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GF40

Giroinfoto Magazine, edizione di febbraio 2019, esplora la fotografia e il viaggio, offrendo uno spazio per condividere esperienze e articoli. Il numero presenta articoli su luoghi come Taos Pueblo, un patrimonio mondiale dell'UNESCO, e altre destinazioni interessanti. La rivista si propone di promuovere la cultura fotografica e di coinvolgere appassionati di viaggi e fotografia.

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Giroinfoto Magazine, edizione di febbraio 2019, esplora la fotografia e il viaggio, offrendo uno spazio per condividere esperienze e articoli. Il numero presenta articoli su luoghi come Taos Pueblo, un patrimonio mondiale dell'UNESCO, e altre destinazioni interessanti. La rivista si propone di promuovere la cultura fotografica e di coinvolgere appassionati di viaggi e fotografia.

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N.40 - 2019 Febbraio [Link].

com
N. 40 - 2019 | FEBBRAIO, Gienneci Studios Editoriale. [Link]

IL RICETTO DI CANDELO
BAND OF GIROINFOTO

TAOS PUEBLO ORTA SAN GIULIO L’ULTIMO HUTONG


NEW MEXICO LAGO D’AUTORE PECHINO
Di Giancarlo Nitti Band of Giroinfoto Di Iuri Camilloni

Photo cover by Giancarlo Nitti


WEL
COME

40
[Link]
FEBBRAIO 2019
la redazione | Giroinfoto Magazine

fotografare
e viaggiare
due passioni un’ unica esperienza

Benvenuti nel mondo di Giroinfoto magazine©.


Una finestra sul mondo da un punto di vista privilegiato, quello fotografico, con cui ammirare e lasciarsi coinvolgere
dalle bellezze offerte dal nostro pianeta.
Una lettura attuale e innovativa, che accoglie, oltre i migliori professionisti della fotografia da reportage, anche le
immagini e le esperienze di chiunque sia appassionato di viaggi e fotografia.
Con i luoghi più interessanti e curiosi, gli itinerari più originali, le recensioni più vere e i viaggi più autentici, Giroinfoto
magazine ha come obiettivo, essere un punto di riferimento per la promozione della cultura fotografica in viaggio e
la condivisione di migliaia di luoghi e situazioni sparsi per il nostro pianeta.
Uno strumento per diffondere e divulgare linguaggi, contrasti e visioni in chiave professionale o amatoriale, in una
rassegna che guarda il mondo con occhi artistici e creativi, attraversando una varietà di soggetti, luoghi e situazioni,
andando oltre a quella “fotografia” a cui ormai tutti ci siamo fossilizzati.
Uno largo spazio di sfogo, per chi ama fotografare e viaggiare, dove è possibile pubblicare le proprie esperienze di
viaggio raccontate da fotografie e testi, indipendentemente dal valore professionale dell'autore.
Una raccolta di molteplici idee e progetti di viaggio, frutto delle esperienze e lavori eseguiti da esperti nel settore del
reportage fotografico, che hanno saputo confrontarsi con le condizioni climatiche e socio-politiche, con le difficoltà
imposte dalla natura, per catturare l'immagine e la spontaneità selvaggia della stessa.
Troverete anche articoli tecnici, dove prendere spunto per ottenere scatti sempre perfetti e con idee sempre nuove
per rendere le fotografie più interessanti.

[Link]© , con la sua rivista e la sua rete web è la più grande community di foto-viaggiatori che accoglie
chiunque voglia condividere le proprie esperienze di viaggio o semplicemente farsi coinvolgere dai racconti pubblicati.

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ANNO V n. 40 giroinfoto magazine
20 Febbraio 2019

DIRETTORE RESPONSABILE Lorena Cannizzaro Tutte le fotografie, informazioni, concetti, testi


HEAD PROJECT MANAGER Nadia Laboroi e le grafiche sono di proprietà intellettuale
Giancarlo Nitti Floriana Speranza della
CAPO REDAZIONE Giancarlo Nitti Gienneci Studios © o di chi ne è fornitore
Paolo Buccheri Annamaria faccini diretto(info su [Link]) e sono tutelati
SEGRETERIA DI REDAZIONE E RELAZIONI Margherita Sciolti dalla legge in tema di copyright. Di tutti i
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Giancarlo Nitti Chiara Borio comprovata autorizzazione del titolare dei
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Sergio Agrò Milano - 20086 Motta Visconti. @ Ig_emiliaromagna
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Band Of Giroinfoto - Torino CONTATTI


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Fabrizio Rizzo
Fabrizio Rossi Questa pubblicazione è ideata e realizzata da
Luca Agostino Gienneci Studios Editoriale.
INSIDE
Giroinfoto Magazine

74 40
10

36

24
104
50
Indice
TAOS PUEBLO
10 New Mexico
A cura di Giancarlo Nitti

LAGO DI ANNONE
24 Tramonti invernali

90
A cura di Sergio Agrò

PHNOM PENH
36 Cambogia
A cura di Monica Gotta

DONNAFUGATA
50 CANDELO
Il Ricetto
104 Sicilia
Band Of Giroinfoto A cura di Paolo Buccheri

ORTA
74 Lago d’autore
Band of Giroinfoto

L’ULTIMO HUTONG
90 Pechino
A cura di Iuri Camilloni
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E' con orgoglio che Copertura degli articoli sui continenti


pubblichiamo le sta-
tistiche e i volumi qui
presenti relativi alle
analisi aggiornate al
mese di:

Febbraio 2019
141 41 8 26 17 1
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16%
77% 1,5%
112.963 2.339
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10
A cura di Giancarlo Nitti

Giroinfoto Magazine nr. 40


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Taos Pueblo è l’unica comunità nativa


americana vivente, resa patrimonio
mondiale dall’UNESCO.

Si trova a nord dello stato del New


Mexico, a tre miglia da Taos Plaza.

Le costruzioni “adobe”, sono state


continuamente abitate per oltre 1.000
anni dagli indiani Taos , che vivevano in
questa valle molto prima che Colombo
scoprisse l’America e centinaia di anni
prima che l’Europa emergesse dal
Medioevo.

Giancarlo Nitti Photography

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Giancarlo Nitti Photography

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PUEBLO E ADOBE
I Pueblo sono una tipologia di villaggi realizzati
storicamente dai popoli nativi americani nelle
aree del Nuovo Messico e Arizona.
La parola deriva dalla lingua spagnola e può
significare indistintamente sia popolo che
villaggio.

Il Pueblo è costituito interamente di abitazioni


adobe, cioè di strutture in mattoni realizzati con
terra mescolata con acqua e paglia, essiccati al
sole.

Le loro pareti sono molto spesse, a volte anche


diversi metri, mentre i tetti sono sostenuti da
“vigas”, grandi travi in legno provenienti dalle
foreste delle zone di montagna adiacenti.

Le superfici esterne vengono continuamente


mantenute stuccando con sottili strati di fango,
mentre quelle interne sono accuratamente
rivestite con sottili lavaggi di terra bianca per
mantenerle pulite e luminose.

Originariamente gli adobe non avevano porte e


ingressi laterali, perchè era usanza accedervi dal
tetto attraverso una scala.
Ecco perchè nel caso di costruzioni a più piani, gli
edifici assumevano un aspetto digradante.

Un’altra caratteristica interessante di queste


abitazioni sono i forni alveari in terracotta che
funzionavano come cucina dall’esterno della
casa.

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Giancarlo Nitti Photography

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La storia del Pueblo di Taos è estremamente antica e parco nazionale denominato “Carson National Forest”.
complicata. La restituzione delle terre ingiustamente confiscate alla
Secondo gli stessi nativi Pueblo, che parlavano la lingua tribù comprendeva anche il mitico “Blu lake”, che gli
Tiwa, tramandata di generazione in generazione, il antichi Pueblo consideravano religiosamente sacro.
villaggio ebbe origine tra il 1000 ed il 1450, ma essendo un
popolo molto introverso, non se ne ha la certezza storica. I pueblo, considerano ancora tutt’oggi, la restituzione del
lago sacro tra gli eventi più importanti della loro storia a
In lingua Tiwa, il nome Taos diventa “Tua-tah”, che causa delle convinzioni religiose secondo le quali i Taos
significa “il nostro villaggio”. sarebbero nati dal lago stesso.

Ma l’intera comunità, si sviluppò nei secoli, solo dopo La maggior parte degli archeologi, ritengono che gli indiani
l’organizzazione della Rivolta dei Pueblo del 1680 e Taos, si stabilirono lungo il Rio Grande, provenendo dalla
successivamente con l’assedio dell’esercito statunitense regione dei Four Corners.
del 1847 e la restituzione agli indiani di ben 194 km² di
montagne da parte del presidente Richard Nixon nel 1970. Le abitazioni di quella regione erano degli Anasazi e si
pensa che una lunga siccità della fine del XIII secolo,
Quelle terre erano state confiscate dagli Stati Uniti possa aver causato il loro trasferimento nella zona del
durante la presidenza di Theodore Roosevelt e nei primi Rio Grande, dove l’approvvigionamento idrico era più
anni del ventesimo secolo, vennero trasformate in un generoso.

