È stato frutto di ricerca e sperimentazione, ha un colore
rosso rubino intenso tendente al granato, profumo intenso,
sentori di confettura, frutta matura e spezie. Piacevolmente
tannico, equilibrato, di struttura e longevo;
Spumante sia nella versione “Charmat” che “Metodo
Classico” sono le interpretazioni più moderne di questo
vino, che danno buon gusto al palato e piacevolezza nel
berlo.
“Charmat” ha un colore rosso ciliegia quasi rosato dal
profumo fruttato intenso di fragola, morbido e fresco.
"Metodo Classico" ha colore rosato, con sentori di lampone,
ribes e fragola, fresco e asciutto.
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Maurizio Anfossi Photography
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58 R E P O RTA G E | DOUJA D'OR
Parlando di Freisa, non possiamo non ricordare il
vitigno di Villa della Regina, uno dei più importanti e
dei pochissimi insediamenti metropolitani a livello
europeo.
Altri vitigni di tal pregio si trovano a Napoli, a Brescia,
nei pressi di Parigi e a Vienna, ma nessuno di questi
vanta quella meravigliosa e suggestiva vista sulla città,
come quella che possiamo ammirare qui a Torino.
Alla degustazione del “Wine Masterclass”, abbiamo
avuto il piacere di assaggiare molti di questi vini e
imparare a riconoscere le varie sfumature di colore,
profumo e gusto tra le varie tipologie di Freisa.
All’evento erano, inoltre, presenti anche Marco
Protopapa, assessore alla cultura e al cibo del
Piemonte, Erminio Renato Goria, vicepresidente della
Camera di Commercio di Alessandria e Asti e Filippo
Mobrici, vicepresidente “Piemonte Land of Wine”.
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R E P O RTA G E | DOUJA D'OR 59
Altra situazione che ha attirato la nostra attenzione, è
stata la performance del Circo Bipolar in Cafè Rouge.
In programma all’interno dell’Asti Vibe Events al Douja
D’Or, i Circo Bipolar si sono esibiti con un divertente
spettacolo energetico e dinamico, il Cafè Rouge. Cafè
Rouge è uno show circense con esibizione teatrale di
strada.
Un’elegante acrobata e un eccentrico giocoliere,
Costanza e Shay, si sono esibiti a Palazzo Gastaldi, in
numeri di equilibrismo su scala libera e contorsionismi
in aria a diversi metri di altezza e stupefacenti
dimostrazioni di prestidigitazione.
Il Douja D’Or è ricco di numerosi eventi, che non solo
trasporta il visitatore tra i sapori enogastronomici del
territorio e il divertimento, ma che permette anche di
apprendere e approfondire tradizioni e cultura con i
molteplici convegni e le masterclass.
Ringraziamo la Douja D’Or e l’Associazione Italiana
Sommelier
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60 R E P O RTA G E | TROINA
Prima Capitale Normanna di Sicilia
A cura di Rita Russo
Prima Capitale Normanna di Sicilia
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R E P O RTA G E | TROINA 61
Fra tutte le regioni italiane, la Sicilia, insieme al Lazio e alla Lombardia, è
quella che possiede ventitré comuni riconosciuti come Borghi più belli d’Italia
dall’omonima associazione.
Quest’ultima nasce, nel 2001, dall’esigenza di valorizzare il grande patrimonio
di storia, arte, cultura, ambiente e tradizioni presente in quei piccoli centri
italiani, che per varie motivazioni, restano fuori dal tradizionale flusso turistico,
rischiando per questo lo spopolamento e il conseguente dissesto economico
anche a causa dei mancati introiti connessi agli interessi legati al turismo e
al commercio.
Tale riconoscimento non intende, però, effettuare solamente una semplice
operazione di promozione turistica ma serve a garantire il mantenimento
di monumenti e memorie che, senza la loro continua tutela, recupero e
valorizzazione, andrebbero altrimenti irrimediabilmente perduti.
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62 R E P O RTA G E | TROINA
Alla luce di ciò, questo mese siamo andati a visitare il maestoso
borgo medievale di Troina che, oltre ad essere entrato nel 2019
a far parte del circuito dei borghi più belli d’Italia, vanta anche
il primato di essere il comune più alto della provincia di Enna,
essendo ubicato ad una quota di 1120 m sul livello del mare e
di essere il secondo più popoloso comune d’Italia posto al di
sopra dei mille metri di altitudine.
Troina
Il territorio di Troina, in prevalenza montano, si trova nell’estrema
zona nord orientale della provincia ennese, al confine con
quelle di Messina e Catania e ricade, per una piccola parte, nel
Parco dei Nebrodi.
Dal centro storico, punto più alto della cittadina, si gode di
uno straordinario panorama a perdita d’occhio sull’Etna, sui
boschi e sulle ampie vallate che circondano la cittadina, con
la particolare veduta della Diga Ancipa, che, sita a circa cinque
chilometri da essa, realizzata negli anni cinquanta, sbarra il
fiume Troina e dà origine a un grande bacino artificiale, il Lago
Sartori, che è il più alto dell’isola, essendo ubicato a quota 950
metri.
L’ampia superficie lacustre, originariamente utilizzata solo per
la produzione di energia elettrica, è stata, poi, usata anche per
l’approvvigionamento idrico di gran parte della Sicilia centrale,
costituendo una tra le più importanti risorse idriche dell’isola,
sia per uso irriguo che potabile.
L’imponente costruzione artificiale realizzata nella stretta gola
formata tra la Rocca Mannia e la Rocca D’Ancipa, permette
allo sguardo di spaziare tra paesaggi di differente bellezza e
suggestione, anche a seconda dei periodi dell’anno.
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R E P O RTA G E | TROINA 63
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64 R E P O RTA G E | TROINA
Dallo strapiombo sulla stretta valle del fiume Troina si passa Per la sua splendida ed elevata posizione, inoltre, Troina, nel
alle fitte aree boschive che arricchiscono le sponde del lago, 2021, è stato il primo borgo del meridione ad avere ottenuto
i cui colori variano da quelli brillanti dei mesi primaverili a la certificazione di qualità "I cieli più belli d’Italia" - livello gold
quelli bianchi dei rigidi inverni. da Astronomitaly, la Rete del Turismo Astronomico che, dal
2014, identifica, in Italia, i luoghi più belli dove osservare le
Il lago, immerso tra i boschi dei Monti Nebrodi, nel tempo, ha stelle.
dato origine ad un ecosistema d’importanza rilevante. Infatti,
l’interesse naturalistico di questo bacino è legato alle specie Questo prestigioso riconoscimento viene assegnato ai luoghi
che è possibile avvistare nel suo intorno, come i rapaci, tra che godono di un cielo stellato di qualità o che, in un percorso
cui l’aquila reale e il nibbio, gli uccelli acquatici e le tartarughe di riqualificazione e miglioramento, come quello compiuto
palustri, oltre a trote, anguille e carpe. negli ultimi anni da questo comune, desiderano valorizzarlo
offrendo esperienze e servizi dedicati all’astroturismo.
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Il Turismo Astronomico è, infatti, una tendenza sempre più
diffusa oggi tra i viaggiatori che cercano nuove esperienze.
Ma quando si pratica l’astroturismo, trovare un cielo non
offuscato dalle luci artificiali è il maggiore ostacolo.
Per questo motivo la certificazione è una garanzia e un motore
per questo affascinante settore turistico in espansione.
Due sono stati i siti d’interesse che hanno permesso al
comune di Troina di ottenere questo primato, il Lago Sartori
e [Link] Sambuchello, un’area naturale, presente all’interno
del Parco dei Nebrodi, in cui sorgerà un Ecoresort che potrà
accogliere, sotto le stelle, i suoi clienti.
Oltre a ciò, ulteriori innovazioni che l’Amministrazione
Comunale ha in programma di realizzare, come il
miglioramento degli impianti di illuminazione al fine di
ridurre al minimo l’inquinamento luminoso, garantiranno il
mantenimento del riconoscimento già ottenuto.
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R E P O RTA G E | TROINA 65
Troina nella storia
Cacciati gli Angioini, con la dominazione aragonese, Troina
fu venduta dal re Federico III d’Aragona al nobile catalano
Matteo d’Alagona.
Troina è una realtà urbana la cui storia millenaria s’intreccia
Successivamente passò sotto il dominio feudale di alcune
con le più importanti vicende che hanno riguardato l’intera
nobili famiglie tra le quali quella dei Moncada che la ebbero
Sicilia e non solo e, dunque, come gran parte delle realtà
come baronia.
siciliane, anch’essa vanta origini antichissime, i cui primi
Ma essa fu demanializzata nel 1398 dal re Martino I di Sicilia
insediamenti risalgono al periodo preistorico e in particolare
che la confiscò al barone Moncada e concesse a Troina
al Neolitico, come dimostra la necropoli ritrovata sul Monte
definitivamente lo status di città regia.
Muganà.
La città, tranne in due brevi periodi, occupò sempre il
tredicesimo posto come città demaniale del Parlamento
Dopo essere successivamente stata abitata, fin dall’età
siciliano, il più antico del mondo, fondato da Ruggero II
del bronzo, dai Siculi e dai Sicani, quindi colonizzata dai
nel 1129 e, dunque, posta sotto le dipendenze dirette della
Greci e dai romani, di cui restano i ruderi di un’imponente
corona.
fortificazione muraria a blocchi megalitici (datata IV sec. a.C.
– III a.C.) e conquistata, poi, dai Saraceni, Troina conobbe il
Tra il XV ed il XVI secolo, la cittadina conobbe una forte
suo massimo splendore con l’arrivo dei Normanni, nel 1061,
espansione urbana, perdendo il suo rilievo militare e
tanto da valerle il titolo di prima Capitale della Contea di
divenendo un centro d’interesse culturale e religioso.
Sicilia.
Successivamente, nel 1575, Troina fu messa a dura prova da
un’epidemia di peste che causò numerosi morti e nel secolo
Essa, infatti, fu scelta dal Conte Ruggero d’Altavilla, sia come
successivo, nel 1643 e nel 1693, due terremoti bloccarono
sua dimora, sia come roccaforte per la conquista dell’isola,
l’espansione della cittadina e causarono crolli e devastazione.
vista la sua posizione strategica.
A proposito della conquista normanna di Troina, esiste
una leggenda secondo la quale il Gran Conte utilizzò uno
stratagemma per conquistare l’inespugnabile castello
saraceno, liberando così Troina dal dominio arabo. Si narra
che Ruggero, venuto a conoscenza del fatto che il castello
veniva rifornito nottetempo da un mugnaio accompagnato
dal suo cane, il cui abbaiare rappresentava il suo segnale di
riconoscimento, si accordò con l’uomo e la notte di Natale
del 1061, lo seguì.
