GF66
GF66
com
N. 66 - 2021 | APRILE Gienneci Studios Editoriale. [Link]
Mercato Orientale
GENOVA
Band of Giroinfoto
66
[Link]
APRILE 2021
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3
Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Dopo più di 5 anni di redazione e affrontando un anno difficile come il
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. 2020, il progetto Giroinfoto continua a crescere in modo esponenziale,
aggiudicandosi molteplici consensi professionali in tema di qualità dei
È così, che Giroinfoto magazine©, diventa una finestra sul contenuti editoriali e non solo.
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze Questo grazie alla forza dell'interesse e dell'impegno di moltissimi
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters membri delle Band of Giroinfoto (i gruppi di reporter accreditati alla
professionisti e amatori del photo-reportage. rivista e cuore pulsante del progetto) , oggi distribuite su tutto il territorio
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più nazionale e in continua crescita.
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere Una vera e propria community, fatta da operatori e lettori, che supportano
un punto di riferimento per la promozione della cultura e sostengono il progetto Giroinfoto in una continua evoluzione,
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio. arricchendosi di contenuti e format di comunicazione sempre più nuovi.
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi, Per l'anno 2021 affronteremo nuove sfide per offrire ancora più esperienze
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, alle nostre band e ai nostri lettori, proiettando i contenuti su nuove frontiere
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici dell'intrattenimento, oltre la carta stampata, oltre l'on-line reading, oltre i
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e social, per rendere più forte la nostra teoria di aggregazione fisica, reale
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai interazione sociale e per non assomigliare sempre di più a "pixel", ma a
tutti ci siamo fossilizzati. persone in carne ed ossa che interagiscono fra di loro condividendo la
passione della fotografia, della cultura e della scoperta.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze Un sentito grazie per averci seguito e un benvenuto a chi ci seguirà da
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili. oggi, ci aspettano esperienze indimenticabili da condividere con tutti voi.
on-line dal
11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.
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ANNO VII n. 66 Youtube
20 Aprile 2021 giroinfoto TV
C O N T E N T S
R E P O R TA G E
MOG
GIROINFOTO MAGAZINE
66
I N D E X
R E P O R TA G E
PALERMO
10 MERCATO ORIENTALE
Di genova
Band of Giroinfoto Liguria
58
46 PARALOUP
Il borgo che ha fatto la storia
Band of Giroinfoto Piemonte
58 PALERMO
I 4 canti di Città
Band of Giroinfoto Sicilia
76 DI RAPACI E FALCONIERI
La falconeria
Band of Giroinfoto Lombardia
R E P O R TA G E 92 FOTOGRAFIA OTTOMANA
Bernardino Nogara e le miniere del
DI RAPACI Vicino Oriente (1900–1915)
E FALCONIERI Skira Editore
76
R E P O R TA G E
PARALOUP
46
Giroinfoto Magazine nr. 66
7
R E P O R TA G E
98
IL PANZEROTTO
IL PANZEROTTO
Sulle orme della tradizione
98 R E P O R TA G E
108
LA CASALTA
Residenza americana ai Parioli
108
Band of Giroinfoto
BOTTEGHE ROMANE
Piovano e Giuliani
118
Band of Giroinfoto Lazio
GAIRO VECCHIO
Il paese che scorre
130
Di Elisabetta Cabiddu
FOTOEMOZIONI DI
Ivi Marchesini
140
Ronald D. Palandie
Linda Zanchin R E P O R TA G E
130
GAIRO VECCHIO
R E P O R TA G E
118
BOTTEGHE ROMANE
Un modo divertente e
coinvolgente per condividere le
tue emozioni.
I NOSTRI
REPORTS Articoli totali Articoli pubblicati Nuovi
sul magazine dagli utenti Reporters
Aprile 2021
298 52 8 34 20 1
ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI ARTICOLI
Dario Truffelli
Davide Mele
Giuseppe Tarantino
Isabella Nevoso
Luca Barberis
Manuela Albanese
Monica Gotta
Silvia Barbero
Stefano Zec
INTERVISTE a cura di
Gaia Cultrone
Dario Truffelli
Manuela Albanese
Monica Gotta
Stefano Zec
Gli accessi al mercato sono diversi, da Via Galata Questo spazio affascinante propone un format simile
a Via XX Settembre, altri che si aprono nelle vie ad altre strutture europee come Covent Garden, il
prospicenti del centro genovese. mercato di San Miguel a Madrid e la Boqueria di
Raggiungerlo è molto semplice essendo vicino alla Barcellona.
Stazione Ferroviaria di Brignole ed è servito da molti
mezzi pubblici. Ciò che è racchiuso sotto la volta delle vetrate, che
Qui si possono trovare prodotti di qualsiasi genere, lasciano intravedere i tetti cittadini, è una miscellanea
Giacomo Bertini Photography
dalla frutta e verdura, al pesce fresco, carni, di passione, tradizione, creatività e innovazione, di
formaggi nonché prodotti particolari di provenienza persone impegnate a fornire un’offerta a 360° al
internazionale. cliente.
Ogni desiderio può essere soddisfatto in questo Dalla colazione al pranzo, dall’aperitivo alla cena, qui
mercato e non è un dettaglio da sottovalutare. si possono trovare le più svariate e allettanti proposte
Ma all’interno di questa struttura storica troviamo di gusto con prodotti del territorio, a km zero, dalla
anche altro. cucina tradizionale genovese alla rivisitazione
internazionale ed esotica.
Quello che in passato era il piano rialzato del mercato
orientale oggi è diventato il MOG, il nuovo concetto,
la nuova visione di questo spazio vitale ed essenziale
per la città di Genova e i genovesi.
Entriamo nell’universo della cucina e del food,
entriamo anche in uno spazio dedito alla condivisione
e all’aggregazione.
Manuela Albanese
Abbiamo fatto le interviste ai corner e saremmo interessati
a parlare con lei del progetto in generale, partendo da come
è nata l’idea.
Photography
dall’acronimo Mercato Orientale di Genova ed è nato casualmente a
seguito di una vacanza, una visita occasionale a Madrid, nella quale
ci siamo imbattuti nel mercato di San Miguel.
Sì esiste, ci siamo confrontati con una realtà che all’interno del mercato Liguria, abbiamo creato un ristorante da 45 coperti e la sala polivalente
orientale esiste da parecchi anni, 40-50 anni. che normalmente affittiamo a società o a chi vuole fare riunioni di
Il MOG è stato visto subito come un nuovo inquilino, i rapporti sono team building.
buoni, ma ci sono ancora alcuni che non sono completamente contenti. Poi c’è la scuola di cucina che noi affittiamo sia per corsi professionali
Altri punti vendita più strutturati hanno accettato di buon grado l’arrivo che per corsi amatoriali.
di MOG, anche perché, numeri alla mano, molti banchi hanno avuto un È una scuola di cucina molto ben strutturata, ha 20 postazioni e sono
incremento delle vendite del 30-50%. molte paragonata a Firenze che ne ha 12 o 16.
Quindi siamo nel mercato e nel cuore storico di Genova con 2.000 mq
L’apertura è stata un valore aggiunto perché ha recuperato uno spazio recuperati e consegnati alla città.
restituendolo ai genovesi basandosi su una filosofia di aggregazione, Questa struttura è utilizzata anche per la crescita del flusso di turisti,
di incontro tra le persone, di vicinanza. obiettivo supportato anche dalla Pubblica Amministrazione che ha
C’erano le potenzialità di crescita in una struttura come questa. Il primo fatto sì che il flusso di turisti non si fermasse solo in Piazza de Ferrari,
anno è stato un anno per comprendere cosa era il MOG. ma arrivasse a Piazza della Vittoria.
Al piano di sotto abbiamo 1.200 mq per la somministrazione, 350 posti
a sedere e ci hanno dato dei visionari. Dopo l’apertura del porto con l’Acquario, questa zona da un punto di
Eravamo partiti con 270 coperti e ci siamo trovati a fine maggio a dover vista turistico era rimasta un pò indietro, mancava un motivo per far
implementare di circa 70 coperti in più, circa 60 persone occupate, la scendere i turisti fino al MOG.
realizzazione del soppalco è stato realizzato ex novo, dove abbiamo È vero che il mercato è un mercato storico, ma non è paragonabile alla
creato lo spazio per ISCOT, la scuola di panificazione della Regione Boqueria di Barcellona.
È previsto un aiuto da parte del Comune o da parte del consorzio per un recupero del mercato tradizionale ortofrutticolo?
Sì, è previsto, non sarà un passaggio rapidissimo visto il momento di Manca un percorso studiato in modo costruttivo per raggiungere
emergenza sanitaria, ma credo che una delle intenzioni del Comune sia l’obiettivo e bisogna mettere d’accordo tutti coloro che fanno parte di
di valorizzare un bene come può essere questo mercato e lo si può fare questa struttura, che sia sotto o sopra per così dire.
anche a piccoli step. Il Comune ha lasciato che il mercato si gestisse in autonomia e credo
che occorra una guida comune a tutti.
Come Barcellona anche Genova vive dei colori, dei sapori all’interno
della struttura: entrando si notano i colori dei banchi, forse manca
un po’ di ordine, alcuni banchi andrebbero riadattati, tutti i banchi
andrebbero chiusi con delle serrande.
Un dettaglio interessante è proprio l’aspetto del restauro di Con il Covid voi siete ancora in attività, al Mercato del
questo spazio, anche perché questo è stato uno dei primi Carmine non ce l’hanno fatta, magari per via di scelte
edifici fatto con il sistema Hennebique a Genova. diverse.
Questo edificio è stato inaugurato il 7 maggio 1899 e, non a caso, Posizioni diverse in primis.
abbiamo inaugurato il 7 maggio 2019 – 120 anni dopo con il Sindaco Qui per il pranzo, essendo in zona uffici, eravamo sempre pieni.
Bucci e l’attuale Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. All’inizio non venivano accettati i ticket, mentre ora sì. Genova non
Esso, ancora prima dei silos in porto è stato fatto da Hennebique, è una città semplice.
quindi in cemento armato e abbiamo fatto addirittura degli assaggi, Ciò che ci ha fatto sempre piacere è che tutti quelli che sono entrati
perché inizialmente volevamo ancorare il soppalco ai pilastri. come Crozza o altri imprenditori dicono che non sembra di essere a
Genova, non siamo dei precursori ma siamo riusciti a costruire una
Poi, per vari motivi strutturali ed architettonici, abbiamo rinunciato bella cosa.
lasciando le due realtà distinte.
