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GF66

Giroinfoto Magazine n. 66 di aprile 2021 celebra il mondo della fotografia e dei viaggi, offrendo uno spazio per la condivisione di esperienze tra appassionati. Il numero presenta reportage su vari luoghi, tra cui il Mercato Orientale di Genova e la Borgata Paraloup, evidenziando la cultura e le tradizioni locali. La rivista, nata nel 2015, continua a crescere e a coinvolgere una comunità di fotografi e lettori appassionati.

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Giroinfoto Magazine n. 66 di aprile 2021 celebra il mondo della fotografia e dei viaggi, offrendo uno spazio per la condivisione di esperienze tra appassionati. Il numero presenta reportage su vari luoghi, tra cui il Mercato Orientale di Genova e la Borgata Paraloup, evidenziando la cultura e le tradizioni locali. La rivista, nata nel 2015, continua a crescere e a coinvolgere una comunità di fotografi e lettori appassionati.

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N.66 - APRILE 2021 [Link].

com
N. 66 - 2021 | APRILE Gienneci Studios Editoriale. [Link]

Mercato Orientale
GENOVA
Band of Giroinfoto

IL MUNICIPIO DI PALERMO IL PANZEROTTO BORGATA PARALOUP


I 4 CANTI DI CITTÀ UN LUNGO VIAGGIO BORGO DELLA STORIA
Band of Giroinfoto Bnd of Giroinfoto Band of Giroinfoto

Photo cover by Monica Gotta


WEL
COME

66
[Link]
APRILE 2021
LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 3

Benvenuti nel mondo di


Giroinfoto magazine ©

Novembre 2015,
da un lungo e vasto background professionale del
fondatore, nasce l’idea di un progetto editoriale aggregativo,
dove chiunque appassionato di fotografia e viaggi può
Oggi
esprimersi, condividendo le proprie esperienze con un Dopo più di 5 anni di redazione e affrontando un anno difficile come il
pubblico interessato all’outdoor, alla cultura e alle curiosità
che svelano le infinite locations del nostro pianeta. 2020, il progetto Giroinfoto continua a crescere in modo esponenziale,
aggiudicandosi molteplici consensi professionali in tema di qualità dei
È così, che Giroinfoto magazine©, diventa una finestra sul contenuti editoriali e non solo.
mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico,
con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere dalle bellezze Questo grazie alla forza dell'interesse e dell'impegno di moltissimi
del mondo e dalle esperienze offerte dai nostri Reporters membri delle Band of Giroinfoto (i gruppi di reporter accreditati alla
professionisti e amatori del photo-reportage. rivista e cuore pulsante del progetto) , oggi distribuite su tutto il territorio
Una lettura attuale ed innovativa, che svela i luoghi più nazionale e in continua crescita.
interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni
più vere e i viaggi più autentici, con l’obiettivo di essere Una vera e propria community, fatta da operatori e lettori, che supportano
un punto di riferimento per la promozione della cultura e sostengono il progetto Giroinfoto in una continua evoluzione,
fotografica in viaggio e la valorizzazione del territorio. arricchendosi di contenuti e format di comunicazione sempre più nuovi.

Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi, Per l'anno 2021 affronteremo nuove sfide per offrire ancora più esperienze
contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, alle nostre band e ai nostri lettori, proiettando i contenuti su nuove frontiere
in una rassegna che guarda il mondo con occhi artistici dell'intrattenimento, oltre la carta stampata, oltre l'on-line reading, oltre i
e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e social, per rendere più forte la nostra teoria di aggregazione fisica, reale
situazioni, andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai interazione sociale e per non assomigliare sempre di più a "pixel", ma a
tutti ci siamo fossilizzati. persone in carne ed ossa che interagiscono fra di loro condividendo la
passione della fotografia, della cultura e della scoperta.
Un largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e
viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze Un sentito grazie per averci seguito e un benvenuto a chi ci seguirà da
di viaggio raccontate da fotografie e informazioni utili. oggi, ci aspettano esperienze indimenticabili da condividere con tutti voi.

Una raccolta di molteplici idee, uscite fotografiche e Director of [Link]


progetti di viaggio a cui partecipare con il puro spirito di Giancarlo Nitti
aggregazione e condivisione, alimentando ancora quella
che è oggi la più grande community di fotonauti.

Giroinfoto Magazine nr. 66


4

on-line dal

11/2015
Giroifoto è Giroifoto è Giroifoto è
Editoria Attività Promozione
Ogni mese un numero on-line Con Band of Giroinfoto, Sviluppiamo le realtà turistiche
con le storie più incredibili centinaia di reporters uniti promuovendo il territorio, gli
raccontate dal nostro pianeta dalla passione per la fotografia eventi e i prodotti legati ad
e dai nostri reporters. e il viaggio. esso.

L E G G I L A G R AT U I TA M E N T E O N - L I N E

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Giroinfoto Magazine nr. 66


LA REDAZIONE | GIROINFOTO MAGAZINE 5

LA RIVISTA DEI FOTONAUTI


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CAPO REDATTORE Gienneci Studios,
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Tutte le fotografie, informazioni, concetti,
Remo Turello
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Stefano Zec intellettuale della Gienneci Studios © o
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Rita Russo autorizzazione del titolare dei diritti.
Regione Sicilia
Giacomo Bertini
Regione Toscana

Giroinfoto Magazine nr. 66


10
6

C O N T E N T S
R E P O R TA G E

MOG

GIROINFOTO MAGAZINE

66
I N D E X

R E P O R TA G E

PALERMO
10 MERCATO ORIENTALE
Di genova
Band of Giroinfoto Liguria

58
46 PARALOUP
Il borgo che ha fatto la storia
Band of Giroinfoto Piemonte

58 PALERMO
I 4 canti di Città
Band of Giroinfoto Sicilia

76 DI RAPACI E FALCONIERI
La falconeria
Band of Giroinfoto Lombardia

R E P O R TA G E 92 FOTOGRAFIA OTTOMANA
Bernardino Nogara e le miniere del
DI RAPACI Vicino Oriente (1900–1915)
E FALCONIERI Skira Editore

76
R E P O R TA G E

PARALOUP

46
Giroinfoto Magazine nr. 66
7

R E P O R TA G E

98
IL PANZEROTTO

IL PANZEROTTO
Sulle orme della tradizione
98 R E P O R TA G E

Band of Giroinfoto LA CASALTA

108
LA CASALTA
Residenza americana ai Parioli
108
Band of Giroinfoto

BOTTEGHE ROMANE
Piovano e Giuliani
118
Band of Giroinfoto Lazio

GAIRO VECCHIO
Il paese che scorre
130
Di Elisabetta Cabiddu

FOTOEMOZIONI DI
Ivi Marchesini
140
Ronald D. Palandie
Linda Zanchin R E P O R TA G E

130
GAIRO VECCHIO

R E P O R TA G E

118
BOTTEGHE ROMANE

Giroinfoto Magazine nr. 66


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mensile di:

Aprile 2021
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10 R E P O RTA G E | MOG

Dario Truffelli
Davide Mele
Giuseppe Tarantino
Isabella Nevoso
Luca Barberis
Manuela Albanese
Monica Gotta
Silvia Barbero
Stefano Zec

A cura di Gaia Cultrone e Monica Gotta

Il MOG – il Mercato Orientale di Genova,


non solo un mercato in senso tradizionale,
ma un pezzo di storia della città. Aperto
nel 1899, situato nella centrale Via XX
Settembre e nell’antico chiostro, mai
terminato, della Chiesa della Consolazione
e San Vincenzo Martire, è un’istituzione e
orgoglio della città.

INTERVISTE a cura di
Gaia Cultrone
Dario Truffelli
Manuela Albanese
Monica Gotta
Stefano Zec

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 11

Il mercato orientale prende il suo nome dalla collocazione


vicino alla porta orientale della città.
L’area che ricopre il mercato orientale di Genova è di quasi
5.000 mq ed è legata alla nascita della Chiesa di Nostra Signora
della Consolazione e San Vincenzo Martire (nota anche come
Chiesa di Santa Rita) la cui costruzione fu iniziata nel 1684.

Il convento, annesso alla chiesa, un progetto maestoso, non


fu mai terminato. In passato era sede dell’Ordine Eremitano di
S. Agostino.
I monaci si trasferirono nella zona di S. Vincenzo, compresa
tra le vecchie mura cinquecentesche e le nuove, dopo
aver lasciato il monastero sul Bisagno che donarono alla
popolazione durante la pestilenza per essere utilizzato come
lazzaretto.
(Fonte: [Link]

Il convento incompiuto fu adibito all’accoglienza di religiosi,


mercanti e piccole botteghe.

La realizzazione della nuova copertura in vetro ha riportato la


luce naturale all’interno del mercato con l’obiettivo di ricreare
la suggestione e l’atmosfera dell’antico chiostro illuminato
oltre che essere un progetto di rinnovamento e mantenimento
dell’identità genovese.

Giroinfoto Magazine nr. 66


12 R E P O RTA G E | MOG

Isabella Nevoso Photography

Gli accessi al mercato sono diversi, da Via Galata Questo spazio affascinante propone un format simile
a Via XX Settembre, altri che si aprono nelle vie ad altre strutture europee come Covent Garden, il
prospicenti del centro genovese. mercato di San Miguel a Madrid e la Boqueria di
Raggiungerlo è molto semplice essendo vicino alla Barcellona.
Stazione Ferroviaria di Brignole ed è servito da molti
mezzi pubblici. Ciò che è racchiuso sotto la volta delle vetrate, che
Qui si possono trovare prodotti di qualsiasi genere, lasciano intravedere i tetti cittadini, è una miscellanea
Giacomo Bertini Photography
dalla frutta e verdura, al pesce fresco, carni, di passione, tradizione, creatività e innovazione, di
formaggi nonché prodotti particolari di provenienza persone impegnate a fornire un’offerta a 360° al
internazionale. cliente.
Ogni desiderio può essere soddisfatto in questo Dalla colazione al pranzo, dall’aperitivo alla cena, qui
mercato e non è un dettaglio da sottovalutare. si possono trovare le più svariate e allettanti proposte
Ma all’interno di questa struttura storica troviamo di gusto con prodotti del territorio, a km zero, dalla
anche altro. cucina tradizionale genovese alla rivisitazione
internazionale ed esotica.
Quello che in passato era il piano rialzato del mercato
orientale oggi è diventato il MOG, il nuovo concetto,
la nuova visione di questo spazio vitale ed essenziale
per la città di Genova e i genovesi.
Entriamo nell’universo della cucina e del food,
entriamo anche in uno spazio dedito alla condivisione
e all’aggregazione.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 13

Entrando attraverso le porte scorrevoli si


passa dall’antico mercato ortofrutticolo
alla modernità del nuovo piano rialzato
dove regna la luminosità recuperata dalla
ristrutturazione.
In una giornata di sole, le lame di luce si
diffondono all’interno di questo grande
spazio dando vita a giochi di luci e ombre
inimmaginabili.
Questa è la prima fotografia che riempirà
gli occhi di coloro che varcheranno la soglia
accedendo alla Piazza del Gusto.

Qui si può scegliere tra le svariate proposte


dei corner gastronomici, basta guardarsi
intorno e si avrà l’imbarazzo della scelta.
Al centro della Piazza del Gusto si trova il
Bar del MOG, punto di ristoro che offre un
assortimento di prodotti molto vasto dalle
migliori aziende italiane e mondiali, dalla
colazione all’aperitivo.
Al piano superiore si trova l’Ostaia de Zena
dove opera lo chef stellato Ivano Ricchebono,
la scuola di cucina e la scuola di panificazione.
Il MOG è anche spazio eventi, dove si
miscelano arte, cultura e spettacolo,
uno spazio disponibile per feste private,
eventi pubblici ed altre soluzioni anche
personalizzabili.

Conoscere il MOG nella sua essenza è


un’esperienza da non perdere e conoscere
le persone che lo hanno realizzato è stato un
momento magnifico.
Le interviste hanno permesso di portare
alla luce l’impegno e, successivamente, la
resilienza di tutti coloro che SONO il MOG.
Tutto viene creato sotto gli occhi del cliente,
si impasta la focaccia, si condisce la pizza,
si vede versare la pastella di una crěpe con
il classico movimento circolare che le darà
forma, si vedono tagliare i salumi e formaggi,
si vede uno chef cucinare nella sua cucina a
vista.

Qui si realizza il concetto di street food, quello


di gustare prodotti tipici e di qualità in modo
semplice e spesso economico.
Il MOG ha fatto dello street food il suo
caposaldo dove l'acquirente può scegliere
liberamente cosa mangiare e cosa bere. Davide Mele Photography
Ma soprattutto, può muoversi: che street
sarebbe, altrimenti?

È un’esperienza unica nel suo genere nel


cuore della città di Genova, un percorso
turistico esperienzale come dicono al MOG.

Giroinfoto Magazine nr. 66


14 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Marco Cambi


Presidente MOG

Manuela Albanese
Abbiamo fatto le interviste ai corner e saremmo interessati
a parlare con lei del progetto in generale, partendo da come
è nata l’idea.

All’origine il progetto non aveva un nome, l’idea del MOG, è nata

Photography
dall’acronimo Mercato Orientale di Genova ed è nato casualmente a
seguito di una vacanza, una visita occasionale a Madrid, nella quale
ci siamo imbattuti nel mercato di San Miguel.

Dopo questo incontro abbiamo visto altre realtà come La Boqueria


di Barcellona e, dopo altri 3 anni - conoscendo fin da ragazzino il
mercato genovese, venendo qui a fare la spesa con mio padre -
mi sono imbattuto nel piano rialzato che era una struttura un po’
dimenticata dai genovesi.
Era il mercato per antonomasia dei genovesi, ma il piano rialzato
era stato lasciato a sé stesso, era trasandato soprattutto nella parte
architettonica che poi abbiamo recuperato.

L’idea casuale è partita dalla mia impostazione personale arrivando


dal mondo dell’edilizia: sono un costruttore e quindi ho pensato a
una duplice veste: da un lato il recupero architettonico di questo
bene, un patrimonio per la città di Genova, dall’altro lo sviluppo che
poteva significare per i genovesi.
Altre città europee come Amsterdam, Barcellona, Madrid e la stessa
Londra sono orientate al riutilizzo dei mercati che fanno parte del
recupero delle città. In Italia il precursore è stato il mercato centrale
di Firenze, inaugurato circa 5 anni fa; siamo andati a visitarlo ed
abbiamo preso degli spunti cercando di riproporli ed applicarli nel
tessuto cittadino di Genova.

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 15

Avete preso spunti anche da Bologna?

Da Bologna quasi nulla, abbiamo attinto da San Miguel, dalla


Boqueria, da Covent Garden e, soprattutto, dal mercato centrale di
Firenze come concezione.
Il difficile è stato inserirlo in un contesto come quello della città
di Genova, una città molto conservatrice, dove forse molti progetti
hanno bisogno di un po’ di tempo per entrare nel cuore dei genovesi.
Il percorso per arrivare alla progettazione è stato per certi versi
complicato.

Con questo progetto abbiamo vinto il bando di concessione che era


stato emanato dal Comune di Genova: oltre a recuperare e restaurare
tutto questo immobile è nata anche l’idea della filosofia, rispetto a
quello che è il mercato ortofrutticolo al piano di sotto.
I banchi sono riuniti nel Consorzio, però ogni banco è indipendente;
il nostro progetto portava al Comune la realtà di avere un referente
unico e il MOG si è proposto e prefissato di essere una sorta di
General Contractor, unico concessionario con cui interfacciarsi e
confrontarsi all’interno di questa struttura.

Abbiamo pensato di portare all’interno le eccellenze della


ristorazione e della cucina genovese e quindi siamo andati alla
ricerca di realtà che in parte erano già esistenti ed in parte si sono
create con l’incontro tra persone che nella vita facevano dell’altro.
Porto l’esempio di Francesco Giacomini che è un ragazzo
giovane, avvocato e figlio dell’avvocato Giacomini: è sempre stato
appassionato di cucina, ha avuto dei locali ed altre realtà per cui con
lui abbiamo aperto un corner legato alla cucina etnica.
È il solo corner non tanto legato a Genova ed alla cucina genovese,
ma all’interno di questa realtà poteva benissimo integrarsi.

Abbiamo cercato di gestirlo in questo modo: come MOG restiamo


gestori, coordinatori e abbiamo il bar che è l’unico punto che
somministra il beverage e coordina lo spazio comune cioè la sala.
Il cliente all’interno del MOG consuma le varie proposte che noi
offriamo (hamburger, pasta, cucina genovese, i gelati, la vineria, etc),
ognuno prende il cibo che desidera e poi il bar porta da bere al tavolo. Giuseppe Tarantino Photography
Ciò ci ha permesso di avere degli associati, i corner sono dati in
affidamento di reparto, sono sotto il nostro controllo, ma ogni corner
ha l’autonomia della proposta e dell’organizzazione della propria
struttura.
Tutto questo è possibile attraverso un regolamento interno che viene
applicato all’interno del MOG, ma è legato anche ad un disciplinare
per cui anche i prodotti devono essere di un determinato tipo.
Tutto è basato sulla qualità, sulla tracciabilità del prodotto, km zero
dove possibile e spesso compriamo dal mercato giù di sotto.

Luca Barberis Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


16 R E P O RTA G E | MOG

Isabella Nevoso Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 17

Esiste una relazione con la parte di sotto, il mercato ortofrutticolo e i banchi?

Sì esiste, ci siamo confrontati con una realtà che all’interno del mercato Liguria, abbiamo creato un ristorante da 45 coperti e la sala polivalente
orientale esiste da parecchi anni, 40-50 anni. che normalmente affittiamo a società o a chi vuole fare riunioni di
Il MOG è stato visto subito come un nuovo inquilino, i rapporti sono team building.
buoni, ma ci sono ancora alcuni che non sono completamente contenti. Poi c’è la scuola di cucina che noi affittiamo sia per corsi professionali
Altri punti vendita più strutturati hanno accettato di buon grado l’arrivo che per corsi amatoriali.
di MOG, anche perché, numeri alla mano, molti banchi hanno avuto un È una scuola di cucina molto ben strutturata, ha 20 postazioni e sono
incremento delle vendite del 30-50%. molte paragonata a Firenze che ne ha 12 o 16.
Quindi siamo nel mercato e nel cuore storico di Genova con 2.000 mq
L’apertura è stata un valore aggiunto perché ha recuperato uno spazio recuperati e consegnati alla città.
restituendolo ai genovesi basandosi su una filosofia di aggregazione, Questa struttura è utilizzata anche per la crescita del flusso di turisti,
di incontro tra le persone, di vicinanza. obiettivo supportato anche dalla Pubblica Amministrazione che ha
C’erano le potenzialità di crescita in una struttura come questa. Il primo fatto sì che il flusso di turisti non si fermasse solo in Piazza de Ferrari,
anno è stato un anno per comprendere cosa era il MOG. ma arrivasse a Piazza della Vittoria.
Al piano di sotto abbiamo 1.200 mq per la somministrazione, 350 posti
a sedere e ci hanno dato dei visionari. Dopo l’apertura del porto con l’Acquario, questa zona da un punto di
Eravamo partiti con 270 coperti e ci siamo trovati a fine maggio a dover vista turistico era rimasta un pò indietro, mancava un motivo per far
implementare di circa 70 coperti in più, circa 60 persone occupate, la scendere i turisti fino al MOG.
realizzazione del soppalco è stato realizzato ex novo, dove abbiamo È vero che il mercato è un mercato storico, ma non è paragonabile alla
creato lo spazio per ISCOT, la scuola di panificazione della Regione Boqueria di Barcellona.

Luca Barberis Photography

È previsto un aiuto da parte del Comune o da parte del consorzio per un recupero del mercato tradizionale ortofrutticolo?

Sì, è previsto, non sarà un passaggio rapidissimo visto il momento di Manca un percorso studiato in modo costruttivo per raggiungere
emergenza sanitaria, ma credo che una delle intenzioni del Comune sia l’obiettivo e bisogna mettere d’accordo tutti coloro che fanno parte di
di valorizzare un bene come può essere questo mercato e lo si può fare questa struttura, che sia sotto o sopra per così dire.
anche a piccoli step. Il Comune ha lasciato che il mercato si gestisse in autonomia e credo
che occorra una guida comune a tutti.
Come Barcellona anche Genova vive dei colori, dei sapori all’interno
della struttura: entrando si notano i colori dei banchi, forse manca
un po’ di ordine, alcuni banchi andrebbero riadattati, tutti i banchi
andrebbero chiusi con delle serrande.

Giroinfoto Magazine nr. 66


18 R E P O RTA G E | MOG

Monica Gotta Photography

Un dettaglio interessante è proprio l’aspetto del restauro di Con il Covid voi siete ancora in attività, al Mercato del
questo spazio, anche perché questo è stato uno dei primi Carmine non ce l’hanno fatta, magari per via di scelte
edifici fatto con il sistema Hennebique a Genova. diverse.