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La più interessante costruzione del Pueblo di Taos è un Il cristianesimo, la religione originaria degli indigeni e la
complesso residenziale di case costruito e diviso in due Native American Church.
dal fiume Rio Pueblo.
Buona parte degli indiani sono cattolici e San Geronimo, o
Gli edifici della parte settentrionale sono tra i più colorati Saint Jerome è il patrono comunale.
e fotografati dell’emisfero occidentale ed è la più grande
struttura Pueblo ancora in piedi e tuttora abitata, anche L’intero anglomerato abitativo gode del programma di
se in modo singolare rispetto ai tempi di oggi, infatti, conservazione del pueblo di Taos, ricevendo dei fondi dal
all’interno delle abitazioni sono vietate la corrente elettrica dipartimento per lo sviluppo urbano degli Stati Uniti.
e le tubature e come mobilio sono permessi unicamente
sedie e tavoli. Detti fondi, hanno lo scopo di assumere lavoratori
formati nelle tecniche di costruzione tradizionali per i
Il fiume scorre attraverso il Pueblo fornendo anche una lavori di conservazione e restauro, occupandosi anche di
fonte per bere e cucinare. finanziare le attività di controllo del patrimonio culturale,
Oggi, all’interno della comunità si praticano tre religioni: che ha rischiato di estinguersi nella prima metà del ‘900.

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Giancarlo Nitti Photography

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Giancarlo Nitti Photography

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Può capitare che durante l’anno si verifichino chiusure Non è permesso inoltre fotografare membri tribali senza
dell’intero villaggio a causa di funzioni religiose, permesso ed è vietato riprendere la cappella di San
soprattutto per i funerali, nei quali l’intera comunità si Geronimo.
aggrega per diversi giorni isolandosi dal mondo esterno.
Il consiglio, quindi è di monitorare il sito istituzionale All’interno del Pueblo vi è anche un cimitero a cielo aperto,
[Link], prima di procedere con la visita in protetto da un muro di cinta.
loco. Esso contiene le rovine dell’antica chiesa ed è per
la comunità un luogo sacro dove non sarà possibile
Durante le visite, all’interno del Pueblo, vi sono regole l’ingresso.
ferree da rispettare, imposte dalla comunità per tutelare
la loro privacy e cultura religiosa. Il fiume è accessibile ma non è consentito bagnarsi o
entrarvi perchè per il villaggio è l’unica fonte di acqua
Si può circolare liberamente attraverso il villaggio, ma potabile.
alcune zone sono segnalate con cartelli “Restricted
Area”perchè sono designate per proteggere la privacy dei La visita è a pagamento (circa 16 dollari)
residenti e dei siti di pratiche religiose native. La fotografia è consentita con una tassa accessoria
Ovviamente è vietatissimo entrare in case che non sono variabile a seconda delle dichiarazioni dell’operatore, ( se
chiaramente contrassegnate come attività commerciali turista o professionista), per ogni fotocamera o cinepresa.
da un cartello o un’insegna.

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A cura di sergio Agrò

“Quel ramo del lago di Como,


che volge a mezzogiorno, tra due
catene non interrotte di monti...”

Eh no, non siamo proprio sullo


stesso lago del Manzoni, ma in
uno dei suoi laghi che formano
la base del triangolo Lariano.

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Sergio Agrò Photography

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Tra il ramo di Lecco e quello di Como ci dei peggiori d’Italia: puzzava e le acque
sono cinque piccoli laghi di origine glaciale: erano sporche e senza pesci.
il lago di Annone, il lago di Pusiano, il lago
del Segrino, il lago di Alserio e quello di Questo non ha aiutato di certo la sua
Montorfano. crescita a livello turistico.
Siamo in Lombardia, nell’alta Brianza Il lago era quindi abbandonato e intorno a
e voglio raccontare la mia esperienza lui solo le cime delle prealpi lecchesi.
fotografica sul lago di Annone.
Oggi il lago di Annone non è più quel lago di
Per chi come me è sempre vissuto in Oggiono che ricordavo da piccolo.
Brianza, conosce questo lago come il Il rispetto per l’ambiente, l’inquinamento
“lago di Oggiono”, credo di non averlo mai volontario dell’uomo drasticamente
chiamato “il lago di Annone”, ma queste diminuito, hanno permesso una rinascita
sono solo piccole abitudini dei locali e per del lago.
assurdo ci saranno persone che conosco il
lago di Oggiono ma non quello di Annone. Oggi il lago è un esempio di come la natura
col tempo vince e se oggi il lago è diventato
Con lo sviluppo industriale degli anni una meta turistica allora vuol dire che è
settanta e la poca coscienza ambientale, stata una vittoria magica, e la magia, a mio
il lago di Oggiono era un lago molto parere, la dobbiamo ammirare durante i
inquinato, ricordo che da piccolo la maestra tramonti invernali.
ci raccontava che il lago di Oggiono era uno

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Sergio Agrò Photography

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E’ giunto quindi il momento di parlare di


fotografia e come poter trovare quei punti di
ripresa per uno scatto d’impatto.

Il mio primo consiglio è quello di andare ad


ammirare il lago dall’alto, sono numerosi i
punti dove poterlo fare ma il più comodo e
secondo me il migliore, resta quello di salire
sul Monte Barro; seguendo le indicazioni di
Sala al Barro si arriva al monumento degli
Alpini, qui siamo su una delle terrazze più
panoramiche della Lombardia.

Durante i tramonti invernali il sole riflette e


brilla sui nuovi grattacieli dello sky line di
Milano, mentre sotto di noi possiamo ammi-
rare in sequenza i laghi briantei, partendo dal
nostro lago di Annone, per poi vedere bene il
lago di Pusiano e se siano fortunati riuscia-
mo ad intravedere anche il lago di Alserio e
Montorfano.

Questa terrazza è davvero perfetta per chi


vuole scattare una foto panoramica durante
il tramonto ed è anche molto comoda per po-
ter piazzare il treppiede se si vuole fare una
lunga esposizione durante la “blue hour”, in
questo caso le scie delle auto lungo le stra-
de statali intorno ai laghi completeranno la
magia della vostra fotografia.

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Sergio Agrò Photography

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Una volta visto il panorama dalla cima del Monte Facilmente si possono trovare questi punti di
Barro è facile intuire come i tramonti invernali ripresa grazie alla “circumcamminata” del lago:
siano perfetti per questo lago, solo in questo un percorso naturalistico intorno alle rive del
periodo il sole cala all’orizzonte, nel periodo lago, adatto a tutte le età e dove si possono
estivo invece calando dietro le montagne fare incontri con specie di uccelli difficilmente
l’effetto è minore. visibili in città ma soprattutto si possono vedere
esseri viventi con delle macchine fotografiche
Ecco perché è difficile allontanarsi davanti che riprendono gli angoli più nascosti del lago.
ai tramonti invernali: si rimane senza parole
davanti ai laghi tra i colori caldi del tramonto. A parte gli scherzi si resta davvero incantati
Tanto il lago è bello visto dall’alto, quanto lo è durante un volo di un airone o mentre una folaga
vicino alla sua riva. atterra sulle acque, ogni tanto può capitare di
Dalla mia esperienza posso dire che quasi tutto vedere dei cerchi che si formano sulla superficie
il lago è perfetto per essere fotografato e in dopo il salto di un pesce.
qualsiasi stagione.

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Sergio Agrò Photography

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In ogni caso il mio consiglio per riprendere un tramonto


speciale è quello di posizionarsi in zona Civate o Sala
al Barro.

In questi punti al tramonto arriva la magia: il vento non


soffia più e le acque calmandosi sono uno specchio
naturale che riflettono tutto il paesaggio intorno a noi.

E’ l’ora del tramonto, l’ora in cui il cielo prende fuoco


e i colori caldi si riflettono sulle acque, inizia così lo
spettacolo di madre natura.

Quindi cavalletto, diaframmi chiusi, tempi adeguati e


se serve qualche filtro, siamo così pronti a rilassarci
davanti al nostro tramonto invernale.

Per un lungo periodo il lago è restato solo e non ha


potuto condividere con nessuno questo spettacolo,
ma oggi ha ripreso la scena e nel suo palcoscenico
ogni sera regala a tutti noi uno spettacolo unico, che
non ci stancheremo mai di ammirare.

Sergio Agrò

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Sergio Agrò Photography

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CAMBOGIA

A Cura di Monica Gotta

Phnom Penh
e il Tuol Sleng Genocide Museum

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Negli ultimi anni il popolo cambogiano ha


intrapreso un percorso di crescita economica
e soprattutto di apertura con il turismo
internazionale.

Questo impegno li ha portati a mostrare con


orgoglio i suoi preziosi tesori che per lungo
tempo erano stati quasi dimenticati.

Phnom Penh, la capitale della Cambogia, si


può raggiungere con diversi voli aerei oppure
giungendo da Siem Reap dopo aver visitato
le attrazioni della zona, anche con i mezzi
pubblici.

E’ la capitale politica ed economica della


Cambogia e capoluogo del municipio di
Phnom Penh.
Importante porto fluviale la città è adagiata
sulle sponde del fiume Mekong, nel sito dove
vi confluisce il Tonlé Sap e dove si dirama il
fiume Tonlé Bassac.