Abbiamo anche recuperato la struttura delle vetrate, sostituito Ci aspettiamo che i genovesi ci aiutino a portare avanti un sogno.
i vetri con nuovi vetri di sicurezza e ciò ha anche donato di nuovo All’inaugurazione avevamo quasi 5.000 persone ed altre 1.500 non
luminosità alla struttura. sono riuscite ad entrare e considero questo un segnale importante
ed interessante e di valore per Genova.
Oggi abbiamo vissuto un qualcosa di inimmaginabile: era
impensabile, quando è iniziata l’emergenza sanitaria, che si sarebbe
arrivati a questi punto; il turismo è stato penalizzato, la ristorazione
Si è detto che ci sono stati molti modelli, come Barcellona, e ciò di cui facciamo parte; si è creato un divario ancora più marcato
Madrid e Firenze. tra le fasce di popolazione a discapito della fascia media che dà
Secondo lei in che modo voi potrete essere modello per forza all’economia italiana.
altre città o per altre realtà di Genova? Il fatto di essere nel
Una struttura come questa aperta il 7 maggio 2019 con gli
mercato orientale è un unicum in effetti.
investimenti che abbiamo fatto, chiusa dopo 1 anno con l’onere di
dover amministrare il personale, è diventata una gestione complicata.
I punti focali per cui abbiamo scelto di fare questo investimento è Quest’indecisione dall’oggi al domani è sempre un problema, si
stata la posizione, centrale all’interno della città, all’interno di un traduce in uno spreco di risorse, di materie prime e quando accendo
mercato che ha un valore aggiunto perché il mercato orientale pre una macchina come il MOG non è semplice.
Covid aveva un flusso di circa 9.000 visitatori al giorno, 20 anni fa Molti ci hanno chiesto di replicare questo progetto, ma sono
senza supermercati era il doppio. propenso per fare un passo alla volta, prima torniamo alla normalità,
facciamo tornare il MOG a camminare con le sue gambe.
Entrare qui è stato un bene, il fatto di non essere su strada penalizza Aspettiamo che la situazione si normalizzi perché lo smart working
leggermente la struttura perché molti non sanno che ci siamo, sia i crea dei problemi a chi come noi è in una zona di uffici. Anche se
turisti che i genovesi. siamo aperti con la delivery, senza domanda è un problema.
Il 2020 ha cambiato i piani di tutti, avevate previsto la possibilità di fare eventi tematici, culturali in questi spazi
al di là dei corner?
Il locale è nato non solo per la somministrazione e la vendita di prodotti legati al food, è nato anche come un punto di incontro, abbiamo tenuto
eventi di beneficienza, dei concerti, una ricorrenza di Verdi, un coro, serate giovanili con un gruppo che si chiama Friends, con circa 800 persone.
Un altro evento importante è stato Ecuador Gastronomico durante il quale è stata organizzata una gara di cucina e contemporaneamente si è
festeggiata la ricorrenza dell’indipendenza della città di Guayaquil. Un evento multiculturale nella nostra Genova che ha contribuito allo sviluppo
della città, nel campo sociale, culturale ed economico e che ha promosso una maggiore integrazione tra comunità diverse.
graphy
alcuni ristoranti genovesi piuttosto in voga e ciò lo ha portato ad
essere notato dal famoso Chef Stefano Giorgi ai tempi della sua
permanenza a Forte dei Marmi.
Si dice che i nostri posti di lavoro sono tra i più sanificati e più
controllati. I ristoratori hanno diminuito il numero di tavoli all’interno
dei loro esercizi in ottemperanza delle normative.
Sono andato incontro alle regole, in tutto e per tutto, per cercare di
mantenere il lavoro, per far star bene i dipendenti e per fare stare
bene le persone che ci venivano a trovare confermando la fiducia nel
nostro settore.
Non ho mai alzato i prezzi per rispetto dei miei ospiti pur avendo un
affitto da pagare.
Come tutti gli imprenditori del settore della ristorazione sono
soggetto al cambiamento continuo dei colori delle zone.
È un’incertezza ma ciò che considero importante è che ci venga
data la possibilità di lavorare nel miglior modo possibile e, da parte
nostra - i ristoratori – avremo le giuste accortezze per mettere tutto
in sicurezza.
Conosciamo l’inizio della tua formazione all’I.P.S.S.A. Nino Bergese e il un primo incontro con uno chef famoso a Forte dei
Marmi: ci puoi raccontare un po' il tuo excursus formativo?
Ho lavorato in una catena di alberghi, l’Accor, in diverse città italiane Ora ci sono altri chef stellati e credo ci siano altri colleghi nella mia
per poi aprire il mio ristorante nel 2004. città che possono prendere la stella.
Una location da circa 30 posti in quanto preferisco un locale più
raccolto. Genova ha bisogno di una vetrina diversa dal punto di vista
Come d’uso cercavo di accogliere più persone possibile quando ancora gastronomico.
non era un problema. Pochi mesi, fa in piena quarantena, abbiamo deciso di aprire l’Ostaia
Ho iniziato a fare una cucina molto normale, tradizionale con de Zena.
un'impronta che mi distinguesse, non la classica cucina d'albergo. Ho È stato un po' il sogno della mia vita, ossia quello di avere anche
sempre cercato di utilizzare materie prime di assoluta qualità. un’osteria per fare cucina tradizionale al 100%.
Nel 2010 ho cambiato indirizzo visto che sembrava il momento giusto. Chiaramente non è facile portare avanti questo progetto visto che non
Ho rielaborato i miei piatti e nel 2010 abbiamo preso la Stella Michelin. siamo sempre aperti per via della pandemia.
La stella ci ha dato una visibilità diversa rispetto a prima e, con il Pertanto è difficile farsi conoscere dai possibili ospiti, manca la
passare del tempo, la visibilità è aumentata ancora. continuità del servizio.
Pertanto abbiamo valorizzato al massimo il territorio cercando di L’altro sogno che coltivo è quello di aprire una gastronomia, cosa che
utilizzare al 100% prodotti della nostra terra e del nostro mare. farò sicuramente non appena si potrà tornare alla normalità.
Con ciò trovo giusto mettere a disposizione degli altri la propria Non solo per me e per chi mi accompagnerà in quest’avventura ma
conoscenza. anche per la città di Genova.
Personalmente non sono mai stato da grandi chef a fare stage
piuttosto che collaborazioni. Queste sono le cose che mi piacciono! Il Cook è una bellissima
Nel momento in cui si apre un proprio locale si deve pensare al lavoro esperienza che dà tante soddisfazioni, ma l’Ostaia mi dà la possibilità
e il tempo che rimane non è molto. di far parte di un mondo diverso.
In tal senso ammiravo "dal punto di vista lavorativo” un amico di Milano
Vado spesso a mangiare dai miei colleghi per informarmi, conoscere perché era riuscito a creare un'osteria portando sul tavolo dei clienti
cose che potrebbero servire ad ampliare il mio bagaglio per poi cose veramente semplici.
metterlo a disposizione dei ragazzi che lavorano con me. Quando vado da lui mi sembra di essere a casa e quindi lo inviterò
Per alcuni anni sono stato l’unico chef stellato della città e della appena possibile da me per condividere una serata insieme.
provincia ed è un motivo d’orgoglio tanto quanto una responsabilità
perché i riflettori sono sempre puntati su di te.
Ritrovare la genuinità e la semplicità in un piatto è cosa Concordo col fatto che il contatto con le persone sia la
bellissima specialmente quando si parla di tradizioni, cosa più bella che ci sia.
continuare a farle vivere e non farle scomparire. È il MOG che ha trovato te o tu hai trovato il MOG?
La tua osteria è dedicata proprio alla tradizione, il buono,
il puro. Noi abbiamo parlato di MOG con Marco ancor prima quando
avevamo in mente il progetto dell’Ostaia.
Esatto e sono lieto di riscontrare che le persone che vengono qui, Non è stato facile per uno chef entrare in un posto dove ci sono tante
anche di una certa età, sono quelle che fanno da mangiare a casa persone che fanno da mangiare.
e che forse ne sanno più di chiunque altro di cucina e di tradizioni. Il difficile sta nel fatto che a volte non si incontrano i gusti, si
Quindi è bello sapere che anche questo pubblico ci apprezza, concepisce la cucina in modo differente.
diversamente dal pubblico del territorio, che entra qui per caso.
All’inizio ho fatto fatica, ma c'è sempre un momento di crescita,
Queste persone, affascinanti, portano in osteria la loro esperienza bisogna riflettere, ragionare, capire e allora tutto prende forma in
in cucina. Probabilmente qualche casalinga, che ringrazio, sa fare modo molto chiaro.
meglio di me certi piatti tradizionali! C'è rispetto reciproco.
Il bello è proprio riuscire ad apprendere il massimo da altre persone. Ogni tanto mangio da qualche collega, se mi chiedono un consiglio
Inoltre avere la disponibilità di uno chef stellato al confronto e alla tecnico di come è il piatto e posso esprimermi ne sono ben lieto.
discussione è un modo per costruire un rapporto di fiducia. È sempre uno scambio, un modo per crescere.
Questa struttura non è solo un mercato, ha delle potenzialità enormi
e all’inizio è stata sfruttata nel modo giusto.
Partecipo al programma da 11 anni e sono molto contento di Ma mantengo sempre il mio personaggio, quello un po' distaccato, un
quest’esperienza. po' genovese!
Mi trovo a mio agio tra telecamere, giornalisti e fotografi, mi piace, mi Finita questa intervista assistere ad un breve ed improvvisato Show
diverte, ho un ottimo rapporto con la conduttrice della trasmissione. Cooking di Ivano Ricchebono è stata una sorpresa inaspettata.
La televisione permette di entrare nelle case delle persone, di stabilire
un contatto, anche se a distanza. Sapendo che lo chef stellato genovese crede anche molto nel potere
Anche se questo aspetto della mia vita mi dona visibilità, ammetto che dei Social Media per diffondere le sue passioni e con questo dimostra
mi mancava la famiglia che si era creata quando per mesi non sono nuovamente quanto esposto all’inizio: non solo chef, anche uomo,
potuto andare. entrambi con un mood così accogliente che non lasciano dubbio sul
E’ diventata una passione. motivo del suo successo!
graphy
Lo Scolapasta nasce da un'amicizia di anni con i nostri soci, i
Barattino della pasta fresca e gastronomia di Busalla.
Ci siamo accordati con loro perché è uno dei produttori di pasta più
competenti che conosciamo.
L'azienda Barattino è molto attenta all’ecologico. Usano pack senza impatto sull'ambiente, prodotti a km zero.
Avete scelto di collaborare con loro anche per via dell’attenzione a questi dettagli?
Giuseppe Tarantino
Perché avete scelto di aprire il corner presso il MOG?