Questo edificio è stato inaugurato il 7 maggio 1899 e, non a caso, Posizioni diverse in primis.
abbiamo inaugurato il 7 maggio 2019 – 120 anni dopo con il Sindaco Qui per il pranzo, essendo in zona uffici, eravamo sempre pieni.
Bucci e l’attuale Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. All’inizio non venivano accettati i ticket, mentre ora sì. Genova non
Esso, ancora prima dei silos in porto è stato fatto da Hennebique, è una città semplice.
quindi in cemento armato e abbiamo fatto addirittura degli assaggi, Ciò che ci ha fatto sempre piacere è che tutti quelli che sono entrati
perché inizialmente volevamo ancorare il soppalco ai pilastri. come Crozza o altri imprenditori dicono che non sembra di essere a
Genova, non siamo dei precursori ma siamo riusciti a costruire una
Poi, per vari motivi strutturali ed architettonici, abbiamo rinunciato bella cosa.
lasciando le due realtà distinte.
Abbiamo anche recuperato la struttura delle vetrate, sostituito Ci aspettiamo che i genovesi ci aiutino a portare avanti un sogno.
i vetri con nuovi vetri di sicurezza e ciò ha anche donato di nuovo All’inaugurazione avevamo quasi 5.000 persone ed altre 1.500 non
luminosità alla struttura. sono riuscite ad entrare e considero questo un segnale importante
ed interessante e di valore per Genova.
Oggi abbiamo vissuto un qualcosa di inimmaginabile: era
impensabile, quando è iniziata l’emergenza sanitaria, che si sarebbe
arrivati a questi punto; il turismo è stato penalizzato, la ristorazione
Si è detto che ci sono stati molti modelli, come Barcellona, e ciò di cui facciamo parte; si è creato un divario ancora più marcato
Madrid e Firenze. tra le fasce di popolazione a discapito della fascia media che dà
Secondo lei in che modo voi potrete essere modello per forza all’economia italiana.
altre città o per altre realtà di Genova? Il fatto di essere nel
Una struttura come questa aperta il 7 maggio 2019 con gli
mercato orientale è un unicum in effetti.
investimenti che abbiamo fatto, chiusa dopo 1 anno con l’onere di
dover amministrare il personale, è diventata una gestione complicata.
I punti focali per cui abbiamo scelto di fare questo investimento è Quest’indecisione dall’oggi al domani è sempre un problema, si
stata la posizione, centrale all’interno della città, all’interno di un traduce in uno spreco di risorse, di materie prime e quando accendo
mercato che ha un valore aggiunto perché il mercato orientale pre una macchina come il MOG non è semplice.
Covid aveva un flusso di circa 9.000 visitatori al giorno, 20 anni fa Molti ci hanno chiesto di replicare questo progetto, ma sono
senza supermercati era il doppio. propenso per fare un passo alla volta, prima torniamo alla normalità,
facciamo tornare il MOG a camminare con le sue gambe.
Entrare qui è stato un bene, il fatto di non essere su strada penalizza Aspettiamo che la situazione si normalizzi perché lo smart working
leggermente la struttura perché molti non sanno che ci siamo, sia i crea dei problemi a chi come noi è in una zona di uffici. Anche se
turisti che i genovesi. siamo aperti con la delivery, senza domanda è un problema.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 19

Il 2020 ha cambiato i piani di tutti, avevate previsto la possibilità di fare eventi tematici, culturali in questi spazi
al di là dei corner?

Il locale è nato non solo per la somministrazione e la vendita di prodotti legati al food, è nato anche come un punto di incontro, abbiamo tenuto
eventi di beneficienza, dei concerti, una ricorrenza di Verdi, un coro, serate giovanili con un gruppo che si chiama Friends, con circa 800 persone.

Un altro evento importante è stato Ecuador Gastronomico durante il quale è stata organizzata una gara di cucina e contemporaneamente si è
festeggiata la ricorrenza dell’indipendenza della città di Guayaquil. Un evento multiculturale nella nostra Genova che ha contribuito allo sviluppo
della città, nel campo sociale, culturale ed economico e che ha promosso una maggiore integrazione tra comunità diverse.

I corner rispondono ad un disciplinare, sono divisi per


tipologia, ma come avviene la scelta?
Ammesso che ci sia un posto libero?

Non c’è un regolamento specifico: all’inizio si è cercato di non


sovrapporre la stessa offerta per evitare discussioni, poi è successo
e ora cerchiamo di evitare sovrapposizioni.
Abbiamo cercato di avere fin dall’inizio dei menù contrattuali in modo
che il corner avesse indicazioni precise, la proposta si è basata sul
prodotto pasta fresca, hamburger in quanto internazionale e uno dei
soci produce carni da 3 generazioni, il pesce, la cucina genovese,
Chicco come gelateria e la vineria che abbiamo in gestione che fa
taglieri.

Qui l’idea vincente è la condivisione.


Abbiamo 12 corner, va oltre Eataly che ha una sua storia. Abbiamo
messo in campo delle idee, abbiamo aperto e scoperto punti negativi
per poi migliorarli.
Abbiamo puntato sui prodotti compostabili (PLA) ma ci penalizza
per la cena, dove si preferiscono i piatti in ceramica.
Ad oggi non riusciamo ancora a dare un servizio al tavolo, questo è
un locale molto complicato perché abbiamo una fascia di apertura
molto ampia, dalle 10 alle 24 per 365 giorni all’anno, vuol dire un
grande investimento in risorse umane.
Nelle fasce orarie più vuote bisogna creare degli eventi di consumo.
Si deve lavorare su delle offerte, ad esempio come fa Caffeine, Wi-Fi
gratis e una proposta come “venite a studiare da noi”, magari con
consumazioni appetitose.

Ultima curiosità, qual è il suo posto preferito al MOG?


Silvia Barbero Photography

Il mio angolo preferito … quando è pieno … è osservare il MOG dalla


terrazza.
Un’immagine molto calda è quando cala la sera e ci sono le luci led
che si riflettono nella vetrata del ristorante.

Avete pensato di affiancare ai corner anche un punto


vendita, come è stato fatto alla Città del Gusto a
Roma, di utensili da cucina, accessori di pregio?
Considerando che avete la scuola di cucina e ISCOT?

Ne abbiamo pensate tante, alcune non le abbiamo messe in atto.


Per esempio abbiamo pensato al merchandising, il bando non ce lo
vieta ma, avendo un accordo di non concorrenza con i banchi, stiamo
elaborando un progetto sulla vendita di prodotti che non vanno in
conflitto con il mercato come colombe, dolciumi a marchio MOG con
il suo packaging.
Giuseppe Tarantino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


20 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Ivano Ricchebono


Chef stellato

Monica Gotta Photo


Nato a Genova, classe 1972, diplomato presso l’I.P.S.S.A. Nino
Bergese di Genova: è di Ivano Ricchebono che parliamo, Chef
Stellato dalla Guida Michelin.
Già durante gli studi ha intrapreso diverse esperienze lavorative in

graphy
alcuni ristoranti genovesi piuttosto in voga e ciò lo ha portato ad
essere notato dal famoso Chef Stefano Giorgi ai tempi della sua
permanenza a Forte dei Marmi.

Trascorre cinque stagioni inserito in un mondo di alto livello e poi


rientra nella sua città natale mettendo in pratica tutte le competenze
acquisite durante questi anni. Il risultato di tale impegno si trasforma
nella sua collaborazione con un noto ristorante genovese in qualità
di aiuto cuoco per poi approdare in riviera gestendo totalmente la
cucina di un hotel.

A questo punto gli si presenta la grande occasione, quella che


lancia una carriera.
Introdotto nel circuito del grande Gruppo Alberghiero francese
Accor potrà mettere in atto le sue grandi doti di promettente e
intraprendente cuoco quale poi si è effettivamente dimostrato.
Girando per l’Italia durante questi tre anni apprende i segreti di
grandi Chef, quali Alessandro Serni e Giovanni Parlati, si dedica ad
assimilare le caratteristiche delle diverse cucine regionali.

La sua formazione non si ferma qui tuttavia.


Frequenta corsi di pasticceria tenuti da chef conosciuti a livello
italiano ed internazionale.
Apre con la moglie Elisa Arduini The Cook a Genova nel 2010 e gli
viene assegnata dalla Guida Michelin una stella.
Il ristorante è presente in tutte le maggiori guide gastronomiche
italiane e, dal 2010, è ospite fisso della trasmissione La Prova del
Cuoco con Antonella Clerici.

Ivano Ricchebono, in accordo con Alessandro Cavo, proprietario


dell’azienda Amaretti Morbidi di Voltaggio nonché di una delle
botteghe storiche di Genova – la Pasticceria Liquoreria Marescotti
di Cavo (presente nel reportage del N. 45 di Giroinfoto Magazine) –,
porta The Cook in Vico Falamonica all’interno di un palazzo d'epoca
con affreschi del 1600 circa – Palazzo Branca Doria.

La sua cucina si rifà alla semplicità, alla tradizione e al territorio, tre


peculiarità assolutamente imprescindibili per questo chef sempre
sorridente, solare e disponibile.
È anche un professionista dal gusto raffinato capace di creare piatti
gourmet che presentano ai suoi ospiti un ineguagliabile equilibrio
di sapori, profumi e colori di straordinaria eleganza. Oltre ad essere
amato dal pubblico televisivo, è amato da coloro che collaborano
e lavorano con lui.
Manuela Albanese Photography

Quest’armonia la si ritrova nei suoi piatti composti in modo che gli


ingredienti diano vita a rare alchimie, dove ogni singolo elemento si
comporta come una nota di una sinfonia perfetta.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 21

Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


22 R E P O RTA G E | MOG

Monica Gotta Photography

Partendo da uno spunto recente, l’apertura straordinaria


di The Cook la sera di San Valentino, ti chiedo come vivi
l’emergenza sanitaria, come convivi con il Covid-19 e
le restrizioni che fanno parte della nostra vita in questo
momento?

Ho deciso di aprire per dare un segnale a chi ha voluto coglierlo, il


diritto al lavoro è sacro e dobbiamo trovare una soluzione a tutte
le problematiche che ci possono essere all’interno dei ristoranti se
veramente ci sono.

Si dice che i nostri posti di lavoro sono tra i più sanificati e più
controllati. I ristoratori hanno diminuito il numero di tavoli all’interno
dei loro esercizi in ottemperanza delle normative.
Sono andato incontro alle regole, in tutto e per tutto, per cercare di
mantenere il lavoro, per far star bene i dipendenti e per fare stare
bene le persone che ci venivano a trovare confermando la fiducia nel
nostro settore.

Non ho mai alzato i prezzi per rispetto dei miei ospiti pur avendo un
affitto da pagare.
Come tutti gli imprenditori del settore della ristorazione sono
soggetto al cambiamento continuo dei colori delle zone.
È un’incertezza ma ciò che considero importante è che ci venga
data la possibilità di lavorare nel miglior modo possibile e, da parte
nostra - i ristoratori – avremo le giuste accortezze per mettere tutto
in sicurezza.

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Conosciamo l’inizio della tua formazione all’I.P.S.S.A. Nino Bergese e il un primo incontro con uno chef famoso a Forte dei
Marmi: ci puoi raccontare un po' il tuo excursus formativo?

Ho lavorato in una catena di alberghi, l’Accor, in diverse città italiane Ora ci sono altri chef stellati e credo ci siano altri colleghi nella mia
per poi aprire il mio ristorante nel 2004. città che possono prendere la stella.
Una location da circa 30 posti in quanto preferisco un locale più
raccolto. Genova ha bisogno di una vetrina diversa dal punto di vista
Come d’uso cercavo di accogliere più persone possibile quando ancora gastronomico.
non era un problema. Pochi mesi, fa in piena quarantena, abbiamo deciso di aprire l’Ostaia
Ho iniziato a fare una cucina molto normale, tradizionale con de Zena.
un'impronta che mi distinguesse, non la classica cucina d'albergo. Ho È stato un po' il sogno della mia vita, ossia quello di avere anche
sempre cercato di utilizzare materie prime di assoluta qualità. un’osteria per fare cucina tradizionale al 100%.

Nel 2010 ho cambiato indirizzo visto che sembrava il momento giusto. Chiaramente non è facile portare avanti questo progetto visto che non
Ho rielaborato i miei piatti e nel 2010 abbiamo preso la Stella Michelin. siamo sempre aperti per via della pandemia.
La stella ci ha dato una visibilità diversa rispetto a prima e, con il Pertanto è difficile farsi conoscere dai possibili ospiti, manca la
passare del tempo, la visibilità è aumentata ancora. continuità del servizio.
Pertanto abbiamo valorizzato al massimo il territorio cercando di L’altro sogno che coltivo è quello di aprire una gastronomia, cosa che
utilizzare al 100% prodotti della nostra terra e del nostro mare. farò sicuramente non appena si potrà tornare alla normalità.
Con ciò trovo giusto mettere a disposizione degli altri la propria Non solo per me e per chi mi accompagnerà in quest’avventura ma
conoscenza. anche per la città di Genova.
Personalmente non sono mai stato da grandi chef a fare stage
piuttosto che collaborazioni. Queste sono le cose che mi piacciono! Il Cook è una bellissima
Nel momento in cui si apre un proprio locale si deve pensare al lavoro esperienza che dà tante soddisfazioni, ma l’Ostaia mi dà la possibilità
e il tempo che rimane non è molto. di far parte di un mondo diverso.
In tal senso ammiravo "dal punto di vista lavorativo” un amico di Milano
Vado spesso a mangiare dai miei colleghi per informarmi, conoscere perché era riuscito a creare un'osteria portando sul tavolo dei clienti
cose che potrebbero servire ad ampliare il mio bagaglio per poi cose veramente semplici.
metterlo a disposizione dei ragazzi che lavorano con me. Quando vado da lui mi sembra di essere a casa e quindi lo inviterò
Per alcuni anni sono stato l’unico chef stellato della città e della appena possibile da me per condividere una serata insieme.
provincia ed è un motivo d’orgoglio tanto quanto una responsabilità
perché i riflettori sono sempre puntati su di te.

Monica Gotta Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


24 R E P O RTA G E | MOG

Monica Gotta Photography

Ritrovare la genuinità e la semplicità in un piatto è cosa Concordo col fatto che il contatto con le persone sia la
bellissima specialmente quando si parla di tradizioni, cosa più bella che ci sia.
continuare a farle vivere e non farle scomparire. È il MOG che ha trovato te o tu hai trovato il MOG?
La tua osteria è dedicata proprio alla tradizione, il buono,
il puro. Noi abbiamo parlato di MOG con Marco ancor prima quando
avevamo in mente il progetto dell’Ostaia.
Esatto e sono lieto di riscontrare che le persone che vengono qui, Non è stato facile per uno chef entrare in un posto dove ci sono tante
anche di una certa età, sono quelle che fanno da mangiare a casa persone che fanno da mangiare.
e che forse ne sanno più di chiunque altro di cucina e di tradizioni. Il difficile sta nel fatto che a volte non si incontrano i gusti, si
Quindi è bello sapere che anche questo pubblico ci apprezza, concepisce la cucina in modo differente.
diversamente dal pubblico del territorio, che entra qui per caso.
All’inizio ho fatto fatica, ma c'è sempre un momento di crescita,
Queste persone, affascinanti, portano in osteria la loro esperienza bisogna riflettere, ragionare, capire e allora tutto prende forma in
in cucina. Probabilmente qualche casalinga, che ringrazio, sa fare modo molto chiaro.
meglio di me certi piatti tradizionali! C'è rispetto reciproco.
Il bello è proprio riuscire ad apprendere il massimo da altre persone. Ogni tanto mangio da qualche collega, se mi chiedono un consiglio
Inoltre avere la disponibilità di uno chef stellato al confronto e alla tecnico di come è il piatto e posso esprimermi ne sono ben lieto.
discussione è un modo per costruire un rapporto di fiducia. È sempre uno scambio, un modo per crescere.
Questa struttura non è solo un mercato, ha delle potenzialità enormi
e all’inizio è stata sfruttata nel modo giusto.

Parliamo del programma televisivo al quale partecipi, La prova del cuoco.

Partecipo al programma da 11 anni e sono molto contento di Ma mantengo sempre il mio personaggio, quello un po' distaccato, un
quest’esperienza. po' genovese!
Mi trovo a mio agio tra telecamere, giornalisti e fotografi, mi piace, mi Finita questa intervista assistere ad un breve ed improvvisato Show
diverte, ho un ottimo rapporto con la conduttrice della trasmissione. Cooking di Ivano Ricchebono è stata una sorpresa inaspettata.
La televisione permette di entrare nelle case delle persone, di stabilire
un contatto, anche se a distanza. Sapendo che lo chef stellato genovese crede anche molto nel potere
Anche se questo aspetto della mia vita mi dona visibilità, ammetto che dei Social Media per diffondere le sue passioni e con questo dimostra
mi mancava la famiglia che si era creata quando per mesi non sono nuovamente quanto esposto all’inizio: non solo chef, anche uomo,
potuto andare. entrambi con un mood così accogliente che non lasciano dubbio sul
E’ diventata una passione. motivo del suo successo!

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Manuela Albanese Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Intervista Francesca Finiguerra


Corner MOG "Lo Scolapasta"

Dario Truffelli Photo


Francesca Finiguerra, titolare dello Scolapasta nonché
socia di Ivano Ricchebono nell’Ostaia dove si occupa
principalmente dei Social Media e della parte di
comunicazione.
Com’è nata l’idea dello Scolapasta?

graphy
Lo Scolapasta nasce da un'amicizia di anni con i nostri soci, i
Barattino della pasta fresca e gastronomia di Busalla.
Ci siamo accordati con loro perché è uno dei produttori di pasta più
competenti che conosciamo.

Il progetto nasce da un’idea mia e di mio marito Luca, proponendolo


a Marco Cambi e iniziando questa bella avventura al MOG.
Conosciamo il modo di lavorare dell’azienda Barattino, pongono
attenzione alla materia prima, alla produzione e comunque
producono ancora tante cose fatte a mano, usano le ricette della
nonna che mantengono segretissime.

Ci è piaciuta molto quest’idea, ci siamo uniti in quest’avventura fino


dal primo lockdown ed eravamo entusiasti di questo format che
funzionava molto bene.
Ci piacerebbe ripetere l’esperienza in altre regioni portando la
tradizione ligure fuori dai confini della nostra regione.

Quindi si parla solo ed esclusivamente di tradizione ligure


o ci sono interferenze con altre tradizioni regionali?

Assolutamente nessuna interferenza con altre tradizioni.


È proprio questa la forza dello Scolapasta.
Fare il pansoto fatto a mano, la trofia di castagna fatta a mano, le
cose sane insomma.

Questi sono i punti forti e di conseguenza abbiamo anche studiato


alternative con particolare attenzione ad esempio al pansoto fatto
a mano ripieno di cacio e pepe piuttosto che ripieno di baccalà.
Rivisitazioni particolari rimanendo però sempre sul territorio.
Abbiamo anche deciso di investire sulla pasta trafilata quindi tutto
ciò che è pasta secca.
Giuseppe Tarantino Photography

La produciamo noi avendo la trafilatrice in loco.


Era anche una scommessa quella di far vedere alla gente che passa
la pasta che viene fatta sul momento.

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L'azienda Barattino è molto attenta all’ecologico. Usano pack senza impatto sull'ambiente, prodotti a km zero.
Avete scelto di collaborare con loro anche per via dell’attenzione a questi dettagli?

Si è una cosa molto importante.


Ad esempio abbiamo scoperto il formaggio Montebore e loro hanno il contatto diretto di chi produce questo formaggio.
Facciamo sempre gli gnocchi con la fonduta di Montebore che è un prodotto molto particolare ed è un presidio slow food.

Stiamo anche tornando alle tradizioni, anche quelle


più antiche, quelle da assaporare con gusto.
Cosa ne pensi?

Penso che la gente stia lasciando il concetto di mangiare cose


alla moda, il troppo moderno, una cucina giocata solo su questo
concetto.
Alla fine sta tornando la tradizione, la voglia di assaporare ciò
che si mangiava con la nonna, di risentire i profumi di una volta.
Personalmente mi manca tanto e la sento molto anch'io.

Infatti prima di avviare quest’attività si parlava giustamente delle


ricette della nonna!
Mi è tornato in mente il tempo che passava mia nonna a preparare la
pasta e il ripieno con le cose fresche di casa.
Vedo che anche mia mamma, quando si occupa della mia bimba il
sabato, le fa fare gli gnocchi e ciò la diverte tantissimo.
Poi le resteranno questi bellissimi ricordi quando sarà più grande!

Tenete conto di possibili allergie ed intolleranze nel


vostro corner?

Sì, ma è molto difficile perché lavorando con le farine non possiamo


garantire l’assoluta incontaminazione.
Basti pensare solo al bollitore: se facciamo bollire un tipo di pasta
prima di un altro è già una contaminazione.

Mi ero documentata proprio sul discorso delle allergie / intolleranze


quando c'è stato il boom diversi anni fa.
Mi sono scontrata con un iter da seguire molto lungo, avrei dovuto
seguire una parte formativa anche se quello era il meno.
Avrei dovuto aprire un laboratorio ad hoc proprio per la
contaminazione e anche l'investimento sarebbe stato importante.
Un elemento da non sottovalutare in questo momento storico. Giuseppe Tarantino Photography

Avete creato un corner molto bello, esteticamente


parlando.

Ho fatto un bel lavoro grafico, ci tenevo moltissimo.


Il logo l'ha creato una mia carissima amica che vive a Berlino ed è
nato tutto da un gioco.
Non sapevo che nome dare al corner ma volevo un nome
assolutamente d'impatto.

Il nome è scaturito da una giornata con delle amiche e, a forza di


proporre nomi, esce lo scolapasta.
Mi sono detta … ma è un bel nome, carino, ricorda anche la tradizione,
perché no?...
E mi è venuto in mente subito lo scolapasta di alluminio, quello della
nonna!
Così abbiamo studiato anche il corner, lo abbiamo creato come
volevamo noi e io, che sono “l’artista del gruppo”, ho fatto un po'
cambiare idea a tutti.
Ora sono lì appesi! Isabella Nevoso Photography
Credo in questo progetto, ci crediamo tutti.

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28 R E P O RTA G E | MOG

Isabella Nevoso Photography

Vuoi condividere con noi qualche altro dettaglio per te


importante?