Con i suoi due milioni di abitanti Phnom


Penh è inoltre la città più vasta e popolosa
del Paese e maggiore centro commerciale e
culturale.

Offre diversi spunti a chi la visita, dal


patrimonio storico ai luoghi di divertimento
e una buona selezione di piatti tipici da
assaggiare assolutamente in un folto
panorama di ristoranti.

Monica Gotta Photography

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Monica Gotta Photography

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Attorno al 1440, quando Angkor venne Nel Natale del 1978 duecentomila vietnamiti
abbandonata, Phnom Penh diventò la nuova invasero la Cambogia, conquistarono Phnom
capitale poiché era in posizione più difendibile Penh e cacciarono Pol Pot con i suoi fedelissimi
dalle incursioni del regno siamese e facilitata nei nelle foreste al confine con la Thailandia.
commerci per la vicinanza del fiume Mekong.
Solo negli anni ’90 Phnom Penh ha iniziato
Nel 1772 venne rasa al suolo dai thailandesi e nel a riprendersi ed ora si presenta come una
1863 venne conquistata dai francesi. splendida città dalle pagode dorate adagiata sulle
sponde del Mekong, quasi a voler rivendicare il
Nel 1975 i khmer rossi, con a capo Pol Pot, vecchio appellativo di “Perla dell’Asia”.
attuarono una politica di “socialismo agrario”,
evacuando tutti i cittadini dalle città alle La città è oggi una meta turistica di discreta
campagne in fattorie comuni e sterminando importanza ed è rinomata per la sua architettura,
senza pietà ogni oppositore del regime. che risente sia dello stile tradizionale khmer sia di
Phnom Penh venne trasformata in una città quello ereditato durante la dominazione coloniale
fantasma. francese.

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Le maggiori attrazioni turistiche di Phnom Penh sono il Palazzo Reale, la Pagoda


d’Argento, il museo del genocidio Tuol Sleng, il Wat Phnom, il Monumento
dell’Indipendenza, il Monumento dell’amicizia fra Cambogia e Vietnam e il Museo
Nazionale.
Quest’ultimo, costruito nel 1917 in stile tradizionale di Khmer, disegnato da George
Groslier e Ecole Des Arts Cambodgiens, venne inaugurato nel 1920 dal Re Sisowath.
Il museo espone gli artefatti archeologici e religiosi, gli antichi capolavori artistici del
popolo di Khmer dal IV secolo al XIII secolo.
Con più di 5.000 artefatti, il museo contiene la ricchezza della cultura del paese.

Fuori dalla città c’è il Centro del Genocidio Choeung Ek, il luogo dove i Khmer Rossi
hanno ucciso milioni cambogiani negli anni ‘70 del XX secolo.
Qui si trovano una chiesa, le fosse comuni e una torre che mostra centinaia di ossa
e teschi delle vittime.

Davide Tagliarino Photography

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Il Palazzo Reale è stato costruito dopo aver spostato la capitale da Oudong a


Phnom Penh nel XIX secolo sotto il regno di re Norodom.

Viene utilizzato al fine di servire la vita dei Re e della famiglia imperiale nonché
per accogliere visitatori stranieri; è il luogo dove si svolge il galateo diplomatico
e le cerimonie reali.
Vicino al palazzo vedrete la Pagoda D’Argento dove è ospitata la grande
statua di Buddha di smeraldo fatto di cristallo di Baccarat, un Buddha d’oro
intarsiato di diamanti e altre rappresentazione di Buddha.
Il nome della Pagoda D’Argento deriva dalle 5000 piastrelle d’argento che
pesano quasi 1 kg l’una.
Caratterizzato dai classici tetti khmer e da ricche decorazioni dorate, il Palazzo
Reale domina il panorama di Phnom Penh.

E’ una struttura imponente situata vicino al lungofiume e, osservandolo con


attenzione, si può notare una somiglianza con quello di Bangkok.
Essendo la residenza del Re Sihamoni alcune parti del palazzo sono chiuse
ai visitatori che possono ammirarne solamente la sala del trono e un gruppo
di palazzi vicini.

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Arrivando in vista di Wat Phnom, ci si imbatte nei giardini finemente adornati di


fiori e dal grande orologio dorato adagiato sul prato.

Di grande effetto è l’enorme “naga” (serpente) costruito con fibre vegetali


intrecciate.
Dietro di esso si scorge il grande stupa bianco e l’ingresso principale è accessibile
tramite la grandiosa scalinata esterna protetta da balaustre decorate con leoni
e naga.

La pagoda di Wat Phnom è una delle più importanti a Phnom Penh.


È stata costruita nel 1373 su ordine di una vedova ricca su una collina artificiale.
Si dice che la nascita di Wat Phnom sia legata all’origine della città di Phnom
Penh.
Il santuario è stato ricostruito diverse volte durante i secoli. Visitare questa
pagoda ed ascoltare la sua leggenda aiuta a capire meglio la religione di questo
paese.

E’ uso comune entrare per pregare e per chiedere alle divinità un pò di fortuna
nella vita. Se il desiderio viene esaudito, le persone tornano con le offerte
promesse al tempo, come ghirlande di fiori.

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Monica GottaPhotography

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La visita più sentita del tour cittadino è quella al Tuol Sleng Genocide Museum .

E’ il luogo dove i Khmer Rossi hanno imprigionato e hanno ucciso tanti


cambogiani innocenti.
Vedrete le celle, gli strumenti di tortura, scheletri e testimonianze fotografiche
che mostrano la crudeltà del regime di Pol Pot.
L’idea era quella di rendere la Cambogia una nazione agricola autarchica, priva
di un’economia basata sul denaro e del tutto estranea alle influenze occidentali.

Un noto giornalista e scrittore, Tiziano Terzani, visitò più volte il Paese tra il
1972 e il 1994.
Ha lasciato diversi articoli riguardanti la Cambogia.
Per intraprendere questo viaggio e “l’incontro con la storia” di questo paese è
utile leggere qualcosa per comprendere ciò che poi vedrete con i vostri occhi e
vivrete di persona.
Conoscerete una parte buia e turbolente nella storia di Cambogia ed un giusto
background culturale che renderà la vostra visita più consapevole.

Un tempo il Tuol Sleng Genocide Museum era l’edificio sede di una Scuola
Superiore ribattezzata Ufficio di Sicurezza 21 (S-21) dal regime comunista dei
Khmer Rossi dalla loro ascesa al potere nel 1975 alla loro caduta nel 1979.
“Tuol Sleng” in lingua khmer significa “collina degli alberi velenosi”; nella sigla
“S-21”, S sta per Sala e 21 è il codice del Santébal, la Polizia di sicurezza.

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La costruzione fu mutata in prigione dall’interno: gli edifici furono racchiusi


all’interno di un recinto di filo spinato elettrificato, le classi trasformate in
minuscole celle e camere della tortura e tutte le finestre furono sbarrate con
assi di ferro e filo spinato.
Altre stanze contengono solo brande arrugginite, con una fotografia in bianco e
nero che mostra la stanza come è stata trovata dal vietnamiti.

Dal 1976 al 1979 a Tuol Sleng furono imprigionate circa 17.000 persone, si dice
anche 20.000.
Nel 1979 la prigione fu scoperta durante l’invasione dall’esercito vietnamita.
Nel 1980 la prigione venne convertita in un museo perché testimoniasse le
azioni del regime dei Khmer Rossi.

Il museo è aperto al pubblico, e riceve una media di 500 visitatori al giorno.


Alcune stanze del museo sono oggi tappezzate, dal pavimento al soffitto, con
le foto in bianco e nero di alcuni dei circa 20.000 internati che hanno popolato
la prigione.

Di tutti i prigionieri incarcerati, solo sette sopravvissero, in quanto ritenuti utili


alla causa del Partito. Nel 2009 l’UNESCO ha inserito il museo nell’Elenco delle
Memorie del mondo.

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Questa foto riporta il regolamento del carcere:

1. Devi rispondere attenendoti alla mia domanda. Non tergiversare.


2. Non cercare di occultare i fatti adducendo pretesti vari, ti è severamente
vietato contestarmi.
3. Non fare il finto tonto, perché sei un controrivoluzionario.
4. Devi rispondere immediatamente alle mie domande senza sprecare tempo
a riflettere.
5. Non parlarmi delle tue piccole azioni immorali o dell’essenza della rivoluzione.
6. Non devi assolutamente piangere mentre ricevi l’elettroshock o le frustate.
7. Non fare nulla, siediti e attendi i miei ordini. Se non ci sono ordini, rimani
in silenzio. Quando ti chiedo di fare qualcosa, devi eseguire immediatamente
senza protestare.
8. Non inventare scuse sulla Kampuchea Krom per nascondere i tuoi segreti da
traditore.
9. Se non segui tutte le regole succitate, riceverai moltissime frustate con il
cavo elettrico.
10. Se disubbidirai ad una sola delle mie regole riceverai dieci frustate o cinque
scosse elettriche.

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Concludo con una nota insolita per tornare ad uno stato d’animo gioioso e
chiudere questo tour da turisti curiosi.