Photography
che accoglieva 13 persone e ora, a causa della necessità di
distanziamento sociale, solo due, i costi erano diventati insostenibili;
sentivamo l'esigenza di continuare ugualmente a soddisfare la
nostra clientela.
A questo aggiungiamo la nostra crescente volontà di ampliare
la clientela, e diversificarla: non sembra ma, nonostante l'esigua
distanza tra il nostro locale e il MOG, l'utenza è veramente diversa.
Mio padre nel 1980 gestiva un bar storico di Genova, il Café de Paris,
in Vico Casana.
Faceva già crêpes perché mia madre è francese, e suo fratello, mio
zio, era crepiere.
Gli ha insegnato la tecnica di crêpes e galletes, diverse dalle crêpes
perché generalmente farcite con cibo salato e a base di farina di
grano saraceno.
Sicuramente la gallette, perché pochi la fanno nella versione originale, quindi a base di grano saraceno.
Inoltre, noi la chiudiamo a fagotto, creando una sorta di cartoccio dove cuociamo direttamente gli ingredienti del ripieno, come le verdure, senza
disperderne i sapori.
La più venduta è sicuramente la Completa, farcita con prosciutto, formaggio e uovo a fine cottura, con rosso cremoso.
Si tratta della versione tradizionale bretone.
Per quanto riguarda la crêpe dolce la più venduta è tradizionale: fragole e cioccolato.
Giuseppe Tarantino
Ci racconti un po' della storia del vostro locale.
Noi eravamo un banco del mercato orientale già prima che il MOG
esistesse; vendevamo carne equina dal 1946.
Photography
Abbiamo creduto da subito nel progetto e ci tenevamo ad essere
presenti sia nella vendita al mercato sia nella cottura e vendita del
prodotto finito all'interno del MOG.
Sì, siamo io, mio marito e mio figlio minore che cuoce le bistecche.
Abbiamo altri due ragazzi che ormai è come se fossero di famiglia.
Isabella Nevoso Photography
Manuela Albanese
Raccontaci un po' di storia del progetto del Bar.
Daniele Cappadona
Sono entrato qui fin da subito, conoscevo già il progetto.
Sono stato scelto come responsabile del bar, avendo lavorato come
barman anche in un mio locale.
Photography
Col tempo sono anche diventato vicepresidente del MOG.
La considero una realtà particolare, la si deve vivere per capirla.
È molto europea ma al tempo stesso teniamo molto all'italianità nei
prodotti.
Daniele Cappadona
Per quanto riguarda l'aperitivo penso che potremmo essere un passo
avanti, perché cerchiamo di avere sempre quel qualcosa che altri non
hanno, una proposta così ampia che nessuno ha.
Il cliente decide cosa mangiare e vive un’esperienza unica. Provate
per capire!
Riccardo Germi
Tengo a sottolineare che abbiamo fatto un percorso importante
come squadra.
All’inizio eravamo tre persone differenti, con storie diverse, ora
stiamo lavorando per diventare una cosa sola.
Daniele Cappadona
Tutti noi abbiamo avuto un'attività propria, quindi abbiamo una
mentalità che ci fa pensare al MOG come fosse nostro, dando il
Silvia Barbero Photography
Daniele Cappadona
Innovativo.
Per viverlo e per capirlo peraltro non si può vederlo una volta.
Non è detto che alla prima si capisca cosa vuole trasmettere, è come per i bei film.
Può essere un po' confusionario anche all'inizio, ma poi lo si capisce.
Maurizio Fiori
Unico… ma anche storico.
Incredibile come si sia riusciti a fare qualcosa di così innovativo
dentro un posto che appartiene al passato... basta guardare le
colonne, le abbiamo lasciate così, sicuramente perché rendono,
ma anche perché le Belle Arti non ci permetterebbero di toccarle!
Riassume un po' il potenziale di Genova: tradizione e futuro. I mercati
sono sempre stati dei fulcri per tutte le città e questo posto rinnova
e reinventa questo concetto.
Riccardo Germi
Affascinante.
Ma anche internazionale, non sembra quasi di essere a Genova qui.
Mi ricorda quella sensazione che si ha quando si arriva in un
aeroporto: ci si sente cittadini del mondo. Provo la stessa sensazione
entrando al MOG!
Riccardo Germi
Gestisco la Vineria, dove si è voluto creare una sorta di salotto per
fare aperitivo, degustare un vino o fare un percorso.
Sempre in nome della tradizione con l'innovazione utilizziamo delle
macchine che prendono il nome di Wine Emotion, che attraverso
l'utilizzo dell'azoto fanno sì che quando le bottiglie vengono aperte
non vengano danneggiate dall'ossigeno, mantenendo il vino come
appena aperto.
Per concludere con un pensiero sul MOG Qui il cameriere è più importante del barista perché è sia quello che ti
accompagna al tavolo, ma anche quello che ti consiglia, perché con
Daniele Cappadona la varietà che c'è qui l'abbinamento food and drink diventa immenso.
Un altro aggettivo che lo descrive è camaleontico. Il cameriere deve saperne abbastanza da darti un consiglio adatto,
Qui puoi vivere la giornata intera, con tutti i suoi pasti, dalla colazione per lavorare qui infatti devi avere requisiti ben precisi: noi puntiamo
alla cena. tantissimo a questo, ad avere persone che trasmettano la passione
Con tutti gli annessi: abbiamo anche fatto un evento/serata per quello che fanno.
discoteca quando ancora si poteva. Maurizio Fiori
Ti faccio uno slogan pubblicitario: il MOG è come casa tua, è sentirsi
Poi penso che la sua unicità stia anche nel fatto che, rispetto a casa tua.
al modello dei mercati delle grandi città europee, è molto meno Noi vogliamo trasmettere questo, al personale, al cliente, e cerchiamo
dispersivo. di trasmetterlo a te adesso in questo momento.
graphy
point al teatro Politeama Genovese e un laboratorio che offre anche
servizio catering, di cui fanno parte anche i nostri chef e pasticceri.
Allo stadio facciamo anche catering per le società calcistiche.
Il cavallo di battaglia?
Ho visitato tanti mercati anche nelle città all'estero, perché sono convinto che i turisti scoprano le città attraverso il mercato, che in qualche modo
racchiude la storia del luogo.
Il MOG quindi non è nuovo per l'Europa, ma per Genova sì, anzi, è rivoluzionario.
Dato il luogo in cui nasce, il mercato orientale con la sua importanza storica, e data la dimensione, aver creato un luogo così accogliente e così
vario per offerta è un'opportunità straordinaria.
Difficilmente si trova una varietà così ampia e di qualità così elevata.
graphy
mio padre sin da bambino amava il gelato ha inserito anche questo
prodotto.
Negli anni ci sono state diverse trasformazioni del locale, che è
divenuto un punto di riferimento a Nervi, soprattutto per le coppe al
tavolo, la nostra specialità.
Negli anni ci siamo ingranditi e siamo divenuti unicamente bar
gelateria con il gelato come prodotto di punta. Io ho proseguito
l'attività con tre soci: mia moglie e due colleghi fidati.
Ci sono una serie di gusti che vanno, in base anche al formato e al luogo: siamo a 9 km tra MOG e il nostro punto vendita, e le scelte dei gusti
cambiano, in base alla tipologia di cliente e a ciò che cerca: lo stesso cliente che a Nervi chiede una cosa, qui ne chiede un'altra.
Qui il cliente va più di fretta e anche questo muta le richieste.
Noi siamo conosciuti per la nocciola per esempio, per alcuni gusti più da ragazzi, come la biscottella - gelato al biscotto variegato con crema di
nocciola e cacao.
Però un gusto particolare che si trova solo qui, e di nuovo ci lega alla tradizione, si chiama “fügassa into laete”: è un gelato al cappuccino con
dentro pezzetti di focaccia. D'altronde pucciare la focaccia nel caffellatte, da buon genovese, è il massimo!
graphy
ristorante la sera.
Con il tempo la passione è cresciuta non solo per la panetteria, ma
anche per la pizzeria.
Ho iniziato così un percorso nelle pizzerie allora più importanti della
zona, una di queste era Le Cisterne di Chiavari che aveva la pizza al
metro.
La mia ultima esperienza lavorativa prima di questa, è stata da
Piuma, dove si usano le farine macinate a pietra, biologiche e il lievito
naturale.
Un prodotto che sento mio anche quando vado fuori Genova è la focaccia genovese.
La pizza è buona, ma la fanno tutti e ad oggi si inventa in mille modi.
Se mi chiedono di fargli sentire Genova io porto la focaccia. Poi ci dicono che siamo taccagni perché non c'è niente sopra, che siamo strani perché
la mangiamo nel cappuccino.
Però alla fine piace a tutti e fa parte della nostra identità.
Non mi definisco prettamente pizzaiolo ma baker come va di moda oggi, perché è il mestiere che abbraccia la panificazione in senso lato,
sicuramente la focaccia genovese è qualcosa che ci rappresenta, che mi rappresenta.
A livello di richieste, oltre alla pizza, viene chiesta la focaccia al formaggio, soprattutto se la clientela è più avanti negli anni e più legata alla
tradizione, probabilmente come prova del nove per vedere se la facciamo a dovere.
I turisti invece chiedono la pizza, che è sempre un must.
Ultimamente ha preso campo la burrata sulla pizza, a Genova abbiamo faticato, si andava molto più spesso su mozzarella e bufala.
Se me ne avessero parlato anche solo due anni fa avrei risposto "perché è più buona".
Ad oggi la pandemia ha fatto emergere quelli che vengono detti home bakers, che preparano ottimi prodotti da casa.
C'è stato un miglioramento dovuto, oltre alla curiosità che ha spinto ad informarsi, agli acquisti di prodotti e strumenti migliori.
Oggi mi ritrovo spesso a dare consigli sulle farine che uso su Instagram.
Il mio profilo è cresciuto tantissimo, ma quello che mi ha sorpreso è che evidentemente questo periodo ha risvegliato un vero e genuino interesse
per il prodotto.
Isabella Nevoso Ph
Ci racconti la storia del locale e di come siete arrivati al
MOG.
otography
proposti come hamburgeria.
Noi di famiglia siamo grossisti di carne, abbiamo colto l'occasione
per portare l'esperienza di cinque generazioni ad un prodotto finito
da mettere sul mercato come somministrazione.
Insieme a mio cognato abbiamo creato questo progetto.
