GF64
GF64
com
N. 64 - 2021 | FEBBRAIO Gienneci Studios Editoriale. [Link]
I trulli
DI ALBEROBELLO
Band of Giroinfoto
64
[Link]
FEBBRAIO 2021
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Dopo più di 5 anni di redazione e affrontando un anno difficile come il
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. 2020, il progetto Giroinfoto continua a crescere in modo esponenziale,
aggiudicandosi molteplici consensi professionali in tema di qualità dei
È così, che Giroinfoto magazine©, diventa una finestra sul contenuti editoriali e non solo.
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze Questo grazie alla forza dell'interesse e dell'impegno di moltissimi
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters membri delle Band of Giroinfoto (i gruppi di reporter accreditati alla
professionisti e amatori del photo-reportage. rivista e cuore pulsante del progetto) , oggi distribuite su tutto il territorio
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più nazionale e in continua crescita.
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere Una vera e propria community, fatta da operatori e lettori, che supportano
un punto di riferimento per la promozione della cultura e sostengono il progetto Giroinfoto in una continua evoluzione,
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio. arricchendosi di contenuti e format di comunicazione sempre più nuovi.
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi, Per l'anno 2021 affronteremo nuove sfide per offrire ancora più esperienze
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, alle nostre band e ai nostri lettori, proiettando i contenuti su nuove frontiere
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici dell'intrattenimento, oltre la carta stampata, oltre l'on-line reading, oltre i
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e social, per rendere più forte la nostra teoria di aggregazione fisica, reale
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai interazione sociale e per non assomigliare sempre di più a "pixel", ma a
tutti ci siamo fossilizzati. persone in carne ed ossa che interagiscono fra di loro condividendo la
passione della fotografia, della cultura e della scoperta.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze Un sentito grazie per averci seguito e un benvenuto a chi ci seguirà da
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili. oggi, ci aspettano esperienze indimenticabili da condividere con tutti voi.
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
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ANNO VII n. 64 Youtube
20 Febbraio 2021 giroinfoto TV
C O N T E N T S
R E P O R TA G E
ALBEROBELLO
GIROINFOTO MAGAZINE
64
I N D E X
R E P O R TA G E
CHÂTEAU D’IF
10 I TRULLI
di Alberobello
Band of Giroinfoto
58
22 TORI DI TORINO
Araldica torinese
Band of Giroinfoto Piemonte
46 LA CHIESA DI BADIA
Cantignano
Band of Giroinfoto Toscana
58 CHÂTEAU D’IF
Il Conte di Montecristo
Di Barbara Tonin
R E P O R TA G E 72 THE BELT
Jacopo Benassi
CHIESA DI BADIA Skira Editore
46
R E P O R TA G E
22
TORI DI TORINO
R E P O R TA G E
82
PROCIDA
ISOLA DI PROCIDA
Golfo di Napoli
82 R E P O R TA G E
98
IMMACOLATA CONCEZIONE
AL CAPO
98
Band of Giroinfoto Sicilia
LEGOLAND
Billund
110
Di Gianmarco Marchesini
STREGONERIE E SUPERSTIZIONI
Nella Città dei Papi
120
Band of Giroinfoto Lazio
FOTOEMOZIONI DI
Gaia Taberna
134
Matteo Pappadopoli
Americo Arcucci R E P O R TA G E
110
LEGOLAND
R E P O R TA G E
120
STREGONERIE E SUPERSTIZIONI
Un modo divertente e
coinvolgente per condividere le
tue emozioni.
I NOSTRI
REPORTS Articoli totali Articoli pubblicati Nuovi
sul magazine dagli utenti Reporters
Febbraio 2021
281 52 8 34 20 1
ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI
Floriana Podda
Laura Cordì
Laura Rossini
Lorena Durante
Questi edifici vengono chiamati anche “tuguri” o La volta del trullo, o "cannela", si rifà al metodo di
“casedde” dagli abitanti di Alberobello, ma tutti li costruzione di tholos, sovrapponendo una serie di
conosciamo come “trulli”. anelli concentrici partendo dal colmo del basamento,
Si tratta di antiche costruzioni coniche che si riducendo il diametro, fino a realizzare una forma
compongono di 2 elementi strutturali principali: conica.
il basamento e la volta.
Il tetto del trullo viene poi rifinito con il rivestimento
Il basamento, generalmente a pianta circolare, è a "chiàncole" o "chiancarelle" e con un "pinnacolo",
costituito da strati di pietre sovrapposte senza alcun oltre che l'intonacamento, delle superfici interne e
legante in modo da contenere le spinte orizzontali l'imbiancatura a calce delle pareti esterne.
che si ingenerano per la presenza della cupola
sovrastante. Prima di iniziare la costruzione vera e propria, però,
Nella costruzione vengono ricavati nella muratura veniva realizzata una cisterna, scavata nella roccia
l'ingresso ed eventuali finestre, nicchie e camini. per circa 3 metri, da cui si ricavava il materiale per la
La parte interna della muratura viene di solito riempita costruzione del trullo stesso.
da pietre più piccole e intonacato con la calce. La cisterna ha la funzione di raccogliere l’acqua
piovana che scende dal tetto lungo i canali laterali.
pinnacolo
chiancarelle
cannela
camino
basamento
cisterna
Il tipo di costruzione a secco dei trulli, venne imposta ai coloni I trulli sono i protagonisti di Alberobello.
affinchè le loro abitazioni potessero essere smantellate in Quelli rimasti risalgono al ‘500, costruiti per i contadini come
fretta: un metodo efficace per evitare le tasse imposte dal abitazioni temporanee per bonificare o coltivare le terre.
Regno di Napoli. Le loro origini però sono più antiche, si crede che le costruzioni
risalgano all’età del bronzo, ma purtroppo nessun resto è
Ma la maggior parte degli storici ritiene che questa tecnica arrivato a noi.
edilizia fosse dovuta, soprattutto, alle condizioni geografiche Per la loro forma così originale, alcuni le paragonano alle
del luogo, che abbondava della pietra calcarea utilizzata nelle costruzioni di Harran in Turchia o, addirittura, alle Piramidi.
costruzioni.
Passeggiando tra le strette vie della città, mi immergo con Negli anni ‘40 sono stati trovati più di 200 simboli o iscrizioni.
tutta me stessa nello splendore di tale architettura. Si possono suddividere in diverse categorie: ci sono i simboli
pagani, come l’aquila che rappresenta l’anima che si dirige
Fiori, colori e sapori, inoltre, fanno da cornice e mi verso il cielo e la libertà; i simboli primitivi, ovvero intrecci
accompagnano in una fiaba che racconta dell’amore per di linee, punti e linee curve, molto difficili da interpretare
questa terra. e collocare in un periodo storico preciso; i simboli magici,
Tutto intorno a me è pieno di dettagli. ovvero i segni zodiacali astrologici e planetari, ognuno dei
Su quasi tutti i tetti sono presenti dei simboli in cenere bianca, quali possiede un significato preciso (ad esempio, il cancro è
dipinti sul frontale del cono, che donano un fascino particolare simbolo di augurio di buona fortuna); infine, ci sono i simboli
alle costruzioni e accendono la curiosità di chiunque li osservi. cristiani, come il sole, che rappresenta la natura divina di
Avranno solo uno scopo decorativo e un significato nascosto? Cristo, o la luna, che rappresenta l’uomo.
Chiedendo alla gente del posto è possibile scoprire che I simboli grotteschi, invece, non hanno nessuna tradizione e
possono avere un significato mitologico, magico, esoterico e sono frutto della fantasia del proprietario.
anche religioso, ma nessuno sa con certezza cosa potrebbero
indicare.
L’unico trullo che è stato costruito su due piani, nella metà del Una scalinata conduce verso la facciata, che presenta un
‘700, è il trullo definito “Sovrano”, situato nel rione Aia Piccola immenso rosone.
e così definito dallo storico Giuseppe Notarnicola per la sua
maestosità rispetto a tutti gli altri. Sulla destra, il campanile è parte integrante della parete
perimetrale.
Edificato per il sacerdote Cataldo Perta, fu utilizzato anche
come spezieria, cenobio e oratorio campestre. Entrando, un ambiente a croce greca, con una cupola tipica
Nel 1923 è diventato Monumento Nazionale. del trullo, accoglie i visitatori.