Parlando di condivisione, posso dire che i ragazzi che lavorano con


noi hanno assoluta libertà di avere le loro idee, siamo aperti alla
curiosità e, se hanno voglia di condividere una loro ricetta o creare
un piatto, noi siamo aperti alle novità.
E vedo che anche da parte loro c'è interesse in quello che fanno,
dimostrano passione.

È proprio ciò che abbiamo riscontrato in tutte le interviste.


Ognuno di voi, ogni corner e ogni attività al MOG è fatta di
persone che lavorano ma anche di passioni, di creatività,
tutti sono aperti a creare qualcosa di nuovo e che sia
sempre in evoluzione.

Penso che i nostri collaboratori si sentano a casa, noi lasciamo


molta libertà ed è una cosa che amo particolarmente.
Fare diversamente non corrisponderebbe alla nostra mentalità.
Lo stesso vale per le mie attività al piano di sotto.
Faccio un esempio: Barattino produce la pasta, noi possiamo avere
delle idee e creare nuove proposte.
Il pansoto cacio e pepe è nato da noi, non ha una ricetta, è nato da un
viaggio che abbiamo fatto.
Abbiamo mangiato questo piatto particolare con dei gamberi crudi
e ci ha è piaciuto moltissimo, così l'abbiamo riproposto qui a modo
nostro.
È un po' quello che dico ai nostri collaboratori: … "tutti copiamo, in
effetti nessuno si inventa nulla di nuovo, l'importante è metterci un
po' del tuo” …
Può funzionare o magari non funzionare ma metterci tanta creatività
ed essere disponibili all'invenzione è vincente.

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Davide Mele Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Intervista Stefano Caccia


Corner MOG "J'Aime Les Crêpes"

Giuseppe Tarantino
Perché avete scelto di aprire il corner presso il MOG?

Vista la situazione attuale e vista l'impossibilità di fare entrare


tanta gente nel nostro locale d'origine (in stradone sant'Agostino)

Photography
che accoglieva 13 persone e ora, a causa della necessità di
distanziamento sociale, solo due, i costi erano diventati insostenibili;
sentivamo l'esigenza di continuare ugualmente a soddisfare la
nostra clientela.
A questo aggiungiamo la nostra crescente volontà di ampliare
la clientela, e diversificarla: non sembra ma, nonostante l'esigua
distanza tra il nostro locale e il MOG, l'utenza è veramente diversa.

Il locale aprì nel 1995, come nasce?


E’ sempre stato a gestione famigliare?

Mio padre nel 1980 gestiva un bar storico di Genova, il Café de Paris,
in Vico Casana.
Faceva già crêpes perché mia madre è francese, e suo fratello, mio
zio, era crepiere.
Gli ha insegnato la tecnica di crêpes e galletes, diverse dalle crêpes
perché generalmente farcite con cibo salato e a base di farina di
grano saraceno.

Nel 1995 apre il nostro locale, interamente dedicato alle crêpes.


Stradone Sant'Agostino all'epoca era una zona diversa, meno
frequentata e più malfamata, ma la svolta arriva con l'apertura della
facoltà di Archittetura, che ne rivoluziona la frequentazione e segna
il successo della crêperie.
La gestione è sempre stata in capo alla famiglia.
Ora gestisco io il locale e spero di poter riaprire a breve, magari con
un dehor esterno.

Qualche dettaglio sulla provenienza dei prodotti che


utilizzate?

Per quanto riguarda le gallettes ci procuriamo la farina di grano


saraceno dalla Valtellina, presso il Mulino Tudori, la più buona e
biologica e per giunta la più simile a quella della Bretagna.
Per quello che riguarda le crêpes facciamo arrivare le uova fresche
dal Mulino San Giuliano.
Le farciture sono molto variabili, hanno provenienze diverse ma
puntiamo sempre al biologico e all'alta qualità!
Isabella Nevoso Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Un prodotto che considerate un cavallo di battaglia del corner?

Sicuramente la gallette, perché pochi la fanno nella versione originale, quindi a base di grano saraceno.
Inoltre, noi la chiudiamo a fagotto, creando una sorta di cartoccio dove cuociamo direttamente gli ingredienti del ripieno, come le verdure, senza
disperderne i sapori.
La più venduta è sicuramente la Completa, farcita con prosciutto, formaggio e uovo a fine cottura, con rosso cremoso.
Si tratta della versione tradizionale bretone.
Per quanto riguarda la crêpe dolce la più venduta è tradizionale: fragole e cioccolato.

Come si inserisce - se si inserisce - la tradizione


ligure o genovese nel vostro lavoro?

Si inserisce molto nel modus operandi, nell'accoglienza dei clienti.


Sfatiamo il mito che i genovesi siano burberi e poco ospitali!
Spesso sanno essere amichevoli sin dal primo momento, ed è quello
che noi vogliamo comunicare.

Utilizziamo anche alcuni prodotti di provenienza genovese, in primis


il pesto.
Il prodotto in sé, ovviamente, non è genovese, ma io sono nato e
cresciuto qui e il mio locale fa parte della storia di Genova, è un
pezzo importante di questa città, conosciuto da tutti!

Tre aggettivi per descrivere il MOG.

Sicuramente futuristico, centrale, crescente.


Noi siamo arrivati ad ottobre 2020 e molto di quello che avremmo
voluto fare e di quello che il MOG può essere è stato bloccato dalla
pandemia, ma c'è tantissima voglia di fare e questo non è scontato.

Io, come tanti altri qui, credo tantissimo nel progetto.


Spero, e tanto, di poter assistere, qui, a concerti, film, rappresentazioni.
Penso che il MOG goda anche della spinta dettata dal ruolo che
hanno anche i mercati all'estero.
Combinata al fascino della cultura genovese, basta che ci crediamo
tanto e ci impegniamo e i risultati saranno straordinari.

Dario Truffelli Photography

Dario Truffelli Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


32 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Cinzia Cevasco


Corner MOG "La Carne"

Giuseppe Tarantino
Ci racconti un po' della storia del vostro locale.

Noi eravamo un banco del mercato orientale già prima che il MOG
esistesse; vendevamo carne equina dal 1946.

Photography
Abbiamo creduto da subito nel progetto e ci tenevamo ad essere
presenti sia nella vendita al mercato sia nella cottura e vendita del
prodotto finito all'interno del MOG.

Da dove vengono le materie prime utilizzate?

Noi utilizziamo carne piemontese, proveniente da Cuneo.


Utilizziamo anche molta carne locale, la cabannina, originaria di
Bargagli, come noi.
Abbiamo poi anche qualche carne particolare - prussiana, danese -
perché spesso ci viene richiesta.

Un prodotto che definireste un cavallo di battaglia?

Direi la tartare, parecchio in voga e comoda come street food.


Mi sorprende, perché un tempo nessuno voleva la carne cruda.
Siamo famosi da sempre per la nostra costata e avendo il barbecue
facciamo tanta griglia.

Come si inserisce, se si inserisce, la tradizione


ligure/genovese nel vostro lavoro?

A livello di prodotto, a parte la cabannina, abbiamo per lo più carni


piemontesi, perché comunque la carne non è un prodotto di punta
ligure.
A pranzo facciamo molta trippa in umido.
Faccio Cevasco di cognome, sfido a trovare qualcuno più genovese
di me!
Però siamo genovesi nel modo di fare, nelle porzioni no!

La gestione del locale è famigliare?

Sì, siamo io, mio marito e mio figlio minore che cuoce le bistecche.
Abbiamo altri due ragazzi che ormai è come se fossero di famiglia.
Isabella Nevoso Photography

Tre aggettivi per descrivere il MOG: fantastico!, in


divenire, e come si dice oggi: col botto!

Credo che i genovesi se la sognassero una cosa così prima e, detto


da un membro storico del mercato, penso conti molto.
Nessuno di noi si aspettava che un progetto così ambizioso
prendesse campo, ma ci abbiamo lavorato tutti e davvero sodo, ne
andiamo fieri.
Se fossi al posto del comune, farei fare una statua al presidente,
Marco Cambi!

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Dario Truffelli Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


34 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Daniele Cappadona, Maurizio Fiori, Riccardo Germi


Il Bar del MOG, Responsabile di Sala e Vineria

Manuela Albanese
Raccontaci un po' di storia del progetto del Bar.

Daniele Cappadona
Sono entrato qui fin da subito, conoscevo già il progetto.
Sono stato scelto come responsabile del bar, avendo lavorato come
barman anche in un mio locale.

Photography
Col tempo sono anche diventato vicepresidente del MOG.
La considero una realtà particolare, la si deve vivere per capirla.
È molto europea ma al tempo stesso teniamo molto all'italianità nei
prodotti.

Se dovessi spiegare a un cliente perché venire qui e non


altrove, cosa diresti?

Daniele Cappadona
Per quanto riguarda l'aperitivo penso che potremmo essere un passo
avanti, perché cerchiamo di avere sempre quel qualcosa che altri non
hanno, una proposta così ampia che nessuno ha.
Il cliente decide cosa mangiare e vive un’esperienza unica. Provate
per capire!
Riccardo Germi
Tengo a sottolineare che abbiamo fatto un percorso importante
come squadra.
All’inizio eravamo tre persone differenti, con storie diverse, ora
stiamo lavorando per diventare una cosa sola.

Ci divertiamo a chiamarci Onda Anomala, è stato anche il nostro


motto. Quello che abbiamo fatto è un percorso basato sul dialogo,
su tentativi di sinergizzare i nostri pregi e bilanciarli per minimizzare
i nostri difetti.
Daniele è vicedirettore, ma è come se lo fossimo tutti e tre, perché
abbiamo lavorato per pensare come una sola hanno, una proposta
così ampia che nessuno ha.
Daniele Cappadona
Siamo partiti da reparti diversi, ma abbiamo creato qualcosa di
importante per cui davvero nessuno è sopra nessuno, vinciamo e
perdiamo insieme (di questo gruppo fa parte anche Manuel Carbone,
de La Pisseria).
Sono il più giovane, e so che se oggi sono quello che sono è grazie
a loro.

Progetti per il futuro?

Daniele Cappadona
Tutti noi abbiamo avuto un'attività propria, quindi abbiamo una
mentalità che ci fa pensare al MOG come fosse nostro, dando il
Silvia Barbero Photography

110%. Quanto il MOG vuole crescere, noi cresciamo.


Per il bar ci saranno sicuramente tante novità, perché c'è voglia di
dare quel plus ulteriore post pandemia.
Vogliamo sottolineare l'unicità della nostra esperienza, in più ci
saranno anche novità in termini di birra, ma... Non sveliamo nulla!
Posso dire che il MOG ha voglia di crescere e noi siamo pronti a
crescere con il MOG.

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Il MOG in tre parole?

Daniele Cappadona
Innovativo.
Per viverlo e per capirlo peraltro non si può vederlo una volta.
Non è detto che alla prima si capisca cosa vuole trasmettere, è come per i bei film.
Può essere un po' confusionario anche all'inizio, ma poi lo si capisce.
Maurizio Fiori
Unico… ma anche storico.
Incredibile come si sia riusciti a fare qualcosa di così innovativo
dentro un posto che appartiene al passato... basta guardare le
colonne, le abbiamo lasciate così, sicuramente perché rendono,
ma anche perché le Belle Arti non ci permetterebbero di toccarle!
Riassume un po' il potenziale di Genova: tradizione e futuro. I mercati
sono sempre stati dei fulcri per tutte le città e questo posto rinnova
e reinventa questo concetto.
Riccardo Germi
Affascinante.
Ma anche internazionale, non sembra quasi di essere a Genova qui.
Mi ricorda quella sensazione che si ha quando si arriva in un
aeroporto: ci si sente cittadini del mondo. Provo la stessa sensazione
entrando al MOG!

Come per Daniele e il bar, chiediamo anche a Riccardo


di raccontarci la sua esperienza con la Vineria.

Riccardo Germi
Gestisco la Vineria, dove si è voluto creare una sorta di salotto per
fare aperitivo, degustare un vino o fare un percorso.
Sempre in nome della tradizione con l'innovazione utilizziamo delle
macchine che prendono il nome di Wine Emotion, che attraverso
l'utilizzo dell'azoto fanno sì che quando le bottiglie vengono aperte
non vengano danneggiate dall'ossigeno, mantenendo il vino come
appena aperto.

Questo ci permette di far scegliere tra 40 etichette diverse e tra vini


bianchi e rossi.
Nello staff sono tutti sommelier. Io nasco come imprenditore, ho
studiato sia da sommelier che da barman e lavoro da trent'anni nel
settore.
Abbiamo iniziato questo nuovo progetto, dove facendo tanto e
avendo tanto in programma anche relativamente alla degustazione:
contiamo di far venire qui i vincitori dei Tre Bicchieri - il massimo del
riconoscimento da Gambero Rosso per quanto riguarda il vino - e
fare assaggiare i vini vincitori. Luca Barberis Photography
Questo posto ha iniziato in un modo e ora sta cambiando: all’inizio il
nostro servizio al cliente era basato sul modello degli altri locali più
votati al turismo. Poi se guardi nei corner nessuno tocca i soldi, passano attraverso le
macchine, altra cosa particolare.
Genova ha sicuramente tanti turisti, ma non ne ha tanti quanti le altre L'orario: noi siamo aperti e cuciniamo dalle 10 del mattino a mezzanotte.
città europee che hanno un mercato. In questa fascia orario puoi mangiare sempre e non è scontato
Se a questo si aggiunge la pandemia, abbiamo voluto cambiare nemmeno questo.
servizio per conformarci al cliente genovese, che è più fidelizzato e, Col tempo, la nostra sinergia ci ha fatto capire cosa dovevamo far
per questo, richiede una cura e un'attenzione maggiori. capire: volevamo far passare la nostra passione in modo naturale e
Ciò ha dato dei risultati che saranno più evidenti quando finirà la non dare per scontato il nostro mestiere.
pandemia. Vogliamo che si capisca che dietro al nostro lavoro c'è una formazione,
uno studio e un impegno immenso.

Per concludere con un pensiero sul MOG Qui il cameriere è più importante del barista perché è sia quello che ti
accompagna al tavolo, ma anche quello che ti consiglia, perché con
Daniele Cappadona la varietà che c'è qui l'abbinamento food and drink diventa immenso.
Un altro aggettivo che lo descrive è camaleontico. Il cameriere deve saperne abbastanza da darti un consiglio adatto,
Qui puoi vivere la giornata intera, con tutti i suoi pasti, dalla colazione per lavorare qui infatti devi avere requisiti ben precisi: noi puntiamo
alla cena. tantissimo a questo, ad avere persone che trasmettano la passione
Con tutti gli annessi: abbiamo anche fatto un evento/serata per quello che fanno.
discoteca quando ancora si poteva. Maurizio Fiori
Ti faccio uno slogan pubblicitario: il MOG è come casa tua, è sentirsi
Poi penso che la sua unicità stia anche nel fatto che, rispetto a casa tua.
al modello dei mercati delle grandi città europee, è molto meno Noi vogliamo trasmettere questo, al personale, al cliente, e cerchiamo
dispersivo. di trasmetterlo a te adesso in questo momento.

Giroinfoto Magazine nr. 66


36 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Bruno Beltrame


Corner MOG "l Laboratorio Gastronomico Ligure e Il Laboratorio del Pesce"

Dario Truffelli Photo


La domanda iniziale verte sempre sulla storia della vostra
realtà.

La nostra società già esisteva al MOG ed è molto ramificata:


gestiamo dei punti ristoro allo stadio Luigi Ferraris, abbiamo un

graphy
point al teatro Politeama Genovese e un laboratorio che offre anche
servizio catering, di cui fanno parte anche i nostri chef e pasticceri.
Allo stadio facciamo anche catering per le società calcistiche.

Inizialmente avevamo solo un corner con il Laboratorio del Pesce,


poi si è liberato quello accanto e abbiamo ampliato con il Laboratorio
Gastronomico, oggi Laboratorio Ligure.
Produciamo tutto artigianalmente e in proprio, inclusa la pasticceria,
dove realizziamo anche panettoni.
Con noi lavora lo chef e pasticcere Claudio Panetta. Il laboratorio
esiste dal 2003, ma io collaboro con lui dal 1997.

Il Laboratorio del Pesce è un corner di gastronomia ittica, che lavora


pesce, molluschi crostacei, trasformati e valorizzati secondo le
ricette tipiche locali della cucina ligure.
I nostri chef preparano ogni giorno piatti artigianali, in un connubio di
tradizione e innovazione.
Il Laboratorio Ligure, come si intuisce dal nome, ha come scopo la
valorizzazione dei piatti tradizionali del nostro territorio.
Riteniamo che la cucina ligure sia una vera e propria sintesi della
cucina mediterranea, come sostenuto da molti esperti del settore.

Il cavallo di battaglia?

Sicuramente la frittura, come prevedibile qui a Genova.


Però vanno molto anche piatti più particolari che sono nostre
specialità: per esempio le tagliatelle al cacao con il ragù di pesce.
Non possiamo non menzionare le nostre ultime arrivate, sulla scia
della recente moda, che sono le poké di pesce fresco, ottime anche
per la delivery.

Con un nome come il vostro risulta quasi una domanda


retorica, ma come si inserisce la tradizione
ligure/genovese nel vostro lavoro?

La tradizione genovese, oltre all'ovvia importanza nel prodotto, è


anche nel servizio.
Concordo con Stefano, essere genovesi non è per forza astio verso
Giuseppe Tarantino Photography

l'estraneo, ma anche convivialità, di cui il MOG è diventato portavoce.

D'altronde poche realtà hanno un simile grado di collaborazione


tra progetti diversi, che prenderanno ulteriormente campo quando
questa situazione cambierà.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 37

Il MOG in tre parole: una trovata bellissima.

Ho visitato tanti mercati anche nelle città all'estero, perché sono convinto che i turisti scoprano le città attraverso il mercato, che in qualche modo
racchiude la storia del luogo.
Il MOG quindi non è nuovo per l'Europa, ma per Genova sì, anzi, è rivoluzionario.
Dato il luogo in cui nasce, il mercato orientale con la sua importanza storica, e data la dimensione, aver creato un luogo così accogliente e così
vario per offerta è un'opportunità straordinaria.
Difficilmente si trova una varietà così ampia e di qualità così elevata.

Cosa direste per convincere un cliente a venire qui e


non da un'altra parte?

Un cliente viene qui perché non vuole andare al ristorante.


Non per forza deve quindi venire qui, ma solo qui si trova questo
tipo di ambiente.
Se si vuole andare al ristorante si va al ristorante, al MOG si va
perché non si va al ristorante, che da solo non può offrire questa
quantità di professionisti e manodopera.

Al MOG si può essere in 10 al tavolo e prendere tutti cose


completamente diverse e ugualmente buone.
Al MOG si viene per essere liberi.

Isabella Nevoso Photography

Luca Barberis Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


38 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Massimiliano Spigno


Corner MOG "Gelateria Chicco"

Dario Truffelli Photo


Come è nata la vostra gelateria?

La nostra gelateria nasce nel 1972 da una latteria, già centenaria.


I miei genitori la rilevarono trasformandola anche in bar, ma siccome

graphy
mio padre sin da bambino amava il gelato ha inserito anche questo
prodotto.
Negli anni ci sono state diverse trasformazioni del locale, che è
divenuto un punto di riferimento a Nervi, soprattutto per le coppe al
tavolo, la nostra specialità.
Negli anni ci siamo ingranditi e siamo divenuti unicamente bar
gelateria con il gelato come prodotto di punta. Io ho proseguito
l'attività con tre soci: mia moglie e due colleghi fidati.

Poniamo molta attenzione alla presentazione delle coppe, come per


esempio nell'intaglio della frutta.
Ovviamente questo senza trascurare l'asporto, il classico gelato da
passeggio che continuiamo a servire.
Produciamo autonomamente nel nostro laboratorio con macchinari
di ultima generazione senza però dimenticare la nostra idea di
gelato, sempre fatto di materie di prima qualità, fresche e lavorate
da noi gelatieri.
Oltre a portare l'esperienza ereditata da mio padre, abbiamo voluto
studiare per modernizzare quello che la storia ci aveva dato.

Quanto e come si inserisce, se lo fa, la tradizione ligure /


genovese nel vostro lavoro?

La tradizione del gelato a Genova, storicamente, la si fa risalire al


Seicento.
Siamo anche punto Panera, produciamo il gelato, o meglio il
semifreddo tipico genovese così come deve essere fatto da
decalogo.
Per il nostro modo di pensare il gelato siamo legati al territorio
genovese e ligure: facciamo il gelato al limone e la crema
aromatizzata al limone con i limoni di Monterosso, il gelato al
canestrello e rivisitiamo anche dolci tipici come il pandolce.
Lo facciamo proprio per proporre ai clienti i sapori del territorio in
una chiave diversa.

Come siete arrivati al MOG?

Siamo arrivati al MOG piuttosto per caso, tramite conoscenti.


Ci abbiamo creduto da subito, abbiamo visto subito una potenziale
opportunità.
Avevamo ragione in quanto si è rivelato un punto di riferimento, e lo
rimarrà, nonostante questa battuta d'arresto della pandemia.
Davide Mele Photography

Avere la possibilità di sedersi "in piazza" e mangiare quello che si


vuole è qualcosa che non si trova altrove, qui in Liguria almeno.

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Un gusto che è cavallo di battaglia della gelateria?

