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Giroinfoto Magazine, fondato nel 2015, è un progetto editoriale che promuove la fotografia e i viaggi, creando una comunità di appassionati e reporter. Il numero di agosto 2021 presenta reportage su diverse località italiane, tra cui il Museo Egizio di Torino e altre destinazioni culturali. La rivista si propone di offrire contenuti innovativi e coinvolgenti, espandendo la sua presenza oltre la carta stampata e il web.

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Giroinfoto Magazine, fondato nel 2015, è un progetto editoriale che promuove la fotografia e i viaggi, creando una comunità di appassionati e reporter. Il numero di agosto 2021 presenta reportage su diverse località italiane, tra cui il Museo Egizio di Torino e altre destinazioni culturali. La rivista si propone di offrire contenuti innovativi e coinvolgenti, espandendo la sua presenza oltre la carta stampata e il web.

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N.70 - AGOSTO 2021 [Link].

com
N. 70 - 2021 | AGOSTO Gienneci Studios Editoriale. [Link]

TORINO

Band of Giroinfoto

PENISOLA DI LUCE PALAZZO BESTA SAMBUCA DI SICILIA


SESTRI LEVANTE TEGLIO BORGO DEI BORGHI
Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto Band of Giroinfoto

Photo cover by Remo Turello


WEL
COME

70
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AGOSTO 2021
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3

Benvenuti nel mondo di


Giroinfoto magazine ©

Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Dopo più di 5 anni di redazione e affrontando un anno difficile come il
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. 2020, il progetto Giroinfoto continua a crescere in modo esponenziale,
aggiudicandosi molteplici consensi professionali in tema di qualità dei
È così, che Giroinfoto magazine©, diventa una finestra sul contenuti editoriali e non solo.
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze Questo grazie alla forza dell'interesse e dell'impegno di moltissimi
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters membri delle Band of Giroinfoto (i gruppi di reporter accreditati alla
professionisti e amatori del photo-reportage. rivista e cuore pulsante del progetto) , oggi distribuite su tutto il territorio
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più nazionale e in continua crescita.
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere Una vera e propria community, fatta da operatori e lettori, che supportano
un punto di riferimento per la promozione della cultura e sostengono il progetto Giroinfoto in una continua evoluzione,
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio. arricchendosi di contenuti e format di comunicazione sempre più nuovi.

Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi, Per l'anno 2021 affronteremo nuove sfide per offrire ancora più esperienze
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, alle nostre band e ai nostri lettori, proiettando i contenuti su nuove frontiere
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici dell'intrattenimento, oltre la carta stampata, oltre l'on-line reading, oltre i
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e social, per rendere più forte la nostra teoria di aggregazione fisica, reale
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai interazione sociale e per non assomigliare sempre di più a "pixel", ma a
tutti ci siamo fossilizzati. persone in carne ed ossa che interagiscono fra di loro condividendo la
passione della fotografia, della cultura e della scoperta.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze Un sentito grazie per averci seguito e un benvenuto a chi ci seguirà da
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili. oggi, ci aspettano esperienze indimenticabili da condividere con tutti voi.

Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]


progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.

Giroinfoto Magazine nr. 70


4

on-line dal

11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.

L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E

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Giroinfoto Magazine nr. 70


LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5

LA RIVISTA DEI FOTONAUTI


Progetto editoriale indipendente

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Giroinfoto Magazine nr. 70


10
6

C O N T E N T S
R E P O R TA G E

MUSEO EGIZIO

GIROINFOTO MAGAZINE

70
I N D E X

R E P O R TA G E

PENISOLA DI LUCE
10 MUSEO EGIZIO
Torino
Band of Giroinfoto Piemonte

26
26 PENISOLA DI LUCE
Sestri Levante
Band of Giroinfoto Liguria

48 PALAZZO BESTA
Teglio - Valtellina
Band of Giroinfoto Lombardia

62 DANZANDO SULLA MOLE


Maurizio Puato
Band of Giroinfoto Piemonte

R E P O R TA G E

PALAZZO BESTA

48
R E P O R TA G E

62
DANZANDO SULLA MOLE

Giroinfoto Magazine nr. 70


7

R E P O R TA G E

74
SAMBUCA DI SICILIA

SAMBUCA DI SICILIA
Cuore di Tufo
74 R E P O R TA G E

Band of Giroinfoto Sicilia MAAM

98
MAAM
Abitare il Museo
98
Band of Giroinfoto Lazio

GRESSONEY
La residenza della
110
Regina Margherita
A cura di Mariangela Boni

MOMBALDONE
Il borgo incantato
122
Band of Giroinfoto Piemonte

FOTOEMOZIONI
Manuela Albanese
138
Ivo Marchesini R E P O R TA G E

Claudia Lo Stimolo

110
Laura Stratta GRESSONEY

R E P O R TA G E

122
MOMBALDONE

Giroinfoto Magazine nr. 70


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10 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

A cura di Margherita Sciolti e Giancarlo Nitti

TORINO
Claudia Lo Stimolo
Floriana Podda
Giancarlo Nitti
Margherita Sciolti
Monica Pastore
Remo Turello

Il Museo Egizio di Torino è uno dei più


importanti musei al mondo, conferendo
alla città un ruolo di rilievo nella cultura
internazionale.
È il più antico museo dedicato alla civiltà
nilotica e il secondo per importanza,
dopo quello de Il Cairo.

La storia del museo ha profonde


origini che risalgono al 1563, anno
dell’insediamento dei Savoia a Torino,
diventata Capitale del Ducato.

Incontriamo Beppe Moiso, storico


egittologo e ricercatore archivista che ci
racconta l'evoluzione del museo.

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 11

BEPPE MOISO
dal 1966 inizia a frequentare e a
collaborare con il Museo Egizio di Torino

La sua attività principale all'interno del


museo è dedicata allo studio e alle
ricerche archivistiche legate alla
formazione della collezione
torinese, comprendendo l’intera
attività archeologica condotta
da Ernesto Schiapparelli e Giulio
Farina.

Cura la riproduzione
informatica degli archivi
cartacei e fotografici per
la creazione di una banca
dati centralizzata. Ha
partecipato a diversi scavi,
inclusi quelli di Gebelein e
Assiut iniziati da Virginio
Rosa nella campagna del
Giancarlo Nitti Photography 1911.
Nell’Agosto 2016 scrive
La storia del Museo
Egizio edito da Franco
Cosimo Panini

Monica Pastore Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


12 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

Questo evento è considerato il punto zero da cui ebbe inizio la


storia del museo egizio a Torino.

Da lì a breve un altro ritrovamento ha permesso il protrarsi


dell’interesse verso la cultura egizia.
Si tratta della Mensa Isiaca, una tavola bronzea, appartenente
alla collezione Gonzaga, , acquisita dai Savoia tra il 1626 e
il 1630, completamente ricoperta da scritte e raffigurazioni,
con al centro l’immagine della dea Iside in trono.

Durante lo scavo della cittadella, fortezza collegata alle mura Solo in seguito si scoprirà che l’oggetto non era proveniente
della città, fu ritrovato un cippo in pietra (basamento di una dall’Egitto ma era stato realizzato ispirandosi a quella cultura.
statua di epoca romana) recante una dedica alla dea Iside,
già venerata in diverse località e quindi già conosciuta e Casa Savoia, che aveva già iniziato una propria collezione,
associata alla cultura egizia. intorno al 1630, si aggiudica l’acquisto di questo oggetto dal
Casa Savoia pensa quindi di sfruttare questo ritrovamento mercato dell’antiquariato insieme ad altri pezzi di minore
per dare un valore aggiunto a Torino, arrivando addirittura a importanza, rafforzando così il loro percorso museale.
ipotizzare origini egiziane della città stessa.

MENSA ISIACA
Torino iniziava a raccogliere elementi riferiti alla cultura Margherita Sciolti Photography
egizia, pur non avendo conoscenze precise in materia:
l’acquisizione della collezione dei Gonzaga unita ai reperti
posseduti da casa Savoia, tra i quali spiccava una testa che
si ipotizzava rappresentasse la dea Iside e il ritrovamento del
cippo hanno fatto sì che Torino diventasse una “città egizia”.

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 13

notizie storico-scientifiche che definissero con precisione la


provenienza delle culture.

Donati, partendo da Alessandria, visita tutto l’Egitto risalendo


il Nilo fino alla Nubia, attraversando la Palestina e la Siria per
poi passare dall’India.
Nel 1762 morirà per mare senza far ritorno a casa.

Durante la sua lunga avventura riesce a inviare a Torino


il suo diario di viaggio composto da tre volumi, un erbario,
Nel desiderio di accrescere in maniera più strutturata la alcuni oggetti egizi e tre straordinarie statue in pietra: una
raccolta di oggetti provenienti dall’Egitto, Carlo Emanuele III, raffigurante la dea Iside, una della dea Sekhmet e l’ultima di
nel 1759, propone a Vitaliano Donati, docente di botanica Ramesse II appartenenti al Medio Regno.
all’Università di Torino, di partire per l’Egitto per eseguire delle
ricerche. Da quel momento Torino diventa una città di interesse
egittologico riuscendo a certificare la provenienza di ogni
La missione prevedeva la realizzazione di un orto botanico in pezzo appartenente alla collezione, grazie proprio al diario
Egitto e il reperimento di curiosità da integrare alla collezione. del Donati dove descrive dettagliatamente tutti i reperti
A quel tempo i reperti archeologici erano considerati ritrovati nei posti visitati.
“curiosità” e non erano tutelati in quanto non vi erano

LE STATUE DI DONATI
Margherita Sciolti Photography A questo punto la raccolta smette di essere una collezione
privata, conservata nei palazzi di Casa Savoia, e diventa un
Museo delle Antichità presso l’Università di Torino di Via
Verdi.
Siamo nel 1765.

Giroinfoto Magazine nr. 70


14 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

Unitamente alle truppe militari, in quella missione, sbarcarono


anche 167 scienziati tra architetti, disegnatori, ingegneri,
cartografi, botanici, zoologi e mineralisti tra cui il Drovetti, che
avrebbero dovuto descrivere e intavolare dettagliatamente
ogni aspetto del territorio.

È la prima volta che si riesce a documentare uno stato


lontano con le agevolazioni di un esercito.
Frutto di questa spedizione scientifica fu la Description de
l’Égypte, un'opera monumentale, formata da nove volumi di
Qualche decennio dopo, nel 1798, un italiano, nativo del testo, dodici volumi di tavole di grande formato e un atlante
canavese, Bernardino Drovetti, ufficiale arruolato nell’esercito geografico.
di Napoleone, conquistò la fiducia di quest’ultimo, tanto da
avere un ruolo importante nella Campagna d'Egitto. Durante questo periodo, nel 1799, a Rosetta, un piccolo
villaggio sul Nilo, avviene una scoperta chiave sotto l’aspetto
Anche se detta campagna non ebbe l’esito desiderato da archeologico.
Napoleone sotto l’aspetto militare, Drovetti fece in modo che La famosa Stele di Rosetta viene rinvenuta da Pierre-François
la sua missione diventasse prolifica sotto l’aspetto scientifico, Bouchard, capitano nella Campagna d’Egitto di Napoleone
grazie anche all’interesse della Francia di documentare il Bonaparte.
Paese che avrebbe voluto conquistare. Essa rappresenterà una svolta per la decodificazione dei
geroglifici egiziani.

terminata infelicemente la campagna d’Egitto napoleonica,


Drovetti continuò a mantenere i rapporti con l’Egitto grazie
all’intermediazione consolare della Francia, acquisendo
il titolo di Console Generale di Francia, con l’incarico di
coordinare i rapporti commerciali tra i due Paesi.

In Europa quindi avvengono due importanti eventi:


l’opportunità di studiare i volumi della Description de l’Égypte
nelle Università europee, ampliando le vedute scientifiche
su quei territori, e lo studio della Stele di Rosetta arrivata in
Francia che permise la traduzione dei geroglifici egiziani.
Ogni scoperta in Egitto, grazie a questi eventi, assume
un’importanza concreta.

BERNARDINO DROVETTI
Margherita Sciolti Photography

Giancarlo Nitti Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 15

conoscerlo e concordare l’acquisto dell’intera collezione da


parte dei Savoia a Torino, avendo la meglio su francesi e
inglesi anch’essi interessati ai pezzi.

La prova di tutto ciò è raccontata all’interno del diario di


Fabrizio Carlo Vidua, da lui spedito a Torino unitamente al
catalogo con il dettaglio della collezione racimolata dal
Drovetti.

A Marsiglia, durante il ritorno dal viaggio, su notizia della


A questo punto si diffonde una voglia generale di acquistare moglie del Drovetti, scopre che la collezione, reperita
e possedere pezzi di origine archeologica egiziana. principalmente nella zona di Tebe, non era ancora nelle mani
Ecco che i reperti provenienti da quei luoghi diventano dei Savoia.
preziosi oggetti di commercio.
Rientrato in patria Carlo Vidua si rese conto che le trattative
Drovetti si rivelerà sicuramente il più abile e il più agevolato avevano subito diversi ostacoli, tra cui la contrarietà da
a condurre questo nuovo tipo di commercio, racimolando parte del clero di importare la collezione per non mettere in
un’enorme quantità di reperti e pezzi legati alla cultura discussione la storicità della Bibbia, insieme ai francesi che
dell’Egitto antico. non demordevano sull’acquisizione dei reperti.

La prima collezione fu venduta dal Drovetti nel 1821 Solo alla fine del 1823 Vidua riesce a strappare un documento
attraverso la referenza di Vittorio Emanuele I, con l’intervento di impegno tra il Drovetti e i Savoia per l’ufficializzazione della
di Fabrizio Carlo Vidua di Conzano che si interessò vendita, al costo di 400 mila lire di Piemonte.
fortemente alla collezione, tanto da partire per l’Egitto per

A quel punto Vidua scopre che gran parte della collezione,


che in Egitto non era riuscito a vedere, era già nel porto franco
di Livorno presso i magazzini Morpurgo e Tedeschi e che,
solo successivamente, il Drovetti completò con la spedizione
degli ultimi pezzi.

La collezione alla fine del febbraio del 1824 arriva a Torino


mediante un convoglio di carri militari, alcuni costruiti
appositamente per effettuare questo complicato trasporto
che deve attraversare anche gli Appennini.
Il viaggio fu seguito dalla cronaca attraverso numerosi
articoli e stampe dedicate all’evento.

CARLO VIDUA

ARRIVO DELLA COLLEZIONE A TORINO


Margherita Sciolti Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


16 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

1832 circa, di Marco Nicolosino che illustra il primitivo


allestimento dello statuario in una sala del piano terreno,
oggi sala conferenze.

Nel 1850 viene trasferita, insieme ad altre collezioni greco-


romane e al Museo delle Scienze naturali nelle attuali sale
dedicate allo statuario.

Altri due dipinti importanti del 1871 di Lorenzo Delleani


raffigurano questo allestimento nelle sale del primo piano
Arrivata a Torino la collezione venne sistemata nel Collegio (oggi adibito a statuario).
dei Nobili, edificio del 1600 della scuola guariniana,
completamente vuoto, dove era già stata insediata Anche gli altri stati, tra cui Francia e Inghilterra, a quel punto,
l’Accademia delle scienze che ne occupava una piccola parte. visto l’esempio torinese di allestire un Museo di antica cultura
egizia, solo più tardi nominata egittologia, si sono messi alla
Ancora adesso l’edificio in questione è la sede del Museo ricerca di reperti per creare i propri allestimenti museali.
Egizio, nonostante gli spazi, con l’ampliamento museale,
siano diventati stretti, necessitando di altri ambienti.
Tale fenomeno attirò la curiosità e l’interesse di ricercatori da
tutto il mondo per studiare i pezzi del Museo Egizio di Torino,
A testimonianza della prima esposizione presso l’Accademia
che contava più di 8000 pezzi, iniziando una catalogazione
delle scienze ci sono diversi dipinti tra cui l’acquerello, del
approssimativa e spesso errata, in quanto di cultura egizia
non se ne sapeva ancora nulla, di quello che potevano essere
i reperti.

Iniziava così un’attenzione scientifica verso l’Egitto.


Uno dei pezzi più importanti, oltre allo statuario, oggi visibile
al primo piano del Museo è il Libro dei Morti, esposto
all’ingresso del percorso storico estendendosi per 19 metri.

Si tratta di una raccolta di formule magico-religiose che


dovevano servire al defunto come protezione e aiuto nel suo
viaggio verso la Duat, il mondo dei morti, che si riteneva irto
di insidie e difficoltà, e verso l'immortalità.
Tali testi potevano essere composti da più capitoli, ognuno
decideva come personalizzare e quali parti inserire nel
proprio libro; quello esposto presso il museo egizio è uno dei
più completi mai ritrovati.

PRIMO ALLESTIMENTO MUSEALE Un altro elemento importante ritrovato dal Drovetti è il Canone
1832 Marco Nicolosino Reale, un papiro, che, srotolato sbadatamente, si sgretolò e si
Margherita Sciolti Photography preservarono solo alcuni frammenti.
Solo successivamente si scoprì essere un documento
fondamentale della cronologia della storia egizia.

ALLESTIMENTO MUSEALE
1871 Lorenzo Delleani
Floriana Podda Photography

FRAMMENTI DI CANONE REALE

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 17

PARTICOLARE DEL LIBRO DEI MORTI


Remo Turello Photography

STATUARIO
Claudia Lo Stimolo Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


18 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

Di questi ritrovamenti facevano parte anche numerose Da qui nasce la disciplina egittologica, che prevedeva gli
mummie, fortunatamente non sbendate, che rappresentavano studi sul luogo, con vere e proprie missioni archeologiche,
le pratiche funerarie dell’Egitto, caratterizzate da numerosi dando un’importanza ai reperti non dal punto di vista estetico
dettagli posti sul sarcofago nell’entro sarcofago e infine sulla ma scientifico.
mummia stessa con una maglia realizzata in pasta vitrea
con colorazioni molto forti tra cui predominavano l’azzurro, il In Italia Ippolito Rosellini, docente egittologo all’Università
turchese, il verde acqua e l’oro. di Pisa fu il fondatore dell’egittologia scientifica italiana
eseguendo diverse spedizioni in Egitto e Nubia, insieme al
Nel corso di questa nuova era, l’Egitto realizza che ciò che grande egittologo francese Jean François Champollion.
faceva parte della propria cultura veniva esportato in altri La straordinaria quantità di reperti rinvenuta venne
Paesi. divisa equamente, secondo gli accordi, tra i due soggetti
Ecco che a Il Cairo nasce il Servizio delle Antichità dell’Egitto, finanziatori dell'impresa archeologica, ovvero lo Stato
fondato dall’egittologo francese Auguste Mariette, che francese e il Granducato di Toscana, andando così a
aveva come scopo frenare l'emorragia continua di materiale costituire i nuclei principali e originari delle raccolte d'arte
archeologico verso l'Europa e le collezioni pubbliche e private. egizia rispettivamente del Louvre di Parigi e del Museo Egizio
di Firenze, in seguito arricchite anche da altre donazioni.
Sarà lui il fondatore del Museo Egizio del Cairo.

Soltanto nel 1903 il museo egizio diretto da Ernesto


Schiaparelli, riuscì ad impostare una serie di campagne di
scavo in Egitto costituendo la M.A.I. (Missione Archeologica
Italiana), che durò fino al 1920, promuovendo 12 campagne
di ricerca con il supporto finanziario di Casa Savoia, nella
persona del Re Vittorio Emanuele III che portò al rinvenimento
di oltre 30.000 pezzi tutt’oggi esposti al museo di Torino.

Il lavoro di Schiaparelli fu subordinato alle lacune della


collezione del Drovetti dal punto di vista geografico in quanto
i reperti esistenti provenivano solo ed esclusivamente dalla
zona di Tebe.

Questo lo portò a mappare i punti nevralgici della cultura


Claudia Lo Stimolo Photography egizia ed eseguire in quei luoghi gli scavi programmati,
individuando per esempio Gebelein per i reperti preistorici e
la Valle delle Regine per le sepolture reali.
Ciò permise di far balzare nuovamente il museo torinese agli
onori della cronaca.

Remo Turello Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 19

1903
1903 Eliopoli
Giza

1910
Bahnasa

1903
Ashmunein

1906
Assiut 1905
Hammamia
Qau El Kebir
1909

1905
Deir El Medina
1903
Valle delle Regine
Gebelein
1910

CAMPAGNE SCAVI
MUSEO EGIZIO DI
TORINO Assuan
1914

Giroinfoto Magazine nr. 70


20 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

Monica Pastore Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 21

Schiaparelli fu inoltre il primo a documentare fotograficamente


in maniera dettagliata i propri scavi, su oltre 20.000 lastre
di celluloide, e quelli proseguiti dal suo successore Giulio
Farina.
Le apparecchiature e gli scatti fotografici sono state
gelosamente conservati ed esposti all’interno del Museo
Egizio.

È curioso raccontare come Schiaparelli si recò alla sua


prima missione per conto del museo egizio sfruttando il
collegamento tra i frati francescani di Firenze e la missione L’ultimo epilogo storico del Museo Egizio è intitolato a Giulio
francescana a Luxor. Farina, che prese in carico la Direzione del Museo fino alla
Fu quindi ospitato dai frati durante la sua permanenza in Seconda guerra mondiale dove lo stesso museo venne
Egitto che lo portò a realizzare lo stato di povertà degli stessi bombardato e danneggiato nei piani inferiori.
e a intervenire fondando l’A.N.S.M.I. Associazione Nazionale
per soccorrere i Missionari Italiani. Giulio Farina implementò l’esposizione con un’ala, che prese
successivamente il suo nome, dove vennero posti i reperti
Questo lo porterà ad avere le porte aperte su tutto l’Egitto provenienti dai luoghi di Assiut e Gebelein.
attraverso l’ospitalità dei francescani, a tal punto da utilizzare
le Missioni come depositi degli oggetti rinvenuti e come Pubblicò attraverso i suoi studi filologici dell’egittologia la
fonte per la manovalanza per gli scavi. Grammatica della lingua egiziana antica in caratteri geroglifici
Questi conservarono il suo diario in cui annotava giorno questo anche grazie all’opportunità di studiare l’evento della
per giorno tutti i suoi movimenti, diario che verrà presto scoperta della Tomba di Tutankhamon il 4 novembre 1922 a
pubblicato. cura dell’egittologo britannico Howard Carter.