Diverse opere dominano l’interno della chiesa, in modo
Altro Trullo particolare situato nel Rione Monti è la chiesa particolare il Cristo in croce di Adolfo Rollo, che ha avuto
Sant’Antonio, edificata nel 1927 molto lontano rispetto a tutti il compito di abbellire la chiesa dopo la Seconda Guerra
gli altri trulli, come simbolo della lotta contro le altre religioni. Mondiale.
Oggigiorno, la maggior parte dei trulli sono adibiti a ristoranti, Alberobello è fiaba e mistero, è un paese pieno di dettagli
bar, b&b, hotel o negozi di souvenir e prodotti tipici. Si possono curiosi e particolarità.
trovare prodotti locali, quali liquori, olii, orecchiette artigianali,
e gadgets di tutti i tipi raffiguranti Alberobello. Guardandomi intorno vedo frasi e citazioni o canzoni famose
Il più tipico però è il trullo in gesso, plasmato a mano. e tutto questo la fa sembrare ancora più magica.
TORI DI TORINO
A cura di Adriana Oberto
Adriana Oberto
Andrea Barsotti
Barbara Tonin
Elisabetta Cabiddu
Giancarlo Nitti
L'araldica
L’araldica è lo studio del blasone, cioè
degli stemmi.
Si tratta di un linguaggio figurato, che porta
l’osservatore a comprendere con facilità a chi o cosa si
riferisce un avvenimento, a chi appartiene un artefatto, dove
avviene una battaglia, o, nel caso del toro a Torino, il luogo in cui
ci si trova.
PIAZZA CASTELLO
Barbara Tonin Photography
Il toro di Torino
Nato per assonanza, ma destinato a restare, il toro appare per
la prima volta nel 1360 nel codice degli statuti della città.
Si tratta del cosiddetto “codice della catena”, così chiamato
perché, come succedeva all’epoca, era consultabile
pubblicamente e lo si teneva legato per evitare eventuali furti.
È tradizione pensare che tale colorazione derivi da un desiderio di giustificare un’origine celeste del toro stesso (e quindi della
città di Torino), come si vede su un’incisione pubblicata sul frontespizio di Augusta Taurinorum di Filiberto Pingon del 1577:
Mihi coelestis origo
(ho un’origine celeste)
A questo punto della storia, manca ancora un dettaglio dello stemma dei giorni nostri.
A partire dal 1619, infatti, Torino diventa “contessa” di Grugliasco e può quindi aggiungere allo stemma la corona comitale con
nove palle.
Va inoltre notato come il toro raffigurato sugli stemmi della città di Torino sia praticamente sempre “furioso” (non si dice
“rampante”), ovvero in piedi sulle zampe posteriori.
Sono più antichi, e piuttosto rari, i tori “passanti”, cioè al passo, come quelli raffigurati sul palazzo degli Stemmi in via Po.
Nel mese di gennaio, la Band piemontese di Giroinfoto è andata in giro per Torino, per documentare fotograficamente la
presenza di questo simbolo.
Quello che segue è un elenco, assolutamente non esaustivo, dei tori che si trovano in giro per il centro (e non solo) della città.
VIA MILANO
Elisabetta Cabiddu Photography
Porta Palazzo
Antica tettoia dell’orologio
Si trova nel mercato centrale di Porta Palazzo in Piazza della Repubblica. Si tratta del mercato all’aperto più grande d’Europa
e prende il nome dalla porta Palatina.
La piazza del mercato ha origine nel XVIII secolo, voleva essere una piazza d’armi e si trovava fuori le mura.
Divenne parte integrante della città nel periodo napoleonico, quando quelle stesse mura vennero distrutte.
La sua forma ottagonale è rimasta pressoché identica, anche se all’area sono stati aggiunti nel tempo altre strutture
architettoniche e i padiglioni.
La tettoia dell’orologio nasce nel 1916 come IV padiglione.
Si tratta di una struttura metallica tipica dell’epoca, simbolo per eccellenza del grande mercato ed in essa si trovano 88 punti
vendita dedicati al solo commercio di prodotti alimentari.
T’Oro
Via Delle Orfane 20
Si tratta di un’opera dell’artista Richi Ferrero, posta sulla facciata dell’edificio di via delle Orfane 20, ed è simbolo della Torino
che guarda al futuro.
Palazzo di Città
Il palazzo civico risale al 1663 e sorge nella stessa area di Infine, troviamo un altro toro sul pavimento di fronte al
un precedente palazzo comunale di impianto medievale. palazzo.
All’epoca era più piccolo rispetto a come si presenta oggi, si
affacciava sulla piazzetta “delle erbe”, così chiamata perché All’interno non mancano rappresentazioni di tori, prime fra
vi era il mercato di erbe e spezie; essa fu in seguito rinominata tutte le teste sul lato della nicchia che si trova sul pianerottolo
Piazza Palazzo di Città. dello scalone monumentale.
Il retro del palazzo dava sulla piazzetta “del butirro”, che In cima allo stesso scalone possiamo vedere uno stemma in
venne inglobata nel palazzo come corte interna nel secolo marmo. Si tratta nuovamente di un toro furioso sormontato
successivo. dalla corona turrita, facente parte di una targa posta “a
Sono molteplici i tori presenti sia all’esterno che all’interno del perpetuo glorioso ricordo di impiegati, insegnanti, agenti ed
Municipio. operai del Municipio di Torino, che suggellarono col sangue
Innanzitutto, troviamo due stemmi sulla facciata, ai due lati l’unità nazionale, perché la memoria dei morti sia ai vivi monito
della balconata che dà sulla piazza: si tratta di due tori furiosi, solenne”.
sormontati da corone chiamate “turrite”.
Sul retro del palazzo, in via Bellezia, due teste di toro identiche
In mezzo agli archi spicca una testa di toro e sono tori anche sovrastano i portoni dei numeri civici 2 e 4.
le decorazioni del portone di ingresso.
Teatro Regio
e piazzetta Mollino
Il Teatro Regio, presente a Torino dal XVIII secolo e opera dell’architetto Alfieri, venne distrutto completamente da un incendio
nel 1936, ma solamente nel 1965 fu dato incarico all’architetto Carlo Mollino perché lo riportasse in vita.
In questa sede sono presenti almeno quattro tori: una targa in entrata sul pavimento reca un piccolo toro e si dice che calpestarla
porti energia positiva; il pavimento del cosiddetto “foyer del toro” ha un toro nero su campo bianco; infine, le facciate perimetrali
(una su piazzetta Mollino, l’altra su via Verdi) presentano un toro furioso in bassorilievo in mattoni.
Sono inoltre da notare le transenne che chiudono alcune colonne dei portici, che danno su piazza Castello e che recano il logo,
un toro furioso, del teatro stesso.
Torino, città barocca per eccellenza e prima capitale d’Italia, è considerata anche, insieme a Milano e Palermo, capitale dell’art
nouveau.
Parte del suo fascino è dato anche dai suoi arredi urbani, tra cui i lampioni.
In Piazza Castello, i lampioni in ghisa di fronte a Palazzo Madama sono stati riprodotti, non essendo sopravvissuti gli esemplari
originali, dall’azienda Neri, in collaborazione con la Città di Torino e l’azienda elettrica municipale.
I pali sono stati ricostruiti partendo dalle foto ottocentesche e creando i modelli intagliati in legno necessari alla fusione.
Su ogni lampione sono presenti tre teste di toro e altrettanti stemmi nello spazio tra di esse; altri, più semplici, hanno lo stemma
col toro furioso sul palo.
Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia Carignano, re di Emanuele II, ricorda l’evento; una seconda lapide, sul lato
Sardegna e firmatario dello Statuto Albertino, si affaccia alla della loggia che dà sulla piazzetta reale, viene posta dal figlio
loggia reale in Piazza Castello e proclama la prima guerra e dedicata al padre dopo la sua morte.
d’indipendenza italiana.
La lapide, inaugurata il 9 gennaio 1884, onora il padre della
Il resto è storia: nel 1861 viene proclamato il Regno d’Italia, patria ed è in marmo bianco con decori in bronzo.
con Vittorio Emanuele II, figlio di Carlo Alberto, come In alto troviamo l’emblema di casa Savoia, ai lati due aquile
reggente. Torino rimane capitale per breve tempo; la reggia si reali e in basso lo stemma di Torino, il toro furioso.
trasferisce a Firenze e poi definitivamente e Roma.
I Torèt Vert
Chiunque sia stato a Torino sa che le fontanelle pubbliche eroganti acqua potabile sono verdi e hanno i bocchettoni a forma di
testa di toro. Si chiamano “torèt”, cioè “toretti” nel dialetto piemontese.
