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Commedia

Dante si smarrisce in una selva oscura a metà della sua vita, rappresentando una crisi esistenziale. Incontra tre bestie che ostacolano il suo cammino e viene soccorso da Virgilio, che lo guiderà attraverso l'Inferno e il Purgatorio. Il canto si conclude con la profezia di un veltro che porterà salvezza all'Italia.

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Commedia

Dante si smarrisce in una selva oscura a metà della sua vita, rappresentando una crisi esistenziale. Incontra tre bestie che ostacolano il suo cammino e viene soccorso da Virgilio, che lo guiderà attraverso l'Inferno e il Purgatorio. Il canto si conclude con la profezia di un veltro che porterà salvezza all'Italia.

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LA DIVINA COMMEDIA

INFERNO
CANTO I

Testo Parafrasi
Nel mezzo del cammin di nostra vita A metà del percorso della vita umana (all'età di 35 anni), mi ritrovai
mi ritrovai per una selva oscura, per una oscura foresta, poiché avevo smarrito la giusta strada.
ché la diritta via era smarrita. 3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura Ahimè, è difficile descrivere com'era quella foresta, selvaggia,
esta selva selvaggia e aspra e forte inestricabile e tremenda, tale che al solo pensiero fa tornare la
che nel pensier rinova la paura! 6 paura.

Tant’è amara che poco è più morte; È così spaventosa che la morte lo è poco di più: ma per descrivere il
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, bene che vi trovai dentro, dirò quali altre cose ho visto in essa.
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, Non sono in grado di spiegare come vi sia entrato, tanto ero pieno
tant’era pien di sonno a quel punto di sonno nel momento in cui lasciai la giusta strada.
che la verace via abbandonai. 12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, Ma dopo che fui arrivato ai piedi di un colle, là dove finiva quella
là dove terminava quella valle valle che mi aveva rattristato il cuore di paura, alzai lo sguardo e
che m’avea di paura il cor compunto, 15 vidi la sua vetta già illuminata dai raggi del sole, che conduce ogni
uomo sulla giusta strada.
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. 18

Allor fu la paura un poco queta, Allora si placò un poco la paura che avevo avuto nel profondo del
che nel lago del cor m’era durata cuore, quella notte che trascorsi con tanta angoscia.
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21

E come quei che con lena affannata, E come il naufrago che col respiro affannoso, gettato dal mare sulla
uscito fuor del pelago a la riva, riva, si volta e guarda alle acque pericolose da cui è scampato, così il
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24 mio animo, che ancora era in fuga, si voltò indietro ad osservare il
passaggio che non lasciò mai passar vivo nessun uomo.
così l’animo mio ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. 27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, Dopo che ebbi riposato un poco il corpo stanco, ripresi a camminare
ripresi via per la piaggia diserta, lungo il pendio deserto del colle, in modo tale che il piede più saldo
sì che ’l piè fermo era sempre ’l più basso. 30 era sempre quello più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, Ed ecco che apparve, quasi all'inizio della salita, una lonza snella e
una lonza leggiera e presta molto, molto agile, ricoperta di pelo maculato; e non si allontanava di
che di pel macolato era coverta; 33 fronte a me, anzi, impediva a tal punto il mio cammino che io pensai
più volte di tornare indietro.
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 36
Temp’era dal principio del mattino, Erano le prime ore del mattino, e il sole stava sorgendo insieme a
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle quella costellazione (l'Ariete) che era con lui il giorno della
ch’eran con lui quando l’amor divino 39 Creazione, quando l'amore divino mosse per la prima volta quelle
belle cose; così l'ora del giorno e la stagione primaverile mi davano
mosse di prima quelle cose belle; buoni motivi per sperare bene a proposito di quella belva dalla pelle
sì ch’a bene sperar m’era cagione chiazzata; ma non al punto che non mi desse paura la vista, che mi
di quella fiera a la gaetta pelle 42 apparve subito dopo, di un leone.

l’ora del tempo e la dolce stagione;


ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. 45

Questi parea che contra me venisse Questi sembrava venire contro di me, con la testa alta e con fame
con la test’alta e con rabbiosa fame, rabbiosa, al punto che persino l'aria sembrava tremare.
sì che parea che l’aere ne tremesse. 48

Ed una lupa, che di tutte brame Ed ecco apparire una lupa, che nella sua magrezza sembra piena di
sembiava carca ne la sua magrezza, tutti i desideri e spinse molte persone a vivere miseramente; questa
e molte genti fé già viver grame, 51 mi procurò una tale angoscia, col terrore che mi ispirava il suo
aspetto, che persi la speranza di raggiungere la sommità del colle.
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza. 54
E come colui che acquista volentieri, e poi arriva il tempo in cui
E qual è quei che volentieri acquista, perde ogni cosa, per cui piange e si rattrista in ogni pensiero, così mi
e giugne ’l tempo che perder lo face, rese la belva senza pace, che venendo contro di me mi sospingeva
che ’n tutti i suoi pensier piange e s’attrista, 57 poco a poco verso il basso, dove non c'era il sole.

tal mi fece la bestia sanza pace,


che venendomi ’ncontro a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. 60
Mentre io scivolavo a valle, verso la foresta, apparve davanti ai miei
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, occhi qualcuno che non riuscivo a vedere bene per la penombra.
dinanzi agli occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. 63
Quando vidi costui nel luogo deserto, gli gridai: «Abbi pietà di me,
Quando vidi costui nel gran diserto, chiunque tu sia, un'anima o un uomo in carne e ossa!»
«Miserere di me,» gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!» 66
Mi rispose: «No, non sono un uomo, lo sono già stato, e i miei
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, genitori furono della Lombardia, entrambi nativi di Mantova.
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui. 69
Nacqui sotto il governo di Giulio Cesare, anche se negli ultimi anni, e
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, vissi a Roma sotto il governo del buon imperatore Augusto, al
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto tempo degli dei pagani.
al tempo de li dei falsi e bugiardi. 72
Fui poeta, e cantai di quel giusto figlio di Anchise (Enea) che fuggì
Poeta fui, e cantai di quel giusto da Troia dopo che il superbo Ilio (Troia) fu bruciato.
figliuol d’Anchise che venne di Troia
poi che il superbo Ilïón fu combusto. 75
Ma tu, perché ritorni al male della foresta? Perché non scali il colle
Ma tu perché ritorni a tanta noia? gioioso, che è principio e causa di ogni felicità?»
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?» 78
«Allora tu sei quel Virgilio e quella sorgente che spande un così
«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte largo fiume di parole?» gli risposi vergognandomi.
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte. 81
«O tu che sei luce e guida degli altri poeti, mi siano di aiuto il lungo
«O de li altri poeti onore e lume, impegno e il grande amore che mi hanno spinto a leggere la tua
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore opera!
che m’ha fatto cercar lo tuo volume. 84
Tu sei il mio maestro e il mio modello; tu sei il solo da cui io trassi il
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, bello stile che mi ha reso celebre.
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore. 87
Vedi la belva che mi ha fatto voltare; aiutami da lei, famoso
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; sapiente, poiché essa fa tremare ogni goccia del mio sangue».
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». 90
«Tu devi compiere un altro viaggio,» mi rispose dopo avermi visto
«A te convien tenere altro viaggio,» piangere, «se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio.
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; 93
Infatti, la belva che ti fa urlare non lascia passare nessuno per la sua
ché questa bestia, per la qual tu gride, strada, ma lo impedisce al punto di ucciderlo.
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 96
E ha un'indole così malvagia e malefica che non può mai soddisfare
e ha natura sì malvagia e ria, la sua bramosia, e dopo ogni pasto ha più fame di prima.
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 99 Sono molti gli animali a cui si accoppia, e saranno sempre di più,
finché arriverà il cane da caccia (veltro) che la farà morire con
Molti son li animali a cui s’ammoglia, dolore.
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia. 102 Costui non baderà alle ricchezze materiali, ma solo a quelle spirituali
e la sua nascita avverrà tra feltro e feltro.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 105 Sarà la salvezza di quell'umile Italia, per cui morirono in battaglia
Eurialo e Niso, Turno, la vergine Camilla.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurìalo e Turno e Niso di ferute. 108 Costui le darà la caccia per ogni città, finché l'avrà rimessa
nell'Inferno da dove l'invidia (del demonio) la fece uscire per la
Questi la caccerà per ogne villa, prima volta.
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde invidia prima dipartilla. 111 Perciò io penso e giudico per il tuo bene che tu debba seguirmi, e io
ti farò da guida; e ti porterò via di qui per guidarti in un luogo
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno dell'Oltretomba, dove udirai le grida disperate e vedrai le antiche
che tu mi segui, ed io sarò tua guida, anime dei dannati, ciascuno dei quali invoca la morte definitiva.
e trarrotti di qui per loco etterno, 114

ove udirai le disperate strida,


vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida; 117 E poi vedrai coloro che sono contenti di subire pene (i penitenti del
Purgatorio), perché sperano un giorno di raggiungere i beati del
e vederai color che son contenti Paradiso.
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti. 120 E se poi tu vorrai salire a visitare questi ultimi, allora ci sarà
un'anima più degna di me per farti da guida: quando me ne andrò,
A le quai poi se tu vorrai salire, ti lascerò con lei.
anima fia a ciò di me più degna:
con lei ti lascerò nel mio partire; 123 Infatti, quell'imperatore (Dio) che regna lassù, non vuole che io entri
nella sua città, in quanto fui ribelle alla sua legge (fui pagano).
ché quello imperador che lassù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna. 126 Dio ha autorità in tutto l'Universo e in Paradiso governa; qui c'è la
sua città e il suo altro trono; oh, felice colui che sceglie per risiedere
In tutte parti impera e quivi regge; in quel luogo!»
quivi è la sua città e l’alto seggio;
oh felice colui cu’ ivi elegge!» 129 E io gli dissi: «Poeta, in nome di quel Dio che non hai conosciuto e
affinché io fugga questo male e altri peggiori, ti chiedo ti condurmi
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio là dove hai detto, così che io veda la porta di San Pietro e coloro che
per quello Dio che tu non conoscesti, descrivi tanto miseri».
a ciò ch’io fugga questo male e peggio, 132

che tu mi meni là dov’or dicesti,


sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color che tu fai cotanto mesti». Allora si mise in cammino, e io lo seguii.

Allor si mosse, e io li tenni dietro. 136

Argomento del Canto


Dante si smarrisce nella selva oscura. Incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa. Viene soccorso da Virgilio, che lo guiderà in un viaggio
attraverso Inferno e Purgatorio, mentre Beatrice lo guiderà in Paradiso. Profezia del veltro.
È la notte tra giovedì 7 aprile (o 24 marzo) e venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

Dante si smarrisce nella selva (1-30)


La notte del 7 aprile (o 24 marzo) dell’anno 1300, dunque a trentacinque anni di età, Dante si smarrisce in una selva oscura e
intricata, impossibile da descrivere tanto è angosciosa. Lui stesso non sa dire come c’è finito, poiché era pieno di sonno quando ha
perso la giusta strada: a un tratto però, mentre sta albeggiando, si ritrova ai piedi di un colle, dalla cui vetta vede spuntare i primi
raggi del sole. Questo, oltre al fatto che è primavera, gli ridà speranza e lo spinge a tentare la scalata del colle, dopo essersi riposato
per qualche istante e aver ripensato al pericolo appena corso (come un naufrago che guarda le acque in tempesta dalle quali è
appena scampato). Il poeta inizia quindi a salire la china del colle, ma con grande fatica e incertezza.
Compaiono le tre fiere (31-60)
Mentre sta salendo il colle, gli appare improvvisamente una lonza dal pelo maculato, assai agile e snella, che lo spinge più volte a
tornare indietro. All’inizio l’ora del mattino e la stagione mite gli danno speranza di poterne avere ragione, ma subito dopo compare
un leone, che gli viene incontro con fame rabbiosa e sembra far tremare l’aria, e una lupa famelica, tanto magra da sembrare carica
di ogni bramosia. Quest’ultima incute molta paura in Dante, che perde ogni conforto e lentamente scende verso il basso, nella zona
non illuminata dal sole.
Presentazione di Virgilio (61-90)
Dante sta tornando verso la selva, quando intravede una figura nella penombra, appena visibile nella poca luce dell’alba. Intimorito,
supplica lo sconosciuto di avere pietà di lui e gli chiede se sia un uomo in carne ed ossa oppure l’anima di un defunto. L’altro
risponde di non essere più un uomo in vita, ma di avere avuto i genitori lombardi e di essere originario di Mantova. Si presenta come
Virgilio, il poeta latino vissuto al tempo di Cesare e Augusto, ovvero durante il paganesimo, e che ha cantato le gesta di Enea nel
poema a lui dedicato. Virgilio rimprovera Dante perché sta scivolando verso il male della selva, mentre dovrebbe scalare il colle che
è principio di felicità. Dante risponde a sua volta con ammirazione, dicendo a Virgilio che lui è il più grande poeta mai vissuto e
dichiarando che è il suo maestro e modello di stile poetico. Si giustifica indicando la lupa come la bestia selvaggia che gli sbarra la
strada, pregando Virgilio di aiutarlo a superarla.
Profezia del veltro (91-111)
Virgilio riprende la parola spiegando a Dante che, se vuole salvarsi la vita, dovrà intraprendere un altro viaggio. Infatti la lupa è
animale particolarmente pericoloso e malefico, incapace di soddisfare la propria fame, che uccide chiunque incontri. Virgilio
profetizza poi la venuta di un «veltro», un cane da caccia che ucciderà la lupa con molto dolore e la ricaccerà nell’Inferno da dove è
uscita. Costui non sarà interessato alle ricchezze materiali ma ai beni spirituali, e la sua patria non sarà nessuna città in particolare.
Egli sarà la salvezza dell’Italia, per la quale già altri personaggi hanno dato la vita, come i troiani Eurialo e Niso, la regina dei Volsci
Camilla, il re dei Rutuli Turno, tutti cantati dallo stesso Virgilio nell’Eneide.
l viaggio di Dante (112-136)
Virgilio conclude dicendo a Dante che dovrà seguirlo in un viaggio che lo condurrà nei tre regni dell’Oltretomba: dapprima lo
condurrà attraverso l’Inferno, dove sentirà le grida disperate dei dannati; poi lo guiderà nel Purgatorio, dove vedrà i penitenti che
sono contenti di espiare le loro colpe per essere ammessi in Paradiso. Qui, però, non sarà Virgilio a fargli da guida: egli non ha
creduto nel Cristianesimo, quindi Dio non può ammetterlo nel regno dei Cieli. Sarà un’altra anima, più degna di lui, a guidare Dante
in Paradiso, ovvero Beatrice. Dante risponde a Virgilio pregandolo di fargli da guida in questo viaggio, poiché è ansioso di vedere la
porta di san Pietro e le pene dei dannati. Virgilio inizia a muoversi e Dante lo segue
Interpretazione complessiva
Il canto I dell’Inferno è di introduzione all’intero poema, presenta quindi la situazione iniziale e spiega le ragioni del viaggio
allegorico: Dante vi compare nella duplice veste di personaggio reale, che in un determinato momento storico si smarrisce in una
selva (a metà della sua vita, quindi nell'anno 1300 quando stava per compiere 35 anni), e in quella di ogni uomo che in questa vita è
chiamato a compiere un percorso di redenzione e purificazione morale per liberarsi dal peccato e guadagnare la beatitudine. Sul
piano allegorico, dunque, la selva rappresenta proprio il peccato (essa è infatti descritta come selvaggia e aspra e forte, spaventosa
al solo ricordo e poco meno amara della morte stessa), mentre su quello letterale è un luogo in cui chi compie un viaggio rischia
realisticamente di smarrirsi per essere uscito dalla diritta via, per cui i lettori del tempo di Dante potevano trovare familiare un
paesaggio simile (all'epoca le zone boscose erano assai estese e selvatiche, come per esempio in Maremma: cfr. Inf., XIII, 7-9).
Altrettanto realistici gli altri elementi del paesaggio simbolico, a cominciare dal colle che allegoricamente raffigura la via alla felicità
terrena, cioè al possesso delle virtù cardinali (fortezza, temperanza, prudenza e giustizia) per le quali la ragione umana è sufficiente,
e che Dante tenta inutilmente di scalare vedendo sorgere il sole dietro la sua vetta (esso rappresenta la via verso la salvezza, oltre
all'ovvia considerazione che il nuovo giorno dissipa le paure della notte e ridona al poeta nuova speranza). Le tre fiere che sbarrano il
passo al poeta e lo ricacciano verso la selva sono invece le tre principali disposizioni peccaminose: la lonza è la lussuria, il leone è la
superbia, la lupa è l’avarizia-cupidigia, secondo una tradizione già attestata dai commentatori medievali, e anch'esse ovviamente
rappresentano tre animali selvaggi che non erano certo impossibili da incontrare in un effettivo viaggio attraverso una foresta
(tranne naturalmente il leone, ma nulla conferma che il viaggio dantesco avvenga in Italia e d'altronde vari interpreti hanno
ipotizzato che questi luoghi si trovino in realtà nei pressi di Gerusalemme, sotto la quale si spalanca la voragine infernale). Più
pericolosa è la lupa-avarizia, radice di tutti i mali e per Dante causa prima del disordine politico e morale che regnava in Italia
all’inizio del Trecento, di cui è simbolo del resto anche la selva, mentre va ricordato che in molti passi del poema egli si scaglia con
forza contro la corruzione del mondo politico ed ecclesiastico del suo tempo, causata principalmente proprio dall'avidità di denaro.
La lupa si rivela un ostacolo insuperabile e Dante lentamente scivola nuovamente verso la selva, cioè il peccato.
La seconda parte del Canto vede come protagonista Virgilio, che sarà la prima guida di Dante nel viaggio ultraterreno e che è
allegoria della ragione umana dei filosofi antichi, guida sufficiente a condurre l’uomo al pieno possesso delle virtù cardinali: egli
giunge in soccorso del poeta in modo inaspettato, come un'apparizione spettrale, tanto che Dante gli chiede timoroso se sia ombra
od omo certo. La risposta del poeta latino è una vera e propria prosopopea, un'elegante auto-presentazione in cui Virgilio non fa
direttamente il proprio nome (sarà Dante a citarlo al termine delle sue parole) e si manifesta come l'autore dell'Eneide, il poema che
era considerato il capolavoro della letteratura latina e il cui protagonista, Enea, è centrale nella tradizione classico-cristiana, in
quanto fondatore della stirpe romana e, indirettamente, di quella Roma che sarà centro dell'Impero e della Chiesa. Virgilio
rimprovera Dante del fatto che non sale il dilettoso monte che è principio di ogni felicità e il poeta fiorentino risponde indicando
Virgilio come il suo maestro, colui da cui ha tratto l'alto stile tragico che gli ha dato la fama, invocando poi il suo aiuto contro la lupa-
avarizia che lo riempie di terrore e costituisce uno sbarramento insuperabile: la successiva risposta di Virgilio si divide in due parti, la
prima delle quali dedicata alla profezia del «veltro» che ricaccerà la lupa nell'Inferno da dove è uscita (per le molte interpretazioni di
questo personaggio si veda oltre), la seconda al viaggio nell'Oltretomba che Dante dovrà affrontare se vuole scampare da questo
loco selvaggio, e in cui sotto la sua guida visiterà Inferno e Purgatorio, mentre se vorrà visitare anche il Paradiso dovrà attendere la
guida di Beatrice, in quanto Virgilio è pagano e non è quindi ammesso nel regno di quel Dio che non ha conosciuto. Allegoricamente
Beatrice raffigura la grazia santificante e la teologia rivelata, che sola può portare l'uomo alla salvezza, mentre è affermata fin
dall'inizio l'insufficienza della ragione naturale, che è in grado di condurre l'uomo al possesso delle virtù cardinali e a una condotta
onesta, ma non di arrivare alla beatitudine eterna: è questa l'ossatura allegorica dell'intero poema e la cosa diverrà chiara già dal
Canto II, in cui Virgilio rievocherà l'incontro con Beatrice nel Limbo e spiegherà che il viaggio di Dante è voluto da Dio, dunque non è
folle in quanto non affrontato col solo ausilio della ragione dei filosofi che Virgilio rappresenta. La scelta di questo personaggio come
guida nella prima parte del viaggio è stata molto discussa, in quanto Dante avrebbe potuto scegliere un filosofo come Aristotele o un
personaggio storico come Catone Uticense, ma Virgilio nel Medioevo era ritenuto un pensatore al pari degli altri grandi filosofi
antichi, inoltre si riteneva che avesse intravisto alcune verità del Cristianesimo e le avesse preannunciate nelle sue opere (specie
nella famosa Egloga IV: cfr. Purg., XXII, in cui Stazio dichiara di essere diventato cristiano grazie alla lettura di quei versi); egli era
anche il principale scrittore dell'età di Augusto, sotto il cui Impero il mondo aveva conosciuto pace e giustizia, indispensabili secondo
il pensiero medievale affinché potesse diffondersi il Cristianesimo, per cui l'autore dell'Eneide era in realtà una scelta quasi
obbligata come maestro e guida di Dante nel viaggio attraverso i primi due regni ultraterreni. È interessante inoltre osservare che
dopo questo primo incontro fra discepolo e maestro si creerà un rapporto di reciproco intenso affetto, per cui Virgilio accudirà
Dante come un figlio e questi ricambierà le cure con profondo rispetto e deferenza, fino al momento della separazione in cui Dante
si abbandonerà a un pianto disperato (Purg., XXX, 40 ss.). Il Canto si chiude con Dante che, pieno di speranza e di buoni propositi, si
accinge a seguire la sua guida per giungere nei luoghi che gli ha preannunciato, salvo poi (all'inizio del Canto seguente) venire
assalito da dubbi e timori, che Virgilio fugherà raccontando del suo incontro con Beatrice.
La profezia del veltro
È una delle più note e oscure della Commedia, evocata da Virgilio che preannuncia la venuta di questo misterioso personaggio
destinato a cacciare e uccidere la lupa-avarizia dall’Italia e dal mondo (il veltro era propriamente un cane usato durante le battute di
caccia, dunque perfettamente in grado di mettersi sulle tracce di un animale selvaggio: cfr. Inf., XIII, 126, come veltri ch'uscisser di
catena). Su di lui sono state avanzate le più disparate ipotesi, che però, tralasciando le più fantasiose, si riducono a un papa (forse un
francescano: il feltro potrebbe alludere al panno del suo saio), a un imperatore (Arrigo VII di Lussemburgo?), a un signore italiano
(Cangrande della Scala?). La questione è complicata anche dall'incerta cronologia della composizione di questo Canto, per cui si
obietta che se Dante scrisse questi versi intorno al 1307 (è questa l'ipotesi più accreditata, mentre altri pensano addirittura che
abbia iniziato la Commedia prima dell'esilio) era in effetti troppo presto perché potesse pensare ad Arrigo VII, che scese in Italia solo
nel 1310-1313, ma anche a Cangrande, che all'epoca aveva appena sedici anni e che il poeta incontrò molto più tardi. Del resto è
innegabile che l'elogio a Cangrande messo in bocca all'avo Cacciaguida in Par., XVII, 76 ss. presenti molti punti di contatto con questa
profezia e fa propendere per tale identificazione, ma occorrerebbe pensare che Dante abbia rimaneggiato il Canto in un secondo
momento e di questo non c'è alcuna conferma diretta nella tradizione manoscritta. Non è poi da escludere che il veltro non fosse da
identificare con un personaggio in particolare e che la profezia sia volutamente ambigua proprio per essere indeterminata, caso non
certo unico nel poema dantesco; chiunque fosse il veltro, Dante si aspettava da lui un profondo rinnovamento sociale e politico in
grado di riportare la giustizia troppo spesso calpestata dagli ecclesiastici corrotti e dagli uomini politici, che è poi la situazione di
degrado morale e disonestà che il poeta denuncia a più riprese nella Commedia, sempre con parole di ferma condanna. Tale profezia
si ricollega forse a quella del «DXV» contenuta nel Canto XXXIII del Purgatorio, dove si dice che un «messo di Dio» ucciderà la
prostituta che simboleggia la Chiesa compromessa con la monarchia di Francia: molti interpreti hanno sostenuto l'identificazione di
questo «DXV» con Arrigo VII e con lo stesso veltro, per quanto di ciò non vi sia alcuna prova certa, ma è evidente che entrambe le
profezie hanno in comune il carattere oscuro ed enigmatico e preannunciano quella palingenesi della società che Dante si attendeva,
e nella quale manifesta una fede incrollabile in più di un passo del poema.

Note e passi controversi


Il v. 1 è stato interpretato da alcuni come in quella metà della vita che si trascorre domendo (Dante racconterebbe una visione avuta
in sogno), ma l'autore si rifà quasi certamente a un passo biblico (Isaia, 38, 10) dove si dice in dimidio dierum meorum vadam ad
portas Inferi, cioè «andrò presso la porta dell'Inferno a metà dei miei giorni». Dante stesso, in Conv., IV, 23 descrive la vita umana
come un arco che inizia a declinare dopo i 35 anni di età, senza contare che descrive il suo viaggio come realmente avvenuto (egli è
andato sensibilimente nell'Aldilà). In Ps., LXXXIX, 10 si legge inoltre che dies annorum nostrorum... septuaginta anni («la vita
dell'uomo dura settant'anni»), per cui è evidente che Dante intende collocare il suo viaggio nella primavera dell'anno 1300.
Al v. 5 selva selvaggia è una paronomasia di forte sapore guittoniano.
Il sonno citato al v. 11 è quello della ragione che conduce al peccato, come spesso indicato nelle Scritture.
Il pianeta del v. 17 è ovviamente il Sole.
Nel v. 27 il che può avere valore di soggetto o di compl. oggetto, quindi il senso può essere la selva, che non lasciò vivere nessuno
oppure la selva, che nessuna persona vivente poté abbandonare. Pare più probabile la prima interpretazione, nel senso che il
peccato provoca la morte dell'anima portando alla dannazione.
Il v. 30 è stato variamente interpretato, ma forse Dante indica semplicemente che, tentando di scalare il colle, il piede più basso è
quello più saldo e quindi l'ascesa è alquanto incerta. Altri pensano che il piede più basso sia il sinistro, simbolo degli appetiti
materiali che frenano Dante sulla strada della salvezza (le due ipotesi non si escludono a vicenda).
I vv. 37-40 indicano che è l'alba e il Sole è in congiunzione con la costellazione dell'Ariete, quella che era con lui al momento della
Creazione fissata tradizionalmente in primavera: l'equinozio primaverile era considerato momento favorevole, quindi anche per
questa ragione Dante si riconforta (l'indicazione permette inoltre di collocare il tempo dell'azione tra marzo e aprile del 1300, come
successivamente verrà meglio precisato).
Le rime ai vv. 44, 46, 48 (-esse / -isse) sono siciliane ed è dunque da respingere la lezione venesse di alcuni mss.
La similitudine ai vv. 55-57 è di solito riferita all'avaro, ma alcuni hanno pensato al giocatore, che si rattrista quando perde tutti i suoi
guadagni.
Il v. 63 (chi per lungo silenzio parea fioco) può significare qualcuno, che a causa del lungo silenzio della luce (penombra) si scorgeva a
malapena, oppure qualcuno, che a causa di un lungo silenzio (poetico) non aveva più voce. Questa seconda ipotesi alluderebbe al
fatto che, dopo Virgilio, nessuno scrisse un poema paragonabile all'Eneide, quindi il poeta latino aveva perso autorevolezza. Le due
interpretazioni possono coesistere.
Ai vv. 68-69 Virgilio si presenta come originario di Mantova (era nativo di Andes, un piccolo villaggio vicino alla città sul Mincio) e
indica i genitori come lombardi, con un anacronismo in quanto il termine Lombardia (che ai tempi di Dante alludeva a tutta l'italia
settentrionale) non esisteva ai tempi dell'antica Roma.
I vv. 73-75 alludono in modo perifrastico ad Enea, figlio di Anchise e protagonista dell'Eneide. Ilion è l'altro nome di Troia.
Noia e gioia (vv. 76, 78) derivano dal provenzale e hanno significato assai più ampio che nella lingua moderna: il primo indica la
piena e perfetta felicità, il secondo l'angoscia e la pena del peccato.
Al v. 84 il volume è sicuramente l'Eneide. Lo bello stilo che ha fatto onore a Dante è lo stile alto e tragico di quel poema, che Dante
ha già usato nelle canzoni dottrinali composte in precedenza e destinate ad essere commentate nel Convivio.
Gli animali (v. 100) cui è detta accoppiarsi la lupa-avarizia sono gli uomini e non i vizi, come fu inteso da alcuni.
Il peltro (v. 103) era una lega di piombo e stagno usata per forgiare le monete, quindi Virgilio dice che il veltro non sarà avido né di
terre né di ricchezze.
Sapienza, amore e virtute (v. 104) indicano le tre Persone della Trinità, ovvero Figlio, Spirito Santo e Padre.
Il v. 105 (e sua nazion sarà tra feltro e feltro), riferito al veltro, è stato variamente interpretato: può riferirsi al feltro delle bandiere
(la sua origine non sarà da una città in particolare), al feltro che foderava l'interno delle urne dov'erano votati i magistrati comunali
(un podestà?), al panno del saio francescano (un papa di quell'Ordine?), a Feltre e Montefeltro (Cangrande della Scala, il cui
territorio era compreso fra quelle città).
Ai vv. 107-108 Virgilio ricorda alcuni personaggi dell'Eneide: Camilla, la regina dei Volsci alleata di Turno e uccisa dall'etrusco Arunte
(XI, 758 ss.); Eurialo e Niso, i due giovani guerrieri troiani uccisi dai Latini mentre cercano di portare un messaggio ad Enea (IX, 177
ss.); lo stesso Turno re dei Rutuli, principale nemico di Enea e da lui ucciso nel finale del poema (XII, 936 ss.). Tutti sono ricordati
come valorosi soldati caduti per il bene dell'Italia e, curiosamente, Turno viene citato tra i due amici Eurialo e Niso, mentre è
interessante notare che due di loro sono troiani, gli altri due nemici di Enea (evidentemente tutti hanno partecipato alla costruzione
della «nazione» italica, anche se schierati su fronti opposti).
Nel v. 117 il verbo grida può avere il senso di invoca, oppure di impreca contro: nel primo caso, più probabile, significa che ogni
dannato invoca la seconda morte, il definitivo annichilimento dell'anima; nel secondo, vuol dire che ogni dannato impreca contro la
seconda morte, intesa come la dannazione.
Il v. 127 crea un'analogia tra Dio e l'Imperatore sulla Terra, che impera (cioè estende la sua autorità) in ogni luogo ma regge
(governa) propriamente solo nel proprio territorio: Dio ha autorità su tutto l'Universo e governa solo nell'Empireo.
La porta di san Pietro (v. 134) è stata intesa come la porta del Paradiso, ma secondo altri è quella del Purgatorio descritta in Purg., IX
e presidiata dall'angelo guardiano che è detto vicario di Pietro.
CANTO II
Testo Parafrasi
Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno l giorno era quasi finito, e l'oscurità toglieva gli animali che sono in
toglieva li animai che sono in terra terra dalle loro fatiche; e io ero il solo che mi preparavo ad
da le fatiche loro; e io sol uno 3 affrontare un cammino angoscioso e terribile, che la mia mente
infallibile descriverà.
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; O muse, o alto ingegno poetico, aiutatemi; o mente, che annotasti
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, quello che hai visto, qui dovrai dare dimostrazione della tua nobiltà.
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: «Poeta che mi guidi, Io cominciai a dire: «Poeta che mi guidi, valuta se la mia virtù è
guarda la mia virtù s’ell’è possente, sufficiente, prima di condurmi in questo arduo viaggio.
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvio il parente, Tu dici che il padre di Silvio (Enea), ancora in vita, andò nell'Aldilà in
corruttibile ancora, ad immortale carne e ossa, con tutto il corpo.
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male Perciò, se il nemico di ogni male (Dio) fu cortese verso di lui, l'uomo
cortese i fu, pensando l’alto effetto e i suoi meriti non sembrano indegni a un uomo dotato di intelletto,
ch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale, 18 se si pensa all'alto effetto che doveva essere prodotto da lui; infatti
egli fu scelto nell'Empireo come fondatore della nobile Roma e del
non pare indegno ad omo d’intelletto; suo impero:
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, e Roma e il suo impero, a dire la verità, furono stabiliti come la
fu stabilita per lo loco santo santa sede dove risiede il successore del primo papa (Pietro).
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto, Grazie a questo viaggio che tu narri, Enea sentì cose che lo
intese cose che furon cagione portarono poi alla vittoria e produssero il manto papale (la nascita
di sua vittoria e del papale ammanto. 27 della Chiesa).

Andovvi poi lo Vas d’elezione, Vi andò poi (nell'Aldilà) ilo strumento della scelta (san Paolo), per
per recarne conforto a quella fede rendere salda quella fede che è principio alla via della salvezza.
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io perché venirvi? o chi ’l concede? Ma io perché dovrei andarci? chi lo concede? Io non sono Enea, né
Io non Enea, io non Paulo sono: san Paolo; né io né nessun altro mi ritiene all'altezza di questo
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33 compito.

Per che, se del venire io m’abbandono, Perciò, se accetto di seguirti, temo che il mio viaggio sia una follia.
temo che la venuta non sia folle. Sei saggio, comprendi meglio di come io possa spiegare».
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle E come colui che non vuole più ciò che voleva, e cambia idea a causa
e per novi pensier cangia proposta, di nuovi pensieri, cosicché recede totalmente dai suoi propositi, così
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39 divenni io in quei luoghi oscuri, perché pensandoci sopra posi fine
all'impresa che fu così rapida all'inizio.
tal mi fec’io ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42
«S’i’ ho ben la parola tua intesa», L'ombra di quel nobile uomo rispose così: «Se io ho capito bene le
rispuose del magnanimo quell’ombra; tue parole, la tua anima è vittima di viltà, la quale molte volte
«l’anima tua è da viltade offesa; 45 opprime l'uomo e lo fa desistere da un'impresa onorevole, proprio
come una falsa immagine fa imbizzarrire una bestia quando si
la qual molte fiate l’omo ingombra adombra.
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve, Affinché tu ti liberi da questi timori, ti dirò perché sono venuto qui e
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi quello che sentii nel primo momento che provai per te dolore.
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi, Io ero tra le anime sospese del Limbo, e mi chiamò una donna tanto
e donna mi chiamò beata e bella, beata e tanto bella che le chiesi di comandarmi.
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella; I suoi occhi erano più lucenti di una stella e lei iniziò a parlarmi con
e cominciommi a dir soave e piana, tono dolce e soave, con una voce che sembrava il linguaggio di un
con angelica voce, in sua favella: 57 angelo:

"O anima cortese mantoana, "O nobile anima mantovana, di cui la fama ancora perdura nel
di cui la fama ancor nel mondo dura, mondo e durerà tanto quanto il mondo, colui che mi amò in modo
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60 disinteressato (Dante) sul pendio deserto di un colle è impedito a tal
punto che si è voltato indietro per paura;
l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito, e temo che sia già smarrito a tal punto che io mi sono mossa troppo
ch’io mi sia tardi al soccorso levata, tardi per soccorrerlo, per quello che ho sentito su di lui in cielo.
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata Ora muoviti, e con la tua parola elegante, e con ciò che è necessario
e con ciò c’ha mestieri al suo campare per la sua salvezza, aiutalo in modo che io ne sia consolata.
l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata. 69
Io che ti faccio andare sono Beatrice; vengo da dove desidero
I’ son Beatrice che ti faccio andare; tornare; l'amore mi ha fatto venire qui a parlarti.
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72
Quando sarò davanti a Dio, spesso loderò il tuo nome". Allora
Quando sarò dinanzi al segnor mio, tacque e io risposi:
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75
"O donna virtuosa, l'unica per cui la specie umana si eleva al di
"O donna di virtù, sola per cui sopra di tutto ciò che si trova sotto il cielo della Luna, la tua
l’umana spezie eccede ogne contento richiesta mi trova così d'accordo che se anche avessi giù ubbidito
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, 78 sarebbe tardi; non devi fare altro che dirmi quello che vuoi.

tanto m’aggrada il tuo comandamento,


che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo' ch'aprirmi il tuo talento. 81
Ma dimmi il motivo per cui non hai timore nello scendere quaggiù,
Ma dimmi la cagion che non ti guardi all'Inferno, dal luogo più ampio dove desideri tornare".
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi". 84
Lei mi rispose: "Poiché vuoi maggiori dettagli, ti spiegherò in breve il
"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, motivo per cui non temo di venire qua dentro.
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch’io non temo di venir qua entro. 87
Si devono temere soltanto quelle cose che hanno il potere di fare
Temer si dee di sole quelle cose male agli altri; le altre no, poiché non sono spaventose.
c’hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90
Io sono resa da Dio, bontà sua, tale che la vostra miseria non mi
I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, tocca e nessuna fiamma dell'Inferno può danneggiarmi.
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto incendio non m’assale. 93
Nel cielo c'è una donna nobile (Maria) che si duole di questo
Donna è gentil nel ciel che si compiange impedimento per il quale chiedo il tuo aiuto, così che infrange il
di questo ’mpedimento ov’io ti mando, duro giudizio divino.
sì che duro giudicio là sù frange. 96
Costei chiese di parlare a Lucia e le disse: - Ora il tuo fedele ha
Questa chiese Lucia in suo dimando bisogno di te e io a te lo raccomando -.
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99
Lucia, nemica di ogni uomo crudele, si mosse e venne là dove io ero,
Lucia, nimica di ciascun crudele, seduta accanto all'antica Rachele.
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102
Mi disse: - Beatrice, autentica lode di Dio, perché non soccorri colui
Disse: - Beatrice, loda di Dio vera, che ti amò al punto da elevarsi al di sopra della schiera volgare?
ché‚ non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105
Non senti l'angoscia del suo pianto? non vedi la morte che combatte
non odi tu la pieta del suo pianto? sul gorgo tempestoso del peccato? -
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? - 108
Al mondo non ci furono mai persone tanto rapide a perseguire il loro
Al mondo non fur mai persone ratte vantaggio o a fuggire il loro danno, quanto io, dopo aver udito
a far lor pro o a fuggir lor danno, quelle parole, venni quaggiù dal mio scanno celeste, affidandomi
com’io, dopo cotai parole fatte, 111 alle tue parole nobili che onorano te e quelli che le hanno udite".

venni qua giù del mio beato scanno,


fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno". 114
Dopo che mi ebbe detto questo, girò gli occhi che brillavano per il
Poscia che m’ebbe ragionato questo, pianto, il che mi indusse a venire più presto;
li occhi lucenti lagrimando volse;
per che mi fece del venir più presto; 117
e venni da te come lei volle; ti soccorsi da quella belva (la lupa) che
e venni a te così com’ella volse; ti impedì una facile ascesa al colle.
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120
Allora che c'è? perché, perché resti qui? perché coltivi in cuore tanta
Dunque: che è? perché, perché restai? viltà? perché non hai coraggio e determinazione, visto che queste
perché tanta viltà nel core allette? tre donne benedette si preoccupano per te nella corte celeste e le
perché ardire e franchezza non hai? 123 mie parole ti promettono ogni bene?»

poscia che tai tre donne benedette


curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?». 126
Come dei fiorellini chiusi e rivolti in basso dal gelo notturno si
Quali fioretti dal notturno gelo drizzano tutti aperti sul loro stelo, dopo che il sole li ha illuminati,
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca così feci io con la mia stanca virtù, e al cuore mi venne tanto
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129 coraggio che iniziai a dire, come persona rinfrancata:
tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132
«Oh donna pietosa che mi soccorse, e tu cortese che obbedisti
«Oh pietosa colei che mi soccorse! subito alle parole autentiche che ti disse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135
Tu, con le tue parole, mi hai disposto il cuore al desiderio di venire,
Tu m’hai con disiderio il cor disposto al punto che che sono tornato al primo proposito.
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138
Adesso va, poiché entrambi vogliamo la stessa cosa: tu sei la mia
Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: guida, il mio signore, il mio maestro». Così gli dissi, e dopo che si fu
tu duca, tu segnore, e tu maestro». messo in cammino intrapresi il percorso arduo e selvaggio.
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro. 142

Argomento del Canto


Dubbi di Dante sul viaggio. Virgilio gli spiega che Beatrice gli ha fatto visita nel Limbo ed è stata a sua volta inviata dalla Vergine e da
santa Lucia. Dante si riconforta.
È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

Proemio della Cantica (1-9)


Sta calando la notte e Dante, che segue Virgilio lungo la strada che li condurrà alla porta dell’Inferno, è il solo che si prepara a un
percorso irto di difficoltà mentre tutte le altre creature riposano. Il poeta invoca l’assistenza delle Muse, perché lo aiutino a
ricordare ciò che ha visto nel corso del suo viaggio.
Dubbi di Dante (10-42)
Dante si rivolge a Virgilio e gli esprime tutti i suoi dubbi sull’impresa che sta per affrontare. Ricorda che lo stesso Virgilio cantò di
Enea, il quale fu protagonista di una discesa agli inferi quando era ancora vivo: egli però avrebbe contribuito alla fondazione di
Roma, centro dell’impero romano e poi sede del Papato, quindi non è sorprendente che Dio gli abbia concesso un tale privilegio.
Anche San Paolo compì un viaggio nel mondo ultraterreno, al fine di corroborare la fede nella religione cristiana di cui era zelante
apostolo. Ma Dante non è Enea, né San Paolo, quindi chi gli concede di intraprendere un viaggio simile? Egli ha dunque cambiato
idea e vorrebbe recedere dal proposito che ha assunto con tanta sicurezza alla fine del canto precedente.

Il racconto di Virgilio: l'incontro con Beatrice (43-74)


Virgilio risponde accusando Dante di viltà, rinfacciandogli di aver paura proprio come una bestia che si spaventa vedendo la propria
ombra. Per convincerlo della necessità di compiere il viaggio, gli spiega chi lo ha inviato in suo soccorso: egli si trovava nel Limbo, tra
le anime sospese, quando comparve a lui l’anima di una donna bellissima, dagli occhi lucenti come una stella e che parlava con voce
soave, al punto che lui le chiese di comandargli cosa volesse. La donna si era rivolta a lui come al più grande poeta mai vissuto e gli
aveva chiesto di soccorrere Dante, l’uomo che lei aveva amato in modo disinteressato: Dante era alle prese con le tre fiere e stava
per tornare indietro dalla paura, quindi l’aiuto di Virgilio era quanto mai necessario. La donna si era presentata come Beatrice e
aveva detto di provenire dal Paradiso.

Il racconto di Beatrice: le tre donne benedette (75-120)


Virgilio racconta che aveva chiesto a Beatrice perché lei non temesse di scendere nell’Inferno, in mezzo alle anime dannate. La
donna aveva risposto che, essendo beata, non doveva temere la miseria dei dannati perché non in grado di nuocerle. In Cielo la
Vergine si era commossa all’idea che Dante corresse pericoli nella selva, quindi aveva incaricato santa Lucia di intervenire in suo
favore. Lucia si era rivolta a Beatrice, che sedeva accanto allo scanno di Rachele, e le aveva spiegato che Dante, l’uomo da lei amato,
lottava con la morte trascinato in basso dal peccato. Beatrice era stata allora rapida nel lasciare il Paradiso e nel venire a chiedere
aiuto a Virgilio: aveva terminato il suo racconto piangendo, cosa che aveva spinto il poeta latino a correre nella selva per portare il
suo soccorso a Dante.
L'esortazione di Virgilio (121-142)
Terminato il suo racconto, Virgilio si rivolge nuovamente a Dante per spronarlo a vincere i suoi dubbi. Fa leva sul fatto che tre donne
benedette (Maria, Lucia e Beatrice stessa) si curano di lui in Cielo, quindi deve superare la sua paura e riacquistare forza e coraggio.
Le parole di Virgilio hanno il loro effetto: Dante si rinvigorisce proprio come dei fiorellini che il gelo notturno ha chiuso e che sono
riaperti dal sole del mattino. Il poeta si rivolge di nuovo a Virgilio ringraziandolo per aver risposto sollecitamente al richiamo di
Beatrice, e felicitandosi del fatto che la donna si sia presa a cuore la sua vicenda terrena. Ora Dante è tornato al proposito iniziale:
prega Virgilio di continuare a guidarlo, quindi lo segue con rinnovato slancio.
Interpretazione complessiva
Il Canto II è in realtà il primo della Cantica ed è per questo che si apre con il proemio, ovvero l'enunciazione del tema e l'invocazione
alle Muse che dovranno assistere Dante nel racconto del viaggio compiuto nell'Oltretomba: rispetto al proemio delle altre due
Cantiche, più ampie e con l'appello a Calliope (Purg., I, 1-12) e ad Apollo (Par., I, 1-36), qui Dante si limita ad invocare in modo
generico l'assistenza delle Muse, da intendersi come personificazione di Dio al pari di Apollo, e a manifestare l'intenzione di
descrivere in modo veritiero la sostanza delle cose viste durante il viaggio. Il tramonto e il calare delle tenebre fanno nascere nel
poeta nuovi dubbi, che non esita a manifestare alla sua guida Virgilio.
Dante non si sente all'altezza della missione di cui è investito e cita gli esempi di Enea e san Paolo, entrambi protagonisti di un
viaggio nell'Aldilà (Enea era sceso agli Inferi per parlare col padre Anchise, come spiegato da Virgilio stesso nel libro VI dell'Eneide,
mentre Paolo era stato rapito nel III Cielo, come narrato in II Cor., XII, 2-4). Sono due figure centrali nella tradizione classico-cristiana,
in quanto Enea è legato alla successiva fondazione di Roma, futuro centro dell'Impero romano e destinata a diventatare sede del
Papato, mentre san Paolo è l'Apostolo che più di ogni altro contribuì a diffondere il Cristianesimo nel mondo e a fissarne i primi
fondamenti teologici, protagonista tra l'altro di un parallelismo con la figura di Dante che diverrà via via più evidente specie verso la
conclusione della III Cantica (cfr. in particolare i Canti XV, XXVI e XXVIII del Paradiso). Dante è stato in realtà scelto dalla grazia divina
per l'altissimo compito di andare nell'Oltretomba da vivo e riferire, una volta tornato sulla Terra, tutto quello che ha visto (come
l'avo Cacciaguida gli spiegherà nel Canto XVII del Paradiso), in virtù di un privilegio che deriva dai suoi meriti intellettuali e poetici,
ma in questo momento il confronto coi due modelli precedenti lo riempie di timore e lo induce a recedere dal proposito che alla fine
del Canto precedente aveva assunto con eccessiva sicurezza. La paura di Dante è che il viaggio nell'Aldilà sia folle, non autorizzato
dal volere divino e foriero quindi di pericoli sul piano della salvezza, nel che è forse da ravvisare un riferimento al cosiddetto
«traviamento» del poeta che lo ha portato a smarrirsi nella selva oscura (si veda in proposito la Guida al Canto XXVI dell'Inferno e al
XXX del Purgatorio).
Virgilio lo accusa subito di viltà e lo paragona a una bestia che si adombra per dei pericoli inconsistenti, in quanto il suo viaggio è
voluto da Dio e quindi il poeta non ha nulla da temere: per convincerlo di questo il poeta latino inizia un lungo flashback, in cui
rievoca il suo incontro nel Limbo con Beatrice che è chiaramente da interpretare come allegoria della grazia e della teologia rivelata,
senza il cui ausilio è impossibile per l'uomo raggiungere la salvezza eterna (infatti Virgilio, allegoria della ragione naturale dei filosofi
antichi, condurrà Dante solo fino alla vetta del Paradiso Terrestre, per scomparire al momento dell'arrivo di Beatrice, come già
anticipato nel Canto I). La donna è descritta coi tipici attributi della donna-angelo dello Stilnovo e Virgilio riferisce il discorso con cui
lei gli chiede di soccorrere Dante, una sorta di suasoria classica con tanto di captatio benevolentiae: ella lo elogia per i suoi meriti di
poeta e la fama destinata a durare fino alla fine dei tempi, quindi gli descrive i pericoli corsi da Dante nella selva dove è impedito nel
suo cammino dalle tre fiere, che come sappiamo simboleggiano le tre disposizioni peccaminose che ostacolano l'uomo nel suo
percorso di redenzione. Si presenta come Beatrice, venuta espressamente dal Cielo per invocare l'aiuto in favore del suo amico
Dante, e sollecita l'intervento di Virgilio con la sua parola ornata, con l'aiuto quindi della sua poesia e delle sue capacità retoriche,
promettendo infine di lodare il poeta antico presso Dio quando sarà tornata al Suo cospetto. L'episodio ha un importante significato
allegorico, in quanto chiarisce che il viaggio di Dante ha, sì, come guida la ragione naturale, ma essa è subordinata alla grazia
santificante che è raffigurata da Beatrice e senza la quale ogni percorso di purificazione morale è destinato a fallire; non a caso
Virgilio saluta Beatrice come la donna grazie alla quale solamente la specie umana può sollevarsi al di sopra del mondo terreno e
sublunare, quindi come la virtù in grado si condurre l'uomo alla salvezza eterna (in quanto teologia rivelata, infatti, Beatrice
condurrà Dante al possesso delle tre virtù teologali, ignote a Virgilio in quanto pagano e relegato nel Limbo).
La stessa Beatrice opera un flashback narrando il fatto che santa Lucia, a sua volta inviata dalla Vergine Maria, l'aveva sollecitata a
salvare Dante (alcuni commentatori hanno visto un senso allegorico anche in queste due figure, che indicherebbero rispettivamente
la grazia illuminante e la grazia preveniente): Lucia era comunque una santa cui Dante doveva essere devoto in quanto protettrice
della vista, poiché il poeta aveva sofferto di una grave malattia agli occhi come lui stesso racconta nel Convivio (III, 9, 15-16). In ogni
caso nel racconto di Beatrice appare chiaro che il viaggio di Dante è voluto da Dio e la «trafila» delle tre donne benedette rimarca il
fatto che il suo percorso è tutt'altro che folle, dal momento che il suo destino è oggetto della più ansiosa sollecitudine da parte
nientemeno che della Vergine, nei confronti della quale Dante manifesta un particolare culto (cfr. Par., XXIII, 88-90 e XXXIII, 1-39).
L'amore di Beatrice per il poeta l'ha spinta a lasciare subito il suo beato scanno e a scendere addirittura nell'Inferno, benché ella
spieghi a Virgilio che questo luogo non può farle paura in quanto incapace di arrecarle danno (è un riferimento alla paura
inconsistente di Dante, i cui timori non hanno ragion d'essere), e la donna pone fine al suo accorato discorso rivolgendo al poeta
latino gli occhi velati di lacrime, il che l'ha indotto a giungere quanto prima in aiuto a Dante. Il richiamo di Virgilio e, soprattutto, il
ricordo di Beatrice hanno su Dante un effetto immediato, così che il poeta prega il suo maestro di proseguire immediatamente il
viaggio, simile a un fiore che il freddo notturno ha chiuso e che si riapre alle prime luci del mattino (la similitudine è rovesciata
rispetto all'ora del giorno, visto che sulla Terra sta calando il buio): questo avverrà anche in altre occasioni, allorché Dante sarà preso
da dubbi o verrà scoraggiato dalle difficoltà del cammino, specialmente durante la discesa all'Inferno ma anche (come vedremo) in
occasione della faticosa ascesa del Purgatorio, quando Virgilio in più circostanze rimanderà il discepolo alle spiegazioni più precise e
puntuali di Beatrice che lo attende sulla vetta del monte.
Note e passi controversi
I vv. 1-3 riecheggiano alcuni passi virgiliani, quali ad esempio Aen., III, 147 (Nox erat, et terris animalia somnus habebat), ma anche
IV, 522-528, VIII, 26-27, ecc.
Il v. 13 indica Enea come padre di Silvio, il figlio avuto da Lavinia. L'avversario d'ogne male (v. 16) è naturalmente Dio.
Nel v. 18 e 'l chi e 'l quale sono soggetti di pare e vuol dire che Enea, come persona e come meriti, non pare indegno di aver ricevuto
il privilegio di scendere agli Inferi.
Il maggior Piero (v. 24) è san Pietro, primo papa, e il suo successor è il pontefice che ha sede a Roma.
Lo vas d'elezione (v. 28) è san Paolo, così definito in Act. Ap., IX, 15 (l'espressione significa letteralmente «strumento della scelta»). Il
viaggio in Cielo cui si riferisce Dante è narrato da Paolo stesso in II Cor., XII, 2-4, dove si dice che il santo fu rapito in estasi e portato
al III Cielo.
Al v. 35 temo che... non significa «temo che» ed è costruzione alla latina (timeo ne; cfr. v. 64).
Al v. 44 ombra, sostantivo, è in rima equivoca con ombra, verbo (v. 48).
Alcuni commentatori pensano che al v. 55 Virgilio voglia dire che gli occhi di Beatrice splendono più della «stella diana», cioè di
Venere, ma forse è un riferimento generico. Per l'espressione, cfr. Cavalcanti, XLVI, vv. 1-2: In un boschetto trova' pasturella / più
che la stella - bella, al mi' parere.
Nel v. 60 lontana è certamente aggettivo, non voce del verbo lontanare (alcuni mss. leggono moto al posto di mondo). Beatrice vuol
dire che la fama di Virgilio è destinata a durare quanto durerà il mondo.
Il v. 61 (l'amico mio, e non de la ventura) vuole dire colui che mi amò in modo disinteressato, non quindi per motivi materiali legati
alla ventura (fortuna).
Il ciel c'ha minor li cerchi sui (v. 78) è quello della Luna, il più basso e vicino alla Terra, al di sotto del quale vi è il mondo materiale:
Virgilio intende dire che Beatrice, allegoria della grazia, è la sola in grado di elevare l'uomo al di sopra di esso.
Alcuni mss. leggono il v. 81 più non t'è uopo aprirmi il tuo talento («non hai più bisogno di dirmi quello che vuoi», in quanto Beatrice
ha effettivamente espresso la sua richiesta a Virgilio), ma è lezione facile e perciò trascurata.
I vv. 88-90 si rifanno a un principio aristotelico, noto a Dante attraverso la filosofia di san Tommaso d'Aquino, e il riferimento è anche
alle paure espresse da Dante all'inizio e altrettanto inconsistenti.
Il v. 96 si riferisce a Maria e indica la sua propensione a intercedere presso Dio in favore dei fedeli.
Beatrice riprenderà il suo seggio nella rosa dei beati accanto a Rachele (v. 102) in Par., XXXI, 52 ss.; cfr. anche XXXII, 7-9.
Il v. 108 (su la fiumana ove 'l mar non ha vanto) ha dato filo da torcere agli interpreti: lett. vuole dire sul fiume, nel punto in cui il
mare non ha potere, quindi sulla foce. Allegoricamente si può interpretare come il fiume del peccato, che trascina nella sua corrente
che è più rapinosa nei pressi della foce, quindi santa Lucia vuol dire che Dante è nel gorgo tempestoso del peccato e rischia la
dannazione. Certamente il fiume non è l'Arno, né l'Acheronte.
Al v. 116 volse (da «volgere») è in rima equivoca con volse al v. 118 (da «volere»).
La fiera citata da Virgilio al v. 119 è la lupa (Canto I, 49 ss.).
Ai vv. 121-123 Virgilio rivolge a Dante un pressante appello, usando anche l'anafora di Perché?
CANTO III
Testo Parafrasi
"Per me si va ne la città dolente, "Attraverso me si entra nella città del dolore, attraverso me si va nel
per me si va ne l’etterno dolore, dolore eterno, attraverso me si va tra le anime perdute (dannati).
per me si va tra la perduta gente. 3

Giustizia mosse il mio alto fattore: La giustizia ha fatto agire il mio alto Creatore (Dio): mi hanno
fecemi la divina podestate, costruito la potestà divina (Padre), la somma sapienza (Figlio) e il
la somma sapienza e ’l primo amore. 6 primo amore (Spirito Santo).

Dinanzi a me non fuor cose create Prima di me non fu creato nulla, se non eterno, e io durerò
se non etterne, e io etterno duro. eternamente. Lasciate ogni speranza, voi che entrate qui".
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". 9

Queste parole di colore oscuro Io vidi queste parole scritte con colore (o senso) oscuro in cima a
vid’io scritte al sommo d’una porta; una porta, per cui dissi: «Maestro, non ne capisco il senso».
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». 12

Ed elli a me, come persona accorta: Ed egli mi rispose, come persona saggia:«Qui è necessario
«Qui si convien lasciare ogne sospetto; abbandonare ogni esitazione, e non bisogna essere vili.
ogne viltà convien che qui sia morta. 15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto


che tu vedrai le genti dolorose Noi siamo giunti nel luogo dove, come ti ho detto, vedrai le anime
c’hanno perduto il ben de l’intelletto». 18 dannate che hanno perduto la luce dell'intelligenza divina».

E poi che la sua mano a la mia puose


con lieto volto, ond’io mi confortai, E dopo che mi ebbe preso per mano, con volto sorridente che mi
mi mise dentro a le segrete cose. 21 confortò, mi fece entrare in quel luogo separato dal mondo dei vivi
(all'Inferno).
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle, Qui sospiri, pianti e alti lamenti risuonavano in quell'aria priva di
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24 stelle, in modo tale che all'inizio ne piansi.

Diverse lingue, orribili favelle,


parole di dolore, accenti d’ira, Lingue strane, pronunce orribili, parole di dolore, imprecazioni d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27 voci acute e flebili, e un suono di mani insieme ad esse creavano un
frastuono, che rimbomba di continuo in quell'aria eternamente
facevano un tumulto, il qual s’aggira oscura, proprio come la sabbia quando soffia la tempesta.
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30

E io ch’avea d’error la testa cinta,


dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? E io, che avevo la testa piena di dubbi, dissi: «Maestro, che cos'è
e che gent’è che par nel duol sì vinta?». 33 quello che sento? e chi sono costoro che sembrano così sopraffatti
dal dolore?»
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro Lui mi rispose: «Questa è la misera condizione delle anime tristi di
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36 quelli che vissero senza infamia e senza meriti.

Mischiate sono a quel cattivo coro


de li angeli che non furon ribelli Sono mescolate a quell'insieme spregevole degli angeli che non si
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39 ribellarono a Dio, né gli rimasero fedeli, ma furono neutrali.

Caccianli i ciel per non esser men belli,


né lo profondo inferno li riceve, I cieli li cacciano per non perdere la loro bellezza, né l'Inferno li
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». 42 accoglie nelle sue profondità, poiché i dannati (rei) potrebbero
ricevere alcuna gloria dalla loro presenza».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?». E io: «Maestro, che cosa è tanto fastidioso per loro, da farli
Rispuose: «Dicerolti molto breve. 45 lamentare così forte?» Mi rispose: «Te lo dirò molto brevemente.

Questi non hanno speranza di morte


e la lor cieca vita è tanto bassa, Queste anime non possono sperare di morire, e la loro attuale
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte. 48 condizione è tanto spregevole che invidiano qualunque altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;


misericordia e giustizia li sdegna: Il mondo non lascia che ci sia di loro alcun ricordo; la misericordia e
non ragioniam di lor, ma guarda e passa». 51 la giustizia divina li sdegnano; non perdiamo tempo a parlare di
loro, ma da' una rapida occhiata e passa oltre».
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta, E io, guardando, vidi una insegna che, girando su se stessa, correva
che d’ogne posa mi parea indegna; 54 tanto rapidamente che mi sembrava non dovesse fermarsi mai;

e dietro le venìa sì lunga tratta e dietro di essa veniva una fila di anime tanto lunga, che non avrei
di gente, ch’i’ non averei creduto mai creduto che la morte ne avesse disfatte tante (che ci fossero
che morte tanta n’avesse disfatta. 57 stati tanti defunti).

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, Dopo che ebbi riconosciuto qualcuno di loro, vidi e riconobbi l'ombra
vidi e conobbi l’ombra di colui di colui che per viltà fece il grande rifiuto.
che fece per viltade il gran rifiuto. 60

Incontanente intesi e certo fui Capii all'istante e fui certo che questa era la schiera dei vili che
che questa era la setta d’i cattivi, spiacevano tanto a Dio quanto ai suoi nemici (diavoli).
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi, Questi sciagurati, che non vissero mai veramente, erano nudi e
erano ignudi e stimolati molto punti continuamente da mosconi e vespe tutt'intorno.
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66

Elle rigavan lor di sangue il volto, Esse facevano sanguinare il loro volto, che cadeva a terra frammisto
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi a lacrime ed era raccolto da vermi ripugnanti.
da fastidiosi vermi era ricolto. 69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, E quando spinsi il suo sguardo oltre, vidi delle anime sulla sponda di
vidi genti a la riva d’un gran fiume; un grande fiume; allora dissi: «Maestro, ora concedimi di sapere chi
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi 72 sono quelle anime, e quale istinto le fa sembrare così ansiose di
passare dall'altra parte, proprio come mi sembra di vedere nella
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume poca luce».
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’io discerno per lo fioco lume». 75

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte Ed egli mi rispose: «Le cose ti saranno chiare quando noi
quando noi fermerem li nostri passi giungeremo sulla triste sponda del fiume Acheronte».
su la trista riviera d’Acheronte». 78

Allor con li occhi vergognosi e bassi, Allora, abbassando gli occhi con vergogna, nel timore che parlando
temendo no ’l mio dir li fosse grave, potessi dargli fastidio, non pronunciai parola fino al fiume.
infino al fiume del parlar mi trassi. 81

Ed ecco verso noi venir per nave Ed ecco che un vecchio, dal volto coperto da una barba bianca,
un vecchio, bianco per antico pelo, veniva verso di noi su una barca, gridando: «Guai a voi, anime
gridando: «Guai a voi, anime prave! 84 malvagie!

Non isperate mai veder lo cielo: Non sperate di poter mai vedere il cielo: io vengo per condurvi
i’ vegno per menarvi a l’altra riva all'altra sponda, nelle tenebre eterne, tra le fiamme e il ghiaccio.
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87
E tu che sei lì, anima viva, allontànati da costoro che sono morti».
E tu che se’ costì, anima viva, Ma poiché vide che io non me ne andavo, disse: «Tu giungerai
pàrtiti da cotesti che son morti». all'approdo per un'altra via, per altri porti, non certo qui per passare
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90 (nell'Aldilà); è stabilito che ti porterà una nave più leggera della
mia».
disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti». 93
E il maestro gli disse: «Caronte, non ti angustiare: si vuole così lassù
E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: (in cielo) dove è possibile tutto ciò che si vuole, quindi non dire
vuolsi così colà dove si puote altro».
ciò che si vuole, e più non dimandare». 96
Da lì in avanti si acquietarono le guance coperte di pelo del
Quinci fuor quete le lanose gote traghettatore di quella sozza palude, il quale aveva gli occhi
al nocchier de la livida palude, circondati da ruote di fiamme.
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99
Ma quelle anime, che erano nude e prostrate, cambiarono colore e
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude, batterono i denti, appena udirono le sue parole crude.
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102
Bestemmiavano Dio e i loro genitori, la specie umana, il luogo, il
Bestemmiavano Dio e lor parenti, momento e il seme del loro concepimento e della loro nascita.
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105
Poi si portarono tutte insieme, piangendo disperati, alla sponda del
Poi si ritrasser tutte quante insieme, fiume infernale che attende ogni uomo che non teme Dio.
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108
Il demonio Caronte, con gli occhi fiammeggianti come brace,
Caron dimonio, con occhi di bragia, facendo loro dei cenni le raccoglie tutte; batte col suo remo
loro accennando, tutte le raccoglie; qualunque di essi che si stenda (sul fondo della barca).
batte col remo qualunque s’adagia. 111
Come d'autunno cadono le foglie, una dopo l'altra, finché il ramo
Come d’autunno si levan le foglie vede a terra tutte le sue vesti, allo stesso modo la cattiva
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo discendenza di Adamo (i dannati) si getta da quella riva ad una ad
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114 una, rispondendo ai cenni di Caronte, come un uccello risponde al
richiamo.
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117
Così vanno lungo le acque scure del fiume, e prima che siano scese
Così sen vanno su per l’onda bruna, dall'altra parte, di qua si è accalcata un'altra schiera.
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120
«Figlio mio,» disse il nobile maestro, «tutti quelli che muoiono in
«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, disgrazia si radunano qui da tutto il mondo:
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese: 123
e sono ansiosi di passare il fiume, poiché la giustizia di Dio li sprona
e pronti sono a trapassar lo rio, e fa sì che il timore si trasformi in desiderio.
ché‚ la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126
Di qui non passa nessun'anima che sia buona, perciò, se Caronte si
Quinci non passa mai anima buona; lamenta di te, ormai puoi capire cosa significano le sue parole (che
e però, se Caron di te si lagna, sei destinato alla salvezza)».
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». 129
Alla fine di ciò, quei luoghi oscuri tremarono così forte che, dalla
Finito questo, la buia campagna paura, il solo ricordo mi bagna di sudore.
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132
La terra bagnata di lacrime produsse un vento, il quale fece
La terra lagrimosa diede vento, lampeggiare una luce rossastra che sopraffece ogni mio senso; e
che balenò una luce vermiglia caddi come l'uomo preso da sonno (svenni).
la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia. 136

Argomento del Canto


Dante e Virgilio giungono alla porta dell'Inferno. Ingresso nell'Antinferno, dove incontrano gli ignavi (tra loro Celestino V). Incontro
con Caronte, taghettatore dei dannati sul fiume Acheronte. Terremoto e svenimento di Dante.
È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

La porta dell'Inferno (1-21)


Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui campeggia una scritta di colore scuro. Essa mette in guardia chi sta
per entrare, ammonendo che tale porta durerà in eterno e che una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro. Dante non ne
afferra subito il senso e Virgilio lo ammonisce a sua volta a non aver paura e a prepararsi all'ingresso nell'Inferno, tra le anime
dannate. Quindi il poeta latino prende amorevolmente Dante per mano e lo conduce attraverso la porta.

Gli ignavi. Celestino V (22-69)


Picture
Ritratto di Celestino V
Una volta varcata la soglia, Dante sente un orribile miscuglio di urla, parole d'ira, strane lingue che lo spingono a piangere in quel
luogo buio e oscuro. Dante chiede a Virgilio chi emetta quegli orribili suoni e il maestro spiega che sono gli ignavi, le anime di coloro
che non si schierarono né dalla parte del bene né da quella del male e che ora risiedono nel Vestibolo dell'Inferno. Sono mescolate
agli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero; le anime degli ignavi sono tanto misere che secondo Virgilio non sono
degne di essere guardate da Dante troppo a lungo.
Dante vede che le anime corrono dietro un'insegna senza significato, che gira vorticosamente su se stessa. Formano una schiera
infinita e tra esse Dante crede di riconoscere papa Celestino V, che per viltà rinunciò al soglio pontificio. Il poeta è sicuro che questi
siano proprio gli ignavi, che spiacquero tanto a Dio quanto ai suoi nemici: essi sono punti e tormentati da vespe e mosconi, che gli
fanno colare il sangue dal volto, il quale cade a terra mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da vermi ripugnanti.
Il fiume Acheronte. Caronte (70-105)
Poco dopo i due poeti giungono nei pressi di un grande fiume (l'Acheronte), sulla cui sponda sono accalcate le anime dannate. Dante
è ansioso di sapere da Virgilio chi siano quelle anime e cosa le renda in apparenza pronte a varcare il fiume, ma il maestro risponde
che avrà tutte le risposte quando raggiungeranno l'Acheronte. Dante prosegue senza aggiungere altro e poco dopo vede giungere
Caronte, il traghettatore dei dannati, che rema verso di loro a bordo di una barca: è un vecchio dalla barba bianca, che grida
minaccioso alle anime di essere venuto a prenderle per portarle all'Inferno, tra le pene eterne.
Caronte si rivolge poi a Dante e lo invita ad andarsere, essendo ancora vivo; aggiunge anche che Dante dopo la morte non andrà lì,
bensì in Purgatorio. Il demone è zittito da Virgilio, che gli ricorda che il viaggio di Dante è voluto da Dio e lui non può opporsi. A quel
punto il nocchiero, che ha gli occhi circondati di fiamme, tace, mentre le anime tremano di terrore e bestemmiano Dio, i loro
genitori, il momento della loro nascita.
Caronte porta via i dannati (106-129)
I dannati si accalcano lungo la sponda e Caronte fa loro cenno di salire sulla sua barca: stipa le anime dentro di essa e batte col suo
remo qualunque anima tenti di adagiarsi sul fondo. I dannati si gettano dalla riva alla barca proprio come le foglie cadono dagli alberi
in autunno. Caronte le porta dall'altra parte del fiume e, prima che siano scese, sulla sponda opposta si è formata un'altra schiera.
Virgilio spiega a Dante che tutti i dannati finiscono sulle sponde dell'Acheronte e qui la giustizia divina li spinge a desiderare
ardentemente di passare dall'altra parte. Perciò non c'è da stupirsi se Caronte protesta per la presenza di Dante in quel luogo, dal
momento che il poeta è destinato ad essere salvo.
Terremoto e svenimento di Dante (130-136)
Alla fine delle parole di Virgilio, il suolo infernale è scosso da un tremendo terremoto, così spaventoso che Dante ne ha paura al solo
ricordo. Si vede una luce rossastra, la quale fa perdere i sensi a Dante; il poeta cade svenuto a terra.
Interpretazione complessiva
Gli ignavi (min. ferrarese, XV sec.)
Il canto si apre con la famosa descrizione della porta infernale: non viene detto dove essa precisamente si collochi, qui viene citata
soltanto la scritta che campeggia su di essa, di colore oscuro (forse anche quanto al senso, visto che Dante deve chiedere spiegazioni
a Virgilio). L'ingresso nell'Inferno ha un effetto traumatico per Dante, colpito da sensazioni visive (l'oscurità fitta) e uditive (le
disperate grida dei dannati) che lo fanno angosciare e provocano in lui il pianto, come altre volte avverrà nella Cantica.
Il Vestibolo (o Antinferno) è il primo luogo dell'Oltretomba a essere visitato. Esso è abitato dagli ignavi, non propriamente dannati
ma in ogni caso condannati a una pena molto severa, in cui è visibile un contrappasso: l'insegna che essi devono inseguire è senza
significato, come priva di scopo è stata la loro vita terrena (infatti Dante li definisce sciaurati, che mai non fur vivi). Tra essi è citato,
indirettamente, papa Celestino V, colui / che fece per viltade il gran rifiuto: Dante gli rimproverava di aver ceduto la tiara a Bonifacio
VIII, suo acerrimo nemico e artefice del suo esilio in seguito alla vittoria dei Neri a Firenze. L'identificazione pare certa, anche se non
sono mancati commentatori che hanno visto in lui altri personaggi, come Esaù, Pilato, Giuliano l'Apostata. Insieme a loro vi sono
anche gli angeli che, al momento della ribellione di Lucifero contro Dio, non si schierarono né da una parte né dall'altra, restando
neutrali; la presenza di questi personaggi nell'Antinferno è motivata da Virgilio col fatto che i dannati potrebbero attribuirsi dei
meriti rispetto a loro, il che spiega anche il disprezzo mostrato dal maestro e il suo invito a Dante affinché non si soffermi troppo
sulla loro pena.
Il vero protagonista dell'episodio è poi Caronte, il traghettatore delle anime dannate che Dante descrive traendo spunto dal
personaggio virgiliano del libro VI dell'Eneide: rispetto al Caronte classico, tuttavia, quello dantesco appare con tratti decisamente
demoniaci (soprattutto gli occhi circondati di fiamme) e ciò è coerente con la interpretazione in chiave cristiana delle figure
mitologiche, in quanto le divinità infere venivano spesso considerate personificazione del diavolo e lo stesso farà Dante con altre
creature infernali, come ad esempio Minosse, Cerbero, Pluto. La reazione del demone all'apparire di Dante è analoga a quella degli
altri guardiani infernali che il poeta incontrerà più avanti, in quanto anche Caronte tenta di spaventarlo e di impedire il suo viaggio
attraverso l'Inferno: queste figure simboleggiano gli impedimenta di natura peccaminosa che ostacolano il cammino di redenzione
dell'anima umana, non a caso infatti è sempre Virgilio (allegoria della ragione) a zittirli e a consentire il passaggio di Dante.
Significativo è il fatto che qui Caronte predica a Dante la sua salvezza, dicendogli che approderà ad altri porti e che sarà portato da
una barca più lieve della sua, ovvero quella dell'angelo nocchiero del Purgatorio; Virgilio lo riduce al silenzio con una formula (vuolsi
così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare) che userà, con lievi varianti, anche con Minosse e con Pluto.
I dannati sono descritti nella loro fisicità, come corpi nudi e prostrati, che si assiepano sulla riva dell'Acheronte ansiosi di passare
dall'altra parte (Virgilio spiega a Dante che è la giustizia divina a spronarli in tal senso). I dannati bestemmiano e maledicono il giorno
in cui sono nati, secondo i modelli biblici di Giobbe e di Geremia; hanno un aspetto corporeo, in quanto le pene che dovranno subire
provocheranno in loro un dolore fisico. Il loro gran numero, come del resto quello degli ignavi, lascia intendere la diffusione del male
e del peccato sulla Terra, come appare chiaro dal fatto che Caronte cerchi di stiparne il più possibile sulla sua barca (colpendo col
remo chiunque tenti di adagiarsi sul fondo, per occupare meno spazio) e dal particolare che, prima che il traghettatore sia giunto
sull'altra sponda, su quella opposta si è già formata una schiera altrettanto folta. Alquanto enigmatica, infine, la chiusa dell'episodio
col terremoto la cui causa non è chiarita da Dante, e che sembra avere l'unica funzione di espediente narrativo per descrivere lo
svenimento del poeta e farlo poi risvegliare al di là del fiume infernale (qualcosa di molto simile avverrà anche alla fine del Canto V,
dopo l'episodio di Paolo e Francesca).
I terremoti ultraterreni
Il Canto si chiude con una violenta scossa di terremoto, causato da un vento sotterraneo come riteneva la fisica medievale; insieme a
una luce rossastra, la cui origine è sconosciuta, provoca lo svenimento di Dante che si risveglierà all'inizio del Canto seguente
dall'altra parte dell'Acheronte, nel Limbo. Dante ricorre qui a un espediente narrativo per non dover descrivere il passaggio del
fiume, cosa che accadrà anche alla fine del Canto V (Dante sverrà sopraffatto dall'angoscia di Paolo e Francesca).
A un terremoto allude forse anche la ruina che sarà descritta nel Canto V, di fronte alla quale i lussuriosi bestemmiano la virtù divina
(potrebbe essere stata prodotta dal terremoto che investì tutta la Terra il giorno della morte di Cristo). Allo stesso evento si riferisce
invece in modo esplicito il diavolo Malacoda nel Canto XXI, 112-114, quando spiega ai due poeti che il ponte di roccia che permette il
passaggio dalla V alla VI Bolgia è crollato in seguito al terremoto: le sue parole permettono di datare con precisione il viaggio
dantesco, essendo trascorsi 1266 anni dalla morte di Cristo (quindi siamo nell'anno 1300, il giorno del sabato santo).
Di natura ben diversa il terremoto che investe il Purgatorio al momento in cui l'anima di un penitente completa la sua espiazione e
può finalmente ascendere all'Eden. È quanto avviene alla fine del Canto XX, quando il poeta Stazio termina la sua pena e spiega in
seguito a Dante (Canto XXI) e a Virgilio che al di sopra della porta del Purgatorio non possono verificarsi normali eventi «sismici», se
non per espressa volontà divina.

Note e passi controversi


La scritta sulla porta dell'Inferno (vv. 1-9) indica che è la porta stessa a parlare, secondo l'uso attestato nell'antichità di porre
iscrizioni di questo tipo su vasi e altri manufatti (l'oggetto, parlando in prima persona, indicava l'artigiano che l'aveva prodotto). Qui
ovviamente il creatore della porta è Dio, indicato con le Persone della Trinità (la divina podestate, il Padre; la somma sapienza, il
Figlio; il primo amore, lo Spirito Santo).
Al v. 29 sanza tempo tinta significa «eternamente oscura».
Il v. 31 presenta la doppia lezione error / orror, con diverso significato. La lezione scelta da Petrocchi è la prima, perché più difficile e
perché esprime il dubbio poi chiarito da Virgilio.
Il v. 42 (ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli) indica che i dannati potrebbero vantarsi nei confronti degli ignavi, in quanto questi ultimi
non hanno commesso alcun vero peccato.
I vv. 59-60 indicano quasi certamente l'anima di Celestino V, anche se non sono mancate altre interpretazioni (Esaù, Pilato, Giuliano
l'Apostata...). Il gran rifiuto allude alla rinuncia alla dignità papale, avvenuta il 13 dic. 1294 e in seguito alla quale venne eletto
Bonifacio VIII, il papa che coi suoi maneggi politici causò indirettamente l'esilio di Dante.
Il lieve legno citato da Caronte (v. 93) è il vasello snelletto e leggero con cui l'angelo nocchiero trasporta le anime dei penitenti dalla
foce del Tevere sino alla spiaggia del Purgatorio (cfr. Purg., II, 13 ss.). Il demone predice dunque a Dante la futura salvezza.
I vv. 95-96 (vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare) costituiscono una formula fissa, che si ripeterà
identica con Minosse (V, 23-24) e lievemente variata con Plutone (VII, 11-12).
Al v. 116 gittansi, plurale, è concordato a senso col singolare collettivo il mal seme d'Adamo (v. 115).
Nel v. 134 il che può essere soggetto di vento, quindi è il vento sotterraneo che produce la luce rossastra. Altri interpretano ché, con
valore.
CANTO V
Testo Parafrasi
Così discesi del cerchio primaio Così discesi dal I Cerchio al II, che cinge uno spazio minore, ma
giù nel secondo, che men loco cinghia, contiene tanto maggior dolore che spinge a lamentarsi.
e tanto più dolor, che punge a guaio. 3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: Minosse sta orribilmente sulla soglia e ringhia: esamina le colpe dei
essamina le colpe ne l’intrata; dannati che si presentano; li giudica e li destina a seconda di come
giudica e manda secondo ch’avvinghia. 6 attorcigli la coda.

Dico che quando l’anima mal nata Dico che quando l'anima dannata si presenta davanti a lui, rende
li vien dinanzi, tutta si confessa; piena confessione; e quel conoscitore dei peccati stabilisce in quale
e quel conoscitor de le peccata 9 zona dell'Inferno debba andare; si cinge con la coda tante volte
quanti sono i Cerchi che il dannato deve discendere.
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa. 12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte; Davanti a lui ci sono sempre moltissime anime; una dopo l'altra
vanno a vicenda ciascuna al giudizio; vanno a sottoporsi al suo giudizio; parlano e ascoltano, poi sono
dicono e odono, e poi son giù volte. 15 precipitati giù.

«O tu che vieni al doloroso ospizio», E Minosse, quando mi vide, mi disse questo, tralasciando un
disse Minòs a me quando mi vide, momento il suo alto compito: «O tu che vieni in questo luogo di
lasciando l’atto di cotanto offizio, 18 dolore, bada al modo in cui entri e a chi ti stai affidando! Non ti
inganni la facilità dell'ingresso!» E Virgilio rispose: «Perché continui
«guarda com’entri e di cui tu ti fide; a gridare?
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? 21

Non impedir lo suo fatale andare: Non impedire il suo viaggio voluto da Dio: si vuole così in Cielo, dove
vuolsi così colà dove si puote è possibile tutto ciò che si vuole, quindi non dire altro».
ciò che si vuole, e più non dimandare». 24

Or incomincian le dolenti note Ora inizio a sentire le note dolenti; ora sono giunto in un luogo dove
a farmisi sentire; or son venuto molta sofferenza mi colpisce.
là dove molto pianto mi percuote. 27

Io venni in loco d’ogne luce muto, Io giunsi in un luogo totalmente buio, che risuona come il mare in
che mugghia come fa mar per tempesta, tempesta quando soffiano venti contrari.
se da contrari venti è combattuto. 30

La bufera infernal, che mai non resta, La bufera infernale, che è incessante, trascina rapinosamente le
mena li spirti con la sua rapina; anime; li tormenta sbattendoli e percuotendoli.
voltando e percotendo li molesta. 33

Quando giungon davanti a la ruina, Quando arrivano davanti alla rovina, allora emettono urla, pianti,
quivi le strida, il compianto, il lamento; lamenti; qui bestemmiano Dio.
bestemmian quivi la virtù divina. 36

Intesi ch’a così fatto tormento Capii che a questa pena sono dannati i peccatori di lussuria, che
enno dannati i peccator carnali, sottomettono la ragione al piacere.
che la ragion sommettono al talento. 39

E come li stornei ne portan l’ali E come d'inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali,
nel freddo tempo, a schiera larga e piena, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti
così quel fiato li spiriti mali; 42 malvagi;
di qua, di là, di giù, di sù li mena; li trascina qua e là, su e giù; non hanno alcuna speranza che li
nulla speranza li conforta mai, conforti, né di riposo né di una diminuzione della pena.
non che di posa, ma di minor pena. 45

E come i gru van cantando lor lai, E come le gru emettono i loro lamenti, formando in cielo una lunga
faccendo in aere di sé lunga riga, riga, così vidi venire sospirando delle anime, trasportate da quella
così vid’io venir, traendo guai, 48 tempesta; allora dissi: «Maestro, chi sono quelle anime castigate
così dalla oscura bufera?»
ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?». 51

«La prima di color di cui novelle «La prima di coloro di cui vuoi avere notizie,» mi rispose allora
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, Virgilio, «fu imperatrice di molti popoli.
«fu imperadrice di molte favelle. 54

A vizio di lussuria fu sì rotta, Fu così dedita al vizio di lussuria, che rese lecito nella sua legge tutto
che libito fé licito in sua legge, ciò che le piaceva, per eliminare la condanna morale che le
per tòrre il biasmo in che era condotta. 57 spettava.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge Ella è Semiramide, di cui si legge che fu sposa di Nino al quale poi
che succedette a Nino e fu sua sposa: succedette: governò la terra che ora è governata dal Soldano.
tenne la terra che ’l Soldan corregge. 60

L’altra è colei che s’ancise amorosa, L'altra è colei che si suicidò per amore (Didone), e non tenne fede
e ruppe fede al cener di Sicheo; alla memoria del marito Sicheo; poi c'è la lussuriosa Cleopatra.
poi è Cleopatràs lussuriosa. 63

Elena vedi, per cui tanto reo Vedi Elena, per cui si combatté una lunga e sanguinosa guerra, e
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, vedi il grande Achille, che combatté a scopi amorosi.
che con amore al fine combatteo. 66

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille Vedi Paride, Tristano»; e mi indicò col dito più di mille anime, che
ombre mostrommi e nominommi a dito, morirono a causa dell'amore.
ch’amor di nostra vita dipartille. 69

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito Dopo aver sentito il mio maestro nominare le donne antiche e i
nomar le donne antiche e ’ cavalieri, cavalieri, fui presto da turbamento e quasi mi smarrii.
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 72

I’ cominciai: «Poeta, volontieri Cominciai: «Poeta, parlerei volentieri a quei due che volano insieme
parlerei a quei due che ’nsieme vanno, e sembrano essere trasportati tanto lievemente dal vento».
e paion sì al vento esser leggeri». 75

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno Mi rispose: «Aspetta quando saranno più vicini a noi: allora pregali
più presso a noi; e tu allor li priega in nome di quell'amore che li trascina ed essi verranno».
per quello amor che i mena, ed ei verranno». 78

Sì tosto come il vento a noi li piega, Non appena il vento li portò verso di noi, iniziai a parlare: «O anime
mossi la voce: «O anime affannate, affannate, venite a parlarci se Dio ve lo consente!»
venite a noi parlar, s’altri nol niega!». 81

Quali colombe dal disio chiamate Come le colombe chiamate dal desiderio volano verso il dolce nido
con l’ali alzate e ferme al dolce nido (per accoppiarsi), con le ali ferme e alzate, portate dal desiderio,
vegnon per l’aere dal voler portate; 84 allo stesso modo i due uscirono dalla schiera di Didone, venendo a
noi attraverso l'aria infernale, tanto forte e affettuoso fu il mio
cotali uscir de la schiera ov’è Dido, richiamo.
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido. 87

«O animal grazioso e benigno «O creatura cortese e benevola, che nell'aria oscura visiti noi che
che visitando vai per l’aere perso tingemmo il mondo di sangue, se il re dell'universo ci fosse amico lo
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 90 pregheremmo perché ti dia pace, visto che mostri pietà del nostro
terribile male.
se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso. 93

Di quel che udire e che parlar vi piace, Noi vi ascolteremo e vi parleremo di ciò che volete, mentre il vento
noi udiremo e parleremo a voi, tace come fa in questo punto.
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96

Siede la terra dove nata fui La terra dove sono nata (Ravenna) sorge alla foce del Po, dove il
su la marina dove ’l Po discende fiume si getta in mare per trovare pace coi suoi affluenti.
per aver pace co’ seguaci sui. 99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende L'amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel
prese costui de la bella persona corpo che mi fu tolto, e il modo ancora mi danneggia.
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, L'amore, che non consente a nessuno che sia amato di non
mi prese del costui piacer sì forte, ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105 come vedi, non mi abbandona neppure adesso.

Amor condusse noi ad una morte: L'amore ci condusse alla stessa morte: Caina attende colui che ci
Caina attende chi a vita ci spense». uccise». Essi ci dissero queste parole.
Queste parole da lor ci fuor porte. 108

Quand’io intesi quell’anime offense, Quando io sentii quelle anime offese, chinai lo sguardo e lo tenni
china’ il viso e tanto il tenni basso, basso così a lungo che alla fine Virgilio mi disse: «Cosa pensi?»
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». 111

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, Quando risposi, dissi: «Ahimè, quanti dolci pensieri, quanto
quanti dolci pensier, quanto disio desiderio portarono questi due al passo doloroso!»
menò costoro al doloroso passo!». 114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, Poi mi rivolsi a loro e parlai dicendo: «Francesca, le tue pene mi
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri rendono triste e mi spingono a piangere.
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, Ma dimmi: al tempo della vostra relazione, in che modo e in quali
a che e come concedette Amore circostanze Amore vi concesse di conoscere i dubbiosi desideri?»
che conosceste i dubbiosi disiri?». 120

E quella a me: «Nessun maggior dolore E lei mi disse: «Non c'è nessun dolore più grande che ricordare il
che ricordarsi del tempo felice tempo felice quando si è miseri; e questo lo sa bene il tuo maestro.
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. 123

Ma s’a conoscer la prima radice Ma se tu hai tanto desiderio di conoscere l'origine del nostro amore,
del nostro amor tu hai cotanto affetto, allora farò come colui che piange e parla al tempo stesso.
dirò come colui che piange e dice. 126
Un giorno noi leggevamo per svago il libro che narra di Lancillotto e
Noi leggiavamo un giorno per diletto di come amò Ginevra; eravamo soli e non sospettavamo quel che
di Lancialotto come amor lo strinse; sarebbe successo.
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129
Più volte quella lettura ci spinse a cercarci con gli occhi e ci fece
Per più fiate li occhi ci sospinse impallidire; ma fu solo un punto a sopraffarci.
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132
Quando leggemmo che la bocca desiderata di Ginevra fu baciata da
Quando leggemmo il disiato riso un simile amante, costui, che non sarà mai diviso da me, mi baciò la
esser basciato da cotanto amante, bocca tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse; quel giorno
questi, che mai da me non fia diviso, 135 non leggemmo altre pagine».

la bocca mi basciò tutto tremante.


Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante». 138
Mentre uno spirito diceva questo, l'altro piangeva, così che io venni
Mentre che l’uno spirto questo disse, meno a causa del turbamento, proprio come se morissi. E caddi
l’altro piangea; sì che di pietade come un corpo privo di vita.
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade. 142

Argomento del Canto


Ingresso nel II Cerchio. Incontro con Minosse. La pena dei lussuriosi; i morti violentemente per amore. Incontro con Paolo e
Francesca.
È la sera di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Ingresso nel II Cerchio. Minosse (1-24)
Usciti dal Limbo, Dante e Virgilio entrano nel II Cerchio, meno ampio del precedente ma contenente molto più dolore. Sulla soglia
trovano Minosse, che ringhia con aspetto animalesco: è il giudice infernale, che ascolta le confessioni delle anime dannate e indica
loro in quale Cerchio siano destinate, attorcigliando intorno al corpo la lunghissima coda tante volte quanti sono i Cerchi che il
dannato deve discendere. Non appena vede che Dante è vivo, lo apostrofa con durezza e lo ammonisce a non fidarsi di Virgilio,
poiché uscire dall'Inferno non è così facile come entrare. Virgilio lo zittisce ricordandogli che il viaggio di Dante è voluto da Dio.

I lussuriosi (25-72)
Superato Minosse, Dante si ritrova in un luogo buio, dove soffia incessante una terribile bufera che trascina i dannati e li sbatte da
un lato all'altro del Cerchio. Quando questi spiriti giungono davanti a una «rovina», emettono grida e lamenti e bestemmiano Dio.
Dante capisce immediatamente che si tratta dei lussuriosi, i quali volano per l'aria formando una larga schiera simile agli stornelli
quando volano in cielo.
Dante vede poi un'altra schiera di anime, che volano formando una lunga linea simile a delle gru in volo. Chiede spiegazioni a Virgilio
e il poeta latino indica al discepolo i nomi di alcuni dannati, che sono tutti lussuriosi morti violentemente: tra questi ci sono
Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena (moglie di Menelao), Achille, Paride, Tristano, in compagnia di più di mille altre anime. Dopo
aver sentito tutti questi nomi, Dante è colpito da profonda angoscia e per poco non si smarrisce.
Incontro con Paolo e Francesca (73-108)
Dante nota che due di queste anime volano accoppiate e manifesta il desiderio di parlare con loro. Virgilio acconsente e invita Dante
a chiamarle, cosa che il poeta fa con un appello carico di passione. I due spiriti si staccano dalla schiera di anime e volano verso di lui,
come due colombe che vanno verso il nido: sono un uomo e una donna, e quest'ultima si rivolge a Dante ringraziandolo per la pietà
che dimostra verso di loro. Poi si presenta, dicendo di essere nata a Ravenna e di essere stata legata in vita da un amore indissolubile
con l'uomo che ancora le sta accando nella morte; furono entrambi assassinati e la Caina, la zona del IX Cerchio dove sono puniti i
traditori dei parenti, attende il loro uccisore.

Il racconto di Francesca. Dante sviene (109-142)


A questo punto Dante resta turbato e per alcuni momenti resta in silenzio, gli occhi bassi. Virgilio gli chiede a cosa pensi e Dante
risponde di essere colpito dal desiderio amoroso che condusse i due dannati alla perdizione. Poi parla a Francesca, chiamandola per
nome, e chiedendole in quali circostanze sia iniziata la loro relazione adulterina.
Francesca risponde dapprima che è doloroso ricordare del tempo felice quando si è miseri, ma se Dante vuole sapere l'origine del
loro amore allora glielo racconterà. La donna narra che un giorno lei e Paolo leggevano per divertimento un libro, che parlava di
Lancillotto e della regina Ginevra. Più volte la lettura li aveva indotti a cercarsi con lo sguardo e li aveva fatti impallidire. Quando
lessero il punto in cui era descritto il bacio dei due amanti, anch'essi si baciarono e interruppero la lettura del libro, che fece da
mezzano della loro relazione amorosa. Mentre Francesca parla, Paolo resta in silenzio e piange; Dante è sopraffatto dal turbamento
e sviene.
Interpretazione complessiva
Il Canto V è il primo dell'Inferno che ci mostra la pena di una categoria di dannati e Francesca è il primo peccatore a dialogare con
Dante: troviamo anche una figura demoniaca, Minosse, che qui rappresenta il giudice dei dannati ed è ridotto a una bizzarra parodia
della giustizia divina, essendo descritto come un essere mostruoso e animalesco, con una lunga coda che avvolge intorno a sé per
indicare ai dannati il luogo infernale cui sono destinati (Guido da Montefeltro aggiungerà il particolare del dosso duro, cfr. Inf., XXVII,
125). Non sappiamo da dove Dante abbia tratto questa curiosa trasformazione, di cui non c'è traccia nei testi classici cui può essersi
ispirato, ma è certo che Minosse qui si limita ad essere esecutore della volontà divina, una sorta di strumento che agisce senza la
profonda dignità che aveva in Virgilio o negli altri poeti antichi; è probabilmente anche il custode del II Cerchio, anche se nulla
autorizza a collegarlo al peccato di lussuria in quanto nel mito classico egli era descritto piuttosto come re saggio e giusto.
I lussuriosi sono trascinati da una bufera incessante, che simboleggia la forza della passione sessuale cui essi non seppero opporsi in
vita (Dante li definisce peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento). Molto probabilmente tra essi si distingue un'altra
schiera, costituita dai lussuriosi morti violentemente, tra cui oltre ai due protagonisti del Canto ci sono vari personaggi del mito e
della letteratura, come Didone, Achille, Tristano. Dante intende svolgere un discorso intorno alla letteratura amorosa, per
condannarla in quanto fonte potenziale di peccato e pericolosa per quei lettori che potrebbero essere indotti a mettere in pratica i
comportamenti descritti nei libri. Non a caso i lussuriosi nominati da Virgilio appartengono quasi tutti alla sfera letteraria o
mitologica e Dante li definisce donne antiche e' cavalieri, con un riferimento preciso alla letteratura francese del ciclo arturiano (cui
appartengono sia Tristano sia Lancillotto e Ginevra, citati dopo da Francesca). Dante stesso non ha bisogno di spiegazioni per capire
che in questo Cerchio sono puniti i lussuriosi e ciò per il fatto che il poeta era stato avido lettore e produttore di letteratura amorosa,
quindi si sente coinvolto in prima persona nel loro peccato (di qui il turbamento angoscioso che prova dall'inizio dell'episodio): la sua
intenzione è condannare la letteratura che celebra l'amore sensuale e non spiritualizzato, quindi ritrattare parte della sua
precedente produzione poetica, rappresentata dalle Petrose e forse anche dallo Stilnovo. Francesca è un personaggio significativo a
riguardo, perché il caso suo e di Paolo era un episodio di cronaca che doveva essere ben presente ai lettori contemporanei. La
vicenda, di cui non c'è comunque traccia nei cronisti del tempo, era quella di un adulterio tra Francesca da Polenta, figlia del signore
di Ravenna, e il cognato Paolo Malatesta, fratello di Gianciotto che la donna aveva sposato in un matrimonio combinato per
riappacificare le due famiglie. Gianciotto aveva scoperto la relazione e aveva ucciso entrambi.
Dante non intende affatto risarcire i due amanti clandestini della loro morte, né giustificare in alcun modo il loro peccato, ma
piuttosto mettere in guardia tutti i lettori dai rischi insiti nella letteratura di argomento amoroso. Francesca, infatti, è una donna
colta, esperta di letteratura: cita indirettamente Guinizelli e lo stesso Dante, dei quali riprende alcuni versi nella famosa anafora
Amor... amor... amor, nonché le leggi del De amore di A. Cappellano, testo notissimo nel Medioevo e base teorica della lirica
provenzale. Il suo amore con Paolo è nato per una reciproca attrazione fisica e l'occasione è venuta proprio dalla lettura di un libro, il
romanzo cortese di Lancillotto e Ginevra (che Dante sicuramente non conosceva direttamente, ma attraverso qualche
volgarizzamento tardo). La loro colpa non è tanto di essersi innamorati, ma di aver messo in pratica il comportamento peccaminoso
dei due personaggi letterari; hanno scambiato la letteratura con la vita e ciò ha causato la loro irrevocabile dannazione.
La pietà provata da Dante verso di loro non è dunque una generica compassione né la riabilitazione del loro amore clandestino
(errata è dunque l'interpretazione dei critici romantici, come De Sanctis), ma è il turbamento angoscioso di uno scrittore che prende
coscienza della pericolosità della poesia amorosa da lui prodotta in passato. Non è del resto un caso che una lussuriosa sia il primo
dannato descritto da Dante, mentre gli ultimi penitenti del Purgatorio (Canto XXVI) saranno Guido Guinizelli e Arnaut Daniel,
condannati proprio in quanto poeti amorosi.

Note e passi controversi


Minosse (vv. 4 ss.) è descritto da Dante con attributi animaleschi, in modo molto diverso quindi da quello virgiliano nel libro VI dell'Eneide (non è chiaro a quali fonti
faccia riferimento). Virgilio lo zittisce con la stessa formula già usata con Caronte in Inf., III, 95-96.
Al v. 20 Minosse sembra citare Matth., VII, 13: spatiosa via est, quae ducit ad perditionem («la via che conduce alla perdizione è assai larga»).
Non è chiaro cosa sia la ruina citata al v. 34, di fronte alla quale i lussuriosi bestemmiano Dio: si è pensato a una frana prodotta dal terremoto il giorno della morte di
Cristo, simbolo per i dannati della giustizia divina.
Le similitudini con gli uccelli ai vv. 40, 46, 82-84 (stornelli, gru, colombe) si spiegano col fatto che essi erano spesso usati come immagini nella poesia amorosa. I lai (v.
46) sono le strida emesse dalle gru, ma il riferimento è anche ai Lais, genere di poesia franco-provenzale e ai lamenti amorosi citati dai trovatori occitanici. Le
colombe appartenevano al corteo di Venere, dea dell'amore, e vengono mostrate mentre vanno al dolce nido, dove si accoppieranno.
La terra che 'l Soldan corregge (v. 60) è Babilonia in Egitto, ma qui Dante la confonde probabilmente con la Babilonia capitale del regno assiro.
Al v. 90 sanguigno indica il colore rosso del sangue, come perso (v. 89) indica un colore scuro misto di porpora e nero (Francesca intende dire che lei e Paolo sono
morti di morte violenta).
Il re de l'universo citato da Francesca (v. 91) è probabilmente Dio, ma alcuni commentatori hanno ipotizzato che potrebbe essere il dio Amore, cui la donna era
devota in vita.
La rima ai vv. 95, 97, 99 (voi / fui / sui ) è siciliana (al v. 95 alcuni mss. leggono vui).
Al v. 96 ci tace vuol dire «qui tace» (ci è avv. di luogo), ma alcuni mss. leggono si tace.
Il v. 100 (Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende) riprende due versi di Guinizelli e Dante, ovvero Foco d'amore in gentil cor s'aprende (dalla canzone Al cor gentil
rempaira sempre amore) e Amore e 'l cor gentil sono una cosa (Vita Nuova, XX). Invece il v. 103 (Amor, ch'a nullo amato amar perdona) riprende un concetto
espresso nel De amore, di A. Cappellano.
I vv. 121-123 sono una citazione di un passo di Boezio (De consolatione philosophiae, II, 4), ma non è certo che il dottore di Dante sia Virgilio, poiché Francesca
potrebbe alludere proprio a Boezio.
Nel romanzo cortese citato da Francesca (vv. 133 ss.) è in realtà la regina Ginevra a baciare Lancillotto, nell'ambito del rituale dell'omaggio amoroso che ricalcava
l'investitura cavalleresca: può darsi che Dante avesse letto un tardo volgarizzamento del testo francese in cui la situazione era rovesciata o descritta in modo
ambiguo. Galeotto è Galehaut, il siniscalco di Ginevra che faceva da mallevadore ai due amanti del romanzo.
Il verso finale del Canto (142) è assai simile a quello che chiudeva il III (v. 136: e caddi come l'uom cui sonno piglia).
CANTO VI
Testo Parafrasi
Al tornar de la mente, che si chiuse Quando mi tornarono i sensi, sopraffatti davanti all'angoscia dei
dinanzi a la pietà d’i due cognati, due cognati (Paolo e Francesca) che mi riempì di tristezza, mi vedo
che di trestizia tutto mi confuse, 3 intorno nuove pene e nuovi dannati, in qualunque modo mi muova,
e mi guardi intorno.
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati. 6

Io sono al terzo cerchio, de la piova Sono nel III Cerchio, dove cade una pioggia eterna, maledetta,
etterna, maladetta, fredda e greve; fredda e molesta; il suo ritmo e la sua qualità non mutano mai.
regola e qualità mai non l’è nova. 9

Grandine grossa, acqua tinta e neve Nell'aria oscura si riversano una grandine spessa, acqua sporca e
per l’aere tenebroso si riversa; neve; la terra che ne è bagnata manda un odore sgradevole.
pute la terra che questo riceve. 12

Cerbero, fiera crudele e diversa, Cerbero, belva crudele e mostruosa, latra come un cane con tre
con tre gole caninamente latra teste sopra i dannati che sono sdraiati nel fango.
sovra la gente che quivi è sommersa. 15

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, Ha gli occhi rossi, il muso sporco e unto, il ventre gonfio e le zampe
e ’l ventre largo, e unghiate le mani; con artigli; graffia, scuoia e fa a pezzi i dannati.
graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra. 18

Urlar li fa la pioggia come cani; La pioggia li fa urlare come cani; cercano di proteggersi l'un l'altro
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; coi fianchi; i miseri peccatori si voltano spesso.
volgonsi spesso i miseri profani. 21

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, Quando Cerbero, il mostro orribile, ci vide, spalancò le fauci e ci
le bocche aperse e mostrocci le sanne; mostrò le zanne; non aveva parte del corpo che non tremasse.
non avea membro che tenesse fermo. 24

E ’l duca mio distese le sue spanne, E il mio maestro aprì le mani, prese un po' di terra e la gettò coi
prese la terra, e con piene le pugna pugni pieni nelle fauci fameliche del mostro.
la gittò dentro a le bramose canne. 27

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, Come quel cane che abbaia ed è affamato, e poi si placa quando
e si racqueta poi che ’l pasto morde, addenta il boccone, poiché non ha altro pensiero che divorarlo, allo
ché solo a divorarlo intende e pugna, 30 stesso modo si placarono le facce sozze del demonio Cerbero, che
rintrona a tal punto le anime che vorrebbero essere sorde.
cotai si fecer quelle facce lorde Noi camminavano sulle anime che la pioggia pesante abbatte, e
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona poggiavamo i piedi sui loro corpi inconsistenti, dall'aspetto umano.
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. 33

Noi passavam su per l’ombre che adona


la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona. 36
Esse erano tutte sdraiate per terra, tranne una che si mise a sedere
Elle giacean per terra tutte quante, non appena ci vide passare davanti.
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante. 39

«O tu che se’ per questo ’nferno tratto», Mi disse: «O tu che sei guidato attraverso l'Inferno, riconoscimi, se
mi disse, «riconoscimi, se sai: ne sei in grado: tu nascesti prima che io morissi».
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». 42
E io a lui: «L’angoscia che tu hai Gli risposi: «L'angoscia che dimostri ti rende irriconoscibile, proprio
forse ti tira fuor de la mia mente, come se non ti avessi mai visto.
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. 45

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente Ma dimmi chi sei tu, che sei posto in un luogo così doloroso e subisci
loco se’ messo e hai sì fatta pena, una pena tale che, forse, altre sono più gravi, ma nessuna è
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». 48 altrettanto spiacevole».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena


d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena. 51 E lui rispose: «La tua città, che è tanto piena di invidia che ormai ha
raggiunto il limite, mi ospitò nella vita terrena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. 54 Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco: a causa della colpa della gola,
come vedi, sono fiaccato dalla pioggia.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa». E più non fé parola. 57 E io non sono l'unico dannato qui, poiché queste altre anime sono
soggette alla stessa pena per lo stesso peccato». Poi non disse più
Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno nulla.
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno 60 Io risposi: «Ciacco, il tuo affanno mi angoscia al punto che mi viene
da piangere; ma dimmi, se lo sai, quale sarà il destino degli abitanti
li cittadin de la città partita; della città divisa (Firenze); se qualcuno di loro è giusto; e dimmi la
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione causa della discordia che l'ha assalita».
per che l’ha tanta discordia assalita». 63

E quelli a me: «Dopo lunga tencione E quello a me: «Dopo una lunga contesa verranno allo scontro
verranno al sangue, e la parte selvaggia violento, e la parte del contado (i Bianchi) caccerà l'altra (i Neri) con
caccerà l’altra con molta offensione. 66 gravi danni.

Poi appresso convien che questa caggia Poi è destino che i Bianchi cadano prima di tre anni, e che l'altra
infra tre soli, e che l’altra sormonti parte prenda il sopravvento con l'aiuto di un uomo (Bonifacio VIII)
con la forza di tal che testé piaggia. 69 che, ora, si tiene in bilico fra le due fazioni.

Alte terrà lungo tempo le fronti, I Neri resteranno a lungo al potere, opprimendo i Bianchi con
tenendo l’altra sotto gravi pesi, pesanti condanne, nonostante le loro lamentele.
come che di ciò pianga o che n’aonti. 72

Giusti son due, e non vi sono intesi; I fiorentini giusti sono solo due (sono pochissimi) e nessuno li
superbia, invidia e avarizia sono ascolta; superbia, invidia e avarizia sono le tre scintille che hanno
le tre faville c’hanno i cuori accesi». 75 acceso i cuori».

Qui puose fine al lagrimabil suono. Qui smise di parlare con tono lamentoso. E io gli dissi: «Voglio che
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni, tu mi spieghi altre cose e che parli ancora con me.
e che di più parlar mi facci dono. 78

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, Dimmi dove sono Farinata Degli Uberti, e il Tegghiaio, che furono
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca così degni cittadini, Iacopo Rusticucci, Arrigo, Mosca dei Lamberti e
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, 81 tutti gli altri che si adoperarono con l'ingegno per far bene: fa' che
io conosca il loro destino, poiché ho gran desiderio di sapere se il
dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; Cielo li addolcisce o l'Inferno li avvelena».
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia, o lo ’nferno li attosca». 84

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere: E lui: «Essi sono tra le anime più malvagie: varie colpe li collocano
diverse colpe giù li grava al fondo: nel fondo dell'Inferno e se scenderai fin laggiù, li potrai vedere.
se tanto scendi, là i potrai vedere. 87

Ma quando tu sarai nel dolce mondo, Ma quando sarai tornato nel dolce mondo terreno, ti prego di
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: ricordarmi ai vivi: non ti dico altro e non ti rispondo più».
più non ti dico e più non ti rispondo». 90

Li diritti occhi torse allora in biechi; Allora Ciacco strabuzzò gli occhi, mi guardò un poco e poi chinò la
guardommi un poco, e poi chinò la testa: testa: ricadde insieme alle altre anime dannate.
cadde con essa a par de li altri ciechi. 93

E ’l duca disse a me: «Più non si desta E il maestro mi disse: «Non si rialzerà più, fino al suono della tromba
di qua dal suon de l’angelica tromba, angelica, quando verrà la potestà nemica (Cristo giudicante):
quando verrà la nimica podesta: 96
ciascuno di essi rivedrà la triste tomba, si rivestirà del proprio corpo
ciascun rivederà la trista tomba, mortale, ascolterà la sentenza finale».
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba». 99
Così oltrepassammo la sozza mescolanza delle anime e della
Sì trapassammo per sozza mistura pioggia, a passi lenti, parlando un poco della vita ultraterrena;
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura; 102
allora dissi: «Maestro, queste pene aumenteranno dopo la sentenza
per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti finale, o diminuiranno, o resteranno immutate?»
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?». 105
E lui a me: «Torna alla tua scienza (la Fisica aristotelica), secondo la
Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza, quale, quanto più una creatura è perfetta, tanto più sentirà il
che vuol, quanto la cosa è più perfetta, piacere e il dolore.
più senta il bene, e così la doglienza. 108
Anche se questi dannati maledetti non saranno mai perfetti,
Tutto che questa gente maladetta tuttavia dopo il Giudizio raggiungeranno la completezza del loro
in vera perfezion già mai non vada, essere».
di là più che di qua essere aspetta». 111

Noi aggirammo a tondo quella strada, Noi percorremmo il Cerchio in tondo, dicendo molte altre cose che
parlando più assai ch’i’ non ridico; non riferisco; venimmo al punto in cui si scende nel IV Cerchio e qui
venimmo al punto dove si digrada: trovammo Pluto, il gran nemico.

quivi trovammo Pluto, il gran nemico. 115

Argomento del Canto


Ingresso nel III Cerchio. Apparizione di Cerbero. Pena dei golosi. Incontro con Ciacco e sua profezia sul destino politico della città di
Firenze. Ciacco indica come dannati alcuni fiorentini illustri, tra cui Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e
Mosca dei Lamberti. Apparizione di Pluto.
È la notte di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.

Incontro coi golosi. Cerbero (1-33)


Dante si risveglia dopo lo svenimento al termine del colloquio con Paolo e Francesca e si accorge di essere arrivato nel III Cerchio,
dov'è tormentata una nuova schiera di dannati. Una pioggia eterna, fredda, fastidiosa cade incessante nel Cerchio, mista ad acqua
sporca e neve; forma al suolo una disgustosa fanghiglia, da cui si leva un puzzo insopportabile.
I golosi sono sdraiati nel fango e Cerbero latra orribilmente sopra di essi con le sue tre fauci. Ha gli occhi rossi, il muso sporco, il
ventre gonfio e le zampe artigliate; graffia le anime facendole a brandelli e rintronandole coi suoi latrati. I dannati urlano come cani
per la pioggia, voltandosi spesso sui fianchi nel vano tentativo di ripararsi l'un l'altro. Quando Cerbero vede i due poeti gli si avventa
contro, mostrando i denti, ma Virgilio raccoglie una manciata di terra e gliela getta nelle tre gole. Il mostro sembra placarsi, proprio
come un cane affamato quando qualcuno gli getta un boccone.
Incontro con Ciacco (34-57)
Dante e Virgilio proseguono e passano letteralmente sopra le anime, che essendo immateriali non oppongono ostacolo. Tutte
giacciono al suolo, ma una di esse si leva improvvisamente a sedere e si rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal momento
che il poeta è nato prima che lui morisse. Dante risponde che il suo aspetto è talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, quindi
gli domanda il suo nome, affermando che la pena sua e degli altri golosi è certo la più spiacevole dell'Inferno, se non forse la più
grave.
Il dannato risponde dichiarando anzittutto di essere stato cittadino di Firenze, la città che è piena di invidia. Il suo nome è Ciacco ed
è condannato fra i golosi, che affollano in gran numero il Cerchio. Detto ciò, rimane in silenzio.
Le tre domande di Dante a Ciacco su Firenze (58-75)
A questo punto Dante ribatte dicendosi pronto a piangere per l'angoscia provocata dalla pena di Ciacco e gli pone tre domande
riguardanti la loro comune patria, Firenze: Dante vuol sapere quale sarà l'esito delle lotte politiche, se vi sono cittadini giusti, quali
sono le ragioni delle discordie intestine.
Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti (Guelfi Bianchi e
Neri) verranno allo scontro fisico (la cosiddetta zuffa di Calendimaggio del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima
che passino tre anni, però, i Neri avranno il sopravvento grazie all'aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti
(Bonifacio VIII). I Neri conserveranno il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa (condanne ed esili).
La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta. Alla terza domanda Ciacco risponde
che superbia, invidia ed avarizia sono le tre scintille che hanno acceso le lotte politiche.

Domanda di Dante su alcuni fiorentini illustri (76-93)


Dopo che Ciacco ha cessato di parlare lamentosamente, Dante gli domanda ancora se sa quale sia il destino ultraterreno di alcuni
celebri fiorentini, tra cui Farinata Degli Uberti, Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, Iacopo Rusticucci, un Arrigo (di cui non
conosciamo l'identità), Mosca dei Lamberti. Dante ha gran desiderio di sapere se essi sono all'Inferno o in Paradiso e Ciacco risponde
prontamente che essi sono tra le anime peggiori e si trovano tutti nel più profondo dell'Inferno, dove Dante stesso potrà vederli se
scenderà fin laggiù.
Ciacco conclude il suo discorso pregando Dante di ricordarlo ai vivi una volta tornato sulla Terra, quindi non aggiunge un'altra parola.
Il dannato strabuzza gli occhi, guarda per qualche istante il poeta e poi china la testa, ricadendo nel fango insieme agli altri golosi.
Condizione dei dannati dopo il Giudizio Universale. Pluto (94-115)
Virgilio prende la parola per spiegare a Dante che Ciacco non si solleverà più fino al giorno del Giudizio Universale, quando udirà il
suono della tromba angelica. Allora tutti i trapassati si rivestiranno del corpo mortale, ascoltando la sentenza finale che fisserà in
eterno il loro destino ultraterreno. Mentre i due poeti attraversano la fanghiglia tra le anime, Dante chiede a Virgilio se i tormenti dei
dannati aumenteranno dopo il Giudizio, oppure saranno attenuati o resteranno uguali.
Virgilio risponde a Dante invitandolo a pensare alla Fisica di Aristotele, in base alla quale quanto più una cosa è perfetta, tanto più è
in grado di percepire il dolore e il piacere. I dannati non saranno mai perfetti, tuttavia è logico supporre che dopo la sentenza finale
raggiungeranno la pienezza del proprio essere (essendosi riappropriati del loro corpo), quindi implicitamente afferma che le loro
pene aumenteranno.
I due poeti aggirano a tondo il Cerchio, parlando di altri argomenti che Dante non riferisce. Quando giungono al punto in cui si
scende dal III al IV Cerchio, trovano il gran nemico Pluto.
Intepretazione complessiva
Il Canto VI di ciascuna Cantica è di argomento politico, secondo un climax ascendente che va da Firenze, all'Italia (Purg., VI),
all'Impero (Par., VI): qui il discorso politico è dedicato alla città di Dante, di cui vengono analizzate le lotte interne e le discordie
attraverso il personaggio di Ciacco, uno dei golosi che scontano la loro pena nel III Cerchio in cui Dante si sveglia dopo lo svenimento
alla fine del precedente. Questi dannati sono colpiti da una pioggia incessante, costretti a voltolarsi in un fango maleodorante che
contrasta con la prelibatezza e i profumi dei cibi di cui furono ghiotti in vita, il che rende piuttosto evidente il contrappasso; la pena è
accresciuta da Cerbero, mostro che li rintrona col suo latrato e li graffia... ed iscoia ed isquatra, proprio come se fossero cibi da
cucinare (e lo stesso mostro è una raffigurazione grottesca del peccato di ghiottoneria, con le sue tre gole, la barba unta e atra, il
ventre gonfio, la fame rabbiosa che placa mangiando la terra). Il cane a tre teste è tratto dalla mitologia classica e, al pari dei già visti
Caronte e Minosse, rappresenta l'ennesimo caso di divinità infera demonizzata dal pensiero cristiano, anch'esso con la funzione
allegorica di impedimentum morale alla discesa di Dante all'Inferno. Infatti il mostro ringhia e mostra i denti ai due viaggiatori,
tuttavia è neutralizzato da Virgilio che gli getta nelle tre gole una manciata di terra, gesto che ricorda quello della Sibilla nel libro VI
dell'Eneide (anche se in quel caso la sacerdotessa lanciava a Cerbero una focaccia intrisa di erbe soporifere) e che rimanda alla
natura demoniaca del mostro, che infatti è stato considerato un'anticipazione di Lucifero che avrà anch'egli tre facce e sarà come il
cane trifauce una bizzarra parodia della Trinità.
Il protagonista del Canto è poi Ciacco, un fiorentino vissuto nel Duecento di cui poco si sa a parte quel che ne dicono Dante e
Boccaccio in una novella del Decameron (IX, 8), in cui compare anche Filippo Argenti che troveremo due Canti più avanti tra gli
iracondi. È il dannato ad apostrofare Dante e a chiedergli se lui lo riconosca, cosa impossibile dato il suo aspetto stravolto (non sarà
l'unico caso in cui la pena rende pressoché irriconoscibili i dannati o i penitenti del Purgatorio), quindi Dante rivolge al dannato tre
domande sul destino politico di Firenze, profittando del fatto che i dannati possono antivedere il futuro sia pure con le limitazioni
che verranno precisate in seguito da Farinata. Il poeta vuole sapere infatti cosa avverrà nella città paritita, divisa in opposte fazioni,
se vi sono cittadini giusti e qual è stata la causa delle discordie che lacerano Firenze: Ciacco risponde profetizzando la vittoria dei
Guelfi Neri nel 1301-1302, che causerà l'esilio di Dante (è la prima di una lunga serie di profezie su questo argomento), dichiarando
che a Firenze i cittadini che onorano la giustizia sono ben pochi e infine ricordando che le cause delle divisioni politiche sono
superbia, invidia ed avarizia, quindi le tre disposizioni peccaminose che sono all'origine del disordine morale dell'Italia del tempo
(l'avarizia era già simboleggiata dalla lupa, la superbia dal leone; l'invidia è il peccato che spinse Lucifero a ribellarsi a Dio e che aveva
fatto uscire la lupa dall'Inferno, secondo quanto detto in Inf., I, 111). Col discorso di Ciacco, Dante intende stigmatizzare le divisioni
interne di Firenze, che tante ingiustizie e dolori causeranno e che saranno frutto della avidità di denaro: l'avarizia dei Fiorentini sarà
duramente criticata anche in altri celebri passi del poema, specie nel discorso sul maladetto fiore di Folchetto di Marsiglia (Par., IX,
127-142) in cui la città verrà addirittura definita come il prodotto di Lucifero, mentre l'invidia di cui secondo Ciacco è piena Firenze è
anche quella provata dai concittadini di Dante verso il poeta per la sua condotta politica, che causerà il suo esilio in seguito ai fatti
del 1301-1302 (discorso simile verrà fatto da Brunetto Latini nel Canto XV dell'Inferno). Sempre in quest'ottica va letta l'altra
domanda sul destino escatologico dei fiorentini illustri (quelli ch'a ben far puoser li 'ngegni), vissuti nella prima metà del XIII sec. e
protagonisti di una Firenze ideale, la stessa vagheggiata dall'avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso: se ebbero meriti politici, non
altrettanto può dirsi di quelli morali, visto che Ciacco preannuncia la loro dannazione (Dante incontrerà Farinata tra gli eresiarchi del
VI Cerchio, Tegghiaio e il Rusticucci tra i sodomiti del VII, Mosca tra i seminatori di discordie della IX Bolgia dell'VIII Cerchio).
L'ultima parte del Canto riguarda il destino dei dannati dopo il Giudizio Universale, spiegato da Virgilio in base ai principi della Fisica
di Aristotele e in seguito alla sua affermazione secondo cui Ciacco, ricaduto nel fango al termine del suo discorso con Dante, non si
rialzerà più fino all'angelica tromba (allora le anime risorte si rivestiranno dei loro corpi mortali, secondo un punto qualificante della
dottrina che sarà toccato anche altrove da Dante: cfr. Par., XIV, 34-60). Secondo Virgilio il maggior grado di perfezione di una
creatura ne accresce la sensibilità al piacere e al dolore, quindi, anche se i dannati non saranno mai perfetti, dopo che si saranno
riappropriati del corpo il loro essere sarà più completo, quindi le loro pene accresceranno. L'accenno al Giudizio finale rimanda allo
scontro tra Cristo e l'Anticristo, che dirimerà ogni divisione terrena e ristabilirà la giustizia in eterno: il primo è definito qui nimica
podesta, il secondo è implicitamente evocato attraverso Pluto, il gran nemico (ovvero il demonio) che appare alla fine del canto e si
ricollega in parte a Cerbero, definito demonio e gran vermo, lo stesso attributo di Lucifero.

Note e passi controversi


I due cognati (v. 2) sono Paolo e Francesca, i lussuriosi incontrati da Dante nel Canto V; ascoltando la loro storia il poeta era svenuto e all'inizio di
questo Canto riprende i sensi.
Il v. 14 presenta una cesura in tmesi, tra canina- e -mente (l'avverbio di modo è spezzato nei suoi elementi etimologici).
Al v. 21 miseri profani è probabilmente una dittologia sinonimica che sta per «miseri moralmente e materialmente» (altri intendono l'espressione
come «dannati»).
Il v. 36 allude al fatto che le anime hanno corpi inconsistenti, quindi Dante e Virgilio possono porre su di loro le piante dei piedi come se non
esistessero. Tavolta Dante è coerente con tale principio, in altri casi invece descrive le anime come corpi solidi (ciò per esigenze poetiche di maggior
realismo).
Il v. 42 contiene il bisticcio verbale disfatto / fatto, di gusto tipicamente guittoniano.
Al v. 61 Dante definisce Firenze la città partita in quanto divisa in fazioni politiche.
Al v. 65 la parte selvaggia indica i Bianchi, detti così perché i Cerchi che ne erano a capo venivano dal contado. Il fatto di sangue citato da Ciacco è la
cosiddetta zuffa di Calendimaggio (1° maggio 1300) tra sostenitori dei Cerchi e dei Donati, in cui fu coinvolto anche l'amico di Dante, Guido
Cavalcanti, che venne poi esiliato con provvedimento firmato dal poeta che ricopriva la carica di priore.
Il v. 69 indica certamente Bonifacio VIII, che nel 1301-1302 fingeva di far da paciere tra le due fazioni e in realtà parteggiava segretamente per i
Neri; alcuni hanno pensato a Carlo di Valois, le cui armi rovesciarono i Bianchi nel 1301.
Il v. 73 (giusti son due) vuol dire probabilmente che i giusti, a Firenze, sono pochissimi, ma non sono mancate interpretazioni più puntuali (i due
giusti sarebbero Dante e Dino Compagni, Dante e Guido Cavalcanti, ecc.). Alcuni commentatori hanno inteso giusto come sinonimo di diritto, quindi
i due giusti sarebbero il diritto naturale e quello codificato con la legge, ma è ipotesi poco probabile.
Al v. 79 Tegghiaio è bisillabo per via del trittongo -aio.
L'Arrigo di cui parla Ciacco al v. 80 è un personaggio non identificato, che non viene più nominato fra i dannati.
Al v. 84 attosca significa propriamente «avvelena», da tosco, «veleno» (cfr. XIII, 6, stecchi con tosco).
Al v. 96 la nimica podesta è Cristo giudicante, così definito in quanto nemico dei dannati.
I vv. 97-99 alludono alla credenza cristiana per cui, il Giorno del Giudizio, le anime risorte andranno nella valle di Iosafat a riappropriarsi dei loro
corpi mortali (cfr. XIII, 103-108).
La spiegazione di Virgilio ai vv. 106-111 si rifà strettamente al commento di san Tommaso d'Aquino al De anima di Aristotele, che cita quasi alla
lettera: quanto anima est perfectior, tanto exercet plures perfectas operationes et diversas («quanto più l'anima è perfetta, tanto più numerose e
perfette e diverse sono le operazioni che esercita»).
CANTO IX
Testo Parafrasi
Quel color che viltà di fuor mi pinse Quel pallore che la mia viltà mi colorò sul viso, vedendo la mia guida
veggendo il duca mio tornare in volta, tornare sui suoi passi, indusse Virgilio a trattenere dentro di sé i suoi
più tosto dentro il suo novo ristrinse. 3 dubbi. Si fermò, tendendo l'orecchio per ascoltare; infatti non
poteva spingere lontano lo sguardo, a causa dell'oscurità e della
Attento si fermò com’uom ch’ascolta; fitta nebbia.
ché l’occhio nol potea menare a lunga
per l’aere nero e per la nebbia folta. 6

«Pur a noi converrà vincer la punga», Cominciò a dire: «Eppure è inevitabile che noi vinceremo la
cominciò el, «se non... Tal ne s’offerse. battaglia, a meno che... ci è stato promesso un valido aiuto. Oh,
Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». 9 come vorrei che arrivasse qui subito!»

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse Io mi accorsi del fatto che cambiò discorso rispetto a quello che
lo cominciar con l’altro che poi venne, aveva iniziato, che probabilmente sarebbe stato diverso;
che fur parole a le prime diverse; 12

ma nondimen paura il suo dir dienne, nondimeno le sue parole crearono in me paura, perché io
perch’io traeva la parola tronca interpretavo la frase interrotta con un senso forse peggiore di
forse a peggior sentenzia che non tenne. 15 quanto non avesse in realtà.

«In questo fondo de la trista conca «È mai successo che un'anima del I Cerchio, la cui unica pena è non
discende mai alcun del primo grado, avere speranza di salvezza, sia scesa in fondo al basso Inferno?»
che sol per pena ha la speranza cionca?». 18
Io posi questa domanda a Virgilio, e lui rispose: «Accade raramente
Questa question fec’io; e quei «Di rado che qualcuno di noi compia questo stesso cammino.
incontra», mi rispuose, «che di noi
faccia il cammino alcun per qual io vado. 21
È pur vero che io scesi già qui un'altra volta, evocato da quella
Ver è ch’altra fiata qua giù fui, crudele maga Eritone che richiamava le anime nei loro corpo.
congiurato da quella Eritón cruda
che richiamava l’ombre a’ corpi sui. 24
Mi ero separato da poco dal mio corpo (ero morto da poco tempo),
Di poco era di me la carne nuda, quando lei mi fece entrare dentro quelle mura (di Dite) per trarre
ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro, uno spirito fuori dalla Giudecca.
per trarne un spirto del cerchio di Giuda. 27
Quello è il punto più basso e oscuro dell'inferno, nonché il più
Quell’è ’l più basso loco e ’l più oscuro, lontano dal Primo Mobile: io so bene la strada, perciò sta'
e ’l più lontan dal ciel che tutto gira: tranquillo.
ben so ’l cammin; però ti fa sicuro. 30

Questa palude che ’l gran puzzo spira Questa palude che emana il gran puzzo cinge tutt'intorno la città di
cigne dintorno la città dolente, Dite, dove ormai non potremo entrare senza forzare la volontà dei
u’ non potemo intrare omai sanz’ira». 33 demoni».

E altro disse, ma non l’ho a mente; Aggiunse altro, ma non lo ricordo, poiché il mio sguardo fu attirato
però che l’occhio m’avea tutto tratto verso l'alta torre dalla cima arroventata, dove in un punto si erano
ver’ l’alta torre a la cima rovente, 36 affacciate le tre Furie infernali, sporche di sangue, che avevano
membra e comportamento femminili, ed erano circondate da idre
dove in un punto furon dritte ratto verdissime; avevano per capelli serpentelli e ceraste, di cui avevano
tre furie infernal di sangue tinte, avvolte le tempie.
che membra feminine avieno e atto, 39

e con idre verdissime eran cinte;


serpentelli e ceraste avien per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte. 42
E quei, che ben conobbe le meschine E Virgilio, che riconobbe subito le ancelle della regina dell'Inferno
de la regina de l’etterno pianto, (Proserpina), mi disse: «Guarda le feroci Erinni (Furie).
«Guarda», mi disse, «le feroci Erine. 45

Quest’è Megera dal sinistro canto; Questa a sinistra è Megera; quella che piange a destra è Aletto;
quella che piange dal destro è Aletto; Tesifone è al centro»; a quel punto tacque.
Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. 48

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; Ciascuna si squarciava il petto con le unghie; si battevano con le
battiensi a palme, e gridavan sì alto, palme delle mani, e gridavano così forte che io, per paura, mi strinsi
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. 51 a Virgilio.

«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», «Venga qui Medusa, così lo trasformeremo in pietra!», dicevano
dicevan tutte riguardando in giuso; tutte guardando in basso; «facemmo male a non vendicare l'assalto
«mal non vengiammo in Teseo l’assalto». 54 di Teseo!»

«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; «Voltati indietro e tieni gli occhi chiusi: infatti, se la Gorgone si
ché‚ se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, mostrasse e tu la vedessi, non avresti alcuna speranza di tornare
nulla sarebbe di tornar mai suso». 57 sulla Terra».

Così disse ’l maestro; ed elli stessi Così disse il maestro; ed egli stesso mi fece voltare, e non si
mi volse, e non si tenne a le mie mani, accontentò che io mi mettessi le mani sugli occhi, ma aggiunse
che con le sue ancor non mi chiudessi. 60 anche le sue.

O voi ch’avete li ’ntelletti sani, O voi che avete gli intelletti integri, osservate bene l'insegnamento
mirate la dottrina che s’asconde che si cela sotto il velo dei miei versi misteriosi.
sotto ’l velame de li versi strani. 63

E già venia su per le torbide onde Già arrivava lungo le acque fangose dello Stige un gran frastuono,
un fracasso d’un suon, pien di spavento, che faceva paura, per cui entrambe le sponde tremavano, proprio
per cui tremavano amendue le sponde, 66 come un vento impetuoso che per le temperature contrarie colpisce
la selva e senza alcun riguardo schianta, abbatte e trascina via i
non altrimenti fatto che d’un vento rami; procede superbo tra la polvere, facendo scappare belve e
impetuoso per li avversi ardori, pastori.
che fier la selva e sanz’alcun rattento 69

li rami schianta, abbatte e porta fori;


dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori. 72
Virgilio mi fece aprire gli occhi e disse: «Ora punta lo sguardo verso
Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo quell'antico pantano, dove il vapore è più fitto».
del viso su per quella schiuma antica
per indi ove quel fummo è più acerbo». 75

Come le rane innanzi a la nimica Come le rane fuggono tutte davanti alla biscia loro avversaria,
biscia per l’acqua si dileguan tutte, finché ciascuna si ammucchia sulla terraferma, così io vidi più di
fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, 78 mille anime di iracondi fuggire davanti ad uno che attraversava lo
Stige camminando, coi piedi asciutti.
vid’io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
passava Stige con le piante asciutte. 81

Dal volto rimovea quell’aere grasso, Con la mano sinistra scacciava spesso il fumo dal volto e ciò
menando la sinistra innanzi spesso; sembrava il suo unico fastidio.
e sol di quell’angoscia parea lasso. 84

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, Capii subito che quello era il messo celeste e mi rivolsi al maestro; e
e volsimi al maestro; e quei fé segno lui mi fece cenno che stessi calmo e mi inchinassi al nuovo venuto.
ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. 87
Oh, quanto mi sembrava pieno di disprezzo (verso l'Inferno)! Giunse
Ahi quanto mi parea pien di disdegno! alla porta di Dite e con l'aprì con un bastoncino, senza incontrare
Venne a la porta, e con una verghetta opposizione.
l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. 90
«O voi che il Cielo ha scacciato, gente disprezzata,» cominciò a dire
«O cacciati del ciel, gente dispetta», sulla orribile soglia, «da dove trae origine in voi questa alterigia?
cominciò elli in su l’orribil soglia,
«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta? 93

Perché recalcitrate a quella voglia Perché vi opponete a quel volere che non può mai non andare a
a cui non puote il fin mai esser mozzo, buon fine, e che più volte ha accresciuto le vostre pene?
e che più volte v’ha cresciuta doglia? 96

Che giova ne le fata dar di cozzo? A cosa serve opporsi al destino? Il vostro Cerbero, se ricordate bene,
Cerbero vostro, se ben vi ricorda, porta ancora il mento e la gola spellati per questo».
ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». 99

Poi si rivolse per la strada lorda, Poi tornò per il cammino fangoso, senza rivolgerci la parola, ma
e non fé motto a noi, ma fé sembiante diede l'impressione di qualcuno che abbia ben altre preoccupazioni
d’omo cui altra cura stringa e morda 102 rispetto a ciò che ha di fronte; e noi ci muovemmo verso la terra,
sicuri dopo quelle sante parole.
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
sicuri appresso le parole sante. 105

Dentro li ’ntrammo sanz’alcuna guerra; Entrammo nella città senza ulteriori ostacoli; e io, che avevo
e io, ch’avea di riguardar disio desiderio di guardare la condizione delle anime chiuse in quella
la condizion che tal fortezza serra, 108 fortezza, come fui dentro volsi qua e là lo sguardo; e vidi tutt'intorno
una grande spianata, piena di orribili dolori e tormenti.
com’io fui dentro, l’occhio intorno invio;
e veggio ad ogne man grande campagna
piena di duolo e di tormento rio. 111

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, Proprio come ad Arles, dove il Rodano s'impaluda, e come a Pola,
sì com’a Pola, presso del Carnaro presso il golfo del Quarnaro che è ai confini d'Italia e li bagna, i
ch’Italia chiude e suoi termini bagna, 114 sepolcri rendono il luogo tutto accidentato, così avveniva qui , salvo
che le tombe producevano più dolore;
fanno i sepulcri tutt’il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
salvo che ’l modo v’era più amaro; 117

ché tra gli avelli fiamme erano sparte, Infatti tra le tombe erano sparse delle fiamme, che li arroventavano
per le quali eran sì del tutto accesi, in modo tale che nessun lavoro artigianale richiede ferro più caldo.
che ferro più non chiede verun’arte. 120

Tutti li lor coperchi eran sospesi, Tutti i coperchi erano aperti e puntellati, e ne uscivano lamenti così
e fuor n’uscivan sì duri lamenti, miseri che parevano proprio di anime dannate.
che ben parean di miseri e d’offesi. 123

E io: «Maestro, quai son quelle genti E io: «Maestro, chi sono quelle anime che, sepolte dentro quelle
che, seppellite dentro da quell’arche, tombe, si fanno sentire coi dolenti sospiri?»
si fan sentir coi sospiri dolenti?». 126

Ed elli a me: «Qui son li eresiarche E lui a me: «Qui ci sono gli eresiarchi coi loro seguaci d'ogni setta, e
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto le tombe sono ricolme assai più di quanto non credi.
più che non credi son le tombe carche. 129
Simile qui con simile è sepolto, Qui ogni eretico è sepolto col suo simile e le tombe sono più o meno
e i monimenti son più e men caldi». calde». E dopo che si fu rivolto verso destra, ci incamminammo tra
E poi ch’a la man destra si fu vòlto, le tombe e gli alti spalti.

passammo tra i martiri e li alti spaldi. 133

Argomento del Canto


Dubbi di Dante e spiegazioni di Virgilio. Apparizione delle tre Furie, che invocano Medusa. Arrivo del messo celeste, che piega le
resistenze dei demoni e permette il passaggio dei due poeti. Ingresso nella città di Dite (VI Cerchio). Pena degli eresiarchi.
È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

I dubbi di Dante (1-33)


La paura mostrata da Dante alla fine del Canto precedente induce Virgilio a nascondere la sua preoccupazione, mentre egli tende
l'orecchio in attesa dell'arrivo del messo celeste. Il poeta latino pronuncia alcune parole di dubbio, che subito dopo corregge per non
accrescere il timore del discepolo. A questo punto Dante chiede al maestro se mai un'anima del Limbo sia discesa fino al basso
Inferno e Virgilio risponde che, benché ciò accada raramente, è già successo a lui poco dopo la sua morte quando la maga Eritone lo
aveva evocato per trarre fuori dalla Giudecca l'anima di un traditore. Virgilio rassicura quindi Dante del fatto che conosce bene il
cammino, spiegandogli che la palude Stigia circonda completamente la città di Dite e li costringe perciò ad entrare nelle sue mura
per superarla.

Apparizione delle tre Furie (34-66)


Virgilio aggiunge altre parole che però Dante non ascolta, poiché il suo sguardo è attirato sulla cima delle mura dall'apparizione delle
tre Furie infernali, sporche di sangue e coi capelli serpentini. Virgilio le riconosce subito e spiega a Dante che quella a sinistra è
Megera, quella a destra è Aletto e Tesifone è al centro. Esse si squarciano il petto con le unghie, si percuotono a palme aperte e
gridano così forte da indurre Dante a stringersi a Virgilio. Tutte invocano l'arrivo di Medusa per pietrificare Dante, quindi Virgilio lo
esorta a voltarsi e a chiudersi gli occhi con le mani per non vedere la Gorgone. Dante obbedisce e Virgilio, non contento di ciò, mette
le sue mani su quelle di Dante per non impedirgli di guardare.
Arrivo del messo celeste (67-105)
Dante a questo punto ammonisce i lettori con l'intelletto sano che dovranno ben interpretare l'allegoria che si cela sotto i suoi versi
strani. Infatti si sente un gran frastuono proveniente dalla palude, che fa tremare entrambe le sponde ed è simile a un vento
impetuoso che abbatte le foreste. Virgilio consente a Dante di aprire gli occhi e gli dice di guardare verso il fumo della palude, dove si
vede il messo celeste avanzare senza toccare l'acqua. La creatura celeste avanza scacciando con la mano dal viso il vapore del
pantano, mentre al suo cospetto le anime degli iracondi si dileguano. Virgilio fa cenno a Dante di inchinarsi di fronte a lui, che
sembra pieno di disdegno verso quel luogo.
Il messo giunge alla porta della città di Dite e, dopo averla aperta con un bastoncino, inizia a rimproverare aspramente i diavoli.
Biasima la loro tracotanza, il fatto che si oppongono vanamente al passaggio dei due poeti e ricorda che già Cerbero si era rifiutato di
far entrare all'Inferno Ercole, fatto per cui ha ancora il mento e il gozzo spellati. A questo punto il messo torna da dove è venuto,
senza rivolgere parola ai due poeti i quali si avvicinano senza ostacoli alle mura di Dite.
Ingresso nella città di Dite (106-133)
Dante e Virgilio entrano nella città senza alcuna opposizione e a questo punto Dante, desideroso di vedere la condizione dei dannati,
volge intorno lo sguardo scorgendo ovunque delle tombe simili a quelle dei cimiteri di Arles e di Pola. Le tombe sono infuocate e
hanno i coperchi sollevati, mentre dai sepolcri escono lamenti miserevoli. Dante chiede spiegazioni a Virgilio e il maestro spiega che
dentro ci sono le anime degli eresiarchi e dei loro seguaci di ogni setta, condannati a bruciare in misura maggiore o minore a
seconda della gravità dell'eresia che hanno seguito in vita. Virgilio si dirige a destra e Dante lo segue tra le tombe e gli spalti della
città.
Interpretazione complessiva
Il Canto è la necessaria conclusione di quello precedente, che si era chiuso nell'attesa dell'arrivo del messo celeste preannunciato da
Virgilio per rassicurare Dante e destinato a vincere l'opposizione dei diavoli della città di Dite, decisi a non permettere l'ingresso di
Dante ancor vivo nella città del foco. La stessa atmosfera di attesa e inquietudine apre il Canto IX, che mostra da un lato i dubbi di
Virgilio (la guida si sforza di non inquietare Dante, anche se le sue parole lasciano trasparire dubbi) e dall'altro i timori del discepolo,
che addirittura chiede al maestro se lui conosce la strada che conduce al Basso Inferno, mettendo implicitamente in forse la sua
autorità finora indiscussa. Virgilio spiega che poco dopo la sua morte la maga tèssala Eritone lo aveva evocato per far ritornare sulla
Terra un morto, quindi egli conosce perfettamente la strada che conduce al fondo dell'Inferno, anche se è assai raro che un'anima
compia tale percorso partendo dal Limbo (Dante si ispira sicuramente a un episodio del Bellum civile di Lucano, VI, 508 ss., in cui si
dice che Eritone aveva resuscitato un defunto per rivelare a Pompeo l'esito della battaglia di Farsàlo; non sappiamo a quale altro
caso riguardante Virgilio faccia riferimento qui Dante). Va comunque detto che la conoscenza dei luoghi infernali da parte di Virgilio
è limitata dal fatto che la sua prima discesa avvenne prima della venuta di Cristo, per cui egli ignora ad esempio che alcuni ponti
rocciosi delle Malebolge sono crollati per il terremoto seguito alla morte di Gesù e ciò causerà l'inganno che sarà perpetrato ai suoi
danni dai Malebranche; del tutto inesperto sarà invece del Purgatorio, dove sarà addirittura costretto a chiedere più volte ai
penitenti qual è la via più rapida per l'ascesa.
L'atmosfera arcana e di sortilegio prosegue con l'apparizione improvvisa delle tre Furie, che distolgono Dante dal discorso di Virgilio
e attirano la sua attenzione: le creature demoniache si affacciano dagli spalti di Dite e minacciano Dante evocando Medusa, la
terribile Gorgone che ha il potere di pietrificare chi la guarda in volto. La minaccia è reale e spinge Virgilio a chiudere gli occhi al
discepolo, altrimenti nulla sarebbe di tornar mai suso (il maestro non si accontenta che Dante si copra gli occhi, ma mette le sue
mani su quelle del poeta per evitare ogni rischio). Le Furie e Medusa sono la consueta demonizzazione di divinità classiche del
mondo infero, che anche in questo caso si oppongono vanamente al prosieguo del cammino di Dante, anche se la Gorgone non
viene mostrata direttamente ma solo evocata dalle minacciose parole delle tre Erinni, che citano la discesa all'Averno di Teseo e si
rammaricano di non averne respinto l'assalto: l'eroe classico è da accostare ad Ercole, citato più avanti nel discorso del messo
celeste, e forse entrambi rimandano alla figura di questo inviato che ridurrà al silenzio i demoni, secondo lo schema dell'eroe che
sconfigge il mostro e che è comune tanto alla mitologia quanto al racconto biblico (si pensi, ad esempio, a David e Golia).
La parte centrale del Canto è poi occupata proprio dall'arrivo del messo celeste, preceduto dall'ammonimento di Dante ai lettori che
dovranno, se hanno gli 'ntelletti sani, osservare bene la dottrina che s'asconde / sotto 'l velame de li versi strani. Non sarà l'ultima
volta che il poeta rivolgerà simili richiami al suo pubblico, né è molto chiaro a cosa intenda riferirsi in questo caso: tralasciando le
ipotesi più fantasiose, è probabile che Dante inviti i lettori a cogliere il senso della «sacra rappresentazione» che ha per protagonista
il messo, ovvero la necessità dell'aiuto e del soccorso della Grazia divina per superare gli ostacoli del peccato, senza la quale la sola
ragione è di per sé insufficiente. L'aiuto di Dio è necessario perché Dante vinca i suoi dubbi e la sua viltà, come già era accaduto nella
selva per mezzo di Virgilio, e superi l'opposizione dei demoni che è del resto vana in quanto il suo viaggio non è folle ma voluto dal
Cielo, come il messo non manca di ricordare ai diavoli nei suoi rimproveri. Quasi impossibile, poi, identificare con certezza il messo,
che molti commentatori hanno indicato in un angelo (uno degli arcangeli, Gabriele o Michele?), altri in un personaggio pagano
(Mercurio?), altri ancora in un contemporaneo di Dante. Quel che è certo è che il suo compito è vincere la ribellione dei demoni al
volere divino, come Michele che sconfisse Lucifero o come vari eroi mitologici che uccisero creature mostruose; il messo ricorda
l'episodio di Ercole che per entrare agli Inferi aveva trascinato fuori Cerbero con una catena, mentre Medusa, evocata dalle Furie,
era stata uccisa da Perseo con l'aiuto di Minerva. La città di Dite rappresenta inoltre il confine tra l'Alto e il Basso Inferno dove sono
puniti i peccati più gravi (quelli di violenza e frode), per cui il passaggio di Dante riveste probabilmente una particolare delicatezza
che rende necessario un intervento superiore, il cui significato preciso probabilmente ci sfugge; quel che è certo è che dopo
l'intervento del messo le porte della città infernale si aprono e l'ingresso dei due poeti può avvenire senz'alcuna guerra, mentre ogni
presenza demoniaca all'interno scompare e Dante sarà libero di visitare il VI Cerchio in cui sono puniti gli eresiarchi e tutti i loro
seguaci.
Gli eretici sono costretti a giacere in tombe infuocate con i coperchi sollevati, contrappasso che sarà spiegato nel Canto seguente
dicendo che fra essi ci sono gli epicurei, che avevano proclamato la mortalità dell'anima; particolarmente interessato a questa
categoria di dannati si mostra subito Dante, soprattutto perché sa (o intuisce) che fra loro si trova il concittadino Farinata Degli
Uberti, la cui perdizione gli è stata preannunciata da Ciacco, e forse per l'interesse ai temi filosofici manifestato negli anni del suo
«traviamento» e che aveva trovato espressione nel Convivio. Virgilio gli spiega che in ogni tomba sono costretti i seguaci di una
stessa setta eretica, tormentati in misura maggiore o minore dal fuoco a seconda della gravità del peccato commesso: anche questo
Canto si chiude prima che l'episodio abbia termine e rimanda l'attenzione a quello successivo, in cui avverrà l'incontro con Farinata
che, forse, il lettore del poema si attendeva di trovare qui non meno di quanto se lo aspettasse Dante personaggio.