Raggiunto il castello, il mugnaio fece abbaiare il suo cane
e all’apertura delle porte, i Normanni, guidati dal Conte,
sorprendendo gli ignari Saraceni, irruppero nel castello
espugnandolo.
Questa leggenda ha, peraltro, ispirato la raffigurazione
riportata sullo stemma municipale della città.
Le scelte di Ruggero influirono inevitabilmente sull’assetto
politico e religioso della città che divenne, sin dall’inizio, un
vero e proprio “laboratorio“ di politica ecclesiastica dei nuovi
governanti.
Essa divenne, infatti, prima sede vescovile dopo la
costruzione del primo luogo di culto cattolico, costituito
dalla cattedrale normanna dedicata alla Virgo puerpera.
Nel 1098, Papa Urbano II ricompensò lo sforzo bellico dei
normanni contro le forze saracene con lo speciale privilegio
dell’Apostolica legazia, un istituto religioso e politico,
attraverso il quale venne data ai re di Sicilia la dignità di
legato pontificio, ossia il potere di nominare direttamente
i vescovi siciliani e la libertà di avere voce nel giudizio di
questioni ecclesiastiche.
I Normanni costruirono chiese e conventi e diedero decoro
urbanistico e architettonico alla cittadina. La città - castello
normanna fortificata aveva una lunghezza di più di un
chilometro e una larghezza di poche decine di metri, con
mura di difesa da tutti i lati, intervallate da torrioni.
La difesa era resa più facile dallo strapiombo in quasi tutti i
punti. Queste dimensioni sono state mantenute fino ad oggi
e coincidono con l’attuale centro storico della città.
Le sorti di quest'ultima cambiarono dopo la dominazione
sveva, subendo in epoca angioina, come tutto il resto
dell’isola, un grave declino politico ed economico.
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66 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
TROINA
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Essa riprese i suoi splendori nel XVIII secolo, quando Troina, che, come abbiamo già visto, soprattutto durante
arricchitasi di ville e palazzi nobiliari, riprese impulso l’attività i periodi bellici, è stata sempre un avamposto di notevole
culturale. importanza per la sua posizione strategica, non mancò di
Nel secolo XIX, la società a Troina era caratterizzata dalla esserlo nemmeno durante la Seconda Guerra Mondiale.
presenza di un’ampia realtà rurale e di una élite politico Infatti, nel 1943, dopo lo sbarco in Sicilia delle forze Alleate,
religiosa che deteneva vasti possedimenti. conosciuto con il nome in codice di Operazione Husky, che
favorì la destituzione di Benito Mussolini e la caduta del
Ma dopo l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia e la fascismo, Troina fu teatro di una storica battaglia contro le
successiva emanazione da parte del neo Stato Italiano delle forze terrestri dell’Asse, tra l’1 ed il 6 agosto dello stesso anno.
leggi eversive, a causa delle quali si ebbe la soppressione La città, infatti, proprio per la sua posizione, divenne la chiave
degli Ordini e delle Corporazioni religiose e la liquidazione di volta del sistema di difesa, denominato “Linea dell’Etna”,
dell'Asse ecclesiastico, i possedimenti vennero acquistati creato dalle forze armate italo-tedesche, nel tentativo di
dalla borghesia terriera locale causando un peggioramento arrestare l’avanzata delle truppe anglo-americane verso
delle condizioni di vita dei contadini che, nel 1898, sfociò in Messina.
una rivolta dal tragico epilogo.
Quindi, in quei giorni, gli Americani furono impegnati a
Il permanere delle difficili condizioni di vita per la classe contrastare la resistenza di un nucleo di militari tedeschi che
contadina comportò l’abbandono della propria terra in cerca si erano ritirati a Troina.
di miglior fortuna, innescando, soprattutto a partire dai primi I cruenti giorni della battaglia causarono più di 300 vittime
anni del 1900, il fenomeno dell’emigrazione di massa che troinesi e la distruzione di gran parte del suo centro abitato
proseguì anche nei decenni successivi, con un periodo di per opera dei bombardamenti.
pausa legato ai lavori per la diga Ancipa.
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R E P O RTA G E | TROINA 67
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Quando ci si appresta a raggiungere il cuore più antico di
Troina, si è obbligati ad attraversare l’ampia e ordinata area
d’espansione che occupa le pendici del monte omonimo,
sull’acrocoro del quale si sviluppa il suo centro storico.
Ma una volta raggiunto quest’ultimo si ha la netta sensazione
di tornare indietro nel tempo.
Infatti, il borgo medievale corrisponde, come già detto, alla
città - castello normanna e ne ha mantenuto le originarie
dimensioni.
Tra i suoi stretti vicoli, che s’intrecciano tra loro come in una
casbah araba, sembra che riecheggino ancora antiche storie
e leggende medievali.
Le chiese e i palazzi che s’incontrano percorrendo le sue
strade e che presentano differenti stili architettonici, sono i
testimoni della millenaria storia del borgo, che si è sviluppato,
con un impianto urbanistico tipicamente medievale, lungo il
principale asse viario dedicato al Conte Ruggero.
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Questo corso è intersecato da stretti e tortuosi vicoli, che Molti sono stati gli illustri personaggi come, prelati, alti politici,
per seguire l’andamento orografico della rocca sulla quale fu scrittori e artisti che, durante i secoli, hanno attraversato
creata la città - castello, sono caratterizzati spesso da ripide questa piazza.
pendenze. Tra questi figurano il Papa Urbano II che, nel 1088, giunse
Dunque, il borgo è un pittoresco insieme di viuzze, slarghi nella prima capitale normanna per discutere di questioni
irregolari, piccole scale, rampe, cortili e sottopassaggi ad religiose con il Gran Conte; l’Imperatore Carlo V d’Asburgo,
arco, attraverso i quali spesso si vedono scorci di panorama nel 1535, in viaggio verso Messina e nel 1943 anche il noto
mozzafiato. fotografo Robert Capa.
Il corso principale termina nell’omonima Piazza Conte Oggi questa piazza è il più alto e suggestivo belvedere
Ruggero, la più alta piazza monumentale della Sicilia, dove architettonico della Sicilia che domina, dall’alto del Monte
un tempo sorgeva il Palazzo comitale di Ruggero d’Altavilla, Troina, la vallata che conduce alla Piana di Catania e dal
che era compreso nel recinto fortificato esterno, impostato quale, nei giorni in cui il cielo si presenta terso, è possibile
sui cigli dei dirupi e circondato da mura dotate di quattro vedere l’Etna e raggiungere con lo sguardo anche il Golfo di
porte e di tre alte e robuste torri. Augusta.
Inizialmente di ridotte dimensioni, la piazza venne ampliata,
all’inizio del 1920, con la demolizione di una parte del
monastero femminile benedettino del 1300, che durante il
periodo normanno fu sede del palazzo del Gran Conte.
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70 R E P O RTA G E | TROINA
Affacciati sulla piazza, che ospita oggi una statua realizzata Testimonianza di tali lavori sono sia la torre campanaria,
in memoria dei caduti in guerra, si trovano, oltre al municipio, cuspidata e a cono rivestito di piastrelle di maiolica, sia la
anche tre chiese: la Cattedrale, l’Oratorio del SS. Rosario e la facciata della chiesa.
Chiesa di San Giorgio.
Di recentissima costruzione è il nuovo portone d’ingresso,
La Chiesa Madre, dedicata a Santa Maria Assunta, è sita sul un’opera in bronzo in cui sono scolpiti gli eventi principali della
punto più alto del crinale roccioso di Monte Troina. storia di Troina, della Chiesa e della vita del santo patrono San
Prima Cattedrale normanna in Sicilia, fu costruita tra il 1067 Silvestro. In particolare, il campanile corrispondeva, in origine,
ed il 1078. ad una delle torri della città - castello.
Essa divenne dapprima regia cappella in seguito all’istituzione L’Oratorio del SS. Sacramento è situato sotto la Chiesa Madre
del primo vescovado nell’isola e poi cattedrale vescovile nel e corrisponde alla cripta della chiesa ed al transetto dell’antica
1082. cattedrale normanna.
La chiesa presenta una pianta a croce latina a tre navate e Era destinato a cappella palatina e deputato al servizio
custodisce al suo interno opere di grande valore, tra statue, religioso del Conte e della sua famiglia. Secondo la tradizione,
dipinti e arredi, oltre ad una ricca collezione di paramenti sacri nel 1088, Papa Urbano II celebrò la messa in questo Oratorio.
e argenti, risalenti ai secoli compresi tra il XII e il XIX.
Mentre la Chiesa di San Giorgio è posta in adiacenza al
Nel corso del tempo, la chiesa ha subito dei rimaneggiamenti campanile dal lato opposto alla Chiesa Madre e fu edificata
che ne hanno modificato l’antica struttura: il primo risale al nel XIV secolo. In origine era la cappella dell’antico monastero
Quattrocento, il secondo all’età tardo barocca e l’ultimo al delle Benedettine, oggi non più esistente.
1927.
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R E P O RTA G E | TROINA 71
A pochi passi dalla piazza Conte Ruggero, di fronte Capa morì, a quarant’anni, proprio a causa della
al Municipio, l’antico Palazzo Pretura ospita, dal guerra, calpestando una mina antiuomo durante
2021, l’interessante museo dedicato alla fotografia quella d’Indocina.
di Robert Capa, grande innovatore del foto-
giornalismo. Le immagini, elegantemente esposte nelle due
Questa prestigiosa esposizione permanente, resa sale site su due piani differenti, fanno parte della
possibile dalla collaborazione tra il Comune di collezione “Fragments of War in Sicily” del noto
Troina e la Fondazione Famiglia Pintaura, che fotografo, che trascorse gran parte della sua vita a
ha acquistato le foto dall’International Center documentare realtà belliche e che, per questo, nel
of Photography di New York, dona rilevanza 1938, fu acclamato dalla rivista britannica Picture
internazionale alla cittadina che può vantare, così, il Post come “più grande fotografo di guerra del
prestigio di custodire alcune tra le più significative mondo”.
testimonianze della storia della fotografia Le foto di questa collezione documentano la visione
mondiale. che Capa ha della guerra.
Infatti, così come durante i conflitti bellici, le città
Infatti, nel museo che, si sviluppa su due piani, sono vengono ridotte in frammenti e le vite di molte
esposte 62 foto, stampate da negativo originale e in persone vanno in pezzi, allo stesso modo Capa
buona parte inedite, che il noto fotografo ungherese estrapola idealmente frammenti di guerra e
ha scattato in Sicilia, nel 1943, durante l’Operazione porzioni di storia, restituendoli con uno stile unico
Husky e in particolare a Troina. e personale.