Ce ne sono più di 800 e sono disseminati ovunque per la città. Hanno un valore simbolico tale da essere uno dei simboli di
Torino, insieme alla Mole Antonelliana e al cioccolatino Gianduiotto.
Piacciono così tanto che a volte sono disposti doppi, tripli, e addirittura in un’installazione di sette collocati a semicerchio.
C’è chi ne ha addirittura acquistato uno dall’azienda produttrice ad uso privato!
I torèt doppi, ad esempio, si trovano in via Stampatori, di fronte al bellissimo palazzo medievale Scaglia di Verrua.
Il toro furioso
di piazza San Carlo
Si trova sotto i portici sul lato ovest di quello che è considerato il “salotto di Torino”.
E’ un toro furioso in bronzo, collocato davanti al “Caffè Torino” nel 1930.
Si dice che calpestarne i testicoli sprigioni l’energia dell’animale e porti abbondante fortuna.
Ne è riprova il fatto che, proprio quella parte, a causa dell’impiego che ne viene fatto, sia notevolmente usurata e risulti
leggermente affossata rispetto al piano di calpestio.
Non manca, ovviamente, lo stemma del toro furioso all’ingresso del bar.
Il toro fu commissionato dalla FIAT in omaggio a Torino e per oltre venti anni ha trovato ospitalità in varie location del’ ex
complesso industriale del Lingotto.
In seguito, è stato donato dalla FIAT stessa al Campus Luigi Einaudi ed ha trovato perciò collocazione definitiva all’entrata
dell’edifico in lungo Dora Siena.
L’obelisco
presso lo stadio Filadelfia
Costruito nel 1926 per ospitare la squadra del Torino Calcio (vedi articolo su Giroinfoto n.61), lo Stadio Filadelfia è stato
totalmente ricostruito nel 2017 ed è diventato centro sportivo.
L’area ospita alcuni resti dello storico stadio, di cui parte di una gradinata e uno dei due obelischi originari recanti lo stemma
della squadra.
Furono realizzati nel 1929, probabilmente su progetto dell’architetto Eugenio Ballatore di Rosana, lo stesso che progettò lo
Stadium (si trovava nell’area del Politecnico) e il Motovelodromo.
L’obelisco è un bellissimo manufatto in stile liberty; oltre allo stemma della società, il basamento presenta greche e decorazioni
in bassorilievo nello stile dell’epoca.
Nel 2004, la città francese di Lione organizza la manifestazione Al termine della mostra le stesse opere vengono messe all’asta
“60 leoni, 60 luoghi, 60 artisti”. e vendute al miglior offerente.
L’idea è di chiedere ad artisti internazionali di creare opere che L’asta è un successo e vengono incassati più di 400.000 euro,
abbiano per soggetto il leone o l’animale simbolo di una delle destinati in parte agli artisti, in parte all’organizzazione degli
città gemellate. eventi e infine, in parte vengono devoluti in beneficenza. Molti
tori sono stati acquistati e sono rimasti a Torino.
Nasce così, nel 2006, la Biennale dei Leoni Lione-Torino.
Si tratta di 30 creazioni che partono da una sagoma in resina di Noi ne abbiamo trovati due: si tratta di “Tricefalo” dell’artista
un leone in movimento e 39 da una di un toro, sempre in resina; lionese George Faure e dell’opera di Hamid Tibouchi, pittore e
gli artisti sono pittori, scultori, incisori, disegnatori, designer e poeta algerino.
via dicendo, e le opere vengono messe in mostra per tre mesi, Il primo si trova sul terrazzo di uno stabile di corso Vittorio
negli spazi pubblici urbani, in entrambe le città. Emanuele II angolo via XX Settembre; il secondo presso
l’Officina della Scrittura all'interno dell'azienda Aurora.
TOSCANA
LUCCA
CAPANNORI
BADIA DI CANTIGNANO
La Chiesa di Badia
di Cantignano
A CURA DI GIACOMO BERTINI
La Chiesa di Badia
Attraversando la frazione è ben visibile una grande costruzione,
denominata dagli abitanti del luogo «palazzo dalle cento finestre»,
parte di quel complesso abbaziale che completa il nome della
frazione e del quale l’attuale chiesa parrocchiale di San Bartolomeo
fa parte.
A metà degli anni ‘60 il parroco di Badia di Cantignano, Don Pasquale Picchi, effettuò degli scavi archeologici, durante
i quali furono rinvenuti reperti utili a formulare l’ipotesi sulle origini antiche dell’insediamento e sulla prima diffusione
del cristianesimo in quelle zone.
Dai ritrovamenti si è compreso che la chiesa fu costruita sui resti di una villa romana con elementi termali di cui ancora
si possono ammirare le colonne, i capitelli e alcune tracce del pavimento a mosaico.
Nell’edificio sacro sono visibili ancora oggi affreschi di epoca longobarda sulle pareti dell’abside con il tema dell’infinito
raffigurato dal cerchio che non ha fine.
Tra gli altri rinvenimenti si notano pietre marmoree con il fiore celtico a sei punte, vari capitelli e tombe.
Le prime notizie sull’edificazione della chiesa si hanno da un atto di epoca longobarda con il quale le terre di Cantignano
venivano donate ai monaci benedettini di Bobbio, i quali decisero di edificare sui ruderi di una villa romana la prima
chiesa e l’annesso cenobio.
Di tutto ciò si ha riscontro nei documenti presenti negli archivi, civili ed ecclesiastici, ed in particolare, quelli di
Camaldoli. Il primo documento che ricorda la terra di Cantignano risale al 783 d.C., in un successivo documento datato
914 si nomina esplicitamente l’abbazia e la chiesa di S. Salvatore di Cantignano.
Nell’archivio arcivescovile e nell’archivio di Stato di Lucca sono presenti altri numerosi documenti dei secoli XI e XII.
Oggi la chiesa della Badia si presenta come un piccolo Sotto il dipinto vi è una predella raffigurante la deposizione
edificio a croce latina, con abside e portico, e con un di Cristo dalla Croce, il martirio di S. Bartolomeo e S.
campanile di costruzione moderna che domina la vallata. Martino che dona il mantello a un povero.
Il suo complesso è il risultato di numerosi successivi
rifacimenti, l’ultimo dei quali risalente al 1965. Voltando lo sguardo verso l’uscita è ben visibile l’organo,
imponente, se paragonato alle dimensioni della chiesa,
Del grande patrimonio artistico custodito nella chiesa che fu disegnato dall’architetto lucchese Pardini e
è rimasto un capolavoro del pittore lucchese Agostino terminato dalla ditta Santarlasci di Pisa il 1° agosto del
Marti eseguito nel 1520 su commissione dell’abate 1876, grazie ad un prestito concesso da due famiglie
Silvestro Gigli. lucchesi, poi estinto nei dieci anni successivi.
Si tratta di un dipinto su tavola, con lunetta e predella, Oggi questa opera d’arte avrebbe estrema necessità di un
rappresentante la Vergine con Bambino e due santi, S. accurato restauro.
Bartolomeo e S. Martino e restaurato in epoca recente
dal professor Luciano Gazzi.
Osservando accuratamente emergono altri dettagli, alle quali si avvicinò sempre con rispetto e cercando
come il particolare del portale del transetto sinistro, di comprenderne le usanze e i costumi mai ispirato
si tratta molto probabilmente di un mosaico romano da interessi coloniali.
e piccoli basamenti ceramici che appartengono Carlo Piaggia:
all’arte decorativa pisana di origine araba. «La ricchezza fa una nazione forte, ma grande la
L’esterno si differenzia come epoca di costruzione fanno solo gli onori e la gloria acquistati sulla via della
rispetto al resto della chiesa, in quanto nel XVIII civiltà».
secolo venne completamente demolita la facciata
preesistente ricostruendone una ex-novo secondo
lo stile dell’epoca e accorciando l’aula di sette metri.
"Eppure..."
"Allora guardatevi attorno."
Dantès si alzò, tese lo sguardo verso il punto a cui sembrava dirigersi il battello
e vide a cento tese lontano innalzarsi la nera e scoscesa roccia sulla quale
sorge come una screscenza di silice, il nero Castello d'If.
Questa forma strana, questa prigione sulla quale regnava un sì profondo
terrore, questa fortezza che faceva da trecent'anni parte delle lugubri tradizioni,
comparve ad un tratto innanzi a Dantès che non pensava punto ad essa, e gli
fece l'effetto che fa ad un condannato a morte la vista del patibolo.