Note e passi controversi


Al v. 7 punga è metatesi per pugna, per ragioni di rima. Al v. 11, invece, dienne è forma rara per mi diede.
I vv. 17-18 indicano il Limbo (primo grado), dove le anime hanno come unica pena la speranza cionca («monca»,
«troncata»).
La regina de l'etterno pianto (v. 44) è Proserpina, la sposa mitologica di Plutone e regina degli Inferi, di cui le Furie sono
dette meschine, serve (è parola di origine araba, da miskin, povero).
Il suono assordante che precede l'arrivo del messo (v. 64 ss.) è tratto prob. da un passo biblico, Act. Ap., II, 2 (et factus
est repente de caelo sonus tamquam advenientis spiritus vehementis, «all'improvviso scese dal cielo un suono come di
vento che soffia impetuoso»), così come l'immagine del vento che abbatte gli alberida Ezech., I, 4 (et ecce ventus
turbinis veniebat ab aquilone, «ed ecco un vento tempestoso avanzare da settentrione»). La similitudine dei dannati che
fuggono come rane di fronte alla biscia proviene invece da Ovidio, Met., VI, 370-381.
La verghetta che il messo ha in mano (v. 89) potrebbe essere lo scettro brandito da molti angeli nell'iconografia
medievale, ma anche il caduceo di Mercurio.
Dante descrive le tombe di Dite con due similitudini, paragonandole al cimitero Des Alyscamps di Arles, sul Rodano, e
alla necropoli di Pola, sul golfo del Quarnaro.
Al v. 133 li alti spaldi sono gli spalti della città di Dite.
CANTO X
Testo Parafrasi
Ora sen va per un secreto calle, A quel punto il mio maestro procedette per un sentiero nascosto, tra
tra ’l muro de la terra e li martìri, le mura e le tombe, e io lo seguii.
lo mio maestro, e io dopo le spalle. 3

«O virtù somma, che per li empi giri Gli chiesi: «O sommo sapiente, che mi conduci per i Cerchi infernali,
mi volvi», cominciai, «com’a te piace, ti prego di rispondermi e soddisfare il mio desiderio.
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. 6

La gente che per li sepolcri giace SI potrebbero vedere i dannati che giacciono nelle tombe? Tutti i
potrebbesi veder? già son levati coperchi sono sollevati e nessun demone fa loro la guardia».
tutt’i coperchi, e nessun guardia face». 9

E quelli a me: «Tutti saran serrati E lui a me: «Saranno tutti richiusi quando le anime torneranno qui
quando di Iosafàt qui torneranno dalla valle di Giosafat coi corpi che hanno lasciato sulla Terra.
coi corpi che là sù hanno lasciati. 12

Suo cimitero da questa parte hanno In questo punto del cimitero sono puniti Epicuro e tutti i suoi
con Epicuro tutti suoi seguaci, seguaci, che proclamano la mortalità dell'anima.
che l’anima col corpo morta fanno. 15

Però a la dimanda che mi faci Perciò ben presto sarà soddisfatto il desiderio che mi hai svelato, e
quinc’entro satisfatto sarà tosto, anche quell'altro (vedere Farinata) che tu non vuoi dirmi».
e al disio ancor che tu mi taci». 18

E io: «Buon duca, non tegno riposto E io: «Mia buona guida, io non ti nascondo i miei pensieri se non per
a te mio cuor se non per dicer poco, parlare poco, e sei stato proprio tu a insegnarmelo in varie
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». 21 occasioni».

«O Tosco che per la città del foco «O toscano, che te ne vai per la città del fuoco parlando in modo
vivo ten vai così parlando onesto, così dignitoso, abbi la compiacenza di trattenerti.
piacciati di restare in questo loco. 24

La tua loquela ti fa manifesto Il tuo accento indica che sei nato in quella nobile patria alla quale,
di quella nobil patria natio forse, fui troppo fastidioso».
a la qual forse fui troppo molesto». 27

Subitamente questo suono uscìo Questa voce uscì improvvisamente da una delle tombe, per cui ebbi
d’una de l’arche; però m’accostai, paura e mi strinsi un poco al mio maestro.
temendo, un poco più al duca mio. 30

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? Ed egli mi disse: «Voltati, che fai? Non vedi laggiù Farinata che si è
Vedi là Farinata che s’è dritto: sollevato? Lo puoi vedere dalla cintola in su».
da la cintola in sù tutto ’l vedrai». 33

Io avea già il mio viso nel suo fitto; Io avevo già fitto il mio sguardo nel suo; e lui si ergeva con la fronte
ed el s’ergea col petto e con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l'Inferno.
com’avesse l’inferno a gran dispitto. 36

E l’animose man del duca e pronte E le mani di Virgilio, pronte e animose, mi spinsero fra le tombe
mi pinser tra le sepulture a lui, verso di lui, mentre il maestro diceva: «Fa' che le tue parole siano
dicendo: «Le parole tue sien conte». 39 misurate».

Com’io al piè de la sua tomba fui, Non appena fui ai piedi della sua tomba, mi guardò un poco e poi,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, quasi con disdegno, mi domandò: «Chi furono i tuoi avi?»
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». 42
Io ch’era d’ubidir disideroso, Io, che ero smanioso di obbedire, non glieli nascosi ma, anzi, risposi
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi; pienamente; allora lui sollevò un poco le ciglia, poi disse: «Essi
ond’ei levò le ciglia un poco in suso; 45 furono aspri nemici miei, dei miei avi e della mia parte politica
(Ghibellini), al punto che per due volte li cacciai da Firenze».
poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi». 48
Io gli risposi: «Se essi furono cacciati, tornarono poi da ogni parte, in
«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», entrambe le occasioni; ma i vostri avi, invece, non furono altrettanto
rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata; bravi».
ma i vostri non appreser ben quell’arte». 51
In quel momento apparve alla nostra vista un'anima, che si
Allor surse a la vista scoperchiata sporgeva accanto a quella di Farinata fino al mento: credo che fosse
un’ombra, lungo questa, infino al mento: inginocchiata.
credo che s’era in ginocchie levata. 54
Mi guardò intorno, come se avesse desiderio di vedere se c'era
Dintorno mi guardò, come talento qualcun altro con me; e poi che smise di osservare, mi disse
avesse di veder s’altri era meco; piangendo: «Se tu vai per questo cieco carcere per i tuoi meriti di
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, 57 intellettuale, dov'è mio figlio? E perché non è qui con te?»

piangendo disse: «Se per questo cieco


carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?». 60
E io a lui: «Non sono qui per mio solo merito: colui che attende là
E io a lui: «Da me stesso non vegno: (Virgilio) mi conduce attraverso l'Inferno verso colei (Beatrice) che
colui ch’attende là, per qui mi mena vostro figlio Guido, forse, ebbe a disdegno (disprezzò)».
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». 63
Le sue parole e il fatto che fosse tra gli Epicurei mi avevano fatto
Le sue parole e ’l modo de la pena capire il nome di costui (Cavalcante); perciò risposi così
m’avean di costui già letto il nome; prontamente.
però fu la risposta così piena. 66
E lui, improvvisamente sollevatosi, gridò: «Come? Hai detto "egli
Di subito drizzato gridò: «Come? ebbe"? Guido non vive ancora? la dolce luce del sole non colpisce
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora? più i suoi occhi?»
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». 69
Quando si accorse che esitavo a rispondere, ricadde supino e non
Quando s’accorse d’alcuna dimora ricomparve più fuori dalla tomba.
ch’io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 72
Ma quell'altro nobile dannato, alla cui domanda mi ero fermato,
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta non mutò aspetto, né parve minimamente colpito dall'accaduto:
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa: 75
e proseguendo il discorso iniziato, disse: «Se i miei avi hanno
e sé continuando al primo detto, appreso male l'arte di rientrare in Firenze, ciò mi procura più
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa, sofferenza di questa tomba.
ciò mi tormenta più che questo letto. 78

Ma non cinquanta volte fia raccesa Ma non passeranno cinquanta fasi lunari (meno di quattro anni) che
la faccia de la donna che qui regge, anche tu saprai quant'è dolorosa quell'arte.
che tu saprai quanto quell’arte pesa. 81

E se tu mai nel dolce mondo regge, E ora dimmi (e possa tu tornare nel dolce mondo terreno): perché i
dimmi: perché quel popolo è sì empio fiorentini sono così duri in ogni loro provvedimento contro la mia
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?». 84 famiglia?»

Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio E io a lui: «Lo strazio e l'orrenda strage di Montaperti, che
che fece l’Arbia colorata in rosso, colorarono di rosso il fiume Arbia, ci induce a emanare queste
tal orazion fa far nel nostro tempio». 87 leggi».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, Dopo che ebbe scosso il capo sospirando, disse: «Non fui certo il solo
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo a combattere quella battaglia, né certo ci sarei andato senza una
sanza cagion con li altri sarei mosso. 90 valida ragione.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto In compenso fui l'unico a difendere Firenze a viso aperto, quando
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, ciascun capo ghibellino era pronto a raderla al suolo».
colui che la difesi a viso aperto». 93

«Deh, se riposi mai vostra semenza», Allora lo pregai: «Orsù, possa la vostra discendenza trovare pace:
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo risolvetemi quel dubbio che aggroviglia i miei ragionamenti.
che qui ha ’nviluppata mia sentenza. 96

El par che voi veggiate, se ben odo, Mi sembra che voi dannati vediate, se ho capito bene, gli eventi
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, futuri, mentre abbiate altra conoscenza del presente».
e nel presente tenete altro modo». 99

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, Disse: «Noi, come chi ha un difetto di vista (presbite), vediamo le
le cose», disse, «che ne son lontano; cose che sono lontane nel tempo; soltanto questo ci permette Dio.
cotanto ancor ne splende il sommo duce. 102

Quando s’appressano o son, tutto è vano Quando le cose si avvicinano o accadono, il nostro intelletto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, e se altri non ci porta notizie, non sappiamo nulla della vostra
nulla sapem di vostro stato umano. 105 condizione umana.

Però comprender puoi che tutta morta Perciò puoi capire che la nostra conoscenza (del futuro) sarà
fia nostra conoscenza da quel punto totalmente annullata dal momento in cui sarà chiusa la porta del
che del futuro fia chiusa la porta». 108 futuro, ovvero il giorno del Giudizio».

Allor, come di mia colpa compunto, Allora, come pentito della mia colpa, dissi: «Poi direte a quel
dissi: «Or direte dunque a quel caduto dannato che suo figlio è ancora in vita;
che ’l suo nato è co’vivi ancor congiunto; 111

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, e se poc'anzi non gli diedi subito risposta, ditegli che lo feci perché
fate i saper che ’l fei perché pensava ero nell'errore che voi mi avete spiegato».
già ne l’error che m’avete soluto». 114

E già ’l maestro mio mi richiamava; E ormai Virgilio mi richiamava; perciò pregai in fretta lo spirito che
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio mi dicesse chi erano i suoi compagni di pena.
che mi dicesse chi con lu’ istava. 117

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: Mi rispose: «Qui giaccio con più di mille dannati: qua dentro è
qua dentro è ’l secondo Federico, Federico II di Svevia, nonché il cardinale Ottaviano degli Ubaldini;
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». 120 non ti dico nulla degli altri».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico Quindi tornò nella tomba; e io mi incamminai verso l'antico poeta,
poeta volsi i passi, ripensando ripensando a quelle parole che mi sembravano ostili.
a quel parlar che mi parea nemico. 123

Elli si mosse; e poi, così andando, Virgilio si mosse; e poi, mentre camminava, mi disse: «Perché sei
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?». così turbato?» E io glielo spiegai.
E io li sodisfeci al suo dimando. 126

«La mente tua conservi quel ch’udito Quel saggio mi comandò: «La tua mente ricordi bene ciò che hai
hai contra te», mi comandò quel saggio. sentito contro di te. E ora ascolta,» e drizzò il dito: «quando sarai
«E ora attendi qui», e drizzò ’l dito: 129 davanti al dolce raggio di colei che coi suoi begli occhi vede ogni
cosa (Beatrice), saprai da lei il tuo destino futuro».
«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio». 132

Appresso mosse a man sinistra il piede: Quindi si volse a sinistra: ci allontanammo dal muro e ci dirigemmo
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo verso l'orlo esterno del Cerchio, per un sentiero che conduce a una
per un sentier ch’a una valle fiede, valle da cui fin lassù arrivava un gran puzzo.

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. 136

Argomento del Canto


Ancora nella città di Dite, pena degli eresiarchi. Incontro con Farinata Degli Uberti, discorso politico su Firenze. Apparizione di
Cavalcante dei Cavalcanti. Profezia di Farinata sull'esilio di Dante. Virgilio conforta Dante promettendogli le spiegazioni di Beatrice. I
due poeti arrivano in prossimità del VII Cerchio.
È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

I sepolcri degli epicurei (1-21)


Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, costeggiando il lato interno delle mura. Dante è incuriosito e chiede al maestro se
sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal momento che i coperchi sono sollevati e non ci sono demoni a custodire
le arche. Virgilio risponde che le tombe saranno chiuse in eterno il giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si saranno
riappropriate del corpo nella valle di Iosafat. Spiega inoltre che in questa sorta di cimitero giacciono tutti i seguaci di Epicuro, che
hanno proclamato la mortalità dell'anima, e promette a Dante che sarà presto soddisfatto il desiderio che gli ha espresso e un altro
che non ha svelato, ovvero di sapere se lì c'è l'anima di Farinata Degli Uberti. Dante si giustifica dicendo che se gli tiene celati alcuni
desideri è solo per evitare di parlare a sproposito, cosa cui lo stesso Virgilio lo ha abituato.
Incontro con Farinata (22-51)
D'improvviso una voce proveniente da una delle tombe apostrofa Dante, identificandolo come toscano e pregandolo di trattenersi
poiché il suo accento lo indica come originario della sua stessa città. Dante ne ha timore e si stringe a Virgilio, il quale però lo invita a
voltarsi e a guardare Farinata, che si è sollevato in una delle tombe ed è visibile da la cintola in sù. Dante obbedisce e vede il dannato
che si erge con la fronte e il petto alti, come se disprezzasse tutto l'Inferno, quindi Virgilio lo spinge verso di lui e gli raccomanda di
parlare dignitosamente.
Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi antenati. Il poeta rivela la sua
discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono aspri nemici di lui, dei suoi antenati e della sua parte politica (i Ghibellini),
tanto che li cacciò per due volte da Firenze. Dante ribatte prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città
entrambe le volte, mentre non si può dire lo stesso degli avi di Farinata.

Apparizione di Cavalcante (52-72)


D'improvviso accanto a Farinata emerge un altro dannato, che si sporge fino al mento come se fosse inginocchiato. Lo spirito si
guarda intorno con ansia, cercando qualcuno accanto a Dante che però non vede. Alla fine, piangendo, chiede a Dante dove sia suo
figlio e perché non accompagni il poeta in questo viaggio, se Dante è lì per l'altezza del suo ingegno. Dante comprende subito che si
tratta di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del suo amico Guido, e risponde che in realtà lui è lì non solo per i suoi meriti e indica
Virgilio come colui destinato a guidarlo a qualcuno che, forse, il figlio di Cavalcante ebbe a disdegno. Cavalcante si alza allarmato e
chiede a Dante se davvero suo figlio Guido sia morto: poiché il poeta tarda a rispondere, il dannato precipita nuovamente nella
tomba per non tornare più fuori.
Prosegue il colloquio con Farinata (73-93)
Farinata, per nulla scomposto dall'accaduto, prosegue il suo discorso con Dante riprendendo esattamente da dove l'avevano
interrotto e dice che se i suoi avi non seppero rientrare in Firenze dopo la cacciata, ciò gli provoca più dolore delle pene infernali.
Tuttavia non passeranno più di quattro anni fino al momento in cui anche Dante saprà quanto pesa non poter tornare nella propria
città. Il dannato chiede poi per quale motivo il Comune di Firenze è così duro in ogni sua legge contro la sua famiglia e Dante
risponde che ciò è per il ricordo della battaglia di Montaperti, che arrossò di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva sconsolato che a
quella battaglia non partecipò lui solo, mentre fu l'unico a opporsi alla distruzione di Firenze in seguito alla vittoria dei Ghibellini.

Spiegazione di Farinata sulla preveggenza dei dannati (94-123)


Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla facoltà che gli sembra abbiano i dannati di prevedere il futuro e che ha
causato la sua precedente esitazione nel rispondere a Cavalcante. Farinata spiega che i dannati vedono, sì, il futuro, ma in modo
imperfetto, riuscendo a scorgere gli eventi solo quando sono molto lontani; quando si avvicinano nel tempo o stanno avvenendo
diventano loro invisibili e non sono in grado di saperne nulla, a meno che altri non portino loro delle notizie. Perciò alla fine dei
tempi, dopo il Giudizio Universale, la loro conoscenza del futuro sarà del tutto annullata. Dante comprende l'errore commesso e
prega Farinata di informare Cavalcante che suo figlio Guido è in realtà ancora nel mondo dei vivi.
Virgilio richiama Dante, che perciò si affretta a domandare al dannato con chi condivida la sua pena nella tomba. Farinata risponde
di giacere lì con più di mille anime, tra cui quelle di Federico II di Svevia e del cardinale Ottaviano degli Ubaldini, mentre tace degli
altri. A quel punto Farinata rientra nel sepolcro e Dante segue Virgilio, ripensando tristemente alla profezia dell'esilio.
Virgilio conforta Dante (124-136)
Dopo un po' Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue preoccupazioni. Virgilio ammonisce
Dante a rammentare quello che ha udito contro di sé e gli promette che quando sarà giunto in Paradiso, di fronte a Beatrice, lei gli
fornirà ogni spiegazione relativa alla sua vita futura. Poi il poeta latino si volge a sinistra e lascia le mura per imboccare un sentiero
che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si leva un puzzo estremamente [Link] complessiva
Il protagonista assoluto del Canto è Farinata Degli Uberti, il capo di parte ghibellina vissuto a Firenze nel primo Duecento e
appartenente a una delle famiglie più nobili e potenti della città. Dante, che già sa quali dannati siano puniti nel VI Cerchio, è ansioso
di verificare se Farinata si trovi effettivamente lì (nel Canto VI Ciacco aveva già preannuciato a Dante la dannazione sua e di altri
fiorentini illustri); Virgilio intuisce il desiderio inespresso di Dante e sarà lui stesso a spingerlo con le mani animose e pronte verso la
tomba del dannato, raccomandandogli di parlare in modo misurato e dignitoso.
Il colloquio con Farinata avrà argomento prevalentemente politico, relativo alle divisioni interne di Firenze che era patria di entrambi
(del resto il dannato riconosce Dante come suo concittadino dalla loquela e lo invita a dialogare con lui per via del suo parlare
onesto, cioè dignitoso). Farinata campeggia sulla scena come un gigante, mostrando un fiero disprezzo per tutto l'Inferno, anche se,
come spesso accade per i dannati, egli nell'episodio mostra di non comprendere affatto le ragioni della sua perdizione e appare
tenacemente legato alle questioni di parte politica, che non hanno più alcun significato nella dimensione ultraterrena. Infatti chiede
a Dante chi siano i suoi antenati, per capire a quale fazione appartenga, e quando il poeta si manifesta come Guelfo il dannato gli
ricorda subito di essere stato un Ghibellino e di aver sconfitto i Guelfi per ben due volte, nel 1248 e nel 1260, nella celebre battaglia
di Montaperti.
Dante si sente punto sul vivo e ribatte prontamente che i Guelfi seppero tornare a Firenze in entrambi i casi, ovvero nel 1250 e
soprattutto nel 1266, dopo Benevento. La risposta piccata di Dante è degna di un «contrasto» o di uno scambio polemico di accuse:
dopo la parentesi di Cavalcante, infatti, sarà ancora Farinata a rispondere «per le rime» col profetizzare a Dante che di lì a quattro
anni, nel 1304, la sconfitta nella battaglia della Lastra impedirà agli esuli fiorentini di rientrare in città, profetizzandogli così
indirettamente l'esilio per colpirlo sul piano personale.
A Farinata sta a cuore unicamente la dimensione politica ed è evidente in lui il rimpianto per il dolce mondo e la sua città, specie
quando chiede a Dante il motivo di tanto accanimento di Firenze contro i membri della sua famiglia. La risposta di Dante fa
riferimento al disastro di Montaperti, ovvero la sconfitta guelfa che fu sempre ricordata come un bagno di sangue ('l grande scempio
/ che fece l'Arbia colorata in rosso) e che indusse a pronunciare tale orazion nel... tempio, ovvero a emanare duri provvedimenti
contro tutti i discendenti di Farinata. Questi ribatte che ci fu una ragione per quello scontro, rivendicando il merito di essersi opposto
alla distruzione di Firenze che i capi ghibellini avevano ipotizzato.
L'episodio di Cavalcante, il padre del poeta Guido Cavalcanti che interrompe il dialogo tra i due, è solo apparentemente fuori tono
rispetto al tema fondamentale: i due erano stati avversari politici, poiché Cavalcante era di parte guelfa (fu esiliato nel 1260, rientrò
a Firenze nel 1266), quindi la sua vicenda personale ricalca i temi del colloquio fra Dante e il Ghibellino. Inoltre entrambi, Farinata e
Cavalcante, sono incapaci di comprendere le vere ragioni della loro dannazione, in quanto il primo è ancora tutto preso dagli odi di
parte e dalle lotte politiche, il secondo chiede a Dante perché il figlio non lo accompagni in questo viaggio straordinario che lui
ritiene che Dante faccia per altezza d'ingegno. Entrambi sono epicurei, quindi hanno una visione materiale della vita che esclude la
dimensione trascendente ed è proprio questo a provocare il grottesco equivoco che causa la disperazione di Cavalcante. Dante,
infatti, risponde in modo ambiguo dicendo Da me stesso non vegno: / colui ch'attende là, per qui mi mena / forse cui Guido vostro
ebbe a disdegno. L'ambiguità sta nel pronome cui, che può significare «a colei che» oppure «a colui che»: Dante intende dire
probabilmente che Virgilio lo guida attraverso l'Inferno a colei (Beatrice) che, forse, Guido ebbe a disdegno (e il disdegno potrebbe
essere il disdor trobadorico verso la Beatrice terrena, benché di questo non vi siano conferme certe e quindi Dante potrebbe riferirsi
a un episodio di ambiente stilnovista che non ci è noto). In tal caso è perfettamente normale l'uso del passato ebbe, poiché la
Beatrice terrena è morta nel 1290: Dante, allegoricamente, vuol dire che la ragione lo guida alla salvezza e alla grazia, che forse
Guido disprezzò essendo anche lui vicino all'epicureismo.
Cavalcante invece equivoca e crede che Dante dica che Virgilio lo guida a colui che Guido ebbe a disdegno, cioè probabilmente a Dio:
in tal caso l'uso del passato ebbe non è giustificato in alcun modo, tranne nel caso in cui Guido fosse già morto. Da qui la sua
disperazione e l'esitazione di Dante che sa da Ciacco che i dannati possono antivedere il futuro, quindi non comprende come possa
Cavalcante non sapere che il figlio Guido nella primavera del 1300 fosse vivo e vegeto (morirà nell'agosto dello stesso anno).
L'equivoco serve a chiarire che Cavalcante non comprende nulla del viaggio allegorico di Dante, essendo totalmente sordo a tutto ciò
che riguarda la fede cristiana, la grazia e la salvezza rappresentate da Beatrice. Non meno sordo è Farinata, che riprende il colloquio
interrotto senza fare una piega per quanto accaduto e si mostra ansioso solo di rintuzzare l'attacco politico di Dante,
profetizzandogli l'esilio che lo attende di lì a pochi anni. Sarà lo stesso Farinata a sciogliere l'equivoco creatosi col compagno di pena,
spiegando a Dante che i dannati possono prevedere solo gli eventi lontani, mentre quelli imminenti o presenti sono per loro
invisibili.
La conclusione del Canto è la logica conseguenza di questo discorso, con Virgilio che ricorda a Dante che sarà proprio Beatrice a
spiegargli nel dettaglio la sua vita futura, quindi rammentando che la grazia, non la sola conoscenza razionale, è l'obiettivo del
viaggio dantesco. Per l'ennesima volta viene ribadito che la sola filosofia razionale è insufficiente a salvarsi, come ben dimostra la
presenza nel Cerchio di illustri pensatori quali Epicuro, Federico II, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, tutti destinati a essere chiusi
in eterno nelle loro tombe infuocate il giorno del Giudizio, dopo essersi rivestiti delle loro carni (e il Giudizio viene citato da Virgilio in
apertura di Canto come da Farinata in conclusione, a voler dire che la sentenza finale sarà implacabile con tutti quelli che
pretendono di arrivare alla salvezza eterna solo per altezza d'ingegno).

Note e passi controversi


I vv. 10-12 alludono alla valle di Iosafat, vicino a Gerusalemme, dove secondo la Bibbia tutte le anime risorte il Giorno del Giudizio
andranno a rivestirsi dei loro corpi mortali, prima di ascoltare la sentenza finale.
Al v. 18 Virgilio dice di aver letto nella mente di Dante il suo reale desiderio, cioè verificare se in quel Cerchio è dannato Farinata
(Ciacco ne aveva predetto la perdizione).
Al v. 34 viso è lat. per «sguardo».
Il v. 39 (Le parole tue sien conte) può voler dire che Dante deve parlare in modo misurato e dignitoso, oppure ornato e forbito.
Le rime ai vv. 41, 43, 45 (-oso/-uso) e ai vv. 65, 67, 69 (-ome/-ume) sono rime siciliane.
Il pronome latineggiante cui (v. 63) è stato variamente interpretato, ma vuol dire probabilmente «a colei che» (a Beatrice). In questo
caso il disdegno mostrato da Guido verso di lei può valere unicamente sul piano allegorico (verso la grazia e la teologia), oppure
anche sul piano letterale (disdor del poeta stilnovista verso la donna amata da Dante, ma di ciò non abbiamo conferme dirette).
Il v. 76 si legge in alcuni mss. «E se,» continuando al primo detto..., mentre la lezione più accreditata vede il sé come pronome retto
dal verbo continuando, col senso «e proseguendo il discorso iniziato...».
La donna che qui regge (v. 80) è la Luna, identificata con Proserpina-Ecate. Farinata intende dire che passeranno meno di cinquanta
mesi, ovvero meno di quattro anni.
L'Arbia (v. 86) è un fiumiciattolo che scorre nei pressi di Montaperti.
Il lezzo (v. 136) che proviene dalla valle sottostante il Cerchio è il puzzo che si leva dal VII Cerchio, dove sono puniti i violenti.
CANTO XI
Testo Parafrasi
In su l’estremità d’un’alta ripa Sull'orlo di un'alta riva dove c'erano molte rocce ammucchiate in
che facevan gran pietre rotte in cerchio cerchio, giungemmo in prossimità del Cerchio successivo;
venimmo sopra più crudele stipa; 3

e quivi, per l’orribile soperchio e qui, per l'orribile eccesso del puzzo che l'abisso infernale emana, ci
del puzzo che ’l profondo abisso gitta, riparammo dietro al coperchio di una grande tomba, dove lessi una
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio 6 scritta che diceva: "Custodisco papa Anastasio, che fu sviato dalla
retta strada da Fotino".
d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: "Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta". 9

«Lo nostro scender conviene esser tardo, «È preferibile attendere un poco prima di scendere, così che il nostro
sì che s’ausi un poco in prima il senso olfatto si abitui al cattivo odore, poi non servirà più alcun riguardo».
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo». 12
Così disse Virgilio; e io dissi a lui: «Trova il modo di non far passare il
Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», tempo inutilmente». E lui: «Penso proprio a questo».
dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso». 15
Poi iniziò a dire: «Figlio mio, al di sotto di questi sassi ci sono tre
«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», Cerchi, uno di sotto all'altro come gli altri che hai visto.
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
di grado in grado, come que’ che lassi. 18
Sono tutti pieni di spiriti dannati; ma affinché in seguito ti basti
Tutti son pien di spirti maladetti; vederli, ascolta in che modo e per quale ragione stanno insieme.
ma perché poi ti basti pur la vista,
intendi come e perché son costretti. 21
Il fine di ogni malizia che attira l'odio del Cielo è l'ingiuria, e tale
D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, scopo si ottiene con la violenza o con la frode.
ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
o con forza o con frode altrui contrista. 24
E poiché la frode è un peccato proprio dell'uomo (in quanto si fonda
Ma perché frode è de l’uom proprio male, sulla ragione), è più sgradita a Dio e i fraudolenti stanno più in
più spiace a Dio; e però stan di sotto basso e sono puniti maggiormente.
li frodolenti, e più dolor li assale. 27
Il primo Cerchio (il VII) è riservato ai violenti; e poiché si può far
Di violenti il primo cerchio è tutto; violenza a tre diversi bersagli, esso è suddiviso in tre gironi.
ma perché si fa forza a tre persone,
in tre gironi è distinto e costrutto. 30
Si può usare violenza a Dio, a se stessi, al prossimo, nelle persone e
A Dio, a sé, al prossimo si pòne nelle loro cose, come ti spiegherò razionalmente.
far forza, dico in loro e in lor cose,
come udirai con aperta ragione. 33
Si possono dare al prossimo morte per forza, ferite dolorose, e nei
Morte per forza e ferute dogliose suoi beni rovine, incendi e rapine;
nel prossimo si danno, e nel suo avere
ruine, incendi e tollette dannose; 36
dunque gli assassini e chi ferisce proditoriamente, distruttori e
onde omicide e ciascun che mal fiere, predoni, sono tutti tormentati in diverse schiere nel primo girone.
guastatori e predon, tutti tormenta
lo giron primo per diverse schiere. 39
L'uomo può essere violento contro se stesso e nel suo patrimonio; e
Puote omo avere in sé man violenta perciò nel secondo girone si pente invano chiunque si è suicidato e
e ne’ suoi beni; e però nel secondo chi sperpera e dissipa il suo denaro, e rimpiange sulla Terra i suoi
giron convien che sanza pro si penta 42 beni quando avrebbe dovuto vivere lieto.
qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
e piange là dov’esser de’ giocondo. 45
Si può essere violenti contro Dio, negandolo in cuore e
Puossi far forza nella deitade, bestemmiandone il nome, oppure disprezzando la natura e la sua
col cor negando e bestemmiando quella, bontà (operosità);
e spregiando natura e sua bontade; 48
perciò il terzo girone punisce i sodomiti e gli usurai, nonché quelli
e però lo minor giron suggella che parlano disprezzando in cuore Dio.
del segno suo e Soddoma e Caorsa
e chi, spregiando Dio col cor, favella. 51
La frode, da cui ogni coscienza è rimorsa, può essere esercitata
La frode, ond’ogne coscienza è morsa, dall'uomo verso chi si fida e chi non si fida.
può l’omo usare in colui che ’n lui fida
e in quel che fidanza non imborsa. 54
Questo secondo modo sembra violare solo il vincolo d'amore che la
Questo modo di retro par ch’incida natura stringe (tra tutti gli uomini); perciò nel secondo
pur lo vinco d’amor che fa natura; Cerchio (l'VIII) sono puniti ipocriti, adulatori, maghi, falsari, ladri,
onde nel cerchio secondo s’annida 57 simoniaci, ruffiani, barattieri e altri simili peccatori.

ipocresia, lusinghe e chi affattura,


falsità, ladroneccio e simonia,
ruffian, baratti e simile lordura. 60
Nell'altro modo si dimentica invece quell'amore naturale e anche il
Per l’altro modo quell’amor s’oblia vincolo speciale di fedeltà che si crea tra le persone;
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
di che la fede spezial si cria; 63
perciò nel Cerchio meno ampio (il IX), là dove ha sede Lucifero, è
onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto punito eternamente chi ha commesso tradimento».
de l’universo in su che Dite siede,
qualunque trade in etterno è consunto». 66
E io: «Maestro, il tuo ragionamento è molto chiaro e distingue assai
E io: «Maestro, assai chiara procede bene questo baratro e i dannati che vi sono puniti.
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. 69
Ma dimmi: quelli della palude fangosa (Stige), gli altri che sono
Ma dimmi: quei de la palude pingue, trascinati dalla bufera (lussuriosi), quelli che sono battuti dalla
che mena il vento, e che batte la pioggia, pioggia (golosi) e che si rivolgono parole ingiuriose (avari e
e che s’incontran con sì aspre lingue, 72 prodighi), perché non sono puniti dentro la città di Dite se Dio li ha
in odio? E in caso contrario, perché sono all'Inferno?»
perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?». 75
E lui mi disse: «Perché il tuo ingegno devia tanto dal cammino che
Ed elli a me «Perché tanto delira», solitamente percorre, oppure dove altro guarda la tua mente?
disse «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
o ver la mente dove altrove mira? 78
Non ti ricordi quelle parole con cui l'Etica di Aristotele tratta i tre
Non ti rimembra di quelle parole peccati che il Cielo condanna, eccesso, malizia e matta bestialità? e
con le quai la tua Etica pertratta come l'eccesso offende meno Dio e quindi è condannato in modo
le tre disposizion che ’l ciel non vole, 81 meno duro?

incontenenza, malizia e la matta


bestialitade? e come incontenenza
men Dio offende e men biasimo accatta? 84
Se rifletti bene su questa affermazione e ripensi a quei dannati che
Se tu riguardi ben questa sentenza, sono puniti fuori da questa città, vedrai bene perché sono separati
e rechiti a la mente chi son quelli da questi peccatori (gli eresiarchi) e perché sono meno puniti dalla
che sù di fuor sostegnon penitenza, 87 giustizia divina».

tu vedrai ben perché da questi felli


sien dipartiti, e perché men crucciata
la divina vendetta li martelli». 90
Io dissi: «O sole che risani ogni sguardo turbato, tu mi soddisfai a tal
«O sol che sani ogni vista turbata, punto, quando risolvi un mio dubbio, che il dubitare mi dà piacere
tu mi contenti sì quando tu solvi, come la sapienza.
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. 93
Torna ancora indietro un poco, là dove hai detto che l'usura offende
Ancora in dietro un poco ti rivolvi», la bontà divina, e risolvimi questa incertezza».
diss’io, «là dove di’ ch’usura offende
la divina bontade, e ’l groppo solvi». 96
Mi disse: «La filosofia (aristotelica), per chi la comprende, spiega in
«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, più libri che la natura prende il suo corso dal divino intelletto e dalla
nota, non pure in una sola parte, sua operosità; e se tu leggi bene la Fisica, troverai quasi all'inizio che
come natura lo suo corso prende 99 la vostra operosità segue quella di Dio come può, come il discepolo
segue il maestro; così che questa vostra operosità è quasi
dal divino ’ntelletto e da sua arte; discendente da Dio.
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte, 102

che l’arte vostra quella, quanto pote,


segue, come ’l maestro fa ’l discente;
sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote. 105
E se tu pensi a quanto dice il libro della Genesi, vedrai che gli uomini
Da queste due, se tu ti rechi a mente debbono ricavare il sostentamento e progredire da queste due
lo Genesì dal principio, convene operosità;
prender sua vita e avanzar la gente; 108
e poiché l'usuraio percorre un'altra strada, egli disprezza la natura
e perché l’usuriere altra via tene, in quanto tale e riguardo all'operosità, dal momento che ripone in
per sé natura e per la sua seguace altro (e non nel lavoro) la sua speranza.
dispregia, poi ch’in altro pon la spene. 111
Ma ormai seguimi, poiché penso che dobbiamo andare; infatti i
Ma seguimi oramai, che ’l gir mi piace; Pesci guizzano sull'orizzonte, e il Carro giace tutto sopra il Coro (il
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, Maestrale), e dobbiamo percorrere altra strada prima del passaggio
e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, al Cerchio sottostante».

e ’l balzo via là oltra si dismonta». 115

Argomento del Canto


Ancora nella città di Dite, dove sono puniti gli eresiarchi. Dante e Virgilio attendono sull'argine del VII Cerchio, per il puzzo che
proviene dal basso. Spiegazione di Virgilio sulla topografia morale dell'Inferno.
È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le quattro del mattino.

La tomba di papa Anastasio II (1-12)


Lasciatasi alle spalle la città di Dite, i due poeti giungono all'orlo che conduce al VII Cerchio, dove c'è un ammasso di rocce causato da
un crollo. Qui si leva un gran puzzo dal Cerchio sottostante, che costringe Dante e Virgilio a ritrarsi in un punto dove c'è l'avello di
papa Anastasio II, il cui nome è scritto sul coperchio. Virgilio consiglia di trattenersi lì giusto il tempo di abituare l'olfatto all'odore
sgradevole che arriva da sotto, poi potranno proseguire la discesa.

La suddivisione morale del basso Inferno (13-66)


Dante prega Virgilio di trovare il modo di spendere utilmente il tempo che dovranno trascorrere in quel luogo e il maestro inizia a
illustrare la topografia morale del basso Inferno. Spiega che al di sotto della città di Dite ci sono tre Cerchi, i quali puniscono i peccati
di malizia. Questa ha come fine l'ingiuria, che può ottenersi con la violenza o con la frode: e poiché la frode è più sgradita a Dio, essa
è punita nei Cerchi più bassi.
Il primo dei tre Cerchi (il VII), prosegue Virgilio, ospita i violenti ed è diviso in tre gironi a seconda di quale sia stato il bersaglio della
violenza, ovvero il prossimo, se stessi, Dio. Chi è violento contro il prossimo compie omicidi, ferimenti, rapine e incendi: tutti costoro
sono puniti nel primo girone. Chi è violento contro se stesso può esserlo nella propria persona (i suicidi) oppure nei propri beni (gli
scialacquatori), ed entrambi si trovano nel secondo girone. Si può infine essere violenti contro Dio, nella persona divina
(bestemmiatori), nella natura (sodomiti) e nella sua bontade (nell'operosità umana, usurai) e tutti costoro sono puniti nel terzo
girone.
La frode, prosegue ancora Virgilio, può compiersi contro chi non si fida oppure contro chi si fida. La prima è meno grave, poiché viola
solo il vincolo naturale che lega gli uomini, quindi è punita nell'VIII Cerchio: qui si trovano ipocriti, adulatori, indovini, falsari, ladri,
simoniaci, ruffiani, barattieri e altri peccatori consimili. La seconda forma di frode è più grave, perché viola anche lo speciale vincolo
che si crea tra persone (parentela, patria...) ed è quindi il tradimento: esso è punito nell'ultimo e più basso Cerchio dell'Inferno, il IX.
I peccati di incontinenza (67-90)
Dante si dice soddisfatto della spiegazione, ma ha un dubbio: come mai i peccatori che ha visto nei primi Cerchi infernali, vale a dire
gli iracondi, i lussuriosi, i golosi, gli avari e i prodighi non sono puniti dentro la città di Dite, visto che Dio li condanna? E se non fosse
così, perché sarebbero dannati? Virgilio risponde rimproverando Dante di non riflettere a sufficienza e invita il discepolo a ripensare
all'Etica di Aristotele, dove il filosofo antico distingue le tre disposizion che 'l ciel non vole, vale a dire incontinenza (eccesso), malizia
e matta bestialità. L'incontinenza è peccato meno grave degli altri ed è questa colpa che scontano i dannati nei Cerchi prima della
città di Dite, quindi è perfettamente logico che detti peccatori siano puniti in modo differente da violenti e fraudolenti
Dante manifesta nuovamente la sua soddisfazione per il dubbio chiarito e loda Virgilio per la sua capacità di sanare ogni vista
turbata, ma ha ancora un'incertezza che prega il maestro di risolvere. Dante non ha compreso perché l'usura offende la divina
bontade e Virgilio spiega che secondo la filosofia aristotelica la natura prende corso dall'intelletto divino e dal suo modo di operare;
come appare chiaro nel libro della Fisica, l'operosità umana cerca di imitare quella di Dio, proprio come fa il discepolo col maestro.
Secondo il libro della Genesi, inoltre, l'operosità e il lavoro devono fornire i mezzi di sostentamento all'uomo, mentre l'usuraio altra
via tene e disprezza la natura e l'operosità che è come sua figlia, dal momento che ripone in altro la sua speranza di guadagno.
Terminata la sua spiegazione Virgilio invita Dante a riprendere il cammino, poiché la costellazione dei Pesci è già apparsa
sull'orizzonte (sono circa le quattro del mattino) e quella dell'Orsa Maggiore si trova a Nord-Ovest, nella zona del Coro (il Maestrale),
mentre per discendere nel Cerchio sottostante c'è da compiere ancora un certo cammino.
Interpretazione complessiva
Il Canto è una sorta di pausa nella narrazione del viaggio, che ha la funzione di preparare la discesa nei Cerchi del basso Inferno e
spiegare al lettore la topografia morale di tutto il primo regno, fin qui non esplicitamente illustrata dall'autore. A questo scopo Dante
ricorre all'espediente dell'odore sgradevole che si leva dal VII Cerchio e costringe lui e Virgilio ad attendere un poco prima di
proseguire il cammino, una sosta forzata che dà modo alla guida di spiegare com'è strutturato il doloroso regno.
La spiegazione di Virgilio prende ovviamente spunto dalla filosofia aristotelica (Eth., VII, 1, 1145a), ampiamente ripresa dalla teologia
medievale e che distingueva tre principali peccati: di eccesso, di violenza e di frode, che sono di gravità crescente e quindi puniti
nelle zone infernali che via via si avvicinano al centro della Terra (violenza e frode sono comprese nel peccato di malizia, ovvero
azione tesa ad arrecare offesa al prossimo, più grave dell'eccesso e perciò punita nei cerchi del basso Inferno). Nella classificazione di
Virgilio mancano gli ignavi, le anime del Limbo e soprattutto gli eretici, il cui peccato sembra non rientrare propriamente in nessuna
delle tre categorie menzionate prima; sono state avanzate numerose ipotesi al riguardo e nessuna pienamente convincente, tranne
forse quella che identifica questo peccato in una categoria a sé stante. Piuttosto controversa anche l'interpretazione della matta
bestialitade, che potrebbe significare «violenza», oppure «eresia», o forse indicare un altro tipo di peccato non rientrante nella
topografia morale dell'Inferno.
Particolare rilievo viene poi dato al peccato d'usura, ulteriormente chiarito da Virgilio a seguito della domanda di Dante. Questa
insistenza non deve stupire, dal momento che l'usura era largamente diffusa nell'Italia del Due-Trecento ed era sentita una pratica
particolarmente odiosa, non tanto perché l'usuraio chiedesse interessi esorbitanti, ma perché la Chiesa condannava chi
semplicemente ricavava denaro da altro denaro e non dal lavoro onesto. È chiaro che per Dante l'usura si collegava al peccato di
avarizia e alla corruzione che investiva la Chiesa stessa e la poltica, all'origine del disordine morale che sconvolgeva il mondo ed era
fonte di ingiustizia; ciò valeva anche per la stessa città di Firenze dove la gente nuova e i sùbiti guadagni avevano creato orgoglio e
alterigia, scacciando la «cortesia» e provocando le divisioni politiche. L'usura viene vista allora come un peccato più grave
dell'avarizia, come un attentato all'operosità umana e quindi a Dio, come un peccato di violenza e quindi di malizia meritevole di
essere punita nel basso Inferno, dove si trovano le anime più nere.

Note e passi controversi


Molti commentatori hanno ipotizzato che Dante confondesse papa Anastasio (vv. 8-9) con l'imperatore bizantino Anastasio I, indotto
all'eresia dal diacono Fotino: oggi tale interpretazione è scartata, sulla base di un canone del Liber pontificalis (quasi certamente non
autentico ma ritenuto tale da Dante) dove si dice che il papa fu spinto da Fotino ad abbracciare il monofisismo.
Al v. 31 pòne sta per «può», con epitesi della particella -ne.
Al v. 44 biscazza vuol dire «sperpera al gioco d'azzardo» e deriva al lat. med. biscatia, «bisca».
Il v. 45 (e piange là dov'esser de' giocondo) vuole dire «e piange là (sulla Terra) i beni perduti, mentre avrebbe dovuto essere lieto»;
alcuni interpretano là... come il Paradiso, ma è poco probabile.
I sodomiti puniti nel VII Cerchio sono detti così dalla città biblica di Sodoma, i cui abitanti erano dediti all'omosessualità e furono
distrutti dall'ira divina insieme a quelli di Gomorra. Caorsa è invece la città francese di Cahors, i cui abitanti erano dediti all'usura (e
caorsino era nel Medioevo sinonimo di usuraio; in Par., XXVII, 58 san Pietro definirà nello stesso modo Giovanni XXII, originario di
quella città, e colpevole di simonia e corruzione).
Ai vv. 58-60 Virgilio elenca otto dei dieci peccati puniti nelle Malebolge in un ordine diverso da quello originale, il che non ha
probabilmente nessuna ragione particolare. Allo stesso modo Dante ai vv. 70-72 elenca i peccatori dei primi Cerchi in ordine sparso.
Al v. 73 la città roggia è Dite, le cui mura sono arroventate dal fuoco (VIII, 70-75).
I vv. 106-108 alludono a Gen., III 17 (in laboribus comedes ex ea [terra] cunctis diebus vitae tuae, «dalla terra ricaverai con grandi
fatiche il nutrimento per tutti i giorni della tua vita»), dove il lavoro è visto come punizione all'uomo per il peccato originale.
I vv. 112-115 chiariscono che mancano circa due ore all'alba (sono dunque le quattro del mattino), poiché la costellazione dei Pesci
sta spuntando all'orizzonte e quella del grande Carro sta per tramontare a Nord-Est.
CANTO XIII
Testo Parafrasi
Non era ancor di là Nesso arrivato, Nesso non era ancora arrivato sull'altra sponda (del Flegetonte),
quando noi ci mettemmo per un bosco quando noi ci incamminammo attraverso un bosco in cui non c'era
che da neun sentiero era segnato. 3 nessun sentiero.

Non fronda verde, ma di color fosco; Le foglie non erano verdi, ma di colore scuro; i rami non erano lisci,
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; ma nodosi e contorti; non c'erano frutti, ma spine velenose.
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco: 6

non han sì aspri sterpi né sì folti Quelle belve selvagge che in Maremma, tra Cecina e Corneto,
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno evitano i luoghi abitati, non hanno sterpi così aspri né così intricati.
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 9

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, Qui nidificano le sudicie Arpie, che cacciarono dalle isole Strofadi i
che cacciar de le Strofade i Troiani Troiani preannunciando loro delle tristi disgrazie.
con tristo annunzio di futuro danno. 12

Ali hanno late, e colli e visi umani, Esse hanno grandi ali, colli e volti umani, zampe artigliate e un gran
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; ventre piumato; emettono lamenti sugli strani alberi.
fanno lamenti in su li alberi strani. 15

E ’l buon maestro «Prima che più entre, E il buon maestro cominciò a dirmi: «Prima che tu ti addentri nella
sappi che se’ nel secondo girone», selva, sappi che sei nel secondo girone e vi resterai finché entreremo
mi cominciò a dire, «e sarai mentre 18 nel sabbione infuocato. Perciò guarda bene, perché vedrai cose che
non sarebbero credute se mi limitassi a dirtele».
che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone». 21

Io sentia d’ogne parte trarre guai, Io sentivo levarsi lamenti da ogni parte, ma non vedevo nessuno che
e non vedea persona che ’l facesse; li emettesse; allora mi fermai, confuso.
per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 24

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse Io credo che Virgilio credette che io credessi che tra quei cespugli
che tante voci uscisser, tra quei bronchi uscissero tante voci, emesse da anime che si nascondevano da noi.
da gente che per noi si nascondesse. 27
Perciò il maestro disse: «Se tu spezzi qualche ramoscello da una di
Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi queste piante, i tuoi pensieri non avranno più ragion d'essere».
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi». 30
Allora stesi un poco la mano e strappai un ramoscello da un gran
Allor porsi la mano un poco avante, pruno; e il suo tronco gridò: «Perché mi spezzi?»
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». 33
Dopo aver perso sangue nero, ricominciò a dire: «Perché mi laceri?
Da che fatto fu poi di sangue bruno, non hai alcuno spirito di pietà?
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno? 36
Fummo uomini, e adesso siamo diventati cespugli: la tua mano
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: sarebbe certamente più pietosa, se anche fossimo state anime di
ben dovrebb’esser la tua man più pia, serpenti».
se state fossimo anime di serpi». 39
Come quando si brucia un ramoscello verde da una delle estremità,
Come d’un stizzo verde ch’arso sia e dall'altra cola la linfa e si sente un cigolio in quanto esce dell'aria,
da l’un de’capi, che da l’altro geme così dal ramo rotto uscivano insieme parole e sangue; allora io
e cigola per vento che va via, 42 lasciai cadere il ramo spezzato e restai lì pieno di timore.
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme. 45 Il mio maestro rispose: «Se egli avesse potuto credere ciò che ha
letto solo nei miei versi, anima offesa, (Dante) non avrebbe certo
«S’elli avesse potuto creder prima», levato la mano contro di te; ma la cosa incredibile mi costrinse a
rispuose ’l savio mio, «anima lesa, indurlo a un'azione che pesa anche a me.
ciò c’ha veduto pur con la mia rima, 48

non averebbe in te la man distesa;


ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 51 Ma digli chi fosti in vita, così che per rimediare lui possa restaurare
la tua fama nel mondo terreno, dove può tornare».
Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece». 54 E il tronco: «Con le tue dolci parole mi alletti in tal modo che non
posso stare zitto; e a voi non sia fastidioso se io mi attardo un po' a
E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, parlare di me.
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’io un poco a ragionar m’inveschi. 57 Io sono colui che tenni entrambe le chiavi del cuore di Federico II, e
che le usai così bene nel chiudere e nell'aprire che esclusi dai suoi
Io son colui che tenni ambo le chiavi segreti quasi tutti (divenni il suo più fidato consigliere): fui fedele al
del cor di Federigo, e che le volsi, mio alto incarico, al punto che persi per questo la pace e la vita.
serrando e diserrando, sì soavi, 60

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:


fede portai al glorioso offizio, La prostituta (invidia) che non distolse mai gli occhi disonesti dalla
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. 63 reggia dell'imperatore, e che è morte di tutti e vizio delle corti,
infiammò tutti gli animi (dei cortigiani) contro di me; ed essi
La meretrice che mai da l’ospizio infiammarono a loro volta l'imperatore, al punto che i miei onori si
di Cesare non torse li occhi putti, trasformarono in lutti (caddi in disgrazia).
morte comune e de le corti vizio, 66

infiammò contra me li animi tutti;


e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. 69

L’animo mio, per disdegnoso gusto, Il mio animo, spinto da un amaro piacere, credendo di sfuggire il
credendo col morir fuggir disdegno, disonore con la morte, mi rese ingiusto contro me stesso, che pure
ingiusto fece me contra me giusto. 72 non avevo colpe.

Per le nove radici d’esto legno Per le nuove radici di questo albero, vi giuro che non fui mai infedele
vi giuro che già mai non ruppi fede al mio signore, che fu tanto degno di onore.
al mio segnor, che fu d’onor sì degno. 75

E se di voi alcun nel mondo riede, E se qualcuno di voi tornerà nel mondo terreno, riabiliti la
conforti la memoria mia, che giace mia memoria, che ancora soffre del colpo subìto a causa
ancor del colpo che ’nvidia le diede». 78 dell'invidia».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,


disse ’l poeta a me, «non perder l’ora; Virgilio rimase un poco in silenzio, poi mi disse: «Dal momento che
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». 81 tace, non perdere tempo; parla e chiedigli quello che vuoi».

Ond’io a lui: «Domandal tu ancora E io a lui: «Domandagli tu ancora di quegli argomenti che credi
di quel che credi ch’a me satisfaccia; possano interessarmi; io non potrei, tanto è il turbamento che
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». 84 provo».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia Allora Virgilio riprese: «Possa realizzarsi ciò che le tue parole hanno
liberamente ciò che ’l tuo dir priega, richiesto grazie all'azione spontanea (di Dante), o spirito
spirito incarcerato, ancor ti piaccia 87 imprigionato: ti prego ancora di dirci come l'anima si lega a questi
tronchi, e dicci, se puoi, se mai accade che qualcuna si liberi da
di dirne come l’anima si lega queste piante».
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega». 90

Allor soffiò il tronco forte, e poi Allora il tronco soffiò forte e poi quell'aria si tramutò in queste
si convertì quel vento in cotal voce: parole: «Vi risponderò in breve.
«Brievemente sarà risposto a voi. 93

Quando si parte l’anima feroce Quando l'anima feroce (del suicida) si separa dal corpo dal quale
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta, ella stessa si è staccata, Minosse la manda al settimo Cerchio.
Minòs la manda a la settima foce. 96

Cade in la selva, e non l’è parte scelta; Cade nella selva e non finisce in un punto prestabilito; ma dove il
ma là dove fortuna la balestra, caso la scaglia, lì germoglia come un seme di farro.
quivi germoglia come gran di spelta. 99

Surge in vermena e in pianta silvestra: Cresce come un arbusto e una pianta selvatica: le Arpie, poi,
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, nutrendosi delle sue foglie provocano dolore, e aprono una via
fanno dolore, e al dolor fenestra. 102 attraverso la quale il dolore fuoriesce.

Come l’altre verrem per nostre spoglie, Come le altre anime, anche noi andremo a riprendere i nostri corpi
ma non però ch’alcuna sen rivesta, (il giorno del Giudizio), ma non per rivestircene: infatti non è
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. 105 giusto riavere ciò che ci si è tolti.

Qui le trascineremo, e per la mesta Li trascineremo qui e i nostri corpi saranno appesi per la triste selva,
selva saranno i nostri corpi appesi, ciascuno all'albero della propria ombra nemica».
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». 108

Noi eravamo ancora al tronco attesi, Noi eravamo ancora in attesa accanto all'albero, credendo che
credendo ch’altro ne volesse dire, volesse aggiungere altro, quando fummo sorpresi da un rumore, in
quando noi fummo d’un romor sorpresi, 111 modo simile a colui che sente arrivare il cinghiale e la muta dei cani
sulle sue tracce, e che ascolta le bestie e il fogliame che stormisce.
similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire. 114

Ed ecco due da la sinistra costa, Ed ecco arrivare da sinistra due dannati, nudi e graffiati, che
nudi e graffiati, fuggendo sì forte, fuggivano così veloci che rompevano ogni ramo della foresta.
che de la selva rompieno ogni rosta. 117

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». Quello davanti urlava: «Presto, vieni in aiuto, vieni, o morte!» E
E l’altro, cui pareva tardar troppo, l'altro, al quale sembrava di andare troppo lento, gridava: «Lano, le
gridava: «Lano, sì non furo accorte 120 tue gambe non furono così agili alle giostre (battaglia) di Pieve del
Toppo!» E poiché forse gli mancò il respiro, si nascose accanto a un
le gambe tue a le giostre dal Toppo!». cespuglio.
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo. 123

Di rietro a loro era la selva piena Dietro di loro la selva era piena di cagne nere, che correvano
di nere cagne, bramose e correnti affamate come cani da caccia scatenati.
come veltri ch’uscisser di catena. 126

In quel che s’appiattò miser li denti, Esse azzannarono il dannato che si era nascosto e lo fecero a
e quel dilaceraro a brano a brano; brandelli; poi portarono via le sue carni ancora doloranti.
poi sen portar quelle membra dolenti. 129
Presemi allor la mia scorta per mano, Allora la mia guida mi prese per mano e mi condusse al cespuglio
e menommi al cespuglio che piangea, che piangeva, inutilmente, attraverso i rami rotti e sanguinanti.
per le rotture sanguinenti in vano. 132

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, Diceva: «O Iacopo da Sant'Andrea, a cosa ti è servito usarmi come
che t’è giovato di me fare schermo? scudo? che colpa ho io della tua vita peccaminosa?»
che colpa ho io de la tua vita rea?». 135

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo, Quando il mio maestro si fu fermato sopra di lui, disse: «Chi sei
disse «Chi fosti, che per tante punte stato in vita, tu che soffi parole dolorose e sangue attraverso tanti
soffi con sangue doloroso sermo?». 138 rami spezzati?»

Ed elli a noi: «O anime che giunte E quello rispose: «O anime che siete giunte a vedere lo scempio
siete a veder lo strazio disonesto disonesto che ha separato da me le mie fronde, raccoglietele al
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, 141 piede del triste cespuglio.

raccoglietele al piè del tristo cesto.


I’ fui de la città che nel Batista Io fui della città (Firenze) che mutò in san Giovanni Battista il primo
mutò il primo padrone; ond’ei per questo 144 protettore (Marte); e lui per questo la rattristerà sempre con la sua
arte (la perseguiterà con guerre); e se non fosse che su un ponte
sempre con l’arte sua la farà trista; dell'Arno rimane un frammento di una sua statua, quei cittadini che
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno la ricostruirono sulle ceneri lasciate da Attila, avrebbero lavorato
rimane ancor di lui alcuna vista, 147 inutilmente. Io

que’ cittadin che poi la rifondarno


sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case». 151

Argomento del Canto


Ingresso nel II girone del VII Cerchio, nella selva dei suicidi. Descrizione delle Arpie. Incontro con Pier della Vigna. Apparizione degli
scialacquatori, tra cui Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea. Incontro con un suicida di Firenze.
È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

La selva dei suicidi (1-21)


Nesso non è ancora tornato sull'altra sponda del Flegetonte, quando Dante e Virgilio si incamminano per una orribile selva, in cui il
fogliame è oscuro, i rami sono contorti e al posto dei frutti ci sono spine velenose. I luoghi più selvaggi della Maremma non hanno
una boscaglia così aspra, mentre qui le Arpie nidificano tra gli alberi e hanno grandi ali, visi umani e zampe artigliate, con cui
producono lamenti tra le piante. Virgilio spiega a Dante che si trova nel secondo girone del VII Cerchio, dove la selva si estende sino
al sabbione infuocato del girone seguente. Lo invita poi a guardare bene ciò che si trova nel bosco, perché vedrà cose incredibili a
sentirne parlare.
Incontro con Pier della Vigna (22-54)
Dante sente levarsi dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò si ferma e rimane confuso. Egli crede che degli spiriti si
nascondano tra le piante, ma Virgilio (che ha intuito l'errore del discepolo) lo invita a spezzare un ramoscello da uno degli alberi.
Dante obbedisce e appena ha spezzato il ramo di un albero, dal tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere impietoso,
mentre dal fusto esce sangue nero. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e insieme il sangue, cosa che induce
Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare in attesa, pieno di timore.
Virgilio prende la parola e dice all'anima imprigionata nell'albero di essere stato costretto a indurre Dante a compiere quel gesto,
perché solo così egli avrebbe compreso ciò che lui stesso aveva cantato nei versi dell'Eneide. Quindi invita il dannato a manifestarsi e
a raccontare la sua storia, affinché Dante, tornato sulla Terra, possa risarcirlo del danno subìto restaurando la sua fama.
Racconto di Pier della Vigna (55-78)
A questo punto il dannato dichiara che l'offerta è troppo allettante per rifiutarla, quindi inizia a raccontare la sua storia. Egli si
presenta come colui (Pier della Vigna) che fu intimo collaboratore di Federico II di Svevia, tanto fedele da diventarne il solo
depositario di tutti i segreti. Aveva svolto il suo incarico con lealtà e dedizione, al punto da perderne la serenità e la vita: infatti il suo
zelo aveva acceso contro di lui l'invidia dei cortigiani, i quali sobillarono il sovrano e lo indussero ad accusarlo di tradimento. In
seguito Pier della Vigna si era tolto la vita, credendo in tal modo di sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla
ragione al torto. L'anima conclude il racconto giurando sulle radici della pianta in cui è rinchiuso di essere innocente dell'accusa
rivoltagli a suo tempo, pregando Dante di confortare la sua memoria se mai ritornerà nel mondo.
Spiegazione di come i suicidi si tramutino in piante (79-108)
Virgilio resta un attimo in silenzio, quindi invita Dante a rivolgere altre domande al dannato. Il discepolo si dice troppo turbato per
rivolgere la parola allo spirito, quindi è Virgilio che chiede a Pier della Vigna in che modo l'anima del suicida venga imprigionata
dentro gli alberi sella selva e se accade talvolta che qualcuna di esse ne fuoriesca. Il tronco emette nuovamente un soffio d'aria,
quindi la voce spiega che quando l'anima del suicida si separa dal corpo e giunge davanti a Minosse, il giudice infernale, questi la
manda al VII Cerchio. Qui essa cade in un punto qualsiasi e germoglia formando una pianta selvatica. Le Arpie, poi, nutrendosi delle
foglie dell'albero, producono ulteriore sofferenza alle anime. Il giorno del Giudizio Universale, spiega ancora il dannato, essi
andranno a riprendere le loro spoglie mortali ma non le rivestiranno: porteranno i corpi nella selva, dove ciascuna anima appenderà
il proprio all'albero dove è imprigionata, poiché non è giusto riavere ciò che ci si è tolto violentemente.
Apparizione degli scialacquatori (109-129)
Dante e Virgilio sono ancora accanto all'albero di Pier della Vigna, quando entrambi sentono dei rumori all'interno della selva, simili
allo stormire del fogliame quando, in un bosco, c'è una battuta di caccia al cinghiale. Subito dopo vedono due dannati che corrono
tra la boscaglia, nudi e graffiati, che rompono rami e frasche. Quello davanti (Lano da Siena) è più veloce, mentre quello dietro
(Iacopo da Sant'Andrea) è più lento e si nasconde accanto a un basso cespuglio. Poco dopo è raggiunto da delle cagne nere, che
fanno a brandelli lui e l'arbusto dove ha tentato di celarsi, quindi ne portano via le carni maciullate.

Un fiorentino suicida (130-151)


Virgilio allora prende per mano Dante e lo conduce accanto al cespuglio, dal quale esce sangue e insieme ad esso la voce del suicida
imprigionato all'interno. Il dannato rimprovera lo scialacquatore che gli ha causato danno e dolore, poi Virgilio si rivolge al suicida e
gli chiede di manifestarsi. Egli chiede anzitutto ai due poeti di raccogliere i suoi rami spezzati ai piedi dell'arbusto, quindi rivela di
essere originario di Firenze, città che mutò il proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e per questo è vittima di continue
guerre (solo la statua del dio pagano sull'Arno, di cui sopravvive un frammento, la preserva dalla totale distruzione). Il dannato
conclude dicendo di essersi impiccato nella propria casa.
Interpretazione complessiva
Il Canto è totalmente dedicato alla selva dei suicidi, dove sono puniti anche gli scialacquatori e che è popolata da animali demoniaci
(le Arpie e le nere cagne che azzannano i violenti contro il patrimonio). L'episodio è anche fitto di rimandi letterari, sia per il
riferimento all'Eneide di Virgilio, sia per la figura stessa di Pier della Vigna che fu, com'è noto, poeta siciliano e retore alla corte di
Federico II.
La descrizione iniziale della selva è degna di un cupo paesaggio infernale, con ovvi rimandi alla selva oscura del Canto iniziale (anche
se questa è ancor più spaventosa: nessun sentiero la attraversa, le foglie degli alberi sono nere, i rami sono aggrovigliati...); su tutto
dominano poi le Arpie, gli uccelli mitologici dal volto di donna già citati nel libro III dell'Eneide come i mostri che cacciarono i Troiani
dalle isole Strofadi preannunciando loro una terribile fame una volta giunti nel Lazio, profezia che si sarebbe rivelata mendace. Le
Arpie nidificano nella selva e si nutrono delle foglie degli alberi, producendo dolore alle anime dei suicidi che vi sono imprigionate.
Non è chiaro da dove Dante abbia tratto il legame tra queste figure e il suicidio, visto che nel mito classico erano piuttosto associate
alla rapina e alla furia.
La scena di Dante che, indotto da Virgilio, spezza il ramo dell'albero di Pier della Vigna da cui esce sangue è ovviamente modellata
sul libro III dell'Eneide, anche se l'episodio di Enea e Polidoro (vv. 42 ss.) è rielaborato e ampliato da Dante, che trasforma l'immagine
della pianta sotto cui è sepolto il figlio di Priamo in un'allucinante selva (la scena sarà ripresa da Tasso nella Gerusalemme liberata,
nell'episodio di Tancredi nella selva di Saron). L'anima poi si presenta come Pier della Vigna, il funzionario e segretario di Federico II
di Svevia da lui accusato di tradimento e incarcerato, che si era suicidato dopo che il sovrano lo aveva fatto accecare. Dante gli mette
in bocca un discorso di stile elevato e aulico, pieno di elementi retorici e raffinatezze che, del resto, sono presenti in altri passi del
Canto: ad es. l'anafora Non... ma dei versi 4-6 (ma anche 1 e 7: Non era... non han) e il poliptoto Cred'io ch'ei credette ch'io credesse
(v. 25), simile alla replicazione usata da Pier della Vigna ai vv. 67-68 (infiammò... e li 'nfiammati infiammar...). Il linguaggio del
dannato usa anche metafore venatorie, con i verbi adeschi e inveschi che fanno riferimento alla caccia agli uccelli (e Federico II era
stato autore di un trattato in latino sulla falconeria, il De arte venandi cum avibus). Da notare anche la personificazione dell'invidia,
la meretrice che non ha mai distolto lo sguardo dall'ospizio (cioè dalla reggia) dell'imperatore, detto per antonomasia Cesare e
Augusto, nonché il chiasmo del v. 66 (morte comune e de le corti vizio) e del v. 72 (ingiusto fece me contra me giusto).
Come spesso accade nell'Inferno dantesco, i dannati si mostrano tenacemente attaccati a ciò che rappresentava per loro la vita
terrena, quindi Pier della Vigna parla come se fosse ancora il primo consigliere del sovrano, il sublime retore che doveva redigere in
linguaggio curiale i documenti della cancelleria imperiale. Dante vuole assolverlo dall'accusa, da lui ritenuta ingiusta, di tradimento,
ma lo condanna per l'atto insensato col quale si è tolto la vita, che il dannato non comprende sino in fondo in quanto lo esprime con
un'elegante formula retorica (il suicidio lo ha fatto sembrare colpevole agli occhi del mondo, mentre in realtà lo ha condannato alla
dannazione eterna). Il personaggio non comprende pienamente la natura del suo peccato e si mostra assai più interessato alla
possibilità che Dante restauri la sua fama nel mondo terreno, mentre nulla può fare ovviamente per il suo destino ultraterreno.
L'arrivo sulla scena degli scialacquatori Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea non attenua la raffinatezza stilistica del Canto, poiché
Dante li introduce con la similitudine della caccia al porco, cioè al cinghiale (quindi di ambito nuovamente venatorio) e con una serie
di insistite allitterazioni che ne riproducono il rumore nella boscaglia (similemente... sente 'l porco... posta... bestie... frasche
stormire). I due dannati introducono a loro volta un altro suicida, di cui Dante non ci dice il nome (era forse un giudice impiccatosi
dopo aver pronunciato un'ingiusta sentenza, per la quale era stato corrotto), il quale rivela di essere originario di Firenze con
un'elegante e complicata perifrasi. La città di Dante è definita attraverso il suo attuale patrono, san Giovanni Battista, che aveva
preso il posto di Marte che per questo la perseguita con continue guerre; l'avrebbe già rasa al suolo se non fosse per i resti di una
sua statua presso l'Arno (che in realtà raffigurava un re ostrogoto) e i fiorentini l'avrebbero ricostruita vanamente dopo la
distruzione ad opera di Attila. Qui Dante confonde l'episodio di Totila che assediò Firenze durante la guerra greco-gotica, ma ciò non
toglie che la chiusa del Canto è in linea con la raffinatezza dei versi precedenti e che l'intero episodio è immerso in una delicata
atmosfera letteraria, che stride volutamente con l'orrore della selva e del peccato che in essa scontano le anime.

Note e passi controversi


Al v. 1 Nesso è il centauro incaricato di portare in groppa Dante e fargli così attraversare il Flegetonte (XII, 94 ss.).
I vv. 7-9 si riferiscono alla Maremma, che ai tempi di Dante era un luogo selvoso e abitato da animali selvaggi e si estendeva tra il
fiume Cecina, su cui sorge la città omonima, e Corneto Tarquinia, già in territorio laziale (oggi quei luoghi sono stati in gran parte
bonificati).
L'aggettivo brutte riferito alle Arpie (v. 10) ha il senso di «sudicie», in riferimento all'episodio dell'Eneide in cui esse imbrattano le
mense dei Troiani. Il v. 15 può significare «emettono strani lamenti sopra gli alberi», ma anche «producono lamenti sugli strani
alberi» (in questo caso Dante alluderebbe al fatto che le Arpie provocano dolore alle anime dei suicidi).
La similitudine ai vv. 40-44 è di ambito naturalistico e si riferisce a un ramoscello verde che, bruciato da un capo, perde linfa
dall'altro ed emette un suono simile a un cigolio; nel Medioevo si pensava che ciò fosse dovuto a dell'aria che fuoriusciva dal legno.
La rima citata da Virgilio (v. 48) è l'episodio di Enea e Polidoro, nel libro III dell'Eneide (42 ss.), ripreso anche da Pier della Vigna
quando rimprovera Dante di non aver avuto la man... pia (Polidoro diceva ad Enea iam parce sepulto, / parce pias scelerare manus,
«abbi pietà di un sepolto, non profanare le tue mani devote»).
I vv. 55-57 contengono due immagini venatorie, cioè il vb. adescare, «catturare con l'esca» e inveschiare, «prendere col vischio» (il
riferimento alla caccia tornerà nel finale di Canto, con l'immagine della battuta di caccia al cinghiale).
I vv. 58-61 alludono agli scrigni e ai forzieri più sofisticati che, anticamente, avevano una serratura che doveva essere aperta con una
chiave e chiusa con un'altra (il dannato intende dire che egli fu in possesso di entrambe per aprire e chiudere il cuore di Federico).
Cesare (v. 64) e Augusto (v. 68) sono una forma di antonomasia per indicare l'imperatore Federico II.
Al v. 73 nove può voler dire «recenti», ma anche «strane», «singolari».
Al v. 96 Pier della Vigna cita Minosse, il giudice infernale custode del II Cerchio che indica ai dannati dove devono scontare la loro
pena (Inf., V, 4 ss.).
I vv. 103-105 alludono alla credenza secondo cui, il Giorno del Giudizio, ogni anima risorta andrà a riprendere il proprio corpo
mortale nella valle di Iosafat (i suicidi non se rivestiranno ma lo appenderanno ciascuno al proprio albero della selva).
Alcuni mss. leggono il v. 113 'l porco a la caccia, ma la lezione a testo è più probabile in quanto il passo indica il cinghiale e il gruppo
dei battitori e dei cani che sono a la sua posta, sulle sue tracce.
Al v. 117 rosta vuol dire «frasca» e deriva da una voce longobarda (hrausta).
Al v. 132 in vano può riferirsi all'agg. sanguinenti, ma anche al vb. piangea.
I vv. 146-150 alludono a un frammento di statua presso Ponte Vecchio che ai tempi di Dante si credeva di Marte, mentre era in
realtà di un re ostrogoto (esso fu distrutto nell'alluvione dell'Arno del 1333). Non fu Attila a radere al suolo Firenze, sia pure in un
episodio leggendario, ma un altro re ostrogoto, Totila, la fece assediare durante la guerra greco-gotica del 535-553.
L'espressione gibetto (v. 151) deriva probabilmente dall'antico francese gibet e significa «forca»: il dannato intende dire che si è
impiccato nella propria casa.
CANTO XV

Testo Parafrasi
Ora cen porta l’un de’ duri margini; Ora uno degli argini rocciosi ci porta lontani dalla selva; e il fumo del
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, Flegetonte fa ombra di sopra, così che protegge dal fuoco l'acqua e
sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 3 gli argini stessi.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, Come i Fiamminghi fra Wissant e Bruges erigono dighe per tener
temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa, lontana la marea, temendo che le onde si avventino contro di loro;
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 6

e quali Padoan lungo la Brenta, e come fanno i Padovani lungo il Brenta per difendere le loro città e
per difender lor ville e lor castelli, i castelli prima che la Carinzia senta il caldo (si sciolgano le nevi):
anzi che Carentana il caldo senta: 9

a tale imagine eran fatti quelli, così erano costruiti quegli argini, anche se il costruttore, chiunque
tutto che né sì alti né sì grossi, fosse, non li aveva eretti così alti e grossi.
qual che si fosse, lo maestro felli. 12

Già eravam da la selva rimossi Ormai ci eravamo allontanati dalla selva tanto che non l'avrei più
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era, vista se anche mi fossi voltato,
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 15

quando incontrammo d’anime una schiera quando incontrammo una schiera di anime che veniva lungo l'argine
che venìan lungo l’argine, e ciascuna e ognuna di esse ci guardava come si osserva qualcuno in una sera
ci riguardava come suol da sera 18 di novilunio; e strizzavano gli occhi verso di noi come fa il vecchio
sarto per infilare l'ago nella cruna.
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. 21

Così adocchiato da cotal famiglia, Mentre i dannati mi scrutavano in tal modo, fui riconosciuto da uno
fui conosciuto da un, che mi prese che mi prese per il lembo della veste e gridò: «Che meraviglia!»
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». 24

E io, quando ’l suo braccio a me distese, E io, quando lui tese verso di me il suo braccio, fissai il suo volto così
ficcai li occhi per lo cotto aspetto, che non potei non riconoscerlo, benché fosse tutto bruciato, e
sì che ’l viso abbrusciato non difese 27 avvicinando la mano al suo viso risposi: «Voi siete qui, ser
Brunetto?»
la conoscenza sua al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». 30

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia E lui: «Figlio mio, non dispiacerti se Brunetto Latini torna un po'
se Brunetto Latino un poco teco indietro con te e lascia proseguire la schiera (dei dannati)».
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». 33

I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; Io gli dissi: «Ve ne prego con tutte le mie forze; e se volete che io mi
e se volete che con voi m’asseggia, trattenga con voi lo farò, purché acconsenta costui che mi guida».
faròl, se piace a costui che vo seco». 36
Lui disse: «Figliolo, se un dannato di questo gruppo si arresta un
«O figliuol», disse, «qual di questa greggia solo istante, poi deve giacere cent'anni senza potersi riparare
s’arresta punto, giace poi cent’anni quando il fuoco lo ferisce.
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 39
Perciò prosegui: io ti seguirò e poi raggiungerò la mia schiera, che
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; va piangendo la sua dannazione eterna».
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni». 42
Io non osavo scendere dall'argine per andare insieme a lui; ma
I’ non osava scender de la strada tenevo il capo chino, come un uomo che dimostra la sua deferenza.
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada. 45 Lui cominciò: «Quale fortuna o destino ti porta quaggiù prima della
tua morte? e chi è costui che ti fa da guida?»
El cominciò: «Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?». 48 Io gli risposi: «Lassù, nella vita serena, mi sono smarrito in una valle
prima che la mia vita raggiungesse il suo culmine.
«Là sù di sopra, in la vita serena»,
rispuos’io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena. 51 Solo ieri mattina ne sono uscito: mi apparve costui (Virgilio), mentre
ci stavo rientrando, e mi riporta a casa per questo cammino».
Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’io in quella,
e reducemi a ca per questo calle». 54 E lui a me: «Se tu segui la tua stella, non puoi non raggiungere i tuoi
obiettivi letterari e politici, se ho inteso bene quando ero in vita;
Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella; 57 e se non fossi morto precocemente, vedendo che il cielo era così ben
disposto verso di te ti avrei aiutato a compiere la tua opera.
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto. 60
Ma quell'ingrato e maligno popolo che è disceso anticamente da
Ma quello ingrato popolo maligno Fiesole (i Fiorentini) e conserva ancora la rozzezza dei montanari,
che discese di Fiesole ab antico, diventerà tuo nemico per le tue buone azioni: e ne ha ben donde,
e tiene ancor del monte e del macigno, 63 poiché non è opportuno che il dolce fico nasca tra i frutti agri.

ti si farà, per tuo ben far, nimico:


ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico. 66
Un vecchio proverbio li definisce ciechi; è gente avara, invidiosa e
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; superba: cerca di preservarti dai loro costumi.
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi. 69
La tua fortuna ti riserva tanto onore che entrambe le parti (Bianchi
La tua fortuna tanto onor ti serba, e Neri) vorranno sfogare il loro odio contro di te, ma l'erba sarà
che l’una parte e l’altra avranno fame lontana dal caprone.
di te; ma lungi fia dal becco l’erba. 72

Faccian le bestie fiesolane strame


di lor medesme, e non tocchin la pianta, Le bestie di Fiesole (Fiorentini) si divorino tra loro e non tocchino la
s’alcuna surge ancora in lor letame, 75 pianta, ammesso che ne nascano ancora nel loro letame, in cui
rivive la santa semenza di quei Romani che restarono a Firenze
in cui riviva la sementa santa quando fu fondato il nido di tanta malvagità».
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta». 78 Io gli risposi: «Se potessi esaudire ogni mio desiderio, voi sareste
ancora tra i vivi;
«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
rispuos’io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando; 81 poiché nella mia mente è ben presente, e ora mi commuove, la cara
e buona immagine paterna di voi quando nel mondo mi insegnavate
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, di quando in quando come l'uomo acquista fama eterna: e finché
la cara e buona imagine paterna vivrò la mia lingua esprimerà quanto ciò mi sia gradito.
di voi quando nel mondo ad ora ad ora 84

m’insegnavate come l’uom s’etterna:


e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo Io prendo nota ciò che narrate della mia vita, e mi riservo di farmelo
convien che ne la mia lingua si scerna. 87 spiegare insieme a un'altra profezia (di Farinata) da una donna
(Beatrice) che saprà farlo, se arriverò sino a lei.
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo Io voglio che vi sia chiaro che sono pronto a ciò che la fortuna mi
a donna che saprà, s’a lei arrivo. 90 riserva, purché non mi rimorda la coscienza.

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,


pur che mia coscienza non mi garra, Tale profezia non è nuova al mio orecchio: dunque la fortuna giri
che a la Fortuna, come vuol, son presto. 93 pure la sua ruota come vuole, e il contadino ruoti la sua zappa».

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:


però giri Fortuna la sua rota Il mio maestro (Virgilio) allora si voltò indietro sulla destra e mi
come le piace, e ’l villan la sua marra». 96 guardò, dicendo poi: «È buon ascoltatore chi prende nota di ciò che
gli vien detto».
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro, e riguardommi; Non per questo smisi di parlare con ser Brunetto, e gli domandai chi
poi disse: «Bene ascolta chi la nota». 99 fossero i suoi compagni di pena più importanti.

Né per tanto di men parlando vommi


con ser Brunetto, e dimando chi sono E lui a me: «È bene conoscerne qualcuno: degli altri sarà preferibile
li suoi compagni più noti e più sommi. 102 tacere, perché occorrerebbe troppo tempo a elencarli tutti.

Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;


de li altri fia laudabile tacerci, Sappi insomma che furono tutti chierici e importanti letterati di gran
ché ’l tempo sarìa corto a tanto suono. 105 fama, la cui vita fu lercia dello stesso peccato (sodomia).

In somma sappi che tutti fur cherci


e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci. 108
Prisciano va con quella brutta schiera, e anche Francesco d'Accorso;
Priscian sen va con quella turba grama, e se avessi desiderio di vedere un tale sudiciume, potresti vedere
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, colui che il servo dei servi (Bonifacio VIII) trasferì da Firenze a
s’avessi avuto di tal tigna brama, 111 Vicenza, dove morì e lasciò i suoi sensi protesi al vizio.

colui potei che dal servo de’ servi


fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi. 114
Ti direi di più, ma il cammino e il discorso non possono prolungarsi,
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone poiché vedo levarsi là nuovo fumo dal sabbione.
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione. 117
Arrivano anime con la cui schiera non devo mescolarmi. Ti sia
Gente vien con la quale esser non deggio. raccomandato il mio Trésor nel quale ho ancora fama, e non chiedo
Sieti raccomandato il mio Tesoro altro».
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». 120

Poi si rivolse, e parve di coloro


che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro Poi si voltò e sembrò uno di quelli che corrono il palio a Verona per il
drappo verde, nella campagna; e sembrò il vincitore, non il
quelli che vince, non colui che perde. 124 perdente.

Argomento del Canto


Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i sodomiti). Incontro con Brunetto Latini. Profezia
di Brunetto sull'esilio di Dante.
È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Incontro con una schiera di sodomiti (1-21)


Dante e Virgilio procedono lungo uno degli argini del Flegetonte, che attraversa il sabbione infuocato mentre il fumo che si leva dal
fiume di sangue li protegge dalla pioggia di fiamme. Gli argini di pietra sono alti e spessi, simili alle dighe costruite dai Fiamminghi
per difendersi dai flutti marini e dai Padovani per proteggere città e castelli dalle piene del Brenta. I due poeti si sono ormai
allontanati dalla selva a tal punto che Dante non riesce più a vederla, quando scorge un gruppo di anime (sodomiti) che si avvicinano
all'argine e guardano i due come si osserva qualcuno in una notte di novilunio, stringendo gli occhi come fanno i vecchi sarti quando
devono infilare l'ago nella cruna.
Colloquio con Brunetto Latini (22-54)
Una delle anime della schiera si avvicina a Dante e lo tira per il lembo della veste, gridando la sua meraviglia: il poeta lo guarda bene
e nonostante il suo viso sia tutto bruciato dalle fiammelle lo riconosce come Brunetto Latini. Dante lo saluta meravigliandosi di
trovarlo lì e il dannato manifesta il desiderio di staccarsi per un po' dalle altre anime e seguire il suo antico discepolo per parlare con
lui. Dante ovviamente ne è ben felice e afferma che si attarderà a conversare con lui, sempre che ciò gli sia permesso da Virgilio.
Brunetto ribatte che se un dannato di quella schiera smette un istante di camminare, è poi costretto a restar fermo cent'anni senza
potersi riparare dalla pioggia di fuoco. Invita quindi Dante a camminare, mentre lui lo seguirà per poi ricongiugersi ai suoi compagni
di pena.
Naturalmente Dante non osa scendere dall'argine per avvicinarsi a Brunetto, tuttavia prosegue il cammino tenendo il capo basso,
per udire meglio le sue parole e in segno di deferenza. Brunetto chiede a Dante per quale motivo egli compia questo viaggio
nell'Aldilà e chi sia la sua guida. Dante risponde di essersi smarrito in una valle prima della fine dei suoi giorni e di averla lasciata solo
la mattina del giorno precedente: Virgilio gli era apparso nel momento in cui stava per rientrarci e ora lo riconduce sul retto
cammino.
Profezia dell'esilio di Dante (55-99)
Brunetto dichiara che Dante non può fallire nella sua missione letteraria e politica, se segue la sua stella e se lui ha ben giudicato
quando era in vita. Anzi, se Brunetto non fosse morto precocemente lo avrebbe aiutato lui stesso, visto che il cielo è stato così
benevolo con Dante. Tuttavia i Fiorentini, l'ingrato popolo disceso da Fiesole e che conserva ancora la durezza della sua origine, si
faranno nemici del poeta a causa delle sue buone azioni e ciò non deve sorprendere, perché il frutto buono non cresce di solito tra
quelli cattivi. I Fiorentini sono gente avara, invidiosa e superba e Dante deve quindi tenersi lontano dai loro costumi. Il suo destino è
invece così onorevole che entrambe le parti politiche della città, Bianchi e Neri, vorranno sfogare il loro odio su di lui, ma non ne
avranno la concreta possibilità. I Fiorentini dovranno rivolgere il proprio astio su se stessi e non toccare quei concittadini che, come
Dante, conservano il sangue puro dei Romani che fondarono anticamente la città.
Dante ribatte che, se dipendesse da lui, Brunetto sarebbe ancora nel mondo, dal momento che vivo è in lui il ricordo del maestro che
gli insegnò come acquistare fama eterna, quindi finché vivrà le sue parole esprimeranno sempre questo affetto. Dante dichiara di
prendere atto della oscura profezia, riservandosi di farsela spiegare meglio da Beatrice quando la raggiungerà. Il poeta aggiunge
inoltre che è pronto ai colpi della fortuna, in quanto ha già udito una simile profezia. Virgilio si volge allora sulla sua destra e dice a
Dante che è buon ascoltatore chi prende nota di ciò che gli viene detto.
Brunetto indica altri sodomiti e si allontana (100-124)
Dante prosegue il cammino e intanto non cessa di parlare con Brunetto, al quale chiede chi siano i suoi compagni di pena. Lui
risponde che farà i nomi delle anime più note, poiché sarebbe troppo lungo elencarle tutte. Brunetto spiega che i sodomiti di quella
schiera sono tutti chierici e letterati di gran fama, tra i quali Prisciano, Francesco d'Accorso e colui che Bonifacio VIII trasferì da
Firenze a Vicenza, dove morì lordo di tale peccato, vale a dire il vescovo Andrea de' Mozzi. Brunetto si attarderebbe ancora, ma il
colloquio si deve interrompere in quanto già vede il fumo sollevato da un'altra schiera di sodomiti, della quale lui non può far parte.
Si congeda da Dante raccomandandogli il Trésor, che gli ha dato fama imperitura, quindi si allontana di corsa. Dante lo paragona a
un corridore che corre il palio di Verona e ne è vincitore.
Interpretazione complessiva
Protagonista assoluto del Canto è Brunetto Latini, il notaio e uomo politico fiorentino che fu anche maestro di retorica ed ebbe fra i
suoi allievi il giovane Dante. L'autore della Commedia lo rievoca in questo episodio con grande affetto sul piano umano, ma anche
con una ferma condanna della sua sodomia di cui non si hanno testimonianze certe a parte quella ambigua di Giovanni Villani che lo
definisce «mondano uomo». Presente sullo sfondo è anche la città di Firenze, patria di entrambi e colpita da Brunetto con una dura
invettiva nel predire l'esilio al discepolo.
L'atteggiamento di Dante verso l'antico maestro è di stupore nel vederlo dannato (Siete voi qui, ser Brunetto?), di profonda
deferenza e rispetto (gli dà del voi, come fa con Farinata, Cavalcante, Cacciaguida e Beatrice, lo chiama col titolo onorifico ser), ne
rievoca affettuosamente la cara e buona imagine paterna di quando a Firenze gli insegnava ad acquistare fama imperitura, esprime
la sua eterna gratitudine per il magistero ricevuto. Ciò nondimeno lo colloca tra i dannati, il che dimostra che c'è un contrasto netto
tra la fama e i meriti terreni, letterari e politici, e la giustizia divina, implacabile con chi si è macchiato di gravi colpe. Si ripete la
stessa situazione già vista con gli illustri fiorentini ch'a ben far puoser li 'ngegni, tra cui Farinata e Tegghiaio Aldobrandi la cui
dannazione è stata preannunciata da Ciacco e che sono, moralmente, tra l'anime più nere. Anche Brunetto, inoltre, si dimostra poco
consapevole della propria colpa e ancora attaccato alla vita terrena, dal momento che si complimenta con Dante per il privilegio di
poter visitare da vivo il regno dei morti e sembra credere che ciò sia dovuto esclusivamente ai suoi meriti di intellettuale e politico,
come già Cavalcante aveva parlato di altezza d'ingegno. La spiegazione di Dante è volutamente ambigua, con l'accenno allo
smarrimento nella selva oscura e a Virgilio come colui che lo riporta a ca, sul retto cammino attraverso l'Inferno: Dante indica Virgilio
come il suo vero maestro morale, ma Brunetto non sembra comprendere le sue parole e osserva che Dante deve seguire la sua stella
che lo condurrà a glorioso porto, ovvero alla gloria letteraria e politica cui è destinato come lo stesso Brunetto si era accorto quando
era in vita. Come già Cavalcante, anche Brunetto non capisce nulla del percorso di purificazione compiuto dal discepolo e dal suo
orizzonte è del tutto esclusa la grazia divina, ovvero Beatrice che è il vero punto di arrivo dello straordinario viaggio dantesco.
Il dannato è quindi prigioniero di una dimensione unicamente terrena e materiale, tant'è vero che il suo discorso prosegue con la
profezia a Dante dell'esilio da Firenze (anche in questo c'è un'analogia con l'episodio di Farinata). L'invettiva contro la città parte dal
presupposto che i Fiorentini diverranno nemici di Dante per il suo ben far, per la sua corretta azione politica, e ciò si spiega in quanto
gli abitanti della città discendono in gran parte da quelli di Fiesole e quindi conservano la rozzezza e la selvatichezza propria dei
montanari. Brunetto si rifà alla nota leggenda secondo cui Fiesole era stata rasa al suolo dopo la ribellione di Catilina e Cesare aveva
fondato una nuova città (Firenze) in cui erano stati accolti i superstiti della città distrutta, il che spiegherebbe le divisioni politiche
della Firenze del Duecento. Dante considerava la propria famiglia discendente dagli antichi Romani (Par., XVI, 40-45), quindi le parole
di Brunetto creano un contrasto tra lui e i concittadini discendenti dai Fiesolani, per cui non c'è da stupirsi di tanto odio e
accanimento contro di lui da parte di Bianchi e Neri, questi ultimi perché avversari politici e gli altri perché Dante se ne staccherà
dopo la battaglia della Lastra. Dante è paragonato a un dolce fico che è nato tra i lazzi sorbi (frutti dal sapore agro), cioè tra gente
piena di invidia, superbia e avarizia incapace di apprezzare chi come lui si dedica con passione e lealtà all'attività politica. Ma i
Fiorentini, secondo Brunetto, non riusciranno a prevalere sul poeta: con una serie di forti metafore animalesche (becco, bestie
fiesolane, strame, letame) augura loro di divorarsi l'un l'altro e di non toccare i discendenti del puro sangue romano, la sementa
santa che fu gettata al momento della fondazione della città. Dante ribatte che la Fortuna può indirizzare contro di lui i suoi colpi e
far girare la sua ruota, proprio come il contadino agita la sua marra, la zappa con cui può trovare un tesoro immeritato (il riferimento
è probabilmente una leggenda popolare secondo cui un umile contadino toscano aveva casualmente trovato sottoterra dell'argento:
implicitamente i Fiorentini sono paragonati a questo rozzo bifolco, come già prima si è detto che provengono dal monte e dal
macigno). L'episodio si chiude con il commiato da Brunetto, la cui ultima immagine è quella del corridore che vince il palio di Verona.

Note e passi controversi


Guizzante e Bruggia (v. 4) sono la forma italianizzata di Wissant e Bruges, città fiamminghe assai frequentate nel Duecento da mercanti fiorentini.
La Carentana (alcuni mss. leggono Chiarentana) è probabilmente la Carinzia, dove in estate si sciolgono le nevi che ingrossano il corso del Brenta.
L'immagine ai vv. 18-19 è tratta da Virgilio (Aen., VI, 270 ss.).
Il verbo arrostarsi (v. 39) vuol dire probabilmente «schermirsi», «ripararsi», ma potrebbe significare anche «muovere la rosta», cioè il ventaglio
fatto di frasche (Dante allude comunque al movimento delle mani che scacciano le fiammelle).
Al v. 51 Dante intende dire che lo smarrimento nella selva oscura è avvenuto prima del compimento dei 35 anni d'età, dunque prima che la sua
età... fosse piena (il viaggio avviene nella settimana santa del 1300, mentre Dante era nato tra maggio e giugno del 1265).
Il v. 52 indica che è passato circa un giorno dall'inizio del viaggio, essendo ora l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo).
La stella (v. 55) cui fa riferimento Brunetto è sicuramente una metafora per indicare la giusta rotta che conduce al porto, ma alcuni commentatori
hanno ipotizzato che possa riferirsi alla costellazione dei Gemelli sotto il cui segno era nato Dante: Brunetto alluderebbe al destino di Dante che lui
aveva previsto in vita grazie alle sue conoscenze astrologiche. Il dannato dice inoltre che il cielo era benigno verso Dante, mentre Beatrice (Purg.,
XXX, 109-117) parlerà delle stelle compagne volendo forse dire la stessa cosa.
I vv. 61 ss. ricordano la leggenda, assai diffusa nel Due-Trecento, secondo la quale Fiesole si era ribellata a Roma per opera di Catilina e venne rasa
al suolo; Cesare fece costruire sulle rive dell'Arno una nuova città, che venne chiamata Firenze e che accolse entro le sue mura i superstiti di
Fiesole, da cui secondo Dante discendono i Fiorentini più selvatici e malvagi.
I lazzi sorbi (v. 65) sono dei frutti dal sapore aspro, qui metafora per dire che una persona onesta (dolce fico) non può vivere in mezzo a gente
corrotta come i Fiorentini.
Il v. 67 si riferisce a un antico detto che voleva i Fiorentini ciechi, cioè sciocchi in quanto avevano permesso a Totila di radere al suolo la città nella
guerra greco-gotica, o forse per l'inganno subìto da parte dei Pisani (i Fiorentini avevano custodito la loro città durante la spedizione alle Baleari e
in cambio i Pisani avevano inviato due colonne di porfido guaste, prese per buone dagli abitanti di Firenze).
I Fiorentini sono detti avari, invidiosi e superbi (v. 68), rei quindi degli stessi vizi già dichiarati da Ciacco (Inf., VI, 74).
Il becco al v. 72 potrebbe essere il caprone, nel qual caso l'erba sarà da intendere come lo strame del v. 73, ma anche il becco dell'uccello.
I vv. 73-78 alludono alla leggenda secondo cui Firenze fu fondata dagli antichi Romani e la nobiltà più pura della città discenderebbe dalla loro
stirpe: Dante si riteneva appartenente a questa nobiltà, dunque le bestie fiesolane sono la parte restante dei cittadini.
La donna citata al v. 90 è naturalmente Beatrice.
I vv. 95-96 alludono forse a un detto proverbiale di cui non siamo informati, anche se in un passo del Convivio (IV, 6) Dante riferisce di aver visto un
contadino sul monte Falterona che, zappando, trovò in maniera inaspettata un tesoro sepolto: il poeta vuol forse dire che la Fortuna può girare la
sua ruota e dispensare premi immeritati, così come il contadino può immeritatamente trovare tesori usando la sua marra, la sua zappa.
I vv. 110-114 alludono in perifrasi a Andrea de' Mozzi, il vescovo che Bonifacio VIII (detto servo de' servi, l'espressione che designava il pontefice nei
documenti della Curia) aveva trasferito d'Arno in Bacchiglione, cioè da Firenze a Vicenza.
Il v. 119 indica Li livres dou Trésor, una sorta di enciclopedia in lingua d'oïl composta da Brunetto tra 1262 e 1266.
Il drappo verde del v. 122 è il taglio di stoffa pregiata che veniva dato in premio al vincitore del palio di Verona.
CANTO XVI
Testo Parafrasi
Già era in loco onde s’udìa ’l rimbombo Mi trovavo già in un punto da cui si sentiva il rimbombo dell'acqua
de l’acqua che cadea ne l’altro giro, che si gettava nel Cerchio sottostante, simile al ronzio delle api
simile a quel che l’arnie fanno rombo, 3 dentro l'arnia,

quando tre ombre insieme si partiro, quando tre anime si separarono insieme, correndo, da una schiera
correndo, d’una torma che passava che passava sotto la pioggia di fuoco che le tormentava.
sotto la pioggia de l’aspro martiro. 6

Venian ver noi, e ciascuna gridava: Venivano verso di noi e ognuna gridava: «Fermati, tu che dall'abito
«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri sembri essere concittadino della nostra patria malvagia (Firenze)».
esser alcun di nostra terra prava». 9

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri Ahimè, che piaghe vidi sui loro corpi, recenti e vecchie, provocate
ricenti e vecchie, da le fiamme incese! dalle falde infuocate! Me ne rammarico ancora oggi, al solo
Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. 12 pensarci.

A le lor grida il mio dottor s’attese; Alle loro grida il mio maestro si fermò; volse il viso a me e disse:
volse ’l viso ver me, e: «Or aspetta», «Aspetta, bisogna essere cortesi con questi dannati.
disse «a costor si vuole esser cortese. 15

E se non fosse il foco che saetta E se non fosse per la pioggia che rende infuocato questo luogo, io ti
la natura del loco, i’ dicerei direi che la fretta si addice più a te che a loro».
che meglio stesse a te che a lor la fretta». 18

Ricominciar, come noi restammo, ei Come noi ci fermammo, essi iniziarono a parlare come prima; e
l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, quando ci raggiunsero, iniziarono a camminare tutti e tre in cerchio.
fenno una rota di sé tutti e trei. 21

Qual sogliono i campion far nudi e unti, Come erano soliti fare i lottatori nudi e cosparsi d'olio, studiando
avvisando lor presa e lor vantaggio, l'avversario per tentare una presa prima di percuotersi e ferirsi a
prima che sien tra lor battuti e punti, 24 vicenda, così, pur girando la testa, ciascuno dei tre dannati fissava il
suo sguardo su di me, in modo tale che torceva il collo in senso
così, rotando, ciascuno il visaggio opposto ai suoi passi.
drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
faceva ai piè continuo viaggio. 27

E «Se miseria d’esto loco sollo E uno cominciò: «Se la miseria di questo luogo sabbioso e il nostro
rende in dispetto noi e nostri prieghi», aspetto cotto e spellato inducono a disprezzare noi e le nostre
cominciò l’uno «e ’l tinto aspetto e brollo, 30 preghiere, tuttavia la nostra fama spinga il tuo animo a dirci chi sei,
visto che cammini così sicuro nell'Inferno.
la fama nostra il tuo animo pieghi
a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
così sicuro per lo ’nferno freghi. 33

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, Costui, del quale mi vedi calpestare le orme, anche se cammina
tutto che nudo e dipelato vada, nudo e spellato, ebbe condizione più elevata di quanto non credi:
fu di grado maggior che tu non credi: 36

nepote fu de la buona Gualdrada; fu nipote della valente Gualdrada ed ebbe nome Guido Guerra: nella
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita sua vita compì grandi opere, col senno e con la spada.
fece col senno assai e con la spada. 39

L’altro, ch’appresso me la rena trita, L'altro, che calpesta la sabbia dietro di me, è Tegghiaio Aldobrandi,
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce la cui voce doveva essere più gradita nel mondo.
nel mondo sù dovrìa esser gradita. 42
E io, che posto son con loro in croce, E io, che condivido la loro pena, fui Iacopo Rusticucci; e certo mi ha
Iacopo Rusticucci fui; e certo nuociuto più di ogni altra cosa la mia intrattabile moglie».
la fiera moglie più ch’altro mi nuoce». 45

S’i’ fossi stato dal foco coperto, Se io fossi stato protetto dal fuoco, mi sarei gettato tra loro nel
gittato mi sarei tra lor di sotto, sabbione e credo che il maestro l'avrebbe tollerato;
e credo che ’l dottor l’avrìa sofferto; 48

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto, ma poiché mi sarei bruciato e ustionato, la paura prevalse sul mio
vinse paura la mia buona voglia desiderio di abbracciarli.
che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 51

Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia Poi iniziai: «La vostra condizione mi ha ispirato non disprezzo ma
la vostra condizion dentro mi fisse, dolore, al punto che cesserà fra molto tempo, dal momento in cui il
tanta che tardi tutta si dispoglia, 54 mio maestro mi disse parole per cui ho pensato che venisse gente
nobile quale voi effettivamente siete.
tosto che questo mio segnor mi disse
parole per le quali i’ mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse. 57

Di vostra terra sono, e sempre mai Sono di Firenze e ho sempre appreso ascoltando le vostre opere e i
l’ovra di voi e li onorati nomi vostri nomi onorevoli, con grande affetto.
con affezion ritrassi e ascoltai. 60

Lascio lo fele e vo per dolci pomi Lascio una vita amara e vado in cerca della salvezza, promessami
promessi a me per lo verace duca; dalla mia guida sincera; ma prima devo scendere fino in fondo
ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi». 63 all'Inferno».

«Se lungamente l’anima conduca Quello allora rispose: «Possa la tua anima restare ancora a lungo
le membra tue», rispuose quelli ancora, legata al corpo, e tu avere lunga fama dopo la morte;
«e se la fama tua dopo te luca, 66

cortesia e valor dì se dimora dicci se nella nostra città albergano ancora la cortesia e il valore, o
ne la nostra città sì come suole, se queste virtù l'hanno del tutto abbandonata;
o se del tutto se n’è gita fora; 69

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole infatti Guglielmo Borsiere, che è nostro compagno di pena da poco
con noi per poco e va là coi compagni, tempo e cammina là con gli altri, ci cruccia non poco parlando di
assai ne cruccia con le sue parole». 72 Firenze».

«La gente nuova e i sùbiti guadagni «I nuovi cittadini (arrivati dal contado) e gli improvvisi guadagni
orgoglio e dismisura han generata, hanno creato alterigia ed eccesso dentro di te, o Firenze, così che tu
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». 75 ne piangi già le conseguenze».

Così gridai con la faccia levata; Così gridai levando il viso in alto; e i tre, che interpretarono questo
e i tre, che ciò inteser per risposta, come la mia risposta, si guardarono l'un l'altro come di fronte a una
guardar l’un l’altro com’al ver si guata. 78 verità sgradita.

«Se l’altre volte sì poco ti costa», Tutti risposero: «Se anche le altre volte ti costa così poco soddisfare
rispuoser tutti «il satisfare altrui, le domande altrui, felice te che parli in modo così schietto!
felice te se sì parli a tua posta! 81

Però, se campi d’esti luoghi bui Perciò, se uscirai da questi luoghi oscuri e tornerai a rivedere le
e torni a riveder le belle stelle, stelle, quando ti sarà gradito dire "Io fui all'Inferno", parla di noi ai
quando ti gioverà dicere "I’ fui", 84 vivi». Quindi smisero di girare in tondo e se andarono così veloci che
le loro gambe snelle sembravano ali.
fa che di noi a la gente favelle».
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle. 87

Un amen non saria potuto dirsi Non sarebbe stato possibile dire un "amen" nel breve tempo in cui
tosto così com’e’ fuoro spariti; sparirono; perciò al maestro sembrò opportuno che ce ne
per ch’al maestro parve di partirsi. 90 andassimo.

Io lo seguiva, e poco eravam iti, Io lo seguivo, e avevamo percorso poca strada quando il suono
che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, dell'acqua (il Flegetonte) sembrava così vicino che, parlando, ci
che per parlar saremmo a pena uditi. 93 saremmo sentiti a malapena.

Come quel fiume c’ha proprio cammino Come quel fiume, che ha per primo il proprio corso partendo dal
prima dal Monte Viso ’nver’ levante, Monviso verso levante, dalla pendice destra dell'Appennino, che in
da la sinistra costa d’Apennino, 96 alto si chiama Acquacheta prima di scendere in pianura e a Forlì
cambia nome (in Montone), rimbomba sopra San Benedetto
che si chiama Acquacheta suso, avante dell'Alpe per cadere in una sola cascata là dove dovrebbe essere
che si divalli giù nel basso letto, ricevuto in mille cascatelle;
e a Forlì di quel nome è vacante, 99

rimbomba là sovra San Benedetto


de l’Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto; 102

così, giù d’una ripa discoscesa, così vedemmo che quel fiume rosso (il Flegetonte) ricadeva giù per
trovammo risonar quell’acqua tinta, un burrone scosceso, facendo tanto rumore che in poco tempo
sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa. 105 avrebbe danneggiato l'udito.

Io avea una corda intorno cinta, Io avevo intorno ai fianchi una corda, con la quale tempo prima
e con essa pensai alcuna volta avevo pensato di catturare la lonza dalla pelle chiazzata.
prender la lonza a la pelle dipinta. 108

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, Dopo che l'ebbi sciolta del tutto, come Virgilio mi aveva ordinato, la
sì come ’l duca m’avea comandato, porsi a lui legata e aggrovigliata.
porsila a lui aggroppata e ravvolta. 111

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato, Quindi lui si voltò sulla sua destra e la gettò in quel profondo
e alquanto di lunge da la sponda burrone, stando alquanto lontano dall'orlo.
la gittò giuso in quell’alto burrato. 114

’E’ pur convien che novità risponda’ Io dicevo tra me e me: 'Eppure è necessario che qualcosa di nuovo
dicea fra me medesmo, ’al novo cenno risponda al nuovo cenno, che il mio maestro segue con tanta
che ’l maestro con l’occhio sì seconda’. 117 attenzione'.

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno Ahimè, quanto devono essere prudenti gli uomini quando sono
presso a color che non veggion pur l’ovra, accanto a coloro (i saggi) che non vedono solo gli atti esteriori, ma
ma per entro i pensier miran col senno! 120 col loro senno scrutano dentro i pensieri!

El disse a me: «Tosto verrà di sovra Lui mi disse: «Ben presto verrà qui di sopra ciò che io aspetto e che
ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna: tu immagini col pensiero: è inevitabile che presto si mostri ai tuoi
tosto convien ch’al tuo viso si scovra». 123 occhi».

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna L'uomo deve sempre evitare di dire una verità che sembra falsa, per
de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, non essere tacciato ingiustamente di essere bugiardo;
però che sanza colpa fa vergogna; 126

ma qui tacer nol posso; e per le note ma qui non posso tacere; e io, lettore, ti giuro sulle parole di questa
di questa comedìa, lettor, ti giuro, Commedia (che possa godere di lunga fama) che io vidi avvicinarsi
s’elle non sien di lunga grazia vòte, 129 una figura verso l'alto, che nuotava in quell'aria oscura e spessa,
che faceva meravigliare anche il cuore più coraggioso,
ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro, 132

sì come torna colui che va giuso proprio come il marinaio che va sott'acqua a sciogliere l'ancora che
talora a solver l’àncora ch’aggrappa si è impigliata o a rimuovere un altro ostacolo dentro il mare, e che
o scoglio o altro che nel mare è chiuso, (nel tornare a galla) stende le braccia verso l'alto e ritrae le gambe
(per darsi maggiore slancio).
che ’n sù si stende, e da piè si rattrappa. 136

Argomento del Canto


Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i sodomiti). Incontro con tre fiorentini, Tegghiaio
Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Guido Guerra, con cui Dante parla della situazione politica e morale di Firenze. Dante e Virgilio
arrivano all'orlo del Cerchio, dove il Flegetonte si getta nell'alto burrato. Apparizione di Gerione.
È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Incontro con un'altra schiera di sodomiti (1-27)


Dante e Virgilio, sempre camminando sull'argine, stanno attraversando il terzo girone del VII Cerchio, dove sono puniti i sodomiti.
Sono ormai giunti vicini al punto dove si ode il rumore del Flegetonte che si getta nel Cerchio successivo, simile al ronzio delle api,
quando Dante vede tre dannati che si staccano dal loro gruppo e che corrono verso di loro. Ognuno di loro grida al poeta di fermarsi,
poiché l'hanno riconosciuto come fiorentino, e Dante vede che sono ricoperti di piaghe vecchie e recenti causate dalla pioggia di
fuoco, per cui ne prova dolore. Virgilio invita Dante a fermarsi e dichiara che sono tre anime di personaggi degni di rispetto, con cui è
necessario essere cortesi. I tre dannati raggiungono l'argine e per non smettere di camminare iniziano a girare in tondo, simili a dei
lottatori che si studiano per affrontarsi e tengono lo sguardo fisso sull'avversario.

Colloquio coi tre sodomiti fiorentini (28-63)


Uno dei tre inizia a parlare e dice a Dante che, a dispetto del luogo miserabile e del loro aspetto bruciato dal fuoco, la loro fama
terrena dovrebbe indurlo a presentarsi e a spiegare quale privilegio lo conduce vivo all'Inferno. Il dannato presenta il compagno che
lo precede come personaggio illustre, nipote della buona Gualdrada, e il suo nome è Guido Guerra, che tante buone azioni compì in
vita. Il dannato che invece lo segue è Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole meritavano maggiore ascolto, mentre colui che parla è
Iacopo Rusticucci.
Dante si getterebbe nel sabbione per abbracciarli, se non glielo impedisse la pioggia di fiamme, così deve reprimere questo
desiderio. Poi il poeta dice che il miserevole aspetto dei tre gli provoca non disprezzo ma dolore, tanto che ci vorrà tempo per
superarlo. Egli si presenta come fiorentino e dichiara di aver sempre ascoltato i loro nomi e le loro opere onorevoli col massimo
rispetto. Dice inoltre che Virgilio lo guida sino al fondo dell'Inferno per consentirgli di salvarsi l'anima.
Cause della corruzione di Firenze (64-90)
Iacopo risponde augurando a Dante una vita lunga e grande fama dopo la sua morte, quindi gli chiede se a Firenze ci sono ancora
cortesia e valore, dal momento che un altro dannato (Guglielmo Borsiere) giunto da poco nel girone ha portato tristi notizie. Dante
risponde che la gente arrivata di recente a Firenze dal contado e i facili guadagni hanno portato alterigia ed eccesso, cause prime
della corruzione della città. Dopo queste parole del poeta, i tre dannati si guardano l'un l'altro stupiti, quindi rispondono a una voce
ringraziando Dante della risposta cortese e sincera e lo pregano di parlare di loro nel mondo quando sarà tornato da questo viaggio.
Quindi i tre rompono il cerchio che avevano formato e corrono via per ricongiungersi ai sodomiti della loro schiera: sono velocissimi
e Virgilio suggerisce a Dante che è il momento di riprendere il cammino.
La corda di Dante e l'arrivo di Gerione (91-136)
Dante segue Virgilio e poco tempo dopo giungono vicini al suono del fiume che si getta in basso, tanto forte da coprire le loro voci.
Dante paragona il Flegetonte che si getta nell'alto burrato sottostante alla cascata formata dall'Acquacheta presso San Benedetto
nell'Appennino tosco-emiliano, fiume che cambia nome arrivato vicino a Forlì. Dante ha intorno alla cinta una corda, con cui aveva
pensato a suo tempo di catturare la lonza: la scioglie come Virgilio gli ha chiesto di fare e gliela porge legata e ravvolta. Il maestro si
allontana di qualche passo verso destra e getta la corda nel burrone sottostante. Dante dice fra sé che questo gesto di Virgilio deve
avere un significato ed è probabilmente un richiamo per qualcuno o qualcosa.
Virgilio intuisce il dubbio di Dante e gli preannuncia l'arrivo di un personaggio che si mostrerà ai suoi occhi. Dante spiega al lettore
che l'uomo saggio dovrebbe sempre tacere quelle verità che hanno aspetto falso, per non essere tacciato ingiustamente di
menzogna, ma in questa occasione non può fare a meno di rivelare ciò che ha visto. Dante giura sulla sua Commedia di aver visto
una enorme figura avvicinarsi nuotando nell'aria scura e densa, simile al marinaio che torna in superficie dopo essersi immerso per
sciogliere l'ancora impigliata o rimuovere un altro ostacolo, che ritrae le gambe per darsi la spinta e salire.
Interpretazione complessiva
Il Canto, strutturalmente diviso in due parti, è dedicato rispettivamente al colloquio coi tre Fiorentini e al preannuncio dell'arrivo di
Gerione, che pure non viene direttamente nominato. La prima parte, più ampia, prosegue idealmente il discorso iniziato col Canto
precedente, in quanto anche i tre sodomiti che si staccano dalla loro schiera e si fanno incontro a Dante sono di Firenze e, in modo
simile a Brunetto Latini, si sono fatti onore in vita con le loro azioni politiche improntate alla giustizia. È Virgilio stesso a suggerire a
Dante di fermarsi, affermando che i tre sono personaggi di riguardo e che la fretta si addice più a lui che a loro (l'allusione è al fatto
che chi corre ha un aspetto poco dignitoso: cfr. Purg., III, 10-11).
Non sappiamo quale sia la schiera cui appartengono i tre (forse quella degli uomini politici, anche se Dante non lo esplicita), che
iniziano a parlare con Dante girando in tondo e il cui aspetto reca i segni di piaghe vecchie e nuove causate dalla pioggia di fuoco. La
dannazione di due di loro, Tegghiaio e Iacopo Rusticucci, era già stata preannunciata da Ciacco nel Canto VI, mentre qui si aggiunge
Guido Guerra: i tre sono un esempio di uomini dignitosi e onorevoli in vita, ch'a ben far puoser li 'ngegni, ma la cui condotta
peccaminosa condanna alla dannazione come già Farinata e Cavalcante. L'incontro dà modo poi a Dante di aprire una breve ma
amara riflessione sull'attuale condizione della patria comune: alla domanda dei tre se sia vero che a Firenze non albergano più
cortesia e valor, Dante risponde sconsolato che ciò è vero e ne attribuisce la causa alla gente nova e i sùbiti guadagni, punta cioè il
dito contro i nuovi fiorentini inurbatisi dal contado e facilmente arricchitisi grazie al commercio e all'usura. Dante riconduce la
decadenza di Firenze alla perdita di valori come cavalleria e cortesia, che caratterizzavano l'antica nobiltà feudale cui lui stesso
affermava di appartenere e che sono in forte contrasto con la sete di denaro e l'avarizia della nuova borghesia. Il tema è importante
e si ricollega ad altri passi del poema, come l'accusa di avarizia rivolta più volte ai Fiorentini (ad esempio da Ciacco e da Brunetto
Latini), la condanna dell'usura di cui si parlerà nel Canto seguente, il rimpianto degli antichi valori cortesi di cui non c'è più traccia
nella società comunale, e soprattutto la critica dei nuovi ceti sociali della città che hanno, secondo Dante, imbastardito l'antica
purezza della cittadinanza e sono la causa principale delle divisioni e delle rivalità politiche fiorentine. In Par., IX, 127-142 Folchetto
di Marsiglia si scaglierà contro il maladetto fiore (il fiorino) che ha diffuso l'avidità di guadagno tra gli ecclesiastici, alludendo al fatto
che erano di Firenze i banchieri che si arricchivano prestando il denaro a interesse; e in XVI, 49 ss. l'avo Cacciaguida spiegherà a
Dante che Firenze è decaduta proprio per l'inurbamento di gente dal contado, rendendo la cittadinanza mista mentre prima era
pura, in quanto oggi bisogna convivere coi nuovi Fiorentini dediti al cambio e alla mercatura e accecati dalla sete di guadagno.
La seconda parte del Canto introduce la figura di Gerione, il mostro che custodisce le Malebolge e sulla cui groppa dovrà portare i
due poeti al fondo dell'alto burrato che divide il VII dall'VIII Cerchio, cosa che avverrà nel Canto seguente. Il mostro è evocato da
Virgilio con uno strano rituale, che vede Dante sciogliere una corda che gli cinge i fianchi (e che lui stesso dice che aveva pensato di
usare per catturare la lonza a la pelle dipinta), porgerla al maestro che la getta, annodata e aggrovigliata, nel precipizio. Si tratta
ovviamente di un gesto convenuto con cui Virgilio chiama Gerione, anche se ogni tentativo di interpretarne il senso è andato fallito:
il fatto che la corda potesse servire a catturare la lonza significa forse che serviva a dominare la lussuria, o forse la frode visto che
essa è rappresentata da Gerione. Si è anche ipotizzato che Dante fosse un terziario francescano e portasse la corda ai fianchi per
questo, ma è un'illazione azzardata e priva di riscontri oggettivi. Quel che è certo è che il mostro risponde al richiamo di Virgilio e
ben presto Dante ne intravede la figura che avanza nel buio, simile a un marinaio che nuota per tornare a galla dopo un'immersione;
il Canto si chiude quando ancora il personaggio non è stato presentato, creando una tensione narrativa e un'attesa che verranno
sciolte nell'episodio seguente, che come vedremo fa da cerniera tra la prima e la seconda parte della Cantica introducendoci agli
ultimi due Cerchi dell'Inferno.

Note e passi controversi


Al v. 20 l'antico verso indica il pianto e i lamenti dei dannati, o forse il gesto delle mani per proteggersi dal fuoco.
La similitudine ai vv. 22-27 si riferisce probabilmente agli antichi lottatori greco-romani, che si affrontavano nudi e ricoperti d'olio e che fissavano
con lo sguardo l'avversario prima di tentare la presa. Anche i tre sodomiti fissano Dante, benché debbano continuamente ruotare la testa per il
fatto di girare in tondo.
Al v. 28 sollo vuol dire «molle», «cedevole», riferito alla sabbia sul suolo.
La buona Gualdrada (v. 37) di cui Guido Guerra fu nipote è la figlia di Bellincion Berti (cfr. Par., XV, 112), moglie nel 1180 di Guido il Vecchio dei
conti Guidi e nonna del dannato incontrato qui da Dante.
Il v. 45 allude alla moglie di Iacopo Rusticucci, di cui si diceva che fosse bisbetica e ritrosa (questo l'avrebbe indotto alla sodomia).
L'espressione ritrassi e ascoltai (v. 60) potrebbe voler dire «ascoltai e poi ripetei» (si tratterebbe in tal caso di un hysteron pròteron, collocazione di
una parola che dovrebbe seguire davanti a quella che indica l'azione precedente), oppure «appresi ascoltando».
Il se al v. 64 e al v. 66 ha valore ottativo, di augurio: «possa tu...».
Guigliemo Borsiere citato al v. 70 è un personaggio fiorentino non meglio identificato, forse uomo di corte (Boccaccio ne fa il protagonista di una
sua novella, Dec., I, 8), morto probabilmente poco prima del 1300 visto quello che dice il Rusticucci.
La complessa similitudine dei vv. 94-102 paragona il rimbombo del Flegetonte, che si getta nell'alto burrato, a quello della cascata formata dal
fiume Acquacheta presso S. Benedetto dell'Alpe, sull'Appennino tosco-emiliano: ai tempi di Dante il fiume, una volta a valle, prendeva il nome di
Montone presso Forlì ed era il primo a sfociare in mare tra i corsi d'acqua del fianco sinistro dell'Appennino. I vv. 101-102 vogliono dire
probabilmente che il fiume, a monte, precipita in una sola cascata con gran fragore, mentre potrebbe cadere in mille e più cascatelle con minor
frastuono.
La ripa discoscesa del v. 103 è naturalmente l'alto burrato, il precipizio che divide il VII dall'VIII Cerchio.
Il v. 128 designa il poema come comedìa, esattamente come avverà in XXI, 2. Le note sono le parole, i versi.
I vv. 133-136 paragonano Gerione, nell'atto di salire lentamente attraverso l'aria, a un marinaio che si è immerso per liberare l'ancora della nave
impigliata in un ostacolo e nuota verso l'alto ritraendo le gambe per darsi la spinta.
CANTO XIX
Testo Parafrasi
O Simon mago, o miseri seguaci O Simon mago, o suoi miseri seguaci che, avidi, prostituite in cambio
che le cose di Dio, che di bontate d'oro e d'argento le cose di Dio che devono essere spose della bontà,
deon essere spose, e voi rapaci 3 ora è necessario che per voi suoni la tromba, visto che siete nella III
Bolgia.
per oro e per argento avolterate,
or convien che per voi suoni la tromba,
però che ne la terza bolgia state. 6

Già eravamo, a la seguente tomba, Ormai eravamo saliti, nella Bolgia seguente, sul ponte fino al punto
montati de lo scoglio in quella parte in cui la perpendicolare cade esattamente al centro della fossa.
ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. 9

O somma sapienza, quanta è l’arte O suprema sapienza, quanta perfezione dimostri in cielo, in terra e
che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, nell'Inferno, e con quanta giustizia la tua virtù distribuisce premi e
e quanto giusto tua virtù comparte! 12 castighi!

Io vidi per le coste e per lo fondo Io vidi la roccia scura, lungo le pareti e sul fondo della fossa, piena di
piena la pietra livida di fóri, buchi, tutti della stessa larghezza e di forma circolare.
d’un largo tutti e ciascun era tondo. 15

Non mi parean men ampi né maggiori Non mi sembravano né meno ampi né maggiori di quelli che
che que’ che son nel mio bel San Giovanni, servono come fonti battesimali nel bel battistero fiorentino di San
fatti per loco d’i battezzatori; 18 Giovanni;

l’un de li quali, ancor non è molt’anni, non molti anni fa ne ruppi uno per salvare una persona che vi stava
rupp’io per un che dentro v’annegava: annegando, e questa sia la testimonianza che corregga l'errore di
e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni. 21 chi è male informato.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava Fuori dall'orlo di ogni buca emergevano i piedi e le gambe di un
d’un peccator li piedi e de le gambe peccatore, fino alle cosce, mentre il resto del corpo stava dentro.
infino al grosso, e l’altro dentro stava. 24

Le piante erano a tutti accese intrambe; Le piante dei piedi erano entrambe accese, per cui i dannati
per che sì forte guizzavan le giunte, scalciavano con le articolazioni con tale forza che avrebbero
che spezzate averien ritorte e strambe. 27 spezzato le funi più resistenti.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte Come una fiamma di solito lambisce solo la superficie delle cose
muoversi pur su per la strema buccia, unte, muovendosi sull'estremità, così facevano quelle fiammelle dal
tal era lì dai calcagni a le punte. 30 calcagno alla punta dei piedi.

«Chi è colui, maestro, che si cruccia Io dissi: «Maestro, chi è quel dannato che soffre e scalcia più degli
guizzando più che li altri suoi consorti», altri suoi compagni di pena, e che è consumato da una fiamma più
diss’io, «e cui più roggia fiamma succia?». 33 rossa»?

Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti E lui a me: «Se tu vuoi che io ti porti laggiù, scendendo lungo la
là giù per quella ripa che più giace, parete meno ripida, saprai da lui stesso chi è e quale colpa ha
da lui saprai di sé e de’ suoi torti». 36 commesso».

E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: E io: «Ciò che a te piace per me va benissimo: tu sei la mia guida e
tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto sai che la mia volontà è conforme alla tua e sai anche ciò che non
dal tuo volere, e sai quel che si tace». 39 dico».

Allor venimmo in su l’argine quarto: Allora giungemmo sul quarto argine: ci girammo e scendemmo
volgemmo e discendemmo a mano stanca verso sinistra, fino al fondo della Bolgia pieno di buchi e stretto.
là giù nel fondo foracchiato e arto. 42
Lo buon maestro ancor de la sua anca Il buon maestro non mi fece scendere dal suo fianco, finché non mi
non mi dipuose, sì mi giunse al rotto portò alla buca dove quel dannato si lamentava con le sue gambe.
di quel che si piangeva con la zanca. 45

«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, Io iniziai a dire: «Chiunque tu sia, tu che sei capovolto, anima triste
anima trista come pal commessa», come un palo conficcato nel terreno, se puoi, parlami».
comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». 48

Io stava come ’l frate che confessa Io stavo lì come il frate che confessa il perfido assassino, il quale,
lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, dopo essere stato messo nella buca, lo chiama per ritardare
richiama lui, per che la morte cessa. 51 l'esecuzione.

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, E quello urlò: «Sei già lì in piedi, sei già lì in piedi, Bonifacio? Il libro
se’ tu già costì ritto, Bonifazio? del futuro mi ha mentito di diversi anni.
Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 54

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio Ti sei già saziato di quelle ricchezze per le quali non avesti scrupoli a
per lo qual non temesti tòrre a ’nganno prendere con l'inganno la bella donna (la Chiesa) e poi farne
la bella donna, e poi di farne strazio?». 57 scempio?»

Tal mi fec’io, quai son color che stanno, Io divenni allora come quelli che non capiscono cosa è stato loro
per non intender ciò ch’è lor risposto, risposto, per cui sono confusi e non sanno cosa ribattere.
quasi scornati, e risponder non sanno. 60

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: Allora Virgilio disse: «Digli subito: 'Non sono colui che tu credi'»; e io
‘Non son colui, non son colui che credi’»; risposi come mi fu ordinato.
e io rispuosi come a me fu imposto. 63

Per che lo spirto tutti storse i piedi; Allora lo spirito storse completamente i piedi; poi, sospirando e con
poi, sospirando e con voce di pianto, voce lamentosa, mi disse: «Dunque cosa vuoi sapere da me?
mi disse: «Dunque che a me richiedi? 66

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, Se ti preme sapere chi sono al punto di essere sceso fin quaggiù,
che tu abbi però la ripa corsa, sappi che io vestii il manto papale;
sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; 69

e veramente fui figliuol de l’orsa, e fui figlio legittimo dell'orsa, talmente avido per avvantaggiare i
cupido sì per avanzar li orsatti, miei parenti che in vita misi in borsa il denaro, qui ho messo in borsa
che sù l’avere e qui me misi in borsa. 72 me stesso (mi sono dannato).

Di sotto al capo mio son li altri tratti Sotto la mia testa sono conficcati gli altri che mi hanno preceduto
che precedetter me simoneggiando, praticando la simonia, tutti appiattiti nelle fessure della roccia.
per le fessure de la pietra piatti. 75

Là giù cascherò io altresì quando Laggiù finirò anch'io quando verrà colui (Bonifacio VIII) che credevo
verrà colui ch’i’ credea che tu fossi fossi tu, quando ti feci quell'improvvisa domanda.
allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. 78

Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi Ma il tempo che ho passato a cuocermi i piedi e in cui sono stato
e ch’i’ son stato così sottosopra, così capovolto è maggiore di quello che passerà lui coi piedi rossi:
ch’el non starà piantato coi piè rossi: 81

ché dopo lui verrà di più laida opra infatti dopo di lui verrà da occidente un altro papa (Clemente V)
di ver’ ponente, un pastor sanza legge, senza legge, che compirà azioni ancor più infamanti e tale che
tal che convien che lui e me ricuopra. 84 ricoprirà me e lui.

Novo Iasón sarà, di cui si legge Sarà un nuovo Giasone, di cui si legge nel libro dei Maccabei; e
ne’ Maccabei; e come a quel fu molle come il suo re fu accondiscendente con lui, così sarà verso il papa il
suo re, così fia lui chi Francia regge». 87 re di Francia (Filippo il Bello)».

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, Io non so se a questo punto fui troppo irriverente, poiché gli risposi
ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: in questo tono: «Ora dimmi: quanto denaro volle nostro Signore da
«Deh, or mi dì : quanto tesoro volle 90 san Pietro prima di affidargli le chiavi del regno dei cieli? Certo gli
disse solo 'Seguimi'.
Nostro Segnore in prima da san Pietro
ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
Certo non chiese se non ‘Viemmi retro’. 93

Né Pier né li altri tolsero a Matia Né Pietro né gli altri presero da Mattia oro o argento, quando fu
oro od argento, quando fu sortito sorteggiato per prendere il posto perso da Giuda.
al loco che perdé l’anima ria. 96

Però ti sta, ché tu se’ ben punito; Allora sta' qui, perché sei ben punito; e custodisci il denaro preso
e guarda ben la mal tolta moneta con l'inganno, che ti rese ardito contro Carlo d'Angiò.
ch’esser ti fece contra Carlo ardito. 99

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta E se non fosse per il rispetto che devo alle somme chiavi (della
la reverenza delle somme chiavi Chiesa) che tu tenesti nella vita terrena e che mi frenano, userei
che tu tenesti ne la vita lieta, 102 parole ancor più severe: infatti la vostra avarizia rattrista il mondo,
calpestando i buoni e sollevando i malvagi.
io userei parole ancor più gravi;
ché la vostra avarizia il mondo attrista,
calcando i buoni e sollevando i pravi. 105

Di voi pastor s’accorse il Vangelista, Di voi cattivi pastori si accorse l'Evangelista (Giovanni) quando vide
quando colei che siede sopra l’acque la meretrice che siede sopra le acque (la Chiesa) fare la prostituta
puttaneggiar coi regi a lui fu vista; 108 con i re;

quella che con le sette teste nacque, quella che è nata con sette teste e ha tratto forza dalle dieci corna,
e da le diece corna ebbe argomento, finché al marito (il papa) piacque la virtù.
fin che virtute al suo marito piacque. 111

Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento; Vi siete fabbricati un dio d'oro e d'argento: e che differenza c'è tra
e che altro è da voi a l’idolatre, voi e il pagano, se non che quello adora un dio solo e voi ne adorate
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? 114 cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, Ahimè, Costantino, quanto male ha causato non la tua conversione,
non la tua conversion, ma quella dote ma quella donazione che da te ebbe il primo ricco papa (Silvestro)!»
che da te prese il primo ricco patre!». 117
E mentre io gli rivolgevo tali parole, il dannato scalciava forte con
E mentr’io li cantava cotai note, entrambe le gambe, o perché adirato o per rimorso di coscienza.
o ira o coscienza che ’l mordesse,
forte spingava con ambo le piote. 120
Io credo che il mio maestro approvasse, visto che ascoltò il mio
I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, discorso veritiero con volto sempre sereno.
con sì contenta labbia sempre attese
lo suon de le parole vere espresse. 123
Allora mi prese con entrambe le braccia; e poi che mi strinse tutto al
Però con ambo le braccia mi prese; suo petto, risalì per la via da cui era sceso.
e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
rimontò per la via onde discese. 126
Non si stancò di tenermi stretto finché non mi portò sul punto più
Né si stancò d’avermi a sé distretto, alto del ponte, che unisce il quarto al quinto argine.
sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
che dal quarto al quinto argine è tragetto. 129
Qui pose dolcemente a terra il carico, che era dolce da portare
Quivi soavemente spuose il carco, attraverso la roccia ripida e scoscesa e che sarebbe un duro sentiero
soave per lo scoglio sconcio ed erto anche per le capre. Da lì mi fu mostrata un'altra Bolgia.
che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto. 133

Argomento del Canto


Visione della III Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i simoniaci. Incontro con papa Niccolò III, che predice la futura
dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V. Invettiva di Dante contro la corruzione ecclesiastica.
È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, alle prime ore del mattino.

I simoniaci della III Bolgia (1-30)


Dante esordisce maledicendo Simon mago e tutti i suoi seguaci che fanno turpe mercato delle cose sacre, per i quali è necessario
che suoni la tromba del Giudizio Universale visto che sono ospitati nella III Bolgia. Dante e Virgilio sono giunti sul punto più alto del
ponte roccioso che sovrasta la Bolgia, da dove il poeta può vedere quanta è la giustizia divina che si manifesta nel mondo. Infatti egli
vede le pareti e il fondo della Bolgia pieni di buche circolari, tutte della stessa dimensione, del tutto simili ai fonti battesimali del
battistero di San Giovanni a Firenze, uno dei quali era stato spezzato da Dante per salvare uno che vi stava annegando. Ogni
peccatore è confitto a testa in giù nella buca, lasciando emergere solo le gambe fino alle cosce, mentre le piante dei piedi sono
accese da delle sottili fiammelle. I peccatori scalciano con forza, mentre le fiammelle lambiscono i piedi come fa il fuoco sulle cose
unte.
Incontro con papa Niccolò III (31-63)
Dante nota che uno dei dannati sembra lamentarsi più degli altri e ha le fiammelle sui piedi di un colore più acceso, quindi ne chiede
conto a Virgilio. Il maestro risponde che, se Dante vuole, lo porterà sul fondo della Bolgia dove potrà parlare direttamente con lui.
Dante risponde che ne sarà ben lieto, dopodiché i due giungono al termine del ponte e da lì scendono verso sinistra, sino al fondo
della Bolgia. Dante si avvicina al peccatore e gli chiede di parlare, proprio come il frate che confessa l'assassino prima
dell'esecuzione: il dannato risponde scambiandolo per papa Bonifacio VIII e chiedendo perché sia già giunto lì e se sia già stanco di
fare scempio della Chiesa. Dante resta stupito e non sa che rispondere, quindi Virgilio lo invita a dire al dannato di non essere colui
che crede, cosa che il poeta esegue immediatamente.

Profezia di Niccolò III (64-87)


A questo punto il dannato storce dolorosamente i piedi, quindi si presenta come il papa Niccolò III, appartenente alla nobile famiglia
degli Orsini e che fu assai avido nell'arricchire i suoi famigliari, al punto che è finito all'Inferno. Sotto di lui nella stessa buca sono
conficcati gli altri simoniaci, tutti appiattiti nella roccia, e anche lui verrà spinto più in basso quando arriverà realmente colui per il
quale ha scambiato Dante (Bonifacio VIII). Ma questi rimarrà nella buca coi piedi di fuori meno tempo di quando c'è rimasto Niccolò:
infatti lo seguirà un altro papa simoniaco (Clemente V), che spingerà di sotto entrambi dopo aver goduto in vita del favore del re di
Francia, Filippo il Bello.
Invettiva contro i papi simoniaci (88-117)
A questo punto lo sdegno di Dante esplode in una violenta invettiva contro Niccolò e tutti i papi dediti alla simonia, cui il poeta
chiede ironicamente quanto volle Gesù da san Pietro prima di affidargli le chiavi del regno dei cieli, e rinfacciando che gli apostoli
non pretesero alcun pagamento da parte di Mattia quando prese il posto di Giuda. Niccolò è dunque giustamente punito e deve
custodire il denaro ricevuto per andare contro Carlo I d'Angiò. Solo il rispetto per il ruolo del papa impedisce a Dante di usare parole
ancor più gravi, poiché l'avarizia dei papi simoniaci ha sovvertito ogni giustizia terrena. La Chiesa si è vergognosamente asservita agli
interessi della monarchia francese, dopo essersi trasformata in un'orrida bestia. I papi sono simili agli idolatri, in quanto adorano
cento dei d'oro e argento, mentre molto male ha prodotto la donazione di Costantino.

Dante e Virgilio tornano sul ponte della Bolgia (118-133)


Mentre Dante accusa violentemente Niccolò, il dannato scalcia con forza come se fosse punto dall'ira o dalla coscienza sporca,
mentre Virgilio manifesta col suo volto l'approvazione per il discorso del discepolo. Dopodiché il maestro sorregge Dante con
entrambe le braccia e lo riporta sull'argine della Bolgia, da dove parte il ponte che conduce alla IV Bolgia, fino al quinto argine.
Arrivato qui lo depone a terra, quindi i due si accingono a visitare la Bolgia seguente.
Interpretazione complessiva
Il Canto è interamente dedicato alla III Bolgia, che punisce insieme a Simon mago tutti coloro che hanno commesso simonia ovvero
hanno fatto commercio delle cose sacre. I simoniaci sono conficcati a testa in giù entro buche circolari dalle quali emergono solo le
gambe, mentre sottili fiammelle lambiscono loro le piante dei piedi e provocano dolore: non è chiaro se fra di essi ci siano solo gli
ecclesiastici o anche i laici che si diedero a questo turpe mercato col clero, mentre il contrappasso si riferisce probabilmente allo
Spirito Santo che nell'episodio degli Atti degli Apostoli scese dall'alto in forma di fiamma (Simon mago aveva cercato di acquistare il
potere di dispensarlo con le mani).
Protagonista dell'episodio è un papa simoniaco, Niccolò III, che appartenne alla nobile famiglia romana degli Orsini e che sembra
soffrire più degli altri dannati la pena cui è sottoposto. Il dialogo fra lui e Dante, che scende nel fondo della Bolgia per parlargli,
avviene in un forte contesto comico-realistico: Dante paragona se stesso a un frate che confessa un assassino prima dell'esecuzione,
con un grottesco rovesciamento dei ruoli (i sicari nel Medioevo venivano messi a testa in giù in una buca poi riempita di sabbia che li
soffocava). Non meno paradossale l'equivoco in cui cade il papa, che scambia Dante per Bonifacio VIII venuto a prendere il suo posto
nella buca e a spingerlo di sotto: il dannato sa che la morte di Bonifacio avverrà nel 1303, quindi è stupito di vederlo all'Inferno nella
primavera del 1300, con tre anni di anticipo. L'equivoco è un espediente che consente a Dante di profetizzare la dannazione di papa
Caetani, proprio come farà più avanti con Clemente V. Anche la presentazione che in seguito Niccolò fa di se stesso ricalca gli stessi
toni parodistici e comici, in quanto il dannato afferma di aver vestito in vita il gran manto (detto con forte ironia, vista la sua opera
come pontefice) e si dice figliuol de l'orsa, ovvero appartenente alla famiglia degli Orsini, intento ad avanzar li orsatti (a favorire
nipoti e parenti con i suoi atti di corruzione: nei bestiari medievali l'orsa era descritta come animale avido e ingordo, particolarmente
attaccata alla prole). Afferma inoltre che se in vita aveva messo il denaro in borsa, nella vita ultraterrena ha messo se stesso nel
sacco, ovvero si è guadagnato la dannazione (bolgia è sinonimo di «borsa» in volgare fiorentino, quindi il papa usa un ricercato gioco
di parole). Niccolò conclude predicendo la dannazione anche di Clemente V, il guasco che favorirà le mire di Filippo il Bello
trasferendo la sede papale ad Avignone e appoggiando tutte le sue decisioni: Niccolò lo paragona a Giasone, fratello del sommo
sacerdote Onia III che comprò dal re Antioco IV la carica sacerdotale con la promessa di dargli 440 talenti d'argento (l'episodio è
narrato nella Bibbia, Macc., IV, 7-8).
Se nel Canto VII Dante aveva incluso fra gli avari del IV Cerchio papi e cardinali senza fare alcun nome, qui la sua accusa alla
corruzione ecclesiastica e alla simonia della Chiesa è ben più dettagliata, includendo di fatto tra i simoniaci ben tre papi di cui uno
probabilmente ancor vivo quando l'Inferno iniziò a circolare in Italia. La profezia di Niccolò dice infatti che Bonifacio lo seguirà nella
buca restando lì fino alla morte di Clemente V, ovvero meno tempo di quanto Niccolò sarà rimasto sottosopra: Niccolò era morto nel
1280, quindi resterà nella buca sino al 1303, anno della morte di Bonifacio (23 anni), mentre Bonifacio vi resterà dino al 1314, anno
della morte di Clemente V (11 anni). Poiché è quasi certo che la I Cantica del poema circolasse già dopo il 1308, ciò vorrebbe dire che
tale profezia fu fatta da Dante quando Clemente V era ancor vivo. Può darsi che sia così e che il poeta immaginasse che il papa
morisse prima che passassero 24 anni dalla morte di Bonifacio (ipotesi difficile da confermare perché ignoriamo la data di nascita di
Clemente), oppure si può pensare che Dante abbia corretto in seguito questi versi, anche se di ciò non c'è traccia in alcun
manoscritto. Comunque sia, resta la coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione dei papi, che si ricollega a quella contro
l'avarizia che è fonte di tutti i mali del suo tempo e che è all'origine di molti dei peccati puniti nelle Malebolge (il discorso contro
l'avarizia era già iniziato con Brunetto Latini e i tre sodomiti fiorentini, nonché con gli usurai visti subito prima della discesa nell'VIII
Cerchio).
Non a caso il Canto si chiude con la violenta invettiva di Dante contro i papi dediti alla simonia, piena di echi biblici e di sacro furore
dovuto allo sdegno provato dal poeta contro i cattivi pastori che hanno sovvertito la giustizia nel mondo, sollevando i malvagi e
calpestando i buoni: particolarmente efficace l'immagine della mostruosa bestia in cui si è trasformata la Chiesa a causa della
corruzione, prendendo spunto da un passo dell'Apocalisse in cui il mostro è in realtà l'Impero romano. L'ultimo riferimento è
naturalmente alla famigerata donazione di Costantino, più tardi dimostratasi un falso dell'VIII sec. ma che al tempo di Dante si
credeva autentica e che secondo il poeta era la fonte prima della corruzione della Chiesa. La tacita approvazione di Virgilio è la
conferma della veridicità delle accuse, proprio come lo scalciare del papa dannato che è punto dall'ira o dai rimorsi di coscienza: il
Canto va messo in relazione ad altri momenti del poema in cui Dante esprime tutto il suo sdegno per la corruzione che deturpa la
Chiesa, specie nel Paradiso in cui la polemica contro la Curia diventa a tratti assai virulenta (gli esempi più noti sono l'invettiva di
Folchetto di Marsiglia contro Firenze il cui denaro ha coltivato l'avarizia dei prelati, IX, 127-142; l'attacco contro Giovanni XXII, reo di
annullare i benefici ecclestiastici per arricchirsi, XVIII, 130-136; la violenta invettiva di san Pietro contro Bonifacio VIII, che ha
tramutato la Curia romana in una cloaca / del sangue e de la puzza, XXVII, 22-27). Da ricordare infine che Clemente V sarà citato da
Beatrice in Par., XXX, 142-148 come il papa che ingannerà con la sua ambigua condotta l'imperatore Arrigo VII e sarà destinato a
ricacciare Bonifacio VIII in fondo alla buca di questa Bolgia.