Il modo in cui Capa raggiunse la Sicilia, durante Un dettagliato racconto visivo che mostra gesti,
questo periodo, è piuttosto singolare oltre che sguardi ed emozioni profonde, di civili e soldati, colti
rocambolesco. dal fotografo, nell’istante dello scatto, con grande
Egli, infatti, si fece paracadutare il giorno prima sensibilità ed empatia.
dello sbarco degli Alleati, la sera del 9 luglio del
1943, partendo da una base aerea di Tunisi.
Cadendo nell’entroterra deserto dell’isola, restò
appeso ad un ramo di un albero per l’intera notte.
La mattina seguente fu aiutato a scendere da tre
paracadutisti che erano con lui.
Il gruppo raggiunse una fattoria dove fu accolto da
un anziano contadino siciliano che li ospitò per tre
giorni, fin quando non arrivarono i soldati della I
divisione.
Capa, che si unì a loro, privo di alcun accredito
giornalistico essendo stato da poco licenziato
dalla rivista per la quale lavorava, rischiò di essere
rispedito a New York.
Soltanto l’amicizia con il gen. Theodore Roosevelt
jr., figlio del’omonimo 26° Presidente degli Stati
Uniti d’America, comandante in seconda della
I divisione, gli consentì di rimanere nell’isola e
muoversi liberamente al seguito dell’esercito.
Capa restò in questa situazione di precarietà per
quasi un mese.
Ma nei primi giorni del mese di agosto, dopo aver
fotografato la violenta battaglia che si svolse a
Troina, ricevette il telegramma di assunzione da
parte della rivista Life, che gli permise di muoversi
su tutti i fronti.
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72 R E P O RTA G E | TRANSIBERIANA ITALIA
TROINA
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Allontanandoci sempre più dalla piazza e ritornando sui Il Monastero di San Michele Arcangelo “il Vecchio” sorge su
nostri passi lungo il corso, attraversiamo il quartiere di San una collinetta a circa 3 km dal centro abitato.
Procopio, dove viveva una comunità ebraica, la cui prima Fu il primo monastero edificato in Sicilia dai Normanni, voluto
attestazione risale al 1444. dal Conte Ruggero in seguito alla vittoria contro i Sarceni.
La comunità, composta da circa 80 persone, sebbene fosse La chiesa del monastero, ispirata allo stile benedettino, era
presente nelle liste della tassazione della corte viceregia, circondata da una cinta muraria eretta a scopo difensivo.
per la sua modestia veniva computata insieme a quelle delle Qui visse il monaco basiliano Silvestro, Patrono di Troina.
vicine città di Cerami e San Marco d’Alunzio. Il monastero fu abbandonato nel 1700, in seguito al
trasferimento dei monaci in una nuova struttura e di esso
Come in altri contesti, anche a Troina gli ebrei vivevano in oggi sono rimasti soltanto i ruderi.
un quartiere separato ma non esclusivo. La giudecca si
estendeva nella parte sud-occidentale della città fortificata,
dove era presente anche una Sinagoga.
Gli ebrei di Troina erano conciatori di pelli e commercianti
di lana e svolgevano le loro attività in alcuni opifici situati
nel quartiere Cunziria sito sotto la Torre Capitania, a breve
distanza dal quartiere San Procopio.
Questo imponente edificio a pianta quadra, ubicato lungo la
Via Conte Ruggero, è ricavato dalla torre centrale dell’antico
castello.
Nei vari secoli è stato adibito a diversi usi: fu sede del
Capitano di Giustizia nell’alto medioevo, custodia con regio
castellano in epoca aragonese e carcere mandamentale in
epoca borbonica.
Successivamente ha subito ulteriori modifiche e
ristrutturazioni e oggi ospita il Museo civico della città.
Sfruttando il poco tempo rimastoci, lasciato il centro storico,
scendiamo nella parte nuova della cittadina per dare uno
sguardo da vicino ad altri tre luoghi che hanno attratto il
nostro interesse sin da quando siamo arrivati.
Si tratta dei ruderi di due monasteri dedicati a San Michele
Arcangelo (Il Vecchio ed il Nuovo) siti nella periferia sud
orientale del centro abitato e del Monastero e della Chiesa di
Sant’Agostino, siti a nord di esso.
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Il “Nuovo” monastero di San Michele Arcangelo fu edificato Il complesso occupava una superficie di oltre 8000 mq ed
verso la metà del XVIII secolo, su commessa dei monaci era costituito da una grande chiesa, mononavata, oggi priva
benedettini, nell’area di una necropoli ellenistica nei pressi di copertura e da un monastero che ruotava intorno ad un
della città. chiostro quadrangolare realizzato con arcate, tutto arricchito
da decorazioni e ornamenti tipici dello stile barocco.
L’imponente struttura abbandonata, ridotta oggi in ruderi
da un inesorabile degrado, mostra, attraverso la pericolante Presso l’archivio storico del comune è conservato il plastico
testimonianza, la grandiosità dell’architettura barocca che la della struttura originaria.
caratterizzava.
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74 R E P O RTA G E | TROINA
La Chiesa di Sant’Agostino, annessa all’omonimo convento Successivamente, la corte viceregia autorizzò lo spostamento
dei Padri Agostiniani, sorge, a nord del centro abitato, su un della fiera nella prima decade del mese di settembre, in
pianoro anticamente chiamato Piano di San Pietro, perché in concomitanza con la celebrazione della festa per San Nicolò
corrispondenza di esso, nel 170 d.C., vi sorgeva una chiesa da Tolentino, protettore dell’Ordine.
dedicata ai Santi Pietro e Paolo.
Nel 1700 la chiesa venne demolita e ricostruita con pianta
Alla fine del Quattrocento, il patriziato urbano di Troina ottagonale regolare e il resto del convento subì molti
accolse i frati agostiniani e concesse loro non solo l’uso rimaneggiamenti.
della chiesetta di San Pietro ma anche il terreno circostante Risale al 1800 la realizzazione del grande loggiato che chiude
e i proventi delle rendite, per potervi costruire un convento. il piano antistante la chiesa ed il convento.
Nel 1866 a causa delle leggi eversive, il complesso
I lavori iniziarono nel 1491 ma la modestia degli introiti conventuale venne messo all’asta e acquistato dal Comune
e l’austerità dei monaci fecero prolungare i tempi di di Troina.
realizzazione dell’edificio.
I lavori terminarono a metà del XVI secolo.
In quel periodo il viceré, per consentire il loro sostentamento,
autorizzò i frati ad organizzare, nel mese di luglio, una fiera
nell’area adiacente al monastero.
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R E P O RTA G E | TROINA 75
Terminata la nostra breve ma intensa visita di questa
straordinaria realtà siciliana, lasciamo il suo centro abitato
senza trascurare di vedere, a poco più di quattro chilometri
di distanza, uno dei monumenti simbolo della sua identità, il
Ponte Faidda, lungo m 42,50.
Quest’ultimo, realizzato sul fiume Troina, fu fatto costruire
dai Normanni per consentire l’attraversamento del corso
d’acqua ad un’antichissima via regia che collegava Palermo
con la sponda ionica dell’isola e risale alla prima metà del
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XII secolo.
Il ponte, per secoli, è stato attraversato non soltanto da
pastori, pellegrini, eremiti e viandanti ma anche da grandi
personalità della storia, come il re Pietro d’Aragona (1282),
la regina Bianca di Navarra (1411) e l’imperatore Carlo V
d’Asburgo (1535).
Situato in un contesto agricolo ricco di mulini, alcuni dei quali
ancora esistenti, frantoi e fondaci, consentiva il passaggio
di uomini, animali e merci, collegando il borgo con i boschi
circostanti.
Come la gran parte dei ponti medievali, questo è stato
realizzato con una struttura a schiena d’asino, tipica
dell’architettura di quel tempo, a due arcate disuguali, di cui
quella più grande a tutto sesto alta m 6,50 e l’altra ogivale,
alta m 1,50 dal letto del fiume.
Le due rampe che formano la carreggiata, munite di
parapetti, sono costituite da un selciato ad opus incertum,
realizzato con blocchi eterogenei di natura fluviale, mentre
la struttura portante è stata realizzata con blocchi di pietra
arenacea locale.
Il ponte è stato sottoposto ad un restauro di tipo conservativo
che ha avuto lo scopo di salvaguardare e ridonare il bene alla
fruizione.
Troina è ricca oltre che di folklore e tradizioni religiose, tra
le quali la più importante è quella dedicata al patrono San
Silvestro, anche di tradizioni culinarie.
La cucina troinese, infatti, tipicamente rustica e montana,
comprende molte specialità eno-gastronomiche tipiche
della zona che risentono delle influenze delle dominazioni
che si sono avvicendate nella zona.
Una ragione di più per consigliare un soggiorno, possibilmente
in periodo estivo, per apprezzare e godere appieno oltre che
di tutte le bellezze (artistiche, storiche e naturalistiche) di
questa cittadina anche di aria pulita, mitigata dalla frescura
naturale dovuta alla sua posizione geografica.
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76 BOOK | AFRICA
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BOOK | AFRICA 77
Parco nazionale di Namib-Naukluft Namibia
© Jan Hendrik/Shutterstock
Africa
Viaggio nei grandi parchi nazionali
a cura di Massimo Zanella.
Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa.
Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo,
di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia.
[Ernest Hemingway]
30 × 35 cm,
240 pagine
cartonato
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78 BOOK | AFRICA
L’Africa è il secondo continente più grande del mondo, ed è
la terra della fauna selvatica più spettacolare del pianeta:
savane, foreste pluviali, deserti, paesaggi vulcanici, montagne
e coste; a ciò si aggiunge l’incredibile ricchezza degli animali.
L’Africa ospita un numero sor- prendente di parchi nazionali,
che aiutano a preservare le diverse specie che vivono in queste
aree, molte delle quali rischiano l’estinzione; con questo
libro visiterete alcuni di questi straordinari parchi e avrete la
possibilità di ammirare la loro straordinaria fauna selvatica Parco nazionale di Amboseli Kenya
nel proprio habitat naturale attraverso meravigliose immagini © Volodymyr Burdiak/Shutterstock
che possono, solo in parte, restituirci la bellezza selvaggia di
un continente tanto vario quanto affascinante.