Monica Pastore Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


22 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

Beppe Moiso e Alessia Fassone, per valorizzarne la storia,


anche sotto il profilo egittologico.

Il tempio, nella sua location originaria era stato scavato


nella parete dell'altopiano, con pianta a "T" rovesciata e con
dimensioni di circa 6 m e 30 per 5 m e 50 di larghezza.

La facciata obliqua era abbellita da tre grandi stele ed altre


iscrizioni di funzionari e privati, in segno di devozione.

L’ultima grande acquisizione del Museo Egizio di Torino La prima stele di Thutmose III era la donazione al tempio,
è il Tempio di Ellesiya, donato dal governo egiziano come riprodotta da Lepsius e datata "Anno 51, mese 2 della
riconoscimento per l’aiuto italiano nel disastro geologico dei stagione di Peret, giorno 14 del regno di Thutmose III" ovvero
Templi nubiani ad Assuan. risalente al 1450 a.C.
Della seconda stele non vi è più traccia, ma secondo l'usanza
Negli anni Sessanta, a seguito della costruzione della diga di egizia si può ipotizzare che vi fosse redatto l'elenco dei beni
Assuan, il Museo Egizio prestò aiuti concreti alla campagna donati dal sovrano.
per il salvataggio dei tempi della Nubia, che rischiavano di La terza stele, di Ramses II, relativa al restauro, raffigurava
essere sommersi dalle acque del lago Nasser. nel registro superiore il sovrano nell'atto di fare offerte al dio
Amon-Ra e Horus di Miam mentre in quello inferiore vi era
In particolare una squadra, guidata dall’allora direttore Silvio Setau viceré di Nubia, che diresse il restauro del tempio.
Curto, partì da Torino e partecipò allo studio dell’area di
Ellesiya, che comprendeva anche un tempio rupestre. L'interno era riccamente decorato con rilievi, rappresentanti
numerose scene di Thutmose III con molte divinità egizie e
Il governo egiziano, quindi, decise di donare all’Italia proprio nubiane, tra cui Dedùn, Sopdu, Amon, Nekhbet, Anuqet, e con
quel tempio, come riconoscimento per la partecipazione del Sesostri III, conquistatore della Nubia.
Paese alla vasta operazione di salvataggio.
In origine, come scritto sulla pietra di fondazione, il tempio era
La struttura fu tagliata in 66 blocchi per una complessa dedicato a Horus di Miam e Satet, sua consorte e protettrice
operazione di trasporto e ricostruzione all’interno del Museo di Assuan, ma la crescente importanza del dio Amon-Ra ne
Egizio. fece modificare le sembianze, così come riportato nella terza
Il grande reperto fu presentato a Torino alla presenza delle stele di Ramses II.
autorità italiane ed egiziane nell’autunno del 1970.
La particolarità architettonica è rappresentata dal soffitto
Cinquant’anni dopo, il Museo Egizio ha celebrato questo a botte mai realizzato nei precedenti templi rupestri,
importante anniversario con due conferenze online, a cura di amalgamando perfettamente pareti e soffitto.

TEMPIO DI ELLESIYA
Archivio Museo Egizio

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R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO 23

Direttore attuale è invece Christian Greco che ha sostituito il


precedente Eleni Vassilika.

Christian Greco, laureato in lettere classiche a Pavia, e diverse


esperienze nel campo dell'archeologia, nel 2007 ha ottenuto
un Master in egittologia presso l'Università di Leida (Olanda)
e conseguito successivamente il titolo di dottore di ricerca
presso l'Università di Pisa.

Il 10 ottobre 2004, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Nel periodo 2006-2010 è stato epigrafista dell’Epigraphic
la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, Survey of the Oriental Institute of the University of Chicago
Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT, costituirono a Luxor.
la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, con
lo scopo di valorizzare, promuovere e gestire la funzionalità Il 28 aprile 2014 si insedia direttore del Museo Egizio di
espositiva del Museo tramite gli apporti patrimoniali ed Torino, incarico che ricopre attualmente.
economici ad essa destinatati dai suoi fondatori.

È la prima volta che in Italia gli enti privati partecipano


alla gestione di un patrimonio culturale pubblico, agendo
positivamente sull’elasticità di organizzazione.
Il primo Presidente della Fondazione è stato John Elkann,
sostituito successivamente da Evelina Christillin, attuale
Presidente.

STATUARIO
Claudia Lo Stimolo Photography

STATUARIO
Floriana Podda Photography

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24 R E P O RTA G E | MUSEO EGIZIO TORINO

Oggi, si può dire che il Museo Egizio di Torino nella sua


evoluzione ha offerto una moltitudine di opportunità:
in principio dal punto di vista della ricerca scientifica e
archeologica e attualmente dal punto di vista culturale e di
studio, essenziali per il proseguimento della ricerca che non
avrà mai termine.

Un ciclo perpetuo sostenuto da appassionati di ogni grado,


interni ed esterni al Museo, amanti della curiosità culturale,
che muovono l'interesse alla conoscenza attraverso
l'evoluzione, come espresso dalle parole del direttore
Christian Greco:

Un museo che «ripensa a


se stesso» è un'istituzione
culturale viva, dinamica
e moderna, che mira a
diffondere conoscenza.

Per ultimo chiediamo a Beppe Moiso quali sono le differenze


che ha notato in tema di turismo assorbito dal museo, negli
anni della sua esperienza:

Analizzando l’aspetto turistico generale e l’influenza del


Museo Egizio nel tempo, possiamo osservare una notevole
differenza di frequentazione e di target in quanto il turismo
stesso si è trasformato positivamente attirando non,
come una volta, le scolaresche e qualche sporadica visita
privata, ma affacciandosi su un interesse specificatamente
culturale riunendo flussi turistici totalmente diversi dai primi
aumentando l’affluenza eterogenea del turismo.

Giancarlo Nitti Photography

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26 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Promosso dal
Comune di Sestri levante

A cura di Monica Gotta

Dario Truffelli
Davide Mele
Giuseppe Tarantino
Monica Gotta
Stefano Zec

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 27

La fotografia è un'arte, ma anche una responsabilità come ha detto Letizia


Battaglia nella sua videoconferenza.

Dal 9 luglio al 11 luglio 2021 si è svolta la


15a edizione di Penisola di Luce.
Quest’anno il tema della manifestazione è
"Raccontiamo"
questo evento facendone una "fotografia".
stato “cinema e fotografia”.
Sono stati tre giorni dedicati alla fotografia Un evento culturale di tutto rispetto, riconosciuto dalla Federazione Italiana
in tutte le sue sfaccettature. Associazioni Fotografiche (FIAF), durante il quale sono stati presenti
Si è respirata l'emozione che quest'arte diversi personaggi del mondo della fotografia, dagli organizzatori ai molti
suscita in noi, siamo tornati ad aggregarci professionisti dotati di grande esperienza e sensibilità.
grazie alle immagini esposte nelle mostre Una manifestazione che nasce per promuovere eventi culturali legati al
e alle fotografie presentate nella lettura mondo della fotografia ospitata da uno dei gioielli della Riviera Ligure:
portfolio, si è parlato di cultura oltre che Sestri Levante.
d'arte.
Il programma prevedeva mostre, incontri, conferenze e la lettura portfolio.
È stata, come sempre, un’opportunità per gli amanti della fotografia di
presentare il proprio lavoro a critici fotografici, giornalisti, photo editor
conosciuti a livello nazionale.

Durante quest’evento i partecipanti si sfidano nella creazione del


miglior portfolio in tempo reale fotografando le location disponibili
sul territorio.
Di contorno all’evento si svolgono incontri formativi alla mattina,
la sera è dedicata all’editing e ai suggerimenti mentre la domenica
L’anima di quest’associazione sono il Presidente Roberto vengono proiettati su un maxi schermo i lavori degli iscritti.
Montanari e la Vice Presidente nonché Direttore Artistico Orietta Ogni lavoro viene commentato (da Orietta Bay e Silvano Bicocchi)
Bay. e l’evento si conclude con il voto della giuria popolare.
Carpe Diem nacque da un’idea di Roberto Montanari dopo che Photo Happening ha portato un grande valore aggiunto al
conobbe Lanfranco Colombo in occasione di una mostra sulle territorio portando alla creazione di un ampio archivio sul
tecniche di stampa antiche che Roberto allestì in comune nel territorio.
2006. Roberto, appena nominato Consigliere Nazionale della FIAF, si
Presentando Lanfranco al Sindaco e all’Assessore alla Cultura pone come obiettivo futuro quello di portare Photo Happening a
diedero vita a Penisola di Luce grazie alla passione di Roberto e un livello più alto.
alle conoscenze di Lanfranco, grande gallerista. Oltre all’interesse nella cultura fotografica, quest’evento porta
Con alcuni amici, tra cui Orietta Bay, decisero di creare turismo sul territorio nella stagione primaverile meno frequentata
l’associazione per collaborare, condividere e divulgare la passione rispetto a quella estiva.
per la fotografia.
In questi anni Carpe Diem si è sviluppata e conta circa 60 soci. L’organizzazione e la direzione artistica di questo tipo di eventi
Dall’anno della sua fondazione Carpe Diem ha sviluppato la sua comporta un costante impegno sia organizzativo sia personale.
forma e, ad oggi, la proposta culturale conta diverse iniziative. La fotografia è uno strumento e un’operazione culturale di cui il
Comune di Sestri Levante, un’amministrazione sensibile verso
Una di queste sono gli incontri con autori a cadenza quindicinale un’arte di nicchia, ha riconosciuto l’importanza mettendo a
o mensile, alcuni tenuti da Orietta Bay e da Isabella Tholozan, disposizione risorse economiche e spazi per la realizzazione di
anch’essa socia di Carpe Diem e attualmente Capo Redattore della questi importanti eventi.
rivista FOTOIT della FIAF.
Si parla di fotografia, ma non solo. Altro obiettivo di Carpe Diem è quello di aprirsi alle innovazioni, ai
Si incontrano fotografi, docenti, pittori, scultori, esperti di altre arti giovani che dimostrano interesse in quest’arte.
e sono stati organizzati anche incontri sul cinema. Quest’ultimo anno, caratterizzato dalla pandemia, ha portato
Il confronto con l’arte in generis è un modo per arricchirsi, cambiamenti da non sottovalutare.
guardare film, leggere libri, vedere le mostre e altre forme d’arte Molti strumenti informatici, la rete internet, le piattaforme hanno
aiuta a stimolare e creare suggestioni che il fotografo che può fatto conoscere al mondo un mezzo alternativo per seguire e
ricreare attraverso la macchina fotografica. vedere eventi, corsi e conferenze a distanza.
Non mancano i corsi di fotografia, i concorsi fotografici a tema e È arrivato il momento di cambiare e di mettere in sinergia questi
altre proposte volte a promuovere la cultura della fotografia anche nuovi strumenti con l’aggregazione perché per Roberto…
come strumento di crescita culturale e di aggregazione degli
appassionati di quest’arte. “la fotografia è anche amicizia, un modo per ritrovarsi e costruire
relazioni” …
Oltre a Penisola di Luce, Carpe Diem organizza una seconda
manifestazione: Photo Happening.

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28 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

La serata inaugurale si è aperta venerdì 9 luglio 2021 alle ore È anche un racconto sul viale dei ricordi.
21.30 a Palazzo Fascie nella Sala Bo con Roberto Montanari, Oggi Lanfranco Colombo e la moglie Giuliana Traverso non
Presidente dell’Associazione Carpe Diem, incaricata sono più con noi, ma hanno fatto innamorare molte persone
dell’organizzazione della manifestazione. della fotografia.

Penisola di Luce è nata nel 2006, ideata dal Presidente di Carpe Ci basti ricordare il corso “Donna Fotografa” che Giuliana
Diem Roberto Montanari, insieme a Lanfranco Colombo, che Traverso ha creato nel 1968 dando un forte impulso alla
è stato il direttore artistico e ha sostenuto la realizzazione di creatività femminile.
Penisola di Luce insieme all’Associazione Carpe Diem. Tra le tante donne che hanno avuto la fortuna di conoscerla
c’è Orietta Bay, Vice Presidente dell’Associazione Carpe Diem.
Da Lanfranco Colombo prende il nome il premio in palio a E, per chi vuole approfondire la conoscenza di Lanfranco
Sestri Levante tutti gli anni. Colombo, rimandiamo a uno scritto a cura di Orietta Bay,
Lanfranco fu uno dei promotori della cultura fotografica in direttore artistico di Carpe Diem sul sito della FIAF.
Italia e fu anche fotografo, per lui la fotografia era “un modo
per leggere le persone”… ([Link]

Stefano Zec Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 29

Il Sindaco di Sestri Levante, Valentina Ghio, conferma Quindi due proposte per far conoscere le bellezze della Liguria
la convinzione di continuare a organizzare questa e l’importanza della cultura fotografica.
manifestazione in futuro.
La tenacia di Roberto Montanari e l’impegno del Comune di Anche per l’Assessore alla Cultura, Maria Elisa Bixio, la cultura
Sestri Levante e di Mediaterraneo Servizi continueranno a è riflessione, è immagine, è paesaggio, è un alto valore
portare avanti l'iniziativa. culturale. Ricongiungendosi al tema della manifestazione, si
In questo modo Sestri Levante potrà essere una città che sottolinea quanto il direttore della fotografia sia una figura
promuove i tratti fondanti della fotografia e la proposta importante nel cinema e di quanto la fotografia abbia la
turistica. facoltà di costruire e lasciare ricordi, ricordi indelebili.
Per celebrare Penisola di Luce e i suoi 15 anni il Sindaco
ha consegnato a Roberto Montanari una targa quale In questo momento di profonda emozione per l’inaugurazione
riconoscimento per la sua dedizione a quest’iniziativa. siamo circondati dalle fotografie di una delle mostre della
manifestazione, dedicata ad Alberto Sordi e i suoi 100 anni.
Non è mancato un ringraziamento a tutti coloro che hanno Così la fotografia celebra il cinema e uno dei suoi
contribuito alla realizzazione della manifestazione rendendo indimenticabili protagonisti.
Sestri Levante “il luogo dove la fotografia continuerà a essere
importante”.

I ringraziamenti di Roberto Montanari vanno al Comune di


Sestri Levante, a Mediaterraneo Servizi, al sistema museale,
la FIAF e, in particolare al direttore del Dipartimento Cultura
Silvano Bicocchi, all’ideatore del Circuito Portfolio Italia Fulvio
Merlak, a Roberto Puato del Dipartimento Audiovisivi, nonché
alla Fondazione 3M per le mostre dedicate al cinema e al nostro
magazine [Link] per l’impegno nella divulgazione
dell’evento e per averne riconosciuto l’importanza. In questa
sede è stato annunciato che Roberto Montanari sarà nominato
Consigliere nazionale FIAF.

Si conclude con la presentazione dell’archivio fotografico


ereditato dalla storica azienda Ferrania e gestito dalla
Fondazione 3M, un pezzo di cultura di respiro internazionale
recentemente digitalizzato che, grazie anche all’innovazione
tecnologica, continua a raccontare molte storie. Proprio
all’archivio della Fondazione 3M si deve l’allestimento di 3
mostre visitabili a Sestri Levante curate da Roberto Mutti.

Al termine degli interventi la serata inaugurale è proseguita


con l’apertura ufficiale delle mostre a Palazzo Fascie (aperte
dal 9 al 26 luglio2021).

Stefano Zec Photography

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30 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Titolo delle tre mostre curate dal critico e giornalista Roberto Mutti, per conto
della Fondazione 3M, è Il Cinema di Carta.

Roberto Mutti
Critico, storico e docente di fotografia, Roberto Mutti
insegna all’Accademia del Teatro della Scala e all’Istituto
Italiano di Fotografia di Milano.

Nella sua lunga carriera ha realizzato mostre di giovani


talenti, è organizzatore e curatore, collabora con gallerie
private e istituzioni pubbliche nonché con diverse testate
giornalistiche.

Monica Gotta Photography

L'umanità fragile
è una serie di immagini di Alberto Sordi che ritraggono
l’attore sui set degli innumerevoli film da lui interpretati.
Sono immagini di diversi autori che rappresentano
questa stella del cinema italiano nell’interpretazione dei
suoi indimenticabili personaggi.

Fotografie di cinema, fotografie di personaggi che


raccontano un po' di storia e cultura italiana, dalla
fragilità – come dice il titolo della mostra – all’umanità,
le emozioni dell’italiano semplice rese intense dalle
espressioni di Alberto Sordi perché dietro alla sua
comicità si intravedeva sempre una tristezza di fondo.

Al secondo piano di Palazzo Fascie sono


esposte altre due serie di fotografie,
una a colori e una in bianco e nero,
sapientemente contrapposte.
Queste due mostre hanno in comune un
elemento: le donne. In questi scatti gli
autori, Elio Luxardo e Chiara Samugheo,
hanno ritratto l’universo femminile in
modi diversi, ma hanno anche saputo
valorizzare la bellezza interiore ed
Giuseppe Tarantino Photography Monica Gotta Photography
esteriore della figura femminile.

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 31

Giuseppe Tarantino Photography

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32 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Smile, please
di Elio Luxardo, ritrae il sorriso delle
donne, la loro solarità che trasmette
una gioia venuta meno a tutti noi in
questo momento storico mondiale di
pandemia.
Attraverso le fotografie di Elio Luxardo
è stata scelta una mostra che ci faccia
respirare aria di gioia.
L’utilizzo del bianco e nero sottolinea
ancor più le emozioni, crea pathos,
induce lo spettatore a immergersi
Monica Gotta Photography
completamente nei sorrisi del maestro
del ritratto degli anni Trenta.

Stefano Zec Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 33

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34 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

L’apparenza e il senso
Questo respiro di gioia non manca
certo ne L’apparenza e il senso di Chiara
Samugheo.
Ha ritratto donne popolari e celebri -
attrici, soubrette, cantanti – negli anni
Sessanta e Settanta.
Conosciuta come “la fotografa delle
dive” realizzò servizi fotografici
e copertine per diversi periodici
internazionali.

Monica Gotta Photography

Stefano Zec Photography

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Giuseppe Tarantino Photography

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36 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Chiara Samugheo amava costruire una relazione con le Questo rapporto salta fuori ancora adesso dalle sue foto,
persone che ritraeva, creava un rapporto di fiducia. l’atteggiamento di complicità e intimità è ciò che fa di
Ciò che emerge evidente dalle sue fotografie è la questi scatti qualcosa di unico.
dolcezza, questa capacità di essere empatica, la sintonia
tra donne, è una storia di amicizie e, anche quando le sue C’è tanta costruzione, tanta saggezza ma anche tanta
protagoniste si mettevano in posa, si mettevano in posa immediatezza ed è questo che ci colpisce oltre ai tagli
per lei e non per i lettori della rivista. spesso audaci e all’averle scattate en plein air nelle ville
e nei giardini delle dive.
Persone abituate all’obiettivo della macchina fotografica Da notare è la bellezza delle fotografie a colori quando
o della macchina da presa riuscivano ad abbandonarsi in tutti facevano del bianco e nero e l’uso sapiente del
questa situazione. colore dona agli scatti dinamicità e tridimensionalità.
Donne famose come Sofia Loren in un abito molto
ufficiale, quasi impettita, donne come Gabriella Farinon Queste foto sembrano essere state scattate per sé stessa
oppure Catherine Spaak, si presentano proprio così, si e non per la copertina di un giornale o di un rotocalco ed
mettono lì e guardano Chiara. è per questo che Chiara aveva il dono di rendere viva una
copertina.
Tutte vengono trattate allo stesso modo, in modo Pur uscendo da un archivio queste foto non fanno vedere
semplice e amichevole e si capisce che Chiara, prima di il passato ma la contemporaneità, conservano una nota
fotografare, ha parlato con i suoi soggetti. di freschezza intramontabile.

Monica Gotta Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 37

All’Ex Convento Annunziata, dal 9 al 11 luglio 2021, sono state La foto di Colombo è stata messa in palio da Orietta Bay.
allestite altre tre mostre. Dato il via all’estrazione è stata vinta da Orietta Bay, la quale
Cambiando Orizzonte è la mostra collettiva dei soci di Carpe ha chiesto pubblicamente che venisse fatta una nuova
Diem che hanno donato le stampe per l’iniziativa “La luce di estrazione.
un gesto” Questa seconda estrazione ha visto Roberto Montanari come
vincitore, che ha rinunciato a entrarne in possesso.
È stata realizzata in sinergia con l’Assessorato ai Servizi La terza e ultima estrazione ha visto come vincitore Roberto
Sociali del Comune: obiettivo di quest’esposizione è stata la Mutti.
donazione del ricavato all’iniziativa suddetta e all’Assessorato. Insomma questa fotografia non voleva abbandonare Sestri
Oltre alle fotografie dei soci erano sorteggiabili anche una Levante!
foto di Lanfranco Colombo e una foto di Giuliana Traverso. Un caso o un’altra storia emozionante da raccontare agli
appassionati di fotografia?
E qui c’è una storia da raccontare!

Monica Gotta Photography

La mostra Cinema e Fotografia nasce dal 1° Concorso La Strada di Federico Fellini L’incontro
Fotografico Nazionale patrocinato dal Comune e dalla FIAF
indetto dall’Associazione Carpe Diem. Bandé a Part di Jean-Luc Godard La libertà

Partendo dal tema di Penisola di Luce, cinema e fotografia Paris, Texas di Win Wenders La ricerca dell’identità
per l’appunto, ai partecipanti è stato chiesto di interpretare
alcune tematiche connesse a 4 importanti film d’autore: Spring Breakers di Armony Korine Lo sballo

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38 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Lo scopo del concorso era di indagare, secondo la sensibilità Si tratta di 11 immagini a colori, autoscatti che testimoniano
dei fotografi, il rapporto tra cinema e fotografia, ciò che il suo stato di salute, crude data la loro semplicità ed
accomuna questi due linguaggi. espressione di autenticità.
Scattate in sala posa con lo stesso sfondo raccontano il
Alcuni hanno interpretato i film, altri hanno tratto spunto dai percorso introspettivo dell’autrice mentre vive i mutamenti
temi espressi in queste opere cinematografiche per creare dovuti alla sua condizione.
stimolanti immagini secondo la loro visione.
Ne sono scaturite immagini a colori, in bianco e nero, colme Dal concetto nascono le immagini, il processo creativo dà vita
dello spirito e della creatività dei vincitori. alla sequenza.
L’autoscatto può essere considerato l’opera concettuale, il
Sono state esposte le immagini dei vincitori premiati in Sala processo creativo e la sequenza si possono definire metodo
Agave alle 18.45 di sabato 10 luglio 2021. espressivo.