Note e passi controversi


La tromba citata al v. 5 è probabilmente quella del giorno del Giudizio, anche se alcuni commentatori hanno pensato a quella dei
banditori che chiamavano i cittadini per leggere i decreti sulla pubblica piazza.
I battezzatori (v. 18) possono essere i fonti battesimali oppure i battezzatori, vale a dire i preti battezzieri. Sembra preferibile la
prima interpretazione, che si spiega sapendo che anticamente nel battistero fiorentino di San Giovanni c'erano dei fonti di forma
circolare e secondo una testimonianza dell'Ottimo commento Dante ne avrebbe rotto uno per salvare un ragazzo che vi era caduto
dentro e stava per annegare. Poiché di questo dato biografico non si hanno altre notizie, è difficile capire cosa intenda Dante al v. 21
(e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni).
Infino al grosso (v. 24) può voler dire «fino al polpaccio», ma più verosimilmente «fino alla coscia» visto che delle gambe dei dannati
si vedono le giunte (articolazioni) del ginocchio. Le ritorte e strambe sono funi di vimini e fibre vegetali, molto resistenti.
Il v. 51 può significare affinché la morte si allontani, oppure per evitare la morte, a seconda che morte sia soggetto o oggetto della
frase. Nel primo caso il sicario chiamerebbe il confessore per ritardare l'esecuzione, nel secondo per rivelare il nome dei mandanti e
quindi evitare di essere giustiziato.
Lo scritto (v. 54) è il libro del futuro, in cui Niccolò può leggere come tutti i dannati.
Gli orsatti (v. 71) sono i discendenti di Niccolò, cioè i familiari appartenenti alla schiatta degli Orsini.
L'anima ria del v. 96 è Giuda, il cui posto tra gli apostoli dopo la sua morte fu sorteggiato e toccò a Mattia (Act. Ap., I, 13-26).
La mal tolta moneta (v. 98) allude probabilmente all'accusa in base alla quale Niccolò avrebbe ricevuto oro dai Bizantini per istigare
la rivolta del Vespro contro Carlo I d'Angiò, che però non trova conferme tra gli storici.
I vv. 106-111 alludono all'Apocalisse di Giovanni (XVII, 1-3), in cui è descritta una meretrice sopra le acque che siede sopra una bestia
con sette teste e dieci corna: è simbolo dell'Impero romano, mentre Dante (che segue un'interpretazione diffusa nel Medioevo) ne
fa una immagine stravolta della Chiesa, divenuta un mostro a causa della corruzione dei papi. Le sette teste sono i sacramenti, le
dieci corna i comandamenti. L'espressione puttaneggiar coi regi allude ai rapporti tra Papato e monarchia francese, soprattutto
durante la cattività avignonese.
Il primo ricco patre (v. 117) è papa Silvestro, che secondo l'errata tradizione avrebbe ricevuto da Costantino la donazione di un
territorio su cui esercitare il dominio temporale.
CANTO XX
Testo Parafrasi
Di nova pena mi conven far versi Sono obbligato a comporre versi su una nuova pena e dare così
e dar matera al ventesimo canto materia al ventesimo Canto della prima Cantica, che è dedicata ai
de la prima canzon ch’è d’i sommersi. 3 dannati. Io ero già totalmente pronto a guardare nel fondo della
Bolgia, che era bagnato di pianto angoscioso;
Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto; 6

e vidi gente per lo vallon tondo e vidi dei dannati che procedevano nel fossato tondo, che
venir, tacendo e lagrimando, al passo tacevano e piangevano, con passo lento simile a quello delle
che fanno le letane in questo mondo. 9 processioni.

Come ’l viso mi scese in lor più basso,


mirabilmente apparve esser travolto Non appena li guardai più in basso, mi sembrò che ognuno avesse il
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso; 12 collo incredibilmente travolto tra il mento e l'inizio del petto;

ché da le reni era tornato ’l volto,


e in dietro venir li convenia, infatti il volto era girato dalla parte della schiena e loro erano
perché ’l veder dinanzi era lor tolto. 15 costretti ad andare all'indietro, perché non potevano guardare in
avanti.
Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto; Forse qualcuno è stato sfigurato in tal modo da una paralisi, ma io
ma io nol vidi, né credo che sia. 18 non l'ho mai visto e non credo sia mai successo.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto


di tua lezione, or pensa per te stesso Possa Dio, o lettore, lasciare che tu colga il frutto di questa lezione:
com’io potea tener lo viso asciutto, 21 pensa da te stesso come io potevo evitare di piangere, quando vidi
da vicino la figura umana così stravolta, mentre i dannati
quando la nostra imagine di presso bagnavano di lacrime le natiche lungo la fessura.
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso. 24

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi


del duro scoglio, sì che la mia scorta Certo io piangevo, appoggiato a una delle sporgenze della roccia,
mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi? 27 finché la mia guida mi disse: «Anche tu fai parte degli altri
schiocchi?
Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui Qui la pietà ha valore solo quando è morta del tutto; chi è più
che al giudicio divin passion comporta? 30 scellerato di colui che cerca di forzare il giudizio divino, prevedendo
il futuro?
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; Alza la testa, alzala, e guarda colui sotto il quale si aprì la terra
per ch’ei gridavan tutti: "Dove rui, 33 davanti agli occhi dei Tebani, al quale tutti gridavano: "Dove
precipiti, Anfiarao? perché lasci la guerra?" E non cessò di
Anfiarao? perché lasci la guerra?". precipitare finché giunse a Minosse che afferra ogni anima dannata.
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra. 36

Mira c’ha fatto petto de le spalle:


perché volle veder troppo davante, Guarda come ora le spalle sono diventate per lui il petto: volle
di retro guarda e fa retroso calle. 39 vedere troppo avanti, quindi ora guarda indietro e cammina a
ritroso.
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne Vedi Tiresia, che si tramutò da maschio a femmina cambiando tutte
cangiandosi le membra tutte quante; 42 le membra;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga, e per riavere gli attributi maschili dovette ribattere con la stessa
che riavesse le maschili penne. 45 verga i due serpenti avvolti.

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,


che ne’ monti di Luni, dove ronca Quello che ha la schiena vicina al suo ventre è Arunte, che ebbe una
lo Carrarese che di sotto alberga, 48 spelonca come sua dimora tra le bianche rocce nei monti di Luni,
dove disboscano i Carraresi che abitano nella pianura sottostante; e
ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca da lì poteva vedere ampiamente le stelle e il mare.
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar no li era la veduta tronca. 51
E quella che copre con le trecce sciolte le mammelle, che tu non
E quella che ricuopre le mammelle, vedi, e ha ogni parte pelosa dall'altra parte, è Manto, che vagò per
che tu non vedi, con le trecce sciolte, molte terre; poi si stabilì là dove io nacqui (a Mantova); e adesso
e ha di là ogne pilosa pelle, 54 voglio che tu mi ascolti per qualche momento.

Manto fu, che cercò per terre molte;


poscia si puose là dove nacqu’io;
onde un poco mi piace che m’ascolte. 57
Dopo che morì suo padre (Tiresia) e che la sua città (Tebe) divenne
Poscia che ’l padre suo di vita uscìo, sacra a Bacco, costei vagò molto tempo per il mondo.
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gìo. 60

Suso in Italia bella giace un laco, Nell'Italia del nord sorge un lago (di Garda) ai piedi delle Alpi che
a piè de l’Alpe che serra Lamagna dividono dalla Germania presso il Tirolo, chiamato Benaco.
sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. 63

Per mille fonti, credo, e più si bagna Il territorio tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine è bagnato da
tra Garda e Val Camonica e Pennino mille e più fonti, credo, di quell'acqua che stagna in questo lago.
de l’acqua che nel detto laco stagna. 66

Loco è nel mezzo là dove ’l trentino Al centro di esso c'è un luogo dove potrebbero benedire il vescovo di
pastore e quel di Brescia e ’l veronese Trento, di Brescia e di Verona, se facessero quel cammino.
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. 69

Siede Peschiera, bello e forte arnese Dove la riva è più bassa sorge Peschiera, bella e solida fortezza con
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, cui fronteggiare i Bresciani e i Bergamaschi.
ove la riva ’ntorno più discese. 72

Ivi convien che tutto quanto caschi Qui è inevitabile che si riversi tutta l'acqua che non può stare nel
ciò che ’n grembo a Benaco star non può, bacino del lago, che si fa fiume lungo verdi pascoli.
e fassi fiume giù per verdi paschi. 75

Tosto che l’acqua a correr mette co, Non appena l'acqua inizia a scorrere, prende il nome di Mincio e lo
non più Benaco, ma Mencio si chiama conserva fino a Govèrnolo, dove si getta nel Po.
fino a Governol, dove cade in Po. 78

Non molto ha corso, ch’el trova una lama, Nel suo alto corso trova un avvallamento, nel quale forma una
ne la qual si distende e la ’mpaluda; palude; d'estate talvolta è in secca.
e suol di state talor essere grama. 81

Quindi passando la vergine cruda La crudele vergine (Manto), passando di qui, vide una terra in mezzo
vide terra, nel mezzo del pantano, all'acquitrino, incolta e disabitata.
sanza coltura e d’abitanti nuda. 84

Lì, per fuggire ogne consorzio umano, Si stabilì in quel luogo per sfuggire ogni contatto umano e per
ristette con suoi servi a far sue arti, dedicarsi alle sue arti magiche coi suoi servi; visse lì e vi fu sepolta
e visse, e vi lasciò suo corpo vano. 87 dopo la sua morte.

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti In seguito, gli uomini che vivevano sparsi tutt'intorno si raccolsero in
s’accolsero a quel loco, ch’era forte quel luogo, che era ben difeso dal pantano che lo circondava.
per lo pantan ch’avea da tutte parti. 90

Fer la città sovra quell’ossa morte; Edificarono una città sopra il suo sepolcro; la chiamarono Mantova
e per colei che ’l loco prima elesse, dal nome di colei che scelse per prima il luogo, senza ricorrere ad
Mantua l’appellar sanz’altra sorte. 93 altri sortilegi.

Già fuor le genti sue dentro più spesse, Un tempo la città fu più popolata, prima che la follia del conte di
prima che la mattia da Casalodi Casalodi fosse ingannata da Pinamonte.
da Pinamonte inganno ricevesse. 96

Però t’assenno che, se tu mai odi Perciò ti metto in guardia, se mai tu sentissi altre versioni
originar la mia terra altrimenti, sull'origine della mia terra, affinché nessuna menzogna offuschi la
la verità nulla menzogna frodi». 99 verità».

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti sono così sicuri e conquistano la
mi son sì certi e prendon sì mia fede, mia fiducia al punto che gli altri sarebbero per me carboni spenti.
che li altri mi sarien carboni spenti. 102

Ma dimmi, de la gente che procede, Ma dimmi se vedi qualcun altro degno di nota tra i dannati che
se tu ne vedi alcun degno di nota; procedono; infatti la mia mente si indirizza solo a questo».
ché solo a ciò la mia mente rifiede». 105

Allor mi disse: «Quel che da la gota Allora mi disse: «Quello che dalle guance fa scendere la barba sulle
porge la barba in su le spalle brune, spalle scure, quando la Grecia fu spopolata di maschi (per la guerra
fu - quando Grecia fu di maschi vòta, 108 di Troia) al punto che a malapena ne restavano nelle culle, fu
augure e indicò insieme a Calcante il momento propizio in Aulide per
sì ch’a pena rimaser per le cune - far salpare la flotta greca.
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune. 111

Euripilo ebbe nome, e così ’l canta Si chiamò Euripilo, e così lo nomina il mio alto poema (l'Eneide) in
l’alta mia tragedìa in alcun loco: qualche punto: tu lo sai bene, visto che l'hai letta tutta.
ben lo sai tu che la sai tutta quanta. 114

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco, Quell'altro che è così esile nei fianchi fu Michele Scotto, che conobbe
Michele Scotto fu, che veramente pienamente il gioco delle frodi magiche.
de le magiche frode seppe ’l gioco. 117

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, che ora vorrebbe essersi dedicato
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago al cuoio e allo spago (al mestiere di calzolaio) ma si pente troppo
ora vorrebbe, ma tardi si pente. 120 tardi.

Vedi le triste che lasciaron l’ago, Vedi le tristi donne che lasciarono l'ago, la spola e il fuso, per
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; diventare indovine; fecero sortilegi con erbe magiche e immagini.
fecer malie con erbe e con imago. 123

Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine Ma ormai vieni via, poiché la luna tocca il confine di entrambi gli
d’amendue li emisperi e tocca l’onda emisferi (l'orizzonte) e sta per tramontare sotto il mare di Siviglia;
sotto Sobilia Caino e le spine; 126

e già iernotte fu la luna tonda: e già ieri notte c'era plenilunio: te ne dovresti ricordare, poiché ti
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque giovò talvolta nella selva oscura». Così mi parlava, e intanto non
alcuna volta per la selva fonda». cessavamo di camminare.
Sì mi parlava, e andavamo introcque. 130

Argomento del Canto


Visione della IV Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti gli indovini. Virgilio indica a Dante Anfiarao, Tiresia, Manto,
Arunte, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente. Spiegazione di Virgilio sull'origine di Mantova.
È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sei.

Gli indovini della IV Bolgia (1-30)


Dante è giunto al ventesimo Canto della prima Cantica e deve descrivere una nuova pena, quella degli indovini della IV Bolgia dell'VIII
Cerchio che bagnano il fondo della fossa di pianto angoscioso. Il poeta vede avanzare una schiera di dannati che tacciono e
piangono, avanzando lentamente come in una processione: guardando più in basso, si accorge che la loro figura è stravolta e che il
viso è completamente rivoltato indietro, così che essi sono costretti a camminare a ritroso. Può darsi che una paralisi abbia ridotto
qualcuno in tali condizioni, ma Dante non crede che ciò sia possibile. Il poeta è talmento sconvolto che non può evitare di piangere,
specie quando vede i dannati versare a loro volta lacrime che bagnano loro la schiena e le natiche, così che si abbandona a un pianto
dirotto che suscita l'aspro rimprovero di Virgilio (il maestro accusa Dante di provare compassione per queste anime scellerate).
Virgilio mostra alcuni antichi indovini (31-57)
Virgilio invita perentoriamente Dante a guardare gli indovini, tra i quali c'è Anfiarao, uno dei sette re che assediarono Tebe e che fu
inghiottito dalla terra apertasi sotto di lui, cadendo sino a Minosse; egli ha ora le spalle al posto del petto e per aver voluto vedere
troppo in avanti adesso guarda indietro e cammina a ritroso. Virigilio mostra poi Tiresia, che divenne una donna in seguito a una
metamorfosi e tornò uomo dopo aver colpito due serpenti che si accoppiavano. Lo segue Arunte, che visse in una spelonca presso la
città di Luni, sulle alpi Apuane, da dove vedeva ampiamente le stelle e il mare. Virgilio indica ancora una dannata le cui lunghe trecce
coprono il petto: è Manto, che vagò attraverso molte terre e infine si stabilì a Mantova, la città del poeta latino, che invita Dante ad
ascoltarlo un poco.
Le mitiche origini di Mantova (58-99)
Virgilio spiega che dopo la morte del padre di Manto e dopo che la sua città, Tebe, cadde sotto la tirannia di Creonte, la fanciulla girò
in lungo e in largo per il mondo. Nell'Italia del nord sorge un lago (Garda), ai piedi delle Alpi che dividono l'Italia dalla Germania,
detto Benaco. Il territorio tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine si bagna per mille ruscelli che poi stagnano in questo lago: al
centro di esso c'è un luogo (l'isola dei Frati o Campione) soggetto ai tre vescovadi di Trento, Brescia e Verona, mentre dove la riva
del lago è più bassa sorge la città di Peschiera, solida fortezza contro Bresciani e Bergamaschi. Qui a Peschiera l'acqua del lago
fuoriesce a formare un fiume, il Mincio, che poi scorre tra verdi pascoli fino a Governolo, dove si getta nel Po. Nel suo alto corso il
Mincio incontra un avvallamento dove si impaluda e d'estate è talvolta in secca. La vergine Manto passò di qui e vide una terra in
mezzo alla palude, incolta e disabitata, dove si stabilì per sfuggire ogni contatto umano per coltivare le sue arti magiche coi suoi
servi, e dove morì e fu seppellita. In seguito gli uomini che erano sparsi tutt'intorno si raccolsero in quel luogo, ben difeso dalla
natura in quanto circondato dalla palude, e costruirono una città sulla tomba di Manto che chiamarono poi Mantova dal nome
dell'indovina. Gli abitanti erano ben più numerosi prima che Pinamonte dei Bonacolsi ingannasse il folle conte Alberto di Casalodi.
Virgilio conclude dicendo che questa è la vera origine di Mantova, se mai Dante avesse sentito un'altra versione.
Virgilio indica altri indovini (100-130)
Dante ringrazia Virgilio per la dotta spiegazione e chiede se fra gli indovini della Bolgia ve ne siano altri degni di attenzione. Il
maestro risponde che il dannato la cui barba gli copre le spalle è Euripilo, che fu augure al tempo in cui la Grecia fu spopolata di
maschi per la guerra di Troia e indicò con Calcante il momento propizio per far partire la flotta degli Achei. L'Eneide dello stesso
Virgilio accenna a lui, come ben sa Dante che la conosce tutta. Un altro dannato dai fianchi esili è Michele Scotto, sempre dedito alle
arti magiche e divinatorie; poi ci sono gli astrologi Guido Bonatti e Asdente (Maestro Benvenuto), che vorrebbe essersi dedicato solo
al mestiere di calzolaio e ora si pente tardivamente. Ci sono anche molte donne che lasciarono le opere femminili per dedicarsi alla
divinazione, facendo magie con erbe e con immagini e diventando fattucchiere. Poi Virgilio invita il discepolo ad allontanarsi, in
quanto la luna già tocca l'orizzonte e sta per tramontare sotto Siviglia. Essa era piena la notte precedente, cosa che Dante dovrebbe
ricordare visto che la luce lunare gli giovò mentre era perduto nella selva oscura. Mentre i due parlano non cessano di camminare.
Interpretazione complessiva
Il Canto è interamente dedicato agli indovini della IV Bolgia ed è strutturalmente diviso in tre parti, dedicate rispettivamente alla
presentazione di alcuni antichi indovini (Anfiarao, Tiresia, Arunte, Manto), all'ampia parentesi sulle mitiche origini di Mantova e alla
presentazione di altri indovini (Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti, Asdente). Il tema trattato è importante, poiché maghi e
indovini si sono macchiati di un grave peccato di presunzione intellettuale con la loro folle pretesa di antivedere il futuro, cosa che è
consentita solo a Dio e a nessuna creatura mortale: la loro pena è particolarmente crudele e dal chiaro contrappasso, dal momento
che hanno la testa rivoltata all'indietro e sono costretti a camminare a ritroso per aver voluto vedere troppo avanti. La condanna da
parte di Dante è netta, in quanto essi sfruttarono le arti divinatorie per trarne vantaggio personale e quindi sono degli imbroglioni;
quanto agli indovini contemporanei che praticavano l'astrologia, va detto che il poeta non condanna questa scienza in quanto tale
dal momento che la dottrina cristiana ammetteva gli influssi astrali, ma solo coloro che se ne servono per fare predizioni sugli eventi
futuri. La sua reazione di fronte all'orribile spettacolo della Bolgia è di disperazione e pianto, soprattutto nel vedere la figura umana
stravolta, ma Virgilio lo rimprovera duramente e lo ammonisce che l'unica pietà ammessa nell'Inferno è quella ben morta. Il
rimbrotto del maestro è significativo, soprattutto se si ammette che il peccato che ha condotto Dante nella selva potrebbe essere di
natura intellettuale, legato alla folle pretesa di arrivare alla verità solo attraverso la filosofia e la ragione, che qui è rappresentata
proprio da Virgilio.
È il poeta latino a presentare al discepolo una serie di indovini, dapprima per sua iniziativa e poi su richiesta dello stesso Dante. I
dannati si dividono nei personaggi mitologici-letterari e in quelli moderni, tra cui rientrano filosofi e astrologi come Michele Scotto e
semplici indovini come Bonatti o Asdente; fra i primi ci sono soprattutto gli auguri, legati alle vicende mitiche della guerra contro
Tebe (Anfiarao, Tiresia, Manto) narrate da Stazio nella Tebaide, o a quella storica della guerra tra Cesare e Pompeo (Arunte) narrata
da Lucano nella Pharsalia, o ancora alla guerra di Troia (Euripilo) narrata da Virgilio medesimo nell'Eneide. Come è stato osservato,
nonostante qualche incongruenza dovuta a errori di interpretazione da parte di Dante, sono tutti personaggi coinvolti a vario titolo
in vicende belliche, proprio come gli astrologi moderni che fecero predizioni sulle guerre tra Guelfi e Ghibellini nell'Italia del
Duecento. L'elenco è interrotto dalla lunga parentesi introdotta da Virgilio che trae spunto da Manto per spiegare le leggendarie
origini della propria città, Mantova, che fu fondata dagli uomini nel luogo dove era vissuta e morta la fanciulla figlia di Tiresia e non
da lei stessa come narrava una versione del mito. Virgilio tiene a precisare che l'origine di Mantova non è in alcun modo legata alle
arti magiche della vergine cruda e che i fondatori della città la chiamarono così ispirandosi certo al nome della maga, ma senz'altra
sorte, senza ricorrere a sortilegi o augùri di nessun tipo. Il poeta sembra voler allontanare ogni sospetto di contaminazioni magiche
nell'origine di Mantova cui era affettivamente legato e così facendo corregge in certo modo se stesso, poiché nell'Eneide (X, 199-
200) aveva dichiarato che la città era stata fondata da Ocno, figlio di Manto, che dunque non era vergine come Dante dice qui
seguendo Stazio nella Tebaide. È difficile pensare che Dante ignorasse il passo virgiliano, visto che pochi versi dopo Virgilio dirà al
discepolo che questi conosce tutta la sua alta... tragedìa, per quanto anche altrove Dante si discosta dall'autorità dell'Eneide (ad es.
narrando la morte di Caco in Inf., XXV, 25 ss., dove segue il racconto di Ovidio e non quello di Virgilio), per cui si può immaginare che
certi passi del poema gli fossero noti attraverso chiose medievali errate o incongruenti. Qualcosa di simile dev'essere all'origine
anche del fatto che lo stesso Virgilio in Purg., XXII, 113 dirà a Stazio che nel Limbo è ospitata la figlia di Tiresia, cioè la stessa Manto
già collocata nella IV Bolgia: una possibile spiegazione dell'incongruenza è che Dante pensasse erroneamente che Tiresia non fosse il
padre della maga, cosa che peraltro non è mai detta esplicitamente nel Canto XX dell'Inferno (per la questione si veda la Guida al
Canto XXII del Purgatorio).
Da notare infine l'ampia e dettagliata descrizione dei luoghi che Dante mette in bocca a Virgilio per introdurre il luogo dove sorse la
città di Mantova, che ha indotto a supporre che Dante ne avesse una conoscenza diretta (forse dovuta al fatto che al tempo della
composizione del Canto era già stato ospite degli Scaligeri a Verona).

Note e passi controversi


Le letane (v. 9) sono le processioni religiose e il termine è sinonimo di «litanie».
Parlasìa (v. 16) è forma arcaica per «paralisi»; alcuni hanno visto in questo e in altri termini medici usati da Dante nel poema l'eco di
suoi presunti studi di medicina (cfr. soprattutto Inf., XXV).
I vv. 29-30 (colui / che al giudicio divin passion comporta) può voler dire «chi piega con arti magiche il giudizio divino», cioè cerca di
conoscere il futuro (riferito agli indovini), ma anche «chi prova compassione di fronte alla giustizia divina» (riferito a Dante che
piange e si dispera). Altri mss. leggono passion porta e compassion porta, in modo poco persuasivo.
Al v. 47 ne' monti di Luni si riferisce ad Arunte e la fonte del passo è la Pharsalia di Lucano, dove si legge Aruns incoluit deserta
moenia Lucae (I, 586); alcuni mss. leggono però Lunae al posto di Lucae ed è probabile che ciò abbia indotto all'errore Dante (Arunte
abitava Lucca e non Luni, abbandonata nel XIV sec.). Il verbo «roncare» significa «disboscare», sulla scorta di Isidoro da Siviglia
(Etym., XVII, II, 5).
Al v. 59 Tebe è detta la città di Baco, sacra cioè al dio Bacco (dal lat. medievale Bachus).
Il sogg. di si bagna (v. 64) è il compl. di luogo costituito dal v. 65 (il territorio compreso tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine).
Il loco menzionato al v. 67, dove i vescovi di Trento, Brescia e Verona potrebbero avere eguale giurisdizione, può essere l'isola dei
Frati (oggi isola Lechi, la cui chiesetta era soggetta al potere delle tre diocesi), il territorio di Campione, oppure un luogo ideale nel
mezzo del lago di Garda dove le tre diocesi si incontrano.
L'aggettivo grama (v. 81) vuol dire probabilmente «asciutta» e allude alla secca che si forma talvolta d'estate; altri intendono
«malsana», riferendosi all'acqua stagnante della palude.
I vv. 94-96 alludono al conte Alberto da Casalodi, il quale si lasciò convincere da Pinamonte dei Bonacolsi ad esiliare molte famiglie
nobili della città di Mantova; Pinamonte si servì poi dell'appoggio popolare per rovesciare il conte nel 1272 e resse la città sino al
1291, esiliando altre famiglie nobili e sterminandone molte, causando così lo spopolamento della città.
I vv. 110-111 indicano che Euripilo indicò insieme a Calcante il momento propizio per far salpare la flotta greca in Aulide, ma il passo dell'Eneide cui
si riferisce Dante (II, 114 ss.) dice solo che Euripilo fu mandato dai Greci a interrogare l'oracolo e portò questo responso: sanguine placastis ventos
et virgine caesa, / cum primum Iliacas, Danai, venistis ad oras («Voi, o Greci, avete placato i venti uccidendo una fanciulla, quando siete approdati la
prima volta alle rive di Troia»). Forse Dante ha inteso placastis come riferito a Euripilo e Calcante, o forse leggeva placasti in un codice, se non
addirittura in una chiosa medievale errata.
L'espressione Caino e le spine (v. 126) indica la luna, in base a una leggenda popolare che interpretava le macchie lunari come la figura di Caino che
porta un fascio di spine sulle spalle (cfr. Par., II, 51): l'indicazione vuol dire che sono appena passate le sei del mattino.
CANTO XV
Testo Parafrasi
Al fine de le sue parole il ladro Quand'ebbe finito di parlare, il ladro alzò entrambe le mani col
le mani alzò con amendue le fiche, pollice tra l'indice e il medio, gridando: «Prendi, Dio, poiché le
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». 3 rivolgo a te!»

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, Da quel momento le serpi mi furono amiche, perché una gli si
perch’una li s’avvolse allora al collo, attorcigliò al collo come a dire: "Non voglio che tu dica altro";
come dicesse ’Non vo’ che più diche’; 6

e un’altra a le braccia, e rilegollo, e un'altra lo legò attorno alle braccia, annodandosi strettamente
ribadendo sé stessa sì dinanzi, davanti, al punto che non poteva fare un solo movimento.
che non potea con esse dare un crollo. 9

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare
d’incenerarti sì che più non duri, più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? 12 progenitori?

Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri In tutti i Cerchi oscuri dell'Inferno non vidi mai uno spirito tanto
non vidi spirto in Dio tanto superbo, superbo contro Dio, neppure quello che cadde giù dalle mura di
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. 15 Tebe (Capaneo).

El si fuggì che non parlò più verbo; Vanni Fucci fuggì via senza dire altro; e io vidi un centauro pieno
e io vidi un centauro pien di rabbia d'ira, che lo chiamava: «Dov'è, dov'è quell'empio?»
venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?». 18

Maremma non cred’io che tante n’abbia, Non credo che la Maremma abbia tante bisce quante erano quelle
quante bisce elli avea su per la groppa che lui aveva sulla groppa, là dove inizia l'aspetto umano.
infin ove comincia nostra labbia. 21

Sovra le spalle, dietro da la coppa, Sulle spalle, dietro la nuca, gli giaceva un drago con le ali aperte; e
con l’ali aperte li giacea un draco; quello infiamma chiunque incontri.
e quello affuoca qualunque s’intoppa. 24

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, Il mio maestro disse: «Quello è Caco, che sotto la rupe dell'Aventino
che sotto ’l sasso di monte Aventino spesso produsse un lago di sangue (commise molti omicidi).
di sangue fece spesse volte laco. 27
Non è insieme agli altri centauri suoi fratelli per il furto che compì
Non va co’ suoi fratei per un cammino, fraudolento ai danni della grande mandria che aveva vicina;
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino; 30
per cui le sue opere malefiche ebbero fine sotto la mazza di Ercole,
onde cessar le sue opere biece che forse gli diede cento colpi e lui morì prima del decimo».
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece». 33
Mentre Virgilio parlava così e Caco si fu allontanato, tre spiriti
Mentre che sì parlava, ed el trascorse vennero sotto di noi e nessuno di noi due se ne accorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quali né io né ’l duca mio s’accorse, 36
se non quando gridarono: «Voi chi siete?»; allora smettemmo di
se non quando gridar: «Chi siete voi?»; parlare e prestammo loro attenzione.
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi. 39

Io non li conoscea; ma ei seguette, Io non li riconobbi; ma poi accadde, come suole accadere per caso,
come suol seguitar per alcun caso, che uno nominò un altro,
che l’un nomar un altro convenette, 42
dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, dicendo: «Cianfa dove sarà rimasto?»; allora io mi misi l'indice
mi puosi ’l dito su dal mento al naso. 45 dritto dal mento al naso, per indurre il maestro a stare in silenzio e
attento.
Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, Se adesso, lettore, tu sarai restio a credere ciò che ti dirò, non dovrai
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. 48 stupirtene, dal momento che io stesso credo a stento a quello che
vidi coi miei occhi.
Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia Mentre io li guardavo attentamente, un serpente a sei piedi assalì
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. 51 uno di loro e si aggrappò tutto al dannato.

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia,


e con li anterior le braccia prese; Coi piedi di mezzo gli si attaccò al ventre, con gli anteriori afferrò le
poi li addentò e l’una e l’altra guancia; 54 braccia; poi gli morse entrambe le guance;

li diretani a le cosce distese,


e miseli la coda tra ’mbedue, distese i piedi posteriori sulle cosce e mise la coda in mezzo a
e dietro per le ren sù la ritese. 57 entrambe, stendendola in alto lungo la schiena.

Ellera abbarbicata mai non fue


ad alber sì, come l’orribil fiera L'edera non si abbarbicò mai ad un albero come l'orribile serpente
per l’altrui membra avviticchiò le sue. 60 era avviticchiato alle membra del dannato.

Poi s’appiccar, come di calda cera


fossero stati, e mischiar lor colore, Poi si incollarono l'uno all'altro, come se fossero stati di cera fusa, e
né l’un né l’altro già parea quel ch’era: 63 mischiarono il loro colore, per cui nessuno dei due sembrava più
quello che era prima:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno come quando si dà fuoco a una carta bianca, davanti alla fiamma
che non è nero ancora e ’l bianco more. 66 avanza verso l'alto un colore bruno che non è più bianco e non è
ancora nero.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! Gli altri due guardavano e ognuno gridava: «Ahimè, Agnello, come
Vedi che già non se’ né due né uno». 69 ti trasformi! Vedi che non sei più un solo individuo, e non ancora
due».
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste Ormai le due teste erano diventate una sola, quando ci apparvero le
in una faccia, ov’eran due perduti. 72 due figure mescolate in una faccia, dove i due aspetti si erano fusi
insieme.
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso Le quattro membra si fecero due sole braccia; le cosce, le gambe, il
divenner membra che non fuor mai viste. 75 ventre e il petto diventarono membra che non si sono mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:


due e nessun l’imagine perversa Ogni aspetto iniziale era ormai cancellato: l'orribile immagine
parea; e tal sen gio con lento passo. 78 sembrava due e nessuno; e quell'essere si allontanò a passi lenti.

Come ’l ramarro sotto la gran fersa


dei dì canicular, cangiando sepe, Come il ramarro, cambiando siepe sotto il sole estivo, sembra un
folgore par se la via attraversa, 81 fulmine quando attraversa la via,

sì pareva, venendo verso l’epe


de li altri due, un serpentello acceso, così sembrava un serpentello acceso d'ira che veniva verso il ventre
livido e nero come gran di pepe; 84 degli altri due, livido e nero come un granello di pepe;

e quella parte onde prima è preso


nostro alimento, a l’un di lor trafisse; ed esso morse uno dei due in quella parte (ombelico) da dove
poi cadde giuso innanzi lui disteso. 87 assumiamo il nostro primo alimento; poi il serpente cadde disteso a
terra davanti a lui.
Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava Il dannato, morso, lo osservò senza dire nulla; anzi, tenendo i piedi
pur come sonno o febbre l’assalisse. 90 fermi sbadigliava come se fosse colpito dal sonno o dalla febbre.

Elli ’l serpente, e quei lui riguardava;


l’un per la piaga, e l’altro per la bocca Egli guardava il serpente e quello guardava lui; entrambi
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. 93 emettevano fumo, il dannato dalla piaga e il serpente dalla bocca, e
il fumo si mescolava.
Taccia Lucano ormai là dove tocca
del misero Sabello e di Nasidio, Lucano farebbe meglio a tacere, là dove scrive del misero Sabello e
e attenda a udir quel ch’or si scocca. 96 di Nasidio, e stia attento a quel che si sta per narrare qui.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio; Ovidio non dica più nulla di Cadmo e di Aretusa, perché se nei suoi
ché se quello in serpente e quella in fonte versi trasforma quello in serpente e quella in fonte, non lo invidio di
converte poetando, io non lo ’nvidio; 99 certo;

ché due nature mai a fronte a fronte infatti non tramutò mai due figure l'una di fronte all'altra, così che
non trasmutò sì ch’amendue le forme entrambe le forme fossero pronte a cambiare la loro materia.
a cambiar lor matera fosser pronte. 102

Insieme si rispuosero a tai norme, I due esseri si trasformarono contemporaneamente in tal modo, che
che ’l serpente la coda in forca fesse, il serpente divise la coda in due, e l'uomo unì fra loro i piedi.
e il feruto ristrinse insieme l’orme. 105

Le gambe con le cosce seco stesse Le gambe e le cosce si unirono in tal modo, che dopo poco tempo
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura non vi era più alcun segno di giuntura tra le due.
non facea segno alcun che si paresse. 108

Togliea la coda fessa la figura La coda divisa in due prendeva la forma che l'uomo perdeva, e la
che si perdeva là, e la sua pelle sua pelle si ammorbidiva mentre quella dell'uomo si induriva.
si facea molle, e quella di là dura. 111

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, Io vidi l'uomo che ritraeva le braccia nelle ascelle, e le due zampe
e i due piè de la fiera, ch’eran corti, dell'animale, che erano corte, allungarsi tanto quanto le braccia si
tanto allungar quanto accorciavan quelle. 114 accorciavano.

Poscia li piè di retro, insieme attorti, Poi le zampe posteriori del serpente, attorcigliate assieme,
diventaron lo membro che l’uom cela, divennero il membro che l'uomo nasconde, mentre il dannato aveva
e ’l misero del suo n’avea due porti. 117 il suo diviso in due.

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela Mentre il fumo copriva entrambi con un nuovo colore, generando
di color novo, e genera ’l pel suso pelo su uno dei due e levandolo all'altro,
per l’una parte e da l’altra il dipela, 120

l’un si levò e l’altro cadde giuso, uno dei due si alzò e l'altro cadde a terra, senza però che entrambi
non torcendo però le lucerne empie, smettessero di fissarsi con gli occhi maligni sotto i quali ognuno
sotto le quai ciascun cambiava muso. 123 cambiava il proprio muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,


e di troppa matera ch’in là venne L'essere in piedi ritirò il muso verso le tempie, e della materia in
uscir li orecchi de le gote scempie; 126 sovrappiù uscirono due orecchie sulle gote che non le avevano;

ciò che non corse in dietro e si ritenne ciò che non ritrasse di quella materia in eccesso formò naso e labbra
di quel soverchio, fé naso a la faccia in quella faccia e si ingrandì tanto quanto era necessario.
e le labbra ingrossò quanto convenne. 129
Quel che giacea, il muso innanzi caccia, L'essere a terra sporse in avanti il muso e ritirò le orecchie nella
e li orecchi ritira per la testa testa, come la lumaca ritira le corna;
come face le corna la lumaccia; 132

e la lingua, ch’avea unita e presta e la lingua, che prima aveva unita e pronta a parlare, si divise in
prima a parlar, si fende, e la forcuta due, mentre quella biforcuta dell'altro si chiuse; il fumo cessò.
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. 135

L’anima ch’era fiera divenuta, L'anima che era divenuta serpente fuggì via per la Bolgia sibilando,
suffolando si fugge per la valle, mentre l'altro lo seguì parlando e sputando.
e l’altro dietro a lui parlando sputa. 138

Poscia li volse le novelle spalle, Poi gli rivolse le spalle appena formate e disse all'altro: «Voglio che
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, Buoso corra carponi per questo luogo, come ho fatto io».
com’ho fatt’io, carpon per questo calle». 141

Così vid’io la settima zavorra Così vidi i ladri della VII Bolgia cambiare e trasformarsi; e qui chiedo
mutare e trasmutare; e qui mi scusi scusa se la mia penna abbozza un poco, a causa della assoluta
la novità se fior la penna abborra. 144 novità.

E avvegna che li occhi miei confusi E anche se i miei occhi erano alquanto confusi e il mio animo
fossero alquanto e l’animo smagato, smarrito, quei dannati non poterono fuggire via di nascosto senza
non poter quei fuggirsi tanto chiusi, 147 che io riconoscessi Puccio Sciancato;

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;


ed era quel che sol, di tre compagni ed era il solo a non essersi trasformato dei tre compagni che prima
che venner prima, non era mutato; era venuti lì; l'altro era quello di cui tu, Gaville, ti lamenti.

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni. 151

Argomento del Canto


Ancora nella VII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i ladri. Incontro col centauro Caco. Dante e Virgilio vedono
cinque ladri di Firenze, ovvero Cianfa Donati, Agnello Brunelleschi, Buoso Donati, Puccio Sciancato e Fracesco dei Cavalcanti; alcuni
di loro subiscono orrende metaformosi.
È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso mezzogiorno.

Bestemmia di Vanni Fucci. Il centauro Caco (1-33)


Terminata la sua profezia, Vanni Fucci solleva le mani in un gesto scurrile e pronuncia una bestemmia contro Dio, per cui una serpe
gli si avvolge intorno al collo e lo strozza, mentre un'altra gli lega le braccia in modo da impedirgli qualunque movimento. Dante
prorompe in una violenta invettiva contro Pistoia, patria del ladro, che dovrebbe incenerirsi da sé visto che ha dato i natali al
dannato più superbo che il poeta abbia visto all'Inferno, persino più di Capaneo. Vanni si allontana e Dante vede avvicinarsi un
centauro pieno d'ira, che insegue il ladro con l'intenzione di punirlo. Il mostro ha sulle spalle un'incredibile massa di serpenti e un
drago che erutta fuoco contro chiunque incontri. Virgilio spiega a Dante che si tratta di Caco, che spesso commise rapine e omicidi
presso l'Aventino e non è insieme ai suoi fratelli centauri per il furto che compì ai danni di Ercole, che lo uccise a colpi di clava.
I tre ladri fiorentini. Metamorfosi di Agnello Brunelleschi (34-78)
Mentre Virgilio parla e Caco si allontana, tre dannati vengono sotto i due poeti che non se ne accorgono se non quando sentono uno
dei tre chiedere loro a gran voce chi siano. I due tacciono e li osservano: Dante non li riconosce, ma per caso uno dei tre si chiede
dove sia rimasto Cianfa e il poeta capisce che sono fiorentini, per cui prega Virgilio di restare in silenzio. Ciò che poi Dante descrive è
tale da suscitare incredulità nel lettore, ma il poeta è il primo ad avere dubbi nel riferire ciò che ha visto: un serpente a sei piedi si
avventa su uno dei tre ladri e gli si aggrappa attorno, aderendo al ventre coi piedi di mezzo e alle braccia con quelli anteriori,
mordendo poi entrambe le guance; appoggia i piedi posteriori alle cosce, mettendo la coda in mezzo ad esse e distendendola su per
la schiena. Il mostro aderisce al dannato come l'edera abbarbicata a un albero, quindi i due esseri si scaldano e si fondono in una
sola creatura, proprio come il papiro cui si appicca il fuoco e che cambia colore a poco a poco, passando gradualmente dal bianco al
nero. Gli altri due dannati osservano e dicono al compagno, Agnello Brunelleschi, che si sta tramutando mirabilmente.
La metamorfosi prosegue e ormai i due esseri sono fusi in una sola creatura, con le braccia umane e i piedi posteriori del serpente
che diventano due membra, mentre tutte le altri parti del corpo assumono un aspetto mai visto. Il mostro è diventato qualcosa di
ben diverso dai due esseri originari e se ne va con passo lento.
Trasformazione del Guercio e di Buoso Donati (79-135)
D'improvviso un serpentello acceso d'ira, simile al ramarro che sotto il sole estivo cambia siepe e attraversa la via come un fulmine,
nero come un granello di pepe, si avvicina al ventre degli altri due (il serpente è Buoso Donati, gli altri sono il Guercio e Puccio
Sciancato) e trafigge il primo all'ombelico, cadendo disteso davanti a lui. Il dannato resta istupidito, come assalito dalla febbre,
guardandosi a vicenda col serpente mentre esce del fumo dalla piaga del dannato e dalla bocca del serpente, che si mescola. Lucano
farebbe meglio a tacere, là dove nella Pharsalia narra delle metamorfosi di Sabello e Nasidio, così come Ovidio là dove nelle
Metamorfosi descrive la trasformazione di Cadmo e Aretusa rispettivamente in serpente e in fonte, poiché non ha mai narrato la
contemporanea trasmutazione di due esseri l'uno di fronte all'altro come si appresta a fare Dante. Infatti il serpente divide la coda in
due, l'uomo unisce i piedi e congiunge le cosce in modo tale che diventano subito una cosa sola; la coda del serpente divisa in due
prende forma di gambe umane, ammorbidendo la pelle mentre quella dell'uomo si indurisce. Le braccia dell'uomo si ritirano nelle
ascelle, mentre i piedi del serpente si allungano e quelli posteriori si uniscono a formare il membro virile, mentre quello dell'uomo si
divide in due. Uno si copre di peli, l'altro li perde; uno si alza e l'altro cade a terra, senza però che entrambi smettando di fissarsi con
gli occhi maligni. L'essere in piedi ritrae il muso verso le tempie e fa uscire ai lati le orecchie, formando poi naso e labbra; quello a
terra sporge in avanti il muso e ritrae le orecchie, come la lumaca fa con le corna, e divide in due la lingua mentre quella dell'altro si
unisce.
Fine della metamorfosi e presentazione dei ladri (136-151)
Lo spirito trasformatosi in serpente striscia via sibilando, mentre l'altro divenuto uomo lo insegue sputando e poi si volta verso il
terzo ladro, dicendo di volere che il compagno di pena, Buoso Donati, strisci come ha fatto lui fino a quel momento. Così Dante ha
assistito alle mutazioni dei ladri della VII Bolgia, che la sua penna ha descritto in modo forse imperfetto per la novità del tema; e
anche se i suoi occhi hanno osservato confusi quell'orribile spettacolo, non ha potuto fare a meno di riconoscere Puccio Sciancato
nel solo dannato che non ha subìto metamorfosi, mentre il serpente divenuto uomo è Francesco dei Cavalcanti, detto il Guercio.
Interpretazione complessiva
Il Canto chiude l'ampia parentesi dedicata ai ladri della VII Bolgia dell'VIII Cerchio, in cui Dante descrive le orribili trasformazioni
subite da alcuni fiorentini e gareggia orgogliosamente con i maggiori poeti classici che trattarono il tema, Lucano e Ovidio. L'episodio
si può dividere in tre parti, che hanno come protagonisti Vanni Fucci e Caco (vv. 1-33), Agnello Brunelleschi (34-78), Buoso e il
Guercio che si mutano nello stesso tempo (79-151).
L'apertura vede ancora il ladro di Pistoia che conclude la sua profezia di sventura facendo un gesto osceno rivolto a Dio e
pronunciando in modo empio il suo nome, per cui i serpenti gli bloccano subito bocca e braccia. È la degna conclusione dell'episodio
che ha per protagonista Vanni Fucci, definito da Dante il dannato più superbo da lui visto all'Inferno (persino più di Capaneo, anche
lui bestemmiatore ma che non aveva pronunciato direttamente il nome di Dio come fa qui il ladro, cosa che all'Inferno non avviene
quasi mai). Il commento del poeta è un'apostrofe contro Pistoia, che anticipa quella contro Pisa di Inf., XXXIII, 151-153 e trae origine
sia dagli odi municipali che opponevano i Comuni del Trecento, sia dalla leggenda che voleva Pistoia fondata dai superstiti
dell'esercito di Catilina, per cui Dante osserva che la città supera 'n mal fare i suoi progenitori. Compare poi il personaggio di Caco
che sembra inseguire Vanni per punirlo ulteriormente: è Virgilio a presentarlo, descrivendolo come un centauro e spiegando che il
suo destino è diverso dai suoi fratelli in quanto sconta il furto della mandria che Ercole aveva a sua volta sottratto a Gerione, furto
che l'eroe aveva punito uccidendolo. Caco è molto probabilmente un dannato e porta sulle spalle una gran massa di bisce e un drago
che emette fiamme, mentre la sua trasformazione in centauro crea non pochi problemi dal momento che il personaggio nel mito
classico (Eneide di Virgilio, Metamorfosi di Ovidio) è una specie di gigante che erutta fiamme e nulla ha a che fare coi centauri. Può
darsi che Dante lo abbia associato ai centauri che una tradizione voleva uccisi da Ercole anziché da Teseo, come peraltro Dante
afferma in Purg., XXIV, 121-123, oppure che all'origine vi sia la confusione di qualche commentatore medievale, come potrebbe
essere avvenuto per lo stesso Gerione. Non stupisce che sia collocato in questa zona dell'Inferno, dato che Virgilio lo descrive
appunto nell'Eneide come un feroce ladro e assassino.
La seconda e la terza parte del Canto vedono invece altri protagonisti, ovvero quattro ladri fiorentini (cinque, contando Cianfa Donati
che non compare direttamente) che subiscono orribili metamorfosi serpentine: dapprima è Agnolo Brunelleschi che, assalito da un
serpente a sei piedi, si fonde con lui in un solo essere, poi il Guercio è assalito da un serpentello (Buoso Donati) e i due si tramutano
rispettivamente da uomo in serpente e da serpente in uomo. Il passo è un pezzo di bravura, in cui Dante non solo si ispira ad
analoghi brani di Lucano e Ovidio, ma addirittura gareggia coi modelli latini e afferma orgogliosamente di volerli superare, data la
novità del tema mai trattato prima d'ora. Lucano e Ovidio erano del resto già citati nel Canto precedente, con l'accenno ai serpenti
del deserto di Libia attraversato dai soldati di Catone (in Phars., IX, 710 ss.) e la descrizione della fenice per rappresentare la
mutazione di Vanni Fucci, tratta da Met., XV, 392 ss.; ora i due poeti sono chiamati in causa direttamente al momento della
descrizione della doppia trasformazione, in quanto i due avevano descritto delle singole trasformazioni (Lucano quella dei soldati
Sabello e Nasidio morsi dai serpenti del deserto di Libia, Ovidio quelle di Cadmo e Aretusa tramutati rispettivamente in serpente e in
fonte, Met., IV, 563-603, V, 572-641) ma mai una duplice parallela metamorfosi di due esseri come Dante farà nei versi seguenti. C'è
nel poeta moderno l'orgogliosa consapevolezza della propria superiorità stilistica, ma anche la coscienza dell'assoluta novità della
materia trattata, dal momento che questo è il poema sacro che descrive lo stato delle anime dopo la morte e al quale hanno posto
mano e cielo e terra, cioè l'ispirazione divina e Dante stesso con la sua maestria poetica. L'autore premette alla descrizione le scuse
al lettore se scriverà qualcosa di incredibile e alla fine si scuserà ancora se la sua penna ha trattato in modo impreciso e poco chiaro
qualcosa di assolutamente mai visto, con un atteggiamento che non è di falsa modestia ma anticipa il tema della inesprimibilità della
visione che sarà dominante nel Paradiso, proprio a causa dell'altezza sproporzionata delle cose vedute.
L'orgogliosa affermazione della propria bravura è, in ogni caso, conseguente al discorso sulla fama che aveva occupato buona parte
del Canto precedente e che aveva dominato la faticosa scalata lungo la parete della VI Bolgia: Virgilio aveva spronato Dante a darsi
da fare per acquistare la fama, senza la quale la vita dell'uomo non ha molto valore, e qui tale fama si concretizza come quella
poetica, che Dante a buon diritto può reclamare come l'autore di una straordinaria opera di poesia. In quest'ottica l'affermazione
della propria superiorità sui poeti antichi si spiega perfettamente e non pare in contrasto col pensiero per cui la fama mondana è
solo un soffio di vento, destinato a passare rapidamente (cfr. Purg., XI, 100 ss.): quella è la fama legata ad opere unicamente terrene,
la fama che Dante si attende è quella imperitura che deriva da un'opera (la Commedia) che egli scrive sotto dettatura divina, su un
tema mai trattato prima d'ora.

Note e passi controversi


Il v. 2 indica il gesto scurrile di Vanni Fucci, che alza le mani mettendo il pollice tra l'indice e il medio piegati, in segno di scherno. Le
parole del ladro vogliono dire: «Prendi, Dio, poiché le dirigo verso di te».
Il v. 12 allude alle mitiche origini di Pistoia, che sarebbe stata fondata dai superstiti dell'esercito di Catilina.
Il grande armento (v. 30) che Caco sottrasse a Ercole era la mandria di Gerione, che l'eroe portava con sé dalla Spagna.
Il papiro del v. 65 è quasi certamente il foglio di carta, ma alcuni lo hanno interpretato come il lucignolo della candela (che però
brucia dall'alto verso il basso e non viceversa come dice Dante).
La fusione dei due esseri in uno solo (vv. 60-69) ricorda quella della ninfa Salmace e di Ermafrodito in Ovidio, Met., IV, 378 ss: nec
duo sunt sed forma duplex, nec femina dici / nec puer ut possit; neutrumque et utrumque videtur («non sono più due ma una forma
doppia, e non si possono più definire una femmina e un giovane; sono l'uno e l'altro, pur non sembrando nessuno dei due»). Anche i
vv. 71-72 ricordano Met., IV, 373-375: nam mixta duorum / corpora iunguntur faciesque inducitur illis / una («infatti i corpi dei due si
uniscono e i due assumono un solo aspetto»).
Il v. 73 vuol dire probabilmente che le due braccia umane e le due zampe posteriori del serpente (le quattro liste) si fondono in due
membra, ma l'espressione non è molto chiara.
Casso (vv. 74 e 76) è rima equivoca e significa rispettivamente «petto» e «cancellato».
Al v. 83 acceso vuol dire probabilmente «acceso d'ira», ma potrebbe indicare che «emette fuoco», anche se è poco probabile.
Sabello e Nasidio (v. 95 ) sono due soldati dell'esercito di Catone, che durante la traversata del deserto di Libia (Phars., IX, 761-804)
vengono morsi da serpenti e subiscono orrende metamorfosi (Sabello è ridotto in cenere, Nasidio gonfia sino a spezzare la corazza e
il suo corpo si riduce a una massa informe).
Cadmo (v. 97) era il mitico fondatore di Tebe, trasformatosi in serpente (Met., IV, 563 ss.); Aretusa era una ninfa che, inseguita da
Alfeo, fu tramutata in fonte (Met., V, 572 ss.).
Le orme (V. 105) sono i piedi, per metonimia (effetto per la causa).
Le lucerne empie (v. 122) sono gli occhi maligni dei due dannati.
Al v. 144 il verbo abborrare significa «abboracciare», «scrivere alla buona» (da borra, «imbottitura di lana», con cui si indicava il
buttare le cose alla rinfusa). Fior vuol dire «un po'» ed è frequente nella lingua delle Origini.
CANTO XVI
Testo Parafrasi
Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande, Rallegrati, Firenze, perché sei così famosa da percorrere il mare e la
che per mare e per terra batti l’ali, terra, e il tuo nome è conosciuto persino all'Inferno!
e per lo ’nferno tuo nome si spande! 3

Tra li ladron trovai cinque cotali Tra i ladri incontrai cinque tuoi cittadini, tali che a me viene
tuoi cittadini onde mi ven vergogna, vergogna e tu certo non acquisti onore.
e tu in grande orranza non ne sali. 6

Ma se presso al mattin del ver si sogna, Ma se vicino al mattino si fanno sogni veritieri, di qui a poco tempo
tu sentirai di qua da picciol tempo tu riceverai il castigo che tutte le città, anche quelle piccole come
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. 9 Prato, ti augurano.

E se già fosse, non saria per tempo. E se anche accadesse già, sarebbe comunque tardi. Potesse allora
Così foss’ei, da che pur esser dee! succedere, dal momento che è inevitabile! Quanto più invecchierò,
ché più mi graverà, com’più m’attempo. 12 tanto più questo castigo mi sarà insopportabile.

Noi ci partimmo, e su per le scalee Noi ci allontanammo e il maestro risalì su quelle rocce che, prima, ci
che n’avea fatto iborni a scender pria, avevano fatti impallidire a scendere, e mi portò con sé;
rimontò ’l duca mio e trasse mee; 15

e proseguendo la solinga via, e proseguendo lungo la via solitaria, il piede non poteva avanzare
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio senza l'aiuto delle mani tra gli spuntoni e le schegge della roccia.
lo piè sanza la man non si spedia. 18

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio Allora provai dolore, e lo provo anche adesso pensando a ciò che
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, vidi, e tengo a freno il mio ingegno più del solito affinché non agisca
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, 21 senza la guida della virtù; così che, se un benigno influsso astrale o
qualcosa di più importante (la grazia divina) mi hanno dato il bene,
perché non corra che virtù nol guidi; io stesso non me lo sottragga.
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. 24

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, Quante sono le lucciole che il contadino, quando si riposa sulla
nel tempo che colui che ’l mondo schiara collina nella stagione (estate) in cui il sole tiene meno nascosta a noi
la faccia sua a noi tien meno ascosa, 27 la sua faccia, nell'ora (la sera) in cui la mosca lascia il posto alla
zanzara, vede giù nella valle dove egli vendemmia e ara;
come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara: 30

di tante fiamme tutta risplendea altrettante fiamme risplendevano nella VIII Bolgia, come io vidi non
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi appena fui là da dove il fondo era visibile.
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. 33

E qual colui che si vengiò con li orsi E come colui (Eliseo) che si vendicò con gli orsi vide il carro d'Elia che
vide ’l carro d’Elia al dipartire, partiva, quando i cavalli si levarono alti nel cielo, e non lo poteva
quando i cavalli al cielo erti levorsi, 36 seguire con lo sguardo senza vedere altro che la fiamma, che saliva
su come una nuvoletta:
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire: 39

tal si move ciascuna per la gola così sul fondo della Bolgia si muove ciascuna fiamma, in modo tale
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, che nessuna mostra l'anima nascosta all'interno, e ogni fiamma cela
e ogne fiamma un peccatore invola. 42 un peccatore.
Io stava sovra ’l ponte a veder surto, Io stavo sopra il ponte, proteso per vedere al punto che, se non mi
sì che s’io non avessi un ronchion preso, fossi aggrappato a una sporgenza rocciosa, sarei caduto in basso
caduto sarei giù sanz’esser urto. 45 senza essere urtato.

E ’l duca che mi vide tanto atteso, E il maestro, che mi vide così attento, disse: «Dentro quei fuochi ci
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; sono delle anime; ognuna è fasciata dalla fiamma che la avvolge».
catun si fascia di quel ch’elli è inceso». 48

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti Io risposi: «Maestro mio, ora che ti ascolto ne sono più certo; ma
son io più certo; ma già m’era avviso avevo già intuito che fosse così e volevo chiederti:
che così fosse, e già voleva dirti: 51

chi è ’n quel foco che vien sì diviso chi c'è dentro quel fuoco la cui punta è biforcuta, tanto che sembra
di sopra, che par surger de la pira levarsi dal rogo funebre dove Eteocle fu messo col fratello
dov’Eteòcle col fratel fu miso?». 54 (Polinice)?»

Rispuose a me: «Là dentro si martira Mi rispose: «Là dentro sono puniti Ulisse e Diomede, e sono dannati
Ulisse e Diomede, e così insieme insieme come insieme commisero i loro peccati;
a la vendetta vanno come a l’ira; 57

e dentro da la lor fiamma si geme e nella loro fiamma espiano l'inganno del cavallo di Troia che aprì la
l’agguato del caval che fé la porta porta da cui uscì il nobile seme dei Romani.
onde uscì de’ Romani il gentil seme. 60

Piangevisi entro l’arte per che, morta, Vi è punito anche l'imbroglio per cui Deidamia, anche se è morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille, ancora si rammarica di Achille, e si sconta anche il furto del
e del Palladio pena vi si porta». 63 Palladio».

«S’ei posson dentro da quelle faville Io dissi: «Se essi in quelle fiamme possono parlare, maestro, ti prego
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego con insistenza e ti prego ancora, così che la preghiera valga per
e ripriego, che ’l priego vaglia mille, 66 mille, che tu non mi neghi di aspettare che quella fiamma a due
punte venga qui; vedi che mi piego verso di essa dal desiderio!»
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!». 69

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna E lui a me: «La tua preghiera è degna di grande lode, e perciò io la
di molta loda, e io però l’accetto; accetto; ma dovrai tenere a freno la tua lingua.
ma fa che la tua lingua si sostegna. 72

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto Lascia parlare me, dal momento che so bene quello che vuoi; infatti
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, essi, essendo stati greci, potrebbero essere restii a rivolgerti la
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto». 75 parola».

Poi che la fiamma fu venuta quivi Dopo che la fiamma fu giunta nel punto in cui al mio maestro parve
dove parve al mio duca tempo e loco, opportuno il tempo e il luogo, lo sentii parlare in questo modo:
in questa forma lui parlare audivi: 78

«O voi che siete due dentro ad un foco, «O voi che siete in due dentro una sola fiamma, se ho acquisito
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, meriti nei vostri confronti quand'ero vivo, se ho acquisito meriti
s’io meritai di voi assai o poco 81 grandi o piccoli presso di voi quando, sulla Terra, scrissi gli alti versi,
non andate via; ma uno di voi (Ulisse) racconti dove è andato a
quando nel mondo li alti versi scrissi, morire in un viaggio senza ritorno».
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi». 84

Lo maggior corno de la fiamma antica La punta più alta di quell'antica fiamma cominciò a scuotersi
cominciò a crollarsi mormorando mormorando, come quella colpita dal vento;
pur come quella cui vento affatica; 87

indi la cima qua e là menando, quindi, volgendo la cima da una parte e dall'altra, come una lingua
come fosse la lingua che parlasse, che parlasse, gettò fuori la voce e disse:
gittò voce di fuori, e disse: «Quando 90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse «Quando mi allontanai da Circe, che mi tenne più di un anno là
me più d’un anno là presso a Gaeta, vicino a Gaeta, prima che Enea desse questo nome al promontorio,
prima che sì Enea la nomasse, 93

né dolcezza di figlio, né la pieta né la tenerezza per mio figlio, né la devozione per il mio vecchio
del vecchio padre, né ’l debito amore padre, né il legittimo amore che doveva fare felice
lo qual dovea Penelopé far lieta, 96 Penelope poterono vincere in me il desiderio che ebbi di diventare
esperto del mondo, dei vizi e delle virtù degli uomini;
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore; 99

ma misi me per l’alto mare aperto ma mi misi in viaggio in alto mare solo con una nave e con quei
sol con un legno e con quella compagna pochi compagni dai quali non fui abbandonato.
picciola da la qual non fui diserto. 102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, Vidi entrambe le sponde del Mediterraneo fino alla Spagna, al
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, Marocco e alla Sardegna, e alle altre isole bagnate da quel mare.
e l’altre che quel mare intorno bagna. 105

Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi Io e i miei compagni eravamo vecchi e deboli quando giungemmo a
quando venimmo a quella foce stretta quello stretto (di Gibilterra) dove Ercole pose le colonne, limite oltre
dov’Ercule segnò li suoi riguardi, 108 il quale l'uomo non deve procedere: a destra avevamo Siviglia, a
sinistra Ceuta.
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta. 111

"O frati", dissi "che per cento milia Dissi: "O fratelli, che siete giunti all'estremo ovest attraverso
perigli siete giunti a l’occidente, centomila pericoli, non vogliate negare a questa piccola veglia che
a questa tanto picciola vigilia 114 rimane ai vostri sensi (ai vostri ultimi anni) l'esperienza del mondo
disabitato, seguendo la rotta verso occidente.
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. 117

Considerate la vostra semenza: Pensate alla vostra origine: non siete stati creati per vivere come
fatti non foste a viver come bruti, bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza".
ma per seguir virtute e canoscenza". 120

Li miei compagni fec’io sì aguti, Con questo breve discorso resi i miei compagni così smaniosi di
con questa orazion picciola, al cammino, mettersi in viaggio, che in seguito avrei stentato a trattenerli;
che a pena poscia li avrei ritenuti; 123

e volta nostra poppa nel mattino, e volta la poppa a est, facemmo dei remi le ali al nostro folle volo,
de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre proseguendo verso sud-ovest (a sinistra).
sempre acquistando dal lato mancino. 126

Tutte le stelle già de l’altro polo La notte ormai mostrava tutte le costellazioni del polo australe,
vedea la notte e ’l nostro tanto basso, mentre quello boreale era tanto basso che non emergeva dalla linea
che non surgea fuor del marin suolo. 129 dell'orizzonte.
Cinque volte racceso e tante casso La luce dell'emisfero lunare a noi visibile si era già spenta e riaccesa
lo lume era di sotto da la luna, cinque volte (erano passati circa cinque mesi), dopo che avevamo
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, 132 intrapreso il viaggio, quando ci apparve una montagna (il
Purgatorio) scura per la lontananza, e mi sembrò più alta di
quando n’apparve una montagna, bruna qualunque altra io avessi mai vista.
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna. 135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto, Noi ci rallegrammo, ma l'allegria si tramutò presto in pianto: infatti
ché de la nova terra un turbo nacque, da quella nuova terra nacque una tempesta che colpì la nave a
e percosse del legno il primo canto. 138 prua.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque; La fece girare su se stessa tre volte, in un vortice; la quarta volta
a la quarta levar la poppa in suso fece levare in alto la poppa e fece inabissare la prua, come piacque
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, ad altri (Dio), finché il mare si fu richiuso sopra di noi».

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». 142

Argomento del Canto


Visione dell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti. Incontro con Ulisse e Diomede, avvolti
dalla stessa fiamma. Ulisse racconta a Dante e Virgilio le circostanze della sua morte.
È mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Invettiva contro Firenze (1-12)


Dante rivolge un aspro rimprovero a Firenze, che può davvero vantarsi della fama che ha acquistato in ogni luogo e persino
all'Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII Bolgia) ben cinque ladri tutti fiorentini che lo fanno vergognare e non danno certo onore
alla città. Ma se è vero che i sogni fatti al mattino sono veritieri, allora Firenze avrà presto la punizione che molti le augurano,
compresa la piccola città di Prato: se anche già fosse così sarebbe troppo tardi e più passerà il tempo, più il castigo della città sarà
grave per il poeta invecchiato.
La Bolgia dei consiglieri fraudolenti (13-48)
Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel punto dove erano scesi a fatica, quindi proseguono
lungo il cammino erto in cui bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al culmine del ponte, Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce
a tenere a freno il proprio ingegno, perché non agisca senza l'aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del bene che
un destino favorevole gli ha concesso. Come il contadino, che d'estate si riposa sulla collina alla fine della giornata e vede nella valle
sottostante tante lucciole, altrettante fiamme vede Dante sul fondo della VIII Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro che rapì Elia
allontanarsi nel cielo, scorgendo solo una fiamma che saliva, così Dante vede solo le fiamme muoversi nella fossa, senza distinguere
il peccatore nascosto dal fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere, protendendosi al punto che cadrebbe di sotto se non si
aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e Virgilio, che lo vede così attento, gli spiega che dentro ogni fuoco c'è lo spirito di un
peccatore (i consiglieri fraudolenti) che è come fasciato dalle fiamme.

Incontro con Ulisse e Diomede (49-75)


Dante ringrazia il maestro della spiegazione, anche se aveva già capito che ogni fiamma nascondeva un peccatore, quindi gli chiede
chi ci sia dentro il fuoco che si leva con due punte, simile al rogo funebre di Eteocle e Polinice. Virgilio risponde che all'interno ci sono
Ulisse e Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel peccato e ora scontano insieme la pena. I due sono dannati per l'inganno
del cavallo di Troia, per il raggiro che sottrasse Achille a Deidamia e per il furto della statua del Palladio. Dante chiede se i dannati
possono parlare dentro il fuoco e prega Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, tanto è il desiderio che lui ha di parlare coi
dannati all'interno. Virgilio risponde che la sua domanda è degna di lode, tuttavia lo invita a tacere e a lasciare che sia lui a
interpellare i dannati, perché essendo greci sarebbero forse restii a parlare con Dante.
Il racconto di Ulisse: viaggio alle colonne d'Ercole (76-111)
Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati all'interno e prega uno di loro di raccontare
le circostanze della sua morte, in virtù dei meriti che lui ha acquistato presso entrambi, in vita, quando scrisse gli alti versi. La punta
più alta della fiamma inizia a scuotersi, come se fosse colpita dal vento, quindi emette una voce come una lingua che parla. Ulisse
racconta che dopo essersi separato da Circe, che l'aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, né la nostalgia per il figlio o il vecchio
padre, né l'amore per la moglie poterono vincere in lui il desiderio di esplorare il mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare,
insieme ai compagni che non lo avevano lasciato neppure in questa occasione; si erano spinti con la nave nel Mediterraneo verso
ovest, costeggiando la Spagna, la Sardegna, il Marocco, giungendo infine (quando lui e i compagni erano molto anziani) fino allo
stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le famose colonne. La nave era giunta allo stretto, tra Siviglia e Ceuta.
Il racconto di Ulisse: viaggio nell'emisfero sud (112-142)
Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza, giunti ormai alla fine della loro vita, l'esplorazione
dell'emisfero australe della Terra totalmente disabitato; dovevano pensare alla loro origine, essendo stati creati per seguire virtù e
conoscenza e non per vivere come bestie. Il breve discorso li aveva talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a
stento: misero la poppa della nave a est e proseguirono verso ovest, passando le colonne d'Ercole e dando inizio al loro folle viaggio.
La notte mostrava ormai le costellazioni del polo meridionale, mentre quello settentrionale era tanto basso che non sorgeva più al di
sopra dell'orizzonte. Il plenilunio si era già ripetuto cinque volte (erano passati cinque mesi) dall'inizio del viaggio, quando era
apparsa loro una montagna (il Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di qualunque altra avessero mai visto. Ulisse e i
compagni se ne rallegrarono, ma presto l'allegria si tramutò in pianto: da quella nuova terra sorse una tempesta che investì la prua
della nave, facendola ruotare tre volte su se stessa; la quarta volta la inabissò levando la poppa in alto, finché il mare l'ebbe
ricoperta tutta.
Interpretazione complessiva
Il Canto si svolge interamente nella VIII Bolgia dell'VIII Cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, e il protagonista assoluto è
Ulisse, attraverso il cui personaggio Dante intende svolgere un importante discorso relativo alla conoscenza (analogo per certi versi a
quello affrontato nel Canto XX con gli indovini). La struttura dell'episodio è in parte simile a quella del Canto XXIV, con un'apertura
che commenta quanto si è visto nel passo precedente (l'invettiva contro Firenze, che non può andare fiera della presenza di cinque
suoi cittadini nella Bolgia dei ladri), un lento avvicinamento alla Bolgia successiva con la faticosa salita lungo le rocce e il ponte, la
descrizione delle fiamme che costellano il fondo della fossa e infine la presentazione del protagonista dopo una lunga attesa. Dante
si mostra subito molto interessato alla pena di questa categoria di dannati, probabilmente perché si sente in parte coinvolto nel loro
peccato: come nel Canto V, quando aveva compreso subito chi fossero i dannati del II Cerchio, anche qui capisce da solo che dentro
ogni fiamma c'è un peccatore e la conseguente spiegazione di Virgilio è pressoché inutile. In effetti la colpa di questi dannati è legata
alla conoscenza e, soprattutto, all'uso della parola per tessere inganni, per cui il loro peccato è di natura intellettuale: Ulisse e
Diomede scontano infatti una serie di imbrogli che avevano ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l'inganno del
cavallo di Troia, che come Dante leggeva nel libro II dell'Eneide era avvenuto grazie alle bugie di Sinone, istruito da Ulisse), così come
nel Canto seguente Guido da Montefeltro espierà i consigli dati a Bonifacio VIII per sconfiggere i suoi nemici. Non è un caso, del
resto, che Dante introduca i dannati della Bolgia con una sorta di ammonimento a se stesso, affinché tenga a freno l'ingegno
usandolo sempre sotto la guida della virtù e per non gettare via il bene che un influsso astrale e la grazia divina gli hanno concesso: il
peccato di Ulisse può essere definito di superbia intellettuale ed è metafora, come vedremo, di quello che probabilmente aveva
condotto Dante nella selva oscura.
Il colloquio con Ulisse è scandito da tre momenti, che corrispondono al discorso che Virgilio rivolge ai due dannati, al racconto
dell'eroe che culmina nel discorso fatto ai compagni, alla descrizione del viaggio. Dante arde dal desiderio di parlare con i peccatori
avvolti dalla fiamma biforcuta, per cui prega vivamente il maestro di chiamarli a sé (e lo fa con una certa finezza retorica: assai ten
priego / e ripriego, che 'l priego valga mille, con una replicazione simile a quelle di Inf., XIII, 25, 67-68). Altrettanto fine è l'allocuzione
con cui Virgilio invita Ulisse a parlare: adducendo il pretesto che i due, essendo greci, sarebbero restii a parlare con Dante (nel
Medioevo era diceria diffusa che i Greci avessero un carattere scontroso), il maestro si rivolge loro con una captatio benevolentiae
che invoca presunti meriti acquisiti in vita presso di loro, quando scrisse gli alti versi. Non è chiaro a cosa Virgilio si riferisca, dal
momento che nell'Eneide i due personaggi sono citati solo di sfuggita, ma si è ipotizzato che egli si spacci in realtà per Omero
approfittando del fatto che non possono vederlo, forse addirittura parlando greco, ingannandoli in modo simile a quanto Dante farà
con Guido nel Canto seguente. Sta di fatto che il poeta latino chiede a Ulisse di raccontare le circostanze della sua morte e l'eroe
acconsente scuotendo la fiamma che lo avvolge come una lingua che parla ed emette voce.
La narrazione del viaggio di Ulisse è estranea alla tradizione omerica e deriva probabilmente a Dante da un rimaneggiamento tardo
dell'Odissea, che il poeta non poteva leggere nel testo originale. L'Ulisse dantesco è comunque simile a quello classico, dotato di
insaziabile curiosità e abilità di linguaggio: giunto alle colonne d'Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l'eroe rivolge ai
compagni una orazion picciola che è un piccolo capolavoro retorico, una specie di suasoria con cui li esorta a non perdere l'occasione
di esplorare l'emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo
definisce consapevole del fatto che è un luogo deserto). Il che è ovviamente un inganno, dal momento che non è possibile seguir
virtute e canoscenza, né diventare esperti de li vizi umani e del valore esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole solo soddisfare
la propria curiosità fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un folle volo che infrange i divieti divini e si concluderà con la morte
di tutti loro. Lungi dall'essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse è per Dante l'esempio negativo di chi usa l'ingegno e
l'abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d'Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza
umana fissato dai decreti divini, quindi il viaggio è folle in quanto non voluto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge
la nave nei pressi della montagna del Purgatorio. È chiaro allora che Dante si sente personalmente coinvolto nel peccato commesso
da Ulisse, perché anch'egli forse ha tentato un volo altrettanto folle cercando di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della
ragione, senza l'aiuto della grazia: è il peccato di natura intellettuale che è all'origine dello smarrimento nella selva, e che va
probabilmente ricondotto a un allontanamento dalla teologia avvenuto in seguito alla morte di Beatrice, quando il poeta si era dato
agli studi filosofici (frutto di questa fase del suo pensiero e della sua opera era stato il Convivio). È arduo ipotizzare in cosa
esattamente consistesse il cosiddetto «traviamento» di Dante, ma in Purg., XXX, 109 ss. Beatrice rimprovererà aspramente il poeta
di essersi allontanato da lei dopo la sua morte, seguendo imagini di ben... false e discostandosi da ciò che era stato nella sua
giovinezza, aiutato da benigni influssi astrali e da larghezza di grazie divine. Il viaggio di Ulisse nell'emisfero australe sembra allora
metafora del viaggio altrettanto folle tentato da Dante negli anni precedenti e che aveva rischiato di concludersi anche per lui in un
naufragio, portandolo a smarrirsi nella selva da cui Virgilio, inviato da Beatrice, lo aveva tratto fuori; nella prospettiva dell'uomo
medievale alla conoscenza umana c'è un limite invalicabile rappresentato dai decreti divini e chi tenta di valicarlo confidando
presuntuosamente nella sola ragione commette un peccato destinato a portarlo alla dannazione. In questo senso Ulisse non è
affatto quell'eroe positivo quale fu descritto dai critici ottocenteschi, né la sua esortazione a seguir virtute e canoscenza deve essere
presa alla lettera, dal momento che egli ha condotto se stesso e i compagni non alla virtù ma alla follia e alla morte.
Particolarmente potente, infine, la chiusa del Canto che è stata giustamente accostata ad altri passi simili del poema: infin che 'l mar
fu sovra noi richiuso, un verso che «sembra scritto su una lapide funeraria» (Momigliano) e che suggella in modo perentorio e
definitivo il discorso al centro dell'episodio: è un severo ammonimento all'uomo medievale che non può oltrepassare i limiti imposti
da Dio alla sua condizione umana, se non vuole perdere irrimediabilmente ogni speranza di raggiungere la salvezza e finire dannato
come è successo ad Ulisse, e come poteva succedere allo stesso Dante se non fosse stato soccorso dalla grazia divina.

Note e passi controversi


Il v. 7 allude alla credenza medievale, già attestata in età classica, che i sogni fatti verso il mattino fossero premonitori di eventi reali.
L'espressione al v. 12 (ché più mi graverà, com' più m'attempo) vuol dire probabilmente che il castigo di Firenze, quanto più tarderà,
tanto più sarà grave per il poeta ormai invecchiato, ma altri intendono che esso sarà tanto più grave quanto più tarderà a giungere.
Alcuni mss. leggono al v. 14 i borni («le schegge di pietra»), intendendo gli spuntoni avevano aiutato i due poeti a scendere; il verso
vuole invece dire probabilmente che la discesa li aveva resi «pallidi» (iborni, dal lat. eburneus, «d'avorio»).
Colui che si vengiò con li orsi (v. 34) è il profeta Eliseo, che per punire dei ragazzi che lo schernivano per la sua calvizie invocò contro
di loro la maledizione divina: da un bosco uscirono due orsi che ne sbranarono quarantadue (IV Reg., II, 11-12).
Eteocle e Polinice (v. 54) erano i due fratelli tebani figli di Edipo e Giocasta: si odiavano al punto che, dopo essersi uccisi l'un l'altro,
dal rogo funebre su cui furono posti insieme si levò una fiamma divisa in due.
Il promontorio di Gaeta (v. 92) fu così chiamato secondo la leggenda da Enea, in onore della sua balia Caieta morta in quel luogo.
I vv. 106-108 alludono alle colonne d'Ercole, ovvero le montagne di Calpe in Europa e di Abila in Africa che l'eroe mitologico avrebbe
posto ai lati dello stretto di Gibilterra con l'ammonimento non plus ultra, «non procedere oltre».
Il v. 126 indica che la nave di Ulisse seguì sempre la rotta sud-ovest, procedendo verso sinistra.
Lo lume... di sotto da la luna è l'emisfero lunare a noi visibile; sono cioè trascorse cinque lunazioni (cinque mesi).
Il v. 139 riecheggia Aen., I, 116-117: ter fluctus... / torquet agens circum, et rapidus vorat aequore vortex («per tre volte il flutto fece
girare in tondo la nave, e il rapinoso vortice la fece sprofondare in mare»).
CANTO XVII
esto Parafrasi
Già era dritta in sù la fiamma e queta La fiamma (di Ulisse e Diomede) ormai era dritta e ferma, dato che
per non dir più, e già da noi sen gia non parlava più, e si allontanava da noi con il permesso del dolce
con la licenza del dolce poeta, 3 poeta (Virgilio),

quand’un’altra, che dietro a lei venia, quando ecco che un'altra, che veniva dietro di essa, ci indusse a
ne fece volger li occhi a la sua cima rivolgere lo sguardo alla sua punta per un suono confuso che ne
per un confuso suon che fuor n’uscia. 6 fuoriusciva.

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima Come il bue siciliano, che muggì per la prima volta coi lamenti di
col pianto di colui, e ciò fu dritto, colui che l'aveva forgiato col suo lavoro (e questo fu giusto),
che l’avea temperato con sua lima, 9 muggiva con la voce del torturato, tanto da sembrare trafitto dal
dolore anche se era fatto di rame;
mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto; 12

così, per non aver via né forame così le parole misere si convertivano nel linguaggio del fuoco,
dal principio nel foco, in suo linguaggio perché all'inizio non trovavano una strada per uscire.
si convertian le parole grame. 15

Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio Ma dopo che ebbero trovato una via d'uscita attraverso la punta,
su per la punta, dandole quel guizzo facendola muovere come la lingua al loro passaggio, sentimmo dire:
che dato avea la lingua in lor passaggio, 18 «O tu a cui io rivolgo la voce, e che poc'anzi parlavi italiano dicendo
"Adesso va' pure, non ti stimolo più",
udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, più non t’adizzo", 21

perch’io sia giunto forse alquanto tardo, non dispiacerti di trattenerti a parlare con me solo perché sono
non t’incresca restare a parlar meco; arrivato un po' dopo; vedi che a me non dispiace, e tuttavia brucio
vedi che non incresce a me, e ardo! 24 tra le fiamme!

Se tu pur mo in questo mondo cieco Se tu sei finito in questo mondo oscuro da quella dolce terra d'Italia
caduto se’ di quella dolce terra dalla quale io reco tutta la mia colpa, dimmi se i Romagnoli sono in
latina ond’io mia colpa tutta reco, 27 pace o in guerra; infatti io fui dei monti tra Urbino e la cima da cui
nasce il Tevere (Monte Coronaro)».
dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra». 30

Io era in giuso ancora attento e chino, Io ero ancora attento e chinato giù dal ponte, quando la mia guida
quando il mio duca mi tentò di costa, mi toccò il fianco e mi disse: «Parla tu, questo è italiano».
dicendo: «Parla tu; questi è latino». 33

E io, ch’avea già pronta la risposta, E io, che ero pronto a rispondere, iniziai a parlare senza esitazioni:
sanza indugio a parlare incominciai: «O anima che sei nascosta dal fuoco laggiù,
«O anima che se’ là giù nascosta, 36

Romagna tua non è, e non fu mai, la tua Romagna non è (e non è mai stata) senza guerra nei cuori dei
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; suoi tiranni; tuttavia non la lasciai impegnata in nessun conflitto
ma ’n palese nessuna or vi lasciai. 39 dichiarato.

Ravenna sta come stata è molt’anni: Ravenna è nella situazione in cui è da molti anni: l'aquila dei Da
l’aguglia da Polenta la si cova, Polenta la domina, così che copre anche Cervia con le sue ali.
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. 42
La terra che fé già la lunga prova La città (Forlì) che sostenne il lungo assedio e fece strage delle
e di Franceschi sanguinoso mucchio, truppe francesi, è dominata dal leone rampante verde (dalla
sotto le branche verdi si ritrova. 45 famiglia Ordelaffi).

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, E il vecchio e il nuovo mastino (Malatesta e Malatestino) da


che fecer di Montagna il mal governo, Verrucchio, che fecero strage di Montagna dei Parcitati, usano i
là dove soglion fan d’i denti succhio. 48 denti come succhiello (dilaniano i nemici) là dove sono soliti farlo.

Le città di Lamone e di Santerno Le città dei fiumi Lamone e Santerno (Faenza e Imola) sono
conduce il lioncel dal nido bianco, dominate dal leone in campo bianco (Maghinardo Pagani), che
che muta parte da la state al verno. 51 muta alleanze dall'estate all'inverno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco, E la città il cui fianco è bagnato dal Savio (Cesena), così come sta tra
così com’ella sie’ tra ’l piano e ’l monte la pianura e il monte, vive tra tirannide e stato libero.
tra tirannia si vive e stato franco. 54

Ora chi se’, ti priego che ne conte; Ora ti prego di dirci chi sei; non essere più restio degli altri, se il tuo
non esser duro più ch’altri sia stato, nome nel mondo conserva fama».
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». 57

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato Dopo che il fuoco ebbe ruggito per un po' alla sua maniera, la punta
al modo suo, l’aguta punta mosse aguzza si agitò da una parte e dall'altra, poi pronunciò tali parole:
di qua, di là, e poi diè cotal fiato: 60
«Se io credessi di rispondere a qualcuno che possa tornare sulla
«S’i’ credesse che mia risposta fosse Terra, questa fiamma resterebbe quieta (non parlerei);
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse; 63
ma poiché dal fondo dell'Inferno non è mai uscito vivo nessuno, se
ma però che già mai di questo fondo sento dire il vero, ti rispondo senza temere di essere infamato.
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo. 66
Io fui uomo d'armi, e poi divenni francescano, credendo di fare
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, ammenda dei miei peccati cingendo il cordone; e certo quanto
credendomi, sì cinto, fare ammenda; credevo si sarebbe avverato,
e certo il creder mio venìa intero, 69
non fosse stato per il papa (Bonifacio VIII), che Dio lo maledica!, il
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, quale mi indusse nuovamente a peccare; e voglio che tu senta come
che mi rimise ne le prime colpe; e perché ciò avvenne.
e come e quare, voglio che m’intenda. 72

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe


che la madre mi diè, l’opere mie Fin tanto che io fui in carne ed ossa, col corpo datomi da mia madre,
non furon leonine, ma di volpe. 75 le mie opere non furono improntate alla violenza ma all'astuzia.

Li accorgimenti e le coperte vie Io conobbi tutti i trucchi e le vie nascoste, ed esercitai la loro arte in
io seppi tutte, e sì menai lor arte, modo tale che la mia fama raggiunse i confini del mondo.
ch’al fine de la terra il suono uscie. 78

Quando mi vidi giunto in quella parte


di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte, 81 Quando mi vidi giunto a quella fase della mia vita (la vecchiaia) in
cui ognuno dovrebbe ammainare le vele e raccogliere le sartie
ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe, (pentirsi dei suoi peccati), ciò che prima mi piaceva mi dispiacque e
e pentuto e confesso mi rendei; mi feci frate, dopo essermi pentito e confessato; ah, povero me!
ahi miser lasso! e giovato sarebbe. 84 Certo ciò mi avrebbe giovato.

Lo principe d’i novi Farisei,


avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei, 87 Il principe dei nuovi Farisei (Bonifacio), mentre combatteva una
guerra vicino al Laterano (contro i Colonna), e non contro Saraceni o
ché ciascun suo nimico era cristiano, Giudei, poiché ogni suo nemico era cristiano, e nessuno di questi
e nessun era stato a vincer Acri aveva assediato Acri o aveva mercanteggiato nella terra del
né mercatante in terra di Soldano; 90 Soldano;

né sommo officio né ordini sacri non ebbe riguardo né per il suo supremo ufficio, né per gli ordini
guardò in sé, né in me quel capestro sacerdotali, né per quel cordone francescano che era solito rendere
che solea fare i suoi cinti più macri. 93 magri quelli che lo indossano.

Ma come Costantin chiese Silvestro Al contrario, come Costantino chiamò a sé papa Silvestro dal suo
d’entro Siratti a guerir de la lebbre; rifugio sul monte Soratte per guarire dalla lebbra, così lui chiamò
così mi chiese questi per maestro 96 me per guarire dalla sua terribile febbre: mi chiese un consiglio e io
tacqui perché le sue mi sembravano le parole di un pazzo.
a guerir de la sua superba febbre:
domandommi consiglio, e io tacetti Egli mi disse: "Il tuo cuore non abbia timore: io ti assolvo fin d'ora,
perché le sue parole parver ebbre. 99 purché tu mi mostri come devo fare per abbattere la rocca di
Palestrina.
E’ poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti. 102

Lo ciel poss’io serrare e diserrare, Io posso chiudere e aprire il cielo (condannare e assolvere), come
come tu sai; però son due le chiavi ben sai; infatti due sono le chiavi che il mio predecessore (Celestino
che ’l mio antecessor non ebbe care". 105 V) non ebbe care".

Allor mi pinser li argomenti gravi Allora gli argomenti autorevoli mi convinsero, specie pensando che
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, il tacere mi avrebbe procurato gravi conseguenze, e dissi: "Padre,
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi 108 dal momento che tu mi assolvi da quel peccato nel quale debbo
ricadere, promettere molto e mantenere poco ti farà trionfare nel
di quel peccato ov’io mo cader deggio, trono pontificio".
lunga promessa con l’attender corto
ti farà triunfar ne l’alto seggio". 111
Non appena morii, poi, san Francesco venne a prendere la mia
Francesco venne poi com’io fu’ morto, anima; ma un diavolo gli disse: "Non portarla via: non farmi torto.
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: "Non portar: non mi far torto. 114
Egli deve venire giù tra i miei dannati, perché diede il consiglio
Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini fraudolento per il quale, da allora a oggi, gli sono stato alle costole.
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini; 117
Infatti non può essere assolto chi non si pente, e non è possibile
ch’assolver non si può chi non si pente, pentirsi e voler peccare al tempo stesso, perché è una
né pentere e volere insieme puossi contraddizione in termini".
per la contradizion che nol consente". 120

Oh me dolente! come mi riscossi


quando mi prese dicendomi: "Forse Ah, povero me! come mi scossi quando mi prese, dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch’io loico fossi!". 123 tu non pensavi che io fossi filosofo!"

A Minòs mi portò; e quelli attorse


otto volte la coda al dosso duro; Mi portò davanti a Minosse; e quello attorcigliò la coda otto volte
e poi che per gran rabbia la si morse, 126 attorno alla schiena dura; e dopo essersela morsa per la gran
rabbia, disse: "Questo deve andare tra i peccatori del fuoco che li
disse: "Questi è d’i rei del foco furo"; sottrae alla vista"; ed ecco perché sono perduto qui dove mi vedi, e
per ch’io là dove vedi son perduto, avvolto così dalle fiamme mi dolgo camminando».
e sì vestito, andando, mi rancuro». 129
Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio, Quando il dannato ebbe finito di parlare, la fiamma si allontanò
torcendo e dibattendo ’l corno aguto. 132 dolorante, torcendo e sbattendo la punta aguzza.

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,


su per lo scoglio infino in su l’altr’arco Noi (io e la mia guida) andammo oltre, su per il ponte fino al
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio successivo che sovrasta la Bolgia in cui sono puniti quelli che,
seminando discordie, si gravano di peccato.
a quei che scommettendo acquistan carco. 136

Argomento del Canto


Ancora nell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti consiglieri fraudolenti. Incontro con Guido da Montefeltro, che
racconta come è caduto nel peccato e accusa Bonifacio VIII.
È mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Incontro con Guido da Montefeltro (1-30)


La fiamma di Ulisse è ormai dritta e quieta, poiché il dannato ha smesso di parlare e si allontana con il permesso di Virgilio, quando
un'altra fiamma viene dietro di essa e fa voltare i due poeti emettendo un suono confuso. Come il bue che il tiranno Falaride fece
costruire a Perillo muggì per la prima volta martirizzando il suo costruttutore, com'era giusto, e muggiva poi con la voce di chi vi
veniva ucciso così da sembrare vivo anziché di rame, così la fiamma emette il suono della voce che all'inizio non trova spazio per
uscire. Alla fine la voce esce e la fiamma inizia a guizzare, per cui il dannato si rivolge a Virgilio come colui che ha parlato in italiano
ad Ulisse e lo prega di trattenersi un poco a parlare con lui che ne ha un forte desiderio. Il dannato (Guido da Montefeltro) vuole
sapere se la Romagna è in pace o in guerra, dal momento che lui è originario della terra posta tra Urbino e il monte da cui sgorga il
Tevere.

Situazione politica della Romagna (31-57)


Dante osserva chinandosi giù dal ponte che sovrasta la Bolgia, quando Virgilio lo tocca nel fianco e lo invita a rispondere al dannato
che parla la sua stessa lingua. Il poeta è pronto a rispondere e dice al dannato che la Romagna non è mai stata senza guerre a causa
dei tiranni che la dominano, ma in questo momento non se ne combatte apertamente nessuna. Ravenna è nella stessa situazione da
molti anni, sotto la signoria dei Da Polenta che domina il territorio fino a Cervia. Forlì, che sostenne un lungo assedio e fece strage
dei Francesi, è dominata dagli Ordelaffi. I Malatesta, che si sono impadroniti di Rimini eliminando violentemente Montagna dei
Parcitati, dilaniano gli avversari politici. Le città di Faenza e Imola sono governate da Maghinardo Pagani, che cambia facilmente le
sue alleanze. Cesena, che è bagnata dal fiume Savio, oscilla continuamente tra libertà e soggezione alla tirannide. Alla fine del suo
discorso Dante chiede al dannato di presentarsi e lo prega di non esser restio più di quanto lo siano stati altri spiriti, se il suo nome
conserva la fama nel mondo.

Il racconto di Guido: la sua vita sino alla conversione (58-84)


Picture
An. lomb., I consiglieri fraudolenti (1440 ca.)
La fiamma emette altri mugolii come già ha fatto prima, poi scuote la punta e il dannato inizia a parlare. Egli afferma che se credesse
di rivolgersi a qualcuno destinato a tornare sulla Terra non direbbe una parola, ma dal momento che a quel che sa nessuno è mai
uscito dall'Inferno, risponderà senza temere infamia. Si presenta come Guido da Montefeltro, uomo d'armi e poi francescano, fattosi
frate credendo di espiare i suoi peccati: certo ci sarebbe riuscito, non fosse stato per il papa (Bonifacio VIII) che lo indusse
nuovamente a peccare. Guido spiega che quand'era in vita le sue azioni furono improntate all'astuzia e conobbe tutti i raggiri e gli
inganni della politica, acquistando fama in tutto il mondo. Una volta arrivato alla vecchiaia, Guido provò dispiacere per la vita
condotta fino a quel momento e si pentì dei suoi peccati, facendosi frate.
Il racconto di Guido: il consiglio fraudolento al papa (85-111)
Picture
B. Genelli, Disputa per l'anima di Guido
Allora Bonifacio VIII, il principe dei nuovi Farisei, era in guerra contro i Colonna e non contro Saraceni o Ebrei, poiché ogni suo
nemico era cristiano e nessuno di questi aveva assediato Acri o mercanteggiato coi musulmani; il papa, non avendo alcun riguardo
per il suo alto ufficio né per il cordone francescano di Guido, lo chiamò a sé come Costantino fece chiamare Silvestro per guarire
della lebbra. Bonifacio gli aveva chiesto un consiglio e Guido aveva esitato a darglielo, ma poi il papa lo aveva rassicurato dicendogli
di assolverlo in anticipo e pregandolo di dirgli come prendere la rocca di Palestrina. Il papa gli aveva detto di possedere le due chiavi
del potere papale, che il suo precedessore (Celestino V) non ebbe care. Allora Guido fu indotto a parlare, spinto anche dal timore di
più gravi conseguenze, e consigliò a Bonifacio di promettere il perdono ai suoi nemici senza poi mantenerlo.
Il racconto di Guido: la disputa per la sua anima (112-136)
Quando poi Guido morì, san Francesco venne a prendere la sua anima, ma un diavolo si oppose dicendo che doveva in realtà andare
all'Inferno per il consiglio fraudolento dato al papa e per il quale lo aveva seguito sino a quel momento: infatti non si può assolvere
chi non si pente della sua colpa, e pentirsi e voler peccare allo stesso momento è una contraddizione in termini. Guido ricorda di
essersi disperato quando il diavolo lo prese e lo irrise dicendogli che forse non pensava che lui fosse filosofo. Il demone lo aveva
portato a Minosse il quale si attorcigliò la coda attorno al corpo otto volte, destinandolo alla Bolgia dei consiglieri fraudolenti e
mordendosi la coda stessa per rabbia. Da allora Guido è dannato e si duole avvolto dalla fiamma.
Al termine del suo racconto il dannato si allontana, agitando la punta aguzza. Dante e Virgilio passano oltre, percorrendo il ponte
fino alla Bolgia successiva dove sono puniti i seminatori di discordie.
Interpretazione complessiva
Protagonista del Canto è Guido da Montefeltro, personaggio molto noto al tempo di Dante e che costituisce l'esempio moderno
dopo quello antico rappresentato da Ulisse nel Canto precedente. È lui stesso a rivolgersi a Virgilio che ha udito parlare in lombardo
(ovvero in volgare italiano) mentre congendava Ulisse, in quanto ha desiderio di conoscere la situazione politica della sua terra:
Dante lo introduce con la preziosa similitudine del bue di Falaride, lo strumento di tortura che emetteva un sinistro mugolio
prodotto dai lamenti del malcapitato all'interno (la fiamma in cui è avvolto il dannato emette un suono simile, sottolineando la
sofferenza del peccatore che arde e, tuttavia, vuole parlare coi due visitatori). Virgilio invita Dante a rispondere al dannato che è
latino, italiano e non greco, per cui la struttura del Canto è speculare rispetto a quello precedente e ripropone quanto si è già visto
nel Canto XVIII.
Dante aveva espresso ammirazione e rispetto per Guido nel Convivio (IV, 28, 8), lodando il suo pentimento e la sua monacazione
negli anni della vecchiaia, cosa che sembra in contrasto con la sua collocazione tra le anime dannate: in realtà accade altre volte che
nel poema Dante corregga opinioni espresse nel trattato, e qui può aver influito l'aver appreso dal cronista Riccobaldo da Ferrara
l'episodio che aveva coinvolto Guido col papa Bonifacio VIII e che ne aveva causato la dannazione. In ogni caso Dante crea un forte
contrasto tra la vita di Guido sino al suo farsi francescano e le vicende successive, ovvero tra l'uomo d'armi e il politico da un lato
(astuto e dotato di ogni abilità militare) e l'uomo di Chiesa dall'altro (ingenuo e pronto a farsi beffare dal papa cadendo nel peccato
mortale). Tale contrasto emerge nella prima parte del Canto, in cui Guido è ansioso di sapere se la Romagna sia in guerra: non è una
richiesta generica, ma la volontà precisa di sapere se la pace progettata nel 1297 tra i signori romagnoli e poi stipulata nel 1299,
quando Guido era già morto, sia poi stata rispettata (i dannati non possono sapere nulla del presente, come Farinata ha spiegato in
Inf., X, 100-108). La domanda di Guido è dunque legata al suo ruolo di politico e condottiero che tanto bene aveva svolto nella vita
precedente la conversione, per la quale l'ammirazione di Dante è immutata, e il poeta risponde illustrando la situazione delle città
romagnole soggette alle varie signorie e tirannidi, il che riflette la sua preoccupazione per una terra che a lungo lo ospitò durante
l'esilio e in cui di fatto morì.
Guido è poi invitato a manifestarsi e a spiegare chi sia, senza essere più restio di quanto lo siano stati altri prima di lui, e il dannato
acconsente basandosi sull'errata convinzione di parlare con un altro dannato, quindi con qualcuno che non può tornare sulla Terra e
causargli infamia col riferire il racconto della sua dannazione. La situazione è opposta a quella di Pier della Vigna nel Canto XIII, in cui
le parole di Dante avrebbero riabilitato la sua reputazione diffamata, e qui Dante inganna indirettamente Guido proprio come
Virgilio, forse, aveva ingannato Ulisse e Diomede spacciandosi per Omero. Guido ignora infatti che Dante è vivo, essendo avvolto
dalle fiamme che non gli permettono di vederlo, ma non comprende neppure il privilegio eccezionale datogli dalla grazia divina di
visitare anzitempo il mondo ultraterreno, ripresentando una situazione analoga a quella già vista con Farinata, Cavalcante, Brunetto
Latini. E infatti la prosopopea del dannato diventa un discorso paradossale, in cui Guido crede di elogiarsi ma finisce col dimostrare
quanto era stato ingenuo: le sue opere furono sì di volpe durante la sua attività politica, ma poi si era illuso che indossare il cordone
francescano bastasse ad assicurargli la salvezza (Dante insinua il sospetto che il pentimento di Guido non fosse sincero ma dovuto,
piuttosto, al tardivo desiderio di fare ammenda, il che è dimostrato dal consiglio fraudolento dato a Bonifacio VIII smanioso di
espugnare la rocca di Palestrina). Guido dà tutta la colpa del suo peccato al papa corrotto, ma in realtà la responsabilità principale è
sua: se il suo pentimento fosse stato sincero Guido non avrebbe ceduto alle lusinghe del papa, né si sarebbe accontentato della sua
assicurazione di avere l'assoluzione prima ancora di commettere il peccato (non si può assolvere chi non si pente e non ci si può
pentire e voler peccare al tempo stesso, come il diavolo loico non mancherà di spiegare a Guido prima di condurlo all'Inferno). In
questo modo Dante rovescia in modo clamoroso e inatteso l'opinione corrente sul destino ultraterreno del Montefeltro, che
essendo morto in convento e in odore di santità tutti credevano salvo: analogamente a esempi futuri di anime salve contro ogni
previsione (come lo «scandalo» rappresentato da Manfredi di Svevia), Dante ristabilisce la verità mostrandoci la condizione delle
anime dopo la morte e sottolineando che nella partita della salvezza non contano gli atti esteriori o la fama, ma solo il reale
pentimento nel cuore dell'uomo che solamente Dio può conoscere nella sua verità. Guido è dannato perché tale pentimento nel suo
cuore non c'era, così come il figlio Bonconte sarà salvo (cfr. Purg., V, 85 ss.) per essersi invece pentito in punto di morte
contrariamente a quanto il mondo pensava di lui. Il contrasto tra san Francesco e il diavolo che si contendono l'anima di Guido
anticipa quello analogo tra l'angelo e il diavolo che si contendono quella di Bonconte, con un preciso parallelismo tra i due episodi
che si rifà, tra l'altro, a un tema assai diffuso nella letteratura religiosa del Due-Trecento.
Se Dante condanna dunque la condotta peccaminosa di Guido, altrettanto si può naturalmente dire per papa Bonifacio VIII, il
pontefice la cui dannazione tra i simoniaci è già stata predetta: egli è presentato qui come gran prete (l'epiteto è beffardo e ironico),
come il principe d'i novi Farisei, intento a far guerra ai cristiani anziché agli infedeli e indifferente al suo supremo ufficio o all'abito di
Guido; è talmente ansioso di sconfiggere i Colonna suoi nemici da promettere al francescano ciò che non può dargli, ovvero
l'assoluzione per qualcosa che non ha ancora fatto, colpendo con amara ironia il suo antecessor Celestino V che non ebbe care le
due chiavi del potere papale, quella dell'assoluzione e della condanna. Non a caso è paragonato all'imperatore Costantino che
chiamò a sé papa Silvestro I per guarire dalla lebbra, in quanto nel Medioevo si riteneva che Costantino avesse fatto proprio a
Silvestro la famosa donazione che gettò le basi del potere temporale dei papi, che fu radice della corruzione della Chiesa di cui
Bonifacio è per Dante insigne rappresentante (anche in XIX, 115-117, Dante nella sua invettiva contro la Curia corrotta deplorava la
dote consegnata da Costantino al primo ricco patre, proprio nel Canto dei papi simoniaci in cui era profetizzata la dannazione di
Bonifacio VIII).

Note e passi controversi


I vv. 7-12 fanno riferimento alla diceria per cui Falaride, tiranno di Agrigento, avesse fatto costruire all'artigiano Perillo un bue di rame dentro al
quale venivano posti i condannati a morte: sotto il bue veniva posta la fiamma e il malcapitato all'interno urlava di dolore, producendo una specie
di mugolio all'esterno che sembrava il muggito dell'animale. Falaride avrebbe sperimentato l'invenzione sullo stesso Perillo (la fonte dantesca è
prob. Ovidio, Tristia, III, 11, o forse Orosio, Adv. pag., I, 20).
Guido dice a Virgilio che parlava lombardo, ovvero in volgare italiano: Dante pensava che gli antichi Romani non parlassero latino, ma un volgare in
parte simile a quello dei suoi tempi (cfr. DVE, I, 1; è sembrato strano che Virgilio si rivolga a un personaggio greco come Ulisse in un volgare
nostrano, che contrasta col linguaggio alto e solenne del Canto precedente, mentra altri ipotizzano che il poeta latino ad Ulisse avesse addirittura
parlato in greco). La parola istra vuol dire «adesso» ed è voce lucchese e dell'Italia del nord; adizzo significa «aizzo», «stimolo».
Dolce terra latina (vv. 26-27) indica l'Italia; il giogo da cui nasce il Tevere è il Monte Coronaro.
I vv. 43-45 indicano che Forlì, la città che sostenne il lungo assedio (1281-83) da parte delle truppe guelfe inviate da Martino IV e che fece strage
delle truppe francesi giunte in aiuto agli assedianti, è ora sotto il dominio degli Ordelaffi (il cui simbolo araldico era il leone verde rampante in
campo dorato). Il fatto d'armi citato vide come protagonista proprio Guido, che dimostrò nell'occasione straordinarie doti militari e strategiche.
Il mastin vecchio e 'l nuovo (v. 46) sono Malatesta il Vecchio e Malatestino, padre e figlio signori di Rimini (il secondo era fratello di Paolo e
Gianciotto, marito di Francesca); il v. 48 allude al fatto che essi dilaniavano i nemici usando i denti come succhiello (succhio).
Il leone azzurro in campo bianco (v. 50) è il simbolo di Maghinardo Pagani, signore di Faenza e Imola che ebbe condotta ambigua con Guelfi e
Ghibellini.
Cordigliero (v. 67) è sinonimo di «francescano», dal cordone di cui erano cinti questi frati.
L'espressione del v. 78 è di ascendenza biblica (Salmi, XVIII, 4) ma ricalca anche le parole di papa Martino IV nel bandire la crociata contro i
Ghibellini di Forlì capeggiati da Guido.
Il v. 81 riecheggia le parole di Dante stesso su Guido nel Convivio (IV, 28, 8).
I vv. 89-90 indicano che i cristiani contro cui Bonifacio faceva guerra, ovvero i Colonna, non avevano assediato S. Giovanni d'Acri insieme ai
musulmani nel 1291, né avevano mercanteggiato in Terrasanta con gli islamici.
Il v. 93, riferito al cordone francescano che un tempo rendeva più magri gli appartenenti all'ordine, è maligna ironia sul fatto che i francescani nel
Trecento erano spesso preda della corruzione.
Il consiglio fraudolento dato da Guido al papa (vv. 110-111) ricalca le parole di Riccobaldo da Ferrara nella sua cronaca: «promettete molto,
mantenete poco delle promesse fatte». Bonficacio promise infatti il perdono papale ai suoi nemici, per indurli a recarsi a Rieti e lasciare sguarnita la
rocca di Palestrina, che poi fece radere al suolo.
La fiamma in cui sono avvolti questi dannati è definita da Minosse foco furo (v. 127), ovvero «ladro» in quanto sottrae le loro anime alla vista e non
permette loro di vedere nulla all'esterno.
Quei che scommettendo acquistan carco (v. 136) sono i seminatori di discordie, che dividendo gli altri si gravano di peccato
CANTO XVII

Testo Parafrasi
Già era dritta in sù la fiamma e queta La fiamma (di Ulisse e Diomede) ormai era dritta e ferma, dato che
per non dir più, e già da noi sen gia non parlava più, e si allontanava da noi con il permesso del dolce
con la licenza del dolce poeta, 3 poeta (Virgilio),

quand’un’altra, che dietro a lei venia, quando ecco che un'altra, che veniva dietro di essa, ci indusse a
ne fece volger li occhi a la sua cima rivolgere lo sguardo alla sua punta per un suono confuso che ne
per un confuso suon che fuor n’uscia. 6 fuoriusciva.

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima Come il bue siciliano, che muggì per la prima volta coi lamenti di
col pianto di colui, e ciò fu dritto, colui che l'aveva forgiato col suo lavoro (e questo fu giusto),
che l’avea temperato con sua lima, 9 muggiva con la voce del torturato, tanto da sembrare trafitto dal
dolore anche se era fatto di rame;
mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto; 12

così, per non aver via né forame così le parole misere si convertivano nel linguaggio del fuoco,
dal principio nel foco, in suo linguaggio perché all'inizio non trovavano una strada per uscire.
si convertian le parole grame. 15

Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio Ma dopo che ebbero trovato una via d'uscita attraverso la punta,
su per la punta, dandole quel guizzo facendola muovere come la lingua al loro passaggio, sentimmo dire:
che dato avea la lingua in lor passaggio, 18 «O tu a cui io rivolgo la voce, e che poc'anzi parlavi italiano dicendo
"Adesso va' pure, non ti stimolo più",
udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo "Istra ten va, più non t’adizzo", 21

perch’io sia giunto forse alquanto tardo, non dispiacerti di trattenerti a parlare con me solo perché sono
non t’incresca restare a parlar meco; arrivato un po' dopo; vedi che a me non dispiace, e tuttavia brucio
vedi che non incresce a me, e ardo! 24 tra le fiamme!

Se tu pur mo in questo mondo cieco Se tu sei finito in questo mondo oscuro da quella dolce terra d'Italia
caduto se’ di quella dolce terra dalla quale io reco tutta la mia colpa, dimmi se i Romagnoli sono in
latina ond’io mia colpa tutta reco, 27 pace o in guerra; infatti io fui dei monti tra Urbino e la cima da cui
nasce il Tevere (Monte Coronaro)».
dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra». 30

Io era in giuso ancora attento e chino, Io ero ancora attento e chinato giù dal ponte, quando la mia guida
quando il mio duca mi tentò di costa, mi toccò il fianco e mi disse: «Parla tu, questo è italiano».
dicendo: «Parla tu; questi è latino». 33

E io, ch’avea già pronta la risposta, E io, che ero pronto a rispondere, iniziai a parlare senza esitazioni:
sanza indugio a parlare incominciai: «O anima che sei nascosta dal fuoco laggiù,
«O anima che se’ là giù nascosta, 36

Romagna tua non è, e non fu mai, la tua Romagna non è (e non è mai stata) senza guerra nei cuori dei
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; suoi tiranni; tuttavia non la lasciai impegnata in nessun conflitto
ma ’n palese nessuna or vi lasciai. 39 dichiarato.

Ravenna sta come stata è molt’anni: Ravenna è nella situazione in cui è da molti anni: l'aquila dei Da
l’aguglia da Polenta la si cova, Polenta la domina, così che copre anche Cervia con le sue ali.
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. 42
La terra che fé già la lunga prova La città (Forlì) che sostenne il lungo assedio e fece strage delle
e di Franceschi sanguinoso mucchio, truppe francesi, è dominata dal leone rampante verde (dalla
sotto le branche verdi si ritrova. 45 famiglia Ordelaffi).

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, E il vecchio e il nuovo mastino (Malatesta e Malatestino) da


che fecer di Montagna il mal governo, Verrucchio, che fecero strage di Montagna dei Parcitati, usano i
là dove soglion fan d’i denti succhio. 48 denti come succhiello (dilaniano i nemici) là dove sono soliti farlo.

Le città di Lamone e di Santerno Le città dei fiumi Lamone e Santerno (Faenza e Imola) sono
conduce il lioncel dal nido bianco, dominate dal leone in campo bianco (Maghinardo Pagani), che
che muta parte da la state al verno. 51 muta alleanze dall'estate all'inverno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco, E la città il cui fianco è bagnato dal Savio (Cesena), così come sta tra
così com’ella sie’ tra ’l piano e ’l monte la pianura e il monte, vive tra tirannide e stato libero.
tra tirannia si vive e stato franco. 54

Ora chi se’, ti priego che ne conte; Ora ti prego di dirci chi sei; non essere più restio degli altri, se il tuo
non esser duro più ch’altri sia stato, nome nel mondo conserva fama».
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». 57

Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato Dopo che il fuoco ebbe ruggito per un po' alla sua maniera, la punta
al modo suo, l’aguta punta mosse aguzza si agitò da una parte e dall'altra, poi pronunciò tali parole:
di qua, di là, e poi diè cotal fiato: 60
«Se io credessi di rispondere a qualcuno che possa tornare sulla
«S’i’ credesse che mia risposta fosse Terra, questa fiamma resterebbe quieta (non parlerei);
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse; 63
ma poiché dal fondo dell'Inferno non è mai uscito vivo nessuno, se
ma però che già mai di questo fondo sento dire il vero, ti rispondo senza temere di essere infamato.
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo. 66
Io fui uomo d'armi, e poi divenni francescano, credendo di fare
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, ammenda dei miei peccati cingendo il cordone; e certo quanto
credendomi, sì cinto, fare ammenda; credevo si sarebbe avverato,
e certo il creder mio venìa intero, 69
non fosse stato per il papa (Bonifacio VIII), che Dio lo maledica!, il
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, quale mi indusse nuovamente a peccare; e voglio che tu senta come
che mi rimise ne le prime colpe; e perché ciò avvenne.
e come e quare, voglio che m’intenda. 72
Fin tanto che io fui in carne ed ossa, col corpo datomi da mia madre,
Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe le mie opere non furono improntate alla violenza ma all'astuzia.
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe. 75 Io conobbi tutti i trucchi e le vie nascoste, ed esercitai la loro arte in
modo tale che la mia fama raggiunse i confini del mondo.
Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie. 78 Quando mi vidi giunto a quella fase della mia vita (la vecchiaia) in
cui ognuno dovrebbe ammainare le vele e raccogliere le sartie
Quando mi vidi giunto in quella parte (pentirsi dei suoi peccati), ciò che prima mi piaceva mi dispiacque e
di mia etade ove ciascun dovrebbe mi feci frate, dopo essermi pentito e confessato; ah, povero me!
calar le vele e raccoglier le sarte, 81 Certo ciò mi avrebbe giovato.

ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe,


e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe. 84

Lo principe d’i novi Farisei, Il principe dei nuovi Farisei (Bonifacio), mentre combatteva una
avendo guerra presso a Laterano, guerra vicino al Laterano (contro i Colonna), e non contro Saraceni o
e non con Saracin né con Giudei, 87 Giudei, poiché ogni suo nemico era cristiano, e nessuno di questi
aveva assediato Acri o aveva mercanteggiato nella terra del
ché ciascun suo nimico era cristiano, Soldano;
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano; 90
non ebbe riguardo né per il suo supremo ufficio, né per gli ordini
né sommo officio né ordini sacri sacerdotali, né per quel cordone francescano che era solito rendere
guardò in sé, né in me quel capestro magri quelli che lo indossano.
che solea fare i suoi cinti più macri. 93

Ma come Costantin chiese Silvestro Al contrario, come Costantino chiamò a sé papa Silvestro dal suo
d’entro Siratti a guerir de la lebbre; rifugio sul monte Soratte per guarire dalla lebbra, così lui chiamò
così mi chiese questi per maestro 96 me per guarire dalla sua terribile febbre: mi chiese un consiglio e io
tacqui perché le sue mi sembravano le parole di un pazzo.
a guerir de la sua superba febbre:
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre. 99

E’ poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;


finor t’assolvo, e tu m’insegna fare Egli mi disse: "Il tuo cuore non abbia timore: io ti assolvo fin d'ora,
sì come Penestrino in terra getti. 102 purché tu mi mostri come devo fare per abbattere la rocca di
Palestrina.
Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi Io posso chiudere e aprire il cielo (condannare e assolvere), come
che ’l mio antecessor non ebbe care". 105 ben sai; infatti due sono le chiavi che il mio predecessore (Celestino
V) non ebbe care".
Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, Allora gli argomenti autorevoli mi convinsero, specie pensando che
e dissi: "Padre, da che tu mi lavi 108 il tacere mi avrebbe procurato gravi conseguenze, e dissi: "Padre,
dal momento che tu mi assolvi da quel peccato nel quale debbo
di quel peccato ov’io mo cader deggio, ricadere, promettere molto e mantenere poco ti farà trionfare nel
lunga promessa con l’attender corto trono pontificio".
ti farà triunfar ne l’alto seggio". 111

Francesco venne poi com’io fu’ morto,


per me; ma un d’i neri cherubini Non appena morii, poi, san Francesco venne a prendere la mia
li disse: "Non portar: non mi far torto. 114 anima; ma un diavolo gli disse: "Non portarla via: non farmi torto.

Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini


perché diede ’l consiglio frodolente, Egli deve venire giù tra i miei dannati, perché diede il consiglio
dal quale in qua stato li sono a’ crini; 117 fraudolento per il quale, da allora a oggi, gli sono stato alle costole.

ch’assolver non si può chi non si pente,


né pentere e volere insieme puossi Infatti non può essere assolto chi non si pente, e non è possibile
per la contradizion che nol consente". 120 pentirsi e voler peccare al tempo stesso, perché è una
contraddizione in termini".
Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: "Forse Ah, povero me! come mi scossi quando mi prese, dicendomi: "Forse
tu non pensavi ch’io loico fossi!". 123 tu non pensavi che io fossi filosofo!"

A Minòs mi portò; e quelli attorse


otto volte la coda al dosso duro; Mi portò davanti a Minosse; e quello attorcigliò la coda otto volte
e poi che per gran rabbia la si morse, 126 attorno alla schiena dura; e dopo essersela morsa per la gran
rabbia, disse: "Questo deve andare tra i peccatori del fuoco che li
disse: "Questi è d’i rei del foco furo"; sottrae alla vista"; ed ecco perché sono perduto qui dove mi vedi, e
per ch’io là dove vedi son perduto, avvolto così dalle fiamme mi dolgo camminando».
e sì vestito, andando, mi rancuro». 129
Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio, Quando il dannato ebbe finito di parlare, la fiamma si allontanò
torcendo e dibattendo ’l corno aguto. 132 dolorante, torcendo e sbattendo la punta aguzza.

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,


su per lo scoglio infino in su l’altr’arco Noi (io e la mia guida) andammo oltre, su per il ponte fino al
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio successivo che sovrasta la Bolgia in cui sono puniti quelli che,
seminando discordie, si gravano di peccato.
a quei che scommettendo acquistan carco. 136

Argomento del Canto


Ancora nell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti consiglieri fraudolenti. Incontro con Guido da Montefeltro, che
racconta come è caduto nel peccato e accusa Bonifacio VIII.
È mezzogiorno di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Incontro con Guido da Montefeltro (1-30)


La fiamma di Ulisse è ormai dritta e quieta, poiché il dannato ha smesso di parlare e si allontana con il permesso di Virgilio, quando
un'altra fiamma viene dietro di essa e fa voltare i due poeti emettendo un suono confuso. Come il bue che il tiranno Falaride fece
costruire a Perillo muggì per la prima volta martirizzando il suo costruttutore, com'era giusto, e muggiva poi con la voce di chi vi
veniva ucciso così da sembrare vivo anziché di rame, così la fiamma emette il suono della voce che all'inizio non trova spazio per
uscire. Alla fine la voce esce e la fiamma inizia a guizzare, per cui il dannato si rivolge a Virgilio come colui che ha parlato in italiano
ad Ulisse e lo prega di trattenersi un poco a parlare con lui che ne ha un forte desiderio. Il dannato (Guido da Montefeltro) vuole
sapere se la Romagna è in pace o in guerra, dal momento che lui è originario della terra posta tra Urbino e il monte da cui sgorga il
Tevere.

Situazione politica della Romagna (31-57)


Dante osserva chinandosi giù dal ponte che sovrasta la Bolgia, quando Virgilio lo tocca nel fianco e lo invita a rispondere al dannato
che parla la sua stessa lingua. Il poeta è pronto a rispondere e dice al dannato che la Romagna non è mai stata senza guerre a causa
dei tiranni che la dominano, ma in questo momento non se ne combatte apertamente nessuna. Ravenna è nella stessa situazione da
molti anni, sotto la signoria dei Da Polenta che domina il territorio fino a Cervia. Forlì, che sostenne un lungo assedio e fece strage
dei Francesi, è dominata dagli Ordelaffi. I Malatesta, che si sono impadroniti di Rimini eliminando violentemente Montagna dei
Parcitati, dilaniano gli avversari politici. Le città di Faenza e Imola sono governate da Maghinardo Pagani, che cambia facilmente le
sue alleanze. Cesena, che è bagnata dal fiume Savio, oscilla continuamente tra libertà e soggezione alla tirannide. Alla fine del suo
discorso Dante chiede al dannato di presentarsi e lo prega di non esser restio più di quanto lo siano stati altri spiriti, se il suo nome
conserva la fama nel mondo.

Il racconto di Guido: la sua vita sino alla conversione (58-84)


La fiamma emette altri mugolii come già ha fatto prima, poi scuote la punta e il dannato inizia a parlare. Egli afferma che se credesse
di rivolgersi a qualcuno destinato a tornare sulla Terra non direbbe una parola, ma dal momento che a quel che sa nessuno è mai
uscito dall'Inferno, risponderà senza temere infamia. Si presenta come Guido da Montefeltro, uomo d'armi e poi francescano, fattosi
frate credendo di espiare i suoi peccati: certo ci sarebbe riuscito, non fosse stato per il papa (Bonifacio VIII) che lo indusse
nuovamente a peccare. Guido spiega che quand'era in vita le sue azioni furono improntate all'astuzia e conobbe tutti i raggiri e gli
inganni della politica, acquistando fama in tutto il mondo. Una volta arrivato alla vecchiaia, Guido provò dispiacere per la vita
condotta fino a quel momento e si pentì dei suoi peccati, facendosi frate.
Il racconto di Guido: il consiglio fraudolento al papa (85-111)
Allora Bonifacio VIII, il principe dei nuovi Farisei, era in guerra contro i Colonna e non contro Saraceni o Ebrei, poiché ogni suo
nemico era cristiano e nessuno di questi aveva assediato Acri o mercanteggiato coi musulmani; il papa, non avendo alcun riguardo
per il suo alto ufficio né per il cordone francescano di Guido, lo chiamò a sé come Costantino fece chiamare Silvestro per guarire
della lebbra. Bonifacio gli aveva chiesto un consiglio e Guido aveva esitato a darglielo, ma poi il papa lo aveva rassicurato dicendogli
di assolverlo in anticipo e pregandolo di dirgli come prendere la rocca di Palestrina. Il papa gli aveva detto di possedere le due chiavi
del potere papale, che il suo precedessore (Celestino V) non ebbe care. Allora Guido fu indotto a parlare, spinto anche dal timore di
più gravi conseguenze, e consigliò a Bonifacio di promettere il perdono ai suoi nemici senza poi mantenerlo.
Il racconto di Guido: la disputa per la sua anima (112-136)
Quando poi Guido morì, san Francesco venne a prendere la sua anima, ma un diavolo si oppose dicendo che doveva in realtà andare
all'Inferno per il consiglio fraudolento dato al papa e per il quale lo aveva seguito sino a quel momento: infatti non si può assolvere
chi non si pente della sua colpa, e pentirsi e voler peccare allo stesso momento è una contraddizione in termini. Guido ricorda di
essersi disperato quando il diavolo lo prese e lo irrise dicendogli che forse non pensava che lui fosse filosofo. Il demone lo aveva
portato a Minosse il quale si attorcigliò la coda attorno al corpo otto volte, destinandolo alla Bolgia dei consiglieri fraudolenti e
mordendosi la coda stessa per rabbia. Da allora Guido è dannato e si duole avvolto dalla fiamma.
Al termine del suo racconto il dannato si allontana, agitando la punta aguzza. Dante e Virgilio passano oltre, percorrendo il ponte
fino alla Bolgia successiva dove sono puniti i seminatori di discordie.
Interpretazione complessiva
Protagonista del Canto è Guido da Montefeltro, personaggio molto noto al tempo di Dante e che costituisce l'esempio moderno
dopo quello antico rappresentato da Ulisse nel Canto precedente. È lui stesso a rivolgersi a Virgilio che ha udito parlare in lombardo
(ovvero in volgare italiano) mentre congendava Ulisse, in quanto ha desiderio di conoscere la situazione politica della sua terra:
Dante lo introduce con la preziosa similitudine del bue di Falaride, lo strumento di tortura che emetteva un sinistro mugolio
prodotto dai lamenti del malcapitato all'interno (la fiamma in cui è avvolto il dannato emette un suono simile, sottolineando la
sofferenza del peccatore che arde e, tuttavia, vuole parlare coi due visitatori). Virgilio invita Dante a rispondere al dannato che è
latino, italiano e non greco, per cui la struttura del Canto è speculare rispetto a quello precedente e ripropone quanto si è già visto
nel Canto XVIII.
Dante aveva espresso ammirazione e rispetto per Guido nel Convivio (IV, 28, 8), lodando il suo pentimento e la sua monacazione
negli anni della vecchiaia, cosa che sembra in contrasto con la sua collocazione tra le anime dannate: in realtà accade altre volte che
nel poema Dante corregga opinioni espresse nel trattato, e qui può aver influito l'aver appreso dal cronista Riccobaldo da Ferrara
l'episodio che aveva coinvolto Guido col papa Bonifacio VIII e che ne aveva causato la dannazione. In ogni caso Dante crea un forte
contrasto tra la vita di Guido sino al suo farsi francescano e le vicende successive, ovvero tra l'uomo d'armi e il politico da un lato
(astuto e dotato di ogni abilità militare) e l'uomo di Chiesa dall'altro (ingenuo e pronto a farsi beffare dal papa cadendo nel peccato
mortale). Tale contrasto emerge nella prima parte del Canto, in cui Guido è ansioso di sapere se la Romagna sia in guerra: non è una
richiesta generica, ma la volontà precisa di sapere se la pace progettata nel 1297 tra i signori romagnoli e poi stipulata nel 1299,
quando Guido era già morto, sia poi stata rispettata (i dannati non possono sapere nulla del presente, come Farinata ha spiegato in
Inf., X, 100-108). La domanda di Guido è dunque legata al suo ruolo di politico e condottiero che tanto bene aveva svolto nella vita
precedente la conversione, per la quale l'ammirazione di Dante è immutata, e il poeta risponde illustrando la situazione delle città
romagnole soggette alle varie signorie e tirannidi, il che riflette la sua preoccupazione per una terra che a lungo lo ospitò durante
l'esilio e in cui di fatto morì.
Guido è poi invitato a manifestarsi e a spiegare chi sia, senza essere più restio di quanto lo siano stati altri prima di lui, e il dannato
acconsente basandosi sull'errata convinzione di parlare con un altro dannato, quindi con qualcuno che non può tornare sulla Terra e
causargli infamia col riferire il racconto della sua dannazione. La situazione è opposta a quella di Pier della Vigna nel Canto XIII, in cui
le parole di Dante avrebbero riabilitato la sua reputazione diffamata, e qui Dante inganna indirettamente Guido proprio come
Virgilio, forse, aveva ingannato Ulisse e Diomede spacciandosi per Omero. Guido ignora infatti che Dante è vivo, essendo avvolto
dalle fiamme che non gli permettono di vederlo, ma non comprende neppure il privilegio eccezionale datogli dalla grazia divina di
visitare anzitempo il mondo ultraterreno, ripresentando una situazione analoga a quella già vista con Farinata, Cavalcante, Brunetto
Latini. E infatti la prosopopea del dannato diventa un discorso paradossale, in cui Guido crede di elogiarsi ma finisce col dimostrare
quanto era stato ingenuo: le sue opere furono sì di volpe durante la sua attività politica, ma poi si era illuso che indossare il cordone
francescano bastasse ad assicurargli la salvezza (Dante insinua il sospetto che il pentimento di Guido non fosse sincero ma dovuto,
piuttosto, al tardivo desiderio di fare ammenda, il che è dimostrato dal consiglio fraudolento dato a Bonifacio VIII smanioso di
espugnare la rocca di Palestrina). Guido dà tutta la colpa del suo peccato al papa corrotto, ma in realtà la responsabilità principale è
sua: se il suo pentimento fosse stato sincero Guido non avrebbe ceduto alle lusinghe del papa, né si sarebbe accontentato della sua
assicurazione di avere l'assoluzione prima ancora di commettere il peccato (non si può assolvere chi non si pente e non ci si può
pentire e voler peccare al tempo stesso, come il diavolo loico non mancherà di spiegare a Guido prima di condurlo all'Inferno). In
questo modo Dante rovescia in modo clamoroso e inatteso l'opinione corrente sul destino ultraterreno del Montefeltro, che
essendo morto in convento e in odore di santità tutti credevano salvo: analogamente a esempi futuri di anime salve contro ogni
previsione (come lo «scandalo» rappresentato da Manfredi di Svevia), Dante ristabilisce la verità mostrandoci la condizione delle
anime dopo la morte e sottolineando che nella partita della salvezza non contano gli atti esteriori o la fama, ma solo il reale
pentimento nel cuore dell'uomo che solamente Dio può conoscere nella sua verità. Guido è dannato perché tale pentimento nel suo
cuore non c'era, così come il figlio Bonconte sarà salvo (cfr. Purg., V, 85 ss.) per essersi invece pentito in punto di morte
contrariamente a quanto il mondo pensava di lui. Il contrasto tra san Francesco e il diavolo che si contendono l'anima di Guido
anticipa quello analogo tra l'angelo e il diavolo che si contendono quella di Bonconte, con un preciso parallelismo tra i due episodi
che si rifà, tra l'altro, a un tema assai diffuso nella letteratura religiosa del Due-Trecento.
Se Dante condanna dunque la condotta peccaminosa di Guido, altrettanto si può naturalmente dire per papa Bonifacio VIII, il
pontefice la cui dannazione tra i simoniaci è già stata predetta: egli è presentato qui come gran prete (l'epiteto è beffardo e ironico),
come il principe d'i novi Farisei, intento a far guerra ai cristiani anziché agli infedeli e indifferente al suo supremo ufficio o all'abito di
Guido; è talmente ansioso di sconfiggere i Colonna suoi nemici da promettere al francescano ciò che non può dargli, ovvero
l'assoluzione per qualcosa che non ha ancora fatto, colpendo con amara ironia il suo antecessor Celestino V che non ebbe care le
due chiavi del potere papale, quella dell'assoluzione e della condanna. Non a caso è paragonato all'imperatore Costantino che
chiamò a sé papa Silvestro I per guarire dalla lebbra, in quanto nel Medioevo si riteneva che Costantino avesse fatto proprio a
Silvestro la famosa donazione che gettò le basi del potere temporale dei papi, che fu radice della corruzione della Chiesa di cui
Bonifacio è per Dante insigne rappresentante (anche in XIX, 115-117, Dante nella sua invettiva contro la Curia corrotta deplorava la
dote consegnata da Costantino al primo ricco patre, proprio nel Canto dei papi simoniaci in cui era profetizzata la dannazione di
Bonifacio VIII).

Note e passi controversi


I vv. 7-12 fanno riferimento alla diceria per cui Falaride, tiranno di Agrigento, avesse fatto costruire all'artigiano Perillo un bue di
rame dentro al quale venivano posti i condannati a morte: sotto il bue veniva posta la fiamma e il malcapitato all'interno urlava di
dolore, producendo una specie di mugolio all'esterno che sembrava il muggito dell'animale. Falaride avrebbe sperimentato
l'invenzione sullo stesso Perillo (la fonte dantesca è prob. Ovidio, Tristia, III, 11, o forse Orosio, Adv. pag., I, 20).
Guido dice a Virgilio che parlava lombardo, ovvero in volgare italiano: Dante pensava che gli antichi Romani non parlassero latino,
ma un volgare in parte simile a quello dei suoi tempi (cfr. DVE, I, 1; è sembrato strano che Virgilio si rivolga a un personaggio greco
come Ulisse in un volgare nostrano, che contrasta col linguaggio alto e solenne del Canto precedente, mentra altri ipotizzano che il
poeta latino ad Ulisse avesse addirittura parlato in greco). La parola istra vuol dire «adesso» ed è voce lucchese e dell'Italia del nord;
adizzo significa «aizzo», «stimolo».
Dolce terra latina (vv. 26-27) indica l'Italia; il giogo da cui nasce il Tevere è il Monte Coronaro.
I vv. 43-45 indicano che Forlì, la città che sostenne il lungo assedio (1281-83) da parte delle truppe guelfe inviate da Martino IV e che
fece strage delle truppe francesi giunte in aiuto agli assedianti, è ora sotto il dominio degli Ordelaffi (il cui simbolo araldico era il
leone verde rampante in campo dorato). Il fatto d'armi citato vide come protagonista proprio Guido, che dimostrò nell'occasione
straordinarie doti militari e strategiche.
Il mastin vecchio e 'l nuovo (v. 46) sono Malatesta il Vecchio e Malatestino, padre e figlio signori di Rimini (il secondo era fratello di
Paolo e Gianciotto, marito di Francesca); il v. 48 allude al fatto che essi dilaniavano i nemici usando i denti come succhiello (succhio).
Il leone azzurro in campo bianco (v. 50) è il simbolo di Maghinardo Pagani, signore di Faenza e Imola che ebbe condotta ambigua con
Guelfi e Ghibellini.
Cordigliero (v. 67) è sinonimo di «francescano», dal cordone di cui erano cinti questi frati.
L'espressione del v. 78 è di ascendenza biblica (Salmi, XVIII, 4) ma ricalca anche le parole di papa Martino IV nel bandire la crociata
contro i Ghibellini di Forlì capeggiati da Guido.
Il v. 81 riecheggia le parole di Dante stesso su Guido nel Convivio (IV, 28, 8).
I vv. 89-90 indicano che i cristiani contro cui Bonifacio faceva guerra, ovvero i Colonna, non avevano assediato S. Giovanni d'Acri
insieme ai musulmani nel 1291, né avevano mercanteggiato in Terrasanta con gli islamici.
Il v. 93, riferito al cordone francescano che un tempo rendeva più magri gli appartenenti all'ordine, è maligna ironia sul fatto che i
francescani nel Trecento erano spesso preda della corruzione.
Il consiglio fraudolento dato da Guido al papa (vv. 110-111) ricalca le parole di Riccobaldo da Ferrara nella sua cronaca: «promettete
molto, mantenete poco delle promesse fatte». Bonficacio promise infatti il perdono papale ai suoi nemici, per indurli a recarsi a Rieti
e lasciare sguarnita la rocca di Palestrina, che poi fece radere al suolo.
La fiamma in cui sono avvolti questi dannati è definita da Minosse foco furo (v. 127), ovvero «ladro» in quanto sottrae le loro anime
alla vista e non permette loro di vedere nulla all'esterno.
Quei che scommettendo acquistan carco (v. 136) sono i seminatori di discordie, che dividendo gli altri si gravano di peccato.
CANTO XXI
Testo Parafrasi
Una medesma lingua pria mi morse, La stessa voce (di Virgilio) prima mi rimproverò, facendomi arrossire
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, entrambe le gote, poi mi porse la medicina (mi consolò);
e poi la medicina mi riporse; 3 così mi sembra che fosse solita fare la lancia di Achille e suo padre
Peleo, che era causa prima di triste e poi di buon assalto (curava al
così od’io che solea far la lancia secondo colpo la ferita inferta col primo).
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia. 6

Noi demmo il dosso al misero vallone Noi voltammo le spalle alla triste fossa di Malebolge, lungo l'argine
su per la ripa che ’l cinge dintorno, roccioso che la circonda, e procedemmo senza parlare.
attraversando sanza alcun sermone. 9

Quiv’era men che notte e men che giorno, Qui c'era una luce crepuscolare, così che potevo spingere lo sguardo
sì che ’l viso m’andava innanzi poco; poco in avanti; ma io sentii risuonare un corno, così forte che
ma io senti’ sonare un alto corno, 12 avrebbe sovrastato qualunque tuono e che indirizzò il mio sguardo,
che seguiva la direzione opposta a quella del suono, tutto verso un
tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, luogo.
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. 15

Dopo la dolorosa rotta, quando Quando Carlo Magno perse la sua retroguardia di paladini a
Carlo Magno perdé la santa gesta, Roncisvalle, Orlando non suonò il suo corno in modo altrettanto
non sonò sì terribilmente Orlando. 18 terribile.

Poco portai in là volta la testa, Voltai la testa poco più in là, tanto che mi sembrò di vedere molte
che me parve veder molte alte torri; alte torri; allora chiesi: «Maestro, dimmi: che terra è questa?»
ond’io: «Maestro, di’, che terra è questa?». 21

Ed elli a me: «Però che tu trascorri E lui a me: «Dal momento che figgi lo sguardo nell'oscurità troppo
per le tenebre troppo da la lungi, da lontano, avviene che poi i tuoi pensieri siano confusi.
avvien che poi nel maginare abborri. 24

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, Tu vedrai bene, una volta arrivato fin là, quanto i sensi siano
quanto ’l senso s’inganna di lontano; ingannati dalla distanza; perciò affrettati ad arrivare».
però alquanto più te stesso pungi». 27

Poi caramente mi prese per mano, Poi mi prese per mano con dolcezza, dicendo: «Prima che noi ci
e disse: «Pria che noi siamo più avanti, spingiamo più avanti, e affinché la cosa ti sembri meno strana,
acciò che ’l fatto men ti paia strano, 30 sappi che quelle non sono torri ma giganti, e sono confitti tutti nella
roccia intorno al pozzo dall'ombelico in giù».
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti». 33

Come quando la nebbia si dissipa, Come quando la nebbia si dirada e lo sguardo poco a poco distingue
lo sguardo a poco a poco raffigura chiaramente ciò che il vapore cela nell'aria,
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, 36

così forando l’aura grossa e scura, così, trapassando con lo sguardo l'aria spessa e oscura, mentre ci
più e più appressando ver’ la sponda, avvicinavamo al limite del pozzo, svaniva in me l'errore e cresceva la
fuggiemi errore e cresciemi paura; 39 mia paura;

però che come su la cerchia tonda infatti, come Monteriggioni è coronata di torri sulla cerchia tonda
Montereggion di torri si corona, di mura, così gli orribili giganti, cui Giove minaccia ancora dal cielo
così la proda che ’l pozzo circonda 42 quando emette i tuoni, svettavano come torri sull'argine che
circonda il pozzo, emergendo dalla cintola in su.
torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona. 45

E io scorgeva già d’alcun la faccia, E io vedevo già la faccia di uno di loro, nonché le spalle, il petto e
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, gran parte del ventre, e entrambe le braccia lungo i fianchi.
e per le coste giù ambo le braccia. 48

Natura certo, quando lasciò l’arte Certo la natura fece molto bene, quando smise di creare animali del
di sì fatti animali, assai fé bene genere per togliere simili ministri a Marte.
per tòrre tali essecutori a Marte. 51

E s’ella d’elefanti e di balene E se essa non si pente (continua a creare) di balene ed elefanti, chi
non si pente, chi guarda sottilmente, giudica con sottigliezza non può non riconoscere la sua saggezza;
più giusta e più discreta la ne tene; 54

ché dove l’argomento de la mente infatti, dove la razionalità si unisce alla volontà malvagia e alla
s’aggiugne al mal volere e a la possa, potenza fisica, le persone non possono difendersi in alcun modo.
nessun riparo vi può far la gente. 57

La faccia sua mi parea lunga e grossa La sua faccia mi sembrava lunga e grossa come la pigna di bronzo a
come la pina di San Pietro a Roma, S. Pietro, a Roma, e le altre membra erano in proporzione;
e a sua proporzione eran l’altre ossa; 60

sì che la ripa, ch’era perizoma così che la roccia, che faceva da perizoma dalla cintola in giù,
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto mostrava tanto del suo corpo che tre Frisoni sovrapposti avrebbero
di sovra, che di giugnere a la chioma 63 avuto difficoltà a raggiungere i suoi capelli; infatti vedevo almeno
trenta palmi da lì fino al punto in cui l'uomo affibbia il mantello (la
tre Frison s’averien dato mal vanto; spalla).
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto. 66

«Raphél maì amèche zabì almi», «Raphél maì amèche zabì almi» cominciò a gridare la sua bocca
cominciò a gridar la fiera bocca, feroce, alla quale non si addiceva una lingua più dolce.
cui non si convenia più dolci salmi. 69

E ’l duca mio ver lui: «Anima sciocca, E la mia guida a lui: «O anima sciocca, accontentati del corno e
tienti col corno, e con quel ti disfoga sfogati con quello quando l'ira o un'altra passione ti prende!
quand’ira o altra passion ti tocca! 72

Cércati al collo, e troverai la soga Tastati il collo e troverai la correggia che lo tiene legato, o anima
che ’l tien legato, o anima confusa, confusa, e vedi il corno che ti attraversa il gran petto».
e vedi lui che ’l gran petto ti doga». 75

Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; Poi mi disse: «Egli stesso si autoaccusa; questo è Nembrod e a causa
questi è Nembrotto per lo cui mal coto della suo malvagia idea (la Torre di Babele) nel mondo si parlano
pur un linguaggio nel mondo non s’usa. 78 diverse lingue.

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; Lasciamolo stare e non parliamo inutilmente; infatti ogni linguaggio
ché così è a lui ciascun linguaggio è ignoto a lui, come il suo lo è agli altri visto che non ha senso».
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». 81

Facemmo adunque più lungo viaggio, Compimmo dunque un cammino più lungo, verso sinistra; e dopo
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro, una distanza di un tiro di balestra, trovammo un altro gigante assai
trovammo l’altro assai più fero e maggio. 84 più feroce e smisurato.

A cigner lui qual che fosse ’l maestro, Non so dire chi fosse l'artefice, ma qualcuno gli aveva legato il
non so io dir, ma el tenea soccinto braccio sinistro davanti e il destro dietro con una catena, che lo
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro 87 teneva avvinto dal collo in giù, in modo tale che dov'era visibile si
avvolgeva in cinque giri.
d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgea infino al giro quinto. 90

«Questo superbo volle esser esperto Il mio maestro disse: «Questo superbo volle sperimentare la sua
di sua potenza contra ’l sommo Giove», forza contro il sommo Giove, per cui ha un tale merito.
disse ’l mio duca, «ond’elli ha cotal merto. 93

Fialte ha nome, e fece le gran prove Si chiama Fialte, e prese parte alla battaglia (di Flegra) quando i
quando i giganti fer paura a’ dèi; giganti spaventarono gli dei; non può muovere le braccia che menò
le braccia ch’el menò, già mai non move». 96 in quell'occasione».

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei E io a lui: «Se è possibile, vorrei che i miei occhi vedessero lo
che de lo smisurato Briareo smisurato Briareo».
esperienza avesser li occhi miei». 99

Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo Allora lui rispose: «Tu vedrai Anteo qui vicino, che parla ed è
presso di qui che parla ed è disciolto, slegato, così che potrà posarci sul fondo dell'Inferno.
che ne porrà nel fondo d’ogne reo. 102

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto, Quello che tu vuoi vedere è molto più lontano, ed è legato e dello
ed è legato e fatto come questo, stesso aspetto di questo, tranne che sembra più feroce nel viso».
salvo che più feroce par nel volto». 105

Non fu tremoto già tanto rubesto, Non ci fu mai un terremoto tanto terribile e che scuotesse una torre
che scotesse una torre così forte, così forte come Fialte fu rapido a scuotersi.
come Fialte a scuotersi fu presto. 108

Allor temett’io più che mai la morte, Allora io ebbi paura più che mai di morire e questo timore sarebbe
e non v’era mestier più che la dotta, stato sufficiente, se non avessi visto le catene.
s’io non avessi viste le ritorte. 111

Noi procedemmo più avante allotta, Noi allora procedemmo più avanti e raggiungemmo Anteo, che
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, emergeva dalla roccia ben cinque alle (sette metri) senza la testa.
sanza la testa, uscia fuor de la grotta. 114

«O tu che ne la fortunata valle «O tu che nella fortunata valle di Zama, che fece Scipione erede di
che fece Scipion di gloria reda, gloria quando Annibale fuggì con i suoi, facesti bottino un tempo di
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle, 117 mille leoni e che, se avessi preso parte alla grande guerra dei tuoi
fratelli, si crede che avrebbero vinto i figli della Terra (giganti);
recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda 120

ch’avrebber vinto i figli de la terra;


mettine giù, e non ten vegna schifo, non avere disdegno di deporci dove il freddo trasforma in ghiaccio il
dove Cocito la freddura serra. 123 lago di Cocito.

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: Non ci costringere a rivolgerci a Tizio o Tifeo: Dante può darti quello
questi può dar di quel che qui si brama; che desideri, quindi chinati e non distogliere il volto.
però ti china, e non torcer lo grifo. 126

Ancor ti può nel mondo render fama, Egli ti può ancora dare fama nel mondo, poiché egli è vivo e lo
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta attende ancora una lunga vita, se la grazia divina non lo chiama a
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». 129 sé anzitempo».
Così disse ’l maestro; e quelli in fretta Così disse il maestro; e Anteo distese subito le mani, e prese Virgilio
le man distese, e prese ’l duca mio, con quelle, di cui Ercole sentì la terribile stretta.
ond’Ercule sentì già grande stretta. 132

Virgilio, quando prender si sentio, Virgilio, quando si sentì afferrare, mi disse: «Avvicinati, così che io
disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; possa prenderti»; poi mi abbracciò, in modo che fossimo
poi fece sì ch’un fascio era elli e io. 135 strettamente uniti.