Si narra una leggenda di come nacque Phnom Penh.


Un giorno, tanto tempo fa, un’anziana signora camminando lungo le rive del
Mekong vide qualcosa che galleggiava sulle acque limacciose.
Era un tronco d’albero che, portato dalla corrente, si avvicinava alla sponda.
Non appena il legno toccò terra, la donna trovò al suo interno quattro statue
di Buddha.
Allora, per metterle al riparo, costruì una collina di pietre e vi sistemò il suo
tesoro.
La signora si chiamava Penh.
Fu lei a creare, o forse più semplicemente a scegliere come nascondiglio per
le statue, la collina che in Khmer si dice Phnom. Nacque così, secondo la
leggenda, la capitale della Cambogia: Phnom Penh.

Buona visita e buon viaggio!

Monica Gotta

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Fotografie a cura di
Adriana Oberto Fabrizio Rizzo Manuel Monaco
Annamaria Faccini Fabrizio Rossi Maddalena Bitelli
Barbara Lamboley Floriana Speranza Mariangela Boni
Barbara Tonin Giancarlo Nitti Nadia Laboroi
Chiara Borio Luca Agostino

IL RICETTO

DI CANDELO
Testi di Lorena Cannizzaro

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In collaborazione con
Comune di
Candelo

LA COSIDDETTA
POMPEI MEDIEVALE
DEL BIELLESE
“Quale mastice tiene insieme queste pietre? Ancora oggi, dopo mille anni,
lo sento nelle mie ossa fatte di ciottoli e mattoni, tra le rue e le chintane, e
qua e là tra i merli ormai sbrecciati delle torri... Sento questa forza che mi
pervade... e d’un tratto li rivedo: donne, uomini, chini sul greto del torrente
Cervo... raccolgono ciottoli e con fatica mi costruiscono... ognuno di questi
sassi sarà presto parte di me. È una malta invisibile quella che mi àncora
a questa Terra... eppure è potente: è fatta di sogni, di lavoro, di fierezza
contadina.”

Tratto da: Il Ricetto di Candelo Terra e Paese (DVD su Candelo: regia di Manuele
Cecconello)

Tra i borghi più belli del Piemonte e d’Italia bisogna sicuramente


menzionare quello di Candelo, comune di poco più di 7 mila abitanti situato
nella provincia di Biella.
Il piccolo borgo piemontese è conosciuto soprattutto per il suo Ricetto
bassomedievale, una particolare struttura fortificata tipica di tale periodo
storico.
In un’epoca di saccheggi, pericoli e incertezze, alcuni borghi (attestati in
particolare nella zona del Piemonte e dell’Europa Centrale) si dotarono di
un sito fortificato, chiamato appunto “ricetto”, in grado di assicurare la
protezione di beni e viveri come formaggi, vini, farina e cereali appartenenti
Fabrizio Rizzo Photography

al signore locale e alla stessa popolazione del luogo.

In determinate occasioni, quando si presentava il pericolo di un attacco


esterno, il ricetto fungeva anche da rifugio per la stessa popolazione.
Il Piemonte ha la fortuna di ospitare uno dei ricetti medievali meglio
conservati d’Italia e d’Europa.
Il Ricetto di Candelo è una struttura fortificata sorta a cavallo tra XIII e XIV
secolo per iniziativa e volontà della popolazione candelese allo scopo di
conservare e difendere i beni più preziosi della comunità, i tesori della terra,
soprattutto vino e granaglie.

Oggi questo sito ospita per tutto l’anno iniziative turistico-culturali, a partire
da mostre temporanee, esposizioni e conferenze, mercatini di prodotti
enogastronomici ed eventi di grande richiamo regionale e nazionale.
Il borgo medievale del Ricetto si può definire pertanto come un luogo di
eccellenza culturale e turistica, da cui si dipanano diversi percorsi e progetti
museali utili per riscoprire il Medioevo del Piemonte orientale, secondo il
suo aspetto più realistico ed emozionante.

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Annamaria Faccini Photography

Sporadici ritrovamenti di epoca romana nell’area dell’attuale


via Isangarda permettono di stabilire che l’area dove oggi
sorge il ricetto di Candelo ebbe una frequentazione già nel I
LA
sec. d. C. Il toponimo Canderium, invece, pare comparire per
la prima volta in un documento del 988 con cui l’imperatore
Ottone III confermava la concessione dei beni ottenuti dal STORIA
conte Aimone da parte di Ottone I nel 963, a favore del figlio
di questi Manfredo. L’ampliamento delle basi patrimoniali dei Vialardi
in Candelo durante il XIII secolo pare un tentativo di
Successivamente Candelo, a partire dal diploma di Ottone acquisire l’egemonia sul territorio per giungere forse
III del 7 maggio 999, figura in numerose occasioni tra i beni alla costruzione di una signoria in quest’area del
confermati dai sovrani alla Chiesa vercellese. Biellese.
I documenti permettono di cogliere nel XII secolo la
presenza, come proprietari o affittuari di beni e terreni Parallelamente venne però strutturandosi anche
in Candelo, di diverse importanti famiglie signorili o enti l’istituzione comunale: nel 1285, per la prima volta, i
religiosi. consoli, credendari e vicini elessero due procuratori
Tra questi spicca la famiglia Vialardi, che dal 4 dicembre che li rappresentassero in eventuali cause o
1147 risulta in possesso di beni ed appezzamenti nel controversie.
territorio, e che vedrà crescere proprietà, interessi ed
influenza nei secoli seguenti, anche grazie alle loro Queste due spinte contrapposte portarono presto a
aderenze e parentele (ad esempio il monastero di S. Pietro tensioni.
di Lenta, il capitolo di S. Eusebio di Vercelli e l’ospedale di S. Già nel 1295, infatti, i due rappresentanti ebbero
Andrea di Vercelli). l’incarico di difendere in tribunale un imprecisato
L’area in questione pare inoltre marginale rispetto agli numero di candelesi che erano stati accusati da
interessi del comune di Vercelli che, proprio in quegli alcuni membri della famiglia Vialardi.
anni, stava potenziando la propria politica nel contado.
In queste prime menzioni tuttavia non risulta attestata Nel 1340, una più ampia lite oppose trentuno uomini
alcuna fortificazione e per il territorio si può probabilmente di Candelo, tenementarii di terre e beni del capitolo di
delineare una situazione frammentata, con l’assenza di un Sant’Eusebio di Vercelli, a Francesco Vialardi, proprio
potere forte. relativamente a queste proprietà che quest’ultimo

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Chiara Borio Photography

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IL RICETTO

DI CANDELO
Adriana Oberto Photography

riteneva di sua spettanza “ex iustis titulis et tra il 15 aprile 1342 e il 4 marzo 1343 nel castello
decanis” e per i quali chiedeva fosse fatto un di Ysengarda, di proprietà dei Vialardi, posto a
consegnamento. poca distanza da Candelo.

Gli arbitri nominati per l’occasione si espressero Nel testo si hanno le prime due menzioni note
in totale favore del Vialardi, riconoscendo i del Ricetto: «[...] iusta ecclesiam sancte marie
suoi diritti sulle pertinenze riservate alla chiesa coheret ab una parte fossatum receti» e «[...] in
vercellese nel villaggio di Candelo e stabilendo fossato receti».
i termini precisi e l’affitto che annualmente Questi dati confermano la datazione archeologica
dovevano annualmente pagare i candelesi. del fossato del Ricetto, basata sul rinvenimento
Nell’arbitrato veniva inoltre disposto che i nel cavo di fondazione dello stesso, di una
candelesi non potevano costruire “aliquam novam moneta di Luchino Visconti, signore di Milano
fortaliciam sive novum castrum” sulle terre della (1339-1349).
chiesa senza il consenso di Francesco Vialardi. È possibile che la cessione dei terreni alla
comunità da parte dei Vialardi che, secondo la
Alcuni ritengono che l’aggettivo novum tradizione, fu alla base della costruzione del
presupponga l’esistenza di una fortificazione Ricetto, sia avvenuta addirittura verso il 1335.
precedente, identificata con lo stesso Ricetto23, Nei contrasti tra i feudatari e la comunità,
che gli uomini di Candelo avevano probabilmente proseguiti negli anni seguenti, si nota un
costruito (o almeno un primo nucleo degli edifici) graduale prevalere di quest’ultima, specie dopo la
senza il permesso dei Vialardi. sottomissione ai Savoia, avvenuta tra il 1373 e il
Il consegnamento previsto dall’arbitrato avvenne 1374.