"Ah, mio Dio!" gridò, "il Castello d'If! E che andiamo a fare là?"
Il gendarme sorrise.
"Ma non mi si condurrà là per esservi imprigionato..."
continuò Dantès.
"Il Castello d'If è una prigione di Stato, destinata soltanto ai grandi colpevoli
politici.
Io non ho commesso alcun delitto. Ma, ditemi: vi sono forse dei giudici
istruttori, dei magistrati qualunque al Castello d'If?"
"Non vi sarà, io suppongo" disse il gendarme, "che un governatore, dei carcerieri,
una guarnigione e delle ottime mura.
Dantès strinse la mano del gendarme si forte che pareva volesse infrangergliela.
"Voi pretendete dunque che mi si conduca al Castello d'If per esservi
imprigionato?"
"Probabilmente" disse il gendarme, "ma in ogni modo, camerata, è inutile
stringermi la mano così forte."
"Senz'altra formalità?"
"Le formalità sono compiute, l'istruttoria è fatta."
"Così ad onta della promessa del signor Villefort..."
"Io non so se Villefort vi ha fatto una promessa" disse il gendarme, "quello che
so, è che noi andiamo al Castello d'If.”
È così che Alexandre Dumas descrive Château d’If, in uno dei suoi maggiori
capolavori, Il Conte di Montecristo.
Una forma strana su cui regnano un profondo terrore e lugubri tradizioni,
dove le mura sono ottime e non esiste giustizia.
Purtroppo la sua descrizione non si scostava dalla realtà. Sebbene meno
nota della più famigerata Isola di Alcatraz in California, come quest’ultima
vantava la prerogativa di essere una prigione da cui non si può fuggire, ma
con la differenza che i prigionieri, quelli poveri, erano reclusi in condizioni
disumane.
FRANCIA
Château d'If
SPAGNA
Vauban
Cisterna
Faro Torrione
Pontile
Al castello si accede tramite un ponte levatoio, che L’ultimo livello consiste in un ampio terrazzo dalla
sovrasta un fossato ora asciutto. superficie curva, che fungeva da punto di osservazione
La saracinesca alla porta d’ingresso forniva un’ulteriore e che permetteva di raccogliere e far defluire l’acqua
protezione dall’eventuale avanzata dei nemici. piovana nella cisterna in cortile.
Il castello è composto da 3 livelli, che si affacciano su Progettato a pianta quadrata, il castello è delimitato da
un piccolo cortile interno. muri di lunghezza pari a 28 m circa.
Il piano terra accoglieva le cucine, i magazzini, i pozzi Agli angoli, si ergono tre torri cilindriche dotate di
alimentati da acqua piovana e le celle collettive, che feritoie di tiro.
inizialmente erano utilizzate come caserme.
La torre verso nord, Saint Christophe, domina il mare
Il livello superiore era adibito in principio alle casematte, aperto con i suoi 22 m di altezza ed è la più elevata.
ma dal XVI° secolo le stanze furono trasformate in celle È dotata di una larga porta per permettere l’accesso
per i prigionieri più facoltosi. all’artiglieria.
Fu costruita tra il 1524 e il 1527. successivamente nel 1701 Sébastien Le Prestre de Vauban
Il relativo maschio, invece, solo due anni più tardi. rialzarono le mura per favorire l’artiglieria.
Le altre due torri, invece, guardano verso la città: Saint Jaume Gli alloggi dei corpi di guardia e la residenza del governatore
a nord-est e Maugouvert a sud-est. vennero in seguito situati in una palazzina, posta di fronte al
castello sulla destra, chiamata caserma Vauban e costruita
Le tre torri sono collegate tra loro dal terrazzo, che sovrasta nel 1702 su progetto dell’omonimo ingegnere.
uno stretto e profondo cortile esterno, sul quale si trovano su
due diversi livelli gli alloggi e le cucine e le casematte. Così Vauban descrive la fortezza in un suo rapporto:
“La fortificazione somiglia allo scoglio, è completamente
Una tale disposizione permetteva di concentrare una notevole rivestita, ma assai rozzamente, con molta negligenza ed
potenza di fuoco e rendeva l’isola d’If una temibile cittadella. imperfezioni. Il tutto è stato, infatti, costruito impropriamente
Nel 1604 gli ingegneri militari Raymond de Bonnefons e e con poca cura… Tutti gli edifici sono grossolani, fatti male.”.
Nei secoli XVII e XVIII in particolare, il sito ha subito diverse Del deposito dell’artiglieria, della polveriera, del refettorio e del
trasformazioni per migliorare il suo sistema difensivo. mulino a vento, purtroppo, rimane poco se non nulla.
Rilevazioni archeologiche recenti, infatti, hanno evidenziato Sul lato meridionale, tuttavia, sono ancora visibili tre basi flak
che furono apportate importanti modifiche alla planimetria tedeschi (cannoni contraerei) della Seconda Guerra Mondiale
del luogo. destinati alla difesa antiaerea, affiancati da fortini.
Gli scavi hanno portato alla luce i resti di edifici distrutti e Château d’If iniziò ad essere utilizzata come prigione poco
dell’abside della vecchia cappella, di cui solo fonti scritte e dopo la fine della sua costruzione, cioè a metà del XVI° secolo.
iconografiche hanno conservato la traccia. La conformazione architettonica e la posizione la rendevano il
Indagini archeologiche di questo tipo sull’isola non ne erano luogo ideale per questo scopo.
mai state fatte precedentemente e hanno permesso di
comprendere meglio la cronologia della costruzione del sito.
Era una prigione di Stato, destinata ai reati politici e religiosi un camino, una finestra e i servizi igienici (stanza detta
più gravi. pistole).
Furono detenuti soprattutto protestanti e repubblicani, sia di
stirpe nobile che plebea. I più poveri nulla di tutto questo, anzi capitava venissero
ammassati anche in venti persone in un’unica cella, al buio.
Le celle erano diverse l’una dall’altra e potevano offrire delle Le migliori, infatti, erano ai livelli superiori, mentre le altre al
comodità, a seconda di quanto il prigioniero poteva pagare. piano terra, assieme alle segrete.
I più facoltosi potevano permettersi un letto, un guardaroba,
Le condizioni dei prigionieri nelle celle peggiori erano talmente pessime, che l’aspettativa di vita era soltanto di una manciata
di mesi.
Edmond Dantès è soltanto un personaggio di fantasia, ma Si racconta che per questi la prigionia fu molto piacevole.
furono centinaia i detenuti di Château d’If che non poterono Infatti, affittò una pistole, conquistò i favori del comandante
pagarsi la pigione per una cella dignitosa. delle guardie e sedusse la vivandiera.
In due secoli i prigionieri nell’isola sono stati diverse migliaia. Tra i più noti reclusi si ricordano gli ugonotti Jean Serres ed
Il primo detenuto fu Chevalier Anselme nel 1582, accusato di Élie Neau; Chevalier de Lorraine, amante di Philippe de France,
complotto contro la monarchia. fratello di Luigi XIV; Jean-Baptiste Chataud, capitano del Grand
Saint-Antoine, accusato di aver diffuso la peste a Marsiglia
Lo seguirono oppositori dello Stato, più di 3500 protestanti nel 1720; il politico Michel Mathieu Lecointe-Puyraveau nel
imprigionati dopo la revoca dell’Editto di Nantes e anche figli 1871; Gaston Crémieux, leader del Paris Commune, recluso e
di famiglie illustri incarcerati a seguito delle lettre de cachet, fucilato ad If nel 1871.
ovvero lettere recanti il sigillo reale e contenente un ordine di
imprigionamento o di esilio, senza processo. Dal 1801 per 18 anni per ordine di Bonaparte, Château d’If
conservò anche la salma del generale Jean-Baptiste Kébler, in
È il caso per esempio di Honoré Mirabeau, scrittore, attesa di essere portata a Strasburgo, sua città natale.
propagandista e statista, rinchiuso per volere del padre nel Gli ultimi prigionieri dell’isola furono dei tedeschi fermati
1774. durante la Prima Guerra Mondiale.
