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Seneca 1

Lucio Anneo Seneca è un filosofo stoico e prosatore che promuove l'importanza dell'autonomia di pensiero e della cura di sé, affrontando questioni esistenziali e invitando a riprendere il controllo sulla propria interiorità. La sua vita è segnata da relazioni complesse con gli imperatori romani e un'esperienza di esilio, durante la quale scrisse opere significative sulla filosofia morale e l'educazione. La sua prosa, caratterizzata da frasi incisive e un approccio diretto, riflette una solitudine esistenziale e un invito all'introspezione e alla ricerca della vera libertà interiore.

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Seneca 1

Lucio Anneo Seneca è un filosofo stoico e prosatore che promuove l'importanza dell'autonomia di pensiero e della cura di sé, affrontando questioni esistenziali e invitando a riprendere il controllo sulla propria interiorità. La sua vita è segnata da relazioni complesse con gli imperatori romani e un'esperienza di esilio, durante la quale scrisse opere significative sulla filosofia morale e l'educazione. La sua prosa, caratterizzata da frasi incisive e un approccio diretto, riflette una solitudine esistenziale e un invito all'introspezione e alla ricerca della vera libertà interiore.

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SENECA

Lucio Anneo Seneca: prosatore, ma anche filosofo asistematico: di educazione stoica ( maestro
Attalo ) ma egli stesso, essendo eclettico, ricorda l’importanza di muoversi con indipendenza di
giudizio e autonomia di pensiero, restando liberi da ogni condizionamento dottrinale. “non sumus
sub rege: sibi quisque se vindicat” ( <<Non siamo alle dipendenze di un sovrano, ciascuno è
padrone di se>> )  I maestri che ci hanno preceduto sono delle guide spirituali non dei padroni.
-Si distingue per la sua lucidità e per il suo rigore morale. A differenza di altri autori, egli si serve
della sua abilità non per costruire edifici di parole ma per colpire il lettore: vuole infatti
comunicare un messaggio di salvezza umana che consiste nel liberarsi dai condizionamenti della
società per rivolgersi alla cura di sé( otium) .
-Affronta questioni moderne, senza fine, universali, interrogativi esistenziali che affliggono ogni
uomo di ogni tempo. Lo scopo finale è quello di riprendere il controllo su sé stessi e di recuperare
la propria interiorità, salvandola dalle aggressioni di una violenza esterna: ai suoi tempi era la
realtà atroce e sanguinosa del principato neroniano, ai nostri può essere la distrazione dal
concentrarsi su di sé e sulle cose che contano, provocata e imposta da un sistema di vita ormai
dominante. Seneca è un filosofo per tempi di sventura: quando la storia raggiunge un punto in cui
sembra non esserci più rifugio dall'irruzione di turbamenti esterni, i suoi inviti suonano come
richiamo alto all'interiorità e alla cura di sé.
-importanza dell’interiorità: “Libertas” che si sposta dal piano politico ad un piano etico.
Solo chi serve la filosofia è davvero libero: “philosophiae servias oportet, ut tibi contingat vera
libertas”. In Cicerone l’approfondimento della filosofia morale era sempre volto alla filosofia
politica. Con Seneca: la filosofia offre gli strumenti per resistere all’empia storia: l’interiorità è
l’unico luogo dove gli uomini possono sottrarsi all’inauntenticità degli avvenimenti esterni
Occorre innanzitutto saper guardare in se stessi e solo in seguito volgere lo sguardo a ciò che ci
circonda “me prius scrutor, deinde hunc mundum” ( Ep. 65,15 )
-LA FUNZIONE DELLA RETORICA
In questo periodo la retorica ha avuto grandi cambiamenti: in età repubblicana i retori avevano
funzioni politiche nel foro, invece nel principato ciò viene meno, non c'è più libertas, è un potere
assoluto e le decisioni vanno prese dall'alto. La retorica si chiude nelle scuole, mira a formare
persone che si esibiscono nella corte o scuole con argomenti fantasiosi e vari come dibattiti sulle
persone del passato, un motivo allo sfogo alle capacità letterarie. La retorica per Seneca non serve
per l'esibizione, ma le competenze retoriche servono per lo studio dell'interiorità dell'uomo, non,
dunque, per virtuosismo.

Vita
Per la biografia di Seneca ci avvaliamo delle fonti: “Annales” di Tacito, le “Vitae” di Svetonio e la
“Storia di Roma” di Cassio Dione.
-Lucio Anneo Seneca apparteneva ad una ricca famiglia provinciale di rango equestre. Nacque a
Cordova nel 4 a.C ( città spagnola, di tradizione repubblicana, aveva parteggiato per Pompeo
contro Cesare al tempo della guerra civile ) . Dal fratello Mela, nel 39 d.C nascerà il nipote Lucano.
-Molto presto fu condotto a Roma dove si svolse la sua istruzione retorica e filosofica; maestri
della sua giovinezza furono:
Papirio Fabiano, filosofo esponente della scuola dei Sestii di orientamento stoico. Una delle
pratiche raccomandate dalla scuola era quella dell’esame di coscienza serale cioè la necessità di un
continuo dialogo con se stesso che si traduce in coscienza morale. La sapienza, è per Seneca, una
pratica quotidiana un processo costante e graduale di perfezionamento interiore. ( testo del “De
Ira” )
Attalo, filosofo stoico
Sozione, neopitagorico ( che lo convertì per un periodo al vegetarianesimo )

-Intraprese il cursus honorum ed entro subito in senato. I suoi rapporti con gli imperatori (
Caligola, Claudio e Nerone) furono difficili fin dall’inizio:
Introdotto alla corte imperiale, nel 39 d.C lo storico Cassio Dione ci racconta che Seneca rischiò di
essere condannato a morte da Caligola per aver difeso brillantemente una causa in senato.
Di questi anni sono la “Consolatio ad Marciam” ( tema della morte ) e i primi due libri del “De Ira”.