Qual pare a riguardar la Carisenda Come la torre della Garisenda appare a chi la guarda da sotto,
sotto ’l chinato, quando un nuvol vada quando una nuvola le passa sopra, così che sembra pendere in
sovr’essa sì, ched ella incontro penda; 138 avanti;

tal parve Anteo a me che stava a bada tale sembrò Anteo a me, che stavo attento a vederlo chinare, e fu
di vederlo chinare, e fu tal ora così spaventoso che avrei voluto fare un'altra strada.
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. 141

Ma lievemente al fondo che divora Ma egli ci depose dolcemente sul fondo dell'Inferno che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò; Lucifero e Giuda; e una volta chinato lì non vi si trattenne, ma si levò
né sì chinato, lì fece dimora, di nuovo come l'albero di una nave.

e come albero in nave si levò. 145

Argomento del Canto


Dante e Virgilio si avvicinano al pozzo che circonda il lago di Cocito (IX Cerchio). I giganti; incontro con Nembrod. Incontro con Fialte.
Discorso di Virgilio ad Anteo, che depone i due poeti sul fondo del pozzo.
È il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, dopo le tre.

Dante e Virgilio si avvicinano al pozzo dei giganti (1-33)


L'aspro rimprovero di Virgilio alla fine del Canto precedente, quando il poeta si era attardato ad assistere alla rissa tra i falsari, ha
fatto vergognare Dante, ma è stato lo stesso maestro a rincuorarlo, proprio come faceva la lancia di Peleo e poi di Achille che aveva il
potere di sanare le ferite inferte al primo colpo con un secondo. I due poeti lasciano le Malebolge e si dirigono verso il IX Cerchio,
attraversando in silenzio l'argine roccioso che separa i due luoghi. C'è una luce crepuscolare che non permette di vedere bene, ma
Dante a un tratto sente risuonare un corno fragoroso, per cui spinge in avanti lo sguardo: Orlando non suonò il suo in modo più
terribile a Roncisvalle. Dopo un po' a Dante sembra di scorgere delle alte torri e chiede spiegazioni a Virgilio: il maestro lo avverte
che guardando nell'oscurità si vedono cose che si possono fraintedere e lui lo capirà quando saranno più avanti. Poi Virgilio prende
dolcemente il discepolo per mano e lo avverte che ciò che ha visto non sono torri, bensì giganti confitti nella roccia fino alla cintola.
I giganti. Incontro con Nembrod (34-66)
Come quando la nebbia si dirada e permette di vedere ciò che poco prima celava, così Dante spinge in avanti lo sguardo e vede le
sagome dei giganti che gli incutono timore: essi cingono il pozzo che cala nel IX Cerchio, sepolti nella roccia fino alla vita, e gli
sembrano le torri che circondano Monteriggioni. Il poeta già vede la faccia di uno di essi (Nembrod), nonché il resto della parte
superiore del corpo. Certo la natura fece bene a non creare più animali del genere, e se continua a generare elefanti e altri
pachidermi ciò è comprensibile in quanto i giganti avevano l'intelligenza umana ed erano quindi molto pericolosi.
La faccia di Nembrod sembra lunga e grossa come la pigna di bronzo di S. Pietro, a Roma, e il resto del corpo è in proporzione; ciò
che emerge dalla cintola alla testa è tanto alto che tre abitanti della Frisia, uno sull'altro, sarebbero arrivati a stento alle sue chiome
(Dante stima che il gigante sia alto trenta palmi dalla spalla alla vita).
Parole incomprensibili di Nembrod (67-81)
Nembrod inizia a pronunciare parole incomprensibili con voce accesa, ma Virgilio si rivolge a lui dandogli dello sciocco e invitandolo
a sfogare la propria ira suonando col corno che tiene a tracolla; se cerca bene, troverà la correggia di cuoio che lo tiene legato e che
gli attraversa il petto. Dopodiché il maestro si rivolge a Dante e gli dice che il gigante accusa se stesso, poiché è colui che tentò
follemente di arrivare in cielo con la Torre di Babele e per cui oggi si usano linguaggi diversi. Virgilio conclude invitando Dante a
lasciarlo stare e a non parlare inutilmente con lui, dal momento che il gigante non capisce alcun linguaggio e il suo è sconosciuto a
tutti gli altri.
Il gigante Fialte (82-111)
I due poeti si rivolgono quindi a sinistra e proseguono il cammino, trovando poco dopo un altro gigante ancor più feroce e più
grande. Egli è strettamente avvinto da una catena, che gli lega un braccio davanti e l'altro dietro la schiena, e si avvolge dal collo in
giù formando cinque giri almeno fin dove il corpo è visibile. Virgilio spiega che questo gigante volle sperimentare la sua forza contro
Giove e il suo nome è Fialte, che si unì agli altri giganti quando questi si ribellarono agli dei e per questo ora non può muovere le
braccia. Dante chiede al maestro se sia possibile vedere lo smisurato Briareo, ma Virgilio risponde che dovrà accontentarsi di vedere
Anteo che è vicino a loro ed è sciolto, così che potrà aiutarli a scendere nel lago di Cocito. Briareo è infatti più lontano, è legato e del
tutto simile a Fialte, tranne il fatto che ha il volto più feroce. Fialte si scuote improvvisamente e produce un frastuono simile a un
terremoto, per cui Dante teme la morte e resta vivo solo perché vede che il gigante è assicurato dalla robusta catena.
Il gigante Anteo. Discorso di Virgilio (112-145)
I due procedono ancora e raggiungono Anteo, che fuoriesce dalla roccia di sette metri circa senza la testa. Virgilio si rivolge a lui e gli
ricorda che un tempo, quando viveva nella valle di Zama in Nordafrica dove Scipione sconfisse Annibale, uccise più di cento leoni e
che se si fosse unito ai suoi fratelli nella lotta contro gli dei forse avrebbero vinto i giganti. Virgilio lo prega di deporli giù al fondo del
pozzo, nel lago ghiacciato di Cocito: non deve indurli ad andare da Tizio o Tifeo, poiché Dante può dargli fama nel mondo coi suoi
versi e concedergli l'immortalità. Anteo non si fa pregare e prende Virgilio stendendo le mani di cui Ercole sentì la terribile stretta. Il
maestro dice poi a Dante di avvicinarsi, in modo che possa afferrarlo: lo abbraccia e il gigante può sollevarli entrambi.
Come la torre della Garisenda a Bologna, che se si guarda dalla parte dove pende e passa dietro una nuvola sembra prossima a
cadere, così Anteo pare a Dante quando il gigante si china verso di lui, al punto che il poeta vorrebbe andare per un'altra strada. Il
gigante depone dolcemente i due poeti al fondo della ghiaccia di Cocito, dove sono imprigionati Lucifero e Giuda, per poi sollevarsi
di nuovo come l'albero di una nave.
Interpretazione complessiva
L'episodio segna il passaggio di Dante e Virgilio tra l'VIII e il IX Cerchio dell'Inferno, presentando le figure dei giganti che ne sono gli
assoluti protagonisti e che anticipano, per molti aspetti, Lucifero che è confitto al centro di Cocito e che verrà mostrato nell'ultimo
Canto. Anche i giganti, infatti, sono conficcati nella roccia fino alla cintola, ai margini del pozzo che circonda l'ultimo Cerchio dei
traditori tra i quali essi in certo modo figurano in quanto dannati: tanto i giganti della tradizione biblica quanto quelli del mito
classico si erano ribellati alla divinità con un folle e presuntuoso tentativo di dare la scalata al cielo, in maniera analoga a quanto
aveva fatto il più bello degli angeli (Lucifero) che si era ribellato a Dio volendo essere uguale a lui. Una tradizione secolare aveva del
resto creato un parallelo tra il personaggio di Nembrod, erroneamente interpretato come un gigante e quale ideatore della Torre di
Babele, e i giganti della tradizione classica, che nella Titanomachia si erano ribellati a Giove venendo sconfitti dagli dei dell'Olimpo; in
entrambi i casi l'episodio ricordava la ribellione di Lucifero dovuta all'invidia verso il Creatore, e lo stesso Dante in Purg., XII, 25 ss.
accosta a Lucifero proprio Nembrod, Briareo e gli altri giganti classici come esempi di superbia punita all'uscita della I Cornice. I
giganti ricordano Lucifero anche per la loro bestialità, in quanto nessuno di loro sembra dotato di intelletto e sono descritti da Dante
alla stregua di enormi animali privi di razionalità, proprio come il principe dei diavoli che verrà rappresentato come un immane
mostro peloso, con attributi ferini e intento a divorare le anime di Giuda, Bruto e Cassio. In questo Dante segue la tradizione dei
Padri della Chiesa, che interpretavano i giganti come creature mostruose realmente esistite, non però demoniache e paragonabili a
individui di eccezionali dimensioni (si pensava che fossero estinti, come Dante afferma chiaramente ai vv. 49-57 e come si
argomentava dal ritrovamento nell'antichità di ossa smisurate appartenenti probabilmente ad animali preistorici). Il poeta non li
rappresenta anguipedi come gli autori classici e Virgilio dice che Briareo è in tutto simile a Fialte salvo che ha l'aspetto più feroce,
escludendo quindi che abbia cento mani come la tradizione classica affermava.
La presentazione dei giganti avviene per gradi, coi due poeti che si avvicinano al pozzo dove sono confitti e Dante che nella semi-
oscurità ne intravede la sagoma e li scambia per torri: c'è un evidente riferimento all'episodio biblico della Torre di Babele e la
similitudine prosegue alla fine col paragone tra Anteo che si china e la torre della Garisenda a Bologna, oggetto di un curioso
fenomeno ottico che Dante aveva sicuramente visto coi propri occhi. È Virgilio a spiegare al discepolo la situazione e a presentargli
alcuni dei giganti: il primo è Nembrod, che pronuncia parole prive di senso e sconta con questo contrappasso la confusione delle
lingue a Babele da lui provocata (Virgilio lo accusa di essere uno sciocco, lo invita a sfogare la sua collera suonando il corno che tiene
al collo, sottolineando la sua assoluta impotenza). Non meno bestiale è Fialte, che è saldamente avvinto da una catena e reagisce
con stizza all'avvicinarsi di Dante al pari di altre figure dal mito già viste; Virgilio crea un parallelo tra lui e Nembrod, ricordando la
sua partecipazione alla battaglia di Flegra in Tessaglia contro gli dei nella Titanomachia, quando i giganti sperimentarono la loro
potenza contro Giove (l'Efialte classico aveva sovrapposto insieme a Oto i monti Ossa e Pelio nel tentativo di scalare il cielo, episodio
fin troppo simile a quello della Torre di Babele).
Il terzo personaggio mostrato è infine Anteo, che a differenza degli altri giganti non aveva preso parte alla Titanomachia in quanto
vissuto dopo ed era stato ucciso non da Giove, bensì da Ercole. Il gigante non è legato come Fialte o Briareo e potrà quindi deporre
Dante e Virgilio sul fondo del pozzo che divide l'VIII dal IX Cerchio, nel lago ghiacciato di Cocito: la sua funzione sarà dunque analoga
a quella di altre figure demoniache dell'Inferno, con la differenza che il poeta latino lo convince a collaborare con un elaborato
discorso retorico, una specie di suasoria che solletica la vanità del gigante. Virgilio inizia infatti con una captatio benevolentiae,
ricordando in toni elevati che Anteo riportò in vita molti trofei, avendo ucciso più di mille leoni nella valle di Zama (c'è anche il
riferimento alla battaglia in cui Scipione sconfisse Annibale, che eleva lo stile); era stato talmente forte che forse, se avesse preso
parte allo scontro di Flegra, avrebbero vinto i figli de la terra, ovvero i giganti; egli non deve indurre i due poeti a rivolgersi a Tizio o
Tifeo, giganti meno forti di lui secondo la testimonianza di Lucano (Phars., IV, 595 ss.) e se li aiuterà, Dante lo nominerà nei suoi versi
dandogli così fama immortale. Il discorso di Virgilio è da intendere in senso antifrastico, in quanto la citazione di Anteo nel poema
non sarà certo lusinghiera nei suoi confronti: ironica è dunque la captatio benevolentiae, mentre il gigante è descritto in modo
parodico come un essere privo di volontà, una sorta di burattino che si piega alla volontà divina e aiuta i due poeti a proseguire il
viaggio come è voluto da Dio, di cui il gigante è un mansueto e fedele strumento. Il ruolo di Anteo non è dunque diverso da quello di
altri personaggi del mito incontrati durante la discesa, descritti nei loro aspetti bestiali o come bizzarre deformazioni della Trinità o
della giustizia divina (si pensi soprattutto a Cerbero e Minosse): la presenza di Anteo e degli altri giganti in questo episodio è
necessaria anticipazione della figura di Lucifero, la cui apparizione verrà evocata e preparata per gradi nei due Canti successivi e che
chiuderà in modo non meno paradossale la rappresentazione del doloroso regno.
Note e passi controversi
I vv. 4-6 fanno riferimento al mito della lancia di Achille già appartenuta al padre Peleo, che aveva il potere di sanare al secondo
colpo le ferite inferte col primo: il paragone era frequente nella letteratura due-trecentesca, riguardo al bacio dell'amata (mancia è
probabilmente un francesismo e vuol dire «prova d'armi», «assalto»).
L'espressione ai vv. 14-15 non è del tutto chiara, anche se il senso generale è questo: «il quale corno indirizzò verso un unico luogo i
miei occhi, che seguivano la sua direzione (del suono del corno) in senso contrario».
La similitudine ai vv. 16-18 è tratta dalla Chanson de Roland, poema epico in antico francese che Dante conobbe forse
indirettamente, in cui Orlando prima di morire nella battaglia di Roncisvalle suona il corno per richiamare i rinforzi.
Montereggion (v. 40) è Monteriggioni, piccolo centro in Valdelsa che nel XIII secolo era munito di una cerchia di mura con 14 alte
torri.
La pina di S. Pietro citata al v. 59 è una pigna di bronzo che, a quanto pare, ornava il mausoleo di Adriano o forse il Pantheon, alta
più di quattro metri; papa Simmaco l'aveva posta davanti alla basilica di S. Pietro e oggi è all'interno del Vaticano.
I vv. 63-64 si riferiscono alla convinzione, diffusa nel Medioevo, che gli abitanti della Frisia fossero gli uomini più alti del mondo (tre
di loro, sovrapposti, non arriverebbero dalla cintola alla fronte di Nembrod).
Le parole di Nembrod al v. 67 sono prive di senso, come Virgilio spiega più avanti, anche se riecheggiano forse parole ebraiche.
Virgilio ai vv. 103-105 corregge se stesso parlando di Briareo, dicendo che è di aspetto identico a Fialte e non quindi centimane come
lui l'aveva descritto in Aen., X, 565-568.
Dotta (v. 110) è voce provenzale per «paura», come dottanza nei poeti del Duecento.
Tizio e Tifo (Tifeo) erano due titani, dei quali il primo era stato fulminato da Apollo per aver tentato Latona, l'altro da Giove che
l'aveva sprofondato sotto l'Etna (in Par., VIII, 67-70 Dante farà riferimento a questa leggenda, dicendo che in realtà le eruzioni del
vulcano sono dovute allo zolfo e non al gigante).
Il fenomeno descritto ai vv. 136-138 è un'illusione ottica che doveva esser frequente a chi passava sotto alla torre della Garisenda a
Bologna, al tempo di Dante assai più alta e in forte pendenza: chi la osservava dal basso aveva l'impressione che essa cadesse, se una
nuvola passava dietro di essa in senso contrario.
CANTO XXXIII
Testo Parafrasi
La bocca sollevò dal fiero pasto Quel peccatore sollevò la bocca dal feroce pasto, pulendola coi
quel peccator, forbendola a’capelli capelli della testa che aveva addentato da dietro.
del capo ch’elli avea di retro guasto. 3

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli Poi iniziò: «Tu vuoi che io rinnovi un disperato dolore che mi
disperato dolor che ’l cor mi preme opprime il cuore già solo a pensarci, prima che ne parli.
già pur pensando, pria ch’io ne favelli. 6

Ma se le mie parole esser dien seme Ma se le mie parole devono essere un seme che frutti infamia al
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, traditore che mordo, mi vedrai parlare e piangere al tempo stesso.
parlar e lagrimar vedrai insieme. 9

Io non so chi tu se’ né per che modo Io non so chi sei, né in qual modo sei giunto quaggiù; ma mi sembri
venuto se’ qua giù; ma fiorentino davvero fiorentino quando ti sento parlare.
mi sembri veramente quand’io t’odo. 12

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino e questi è l'arcivescovo
e questi è l’arcivescovo Ruggieri: Ruggieri: adesso ti spiegherò perché sono per lui un vicino così
or ti dirò perché i son tal vicino. 15 bestiale.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, Non serve raccontare che per effetto dei suoi piani malvagi,
fidandomi di lui, io fossi preso fidandomi di lui, io fui catturato e poi fatto uccidere;
e poscia morto, dir non è mestieri; 18

però quel che non puoi avere inteso, perciò ascolterai quello che non puoi aver sentito, cioè quanto fu
cioè come la morte mia fu cruda, terribile la mia morte, e giudicherai se egli mi ha offeso.
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. 21

Breve pertugio dentro da la Muda Una stretta feritoia dentro la Torre della Muda, la quale oggi si
la qual per me ha ’l titol de la fame, chiama per me Torre della Fame e che dovrà ospitare altri
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, 24 prigionieri, mi aveva già mostrato attraverso la sua apertura molte
lune, quando io feci il cattivo sogno che mi svelò il futuro.
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame. 27

Questi pareva a me maestro e donno, Questi (Ruggieri) mi sembrava signore della brigata e guida di una
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte battuta di caccia, sulle tracce del lupo e dei suoi piccoli, sul monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno. 30 (San Giuliano) per cui i Pisani non possono vedere Lucca.

Con cagne magre, studiose e conte Aveva messo davanti i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi, sul fronte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi avanzato, con cagne macilente, fameliche e addestrate.
s’avea messi dinanzi da la fronte. 33

In picciol corso mi parieno stanchi Dopo una breve corsa il padre e i figli mi sembravano stanchi, e mi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane pareva di vedere le cagne affondare le zanne aguzze nei loro fianchi.
mi parea lor veder fender li fianchi. 36
Quando mi svegliai prima dell'alba, sentii i miei figlioli che erano
Quando fui desto innanzi la dimane, con me che piangevano nel sonno e domandavano pane.
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane. 39
Sei davvero crudele, se già non provi dolore pensando al presagio
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli che nutrivo in cuore; e se non piangi, cosa ti fa piangere di solito?
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli? 42
Ormai si erano svegliati e si avvicinava l'ora in cui solitamente ci
Già eran desti, e l’ora s’appressava veniva dato il cibo, anche se ognuno ne dubitava per il suo sogno;
che ’l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava; 45
e io sentii che di sotto all'orribile torre veniva inchiodato l'uscio;
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto allora guardai il viso dei miei figli senza parlare.
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. 48
Io non piangevo, a tal punto ero impietrito nel mio animo: essi
Io non piangea, sì dentro impetrai: piangevano, e il mio Anselmuccio disse: "Tu hai un tale sguardo,
piangevan elli; e Anselmuccio mio padre! cos'hai?"
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?". 51
Allora io non piansi né risposi, per tutto quel giorno e per la notte
Perciò non lacrimai né rispuos’io seguente, finché spuntò il sole il mattino dopo.
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo. 54
Non appena un timido raggio di sole fu penetrato nel carcere
Come un poco di raggio si fu messo doloroso, e io vidi in quei quattro visi il mio identico aspetto
nel doloroso carcere, e io scorsi smagrito, mi morsi entrambe le mani dal dolore;
per quattro visi il mio aspetto stesso, 57

ambo le man per lo dolor mi morsi; e loro, pensando che io lo facessi per voglia di mangiare, si alzarono
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia subito e dissero: "Padre, ci sarà molto meno penoso se tu mangi i
di manicar, di subito levorsi 60 nostri corpi: tu ci hai dato queste misere carni, e tu spogliaci di
esse".
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia". 63
Allora mi calmai per non rattristarli oltre; quel giorno e quello
Queta’mi allor per non farli più tristi; seguente restammo tutti in silenzio; ahimè, terra crudele, perché
lo dì e l’altro stemmo tutti muti; non ci hai inghiottito?
ahi dura terra, perché non t’apristi? 66
Quando arrivammo al quarto giorno, Gaddo si gettò davanti ai miei
Poscia che fummo al quarto dì venuti, piedi, dicendo: "Padre mio, perché non m'aiuti?"
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?". 69
Qui morì; e come tu mi vedi, così io vidi cadere uno a uno gli altri
Quivi morì; e come tu mi vedi, tre, tra il quinto e il sesto giorno; allora io, già cieco e moribondo,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno andai brancolando sopra i loro corpi, e li chiamai per due giorni
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi, 72 dopo la loro morte. In seguito, più che il dolore, mi uccise la fame».

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,


e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». 75
Quando ebbe detto questo, torcendo gli occhi, riprese a rodere il
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti misero teschio (di Ruggieri) coi denti, che furono forti come quelli di
riprese ’l teschio misero co’denti, un cane su quell'osso.
che furo a l’osso, come d’un can, forti. 78
Ahimè, Pisa, vergogna dei popoli del bel paese (l'Italia) dove risuona
Ahi Pisa, vituperio de le genti il «sì», poiché i vicini sono lenti a punirti, si muovano la Capraia e la
del bel paese là dove ’l sì suona, Gorgona, e ostruiscano la foce dell'Arno, in modo che il fiume
poi che i vicini a te punir son lenti, 81 anneghi ogni tuo abitante!

muovasi la Capraia e la Gorgona,


e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona! 84
Infatti, se il conte Ugolino era sospettato di averti tradito cedendo i
Ché se ’l conte Ugolino aveva voce castelli, tu non avresti dovuto condannare i figli a un tale supplizio.
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. 87
La giovane età, o novella Tebe, rendeva innocenti Uguccione e il
Innocenti facea l’età novella, Brigata, e gli altri due che il canto ha nominato prima.
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella. 90
Noi passammo oltre, là dove il ghiaccio imprigiona crudelmente altri
Noi passammo oltre, là ’ve la gelata dannati, non rivolti in basso ma verso l'alto.
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata. 93
Lì il pianto stesso non li lascia piangere, e il dolore che trova un
Lo pianto stesso lì pianger non lascia, impedimento sugli occhi torna indietro a far crescere l'angoscia;
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia; 96
infatti le prime lacrime si congelano e formano come delle visiere di
ché le lagrime prime fanno groppo, cristallo, che riempiono tutta la cavità dell'occhio sotto il ciglio.
e sì come visiere di cristallo,
riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. 99
E anche se per il freddo ogni sensibilità aveva lasciato il mio viso,
E avvegna che, sì come d’un callo, proprio come un callo, mi sembrava di sentire del vento: allora
per la freddura ciascun sentimento chiesi: «Maestro, chi produce questo vento? Quaggiù non è forse
cessato avesse del mio viso stallo, 102 assente qualunque evento atmosferico?»

già mi parea sentire alquanto vento:


per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?». 105
E lui a me: «Ben presto sarai nel punto dove l'occhio ti darà la
Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove risposta, vedendo la causa che produce questo fenomeno».
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove». 108
E uno dei dannati imprigionati nel ghiaccio ci gridò: «O anime
E un de’ tristi de la fredda crosta crudeli, al punto che vi è assegnato l'ultimo Cerchio, levatemi dal
gridò a noi: «O anime crudeli, viso le croste di ghiaccio, così che io possa sfogare un poco il dolore
tanto che data v’è l’ultima posta, 111 che mi opprime il cuore, prima che le lacrime tornino a congelarsi».

levatemi dal viso i duri veli,


sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli». 114 Allora gli dissi: «Se vuoi che ti aiuti, dimmi chi sei e se non ti libero
gli occhi, possa io andare fino in fondo al ghiaccio».
Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». 117
Dunque rispose: «Io sono frate Alberigo; sono quello dei frutti
Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; dell'orto malvagio, che qui ottengo datteri in cambio di fichi (sconto
i’ son quel da le frutta del mal orto, una pena più grave della mia colpa)».
che qui riprendo dattero per figo». 120

«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».


Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea Io gli dissi: «Oh! sei già morto?» E lui a me: «Non no idea di come il
nel mondo sù, nulla scienza porto. 123 mio corpo stia sulla Terra.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,


che spesse volte l’anima ci cade Questa Tolomea ha questo vantaggio: spesso l'anima ci cade prima
innanzi ch’Atropòs mossa le dea. 126 che Atropo abbia posto fine alla vita.

E perché tu più volentier mi rade


le ’nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade 129
E affinché tu mi tolga più volentieri le lacrime gelate dal volto, sappi
come fec’io, il corpo suo l’è tolto che non appena l'anima compie il tradimento come feci io, il suo
da un demonio, che poscia il governa corpo è preso da un demone che in seguito lo governa finché il
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. 132 tempo della sua vita non è concluso.

Ella ruina in sì fatta cisterna;


e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna. 135
Essa precipita in questo pozzo infernale; e forse è ancora nel mondo
Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: il corpo dell'anima che sverna qui dietro a me.
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso». 138
Lo devi sapere, se arrivi qui solo adesso: egli è ser Branca Doria, e
«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni; sono molti anni da quando è finito in questo luogo».
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni». 141
Gli dissi: «Io credo che tu mi inganni; infatti Branca Doria non è
«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche, ancora morto, e mangia, beve, dorme e indossa vesti».
là dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche, 144
Egli disse: «Michele Zanche non era ancora arrivato nella Bolgia dei
che questi lasciò il diavolo in sua vece Malebranche, dove bolle la viscosa pece, che questi lasciò il diavolo
nel corpo suo, ed un suo prossimano al suo posto e così un suo complice che fece con lui il tradimento.
che ’l tradimento insieme con lui fece. 147

Ma distendi oggimai in qua la mano; Ma ormai stendi qua la mano; aprimi gli occhi». E io non glieli aprii;
aprimi li occhi». E io non gliel’apersi; e l'essere villano fu una cortesia nei suoi confronti.
e cortesia fu lui esser villano. 150

Ahi Genovesi, uomini diversi Ahimè, Genovesi, uomini alieni da ogni buona usanza e pieni di ogni
d’ogne costume e pien d’ogne magagna, vizio, perché non siete dispersi nel mondo?
perché non siete voi del mondo spersi? 153

Ché col peggiore spirto di Romagna Infatti, insieme al peggiore spirito di Romagna (Alberigo), trovai un
trovai di voi un tal, che per sua opra vostro concittadino, tale che per le sue azioni la sua anima si bagna
in anima in Cocito già si bagna, già in Cocito, e il suo corpo sembra ancor vivo sulla Terra.

e in corpo par vivo ancor di sopra. 157

Argomento del Canto


Ancora nell'Antenòra, dove sono puniti i traditori della patria. Il conte Ugolino racconta la propria morte; invettiva contro Pisa.
Ingresso nella terza zona di Cocito, la Tolomea dove sono puniti i traditori degli ospiti. Dante sente il vento prodotto dalle ali di
Lucifero. Incontro con frate Alberigo; invettiva contro i Genovesi.
È il tardo pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sei.

Presentazione del conte Ugolino (1-21)


Il peccatore apostrofato da Dante alla fine del Canto precedente, intento ad addentare bestialmente il cranio del compagno di pena,
solleva la bocca da quell'orribile pasto e la forbisce coi capelli dell'altro. Egli dichiara a Dante che la sua richiesta di spiegargli le
ragioni di tanto odio rinnova in lui al solo pensiero un disperato dolore, già prima di parlarne; tuttavia, se le sue parole dovranno
infamare il nome dell'altro traditore, egli parlerà e piangerà al tempo stesso. Dopo aver osservato che Dante gli sembra fiorentino
dall'accento, si presenta come il conte Ugolino della Gherardesca e dichiara che il suo compagno è l'arcivescovo Ruggieri degli
Ubaldini. Non c'è bisogno che racconti come Ruggieri lo avesse raggirato e attirato in una trappola facendolo catturare, poiché la
cosa è nota a tutti; ma ciò che Dante non può sapere, ovvero quanto crudele sia stata la sua morte, sarà oggetto del suo racconto e il
poeta valuterà se il suo odio è giustificato.
Il racconto di Ugolino: il sogno premonitore e l'uscio inchiodato (22-54)
Ugolino e i suoi quattro figli erano già rinchiusi da diversi mesi nella Torre della Muda a Pisa, che poi sarebbe stata chiamata Torre
della Fame, nella quale egli aveva visto il mondo esterno attraverso una stretta feritoia, quando una notte egli fece un sogno
premonitore. Aveva sognato Ruggieri nelle vesti di un cacciatore che capeggiava una brigata, intenta a dare la caccia a un lupo e ai
suoi piccoli sul monte San Giuliano che scherma ai Pisani la vista di Lucca. Nel sogno, Ruggieri si faceva precedere dalle famiglie
ghibelline dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, che mettevano sulle loro tracce delle cagne macilente e fameliche: il lupo e i
piccoli erano stanchi per la corsa e venivano raggiunti dalle cagne, che li azzannavano. Il mattino seguente Ugolino si era svegliato e
aveva sentito piangere i figli, che chiedevano del pane: il conte a questo punto interrompe il racconto accusando Dante di essere
crudele a non piangere, immaginando il triste presentimento di quella mattina. Quindi prosegue spiegando che era vicina l'ora in cui
solitamente veniva loro portato il cibo, anche se ciascuno ne dubitava per via del sogno: a un tratto i quattro sentirono che l'uscio
della torre veniva inchiodato e Ugolino fissò in viso i figli senza parlare, senza piangere e restando impietrito, tanto che uno dei figli
(Anselmuccio) gli chiese cosa avesse. Ugolino non rispose e non disse nulla per l'intera giornata e la notte seguente, fino all'alba.
Il racconto di Ugolino: la morte dei figli e di lui per fame (55-75)
Non appena un raggio di sole penetrò nella torre e permise al conte di vedere i volti smagriti dei figli, l'uomo fu colto dalla rabbia e si
morse entrambe le mani; i figli, pensando che lo avesse fatto per fame, si erano alzati e gli avevano offerto le proprie carni per
nutrirsi. Allora Ugolino si era calmato per non accrescere la loro pena: i due giorni successivi nessuno proferì più parola, mentre ora il
dannato si rammarica che la terra non li avesse inghiottiti. Arrivati al quarto giorno, uno dei figli di Ugolino (Gaddo) stramazzò ai suoi
piedi invocando vanamente il suo aiuto, e poi morì. Tra il quinto e il sesto giorno morirono anche gli altri tre, poi per due giorni
Ugolino, reso cieco dalla fame, aveva brancolato sui loro corpi chiamandoli per nome: a quel punto il digiuno aveva prevalso sul suo
dolore. Posto fine al suo racconto, il conte storce gli occhi e riprende a mordere il cranio di Ruggieri.
Invettiva di Dante contro Pisa (79-90)
Dante si abbandona a una violenta invettiva contro la città di Pisa, patria di Ugolino, definita come la vergogna dei popoli di tutta
Italia: poiché le città vicine non si decidono a punirla, il poeta si augura che le isole di Capraia e Gorgona si muovano e chiudano la
foce dell'Arno, in modo tale da annegare tutti gli abitanti della città. Forse Ugolino era sospettato di aver ceduto alcuni castelli a
Firenze e Lucca, ma i quattro figli (Uguccione, il Brigata e gli altri due prima nominati) erano innocenti per la giovane età e non
dovevano essere uccisi insieme al conte (Pisa ha commesso un delitto che la accosta all'antica città di Tebe).

Passaggio nella zona Tolomea (91-108)


Dante e Virgilio passano nella zona successiva di Cocito, la Tolomea dove sono puniti i traditori degli ospiti: questi sono imprigionati
nel ghiaccio col volto all'insù. I dannati piangono, ma le lacrime gli si congelano nelle orbite degli occhi formando come delle visiere
di cristallo che non permettono loro di sfogare il dolore, accrescendo ulteriormente la pena. Dante a causa del freddo ha il viso quasi
totalmente insensibile, tuttavia gli pare di sentire soffiare del vento: ne chiede spiegazione a Virgilio, osservando che all'Inferno non
ci possono essere eventi atmosferici. Il maestro risponde che presto Dante sarà nel punto dove avrà la risposta, vedendo coi propri
occhi la causa di un tale fenomeno (cioè Lucifero).

Incontro con frate Alberigo. Invettiva contro i Genovesi (109-157)


Uno dei dannati immersi nel ghiaccio si rivolge ai due poeti e, scambiandoli per dannati, li prega di togliergli dagli occhi le croste di
ghiaccio, così da potere sfogare il dolore che gli opprime il cuore prima che le lacrime si congelino nuovamente. Dante risponde che
lo farà, ma a patto che il peccatore riveli il proprio nome: se il poeta non manterrà la parola, possa andare fino in fondo al ghiaccio di
Cocito. Il dannato risponde di essere frate Alberigo, che qui sconta la pena per la sua grave colpa. Dante è stupito, in quanto crede
che Alberigo non sia ancora morto: il peccatore spiega che non ha idea di come e da chi sia governato il suo corpo sulla Terra, in
quanto avviene spesso che l'anima destinata alla Tolomea vi finisca prima di giungere alla fine naturale della vita. Per indurre Dante
a togliergli più volentieri il ghiaccio dagli occhi, Alberigo aggiunge che non appena l'anima commette il tradimento dell'ospite essa
lascia il corpo e il suo posto è preso da un demone, che lo governa fino alla fine naturale dei suoi giorni. Forse, dice il dannato, sulla
Terra c'è ancora il corpo del compagno di pena dietro di lui: è Branca Doria, imprigionato in Cocito già da molti anni. Dante è
perplesso, poiché sa per certo che Branca Doria è ancora vivo nel mondo, ma Alberigo ribatte che Michele Zanche non era ancora
giunto fra i barattieri della V Bolgia dell'VIII Cerchio che Branca Doria, suo assassino, aveva già lasciato il demone nel proprio corpo e
la sua anima era precipitata in Cocito, come quella di un suo complice.
Alberigo invita Dante a mantenere la promessa e ad aprirgli gli occhi, ma il poeta non lo fa, affermando che fu cortesia essersi
comportato da villano con lui. Dante pronuncia poi una dura invettiva contro i Genovesi, uomini estranei ad ogni buona usanza e
pieni di vizi, che dovrebbero essere dispersi nel mondo: infatti nella Tolomea egli ha trovato uno di loro insieme al peggiore spirito
della Romagna (cioè Alberigo), mentre sulla Terra sembra che il suo corpo sia ancora in vita.
Intepretazione complessiva
Il Canto risulta diviso in due parti quasi equivalenti, dedicate rispettivamente alla tragedia del conte Ugolino e all'incontro con frate
Alberigo, chiuse entrambe in modo simmetrico da una dura invettiva contro Pisa (patria del conte) e Genova (patria di Branca Doria,
compagno di pena di Alberigo; le due città erano inoltre rivali politiche). L'inizio si ricollega alla conclusione del Canto XXXII, quando
Dante aveva chiesto a Ugolino la ragione del suo odio bestiale verso l'arcivescovo Ruggieri e aveva promesso di dire la verità su di lui
nei propri versi: benché raccontare la propria storia accresca il dolore del dannato, Ugolino accetta e narra a Dante la parte della sua
vicenda che non è di dominio pubblico, ovvero la crudeltà della sua morte per fame nella Torre della Muda, dove fu rinchiuso coi
quattro figli per volontà dell'arcivescovo. Ugolino, che qui sconta il tradimento del partito ghibellino e fu a sua volta tradito da
Ruggieri che lo fece condannare a morte, parla al solo scopo di dare infamia a colui che ha decretato la sua morte atroce e del cui
cranio egli si ciba bestialmente, essendo posto nella stessa buca insieme a lui (come altre celebri coppie di dannati dell'Inferno).
Dante altera parzialmente la verità storica dell'episodio, poiché Ugolino fu imprigionato coi due figli Gaddo e Uguccione e i due
nipoti Anselmuccio e Nino, detto il Brigata; di questi solo Anselmuccio era quindicenne, mentre gli altri erano adulti e Nino dedito a
omicidi e atti criminali. Il suo intento non è ovviamente quello di risarcire Ugolino dell'ingiustizia subita, né di muovere a
compassione con un racconto patetico, quanto piuttosto stigmatizzare attraverso la vicenda del conte le lotte politiche che
dilaniavano le città del suo tempo e tra cui Pisa spiccava per la sua crudeltà. Se forse era giusto condannare a morte Ugolino per il
sospetto di tradimento dovuto alla cessione dei castelli a beneficio di Firenze e Lucca, ingiusto e crudele era stato uccidere con lui i
figli innocenti per la giovane età e la cui terribile morte accrebbe la pena già atroce cui fu sottoposto Ugolino; sullo sfondo c'è
probabilmente anche l'ingiusta condanna all'esilio che lo stesso poeta aveva subìto nel 1302 e che aveva coinvolto i suoi figli
costretti a seguirlo, innocenti come i figli di Ugolino in quanto estranei alle accuse (peraltro false) mosse da Firenze al loro padre.
Dante tratteggia dunque una tragedia a tinte fosche e con un tono lirico ed elevato che si distingue da quello comico-realistico del
Canto precedente: la giovane età dei figli del conte è funzionale a questa rappresentazione ed è come una sorta di contrappasso per
Ugolino già in vita, poiché egli aveva tradito politicamente la propria patria e ora, nella prigionia, deve assistere impotente alla morte
dei figli (la parola «patria», del resto, deriva proprio dal latino pater, quindi il conte aveva tradito la città di cui era figlio).
Il racconto di Ugolino si divide in tre momenti, che corrispondono al sogno premonitore, al momento in cui l'uscio viene inchiodato,
all'agonia straziante di lui e dei figli. Il sogno prefigura la condanna a morte del conte e dei ragazzi, in quanto l'uomo sogna
l'arcivescovo che guida una battuta di caccia sul monte San Giuliano, sulle tracce di un lupo e dei suoi piccoli (Ugolino e i figli),
raggiunti da cagne magre, studiose e conte che alla fine li sbranano. Questo primo atto della tragedia si conclude col rimprovero di
Ugolino a Dante, che dovrebbe piangere al tristo presagio di quanto si annunciava. Il mattino dopo, infatti, il sogno si avvera: i figli
piangono e chiedono il pane, mentre si avvicina l'ora in cui il cibo era solitamente portato loro, e ognuno è in dubbio perché tutti
sembrano aver fatto un sogno simile a quello descritto. All'ora del pasto sentono che l'uscio della torre viene inchiodato e diventa
chiaro quale sarà il loro orrendo destino: Ugolino resta impietrito e non osa parlare, nonostante l'accorata domanda di Anselmuccio
(Tu guardi sì, padre! che hai?). Il terzo momento inizia il giorno seguente, quando il conte vede il volto smunto dei ragazzi e si morde
le mani per rabbia: i figli gli offrono di cibarsi di loro mostrandosi pronti all'estremo sacrificio (ma altri interpretano la richiesta come
un modo per porre fine alle sofferenze), e il conte si placa per non inquietarli; nei giorni seguenti li vede cadere uno a uno, senza
poter far nulla per aiutarli, brancolando per due giorni sui loro cadaveri e chiamandoli per nome, fino a quando più che 'l dolor, poté
'l digiuno. Questo verso chiude in modo drammatico il racconto, scandito nelle sue varie fasi dall'appello dei figli al conte: prima
Anselmuccio, poi tutti e quattro, infine Gaddo che muore invocando vanamente l'aiuto del conte (e ogni volta sempre col vocativo
Padre, a sottolineare il fatto che questa non è tanto la tragedia di Ugolino uomo politico, quanto quella di un padre le cui colpe sono
ricadute immeritatamente sui figli innocenti). E infatti la conclusione dell'episodio è proprio la durissima invettiva di Dante contro
Pisa, rea di aver posto a tal croce i quattro ragazzi e che, si augura, possa essere spazzata via dall'Arno la cui foce venga ostruita dalle
isole Capraia e Gorgona: un'immagine spaventosa, simile a un castigo biblico contro la città che viene definita novella Tebe per la sua
crudeltà e per le lotte fratricide che la sconvolgono (in questi versi pesa, naturalmente, anche la rivalità politica con Firenze).
Tra la prima e la seconda parte del Canto Dante inserisce poi un preannuncio della presenza di Lucifero al centro di Cocito, poiché il
poeta sente sul volto quasi insensibile per il freddo il vento prodotto dalle sue ali, che fa congelare il lago e che non si spiegherebbe
con un evento atmosferico impossibile all'Inferno. La risposta di Virgilio (sono le sue uniche parole in ben due Canti, XXXII e XXXIII) è
reticente, invitando Dante a pazientare fino a quando vedrà coi propri occhi la causa di quel fenomeno che, evidentemente, la sua
spiegazione verbale non descriverebbe in modo appropriato. Segue poi la presentazione dei traditori degli ospiti nella Tolomea, fra i
quali il protagonista è quel frate Alberigo che uccise proditoriamente i suoi parenti che aveva invitato a pranzo, al segnale convenuto
di portare la frutta (e infatti l'espressione frutta di frate Alberigo divenne proverbiale). L'episodio riprende il tono comico già visto
nel Canto XXXII e nel quale la vicenda di Ugolino si inserisce come una parentesi del tutto diversa: Alberigo crede che Dante e Virgilio
siano due dannati, poiché le lacrime gelate gli chiudono gli occhi, e prega il poeta di liberargli le palpebre per poter dare sfogo al
dolore. Dante accetta a condizione di sapere il suo nome, che tutti i traditori di Cocito (a eccezione di Ugolino) sono restii a rivelare:
se non manterrà la parola, Dante dovrà andare al fondo de la ghiaccia, che in realtà è un inganno verbale in quanto Dante è
destinato a raggiungere in ogni caso il centro del lago (egli gioca sull'equivoco come già aveva fatto con Guido da Montefeltro, che al
pari di Alberigo non poteva vederlo). Ugualmente antifrastico e ironico è il linguaggio di Alberigo, che si presenta come quel del le
frutta del mal orto, alludendo al modo in cui assassinò i suoi ospiti, e che ora riceve dattero per figo (noi diremmo «pan per
focaccia»: il dattero è più pregiato del fico, quindi la pena è ancor più grave della colpa). Il dannato definisce poi vantaggio il fatto
che l'anima spesso cade nella Tolomea prima della morte del corpo, che poi viene governato da un demone: affermazione assai
ardita sul piano dottrinale, che consente però a Dante di affermare che Branca Doria, ancora vivo al suo tempo, era in realtà già
dannato all'Inferno. Il rifiuto di Dante di mantenere la parola data ad Alberigo è stato interpretato come una sorta di «tradimento»
nei confronti del traditore, ma è più semplicemente il modo in cui il poeta diventa strumento della punizione divina, non
diversamente da quanto fatto con Bocca degli Abati nel Canto precedente e in altre occasioni nella Cantica: l'essere stato villano
verso Alberigo è stata una cortesia (due termini antitetici nel linguaggio cavalleresco) e l'inganno di Dante conclude degnamente un
episodio dedicato appunto al tradimento, all'inganno supremo contro coloro che si fidano degli altri.
Ugolino si cibò delle carni dei figli? Una questione aperta
Il verso con cui Ugolino conclude il suo drammatico racconto (Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno) può significare che la fame
prevalse sul dolore nel causarne la morte, ma anche che il conte alla fine si cibò delle carni dei figli morti: l'espressione è, forse
volutamente, ambigua, e certo il sospetto della cosiddetta antropofagia di Ugolino è almeno in parte sostenuto dalla parte iniziale e
finale dell'episodio, in cui il personaggio è intento a rodere bestialmente il cranio di Ruggieri come 'l pan per fame si manduca,
mentre Ugolino stesso racconta che i figli gli offrirono le proprie misere carni per placare i morsi della fame. La questione ha
appassionato intere generazioni di dantisti, che hanno accesamente sostenuto (con argomenti più o meno validi) ora l'una ora l'altra
interpretazione: si va da F. De Sanctis, che nega recisamente ogni ipotesi di antropofagia e sottolinea il carattere di Ugolino come
«uomo offeso in sé e nei suoi figli», ad A. Marchese, che evidenzia invece come il rapporto tra Ugolino e i figli fosse un «viluppo
quasi animalesco» e non esclude quindi l'interpretazione più crudele, a G. Contini che sostiene la tesi del divoramento dei figli come
«la più congrua alla situazione culturale» (per quanto neppure lui sia totalmente privo di dubbi).
I resti di Ugolino e degli altri rinchiusi con lui nella Muda furono ritrovati nel 1928 in una cappella della chiesa di San Francesco a
Pisa, per quanto la loro autenticità sia stata sempre fortemente in dubbio. Solo recentemente il comune di Pisa ha promosso delle
indagini scientifiche su quei resti che, valendosi della tecnica del DNA, hanno portato alla luce alcuni dati: quelle salme
corrispondono a cinque individui morti effettivamente per denutrizione, tra i quali il più anziano aveva oltre settant'anni e un fisico
imponente, altri due erano di età compresa tra 40 e 50 anni, mentre i rimanenti erano più giovani. È dunque assai probabile che
quelli siano realmente i resti di Ugolino e dei figli e nipoti, e se davvero è così si può escludere ogni ipotesi di cannibalismo da parte
del conte: un uomo di quell'età sarebbe morto per primo in quelle condizioni, senza contare che aveva pochi denti malandati e che
dunque non avrebbe potuto neanche volendo cibarsi delle carni degli altri prigionieri. Ma qui non è tanto in gioco la realtà storica
dei fatti, che come si è detto Dante distorce volutamente nella rappresentazione dell'episodio, quanto appunto la volontà
dell'autore nella rappresentazione stessa, se cioè Dante intenda affermare o meno che il suo Ugolino abbia divorato i figli. E a questa
domanda non è possibile dare una risposta certa, proprio perché volutamente ambiguo è il verso con cui il protagonista del Canto
pone fine al suo racconto: forse con sottile perfidia lo scrittore insinua in noi il sospetto che ciò possa essere avvenuto, il che non
stride affatto col tono generale dell'episodio in quanto, va ricordato, il fine di Dante non è certo quello di risarcire o riabilitare la
figura di Ugolino, dannato all'Inferno come traditore della propria parte politica e personaggio esecrabile sul piano morale. Il
cannibalismo era del resto ampiamente presente nella letteratura classica nota a Dante, come prova il riferimento al Tideo della
Tebaide di Stazio alla fine del Canto XXXII: in Purg., XXIII, 28-30 è citato l'episodio di Maria di Eleazaro che durante l'assedio di
Gerusalemme del I sec. d.C. divorò il figlio dopo averlo ucciso, senza contare il Tieste di Seneca in cui Atreo uccide i figli del fratello e
gliene imbandisce le carni (anche se la conoscenza di Seneca tragico da parte di Dante è molto incerta). La conclusione drammatica
dell'episodio di Ugolino stona forse con la visione dei critici romantici come De Sanctis, ma è certo perfettamente in linea con
l'atmosfera tetra, cupa, da tragedia classica che domina l'intero episodio: anche lo scrittore argentino J. Luis Borges in un saggio del
2001, alla domanda se Ugolino abbia «mangiato le carni dei suoi figli», risponde che «Dante ha voluto non che lo pensassimo, ma
che lo sospettassimo. L'incertezza è parte del suo disegno». In definitiva il problema resta, e forse deve restare per volontà dello
stesso Dante, irrisolto.

Note e passi controversi


Le parole con cui Ugolino (vv. 11-12) riconosce Dante come fiorentino dalla parlata ricordano quelle di Farinata degli Uberti (X, 25-
27), anche se qui il contesto è decisamente diverso.
I vv. 16-18 alludono probabilmente al fatto che Ruggieri avrebbe convinto Ugolino a rientrare a Pisa per venire ad accordi, per poi
farlo imprigionare (sul fatto, citato da un cronista, non ci sono altre conferme).
La Muda (v. 22) era un'antica torre dei Gualandi, una delle famiglie ghibelline nemiche di Ugolino, e servì da prigione fino al 1318. Si
chiamava così perché era usata dal Comune di Pisa per far mudare, cioè cambiare le penne alle aquile.
Maestro e donno (v. 28) indica letteralmente il capo della brigata che guida la battuta di caccia.
Il monte citato al v. 29 è il San Giuliano, che in effetti impedisce ai Pisani la vista di Lucca; forse Dante allude a una possibile fuga di
Ugolino verso la città di Lucca guelfa, ma è ipotesi azzardata.
Il verbo chiavar (v. 46) vuol dire «inchiodare» e non «chiudere a chiave», come alcuni commentatori antichi interpretarono.
Manicar (v. 60) vuol dire «mangiare» ed è una delle parole citate nel DVE (I, 13) come popolarismi fiorentini da evitare.
Il v. 75 si può interpretare «poi la fame prevalse sul dolore e mi fece morire», oppure «poi la fame vinse il mio dolore e mi spinse a
cibarmi della loro carne» (in questo caso si dovrebbe parlare di cannibalismo del conte).
Il bel paese là dove 'l sì suona (v. 80) è l'Italia, detta così per il suo volgare in modo analogo alla Francia del nord, dove si parlava la
lingua d'oïl e alla Provenza dove si parlava quella d'oc (oïl e oc sono i due avverbi che in quelle lingue si usano per dire «sì»).
La Capraia e la Gorgona (v. 82) sono due isole dell'arcipelago Toscano, a nord-ovest dell'isola d'Elba, entrambe sotto il dominio di
Pisa: al tempo di Dante se esse si muovessero fino a chiudere la foce dell'Arno, le acque del fiume sommergerebbero la città di
Ugolino.
Il coppo (v. 99) indica la cavità orbitale dell'occhio e letteralmente significa «vaso per acqua».
I vv. 116-117 (e s'io non ti disbrigo, / al fondo de la ghiaccia ir mi convegna) suonano ambigui, perché se Dante fosse un dannato (come Alberigo
crede non vedendolo) vorrebbero dire che il poeta finirebbe tutto immerso nel ghiaccio, ma nella realtà Dante dovrà per forza andare fino al centro
di Cocito, dove si trova Lucifero.
L'espressione al v. 120 (dattero per figo) vale pressappoco come il nostro «pan per foccaccia» e indica che Alberigo sconta una pena ancor più
grave della sua grave colpa (il dattero era più pregiato del fico).
Atropòs (v. 126) è quella delle tre Parche che tagliava il filo della vita.
Il verbo verna (v. 135) può voler dire «sverna» in senso ironico, ma forse anche «batte i denti» (vernare era detto il verso degli uccelli in primavera).
Unquanche (v. 140) vuol dire «mai» e deriva dal latino umquam.
CANTO XXXIV
Testo Parafrasi
«Vexilla regis prodeunt inferni Il mio maestro disse: «I vessilli del re dell'Inferno (Lucifero) si
verso di noi; però dinanzi mira», avvicinano a noi; quindi guarda davanti a te, se riesci a vederlo».
disse ’l maestro mio «se tu ’l discerni». 3

Come quando una grossa nebbia spira, Come quando c'è una nebbia fitta o quando nel nostro emisfero cala
o quando l’emisperio nostro annotta, la notte, e appare in lontananza un mulino che è mosso dal vento,
par di lungi un molin che ’l vento gira, 6 così allora mi parve di vedere una simile costruzione; quindi per il
vento mi riparai dietro la mia guida, visto che non c'era nessun altro
veder mi parve un tal dificio allotta; rifugio.
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio; ché non lì era altra grotta. 9

Già era, e con paura il metto in metro, Ormai mi trovavo, e lo scrivo con paura nei miei versi, nella zona
là dove l’ombre tutte eran coperte, (Giudecca) dove le anime erano del tutto sepolte nel ghiaccio, e
e trasparien come festuca in vetro. 12 trasparivano come pagliuzze nel vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte, Alcune sono sdraiate, altre sono dritte, a volte con la testa alta e a
quella col capo e quella con le piante; volte con i piedi; altre ancora portano il volto ai piedi, piegandosi
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte. 15 come un arco.

Quando noi fummo fatti tanto avante, Quando fummo avanzati fino al punto in cui al mio maestro parve
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi opportuno mostrarmi la creatura che fu così bella, si tolse di fronte
la creatura ch’ebbe il bel sembiante, 18 a me e mi fece fermare, dicendo: «Ecco Dite ed ecco il luogo dove è
necessario che tu ti armi di coraggio».
d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi». 21

Com’io divenni allor gelato e fioco, Non domandare, lettore, come io in quel momento raggelai e
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, ammutolii: non lo scrivo, poiché ogni parola sarebbe inadeguata.
però ch’ogne parlar sarebbe poco. 24

Io non mori’ e non rimasi vivo: Io non morii e non rimasi in vita: pensa oramai da te, se hai un po'
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, d'ingegno, come divenni in quello stato sospeso tra la vita e la
qual io divenni, d’uno e d’altro privo. 27 morte.

Lo ’mperador del doloroso regno L'imperatore del regno del dolore usciva fuori dal ghiaccio fino alla
da mezzo ’l petto uscìa fuor de la ghiaccia; cintola; e c'è maggior proporzione fra me e un gigante che non fra i
e più con un gigante io mi convegno, 30 giganti e le sue braccia: vedi ormai, rispetto a quella parte del
corpo, quali devono essere le dimensioni totali di quell'essere.
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia. 33

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto, Se egli fu tanto bello quanto ora è brutto, e nonostante questo osò
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, ribellarsi al suo Creatore, è giusto che da lui derivi ogni male.
ben dee da lui proceder ogne lutto. 36

Oh quanto parve a me gran maraviglia Oh, quanto mi meravigliai quando vidi che la sua testa aveva tre
quand’io vidi tre facce a la sua testa! facce! Una era al centro ed era rossa;
L’una dinanzi, e quella era vermiglia; 39

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa le altre erano due e si congiungevano alla prima a metà di ogni
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, spalla, e si univano nella parte posteriore del capo:
e sé giugnieno al loco de la cresta: 42
e la destra parea tra bianca e gialla; la destra mi sembrava tra bianca e gialla; la sinistra era del colore di
la sinistra a vedere era tal, quali quelli che vengono dal paese (Etiopia) dove il Nilo entra in una valle.
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. 45
Sotto ogni faccia uscivano due grandi ali, proporzionate a un essere
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali, tanto grande: non ho mai visto vele di navi così estese.
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali. 48
Non erano piumate, ma sembravano quelle di un pipistrello; e
Non avean penne, ma di vispistrello Lucifero le sbatteva, producendo da sé tre venti:
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello: 51
a causa di essi, tutto il lago di Cocito si ghiacciava. Piangeva con sei
quindi Cocito tutto s’aggelava. occhi e le lacrime gocciolavano sui tre menti, mischiato a una bava
Con sei occhi piangea, e per tre menti sanguinolenta.
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. 54
In ognuna delle tre bocche dilaniava coi denti un peccatore, come
Da ogne bocca dirompea co’ denti fosse una gramola, così che ne tormentava tre al tempo stesso.
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti. 57
Per il peccatore al centro l'essere morso non era niente rispetto
A quel dinanzi il mordere era nulla all'essere graffiato, al punto che talvolta la schiena gli restava tutta
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena scorticata.
rimanea de la pelle tutta brulla. 60
Il maestro disse: «Quel dannato lassù che soffre una pena più grave
«Quell’anima là sù c’ha maggior pena», è Giuda Iscariota, che tiene la testa dentro le fauci di Lucifero e fa
disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto, pendere fuori le gambe.
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. 63
Degli altri due che hanno la testa rivolta in basso, quello che pende
De li altri due c’hanno il capo di sotto, dalla faccia nera è Bruto: vedi come si contorce senza dire nulla!
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!; 66
L'altro è Cassio, che sembra così robusto. Ma è quasi notte e ormai
e l’altro è Cassio che par sì membruto. dobbiamo andare, poiché abbiamo visto ogni cosa».
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto». 69
Come Virgilio volle, abbracciai il suo collo; ed egli attese il momento
Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai; e il luogo opportuno, e quando le ali del mostro furono abbastanza
ed el prese di tempo e loco poste, aperte si aggrappò ai suoi fianchi pelosi; poi scese in basso
e quando l’ali fuoro aperte assai, 72 tenendosi alle sue ciocche, passando tra il suo pelo folto e la crosta
gelata di Cocito.
appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste. 75
Quando fummo arrivati nel punto in cui la coscia di articola nel
Quando noi fummo là dove la coscia bacino, all'altezza del femore, Virgilio, con fatica e affanno, volse la
si volge, a punto in sul grosso de l’anche, testa dove Lucifero aveva le gambe, e si aggrappò al suo pelo come
lo duca, con fatica e con angoscia, 78 uno che sale, così che io credevo tornassimo nuovamente
all'Inferno.
volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. 81
Il maestro, ansimando come un uomo affaticato, disse: «Tieniti
«Attienti ben, ché per cotali scale», forte, poiché dobbiamo allontanarci da tanto male (l'Inferno)
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso, salendo su queste scale».
«conviensi dipartir da tanto male». 84
Poi uscì fuori attraverso una spaccatura nella roccia, e mi fece
Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso, sedere sull'orlo dell'apertura; quindi diresse con attenzione il passo
e puose me in su l’orlo a sedere; verso di me.
appresso porse a me l’accorto passo. 87
Io alzai lo sguardo e credetti di vedere Lucifero come l'avevo
Io levai li occhi e credetti vedere lasciato, invece vidi che teneva le gambe in alto;
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere; 90
e se io allora rimasi perplesso, lo pensi la gente ignorante, che non
e s’io divenni allora travagliato, ha capito qual è il punto (il centro della Terra) che io avevo
la gente grossa il pensi, che non vede oltrepassato.
qual è quel punto ch’io avea passato. 93
Il maestro disse: «Alzati in piedi: la via è lunga e il cammino è
«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: malagevole, e il sole è già a metà della terza ora (sono le sette e
la via è lunga e ’l cammino è malvagio, mezza del mattino)».
e già il sole a mezza terza riede». 96
Il punto in cui eravamo non era un percorso agevole come in un
Non era camminata di palagio palazzo, ma una cavità sotterranea che aveva il suolo impervio e
là ’v’eravam, ma natural burella ben poca luce.
ch’avea mal suolo e di lume disagio. 99
Quando mi fui alzato dissi: «Maestro mio, prima che io lasci l'abisso
«Prima ch’io de l’abisso mi divella, infernale, parlami un poco per risolvermi un dubbio:
maestro mio», diss’io quando fui dritto,
«a trarmi d’erro un poco mi favella: 102
dov'è il ghiaccio? e Lucifero come può essere confitto così
ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto sottosopra? e come è possibile che il sole abbia percorso così in
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora, fretta il tragitto dalla sera alla mattina?»
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». 105
E lui a me: «Tu pensi ancora di essere al di là del centro della Terra,
Ed elli a me: «Tu imagini ancora dove io mi sono aggrappato al pelo dell'orrendo animale che guasta
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi il mondo.
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. 108
Tu sei stato di là finché io sono disceso; quando mi sono girato, tu
Di là fosti cotanto quant’io scesi; hai oltrepassato il punto verso il quale tendono tutti i pesi del
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto mondo.
al qual si traggon d’ogne parte i pesi. 111
E ora sei giunto sotto l'emisfero (australe) che è opposto a quello
E se’ or sotto l’emisperio giunto (boreale) che copre le terre emerse, e dove, sotto il punto più alto
ch’è contraposto a quel che la gran secca dell'emisfero celeste (Gerusalemme), fu ucciso l'uomo (Gesù) che
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto 114 nacque e visse senza peccato: tu hai i piedi su una piccola sfera che
ha la faccia opposta nella Giudecca.
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca:
tu hai i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca. 117

Qui è da man, quando di là è sera; Qui è mattino, quando nell'altro emisfero è sera; e Lucifero, che col
e questi, che ne fé scala col pelo, suo pelo ci ha fatto da scala, è confitto esattamente come lo era
fitto è ancora sì come prim’era. 120 prima.

Da questa parte cadde giù dal cielo; Cadde giù dal cielo da questa parte e la terra, che prima emergeva
e la terra, che pria di qua si sporse, dalle acque nell'emisfero australe, per paura di lui si nascose sotto il
per paura di lui fé del mar velo, 123 mare e venne nel nostro emisfero; e forse, per rifuggire da lui, quella
che appare di qua lasciò questo spazio vuoto e riemerse
e venne a l’emisperio nostro; e forse nell'emisfero australe (formando il Purgatorio)».
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse». 126

Luogo è là giù da Belzebù remoto Laggiù c'è un luogo tanto lontano da Belzebù (Lucifero) quanto si
tanto quanto la tomba si distende, estende la cavità sotterranea, che non si può vedere ma da cui si
che non per vista, ma per suono è noto 129 sente il suono di un fiumiciattolo (lo scarico del Lete) che scende qui
attraverso una cavità che esso ha scavato nella roccia lungo il suo
d’un ruscelletto che quivi discende corso, che ha poca pendenza.
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende. 132

Lo duca e io per quel cammino ascoso Il maestro ed io entrammo in quel cammino nascosto per tornare
intrammo a ritornar nel chiaro mondo; alla luce del sole; e senza prenderci un attimo di riposo salimmo in
e sanza cura aver d’alcun riposo, 135 alto, lui per primo e io dietro, fino a quando vidi gli astri del cielo
attraverso un'apertura circolare. E di lì uscimmo per rivedere le
salimmo sù, el primo e io secondo, stelle.
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle. 139

Argomento del Canto


Ingresso nella quarta zona di Cocito, la Giudecca dove sono puniti i traditori dei benefattori. Visione di Lucifero, che tormenta Giuda,
Bruto, Cassio. Dante e Virgilio escono dall'Inferno e raggiungono, attraverso la natural burella, l'emisfero australe.
Nell'emisfero boreale è il pomeriggio di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sette; nell'emisfero australe è la mattina di
domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle sette e mezza circa.

Ingresso nella Giudecca. Lucifero (1-21)


Virgilio avverte Dante che si avvicinano i vessilli del re dell'Inferno (Lucifero) e lo invita a guardare davanti a sé: il poeta obbedisce,
ma in lontananza e nella semioscurità distingue solo quello che gli sembra un enorme edificio, simile a un mulino che fa ruotare le
sue pale, poi si ripara dal vento dietro al maestro. I due proseguono ed entrano nella quarta e ultima zona di Cocito, la Giudecca, in
cui sono puniti i traditori dei benefattori. Dante vede i dannati completamente imprigionati nel ghiaccio, da cui traspaiono come
pagliuzze nel vetro: alcuni sono rivolti verso il basso, altri verso l'alto con la testa o i piedi, altri ancora sono raggomitolati su se
stessi. I due poeti avanzano un poco, quindi Virgilio decide che è il momento di mostrargli Lucifero e lo trattiene, avvertendolo che è
giunto per lui il momento di armarsi di coraggio.
Descrizione di Lucifero (22-54)
Dante invita il lettore a non chiedergli di spiegare come rimase raggelato e ammutolito di terrore alla vista di Lucifero, perché ogni
parola sarebbe inadeguata: il poeta non morì e non rimase vivo, restando in una specie di stato sospeso. L'imperatore dell'Inferno
esce dal ghiaccio di Cocito dalla cintola in su e c'è maggior proporzione tra Dante e un gigante che non tra un gigante e le braccia del
mostro, per cui il lettore può capire quanto smisurato sia quell'essere. Se Lucifero fu tanto bello quanto adesso è brutto, osserva
Dante, e nonostante ciò osò ribellarsi al suo Creatore, allora è giusto che da lui derivi ogni male. Il poeta si meraviglia nel vedere che
Lucifero ha tre facce in una sola testa: quella al centro è rossa e le altre due si aggiungono a questa a metà di ogni spalla, unendosi
nella parte posteriore del capo. La destra è di colore giallastro, la sinistra ha il colore scuro degli abitanti dell'Etiopia. Sotto ogni
faccia escono due enormi ali, proporzionate alle dimensioni del mostro e più grandi delle vele di qualunque nave: non sono piumate
ma sembrano di pipistrello, e Lucifero le sbatte producendo tre venti gelidi che fanno congelare il lago di Cocito. Il mostro piange
con sei occhi e le sue lacrime gocciolano lungo i suoi tre menti, mescolandosi a una bava sanguinolenta.
I tre supremi traditori: Bruto, Cassio e Giuda (55-69)
Lucifero maciulla in ognuna delle sue tre bocche un peccatore, provocando loro enorme sofferenza. Il dannato al centro non viene
solo dilaniato dai denti del mostro, ma la sua schiena è graffiata dagli artigli e ne viene totalmente spellata. Virgilio spiega che il
peccatore al centro è Giuda Iscariota, che ha la testa dentro la bocca e fa pendere le gambe di fuori; degli altri due, che hanno invece
il capo rivolto verso il basso, quello che pende dalla faccia nera è Bruto, che si contorce e non dice nulla, mentre l'altro è Cassio, che
sembra così robusto. A questo punto il maestro avverte Dante che è quasi notte e i due devono rimettersi in cammino, poiché ormai
hanno visto tutto l'Inferno.
Dante e Virgilio escono dall'Inferno (70-87)
Virgilio invita il discepolo ad abbracciarlo intorno al collo e il maestro, cogliendo il luogo e il momento opportuno, quando le ali del
mostro sono abbastanza aperte, si aggrappa alle costole pelose di Lucifero. Virgilio scende lungo i fianchi del demone, tra questi e la
crosta gelata di Cocito, fino al punto in cui la coscia si congiunge al bacino: il poeta latino, col fiato grosso, si gira e si aggrappa al pelo
delle gambe, iniziando a salire verso l'alto e inducendo Dante a credere che stanno tornando all'Inferno. Virgilio avverte il discepolo
di tenersi ben stretto a lui, poiché i due devono allontanarsi dal male dell'Inferno percorrendo quella strada, quindi esce attraverso
la spaccatura di una roccia e pone Dante a sedere sull'orlo dell'apertura, raggiungendolo poi con un balzo.

Virgilio spiega la caduta di Lucifero e l'origine dell'Inferno (88-126)


Dante alza lo sguardo e crede di vedere Lucifero come l'ha lasciato, invece lo vede capovolto e con le gambe in alto, restando
perplesso come la gente grossolana che non capisce quale punto della Terra ha appena oltrepassato. Virgilio esorta Dante ad alzarsi
subito, poiché devono ancora percorrere una via lunga e malagevole e sono già le sette e mezza del mattino; il percorso è in effetti
difficoltoso, attraverso un budello nella roccia che ha il suolo impervio e poca luce. Dante prega il maestro di risolvere un dubbio,
prima di mettersi in cammino: gli chiede dov'è il ghiaccio di Cocito, com'è possibile che Lucifero sia sottosopra rispetto alla posizione
precedente, e infine come può essere già mattina essendo trascorso poco tempo. Virgilio risponde che Dante pensa di essere ancora
nell'emisfero boreale, mentre quando i due hanno oltrepassato il centro della Terra, punto verso il quale tendono i pesi, sono passati
nell'emisfero australe, opposto all'altro dove visse e fu crocifisso Gesù. Dante poggia i piedi sull'altra faccia di una piccola sfera che
costituisce la Giudecca: in quel punto è mattina quando nell'altro emisfero è sera, mentre Lucifero è sempre confitto nel ghiaccio
come Dante l'ha visto. Virgilio spiega ancora che il demone precipitò giù dal cielo da questa parte e la terra si ritrasse per paura del
contatto col mostro, raccogliendosi nell'emisfero boreale e formando il vuoto della voragine infernale, mentre in quello australe si
formò la montagna del Purgatorio.
Dante e Virgilio escono «a riveder le stelle» (127-139)
Dante spiega al lettore che all'estremità della cavità rocciosa (la natural burella), c'è un luogo distante da Lucifero tanto quanto la
sua estensione, che non si può vedere ma da cui si sente il suono di un ruscello che cade verso il basso, nella cavità che ha scavato
nella roccia con poca pendenza. Dante e Virgilio si mettono in cammino lungo il budello, per tornare alla luce del sole, e proseguono
senza riposare un attimo, col maestro che precede il discepolo facendogli da guida: alla fine Dante intravede gli astri del cielo
attraverso un pertugio tondo nella crosta terrestre e quindi i due escono, rivedendo finalmente le stelle.
Interpretazione complessiva
Protagonista assoluto del Canto che chiude la I Cantica è Lucifero, Lo 'mperador del doloroso regno la cui apparizione è
preannunciata da Virgilio già all'inizio dell'episodio parafrasando l'inno di Venanzio Fortunato alla croce: nell'inno latino si diceva
solo Vexilla regis prodeunt, cioè «si avvicinano i vessili del re», mentre Dante aggiunge Inferni per significare che è prossimo
l'incontro col principe dei demoni. La citazione di Venanzio non è irriverente come è parso ad alcuni né parodica, anche se Lucifero
viene di fatto accostato alla croce dove fu giustiziato Cristo (ed è innegabile che il mostro sia un bizzarro rovesciamento della Trinità,
incluso il particolare del vento che promana dalle sue ali). All'inizio Dante non scorge nulla nell'oscurità, salvo la sagoma di quello
che gli pare un enorme mulino a vento da cui soffia un'aria gelida, la stessa già da lui notata nel Canto precedente e di cui il maestro
aveva dato poche spiegazioni: vari commentatori hanno osservato che il vento prodotto da Lucifero è parodia del soffio dello Spirito
Santo che procede dal Padre e dal Figlio, il quale è ardore di carità mentre quest'aria fa raggelare Cocito (con simbologia analoga,
forse, al contrappasso dei traditori).
La visione del mostro è preparata con una sapiente attesa, giungendo solo dopo che Dante ha descritto i traditori dei benefattori
confitti nella quarta e ultima zona di Cocito, la Giudecca. Essi sono completamente avvolti nel ghiaccio, simili a pagliuzze trasparenti
nel vetro, e assumono varie posizioni che corrispondono, forse, a gradazioni diverse del loro peccato (anche se di ciò Dante non
fornisce alcuna spiegazione precisa). Finalmente viene presentato Lucifero, non senza l'avvertimento di Virgilio a Dante che dovrà
essere ben coraggioso: e infatti la reazione del poeta di fronte a quello che fu il più bello degli angeli è di assoluto terrore, tanto che
rinuncia a descriverlo al lettore e si limita a dire di essere rimasto in uno stato sospeso tra la vita e la morte, col sangue raggelato e la
voce che gli muore in gola. Lucifero è infatti rappresentato come un mostro orrendo e gigantesco, peloso, con tre facce unite a una
sola testa, tre paia d'ali di pipistrello e altri attributi animaleschi (i denti con cui maciulla i tre peccatori nelle sue bocche, gli artigli
con cui graffia la schiena di Giuda); è chiaramente una sorta di parodia della Trinità e di Dio, di cui cercò di prendere il posto con una
superba ribellione che è il supremo tradimento, il che spiega perché sia conficcato al centro del IX Cerchio in cui proprio tale peccato
è punito. Lucifero ha ovvie analogie coi giganti, qui ricordati da Dante per le sue proporzioni smisurate e a lui accostati in quanto
colpevoli di superbia e ribellione contro la divinità (cfr. Canto XXXI, ma anche gli esempi di superbia punita di Purg., XII, 25 ss.);
ricorda in parte anche Cerbero, per via delle tre teste e del fatto che anche il cane infernale graffiava e scuoiava le anime dei golosi,
mentre entrambi sono indicati col termine vermo che ha significato demoniaco (Cerbero era anch'esso, forse, un'immagine
mitologica del demonio cristiano). I colori delle tre facce sono stati variamente interpretati (come i continenti allora conosciuti, o
anche Roma, Firenze e la Francia...), ma il particolare forse più significativo sono le ali di pipistrello, che oltre a essere un animale
diabolico rappresenta un opposto sinistro della colomba, come spesso veniva rappresentato lo Spirito Santo.
I tre peccatori che Lucifero maciulla nelle tre bocche sono i tre supremi traditori dei benefattori, ovvero Giuda che tradì Cristo e
Bruto e Cassio che tradirono Cesare, anche se i peccatori della Giudecca potrebbero essere i traditori delle due più importanti
istituzioni, Chiesa e Impero. Ovviamente è la pena più grave è quella di Giuda, posto al centro e graffiato sulla schiena dal mostro,
con le gambe di fuori al contrario degli altri due che hanno il capo di sotto (non è escluso un significato simbolico, anche se forse è
solo una simmetria compositiva). Questi sono i soli dannati della Giudecca esplicitamente nominati da Dante, per quanto la loro
pena sia diversa dagli altri traditori; la prima parte del Canto si chiude proprio con la descrizione del loro tormento, benché Lucifero
sia presente anche nella seconda dedicata al ritorno dei due poeti all'aria aperta. È il mostro, infatti, confitto fino alla cintola nel
ghiaccio, a offrire ai due l'appiglio con cui scendere in basso verso il centro della Terra: Virgilio compie la delicata operazione con
Dante aggrappato alle sue spalle, e una volta che i due sono passati dalla parte opposta nell'emisfero australe tutto appare
incredibilmente rovesciato, con Lucifero che ha le gambe rivolte in alto e il sole che sta per sorgere, mentre di là era al tramonto.
Virgilio spiega ogni cosa a Dante, riappropriandosi dei suoi diritti di guida e maestro dopo che per quasi due canti interi (XXXII-XXXIII)
era rimasto in silenzio: il poeta latino spiega come Lucifero sia stato precipitato lì dopo la sua ribellione e come si siano formate la
voragine infernale e il Purgatorio, per cui Dante aggiunge che una natural burella (una sorta di cavità nella roccia) collega il centro
della Terra alla spiaggia del secondo regno, che i due dovranno percorrere risalendo il corso di un fiumiciattolo che dall'alto ha
scavato il suo corso verso il basso. Si è molto discusso sull'identificazione di questo fiume, che molto probabilmente non è altro che
lo scarico del Lete: il fiume dell'Eden che cancella la memoria dei peccati commessi e la riporta all'Inferno dove si racchiude tutto il
male del mondo, là dove si gettano i fiumi infernali nati dal Veglio di Creta (seguendo il suono dell'acqua i due poeti risaliranno lungo
la galleria, uscendo dalla cavità infernale).
Benché il percorso sia impervio e malagevole, offrendo poca luce e costringendo a un certo sforzo (non era camminata di palagio,
come ci informa Dante) i due poeti lo compiono in breve tempo, soprattutto Dante che è ansioso di uscire dall'Inferno e di rivedere il
cielo dopo tante ore passate nel buio della profondità della Terra: il Canto e la Cantica si chiudono con la visione delle stelle che si
intravedono attraverso un buco tondo nella roccia che segna la fine del cammino, usciti dal quale Dante e Virgilio saranno sulla
spiaggia del Purgatorio, proprio al sorgere del sole la mattina della domenica di Pasqua (che segna evidentemente la vittoria sul
peccato: e il dato più evidente sarà quello visivo, dell'aria serena e del cielo terso che si offrono nuovamente alla vista del poeta, il
cui cuore era stato contristato dalla drammatica esperienza della discesa attraverso il primo regno).

Note e passi controversi


Il v. 1 è una parafrasi del verso inziale dell'Inno alla Croce di Venanzio Fortunato, scrittore cristiano del VI sec. (era il vescovo di
Poitiers e scrisse l'inno in occasione dell'arrivo da Costantinopoli della reliquia del legno della Croce, inviata alla regina S.
Radegonda); l'inno comincia Vexilla regis prodeunt, / fulget Crucis mysterium, / quo carne carnis conditor / suspensus est patibulo
(«Si avvicinano i vessilli del sovrano, rifulge il mistero della Croce, il patibolo cui fu inchiodato Gesù, nostro Creatore, in carne e
ossa»). La preghiera veniva recitata in occasione dei riti del venerdì santo.
I vv. 44-45 indicano che il colore della faccia sinistra di Lucifero è nero, come gli abitanti dell'Etiopia (la regione dove il Nilo s'avvalla,
scende cioè nella pianura che porta all'Egitto).
Il termine vispistrello (v. 49) deriva dal lat. vespertilio, da vesper («sera», per il fatto che il pipistrello è animale notturno).
La maciulla (v. 56) è la gramola, strumento di legno che serve a tritare gli steli della canapa.
Cassio è definito da Virgilio sì membruto (v. 67), anche se non è chiaro a quale fonte Dante attinga: forse il poeta confonde Cassio
Longino, uccisore di Cesare, con Lucio Cassio, seguace di Catilina (Cicerone nella III Cat. parla di L. Cassi adipes, che è immagine
alquanto diversa da quella di Dante, posto che lui conoscesse quel passo).
Il v. 87 indica probabilmente che Virgilio, dopo che Dante ha raggiunto l'orlo dell'apertura rocciosa, lo raggiunge con un balzo.
Il v. 96 (e già il sole a mezza terza riede) indica che sono circa le sette e mezza di mattina, perché terza indica il periodo dalle 6 alle 9
antimeridiane; nell'emisfero boreale inizia la notte, in quello australe è quasi l'alba.
Camminata di palagio (v. 97) indica un passaggio agevole, come nel corridoio ampio e spazioso di un palazzo.
La natural burella (v. 98) è una sorta di budello nella roccia, una galleria scavata all'interno della Terra (burella in fiorentino vuol dire
«sotterraneo»).
Il punto / al qual si traggon d'ogne parte i pesi (vv. 110-111) è il centro della Terra, dove secondo la fisica aristotelica si credeva che
tendessero i corpi materiali per la gravità universale.
La gran secca citata al v. 113 è l'emisfero boreale, dove si radunano per Dante le terre emerse, mentre il colmo sotto il quale
consunto / fu l'uomo che nacque e visse sanza pecca è il punto più alto dell'emisfero boreale celeste, che sovrasta Gerusalemme
dove fu crocifisso Gesù.
La tomba del v. 128 è molto probabilmente la natural burella, che si estende dal centro della Terra al loco (la spiaggia del Purgatorio)
citato da Virgilio, e non l'Inferno come taluni interpretano.
Il verso finale del Canto (139, E quindi uscimmo a riveder le stelle) termina con la stessa parola, «stelle», con cui terminano i Canti
XXXIII di Purgatorio e Paradiso (Purg., XXXIII, 145: puro e disposto a salire a le stelle; Par. XXXIII, 145: l'amor che move il sole e l'altre
stelle).
IL PURGATORIO

CANTO I
Testo Parafrasi
Per correr miglior acque alza le vele La navicella del mio ingegno, ormai, alza le vele per percorrere
omai la navicella del mio ingegno, acque migliori e lascia dietro di sé il mare crudele dell'Inferno;
che lascia dietro a sé mar sì crudele; 3

e canterò di quel secondo regno e io canterò di quel secondo regno (Purgatorio) in cui l'anima
dove l’umano spirito si purga umana si purifica e diventa degna di salire al cielo.
e di salire al ciel diventa degno. 6

Ma qui la morta poesì resurga, Ma qui la poesia morta risorga, o sante Muse, dal momento che
o sante Muse, poi che vostro sono; sono consacrato a voi; e qui si sollevi alquanto Calliope, assistendo il
e qui Caliopè alquanto surga, 9 mio canto con quel suono di cui le misere gazze (le figlie di Pierio)
sentirono un tale colpo che disperarono di essere perdonate.
seguitando il mio canto con quel suono
di cui le Piche misere sentiro
lo colpo tal, che disperar perdono. 12

Dolce color d’oriental zaffiro, Un dolce colore di zaffiro orientale, che si raccoglieva nell'aspetto
che s’accoglieva nel sereno aspetto sereno dell'aria pura fino all'orizzonte, restituì gioia ai miei occhi
del mezzo, puro infino al primo giro, 15 non appena io uscii fuori dall'aria morta (dell'Inferno), che mi aveva
rattristato gli occhi e il cuore.
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e ‘l petto. 18

Lo bel pianeto che d’amar conforta Il bel pianeta (Venere) che spinge ad amare illuminava
faceva tutto rider l’oriente, gioiosamente tutto l'oriente, offuscando con la sua luce la
velando i Pesci ch’erano in sua scorta. 21 costellazione dei Pesci che lo seguiva.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente Io mi rivolsi alla mia destra e osservai il cielo australe, vedendo
a l’altro polo, e vidi quattro stelle quattro stelle che nessuno ha mai visto eccetto i primi progenitori
non viste mai fuor ch’a la prima gente. 24 (Adamo ed Eva).

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle: Il cielo sembrava godere della loro luce: o emisfero boreale, sei
oh settentrional vedovo sito, davvero desolato non potendo ammirare quelle stelle!
poi che privato se’ di mirar quelle! 27

Com’io da loro sguardo fui partito, Non appena ebbi distolto il mio sguardo da esse, volgendomi un
un poco me volgendo a l ‘altro polo, poco al cielo boreale da dove ormai l'Orsa Maggiore era
là onde il Carro già era sparito, 30 tramontata,

vidi presso di me un veglio solo, vidi accanto a me un vecchio solitario, che a guardarlo ispirava
degno di tanta reverenza in vista, tanto rispetto quanto è quello che un figlio deve al proprio padre.
che più non dee a padre alcun figliuolo. 33

Lunga la barba e di pel bianco mista Portava la barba lunga e con peli bianchi e neri, simile ai suoi
portava, a’ suoi capelli simigliante, capelli, dei quali ricadevano sul petto due lunghe trecce.
de’ quai cadeva al petto doppia lista. 36

Li raggi de le quattro luci sante La luce delle quattro stelle sante illuminava il suo volto, al punto che
fregiavan sì la sua faccia di lume, io lo vedevo come se avesse avuto il sole di fronte.
ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. 39
«Chi siete voi che contro al cieco fiume Egli ci disse, muovendo quella barba dignitosa: «Chi siete voi, che
fuggita avete la pregione etterna?», risalendo il fiume sotterraneo siete fuggiti dalla prigione eterna?
diss’el, movendo quelle oneste piume. 42

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, Chi vi ha guidati e cosa vi ha indicato la strada, uscendo fuori dalla
uscendo fuor de la profonda notte notte profonda che rende sempre oscura la voragine infernale?
che sempre nera fa la valle inferna? 45

Son le leggi d’abisso così rotte? Le leggi dell'abisso sono così prive di valore? o in Cielo è stata
o è mutato in ciel novo consiglio, emanata una nuova legge in base alla quale voi, dannati, venite alle
che, dannati, venite a le mie grotte?». 48 rocce (al Purgatorio) che io custodisco?»

Lo duca mio allor mi diè di piglio, Allora il mio maestro mi afferrò, e con le parole, con le mani e coi
e con parole e con mani e con cenni gesti mi indusse a inginocchiarmi e abbassare lo sguardo.
reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio. 51

Poscia rispuose lui: «Da me non venni: Poi gli rispose: «Non sono venuto qui di mia iniziativa: scese dal
donna scese del ciel, per li cui prieghi Cielo una donna (Beatrice), per le cui preghiere aiutai costui con la
de la mia compagnia costui sovvenni. 54 mia assistenza.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi Ma poiché il tuo desiderio è che ti spieghiamo con maggiori dettagli
di nostra condizion com’ell’è vera, la nostra condizione, non è possibile che il mio desiderio sia difforme
esser non puote il mio che a te si nieghi. 57 dal tuo.

Questi non vide mai l’ultima sera; Questi non è mai morto, ma per il suo peccato fu così vicino ad
ma per la sua follia le fu sì presso, esserlo che non sarebbe passato molto tempo.
che molto poco tempo a volger era. 60

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso Come ti ho detto, fui inviato a soccorrerlo; e non c'era altra strada
per lui campare; e non lì era altra via se non questa per la quale mi sono inoltrato con lui.
che questa per la quale i’ mi son messo. 63

Mostrata ho lui tutta la gente ria; Gli ho mostrato tutti i dannati; ora voglio mostrargli quelle anime (i
e ora intendo mostrar quelli spirti penitenti) che si purificano sotto la tua custodia.
che purgan sé sotto la tua balìa. 66

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti; Sarebbe lungo spiegarti come l'ho condotto fin qui; dal Cielo scende
de l’alto scende virtù che m’aiuta una virtù che mi aiuta a portarlo qui, per vederti e udirti.
conducerlo a vederti e a udirti. 69

Or ti piaccia gradir la sua venuta: Ora ti prego di accogliere la sua venuta: va cercando la libertà, che è
libertà va cercando, ch’è sì cara, molto preziosa come sa chi in suo nome rinuncia alla propria vita.
come sa chi per lei vita rifiuta. 72

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara Tu lo sai bene, poiché per la libertà affrontasti la morte ad Utica,
in Utica la morte, ove lasciasti dove lasciasti il corpo che il Giorno del Giudizio risplenderà.
la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. 75

Non son li editti etterni per noi guasti, Gli editti eterni non sono infranti da noi, in quanto Dante è vivo e
ché questi vive, e Minòs me non lega; Minosse non ha potere su di me: infatti vengo dal Cerchio (Limbo)
ma son del cerchio ove son li occhi casti 78 dove sono gli occhi puri di tua moglie Marzia, che a vederla sembra
pregarti di considerarla ancora tua, o petto santo: in nome del suo
di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega, amore, dunque, piegati a noi.
o santo petto, che per tua la tegni:
per lo suo amore adunque a noi ti piega. 81

Lasciane andar per li tuoi sette regni; Lasciaci andare per le sette Cornici del Purgatorio; io ti ringrazierò di
grazie riporterò di te a lei, fronte a lei, se tu accetti di essere menzionato laggiù».
se d’esser mentovato là giù degni». 84

«Marzia piacque tanto a li occhi miei Egli allora disse: «Fin che fui in vita, Marzia fu così diletta ai miei
mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora, occhi che esaudii ogni suo desiderio.
«che quante grazie volse da me, fei. 87

Or che di là dal mal fiume dimora, Ora che risiede al di là del fiume infernale (Acheronte) non può più
più muover non mi può, per quella legge commuovermi, in forza di quella legge che fu emanata quando io ne
che fatta fu quando me n’usci’ fora. 90 uscii fuori.

Ma se donna del ciel ti muove e regge, Ma se una donna beata, come dici, muove i tuoi passi, non servono
come tu di’, non c’è mestier lusinghe: lusinghe: è sufficiente pregarmi in suo nome.
bastisi ben che per lei mi richegge. 93

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe Va' dunque, e fa' in modo di cingere i fianchi di costui con un giunco
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso, liscio e lavagli il viso, in modo tale da eliminare da esso ogni
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; 96 sudiciume;

ché non si converria, l’occhio sorpriso infatti non sarebbe opportuno presentarsi di fronte al primo
d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo ministro di Paradiso (l'angelo guardiano) con l'occhio velato da una
ministro, ch’è di quei di paradiso. 99 qualche nebbia.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo, Questa isoletta, nelle sue parti più basse, là dove è battuta dalle
là giù colà dove la batte l’onda, onde, è piena di giunchi sul molle fango;
porta di giunchi sovra ‘l molle limo; 102

null’altra pianta che facesse fronda nessun'altra pianta che avesse fronde o un tronco rigido vi può
o indurasse, vi puote aver vita, crescere, poiché non si piegherebbe all'impeto delle onde.
però ch’a le percosse non seconda. 105

Poscia non sia di qua vostra reddita; Poi il vostro ritorno non sia da questa parte; il sole, che ormai sorge,
lo sol vi mosterrà, che surge omai, vi indicherà la direzione dove trovare un facile accesso alla
prendere il monte a più lieve salita». 108 montagna».

Così sparì; e io sù mi levai Così svanì; e io mi alzai senza parlare, e mi trassi verso la mia guida,
sanza parlare, e tutto mi ritrassi rivolgendo a lui il mio sguardo.
al duca mio, e li occhi a lui drizzai. 111

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: Egli iniziò: «Figliolo, segui i miei passi: torniamo indietro, poiché di
volgianci in dietro, ché di qua dichina qua la pianura declina dolcemente verso il punto più basso».
questa pianura a’ suoi termini bassi». 114

L’alba vinceva l’ora mattutina La luce dell'alba vinceva l'ultima ora della notte che fuggiva di
che fuggia innanzi, sì che di lontano fronte a lei, cosicché da lontano vidi il tremolio della superficie del
conobbi il tremolar de la marina. 117 mare.

Noi andavam per lo solingo piano Noi andavamo lungo la pianura solitaria, come qualcuno che ritrova
com’om che torna a la perduta strada, la strada perduta e che, fino ad essa, ha creduto di camminare
che ‘nfino ad essa li pare ire in vano. 120 invano.

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada Quando fummo là dove la rugiada combatte col sole, poiché è in
pugna col sole, per essere in parte punto dove c'è ombra ed evapora poco, il mio maestro pose ambo le
dove, ad orezza, poco si dirada, 123 mani sull'erbetta, a palme aperte:

ambo le mani in su l’erbetta sparte


soavemente ‘l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte, 126 allora io, che avevo capito cosa volesse fare, porsi verso di lui le
guance ancora sporche di pianto: lui mi scoprì il colore del viso che
porsi ver’ lui le guance lagrimose: l'Inferno aveva nascosto.
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose. 129

Venimmo poi in sul lito diserto, Giungemmo poi sul lido deserto, che non vide mai navigare nessuno
che mai non vide navicar sue acque che poi fosse in grado di tornare indietro.
omo, che di tornar sia poscia esperto. 132

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque: Qui Virgilio mi cinse come Catone gli aveva detto: che meraviglia!
oh maraviglia! ché qual elli scelse Infatti, dopo che egli ebbe strappato l'umile pianta che aveva scelto,
l’umile pianta, cotal si rinacque questa rinacque subito tale quale era nello stesso punto.

subitamente là onde l’avelse. 136

Argomento del Canto


Proemio della Cantica; Dante e Virgilio arrivano sulla spiaggia del Purgatorio. Dante vede le quattro stelle. Apparizione di Catone
Uticense. Virgilio prega Catone di ammettere Dante al Purgatorio, poi cinge il discepolo col giunco.
È la mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, all'alba.

Proemio della Cantica (1-12)


La nave dell'ingegno di Dante si appresta a lasciare il mare crudele dell'Inferno e a percorrere acque migliori, poiché il poeta sta per
cantare del secondo regno dell'Oltretomba (il Purgatorio) in cui l'anima umana si purifica e diventa degna di salire al cielo. La poesia
morta deve quindi risorgere e Dante invoca le Muse, in particolare Calliope, perché lo assistano con lo stesso canto con cui vinsero
sulle figlie di Pierio trasformandole in gazze.
Dante osserva le quattro stelle. Catone (13-39)
L'aria, pura fino all'orizzonte, ha un bel colore di zaffiro orientale e restituisce a Dante la gioia di osservarlo, non appena lui e Virgilio
sono usciti fuori dall'Inferno che ha rattristato lo sguardo e il cuore del poeta. La stella Venere illumina tutto l'oriente, offuscando
con la sua luce la costellazione dei Pesci che la segue. Dante si volta alla sua destra osservando il cielo australe, e vede quattro stelle
che nessuno ha mai visto eccetto i primi progenitori. Il cielo sembra gioire della loro luce e l'emisfero settentrionale dovrebbe dolersi
dell'esserne privato.
Non appena Dante distoglie lo sguardo dalle stelle, rivolgendosi al cielo boreale da cui è ormai tramontato il Carro dell'Orsa
Maggiore, vede accanto a sé un vecchio (Catone) dall'aspetto molto autorevole. Ha la barba lunga e brizzolata, come i suoi capelli
dei quali due lunghe trecce ricadono sul petto. La luce delle quattro stelle illumina il suo volto, tanto che Dante lo vede come se
fosse di fronte al sole.
Rimprovero di Catone e risposta di Virgilio (40-84)
Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano, scambiandoli per due dannati che risalendo il corso del fiume
sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno. Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra, domandandosi se
le leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso che i dannati possono accedere al Purgatorio. A questo punto
Virgilio afferra Dante e lo induce a inchinarsi di fronte a Catone, abbassando lo sguardo in segno di deferenza. Quindi il poeta latino
risponde di non essere venuto lì di sua iniziativa, ma di esserne stato incaricato da una beata (Beatrice) che gli aveva chiesto di
soccorrere Dante e fargli da guida. In ogni caso, poiché Catone vuole maggiori spiegazioni, Virgilio sarà ben lieto di dargliele: dichiara
che Dante non è ancora morto, anche se per i suoi peccati ha rischiato seriamente la dannazione; Virgilio fu inviato a lui per salvarlo
e non c'era altro modo se non percorrere questa strada. Gli ha mostrato tutti i dannati e adesso intende mostrargli le anime dei
penitenti che si purificano sotto il controllo di Catone. Sarebbe lungo spiegare tutte le vicissitudini passate all'Inferno: il viaggio
dantesco è voluto da Dio e Catone dovrebbe gradire la sua venuta, dal momento che Dante cerca la libertà che è preziosa, come sa
chi per essa rinuncia alla vita. Catone, che in nome di essa si suicidò a Utica pur essendo destinato al Paradiso, dovrebbe saperlo
bene. Virgilio ribadisce che le leggi di Dio non sono state infrante, poiché Dante non è morto e lui proviene dal Limbo dove si trova la
moglie di Catone, Marzia, che è ancora innamorata di lui. Virgilio prega Catone di lasciarli andare in nome dell'amore per la moglie,
promettendo di parlare di lui alla donna una volta che sarà tornato nel Limbo.
Replica di Catone a Virgilio (85-111)
Catone risponde di aver molto amato Marzia in vita, tanto che la donna ottenne sempre da lui ciò che voleva, ma adesso che è
confinata al di là dell'Acheronte non può più commuoverlo, in forza di una legge che fu stabilita quando lui fu tratto fuori dal Limbo.
Tuttavia, poiché Virgilio afferma di essere guidato da una donna del Paradiso, è sufficiente invocare quest'ultima e non c'è bisogno di
ricorrere a lusinghe. Catone invita dunque i due poeti a proseguire, ma raccomanda Virgilio di cingere i fianchi di Dante con un
giunco liscio e di lavargli il viso, togliendo da esso ogni segno dell'Inferno, poiché non sarebbe opportuno presentarsi in quello stato
davanti all'angelo guardiano alla porta del Purgatorio. L'isola su cui sorge la montagna, nelle sue parti più basse dov'è battuta dalle
onde, è piena di giunchi che crescono nel fango, in quanto tale pianta è l'unica che può crescere lì col suo fusto flessibile. Dopo che i
due avranno compiuto tale rito non dovranno tornare in questa direzione, ma seguire il corso del sole che sta sorgendo e trovare
così un facile accesso al monte. Alla fine delle sue parole Catone svanisce e Dante si alza senza parlare, accostandosi a Virgilio.
Virgilio lava il viso di Dante e lo cinge con un giunco (112-136)
Virgilio dice a Dante di seguire i suoi passi e lo invita a tornare indietro, lungo il pendio che da lì conduce alla parte bassa della
spiaggia. È ormai quasi l'alba e sta facendo giorno, così che Dante può guardare in lontananza il tremolio della superficie del mare.
Lui e Virgilio proseguono sulla spiaggia deserta, come qualcuno che finalmente torna alla strada che aveva perso: giungono in un
punto in cui la rugiada è all'ombra e ancora non evapora. Virgilio pone entrambe le mani sull'erba bagnata e Dante, che ha capito
cosa vuol fare il maestro, gli porge le guance bagnate ancora di lacrime. Virgilio gli lava il viso e lo fa tornare del colore che l'Inferno
aveva coperto, quindi i due raggiungono il bagnasciuga e il maestro estrae dal suolo un giunco, col quale cinge i fianchi di Dante
proprio come Catone gli aveva chiesto di fare. Con grande meraviglia di Dante, là dove Virgilio ha strappato il giunco ne rinasce
subito un altro.
Interpretazione complessiva
Il Canto si apre col proemio della II Cantica, in modo analogo al Canto II dell'Inferno in cui Dante aveva invocato genericamente le
Muse: qui il poeta chiede l'assistenza di Calliope, la Musa della poesia epica che dovrà guidare la navicella del suo ingegno in un
mare meno «crudele» di quello dell'Inferno che si è lasciato alle spalle (la metafora della poesia come di una nave che solca il mare
era un tòpos già della letteratura classica e tornerà nell'esordio del Canto II del Paradiso). Rispetto al proemio dell'Inferno, quello del
Purgatorio è più ampio e si arricchisce del mito delle figlie del re della Tessaglia Pierio, che osarono sfidare le Muse nel canto e
furono vinte proprio da Calliope, venendo poi trasformate in uccelli dal verso sgraziato (le piche, cioè le gazze); Dante avvisa il
lettore dell'innalzamento della materia rispetto alla I Cantica, ma ribadisce ulteriormente che il suo canto dovrà essere assistito
dall'ispirazione divina, di cui le Muse sono personificazione, e che la sua poesia non avrà certo l'ardire di gareggiare follemente con
Dio nel descrivere la dimensione dell'Oltretomba, troppo elevata per essere pianemente compresa dall'intelletto umano (è la
concezione dell'arte del Medioevo che tornerà a più riprese nel corso della Cantica, nonché un preannuncio della poetica
dell'inesprimibile che sarà al centro del Paradiso).
Il primo dato che si offre al poeta è visivo, in quanto lui e Virgilio sono tornati all'aperto dopo la terribile discesa all'Inferno e Dante
può respirare di nuovo aria pura, ammirando il cielo prima dell'alba che è di un bell'azzurro intenso; è la mattina di Pasqua, il giorno
della liturgia che segna la Resurrezione di Cristo e la vittoria sul peccato, mentre Dante sta per intraprendere l'ascesa del Purgatorio
che avrà per lui lo stesso effetto. Nel cielo non ancora illuminato dal sole brillano quattro stelle, la cui luce intensa colpisce Dante e
gli fa compiangere l'emisfero settentrionale che non ha mai visto quella costellazione: nonostante vari tentativi di identificarla
(alcuni hanno pensato alla Croce del Sud, forse nota a Dante attraverso cronache di viaggio), è probabile che le stelle simboleggino le
quattro virtù cadinali, ovvero fortezza, prudenza, temperanza e giustizia, il cui pieno possesso è condizione indispensabile per il
conseguimento della grazia e, quindi, della salvezza eterna. Possedere le virtù cardinali permette di raggiungere la felicità terrena, a
sua volta rappresentata dal colle che Dante aveva invano tentato di scalare nel Canto I dell'Inferno, mentre ora c'è un altro monte
che dovrà ascendere con la guida di Virgilio, allegoria della ragione che alla felicità terrena deve condurre; il paesaggio di questo
episodio ricorda volutamente quello del Canto iniziale dell'Inferno, fatto che lo stesso Dante ribadisce nei versi finali dicendo che gli
sembra di tornare a la perduta strada, che altro non è se non la diritta via che aveva smarrito e che lo aveva fatto perdere nella selva
oscura.
La luce delle stelle illumina del resto anche il volto di Catone l'Uticense, il custode del Purgatorio che accoglie i due poeti accusandoli
di essere dannati appena fuggiti dall'Inferno: la sua presenza in questo luogo e con il ruolo di custode del secondo regno ha creato
molti dubbi fra i commentatori, in quanto sembra assai strano che un pagano, per giunta nemico di Cesare e morto suicida, possa
trovarsi tra le anime salve (è Virgilio a dichiarare che la vesta, il corpo lasciato da Catone ad Utica risplenderà il Giorno del Giudizio,
quando sarà ammesso in Paradiso). In realtà Dante riserva a lui questo ruolo sulla scorta di una lunga tradizione antica, che
riconosceva in Catone un altissimo esempio di vita morale e dignitosa, anche fra gli scrittori cristiani che addirittura interpretavano
allegoricamente la vicenda personale sua e della moglie Marzia. Dante, più semplicemente, vede in lui il simbolo di chi lotta
tenacemente per la libertà politica e ne fa il simbolo della lotta per la libertà dal peccato, che è il motivo essenziale nella
rappresentazione del Purgatorio; Catone è anche un esempio di salvezza clamorosa e inattesa dovuta al giudizio divino
imperscrutabile, come si è visto in alcuni casi nell'Inferno (Brunetto Latini, Guido da Montefeltro) e come si vedrà nel caso ancor più
«scandaloso» rappresentato da Manfredi, protagonista del Canto III. Del resto Dante afferma chiamaramente che Catone è stato nel
Limbo fino a quando Cristo trionfante non lo ha tratto fuori insieme ai patriarchi biblici, quindi nonostante la sua condotta
peccaminosa era già collocato fra gli antichi spiriti che si erano distinti per il possesso delle virtù terrene, come Virgilio; e la sua
descrizione lo accosta proprio a un patriarca, con i suoi lunghi capelli e la barba che Dante trovava peraltro nella rappresentazione
che di lui offre Lucano nel Bellum Civile (II, 373-374).
I rimproveri di Catone ai due poeti danno modo a Virgilio di riepilogare le vicende della I Cantica in una sorta di breve flashback,
forse a beneficio dei lettori che non avevano letto tutto l'Inferno, e il suo discorso è un'abile suasoria con tanto di captatio
benevolentiae in cui il poeta latino ricorda a Catone il suo sucidio come atto di suprema protesta per la libertà politica, gli rammenta
che lui è comunque salvo e cita la moglie Marzia che lui ha conosciuto nel Limbo, promettendo di parlarle di lui se Catone li
ammetterà nel Purgatorio. Il discorso di Virgilio è sostanzialmente inutile, dal momento che il viaggio di Dante è voluto da Dio e non
può certo essere ostacolato da Catone, il quale infatti si affretta a dire che Marzia non ha più alcun potere su di lui e che la sola
donna a legittimare il viaggio di Dante è Beatrice, che dal cielo guida i suoi passi verso la grazia. Dante può quindi procedere, ma non
prima di aver compiuto un duplice atto rituale: prima di presentarsi all'angelo guardiano dovrà lavare il viso, sporco del fumo
dell'Inferno e delle lacrime che l'hanno segnato in più di un'occasione, e dovrà anche cingere i fianchi di un giunco liscio, in segno di
umiltà e sottomissione alla volontà divina. Il giunco è la sola pianta a crescere sul bagnasciuga della spiaggia del Purgatorio, in
quanto col suo fusto flessibile asseconda il battere delle onde (segno anch'esso di sottomissione, come dimostra il fatto che il giunco
è poi definito umile pianta); Dante se ne deve cingere i fianchi dopo essersi già liberato da un'altra corda, che era servita a Virgilio
per richiamare Gerione alla cine del Canto XVI dell'Inferno. Non sappiamo se la cosa sia casuale o abbia un preciso significato
allegorico, ma il rito conclude il Canto preannunciando ciò che avverrà negli episodi successivi e segnando il passaggio ad un luogo
retto da leggi del tutto diverse rispetto a quelle del doloroso regno: la pianta strappata da Virgilio rinasce immediatamente tale qual
era, il che riempie Dante di meraviglia e ci fa capire che gli orrori dell'Inferno sono definitivamente alle spalle (giova ricordare in
quale ben diversa atmosfera Dante aveva strappato un altro ramoscello, quello di un albero della selva dei suicidi nel Canto XIII
dell'Inferno, episodio dal quale siamo evidentemente lontanissimi).

Note e passi controversi


Calliope (v. 9) è la Musa della poesia epica, qui invocata da Dante probabilmente sull'esempio di Virgilio in Aen., IX, 525: Vos, o
Calliope, precor, aspirate canenti... («Voi Muse, e tu, Calliope, vi prego, ispirate colui che canta»).
Le Piche (v. 11) sono le Pieridi, le mitiche figlie di Pierio re di Tessaglia che osarono sfidare le Muse nel canto e furono vinte da
Calliope, che poi le trasformò in gazze dal gracchiare stridulo (Dante segue Ovidio, Met., V, 302 ss.).
Il mezzo citato al v. 15 è l'aria, mentre il primo giro è certamente la linea dell'orizzonte e non il Cielo della Luna, fino al quale non
arriva l'atmosfera secondo le teorie del tempo di Dante.
Al v. 16 ricominciò diletto vuol dire «restituì gioia» (diletto è sostantivo).
Lo bel pianeto (v. 19) è Venere mattutina, che con la sua luce offusca la costellazione dei Pesci che in quel momento è sull'orizzonte.
Secondo calcoli astronomici moderni sembra che nella primavera del 1300 Venere fosse in realtà vespertina, il che ha indotto alcuni
studiosi a sostenere che il viaggio è immaginato nel 1301.
La prima gente (v. 24) sono Adamo ed Eva, gli unici a vedere dall'Eden le quattro stelle.
La descrizione di Catone (vv. 34-36) si rifà a Lucano, che nel Bellum Civile (II, 373 ss.) dice che l'uomo non si sarebbe più tagliato la
barba né i capelli prima della sconfitta di Cesare.
Il cieco fiume (v. 40) è il ruscelletto che dal Purgatorio scorre nella natural burella fino all'Inferno, il cui corso i due poeti hanno
risalito.
I vv. 71-72 sono rimasti famosi e più volte citati da scrittori successivi, come Ugo Foscolo nel descrivere il suicidio di Jacopo Ortis.
La vesta (v. 75) è il corpo mortale di Catone, che risplenderà il Giorno del Giudizio (ciò ne preannuncia la salvezza eterna).
I vv. 85-87 con cui Catone risponde a Virgilio su Marzia, forse, si riferiscono al fatto che Catone storicamente ripudiò la moglie per
poi riprenderla con sé cedendo alle sue preghiere; al fatto allude anche Dante nel Conv., IV, 28, dove la cosa è interpretata
allegoricamente (il ritorno di Marzia a Catone sarebbe quello dell'anima a Dio dopo la fine della vita).
Il primo / ministro citato ai vv. 98-99 è molto probabilmente l'angelo guardiano sulla porta del Purgatorio, e non quello nocchiero
che Dante incontrerà in modo casuale nel Canto seguente (ma la questione è aperta).
Il v. 115 (L'alba vinceva l'ora mattutina) significa che l'alba prevaleva sull'ultima ora della notte, il «mattutino» appunto, quindi ora
non vuol dire «aura» o «ombra».
I vv. 131-132 sembrano un'allusione scoperta all'episodio di Ulisse (Inf., XXVI, 85 ss.), il quale navigò sino a intravedere la montagna
del Purgatorio per morire nel naufragio provocato dalla volontà divina.
Il giunco che rinasce dove è stato strappato (vv. 134-136) ricorda il passo virgiliano di Aen., VI, 143-144, in cui si dice che Enea
strappa il ramoscello d'oro come offerta a Proserpina e che questo subito rinasce.
CANTO III
Testo Parafrasi
Avvegna che la subitana fuga Benché la fuga improvvisa avesse disperso le anime lungo la
dispergesse color per la campagna, spiaggia, verso il monte dove la giustizia divina ci tormenta, io mi
rivolti al monte ove ragion ne fruga, 3 strinsi alla mia guida fidata: e come sarei andato senza di lui? chi mi
avrebbe fatto salire su per la montagna?
i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna? 6

El mi parea da sé stesso rimorso: Egli mi sembrava punto dal rimorso: o coscienza dignitosa e pura,
o dignitosa coscienza e netta, quale amaro tormento provoca in te il minimo errore!
come t’è picciol fallo amaro morso! 9

Quando li piedi suoi lasciar la fretta, Quando i suoi piedi lasciarono la fretta che sminuisce a ogni atto il
che l’onestade ad ogn’atto dismaga, decoro, la mia mente, che prima era fissa su un solo pensiero, si
la mente mia, che prima era ristretta, 12 allargò come desiderosa di vedere altro, e così io rivolsi lo sguardo al
monte che si erge al cielo più alto di qualunque altro.
lo ‘ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ‘l viso mio incontr’al poggio
che ‘nverso ‘l ciel più alto si dislaga. 15

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, Il sole, che splendeva rosso alle mie spalle, era interrotto davanti a
rotto m’era dinanzi a la figura, me dal mio corpo che faceva ostacolo ai suoi raggi (proiettavo sul
ch’avea in me de’ suoi raggi l’appoggio. 18 suolo la mia ombra).

Io mi volsi dallato con paura Io mi voltai a lato con paura di essere abbandonato, quando vidi che
d’essere abbandonato, quand’io vidi c'era l'ombra solo davanti a me;
solo dinanzi a me la terra oscura; 21

e ‘l mio conforto: «Perché pur diffidi?», e Virgilio cominciò a dirmi con grande attenzione: «Perché continui a
a dir mi cominciò tutto rivolto; diffidare? non credi che io sia qui con te a guidarti?
«non credi tu me teco e ch’io ti guidi? 24

Vespero è già colà dov’è sepolto È già sera là dove è sepolto il corpo nel quale io facevo ombra: è a
lo corpo dentro al quale io facea ombra: Napoli ed è stato traslato lì da Brindisi.
Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. 27

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, Ora, se di fronte a me non proietto un'ombra, non stupirti più del
non ti maravigliar più che d’i cieli fatto che i cieli non impediscono dall'uno all'altro il passaggio della
che l’uno a l’altro raggio non ingombra. 30 luce.

A sofferir tormenti, caldi e geli La volontà divina fa sì che corpi simili (inconsistenti) soffrano
simili corpi la Virtù dispone tormenti fisici, il caldo e il gelo, e non vuole che noi sappiamo come
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. 33 ciò sia possibile.

Matto è chi spera che nostra ragione È folle chi spera che la nostra ragione possa percorrere la via infinita
possa trascorrer la infinita via che tiene una sola sostanza in tre persone (possa comprendere il
che tiene una sustanza in tre persone. 36 dogma della Trinità).

State contenti, umana gente, al quia; Accontentatevi, uomini, di ciò che vi è stato rivelato; infatti, se
ché se potuto aveste veder tutto, aveste potuto vedere tutto, non sarebbe stato necessario che Maria
mestier non era parturir Maria; 39 partorisse Gesù;

e disiar vedeste sanza frutto e avete visto desiderare invano (di sapere tutto) filosofi tanto
tai che sarebbe lor disio quetato, profondi che, se ciò fosse possibile, avrebbero appagato il loro
ch’etternalmente è dato lor per lutto: 42 desiderio, il quale invece è la loro pena eterna:
io dico d’Aristotile e di Plato io parlo di Aristotele, di Platone e di molti altri»; e a quel punto chinò
e di molt’altri»; e qui chinò la fronte, la fronte, senza aggiungere altro e restando turbato.
e più non disse, e rimase turbato. 45

Noi divenimmo intanto a piè del monte; Noi intanto eravamo giunti ai piedi del monte; qui trovammo la
quivi trovammo la roccia sì erta, parete rocciosa così ripida che invano avremmo cercato di scalarla
che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte. 48 con le nostre gambe.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta, La roccia più scoscesa e impervia in Liguria (tra Lerici e La Turbie) al
la più rotta ruina è una scala, confronto di quella è una scala di facile accesso.
verso di quella, agevole e aperta. 51

«Or chi sa da qual man la costa cala», Il mio maestro, fermando il passo, disse: «Ora chissà da quale parte
disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo, la parete è meno ripida, così che possa salire chi non è dotato di
«sì che possa salir chi va sanz’ala?». 54 ali?»

E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso E mentre lui, tenendo lo sguardo a terra, rifletteva sul cammino da
essaminava del cammin la mente, intraprendere, e io guardavo in alto intorno alla roccia, vidi da
e io mirava suso intorno al sasso, 57 sinistra arrivare un gruppo di anime che camminavano verso di noi, e
non sembrava neppure tanto procedevano lentamente.
da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venian lente. 60

«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi: Io dissi: «Maestro, alza lo sguardo: ecco chi ci fornirà indicazioni, se
ecco di qua chi ne darà consiglio, tu non le puoi trovare da te stesso».
se tu da te medesmo aver nol puoi». 63

Guardò allora, e con libero piglio Lui allora guardò e con aspetto sereno rispose: «Andiamo in là,
rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; poiché essi vengono piano verso di noi; e tu rafforza la tua speranza,
e tu ferma la spene, dolce figlio». 66 dolce figlio».

Ancora era quel popol di lontano, Dopo che avevamo percorso mille passi, quella schiera distava
i’ dico dopo i nostri mille passi, ancora da noi lo spazio che un buon lanciatore coprirebbe
quanto un buon gittator trarria con mano, 69 scagliando un sasso con la mano, quando essi si strinsero tutti alla
parete rocciosa del monte e rimasero fermi lì, proprio come si ferma
quando si strinser tutti ai duri massi a guardare chi va ed è in dubbio.
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi. 72

«O ben finiti, o già spiriti eletti», Virgilio iniziò: «O spiriti morti in grazia di Dio e scelti per la salvezza,
Virgilio incominciò, «per quella pace in nome di quella pace che credo tutti voi attendiate, diteci dove la
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, 75 montagna è meno ripida, così che sia possibile salire; infatti, quanto
più uno sa tanto più gli spiace attardarsi».
ditene dove la montagna giace
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace». 78

Come le pecorelle escon del chiuso Come le pecorelle escono dall'ovile, a una, a due, a tre, e le altre
a una, a due, a tre, e l’altre stanno stanno indietro timorose e tengono il muso e l'occhio in basso;
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; 81

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, e ciò che fa la prima fanno anche le altre, addossandosi a lei se essa
addossandosi a lei, s’ella s’arresta, si ferma, semplici e mansuete, e non sanno il motivo;
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno; 84

sì vid’io muovere a venir la testa così io vidi muoversi verso di noi la testa di quella schiera di anime
di quella mandra fortunata allotta, fortunate, pudiche nell'aspetto e dignitose nei movimenti.
pudica in faccia e ne l’andare onesta. 87

Come color dinanzi vider rotta Appena quelli videro che io proiettavo un'ombra alla mia destra, da
la luce in terra dal mio destro canto, me alla parete rocciosa, si fermarono e si tirarono un po' indietro, e
sì che l’ombra era da me a la grotta, 90 tutti gli altri spiriti che venivano dietro, pur senza sapere il motivo,
fecero lo stesso.
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto. 93

«Sanza vostra domanda io vi confesso «Senza che voi lo domandiate, io vi dico subito che questo corpo che
che questo è corpo uman che voi vedete; vedete è di carne e ossa; per questo la luce del sole è da lui
per che ‘l lume del sole in terra è fesso. 96 interrotta, a terra.

Non vi maravigliate, ma credete Non vi stupite, ma credete che Dante non cerca di scalare questa
che non sanza virtù che da ciel vegna parete senza l'aiuto di una virtù che viene dal Cielo».
cerchi di soverchiar questa parete». 99

Così ‘l maestro; e quella gente degna Così disse il maestro; e quelle anime degne dissero: «Tornate sui
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», vostri passi», facendo segno col dorso delle mani.
coi dossi de le man faccendo insegna. 102

E un di loro incominciò: «Chiunque E uno di loro iniziò: «Chiunque tu sia, mentre continui a camminare,
tu se’, così andando, volgi ‘l viso: voltati verso di me e dimmi se mi hai mai visto sulla Terra».
pon mente se di là mi vedesti unque». 105

Io mi volsi ver lui e guardail fiso: Io mi voltai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello
biondo era e bello e di gentile aspetto, e di nobile aspetto, ma uno dei sopraccigli era diviso da un colpo.
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. 108

Quand’io mi fui umilmente disdetto Quando gli ebbi detto umilmente di non averlo mai visto, lui ribatté:
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; «Ora guarda»; e mi mostrò una piaga in alto sul petto.
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto. 111

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, nipote dell'imperatrice
nepote di Costanza imperadrice; Costanza; allora io ti prego, quando tornerai sulla Terra, di andare
ond’io ti priego che, quando tu riedi, 114 dalla mia bella figlia (Costanza), madre dei due eredi della corona di
Sicilia e Aragona, e di dirle la verità su di me, se si racconta altro
vadi a mia bella figlia, genitrice sulla mia sorte ultraterrena.
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice. 117

Poscia ch’io ebbi rotta la persona Dopo che io ricevetti (a Benevento) due ferite mortali, io mi rivolsi
di due punte mortali, io mi rendei, pentito e in lacrime a Colui che perdona volentieri.
piangendo, a quei che volontier perdona. 120

Orribil furon li peccati miei; I miei peccati furono orrendi, ma la bontà divina ha delle braccia così
ma la bontà infinita ha sì gran braccia, ampie che accoglie tutti coloro che si rivolgono a lei.
che prende ciò che si rivolge a lei. 123

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia Se il vescovo di Cosenza, che allora fu incitato contro di me da papa
di me fu messo per Clemente allora, Clemente IV, avesse letto questo volto del perdono di Dio, le ossa del
avesse in Dio ben letta questa faccia, 126 mio corpo sarebbero ancora sepolte sotto il mucchio di sassi presso
la testa del ponte, a Benevento.
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora. 129
Or le bagna la pioggia e move il vento Ora invece le bagna la pioggia e le disperde il vento fuori dal regno
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde, di Napoli, quasi lungo il fiume Liri, dove egli le fece traslare a lume
dov’e’ le trasmutò a lume spento. 132 spento.

Per lor maladizion sì non si perde, Per la maledizione della Chiesa l'eterno amore divino non si perde al
che non possa tornar, l’etterno amore, punto che non possa tornare, finché c'è un po' di speranza.
mentre che la speranza ha fior del verde. 135

Vero è che quale in contumacia more È pur vero che chi muore in contumacia della Santa Chiesa, anche se
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, si pente in punto di morte, deve stare nell'Antipurgatorio trenta
star li convien da questa ripa in fore, 138 volte il tempo che ha trascorso nella sua ribellione, se questo decreto
non viene abbreviato grazie a delle buone preghiere.
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa. 141

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, Vedi ormai se puoi farmi felice, rivelando alla mia buona Costanza
revelando a la mia buona Costanza come mi hai visto (tra le anime salve) e anche questo divieto; qui,
come m’hai visto, e anco esto divieto; infatti, si traggono grandi benefici grazie alle preghiere dei vivi».

ché qui per quei di là molto s’avanza». 145

Argomento del Canto


Ancora sulla spiaggia del Purgatorio. Discorso di Virgilio sulla giustizia divina. Incontro con le anime dei contumaci. Colloquio con
Manfredi di Svevia.
È la mattina di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle sette.

Ripresa del cammino (1-18)


Dopo i rimproveri di Catone e la fuga precipitosa delle anime verso la montagna, Dante si stringe a Virgilio, senza la cui guida fidata
non potrebbe certo proseguire il viaggio. Il maestro sembra essere punto dalla propria coscienza, così monda e dignitosa che anche il
più piccolo errore le provoca un forte rimorso. Quando Virgilio prende a camminare senza la fretta che toglie decoro a ogni gesto,
Dante inizia a guardarsi attorno e osserva la montagna, che si erge verso il cielo più alta di qualunque altra. Il sole brilla rossastro
dietro di lui e proietta l'ombra davanti, dal momento che Dante ne scherma i raggi col proprio corpo.
Paura di Dante e rimprovero di Virgilio (19-45)
Dante vede all'improvviso che c'è solo la sua ombra sul terreno e non quella di Virgilio, quindi si volta a lato col terrore di essere
abbandonato: il maestro ovviamente è lì e lo rimprovera perché continua a diffidare e non crede che sia accanto a lui per guidarlo.
Virgilio spiega che il corpo mortale nel quale lui faceva ombra riposa a Napoli, dove fu traslato da Brindisi e dove adesso è già sera,
quindi Dante non deve stupirsi che la sua anima non proietti un'ombra proprio come i cieli non fanno schermo al passaggio della
luce. La giustizia divina fa in modo che i corpi inconsistenti delle anime soffrano tormenti fisici, in un modo che non vuole che si sveli
agli uomini, per cui è folle chi spera con la sola ragione umana di poter capire i misteri della fede. La gente deve accontentarsi di ciò
che è stato rivelato, perché se avesse potuto veder tutto non sarebbe stato necessario che Gesù nascesse. Grandi filosofi hanno
desiderato vanamente di conoscere questi misteri, e il loro ingegno glielo avrebbe permesso se ciò fosse stato possibile, mentre ora
tale desiderio è la loro pena. Virgilio parla di Aristotele, di Platone e molti altri; poi resta in silenzio, china la fronte e rimane turbato.
Incontro coi contumaci (46-102)
I due poeti intanto sono giunti ai piedi del monte: la parete è così ripida che è impossibile scalarla, tanto che la roccia più impervia
della Liguria sarebbe un'agevole scala al confronto. Virgilio si ferma e si chiede da quale parte ci sia un accesso più facile al monte; e
mentre lui riflette guardando a terra, e Dante osserva in alto la montagna, da sinistra appare un gruppo di anime che si muovono
lentissime verso di loro. Virgilio esorta il discepolo ad andare verso di esse poiché si muovono piano, e lo invita a rafforzare la
speranza poiché saranno loro a fornire indicazioni. Dopo mille passi le anime sono ancora molto lontane, quando esse si accorgono
dei due poeti e si stringono alla roccia. Virgilio chiede loro dove sia l'accesso al monte, dal momento che essi non vogliono perdere
tempo. Le anime iniziano ad avanzare, simili alle pecorelle che escono dal recinto una dietro l'altra senza sapere dove vanno e
perché, poi le prime vedono che Dante proietta l'ombra e si arrestano, tirandosi indietro e inducendo le altre a fare lo stesso. Virgilio
le rassicura dicendo che Dante è effettivamente vivo, ma non è certo contro il volere divino che egli cerca di scalare il monte. I
penitenti fanno cenno con le mani di tornare indietro e procedere nella loro stessa direzione.
Incontro con Manfredi (103-145)
Picture
Battaglia di Benevento, min. del XIV sec.
Una delle anime si rivolge a Dante e lo invita a guardarlo, per capire se lo ha mai visto sulla Terra. Il poeta lo osserva e lo guarda con
attenzione, vedendo che è biondo, bello e di nobile aspetto, e ha uno dei sopraccigli diviso da un colpo. Dopo che il poeta gli ha
risposto di non averlo mai visto, il penitente gli mostra una piaga che gli attraversa la parte alta del petto, quindi di presenta come
Manfredi di Svevia, nipote dell'imperatrice Costanza d'Altavilla. Egli prega Dante, quando sarà tornato nel mondo, di dire a sua figlia
Costanza la verità sul suo stato ultraterreno. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a morte nella battaglia di Benevento,
piangendo si pentì dei suoi peccati e nonostante le sue colpe fossero gravissime fu perdonato dalla grazia divina. Male fece il
vescovo di Cosenza, istigato da papa Clemente IV, a far disseppellire il suo corpo che giaceva sotto un mucchio di pietre vicino a un
ponte e a farlo trasportare a lume spento fuori dai confini del regno di Napoli, lungo il fiume Liri. La scomunica della Chiesa infatti
non impedisce di salvarsi finché c'è un po' di speranza, anche se chi muore in contumacia deve poi attendere nell'Antipurgatorio un
tempo superiore trenta volte al periodo trascorso come scomunicato, a meno che qualcuno con le sue preghiere non accorci questo
periodo. Manfredi prega dunque Dante di rivelare tutto questo alla figlia Costanza, perché lei con le sue preghiere abbrevi la sua
permanenza nell'Antipurgatorio.
Interpretazione complessiva
Il Canto si divide strutturalmente in tre parti, che corrispondono al rimprovero di Virgilio a Dante (1-45), all'incontro con le anime dei
contumaci (46-102) e al colloquio col protagonista dell'episodio, Manfredi di Svevia (103-145). I tre momenti sono strettamente
legati dal punto di vista tematico, perché ruotano intorno al complesso e delicato problema della grazia e della giustizia divina
imperscrutabile: la paura di Dante che crede di essere abbandonato poiché non vede l'ombra di Virgilio accanto alla sua (una
situazione che non poteva presentarsi all'Inferno, nel buio delle viscere della Terra) provoca il rimprovero di Virgilio che spiega il
carattere inconsistente e umbratile delle anime, sottolineando però il fatto che la volontà divina fa in modo che questi corpi aerei
possano subire pene e tormenti fisici. Come ciò possa avvenire è inspiegabile con la sola ragione umana, il che dà modo al maestro
di pronunciare un duro rimprovero a tutti coloro che hanno la folle pretesa di svelare i misteri della fede con l'ausilio del solo
intelletto. È un tema centrale nel poema, già affrontato nell'episodio di Ulisse (il cui folle volo oltre le colonne d'Ercole costituiva il
superamento dei limiti della ragione umana, peccaminoso e punito con la morte) e alla base probabilmente del «traviamento» che
ha condotto Dante nella selva: la ragione può condurci alla sola felicità terrena, al possesso delle virtù cardinali che non assicurano la
salvezza eterna per la quale è indispensabile la grazia divina. Nello sfogo di Virgilio c'è anche il suo dramma personale, di un uomo
saggio che è vissuto in modo retto ma non ha conosciuto Dio ed è quindi relegato per sempre nel Limbo senza alcuna possibilità di
redenzione; gli uomini non possono conoscere tutto e per le questioni di fede devono accontentarsi del quia, di ciò che è stato
rivelato, senza la pretesa di spiegare con l'intelletto ciò che non è razionalmente spiegabile (come cercarono di fare i filosofi pagani,
tra i quali Virgilio include forse anche se stesso, esclusi per sempre dalla redenzione in base al giudizio divino che è appunto
imperscrutabile, inesplicabile col solo ausilio della ragione).
La giustizia divina ha invece salvato il gruppo di anime che i due poeti incontrano successivamente, dopo essersi fermati di fronte
alla parete scoscesa e inaccessibile del monte che sembra invalicabile a chi va sanz'ala: sono le anime dei contumaci, di coloro che
sono morti dopo essere stati scomunicati dalla Chiesa e devono trascorrere un tempo lunghissimo nell'Antipurgatorio prima di poter
accedere alle Cornici (fra loro Dante incontrerà Manfredi). L'episodio è come un intermezzo narrativo posto tra la parte iniziale,
molto sostenuta stilisticamente, e il successivo colloquio col re di Sicilia, caratterizzato dall'estrema lentezza con cui si muovono le
anime e dalla similitudine delle pecorelle che escono dal recinto una dietro l'altra, senza sapere dove vanno e perché. È stato
osservato che questo paragone non è casuale, sia perché la pecora è animale simbolo di mansuetudine ed è spesso citato nei Vangeli
come immagine del buon fedele cristiano, sia soprattutto perché l'attitudine di queste anime (il fatto di muoversi senza opporre
resistenza, senza sapere dove vanno) è la traduzione visiva del discorso fatto prima da Virgilio, del dovere del cristiano di
accontentarsi del quia lasciandosi guidare dai ministri della Chiesa verso la salvezza, senza avere la pretesa intellettuale di veder
tutto (al contrario della capra, animale anch'esso citato spesso nei Vangeli come l'esempio opposto e caratterizzato da riottosità e
selvatichezza, immagine del cattivo fedele che si ribella all'autorità della Chiesa: cfr. XXVII, 76 ss., dove le capre sono definite rapide
e proterve / sovra le cime). Il paragone acquista ancor più significato se si pensa che queste sono appunto le anime degli
scomunicati, che per motivi giusti o sbagliati si sono ribellati all'autorità della Chiesa e non hanno certo dimostrato mansuetudine
quand'erano in vita.
Tra loro c'è anche Manfredi e il suo personaggio consente a Dante di fare un importante discorso intorno alla salvezza e alla giustizia
divina, che opera una sintesi tra la prima e la seconda parte del Canto. Da un lato, infatti, il re svevo è il cattivo cristiano che si è
mostrato riottoso all'autorità ecclesiastica e che per motivi politici si è attirato la punizione della Chiesa (questo indipendentemente
dal giudizio che Dante può dare sulla sua vicenda), ma al tempo stesso è salvo in Purgatorio e rappresenta dunque un esempio
clamoroso e inatteso di come la grazia divina possa beneficare anche un personaggio che con la sua fama è stato posto fuori dalla
comunità del fedeli. Manfredi rappresenta un vero e proprio «scandalo», ben più di Catone in quanto il sovrano era un protagonista
della storia recente dell'Italia di Dante: morto violentemente a Benevento, scomunicato dalla Chiesa come ribelle all'autorità papale,
colpito dalla durissima pubblicistica guelfa che lo dipingeva come una specie di Anticristo (essendo anche figlio illegittimo di Federico
II), tutto lasciava presupporre che fosse dannato all'Inferno, mentre il suo sincero pentimento in punto di morte gli ha guadagnato la
salvezza e lo colloca tra le anime del Purgatorio. Dante vuole affermare che la giustizia divina si muove secondo criteri che non sono
sempre evidenti al mondo e che il destino ultraterreno degli uomini dipende non solo dalle loro azioni terrene (i peccati di Manfredi
erano stati, per sua stessa ammissione, orrendi), ma soprattutto dalla sincerità del loro pentimento che solo Dio può leggere nel
profondo del cuore (è il caso opposto a quello di Guido da Montefeltro, che tutti credevano salvo perché fattosi francescano, ma che
invece è dannato perché il suo pentimento non era sincero). La polemica di Dante è quindi rivolta contro le istituzioni ecclestiastiche
corrotte, che si arrogano il diritto di stabilire in modo irrevocabile il destino ultraterreno dei loro nemici, mentre solo Dio può sapere
con certezza se uno, dopo la morte, sia salvo o dannato: le parole di Manfredi sono rivolte soprattutto alla figlia Costanza, che
sapendo della sua salvezza può pregare per lui e accorciare il periodo di attesa nell'Antipurgatorio (il che è un'ulteriore polemica
contro la Chiesa che lucrava sulle preghiere per i defunti, che invece sono demandate alla fede dei congiunti rimasti in vita). Lo
«scandalo» di Manfredi riafferma dunque il discorso di Virgilio in apertura di Canto, ovvero il fatto che l'uomo non può sapere tutto
e che c'è un limite alla ragione umana, per cui la giustizia divina non è sempre spiegabile razionalmente o alla luce soltanto delle
azioni pubbliche di un personaggio: occorre l'umiltà, anche da parte di papi e vescovi, di rimettersi al giudizio divino, come ha fatto
Manfredi che non ha parole astiose nei confronti di chi (come papa Clemente IV o il vescovo di Cosenza) ha disseppellito i suoi resti e
li ha dispersi come si usava fare con gli scomunicati. Il tema della giustizia divina è ovviamente al centro del poema e presenterà altri
esempi di salvezze inattese, come quella di Bonconte da Montefeltro o di Rifeo e Traiano in Paradiso, ed è parte della durissima
polemica contro le istituzioni della Chiesa corrotte che grande spazio avrà specie nella III Cantica, in particolare nei Canti XIX-XX che
si svolgeranno nel Cielo di Giove dove si manifestano gli spiriti che hanno operato in nome della giustizia.

Note e passi controversi


L'onestade citata al v. 11 è il decoro dei comportamenti esteriori, che la fretta dismaga, «sminuisce» (cfr. il sonetto Tanto gentile e
tanto onesta pare, ma anche oltre il v. 87: pudica in faccia e ne l'andare onesta, che è anche un chiasmo).
Il verbo dislaga (v. 15), che vuol dire «esce di lago» (quindi si erge dal mare) è invenzione dantesca.
Il v. 25 intende dire che se nel Purgatorio è appena spuntato il sole e sono circa le 8 del mattino, in Italia (posta a 45° da
Gerusalemme, agli antipodi del Purgatorio) sono circa le 18 e quindi è il Vespero.
Il v. 27 allude al fatto che Virgilio fu sepolto a Brindisi, dove morì, quindi Augusto fece traslare i suoi resti a Napoli, sulla via di
Pozzuoli.
La particella quia (v. 37) nel latino medievale introduceva una proposizione dichiarativa, quindi equivaleva al nostro che: Virgilio
intende dire che gli uomini devono accontentarsi di sapere ciò che è stato loro dichiarato nelle Sacre Scritture (cfr. Dante, Quaestio
de aqua et terra: Desinant ergo, desinant homines querere que supra eos sunt, et querant usque eo possunt, cioè: «Smettano
dunque gli uomini di indagare quelle cose che sono al di sopra di loro, e indaghino su quelle che sono alla loro portata»).
Il v. 49 indica con Lerice e Turbia gli estremi a oriente e a occidente della Liguria, che al tempo di Dante era di difficile accesso per via
delle sue scogliere impervie (Lerici è vicino alla Spezia, La Turbie è nei pressi di Nizza).
La figlia di Manfredi, Costanza, è detta da lui genitrice / de l'onor di Cicilia e d'Aragona (vv. 115-116) in quanto sposa di Pietro III
d'Aragona e madre di Giacomo e Federico, sovrani rispettivamente di Aragona e di Sicilia. Onor significa «dinastia», «corona» e non
ha valore elogiativo (Dante del resto giudicava severamente entrambi i re).
La grave mora del v. 129 è un mucchio di sassi, sotto la quale Manfredi sarebbe stato sepolto dopo la sua morte a Benevento, presso
la testa (in co) di un ponte. La traslazione dei suoi resti a lume spento, come per gli scomunicati e gli eretici, e la loro dispersione
lungo il fiume Liri fuori dal regno di Napoli (per ordine di papa Clemente IV) è un fatto di cui non ci sono documenti.
Il v. 135 (mentre che la speranza ha fior del verde) è stato ripreso dallo scrittore statunitense Robert Penn Warren nel romanzo All
the King's Men («Tutti gli uomini del re», 1946) che in epigrafe recita «As long as hope still has its bit of green».
Contumacia (v. 136) vale «disobbedienza» (i contumaci erano gli scomunicati che si erano ostinati a disobbedire alla Chiesa).
CANTO V
Testo Parafrasi
Io era già da quell’ombre partito, Io mi ero già allontanato da quelle anime e seguivo i passi della mia
e seguitava l’orme del mio duca, guida, quando dietro a me, drizzando il dito, una di esse gridò:
quando di retro a me, drizzando ‘l dito, 3 «Vedete che il raggio del sole da sinistra non sembra attraversare
quello che segue, che sembra proiettare un'ombra come un vivo!»
una gridò: «Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!». 6

Li occhi rivolsi al suon di questo motto, Rivolsi lo sguardo al suono di queste parole e vidi quelle anime che
e vidile guardar per maraviglia meravigliate guardavano me, proprio me, e la luce del sole
pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto. 9 interrotta dal mio corpo.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», Il maestro mi disse: «Perché il tuo animo si lascia distrarre al punto
disse ‘l maestro, «che l’andare allenti? di rallentare il cammino? che t'importa di ciò che si mormora qui?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 12

Vien dietro a me, e lascia dir le genti: Seguimi e lascia che la gente parli: sta' come una torre salda, che
sta come torre ferma, che non crolla non ondeggia mai la sua cima per quanto i venti soffino;
già mai la cima per soffiar di venti; 15

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla infatti, l'uomo in cui un pensiero ne fa nascere un altro allontana da
sovra pensier, da sé dilunga il segno, sé la propria meta, perché la forza dell'uno indebolisce quella
perché la foga l’un de l’altro insolla». 18 dell'altro».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»? Che potevo dire, se non «Ti seguo»? Lo dissi, alquanto cosparso del
Dissilo, alquanto del color consperso rossore che talvolta fa l'uomo degno di esser perdonato.
che fa l’uom di perdon talvolta degno. 21

E ‘ntanto per la costa di traverso E intanto, su un ripiano roccioso che tagliava il monte
venivan genti innanzi a noi un poco, trasversalmente, venivano verso di noi delle anime poco lontane,
cantando ‘Miserere’ a verso a verso. 24 che cantavano il Salmo 'Miserere' a versetti alternati.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco Quando videro che io, col mio corpo, non permettevo ai raggi del
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, sole di passare, mutarono il loro canto in un «oh!» lungo e fioco;
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; 27

e due di loro, in forma di messaggi, e due loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci
corsero incontr’a noi e dimandarne: chiesero: «Informateci della vostra condizione».
«Di vostra condizion fatene saggi». 30

E ‘l mio maestro: «Voi potete andarne E il mio maestro: «Voi potete tornare indietro e riferire a quelli che
e ritrarre a color che vi mandaro vi hanno mandati qui che il corpo di costui è in carne e ossa.
che ‘l corpo di costui è vera carne. 33

Se per veder la sua ombra restaro, Se essi, come penso, si sono fermati per aver visto la sua ombra, vi
com’io avviso, assai è lor risposto: ho detto abbastanza: lo accolgano cortesemente e ciò potrà tornare
fàccianli onore, ed essere può lor caro». 36 loro utile».

Vapori accesi non vid’io sì tosto Io non ho mai visto stelle cadenti fendere il cielo all'inizio della
di prima notte mai fender sereno, notte, né lampi squarciare le nuvole d'agosto al calar del sole, tanto
né, sol calando, nuvole d’agosto, 39 rapidamente quanto quelle anime tornarono in alto; e arrivate là,
corsero verso di noi con le altre come una schiera sfrenata.
che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta
come schiera che scorre sanza freno. 42
«Questa gente che preme a noi è molta, Virgilio disse: «Questa gente che si accalca intorno a noi è molta, ed
e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta: essi vengono a pregarti: perciò continua a camminare e ascolta
«però pur va, e in andando ascolta». 45 mentre procedi».

«O anima che vai per esser lieta Essi venivano gridando: «O anima che vai per essere felice, con quel
con quelle membra con le quai nascesti», corpo col quale sei nato, rallenta un poco il passo.
venian gridando, «un poco il passo queta. 48

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, Guarda se hai mai visto qualcuno di noi nel mondo, così che tu
sì che di lui di là novella porti: possa portare sue notizie sulla Terra: suvvia, perché continui a
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? 51 camminare? Suvvia, perché non ti fermi?

Noi fummo tutti già per forza morti, Noi tutti siamo stati uccisi violentemente e siamo stati peccatori
e peccatori infino a l’ultima ora; fino all'ultima ora; in punto di morte una luce del cielo ci illuminò la
quivi lume del ciel ne fece accorti, 54 mente, cosicché, pentendoci e perdonando, uscimmo fuori dalla vita
in grazia di Dio, il quale ci strugge nel desiderio di vederlo».
sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora». 57

E io: «Perché ne’ vostri visi guati, E io: «Per quanto io guardi i vostri volti, non ne riconosco nessuno;
non riconosco alcun; ma s’a voi piace ma se voi volete qualcosa che sia in mio potere, spiriti fortunati,
cosa ch’io possa, spiriti ben nati, 60 ditelo e io lo farò, in nome di quella pace che io, seguendo i passi di
questa guida, cerco nei regni dell'Oltretomba».
voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida
di mondo in mondo cercar mi si face». 63

E uno incominciò: «Ciascun si fida E uno iniziò: «Ciascuno si fida della tua promessa senza bisogno di
del beneficio tuo sanza giurarlo, giuramenti, purché l'impossibilità (nonpossa) non impedisca la tua
pur che ‘l voler nonpossa non ricida. 66 volontà.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo, Perciò io, che parlo da solo davanti agli altri, ti prego, se mai andrai
ti priego, se mai vedi quel paese in quel paese (la Marca Anconetana) che sta tra la Romagna e il
che siede tra Romagna e quel di Carlo, 69 regno di Carlo d'Angiò, che tu preghi i miei congiunti a Fano, così
che essi preghino per me e mi permettano di espiare le mie colpe.
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. 72

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri Io ero originario di Fano, ma le profonde ferite da cui uscì il sangue
ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea, nel quale risiedeva la mia anima, mi furono inferte nel territorio di
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, 75 Padova,

là dov’io più sicuro esser credea: là dove credevo di essere al sicuro: artefice di questo fu Azzo VIII
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira d'Este, che mi odiava assai più di quanto avesse ragione.
assai più là che dritto non volea. 78

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, Ma se io fossi fuggito verso il borgo della Mira, quando fui
quando fu’ sovragiunto ad Oriaco, raggiunto dai miei sicari ad Oriago, sarei ancora nel mondo dei vivi.
ancor sarei di là dove si spira. 81

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco Invece corsi verso la palude, e le canne e il fango mi impacciarono al
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io punto che caddi; e lì vidi il sangue che mi usciva dalle vene e
de le mie vene farsi in terra laco». 84 formava un lago al suolo».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio Poi un altro disse: «Orsù, ti auguro che si realizzi quel desiderio che
si compia che ti tragge a l’alto monte, si spinge su per l'alto monte; tu con buona pietà aiuta il mio!
con buona pietate aiuta il mio! 87

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; Io fui uno di Montefeltro e mi chiamo Bonconte; né la mia vedova
Giovanna o altri non ha di me cura; Giovanna né gli altri miei congiunti si curano di me, per cui io mi
per ch’io vo tra costor con bassa fronte». 90 vergogno fra queste anime».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura E io a lui: «Quale forza o caso fortuito ti trascinò fuori da
ti traviò sì fuor di Campaldino, Campaldino, così che il tuo corpo non fu mai ritrovato?»
che non si seppe mai tua sepultura?». 93

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino Lui rispose: «Oh! Ai piedi del Casentino scorre un torrente chiamato
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, Archiano, che nasce in Appennino presso l'Eremo di Camaldoli.
che sovra l’Ermo nasce in Apennino. 96

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano, Nel punto dove si getta in Arno e perde il suo nome, arrivai io con la
arriva’ io forato ne la gola, gola trafitta, fuggendo a piedi e insanguinando la pianura.
fuggendo a piede e sanguinando il piano. 99

Quivi perdei la vista e la parola; Qui persi la vista e la parola; morii pronunciando il nome di Maria e
nel nome di Maria fini’, e quivi caddi, e rimase solo il mio corpo.
caddi, e rimase la mia carne sola. 102

Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi: Ora ti dirò la verità e tu riferiscila ai vivi: l'angelo di Dio mi prese, e
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno quello d'Inferno gridava: "O tu del cielo, perché mi togli ciò che mi
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi? 105 spetta?

Tu te ne porti di costui l’etterno


per una lagrimetta che ‘l mi toglie; Tu porti via la parte eterna (l'anima) di costui per una lacrimetta che
ma io farò de l’altro altro governo!". 108 me la toglie; ma io riserverò ben altro trattamento al corpo!".

Ben sai come ne l’aere si raccoglie Tu sai bene come nell'atmosfera si raccolga quel vapore umido che
quell’umido vapor che in acqua riede, ridiventa acqua, non appena sale dove è più freddo.
tosto che sale dove ‘l freddo il coglie. 111

Giunse quel mal voler che pur mal chiede Quel diavolo unì la sua volontà malvagia, che cerca solo il male, con
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento l'intelletto, e mosse il fumo e il vento grazie al potere che la natura
per la virtù che sua natura diede. 114 gli ha concesso.