Terza serie fotografica esposta è una raccolta di immagini del Questo portfolio risponde anche a una domanda che in molti
vincitore del Portfolio Italia 2020, una fotografa di soli 20 anni, si pongono: cosa guarda un lettore? La risposta è semplice:
Maria Cristina Comparato, seguita da Officine Fotografiche di non solo le immagini ma anche i linguaggi espressivi.
Perugia.

Cinema e fotografia
nascono quasi contemporaneamente e sono strettamente Infatti, anche nel cinema la fotografia è uno degli elementi
legati. importanti per la buona riuscita del film.
La differenza tra queste due arti è fondamentalmente una: Le luci, le inquadrature, l’impatto visivo viene creato dal
nel cinema abbiamo l’illusione del movimento mentre nella sapiente lavoro del direttore della fotografia.
fotografia no.
Ecco come la fotografia, che è luce, definisce le immagini
Tuttavia un film non è altro se non la proiezione di un e l’aspetto distintivo di un film.
certo numero di fotografie che si susseguono in rapida Il cinema è considerato la settima arte e, in quanto forma
sequenza. d’arte, diventa patrimonio culturale e storico.
Questi due linguaggi sono intimamente interconnessi e lo
scambio reciproco ha influenzato ed ispirato molti registi
e diversi fotografi.

Davide Mele Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 39

Il cinema è un fenomeno di comunicazione, è un mezzo di


divulgazione delle memorie e narrazioni di ogni tempo che Camilla Lavazza La fotografia nel cinema noir
raggiunge una molteplicità di spettatori.
Per comprendere un film e i suoi meccanismi dobbiamo
imparare a osservarlo prendendo le distanze. Marina Spada La regia e la fotografia
Escludere le emozioni che creano la relazione con il film,
ossia il piacere di vederlo, può essere un modo per poterlo
considerare sotto altri punti di vista.
Roberto Mutti Il favoloso mondo della fotografia
La fotografia immortala la realtà e il cinema fa altrettanto.
Dal confronto e dal rapporto tra cinema e fotografia Luigi Erba Fra le pieghe del cinema
nascono le conferenze di quattro professionisti.

In questi interventi si indaga la differenza tra cinema e


fotografia, si evidenziano gli stretti rapporti tra queste arti,
come il cinema citi la fotografia e come la fotografia si
inserisca nelle pieghe del cinema.

Il legame fisico tra queste due arti è il direttore della


fotografia.

Nel cinema noir il personaggio della femme fatale, ad


esempio, viene delineato anche dalle pose della donna in
contrapposizione con quelle sottomesse degli uomini e
dall’illuminazione.

Camilla Lavazza sottolinea quanto l’illuminazione doni


realismo e tridimensionalità, quanto abbia una funzione
narrativa ma, soprattutto, la grande importanza che riveste.
Contrasti, luci, controluce, chiaroscuri, ombre e tagli di luce
donano pathos ed emozione.

Pensate alla profondità di campo che dà l’idea di


spaesamento del protagonista nel contesto, immaginate
le ombre che creano doppi come un’immagine riflessa
in uno specchio, oppure un’angolatura particolare, una
ripresa dal basso verso l’alto che può creare una visione
particolarmente minacciosa.
Un’idea ve la potete fare pensando ad esempio a Sharon
Stone in Basic Instinct.

Quindi i due linguaggi, cinema e fotografia, sono a confronto


come dice Marina Spada ma sono anche strettamente
interconnessi.
Tra i film citati ci sono Palermo Shooting, Apocalypse Now,
Salvate il soldato Ryan.
Giuseppe Tarantino Photography
In molti film il protagonista è un fotografo e molti registi
hanno preso spunto da scatti di fotografi famosi e non.
Parliamo di cinema di altri tempi: una curiosità che forse
non tutti conoscono è l’uso della foto busta.
Un fotografo scattava delle fotografie durante le riprese,
foto degli attori e delle scene salienti del film.

Dario Truffelli Photography

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40 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Da questi scatti nasce la foto busta che veniva spedita per È la fotografia di come lo immaginiamo oppure è una
vendere il film, una forma di pubblicità e comunicazione, uno ricostruzione reale?
strumento che testimonia lo stretto rapporto tra fotografia e
cinema. Luigi Erba analizza invece le situazioni nelle pieghe del film
che determinano l’iconicità della fotografia.
Grandi fotografi hanno immortalato nei loro scatti famosi
attori e attrici, come Richard Avedon e Audrey Hepburn. In Lacci (2020) la fotografia è parte della trama del film
Celebri registi portano sullo schermo i ritratti di altrettanti stesso. Gli scatti di una Polaroid determinano, dopo lungo
fotografi conosciuti, come ad esempio il film Fur su Diane tempo, l’emergere di una vecchia storia.
Arbus interpretato da Nicole Kidman dove la macchina
fotografica è sempre in primo piano. Possiamo rifarci all’interfotogramma che è ciò che non
si è potuto riprendere consciamente, un’inespressione
Roberto Mutti racconta questo continuo abbraccio tra cinema fotografica.
e fotografia. Ma, in qualche modo qualcosa rimane registrato e, a volte, è
Un esempio sono i fotografi di guerra le cui storie sono possibile riappropriarsene.
narrate dal cinema. Ed è ciò che accade ai protagonisti di Lacci.

Giuseppe Tarantino Photography

Dario Truffelli Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 41

Fotografia
significa letteralmente "scrivere con la luce". “Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto producono
Ma cosa è diventata nel corso della sua storia? dieci immagini diverse, perché, se è vero che la fotografia
È passione e mezzo di aggregazione, è il concetto da traduce il reale, esso si rivela secondo l’occhio di chi
esprimere con il giusto linguaggio, è raccontare una guarda”.
storia, è memoria, è diventata arte, pensiero, movimento, Gisele Freund
informazione, denuncia, documentazione, emozione e
studio, è forma espressiva. Circuito Portfolio Italia – 18a edizione
Scopo della selezione è quello di individuare il portfolio più
Quindi è realtà, quella realtà che si crea nell'attimo in apprezzato dell’anno 2021.
cui il soggetto ritratto nell'immagine incontra lo stato
d'animo del fotografo e si stabilisce una relazione unica Il calendario della XVIII edizione di “Portfolio Italia – Gran
e particolare. Premio Fujifilm” lo si può consultare sul sito ufficiale della
FIAF.

Sabato 10 luglio e domenica 11 luglio 2021 si sono svolte le letture portfolio della 15a edizione di Penisola di Luce nonché
18a edizione del Circuito Portfolio Italia.
Molti i partecipanti iscritti a questo evento che si sono confrontati con i lettori, che hanno eseguito 190 letture.

Dario Truffelli Photography

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42 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

I portfolio presentati in quest’edizione, 63 opere e 51 autori, hanno indagato diverse tematiche e non sono mancati i riferimenti
al momento pandemico che tutti noi stiamo ancora vivendo da più di un anno.
I riconoscimenti assegnati in questa 15a edizione di Portfolio al Mare, 4a delle 11 selezioni aderenti a Portofolio Italia, sono i
seguenti:

Primo premio Portfolio Italia Secondo premio Portfolio Italia

Roberto Biggio Giuliano Reggiani


IN VIAGGIO COL NONNO UNA QUESTIONE PRIVATA
Premio Festival Gemellati “L’uomo e l’umanità” Premio miglior portfolio concettuale

Gabriele Tartoni Luca Cavazzuti


COME IN UNA BOLLA 7 DOMANDE
Primo premio Trofeo Carpe Diem Segnalazione Trofeo Carpe Diem

Marina Labagnara Aurora Sanna


CARBONAI DI SERRA SAN BRUNO SE MI GUARDI ESISTI
Segnalazione Trofeo Carpe Diem

Alma Schianchi Roberto Montanari


PASSATO E PRESENTE “Quest’anno i partecipanti alla lettura portfolio sono
stati un numero consistente come sempre anche
se meno delle precedenti edizioni a causa della
pandemia.
Ciò ha però portato un valore aggiunto ai fotografi,
amatoriali e professionisti, che hanno presentato i
loro lavori.

Hanno potuto godere di più tempo con i lettori, di


sentire le loro opinioni e di confrontarsi per trarne
consigli, suggerimenti e insegnamenti fonte di
crescita e di aiuto” .

Orietta Bay

UNA QUESTIONE PRIVATA "Esperienze diverse con lettori diversi possono infatti
portare a una crescita professionale perché “leggere
Monica Gotta Photography
non è giudicare” come afferma Orietta Bay.
Leggere è anche trovare i punti di forza e suggerire un
percorso di miglioramento laddove è possibile farlo".

IN VIAGGIO COL NONNO


Stefano Zec Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 43

7 DOMANDE
Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


44 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

MOSTRA LETIZIA BATTAGLIA


Dario Truffelli Photography

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R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 45

Uno dei momenti più attesi di questo fine settimana è stata Il Sindaco di Sestri Levante, Valentina Ghio, esprime la sua
la videoconferenza con Letizia Battaglia, fotografa, donna, gioia e soddisfazione per aver potuto ospitare la mostra
madre, nonna e bisnonna. L’impegno civile di Letizia Battaglia, un grande dono per Sestri
Moderatrice dell’evento è stata Monica Mazzolini. Levante, un modo per fare cultura a Palazzo Comunale e per
Tante sono le domande che i presenti a quest’evento senza condividere il pensiero della fotografa sulla responsabilità
precedenti avrebbero voluto porre a Letizia Battaglia, della fotografia, responsabilità trasmessa dalle sue immagini.
fotografa siciliana conosciuta in particolare per via del suo
lavoro sui delitti di mafia. La mostra composta di 35 fotografie esposte nella Sala
Riccio e nell’atrio di Palazzo Comunale testimoniano un
Letizia ha condiviso con il pubblico astante i ricordi di quando periodo difficile che il nostro Paese ha vissuto.
iniziò la sua carriera di reporter e fotografa. Le fotografie nell’atrio, le donne e i loro sguardi, donano invece
Da Palermo a Milano e di nuovo a Palermo dove iniziò il suo uno spaccato del grande lavoro umano della fotografa.
vero lavoro fotografico.
I suoi scatti testimoniano gli avvenimenti di quel periodo e
alcune di queste immagini sono state esposte a Palazzo
Comunale.

Giuseppe Tarantino Photography

Aprendosi al pubblico della serata, Letizia condivide la


disperazione provata per queste fotografie che raccontavano
solo dolore ma testimoniavano la realtà.
Erano e sono state per tempo un bagaglio pesante, tanto da
pensare di distruggere i negativi.
La decisione di rielaborarle inserendo nelle immagini la figura
femminile, che lei considera bellissima, le ha permesso di
superare questa profonda angoscia.

Con il progetto Gli Invincibili Letizia superò il momento di


affaticamento psicologico che conobbe dopo la lotta contro
la mafia.
È un tributo a coloro che lei considera i suoi eroi.
Uno di questi è stato Pierpaolo Pasolini, una presenza
importante nella politica e nel pensiero.
Un altro momento di crescita è stato l’incontro con il teatro.
Robert, detto Bob, Wilson e il teatro di Jerzy Grotowski hanno Monica Gotta Photography
cambiato la sua visione del mondo, l’hanno portata nella
modernità, dice Letizia, fino a fare teatro in un manicomio
con delle donne.

Giroinfoto Magazine nr. 70


46 R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE

Le donne, le ragazze, le bambine diventano il suo soggetto emana perché donna non solo perché corrisponde a un
principale. canone estetico ideale o a un cliché di bellezza.
Ma ciò che le ispirano e ciò che sono per Letizia ci viene Il suo lavoro è impostato sul concetto di rispetto, di un
svelato dalla fotografa. apparecchio che cattura l’onore e il rispetto per il soggetto.
Sono Letizia che recupera il suo sogno di bambina. Per Letizia la fotografia è rispetto.
Quando scatta ha un momento di emozione che purtroppo
finisce nell’istante dello scatto stesso. In uno dei suoi libri Letizia cita una persona importante per lei,
Lanfranco Colombo.
L’importanza di quel momento è evidente ma è anche difficile Lo conobbe nel 1970 circa e si recò nella sua galleria a Milano
capire perché lo sia, in fondo è alla ricerca di qualcosa di dove poi fece una mostra.
particolare. Sottolinea un concetto importante: non le piace A quel tempo lei non era ancora una fotografa. Riconosciuto
raccontare la donna come la vogliono gli uomini... sexy, il talento della Battaglia, Lanfranco mandò una serie di
glamour. fotografie di Letizia a New York senza dirle nulla.
Arrivò finalista al Premio Eugene Smith e così fu la prima donna
Ora fotografa nudi anche di donne non più giovani, il focus italiana ad essere insignita del premio del fotogiornalismo.
è sulla donna in tutte le sue declinazioni, sulla bellezza che

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | PENISOLA DI LUCE 47

Dopo questo premio le cose cambiarono anche in Italia. Qui ha anche realizzato un altro sogno, il Centro Internazionale
Si aprirono le opportunità per cui aveva lottato e finalmente di Fotografia, da lei diretto e dove ci si impegna ad appoggiare
poteva fare ciò che aveva desiderato. il pensiero degli altri, la cultura e la realizzazione di attività
Non si sente solo fotografa, è una nonna e ora anche una legate all’arte della fotografia.
bisnonna.
Così ritorna al ruolo che possono avere e che hanno le donne, Abbiamo visto una donna con uno spirito incrollabile,
le opportunità che possono cogliere, forse combattendo luminoso e giovane a discapito dei suoi 86 anni.
come ha fatto lei.
Da lei abbiamo imparato che la fotografia è una responsabilità,
Torniamo a Palermo, il luogo dove tutto ebbe inizio, da dove che dobbiamo strapparci di dosso la vanità, che essere donne
Letizia ci ha raccontato di sé, parlando di dolore, ma anche e fotografe non è facile.
di libertà, di bellezza e delle figure femminili così importanti Quindi sì, la fotografia è rispetto.
per lei.

“Non bisogna
essere banali, le
foto devono parlare
da sole senza
didascalie
Letizia Bttaglia

Giuseppe Tarantino Photography

A questa grande professionista vanno i ringraziamenti di tutti per averci regalato l’emozione di aver condiviso le sue esperienze
di vita e di fotografa impegnata socialmente, una donna fotografa che attribuisce un valore civile ed etico alla fotografia.

Grazie Sestri Levante: un luogo dove le persone continueranno a scrivere e disegnare con la luce, un luogo dove la fotografia
continuerà a essere importante!

Giroinfoto Magazine nr. 70


48 R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA

A cura di:
Mari Mapelli, Manuel Monaco e Silvia Scaramella

A cura di Rita Russo

Palazzo Besta
dimora rinascimentale e non solo! Una delle più importanti e inaspettate
manifestazioni del Rinascimento lombardo si trova
in un punto periferico, ma strategico, della regione.

È infatti valico tra l’Europa e le terre d’oltralpe e


mediterranee, grazie al passaggio di genti, merci
ed eserciti verso gli appetibili regni d’Italia, ricchi di
arte, di cultura, di splendide città invidiate, di terre
fertili e coste ambite.

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 49

Manuel Monaco Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


50 R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA

Siamo a Teglio, amena località della media Valtellina,


a cui ha dato il nome, e nello specifico a Palazzo Besta.
Strepitosamente bello, si presenta così: sinuosamente
elegante, accompagna la strada di accesso al paese con la
luminosa facciata principale scandita da fasce a losanghe
e impreziosita da lunette sottogronda, affrescate Teglio
con stemmi delle più importanti famiglie locali

Varcato il portale marmoreo di accesso,


il contrasto tra luce e ombra è quasi di
conforto nelle giornate assolate come
questo torrido pomeriggio d’estate.
Il cortile, cuore del complesso
architettonico, con il bel pozzo ottagonale
in marmo, è definito da un porticato e da un
loggiato sovrastante a doppio ordine di arcate.

Subito colpiscono le scene affrescate


a monocromo, attribuite al bresciano
Vincenzo de Barberis e alla sua bottega,
che illustrano le Storie dell’Eneide,
curiosamente a fascia narrativa continua,
senza alcuna cornice a separare i singoli
episodi. Un importante fregio policromo con
motivi decorativi e medaglioni, che racchiudono
profili di personaggi maschili e femminili “all’antica”
secondo il gusto rinascimentale, demarca i due loggiati.

Palazzo Besta

Manuel Monaco Photography

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R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 51

Manuel Monaco Photography

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52 R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA

Manuel Monaco Photography

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R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 53

Il giardino che circonda il Palazzo sui tre lati è un arioso La trasformazione in palazzo residenziale avviene per volontà
balcone sulla vallata del fiume Adda, oltre il quale si stagliano di Azzo I Besta intorno al 1490, consolidandosi poi con la
le Alpi Orobie in tutta la loro magnificenza. vedova Ippolita Alberti, che sposa in seconde nozze Andrea
L’incanto della natura con la bellezza creata dall’uomo è una Guicciardi, grande umanista e già reggente della Castellania.
fusione perfetta.
Ma è ad Azzo II e alla sua colta sposa, la nobildonna
Palazzo Besta ha origini molto antiche, anche se poche Agnese Quadrio, che si deve la realizzazione dell’imponente
certezze si hanno sulle sue più remote vicende storico- campagna decorativa, intrapresa nella prima metà del XVI
costruttive, sorgendo su preesistenze medievali, forse di una secolo.
casa fortificata stile castello, o di più case-torri. Con questa coppia tanto illuminata quanto raffinata, Palazzo
Di certo la potente famiglia dei Besta, a Teglio, è già ben Besta diviene una corte principesca rinascimentale che
documentata nel XIII secolo. ospita celebrati artisti, letterati, poeti e filosofi.

Manuel Monaco Photography

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54 R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA

Manuel Monaco Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 55

Manuel Monaco Photography


Muovendoci per la dimora, che si sviluppa su due piani
(nuovamente visitabili da luglio!), assistiamo al trionfo della
classicità e Virgilio, Ovidio e Ariosto vanno armoniosamente
a braccetto: ispirare la ricca decorazione pittorica nelle
infinite sale, su muri e soffitti.
La mitologia finisce col fondersi con l’epopea biblica, con
scene storiche di gusto cavalleresco e con richiami esoterici.

Tutto il palazzo testimonia non solo la cultura rinascimentale,


ma anche il ruolo sociale e politico della famiglia Besta.
Spiccano, oltre ai già citati affreschi del cortile (che sono
i più antichi), quelli del Salone d’Onore, caratterizzato da
ventuno scene tratte dall’Orlando Furioso, opera sempre
a partitura aperta realizzata ancora dalla bottega del de
Barberis, che privilegia le figure femminili come Gabrina,
Ginevra e Angelica.

Alcuni, come la raffigurazione di Astolfo in volo verso la luna,


si ispirano direttamente alle prime illustrazioni dell'edizione
dell'Orlando Furioso pubblicata a Venezia nel 1542 dal
tipografo Gabriel Giolito de' Ferrari.

Un fregio a doratura con motti tratti da Adagia di Erasmo da


Rotterdam, è segno esplicito della cultura di ampie vedute
e della tolleranza anche religiosa della famiglia Besta, in un
clima ideologico altrove rovente.
A titolo di esempio, Carlo I Besta, figlio di Azzo II cui succede
continuando la campagna decorativa del Palazzo, sposa la
protestante Anna Travers, rampolla della potente famiglia
del Governatore Generale dei Grigioni, riconoscendole la
piena libertà di culto.

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56 R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA

Palazzo Besta
La Sala della Creazione è dipinta con un ricchissimo apparato Qui colpisce la mapa mundi raffigurata sul soffitto, una carta
iconografico illustrante il Libro della Genesi. geografica “a mantello” del mondo conosciuto nella prima
Risalta la scena Creazione di Adamo ed Eva (a sinistra Adamo, metà del Cinquecento, che costituisce un unicum nell’ambito
a destra dell’albero della creazione Eva), dove è evidente il del panorama delle rarissime carte murali rinascimentali.
rispetto della diversa sensibilità religiosa dei protestanti, in Questo si basa sulla Weltkarte, stampa pubblicata per la
quanto si evita di rappresentare Dio con sembianze umane. prima volta nel 1558 dal cartografo e matematico renano,
Caspar Vopell.
È probabile che il ciclo di affreschi sia stato realizzato in A lungo ha costituito un enigma che ha arrovellato studiosi,
seguito al matrimonio tra Carlo I e Anna Travers. con accesi dibattiti di tipo artistico e storico, talvolta pervasi
da esoterismo.

Manuel Monaco Photography

Nelle cantine storiche - i Besta possedevano


vasti vigneti ed erano grandi produttori di vino -
attualmente vi è la sede dell’Antiquarium Tellinum,
nato dall’impegno degli studiosi Maria Reggiani
Rajna e Davide Pace e profondamente legato alla
storia più recente di Teglio e della sua comunità.
Raccoglie i frequenti rinvenimenti avvenuti a
partire dal 1940 nei terreni circostanti.

Si tratta di steli risalenti all’Età del Rame di cui la


più famosa è la " Dea Madre", rappresentazione
degli Antenati e simbolo dell'arte dell'incisione
rupestre del terzo millennio avanti Cristo.

Questi ritrovamenti sono strettamente


interconnessi con quelli della sterminata arte
rupestre in Valcamonica, collegata con la Valtellina
tramite il Passo dell’Aprica, a testimonianza della
feconda cultura preistorica e protostorica diffusa
lungo tutto l’arco alpino.