Dubbia, invece, è la presenza dello scienziato portoghese Nomi, epitaffi, slogan, citazioni, simboli e messaggi d’amore
abate Faria a fine Settecento, che nel romanzo di Dumas e di speranza che mai arriveranno al destinatario, ma unico
è compagno di cella di Edmond Dantès, e del detenuto modo per comunicare.
chiamato “La Maschera di Ferro”, che si ipotizza abbia sostato Il romanzo di Dumas fu pubblicato a episodi a partire dal
al castello solo per un breve periodo. 1844. Il successo fu tale che alcuni lettori, tra cui Mark Twain,
riuscirono a visitare il castello prima che venisse aperto al
Tra leggenda e realtà, si narra che l’ospite più curioso pubblico.
dell’isola d’If, prima della costruzione del castello, sia stato un
rinoceronte indiano, battezzato dai marinai Ulisse. Château d’If, infatti, diventò ufficialmente meta turistica
Offerto dal sultano Muzafar II di Gujaràt a Emanuele I il soltanto a partire dal 1890.
Grande, che a sua volta volle farne dono al papa Leone X, Le visite furono sempre maggiori e i visitatori si aspettavano
sembra che l’animale abbia fatto scalo sull’isola nel 1516 per di rivivere il romanzo nei luoghi dove fu imprigionato
qualche settimana. lo sfortunato Edmond, nonostante fosse soltanto un
L’evento scatenò una tal curiosità tra i francesi, che Francesco personaggio inventato.
I non si lasciò sfuggire l’occasione e venne personalmente ad
ammirarlo. Per evitare la delusione dei lettori, quindi, si provvide a creare
un passaggio tra due celle attigue del piano terra. Una sarebbe
Albrecht Dürer ne fece una celebre incisione, su descrizione stata attribuita a Dantès, quella che un tempo era la polveriera,
dell’amico Valentim Fernandes. e l’altra all’abate Faria.
A memoria di tutti i prigionieri e i militari, Château d’If conserva Per analogia, anche tutte le altre celle riportano una targa con
decine e decine di graffiti, scolpiti nelle celle ma soprattutto l’assegnazione del nome del prigioniero, realmente esistito,
sulle pareti del cortile che circondano il pozzo: 25 metri di che l’ha abitata, anche se le fonti non sono tutte certe.
dipinti a stampo e bassorilievi che fungono da memoriale.
La simpatia per Dantès permane tuttora e, a memoria della Il castello d’If, infatti, non è l’unica attrattiva di Marsiglia.
sua fuga dall’isola, ogni anno a giugno accorrono migliaia di L’isola, assieme all’arcipelago del Frioul, appartiene al Parco
nuotatori per disputare la Défi de Monte Cristo (Monte Cristo Nazionale delle Calanques, un sito magnifico che offre 25 km
Challenge), una gara a nuoto di circa 5 km dalla fortezza alla di costa.
riva. Creato nel 1999, è diventato uno degli eventi di nuoto in L’area ospita quasi 400 specie vegetali originarie e circa un
acque libere più importanti e il più grande d'Europa. centinaio di specie di uccelli, alcune delle quali protette. I suoi
fondali, inoltre, hanno habitat eccezionali in cui sono presenti
La gara, tuttavia, non replica le condizioni esatte riportate nel specie particolari poco conosciute e poco diffuse in altre aree.
libro. Il lavoro di Dumas non ha mai cessato di essere una fonte di
Dantès, dopo essere stato lanciato in mare, si dirige verso ispirazione.
le isole di Tiboulen e Maïre, mentre i concorrenti iniziano la Dal 1844 ai giorni nostri, il suo romanzo è rivissuto in molteplici
competizione sulla sponda settentrionale dell'isola If, per interpretazioni in suite, opere teatrali e artistiche di vario stile,
dirigersi verso il faro di Soudaras e proseguire verso il punto in film e serie per il piccolo schermo.
Endoume.
Passano, quindi, per 300 metri lungo la Corniche JF Kennedy, Dumas ha influenzato innumerevoli artisti e, per gli amanti
di fronte all'Anse de la Fausse Monnaie e alla spiaggia della del genere, sarà possibile visitare fino al 30 aprile 2021 una
Plage du Prophète, uno dei tratti più belli della costa. La gara serie di fumetti ispirati al romanzo, sotto forma di proiezione
si conclude, poi, alla Plage du Grand Roucas Blanc nel parco di diapositive e stampe di grandi dimensioni.
della spiaggia del Prado, appena a sud di Marsiglia. La collezione appartiene al giornalista Patrick de Jacquelot,
comprende più di 500 opere ed è esposta presso il Centre des
Monument Nationaux.
Jacopo Benassi
The Belt
“In Jacopo Benassi la voglia di fotografare nasce da un riflesso quasi pavloviano dettato da
due stimoli, spesso sovrapposti:
il primo è quello dell’amore e del desiderio per il soggetto ritratto, il secondo stimolo è quello
del riconoscimento di sé nel soggetto che viene documentato con la macchina fotografica.
Non poteva non rimanere affascinato da questo mondo di produzione artigianale
e industriale, in cui le mani hanno una parte così importante, in cui la competenza
professionale altamente specializzata rende le persone che vi lavorano orgogliose di quello
che fanno, in cui macchine incredibili riescono a rendere preziosissimo qualcosa che non
solo non ha più valore ma è diventato addirittura un peso per la società.”
Jacopo Benassi
The Belt
Giroinfoto Magazine nr. 64
74 BOOK | THE BELT - JACOPO BENASSI
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
The Belt è un progetto fotografico di Jacopo Benassi dedicato a Prato, città d’arte e rinomato polo dell’industria tessile.
Enormi quantità di abiti buttati via arrivano a Prato da tutto il mondo per essere riciclati e riutilizzati come materia prima per
nuovi capi.
In un momento storico in cui la discussione pubblica e politica è quasi interamente incentrata sulla questione delle materie
prime, sulla possibilità di non sprecare risorse, esiste un mondo che in maniera ininterrotta da almeno un secolo riesce a
riportare completamente in vita enormi quantità di materiali che per il resto dell’umanità sono visti come scarto.
Jacopo Benassi
The Belt
Questo è il distretto del tessile di Prato: una filiera di piccole e grandi aziende che raccolgono tessuti
dismessi da ogni parte del mondo e, attraverso procedimenti che mixano le più alte tecnologie e i
saperi artigianali, riescono a farli tornare materiale di primissima qualità, richiesto dalle più importanti
aziende del lusso.
Questo è il mondo che ha raccontato Benassi grazie alle sue fotografie, creando uno speciale rapporto
di vicinanza con il reale, con la materialità delle cose, con il corpo della realtà e il corpo delle persone.
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
Jacopo Benassi
The Belt
L’isola di Procida appartiene all’arcipelago del Golfo di Napoli, Io consiglio quello che noi italiani chiamiamo un “week-end
di cui fanno parte anche Ischia e Capri. lungo”, in modo da avere almeno due giorni interi a disposizione
La sua estensione (solo quattro chilometri quadrati) è tale da sull’isola, senza contare quelli di arrivo e partenza.
renderla facilmente visitabile in breve tempo. Il 18 gennaio 2021 l’Isola è stata nominata Capitale Italiana
della Cultura 2022.
LE ORIGINI
DEL NOME
Il nome odierno deriva dal toponimo romano Prochyta.
Questo, a sua volta, deriverebbe da Prima Cyme (prossima a Cuma), perché
così veniva vista dai coloni greci che migravano da Cuma ad Ischia, oppure
dal greco πρόκειται (pròkeitai, "giace"), poiché sarebbe un pezzo di terra che
giace nel mare.
Esiste però un’altra ipotesi, che fa derivare il nome dal greco prochyo (profundo
in latino), perché l’isola sarebbe stata sollevata dalle profondità del mare.
Dionigi di Alicarnasso indica il nome come derivante da quello della nutrice di
Enea, che vi aveva seppellito il corpo, ma lo storico Plinio non è d’accordo e
sostiene l'ipotesi precedente:
CAPITALE
DELLA CULTURA
Il 18 gennaio 2021 L’Isola di Procida è stata dichiarata Capitale Italiana
della Cultura 2022.
È la prima volta che tale riconoscimento viene dato ad un borgo e non
ad un capoluogo di provincia o regione.
Adriana Oberto Photography Il titolo del progetto, “La cultura non isola” evidenzia come “la terra
isolana [sia] luogo di esplorazione, sperimentazione e conoscenza”.
Personaggi della cultura e dello spettacolo, tra cui il direttore del
Giffoni Festival ne hanno sostenuto la candidatura.