Indi la valle, come ‘l dì fu spento, Poi, appena calò il sole, coprì di nebbia tutta la pianura da
da Pratomagno al gran giogo coperse Pratomagno fino alle alte vette dell'Appennino; e rese il cielo
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento, 117 soprastante gonfio di umidità, tanto che questa si trasformò in
pioggia; essa cadde e ciò che la terra non riuscì ad assorbire riempì i
sì che ‘l pregno aere in acqua si converse; fossati;
la pioggia cadde e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse; 120

e come ai rivi grandi si convenne, e quando confluì ai corsi d'acqua, si riversò verso l'Arno tanto
ver’ lo fiume real tanto veloce velocemente che nulla poté arrestarla.
si ruinò, che nulla la ritenne. 123

Lo corpo mio gelato in su la foce L'Archiano rapinoso trovò il mio corpo morto sulla foce e lo spinse
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse nell'Arno, sciogliendo la croce che avevo fatto sul mio petto con le
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce 126 braccia quando fui giunto alla fine; mi fece rotolare per le rive e sul
fondale, poi mi seppellì coi detriti che aveva trascinato».
ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse». 129
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo, «Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo
e riposato de la lunga via», cammino», proseguì un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di
seguitò ‘l terzo spirito al secondo, 132 me, che sono Pia (de' Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in
Maremma; lo sa bene colui che, dopo avermi chiesto in sposa, mi
«ricorditi di me, che son la Pia: aveva dato l'anello nuziale».
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma». 136

Argomento del Canto


Dante e Virgilio lasciano le anime dei pigri e raggiungono il secondo balzo dell'Antipurgatorio. Incontro con i morti per forza.
Colloquio con Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro, Pia de' Tolomei.
È mezzogiorno di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300.

Dante e Virgilio lasciano i pigri. Rimprovero di Virgilio (1-21)


Dante e Virgilio hanno appena lasciato le anime dei pigri nel primo balzo dell'Antipurgatorio, quando una di esse si accorge che
Dante proietta un'ombra e lo addita agli altri, come un uomo vivo. Dante si volta e vede le anime che continuano a indicarlo, finché il
maestro gli chiede perché si attardi nell'ascesa badando alle chiacchiere di quelle anime; lo esorta a seguirlo senza ascoltare
nessuno, come una torre che resta salda nonostante i venti, perché l'uomo che si perde in troppi pensieri non raggiunge l'obiettivo
che si è proposto. Dante accetta il rimprovero e segue Virgilio, col viso cosparso di rossore.

Incontro con le anime dei morti per forza (22-63)


Intanto, lungo un ripiano roccioso trasversale alla montagna, delle anime che cantano il Miserere vengono incontro ai due poeti:
quando si accorgono che Dante proietta un'ombra, emettono una esclamazione di stupore e due loro corrono incontro ai due
chiedendo loro di spiegare la propria condizione. Virgilio risponde dicendo che Dante è vivo ed è in carne e ossa, e li invita a riferire il
messaggio ai loro compagni in quanto ciò potrà essergli utile. Le anime corrono su per il balzo rapidissime, come stelle cadenti nel
cielo notturno o lampi al calar del sole, quindi insieme agli altri penitenti raggiungono velocemente i due poeti. Virgilio raccomanda a
Dante di essere breve, dato il gran numero di anime, e di limitarsi ascoltare le loro preghiere senza arrestarsi.
I penitenti seguono Dante e lo esortano a rallentare un poco, invitandolo a guardarli e dire se in vita ha mai visto qualcuno di loro.
Essi, spiegano, furono tutti morti per forza e peccatori fino all'ultima ora, quando si pentirono delle loro colpe e morirono in grazia di
Dio. Dante li osserva uno a uno, ma non ne riconosce nessuno; tuttavia li invita a parlare e, se potrà fare qualcosa per loro, sarà ben
lieto di esaudire ogni loro richiesta in nome di quella pace di cui egli stesso è in cerca.
Colloquio con Iacopo del Cassero (64-84)
Uno degli spiriti (Iacopo del Cassero) dice che essi si fidano di Dante senza bisogno di giuramenti, quindi lo prega, se mai andrà nel
paese posto tra la Romagna e il regno di Napoli (la Marca Anconetana), di pregare a sua volta i suoi conoscenti a Fano affinché essi
preghino per abbreviare la sua permanenza nell'Antipurgatorio. Lui è originario di Fano, ma le ferite che lo hanno ucciso gli furono
inferte in territorio padovano, dove credeva di essere al sicuro: il colpevole fu Azzo d'Este, adirato con lui ben al di là del lecito. Se lui
fosse fuggito verso la Mira, sul Brenta, quando fu raggiunto dai suoi assassini ad Oriago, sarebbe ancora vivo; invece rimase
impigliato nella palude e cadde a terra vedendo spargersi il suo sangue.

Colloquio con Bonconte da Montefeltro (85-129)


Un altro spirito prende la parola, augurando a Dante di raggiungere la sommità del monte e pregandolo di aiutarlo. Si presenta come
Bonconte da Montefeltro, la cui vedova non si cura di lui sulla Terra, per cui il penitente va con la fronte bassa. Dante gli chiede
quale circostanza fece sì che il suo corpo non fosse mai ritrovato dopo la sua morte nella battaglia di Campaldino: il penitente
risponde che ai piedi del Casentino scorre un fiume di nome Archiano, che nasce in Appennino e sfocia in Arno. Qui Bonconte arrivò
con la gola squarciata, a piedi e sanguinante, e prima di morire si pentì nominando Maria: una volta morto, la sua anima fu presa da
un angelo, mentre un diavolo protestava perché, a causa del suo tardivo pentimento, non poteva portarlo all' Inferno. Il demone
infierì però sul suo corpo: Bonconte spiega che nell'atmosfera si raccoglie l'umidità che si trasforma in pioggia a causa del freddo, per
cui il diavolo usò il suo potere per scatenare una terribile tempesta che coprì di nebbia tutta la pianura e riversò una gran quantità
d'acqua a terra. Il suolo non la poté assorbire tutta ed essa riempì i fossati confluendo poi nei fiumi, fino all'Arno; le acque
dell'Archiano, con la sua corrente rapinosa, trascinarono via il corpo di Bonconte nell'Arno, sciogliendo il segno della croce che lui
aveva fatto in punto di morte, quindi il suo cadavere fu seppellito sul fondale del fiume.
Colloquio con Pia de' Tolomei (130-136)
Appena Bonconte ha terminato di parlare, prende la parola l'anima di una penitente: costei chiede a Dante, quando sarà tornato nel
mondo e si sarà riposato del suo lungo cammino, di ricordarsi di lei, Pia de' Tolomei: era nata a Siena e poi morì violentemente in
Maremma, come ben sa l'uomo che l'aveva chiesta in sposa e le aveva dato l'anello nuziale.
Interpretazione complessiva
Il Canto inizia coi due poeti che si allontanano dal primo balzo dell'Antipurgatorio, mentre le anime dei pigri si accorgono che Dante
è vivo e iniziano a indicarlo con insistenza, inducendolo a fermarsi e a guardarli. La cosa suscita il rimprovero di Virgilio al discepolo,
accusato di perdere tempo ascoltando ciò che quivi si pispiglia, invece di affrettarsi a seguirlo per raggiungere la sommità del monte:
il richiamo del maestro è sembrato eccessivo ad alcuni commentatori, ma esso si inserisce nel discorso sul tempo che ha occupato
buona parte del Canto IV e che è fondamentale nel secondo regno, dove le anime, incluso Dante, devono compiere un percorso che
richiede impegno e fatica, per cui attardarsi oziosamente è inutile e contrario al loro dovere (si è anche pensato a un riferimento alle
critiche che il poeta ricevette per la sua condotta politica, in particolare per il suo rifiuto a rientrare a Firenze nel 1315, per cui
l'ammonimento di Virgilio è a non badare alle chiacchiere di gente inferiore, di mantenersi saldo nei suoi propositi sapendo di essere
dalla parte della ragione). Fatto sta che Dante prova vergogna per il rimprovero, in modo simile a Inf., XXX, 130-148, e si affretta a
seguire il maestro fino al secondo balzo, dove incontrano la schiera delle anime dei morti per forza.
Qui la reazione dei penitenti è di stupore come quella delle altre anime già incontrate, anche se il loro atteggiamento è del tutto
opposto a quello dei pigri: questi penitenti mandano subito dei «messaggeri» per chiedere notizie dei due viaggiatori, quindi tornano
dai loro compagni con la notizia che Dante è vivo correndo velocissimi, come stelle cadenti che fendono il cielo notturno o lampi che
squarciano il cielo estivo al tramonto. La loro concitazione segna tutto l'episodio e l'inizio del successivo, creando un forte contrasto
con l'inerzia e l'immobilità di pigri: queste anime rincorrono letteralmente Dante (cui Virgilio ha raccomandato di non fermarsi e di
ascoltare camminando), lo assediano, lo esortano a rallentare il passo in modo insistente (deh, perché vai? deh, perché non
t'arresti?). La loro preoccupazione, come per tutte le anime dell'Antipurgatorio, è di essere ricordati ai vivi perché questi, con le loro
preghiere, possono abbreviare la loro attesa, cosa che vale soprattutto per loro che essendo morti violentemente e avendo peccato
fino all'ultima ora potevano essere creduti all'Inferno. Dante presenta tre di queste anime, la cui rapida successione scandisce i vari
momenti della seconda parte del Canto: sono tre episodi molto diversi, per il tono e la funzione narrativa che ciascuno di essi assolve
e anche per estensione, dal momento che quello di Bonconte è decisamente più ampio degli altri due che gli fanno, per così dire, da
cornice.
Il primo a parlare è Iacopo del Cassero, che non dice il proprio nome (la sua storia era talmente nota che l'identificazione non
lasciava dubbi) e dopo aver pregato Dante di sollecitare le preghiere dei congiunti racconta la vicenda della sua uccisione. Le sue
parole sono un duro atto d'accusa contro il mandante dei suoi sicari, quell'Azzo VIII d'Este già citato da Dante come uccisore del
proprio padre in Inf., XII, 112 e spesso da lui esecrato come spietato tiranno; Iacopo descrive la crudezza della sua morte, che
avvenne là dove credeva di essere al sicuro (in grembo a li Antenori, nel padovano), ed esprime un certo rimpianto per il fatto di
essere rimasto impacciato nella palude di Oriago dove fu ferito a morte, cosa che gli impedì di essere soccorso e, forse, di
sopravvivere.
Molto diverso il discorso di Bonconte da Montefeltro, che si presenta e suscita la curiosità di Dante, poiché il suo corpo non era mai
stato trovato sul campo di Campaldino dove egli era caduto, nella stessa battaglia cui il poeta aveva preso parte. Il racconto di
Bonconte delinea uno scenario grandioso e solenne, che riprende per contrasto (anche di toni) il racconto simile che il padre Guido
aveva fatto a Dante nel Canto XXVII dell'Inferno, in quel caso credendo che le sue parole non sarebbero arrivate nel mondo.
Bonconte invita invece Dante a riferire a' vivi la verità di quanto accadde a Campaldino: la sua anima venne contesa tra un angelo e
un diavolo, ma l'esito di questo contrasto era stato opposto a quello narrato da Guido, in quanto Bonconte si era pentito
sinceramente e dunque la sua anima era destinata al Purgatorio. A quel punto il diavolo aveva scatenato una terribile tempesta che
trascinò via il cadavere di Bonconte, seppellendolo sul fondale dell'Arno e non facendolo più ritrovare: il racconto del penitente è
importante e crea un voluto contrasto con l'episodio del padre Guido, poiché quello era da tutti creduto salvo per la sua
monacazione e invece è finito dannato per la non sincerità del suo pentimento, mentre Bonconte si è realmente pentito e ora è
salvo, anche se la sua morte violenta e la scomparsa dal cadavere potevano far credere alla sua dannazione. La salvezza di Bonconte
è l'ennesimo caso di una rivelazione inattesa che sconfessa la credenza popolare su un personaggio, meno clamoroso di quello di
Manfredi o di altri, ma egualmente significativo del fatto che solo Dio può leggere la bontà del pentimento nel cuore dell'uomo e
nessuno, quindi, può sapere con certezza quale sarà il destino ultraterreno di un personaggio.
L'episodio si chiude con la parentesi delicatissima di Pia de' Tolomei, che prende la parola dopo la grandiosa descrizione delle
potenze infernali con pochi versi di straordinaria dolcezza: la penitente è meno insistente degli altri, prega Dante di ricordarsi di lei
quando sarà tornato sulla Terra ed essersi riposato de la lunga via (l'accento torna sulla fatica del cammino, che il poeta compie per
purificarsi e con tutto il corpo). Gli ultimi tre versi del Canto sono come un'epigrafe funeraria, con l'indicazione del luogo di nascita e
di morte della fanciulla (Siena mi fé, disfecemi Maremma, che è anche un chiasmo) e l'accusa, molto velata e in tono col
personaggio, rivolta al marito di averla uccisa, senza alcuna parvenza di rancore o di biasimo. Non conosciamo la causa esatta di
questo omicidio, che forse non era nota neppure a Dante, quindi è impossibile dire se Pia con le sue parole voglia protestare la sua
innocenza, o scusare il marito per averla assassinata, o ancora esprimere il perdurare del suo amore per lui nonostante quel che ha
fatto: non è escluso che qui, come in altri casi nel poema (Ugolino, ad es., sia pure in un contesto lontanissimo da questo) Dante
voglia lasciare le cose nell'indeterminatezza, chiudendo il Canto con questa figura fragile e delicata che costituisce quasi una pausa al
tono concitato dell'intero episodio (e che riprenderà all'inizio del seguente, con Dante che faticherà a liberarsi delle anime che lo
assillano con una certa petulanza, rispetto alle quali Pia rappresenta una notevole eccezione).
Note e passi controversi
Alcuni mss. al v. 14 leggono fermo, riferito a Dante e non alla torre, ma è lezione poco probabile.
Il verbo insolla (v. 18) significa «indebolisce» e deriva dall'aggettivo «sollo», debole.
In forma di messaggi (v. 28) vuol dire «in qualità di messaggeri».
L'espressione vapori accesi (v. 37) significa sia «stelle cadenti» sia «lampi»: fa da soggetto al verbo fender che ha come compl. ogg.
rispettivamente sereno e nuvole d'agosto; sol calando ha valore di un ablativo assoluto latino e vuol dire «al calare del sole».
Il v. 66 significa «purché l'impossibilità non impedisca la tua buona volontà»; nonpossa è parola composta come «noncuranza».
Il paese (v. 68) che sta tra la Romagna e il regno di Napoli, governato da Carlo II d'Angiò, è la Marca Anconetana dove sorgeva Fano.
L'espressione in sul quale io sedea (v. 74) vuol dire «sul quale (sangue) io, anima, avevo la mia sede» (era opinione diffusa, nella
fisiologia medievale, che l'anima umana risiedesse nel sangue.
Il territorio di Padova è detto in grembo a li Antenòri (v. 75) perché secondo un'antica leggenda Antenore aveva fondato la città
veneta.
Il braco citato al v. 82 è il fango (cfr. Inf., VIII, 50: come porci in brago).
Al v. 88 Bonconte si presenta e usa due diversi tempi (fui... son), a indicare ciò che fu in vita, cioè membro della casata di Guido da
Montefeltro, e ciò che continua a essere come individuo.
L'Archiano (v. 95) è un affluente di sinistra dell'Arno, che vi sfocia dopo aver attraversato la pianura del Casentino e che nasce presso
l'Eremo (Ermo) di Camaldoli, in un luogo boscoso presso il Falterona, sull'Appennino. Il suo nome diventa vano (v. 97) nel punto in
cui sfocia nell'Arno.
Ai vv. 100-102 alcuni editori moderni mettono una virgola dopo vista e legano la parola al verbo finì (prima persona singolare); in tal
caso si dovrebbe leggere: «Qui persi la vista e le mie parole finirono col nome di Maria...». L'interpretazione è convincente, anche se
il verbo finire nel senso di «morire» è ampiamente attestato nella lingua del Trecento.
L'etterno (v. 106) è l'anima di Bonconte, mentre l'altro (v. 108)è il corpo; da notare la replicazione de l'altro altro governo.
I vv. 112-113 sono stati variamente interpretati, ma il senso più probabile sembra essere questo: «quello (il demonio) unì la volontà
malvagia (mal voler), che ricerca solo il male, all'intelletto...». Era opinione dei teologi che il diavolo avesse il potere di agire sugli
elementi atmosferici.
Il gran giogo (v. 116) non indica forse una cima in particolare, ma l'ultimo tratto dell'Alpe di Serra (detto anche «giogana»).
Il fiume real (v. 122) è l'Arno, che nel Trecento era detto così come tutti i fiumi che sfociavano in mare.
Il v. 129 che chiude il racconto di Bonconte (poi di sua preda mi coperse e cinse) è sembrato a molti commentatori particolarmente
lapidario, tanto da essere accostato alla chiusa del racconto di Ulisse (Inf., XXVI, 142): infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.
Il verbo salsi (v. 135) è forma contratta di sallosi e significa «lo sa».
Alcuni mss. leggono al v. 136 disposata, che darebbe alla frase questo senso: «colui che mi aveva sposata dopo che ero stata già
inanellata», quindi in seconde nozze (di un primo matrimonio di Pia non abbiamo alcuna notizia certa); è più probabile la lezione a
testo, poiché il disposare e l'inanellare erano i due atti della cerimonia religiosa, in quanto col primo si dichiarava la volontà di
sposare, col secondo si poneva l'anello come segno di tale volontà.
CANTO VI
Testo Parafrasi
Quando si parte il gioco de la zara, Quando il gioco della zara ha fine, quello che ha perso rimane da
colui che perde si riman dolente, solo e addolorato, mentre ripensa alle giocate fatte e impara
repetendo le volte, e tristo impara; 3 tristemente;

con l’altro se ne va tutta la gente; tutta la gente segue il vincitore; quello tira dritto, e uno gli si mette
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, di fronte, un altro lo tira da dietro, un altro lo segue affiancandolo;
e qual dallato li si reca a mente; 6

el non s’arresta, e questo e quello intende; quello non si ferma e ascolta l'uno e l'altro; dà la mancia a uno e
a cui porge la man, più non fa pressa; questo non lo assilla più, e così di difende dalla calca.
e così da la calca si difende. 9

Tal era io in quella turba spessa, Così facevo io in mezzo a quella folla di anime, volgendo il viso a
volgendo a loro, e qua e là, la faccia, loro qua e là, e promettendo mi separavo dalla calca.
e promettendo mi sciogliea da essa. 12

Quiv’era l’Aretin che da le braccia Qui c'era l'Aretino (Benincasa da Laterina) che fu ucciso dalle feroci
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, braccia di Ghino di Tacco, e l'altro (Guccio de' Tarlati) che annegò
e l’altro ch’annegò correndo in caccia. 15 mentre era inseguito (o inseguiva).

Quivi pregava con le mani sporte Qui pregava a mani giunte Federico Novello, e il pisano (Gano o
Federigo Novello, e quel da Pisa Farinata degli Scornigiani) che fece apparire forte il buon Marzucco,
che fé parer lo buon Marzucco forte. 18 suo padre.

Vidi conte Orso e l’anima divisa Vidi il conte Orso (degli Alberti) e l'anima divisa dal suo corpo per
dal corpo suo per astio e per inveggia, astio e invidia, non per aver commesso una colpa, come diceva;
com’e’ dicea, non per colpa commisa; 21

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, intendo dire Pierre de la Brosse; e a questo riguardo Maria di
mentr’è di qua, la donna di Brabante, Brabante, finché è in vita, farebbe bene a pentirsi, per non finire in
sì che però non sia di peggior greggia. 24 un gregge peggiore (tra i dannati).

Come libero fui da tutte quante Non appena mi fui liberato da tutte quelle anime che pregavano
quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi, perché altri pregassero per permetter loro di purificarsi più in fretta,
sì che s’avacci lor divenir sante, 27

io cominciai: «El par che tu mi nieghi, io cominciai: «Mi sembra che tu neghi, o mio maestro,
o luce mia, espresso in alcun testo espressamente in una tua opera, che una preghiera possa piegare
che decreto del cielo orazion pieghi; 30 una decisione divina;

e questa gente prega pur di questo: e queste anime pregano proprio per questo: dunque la loro
sarebbe dunque loro speme vana, speranza è vana, o le tue parole non mi sono chiare?»
o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?». 33

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; E lui a me: «Le mie parole sono chiare e la speranza di costoro è ben
e la speranza di costor non falla, riposta, se si guarda con attenzione e con intelletto integro;
se ben si guarda con la mente sana; 36

ché cima di giudicio non s’avvalla infatti l'altezza del giudizio divino non è sminuita se l'ardore di
perché foco d’amor compia in un punto carità (delle preghiere) compie in un istante ciò che deve essere
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; 39 espiato da chi si trattiene qui;

e là dov’io fermai cotesto punto, e nel punto dove io dissi questo, la colpa non veniva cancellata
non s’ammendava, per pregar, difetto, grazie alla preghiera, e poi la preghiera non era rivolta a Dio.
perché ‘l priego da Dio era disgiunto. 42
Veramente a così alto sospetto Tuttavia non ti fermare davanti a un dubbio così profondo, prima
non ti fermar, se quella nol ti dice che ti parli colei che sarà luce tra la verità e il tuo intelletto.
che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto. 45

Non so se ‘ntendi: io dico di Beatrice; Non so se capisci, parlo di Beatrice; tu la vedrai ridere felice sulla
tu la vedrai di sopra, in su la vetta cima di questo monte».
di questo monte, ridere e felice». 48

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, E io: «Signore, andiamo più in fretta, dal momento che non sono
ché già non m’affatico come dianzi, stanco come prima e, come vedi, il monte getta già ombra».
e vedi omai che ‘l poggio l’ombra getta». 51

«Noi anderem con questo giorno innanzi», Rispose: «Noi procederemo in questa giornata quanto più potremo;
rispuose, «quanto più potremo omai; ma le cose stanno diversamente da come pensi.
ma ‘l fatto è d’altra forma che non stanzi. 54

Prima che sie là sù, tornar vedrai Prima che tu arrivi lassù, vedrai risorgere il sole che già tramonta
colui che già si cuopre de la costa, dietro il monte, così che tu non fai più ombra.
sì che ‘ suoi raggi tu romper non fai. 57

Ma vedi là un’anima che, posta Ma vedi laggiù un'anima, che se ne sta tutta sola e che guarda
sola soletta, inverso noi riguarda: verso di noi: quella ci mostrerà la via più spedita».
quella ne ‘nsegnerà la via più tosta». 60

Venimmo a lei: o anima lombarda, La raggiungemmo: o anima lombarda, come te ne stavi altera e
come ti stavi altera e disdegnosa disdegnosa, e piena di dignità nel muovere lentamente gli occhi!
e nel mover de li occhi onesta e tarda! 63

Ella non ci dicea alcuna cosa, Ella non ci diceva nulla, ma ci lasciava avvicinare, limitandosi a
ma lasciavane gir, solo sguardando guardare come fa il leone quando sta in attesa.
a guisa di leon quando si posa. 66

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando Tuttavia Virgilio si avvicinò a lei, pregando che ci mostrasse il punto
che ne mostrasse la miglior salita; migliore per salire; e quella non rispose alla domanda, ma ci chiese
e quella non rispuose al suo dimando, 69 del paese da dove venivamo e della nostra vita; e il dolce maestro
iniziava a dire «Mantova...» e quell'ombra, che se ne stava tutta
ma di nostro paese e de la vita solitaria, si alzò dal luogo dove stava, dicendo: «O Mantovano, io
ci ‘nchiese; e ‘l dolce duca incominciava sono Sordello, della tua terra!»; e si abbracciavano a vicenda.
«Mantua...», e l’ombra, tutta in sé romita, 72

surse ver’ lui del loco ove pria stava,


dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. 75

Ahi serva Italia, di dolore ostello, Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una
nave sanza nocchiere in gran tempesta, gran tempesta, non più signora delle province ma bordello!
non donna di province, ma bordello! 78

Quell’anima gentil fu così presta, Quell'anima nobile fu così sollecita a fare festa al suo concittadino,
sol per lo dolce suon de la sua terra, solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i tuoi abitanti in vita
di fare al cittadin suo quivi festa; 81 non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa
città si rodono l'un l'altro.
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra. 84

Cerca, misera, intorno da le prode Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell'interno, se
le tue marine, e poi ti guarda in seno, alcuna parte di te si trova in pace.
s’alcuna parte in te di pace gode. 87

Che val perché ti racconciasse il freno A che è servito che Giustiniano ti aggiustasse il freno (emanasse le
Iustiniano, se la sella è vota? leggi), se la sella è vuota (nessuno le fa rispettare)? Senza di esso
Sanz’esso fora la vergogna meno. 90 (senza le leggi) la vergogna sarebbe minore.

Ahi gente che dovresti esser devota, Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere devota e lasciare che
e lasciar seder Cesare in la sella, Cesare (l'imperatore) sieda sulla sella, se capisci bene la parola di
se bene intendi ciò che Dio ti nota, 93 Dio, guarda come è diventata ribelle questa bestia per non essere
tenuta a bada dagli sproni, dal momento che la conduci a mano per
guarda come esta fiera è fatta fella le briglie.
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella. 96

O Alberto tedesco ch’abbandoni O Alberto d'Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta
costei ch’è fatta indomita e selvaggia, indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni
e dovresti inforcar li suoi arcioni, 99 (governare l'Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua
famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed evidente, così che il
giusto giudicio da le stelle caggia tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore!
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia! 102

Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto, Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino
per cupidigia di costà distretti, dell'Impero (l'Italia) sia abbandonato, rimanendo in Germania per
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto. 105 cupidigia.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Vieni (o Alberto) a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: Filippeschi, uomo negligente, i primi già in rovina e gli altri sul punto
color già tristi, e questi con sospetti! 108 di cadervi!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura Vieni, o crudele, e vedi le oppressioni compiute (o subìte) dai tuoi
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; feudatari, e cura le loro colpe (o danni); e vedrai come è oscura
e vedrai Santafior com’è oscura! 111 Santa Fiora!

Vieni a veder la tua Roma che piagne Vieni a vedere la tua città di Roma che piange, vedova e
vedova e sola, e dì e notte chiama: abbandonata, e giorno e notte invoca: «Cesare mio, perché non hai
«Cesare mio, perché non m’accompagne?». 114 qui la tua sede?»

Vieni a veder la gente quanto s’ama! Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà
e se nulla di noi pietà ti move, di noi, vieni almeno a vergognarti della tua reputazione.
a vergognar ti vien de la tua fama. 117

E se licito m’è, o sommo Giove E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti
che fosti in terra per noi crucifisso, crocifisso per noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 120 altrove?

O è preparazion che ne l’abisso


del tuo consiglio fai per alcun bene Oppure nell'abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per
in tutto de l’accorger nostro scisso? 123 l'Italia) di cui non possiamo renderci conto?

Ché le città d’Italia tutte piene


son di tiranni, e un Marcel diventa Infatti tutte le città italiane sono piene di tiranni, e ogni contadino
ogne villan che parteggiando viene. 126 che si mette a capo di una fazione politica diventa un Marcello.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta


di questa digression che non ti tocca, Firenze mia, puoi davvero esser contenta del fatto che questa
mercé del popol tuo che si argomenta. 129 digressione non ti tocca, grazie al tuo popolo che si ingegna.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco; Molti hanno la giustizia in cuore, ma questa si esprime tardi con le
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. 132 parole per non rischiare di non essere ponderata; ma il tuo popolo
se ne riempie sempre la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde Molti rifiutano le cariche pubbliche, ma il tuo popolo risponde
sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». 135 sollecito senza essere chiamato, e grida: «Me ne incarico io!»

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:


tu ricca, tu con pace, e tu con senno! Ora rallegrati, visto che ne hai motivo: tu sei ricca, sei in pace, sei
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde. 138 assennata! Se dico la verità, i fatti non lo nascondono.

Atene e Lacedemona, che fenno


l’antiche leggi e furon sì civili, Atene e Sparta, che scrissero le antiche leggi e furono così civili,
fecero al viver bene un picciol cenno 141 diedero un piccolo contributo alla giustizia in confronto a te, che
emani provvedimenti tanto sottili (elaborati, ma anche fragili) che
verso di te, che fai tanto sottili quelli emessi a ottobre non arrivano a metà novembre.
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili. 144

Quante volte, del tempo che rimembre,


legge, moneta, officio e costume Quante volte, a memoria d'uomo, hai tu mutato leggi, moneta e
hai tu mutato e rinovate membre! 147 costumi, e rinnovato la popolazione (grazie agli esili)!

E se ben ti ricordi e vedi lume,


vedrai te somigliante a quella inferma E se tu ti ricordi bene e vedi chiaramente, riconoscerai di esser simile
che non può trovar posa in su le piume, a quell'ammalata che non può trovare riposo nel letto, ma
rigirandosi di continuo cerca di alleviare il dolore.
ma con dar volta suo dolore scherma. 151

Argomento del Canto


Ancora fra i morti per forza del secondo balzo dell'Antipurgatorio. Incontro con l'anima di Sordello da Goito. Invettiva contro l'Italia.
Apostrofe contro Firenze.
È il pomeriggio di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle tre.

I morti per forza si affollano intorno a Dante (1-24)


Dante spiega che quando finisce il gioco della zara, il perdente resta solo e impara a sue spese come comportarsi nella prossima
partita, mentre tutti si affollano intorno al vincitore, attirando la sua attenzione; quello non si ferma, ma si difende dalla calca dando
retta a tutti e porgendo la mano all'uno e all'altro. Lo stesso fa il poeta attorniato dalle anime dei morti per forza, rivolgendosi ora a
questo ora a quello, e si allontana promettendo. Tra le anime c'è quella dell'Aretino che fu ucciso da Ghino di Tacco e Guccio de'
Tarlati che morì annegato; ci sono Federico Novello e il pisano che fece sembrare forte il padre Marzucco; ci sono il conte Orso degli
Alberti e l'anima di Pierre de la Brosse, che dice di essere stato ucciso per invidia e non per colpa, per cui Maria di Brabante
dovrebbe pentirsi per evitare di finire tra i dannati.
Virgilio spiega l'efficacia della preghiera (25-57)
Non appena Dante riesce a liberarsi dalle anime che lo pressano, si rivolge a Virgilio e gli ricorda come in alcuni suoi versi egli nega
alla preghiera il potere di piegare un decreto divino. Queste anime si augurano proprio questo, quindi Dante non sa se la loro
speranza è vana, oppure se non ha capito bene ciò che Virgilio ha scritto. Il maestro risponde che i suoi versi sono chiari e la
speranza di tali anime è ben riposta, a patto di giudicare con mente sana: infatti il giudizio divino non si piega solo perché l'ardore di
carità della preghiera compie in un istante ciò che devono scontare queste anime. Nei versi dell'Eneide in cui Virgilio parlava di
questo, inoltre, la colpa non veniva lavata dalla preghiera, poiché questa era disgiunta da Dio. Virgilio esorta Dante a non tenersi il
dubbio e ad attendere più profonde spiegazioni da parte di Beatrice, che illuminerà la sua mente e lo aspetta sorridente sulla cima
del monte. A questo punto Dante invita il maestro ad affrettare il passo, essendo molto meno stanco di prima e osservando che il
monte proietta già la sua ombra (è pomeriggio). Virgilio dice che procederanno sino alla fine del giorno, quanto più potranno, ma le
cose stanno diversamente da come lui pensa. Prima di arrivare in cima, infatti, Dante vedrà il sole tramontare e poi risorgere.
Incontro con Sordello da Goito (58-75)
Virgilio indica a Dante un'anima che se ne sta in disparte e guarda verso di loro, che potrà indicare la via più rapida per salire.
Raggiungono quell'anima che, come si saprà, è lombarda, e sta con atteggiamento altero e muove gli occhi in modo assai dignitoso.
Lo spirito non dice nulla e lascia che i due poeti si avvicinino, guardandoli come un leone in attesa. Virgilio si avvicina a lui e lo prega
di indicargli il cammino migliore, ma quello non risponde alla domanda e gli chiede a sua volta chi essi siano e da dove vengano.
Virgilio non fa in tempo a dire «Mantova...» che subito l'anima va ad abbracciarlo e si presenta come Sordello, originario della sua
stessa terra.
Invettiva contro l'Italia (76-126)
Dante a questo punto prorompe in una violenta invettiva contro l'Italia, definita sede del dolore e nave senza timoniere in una
tempesta, non più signora delle province dell'Impero romano ma bordello: l'anima di Sordello è stata prontissima a salutare Virgilio
solo perché ha saputo che è della sua stessa terra, mentre i cittadini italiani in vita si fanno guerra, anche quelli che abitano nello
stesso Comune. L'Italia dovrebbe guardare bene entro i suoi confini e vedrebbe che non c'è parte di essa che gode la pace. A che è
servito che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c'è nessuno a metterle in pratica? Gli Italiani dovrebbero permettere
all'imperatore di governarli, invece di lasciare che il paese vada in rovina, affidato a gente incapace. Dante accusa l'imperatore
Alberto I d'Asburgo di abbandonare l'Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla: si augura che il
giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo
d'Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell'Impero sia abbandonato: Alberto dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali,
gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Dovrebbe vedere Roma che piange e si lamenta di essere
abbandonata dal suo sovrano, la gente che si odia, e se non gli sta a cuore la sorte del paese dovrebbe almeno vergognarsi della sua
reputazione. Dante si rivolge poi a Giove (Cristo), crocifisso in Terra per noi, e gli chiede se rivolge altrove lo sguardo oppure se
prepara per l'Italia un destino migliore di cui non si sa ancora nulla. Le città d'Italia, infatti, sono piene di tiranni e ogni contadino che
sostenga una parte politica viene esaltato come un Marcello.
Invettiva contro Firenze (127-151)
Dante osserva ironicamente che Firenze può essere lieta del fatto di non essere toccata da questa digressione, visto che i suoi
cittadini contribuiscono alla sua pace. Molti sono giusti e tuttavia sono restii a emettere giudizi, mentre i fiorentini non hanno alcun
timore e si riempiono la bocca di giustizia; molti rifiutano gli uffici pubblici, mentre i fiorentini sono fin troppo solleciti ad assumersi
le cariche politiche. Firenze dev'essere lieta, perché è ricca, pacifica e assennata: Atene e Sparta, città ricordate per le prime leggi
scritte, diedero un piccolo contributo al vivere civile rispetto a Firenze, che emette deliberazioni così sottili (cioè esili) che quelle di
ottobre non arrivano a metà novembre. Quante volte la città, a memoria d'uomo, ha mutato le sue usanze! E se Firenze bada bene e
ha ancora capacità di giudizio, ammetterà di essere simile a un'ammalata che non trova riposo nel letto e cerca di lenire le sue
sofferenze rigirandosi di continuo.
Il Canto è di argomento politico ed è dedicato all'Italia, simmetricamente al VI dell'Inferno in cui si parlava di Firenze e al VI del
Paradiso in cui si parlerà dell'Impero (secondo un crescendo che allarga progressivamente il campo, dalla città di Dante all'Europa
cristiana). In realtà il Canto VI del Purgatorio è strettamente legato al VII con cui forma una sorta di dittico, in quanto nell'episodio
successivo Sordello mostrerà ai due poeti i principi negligenti della valletta e biasimerà i loro successori che rappresentano una
degenerazione rispetto a loro e si sono macchiati di gravi colpe politiche, di cui i sovrani passati in rassegna si rammaricano. La scelta
di Sordello quale protagonista dei due Canti non è casuale, in quanto il trovatore lombardo aveva scritto un famoso Compianto in
morte di Ser Blacatz in cui biasimava i principi suoi contemporanei per la loro codardia e li invitava a cibarsi del cuore del nobile
defunto per acquistarne la virtù, per cui non sorprende che sia lui a passare in rassegna le anime confinate nella valletta e, in questo
Canto, a consentire a Dante di lanciare la sua violenta invettiva all'Italia (del resto anche i suoi versi avevano il tono di una satira e di
un'apostrofe ai potenti del sec. XIII).
Anche l'inizio dell'episodio è in linea con la sua conclusione, in quanto la rassegna dei morti per forza che assillano Dante perché li
ricordi ai congiunti ci porta nel vivo delle lotte politiche che dilaniavano i Comuni dell'Italia del tempo: tranne Pierre de la Brosse,
vittima degli intrighi alla corte di re Filippo III, gli altri sono tutti italiani protagonisti delle lotte tra Guelfi e Ghibellini o vittime di
vendette ed odi familiari, tra i quali figura anche il figlio di uno dei conti di Mangona già visti coi traditori dei parenti nella Caina (Inf.,
XXXII) e il figlio di Marzucco degli Scornigiani, ucciso dal conte Ugolino (Inf., XXXIII) nell'ambito delle lotte interne al Comune di Pisa.
Tra questo esordio e l'incontro con Sordello si inserisce la parentesi dedicata a chiarire il passo dell'Eneide (VI, 376) in cui la Sibilla
diceva a Palinuro che le sue preghiere non avrebbero piegato i decreti degli dei (egli chiedeva con insistenza di essere traghettato di
là dell'Acheronte pur essendo insepolto). Dante espone il suo dubbio a Virgilio, in quanto l'insistenza delle anime che si è lasciato alle
spalle sembra contraddire con quanto detto dal poeta latino, il quale spiega che i suffragi dei vivi per i penitenti non annullano
l'espiazione delle loro colpe, ma fanno soltanto in modo che questa avvenga più rapidamente; nel caso di Palinuro, poi, la preghiera
non era rivolta al Dio cristiano e dunque era priva di valore. La chiosa di Virgilio è importante perché sottolinea una volta di più il
valore delle preghiere dei vivi per i penitenti, nel che si avverte la polemica di Dante contro la Chiesa corrotta che lucrava sui suffragi
sfruttando il dolore dei congiunti per i loro defunti in Purgatorio; il maestro rimanda il discepolo alle più dettagliate spiegazioni di
Beatrice, che in quanto allegoria della teologia arriverà là dove la ragione umana non può giungere (e basta che Dante senta il suo
nome perché metta fretta alla sua guida, mentre Virgilio lo avvertirà del fatto che l'ascesa del monte durerà più di quanto pensa).
Segue poi l'incontro con Sordello, mostrato da Dante in tutto il suo aspetto regale e dignitoso mentre osserva in silenzio e con fare
altezzoso i due poeti che si avvicinano, a guisa di leon quando si posa: è stato osservato che ci sono molte analogie tra la
presentazione di Sordello e quella di Farinata Degli Uberti, con la differenza fondamentale che il dannato non mutava atteggiamento
in tutto il colloquio con Dante e si mostrava ancora prigioniero della logica delle lotte politiche, mentre a Sordello è sufficiente
sentire che Virgilio viene da Mantova per perdere ogni alterigia e gettarsi ad abbracciarlo affettuosamente (nel Canto seguente,
dopo averne appreso l'identità, si inchinerà di fronte a lui per rispetto). E infatti è proprio l'affetto di Sordello verso un suo
concittadino di cui non sa ancora il nome a far scattare la violenta invettiva di Dante contro l'Italia, che parte dal fatto che nell'Italia
del suo tempo i cittadini sono in lotta l'uno contro l'altro e addirittura entro la stessa città, come dimostra l'elenco delle anime
all'inizio del Canto e come dichiara lo stesso esempio di Firenze che tornerà alla fine. Dante riconduce la causa principale di tali lotte
all'assenza di un potere centrale, che nella sua visione universalistica doveva essere garantito dall'Impero: è l'imperatore che
dovrebbe regnare a Roma e assicurare pace e giustizia agli Italiani, invece il paese è ridotto a una bestia selvaggia che nessuno
cavalca né governa (e a poco serve che Giustiniano le avesse sistemato il freno, cioè avesse emanato il Corpus iuris civilis visto che
nessuno fa rispettare le leggi). L'immagine del paese come un cavallo che dev'essere domato è la stessa usata nella Monarchia (III,
15) e nel Convivio (IV, 9), dove si dice che il potere temporale ha soprattutto il compito di assicurare il rispetto delle leggi: la
polemica è rivolta contro i Comuni italiani ribelli, che come Firenze non si sottomettono all'autorità imperiale, ma anche contro il
sovrano stesso che rinuncia a esercitare i suoi diritti, come Alberto I d'Asburgo che lascia la sella vòta e preferisce occuparsi delle
cose tedesche, seguendo il cattivo esempio del padre Rodolfo I. Dante augura a lui e alla sua casata un duro castigo divino, in modo
da indurre il successore Arrigo VII a comportarsi diversamente; nella visione anacronistica di Dante l'imperatore detiene un potere
che deriva da quello dell'Impero romano di Cesare e Augusto, quindi il suo compito è quello di ristabilire la sua autorità su tutta Italia
stroncando con la forza ogni resistenza, specie quella dei Comuni guelfi alleati col papa (è quanto Arrigo VII tenterà invano di fare nel
1310-1313 e i toni usati da Dante in questi versi ricordano molto quelli dell'Epistola VII a lui indirizzata: è molto discusso se, al
momento della composizione del Canto, Arrigo fosse già sul trono oppure no).
L'ultima parte dell'invettiva si rivolge a Firenze, che come Dante afferma con amara ironia non è toccata da questa sua apostrofe,
essendo i suoi cittadini impegnati ad assicurarle pace e prosperità (l'antifrasi è l'artificio usato in questi versi finali, con un sarcasmo
quanto mai tagliente). I fiorentini si riempiono la bocca della parola «giustizia», mentre Dante stesso è un esempio degli abusi
compiuti dai Neri contro i loro nemici; essi sono fin troppo solleciti ad assumersi l'onere di cariche politiche, al fine di arricchirsi e di
colpire i nemici (da notare l'insistenza delle accuse, con l'anafora Molti... ai vv. 130, 133 e tu nell'allocuzione al v. 137, come già c'era
la quadruplice anafora di Vieni... ai vv. 106-115 nell'allocuzione ad Alberto I). Atene e Sparta fecero ben poco rispetto a Firenze, i cui
provvedimenti di legge sono così sottili (l'aggettivo è ambiguo, potendo significare «elaborati» o «fragili») che durano solo poche
settimane, mentre la città cambia nel breve volgere di tempo tutti i suoi costumi, simile a un'ammalata che si rigira nel letto senza
trovare pace. L'ultima immagine è molto efficace, in quanto riassume la triste condizione di tante città italiane piene... di tiranni,
come è stato detto prima, e in cui anche i cittadini di più umile condizione diventano capi-fazione e sono pronti a commettere ogni
sorta di abuso; è un tema già affrontato varie volte da Dante nel poema e che tornerà soprattutto nei Canti in cui si affronterà
ancora la spinosa questione dell'autorità imperiale (ad es. il XVI del Purg., ma anche il VI e i XIX-XX del Par., al centro dei quali sarà il
tema della giustizia terrena). Del resto il poema nel suo complesso è un duro atto di accusa contro il disordine politico e morale
dell'Italia del Trecento, che trovava la sua radice prima nella cupidigia nonché nelle lotte tra città che insanguinavano il giardin de lo
'mperio, unitamente alla corruzione ecclesiastica che sovvertiva ogni giustizia calcando i buoni e sollevando i pravi (è chiaro che in
questa visione Firenze non poteva che essere l'esempio negativo per eccellenza, quindi non stupisce che l'invettiva all'Italia si chiuda
proprio con la dura apostrofe dedicata alla città che aveva ingiustamente esiliato Dante per il suo ben far).

Note e passi controversi


La zara (v. 1, dall'arabo zahr, «dado») era un gioco simile alla morra, assai diffuso nell'Oriente bizantino e a cui si giocava in due
gettando tre dadi su un tavolo. Repetendo le volte (v. 3) indica probabilmente che il perdente ritenta le gettate dei dadi, o forse che
ripensa al gioco.
L'espressione correndo in caccia (v. 15) può voler dire «inseguendo» o «essendo inseguito», da cui la dubbia interpretazione del
verso.
I vv. 17-18 alludono forse al fatto che Marzucco, il padre di Gano (o Farinata) qui ricordato, seguì il funerale del figlio ucciso senza
lacrime.
Inveggia (v. 20, «invidia») deriva dal prov. enveja.
Alcuni mss. al v. 48 leggono ridente e felice, ma è lezione molto dubbia (ridere dipende dal verbo vedrai ed è riferito a Beatrice).
L'immagine dell'Italia come una nave senza timoniere (v. 77) è usata anche in Conv., IV, 4, dove il nocchiero dev'essere per Dante proprio
l'imperatore.
Montecchi e Cappelletti (v. 106) erano due famiglie rivali, la prima ghibellina di Verona, la seconda guelfa di Cremona, invece Monaldi e Filippeschi
(v. 107) erano casate di Orvieto, una guelfa e l'altra ghibellina: mentre nel primo caso le famiglie citate erano già in rovina (già tristi), nel secondo
esse presagivano la futura decadenza (con sospetti).
I gentili citati al v. 110 sono i feudatari dell'Impero, che sono vittime o artefici di oppressioni (a seconda del senso di pressure) e le cui magagne (le
colpe commesse o i danni subìti) Alberto d'Asbugo dovrebbe curare; la contea di Santafior era l'esempio di una famiglia feudale caduta in disgrazia.
Il Marcel citato al v. 125 potrebbe essere il pompeiano G. Claudio Marcello, avversario irriducibile di Cesare, o anche M. Claudio Marcello,
espugnatore di Siracusa e salvatore della patria: Dante vorrebbe dire che ogni contadino che si mette a capo di una fazione si atteggia a ribelle
dell'autorità imperiale, o a salvatore della patria (le due interpretazioni non si escludono a vicenda).
L'espressione se... vedi lume (v. 148) vuol dire «se vedi chiaramente».
L'espressione donna di province (v. 78) vuol dire «signora delle province» e rievoca l'antico Impero romano di cui l'Italia era centro.
Al v. 93 (ciò che Dio ti nota) Dante allude probabilmente a Matth., XXII, 21 (Reddite ergo, quae sunt Caesaris, Caesari et, quae sunt Dei, Deo, «Date dunque a Cesare
quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»), quindi alla separazione tra potere temporale e spirituale; in tal caso la gente che dovrebbe essere devota è il corpo
ecclesiastico.
Il v. 96 indica che gli Italiani (o la Chiesa) non permettono all'imperatore di montare in sella (cioè di governare il paese) e conducono il cavallo a mano per la predella,
la parte della briglia attaccata al morso (dunque l'Italia è mal governata).
CANTO VIII
Testo Parafrasi
Era già l’ora che volge il disio Era già l'ora che ridesta nei naviganti la nostalgia (della patria
ai navicanti e ‘ntenerisce il core lontana), (ricordando) il giorno in cui hanno detto addio ai dolci
lo dì c’han detto ai dolci amici addio; 3 amici, e in cui l'amore punge il cuore di chi è da poco in viaggio, se
sente in lontananza il suono delle campane (compieta) che
e che lo novo peregrin d’amore sembrano piangere la morte del giorno;
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more; 6

quand’io incominciai a render vano quando io iniziai a non ascoltare più con attenzione e a osservare
l’udire e a mirare una de l’alme una delle anime che si era alzata e che chiedeva ascolto col cenno
surta, che l’ascoltar chiedea con mano. 9 delle mani.

Ella giunse e levò ambo le palme, Essa unì e sollevò entrambi i palmi, fissando l'oriente e sembrando
ficcando li occhi verso l’oriente, dire a Dio: 'Non mi importa di nient'altro'.
come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. 12

’Te lucis ante’ sì devotamente Le uscì di bocca l'inno Te lucis ante con tanta devozione e con note
le uscìo di bocca e con sì dolci note, così dolci, che assorbì tutta la mia attenzione;
che fece me a me uscir di mente; 15

e l’altre poi dolcemente e devote e anche le altre anime la seguirono con devozione e dolcezza per la
seguitar lei per tutto l’inno intero, durata intera dell'inno, fissando il cielo.
avendo li occhi a le superne rote. 18

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, O lettore, aguzza lo sguardo con attenzione al vero, poiché il velo
chè ‘l velo è ora ben tanto sottile, allegorico è qui così sottile che è facile passarvi attraverso.
certo che ‘l trapassar dentro è leggero. 21

Io vidi quello essercito gentile Io vidi quella nobile schiera di anime, dopo, guardare verso l'alto
tacito poscia riguardare in sùe come in attesa, pallide e umili;
quasi aspettando, palido e umìle; 24

e vidi uscir de l’alto e scender giùe e vidi scendere giù dal cielo due angeli con spade fiammeggianti,
due angeli con due spade affocate, tronche e prive di punte.
tronche e private de le punte sue. 27

Verdi come fogliette pur mo nate Indossavano vesti verdi come foglie appena nate, che portavano
erano in veste, che da verdi penne dietro colpite e ventilate da penne verdi.
percosse traean dietro e ventilate. 30

L’un poco sovra noi a star si venne, Uno si sistemò sopra di noi e l'altro scese dalla parte opposta, così
e l’altro scese in l’opposita sponda, che le anime si raccolsero al centro.
sì che la gente in mezzo si contenne. 33

Ben discernea in lor la testa bionda; Io vedevo bene i loro capelli biondi, ma il mio sguardo si smarriva
ma ne la faccia l’occhio si smarria, nel loro volto, come quando la potenza visiva è sopraffatta da
come virtù ch’a troppo si confonda. 36 qualcosa di troppo superiore.

«Ambo vegnon del grembo di Maria», Sordello disse: «Entrambi vengono dal grembo di Maria, a custodire
disse Sordello, «a guardia de la valle, la valle dal serpente che arriverà tra poco».
per lo serpente che verrà vie via». 39

Ond’io, che non sapeva per qual calle, Allora io, che non sapevo da che parte sarebbe giunto, mi guardai
mi volsi intorno, e stretto m’accostai, intorno e mi strinsi alla mia guida fidata, tutto raggelato.
tutto gelato, a le fidate spalle. 42
E Sordello anco: «Or avvalliamo omai E Sordello proseguì: «Ormai possiamo scendere nella valle tra le
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; grandi ombre e parleremo loro; gli sarà piacevole incontrarvi».
grazioso fia lor vedervi assai». 45

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, Credo di essere sceso solo tre passi, e fui di sotto: vidi uno spirito che
e fui di sotto, e vidi un che mirava mi guardava con insistenza, come se mi volesse riconoscere.
pur me, come conoscer mi volesse. 48

Temp’era già che l’aere s’annerava, Ormai l'aria si faceva scura, ma non al punto che tra il nostro
ma non sì che tra li occhi suoi e ‘ miei reciproco sguardo non diventasse manifesto ciò che prima era
non dichiarisse ciò che pria serrava. 51 celato (ci riconoscessimo).

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: Egli mi si fece incontro e io mi avvicinai: o nobile giudice Nino
giudice Nin gentil, quanto mi piacque (Visconti), quanto fui lieto di vedere che non eri tra i dannati!
quando ti vidi non esser tra ‘ rei! 54

Nullo bel salutar tra noi si tacque; Ci salutammo con grande cortesia, poi lui chiese: «Da quanto sei
poi dimandò: «Quant’è che tu venisti giunto ai piedi del monte attraverso le acque lontane?»
a piè del monte per le lontane acque?». 57

«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi Io gli risposi: «Oh! sono arrivato stamattina attraverso l'Inferno e
venni stamane, e sono in prima vita, sono ancora in vita, sebbene facendo questo viaggio io acquisti
ancor che l’altra, sì andando, acquisti». 60 quella eterna».

E come fu la mia risposta udita, E non appena fu sentita la mia risposta, lui e Sordello si trassero
Sordello ed elli in dietro si raccolse indietro come gente improvvisamente smarrita.
come gente di sùbito smarrita. 63

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse Sordello si rivolse a Virgilio, e Nino a un'anima che sedeva lì
che sedea lì, gridando: «Sù, Currado! accanto, gridando: «Su, Corrado! vieni a vedere cosa Dio ha
vieni a veder che Dio per grazia volse». 66 permesso per la sua grazia».

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado Poi, rivolto a me, disse: «In nome di quella particolare gratitudine
che tu dei a colui che sì nasconde che tu devi a Dio, che ci nasconde la ragione prima del suo operare e
lo suo primo perché, che non lì è guado, 69 non ci permette di conoscerla,

quando sarai di là da le larghe onde, quando sarai tornato sulla Terra, di' a mia figlia Giovanna che
dì a Giovanna mia che per me chiami preghi per me là (in Cielo) dove si risponde agli innocenti.
là dove a li ‘nnocenti si risponde. 72

Non credo che la sua madre più m’ami, Non credo che sua madre mi ami più, da quando ha cambiato le
poscia che trasmutò le bianche bende, bianche bende del lutto e che, poveretta!, dovrà rimpiangere.
le quai convien che, misera!, ancor brami. 75

Per lei assai di lieve si comprende Con il suo esempio si capisce facilmente quanto poco duri il fuoco
quanto in femmina foco d’amor dura, d'amore in una donna, se la vista o il tatto non lo ridesta spesso.
se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende. 78

Non le farà sì bella sepultura La vipera che costituisce lo stemma dei Milanesi non ornerà il suo
la vipera che Melanesi accampa, sepolcro così bene, come avrebbe fatto il gallo di Gallura».
com’avria fatto il gallo di Gallura». 81

Così dicea, segnato de la stampa, Diceva così, con un'espressione che mostrava quel giusto sdegno
nel suo aspetto, di quel dritto zelo che gli ardeva con misura nel cuore.
che misuratamente in core avvampa. 84

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, I miei occhi avidi andavano continuamente al cielo, là dove le stelle
pur là dove le stelle son più tarde, ruotano più lente (al polo), come fa una ruota più vicino al suo asse.
sì come rota più presso a lo stelo. 87

E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». E il mio maestro: «Figliolo, cosa guardi lassù?» E io: «Quelle tre
E io a lui: «A quelle tre facelle stelle che illuminano col loro splendore tutto il cielo australe».
di che ‘l polo di qua tutto quanto arde». 90

Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle Allora mi disse: «Le quattro stelle splendenti che vedevi stamattina
che vedevi staman, son di là basse, sono calate dietro il monte, e queste sono sorte al loro posto».
e queste son salite ov’eran quelle». 93

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse Mentre lui parlava, Sordello lo tirò a sé e disse: «Guarda là il nostro
dicendo:«Vedi là ‘l nostro avversaro»; avversario (il demonio)»; e puntò il dito per indicarglielo.
e drizzò il dito perché ‘n là guardasse. 96

Da quella parte onde non ha riparo Da quella parte da dove la valletta non ha difesa, c'era una biscia
la picciola vallea, era una biscia, del tutto simile, forse, a quella che diede ad Eva il frutto proibito.
forse qual diede ad Eva il cibo amaro. 99

Tra l’erba e ‘ fior venìa la mala striscia, Il malefico serpente strisciava tra l'erba e i fiori, volgendo indietro
volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso talvolta la testa e leccandosi il dorso come una bestia quando si
leccando come bestia che si liscia. 102 liscia la pelle o il pelo.

Io non vidi, e però dicer non posso, Io non vidi, quindi non posso riferire, come gli sparvieri celesti si
come mosser li astor celestiali; mossero; ma vidi con chiarezza che entrambi si erano mossi.
ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. 105

Sentendo fender l’aere a le verdi ali, Sentendo che le verdi ali fendevano l'aria, il serpente fuggì e gli
fuggì ‘l serpente, e li angeli dier volta, angeli se ne andarono, volando insieme alle loro sedi.
suso a le poste rivolando iguali. 108

L’ombra che s’era al giudice raccolta L'anima che si era accostata al giudice Nino quando l'aveva
quando chiamò, per tutto quello assalto chiamata, durante tutto quell'assalto, non smise mai di guardarmi.
punto non fu da me guardare sciolta. 111

«Se la lucerna che ti mena in alto Poi iniziò: «Possa la fiaccola che ti conduce in alto trovare nella tua
truovi nel tuo arbitrio tanta cera volontà tanta cera, quanta ne servirà per portarti alla cima
quant’è mestiere infino al sommo smalto», 114 smaltata del monte (l'Eden); se hai notizie di Val di Magra o di un
luogo lì vicino, dimmele, poiché io fui là un uomo potente.
cominciò ella, «se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era. 117

Fui chiamato Currado Malaspina; Fui chiamato Corrado Malaspina: non il Vecchio, anche se sono un
non son l’antico, ma di lui discesi; suo discendente; amai i miei familiari con un amore eccessivo, che
a’ miei portai l’amor che qui raffina». 120 qui si purifica».

«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi Io risposi: «Oh! non sono mai stato nelle vostre terre, ma dove si
già mai non fui; ma dove si dimora può andare in tutta Europa senza che esse siano note?
per tutta Europa ch’ei non sien palesi? 123

La fama che la vostra casa onora, La fama che onora il vostro casato è celebrata dai signori e dal
grida i segnori e grida la contrada, popolo, cosicché ne è a conoscenza anche chi non c'è stato;
sì che ne sa chi non vi fu ancora; 126

e io vi giuro, s’io di sopra vada, e io vi giuro (possa arrivare in cima al monte) che la vostra gente
che vostra gente onrata non si sfregia onorata non ha mai perso il pregio della borsa e della spada.
del pregio de la borsa e de la spada. 129
Uso e natura sì la privilegia, La consuetudine cavalleresca e le qualità naturali la privilegiano a
che, perché il capo reo il mondo torca, tal punto, che se anche il mondo continua a volgere il capo al male,
sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia». 132 essa sola va dritta e disprezza ogni cammino malvagio».

Ed elli: «Or va; che ‘l sol non si ricorca E lui: «Ora va': il sole non si congiungerà altre sette volte con la
sette volte nel letto che ‘l Montone costellazione dell'Ariete nella quale si trova ora pienamente, prima
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, 135 che questa cortese opinione ti sia inchiodata al centro della testa
con argomenti (chiodi) più efficaci che non i discorsi altrui, se i
che cotesta cortese oppinione decreti divini non muteranno».
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta». 139

Argomento del Canto


Ancora nella valletta dei principi negligenti. Le anime intonano la preghiera della sera. Arrivo degli angeli armati di spada. Sordello
conduce Dante e Virgilio nella valletta. Incontro con Nino Visconti. Arrivo del serpente, messo in fuga dagli angeli. Incontro con
Corrado Malaspina.
È la sera di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle sette.

La preghiera della sera (1-18)


È ormai il tramonto, l'ora in cui i viaggiatori sentono una stretta al cuore per la nostalgia di casa, specie quando ascoltano il suono
delle campane che indica la Compieta. Dante non ascolta più con attenzione e osserva una delle anime della valletta dei principi
negligenti che si alza e leva ambo le mani al cielo, guardando a oriente come se fosse pienamente appagata: essa inizia a recitare
l'inno Te lucis ante con grande devozione, imitata dalle altre anime che alzano tutte gli occhi al cielo.

L'arrivo dei due angeli (19-42)


Dante esorta il lettore ad aguzzare lo sguardo alla verità, perché il velo dell'allegoria è così sottile che è facile passarvi dentro. Il
poeta vede le anime della valletta restare in attesa e guardare in alto, poi vede scendere due angeli armati di spade infuocate e
senza punta, che indossano vesti verdissime e hanno ali con penne dello stesso colore. Uno si pone sopra lui, Virgilio e Sordello,
l'altro si colloca all'altro capo della valletta, per cui le anime si raccolgono al centro. Il poeta distingue la loro testa bionda, ma lo
sguardo non vede il loro volto che è al di là della comprensione umana. Sordello spiega che entrambi gli angeli vengono dal grembo
di Maria, a proteggere la valle da un serpente che arriverà tra poco. Dante, non sapendo da quale parte giungerà il malefico animale,
si sente raggelare e si stringe al suo maestro.

Incontro con Nino Visconti (43-84)


Sordello invita i due poeti a scendere nella valletta tra le ombre dei principi, per parlare con loro, cosa che sarà molto gradita alle
anime. I tre scendono di appena tre passi e Dante, giunto nella valle, si avvede di uno spirito che lo osserva attentamente, come se
volesse riconoscerlo. È quasi buio, ma ciò non impedisce a Dante di riconoscere in quel penitente il giudice Nino Visconti, che gli si fa
incontro mentre lui si avvicina (il poeta è felice di vederlo tra le anime salve). I due si salutano con affetto, poi il Visconti chiede a
Dante quando sia giunto sulla spiaggia del Purgatorio con la barca dell'angelo nocchiero: il poeta risponde di essere giunto lì
attraverso l'Inferno e di essere ancora vivo, poiché compie questo viaggio per ottenere la salvezza. All'affermazione di Dante sia
Sordello sia Nino si traggono indietro stupefatti, e mentre il Mantovano si rivolge a Virgilio, Nino chiama Corrado Malaspina per
mostrargli ciò che la grazia divina ha concesso. Quindi il Visconti si rivolge a Dante e lo prega, in nome del privilegio datogli da Dio, di
dire sulla Terra alla figlia Giovanna di pregare per la sua anima. Sua madre (Beatrice d'Este), la vedova di Nino, non lo ama più, dal
momento che ha lasciato le bianche bende del lutto per risposarsi, cosa di cui dovrà dolersi. Lei è l'esempio di come l'amore delle
donne finisca presto, se i sensi non lo tengono desto; ma quando sarà morta, lo stemma dei Visconti di Milano non ornerà il suo
sepolcro così come avrebbe fatto il gallo, simbolo della Gallura. Nino dice queste parole mostrando con la sua espressione l'impronta
di un giusto sdegno, che gli arde con misura nel cuore.
Le tre stelle. Gli angeli mettono in fuga il serpente (85-108)
Dante alza lo sguardo al cielo, nel punto dove le stelle ruotano più lentamente (il polo), e Virgilio gli chiede cosa stia osservando. Il
discepolo risponde che sta guardando tre stelle, tanto risplendenti da illuminare tutto il cielo australe. Virgilio ribatte che le quattro
stelle viste da Dante al mattino sono ora dietro il monte, mentre queste tre sono sorte al loro posto. Mentre sta parlando, Sordello
lo tira a sé e gli indica un punto col dito da dove, dice, sta arrivando il loro avversario: dal lato in cui la valletta non è riparata dal
monte arriva un serpente, forse lo stesso che aveva dato il frutto proibito ad Eva. Il malefico animale striscia tra le erbe e i fiori,
leccandosi il dorso con la lingua: Dante non vede come si muovano i due angeli, ma si accorge che calano in basso e fendono l'aria
con le ali verdi, per cui il serpente è messo in fuga e gli angeli tornano in alto, là da dove erano giunti.
Colloquio con Corrado Malaspina (109-139)
Durante l'azione degli angeli, l'anima che Nino Visconti aveva chiamato a sé non ha cessato di guardare in volto Dante. Alla fine si
rivolge al poeta e, dopo avergli augurato di giungere alla fine del suo viaggio ultraterreno, gli chiede se ha qualche notizia della Val di
Magra o dei luoghi vicini, dove lui in vita è stato potente. Il suo nome fu Corrado Malaspina (il Giovane), non il Vecchio del quale
comunque è un discendente. Dante risponde di non essere mai stato nella sua terra, ma la fama di questa è diffusa in tutta Europa.
La cortesia dei Malaspina è celebrata dai nobili e dal popolo, così che è nota anche a chi non è mai stato là; Dante giura che la sua
famiglia non è priva della liberalità e della virtù guerresca ed è talmente privilegiata dall'onore cavalleresco e dalla natura che è la
sola a camminare diritta in un mondo dove tutti si volgono al male. Corrado risponde che il sole non entrerà in congiunzione con
l'Ariete altre sette volte (non passeranno cioè altri sette anni) prima che la cortese opinione di Dante gli sia confermata con prove
più convincenti dei discorsi altrui, se i decreti divini non arrestano il loro corso.
Interpretazione complessiva
Il Canto si apre con la descrizione del tramonto e della nostalgia di casa che in quell'ora del giorno nasce in cuore ai navicanti, specie
quando sentono il suono delle campane della sera (probabilmente l'ora canonica della compieta): è un evidente riferimento alla
situazione di esule del poeta, che sarà poi ripresa alla fine dell'episodio durante il colloquio con Corrado Malaspina la cui famiglia
darà asilo a Dante nel 1306. Il tema dell'esilio e delle lotte politiche interne alle città si riallaccia all'invettiva all'Italia del Canto VI ed
è al centro anche dell'incontro con l'altro penitente di questo Canto, quel Nino Visconti che qui è ricordato come giudice di Gallura,
ma che era stato parte attiva nelle lotte interne alla città di Pisa che avevano coinvolto anche Ugolino e Ruggieri (protagonisti
entrambi del Canto XXXIII dell'Inferno). Nino era stato amico di Dante nella sua gioventù e il poeta sembra escluderlo da quel
groviglio di lotte e tradimenti che avevano sconvolto Pisa negli ultimi anni del Duecento, benché sia sollevato di trovarlo tra le anime
salve e non tra' rei; il colloquio tra i due ripropone i toni sereni e rilassati di quelli con Casella e Belacqua, con Nino che si preoccupa
unicamente che i vivi preghino per lui e sembra ormai lontanissimo dalle ansie e cure terrene che gli hanno precluso l'accesso
immediato al Purgatorio. Il suo solo rammarico è che la vedova Beatrice non pensi più a lui dopo essersi risposata, per cui Dante
dovrà rivolgersi alla figlia Giovanna (una situazione assai simile a quella di Manfredi e Bonconte), e anche se le sue parole esprimono
un dritto zelo (un giusto sdegno) non suonano accusatorie nei confronti della moglie, che dovrà pentirsi delle sue nuove nozze per le
vicissitudini che attendono lei e il secondo marito. Nino scusa in fondo la vedova con un luogo comune assai diffuso nella letteratura
medievale (cfr. soprattutto Boccaccio, Dec., II, 9 e Corbaccio), cioè che l'amore delle donne dura poco se non è sostenuto dai sensi,
indicando la moglie col termine femmina che Dante riteneva spregiativo rispetto a quello stilnovistico di donna (lo dice nella Vita
Nuova, XIX, 1), anche se ciò non ha un valore perentorio.
Egualmente sciolto dalle preoccupazioni terrene e politiche è Corrado Malaspina, già chiamato in causa da Nino all'apprendere che
Dante è vivo e che si rivolge al poeta al termine della «sacra rappresentazione» degli angeli e del serpente. Corrado si presenta come
membro di un ramo della potente famiglia Malaspina, quella dello Spino Secco di Val di Magra che discendeva dal suo omonimo
Corrado il Vecchio, e non chiede a Dante di ricordarlo ai vivi quanto piuttosto di dargli notizie dei luoghi dove è vissuto. La risposta di
Dante è l'occasione per sciogliere un sincero e commosso omaggio alla nobiltà dei Malaspina, che (come detto) lo ospitarono nei
primi anni dell'esilio e che ora il poeta celebra come una famiglia dalla fama positiva che è conosciuta in tutta Europa, benvoluta da
signori e popolani, in pieno possesso del pregio de la borsa e de la spada (ovvero del pretz provenzale, la perfezione della nobiltà che
deriva dalla liberalità, opposta all'avarizia, e dal valore guerresco, opposto alla fellonia). Uso e natura, ovvero la consuetudine
cavalleresca e le qualità naturali, fanno sì che i Malaspina camminino retti contrariamente al resto del mondo, che ricerca il peccato:
Corrado ribatte che prima di sette anni (nel 1306, appunto) Dante sperimenterà di persona la generosità e la cortesia dei suoi
parenti, profetizzando indirettamente l'esilio che era già evocato nei versi iniziali del Canto (è da notare come simili profezie, nel
Purgatorio, hanno tono ben diverso rispetto a quelle infernali).
Prima e durante l'incontro coi due penitenti ci sono poi i due atti di quella che è stata definita una «sacra rappresentazione», ovvero
l'arrivo degli angeli a guardia della valletta e poi del serpente, che sarà messo in fuga dagli astor celestiali. Si inizia con il sereno
atteggiamento di un'anima che si volge a oriente e inizia la recita dell'inno Te lucis ante, composto da sant'Ambrogio per invocare
l'aiuto divino contro le tentazioni notturne: l'inno invoca l'aiuto del Creatore contro «il nostro nemico», quindi è evidente che il
senso allegorico di quello che segue è che solo la grazia può aiutare il credente a sconfiggere le tentazioni demoniache,
rappresentate qui dal serpente che ha l'aspetto di quello che tentò Eva nell'Eden, di cui la valletta è chiaramente prefigurazione. Può
stupire che Dante avverta il lettore di ingegnarsi nella lettura, in quanto il velo allegorico è talmente sottile che è facile passarci
attraverso (cioè confondere allegoria e verità), ma questo probabilmente vuol dire solo che il lettore dovrà prestare particolare
attenzione alla scena che segue, non che il suo significato sia particolarmente astruso (il richiamo è assai simile a quello di Inf., IX, 61-
63, che precedeva una rappresentazione assai simile nel senso se non nel tono). Il tutto è confermato dalla visione delle tre stelle
che hanno preso il posto delle quattro viste al mattino, e che certamente rappresentano le tre virtù teologali indispensabili alla
salvezza: alcuni commentatori hanno visto nei due angeli i colori tradizionali di esse, ovvero il verde delle vesti che rimanda alla
speranza, il biondo dei capelli che rimanda alla fede e il rosso dei volti invibili a occhio nudo che rimanda alla carità, per quanto
l'interpretazione sembri molto sottile. Certo il valore della rappresentazione è simbolico e non si riferisce direttamente alle anime
dei principi, ormai salve e immuni a ogni tentazione, quando forse ai vivi rimasti sulla Terra, per cui la preghiera della sera è rivolta
principalmente ad essi come lo sarà l'ultima parte del Pater noster recitato dai superbi della I Cornice. Il dato che prevale su tutta la
scena è infatti di grande serenità da parte delle anime, sia nella cacciata del serpente (il solo a preoccuparsi è Dante, che in effetti è
l'unico ad essere ancora esposto al rischio della tentazione) sia nell'atteggiamento dell'orante all'inizio, che appare così appagato dal
proprio destino da dire quasi D'altro non calme, «non mi cale, non mi importa di altro»; tale rassegnazione è in fondo la stessa che
traspare nel colloquio con Nino e Corrado, i quali sono in effetti del tutto separati dalle loro ansie terrene e proiettati come Dante
verso l'ascesa del monte.

Note e passi controversi


Il v. 3 ha valore di compl. di tempo («il giorno in cui hanno detto addio ai dolci amici»), anche se alcuni (Tommaseo, Pagliaro) lo
hanno interpretato come sogg. di volge, 'ntenerisce e punge.
La squilla del v. 5 è probabilmente la campana che indica l'ultima ora canonica di compieta, quando cioè si recitava l'inno Te lucis
ante e anche il Salve, Regina intonato dalle anime nel Canto precedente. Si è pensato al suono serale dell' Ave Maria, ma non è
certo che quest'uso fosse già presente in Italia quando questi versi furono scritti.
I vv. 19-21 avvertono il lettore di aguzzare lo sguardo al vero della rappresentazione allegorica, perché il velo dell'allegoria è così
sottile (cioè la differenza tra vero e allegoria è talmente minima) che è facile trapassar dentro, ovvero confonderli.
Il v. 37 (Ambo vegnon del grembo di Maria) vuol forse dire che i due angeli vengono dall'Empireo, ma non è escluso che sia proprio
Maria a inviarli lì, visto che la preghiera Salve, Regina era rivolta a Lei.
Le bianche bende citate al v. 74 erano indossate dalle vedove intorno al capo sulle vesti nere, in segno di lutto.
Il v. 80 (la vipera che Melanesi accampa) vuol dire «lo stemma (una biscia che divora un saraceno) che fa accampare i Milanesi», che
cioè li rappresenta; alcuni mss. leggono 'l Melanese, riferito a Galeazzo Visconti, che diventerebbe soggetto di accampa («lo stemma
che il Visconti ha nel campo del suo stemma»).
Suso a le poste (v. 108) vuol dire probabilmente «alle loro sedi celesti», ma altri pensano ai lati della valletta dove gli angeli sono di
guardia.
Il sommo smalto (v. 114) è molto probabilmente l'Eden, detto così perché posto sulla cima del monte e smaltato di fiori; altri
pensano al Paradiso Celeste.
Il pregio de la borsa e de la spada (v. 129) è il pretz provenzale, ovvero l'onore cavalleresco che è costituito da liberalità (borsa) e da
virtù guerresca (spada).
Al v. 131 il capo reo può essere sogg. o ogg. di torca, ma è più probabile la seconda ipotesi («per quanto il mondo volga il capo dove
non dovrebbe»).
I vv. 133-135 vogliono dire letteralmente che il sole non entrerà in congiunzione con la costellazione dell'Ariete, nella quale si trova
adesso, più di sette volte (non passeranno più di sette anni).
CANTO IX
Testo Parafrasi
La concubina di Titone antico La sposa del vecchio Titone si affacciava già col volto pallido al
già s’imbiancava al balco d’oriente, balcone d'oriente, fuori dall'abbraccio del suo dolce amante;
fuor de le braccia del suo dolce amico; 3

di gemme la sua fronte era lucente, la sua fronte riluceva di gemme, poste a formare la figura del freddo
poste in figura del freddo animale animale (lo Scorpione) che colpisce la gente con la coda;
che con la coda percuote la gente; 6

e la notte, de’ passi con che sale, e la notte aveva fatto due dei passi con cui sale, nel luogo dove noi
fatti avea due nel loco ov’eravamo, eravamo, e il terzo era quasi compiuto;
e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale; 9

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo, quando io, che avevo un corpo in carne e ossa, vinto dal sonno, mi
vinto dal sonno, in su l’erba inchinai sdraiai sull'erba dove già sedevamo tutti e cinque.
là ‘ve già tutti e cinque sedavamo. 12

Ne l’ora che comincia i tristi lai Nell'ora in cui la rondinella, vicino all'alba, comincia il suo triste
la rondinella presso a la mattina, stridio, forse ricordando i suoi primi dolori, e in cui la nostra mente,
forse a memoria de’ suo’ primi guai, 15 distaccata dal corpo e meno presa dai pensieri, fa dei sogni
rivelatori,
e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue vision quasi è divina, 18

in sogno mi parea veder sospesa mi sembrava di vedere in sogno un'aquila dalle penne d'oro, che
un’aguglia nel ciel con penne d’oro, volteggiava in cielo con le ali spiegate e prossima a scendere;
con l’ali aperte e a calare intesa; 21

ed esser mi parea là dove fuoro e mi sembrava di essere là (sul monte Ida) dove Ganimede
abbandonati i suoi da Ganimede, abbandonò i suoi compagni, quando fu rapito al supremo concilio
quando fu ratto al sommo consistoro. 24 degli dei.

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede Fra me pensavo: 'Forse quest'aquila colpisce abitualmente qui, e
pur qui per uso, e forse d’altro loco forse disdegna di ghermire le sue prede in altro luogo'.
disdegna di portarne suso in piede’. 27

Poi mi parea che, poi rotata un poco, Poi mi sembrava che essa, dopo aver volteggiato un poco,
terribil come folgor discendesse, scendesse fulminea come la folgore e mi rapisse fino alla sfera del
e me rapisse suso infino al foco. 30 fuoco.

Ivi parea che ella e io ardesse; Là mi sembrava di bruciare insieme a lei; e quell'incendio sognato
e sì lo ‘ncendio imaginato cosse, mi arse a tal punto, che fu inevitabile che il sogno finisse.
che convenne che ‘l sonno si rompesse. 33

Non altrimenti Achille si riscosse, Achille non si destò diversamente, volgendo gli occhi in giro e non
li occhi svegliati rivolgendo in giro sapendo dove fosse, quando la madre (Teti) lo sottrasse da Chirone
e non sappiendo là dove si fosse, 36 portandolo a Sciro fra le sue braccia, là da dove poi i Greci lo
portarono via;
quando la madre da Chirón a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro; 39

che mi scoss’io, sì come da la faccia così mi riscossi io, non appena il sonno fuggì via dalla mia faccia, e
mi fuggì ‘l sonno, e diventa’ ismorto, impallidii, come l'uomo spaventato che raggela.
come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. 42
Dallato m’era solo il mio conforto, Accanto a me c'era solo Virgilio e il sole era già alto da più di due
e ‘l sole er’alto già più che due ore, ore, e il mio sguardo era rivolto al mare.
e ‘l viso m’era a la marina torto. 45

«Non aver tema», disse il mio segnore; Il mio maestro disse: «Non aver paura, rassicurati, infatti siamo a
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto; buon punto; non frenare, ma anzi rafforza ogni tua energia.
non stringer, ma rallarga ogne vigore. 48

Tu se’ omai al purgatorio giunto: Sei giunto ormai al Purgatorio: vedi là la parete rocciosa che lo
vedi là il balzo che ‘l chiude dintorno; cinge tutt'attorno; vedi l'ingresso, nel punto in cui essa sembra
vedi l’entrata là ‘ve par digiunto. 51 spaccata.

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, Poco fa, sul far dell'alba che precede il giorno, quando eri
quando l’anima tua dentro dormia, profondamente addormentato, una donna venne in quel luogo
sovra li fiori ond’è là giù addorno 54 laggiù adornato di fiori e disse: "Io sono Lucia; lasciate che io
prenda costui che dorme; lo aiuterò a compiere il suo cammino".
venne una donna, e disse: "I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via". 57

Sordel rimase e l’altre genti forme; Sordello e le altre nobili anime rimasero là; ella ti prese e, non
ella ti tolse, e come ‘l dì fu chiaro, appena fu giorno, venne quassù; e io la seguii.
sen venne suso; e io per le sue orme. 60

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro Ti depose qui, ma prima i suoi begli occhi mi mostrarono
li occhi suoi belli quella intrata aperta; quell'ingresso; poi se ne andò insieme al tuo sonno».
poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro». 63

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta Come un uomo che, nel dubbio, si rassicura e muta la sua paura in
e che muta in conforto sua paura, conforto, dopo che gli è stata svelata la verità, così divenni io; e non
poi che la verità li è discoperta, 66 appena il maestro mi vide senza preoccupazioni, si avviò verso la
parete rocciosa e io lo seguii in alto.
mi cambia’ io; e come sanza cura
vide me ‘l duca mio, su per lo balzo
si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. 69

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo O lettore, tu vedi bene come io innalzo la materia del mio canto,
la mia matera, e però con più arte perciò non stupirti se io la rafforzo con un'arte più raffinata.
non ti maravigliar s’io la rincalzo. 72

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, Noi ci avvicinammo ed eravamo al punto in cui là dove prima mi
che là dove pareami prima rotto, sembrava che la parete fosse rotta, proprio come un muro
pur come un fesso che muro diparte, 75 attraversato da una crepa, vidi una porta, e sotto di essa tre gradini
per salire ad essa, di diversi colori, e un angelo guardiano che non
vidi una porta, e tre gradi di sotto diceva nulla.
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch’ancor non facea motto. 78

E come l’occhio più e più v’apersi, E spingendo in là lo sguardo, vidi che l'angelo sedeva sopra l'ultimo
vidil seder sovra ‘l grado sovrano, gradino, con un volto tale che non potei guardarlo;
tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; 81

e una spada nuda avea in mano, aveva in mano una spada sguainata, che rifletteva i raggi verso di
che reflettea i raggi sì ver’ noi, noi al punto che io, spesso, guardavo senza vedere nulla.
ch’io drizzava spesso il viso in vano. 84

«Dite costinci: che volete voi?», Egli iniziò a dire: «Dite da lì: cosa volete voi? chi vi ha condotti qui?
cominciò elli a dire, «ov’è la scorta? Badate che il salire non vi arrechi danno».
Guardate che ‘l venir sù non vi nòi». 87

«Donna del ciel, di queste cose accorta», Il mio maestro gli rispose: «Una donna del cielo, esperta di queste
rispuose ‘l mio maestro a lui, «pur dianzi cose, poco fa ci disse: "Andate, là c'è la porta"».
ne disse: "Andate là: quivi è la porta"». 90

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», Il cortese guardiano riprese: «Ed ella possa aiutarvi a proseguire
ricominciò il cortese portinaio: felicemente: venite dunque avanti lungo i gradini».
«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». 93

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio Andammo là: il primo gradino era di marmo bianco, così pulito e
bianco marmo era sì pulito e terso, lucido che io mi ci specchiai tale quale io appaio.
ch’io mi specchiai in esso qual io paio. 96

Era il secondo tinto più che perso, Il secondo era di colore assai scuro, fatto di pietra ruvida e riarsa,
d’una petrina ruvida e arsiccia, screpolata nel senso della lunghezza e della larghezza.
crepata per lo lungo e per traverso. 99

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, Il terzo, che è più alto di tutti, mi sembrava di porfido ed era così
porfido mi parea, sì fiammeggiante, fiammeggiante (rosso) che sembrava sangue che zampilla da una
come sangue che fuor di vena spiccia. 102 vena.

Sovra questo tenea ambo le piante L'angelo di Dio teneva su questo gradino entrambi i piedi, sedendo
l’angel di Dio, sedendo in su la soglia, sulla soglia che mi sembrava fatta di diamante.
che mi sembiava pietra di diamante. 105

Per li tre gradi sù di buona voglia Il mio maestro mi spinse su per i tre gradini, cosa che accettai
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi volentieri, dicendo: «Chiedi umilmente che ti apra la porta».
umilemente che ‘l serrame scioglia». 108

Divoto mi gittai a’ santi piedi; Io mi gettai con devozione davanti ai santi piedi dell'angelo; chiesi
misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, misericordia e che mi aprisse, ma prima mi colpii tre volte il petto.
ma tre volte nel petto pria mi diedi. 111

Sette P ne la fronte mi descrisse Con la punta della spada mi incise sette P sulla fronte, e disse: «Fa'
col punton de la spada, e «Fa che lavi, in modo di cancellare queste piaghe, quando sarai dentro».
quando se’ dentro, queste piaghe», disse. 114

Cenere, o terra che secca si cavi, La sua veste era di colore identico alla cenere o alla terra secca
d’un color fora col suo vestimento; appena scavata; di sotto ad essa tirò fuori due chiavi.
e di sotto da quel trasse due chiavi. 117

L’una era d’oro e l’altra era d’argento; Una era d'oro e l'altra d'argento; usò prima quella argentea e poi
pria con la bianca e poscia con la gialla quella dorata per aprire la porta, accontentandomi.
fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. 120

«Quandunque l’una d’este chiavi falla, Egli ci disse: «Ogni qual volta una di queste chiavi non funziona e
che non si volga dritta per la toppa», non si gira come si deve nella toppa, questa porta non si apre.
diss’elli a noi, «non s’apre questa calla. 123

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa Quella d'oro è più preziosa; ma l'altra richiede molta arte e ingegno
d’arte e d’ingegno avanti che diserri, per aprire, perché è quella che scioglie il nodo.
perch’ella è quella che ‘l nodo digroppa. 126

Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri Le ho ricevute da san Pietro; e lui mi disse che dovevo sbagliare ad
anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, aprire la porta, piuttosto che a tenerla chiusa, purché i penitenti mi
pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». 129 si gettino ai piedi».
Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, Poi spinse il battente della sacra porta, dicendo: «Entrate; ma vi
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti avverto che chi si volta a guardare indietro, torna fuori».
che di fuor torna chi ‘n dietro si guata». 132

E quando fuor ne’ cardini distorti E quando gli spigoli di quella porta sacra, fatti di metallo massiccio,
li spigoli di quella regge sacra, furono girati nei loro cardini, emisero uno stridore più forte (e la
che di metallo son sonanti e forti, 135 porta si mostrò più riluttante ad aprirsi) della rupe Tarpea, non
appena le fu sottratto il buon Metello, per cui poi fu privata del suo
non rugghiò sì né si mostrò sì acra tesoro.
Tarpea, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra. 138

Io mi rivolsi attento al primo tuono, Io mi feci attento al primo suono e mi sembrava di udire l'inno Te
e ‘Te Deum laudamus’ mi parea Deum laudamus, con una voce mista a un dolce suono.
udire in voce mista al dolce suono. 141

Tale imagine a punto mi rendea Ciò che udivo mi dava la stessa impressione che si ha di solito
ciò ch’io udiva, qual prender si suole quando si eseguono canti alternati alla musica dell'organo, quando
quando a cantar con organi si stea; le parole si sentono ora sì, ora no.

ch’or sì or no s’intendon le parole. 145

Argomento del Canto


Dante si addormenta nella valletta. Sogno dell'aquila (santa Lucia porta dante alla porta del Purgatorio). Incontro con l'angelo
guardiano, che incide sette P sulla fronte di Dante. Ingresso in Purgatorio.
È la notte tra domenica 10 aprile (o 27 marzo) e lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300.

Dante si addormenta e sogna (1-33)


L'aurora sta ormai imbiancando il cielo a oriente, nell'emisfero boreale, con la costellazione dello Scorpione di fronte ad essa,
mentre nel Purgatorio sono già trascorse circa tre ore dall'inizio della notte. Dante, affaticato per il viaggio e per il fatto di avere un
corpo in carne e ossa, si sdraia sull'erba nella valletta e si addormenta. Verso l'alba, quando la rondine emette i suoi stridi e la mente
umana fa dei sogni rivelatori della realtà, il poeta sogna di vedere sopra di sé un'aquila dalle penne d'oro, che volteggia e sembra sul
punto di scendere a terra. Dante nel sogno pensa di essere sul monte Ida, là dove Ganimede fu rapito da Giove tramutatosi in aquila,
e pensa fra sé che forse il rapace è solito colpire in quel luogo le sue prede. Poi sogna che l'aquila piombi su di lui e lo ghermisca,
portandolo in alto sino alla sfera del fuoco dove gli sembra di bruciare: nel sogno prova dolore, il che lo induce a svegliarsi
improvvisamente.

Risveglio di Dante e spiegazione di Virgilio (34-69)


Dante si scuote non diversamente da Achille, quando si risvegliò a Sciro non sapendo dove si trovasse poiché la madre Teti lo aveva
rapito a Chirone mentre dormiva. Dante si sveglia d'improvviso e impallidisce, raggelando: accanto c'è solo Virgilio, mentre il sole è
già alto nel cielo e lo sguardo del poeta è rivolto al mare. Virgilio si affretta a spiegargli che non ha nulla da temere e deve anzi
confortarsi, poiché il viaggio procede bene ed egli è giunto alla porta del Purgatorio, scavata nella parete rocciosa del monte là dove
il maestro gli indica. Virgilio spiega inoltre che poco prima, sul fare dell'alba quando Dante dormiva, una donna era giunta nella
valletta dicendo di essere santa Lucia e prendendo il poeta addormentato, per condurlo in alto. Sordello e gli altri principi della
valletta erano rimasti lì e Dante era stato trasportato alla porta del Purgatorio quando fu giorno fatto, seguito dallo stesso Virgilio.
Lucia aveva deposto Dante in quel punto, ma prima i suoi occhi avevano indicato al maestro l'accesso al monte, quindi la santa se ne
era andata proprio nel momento del risveglio di Dante. Il poeta è riconfortato dalle parole di Virgilio e appena il maestro lo vede
privo di dubbi e di paure procede verso la porta, seguito da Dante stesso.
La porta del Purgatorio. L'angelo guardiano (70-93)
Dante avverte il lettore che la materia del suo poema si innalza, perciò il suo stile diventerà d'ora in avanti più elevato. I due poeti si
avvicinano al punto in cui la parete rocciosa del monte è spaccata e dove c'è una porta alla quale si sale lungo tre gradini, di colore
diverso, e sulla soglia c'è un angelo che fa la guardia e non dice nulla. Dante fissa lo sguardo e vede che l'angelo siede sul gradino più
alto e il suo volto è così luminoso che non riesce a vederlo; egli tiene in mano una spada, che riflette i raggi del sole e impedisce a
Dante di vederla bene. L'angelo chiede ai due che cosa vogliono e chi li ha condotti lì, avvertendoli che l'accesso alla porta potrebbe
recare danno. Virgilio risponde che santa Lucia poco prima ha loro indicato la porta, quindi l'angelo dà ai due il permesso di salire i
gradini.
Le sette P sulla fronte di Dante. Accesso al Purgatorio (94-145)
Dante inizia salire i tre gradini: il primo è di marmo bianco e candido, talmente chiaro che il poeta ci si può specchiare; il secondo è
molto scuro, formato da una pietra ruvida che presenta una spaccatura nella lunghezza e nella larghezza; il terzo sembra di porfido,
rosso come il sangue che sgorga da una vena. L'angelo tiene i piedi su quest'ultimo e siede sulla soglia, simile al diamante. Virgilio
conduce Dante lungo i tre gradini e lo invita a chiedere umilmente di aprire la porta. Il poeta si getta devotamente ai piedi
dell'angelo, chiedendo misericordia dopo essersi battuto per tre volte il petto. L'angelo incide sette P sulla fronte di Dante con la
punta della spada, raccomandandogli di lavare queste piaghe una volta avuto accesso alle Cornici. L'angelo estrae dalla sua veste, del
colore grigio della cenere, due chiavi, una d'oro e l'altra d'argento, con le quali apre la porta usando prima quella argentea. L'angelo
avverte che se una delle due chiavi non funziona la porta non può aprirsi, aggiungendo che quella d'oro è più preziosa, ma quella
d'argento richiede molta scienza e acutezza in quanto è quella che permette al penitente di entrare. Spiega inoltre che le chiavi gli
sono state date da san Pietro, il quale gli ha raccomandato di sbagliare nell'aprire piuttosto che nel tenere chiusa la porta, purché i
penitenti mostrino una sincera contrizione. Poi l'angelo spinge la porta per aprirla, dicendo di entrare e avvertendo i due poeti che
chi guarda indietro torna fuori. Gli spigoli della porta, fatti di metallo massiccio, ruotano intorno ai cardini ed emettono un forte
stridore, mostrando che la porta è restia ad aprirsi più di quanto lo fu la rupe Tarpea dopo la rimozione di Metello. Dante ascolta con
attenzione e gli pare di udire una voce che canta l'inno Te Deum laudamus, in modo simile ai canti alternati al suono dell'organo, per
cui le parole ora si sentono e ora no.
Interpretazione complessiva
Il Canto funge da passaggio tra la prima parte della Cantica, dedicata per lo più all'Antipurgatorio, e la seconda dedicata alle Cornici e
al luogo del secondo regno dove le anime si purificano dai peccati, il che corrisponde a un innalzamento della materia e di
conseguenza a un affinamento dello stile poetico nei Canti successivi (è Dante ad avvertire i lettori con l'appello ai vv. 70-72, che
anticipa quelli simili che saranno assai frequenti nel Paradiso). Questa sorta di piccolo proemio cade a metà circa del Canto, dopo
che Dante si è addormentato nella valletta all'inizio della notte e ha sognato un'aquila che lo ha ghermito sul monte Ida e
trasportato in alto, che come poi Virgilio spiegherà non era altri che santa Lucia che portava il poeta alla porta del Purgatorio.
L'episodio si apre con la famosa descrizione dell'aurora, assai problematica e variamente interpretata, anche se probabilmente
Dante allude al sorgere dell'aurora solare nell'emisfero boreale cui corrisponde, nel Purgatorio, l'inizio della notte; il poeta si
addormenta vinto dalla stanchezza e verso l'alba, quando si credeva che i sogni fossero veritieri, fa il sogno dell'aquila, anch'esso
variamente interpretato e che forse è solo la traduzione in termini visivi dell'aiuto di Lucia che agevola Dante per la sua via. Del resto
l'aquila era l'uccello sacro a Giove e simbolo dell'autorità imperiale, il che ha poco a che fare con il significato allegorico di Lucia (che
qui, come già nel Canto II dell'Inferno, è la grazia illuminante che assiste l'uomo per consentirgli di salvarsi). Il risveglio di Dante è
traumatico in quanto non sa dove si trova, per cui Virgilio deve rassicurarlo e indicargli la porta del Purgatorio dicendogli che ormai il
viaggio è a buon punto; Dante si scuote anche perché nel sogno gli sembrava di attraversare la sfera del fuoco e il calore lo ha
svegliato, e secondo alcuni commentatori è probabile che egli abbia in realtà sentito il calore del sole che è già alto sull'orizzonte e lo
colpisce una volta che Lucia lo ha deposto di fronte alla porta. Il sogno di Dante anticipa gli altri due che farà negli altri
pernottamenti in Purgatorio (nei Canti XIX e XXVII), anch'essi allegorici e analogamente interpretati.
La seconda parte del Canto è ovviamente dedicata alla descrizione della porta custodita dall'angelo, nonché del complesso rituale cui
Dante deve sottoporsi prima di essere ammesso alle Cornici dall'angelo stesso. La simbologia è connessa ovviamente al
riconoscimento dei propri peccati e all'assoluzione da parte dell'angelo, che riguarda Dante come tutti i penitenti che di lì devono
passare: i tre gradini che conducono alla porta corrispondono quasi certamente ai tre momenti del sacramento della confessione,
ovvero la contritio cordis (la consapevolezza dei peccati: è il primo gradino, di marmo bianco in cui Dante può specchiarsi), la
confessio oris (la confessione vera e propria: è il secondo gradino, di pietra scura e screpolata, che rappresenta lo spezzarsi della
durezza dell'animo) e la satisfactio operis (la soddisfazione per mezzo di opere: è il terzo gradino, rosso come l'ardore di carità
necessario a rimediare ai peccati commessi). Variamente interpretata anche la spada di cui l'angelo guardiano è armato, che forse è
simbolo della giustizia o dell'ufficio del sacerdote confessore: con essa l'angelo incide sulla fronte di Dante le sette P che
rappresentano ovviamente i sette peccati capitali, che il poeta dovrà purificare moralmente durante l'ascesa del monte (esse
saranno cancellate all'uscita da ogni Cornice). L'angelo ammette Dante in Purgatorio e ne apre la porta con le due chiavi (una d'oro e
l'altra d'argento) che tiene sotto la veste color cenere, simbolo quest'ultima della mortificazione della penitenza o forse dell'umiltà
del confessore: la chiave d'oro rappresenta certo l'autorità di dare l'assoluzione che al confessore deriva da Dio e dalla Chiesa, quella
argentea (che secondo l'angelo vuol troppa / d'arte e d'ingegno) è invece la scienza e la sapienza che il confessore stesso deve avere
per valutare i peccati commessi. Dante sottolinea che entrambe sono state date all'angelo da san Pietro e che se una delle due non
funziona l'apertura della porta, ovvero l'ammissione del peccatore al Purgatorio, è impossibile: è una velata polemica contro le facili
indulgenze di cui la Chiesa faceva mercato nel Trecento, come lo è il fatto che la porta si apre a fatica e producendo un tremendo
stridore, nel senso che il perdono di Dio è concesso solo a chi sinceramente si è pentito delle proprie colpe e ciò avviene assai di
rado.
Una volta varcata la soglia del Purgatorio, per Dante e la sua guida inizia un nuovo cammino che li porterà alla tappa successiva,
ovvero l'ingresso nell'Eden sulla cima del monte: anche allora ci sarà un innalzamento dello stile, mentre qui Dante è colpito dal
suono melodioso di alcune voci che intonano il Te Deum laudamus, in modo tale che egli non ne sente tutte le parole (come quando
in chiesa si canta in alternanza al suono dell'organo). Siamo ormai entrati in una dimensione diversa da quella dell'Antipurgatorio,
dominata dalla serena rassegnazione delle anime che espiano attivamente le loro pene, come farà anche Dante unendosi
moralmente a loro: il passaggio in ogni Cornice avverrà secondo un cerimoniale fisso, in cui il canto di Salmi o inni avrà una parte
importante (ed è stato osservato come ciò renda il Purgatorio simile a un enorme monastero, in cui ogni momento è scandito da
uffici liturgici precisi: a ciò, forse, rimanda la similitudine degli organi, peraltro molto discussa, che chiude questo Canto).

Note e passi controversi


I vv. 1-6 descrivono con ogni probabilità il sorgere dell'aurora solare a oriente nell'emisfero boreale, che corrisponde alle nove di
sera circa nel Purgatorio. L'aurora è definita concubina di Titone antico perché nel mito classico essa si innamora di Titone e lo
rapisce, per sposarlo, quindi ottiene da Giove l'immortalità; non la chiede però per lo sposo, che quindi invecchia (di qui l'agg.
antico). Le gemme che le rilucono in fronte sono la costellazione dello Scorpione, il freddo animale / che con la coda percuote la
gente, che si trova nella parte opposta del cielo (quindi fronte indica non la fronte dell'aurora, bensì il cielo a lei opposto). C'è chi ha
pensato alla costellazione dei Pesci che sorge a oriente nell'emisfero boreale, ma essa è assai poco luminosa al contrario dello
Scorpione; poco probabile l'interpretazione dell'aurora come quella lunare.
I vv. 7-9 indicano che sono le nove di sera circa, perché i passi con cui la notte sale sono le ore e Dante dice che essa ne ha fatti quasi
tre, quindi sono passate circa tre ore dal tramonto.
I vv. 13-15 indicano che è quasi l'alba, l'ora in cui la rondine emette i suoi stridi: Dante fa riferimento al mito di Progne mutata in
rondine per aver ucciso il marito Tereo con l'aiuto della cognata FIlomela.
Il v. 18 allude alla credenza, assai diffusa nel Medioevo, che i sogni fatti all'alba fossero veritieri.
I vv. 22-24 vogliono indicare il monte Ida nella Troade, dove Ganimede fu rapito da Giove tramutatosi in aquila e portato sull'Olimpo
a far da coppiere agli dei.
Infino al foco (v. 30) vuol dire «sino alla sfera del fuoco», che secondo la scienza del tempo separava la Terra dal I Cielo della Luna.
I vv. 34-39 alludono al mito secondo il quale Teti, madre di Achille, rapì il figlio al centauro Chirone che gli faceva da precettore per
nasconderlo a Sciro, sottraendolo così alla guerra di Troia; Ulisse e Diomede lo scoprirono con l'inganno e lo portarono via di lì.
Il balzo citato al v. 50 è probabilmente la parete rocciosa che circonda il monte, che è digiunto (spaccato) in corrispondenza della
porta.
I raggi che si riflettono nella spada dell'angelo (v. 83) possono essere quelli del sole, oppure lo splendore del suo volto, oppure la
luminosità della spada che potrebbe essere fiammeggiante come quelle degli angeli che hanno scacciato il serpente, anche se nulla
nel testo lo conferma.
L'espressione tinto più che perso (v. 97) indica un colore più scuro del «perso», ovvero un colore misto di purpureo e nero (cfr. Inf.,
V, 89).
La parola regge (v. 134) indica la porta e deriva dal lat. med. regia (porta principale di un edificio, spec. sacro).
I vv. 126-128 alludono al racconto di Lucano (Phars., III, 153 ss.), secondo il quale Cesare giunse a Roma deciso a impadronirsi del
tesoro pubblico, custodito nella rupe Tarpea e affidato al tribuno L. Cecilio Metello. Questi tentò di opporsi, ma Cesare lo rimosse
con la forza e aprì la porta che conduceva al tesoro.
Al primo tuono (v. 139) ha probabilmente valore di compl. di tempo, quindi indica il momento in cui la porta emette il suo stridore.
I vv. 142-145 sono stati oggetto di un vivace dibattito interpretativo, ma il senso più probabile è questo: «Quello che udivo aveva lo
stesso suono che si sente, di solito, quando si canta in chiesa alternando la voce all'organo, per cui le parole si sentono ora sì, ora
no». Dante farebbe riferimento non al canto polifonico, bensì all'uso di alternare le voci alla musica dell'organo nelle funzioni
liturgiche, ampiamente attestato già nel XII sec., e vorrebbe indicare che le voci intonano l'inno tacendone alcuni versi (non occorre
pensare a un vero e proprio accompagnamento con organo, anche se sarebbe ipotesi suggestiva).
CANTO X
Testo Parafrasi
Poi fummo dentro al soglio de la porta Dopo aver varcato la soglia della porta che l'amore male indirizzato
che ‘l mal amor de l’anime disusa, delle anime fa cadere in disuso, perché fa sembrare dritta la via
perché fa parer dritta la via torta, 3 tortuosa del peccato, sentii che si richiuse per lo stridore; e se io mi
fossi voltato a guardarla, quale scusa sarebbe stata degna di un tale
sonando la senti’ esser richiusa; errore?
e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa? 6

Noi salavam per una pietra fessa, Noi salivamo lungo una via scavata nella roccia, che procedeva
che si moveva e d’una e d’altra parte, tortuosamente come un'onda che si avvicina e si allontana.
sì come l’onda che fugge e s’appressa. 9

«Qui si conviene usare un poco d’arte», Il mio maestro disse: «Qui dobbiamo usare un po' di ingegno,
cominciò ‘l duca mio, «in accostarsi avvicinandoci ora da una parte, ora dall'altra, alle rientranze».
or quinci, or quindi al lato che si parte». 12

E questo fece i nostri passi scarsi, E questo ci costrinse a procedere con tale lentezza, che la parte in
tanto che pria lo scemo de la luna ombra della luna toccò l'orizzonte per tramontare, prima che noi
rigiunse al letto suo per ricorcarsi, 15 fossimo fuori da quella via;

che noi fossimo fuor di quella cruna; ma quando ci trovammo liberi da ogni impaccio, là dove il monte si
ma quando fummo liberi e aperti allarga a formare la I Cornice, io affaticato ed entrambi incerti sul
sù dove il monte in dietro si rauna, 18 cammino da intraprendere, restammo su quel ripiano solitario come
una strada nel deserto.
io stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti. 21
Dal margine esterno della Cornice, dove c'è il vuoto, fino ai piedi
Da la sua sponda, ove confina il vano, della parete rocciosa del monte, c'è una larghezza che corrisponde a
al piè de l’alta ripa che pur sale, tre corpi umani;
misurrebbe in tre volte un corpo umano; 24

e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, e per quanto io gettassi lo sguardo a destra e a sinistra, fin dove
or dal sinistro e or dal destro fianco, esso arrivava, la Cornice mi sembrava identica.
questa cornice mi parea cotale. 27

Là sù non eran mossi i piè nostri anco, Noi non avevamo ancora mosso i piedi, quando mi accorsi che
quand’io conobbi quella ripa intorno tutt'intorno alla parete, nel punto (dello zoccolo) in cui essa era
che dritto di salita aveva manco, 30 meno ripida, c'erano delle sculture di marmo bianco e finemente
intagliato, in modo tale che non solo Policleto, ma la stessa natura
esser di marmo candido e addorno ne sarebbe vinta.
d’intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno. 33

L’angel che venne in terra col decreto L'angelo (Gabriele) che venne in Terra col decreto della pace (tra Dio
de la molt’anni lagrimata pace, e l'uomo) sospirata per tanti anni, e che aprì il Cielo dopo un lungo
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, 36 divieto, sembrava così reale davanti a noi, scolpito in un gesto
soave, che non sembrava un'immagine silenziosa.
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace. 39

Giurato si saria ch’el dicesse 'Ave!'; Si sarebbe giurato che egli dicesse Ave!, perché era raffigurata
perché iv’era imaginata quella anche colei (Maria) che girò la chiave per aprire l'alto amore di Dio;
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; 42
e avea in atto impressa esta favella e nel suo atteggiamento sembrava che dicesse Ecce ancilla Dei, in
‘Ecce ancilla Dei’, propriamente modo così veritiero come una figura impressa sulla cera.
come figura in cera si suggella. 45

«Non tener pur ad un loco la mente», «Non guardare solo in un punto», mi disse il dolce maestro che mi
disse ‘l dolce maestro, che m’avea aveva dalla parte dove le persone hanno il cuore.
da quella parte onde ‘l cuore ha la gente. 48

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea Allora io mossi lo sguardo e vidi che oltre Maria, sul lato della
di retro da Maria, da quella costa parete dove avevo Virgilio (a destra), era scolpita un'altra storia;
onde m’era colui che mi movea, 51 allora io superai Virgilio e mi accostai, per vederla meglio con i miei
occhi.
un’altra storia ne la roccia imposta;
per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
acciò che fosse a li occhi miei disposta. 54

Era intagliato lì nel marmo stesso Lì nel marmo era intagliato il carro e i buoi che portavano l'Arca
lo carro e ‘ buoi, traendo l’arca santa, Santa, per la quale si ha timore di svolgere un compito non affidato.
per che si teme officio non commesso. 57

Dinanzi parea gente; e tutta quanta, Davanti c'era della gente e tutta quanta, divisa in sette cori,
partita in sette cori, a’ due mie’ sensi induceva il mio udito a dire «Non canta», mentre la mia vista diceva
faceva dir l’un «No», l’altro «Sì, canta». 60 «Sì, canta».

Similemente al fummo de li ‘ncensi In modo analogo, il fumo dell'incenso lì raffigurato rendeva discordi
che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso i miei occhi (che credevano fosse vero) e il mio naso (che non sentiva
e al sì e al no discordi fensi. 63 nulla).

Lì precedeva al benedetto vaso, L'Arca Santa era preceduta dall'umile autore di Salmi (David), che
trescando alzato, l’umile salmista, danzava con la veste alzata, e in quell'occasione era più e meno che
e più e men che re era in quel caso. 66 un re.

Di contra, effigiata ad una vista Di fronte a lui, affacciata alla finestra di un gran palazzo, Micòl
d’un gran palazzo, Micòl ammirava osservava stupita, come una donna indispettita e corrucciata.
sì come donna dispettosa e trista. 69

I’ mossi i piè del loco dov’io stava, Io mi mossi dal punto dove mi trovavo, per guardare da vicino
per avvisar da presso un’altra istoria, un'altra storia che oltre Micòl biancheggiava nel marmo.
che di dietro a Micòl mi biancheggiava. 72

Quiv’era storiata l’alta gloria Qui era raffigurata l'alta gloria dell'imperatore romano, la cui virtù
del roman principato, il cui valore spinse Gregorio a ottenere la grande vittoria;
mosse Gregorio a la sua gran vittoria; 75

i’ dico di Traiano imperadore; mi riferisco all'imperatore Traiano; e una vedova era accanto al suo
e una vedovella li era al freno, cavallo, in lacrime e addolorata nel suo aspetto.
di lagrime atteggiata e di dolore. 78

Intorno a lui parea calcato e pieno Intorno a lui sembrava pieno di cavalieri, e le aquile imperiali in
di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro campo d'oro, su di essi, si muovevano al vento.
sovr’essi in vista al vento si movieno. 81

La miserella intra tutti costoro La povera donna, tra tutti questi, sembrava dire: «Signore, rendimi
pareva dir: «Segnor, fammi vendetta giustizia per mio figlio che è stato ucciso, cosa per cui soffro»;
di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro»; 84

ed elli a lei rispondere: «Or aspetta e lui pareva rispondere: «Aspetta fin tanto che sarò tornato»; e
tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio», quella, come una persona in cui il dolore incalza: «Mio signore, e se
come persona in cui dolor s’affretta, 87 tu non dovessi tornare?»; e lui: «Chi sarà al mio posto, esaudirà la
tua richiesta»; e lei: «Il bene fatto da un altro che gioverà a te, se
«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’io, dimentichi il tuo dovere?»;
la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?»; 90

ond’elli: «Or ti conforta; ch’ei convene allora lui: «Ora stai tranquilla; infatti, è necessario che io faccia il
ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: mio dovere prima di partire; lo vuole la giustizia e la pietà mi
giustizia vuole e pietà mi ritene». 93 trattiene qui».

Colui che mai non vide cosa nova Dio, che non vide mai qualcosa di nuovo, produsse questi dialoghi
produsse esto visibile parlare, percepibili con la vista, che ci sembra incredibile in quanto qui, sulla
novello a noi perché qui non si trova. 96 Terra, non esiste.

Mentr’io mi dilettava di guardare Mentre io traevo piacere a osservare l'immagine di tanti esempi di
l’imagini di tante umilitadi, umiltà, preziosi per l'artista che li ha prodotti (Dio), il poeta
e per lo fabbro loro a veder care, 99 mormorava: «Ecco che arrivano di qua molte anime, che però
camminano a passi lenti: questi ci indirizzeranno alle altre Cornici».
«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
mormorava il poeta, «molte genti:
questi ne ‘nvieranno a li alti gradi». 102
I miei occhi, che erano contenti di osservare per vedere cose nuove
Li occhi miei ch’a mirare eran contenti di cui erano desiderosi, non furono lenti a volgersi verso di lui.
per veder novitadi ond’e’ son vaghi,
volgendosi ver’ lui non furon lenti. 105
Non voglio però, o lettore, che tu ti distolga dal tuo buon proposito
Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi sentendo in che modo Dio vuole che si sconti la colpa.
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che ‘l debito si paghi. 108
Non concentrare l'attenzione sulla forma della pena: pensa a ciò che
Non attender la forma del martìre: la seguirà (la beatitudine); pensa che, nel peggiore dei casi, non può
pensa la succession; pensa ch’al peggio, protrarsi oltre il Giudizio Finale.
oltre la gran sentenza non può ire. 111
Io iniziai: «Maestro, ciò che vedo muovere verso di noi non mi
Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio sembrano anime umane, e non so cosa sia, a tal punto non
muovere a noi, non mi sembian persone, distinguo bene con la vista».
e non so che, sì nel veder vaneggio». 114
E lui a me: «La grave condizione della loro pena li fa curvare a terra,
Ed elli a me: «La grave condizione così che anche il mio sguardo prima era incerto.
di lor tormento a terra li rannicchia,
sì che ‘ miei occhi pria n’ebber tencione. 117
Ma guarda attentamente in là, e con gli occhi separa ciò che sta
Ma guarda fiso là, e disviticchia sotto dai massi che stanno sopra: già puoi vedere come ciascuno di
col viso quel che vien sotto a quei sassi: loro si batte il petto».
già scorger puoi come ciascun si picchia». 120

O superbi cristian, miseri lassi, O superbi cristiani, poveri infelici con la mente ottenebrata, che
che, de la vista de la mente infermi, avete fiducia nei vostri passi rivolti all'indietro, non vi accorgete che
fidanza avete ne’ retrosi passi, 123 noi siamo dei vermi, destinati a formare una farfalla angelica che
vola senza intralci alla giustizia divina?
non v’accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l’angelica farfalla,
che vola a la giustizia sanza schermi? 126

Di che l’animo vostro in alto galla, A che titolo il vostro animo insuperbisce, e poi siete simili ad insetti
poi siete quasi antomata in difetto, mal formati, proprio come un verme che non si è del tutto
sì come vermo in cui formazion falla? 129 sviluppato?
Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola talvolta una figura Come talvolta si vede una figura (cariatide) che unisce la ginocchia
si vede giugner le ginocchia al petto, 132 al petto, per sostenere un soffitto o un tetto a mo' di mensola, la
quale attraverso la finzione fa nascere un vero affanno a chi la vede,
la qual fa del non ver vera rancura fatti così vidi io quei penitenti, quando li osservai attentamente.
nascere ‘n chi la vede; così fatti
vid’io color, quando puosi ben cura. 135

Vero è che più e meno eran contratti A dire il vero, erano più o meno curvati a seconda del macigno che
secondo ch’avien più e meno a dosso; avevano sulle spalle; e quello che nell'atteggiamento sembrava più
e qual più pazienza avea ne li atti, paziente, pareva dire piangendo: 'Non posso sopportare oltre'.

piangendo parea dicer: ‘Più non posso’. 139

Argomento del Canto


Ingresso nella I Cornice. Dante osserva gli esempi di umiltà (Maria, David, l'imperatore Traiano). Incontro con le anime dei superbi.
Apostrofe contro la superbia dei miseri cristiani.
È la mattina di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, tra le dieci e le undici.

Ingresso nella I Cornice (1-27)


Dopo che Dante e Virgilio hanno attraversato la porta del Purgatorio, questa si richiude alle loro spalle con un forte stridore e il
poeta si guarda bene dal voltarsi a guardare indietro, secondo le prescrizioni dell'angelo guardiano. I due iniziano a salire lungo una
spaccatura nella roccia, che procede a zig-zag come un'onda che va e viene, per cui il maestro avverte Dante che occorre avanzare
evitando le sporgenze più aguzze. Questo li costringe a procedere molto lentamente, cosicché arrivano al fondo del sentiero quando
ormai la luna tocca l'orizzonte con la parte in ombra (circa alle 10 del mattino). I due poeti si ritrovano nella I Cornice del monte, che
si presenta deserta e misura in larghezza tre volte un corpo umano, dalla parete rocciosa fino al vuoto. Dante guarda a destra e a
sinistra, vedendo che la Cornice ha lo stesso aspetto fin dove arriva il suo sguardo.

Esempi di umiltà: Maria (28-45)


Dante e Virgilio non si sono ancora mossi, quando il discepolo si accorge che lo zoccolo della parete del monte, nel punto in cui essa
è meno ripida, presenta dei bassorilievi di marmo bianco e intagliato con tale maestria che non solo Policleto, ma persino la natura
ne sarebbe vinta. Uno di essi raffigura l'arcangelo Gabriele che viene sulla Terra portando l'annuncio della nascita di Gesù e la
scultura è così realistica che sembra che dica proprio Ave. È rappresentata anche Maria che si sottomette alla volontà divina e pare
che dica le parole Ecce ancilla Dei.
Esempi di umiltà: re David (46-69)
Virgilio, che ha Dante alla propria sinistra, lo invita a non osservare solo una scultura e così il discepolo allarga lo sguardo e vede,
oltre l'esempio di Maria, un'altra storia scolpita nel bassorilievo. Dante oltrepassa Virgilio per osservarla meglio e vede che il marmo
raffigura il carro che trasportò l'Arca Santa a Gerusalemme, preceduto dagli Ebrei disposti in sette cori. La scultura è così realistica
che l'udito di Dante gli dice che le figure non cantano, mentre la vista glielo fa credere; anche il fumo dell'incenso è così veritiero che
solo l'olfatto impedisce a Dante di credere che sia reale. L'Arca è preceduta dal re David, che danza con la veste umilmente alzata,
mentre da un palazzo lo guarda la moglie Micòl, sprezzante e crucciata.

Esempi di umiltà: Traiano e la vedova (70-96)


Dante si muove dal punto in cui si trova e vede scolpita un'altra storia nel bianco marmo, proprio accanto a Micòl. Qui è
rappresentata la gloria dell'imperatore Traiano, che spinse papa Gregorio a pregare per la sua salvezza: l'imperatore è raffigurato a
cavallo, mentre una vedova gli si avvicina in lacrime. Intorno a lui è pieno di cavalieri che levano al cielo le insegne imperiali a forma
di aquila d'oro, che sembrano muoversi al vento. Sembra che la vedova si rivolga a Traiano e gli chieda giustizia per il figlio ucciso,
mentre l'imperatore risponde di attendere il suo ritorno. La vedova ribatte che Traiano potrebbe non tornare, e lui replica che il suo
successore le darà soddisfazione. La vedova ricorda al principe che se un altro farà del bene al suo posto a lui non verrà alcun
vantaggio e Traiano accetta allora di fare giustizia prima di partire, poiché prova pietà per la donna. Solo Dio, osserva Dante, può
aver prodotto tali sculture, che non si sono mai viste sulla Terra e che sembrano parlare anche se non lo fanno.
Incontro con i superbi (97-139)
Mentre Dante è attento a osservare le sculture che raffigurano esempi di umiltà, Virgilio gli sussurra che molte anime (i superbi) si
avvicinano a passi lenti e saranno loro a indirizzarli verso la Cornice successiva. Dante volge subito lo sguardo, curioso di vedere
queste anime, ma avverte il lettore che ciò che dirà non deve distoglierlo dai buoni propositi, dal momento che la pena è assai dura
ma, nel peggiore dei casi, non può protrarsi oltre il Giorno del Giudizio. Dante chiede spiegazioni a Virgilio, perché le figure che vede
non gli sembrano anime umane, così non sa che pensare. Il maestro spiega che la loro pena li obbliga a camminare curvi al suolo e lui
stesso è stato incerto al primo sguardo. Dante è invitato comunque a guardar meglio e osservare le anime che procedono sotto il
peso di enormi massi.
Dante prorompe in una violenta invettiva contro i cristiani superbi, che hanno la mente ottenebrata e procedono all'indietro, senza
capire che noi siamo come vermi destinati a formare una farfalla angelica e a volare verso la giustizia divina. Perché invece l'animo
umano insuperbisce e fa sì che l'anima resti una sorta di insetto non pienamente formato? Le anime dei superbi sono simili a quelle
sculture (le cariatidi) che talvolta, nell'architettura romanica, sostengono con le spalle un soffitto a guisa di mensola, e piegano le
ginocchia così da far nascere affanno a chi le osserva. I superbi hanno lo stesso aspetto, essendo piegati sotto il peso del macigno
che li fa curvare in maggiore o minor misura, e quello che sembra più paziente pare dire: «Non ne posso più».
Interpretazione complessiva
Il Canto descrive l'ingresso dei due poeti nella I Cornice ed è dedicato in gran parte agli esempi di umiltà scolpiti nel bassorilievo alla
base della parete del monte, mentre nell'ultima parte sono presentati i superbi e la loro pena (camminano curvi sotto dei pesanti
macigni, in modo tale che anche il più paziente sembra al limite della sopportazione). L'apertura mostra Dante e Virgilio che
accedono alla Cornice salendo lungo una via scavata nella roccia, che procede a zig-zag e li obbliga a camminare lentamente per
evitare gli spuntoni di roccia; è questa l'interpretazione più probabile, anche se alcuni hanno ipotizzato che la roccia si muova
effettivamente come un'onda, fenomeno che però Dante dovrebbe spiegare in modo più dettagliato (il sentiero tortuoso è simbolo
della via ardua e difficoltosa che conduce alla salvezza, con un chiaro riferimento all'ascesa al primo balzo del Canto IV, vv. 31 ss.). La
salita richiede molto tempo, visto che i due arrivano nella I Cornice quando sono circa le dieci di mattina, e una volta qui ci sono
mostrati gli esempi di umiltà (cioè della virtù opposta a quella del peccato che si sconta nella Cornice), che si presentano in forma di
sculture su dei bassorilievi di marmo posti sullo zoccolo della parete rocciosa, in modo che i superbi possano vederli.
Gli esempi sono tre, partendo come sempre da quello di Maria Vergine (l'Annunciazione recatale dall'arcangelo Gabriele), cui segue
quello biblico di David (e al quale fa da contrappunto la moglie Micòl, dispettosa e trista per l'umiltà del sovrano) e quello classico di
Traiano, la leggenda della vedova che chiede giustizia divenuta un luogo comune della letteratura medievale e all'origine della
presunta salvezza dell'imperatore pagano (cui Dante dà credito, poiché includerà Traiano tra gli spiriti giusti del VI Cielo). Dante
sottolinea a più riprese che tali sculture sono frutto dell'arte divina, quindi superano non solo la maestria del più grande artista
classico (lo scultore greco Policleto), ma addirittura la natura che è a sua volta creazione divina. È il preannuncio di un discorso
sull'arte che Dante ha già iniziato col rimprovero di Catone nel Canto II e riprenderà nel Canto XI col il discorso di Oderisi da Gubbio,
che toccherà non solo le arti figurative come la miniatura o la pittura ma anche la poesia: Dante qui ribadisce che queste sculture
sono estremamente realistiche, come mai potrebbero esserlo opere realizzate da artisti umani, tanto che esse ingannano la vista e
sollecitano altri sensi come l'udito o l'olfatto. L'arcangelo Gabriele e Maria sembrano davvero parlare, così come le schiere di Ebrei
che accompagnano l'Arca Santa sembrano cantare e solo l'udito smentisce l'impressione di Dante, mentre la vista lo ingannerebbe;
allo stesso modo il fumo degli incensi raffigurato inganna l'olfatto, mentre l'esempio di Traiano e della vedova si trasforma agli occhi
del poeta in una sorta di sacra rappresentazione, con attori in carne e ossa che si muovono sulla scena e dialogano, mentre gli
stendardi con l'aquila imperiale paiono sventolare al vento. Dante sottolinea che ciò è possibile in quanto è frutto dell'arte divina,
mentre l'arte umana non sarebbe certo in grado di riprodurre la realtà in modo così fedele; obiettivo dell'arte è quello di fornire
insegnamenti agli uomini e non gareggiare follemente con Dio o la natura, per cui è da condannare ogni intento edonistico
dell'opera d'arte così come la superbia degli artisti, oggetto del discorso di Oderisi nel Canto seguente e che tocca lo stesso Dante
molto da vicino.
Una similitudine tratta dalla scultura è ancora usata per descrivere la pena dei superbi, che sembrano a Dante quelle cariatidi che,
specie nell'architettura delle chiese romaniche, rappresentavano come capitelli figure umane o bestiali che sostenevano l'architrave
(e facevano nascere con la finzione un autentico affanno in colui che le osservava). I superbi sono addirittura stravolti sotto il peso
degli enormi macigni, per cui Dante da un lato rassicura il lettore e gli ricorda che tale pena, per quanto dura, cesserà il Giorno del
Giudizio, dall'altro accusa duramente i superbi cristian, miseri lassi, che credono presuntuosamente di saper tutto e finiscono per
camminare all'indietro. Gli uomini sono come vermi per la loro imperfetta fisicità, destinati a formare una angelica farfalla (l'anima
libera dal peccato) purché non vengano distolti dalla loro superbia, che li fa restare antomata in difetto, insetti non pienamente
sviluppati. L'insistenza sulla pericolosità della superbia e sulla durezza della sua punizione in Purgatorio, che si svilupperà anche nel
Canto XII con i numerosi esempi del peccato punito, si spiega col fatto che questo è il peccato capitale più grave e che più lega
l'uomo alla terra, nonché con la considerazione che proprio la superbia era stata all'origine della ribellione di Lucifero e, quindi, del
male nel mondo (ciò spiega anche l'ampio risalto dato da Dante ai risvolti di tale peccato nel campo artistico, in cui lui come si è
detto si sente particolarmente coinvolto).

Note e passi controversi


I vv. 7-12 indicano probabilmente che il sentiero scavato nella roccia procede tortuosamente, per cui Virgilio avverte Dante che
occorre salire evitando le sporgenze e accostandosi alle rientranze (accostarsi / ...al lato che si parte); suggestiva ma poco
convincente l'ipotesi che la roccia si muova effettivamente.
Lo scemo de la luna (v. 14) è la parte in ombra del disco lunare, che è la prima a toccare l'orizzonte quando la luna cala dopo il
plenilunio: poiché la luna tramonta circa quattro ore dopo l'alba, sono più o meno le 10 del mattino.
I vv. 29-30 indicano con ogni probabilità che lo zoccolo della parete rocciosa del monte ha minor ripidezza (che dritto di salita aveva
manco), quindi non è perpendicolare al pavimento della Cornice ma inclinato a 45 gradi circa, in modo che le anime dei superbi, pur
chinate, possano vedere gli esempi scolpiti.
Policleto, citato al v. 32 come supremo esempio di arte classica, era noto nel Medioevo essendo citato varie volte dagli scrittori
latini.
I vv. 55-57 descrivono la traslazione dell'Arca Santa dalla casa di Abinedab a Gerusalemme, narrata in II Reg., VI, 1-16; il v. 57 allude
al fatto che Oza, uno dei condottieri del carro, toccò l'Arca in pericolo di cadere e fu folgorato da Dio, in quanto solo ai sacerdoti era
permesso toccarla. Il benedetto vaso (v. 64) è ancora l'Arca.
L'umile salmista (v. 65) è re David, che secondo il racconto biblico precedeva l'Arca danzando con la veste alzata in segno di umiltà
(trescando indica una danza compiuta a salti, come il «trescone» popolare). Micòl è indispettita dal fatto che David si mortifichi in tal
modo e Dio la punisce con la sterilità.
La leggenda di Traiano e della vedova (vv. 73-93) era molto diffusa nel Medioevo e forse traeva origine da una scultura presente in
molti archi romani, raffigurante un imperatore romano a cavallo e una donna inginocchiata accanto a lui, simbolo di una provincia
sottomessa. Ciò aveva originato un'altra leggenda, quella di papa Gregorio Magno che, commosso dall'episodio, pregò intensamente
per Traiano fino ad ottenerne la salvezza (la gran vittoria del v. 75), fatto accettato da molti teologi.
Le aguglie ne l'oro (v. 80) sono le aquile in campo d'oro degli stendardi romani, che Dante immaginava come vessilli in panno simili
agli stendardi medievali e perciò mossi dal vento.
L'espressione visibile parlare (v. 95) è propriamente una sinestesia, che sottolinea l'assoluto realismo delle sculture.
La frase ciascun si picchia (v. 120) può indicare che i superbi si battono il petto, oppure avere valore impersonale (ognuno di loro è
tormentato dalla giustizia divina).
La forma antomata, «insetti» è un grecismo che deriva da un falso plurale, sulla base di vocaboli come problemata, dogmata, ecc. (il
plur. greco, éntoma, era ritenuto sing.). Alcuni mss. leggono entomata.
Il termine pazienza (v. 138) vuol dire «capacità di sopportazione», ma è stato anche interpretato come «sofferenza» (quindi, in tal
caso, l'anima che soffre di più sembra dire che non può sopportare oltre).
CANTO XI
Testo Parafrasi
«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, «O Padre nostro, che sei nei Cieli, non limitato da essi, ma per il
non circunscritto, ma per più amore maggiore amore che provi per le tue prime creature,
ch’ai primi effetti di là sù tu hai, 3

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore sia lodato il tuo nome e la tua potenza da ogni creatura, come è
da ogni creatura, com’è degno giusto rendere grazie alla tua dolce sapienza.
di render grazie al tuo dolce vapore. 6

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, Venga per noi la pace del tuo regno, poiché noi non possiamo salire
ché noi ad essa non potem da noi, ad essa con le nostre forze, se non ci viene data, anche se ci
s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. 9 impegniamo in ogni modo.

Come del suo voler li angeli tuoi Come i tuoi angeli fanno sacrificio a te della loro volontà, cantando
fan sacrificio a te, cantando osanna, 'osanna', così facciano gli uomini della loro.
così facciano li uomini de’ suoi. 12

Dà oggi a noi la cotidiana manna, Dacci oggi la nostra manna quotidiana, senza la quale in questo
sanza la qual per questo aspro diserto aspro deserto (la Terra) chi più cerca di avanzare, tanto più
a retro va chi più di gir s’affanna. 15 cammina a ritroso.

E come noi lo mal ch’avem sofferto E come noi perdoniamo a ciascuno le offese subìte, anche tu
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona perdona a noi, benevolo, e non guardare i nostri meriti.
benigno, e non guardar lo nostro merto. 18

Nostra virtù che di legger s’adona, Non mettere alla prova con il demonio la nostra virtù, che si abbatte
non spermentar con l’antico avversaro, facilmente, ma liberaci da lui che la stimola in tal modo.
ma libera da lui che sì la sprona. 21

Quest’ultima preghiera, segnor caro, Quest'ultima preghiera, Signore caro, non la facciamo per noi, che
già non si fa per noi, ché non bisogna, non ne abbiamo bisogno, ma per coloro che abbiamo lasciato tra i
ma per color che dietro a noi restaro». 24 vivi».

Così a sé e noi buona ramogna Così quelle ombre, pregando per noi un buon augurio, andavano
quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo, sotto il peso (del masso), simile a quello che a volte si sogna,
simile a quel che tal volta si sogna, 27 tormentate in misura diversa, tutte in tondo e prostrate lungo la I
Cornice, purgando le tracce dei loro peccati terreni.
disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo. 30

Se di là sempre ben per noi si dice, Se in Purgatorio quelle anime dicono sempre bene per noi, sulla
di qua che dire e far per lor si puote Terra cosa si può dire e fare per loro da parte di quelli che sono
da quei ch’hanno al voler buona radice? 33 disposti al bene?

Ben si de’ loro atar lavar le note Certo bisogna aiutarli a lavare i loro peccati che portano dalla Terra,
che portar quinci, sì che, mondi e lievi, cosicché, purificati e lavati, possano salire al Cielo.
possano uscire a le stellate ruote. 36

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi «Orsù, possa la giustizia e la pietà sgravarvi presto, così che
tosto, sì che possiate muover l’ala, possiate muovere le ali e sollevarvi secondo il vostro desiderio;
che secondo il disio vostro vi lievi, 39

mostrate da qual mano inver’ la scala mostrateci da quale parte si va più rapidamente alla scala (per la
si va più corto; e se c’è più d’un varco, prossima Cornice); e se c'è più di un accesso, mostrateci quello che
quel ne ‘nsegnate che men erto cala; 42 sale meno ripido;
ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco infatti questi che mi segue, a causa del peso del corpo che ha con sé,
de la carne d’Adamo onde si veste, è lento a salire pur contro il suo volere».
al montar sù, contra sua voglia, è parco». 45

Le lor parole, che rendero a queste Non fu chiaro da chi venissero le parole che furono date in risposta a
che dette avea colui cu’ io seguiva, queste dette dal mio maestro;
non fur da cui venisser manifeste; 48

ma fu detto: «A man destra per la riva ma ci fu detto: «Venite con noi verso destra lungo la parete, e
con noi venite, e troverete il passo troverete il varco percorribile a una persona viva.
possibile a salir persona viva. 51

E s’io non fossi impedito dal sasso E se io non fossi impedito dal sasso che piega il mio collo superbo,
che la cervice mia superba doma, per cui sono costretto a tenere il viso basso, guarderei costui che è
onde portar convienmi il viso basso, 54 ancora vivo e non dice il proprio nome, per vedere se lo conosco e
renderlo pietoso del mio tormento.
cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma. 57

Io fui latino e nato d’un gran Tosco: Io fui italiano e nacqui da un grande Toscano: mio padre fu
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; Guglielmo Aldobrandeschi; non so se avete mai sentito il suo nome.
non so se ‘l nome suo già mai fu vosco. 60
L'antico lignaggio e le grandi opere dei miei antenati mi resero così
L’antico sangue e l’opere leggiadre arrogante, che, non pensando alla comune origine, disprezzai ogni
d’i miei maggior mi fer sì arrogante, uomo a tal punto che io morii, come ben sanno i Senesi, e come sa
che, non pensando a la comune madre, 63 ogni bambino a Campagnatico.

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,


ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,
e sallo in Campagnatico ogne fante. 66
Io sono Omberto; e la superbia non reca danno solo a me, in quanto
Io sono Omberto; e non pur a me danno ha coinvolto nel suo male tutti i miei congiunti.
superbia fa, ché tutti miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno. 69
Ed è necessario che porti questo peso a causa sua, finché a Dio
E qui convien ch’io questo peso porti piacerà, qui tra i morti, poiché non lo feci tra vivi».
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti». 72
Mentre ascoltavo chinai in giù il viso; e uno di loro, non questo che
Ascoltando chinai in giù la faccia; mi parlava, si piegò sotto il macigno che li opprime, e mi guardò, mi
e un di lor, non questi che parlava, riconobbe e mi chiamò, tenendo con fatica gli occhi fissi su di me,
si torse sotto il peso che li ‘mpaccia, 75 che andavo con loro tutto chinato.

e videmi e conobbemi e chiamava,


tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava. 78
Io gli dissi: «Oh! non sei forse Oderisi, l'onore di Gubbio e di
«Oh!», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi, quell'arte che a Parigi è chiamata 'enluminer'?»
l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte
ch’alluminar chiamata è in Parisi?». 81
Disse: «Fratello, sono più apprezzati i codici che decora Franco
«Frate», diss’elli, «più ridon le carte Bolognese; l'onore è tutto suo e mio solo in parte.
che pennelleggia Franco Bolognese;
l’onore è tutto or suo, e mio in parte. 84
Certo io non sarei stato così cortese quand'ero vivo, per il grande
Ben non sare’ io stato sì cortese desiderio di eccellenza cui era proteso il mio cuore.
mentre ch’io vissi, per lo gran disio
de l’eccellenza ove mio core intese. 87
Qui si sconta la pena di questa superbia; e non sarei qui, se quando
Di tal superbia qui si paga il fio; potevo ancora peccare non mi fossi rivolto a Dio.
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio. 90
Oh gloria vana delle capacità umane! quanto poco rimane verde sul
Oh vana gloria de l’umane posse! ramo, se non è seguita da età decadenti!
com’poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l’etati grosse! 93
Cimabue credette di primeggiare nella pittura, mentre ora è Giotto
Credette Cimabue ne la pittura il maestro e ha oscurato la sua fama:
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura: 96
allo stesso modo Guido (Cavalcanti) ha tolto all'altro Guido
così ha tolto l’uno a l’altro Guido (Guinizelli) la gloria della lingua, e forse è già nato chi li vincerà
la gloria de la lingua; e forse è nato entrambi.
chi l’uno e l’altro caccerà del nido. 99
La fama terrena non è altro che un alito di vento, che ora spira da
Non è il mondan romore altro ch’un fiato una parte e ora dall'altra, e cambia nome a seconda della direzione.
di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato. 102 Credi di avere una fama maggiore se muori da vecchio, invece di
essere morto quando ancora parlavi in modo infantile, prima che
Che voce avrai tu più, se vecchia scindi siano trascorsi mille anni? Questo è un tempo brevissimo rispetto
da te la carne, che se fossi morto all'eternità, più breve di un batter di ciglia rispetto al movimento del
anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’, 105 cielo che si muove più lentamente.

pria che passin mill’anni? ch’è più corto


spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
al cerchio che più tardi in cielo è torto. 108 Colui che cammina a passi lenti davanti a me, un tempo era noto in
tutta la Toscana; ora a malapena si sussurra il suo nome a Siena, di
Colui che del cammin sì poco piglia cui era signore quando la rabbia fiorentina fu distrutta (a
dinanzi a me, Toscana sonò tutta; Montaperti), che a quel tempo era superba come ora è volta alla
e ora a pena in Siena sen pispiglia, 111 corruzione.

ond’era sire quando fu distrutta


la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ora è putta. 114 La vostra fama è come il verde dell'erba, che va e viene, ed è
cancellato dal sole che fa spuntare l'erba stessa dalla terra».
La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba». 117 E io a lui: «Le tue vere parole mi ispirano buona umiltà, e abbassano
il mio grande orgoglio; ma chi è quello di cui parlavi poco fa?»
E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani; Rispose: «Quello è Provenzan Salvani; ed è qui perché ebbe la
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». 120 presunzione di ridurre Siena in suo potere.

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;


ed è qui perché fu presuntuoso Da quando è morto ha camminato così (sotto il masso) e continua
a recar Siena tutta a le sue mani. 123 senza riposo; sconta questa pena colui che sulla Terra ha troppo
osato».
Ito è così e va, sanza riposo,
poi che morì; cotal moneta rende E io: «Se quello spirito che attende a pentirsi in punto di morte, deve
a sodisfar chi è di là troppo oso». 126 sostare nell'Antipurgatorio e non sale in Purgatorio per tutto il
tempo che durò la sua vita, a meno che una buona preghiera non lo
E io: «Se quello spirito ch’attende, aiuti, in che modo gli fu permesso di venire qui?»
pria che si penta, l’orlo de la vita,
qua giù dimora e qua sù non ascende, 129
se buona orazion lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse, Disse: «Quando era al culmine della potenza, liberamente si mise in
come fu la venuta lui largita?». 132 piazza del Campo a Siena (a chiedere l'elemosina), messa da parte
ogni vergogna;
«Quando vivea più glorioso», disse,
«liberamente nel Campo di Siena, e lì, per riscattare dalla prigionia il suo amico che era stato
ogne vergogna diposta, s’affisse; 135 catturato da Carlo d'Angiò, si sottopose a una tremenda
umiliazione.
e lì, per trar l’amico suo di pena
ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogne vena. 138 Non dirò di più e so di parlare in modo oscuro; ma passerà poco
tempo prima che i tuoi concittadini faranno in modo che tu possa
Più non dirò, e scuro so che parlo; sperimentarlo di persona. Quell'azione gli permise di accedere
ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini subito alla Cornice».
faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini». 142

Argomento del Canto


Ancora nella I Cornice. I superbi recitano il Pater noster. Virgilio chiede dove sia l'accesso alla Cornice successiva. Incontro con
Omberto Aldobrandeschi. Colloquio con Oderisi da Gubbio. Oderisi indica l'anima di Provenzan Salvani e predice l'esilio a Dante.
È la mattina di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, alle undici.

I superbi recitano il Pater Noster (1-30)


Dante, appena entrato nella I Cornice, sente i superbi che recitano il Pater noster : essi invocano il Padre che è nei cieli, non limitato
da essi ma per il maggior amore che prova per gli angeli; ogni creatura deve lodare il suo nome, la sua potenza e lo Spirito Santo. I
superbi invocano la pace di Dio, che essi non possono ottenere senza l'aiuto della grazia; gli uomini devono sacrificare la loro volontà
a Dio, come fanno gli angeli. Chiedono al Padre la manna quotidiana, senza la quale si torna indietro quanto più si cerca di avanzare;
e come loro perdonano il male subìto, così Dio perdoni i loro peccati. Chiedono al Padre di non mettere la loro virtù alla prova con la
tentazione diabolica, ma di liberarli da essa: quest'ultima preghiera non è per i penitenti, ma per i vivi che sono rimasti sulla Terra.
Quelle anime recitano la preghiera camminando piegate sotto i pesanti massi, mentre procedono più o meno curve in tondo lungo la
Cornice, purgandosi dei mali del mondo.

Ammonimento ai vivi. Virgilio chiede per dove si possa salire (31-45)


Se le anime del Purgatorio, riflette Dante, sono sempre pronte a pregare per i vivi, anche questi devono fare qualcosa per i morti,
ovvero pregare a loro volta per aiutarli a purificarsi dei peccati e salire in Paradiso. Virgilio si rivolge poi ai penitenti, augurando loro
di riuscire a liberarsi dei peccati prima possibile, e chiedendo di indicargli da quale parte si trovi la scala che conduce alla Cornice
successiva. Se c'è più di un varco, aggiunge, gli mostrino quello che sale in modo meno ripido, poiché Dante è ancora in possesso del
corpo mortale e quindi è più lento a salire, benché ciò sia in contrasto con la sua volontà.

Incontro con Omberto Aldobrandeschi (46-72)


Una delle anime risponde a Virgilio, anche se Dante non può vedere chi stia parlando, e dice che l'accesso percorribile da una
persona viva è a destra, per cui i due poeti devono seguirli. Il penitente aggiunge che se il macigno che porta sulle spalle e punisce la
sua superbia non lo costringesse a tenere il viso basso, alzerebbe gli occhi e guarderebbe Dante per capire se lo conosce e renderlo
pietoso verso di sé. Egli è stato italiano e figlio di un grande toscano: il padre fu Guglielmo Aldobrandeschi e il suo nobile lignaggio,
unito alle grandi opere dei suoi antenati, lo resero in vita così superbo da disprezzare tutti gli uomini e dimenticare che siamo tutti
figli della stessa madre. La sua arroganza gli procurò la morte, che avvenne come ben sanno i Senesi e come sanno anche i bambini a
Campagnatico. L'anima si presenta infine come Omberto Aldobrandeschi, la cui superbia danneggia i suoi parenti ancora vivi, e che
qui in Purgatorio dovrà scontare la pena per tutto il tempo che piacerà a Dio, visto che non lo ha fatto quand'era sulla Terra.

Incontro con Oderisi da Gubbio (73-117)


Mentre ascolta le parole di Omberto, Dante china la faccia verso il basso e un altro penitente si piega sotto il peso del masso e lo
guarda, riconoscendolo e chiamandolo per nome, tenendo a fatica lo sguardo fisso sul poeta. Dante lo riconosce a sua volta e gli
chiede se sia Oderisi, l'onore di Gubbio e il maestro dell'arte della miniatura. Il penitente risponde che sono più apprezzati i codici
miniati da Franco Bolognese, col quale deve condividere la gloria di quell'arte; egli non sarebbe stato così pronto ad ammettere la
sua inferiorità mentre era in vita, dato il grande desiderio di fama che sempre lo animò. Ora sconta la pena per la sua superbia e non
sarebbe ancora in Purgatorio, se non si fosse pentito quando era ancora lontano dalla morte. Oderisi critica la gloria effimera degli
uomini, che è destinata a durare poco se non è seguita da un'età di decadenza: cita l'esempio di Cimabue, superato nella pittura da
Giotto, e di Guido Guinizelli, superato nella poesia da Guido Cavalcanti, mentre forse è già nato chi li vincerà entrambi. La fama
mondana è solo un alito di vento, che soffia ora da una parte e ora dall'altra, sempre pronto a cambiare nome. Se uno muore da
piccolo, non avrà fama più ampia di uno che muore vecchio, prima che siano trascorsi mille anni: questo tempo è brevissimo se
paragonato all'eternità, meno di un batter di ciglia rispetto al movimento del Cielo delle Stelle Fisse (360 secoli). L'anima che
cammina lentamente davanti a lui ne è un esempio: un tempo era noto in tutta la Toscana, ora a malapena si bisbiglia il suo nome a
Siena, di cui pure era signore al tempo della battaglia di Montaperti, quando la rabbia fiorentina fu distrutta. La fama degli uomini è
come il colore verde dell'erba, che va e viene ed è cancellato dallo stesso sole che l'ha fatta spuntare dalla terra.
Provenzan Salvani (118-142)
Dante risponde a Oderisi che le sue parole gli ispirano grande umiltà e abbassano il suo orgoglio, poi chiede chi sia l'anima di cui ha
parlato prima. Il miniatore spiega che si tratta di Provenzan Salvani, costretto in questa Cornice perché volle essere il signore e
padrone di Siena. Dal giorno in cui è morto cammina sotto il peso del masso, scontando la giusta pena per chi osa troppo mentre è in
vita. Dante chiede ancora come sia possibile che Provenzano sia già in Purgatorio, dal momento che chi attende a pentirsi in punto di
morte deve poi attendere nell'Antipurgatorio tanto tempo quanto visse, a meno che qualcuno non preghi per lui. Oderisi spiega che
quando era all'apice della potenza, Provenzano volle riscattare un amico dalla prigionia di Carlo I d'Angiò, quindi andò a chiedere
l'elemosina in piazza del Campo, a Siena, umiliandosi di fronte ai suoi concittadini. Oderisi non aggiunge altro, pur sapendo di parlare
in modo oscuro, ma fra poco i concittadini di Dante faranno sì che lui stesso possa provare la stessa esperienza. Fu quel gesto ad
ammettere Provenzan Salvani in Purgatorio.