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R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 57

STELE DELLA DEA MADRE


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58 R E P O RTA G E | CHIARA FERRARIS
PALAZZO BESTA

Il Palazzo rimane proprietà dei Besta e dei loro eredi fino a In particolare il Morelli arricchisce la dimora con ulteriori due
quando, nel 1726, diventa del console di giustizia Pietro stue verso la valle.
Morelli che apporta alcune modifiche di gusto settecentesco, La stua è una tipica stanza della dimora alpina, sia rurale che
ma anche personale, a rimarcare il passaggio di dinastia di pregio, riscaldata da una stufa in muratura ad accumulo
familiare. di calore, totalmente rivestita in legno su pareti e soffitto per
mantenere il calore all’interno.
Tra queste commissiona l’affresco La Regina di Saba che
va dal Re Salomone, visibile nella volta del Salone d’Onore, e Nel Palazzo ve ne sono quattro in tutto, realizzate nella pregiata
aggiunge gli stemmi della Famiglia. essenza di pino cembro, tutte diversamente decorate.

LA REGINA DI SABA...
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STUA
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R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 59

AFFRESCHI CAMERA PICTA


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Al secondo piano si nascondono alcune chicche come la


stua a baule, la Sala di Traona e la Sala delle Metamorfosi.
La stua a baule risale al XV secolo, ma è stata portata ad
inizio Novecento dall'architetto Luigi Perrone; la stua era
infatti originariamente nella casa della famiglia Quadrio a
Ponte in Valtellina.

Nella Sala di Traona si trovano ricomposti gli affreschi


strappati dalla camera picta della casa Dell’Oro (già
Vertemate) di Traona.
I grandi riquadri monocromi di soggetto allegorico e sacro
sono qui conservati perché utili per la documentazione della
civiltà rinascimentale valtellinese.
L’ultima sala citata, quella delle Metamorfosi, deve il nome
al fregio cinquecentesco con episodi delle Metamorfosi di
Ovidio, appartenente all’unico ciclo di affreschi del palazzo
datato (1580) e firmato dall’autore (Aragonus Aragonius).

METAMORFOSI DI OVIDIO STUA A BAULE


Manuel Monaco Photography Manuel Monaco Photography

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60 R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA

Palazzo Besta
Nel 1911 Palazzo Besta viene acquistato dallo Stato italiano Il Museo non si ferma e ha già presentato i nuovi progetti per il
e si mette mano ad un primo ampio intervento di restauro prossimo anno: Al museo per un anno per la scuola primaria,
protrattosi fino al 1927, quando viene aperto al pubblico come un percorso che prevede un’alternanza di incontri a scuola e
Museo. in museo per scoprire segreti e curiosità lavorando sul tema
Attualmente è l'unico museo statale della provincia di Sondrio della casa e dell’abitare, e i diversi progetti per la secondaria
e con altri 11 musei è gestito dalla Direzione Regionale Musei di secondo grado.
Lombardia, del Ministero della Cultura.
Per i ragazzi più grandi si desidera proporre attività ludico-
Negli ultimi anni sono state messe in campo una serie culturali, come successo con l’Escape room.
di iniziative con lo scopo di rendere il Museo sempre più Nelle estati 2018-2019 infatti erano state organizzate delle
accessibile ai residenti. Il desiderio è soprattutto quello di serate a tema per coniugare cultura e divertimento, offrendo
avvicinare giovani e bambini alle bellezze del Palazzo offrendo contenuti storici con chiavi diverse.
esperienze in cui siano loro i protagonisti. Il museo vuole Recentemente, in una sala del secondo piano, è stato anche
infatti incoraggiare una frequentazione assidua e ricorrente allestito uno spazio dedicato ai bisogni dei più piccoli in vista
della struttura. di proporre visite guidate speciali per genitori con neonati.
È proprio da questo presupposto che sono nati alcuni Il progetto "Nati con la cultura" verrà ufficialmente avviato
importanti progetti. sabato 25 settembre p.v. in occasione delle GEP (Giornate
Primi su tutti i progetti in collaborazione con le scuole, Europee del Patrimonio) ed è sviluppato in Valtellina dalla
portati avanti con entusiasmo anche durante la situazione Direzione regionale Musei Lombardia con l'ASST Valtellina e
pandemica attuale. Alt Lario e con il Comune di Teglio.

Tutte queste iniziative dimostrano quanto un


museo non debba essere visto e immaginato
esclusivamente come luogo statico, dove ci si
reca per vedere qualcosa, ma che possa essere
soprattutto un luogo da vivere, in cui divertirsi e
scoprire sempre qualcosa di nuovo, ma anche
un’entità che, grazie alle persone che lo gestiscono
e lo curano, può venirti incontro.

Un ringraziamento speciale alla Direttrice Stefania


Bossi per averci accolto e accompagnato durante
la visita. Ringraziamo anche la Direzione Regionale
Musei Lombardia e il Ministero della Cultura per
le autorizzazioni alle riprese fotografiche e alla
pubblicazione dell’articolo.

[Link]
musei/palazzo-besta/

Manuel Monaco Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | PALAZZO BESTA 61

Manuel Monaco Photography

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62 R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE

Il simbolo di Torino diventa un


palcoscenico verticale
Da anni ormai la cupola della Mole Antonelliana è il centro
dell’attenzione e della promozione in occasione di particolari
eventi e iniziative.
E lo è stata “semplicemente” in quanto superficie su cui proiettare
foto, giochi di luce e brevi video, fino a quando, in occasione della
recente festa di San Giovanni del 24 giugno 2021, qualcuno ha
pensato di danzarci sopra.

A cura di Adriana Oberto

Adriana Oberto
Remo Turello

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R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE 63

La Mole Antonelliana
La Mole Antonelliana si trova nel centro storico di Torino ed è uno dei simboli
della città, nonché uno dei simboli d'Italia.
Deve il suo nome dall’essere stata, in passato, la costruzione in muratura più
alta del mondo; l'aggettivo che lo segue deriva invece dal nome dell'architetto
che la concepì, Alessandro Antonelli.
Nonostante sia “nata” in mattoni, le importanti ristrutturazioni del XX secolo
hanno aggiunto cemento armato e travi di acciaio, per cui non può più essere
considerata una struttura esclusivamente in muratura.

Data l'altezza di 167,5 metri, mantenne il primato di edificio in muratura più


alto del mondo dal 1889 al 1908.
Per anni lo è stato anche per Torino; oggi, dopo la costruzione di altre torri
più moderne, resta l'edificio più alto del profilo centrale urbano della città.

Nel 2000 è divenuta sede del Museo Nazionale del Cinema.


Un ascensore interno, inaugurato nel 1961 in occasione del centenario
dell’unità d’Italia e rinnovato nel 1999, porta i visitatori fino al tempietto
– ad una altezza di circa 85 metri – da cui si gode di un’impareggiabile
vista sulla città, la collina oltre il fiume Po e le Alpi.
È inoltre possibile salire a piedi lungo le scale dell’intercapedine fino
alla terrazza panoramica.

Forse non tutti sanno, però, che la struttura era stata


originariamente concepita come tempio israelitico.
Con la concessione della libertà ufficiale di culto grazie
allo Statuto Albertino del 1848, la comunità ebraica aveva
acquistato il lotto di terra su cui sorge la struttura.

L’architetto Alessandro Antonelli ne aveva iniziato la


costruzione nel 1863, ma già nel 1873, a causa di
problemi sorti durante i lavori, la comunità israelita
barattò l’opera col Comune di Torino ottenendo
l’area su cui sorge attualmente la sinagoga.
Il comune ne continuò la costruzione con l’intento
di dedicarla al primo re d'Italia Vittorio Emanuele
II.

Altre versioni della storia dicono che fu invece


su iniziativa del Comune che la costituenda
struttura cambiò proprietario, al fine di
diventare museo civico.
Il disegno della Mole appare sulla moneta
italiana da due centesimi, coniata in Italia
fino al 2018.

Alina Timis Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


64 R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE

Maurizio
il danzatore sulla Mole
La storia però inizia, ovviamente, da un po’ più lontano.
Quel “qualcuno” è Maurizio Puato, fotografo, ex istruttore
sportivo della FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana),
manutentore acrobata della Mole Antonelliana e non solo,
nonché ballerino acrobata.

È a Maurizio che, in pieno lockdown, viene l’idea di danzare sulla


Mole.
Incontriamo Maurizio in una bella giornata di fine giugno, qualche
giorno dopo la sua esibizione.
Ci racconta di sé, della sua passione, e di come abbia saputo
reinventarsi e scoprire in questo modo un luogo che è ormai
diventato la sua seconda casa.

Adriana Oberto Photography

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R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE 65

Maurizio, prima di tutto, chi sei?


“Nasco come fotografo grafico negli anni
Ottanta; si trattava di un’attività, quella del
fotolitista, legata alla fotografia, anche se ciò non
faceva di me un vero e proprio fotografo.

Lavoravo con la reprocamera, che aveva quattro carboni


a incandescenza che illuminavano gli originali e sviluppavo
tutto in bacinella, intervenendo anche manualmente sulla
pellicola scaldandola con l’alito e sfregandola con le dita per
fare uscire più dettagli.

Da qui il passo a fotografo tradizionale è stato breve, anche perché già


da ragazzino la fotografia mi appassionava moltissimo. La mia prima
macchina fotografica – di seconda mano – è stata una Nikon FM. Io al
tempo lavoravo in una zincografia molto grande che, da 30/40 dipendenti, si
trovò a passare a cinque.

Ciò mi ha dato la possibilità di crearmi uno spazio tutto per me, che usavo come
sala posa personale. Facevo ovviamente tutto io, dallo scatto allo sviluppo.
Quando mi hanno rubato l’attrezzatura, però, mi sono scoraggiato e ho lasciato
tutto.
Poi sono arrivate le fotocamere digitali, le mie condizioni economiche sono migliorate
e la passione è rinata”.

E la parte acrobatica?
“All’età di quarant’anni ho dovuto reinventarmi, perché
il lavoro di fotolitista non andava più e mi sono ritrovato,
come si suol dire, “in mezzo alla strada”.

Al tempo ero istruttore di arrampicata sportiva della FASI e


l'arrampicata, che era la mia passione, è diventata il mio lavoro; ho
lavorato per un po’ in un rifugio; in seguito ho insegnato in un centro di
arrampicata, finché non ho incominciato a collaborare con Renzo Luzi e
Jvan Negro, guide alpine, che facevano questo tipo di lavoro da anni.
Jvan, che ora purtroppo non c’è più, è la persona che ha girato alcune scene
nel film "Dopo Mezzanotte" del 2004 di Davide Ferrario: è lui il signore con i baffi
che si appende e prende il caffè con Martino, il fantomatico custode del museo.

Da circa quindici anni lavoro in questo ambiente.


Mi occupo della manutenzione e di qualunque lavoro in cui sia necessario lavorare
con le corde.
Io e il mio collaboratore ci occupiamo per esempio delle luci di Merz (l'installazione
luminosa permanente che fa parte delle Luci D’Artista e di cui abbiamo parlato nel
N.63 della rivista, N.d.R), che io non ho montato perché erano già state installate,
ma che richiedono costante manutenzione in quanto molto fragili.
Sono infatti fissate ad un sottile telaio di alluminio, che rende la sequenza di
Fibonacci praticamente invisibile di giorno, quando i numeri sono spenti,
ma ne determina anche la fragilità”.

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66 R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE

E poi le due passioni si uniscono... Maurizio Puato Photography

“Sì, la fotografia mi è tornata molto utile quando,


in occasione del 150° anniversario dell’Unità d'Italia
e dell’installazione del tricolore luminoso (questo, sì, l’ho
installato io), ho lavorato al completo restauro dei manti di copertura
della cupola.
Da capitolato, e vista la particolare location dei lavori da effettuare, il
direttore dei lavori non poteva controllare di persona ciò che veniva fatto.
Tutto andava pertanto documentato fotograficamente; ho fotografato e
mappato, per esempio, tutte le lose e le stelle rotte; ho usato la fotografia
anche per intervenire in modo preciso sulla ricostruzione delle stelle e
lavorare in sicurezza. Maurizio Puato Photography

Fotografavo infatti le stelle, che sono rondelle oltre ad avere una funzione
decorativa, una per una, facendo attenzione a mantenermi in posizione il
più ortogonale possibile.
Stampavo poi la foto in scala 1:1 e la posizionavo su una delle riproduzioni
in resina che avevamo realizzato, in modo da poter tagliare con il flessibile
in maniera precisa la parte da sostituire.

A questo punto non mi restava che portare in quota il pezzo mancante


ed unirlo alla stella da ricostituire, senza usare attrezzi (tipo il flessibile,
appunto), che avrebbero messo in pericolo non tanto me, quanto le persone
a terra, in caso uno di questi o pezzi di materiale, mi fossero caduti.
Naturalmente, una volta in quota, mi sono fatto prendere la mano e ho
fotografato anche soggetti diversi dai meri pezzi da sostituire, quali il falco
che ci veniva a trovare, il tramonto, la pioggia, la neve, nonché le persone
che lavoravano insieme a me.
Da questo lavoro è nata una mostra personale dal titolo: Cantiere Mole.
Si è trattato di quaranta mie fotografie 70X100, che sono rimaste
esposte presso il Museo del Cinema per quattro anni circa. Queste
foto sono state anche inserite nel volume dal titolo Quota 167,
diretta conseguenza della mostra, uscito con La Stampa”.

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R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE 67

Maurizio Puato Photography

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68 R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE

Quando arriva la danza?


“Ero in giro a fare foto per il Festival dell’Oralità Popolare nel 2011 e
ho incontrato dei ragazzi che eseguivano balli popolari del sud.

Sono restato letteralmente rapito dai ritmi e dalle danze; ho smesso di fotografare
e mi sono messo a battere i piedi ritmicamente per terra.
C’era con me una carissima amica, che sapevo aver partecipato a un corso di danza, e lei mi
ha indirizzato ad un corso di danza occitana.

Da lì è partito tutto; ballo danze popolari – non solo quelle occitane – canto, suono il tamburo a cornice
e il marranzano; ho insomma incominciato a fare cose che mai mi sarei immaginato di fare, ma che mi
piacciono e mi divertono un sacco.”

E così due cose si uniscono di nuovo...


“E così ho cercato di unire le due
cose – la verticalità con la danza.
Sono cose che ovviamente già
esistevano e che a quel punto mi sono
venute naturali.

È tutto nato un giorno che ero quassù sulla


Mole e ho visto uno stormo di rondini che mi
volteggiavano attorno.
Ho incominciato a fare qualche capriola, facendomi
scattare delle foto col telefono cellulare dal mio
collaboratore. Le ho postate su Facebook e ho
intitolato il tutto “Danzando con le Rondini”.

Da qui ho capito che era arrivato il momento di organizzare


qualcosa di nuovo, ed è da qui che è nato Vertical Dance
Torino, il gruppo che propone spettacoli di danza in una
dimensione nuova e unica, sfidando la forza di gravità, che
sembra quasi annullarsi.”

Maurizio Puato Photography

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R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE 69

Maurizio, come hai realizzato queste foto?


“Sono un tipo perfezionista e mi piace pertanto che, siccome sono progetti miei, le cose
vengano fatte a modo mio.
Non ho perciò voluto che a scattare questo tipo di foto fosse qualcun altro, o che queste
non venissero, semplicemente, scattate come mi ero immaginato.

Per far ciò, ho preventivamente posizionato la mia macchina fotografica sulla base
della cupola con delle cinghie a cricchetto; ho sistemato l’inquadratura, il fuoco e
l’esposizione; attivato il comando a distanza, ho dato il telecomando a Gherardo Biolla, il
mio collaboratore (quello che mi aveva aiutato anche a sistemare gli ancoraggi).

A questo punto sono sceso, mi sono cambiato, sono risalito e sono uscito con Giulia.
Così, mentre provavamo una coreografia, Gherardo scattava le foto; per cui c’è, sì, il suo
dito, ma tutto il resto è mio.

Maurizio Puato Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


70 R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE

Cos’è la danza verticale?


“La danza verticale è creare coreografie o improvvisare una danza sospesi per aria legati ad una
corda.
Quando sposti il piano orizzontale sul quale ti muovi quotidianamente di 90 gradi e ci danzi sopra,
tutto cambia.
La gravità quasi scompare e, a seconda del braccio di corda che hai (cioè quanto sei distante
dall’ancoraggio), tutto si dilata e ogni piccola spinta ti permette di muoverti sospeso nel vuoto per
qualche secondo.
Spesso quando si guarda un video di danza verticale sembra girato in slow motion.
È come se fluttuassi nell’aria.”

Maurizio Puato Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE 71

Raccontaci del progetto


“Il progetto, nato circa un anno fa, consisteva inizialmente nel realizzare
un piccolo cortometraggio con figure di fantasia che danzavano all’interno
e all’esterno della Mole; ne ho parlato col direttore che mi ha suggerito di fare uno
spettacolo in diretta la sera di San Giovanni.
È così che abbiamo danzato sulla Mole Antonelliana.

La coppia dalla quale si è sviluppato lo spettacolo è quella in cui ci siamo io e Giulia


Campagna, che danzava da tempo, anche se non lo aveva mai fatto sulle corde.
È una persona capace e professionale, che in breve tempo ha acquisito le capacità
necessarie.
Da questo nucleo di due, Luca Tommasini, il coreografo a cui è stato chiesto di sviluppare
il progetto, ha deciso di mettere dei danzatori su tutti e quattro i lati della Mole.

E così siamo arrivati ad essere quattro coppie – una per ogni lato.
Non è stato un compito facile trovare le persone con le competenze necessarie per
danzare a sessanta metri da terra e collaborare a distanza per creare coreografie che
fossero simili almeno dal punto di vista della struttura.

Fortunatamente, lavorando nel mondo della verticalità, sono riuscito a mettermi in


contatto e a trovare la collaborazione di una compagnia di Venezia, che si chiama Il
Posto - Danza Verticale.
Così Simona Forlani, Giorgio Coppone, Gianmatteo Baldan, Isabel Rossi, Giulia
Mazzuccato, con la coreografa e titolare della compagnia Wanda Moretti, si
sono aggiunte a noi del gruppo Vertical Dance Torino; un’altra ballerina è
arrivata da Milano, Giulia Sarah Gibon.”

Remo Turello Photography

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72 R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE

Quanto vi siete preparati per questo spettacolo?


Ai primi di gennaio io e Giulia abbiamo provato a immaginare una coreografia.
Per noi era una nuova dimensione. Giulia è un’ottima ballerina ma non aveva mai danzato sospesa alle corde.
Io invece ho più di 35 anni di esperienza come scalatore e operatore specializzato nei lavori in quota.

Abbiamo fatto un grande lavoro di scambio, dove io mettevo a disposizione le mie competenze in materia di
arrampicata e Giulia le sue di insegnante di danza.
È stato un lavoro impegnativo; è molto faticoso mantenere una postura corretta e danzare a tempo di musica quando
sei imbragato e sospeso per aria.

Dopo qualche ora hai la schiena a pezzi, gli addominali che esplodono e l’imbrago che ti infiamma la pelle.
Ci allenavamo clandestinamente (più volte hanno chiamato vigili e carabinieri) sui muri di Parco Dora in modo da avere
più o meno lo stesso braccio di corda che avremmo trovato sulla cupola della Mole.

Nonostante questa performance fosse stata proposta l’anno scorso, abbiamo avuto conferma soltanto a fine maggio.
Non ci speravamo più, ma ci siamo allenati lo stesso: avessimo avuto anche solo una probabilità su un milione di
fare lo spettacolo, volevamo essere pronti.

A volte bisogna lavorare duro per realizzare i propri sogni.”

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R E P O RTA G E | DANZANDO SULLA MOLE 73

Adriana Oberto Photography

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74 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

A cura di Rita Russo

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 75

Sambuca di Sicilia
sorge in provincia di Agrigento, nel cuore della Sicilia occidentale ed è uno dei 12 comuni del Parco dei
Monti Sicani.

Grazie alla posizione orografica del centro abitato, la sua presenza salta subito all’occhio del visitatore,
specie in estate. Sambuca, infatti, è adagiata, a circa 350 m s.l.m., su una collina calcarenitica che
svetta sulla sottostante vallata argillosa, dalle morbide forme e dai colori contrastanti: il giallo dei campi
di grano e il verde brillante degli estesi e produttivi vigneti.

A questa morfologia debolmente ondulata fa contrasto, a nord est, l’area montuosa di Monte Genuardo
(1178 m) sul cui fianco sinistro si trovano le rovine dell’insediamento greco - punico di Adranone.
Quest’area è caratterizzata da un paesaggio aspro a pendenze accentuate, addolcito dalla presenza di
fitti boschi, che talora lasciano spazio a pareti verticali.
Mentre a sud del centro abitato, la valle è solcata dal letto del Torrente Rincione che, grazie alla diga
Carboj, realizzata nella stretta tra il Monte Arancio e il Pizzo Miracoli, è il tributario principale dell’invaso
artificiale denominato Lago Arancio.

Rita Russo Photography

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76 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Questa cittadina, inclusa nel 2014 nel club de “I borghi più Sebbene questo sia il percorso più breve, è possibile
belli d’Italia” per la sua rilevanza artistica, storica e culturale, raggiungere la cittadina sia da Palermo sia da Trapani
per l’armonia del suo tessuto urbano e per la sua vivibilità, percorrendo anche l’Autostrada A29 Palermo - Mazara del
ha successivamente superato ogni fase del concorso che, Vallo, fino allo svincolo Gallitello, per immettersi poi nella
durante la trasmissione di Rai 3 "Alle falde del Kilimangiaro", SS624.
l’ha proclamata “Borgo dei borghi 2016”.
E in effetti, Sambuca è un vero gioiello che ti affascina e ti Numerose sono le linee di autobus che collegano Sambuca
conquista, attimo dopo attimo, per le sue mille sfaccettature, ai principali centri abitati e a quelli limitrofi ad essa. Una
tra le quali non manca il mistero. tra queste effettua anche il servizio di collegamento con
l’Aeroporto Falcone e Borsellino.
Sita in posizione baricentrica tra le città di Palermo, Agrigento
e Trapani, a poco più di 20 Km dal mare di Sciacca e dalla
chilometrica spiaggia di Menfi, riconfermata anche quest’anno
bandiera blu, Sambuca è facilmente raggiungibile da Palermo, Rita Russo Photography
da cui dista 77 Km, imboccando la SS 624 “Palermo - Sciacca”.

Una volta raggiunto il centro abitato, il miglior modo per gustare appieno tutte le sue caratteristiche è quello di
camminare a piedi, anche perché, eccetto il corso principale, molte strade sono strette e difficili da percorrere in
auto.