“Un'isola compiace sempre la mia immaginazione, anche la più piccola,
in quanto piccolo continente e porzione integrale del globo ”
[Henry David Thoreau]
UN PO'
DI STORIA
Sono state trovate tracce di insediamenti sull’isola (nella
fattispecie sull’isola di Vivara) a partire dal XVI-XV sec. a.C.
Si trattava con ogni probabilità di Micenei.
IN GIRO
PER PROCIDA
Quella che propongo è una passeggiata virtuale in senso orario,
con qualche deviazione, che vi permetterà di visitare Procida
semplicemente “girandole intorno”.
PALAZZO D'AVALOS
Adriana Oberto Photography
SANTA MARIA
Adriana Oberto Photography
LA CASA DI
GRAZIELLA
Graziella è una giovane ragazza procidana orfana, che vive
con i nonni e i suoi fratelli.
Siamo nel 1811, quando lo scrittore francese Alphonse
Lamartine, allora ventunenne, viaggia in Italia durante il suo
Grand Tour e soggiorna anche all’isola di Procida.
Qui incontra una ragazza dagli “occhi neri e dalle lunghe trecce”
(Graziella, appunto), che lo fa innamorare perdutamente.
La ripida strada che scende verso piazza dei Martiri offre ben definite, ma ogni gruppo è diverso da quello della casa
un panorama stupendo sul borgo di pescatori di Marina di vicina.
Corricella a la baia di Chiaia.
Tale caratteristica si fa risalire, per tradizione, al desiderio
Una volta tornati a Sèmmarèzio, una stradina in discesa dei pescatori di riconoscere facilmente la loro abitazione dal
proprio di fronte al santuario di Santa Maria delle Grazie porta mare.
alle gradinate che scendono al borgo di Marina di Corricella. Altro elemento tipico delle abitazioni procidane è il “vefio”, la
tipica apertura ad ampio arco.
Il borgo è infatti raggiungibile esclusivamente dal mare o Marina di Corricella è probabilmente il luogo più visitato
attraverso scalinate, che passano di fianco e attraverso le dell’isola; quello più fotografato a causa della sua tipicità,
case del borgo, poste a differenti livelli, tanto che pare a volte nonché quello reso famoso dal film Il Postino con Massimo
di violare una proprietà privata. Troisi e set di numerose produzioni cinematografiche.
Si tratta del più antico borgo marinaro dell’isola; le case, A sud del borgo si trova un’altra spiaggia dell’isola di Procida,
costruite le une sulle altre, hanno archi, scale esterne, balconi quella di Chiaia, volta ad est e verso il golfo di Napoli.
e variegati colori pastello; tali colori hanno gruppi di tonalità
Una volta visitata Marina di Corricella, si può risalire da altre “Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce
due scalinate poste a sud del borgo e proseguire su via Scotti solitarie chiuse fra i muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti
e poi via Vittorio Emanuele verso il centro dell’isola. e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge
La zona centrale è denominata San’Antonio, per via della dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di
chiesa e lui dedicata, e il fulcro è piazza Olmo – nient'altro che ciottoli e conchiglie, e nascoste tra le grandi scogliere”
uno spiazzo ed un incrocio di vie che portano a varie direzioni.
È così così che Elsa Morante descrive l’isola nel suo romanzo
È questo il punto dal quale, proprio perché centrale, è possibile L’Isola di Arturo, il romanzo che le ha portato il Premio Strega
raggiungere a piedi qualunque parte dell’isola, che non dista nel 1957.
mai più di un chilometro e mezzo da esso. Quello con l’isola di Procida è un legame indissolubile ed è
Anche da qui, se si svolta a destra su via Pizzaco, è possibile, per questo che nel 2017 il belvedere di via Pizzaco le viene
attraverso una lunga scalinata, arrivare alla spiaggia della intitolato.
Chiaia. La vista è mozzafiato e abbraccia la baia di Chiaia, Marina di
Via Pizzaco è però molto importante perché su di essa si Corricella, Terra murata e il golfo di Napoli.
trova lo stupendo belvedere Elsa Morante. Nelle giornate limpide svetta, laggiù in fondo, il Vesuvio.
VIVARA
Adriana Oberto Photography
Di ritorno dal ponte e dalla ripida salita possiamo dirigerci di nuovo verso nord.
Ci troviamo su quello che è il tratto sabbioso più esteso dell’isola di Procida, rivolto verso ovest e da cui
si può godere di bellissimi tramonti.
Si tratta della spiaggia del Ciraccio, nonché di quella vicina del Ciracciello.
Bisogna risalire verso il centro e via Melchiorre Gioia per superare il piccolo promontorio a nord della
spiaggia, arrivare al cimitero e discendere verso la spiaggia del Pozzo Vecchio.
Questa è conosciuta anche come spiaggia del Postino, perché utilizzata nelle riprese del film con
Massimo Troisi.
A questo punto abbiamo percorso praticamente tutta l’isola e ci troviamo di nuovo a nord.
Possiamo scegliere di girovagare per il promontorio ed arrivare fino al faro sulla punta di Pioppeto, o
semplicemente di seguire le indicazioni per Marina Grande.
Percorreremo come sempre le viuzze strette tipiche dell’isola, dove passa una vettura per volta e mancano
i marciapiedi.
Ritornati alla Marina Grande non ci resta che osservare le barche dei pescatori ed attendere il traghetto
che ci riporterà sulla terraferma.
CIRACCIO
Adriana Oberto Photography
Dietro l’austerità e la semplicità della sua facciata, poco visibile perché parzialmente
coperta dai tendoni rossi dei vicini banchi di frutta, nessuno immaginerebbe mai di
trovare un interno così ricco di opere d’arte e di decori, in pieno stile barocco siciliano,
la cui bellezza e complessità lasciano attonito chi li guarda.
La storia di questa piccola chiesa è molto simile a quella di Santa Caterina (Gironfoto
n.62).
Come questa, infatti, essa faceva parte di un convento femminile sorto alla fine del
1576 per volere della nobildonna Laura Imbarbara, vedova Ventimiglia.
La nobile, senza prole, voleva fondare un istituto femminile che seguisse la regola
francescana a cui donare i propri beni.
La costruzione della Chiesa durò dal 1604 al 1612 e fu la città erigendo tredici grossi bastioni, costituiti da terrapieni
realizzata su progetto dell’architetto Antonio Muttone, uno e mura molto alte, realizzati lungo il perimetro della città e
dei protagonisti della fase di passaggio tra manierismo e interrotti da altrettante porte di accesso.
barocco in Sicilia, sotto la supervisione del regio architetto ed
ingegnere militare Orazio Del Nobile. Queste fortificazioni furono munite di artiglieria al fine di
rendere la città inespugnabile.
Ma occorsero più di 100 anni per decorare e definire la chiesa, E proprio uno di questi baluardi, ossia quello di Porta Carini
che fu completata nel 1740 con l’affresco che orna il soffitto, Aragona (realizzato nel 1572 dal Presidente del Regno, Carlo
realizzato da Olivio Sozzi, pittore catanese tra i maggiori del Aragona) fu acquistato dalle monache benedettine che lo
1700. utilizzarono come belvedere, ambiente ricreativo e svago.
Durante la dominazione spagnola, nel XVI secolo, la città di
Palermo, come tutta la Sicilia, fu governata dai viceré, i quali
con il sostegno del senato palermitano decisero di fortificare
L’interno della Chiesa, a pianta rettangolare e navata unica all’interno del quale, sull’altare maggiore, spicca il grande
con cappelle laterali poco profonde, abbaglia il visitatore dipinto Immacolata Concezione, realizzato da Pietro Novelli
per i dipinti e le sculture di pregiatissima fattura e per la detto il “Monrealese”.
sfarzosa policromia dei magnifici marmi mischi e tramischi Nella tela, con cornice in marmo, la Vergine Maria, sulla quale
decorazioni tipiche dell’architettura barocca. scende lo spirito santo sotto forma di colomba, è raffigurata
mentre attende in piedi su una coperta di nuvole dove
I primi sono costituiti da intarsi marmorei policromi piani; i poggiano putti ed angeli.
secondi, invece, da intarsi marmorei nei quali si inseriscono Sopra le quattro colonne che affiancano l’arco che introduce
elementi a rilievo, per lo più in marmo bianco. al presbiterio si notano altrettante statue raffiguranti San
Getrude, San Mauro, San Benedetto e la sorella Santa
Una volta entrati, l’attenzione viene immediatamente Scolastica. L’altare è decorato con preziose pietre dure dai
catturata, oltre che dall’opulenza delle decorazioni anche dal colori variabili dal rosso, al giallo al verde e sopra di esso
presbiterio, insolitamente introdotto da un maestoso arco si osserva uno splendido cupolino ottagonale, sul quale lo
affiancato da due coppie di colonne in marmo cotognino, stesso Novelli dipinse gli Evangelisti insieme ad angeli.