RINGRAZIAMENTI
Marco Cambi - Presidente MOG Daniele Cappadona - Il Bar del MOG
Ilaria Pedullà - Referente MOG Maurizio Fiori - Caposala
Corner Riccardo Germi - Vineria
Ivano Ricchebono - Ostaia de Zena Bruno Beltrame - Il Laboratorio Gastronomico Ligure e Il Lab. Pesce
Francesca Finiguerra - Lo Scolapasta Massimiliano Spigno - Gelateria Chicco
Stefano Caccia - Jaime Les Crepes Manuel Carbone - La Pisseria
Cinzia Cevasco - La Carne Stefano Lanini - Bear and Grill
Adriana Oberto
Barbara Lamboley
Cinzia Carchedi
Giancarlo Nitti
Giuliano Guerrisi
Lorena Durante
Monica Pastore Giancarlo Nittii Photography
Ma partiamo dal principio… Anche le femmine davano una mano: a sei o sette anni, se non
Ritorniamo agli anni in cui Paraloup era semplicemente si avevano abbastanza soldi, le bambine venivano mandate
un maggengo, vale a dire un luogo quieto dove si risiedeva a fare le serve in famiglie più agiate; la maggior parte veniva
da maggio a settembre, mentre si portavano le mucche al mandata a far pascolare le mucche o a lavorare nei campi.
pascolo estivo.
Era l’unico modo per garantire un pasto a chi non poteva
La vita nelle valli non era semplice e se nascevi in quei luoghi, sfamare una famiglia numerosa.
il tuo destino era già segnato. Si dormiva nei fienili, in mezzo alle pulci ma almeno, tra il fieno
La popolazione era composta per lo più da contadini. ed i cani, si stava al caldo e, durante l’inverno, faceva comodo.
Ogni famiglia aveva almeno una mucca, anche perché, senza, La vita nelle borgate era dura ma la sera, quando era ora di
non sopravvivevi. ritrovarsi per fare due chiacchiere prima di rincasare, l’aria che
Mangiare tre pasti a giorno era lusso e, a volte, ti dovevi si respirava trasudava felicità.
accontentare di quel poco che offriva la terra: grano per fare
la farina e patate o legumi… Tutto cambiò quando, a settembre del ’39, scoppiò la Seconda
guerra mondiale.
All’epoca, i padri di famiglia speravano nella nascita di maschi
per poter usufruire di una mano d’opera efficiente e produttiva
nello svolgere i lavori più pesanti.
L’inizio della grande guerra fu traumatico per tutti. “Dispersi” si diceva... La parola in sé lasciava un barlume di
Le montagne si svuotarono degli uomini che venivano speranza alle famiglie che, non avendo la certezza fossero
chiamati per andare al fronte; la maggior parte dei cuneesi morti, sperava potessero tornare un giorno, ma la realtà era
furono mandati a combattere in Russia. ben diversa…
Le donne rimasero sole, con bambini e anziani, e la vita si fece
sempre più dura. Furono in tanti a cadere e furono in pochi a tornare e quelli
che tornarono non erano più gli stessi di prima. L’orrore della
Le donne furono costrette ad assumersi il ruolo e la funzione guerra cambia gli uomini.
di capofamiglia. Molti degli uomini mandati al fronte non
tornarono più.
Tra i sopravvissuti alla ritirata di Russia, un nome sopra tutti Dopo una prima collaborazione con un gruppo di partigiani di
si collegherà alla borgata Paraloup ed è quello di Benvenuto pianura, nel febbraio del 1944, decise di entrare a far parte di
Revelli detto Nuto, classe 1919. uno dei gruppi di “Giustizia e libertà”: la banda “Italia Libera”
Nuto Revelli, partito volontario un anno prima, tornò provato e di Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Giorgio Bocca con
ferito dalla Russia e, dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, sede a Paraloup.
capì subito che stava per iniziare un’altra guerra: la sua guerra. Paraloup era stata scelta dai fondatori della Banda (come la
Bisognava fare qualcosa, bisognava fermare i rastrellamenti chiamavano tutti) per questioni logistico-strategiche.
dei tedeschi, bisognava lottare contro la follia degli uomini, e La sua posizione offriva il riparo giusto e le 12 baite potevano
così, alcuni giorni dopo, partì di notte, alla ricerca di chi, come accogliere un discreto numero di persone. Ogni baita aveva la
lui, avrebbe lottato per salvaguardare la dignità del paese. sua funzione.
L’organizzazione era essenziale e la vita da partigiani non era Tutti davano una mano ed erano orgogliosi di farlo anche se
affatto semplice. si sapeva che la posta in gioco era altissima e le rappresaglie
A Paraloup l’inverno era lungo e la neve fittissima. in agguato.
Le baite non erano riscaldate e ci si doveva adattare alle Un anno passò tra le tante vicissitudini che può comportare
condizioni di vita ostili. la lotta partigiana e, con immenso sollievo, a settembre del
1945, la guerra terminò.
Oltre 200 giovani passarono a Paraloup per entrare a far parte Nel dopoguerra, la gente cominciò ad emigrare verso le città
del movimento e per ricevere formazione politica e militare. sempre più industrializzate per cercare lavoro e Paraloup
Gli abitanti della Valle diedero un aiuto fondamentale perse la sua funzione di pascolo estivo.
nell’organizzazione della vita quotidiana della banda; c’è Erano gli anni ’60.
addirittura chi, come la padrona dell’osteria di Rittana, accettò
di accogliere e nascondere Duccio Galimberti ferito in seguito
ad una battaglia.
Dagli anni ’60 ai giorni nostri, Paraloup diventa luogo di Il progetto è grandioso: si vuole ripristinare l’anima delle baite
pellegrinaggio per chi come Nuto Revelli, ha trascorso un attraverso un recupero architettonico innovativo e sostenibile
anno lassù, a combattere per l’Italia. seguendo la Carta Internazionale del Restauro.
È un luogo pieno di memoria e vederlo scomparire non fa che
accrescere il senso di vuoto che ha lasciato la desertificazione L’intento principale è quello di tornare a creare un tessuto
delle montagne oltreché la scomparsa dei suoi abitanti più sociale e produttivo attraverso attività turistiche-ricettive-
anziani. culturali e, in futuro, addirittura ritornare alla funzione di
pascolo con annessa produzione di prodotti caseari.
È come cancellare una fetta importantissima della storia del Gli architetti che hanno lavorato al progetto di restauro della
nostro Paese. borgata sono Daniele Regis, Valeria Cottino, Dario Castellino
Così, nel 2006, a due anni dalla scomparsa dell’ormai grande e Giovanni Barberis.
scrittore e storico, nasce la Fondazione Nuto Revelli Onlus (a
cui fa capo Beatrice Verri); la fondazione nasce dall’esigenza La scelta dei materiali da usare è stata fatta seguendo i
della famiglia e degli amici di non dimenticare, con la speranza principi del km zero: il legno di castagno che è stato usato per
di poter trasmettere alle nuove generazioni i valori a cui rivestire le baite è quello del posto.
teneva Nuto che non erano soltanto legati alla lotta partigiana Il modo in cui “operare” è stato pensato sulla base di un
ma anche alle condizioni di vita contadina nelle valli cuneesi intervento non invasivo.
prima della guerra.
Nel 2007, la fondazione decide di comprare gli immobili ormai L’anima delle baite deve rimanere e si deve vedere.
lasciati all’abbandono da quasi 50 anni.
La nuova Paraloup è stata suddivisa in tre lotti. Il secondo lotto è dedicato all’accoglienza e comprende un
Il primo lotto ad uso culturale contiene il Museo dei bar-ristorante, una cucina in comune e baite per l’ospitalità di
Racconti e ripercorre la storia locale divisa in 4 stagioni: fine turisti e visitatori che possono alloggiare fino a 30 persone.
dell’Ottocento con le migrazioni alpine; il periodo della lotta
di liberazione dal nazifascismo; l’epoca dello spopolamento Il terzo lotto prevede l’insediamento di attività agro-silvo-
delle Alpi e il ritorno alla vita in montagna. pastorali al fine di permettere a piccoli imprenditori agricoli
locali di coltivare terreni e riportare specie come la pecora
Al museo si aggiunge una sala polivalente per workshop, sambucana a pascolare nel loro ambiente naturale originale.
mostre e seminari e infine l’anfiteatro naturale all’aperto per
rappresentazioni teatrali e concerti.
”
vegeta
(Nuto Revelli – dal discorso per la Laurea honoris causa, 1999)
Il Centro
Storico di Palermo,
esteso circa 240 ettari, è uno tra i più
grandi d’Europa e tra i più ricchi ed articolati
dal punto di vista artistico e culturale.
I due assi viari principali che lo attraversano, la via Maqueda ed il Cassaro (oggi
Corso Vittorio Emanuele, antica via di origine fenicia, che collegava l'acropoli
e il Palazzo Reale al mare), perfettamente ortogonali tra loro, in epoca
spagnola, divisero la città in quattro mandamenti (quartieri storici), ossia
delle vere e proprie comunità, ognuna con abitudini e commerci propri,
che presero il nome dall’edificio più insigne ricadente al loro interno
insieme a quello della Santa Protettrice di ogni mandamento, fino
al 1624 anno in cui Santa Rosalia divenne la patrona dell’intera
città.
Essi sono: Palazzo Reale - Santa Cristina; Tribunali
- Sant’Agata; Castellammare - Sant’Oliva e
Monte di Pietà - Santa Ninfa.
NORD
Stefano Zec Photography
ad Est (mandamento Tribunali), si osservano l’inverno In particolare, la facciata meridionale, che appartiene
rappresentato da Eolo, Filippo III e Sant’Agata; a Sud al quartiere Palazzo Reale, fa parte della chiesa di San
(mandamento Palazzo Reale) si osservano la primavera Giuseppe dei Teatini che, simmetricamente, possiede anche
rappresentata da Venere, Carlo V e Santa Cristina ed infine, un “Quinto Canto” che si affaccia su Corso Vittorio Emanuele.
ad Ovest (mandamento Monte di Pietà) troviamo l’Estate Su questa facciata si possono osservare le statue di Sant’Elia,
rappresentata da Cerere, Filippo II e Santa Ninfa. San Giuseppe e San Gaetano Thiene, insieme allo stemma
della corporazione dei falegnami, nel quale è raffigurata
Quattro stemmi reali in marmo bianco ornano, infine, la parte l’ascia incoronata.
sommitale di ogni facciata.