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Nadia Laboroi Photography

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Mariangela Boni Photography

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IL RICETTO
CARATTERISTICHE
E LOCALIZZAZIONE

Manuel Monaco Photography

Il Ricetto di Candelo è un nucleo fortificato di forma di uno scarico, un’ulteriore torre a pianta quadrata,
pseudo-pentagonale (118 x 130 m circa, superfice chiamata “Torre di cortina”.
13.000 mq circa) con vertice a sud.
Situato al limitare di un terrazzamento naturale, il suo Nell’angolo nord-occidentale del Ricetto, inglobato
lato settentrionale è naturalmente difeso da pendii negli edifici più recenti, trova invece posto la
che scendono verso il vicino torrente Cervo. cosiddetta “Torre della gogna”, probabile residuato di
una cinta muraria più antica che doveva proteggere
Il nucleo risulta completamente circondato da una superficie inferiore.
un muro di cinta, realizzato soprattutto in ciottoli
disposti a spina di pesce, al quale si può accede All’interno dell’area fortificata si trovano circa
esclusivamente tramite una torre a pianta quadrata, duecento piccole cellule edilizie a due piani,
posta isolata sul fianco sud-occidentale verso denominate “cantine”, “cellule” o “celle”, accorpate
l’abitato, la quale si caratterizza per la presenza senza soluzione di continuità in nove isolati a doppia
di massi squadrati nella parte inferiore e mattoni manica, divisi per lungo da stretti vicoli chiamati
nella sua parte superiore e per le due aperture, una “riane” o “quintane” aventi funzioni di scolo delle
più grande per i carri e una più piccola per i pedoni, acque piovane e rifiutaia.
chiuse da altrettanti ponti levatoi. Le cinque vie interne del Ricetto, orientate est-ovest
e disposte parallelamente fra loro, sono, invece,
L’impianto presenta anche quattro torri angolari denominate “rue”.
circolari e, a metà del lato orientale, a protezione

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IL RICETTO

DI CANDELO
Tra la cinta muraria e le cantine, originariamente, si Le cellule risultano prevalentemente realizzate
trovava uno spazio vuoto denominato via di lizza, con una muratura in ciottoli fluviali disposti
oggi questo è visibile solo nel settore orientale. ordinatamente a spina di pesce e legati da malta,
con spigoli realizzati con blocchi squadrati di
Le cellule edilizie, generalmente a due piani fuori diorite ricavati dal taglio di massi più grandi della
terra, sono composte da due vani unici sovrapposti, stessa provenienza.
non comunicanti fra loro.
Il piano inferiore (“caneva”), più umido, al quale si Elementi dello stesso genere ma di dimensione
accedeva tramite un portale, veniva utilizzato come maggiore sono in alcuni casi visibili come
cantina per le derrate alimentari ed il vino, la parte basamento delle strutture, altrimenti prive di
superiore (“solarium”), meno umida, alla quale si fondamenta.
accedeva invece grazie ad una porticina, veniva Alcune parti specifiche delle murature, come ad
impiegata come deposito delle granaglie o alloggio esempio le aperture, e le porzioni più recenti delle
temporaneo per la popolazione in caso di guerra. strutture sono, invece, realizzate in laterizi, dei
In mancanza di scale interne il collegamento tra quali sono visibili all’interno del Ricetto una vasta
i due vani doveva avvenire con scale a pioli in tipologia.
legno appoggiate all’esterno, operazione facilitata, I portali di accesso alle cellule sono, in alcuni
in alcuni casi, dalla presenza di balconi lignei, casi, interamente realizzati in pietra, con tre conci
chiamati “lobbie”. lavorati a formare l’arco e blocchi rettangolari

Barbara Tonin Photography

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Fabrizio Rossi Photography

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Maddalena Bitelli Photography

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Barbara LamboleyPhotography

come stipiti, con l’interposizione di un elemento litico posto di piatto. Quando, invece l’incorniciatura
dei portali è in laterizio, l’arco è costituito da una doppia ghiera, quella più interna di fascia e, l’altra, di
punta.

L’unico elemento fuori scala dell’intero tessuto edilizio, che raggiunge anche i quattro piani, è la
cosiddetta “Casa o Palazzo del Principe”, che si incontra sulla desta, appena superata la torreporta.
Considerato come il “Ricetto per antonomasia”, come viene sovente definito, è stato al centro di
numerosi contributi ed indagini scientifiche sin dal XIX secolo. Inoltre, nel corso degli anni, sono state
realizzate su questo specifico sito numerose tesi di laurea in discipline diverse, non solo di ambito
archeologico. Il sito offre pertanto una buona quantità di spunti differenti e dati su cui poter ragionare.

Luca Agostino Photography

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IL RICETTO

OGGI

Barbara Lamboley Photography

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Attualmente il Ricetto di Candelo è una meta turistica dall’atmosfera particolarmente affascinante


che richiama non solo gli appassionati di una delle epoche più affascinanti della storia antica come
il Medioevo, ma anche semplicemente curiosi che approfittano del week end per visitare le terre del
biellese.

La Pro Loco offre, su prenotazione, visite guidate e laboratori didattici per gruppi e scolaresche in
modo da poter scoprire anche gli aspetti meno noti dell’antico borgo, per informarsi basta collegarsi
sul sito ufficiale del Ricetto: [Link]

Dal ricetto è raggiungibile, lungo il prato che costeggia la torre di sud-ovest, la chiesa di Santa Maria
Maggiore.
La chiesa costituisce il nucleo religioso più antico di Candelo.
Di fondazione antecedente al X secolo e nominata in un documento del 1182, si trova oggi in una
posizione marginale rispetto all’abitato di Candelo, posizione venutasi a creare già attorno al 1300,
quando Santa Maria Maggiore perse lo status di parrocchia a favore della vicina chiesa di San Pietro.

L’edificio, la cui facciata fu restaurata nel 1932, presenta dal punto di vista costruttivo un’ampia
stratigrafia di interventi che si sono susseguiti nel corso dei secoli, ben riscontrabili nella complessa
ed asimmetrica pianta della chiesa: originariamente organizzata ad aula unica, fu in seguito
ricostruita, tra il XIV e il XV secolo, a tre navate scandite da colonnine in granito con capitelli gotici;
in seguito, durante il 1700, lungo la navata destra fu aggiunta l’ampia cappella-oratorio della
confraternita di Santa Marta.

All’interno di Santa Maria Maggiore sono conservate opere artistiche di grande pregio, nella seconda
navata una piccola cappella dedicata a San Giovanni Battista, presenta una pala di autore ignoto
raffigurante la Sacra Famiglia con Santa Elisabetta e San Giovanni fanciullo (inizi sec. XVII), opera tra
le più pregevoli del patrimonio artistico di Candelo, il pulpito del 1620, finemente intagliato e attribuito

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Giancarlo Nitti Photography

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a Nicolao Serpentiere e una serie di affreschi risalenti al 1400 (purtroppo parzialmente rovinati da un
restauro), posti nella navata laterale destra, raffiguranti quattro dottori della chiesa: San Ambrogio, San
Gerolamo, Sant’Agostino e San Gregorio, attribuiti a Gaspare de Fornerio da Ponderano (secoli XV - XVI).

L’opera più rilevante, recentemente sottoposta a restauro, è la tavola, commissionata dalla Confraternita
di Santa Marta nel 1572 al pittore vercellese Boniforte Oldoni, dal soggetto non comune: rappresenta
infatti Cristo in croce con Maria, Santa Marta, alcune donne e con un gruppo di confratelli di Santa Marta
in divisa di tela bianca ai piedi della croce.

Un piccolo viottolo costeggia inoltre la roggia Marchesa, un canale che dal 1561 fornisce acqua alle
campagne del biellese, fino alle risaie della provincia di Vercelli.

Dal Ricetto è anche visitabile la Baraggia, che rappresenta l’ultimo lembo di territorio incolto rimasto
tra la pianura e i primi contrafforti pedemontani. Questa fa parte della Riserva Naturale Orientata delle
Baragge nata proprio per tutelare il paesaggio dalle caratteristiche uniche, tanto da essere conosciuto
anche come la “Savana del Biellese”.

Passeggiate e itinerari naturalistici portano alla conoscenza di questo territorio, che offre anche un
panorama tra i più suggestivi su tutto l’arco alpino occidentale.

Floriana Speranza Photography

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Mariangela Boni Photography

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Il calendario degli eventi varia ogni mese e comprende degustazioni di vini,


concerti e mercati di prodotti tipici, e nel mese di dicembre, il Ricetto si
trasforma nel borgo di Babbo Natale con un suggestivo presepio vivente.

Inoltre le cellule, non essendo adibite ad abitazione, vengono utilizzate dai


proprietari come ritrovo per il fine settimana o per attività enogastronomiche
e laboratori creativi di artigianato.
Infatti, oltre a varie botteghe d’arte, ospita:
Il Centro documentazione dei Ricetti in Europa;
Il Piccolo Museo delle cose di Cucina e Pasticceria,
che raccoglie al suo interno una raccolta di centinaia di oggetti, macchinari
ed attrezzature di uso popolare o professionale nell’ambito della cucina e
pasticceria.
Il Museo è anche uno dei più importanti centro studi sulla cultura
gastronomica locale e piemontese con una importante biblioteca ed
emeroteca tematica a disposizione di studiosi od appassionati che la
possono visitare su appuntamento.
Il Museo del paesaggio naturale e storico della vitivinicoltura.
Come già detto il Ricetto di Candelo è sede di manifestazioni culturali e di
spettacolo che si dipanano nel corso dell’anno.
Fra queste, Candelo in fiore, che si alterna con cadenza biennale alla rassegna
Sapor di Medioevo, e il concorso musicale internazionale Ricetto in musica, nato
nel 2003 ed intitolato al maestro Ernesto Falla.
Fra le altre manifestazioni si segnalano:
• in gennaio la Festa di Sant’Antonio, con sfilata di cavalli e carrettieri;
• a febbraio-marzo il Carnevale storico, che presenta una rievocazione della
controversia fra i candelesi e il signore del luogo, Sebastiano Ferrero;
• il Maggio musicale, con concerti di musica classica tra le rue;
• a settembre, Settembre al ricetto, con esposizioni dei pittori del borgo,
allestimento di mostre e spettacoli di teatro;
• nel primo fine settimana di ottobre, Vinincontro, degustazione di specialità
locali accompagnate dall’ascolto di musica popolare.