Il soffitto della navata, a botte, è decorato da stucchi dorati Nei due coretti laterali, rifiniti da ringhiere in ferro battuto
e dall'affresco Il Trionfo degli Ordini religiosi di Olivio Sozzi. dorato, gli organi sono impreziositi da sculture lignee del
XVIII secolo rivestite di oro zecchino.
Al lato opposto all’altare maggiore, si trova il coro situato sul
portico d’ingresso e sostenuto da quattro colonne in marmo Anche il pavimento della chiesa è decorato con intarsi di
di Billiemi. marmi policromi che riproducendo motivi vari, formano nel
Sia il coro che il sottocoro sono decorati con affreschi nei complesso un unico e raffinato disegno geometrico.
quali spiccano tra le altre le raffigurazioni di San Benedetto e
di sua sorella Santa Scolastica.
Ma le peculiarità della chiesa, che, senza dubbio, lasciano assolutamente rapito il visitatore, sono i cinque paliotti che ornano il
fronte degli altari delle quattro cappelle e dell’altare maggiore (attualmente non visibile).
Si tratta di raffinate opere di oreficeria marmorea, ricche di valenze simbolico-religiose e didattiche, la cui realizzazione si deve a
geniali artisti siciliani con l’utilizzo di pietre dure come agate, lapislazzuli e vetri colorati.
Il tema liturgico di ogni paliotto coincide con la dedica dell’altare: l’Immacolata, il Crocefisso, la Madonna “libera inferni”, Santa
Rosalia e San Benedetto.
Oltre ai paliotti, le cappelle più vicine all’ingresso sono ornate da due colonne tortili con intarsi nel basamento, insieme ad un
tripudio di spettacolari decori in pietre dure, riccioli, volute, cornici, motivi floreali e ghirlande fitoformi, foglie di acanto e gigli
stilizzati, uva e tralci di vite.
Si osservano, inoltre, capitelli, dischi lapidei e cartigli marmorei, sculture varie, simboli figurati e allegorie occulte, delfini e mostri
marini, conchiglie e crostacei, animali di vario genere, baldacchini, frange, pinnacoli e nappe.
Un vero trionfo del barocco raccontato in maniera ridondante, immagine di un’epoca, quella della Controriforma, che è la
rappresentazione stessa del potere della Chiesa.
Per un’opera così maestosa come questa forse la sua descrizione può sembrare riduttiva.
Dunque, il consiglio è quello di non perdere l’occasione di visitare questo piccolo gioiello una volta giunti a Palermo, anche
per le sensazioni contrastanti che è possibile vivere in questa occasione, quando, una volta usciti dal silenzio e dalla magia
che infonde questo luogo sacro, ci si rituffa in mezzo alla folla ed al vociare tipico del mercato Capo.
Tutto ebbe inizio da un’idea di un falegname danese che, per mitigare i costi
di produzione della sua azienda familiare colpita dalla Grande Depressione,
incominciò a produrre dei piccoli giocattoli in legno.
Nel 1932 Ole Kirk Christiansen fondò la società LEGO, dal danese “led godt”
(gioca bene).
Nel dopoguerra, con la diffusione della plastica, i giocattoli incominciarono
ad essere componibili.
Come? Con gli iconici mattoncini.
Intere generazioni sono cresciute con questo gioco ed hanno tramandato la
loro passione.
Il parco è strutturato per aree tematiche tra le quali spiccano Mini Land, da sempre il fulcro di ogni parco Legoland dove si
viene rapiti dalle riproduzioni di monumenti iconici internazionali ed importanti palazzi danesi.
Pirate Land, area tematica dedicata agli intramontabili pirati e Polar Land, area dedicata al Polo Nord e al Polo Sud,
completamente dedicata ad attrazioni adrenaliniche.
La più recente è Ninjago World che si rifà ad uno dei temi di più avvincenti lanciati negli ultimi anni.
Ci sono attrazioni per tutti i gusti: da quelle * Il numero che segue il titolo di ogni set prodotto rappresenta un
elettrizzanti a quelle per tutta la famiglia. codice univoco identificativo ed apre una finestra su un mondo
Tra le tante spicca la Haunted House che richiama parallelo popolato da appassionati e collezionisti, i cosiddetti AFOL
fedelmente uno dei set di gioco più ricercati degli (acronimo di Adult Fan Of Lego).
ultimi anni, il Monster Fighter 10228 *. Si tratta per lo più di adulti Peter Pan travolti dalla passione ed in
alcuni casi, non rari, anche con spiccato senso degli affari.
L’esterno non lascia dubbi a chi ama il mistero.
Dentro e fuori la casa diroccata ragni, vampiri e Alcuni di loro possiedono diorami imponenti (costruzioni di set esposti
fantasmi la fanno da padrone. in sequenza che riproducono temi ed ambientazioni realistiche o di
All’interno ogni stanza è un trionfo di luci suffuse, fantasia) che invadono la casa tra la disperazione del partner e con
personaggi loschi, piccoli mostriciattoli e tante grande frustrazione dei figli che hanno l’assoluto divieto di giocarci.
“trappole”. Tutta la famiglia alla fine ne viene coinvolta, sempre alla ricerca del
“pezzo speciale” come nel film Lego MOVIE diventato un cult per gli
amanti del genere e non.
Superata la prova della casa infestata e tornando a passeggiare sui vialetti del parco, che brulicano di bambini impazienti di
provare la prossima giostra e di adulti che ammirano le bellezze artistiche realizzate in mattoncini tra le quali la maestosa
riproduzione del Monte Rushmore, ci si imbatte nel Pirate Splash Battle, un toccasana nei periodi estivi visto che consente ai
visitatori di rinfrescarsi a colpi di pistole e fucili d’acqua.
Dopo essersi bagnati si prosegue verso l’immancabile castello, il regno dei cavalieri.
Questa attrazione, ambientata in epoca medioevale, è impreziosita da montagne russe adatte a tutta la famiglia.
Una volta riscaldatisi si prosegue verso una delle attrazioni più adrenaliniche dell’intero parco, il Polar X-plorer.
Si tratta di montagne russe che, tra animali selvatici Lego e pinguini vivi, mette alla prova anche i più coraggiosi.
Ultimati gli attentati alle vostre coronarie, la visita al parco concede finalmente momenti più tranquilli tra i vari punti di ristoro
ed il Safari.
Un rilassante giro nella jeep zebrata alla ricerca di splendidi animali costruiti e progettati in maniera impeccabile,
assolutamente realistica ed a volte ironica.
Per chi non si accontenta, a ridosso del parco sono presenti altre attrazioni tra le quali segnaliamo Lalandia e la Lego House.
Due strutture che completeranno la vostra esperienza e lasceranno un ricordo indimenticabile.
Se si vuole organizzare un week end nel paese dei balocchi è facile e veloce.
Basta prenotare in anticipo un aereo con compagnie low cost con destinazione direttamente su Billund.
Importante avvertimento: fate attenzione al periodo ed alle giornate di chiusura del parco per evitare sorprese.
Per chi avesse maggiori disponibilità di tempo e pecunia potrebbe invece fare tappa qui organizzando un meraviglioso
viaggio itinerante alla scoperta di questo paese che fonde cultura, storia, divertimento, architettura, ambiente e natura.
Una soluzione potrebbe essere scegliere all’andata l’aeroporto di Billund con ritorno su Copenaghen o viceversa, attraversando
il paese in auto, oppure per i più temerari e sportivi in bicicletta.
In collaborazione con
Dario Truffelli Photography
Associazione Radici
La struttura della facciata è molto sobria. Secondo la tradizione, finché ci fosse stato il Jinn a sorvegliarli,
In alto, nella parte centrale, vediamo la Croce di Gesù tra due Silvestro II non avrebbe potuto aprire il libro, né in cielo né in
angeli ed al loro fianco i quattro Evangelisti. terra.
All’estrema sinistra c’è la statua di una donna, Sant’Elena, Ma la tentazione fu irresistibile per quanto imperdonabile per
madre dell’Imperatore Costantino, anch’egli rappresentato un uomo di Chiesa.
all’estremità opposta.