Interpretazione complessiva
Il Canto si apre con la preghiera del Pater noster recitata dai superbi, che rappresenta una sorta di parafrasi e ampliamento rispetto
al testo originale (in pratica ogni verso della preghiera diventa una terzina, per una ampiezza complessiva di ventiquattro versi). Ciò
ha fatto storcere il naso a molti studiosi moderni, ma è ovvio che Dante non intende in alcun modo correggere la preghiera di Gesù
né mettersi a gareggiare col testo evangelico, quanto piuttosto invitare gli uomini ad essere umili e a non cadere nel peccato di
superbia: esso è il più grave, quello che maggiormente rischia di privare l'uomo della salvezza, il che spiega anche perché il poeta vi
insista per ben tre Canti (qualcosa di simile, nel Purgatorio, avverrà solo con il peccato di avarizia). Ogni parola della preghiera è
infatti un invito perentorio all'umiltà: gli uomini devono lodare la potenza di Dio, invocare la sua pace alla quale non potrebbero mai
arrivare con le loro forze, sacrificare a Dio i loro desideri come fanno gli angeli, chiedere a Lui il cibo quotidiano, perdonare le offese
subìte. L'ultima parte della preghiera (il verso Ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo) non è rivolto dai penitenti a se
stessi, visto che essi sono ormai immuni alla tentazione diabolica, ma ai vivi rimasti sulla Terra, per cui essi si mostrano tanto umili da
rivolgere ogni pensiero al destino altrui e non al proprio, come fecero invece quand'erano in vita.
Dante ci mostra poi i penitenti della I Cornice (dopo aver ammonito i vivi a pregare a loro volta per le anime del Purgatorio) e ci
illustra la loro pena attraverso tre esempi, due dei quali parlano direttamente (Omberto Aldobrandeschi e Oderisi da Gubbio) e il
terzo (Provenzan Salvani) è soltanto citato; quest'ultimo personaggio è assai affine a Omberto, dal momento che entrambi morirono
violentemente e furono uomini nobili, peccando di superbia proprio a causa della loro attività politica. Omberto riconosce
apertamente la propria arroganza in vita, che derivava dall'appartenere a una nobile famiglia e di avere avuto come padre un gran
Tosco, quel Guglielmo Aldobrandeschi che fu aspro nemico dei senesi come lo fu anche il figlio. Omberto parla della sua cervice...
superba, si definisce arrogante e ammette di aver disprezzato tutti gli uomini non pensando alla comune origine, tanto che finì per
morire violentemente per mano dei senesi (Dante non scioglie i dubbi sulla sua morte, che potrebbe essere avvenuta in battaglia o
per mano di sicari assoldati dai senesi, il che però non cambia la sostanza del suo destino). Anche i suoi parenti sono superbi come lo
fu lui sulla Terra, e poiché non ha scontato la pena della sua arroganza in vita deve farlo da morto, per tutto il tempo che piacerà a
Dio. Il suo esempio è molto simile a quello di Provenzan Salvani, citato alla fine del Canto da Oderisi per mostrare quanto è effimera
la fama terrena: egli è stato signore di Siena, proprio la città rivale di Omberto, e fu tanto presuntuoso da voler essere il padrone
assoluto della città. A differenza di Omberto, tuttavia, egli seppe in un'occasione umiliarsi di fronte ai concittadini, chiedendo
l'elemosina per riscattare un amico fatto prigioniero da Carlo d'Angiò (forse un Bartolomeo Saracini, catturato dopo la battaglia di
Tagliacozzo e per cui fu chiesta l'enorme somma di 10.000 fiorini); quell'opera buona gli ha permesso di non sostare
nell'Antipurgatorio, come avrebbe dovuto fare tra i morti per forza, ma di accedere subito alla I Cornice.
Tra i due esempi di superbia in campo politico è posto quello di superbia artistica, rappresentato dal miniatore Oderisi da Gubbio
che Dante conobbe forse a Bologna, e che infatti riconosce e apostrofa per primo il poeta (lui, a differenza di Omberto, può guardare
Dante, quindi è meno curvo del suo compagno di pena). Attraverso Oderisi Dante fa un importante discorso relativo all'arte e alla
poesia, che si collega a quello iniziato nel Canto X e che avrà un corollario nel Canto XII, con gli esempi di superbia punita: il
miniatore respinge infatti il titolo di onor di quell'arte / che alluminar chiamata è in Parisi, riconoscendo umilmente la superiorità di
Franco Bolognese che in vita fu suo concorrente. Oderisi dichiara che la fama mondana in campo artistico è effimera, poiché ogni
artista è destinato ad essere superato da qualcuno che viene dopo, come è successo a lui (sopravanzato da Franco), a Cimabue
(superato nella pittura da Giotto) e a Guinizelli (vinto da Cavalcanti, ed entrambi saranno superati da un terzo poeta che è
concordemente interpretato come Dante stesso). Oderisi intende dire che in campo artistico la fama non è infinita e chi oggi viene
celebrato come maggiore esponente di una scuola o di una corrente verrà presto surclassato da qualcun altro che farà dimenticare il
suo nome, e così via; la vita umana è poca cosa rispetto alla dimensione dell'eterno, quindi meglio farebbero gli uomini a
preoccuparsi della loro salvezza spirituale anziché a come saranno ricordati sulla Terra, perché presto o tardi il loro nome verrà
dimenticato (e l'esempio di Provenzan Salvani, che Oderisi indica allusivamente a Dante, dimostra proprio questo: un tempo era
famosissimo, ora a malapena si ricordano di lui a Siena). È sembrato strano che nel Canto dedicato alla superbia Dante citi
indirettamente se stesso come colui destinato a vincere poeticamente i due Guido, ma in realtà ciò è coerente con il discorso di
Oderisi: Dante vuol dire probabilmente che anche lui, come esponente dello Stilnovo, sarà a sua volta superato da qualcun altro,
senza contare che all'epoca della Commedia la fase poetica stilnovista era per lui definitivamente chiusa. Dante è ora l'autore di un
poema sacro al quale collaborano Cielo e Terra, dal momento che lui mette a disposizione la sua maestria poetica per dare forma
alla visione cui è stato ammesso per un eccezionale privilegio, per un'altissima missione di cui la volontà divina lo ha investito. Dante
è autore «ispirato» e componendo il poema può ben aspettarsi la fama eterna, ma ciò non deriva esclusivamente dai suoi meriti di
scrittore: nel Paradiso ribadirà a più riprese di essere incapace di descrivere l'altezza delle cose vedute, ammettendo continuamente
l'inadeguatezza della sua poesia e dei suoi strumenti retorici e invocando l'assistenza divina, senza la quale la composizione di
quest'opera è impossibile. Viste le cose in quest'ottica è evidente che l'autocoscienza poetica di Dante si spiega perfettamente nel
poema, così come l'orgoglio di chi percorre una strada mai compiuta prima di allora, senza che ciò contrasti con l'appello all'umiltà
che caratterizza il Canto dei superbi; del resto alla fine dell'episodio Oderisi profetizza velatamente a Dante l'esilio, che lo costringerà
a sperimentare la stessa umiliazione di Provenzano nel chiedere aiuto ai potenti, e Dante stesso nel Canto XIII dichiarerà a Sapìa di
temere assai più la pena della I Cornice, ammettendo sinceramente la propria suberbia intellettuale e politica.
Note e passi controversi
I primi effetti (v. 3) sono le prime cose create da Dio, quindi i Cieli e gli angeli.
Nei vv. 4-6 i termini nome, valore, vapore sono stati interpretati come le attribuzioni della Trinità, ovvero Padre, Figlio, Spirito Santo.
L'aspro diserto citato al v. 14 è sicuramente la Terra e non il Purgatorio (i superbi dicono «questo» perché il monte si trova
fisicamente sulla Terra).
L'antico avversaro è il demonio, così definito anche in Purg., VIII, 95.
Il termine ramogna (v. 25), di origine incerta, è stato variamente interpretato e può voler dire «augurio», «(buona) sorte».
Al v. 49 riva significa «parete» del monte.
La comune madre (v. 63) citata da Omberto è prob. Eva, ma potrebbe anche essere la Terra.
Alcuni editori pubblicano il v. 65 con questa punteggiatura: ch'io ne mori'; come, i Sanesi sanno (mettendo in rilievo che i Senesi
sanno il modo in cui Omberto è morto; il senso generale non cambia con la punteggiatura a testo).
Agobbio (v. 80) è la forma antica di Gubbio, dal lat. Iguvium.
Alluminar (v. 81) deriva dal franc. enluminer, che significa appunto «miniare».
Ai vv. 89-90 Oderisi intende dire che, possendo peccar (quindi essendo ancora lontano dalla morte) si pentì, il che gli ha permesso di
non sostare nell'Antipurgatorio (era morto forse nel 1299).
I due Guido citati al v. 97 sono certamente Guinizelli e Cavalcanti, anche se non sono mancate altre interpretazioni, come Guittone
d'Arezzo e Guinizelli (tale interpretazione, pur suggestiva, è poco probabile). Il poeta citato allusivamente al v. 99 è probabilmente
Dante, anche se l'espressione è indeterminata.
Il pappo e il dindi (v. 105) sono parole infantili, che vogliono dire pressappoco «cibo» e «denaro».
Il cerchio che più tardi in cielo è torto (v. 108) è il Cielo delle Stelle Fisse, che secondo le cognizioni astronomiche del tempo compiva
una rotazione completa attorno all'eclittica in 360 secoli.
Il v. 109 (colui che del cammin sì poco piglia) indica probabilmente che Provenzan Salvani cammina a passi lenti, quindi si
avvantaggia poco rispetto a Oderisi.
I vicini citati al v. 140 sono i concittadini di Dante.
CANTO XVI
Testo Parafrasi
Buio d’inferno e di notte privata Il buio dell'Inferno, o di una notte priva di qualunque stella, sotto un
d’ogne pianeto, sotto pover cielo, cielo oscuro quanto può esserlo quello di una notte coperta da nubi,
quant’esser può di nuvol tenebrata, 3 non velò la mia vista come quel fumo che lì ci avvolse, né mi irritò gli
occhi al punto da non poterli tenere aperti; allora la mia saggia
non fece al viso mio sì grosso velo guida mi si avvicinò e mi offrì il suo braccio.
come quel fummo ch’ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo, 6

che l’occhio stare aperto non sofferse;


onde la scorta mia saputa e fida
mi s’accostò e l’omero m’offerse. 9

Sì come cieco va dietro a sua guida Come il cieco segue la sua guida per non perdersi e non urtare
per non smarrirsi e per non dar di cozzo qualcosa che gli faccia del male o forse lo uccida, così io procedevo
in cosa che ‘l molesti, o forse ancida, 12 in quell'aria amara e oscura, ascoltando il mio maestro che mi
diceva di continuo: «Fa' in modo di non separarti da me».
m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». 15

Io sentia voci, e ciascuna pareva Io udivo delle voci, e ognuna sembrava pregare per la pace e la
pregar per pace e per misericordia misericordia l'Agnello di Dio, che toglie i peccati dal mondo.
l’Agnel di Dio che le peccata leva. 18

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; Le parole iniziali erano sempre 'Agnus Dei'; tutti dicevano la stessa
una parola in tutte era e un modo, cosa e in modo tale che sembrava esserci una totale concordia.
sì che parea tra esse ogne concordia. 21

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», Io dissi: «Maestro, sono degli spiriti quelli che sento?» E lui a me:
diss’io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, «Dici il vero, ed essi scontano la pena per la loro iracondia».
e d’iracundia van solvendo il nodo». 24

«Or tu chi se’ che ‘l nostro fummo fendi, «E tu chi sei, che attraversi il fumo della nostra Cornice e parli di noi
e di noi parli pur come se tue come se tu dividessi ancora il tempo (se fossi vivo)?»
partissi ancor lo tempo per calendi?». 27

Così per una voce detto fue; Così fu detto da una voce; allora il mio maestro disse: «Rispondi, e
onde ‘l maestro mio disse: «Rispondi, chiedi se da questa parte si sale».
e domanda se quinci si va sùe». 30

E io: «O creatura che ti mondi E io: «O anima che ti purifichi, per tornare bella a Colui che ti creò,
per tornar bella a colui che ti fece, se mi segui sentirai qualcosa di straordinario».
maraviglia udirai, se mi secondi». 33

«Io ti seguiterò quanto mi lece», Rispose: «Io ti seguirò finché mi sarà permesso; e se il fumo non ci
rispuose; «e se veder fummo non lascia, permette di vederci, il suono delle parole ci terrà uniti».
l’udir ci terrà giunti in quella vece». 36

Allora incominciai: «Con quella fascia Allora iniziai: «Me ne vado in alto con quell'involucro (corpo) che la
che la morte dissolve men vo suso, morte dissolve, e sono venuto qui attraverso l'Inferno.
e venni qui per l’infernale ambascia. 39

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, E se Dio mi ha accolto nella sua grazia, al punto che vuol mostrarmi
tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte il suo regno in un modo del tutto diverso dall'uso moderno, non
per modo tutto fuor del moderno uso, 42 nascondermi il tuo nome prima della tua morte, ma dimmelo, e
dimmi se vado nella giusta direzione verso l'accesso alla Cornice
non mi celar chi fosti anzi la morte, seguente; e le tue parole saranno la nostra guida».
ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
e tue parole fier le nostre scorte». 45

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; «Io fui Lombardo, e il mio nome era Marco; conobbi il mondo e
del mondo seppi, e quel valore amai amai quella virtù cortese alla quale oggi ciascuno ha disteso l'arco
al quale ha or ciascun disteso l’arco. 48 (che ognuno ha abbandonato).

Per montar sù dirittamente vai». Per salire su, vai nella giusta direzione». Così rispose, e aggiunse:
Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego «Io ti prego di pregare per me, quando sarai in Paradiso».
che per me prieghi quando sù sarai». 51

E io a lui: «Per fede mi ti lego E io a lui: «Io ti prometto che farò ciò che mi chiedi; ma io scoppio se
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio non riesco a liberarmi di un dubbio che mi assilla.
dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. 54

Prima era scempio, e ora è fatto doppio Prima era un dubbio semplice, mentre ora è raddoppiato a causa
ne la sentenza tua, che mi fa certo delle tue parole, che mi confermano, qui e altrove, ciò che ho già
qui, e altrove, quello ov’io l’accoppio. 57 udito (da Guido del Duca).

Lo mondo è ben così tutto diserto Il mondo è del tutto privo di ogni virtù cortese, come tu mi dici, e
d’ogne virtute, come tu mi sone, pieno di ogni malizia;
e di malizia gravido e coverto; 60

ma priego che m’addite la cagione, ma ti prego di indicarmene la causa, così che io la comprenda e la
sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; mostri agli altri; infatti alcuni la pongono nelle influenze celesti, altri
ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». 63 nei comportamenti umani».

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», Dapprima emise un profondo sospiro, che poi si tramutò in «uhi!»;
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, poi iniziò: «Fratello, il mondo è cieco e tu dimostri di venire da lì.
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. 66

Voi che vivete ogne cagion recate Voi che siete in vita riconducete la causa di tutto al Cielo, come se
pur suso al cielo, pur come se tutto esso determinasse ogni cosa necessariamente.
movesse seco di necessitate. 69

Se così fosse, in voi fora distrutto Se fosse così, in voi non ci sarebbe più il libero arbitrio, e non
libero arbitrio, e non fora giustizia sarebbe giusto essere premiati per la virtù, ed essere puniti per la
per ben letizia, e per male aver lutto. 72 colpa.

Lo cielo i vostri movimenti inizia; Il Cielo inizia i vostri movimenti, e neppure tutti; ma anche
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica, ammettendo ciò, voi siete in grado di distinguere il bene dal male, e
lume v’è dato a bene e a malizia, 75 avete il libero arbitrio; il quale, se anche incontra difficoltà nelle
prime battaglie con gli influssi astrali, poi vince ogni cosa, purché
e libero voler; che, se fatica venga ben nutrito.
ne le prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica. 78

A maggior forza e a miglior natura Voi siete soggetti, liberi, a una forza maggiore e a una natura
liberi soggiacete; e quella cria migliore (Dio); e quella crea in voi l'intelletto, che il cielo non ha in
la mente in voi, che ‘l ciel non ha in sua cura. 81 suo potere.

Però, se ’l mondo presente disvia, Perciò, se il mondo attuale pecca, la ragione è in voi e a voi deve
in voi è la cagione, in voi si cheggia; essere attribuita; e io ora te ne darò una dimostrazione.
e io te ne sarò or vera spia. 84

Esce di mano a lui che la vagheggia L'anima semplice, che non sa nulla, esce dalle mani di Colui (Dio)
prima che sia, a guisa di fanciulla che la ama, prima di essere formata, come una fanciulla, che piange
che piangendo e ridendo pargoleggia, 87 e ride senza saperne il motivo, salvo che, mossa da un lieto
Creatore, torna volentieri a ciò che le dà piacere.
l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla. 90

Di picciol bene in pria sente sapore; Dapprima sente il sapore dei beni di scarso rilievo; qui s'inganna e
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, corre dietro ad essi, a meno che una guida o un freno non distolga il
se guida o fren non torce suo amore. 93 suo amore mal riposto.

Onde convenne legge per fren porre; Per questo fu necessario porre dei freni con le leggi; fu necessario
convenne rege aver che discernesse avere un re che distinguesse almeno la torre della vera città.
de la vera cittade almen la torre. 96

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Le leggi ci sono, ma chi le fa rispettare? Nessuno, dal momento che
Nullo, però che ’l pastor che procede, il pastore (il papa) che guida il gregge può ruminare, ma non ha le
rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; 99 unghie fesse;

per che la gente, che sua guida vede quindi la gente, che vede la sua guida ricercare quei beni terreni di
pur a quel ben fedire ond’ella è ghiotta, cui essa è ghiotta, si nutre di quelli e non chiede nient'altro.
di quel si pasce, e più oltre non chiede. 102

Ben puoi veder che la mala condotta Puoi capire bene che la cattiva guida dei pontefici è la ragione che
è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, ha corrotto il mondo, non certo la vostra natura influenzata dai
e non natura che ’n voi sia corrotta. 105 Cieli.

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,


due soli aver, che l’una e l’altra strada Roma, che costruì il mondo virtuoso, era solita avere due soli, che
facean vedere, e del mondo e di Deo. 108 indicavano entrambe le strade, del mondo e di Dio.

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada


col pasturale, e l’un con l’altro insieme L'uno ha spento l'altro; e la spada si è unita al pastorale, ed è
per viva forza mal convien che vada; 111 inevitabile che le due cose stiano male insieme, unite in modo
forzato;
però che, giunti, l’un l’altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga, infatti, uniti, l'un potere non teme l'altro: se non mi credi, pensa alla
ch’ogn’erba si conosce per lo seme. 114 spiga (alle conseguenze), poiché ogni pianta si riconosce dal suo
seme.
In sul paese ch’Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi, Nel paese (Pianura Padana) che è attraversato da Adige e Po, valore
prima che Federigo avesse briga; 117 e cortesia erano soliti essere presenti, prima che Federico II fosse
ostacolato (dalla Chiesa);
or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna ora può passare di lì senza timore chiunque non volesse parlare con
di ragionar coi buoni o d’appressarsi. 120 gli uomini virtuosi o avvicinarsi a loro, per vergogna.

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna


l’antica età la nova, e par lor tardo Ci sono ancora tre vecchi in cui l'età antica rimprovera la nuova, e si
che Dio a miglior vita li ripogna: 123 augurano che Dio li faccia passare presto a miglior vita:

Currado da Palazzo e ‘l buon Gherardo


e Guido da Castel, che mei si noma Corrado da Palazzo, il buon Gherardo (da Camino) e Guido da
francescamente, il semplice Lombardo. 126 Castello, che i Francesi indicavano come il semplice Lombardo.

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,


per confondere in sé due reggimenti, Concludi che ormai la Chiesa di Roma, per accentrare in sé i due
cade nel fango e sé brutta e la soma». 129 poteri, cade nel fango e sporca sé e il suo incarico».
«O Marco mio», diss’io, «bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio Io dissi: «O Marco mio, tu hai ragione; e adesso capisco perché i
li figli di Levì furono essenti. 132 discendenti di Levi furono esclusi dall'eredità dei beni.

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio


di’ ch’è rimaso de la gente spenta, Ma chi è quel Gherardo che tu dici che è rimasto come esempio
in rimprovèro del secol selvaggio?». 135 dell'antico popolo, come rimprovero del secolo decaduto?»

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,


rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, Mi rispose: «O le tue parole mi ingannano o mi stuzzicano; infatti,
par che del buon Gherardo nulla senta. 138 parlando con accento toscano, sembra che tu non sappia nulla del
buon Gherardo.
Per altro sopranome io nol conosco,
s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. Io non lo conosco attraverso un altro soprannome, a meno di non
Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. 141 indicarlo come il padre di Gaia. Dio sia con voi, perché non posso più
seguirvi.
Vedi l’albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi Vedi la luce che filtra attraverso il buio e già biancheggia, e io devo
(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». separarmi da voi prima che io appaia all'angelo, che è lì». Così se ne
andò, e non volle più starmi a sentire.
Così tornò, e più non volle udirmi. 145

Argomento del Canto


Il fumo della III Cornice. Incontro con gli iracondi. Incontro con Marco Lombardo. Discorso sul libero arbitrio e la confusione dei
poteri. I tre vecchi simbolo di virtù.
È il tardo pomeriggio di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, verso le sei.

Il fumo della III Cornice. Preghiera degli iracondi (1-24)


Dante e Virgilio avanzano lungo la III Cornice, attraverso il denso fumo che rende quel luogo più buio di una notte priva di qualunque
stella e irrita fortemente gli occhi del poeta, che è costretto a chiuderli e ad appoggiarsi al maestro. Dante cammina come un cieco,
seguendo la sua guida senza vedere nulla e Virgilio gli raccomanda di non separarsi da lui. Sente delle voci che invocano pace e
misericordia, intonando le prime parole dell'Agnus Dei in modo tale che dimostrano un'assoluta concordia. Dante chiede a Virgilio se
a parlare sono dei penitenti e il maestro risponde di sì, aggiungendo che si tratta degli iracondi.

Incontro con Marco Lombardo (25-51)


Uno dei penitenti si rivolge a Dante e gli chiede chi sia, visto che attraversa il fumo come se fosse ancora vivo. Virgilio esorta il
discepolo a rispondere, chiedendo se quella è la direzione giusta per salire, e Dante dice allo spirito che ha parlato che, se lo seguirà,
udirà qualcosa che lo stupirà molto. Il penitente dichiara che seguirà Dante fin tanto che potrà e se anche il fumo non gli permetterà
di vederlo, il suono della voce li terrà uniti. Dante a questo punto dice di essere giunto in Purgatorio col proprio corpo mortale dopo
aver attraversato l'Inferno, in virtù di una speciale grazia di Dio che vuole mostrargli i regni dell'Oltretomba in modo del tutto
eccezionale. Dante prega il penitente di rivelare il proprio nome e di confermare se stanno seguendo la giusta direzione per l'accesso
alla Cornice seguente. Lo spirito dichiara di chiamarsi Marco Lombardo, che in vita fu uomo di mondo e conobbe quella virtù cortese
che ormai tutti hanno abbandonato. Egli aggiunge che in quella direzione si arriva alla scala e chiede a Dante di pregare per lui, una
volta che sarà giunto in Paradiso.
Spiegazione di Marco sul libero arbitrio (52-81)
Dante promette di fare quel che Marco gli chiede, ma lo prega a sua volta di sciogliere un dubbio che lo assale e che è raddoppiato a
causa delle sue parole, dopo essere stato suscitato da quelle di Guido del Duca. Il mondo è privo di ogni virtù cavalleresca, come
Marco ha dichiarato, e pieno di malizia; Dante vorrebbe saperne la ragione per mostrarla agli altri, poiché alcuni la attribuiscono alle
influenze celesti e altri alla condotta degli uomini. Marco emette un forte sospiro e un verso di disappunto, quindi afferma che il
mondo è cieco e Dante sembra proprio venire da lì. Gli uomini, infatti, riconducono la causa di tutto al cielo, come se esso
determinasse necessariamente gli eventi: ma se così fosse il libero arbitrio sarebbe nullo, e non sarebbe giusto essere premiati per la
virtù e puniti per la colpa. Il cielo, prosegue Marco, dà inizio alle azioni umane, almeno ad alcune, ma in ogni caso l'uomo può
scegliere tra bene e male, e la volontà è in grado di vincere ogni disposizione celeste. Gli uomini sono dunque guidati dal proprio
intelletto, che è una forza ben maggiore di quella delle influenze astrali.

Causa politica della corruzione umana (82-114)


Se il mondo attuale è degenere, la causa è dunque tutta degli uomini e Marco lo può dimostrare chiaramente. Egli spiega a Dante
che l'anima, una volta creata, è come una fanciulla inconsapevole, che è mossa dalla bontà di Dio e si indirizza verso ciò che le dà
piacere. Essa rivolge il proprio amore anche a beni materiali e sbagliati, se non viene frenata e guidata opportunamente: per questo
esistono le leggi ed è necessario che un sovrano le applichi con rigore. Le leggi nel mondo esistono, ma chi le fa rispettare? Nessuno,
dal momento che il papa guida il gregge dei fedeli, confondendo però il potere spirituale con quello temporale. Il popolo vede che il
pontefice corre dietro ai beni terreni, quindi fa altrettanto e non chiede altro; dunque la causa del male del mondo è la cattiva
condotta degli uomini e non la cattiva influenza dei cieli. Roma aveva due soli (l'imperatore e il papa) che illuminavano due diverse
strade, quella del mondo e quella di Dio: essi si sono spenti a vicenda, perché la spada si è unita al pastorale e questo connubio è
decisamente negativo, poiché i due poteri non si temono l'un l'altro.

I tre vecchi, simbolo di antica virtù (115-145)


Per confermare quanto ha detto, Marco aggiunge che nel paese (Lombardia) attraversato da Adige e Po regnavano valore e cortesia,
prima che Federico II fosse ostacolato dalla Chiesa. Ora invece qualunque uomo malvagio può passare di lì, sicuro di non incontrare
alcun uomo virtuoso. Ci sono ancora tre vecchi in cui l'età antica rimprovera quella nuova, tanto che desiderano ormai passare a
miglior vita: sono Corrado da Palazzo, il buon Gherardo e Guido da Castello, quest'ultimo meglio conosciuto come il semplice
Lombardo. Si può concludere che la Chiesa cade nel peccato, volendo confondere in sé i due poteri. Dante risponde dicendo che il
ragionamento di Marco è veritiero, e che comprende perché i sacerdoti ebrei furono esclusi dall'eredità dei beni temporali; tuttavia
chiede chi sia il Gherardo che, secondo il penitente, rimprovera al presente la sua mancanza di virtù. Marco ribatte che o non ha
capito le parole di Dante, oppure il poeta lo stuzzica per fargli dire altro, pocihé il poeta parla toscano e afferma di non conoscere
Gherardo. Non saprebbe indicarlo con altro soprannome, se non dicendo che la figlia ha nome Gaia. A questo punto Marco si
congeda dai due poeti, in quanto vede attraverso il fumo la luce del sole e deve allontanarsi prima di apparire all'angelo che si trova
lì. Il penitente se ne va senza ascoltare altro.
Interpretazione complessiva
Il Canto ha argomento prevalentemente politico, prendendo le mosse da un dubbio di Dante che si ricollega alle parole con cui
Guido del Duca nel XIV aveva criticato la decadenza morale della sua Romagna e quella politica di Toscana, mentre qui le accuse del
protagonista Marco Lombardo saranno rivolte contro la Lombardia, ovvero la Pianura Padana da cui proveniva. Quella di Marco è
una voce che Dante ascolta nel buio della Cornice, in cui procede come un cieco appoggiato a Virgilio: è chiaro il contrappasso della
pena (l'ira acceca la mente e porta ad atti inconsulti), così come la necessità di seguire strettamente la ragione, simboleggiata in
questo caso dal poeta latino. L'oscurità del fumo è descritta attraverso una serie di similitudini per contrasto, col dire che neppure
un cielo notturno e privo di stelle, tutto coperto di nuvole, potrebbe rendere l'idea del buio della Cornice; Dante sente solo le voci
degli iracondi, che intonano le prime parole dell'Agnus Dei che ben si adatta alla loro espiazione, dal momento che Cristo è invocato
come esempio supremo di mansuetudine e prontezza al sacrificio, mentre i penitenti sembrano assolutamente concordi.
L'incontro con Marco Lombardo dà modo a Dante di affrontare un complesso e delicato discorso politico e dottrinale, che il poeta
affida a un personaggio di scarso spessore biografico: di lui si sa solo che fu un uomo di corte del nord Italia molto saggio e valente,
citato in alcuni racconti del Novellino, che secondo alcuni commentatori ebbe una condizione simile a quella di Dante durante
l'esilio, costretto a diventare anch'egli cortigiano presso signori di «Lombardia» e Romagna. Può essere questa la chiave di lettura
che spiega la scelta dell'interlocutore per affrontare il discorso sul libero arbitrio e poi la confusione dei due poteri, che come detto
si riallaccia al lamento di Guido del Duca circa la decadenza delle virtù cavalleresche nell'attuale civiltà comunale. Dante ha un
dubbio che lo tormenta, se cioè tale declino morale sia da imputare alla condotta umana o a quelle influenze celesti che la dottrina
cristiana ammetteva: Marco spiega che gli influssi astrali esistono, ma non sono certo tali da determinare di necessità le azioni
umane, il che renderebbe ingiusto premiare la virtù e punire il peccato. Dante segue strettamente l'interpretazione tomistica della
questione, riconducendo tutto alla libera scelta dell'uomo che è perfettamente in grado di distinguere tra bene e male, per cui
sbaglia chi attribuisce agli influssi celesti una responsabilità che essi non hanno; se il mondo è dominato dal vizio la colpa è degli
uomini, punto che naturalmente è centrale nell'architettura morale del poema come di tutto il pensiero religioso e dottrinale di
Dante.
A conferma di ciò, Marco affronta poi il delicato problema del rapporto tra potere spirituale e temporale: l'uomo è naturalmente
portato a ricercare il proprio bene, il che spesso lo porta a peccare (ciò è spiegato attraverso la dottrina della creazione delle anime,
in cui Dante segue san Tommaso e polemizza con la teoria platonica delle idee innate), per cui è necessario che vi siano le leggi che
lo tengono a freno e correggono la sua condotta. Nella visione dantesca le leggi devono essere applicate dal potere politico, ovvero
dall'imperatore: ma la sede imperiale in Italia è vacante dalla morte di Federico II di Svevia, per cui le leggi ci sono ma nessuno le fa
rispettare, come già aveva duramente affermato nei Canti VI e VII. La responsabilità di ciò è attribuita al papa, reo di volersi arrogare
il diritto di governare politicamente l'Italia in assenza del potere imperiale, e in particolare è condannato l'atteggiamento teocratico
di Bonifacio VIII, che con la bolla Unam Sanctam del 1302 aveva affermato sostanzialmente questo principio e aveva unito il
pastorale con la spada, il potere spirituale con quello temporale. Ciò è causa, per Dante, dei guasti politici dell'Italia del tempo e di
quel disordine morale contro cui il poema è una denuncia, come del resto aveva detto nel Canto VI con l'immagine del cavallo la cui
sella è vuota e che viene condotto a mano per le briglie dalla Chiesa; Dante si rifà qui anche alla teoria dei «due soli» espressa in
termini lievemente diversi nella Monarchia, dicendo cioè che il papa e l'imperatore brillano di luce propria e derivano entrambi la
loro autorità da Dio, mentre nel trattato politico aggiungerà che l'imperatore deve semplicemente una certa deferenza al pontefice,
come un figlio al proprio padre. Nella visione di Dante diverso è il fine delle due autorità, dal momento che il papa deve guidare i
fedeli alla felicità eterna, mentre l'imperatore deve applicare le leggi e assicurare a tutti la giustizia: ciò può avvenire solo se le due
autorità sono distinte e indipendenti, reciprocamente autonome, non se il papa pretende di governare senza averne le capacità (egli
può rugumare, conoscere le Sacre Scritture, ma non ha l'unghie fesse, non distingue come dovrebbe i due poteri, finendo per dare
un pessimo esempio ai fedeli che lo vedono correre dietro i beni terreni).
Il tema è di importanza centrale e sarà più ampiamente affrontato nel Canto XIX del Paradiso, nel Cielo di Giove dove trionfa la
giustizia: qui Marco Lombardo cita l'esempio della sua terra come conferma di quanto ha detto, affermando che la Lombardia (nel
senso di Italia del nord, di Pianura Padana) un tempo brillava per virtù cavalleresche, poi è caduta in decadenza dopo che la Chiesa e
i Comuni guelfi diedero briga all'imperatore Federico II, opponendosi di fatto alla sua autorità politica. Solo tre personaggi
dimostrano le antiche virtù e rimproverano il declino morale del presente, tre vecchi che sono esempio della cortesia rimpianta e
destinata a scomparire: i loro nomi sono una nostalgica rievocazione di un passato che non esiste più, facendo eco al discorso di
Guido del Duca e alla sua rassegna dei nobili personaggi della Romagna antica, con la sola differenza che questi sono ancor vivi e non
vedono l'ora di passare a miglior vita. Si è molto discusso sull'effettivo valore morale di questi tre personaggi, di cui Dante tace o
ignora alcuni misfatti politici, ma è chiaro che qui prevale l'ammirazione per l'esercizio delle virtù cavalleresche in cui essi si
distinsero; in particolare, Gherardo da Camino ebbe rapporti con Corso Donati, il che spiega lo stupore di Marco alla domanda di
Dante che mostra di non conoscerlo. Marco lo indica come il padre di una certa Gaia, il che potrebbe avere valore ironico in quanto
la giovane è citata da alcuni commentatori come esempio di corruzione: se così fosse, le parole di Marco vorrebbero sottolineare il
contrasto tra passato glorioso e presente misero, come anche il fatto che il valore dei padri non è stato ereditato dai figli (è, in
fondo, lo stesso discorso già affrontato da Guido del Duca nel parlare della decadenza morale della Romagna, quindi non sorprende
che qui Dante segua la stessa linea).

Note e passi controversi


Sotto pover cielo (v. 2) può indicare semplicemente un cielo oscuro perché privo di stelle, oppure dall'orizzonte limitato.
La preghiera recitata dagli iracondi è l'espressione di Ioann., I, 29: Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccatum mundi, ripetuta tre volte e
seguita due volte da miserere nobis e una volta da dona nobis pacem. Le parole sembrano adatte all'espiazione di questi peccatori,
che in vita indulsero proprio all'ira.
Le parole con cui Marco Lombardo si presenta (v. 46-48) sono retoricamente elevate: dopo il chiasmo del v. 46 (Lombardo fui... fu'
chiamato Marco) c'è il parallelismo del v. 47 (del mondo seppi, e quel valore amai, con duplice ripetizione nome/verbo) e la raffinata
metafora del distendere l'arco (v. 48) per indicare la disabitudine al valore cortese. Anche ai vv. 50-51 c'è il poliptoto ti prego / che
per me preghi, in enjambement.
Nei vv. 85-90 Dante, attraverso le parole di Marco, illustra la creazione dell'anima seguendo la dottrina di san Tommaso, non la
teoria delle idee platoniche (l'anima al momento della creazione è una tabula rasa, non ha idee innate); egli contrasta anche la
dottrina della creazione delle anime una volta per tutte, sostenuta da Origene (Dio crea ciascuna anima volta a volta).
La vera cittade citata al v. 96 è probabilmente la Civitas Dei, la cui prima attuazione deve realizzarsi sulla Terra; la sua torre può
essere la giustizia terrena.
I vv. 98-99 vogliono dire che il papa (il pastor che procede, che guida il gregge) può rugumar (ruminare), cioè conosce le Sacre
Scritture, ma non ha l'unghia fessa, cioè non distingue l'autorità temporale dalla spirituale; la metafora è biblica (Levit., XI, 3-8;
Deut., XIV, 7-8) e fa riferimento alla legge ebraica che vieta ai fedeli di mangiare carne di animali che non siano ruminanti o non
abbiano l'unghia fessa. Ciò era stato interpretato in senso allegorico dai filosofi cristiani, intendendo la ruminazione come la capacità
di interpretare la legge sacra, e l'unghia fessa come quella di distinguere tra bene e male; Dante con tutta probabilità intende
quest'ultima come la capacità di distinguere tra i due poteri, quindi di governare politicamente.
I due soli cui Dante si riferisce al v. 106 sono ovviamente il papa e l'imperatore, ma poiché egli dice che Roma era solita averli non è
chiaro a cosa alluda: forse alla distinzione tra potere politico e sacerdotale nell'antico Impero romano, o forse all'Impero cristiano
prima della presunta donazione di Costantino. L'espressione l'un l'altro ha spento (v. 109) indica che il papato ha soffocato l'autorità
imperiale, quindi non ha valore reciproco come invece al v. 112.
Il paese ch'Adice e Po riga (vv. 115) è la Lombardia, intesa più generalmente come la Pianura Padana attraversata dai due fiumi.
I tre vecchi citati da Marco Lombardo (vv. 124-126) sono Corrado da Palazzo (bresciano, di cui si hanno scarse notizie, tranne che fu
podestà a Firenze nel 1276 e che era lodato per la sua liberalità); Gherardo da Camino (capitano generale di Treviso dal 1283 fino
alla morte, avvenuta nel 1306, forse coinvolto nell'uccisione di Iacopo del Cassero da parte di Azzo VIII d'Este); Guido da Castello
(ancor vivo nel 1315 e di cui sappiamo molto poco, citato da Dante in termini lusinghieri nel Convivio). Quest'ultimo era detto dai
Francesi, secondo Marco, il semplice Lombardo perché «lombardo» era sinonimo di italiano ed era associato, Oltralpe, alla fama di
mercante disonesto; Guido sarebbe un'eccezione a questa cattiva fama.
Il v. 135 legge rimprovèro con accento sulla penultima sillaba, il che rende regolare la scansione dell'endecasillabo (altri leggono
rimproverio).
CANTO XVII
esto Parafrasi
Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe Ricorda, lettore, se mai ti ha sorpreso la nebbia in montagna così da
ti colse nebbia per la qual vedessi non farti vedere nulla come una talpa con gli occhi coperti dalla
non altrimenti che per pelle talpe, 3 pelle, come il sole penetra debolmente attraverso i vapori umidi e
spessi quando questi iniziano a diradarsi;
come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi; 6

e fia la tua imagine leggera e la tua immaginazione potrà facilmente comprendere come io rividi
in giugnere a veder com’io rividi all'inizio il sole, che era ormai vicino al tramonto.
lo sole in pria, che già nel corcar era. 9

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi Così, adeguando i miei passi a quelli fidati del mio maestro, uscii
del mio maestro, usci’ fuor di tal nube fuori da quel fumo e rividi i raggi solari, già vicini all'orizzonte.
ai raggi morti già ne’ bassi lidi. 12

O imaginativa che ne rube O immaginazione, che talvolta ci estrani da quello che ci accade
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge intorno al punto che uno non si accorge neppure che suonano mille
perché dintorno suonin mille tube, 15 trombe, chi ti genera se non trai origine da una sensazione? Ti
genera una luce che nasce nel Cielo, di per sé o per la volontà divina
chi move te, se ‘l senso non ti porge? che la porta verso la Terra.
Moveti lume che nel ciel s’informa,
per sé o per voler che giù lo scorge. 18

De l’empiezza di lei che mutò forma Nella mia immaginazione apparve la figura di colei (Progne), empia,
ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, che si trasformò nell'uccello che più si diletta a cantare (usignolo);
ne l’imagine mia apparve l’orma; 21
e qui la mia mente si concentrò a tal punto che dall'esterno non
e qui fu la mia mente sì ristretta proveniva nulla che fosse in grado di distogliermi.
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei ricetta. 24
Poi nella mia profonda fantasia vidi un uomo crocifisso (Aman), con
Poi piovve dentro a l’alta fantasia aspetto pieno di amaro disdegno, che moriva in questo modo;
un crucifisso dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si morìa; 27
intorno a lui c'era il grande re Assuero, sua moglie Ester e il giusto
intorno ad esso era il grande Assuero, Mardocheo, che fu così integro nelle parole e nelle azioni.
Estèr sua sposa e ‘l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero. 30
E non appena questa immagine svanì di per se stessa, come una
E come questa imagine rompeo bolla che viene meno perché sotto di essa non c'è più acqua,
sé per sé stessa, a guisa d’una bulla apparve nella mia mente una fanciulla che piangeva disperata, e
cui manca l’acqua sotto qual si feo, 33 diceva: «O regina (Amata), perché a causa della tua ira hai voluto
distruggerti?
surse in mia visione una fanciulla
piangendo forte, e dicea: «O regina,
perché per ira hai voluto esser nulla? 36
Ti sei suicidata per non perdere Lavinia; ora mi hai davvero perduta!
Ancisa t’hai per non perder Lavina; Io sono qui che mi addoloro, madre, per la tua rovina prima che per
or m’hai perduta! Io son essa che lutto, quella di altri».
madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». 39
Come il sonno si interrompe, quando d'improvviso una luce colpisce
Come si frange il sonno ove di butto gli occhi chiusi, così che esso scompare gradualmente poco alla
nova luce percuote il viso chiuso, volta;
che fratto guizza pria che muoia tutto; 42
così la mia immaginazione cessò non appena il viso fu colpito da
così l’imaginar mio cadde giuso una luce, assai più intensa di quella cui siamo abituati.
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch’è in nostro uso. 45
Io mi giravo per vedere dove mi trovavo, quando una voce disse:
I’ mi volgea per veder ov’io fosse, «Qui si sale» ed essa mi distolse da ogni altro intento;
quando una voce disse «Qui si monta»,
che da ogne altro intento mi rimosse; 48
e mi riempì di un tale desiderio di guardare chi stesse parlando, che
e fece la mia voglia tanto pronta non si sarebbe mai quietato senza soddisfarlo.
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta. 51
Ma la mia facoltà visiva era insufficiente a questo, come lo sarebbe
Ma come al sol che nostra vista grava a guardare il sole che abbaglia i nostri occhi e non ci permette di
e per soverchio sua figura vela, vederlo per troppa luminosità.
così la mia virtù quivi mancava. 54
«Questo è uno spirito divino (un angelo), che senza bisogno di
«Questo è divino spirito, che ne la pregarlo ci indirizza sulla via per salire e col suo fulgore cela il
via da ir sù ne drizza sanza prego, proprio aspetto.
e col suo lume sé medesmo cela. 57
Si comporta con noi come l'uomo fa con se stesso; infatti, chi vede il
Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; bisogno e aspetta di essere pregato, si prepara malignamente a
ché quale aspetta prego e l’uopo vede, negare il suo aiuto.
malignamente già si mette al nego. 60
Ora affrettiamoci a raccogliere il suo invito; cerchiamo di salire
Or accordiamo a tanto invito il piede; prima che faccia buio, poiché dopo sarebbe impossibile prima che il
procacciam di salir pria che s’abbui, giorno ritorni».
ché poi non si poria, se ‘l dì non riede». 63
Così disse il mio maestro, e insieme a lui volsi i miei passi a una
Così disse il mio duca, e io con lui scala; e non appena fui sul primo gradino, sentii vicino al viso un
volgemmo i nostri passi ad una scala; battito d'ali e un soffio di vento, mentre una voce diceva: 'Beati i
e tosto ch’io al primo grado fui, 66 mansueti, che sono privi di ira malvagia!'.

senti’mi presso quasi un muover d’ala


e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
pacifici, che son sanz’ira mala!’. 69
Gli ultimi raggi del sole che è seguito dalla notte erano tanto alti
Già eran sovra noi tanto levati sopra di noi che le stelle apparivano da molti lati.
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati. 72
Io dicevo fra me e me: 'O mia virtù, perché mia abbandoni così?',
’O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, poiché mi sentivo venir meno la forza delle gambe.
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue. 75
Noi eravamo là dove la scala non saliva oltre, ed eravamo fermi
Noi eravam dove più non saliva come una nave giunta all'approdo.
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch’a la piaggia arriva. 78
Io aspettai un poco, per sentire qualcosa di nuovo in quella Cornice;
E io attesi un poco, s’io udissi poi mi rivolsi indietro al mio maestro e dissi: «Dolce padre mio,
alcuna cosa nel novo girone; dimmi, quale colpa si sconta nella Cornice dove ci troviamo? Se i
poi mi volsi al maestro mio, e dissi: 81 piedi stanno fermi, non cessi il tuo insegnamento».

«Dolce mio padre, dì , quale offensione


si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». 84
E lui a me: «Qui si espia l'amore del bene, quando è mancante del
Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo suo dovere; qui si ribatte il remo che fu troppo lento in vita.
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo. 87
Ma affinché tu comprenda ancora più chiaramente, rivolgi a me la
Ma perché più aperto intendi ancora, tua attenzione e avrai qualche buon frutto dalla nostra sosta».
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora». 90
Cominciò: «Né il Creatore (Dio), nè alcuna creatura, figliolo, fu mai
«Né creator né creatura mai», senza amore, o naturale o d'elezione, e lo sai bene.
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d’animo; e tu ‘l sai. 93
L'amore naturale è sempre corretto, mentre l'altro può errare
Lo naturale è sempre sanza errore, perché rivolto a un oggetto sbagliato, oppure per vigore scarso o
ma l’altro puote errar per malo obietto eccessivo.
o per troppo o per poco di vigore. 96
Finché l'amore è diretto verso il primo bene (Dio) ed è equilibrato
Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, verso gli altri (i beni terreni), non ci può essere alcun piacere
e ne’ secondi sé stesso misura, peccaminoso;
esser non può cagion di mal diletto; 99
ma quando si indirizza al male o corre al bene con minore o
ma quando al mal si torce, o con più cura maggiore sollecitudine di quanto dovrebbe, allora la creatura opera
o con men che non dee corre nel bene, contro il suo Creatore (pecca).
contra ‘l fattore adovra sua fattura. 102
Da ciò puoi capire che l'amore necessariamente in voi è causa di
Quinci comprender puoi ch’esser convene ogni virtù e di ogni azione meritevole di essere punita.
amor sementa in voi d’ogne virtute
e d’ogne operazion che merta pene. 105
Ora, poiché l'amore non può mai agire contro la salvezza del proprio
Or, perché mai non può da la salute soggetto, le creature sono sicure rispetto all'odio verso se stesse;
amor del suo subietto volger viso,
da l’odio proprio son le cose tute; 108 e poiché nessuna creatura può essere separata da Dio né stare per
se stessa, è impossibile odiare Dio.
e perché intender non si può diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso. 111 Resta, se la mia classificazione è esatta, che l'amore mal diretto
vuole il male del prossimo; e questo amore nella vostra natura
Resta, se dividendo bene stimo, nasce in tre modi diversi.
che ‘l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo. 114 Vi è chi spera di primeggiare calpestando il suo vicino, e solo per
questo desidera che quello perda la sua grandezza;
È chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch’el sia di sua grandezza in basso messo; 117 vi è chi teme di perdere potere, favore, onore e fama se un altro lo
supera, per cui si rattrista al punto da desiderare l'opposto;
è chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch’altri sormonti,
onde s’attrista sì che ‘l contrario ama; 120 e vi è chi sembra adombrarsi per aver ricevuto un'offesa al punto di
desiderare la vendetta, e quindi predispone il male altrui.
ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che ‘l male altrui impronti. 123 Questo triplice amore è punito nelle Cornici sottostanti; ora voglio
che tu pensi all'altro, che corre al bene in modo sbagliato.
Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange; or vo’ che tu de l’altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto. 126 Ognuno concepisce in modo confuso un bene supremo, tale da
soddisfare l'anima, e lo desidera; ognuno cerca quindi di
Ciascun confusamente un bene apprende raggiungerlo.
nel qual si queti l’animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende. 129 Se siete indotti a cercarlo o a raggiungerlo con un amore troppo
debole, questa Cornice ve ne fa scontare la giusta pena, dopo il
Se lento amore a lui veder vi tira pentimento.
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira. 132 Vi sono altri beni che non rendono felice l'uomo; non è la vera
felicità, non è la buona essenza che è frutto e radice di ogni bene.
Altro ben è che non fa l’uom felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d’ogne ben frutto e radice. 135 L'amore che si abbandona eccessivamente a questi beni (terreni) è
punito nelle tre Cornici soprastanti; ma non ti dico in che modo esso
L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, è tripartito, in modo che tu lo ricerchi di tua iniziativa».
di sovr’a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona,

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». 139

Argomento del Canto


Uscita di Dante e Virgilio dal fumo della III Cornice. Esempi di ira punita. L'angelo della mansuetudine. Salita alla IV Cornice e
spiegazione di Virgilio sulla struttura morale del Purgatorio.
È la sera di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300, verso le sette.
Uscita dal fumo della III Cornice. Esempi di ira punita (1-39)
Dante e Virgilio escono dal fumo che avvolge la III Cornice e il poeta paragona se stesso a colui che esce poco a poco da una fitta
nebbia montana, così che intravede gradualmente la luce del sole, come lui vede il sole al tramonto filtrare tra il fumo. Dante
procede di pari passo col maestro ed esce dal fumo, quindi la sua mente è colpita da una forte immaginazione, che sottrae
l'intelletto a ogni stimolo esterno e nasce evidentemente in Cielo per volere divino. Nella mente di Dante appare l'immagine di
Progne tramutata in usignolo, su cui è talmente concentrato da non vedere nient'altro. Poi il poeta vede un uomo crocifisso (Aman),
con atteggiamento sdegnoso, mentre accanto a lui ci sono il re Assuero, Ester e Mardocheo. Non appena questa immagine si
dissolve di per sé, come una bolla d'acqua che scoppia, ne appare un'altra in cui una fanciulla (Lavinia) piange disperata e rimprovera
la madre (la regina Amata) per essersi uccisa, in quanto non voleva perdere la figlia e adesso l'ha persa per sempre, mentre lei
piange per la sua morte.
L'angelo della mansuetudine (40-69)
Dante torna in sé come qualcuno che dorme e viene svegliato da una luce improvvisa, per cui il sonno scompare gradualmente: le
immagini svaniscono e il poeta è colpito da un fulgore assai più intenso di quelli naturali. Egli guarda per capire dove si trova, quando
si sente una voce che invita a salire e Dante è acceso da un fortissimo desiderio di guardare di fronte a sé, anche se non vede nulla
come chi fissa il sole che è troppo luminoso per essere osservato. Virgilio spiega che si tratta dell'angelo della mansuetudine, che li
invita a salire e si comporta con loro come l'uomo fa con se stesso; infatti, chi aspetta di essere pregato pur vedendo il bisogno
altrui, è come se negasse il suo aiuto. Virgilio esorta quindi Dante ad affrettarsi a salire, poiché non sarà possibile farlo una volta
calata la notte. I due poeti iniziano dunque a salire lungo una scala e appena Dante ha messo il piede sul primo gradino, sente un
vento che lo colpisce al viso e una voce che dice Beati i pacifici.
Salita alla IV Cornice (70-90)
Ormai il sole è quasi tramontato, per cui appaiono già le prime stelle. Dante sente la forza delle gambe venir meno, mentre è giunto
in cima alla scala e si è fermato lì insieme a Virgilio, come una nave approdata a riva. Dante resta in ascolto qualche istante, per
capire se c'è qualcosa di notevole nella IV Cornice, poi si rivolge al maestro e gli chiede quale peccato sia punito in questa zona del
Purgatorio, in modo da trarre vantaggio dalla sosta forzata. Virgilio risponde che in questa Cornice è punito l'amore troppo tiepido
verso il bene (accidia), e per essere ancora più chiaro aggiungerà una spiegazione che renderà fruttuosa l'attesa dei due poeti.
Ordinamento morale del Purgatorio (91-139)
Virgilio spiega a Dante che ogni creatura prova amore, che può essere naturale o d'elezione; mentre il primo è sempre giusto, il
secondo può errare perché diretto verso l'oggetto sbagliato, oppure per vigore scarso o eccessivo. Finché l'amore è diretto verso Dio
ed è misurato verso i beni terreni, non può sbagliare, mentre quando è diretto al male o corre al bene con energia scarsa o
eccessiva, allora incorre nel peccato. Da qui Dante può capire che l'amore genera nell'uomo ogni virtù, così come ogni peccato. Dal
momento che l'amore non può non volere la conservazione del proprio soggetto, non si può odiare se stessi, né è possibile odiare
Dio del quale ogni essere fa parte e da cui non può essere diviso. Dunque il male che si desidera è quello del prossimo e questo può
avvenire in tre modi. C'è chi vuole eccellere calpestando il prossimo, perché brama di primeggiare (superbia); c'è chi teme di perdere
onore e fama se altri lo superano e si rattrista quando questo accade (invidia); c'è chi riceve un'offesa e si adombra al punto da
desiderare la vendetta (ira). Questi tre peccati si scontano nelle Cornici sottostanti. Ciascuno, poi, desidera un bene con cui
acquietare l'animo e cerca di ottenerlo: se lo fa con amore troppo debole, allora il peccato si sconta nella IV Cornice (accidia). Vi è
poi un altro bene che è diverso, in quanto terreno e mondano e non rende l'uomo felice: se l'uomo vi si abbandona con eccessivo
vigore, commette i tre peccati che si scontano nelle Cornici soprastanti. Virgilio interrompe la spiegazione, invitando Dante a
riflettere da solo.
Interpretazione complessiva
Il Canto è strettamente legato al successivo, rispetto al quale presenta una struttura sostanzialmente speculare: infatti alla prima
parte narrativa del XVII (l'uscita dei due poeti dalla III Cornice e l'accesso alla IV, dopo le visioni di ira punita) ne segue una seconda
didascalica (la spiegazione da parte di Virgilio della struttura morale del secondo regno), mentre il Canto XVIII vedrà una prima parte
didascalica che completa le parole del maestro seguita da una narrativa (gli accidiosi della IV Cornice). Le quattro parti sono di
lunghezza pressoché equivalente e le prime due sono divise dall'indicazione dell'ora, proprio come la terza e la quarta (è fondata
l'ipotesi che i due Canti siano stati pensati unitariamente, come parte di un dittico: del resto l'ampia parentesi dottrinale a cavallo di
entrambi è coerente sul piano dei contenuti).
L'uscita di Dante dal fumo della III Cornice è un ritorno alla luce, descritto con la similitudine del viandante sorpreso dalla nebbia in
montagna che intravede la luce del sole, mentre alla fine dell'episodio precedente Marco Lombardo aveva preannunciato il fulgore
che indicava la fine del denso fumo. Il poeta riacquista la vista in tempo per essere nuovamente rapito in estasi e avere nuove visioni
di esempi di ira punita, che sono tre come gli esempi di mansuetudine del Canto XV, ma di cui due sono tratti dalla tradizione classica
e uno solo da quella biblica: l'esempio di Progne tramutata in usignolo dopo essersi vendicata del marito Tereo e quello della regina
Amata morta suicida e compianta dalla figlia Lavinia sono intervallati da quello di Aman, il ministro di Assuero che progettò di far
crocifiggere Mardocheo e fu a sua volta messo in croce; il personaggio mostra nella morte la stessa protervia che aveva in vita, con
analogie rispetto a Capaneo e Caifas (incluso il particolare che tutti e tre sono in qualche modo inchiodati, i primi due al suolo
infernale e il terzo alla croce). L'esempio di Amata è tratto ovviamente dall'Eneide, con qualche lieve differenza rispetto al testo
virgiliano in cui la regina si impicca per il rimorso di aver causato la guerra, non per la morte di Turno e il matrimonio imminente
della figlia con Enea.
L'accesso alla IV Cornice dopo l'incontro con l'angelo della mansuetudine coincide con il calare della sera, che provoca in Dante un
momento di stanchezza e propizia la spiegazione di carattere dottrinale da parte di Virgilio, che prende spunto dalla domanda del
discepolo sul peccato punito in questo luogo (l'accidia, ovvero lo scarso amore per il bene). La spiegazione della struttura morale del
Purgatorio si rifà ovviamente alla dottrina cristiana della Summa Theologiae di san Tommaso d'Aquino, che si fonda sulla concezione
dell'amore: ogni creatura prova amore naturale o d'animo, cioè dovuto alla scelta, e mentre il primo è sempre corretto il secondo
può essere peccaminoso a seconda che sia diretto verso un malo obietto (causando superbia, invidia, ira), o che sia privo di vigore
(accidia) o eccessivo verso i beni terreni (causando avarizia, gola, lussuria, se i beni troppo desiderati sono il denaro, il cibo, il piacere
sensuale). Questa tripartizione dei peccati capitali corrisponde almeno in parte a quella della topografia morale dell'Inferno,
illustrata nel Canto XI della I Cantica che con questo episodio ha più di un'analogia, e ha suscitato qualche perplessità fra gli
interpreti a causa di alcune incongruenze con i peccati puniti nel primo regno: Dante esclude qui i peccati di violenza e frode, che
sono causati da malizia anziché da amore e sono puniti nel basso Inferno, il che spiega perché Virgilio neghi che si possa provare
odio verso se stessi o Dio (cosa che accade coi suicidi e i bestemmiatori, come il caso di Capaneo prima evocato dimostra
ampiamente). Solo i peccati causati da amore possono essere purificati arrivando alla redenzione, come i peccati di incontinenza
puniti nell'alto Inferno che corrispondono quasi perfettamente a quelli capitali che si scontano nelle Cornici del Purgatorio, con la
sola differenza che i dannati non si sono pentiti prima della morte e i penitenti sì. Il maestro interrompe la spiegazione prima di
illustrare i peccati puniti nelle Cornici soprastanti e invitando il discepolo a ricercare da sé la risposta, il che crea una pausa che
coincide con la fine del Canto e rimanda alla successiva spiegazione all'inizio del successivo, quando Virgilio affronterà il delicato
problema del rapporto tra amore e libero arbitrio: tale discorso completerà quello di Marco Lombardo del Canto XVI e si collegherà a
un'ampia riflessione di Dante sulla concezione stessa dell'amore e i suoi rivolti letterari, preparando il terreno all'incontro coi poeti a
cavallo dei Canti XXIV-XXVI prima dell'incontro con Beatrice (che è simbolo della grazia divina e quindi, in certo modo, dell'amore:
Dante, come si vedrà, sottoporrà a una sorta di revisione il suo stesso Stilnovismo, cosa che peraltro aveva già fatto nel Canto V
dell'Inferno nell'incontro con Francesca e culminerà nell'esaltazione dell'amore divino al centro della III Cantica, il solo degno di
essere oggetto di trattazione poetica).
Note e passi controversi
Al v. 3 talpe è sing. arcaico per «talpa».
L'imagine del v. 7 indica la facoltà dell'immaginazione, proprio come l'imaginativa del v. 13 e la fantasia del v. 25. Tale concezione è tratta dalla
filosofia scolastica, in particolare da san Tommaso (Summa Theologiae, I, qq. 12 e 78).
L'esempio di Progne che, per vendicarsi del marito Tereo che aveva violentato la sorella Filomela, uccise il figlioletto Iti e ne imbandì le carni al
padre, è lo stesso citato nel Canto IX, 13-15. Secondo il mito Progne fu mutata in rondine e Filomela in usignolo, ma in entrambi i passi Dante
sembra affermare il contrario (Progne sarebbe stata trasformata in usignolo), anche perché le fonti a lui note (Ovidio, Virgilio...) non sono chiare.
Aman (vv. 25-30) era il ministro del re persiano Assuero, da identificare con Serse I, che essendo adirato contro Mardocheo, zio della regina Ester,
volle crocifiggerlo; Ester rivelò i suoi piani al re e questi fece crocifiggere a sua volta Aman. L'episodio è tratto da Est., III-VII, dove tuttavia il re non è
definito grande, né Mardocheo giusto, né l'atteggiamento di Aman è dispettoso e fero una volta posto in croce (forse Dante si rifà a un testo
diverso dalla Vulgata).
Il verbo lutto (v. 38) vuol dire «piangere», «essere in lutto», pur non essendo di uso frequente.
La rima del v. 55, ne la, è composta (cfr. Inf., VII, 28).
Al v. 58 sego vuol dire «con se stesso» (da seco).
I vv. 68-69 citano la settima beatitudine evangelica, Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur («Beati i mansueti, perché saranno chiamati figli di
Dio»); Dante modifica la seconda parte introducendo la distinzione tra ira buona e cattiva, che trae da san Tommaso (Summa Theol., II-IIaa, q. 168).
Il primo ben citato al v. 97 è Dio, mentre i secondi (v. 98) sono i beni terreni.
CANTO XVII
Testo Parafrasi
Posto avea fine al suo ragionamento L'insigne maestro aveva concluso il suo ragionamento e mi
l’alto dottore, e attento guardava guardava attentamente, per vedere se ero soddisfatto;
ne la mia vista s’io parea contento; 3

e io, cui nova sete ancor frugava, e io, che ero ancora tormentato dalla sete di sapere, esternamente
di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse tacevo e dentro di me dicevo: 'Forse Virgilio sarà irritato dalle mie
lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. 6 troppe domande'.

Ma quel padre verace, che s’accorse Ma quel padre di verità, che si accorse del mio desiderio che non si
del timido voler che non s’apriva, manifestava per timore, con le sue parole mi invitò a parlare.
parlando, di parlare ardir mi porse. 9

Ond’io: «Maestro, il mio veder s’avviva Allora dissi: «Maestro, la mia vista è talmente rischiarata dalla tua
sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro luce che io vedo nettamente tutto ciò che il tuo ragionamento
quanto la tua ragion parta o descriva. 12 separa ed espone analiticamente.

Però ti prego, dolce padre caro, Perciò ti prego, dolce padre mio caro, di spiegarmi cos'è l'amore al
che mi dimostri amore, a cui reduci quale riconduci ogni azione virtuosa e il suo opposto (peccato)».
ogne buono operare e ‘l suo contraro». 15

«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci Disse: «Volgi verso di me gli occhi acuti dell'intelletto, e ti sarà
de lo ‘ntelletto, e fieti manifesto chiaro l'errore dei ciechi che pretendono di fare da guida.
l’error de’ ciechi che si fanno duci. 18

L’animo, ch’è creato ad amar presto, L'anima, che è creata con la disposizione ad amare, si muove verso
ad ogne cosa è mobile che piace, ogni cosa che le piace, non appena tale disposizione è posta in atto
tosto che dal piacere in atto è desto. 21 dalla cosa piacevole.

Vostra apprensiva da esser verace La vostra facoltà conoscitiva trae l'immagine da una cosa reale e la
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, elabora dentro di voi, così che spinge l'anima a indirizzarsi verso di
sì che l’animo ad essa volger face; 24 essa;

e se, rivolto, inver’ di lei si piega, e se l'anima, così indirizzata, si volge verso quella cosa, questo atto
quel piegare è amor, quell’è natura è amore, è un atteggiamento naturale che primariamente si lega in
che per piacer di novo in voi si lega. 27 voi per la cosa piacevole.

Poi, come ‘l foco movesi in altura Poi, come il fuoco si leva verso l'alto per la sua natura, che lo spinge
per la sua forma ch’è nata a salire a salire là dove la sua materia dura più a lungo (nella sfera del
là dove più in sua matera dura, 30 fuoco), così l'animo preso da amore nutre il desiderio, che è un
movimento dello spirito, e non cessa per tutto il tempo in cui la cosa
così l’animo preso entra in disire, amata gli dà gioia.
ch’è moto spiritale, e mai non posa
fin che la cosa amata il fa gioire. 33

Or ti puote apparer quant’è nascosa Ora puoi capire quanto è nascosta la verità a coloro che affermano
la veritate a la gente ch’avvera che ogni amore è lodevole di per se stesso;
ciascun amore in sé laudabil cosa; 36

però che forse appar la sua matera poiché forse la sua materia è sempre buona, ma non lo è ogni
sempre esser buona, ma non ciascun segno sigillo, anche se la cera è buona (l'amore in potenza è buono, non
è buono, ancor che buona sia la cera». 39 sempre lo è in atto)».

«Le tue parole e ‘l mio seguace ingegno», Io gli risposi: «Le tue parole e il mio ingegno smanioso di seguirti mi
rispuos’io lui, «m’hanno amor discoverto, hanno spiegato la natura dell'amore, ma ciò mi spinge ancor più a
ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; 42 dubitare;
ché, s’amore è di fuori a noi offerto, infatti, se l'amore ci è offerto dalla realtà esterna e l'anima non può
e l’anima non va con altro piede, fare a meno di esservi indotta, non è suo merito o sua colpa se
se dritta o torta va, non è suo merto». 45 agisce in modo giusto o sbagliato».

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, E lui a me: «Io ti posso dire ciò che la ragione umana comprende;
dir ti poss’io; da indi in là t’aspetta per tutto ciò che va oltre ti rimando a Beatrice, poiché ciò è
pur a Beatrice, ch’è opra di fede. 48 argomento di fede.

Ogne forma sustanzial, che setta Ogni anima, che è separata dalla materia e al tempo stesso unita ad
è da matera ed è con lei unita, essa, ha raccolta in sé una specifica disposizione, la quale non è
specifica vertute ha in sé colletta, 51 avvertita se non agisce, né è visibile se non produce i suoi effetti,
come la vita nella pianta si vede attraverso le foglie verdi.
la qual sanza operar non è sentita,
né si dimostra mai che per effetto,
come per verdi fronde in pianta vita. 54

Però, là onde vegna lo ‘ntelletto Perciò l'uomo ignora da dove venga la conoscenza delle prime
de le prime notizie, omo non sape, nozioni (assiomi) e l'amore verso i primi beni, che sono connaturati
e de’ primi appetibili l’affetto, 57 in voi come nell'ape l'attitudine a produrre il miele; e questa prima
inclinazione non è degna di lode o di biasimo.
che sono in voi sì come studio in ape
di far lo mele; e questa prima voglia
merto di lode o di biasmo non cape. 60

Or perché a questa ogn’altra si raccoglia, Ora, perché a questa disposizione si conformino tutte le altre, è
innata v’è la virtù che consiglia, innata in voi una virtù che dà consigli (libero arbitrio), che deve dare
e de l’assenso de’ tener la soglia. 63 o negare il consenso ad agire.

Quest’è ‘l principio là onde si piglia Questo è il principio da dove nasce in voi il merito o il biasimo, a
ragion di meritare in voi, secondo seconda che esamini e separi gli amori buoni e quelli cattivi.
che buoni e rei amori accoglie e viglia. 66

Color che ragionando andaro al fondo, Coloro che ragionando andarono al fondo della questione (i filosofi)
s’accorser d’esta innata libertate; si accorsero di questa libertà innata; per questo elaborarono per il
però moralità lasciaro al mondo. 69 mondo la morale (etica).

Onde, poniam che di necessitate Dunque, anche ammettendo che ogni amore nasca in voi in modo
surga ogne amor che dentro a voi s’accende, necessario, voi avete il potere di tenerlo a freno.
di ritenerlo è in voi la podestate. 72

La nobile virtù Beatrice intende Beatrice chiama questa nobile virtù 'libero arbitrio', e dunque bada
per lo libero arbitrio, e però guarda di ricordartene, se lei te ne dovesse parlare».
che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». 75

La luna, quasi a mezza notte tarda, La luna, quando ormai era mezzanotte passata, offuscava col suo
facea le stelle a noi parer più rade, chiarore le stelle, simile a un paiolo di rame scintillante;
fatta com’un secchion che tuttor arda; 78

e correa contro ‘l ciel per quelle strade e percorreva il cielo in senso contrario a quello percorso dal sole
che ‘l sole infiamma allor che quel da Roma quando tramonta fra Sardegna e Corsica, per chi guarda da Roma.
tra Sardi e ‘ Corsi il vede quando cade. 81

E quell’ombra gentil per cui si noma E quell'anima nobile, per cui Pietole è più famosa di ogni città del
Pietola più che villa mantoana, mantovano, si era liberato del peso della spiegazione che io gli
del mio carcar diposta avea la soma; 84 avevo imposto;

per ch’io, che la ragione aperta e piana dunque io, che avevo raccolto nella mia mente le idee chiare sopra
sovra le mie quistioni avea ricolta, quelle questioni, stavo come un uomo che vaneggia nel sonno.
stava com’om che sonnolento vana. 87

Ma questa sonnolenza mi fu tolta Ma questa mia sonnolenza fu interrotta improvvisamente da delle


subitamente da gente che dopo anime che correvano dietro le nostre spalle.
le nostre spalle a noi era già volta. 90

E quale Ismeno già vide e Asopo E come i fiumi Ismeno e Asopo videro di notte una folla che correva
lungo di sè di notte furia e calca, furiosamente lungo il loro corso, quando i Tebani avevano bisogno
pur che i Teban di Bacco avesser uopo, 93 di Bacco, nello stesso modo in quella Cornice chi è cavalcato da
buona volontà e giusto amore curva il proprio passo (corre a grandi
cotal per quel giron suo passo falca, falcate), come io vidi fare a quelle anime.
per quel ch’io vidi di color, venendo,
cui buon volere e giusto amor cavalca. 96

Tosto fur sovr’a noi, perché correndo Ben presto furono presso di noi, perché tutta quella gran folla si
si movea tutta quella turba magna; muoveva correndo; e due di fronte agli altri gridavano piangendo:
e due dinanzi gridavan piangendo: 99 «Maria corse in fretta alla montagna; e Cesare, per sottomettere
Ilerda, colpì Marsiglia e poi corse in Spagna».
«Maria corse con fretta a la montagna;
e Cesare, per soggiogare Ilerda,
punse Marsilia e poi corse in Ispagna». 102

«Ratto, ratto, che ‘l tempo non si perda Gli altri dietro di loro gridavano: «In fretta, in fretta, non perdiamo
per poco amor», gridavan li altri appresso, tempo per scarso amore, facciamo rinverdire la grazia con
«che studio di ben far grazia rinverda». 105 l'impegno a far bene».

«O gente in cui fervore aguto adesso «O gente, in cui ora un acuto fervore, forse, compensa la negligenza
ricompie forse negligenza e indugio e l'indugio che voi per tiepido amore metteste nel fare il bene, costui
da voi per tepidezza in ben far messo, 108 (Dante) che è vivo, e certo non vi mento, vuole salire, non appena il
sole tornerà a splendere; dunque diteci dov'è il passaggio più
questi che vive, e certo i’ non vi bugio, vicino».
vuole andar sù, pur che ‘l sol ne riluca;
però ne dite ond’è presso il pertugio». 111

Parole furon queste del mio duca; Queste furono le parole della mia guida; e uno di quelli spiriti disse:
e un di quelli spirti disse: «Vieni «Vieni dietro a noi e troverai il varco.
di retro a noi, e troverai la buca. 114

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, Noi siamo così pieni di voglia di muoverci che non possiamo
che restar non potem; però perdona, fermarci; dunque perdonaci, se ritieni che la nostra rettitudine sia
se villania nostra giustizia tieni. 117 scortesia.

Io fui abate in San Zeno a Verona Io fui l'abate della basilica di San Zeno a Verona, sotto l'impero del
sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa, buon Federico Barbarossa, del quale Milano ancora oggi si
di cui dolente ancor Milan ragiona. 120 rammarica dolente.

E tale ha già l’un piè dentro la fossa, E un tale (Alberto della Scala) è già quasi morente, e ben presto
che tosto piangerà quel monastero, rimpiangerà quel monastero, e sarà triste di aver avuto potere su di
e tristo fia d’avere avuta possa; 123 esso;

perché suo figlio, mal del corpo intero, perché ha posto lì come suo abate, al posto di quello che doveva
e de la mente peggio, e che mal nacque, svolgere l'incarico, suo figlio, menomato nel corpo e nella mente e
ha posto in loco di suo pastor vero». 126 nato male (illegittimo)».

Io non so se più disse o s’ei si tacque, Io non so se aggiunse altro oppure tacque, tanto era già corso
tant’era già di là da noi trascorso; lontano da noi; ma sentii questo e ho voluto trascriverlo.
ma questo intesi, e ritener mi piacque. 129
E quei che m’era ad ogne uopo soccorso E colui che era il mio soccorso in ogni circostanza disse: «Girati da
disse: «Volgiti qua: vedine due questa parte: ecco due anime che biasimano la colpa dell'accidia».
venir dando a l’accidia di morso». 132

Di retro a tutti dicean: «Prima fue Dietro a tutti dicevano: «Il popolo per cui si aprì il Mar Rosso morì
morta la gente a cui il mar s’aperse, prima che il Giordano (la Palestina) vedesse i suoi eredi.
che vedesse Iordan le rede sue. 135

E quella che l’affanno non sofferse E quel popolo che non sopportò gli affanni del viaggio con Anchise
fino a la fine col figlio d’Anchise, fino in Italia, si condannò a una vita senza gloria».
sé stessa a vita sanza gloria offerse». 138

Poi quando fuor da noi tanto divise Poi, quando quelle anime furono tanto lontane da noi che non si
quell’ombre, che veder più non potiersi, potevano più sentire, nella mia mente nacque un nuovo pensiero,
novo pensiero dentro a me si mise, 141 dal quale ne nacquero altri e diversi; e io vaneggiai dall'uno all'altro,
tanto che per stanchezza chiusi gli occhi e tramutai i miei pensieri in
del qual più altri nacquero e diversi; sogni.
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,

e ‘l pensamento in sogno trasmutai. 145

Argomento del Canto


Ancora nella IV Cornice: spiegazione di Virgilio sull'amore e il libero arbitrio. Incontro con gli accidiosi e l'abate di San Zeno. Dante si
addormenta e sogna.
È la mezzanotte di lunedì 11 aprile (o 28 marzo) del 1300.

Virgilio spiega la natura dell'amore (1-39)


Virgilio pone fine alla sua spiegazione e osserva Dante per vedere se è soddisfatto. Il discepolo vorrebbe ulteriori chiarimenti, ma
tace per timore di irritare il maestro con altre domande, finché il poeta latino capisce il suo desiderio e lo invita a parlare
liberamente. Dante dichiara di aver ben compreso la precedente spiegazione, ma di voler conoscere in modo più dettagliato la
natura dell'amore, cui Virglio riconduce ogni azione virtuosa e ogni peccato. Il maestro esorta Dante ad ascoltare attentamente, così
da capire l'errore dei falsi maestri, quindi dichiara che l'anima umana si volge naturalmente verso ciò che le piace, non appena la
cosa piacevole pone in atto la sua disposizione ad amare. L'intelletto umano è attratto dalle cose reali e fa piegare l'anima verso di
esse: se ciò avviene, quel piegarsi è amore ed è del tutto naturale. Quindi, come il fuoco è destinato a salire in alto per la sua natura,
così l'anima presa da amore si volge verso la cosa amata, per tutto il tempo in cui questa gli procura gioia. Dante può allora capire
quanto sbagliano coloro che considerano lodevole qualsiasi amore, dal momento che forse può essere buona la disposizione ad
amare, ma non necessariamente lo è la sua attuazione.

Amore e libero arbitrio (40-75)


Dante afferma che le parole di Virgilio gli hanno spiegato cos'è l'amore, tuttavia hanno accresciuto i suoi dubbi: infatti, se l'anima
ama ciò che le è offerto dalla realtà esterna e obbedisce a un impulso naturale, ciò non può essere considerato una colpa. Virgilio
premette che la sua risposta atterrà esclusivamente alla filosofia, mentre per una spiegazione dottrinale Dante è rimandato alle
chiose di Beatrice. Egli spiega che ogni anima ha in sé una disposizione che non è avvertita se non agisce, e si manifesta solo
attraverso i suoi effetti. Dunque l'uomo ignora la provenienza delle prime nozioni innate e l'amore dei primi beni, che sono innati
come nelle api la tendenza a produrre il miele, il che non è motivo di lode o biasimo. Affinché a questa prima inclinazione si conformi
ogni altro desiderio, l'uomo ha la ragione che deve governare la volontà e deve dare o negare il proprio assenso agli impulsi naturali.
Questo è il principio da cui deriva la colpa o il merito, a seconda che la ragione distingua gli amori buoni da quelli cattivi. I filosofi
compresero bene questa libertà e basandosi su di essa elaborarono la morale: quindi, supponendo che l'uomo sia necessariamente
portato ad amare, l'intelletto è in grado di trattenere questa tendenza. Beatrice, conclude Virgilio, dà il nome di libero arbitrio a
questa virtù e il maestro esorta Dante a tenerlo a mente.

Sonnolenza di Dante. Esempi di sollecitudine (76-105)


Ormai è mezzanotte passata e la luna offusca col suo chiarore le stelle, simile a un grosso paiolo di rame, mentre percorre il cielo in
senso contrario a quello percorso dal sole quando tramonta tra Sardegna e Corsica (per chi guarda da Roma). Virgilio ha ormai
sciolto i dubbi di Dante e questi, soddisfatto dalle sue risposte, è colto da sonnolenza, venendo però subito scosso dalle anime degli
accidiosi che corrono dietro i due poeti. La corsa delle anime è paragonata a quella dei Tebani che correvano durante i riti orgiastici
in onore di Bacco, lungo i fiumi Ismeno e Asopo in Beozia. I penitenti raggiungono i due poeti e due di loro gridano piangendo gli
esempi di sollecitudine di Maria, che si affrettò alla montagna a visitare Elisabetta, e di Cesare, che per sottomettere Ilerda prima
colpì Marsiglia e poi corse in Spagna. Gli altri accidiosi incitano i compagni di pena a non perdere tempo e ad acquistare la grazia
divina con le buone azioni.
L'abate di San Zeno (106-129)
Virgilio si rivolge ai penitenti e li definisce anime mosse da un acuto fervore che supplisce alla loro negligenza in vita, quindi dichiara
che Dante è ancor vivo e desidera salire alla Cornice seguente appena ci sarà di nuovo la luce del sole, per cui li prega di indicar loro
il passaggio. Uno degli spiriti risponde invitandoli a seguirli, poiché essi sono pieni di buona volontà e non possono fermarsi. Egli si
presenta come l'abate di San Zeno a Verona, al tempo di Federico Barbarossa che fece distruggere Milano; un tale che è prossimo
alla morte (Alberto della Scala) si pentirà di aver avuto potere su quel monastero, poichè vi ha posto come abate suo figlio,
menomato nel corpo e nella mente, al posto del prelato che avrebbe dovuto ricoprire quella carica.
Esempi di accidia punita. Dante si addormenta (130-145)
Dante non sa se il penitente aggiunga altro o taccia, poiché corre via da loro velocemente, quindi Virgilio invita il discepolo a
osservare altri due accidiosi che gridano esempi del peccato punito. Essi, correndo dietro agli altri, gridano che gli Ebrei che furono
lenti a seguire Mosè morirono prima di giungere al Giordano, mentre i Troiani che non seguirono Anchise in Italia e si fermarono in
Sicilia vissero una vita ingloriosa. Alla fine, quando le anime sono così lontane che non si possono più sentire, Dante passa poco a
poco dalla veglia al sonno, iniziando a vaneggiare e a chiudere gli occhi, finché comincia a sognare.

Interpretazione complessiva
Il Canto ha struttura speculare rispetto al precedente, con cui forma una sorta di dittico, poiché a una prima parte didascalica segue
una parte narrativa in maniera rovesciata rispetto al XVII (anche qui le due parti sono intervallate dall'indicazione dell'ora, con la
discussa descrizione della posizione della luna in cielo). Virgilio completa e integra la spiegazione dottrinale iniziata alla fine del
Canto precedente, che riguardava la struttura morale del Purgatorio basata sulla concezione dell'amore: Dante vorrebbe conoscere
nel dettaglio la natura di questa inclinazione dell'animo e Virgilio risponde con una complessa spiegazione filosofica, che si rifà
ovviamente ad Aristotele e alla Scolastica, per cui l'amore trae spunto dagli oggetti reali del mondo circostante e trasforma in atto la
naturale potenza di amare che è innata nell'anima umana, obbedendo così a un impulso che è connaturato al suo essere. Ciò suscita
gli ulteriori dubbi di Dante, poiché se l'amore è un'inclinazione naturale verso la cosa che fa gioire, l'uomo non fa che obbedire a un
impulso irresistibile e ciò non può essere ascritto a sua colpa, secondo quanto Virgilio aveva detto nel Canto precedente. La chiosa
del maestro, che rimanda a Beatrice per ulteriori dettagli in materia dottrinale, è tale da eliminare ogni dubbio: l'uomo è, sì,
naturalmente portato ad amare, ma ad essere sempre lodevole è solo la disposizione innata nell'anima, quindi l'amore in potenza,
mentre la sua trasformazione in atto (quando l'uomo sceglie l'oggetto verso cui indirizzare il proprio amore) può essere buona o
cattiva a seconda della libera scelta della cosa amata e da questo nasce la virtù o il peccato. In altri termini, l'uomo non deve
abbandonarsi in modo indiscriminato alle sue inclinazioni ad amare ma deve sottoporre la sua elezione al vaglio della ragione, o,
come direbbe Beatrice, del libero arbitrio; Virgilio completa il discorso di Marco Lombardo nel Canto XVI che aveva ridimensionato la
necessità dell'influenza astrale sulla condotta umana, mentre il poeta latino esclude quella dell'amore come impulso naturale e
irresistibile contro il quale l'uomo non si può opporre (può e deve farlo, invece, in forza della ragione e del libero arbitrio). Il discorso
di Dante è di importanza centrale nel Purgatorio e nella struttura del poema, anche perché il poeta prende le distanze da un
concetto base della poesia amorosa di cui lui stesso era stato esponente, ovvero la forza irresistibile dell'amore cui è vano opporsi:
ciò era stato ampiamente affermato dalla trattatistica amorosa del XIII sec., ad esempio da A. Cappellano nel De amore, e ripreso
dalla tradizione poetica provenzale, dai Siciliani e in ultimo dagli Stilnovisti, specie da Guinizelli e Cavalcanti (quest'ultimo aveva
affermato non solo la forza irresistibile del sentimento amoroso, ma anche i suoi terribili effetti sull'anima umana, la sua azione
distruttiva). Dante si discosta da questa impostazione e afferma che l'amore è lodevole solo quando è ben diretto e deve quindi
essere sempre sottoposto al vaglio rigoroso della ragione: è lo stesso principio per cui Francesca e Paolo erano dannati tra i
lussuriosi, in quanto i due avevano seguito il cattivo esempio della letteratura erotica (la donna citava Cappellano, ma anche
Guinizelli e Dante) e si erano abbandonati al piacere amoroso subordinando ad esso la ragione, motivo per cui hanno perso la
speranza della salvezza. Ciò non significa che Dante rinneghi o rifiuti in blocco tutta la poesia dello Stilnovo, tuttavia la sottopone a
una revisione critica e ne corregge almeno in parte alcuni principi, affermati da quei cattivi maestri (i ciechi che si fanno duci,
secondo le parole di Virgilio) che dovranno essere intesi come gli autori della trattatistica amorosa che molti danni possono causare
a chi li segue senza criterio, come appunto era successo ai protagonisti del Canto V dell'Inferno. Non è un caso che questa
digressione preceda e in certo modo prepari l'incontro con Bonagiunta del Canto XXIV, in cui Dante spiegherà in maniera precisa
cosa si deve intendere per Dolce Stil Novo, e quello con Guinizelli del Canto XXVI che si troverà proprio fra i lussuriosi del Purgatorio,
a scontare la colpa di aver prodotto quella letteratura di cui Francesca era stata avida consumatrice.
La seconda parte del Canto è dedicata alla descrizione della pena degli accidiosi, fra cui Dante incontra l'abate di San Zeno, episodio
che occupa assai meno spazio rispetto alle altre Cornici e agli altri peccatori visti in precedenza e che si vedranno in seguito. Si è
molto discusso sulle possibili ragioni di questa scelta di Dante (che racchiude in soli 51 versi la descrizione dei penitenti, l'incontro
con l'abate e gli esempi di sollecitudine e di accidia punita) e che può essere ricondotta a esigenze di carattere strutturali e narrative,
nonché al maggior interesse del poeta per peccati profondamente legati al degrado morale del suo tempo, a cominciare dall'avarizia
cui saranno dedicati i Canti XIX-XX (e in parte anche i due successivi, attraverso la figura di Stazio che prefigura l'ampia parentesi
«letteraria» degli episodi seguenti). La descrizione della IV Cornice rappresenta un momento di pausa narrativa e didascalica che ha
l'importante funzione di spiegare l'ordinamento morale del secondo regno, con la digressione filosofica sulla concezione di amore
che sarà ripresa nei suoi risvolti poetici e letterari durante gli incontri con Bonagiunta e Guinizelli; da sottolineare la
raccomandazione di Virgilio a Dante circa la necessità di integrare la sua spiegazione con quella teologica di Beatrice,
preannunciandone la venuta sulla cima del monte di lì a pochi Canti e anticipando la struttura di tanti dialoghi di argomento
dottrinale che avverranno nel Paradiso tra lei e il poeta, con la funzione analoga di chiarire i dubbi di Dante (e del lettore) in materia
di fede.

Note e passi controversi


I verbi parta e descriva del v. 12 sono termini propri della filosofia scolastica, e indicano rispettivamente il «separare con
ragionamenti» e l'«esporre analiticamente una tesi» (alcuni mss. leggono porti o descriva, ma è lezione poco probabile).
Il v. 21 (tosto che dal piacere in atto è desto) vuol dire «non appena è posto in atto dalla cosa piacevole».
L'apprensiva (v. 22) è la facoltà conoscitiva dell'uomo, mentre l'intenzione (v. 23) è la rappresentazione dell'oggetto visto.
Al v. 27 di novo può voler dire «prevalentemente» oppure «per la seconda volta».
L'espressione fin che (v. 33) vuol dire probabilmente «per tutto il tempo che» e non «fino al momento in cui».
I vv. 38-39 indicano che la cera può essere buona, ma non necessariamente lo sarà l'impronta suggellata da essa: fuor di metafora,
Virgilio dice che l'amore è buono come disposizione in potenza, ma può non esserlo quando si tramuta in atto.
Al v. 44 non va con altro piede indica che l'anima non può fare a meno di comportarsi in questo modo, cioè di seguire l'inclinazione
ad amare.
Forma sustanzial (v. 49) è l'anima, separata (setta) dalla materia e al tempo stesso unita ad essa.
La specifica virtute (v. 51) è la disposizione innata dell'anima, che si manifesta solo attraverso gli atti.
Le prime notizie (v. 56) sono i primi principi, gli assiomi indimostrabili con cui opera la ragione, mentre de' primi appetibili l'affetto
(v. 57) è l'amore verso i primi beni desiderabili, innato nell'anima umana.
Il verbo vigliare (v. 66) è proprio del volgare toscano e vuol dire «separare il grano dalle impurità».
I vv. 76-78 sono stati interpretati nel senso che la luna sta sorgendo in ritardo rispetto al giorno precedente, verso la mezzanotte, il
che suscita dubbi di precisione astronomica, ma Dante in realtà vuol dire soltanto che è mezzanotte passata (tarda è da riferire a
mezza notte, non a luna) e l'astro lunare offusca col suo chiarore le stelle. La luna è paragaonata a un paiolo di rame (un secchion
che tuttor arda), perché vicina all'ultimo quarto e, quindi, tonda in basso e con la parte oscura in alto.
Pietola (v. 83) è l'odierna Andes, piccolo centro del mantovano dove era nato Virgilio.
Ismeno e Asopo (v. 91) sono i due fiumi della Beozia che vedevano correre i Tebani duranti i riti orgiastici in onore di Bacco.
Il vb. falca (v. 94) vuol dire probabilmente «curva» e regge il compl. ogg. suo passo: Dante indica che gli accidiosi corrono in modo
simile a dei cavalli, curvando la loro andatura.
Il v. 120 allude alla distruzione di Milano, ordinata dal Barbarossa nel 1162.
Il tale citato dall'abate di San Zeno al v. 121 è Alberto della Scala, che sarebbe morto nel 1301 (la visione avviene nel 1300).
I versi 139-145 indicano, con una certa precisione, il passaggio della mente dalla veglia al sonno, quando i pensieri si succedono
senza un ordine logico e le immagini si succedono in modo disordinato.
CANTO XXI
Testo Parafrasi
La sete natural che mai non sazia La sete di conoscenza, che non si può mai estinguere se non con
se non con l’acqua onde la femminetta quell'acqua di cui la donna samaritana chiese grazia a Gesù (la
samaritana domandò la grazia, 3 rivelazione), mi tormentava e la fretta mi spingeva lungo la via
ingombra dietro al mio maestro, e come lui provavo compassione
mi travagliava, e pungeami la fretta per la giusta punizione inflitta alle anime.
per la ‘mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta. 6

Ed ecco, sì come ne scrive Luca Ed ecco, così come è scritto nel Vangelo di Luca che Cristo apparve
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, ai due discepoli sulla via, già risorto dalla sua tomba, che lì apparve
già surto fuor de la sepulcral buca, 9 un'anima che veniva dietro di noi, mentre badavamo a non
calpestare le anime stese a terra;
ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria, 12 e non ci accorgemmo di lei, finché non parlò per prima dicendo: «O
mie fratelli, la pace di Dio sia con voi». Noi ci voltammo subito e
dicendo; «O frati miei, Dio vi dea pace». Virgilio rispose con un conveniente cenno di saluto.
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ‘l cenno ch’a ciò si conface. 15

Poi cominciò: «Nel beato concilio Poi iniziò: «Possa la giustizia di Dio porti in pace nel regno dei beati,
ti ponga in pace la verace corte mentre relega me nell'eterno esilio del Limbo».
che me rilega ne l’etterno essilio». 18

«Come!», diss’elli, e parte andavam forte: Egli disse, mentre intanto camminavamo veloci: «Come! se voi siete
«se voi siete ombre che Dio sù non degni, anime che Dio non ammetterebbe in Cielo, chi vi ha permesso di
chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». 21 salire fino a questo punto?»

E ‘l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni E il mio maestro: «Se tu osservi i segni (le P) che Dante porta sulla
che questi porta e che l’angel profila, fronte e che l'angelo ha inciso, capirai che egli è degno di essere
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. 24 ammesso tra i beati.

Ma perché lei che dì e notte fila Ma poiché colei (Lachesi) che fila giorno e notte non aveva ancora
non li avea tratta ancora la conocchia filato tutta la quantità della sua vita che Cloto stabilisce per ognuno
che Cloto impone a ciascuno e compila, 27 e avvolge, la sua anima, che è sorella mia e tua, non poteva venire
fin quassù da sola, in quanto non vede al nostro stesso modo.
l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia. 30

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola Perciò io fui tratto fuori dall'ampia fossa infernale per mostragli il
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli mondo ultraterreno, e continuerò fin dove la mia scuola potrà
oltre, quanto ‘l potrà menar mia scola. 33 condurlo.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli Ma dimmi, se lo sai, perché poco fa il monte fu scosso dal terremoto
diè dianzi ‘l monte, e perché tutto ad una e perché sembrò gridare a una voce fino alle sue pendici bagnate
parve gridare infino a’ suoi piè molli». 36 dal mare».

Sì mi diè, dimandando, per la cruna Virgilio, domandando, indovinò il mio desiderio di sapere, così che la
del mio disio, che pur con la speranza mia sete si spense un poco nella speranza di una risposta.
si fece la mia sete men digiuna. 39

Quei cominciò: «Cosa non è che sanza Quello iniziò: «L'assetto religioso della montagna non può sentire
ordine senta la religione nulla che sfugga al suo ordine, o che sia fuori del consueto.
de la montagna, o che sia fuor d’usanza. 42
Libero è qui da ogne alterazione: Questo luogo è libero da ogni alterazione atmosferica: vi possono
di quel che ‘l ciel da sé in sé riceve essere solo fenomeni causati dall'influsso celeste, e nient'altro.
esser ci puote, e non d’altro, cagione. 45

Per che non pioggia, non grando, non neve, Quindi qui non cade pioggia, né grandine, né neve, né rugiada, né
non rugiada, non brina più sù cade brina più in alto della corta scala di tre gradini (la porta del
che la scaletta di tre gradi breve; 48 Purgatorio);

nuvole spesse non paion né rade, non appaiono mai nuvole dense o rade, né si vedono lampi, né
né coruscar, né figlia di Taumante, appare l'arcobaleno che sulla Terra spesso cambia posizione;
che di là cangia sovente contrade; 51

secco vapor non surge più avante il vapore secco non sorge più in alto dei tre gradini di cui ho parlato,
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, dove il vicario di san Pietro (l'angelo guardiano) pone i piedi.
dov’ha ‘l vicario di Pietro le piante. 54

Trema forse più giù poco o assai; Forse più in basso la terra trema poco o intensamente; ma quassù,
ma per vento che ‘n terra si nasconda, non so come, la terra non tremò mai a causa di un vento
non so come, qua sù non tremò mai. 57 sotterraneo.

Tremaci quando alcuna anima monda Qui la terra trema quando un'anima si sente purificata, cosicché si
sentesi, sì che surga o che si mova alza o si muove per salire in alto; e il grido che hai sentito
per salir sù; e tal grido seconda. 60 accompagna tale ascesa.

De la mondizia sol voler fa prova, Della avvenuta purificazione è prova la sola volontà, che spinge
che, tutto libero a mutar convento, liberamente a cambiare compagnia e sorprende l'anima, e di tale
l’alma sorprende, e di voler le giova. 63 volere l'anima gioisce.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento Prima vuole certo la stessa cosa, ma non glielo permette la volontà
che divina giustizia, contra voglia, relativa (talento) che la divina giustizia rivolge alla pena contro la
come fu al peccar, pone al tormento. 66 volontà assoluta, come sulla Terra lo fu al peccato.

E io, che son giaciuto a questa doglia E io, che ho subìto questa pena per più di cinquecento anni, solo
cinquecent’anni e più, pur mo sentii poco fa ho sentito la libera volontà di cambiare luogo:
libera volontà di miglior soglia: 69

però sentisti il tremoto e li pii per questo hai sentito il terremoto e i devoti spiriti che rendevano
spiriti per lo monte render lode lode al Signore, perché li mandi presto in Cielo».
a quel Segnor, che tosto sù li ‘nvii». 72

Così ne disse; e però ch’el si gode Ci disse così; e poiché si gode del bere tanto quanto è intensa la
tanto del ber quant’è grande la sete, sete, non saprei dire quanto quell'anima mi diede giovamento.
non saprei dir quant’el mi fece prode. 75

E ‘l savio duca: «Omai veggio la rete E il saggio maestro: «Ormai capisco qual è la rete che vi trattiene
che qui v’impiglia e come si scalappia, qui e come ve ne liberate, perché qui la terra trema e di che cosa
perché ci trema e di che congaudete. 78 gioite tutti insieme.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, Ora ti piaccia rivelarmi chi fosti e nelle tue parole sia chiarito perché
e perché tanti secoli giaciuto sei stato disteso qui tanti secoli».
qui se’, ne le parole tue mi cappia». 81

«Nel tempo che ‘l buon Tito, con l’aiuto Quello spirito rispose: «Al tempo in cui il buon Tito, con l'aiuto di
del sommo rege, vendicò le fóra Dio, vendicò le ferite da cui uscì il sangue (di Cristo) venduto da
ond’uscì ‘l sangue per Giuda venduto, 84 Giuda, io vissi sulla Terra col nome (di poeta) che dura di più e più
dà onore, molto famoso ma non ancora con fede cristiana.
col nome che più dura e più onora
era io di là», rispuose quello spirto,
«famoso assai, ma non con fede ancora. 87

Tanto fu dolce mio vocale spirto, Il mio canto poetico fu tanto dolce che, nato a Tolosa, mi portò a
che, tolosano, a sé mi trasse Roma, Roma dove meritai di ornare le tempie col mirto (l'incoronazione
dove mertai le tempie ornar di mirto. 90 poetica).

Stazio la gente ancor di là mi noma: Sulla Terra la gente mi chiama ancora Stazio: scrissi la Tebaide e
cantai di Tebe, e poi del grande Achille; l'Achilleide, ma morii prima di completare il secondo poema.
ma caddi in via con la seconda soma. 93

Al mio ardor fuor seme le faville, Il mio ardore poetico fu alimentato dalle scintille, che mi scaldarono,
che mi scaldar, de la divina fiamma di quella fiamma divina da cui sono illuminati più di mille poeti;
onde sono allumati più di mille; 96

de l’Eneida dico, la qual mamma parlo dell'Eneide, la quale fu per me una madre e una nutrice nel
fummi e fummi nutrice poetando: poetare: senza di essa non avrei scritto nulla di importante.
sanz’essa non fermai peso di dramma. 99
E per essere vissuto sulla Terra nello stesso periodo in cui visse
E per esser vivuto di là quando Virgilio, sarei disposto a stare qui un anno di più di quanto devo per
visse Virgilio, assentirei un sole uscire da questo esilio del Purgatorio».
più che non deggio al mio uscir di bando». 102
Queste parole indussero Virgilio a voltarsi verso di me, con uno
Volser Virgilio a me queste parole sguardo che, senza dire nulla, sembrava dire 'Taci'; ma la volontà
con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; non è in grado di fare tutto;
ma non può tutto la virtù che vuole; 105
infatti il riso e il pianto seguono immediatamente il sentimento che
ché riso e pianto son tanto seguaci li provoca, così che non seguono la volontà nelle persone più
a la passion di che ciascun si spicca, sincere.
che men seguon voler ne’ più veraci. 108
Io sorrisi come chi ammicca, per cui l'ombra di Stazio tacque e mi
Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; guardò negli occhi dove è più evidente il sentimento;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ‘l sembiante più si ficca; 111
e disse: «Possa tu giungere al buon esito della tua grande fatica (il
e «Se tanto labore in bene assommi», viaggio ultraterreno): perché poco fa il tuo viso manifestò un
disse, «perché la tua faccia testeso improvviso sorriso?»
un lampeggiar di riso dimostrommi?». 114
Ora io sono incalzato da ambo le parti: Virgilio mi impone di tacere,
Or son io d’una parte e d’altra preso: ma l'altro mi supplica di parlare; dunque io sospiro e sono capito dal
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura mio maestro, che mi dice: «Non aver paura di parlare, ma digli pure
ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso 117 ciò che domanda con tanta insistenza».

dal mio maestro, e «Non aver paura»,


mi dice, «di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». 120
Allora dissi: «Forse tu ti stupisci, antico spirito, del sorriso che ho
Ond’io: «Forse che tu ti maravigli, fatto; ma voglio che tu ti meravigli ancor di più.
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. 123
Costui che guida i miei occhi in alto è quel Virgilio dal quale tu
Questi che guida in alto li occhi miei, traesti ispirazione a cantare degli uomini e degli dei.
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forza a cantar de li uomini e d’i dèi. 126
Se tu hai creduto che il mio sorriso avesse un altro motivo,
Se cagion altra al mio rider credesti, trascuralo come non vero, e credi che la causa erano quelle parole
lasciala per non vera, ed esser credi che hai detto su di lui».
quelle parole che di lui dicesti». 129
Già Stazio si chinava ad abbracciare i piedi del mio maestro, ma
Già s’inchinava ad abbracciar li piedi quello gli disse: «Fratello, non farlo, perché tu sei un ombra e vedi
al mio dottor, ma el li disse: «Frate, davanti a te un'altra ombra».
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». 132
Ed egli, rialzandosi: «Ora puoi capire quanto grande è l'amore che
Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate provo per te, visto che dimentico la nostra inconsistenza, trattando
comprender de l’amor ch’a te mi scalda, le ombre come fossero corpi materiali».
quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda». 136

Argomento del Canto


Ancora nella V Cornice: apparizione di Stazio. Spiegazione del terremoto e del canto. Stazio si presenta, poi rende omaggio a Virgilio.
È la mattina di martedì 12 aprile (o 29 marzo) del 1300.

Apparizione di Stazio (1-36)


La sete di conoscere le ragioni del terremoto tormenta Dante, mentre egli si affretta a seguire Virgilio lungo la Cornice e prova
compassione per il castigo delle anime. All'improvviso, in modo simile a Cristo risorto che apparve ai due discepoli, appare un'anima
(Stazio) che segue i due poeti intenti a camminare tra i penitenti stesi a terra, così che essi non se ne accorgono finché non si rivolge
a loro. Il nuovo arrivato augura loro la pace, quindi i due si voltano e Virgilio risponde al saluto. Il poeta latino augura all'anima di
raggiungere la salvezza da cui lui è escluso, al che l'altro si stupisce e chiede come sia possibile la loro presenza in Purgatorio. Virgilio
spiega che Dante ha sulla fronte i segni incisi dall'angelo, quindi è degno di essere in questo luogo: ma poiché è ancora vivo, gli era
necessaria una guida e per questo ruolo Virgilio è stato tratto fuori dall'Inferno, per cui farà da scorta al discepolo finché gli sarà
permesso. A questo punto Virgilio chiede all'anima qual è la ragione per cui poco prima il monte è stato scosso da un terremoto e le
anime hanno intonato il Gloria.
Stazio spiega le ragioni del terremoto e del canto (37-75)
Con la sua domanda Virgilio ha indovinato il desiderio di sapere di Dante, che ora spera di avere una risposta. Stazio spiega che il
monte del Purgatorio non subisce alcun fenomeno che sia in contrasto col suo assetto religioso, inoltre su di esso non avviene alcun
evento atmosferico estraneo all'influsso celeste. Ne consegue che lì non cade la pioggia, né la neve o la grandine, né si vedono mai
brina o rugiada al di sopra della porta presidiata dall'angelo; ugualmente non ci sono nubi né lampi, né compare mai l'arcobaleno. In
Purgatorio non ci possono essere i venti sotterranei che causano i terremoti, mentre forse possono avvenire al di sotto della porta:
gli unici terremoti lì avvengono quando un'anima penitente si sente purificata e pronta a salire all'Eden, e il grido accompagna tale
ascesa. Quando un penitente ha espiato la propria pena se ne accorge perché si sente libero dal peccato e può salire, mentre prima
ciò gli è impedito dalla giustizia divina. Stazio spiega di essere stato nella V Cornice per oltre cinque secoli e di essersi sentito
purificato poco prima, quindi è per questo che c'è stato il terremoto e le anime hanno intonato il Gloria. Alla fine della spiegazione
Dante è soddisfatto come chi, bevendo, spegne una sete tormentosa.

Stazio si presenta ed esalta l'Eneide (76-93)


Virgilio risponde a Stazio di aver compreso quanto ha detto e gli chiede quindi il suo nome, e il motivo per cui ha trascorso tanto
tempo nella V Cornice. Stazio dichiara di essere vissuto sulla Terra al tempo in cui l'imperatore Tito vendicò la crocifissione di Cristo
con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, e di aver avuto il nome onorato di poeta, famoso ma non ancora dotato di fede
cristiana. Fu un poeta così apprezzato che da Tolosa andò a vivere a Roma e qui ricevette l'incoronazione poetica. Nel mondo è
ancora ricordato come Stazio, autore di Tebaide e Achilleide, benché il secondo poema sia rimasto incompiuto per la sua morte. La
sua opera poetica trasse ispirazione dall'Eneide, che è stata un modello per altri mille: essa è stata per lui una madre e una nutrice,
tanto che senza il suo esempio non avrebbe scritto nulla di importante. E per essere vissuto al tempo del suo autore, Virgilio,
sarebbe disposto a restare un altro anno nella Cornice a espiare il suo peccato.
Imbarazzo di Dante. Omaggio di Stazio a Virgilio (103-136)
Alle parole di Stazio, Virgilio si volta verso Dante e gli fa cenno con lo sguardo di tacere, ma il discepolo non può trattenere le proprie
emozioni e non riesce a mascherare la propria espressione, sorridendo al maestro e suscitando la meraviglia di Stazio che inizia ad
osservarlo con attenzione. Stazio chiede a Dante il motivo del suo improvviso sorridere e ciò mette il poeta in grande imbarazzo,
poiché vorrebbe obbedire alla richiesta di Virgilio e al tempo stesso è pressato dalla domanda dell'altro. I suoi sospiri inducono
Virgilio a consentirgli di parlare liberamente, per cui Dante spiega a Stazio che la sua guida è proprio quel Virgilio dal quale egli ha
tratto ispirazione nella sua opera poetica. Se Stazio ha creduto che lui avesse un'altra ragione per sorridere, sappia che essa era
unicamente per le parole che il penitente ha appena pronunciato. A questo punto Stazio si getta ad abbracciare i piedi di Virgilio, che
però lo invita a non farlo in quanto entrambi sono ombre inconsistenti. Stazio si rialza e dichiara di provare incondizionato amore
per il grande poeta latino, al punto che si era scordato di essere un corpo aereo, pensando che le ombre siano di carne e ossa.

Interpretazione complessiva
Protagonista assoluto di questo Canto e del successivo è Stazio, il poeta latino che Dante pone in Purgatorio tra le anime salve come
un ulteriore esempio dell'imperscrutabile giustizia divina, al pari di Catone Uticense custode del secondo regno e di Manfredi già
incontrato tra i contumaci dell'Antipurgatorio. La novità rispetto agli altri personaggi è che Stazio è un poeta, il che permette a Dante
di iniziare un lungo e complesso discorso intorno alla poesia che durerà almeno fino all'ingresso nel Paradiso Terrestre (da questo
momento in poi, infatti, le anime incontrate dai due viaggiatori saranno unicamente di poeti).
L'episodio è stilisticamente e retoricamente elevato, specie nel discorso di Stazio che prima spiega la ragione del terremoto e del
canto delle anime, poi si presenta con una elegante prosopopea; l'atmosfera è densa di immagini religiose, a cominciare dalla
similitudine della Samaritana che diede da bere a Gesù e di cui Dante si serve per descrivere la sua sete di conoscenza dottrinale, per
passare poi a quella di Stazio paragonato ancora a Gesù risorto che appare ai due discepoli a Emmaus (è evidente che la resurrezione
è simbolo della liberazione dal peccato, come per Stazio che ha appena concluso il suo percorso di espiazione). Il penitente augura ai
due viaggiatori la pace di Dio chiamandoli frati, quindi Virgilio gli ricorda che è destinato al beato concilio da cui lui è esiliato in
eterno, il che sorprende Stazio al punto da fargli chiedere spiegazioni in quanto ciò sembra in contrasto con l'ordine religioso del
Purgatorio. Il personaggio dimostra fin dall'inizio il pieno possesso delle conoscenze dottrinali e teologiche, come sarà chiaro dalla
spiegazione successiva, il che aumenterà ancor più la sorpresa di apprendere la sua identità e la sua presenza in un luogo da cui
anch'egli, al pari di Virgilio, dovrebbe essere escluso.
La spiegazione di Stazio circa il motivo del terremoto e del conseguente canto delle anime è un discorso retoricamente complesso,
anticipato dalla domanda di Virgilio anch'essa stilisticamente elevata con la metafora delle Parche per indicare che Dante è ancor
vivo: Stazio spiega che il Purgatorio è esente da ogni alterazione atmosferica, distinguendo tra vapore umido e secco che secondo la
fisica aristotelica erano causa rispettivamente delle precipitazioni come pioggia, neve, ecc., e dei terremoti, che si pensava fossero
prodotti da venti sotterranei (l'arcobaleno è indicato con la perifrasi figlia di Taumante, per indicare la dea Iride messaggera degli
dei, mentre la spiegazione si conclude con la duplice anafora Trema... Tremaci). Stazio spiega inoltre in che modo l'anima penitente
si sente pronta a salire all'Eden in quanto purificata, mettendo l'accento sulla volontarietà della pena cui essa si sottopone con pieno
desiderio, e distinguendo tra volontà assoluta e relativa secondo l'insegnamento di san Tommaso d'Aquino i cui argomenti dottrinali
egli padroneggia con disinvoltura. Non meno stilisticamente raffinata la presentazione di se stesso che Stazio fa su richiesta di
Virgilio, che inizia con l'indicazione del tempo della sua vita coincidente con la distruzione del Tempio da parte di Tito (ancora il tema
religioso, poiché ciò era considerato la giusta punizione per il deicidio: cfr. Par., VI, 91-93), prosegue con l'affermazione di essere
stato poeta e di aver ricevuto l'alloro a Roma, si conclude con la dichiarazione del proprio nome e delle due opere principali da lui
scritte, Tebaide e Achilleide. A questo punto Stazio rende omaggio al suo maestro e modello Virgilio, autore dell'Eneide che definisce
preziosamente una divina fiamma le cui scintille hanno scaldato lui e illuminato mille altri, facendogli da mamma e da nutrice (da
notare l'accostamento fummi, e fummi... nonché l'espressione peso di dramma particolarmente rara e difficile); l'esaltazione di
Virgilio raggiunge il suo apice allorché Stazio, che ovviamente non sa di averlo di fronte, afferma che sarebbe disposto a trattenersi
un altro anno nella Cornice per essere stato suo contemporaneo, cosa che ha spinto alcuni commentatori a parlare di affermazione
«empia» (si tratta in realtà di un adynaton, ovvero l'indicazione di un fatto manifestamente impossibile).
L'elogio appassionato dell'Eneide e del suo autore, che sarà causa del siparietto ironico che conclude il Canto e che ha protagonista
un imbarazzato Dante (anch'egli del resto cultore di Virgilio), è in realtà un'esaltazione del ruolo e dell'importanza della poesia, che
nella vita di Stazio ha avuto un peso essenziale anche per la salvezza come dirà lui stesso nel Canto seguente. È anche una
celebrazione della grandezza assoluta di Virgilio, già riconosciuto da Dante come suo maestro e autore nell'incontro iniziale del
poema e qui ulteriormente elogiato attraverso le parole di Stazio, anch'egli rientrante nel canone dei poeti classici più ammirati nel
Medioevo e più volte citato da Dante stesso nella Commedia: Virgilio era riconosciuto come indiscussa autorità poetica e filosofico-
morale, il che spiega perché Dante lo scelga come sua guida nella prima parte del viaggio e si giustifica con il culto dell'Eneide che
durava almeno dalla tarda antichità, dando origine a svariati commenti dell'opera e alla sua rilettura in chiave cristiana. In questa
luce non stupisce l'appassionato omaggio che Dante attribuisce a Stazio nel momento in cui incontra l'anima di Virgilio, ma neppure
che attraverso la lettura dei suoi versi egli si sia ravveduto dai suoi peccati e abbia abbracciato il Cristianesimo, come lui stesso dirà
nel Canto XXII; ciò rientra in quell'errata interpretazione della letteratura classica che lo stesso Dante pienamente condivide, ed è al
tempo stesso l'affermazione che la salvezza segue percorsi inconoscibili per l'intelletto umano, come gli esempi di Rifeo e Traiano
dimostreranno ampiamente nel Paradiso. La scena finale di Stazio che si getta ai piedi dell'antico maestro chiude la «scenetta»
comica dell'equivoco svelato poi da Dante (e che tuttavia ha delle analogie con l'episodio evangelico di Gesù risorto a Emmaus, non
ricosciuto subito dai discepoli), anche se conserva tutta la sostanza dell'omaggio al grande poeta e al suo altissimo magistero: il
Canto seguente spiegherà quanto grande sia il debito di riconoscenza che Stazio ha verso l'opera di Virgilio, e sarà il primo passo di
un percorso di riflessione intorno alla poesia che avrà il suo punto finale nell'ingresso nell'Eden e nell'incontro, anch'esso non privo
di riferimenti letterari, con Beatrice.

Note e passi controversi


L'episodio evangelico cui alludono i vv. 1-3 è narrato da Giovanni (IV, 6-15) e ha come protagonista una donna di Samaria a cui Gesù
chiese dell'acqua: Gesù spiega che chi beve quell'acqua avrà ancora sete, ma chi berrà l'acqua che lui gli darà non avrà sete in eterno
(Omnis qui bibit ex aqua hac sitiet iterum; qui autem biberit ex aqua quam ego dabo ei, non sitiet in aeternum). Nel passo evangelico
l'acqua è simbolo della grazia, qui della rivelazione divina.
I vv. 7-9 alludono all'episodio di Gesù risorto che apparve ai due discepoli sulla via di Emmaus (Luc., XXIV, 13-17).
La verace corte (v. 17) di cui parla Virgilio è il giudizio divino che lo relega nel Limbo.
La scaletta di tre gradi breve (v. 48) è la scala di tre gradini che conduce alla porta del Purgatorio.
La figlia di Taumante è Iride, la messaggera degli dei identificata dagli antichi con l'arcobaleno.
I vv. 64-66 si rifanno alla dottrina tomistica della volontà assoluta e relativa espressa nella Summa Theologiae: la volontà relativa è il
talento, che in vita queste anime hanno rivolto al peccato, mentre in Purgatorio, per volontà divina, è tutta rivolta all'espiazione e
contrasta la volontà assoluta, che è ovviamente di salire in Cielo.
Il vb. cappia (v. 81) può voler dire «sia contenuto», oppure «abbia luogo»; ne le parole tue può avere valore strumentale
(«attraverso le tue parole») oppure di luogo figurato.
Al v. 89 Stazio è detto Tolosano, mentre in realtà era nato a Napoli: il poeta era confuso in parte col retore L. Stazio Ursolo, che era
appunto originario di Tolosa. La notizia dell'incoronazione poetica è vera, ma Dante non la trasse dalle Silvae che erano ignote nel
Medioevo, bensì dall'Achilleide (I, 9-12: fronde secunda / necte comas, l'invocazione ad Apollo).
L'espressione peso di dramma (v. 99) indica l'ottava parte dell'oncia (dalla moneta greca dracma), quindi circa quattro grammi;
Stazio intende dire che senza l'ispirazione di Virgilio non avrebbe scritto nulla che avesse peso poetico.
Forte (v. 126) è sostantivo e significa «abilità», «maestria».
CANTO XXII
Testo Parafrasi
Già era l’angel dietro a noi rimaso, L'angelo era ormai dietro di noi, l'angelo che ci aveva indirizzati alla
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, VI Cornice, dopo aver cancellato dalla mia fronte la P;
avendomi dal viso un colpo raso; 3

e quei c’hanno a giustizia lor disiro e aveva dichiarato beati coloro che desiderano la giustizia, e le sue
detto n’avea beati, e le sue voci parole terminarono con 'sitiunt' senza aggiungere altro.
con ‘sitiunt’, sanz’altro, ciò forniro. 6

E io più lieve che per l’altre foci E io camminavo più leggero che per gli altri passaggi, cosicché
m’andava, sì che sanz’alcun labore seguivo in alto quegli spiriti veloci senza alcuna fatica;
seguiva in sù li spiriti veloci; 9

quando Virgilio incominciò: «Amore, quando Virgilio iniziò a dire: «Un amore, purché virtuoso, fu sempre
acceso di virtù, sempre altro accese, corrisposto, a condizione che la sua fiamma fosse visibile;
pur che la fiamma sua paresse fore; 12

onde da l’ora che tra noi discese per cui, dal giorno in cui scese fra di noi nel Limbo Giovenale, che mi
nel limbo de lo ‘nferno Giovenale, svelò il tuo affetto per me, la mia benevolenza verso di te fu tanta
che la tua affezion mi fé palese, 15 quanta mai fu provata da qualcuno per una persona mai vista, al
punto che ora queste scale mi sembreranno corte.
mia benvoglienza inverso te fu quale
più strinse mai di non vista persona,
sì ch’or mi parran corte queste scale. 18

Ma dimmi, e come amico mi perdona Ma dimmi, e come amico perdonami se parlo con eccessiva
se troppa sicurtà m’allarga il freno, sicurezza, e come amico ormai parla con me: come è possibile che
e come amico omai meco ragiona: 21 nel tuo cuore abbia albergato l'avarizia, nella saggezza di cui fosti
ripieno per la tua sollecitudine?»
come poté trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?». 24

Queste parole Stazio mover fenno Queste parole spinsero Stazio a ridere dapprima un poco; poi
un poco a riso pria; poscia rispuose: rispose: «Ogni tua parola è un indizio gradito del tuo affetto.
«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. 27

Veramente più volte appaion cose In verità spesso appaiono delle cose che spingono a dubitare su
che danno a dubitar falsa matera questioni inesistenti, perché le cause reali sono nascoste.
per le vere ragion che son nascose. 30

La tua dimanda tuo creder m’avvera La tua domanda mi conferma che tu credi che io sulla Terra fossi
esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, avaro, forse perché mi trovavo in quella Cornice.
forse per quella cerchia dov’io era. 33

Or sappi ch’avarizia fu partita Ora, sappi che l'avarizia fu troppo lontana da me, e questo eccesso
troppo da me, e questa dismisura è stato punito da migliaia di mesi trascorsi in Purgatorio.
migliaia di lunari hanno punita. 36

E se non fosse ch’io drizzai mia cura, E se io non avessi prestato attenzione, quando lessi quel passo in cui
quand’io intesi là dove tu chiame, tu, quasi crucciato contro la natura umana, affermi: 'O giusta fame
crucciato quasi a l’umana natura: 39 dell'oro, perché non governi i cuori dei mortali?», io sarei dannato
all'Inferno e farei ruotare i massi.
‘Per che non reggi tu, o sacra fame
de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
voltando sentirei le giostre grame. 42
Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali Allora compresi che le mani potevano spendere eccessivamente e mi
potean le mani a spendere, e pente’mi pentii di quella come delle altre colpe.
così di quel come de li altri mali. 45

Quanti risurgeran coi crini scemi Quanti dannati risorgeranno coi capelli tagliati per ignoranza di
per ignoranza, che di questa pecca questo, che durante la vita e in punto di morte preclude il
toglie ‘l penter vivendo e ne li stremi! 48 pentimento di questa colpa!

E sappie che la colpa che rimbecca E sappi che la colpa che si contrappone in modo opposto a un
per dritta opposizione alcun peccato, peccato, viene espiata qui insieme con esso;
con esso insieme qui suo verde secca; 51

però, s’io son tra quella gente stato perciò, se io sono stato fra i penitenti che espiano l'avarizia, ciò mi è
che piange l’avarizia, per purgarmi, toccato per espiare il peccato opposto».
per lo contrario suo m’è incontrato». 54

«Or quando tu cantasti le crude armi «Ora, quando tu cantasti la guerra crudele dei due figli (Eteocle e
de la doppia trestizia di Giocasta», Polinice) di Giocasta», disse l'autore dei carmi bucolici, «per quello
disse ‘l cantor de’ buccolici carmi, 57 che la Musa Clio suona nel tuo verso non sembra che tu avessi
ancora la fede, senza la quale le buone azioni sono insufficienti.
«per quello che Cliò teco lì tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta. 60

Se così è, qual sole o quai candele Se è così, quale sole (la Grazia) o quali candele (insegnamenti
ti stenebraron sì, che tu drizzasti umani) ti illuminarono al punto di farti seguire il messaggio di san
poscia di retro al pescator le vele?». 63 Pietro?»

Ed elli a lui: «Tu prima m’inviasti E Stazio rispose: «Tu prima mi hai inviato a bere nelle grotte di
verso Parnaso a ber ne le sue grotte, Parnaso (mi hai avviato alla poesia) e per primo mi hai illuminato
e prima appresso Dio m’alluminasti. 66 dopo Dio.

Facesti come quei che va di notte, Hai fatto come quello che va di notte, portando il lume dietro di sé
che porta il lume dietro e sé non giova, non giovando a se stesso, ma illuminando quelli che lo seguono,
ma dopo sé fa le persone dotte, 69 quando dicesti: 'Il tempo si rinnova; torna la giustizia e la prima età
dell'uomo, e dal cielo scende una nuova progenie'.
quando dicesti: ‘Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova’. 72

Per te poeta fui, per te cristiano: Grazie a te divenni poeta e cristiano: ma affinché tu capisca meglio
ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, ciò che dico, aggiungerò altri particolari.
a colorare stenderò la mano. 75

Già era ‘l mondo tutto quanto pregno Ormai il mondo era pieno della vera religione, diffusa dai
de la vera credenza, seminata messaggeri del regno eterno (apostoli);
per li messaggi de l’etterno regno; 78

e la parola tua sopra toccata e le tue parole che prima ho citato si adattavano ai nuovi predicanti;
si consonava a’ nuovi predicanti; allora presi l'abitudine di visitarli.
ond’io a visitarli presi usata. 81

Vennermi poi parendo tanto santi, Mi sembrarono poi così santi, che, quando Domiziano li perseguitò, i
che, quando Domizian li perseguette, loro pianti furono accompagnati dalle mie lacrime (provai per loro
sanza mio lagrimar non fur lor pianti; 84 compassione);

e mentre che di là per me si stette, e mentre fui in vita, li aiutai e i loro retti costumi mi indussero a
io li sovvenni, e i lor dritti costumi disprezzare ogni altro culto religioso.
fer dispregiare a me tutte altre sette. 87

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi E prima che io portassi i Greci ai fiumi di Tebe nei miei versi (prima
di Tebe poetando, ebb’io battesmo; di completare la Tebaide), fui battezzato; ma per paura nascosi la
ma per paura chiuso cristian fu’mi, 90 mia religione, ostentando a lungo il paganesimo; e questa paura mi
ha costretto a girare il monte nella IV Cornice oltre quattro secoli.
lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che ‘l quarto centesmo. 93

Tu dunque, che levato hai il coperchio Tu dunque, che hai sollevato il coperchio che nascondeva il bene che
che m’ascondeva quanto bene io dico, ti ho detto, mentre siamo impegnati a salire, dimmi dov'è il nostro
mentre che del salire avem soverchio, 96 antico Terenzio, e dove sono Cecilio, Plauto e Varrone (o Vario
Rufo), se lo sai: dimmi se sono dannati, e in quale Cerchio».
dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico». 99

«Costoro e Persio e io e altri assai», Il mio maestro rispose: «Costoro, Persio, io e molti altri siamo
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco insieme a quel poeta greco (Omero) che le Muse allattarono più di
che le Muse lattar più ch’altri mai, 102 chiunque altro, nel I Cerchio del carcere oscuro (Inferno): spesse
volte parliamo del monte (Parnaso) che ha sempre con sé le nostre
nel primo cinghio del carcere cieco: nutrici (Muse).
spesse fiate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco. 105

Euripide v’è nosco e Antifonte, Con noi ci sono anche Euripide, Antifonte, Simonide, Agatone e
Simonide, Agatone e altri piùe molti altri greci che si sono ornati la fronte di alloro.
Greci che già di lauro ornar la fronte. 108

Quivi si veggion de le genti tue Qui si vedono tra i tuoi personaggi Antigone, Deifile e Argia, e
Antigone, Deifile e Argia, Ismene così triste come fu.
e Ismene sì trista come fue. 111

Védeisi quella che mostrò Langia; Vi si vede quella (Isifile) che mostrò la fonte di Langia; vi è la figlia di
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti Tiresia (Manto), Teti e Deidamia con le sue sorelle».
e con le suore sue Deidamia». 114

Tacevansi ambedue già li poeti, I due poeti ormai tacevano, nuovamente attenti a guardarsi intorno,
di novo attenti a riguardar dintorno, ormai liberi dal salire e dalle pareti (fuori dalla scala);
liberi da saliri e da pareti; 117

e già le quattro ancelle eran del giorno e ormai le quattro ancelle del giorno (ore) erano rimaste indietro, e
rimase a dietro, e la quinta era al temo, la quinta era al timone, drizzando in alto la punta ardente, quando il
drizzando pur in sù l’ardente corno, 120 mio maestro disse: «Credo che ci convenga volgere le nostre spalle
destre all'orlo della Cornice, girando il monte come siamo soliti
quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo fare».
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo». 123

Così l’usanza fu lì nostra insegna, Così l'abitudine ci indicò cosa fare, e ci incamminammo con minore
e prendemmo la via con men sospetto esitazione grazie al tacito assenso di quell'anima così degna
per l’assentir di quell’anima degna. 126 (Stazio).

Elli givan dinanzi, e io soletto Essi procedevano davanti e io tutto solo dietro, e ascoltavo i loro
di retro, e ascoltava i lor sermoni, discorsi, che mi davano materia di poetare.
ch’a poetar mi davano intelletto. 129
Ma tosto ruppe le dolci ragioni Ma d'improvviso i dolci ragionamenti furono interrotti da un albero
un alber che trovammo in mezza strada, che trovammo in mezzo alla via, con frutti dal dolce e piacevole
con pomi a odorar soavi e buoni; 132 profumo;

e come abete in alto si digrada e come un abete diventa rado via via verso l'alto, di ramo in ramo,
di ramo in ramo, così quello in giuso, così quello fa verso il basso, credo per impedire che qualcuno vi si
cred’io, perché persona sù non vada. 135 arrampichi.

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso, Dal lato in cui il nostro cammino era chiuso dalla parete del monte,
cadea de l’alta roccia un liquor chiaro dall'alta roccia sgorgava un'acqua cristallina che si spandeva tra le
e si spandeva per le foglie suso. 138 foglie, verso l'alto.

Li due poeti a l’alber s’appressaro; I due poeti si avvicinarono all'albero; e una voce attraverso le foglie
e una voce per entro le fronde gridò: «Di questo cibo sentirete la mancanza».
gridò: «Di questo cibo avrete caro». 141

Poi disse: «Più pensava Maria onde Poi aggiunse: «Maria badava più al fatto che le nozze fossero
fosser le nozze orrevoli e intere, onorevoli che non alla sua bocca, che ora intercede per voi.
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. 144

E le Romane antiche, per lor bere, E le antiche Romane, per bere, si accontentarono di acqua; e il
contente furon d’acqua; e Daniello profeta Daniele disprezzò il cibo e guadagnò la sapienza.
dispregiò cibo e acquistò savere. 147

Lo secol primo, quant’oro fu bello, Durante la prima età dell'uomo (l'età dell'oro), finché fu aurea, la
fé savorose con fame le ghiande, fame rese appetibili le ghiande e la sete fece diventare nettare ogni
e nettare con sete ogne ruscello. 150 ruscello.

Mele e locuste furon le vivande Miele e locuste furono il cibo che nutrì Giovanni Battista nel deserto;
che nodriro il Batista nel diserto; perciò egli è glorioso e tanto grande quanto vi è svelato nel
per ch’elli è glorioso e tanto grande Vangelo».

quanto per lo Vangelio v’è aperto». 154

Argomento del Canto


Salita alla VI Cornice. Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e il suo Cristianesimo; nomina illustri personaggi del Limbo. Ingresso
nella VI Cornice: esempi di temperanza.
È la mattina martedì 12 aprile (o 29 marzo) del 1300, verso le undici.
L'angelo della giustizia. Virgilio chiede a Stazio del suo peccato (1-24)
L'angelo della giustizia ha indirizzato Dante, Virgilio e Stazio alla scala che conduce alla VI Cornice, dopo aver cancellato dalla fronte
di Dante la quinta P ed aver dichiarato beati coloro che hanno desiderio di giustizia. Dante segue spedito gli altri due poeti su per la
scala, mentre Virgilio informa Stazio che da quando l'anima di Giovenale è giunta nel Limbo e gli ha rivelato l'affetto di Stazio verso di
lui, egli ha ricambiato il sentimento. Proprio in nome di questa amicizia, nonostante i due non si siano mai visti prima, Virgilio prega
l'antico poeta di spiegargli com'è possibile che abbia peccato di avarizia data la sua grande sapienza.
Stazio rivela il suo peccato di prodigalità (25-54)
Dapprima Stazio sorride un poco, quindi spiega a Virgilio che spesso si traggono conclusioni errate riguardo cose le cui vere ragioni
sono nascoste. Stazio ha capito che Virgilio lo crede un avaro per il fatto di averlo trovato nella V Cornice, ma in realtà egli ha
commesso il peccato opposto, quello di prodigalità, che ha scontato con una permanenza di secoli in quella Cornice. Stazio sarebbe
dannato se non avesse letto il passo di Virgilio (Aen., III) dove il poeta latino parla dell'assassino di Polidoro ad opera di Polinestore e
invoca la sacra fame / de l'oro. Fu allora che egli capì che si poteva peccare spendendo troppo, oltre che troppo poco, e si pentì di
quella come delle altre colpe. Quanti peccatori, risorgendo il Giorno del Giudizio, si ritroveranno coi capelli tagliati per non aver
saputo che questo è un peccato mortale come l'avarizia! Stazio precisa che nella V Cornice si sconta con la stessa espiazione un
peccato e il suo opposto; quindi egli è stato fra gli avari, ma per purificarsi del peccato opposto a quello di avarizia, cioè della
prodigalità.
Il Cristianesimo di Stazio (55-93)
Virgilio osserva che Stazio nella Tebaide, cantando della lotta fratricida fra Eteocle e Polinice, mostrava di non possedere quella fede
cristiana senza la quale la salvezza è impossibile, non essendo sufficienti le buone opere. Se è così, chiede Virgilio, chi o cosa lo ha
indotto a convertirsi al Cristianesimo? Stazio risponde che il merito è proprio di Virgilio, il quale prima lo ha indirizzato alla poesia e
in seguito lo ha illuminato dal punto di vista religioso, facendo come quello che cammina di notte e porta il lume dietro di sé,
giovando a chi lo segue e non a se stesso. Virgilio infatti aveva scritto nella IV Egloga che era imminente un profondo rinnovamento
del mondo e ciò spinse Stazio a farsi cristiano, nel modo che ora spiegherà. La nuova religione era già diffusa nel mondo e le parole
di Virgilio si accordavano agli insegnamenti dei Cristiani, così che Stazio iniziò a frequentarli. Al tempo delle persecuzioni di
Domiziano egli provò pena per loro, li aiutò e aderì totalmente al loro culto, venendo battezzato prima di iniziare la sua opera
poetica. Tuttavia, per timore di subire anch'egli persecuzioni, non rivelò la sua conversione e ostentò a lungo il paganesimo, con una
tiepidezza che ha scontato restando più di quattro secoli nella IV Cornice fra gli accidiosi.
Stazio nomina personaggi del Limbo (94-114)
Stazio chiede a Virgilio, che gli ha svelato la verità sul Cristianesimo, di dirgli se conosce il destino ultraterreno del poeta antico
Terenzio, di Cecilio Stazio, di Plauto e di Varrone, poiché egli vuol sapere se sono dannati e in quale Cerchio si trovano. Virgilio
risponde che tutti loro, insieme a lui, a Persio e a molti altri, si trovano con Omero nel I Cerchio dell'Inferno, il Limbo; spesso parlano
del monte Parnaso, che ospita le Muse nutrici dei poeti. Nello stesso Cerchio vi sono anche Euripide, Antifonte, Simonide di Ceo,
Agatone e molti altri poeti greci; ci sono anche personaggi della Tebaide, fra cui Antigone, Deifile, Argia, Ismene, Isifile (che mostrò ai
greci la fonte di Langia), Manto (la figlia di Tiresia), Teti, Deidamia con le sue sorelle.
Ingresso nella VI Cornice. Esempi di temperanza (115-154)
I tre hanno ormai percorso tutta la scala e fanno il loro ingresso nella VI Cornice, dove Stazio e Virgilio si guardano intorno. Sono già
passate le prime quattro ore del giorno (sono tra le 10 e le 11 del mattino), quando Virgilio osserva che forse è meglio procedere
verso destra e girare il monte come lui e Dante sono soliti fare. Stazio non fa obiezioni, quindi i tre vanno in quella direzione, con
Virgilio e l'altro poeta latino che procedono innanzi e Dante che li segue e ascolta i loro discorsi. A un tratto la conversazione è
interrotta dall'apparire di un albero posto a metà strada, dai cui rami pendono frutti dal dolce profumo: è simile a un abete
rovesciato, si allarga cioè progressivamente verso l'alto, forse per impedire alle anime di salire su di esso. Sul lato vicino alla parete
del monte sgorga una fonte d'acqua che sale verso l'alto, tra le foglie dell'albero. Stazio e Virgilio si avvicinano alla pianta e una voce
li ammonisce a non toccarne i frutti, aggiungendo poi alcuni esempi di temperanza: quello di Maria, che alle nozze di Cana pensò al
decoro della cerimonia e non alla propria gola; quello delle donne dell'antica Roma, che erano così sobrie da bere soltanto acqua;
quello del profeta Daniele, che disprezzò il cibo e ottenne in cambio la sapienza; quello dell'età dell'oro, quando la fame e la sete
resero appetibili le ghiande e l'acqua dei ruscelli; infine quello di Giovanni Battista, che nel deserto si nutrì di miele e locuste,
rendendosi in tal modo glorioso.
Interpretazione complessiva
Il Canto completa l'episodio che ha per protagonista Stazio e di cui il Canto XXI è stato il momento iniziale, col poeta latino che
rivolgeva un appassionato omaggio a Virgilio come suo maestro e modello di poesia: qui l'elogio prosegue e si amplia, indicando
Virgilio come colui che ha dapprima spinto Stazio a convertirsi al Cristianesimo e poi lo ha fatto ravvedere dal suo peccato, quello di
prodigalità (ciò rientra nel culto di Virgilio e del suo magistero morale, assai diffuso nel Medioevo e cui Dante aderisce pienamente).
Il Canto si apre con l'accenno fugace all'incontro con l'angelo della giustizia, che indirizza i tre verso la Cornice successiva, per poi
tornare a concentrarsi sui due poeti latini che conversano tra loro mentre salgono la scala: è Virgilio a chiedere a Stazio spiegazioni
circa il suo peccato di avarizia, che gli pare incompatibile col senno mostrato dall'autore della Tebaide nei suoi scritti. Stazio spiega
che il suo peccato è stato in realtà quello opposto, ovvero quello di prodigalità che è punito nella stessa V Cornice e che può
condurre alla dannazione tanto quanto quello di cupidigia: è assai discusso da dove Dante abbia tratto la notizia della prodigalità di
Stazio, che potrebbe essere sua invenzione o derivare da un passo di Giovenale (VII, 82-87) dove si dice che Stazio era così povero da
non avere di che vivere se non avesse venduto a un attore una sua tragedia inedita (sed cum fregit subsellia versu / esurit, intactam
Paridi nisi vendit Agaven). Altrettanto discusso è se la regola che vuole puniti nella V Cornice i peccati rappresentanti gli eccessi
opposti, secondo la dottrina aristotelica per cui in medio stat virtus, valga solo per quel luogo o per tutto il Purgatorio, anche se di
questa seconda ipotesi non c'è alcuna prova evidente (la pena di avari e prodighi è identica, mentre nel IV Cerchio dell'Inferno le due
opposte schiere di dannati erano precisamente distinte). Più interessante è quanto Stazio dice circa il passo virgiliano che l'avrebbe
indotto a pentirsi del suo peccato, ovvero l'episodio del Libro III dell'Eneide in cui Virgilio, a margine dell'incontro tra Enea e l'anima
di Polidoro ucciso da Polinestore per le sue ricchezze, commentava: Quid non mortalia pectora cogis, / auri sacra fames? («A cosa
non spingi i petti dei mortali, o esecranda fame dell'oro?»). È chiaro che Dante interpreta scorrettamente l'espressione auri sacra
fames, intendendola come «giusto desiderio dell'oro» e quindi come la virtù mediana tra le opposte colpe di avarizia e prodigalità,
per cui la lettura del passo indusse Stazio a rendersi conto che spendere troppo era un peccato quanto non spendere affatto,
pentendosi di quella colpa come delle altre. Se si tratti di un vero e proprio fraintendimento del testo latino o di una libera
interpretazione da parte di Dante è difficile dire, anche se vanno respinte le contorsioni di commentatori antichi e moderni per
ricondurre i versi danteschi al senso originale, mentre esempi di analoghe errate traduzioni non sono infrequenti nell'opera dantesca
(cfr. ad esempio Conv., II, 5, dove un verso dell'Eneide è tradotto in modo evidentemente scorretto).
La celebrazione del magistero di Virgilio non si esaurisce a questo ma coinvolge il grande poeta classico anche nel Cristianesimo di
Stazio, che infatti riconduce la sua conversione alla lettura della celeberrima IV Egloga, dedicata al figlio nascituro di Asinio Pollione
ma che una lunga tradizione esegetica aveva interpretato come preannuncio del Cristianesimo. Non si tratta della leggenda di
Virgilio «mago e profeta» della religione cristiana, quanto della consueta cristianizzazione della sua opera come di altri scrittori
classici: questi avevano intravisto le verità di fede e le avevano espresse in forma imperfetta, sotto il velo della finzione poetica,
come peraltro pensavano molti Padri della Chiesa che sottoponevano questi scritti pagani a una intensa opera di moralizzazione. La
stessa cosa afferma Stazio per Virgilio, indicato come colui che cammina al buio e porta il lume dietro di sé, giovando a chi lo segue e
non a se stesso: egli intravide la nascita futura di Cristo e ne scrisse velatamente nella famosa IV Egloga, salvo ignorare egli stesso
questa verità e restare escluso dalla salvezza. Il Cristianesimo di Stazio è ovviamente in contrasto con la verità storica ed è molto
discusso se anche questo particolare sia invenzione dantesca oppure derivi da una fonte biografica a noi ignota, oppure ancora
dall'interpretazione di alcuni passi della sua opera: nel IV libro della Tebaide (vv. 514-517) l'indovino Tiresia, non riuscendo a evocare
le anime dei morti, minaccia di far intervenire una divinità superiore e sconosciuta, che egli è restio a nominare in quanto desidera
avere una vecchiaia tranquilla. Dante potrebbe aver interpretato quel passo come un velato accenno al Dio cristiano, anche perché
Tiresia lo definisce triplicis mundi summum, mentre la reticenza dell'indovino poteva sembrare la paura di un cristiano di incorrere
nelle persecuzioni religiose, attribuita del resto anche allo stesso Stazio; è possibile che Dante non si sia basato solo su quel passo ma
su altri testi medievali che sostenevano il Cristianesimo del poeta latino, cosa non strana in quanto leggende analoghe si formarono
anche per Virgilio, per Seneca, per Orazio e Ovidio. La novità consiste semmai nell'attribuire il merito inconsapevole di questa
conversione alla poesia di Virgilio, per cui la celebrazione della sua autorità raggiunge il punto più alto ed è, al tempo stesso,
un'assoluta esaltazione del valore e del potere della poesia in generale.
Dopo la rievocazione nelle parole di Virgilio delle anime dei poeti e dei personaggi della Tebaide che sono relegati insieme a lui nel
Limbo, tra cui la maga Manto che crea più di un dubbio per l'incongruenza col Canto XX dell'Inferno (si veda oltre), il Canto si chiude
con l'accesso alla VI Cornice e la descrizione dell'albero rovesciato che sembra avere le radici rivolte verso l'alto, fra i cui rami si
sentono gli esempi di temperanza dichiarati da una misteriosa voce. L'espediente è simile a quello degli esempi di carità e invidia
punita della III Cornice e come di consueto gli aneddoti sono tratti in egual misura da tradizione biblica e classica: accanto agli
esempi di Maria, del profeta Daniele e di san Giovanni Battista sono ricordati quello delle antiche Romane, sobrie e contente di bere
acqua (Dante cita da Valerio Massimo, II, 1, 5) e quello dell'età dell'oro (ricavato da Ovidio, Met., I, 103-112), che sarà ripreso da
Matelda nell'Eden proprio in riferimento alla poesia dei poeti pagani Stazio e Virgilio. Il discorso relativo alla poesia proseguirà nei
Canti successivi, a cominciare dall'incontro tra Dante e Forese Donati e Bonagiunta da Lucca tra le anime dei golosi.