-Claudio, nel 41 d.C lo accusò, sotto pressione della moglie Messalina, di adulterio nei confronti di
Giulia Livilla (donna sposata e sorella di Caligola). Venne condannato alla relegatio in Corsica. Vi
rimase per otto anni fino al 49 d.C., in cui scrisse “Consolatio ad Helviam matrem” ( esilio che non
comporta infelicità ) e “Consolatio ad Polybium” ( scritta per il liberto di Claudio che aveva perduto
suo fratello e contiene un plateale elogio di Claudio nella speranza di essere beneficato con la
revoca della pena. L’elogio rimarrà come clamoroso esempio di opportunismo politico e
contraddizione con i valori filosofici professati )
-Per intercessione della nuova moglie di Claudio, Agrippina Minore, tornato a Roma dovette
accettare l’incarico di precettore di Nerone, figlio della stessa Agrippina, che lo stava già
preparando alla successione all’impero.
-Insieme al prefetto del pretorio Afranio Burro provvide all’educazione di Nerone: come scrisse
Tacito, Burro provvide “con l’istruzione militare e la severità dei costumi” mentre Seneca “coi
precetti dell’eloquenza e la dignitosa affabilità”.
-Alla morte di Claudio nel 54 d.C, probabilmente avvelenato da Agrippina, Nerone divenne
imperatore e Seneca diventò suo consigliere imperiale ed ebbe così il governo dell’impero nelle
sue mani. Fu egli, infatti a scrivere l’elogio funebre di Claudio pronunciato in Senato da Nerone.
Contemporaneamente, Seneca però si divertì a scrivere una velenosa satira contro il defunto
imperatore, gettato agli inferi dopo aver cercato di ottenere inutilmente la deificazione.
-Negli anni 55-56, va ascritto il trattato etico-politico “De Clementia” mediante il quale voleva
indirizzare la condotta politica del giovane princeps.
Nel 55 d.C. Nerone fece uccidere Britannico, figlio di Claudio e Messalina mentre nel 59 d.C fece
uccidere la madre. Nel 62 d.C. Seneca si ritira dagli impegni politici dedicandosi alla vita privata
dunque ai suoi studi. Lo si incontrava “rarus per urbem” Dal 62 al 65 realizzò il suo desiderio di vita
contemplativa dedicandosi interamente alla riflessione, alla lettura, allo studio e alla
composizione delle sue opere.
Nel 65 d.C., però, fu scoperta la congiura ordita contro l’imperatore e capeggiata da Pisone.
Secondo Tacito, Seneca fu considerato coinvolto e “con fierezza e serenità” accolse l’ordine di
togliersi la vita, molto probabilmente con la cicuta per ricordare la morte di Socrate

PROSA DI SENECA
Stile di Seneca in confronto a quello di Cicerone
Seneca scrive soprattutto prosa filosofica e il suo predecessore è Cicerone, ma la sua prosa è
molto diversa. L'elemento portante è la singola frase, non più il periodo come Cicerone, la cui
prosa filosofia è un susseguirsi di periodi ampi e complessi, al cui interno ci sono molte
subordinate e la proposizione principale sta alla fine, complesso ma armonico, molti parallelismi.
Questo perché Cicerone scrive nel I sec a.C. nella fase finale della repubblica, un periodo difficile,
momento di guerre civili. Riflette la fiducia di Cicerone nel risollevare le condizioni della Res
pubblica: Cicerone è stato un sentore e ha scoperto la congiura di Catilina, è un uomo pubblico ed
esprime il rapporto armonico fra lo stato e il pubblico nelle proprie opere. Ma ciò viene a mancare
nel principato imperiale in cui vive Seneca ( età della dinastia giulio-claudia, 27 a.C- 68 d.C ).
-La sua prosa riflette una solitudine esistenziale e una rottura del rapporto con lo stato.
-La prosa di Seneca preferisce la paratassi a differenza di Cicerone che utilizza l’ipotassi.
-Seneca accosta una frase accanto all'altra, ma staccate fra loro, procede per associazioni
continue: tante frase e tanti nuclei concettuali. In Seneca mancano le congiunzioni, usa molto
l'asindeto e lascia al lettore la libertà di intendere il nesso adeguato fra le proposizioni. I nessi di
natura logica spesso vengono sostituiti da quelli fonici come l'anafora. Seneca è più facile di
Cicerone dal punto di vista sintattico.
-Quest'apparente semplicità nasconde una grande perizia retorica: la retorica che lui usa per
condurre meglio la sua ricerca morale.
Cicerone opera in pubblico, le opere sue sono volutamente pubblicate; Seneca invece scrive ai
destinatari precisi e non ha l'intenzione di pubblicarle.
-Parliamo di “Sententiae”: alcune frasi hanno più importanza rispetto alle altre,frasi ad effetto che
riesce a condensare il significato di un intenso discorso e/o riflessione. Rimangono impresse nel
cervello. Hanno la forza di un aforisma.