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 77

Rita Russo Photography

La storia di Sambuca di Sicilia affonda le sue radici, con Essa divenne, così, un punto strategico di controllo territoriale.
molta probabilità, nella preistoria, come raccontano i graffiti I reperti ritrovati nel sito archeologico, i cui scavi sono iniziati
recentemente ritrovati all’interno delle Grotte di San Giovanni, a partire dagli anni 60, ci riferiscono di una città fiorente
veri e propri ripari ricavati sulla parete di un modesto rilievo che si circondava di bellezza attraverso ceramiche e oggetti
calcarenitico, prossimo al Lago Arancio. d’uso soprattutto d’importazione e il Museo archeologico
di Sambuca con sede a Palazzo Panitteri, offre un vasto
Questa affermazione è frutto di uno studio in itinere che campionario di straordinaria bellezza.
inizia nel 1986 con le scoperte dell’esperto di archeologia
e preistoria Rocco Riportella e prosegue oggi grazie La città fu, però, definitivamente rasa al suolo, violentemente,
all’approfondimento promosso dall’Amministrazione intorno al 250 a.C. e i superstiti, a valle, fondarono il borgo
Comunale con la collaborazione della Soprintendenza per i rurale di Adragnus che, durante il periodo paleocristiano,
Beni Culturali e Ambientali di Agrigento. diventò il Casale di Adragna.

L’iniziale scoperta ha portato alla luce, all’interno dei tre ripari,


non solo circa 400 incisioni verticali affiancate, insieme ad
alcune figure triangolari, risalenti a circa 15000 anni fa, ma
anche tracce di pigmento rosso e nero che compongono
figure attribuibili all’inizio del Neolitico.

L’elemento lineare è uno dei grafemi più ricorrenti nell’ambito


delle manifestazioni parietali mediterranee, tra il tardo
Paleolitico e il Neolitico e il complesso di Sambuca è il più
ricco ritrovato in Italia e forse anche nell’intero Mediterraneo.

I risultati dei nuovi rilievi, condotti con tecniche avanzate,


potranno così aiutare a riscrivere la storia dell’antropizzazione
di questo territorio, arricchendone la sua già millenaria storia.

Infatti, quella più nota inizia, per il territorio di questo splendido


borgo, nel VI secolo a.C. quando le colonie greche di Selinunte
e Agrigento si contesero il territorio di cui parla Diodoro Siculo
nel suo 23° libro, ossia Adranon, già abitato tra la fine dell’età
del bronzo e l’inizio dell’età del ferro.

Nel secolo successivo, i Cartaginesi dopo aver conquistato


la vicina Selinunte, rasero al suolo anche Adranone,
ricostruendola secondo l’eparchia punica.

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78 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Rita Russo Photography

Ma l’inizio della storia dell’attuale Regno di Sicilia, la cui protagonista fu forma dell’impianto urbano è simile allo
centro abitato di Sambuca risale all’830 la regina Bianca di Navarra (moglie di strumento musicale greco somigliante
d.C., con la dominazione araba che ne Martino il Giovane, figlio primogenito a una piccola arpa, chiamato Σαμβύκη,
costituì il nucleo più antico posto nella del re di Aragona, Martino I il Vecchio). che divenne da allora il simbolo del
porzione più elevata di esso. In quell’occasione, gli ultimi abitanti del comune.
Gli arabi, infatti, qualche anno dopo il Casale si trasferirono nella fortezza
loro sbarco in Sicilia, fondarono Zabut, di Zabut, risparmiata dalla distruzione Nel primo quarantennio dell'Ottocento
dal nome dell’Emiro Al Zabut (“lo oltre che per l’imponenza delle sue continuò lo svilimento del castello di
splendido”) che qui realizzò il castello, fortificazioni anche per l'eroica Zabut che fu ridotto prima a carcere
intorno al quale si sviluppò l’antico resistenza opposta all'assedio dei feudale, poi saccheggiato e smembrato
centro. seguaci del Barone di Modica, Bernardo da privati e infine, demolito e sostituito
Le tracce della dominazione saracena Cabrera. da insignificanti costruzioni.
sono riscontrabili non solo nel centro In questa occasione venne ampliato In questo periodo, la cittadina divenne
urbano in corrispondenza del “quartiere verso sud ovest l’impianto urbano di il centro di una fervente e vivace
arabo” ma anche nella fortezza di Zabut con la realizzazione di un’acropoli borghesia, cui appartennero alcuni
Mazzallakkar che, ubicata sulle sponde e del quartiere costituito da vicoli stretti. intellettuali, tra i quali spicca Emanuele
del Lago Arancio, riemerge ogni volta Navarro della Miraglia, pubblicista e
che il livello dell’invaso si abbassa. Dopo il 1411, la città di Zabut, tra letterato, nato a Sambuca nel 1838 dove
vendite e nuove assegnazioni, divenne visse nella prima parte della sua vita.
Testimonianze della presenza islamica prima baronato con le nobili famiglie dei A testimonianza di questo periodo resta
nella città di Zabut si ritrovano fino al Peralta d’Aragona e, successivamente, il Teatro “L’Idea”, tutt’ora funzionante.
tredicesimo secolo, quando Federico dei Ventimiglia e degli Abatellis; mentre
II decise di porre fine alla “questione dal 1574 divenne marchesato sotto Nel 1923, durante il regime fascista, la
araba” in Sicilia, stroncando la ribellione la famiglia dei Baldi Centelles per città perse la sua nomenclatura araba e
che gli arabi stessi intentarono alle sue passare, infine, ai marchesi Beccadelli divenne unicamente Sambuca di Sicilia.
operazioni di consolidamento imperiale, di Bologna, che mantennero la proprietà
sterminandoli definitivamente. fino al secolo XIX. Nel 1968, in seguito al forte terremoto
In questi anni e fino all’Ottocento, la parte che distrusse, in parte o totalmente,
Dopo l’eccidio dei saraceni e la più antica iniziò ad essere trascurata molti centri della vicina Valle del Belìce,
deportazione dei loro superstiti, la a favore dell’area di espansione “fuori il patrimonio edilizio del centro storico di
cittadina - fortezza Zabut venne le mura”, che divenne il nuovo centro Sambuca fu parzialmente danneggiato.
lentamente ricostruita. cittadino, dove a fianco all’asse viario La conseguenza di tale evento fu lo
Gli arabi che rimasero si convertirono principale sorsero palazzi nobiliari ed spopolamento del centro storico e
al cristianesimo e convissero edifici di culto (se ne contano circa la costruzione di un nuovo centro
pacificamente con gli abitanti del venti). abitato sito sulla collina a nord est di
Casale di Adragna, che fu distrutto quest’ultimo.
definitivamente nel 1411, sul finire Nel 1800, all’antico nome Zabut venne
dellaMangia
Sara lungaPhotography
guerra di successione al affiancato quello di Sambuca, perché la

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 79

L’itinerario che si consiglia di seguire a chi giunge a Sambuca regolari, formati da strade che si dipartono dal principale
per la prima volta è una sorta di viaggio nel tempo che dal asse viario, costituito da Corso Umberto I, che ha inizio dal
“quartiere arabo”, punto più alto e al contempo più antico Palazzo Oddo (o dell’Arpa, perché sede del Comune).
del borgo, si svolge via via lungo il pendio della collina sulla
quale poggia l’abitato e attraversa le testimonianze dei Quest’ultimo, realizzato a metà del Settecento, segna una
periodi storici successivi. vera e propria linea di demarcazione tra le due zone e assicura
Infatti, la disposizione urbanistica della città, lungo la collina la continuità stradale tra esse, tramite un attraversamento
stessa, rende percettibile la stratificazione storica che la sotto uno dei due archi presenti sulla sua facciata.
caratterizza, dividendola essenzialmente in due nuclei: il
più alto e più antico, quello arabo, entro le mura dell’antica
fortezza (casbah) e quello sottostante realizzato tra il Rita Russo Photography
Cinquecento e l’Ottocento, ricco di nobili palazzi e isolati

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80 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Il processo di valorizzazione territoriale iniziato negli ultimi loro prospetto il nome dato alla dimora scritto su eleganti
anni, grazie al quale Sambuca ha ottenuto il titolo di “Borgo mattonelle dai disegni tipicamente maghrebini, sia in italiano
dei borghi 2016”, è partito proprio dal recupero del quartiere sia in arabo, che rendono ancora più ricca l’atmosfera che si
saraceno. respira nel quartiere.
Efficace è stata, in questo ambito, l’iniziativa “Case a 1 euro”,
che ha permesso all’Amministrazione Comunale di smaltire
il patrimonio edilizio acquisito durante la speculazione
conseguente all’espansione edilizia post terremoto e di
accendere i riflettori sul borgo sambucese.
Grazie a questo progetto, infatti, molti immobili sono stati
venduti ad acquirenti provenienti da molte parti del mondo
che, in alcuni casi, dopo la ristrutturazione dell’edificio,
hanno scelto Sambuca come loro residenza definitiva.
Tutto ciò ha innescato un virtuoso percorso di promozione,
non solo turistica ma anche culturale, di Sambuca che ha
rappresentato un volano di crescita economica per l’intera
comunità sambucese.

Entrare nel quartiere saraceno, il cui impianto ricorda quello


di una città araba ed imbattersi in un dedalo di stretti vicoli,
chiamati “Li sette vanedde” (I sette vicoli), è quanto mai
affascinante. All’apparenza tutti uguali se non fosse per la
differente denominazione di ognuno di essi, da uno a sette
appunto, percorrendoli si ha l’impressione di camminare
dentro un labirinto dal quale sembra non sia facile uscire.

Passando da un vicolo a un altro, attraversando piccoli


cortili abbelliti da recenti opere di street art, ci si accorge
della presenza di molte case ristrutturate che recano sul

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 81

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82 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Quest’ultimo custodisce un particolare ricco di fascino


e di mistero.
Nel 2015, infatti, dopo diverse indagini si è avuta conferma
che sotto ogni edificio si trovavano delle cave, chiamate
in dialetto “purrere”, dalle quali venivano estratti i conci
di calcarenite, impropriamente definita “tufo” (il tufo è,
infatti, una roccia di origine vulcanica e non sedimentaria
come lo è la calcarenite in questione).
Il materiale estratto nel Medioevo da tali cave, unite tra
loro da numerosi cunicoli, serviva per realizzare gli edifici
soprastanti.

Queste cavità, tramite un buco, venivano successivamente


usate come letamaio e discarica di rifiuti.
L’unico accesso a questo mondo sotterraneo poco
conosciuto è su Piazza Saraceni, dal quale si scende nel
cuore del borgo, quello fatto di “tufo”.
L’emozionante discesa in questo luogo, a 12 metri
di profondità, riporta il visitatore indietro nel tempo
provando anche ad immaginare il duro lavoro dei cavatori.

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 83

A ciò vanno aggiunte le leggende che si raccontano su


questi luoghi nascosti che vengono arricchiti di mistero.
Infatti, si narra che in questi spazi vennero rinchiusi vivi i
saraceni perseguitati durante la guerra santa di Federico
II contro gli arabi e che, durante gli anni successivi, gli
abitanti del quartiere furono disturbati, nottetempo, dalla
presenza di spettri vestiti da saraceni, talora avvistati a
cavallo oltre che dal riecheggiare delle loro urla e lamenti.

Per esorcizzare la presenza dei fantasmi, nel 1500


fu fatta costruire, a furor di popolo, la vicina chiesa
dedicata alla Madonna del Rosario, che vanta un sagrato
in acciottolato del 1752 con al centro lo stemma dei
Domenicani, ossia un cane con la torcia in bocca, e un
portone in legno di cipresso con formelle scolpite.
La testimonianza di tali fantasmi si trova anche nella
toponomastica del quartiere.
Infatti, una delle vie principali, quella di fronte l’accesso
alle “purrere”, si chiama proprio Via Fantasma.

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84 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Verità o leggenda poco importa, visto che oggi il sito


costituisce una delle maggiori attrattive turistiche del borgo.
Ad accrescerne la fama, nel 2016, ha contribuito anche la
realizzazione di una cantina all’interno di una camera della
purrera.
Un vero e proprio archivio della vitivinicoltura promossa
dall’Associazione “Strade del Vino Terre Sicane”, chiamata
l’Enoteca dei Rossi.

La certezza della presenza della cave nel sottosuolo è


testimoniata anche dal fatto che, in moltissimi edifici, la pietra
calcarenitica lasciata a vista abbellisce i prospetti e gli interni
delle case e il colore giallo della pietra è stato mantenuto anche
su tutti i prospetti rivestiti da intonaco, grazie al “Piano colore”
adottato dall’Amministrazione Comunale, ossia lo strumento
urbanistico atto alla conservazione e valorizzazione del
paesaggio urbano storico.

Per completare la visita al quartiere arabo non si può


prescindere dal vedere sia la Chiesa madre o Matrice, sia il
Belvedere. Chiusa al culto dal 1968, anno del terremoto nel
Belìce e riaperta nel 2018, dopo alcuni lavori di messa in
sicurezza che ancora proseguono, la Chiesa Madre è uno dei
più importanti monumenti di Sambuca ed è aperta solo in
particolari occasioni.
Essa è posizionata su un piccolo slargo panoramico sul quale
originariamente sorgeva la primitiva chiesa di Santa Barbara
annessa al castello, del quale ingloba nel suo campanile una
delle torri.
Spicca sulla sua facciata principale il portale d’ingresso in
stile chiaramontano del 1642 con eleganti motivi geometrici.
Mentre al suo interno, caratterizzato da tre navate, gli altari
sono ornati da tele del ‘600 e ‘700.
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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 85

Il Belvedere faceva parte del castello di Zabut e costituiva


l’acropoli fortificata dell’antica città araba.
Dopo la demolizione, del castello resta oggi un ampio
spiazzale abbellito da un’esedra delimitata da colonne, che si
affaccia sulla vallata circostante e dal quale è possibile vedere
oltre il Monte Genuardo e il sito archeologico di Adranone,
durante le giornate in cui l’aria è particolarmente tersa,
anche gli abitati di Caltabellotta, Giuliana e Chiusa Sclafani.
Quest’area è chiamata anche Calvario perché originariamente
vi si festeggiavano i riti del Venerdì Santo.

Prima di accedere a Corso Umberto I attraverso l’arco di


Palazzo dell’Arpa, rientrando ancora idealmente “entro le
mura” della città araba, ci si imbatte nell’Ex portale della
Chiesa di San Giorgio, primo patrono di Sambuca, che
troneggia al centro di Piazza Navarro.
Quest’opera lapidea di grande pregio, risalente alla prima
metà del Cinquecento, è stata riassemblata nel 2018 in
questo punto per ricordare la posizione dell’omonima chiesa,
conosciuta storicamente come Basilica dei Saraceni, costruita Rita Russo Photography
sulle fondamenta della moschea araba e demolita nel 1959.

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86 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

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Tra i più bei palazzi visitabili di Sambuca, è da annoverare


il palazzo Panitteri che, edificato alla fine del Cinquecento
quale torrione d’avamposto del castello di Zabut, divenne
successivamente dimora patrizia, adattando la struttura
quadrangolare alle nuove esigenze abitative.
La sua posizione, pertanto, lo colloca nel punto di passaggio
tra il vecchio quartiere arabo e la città cinquecentesca.
Il suo stile mostra linee attinte sia dal Rinascimento che dal
successivo barocco siciliano, individuabile nella ringhiera a
petto d’oca che orna lo splendido balcone sul portale.

Il piano nobile del palazzo, oggi di proprietà comunale, è sede


del museo archeologico che, inaugurato nel 2013, raccoglie
pregiati reperti provenienti dal sito archeologico di Adranone.
Tra questi si trovano cinture bronzee, strigili, suppellettili varie,
colonne e capitelli, monete, splendidi crateri a figure rosse su
fondo nero e tanto altro.
Il percorso espositivo si estende tra le stanze del palazzo che
possiede anche un caratteristico cortile con scala catalana e
un giardino con piante ornamentali mediterranee.

Tra i palazzi più importanti che si trovano lungo il Corso


Umberto I c’è un vasto complesso edilizio, fondato nel 1537,
che comprende sia l’Ex ospedale con la torre civica e la
contigua chiesa dei SS Fabiano e Sebastiano, sia il palazzo
del marchese Beccadelli.
Di quest’ultimo si apprezza il monumentale balcone dalle
forme sinuose, con lo stemma della famiglia che evoca i fasti
di un tempo ed il sistema di archi rampanti del vicino vicolo.
L’ospedale restò aperto fino al 1968 e dopo la sua
ristrutturazione, per i danni subiti dal terremoto, è divenuto un
contenitore culturale.
La torre civica possiede, invece, uno splendido orologio con il
meccanismo della metà dell’Ottocento, cui si accede da una
stretta scala a chiocciola.
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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 87

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88 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

EX OSPEDALE CON LA TORRE CIVICA


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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 89

Tra i numerosi edifici di culto, alcuni dei quali adibiti a museo, La sua facciata si sviluppa su due ordini sovrapposti. Mentre,
che popolano il centro storico e si affacciano su Corso all’interno, è formata da tre navate ritmate da cinque campate
Umberto I, spicca il Santuario di Maria SS. dell’Udienza con archi a tutto sesto su pilastri.
chiamata anche Chiesa del Carmine. Questi presentano, dal lato della navata centrale, delle paraste
di ordine corinzio, sporgenti circa cinque centimetri, adornate
Questa chiesa, edificata nel 1530, originariamente dedicata con decorazioni dorate e bianche.
a Sant’Antonio, venne ampliata nel 1615 e le fu annesso
il Convento dei Carmelitani di cui si conserva il chiostro. Nella nicchia della navata centrale è poggiata la statua di
Successivamente, nel 1633, fu trasformata in tre navate dal marmo della Madonna dell’Udienza, di scuola gaginiana, di
marchese Bardi Centelles. pregiato valore artistico e religioso.
Per la festa della patrona, il simulacro della Madonna viene
La chiesa, per la particolare devozione alla Madonna portato in processione dai fedeli, tra i quartieri di Sambuca,
dell’Udienza, che divenne la patrona di Sambuca per averla per tutta la notte della terza domenica di maggio.
liberata dalla peste nel 1576, è stata elevata a Santuario nel
1949 ed è la chiesa principale di Sambuca.

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90 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

La chiesa di Santa Caterina, datata 1515, in pieno stile e monastero di rendite e opere d’arte, il cui originale è andato
architettonico barocco, è la parte residua del grande perso negli anni ’80.
Monastero Benedettino.
Essa era affiancata al chiostro che, nel periodo fascista, venne Tra gli ornamenti si osservano sculture a tutto tondo
demolito per lasciare spazio ad una piazzetta, Piazza della raffiguranti anche le allegorie delle quattro Virtù teologali
Vittoria, sulla quale, nel 1929, venne installato un monumento (fede, speranza, carità e giustizia) ai lati dei due altari laterali.
ai caduti. A queste seguono una grande quantità di altre decorazioni
come candelabri, cartigli, putti e angioletti, riccioli, volute,
La chiesa, a navata unica divisa in quattro da altarini in marmo colonne tortili, ecc. tipici del barocco siciliano. Il pavimento di
con l’altare maggiore nella cappella, mostra al suo interno un pregio della chiesa è costituito da preziose quadrelle smaltate
ricco apparato decorativo in stucco, realizzato da Vincenzo provenienti dalle fabbriche di maioliche della vicina Burgio.
Messina, allievo del Serpotta. Sull’altare maggiore vi è la copia
della tela dipinta da Fra Felice da Sambuca che raffigura la
consegna delle chiavi del Monastero a San Benedetto da
parte del marchese Beccadelli, mecenate che arricchì chiesa

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 91

Anche la chiesa della Concezione, sita a pochi passi dal corso,


presenta un magnifico portale a sesto acuto con decorazione
in stile chiaramontano, proveniente dalla Chiesa di San Nicolò
dell’antico Casale di Adragna.
Il portale, nel 1928, venne dichiarato Monumento Nazionale.

Tra i musei, oltre quello archeologico di Palazzo Panitteri,


spicca quello, ospitato nei locali dell’ex Monastero di Santa
Caterina, delle sculture tessili di Sylvie Clavel, artista parigina
che ha vissuto per molti anni a Sambuca.

La sua arte è quella di annodare, come nel macramé, con un


lavoro lento e certosino, i fili ottenuti da fibre vegetali, dando
vita a figure antropomorfe o animali dai colori tenui, uniche
nel loro genere, dai volti costituiti da maschere di legno, fatte
a mano e provenienti dall’Africa, che aggiungono valore alle
già particolari opere.
L’artista stessa avverte che “il nodo sostiene la forma e la
costruisce, l’imprigiona e la svela allo sguardo”.

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92 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

PINACOTECA
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Nella chiesa di San Calogero, in Corso Umberto I, vi è la


pinacoteca dedicata alle opere più significative del pittore
sambucese Giovanni Becchina, più noto come Gianbecchina,
considerato una delle migliori espressioni del Novecento
italiano.
Oli su tela, acqueforti, acquarelli e schizzi, donati dal maestro
alla sua città poco prima della sua scomparsa, coprono
un arco temporale che va dal 1924 al 1996 e mostrano il
cammino dell’artista il cui tema principale delle sue opere è
la Sicilia e i suoi colori.
Questa pinacoteca rappresenta per Sambuca un laboratorio
permanente in cui nascono e maturano progetti culturali, il
cui scopo è la valorizzazione del territorio e la promozione
turistica.

La seicentesca chiesa del Purgatorio ospita il Museo d’arte


sacra della città, [Link].A, uno dei poli espositivi del Museo
diffuso dell’Arcidiocesi di Agrigento, che conserva importanti
testimonianze locali di Fede e Arte.
La chiesa è decorata da stucchi il cui tema delle Anime
Purganti si ritrova oltre che sui medaglioni anche sulla pala
d’altare, opera di Fra Felice da Sambuca e in essa è ancora
ben conservato il pavimento in ceramica di Burgio.

Nella parte più bassa del Corso Umberto I, di fronte alla Villa
Comunale, si trova il Teatro L’idea che, edificato nel 1851 da
privati, costituì il polo culturale per la borghesia dell’epoca.
Alla fine dell’Ottocento venne acquistato dal Comune. La sua
struttura architettonica ricalca quella dei grandi teatri siciliani
come il Politeama di Palermo o il Bellini di Catania.
Il teatro, i cui affreschi in stile liberty furono realizzati da
Placido Carini, ha un impianto a ferro di cavallo, con volta a SAN CALOGERO
cupola schiacciata, tre ordini di palchi e può ospitare fino a Rita Russo Photography
250 persone.