Ci sono una serie di gusti che vanno, in base anche al formato e al luogo: siamo a 9 km tra MOG e il nostro punto vendita, e le scelte dei gusti
cambiano, in base alla tipologia di cliente e a ciò che cerca: lo stesso cliente che a Nervi chiede una cosa, qui ne chiede un'altra.
Qui il cliente va più di fretta e anche questo muta le richieste.
Noi siamo conosciuti per la nocciola per esempio, per alcuni gusti più da ragazzi, come la biscottella - gelato al biscotto variegato con crema di
nocciola e cacao.
Però un gusto particolare che si trova solo qui, e di nuovo ci lega alla tradizione, si chiama “fügassa into laete”: è un gelato al cappuccino con
dentro pezzetti di focaccia. D'altronde pucciare la focaccia nel caffellatte, da buon genovese, è il massimo!

Una curiosità: quanto impatto ha la stagione


invernale sul consumo di gelato?

Impatta tanto perché non c'è la mentalità che porta a vedere il


gelato come un alimento, si vede come un dolce, freddo e per giunta
una sorta di "premio" per occasioni particolari.
In realtà dove c'è maggior consumo di gelato pro capite, per assurdo,
è nel nord Europa, in paesi quindi freddi.
Questo perché il gelato viene visto come un alimento vero e proprio,
ci si nutre con il gelato abbinato alla frutta.

Qui da noi questo concetto manca, si relega il gelato allo snack, al


premietto per i bambini, quando invece, dove ben fatto, è un alimento
completo, che include tutti i principi nutritivi, ha in sé grassi buoni.
D'altronde con il latte ci siamo cresciuti tutti!
Forse piano piano questa cosa sta cambiando, e in questo senso la
pandemia ha sdoganato un po' il gelato "fuori stagione" perché si ha
avuto bisogno di coccolarsi anche d'inverno.

Noi abbiamo fatto asporto autonomamente e la vaschetta ha


portato un po' a riscoprire questo prodotto in qualsiasi momento. A
Genova poi siamo avvantaggiati dal gelato da passeggio, che quindi
un minimo aiutava anche prima nella pandemia nel consumo extra
estivo.
Per incoraggiare quest’abitudine abbiamo cominciato a produrre
semifreddi anche su cono, che sono magari un po' più gradevoli
anche con le basse temperature.

Isabella Nevoso Photography


Il MOG in tre parole: come lo descrivereste?

La Piazza del Gusto rende sicuramente l'idea: garantisce un ottimo


luogo in cui mangiare mantenendo la convivialità, permette di
giocare con diverse opportunità.
Ricorda le piazzette dove si stava da giovani, dove si poteva stare
a chiacchierare e si avevano le diverse opzioni per mangiare, ma in
quel caso più distanti.
Qui invece sono tutte intorno e nella piazza.
Si tratta infatti di un luogo che forse subisce più di altri la situazione
attuale, in un certo senso vive di assembramento che però è
fondamentale per il suo fascino.

Se doveste spiegare a un cliente perché venire qui e


non da un'altra parte, cosa direste?

Perché noi siamo qualità, esperienza e tradizione e soprattutto


amore per questo lavoro.
Non lasciamo nulla al caso, quando qualcosa non ci convince la
eliminiamo e quando qualcosa non è come piace a noi la cambiamo.
Investiamo tanto tempo nel cercare di scegliere cosa mettere in
banco, lo trasformiamo fino a quando non siamo convinti.

Per fare il cioccolato fondente che piace a noi, come lo volevamo


intendo, ci abbiamo messo tre anni.
Ci sono tante scorciatoie che ci avrebbero permesso di metterci
mezz'ora, ma noi le scorciatoie non le prendiamo mai, prendiamo
sempre la strada più lunga perché pensiamo sia quella che ci porta
in sicurezza a dare al cliente un prodotto di cui essere soddisfatto. Giuseppe Tarantino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Intervista Manuel Carbone


Corner MOG "La Pisseria"

Dario Truffelli Photo


Raccontaci un po' di storia del tuo progetto!

Ho iniziato a lavorare come panettiere da mio zio e ho sviluppato


da subito una vera e propria passione: facevo corsi, lavoravo in un

graphy
ristorante la sera.
Con il tempo la passione è cresciuta non solo per la panetteria, ma
anche per la pizzeria.
Ho iniziato così un percorso nelle pizzerie allora più importanti della
zona, una di queste era Le Cisterne di Chiavari che aveva la pizza al
metro.
La mia ultima esperienza lavorativa prima di questa, è stata da
Piuma, dove si usano le farine macinate a pietra, biologiche e il lievito
naturale.

A Genova ancora non si parlava di pizza gourmet e di queste


fermentazioni particolari.
A un certo punto vengo a conoscenza di questo progetto, il MOG.
Mando il curriculum e inizio a conoscere i gestori.
Per la prima volta sento dire che si vuole un punto, una piazza del
gusto, dove i genovesi possano trovare la vera bontà.
Questo mi ha portato al MOG e anche al Mulino Bongiovanni, per cui
attualmente lavoro come consulente.

Così è nata La Pisseria, dove non abbiamo solo la pizza classica,


ma anche quella a pala, al taglio, la focaccia al formaggio fatta nel
testo di rame e secondo una ricetta antica di Recco, e soprattutto
la pizza senza glutine, a cui dedichiamo un'attenzione importante,
ricercando la farina adatta, gestendo accuratamente la lievitazione
da 24 ore, cercando di offrire un prodotto con ingredienti di qualità,
mantenendo la filosofia di questo corner.
Tengo molto anche alla focaccia genovese, dove usiamo olio
extravergine di qualità, farine macinate a pietra e non le classiche
doppio zero, a lunga maturazione: non 3 o 4 ore ma anche 24 ore, un
lavoro un po' diverso rispetto al solito.

Come mai il nome La Pisseria?

Nel dialetto genovese si suol dire pissa e non pizza.


Data la storicità del mercato si è pensato di non scrivere pizza come
si può trovare ovunque ma in un modo che ricordasse qualcosa di
antico, come se avesse sempre fatto parte di questa struttura.

Quanto conta nel tuo lavoro la tradizione ligure/genovese?

Come per ogni cosa anche nella panificazione si dibatte spesso su


quale sia il modo corretto di realizzare un determinato prodotto.
La tradizione è alla base e su questo non si discute, esiste una ricetta
Davide Mele Photography

per la focaccia, una per la focaccia al formaggio.

Però ci siamo detti: se si è sempre fatto così, non è forse il caso


di chiedersi perché si è sempre fatto così e se si può migliorare?
Non necessariamente aggiungere qualcosa, migliorare qualcosa
contrasta con la tradizione, che è il punto di partenza da cui si può
anche guardare al futuro.

Giroinfoto Magazine nr. 66


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Un prodotto cavallo di battaglia?

Un prodotto che sento mio anche quando vado fuori Genova è la focaccia genovese.
La pizza è buona, ma la fanno tutti e ad oggi si inventa in mille modi.
Se mi chiedono di fargli sentire Genova io porto la focaccia. Poi ci dicono che siamo taccagni perché non c'è niente sopra, che siamo strani perché
la mangiamo nel cappuccino.
Però alla fine piace a tutti e fa parte della nostra identità.
Non mi definisco prettamente pizzaiolo ma baker come va di moda oggi, perché è il mestiere che abbraccia la panificazione in senso lato,
sicuramente la focaccia genovese è qualcosa che ci rappresenta, che mi rappresenta.
A livello di richieste, oltre alla pizza, viene chiesta la focaccia al formaggio, soprattutto se la clientela è più avanti negli anni e più legata alla
tradizione, probabilmente come prova del nove per vedere se la facciamo a dovere.
I turisti invece chiedono la pizza, che è sempre un must.
Ultimamente ha preso campo la burrata sulla pizza, a Genova abbiamo faticato, si andava molto più spesso su mozzarella e bufala.

Quindi nella tua filosofia c'è proprio una rivoluzione


di pensiero sul lievitato?

In un certo senso sì.


D'altronde sembrava anche impensabile convincere a investire in un
prodotto che ovviamente viene a costare di più, e anche aggirare
la ormai nota guerra ai carboidrati. Sicuramente non si può negare
che una focaccia o una pizza, possano essere alimenti importanti
a livello calorico, ma si può scoprire, informandosi, che se si usano
determinati ingredienti di qualità il metabolismo lavora in modo
diverso.

La digeribilità è stata uno dei miei obbiettivi principali: la pizza più


digeribile è una pizza più difficile da stendere, ma poco importa, se
so che il mio cliente non si alzerà per bere ogni ora la notte.
Anche rispetto alla focaccia genovese, molti lamentano bruciori
di stomaco dopo averla mangiata: questo può dipendere dalla
lievitazione, dagli oli.
Tutti dicono che la tradizione vuole la focaccia con lo strutto.
Nessuno lo mette in discussione, ma nel 2021 difficilmente andrò
a usare lo strutto, perché non si tratta più dello stesso strutto di
una volta.

Molto meglio un olio buono, sia extravergine che d'oliva, che fa


rinascere il prodotto e anche chi lo mangia.
Si dice ovunque che i genovesi abbiano la pelle dura: questo è vero
ed è anche bello, perché ti mette alla prova: per lungo tempo, i tuoi
clienti nel vederti nuovo e fare una cosa diversa, si chiederanno il
perché e ti guarderanno con diffidenza. Se resisti, e se li convinci,
hai vinto.
Perché se poi ti guadagni la loro fiducia, i genovesi tornano, e anche
spesso. Sono i clienti più fedeli di altri.

Cosa ne pensi dell'eterno dibattito sulla pizza sottile


contro la pizza più alta?

Spesso si associa qualsiasi lievitato più alto, anche la focaccia,


che io faccio più alta per far sentire la differenza del morso, ad una
consistenza stopposa, pesante.

Va studiata la reazione chimica che sta dietro un certo lievitato, per


realizzare un bordo alto che si scioglie in bocca.
E anche lì bisogna convincere il cliente.
Forse un po' è questa la differenza tra la vecchia guardia e la nuova.
Isabella Nevoso Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


42 R E P O RTA G E | MOG

Isabella Nevoso Photography

Progetti per il futuro?

Mi piacerebbe che La Pisseria diventasse un punto di riferimento


a Genova.
Non perché siamo più bravi di altri, ma perché seguiamo una certa
filosofia, fatta di purezza, di farine macinate a pietra, di lievito
naturale.
Agiamo con calma perché sappiamo che qui a Genova le cose
diverse vanno inserite così, e sappiamo che le pizze dal sapore più
acido tendono a non piacere a primo impatto.

Sicuramente il progetto è far vedere che a Genova si può cambiare e


cambiare idea, come ovunque, senza dimenticarsi della tradizione.
Il mio progetto personale è relativo alla docenza, alla scuola
di panificazione, e ciò è legato alla mia crescita personale e
professionale: voglio riuscire a sfatare un po' questo falso mito che
a Genova siamo vecchi, mentalmente e non.
Voglio dimostrare che non è così, che Genova è ricca di giovani,
ma soprattutto ricca di persone con la voglia di fare e di saper fare.
Voglio far capire che anche a Genova, come ovunque, sappiamo
come si fanno le cose.
Non sono propriamente progetti, sono vere e proprie filosofie da
portare avanti, non hanno un inizio o una fine, hanno una direzione.

Come racconteresti il MOG in tre parole?

In tre parole non riuscirei mai! Mi ha stupito trovarmi all'interno di un


posto così bello, moderno, nuovo, all'interno di una struttura antica
e storica.
Questo connubio è bellissimo.
Poi adoro la possibilità di scelta, di spaziare dalla pizza fino a un
ristorante ricercato ligure; questa è la vera differenza rispetto alle
altre strutture, che ci sono tanti piccoli artigiani che lavorano tutti
i giorni insieme, e si inventano continuamente qualcosa di nuovo,
con prodotti del giorno.
Questo è ciò che distingue il MOG, una scelta diversa, fatta dalle Davide Mele Photography
persone.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 43

La pizza è un prodotto che, complice anche la pandemia, si realizza tanto in casa.


Cosa pensi che spinga a cercare una pizza, magari anche gourmet, fuori, rispetto alla versione home made?

Se me ne avessero parlato anche solo due anni fa avrei risposto "perché è più buona".
Ad oggi la pandemia ha fatto emergere quelli che vengono detti home bakers, che preparano ottimi prodotti da casa.
C'è stato un miglioramento dovuto, oltre alla curiosità che ha spinto ad informarsi, agli acquisti di prodotti e strumenti migliori.
Oggi mi ritrovo spesso a dare consigli sulle farine che uso su Instagram.
Il mio profilo è cresciuto tantissimo, ma quello che mi ha sorpreso è che evidentemente questo periodo ha risvegliato un vero e genuino interesse
per il prodotto.

Non mi aspettavo infatti che quelle stesse persone che mi


chiedevano consigli per realizzare la pizza a casa poi venissero
comunque a provare la mia qui.
Come se avessero apprezzato la difficoltà e avessero voluto venire
a testare per comprendere.

Non c'è concorrenza quindi tra i due filoni, anzi, si autoalimentano.


La domanda poi è diventata diversa, e per chi come me ama quello
che fa è ancora più bello: oggi è più facile che un cliente mi chieda
non tanto una Margherita, ma che mi chieda quanto ha lievitato o
che farina c'è dentro.
Questo ci dà modo di crescere e dimostra in qualche modo che la
filosofia che cerco di promuovere si rafforza: non hanno osservato
solo il nostro prodotto, ma anche quello che c'è dietro.

Il lockdown quindi ha anche migliorato la cultura e la


coscienza del cibo, e della qualità degli ingredienti?

Sicuramente ha fatto tanto anche la parte mediatica, vedi programmi


televisivi come MasterChef.
Però è stato bello vedere come i ragazzi giovani si siano trovati
a reinventare un mestiere antico come quello di fare il pane, e i
lievitati in generale, ponendosi delle domande.

Questo ha portato, in modo quasi inconscio, involontario, anche a


spiegare perché si facciano determinate cose.
Ha trasformato un lavoro dietro le quinte fuori, al pubblico, facendo
parlare la gente, e al contempo ha rinnovato il tutto.
Probabilmente per alcune città era già così da tempo, da noi che
accadesse una cosa simile, per come siamo restii ai cambiamenti,
non era scontato.
Davide Mele Photography

Isabella Nevoso Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


44 R E P O RTA G E | MOG

Intervista Stefano Lanini


Corner MOG "Bear and Grill"

Isabella Nevoso Ph
Ci racconti la storia del locale e di come siete arrivati al
MOG.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere il progettista e ci siamo

otography
proposti come hamburgeria.
Noi di famiglia siamo grossisti di carne, abbiamo colto l'occasione
per portare l'esperienza di cinque generazioni ad un prodotto finito
da mettere sul mercato come somministrazione.
Insieme a mio cognato abbiamo creato questo progetto.

Da dove vengono i prodotti?

Noi usiamo carne certificata, angus irlandese per la precisione; siamo


importatori quindi abbiamo la possibilità di verificare il prodotto.
Gli altri prodotti spesso li acquistiamo direttamente qui al Mercato
Orientale, altrimenti arrivano da nostri fornitori di fiducia.

Quale prodotto considerate cavallo di battaglia?

Quello che va di più è sempre il Bacon Cheeseburger (bacon,


cheddar e salsa BBQ), seguito dal Valdostano (crema di fontina,
funghi trifolati e prosciutto cotto affumicato) e il Tartufoso (crema di
tartufo, prosciutto cotto al tartufo).

Come, e se, si inserisce la tradizione ligure/genovese nel


vostro lavoro?

Abbiamo portato la tradizione ligure/genovese soprattutto in


un panino, il zeneize: ha salsa base con pesto e prescinseua con
insalata, fagiolini e patate, nella tradizione del pesto avvantaggiato.

Il MOG in tre parole?

Il MOG è un luogo unico, affascinante, è usando le parole di mia figlia


di 7 anni: “è proprio figo papi!”
Un posto dove posso portare le mie figlie con gli amici, i miei amici,
accontentare tutti.
Non ci lavoro soltanto, ma penso sia anche un luogo di aggregazione.
Questo rafforza la sua valenza commerciale: se un luogo diventa
aggregativo viene naturale cercare la consumazione lì e non altrove.

La location è unica: è al centro della città, nella via più importante.


Se ci fosse una maggior sinergia, maggiori investimenti, da parte del
Comune, potrebbe diventare un nodo focale anche turistico.
Silvia Barbero Photography

Genova, l'Italia intera, vivono di un turismo che sicuramente è arte,


ma passa anche attraverso il cibo.
Potrebbe essere un'occasione di ulteriore sviluppo, ma servono la
forza e l'energia di tanti soggetti, non soltanto del MOG.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MOG 45

Ringraziare chi ci ha dedicato il suo tempo, ci


ha raccontato la sua storia, in un momento
così difficile a maggior ragione, è riduttivo.
Così come è difficile spiegare quanta
responsabilità ci siamo sentiti addosso nella
stesura di questo articolo: non solo è un
periodo drammatico per tutti e per i ristoratori
in primis, ma a farci sentire l'importanza
di quello che stavamo facendo sono state
proprio le loro storie.

Fatte di un racconto che si può riportare per


iscritto, ma di emozioni che invece passano
da un cuore all'altro.
La passione, la cura per il particolare, il
coraggio, l'impegno, la forza, a volte anche la
rabbia.

Sono solo alcune delle emozioni che abbiamo


colto in ciascuna delle persone facenti parte
di questa grande famiglia che è il MOG e che
speriamo di trasmettere attraverso queste
interviste.
Perché ve lo possiamo garantire: non c'è
mascherina che possa nasconderle!

Monica Gotta Photography

RINGRAZIAMENTI
Marco Cambi - Presidente MOG Daniele Cappadona - Il Bar del MOG
Ilaria Pedullà - Referente MOG Maurizio Fiori - Caposala
Corner Riccardo Germi - Vineria
Ivano Ricchebono - Ostaia de Zena Bruno Beltrame - Il Laboratorio Gastronomico Ligure e Il Lab. Pesce
Francesca Finiguerra - Lo Scolapasta Massimiliano Spigno - Gelateria Chicco
Stefano Caccia - Jaime Les Crepes Manuel Carbone - La Pisseria
Cinzia Cevasco - La Carne Stefano Lanini - Bear and Grill

Giroinfoto Magazine nr. 66


46 R E P O RTA G E | PARALOUP

Il borgo che ha fatto la storia...

A cura di Barbara Lamboley

Adriana Oberto
Barbara Lamboley
Cinzia Carchedi
Giancarlo Nitti
Giuliano Guerrisi
Lorena Durante
Monica Pastore Giancarlo Nittii Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E PROERPTOARGTEA G| E TORI
| PARALOUP
DI TORINO 47

Adriana Oberto Photography

Gli anziani la chiamano


“Paralouf” (da “luv” che vuol dire
lupo in piemontese), anche se,
in realtà, si scrive “Paraloup” ma il
significato è sempre lo stesso:
“Al riparo dai lupi”.

Paraloup è una piccola borgata tipica delle


valli del cuneese; si trova in Valle Stura, a
1400 mt di altezza ed è la frazione più alta
del comune di Rittana.
Nel cuneese la conoscono tutti, non
solo per la sua bellezza ritrovata ma,
soprattutto, per la sua storia.
Perché non si può non parlare di storia Borgata
quando si va a Paraloup: storia passata e Paraloup
storia recente.
Sì, Paraloup è un piccolo miracolo della
storia italiana e poterla “rivivere” oggi è un
grande onore e privilegio.

Giroinfoto Magazine nr. 66


48 R E P O RTA G E | PARALOUP

Ma partiamo dal principio… Anche le femmine davano una mano: a sei o sette anni, se non
Ritorniamo agli anni in cui Paraloup era semplicemente si avevano abbastanza soldi, le bambine venivano mandate
un maggengo, vale a dire un luogo quieto dove si risiedeva a fare le serve in famiglie più agiate; la maggior parte veniva
da maggio a settembre, mentre si portavano le mucche al mandata a far pascolare le mucche o a lavorare nei campi.
pascolo estivo.
Era l’unico modo per garantire un pasto a chi non poteva
La vita nelle valli non era semplice e se nascevi in quei luoghi, sfamare una famiglia numerosa.
il tuo destino era già segnato. Si dormiva nei fienili, in mezzo alle pulci ma almeno, tra il fieno
La popolazione era composta per lo più da contadini. ed i cani, si stava al caldo e, durante l’inverno, faceva comodo.
Ogni famiglia aveva almeno una mucca, anche perché, senza, La vita nelle borgate era dura ma la sera, quando era ora di
non sopravvivevi. ritrovarsi per fare due chiacchiere prima di rincasare, l’aria che
Mangiare tre pasti a giorno era lusso e, a volte, ti dovevi si respirava trasudava felicità.
accontentare di quel poco che offriva la terra: grano per fare
la farina e patate o legumi… Tutto cambiò quando, a settembre del ’39, scoppiò la Seconda
guerra mondiale.
All’epoca, i padri di famiglia speravano nella nascita di maschi
per poter usufruire di una mano d’opera efficiente e produttiva
nello svolgere i lavori più pesanti.

Barbara Lamboley Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E PROERPTOARGTEA G| E TORI
| PARALOUP
DI TORINO 49

Lorena Durante Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


50 R E P O RTA G E | PARALOUP

L’inizio della grande guerra fu traumatico per tutti. “Dispersi” si diceva... La parola in sé lasciava un barlume di
Le montagne si svuotarono degli uomini che venivano speranza alle famiglie che, non avendo la certezza fossero
chiamati per andare al fronte; la maggior parte dei cuneesi morti, sperava potessero tornare un giorno, ma la realtà era
furono mandati a combattere in Russia. ben diversa…
Le donne rimasero sole, con bambini e anziani, e la vita si fece
sempre più dura. Furono in tanti a cadere e furono in pochi a tornare e quelli
che tornarono non erano più gli stessi di prima. L’orrore della
Le donne furono costrette ad assumersi il ruolo e la funzione guerra cambia gli uomini.
di capofamiglia. Molti degli uomini mandati al fronte non
tornarono più.