Alberi di acacia erioloba rinsecchiti
nella salina di Sossusvlei
Parco nazionale di
Namib-Naukluft Namibia
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BOOK | AFRICA 79
Parco nazionale dello Tsavo
Kenya
©Shutterstock
Da nord a sud, dalla Tunisia al
Sudafrica, il volume presenta
trenta grandi parchi nazionali del
continente africano, caratterizzati
da una grande diversità di animali
selvatici e di paesaggi mozzafiato:
dal Parco dei Vulcani in Ruanda
al Parco delle Cascate Vittoria
in Zimbabwe, dal Serengeti in
Tanzania all’Amboseli in Kenya,
dal Santuario degli uccelli di
Djoudj in Senegal al Parco degli
Elefanti di Addo in Sudafrica.
Riserva nazionale Masai Mara
Kenya
© Maggy Meyer/Shutterstock
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80 BOOK | AFRICA
Parco nazionale impenetrabile di Bwindi
Uganda
©Shutterstock
Attraverso un ricco repertorio di immagini spettacolari,
Africa. Viaggio nei grandi parchi nazionali presenta le schede
dei singoli parchi intro- dotte da brevi testi sulla storia del
parco e sulla fauna selvatica presente in esso.
Parco nazionale di Amboseli
Kenya
© Martin Mecnarowski/Shutterstock
Massimo Zanella, laureato in Storia dell’arte, è un esperto
di iconogra- fia, curatore di collane editoriali di architettura
contemporanea e arti applicate.
Autore di libri e contributi di storia e critica d’arte, con Skira
ha recentemente pubblicato Montagne.
I giganti della Terra (2021).
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BOOK | AFRICA 81
Parco nazionale Kruger
Sud Africa
© Villiers Steyn/Shutterstock
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82 R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO
A cura di Maurizio Anfossi e Gerardo Rainone
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R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO 83
Il salone del gusto nasce nel 1996 ed è
organizzato da Slow Food Italia.
La prima edizione si tiene a Torino in una piccola
area dell’ex-fabbrica del Lingotto.
L’evento viene replicato ogni due anni con
sempre maggiore successo ed è in continua
evoluzione.
Nel 1998 assume la connotazione del mercato,
ovvero un incontro tra consumatori e produttori,
con una presenza di circa 130.000 visitatori.
La successiva edizione del 2000 è, poi,
caratterizzata dalla presenza dei primi 90 presidi
slow food italiani e dalla partecipazione di 11
parchi nazionali e 4 regionali, che presentano
i prodotti tipici dei loro territori a sostegno
dell’economia e delle attività tradizionali.
L’evento seguente, invece, si arricchisce
con la partecipazione dei primi slow food
internazionali.
Gerardo Rainone Photography
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84 R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO
L’idea di Terra Madre nasce nel 2004, progetto, che
mira alla salvaguardia del patrimonio agroalimentare
tradizionale nel mondo. Per l’importanza degli argomenti
trattati e per darne più visibilità, il fondatore di Slow Food
Carlo Petrini invita alla manifestazione l’allora Principe
Carlo d’Inghilterra.
Il tema è molto sentito e si arriva al 2006 con l’identificazione
di 3 parole chiave: buono, pulito e giusto, con l’ambizione
di spiegare come piccole imprese di nicchia possano
alimentare la crescita economica e intellettuale.
In continuo aumento inoltre, rispetto agli anni passati, è la
presenza del pubblico che, per questa edizione, ha raccolto
oltre 170.000 visitatori con oltre il 20% di stranieri.
L’edizione del 2008 continua all’insegna della cultura
gastronomica, l’amore per il cibo e il ritorno alla tradizione,
in cui la ricerca del buono e dell’ecosostenibile sono
sempre al centro.
Non sono mancati anche numerosi dibattiti sulla
biodiversità, tesi a valorizzare e conservare nella cultura
alimentare quante più razze possibili tra animali, piante e i
buoni prodotti di un tempo.
Il 2010 consacra definitivamente la vocazione internazionale
dell’appuntamento che fa incontrare nello stesso luogo
artigiani, contadini e grandi cultori dell’enogastronomia.
Cibo e territorio, questo il tema principale dell’evento, in
cui viene lanciata la campagna per la realizzazione di “Mille
orti in Africa”, che coinvolge comunità del cibo e condotte
slow food.
Nel ripercorrere la cronologia degli eventi Slow Food
Italia, si arriva finalmente al 2012, anno in cui per la
prima volta il “Salone del Gusto” di Torino incontra “Terra
Madre”, network mondiale tra le comunità agroalimentari.
Il leitmotiv dell’edizione diventa “Cibi che cambiano il
mondo” e i numeri al Lingotto Fiere, dove si svolge l’evento,
sono sempre più importanti: oltre 1.000 espositori da oltre
100 Paesi e circa 220.000 visitatori.
Maurizio Anfossi Photography
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R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO 85
Il 2014 vede un grande aumento nella presenza dei presidi: Viene posto al centro l’anima rurale, per mettere sempre più
oltre 300 tra Italia e altri 50 Paesi del mondo; un grande in risalto i produttori di piccola scala che producono ogni
mercato del cibo, luogo d’incontro e aggregazione di cultura giorno cibo buono, pulito e giusto per tutti.
gastronomica e di consapevolezza etica e sociale.
La campagna “Food for Change” è stata il filo conduttore
Ancora al centro l’”Arca del Gusto”, progetto di Slow Food dell’edizione 2018, che ha fatto nascere nuovi progetti e spazi
per la tutela della biodiversità, lanciato al Salone del gusto tematici.
del 1996, per identificare i prodotti a rischio e l’agricoltura Terra Madre - Salone del Gusto torna al Lingotto con
familiare; progetto che si combina con il lavoro di Slow Food numeri da record: sono presenti 170 presidi italiani e 140
e Terra Madre, che trattano anche argomenti come la lotta internazionali, con il debutto di sei nuovi presìdi Slow Food
alla fame, la malnutrizione e il rapporto tra cibo e ambiente dall’estero (Africa, Europa e Americhe) e 900 espositori
con il rispetto di territori e tradizioni. provenienti da 100 Paesi.
Siamo all’anno 2016 e si decide per una grande novità in Nel 2020 la pandemia non ferma Terra Madre - Salone del
merito alla location. Gusto. Saranno oltre 200 gli eventi che in sei mesi animeranno
Viene, infatti, abbandonata per questa edizione il Lingotto la città.
Fiere per preferire l’evento all’aperto, in diversi luoghi della Conferenze in presenza e incontri online, laboratori del Gusto
città di Torino. e “appuntamenti a tavola”, degustazioni e cene a tema, visite
guidate nelle aziende dei Presìdi Slow Food.
Il bellissimo parco del Valentino ospita il mercato, mentre
piazza Castello e via Roma ospitano i presìdi Slow Food.
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Gerardo Rainone Photography
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86 R E P O RTA G E | GIAVENODEL GUSTO
SALONE
Q uest’anno, il 2022, Terra Madre - Salone del Gusto
torna dopo un biennio di pausa.
Si è svolto al Parco Dora con circa 3.000 delegati arrivati da
130 Paesi, che per cinque giorni hanno portato a Torino uno
spirito di festa.
La 14esima edizione di Terra Madre ha visto la partecipazione
di circa 350.000 visitatori nell’ex area industriale, oggetto di
un processo di riqualificazione ancora in corso.
Più di 550 eventi, oltre 700 espositori da tutta Italia e dal
mondo e decine di ospiti italiani ed internazionali.
Decine di migliaia di ragazze e ragazzi sono stati
protagonisti di Terra Madre: hanno creato il cartellone delle
attività dello spazio di Slow Food Youth Network e dell’Area
Giovani Turismo Agricoltura, condotto conferenze e tavole
rotonde, organizzato momenti di formazione rivolti a
coetanei e studenti in ambito agricolo, allestito palcoscenici
dell’attivismo e delle politiche rivolte alle giovani generazioni,
il tutto nel cuore di Parco Dora.
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R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO 87
Gerardo Rainone Photography
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88 R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO
Gerardo rainone Photography
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R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO 89
Molti giovanissimi hanno contribuito al successo di
questa manifestazione, in particolare studenti dei
licei torinesi Cattaneo, Cottini e Lagrange impegnati
a curare la parte ecologica.
Studenti del Gioberti e del Mazzarello hanno
accompagnato i delegati, ragazze e ragazzi
dell’istituto alberghiero Colombatto hanno messo a
disposizione la loro esperienza nei “Laboratori del
Gusto”.
Ovviamente al Salone del Gusto il cibo è protagonista
e inteso come driver per la transizione e la
rigenerazione.
Il presidente di Slow Food Italia, Barbara Nappini
ha, infatti, dichiarato che «Terra Madre è una festa
popolare, la dimostrazione che il cibo buono, pulito
e giusto è un elemento di gioia e un ponte di pace tra
i popoli.
Ma questa edizione riafferma con forza la
consapevolezza che la produzione alimentare è
anche uno straordinario strumento di contrasto alla
crisi climatica e alle ineguaglianze sociali».
Gerardo Rainone Photography
Maurizio Anfossi Photography
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90 R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO
Il fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, inoltre punta il
dito contro lo spreco alimentare esortando a cambiare
abitudini.
Nasce da Terra Madre il progetto “Food regenerAction”
che si fonda su quattro punti:
Non sprecare,
un terzo del cibo che viene prodotto viene buttato via;
Consumare meno carne, più verdure.
“L’eccedenza delle proteine animali nelle diete occidentali
è fuori da ogni logica e ha conseguenze enormi sul clima
e sulla salute”, questa la dichiarazione del fondatore di
Slow Food, Carlo Petrini
Scegliere la biodiversità a tavola,
preferire frutta e verdura meno diffuse, pane con farine di
grani antichi, formaggi a latte crudo;
Seguire la stagionalità,
consumare alimenti locali, nella stagione giusta, che tra
le altre cose sono più gustosi e meno costosi.
Maurizio Anfossi Photography
Manuela Albanese Photography
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R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO 91
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92 R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO
Gerardo Rainone Photography
Il tema centrale del Salone del Gusto, il cibo, è stato fulcro
ed elemento di connessione tra diversi temi importanti,
come la rigenerazione delle relazioni e delle città, i diritti
e le uguaglianze, l’importanza e la necessità di salvare la
biodiversità, la sostenibilità delle economie.
Il tema della rigenerazione a 360° coinvolge tutti noi,
mettendoci in gioco, impegnandoci e confrontandoci in
modo costruttivo. Terra Madre è anche mercato, dove vi è
la possibilità di incontrare migliaia di produttori di tutto il
mondo, concedendo ai nostri sensi di esplorare la diversità
gastronomica del mondo.
Il Salone del Gusto è stato un evento che ci ha anche consentito
di viaggiare attraverso il cibo, permettendoci di incontrare e
conoscere le diverse realtà enogastronomiche nazionali e
internazionali.
Ringraziamo Slow Food e il Gruppo Affini di Torino.