Temi
 Problema educativo: secondo Seneca la vita deve essere una continua auto-educazione e
un continuo servizio educativo per gli altri. I sapienti sono pochi e questa figura si diventa
attraverso un lungo cammino nella filosofia che avvia l'uomo verso la virtù. Solo i sapienti
possono educare gli altri: un buon maestro distrugge nel discepolo tutti gli elementi
negativi, le tendenze al vizio e impianta le virtù, la sapienza e la saggezza. L'insegnamento
si passa attraverso il comportamento e l'esempio, non attraverso la predica: alle verba si
devono corrispondere le azioni. Anche se la condotta di Seneca era discutibile e
contraddittoria alla sua teoria.
 Bontà naturale dell'uomo: la natura crea l'uomo naturalmente, è la vita che lo corrompe
perché le condizioni esterne, sia che siano positive che negative, portano l'uomo a
dimenticare dei suoi limiti. Bisogna ogni giorno lottare contro i vizi, se stessi e la vita (intesa
come militia). Vicino al pensiero cristiano.
 La lettura: uno strumento utile all'uomo per accostarsi ai grandi personaggi, purché riesca
a selezionare accuratamente i libri, in particolare la filosofia morale. Bisogna scegliere un
gruppo di libri e concentrarsi su di esso, non si deve passare da un libro all'altro:” nusquam
est qui ubique est”. Seneca è aperto alle altre correnti filosofiche: ricettività eclettica.
 Formazione dell'uomo: è un percorso che richiede un assiduo colloquio con se stessi. Il
motivo dell'introspezione è introdotto da lui nel letteratura latina insieme al linguaggio
dell'interiorità: sezionare il proprio animo, ricercando ciò che c'è di buono e di cattivo.
Questo è scritto anche in un'epistola scritta da lui a Lucilio. Come se il soggetto dovesse
uscire da sé e prendere la posizione di un inquisitore contro di sé. Usa l'immagine dello
specchio (molto usata nella tradizione socratica): indagare se stessi davanti allo specchio.
 Invito a distinguere i veri beni: “omnia mea mecum sunt.” i veri beni di cui dobbiamo
disporre risiedono nel nostro animo: la saggezza e la virtù, i beni materiali invece sono
effimeri che si traducono in ossessioni e anomalie. Bisogna anche ridimensionare i mali. Un
tema sviluppato precedentemente da Epicuro. la morte convive con la vita, in quanto si
muore un po' tutti i giorni. Le sventure costituiscono una grande occasione per l'uomo,
perché l'uomo dà prova alla propria capacità di sopportazione e superamento,
guadagnando un metro in più verso la saggezza.
 Cosmopolitismo: l'uomo cittadino del mondo, non è importante dove si trovi l’uomo, a
patto che sia un uomo saggio. Se Seneca descrive un luogo è perché gli deve dare un
significativo negativo, invitando l'uomo ad allontanarsi da lì, come Roma che ha molti
luoghi (come le terme, un posto d'incontro o i circhi e anfiteatri, dove la massa si fa
trascinare dalle emozioni) che disturbano la perfezione morale che avviene solo in una
dimensione appartata. Questo tema viene affrontato da Seneca durante il suo esilio
nell'opera “Consolatio ad Helviam matrem” in cui consola la madre per la lontananza del
figlio.
 Valore ai viaggi: un tema affrontato anche da Orazio: “Caelum, non animum mutant qui
trans mare currunt.”(I naviganti cambiano il cielo (che di volta in volta li sovrasta), non il
proprio stato d'animo).

DIALOGI

10 opere filosofiche suddivise in 12 libri trasmesse sotto il nome di “Dialogi”, quando solamente il
“De tranquillitate animi” presenta un vero e proprio impianto dialogico. 9 opere fanno parte di un
libro e l'ultima opera è composta da 3 libri (De Ira) con argomento filosofico. Non sono trattati
perché non hanno un ordine prestabilito. Non sono nemmeno dialoghi, perché l'autore parla
sempre in prima persona e si rivolge a un amico o a una persona cara che però non risponde mai.
Manca la delineazione dell'ambiente in cui avviene il dialogo, anche il contesto.
-Ci sono interventi di un interlocutore fittizio: ogni tanto Seneca scrive una domanda che
rappresenta “comunis opinio:”qualcuno potrebbe dire..” che non coincide con le idee di Seneca. -
Questo sistema deriva dalla Diàtriba cinico-stoica (un sottogenere della scrittura filosofica,
discussione di carattere filosofico su principi etici e morali ).
-Affronta più volte la stessa questione in circostanze diverse, Seneca compie con il lettore un
cammino verso la perfezione, non c'è un'esposizione sistematica.