L'enigma di Manto, tra anime del Limbo e indovini


Il destino ultraterreno di Manto, la maga figlia dell'indovino Tiresia inclusa da Stazio nella Tebaide, è uno dei misteri tuttora insoluti
del poema dantesco, in quanto l'autore la colloca tra gli indovini della IV Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno e successivamente
(Purg., XXII) fa dire a Virgilio che fra le anime del Limbo vi è anche la figlia di Tiresia, creando un'incongruenza difficilmente
spiegabile. Sembra piuttosto strano pensare a una semplice svista del poeta, non foss'altro perché Manto non è citata di sfuggita nel
Canto XX dell'Inferno ma è addirittura protagonista dell'ampia digressione con cui Virgilio spiega le origini di Mantova (XX, 58 ss.) ed
è lo stesso maestro di Dante a includerla tra gli spiriti del Limbo mentre ne fa l'elenco a Stazio, cioè l'autore del poema di cui la maga
era uno dei personaggi. Gli studiosi si sono divisi praticamente in due fazioni, gli uni sostenendo l'errore di Dante e gli altri
ipotizzando un'errata trascrizione dei codici, per quanto tale supposizione non trovi conferme dirette. Non ci aiutano i commentatori
antichi, altrettanto disorientati quanto i moderni, mentre secondo un'ulteriore ipotesi Dante avrebbe rimaneggiato tardivamente il
passo infernale, aggiungendo la digressione su Manto e scordandosi del rapido cenno fatto nel Purgatorio (qualcosa di simile si è
immaginato anche a proposito di alcune profezie post eventum, come quella sulla morte di Clemente V in Inf., XIX). La questione è
sostanzialmente insoluta, anche se va osservata una stranezza: nel passo infernale in cui sono descritti gli indovini, infatti, Tiresia è
indicato pochi versi prima di Manto, la quale è poi presentata senza alcun accenno al fatto di essere sua figlia; nel passo del
Purgatorio, invece, Manto non è nominata direttamente ma evocata con l'espressione èvvi la figlia di Tiresia, per cui non si può
escludere che Dante intendesse come figlia dell'indovino un personaggio diverso dalla Manto inclusa nella IV Bolgia. L'ipotesi è
suggestiva ed escluderebbe la svista dantesca, anche se non è confermata da alcuna prova diretta; simili confusioni non sono del
resto rare nell'opera di Dante e in generale nella tradizione dei testi classici nel Medioevo, per cui pensare a un fraintendimento del
mito e a una errata identificazione del personaggio potrebbe essere la soluzione più accettabile per la spinosa questione, che ha
dato filo da torcere a intere generazioni di dantisti. Può darsi che in futuro nuovi lumi vengano dalla scoperta di qualche mitografia
o commento medievale che avvalorino questa ipotesi, mentre allo stato attuale non resta che arrendersi alla possibilità che Dante,
con tutta l'ammirazione che giustamente gli viene tributata, possa essere incappato in questo caso in un clamoroso svarione.
Note e passi controversi
La beatitudine cantata dall'angelo (vv. 4-6) è la quarta, che nel testo evangelico (Matth., V, 6) suona: beati qui esuriunt et sitiunt
iustitiam, quoniam ipsi saturabuntur («beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché essi saranno saziati»). Il passo sembra
indicare che l'angelo della giustizia reciti solo il versetto beati qui sitiunt iustitiam, contrapponendo la sete di giustizia a quella delle
ricchezze punita in questa Cornice, mentre nella successiva la beatitudine sarà: Beati qui esuriunt iustitiam (XXIV, 151-154).
Il poeta latino D. Giunio Giovenale (v. 14) visse nel 47-130 d.C. circa e fu contemporaneo di Stazio e ammiratore della Tebaide. Dante
lo cita spesso, anche se non è certo ne conoscesse direttamente l'opera.
I vv. 16-17 alludono all'amore che si stringe fra persone che non si sono mai incontrate, frequente nella lirica provenzale (il
cosiddetto amor de lonh).
Migliaia di lunari (v. 36) vuol dire migliaia di mesi, quindi secoli (Stazio è stato nella V Cornice oltre cinquecento anni).
Il v. 46 (Quanti risurgeran coi crini scemi) si rifà a quanto detto in Inf., VII, 55-57 sul fatto che i prodighi dannati risorgeranno il
Giorno del Giudizio coi capelli tagliati, mentre gli avari col pugno chiuso.
I vv. 49-51 significano: «E sappi che la colpa che si contrappone (rimbecca) in maniera opposta all'altro peccato, qui si estingue con
l'espiazione (suo verde secca, si inaridisce) insieme ad esso».
La doppia tristizia di Giocasta indica i due figli della donna, Eteocle e Polinice, che nella Tebaide si scontrarono in una lotta fratricida.
Il v. 58 indica che Clio, la Musa della poesia epica, tasta, cioè accompagna col suono della lira, il canto di Stazio.
Appresso Dio (v. 66) è stato interpretato come «verso Dio», ma è più probabile che voglia dire «dopo Dio» (quindi Stazio fu prima
illuminato dalla Grazia divina, e solo in seguito da Virgilio).
I vv. 70-72 sono una traduzione letterale della IV Egloga di Vigilio, vv. 5-7: magnus ab integro saeclorum nascitur ordo. / Iam redit et
Virgo, redeunt Saturnia regna; / iam nova progenies caelo demittitur alto («La grande serie dei secoli ricomincia. Ecco che ritorna
anche la Vergine [Astrea, dea della giustizia], ritorna il regno di Saturno [l'età dell'oro]; ecco che una nuova progenie scende dall'alto
dei cieli»).
Centesmo (v. 93) vuol dire «l'ultimo anno di cento», quindi Stazio indica che la sua permanenza nella IV Cornice ha superato i 400
anni.
Gli scrittori citati da Stazio e da Virgilio (vv. 97-108) quali anime relegate nel Limbo sono P. Terenzio Afro (192-159 a.C.),
commediografo latino come anche Cecilio Stazio (220-166 a.C.) e T. Maccio Plauto (254-184 a.C.); Varrone Reatino, l'erudito dell'età
di Cesare (ma potrebbe essere anche Vario Rufo, amico di Virgilio ed editore dell'Eneide); A. Persio Flacco (34-62 d.C.), poeta satirico
dell'età di Nerone; Omero (il Greco / che le Muse lattar...); i tragici greci Euripide (480-406 a.C.), di cui ci sono giunte diciannove
tragedie, e Antifonte (IV sec. a.C.), di cui non abbiamo nulla; Simonide di Ceo (556-467 a.C.), poeta lirico greco; Agatone, tragico
greco del V sec. a.C.
Ai vv. 109-114 Virgilio cita alcuni personaggi della Tebaide e dell'Achilleide: Antigone, figlia di Edipo e Giocasta, uccisa da Creonte
perché seppellì il cadavere di Polinice; Deifile, moglie di Tideo che fu uno dei re che assediarono Tebe; Argia, moglie di Polinice;
Ismene, sorella di Antigone e con lei messa a morte dal tiranno Creonte; Isifile (quella che mostrò Langia), che indicò ai sette re greci
la fonte Langia presso Nemea; Manto, figlia dell'indovino Tiresia; Teti, moglie di Peleo e madre di Achille; Deidamia, la figlia del re di
Sciro che si innamorò di Achille (Teti e Deidamia sono personaggi dell'Achilleide).
Le ancelle citate al v. 118 sono le ore del giorno, rappresentate classicamente come fanciulle che si avvicendano alla guida del carro
del Sole: la quinta è al timone (temo) e ne drizza la punta ardente verso l'alto, perché il Sole deve giungere al meridiano.
Al v. 121 lo stremo indica l'orlo estremo della Cornice.
La voce che al v. 141 dice Di questo cibo avrete caro, cioè «avrete mancanza», ricalca il passo bibilico (Gen., II, 17) che dice de ligno
autem scientiae boni et mali ne comedas; alcuni argomentano che l'albero nasce da quello dell'Eden, come l'altro posto all'uscita
della Cornice.
I vv. 146-147 si riferiscono all'episodio biblico in cui Daniele, fatto educare dal re babilonese Nabucodonosor, rifiutò insieme ad altri
giovani i cibi prelibati della mensa regale per nutrirsi di acqua e legumi: in cambio Dio concesse loro scienza e istruzione in ogni
campo del sapere e a Daniele la capacità di interpretare i sogni (Dan., I, 1-20).
CANTO XXIV

Testo Parafrasi
Né ‘l dir l’andar, né l’andar lui più lento e parole non rallentavano l'andatura di Forese, né questa rallentava
facea, ma ragionando andavam forte, le sue parole, ma parlando procedevamo spediti come una nave
sì come nave pinta da buon vento; 3 spinta da un buon vento;

e l’ombre, che parean cose rimorte, e le anime, che sembravano creature morte due volte, mi
per le fosse de li occhi ammirazione guardavano stupite con gli occhi infossati, vedendo che io ero vivo.
traean di me, di mio vivere accorte. 6

E io, continuando al mio sermone, E io, proseguendo il mio discorso, dissi: «Quell'anima (Stazio) forse
dissi: «Ella sen va sù forse più tarda sale più lentamente del dovuto a causa di Virgilio.
che non farebbe, per altrui cagione. 9

Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda; Ma dimmi, se lo sai, dove si trova Piccarda; dimmi se io vedo tra
dimmi s’io veggio da notar persona queste anime che mi guardano in tal modo qualcuno degno di
tra questa gente che sì mi riguarda». 12 essere notato».

«La mia sorella, che tra bella e buona «Mia sorella, che non so se fosse più bella o buona, trionfa lieta in
non so qual fosse più, triunfa lieta Paradiso tra i beati».
ne l’alto Olimpo già di sua corona». 15

Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta Così disse dapprima; poi aggiunse: «Qui è necessario nominare le
di nominar ciascun, da ch’è sì munta anime, poiché ciascuna è così smagrita dal digiuno da risultare
nostra sembianza via per la dieta. 18 irriconoscibile.

Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, Costui», e indicò uno col dito, «è Bonagiunta da Lucca; e quella
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia faccia accanto a lui che sembra più screpolata delle altre, ebbe fra
di là da lui più che l’altre trapunta 21 le sue braccia la Santa Chiesa (fu papa Martino IV): fu nativo di
Tours e qui espia col digiuno le anguille di Bolsena e la vernaccia».
ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia». 24

Molti altri mi nomò ad uno ad uno; Me ne indicò molti altri uno ad uno; e tutti sembravano contenti di
e del nomar parean tutti contenti, essere nominati, così che non vidi un solo gesto di stizza.
sì ch’io però non vidi un atto bruno. 27

Vidi per fame a vòto usar li denti Vidi masticare a vuoto Ubaldino della Pila e Bonifacio Fieschi, che
Ubaldin da la Pila e Bonifazio guidò col pastorale molte popolazioni (come vescovo di Ravenna).
che pasturò col rocco molte genti. 30

Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio Vidi messer Marchese degli Argugliosi, che a Forlì poté bere con più
già di bere a Forlì con men secchezza, abbondanza e fu tale che non si saziò mai.
e sì fu tal, che non si sentì sazio. 33

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza Ma come fa chi guarda e poi osserva con più insistenza qualcuno in
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, particolare, così feci con Bonagiunta che sembrava conoscermi
che più parea di me aver contezza. 36 meglio degli altri.

El mormorava; e non so che «Gentucca» Egli mormorava; e mi sembrava che dicesse qualcosa come
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga «Gentucca» a fior delle labbra, là dove la giustizia divina li consuma.
de la giustizia che sì li pilucca. 39
Io dissi: «O anima, che sembri così smaniosa di parlare con me,
«O anima», diss’io, «che par sì vaga parla più chiaramente e appagami con le tue parole».
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga». 42
Lui iniziò: «È nata una femmina, e ancora è una giovinetta, che ti
«Femmina è nata, e non porta ancor benda», renderà piacevole la mia città (Lucca), anche se tutti ne parlano
cominciò el, «che ti farà piacere male.
la mia città, come ch’om la riprenda. 45
Tu te ne andrai via di qui con questa profezia: se a causa del mio
Tu te n’andrai con questo antivedere: mormorio non hai capito bene, i fatti ti sveleranno la verità.
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere. 48
Ma dimmi se tu sei proprio colui che iniziò le nuove rime,
Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore cominciando con la canzone ' Donne ch'avete intelletto d'amore'».
trasse le nove rime, cominciando
‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». 51
E io a lui: «Io sono un poeta che, quando Amore mi ispira, prendo
E io a lui: «I’ mi son un che, quando nota e scrivo esattamente ciò che lui mi detta dentro il cuore».
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando». 54
Rispose: «O fratello, ora capisco quale nodo ha trattenuto me, il
«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo Notaro (Giacomo da Lentini) e Guittone al di qua di questo 'dolce stil
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne novo' che sento!
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! 57
Ora vedo bene che le vostre penne seguono strettamente la
Io veggio ben come le vostre penne dettatura di Amore, mentre le nostre non fecero certo lo stesso;
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne; 60
e se uno volesse procedere oltre, non vedrebbe altra differenza
e qual più a gradire oltre si mette, dall'uno all'altro stile»; e poi tacque, come se fosse soddisfatto.
non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette. 63
Come gli uccelli (le gru) che svernano lungo il Nilo, a volte, fanno
Come li augei che vernan lungo ‘l Nilo, una larga schiera in cielo, poi volano più in fretta e vanno in fila, così
alcuna volta in aere fanno schiera, tutte le anime che erano lì, voltandosi, affrettarono il passo, veloci a
poi volan più a fretta e vanno in filo, 66 causa della loro magrezza e della volontà di espiazione.

così tutta la gente che lì era,


volgendo ‘l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera. 69
E come chi è stanco di correre lascia andare avanti i compagni, e
E come l’uom che di trottare è lasso, cammina più lentamente per calmare l'affanno del petto, così
lascia andar li compagni, e sì passeggia Forese lasciò passare quel santo gregge di anime e veniva dietro a
fin che si sfoghi l’affollar del casso, 72 me, dicendo: «Quando ti rivedrò?»

sì lasciò trapassar la santa greggia


Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». 75
Gli risposi: «Non so quanto mi resti da vivere; ma il mio ritorno qui
«Non so», rispuos’io lui, «quant’io mi viva; non sarà mai così rapido che io con la volontà non arrivi prima
ma già non fia il tornar mio tantosto, all'approdo (la spiaggia del Purgatorio);
ch’io non sia col voler prima a la riva; 78
infatti il luogo dove nacqui (Firenze) di giorno in giorno si spoglia del
però che ‘l loco u’ fui a viver posto, bene e sembra pronto per una triste rovina».
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto». 81
Lui disse: «Non preoccuparti, perché vedo colui che ne ha più colpa
«Or va», diss’el; «che quei che più n’ha colpa, (Corso Donati) trascinato per la coda da un cavallo, verso la valle
vegg’io a coda d’una bestia tratto (l'Inferno) dove nessuna colpa si può espiare.
inver’ la valle ove mai non si scolpa. 84
La bestia a ogni passo va più veloce, sempre più rapida, finché essa
La bestia ad ogne passo va più ratto, lo percuote e lascia il corpo orrendamente sfigurato.
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto. 87
Quelle ruote non dovranno girare molto», e guardò il cielo, «prima
Non hanno molto a volger quelle ruote», che i fatti ti chiariscano ciò che le mie parole non possono
e drizzò li ochi al ciel, «che ti fia chiaro dichiarare.
ciò che ‘l mio dir più dichiarar non puote. 90
Ormai dobbiamo separarci; infatti in questo regno il tempo è
Tu ti rimani omai; ché ‘l tempo è caro prezioso, cosicché io ne perdo troppo venendo con te di pari passo».
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro». 93 Come il cavaliere esce talvolta dalla sua schiera e va per prendere
l'onore del primo assalto al nemico, così Forese si allontanò da noi
Qual esce alcuna volta di gualoppo con passi più rapidi; e io rimasi sulla strada con gli altri due (Virgilio
lo cavalier di schiera che cavalchi, e Stazio) che furono illustri maestri del mondo.
e va per farsi onor del primo intoppo, 96

tal si partì da noi con maggior valchi;


e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi. 99 E quando Forese si fu allontanato da noi e io lo seguivo proprio
come la mia mente ripensava alle sue parole (cioè con fatica), ecco
E quando innanzi a noi intrato fue, che vidi i rami carichi di un altro albero, e non molto lontano poiché
che li occhi miei si fero a lui seguaci, solo allora avevo rivolto in là lo sguardo.
come la mente a le parole sue, 102

parvermi i rami gravidi e vivaci


d’un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci. 105 Vidi sotto di esso delle anime che alzavano le mani verso i rami e
gridavano qualcosa, simili a dei bambini desiderosi e incapaci, che
Vidi gente sott’esso alzar le mani pregano e il pregato non risponde, ma anzi tiene alto l'oggetto
e gridar non so che verso le fronde, desiderato e non lo nasconde per acuire la loro voglia.
quasi bramosi fantolini e vani, 108

che pregano, e ‘l pregato non risponde,


ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde. 111 Poi si allontanarono, come deluse; e noi giungemmo al grande
albero, che rifiuta tante preghiere e lacrime.
Poi si partì sì come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta. 114 «Passate oltre senza avvicinarvi: più in alto, nell'Eden, c'è un altro
albero il cui frutto fu morso da Eva e questo è nato da quella
«Trapassate oltre sanza farvi presso: pianta».
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso». 117 Così una voce misteriosa parlava tra i rami; allora Virgilio, Stazio e
io, stretti alla parete del monte, andammo oltre.
Sì tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva. 120 La voce diceva: «Ricordatevi dei maledetti centauri nati da una
nube, che, ubriachi, combatterono Teseo coi doppi petti;
«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Teseo combatter co’ doppi petti; 123 e degli Ebrei che si mostrarono inclini al bere, per cui Gedeone non li
volle con sé quando discese i colli marciando contro i Madianiti».
e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madian discese i colli». 126 Passammo oltre accostati all'orlo interno della Cornice, ascoltando
gli esempi di gola punita da miseri castighi.
Sì accostati a l’un d’i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni. 129 Poi, tornati a camminare lungo la strada solitaria, percorremmo più
di un miglio, ciascuno assorto nei suoi pensieri.
Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola. 132 Una voce improvvisa ci disse: «Che andate pensando, voi tre soli?»
allora io mi scossi come fanno le bestie spaventate e pigre.
«Che andate pensando sì voi sol tre?».
sùbita voce disse; ond’io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre. 135 Alzai la testa per vedere chi fosse; e non si videro mai in una fornace
vetri o metalli così arroventati e rossi, come io vidi un angelo che
Drizzai la testa per veder chi fossi; diceva: «Se a voi piace salire, è necessario passare di qui; si passa di
e già mai non si videro in fornace qui, se si vuole andare verso la beatitudine».
vetri o metalli sì lucenti e rossi, 138

com’io vidi un che dicea: «S’a voi piace


montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace». 141 La sua vista mi aveva abbagliato, per cui io si strinsi dietro alle mie
guide, come uno che va ascoltando chi lo precede.
L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’om che va secondo ch’elli ascolta. 144 E come l'aria di maggio, che annuncia l'alba, si muove e profuma,
tutta impregnata dell'odore dell'erba e dei fiori, così io sentii in
E quale, annunziatrice de li albori, mezzo alla fronte un vento, e sentii muovere la piuma dell'angelo
l’aura di maggio movesi e olezza, che fece odorare l'aria di ambrosia (l'angelo cancella la sesta P).
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; 147

tal mi senti’ un vento dar per mezza


la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosia l’orezza. 150 E sentii che diceva: «Beati coloro che sono tanto illuminati dalla
grazia che nel loro petto non nasce un eccessivo desiderio di cibo,
E senti’ dir: «Beati cui alluma avendo sempre fame di giustizia!»
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,
esuriendo sempre quanto è giusto!». 154

Argomento del Canto


Ancora fra i golosi della VI Cornice. Forese indica il destino ultraterreno di Piccarda e nomina altri compagni di pena. Incontro con
Bonagiunta da Lucca. Profezia di Forese sulla morte di Corso Donati. Il secondo albero e gli esempi di gola punita. L'angelo della
temperanza.
È il pomeriggio di martedì 12 aprile (o 29 marzo) del 1300.

Forese parla di Piccarda e indica altri golosi (1-33)


Dante e Forese Donati continuano a parlare e a camminare lungo la VI Cornice, senza rallentare, mentre le altre anime dei golosi
osservano Dante stupite del fatto che sia vivo. Il poeta afferma che Stazio procede lentamente verso l'alto per trattenersi con
Virgilio, poi chiede all'amico se sa qual è il destino ultraterreno della sorella Piccarda e se fra i compagni di pena vi sono personaggi
degni di nota. Forese risponde che la sorella, bella e buona quand'era in vita, ora è fra i beati in Paradiso, quindi afferma che è
necessario nominare le anime rese irriconoscibili dalla magrezza. Forese mostra col dito l'anima di Bonagiunta da Lucca e, accanto a
lui, quella di papa Martino IV di Tours, che sconta il suo amore per le anguille e la vernaccia. Nomina altre anime di golosi, tutti
contenti di essere indicati: fra di essi ci sono Ubaldino della Pila, Bonifacio Fieschi, Marchese degli Argugliosi che quando era vivo a
Forlì bevve in modo smodato.
Incontro con Bonagiunta Orbicciani (34-63)
Dante nota che Bonagiunta si mostra più degli altri desideroso di parlargli, mentre intanto mormora un nome che gli sembra
«Gentucca», a fior delle labbra che sono tormentate dalla fame e dalla sete. Dante si rivolge a lui e lo invita a parlargli, al che
Bonagiunta risponde che nella sua città, Lucca, è già nata una femmina che è ancora giovinetta e che avrà modo di ospitarlo durante
il suo esilio. Il penitente invita Dante a ricordarsi la sua profezia, che sarà avvalorata dai fatti, quindi gli chiede se sia proprio lui il
poeta che ha iniziato le nuove rime con la canzone Donne ch'avete intelletto d'amore. Dante spiega di essere un poeta che, quando
scrive, segue strettamente la dettatura di Amore: Bonagiunta afferma di capire quale differenza separa lui, Giacomo da Lentini e
Guittone d'Arezzo dal «dolce stil novo» che Dante ha appena definito. Il penitente comprende che gli stilnovisti seguirono
l'ispirazione amorosa, a differenza sua e dei poeti della sua scuola, quindi tace mostrandosi soddisfatto della risposta.
Profezia della morte di Corso Donati (64-93)
Le altre anime si allontanano da Dante affrettando il passo, simili alle gru che svernano lungo il Nilo, camminando spedite per la
magrezza e la volontà di espiazione. Solo Forese resta con Dante, camminando lentamente e lasciando andare avanti gli altri golosi,
chiedendo poi all'amico quando lo rivedrà. Dante risponde di non sapere quanto gli resti ancora da vivere, ma certo è grande il suo
desiderio di staccarsi dalle cose terrene e di lasciare la città di Firenze, che di giorno in giorno mostra il suo declino morale. Forese
ribatte che molto presto il principale responsabile di questa situazione (il fratello Corso) verrà trascinato all'Inferno legato alla coda
di un cavallo, che lo sfigurerà orribilmente. Non passeranno molti anni, aggiunge, prima che i fatti chiariscano a Dante il senso della
sua oscura profezia. Alla fine delle sue parole Forese si accommiata da Dante e raggiunge i compagni di pena, per non perdere
troppo tempo nell'espiazione delle sue colpe.
Arrivo al secondo albero (94-120)
Forese si allontana a passi rapidi, simile a un cavaliere che esce di schiera al galoppo per scontrarsi col nemico, mentre Dante resta in
compagnia di Virgilio e Stazio. Il poeta segue Forese con gli occhi, finché scorge un secondo albero i cui rami sono carichi di frutti.
Sotto di esso i golosi alzano le mani verso i rami e gridano parole incomprensibili, come dei bambini di fronte a un adulto che
ammannisce loro qualcosa che essi desiderano. Alla fine le anime si allontanano e i tre poeti raggiungono a loro volta l'albero, dove
sentono una voce che dichiara che quella pianta è nata dall'albero dell'Eden il cui frutto fu morso da Eva e li invita a passare oltre. I
tre si stringono alla parete del monte e proseguono.

Esempi di gola punita (121-129)


La voce riprende poco dopo per ricordare esempi di gola punita, fra cui quello dei centauri che, nati da una nube, ubriachi,
combatterono Teseo, e degli Ebrei che si mostrarono inclini al bere, per cui Gedeone non li volle come soldati nella guerra
combattuta contro i Madianiti. I tre poeti passano oltre stringendosi all'orlo interno della Cornice, mentre ascoltano quegli esempi di
gola cui seguì un duro castigo.
L'angelo della temperanza (130-154)
Oltrepassato l'albero, i tre poeti proseguono nella Cornice ormai deserta, ciascuno meditando su ciò che ha udito. A un tratto
sentono una voce che chiede loro cosa pensano, per cui Dante si scuote: alza lo sguardo e scorge l'angelo della temperanza, che
rosseggia come un metallo arroventato e invita i tre a salire lì se vogliono accedere alla Cornice successiva. Dante è abbagliato da
quella vista e segue gli altri due ascoltandone le voci, mentre sulla fronte sente un dolce vento simile a una brezza primaverile,
prodotto dalle piume dell'angelo che cancella la sesta P. L'angelo dichiara beati coloro che sono illuminati dalla grazia e non sono
troppo inclini alla gola, avendo sempre desiderio del giusto.

Interpretazione complessiva
Il Canto chiude l'episodio dedicato a Forese Donati ed è la seconda parte di un «dittico» iniziato nel Canto XXIII, con la differenza che
qui l'amico di Dante è protagonista della prima e della terza parte del Canto, fra cui si inserisce la parentesi di Bonagiunta da Lucca
che introduce l'importante discorso intorno allo Stilnovo. All'inizio Forese, su richiesta di Dante, indica alcuni dei più ragguardevoli
golosi della Cornice, fra cui spiccano soprattutto gli ecclesiastici, a cominciare da papa Martino IV (Simone de Brie, sulla cui
inclinazione al mangiare e al bere vi sono numerosi aneddoti nelle cronache) e Bonifacio Fieschi che fu arcivescovo di Ravenna, nel
che Dante alimenta l'accusa che spesso veniva rivolta ai prelati di darsi smodatamente al cibo e di vivere nell'opulenza (gli altri due
esempi sono di aristocratici, fra cui Ubaldino della Pila imparentato sia col cardinale Ottaviano che con l'arcivescovo Ruggieri,
entrambi dannati, e Marchese degli Argugliosi). Forese preannuncia poi la beatitudine della sorella Piccarda, che sarà la protagonista
del Canto III del Paradiso e costituisce un esempio di comportamento retto e virtuoso in contrasto con quello delle sfacciate donne
fiorentine biasimate nel Canto precedente, esattamente come il fratello Corso sarà nella terza parte esempio negativo del
malcostume e della corruzione politica di Firenze: la dannazione di Corso, che morirà nel 1308, è profetizzata in modo oscuro da
Forese, secondo il quale il fratello verrà trascinato direttamente all'Inferno legato alla coda di un cavallo selvaggio, che ne sfigurerà
orrendamente il corpo. L'uomo fu effettivamente ucciso da un colpo di lancia dopo essersi lasciato cadere di sella e alcuni
commentatori (tra cui il Buti) ricordano che gli rimase un piede impigliato nella staffa e che l'animale lo trascinò a lungo, il che
potrebbe aver agito sulla fantasia dell'autore. Significativo è il contrasto che Forese crea tra i due opposti esempi dei fratelli,
destinati rispettivamente al Cielo e all'Inferno, tanto più che i due erano legati da torbide vicende biografiche (Corso aveva rapito
Piccarda dal convento per costringerla a nozze con un uomo politico legato ai Guelfi Neri, per cui la sua orribile morte costituisce la
giusta punizione per i suoi peccati personali e le colpe politiche relative alle vicende fiorentine, tanto più gravi in quanto i Neri
avevano causato l'ingiusto esilio del poeta nel 1302).
La parte centrale del Canto vede poi come protagonista Bonagiunta Orbicciani da Lucca, già indicato da Forese fra i suoi compagni di
pena, il quale si mostra particolarmente voglioso di interloquire con Dante: è una importante parentesi dedicata a questioni
poetiche e letterarie, che anticipa quella altrettanto significativa del Canto XXVI che vedrà protagonisti Guido Guinizelli e Arnaut
Daniel. Bonagiunta era infatti uno dei principali esponenti della cosiddetta scuola dei «siculo-toscani», di cui era stato l'iniziatore
benché Guittone (più giovane di lui) ne fosse diventato poi il rappresentante di spicco, ed era colui che aveva rivolto a Guinizelli il
famoso sonetto polemico Voi ch'avete mutata la mainera in cui lo accusava di scrivere versi troppo astrusi e dottrinali. Dante è
quindi il rappresentante dello stile «nuovo» iniziato da Guinizelli e ripreso da lui e Cavalcanti, mentre il poeta lucchese è l'esponente
di uno stile «vecchio» e superato da Dante e i suoi amici, per cui è logico che una discussione di teoria poetica abbia lui come
interlocutore privilegiato. Dopo aver predetto in modo allusivo l'esilio di Dante, ricordando il nome della donna lucchese Gentucca
che ospiterà il poeta in quella città (il soggiorno fu forse intorno al 1306, durante la permanenza in Lunigiana presso i Malaspina: la
profezia anticipa quella relativa a Corso Donati, con l'analogo avvertimento che i fatti chiariranno le parole oscure), Bonagiunta si
rivolge a Dante come colui che ha iniziato a sua volta una nuova maniera poetica, quella delle «rime nuove» cominciata con la
canzone Donne ch'avete intelletto d'amore del cap. XIX della Vita nuova: Dante si presenta come un poeta che scrive sotto la diretta
ispirazione di Amore, per cui l'altro comprende la differenza fondamentale che ha separato lui, Guittone e Giacomo da Lentini
(caposcuola dei Siciliani) dal dolce stil novo di cui sente parlare. È questa l'unica attestazione del termine «Stilnovo», che i critici
hanno poi esteso a tutta la nuova maniera poetica inaugurata da Guinizelli e ripresa dai poeti fiorentini; la «novità» consisterebbe
nell'immediata trasposizione dell'ispirazione amorosa, mentre Bonagiunta e i guittoniani peccarono per eccesso di retorica, specie
Guittone che prese a modello il trobar clus di Arnaut (mentre gli stilnovisti si ispirararono al trobar leu e ricercarono un linguaggio
semplice, non sofisticato). Si è molto discusso se la definizione di Bonagiunta vada estesa a tutta la scuola oppure solo alle «rime
nuove» iniziate da Dante nel cap. XIX della Vita nuova, ovvero le poesie in cui ripone tutta la sua soddisfazione nelle parole di lode a
Beatrice e non nel saluto di lei, per quanto tale ipotesi sembri troppo restrittiva e non spiegherebbe perché Dante senta il bisogno di
spiegare la propria poesia a un esponente dei siculo-toscani. Del resto il poeta lucchese crea un'opposizione tra Siciliani e siculo-
toscani da una parte e Dante e i suoi amici dall'altra (dice infatti le vostre penne), per cui pare ragionevole che la sua definizione
indichi la mainera inaugurata da Guinizelli e contro cui lui stesso aveva polemizzato: è indubbio che Dante e Cavalcanti avessero
coscienza di formare una cerchia di poeti accomunati da una stessa visione dell'amore e del modo di scriverne, benché non sia certo
che essi si definissero veramente «Stilnovisti» (è dunque da respingere l'ipotesi avanzata da alcuni studiosi, secondo cui una vera e
propria scuola fiorentina non sarebbe mai esistita). Il discorso verrà ripreso con lo stesso Guinizelli nel Canto XXVI, in cui Dante
chiuderà il cerchio della sua riflessione intorno alla poesia dello Stilnovo che egli aveva ormai superato, pur recuperandone alcuni
aspetti e senza rinnegarne totalmente l'esperienza, salvo le sue implicazioni morali relativamente ai rischi della letteratura amorosa
in genere (è lo stesso tema già affrontato nel Canto V dell'Inferno e nel Canto XVIII del Purgatorio, circa l'irresistibilità del sentimento
amoroso).
Dopo il commiato di Dante e Forese, con quest'ultimo che si allontana in modo assai simile a quanto già visto per Brunetto Latini alla
fine del Canto XV dell'Inferno, l'ultima parte del Canto vede la descrizione del secondo albero della Cornice e dei golosi che
protendono inutilmente le mani verso i suoi frutti, e gli esempi di gola punita dichiarati da una voce misteriosa come quelli di
temperanza (XXII, 142-154). Gli ultimi versi sono dedicati all'incontro con l'angelo della temperanza, che scuote i tre poeti assorti
nelle loro meditazioni e abbaglia Dante con la luce rosseggiante che promana dal suo viso: l'angelo cancella la sesta P dalla fronte del
poeta e indirizza lui e gli altri due lungo la scala che li porterà alla Cornice seguente, ascesa durante la quale Stazio spiegherà la
generazione delle anime per rispondere al dubbio di Dante circa la magrezza dei golosi.

Note e passi controversi


I vv. 16-17 (Qui non si vieta / di nominar ciascun) indicano probabilmente solo il fatto che è necessario indicare per nome le anime,
rese irriconoscibili dalla magrezza, e non il divieto di indicare i penitenti che in questa Cornice non sarebbe in vigore (di tale divieto
non c'è alcun accenno negli altri Canti).
Al v. 21 trapunta significa «screpolata» a causa della magrezza.
Il personaggio citato ai vv. 20-24 è Simone de Brie, nativo di Tours (Torso) che fu papa col nome di Martino IV e la cui ghiottoneria
era diventata proverbiale: si narra che uscendo dal concistoro spesso dicesse: O Sanctus Deus, quanta mala patimur pro Ecclesia Dei!
Ergo bibamus! («O Dio Santo, quante fatiche sopportiamo per il bene della Chiesa! Dunque beviamo!»).
La vernaccia citata al v. 24 è sicuramente la Vernazza, un vino delle Cinque Terre e non il vino sardo con lo stesso nome.
Il v. 30 (che pasturò col rocco molte genti), riferito all'arcivescovo di Ravenna Bonifacio Fieschi, è stato variamente interpretato per il
senso non chiaro di rocco: potrebbe essere la punta del pastorale dei vescovi ravennati, simile a un prisma esagonale che veniva
detto «rocco» dal persiano rokh, da cui il termine scacchistico «arroccare». Il verso vorrebbe dire allora che Bonifacio guidò (pasturò,
conio dantesco) molte popolazioni col suo pastorale, senza alcun intento ironico legato al «pascolare» e alla colpa della gola.
Il nome Gentucca mormorato (v. 37) da Bonagiunta è stato variamente interpretato, anche se l'ipotesi più probabile è che si riferisca alla donna
lucchese poi indicata dal penitente come colei che ospiterà Dante nel suo soggiorno in quella città durante l'esilio (vv. 43-45). Costei è ancora una
giovinetta in quanto non porta la benda nera che copriva i capelli alle donne maritate, secondo gli statuti comunali.
Al v. 55 Issa vuol dire «ora» ed è voce lucchese affine a quella lombarda Istra di Inf., XXVII, 21.
La valle ove mai non si scolpa (v. 84) è certamente l'Inferno, anche se alcuni hanno pensato a Firenze, dove «non si cessa mai dalle colpe».
Al v. 99 marescalchi (dal franco marhskalk, «servo del cavallo») indica «maestri», «guide».
Al v. 104 pomo significa «albero».
Il v. 105 (per essere pur allora vòlto in laci) può voler dire che Dante, solo dopo aver svoltato la curva del monte, vede in lontananza l'albero, ma
anche che solo in quel momento ha rivolto lo sguardo alla pianta, mentre prima osservava Forese che si allontanava.
La rima sol tre (v. 133) è composta e va letta «sòltre».
Al v. 135 poltre vuol dire «pigre», «tranquille» e meno probabilmente «giovani».
Ai vv. 151-154 l'angelo della temperanza dichiara parte della quarta beatitudine, Beati qui esuriunt iustitiam, mentre quello della giustizia aveva
detto Beati qui sitiunt iustitiam; qui Dante parafrasa il passo evangelico e indica beati coloro che hanno un amore giusto e misurato verso il cibo.
Canto XXV
Testo Parafrasi
Ora era onde ‘l salir non volea storpio; L'ora era tale che la salita non doveva avere ostacoli; infatti il sole
ché ‘l sole avea il cerchio di merigge aveva lasciato il meridiano al Toro e la notte allo Scorpione (erano le
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: 3 due del pomeriggio); dunque, come fa l'uomo che non si arresta, ma
prosegue il suo cammino qualunque cosa incontri, se è pungolato
per che, come fa l’uom che non s’affigge dallo stimolo del bisogno, così noi entrammo nel passaggio,
ma vassi a la via sua, che che li appaia, procedendo uno dietro all'altro lungo la scala che era tanto stretta
se di bisogno stimolo il trafigge, 6 da costringerci a separarci in quel modo.

così intrammo noi per la callaia,


uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia. 9

E quale il cicognin che leva l’ala E come il cicognino che solleva l'ala per volontà di volare, e poi non
per voglia di volare, e non s’attenta osa lasciare il nido e la mette giù;
d’abbandonar lo nido, e giù la cala; 12

tal era io con voglia accesa e spenta così ero io che volevo domandare e non osavo farlo, assumendo
di dimandar, venendo infino a l’atto l'atteggiamento di chi si dispone a parlare.
che fa colui ch’a dicer s’argomenta. 15

Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, Nonostante l'andatura fosse spedita, il mio dolce padre (Virgilio)
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca non lasciò cadere la cosa e disse: «Scocca l'arco delle tue parole,
l’arco del dir, che ‘nfino al ferro hai tratto». 18 visto che l'hai teso fino a far toccare il dardo all'arco stesso».

Allor sicuramente apri’ la bocca Allora, rassicurato, aprii la bocca e iniziai a dire: «Come è possibile
e cominciai: «Come si può far magro che dimagrisca chi non ha bisogno di nutrirsi?»
là dove l’uopo di nodrir non tocca?». 21

«Se t’ammentassi come Meleagro Disse: «Se ricordassi come Meleagro si consumò al consumare di un
si consumò al consumar d’un stizzo, tizzone, questo non sarebbe per te difficile;
non fora», disse, «a te questo sì agro; 24

e se pensassi come, al vostro guizzo, e se pensassi come la vostra immagine viene riflessa nello specchio,
guizza dentro a lo specchio vostra image, ciò che ti sembra duro ti sembrerebbe facile.
ciò che par duro ti parrebbe vizzo. 27

Ma perché dentro a tuo voler t’adage, Ma affinché tu possa acquietarti nel tuo desiderio, ecco qui Stazio; e
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego io lo prego che sani le tue piaghe (che ti sciolga ogni dubbio)».
che sia or sanator de le tue piage». 30

«Se la veduta etterna li dislego», Stazio rispose: «Se gli rivelo l'orizzonte delle verità eterne, qui in tua
rispuose Stazio, «là dove tu sie, presenza, invoco a mia discolpa il non potermi sottrarre alla tua
discolpi me non potert’io far nego». 33 richiesta».

Poi cominciò: «Se le parole mie, Poi iniziò: «Se la tua mente, figlio, ascolta con attenzione le mie
figlio, la mente tua guarda e riceve, parole, esse ti illumineranno riguardo alla questione di cui parli.
lume ti fiero al come che tu die. 36

Sangue perfetto, che poi non si beve La parte più perfetta del sangue, che non viene assorbita dalle vene
da l’assetate vene, e si rimane avide e rimane come un alimento che tu togli dalla mensa, acquista
quasi alimento che di mensa leve, 39 dal cuore la potenza di dar forma a tutte le membra umane, come
quel sangue che va per le vene trasformandosi in quelle.
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane. 42
Esso, dopo essere stato trasformato, scende negli organi genitali
Ancor digesto, scende ov’è più bello maschili; e di qui, poi, stilla sopra il sangue della donna nella
tacer che dire; e quindi poscia geme matrice naturale (l'utero).
sovr’altrui sangue in natural vasello. 45
Qui vengono raccolti entrambi insieme, l'uno predisposto a subire,
Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, l'altro ad agire grazie al luogo perfetto (il cuore) da cui vengono;
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme; 48
e il seme maschile, unito al sangue femminile, comincia a operare
e, giunto lui, comincia ad operare dapprima coagulandosi, e poi dando vita alla materia che ha
coagulando prima, e poi avviva prodotto (il feto).
ciò che per sua matera fé constare. 51
La virtù informativa, divenuta un'anima come quella delle piante,
Anima fatta la virtute attiva con la differenza che questa (del feto) è destinata allo sviluppo,
qual d’una pianta, in tanto differente, l'altra (delle piante) è già compiuta, opera al punto che già si muove
che questa è in via e quella è già a riva, 54 e ha sensazioni, come una spugna marina; e in seguito inizia a
formare gli organi adatti alle ricezioni sensibili delle quali è origine.
tanto ovra poi, che già si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond’è semente. 57
Ora, figliolo, la virtù informativa che viene dal cuore del padre si
Or si spiega, figliuolo, or si distende dispiega e si protende fin dove la natura predispone tutte le
la virtù ch’è dal cor del generante, membra (del feto).
dove natura a tutte membra intende. 60
Ma tu ancora non comprendi come si trasformi da animale in essere
Ma come d’animal divegna fante, razionale: questo è il punto che ha già tratto in errore un filosofo più
non vedi tu ancor: quest’è tal punto, saggio di te (Averroè), al punto che nella sua dottrina separò
che più savio di te fé già errante, 63 dall'anima l'intelletto possibile, perché non vide alcun organo
adatto a questa funzione.
sì che per sua dottrina fé disgiunto
da l’anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide organo assunto. 66
Apri il cuore alla novità che sto per dirti: e sappi che, non appena nel
Apri a la verità che viene il petto; feto il cervello è perfettamente sviluppato, il primo motore (Dio) si
e sappi che, sì tosto come al feto volge lieto a una simile opera di natura, e vi ispira un nuovo spirito
l’articular del cerebro è perfetto, 69 (la potenza intellettiva), piena di virtù, che attira e incorpora nella
sua sostanza ciò che qui trova attivo e crea un'anima sola, che vive
lo motor primo a lui si volge lieto (ha la potenza vegetativa), sente (ha la potenza sensibile) e ha
sovra tant’arte di natura, e spira coscienza di sé.
spirito novo, di vertù repleto, 72

che ciò che trova attivo quivi, tira


in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira. 75
E affinché tu ti stupisca meno delle mie parole, pensa al vino che è
E perché meno ammiri la parola, prodotto dal calore del sole unito all'umore che cola dalla vite.
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola. 78
Quando Lachesi non ha più filo da tessere (alla fine della vita),
Quando Làchesis non ha più del lino, l'anima si separa dal corpo e porta con sé le facoltà umane
solvesi da la carne, e in virtute (vegetativa e sensibile) e divina (intellettiva):
ne porta seco e l’umano e ‘l divino: 81
tutte le altre potenze sono inerti, mentre la memoria, l'intelligenza e
l’altre potenze tutte quante mute; la volontà sono in atto molto più acute di prima.
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima agute. 84
Senza fermarsi, l'anima cade in modo mirabile a una delle due rive
Sanza restarsi per sé stessa cade (Acheronte o Tevere); qui conosce subito il suo destino ultraterreno.
mirabilmente a l’una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade. 87
Non appena lo spazio lì la circonda, la virtù informativa irraggia
Tosto che loco lì la circunscrive, intorno proprio come faceva nelle membra del corpo materiale.
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive. 90
E come l'aria, quando è ben pregna di umidità, si tinge dei colori
E come l’aere, quand’è ben piorno, dell'arcobaleno per il raggio del sole che la attraversa;
per l’altrui raggio che ‘n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno; 93
così l'aria che circonda lì l'anima assume quella forma che le
così l’aere vicin quivi si mette imprime l'anima stessa lì ferma, grazie alla virtù informativa;
in quella forma ch’è in lui suggella
virtualmente l’alma che ristette; 96
e poi, simile alla fiammella che segue il fuoco ovunque si sposti, la
e simigliante poi a la fiammella nuova forma segue l'anima.
che segue il foco là ‘vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella. 99
Poiché da quel momento ha un suo aspetto esteriore, è chiamata
Però che quindi ha poscia sua paruta, ombra; e in seguito sviluppa tutte le sensazioni, fino alla vista.
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta. 102
Con questo corpo umbratile noi parliamo e ridiamo; con esso
Quindi parliamo e quindi ridiam noi; produciamo le lacrime e i sospiri che puoi aver sentito per il monte.
quindi facciam le lagrime e ‘ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi. 105
L'ombra assume l'aspetto a seconda dei desideri e degli altri
Secondo che ci affiggono i disiri sentimenti che proviamo; e questa è la causa che ti ha fatto
e li altri affetti, l’ombra si figura; meravigliare».
e quest’è la cagion di che tu miri». 108
E ormai eravamo giunti all'ultima pena, e ci eravamo rivolti verso
E già venuto a l’ultima tortura destra, ed eravamo presi da altra preoccupazione.
s’era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura. 111
Qui (nella VII Cornice) la parete emette in fuori una fiamma, e la
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, Cornice soffia un vento verso l'alto che fa ripiegare la fiamma e la
e la cornice spira fiato in suso allontana dall'orlo;
che la reflette e via da lei sequestra; 114
dunque dovevamo camminare in fila indiana lungo l'orlo esterno
ond’ir ne convenia dal lato schiuso della Cornice; e io temevo il fuoco da un lato, di cadere nel vuoto
ad uno ad uno; e io temea ‘l foco dall'altro.
quinci, e quindi temeva cader giuso. 117
Il mio maestro diceva: «In questo luogo dobbiamo concentrare lo
Lo duca mio dicea: «Per questo loco sguardo sui nostri passi, perché si potrebbe facilmente mettere un
si vuol tenere a li occhi stretto il freno, piede in fallo».
però ch’errar potrebbesi per poco». 120
Allora sentii che dentro la grande fiamma qualcuno cantava 'O
‘Summae Deus clementiae’ nel seno Signore di somma clemenza', il che mi diede gran desiderio di
al grande ardore allora udi’ cantando, voltarmi;
che di volger mi fé caler non meno; 123
e vidi anime che camminavano entro il fuoco; allora io guardavo
e vidi spirti per la fiamma andando; verso di loro e ai miei passi, dividendo il mio sguardo tra gli uni e gli
per ch’io guardava a loro e a’ miei passi altri.
compartendo la vista a quando a quando. 126
Dopo che le anime finivano di cantare quell'inno, gridavano forte:
Appresso il fine ch’a quell’inno fassi, 'Non conosco uomo'; poi ricominciavano l'inno, a bassa voce.
gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
indi ricominciavan l’inno bassi. 129
Finito l'inno, gridavano ancora: «Diana visse nei boschi, da cui
Finitolo, anco gridavano: «Al bosco cacciò la ninfa Callisto che aveva provato il veleno di Venere».
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tòsco». 132
Quindi tornavano all'inno; e poi gridavano di mogli e mariti che
Indi al cantar tornavano; indi donne furono casti, come il vincolo matrimoniale impone loro.
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne. 135
E credo che questa modalità sia da loro tenuta per tutto il tempo in
E questo modo credo che lor basti cui il fuoco li brucia: con tale medicina e tali alimenti (con la
per tutto il tempo che ‘l foco li abbruscia: preghiera e la pena) devono rimarginare infine la loro piaga (quella
con tal cura conviene e con tai pasti del peccato).

che la piaga da sezzo si ricuscia. 139

Argomento del Canto


Salita dalla VI alla VII Cornice. Spiegazione di Stazio circa la generazione delle anime e dei corpi aerei. Ingresso nella VII Cornice.
Esempi di castità.
È il pomeriggio di martedì 12 aprile (o 29 marzo) del 1300, verso le due.

Salita alla VII Cornice. Dubbi di Dante e spiegazione di Virgilio (1-30)


L'ora è avanzata e occorre salire speditamente, in quanto il Sole ha lasciato il meridiano al Toro e la notte allo Scorpione (sono le due
pomeridiane). Dante, Virgilio e Stazio percorrono la scala che porta alla VII Cornice con passo veloce, uno dietro l'altro. Dante ha un
dubbio e vorrebbe esprimerlo ai due poeti, ma teme di essere importuno ed esita, come il cicognino che leva le ali per spiccare il
volo e poi non osa farlo. Virgilio intuisce il desiderio di Dante e lo invita a parlare liberamente, così il discepolo chiede come sia
possibile che le anime dei golosi, pur essendo incorporee, dimagriscano per fame. Virgilio risponde spiegando che Meleagro
consumò al consumare di un tizzone ardente, e facendo l'esempio dello specchio che riflette l'immagine come il corpo aereo riflette
la sofferenza dell'anima. Tuttavia, per far sì che il dubbio di Dante sia chiarito meglio, Virgilio invita Stazio a fornire una spiegazione
più dettagliata.

Stazio spiega la generazione dell'anima (31-78)


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[Link] trionfa su Averroè (XV sec.)
Stazio accetta di parlare in presenza di Virgilio, ma solo in quanto non può rifiutare una così cortese richiesta. Inizia dunque la sua
spiegazione e dichiara che nel corpo paterno c'è un sangue perfetto che non alimenta le vene e che riceve nel cuore la virtù
informativa capace di dare forma a tutte le membra umane. Una volta purificato, esso diventa seme, scende negli organi genitali
maschili e si unisce poi al sangue femminile nell'utero. Qui essi si fondano e il seme paterno opera dando vita alla materia,
generando quindi un'anima simile a quella di una pianta, salvo che questa è suscettibile di ulteriore sviluppo. Essa ha sensazioni
simili a quelle di una spugna marina e inizia a organizzare le sue facoltà sensibili, finché la virtù informativa del generante si distende
nel feto per completare tutto l'organismo.
Va spiegato a questo punto come l'anima vegetativa e sensibile diventi intellettiva, punto delicato che ha tratto in inganno un
filosofo ben più saggio di Dante (Averroè): questi, infatti, ha separato l'anima dal possibile intelletto, perché secondo lui non ci sono
organi specifici per esso. Stazio spiega invece che, non appena il feto ha sviluppato il cervello, Dio spira nel suo corpo un nuovo
spirito, l'anima razionale che assimila in sé la virtù informativa e genera un'unica anima che ha tutte e tre le potenze (vegetativa,
sensibile e intellettiva). Perché Dante comprenda meglio il ragionamento, Stazio fa ancora l'esempio del vino, prodotto dall'umore
sostanziale della vite e dal calore del sole, elemento immateriale.
Formazione dei corpi aerei (79-108)
Stazio prosegue spiegando che dopo la morte questa anima si separa dal corpo e porta con sé le facoltà umane (vegetativa e
sensibile) e quella divina (intellettiva): le prime due sono ormai inerti, mentre la terza è assai più acuta che in precedenza. L'anima, a
seconda che sia dannata o salva, cade sulla riva dell'Acheronte o alla foce del Tevere, e non appena si trova nell'aria la sua virtù
informativa agisce proprio come aveva fatto nel corpo in carne e ossa: come l'aria gonfia di umidità forma l'arcobaleno per la luce
del sole, così l'anima dà forma all'aria circostante e crea un corpo umbratile che ricorda nell'aspetto quello del corpo mortale.
Questo corpo fatto d'aria sviluppa poi tutti i sensi come la vista e il tatto, dando capacità all'anima di parlare, ridere e piangere a
seconda dei sentimenti e delle sensazioni fisiche che essa prova, come Dante ha sperimentato in Purgatorio. Questo spiega dunque
come sia possibile che le anime dei golosi, pur immateriali, patiscano la fame e dimagriscano.

Ingresso nella VII Cornice. Esempi di castità (109-139)


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G. Doré, Le anime dei lussuriosi
I tre poeti sono ormai giunti nella VII Cornice, per cui iniziano a girare verso destra e osservano che la parete rocciosa emette delle
fiamme, mentre la Cornice emana una sorta di vento verso l'alto che fa sì che la cortina infuocata lasci uno stretto corridoio verso
l'orlo esterno. I tre iniziano dunque a percorrere la Cornice costeggiandone il ciglio, tra il vuoto da una parte e il fuoco dall'altra, cosa
che spaventa non poco Dante. Virgilio raccomanda al discepolo di stare bene attento a non mettere un piede in fallo, mentre Dante
sente degli spiriti entro il fuoco che cantano l'inno Summae Deus clementiae, per cui ha il forte desiderio di voltarsi verso di loro:
guarda e vede delle anime (i lussuriosi) che camminano nel muro di fiamme, dividendo lo sguardo fra loro e il pavimento che deve
percorrere. Le anime terminano il canto dell'inno e dichiarano gli esempi di castità, come quello di Maria che disse all'arcangelo
Gabriele Virum non cognosco, di Diana che visse castamente nelle selve da cui scacciò Callisto, delle mogli e dei mariti che vissero
con castità il vincolo matrimoniale. Dante pensa che le anime facciano questo durante tutta la loro espiazione, rimarginando in tal
modo la piaga del peccato.
Interpretazione complessiva
Il Canto ha argomento prevalemente didascalico, essendo dedicato per la maggior parte alla complessa spiegazione di Stazio circa la
generazione dell'anima e la formazione dei corpi umbratili dopo la morte, per chiarire il dubbio di Dante sulla fisicità della pena dei
golosi. Sullo stupore destato da un simile tormento l'autore ha insistito più volte nei Canti XXIII-XXIV, per cui egli approfitta della
ascesa della scala che porta alla VII Cornice (dopo l'indicazione astronomica dell'ora) per chiedere spiegazioni ai due maestri, invitato
da Virgilio a parlare dopo la sua iniziale esitazione che riprende una situazione già vista in precedenza. È Virgilio a fornire una prima
risposta sommaria, che si limita a indicare l'esempio concreto di un corpo che si consuma per cause esterne (quello mitologico di
Meleagro) e quello dello specchio che indica come il corpo aereo rifletta la sofferenza dell'anima, per quanto tale spiegazione sia
insufficiente dal punto di vista dottrinale: Virgilio invita allora Stazio, anima salva e destinata al Paradiso, a completare la sua chiosa,
compito che il poeta latino assolve non prima di aver riconosciuto la superiorità del maestro con una excusatio propter infirmitatem
(è un artificio retorico, in quanto il magistero di Stazio è qui superiore come lo sarà in Paradiso quello di Beatrice, le cui spiegazioni
teologiche sono in parte prefigurate).
Stazio spiega a Dante la complessa procedura con cui si forma l'anima umana dopo il concepimento, seguendo strettamente la
trattazione in materia di san Tommaso d'Aquino: preme soprattutto a Dante ribadire che l'anima dell'uomo ha tre potenze, due delle
quali sono comuni alle piante (quella vegetativa) e agli animali (quella sensitiva o sensibile), mentre la terza (quella razionale o
intellettiva) è infusa nell'uomo direttamente dal motor primo, cioè da Dio. Ciò distingue l'uomo dalle creature inferiori e in questo la
spiegazione di Stazio prende in modo dichiarato le distanze dalla dottrina di Averroè, che nel suo gran comento alla filosofia
aristotelica aveva affermato che l'anima umana era un'entità separata dall'intelletto possibile: Aristotele, infatti, nel De anima aveva
distinto tra intelletto possibile e intelletto attivo, affermando che il secondo agisce sul primo trasformando in atto le verità che
nell'intelletto possibile sono solo in potenza, come la luce trasforma in atto i colori che al buio sono in potenza. Il filosofo antico non
aveva però chiarito se l'intelletto attivo sia nell'uomo, in Dio o in entrambi, da cui i dubbi dei filosofi medievali e la teoria avorroistica
secondo la quale l'intelletto possibile è separato dall'anima umana, di cui si negava così l'immortalità (tale teoria modificava la
dottrina araba in materia, per cui Averroè era stato condannato dagli stessi musulmani). Stazio spiega invece che la facoltà
intellettiva è infusa da Dio nell'uomo e si lega inscindibilmente alle altre due potenze, vegetativa e sensibile, formando un'unica
sostanza come il vino che è prodotto dall'umore della vite (elemento materiale) e dalla luce e dal calore del sole (elemento
immateriale), negando quindi in modo deciso le implicazioni della teoria averroistica giudicate pericolose sul piano teologico. Stazio
illustra poi il processo per cui l'anima, una volta separata dal corpo dopo la morte, produce un corpo d'aria agendo su di essa con la
stessa «virtù informativa» che aveva agito sul corpo materiale, per cui questo corpo aereo non solo acquista lo stesso aspetto fisico
dell'individuo quando era in vita, ma prova le stesse sensazioni fisiche di un corpo terreno e può gioire, soffrire, ridere e piangere
come Dante ha visto attraverso l'Inferno e il Purgatorio. Tale spiegazione si discosta almeno in parte dalla dottrina tomistica e
giustifica l'esigenza narrativa e poetica di rappresentare le anime nella loro fisicità e materialità, per quanto Dante si attenga a tale
principio in maniera non sempre coerente e obbedendo principalmente alla sua fantasia creativa (si veda oltre).
La spiegazione di Stazio trae spunto dalla pena dei golosi, ma si lega in qualche modo anche a quella dei lussuriosi che sono bruciati
dal muro di fiamme della VII Cornice ed è non meno fisica e materiale, tanto che lo stesso Dante ne farà esperienza diretta
attraversando il fuoco nel Canto XXVII: il finale di questo Canto XXV illustra proprio la pena degli spiriti che camminano nel fuoco e
alternano il canto dell'inno alla dichiarazione degli esempi di castità, tratti come sempre dalla tradizione cristiana (la verginità di
Maria che partorirà Gesù) e da quella classica (la castità di Diana e delle ninfe boscherecce), con un ultimo exemplum generico (le
mogli e i mariti che si attengono al vincolo matrimoniale) che è l'unico caso oltre a quello di Purg., XIII, 36 relativo alla massima
evangelica dell'amare i propri nemici. La curiosità di Dante che osserva le anime nel fuoco e bada a non mettere il piede in fallo
cadendo nel vuoto anticipa l'ulteriore descrizione dei penitenti che occuperà buona parte del Canto seguente, in cui ci sarà l'incontro
con Guinizelli e il prosieguo del discorso intorno alla letteratura amorosa già avviato con Bonagiunta.

Trattando l'ombre come cosa salda: la fisicità delle anime


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I traditori della patria (min. XV sec.)
Dante descrive le anime dei primi due regni dell'Oltretomba come entità materiali e dall'aspetto umano, nude e in grado di
sopportare pene fisiche tanto all'Inferno che al Purgatorio, cosa può suscitare dubbi in quanto l'anima è una sostanza inconsistente e
come tale non dovrebbe avere né aspetto esteriore né sensibilità al dolore fisico. Il tema provocava perplessità e oscillazioni fra gli
stessi teologi cristiani, i quali erano per lo più inclini a negare tale materialità all'anima: san Tommaso affermava (Summa theol.,
Suppl., q. LXIX) che l'anima separata dal corpo non ha un corpo vero e proprio (Anima separata a corpore non habet aliquod corpus),
salvo poi precisare (q. LXX) che l'anima conservava la potenza sensitiva e poteva essere tormentata dal fuoco, quello che altri teologi
definivano ignis corporeus. La dottrina rilevava la contraddizione tra l'inconsistenza delle anime e la necessità di rappresentare le
pene infernali e purgatoriali come qualcosa di fisico, soprattutto per agire (ad esempio nelle arti figurative) sulla fantasia dei fedeli e
operare una sorta di «deterrenza» dal commettere i peccati, minacciando punizioni che fossero facilmente comprensibili a delle
menti semplici. Del resto anche la letteratura classica descriveva le anime dei morti come ombre evanescenti ma dall'aspetto
umano, senza contare che la dottrina cristiana affermava che il Giorno del Giudizio le anime si sarebbero riappropriate del corpo
mortale e, dopo la gran sentenza, avrebbero sofferto insieme ad esso le pene infernali o goduto della pace celeste.
Dante nella Commedia si attiene per lo più a questo criterio e descrive quindi le pene inflitte alle anime come qualcosa di fisico,
fornendo anche una sorta di spiegazione dottrinale del fenomeno: in Purg., III, 22 ss. Virgilio spiega a Dante che il corpo mortale nel
quale faceva ombra giace sulla Terra, mentre quello che ha attualmente è umbratile e fatto d'aria, pur conservando la capacità di
provare sensazioni fisiche (A sofferir tormenti e caldi e geli / simili corpi la Virtù dispone / che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli). Di
fronte poi alla pena dei golosi, che patiscono la fame e sono consumati dalla magrezza, lo stupore di Dante verrà attenuato dalla
spiegazione di Stazio (XXV, 79-108) che, pur discostandosi in parte dal tomismo, illustra la creazione dopo la morte di un corpo aereo
che circonda l'anima e conserva la potenza vegetativa e sensibile, per cui l'anima può provare tutte le sensazioni di un corpo umano,
incluso il dolore. Dante non si attiene in modo sempre coerente a tale spiegazione, descrivendo le anime dei trapassati ora come
inconsistenti, ora come corpi veri e propri dotati di una reale fisicità: in Inf., VI, 34-36 lui e Virgilio camminano sulle anime dei golosi
attraversando la lor vanità che par persona, e in Purg., II, 79-81 il poeta tenta inutilmente di abbracciare l'amico Casella ritrovandosi
le braccia al petto, come già Enea con Creusa e Anchise. Non mancano tuttavia esempi opposti, specie nella I Cantica: in Inf., VIII, 40-
42 Virgilio respinge Filippo Argenti che tenta di trascinare Dante dalla barca di Flegiàs nella palude stigia, mentre in XXXII, 97 ss.
Dante afferra Bocca degli Abati (posto fra i traditori della patria in Cocito) per i capelli della nuca e gliene strappa addirittura una
ciocca, nel tentativo di costringerlo a rivelare il proprio nome. Qualcosa di simile avviene persino in Paradiso, dove le anime dei beati
conservano una parziale umanità nel I Cielo, in cui appaiono come immagini evanescenti riflesse sull'acqua (Par., III, 10 ss.) e nel II
Cielo, dove sono delle sagome a malapena distinguibili nella luce che le avvolge (V, 106-108), mentre più avanti saranno pure luci
senza alcunché di fisico. È chiaro che sulle scelte stilistiche di Dante opera l'esigenza narrativa di rappresentare la realtà ultraterrena
in modo comprensibile all'intelletto umano, il che spiega le apparenti incongruenze in materia: vale la chiosa di Beatrice di Par., IV,
40 ss., che per spiegare a Dante perché i beati si mostrino a lui nei vari Cieli anziché nell'Empireo afferma che Così parlar conviensi al
vostro ingegno, / però che solo da sensato apprende / ciò che fa poscia d'intelletto degno, facendo l'esempio del testo biblico che
attribuisce tratti fisici a Dio e agli angeli e altro intende, per la necessità di farsi capire dai fedeli con immagini visive e facilmente
comprensibili. In quest'ottica perdono di interesse le discussioni dei dantisti sulla presunta incoerenza di Dante in materia dottrinale
relativamente ai corpi delle anime, specie quando si rammenti che la Commedia è un'opera poetica e non un trattato di teologia,
anche se l'elemento dottrinale è parte integrante del poema e ne costituirà l'essenza soprattutto nella III Cantica.
Note e passi controversi
I vv. 2-3 indicano che il sole ha lasciato il meridiano alla costellazione del Toro e la notte a quella dello Scorpione; il sole, all'epoca
della visione, è in congiunzione con l'Ariete e questa si trova sul meridiano a mezzogiorno. Quando lascia il posto al Toro sono
trascorse circa due ore, quindi sono le due del pomeriggio.
I vv. 17-18 alludono all'atto di scoccare una freccia, tendendo la corda sino a far toccare il ferro, cioè la punta della freccia, con l'arco.
Ai vv. 21-23 Virgilio ricorda il mito di Meleagro, figlio di Oeneo e Atlea, che per decreto delle Parche era destinato a vivere quanto un
tizzone gettato dalle dee sul fuoco al momento della sua nascita. La madre nascose il tizzone e lo spense, ma dopo che Meleagro
uccise i fratelli della madre, questa, adirata con lui, gettò nuovamente il tizzone sul fuoco e Meleagro si consumò con quello.
Il sangue perfetto citato da Stazio al v. 37 è quello destinato al concepimento: cfr. san Tommaso, Summa theol., III, q. XXXI (sanguis
qui... est praeparatus ad conceptum, quasi purior et perfectior alio sanguine).
Al v. 56 alcuni mss. leggono fungo in luogo di spungo (spugna), che è lezione più difficile.
Al v. 61 fante significa «parlante», quindi indica l'essere umano.
Il savio citato al v. 63 è Averroè, la cui dottrina relativa all'anima viene confutata da Stazio nei versi seguenti.
Al v. 75 sé in sé rigira vuol dire «che riflette se stessa su se stessa», cioè ha coscienza del proprio essere.
I vv. 85-86 indicano che l'anima dopo la morte cade sulle rive dell'Acheronte, se dannata, o alla foce del Tevere, se salva.
Piorno (v. 91) è forma arcaica per «piovorno», quindi «pregno di umidità».
L'inno Summae Deus clementiae (v. 121) cantato dai lussuriosi non ha nulla a che vedere con questo peccato, ma è probabile che Dante si riferisca a quello che si
canta al mattutino del sabato e che condanna la lussuria: esso oggi inizia con le parole Summae parens clementiae, mentre al tempo di Dante l'incipit era quello
riportato nel Canto (cfr. il commento del Lana).
L'esempio di castità di Maria è tratto da Luc., I, 34, quando la Vergine risponde all'annunciazione dell'arcangelo Gabriele con le parole: Quomodo fiet istud, quoniam
virum non cognosco? («Come potrà avvenire questo, visto che non conosco uomo?»).
Elice (v. 131) è il nome meno comune della ninfa Callisto, sedotta da Giove.
I vv. 138-139 sono parsi ad alcuni commentatori un accenno a delle piaghe effettivamente subite dai lussuriosi, forse delle P incise sulle loro fronti: l'ipotesi è
suggestiva, ma nulla conferma che tale pratica riguardi anche i penitenti e non solo Dante (riguardo a Stazio, per esempio, non se ne fa cenno).
CANTO XXVI
Testo Parafrasi
Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, Mentre procedevamo in quel modo lungo l'orlo della Cornice uno
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro dietro l'altro, e spesso Virgilio mi diceva: «Sta' attento; ti sia utile il
diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; 3 fatto che ti mostro la strada»;

feriami il sole in su l’omero destro, la mia spalla destra era colpita dal sole, che ormai, coi suoi raggi,
che già, raggiando, tutto l’occidente trasformava tutto l'occidente da azzurro a bianco;
mutava in bianco aspetto di cilestro; 6

e io facea con l’ombra più rovente e io facevo diventare con la mia ombra più rossa la fiamma; e vidi
parer la fiamma; e pur a tanto indizio molte anime, mentre camminavano, che si accorgevano di
vidi molt’ombre, andando, poner mente. 9 quell'indizio.

Questa fu la cagion che diede inizio Questo fu il motivo che le spinse a parlare di me; e cominciarono a
loro a parlar di me; e cominciarsi dire: «Questi non sembra avere un corpo umbratile»;
a dir: «Colui non par corpo fittizio»; 12

poi verso me, quanto potean farsi, poi alcune, per quanto gli era concesso, si avvicinarono a me,
certi si fero, sempre con riguardo sempre stando attente a non uscire dalla fiamma che li bruciava.
di non uscir dove non fosser arsi. 15

«O tu che vai, non per esser più tardo, «O tu che procedi dietro agli altri due, non per essere più lento, ma
ma forse reverente, a li altri dopo, forse per deferenza, rispondi a me che ardo per il fuoco e per la sete
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. 18 di sapere.

Né solo a me la tua risposta è uopo; La tua risposta non è necessaria solo a me; infatti tutti questi
ché tutti questi n’hanno maggior sete penitenti ne hanno più sete di quanto gli abitanti dell'India o
che d’acqua fredda Indo o Etïopo. 21 dell'Etiopia ne abbiano di acqua fredda.

Dinne com’è che fai di te parete Dicci come è possibile che tu proietti un'ombra, come se tu non fossi
al sol, pur come tu non fossi ancora ancora entrato nella rete della morte».
di morte intrato dentro da la rete». 24

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora Così uno dei penitenti mi parlava; e io mi sarei già manifestato, se
già manifesto, s’io non fossi atteso non mi fossi rivolto a un'altra cosa nuova che proprio in quel
ad altra novità ch’apparve allora; 27 momento apparve;

ché per lo mezzo del cammino acceso infatti, in mezzo al muro di fiamme, giunse una schiera che volgeva
venne gente col viso incontro a questa, il viso verso questa, la quale mi indusse a osservare meravigliato.
la qual mi fece a rimirar sospeso. 30

Lì veggio d’ogne parte farsi presta Lì vidi ogni anima di entrambe le schiere affrettare il passo e
ciascun’ombra e basciarsi una con una baciarsi l'una con l'altra, senza fermarsi, contente per quel rapido
sanza restar, contente a brieve festa; 33 saluto festoso;

così per entro loro schiera bruna così le formiche, entro la loro schiera scura, si toccano il muso l'una
s’ammusa l’una con l’altra formica, con l'altra, forse per chiedersi informazioni sul cammino e sui frutti
forse a spiar lor via e lor fortuna. 36 del loro lavoro.

Tosto che parton l’accoglienza amica, Non appena quelle liete accoglienze furono interrotte, prima ancora
prima che ’l primo passo lì trascorra, che le anime facessero un passo per allontanarsi, ognuna di esse
sopragridar ciascuna s’affatica: 39 gridava più che poteva:

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; i nuovi arrivati gridavano: «Sodoma e Gomorra»; e gli altri: «Pasifae
e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, entra nella vacca di legno, perché il toro corra a soddisfare la sua
perché ’l torello a sua lussuria corra». 42 lussuria».
Poi, come grue ch’a le montagne Rife Poi, come gru che per assurdo si separassero, volando alcune verso i
volasser parte, e parte inver’ l’arene, monti Rifei e le altre verso i deserti (le prime per evitare il sole, le
queste del gel, quelle del sole schife, 45 altre il gelo), una schiera se ne va e l'altra procede in senso opposto;
e, piangendo, tornano a ciò che cantavano prima, e alle grida che
l’una gente sen va, l’altra sen vene; più si addicono loro;
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene; 48

e raccostansi a me, come davanti, e quei penitenti che mi avevano pregato si riavvicinarono a me
essi medesmi che m’avean pregato, come prima, attenti nell'aspetto ad ascoltarmi.
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. 51

Io, che due volte avea visto lor grato, Io, che per due volte avevo visto ciò che desideravano, iniziai: «O
incominciai: «O anime sicure anime certe di ottenere, quando sarà, la pace eterna, le mie
d’aver, quando che sia, di pace stato, 54 membra non sono rimaste né acerbe né mature sulla Terra, ma
sono qui con me, col loro sangue e le loro giunture.
non son rimase acerbe né mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue suo e con le sue giunture. 57

Quinci sù vo per non esser più cieco; Da qui vado in alto per non essere più cieco (per ottenere la
donna è di sopra che m’acquista grazia, salvezza); più su c'è una donna (Beatrice) che mi procura la grazia
per che ’l mortal per vostro mondo reco. 60 divina, per cui porto il mio corpo attraverso il vostro mondo.

Ma se la vostra maggior voglia sazia Tuttavia (e possa il vostro più forte desiderio essere soddisfatto
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi quanto prima, così che il cielo, pieno di amore e infinito, vi ospiti)
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, 63 ditemi, affinché io ne scriva una volta tornato nel mondo, chi siete
voi, e chi è quella schiera che se ne va dietro le vostre spalle».
ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi». 66

Non altrimenti stupido si turba Il montanaro, quando va in città rude e selvaggio e ammira
lo montanaro, e rimirando ammuta, ammutolito (i monumenti cittadini), non rimane meravigliato e
quando rozzo e salvatico s’inurba, 69 istupidito in modo diverso da come fece ognuna di quelle anime nel
proprio aspetto;
che ciascun’ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche, ma dopo che ebbero lasciato lo stupore, che nei cuori nobili si
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, 72 attenua in fretta, quell'anima che prima mi aveva rivolto la sua
domanda ricominciò: «Beato te, che per morir meglio (per essere
«Beato te, che de le nostre marche», salvo) acquisti esperienza del nostro mondo!
ricominciò colei che pria m’inchiese,
«per morir meglio, esperienza imbarche! 75

La gente che non vien con noi, offese La schiera che non viene con noi commise lo stesso peccato
di ciò per che già Cesar, triunfando, (sodomia) per cui Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgere
‘Regina’ contra sé chiamar s’intese: 78 l'appellativo di 'Regina':

però si parton ‘Soddoma’ gridando, per questo se ne vanno gridando 'Sodoma', rimproverando se stesse
rimproverando a sé, com’hai udito, come hai sentito, e accrescono la pena del fuoco con la vergogna.
e aiutan l’arsura vergognando. 81
Il nostro peccato, invece, fu di natura eterosessuale; ma poiché non
Nostro peccato fu ermafrodito; osservammo la legge umana, seguendo come bestie l'appetito dei
ma perché non servammo umana legge, sensi, per nostra vergogna quando ci separiamo gridiamo il nome di
seguendo come bestie l’appetito, 84 colei (Pasifae) che divenne una bestia nella falsa vacca di legno.

in obbrobrio di noi, per noi si legge,


quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. 87
Ora conosci il nostro comportamento e di cosa fummo colpevoli: se
Or sai nostri atti e di che fummo rei: forse vuoi conoscere i nomi di tutti noi, non c'è il tempo di dirteli e io
se forse a nome vuo’ saper chi semo, non saprei farlo.
tempo non è di dire, e non saprei. 90
Esaudirò tale tuo desiderio solo riguardo me stesso: sono Guido
Farotti ben di me volere scemo: Guinizelli, e sconto già qui la pena per essermi pentito prima della
son Guido Guinizzelli; e già mi purgo fine della mia vita».
per ben dolermi prima ch’a lo stremo». 93
Come i due figli (di Isifile), a causa della crudeltà del tiranno Licurgo,
Quali ne la tristizia di Ligurgo si avvicinarono per rivedere la madre, così mi trovai io, ma non osai
si fer due figli a riveder la madre, tanto (non mi avvicinai alle fiamme), quando udii presentarsi il
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo, 96 padre mio e degli altri poeti migliori di me che mai scrissero versi
d'amore dolci e leggiadri;
quand’io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amore usar dolci e leggiadre; 99
e per un bel pezzo camminai osservandolo con ammirazione, senza
e sanza udire e dir pensoso andai dire e ascoltare nulla, né osai avvicinarmi di più per timore del
lunga fiata rimirando lui, fuoco.
né, per lo foco, in là più m’appressai. 102
Dopo che fui soddisfatto di averlo osservato, mi offrii tutto pronto al
Poi che di riguardar pasciuto fui, suo servizio, con un giuramento che spinge le persone a credere alle
tutto m’offersi pronto al suo servigio parole.
con l’affermar che fa credere altrui. 105
E lui a me: «Tu lasci in me un tale ricordo, per quello che sento, e
Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, così luminoso, che il Lete non potrà cancellarlo né sbiadirlo.
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Leté nol può tòrre né far bigio. 108
Ma se le tue parole poco fa giurarono il vero, dimmi per quale
Ma se le tue parole or ver giuraro, ragione mostri di avermi caro nel parlare e nel guardarmi».
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro». 111
E io a lui: «La ragione sono i vostri dolci versi, che, finché si userà il
E io a lui: «Li dolci detti vostri, volgare, renderanno sempre preziosi i manoscritti che li
che, quanto durerà l’uso moderno, conservano».
faranno cari ancora i loro incostri». 114
Disse: «O fratello, costui che ti indico col dito», e mostrò uno spirito
«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno davanti a lui, «fu un migliore artefice del suo volgare materno.
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno. 117
Superò tutti nel campo della poesia amorosa occitanica e nella
Versi d’amore e prose di romanzi letteratura narrativa oitanica; e lascia parlare gli stolti, che credono
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti sia superato dal Limosino (Giraut de Bornelh).
che quel di Lemosì credon ch’avanzi. 120
Essi drizzano gli sguardi alle voci più che alla verità, e così formano
A voce più ch’al ver drizzan li volti, la loro opinione prima di ascoltare l'arte o la ragionevolezza.
e così ferman sua oppinione
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. 123
Così molti antichi fecero con Guittone, apprezzandolo per dare
Così fer molti antichi di Guittone, ascolto alle voci, finché la verità lo ha superato grazie all'opera di
di grido in grido pur lui dando pregio, molti scrittori.
fin che l’ha vinto il ver con più persone. 126
Ora, se tu hai l'eccezionale privilegio di poter andare nel chiostro
Or se tu hai sì ampio privilegio, (Paradiso) dove Cristo è l'abate del collegio, recita davanti a lui per
che licito ti sia l’andare al chiostro me un 'Pater noster', almeno per quanto è necessario a noi in
nel quale è Cristo abate del collegio, 129 Purgatorio, dove non abbiamo più il potere di peccare».
falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro». 132
Poi, forse per lasciare spazio a chi gli stava accanto, sparì nel fuoco
Poi, forse per dar luogo altrui secondo come un pesce nell'acqua, quando va al fondo.
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo. 135
Io mi avvicinai un poco allo spirito che aveva indicato prima, e dissi
Io mi fei al mostrato innanzi un poco, che il mio desiderio preparava una gradita accoglienza al suo nome
e dissi ch’al suo nome il mio disire (volevo sapere chi fosse).
apparecchiava grazioso loco. 138
Lui cominciò volentieri a dire: «La vostra cortese domanda mi piace
El cominciò liberamente a dire: a tal punto, che non posso né voglio nascondere la mia identità.
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. 141
Io sono Arnaut, che piango e vado cantando; preoccupato guardo la
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; mia passata follia d'amore, e vedo gioioso la gioia, che spero,
consiros vei la passada folor, davanti a me.
e vei jausen lo joi qu’esper, denan. 144
Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla sommità di questa
Ara vos prec, per aquella valor scala, di rammentarvi al momento opportuno del mio dolore!»
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!».
Poi si nascose nel fuoco che li purifica.
Poi s’ascose nel foco che li affina. 148

Argomento del Canto


Ancora nella VII Cornice: le due schiere di lussuriosi. Incontro con Guido Guinizelli. Incontro con Arnaut Daniel.
È il pomeriggio di martedì 12 aprile (o 29 marzo) del 1300, verso le quattro.

Incontro con le anime dei lussuriosi (1-24)


Dante, Virgilio e Stazio camminano in fila lungo l'orlo esterno della VII Cornice, con Virgilio che mette spesso in guardia Dante sul
percorso da tenere, mentre il poeta è colpito sul braccio destro dal sole, che illumina tutto l'occidente. Dante proietta la sua ombra
sulla fiamma e la rende più rossa, il che rivela a molti penitenti che è ancor vivo. Questo è il motivo per cui iniziano a parlare di lui,
dicendosi l'un l'altro che Dante sembra avere un corpo in carne e ossa, quindi si avvicinano al poeta e lo osservano meglio, badando
a non uscire dalla cortina di fiamme. Uno dei lussuriosi si rivolge a Dante osservando che cammina dietro agli altri due poeti, non per
lentezza ma per deferenza, e lo prega di rispondere a lui e alle altre anime che sono tormentate dal dubbio: com'è possibile che egli
faccia ombra, come se fosse ancora in vita in quel luogo dell'Oltretomba?
Le due schiere di lussuriosi. Esempi di lussuria punita (25-51)
Picture
Teseo e il Minotauro (VI sec. a.C.)
Dante avrebbe già risposto a quell'anima, se la sua attenzione non fosse attirata da qualcos'altro: infatti, lungo la Cornice occupata
dalle fiamme, giunge un'altra schiera di lussuriosi che procede in senso opposto alla prima, per cui il poeta osserva meravigliato. Le
anime dei due gruppi si baciano reciprocamente, senza fermarsi, proprio come le formiche si toccano il muso l'una con l'altra;
quando si separano, prima di allontanarsi emettono delle grida e i nuovi arrivati esclamano «Sodoma e Gomorra», mentre gli altri
ricordano il peccato di Pasifae che si unì bestialmente al toro da cui fu generato il Minotauro. Quindi procedono di nuovo in direzioni
opposte, simili a gru che si separino per puntare rispettivamente ai monti Rifei e alle sabbie dei deserti, le prime per schivare il sole e
le altre il freddo. I penitenti si allontanano e tornano piangendo al canto dell'inno e agli esempi di castità; quelli che si erano rivolti a
Dante tornano ad avvicinarsi al limite della fiamma, attendendo la sua risposta.

Dante risponde alle anime (52-66)


Dante risponde spiegando che il suo corpo non è rimasto sulla Terra ma è lì con lui, con tutto il sangue e le sue giunture: sta salendo
il monte per vincere il peccato ed è atteso nell'Eden da una donna (Beatrice) che gli procura grazia, per cui può attraversare il
Purgatorio in carne ed ossa. Dante augura alle anime di raggiungere presto la beatitudine e di poter entrare in Cielo, quindi chiede
loro di rivelare i propri nomi e di dirgli chi sono quegli altri lussuriosi che si sono allontanati, cosicché lui possa scriverne una volta
ritornato sulla Terra.
Un'anima spiega la condizione delle due schiere (67-87)
Come il montanaro si stupisce quando giunge in città, ammirando muto ciò che non è abituato a vedere, così quelle anime si
meravigliano alle parole di Dante, per quanto la loro sorpresa si attenui presto come avviene di solito nei cuori magnanimi. L'anima
che ha parlato prima (Guido Guinizelli) dichiara che Dante è beato in quanto ha il privilegio di visitare il Purgatorio da vivo, quindi
spiega che i penitenti dell'altra schiera sono colpevoli di lussuria contro natura (furono cioè sodomiti) e per questo gridano l'esempio
di Sodoma, accrescendo la loro vergogna. Lui e gli altri penitenti di questa schiera, invece, peccarono di lussuria secondo natura,
abbandonandosi tuttavia al piacere sensuale in modo eccessivo e come bestie, per cui gridano l'esempio di Pasifae che si unì al toro
nella falsa vacca di legno.

Guido Guinizelli si rivela a Dante (88-132)


Ora, prosegue il penitente, Dante sa chi sono lui e i suoi compagni di pena, ma non avrebbe il tempo di indicare i loro nomi né
peraltro li conoscerebbe tutti. L'anima rivela tuttavia il proprio nome, presentandosi come Guido Guinizelli: espia i suoi peccati in
Purgatorio perché se ne pentì prima della morte. Dante, sentendo il nome del poeta che considera il padre suo e degli altri poeti
migliori di lui che eccelsero nelle rime amorose in volgare, vorrebbe gettarsi nel fuoco ad abbracciare Guido, anche se non osa farlo;
per un buon tratto continua a camminare senza dire nulla, guardandolo con ammirazione e non avvicinandosi alle fiamme. Dopo
questa lunga pausa, Dante torna a rivolgersi a Guinizelli con un giuramento che rende credibili le sue parole: il penitente afferma che
Dante lascia in lui un ricordo indelebile, che neppure le acque del Lete potranno cancellare, poi chiede a Dante il motivo per cui
manifesta tanto affetto per lui. Dante spiega di ammirarlo per le sue poesie, che renderanno preziosi i manoscritti che le contengono
finché si userà il volgare.
A questo punto Guinizelli indica col dito un'anima che lo precede (Arnaut Daniel), dicendo che anche lui fu poeta volgare e si mostrò
superiore a lui, primeggiando anzi su tutti coloro che scrissero romanzi in prosa e versi amorosi. Guido afferma che gli stolti gli
preferiscono Giraut de Bornelh, poiché essi seguono l'opinione comune e non la verità, proprio come molti antichi fecero nei
riguardi di Guittone d'Arezzo, dapprima apprezzato e poi vinto dalla verità. Guido prega poi Dante, se davvero ha il privilegio di
andare in Paradiso, di recitare un Pater noster davanti a Cristo, quel tanto che occorre alle anime del Purgatorio.
Incontro con Arnaut Daniel (133-148)
Alla fine delle sue parole Guido scompare nel fuoco, forse per lasciare spazio all'anima accanto a lui, simile a un pesce che raggiunge
il fondo dell'acqua. Dante si avvicina un poco al penitente che Guido ha indicato prima, dicendogli che nutre grande desiderio di
conoscere il suo nome. Il penitente inizia a parlare di buon grado e in perfetta lingua d'oc dichiara di non potere né voler nascondere
la propria identità, tanto gli è gradita la cortese domanda di Dante: egli è Arnaut Daniel, che piange e canta nel fuoco. Ripensa con
preoccupazione i suoi precedenti peccati, guarda con gioia alla beatitudine che lo attende; prega Dante, in nome della grazia che lo
conduce in Purgatorio, di ricordarsi di lui una volta giunto in Paradiso. A questo punto il penitente scompare nuovamente entro le
fiamme che lo purificano.
Interpretazione complessiva
Protagonista assoluto del Canto è Guido Guinizelli, il cui incontro con Dante si articola in tre momenti successivi che corrispondono
allo stupore e alla domanda circa il fatto che lui è vivo, alla spiegazione della pena dei lussuriosi, al colloquio in materia poetica che
introduce l'altro personaggio dell'episodio, Arnaut Daniel. Il Canto completa e per così dire integra il discorso intorno alla poesia
stilnovistica che era iniziato nel XXIV con Bonagiunta da Lucca, per cui non stupisce che lo stile sia linguisticamente e retoricamente
elevato: specie nelle parole di Guido, che prima ancora di essere presentato apostrofa Dante affermando che egli segue Virgilio e
Stazio perché reverente, chiedendo poi spiegazione della sua presenza lì essendo arso dalla sete di sapere, proprio come le altre
anime che sono egualmente assetate di acqua fredda come gli abitanti dell'India o dell'Etiopia (c'è l'antitesi tra il calore del fuoco e
del sole di quelle regioni esotiche e la freschezza dell'acqua, nonché la preziosità della similitudine piuttosto rara: lo stesso può dirsi
della morte citata poco dopo, vista come la rete che non ha ancora catturato Dante). La risposta del poeta è interrotta dall'arrivo
della schiera dei sodomiti e dalla descrizione del rituale del bacio reciproco, prima che le due schiere gridino gli esempi opposti di
lussuria punita: è l'unico caso in Purgatorio di penitenti che nella stessa Cornice siano distinti nella modalità della pena, dal
momento che i due gruppi procedono in direzioni opposte e hanno commesso peccati analoghi ma differenti, come Guido spiegherà
più avanti, in quanto i sodomiti espiano l'amore consumato contro natura, mentre gli altri scontano l'eccessivo e bestiale abbandono
al piacere sensuale, come i lussuriosi infernali che la ragion sommettono al talento. Il peccato di sodomia è qui ricondotto alla
topografia morale del secondo regno, quindi come peccato di amore mal diretto e non di violenza contro natura come all'Inferno
(dove i sodomiti erano inclusi nel VII Cerchio e non avevano possibilità di redenzione), il che rappresenta forse un parziale
ripensamento di Dante rispetto all'ordinamento morale del primo regno, non sempre congruente con quello del Purgatorio (cfr. a
riguardo la Guida del Canto XVII di questa Cantica).
La ripresa del colloquio con Guido vede anzitutto la spiegazione di Dante, che si dichiara vivo e oggetto di un eccezionale privilegio
che gli consente di visitare il Purgatorio (con l'allusione a Beatrice che lo attende nell'Eden), quindi domanda a sua volta alle anime di
manifestarsi e dichiara di essere poeta, affermando di volerlo sapere acciò ch'ancor carte ne verghi, per scriverne cioè nel poema
una volta tornato nel mondo. Dopo il comprensibile stupore delle anime è nuovamente Guido a prendere la parola e a usare un
linguaggio elevato, definendo Dante fortunato in quanto «imbarca» esperienza visitando le loro marche, il loro regno, quindi spiega
la divisione delle schiere indicando il proprio peccato come ermafrodito (con allusione al mito del figlio di Mercurio e Venere, tratto
da Ovidio) e illustrando l'esempio di Pasifae, colei / che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge, con la replicazione imbestiò / 'mbestiate
per indicare la falsa vacca di legno da lei usata per unirsi al toro di cui s'era invaghita. Alla fine si presenta come Guido Guinizelli,
rinunciando per modestia a indicare i nomi di tutti i compagni di pena, e tale rivelazione provoca l'ammirazione di Dante e il
desiderio di abbracciare il suo maestro e modello, attraverso la similitudine mitologica dei due figli di Isifile che sottrassero la madre
ai soldati di Licurgo che la portavano al supplizio (l'esempio è tratto dalla Tebaide di Stazio). È a questo punto che Dante, su richiesta
di Guido, manifesta tutta la sua ammirazione per colui che considerava il creatore del Dolce Stil Novo, ovvero la nuova scuola
poetica che Bonagiunta aveva definito a partire dalla spiegazione di Dante: Guido è il modello di dolci detti, ovvero di poesie
amorose in stile dolce, la cui fama durerà finché si userà il volgare (ed è da rilevare l'uso del termine raro incostri, dal lat.
encaustrum, per indicare i manoscritti che contenevano le poesie). Già prima Dante aveva definito Guido quale padre suo e di tutti
gli altri poeti amorosi in volgare, riconoscendolo come suo maestro e autore al pari di Virgilio per quanto riguardava la poesia
classica e affermandone il magistero per quanto concerne la poesia amorosa in volgare; è chiaro che Dante intende celebrarne la
figura come creatore dello Stilnovo, ma anche completare quella personale riflessione intorno a tale poesia che attraversa a vari
livelli quasi tutto il poema. Non può sfuggire, infatti, che Guinizelli è insieme ad Arnaut l'ultimo penitente con cui Dante dialoga,
come Francesca, anche lei lussuriosa, era stata il primo dannato: Francesca era stata consumatrice di quella letteratura amorosa che
l'aveva condotta insieme a Paolo all'Inferno, mentre Guido (come Arnaut e Dante stesso) ne era stato produttore, per cui è come se
Dante chiudesse il cerchio indicando tale letteratura come non condannabile in sé, ma come rischiosa sul piano della salvezza perché
può portare alla dannazione quei lettori che ne mettono in pratica i modelli, abbandonandosi al piacere dei sensi. Va sottolineato, a
questo riguardo, che non ci sono dati biografici che indichino per Guido e Arnaut il peccato di lussuria, quindi dobbiamo pensare che
Dante li collochi in questa Cornice per i loro versi più che per le loro azioni: Guido è colpevole di aver scritto poesie che possono aver
causato la perdizione di personaggi come Paolo e Francesca, per cui questo è il peccato di cui si è pentito alla fine della sua vita e che
ora sconta nel fuoco della Cornice, che anche Dante attraverserà nel Canto seguente (per cui è come se Dante bruciasse nel fuoco
non le sue poesie stilnoviste, ma ciò che di rischioso sul piano dottrinale vi era in esse, oltre naturalmente all'esperienza totalmente
condannabile delle Petrose).
Questo spiega in parte la polemica letteraria di Guido contro Guittone, che riprende analoghi severi giudizi che Dante esprime
sull'Aretino anche in altre opere (spec. in DVE) e si collega all'esaltazione di Arnaut Daniel, che sconta la pena insieme a Guinizelli nel
fuoco e che il Bolognese indica come miglior fabbro di parlar materno: Dante riconosce dunque una linea Arnaut-Guinizelli-Stilnovo
che è solo in parte spiegabile, non foss'altro perché Arnaut fu maestro di quel trobar clus imitato da Guittone, e per il fatto che
Guido lo preferisce a Giraut de Bornelh, maestro di trobar leu che fu modello per gli Stilnovisti, mentre tale giudizio è contraddittorio
con altre opinioni espresse in DVE e Convivio. Ciò è confermato anche dalle parole in volgare occitanico che Dante mette in bocca al
provenzale alla fine del Canto, che sono, sì, un eccellente esempio di lingua d'oc, ma sembrano anche versi in perfetto trobar leu,
ben lontani dalle rimas caras e dal linguaggio prezioso e difficile di cui Arnaut era maestro e che Dante ben conosceva. È stato
ipotizzato che qui Arnaut faccia una sorta di ritrattazione del suo stile poetico e, soprattutto, del carattere sensuale dell'amore da lui
cantato: quest'ultimo elemento è confermato dal termine folor che indica il fuoco della passione nei testi provenzali, contrapposto
alla joi (felicità) che il poeta vede davanti a sé e al valor (la virtù divina, o forse la grazia di Beatrice) che guida Dante in cima al monte
del Purgatorio. Di sicuro si può affermare che Dante in questo Canto fa un discorso centrato più sul piano linguistico e stilistico che
non tematico, per cui questo può almeno in parte spiegare la preferenza accordata ad Arnaut rispetto a Giraut, anche se ci si deve
arrendere all'idea che qui, come in altri passi del poema, egli rovesci totalmente giudizi precedentemente espressi in DVE e Convivio;
senza dubbio le parole di Arnaut chiudono in modo definitivo il discorso sulla poesia amorosa, per cui d'ora in avanti essa potrà
essere recuperata solo per cantare la bellezza di Beatrice o lo splendore del Paradiso, quindi anche Dante rinnega la sua passada
folor per guardare alla joi che vede ormai prossima sulla cima del monte.

Note e passi controversi


Al v. 6 cilestro indica il colore azzurro del cielo, che diventa bianco quando è illuminato dal sole.
I vv. 7-8 vogliono dire che Dante, proiettando la propria ombra sulla fiamma, la rende di un rosso più cupo, mentre essa era sbiadita
dalla luce del sole; ciò induce le anime ad accorgersi che Dante è vivo.
La sete citata al v. 18 è sicuramente la sete di sapere (come al v. 20), anche se alcuni commentatori hanno pensato che l'ardere della
fiamma provochi nelle anime la sete come aggiunta di pena, cosa di cui non ci sono conferme.
La similitudine ai vv. 34-36 relativa alle formiche che si toccano il muso a vicenda è tratta da Ovidio, Met., VII, 624-626, anche se si è
visto un richiamo a Plinio il Vecchio (Nat. Hist., XI, 39). La schiera bruna rimanda a Aen., IV, 404 (nigrum agmen).
Soddoma e Gomorra sono ovviamente le due città bibliche (Gen., XVIII, 20 ss.) dedite al vizio della sodomia e per questo distrutte da
Dio con una pioggia di fuoco.
La similitudine delle gru (vv. 43-45) che si dividono in due schiere dirette ai monti Rifei, a nord, e ai deserti del sud, è ovviamente
ipotetica e lo dimostra il verbo al congiuntivo (come grue ch[e]... volasser); forse Dante ha voluto sottolineare il peccato contro
natura dei sodomiti, così come innaturale sarebbe il volo delle gru verso i paesi freddi.
Il senso del v. 48 (e al gridar che più lor si convene) non è chiarissimo e si può forse riferire agli esempi di castità che tutti i lussuriosi
gridano alternandoli al canto dell'inno Summae Deus clementiae, come descritto nel Canto XXV. I penitenti griderebbero gli esempi
di lussuria punita solo quando le due schiere si incontrano, come descritto qui.
Al v. 73 marche indica il regno del Purgatorio, come in XIX, 45.
I vv. 76-78 alludono a un aneddoto riportato, tra gli altri da Svetonio, secondo cui Cesare venne apostrofato da un certo Ottavio con
l'epiteto di
«regina» per via dei rapporti che il dittatore avrebbe avuto con Nicomede, re di Bitinia (Caes., 49). Dante cita probabilmente da
Uguccione da Pisa (Magnae derivationes, s.v. Triumphus) che in proposito dice: Caesari triumphanti fertur quidam dixisse... "Aperite
portas regi calvo et reginae Bitiniae"... et alius de eodem vitio: "Ave rex et regina!" («Si narra che un tale disse a Cesare, al momento
del trionfo: "Aprite le porte al re calvo e alla regina di Bitinia" e un altro sullo stesso vizio: "Salute, re e regina!»). Dante non credeva
sicuramente a questa taccia, altrimenti non avrebbe posto Cesare nel Limbo.
Ermafrodito (v. 82) fu il mitico figlio di Mercurio e Venere, che si unì alla ninfa Salmace così strettamente da formare un solo corpo
con gli attributi di entrambi i sessi (Ovidio, Met., IV, 288 ss.). Guido intende dire che il suo peccato fu di natura eterosessuale.
Il v. 91 (Farotti ben di me volere scemo) non è chiarissimo nella costruzione e vuol dire forse «farò mancante il tuo volere di me»,
cioè soddisferò la tua volontà di sapere chi sono.
I vv. 94-96 alludono all'episodio della Tebaide (V, 720 ss.) in cui si narra che la schiava Isifile aveva ricevuto da Licurgo, re di Nemea,
l'incarico di badare al figlioletto Ofelte; l'aveva lasciato incustodito per mostrare ai Greci la fonte di Langia e il piccolo era stato
ucciso dal morso di un serpente. Licurgo aveva condannato a morte Isifile, ma i suoi figli Toante e Euneo l'avevano sottratta ai soldati
e tratta in salvo.
Al v. 98 li altri miei miglior significa «gli altri (poeti) migliori di me».
Il v. 105 indica una formula di giuramento, con cui Dante rende credibili le sue parole a Guinizelli.
I vv. 118-119 sono stati interpretati nel senso che Arnaut avrebbe scritto egli stesso prose di romanzi, ma ciò non ha conferme
dirette; si pensa dunque che Dante intenda dire che il trovatore primeggiò nella letteratura in lingua d'oc e d'oïl, quest'ultima
indicata attraverso le opere narrative come i romanzi cortesi, che in realtà erano scritti in versi (Dante li conosceva attraverso tardi
volgarizzamenti in prosa).
Il chiostro / nel quale Cristo è abate del collegio (vv. 128-129) è naturalmente il Paradiso. Il v. 131 allude forse al fatto che del Pater
noster non dovrà essere recitato l'ultimo versetto, come fanno i superbi in XI, 19-24.
L'espressione ai vv. 133-134 è poco chiara e indica forse che Guido cede il passo ad Arnaut che gli è vicino.
I versi in volgare occitanico di Arnaut iniziano con un'espressione (v. 140) che è ripresa da una canzone di Folchetto di Marsiglia, Tan
m'abeliis l'amoros pensamen. Anche il v. 142 ne ricorda uno di Arnaut, Ieu sui Arnautz qu'amas l'aura.
Al v. 143 folor è termine tecnico della poesia provenzale, per indicare l'amore sensuale.
Alcuni mss. leggono al v. 144 jorn al posto di joi, mentre l'accostamento jausen / joi è decisamente più ricercato.
Al v. 145 valor può indicare Dio, ma anche la virtù rappresentata da Beatrice che attende Dante al som de l'escalina
CANTO XXVII
Testo Parafrasi
Sì come quando i primi raggi vibra Il sole era in quella posizione in cui si trova quando vibra i suoi primi
là dove il suo fattor lo sangue sparse, raggi là dove il suo Creatore fu ucciso (Gerusalemme), mentre l'Ebro
cadendo Ibero sotto l’alta Libra, 3 (Cadice) è sotto la costellazione della Bilancia, e le onde del Gange
sono arse dal mezzogiorno; per cui il giorno stava finendo, quando
e l’onde in Gange da nona riarse, ci apparve lieto l'angelo di Dio.
sì stava il sole; onde ‘l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse. 6

Fuor de la fiamma stava in su la riva, Stava sull'orlo della Cornice, fuori dalla fiamma, e cantava 'Beati i
e cantava ‘Beati mundo corde!’. puri di cuore!', con una voce assai più intensa della nostra.
in voce assai più che la nostra viva. 9

Poscia «Più non si va, se pria non morde, Poi, appena ci fummo avvicinati, disse: «O anime sante, non si
anime sante, il foco: intrate in esso, procede più in alto se prima il fuoco non vi brucia: entrate in esso e
e al cantar di là non siate sorde», 12 prestate attenzione al canto che udrete dall'altra parte»;

ci disse come noi li fummo presso;


per ch’io divenni tal, quando lo ‘ntesi, allora, quando lo sentii, divenni tale quale colui che è messo nella
qual è colui che ne la fossa è messo. 15 fossa (raggelai dal terrore).

In su le man commesse mi protesi, Protesi le mani giunte in avanti, guardando il fuoco e pensando con
guardando il foco e imaginando forte terrore a corpi umani che vidi già bruciati.
umani corpi già veduti accesi. 18

Volsersi verso me le buone scorte; Le buone guide si volsero a me e Virgilio mi disse: «Figlio mio, qui ci
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, possono essere tormenti, ma non la morte.
qui può esser tormento, ma non morte. 21

Ricorditi, ricorditi! E se io Ricordati, ricordati! E se io ti guidai salvo sulla groppa di Gerione,


sovresso Gerion ti guidai salvo, che cosa farò ora che sono più vicino a Dio?
che farò ora presso più a Dio? 24

Credi per certo che se dentro a l’alvo Non dubitare che, se anche tu stessi entro queste fiamme per mille
di questa fiamma stessi ben mille anni, anni, non ti potrebbero far cadere neppure un capello.
non ti potrebbe far d’un capel calvo. 27

E se tu forse credi ch’io t’inganni, E se tu forse credi che io voglia ingannarti, avvicinati al fuoco e
fatti ver lei, e fatti far credenza accertatene avvicinando ad esso un lembo della tua veste.
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. 30

Pon giù omai, pon giù ogni temenza; Coraggio, deponi ogni timore; voltati da questa parte e vieni, entra
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». sicuro nel fuoco!» E io stavo fermo, sordo a ogni richiamo.
E io pur fermo e contra coscienza. 33

Quando mi vide star pur fermo e duro, Quando vide che non mi persuadevo a nessun costo, un po' turbato
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: mi disse: «Ora rifletti, figlio: questo muro ti divide da Beatrice».
tra Beatrice e te è questo muro». 36

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Come Piramo, al nome di Tisbe, aprì gli occhi in punto di morte e la
Piramo in su la morte, e riguardolla, guardò, quando il gelso diventò poi rosso, così, dopo che la mia
allor che ‘l gelso diventò vermiglio; 39 durezza fu alleviata, mi voltai verso il saggio maestro, udendo il
nome che è sempre presente nella mia mente.
così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla. 42
Ond’ei crollò la fronte e disse: «Come! Allora lui scrollò il capo e disse: «Come! Vogliamo starcene di qua?»;
volenci star di qua?»; indi sorrise quindi sorrise, come si fa con un bambino vinto dalla promessa di un
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. 45 frutto.

Poi dentro al foco innanzi mi si mise, Poi si mise dentro il fuoco, pregando Stazio di seguirmi, mentre
pregando Stazio che venisse retro, prima per un lungo tratto si era frapposto a noi.
che pria per lunga strada ci divise. 48

Sì com’fui dentro, in un bogliente vetro Non appena fui dentro, mi sarei buttato in un vetro incandescente
gittato mi sarei per rinfrescarmi, per rinfrescarmi, tanto il calore lì era senza paragone.
tant’era ivi lo ‘ncendio sanza metro. 51

Lo dolce padre mio, per confortarmi, Il mio dolce padre, per confortarmi, andava parlando sempre di
pur di Beatrice ragionando andava, Beatrice, dicendo: «Mi sembra già di vedere i suoi occhi».
dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». 54

Guidavaci una voce che cantava Ci guidava una voce che cantava dall'altra parte; e noi, sempre
di là; e noi, attenti pur a lei, attenti ad essa, uscimmo dalle fiamme là dove si saliva (all'Eden).
venimmo fuor là ove si montava. 57

’Venite, benedicti Patris mei’, Una voce risuonò dentro una luce che era lì, tanto vivida che non
sonò dentro a un lume che lì era, potei guardarla, e che diceva: 'Venite, benedetti del Padre mio!'.
tal che mi vinse e guardar nol potei. 60

«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; Aggiunse: «Il sole se ne va e sopraggiunge la notte: non vi fermate,
non v’arrestate, ma studiate il passo, ma affrettate il passo finché l'occidente non si oscura del tutto».
mentre che l’occidente non si annera». 63

Dritta salia la via per entro ‘l sasso La via scavata nella roccia saliva dritta verso levante, così che io
verso tal parte ch’io toglieva i raggi interrompevo davanti a me (proiettando l'ombra) i raggi del sole
dinanzi a me del sol ch’era già basso. 66 ormai calante.

E di pochi scaglion levammo i saggi, E facemmo in tempo a salire pochi gradini, quando io e le mie guide
che ‘l sol corcar, per l’ombra che si spense, ci accorgemmo che il sole era tramontato per il fatto che la mia
sentimmo dietro e io e li miei saggi. 69 ombra scomparve.

E pria che ‘n tutte le sue parti immense E prima che l'orizzonte assumesse un unico aspetto in tutte le sue
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, parti immense, e che la notte avesse oscurato tutte le terre, ognuno
e notte avesse tutte sue dispense, 72 di noi fece un letto di un gradino; infatti la natura del monte ci
spense la capacità e la gioia di salire oltre.
ciascun di noi d’un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ‘l diletto. 75

Quali si stanno ruminando manse Come le capre, dopo essere state rapide e ribelli sopra le cime prima
le capre, state rapide e proterve di mangiare, se ne stanno mansuete e silenziose a ruminare
sovra le cime avante che sien pranse, 78 all'ombra, mentre il sole picchia, custodite dal pastore che si è
appoggiato sul bastone e concede loro il riposo;
tacite a l’ombra, mentre che ‘l sol ferve,
guardate dal pastor, che ‘n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve; 81

e quale il mandrian che fori alberga, e come il mandriano che passa la notte fuori e pernotta accanto al
lungo il pecuglio suo queto pernotta, suo bestiame tranquillo, sorvegliando che nessuna belva lo
guardando perché fiera non lo sperga; 84 disperda;

tali eravamo tutti e tre allotta, così eravamo tutti e tre allora, io simile alla capra ed essi ai pastori,
io come capra, ed ei come pastori, fasciati da entrambi i lati dall'alta roccia.
fasciati quinci e quindi d’alta grotta. 87

Poco parer potea lì del di fori; Da lì si poteva vedere poco di ciò che era all'esterno, ma in ogni caso
ma, per quel poco, vedea io le stelle io vedevo le stelle più grandi e luminose del consueto.
di lor solere e più chiare e maggiori. 90

Sì ruminando e sì mirando in quelle, Mentre stavo riflettendo e osservando le stelle, fui colto dal sonno,
mi prese il sonno; il sonno che sovente, che spesso è apportatore di veritiere profezie.
anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle. 93

Ne l’ora, credo, che de l’oriente, Nell'ora, credo, in cui Venere mattutina (che sembra sempre
prima raggiò nel monte Citerea, splendere di amore) apparve da oriente sul monte, mi sembrava di
che di foco d’amor par sempre ardente, 96 vedere in sogno una donna giovane e bella che passeggiava in una
pianura, cogliendo fiori; e cantando diceva:
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea: 99

«Sappia qualunque il mio nome dimanda «Chiunque chiede il mio nome, sappia che io sono Lia, e vado
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno muovendo intorno le belle mani per farmi una ghirlanda.
le belle mani a farmi una ghirlanda. 102

Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; Qui mi faccio bella per ammirarmi allo specchio; mia sorella
ma mia suora Rachel mai non si smaga Rachele, invece, non si stanca mai di specchiarsi e sta tutto il giorno
dal suo miraglio, e siede tutto giorno. 105 seduta.

Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga Lei è desiderosa di vedere i suoi begli occhi, tanto quanto lo sono io
com’io de l’addornarmi con le mani; di agghindarmi con le mani; lei è appagata dal guardare, io lo sono
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». 108 dall'operare».

E già per li splendori antelucani, E ormai le tenebre si dissolvevano da tutte le parti per le prime luci
che tanto a’ pellegrin surgon più grati, dell'alba, che sorgono tanto più gradite ai viaggiatori quanto più,
quanto, tornando, albergan men lontani, 111 durante il ritorno, essi sono vicini a casa; e il mio sonno se ne andò
via con loro, per cui mi alzai, vedendo i gran maestri già in piedi.
le tenebre fuggian da tutti lati,
e ‘l sonno mio con esse; ond’io leva’mi,
veggendo i gran maestri già levati. 114

«Quel dolce pome che per tanti rami «Quel dolce frutto che l'affanno dei mortali va cercando per tanti
cercando va la cura de’ mortali, rami (la felicità terrena), oggi sazierà ogni tuo desiderio».
oggi porrà in pace le tue fami». 117

Virgilio inverso me queste cotali Virgilio mi rivolse queste parole; e non ci furono mai lieti annunci
parole usò; e mai non furo strenne che regalassero più gioia di questi.
che fosser di piacere a queste iguali. 120

Tanto voler sopra voler mi venne Mi prese un tale desiderio di essere in alto, oltre a quello che avevo,
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi che poi ad ogni passo mi sentivo crescere le penne (mi sembrava di
al volo mi sentia crescer le penne. 123 volare).

Come la scala tutta sotto noi Non appena fummo in cima alla scala e arrivammo sull'ultimo
fu corsa e fummo in su ‘l grado superno, gradino, Virgilio mi guardò intensamente, dicendo: «Figlio, hai visto
in me ficcò Virgilio li occhi suoi, 126 le pene eterne e quelle temporanee, e sei giunto in un punto da
dove io non posso scorgere oltre con le mie sole forze.
e disse: «Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno. 129
Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; Ti ho condotto qui con quegli accorgimenti che ho trovato con la
lo tuo piacere omai prendi per duce; ragione; ormai segui come tua guida il tuo piacere; sei fuori dalle vie
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. 132 ripide e strette (della redenzione).

Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; Vedi il sole che ti brilla in fronte; vedi l'erba, i fiori e i teneri arbusti
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli che la terra, qui, produce spontaneamente.
che qui la terra sol da sé produce. 135

Mentre che vegnan lieti li occhi belli Finché non verranno da te i begli occhi (di Beatrice) che, piangendo,
che, lagrimando, a te venir mi fenno, mi spinsero a soccorrerti, puoi sederti e camminare fra di essi.
seder ti puoi e puoi andar tra elli. 138
Non aspettare più una mia parola o un mio cenno; il tuo arbitrio è
Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero dal peccato, giusto e sano, per cui sarebbe un errore non
libero, dritto e sano è tuo arbitrio, agire in base ad esso: dunque, io ti incorono signore di te stesso».
e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio». 142

Argomento del Canto


Ancora nella VII Cornice dei lussuriosi. L'angelo della castità. Dante, Virgilio e Stazio attraversano il muro di fiamme. Dante si
addormenta e sogna Lia. Salita al Paradiso Terrestre.
È la notte tra martedì 12 aprile (o 29 marzo) e mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

L'angelo della castità (1-15)


Il sole è ormai al tramonto sul Purgatorio, mentre è l'alba a Gerusalemme, è mezzogiorno sul Gange e la Spagna è sotto la
costellazione della Bilancia. Ai tre poeti appare l'angelo della castità, fuori dalla cortina di fiamme, che canta la sesta beatitudine
Beati mundo corde e invita i tre poeti ad attraversare il fuoco, poiché questa è l'unica via per lasciare la VII Cornice. L'angelo invita a
non essere sordi al canto dell'angelo che sta dall'altra parte, mentre Dante a quelle parole è raggelato dal terrore.

Paura ed esitazione di Dante (16-45)


Dante guarda atterrito il fuoco e pensa alle immagini di uomini arsi vivi, atterrito all'idea di dover attraversare le fiamme. Virgilio e
Stazio si voltano verso di lui e il maestro gli ricorda che in Purgatorio nessuna pena può causare la morte. Gli rammenta inoltre di
averlo condotto sano e salvo sulla groppa di Gerione, all'Inferno, quindi come potrebbe non fare lo stesso quando è così vicino a
Dio? Il fuoco non può nuocergli e se Dante non crede alle sue parole, ne faccia lui stesso la prova avvicinando alla fiamma un lembo
della sua veste. Nonostante i ripetuti richiami di Virgilio, tuttavia, Dante non si persuade ad attraversare il fuoco, così al maestro non
resta che ricordargli che quelle fiamme sono l'ultimo ostacolo che lo separano da Beatrice. Dante si rianima come fece Piramo
quando, ormai morente, udì il nome di Tisbe, e dopo alcune parole ironiche di Virgilio che lo tratta come un fanciullo il poeta segue il
maestro nel fuoco, seguito a sua volta da Stazio che prima lo divideva dalla sua guida.

Passaggio attraverso il fuoco (46-63)


Il fuoco è così caldo che Dante, per rinfrescarsi, potrebbe persino gettarsi dentro del vetro incandescente; Virgilio, per confortarlo,
durante il passaggio gli parla di Beatrice, dicendo che gli sembra già di vedere i suoi begli occhi al di là delle fiamme. A guidare i tre
poeti è la voce di un angelo che sta dall'altra parte, seguendo la quale essi escono dalla cortina di fuoco: una voltà lì, l'angelo dice
Venite, benedicti Patris mei! e splende con tale fulgore che Dante non riesce a vederlo. L'angelo aggiunge che il sole sta per
tramontare, quindi i tre devono affrettare il passo prima che cali la notte e sia impossibile proseguire.
Inizio della salita e sosta al calar della notte (64-93)
I tre poeti iniziano a salire la scala che conduce al Paradiso Terrestre, scavata entro la roccia e rivolta verso oriente, così che Dante si
accorge di proiettare la propria ombra davanti a sé mentre sale. Essi hanno il tempo di percorrere pochi gradini prima che il sole
tramonti del tutto, cosa di cui si avvedono in quanto l'ombra davanti a loro scompare. A questo punto, prima che la notte abbia
oscurato tutto il monte del Purgatorio, ciascuno di loro si sdraia su un gradino, poiché la legge della salita gli ha tolto ogni forza per
procedere ancora più in alto. Dante paragona se stesso a una capra che durante il giorno ha pascolato libera sulle montagne e in
seguito rumina placida all'ombra, mentre il sole picchia, sorvegliata dal pastore, e le sue due guide al mandriano che di notte
sorveglia le sue bestie e le protegge dalle fiere selvagge. Dante non può vedere molto a causa dell'alto muro della scala che lo
sovrasta, ma riesce comunque a scorgere le stelle in cielo che gli sembrano più grandi e luminose. Alla fine, vinto dalla stanchezza, si
addormenta.
Il sogno di Dante: Lia (94-114)
Picture
Nell'ora in cui sul Purgatorio appare la stella di Venere mattutina, quindi in prossimità dell'alba quando i sogni sono veritieri, Dante
sogna una donna giovane e bella che vaga in una pianura, intenta a cantare e a cogliere fiori: essa dichiara di chiamarsi Lia e di voler
produrre per sé una ghirlanda. La giovane aggiunge che è sua intenzione farsi bella per ammirarsi allo specchio, mentre sua sorella
Rachele non si stanca mai di guardare la propria immagine riflessa e sta tutto il giorno seduta. La sorella, dice Lia, è desiderosa di
ammirare i propri begli occhi quanto lo è lei di operare.
Ormai il sole sta sorgendo ed è l'ora che è più gioiosa per il viaggiatore quando è vicino a casa: la luce dell'alba fa svegliare Dante,
che si alza e vede che Virgilio e Stazio sono già in piedi.
Salita al Paradiso Terrestre. Discorso di Virgilio (115-142)
Virgilio si rivolge a Dante e gli dice che oggi potrà finalmente ottenere quel bene che i mortali cercano affannosamente, ovvero la
felicità terrena. Le parole del maestro riempiono Dante di gioia e volontà, quindi percorre gli ultimi gradini della scala dietro agli altri
due quasi correndo, come se volasse verso l'alto. Quando i tre sono giunti alla fine della scala, Virgilio si rivolge nuovamente al
discepolo e con tono solenne gli spiega di avergli ormai mostrato sia le pene eterne dei dannati sia quelle temporanee dei penitenti,
e di averlo condotto in un punto da dove lui, con le sue sole forze, non può vedere oltre. Virgilio lo ha portato fin lì con ingegno e con
arte, per cui Dante può ormai seguire il proprio piacere: egli è fuori dalle strette vie della redenzione e vede di fronte a sé il sole che
gli brilla in fronte, vede l'erba, i fiori e le piante del giardino dell'Eden che la terra produce spontaneamente. Il maestro invita Dante
ad entrare liberamente nel Paradiso Terrestre, nell'attesa dell'arrivo di Beatrice che lo aveva spinto a soccorrerlo: Dante non deve
più attendere le sue indicazioni, poiché il suo arbitirio è finalmente sano e sarebbe un errore non affidarsi ad esso, quindi Virgilio lo
incorona come signore di se stesso.
Interpretazione complessiva
Il Canto è strutturalmente diviso in due parti, la prima delle quali corrisponde all'incontro con l'angelo della castità e al passaggio
attraverso il fuoco, la seconda alla salita verso il Paradiso Terrestre con la relativa sosta notturna, durante la quale c'è il sogno di
Dante. L'apparizione dell'angelo ha soprattutto la funzione di invitare i tre poeti ad attraversare la cortina di fiamme, invito che egli
rivolge alle anime sante e che, probabilmente, va esteso a tutte le anime dei penitenti: dei tre poeti, infatti, solo Stazio è
propriamente un'anima «santa» in quanto ha completato il suo percorso di espiazione, mentre ciò non può dirsi per gli altri due
(specie per Virgilio, escluso da ogni possibilità di redenzione). Il passaggio attraverso il fuoco assume dunque la funzione di un ultimo
rito di purificazione cui tutte le anime devono sottoporsi per cancellare ogni traccia del peccato, prima di accedere al Paradiso
Terrestre in cui avverrà il rito simbolicamente opposto dell'immersione nelle acque dei due fiumi, il Lete e l'Eunoè, per cui è logico
che ciò sia imposto anche a Dante accompagnato dalle sue due guide. Non è da escludere che ci sia un riferimento al passo biblico
(Gen., III, 24) in cui si dice che Dio, dopo aver cacciato Adamo ed Eva dall'Eden, pose a guardia del giardino un cherubino armato di
una «spada fiammeggiante» (conlocavit ante paradisum voluptatis cherubin et flammeum gladium atque versatilem), per cui Dante
circonda l'Eden posto sulla cima del monte di un muro di fiamme che tutti devono attraversare, mentre l'angelo che i tre incontrano
dall'altra parte potrebbe essere proprio il cherubino che lo custodisce.
Di fronte alla prospettiva di attraversare il fuoco Dante è colto da un terrore irrazionale, contro il quale a nulla valgono i richiami e le
rassicurazioni del maestro Virgilio: la paura di Dante è quella del personaggio umano, con le sue debolezze e fragilità (forse da
mettere in relazione alla condanna al rogo che pendeva su di lui e i suoi figli), per vincere le quali sarà necessario ricordargli che, se
vuole rivedere Beatrice che lo attende dall'altra parte, deve buttarsi nel fuoco. Il richiamo a Beatrice non si riferisce solo alla vicenda
personale del poeta e all'amore che lo lega alla sua donna, ma significa anche che per completare il percorso di redenzione e
conquistare la felicità terrena rappresentata dall'Eden è indispensabile l'intervento della grazia, che è raffigurata da Beatrice e a cui
Dante è guidato da Virgilio-ragione. Al nome di Beatrice Dante si rianima come Piramo morente a quello dell'amata Tisbe
(similitudine interessante, in quanto i due giovani del mito erano divisi da un muro di pietra proprio come lo sono Dante e Beatrice
da un muro di fiamme) e segue senza paura Virgilio, non prima che questi lo abbia canzonato in modo bonario come farebbe un
padre con un bambino che fa i capricci, atteggiamento che più volte abbiamo visto nel maestro e che spiegherà la disperazione di
Dante di fronte all'abbandono del dolcissimo patre, di lì a pochi Canti. Una volta fuori dal fuoco inizia l'ascesa lungo la scala che
conduce al Paradiso Terrestre, cui i tre sono indirizzati dall'angelo che ha guidato il passaggio attraverso le fiamme, salita che però
deve interrompersi per il sopraggiungere della notte durante la quale, come già nelle due precedenti occasioni, Dante farà un sogno
rivelatore.
Il sogno avviene anche questa volta in prossimità dell'alba e ha come protagonista Lia, la biblica sorella di Rachele che l'esegesi delle
Scritture interpretava come allegoria della vita attiva, mentre la sorella era simbolo di quella contemplativa. Tale interpretazione è
sicuramente seguita anche da Dante, che raffigura Lia come una giovane e bella donna che canta in un prato e coglie dei fiori con cui
produrre una ghirlanda, mentre è lei stessa a dire il proprio nome e ad affermare che è desiderosa di operare, come Rachele lo è di
stare seduta ad ammirare allo specchio i suoi belli occhi. L'atteggiamento di Lia anticipa per molti versi quello di Matelda, la donna
che Dante incontrerà nel Canto successivo una volta entrato nel Paradiso Terrestre, per cui molti commentatori hanno messo in
relazione le due figure e hanno visto in entrambe l'allegoria della vita attiva: essa è indispensabile per il raggiungimento delle virtù
cardinali che a loro volta conducono alla felicità terrena, simboleggiata proprio dall'Eden, per cui il sogno prefigura l'ingresso di
Dante in questo luogo che è la prima tappa del suo viaggio di purificazione; meno sicuro che anche Matelda abbia lo stesso
significato, dal momento che la donna (come si vedrà) è interpretata piuttosto come simbolo dello stato di purezza perduto
dall'uomo dopo il peccato originale e riconquistato dalle anime salve una volta compiuto il viaggio attraverso il Purgatorio.
Altrettanto problematico l'accostamento Rachele-Beatrice che pure è stato proposto, specie per il particolare dei belli occhi che
accomuna entrambe, dal momento che Beatrice è principalmente allegoria della grazia santificante e della teologia rivelata come
condizione essenziale alla salvezza, per quanto un suo richiamo alla vita contemplativa non sia del tutto da escludere (la questione è
destinata probabilmente a restare insoluta).
L'ultima parte del Canto descrive l'arrivo dei tre poeti in cima alla scala e alle soglie del Paradiso Terrestre, momento che
rappresenta il primo importante traguardo nel viaggio di redenzione di Dante e che, infatti, è sottolineato dal solenne discorso di
Virgilio che chiude l'episodio: il maestro anticipa la separazione dal discepolo che avverrà nel Canto XXX dopo l'arrivo di Beatrice e
dichiara con un'allocuzione retoricamente elevata di aver ormai condotto Dante in un punto da dove lui non può vedere oltre e,
soprattutto, in cui Dante è ormai libero di seguire gli impulsi della propria volontà in quanto questa è libera dalla tentazione
peccaminosa. La ragione naturale allegorizzata da Virgilio ha concluso il suo compito e da questo momento in poi deve intervenire la
fede, senza la quale il viaggio non potrebbe proseguire; Dante è invitato dal maestro ad andare liberamente a esplorare il giardino
dell'Eden, essendosi ormai riappropriato di quella felicità terrena che era rappresentata dal colle del Canto I dell'Inferno e la cui
ascesa gli era stata preclusa dall'apparizione delle tre fiere. Da notare, infine, la forte e voluta somiglianza tra la scena del Prologo e
quella che conclude questo Canto e ci prepara all'ingresso nell'Eden, poiché in entrambi i casi è l'alba e anche qui Dante ha il sole che
gli brilla in fronte, a significare che la luce della grazia illumina il suo cammino e ha rischiarato le tenebre rappresentate dal peccato
(non sarà casuale che Beatrice, nella sua apparirizione alla fine della processione simbolica, sarà paragonata proprio a un sole
nascente: cfr. XXX, 22-33).

Note e passi controversi


I vv. 1-5 sono una complessa perifrasi astronomica per indicare che in Purgatorio è il tramonto, quindi le sei di sera: Dante fa
riferimento agli altri punti cardinali, ovvero Gerusalemme, dove il sole sorge, Cadice (qui indicata con l'Ibero, nome latineggiante
dell'Ebro), in cui è mezzanotte e sopra la quale si trova la costellazione della Bilancia, e il Gange, dove è mezzogiorno (indicato con
l'ora nona, benché essa indichi solitamente lo spazio di tempo tra le dodici e le quindici). Secondo le cognizioni del tempo, questi
quattro punti si trovavano a circa novanta gradi di longitudine l'uno dall'altro.
La beatitudine cantata dall'angelo della castità (v. 8, «Beati i puri di cuore») è la sesta, tratta da Matth., V, 8.
Il v. 16 (in su le man commesse mi protesi) è stato variamente interpretato, benché l'ipotesi più probabile è che Dante protenda le
mani congiunte con le palme rivolte al fuoco, per allontanarlo da sé.
Il v. 27 (non ti potrebbe far d'un capel calvo) richiama Luc., XXI, 18: capillus de capite vestro non peribit («dal vostro capo non cadrà
un solo capello»).
I vv. 37-39 alludono al mito di Piramo e Tisbe, citato da Ovidio (Met., IV, 55-166) e notissimo nel Medioevo, che narrava la triste storia di due
giovani babilonesi che si amavano contro il volere dei loro parenti: un muro divideva le loro case ed essi comunicavano attraverso una fessura, per
cui decisero di fuggire insieme e di trovarsi sotto un gelso che sorgeva presso il sepolcro di Nino. Al convegno giunse per prima Tisbe, che però fu
messa in fuga da una leonessa e lasciò un velo che fu poi lacerato dalla belva con le fauci insanguinate. Piramo, giunto sul luogo, trovò il velo
imbrattato di sangue e credette che Tisbe fosse morta, per cui si trafisse con la spada e macchiò del proprio sangue il gelso che, da quel giorno,
produsse le more di color rosso e non più bianco. Tisbe, tornata in quel luogo, trovò Piramo morente e ne invocò tra le lacrime il nome, fino a farlo
rianimare: il giovane morì subito dopo e la fanciulla si uccise al suo fianco. I versi di Dante sono una traduzione quasi letterale di Ovidio (IV, 145-
146), Ad nomen Thisbes oculos a morte gravatos / Pyramus erexit visaque recondidit illa («Al nome di Tisbe, Piramo aprì gli occhi gravati dalla
morte e, dopo averla vista, li richiuse per sempre»).
Il vb. rampolla (v. 42) può significare «sgorga come una polla d'acqua», ma anche «rifiorisce».
L'espressione volenci (v. 44) vuol dire «ci vogliamo», quindi «vogliamo».
Il pome (frutto) citato al v. 45 allude al modo con cui un adulto vince le resistenze di un bambino, promettendogli qualcosa in cambio: Virgilio userà
la stessa parola al v. 115 (dolce pome) per indicare la felicità terrena raffigurata dall'Eden.
Le parole pronunciate dall'angelo al di là delle fiamme (v. 58, Venite, benedicti Patris mei, «Venite, benedetti del Padre mio») sono tratte da
Matth., XXV, 34 e saranno quelle rivolte da Cristo agli eletti il Giorno del Giudizio.
I vv. 64-66 indicano che la scala è rivolta verso levante, quindi Dante ha il sole alle spalle (è il tramonto) e proietta l'ombra davanti a sé.
Il termine dispense (v. 72) è stato variamente interpretato, potendo significare «parti» (prima che la notte occupasse tutte le parti a lei assegnate)
oppure «dispensazioni» (prima che la notte fosse tutta libera di stendere le sue tenebre ovunque).
La doppia similitudine dei vv. 76-87 paragona Dante al bestiame che dorme o rumina tranquillo, sorvegliato dai pastori rappresentati da Virgilio e
Stazio. Le capre... rapide e proterve richiamano Georg., IV, 10 (oves haedique petulci), ma la capra in molti scrittori cristiani era contrapposta alla
pecora come animale poco mansueto, quindi rappresenta il fedele che deve essere richiamato all'osservanza delle norme religiose. Dante vuole
dirci che, essendo vicino alla fine del viaggio di purificazione, la sua anima è stata ammansita.
Ai vv. 89-90 Dante afferma di vedere le stelle più grandi e luminose, il che forse si spiega in quanto il poeta si trova vicino alla vetta del monte e,
quindi, a una notevole altitudine.
Citerea (v. 95) indica Venere, detta così per l'isola di Citera dove la dea classica aveva un particolare culto.
Al v. 119 strenne può voler dire «doni augurali», ma anche «lieti annunci» (le strenne erano i doni augurali che nell'antica Roma si facevano il primo
gennaio).
L'espressione con ingegno e con arte (v. 130) significa «con ogni accorgimento della ragione».
Al v. 130 arte è sostantivo, mentre al v. 132 è aggettivo («strette», riferito a vie): è una rima equivoca.
L'espressione corono e mitrio (v. 142) è una dittologia sinonimica («ti proclamo signore di te stesso»), ma è anche una formula usata nel linguaggio
ecclesiastico in riferimento al papa (propriamente la mitria o mitra è il copricapo a due punte indossato da vescovi e prelati nelle
CANTO XXXI
Testo Parafrasi
«O tu che se’ di là dal fiume sacro», Beatrice, rivolgendo direttamente a me le sue parole che, anche
volgendo suo parlare a me per punta, indirettamente, mi erano sembrate aspre, ricominciò a parlare
che pur per taglio m’era paruto acro, 3 senza frapporre indugio: «O tu che sei al di là del fiume sacro,
dimmi, dimmi se questo è vero: a una tale accusa è necessario che
ricominciò, seguendo sanza cunta, sia unita la tua confessione».
«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
tua confession conviene esser congiunta». 6

Era la mia virtù tanto confusa, La mia virtù era così confusa che la mia voce si mosse, e si fermò
che la voce si mosse, e pria si spense prima che fosse emessa dagli organi preposti alla parola.
che da li organi suoi fosse dischiusa. 9

Poco sofferse; poi disse: «Che pense? Lei pazientò un poco, poi disse: «Cosa pensi? Rispondimi, poiché il
Rispondi a me; ché le memorie triste ricordo del peccato non è stato ancora cancellato in te dall'acqua
in te non sono ancor da l’acqua offense». 12 del Lete».

Confusione e paura insieme miste La confusione e la paura, mescolate insieme, mi spinsero fuori dalla
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, bocca un «sì» così debole che, per capirlo, fu necessaria la vista e
al quale intender fuor mestier le viste. 15 non l'udito.

Come balestro frange, quando scocca Come una balestra spezza la corda e l'arco, quando scocca una
da troppa tesa la sua corda e l’arco, freccia con eccessiva tensione, e il dardo arriva a bersaglio con poca
e con men foga l’asta il segno tocca, 18 forza, così io scoppiai sotto il peso dell'angoscia e buttai fuori
lacrime e sospiri, e la voce fu emessa con minore vigoria.
sì scoppia’ io sottesso grave carco,
fuori sgorgando lagrime e sospiri,
e la voce allentò per lo suo varco. 21

Ond’ella a me: «Per entro i mie’ disiri, Allora lei mi disse: «Seguendo il desiderio che ti ispiravo e che ti
che ti menavano ad amar lo bene spingeva ad amare il bene, oltre il quale non c'è nulla a cui aspirare,
di là dal qual non è a che s’aspiri, 24 quali fossati posti di traverso o quali catene trovasti, per cui dovessi
lasciare la speranza di oltrepassarli?
quai fossi attraversati o quai catene
trovasti, per che del passare innanzi
dovessiti così spogliar la spene? 27

E quali agevolezze o quali avanzi E quali facilità, quali vantaggi ti si mostrarono nell'aspetto degli altri
ne la fronte de li altri si mostraro, beni, per cui dovessi vagheggiarli?»
per che dovessi lor passeggiare anzi?». 30

Dopo la tratta d’un sospiro amaro, Dopo aver tratto un amaro sospiro, a malapena trovai la voce per
a pena ebbi la voce che rispuose, rispondere e le labbra parlarono a fatica.
e le labbra a fatica la formaro. 33

Piangendo dissi: «Le presenti cose Dissi piangendo: «I beni che avevo di fronte, col loro aspetto
col falso lor piacer volser miei passi, piacevole, distolsero i miei passi non appena il vostro viso fu
tosto che ‘l vostro viso si nascose». 36 nascosto a me (dopo la vostra morte)».

Ed ella: «Se tacessi o se negassi E lei: «Se anche tu tacessi o negassi ciò che confessi, la tua colpa
ciò che confessi, non fora men nota non sarebbe meno evidente: la apprendo da un giudice così
la colpa tua: da tal giudice sassi! 39 infallibile! (Dio)

Ma quando scoppia de la propria gota Ma quando l'accusa del peccato viene pronunciata da chi l'ha
l’accusa del peccato, in nostra corte commesso, nel nostro tribunale la mola rivolge se stessa contro il
rivolge sé contra ‘l taglio la rota. 42 taglio (la giustizia divina è meno severa).
Tuttavia, perché mo vergogna porte Tuttavia, perché tu ti vergogni meno del tuo errore e perché un'altra
del tuo errore, e perché altra volta, volta tu sia più forte ascoltando le sirene, cessa la ragione del tuo
udendo le serene, sie più forte, 45 pianto e ascolta: così sentirai come la mia morte terrena avrebbe
dovuto condurti su una strada opposta a quella che hai seguito.
pon giù il seme del piangere e ascolta:
sì udirai come in contraria parte
mover dovieti mia carne sepolta. 48

Mai non t’appresentò natura o arte La natura o l'arte non ti mostrò mai una bellezza paragonabile a
piacer, quanto le belle membra in ch’io quella del corpo mortale in cui io fui rinchiusa, e che ora è sparso
rinchiusa fui, e che so’ ‘n terra sparte; 51 sottoterra;

e se ‘l sommo piacer sì ti fallio e se quella meravigliosa bellezza ti venne meno con la mia morte,
per la mia morte, qual cosa mortale quale altra cosa terrena poteva poi suscitare il tuo desiderio?
dovea poi trarre te nel suo disio? 54

Ben ti dovevi, per lo primo strale Avresti dovuto, dopo quella prima delusione dei beni fugaci,
de le cose fallaci, levar suso sollevarti in alto dietro a me che non ero più terrena e passeggera.
di retro a me che non era più tale. 57

Non ti dovea gravar le penne in giuso, Non avrebbe dovuto farti volare in basso, aspettando altri colpi
ad aspettar più colpo, o pargoletta della sorte, una giovane donna o un altro bene terreno vano e
o altra vanità con sì breve uso. 60 effimero.

Novo augelletto due o tre aspetta; Un giovane uccellino aspetta due o tre colpi; ma di fronte ai volatili
ma dinanzi da li occhi d’i pennuti adulti il cacciatore dispiega le reti o scaglia le frecce invano».
rete si spiega indarno o si saetta». 63

Quali fanciulli, vergognando, muti Come i fanciulli, vergognandosi, se ne stanno muti con gli occhi a
con li occhi a terra stannosi, ascoltando terra, ascoltando e ammettendo la propria colpa, pentiti, così stavo
e sé riconoscendo e ripentuti, 66 io; e lei disse: «Poiché ascoltando le mie parole provi dolore, alza la
barba (il mento) e ne proverai di più guardandomi».
tal mi stav’io; ed ella disse: «Quando
per udir se’ dolente, alza la barba,
e prenderai più doglia riguardando». 69

Con men di resistenza si dibarba Un robusto cerro (quercia) è sradicato da un vento della nostra terra
robusto cerro, o vero al nostral vento o da quello che soffia dall'Africa (libeccio) con minore resistenza di
o vero a quel de la terra di Iarba, 72 quanto io non sollevai il mento al suo comando; e quando mi ordinò
di alzare il viso con la parola «barba», compresi subito il suo amaro
ch’io non levai al suo comando il mento; rimprovero.
e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi il velen de l’argomento. 75

E come la mia faccia si distese, E non appena io sollevai il viso, l'occhio capì che gli angeli avevano
posarsi quelle prime creature cessato di spargere i fiori;
da loro aspersion l’occhio comprese; 78

e le mie luci, ancor poco sicure, e i miei occhi, ancora poco sicuri, videro Beatrice rivolta alla fiera
vider Beatrice volta in su la fiera (grifone) che è una sola persona con due nature.
ch’è sola una persona in due nature. 81

Sotto ‘l suo velo e oltre la rivera Anche se Beatrice era velata e al di là del fiume, pure mi sembrava
vincer pariemi più sé stessa antica, superare in bellezza lei stessa da viva, più di quanto lei, da viva,
vincer che l’altre qui, quand’ella c’era. 84 superasse tutte le altre donne.

Di penter sì mi punse ivi l’ortica L'ortica del pentimento mi punse a tal punto, che, rispetto a tutte le
che di tutte altre cose qual mi torse altre cose, quella che più mi distolse dall'amore per Beatrice mi si
più nel suo amor, più mi si fé nemica. 87 fece più odiosa.

Tanta riconoscenza il cor mi morse, Questo riconoscimento mi colpì il cuore a tal punto che caddi
ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, svenuto; e come divenni allora, lo sa colei (Beatrice) che me ne fornì
salsi colei che la cagion mi porse. 90 la causa (col rimprovero).

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, Poi, quando il cuore mi restituì la forza vitale nelle membra esterne
la donna ch’io avea trovata sola (rinvenni), vidi la donna (Matelda) che avevo incontrato da sola
sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». 93 stare sopra di me, dicendo: «Aggrappati a me!»

Tratto m’avea nel fiume infin la gola, Mi aveva immerso nel fiume sino alla gola, e tirandosi dietro me se
e tirandosi me dietro sen giva ne andava sull'acqua, scivolando leggera come una gondola.
sovresso l’acqua lieve come scola. 96

Quando fui presso a la beata riva, Quando fui vicino alla sponda opposta, sentii gli angeli cantare 'Mi
‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, aspergerai' con tale dolcezza che non solo non so descriverlo, ma
che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. 99 neppure me lo ricordo.

La bella donna ne le braccia aprissi; La bella donna aprì le braccia, mi abbracciò la testa e mi immerse al
abbracciommi la testa e mi sommerse punto da costringermi a inghiottire l'acqua.
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. 102

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse Poi mi tirò fuori e mi affidò, bagnato, alla danza delle quattro
dentro a la danza de le quattro belle; donne, ciascuna delle quali mi coprì col suo braccio.
e ciascuna del braccio mi coperse. 105

«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle: «Noi qui siamo ninfe e in cielo siamo stelle: prima che Beatrice
pria che Beatrice discendesse al mondo, venisse al mondo, fummo create come sue ancelle.
fummo ordinate a lei per sue ancelle. 108

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo Ti condurremo ai suoi occhi; ma saranno le altre tre donne ad
lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi aguzzare i tuoi occhi perché tu possa osservare il lume che c'è al loro
le tre di là, che miran più profondo». 111 interno, poiché esse hanno la vista più profonda».

Così cantando cominciaro; e poi Così iniziarono a cantare; e poi mi portarono con sé al petto del
al petto del grifon seco menarmi, grifone, dove Beatrice stava rivolta verso di noi.
ove Beatrice stava volta a noi. 114

Disser: «Fa che le viste non risparmi; Dissero: «Guarda i suoi occhi senza risparmio: ti abbiamo posto
posto t’avem dinanzi a li smeraldi davanti agli smeraldi (i suoi occhi verdi) da cui Amore ti lanciò i suoi
ond’Amor già ti trasse le sue armi». 117 dardi (che ti fecero innamorare».

Mille disiri più che fiamma caldi Mille desideri, più caldi della fiamma, strinsero i miei occhi agli occhi
strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, splendenti di Beatrice, che erano fissi sul grifone.
che pur sopra ‘l grifone stavan saldi. 120

Come in lo specchio il sol, non altrimenti Come il sole in uno specchio, non diversamente la fiera duplice vi si
la doppia fiera dentro vi raggiava, rifletteva dentro, ora con un atteggiamento, ora con un altro (vi si
or con altri, or con altri reggimenti. 123 riflettevano separate le sue due nature, umana e divina).

Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, Pensa, lettore, quale era la mia meraviglia, quando vedevo il grifone
quando vedea la cosa in sé star queta, restare uguale a se stesso e trasmutarsi nell'immagine riflessa.
e ne l’idolo suo si trasmutava. 126
Mentre la mia anima, piena di stupore e lieta, gustava quel cibo
Mentre che piena di stupore e lieta che, saziandola, la rendeva sempre più assetata, le altre tre donne,
l’anima mia gustava di quel cibo dimostrando nei propri atti di appartenere a una condizione più
che, saziando di sé, di sé asseta, 129 elevata, si fecero avanti ballando nella loro danza angelica.
sé dimostrando di più alto tribo
ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
danzando al loro angelico caribo. 132
Il loro canto diceva: «Beatrice, volgi i tuoi occhi santi al tuo fedele
«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», che, per vederti, ha percorso tanta strada!
era la sua canzone, «al tuo fedele
che, per vederti, ha mossi passi tanti! 135
Per tua grazia, concedi a noi di svelare a lui il tuo sorriso, così che
Per grazia fa noi grazia che disvele possa vedere la seconda bellezza che tu celi».
a lui la bocca tua, sì che discerna
la seconda bellezza che tu cele». 138
O splendore di viva luce eterna, chi si fece pallido sotto l'ombra di
O isplendor di viva luce etterna, Parnaso o bevve alla sua fonte (si esercitò nella poesia) a tal punto,
chi palido si fece sotto l’ombra da non sembrare di avere la mente offuscata, tentando di descrivere
sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, 141 come apparisti là dove le sfere celesti con la loro armonia ti
circondano, quando ti svelasti nell'aria aperta?
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te qual tu paresti
là dove armonizzando il ciel t’adombra,

quando ne l’aere aperto ti solvesti? 145

Argomento del Canto


Ancora nel Paradiso Terrestre. Confessione di Dante e nuove accuse di Beatrice. Dante sviene, poi Matelda lo immerge nel Lete.
Dante è condotto davanti a Beatrice, che si svela.
È la tarda mattinata di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Accuse di Beatrice e confessione di Dante (1-36)


Beatrice, che finora ha parlato agli angeli, si rivolge direttamente a Dante al di là del fiume Lete e lo esorta a dire se le sue parole
sono vere, poiché le sue accuse devono essere accompagnate dalla confessione del poeta. Dante è così confuso che tenta invano di
parlare, quindi la donna, irritata, gli chiede cosa pensa e lo invita a rispondere, in quanto l'acqua del Lete non ha ancora cancellato in
lui la memoria dei peccati commessi. La paura spinge Dante a pronunciare un debole «sì», poi scoppia subito a piangere, come una
balestra che scocca una freccia con troppa tensione e spezza la corda, facendo arrivare il dardo a bersaglio con poca forza. Beatrice
chiede a Dante quali ostacoli insuperabili gli hanno impedito di perseguire il bene attraverso il suo amore per lei, e quali vantaggi
invece lo hanno indotto a ricercare gli altri beni terreni. Dante sospira amaramente, quindi risponde a fatica dicendo che i beni che
aveva davanti lo irretirono col loro aspetto piacevole, non appena Beatrice morì.

