A Silvia - Conto Rott
A Silvia - Conto Rott
settendi endecasillabi
A Silvia
-
struttura a
E un
compianto = colloquio con l'ossente
Sonavan le quiete -
poetica del vogo dell'indefinito
e
contea e a e u
Allor che all’opre femminili intenta vincenzo monti
a questa formula con
c o n to
troduce oMero
.
PRIMAVERA
=
Silvia immagine
della primavera Io gli studi leggiadri lasciando To l o a gli studi
a
perche l'ordito
delle moni che tessono Che percorrea la faticosa tela. >
-
prometti e inganni
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
inverno
Canto nourno
tutte le creature animali
e potiscono
piante e E tu certo comprendi
foro parte della natura Il perchè delle cose, e vedi il frutto Tempo come lo si vive
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
(collocio a locutio -
colloquio con l'ossente) Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Primaela è i l sociso
Rida la primavera, - o
della notura ad
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
↓ nascosto
un omone
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, visione del
-
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Vergine luna, tale
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
E’ la vita mortale.
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Nasce l’uomo a fatica, Senza noia consumi in quello stato.
Ed è rischio di morte il nascimento. Anche la nascita e
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
Prova pena e tormento generatricedda a E un fastidio m’ingombra
Per prima cosa; e in sul principio stesso La mente, ed uno spron quasi mi punge
La madre e il genitore Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Il prende a consolar dell’esser nato. i genitori lo consolano
>
- Da trovar pace o loco.
(come
Poi che crescendo viene,
se
di essere noto
E pur nulla non bramo,
fosse disgrazial
una
Quilti
blovi
e se
a
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st a l
faccio
lavoro
io i l Udio
Perchè reggere in vita A bell’agio, ozioso, ossole
Chiedi
app. Mitche
m
-
sitivoinluposoggiomis an olezza
della vita dovuta a pauper. > face ragazzini
:
terule
do
e
lo
meroviglia
sua idea
insieme
i l suo
Vanno adulando, ancora
lui
La ginestra
comportamento * i l culo
modello di
però dosoli
-
prendono x
ti
tenere
do Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore, Libertà vai sognando, e servo a un tempo cit sogni l a
Dante
,
libatamewaiende
e se
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade Si cresce in civiltà, che sola in meglio privilegio
coscettia casa c
Par che col grave e taciturno aspetto Che natura ci diè. Per questo il tergo infima
diverso
d i vista
che socozzobe e se
sa
Ca el a
S
ginestoster
·
sia la reta
!
Che sotto i passi al peregrin risona; Uom di povero stato e membra inferme esaltaro lo
Dove s’annida e si contorce al sole Che sia dell’alma generoso ed alto, posizione
Mn e
guardi enosa
Di mar commosso, un fiato
e
Anco estimar potrà dell’uman seme, La qui potrà volutole Distrugge sì, che avanza
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, qual' e l a potenza A gran pena di lor la rimembranza.
umora
Con lieve moto in un momento annulla
Nobil natura è quella
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
diste
e
pessere
Che a sollevar s’ardisce
Annichilare in tutto. Gli occhi mortali incontra
-t u r a
-
Nulla al ver detraendo,
mesto specie scritto in casivo , e
emana leop . e
Le magnifiche sorti e progressive.
non Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
eccitazioneince E il basso stato e frale;
d ' a c c o rd o
inté o e se
Qui mira e qui ti specchia,
superioSecol superbo e sciocco,
e cogina
lampadi un
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
concorso contro
il
superiore
Che il calle insino allora
.
↓
Dal risorto pensier segnato innanti sonti le eccelse dell'uomo
L’umana compagnia, la n ot u ra
ch eroe se
d
Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Fia ricondotto in parte Cui là nel tardo autunno
Da verace saper, l’onesto e il retto Maturità senz’altra forza atterra,
Conversar cittadino, D’un popol di formiche i dolci alberghi,
E giustizia e pietade, altra radice Cavati in molle gleba
Avranno allor che non superbe fole, le a me
bugiedrecidicio
~
Con gran lavoro, e l’opre
Ove fondata probità del volgo E le ricchezze che adunate a prova
Così star suole in piede Con lungo affaticar l’assidua gente
Quale star può quel ch’ha in error la sede. Avea provvidamente al tempo estivo,
Sovente in queste rive, Schiaccia, diserta e copre
Che, desolate, a bruno In un punto; così d’alto piombando,
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, Dall’utero tonante
Seggo la notte; e sulla mesta landa Scagliata al ciel, profondo
In purissimo azzurro Di ceneri e di pomici e di sassi
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, Notte e ruina, infusa
Cui di lontan fa specchio Di bollenti ruscelli,
Il mare, e tutto di scintille in giro O pel montano fianco
Per lo vòto Seren brillar il mondo. Furiosa tra l’erba
E poi che gli occhi a quelle luci appunto, Di liquefatti massi
Ch’a lor sembrano un punto, E di metalli e d’infocata arena
E sono immense, in guisa Scendendo immensa piena,
Che un punto a petto a lor son terra e mare Le cittadi che il mar là su l’estremo
Veracemente; a cui Lido aspergea, confuse
L’uomo non pur, ma questo E infranse e ricoperse
Globo ove l’uomo è nulla, In pochi istanti: onde su quelle or pasce
Sconosciuto è del tutto; e quando miro La capra, e città nove
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Nodi quasi di stelle, Son le sepolte, e le prostrate mura
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
E non la terra sol, ma tutte in uno, Non ha natura al seme
Del numero infinite e della mole, Dell’uom più stima o cura
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle Che alla formica: e se più rara in quello
O sono ignote, o così paion come Che nell’altra è la strage,
Essi alla terra, un punto Non avvien ciò d’altronde
Di luce nebulosa; al pensier mio Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
&
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi E tu, lenta ginestra,
Dall’ignea forza, i popolati seggi, Che di selve odorate
E il villanello intento Queste campagne dispogliate adorni,
Ai vigneti, che a stento in questi campi Anche tu presto alla crudel possanza
morici dris
a s
Nutre la morta zolla e incenerita, Soccomberai del sotterraneo foco,
Ancor leva lo sguardo Che ritornando al loco
Sospettoso alla vetta Già noto, stenderà l’avaro lembo
Fatal, che nulla mai fatta più mite Su tue molli foreste. E piegherai
Ancor siede tremenda, ancor minaccia Sotto il fascio mortal non renitente non
opponendo resistenza
Aura giacendo tutta notte insonne, Con forsennato orgoglio inver le stelle,
E balzando più volte, esplora il corso Nè sul deserto, dove
Del temuto bollor, che si riversa E la sede e i natali
Dall’inesausto grembo Non per voler ma per fortuna avesti; uu supplicae
Sull’arenoso dorso, a cui riluce Ma più saggia, ma tanto superiore
·
Che crepitando giunge, e inesorato
FAGIOLINO
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio F EDERICO NERI
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
·
sime
Per li vacui teatri, per li templi
Deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per voti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino,
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.