EST
Rita Russo Photography
SUD
Rita Russo Photography
La sistemazione urbanistica della piazza, sotto il vice-regno conosciuta più comunemente come Fontana delle Vergogne a
dei Castro, fu progettata dall’architetto fiorentino Giulio Lasso, causa della prevalente nudità delle statue che la compongono
che si ispirò al crocevia delle Quattro Fontane di Roma e fu (Giroinfoto n.62) - circondata dal quattrocentesco Palazzo
completata, dopo la sua morte, da Mariano Smeriglio, architetto Pretorio (oggi Palazzo di Città o Palazzo delle Aquile), dal fianco
del Senato palermitano. della Chiesa di Santa Caterina, da Palazzo Gugino - Chiaramonte
I lavori di realizzazione dei cantoni, iniziati nel 1609, durarono Bordonaro e dal Palazzo Gastone, entrambi del XVIII secolo.
fin oltre il 1620. Tra i palazzi prospicienti la piazza, quello Pretorio è l’unico
Nel 1630 furono appaltati i lavori per la realizzazione delle visitabile tutti i giorni della settimana, a meno di impegni
fontane; mentre le statue, originariamente previste in bronzo, istituzionali.
furono realizzate in marmo dallo scultore Carlo D’Aprile, tra il
1661 ed il 1663. Palazzo delle Aquile, che è uno degli edifici amministrativi
principali della città e attuale sede del Comune di Palermo,
Lasciati i Quattro Canti di città, proseguendo su Via Maqueda risale alla fine del ‘300 e racchiude al suo interno numerosi stili
in direzione della Stazione, immediatamente a sinistra e architettonici frutto delle varie trasformazioni urbanistiche che
rialzata rispetto al piano stradale da una scalinata, troviamo modificarono il volto della città nel tempo.
Piazza Pretoria dominata dalla magnifica omonima fontana -
Edificato nell’attuale sede, in epoca aragonese, per volontà della risistemazione della piazza e dell’installazione della
del sovrano Federico II d’Aragona nel XIV secolo, il palazzo fu celebre fontana. Il Palazzo Pretorio, insieme a quest'ultima e ai
interamente ricostruito tra gli anni 1463 e 1478 per volontà del fastosi edifici sorti nel frattempo, erano la perfetta sintesi della
pretore Pietro Speciale, sotto la guida di Giacomo Benfante. potenza e dello splendore del regno.
Originariamente realizzato a pianta quadra e con un ingresso su
ogni facciata (il principale si affacciava sul piano della Chiesa In particolare, nei primi anni del ‘600 l’edificio fu ristrutturato
di San Cataldo oggi Piazza Bellini), esso fu la sede del Senato dall’architetto Mariano Smiriglio (che nel frattempo terminava
cittadino che guidato dal Pretore (da cui il nome di Palazzo i lavori dei Quattro Canti) e nel 1661, sul cornicione del palazzo
Pretorio), aveva il compito di Amministrare la città. sopra l’ingresso principale, fu collocata la statua della nuova ed
unica Patrona della città, Santa Rosalia, ad opera dello scultore
In epoca spagnola, nel corso del ‘500 e del ‘600, si susseguirono Carlo D’Aprile, che realizzò anche tutte le statue dei vicini
numerose trasformazioni dell’edificio, tra le quali, oltre Quattro Canti.
all’ampliamento anche il rifacimento del prospetto che
comportò lo spostamento dell’ingresso principale dalla facciata
meridionale sul Piano di San Cataldo a quella settentrionale
(l’attuale ingresso), lavori che furono realizzati in concomitanza
Questo cortile, una volta a cielo aperto, fu in seguito coperto Il complesso suddetto è formato da un basamento a forma
da una cupola in ferro battuto e vetro, che ha permesso di di parallelepipedo rettangolo, realizzato in marmo grigio
recuperare ed utilizzare interamente lo spazio interno e di Billiemi, al centro del quale si erge una colonna tronca in
consentire anche l’esposizione delle opere che vi sono porfido rosso.
presenti.
Su quest’ultima poggia un grosso capitello scolpito, in marmo
L’atrio è collegato al piano nobile da un’imponente scalinata di Carrara e a forma di bulbo, che reca in alto un’iscrizione
composta da tre rampe. funeraria ed in basso dei medaglioni che ne illustrano il testo.
A sinistra della prima è collocato un importante complesso Questa stele termina alla sommità con una conca sulla quale
scultoreo raffigurante, nella parte sommitale, il Genio di poggia la piccola statua del Genio e sul bordo di essa è incisa
Palermo. la seguente frase latina: Panormus conca aurea suos devorat
La statua del genio venne trovata nel 1596 nelle cantine alienos nutrit (Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli
del Palazzo e fu collocata sullo scalone dall’allora Pretore stranieri).
Francesco del Bosco, Conte di Vicari.
Il gruppo scultoreo, alto complessivamente 2,60 metri, è Sul basamento, ai lati della colonna, sono presenti, inoltre, due
composto da pezzi di diversa provenienza e fu assemblato paggi in marmo di Carrara, ognuno dei quali tiene in mano uno
alla fine del XVI secolo, probabilmente dopo il ritrovamento scudo. In particolare, sullo scudo di sinistra è raffigurato lo
della statua ed in concomitanza con i lavori di ristrutturazione stemma di Palermo con il suo simbolo, l’aquila. Sull’altro, le
dell’edificio. armi di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, principe di
Le sculture furono realizzate da Domenico Gagini e da Castelbuono, presidente del regno.
Gabriele di Battista.
Il Genio (raffigurato in numerose opere, tra statue dipinti i festeggiamenti della patrona della città, dal momento che
e mosaici, ubicate in vari luoghi del centro storico) è il Genio che porta il nome di Palermo, oltre ad essere la
rappresentato da un uomo maturo dalla barba divisa, coronato, personificazione di quest’ultima ed il simbolo dei suoi abitanti,
con un serpente in braccio che si nutre dal suo petto. ne è il nume tutelare.
Le origini e la simbologia di questa divinità protettrice sono La frase, dunque, è un inno ad entrambi i tutori della città,
incerte. Secondo un’interpretazione risalente al XVII secolo, il primo pagano e la seconda, la “Santuzza” come viene
l’uomo barbuto rappresenta Palermo, mentre il serpente è affettuosamente chiamata dai palermitani, cristiana.
Scipione l’Africano aiutato dai palermitani nella guerra contro
i cartaginesi di Annibale. Salendo le altre due rampe dello scalone monumentale per
raggiungere il piano nobile, è impossibile non essere attratti
Per gratitudine Scipione avrebbe donato alla città una conca dall’imponente epigrafe monumentale commemorativa
d’oro (ossia la pianura sulla quale sorge Palermo). dell’incoronazione di Vittorio Amedeo II di Savoia e Anna
La frase incisa sul bordo della conca dove poggia la statua, Maria d'Orleans, del 1713, che occupa gran parte della parete
nella quale è chiaro il riferimento alla pianura della città, lascia tra la seconda e la terza rampa.
supporre un’eventuale discendenza del Genio da Saturno o
Crono, divinità del tempo e dell’agricoltura. Al piano nobile si trovano sette eleganti saloni di
La simbologia del serpente è versatile e per questo potrebbe rappresentanza ed una piccola cappella dedicata a Santa
avere più di un significato. Rosalia, oltre ad un gran numero di preziose opere d’arte di
ogni tipo ed epoca.
Esso, infatti, tradizionalmente associato alla fertilità, alla La prima sala, che in realtà è un’anticamera, è la Sala dei
rinascita ed al rinnovamento è anche simbolo di prudenza Bassorilievi, cosi chiamata per la presenza tra le altre
e portatore di conoscenza associata alla forza fisica. Una dell’opera marmorea dello scultore palermitano Valerio
curiosità: il riferimento al Genio è contenuto nella frase “Viva Villareale, del 1819, raffigurante la Sicilia incoronata da
Palermo e Santa Rosalia” declamata dal sindaco durante Minerva e Cerere, che riempie un’intera parete.
Nella sala successiva, Sala degli stemmi o dei Gonfaloni, Le prime targhe furono collocate nella sala nel 1875 dal
è possibile osservare, dipinti sulla volta, gli emblemi delle gesuita e storico dell'arte Gioacchino Di Marzo. Il soffitto
principali città siciliane realizzati nel 1922 dal pittore ligneo è finemente decorato e risale al XIV secolo e da
palermitano Salvatore Gregoretti, insieme ad altri arredi di esso scende un imponente e prezioso lampadario di legno
pregio. intagliato.
Da questa sala si accede all’imponente Sala delle Lapidi, già Nella successiva sala, la Sala Montalbo, oltre al bellissimo
Sala del Pubblico Consiglio o Sala Maggiore, deputata alle bassorilievo in bronzo realizzato nel 1876 dallo scultore
riunioni del Consiglio Comunale. palermitano Benedetto Civiletti, che raffigura Federico III
Il suo nome è legato alla presenza delle 66 iscrizioni D’Aragona nell’atto di porre la prima pietra del Palazzo Pretorio,
marmoree commemorative applicate alle pareti, tra le quali si può ammirare il dipinto ad olio raffigurante l’Interno della
la prima risale al 1591, mentre l’ultima al 1 maggio del 2013, chiesa di San Domenico e sette busti marmorei di Sindaci,
affissa in onore di Piersanti Mattarella. scolpiti dallo stesso Civiletti.
La successiva è la Sala Antinoo, dal nome di una delle statue Dalla sala Antinoo si accede anche alla Sala Garibaldi, dal
che essa ospitava e che oggi è custodita nella Sala Rossa. balcone della quale, il 30 maggio 1860, l’eroe parlò ad una
Anche in questa sala numerose sono le opere presenti, tra le nutrita folla di palermitani.
quali i busti in marmo raffiguranti Francesco Crispi e Mariano Lungo le pareti si possono leggere stralci dei discorsi di
Stabile, insieme a dipinti realizzati dalla scuola siciliana. Garibaldi incise su lapidi marmoree, insieme ad un ritratto di
quest’ultimo realizzato dal pittore palermitano Salvatore Lo
Da questa sala si accede alla Cappella di Santa Rosalia, Forte.
altrimenti nota come Cappella Senatoria, in stile barocco nella
quale, sopra l’altare, è possibile ammirare la settecentesca Altre opere di notevole pregio arricchiscono questa sala,
tela raffigurante l’Immacolata Concezione, a fianco della come il busto in bronzo di Francesco Crispi realizzato dallo
quale si notano le statue di Sant’Agata raffigurata con gli scultore Mario Rutelli nel 1893 e una collezione di vasi cinesi,
strumenti del martirio e quella di San Sebastiano. arazzi ed armi cesellate donate da Napoleone Buonaparte
In una nicchia alla sommità della tela, si trova, infine, la statua all’ammiraglio Federico Carlo Gravina.
della Santuzza realizzata dallo scultore Cosmo Sorgi.