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 93

TEATRO L'IDEA
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Danneggiato gravemente dal terremoto del 1968, fu restaurato


e restituito, nel 1993, ai cittadini sambucesi. Il teatro oggi offre
alla comunità stagioni teatrali con attori di livello nazionale
e svolge, inoltre, un’importante funzione socio - culturale,
essendo spesso utilizzato come centro di formazione teatrale
oltre che come struttura ricettiva per convegni e attività
culturali ad ampio spettro.

CHIESA DEL PURGATORIO


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MUDIA
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94 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Tra gli arredi che elegantemente abbelliscono il lungo e dritto Zabut e presenta una pianta quadrangolare, ai cui vertici si
Corso Umberto I, oltre ai lampioni in ferro battuto, nel 2014 è elevano torrioni di forma circolare, dotati di feritoie, coperti da
stata collocata in piazza della Vittoria, la statua raffigurante cupolette in pietra calcarea e costituito da mura dell’altezza
una lumaca, “Babalucia” in dialetto, realizzata dall’artista di 4 m. Fino agli anni ‘50, sebbene fosse adibito a ricovero di
palermitano Gabriele Venanzio. greggi e armenti, il fortino si trovava in buone condizioni.
Questo animale popolava in gran quantità le campagne dei
dintorni di Sambuca tanto da far guadagnare ai suoi abitanti Ma dopo la costruzione della diga e la conseguente
l’appellativo di “babaluciari”. inondazione dell’area sulla quale oggi si trova il Lago Arancio,
Ma la lumaca si identifica metaforicamente anche con la il fortino resta sommerso quasi del tutto per almeno sei mesi
lentezza. l’anno, cosa che sta deteriorando irrimediabilmente questo
Dunque, l’installazione di questo simbolo vuole essere un capolavoro di architettura araba, unico in tutta la Sicilia.
elogio a quest’ultima, uno stimolo a vivere la vita senza fretta
per assaporarne la sua bellezza.
Per questo sulla statua si può leggere la seguente frase
tratta dall’Elogio della lentezza di [Link]: "In un mondo che
corre vorticosamente, con logiche spesso incomprensibili, la
lentezza si affaccia alla mente con prepotenza, come una meta
del pensiero.”

Non mancano le attrazioni di pregio fuori dal centro storico,


come l’antico acquedotto che, costruito nel 1633, subì ingenti
danni a causa del terremoto; l’ ex Convento dei Cappuccini,
edificato nel 1606, nel quale la recente ristrutturazione
ha riportato alla luce le sue catacombe e il Fortino di
Mazzallakkar.

Quest’ultimo, sito sulle sponde del Lago Arancio, fu costruito


dagli arabi nello stesso periodo in cui stavano fondando

Rita Russo Photography

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 95

Rita Russo Photography

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96 R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA

Ma Sambuca non è solo arte e storia. ciò che trasforma un viaggio in una magnifica esperienza di
È anche natura, per le vicine riserve, gastronomia e, soprattutto, vita.
vino. Un banchetto pieno di leccornie culturali come quello esposto
L’attività di vinificazione costituisce, infatti, la principale tra le righe di questo articolo non può che chiudersi con un
risorsa economica locale. appetitoso ed imperdibile dolce, quello tipico di Sambuca,
I fiorenti vigneti che, insieme a rigogliosi uliveti, popolano costituito dalle Minne di Virgini (in italiano “seno di vergine”).
soprattutto le sponde del Lago Arancio, danno vita a numerose Questo dolce, la cui ricetta risale al 1725, fu ideato da Suor
e importanti cantine che fanno capo all’Associazione “Strade Virginia Casale di Rocca Menna, del Collegio di Maria di
del Vino Terre Sicane” che ha la sua sede proprio a Palazzo Sambuca, in occasione delle nozze del Marchese Don Pietro
Panitteri. Beccadelli con Donna Marianna di Gravina.

Nei locali di piano terra e cantinato di quest’ultimo sono Suor Virginia prese spunto dalle colline che circondano
presenti una sala conferenze, la Taberna per la vendita Sambuca e ottenne un dolce il cui vertice culmina con una
al dettaglio e una sala attrezzata di cucina a vista, per pallina di pasta frolla che durante la cottura per prima si
degustazioni e manifestazioni enogastronomiche. imbrunisce ricordando un seno.
La suddetta associazione, che si occupa di promozione Il dolce, ripieno di crema di latte, cioccolato e zuccata,
turistica attraverso i sapori e le tradizioni del territorio, ricoperta con glassa di zucchero, fu lodato dal principe di
identifica un vero e proprio itinerario del gusto che, Salina ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
appositamente segnalato e pubblicizzato da specifici cartelli,
si svolge tra i comuni di Sambuca di Sicilia, Menfi, Montevago, Per la realizzazione di questo articolo si ringrazia il Comune
Contessa Entellina e S. Margherita di Belìce, tutti ricadenti nel di Sambuca di Sicilia che nella persona del Sindaco, Leonardo
comprensorio dei Monti Sicani. Ciaccio, del suo staff e dell’Ing. Capo Francesco Trapani,
hanno reso facilmente fruibili tutte le risorse culturali del
Essa riunisce, oltre ai più noti nomi di produttori di vino Borgo attraverso la cordiale e paziente attività di guida svolta
siciliano, anche aziende agricole e ristoranti, allo scopo di far dal Sig. Pietro Cacioppo. Si ringrazia, inoltre, l’Associazione
conoscere oltre il territorio dei suddetti comuni da un punto Strade del Vino Terre Sicane per l’ospitalità offerta presso il
di vista storico - culturale, anche i loro vini, i prodotti tipici e le B&B Le stanze dell’Emiro di Via Rosario, 41 a Sambuca.
peculiarità delle tradizioni enogastronomiche; insomma, tutto

[Link]
[Link]/
sambuca-di-sicilia

BB-Le-Stanze-dellEmiro

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R E P O RTA G E | SAMBUCA DI SICILIA 97

Rita Russo Photography

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98 R E P O RTA G E | MAAM

ABITARE IL MUSEO
A Roma si può

MAAM
A cura di Guglielmo Vio

Roma non è solo culla di storia millenaria, è anche


la capitale della modernità capace di dedicare
spazi alla creatività e di valorizzare l'arte in ogni sua
declinazione; una città accogliente, dove ciascuno
può sentirsi a casa, ma che come tutte le realtà
complesse annovera gli invisibili.

Un esempio di buona integrazione, si incontra al


"Metropoliz - città meticcia" al civico 913 di via
Prenestina nella periferia est della città, nei pressi
di Tor Sapienza dove la luna e l'arte si fondono, un
progetto abitativo, artistico, politico e al tempo stesso
fantastico, nato per difendere i diritti degli ultimi.

Gianmarco Marchesini
Guglielmo Vio
Laura Rossini
Mariangela Boni

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R E P O RTA G E | MAAM 99

Mariangela Boni Photography

A delimitare l'area un alto muro di cinta con dei


murales di notevole pregio e un cancello con
in bella evidenza tante cassette delle lettere
posizionate senza un ordine preciso.
All'interno, in un'area di oltre 20 mila mq, un tempo
sede di un salumificio Fiorucci, poi trasferitosi a
Pomezia, vivono circa 200 persone (più o meno 60
nuclei familiari) di diverse nazionalità e religioni,
accomunate dalla condizione di necessità, ma che
a questo sito dismesso - annoverabile fra quelli
di grigia archeologia industriale - hanno dato una
seconda vita, trasformandolo in un museo abitato. Laura Rossini Photography

L'idea è di Giorgio De Finis che prima ancora di immaginarlo


com'è adesso, per due anni ha trasformato questo luogo in un
cantiere culturale e surreale.
Filo conduttore del suo progetto, un viaggio sulla luna.
Un pianeta di pace, di tutti e che non prevede proprietà privata.
Ha coinvolto tutti i metropoliziani a seguirlo e a lavorare per
realizzare quel mezzo di trasporto che li avrebbe idealmente
trasportati nell'infinito, concedendo loro la libertà: un razzo
alto quanto una palazzina di 4/5 piani che ha campeggiato
per anni in uno spiazzo dell'ex salumificio e che ha contribuito
ad arricchire il set del cortometraggio “Space Metropoliz”, di
Fabrizio Boni e Giorgio De Finis, un viaggio fantastico sulla
luna, pianeta aperto a tutti.
Quella stessa luna scrutata dal telescopio che è stato
posizionato sul punto più alto dell'edificio e che sembra
vigilare sulla vita all'interno e all'esterno del perimetro della
città "meticcia".

Giroinfoto Magazine nr. 70


100 R E P O RTA G E | MAAM

Quella di Metropoliz è la storia di un luogo magico - il MAAM Giorgio de Finis, uno studioso di antropologia, ma anche
- che inizia nel marzo del 2009, oggi Museo dell’Altro e giornalista e scrittore, anima del MAAM, lo ha definito una
dell’Altrove. cattedrale laica.
Uno spazio che avrebbe potuto essere ricordato come un
mostro di cemento, abbandonato a sé stesso e al degrado, La sua capacità visionaria, ha dimostrato che anche da
uno di quelli di cui nessuno si interessa a meno che non un'azione illegittima può scaturire qualcosa di innovativo, di
consenta una speculazione edilizia. grande valore artistico-culturale grazie al riconoscimento e al
sostegno che negli anni questo luogo ha ricevuto da artisti e
Ma invece di essere demolito, potendo essere annoverato fra filantropi provenienti da ogni parte del mondo.
i progetti di rigenerazione urbana, questo impianto dismesso, Volendo sintetizzare l'esperienza del MAAM basta evocare
è stato 'occupato' nel vero senso della parola, grazie al Papa Francesco che - di recente e per costruire un mondo
coordinamento di due associazioni molto attive: I Blocchi migliore - ha lanciato un appello a tutti i potenti e ai singoli
Precari Metropolitani, che segue l'emergenza abitativa affinché si possa accogliere, proteggere, promuovere e
nella capitale, e Popica Onlus, impegnata sul tema della integrare gli esclusi allo scopo di rimuovere barriere e
scolarizzazione dei bambini rom. pregiudizi.
In nome della solidarietà il MAAM è divenuto un museo
Un'esperienza di socializzazione e di integrazione che non vive condiviso, una comunità che oggi è meta di turisti e di migliaia
di finanziamenti pubblici o privati, ma che resiste grazie alla di cittadini, curiosi di capire cos'è in realtà il MAAM e di sapere
generosità dei visitatori che vi accedono ogni sabato mattina, come è stato possibile renderlo un posto unico.
in cambio di un contributo libero o di una consumazione al bar
allestito all'interno dell'area, gestito dai residenti.

Guglielmo Vio Photography

Mariangela Boni Photography

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R E P O RTA G E | MAAM 101

Gianmarco Marchesini Photography

Al MAAM si vive come in un condominio, ciascuno ha uno All'interno del MAAM sono ospitati anche concerti e corsi;
spazio abitativo, stanze o piccoli appartamenti ricavati l'area di accesso, pur perimetrata da alti muri, è considerata
nell'area che con tutta probabilità ospitava gli uffici del un agorà, luogo di ritrovo per i residenti, dove si discute e si
salumificio. gioca.
Un adattamento che garantisce gli standard minimi di dignità Dalla struttura lineare ci si aspetta un ordine preciso, di poter
e riservatezza necessari per fare di uno spazio open e seguire un percorso preordinato.
alternativo un luogo vivibile e ospitale. Invece chi visita la costruzione finisce per perdersi in un
Ad accogliere i visitatori una signora precariamente seduta dedalo di corridoi, sale, mezzi piani, porte scorrevoli e scale
in prossimità di un tavolino, gentile e sorridente come un dove anche la luce è protagonista.
addetto a un portierato, ma diffidente e carismatica quanto Si passa da ambienti a volte bui e angusti, con installazioni
basta per dissuadere gli scocciatori. che suggestionano, a cortili sovrailluminati e sale spaziose
Anziana, non tanto anagraficamente, ma per il suo vissuto, si che avvolgono di colori chi vi staziona.
mostra disponibile e avverte gli avventori che la guida sta per
arrivare. Murales, scritte, ritratti, guerrieri, animali e supereroi si
susseguono senza prevalere l'uno sull'altro, tutti di estrema
Metropoliz è un luogo multisensoriale. bellezza, anche se un po' decadenti.
L'ospite viene accolto da colori, profumi, idiomi e musica di
diverse nazionalità. Per descrivere questo luogo ben si adatta la parola "sgarrupato"
Le più disparate origini dei suoi abitanti lo rendono speciale. che è un modo bonario per ricordare che il MAAM ha 12 anni
Visitare il MAAM è più o meno come fare un viaggio nei 5 ed è uno spazio "vissuto" in tutti i sensi.
continenti e per questo viene definito anche la "città meticcia".
È un luogo dove non mancano i bambini che girano in
bicicletta, corrono dietro a un pallone, a volte perfino scalzi,
liberi di essere tali.

Nonostante tradizioni, culture e religioni diverse, al MAAM si


sentono tutti a casa loro.
A differenza di un museo inteso nel modo più classico del
termine, all'interno del MAAM non si allestiscono mostre
perché è di per sé un luogo intriso d'arte.
Nel tempo sono stati oltre 300, forse 400 gli artisti che vi
hanno lasciato la firma.
Opere di street art, murales, disegni evocativi, installazioni,
sono diverse le forme d'arte che colorano le sue enormi pareti,
che pendono dal soffitto e ne riempiono gli spazi.

Mariangela Boni Photography

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102 R E P O RTA G E | MAAM

Guglielmo Vio Photography

Trasmette emozioni diverse e anche dopo visite successive dell'arte che custodisce e che deve essere preservata da
non finisce mai di stupire. eventuali demolizioni.
Può capitare che su un'opera ci abbiano scritto i bambini, che È possibile declinare l'acronimo MAAM attribuendo alle parole
un tavolino abbia perso la sua stabilità, che un personaggio che lo compongono diverse interpretazioni.
di una installazione possa essersi adagiato al suolo senza
modificare il messaggio dell'autore. Il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz lascia intendere
che Altro possa essere quella famosa luna che come l'arte è
E per questo visitare il MAAM può trasformarsi in una continua di tutti, ma identificare anche la città meticcia che unisce le
scoperta. diversità in un altrove che ne può solo esaltare il valore.
Se alla prima visita una porta era aperta, sarà stato impossibile Da visitatore non si percepisce la sensazione di essere di
vederne l'altra faccia che con molta probabilità è decorata. troppo, né di disturbare, perché chi ci vive è abituato a questo
La pioggia battente su un muro potrebbe aver fatto scivolare tipo di incursioni.
i colori della rappresentazione grafica senza comprometterne
l'integrità. Preferibilmente il sabato, dalle 11.00 alle 17.00 è possibile
Il MAAM insieme a MACRO e MAXXI è il terzo museo d’arte accedere all'area museale, anche se nessuno rifiuta a un
contemporanea di Roma anche se è ogni giorno a rischio turista, a un artista o a un curioso di farsi un giro durante la
sgombero per la sua natura abusiva. settimana.
Le opere realizzate al suo interno sono tutte studiate e Tutto ciò che anima il MAAM trasmette un messaggio, perfino
approvate e fanno parte di un percorso artistico-comunicativo le sedie.
che ricorda l'originale utilizzo del luogo, ciò che rappresenta Dietro ciascuna di esse c'è una parola carica di significato:
oggi o quello che chi lo vive vuole raccontare alle istituzioni libertà, giustizia, diversità, integrazione. Gli stessi principi e
e ai visitatori. diritti negati a molti, che se si potesse urlare, gli invisibili del
MAAM trasferirebbero al mondo esterno.
Le opere sono tutte frutto di donazioni, gli artisti le realizzano
a proprie spese e il loro insieme determina il valore del sito,

Mariangela Boni Photography

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R E P O RTA G E | MAAM 103

Nel percorso fatto di chiaroscuri il visitatore è libero di Qua e là automobiline a pedali, tricicli, monopattini, seggioline
scegliere cosa vedere e cosa fotografare. colorate, scarpe o ciabatte di misure diverse, allineate sotto il
Le voci sussurrate, sono inibite dall'eco dell'enorme vuoto che sole certificano la presenza discreta dei numerosi condomini.
le circonda. A guardarsi intorno niente sembra in ordine, ma non si
lo stupore è l'espressione che si percepisce sui volti delle percepisce disordine.
persone che si incontrano, i superlativi sono le parole più Difficile trovare sul percorso mozziconi e immondizia minuta
ricorrenti. il che significa che l'autogestione presuppone il decoro degli
spazi comuni e il rispetto di una condizione di privilegio che
Un cane bianco accompagna e fiuta con discrezione i curiosi è data dal fatto di vivere in un museo e di convivere con chi
ospiti, probabilmente alla ricerca di una carezza, incurante lo anima.
della colonia di gatti che si aggira sorniona e perfettamente a
proprio agio nonostante il via vai di sconosciuti. Per godere a pieno il Metropoliz non bisogna essere artisti,
esperti o critici d'arte, basta avere un po' di curiosità e la
Alcune abitazioni sono esterne al corpo centrale dell'enorme capacità di emozionarsi, a stupire ci pensa il MAAM che è in
struttura, allineate come dei bungalow di un villaggio turistico continuo divenire.
con i tavolini fuori, protetti da tettoie, fioriere a delimitare lo
spazio, qualche tenda con la doppia funzione di riparare dal
sole e difendere la privacy.

Guglielmo Vio Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


104 R E P O RTA G E | MAAM

Vivere al MAAM non è una scelta, ma una necessità. La visita del MAAM potrebbe non finire mai perché le immagini
Hanno tutti grande dignità, nessuno chiede aiuto e sono le porti nel cuore e nella mente e le rivedi anche standone
disponibili a far entrare il visitatore che chiedesse di accedere fuori.
nella loro dimora se questa custodisce un'opera. Bisogna darsi tempo per poterne godere a pieno. Tanti
Sono consapevoli del fatto che proprio l'arte ha consentito dettagli potrebbero sfuggire al primo passaggio. Un simpatico
in questi 12 anni di preservare questa città "meticcia", un elefantino rosa portafortuna o un piccolo alieno verde a difesa
modello di convivenza e integrazione probabilmente unico al della ludoteca, dei maialini in tuta da astronauta che volano
mondo. come fossero palloncini, un esercito di personaggi buffi
realizzati con guanti, posate e pennelli, un piccolo Buddha che
Al Metropoliz si può chiedere di essere ospitati se ci sono dorme sereno nonostante l'affollato Metropoliz che lo ospita,
spazi disponibili. un gatto vestito di foglie (opera realizzata da Cancelletto) che
Bisogna accontentarsi della vita spartana che può offrire, ma ti aspetta fuori dalla porta del bar, lo spazio alternativo nel
è una esperienza che ha interessato molti visitatori che hanno quale è possibile riposarsi e riordinare le idee.
studiato ogni singolo centimetro di questo luogo.
Così come è stato molte volte il soggetto di tesi di laurea che
ne hanno raccontato la storia e il valore artistico e sociale. Mariangela Boni Photography
Del MAAM merita di essere sfogliato un catalogo, a cura
di Giorgio De Finis, della casa editrice Bordeaux, un'opera
imponente, la più completa descrizione di Metropoliz e
per comprenderne tutta l'umanità, vale la pena di leggere il
volume Senza Metropoliz non è la mia città che racchiude
storie e testimonianze di chi lo ha visitato.

Ci piace immaginare che a nessuno venga in mente di


scrivere la parola fine di questo progetto abitativo e museale
in continuo divenire.
Una storiaSciolti
Margherita che di tanto in tanto si arricchisce di una nuova
Photography
pagina: un'opera in dono o una famiglia in più che sperimenta,
non senza turbamento, l'emozione dell'accoglienza e, quindi,
dell'essere parte di una comunità non ostile, come solo la
città meticcia può garantire.

Guglielmo Vio Photography

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R E P O RTA G E | MAAM 105

Laura Rossini Photography

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106 R E P O RTA G E | MAAM

Laura Rossini Photography

Essendo il MAAM realizzato in quello che fu un mattatoio, apparentemente scolpite, che sono invece realizzate
l'animale più raffigurato è il maiale che sopravvive al suo graffiando la vernice; hanno pose armoniche e molto
destino, così Pablo Mesa Capella e Gonzalo Orquin celebrano espressive.
l'e-MAAMcipazione dei maiali che decidono di riprendersi la Accanto a questo murales resiste, seppur aggredita
loro libertà e spiccano il volo. dall'umidità l'opera “Peace” di Eduardo Kobra, che rappresenta
Il messaggio della cappella porcina, un dipinto lungo 30 metri, la pace e l’inter-religiosità.
è che c’è sempre un’altra possibilità anche quando tutto Di Solo, Street Artist romano con la predilezione per i supereroi
sembra perduto. sono le tre raffigurazioni di Cat woman, Hulk e Wonder Woman
All'inizio della visita ci si imbatte in un esercito; tanti soldati in che si incontrano nelle sale del MAAM.
fila, tutti schierati a difesa del museo. I guardiani della luce è
un'opera di Stefania Fabrizi. Nella carrellata di volti femminili che offre Metropoliz c'è un
profilo di donna molto espressivo “Free Sanaa” dell'artista
La ludoteca è stata decorata da Alice Pasquini, sulla egiziano Ammar Abo Bakr.
facciata esterna di Metropoliz campeggia un capolavoro di
Gonzalo Borondo, "Piedad" che ritrae figure antropomorfe

Guglielmo Vio Photography Mariangela Boni Photography

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R E P O RTA G E | MAAM 107

Mariangela Boni Photography

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108 R E P O RTA G E | MAAM

Con il titolo di Costellazioni metropolitane, Maura Maugliani potrebbero infrangersi al cospetto delle regole, con quella
regala ai visitatori due magnifici volti disegnati con la penna a legalità che se dovesse prevalere sul sogno di un viaggio
biro che il tempo, ossidandosi l'inchiostro, renderà ologrammi collettivo durato 12 anni, metterebbe la parola fine a questa
a simboleggiare la resilienza che è il termine che meglio appassionante storia metropolitana.
definisce il progetto del Museo abitato MAAM.
Un grazie per la disponibilità e professionalità va all’ideatore
In questo viaggio all'interno di Metropoliz, un racconto del MAAM, Giorgio de Finis, che permette di conoscere con
che ci permette di dire c'era una volta l'occupazione grande generosità la storia del museo dell’Altro e dell’Altrove
d'arte, incontriamo anche Pinocchio, protagonista della - Metropoliz città meticcia, trasformando ogni visita in un
raffigurazione del Paese dei balocchi di Danilo Bucchi. magico viaggio fatto di racconti, esperienze e immagini.
Non si può lasciare questo luogo senza avere prestato
attenzione alle scritte, provocatorie o romantiche, che

Gianmarco Marchesini Photography


accompagnano le installazioni e la grafica.