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IL RICETTO
LE CURIOSITÀ

Il ricetto di Candelo è stato set per le riprese dello sceneggiato televisivo Rai del 1968, La freccia nera, diretto dal
regista Anton Giulio Majano e liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson, interpretato da
Arnoldo Foà e da una esordiente Loretta Goggi.

La medesima location fu scelta per il suo remake del 2006, con il medesimo titolo de La freccia nera, ad opera di
Mediaset, diretto da Fabrizio Costa, e avente come protagonisti Riccardo Scamarcio e Martina Stella.
Nel borgo sono state girate anche le sequenze di un altro sceneggiato televisivo: la parodia de I promessi sposi ad
opera del trio Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi.

Inoltre le rue del borgo medievale sono servite anche da sfondo, nel 2004, per le riprese di un’altra fiction di Rai1
riguardante la figura della Monaca di Monza, Virginia, la monaca di Monza.

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RINGRAZIAMENTI
Ringraziamo in particolare la disponibilità di:
Il Sindaco
Mariella Biollino

L’ufficio Cultura Comune di Candelo

Lo staff della
Pro Loco di Candelo

Adriana Oberto Photography

Nel 2011 il Ricetto è stato anche il set per il film Dracula 3D diretto da Dario Argento.

Vaga trasposizione cinematografica del celebre romanzo di Bram Stoker, è il primo film in 3D diretto dal regista
italiano e più in generale è uno dei primi film horror italiani in 3D.

Il film interamente girato con la tecnica stereoscopica 3D di ultima generazione tra Budapest, Torino, nel Ricetto di
Candelo e nel castello di Montalto Dora.
La produzione ha avuto a disposizione un budget di 7 milioni di euro, di cui 300.000 € pubblici, stanziati dalla Regione
Lazio e dalla Regione Piemonte, le quali hanno quindi patrocinato il progetto.
Il film è stato per altro riconosciuto di interesse culturale nazionale dalla Direzione Generale per il Cinema del
Ministero per i beni e le attività culturali.

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IL RICETTO

DI CANDELO

Barbara Tonin Photography

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PRESENTA

WORKING GROUP 2019

BAND OF
GIROINFOTO
La community dei fotonauti
[Link] project

ORINO
ITALIA
ALL AMERICAN
REPORT
STORIES
GIROINFOTO MAGAZINE

Progetto editoriale indipendente che si


fonda sul concetto di aggregazione e di
sviluppo dell’attività foto-giornalistica.

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COME FUNZIONA
Il magazine promuove l’identità territoriale delle locations trattate, attraverso un progetto finalizzato a coinvolgere chi è appassionato di fotografia con
particolare attenzione all’aspetto caratteristico-territoriale, alla storia e al messaggio sociale.
Da un’analisi delle aree geografiche, si individueranno i punti di forza e di unicità del patrimonio territoriale su cui si andranno a concentrare le nume-
rose attività di location scouting, con riprese fotografiche in ogni stile e l’acquisizione delle informazioni necessarie per descrivere i luoghi.

Ogni attività avrà infine uno sviluppo editoriale, con la raccolta del materiale acquisito editandolo in articoli per la successiva pubblicazione sulla
rivista.
Oltre alla valorizzazione del territorio e la conseguente promozione editoriale, il progetto “Band of giroinfoto” offre una funzione importantissima, cioè
quella aggregante, costituendo gruppi uniti dalla passione fotografica e creando nuove conoscenze con le quali si potranno condividere esperienze
professionali e sociali.

Il progetto, inoltre, verrà gestito con un’ottica orientata al concetto di fotografia professionale come strumento utile a chi desidera imparare od evol-
versi nelle tecniche fotografiche, prevedendo la presenza di fotografi professionisti nel settore della scout location.

CHI PUÒ PARTECIPARE


Impara
Davvero Tutti.
Chiunque abbia la voglia di mettersi in gioco in un progetto
di interesse culturale e condividere esperienze.

I partecipanti non hanno età, può aderire anche chi non pos-

Condividi
siede attrezzatura professionale o semi-professionale.

Partecipare è semplice:
Invia a events@[Link] una mail con una fototesse-
ra, i dati anagrafici, il numero di telefono mobile e il grado

Divertiti
di preparazione in fotografia. L’organizzazione sarà felice di
accoglierti.

Pubblica
PIANIFICAZIONE DEGLI INCONTRI PUBBLICAZIONE ARTICOLI
Con il tuo numero di telefono parteciperai ad uno dei gruppi Watsapp, Ad ogni incontro si affronterà una tematica diversa utilizzando diverse
dove gli incontri verranno comunicati con minimo dieci giorni di anticipo, tecniche di ripresa.
tranne ovviamente le spedizioni complesse in Italia e all’estero.
Tutto il materiale acquisito dai partecipanti, comprese le informazioni sui
Gli incontri ufficiali avranno cadenza di circa uno al mese. luoghi e i testi redatti, comporranno uno o più articoli che verranno pubbli-
Gli appuntamenti potranno variare di tematica secondo le esigenze cati sulla rivista menzionando gli autori nel rispetto del copyright.
editoriali aderendo alle linee guida dei diversi progetti in corso come per
esempio Street and Food, dove si andranno ad affrontare le tradizioni La pubblicazione avverrà anche mediante i canali web e socialnetwork
gastronomiche nei contesti territoriali o Torino Stories, dove racconteremolegati al brand Giroinfoto magazine.
le location di torino e provincia sotto un’ottica fotografia e culturale.

SEDE OPERATIVA
La sede delle attività dei working group di Band of Giroinfoto, si trova a Torino.
Per questo motivo la stragrande maggioranza degli incontri avranno origine nella città e nel circondario.

Fatta eccezione delle spedizioni all’estero e altre attività su tutto il territorio italiano, ove sarà possibile organizzare e
coordinare le partecipazioni da ogni posizione geografica, sarà preferibile accettare nei gruppi, persone che risiedono
in provincia di Torino.
Nel gruppo sono già presenti membri che appartengono ad altre regioni e che partecipano regolarmente alle attività di
gruppo, per questo non negheremo la possibilità a coloro che sono fermamente interessati al progetto di partecipare,
alla condizione di avere almeno una presenza ogni 6 mesi.

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Barbara Tonin
Fabrizio Rossi
Margherita Sciolti
Giancarlo Nitti

Orta L AGO D’AUTORE


Testi di Barbara Tonin

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Margherita Sciolti Photography

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Fabrizio Rossi Photography

Orta SAN GIULIO

Orta San Giulio è un piccolo borgo di origini medioevali, Dal Broletto è poi possibile risalire il lieve pendio, lungo
sorto sulla riva orientale dell’omonimo lago. “la Motta”, fino alla Chiesa Parrocchiale di Santa Maria
La piazza principale di Orta, piazza Motta è un’ampia Assunta.
terrazza che si affaccia sul lago e sulla piccola e rocciosa Di origini tardo-romaniche, fu edificata nel 1485 e ricostruita
Isola di Orta San Giulio. tra il XVII° e il XVIII° secolo.

L’edificio più importante della piazza è il Broletto o Palazzo Al suo interno, nella cappella Gemelli è possibile ammirare
della Comunità della Riviera di San Giulio. Edificato nel 1582, una tra le più significative opere lombarde del Seicento: la
era la sede del Consiglio Generale, composto dai deputati tela raffigurante San Carlo durante la processione della
del feudo vescovile e vi si esercitava il potere legislativo ed peste di Milano.
esecutivo.
Uscendo dalla Chiesa, poi, possiamo godere dell’incantevole
Ora sotto il porticato troviamo il mercato, mentre il piano vista sul borgo e sul lago.
superiore è adibito a sala riunioni.
Le facciate colorate sono decorate con dipinti di stemmi,
meridiane e una “Donna raffigurante la Giustizia”, con ai lati
due angeli recanti la spada e la bilancia.

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IL BROLETTO
Barbara
Barbara Tonin Photography
Lamboley

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Barbara Tonin photography

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Orta
È Casa Marangoni (ora Capuani) detta Casa dei Nani,
per via delle piccole finestre poste al piano superiore.
Da notare le colonnette del portico e i tre affreschi sulla
facciata, raffiguranti l’Annunciazione, l’Ascensione e la
Madonna col Bambino.

Arrivati al fondo e proseguendo a destra lungo la via


SAN GIULIO principale, che corre parallela alla via del lago, possiamo
accedere al cortile di Villa Bossi (XVII° sec.), ora sede del
Municipio, la cui facciata guarda verso il lago.