La Sala Gialla, già Sala del Senato, è oggi destinata alle Il rifugio era provvisto di un impianto autonomo di
riunioni della Giunta Comunale. illuminazione, di canne di ventilazione atte a consentire il
Essa prende il nome dal colore oro del broccato che ricambio d’aria necessario alla sopravvivenza e del bagno e
ricopre le sue pareti e su uno dei suoi lati fa mostra di se poteva contenere fino a 200 persone.
un monumentale camino realizzato in gesso dallo scultore
palermitano Vincenzo Ragusa, nel 1868. Era dotato, inoltre, di tre accessi su Piazza Pretoria ed
Nella stessa sala si possono ammirare anche i ritratti un’altro all’interno della portineria di Palazzo delle Aquile, che
raffiguranti i reali Umberto I e Margherita di Savoia, realizzati da è rimasto l’unico dal quale si può, ancora oggi, accedere al
Gustavo Mancinelli in occasione dell’Esposizione Nazionale rifugio.
cittadina del 1891-1892, alla cui cerimonia di inaugurazione i Tra tutti i rifugi antiaerei costruiti in città questo resta l’unico
reali furono presenti. visitabile grazie al lavoro dell’associazione culturale Ro'N Ro
Cult e di volontari che in alcuni periodi dell’anno organizzano
La Sala Rossa, attuale studio del Sindaco, realizzata da visite guidate al suo interno.
Giuseppe Damiani Almeyda, è chiamata così per il colore
rosso acceso dei suoi arredi. E’ grazie alla sensibilità di molte associazioni culturali se la
Questa sala è riccamente decorata da affreschi di Francesco città di Palermo assume sempre più l’aspetto di un museo
Padovani e Gustavo Mancinelli che ornano i sopraporta, oltre diffuso, nel quale tutte le attività che mirano alla riscoperta
a busti e statue ed imponenti lampadari di Murano. ed al ripristino di molti beni favoriscono la creazione di
un sistema integrato per la piena fruizione del patrimonio
Al di sotto del palazzo e della piazza antistante, infine, si artistico e culturale della città.
trova un bunker antiaereo, costruito nel periodo pre-bellico
e utilizzato durante il secondo conflitto mondiale, la cui
esistenza è poco nota.
SALA ROSSA
Stefano Zec Photography
SALA GIALLA
Stefano Zec Photography
Alessia Sangalli
Alina Timis
Antonio Pedone
Manuel Monaco
Michela De Lazzari
Mari Mapelli
Sara Mangia
Silvia Scaramella
Stefano Scavino
Non si può dire con certezza quando sia nata la falconeria, ma in Cina si praticava
la caccia con il falco già prima della nascita di Cristo.
Sebbene non sia possibile datare esattamente quando i rapaci siano stati
utilizzati per la prima volta nella caccia, vi sono evidenze che permettono
di stabilire che tale pratica si sia diffusa prima in Oriente e, solo dopo la fine
dell’Alto Medioevo, in Occidente, come attività praticata dai più benestanti, non
per il sostentamento o lo svago ma come prova di forza e di valore. Ad oggi, la
pratica della falconeria è diffusa in oltre 60 paesi.
La falconeria si può definire come l’arte di catturare prede selvatiche nel loro
ambiente naturale, usando rapaci addestrati appositamente.
Questa attività ha attraversato periodi di massimo splendore ma anche periodi
bui; l’avvento delle armi da fuoco, ad esempio, ha fatto sì che l’impiego dei rapaci
nella caccia venisse meno.
I rapaci notturni
sono animali molto silenziosi grazie al loro folto piumaggio, composto da setole disposte
a pettine in grado di ridurre al minimo il riverbero causato dal contatto con l’aria. Il loro
spostamento in volo non genera alcun rumore e, di conseguenza, le prede non avvertono in
tempo il loro arrivo.
Un’ altra caratteristica di questi rapaci è la capacità di girare il capo di 270° grazie a un
particolare distanziamento tra le loro vertebre; riescono quindi a percepire facilmente ciò che
si trova alle loro spalle.
I rapaci diurni,
invece, sono capaci di cacciare in un territorio ampio centinaia di chilometri.
I falconiformi (così definiti per via della forma a falce delle loro ali) possiedono degli opercoli
sul becco, che proteggono le vie respiratorie durante il volo ad alte velocità.
Oltre alle differenze anatomiche appena citate, le due Una volta conquistata la fiducia si passa all'addestramento
categorie di rapaci hanno un comportamento di caccia vero e proprio, quello che lega definitivamente falconiere e
differente: i rapaci notturni ricorrono all’appostamento rapace.
(caccia passiva), mentre i rapaci diurni praticano la caccia di In Italia, la caccia con il falco è regolamentata dalla legge
alto e basso volo (caccia attiva). 157 dell’11 febbraio 1992 e può essere praticata su tutto il
La caccia di alto volo viene praticata principalmente dai territorio nazionale con regolare licenza di caccia.
falconidi e consiste nel volare ad alte quote per intercettare Per quanto riguarda il volo libero, la regolamentazione è su
e poi gettarsi in picchiata sulla preda, con una presa diretta base regionale, ma è generalmente richiesta anche in questo
o con la stoccata, un colpo di artigli a forte velocità che caso la licenza.
stordisce o addirittura uccide la preda.
Diversamente, la caccia di basso volo (o caccia a vista) La pratica della falconeria è strettamente legata alla natura,
prevede un volo radente al terreno, per agganciare la preda pertanto dipende fortemente dai territori disponibili, dalla loro
dopo averla individuata e inseguita. conformazione e dalla disponibilità delle prede.
Per questo motivo Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto,
Proprio per queste peculiarità, prima di impiegare questi Toscana e Lazio sono le regioni con una maggiore presenza
animali nell’attività venatoria, occorre conoscerli molto bene di falconieri, mentre nelle regioni del sud l’attività è meno
e superare due fasi importantissime: l’ammansimento e praticata e le associazioni di riferimento sono meno.
l’addestramento.
Durante la prima fase, il rapace si abitua alla presenza del Nel 2016 la falconeria è stata riconosciuta come patrimonio
falconiere e capisce che non è un pericolo. immateriale dell’umanità e da allora per i falconieri è diventato
Il falconiere utilizza un guanto, creato appositamente per ancora più importante promuovere la loro arte.
offrire una posa stabile e sicura, per abituare l’animale a Il fascino della falconeria è senza tempo, tuttavia in Italia
mangiare sul suo pugno. fatica ancora a essere riconosciuto e valorizzato.
Come fattoria didattica si rivolgono ad un pubblico molto ampio, ma soprattutto a bambini molto piccoli, fondando la didattica
sull’acquisizione del sé, della consapevolezza e del superamento delle proprie paure, vivendo un’esperienza unica a contatto
diretto con numerose specie animali.
Le attività proposte al Regno dei Rapaci sono numerose: si Come Band Giroinfoto abbiamo avuto la possibilità di
può partecipare a visite guidate private o di gruppo, assistere effettuare una visita, che ci ha permesso di “immergerci”
a dimostrazioni di volo (ogni domenica) e a rievocazioni nel mondo dei rapaci e conoscere numerose specie, che
storico-medievali, o diventare “Falconieri per un giorno” e difficilmente si possono osservare, soprattutto così da vicino.
provare a richiamare a sé, grazie alla guida di un esperto, i
rapaci.
Falco Sacro
è uno dei più grossi nella famiglia dei
Falchi ed è diffuso in Europa, Asia e
Africa.
Il piumaggio è di colore diverso a
seconda dell’habitat e della zona in
cui si trova.
La sua tecnica di caccia prevede
Barbara Tonin Photography
che prima della picchiata, le
ali si chiudano, inglobando
completamente la coda.
Aquila reale
è un rapace diurno estremamente
territoriale, diffuso nell’emisfero nord
del globo terrestre, principalmente in
aree di montagna.
Il suo territorio di caccia è molto ampio,
nell’ordine delle centinaia di km quadrati.
L’aquila è un animale monogamo e
l’aspettativa di vita degli esemplari che
vivono in cattività è di circa 40 anni.
Barbagianni
è un rapace notturno caratterizzato da un piumaggio color
“caffelatte” e da occhi neri.
La sua altezza va dai 33 ai 39 cm e ha un peso compreso
tra i 300 e i 400 grammi.
Le femmine sono leggermente più grandi dei maschi.
Gufo reale
Antonio Pedone Photography
Falco pellegrino
è un rapace falconide caratterizzato
da una colorazione del capo scura.
È proprio da qui che deriva il suo nome:
il piumaggio scuro sul capo ricorda i
cappucci indossati dai pellegrini.
Assiolo facciabianca
è un rapace diurno della famiglia degli Strigidi dotato di
un piumaggio grigio, che favorisce il mimetismo con la
corteccia degli alberi su cui si posa, e un disco facciale
bianco.
Aquila testabianca
Antonio Pedone Photography
Avvoltoio collorosso
è un saprofago e si nutre principalmente di
carcasse.
Ha un olfatto molto sviluppato, che utilizza
per trovare le carogne, e vola generalmente
rasoterra, per meglio captare i gas prodotti
durante il processo di decomposizione.
Il guanto è ancora più importante, perché permette all’animale di appoggiarsi sulla mano
del falconiere.
In pelle o altri materiali, è generalmente costituito da più strati perché, oltre a offrire un
posatoio sicuro per il rapace, deve proteggere la mano del falconiere dagli artigli.
I guanti per la falconeria sono dotati di norma anche di moschettoni di sicurezza ai quali
attaccare i geti, strisce di cuoio molto morbide legate alle zampe dell'animale.
Franco Battiato
Stefano
SalvatoreScavino
Fiume Photography
Prossimamente su
Mauro Villata
Gianpiero Perone
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IL PRIMO GRANDE EVENTO TELEVISIVO FIRMATO GIROINFOTO
edizione bilingue
(italiano-inglese)
24 × 28 cm, 208 pagine 160
colori e b/n, cartonato ISBN
978-88-572-4514-0
Fotografia Ottomana
Bernardino Nogara e le miniere
del Vicino Oriente (1900–1915)
a cura di Serena Berno, Roberto Cassanelli
La Comor aveva trasferito la sua sede a Milano nel 1912 ma poteva contare su diverse sedi nel baci- no del Mediterraneo, tra
cui quella di Istanbul, allora Costantinopoli, diretta dall’ingegnere Bernardino Nogara, fiduciario della Comit nel Mediterraneo e
nell’Europa orientale, e figura di rilievo nella storia del Novecento.
Fotografia Ottomana
Bernardino Nogara e le miniere
del Vicino Oriente (1900–1915)
Il racconto fotografico ha inizio nell’impero Ottomano dei primi anni del Novecento, e si conclude con lo scoppio della Prima
guerra mon- diale. Protagonista è la famiglia Nogara, trasferitasi a Costantinopoli al seguito del capofamiglia.