 De brevitate vitae: uno dei 10 dialogi, il più letto di Seneca che presenta in quest'opera
una riflessione intensa sul tempo, un tema molto attuale, importante e difficile da gestire.
Espressione facile e comprensivo. È rivolto a un amico, Pompeo Paolino, il suocero, che
aveva da poco assunto la carica di prefetto annonae (con Augusto ci sono diverse
prefetture, questa è la più importante, in carico di provvedere il flusso di viveri dalle varie
parti dell'impero e l'andamento dei prezzi = vettovagliamento). Datazione: momento in cui
torna dall'esilio in Corsica (48-49). Trova una Roma in fermento, in cui la gestione del
tempo assolutamente trascurata dai politici. Il sistema della delazione: sistema di spie che
riportano informazioni agli imperatori, si affermano con il principato. Tutti sono
impegnatissimi in tutto e il tempo risulta insufficiente. Con quest'opera, intende avvertire
l'amico di non lasciarsi travolgere da questo fenomeno, di non andare a finire nella sfera
degli “occupati” (persone sempre affannate ansiose e impegnate, travolte e soffocate dalle
mansioni che hanno in carico, che si danno a tutto e a tutti, sempre in balia degli altri. Essi
subiscono una sorta di alienazione, non sono più loro stessi, si lasciano vivere e
condizionare dall'esterno).
Tempo:
Questione del tempo è un filo rosso che attraversa tutta la letteratura latina, già con Orazio e
Virgilio, perché l'uomo pensante si rende conto che il suo caso è eccezionale nella natura, la quale
soggiace al principio dell'eterno ritorno, l'uomo dopo la morte non ha più niente: morte intesa
come finis supremus. Da qui il desiderio ardente dell'uomo di apprezzare il tempo e di non
perderlo.
Ci sono 3 posizioni sulla soluzione della perdita del tempo nella letteratura latino:
1. Orazio: massima “Carpe diem” = godere l'attimo, saper apprezzare ogni gioia della vita del
presente. Il tempo scorre inarrestabile e l’uomo non può conoscere il futuro che resta
imperscrutabile.
2. Cicerone: cercare di lasciare una eterna traccia di sé attraverso le gesta, le poesie eterne che
servono per essere emulate dai posteri o per scopo civile.
3. Seneca: dedicarsi all'otium (ambito di studio, ricerca e perfezione morale), si oppone ai negotia,
affinché l'esistenza non sfugga di mano, eviti condizionamenti esterni. Dal senato nascono ideali di
opposizione all'imperatore, la classe ha perso la rilevanza, così ha tempo per riflettere sulla
proprio posizione e su come gestire il tempo che prima ne aveva poco: un tema molto sofferto in
quel periodo, la classe dirigente non sa più come gestire il tempo a disposizione. Otium e
negotium sono in contrasto fra loro in continuità nel mondo latino, ora che il senato non può più
esercitare il negotium, è costretto all'otium che, secondo Seneca, ha significato solo se dedicato a
qualcosa di dignitoso, la filosofia.

Metafore sul tempo:


Sono immagini che dimostrano un tema sofferto, una visione negativa dell'esistenza: Seneca ha
sperimentato un'esistenza precaria e instabile, minata da qualcuno o da qualcosa negli anni prima
di tale opera. Si è diffusa la crimine della lessa maestà: l'imperatore può uccidere chiunque
facendolo rientrare in questa categoria di crimine. La sua riflessione sul tempo si lega sempre al
tema della morte: l'uomo non sa come vivere anche perché proietta la morte troppo distante da
sé e perde i suoi limiti, invece Seneca afferma che si muore un po' ogni giorno. Il tempo e la
saggezza sono correlati fra loro: il saggio è l'unico che sa gestire bene il tempo, perché capace di
attribuire ad esso un valore qualitativo e non quantitativo, non importa la lunghezza del tempo ma
l0uso che se ne fa:
1. Fiume: scorrere via del tempo, i termini usati da Seneca per quest'immagine derivano dalla
radice di rapere: uno scorrere inarrestabile che strappa via;
2. Punto: tempo della vita è sufficiente se lo usi bene. L'uomo assume la sua esistenza quando
impiega il tempo in modo adeguato (essere diverso da esistere). Il punto spiega che i momenti in
cui viviamo bene sono pochi;
3. Abisso: l'uomo si trova incastrato fra l'abisso del passato e del futuro.

 De ira: l'opera divisa in 3 libri è scritta durante il principato di Caligola ( I,II libro ) e conclusa
nei primi anni dell’esilio. Secondo l’autore l’ira è una passione che va evitata e combattuta
( utile strumento l’esame di coscienza, promosso dalla scuola dei Sestii ) perché si
impadronisce dell’uomo, ne acceca le capacità razionali, rendendolo schiavo. Ci rende
nocivi agli altri e a noi stessi  Viene denunciata la collera folle e sanguinaria
dell'imperatore Caligola.
In polemica con la dottrina peripatetica che affermava che le passioni non vanno estirpate,
essendoci state donate in natura per il nostro bene, e che giustificava l'ira in determinate
circostanze ( ad esempio in guerra: stimola il coraggio, sprona gli oratori nel foro e accresce
l’autorità di chi comanda), Seneca afferma che l’ira non è mai utile, neppure in guerra,
come testimonia la storia di Roma. L’ira è il più grave ostacolo alla realizzazione del bene
sia su un piano individuale che universale.
 De vita beata: Opera dedicata al fratello Novato, Gallione. La felicita, come professava lo
stoicismo, non consiste nel possedere ricchezze e nel godere dei piaceri ma nell’esercizio
della virtù ( ricerca del bene ) dunque nel vivere secondo la natura ( kosmos, ratio = che ci è
stata donata in natura )  “potes beatus dicit qui nec cupit nec timet”, ed evitando tutto
ciò che è futile.
-Grazie alla ragione, dobbiamo imparare a non bramare/temere ciò che non possiamo
possedere/sfugge al nostro controllo dobbiamo accettare serenamente, con “aequo
animo” tutto ciò che accade come manifestazione del volere divino  così l’uomo sarà
libero, nulla di esterno lo potrà turbare, mettendo così in pericolo la sua felicità.
-Deve esserci l’accettazione delle difficoltà comuni a tutti gli esseri umani in quanto tali.
-Egli stesso fu poi accusato di essere in contrapposizione con la propria teoria, di essere un
ipocrita in particolar modo da Suillio, come ci racconta Tacito. Suillio è definito detrattore
siccome non è un saggio non può giudicarlo. Al contrario, Seneca è perlomeno un
corridore, colui che si è avviato nella via del bene, della virtù/saggezza e spera un giorno di
divenire saggio. Seneca è definito ipocrita perché da precettore dell'imperatore conduceva
una vita di lusso. In risposta a tale accusa scrive una difesa dalle accuse di incoerenza:
Seneca afferma che il filosofo non ama le ricchezze e non ne soffre quando ne è privato,
ma preferisce possederle, perché gli rendono un più vasto campo in cui esercitare le virtù.
Dice che il saggio può possedere le ricchezze basta che non ne sia schiavo  “habere non
haberi” : motto epicureo riferito al piacere.