La locuzione latina "nihil difficile volenti" che tradotto significa


letteralmente: "nulla è arduo per colui che vuole" racchiude
lo spirito di questa avventura umana, culturale e irrazionale
e sottolinea l'importanza della forza di volontà nella
realizzazione degli obiettivi.

In fondo il MAAM Museo dell'Altro e dell'Altrove - Metropoliz


città meticcia dimostra che si può resistere per 12 anni e
si può farlo con la solidarietà e la forza dell'arte che come i
sogni e la luna nessuno ci può sottrarre o può cancellare.
Lasciare Metropoliz dopo averne apprezzato l'unicità, induce
a qualche mesta riflessione sul futuro di questa comunità.
Margherita Sciolti Photography
La guida invita i visitatori a tornare, annuncia un evento per
settembre, ma è consapevole del fatto che si comincia a
parlare di sgombero che le ragioni della solidarietà e della
universalità del messaggio lanciato da questo progetto

Laura Rossini Photography

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R E P O RTA G E | MAAM 109

Un tam tam che da Tor Sapienza rimbalza in tutto il mondo.


SPAGNA : Gonzalo Borondo artista poliedrico Il messaggio di Malala di rispetto per le donne ed un'istruzione libera per
classe 1989. tutti i bambini si traduce in un messaggio di uguaglianza e convivenza
Seppur giovane riesce a rappresentare con sostenibile.
delicatezza ed intensità i sentimenti che ogni I suoi occhi, che nulla temono, compaiono accanto ad un arcobaleno
luogo gli ispira. che nasce da un punto unico per diffondersi a raggiera per raggiungere
Roma è una città che ama. chi osserva.
Al Maam ha raffigurato la “Piedad”. Il muro di cinta
dell’EX salumificio si trasforma in una tela con i EGITTO : Ammar Abo Bakr classe 1980.
toni inconfondibili delle sue opere il rosso, il grigio Maestro di graffiti in Egitto.
ed il nero impressi con segni decisi con un rullo a Artista impegnato, che per anni ha rappresentato la rivoluzione egiziana
mano. del 2011.
Un bozzetto su un foglio si trasforma in un tenero Regala al MaaM un ritratto che raffigura, Sana’a Seif, giovane attivista
bacio. per i diritti umani, inizialmente imprigionata perché protestava contro
l’arresto del fratello detenuto nella stessa prigione di Patrick Zaki, e
BRASILE: KOBRA nato a San Paolo di Brasile nel successivamente più volte trattenuta per la sua attività divulgativa sui
1975. social.
Si forma ed accresce la sua popolarità nella sua
città.
Cerca di creare una interazione con il suo pubblico
attraverso la tridimensionalità delle sue opere, che
si distinguono anche per i mix di colori accesi.
Il tratto della sua bomboletta spray è inconfondibile.
Ogni suo ritratto ha elementi sociali molto forti.
Ritrae grandi personaggi come Gandhi, Mandela,
Madre Teresa.
Arriva al MaaM per immortalare il volto di Malala
Yousafzai insignita il 10 ottobre 2014 con il premio
Nobel per la pace.
Nel murales, accanto al suo volto compare la
scritta pace realizzata con i simboli di tutte le
religioni. Ex salumificio un luogo di memoria
L’ex salumificio, quando è stato occupato non è stato totalmente
smantellato.
Sia gli abitanti, che gli artisti si sono districati tra le mura ed i
vecchi macchinari dismessi.
Molte sono le opere che si integrano con il ricordo di ciò che
era.

[Link] LA CAPPELLA PORCINA:


metropoliz/ è un ironico tributo alla vita che fu dei maiali in questi luoghi
tanto che Pablo Mesa Capella e Gonzalo Orquìn li hanno
immortalati durante il percorso che li portava verso la fase
finale della lavorazione, ma con un lieto fine. Il maiale si stacca
dalla fila e vola, nella speranza di una ritrovata libertà.
museoMAAM Lungo tutto il muro ai piedi della rappresentazione si scorgono
ancora i binari dei carrelli della lavorazione.

COSTELLAZIONI METROPOLITANE:
Ritratti di donne minuziosamente realizzati come costellazioni
di punti disegnati con la penna BIC su carta da parati incastonati
tra i vecchi i macchinari dismessi.
Un’opera che Mauro Maugliani ha ideato affinché nel tempo,
l’inchiostro dissolvendosi, rendesse i ritratti evanescenti come
fantasmi.

SPACEDOG:
nella sala delle vasche di scolo così MR. Klevra partecipa alla
spedizione sulla luna raffigurando se stesso in una tuta da
Astronauta.
Il nome d’arte che l’autore romano ha scelto in ebraico infatti
significa cane rabbioso.
Un lavoro minuzioso e ricco di particolari frutto dei suoi studi in
iconografia bizantina.

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110 R E P O RTA G E | GRESSONEY

A cura di Mariangela Boni

Mariangela Boni Photography


Giroinfoto Magazine nr. 70
R E P O RTA G E | GRESSONEY 111

È a Gressoney-Saint-Jean, nella località “Belvedere”


ai piedi del Colle della Ranzola che domina tutta la
vallata, che la regina Margherita di Savoia decise di
stabilire la sua residenza estiva.

Approdata in questa località nel 1889 grazie a un


amico, il barone Luigi Beck Peccoz, se ne innamorò
a tal punto da trascorrevi tutte le estati fino al 1925,
un anno prima della sua morte.
La posa della prima pietra avvenne il 24 agosto
1899 e fu costruito in tempi record, in soli 5 anni,
considerando oltretutto che il cantiere era agibile
solo durante la bella stagione.

Il marito, il re Umberto I di Savoia, non poté ammirare


l’opera finita: fu assassinato il 29 luglio 1900 a
Monza per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.
Dopo la morte della regina Margherita, avvenuta a
Bordighera nel 1926, il castello rimase chiuso per
alcuni anni e fu venduto nel 1936 all'industriale
milanese Ettore Moretti. Nel 1981, i suoi eredi lo
vendettero alla regione autonoma Valle d'Aosta.

COME ARRIVARE
Da Torino si può imboccare il raccordo a
Santhià, direzione Aosta e prendere l'uscita
di Pont Saint Martin.

Da [Link] la Strada Regionale della Valle


del Lys vi porterà fino a Gressoney-Saint-
Jean in circa 35 minuti.

[Link]

[Link]

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112 R E P O RTA G E | GRESSONEY

IL PERSONAGGIO: LA REGINA
La regina nacque a Torino nel 1851 da Elisabetta di Sassonia Solo per citare alcuni esempi: la prima rivista di moda del
e dal duca di Genova Ferdinando di Savoia, fratello del primo Paese porterà il suo nome; il rifugio alpino più alto d’Europa
re d’Italia Vittorio Emanuele II. è a lei dedicato; il convinto repubblicano Giosuè Carducci
Lo zio cercava una moglie per il figlio Umberto e la scelta scriverà l’ode Alla regina d’Italia e, uno dei casi più noti,
ricadde su Margherita quando, la prima promessa sposa, la durante una visita dei reali a Napoli venne inventata la pizza
principessa Matilde d’Asburgo-Teschen, morì in un incendio. margherita.

Le nozze con Umberto si celebrarono nel 1868 e come luna di La sovrana dimostrò un innato interesse verso diverse
miele intrapresero un tour della Penisola, per “pubblicizzare” discipline, dalla letteratura alla musica, dalla scienza allo
la neonata monarchia nazionale. spiritismo.
Margherita dimostrò subito di avere un incredibile talento nel Era una donna “moderna” e anticonvenzionale: fu tra le prime
gestire le pubbliche relazioni. a guidare un’auto e a scalare vette.
Prima di ogni viaggio si informava sulle usanze delle donne Diametralmente opposto il marito, per nulla attratto dalla
del luogo, vestendosi come loro, rendendosi così una figura cultura e impacciato nei rapporti personali.
vicina al popolo. Basti pensare allo scalpore suscitato dal suo abbandono
Alla vigilia del trasloco a Napoli, la regina prese lezioni di della capitale nel 1891 per partecipare al funerale del suo
mandolino e imparò alcune canzoni napoletane. figlio illegittimo, avuto con la storica amante Eugenia Litta.
Con questo gesto aveva legittimato e ufficializzato la
relazione.

Margherita seppe sempre mantenere le apparenze, tant’è


che alla morte del marito si dimostrò vedova contrita e diede
disposizione di conservare gli abiti insanguinati del marito e
il proiettile che lo uccise in un cofanetto d’ebano, creando il
mito del “re martire”.
Gli italiani la adorarono fino alla fine, come testimonia il fatto
che il treno che la riportò a Roma da Bordighera, dove spirò il
4 gennaio 1926, dovette fermarsi per ben 92 volte per poter
permettere alla folla di porgerle l’estremo saluto.

RIPRODUZIONE FOTO ARCHIVIO


Mariangela Boni Photography

Invece, per ingraziarsi gli aristocratici e rafforzare il consenso


verso la dinastia regnante, un’ardua impresa considerando
che c’erano molti aristocratici filo-borbonici e altri fedeli
al Papa, organizzava eventi mondani quali concerti, balli e
letture.

Nonostante le apparenti difficoltà, Margherita riuscì


perfettamente nell’intento, come dimostrano i vari tributi in
diversi ambiti, dando vita al cosiddetto “margheritismo”.
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IL RAPPORTO CON IL BARONE LUIGI BECK PECCOZ


Conobbe il barone nell’estate del 1888, durante la scalata al che prenderà poi il nome di Capanna Margherita.
Colle del Gigante (3387m). Peccoz, sapendo della passione L’anno seguente Margherita, non paga, volle attraversare
della regina per la montagna, le offrì la sua esperienza il Monte Rosa da un altro versante e scendere a Zermatt.
di alpinista e la invitò a trascorrere l’estate successiva a Quest’ascensione si rivelò fatale per il barone, stroncato da
Gressoney-Saint-Jean. un infarto.
Durante gli altri mesi dell’anno tra i due vi era un fitto rapporto Tale fu lo shock per la regina che non volle più compiere altre
epistolare. scalate.
Si sospetta persino che i due fossero uniti da qualcosa di più Ma, come già accennato, l’amore per la montagna e per
di una semplice amicizia. Gressoney l’accompagnò fino alla fine.

Nel 1891 il barone fece costruire uno chalet a Staffal, più in


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RIPRODUZIONE DIPINTO

alto di Gressoney, per ospitare la regina, perché a lei piaceva il


paesaggio e perché lì aveva avvistato dei camosci.
Margherita gli aveva regalato un calendario-atlante, regalo
consueto per gli amici di corte, ma vi aggiunse una ciocca di
capelli biondi.
Un particolare che denota una certa intimità.
Per la maggior parte dei soggiorni il barone la ospitò al primo
piano della villa, che chiamò Villa Margherita, oggi sede del
municipio di Gressoney ma, per evitare pettegolezzi, all’arrivo
della regina pernottava in un’altra residenza.
La regina conquistò la vetta di San Teodulo, il Riffelalp e il
ghiacciaio del Lys.
Con il suo entourage bivaccavano ai piedi dei ghiacciai,
ripartivano nel cuore della notte e completavano l’ascensione
fino all’alba: non stupisce che il motto della Regina fosse
“Sempre avanti”, motto riportato in più punti all’interno del
castello.
Nel 1890, prima di andarsene, Margherita lascia un messaggio
sull’album di casa Peccoz: “Ciò che è veramente bello, diventa
più bello dinnanzi agli occhi e all’anima, più lo si vede e lo si
conosce; così è capitato per me con Gressoney”.
Nel 1893 Peccoz e il senatore Perazzi vogliono portare, e
ci riescono, la regina sulla punta Gnifetti del Monte Rosa, a Monica Gotta Photography
quota 4559 m, dove si sta costruendo il rifugio-osservatorio

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R E P O RTA G E | GRESSONEY 115

CASTEL SAVOIA
l maniero fu progettato dall’architetto Emilio Stramucci in stile L’impianto elettrico era completamente murato, altro aspetto
lombardo del secolo XV, stile in voga in Francia e in Savoia, da non dare per scontato.
regione dei sovrani regnanti. Nelle stanze, inoltre, si trova una sorta di campanello. Se
È costituito da una parte centrale di forma pressoché veniva azionato, partiva un impulso che arrivava a un tabellone
rettangolare attorniata da cinque torri cuspidate, una diversa posizionato negli alloggi della servitù e illuminava il numero
dall’altra. L’esterno è rivestito da pietre grigie provenienti dalle corrispettivo della stanza.
limitrofe cave di Chiappey a Gressoney, di Gaby e di Donnas. Questo stratagemma permetteva alla servitù di accorrere
immediatamente laddove era necessario.
All’interno i pregevoli soffitti a cassettoni, le boiseries e gli
arredi di ispirazione medievale sono opera dell’intagliatore Il castello si sviluppa su tre piani: il pianterreno con i locali da
torinese nonché fornitore della Real Casa, Michele Dellera. giorno, il piano nobile con gli appartamenti reali e il secondo -
Le pitture ornamentali, perfettamente conservate, furono piano non visitabile – riservato agli ospiti e alla servitù.
realizzate da un giovane e talentuoso Carlo Cussetti, Il giorno in cui ho deciso di visitare questa magnifica
assoldato in seguito per occuparsi dell’ala nuova di Palazzo residenza, sabato 17 luglio, si dava il via a un nuovo percorso
Reale a Torino. di visita, dopo tre anni di restauro.
Il castello è stato costruito con impianti all’avanguardia per Ad accogliere gli avventori c’erano la banda e le guide con i
l’epoca. costumi tipici.
Era dotato, infatti, di corrente elettrica, di acqua corrente, La visita al castello è esclusivamente guidata e dura all’incirca
anche calda, e di termosifoni in ghisa. mezz’ora.

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Mariangela Boni Photography

Dopo aver attraversato l’ingresso e il vestibolo si accede al


gran salone.
Ciò che spicca subito agli occhi del visitatore è il magnifico
scalone elicoidale autoportante.
È in legno di rovere intagliato con grifoni e aquile e conduce
al piano nobile.
Oggi, tuttavia, si accede al piano superiore tramite una scala
secondaria.

In un angolo della sala vi è un dipinto di Giuseppe Bertini


che ritrae la regina Margherita con il tradizionale costume
Walser, come avrebbe fatto una qualunque donna del paese.
La Regina apprezzava infatti usi e costumi del luogo e amava
mescolarsi alla popolazione locale, tant’è che andava persino
nella chiesa del paese ad ascoltar la messa.
Accanto al quadro vi è una riproduzione del cappello ivi
raffigurato.
Sulle pareti sono dipinti gli stemmi dei regnanti, molto simili
perché erano cugini, il fiore della margherita e la scritta “fert”.

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Si procede poi verso la sala da pranzo, dove è rimasto solo il Ma non vi è alcun fondamento storico.
tavolo come arredo.
Le pareti sono riccamente decorate. Altra versione è che derivi dal verbo latino fero, col significato
Il soffitto è rivestito da una boiserie con intagli a pergamena di “sopportare”.
in stile neogotico. Insieme al nodo di Savoia, che indicava la devozione mariana,
Sopra il camino si legge la scritta “fert” e su una parete esortava i membri dell’Ordine religioso-militare della SS.
“sempre avanti” Annunziata – che aveva sostituito quello dell’Ordine del
Collare – a sopportare le prove in onore della Madonna.
FERT è uno dei motti di casa Savoia ed è di etimologia incerta. Oppure “fert” potrebbe essere l’abbreviazione di Fertè, antica
Molte sono le ipotesi sul suo significato, ne cito alcune. parola che significa Forteresse, “forza”.
La prima volta comparve nel 1364, sulla collana dell’Ordine
del Collare, un ordine cavalleresco fondato da Amedeo VI di E ancora, acronimo di Foedere Et Religione Tenemur (“la pace
Savoia in occasione di un torneo tenutosi a Chambéry. e la religione ci tengono uniti”), Fides Est Regni Tutela (“la
In passato prevaleva la tesi che fosse l’acronimo di Fortitudo fede è la protezione del Regno”).
Eius Rhodum Tenuit (dal latino: la sua forza preservò Rodi) Secondo queste ultime interpretazioni il potere del Re è
facendo riferimento a un episodio leggendario secondo cui legittimato da una volontà divina.
un Amedeo di Savoia si recò a Rodi e la liberò dall'assedio
dei turchi.

Di interpretazioni ce ne sono anche altre, più o meno Mariangela Boni Photography


fantasiose, lascio a voi la scelta di decidere quale più vi
aggrada.
La cucina, che si trovava nell’attuale biglietteria, era per
preciso volere della Sovrana, esterna al castello. In questo
modo si evitavano odori e rumori molesti.

La sala da pranzo era collegata alla cucina tramite una galleria


con monorotaia per il trasporto delle vivande.
Tornando alla visita, una volta abbandonata la sala da pranzo,
il percorso si snoda attraverso la veranda semicircolare dalla
quale si gode di una magnifica vista sulla vallata e sulle
montagne.
Da notare che all’epoca tutta la vegetazione che attorniava
il castello non esisteva, per permettere ai carabinieri di
controllare l’area.
Ciò rendeva il castello ben visibile anche dal paese.

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118 R E P O RTA G E | GRESSONEY

Dalla veranda si giunge alla sala da gioco, con il biliardo La visita si conclude con le due nuove sale museali dove sono
originale e i salottini. esposti alcuni scatti d'epoca della costruzione del castello e
Attraverso una scala secondaria ricavata all’interno della torre delle trasferte della regina nella Valle del Lys, appartenenti
di guardia si giunge al piano nobile. Per accedere alle stanze alle collezioni Guindani e Fondazione Sella.
si passa dall’atrio dove si possono ammirare dei magnifici
affreschi. Nella sala dedicata alle escursioni in montagna vi sono
Sul soffitto vi è la scritta benaugurante “Hic manebimus anche la ricostruzione di una slitta a tre posti e di una cartina
optime”: “Qui staremo benissimo”. geografica in 3D del massiccio del Monte Rosa.
In alcune foto si può osservare il nutrito entourage che
In primis visitiamo la camera da letto della regina: arredata accompagnava le escursioni composto dagli alpini che si
in stile eclettico con mobili provenienti in parte da Villa alternavano a spingere la slitta, dove sedevano la sovrana e le
Margherita, dove la sovrana soggiornò negli anni precedenti sue dame di compagnia, nei passaggi più ardui.
la costruzione del castello.
La camera ha un bagno attiguo, alla francese, ovvero con i Interessante anche notare l’abbigliamento: il volto coperto,
servizi igienici separati. l’ombrellino parasole e i guanti servivano a proteggere
Fa bella mostra di sé la vasca da bagno…sembra una spa! l’incarnato porcellana, segno distintivo delle classi agiate in
È interessante inoltre notare la decorazione delle pareti con contrapposizione alla pelle abbronzata dei braccianti.
un motivo a maiolica assolutamente moderno. Per quanto riguarda il plastico in 3D si può osservare
Dal lato opposto, nella torre settentrionale si apre un grazioso un incredibile livello di dettaglio: sono indicati i fiumi e,
boudoir con drappi dipinti in stile trompe-l’oeil e una vista soprattutto, i sentieri.
mozzafiato sul Monte Rosa, il ghiacciaio Lyskamm e la vallata.
Certo ci sono delle imprecisioni, ma all’epoca non c’erano
Accanto alla camera della regina vi era quella del nipote i satelliti e le rilevazioni topografiche venivano effettuate
prediletto, Umberto II, che vi trascorse alcune estati probabilmente con le mongolfiere.
dell’infanzia. La visita all’interno del castello si conclude qui.
La stanza è piuttosto minuscola e angusta. Vi sono oggi solo
un pianoforte e una bozza di ritratto di Umberto II.

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SALA DA GIOCO HIC MANEBIMUS OPTIME

CAMERA DA LETTO BAGNO

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RE UMBERTO II
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Mariangela Boni Photography

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R E P O RTA G E | GRESSONEY 121

Procedendo verso l’esterno si può notare una meridiana Ci sono anche aree attrezzate per i bambini.
collocata nel 1922 con la scritta benaugurante “Sit patriae Nei mesi estivi si può praticare la pesca sportiva, mentre
aurea quaevis” – “Ogni ora sia d’oro per la patria”. nei mesi invernali il lago viene trasformato in una pista di
pattinaggio su ghiaccio.
Castel Savoia è circondato da un ampio parco di larici Consiglio caldamente di percorrere questo sentiero perché
mentre ai suoi piedi si trova un giardino botanico di 1000 permette di apprezzare bellissimi scorci del paese e di
mq, realizzato nel 1990 dalla Regione Autonoma della Valle sfuggire alla canicola estiva grazie alla piacevole ombra delle
d’Aosta. conifere.
È costituito da aiuole rocciose con specie botaniche tipiche
dell’ambiente alpino come il giglio martagone, il rododendro
ferrugineo, la stella alpina, genziane e vari semprevivi che
raggiungono il periodo di massima fioritura tra luglio e agosto.

Collegate dal viale d'accesso al castello, vi sono anche


alcune strutture abitative: la Villa Belvedere, che fungeva da
foresteria, alloggio per i custodi, per la servitù e per la scorta
di Carabinieri Reali, e il Romitaggio Carducci, dedicato alla
memoria del poeta e amico della regina che vi soggiornò.

Dal parcheggio ai piedi del castello si può imboccare il


sentiero “Passeggiata della Regina” che conduce al lago
Gover e al paese e che lei stessa utilizzava.
Si tratta di una passeggiata distensiva, di livello facile, che in
circa mezz’ora conduce al lago Gover, un bacino circondato
da pini e abeti secolari da dove si può ammirare la catena del
Monte Rosa e Castel Savoia.
Il prato che lo circonda permette di godersi l’aria aperta
e, volendo, si potrebbe approfittare per un bel pic-nic. In
alternativa c’è anche un bar-ristorante.