Maurizio Anfossi Photography
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R E P O RTA G E | SALONE DEL GUSTO 93
Gerardo Rainone Photography
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94 R E P O RTA G E | COROLLARIA
REGGIA DI VENARIA
FLOWER EXHIBITION
Domenico Ianaro
Domenico Gervasi
Gerardo Rainone
Maurizio Anfossi
Mariangela Boni
A cura di Gerardo Rainone
Gerardo Rainone Photography
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R E P O RTA G E | COROLLARIA 95
I fiori piacciono a tutti.
Accompagnano la vita di ogni giorno e assumono un ruolo Un fiore regala allegria, conferisce eleganza o vivacità e parla
da protagonisti quando organizziamo un evento importante. al nostro posto quando lo doniamo.
Che siano di campo, coltivati, da recisione, freschi, secchi Ogni tipologia, ogni colore, da solo o in un bouquet racconta
o “finti”, adornano ogni momento della nostra quotidianità: qualcosa di noi e porta un messaggio alla persona che lo
una tavola imbandita, un salotto accogliente, un balcone, riceve.
un giardino, un doppiopetto o una gonna, una scrivania in
ufficio, una sala d’attesa, una cerimonia, una festa. È così che comunicano con noi gli artisti di Corollaria,
Li troviamo riprodotti sui vestiti, sulla biancheria per la casa, attraverso le loro composizioni, trasformate in opera d’arte.
sui muri, nei souvenir, nei profumi, nell’artigianato e nelle
opere d’arte.
Corollaria Flower Exhibition nasce nel 2021 dal desiderio di residenze sabaude torinesi, parte del sito seriale UNESCO,
far scoprire e riscoprire la bellezza del mondo floreale, con un iscritto alla Lista del Patrimonio dell'umanità dal 1997: la
focus particolare sul fiore reciso, e per sostenere il comparto Reggia di Venaria.
florovivaistico, particolarmente colpito durante questo
difficile periodo. Perfettamente integrata nel contesto monumentale barocco,
Corollaria dona arte all’arte, immergendo il visitatore in una
È una rassegna dedicata all’arte floreale e al giardino, che realtà di massima bellezza.
anche quest’anno, viene ospitata in una delle meravigliose
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96 R E P O RTA G E | COROLLARIA
La cultura e la tradizione della composizione floreale ha
discendenze antichissime.
L'arte floreale viene riconosciuta come disciplina
autonoma, però, soltanto intorno al 1920 e trae la sua storia
dall'osservazione dell'importanza dei fiori nell'epopea del
genere umano.
I fiori venivano donati agli Dei per ringraziarli o pregarli,
venivano utilizzati per enfatizzare le feste, oppure, grazie al
loro significato, per portare fortuna a uno sposalizio o a una
nascita, e percorrono insieme all'uomo la sua storia fatta
di tradizioni, religioni e stili di vita, nonché mode. Come
l'abbiamo conosciuta?
Ovviamente attraverso le raffigurazioni pittoriche delle
tombe dei faraoni d'Egitto, nelle pitture e mosaici dell'antica
Roma e in numerosissime altre testimonianze antiche.
Ogni regione e periodo porta avanti il suo modo individuale
di composizione floreale. Inoltre, ogni paese ha il suo
significato unico per i fiori.
Quando esplori il design floreale attraverso la sequenza
temporale della storia, acquisisci una comprensione più
profonda e arricchita non solo dei fiori, ma delle culture di
tutto il mondo.
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R E P O RTA G E | COROLLARIA 97
Le scuole di arte floreale classica, per la realizzazione delle Come ci racconta il fondatore e presidente di Orticola
composizioni, insegnano il rispetto di regole che messe Piemonte, il Sig. Giustino Ballato, l’idea di Corollaria nasce
insieme conferiscono bellezza al lavoro: proporzione, dalla collaborazione tra Orticola, Federfiori (Federazione
equilibrio, ritmo, gradualità, ripetitività, armonia e contrasto. Nazionale dei fioristi italiani), Asproflor e l’Associazione
di Produttori Florovivaisti italiani, che lavorano con il fiore
Devono essere contemplate tutte queste caratteristiche se si reciso.
vuole creare una realizzazione ad arte.
Di particolare importanza, è il rispetto delle proporzioni tra Per la realizzazione e l’allestimento della mostra, Orticola ha
gli elementi compositivi, che spesso sono molto vicini nella collaborato anche con il gruppo Flauerpauer, composto da
forma alla sezione aurea, il rapporto della perfezione naturale. vivaisti e fioristi, i quali utilizzano solo prodotti a km zero,
Così come scriveva Terri Guillemets “Il fascino di un fiore sta piante prodotte da loro e coltivate con metodi biologici,
nelle sue contraddizioni – così delicato nella forma così forte dove l’eco-sostenibilità, portata all’estremo, è l’elemento
nel profumo, così piccolo nelle dimensioni così grande nella fondamentale.
bellezza, così breve nella vita così lungo il suo effetto”.
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98 R E P O RTA G E | COROLLARIA
Domenico Gervasi Photography
Nella passata edizione hanno lavorato, alla realizzazione
delle opere, solo fioristi piemontesi, mentre in questa
edizione erano presenti, sia in maniera diretta che indiretta,
fioristi da tutta Italia, ma l’obiettivo prefissato è quello, per
le prossime, di far diventare questa rassegna la vetrina
più importante dell’arte floreale italiana anche a livello
internazionale.
Gli artisti, tra fioristi, flower designer e florovivaisti, che
hanno progettato e ideato le opere esposte sono stati una
decina e con la loro creatività e maestria hanno realizzato
opere con un’esplosività di colori e profumi, inebriando le
varie sale della Reggia.
L’allestimento della mostra ha richiesto quattro giorni
e circa una trentina di fioristi, ma la Reggia ha acquisito
nuova veste arricchendosi di meravigliosi progetti
floreali, che hanno avvolto, decorato e impreziosito le sue
magnifiche geometrie e sculture.
Grazie alla loro maestria, le installazioni artistiche e
decorative assumono forme di straordinaria bellezza, con
un’intensa profusione di profumi e colori, che con la loro
presenza riescono a rallegrare gli animi e scaldare i cuori.
La passata edizione si svolgeva sia all’esterno che
all’interno della Reggia di Venaria, ma data la grandezza
dei giardini, queste opere rischiavano di perdersi un po’,
pertanto per la II edizione è stato deciso di esporre le
opere soltanto all’interno delle sette sale: La Cappella di
Sant’Uberto,
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100 R E P O RTA G E | COROLLARIA
l’Anticamera dei Valletti a piedi, la Sala di Diana, le sale 17,
19, 31 ed il Rondò Alfieriano. Ma vediamone alcune…
Il Rondò Alfierano ha ospitato l’esplosiva installazione
“Booommm!!!” a cura di Flauerpauer.
Quest’opera vuole raccontare il difficile momento che
stiamo vivendo, cercando di creare nello spettatore il
desiderio di vita attraverso i fiori e la loro bellezza.
Così l’artista ci racconta come è stata ideata la sua
creazione:
“Viviamo giorni che sembrano sospesi sull’orlo del
precipizio. Crisi climatica, pandemie, guerre.
La convergenza di tutti questi fattori critici può far pensare
a un momento in cui esploderanno i precari equilibri a cui è
giunta l’umanità nell’antropogene?
È l’approssimarsi a qualcosa di definibile come apocalisse?
Vogliamo cogliere e mettere in scena questi tempi da un
punto di vista positivo: l’esplosione di nuove possibilità;
raccogliere le sfide che gravano sul futuro e trovare nuovi
modi di convivere tra le persone e con la natura.
Esploda il desiderio di mettersi sulla via dei fiori: attenzione,
cura, bellezza!”.
Alcune opere esposte erano inedite, progettate e realizzate
per Corollaria, mentre altre erano già state esposte in altre
mostre o competizioni.
Tra le varie creazioni c’erano anche le opere che hanno
partecipato alla “Coppa Italia” e quelle che hanno preso
parte alla fase finale del Campionato Europeo in Polonia.
All’interno della Cappella di Sant’Uberto, abbiamo trovato
diverse opere dell’artista Cecilia Serafino.
Una tra tutte ha esaltato la bellezza del soffitto a volte,
in quanto l’opera è stata installata al medesimo con una
discesa luminosa di fiori.
Cecilia Serafino è un’artista torinese molto apprezzata.
Su di lei hanno scritto in molti e le sue opere stupiscono ed
emozionano.
Di lei e dei fiori, piace raccontare di un legame quasi
“umano”:
“I fiori sono la mia materia prima; dopo tanti anni di
conoscenza reciproca, abbiamo instaurato un rapporto di
reciproco rispetto e fiducia.
Loro mi danno molto lasciandosi trasformare per diventare
di volta in volta romantici, gioiosi, sbarazzini, classici,
inusuali, tradizionali, moderni, coloratissimi, verdissimi,
impalpabili, sferici, alti-alti, ricadenti, sontuosi, semplici… e
io regalo loro la gioia di chi li guarda.
Con loro compongo ogni cosa.
La cosa che i miei fiori amano di più è quando con loro
costruisco scenografie per esaltare un colpo d’occhio sul
paesaggio o quando entro nell’architettura in modo da
sollevare il dubbio se l’elemento sia parte integrante della
struttura o semplice decorazione, quando con il loro aiuto
realizzo un’invenzione scenica portando l’attenzione su un
particolare suscitando emozioni”.
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Gerardo Rainone Photography
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102 R E P O RTA G E | COROLLARIA
Domenico Gervasi Photography
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R E P O RTA G E | COROLLARIA 103
Le altre sale erano allestite con le opere degli artisti
di Federfiori “Emozioni floreali tra arte e musica”, in
cui i visitatori potevano immergersi e avvolgersi in Gerardo Rainone Photography
un ensemble di emozioni, colori, Natura e musica.
Le opere hanno disegnato un percorso multi-
sensoriale, dove vista e olfatto hanno potuto
inebriarsi di tanta bellezza e profumo, creando nei
visitatori emozioni indimenticabili.
Il connubio tra la maestosità della Reggia di
Venaria e l’arte della composizione floreale hanno
potuto rendere questa mostra uno spettacolo
unico per il visitatore.
L’appuntamento sarà per il prossimo anno e
stavolta ci aspetteremo la sfida nella sfida, quella
di provare ad allestire “La Galleria Grande”, una
galleria tanto immensa negli spazi quanto nella
bellezza e magari anche la “Citroniera”.
Si ringrazia la Reggia di Venaria per l’ospitalità e
tutti coloro che hanno partecipato alla creazione di
Corollaria Flower Exhibition.