 De tranquillitate animi ( La tranquillità / serenità dell’animo  Obiettivo comune di


epicureismo e stoicismo, bisogna tendere alla perfezione dell’essere, ostacolata dalla
debolezza umana)
- Composto intorno al 60 d.C e dedicato all’amico Anneo Sereno. Il quale chiede consigli su
come raggiungere la serenità, egli infatti denuncia la sua inquietudine spirituale: prova
amore per la semplicitas ma poi si incanta davanti a spettacoli sfarzosi, sente la necessità di
aderire alla vita pubblica ma si sdegna delle scorrettezze degli avversari politici. Sereno
sente di avere una MALATTIA DELL’ANIMO ( TAEDIUM VITAE = NOIA, STANCHEZZA E
SOFFERENZA ESISTENZIALE )  collegamento con il topos della “commutatio loci”, ripreso
da Lucrezio ( nel finale del III libro del “De rerum natura”. Lucrezio ci dice che l’uomo vive
in uno stato di noia/tedio ansioso e inquieto che lo porta a voler fuggire se stesso,
cambiando continuamente luogo, in una sorta di nevrotica insoddisfazione. Della stessa
noia ci parla Leopardi, dicendo che è un male proprio dell’uomo, non lo si trova negli
animali ) e Orazio ( Satira II, 7 : schiavo Dago che rinfaccia a Orazio come difetto, la
scontentezza del luogo in cui si trova; Epistola 2.8 : strenua inerzia, torpore incapacità di
agire; Epistola 2.11 : inerzia smaniosa )  necessità di sfuggire da sé, non dal luogo in cui ci
si trova—> importanza del ( gnoti seauton )
L'autore dice che il problema risiede nel suo atteggiamento mentale ( va mantenuto
l’aequo animo ). Sereno sente il bisogno della mancanza di turbamento ( εὐθυμία ) 
dunque di un equilibrio definito “tranquillitas” = equanimità, atarassia. Per raggiungerla,
va fatto un buon uso del tempo, tempo utilizzato per il proprio bene e per il bene della
comunità. Sostiene che partecipare alla politica per servire il bene agli altri è un bene:
Seneca non è coerente, cambia idee a secondo delle sue vicissitudini.
 Va fatto un buon uso del tempo ( I epistola ad lucilium ), “tempus fugacis ac lubricae
possessionem” ( bene effimero e labile) . Va speso bene anche con le giuste compagnie,
gli amici devono apportarci saggezza non farci perdere tempo. Bisogna rendersi conto che
il tempo è il bene più prezioso che abbiamo non dobbiamo rimandare le cose perché
“DUM DIFFERTUR, VITA TRANSCURRIT” ( Mentre si rinvia la vita se ne va ). È l’unica cosa
che non ci può essere restituita eppure quando lo prendiamo da qualcuno non pensiamo
mai di essere debitori.
-Relativamente a questo, nell’epistola 7, ci dice Seneca essere dannosa la compagnia della
“turba”, della moltitudine e dei molti rischiamo infatti di prendere dagli altri i “vizi”.

 De otio: Destinatario sempre Sereno. Analizzato il rapporto tra vita contemplativa ( otium )
e la vita attiva in politica. Seneca considera l’otium come un porto nel quale è necessario
sostare quando le tempeste della Fortuna o della Storia impediscono di navigare senza
rischi. Crede anche che dedicarsi all’otium sia la forma più alta di impegno politico. Infatti
attraverso la riflessione e lo studio filosofico, ci si interroga su problemi UNIVERSALI ( che
riguardano i molti, non solo la città o la Patria ) cercandone la risoluzione. Si è d’aiuto ai
molti, posteri e non ai pochi.
-RAPPORTO TRA OTIUM-NEGOTIUM NELLA LETTERATURA LATINA:
Possiamo parlare di negotium cioè dell’impegno attivo in vita politica già con Cicerone e
Sallustio. Entrambi, figli della crisi della Res Publica e del mos maiorum rigido ed
inflessibile, si dedicano con orgoglio al negotium. Furono però ad un certo punto costretti a
dedicarsi all’otium, per la cui scelta sentivano sempre e comunque di doversi giustificare.
Ricordiamo che all’epoca, le attività pubbliche e civili erano considerate superiori a quelle
intellettuali. Infatti i poeti furono poi tutelati dalla creazione di circoli ( es. Circolo di
Mecenate a cui appartenevano Orazio e Virgilio. Il primo era però un poeta “non
convenzionale” richiedeva infatti i suoi spazi di autonomia relativa ai contenuti trattati ) ma
comunque assoggettati alle richieste degli imperatori stessi. Dunque non erano realmente
liberi.
Ritornando al discorso di prima, Cicerone ad esempio nell’ultimo libro del “De Officiis”
dichiara il primato dei “negotia”e soprattutto riferisce con onestà che il suo otium, la sua
solitudine e il suo riposo, sono dovuti alla necessità e non alla volontà. Fa riferimento a
Publio Scipione, il quale scelse coscientemente di rifugiarsi nella solitudine, come se fosse
un porto appartato e tranquillo.
-Sallustio è della stessa idea di Cicerone. Egli decide però di dedicare il suo tempo libero
alla storiografia elogiatrice di Roma, e non alla filosofia, come fece Cicerone.
-Dall’impero in poi, l’otium viene rivalutato
Per Orazio, ad esempio era l’unica via per il raggiungimento della vera felicità
-Ricordiamo anche l’otium di Properzio