Tutte le immagini pubblicate in questo volume provengono dal fondo dell’Archivio Privato di Bernardino Nogara, una raccolta
fotografica il cui valore va ben oltre gli interessi per la storia della banca. Si tratta di una rilettura di soggetti per lo più noti
e studiati solo attraverso le immagini ufficiali, divulgate dall’Impero per mostrare all’Occidente la modernità della società
ottomana.
Un patrimonio visivo eccezionale che Intesa Sanpaolo ha deciso di valorizzare e rendere disponibile a tutti attraverso il proprio
Progetto Cultura e l’Archivio Storico.
Adriana Oberto
Giancarlo Nitti
Nasce così, nel XVI secolo, in Puglia, una delle ghiottonerie più
famose dello street food italiano.
Carlo, ci accoglie nel suo punto vendita torinese, mentre Gaia, la cuoca
di Zerootto, è indaffarata nel preparare l'impasto da cui sorgeranno gli
squisiti panzerotti secondo tradizione.
Nel frattempo che Gaia produce uno alla volta i panzerotti, chiediamo a Carlo come è nata l'idea di portare a Torino un prodotto
così caratteristico del sud Italia.
Carlo
L'idea deriva da una vera e propria passione per il panzerotto, poichè siamo tutti e tre originari della provincia di Taranto.
Anche se in tempi difficili, viste le restrizioni a causa del COVID, abbiamo deciso di intraprendere questa avventura, sfruttando
la conoscenza familiare di mia madre Anna e mia nonna Assunta, necessaria alla produzione del vero prodotto tradizionale.
Carlo
In realtà vi sono pochissime differenze, il denominatore
comune e che sono tutti buonissimi.
Si differenziano per dimensioni e ripieno, anche se
quello tradizionale rimane sempre il pomodoro e
mozzarella.
Molte famiglie al sud si sbizzarriscono con diversi
ripieni, a Taranto per esempio viene usato molto il
prosciutto e la mortadella.
Carlo
Usiamo una farina proveniente da Altamura per
l'impasto e utilizziamo una passata di pomodoro di
alta qualità.
Per quanto riguarda la mozzarella, ci serviamo da un
caseificio artigianale qui del Piemonte.
Inutile dire che l'olio per il condimento e l'origano sono
tutti prodotti originari pugliesi, della provincia di Taranto.
Sottolineo anche che per friggere utilizziamo un olio di
girasole alto oleico, molto più costoso del normale olio, Adriana Oberto Photography
ma permette la digeribilità e la fragranza della frittura.
Carlo
Non abbiamo riscontrato grosse difficoltà a far piacere il panzerotto tipico, considerando che, specialmente a Torino, c'è una
imponente presenza di originari pugliesi, figli della migrazione degli anni 50/60.
Notiamo anche che molte persone non italiane apprezzano il nostro prodotto.
Per venire in contro ai gusti del "Nord" produciamo anche il "Panzerotto dolce" con la nutella, che ha riscontrato un successo
inaspettato.
Carlo
Oltre ai diversi tipi di panzerotti, produciamo un altro
prodotto tipico tarantino:
La polpetta di cozza fritta.
La produciamo come da tradizione della nonna Assunta,
con pane ammollato, prezzemolo, pecorino, grana e aglio.
Questo "Snack" è una sfida che ci siamo preposti e la
stiamo lanciando come prodotto promozionale per farla
conoscere, fino ad oggi ha avuto un'ottimo riscontro.
Carlo
Certamente, come la cozza, in quanto un prodotto molto
delicato, anche l'impasto e gli ingredienti dei panzerotti
vengono abbattuti prima di cucinarli per preservare la
freschezza e la fragranza. Adriana Oberto Photography
Questo procedimento ci consente di elevare la qualità del
cibo, pur avendo un processo di produzione più frequente
e impegnativo.
Carlo
Essendo aperti da poco posso fare una valutazione molto
approssimativa, ma a pieno regime possiamo produrre
circa 300/350 panzerotti al giorno.
Con questo flusso produttivo riusciamo ad abbattere il
prodotto e a consumarlo entro 1 o 2 giorni.
Questa è la nostra vera forza:
offrire il prodotto praticamente fresco.
Carlo
L'intenzione è di diffondere la cultura del panzerotto.
Partiremo da Torino e provincia con la prerogativa
di espanderci su tutto il resto d'Italia, mantenendo le
caratteristiche fondamentali sulla qualità e sul prezzo
"anti crisi", infatti il panzerotto classico lo venderemo per
sempre a prezzo fisso di € 1,50.
Abbiamo notato che anche la birra che voi proponete è di origine tarantina.
Carlo
Si esatto, collaboriamo con un birrificio tarantino.
La birra Raffo.
Fanno parte del nostro progetto come integrazione e
rafforzamento delle origini del nostro prodotto.
La birra è molto leggera, essendo una birra da pasto e
quindi facilmente abbinabile al panzerotto.
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Giancarlo Nitti
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IL PRIMO GRANDE EVENTO TELEVISIVO FIRMATO GIROINFOTO
Adriana Oberto
Gianmarco Marchesini
Laura Rossini
Grace si sposò alla fine del secolo con Horace Herastus Bigelow - un
avvocato e procuratore della contea.
La coppia ebbe quattro figli - Horace, Henry, Lewis e Dudley; Lewis morì
a pochi anni di età.
Per Grace la vita non fu facile e, sebbene marito e moglie fossero ferventi
cattolici, le cose tra di loro non andarono affatto bene e la coppia chiese
il divorzio nel 1905.
Per sé e la sua famiglia sognava una casa che riflettesse il Con l'ascesa al potere di Mussolini, il quartiere divenne luogo
suo carattere e la sua persona. di residenza dei funzionari del partito.
L'occasione si presentò negli anni 1925-26, quando acquistò Grace fu testimone dei cambiamenti che il regime aveva
due lotti separati in quello che stava diventando l'elegante e portato all’Italia e del sospetto con cui venivano visti gli
ricco quartiere romano dei Parioli. americani.
La sua vita nella bella villa a Roma finì bruscamente quando
La zona, oggi completamente urbanizzata, cominciava allora il governo requisì la sua casa e gli americani furono costretti
a vedere la costruzione dei primi palazzi e ville signorili. a lasciare l'Italia.
Grace era una signora benestante e come tale frequentava
l'alta società di cui faceva parte. Tutti gli americani ancora a Roma, all'inizio della guerra nel
1940, partirono nel mese di maggio di quell'anno.
Organizzava e partecipava a tè, balli e altri eventi mondani, Grace e Dudley si imbarcarono sulla SS Washington da Napoli
andava in vacanza sulle Alpi svizzere e fu persino ospite al il 13 maggio.
Quirinale, in occasione delle nozze di Maria Josè del Belgio e Quella stessa nave fu quasi affondata da un siluro tedesco un
del principe ereditario Umberto I di Casa Savoia. mese dopo.
Come tale il suo nome appariva sui giornali e la sua opinione
veniva tenuta in considerazione.
Originariamente il nome del quartiere era “pelaioli” o “peraioli” Con l’avvento al potere di Mussolini, la zona, che già aveva
– nome che riporta alla pianta del pero. ospitato nobili ed esponenti della burocrazia legati alla casa
All’inizio del XIX secolo, infatti, sulle colline sovrastanti il reale, diventa “aristocratica” e riservata ai gerarchi fascisti.
Tevere e l’Aniene, c’erano casali rurali che segnavano una Il quartiere viene completato negli anni ‘50 del secolo scorso;
sorta di confine tra la città e l’agro romano. il piano regolatore del 1965, poi, permette di aumentare
superfici e volumi del 30%.
Le case erano scarse; c’erano stalle, maneggi e soprattutto
viali ombrosi. Si ricostruisce e si cambia destinazione d’uso a molti immobili
Il quartiere fa parte dei primi quindici sorti a Roma, oltre le e l’area diventa zona di servizi e di transito.
mura aureliane, dopo che questa divenne capitale d’Italia, e Molti edifici ospitano ambasciate e consolati.
viene istituito come tale nel 1921.
Nato per ospitare solo ville e villini, in realtà il piano
urbanistico del 1922 dà più ampia libertà di scelta e permette
palazzine fino a quattro piani e diciannove metri di altezza
senza giardino.
Ogni stanza della casa era arredata con cura, e anche i bagni
non erano da meno.
C'era un bellissimo soggiorno con camino, il salotto, la
camera da musica.
Al pian terreno il salone era impreziosito da una bellissima
scala di legno che porta al primo piano.
Le camere da letto erano quattro.
Non mancano i dettagli che valorizzano gli interni C’erano inoltre due ampie terrazze scoperte, di cui una è stata
dell’immobile, dalle porte in legno e vetro d’epoca del primo coperta in tempi successivi.
piano, ai camini in marmo presenti su tutti i livelli dell’immobile,
passando per i soffitti in legno pregiato finemente intarsiati La villa è circondata da un giardino che attualmente offre
(alcuni rimasti intatti, altri sono stati coperti). la possibilità di essere sfruttato come meglio si crede:
parcheggi, area relax e, per chi volesse, l’opportunità di
Le pareti, un tempo dipinte o affrescate, non sono purtroppo realizzare un’ampia piscina.
sopravvissute, e sono state semplicemente imbiancate. Già al tempo c’era il garage per l’automobile di proprietà.
Grace amava i detti e le citazioni, così arricchì con essi Uphame, che significa "sopra” e “Casa", cioè "la casa sulla
l'esterno e l'interno della casa. collina".
Alcuni di essi, dipinti sulle pareti, sono purtroppo andati persi,
così come si sono persi gli arredi e gli effetti personali della La villa ha cambiato proprietari nel corso degli anni e alla
padrona di casa. proprietà, che già al tempo vantava una superficie di 1700
mq, sono stati aggiunti due fabbricati indipendenti, ciascuno
Altri però sono tutt’ora visibili perché scolpiti nella pietra o costituito da un solo livello di 73 mq circa e circondato da
sulla facciata della casa. giardino.
“Dominus Custodiat Domum” (il Signore protegga la casa) e E' stata anche variata la destinazione d'uso e l'intero edificio
“Veniat Qui Proderit Hospes” (venga l’ospite che sia utile), si è ora adibito ad uffici.
trovano rispettivamente sulla cancellata (e ripetuto in sala da L’ultimo proprietario in ordine di tempo è stata l’ambasciata di
pranzo) e all’ingresso della casa. Danimarca, che ne ha fatto la propria sede fino a poco tempo
Sopra l’entrata viene indicato anche l’anno di costruzione: fa.
MCMXXV. Ora l'immobile è in vendita.