Monica Pastore Photography

Tra i sopravvissuti alla ritirata di Russia, un nome sopra tutti Dopo una prima collaborazione con un gruppo di partigiani di
si collegherà alla borgata Paraloup ed è quello di Benvenuto pianura, nel febbraio del 1944, decise di entrare a far parte di
Revelli detto Nuto, classe 1919. uno dei gruppi di “Giustizia e libertà”: la banda “Italia Libera”
Nuto Revelli, partito volontario un anno prima, tornò provato e di Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Giorgio Bocca con
ferito dalla Russia e, dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, sede a Paraloup.
capì subito che stava per iniziare un’altra guerra: la sua guerra. Paraloup era stata scelta dai fondatori della Banda (come la
Bisognava fare qualcosa, bisognava fermare i rastrellamenti chiamavano tutti) per questioni logistico-strategiche.
dei tedeschi, bisognava lottare contro la follia degli uomini, e La sua posizione offriva il riparo giusto e le 12 baite potevano
così, alcuni giorni dopo, partì di notte, alla ricerca di chi, come accogliere un discreto numero di persone. Ogni baita aveva la
lui, avrebbe lottato per salvaguardare la dignità del paese. sua funzione.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | PARALOUP 51

Barbara Lamboley Photography

L’organizzazione era essenziale e la vita da partigiani non era Tutti davano una mano ed erano orgogliosi di farlo anche se
affatto semplice. si sapeva che la posta in gioco era altissima e le rappresaglie
A Paraloup l’inverno era lungo e la neve fittissima. in agguato.
Le baite non erano riscaldate e ci si doveva adattare alle Un anno passò tra le tante vicissitudini che può comportare
condizioni di vita ostili. la lotta partigiana e, con immenso sollievo, a settembre del
1945, la guerra terminò.
Oltre 200 giovani passarono a Paraloup per entrare a far parte Nel dopoguerra, la gente cominciò ad emigrare verso le città
del movimento e per ricevere formazione politica e militare. sempre più industrializzate per cercare lavoro e Paraloup
Gli abitanti della Valle diedero un aiuto fondamentale perse la sua funzione di pascolo estivo.
nell’organizzazione della vita quotidiana della banda; c’è Erano gli anni ’60.
addirittura chi, come la padrona dell’osteria di Rittana, accettò
di accogliere e nascondere Duccio Galimberti ferito in seguito
ad una battaglia.

Giroinfoto Magazine nr. 66


52 R E P O RTA G E | PARALOUP

Giuliano Guerrisi Photography

Dagli anni ’60 ai giorni nostri, Paraloup diventa luogo di Il progetto è grandioso: si vuole ripristinare l’anima delle baite
pellegrinaggio per chi come Nuto Revelli, ha trascorso un attraverso un recupero architettonico innovativo e sostenibile
anno lassù, a combattere per l’Italia. seguendo la Carta Internazionale del Restauro.
È un luogo pieno di memoria e vederlo scomparire non fa che
accrescere il senso di vuoto che ha lasciato la desertificazione L’intento principale è quello di tornare a creare un tessuto
delle montagne oltreché la scomparsa dei suoi abitanti più sociale e produttivo attraverso attività turistiche-ricettive-
anziani. culturali e, in futuro, addirittura ritornare alla funzione di
pascolo con annessa produzione di prodotti caseari.
È come cancellare una fetta importantissima della storia del Gli architetti che hanno lavorato al progetto di restauro della
nostro Paese. borgata sono Daniele Regis, Valeria Cottino, Dario Castellino
Così, nel 2006, a due anni dalla scomparsa dell’ormai grande e Giovanni Barberis.
scrittore e storico, nasce la Fondazione Nuto Revelli Onlus (a
cui fa capo Beatrice Verri); la fondazione nasce dall’esigenza La scelta dei materiali da usare è stata fatta seguendo i
della famiglia e degli amici di non dimenticare, con la speranza principi del km zero: il legno di castagno che è stato usato per
di poter trasmettere alle nuove generazioni i valori a cui rivestire le baite è quello del posto.
teneva Nuto che non erano soltanto legati alla lotta partigiana Il modo in cui “operare” è stato pensato sulla base di un
ma anche alle condizioni di vita contadina nelle valli cuneesi intervento non invasivo.
prima della guerra.
Nel 2007, la fondazione decide di comprare gli immobili ormai L’anima delle baite deve rimanere e si deve vedere.
lasciati all’abbandono da quasi 50 anni.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | PARALOUP 53

Monica Pastore Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


54 R E P O RTA G E | PARALOUP

La nuova Paraloup è stata suddivisa in tre lotti. Il secondo lotto è dedicato all’accoglienza e comprende un
Il primo lotto ad uso culturale contiene il Museo dei bar-ristorante, una cucina in comune e baite per l’ospitalità di
Racconti e ripercorre la storia locale divisa in 4 stagioni: fine turisti e visitatori che possono alloggiare fino a 30 persone.
dell’Ottocento con le migrazioni alpine; il periodo della lotta
di liberazione dal nazifascismo; l’epoca dello spopolamento Il terzo lotto prevede l’insediamento di attività agro-silvo-
delle Alpi e il ritorno alla vita in montagna. pastorali al fine di permettere a piccoli imprenditori agricoli
locali di coltivare terreni e riportare specie come la pecora
Al museo si aggiunge una sala polivalente per workshop, sambucana a pascolare nel loro ambiente naturale originale.
mostre e seminari e infine l’anfiteatro naturale all’aperto per
rappresentazioni teatrali e concerti.

Lorena Durante Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | PARALOUP 55

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


56

Il progetto di recupero di Paraloup ha ottenuto una serie


importante di riconoscimenti fra cui il premio “Konstruktiv” del
principato del Liechtenstein per le costruzioni e ristrutturazioni
sostenibili.

Dal 2010, conclusione dei lavori del primo lotto, Paraloup


è stata sede di incontri ed eventi culturali quali l’estate di
Paraloup, con l’organizzazione di laboratori, mostre, seminari.
Paraloup è un grande esempio di rinascita e deve servire ad
incentivare la valorizzazione di tanti altri luoghi che hanno
rappresentato la storia del nostro Paese e che sono ora
dimenticati da tutti.

Si spera che sia un forte messaggio di speranza per le nuove


generazioni e che il lavoro fatto dai nostri antenati non svanisca
nel nulla.
Il concetto chiave riportato nella presentazione della
Fondazione Nuto Revelli racchiude l’essenza della storia di
Paraloup: “Il ricordo e la memoria sono strumenti di giustizia:
la nostra idea di cultura è potentemente attiva e trasformativa.
La tutela e la valorizzazione del patrimonio e la trasmissione
della memoria devono andare nella direzione del well-being per
produrre innovazione sociale e impatto su comunità e territori in
modo sostenibile.
Con il recupero e la rinascita di Paraloup e, oggi, con la sua
trasformazione in nuovo centro culturale abbiamo visto un
sogno diventare realtà. Non intendiamo fermarci".

Cinzia Carchedi Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


57

Cinzia Carchedi Photography

“Volevo che i giovani


sapessero, capissero,
aprissero gli occhi.
Guai se i giovani di
oggi dovessero crescere
nell'ignoranza come
eravamo cresciuti noi della
generazione del Littorio.
Oggi la libertà li aiuta, li
protegge.
Senza libertà non si vive, si


vegeta
(Nuto Revelli – dal discorso per la Laurea honoris causa, 1999)

Si ringrazia il referente del rifugio Paraloup, nonché


cultural manager, Alessandro Ottenga, che ci ha
gentilmente accolto in Borgata, raccontandoci con
sincero entusiasmo la storia e le prospettive del luogo.
Barbara Lamboley Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


58 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

I QUATTRO CANTI DI CITTÀ E PALAZZO DELLE AQUILE

A cura di Rita Russo e Stefano Zec

Rita Russo Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 59

Il Centro
Storico di Palermo,
esteso circa 240 ettari, è uno tra i più
grandi d’Europa e tra i più ricchi ed articolati
dal punto di vista artistico e culturale.

Esso custodisce, infatti, al suo interno la testimonianza di tutte


le dominazioni che si sono avvicendate durante la sua millenaria
storia, iniziando dall’epoca fenicia per arrivare fino ai primi ‘900,
passando da quella romana, bizantina, araba, normanna, sveva, angioina,
aragonese e spagnola.
Esso è racchiuso all’interno di un quadrilatero di vie che coincidono in parte
con le vecchie mura cittadine di cui oggi restano solo alcune tracce e dal punto
di vista amministrativo rappresenta la prima e più antica circoscrizione della
città.

I due assi viari principali che lo attraversano, la via Maqueda ed il Cassaro (oggi
Corso Vittorio Emanuele, antica via di origine fenicia, che collegava l'acropoli
e il Palazzo Reale al mare), perfettamente ortogonali tra loro, in epoca
spagnola, divisero la città in quattro mandamenti (quartieri storici), ossia
delle vere e proprie comunità, ognuna con abitudini e commerci propri,
che presero il nome dall’edificio più insigne ricadente al loro interno
insieme a quello della Santa Protettrice di ogni mandamento, fino
al 1624 anno in cui Santa Rosalia divenne la patrona dell’intera
città.
Essi sono: Palazzo Reale - Santa Cristina; Tribunali
- Sant’Agata; Castellammare - Sant’Oliva e
Monte di Pietà - Santa Ninfa.

Giroinfoto Magazine nr. 66


60 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

Rita Russo Photography

propriamente detti, su ognuno dei quali gli elementi di decoro


sono rappresentativi di ogni mandamento.

Le decorazioni dei Quattro Canti si articolano su più livelli e


si susseguono, dal basso verso l’alto, secondo un principio di
ascensione che porta lo sguardo del visitatore a passare dal
mondo della natura a quello della santità del cielo.
I QUATTRO CANTI DI CITTÀ E PALAZZO DELLE AQUILE
Il punto di confluenza tra i due antichi assi viari dà origine ad Infatti, la prima cosa che colpisce il passante è costituita
una piccola piazza, chiamata Piazza Vigliena (in omaggio al dalle quattro fontane che, poste a livello della strada,
Viceré il cui nome completo era marchese don Juan Fernandez rappresentano gli altrettanti corsi d’acqua che originariamente
Pacheco de Villena y Ascalon) ma conosciuta dai più come i attraversavano Palermo: il Papireto, il Kemonia, l’Oreto ed il
Quattro Canti di Città. Pannaria. Immediatamente sopra le fontane, racchiuse tra
Questa piazzetta, nota anche come Teatro del Sole, perché colonne in stile dorico, si osservano le figure allegoriche
dall’alba al tramonto e durante tutto l’anno una quinta delle quattro stagioni rappresentate da Eolo, Venere, Cerere
architettonica è sempre illuminata dall’astro, oggi costituisce, e Bacco.
dunque, il cuore del Centro Storico della città ed è quindi
un importante punto di riferimento per chi intende visitare L’ordine successivo, in stile ionico, ospita le statue dei re
Palermo. spagnoli Carlo V, Filippo II, Filippo III e Filippo IV.
A questa piazza nel ‘700 fu attribuito anche il nome di Teatro Infine, sull’ultimo ordine, si possono osservare le statue delle
della Città in quanto qui si svolgevano i principali avvenimenti, quattro sante palermitane Agata, Ninfa, Oliva e Cristina.
come le feste e le esecuzioni capitali.
In particolare, seguendo i punti cardinali, la divisione delle
Questa piazza, che è caratterizzata da una architettura molto statue sulle facciate è la seguente: a Nord (mandamento
semplice, forma un perfetto ottagono, i cui lati sono costituiti Castellammare) troviamo, dal basso verso l’alto, l’autunno
da quattro edifici alternati agli assi viari. rappresentato da Bacco, Filippo IV e Santa Oliva;
In particolare, le quattro facciate prospicienti la piazza
con i loro apparati decorativi costituiscono i Quattro Canti

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R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 61

NORD
Stefano Zec Photography

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OVEST - Stefano Zec Photography

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R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 63

ad Est (mandamento Tribunali), si osservano l’inverno In particolare, la facciata meridionale, che appartiene
rappresentato da Eolo, Filippo III e Sant’Agata; a Sud al quartiere Palazzo Reale, fa parte della chiesa di San
(mandamento Palazzo Reale) si osservano la primavera Giuseppe dei Teatini che, simmetricamente, possiede anche
rappresentata da Venere, Carlo V e Santa Cristina ed infine, un “Quinto Canto” che si affaccia su Corso Vittorio Emanuele.
ad Ovest (mandamento Monte di Pietà) troviamo l’Estate Su questa facciata si possono osservare le statue di Sant’Elia,
rappresentata da Cerere, Filippo II e Santa Ninfa. San Giuseppe e San Gaetano Thiene, insieme allo stemma
della corporazione dei falegnami, nel quale è raffigurata
Quattro stemmi reali in marmo bianco ornano, infine, la parte l’ascia incoronata.
sommitale di ogni facciata.

EST
Rita Russo Photography

SUD
Rita Russo Photography

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64 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

I QUATTRO CANTI DI CITTÀ E PALAZZO DELLE AQUILE

La sistemazione urbanistica della piazza, sotto il vice-regno conosciuta più comunemente come Fontana delle Vergogne a
dei Castro, fu progettata dall’architetto fiorentino Giulio Lasso, causa della prevalente nudità delle statue che la compongono
che si ispirò al crocevia delle Quattro Fontane di Roma e fu (Giroinfoto n.62) - circondata dal quattrocentesco Palazzo
completata, dopo la sua morte, da Mariano Smeriglio, architetto Pretorio (oggi Palazzo di Città o Palazzo delle Aquile), dal fianco
del Senato palermitano. della Chiesa di Santa Caterina, da Palazzo Gugino - Chiaramonte
I lavori di realizzazione dei cantoni, iniziati nel 1609, durarono Bordonaro e dal Palazzo Gastone, entrambi del XVIII secolo.
fin oltre il 1620. Tra i palazzi prospicienti la piazza, quello Pretorio è l’unico
Nel 1630 furono appaltati i lavori per la realizzazione delle visitabile tutti i giorni della settimana, a meno di impegni
fontane; mentre le statue, originariamente previste in bronzo, istituzionali.
furono realizzate in marmo dallo scultore Carlo D’Aprile, tra il
1661 ed il 1663. Palazzo delle Aquile, che è uno degli edifici amministrativi
principali della città e attuale sede del Comune di Palermo,
Lasciati i Quattro Canti di città, proseguendo su Via Maqueda risale alla fine del ‘300 e racchiude al suo interno numerosi stili
in direzione della Stazione, immediatamente a sinistra e architettonici frutto delle varie trasformazioni urbanistiche che
rialzata rispetto al piano stradale da una scalinata, troviamo modificarono il volto della città nel tempo.
Piazza Pretoria dominata dalla magnifica omonima fontana -

Rita Russo Photography Stefano Zec Photography

Edificato nell’attuale sede, in epoca aragonese, per volontà della risistemazione della piazza e dell’installazione della
del sovrano Federico II d’Aragona nel XIV secolo, il palazzo fu celebre fontana. Il Palazzo Pretorio, insieme a quest'ultima e ai
interamente ricostruito tra gli anni 1463 e 1478 per volontà del fastosi edifici sorti nel frattempo, erano la perfetta sintesi della
pretore Pietro Speciale, sotto la guida di Giacomo Benfante. potenza e dello splendore del regno.
Originariamente realizzato a pianta quadra e con un ingresso su
ogni facciata (il principale si affacciava sul piano della Chiesa In particolare, nei primi anni del ‘600 l’edificio fu ristrutturato
di San Cataldo oggi Piazza Bellini), esso fu la sede del Senato dall’architetto Mariano Smiriglio (che nel frattempo terminava
cittadino che guidato dal Pretore (da cui il nome di Palazzo i lavori dei Quattro Canti) e nel 1661, sul cornicione del palazzo
Pretorio), aveva il compito di Amministrare la città. sopra l’ingresso principale, fu collocata la statua della nuova ed
unica Patrona della città, Santa Rosalia, ad opera dello scultore
In epoca spagnola, nel corso del ‘500 e del ‘600, si susseguirono Carlo D’Aprile, che realizzò anche tutte le statue dei vicini
numerose trasformazioni dell’edificio, tra le quali, oltre Quattro Canti.
all’ampliamento anche il rifacimento del prospetto che
comportò lo spostamento dell’ingresso principale dalla facciata
meridionale sul Piano di San Cataldo a quella settentrionale
(l’attuale ingresso), lavori che furono realizzati in concomitanza

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 65

L’intero complesso monumentale fu ampliato,


successivamente, dopo il forte terremoto del 05
marzo 1823, che causò numerosi danni agli edifici
della città.
L’attuale struttura del palazzo si deve al definitivo
restauro realizzato, nel 1875, dall’Architetto
Giuseppe Damiani Almeyda che occultando
in parte l’originaria architettura, ristrutturò
quest’ultimo reinterpretandolo in stile neoclassico.
Durante questo intervento furono eliminate, infatti,
alcune parti barocche e la facciata fu rivestita con
un bugnato color ocra, visibile tutt’ora.

A partire dal 1861, fino ad oggi, l’edificio rappresenta


il centro amministrativo della città ed è, dunque, la
sede istituzionale del Sindaco, della Giunta e del
Consiglio Comunale, ai quali sono destinate le più
belle sale del palazzo: la Sala Rossa, la Sala Gialla
e la Sala delle Lapidi.
Nel complesso l’edificio presenta una pianta
rettangolare con un cortile centrale, i cui quattro
prospetti sono orientati secondo i punti cardinali.

L'edificio è costituito da tre livelli sopra il


pianterreno, ognuno dei quali è dotato di finestre,
eccetto il secondo che ospita il piano nobile del
palazzo ed è dotato di balconi con balaustre,
colonnine e piccole teste di leone scolpite sotto le
mensole. Su tale prospetto si possono osservare
numerose iscrizioni che insieme a medaglioni
marmorei commemorano date significative per
la storia della città, come quella della visita di
Garibaldi e di Papa Giovanni Paolo II.

Sopra il portale d’ingresso principale su Piazza


Pretoria, rivolto a Nord, risalta il bassorilievo di
un’aquila, simbolo della città.
Altre aquile, oltre quest’ultima, ornano ed
arricchiscono gli angoli sommitali dell’edificio che
per questo prende anche il nome di Palazzo delle
Aquile.

Rita Russo Photography Stefano Zec Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


66 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

I QUATTRO CANTI DI CITTÀ E PALAZZO DELLE AQUILE

In una nicchia centrale in cima alla facciata è posta la


statua di Santa Rosalia sotto la quale si trova uno splendido
orologio da torre che, fatto giungere da Parigi nel 1864, fu
racchiuso dal Damiani dentro una cornice rettangolare di
pietra sulla quale sono scolpiti due grifoni.
L’orologio, fermo dagli anni ’80, è stato rimesso in funzione
nel 2014.

Una volta varcato il portone d’ingresso, dopo la portineria,


alcuni gradini ci conducono verso un maestoso cortile cui
si accede attraversando un ricco portale in stile barocco
con colonne tortili del 1691, disegnato dall’architetto Paolo
Amato.
L’ampio cortile, dotato di portici, custodisce numerosi
affreschi, epigrafi e statue tra le quali quella del grande
poeta dialettale palermitano Giovanni Meli, datata 1888 e
posta in corrispondenza della parete orientale dell’atrio.

Stefano Zec Photography

Stefano Zec Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 67

Stefano Zec Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


68 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

Stefano Zec Photography

I QUATTRO CANTI DI CITTÀ E PALAZZO DELLE AQUILE

Questo cortile, una volta a cielo aperto, fu in seguito coperto Il complesso suddetto è formato da un basamento a forma
da una cupola in ferro battuto e vetro, che ha permesso di di parallelepipedo rettangolo, realizzato in marmo grigio
recuperare ed utilizzare interamente lo spazio interno e di Billiemi, al centro del quale si erge una colonna tronca in
consentire anche l’esposizione delle opere che vi sono porfido rosso.
presenti.
Su quest’ultima poggia un grosso capitello scolpito, in marmo
L’atrio è collegato al piano nobile da un’imponente scalinata di Carrara e a forma di bulbo, che reca in alto un’iscrizione
composta da tre rampe. funeraria ed in basso dei medaglioni che ne illustrano il testo.
A sinistra della prima è collocato un importante complesso Questa stele termina alla sommità con una conca sulla quale
scultoreo raffigurante, nella parte sommitale, il Genio di poggia la piccola statua del Genio e sul bordo di essa è incisa
Palermo. la seguente frase latina: Panormus conca aurea suos devorat
La statua del genio venne trovata nel 1596 nelle cantine alienos nutrit (Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli
del Palazzo e fu collocata sullo scalone dall’allora Pretore stranieri).
Francesco del Bosco, Conte di Vicari.
Il gruppo scultoreo, alto complessivamente 2,60 metri, è Sul basamento, ai lati della colonna, sono presenti, inoltre, due
composto da pezzi di diversa provenienza e fu assemblato paggi in marmo di Carrara, ognuno dei quali tiene in mano uno
alla fine del XVI secolo, probabilmente dopo il ritrovamento scudo. In particolare, sullo scudo di sinistra è raffigurato lo
della statua ed in concomitanza con i lavori di ristrutturazione stemma di Palermo con il suo simbolo, l’aquila. Sull’altro, le
dell’edificio. armi di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, principe di
Le sculture furono realizzate da Domenico Gagini e da Castelbuono, presidente del regno.
Gabriele di Battista.