 De providentia: risponde ai dubbi dell'amico Lucilio il quale non riesce a spiegarsi come
anche ai buoni possano succedere i fatti negativi, nonostante il mondo sia retto dalla
Provvidenza. Seneca risponde che le sventure sono dei mali apparenti e sono in realtà utili,
perché consentono al sapiente di perfezionarsi sulla via della virtù.
 De constantia sapientis: il saggio è invulnerabile da qualsiasi offesa od oltraggio, perché
possiede la virtù ed è come Dio in Terra. Egli accetta con tranquillitas il proprio destino
“fata volentem ducunt, nolentem trahunt”.
TRATTATI
i trattati sono simili ai dialogi, ma diversi per i temi trattati: scienza e filosofia.
 De clementia: un trattato di filosofia etico-politica, scritto durante la giovane età di
Nerone, nel quinquennio felice in cui Seneca credeva nella possibilità che la filosofia
potesse insegnare un giusto “modus agendi” al princeps. Seneca proietta su Nerone delle
qualità morali che l’imperatore mai acquisirà.
-Si apre con un elogio di Nerone  La clemenza deve essere propria di un “bonus
princeps”, si riferisce all’atteggiamento di chi possiede un grande potere ma allo stesso
tempo, grazie alla propria legge morale, riconosce di essere uguale ai suoi sudditi in quanto
“homo” e “civis”. La clementia è utile al principe e ai sudditi : ha duplice vantaggio solo se
ne viene fatto un uso saggio il re acquisirà il favore dei sudditi senza temere congiure o
ribellioni, ed i sudditi avranno la sicurezza di essere governati con giustizia e moderazione.
Il re deve essere rispettato ma al contempo amato e deve incutere rispetto non timore.
-La clemenza non è perdono indistinto, non esclude la severità , le giuste punizioni.
-La clemenza è il contrario dell’ira, il sovrano deve astenersi dalla stessa perché è la causa
dell’eccesso e della rovina di un buon governo.
COLLEGAMENTO CON SOMNIUM SCIPIONIS:
Nell’ultimo libro del “De Republica”vi è il cosiddetto “Somnium Scipionis” descrive il viaggio
ultraterreno da parte di Scipione Emiliano che presenta la figura ideale del princeps che
rispetta e tutela le istituzioni repubblicane di Roma e si impegna per il bene comune della
patria. L’opera presenta fin dal titolo diversi parallelismi con la Repubblica di Platone ed
anche il Somnium può essere inteso come uno di questi di questi rimandi intertestuali.
L'opera di Platone si conclude infatti nel decimo libro con il mito di Er, ovvero la narrazione
del mondo dell’aldilà da parte di un soldato tornato in vita alcuni giorni dopo la sua morte.
Il mito platonico dimostra che ogni azione compiuta durante la nostra esistenza
riceve premi e punizioni in relazione al grado di giustizia che ci ha guidato in terra. In
maniera analoga, anche il buon governante-filosofo dovrà, per Cicerone, tenere presente
questa prassi nella sua condotta politica in vita.
In sogno, gli appare il suo avo e nonno Scipione l’Africano che aiutato da Lucio Emilio
Paolo, padre naturale dell'Emiliano, descrive il destino delle anime dopo la morte. A quelli
che in vita sono stati buoni governanti è destinato un posto nella Via Lattea, dove
possono godere di felicità eterna. Solo questa, per l’Africano, è la vera vita, mentre quella
che noi chiamiamo vita è in realtà una condizione decisamente inferiore, paragonabile
alla morte. Ma non si può arrivare a questa meta prima del tempo grazie al suicidio, come
teorizzato dagli stoici, perché la vita è un dovere impostoci dalla divinità, che ci ha affidato
il compito di badare al mondo terreno.

 De beneficiis: vicino al pensiero cristiano, quando si fa una cosa buona agli altri, non
bisogna esibirlo. Beneficis: fondamenti della convivenza civile e della vita sociale;
 Naturales questiones: un'opera scientifica sulla fisica che faceva parte della filosofia,
dedicata a Lucilio. L'opera viene trattata in modo etico:i 4 elementi della natura, terremoti,
meteore ecc.. sono dei grandi fenomeni che non bisogna temere una volta acquista la
conoscenza della natura, che è fondamentale per essere in armonia con essa. Tale
argomento viene trattato anche da Lucrezio. L'uomo deve utilizzare i progressi per il bene
dell'umanità, ma non per diventare sempre più vizi: come l'uso dello specchio per motivi
estetici.
DIALOGHI DI GENERE CONSOLATORIO (CONSOLATIONES)
Un genere in prosa d'origine ellenistico, più esposto al pericolo di enfasi con lo scopo di alleviare una pena
spirituale dovuta alla perdita di qualcuno. Dimostra come la filosofia è cambiata nel tempo: non più come
un'indagine sulla natura e sull'origine delle cose, ma diventa una guida dell'agire dell'uomo, infatti le
filosofie sono eudemonistiche, in quanto devono dare la felicità all'uomo.
Ellenico: greco.
Ellenistico: una fase culturale.
Prima delle consolationes senecane:
Ricordiamo lo scritto andato perduto “Consolatio”scritto da Cicerone per la perdita della figlia.