Altri motti sono sparsi in tutta la casa, così come lo stemma Desideriamo ringraziare Chris Pomeroy, di cui Grace era la
di famiglia di Grace, un castello, che è simbolo di sicurezza. bisnonna, per averci contattato e raccontato la sua storia, e
E Grace non avrebbe potuto trovare posto migliore (su una Lisa Jackens, sua cugina, per averci gentilmente concesso
collina) per la sua casa, visto che il suo nome da nubile era l’uso delle foto d’archivio.
Gianmarco Marchesini
Laura Cordì
Laura Rossini
VINCENZO PIOVANO
Tra Piazza Navona e Castel Sant'Angelo, nella storica Via Una tale varietà di attività potrebbe essere letta come una
dell'Orso, tra gli antichi bassorilievi cinquecenteschi dei perfetta strategia economica di diversificazione del prodotto,
palazzi ed i porticati, al civico 26, si trova la storica Bottega ma in realtà è solo il risultato di un processo naturale di
artigiana di Vincenzo Piovano, scultore ed intagliatore che, crescita personale.
sin dal 1973, porta avanti con dedizione l'antico mestiere
dell’artigiano. Incontriamo Michela che ci tiene a sottolineare come, sia
lei che la sorella, abbiano scelto la propria strada in piena
Vero talento nella lavorazione del legno, del marmo e consapevolezza e libertà, seguendo ognuna la propria indole
dell’avorio, è stato per molti anni al servizio di istituzioni con esperienze e formazione all’estero.
italiane come il Quirinale, della Chiesa e delle strutture
museali.
Oggi al suo fianco ci sono le due figlie: Michela, che si occupa
di restauro, ed Alessandra, mosaicista.
"Mia sorella amava molto il disegno, mentre Proseguiamo l’intervista accennando ad altri aspetti che
riteniamo propri dell’essere artigiano, come la pazienza, la
io ero affascinata dalla possibilità di ridare tranquillità e tutto d’un colpo ci ritroviamo in una disquisizione
nuova vita ad opere antiche pur rispettandone filosofica.
la struttura originaria.
Vincenzo e Michela fermano le loro attività per spiegarci che
la pazienza dell’artigiano è finita da un pezzo e che ormai non
La passione che mettiamo in ciò che facciamo, c’è più nè il tempo nè la tranquillità che serve per poter trovare
ci spiega, dà al nostro lavoro quel qualcosa in soluzioni ad una crisi economica decennale. Sono parole
più che lo rende particolare. amare, che centrano la gravità della situazione.
Fare della propria passione un lavoro è ciò
che auguro a tutti".
VINCENZO PIOVANO
L’impeto con il quale affrontano l’argomento è proporzionale
alla passione per questo lavoro, per ogni singolo oggetto
creato o riportato a nuova vita.
VINCENZO PIOVANO
Siamo stati in questa bottega ed abbiamo respirato l’arte. Di recente è scomparso un grande della fotografia, Giovanni
Un’opera su tutte ci ha colpito: un calco che rappresenta Gastel, che ha espresso gli stessi concetti in una delle ultime
l’essere umano, una scultura che oggi si trova in Canada. interviste per il Sole 24 ore (video su Youtube: Il mondo che
Il maestro l’ha rappresentato come un felino aggressivo per verrà. Giovanni Gastel), per spiegare lo scatto “Adriana in the
poter sopravvivere nel mondo d’oggi, ma con le ali perché, sky”, realizzato per il progetto “Il mondo che verrà”.
prima o poi, tornerà a volare.
VINCENZO PIOVANO
Tra le opere delle Vetrate d’arte Giuliani più antiche, montate sul posto in circa 2 mesi di lavoro e la cupola di una
sicuramente di grande prestigio sono quelle esposte nel residenza privata di 10,5mt diametro in Kwait.
museo della Casina delle civette di Villa Torlonia.
Alla pagina [Link]/grandi-opere è possibile
E’ doveroso citare la più imponente opera realizzata in Nigeria navigare tra le immagini delle opere.
per “Ecumenical center of Abuja”, per la quale sono stati In ogni vetrata, anche nella più semplice, la luce completa
prodotti ed installati 1.400 mq di vetrate artistiche, lavorate e l’opera e rende nuova ad ogni cambio di intensità.
Tra il XIII ed il XIV secolo, sul pendio destro del Monte Turconi,
accanto all'argine sinistro del Rio Pardu a circa 520 m s.l.m.,
nacquero i primi piccoli rifugi ed agglomerati di case, la cui
crescita demografica avvenne nell’arco di tre secoli, al termine dei
quali sorse il vero e proprio borgo rurale di Gairo.
Un tempo la zona era immersa tra i lecci, ormai quasi Gli abitanti del paese originario, non trovando l’accordo su
scomparsi a causa del disboscamento selvaggio avvenuto dove ricostruire il nuovo centro, si trasferirono in tre zone
soprattutto nel XIX secolo: un paesino che oramai limitrofe e sorsero così Gairo Sant’Elena, sito pochi metri
rappresenta l’emblema della forza della natura, la stessa che, più in alto rispetto al centro abbandonato, Gairo Taquisara,
a seguito di repentine alluvioni, si è via via ripresa il territorio. distante qualche chilometro e famoso per essere una
stazione turistica del “Trenino Verde”, e Gairo Cardedu sulla
Senza questa naturale protezione, la popolazione ha dovuto piana vicino al mare.
affrontare una lunga serie di alluvioni, a partire dalla fine
del 1800 per poi ripetersi nel 1927, nel 1940 e ancora fino A metà degli anni Sessanta l’ufficio postale fu trasferito
alla più disastrosa, quella dell’ottobre del 1951, durante la nel centro abitato di Gairo Sant’Elena e l’ultima abitazione
quale per cinque giorni consecutivi la pioggia si abbatté venne chiusa definitivamente nel 1963; Gairo cessò quindi di
incessante, decretando la fine del villaggio. essere abitato e divenne un silenzioso borgo fantasma.
Oggi Gairo Vecchio, soprattutto in autunno e in inverno, azzurro ceruleo ed il rosa, colori probabilmente utilizzati per
è avvolto dalla nebbia del passato in un’atmosfera quasi ingannare la monotonia di un’architettura spoglia.
incantata in cui regna un silenzio assoluto: viottoli, case
diroccate, cortili, tetti venuti giù, caminetti non rifiniti, travi di Il borgo si sviluppa su dislivelli esistenti tra le vie e su
legno marcito, scale e macerie. terrazzamenti, conseguenza della sua collocazione montana
e di un territorio impervio: le case venivano ubicate tra due
Si arriva fino all’ingresso del borgo con l’auto, che si può strade una a monte ed una a valle della costruzione stessa.
lasciare su un piazzale con vista sul paese stesso: da questo
punto panoramico è già possibile vedere ciò che rimane Addentrandosi nel paese, è possibile scorgere qualche
dell’esperienza di vita di poche migliaia di persone. pollaio o ricovero per animali, ma ciò che colpisce di più
sono le dimensioni di alcune abitazioni, un tempo di 2 o 3
Percorrendo il paese a piedi, lungo le tipiche viuzze in piani, ad oggi veri e propri ruderi nei quali la vegetazione si
ciottoli prelevati dalla riva del torrente, è possibile sbirciare sta addentrando e sviluppando, permettendo alla natura di
attraverso le finestre ed ammirare ancora alcuni dettagli riappropriarsi di quelli che erano i suoi spazi.
architettonici delle abitazioni, le pareti interne spesso
decorate con colori piuttosto vivaci tra cui i tradizionali
Lungo il percorso si possono osservare porte e finestre A seguito del racconto, gli uomini derisero la donna che,
realizzate con una struttura in pietra adeguatamente nonostante ciò, iniziò a portare da sola dei massi dal
squadrata, o mattoni pieni intonacati con malta di calce e torrente; mossi allora da compassione, la aiutarono a
sabbia. costruire una piccola cappella.
Nel borgo è rimasta l’antica Chiesa dello Spirito Santo, anche Ma lo Spirito Santo non soddisfatto della costruzione chiese
se ormai ridotta a un rudere, eretta per volere dalle donne di alla donna di ampliarla con sette arcate e le indicò inoltre un
Ulàssai, un paese limitrofo. punto nel bosco dove trovare una sua statua di legno.
La dimora tipica di Gairo era costituita da una cucina (“sa In questi spazi ristretti accanto al focolare domestico
cogina”), da una camera (“sa domu de lettu”) e da un soffitto dormivano insieme alle persone anche gli animali domestici
(“s’istassu”); accanto al soffitto a volte c’era anche un’area ed il bestiame.
nella quale si scaricavano le acque provenienti dal tetto e ci
si recava per i bisogni fisiologi (s’errili). Non esisteva comunque una tipologia edilizia ben distinta,
ma in ogni isolato le case potevano essere assai diverse tra
In alcuni casi, si costruiva anche un altro ambiente al di sotto loro. Il contadino aveva la propria casa vicina a quella del
del piano campagna (“su sutta”), che veniva utilizzato come pastore o del commerciante o del proprietario terriero; infatti
magazzino per le provviste. non era definita una netta distinzione tra nuclei urbani poveri
e ricchi, forse a testimonianza del fatto che le persone si
Alcune dimore erano piuttosto modeste e spesso ritenevano facenti parte di un’unica comunità, a prescindere
mancavano di bagno e addirittura delle camere. dai propri possedimenti economici.
I materiali utilizzati erano rocce locali tra cui il granito e lo Che fine farà questo antico paese?
scisto, mentre, come legante, si usava una malta di calce Sarebbe auspicabile una sua valorizzazione: attualmente il
e sabbia; la calce veniva prodotta in un forno costruito in borgo rivive durante il tipico carnevale gairese “Su maimulu
località Tarquisara, condiviso dall’intera comunità e rimasto torna a casa”, durante il quale le maschere tradizionali
attivo fino alla prima metà del ‘900. avanzano per le stradine ed i cortili con la loro tipica andatura.
L’impossibilità di garantire una sorveglianza continua negli
anni ha portato a furti di infissi e tegole ancora in buono stato, Gairo Vecchio, il paese che non esiste più, oggi è il più famoso
oltre che della pavimentazione in granito. paese fantasma non solo del territorio ogliastrino, ma di tutta
la Sardegna.
Recentemente la via centrale del vecchio borgo è stata Attira centinaia di turisti lungo i suoi vicoli stretti e tortuosi,
asfaltata, ad espressione dell’importanza che ha questo tra le scalinate e gli edifici diroccati dalle caratteristiche
luogo come collegamento per le campagne circostanti. pareti rosa e azzurre, in percorsi decisamente alternativi alla
Sardegna da cartolina.
Ponte storto
Autore: Ivo Marchesini
Bobbio - Piacenza
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