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R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 69

Stefano Zec Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


70 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

Stefano Zec Photography

Il Genio (raffigurato in numerose opere, tra statue dipinti i festeggiamenti della patrona della città, dal momento che
e mosaici, ubicate in vari luoghi del centro storico) è il Genio che porta il nome di Palermo, oltre ad essere la
rappresentato da un uomo maturo dalla barba divisa, coronato, personificazione di quest’ultima ed il simbolo dei suoi abitanti,
con un serpente in braccio che si nutre dal suo petto. ne è il nume tutelare.
Le origini e la simbologia di questa divinità protettrice sono La frase, dunque, è un inno ad entrambi i tutori della città,
incerte. Secondo un’interpretazione risalente al XVII secolo, il primo pagano e la seconda, la “Santuzza” come viene
l’uomo barbuto rappresenta Palermo, mentre il serpente è affettuosamente chiamata dai palermitani, cristiana.
Scipione l’Africano aiutato dai palermitani nella guerra contro
i cartaginesi di Annibale. Salendo le altre due rampe dello scalone monumentale per
raggiungere il piano nobile, è impossibile non essere attratti
Per gratitudine Scipione avrebbe donato alla città una conca dall’imponente epigrafe monumentale commemorativa
d’oro (ossia la pianura sulla quale sorge Palermo). dell’incoronazione di Vittorio Amedeo II di Savoia e Anna
La frase incisa sul bordo della conca dove poggia la statua, Maria d'Orleans, del 1713, che occupa gran parte della parete
nella quale è chiaro il riferimento alla pianura della città, lascia tra la seconda e la terza rampa.
supporre un’eventuale discendenza del Genio da Saturno o
Crono, divinità del tempo e dell’agricoltura. Al piano nobile si trovano sette eleganti saloni di
La simbologia del serpente è versatile e per questo potrebbe rappresentanza ed una piccola cappella dedicata a Santa
avere più di un significato. Rosalia, oltre ad un gran numero di preziose opere d’arte di
ogni tipo ed epoca.
Esso, infatti, tradizionalmente associato alla fertilità, alla La prima sala, che in realtà è un’anticamera, è la Sala dei
rinascita ed al rinnovamento è anche simbolo di prudenza Bassorilievi, cosi chiamata per la presenza tra le altre
e portatore di conoscenza associata alla forza fisica. Una dell’opera marmorea dello scultore palermitano Valerio
curiosità: il riferimento al Genio è contenuto nella frase “Viva Villareale, del 1819, raffigurante la Sicilia incoronata da
Palermo e Santa Rosalia” declamata dal sindaco durante Minerva e Cerere, che riempie un’intera parete.

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R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 71

Nella sala successiva, Sala degli stemmi o dei Gonfaloni, Le prime targhe furono collocate nella sala nel 1875 dal
è possibile osservare, dipinti sulla volta, gli emblemi delle gesuita e storico dell'arte Gioacchino Di Marzo. Il soffitto
principali città siciliane realizzati nel 1922 dal pittore ligneo è finemente decorato e risale al XIV secolo e da
palermitano Salvatore Gregoretti, insieme ad altri arredi di esso scende un imponente e prezioso lampadario di legno
pregio. intagliato.

Da questa sala si accede all’imponente Sala delle Lapidi, già Nella successiva sala, la Sala Montalbo, oltre al bellissimo
Sala del Pubblico Consiglio o Sala Maggiore, deputata alle bassorilievo in bronzo realizzato nel 1876 dallo scultore
riunioni del Consiglio Comunale. palermitano Benedetto Civiletti, che raffigura Federico III
Il suo nome è legato alla presenza delle 66 iscrizioni D’Aragona nell’atto di porre la prima pietra del Palazzo Pretorio,
marmoree commemorative applicate alle pareti, tra le quali si può ammirare il dipinto ad olio raffigurante l’Interno della
la prima risale al 1591, mentre l’ultima al 1 maggio del 2013, chiesa di San Domenico e sette busti marmorei di Sindaci,
affissa in onore di Piersanti Mattarella. scolpiti dallo stesso Civiletti.

Stefano Zec Photography

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72 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

I QUATTRO CANTI DI CITTÀ E PALAZZO DELLE AQUILE

La successiva è la Sala Antinoo, dal nome di una delle statue Dalla sala Antinoo si accede anche alla Sala Garibaldi, dal
che essa ospitava e che oggi è custodita nella Sala Rossa. balcone della quale, il 30 maggio 1860, l’eroe parlò ad una
Anche in questa sala numerose sono le opere presenti, tra le nutrita folla di palermitani.
quali i busti in marmo raffiguranti Francesco Crispi e Mariano Lungo le pareti si possono leggere stralci dei discorsi di
Stabile, insieme a dipinti realizzati dalla scuola siciliana. Garibaldi incise su lapidi marmoree, insieme ad un ritratto di
quest’ultimo realizzato dal pittore palermitano Salvatore Lo
Da questa sala si accede alla Cappella di Santa Rosalia, Forte.
altrimenti nota come Cappella Senatoria, in stile barocco nella
quale, sopra l’altare, è possibile ammirare la settecentesca Altre opere di notevole pregio arricchiscono questa sala,
tela raffigurante l’Immacolata Concezione, a fianco della come il busto in bronzo di Francesco Crispi realizzato dallo
quale si notano le statue di Sant’Agata raffigurata con gli scultore Mario Rutelli nel 1893 e una collezione di vasi cinesi,
strumenti del martirio e quella di San Sebastiano. arazzi ed armi cesellate donate da Napoleone Buonaparte
In una nicchia alla sommità della tela, si trova, infine, la statua all’ammiraglio Federico Carlo Gravina.
della Santuzza realizzata dallo scultore Cosmo Sorgi.

SALA GARIBALDI - Stefano Zec Photography

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R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 73

CAPPELLA SANTA ROSALIA


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74 R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO

La Sala Gialla, già Sala del Senato, è oggi destinata alle Il rifugio era provvisto di un impianto autonomo di
riunioni della Giunta Comunale. illuminazione, di canne di ventilazione atte a consentire il
Essa prende il nome dal colore oro del broccato che ricambio d’aria necessario alla sopravvivenza e del bagno e
ricopre le sue pareti e su uno dei suoi lati fa mostra di se poteva contenere fino a 200 persone.
un monumentale camino realizzato in gesso dallo scultore
palermitano Vincenzo Ragusa, nel 1868. Era dotato, inoltre, di tre accessi su Piazza Pretoria ed
Nella stessa sala si possono ammirare anche i ritratti un’altro all’interno della portineria di Palazzo delle Aquile, che
raffiguranti i reali Umberto I e Margherita di Savoia, realizzati da è rimasto l’unico dal quale si può, ancora oggi, accedere al
Gustavo Mancinelli in occasione dell’Esposizione Nazionale rifugio.
cittadina del 1891-1892, alla cui cerimonia di inaugurazione i Tra tutti i rifugi antiaerei costruiti in città questo resta l’unico
reali furono presenti. visitabile grazie al lavoro dell’associazione culturale Ro'N Ro
Cult e di volontari che in alcuni periodi dell’anno organizzano
La Sala Rossa, attuale studio del Sindaco, realizzata da visite guidate al suo interno.
Giuseppe Damiani Almeyda, è chiamata così per il colore
rosso acceso dei suoi arredi. E’ grazie alla sensibilità di molte associazioni culturali se la
Questa sala è riccamente decorata da affreschi di Francesco città di Palermo assume sempre più l’aspetto di un museo
Padovani e Gustavo Mancinelli che ornano i sopraporta, oltre diffuso, nel quale tutte le attività che mirano alla riscoperta
a busti e statue ed imponenti lampadari di Murano. ed al ripristino di molti beni favoriscono la creazione di
un sistema integrato per la piena fruizione del patrimonio
Al di sotto del palazzo e della piazza antistante, infine, si artistico e culturale della città.
trova un bunker antiaereo, costruito nel periodo pre-bellico
e utilizzato durante il secondo conflitto mondiale, la cui
esistenza è poco nota.

SALA ROSSA
Stefano Zec Photography

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R E P O RTA G E | MUNICIPIO DI PALERMO 75

SALA GIALLA
Stefano Zec Photography

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76 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Alessia Sangalli
Alina Timis
Antonio Pedone
Manuel Monaco
Michela De Lazzari
Mari Mapelli
Sara Mangia
Silvia Scaramella
Stefano Scavino

A cura di Alina Timis, Sara Mangia e Stefano Scavino

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R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 77

Non si può dire con certezza quando sia nata la falconeria, ma in Cina si praticava
la caccia con il falco già prima della nascita di Cristo.
Sebbene non sia possibile datare esattamente quando i rapaci siano stati
utilizzati per la prima volta nella caccia, vi sono evidenze che permettono
di stabilire che tale pratica si sia diffusa prima in Oriente e, solo dopo la fine
dell’Alto Medioevo, in Occidente, come attività praticata dai più benestanti, non
per il sostentamento o lo svago ma come prova di forza e di valore. Ad oggi, la
pratica della falconeria è diffusa in oltre 60 paesi.

La falconeria si può definire come l’arte di catturare prede selvatiche nel loro
ambiente naturale, usando rapaci addestrati appositamente.
Questa attività ha attraversato periodi di massimo splendore ma anche periodi
bui; l’avvento delle armi da fuoco, ad esempio, ha fatto sì che l’impiego dei rapaci
nella caccia venisse meno.

Alessia Sangalli Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


78 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Sara Mangia Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 79

Sulla falconeria sono stati scritti molti trattati e


i più antichi sono in lingua araba, ma uno dei più
innovativi è quello scritto da Federico II di Svevia.
Quest’ultimo aveva una grandissima passione per
i rapaci e, oltre a praticare la falconeria, scrisse il
De arte venandi cum avibus (L’arte di cacciare con
gli uccelli).

Il manuale, arricchito da disegni naturalistici, tratta


tre macro-argomenti: la classificazione di tutti gli
uccelli esistenti, le attrezzature per la falconeria e
infine diverse tecniche di addestramento e caccia
con il falco.
Federico II di Svevia introdusse numerose
migliorie alla pratica venatoria, quali, ad esempio,
l’impiego del cappuccio in sostituzione alla
cigliatura, la barbara pratica che consisteva nella
cucitura delle palpebre del rapace.
L’uso del cappuccio in cuoio è un metodo non
coercitivo, che non provoca alcun disagio o danno
all’animale e che permette di tranquillizzarlo e di
impedire che venga infastidito o intimorito da
qualcosa, o da qualcuno.

Per capire al meglio l’utilità di queste tecniche,


bisogna sapere che i rapaci sono molto nevrili e
tendono a spaventarsi molto facilmente.
Eliminando gli stimoli visivi, si riduce quindi la
possibilità che l’animale entri in uno stato di
agitazione.
È importante sottolineare che i rapaci si
classificano in due categorie:
diurni e notturni.

Ad un primo impatto, potrebbe sembrare difficile


distinguerli, ma in realtà, confrontando il notturno
gufo e la diurna aquila reale, si osserva che occhi,
becco e ali sono molto diversi.

Antonio Pedone Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


80 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

I rapaci notturni
sono animali molto silenziosi grazie al loro folto piumaggio, composto da setole disposte
a pettine in grado di ridurre al minimo il riverbero causato dal contatto con l’aria. Il loro
spostamento in volo non genera alcun rumore e, di conseguenza, le prede non avvertono in
tempo il loro arrivo.
Un’ altra caratteristica di questi rapaci è la capacità di girare il capo di 270° grazie a un
particolare distanziamento tra le loro vertebre; riescono quindi a percepire facilmente ciò che
si trova alle loro spalle.

I rapaci diurni,
invece, sono capaci di cacciare in un territorio ampio centinaia di chilometri.
I falconiformi (così definiti per via della forma a falce delle loro ali) possiedono degli opercoli
sul becco, che proteggono le vie respiratorie durante il volo ad alte velocità.

Stefano Scavino Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 81

Oltre alle differenze anatomiche appena citate, le due Una volta conquistata la fiducia si passa all'addestramento
categorie di rapaci hanno un comportamento di caccia vero e proprio, quello che lega definitivamente falconiere e
differente: i rapaci notturni ricorrono all’appostamento rapace.
(caccia passiva), mentre i rapaci diurni praticano la caccia di In Italia, la caccia con il falco è regolamentata dalla legge
alto e basso volo (caccia attiva). 157 dell’11 febbraio 1992 e può essere praticata su tutto il
La caccia di alto volo viene praticata principalmente dai territorio nazionale con regolare licenza di caccia.
falconidi e consiste nel volare ad alte quote per intercettare Per quanto riguarda il volo libero, la regolamentazione è su
e poi gettarsi in picchiata sulla preda, con una presa diretta base regionale, ma è generalmente richiesta anche in questo
o con la stoccata, un colpo di artigli a forte velocità che caso la licenza.
stordisce o addirittura uccide la preda.
Diversamente, la caccia di basso volo (o caccia a vista) La pratica della falconeria è strettamente legata alla natura,
prevede un volo radente al terreno, per agganciare la preda pertanto dipende fortemente dai territori disponibili, dalla loro
dopo averla individuata e inseguita. conformazione e dalla disponibilità delle prede.
Per questo motivo Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto,
Proprio per queste peculiarità, prima di impiegare questi Toscana e Lazio sono le regioni con una maggiore presenza
animali nell’attività venatoria, occorre conoscerli molto bene di falconieri, mentre nelle regioni del sud l’attività è meno
e superare due fasi importantissime: l’ammansimento e praticata e le associazioni di riferimento sono meno.
l’addestramento.
Durante la prima fase, il rapace si abitua alla presenza del Nel 2016 la falconeria è stata riconosciuta come patrimonio
falconiere e capisce che non è un pericolo. immateriale dell’umanità e da allora per i falconieri è diventato
Il falconiere utilizza un guanto, creato appositamente per ancora più importante promuovere la loro arte.
offrire una posa stabile e sicura, per abituare l’animale a Il fascino della falconeria è senza tempo, tuttavia in Italia
mangiare sul suo pugno. fatica ancora a essere riconosciuto e valorizzato.

Alina Timis Photography

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82 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Alessia Sangalli Photography

IL REGNO DEI RAPACI


Immerso nel verde incontaminato della campagna alle porte di Milano, Il Regno dei Rapaci nasce nel 2004 dal desiderio di Dino
Bendotti e Anna Flumeri di fare del loro lavoro uno strumento di accoglienza, condivisione culturale e utilità sociale.
Dal 2010 il centro è registrato presso Regione Lombardia come fattoria didattica con rapaci e oggi è un centro di riproduzione
certificato, agriturismo e azienda agricola, nonché inserito in un percorso che lo farà diventare una tra le pochissime fattorie
sociali della Lombardia.

Come fattoria didattica si rivolgono ad un pubblico molto ampio, ma soprattutto a bambini molto piccoli, fondando la didattica
sull’acquisizione del sé, della consapevolezza e del superamento delle proprie paure, vivendo un’esperienza unica a contatto
diretto con numerose specie animali.

Il Regno dei Rapaci


Gessate (MI)

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 83

Il centro è inoltre impegnato in attività di promozione con la


partecipazione a manifestazioni e fiere, ma anche in attività
di pubblica utilità come, ad esempio, l’allontanamento dei
Il centro ospita circa 130 animali provenienti da tutto il mondo volatili nocivi.
(Europa, America, Australia, Africa), tutti nati in cattività o a La cura per gli animali, la passione e l’amore dei falconieri
loro affidati dopo essere stati curati e non ritenuti idonei per il verso gli splendidi volatili fanno dal centro un luogo unico per
ritorno in natura, come è capitato a Portobello, un simpatico vivere un’esperienza indimenticabile, piacevole e soprattutto
pappagallo dai colori azzurro e giallo. istruttiva.

Le attività proposte al Regno dei Rapaci sono numerose: si Come Band Giroinfoto abbiamo avuto la possibilità di
può partecipare a visite guidate private o di gruppo, assistere effettuare una visita, che ci ha permesso di “immergerci”
a dimostrazioni di volo (ogni domenica) e a rievocazioni nel mondo dei rapaci e conoscere numerose specie, che
storico-medievali, o diventare “Falconieri per un giorno” e difficilmente si possono osservare, soprattutto così da vicino.
provare a richiamare a sé, grazie alla guida di un esperto, i
rapaci.

Giroinfoto Magazine nr. 66


84 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Antonio Pedone Photography


Gheppio comune
è un rapace (alto dai 34 ai 38 cm)
color marrone-castano; la maculatura
particolare delle sue ali funge da
deterrente contro i falchi più grandi.
Si adatta molto bene alle zone urbane,
collinari e pianeggianti.

Il suo volo viene chiamato “volo dello Spirito


Santo”, perché riesce a rimanere immobile in
stallo per diversi minuti.

Stefano Scavino Photography

Falco Sacro
è uno dei più grossi nella famiglia dei
Falchi ed è diffuso in Europa, Asia e
Africa.
Il piumaggio è di colore diverso a
seconda dell’habitat e della zona in
cui si trova.
La sua tecnica di caccia prevede
Barbara Tonin Photography
che prima della picchiata, le
ali si chiudano, inglobando
completamente la coda.

Gli opercoli sul becco (fori


che proteggono l’organo
olfattivo) si chiudono e si
attiva una terza palpebra;
in questo modo l’aria, ad
alte velocità, non provoca
danni agli organi interni.

Mari Mapelli Photography

Manuel Monaco Photography

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R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 85

Aquila reale
è un rapace diurno estremamente
territoriale, diffuso nell’emisfero nord
del globo terrestre, principalmente in
aree di montagna.
Il suo territorio di caccia è molto ampio,
nell’ordine delle centinaia di km quadrati.
L’aquila è un animale monogamo e
l’aspettativa di vita degli esemplari che
vivono in cattività è di circa 40 anni.

Ha un’apertura alare di circa 2-2,5 metri ed è in


grado di praticare la caccia di alto e basso volo,
utilizzando sia gli artigli che il becco.
Le aquile possiedono inoltre un numero molto
elevato di bastoncelli nell’occhio e ciò consente
loro di vedere un oggetto poco più grande di una
moneta da 2€ già ad 1 km di distanza, o una lepre
da addirittura 5 km.

Il loro campo visivo è di 340° e il loro occhio è in


grado di percepire una gamma di colori maggiore di
quella visibile dagli esseri umani.
Questi rapaci sono ulteriormente dotati di
un organo sensoriale, che gli consente
di individuare le correnti termiche
ascensionali calde, per prendere
quota con il minimo sforzo.

Sara Mangia Photography

Barbagianni
è un rapace notturno caratterizzato da un piumaggio color
“caffelatte” e da occhi neri.
La sua altezza va dai 33 ai 39 cm e ha un peso compreso
tra i 300 e i 400 grammi.
Le femmine sono leggermente più grandi dei maschi.

Il barbagianni ha il volo più silenzioso tra tutti gli uccelli


conosciuti, ma emette un suono particolarmente acuto.
Caccia di notte, prevalentemente topi.
È molto utilizzato nella falconeria.

Giroinfoto Magazine nr. 66


86 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Gufo reale
Antonio Pedone Photography

con la sua altezza compresa tra i 58


e i 71 cm e l’apertura alare che può
raggiungere i 2,5 metri, il gufo reale è
il più grande tra i gufi.
Questa specie è caratterizzata da occhi
color arancione e da evidenti ciuffi
auricolari.

Questi ciuffi sono indicatori dello


stato emotivo dell’animale e possono
essere posizionate in 12 differenti
modi: completamente “dritte” indicano
uno stato di attenzione, completamente
reclinate sul capo indicano invece uno
stato di tranquillità. Bubo Bubo caccia
prevalentemente all’alba e al tramonto,
quando il colore dei suoi occhi simile al sole
può confondere le prede.

Michela De Lazzari Photography

Civetta nana ferruginosa


è uno dei più piccoli rapaci notturni
presenti in Europa.
Questa civetta è un rapace solitario.
Grazie alla sua ottima vista, al suo
spiccato udito e alle sue ali corte e
arrotondate, si adatta perfettamente
alla vita nel bosco, suo habitat
naturale.

Barbara Tonin Photography Nonostante le sue dimensioni


ridotte, è in grado di catturare
prede grandi quasi quanto lei e
di ingerirle interi.

Manuel Monaco Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 87

Falco pellegrino
è un rapace falconide caratterizzato
da una colorazione del capo scura.
È proprio da qui che deriva il suo nome:
il piumaggio scuro sul capo ricorda i
cappucci indossati dai pellegrini.

Questo falco può raggiungere, in picchiata,


una velocità pari a 385 km/h e, per questo
motivo, è l’animale vivente più veloce.
Come tutti i rapaci, è caratterizzato da
un dimorfismo sessuale, tale per cui la
femmina è più grande del maschio, anche se
cromaticamente simile.

Sara Mangia Photography

Assiolo facciabianca
è un rapace diurno della famiglia degli Strigidi dotato di
un piumaggio grigio, che favorisce il mimetismo con la
corteccia degli alberi su cui si posa, e un disco facciale
bianco.

Raggiunge la dimensione massima di 24-25 cm e un


peso di circa 200 grammi, ma ha pennacchi auricolari
insolitamente grandi.
La sua particolarità è che “adatta” le sue dimensioni a
seconda della situazione: quando si sente in pericolo,
gonfia il piumaggio per sembrare più grande; quando si
trova in situazioni di evidente disparità di dimensioni, si
rimpicciolisce per sembrare, agli occhi del predatore,
denutrito e quindi poco appetibile.

Alessia Sangalli Photography

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88 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Aquila testabianca
Antonio Pedone Photography

questo rapace, simbolo degli Stati


Uniti, è molto diffuso in America e in
Alaska.
È un’aquila pescatrice ed è ghiotta di
salmoni.