Lungo la via, scendendo nuovamente verso il lago, sulla Il cortile, inoltre, offre una suggestiva vista sull’isola e
sinistra incontriamo il Palazzo Gemelli del XVI° secolo. sulle colorate case di Pella e Ronco e sul Santuario della
Madonna del Sasso, posti sulla riva opposta.
Una costruzione tardorinascimentale che conserva, sul
cornicione curvo della facciata, decorazioni a fresco Subito dopo Villa Bossi, la viuzza si apre su una piccola
(probabilmente dei Fiamminghi) ispirate alla mitologia. piazzetta in cui troviamo l’Oratorio di San Rocco, del quale
Continuando la discesa, troviamo ora il palazzo più antico possiamo vedere un affresco sulla facciata. Questa chiesa
di Orta, la cui costruzione sembra risalga alla fine del XIV° fu edificata nel 1631 per voto degli ortesi liberati dalla
secolo. peste.

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SANTA MARIA ASSUNTA


Barbara Tonin Photography

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Allontanandosi nuovamente dalla riva e percorrendo le in un’occasione di lettura di stili architettonici diversi, dal
strette viuzze in salita, raggiungiamo il Sacro Monte di Orta, tardo Rinascimento al Barocco, per finire nel Rococò.
dichiarato Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, assieme ad Le decorazioni interne, ricche di statue e affreschi, sono
altri otto Sacri Monti dell’Italia Settentrionale (Belmonte, dedicate a San Francesco d’Assisi e raccontano diversi
Crea, Domodossola, Ghiffa, Oropa, Varallo, Ossuccio e episodi della vita del Santo.
Varese).
Il percorso termina con la Chiesa di San Nicolao, un edificio
Si tratta di gruppi di cappelle e altri manufatti architettonici proto-romanico completamente rimodellato nel Seicento
eretti tra il XVI° e il XVII° secolo, dedicati a differenti aspetti ad imitazione della Basilica Inferiore di Assisi.
della fede cristiana e che contengono numerosi reperti
artistici, quali statue ed affreschi, di valore universale. Oltre alle cappelle e alla Chiesa di San Nicolao, possiamo
ammirare l’arco con la statua del Santo che accoglie i
Posto a 400 metri di altitudine, in una magnifica posizione visitatori con l’iscrizione “Qui in ordinate cappelle si vede
panoramica prospiciente il lago e il borgo, il Sacro Monte è la vita di Francesco, se desideri saperlo l’autore è l’amore”,
suddiviso in due zone distinte. per poi condurci verso il Pilone di San Francesco, l’antico
La prima, le pendici della collina, in cui prevalgono i boschi pozzo, la Cappella Nuova, il Convento e l’orto botanico, in
di latifoglie e la seconda, quella monumentale ma immersa cui sono coltivate numerose erbe medicinali e officinali
in un curatissimo giardino, in cui si sviluppa il percorso tra tipiche della tradizione erbaria di San Francesco.
le venti cappelle, in perfetto equilibrio e integrazione con i
faggi, i pini silvestri, i tassi e il mirtillo nero. Il Sacro Monte fu Dalla terrazza di fronte la Chiesa di San Nicolao, infine, la
realizzato alla fine del Cinquecento per iniziativa dell’abate vista si apre verso le colline della riva occidentale, per poi
novarese Amico Canobio e fu terminato dopo più di un posare lo sguardo sulla piccola isola.
secolo, trasformando il cammino a spirale tra le cappelle

Fabrizio Rossi Photography

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La leggenda tramandata nei secoli narra che inizialmente Una vertebra del drago è tuttora conservata nella Sacrestia
l‘isola fosse un covo di grossi serpenti e di un drago della Basilica.
malvagio. In realtà San Giulio non era un guerriero, ma un prete
Nella seconda metà del IV secolo, però, giunse ad Orta un esorcista. Siamo nel periodo storico dell’eterna contesa
santo guerriero cristiano, Giulio, che volendo costruire la tra il potere temporale e il potere spirituale, ai tempi
sua centesima chiesa proprio sull’isola, chiese di esservi dell’imperatore Teodosio e alle campagne per la
traghettato. conversione dei popoli pagani.
Con patenti imperiali che consentivano di edificare chiese
I pescatori però impauriti dagli esseri demoniaci, si in onore del vero Dio, due preti, i fratelli Giulio e Giuliano,
rifiutarono di accompagnarlo. a partire da Roma fino ad arrivare al nord, riuscirono a
San Giulio allora pose il suo mantello sull’acqua e lo usò costruire 100 chiese.
come zattera. La novantanovesima chiesa (ora Oratorio di San Lorenzo)
Con l’aiuto del suo bastone si traghettò fin sull’isola e con fu costruita a Gozzano da Giuliano, mentre Giulio decise di
solo l’uso della parola, scacciò le creature malvagie e le costruire la centesima sull’isola e di farne la sua tomba (le
confino in un luogo inaccessibile del Monte Camosino. sue spoglie sono tuttora conservate nella Basilica).
Barbara Lamboley Photography

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Margherita Sciolti Photography

Orta MADONNA DEL SASSO

Sulla riva opposta a Orta San Giulio, a più di 600 metri di 1730 e il 1748 e completato negli anni a seguire.
altezza, si erge il Santuario della madonna del Sasso, che La realizzazione va riferito al benefattore Pietro Paolo
dal vasto piazzale antistante, si gode uno spettacolo di rara Minola, un boletese arricchitosi a Milano con un laboratorio
bellezza sul Lago d’Orta. per la fabbricazione di calzature.
La chiesa poggia sulle pareti scoscese di roccia granitica, La chiesa è in stile barocco, a croce greca, con un’unica
dove, nei secoli scorsi, gli scalpellini della zona hanno grande navata e tre altari.
esercitato il loro durissimo e pericoloso lavoro nelle cave Il complesso è stato restaurato nel 1998.
che furono chiuse definitivamente nel 1978.
Anche questo luogo di culto, le leggende che si tramandano
In questo luogo, esisteva in precedenza una piccola chiesa sono davvero tante.
di probabile origine romanica, della quale oggi non esistono Il piazzale, ad esempio, nel lontano XVI secolo era chiamato
più tracce materiali perchè cancellate dalla presente “il prato della tela” poiché le donne del paese, nelle giornate
costruzione settecentesca. più calde, si recavano lì per candeggiare le loro tele fatte in
L’attuale complesso, composto dalla chiesa, dalla torre casa.
campanaria e dalla casa eremitale, venne edificato tra il

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In seguito ad un tragico avvenimento, sulla roccia venne per aiutare la moglie che però, spaventata, si lasciò cadere
eretta la Cappella dedicata a Maria Addolorata nello stesso nel vuoto.
suolo dove oggi sorge il Santuario.
Un’altra leggenda, infatti, racconta della morte di una donna Il Santuario oggi non è solo meta di pellegrinaggio, ma
di Pella, un paesino poco distante da Boleto, dopo un litigio anche un luogo perfetto per coloro che vogliono godere di
con il marito. un panorama unico su tutte le vallate limitrofe, tanto che il
Il consorte, furioso per un presunto tradimento della donna, piazzale del Santuario è conosciuto ai turisti anche con il
la spinse giù dal dirupo, ma, per miracolo, la donna riuscì ad nome di “balcone del Cusio”, da dove si possono effettuare
aggrapparsi ad uno sperone di roccia. scatti dell’isola di San Giulio e Orta San Giulio da una
Pentitosi del gesto, poi, il marito decise di tornare indietro prospettiva diversa dal solito.

Giancarlo Nitti Photography

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Orta ISOLA SAN GIULIO

L’isola di San GIulio, famosa per il suo Monastero si trova Dopo San Giulio l’isola e la riviera furono teatro di svariati
al largo della località di Orta San Giulio e si raggiunge in assedi.
traghetto.
Scavi archeologici sull’isola hanno dimostrato che l’isola Sull’isola fu costruito un castello, sulle cui rovine dell’antico
fu abitata dal neolitico fino a tutta l’età del ferro e da torrione fu poi edificato nel 1844 un seminario.
popolazioni celtiche prima dell’età romana. Dietro alla torre, su una spianata tagliata nella roccia
venivano eseguite le sentenze capitali.
È probabile quindi che San Giulio avesse scelto quel luogo,
un’isola con un bosco, tipico santuario dei Celti, proprio Il “muro della regina” recingeva lo scoglio racchiudendo il
per debellare le divinità pagane e convertire la popolazione castello.
della riviera. Il palazzo dei vescovi è situato vicino alla Basilica;
Da questo, il rifiuto dei pescatori celti di accompagnarlo la tradizione vuole sia sorto sulle rovine del palazzo
fino all’isola, timorosi di compiere un sacrilegio. abitato dai duchi longobardi. Il seminario nel 1973 è
Il drago in realtà viene raffigurato nei diversi affreschi stato convertito in un monastero di suore benedettine di
all’interno della Basilica come un serpente e rappresenta clausura (Monastero “Mater Ecclesiae”), che si dedicano a
il “Diavolo” ovvero il Paganesimo. “lavori manuali ed all’ospitalità spirituale”.