“Consolatio ad Marciam”:
-Marcia figlia dello storico Cremuzio Cordo viene consolata da Seneca. Ella piange la perdita del figlio
Metilio
-Sviluppato il TEMA DELLA MORS: ( Cotidie morimur: Epistola 24. Ci dice che l’unico bene che ci appartiene
è il presente che va vissuto per bene, senza rimpianti. La morte ci appartiene sin dalla nascita, moriamo
giorno dopo giorno e gran parte di essa è stata già oltrepassata )  Seneca mette in luce gli aspetti positivi
della morte
-Per Seneca, la morte non è né un bene né un male, è essa stessa nulla ( vista come “finis” ) visione
epicurea, condivisa da Lucrezio nel III libro del “De rerum natura”. Lucrezio credeva nella natura finita
dell’animo e in un’unità tra corpo e animo. Dunque se l’uno cessava di esistere, lo faceva necessariamente
anche l’altro. Disinteresse da parte degli deiscomparsa di qualsiasi sentimento religioso.
-Tuttavia alla fine della consolatio, l’anima di Metilio risulta sopravvissuta e accolta dall’avo Cremuzio Cordo
nell’aldilà  richiamo del Somnium Scipionis. In questo vi è invece una ripresa della concezione pitagorica
e stoica: secondo cui solamente l’anima dei più virtuosi sopravvive alla morte corporale ( vista come
“transitus”). Per gli Stoici, il corpo è una prigione, la morte ce ne libera e rimane così la parte immortale e
migliore di noi: l’anima.
La morte è vista come vera LIBERTAS raggiungimento della tranquillitas. Con la morte, l’uomo è libero da
ciò che gli stoici dovevano tenere sotto controllo cioè le passioni, i timori, le avversità, l’invidia ecc… Inoltre
dopo la morte non si è più sottoposti a nessun arbitrio.
-Suicidio: ne parla anche nel “De Providentia” giustificato se non è più possibile vivere secondo ratio,
altrimenti bisogna resistere con coraggio ed equanimità in virtù del fatto che l’unico bene possibile è la
virtù cioè la ratio. Le difficoltà dunque vengono solo per rafforzare la nostra virtù che marcirebbe senza
esercizio.
-MORTE PRESENTE NEL SATYRICON: NELLA SCENA DELLA CENA TRYMALCHIONIS:
-Nel Satyricon è ben presente la paura della morte e l’angoscia della vita. La morte è ricercata con il
suicidio, simulata attraverso eventi funebri oppure usata come mezzo per la ricerca della ricchezza.
-Nella scena della cena di Trimalchione, si parla della morte quasi per scacciarla via.
Trimalchione stesso e tutti i convitati sono dei liberti, dunque individui che erano in condizione di schiavitù
ed hanno riacquisito la libertas. Dunque sono dei personaggi che sono entrati quasi in contatto con la
morte, essendo la condizione schiavistica instabile e di sorte incerta.
Al tema della morte si ricollega quello dell’arricchimento e dell’ascesa socio-economica: Trimalchione
vuole morire bene e per far sì che ciò accada deve prevederla e non deve coglierlo di sorpresa egli
possiede infatti un orologio e un trombettiere sempre pronti per fargli sapere quanto tempo della sua vita
è trascorso e gli rimane da vivere.
Trimalchione contrappone come una sorta di scudo protettivo il suo volgare esibizionismo della ricchezza
posseduta allo scorrere del tempo che gli toglierà tutto lentamente. Il suo mondo non è governato dalla
ratio stoica propria di Seneca ma dalla ricchezza .