Barbara Tonin Photography
Lorena Durante Photography
Maurizio Anfossi Photography
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104 R E P O RTA G E | ROSKILDE
Laura Rossini
Remo Turello
A cura di Simone Bravo
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R E P O RRTEAPGOER T| A GBUNKER
E | ROSKILDE
SORATTE 105
Qual è stata la prima capitale d’Italia?
Beh, si tratta di una domanda piuttosto facile e che ci
tocca da vicino, per cui rispondere Torino non sarebbe
difficile per molti italiani.
Ma qual è stata invece l’antica capitale della Danimarca
prima di Copenaghen?
Ovviamente chi non conosce la risposta la può
immaginare dal titolo di questo articolo, si tratta
proprio di Roskilde.
Roskilde
Remo Turello Photography
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106 R E P O RTA G E | ROSKILDE
Situata sull’isola di Sjælland, all’imbocco di uno dei
rami del fiordo Isefjord, Roskilde è una vivace cittadina
di circa 50.000 abitanti.
Lungo la maggior parte dell’anno è un luogo tranquillo,
che attira i turisti per la sua bellezza naturale, ma che
viene invasa da una folla di persone tra la fine di giugno
e l’inizio di luglio.
In questo periodo, infatti, ha luogo il Roskilde Festival,
il più grande e partecipato festival di musica ed arte di
tutto il Nord Europa, nonché uno dei più grandi di tutta
Europa.
È anche uno dei più longevi: la prima edizione risale
al 1971!
Hanno calcato il palco di questo festival personaggi
chiave dello scenario musicale internazionale che
vanno dai Nirvana a Bruce Springsteen, da Bob Marley
agli U2, dai Metallica ai Radiohead, solo per citarne
alcuni.
Si tratta di un festival all’insegna della sostenibilità
e dell’attivismo, gestito da una organizzazione non-
profit, la Charity Roskilde Festival.
Tuttavia, Roskilde non è importante solo per la musica
e l’arte moderna, ma è una cittadina ricca di storia e dal
passato importante.
Laura Rossini Photography
Uno dei luoghi simbolo del paese è sicuramente la
cattedrale.
Entrata a far parte della lista dei siti Patrimonio
dell’Umanità dell’UNESCO nel 1995, riflette i
cambiamenti verificatisi in 800 anni di storia e di
architettura.
Costruita tra il XII e il XIII secolo fu la prima cattedrale
gotica a venire edificata in mattoni e proprio la sua Remo Turello Photography
costruzione diede un forte incentivo alla diffusione
nell’Europa Settentrionale di questo stile, detto gotico
laterizio.
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Laura Rossini Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
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Eppure, la sua storia inizia ancora prima della
costruzione.
Intorno all’anno 960 Roskilde diventa capitale
dell’appena creato regno di Danimarca e il suo re
Harald Gormsson (Aroldo I “Dente Azzurro”) fa erigere
una piccola chiesa in legno dedicata alla Santa
Trinità, luogo in cui verrà sepolto dopo la morte.
Con la crescita della città la chiesa diventa sede
vescovile; un edificio in legno non è più adatto a
questo scopo e viene perciò costruito un nuovo
edificio in stile romanico con archi a tutto tondo,
completato nel 1080.
Il regno di Danimarca è in piena espansione e così la
sua chiesa.
Dei monaci giungono a risiedere nella città e per loro e
per i loro bisogni vengono aggiunti intorno alla chiesa
un monastero in pietra e altri edifici di uso comune.
E poi vengono portate anche delle reliquie: prima il
cranio di Papa Lucio I e poi le spoglie di San Canuto
Lavard.
Si entra così in un circolo virtuoso in cui sempre più
fedeli vengono attratti verso la chiesa e grazie alle
loro offerte e donazioni diventa possibile rendere la
cattedrale sempre più maestosa e affascinante.
La chiesa ancora una volta diventa insufficiente Laura Rossini Photography
ad accogliere la folla dei fedeli e a testimoniare la
grandezza dei re vichinghi. Per questo motivo nel
1200 il vescovo Peder Sunesen decide di iniziare
una grande espansione della cattedrale, prendendo
a modello quella di Tournai, in Belgio, dove era stato
abate.
Mancando, però, le pietre adatte alla costruzione,
vengono utilizzati grossi mattoni rossi; in realtà
vengono fabbricati parecchi mattoni rossi per
l’edificio: è stato stimato che ne siano stati usati
più di tre milioni per completare la chiesa. Nasce
così, come dicevamo, lo stile gotico laterizio, che
verrà ripreso in molti edifici religiosi e pubblici della
Scandinavia e della Germania settentrionale.
La nuova cattedrale è alta il doppio della precedente,
grazie all’uso degli archi a sesto acuto gotici e viene
realizzato un nuovo transetto, per dare la tipica forma
a croce alla navata.
Vengono anche aggiunte due torri ai lati della facciata
occidentale per rendere tutta la struttura ancora più
monumentale e slanciata in alto verso il cielo e il
divino. Le dimensioni della nuova chiesa diventano
finalmente sufficienti ad accogliere tutti i fedeli,
però le decorazioni non sono ancora all’altezza della
situazione, anche perché, dalla fine del ‘400 in poi, i
sovrani danesi iniziano a farsi seppellire all’interno
della cattedrale.
Tra i sarcofagi più antichi troviamo quello del principe
Cristoforo, duca di Lolland, e della regina Margherita
I, una sovrana di notevole bellezza, ma antiche
testimonianze raccontano che anche re Harald
Laura Rossini
Gormsson vi siaPhotography
sepolto.
Giroinfoto Magazine nr. 82
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Certamente da quel periodo in poi essere sepolti nella Cattedrale di
Roskilde diventa una consuetudine della casa reale danese.
Per questo motivo nei secoli sono stati aggiunti abbellimenti con
stili diversi che ripercorrono i differenti gusti artistici dei vari periodi.
Le cappelle dedicate a Santa Brigitta, San Cristoforo e Sant’Andrea
prima, quella dei Tre Re e Cristiano IV in seguito vennero erette
all’interno della chiesa e poi ornate in epoche successive,
anche sovrapponendo nuove decorazioni a quelle già presenti
originariamente.
La cappella dei Tre Re, ad esempio, contiene anche una strana
pietra, chiamata “Colonna del Re” sulla cui superficie sono incisi
i nomi di molti membri della famiglia reale danese e di importanti
personaggi e visitatori, come Edoardo VII d’Inghilterra, Pietro il
Grande e re Chulalongkorn di Thailandia.
Tra tutte le bellezze e le curiosità presenti all’interno della chiesa,
meritano ancora di essere ammirati sicuramente lo splendido
altare, scolpito ad Anversa, e il pulpito in pietra arenaria, marmo e
alabastro del 1610.
Laura Rossini Photography
All’esterno della cattedrale spicca il famoso orologio di
San Giorgio, aggiunto nel 1500: allo scoccare di ogni
ora San Giorgio attacca il drago suo nemico, mentre ad
ogni quarto d’ora e alla mezz’ora altri due personaggi
suonano la campana.
Anche le due torri sono state modificate nel tempo: nel
1600 vennero aggiunte le guglie e le campane furono
rinnovate nel corso dei secoli, l’ultima volta nel 1968 a
seguito di un incendio.
A metà del ‘500, con il passaggio della Danimarca
dal cattolicesimo al luteranesimo, le proprietà della
cattedrale, guidata dall’ultimo vescovo cattolico,
vengono confiscate dal re.
Inoltre, con lo spostamento del soprintendente luterano
dello Sjælland a Copenaghen, il declino di Roskilde
diventa rapido e i monasteri, le chiese e le canoniche
Laura Rossini Photography vengono chiusi dalle famiglie nobili che ne confiscano
tutti i beni.
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110 R E P O RTA G E | ROSKILDE
La cattedrale è quindi strettamente legata alla storia della città e del regno di Danimarca, ma un altro luogo rigorosamente
legato alla storia della nazione è il museo delle navi vichinghe.
Situato nella parte finale del fiordo di Roskilde, a pochi passi dal centro cittadino, questo museo viene costruito nel 1969
proprio per custodire cinque navi vichinghe, ritrovate pochi anni prima.
La loro storia è molto lunga e travagliata ed è stato difficile ricostruirla con esattezza. Inizialmente, dopo il ritrovamento sul
fondale vicino alla località di Skuldelev, zona che si trova una ventina di chilometri a nord di Roskilde, da cui ovviamente deriva
il nome di “Navi di Skuldelev”, si pensava si trattasse di sei imbarcazioni.
Solo dopo attente ricostruzioni ed analisi e a seguito dei lavori di restauro è stato possibile identificare le loro tipologie e
stabilire che in realtà i pezzi della sesta nave erano solamente parti mancanti di una delle altre.
Remo Turello Photography
Giroinfoto Magazine nr. 82
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Ma cosa si è scoperto riguardo alla loro storia? Remo Turello Photography
A partire dalla creazione del regno vichingo di Danimarca,
da parte di Aroldo I Dente Azzurro, la situazione di Roskilde
non è stata facile: nonostante la felice posizione all’estremità
interna di un lungo fiordo che la collega col mare del Nord, Con il declino della città a favore della nuova capitale, il
il pericolo di scorrerie ed invasioni era sempre all’ordine del passaggio effettivo avviene nel 1443, si perdono nei secoli
giorno. le tracce di queste navi, che vengono portate faticosamente
alla luce solo nel 1962.
Più i danesi si espandevano e razziavano i paesi vicini più Per farlo è stato necessario un lungo lavoro archeologico
l’elenco dei loro nemici aumentava. durato alcuni mesi. Infatti, per prima cosa è stata creata una
La situazione peggiorò col tempo e alla fine dell’XI secolo i paratia in metallo tutto intorno alla zona in cui erano stati
vichinghi decisero di proteggere stabilmente la loro capitale individuati i relitti. In seguito, isolata la zona, si proseguì
con un curioso sistema. drenando l’acqua, facendo attenzione a non procedere
Osservando attentamente tutto il percorso del fiordo troppo velocemente: il repentino cambiamento delle
individuarono il punto più stretto del canale che unisce la condizioni di temperatura, umidità e pressione del legname,
città al mare, il ramo Peberrenden, corrispondente proprio al rimasto sott’acqua per secoli, poteva portare ad un rapido
punto di fronte al villaggio di Skuldelev. deterioramento del materiale stesso.
Vennero scelte tre navi di grandi dimensioni, ormai Completata questa operazione tutti i frammenti vennero
consumate dall’utilizzo, che furono portate al largo e riempite recuperati e trasportati nella vicina Roskilde, dove vennero
di massi, in modo da farle affondare e ostruire il passaggio sottoposti a lunghi anni di analisi e restauri, al termine dei
alle navi nemiche. quali venne inaugurato il museo.