Mariangela Boni Photography

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122 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

Barbara Tonin
Chiara Borio
Fabrizio Rossi
Giancarlo Nitti
Maria Grazia Castiglione
Margherita Sciolti
Massimo Tabasso

Il borgo incantato
A cura di Barbara Tonin

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MOMBALDONE 123

Immaginate di essere nel Medioevo.


Immaginate di percorrere un viottolo lungo il pendio di un colle e di
varcare l’ingresso ad arco di una fortezza.
Il borgo è piccolo e la viuzza che state percorrendo è costeggiata
da palazzi in pietra.
A ogni passo avrete la sensazione che da un momento all’altro
sbucherà da una porta una cortigiana o un cavaliere.
La via poi si apre su una larga piazza e di fronte a voi domina il
palazzo più importante: il Castello dei Marchesi del Carretto.
Siamo a Mombaldone e, nonostante i molti secoli passati e le
vicende vissute, il borgo conserva tuttora il sapore medievale e
l’atmosfera incantata dei paesi antichi.

Giancarlo Nitti Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


124 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

Situato a pochi chilometri dal confine tra Asti e Cuneo, Mombaldone


si estende lungo il fianco del bric Arbarella (673 m) a quota 190 m,
custodito in un’ansa del fiume Bormida di Spigno.
Dal borgo è possibile godere di una magnifica vista sulla valle, sulle
colline e, dalla parte più alta del colle, sui calanchi.
Il susseguirsi di rilievi, calanchi e torrenti rende questa zona
particolarmente suggestiva, tale da essere stata definita come la
“Riviera della Langa Astigiana”.

Dal punto di vista naturalistico, i calanchi sono la maggior attrattiva


per i visitatori.
Si formano lungo il fianco di un monte o di una collina, in presenza di
terreno argilloso e sabbioso, cadendo a strapiombo sul Bormida. La
particolarità di tali formazioni è l’aspetto increspato, a lame verticali
MOMBALDONE
parallele, strette e a volte affilate, che si estendono a interi versanti.
I calanchi generalmente sono quasi privi di vegetazione ed è
proprio questa condizione di esposizione agli agenti atmosferici,
oltre alla composizione della roccia stessa, che ne conferisce tale
conformazione.
È possibile ammirare i calanchi nella loro interezza da diversi punti
panoramici oppure dai numerosi percorsi trekking che attraversano
pianura e colline.

Poco lontano dal borgo, un parco del tutto originale offre ai visitatori
una nuova esperienza: si tratta del Parco Quarelli di Roccaverano.
Nato dalla passione di un residente, il parco unisce Natura e Arte
contemporanea.
Passeggiando per il parco, si incontrano opere d’arte di grandi
dimensioni di artisti “che hanno costruito (e continuano a costruire)
una nuova visione del mondo e dell’esistenza umana”.

Animali fantastici, super-eroi, oggetti rivisitati e figure introspettive


accompagnano nel percorso concettuale e di riflessione.
L’ingresso al parco è gratuito e spesso, associati alla visita, sono
organizzati eventi musicali ed enogastronomici.

Adriana Oberto Photography

Barbara Tonin Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


R E P O RTA G E | MOMBALDONE 125

Un po' di storia
I primi insediamenti nel territorio mombaldonese e limitrofo Uno degli eventi che più ha segnato Mombaldone è la battaglia
risalgono all’era del Neolitico. dell’8 settembre 1637 in prossimità del fiume Bormida.
I diversi reperti rinvenuti sono conservati presso il Museo di Dopo numerosi tentativi di occupazione da parte delle
Archeologia di Villa Pallavicini a Pegli (GE). milizie spagnole per rendere più sicuro il Camino Real, le
truppe franco-piemontesi, guidate dal Duca Vittorio Amedeo
Ben più evidente, invece, è il passaggio dei Romani, segnato I di Savoia e dal Maresciallo Créqui, riuscirono finalmente a
non solo dai numerosi ritrovamenti lapidei, ma soprattutto sconfiggere definitivamente le schiere avversarie. Lo scontro
dalle importanti Via Aemilia Scauri e Via Julia Augusta e dalle fu molto cruento ed entrambe le fazioni persero parecchi
concessioni di “cittadinanza romana” alle urbes. uomini.
Degno di nota, però, è un frammento lapidario, un tempo I colpi dei cannoni spagnoli danneggiarono il castello, ma
incastonato nel muro del civico 9 di via Roma e ora conservato dalla vittoria l’esercito ricavò sei cannoni, munizioni, carri e
al suo interno (l’edificio è stato adibito a biblioteca civica provvigioni.
dedicata a “Enrico Bonino”), il cui testo sembra ricondursi a
un certo Petronio. In memoria della battaglia e in onore di Carlo Alberto, il
pittore torinese Francesco Gonin (1808-1889) dipinse nel
Era, infatti, usanza di quel tempo, che le famiglie più altolocate 1840 l’opera Vittorio Amedeo I rompe l'oste spagnuola sotto
edificassero delle strutture celebrative nelle aree tombali. Mombaldone (1637).
I Signori di Mombaldone, ovvero i Marchesi del Carretto, La tela è conservata nella Sala Rossa presso Palazzo Reale
discendono dalla famiglia marchionale aleramica di origine a Torino.
franco-salica, che si stabilì in Piemonte e in Liguria.
Il capostipite dei Carretto fu Enrico del Vasto, figlio di Bonifacio Altre testimonianze dell’evento storico si possono trovare
del Vasto, signore della Liguria Occidentale e del Piemonte nella ‘Sala delle Battaglie’ di Palazzo Taffini a Savigliano (il
meridionale e stretto collaboratore di Federico Barbarossa. dipinto sotto la cartografia di Alba) e nel Dizionario geografico
Da questi discesero i due figli Ottone ed Enrico II che, dopo la storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di
sua morte, si ripartirono i suoi domini. Sardegna (Torino, 1842), che descrive eventi e curiosità sui
Il territorio orientale in corrispondenza del bacino del Bormida, vari possedimenti dei Savoia, tra cui Mombaldone.
da Acqui ai castelli di Dego, Carretto, Cairo nella valle della Nel suddetto dizionario sono, inoltre, raccontate le insorgenze
Bormida di Spigno furono governati da Ottone. Enrico II, delle popolazioni della Valle Bormida contro le campagne
invece, ottenne la porzione occidentale di territorio che si napoleoniche. Tra queste, l’Amministrazione di Mombaldone
estendeva da Alba a Finale Ligure. Dal XIV secolo, tuttavia, ricorda il rastrellamento del 1799 in cui vennero uccisi i
Mombaldone divenne dominio di Enrico III del Carretto, nipote mombaldonesi che non riuscirono a fuggire.
di Enrico II, da cui discendono gli attuali marchesi.

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126 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

Etimologia
L’etimologia del nome “Mon” (colle) e “Bald” (Baldo) sembra
avere origini germaniche.
I primi accenni, secondo lo storico Aldo di Ricaldone, rimandano
al Basso Monferrato alessandrino, più precisamente a
Baldesco, frazione del Comune di Mirabello Monferrato, a
seguito dell’insediamento di un’etnia longobarda.

Il nome Mombaldone, così come lo conosciamo, appare


invece, per la prima volta, in un atto del 991.
Nello scritto vengono elencate le proprietà dell’Abbazia di S.
Quintino a Spigno Monferrato, tra cui il borgo.
Un documento invece del 1209, che sancisce la cessione
dei diritti feudali di Ottone del Carretto al Comune di Asti e
il rapporto di vassallaggio, lo cita come "Montebaudonus".
In aggiunta, l’assetto difensivo viene riprodotto sul Codex
Astensis, al documento XLI de Montebaudono.

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Massimo Tabasso Photography

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R E P O RTA G E | MOMBALDONE 127

Il borgo
L'abitato di Mombaldone è formato dall’antico borgo
castellano e da un nucleo più recente.
Il primo fu eretto probabilmente a dominio dell’antica via
romana Aemilia Scauri e destinato successivamente a
uso difensivo durante l’occupazione spagnola.
Un tempo era rafforzato da possenti mura, che tuttora
sono visibili in buona parte.

Il secondo, invece, è sorto intorno alla stazione ferroviaria


tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, ai piedi
dei colli Albarella e Tovetto.
Al borgo antico si accede attraverso la “Porta della
Torretta”, di origini medievali.
Rimaneggiata parzialmente, è il varco da cui ha inizio la
via principale (via Cervetti), sulla quale si affacciano il
palazzo dei Marchesi del Carretto e le case originali del
ricetto, edificati e restaurati con facciate in pietra a vista
o mattoni.

A pochi passi dalla Porta, la via si apre su un’ampia


piazza, delimitata dal castello del ‘200, dall’Oratorio
dei SS. Fabiano e Sebastiano del 1764 e dalla Chiesa
Parrocchiale di S. Nicola Vescovo del 1790.
I due edifici religiosi furono edificati sopra il fossato del
castello.
L’Oratorio è in stile barocco con residui di affreschi
tardo-seicenteschi, tra cui un’immagine di S. Sebastiano.
La Chiesa, progettata da Giovanni Matteo Zucchi, risente
nell’interno dell’influenza dello stile ligure e conserva
una serie di tele barocche di interesse storico.
Imboccando il passaggio tra l’Oratorio e la Chiesa, ci si
trova su uno slargo su cui un tempo si presume fosse
edificato il Municipio, adibito anche a Residenza dei
militari.
Barbara Tonin Photography Alcune pietre originarie del paese (e forse del Municipio
stesso) ne delimitano il perimetro.
La piazzetta è stata recentemente dedicata ai Militi
Ignoti.

CHIESA PARROCCHIALE

ORATORIO

Giancarlo Nitti Photography

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128 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

Il castello oggi è adibito a dimora privata.


Dell’antico maniero rimangono solo alcune parti
delle mura esterne e l’attigua torre a pianta quadrata
incompleta.

L’attuale aspetto diroccato di quest’ultima, tuttavia, non


è dovuto a eventi avversi, ma è conseguenza del volere
del Marchese del Carretto, che nel secolo scorso donò
parte delle pietre della costruzione, per consentire
l'ultimazione del tratto di linea ferroviaria che collega
Mombaldone a Spigno.

Chiara Borio Photography

Proseguendo oltre il castello, si imbocca via Roma che porta fino alla
“Rocca”, conosciuta anche come “La Fortezza”, di epoca medievale.
Rimaneggiata a più riprese, presenta una corte (“Corte delle gazze”)
che guarda verso il rio Lavandero e il torrente Ovrano.

Un tempo erano presenti anche un pozzo per il rifornimento idrico del


castello e un forno per la panificazione.
La rocca e la torre sono tutt’ora collegate da un passaggio ipogeo.
Un secondo passaggio, con accesso dalla “portiola”, conduceva al
rio e permetteva di far abbeverare i cavalli, lontano dagli occhi del
nemico.
La Fortezza è ora un ristorante (L’Aldilà), internamente arredato in
stile settecentesco.

Fabrizio Rossi Photography

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R E P O RTA G E | MOMBALDONE 129

Margherita Sciolti Photography

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130 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

Cunicoli, gallerie, stanze e passaggi segreti sono una delle peculiarità di Mombaldone.
Creati alla fine del Trecento, notevoli sono i percorsi che dal castello conducono verso l'abitato di Spigno
Monferrato, passando sotto il fiume Bormida.

Proseguendo per via Roma e lasciando alle spalle il borgo, è possibile raggiungere l’antica chiesa di S. Rocco,
di cui rimangono soltanto i muri perimetrali, i resti dell’altare in pietra locale e il colorato intonaco decorativo.
Nel territorio di Mombaldone sono presenti anche altri edifici di interesse storico: il molino sul Bormida del
XVI-XVII secolo, la Cascina del Carretto (ora Cairo) in Regione Dovagna, la Chiesa della Madonna del Tovetto
e la Filanda di Tullio del Carretto dell’Ottocento.

Barbara Tonin Photography

Chiara Borio Photography

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R E P O RTA G E | MOMBALDONE 131

Fabrizio Rossi Photography

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132 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

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R E P O RTA G E | MOMBALDONE 133

Diversi sono gli eventi che animano il borgo. Santa Messa, segue la processione dei fedeli con la Madonna
Segnaliamo, tra i più importanti, la “Fiera del Montone grasso” fino alla Chiesa del Tovetto.
del primo sabato di ottobre, che si svolge nel campo sportivo All’interno della Chiesa, murate in una parete, è possibile
nei pressi della stazione ferroviaria. vedere le palle di cannone sparate dall’esercito spagnolo.
Tradizione che richiama le usanze tipicamente arabe, in cui
allevatori, caseari, produttori e commercianti si ritrovano per Interessate è anche la Mostra del Costume curata dalla
contrattare, spesso animatamente, sotto lo sguardo curioso e Marchesa Gemma Natalina Besio Gay Scaliti del Carretto “dei
divertito del turista. Marchesi di Savoia Signori di Mombaldone”. L’esposizione
raccoglie nel sottopiano della Fortezza modelli di abiti,
Da non mancare anche all’ultima domenica di maggio a manichini, calzature e oggetti vari, in uso nella vita civile e
Mombaldone si svolge la “Sagra delle frittelle”, a base di rurale piemontese tra l’età medievale e il Novecento.
farina, uova ed altri ingredienti della ricetta tradizionale,
che viene tramandata da tempo e mantenuta gelosamente Anche l’arte pittorica è un’attività florida nel borgo.
segreta. Non sono infrequenti, infatti, le esposizioni di pittori locali nei
L’8 settembre, per il Santo Patrono, si svolgono la Festa della propri atelier o in spazi comuni, come l’Oratorio.
Madonna del Tovetto e la Feria Española, in memoria della In occasione della nostra visita, abbiamo potuto visitare lo
battaglia del 1637 e a ringraziamento della Madonna che studio del pittore Ivo Antipodo, che con gran passione e un
esaudì la richiesta dei fedeli di scacciare gli spagnoli. Alla po’ di timidezza ci ha illustrato i suoi dipinti.

Barbara Tonin Photography

Residente a Mombaldone dal 1948, si è dedicato da sempre interpretazioni intimistiche degli oggetti di uso quotidiano,
alla pittura. come il vetro scelto per la trasparenza, l’acqua per la sua
I soggetti preferiti sono le nature morte e l’indagine simbolica purezza e “umiltà”, la conchiglia per la rinascita e lo spago col
correlata al corpo umano. nodo a rafforzare il significato del messaggio.
Di ispirazione classica novecentista, il suo stile è fermamente
personale sia nell’uso del chiaro-scuro che nelle composizioni Non mancano, inoltre, gli animali a evocare la fortuna (la rana)
cromatiche. o a simboleggiare la resistenza al fuoco (la salamandra).
Ogni quadro rivela il pensiero personale, tramite segni, simboli L’artista Antipodo crea anche gioielli, è scultore e restaura e
e miti della tradizione, della cultura pagana e cristiana e trasforma oggetti in legno.
Monica Pastore Photography

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134 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

La Robiola di Roccaverano
La robiola sembra derivi da un tipo di formaggio prodotto dai «L'attuale produzione stagionale non dà i vantaggi che la "fama"
Celti che si stanziarono in Liguria. del nostro prodotto potrebbe procurarsi se si studiasse il modo
Plinio il Vecchio ne descrive qualità e procedimento di di creare una latteria sociale o un caseificio.
produzione nei suoi scritti. Il formaggio è l'unica nostra risorsa, ma quello che vediamo
venduto nelle città è molte volte di qualità infima e il Comune
Il nome robiola deriva dal latino ruber, ovvero “Rubeola” ha già studiato la possibilità di brevettare anche il nome
(rubiola in piemontese), per il colore rossastro che assume la di Roccaverano perché non possa più essere usato da
crosta dopo la stagionatura. commercianti poco scrupolosi».
La robiola è un formaggio fresco a pasta molle, che può però
avere vari tipi di stagionatura, che la rendono dolce, delicata Era l'11 dicembre 1948.
e spalmabile nei prodotti meno stagionati (da 4 a 10 giorni) o Tre anni più tardi, nasce la cooperativa agricola, nel 1962 si
più acidula e consistente in quelli più stagionati (almeno 10 istituisce il caseificio sociale e nel luglio del 1968 si inizia la
giorni). produzione della vera e unica Robiola di Roccaverano D.O.P.

Il “brevetto” della ricetta della robiola di Roccaverano nasce


dalla proposta del giornalista del paese Fausto Murialdi, che
in una riunione così si esprime:

Barbara Tonin Photography


Massimo Tabasso Photography

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R E P O RTA G E | MOMBALDONE 135

Giancarlo Nitti Photography

Giroinfoto Magazine nr. 70


136 R E P O RTA G E | MOMBALDONE

La Denominazione di Origine Protetta Robiola Questo formaggio presenta le seguenti caratteristiche


di Roccaverano si riferisce al formaggio a pasta
morbida prodotto con latte caprino crudo intero
Ottenuto da latte crudo intero di capra, in purezza o
in purezza o, in rapporto variabile, con aggiunta di
in misura minima del 50% con aggiunta di latte crudo
latte crudo intero vaccino e/o ovino.
intero di vacca e/o pecora, in misura massima del 50%;
Fresca o stagionata, è caratterizzata da una pasta
bianca e morbida, più o meno compatta, il cui Forma cilindrica con diametro compreso tra 10 e 13
sapore varia da delicato fino a deciso. cm e facce piane leggermente orlate;
La robiola viene prodotta tramite coagulazione
acida di latte crudo intero di capra delle razze Scalzo alto da 2,5 a 4 cm;
Roccaverano e Camosciata Alpina e loro incroci,
di pecora di razza Pecora delle Langhe e di vacca Peso variabile da 250 a 400 g circa;
delle razze Piemontese e Bruna Alpina e loro
incroci.
Pasta di colore bianco latte;
Per l’alimentazione del bestiame, tenuto al pascolo
obbligatoriamente da marzo a novembre, è vietato Percentuale minima di grasso sulla sostanza secca
l’utilizzo di mangimi OGM. non inferiore al 40%;
L’alimentazione di tutti gli animali deve provenire
dal territorio di produzione per almeno l’80%.
Giancarlo Nitti Photography Percentuale minima di ceneri sulla materia secca non
Il latte, proveniente da mungiture consecutive
inferiore al 3%.
effettuate in un arco di tempo tra le 24 e le 48 ore,
può essere eventualmente inoculato con colture
di fermenti lattici naturali e autoctoni dell’area di
produzione (lattoinnesti e/o sieroinnesti).

Chiara Borio Photography

Mombart: da sinistra, Angelo Ferraro, Alessio Scaliti, Chiara e Ambra Morabito.

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R E P O RTA G E | MOMBALDONE 137

L’economia di Mombaldone un tempo era molto florida. nel 1991 i coniugi Pfister decidono di cercare una cascina in
Attualmente, si basa principalmente nella coltivazione di Italia per dedicarsi all’agricoltura biologica.
ortaggi, cereali e vitigni, nell’allevamento bovino, ovino e
caprino e nella lavorazione del legname e dei metalli. In quel tratto di Langa tra l'Astigiano e l'Alessandrino, però, è
quasi d’obbligo produrre robiola.
La cucina locale è, inoltre, legata ai gustosi prodotti, vanto in L’attività, quindi, prende un’altra direzione e inizia con una
tutta Italia e oltre: funghi, tartufi, nocciole ed erbe aromatiche trentina di capre e pecore in un vecchio cascinale, che è a tutti
sono alla base di molti dei piatti tipici delle Langhe astigiane. gli effetti un rudere.
La zona, in aggiunta, è altresì conosciuta per la produzione di
rinomate robiole e di pregiati vini, quali il dolcetto, il barbera, il Assaggiando le “formaggette locali” e grazie ai consigli degli
cabernet, il cortese e il moscato. abitanti della zona, pian piano con l’esperienza e la passione
Abbiamo, infatti, avuto il piacere di visitare il caseificio raggiungono un grado di qualità che li porta ad ottenere
dell’Azienda agricola Stutz & Pfister, che produce la robiola di numerosi riconoscimenti quali, ad esempio, la medaglia d’oro
Roccaverano D.O.P. (a produzione biologica) con latte crudo alle “Olimpiadi del Formaggio” nel 2005 e la Grolla d’oro Saint-
caprino, secondo la ricetta originale. Vincent ”Miglior formaggio d’Italia” nel 2008.

La storia della famiglia Stutz & Pfister nasce in Svizzera. Dopo Oggi l’attività è condotta anche dai figli, che hanno dato vita al
gli studi di Agraria, tra difficoltà di tipo logistico ed economico, caseificio e alla capretteria (la “nursery” per i cuccioli).

Mombaldone è un borgo ammaliante e affascinante, unico Si ringraziano l’Amministrazione e, in particolare,


per la sua bellezza e atmosfera. l’Associazione MombArt per l’accoglienza e il tempo dedicato
È un luogo dove il Presente incontra il Passato. Un luogo che e per il materiale messo a disposizione.
sicuramente non deluderà i suoi visitatori. (Fonte: G.B.N. BESIO DEL CARRETTO, G.N. GAY DEL
CARRETTO, Mombaldone, “Feudo Imperiale” in Bòrmida. Un
Nella visita ci hanno guidato Ambra e Chiara Morabito, Alessio arpione sabaudo nella Langa dei “sette guadi”, Ovada, Grafica
Scaliti e Angelo Ferraro dell’Associazione MombArt, nata dal Ovadese, 2003).
desiderio di vivere e far vivere il borgo.
L’Associazione organizza e promuove serate, giornate
culturali ed eventi che riguardano Mombaldone e il territorio
(per essere aggiornati, consultare [Link]
com/MombArt). Giancarlo Nitti Photography

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Palazzo Ducale
Autore: Manuela Albanesei
Genova dal Ponte monumentale

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Tramonto a Punta San Vigilio


Autore: Ivo Marchesini
Punta San Vigilio, comune di Garda.

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I silenzi della natura


Autore: Claudia Lo Stimolo
Lago di Braies

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Architettura neoespressionista
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Istituto per la ricerca sul cancro di Candiolo

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