Non c’è differenza cromatica tra


maschio e femmina, ma, anche in questo
caso, le femmine sono più grandi dei
maschi.

Ha una lunghezza compresa tra i 70 e i


100 cm e un peso che va dai 3 ai 6 Kg. In
America è uno dei rapaci più grandi con
un’apertura alare compresa tra 1,8 e 2,3
metri.

Manuel Monaco Photography

Avvoltoio collorosso
è un saprofago e si nutre principalmente di
carcasse.
Ha un olfatto molto sviluppato, che utilizza
per trovare le carogne, e vola generalmente
rasoterra, per meglio captare i gas prodotti
durante il processo di decomposizione.

È privo di siringe (l’organo vocale degli


uccelli) per cui è in grado di emettere solo
Barbara Tonin Photography grugniti o sibili. Un’altra caratteristica di
questa specie è la testa glabra di colore
rosso.
Ha dimensioni piuttosto rilevanti: 160-
183 cm di apertura alare, altezza tra
i 62 e gli 81 cm e un peso che va da
0,8 a 2,3 Kg.
Non vi sono differenze nel
piumaggio tra maschi e
femmine, ma le femmine sono
leggermente più grandi.

Manuel Monaco Photography

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R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI 89

Gli strumenti della falconeria


Nel mondo della falconeria esistono molti strumenti utili e necessari
all'addestramento e alla cura dei rapaci.
I più comuni per la protezione sia dell’animale che del falconiere sono il cappuccio
e il guanto.

Il cappuccio, strumento indispensabile per la tranquillità dell’animale in situazioni


stressanti o durante il trasporto, può essere fatto di svariati materiali ma il più
utilizzato è il cuoio, per la sua morbidezza e modellabilità.
Oltre ai cappucci in pelle (o ecopelle), ne esistono di molto più curati e decorati fatti
con pellami ricercati come, ad esempio, pelle di serpente o di canguro.
In Europa è difficile vedere in uso strumenti così prestigiosi, ma sono molto utilizzati
nei paesi arabi, dove la falconeria è considerata uno status symbol.

Il guanto è ancora più importante, perché permette all’animale di appoggiarsi sulla mano
del falconiere.
In pelle o altri materiali, è generalmente costituito da più strati perché, oltre a offrire un
posatoio sicuro per il rapace, deve proteggere la mano del falconiere dagli artigli.
I guanti per la falconeria sono dotati di norma anche di moschettoni di sicurezza ai quali
attaccare i geti, strisce di cuoio molto morbide legate alle zampe dell'animale.

Un altro strumento molto utile, soprattutto durante la fase di addestramento, è la borsa in


cui viene tenuto il kit da falconiere, composto dal logoro e da qualche boccone di carne.
Il logoro è una preda finta, alla quale viene applicata della carne per mantenere gli istinti
predatori del rapace, che non deve assolutamente abituarsi ad avere il cibo sempre a
disposizione.
Quando viene effettuato un volo libero poi è indispensabile l’uso del trasmettitore, una piccola
antenna radio che viene attaccata alla coda del rapace e che consente di localizzarlo nel caso
in cui si allontani.

Michela De Lazzari Photography Alessia Sangalli Photography

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90 R E P O RTA G E | RAPACI & FALCONIERI

Ringraziamo Anna e Dino per averci fatto vivere un’esperienza


diretta con questi fantastici rapaci all’interno della loro
fattoria didattica.
Un ringraziamento particolare spetta anche a Gigliola per
essere stata una splendida guida all’interno del centro e alla
sua collega Gaia, che con la loro cordialità, professionalità e
simpatia ci hanno mostrato gli aspetti più dolci e inaspettati
di questi animali presentandoci Ugo (allocco bruno della
Malesia), Rupert (avvoltoio di Ruppell), Penelope (aquila
grigia) e tanti altri amici rapaci.

l Regno dei Rapaci è situato in Via XXV Aprile, nr. 23 nel


comune di Gessate (MI).
Per ulteriori informazioni:
[Link]

Silvia Scaramella Photography

“(..) Aprono le ali,


scendono in picchiata,
atterrano meglio di aeroplani
cambiano le prospettive al mondo,
voli imprevedibili ed ascese
velocissime
traiettorie impercettibili
Codici di geometria
esistenziale”
“Gli uccelli”

Franco Battiato

Stefano
SalvatoreScavino
Fiume Photography

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91

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Mauro Villata
Gianpiero Perone

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92 BOOK | FOTOGRAFIE DALL'IMPERO OTTOMANO

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BOOK | FOTOGRAFIE DALL'IMPERO OTTOMANO 93

edizione bilingue
(italiano-inglese)
24 × 28 cm, 208 pagine 160
colori e b/n, cartonato ISBN
978-88-572-4514-0

Fotografia Ottomana
Bernardino Nogara e le miniere
del Vicino Oriente (1900–1915)
a cura di Serena Berno, Roberto Cassanelli

Fotografie dall'impero ottomano


Bernardino Nogara con la moglie Ester
a Montecatini

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94 BOOK | FOTOGRAFIE DALL'IMPERO OTTOMANO

Fotografie dall'impero ottomano


Nogara all’ingresso di una miniera in
Bulgaria 1903-1907

Fotografie dall'impero ottomano


Ponte di Galata con sullo sfondo la
Moschea Nuova - Yeni Camii

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BOOK | FOTOGRAFIE DALL'IMPERO OTTOMANO 95

Condividere lo sguardo su un passato che parla a tutti


Il terzo volume della collana dei Quaderni fotografici dell’Archivio Storico Intesa Sanpaolo è dedicato a una raccolta fotografica
inedita e suggestiva legata alla storia della Banca Commerciale Italiana, istituto di credito che nel 1907, insieme al gruppo
di imprenditori veneti guidati da Giuseppe Volpi, aveva costituito a Ginevra la Società Commerciale d’Oriente (Comor), allo
scopo di promuovere attività di finanziamento di impianti e infrastrutture come ferrovie, miniere, centrali elettriche e società di
navigazione nel Vicino Oriente.

La Comor aveva trasferito la sua sede a Milano nel 1912 ma poteva contare su diverse sedi nel baci- no del Mediterraneo, tra
cui quella di Istanbul, allora Costantinopoli, diretta dall’ingegnere Bernardino Nogara, fiduciario della Comit nel Mediterraneo e
nell’Europa orientale, e figura di rilievo nella storia del Novecento.

Fotografie dall'impero ottomano


Zonguldak officina delle riparazioni

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96 BOOK | FOTOGRAFIE DALL'IMPERO OTTOMANO

Fotografia Ottomana
Bernardino Nogara e le miniere
del Vicino Oriente (1900–1915)
Il racconto fotografico ha inizio nell’impero Ottomano dei primi anni del Novecento, e si conclude con lo scoppio della Prima
guerra mon- diale. Protagonista è la famiglia Nogara, trasferitasi a Costantinopoli al seguito del capofamiglia.

Tutte le immagini pubblicate in questo volume provengono dal fondo dell’Archivio Privato di Bernardino Nogara, una raccolta
fotografica il cui valore va ben oltre gli interessi per la storia della banca. Si tratta di una rilettura di soggetti per lo più noti
e studiati solo attraverso le immagini ufficiali, divulgate dall’Impero per mostrare all’Occidente la modernità della società
ottomana.
Un patrimonio visivo eccezionale che Intesa Sanpaolo ha deciso di valorizzare e rendere disponibile a tutti attraverso il proprio
Progetto Cultura e l’Archivio Storico.

Fotografie dall'impero ottomano


Bacino di Eraclea Bernardino Nogara
seduto su una locomotiva

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BOOK | FOTOGRAFIE DALL'IMPERO OTTOMANO 97

Fotografie dall'impero ottomano


Venditore d'uva

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98 R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO

Adriana Oberto
Giancarlo Nitti

A cura di Giancarlo Nitti

Giancarlo Nitti Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO 99

Un anonimo fornaio o in una ignota intimità casalinga, si trasforma


un po' di impasto avanzato steso e riempito con pomodoro e
mozzarella, richiudendolo a forma di mezzaluna e friggendolo
nell'olio.

Nasce così, nel XVI secolo, in Puglia, una delle ghiottonerie più
famose dello street food italiano.

Il panzerotto rappresenta la storia tipica della cucina povera


italiana, specialmente nei paesi del sud e lo si trova lungo le vie
dei borghi di Bari, nella sua ricetta originale, fino a tutto il territorio
pugliese con le sue diverse varianti di ripieno.

Oggi, il panzerotto non si ferma nel suo luogo natale, ma percorre


diverse centinaia di chilometri fino ad arrivare a essere apprezzato
nelle regioni del Nord Italia.

Ed è proprio di questo lungo viaggio che vi vogliamo parlare.


Un viaggio organizzato da tre giovani imprenditori che decidono
di portare la tradizione pugliese nelle terre del Piemonte, a più di
mille chilometri dalle origini.

Carlo Esposito, Davide Genovese e Gianmaria Racca, aprono


nel marzo del 2021, il primo punto vendita delle "Panzerotterie
Zerootto" in Via Gian Francesco Bellezia, in pieno centro a Torino.

Adriana Oberto Photography

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100 R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO

Carlo, ci accoglie nel suo punto vendita torinese, mentre Gaia, la cuoca
di Zerootto, è indaffarata nel preparare l'impasto da cui sorgeranno gli
squisiti panzerotti secondo tradizione.

Seguiamo così la lavorazione dell'impasto e la preparazione delle


piccole palline di pasta, che una volta stese, faranno da involucro al
condimento come da ricetta originale:
pomodoro e mozzarella.

Riempiti, procede quindi alla chiusura, dando la forma di mezza luna e


sigillando i bordi con una forchetta.

Nella sua semplicità, il panzerotto è pronto da friggere.

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO 101

Giancarlo Nitti Photography

Nel frattempo che Gaia produce uno alla volta i panzerotti, chiediamo a Carlo come è nata l'idea di portare a Torino un prodotto
così caratteristico del sud Italia.

Carlo
L'idea deriva da una vera e propria passione per il panzerotto, poichè siamo tutti e tre originari della provincia di Taranto.
Anche se in tempi difficili, viste le restrizioni a causa del COVID, abbiamo deciso di intraprendere questa avventura, sfruttando
la conoscenza familiare di mia madre Anna e mia nonna Assunta, necessaria alla produzione del vero prodotto tradizionale.

Sono differenti i panzerotti tarantini da quelli baresi?

Carlo
In realtà vi sono pochissime differenze, il denominatore
comune e che sono tutti buonissimi.
Si differenziano per dimensioni e ripieno, anche se
quello tradizionale rimane sempre il pomodoro e
mozzarella.
Molte famiglie al sud si sbizzarriscono con diversi
ripieni, a Taranto per esempio viene usato molto il
prosciutto e la mortadella.

Quali sono gli ingredienti tipici che usate?

Carlo
Usiamo una farina proveniente da Altamura per
l'impasto e utilizziamo una passata di pomodoro di
alta qualità.
Per quanto riguarda la mozzarella, ci serviamo da un
caseificio artigianale qui del Piemonte.
Inutile dire che l'olio per il condimento e l'origano sono
tutti prodotti originari pugliesi, della provincia di Taranto.
Sottolineo anche che per friggere utilizziamo un olio di
girasole alto oleico, molto più costoso del normale olio, Adriana Oberto Photography
ma permette la digeribilità e la fragranza della frittura.

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102 R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO

Come vi siete rapportati con i gusti e le abitudini del Piemonte?

Carlo
Non abbiamo riscontrato grosse difficoltà a far piacere il panzerotto tipico, considerando che, specialmente a Torino, c'è una
imponente presenza di originari pugliesi, figli della migrazione degli anni 50/60.
Notiamo anche che molte persone non italiane apprezzano il nostro prodotto.
Per venire in contro ai gusti del "Nord" produciamo anche il "Panzerotto dolce" con la nutella, che ha riscontrato un successo
inaspettato.

Adriana Oberto Photography

Vi limitate a produrre solo panzerotti o avete altri prodotti tipici?

Carlo
Oltre ai diversi tipi di panzerotti, produciamo un altro
prodotto tipico tarantino:
La polpetta di cozza fritta.
La produciamo come da tradizione della nonna Assunta,
con pane ammollato, prezzemolo, pecorino, grana e aglio.
Questo "Snack" è una sfida che ci siamo preposti e la
stiamo lanciando come prodotto promozionale per farla
conoscere, fino ad oggi ha avuto un'ottimo riscontro.

la cozza è l'emblema della zona tarantina e utilizziamo


unicamente le nostre, abbattendo il prodotto all'origine,
preparandolo quindi fresco da consumare appena fritto.

L'abbattimento del prodotto fresco quindi


avviene per tutti i prodotti che fornite?

Carlo
Certamente, come la cozza, in quanto un prodotto molto
delicato, anche l'impasto e gli ingredienti dei panzerotti
vengono abbattuti prima di cucinarli per preservare la
freschezza e la fragranza. Adriana Oberto Photography
Questo procedimento ci consente di elevare la qualità del
cibo, pur avendo un processo di produzione più frequente
e impegnativo.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO 103

Giancarlo Nitti Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


104 R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO

Adriana Oberto Photography

Quali sono i limiti di produzione prendendo in considerazione un solo punto vendita?

Carlo
Essendo aperti da poco posso fare una valutazione molto
approssimativa, ma a pieno regime possiamo produrre
circa 300/350 panzerotti al giorno.
Con questo flusso produttivo riusciamo ad abbattere il
prodotto e a consumarlo entro 1 o 2 giorni.
Questa è la nostra vera forza:
offrire il prodotto praticamente fresco.

Quali sono i progetti per questo nuovo brand?

Carlo
L'intenzione è di diffondere la cultura del panzerotto.
Partiremo da Torino e provincia con la prerogativa
di espanderci su tutto il resto d'Italia, mantenendo le
caratteristiche fondamentali sulla qualità e sul prezzo
"anti crisi", infatti il panzerotto classico lo venderemo per
sempre a prezzo fisso di € 1,50.

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO 105

Adriana Oberto Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


106 R E P O RTA G E | IL PANZEROTTO

Adriana Oberto Photography

Abbiamo notato che anche la birra che voi proponete è di origine tarantina.

Carlo
Si esatto, collaboriamo con un birrificio tarantino.
La birra Raffo.
Fanno parte del nostro progetto come integrazione e
rafforzamento delle origini del nostro prodotto.
La birra è molto leggera, essendo una birra da pasto e
quindi facilmente abbinabile al panzerotto.

Adriana Oberto Photography

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108 R E P O RTA G E | LA CASALTA

Adriana Oberto
Gianmarco Marchesini
Laura Rossini

Questa è la storia di una villa signorile, che


si trova nel rinomato quartiere romano di
Monte Parioli, e della sua prima proprietaria
e progettista - una benestante signora
americana - che desiderava vivere la sua vita
nella Città Eterna.
Sono arrivata a conoscenza dei fatti che
seguono tramite Chris, un caro amico
conosciuto tempo fa, che mi ha contattato
mostrandomi preziose foto originali e mi ha
raccontato questa storia.

A cura di Adriana Oberto


Foto archivio - Lisa Jackens

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R E P O RTA G E | LA CASALTA 109

Foto archivio - Lisa Jackens


Grace Upham Bigelow, nacque a St. Paul, Minnesota, negli anni ‘70 del
XIX secolo; era la figlia di un ricco uomo d'affari.
La sua famiglia, amica e conoscente di ricche e importanti famiglie del
tempo, si era arricchita investendo nell’edilizia e nel settore bancario,
nonché, come molti all'epoca, nei trasporti (prima le diligenze, poi i
battelli a vapore e - più tardi – le ferrovie).

Grace si sposò alla fine del secolo con Horace Herastus Bigelow - un
avvocato e procuratore della contea.
La coppia ebbe quattro figli - Horace, Henry, Lewis e Dudley; Lewis morì
a pochi anni di età.
Per Grace la vita non fu facile e, sebbene marito e moglie fossero ferventi
cattolici, le cose tra di loro non andarono affatto bene e la coppia chiese
il divorzio nel 1905.

All’epoca, divorziare in quella che era in maggioranza una comunità


cattolica era considerato inammissibile, tanto più per una donna dello
status di Grace.
Il divorzio in quanto tale era inaccettabile nella società in cui viveva e lei
cominciò a sentirsi emarginata.
Era una cattolica devota e la sua fede si dimostrò determinante nel
pianificare la sua vita futura.

Grace decise di trasferirsi a Roma - la culla della Chiesa cattolica - e di


ricostruire lì la sua vita insieme ai tre figli.
Per lo meno aveva con sé del denaro, che le permise di guadagnarsi
da vivere investendo nell’edilizia e di mandare i figli al Real Collegio
Mondragone, dove avrebbero studiato sotto la supervisione dei padri
gesuiti.

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110 R E P O RTA G E | LA CASALTA

Per sé e la sua famiglia sognava una casa che riflettesse il Con l'ascesa al potere di Mussolini, il quartiere divenne luogo
suo carattere e la sua persona. di residenza dei funzionari del partito.
L'occasione si presentò negli anni 1925-26, quando acquistò Grace fu testimone dei cambiamenti che il regime aveva
due lotti separati in quello che stava diventando l'elegante e portato all’Italia e del sospetto con cui venivano visti gli
ricco quartiere romano dei Parioli. americani.
La sua vita nella bella villa a Roma finì bruscamente quando
La zona, oggi completamente urbanizzata, cominciava allora il governo requisì la sua casa e gli americani furono costretti
a vedere la costruzione dei primi palazzi e ville signorili. a lasciare l'Italia.
Grace era una signora benestante e come tale frequentava
l'alta società di cui faceva parte. Tutti gli americani ancora a Roma, all'inizio della guerra nel
1940, partirono nel mese di maggio di quell'anno.
Organizzava e partecipava a tè, balli e altri eventi mondani, Grace e Dudley si imbarcarono sulla SS Washington da Napoli
andava in vacanza sulle Alpi svizzere e fu persino ospite al il 13 maggio.
Quirinale, in occasione delle nozze di Maria Josè del Belgio e Quella stessa nave fu quasi affondata da un siluro tedesco un
del principe ereditario Umberto I di Casa Savoia. mese dopo.
Come tale il suo nome appariva sui giornali e la sua opinione
veniva tenuta in considerazione.

Foto archivio - Lisa Jackens


LA CASALTA. OGGI
Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | LA CASALTA 111

Foto archivio - Lisa Jackens


Grace, Dudley, Henry Bigelow

Giroinfoto Magazine nr. 66


112 R E P O RTA G E | LA CASALTA

Quella fu l'ultima volta che Grace vide la sua casa.


Arrivata in America, si ritrovò pressoché indigente,
tanto che dovette chiedere aiuto finanziario alla sorella.
Si rimise in piedi e visse a Palm Springs, in California,
investendo di nuovo nel settore immobiliare. Verso la
fine degli anni '40, a causa di perdite finanziarie e di un
incendio di un immobile di proprietà, perse di nuovo
gran parte del suo patrimonio.

Nel 1950 tornò a Roma, con l’intenzione di rientrare in


possesso della sua casa.
Per un po' risiedette all'hotel Eden, ma la sua salute
declinò ben presto e fu ricoverata a Villa Margherita,
una clinica privata, dove morì, senza un soldo, il 25
settembre 1950.

Essendo molto religiosa, il suo desiderio era di essere


sepolta in un cimitero cattolico; era però divorziata, e
quindi scomunicata dalla Chiesa, e per questa ragione
fu invece sepolta al Cimitero Acattolico, Cimitero degli
Inglesi, a Testaccio, Roma.
Circa un mese dopo la sua morte il figlio minore,
Dudley, che era il suo intermediario, nonché l'esecutore
testamentario, riuscì a vendere la casa per pochi soldi.

Il mio amico e la sua famiglia non hanno mai saputo


della vendita (ne sono venuti a conoscenza di recente)
e ad oggi nessuno ancora conosce l'ubicazione degli
oggetti di famiglia che si trovavano nella casa.

Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | LA CASALTA 113

Foto archivio - Lisa Jackens

Giroinfoto Magazine nr. 66


114 R E P O RTA G E | LA CASALTA

Originariamente il nome del quartiere era “pelaioli” o “peraioli” Con l’avvento al potere di Mussolini, la zona, che già aveva
– nome che riporta alla pianta del pero. ospitato nobili ed esponenti della burocrazia legati alla casa
All’inizio del XIX secolo, infatti, sulle colline sovrastanti il reale, diventa “aristocratica” e riservata ai gerarchi fascisti.
Tevere e l’Aniene, c’erano casali rurali che segnavano una Il quartiere viene completato negli anni ‘50 del secolo scorso;
sorta di confine tra la città e l’agro romano. il piano regolatore del 1965, poi, permette di aumentare
superfici e volumi del 30%.
Le case erano scarse; c’erano stalle, maneggi e soprattutto
viali ombrosi. Si ricostruisce e si cambia destinazione d’uso a molti immobili
Il quartiere fa parte dei primi quindici sorti a Roma, oltre le e l’area diventa zona di servizi e di transito.
mura aureliane, dopo che questa divenne capitale d’Italia, e Molti edifici ospitano ambasciate e consolati.
viene istituito come tale nel 1921.
Nato per ospitare solo ville e villini, in realtà il piano
urbanistico del 1922 dà più ampia libertà di scelta e permette
palazzine fino a quattro piani e diciannove metri di altezza
senza giardino.

Foto archivio - Lisa Jackens

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | LA CASALTA 115

La Casalta fu progettata e costruita per diventare la residenza


definitiva di Grace.
Si tratta di un villino a tre piani, più un piano interrato che a suo
tempo era adibito, probabilmente, ad alloggio per la servitù.