Il sistema venne poi ripetuto una ventina di anni più tardi,
aggiungendo altre due navi alla ‘barricata’ e completando
così l’apparato difensivo.
Si trattava sicuramente di un’opera efficace, in quanto i
nemici, non potendo immaginare la presenza della barriera
sott’acqua, rimanevano incagliati tra le acque del fiordo a
poca distanza dalla costa e cadevano facilmente preda degli
assalti dei difensori.
Allo stesso tempo, però, proprio questo sistema difensivo
diventò uno dei motivi che portano i vichinghi a preferire
Copenaghen come capitale, distante da Roskilde solo circa
35 chilometri.
Infatti, raggiungere Roskilde diventava più difficoltoso
anche per gli stessi danesi che, per evitare la loro stessa
fortificazione erano costretti a lunghe deviazioni attraverso
i canali laterali.
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112 R E P O RTA G E | ROSKILDE
Remo Turello Photography
Questo lungo lavoro, però, non servì solamente a restituire
alle cinque navi la loro forma originale, o almeno quello
che ne rimane, ma anche di ottenere un numero notevole di
informazioni riguardo alle tecniche di costruzione, ai materiali
e agli strumenti utilizzati dai loro originari utilizzatori.
Proprio grazie a queste informazioni gli artigiani del museo
sono riusciti a costruire alcune riproduzioni delle navi,
usando le stesse metodologie impiegate mille anni prima
dagli antenati vichinghi.
Il fatto che queste cinque navi siano di tipologie molto
diverse, si passa da navi da guerra a pescherecci e a navi da
carico, tutte di dimensioni differenti, ha permesso di ottenere
una quantità enorme di informazioni e di poter ricostruire
imbarcazioni molto simili a quelle che potevano essere le
originarie navi.
Affini non solo nella costruzione, ma anche nell’utilizzo:
con alcune di esse sono state ripercorse alcune delle rotte
vichinghe e con una di queste gli studiosi del museo hanno
navigato fino a Dublino.
Gli ampi spazi del museo, con le loro grandi vetrate che si
aprono direttamente sul fiordo, permettono di immaginare
come dovessero essere le navi nel loro ambiente naturale.
Del resto, tutto il complesso aiuta la fantasia a vagare
lontana.
All’interno della struttura si possono osservare video e
pannelli illustrativi sulla storia dei vichinghi, sulla loro cultura
e sul loro modo di vivere.
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All’esterno, sull’acqua, le riproduzioni delle navi sono lì
attraccate, ci si può salire e anche prendere parte a brevi
escursioni guidate sul fiordo, immaginando un tuffo nel
passato vichingo.
Infine, sono stati allestiti laboratori artigianali dedicati
a grandi e piccini che permettono di conoscere come i
vichinghi costruissero i loro attrezzi e le loro imbarcazioni,
in modo da approcciare un’esperienza completa ed
immersiva nella storia e nella vita di quel popolo.
Con questo racconto abbiamo presentato Roskilde, una
cittadina dalla grande storia, una storia non scolpita e
bloccata nel passato, ma ancora viva e sperimentabile nel
presente.
Lo stretto legame con le sue origini non è immerso nei
rimpianti dell’antica grandezza, bensì è proiettato verso la
modernità.
Remo Turello Photography
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114 R E P O RTA G E | ROSKILDE
Un ulteriore aspetto fondamentale che rende questo luogo L’ambiente incontaminato che lo circonda è da sempre
assolutamente unico e da visitare è l’ambiente naturale in cui l’habitat naturale di numerose specie di animali e di una ricca
si trova, l’Isefjord. vegetazione.
La sua conformazione ha probabilmente reso possibile
la costruzione di Roskilde in una posizione poco adatta Pescatori e cacciatori abitavano questa zona già seimila anni
alla navigazione, ma allo stesso tempo protetto e non fa, durante l’età della pietra; da quell’epoca sono giunti fino a
direttamente affacciato sul mare tanto da esser scelta come noi cumuli di ossa di animali e conchiglie, oltre che utensili,
capitale del regno di Aroldo I “Dente Azzurro”. come punte di frecce e coltelli di pietra.
L’Isefjord è una stretta insenatura che si estende per una Si tratta di prove concrete che dimostrano come molto prima
lunghezza di circa 40 chilometri arricchita da una trentina dell’arrivo dei vichinghi questa zona fosse già stata scelta
di isole e isolotti che formano canali e passaggi più o meno per la sua posizione strategica e per le risorse che il territorio
larghi. metteva a disposizione.
Remo Turello Photography
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E come si può visitare questa meraviglia della natura? Scorci pittoreschi si susseguono, accompagnando i visitatori
e gli sportivi del luogo o semplicemente chi vuole perdersi
Partendo proprio dal museo delle “Navi di Skuldelev” è nella natura per ammirare un tramonto da sogno in cui i
possibile percorrere a piedi, in bici o a cavallo lunghi tratti colori del cielo e dell’acqua si fondono a creare un tutt’uno
della costa del fiordo su percorsi, sentieri e piste ciclabili che d’incanto.
si articolano per più di 270 chilometri.
Si alternano aree di natura incontaminata, zone sul ciglio del
mare e altre più all’interno.
Appena nascosta da un’insenatura si apre un porticciolo
e fanno capolino alcune case di pescatori che partono o
tornano dalle loro fatiche.
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Harald o Haraldr o Aroldo, a seconda Si tratta di un personaggio centrale
delle lingue, fu il primo re ad unificare il nella storia della Danimarca e del
regno di Danimarca sia dal punto di vista cristianesimo, ma che ha un significato
politico che da quello religioso. particolare anche ai giorni nostri.
Sua madre Thyre, da cui ricevette la Il suo soprannome Blatand, Dente
formazione, era devota alla fede cristiana, Azzurro, all’inglese Bluetooth, forse ci
mentre il padre Gorm il Vecchio aveva ricorda qualcosa…e non è un caso!
saccheggiato e distrutto numerose
chiese cristiane durante il suo regno. Il bluetooth che usiamo oggi per collegare
ad esempio casse o auricolari ai nostri
Anche da questa contraddizione interna cellulari o più in generale per il passaggio
alla sua famiglia capì che per creare di dati tra telefoni, computer e tablet è
una base comune, su cui fondare l’unità stato introdotto dall’azienda svedese
politica del regno, doveva unire prima le Ericsson ed è stato chiamato così proprio
fedi religiose. in onore di Harald Gormsson Blatand.
Si dedicò quindi a ricostruire le chiese
distrutte dal padre e avviò un processo Probabilmente gli inventori di questa
di conversione che durò circa trent’anni tecnologia hanno voluto richiamare le
e che portò, tra le altre cose, ad edificare grandi abilità diplomatiche del re che
intorno al 960 la chiesa di Roskilde, che è riuscito ad unire popoli diversi e a
diventerà poi la cattedrale di cui abbiamo condividere tra i suoi sudditi la religione
parlato. cristiana augurandosi allo stesso modo
di riuscire a mettere in comunicazione
Durante il suo regno intraprese numerose strumenti e dispositivi diversi,
campagne militari contro i vari regni condividendo tra tutti il passaggio dei
germanici e riuscì a riunire tutti i territori dati.
dello Jutland sotto il suo comando.
Non soddisfatto, e spronato dalla sorella Anche il logo del Bluetooth, quella specie
Gunnhild di Norvegia, conquistò parte di B stilizzata con due trattini sulla
della Norvegia e poi si diresse verso sinistra è un rimando diretto a questo
la Gran Bretagna, occupando i territori sovrano.
dell’Anglia orientale e della Northumbria. Il simbolo è stato creato dall’unione di
due rune nordiche:
Morì nel 987 e venne sepolto sotto la
chiesa che aveva fatto costruire nella sua
nuova capitale, Roskilde. (hagall) (berkanan)
Durante il suo regno fece incidere su una
grande pietra runica un testo in memoria
dei suoi genitori; questo scritto è giunto che corrispondono alle nostre H e B,
intatto fino a noi ed è uno dei più antichi proprio le iniziali di Harald Blatand.
in cui viene citata la Danimarca come
regno. Forse senza saperlo, ogni volta che
Le parole usate sono all’incirca queste: andiamo sulle impostazioni del nostro
“Harald il re fece costruire questi telefono stiamo guardando un simbolo
monumenti per Gorm suo padre e Thyre vecchio almeno di mille anni, che ci
sua madre, Harald che vinse tutta la rimanda al mitico sovrano dei vichinghi e
Danimarca e la Norvegia e convertì i alla sua capitale, Roskilde.
Danesi al Cristianesimo.”
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Remo Turello Photography
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118 R E P O RTA G E | LUCCA COMICS
A cura di Giacomo Bertini
Giacomo Bertini Photography
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fenomeno fumetto
Tutti conoscono l’evento che si tiene a Lucca ogni anno
generalmente tra la fine di ottobre e i primi di novembre
chiamato «Lucca Comics & Games», ma in pochi ne
conoscono la sua storia e i suoi retroscena.
Difficile pensare che tornando alle origini non solo è
necessario cambiare città, ma addirittura regione.
Ci spostiamo a Bordighera sulla riviera ligure, dove il
21 e 22 febbraio del 1965 fu organizzato il 1° Salone
Internazionale dei Comics, una manifestazione nella quale
esordiva il tema dei fumetti e che ebbe un importante
successo.
Spinto dai vertici dell’Ente per il Turismo, che avevano
presenziato al salone di Bordighera, l’allora Sindaco,
dott. Giovanni Martinelli, decise di trasferire l’evento a
Lucca, inaugurando il 24 e 25 settembre 1966, il 2° Salone
Internazionale dei Comics, con addirittura la presenza
dell’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, utilizzando
il teatro del Giglio per le tavole rotonde e i sotterranei del
baluardo San Girolamo delle Mura urbane per le mostre
espositive.
LUCCA CREA
Giacomo Bertini Photography
Monica Gotta Photography
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120 R E P O RTA G E | LUCCA COMICS
Lorena Durante Photography
Giacomo Bertini Photography
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Nelle prime edizioni gli organizzatori, il direttore Romano Calisi
e il suo vice Rinaldo Traini, si concentrarono principalmente
sulla ricerca storiografica e sull’analisi del fenomeno comics,
valorizzando quegli autori che rappresentassero al meglio
il costume, il linguaggio e i cambiamenti nella società
contemporanea.
Dopo qualche aggiustamento di date e luoghi, dal 1969, la
manifestazione assunse la sua collocazione temporale pressoché
definitiva: fine ottobre-primi di novembre, inglobando sempre il
ponte di Ognissanti.