“Consolatio ad Helviam matrem”: la madre di Seneca soffre perché il figlio è stato mandato in esilio. Per
consolare la madre, Seneca le propone di ricordare le azioni buone del figlio e utilizza la parola
“cosmopolitismo” per ricordarle che non importa dove soggiorna il figlio, poiché può stare bene, seguendo
la dottrina stoica.
“Consolatio ad Polybium”: scrive questa consolatio al liberto di Claudio affinché convincesse Claudio di
permettergli di tornare a Roma.
EPISTULAE MORALES AD LUCILIUM
Composte tra 62-65 d.C
Lucilio è più giovane di Seneca e ha ricevuto varie cariche politiche. Seneca assume il ruolo di
maestro nei confronti di Lucilio mettendo a frutto la propria esperienza, poiché Lucilio è ancora
immischiato nella politica e non ha ancora raggiunto la perfezione morale: si tratta di un aiuto
reciproco. Direttore di coscienza e maestro dell'animo di Lucilio. Cambia il suo atteggiamento da
precettore di Nerone a precettore dell'umanità: Lucilio simboleggia tutta l'umanità. Nella stesura
delle epistulae, Seneca pensa a una futura possibile pubblicazione.
Queste lettere filosofiche sono letterarie ma comunque veritiere, davvero inviate a Lucilio. Prende
spunto dall'esperienza quotidiana, seguendo una prospettiva morale come nell'opera “Naturales
Questiones”: la filosofia affronta ora soprattutto questioni esistenziali. Il modello che Seneca
segue è Epicuro, perché aveva affidato le lettere ai discepoli in cui esprimeva i suoi principi
filosofici. Nelle epistulae manca la trattazione sistematica: riprende lo stesso argomento in diverse
lettere. Il filosofo latino assimila le proprie lettere al “sermo”, un genere usato per descrivere le
satire di Orazio, dedicate alle famiglie e agli amici, quindi non formali con conversazioni
quotidiane, tipico di una persona mediamente colta, linguaggio non depurato e aulico,
asistematico (procedere per associazione delle idee). Le prime lettere hanno un carattere
parenetico: esortano Lucilio a dedicarsi a filosofare attraverso le massime inserite nelle lettere.
Lucilio si matura alla fine delle lettere abbandonando la politica e dedicandosi interamente alla
filosofia, così Seneca, compiaciutosi dei progressi dell'allievo, abbandona l'atteggiamento da
maestro e il tono: gli argomenti si elevano perché ormai il Lucilio è in grado di sostenerli. Dunque
le lettere di Seneca hanno una duplice funzione:
1. esortare i lettori ad abbracciare la filosofia:
2. testamento spirituale del filosofo.
TRAGEDIE
Incertezza sulla cronologia, poiché non hanno dirette allusioni ai fatti storici contemporanei: non si
sa se sono state scritte prima o dopo il secessus. Ci sono quindi due opinioni:
1. Prima del secessus: le tragedie vengono allora composte nella corte di Nerone e servivano per
ammonire l'imperatore;
2. Dopo il secessus: allora le tragedie assumono una funzione di opposizione al governo di Nerone.
Poiché Seneca non ha mai assunto un atteggiamento di opposizione aperta nei confronti
dell'imperatore, tanto che ha preferito allontanarsi dalla corte. Per questo motivo, la prima ipotesi
è più plausibile.
La tragedia è poesia, perché la poesia riesce a veicolare bene i significati che l'autore vorrebbe
trasmettere. Le tragedie erano un po' allettanti e Nerone da giovane si cimentava a recitare i brani
tragici.
Sono in tutto 10 tragedie, le uniche tragedie latine rinvenuteci integralmente:
9 fabulae cothurnatae: ambiente e argomento greci e seguono il modello di Sofocle ed Euripide;
1 praetexta “Octavia”: argomento romano. Il nome deriva dalla toga dei romani, candida, con una
fascia porpora. Trattasi di una tragedia storica contemporanea e narra del ripudio della prima
moglie di Nerone.
Il teatro senecano è figlio del suo tempo caratterizzato da una ingente copia di assassini politici e
congiure che avvengono soprattutto nella corte. È una trascrizione della realtà. Poco spazio
all'azione, tanti monologhi, scenicamente statica.
Intento pedagogico e morale
Il teatro si presenta prevalentemente come l'esaltazione dei miti che hanno al centro il
manifestarsi del furor del sovrano senza limite. Furor: contrario all'atteggiamento del saggio
stoico, infatti l'intento di Seneca era quello di trasmettere a Nerone questo messaggio al negativo
e ammonirlo. Porta sulla scena i delitti e le scene di sangue nel teatro della corte di Nerone, poiché
era proibito presentare tali scene nel teatro pubblico. I personaggi negativi sono in genere di
rango elevato. I personaggi buoni e consiglieri non vengono ascoltati. Non ci sono scene in cui
vengono presentati personaggi o ambienti quotidiani. Soprattutto sovrani, condottieri, femmine a
maschi di passioni incontrollabili che vengono accomunati da furor, sfuggiti alla razionalità. Con
questo Seneca vuole indicare le conseguenze negative di queste passioni, più evidenti soprattutto
se sono personaggi di spicco: infanticidi in Medea, vendetta in Tieste, o sacrifici umani. Sono
frequenti le scene macabre, violenti, inquietanti, rosse. Tutto il male del mondo viene messo in
scena e il comportamento dei personaggi è proprio il contrario di quello che Seneca stesso predica
e consiglia come maestro a Nerone: scopo didattico al negativo.
Il divino e il pentimento
Pessimismo cupo e forte nelle tragedie: manca l'intervento divino che punisce e consola, che
riequilibra la situazione drammatica del mondo umano. Manco lo spazio riservato ai pentimenti:
gli uomini cattivi mantengono il loro tratto malvagio dall'inizio alla fine. La negatività è resa
attraverso espedienti retorici: enfasi barocca, Seneca usa una scrittura antefatta, gusto per il
raccapricciante, dettagli macabri, termini forti, orrore.
APOKOLOKYNTOSIS
Niente di filosofico.
Il titolo originale in latino è “Ludus de morte Claudii”: scherzo sulla morte di Claudio. Scritta in
prosimetro: misto di prosa e versi. Appartiene al genere letterario satira menippea, sottogenere
della satira inventata nel III sec. a.C. in Grecia da Menippo di Gàdara, dal contenuto filosofico. Ma
Seneca utilizza questa struttura per un tema non filosofico: prende in giro la morte dell'imperatore
Claudio con cui aveva avuto eventi infelici. Seneca ha scritto anche un'operetta funebre vera e
propria in morte di Claudio, costretto da Agrippina, quando il suo figlio Nerone sale al trono. La
satira prende il nome greco “Apokolokyntosis”, perché è una parodia delle apoteosi, un onore
concesso agli imperatori morti che vengono divinizzati. Qui Seneca parla dell'apoteosi di un
zuccone, cioè di Claudio che si trasforma in zucca: la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo
nella vana pretesa di essere assunto fra le divinità che lo condannano invece a discendere, come
tutti i mortali, agli inferi, dove egli finisce schiavo del nipote Caligola e successivamente viene
assegnato al liberto Menandro. È dunque un componimento ironico e satirico.

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