La vertebra invece è probabilmente appartenuta ad una Da qui il nome “L’Isola del Silenzio”.
balena, portata ad Orta per avvalorare la leggenda e
fortificare la fede dei fedeli cristiani.

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BOUCHONS
ISOLA SAN GIULIO
Barbara Lamboley photography
Barbara Tonin Photography

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Giancarlo Nitti photography

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Un antico detto cinese dice:

Se non entri in
un hutong, non
conosci Pechino

A cura di Iuri Camilloni

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Per fare un salto indietro nel tempo, nella Cina delle


tradizioni e dei costumi di un tempo, precedenti al boom
economico che ha trasformato la capitale cinese, il mio
obbiettivo era trovare gli hutong, gli stretti vicoli della
città imperiale che si intrecciano formando un labirinto
di Siheyuang, le storiche abitazioni a un solo piano,
affacciate su un piccolo cortile interno.

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Non sono facili da scovare e io ho seguito l’istinto


e la fortuna e voilà…ad una distanza di non più di
qulache chilometro dal mio albergo, nascosto da
un paio di edifici alti e moderni, mi ritrovai come
per magia nel bel mezzo di un hutong .

Un’atmosfera d’altri tempi, dove la vita segue ritmi


lenti, contrapposti a quelli frenetici e veloci della
moderna metropoli. Dove la povertà è evidente,
così come è evidente la voglia delle persone di
compiere piccoli riti sociali, di coltivare rapporti
umani.
Benvenuti nell’ Dongchang hutong, in un mondo
che non c’e’ più...

Visitare una metropoli come Pechino significa


anche lasciarsi catturare dai ritmi frenetici che la
contraddistinguono, come uno tsunami ti travol-
gono. I colori, le luci, i rumori, gli odori, lo sfavillio,
il moto perpetuo. Eppure, anche una città di questa
portata – che corre verso il futuro – non sfugge
alla potente e inesorabile ombra, alla presenza del
suo stesso passato, che si cela negli angoli più
autentici degli hutong!!Ma cosa sono gli hutong?!

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Iuri Camilloni photography

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Gli hutong sono il labirinto di vicoli e


viuzze nel centro di Pechino, sui quali
timidi si affacciano complessi residenziali
di case, concepite intorno ad un cortile,
nei quali vivevano gli antichi abitanti
della città, una sorta di centro storico,
che ancora oggi resiste e testimonia la
tradizione e la storia più genuina della
città.

Se sei in cerca di idee, perché sei in


viaggio o stai pensando a Pechino e
alla Cina come meta per il tuo prossimo
viaggio, prendi nota di questi spunti per
meglio orientare i tuoi passi in giro per la
capitale cinese!

Distraendosi un attimo, svoltando in un


angolo a caso, avventurandosi lungo
quello che potrebbe sembrare, a prima
vista, un vicolo cieco, si scoprono degli
angoli immacolati di una Pechino, che
forse sta scomparendo. Gli hutong si
presentano simili ai vicoli dei nostri centri
storici.

Dedali di stradine strette strette, serpenti


che, come in un videogioco, si snodano ad
angoli retti, intersecandosi, allargandosi
in angoli piene di negozietti e bancarelle,
e restringendosi improvvisamente a
imbuto, per poi magari sorprenderti
sbucando in un trafficato viale a sei
corsie, o terminando addosso ad un muro
di cemento.

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Iuri Camilloni photography

Giroinfoto Magazine nr. 40


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Iuri Camilloni photography

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Passeggiare dimenticando la mappa a casa è


un’esperienza da fare.

Un vero e proprio tuffo nel passato.


Negli hutong i pechinesi ancora vivono alla vecchia
maniera, seguono dei ritmi che nella metropoli non
trovano più ragione d’essere.

Angoli a misura d’uomo, in cui anziani stanno


seduti da soli o in compagnia a fumare, leggere,
mangiare rumorosamente un piatto di spaghettini,
o a chiacchierare e bambini che scorrazzano liberi
e giocano ancora ai tradizionali giochi di un tempo
(biglie, elastici, etc.).

Questo labirinto è oggi anche l’ultimo tempio


per chi utilizza quello che è il mezzo preferito dai
cinesi:
la bicicletta.

La crescita vertiginosa dell’economia cinese, la


necessità di infrastrutture efficienti e moderne
stanno facendo la guerra a questi quartieri del
centro ormai da anni.
Le case basse e i cortili vengono impietosamente
abbattuti e sostituiti da complessi residenziali privi
di ogni fascino e storia.

I piani di sviluppo e la politica cinese “chaiqian”


(letteralmente, demolisci e passa oltre) è una
realtà poco conosciuta ai più e, per ragioni
politiche, ignorata dalla comunità internazionale.
Certamente, questo smantellamento non è una
novità.

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E’ però una grande contraddizione di un paese


che è figlio di una grande civiltà, di una cultura
millenaria profonda, molto più antica della stessa
vecchia Europa, che guarda al futuro scaricando il
suo passato.
Per sbirciare dentro la tradizione e la cultura
cinese, che a fatica resistono, il consiglio è
“trattieni il respiro” e ritaglia una passeggiata
all’aria aperta nel cuore pulsante, ma idealmente
lontano dagli ampi spazi e dal caos, di Pechino.

Iuri Camilloni

Giroinfoto Magazine nr. 40


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Iuri Camilloni photography

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A CURA DI PAOLO BUCCHERI

A circa quindici chilometri dal nuovo aeroporto


civile di Comiso, sulla strada per Santa Croce
Camerina, sorgere il Castello di Donnafugata, una
realtà architettonica di indubbio valore storico ed
architettonico.

Lo stesso maniero nobiliare, costruito per volontà del


nobile barone Corrado Arezzo, all’oggi si caratterizza
come una testimonianza storica di una ben precisa
epoca di un nostro recentissimo passato.

Il castello è stato acquistato dall’Amministrazione


Comunale di Ragusa nel 1982, ed è stato restaurato,
tante che all’oggi è visitabile solamente in alcune aree
dell’imponente realtà storio artistica.

Le varie architetture che costituiscono l’impianto


storico architettonico nel suo complesso, lasciano
immaginare il fervore della vita sociale che si viveva
tra i contadini che popolavano e lavoravano nell’antica
residenza nobiliare.

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Paolo Buccheri photography

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Il viale d’accesso, dove si affacciano i corpi bassi


che in origine costituivano gli alloggi per i contadini,
costituisce una sorta di visione prospettica verso il
massiccio blocco del castello.

Questo, formalmente e costruttivamente è alleggerito,


sul prospetto principale, da un’elegante loggia
neogotica che è stata realizzata agli inizi del 900.

La costruzione si sviluppa su tre piani serviti da


un’elegante scalinata che conserva all’oggi tutte quelle
caratteristiche costruttive dell’epoca di realizzazione.

Particolarmente interessante è la ricca sequenza degli


ambienti del piano nobile, che conservano buona parte
dell’arredamento originario e costituiscono un raffinato
esempio di dimora signrile dell’epoca.

Di particolare pregio sono: il salone dove sono riportati


tutti gli stemmi nobiliari dei feudatari di Sicilia; che
riportati a tutt’altezza sulle pareti dell’ambiente,
finiscono per diventare un elegante basamento al
fregio sommitale che delimita esso stesso un ornato
soffitto a botte, decorato a due colori, col sistema del
bassorilievo.

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Paolo Buccheri photography

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La pinacoteca, arredata con eleganti poltrone d’epoca,


conserva dei quadri di autori locali che, nel loro insieme
conferiscono una dignità ed un’eleganza all’ambiente
nel suo complesso.

Altro ambiente da menzionare è il salone degli specchi


dove in un ambiente di chiara matrice barocca,
sono collocati arredi civili e musicali che lasciano
intravedere la socialità che si viveva in questi luoghi.

La stanza del biliardo, con le pareti riccamente


decorate con scene di architetture “lontane” ,
conferisce al tutto un vago sapore di estranietà, e di
internalizzazione.

Tutti gli altri ambienti come il salottino della


foresteria, o il salottino del barone o lo stesso giardino
d’inverno finiscono per essere ambienti nobiliari
di un’architettura che nella sua stessa matrice
architettonica denuncia una vita fatta di signorilità
e nobiltà che si contrapponeva, oggettivamente e
formalmente, alla vita della classe contadina che
viveva ai margini della stessa.

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Intorno al castello si estende un vasto parco di circa


8 ettari che contiene, nascosti tra la lussureggiante
vegetazione, numerosi elementi decorativi ed
architettonici come un intrigato labirinto che ricorda
momenti di gioia e spensieratezza della vita nobiliare
che in questi luoghi si viveva.

A fine visita eravamo felici io e Patrizia che,


accompagnandomi in questo tour, aveva vissuto con
me momenti che richiamavano istanti storici di una
vita non molto lontana (temporalmente) da quella
vissuta, con tutte le contraddizioni del caso, nelle
nostre aree geografiche, oggi.

Paolo Buccheri

Giroinfoto Magazine nr. 40


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ARRIVEDERCI AL PROSSIMO NUMERO

in uscita il 20 Marzo 2019

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Conoscere il mondo attraverso un
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