Considerato l’anno non poté mancare l’argomento dedicato allo
sbarco dell’uomo sulla luna, dando ampio spazio alle precognizioni
di illustratori e cartoonist, e sempre in questa edizione, il famoso
illustratore americano David Pascal, realizzò il manifesto ufficiale
dell’evento riscuotendo grande entusiasmo dal pubblico e dagli
organizzatori, tanto da esserne incaricato fino agli anni Novanta.
Nel corso delle manifestazioni successive, altri personaggi,
autori, editori italiani o stranieri trovarono uno spazio all’interno
dell’evento, come il fumettista statunitense Richard Felton
Outcault con la creazione del bambino vestito di giallo «Yellow
Kid», che dal 1970 divenne il simbolo e la mascotte del Salone,
e, trasformato in una statuetta, il premio riservato alle varie
categorie del settore.
Sicuramente è necessario sottolineare che questa manifestazione
è caratterizzata dai molti cambiamenti nel tempo, che
probabilmente ne hanno rafforzato il valore.
Nel 1972 divenne «8° Salone dei Comics e del Cinema di
Animazione» e si svolse dal 29 ottobre al 4 novembre, variandone
la durata, inoltre furono introdotti i cartoni animati, mentre al Teatro Giacomo Bertini Photography
comunale del Giglio venne allestita una sala cinematografica.
Nella attigua piazza Napoleone venne allestito un grosso pallone
pressostatico per ospitare stand di espositori, collezionisti e
organizzatori culturali.
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122 R E P O RTA G E | LUCCA COMICS
Grazie all’enorme successo
ottenuto in pochi anni, il Salone cambiò
faccia e attirò l’attenzione anche della stampa
estera e di conseguenza degli editori e autori di tutto il
mondo.
Una caratteristica che spinse la successiva edizione del
1973, a prolungare il periodo espositivo a sette giorni,
suscitando per questo alcune lamentele tra gli espositori,
costretti a soggiornare a Lucca per un tempo maggiore,
gravando sulle spese aziendali.
Sempre durante questa edizione la Walt Disney festeggiò
i primi cinquant’anni di Topolino e l’ASIFA (Associazione
Internazionale del Cinema di Animazione) scelse Lucca per
realizzare la riunione annuale del suo direttivo, conferendo così
ulteriore lustro alla manifestazione lucchese.
Negli anni successivi la fama e i numeri acquistavano sempre
maggiore importanza, permettendo all’organizzazione di
raggiungere le grandi istituzioni internazionali, come l’UNESCO e
l’UNICEF.
Questo effetto di crescita mise allo scoperto il rovescio della medaglia,
facendo riflettere gli organizzatori e l’Amministrazione comunale sul
problema che si stava creando: il successo lievitava di pari passo alle
spese per l’ospitalità.
A quel tempo le strutture ricettive erano molto poche e quasi tutte, per
le tempistiche di pagamento, preferivano offrire ospitalità ai comuni
visitatori, piuttosto che agli ospiti della manifestazione.
Questo costrinse gli organizzatori e il Comune a prendere la decisione
di trasformare l’evento in un appuntamento biennale, rimandando la 13°
edizione al consueto periodo di fine ottobre, inizi di novembre del 1978.
Giacomo Bertini Photography
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R E P O RTA G E | LUCCA COMICS 123
LUCCA CREA
Giacomo Bertini Photography
A quei tempi il cinema di animazione e dell’illustrazione l’introduzione del biglietto a pagamento nel 1982; la
prese sempre più spazio negli interessi degli amatori, costituzione dell’Ente Autonomo Max Massimino Garnier
costringendo la manifestazione a occupare, oltre al Teatro alla guida del salone nel 1989; un doppio appuntamento
del Giglio, il cinema Astra e il Centrale, presentando una annuale dell’evento nel 1991; l’introduzione dei Games
prestigiosa selezione di cortometraggi proposti anche ai nel 1993; la messa in liquidazione dell’Ente Garnier nel
festival di Annecy, Zagabria, Varna e Ottawa, mentre altri 2000, su decisione dell’allora Sindaco Pietro Fazzi, a
del tutto inediti. causa di una serie di sfortunati eventi che provocarono
notevoli disagi economici, che suggerirono di riportare
L’ennesimo cambiamento avvenne nel 1982, quando a la manifestazione sotto il diretto controllo del Comune di
causa di una norma emanata dal Governo, gli organizzatori Lucca, con la cancellazione del secondo appuntamento
furono costretti a utilizzare padiglioni che richiedevano tenuto a marzo e, sempre nel 2000, l’assegnazione di un
tempi più lunghi per la messa in opera. nuovo nome all’evento che da allora è noto come «Lucca
Questo fatto provocò ai commercianti del centro un Comics & Games»; nel 2004 il trasferimento dal Palasport
enorme disagio economico, e suscitò le loro proteste all’area adiacente con tensostrutture appositamente
che raggiunsero gli uffici del Sindaco, costringendolo ad installate nei paraggi; il debutto nel 2005 di un’edizione
effettuare un trasferimento dell’evento il Palasport situato coordinata e organizzata da una società partecipata le
fuori dalle Mura urbane. cui quote erano detenute interamente dal Comune, con il
nome di «Comics & Games srl»; il ritorno nel centro storico
I continui cambiamenti della manifestazione non si di Lucca nel 2006.
fermarono in nessuna delle edizioni successive, come
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124 R E P O RTA G E | LUCCA COMICS
Con quest’ultimo evento, cioè il ritorno nel centro storico, la manifestazione
cambiò faccia e assunse una cornice nuova valorizzata dalle eleganti architetture
degli edifici storici che caratterizzano il centro cittadino.
Da quel momento in poi i visitatori furono in costante aumento, rendendo negli
anni necessario una ricerca costante di nuovi spazzi espositivi e strutture
sempre più grandi, spingendosi anche in alcune aree fuori dalle Mura urbane,
come il Campo Balilla di viale Carducci e il Polo Fiere di Sorbano, distante
pochi km dal centro.
Edizione dopo edizione, con la partecipazione ogni anno di grandi ospiti nel
2014 furono venduti 255.646 biglietti e si registrarono 490.000 presenze
in città in soli 4 giorni. Questo fatto, oltre a fare della manifestazione
il più grande esperimento cross-mediale del continente, attirò
necessariamente l’attenzione degli organizzatori e degli addetti alla
sicurezza pubblica sull’esigenza di progettare le successive date con
modalità diverse dal solito, aggiungendo un tetto massimo sul numero
dei biglietti giornalieri venduti, che venne fissato a 80.000 e a rivedere
le procedure di controllo dei flussi di folla.
Il Comune di Lucca nel 2015 fu autore di un ulteriore cambiamento
negli assetti societari di Lucca Comics & Games.
A causa di una scarsa potenzialità economica del Polo Fiere,
gestito dalla partecipata Lucca Fiere e Congressi, venne deciso di
accorpare le due società creando «Lucca Crea», sfruttando così
al meglio le potenzialità del Polo Fiere.
Il successivo 28 ottobre 2016 la nuova società Lucca Crea
diede il via all’edizione del cinquantenario, che, ritornata a
cinque giorni, riuscì a superare ogni record mai realizzato
nella storia della manifestazione, raggiungendo la cifra di
271.208 biglietti venduti.
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R E P O RTA G E | LUCCA COMICS 125
LUCCA CREA
Giacomo Bertini Photography
Il successo rimase stabile nelle successive edizioni, con
l’espansione nel centro storico della superfice occupata
dagli stand e l’allestimento di un numero sempre maggiore
di punti destinati a ospitare eventi e concerti, permettendo
ai visitatori di ammirare anche gli angoli più nascosti della
città, arricchite dai colori e dalle fantasie dei costumi dei
cosplayer e delle maschere.
Solo la pandemia diede un fermo all’evento nell’edizione
del 2020, e costrinse gli organizzatori a realizzare in forma
ridotta anche quella del 2021.
Chiamata dagli organizzatori «il festival della ripartenza»,
quest’ultima edizione del 2022 ha superato ogni aspettativa
con 319.926 biglietti venduti e circa 800mila presenze in
città.
Definita dalla stampa «l’edizione dei record», ha visto
partecipare molti ospiti di rilevanza internazionale, tra
cui il grande regista Tim Burton con la presentazione in
anteprima europea della sua nuova serie TV «Mercoledì»,
che ha attirato nello stand in piazza San Michele 8 mila
suoi fan, tra cui molti cosplayer di Mercoledì Addams, che
lo hanno visto affacciarsi dal terrazzo di un edificio storico
porgere loro i dovuti ringraziamenti.
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126 R E P O RTA G E | LUCCA COMICS
Il successo è stato così grande da oltrepassare i
confini della terra, raggiungendo anche lo spazio.
Infatti, per la prima volta nella storia di questa
manifestazione c’è stato un collegamento con
l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa),
Luca Parmitano, direttamente dal Centro di controllo
di Houston.
Una cosa è certa, partecipare a questa
manifestazione offre una grande emozione, ti senti
trasportato dalla folla e contagiato dalla passione
che molti mettono nella realizzazione di maschere e
costumi, ma soprattutto non si percepisce il peso e
lo sforzo che gli organizzatori, il Comune e tutti gli
Enti, sin dall’inizio dell’anno, devono fare per renderla
sicura, piacevole e divertente.
Merito anche di questo pubblico che, in modo
straordinariamente rispettoso ed educato, si
concentra nelle piazze in lunghissime code per
accedere ai padiglioni, nonostante la stanchezza e
l’ingombro di accessori o gli articoli acquistati.
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Il direttore di Lucca Comics & Games Emanuele Vietina
afferma:
“è stata un’edizione davvero speciale, unica, la visione
che si è avverata non solo per le grandi anteprime, o
per la presenza di tantissimi autori e artisti italiani e
stranieri, o per le numerose novità editoriali, o ancora
per la ricchissima offerta culturale, ma soprattutto per
l’atmosfera magica che abbiamo respirato, per i volti
degli amici ritrovati e di quelli appena conosciuti nelle
piazze lucchesi.
Il festival è stato lo specchio di un mondo fantastico, che
però esiste davvero, è contemporaneo, ed è abitato dalle
migliori community di fan che qualsiasi festival potrebbe
sperare di avere".
Appuntamento a Lucca dal giorno 1 al 5 novembre 2023.
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con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti dalla promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta e passione per la fotografia e il eventi e i prodotti legati ad
dai nostri reporters. viaggio. esso.
L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E
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Giroinfoto Magazine nr. 82
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in uscita il 20 gennaio 2023
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CASTELLO DI MONCALIERI
Domenico Ianaro
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