Ogni stanza della casa era arredata con cura, e anche i bagni
non erano da meno.
C'era un bellissimo soggiorno con camino, il salotto, la
camera da musica.
Al pian terreno il salone era impreziosito da una bellissima
scala di legno che porta al primo piano.
Le camere da letto erano quattro.

Dario Truffelli Photography

Laura Rossini Photography

Foto archivio - Lisa Jackens

Giroinfoto Magazine nr. 66


116 R E P O RTA G E | LA CASALTA

Non mancano i dettagli che valorizzano gli interni C’erano inoltre due ampie terrazze scoperte, di cui una è stata
dell’immobile, dalle porte in legno e vetro d’epoca del primo coperta in tempi successivi.
piano, ai camini in marmo presenti su tutti i livelli dell’immobile,
passando per i soffitti in legno pregiato finemente intarsiati La villa è circondata da un giardino che attualmente offre
(alcuni rimasti intatti, altri sono stati coperti). la possibilità di essere sfruttato come meglio si crede:
parcheggi, area relax e, per chi volesse, l’opportunità di
Le pareti, un tempo dipinte o affrescate, non sono purtroppo realizzare un’ampia piscina.
sopravvissute, e sono state semplicemente imbiancate. Già al tempo c’era il garage per l’automobile di proprietà.

Gianmarco Marchesini Photography Foto archivio - Lisa Jackens

Grace amava i detti e le citazioni, così arricchì con essi Uphame, che significa "sopra” e “Casa", cioè "la casa sulla
l'esterno e l'interno della casa. collina".
Alcuni di essi, dipinti sulle pareti, sono purtroppo andati persi,
così come si sono persi gli arredi e gli effetti personali della La villa ha cambiato proprietari nel corso degli anni e alla
padrona di casa. proprietà, che già al tempo vantava una superficie di 1700
mq, sono stati aggiunti due fabbricati indipendenti, ciascuno
Altri però sono tutt’ora visibili perché scolpiti nella pietra o costituito da un solo livello di 73 mq circa e circondato da
sulla facciata della casa. giardino.
“Dominus Custodiat Domum” (il Signore protegga la casa) e E' stata anche variata la destinazione d'uso e l'intero edificio
“Veniat Qui Proderit Hospes” (venga l’ospite che sia utile), si è ora adibito ad uffici.
trovano rispettivamente sulla cancellata (e ripetuto in sala da L’ultimo proprietario in ordine di tempo è stata l’ambasciata di
pranzo) e all’ingresso della casa. Danimarca, che ne ha fatto la propria sede fino a poco tempo
Sopra l’entrata viene indicato anche l’anno di costruzione: fa.
MCMXXV. Ora l'immobile è in vendita.

Altri motti sono sparsi in tutta la casa, così come lo stemma Desideriamo ringraziare Chris Pomeroy, di cui Grace era la
di famiglia di Grace, un castello, che è simbolo di sicurezza. bisnonna, per averci contattato e raccontato la sua storia, e
E Grace non avrebbe potuto trovare posto migliore (su una Lisa Jackens, sua cugina, per averci gentilmente concesso
collina) per la sua casa, visto che il suo nome da nubile era l’uso delle foto d’archivio.

Giroinfoto Magazine nr. 66


117

Foto archivio - Lisa Jackens

Giroinfoto Magazine nr. 66


118 R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE

A CURA DI LAURA CORDÌ E LAURA ROSSINI

Gianmarco Marchesini
Laura Cordì
Laura Rossini

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE 119

VINCENZO PIOVANO
Tra Piazza Navona e Castel Sant'Angelo, nella storica Via Una tale varietà di attività potrebbe essere letta come una
dell'Orso, tra gli antichi bassorilievi cinquecenteschi dei perfetta strategia economica di diversificazione del prodotto,
palazzi ed i porticati, al civico 26, si trova la storica Bottega ma in realtà è solo il risultato di un processo naturale di
artigiana di Vincenzo Piovano, scultore ed intagliatore che, crescita personale.
sin dal 1973, porta avanti con dedizione l'antico mestiere
dell’artigiano. Incontriamo Michela che ci tiene a sottolineare come, sia
lei che la sorella, abbiano scelto la propria strada in piena
Vero talento nella lavorazione del legno, del marmo e consapevolezza e libertà, seguendo ognuna la propria indole
dell’avorio, è stato per molti anni al servizio di istituzioni con esperienze e formazione all’estero.
italiane come il Quirinale, della Chiesa e delle strutture
museali.
Oggi al suo fianco ci sono le due figlie: Michela, che si occupa
di restauro, ed Alessandra, mosaicista.

Laura Rossini Photography

"Mia sorella amava molto il disegno, mentre Proseguiamo l’intervista accennando ad altri aspetti che
riteniamo propri dell’essere artigiano, come la pazienza, la
io ero affascinata dalla possibilità di ridare tranquillità e tutto d’un colpo ci ritroviamo in una disquisizione
nuova vita ad opere antiche pur rispettandone filosofica.
la struttura originaria.
Vincenzo e Michela fermano le loro attività per spiegarci che
la pazienza dell’artigiano è finita da un pezzo e che ormai non
La passione che mettiamo in ciò che facciamo, c’è più nè il tempo nè la tranquillità che serve per poter trovare
ci spiega, dà al nostro lavoro quel qualcosa in soluzioni ad una crisi economica decennale. Sono parole
più che lo rende particolare. amare, che centrano la gravità della situazione.
Fare della propria passione un lavoro è ciò
che auguro a tutti".

Giroinfoto Magazine nr. 66


120 R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE

VINCENZO PIOVANO
L’impeto con il quale affrontano l’argomento è proporzionale
alla passione per questo lavoro, per ogni singolo oggetto
creato o riportato a nuova vita.

Entrare nella bottega è stata un'emozione unica, come fare un


viaggio indietro nel tempo.
In ogni angolo si trovano oggetti ed elementi di arte barocca
e sacra.
Cornici e pennelli per il restauro, scalpelli di ogni tipo e attrezzi
per l’intaglio, per la scultura, tessere e piastrelle per il mosaico.

Il maestro Piovano ci mostra alcuni dei suoi lavori.


Sta realizzando lo stemma in legno commissionato dagli eredi
di una antica casata nobiliare; lo sta riproducendo basandosi
sulla fotografia di un pozzo, sul quale gli stemmi compaiono
su ogni lato sotto forma di bassorilievo.

Maurizio Lapera Photography

Laura Cordì Photography

La struttura in legno è stata ultimata, ma dovrà essere rifinita


con stucco e colore.
Ci mostra anche il particolare di una statuina mariana: la testa
di uno degli angeli ai piedi di Maria.

Lavori di questo tipo vengono poi terminati da Michela, che


con sapienza ed esperienza cerca di ricreare i colori dell’opera
originaria.
Anche l’immensa cornice che è sul tavolo all’entrata aveva
una parte mancante, una foglia, che è stata interamente
ricostruita dal maestro.

Che siano di dimensioni rilevanti o piccolissime, la delicatezza


dei tratti e dei particolari delle sue opere è sorprendente.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE 121

Laura Rossini Photography

Michela sta lavorando al restauro di una cornice antica.


La fase iniziale della preparazione di base è già stata eseguita
attraverso la ricostruzione delle parti mancanti e della
stuccatura di quelle rovinate.

Queste parti dovranno essere carteggiate, affinchè risultino


omogenee e dello stesso spessore del resto della superficie.
Sulle parti nuove sarà applicata la foglia d’oro zecchino con la
tecnica del “guazzo”, come si faceva anticamente.

Una volta asciugata, dopo 12 ore, potrà essere lucidata con la


pietra d’agata fino a quando non raggiungerà la gradazione di
colore dell’oro anticato del resto della cornice.

La postazione di lavoro di Alessandra è ben riconoscibile da


tessere di mosaico, colori, disegni.
Alcune sono opere nuove, come la Madonna col Bambino,
mentre altre sono restauri e richiedono la sostituzione di
tessere andate perse.
Accanto alla sua postazione c’è un tronco sul quale è stata
fissata una punta in ferro, che viene utilizzata per tagliare le
tessere.

Tra i lavori più particolari ed importanti realizzati ultimamente


c’è il fondo di una piscina.
Un’opera impegnativa che, per il trasporto e montaggio, ha
richiesto la suddivisione in pannelli da assemblare sul posto.
Un altro mosaico è invece stato prodotto su una tavola di 2
metri per tre.

Giroinfoto Magazine nr. 66


122 R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE

Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE 123

VINCENZO PIOVANO
Siamo stati in questa bottega ed abbiamo respirato l’arte. Di recente è scomparso un grande della fotografia, Giovanni
Un’opera su tutte ci ha colpito: un calco che rappresenta Gastel, che ha espresso gli stessi concetti in una delle ultime
l’essere umano, una scultura che oggi si trova in Canada. interviste per il Sole 24 ore (video su Youtube: Il mondo che
Il maestro l’ha rappresentato come un felino aggressivo per verrà. Giovanni Gastel), per spiegare lo scatto “Adriana in the
poter sopravvivere nel mondo d’oggi, ma con le ali perché, sky”, realizzato per il progetto “Il mondo che verrà”.
prima o poi, tornerà a volare.

Laura Cordì Photography

Laura Cordì Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


124 R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE

Gianmarco Marchesini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE 125

VETRATE D'ARTE GIULIANI


Giulio Cesare Giuliani, fondatore della bottega, iniziò la sua così la collaborazione con il più importante mastro vetraio di
attività come chimico farmacista nella bottega di famiglia a Roma, il Picchiarini.
Piazza Farnese.
La sua passione per la pittura lo portò, però, agli inizi del Molti altri artisti si unirono e parteciparono a chiamata ai
‘900, a frequentare lo studio del pittore decoratore Eugenio numerosi progetti, disegnando i cartoni che oggi abbelliscono
Cisterna, divenendone dopo alcuni anni non solo prezioso parti del Vaticano, chiese, palazzi borghesi, dalla capitale fino
collaboratore, ma anche genero. al Medio Oriente.

In quegli anni cerca di affinare le tecniche di applicazione del


colore e del disegno su materiali diversi come il vetro. Inizia

Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


126 R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE

VETRATE D'ARTE GIULIANI


Per Giuliani furono fondamentali non solo l’innovazione e la
qualità dei materiali, ma anche la tutela e la preservazione delle
antiche tecniche, perché dovevano essere la base sulla quale
liberare la creatività e sensibilità dei mastri vetrai nel dare vita
e colore ai cartoni realizzati dai grandi artisti.

Le Vetrate Giuliani sono conosciute in tutto il mondo e ancora


oggi lo studio guidato da Elsa Nocentini continua a produrre
opere uniche, potendo contare sulla professionalità e capacità
di chi per generazioni ha tramandato questa particolare forma
d’arte.
Entriamo nel laboratorio che oggi ha sede in via Garibaldi a
Trastevere e scopriamo un mondo fatto di colori, disegni e luce.

Ma ciò che più ci colpisce è la sensibilità e la passione dei


maestri che qui lavorano.

Maurizio Lapera Photography

Laura Cordì Photography


Gianmarco Marchesini Photography

Realizzare una vetrata è frutto del lavoro di molte persone.


Il committente dà indicazione e mandato di realizzare dei
bozzetti su carta in scala 1:10, l’artista lo disegna ed il mastro
vetraio lo completa, inserendo per ogni sezione il colore
scelto tra almeno 1.000 tra quelli a disposizione; una volta
approvato, il lavoro viene realizzato un disegno su cartone in
scala 1:1.

Ogni sezione viene ritagliata con una forbice speciale a tre


lame, per lasciare spazio alla trafilatura in piombo ad “H”.

Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE 127

Laura Rossini Photography

Il vetro viene tagliato a mano seguendo le linee della singola


tessera e posizionato sul disegno lucido per la tessitura a
piombo, la saldatura e la stuccatura; vengono inserite poi
delle traverse a rinforzo. Infine, l’ultimo passaggio è la cottura
in forno a 350° gradi.

Nel laboratorio ci sono scaffalature con centinaia di lastre


colorate ed una rastrelliera scorrevole con una infinità di
campioni suddivisi per colore e tipologia di lavorazione del
vetro.
La materia prima arriva solo da una fabbrica tedesca, che è
l’unica che abbia mantenuto una elevata qualità del prodotto,
lavorando ancora il vetro antico soffiato e colorato a piastra.

Ovviamente, come per le altre realtà artigianali, il momento


non è dei migliori, ma dove le commesse nuove sono ferme,
si lavora sul restauro e si va avanti.

Giroinfoto Magazine nr. 66


128 R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE

Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | BOTTEGHE ROMANE 129

VINCENZO PIOVANO
Tra le opere delle Vetrate d’arte Giuliani più antiche, montate sul posto in circa 2 mesi di lavoro e la cupola di una
sicuramente di grande prestigio sono quelle esposte nel residenza privata di 10,5mt diametro in Kwait.
museo della Casina delle civette di Villa Torlonia.
Alla pagina [Link]/grandi-opere è possibile
E’ doveroso citare la più imponente opera realizzata in Nigeria navigare tra le immagini delle opere.
per “Ecumenical center of Abuja”, per la quale sono stati In ogni vetrata, anche nella più semplice, la luce completa
prodotti ed installati 1.400 mq di vetrate artistiche, lavorate e l’opera e rende nuova ad ogni cambio di intensità.

Laura Rossini Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


130 R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO

In Ogliastra, nella Sardegna centro-orientale, si trova un paese


completamente vuoto e disabitato: Gairo Vecchio, il cui nome
deriva dal greco “ga” e “roa” significa “Terra che scorre” e
suggerisce la storia tormentata di questo territorio, soggetto a
frane e smottamenti.

A cura di Elisabetta Cabiddu


Giroinfoto Magazine nr. 66
R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO 131

Tra il XIII ed il XIV secolo, sul pendio destro del Monte Turconi,
accanto all'argine sinistro del Rio Pardu a circa 520 m s.l.m.,
nacquero i primi piccoli rifugi ed agglomerati di case, la cui
crescita demografica avvenne nell’arco di tre secoli, al termine dei
quali sorse il vero e proprio borgo rurale di Gairo.

Il borgo accoglieva contadini ed artigiani provenienti dalle aree


limitrofe, scampati a carestie o invasioni marittime; l’entroterra
sardo offriva infatti terreni fertili da coltivare, un rifugio sicuro con
aspettative di vita positive.

L’ospitalità della natura portò il paese a crescere, ma al tempo


stesso alla deriva: i corsi d’acqua che lo bagnavano resero le terre
estremamente friabili ed instabili.

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


132 R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO

Un tempo la zona era immersa tra i lecci, ormai quasi Gli abitanti del paese originario, non trovando l’accordo su
scomparsi a causa del disboscamento selvaggio avvenuto dove ricostruire il nuovo centro, si trasferirono in tre zone
soprattutto nel XIX secolo: un paesino che oramai limitrofe e sorsero così Gairo Sant’Elena, sito pochi metri
rappresenta l’emblema della forza della natura, la stessa che, più in alto rispetto al centro abbandonato, Gairo Taquisara,
a seguito di repentine alluvioni, si è via via ripresa il territorio. distante qualche chilometro e famoso per essere una
stazione turistica del “Trenino Verde”, e Gairo Cardedu sulla
Senza questa naturale protezione, la popolazione ha dovuto piana vicino al mare.
affrontare una lunga serie di alluvioni, a partire dalla fine
del 1800 per poi ripetersi nel 1927, nel 1940 e ancora fino A metà degli anni Sessanta l’ufficio postale fu trasferito
alla più disastrosa, quella dell’ottobre del 1951, durante la nel centro abitato di Gairo Sant’Elena e l’ultima abitazione
quale per cinque giorni consecutivi la pioggia si abbatté venne chiusa definitivamente nel 1963; Gairo cessò quindi di
incessante, decretando la fine del villaggio. essere abitato e divenne un silenzioso borgo fantasma.

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO 133

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


134 R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO 135

Oggi Gairo Vecchio, soprattutto in autunno e in inverno, azzurro ceruleo ed il rosa, colori probabilmente utilizzati per
è avvolto dalla nebbia del passato in un’atmosfera quasi ingannare la monotonia di un’architettura spoglia.
incantata in cui regna un silenzio assoluto: viottoli, case
diroccate, cortili, tetti venuti giù, caminetti non rifiniti, travi di Il borgo si sviluppa su dislivelli esistenti tra le vie e su
legno marcito, scale e macerie. terrazzamenti, conseguenza della sua collocazione montana
e di un territorio impervio: le case venivano ubicate tra due
Si arriva fino all’ingresso del borgo con l’auto, che si può strade una a monte ed una a valle della costruzione stessa.
lasciare su un piazzale con vista sul paese stesso: da questo
punto panoramico è già possibile vedere ciò che rimane Addentrandosi nel paese, è possibile scorgere qualche
dell’esperienza di vita di poche migliaia di persone. pollaio o ricovero per animali, ma ciò che colpisce di più
sono le dimensioni di alcune abitazioni, un tempo di 2 o 3
Percorrendo il paese a piedi, lungo le tipiche viuzze in piani, ad oggi veri e propri ruderi nei quali la vegetazione si
ciottoli prelevati dalla riva del torrente, è possibile sbirciare sta addentrando e sviluppando, permettendo alla natura di
attraverso le finestre ed ammirare ancora alcuni dettagli riappropriarsi di quelli che erano i suoi spazi.
architettonici delle abitazioni, le pareti interne spesso
decorate con colori piuttosto vivaci tra cui i tradizionali

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


136 R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO

Lungo il percorso si possono osservare porte e finestre A seguito del racconto, gli uomini derisero la donna che,
realizzate con una struttura in pietra adeguatamente nonostante ciò, iniziò a portare da sola dei massi dal
squadrata, o mattoni pieni intonacati con malta di calce e torrente; mossi allora da compassione, la aiutarono a
sabbia. costruire una piccola cappella.

Nel borgo è rimasta l’antica Chiesa dello Spirito Santo, anche Ma lo Spirito Santo non soddisfatto della costruzione chiese
se ormai ridotta a un rudere, eretta per volere dalle donne di alla donna di ampliarla con sette arcate e le indicò inoltre un
Ulàssai, un paese limitrofo. punto nel bosco dove trovare una sua statua di legno.

La leggenda narra che lo Spirito Santo apparve in visione ad


una donna, chiedendole di dedicargli una chiesa.

La dimora tipica di Gairo era costituita da una cucina (“sa In questi spazi ristretti accanto al focolare domestico
cogina”), da una camera (“sa domu de lettu”) e da un soffitto dormivano insieme alle persone anche gli animali domestici
(“s’istassu”); accanto al soffitto a volte c’era anche un’area ed il bestiame.
nella quale si scaricavano le acque provenienti dal tetto e ci
si recava per i bisogni fisiologi (s’errili). Non esisteva comunque una tipologia edilizia ben distinta,
ma in ogni isolato le case potevano essere assai diverse tra
In alcuni casi, si costruiva anche un altro ambiente al di sotto loro. Il contadino aveva la propria casa vicina a quella del
del piano campagna (“su sutta”), che veniva utilizzato come pastore o del commerciante o del proprietario terriero; infatti
magazzino per le provviste. non era definita una netta distinzione tra nuclei urbani poveri
e ricchi, forse a testimonianza del fatto che le persone si
Alcune dimore erano piuttosto modeste e spesso ritenevano facenti parte di un’unica comunità, a prescindere
mancavano di bagno e addirittura delle camere. dai propri possedimenti economici.

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO 137

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


138 R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO

I materiali utilizzati erano rocce locali tra cui il granito e lo Che fine farà questo antico paese?
scisto, mentre, come legante, si usava una malta di calce Sarebbe auspicabile una sua valorizzazione: attualmente il
e sabbia; la calce veniva prodotta in un forno costruito in borgo rivive durante il tipico carnevale gairese “Su maimulu
località Tarquisara, condiviso dall’intera comunità e rimasto torna a casa”, durante il quale le maschere tradizionali
attivo fino alla prima metà del ‘900. avanzano per le stradine ed i cortili con la loro tipica andatura.
L’impossibilità di garantire una sorveglianza continua negli
anni ha portato a furti di infissi e tegole ancora in buono stato, Gairo Vecchio, il paese che non esiste più, oggi è il più famoso
oltre che della pavimentazione in granito. paese fantasma non solo del territorio ogliastrino, ma di tutta
la Sardegna.
Recentemente la via centrale del vecchio borgo è stata Attira centinaia di turisti lungo i suoi vicoli stretti e tortuosi,
asfaltata, ad espressione dell’importanza che ha questo tra le scalinate e gli edifici diroccati dalle caratteristiche
luogo come collegamento per le campagne circostanti. pareti rosa e azzurre, in percorsi decisamente alternativi alla
Sardegna da cartolina.

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


R E P O RTA G E | GAIRO VECCHIO 139

Elisabetta Cabiddu Photography

Giroinfoto Magazine nr. 66


140 FOTOEMOZIONI | GIROINFOTO MAGAZINE

Giroinfoto Magazine nr. 66


FOTOEMOZIONI | GIROINFOTO MAGAZINE 141

Ponte storto
Autore: Ivo Marchesini
Bobbio - Piacenza

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142 FOTOEMOZIONI | GIROINFOTO MAGAZINE

Giroinfoto Magazine nr. 66


FOTOEMOZIONI | GIROINFOTO MAGAZINE 143

An Unfinished Structure At The End Of The Road


Autore: Ronald D. Palandie
Pantai Mutiara,Pluit, North Jakarta, Indonesia

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144 FOTOEMOZIONI | GIROINFOTO MAGAZINE

La strada per il paradiso


Autore: Linda Zanchin
Pescul, frazione di Selva di Cadore (BL)

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