A lei si deve il ritrovamento in Terra Santa di alcune delle Così Silvestro II, dotato di fine intelletto e probabilmente
reliquie qui conservate, tra le quali proprio un frammento della molto atletico, un giorno rubò il libro e si mise a correre per
croce di Gesù. alcuni chilometri fino ad arrivare a Ponte Milvio.
Si legò ad una corda, si buttò dal ponte rimanendo sospeso a
La Santa, oggi Patrona degli archeologi, riportò a Roma una testa in giù, a mezz’aria, tra il ponte e l’acqua del fiume Tevere.
parte di quella terra scavata durante il suo pellegrinaggio a
Gerusalemme e la fece utilizzare come base per la costruzione Riuscì così a soddisfare la sua sete di conoscenza, divenendo
di una cappella nel Sessorio, l’allora residenza dell’Imperatore. il mago più potente al mondo.
Sui resti di questi edifici nel ‘700 fu ricostruita la chiesa per Mai sazio di sapere, un giorno interrogò anche la maschera,
come la conosciamo oggi. chiedendole dove sarebbe morto e la risposta fu:
“Gerusalemme”.
Il legame di questo edificio con la stregoneria è riconducibile Passò i suoi giorni pensando che bastasse non recarsi in
alla figura del Papa Mago. pellegrinaggio in Terra Santa per avere salva la vita.
Il racconto di Andrea inizia dalla storia di Gerberto di Aurillac, Tuttavia, mentre stava celebrando la Messa in una Chiesa,
divenuto Papa con il nome di Silvestro II. ebbe un malore e realizzò di essere proprio sul terreno sacro
di Santa Croce in Gerusalemme.
Visse in pieno Medioevo. Ma non finisce qui.
Uomo di cultura, di fede, ma anche assetato di sapere e Il Papa, comprendendo che fosse ormai giunta la sua ora,
conoscenza. diede disposizione di essere adagiato su un carro trainato da
Proprio per offuscare la sua immagine, furono divulgate storie buoi e di essere sepolto nel luogo in cui si sarebbero fermati
infamanti e dicerie, sia prima che dopo la sua elezione a Papa. spontaneamente.
La leggenda gli attribuisce il ritrovamento della Tomba di Si fermarono a San Giovanni in Laterano, non lontano da
Augusto, che nel Medioevo si credeva fosse ricca di tesori. Santa Croce, dove ancora oggi è sepolto.
Si narra che, al centro di una grande stanza circondata da La leggenda vuole che la magia continui ancora.
12 troni, egli trovò due oggetti: un libro nero, contenente Finché la superficie della tomba di Silvestro II rimarrà asciutta
incantesimi e tutta la conoscenza del mondo, e una maschera il Papa in carica godrà di buona salute, ma qualora dovesse
in grado di predire il futuro, entrambi protetti da un Jinn, uno cominciare a trasudare umidità, la sua vita sarebbe giunta al
spiritello. capolinea. Auguriamoci, quindi, che resti a lungo asciutta!
Terminato il racconto, riprendiamo il cammino e ci fermiamo Nei secoli è sempre stata un oggetto benaugurante.
vicino alla Chiesa di Santa Maria del Buon Aiuto. Esiste però qualcuno che la utilizza come mezzo di
Costruita alla fine del 1400 e dedicata alla Vergine Maria per locomozione e che di benaugurante e positivo ha ben poco:
un voto fatto dal Papa Sisto IV che, trovandosi una sera in la strega.
mezzo ad un fortissimo temporale, chiese di arrivare sano e
salvo a casa. La strega, infatti, ha un potere malefico tanto forte da
Questa chiesetta è conosciuta come Santa Maria Oblatoria o assoggettare la scopa al suo volere.
Santa Maria della scopetta. Per contrastare la negatività di questo personaggio, il
paganesimo se n’era inventato uno con le medesime
Si trovava infatti lungo un cammino di pellegrinaggio ai caratteristiche, ma amato dai bambini: una sorta di “anti-
confini della città, dove era usanza lasciare monetine per strega”, ovvero la Befana.
buon auspicio.
I frati che la custodivano avevano l’abitudine di tirar via le Si narra, per poterla distinguere dalla strega, che ella
monetine con la scopa; questo è uno dei motivi per cui a cavalcasse la scopa al contrario.
questo oggetto viene attribuita un’accezione positiva.
Seguiamo le mura aureliane e il racconto di Andrea si sofferma Le mura corrono fino a perdersi di vista sulla sinistra, mentre
su un aspetto interessante per archeologi ed antropologi: davanti a noi si apre Piazza San Giovanni, sullo sfondo la
la superstizione. Basilica.
Principe della superstizione è il gatto nero che tra queste Ci troviamo ai piedi della Statua di San Francesco, il poverello
mura ha costituito una considerevole colonia. d’Assisi che, per evitare di essere tacciato di eresia, giunse a
Nel Medioevo si diceva che le streghe si trasformassero in Roma per chiedere a Papa Innocenzo III l’approvazione per il
questi felini per confondersi nel buio della notte e sfuggire suo operato.
all’inquisizione. La statua sembra dire: “sono pronto a far parte della Santa
Romana Chiesa per servirla, a modo mio”.
Era un periodo duro per chi amava il sapere, la conoscenza ed
in particolare per le donne. Probabilmente questo fu un compromesso storico che
Bastava infatti una semplice denuncia anonima, anche falsa, permise alla Chiesa Cattolica di sopravvivere nei secoli.
per essere accusate di stregoneria ed essere condannate al
rogo.
Questo luogo è una via di mezzo tra il sacro ed il profano e Qui passavano la notte, accendendo grandi falò, nei quali
con profano ci si riferisce ad un evento rimasto vivo nelle venivano bruciate erbe dalle proprietà magiche.
tradizioni popolari fino agli anni ’80: la notte di San Giovanni,
meglio conosciuta come la notte delle streghe. Partecipavano a riti propiziatori di ogni genere, come il
lavaggio delle mani nella fontana per scacciare le sventure
Si credeva che nella notte più corta dell’anno, tra il 23 e il 24 per un intero anno, oppure mangiavano lumache perché “ad
di giugno, il solstizio d’estate, le streghe sorvolassero Roma, ogni corno di lumaca la sventura s’allontana”.
dirette a Benevento, per celebrare la cerimonia del Sabba,
durante la quale veneravano il diavolo e ricevevano da lui Banchettavano tutta la notte per poi assistere, la mattina
nuovo vigore e potere. seguente, alla Messa del Papa.
Uno dei più grandi pittori dell’800, Ettore Roesler Franz,
Per esorcizzare questo evento, il popolo di Roma si riversava rappresentò questa scena nell’acquarello L’alba dopo la festa
in piazza nel “Rione I Monti” da ogni parte della città per di San Giovanni.
pregare San Giovanni, affinché li proteggesse.
Siamo arrivati all’ultima tappa del nostro tour: voltiamo lui all’interno dell’anfiteatro da un frate che si era offerto di
l’angolo ed ecco far capolino sua maestà il Colosseo. Intorno aiutarlo a conquistare una donna della quale si era invaghito.
all’anno 1000, si pensava che tutto ciò che era stato costruito
dai romani fosse opera del diavolo o di altre arti oscure, solo Non tutto andò come previsto durante il rito magico di
perché non se ne comprendevano le tecniche di costruzione. evocazione degli spiriti, poiché cominciò ad affollarsi una
Vennero quindi relegati a luoghi di magia oscura, dove si quantità di anime ben superiore a quella richiamata dal frate.
praticavano riti e sortilegi.
Così scriveva lo scultore nel suo diario: “le legioni eran l’un
Una testimonianza arriva direttamente dal diario di Benvenuto mille più di quel che lui aveva domandato”.
Cellini. Scrisse che poi riuscì comunque a fidanzarsi con la ragazza,
L’artista fiorentino, trasferitosi a Roma, divenne, suo tuttavia gli rimase sempre il dubbio che il merito fosse da
malgrado, protagonista di un rito propiziatorio, preparato per attribuire al frate.
Castello di Chenonceau
Autore: Matteo Pappadopoli
Castello di Chenonceaux sulla Loira (Francia)
Innocente Stupore
Autore: Americo Arcucci
Myanmar (ex Birmania)
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APPASSIONATI A NOI
PHOTO
T R AV E L
M AG A Z I N E
Alberobello
Floriana Podda
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