Nuovi rimproveri di Beatrice (37-63)


Beatrice ribatte che se anche Dante tacesse o negasse la propria colpa, questa le sarebbe comunque nota dal momento che la legge
nella mente di Dio; tuttavia, quando il peccatore confessa, ciò attenua la severità del giudizio divino. E affinché Dante provi minor
vergogna per il suo errore, imparando a essere più forte in futuro, la donna lo invita a smettere di piangere e ascoltarla,
comprendendo che la sua morte terrena avrebbe dovuto condurlo in una direzione opposta. Beatrice spiega che Dante sulla Terra
non vide mai una bellezza superiore a quella del suo corpo mortale, che ora giace sepolto: dunque quale altra creatura terrena
poteva suscitare il desiderio del poeta dopo la sua morte? Questa avrebbe dovuto indurlo a desiderare i beni eterni, invece di volare
in basso seguendo una giovane donna o altri beni passeggeri; un giovane uccellino può cadere in una trappola, ma un volatile adulto
non si lascia certo irretire come invece ha dimostrato Dante.
Pentimento e svenimento di Dante (64-90)
Dante ascolta in silenzio e a capo chino come un fanciullo che viene rimproverato e si pente, quando Beatrice lo invita ad alzare lo
sguardo e a sopportare una pena maggiore osservandola. Il poeta obbedisce non senza resistenza, come un cerro robusto che viene
sradicato con difficoltà da un vento impetuoso, quindi vede che gli angeli hanno cessato di spargere fiori. Dante vede Beatrice che
fissa il grifone e pur sotto il velo gli pare che superi in bellezza la donna conosciuta in Terra, più di quanto questa superasse le altre
donne. Dante prova odio verso ciò che, sulla Terra, lo ha distolto dall'amore di Beatrice, quindi la forza del pentimento è tale che il
poeta sviene e solo Beatrice sa cosa gli sia accaduto dopo.
Immersione nel Lete (91-102)
Quando Dante riprende i sensi, si ritrova immerso fino alla gola nel fiume Lete, con Matelda che lo sovrasta e lo esorta ad
aggrapparsi a lei con forza. La donna cammina leggera sull'acqua, tirandosi dietro Dante, finché giungono presso la sponda opposta e
il poeta sente gli angeli cantare 'Asperges me' con indicibile dolcezza. Matelda apre le braccia e spinge la testa di Dante sott'acqua,
costringendolo a bere.
Dante è condotto davanti a Beatrice (103-126)
Matelda trae Dante fuori dall'acqua e lo affida alle quattro donne che danzano alla sinistra del carro, ciascuna delle quali lo
abbraccia. Le donne cantano di essere ninfe e, al tempo stesso, stelle in cielo, essendo state ordinate come ancelle per Beatrice
prima che questa nascesse. Affermano di voler condurre Dante di fronte a Beatrice, ma il poeta dovrà essere aiutato dalle altre tre
donne danzanti a fissare il suo sguardo negli occhi della donna. Le quattro ninfe portano Dante al petto del grifone, quindi lo invitano
a guardare gli occhi di Beatrice, simili a degli smeraldi. Dante fissa gli occhi della donna, che sono a loro volta fissi sul grifone:
l'animale si riflette in essi come in uno specchio, mostrando ora una, ora l'altra sua natura. Dante è meravigliato nel vedere che il
grifone resta lo stesso, mentre la sua immagine riflessa trasmuta continuamente.
Beatrice si svela (127-145)
Dante continua a osservare quello spettacolo che, pur saziando i suoi occhi, gli infonde continuo desiderio, quando le tre donne alla
destra del carro si fanno avanti continuando la loro danza e dimostrando di appartenere a una più alta condizione. Le tre donne
cantano e si rivolgono a Beatrice invitandola a guardare Dante con i suoi occhi, per vedere i quali egli ha percorso tanta strada: la
donna deve fare loro la grazia di svelarsi e mostrare il suo sorriso che manifesta la sua bellezza di beata. Beatrice esaudisce tale
desiderio e Dante non è in grado di descrivere pienamente la sua bellezza sfolgorante, poiché anche un poeta che si fosse esercitato
assiduamente in quest'arte avrebbe la mente offuscata nel vano tentativo di rappresentare Beatrice quale apparve in quel
momento.

Interpretazione complessiva
Il Canto è diviso in due parti, la prima delle quali prosegue il dialogo iniziato fra Dante e Beatrice nell'episodio precedente (con nuove
dettagliate accuse della donna, il pentimento e lo svenimento del poeta), mentre la seconda descrive l'immersione di Dante nel Lete
e la sua presentazione a Beatrice, che si svela. L'inizio è la ripresa della situazione finale del Canto XXX, con Beatrice che esorta
duramente Dante a confessare le proprie colpe per completare il rito della purificazione: la confessione serve a ottundere la lama
della giustizia divina, e ad essa il poeta perviene non senza difficoltà, dapprima non riuscendo neppure a parlare e in seguito
pronunciando alcune deboli parole, con le quali ammette di aver tradito la memoria di Beatrice morta per seguire beni terreni
allettanti e ingannevoli, che lo distolsero dalla retta via (sono le imagini di ben... false già citate in XXX, 131 e che Beatrice poco oltre
definirà serene, che col loro canto melodioso hanno irretito Dante sulla loro strada peccaminosa; cfr. anche XIX, 7 ss., il sogno della
femmina balba). Questi beni sono parte del cosiddetto traviamento di Dante, un peccato di natura morale e, forse, anche
intellettuale che secondo Beatrice ha frapposto fossati e catene sulla strada del bene e che corrisponde probabilmente ad amori
sensuali e terreni, come le sue successive parole sembrano dichiarare: nessuna donna mortale fu mai bella come lei quand'era in
vita, quindi dopo la sua morte Dante non avrebbe dovuto subire il fascino di altre donne terrene, come invece avvenne a causa di
una pargoletta, di una giovane e bella donna che lo fece innamorare di sé. È difficile ipotizzare chi fosse realmente costei (forse la
«donna gentile», o la Petra, o la donna che con lo stesso senhal Dante canta nelle Rime), sempre che dietro di essa, come dietro la
«donna gentile», non si celi il signifcato allegorico della filosofia, ma è chiaro che questa pargoletta ha deviato il volo di Dante verso
il basso, proprio come un uccello che si è lasciato allettare da un'esca ed è caduto nella rete del cacciatore, cosa che a Dante non
doveva succedere proprio perché la morte di Beatrice gli aveva dimostrato che la bellezza materiale è fugace e passeggera. La
metafora del fedele che, come un uccello, deve volare verso il Cielo e i suoi beni eterni e non lasciarsi irretire dagli allettamenti del
mondo non è nuova (anche in XIV, 145-151 Virgilio paragona le lusinghe del demonio a un'esca che alletta gli uomini, mentre in XIX,
58 ss. le lusinghe del cielo sono dette il logoro, il richiamo che deve far volare alto il falcone); il richiamo di Beatrice fa il suo effetto e
produce un acuto pentimento in Dante, che riconosce la sua donna più bella di quand'era in vita, più di quanto lo fosse rispetto alle
altre donne, quindi prova sincera avversione verso ciò che lo aveva distolto dal suo amore per lei, da intendersi come un amore
terreno o la ricerca filosofica in contrasto col significato allegorico di Beatrice-teologia.
Lo svenimento di Dante fa da cerniera tra le due parti del Canto, poiché al suo risveglio il poeta è immerso nel fiume sino alla gola,
con Matelda che lo conduce all'altra sponda e lo costringe a bere l'acqua che cancellerà la memoria del peccato commesso. Ha inizio
a questo punto un complesso rituale in cui, oltre a Matelda, entrano in scena le quattro donne che danzano alla sinistra del carro e
alle quali Dante è affidato una volta uscito dall'acqua: esse rappresentano le virtù cardinali e le loro parole confermano tale
interpretazione, presentandosi al contempo come ninfe nell'Eden e stelle in cielo (le quattro stelle di I, 22 ss.) e dichiarando di essere
state ancelle di Beatrice prima della sua nascita, quindi, fuor di metafora, di aver preparato il mondo all'avvento di Cristo e alla
Rivelazione di cui Beatrice è allegoria. Le quattro donne conducono Dante a lei perché possa guardarla negli occhi, ma per aiutarlo a
questo interverranno le altre donne, simbolo delle virtù teologali e che si mostreranno a Dante di più alto tribo, di una condizione
più elevata in quanto sono le virtù direttamente infuse dalla Grazia divina nell'uomo redento, dopo che si è riappropriato di quelle
cardinali con l'espiazione. Dante fissa lo sguardo negli occhi di Beatrice paragonati a smeraldi, pietra che nei lapidari medievali
rappresentava la giustizia: sono gli occhi da cui Amore lo ha trafitto quando la donna era in vita, e adesso vede riflessa in essi
l'immagine del grifone, che raffigura Cristo e le cui due nature (umana e divina) si alternano nello sguardo di Beatrice. Il legame
Beatrice-grifone si spiega in quanto la donna è allegoria della Verità rivelata e della Grazia, resa possibile in seguito all'avvento di
Cristo, mentre già nella Vita nuova Beatrice era rappresentata con immagini cristologiche: Dante è quasi perso in quell'incredibile
visione, quando le tre donne invitano Beatrice a svelarsi e a mostrare la propria accresciuta bellezza di beata al poeta, definito suo
fedele in ragione del vincolo di vassallaggio amoroso che lo legava a lei in vita (e che ora, nell'Aldilà, è un amore spogliato di ogni
connotazione materiale e terrena). Il Canto si chiude con lo svelarsi di Beatrice, la cui bellezza è tale che la parola poetica di Dante è
del tutto insufficiente a descriverla, con una situazione che tante volte si riproporrà nella rappresentazione del Paradiso (è la
cosiddetta «poetica dell'inesprimibile», che nella III Cantica sarà riferita sia a Beatrice, sia alle bellezze eterne e ineffabili del terzo
regno).

Note e passi controversi


Al v. 4 sanza cunta vuol dire «senza indugio», dal lat. med. cuncta, attestato da Uguccione da Pisa.
La similitudine ai vv. 16-21, variamente interpretata, indica che Dante parla debolmente perché oppresso da troppo dolore, come la
balestra quando scocca la freccia con la corda troppo tesa, per cui la corda si spezza e la freccia giunge a bersaglio con poca forza.
Il v. 42 indica che la giustizia divina diventa meno severa di fronte a una confessione, come la mola che smussa il filo della lama se si
volge contro il taglio.
I vv. 50-51 troveranno eco in Petrarca: cfr. Canzoniere, CXXVI, 2 (le belle membra), 34-35 (già terra in fra le pietre / vedendo).
I vv. 61-63 indicano che un giovane uccellino può lasciarsi irretire dal cacciatore, ma quello adulto riesce ad evitare trappole e frecce
scagliate a suo danno.
Barba (v. 68) indica genericamente il mento, o il viso; Beatrice usa il termine in senso ironico, per indicare l'età adulta di Dante.
Il vento indicato al v. 72 è il libeccio, che spira dall'Africa (la terra di Iarba, il re dei Getuli pretendente di Didone).
Il v. 91 vuol dire che il cuore restituisce la virtù, la forza vitale, nelle membra esterne, quindi Dante rinviene (la fisiologia medievale
riteneva che lo svenimento fosse causato dal riflusso di tutto il sangue al cuore).
Al v. 96 scola vale «gondola», «barca leggera e piatta», da scaula che è parola attestata in area veneto-romagnola; meno probabile
il significato di «spola», perché Matelda scivola a fior d'acqua e non va avanti e indietro.
Il v. 98 cita un versetto del Salmo Miserere (L), che recita: Asperges me hyssopo, et mundabor; lavabis me, et super nivem dealbabor
(«Mi aspergerai con l'issopo e sarò puro; mi laverai e sarò più bianco della neve»).
Al v. 117 ti trasse le sue armi vuol dire «ti lanciò i suoi dardi».
Al v. 126 ne l'idolo suo indica «nella sua immagine riflessa», cioè negli occhi di Beatrice.
Al v. 132 caribo indica probabilmente una danza.
La seconda bellezza di Beatrice (v. 138) può indicare quella della bocca in aggiunta a quella degli occhi, ma forse è la bellezza
sovrumana della donna non più mortale.
Il v. 144 è stato variamente interpretato, benché il senso sia poco chiaro: forse vuol dire «là dove le sfere celesti con la loro armonia
ti circondano».
CANTO XXXIII
Testo Parafrasi
‘Deus, venerunt gentes’, alternando Le donne iniziarono a intonare un dolce canto, piangendo e
or tre or quattro dolce salmodia, alternandosi (prima le tre e poi le quattro), dicendo: 'O dio, sono
le donne incominciaro, e lagrimando; 3 venuti i Gentili';

e Beatrice sospirosa e pia, e Beatrice le ascoltava, sospirando devota, con aspetto tale che
quelle ascoltava sì fatta, che poco Maria trasfigurò in modo simile ai piedi della croce.
più a la croce si cambiò Maria. 6

Ma poi che l’altre vergini dier loco Ma dopo che le altre donne lasciarono che fosse lei a parlare,
a lei di dir, levata dritta in pè, alzatasi in piedi, rispose rossa di sdegno:
rispuose, colorata come foco: 9

‘Modicum, et non videbitis me; 'Ancora un poco, e non mi vedrete più; e un altro poco, sorelle mie
et iterum, sorelle mie dilette, care, mi vedrete di nuovo'.
modicum, et vos videbitis me’. 12

Poi le si mise innanzi tutte e sette, Poi le fece andare tutte e sette di fronte a sé, e con un cenno indusse
e dopo sé, solo accennando, mosse me, Matelda e il saggio che era rimasto (Stazio) a seguirla.
me e la donna e ‘l savio che ristette. 15

Così sen giva; e non credo che fosse Così procedeva; e non credo che avesse compiuto il decimo passo,
lo decimo suo passo in terra posto, quando puntò il suo sguardo su di me;
quando con li occhi li occhi mi percosse; 18

e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», e con aspetto sereno mi disse: «Vieni più in fretta, così che, se ti
mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, parlo, tu sia ben disposto ad ascoltarmi».
ad ascoltarmi tu sie ben disposto». 21

Sì com’io fui, com’io dovea, seco, Non appena mi fui avvicinato, come dovevo, mi disse: «Fratello,
dissemi: «Frate, perché non t’attenti perché non mi rivolgi delle domandi mentre cammini con me?»
a domandarmi omai venendo meco?». 24

Come a color che troppo reverenti Come avviene a coloro che sono troppo rispettosi parlando di fronte
dinanzi a suo maggior parlando sono, a un loro superiore, per cui non emettono una voce sicura, così
che non traggon la voce viva ai denti, 27 capitò a me, che iniziai a mormorare: «Mia signora, voi conoscete i
miei desideri e ciò che si addice ad essi».
avvenne a me, che sanza intero suono
incominciai: «Madonna, mia bisogna
voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». 30

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna E lei a me: «Voglio che ormai tu ti liberi da timore e vergogna, in
voglio che tu omai ti disviluppe, modo da non parlare più in modo confuso.
sì che non parli più com’om che sogna. 33

Sappi che ‘l vaso che ‘l serpente ruppe Sappi che il vaso (il carro della Chiesa) che il serpente (il drago) ha
fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda rotto è come se non esistesse più; ma chi è colpevole di questo,
che vendetta di Dio non teme suppe. 36 creda che la vendetta di Dio sarà inesorabile.

Non sarà tutto tempo sanza reda L'aquila che ha lasciato le penne nel carro, che per questo è
l’aguglia che lasciò le penne al carro, diventato un mostro e poi preda del gigante, non sarà sempre senza
per che divenne mostro e poscia preda; 39 eredi;

ch’io veggio certamente, e però il narro, infatti io vedo sicuramente, e perciò lo racconto, che è vicina una
a darne tempo già stelle propinque, costellazione, al riparo da ogni ostacolo e da ogni sbarramento, che
secure d’ogn’intoppo e d’ogni sbarro, 42 darà al mondo un'epoca in cui un cinquecento dieci e cinque (DXV),
inviato di Dio, ucciderà la meretrice e quel gigante che traffica con
nel quale un cinquecento diece e cinque, lei.
messo di Dio, anciderà la fuia
con quel gigante che con lei delinque. 45

E forse che la mia narrazion buia, Forse il mio racconto oscuro, simile a quello di Temi o della Sfinge,
qual Temi e Sfinge, men ti persuade, non ti convince molto, perché affatica il tuo intelletto come
perch’a lor modo lo ‘ntelletto attuia; 48 facevano loro (con responsi sibillini);

ma tosto fier li fatti le Naiade, ma ben presto le Naiadi scioglieranno coi fatti questo difficile
che solveranno questo enigma forte enigma, senza danno di pecore o biade.
sanza danno di pecore o di biade. 51

Tu nota; e sì come da me son porte, Tu prendi nota; e riferisci a coloro che vivono sulla Terra e sono
così queste parole segna a’ vivi destinati alla morte queste parole, così come io te le dico.
del viver ch’è un correre a la morte. 54

E aggi a mente, quando tu le scrivi, E ricordati, quando le scriverai, di non omettere come hai visto la
di non celar qual hai vista la pianta pianta che qui ora è stata spogliata due volte.
ch’è or due volte dirubata quivi. 57

Qualunque ruba quella o quella schianta, Chiunque depredi o danneggi quella pianta, di fatto offende in
con bestemmia di fatto offende a Dio, modo sacrilego Dio, il quale la creò sacra solo per i Suoi fini.
che solo a l’uso suo la creò santa. 60

Per morder quella, in pena e in disio Per aver mangiato i suoi frutti, il primo uomo (Adamo) desiderò
cinquemilia anni e più l’anima prima nella pena e nel desiderio per più di cinquemila anni colui (Cristo)
bramò colui che ‘l morso in sé punio. 63 che riscattò con la sua morte questo peccato.

Dorme lo ‘ngegno tuo, se non estima Il tuo ingegno vaneggia se non comprende che la pianta è così alta e
per singular cagione esser eccelsa capovolta per una ragione eccezionale.
lei tanto e sì travolta ne la cima. 66

E se stati non fossero acqua d’Elsa E se i pensieri vani intorno alla tua mente non l'avessero indurita
li pensier vani intorno a la tua mente, come fanno le acque del fiume Elsa, e se il loro compiacimento non
e ‘l piacer loro un Piramo a la gelsa, 69 avesse offuscato il tuo intelletto come Piramo fece col gelso, solo
grazie a queste circostanze capiresti che la giustizia di Dio è il
per tante circostanze solamente significato simbolico dell'albero, cioè per il divieto di morderlo.
la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
conosceresti a l’arbor moralmente. 72

Ma perch’io veggio te ne lo ‘ntelletto Ma poiché vedo che il tuo intelletto è come pietrificato e, così fatto,
fatto di pietra e, impetrato, tinto, è oscurato, per cui la luce delle mie parole ti abbaglia, voglio che tu
sì che t’abbaglia il lume del mio detto, 75 conservi un'immagine sommaria di ciò che ti ho detto, se non un
ricordo preciso, come il pellegrino conserva una frasca di palma sul
voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, suo bastone».
che ’l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto». 78

E io: «Sì come cera da suggello, E io: «Il mio cervello è ora segnato da voi come la cera è impressa
che la figura impressa non trasmuta, dal sigillo, in modo tale che non muta la sua figura.
segnato è or da voi lo mio cervello. 81

Ma perché tanto sovra mia veduta Ma perché la vostra parola desiderata da me vola tanto al di sopra
vostra parola disiata vola, del mio intelletto, che quanto più cerca di seguirla tanto meno la
che più la perde quanto più s’aiuta?». 84 comprende?»

«Perché conoschi», disse, «quella scuola Disse: «Perché tu riconosca quella scuola che hai seguito e capisca
c’hai seguitata, e veggi sua dottrina che la sua dottrina è insufficiente a seguire le mie parole;
come può seguitar la mia parola; 87

e veggi vostra via da la divina e perché tu veda che la sapienza umana dista da quella divina tanto
distar cotanto, quanto si discorda quanto la Terra è lontana dal Cielo che si muove più in alto (il Primo
da terra il ciel che più alto festina». 90 Mobile)».

Ond’io rispuosi lei: «Non mi ricorda Allora le risposi: «Non ricordo di essermi mai allontanato da voi, né
ch’i’ straniasse me già mai da voi, la coscienza mi rimorde per questo».
né honne coscienza che rimorda». 93

«E se tu ricordar non te ne puoi», Lei rispose sorridendo: «E se non puoi ricordartene, rammenta come
sorridendo rispuose, «or ti rammenta oggi hai bevuto l'acqua del Lete;
come bevesti di Letè ancoi; 96

e se dal fummo foco s’argomenta, e come il fumo è sicuro indizio del fuoco, questa tua dimenticanza è
cotesta oblivion chiaro conchiude la prova certa della tua colpa, quando hai rivolto ad altri (e non a
colpa ne la tua voglia altrove attenta. 99 me) la tua attenzione.

Veramente oramai saranno nude Tuttavia, d'ora in avanti le mie parole saranno più semplici, quanto
le mie parole, quanto converrassi sarà necessario perché il tuo rozzo ingegno possa capirle».
quelle scovrire a la tua vista rude». 102

E più corusco e con più lenti passi E il sole era giunto più luminoso e con cammino più lento al
teneva il sole il cerchio di merigge, meridiano, il quale muta posizione a seconda di come muta lo
che qua e là, come li aspetti, fassi, 105 sguardo (era mezzogiorno), quando le sette donne, come si ferma
chi precede gli altri come guida se trova qualcosa di nuovo o le sue
quando s’affisser, sì come s’affigge tracce, si fermarono in una radura dall'ombra attenuata, come
chi va dinanzi a gente per iscorta quella presente sotto le foglie verdi e i rami scuri in montagna,
se trova novitate o sue vestigge, 108 presso freddi fiumi .

le sette donne al fin d’un’ombra smorta,


qual sotto foglie verdi e rami nigri
sovra suoi freddi rivi l’Alpe porta. 111

Dinanzi ad esse Eufratès e Tigri Davanti alle donne mi sembrò di vedere il Tigri e l'Eufrate sgorgare
veder mi parve uscir d’una fontana, da un'unica fonte, e, come amici, allontanarsi lentamente.
e, quasi amici, dipartirsi pigri. 114

«O luce, o gloria de la gente umana, «O luce, o gloria dell'umanità, che fiumi sono questi due che
che acqua è questa che qui si dispiega nascono da una stessa sorgente e poi si separano l'uno dall'altro?»
da un principio e sé da sé lontana?». 117
A tale domanda mi fu risposto: «Prega Matelda che te lo spieghi». E
Per cotal priego detto mi fu: «Priega a questo punto la bella donna, come fa chi si scusa di una colpa,
Matelda che ‘l ti dica». E qui rispuose, rispose: «Io gli ho già spiegato questa e altre cose; e sono certa che
come fa chi da colpa si dislega, 120 l'acqua del Lete non ne ha cancellato in lui il ricordo».

la bella donna: «Questo e altre cose


dette li son per me; e son sicura
che l’acqua di Letè non gliel nascose». 123

E Beatrice: «Forse maggior cura, E Beatrice: «Forse una maggior preoccupazione, che spesso priva
che spesse volte la memoria priva, della memoria, ha offuscato gli occhi della sua mente.
fatt’ha la mente sua ne li occhi oscura. 126

Ma vedi Eunoè che là diriva: Ma vedi l'Eunoè che nasce laggiù: conducilo al fiume e, come sei
menalo ad esso, e come tu se’ usa, solita fare, ravviva la sua memoria attenuata».
la tramortita sua virtù ravviva». 129
Come anima gentil, che non fa scusa, Come un'anima nobile che non accampa scuse, ma fa propri i
ma fa sua voglia de la voglia altrui desideri degli altri non appena questi sono resi evidenti, così, dopo
tosto che è per segno fuor dischiusa; 132 avermi preso per mano, la bella donna si mosse e disse
signorilmente a Stazio: «Vieni con lui».
così, poi che da essa preso fui,
la bella donna mossesi, e a Stazio
donnescamente disse: «Vien con lui». 135

S’io avessi, lettor, più lungo spazio Se io, lettore, avessi più ampio spazio per scrivere, io descriverei
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte almeno in parte il dolce sapore dell'acqua dell'Eunoè che non mi
lo dolce ber che mai non m’avrìa sazio; 138 avrebbe mai saziato;

ma perché piene son tutte le carte ma poiché tutte le carte predisposte per questa seconda Cantica
ordite a questa cantica seconda, sono ormai piene, il freno dell'arte non mi permette di proseguire.
non mi lascia più ir lo fren de l’arte. 141

Io ritornai da la santissima onda Io mi allontanai dal fiume sacro del tutto rinnovato, come le piante
rifatto sì come piante novelle giovani che rifioriscono e si coprono di nuove fronde, purificato e
rinnovellate di novella fronda, pronto per salire alle stelle (in Paradiso).

puro e disposto a salire alle stelle. 145

Argomento del Canto


Ancora nel Paradiso Terrestre. Profezia di Beatrice sul «DXV» e missione di Dante. Matelda conduce Dante e Stazio a bere l'acqua
dell'Eunoè.
È mezzogiorno di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Canto delle sette donne e sospiro di Beatrice (1-12)


Le sette donne intonano un canto alternandosi fra loro (prima le tre poi le quattro), col quale lamentano tra le lacrime la distruzione
del Tempio di Gerusalemme; Beatrice sospira profondamente, simile a Maria ai piedi della croce dove fu ucciso Gesù. Quando le
donne tacciono, Beatrice si alza in piedi e, rossa di sdegno, afferma che fra poco tempo non la si vedrà più, poi riapparirà
nuovamente, come disse Cristo nell'Ultima Cena.

Beatrice profetizza la venuta del «DXV» (13-51)


Beatrice si pone le sette donne di fronte, quindi si mette in cammino accennando a Dante, Matelda e Stazio di seguirla. Dopo aver
percorso circa nove passi, Beatrice si rivolge a Dante e lo invita ad affrettare il cammino per potergli parlare più da vicino. Dante
obbedisce e, una volta vicino alla donna, questa gli chiede perché non le domandi nulla. Il poeta risponde con voce esitante, come
qualcuno che è intimorito dalla presenza di un superiore, e spiega che Beatrice conosce bene ciò che gli serve senza bisogno che lui
chieda. Beatrice ribatte che Dante deve ormai abbandonare ogni vergogna e parlare in modo meno confuso, poiché il carro che è
stato rotto dal drago non esiste più e il responsabile di questo può stare certo che la punizione divina lo colpirà inesorabile. L'aquila
che lasciò le penne nel carro, prosegue, non resterà a lungo senza eredi e Beatrice profetizza che di lì a poco le stelle saranno
favorevoli alla venuta di un «cinquecento, dieci e cinque» che sarà un inviato di Dio e che ucciderà la prostituta e il gigante che
traffica con lei. Forse, aggiunge Beatrice, la sua profezia risulta troppo oscura per Dante, ma presto i fatti toglieranno ogni dubbio
senza causare alcun danno.
Missione di Dante. Oscure parole di Beatrice (52-78)
Beatrice invita Dante a prendere nota delle sue parole, in modo da riferirle ai vivi sulla Terra, senza scordare di descrivere il modo in
cui l'albero simbolico è stato depredato due volte. Aggiunge che chiunque danneggia quella pianta compie un atto sacrilego contro
Dio, che la creò inviolabile solo per i propri fini. Adamo, per aver morso il frutto di quell'albero, attese più di cinquemila anni nel
Limbo prima che arrivasse Cristo trionfante, che col suo sacrificio riscattò il peccato originale. Dante vaneggia se non comprende la
ragione per cui l'albero è capovolto e si estende tanto verso il Cielo; e se il suo ingegno non fosse stato indurito da vaneggianti
pensieri, capirebbe solo da questi segni il significato simbolico dell'albero. Tuttavia, poiché Beatrice si avvede che l'intelletto di Dante
è ancora ottenebrato, desidera che il poeta porti con sé almeno un'immagine sommaria di quanto gli ha detto, se non proprio tutto
quanto scritto nella mente.

Insufficienza della dottrina seguita da Dante (79-102)


Dante risponde che il suo cervello conserva l'impronta delle parole di Beatrice, come della cera segnata da un sigillo. Ma perché,
chiede, i discorsi della donna superano la sua capacità di comprenderli, al punto che l'intelletto si perde quanto più si sforza di
seguirli? Beatrice risponde che ciò serve a far capire a Dante che la dottrina da lui seguita finora è insufficiente a capire le sue parole,
poiché la via che ha percorso dista tanto da quella di Dio quanto la Terra è distante dal Primo Mobile. Dante ribatte di non ricordare
affatto di essersi allontanato dal culto di Beatrice e questa spiega sorridendo che il poeta non può ricordarlo, avendo bevuto l'acqua
del Lete; il fatto che tale ricordo sia stato cancellato, del resto, è la prova evidente del fatto che tale azione è da considerare
peccaminosa. Da questo momento, conclude Beatrice, le sue parole saranno all'altezza dell'ingegno ancora rozzo del poeta, perché
lui possa capirle.

Matelda conduce Dante e Stazio all'Eunoè (103-135)


Il sole ha ormai raggiunto il meridiano, essendo più luminoso e lento (è mezzogiorno), quando le sette donne che aprono il corteo si
fermano, come fanno le guide quando trovano qualcosa di nuovo lungo il cammino. Il gruppo ha raggiunto un punto dove i raggi
solari penetrano debolmente, simile a una radura in alta montagna: qui Dante vede due fiumi (il Lete e l'Eunoè) che sgorgano da
un'unica fonte e poi si dipartono, simili al Tigri e all'Eufrate. Dante, stupito, chiede a Beatrice quali siano quei fiumi e la donna invita
il poeta a chiedere a Matelda. Questa ribatte di aver già fornito la spiegazione a Dante e che questo ricordo non può essere stato
cancellato dal Lete, per cui Beatrice conclude che l'attenzione prestata da Dante ad altro ha forse provocato in lui questa
dimenticanza. Beatrice indica poi a Matelda l'Eunoè, invitando la bella donna a condurre là Dante per ravvivare la sua virtù. Matelda
obbedisce prontamente e conduce Dante e Stazio al fiume.
Dante beve l'acqua dell'Eunoè (136-145)
Se Dante avesse più spazio da dedicare alla scrittura potrebbe descrivere il modo in cui bevve l'acqua dell'Eunoè, che ha un sapore
così dolce che non sazia mai: tuttavia, poiché la II Cantica del poema è ormai ultimata, il freno dell'arte lo costringe a passare oltre.
Dante, dopo aver bevuto, si allontana dalle acque sante del fiume completamente rinnovato nell'animo, come le piante in primavera
rinnovano del tutto le loro fronde, cosicché è ormai purificato e pronto a salire in Cielo.
Interpretazione complessiva
Il Canto conclude la «sacra rappresentazione» che ha avuto inizio con l'ingresso di Dante nell'Eden e più in particolare costituisce un
epilogo e una chiosa alla vicenda allegorica del carro che è stata al centro del Canto precedente, attraverso le parole oscure di
Beatrice che profetizza la venuta di un messo di Dio destinato a ristabilire la giustizia in Terra. L'inizio si ricollega al finale proprio del
Canto XXXII, quando il gigante aveva trascinato via il carro simboleggiando l'inizio della cosiddetta cattività avignonese: le sette
donne-virtù cantano piangendo il Salmo 'Deus, venerunt gentes', che era dedicato alla profanazione del Tempio di Gerusalemme da
parte dei Babilonesi, mentre il trasferimento della sede papale ad Avignone viene interpretato da Dante quale atto sacrilego
compiuto da Filippo il Bello che era rappresentato proprio dal gigante. Beatrice è paragonata a Maria dolente ai piedi della Croce, in
quanto è afflitta per la violenta lacerazione avvenuta in seno alla Cristianità, e usa le parole di Gesù all'Ultima Cena quando dice che
di lì a poco non la si vedrà più, mentre riapparirà dopo qualche tempo. È improbabile che tale affermazione sia da riferire al
significato allegorico di Beatrice come teologia, mentre si pensa che la donna parli della sede papale destinata a lasciare Roma e poi
a tornare, anche se è difficile dire che Dante, qui, profetizzi un pronto ritorno del pontefice in Italia (la sede papale tornerà a Roma
solo nel 1377). Certo questa oscura affermazione di Beatrice, che usa un linguaggio scritturale denso di significato sacro, anticipa la
profezia che occuperà i versi seguenti e che prelude, forse, anche alla fine della cattività avignonese nell'ambito di un generale
ristabilimento della giustizia.
Subito dopo la processione si rimette in marcia, con le sette donne che aprono il corteo e tutti gli altri a seguire, mentre Beatrice
invita Dante ad avvicinarsi per poter meglio ascoltare le sue parole. Il discorso di Beatrice occupa tutta la parte centrale del Canto e
mostra il personaggio nello stesso atteggiamento che vedremo tante volte nel Paradiso, ovvero di guida e maestra del poeta che
sarà spesso invitato a domandare spiegazioni per sciogliere i suoi dubbi in materia dottrinale (qui la donna esorta bruscamente
Dante a lasciare ogni timore e vergogna, dovuti in precedenza all'ammissione del suo peccato, e a non parlare più come un uomo
che vaneggia). La prima parte del discorso di Beatrice è l'oscura profezia della punizione divina che si abbatterà contro i responsabili
della corruzione della Chiesa, indicata come il vaso (il carro della processione simbolica) rotto dal serpente rappresentato dal drago:
il carro, dice Beatrice, fu e non è (sono le parole con cui l'Apocalisse parla della bestia in cui il carro si è tramutato nel Canto
precedente), in quanto la Chiesa pervasa dalla corruzione è come inesistente, ma presto Dio colpirà chi ha colpa di questo in modo
inesorabile. Beatrice preannuncia la venuta di un inviato di Dio, il cinquecento diece e cinque destinato a occupare la sede vacante
dell'Impero e a uccidere la prostituta e il gigante che mercanteggia con lei, quindi, fuor di metafora, a sconfiggere la monarchia
francese e a ristabilire la giustizia in Terra stroncando la corruzione che affligge la Curia pontificia. Le parole della donna sono troppo
oscure per stabilire chi possa celarsi dietro questo misterioso «DXV», ma l'accenno all'aquila che non resterà a lungo sanza reda fa
pensare che si tratti di un imperatore destinato a ricondurre l'Italia e Roma sotto il suo dominio, forse quell'Arrigo VII di
Lussemburgo che nel 1310-1313 fu protagonista di un tentativo analogo e sfortunato (tale ipotesi verrebbe avvalorata dalla certezza,
che però non abbiamo, che questo Canto sia stato composto da Dante in quel periodo e dunque prima della morte del sovrano nel
1313). Al di là dell'identificazione del personaggio, per cui si veda oltre, è certo che Dante attribuiva le cause del disordine politico e
morale del suo tempo soprattutto alla mancanza di un'autorità imperiale in Italia e alla dilagante corruzione ecclesiastica, che
avevano raggiunto il loro culmine proprio nella cattività avignonese; chiunque sia il «DXV», pare ovvio che da lui il poeta si
aspettasse un profondo rinnovamento politico e sociale, nonché il ristabilimento della giustizia fino a quel momento calpestata dai
potenti per la loro avidità, per cui la profezia di Beatrice suona come l'annuncio di una dura punizione per tutti coloro che avevano
offeso la giustizia divina (in questo senso la donna esorta Dante a trascrivere tutto nel poema e, in particolare, a descrivere la doppia
spoliazione dell'albero simbolico, ad opera di Adamo e, probabilmente, del gigante, cioè della monarchia di Francia).
Il discorso di Beatrice si fa a questo punto più oscuro e allusivo, con un linguaggio denso di richiami scritturali che ha la funzione di
far capire a Dante l'insufficienza della dottrina filosofica da lui seguita in passato: la donna spiega che l'albero è capovolto rispetto
alle piante terrene in quanto simboleggia la giustizia divina, che ha la sua origine in Cielo e che nessuno dovrebbe danneggiare
offendendo Dio, e Dante lo capirebbe da solo se il suo ingegno non fosse ottenebrato e indurito dai suoi precedenti vaneggiamenti,
con un riferimento al «traviamento» intellettuale che gli ha rimprovetato nei Canti XXX-XXXI. Beatrice afferma che tali pensier vani
hanno offuscato l'ingegno di Dante come l'acqua calcarea del fiume Elsa e l'hanno oscurato come il sangue di Piramo aveva mutato il
colore dei frutti del gelso, con due similitudini difficili e di elegante artificiosità; aggiunge che Dante dovrà conservare un'immagine
sommaria delle cose da lei dette, come il pellegrino in Terrasanta porta una frasca di palma sul bordone in ricordo del suo
pellegrinaggio. Dante chiede a Beatrice come mai le sue parole siano così ardue a comprendersi e la risposta di Beatrice sottolinea
l'enorme distanza che c'è tra la dottrina seguita da Dante in precedenza e la teologia, indicando il peccato di Dante come un
allontanamento dalla teologia la quale dovrà, d'ora in avanti, fornire al poeta ogni risposta alla sua sete di conoscenza (si veda a
riguardo la Guida al Canto XXX). Il fatto che Dante non ricordi questo «tradimento» di Beatrice è significativo, poiché l'acqua del Lete
ne ha cancellato il ricordo e ciò dimostra che si trattava di una condotta peccaminosa, come dal fummo foco s'argomenta.
Il Canto si conclude con l'arrivo alla fonte da cui sgorgano Lete e Eunoè, paragonati a Tigri ed Eufrate che secondo il libro della
Genesi scorrevano essi pure nel Paradiso Terrestre, e dei quali il poeta non si ricorda perché, a detta di Beatrice, la sua attenzione è
stata assorbita da altro, forse dalla processione simbolica. Beatrice incarica Matelda (nominata qui per la prima e unica volta) di
condurre Dante e Stazio all'acqua dell'Eunoè, come la donna è solita fare, perché bevendo da essa si rafforzi la memoria del bene
compiuto e si perfezioni il rito di purificazione che prelude all'ascesa in Paradiso: la fine della Cantica coincide con un'elegante
preterizione, con la quale Dante rimpiange di non avere maggiore spazio da dedicare alla descrizione del gusto dell'acqua del fiume
che mai lo sazierebbe, mentre ormai la cantica seconda è giunta al termine e lo fren de l'arte non gli permette di procedere oltre. Gli
ultimi versi del Purgatorio descrivono il ritorno di Dante dal fiume sacro totalmente purificato dai suoi peccati, attraverso la
replicazione piante novelle / rinovellate di novella fronda e la similitudine della pianta che a primavera si è ricoperta di nuovi fiori,
forse con un riferimento al paesaggio desolato della selva iniziale, mentre il poeta è ormai puro e disposto a salire a le stelle.
La profezia del «DXV»
È, assieme a quella del «veltro» del Canto I dell'Inferno, la più oscura del poema e ha con quella più di un'analogia, dal momento che
entrambe preannunciano la venuta di un personaggio che dovrà ristabilire la giustizia sulla Terra e si collocano, simmetricamente,
all'inizio e alla fine rispettivamente della I e della II Cantica della Commedia. Secondo molti commentatori il «veltro» e il «DXV»
sarebbero in realtà la stessa persona, anche se la prima profezia è molto più indeterminata e indica soltanto che questo personaggio
dovrà scacciare la lupa-avarizia dal mondo, senza fornire ulteriori dettagli che consentano la sua identificazione; il «DXV» viene
invece messo in relazione all'aquila imperiale che, si dice, non resterà a lungo senza eredi, per cui pare che il personaggio indichi un
imperatore, destinato a ristabilire il suo dominio sull'Italia e a sconfiggere la monarchia francese, eventualmente riportando la sede
papale da Avignone a Roma. Molti hanno naturalmente pensato ad Arrigo VII di Lussemburgo che fu protagonista di una sfortunata
discesa in Italia nel 1310-1313 e al quale Dante indirizzò l'Epistola VII nel 1311 (dai toni molto simili a quelli della profezia), anche se
ignoriamo la data di composizione del Canto XXXIII del Purgatorio; può darsi che all'epoca il sovrano fosse ancora vivo e che in
seguito, dopo la sua morte nel 1313, Dante non abbia sentito l'esigenza di modificare la profezia per il suo carattere oscuro,
confidando nell'avvento di un altro personaggio in grado di realizzare l'opera non riuscita all'imperatore. Vari studiosi hanno pensato
a Cangrande della Scala, già associato alla profezia del «veltro» ed esaltato da Cacciaguida nel suo discorso di Par., XVII, 76-93, per
quanto il fatto di essere vicario imperiale non autorizza forse a indicarlo come reda (erede) dell'aquila della processione di Purg.,
XXXII.
La scelta di indicare il messo di Dio con la formula cinquecento diece e cinque rimanda probabilmente all'Apocalisse, dove ad
esempio Nerone viene indicato col numero «666» poi associato all'Anticristo: moltissime sono state le interpretazioni da parte degli
studiosi, a cominciare da quella ovvia che considera il numero romano «DXV» come anagramma di «DVX» (dux, «condottiero») e lo
riferisce appunto a un imperatore destinato a una vittoriosa crociata contro la monarchia francese o i Comuni ribelli dell'Italia
settentrionale. Alcuni hanno considerato il numero 515 cercandovi vari significati, incluso quello secondo cui 515 + 800 (l'anno della
craazione del Sacro Romano Impero) = 1315, l'anno in cui secondo le profezie gioachimite ci sarebbe stata la redenzione della
Chiesa; altri hanno visto in «DXV» un acrostico del tipo Domini Xristi Vertagus («levriero del signore Gesù Cristo»), Domini Xristi
Vicarius («vicario del signore Gesù Cristo»), mentre alcuni hanno pensato addirittura allo stesso Dante (Dante Xristi Vertagus,
interpretazione quanto meno originale). Quale che sia l'identificazione corretta, questione sulla quale esiste una vasta letteratura
critica e che è destinata forse a restare insoluta, resta la sostanza della profezia messa in bocca a Beatrice che è parte della
coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione e la degenerazione del suo tempo, nonché la fede incrollabile nell'avvento di un
personaggio inviato da Dio a rimettere le cose a posto e assicurare al mondo la giustizia, tema che sarà ripreso nei Canti centrali del
Paradiso e che costituisce il motivo ricorrente dell'intero poema. È significativo che il percorso di redenzione di Dante, che ha
attraversato i primi due regni dell'Oltretomba mostrando tutto il male del mondo, si concluda in certo modo con questa profezia,
che per quanto oscura dichiara la fiducia del poeta in una prossima palingenesi politica e morale, desiderio forse utopistico ma che
nasce dal profondo rammarico per la degenerazione cui l'Italia del primo Trecento era giunta e contro la quale Dante leva fortissima
la sua protesta e la sua denuncia.
Note e passi controversi
Il v. 1 cita il versetto iniziale del Salmo LXXVIII, Deus, venerunt gentes in hereditatem tuam, polluerunt templum sanctum tuum («O
Dio, i Gentili sono penetrati nella tua eredità, hanno profanato il tuo sacro Tempio»); Dante paragona la distruzione del Tempio di
Gerusalemme ad opera del re babilonese Nabucodonosor del 587 a.C. alla cattività avignonese.
I vv. 10-12 attribuiscono a Beatrice le parole pronunciate da Gesù nell'Ultima Cena (Ioann., XVI, 16): Modicum, et iam non videbitis
me, et iterum modicum, et videbitis me quia vado ad Patrem («Ancora un poco, e non mi vedrete più; e un altro poco, poi mi
vedrete di nuovo, poiché vado al Padre mio»). I vv. 10 e 12 hanno una scansione irregolare, a meno di non accentare fortemente et.
Il savio che ristette (v. 15) è Stazio, rimasto con Dante a differenza di Virgilio che se ne è andato.
I vv. 16-18 indicano che Beatrice si rivolge a Dante prima di compiere il decimo passo, quindi dopo averne fatti nove (il numero è
simbolico e forse rimanda alla Vita nuova in cui nove è il numero di Beatrice).
L'espressione fu e non è (v. 35) è ripresa da Apoc., XVII, 8: bestia, quam vidisti, fuit et non est, dove la «bestia» è lo stesso mostro in
cui si è tramutato il carro della Chiesa nel Canto XXXII. Dante intende dire che la Chiesa, pervasa dalla corruzione, è come
inesistente.
Il v. 36 (che vendetta di Dio non teme suppe) è stato interpretato nei modi più vari, per il senso non chiaro di suppe: i commentatori
antichi citavano un'usanza per cui l'omicida che avesse mangiato una zuppa sulla tomba dell'ucciso per nove giorni consecutivi era
certo di scampare la punizione; altri hanno pensato a un rito dei re francesi che si facevano giurare fedeltà dai vassalli con un pezzo
di pane intriso nel vino; altri ancora, tra cui Pietro di Dante, hanno inteso suppa come offa e hanno interpretato il messo di Dio come
il veltro, che non potrà essere ammansito con una focaccia come nel caso di Cerbero (il veltro era appunto un cane da caccia). Il
senso generale è che la punizione divina non può essere evitata.
Al v. 44 fuia significa propriamente «ladra» ed è riferito alla prostituta, con allusione alla Curia papale corrotta e degenere.
Al v. 48 il vb. attuia vuol dire probabilmente «affatica l'intelletto».
Le Naiade del v. 49 sono le Naiadi, le ninfe boscherecce del mito classico che non sono mai descritte come scioglitrici di enigmi. Qui
Dante segue un passo di Ovidio (Met., VII, 759 ss.) in cui si legge Carmina Laiades non intellecta priorum / solverat ingeniis («Edipo,
figlio di Laio, aveva risolto l'enigma prima non compreso da alcun ingegno»), ma che alcuni codd. medievali corrotti leggevano
Carmina Naiades, da cui l'equivoco. Nel testo ovidiano, poi, Temi (dea della giustizia) vendica la morte della Sfinge determinata dallo
scioglimento dell'enigma inviando una belva che fa strage delle greggi tebane: nel Medioevo, invece, Temi era stata identificata con
una profetessa in gara con la Sfinge, che si sarebbe vendicata del disprezzo dei Tebani che si rivolgevano appunto alle Naiadi per
sciogliere gli enigmi.
Al v. 67 Beatrice cita l'acqua del fiume Elsa, affluente dell'Arno, che è particolarmente calcarea e incrosta gli oggetti che vi restano
immersi; la donna intende dire che i pensier vani seguiti da Dante hanno offuscato e indurito il suo ingegno.
L'agg. smorta (v. 109) può significare «attenutata», in quanto in quel punto i raggi del sole penetrano debolmente tra i rami, oppure
«cupa».
I fiumi Tigri ed Eufrate (v. 112) scorrevano insieme al Gehon e al Phison nell'Eden, secondo Gen., II, 10-14, tutti nati da una stessa
fonte; qui servono a Dante solo come paragone.
Al v. 119 Matelda è direttamente nominata per la prima e unica volta nella Cantica.
Al v. 135 l'avv. donnescamente vuol dire «con grazia signorile» ed è l'unica occorrenza del poema.
Il v. 145 che chiude il Purgatorio termina con la parola stelle, come l'ultimo di Inferno (XXXIV, 139) e Paradiso (XXXIII, 145).
IL PARADISO
CANTO I
Testo Parafrasi
La gloria di colui che tutto move La potenza di Colui (Dio) che muove ogni cosa si diffonde in tutto
per l’universo penetra, e risplende l'Universo e splende più in alcune parti, meno in altre.
in una parte più e meno altrove. 3 Io fui nel Cielo (Empireo) che è più illuminato dalla sua luce, e vidi
cose che chi scende di lassù non sa né può riferire;
Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende; 6

perché appressando sé al suo disire, infatti, avvicinandosi all'oggetto del suo desiderio (Dio), il nostro
nostro intelletto si profonda tanto, intelletto si addentra tanto in profondità che la memoria non lo può
che dietro la memoria non può ire. 9 seguire.

Veramente quant’io del regno santo Tuttavia, l'argomento del mio canto sarà ciò che io riuscii a fissare
ne la mia mente potei far tesoro, nella mia mente del regno santo (Paradiso).
sarà ora materia del mio canto. 12

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro O buono Apollo, concedimi la tua ispirazione per l'ultima Cantica,
fammi del tuo valor sì fatto vaso, tanto quanto tu richiedi per concedere l'agognato alloro poetico.
come dimandi a dar l’amato alloro. 15

Infino a qui l’un giogo di Parnaso Finora mi è stata sufficiente una sola cima del monte Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue (l'ispirazione delle Muse); ma ora devo accingermi al lavoro rimasto
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. 18 con l'aiuto di entrambe (anche di Apollo).

Entra nel petto mio, e spira tue Entra nel mio petto e ispirami, proprio come quando tirasti fuori
sì come quando Marsia traesti Marsia dall'involucro delle sue membra (lo scorticasti vivo).
de la vagina de le membra sue. 21

O divina virtù, se mi ti presti O virtù divina, se ti concedi a me quel tanto che basti a che io
tanto che l’ombra del beato regno esprima una traccia del regno dei beati impressa nella mia mente,
segnata nel mio capo io manifesti, 24 mi vedrai venire ai piedi del tuo amato albero, e incoronarmi con le
sue foglie di cui tu e l'alto argomento del poema mi renderanno
vedra’mi al piè del tuo diletto legno degno.
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno. 27

Sì rade volte, padre, se ne coglie Capita così di rado, padre, che si colga l'alloro per il trionfo di un
per triunfare o cesare o poeta, condottiero o di un poeta (per colpa e vergogna della poca
colpa e vergogna de l’umane voglie, 30 ambizione umana), che la fronda di Peneo (l'alloro) dovrebbe far
nascere gioia nella gioiosa divinità di Delfi (Apollo), quando è
che parturir letizia in su la lieta desiderata da qualcuno.
delfica deità dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta. 33

Poca favilla gran fiamma seconda: Una grande fiamma segue una debole scintilla: forse dopo di me
forse di retro a me con miglior voci altri, con voci migliori, pregheranno perché Cirra (Apollo) risponda.
si pregherà perché Cirra risponda. 36

Surge ai mortali per diverse foci La lanterna del mondo (il sole) sorge ai mortali da diversi punti
la lucerna del mondo; ma da quella dell'orizzonte: ma da quel punto in cui quattro cerchi si intersecano
che quattro cerchi giugne con tre croci, 39 formando tre croci, esso nasce in congiunzione con una stagione più
mite e con una stella propizia (l'Ariete, all'equinozio primaverile) ed
con miglior corso e con migliore stella esercita un più benefico influsso sul mondo.
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella. 42

Fatto avea di là mane e di qua sera Quel punto aveva fatto pieno giorno in Purgatorio e notte sulla
tal foce, e quasi tutto era là bianco Terra, e un emisfero era tutto bianco e l'altro nero, quando vidi
quello emisperio, e l’altra parte nera, 45 Beatrice voltata a sinistra e intenta a fissare il sole: un'aquila non lo
fissò mai in tal modo.
quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco. 48

E sì come secondo raggio suole E come il raggio riflesso è solito allontanarsi da quello di incidenza e
uscir del primo e risalire in suso, salire in alto con lo stesso angolo, come un pellegrino che vuole
pur come pelegrin che tornar vuole, 51 tornare in patria, così dal suo atteggiamento infuso nella mia
facoltà immaginativa nacque il mio, e fissai il sole al di là delle
così de l’atto suo, per li occhi infuso normali capacità umane.
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso. 54

Molto è licito là, che qui non lece Là nell'Eden sono permesse molte cose che non lo sono sulla Terra,
a le nostre virtù, mercé del loco grazie a quel luogo creato come proprio della specie umana.
fatto per proprio de l’umana spece. 57

Io nol soffersi molto, né sì poco, Io non potei fissare il sole a lungo, ma neppure così poco da non
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, vederlo sfavillare tutt'intorno, come un ferro incandescente appena
com’ferro che bogliente esce del foco; 60 uscito dal fuoco;

e di sùbito parve giorno a giorno e subito sembrò che al giorno ne fosse stato aggiunto un altro,
essere aggiunto, come quei che puote come se Dio avesse adornato il cielo di un secondo sole.
avesse il ciel d’un altro sole addorno. 63

Beatrice tutta ne l’etterne rote Beatrice teneva lo sguardo fisso sulle ruote celesti; e io fissai a mia
fissa con li occhi stava; e io in lei volta lo sguardo su di lei, distogliendolo dal cielo.
le luci fissi, di là sù rimote. 66

Nel suo aspetto tal dentro mi fei, Nel guardarla divenni dentro tale quale diventò Glauco quando
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba mangiò l'erba, che lo trasformò in una divinità marina.
che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi. 69

Trasumanar significar per verba Elevarsi al di là dei limiti umani non si potrebbe spiegare a parole:
non si poria; però l’essemplo basti perciò basti l'esempio mitologico a coloro ai quali la grazia divina
a cui esperienza grazia serba. 72 riserva l'esperienza diretta.

S’i’ era sol di me quel che creasti Se io ero solo ciò che tu, amore che governi il Cielo, creasti per
novellamente, amor che ‘l ciel governi, ultima (l'anima razionale), lo sai tu che mi sollevasti con la tua luce.
tu ‘l sai, che col tuo lume mi levasti. 75

Quando la rota che tu sempiterni Quando il movimento rotatorio dei Cieli, che tu rendi eterno col
desiderato, a sé mi fece atteso desiderio delle ruote celesti di avvicinarsi a te, attirò la mia
con l’armonia che temperi e discerni, 78 attenzione con l'armonia che tu regoli e stabilisci, il cielo mi sembrò
a tal punto acceso dalla luce del sole che la pioggia o un fiume non
parvemi tanto allor del cielo acceso crearono mai un lago tanto ampio.
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso. 81

La novità del suono e ‘l grande lume La novità del suono e la luce intensa accesero in me il desiderio di
di lor cagion m’accesero un disio conoscerne la causa, così acuto come non lo sentii mai.
mai non sentito di cotanto acume. 84
Ond’ella, che vedea me sì com’io, Allora Beatrice, che leggeva nella mia mente come me stesso, prima
a quietarmi l’animo commosso, che le chiedessi qualcosa aprì la bocca per placare il mio animo
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio, 87 turbato e disse: «Tu stesso ti rendi incapace di comprendere con
una falsa immaginazione, così che non vedi ciò che vedresti se te
e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso fossi liberato.
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso. 90

Tu non se’ in terra, sì come tu credi; Tu non sei in Terra, come credi: ma un fulmine, lasciando la sua
ma folgore, fuggendo il proprio sito, sede naturale (la sfera del fuoco), non corse così velocemente come
non corse come tu ch’ad esso riedi». 93 tu che torni al luogo che ti è proprio (l'Empireo)».

S’io fui del primo dubbio disvestito Se io fui liberato dal primo dubbio grazie a quelle brevi e sorridenti
per le sorrise parolette brevi, parole, fui colto da un altro dubbio, e dissi: «Ora la mia grande
dentro ad un nuovo più fu’ inretito, 96 meraviglia si è placata; ma adesso mi stupisco di come io possa
salire oltre questi corpi leggeri (aria e fuoco)».
e dissi: «Già contento requievi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’io trascenda questi corpi levi». 99

Ond’ella, appresso d’un pio sospiro, Allora lei, dopo un sospiro devoto, mi guardò con l'aspetto di una
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante madre che si rivolge al figlio che dice sciocchezze, e iniziò: «Tutte le
che madre fa sovra figlio deliro, 102 cose create sono ordinate fra loro, e questa è la forma che rende
l'Universo simile a Dio.
e cominciò: «Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante. 105

Qui veggion l’alte creature l’orma In questo ordine le creature razionali (uomini e angeli) vedono
de l’etterno valore, il qual è fine l'impronta della virtù divina, che è il fine ultimo di tutto l'ordine
al quale è fatta la toccata norma. 108 medesimo.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline In quest'ordine che dico tutte le nature ricevono la loro inclinazione,
tutte nature, per diverse sorti, in modi diversi, più o meno vicine al loro principio creatore (Dio);
più al principio loro e men vicine; 111

onde si muovono a diversi porti per cui tendono a diversi obiettivi nell'ampiezza dell'Universo, e
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna ciascuna è spinta da un istinto dato ad essa.
con istinto a lei dato che la porti. 114

Questi ne porta il foco inver’ la luna; Questo istinto porta il fuoco verso l'alto; esso muove i cuori degli
questi ne’ cor mortali è permotore; esseri irrazionali ed esso stringe e rende coesa la terra;
questi la terra in sé stringe e aduna; 117

né pur le creature che son fore quest'istinto fa muovere non solo le creature prive di intelligenza,
d’intelligenza quest’arco saetta ma anche quelle dotate di anima razionale.
ma quelle c’hanno intelletto e amore. 120

La provedenza, che cotanto assetta, La Provvidenza, che stabilisce tutto questo, fa sempre quieto con la
del suo lume fa ‘l ciel sempre quieto sua luce il Cielo (Empireo) nel quale ruota quello più veloce (Primo
nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; 123 Mobile; Dio risiede nell'Empireo);

e ora lì, come a sito decreto, e ci porta lì, come a un sito stabilito, la forza di quell'istinto naturale
cen porta la virtù di quella corda che indirizza a buon fine ogni essere che muove.
che ciò che scocca drizza in segno lieto. 126

Vero è che, come forma non s’accorda È pur vero che, come la forma molte volte non
molte fiate a l’intenzion de l’arte, corrisponde all'intenzione dell'artista, perché la materia non
perch’a risponder la materia è sorda, 129 risponde come dovrebbe, così talvolta la creatura razionale si
allontana da questo corso, avendo il potere (libero arbitrio) di
così da questo corso si diparte piegare in altra direzione, pur così ben indirizzata;
talor la creatura, c’ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte; 132

e sì come veder si può cadere e come si può vedere un fulmine che cade da una nuvola, così
foco di nube, sì l’impeto primo l'istinto naturale può far tendere l'uomo verso il basso, attirato dal
l’atterra torto da falso piacere. 135 falso piacere dei beni terreni.

Non dei più ammirar, se bene stimo, Non devi più stupirti, se giudico correttamente, per il fatto che tu
lo tuo salir, se non come d’un rivo sali, se non come di un fiume che scorre dalla montagna a valle.
se d’alto monte scende giuso ad imo. 138

Maraviglia sarebbe in te se, privo Ci sarebbe da stupirsi se tu, privo di impedimenti, fossi rimasto a
d’impedimento, giù ti fossi assiso, terra, proprio come un fuoco che rimanesse quieto e non salisse
com’a terra quiete in foco vivo». verso l'alto». Dopo le sue parole, Beatrice rivolse lo sguardo al Cielo.

Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. 142

Argomento del Canto


Proemio della Cantica. Dante e Beatrice ascendono al Paradiso. Dubbi di Dante e spiegazione di Beatrice circa l'ordine dell'Universo.
È mezzogiorno di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Proemio della Cantica (1-36)


Dante dichiara di essere stato nel Cielo del Paradiso (l'Empireo) che riceve maggiormente la luce divina che si diffonde nell'Universo:
lì ha visto cose difficili da riferire a parole, poiché l'intelletto umano non riesce a ricordare ciò che vede quando penetra in Dio. Il
poeta tenterà di descrivere il regno santo nella III Cantica e per questo invoca l'assistenza di Apollo, in quanto l'aiuto delle Muse non
gli è più sufficiente. Il dio pagano dovrà ispirarlo col suo canto, come fece quando vinse il satiro Marsia, tanto da permettergli di
affrontare l'alta materia del Paradiso e meritare così l'alloro poetico. Apollo dovrebbe essere lieto che qualcuno desideri esserne
incoronato, poiché ciò accade raramente nei tempi moderni; Dante si augura che il suo esempio sia seguito da altri poeti dopo di lui.

Ascesa di Dante e Beatrice (37-63)


Il sole sorge sull'orizzonte da diversi punti, ma quello da cui sorge quando è l'equinozio di primavera si trova in congiunzione con la
costellazione dell'Ariete, quindi i raggi del sole allora sono più benefici per il mondo. Quel punto dell'orizzonte divide l'emisfero
nord, in cui è già notte, da quello sud, in cui è giorno pieno: in questo momento Dante vede Beatrice rivolta a sinistra e intenta a
fissare il sole come farebbe un'aquila. L'atto della donna induce Dante a imitarla, proprio come un raggio di sole riflesso si leva con lo
stesso angolo del primo raggio, per cui il poeta fissa il sole più di quanto farebbe sulla Terra. Nell'Eden le facoltà umane sono
accresciute e Dante può vedere la luce aumentare tutt'intorno, come se fosse spuntato un secondo sole.
Trasumanazione di Dante (64-81)
Dante distoglie lo sguardo dal sole e osserva Beatrice, che a sua volta fissa il Cielo. Il poeta si perde a tal punto nel suo aspetto che
subisce una trasformazione simile a quella di Glauco quando divenne una creatura marina: è impossibile descrivere a parole l'andare
oltre alla natura umana, perciò il lettore dovrà accontentarsi dell'esempio mitologico e sperare di averne esperienza diretta in
Paradiso. Dante non sa dire se, in questo momento, sia ancora in possesso del suo corpo mortale o sia soltanto anima, ma di certo
fissa il suo sguardo nei Cieli che ruotano con una melodia armoniosa e gli sembra che la luce del sole abbia acceso in modo
straordinario tutto lo spazio circostante.

Primo dubbio di Dante e spiegazione di Beatrice (82-93)


Nel poeta si accende un fortissimo desiderio di conoscere l'origine del suono e della luce, per cui Beatrice, che legge nella sua mente
ogni pensiero, si rivolge subito a lui per placare il suo animo. La donna spiega che Dante immagina cose errate, poiché non si trova
più in Terra come ancora crede: egli sta salendo in Paradiso e nessuna folgore, cadendo dalla sfera del fuoco in basso, fu tanto rapida
quanto lui che torna al luogo che gli è proprio (il Paradiso).
Secondo dubbio di Dante: l'ordine dell'Universo (94-142)
Beatrice ha risolto il primo dubbio di Dante, ma ora il poeta è tormentato da un altro e chiede alla donna come sia possibile che lui,
dotato di un corpo mortale, stia salendo oltre l'aria e il fuoco. Beatrice trae un profondo sospiro, quindi guarda Dante come farebbe
una madre col figlio che dice cose insensate e spiega che tutte le cose dell'Universo sono ordinate tra loro, così da formare un tutto
armonico. In questo ordine le creature razionali (uomini e angeli) scorgono l'impronta di Dio, che è il fine cui tendono tutte le cose.
Tutte le creature, infatti, sono inclini verso Dio in base alla loro natura e tendono a fini diversi per diverse strade, secondo l'impulso
che è dato loro. Questo fa sì che il fuoco salga verso l'alto, che si muova il cuore degli esseri irrazionali, che la Terra stia coesa in se
stessa; tale condizione è comune alle creature irrazionali e a quelle dotate di intelletto. Dio risiede nell'Empireo come vuole la
Provvidenza, e Dante e Beatrice si dirigono lì in quanto il loro istinto naturale li spinge verso il loro principio, che è Dio. È pur vero,
spiega Beatrice, che talvolta la creatura non asseconda questo impulso e devia dal suo corso naturale in virtù del suo libero arbitrio;
così l'uomo talvolta si piega verso i beni terreni e non verso il Cielo, come una saetta tende verso il basso e non verso l'alto. Dante,
se riflette bene, non deve più stupirsi della sua ascesa proprio come di un fiume che scorre dalla montagna a valle; dovrebbe stupirsi
del contrario, se cioè non salisse pur privo di impedimenti, come un fuoco che sulla Terra restasse fermo. Alla fine delle sue parole,
Beatrice torna a fissare il Cielo.
Interpretazione complessiva
Il Canto si apre con il proemio alla III Cantica, che si distende per ben 36 versi e risulta così di ampiezza tripla rispetto al proemio del
Purgatorio (I, 1-12) e addirittura quadrupla rispetto a quello dell'Inferno (II, 1-9): la maggiore ampiezza e solennità si spiega con
l'accresciuta importanza della materia trattata, dal momento che il poeta si accinge a descrivere il regno santo come mai nessuno
prima di lui aveva fatto e dovrà misurarsi con la difficoltà di riferire cose difficili anche solo da ricordare, anticipando il tema della
visione inesprimibile che tanta parte avrà nel Paradiso. Ciò spiega anche perché Dante debba invocare l'assistenza di Apollo oltre che
delle Muse, chiedendo al dio pagano (che naturalmente è personificazione dell'ispirazione divina) di aiutarlo nell'ardua impresa e
consentirgli di cingere l'agognato alloro poetico: Apollo dovrà ispirarlo con lo stesso canto con cui vinse il satiro Marsia che lo aveva
sfidato, in maniera analoga a Calliope che aveva sconfitto le Pieridi (Purg., I, 9-12) e sottolineando il fatto che la poesia di Dante
dovrà essere ispirata da Dio e non un folle tentativo di gareggiare con la divinità nella rappresentazione di ciò che supera i limiti
umani (ciò sarà ribadito anche nell'esordio del Canto seguente, vv. 7-9). Dante ribadisce anche il fatto che pochi, ormai, desiderano
l'alloro, per cui la sua ambizione dovrebbe rallegrare Apollo ed essere di stimolo ad altri poeti dopo di lui perché seguano il suo
esempio, nel che c'è forse una fin troppo modesta excusatio propter infirmitatem, dal momento che più volte nella Cantica egli
esprimerà l'orgoglio di essere il primo a percorrere questa strada poetica.
Dopo l'ampia e complessa descrizione astronomica che indica la stagione primaverile e l'ora del mezzogiorno (è questa
l'interpretazione più ovvia, mentre è improbabile che il poeta intenda l'alba), Dante vede Beatrice fissare il sole e imita il suo gesto,
sperimentando l'accresciuto acume dei suoi sensi nell'Eden. I due hanno iniziato a salire verso la sfera del fuoco che divide il mondo
terreno dal Cielo della Luna, anche se Dante non se n'è ancora reso conto e ha notato solo l'aumento straordinario della luce: il
poeta si sente trasumanar, diventare qualcosa di più che un essere umano e non può descrivere questa sensazione se non con
l'esempio ovidiano del pastore Glauco, che si tramutò in una creatura acquatica e si gettò in mare dicendo addio alla Terra (come
vedremo, Dante ricorrerà spesso nella Cantica a similitudini mitologiche per rappresentare situazioni prive di termini di paragone
«terreni»). L'aumento progressivo della luce e il dolce suono con cui ruotano le sfere celesti accendono in Dante il desiderio di
capirne la ragione e Beatrice è sollecita a spiegargli che i due stanno salendo verso il Cielo, come un fulmine che cade dall'alto contro
la sua natura; ciò naturalmente suscita un nuovo dubbio nel poeta che si chiede come sia possibile per lui, dotato di un corpo in
carne e ossa, salire contro la legge di gravità, dubbio che sarà sciolto da Beatrice con una complessa spiegazione che occupa l'ultima
parte del Canto. La donna assume fin dall'inizio l'atteggiamento che avrà sempre nella Cantica, ovvero di maestra che sospira e
sorride delle ingenue domande del discepolo e fornisce spiegazioni di carattere dottrinale: anche qui, infatti, la sua spiegazione non
chiarisce il dubbio di Dante di natura fisica (come fa un corpo grave a trascendere i corpi lievi, l'aria e il fuoco) ma inquadra il
problema nell'ambito dell'ordinamento generale dell'Universo, collegandosi ai versi iniziali che descrivevano il riflettersi della luce
divina di Cielo in Cielo. Beatrice spiega infatti che tutte le creature, razionali e non, fanno parte di un tutto armonico che è stato
creato da Dio e ordinato in modo preciso, così che ogni cosa tende al suo fine attraverso strade diverse, come navi che giungono in
porto solcando il gran mar de l'essere. Ciò vale per le cose inanimate, come il fuoco che tende a salire verso l'alto per sua natura e la
terra che è attratta verso il centro dell'Universo, ma anche per gli esseri intelligenti, la cui anima razionale tende naturalmente a
muoversi verso Dio; ovviamente essi sono dotati di libero arbitrio, per cui può avvenire che anziché volgersi in quella direzione siano
attratti dai beni terreni, ma questo non è il caso di Dante che ha ormai purificato la sua anima nel viaggio attraverso Inferno e
Purgatorio. Egli tende dunque verso Dio che risiede nell'Empireo e ciò è un atto del tutto naturale, come quello di un fiume che
scorre dall'alto verso il basso, mentre sarebbe innaturale per Dante restare a terra, come un fuoco la cui fiamma non tendesse verso
l'alto. Tale spiegazione di natura metafisica anticipa quella che sarà la cifra stilistica di gran parte della III Cantica, in cui spesso i
dubbi scientifici di Dante verranno risolti con argomenti dottrinali e verrà ribadito che la sola filosofia umana è di per sé insufficiente
a capire i misteri dell'Universo, proprio come lo stesso Virgilio aveva detto più volte rimandando alle chiose di Beatrice-teologia: ciò
sarà evidente anche nella spiegazione circa le macchie lunari al centro del Canto seguente, in quanto laddove la ragione umana non
può arrivare deve intervenire la fede e dunque Dante deve credere che sta salendo con tutto il corpo in Paradiso, non essendo in
grado di comprenderlo.
È interessante inoltre che Beatrice usi per tre volte l'immagine del fuoco per spiegare il movimento di Dante, prima paragonandolo a
un fulmine che corre verso la Terra (mentre lui corre verso il Cielo), poi spiegando che il fuoco tende a salire verso il Cielo della Luna
(cioè verso la sfera del fuoco, dove è diretto Dante) e infine paragonando il fulmine che cade in basso contro la sua natura a un
uomo che, altrettanto forzatamente, è attratto verso i beni terreni. La luce come elemento visivo domina largamente l'episodio,
segnando il passaggio di Dante dalla dimensione terrena a quella celeste, anche attraverso l'immagine del sole che è evocato nella
spiegazione astronomica, poi indicato come oggetto dello sguardo di Beatrice, infine chiamato in causa con l'immagine di un
secondo sole che sembra illuminare col suo splendore il cielo: il viaggio di Dante verso la luce è ovviamente il suo percorso verso Dio
e tale immagine si ricollega a quella dei versi iniziali in cui la gloria divina si riverberava in tutto l'Universo, e dove si diceva che Dante
è giunto nel Cielo che più de la sua luce prende, ovvero quell'Empireo verso il quale ha iniziato a salire in modo prodigioso.
Note e passi controversi
Il Parnaso citato al v. 16 è il monte della Grecia centrale che, secondo il mito, era sede di Apollo e aveva una doppia cima; nel
Medioevo si diffuse l'errata convinzione (attestata da Isidoro di Siviglia, Etym., XIV, 8) che le due cime fossero il Citerone e l'Elicona,
abitate rispettivamente da Apollo e dalle Muse, mentre in realtà l'Elicona è un monte diverso. È possibile che qui Dante cada nella
stessa confusione e indichi l'un giogo come il Citerone e l'altro con l'Elicona.
Il satiro Marsia (vv. 20-21) è protagonista di un racconto di Ovidio (Met., VI, 382 ss.), in cui sfida Apollo in una gara musicale e, vinto,
viene scorticato vivo dal dio.
Apollo è detto delfica deità (v. 32) perché molto venerato anticamente a Delfi, mentre l'alloro è definito fronda / peneia in
riferimento al mito di Dafne, la figlia di Peneo trasformatasi in alloro per sfuggire ad Apollo (Met., I, 452 ss.).
Cirra (v. 36) era una città sul golfo di Corinto collegata con Delfi e indicata per designare Apollo stesso.
La complessa spiegazione astronomica dei vv. 37-42 è stata variamente interpretata dai commentatori, anche se probabilmente
indica che è l'equinozio di primavera e il sole è in congiunzione con l'Ariete. I quattro cerchi sono forse l'Equatore, l'Eclittica, il Coluro
equinoziale e l'orizzonte di Gerusalemme e Purgatorio, che si intersecano formando tre croci (benché non perpendicolari). I vv. 43-
45 indicano con ogni probabilità che è mezzogiorno, come detto in Purg., XXXIII, 104, e non l'alba come alcuni hanno ipotizzato
(nell'emisfero sud è giorno pieno, mentre in quello opposto è notte).
Il pelegrin del v. 51 può essere il pellegrino che torna in patria, ma anche il falco pellegrino.
L'aumento della luce ai vv. 61-63 indica che Dante si avvicina alla sfera del fuoco, che divide il I Cielo dall'atmosfera.
La similitudine ai vv. 67-69 è tratta da Met., XIII, 898 ss. e si riferisce al pescatore della Beozia Glauco che, avendo notato che i pesci
pescati mangiavano un'erba che li faceva balzare di nuovo in acqua, fece lo stesso e si trasformò in una creatura acquatica,
gettandosi in mare.
Il sito da cui fugge la folgore (v. 92) è sicuramente la sfera del fuoco, verso cui invece Dante si avvicina.
Il ciel del v. 122 è l'Empireo, nel quale ruota velocissimo il Primo Mobile.
CANTO II
Testo Parafrasi
O voi che siete in piccioletta barca, O voi lettori che siete in una piccola barca (avete scarse nozioni di
desiderosi d’ascoltar, seguiti dottrina), desiderosi di ascoltare, che seguite dietro la mia nave che
dietro al mio legno che cantando varca, 3 cantando solca il mare, tornate alle coste da cui siete partiti: non vi
inoltrate in mare aperto, poiché forse, perdendo la mia scia, vi
tornate a riveder li vostri liti: perdereste.
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti. 6

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; L'acqua che io percorro non fu mai attraversata da nessuno;
Minerva spira, e conducemi Appollo, Minerva soffia i venti, e Apollo regge il timone, e le nove Muse mi
e nove Muse mi dimostran l’Orse. 9 indicano la giusta rotta.

Voialtri pochi che drizzaste il collo Voi pochi, che vi siete nutriti per tempo del pane degli angeli (la
per tempo al pan de li angeli, del quale teologia) di cui qui sulla Terra si vive ma non ci si sazia mai, voi vi
vivesi qui ma non sen vien satollo, 12 potete inoltrare in alto mare con la vostra barca, seguendo la mia
scia davanti all'acqua che ritorna uguale (là dove la scia si perde).
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale. 15

Que’ gloriosi che passaro al Colco Quei gloriosi (gli Argonauti) che giunsero nella Colchide, quando
non s’ammiraron come voi farete, videro Giasone diventato contadino, non si meravigliarono tanto
quando Iasón vider fatto bifolco. 18 quanto farete voi.

La concreata e perpetua sete L'innata e continua sete del regno simile a Dio (l'Empireo) ci portava
del deiforme regno cen portava in alto, veloci quasi come il movimento dei Cieli.
veloci quasi come ‘l ciel vedete. 21

Beatrice in suso, e io in lei guardava; Beatrice guardava in alto e io in lei; e forse nello stesso breve tempo
e forse in tanto in quanto un quadrel posa in cui una freccia viene scagliata dalla corda, vola e giunge al
e vola e da la noce si dischiava, 24 bersaglio, io arrivai dove uno spettacolo meraviglioso attirò il mio
sguardo;
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella e perciò colei (Beatrice) alla quale nessun mio pensiero poteva
cui non potea mia cura essere ascosa, 27 essere nascosto, rivolta a me, tanto lieta quanto era bella, mi disse:
«Rivolgi la tua mente ed esprimi gratitudine a Dio, che ci ha portati
volta ver’ me, sì lieta come bella, nella prima stella (nel Cielo della Luna)».
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
«che n’ha congiunti con la prima stella». 30

Parev’a me che nube ne coprisse Mi sembrava che ci coprisse una nube luminosa, spessa, solida e
lucida, spessa, solida e pulita, tersa, simile a un diamante illuminato dal sole.
quasi adamante che lo sol ferisse. 33

Per entro sé l’etterna margarita La gemma eterna ci accolse dentro di sé, come l'acqua riceve il
ne ricevette, com’acqua recepe raggio di sole rimanendo unita.
raggio di luce permanendo unita. 36

S’io era corpo, e qui non si concepe Se io avevo un corpo solido, e qui non si capisce come una
com’una dimensione altra patio, dimensione poté sopportare l'altra, ciò che deve per forza succedere
ch’esser convien se corpo in corpo repe, 39 se un corpo penetra in un altro corpo, ci dovrebbe accendere ancor
più il desiderio di vedere quell'essenza (Dio) in cui si vede il mistero
accender ne dovrìa più il disio dell'incarnazione del divino.
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s’unio. 42
Lì si vedrà ciò che tenem per fede, Lì, in Paradiso, vedremo ciò che crediamo per mezzo della fede, non
non dimostrato, ma fia per sé noto dimostrato razionalmente, ma reso noto come le verità
a guisa del ver primo che l’uom crede. 45 assiomatiche che l'uomo crede per se stesse.

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto Io risposi: «Mia signora, tanto devoto quanto non si può essere di
com’esser posso più, ringrazio lui più, io ringrazio Dio che mi ha separato dal mondo mortale.
lo qual dal mortal mondo m’ha remoto. 48

Ma ditemi: che son li segni bui Ma ditemi: che cosa sono i segni oscuri (le macchie lunari) di questa
di questo corpo, che là giuso in terra stella, che laggiù in Terra inducono alcuni a favoleggiare di Caino?»
fan di Cain favoleggiare altrui?». 51
Lei sorrise un poco, quindi mi disse: «Se l'opinione degli uomini è in
Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra errore, in quella materia in cui i sensi non forniscono spiegazioni
l’oppinion», mi disse, «d’i mortali adeguate, certo non ti dovresti stupire ormai, poiché vedi che la
dove chiave di senso non diserra, 54 ragione non può sempre andare dietro ai sensi.

certo non ti dovrien punger li strali


d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l’ali. 57
Ma dimmi la tua opinione in merito». E io: «Credo che le differenze
Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». di luminosità degli astri siano causate dalla differente densità del
E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso corpo stellare».
credo che fanno i corpi rari e densi». 60
E lei: «Certo vedrai che il tuo pensiero è totalmente erroneo, se
Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso ascolti con attenzione le argomentazioni con cui io lo confuterò.
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l’argomentar ch’io li farò avverso. 63
L'VIII Cielo (delle Stelle Fisse) vi mostra molte stelle, le quali
La spera ottava vi dimostra molti appaiono diverse per quantità e qualità.
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi volti. 66
Se ciò fosse causato solo dalla differente densità, allora in tutti
Se raro e denso ciò facesser tanto, sarebbe presente la medesima virtù, distribuita in misura maggiore,
una sola virtù sarebbe in tutti, minore o uguale.
più e men distributa e altrettanto. 69
Invece è necessario che virtù diverse siano il prodotto di differenti
Virtù diverse esser convegnon frutti principi formali, i quali secondo il tuo ragionamento sarebbero
di princìpi formali, e quei, for ch’uno, ridotti a uno solo (quello della densità).
seguiterìeno a tua ragion distrutti. 72
Inoltre, se la ragione che tu cerchi della diversa luminosità fosse la
Ancor, se raro fosse di quel bruno minore densità, allora questo pianeta (la Luna) sarebbe privo di
cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte massa da una parte all'altra, oppure, come un corpo distribuisce in
fora di sua materia sì digiuno 75 modo ineguale il grasso e il magro, così la Luna avrebbe differenza
di massa al suo interno.
esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e ‘l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte. 78
Se fosse vera la prima ipotesi, ciò si vedrebbe durante le eclissi di
Se ‘l primo fosse, fora manifesto sole, perché la luce solare trasparirebbe come fa quando è immessa
ne l’eclissi del sol per trasparere in un altro corpo diafano.
lo lume come in altro raro ingesto. 81
Questo naturalmente non succede: dunque resta da verificare l'altra
Questo non è: però è da vedere ipotesi; e se io confuterò anche quella, allora la tua opinione si
de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, dimostrerà falsa.
falsificato fia lo tuo parere. 84
Se la Luna è rarefatta, non però da parte a parte, bisogna che ci sia
S’elli è che questo raro non trapassi, un punto al di là del quale ci sia la massa solida;
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario più passar non lassi; 87
e da lì il raggio del sole si riflette proprio come la luce è riflessa da
e indi l’altrui raggio si rifonde uno specchio (un vetro che nasconde dietro di sé del piombo).
così come color torna per vetro
lo qual di retro a sé piombo nasconde. 90
Ora tu dirai che il raggio in quel punto più rarefatto è meno
Or dirai tu ch’el si dimostra tetro luminoso, poiché è riflesso più in profondità.
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a retro. 93
Da questa obiezione può liberarti l'esperienza, se tu vorrai farla, la
Da questa instanza può deliberarti quale suole essere principio di tutta la vostra conoscenza.
esperienza, se già mai la provi,
ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’arti. 96
Prenderai tre specchi; e ne porrai due a eguale distanza da te, e il
Tre specchi prenderai; e i due rimovi terzo più lontano e posto al centro degli altri due.
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. 99
Rivolto verso di essi, fa' in modo che dietro le spalle ti stia un lume
Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso che si rifletta in ugual modo nei tre specchi e che tu possa vederlo in
ti stea un lume che i tre specchi accenda tutti e tre.
e torni a te da tutti ripercosso. 102
Anche se lo specchio più lontano riflette il lume con minor
Ben che nel quanto tanto non si stenda dimensione, vedrai che in esso la luce splende con l'identica
la vista più lontana, lì vedrai luminosità degli altri due.
come convien ch’igualmente risplenda. 105
Ora, come ai caldi raggi del sole la neve si scioglie e si trasforma in
Or, come ai colpi de li caldi rai acqua, priva del colore e del freddo della neve stessa, così io voglio
de la neve riman nudo il suggetto dare nuova forma al tuo intelletto che è spoglio dell'errore,
e dal colore e dal freddo primai, 108 illuminandoti con una luce così intensa che nel suo aspetto ti
sembrerà tremolante come quella di una stella.
così rimaso te ne l’intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto. 111
Nel Cielo della pace divina (Empireo) ne ruota un altro (Primo
Dentro dal ciel de la divina pace Mobile) nella cui virtù giace l'essenza di ogni suo contenuto (di tutte
si gira un corpo ne la cui virtute le cose dell'Universo).
l’esser di tutto suo contento giace. 114
Il Cielo successivo (delle Stelle Fisse), che ha tante stelle, divide
Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, quell'essenza fra tutti gli astri, distinti da esso e in esso racchiusi.
quell’esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute. 117
Gli altri Cieli dispongono le distinte virtù che hanno in se stessi in
Li altri giron per varie differenze modi diversi, al fine di riversare sulla Terra le loro influenze e i fini
le distinzion che dentro da sé hanno voluti.
dispongono a lor fini e lor semenze. 120
Questi organi dell'Universo procedono così come hai capito di Cielo
Questi organi del mondo così vanno, in Cielo, in modo tale che ricevono un influsso dall'alto e lo
come tu vedi omai, di grado in grado, riverberano verso il basso.
che di sù prendono e di sotto fanno. 123
Guarda bene il modo in cui io procedo verso la verità che desideri,
Riguarda bene omai sì com’io vado così che poi saprai giungere da solo alla conclusione.
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado. 126
Il movimento e la virtù delle ruote celesti devono procedere dalle
Lo moto e la virtù d’i santi giri, intelligenze angeliche, come l'arte del martello deriva dal fabbro;
come dal fabbro l’arte del martello,
da’ beati motor convien che spiri; 129
e il Cielo adornato da tante stelle (l'VIII) prende l'impronta di cui si fa
e ‘l ciel cui tanti lumi fanno bello, sigillo dalla mente profonda (i Cherubini) che lo fa ruotare.
de la mente profonda che lui volve
prende l’image e fassene suggello. 132
E come l'anima umana dentro il vostro corpo mette in atto diverse
E come l’alma dentro a vostra polve potenze attraverso membra differenti e diversamente formate, così
per differenti membra e conformate l'intelligenza angelica dispiega la sua bontà moltiplicata per le varie
a diverse potenze si risolve, 135 stelle, ruotando pur restando unita.

così l’intelligenza sua bontate


multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate. 138
La virtù così diversificata si lega in modo diverso col prezioso corpo
Virtù diversa fa diversa lega stellare a cui dà vita, nel quale si lega proprio come la vita in voi.
col prezioso corpo ch’ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega. 141
Poiché la virtù compenetrata nell'astro deriva da una natura gioiosa
Per la natura lieta onde deriva, (dell'intelligenza angelica), essa risplende nel corpo stellare come la
la virtù mista per lo corpo luce gioia brilla nella pupilla dell'occhio.
come letizia per pupilla viva. 144
Da questo deriva il fatto che la luminosità degli astri è differente,
Da essa vien ciò che da luce a luce non dalla diversa densità; essa (la virtù) è il principio formale che
par differente, non da denso e raro; produce, in modo conforme alla sua bontà, l'opacità e il chiarore».
essa è formal principio che produce,

conforme a sua bontà, lo turbo e ‘l chiaro». 148

Argomento del Canto


Monito di Dante ai lettori. Ascesa di Dante e Beatrice nel I Cielo della Luna. Beatrice confuta l'opinione di Dante circa le macchie
lunari e ne spiega la vera origine.
È il primo pomeriggio di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Monito di Dante ai lettori (1-18)


Dante si rivolge ai lettori non in possesso di perfette conoscenze teologiche e li ammonisce a non mettersi in mare seguendo la scia
della sua nave, poiché rischierebbero di restare smarriti: la rotta seguita dalla poesia dantesca non è mai stata percorsa da nessuno e
il poeta è assistito dall'ispirazione divina. Solo coloro che si sono dedicati per tempo allo studio della teologia possono seguirlo senza
timore e, leggendo il Paradiso, resteranno meravigliati non meno degli Argonauti quando videro il loro capo, Giasone, che arava un
campo come un contadino.

Ascesa di Dante e Beatrice al Cielo della Luna (19-45)


Spinti dal desiderio di giungere all'Empireo, Dante e Beatrice procedono verso l'alto e in un tempo minore di quello in cui una freccia
scoccata arriva al bersaglio ascendono al I Cielo della Luna, dove l'attenzione del poeta è subito attirata dall'aspetto dell'astro.
Beatrice intuisce la meraviglia di Dante e lo invita a ringraziare Dio di averlo fatto salire in quel Cielo: esso appare al poeta come una
nube spessa e splendente, simile a un diamante illuminato dal sole. I due entrano all'interno del Cielo come un raggio di luce
attraversa l'acqua, cosa che stupisce Dante in quanto egli è in possesso del suo corpo mortale e non comprende come possa
penetrare all'interno di un altro corpo solido. Questo dovrebbe accendere in noi il desiderio di arrivare in Paradiso, dove potremo
comprendere il mistero dell'incarnazione del divino e si conoscerà ciò che sulla Terra è oggetto di fede, non dimostrabile
scientificamente.
La teoria di Dante sulle macchie lunari (46-63)
Dante risponde a Beatrice di essere grato a Dio che lo ha ammesso in Paradiso, quindi le domanda quale sia l'origine delle macchie
lunari che è oggetto sulla Terra di varie leggende. Beatrice sorride, quindi dichiara che se l'opinione degli uomini è viziata dal limite
dei sensi, che non possono fornire loro una spiegazione adeguata, Dante non dovrebbe stupirsi poiché sa che la ragione non può
sempre basarsi sull'esperienza sensibile. La donna invita poi Dante a esprimere la sua opinione circa le macchie lunari e il poeta
attribuisce il fenomeno alla maggiore o minore densità dell'astro. Beatrice preannuncia una spiegazione che, con le sue
argomentazioni, confuterà l'errata teoria di Dante.
Beatrice confuta l'opinione di Dante (64-105)
Beatrice spiega che nel Cielo delle Stelle Fisse vi sono tanti astri, che appaiono diversi per qualità e dimensione: se ciò fosse dovuto
alla densità, vorrebbe dire che in tutti è presente la stessa virtù distribuita in modo diseguale. Invece le stelle possiedono virtù
diverse, frutto di cause diverse, mentre ne avrebbero una sola se il ragionamento di Dante fosse vero. Inoltre, se la Luna fosse più e
meno densa, vorrebbe dire che essa ha dei fori che la passano da parte a parte, oppure che la sua massa è distribuita in modo non
uniforme. Nella prima ipotesi, durante le eclissi solari la luce del sole attraverserebbe la luna e questo non avviene; resta da
verificare la seconda ipotesi e se anche questa venisse confutata lo sarebbe l'intero ragionamento di Dante.
Beatrice spiega che, se la minore densità della luna non si estende per tutto lo spessore dell'astro, dev'esserci un punto in cui la
massa è densa e non lascia passare i raggi del sole. In quel punto i raggi vengono riflessi, proprio come uno specchio riflette la luce, e
la donna previene la possibile obiezione di Dante, secondo cui nei punti di minor densità i raggi si riflettono da più lontano e fanno
quindi sembrare la superficie lunare più scura. Beatrice suggerisce un esperimento, che consiste nel porre due specchi alla stessa
distanza dall'osservatore e uno più lontano, e di guardarli con un lume alle spalle: lo specchio più lontano rifletterà la luce con
minore dimensione, ma uguale intensità, dunque la teoria di Dante è errata.

Beatrice spiega la vera origine delle macchie lunari (106-148)


Ora che la mente di Dante è sgombra dalle sue errate convinzioni, Beatrice può darle nuova forma e illuminarla con una luce vivida.
La donna spiega che entro l'Empireo ruota il Primo Mobile, nella cui virtù è contenuta la vita dell'intero Universo, mentre il Cielo
delle Stelle Fisse distribuisce quella virtù nei vari astri che sono in esso. I Cieli sottostanti ricevono questa virtù distinta e la
dispongono per vari fini, dal più alto al più basso, mentre il loro movimento è ordinato dalle varie intelligenze angeliche, così come il
Cielo delle Stelle Fisse riceve l'impronta dai Cherubini. E come l'anima umana si differenzia nelle diverse membra del corpo, create
per vari fini, così l'intelligenza dei Cherubini si dispiega per i vari astri: la virtù divina si lega in modo diverso con la materia del corpo
stellare e risplende attraverso di essa come la gioia splende nella pupilla dell'occhio. La differenza nello splendore dipende dunque
dalla maggiore o minore gioia dell'intelligenza che si manifesta nelle varie stelle e nelle parti di uno stesso astro, come la Luna, e
questa è l'origine delle macchie scure su di essa, non la maggiore o minore densità.
nterpretazione complessiva
Il Canto descrive l'ascesa di Dante e Beatrice al Cielo della Luna ed è dedicato in gran parte alla spiegazione dell'origine delle macchie
lunari, con una pagina che a molti commentatori è sembrata un arido esercizio didascalico e intellettuale, una sorta di pausa
filosofica prima dell'incontro con i beati. In realtà tale spiegazione è significativa, in quanto è una sorta di introduzione preliminare al
Paradiso ed è infatti posta all'inizio della Cantica, poiché deve preparare il lettore al modo corretto di interpretare ciò che sarà
descritto in seguito: non a caso l'inizio del Canto è una sorta di severo ammonimento ai lettori in piccioletta barca, ovvero non in
pieno possesso delle conoscenze teologiche necessarie ad affrontare il viaggio in Paradiso, che sono invitati a tornare a riva per
evitare il rischio di perdersi nel pelago affrontato dal poeta. Solo chi si è nutrito per tempo della dottrina può seguire la scia della
nave dell'ingegno dantesco (la stessa immagine dell'esordio del Purgatorio), che solca un mare non mai percorso da nessun altro,
per cui Dante rivendica con orgoglio il fatto di essere il primo ad affrontare una simile materia poetica e afferma il carattere ispirato
della sua opera, dal momento che Minerva soffia i venti favorevoli, Apollo regge il timone, le Muse indicano la giusta rotta. Chi
leggerà il Paradiso vedrà cose mai viste prima d'ora e si stupirà tanto quanto gli Argonauti quando videro Giasone trasformato in
contadino, con un significativo riferimento ad Argo che nel mito era la prima nave a solcare il mare e la cui apparizione stupì tutte le
divinità marine, come ad esempio Nettuno (cfr. anche Par., XXXIII, 94-96).
In effetti l'ascesa al Cielo della Luna è un primo esempio del carattere incredibile delle cose narrate, a cominciare dal fatto che
Dante, dotato di un corpo solido, penetra nella materia dell'astro in modo incomprensibile alla ragione umana: di ciò non è fornita
una spiegazione fisica o scientifica, ma si dice solo che questo e altri misteri ci saranno svelati quando saremo in Paradiso, dove ciò
che tenem per fede sarà spiegato non attraverso una dimostrazione ragionata, ma attraverso degli assiomi evidenti di per se stessi.
Questo è il punto centrale del Canto, ovvero la non dimostrabilità razionale dei misteri del divino e l'insufficienza della sola ragione
umana a comprenderli, per cui la successiva questione delle macchie lunari serve a ribadire questo concetto: Beatrice chiede a
Dante la sua opinione in merito e il poeta riferisce quella già espressa in Conv., II, 13, secondo cui le macchie scure sulla Luna
sarebbero dovute alla maggiore o minore densità dell'astro. Tale spiegazione è appunto «scientifica» e Beatrice la confuta con
argomenti fisici, per poi illustrare la vera origine del fenomeno che avrà invece carattere metafisico e sarà collegata alla teoria degli
influssi celesti già trattati nel Canto precedente, il che ribadisce quanto detto prima da Dante circa la non dimostrabilità degli articoli
di fede e l'insufficienza degli argomenti sensibili, poiché (spiega Beatrice) dietro ai sensi... la ragione ha corte l'ali. La spiegazione di
Beatrice si divide infatti in due parti, di cui la prima è la pars destruens che dimostra errata la teoria di Dante nel Convivio con
argomentazioni di carattere scientifico, mentre la seconda è la pars construens che, viceversa, chiama in causa ragioni di ordine
metafisico e trascendente, quindi è come se Beatrice-teologia dimostrasse l'inadeguatezza della sola filosofia ad affrontare simili
questioni. Questo era stato probabilmente il peccato compiuto da Dante all'epoca del cosiddetto «traviamento», e il fatto che qui
(come altrove) egli corregga opinioni espresse nel Convivio avvalora l'ipotesi che quell'opera fosse il prodotto dell'eccessiva fiducia
nelle possibilità della ragione umana e che soprattutto il Paradiso ne sia una sorta di ritrattazione.
La dimostrazione di Beatrice segue rigorosamente i procedimenti della Scolastica e della logica aristotelica, per cui l'opinione di
Dante è ricondotta a due possibilità (o la Luna è talmente rada da avere dei «buchi» da parte a parte, cosa evidentemente non vera,
oppure ha una massa compatta anche se con diversa densità); l'esperimento dei tre specchi e del lume dimostra scientificamente
che la superficie lunare, anche se più o meno densa, riflette allo stesso modo la luce in ogni punto, quindi non può essere questa la
causa delle macchie scure. Essa è spiegata nella seconda parte del ragionamento, venendo ricondotta alla teoria generale degli
influssi celesti: la virtù indistinta che ha origine dal Primo Mobile discende nell'VIII Cielo, dove si divide nelle varie stelle; da qui
discende nei Cieli sottostanti, dove le intelligenze angeliche che fanno ruotare i Cieli infondono tale virtù nella materia dell'astro, che
si lega in modo diverso e risplende in modo più o meno intenso a seconda di come avviene questa lega, proprio come la gioia si
manifesta in maggiore o minor misura negli occhi delle persone. Questo fa sì che le Stelle siano più o meno splendenti e che la Luna
sia scura in alcune parti, per cui la ragione è di ordine metafisico e non piò essere dimostrata in modo scientifico, con argomenti
sensibili, poiché i sensi umani sono del tutto inadeguati alla comprensione di ciò che va oltre l'intelletto umano. In tal modo Dante
ha fatto seguire un esempio lampante di quanto ha affermato nel monito dei primi versi, poiché è evidente che chi non ha adeguate
conoscenze teologiche non è in grado di comprendere una simile spiegazione, né tutte le altre di tenore analogo che seguiranno
nella Cantica: lungi dall'essere una parentesi didascalica, il Canto vuole spiegare quale sarà il carattere della descrizione del Paradiso
e prendere le distanze dal tentativo compiuto dal Convivio, in cui l'origine dei fenomeni naturali era sempre ricercata attraverso la
ragione. Come nell'episodio di Ulisse, Dante ci spiega che l'intelletto umano ha un limite invalicabile e oltre ad esso può esserci solo
la fede che si nutre del pan de li angeli, cioè della dottrina teologica: qualunque altro tentativo è destinato a fallire, come il viaggio
folle di Ulisse terminò col naufragio che è indirettamente evocato all'inizio nell'immagine della piccioletta barca, e come forse ha
rischiato di finire il viaggio dantesco prima di iniziare la composizione del poema.

Note e passi controversi


L'espressione nove Muse (v. 9) indica certamente il numero delle divinità classiche e non il fatto che esse siano «nuove» in quanto
cristiane.
Il pan de li angeli (v. 11) è la teologia, con espressione biblica (cfr. ad es. Sap., XVI, 20).
I vv. 16-18 alludono al racconto di Ovidio (Met., VII, 100) secondo cui Giasone, giunto nella Colchide, dovette affrontare alcune prove
tra cui quella di arare un campo con due buoi mostruosi da lui domati. Nel testo ovidiano lo stupore nel vedere l'eroe è dei Colchidi,
non degli Argonauti (v. 120: Mirantur Colchidi).
Il deiforme regno (v. 20) è l'Empireo, mentre 'l ciel (v. 21) è probabilmente il cielo in generale.
La similitudine (vv. 22-24) del quadrel («freccia») che viene scoccata e raggiunge veloce il bersaglio contiene un ysteron-proteron,
ovvero un'immagine che anticipa qualcosa che avverrà dopo (la freccia prima da la noce si dischiava, ovvero si allontana dalla corda
dell'arco, poi vola, infine posa, raggiunge il bersaglio).
Il termine repe (v. 39) è latinismo e vuole dire «penetra».
Il ver primo che l'uom crede (v. 45) è l'assioma indimostrato, come le verità matematiche, mentre altri pensano all'idea di Dio.
Il v. 51 allude alla leggenda secondo cui le macchie lunari erano dovute a Caino, confinato sulla Luna e condannato a portare un
fascio di spine sulle spalle (cfr. Inf., XX, 126).
Nei vv. 59-60 Dante cita l'opinione circa le macchie lunari espressa in Conv., II, 13: «Che se la Luna si guarda bene, due cose si
veggiono in essa proprie, che non si veggiono ne l’altre stelle: l’una sì è l’ombra che è in essa, la quale non è altro che raritade del
suo corpo, a la quale non possono terminare li raggi del sole e ripercuotersi così come ne l’altre parti». Tale teoria risale
probabilmente ad Averroè (De substantia orbis, 2), mentre qui Dante segue san Tommaso (Comm. de Caelo et Mundo, II, lect. 12).
L'espressione nel quale e nel quanto (v. 65) indicano la qualità e la quantità delle stelle, con termini aristotelici.
Al v. 81 ingesto è latinismo e vuol dire «introdotto» (è l'unica occorrenza in Dante).
Al v. 87 si rifonde significa «si riflette».
Al v. 94 instanza («obiezione») è termine tecnico del linguaggio della Scolastica.
Il suggetto del v. 107 è il subiectum della Scolastica, ovvero ciò che sta a fondamento di una cosa, come l'acqua lo è della neve.
Beatrice intende dire che la mente di Dante, sgombra dalle idee sbagliate, può acquisire una nuova forma, come la neve, sciolta dal
sole, è tornata acqua e può tramutarsi in qualcos'altro.
Al v. 115 le vedute sono le stelle dell'VIII Cielo.
I beati motor del v. 129 sono le intelligenze angeliche, che muovono i Cieli.
Il v. 138, variamente interpretato, forse vuol dire semplicemente che l'intelligenza celeste ruota permanendo nella sua unità.
CANTO III
Testo Parafrasi
Quel sol che pria d’amor mi scaldò ‘l petto, Quel sole (Beatrice) che prima mi scaldò il petto di amore, mi aveva
di bella verità m’avea scoverto, svelato il dolce aspetto della verità con argomentazioni a favore e
provando e riprovando, il dolce aspetto; 3 contrarie;

e io, per confessar corretto e certo e io, per confessare che avevo corretto il mio errore ed ero sicuro di
me stesso, tanto quanto si convenne aver capito, alzai la testa più diritta quanto era necessario a
leva’ il capo a proferer più erto; 6 parlare;

ma visione apparve che ritenne


a sé me tanto stretto, per vedersi, ma mi apparve una visione che attirò a sé il mio sguardo così
che di mia confession non mi sovvenne. 9 strettamente, per guardarla, che non mi ricordai più della mia
confessione.
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille, Proprio come attraverso vetri trasparenti e chiari, oppure attraverso
non sì profonde che i fondi sien persi, 12 acque nitide e non turbate (non tanto profonde da non vedere i
fondali), tornano i riflessi dei nostri volti così evanescenti che una
tornan d’i nostri visi le postille perla su una fronte bianca non colpisce meno debolmente i nostri
debili sì, che perla in bianca fronte occhi, così io vidi più facce di beati pronti a parlare;
non vien men forte a le nostre pupille; 15

tali vid’io più facce a parlar pronte;


per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte. 18 allora io incorsi nell'errore opposto a quello che accese amore tra
Narciso e la sua immagine specchiata nell'acqua.
Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti, Non appena mi accorsi degli spiriti, ritenendo che fossero immagini
per veder di cui fosser, li occhi torsi; 21 riflesse, mi voltai indietro per vedere di chi fossero;

e nulla vidi, e ritorsili avanti


dritti nel lume de la dolce guida, e non vidi nulla, e tornai a guardare avanti negli occhi della mia
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. 24 dolce guida, che, sorridendo, ardeva nel suo sguardo pieno di
santità.
«Non ti maravigliar perch’io sorrida»,
mi disse, «appresso il tuo pueril coto, Mi disse: «Non ti stupire se io sorrido del tuo pensiero infantile, dal
poi sopra ‘l vero ancor lo piè non fida, 27 momento che il tuo intelletto non è ancora sicuro dietro la verità,
ma ti fa girare a vuoto come solitamente accade in questi casi:
ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto. 30 ciò che tu vedi sono creature reali, relegate qui per inadempienza di
voto.
Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che li appaga Dunque parla con esse e credi a tutto quello che sentirai; infatti, la
da sé non lascia lor torcer li piedi». 33 luce verace (di Dio) che le rende felici non permette loro di
allontanarsi dalla verità».
E io a l’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’mi, e cominciai, E io mi rivolsi all'anima che sembrava più desiderosa di parlare, e
quasi com’uom cui troppa voglia smaga: 36 cominciai, quasi come un uomo indebolito dall'eccessivo desiderio:

«O ben creato spirito, che a’ rai


di vita etterna la dolcezza senti «O spirito ben nato, che ai raggi della vita eterna senti una dolcezza
che, non gustata, non s’intende mai, 39 incomprensibile se non è provata, mi sarà gradito se mi dirai il tuo
nome e la vostra condizione».
grazioso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond’ella, pronta e con occhi ridenti: 42

«La nostra carità non serra porte


a giusta voglia, se non come quella Allora lei, pronta e con occhi sorridenti: «La nostra carità non chiude
che vuol simile a sé tutta sua corte. 45 la porta a un giusto desiderio, proprio come quella di Dio che vuole
simile a sé tutto il Paradiso.
I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda, Nel mondo io fui una suora; e se tu rifletti attentamente, il fatto che
non mi ti celerà l’esser più bella, 48 io sia più bella non ti nasconderà la mia identità, ma mi riconoscerai
come Piccarda Donati, che, posta qui con questi altri beati, sono nel
ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, Cielo più lento (della Luna).
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda. 51

Li nostri affetti, che solo infiammati


son nel piacer de lo Spirito Santo, I nostri sentimenti, che sono infiammati solo dal piacere dello Spirito
letizian del suo ordine formati. 54 Santo, gioiscono nell'adeguarsi al suo ordine.

E questa sorte che par giù cotanto,


però n’è data, perché fuor negletti E questa nostra condizione, che sembra tanto bassa, ci è stata data
li nostri voti, e vòti in alcun canto». 57 perché i nostri voti furono inadempiuti e trascurati in alcuni
aspetti».
Ond’io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti: 60 Allora io le dissi: «Nel vostro meraviglioso aspetto risplende
qualcosa di divino che vi rende diversi da come eravate in vita:
però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino. 63 per questo non fui rapido nel ricordare; ma ora quello che mi dici mi
aiuta, così che mi è più semplice raffigurarmi il tuo volto.
Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?». 66 Ma dimmi: voi che siete qui felici, desiderate essere in un luogo più
alto per vedere Dio più da vicino ed essere in maggior comunione
Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco; con Lui?»
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco: 69 Con le altre anime dapprima sorrise un poco; poi mi rispose tanto
lieta che sembrava ardere nell'amore dello Spirito Santo:
«Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. 72 «Fratello, la virtù di carità placa la nostra volontà, e ci induce a
volere solo ciò che abbiamo e non ci fa desiderare altro.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne; 75 Se desiderassimo essere più in alto, i nostri desideri sarebbero
discordi dalla volontà di Colui (Dio) che ci colloca qui;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri. 78 e vedrai che questo non è possibile in questi Cieli, se qui è necessario
essere in carità e se osservi bene la natura della carità stessa.
Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia, Anzi, alla nostra condizione di beati è essenziale conformarsi alla
per ch’una fansi nostre voglie stesse; 81 volontà divina, per cui tutti i nostri desideri diventano uno solo;

sì che, come noi sem di soglia in soglia


per questo regno, a tutto il regno piace cosicché a tutto il regno piace il modo in cui siamo disposti di Cielo
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia. 84 in Cielo, e piace al re (Dio) che ci invoglia a uniformarci alla sua
volontà.
E ‘n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move E nella sua volontà è la nostra pace: essa è quel mare verso il quale
ciò ch’ella cria o che natura face». 87 si muove tutto ciò che essa crea o che la natura produce».

Chiaro mi fu allor come ogne dove


in cielo è paradiso, etsi la grazia Allora mi fu chiaro che ogni punto del Cielo è Paradiso, anche se la
del sommo ben d’un modo non vi piove. 90 grazia del sommo bene (divina) non vi viene irraggiata in un solo
modo.
Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola, Ma come accade quando un cibo sazia e di un altro rimane ancora il
che quel si chere e di quel si ringrazia, 93 desiderio, allorché si chiede di questo e si ringrazia di quello, così
feci io negli atti e nelle parole per sapere da lei quale fu la tela di cui
così fec’io con atto e con parola, non trasse la spola fino alla fine (quale voto non aveva adempiuto).
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola. 96

«Perfetta vita e alto merto inciela


donna più sù», mi disse, «a la cui norma Mi disse: «Una vita perfetta e un alto merito collocano in un Cielo
nel vostro mondo giù si veste e vela, 99 più alto una donna (santa Chiara d'Assisi), secondo la cui regola
sulla Terra ci si veste e si prende il velo, al fine di vegliare e dormire
perché fino al morir si vegghi e dorma sino alla morte con quello sposo (Cristo) che accetta ogni voto che la
con quello sposo ch’ogne voto accetta carità conforma alla sua volontà.
che caritate a suo piacer conforma. 102

Dal mondo, per seguirla, giovinetta


fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi Per seguirla da fanciulla fuggii dal mondo e vestii il suo abito,
e promisi la via de la sua setta. 105 promettendo di seguire la regola del suo Ordine.

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,


fuor mi rapiron de la dolce chiostra: In seguito degli uomini, avvezzi al male più che al bene, mi rapirono
Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 108 fuori dal dolce convento: Iddio sa quale fu poi la mia vita.

E quest’altro splendor che ti si mostra


da la mia destra parte e che s’accende E quest'altro splendore che ti appare alla mia destra e che si
di tutto il lume de la spera nostra, 111 accende di tutta la luce del nostro Cielo, capisce bene ciò che io dico
di me stessa: fu suora e le fu tolto nello stesso modo il velo dal capo.
ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende. 114

Ma poi che pur al mondo fu rivolta Ma dopo che fu rivolta al mondo contro il suo volere e contro ogni
contra suo grado e contra buona usanza, buona usanza, tuttavia non fu mai separata dal velo del cuore
non fu dal vel del cor già mai disciolta. 117 (continuò a osservare in cuore la regola).

Quest’è la luce de la gran Costanza Questa è l'anima della grande Costanza d'Altavilla, che dal secondo
che del secondo vento di Soave imperatore di Svevia (Enrico VI) generò il terzo (Federico II) che fu
generò ‘l terzo e l’ultima possanza». 120 anche l'ultimo».

Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, Così mi parlò, e poi iniziò a cantare 'Ave, Maria' e in questo modo
Maria’ cantando, e cantando vanio svanì come un oggetto che affonda nell'acqua profonda.
come per acqua cupa cosa grave. 123

La vista mia, che tanto lei seguio Il mio sguardo, che la seguì fin che gli fu possibile, dopo averla persa
quanto possibil fu, poi che la perse, di vista, si rivolse all'oggetto principale del suo desiderio e fissò
volsesi al segno di maggior disio, 126 Beatrice;

e a Beatrice tutta si converse; ma lei folgorò il mio sguardo a tal punto che sulle prime non potei
ma quella folgorò nel mio sguardo sopportarne la vista; e questo mi rese più restio a domandare.
sì che da prima il viso non sofferse;
e ciò mi fece a dimandar più tardo. 130

Argomento del Canto


Ancora nel I Cielo della Luna. Apparizione degli spiriti difettivi: colloquio con Piccarda Donati. Piccarda spiega i gradi di beatitudine e
l'inadempienza del voto. Viene mostrata l'anima dell'imperatrice Costanza.
È il primo pomeriggio di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Apparizione delle anime beate (1-33)


Beatrice ha svelato a Dante col suo ragionamento logico la verità circa l'origine delle macchie lunari, quindi il poeta leva il capo per
rivolgersi alla donna, ma un'improvvisa visione attira il suo sguardo e lo distoglie dal suo proposito. Dante vede le figure di spiriti
pronti a parlare, talmente evanescenti da sembrargli il riflesso di un'immagine sul pelo dell'acqua, così il poeta cade nell'errore
opposto a quello che indusse Narciso a innamorarsi della propria immagine riflessa. Infatti Dante si volta per vedere le figure reali
che pensa siano dietro di lui, senza però vedere nulla; poi guarda Beatrice, che sorride del suo errore. La donna lo invita a non
stupirsi del fatto che lei rida al suo ingenuo pensiero e spiega che le figure che vede sono creature reali, relegate in questo Cielo per
non aver rispettato il voto. Beatrice lo invita a parlare liberamente con loro, in quanto la luce di Dio che li illumina non gli consente di
allontanarsi dalla verità.

Piccarda Donati (34-57)


Dante si rivolge all'anima che gli sembra più desiderosa di parlare e le chiede di rivelare il suo nome e la condizione degli altri beati,
appellandosi ai raggi di vita eterna che lo spirito fruisce. L'anima risponde con occhi sorridenti e dichiara che la carità che li accende
fa sì che rispondano volentieri alle giuste preghiere: rivela dunque di essere stata in vita una suora e se Dante la guarderà meglio, la
riconoscerà come Piccarda Donati. Rivela di essere posta lì con gli altri spiriti difettivi e di essere relegata nel Cielo più basso, quello
della Luna, benché lei e gli altri gioiscano di partecipare all'ordine voluto da Dio. Essi hanno il grado più basso di beatitudine perché i
loro voti furono non adempiuti o trascurati in parte.

Spiegazione dei vari gradi di beatitudine (58-90)


Dante risponde e spiega a Piccarda che nel loro aspetto risplende qualcosa di divino che li rende diversi da come erano in vita e che
questo gli ha impedito di riconoscerla subito, poi chiede se lei o gli altri beati desiderino acquisire un grado più elevato di
beatitudine. Piccarda sorride un poco con le altre anime, poi risponde lietamente e spiega che la carità placa ogni loro desiderio e li
induce a volere solo ciò che hanno e non altro. Se desiderassero essere in un grado superiore di beatitudine, i loro desideri
sarebbero discordi dalla volontà di Dio che li colloca lì, il che è impossibile in Paradiso dove è inevitabile essere in carità. Anzi,
aggiunge, l'essere beati comporta necessariamente l'adeguarsi alla volontà divina, per cui la posizione occupata dai beati in Paradiso
trova l'approvazione di Dio come di tutti i beati. Questo dà loro la pace, perché Dio è il termine ultimo al quale si muovono tutte le
creature dell'Universo.
L'inadempienza del voto. Costanza d'Altavilla (91-120)
L'inadempienza del voto. Costanza d'Altavilla (91-120)
Dante ha compreso il fatto che tutti i beati godono della felicità eterna, anche se in grado diverso, ma se la risposta di Piccarda ha
sciolto un suo dubbio ne ha acceso subito un altro, per cui il poeta le chiede quale sia il voto che lei non ha portato a compimento. La
beata spiega che un Cielo più alto ospita santa Chiara d'Assisi, fondatrice nel mondo dell'Ordine delle Clarisse alla cui regola molte
donne si votano e prendono il velo. Piccarda, da giovinetta, indossò quell'abito e pronunciò i voti monastici, ma degli uomini più
avvezzi al male che al bene la rapirono dal convento e la obbligarono a una vita diversa. Piccarda indica poi un'anima splendente alla
sua destra, che ha vissuto la stessa esperienza poiché fu suora e le fu tolto forzatamente il velo, anche se in seguito rimase in cuore
fedele alla regola monastica: è l'imperatrice Costanza d'Altavilla, che da Enrico VI generò Federico II di Svevia.

Sparizione delle anime (121-130)


Alla fine delle sue parole, Piccarda intona l'Ave, Maria e pian piano svanisce, come un oggetto che cade nell'acqua profonda. Dante
la segue con lo sguardo quanto può, poi torna a osservare Beatrice che però col suo splendore abbaglia la vista del poeta, così che i
suoi occhi dapprima non riescono a sopportare tanto fulgore. Questo rende Dante più restio a domandare.
Interpretazione complessiva
Il Canto presenta la prima schiera di beati incontrati da Dante nel I Cielo e la protagonista assoluta è Piccarda Donati, che spiega al
poeta il motivo per cui lei e le altre anime sono rilegate nel Cielo più basso e qual è la legge che regola i diversi gradi di beatitudine in
Paradiso. La collocazione in Cielo di Piccarda era già stata preannunciata dal fratello Forese in Purg., XXIV, 13-15 («La mia sorella, che
tra bella e buona / non so qual fosse più, triunfa lieta / ne l'alto Olimpo già di sua corona»), in contrapposizione alla futura
dannazione di Corso, su domanda diretta di Dante che quindi conosceva la giovane; ciò è confermato in questo episodio, nel quale
Dante non riconosce subito Piccarda e se ne scusa adducendo il diverso aspetto di queste anime rispetto a quello che avevano in
vita, per cui non è stato a rimembrar festino. In effetti gli spiriti difettivi, che in vita non portarono a compimento il voto e perciò
godono del più basso grado di felicità eterna, sono gli unici beati a mostrarsi a Dante con un'immagine vagamente umana, talmente
evanescente da sembrare riflessi nell'acqua: Dante ricorre a una doppia preziosa similitudine per descrivere queste figure diafane,
quella di volti riflessi su un vetro o su uno specchio d'acqua tersa e quella di perle bianche che si distinguono appena sulla bianca
fronte di una giovane donna (ciò rientrava nella moda del tempo ed era tipico delle giovani aristocratiche, per cui l'immagine
aggiunge raffinatezza alla scena). Il ricorso alla mefatora dell'acqua non è naturalmente nuovo, poiché Dante ha già paragonato la
descrizione del Paradiso a un viaggio per mare (II, 1 ss.; e Beatrice aveva parlato di gran mar de l'essere in I, 113) e più avanti la
scomparsa di Piccarda e degli altri beati sarà assimilata a quella di un corpo che affonda nell'acqua profonda, così come gli spiriti del
Cielo di Mercurio sembreranno pesci che si avvicinano al pelo dell'acqua per prendere il cibo (V, 100-105).
Beatrice dichiara che gli spiriti difettivi sono confinati in questo I Cielo per manco di voto, anche se in realtà lei stessa spiegherà più
avanti che i beati risiedono tutti nell'Empireo e semplicemente appaiono a Dante nel Cielo il cui influsso hanno subìto in vita: il poeta
chiede infatti a Piccarda di rivelare il proprio nome e la sorte sua e degli altri beati, per cui la giovane si presenta e spiega che essi
godono il grado più basso di beatitudine, proprio perché indotti o forzati in vita a non rispettare il proprio voto, come nel suo caso il
voto di castità seguente alla monacazione. Questo naturalmente accende in Dante la curiosità di sapere se i beati desiderino un più
alto grado di beatitudine e la domanda fa sorridere le anime, dal momento che un simile desiderio sarebbe impossibile in Paradiso.
La risposta di Piccarda precisa una legge che coinvolge tutti i beati del terzo regno, ovvero il fatto che essi ardono della virtù di carità
e quindi, grazie ad essa, non possono che conformarsi alla volontà di Dio che li cerne, li colloca in quella posizione; se i loro desideri
fossero discordi da quelli divini ciò sarebbe incompatibile con la loro condizione stessa di beati, proprio perché verrebbe meno
l'ardore di carità che è premessa indispensabile alla beatitudine (secondo la filosofia scolastica la carità comportava l'adeguamento
alla volontà dell'oggetto amato). Il discorso di Piccarda è conciso e stringente nella sua logica e si avvale di un preciso linguaggio
filosofico, che include latinismi puri (necesse, beato esse) e tecnicismi (formale, nel senso di causa essenziale) che saranno usati
spesso dal poeta nel corso della III Cantica; l'idea stessa della gradazione della beatitudine e della divisione dei beati in varie schiere,
se da un lato risponde a un criterio analogo rispetto a Inferno e Purgatorio, dall'altro risponde alla trattazione che ne dà san
Tommaso e che verrà ripresa nel Canto seguente, specie nel tentativo di correggere l'opinione espressa da Platone nel Timeo
riguardo alla collocazione delle anime dopo la morte.
L'ultima parte del Canto è dedicata a Piccarda personaggio, la fanciulla conosciuta da Dante a Firenze e costretta dal fratello Corso a
sposarsi contro il suo volere, rapita de la dolce chiostra ad opera di Corso medesimo e dei suoi complici, definiti da lei uomini... a mal
più ch'a bene usi (con sereno distacco dalle vicende terrene e senza l'ombra di rancore verso l'ingiustizia patita); la conclusione della
sua vicenda personale è affidata a un verso lapidario quanto allusivo, Iddio si sa qual poi mia vita fusi, che è stato giustamente
accostato ad altre celebri chiuse di personaggi danteschi, da Ulisse (Inf., XXVI, infin che 'l mar fu sovra noi richiuso), al conte Ugolino
(XXXIII, 75 Poscia, più che 'l dolor poté 'l digiuno), senza contare il manzoniano La sventurata rispose relativo alla monaca di Monza e
per il quale il grande romanziere potrebbe essersi ispirato proprio a questo passo. Piccarda rievoca la sua vicenda umana per
spiegare quale voto non ha portato a termine e per farlo indica a Dante due diverse donne, che costituiscono due diversi esempi di
devozione religiosa: la prima è santa Chiara d'Assisi, la fondatrice delle Clarisse alla cui regola Piccarda si era votata, mentre la
seconda è l'imperatrice Costanza d'Altavilla, la madre di Federico II di Svevia che ha subìto il suo stesso destino e ora risplende
accanto a lei in questo Cielo. Dante accoglie la leggenda della monacazione di Costanza e dell'obbligo impostole di sposare Enrico VI,
matrimonio da cui era nato Federico II (accusato dalla pubblicistica guelfa di essere l'Anticristo in quanto frutto di un'unione
peccaminosa, come del resto suo figlio Manfredi); il fatto era totalmente falso, tuttavia non impedisce a Dante di collocare la donna
in Paradiso come, del resto, Manfredi in Purgatorio, a significare che la via della salvezza non è necessariamente legata alle vicende
terrene o alla condanna della Chiesa, come più volte è stato affermato nella II Cantica e sarà ancora ribadito nella III, specie nei Canti
dedicati al problema della giustizia. La spiegazione di Piccarda accende due nuovi dubbi in Dante, relativi all'inadempienza del voto e
alla collocazione effettiva dei beati in Paradiso, che saranno spiegati da Beatrice nei Canti IV-V, mentre alla fine di questo il fulgore
con cui la guida di Dante abbaglia la sua vista lo rende a dimandar più tardo, proprio come lo sarà all'inizio del successivo perché
incerto su quale domanda rivolgerle per prima.

Note e passi controversi


Al v. 1 il sole è naturalmente Beatrice, in quanto primo amore di Dante e luce in grado di chiarire i suoi dubbi in materia di fede.
I verbi provando e riprovando (v. 3) sono tecnicismi della Scolastica, poiché indicano i due momenti dell'argomentazione di Beatrice
del Canto precedente («riprovare» significa confutare, «provare» vuol dire portare argomenti a favore della propria tesi).
Al v. 13 le postille sono le immagini riflesse sull'acqua.
Il v. 14 allude alla moda femminile del Due-Trecento di portare in fronte una perla appesa a una coroncina o a una reticella.
I vv. 17-18 ricordano il mito di Narciso, che vedendo la propria immagine riflessa nell'acqua se ne innamorò credendola reale (Dante
incorre nello sbaglio opposto, poiché crede immagini riflesse quelle reali). La fonte è Ovidio, Met., III, 407 ss.
Al v. 26 coto deriva da «cotare», «cogitare» e vuol dire «pensiero».
La spera più tarda (v. 51) è il Cielo della Luna, che è il più vicino alla Terra e quello che ha minor raggio, quindi ruota più lento.
Al v. 57 è presente il bisticcio vóti / vòti, ovvero «voti» / «vuoti» (nel senso di non compiuti).
Al v. 63 latino significa «chiaro», «facile a intendersi» ed è attestato nella lingua del tempo.
Il primo foco del v. 69 è certamente lo Spirito Santo, cioè Dio in quanto primo amore; altri hanno pensato al primo amore per cui
arde una donna, ma sembra immagine poco adatta a raffigurare una beata.
Capére (v. 76) significa «aver luogo» ed è termine della Scolastica che deriva dal lat. capere.
Ai vv. 95-96 il voto non portato a termine è paragonato a una tela non finita di tessere.
Al v. 97 inciela («colloca in cielo») è neologismo dantesco con quest'unica occorrenza nel poema.
Lo sposo citato al v. 101 è naturalmente Cristo, poiché la donna che diventava monaca si sposava con Lui (la metafora delle nozze
mistiche deriva dalle Scritture ed è largamente usata dagli scrittori della letteratura religiosa del Due-Trecento).
Il secondo vento di Soave (v. 119) è Enrico VI, secondo imperatore della casa sveva, mentre il terzo e ultimo è Federico II. Il termine
vento è stato interpretato come «gloria», «potenza» e anche «superbia».
Canto IV
Testo Parafrasi
Intra due cibi, distanti e moventi Un uomo dotato di libera scelta, posto fra due cibi a uguale distanza
d’un modo, prima si morria di fame, e ugualmente appetibili, morirebbe di fame prima di mangiarne
che liber’omo l’un recasse ai denti; 3 uno;

sì si starebbe un agno intra due brame così un agnello starebbe tra due lupi che vogliono divorarlo,
di fieri lupi, igualmente temendo; ugualmente temendo; così starebbe un cane tra due daini:
sì si starebbe un cane intra due dame: 6

per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, per cui, se io tacevo, non biasimo né lodo me stesso, poiché ciò era
da li miei dubbi d’un modo sospinto, inevitabile visto che ero spinto dai miei dubbi allo stesso modo.
poi ch’era necessario, né commendo. 9

Io mi tacea, ma ‘l mio disir dipinto Io tacevo, ma il mio desiderio era dipinto sul mio viso e insieme ad
m’era nel viso, e ‘l dimandar con ello, esso la mia domanda, ancora più evidente che se non avessi
più caldo assai che per parlar distinto. 12 parlato.

Fé sì Beatrice qual fé Daniello, Beatrice si comportò come Daniele quando placò l'ira di
Nabuccodonosor levando d’ira, Nabucodonosor, che era diventato ingiustamente crudele;
che l’avea fatto ingiustamente fello; 15

e disse: «Io veggio ben come ti tira e disse: «Vedo bene come entrambi i desideri ti attraggono, così che
uno e altro disio, sì che tua cura la tua ansia frena se stessa e non traspare al di fuori.
sé stessa lega sì che fuor non spira. 18

Tu argomenti: "Se ‘l buon voler dura, Tu ragioni così: "Se la buona volontà persiste, per quale motivo la
la violenza altrui per qual ragione violenza altrui diminuisce per me la misura di ben meritare (la
di meritar mi scema la misura?". 21 mia beatitudine)?".

Ancor di dubitar ti dà cagione Ti dà ancora motivo di dubitare il fatto che le anime sembrano
parer tornarsi l’anime a le stelle, tornare alle stelle, secondo l'opinione di Platone.
secondo la sentenza di Platone. 24

Queste son le question che nel tuo velle Queste sono le questioni che premono in egual misura la tua
pontano igualmente; e però pria volontà; perciò tratterò per prima quella che è più pericolosa sul
tratterò quella che più ha di felle. 27 piano dottrinale.

D’i Serafin colui che più s’india, Quel Serafino che è più vicino a Dio, Mosè, Samuele, Giovanni
Moisè, Samuel, e quel Giovanni Battista o Evangelista, addirittura Maria, hanno la loro sede nello
che prender vuoli, io dico, non Maria, 30 stesso Cielo (Empireo) di questi spiriti che ti sono appena apparsi, né
la loro permanenza lì ha una durata più lunga o più breve;
non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t’appariro,
né hanno a l’esser lor più o meno anni; 33

ma tutti fanno bello il primo giro, ma tutti loro adornano il Cielo più alto, e hanno un grado di felicità
e differentemente han dolce vita diverso a seconda che sentano più o meno lo Spirito Santo.
per sentir più e men l’etterno spiro. 36

Qui si mostraro, non perché sortita Ti sono apparsi qui nel I Cielo non perché esso sia assegnato loro
sia questa spera lor, ma per far segno come sede, ma per manifestare visibilmente il loro minor grado di
de la celestial c’ha men salita. 39 beatitudine.

Così parlar conviensi al vostro ingegno, Bisogna parlare così al vostro ingegno, poiché apprende solo
però che solo da sensato apprende attraverso i sensi ciò che poi diventa oggetto di conoscenza
ciò che fa poscia d’intelletto degno. 42 intellettiva.
Per questo la Scrittura condescende Per questo la Scrittura si adegua alle vostre facoltà e attribuisce
a vostra facultate, e piedi e mano tratti fisici a Dio, intendendo altro;
attribuisce a Dio, e altro intende; 45

e Santa Chiesa con aspetto umano e la Santa Chiesa raffigura con aspetto umano gli arcangeli Gabriele
Gabriel e Michel vi rappresenta, e Michele, e l'altro (Raffaele) che guarì Tobia.
e l’altro che Tobia rifece sano. 48

Quel che Timeo de l’anime argomenta Ciò che il dialogo platonico Timeo afferma riguardo alle anime è
non è simile a ciò che qui si vede, diverso da ciò che si vede qui, dal momento che sembra che il
però che, come dice, par che senta. 51 filosofo intenda proprio quello che dice.

Dice che l’alma a la sua stella riede, Platone afferma che l'anima torna dopo la morte alla sua stella,
credendo quella quindi esser decisa poiché crede che essa se ne sia staccata quando la natura diede ad
quando natura per forma la diede; 54 essa una forma sostanziale;

e forse sua sentenza è d’altra guisa ma forse la sua opinione è diversa dal senso letterale, e in tal caso
che la voce non suona, ed esser puote non è degna di essere derisa.
con intenzion da non esser derisa. 57

S’elli intende tornare a queste ruote Se Platone vuole attribuire a queste sfere celesti il merito e il
l’onor de la influenza e ‘l biasmo, forse biasimo dell'influenza astrale, forse non è lontano dalla verità.
in alcun vero suo arco percuote. 60

Questo principio, male inteso, torse Questa dottrina, male interpretata, indusse all'errore quasi tutti i
già tutto il mondo quasi, sì che Giove, popoli, così che identificarono con i pianeti Giove, Mercurio, Marte.
Mercurio e Marte a nominar trascorse. 63

L’altra dubitazion che ti commove L'altro dubbio che ti tormenta è meno pericoloso, poiché la sua
ha men velen, però che sua malizia malizia non ti potrebbe allontanare da me (dalla teologia).
non ti poria menar da me altrove. 66

Parere ingiusta la nostra giustizia Il fatto che la giustizia divina possa sembrare iniqua agli occhi degli
ne li occhi d’i mortali, è argomento uomini, è argomento di fede e non di eresia.
di fede e non d’eretica nequizia. 69

Ma perché puote vostro accorgimento Ma poiché il vostro intelletto può ben interpretare questa verità, ti
ben penetrare a questa veritate, accontenterò come desideri.
come disiri, ti farò contento. 72

Se violenza è quando quel che pate Se la violenza sussiste quando colui che la subisce non asseconda in
niente conferisce a quel che sforza, nulla colui che la compie, allora queste anime non furono scusate
non fuor quest’alme per essa scusate; 75 per essa;

ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, infatti la volontà, se non vuole, non viene meno, ma fa come il fuoco
ma fa come natura face in foco, che tende per natura a salire, anche se mille volte la violenza (del
se mille volte violenza il torza. 78 vento) lo spinge in basso.

Per che, s’ella si piega assai o poco, Infatti, se la volontà si piega poco o molto, asseconda la violenza; e
segue la forza; e così queste fero così fecero queste anime, dal momento che potevano tornare nel
possendo rifuggir nel santo loco. 81 loro convento.

Se fosse stato lor volere intero, Se la loro volontà fosse stata integra, come quella che tenne san
come tenne Lorenzo in su la grada, Lorenzo sulla graticola e quella che indusse Mucio Scevola ad essere
e fece Muzio a la sua man severo, 84 severo con la sua mano, essa le avrebbe riportate sulla strada da cui
erano state portate via, non appena libere dall'impedimento fisico;
così l’avria ripinte per la strada ma una volontà suprema di tal genere è troppo rara.
ond’eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo rada. 87
E grazie a queste mie parole, se le hai ascoltate nel modo dovuto, è
E per queste parole, se ricolte confutato l'argomento che ti avrebbe danneggiato altre volte.
l’hai come dei, è l’argomento casso
che t’avria fatto noia ancor più volte. 90
Ma ora ti si presenta agli occhi un nuovo interrogativo, tale che non
Ma or ti s’attraversa un altro passo potresti risolverlo da solo: prima ne saresti vinto.
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria saresti lasso. 93
Io ti ho detto con certezza che l'anima beata non può mentire,
Io t’ho per certo ne la mente messo poiché è sempre in comunione con la verità divina;
ch’alma beata non poria mentire,
però ch’è sempre al primo vero appresso; 96
e poi hai sentito da Piccarda che Costanza si mantenne fedele in
e poi potesti da Piccarda udire cuore alla regola monastica, cosicché sembra contraddirmi.
che l’affezion del vel Costanza tenne;
sì ch’ella par qui meco contradire. 99
Molte volte, fratello, è accaduto che, per sfuggire un pericolo, si fece
Molte fiate già, frate, addivenne controvoglia ciò che non bisognava fare;
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non si convenne; 102
come Alcmeone, che, su preghiera del padre, uccise la propria
come Almeone, che, di ciò pregato madre, e mostrandosi devoto diventò spietato.
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà, si fé spietato. 105
A questo proposito voglio che tu pensi che la violenza si mescola alla
A questo punto voglio che tu pense volontà, e questo fa sì che le offese compiute non si possono
che la forza al voler si mischia, e fanno giustificare.
sì che scusar non si posson l’offense. 108
La volontà assoluta non acconsente al danno; ma vi acconsente in
Voglia assoluta non consente al danno; tanto in quanto teme di subire un danno maggiore, se si tira
ma consentevi in tanto in quanto teme, indietro.
se si ritrae, cadere in più affanno. 111
Perciò, quando Piccarda esprime quel concetto, parla della volontà
Però, quando Piccarda quello spreme, assoluta, mentre io parlo di quella relativa; quindi diciamo
de la voglia assoluta intende, e io entrambe una cosa vera».
de l’altra; sì che ver diciamo insieme». 114
Questo fu il fluire abbondante e scorrevole del santo fiume (le
Cotal fu l’ondeggiar del santo rio parole di Beatrice) che sgorgò dalla fonte da cui deriva ogni verità
ch’uscì del fonte ond’ogne ver deriva; (Dio); esso risolse entrambi i miei dubbi.
tal puose in pace uno e altro disio. 117
Dopo io dissi: «O prediletta del primo amante (di Dio), o donna
«O amanza del primo amante, o diva», divina, le cui parole mi inondano e scaldano al punto che mi
diss’io appresso, «il cui parlar m’inonda ravvivano sempre di più, il mio sentimento non è abbastanza
e scalda sì, che più e più m’avviva, 120 intenso per potervi ringraziare a sufficienza; Colui che tutto vede e
tutto può (Dio) lo faccia per me.
non è l’affezion mia tanto profonda,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e puote a ciò risponda. 123
Vedo bene che il nostro intelletto non si sazia mai, se non è
Io veggio ben che già mai non si sazia illuminato da quel vero al di fuori del quale nessun'altra verità può
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra sussistere.
di fuor dal qual nessun vero si spazia. 126
Esso riposa in quella verità, come una belva nella sua tana, non
Posasi in esso, come fera in lustra, appena l'ha raggiunta; e la può raggiungere, altrimenti ogni
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: desiderio cadrebbe in vano.
se non, ciascun disio sarebbe frustra. 129
Per questo desiderio di conoscenza ai piedi della verità nasce il
Nasce per quello, a guisa di rampollo, dubbio, come un germoglio; e la natura ci spinge di altura in altura
a piè del vero il dubbio; ed è natura alla vetta più alta (alla verità).
ch’al sommo pinge noi di collo in collo. 132
Questo mi rende sicuro e mi spinge a domandarvi con deferenza,
Questo m’invita, questo m’assicura donna, di un'altra verità che non mi è chiara.
con reverenza, donna, a dimandarvi
d’un’altra verità che m’è oscura. 135
Io voglio sapere se l'uomo può compensare i voti mancati con altre
Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi opere di bene, tali che alla vostra bilancia non siano irrisorie».
ai voti manchi sì con altri beni,
ch’a la vostra statera non sien parvi». 138
Beatrice mi guardò con gli occhi pieni di scintille di amore così vive,
Beatrice mi guardò con li occhi pieni che la mia virtù visiva, vinta, venne meno e per poco non mi smarrii
di faville d’amor così divini, con gli occhi bassi.
che, vinta, mia virtute diè le reni,

e quasi mi perdei con li occhi chini. 142

Argomento del Canto


Ancora nel I Cielo della Luna. Beatrice risolve due dubbi di Dante, circa la sede dei beati e l'inadempienza del voto. Volontà assoluta
e relativa. Nuovo dubbio di Dante: le opere buone possono sostituire i voti pronunciati?
È il tardo pomeriggio di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Beatrice intuisce i due dubbi di Dante (1-27)


Dante ha due dubbi e non sa quale esprimere per primo, come un uomo fra due cibi ugualmente distanti e attrattivi, o un agnello tra
due lupi o un cane fra due daini, per cui tace e ciò non è da biasimare né da lodare. Il desiderio di Dante traspare comunque dal suo
viso, per cui Beatrice si comporta come Daniele quando indovinò e interpretò il sogno del re Nabucodonor, placando la sua ira. La
donna dice di sapere quali sono i due dubbi di Dante, il primo dei quali riguarda l'inadempienza del voto quando essa è causata dalla
violenza altrui, mentre il secondo concerne la sede dei beati e si riferisce all'opinione espressa in proposito da Platone nel Timeo.
Beatrice si propone di risolverli entrambi, cominciando dal secondo in quanto più pericoloso sul piano della fede.
Beatrice risolve il secondo dubbio sulla sede dei beati (28-63)
Beatrice spiega che il serafino più vicino a Dio, Mosè, Samuele, Giovanni Battista o Evangelista, la stessa Vergine Maria, hanno tutti
la loro sede nello stesso Cielo (l'Empireo) in cui risiedono le anime degli spiriti difettivi, né la loro permanenza lì varia nel numero di
anni. Tutti i beati hanno dunque la loro sede nel Cielo più alto, anche se la loro beatitudine varia di intensità. Gli spiriti difettivi si
sono mostrati a Dante nel I Cielo non perché confinati in esso, ma solo per manifestare il loro minor grado di felicità. Così, infatti,
bisogna parlare all'intelletto umano, che apprende le nozioni attraverso i sensi, per cui la Sacra Scrittura attribuisce tratti fisici a Dio
intendendo altro, e la Chiesa raffigura gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele con aspetto umano. Ciò che Platone afferma nel
Timeo sulle anime che tornerebbero dopo la morte alla stella dalla quale sono state separate, è dunque errato se detto in senso
letterale, mentre può avere elementi di verità se detto in senso metaforico e se allude all'influenza che gli astri esercitano sulle
anime in vita. Questo principio male interpretato indusse il mondo pagano nell'errore e lo spinse a identificare gli dei come Giove,
Mercurio, Marte con i rispettivi pianeti.
Beatrice risolve il primo dubbio sui voti inadempiuti (64-90)
Beatrice si accinge a sciogliere il primo dubbio di Dante sui voti non compiuti, meno pericoloso sul piano dottrinale. La giustizia
divina, spiega, può sembrare ingiusta agli uomini e ciò è argomento di fede e non di eresia, ma poiché l'intelletto umano può capire
bene questa verità Dante sarà accontentato. Se la violenza avviene quando colui che la subisce non asseconda in nulla colui che la
compie, allora gli spiriti difettivi non furono scusati per non aver compiuto il voto: infatti la volontà non viene meno per quanto
venga sforzata, come il fuoco tende sempre verso l'alto. Se la volontà si piega alla violenza che patisce, allora la asseconda almeno in
parte, e questo fecero quelle anime (Piccarda e Costanza d'Altavilla) perché avrebbero potuto tornare al convento da cui erano state
rapite. Se la loro volontà fosse stata irriducibile, come quella che tenne san Lorenzo sulla graticola o quella che spinse Mucio Scevola
a bruciarsi la mano destra, essa le avrebbe fatte tornare alla strada da cui erano state sottratte, ma una volontà simile è molto rara.
Con queste parole Beatrice ha risolto il dubbio di Dante in proposito, che avrebbe potuto arrecargli ancora danno.

Volontà assoluta e relativa (91-117)


La spiegazione di Beatrice ha acceso un nuovo dubbio in Dante, tale che non potrebbe risolverlo da solo: lei ha detto che le anime
beate non possono mentire e il poeta ha sentito da Piccarda che Costanza è sempre stata fedele in cuore alla regola monastica, il che
sembra contraddire le parole di Beatrice. La donna spiega che spesso, per evitare un pericolo, si fa quello che non si vorrebbe, come
Alcmeone che uccise la madre su preghiera del padre. In questi casi la violenza patita si mescola alla volontà, per cui le offese a Dio
non possono essere scusate. La volontà assoluta non acconsente al male, ma quella relativa vi acconsente in quanto ha timore di
subire un danno maggiore se si oppone. Dunque, quando Piccarda ha fatto quell'affermazione si riferiva alla volontà assoluta,
mentre ciò che ha detto Beatrice riguardava la volontà relativa e tra le due cose non c'è contraddizione. La spiegazione di Beatrice è
come un fiume che sgorga dalla fonte di ogni verità (Dio), ed essa placa entrambi i dubbi espressi da Dante.
Nuovo dubbio di Dante (118-142)
Dante si rivolge nuovamente a Beatrice e le esprime la sua gratitudine per aver risolto le sue incertezze, che è tale che la donna può
essere ricompensata solo da Dio. Dante dichiara che l'intelletto umano non si sazia mai se non è illuminato dalla luce della verità
divina, per cui si posa in essa appena l'ha raggiunta, come una fiera nella tana. Tale desiderio di raggiungere la verità fa nascere
sempre nuovi dubbi come dei germogli, per effetto di un impulso naturale, e ciò spinge Dante a manifestare a Beatrice una nuova
incertezza che è nata in lui. Il poeta vuole sapere se l'uomo può compensare il voto non compiuto con un'opera buona e Beatrice gli
rivolge uno sguardo talmente pieno di amore che la vista di Dante è abbagliata ed egli è costretto ad abbassare gli occhi, smarrito.
Interpretazione complessiva
Il Canto rappresenta una nuova pausa didascalica simile a quella del Canto II, destinata a risolvere due dubbi di Dante nati in lui dopo
l'incontro con gli spiriti difettivi del Canto precedente, relativi alla sede effettiva dei beati nel Paradiso e al problema
dell'inadempienza dei voti quando è causata da violenza. Come già nei Canti I-II è nuovamemente Beatrice a fornire la necessaria
spiegazione a Dante alla luce della teologia, secondo uno schema espositivo che tante volte verrà riproposto nella III Cantica: Dante
ricopre il ruolo di allievo attento agli insegnamenti della sua guida, ai quali spesso Virgilio lo aveva rinviato nella prima parte del
viaggio e che nel Paradiso hanno la funzione di risolvere delicati problemi di natura dottrinale, alcuni dei quali rimandano al
cosiddetto traviamento del poeta (del resto Beatrice aveva assunto questa funzione già negli ultimi Canti del Purgatorio, spiegando
che la dottrina seguita in passato da Dante era pericolosa sul piano della salvezza).
Il primo dubbio sciolto da Beatrice è quello più insidioso sul piano teologico, ovvero la sede in cui risiedono i beati nel terzo regno:
Dante potrebbe essere indotto a credere che le varie schiere di anime siano confinate nei Cieli dalla cui stella hanno subìto in vita
l'influenza, ma in realtà tutti i beati hanno sede nell'Empireo ed appaiono a Dante nei vari Cieli per manifestare visivamente i diversi
gradi di beatitudine di cui godono. Ciò è dovuto alla necessità di spiegare questi concetti all'intelletto umano con immagini concrete,
poiché la ragione umana apprende le nuove nozioni attraverso i sensi, ed è lo stesso motivo per cui non tutto ciò che si legge nelle
Sacre Scritture va intepretato alla lettera: esiste un senso letterale ma, talvolta, un sovrasenso allegorico che necessita di
un'approfondita esegesi, per cui non è da credere ad esempio che Dio e gli angeli abbiano attributi umani (tale interpretazione in
senso «figurale» della Bibbia aveva una lunga tradizione patristica e di essa Dante tiene conto anche nella rappresentazione astratta
del Paradiso). La precisazione di Beatrice serve a confutare l'opinione espressa da Platone nel Timeo secondo cui le anime, dopo la
morte, tornano alla stella dalla quale si sono separate al momento della venuta al mondo e che si rifaceva alla superstizione per cui
gli astri venivano identificati con gli dei pagani: tale credenza, aggiunge Beatrice, non è forse da respingere totalmente, se Platone ha
inteso dire che le anime hanno subìto in vita l'influsso della stella, quindi se le sue affermazioni sono da intendere in senso
metaforico e non letterale. In questo Dante si rifà alle affermazioni di Alberto Magno nel De natura et origine animae, in cui il
filosofo medievale accenna specificamente al Timeo (può darsi che questa sia la fonte dantesca del pensiero platonico) e propone
questa interpretazione «allegorica» del filosofo greco, per cui lo stesso poeta ribadisce la possibilità che la dottrina platonica possa
essere conciliata alla Scolastica, in maniera non diversa dalla rilettura in chiave cristiana di tanti aspetti del mito pagano tra cui, ad
esempio, l'accostamento tra alcune divinità antiche e le intelligenze angeliche (cfr. a riguardo Conv., II, 4).
L'altro dubbio di Dante è legato anch'esso al concetto delle influenze celesti subìte dalle anime sulla Terra e riguarda l'apparente
ingiustizia compiuta verso gli spiriti difettivi che non hanno portato a termine i loro voti a causa della violenza altrui. Dante ha già
chiarito in modo netto (Purg., XVI, 67 ss., il discorso di Marco Lombardo) che gli influssi astrali possono solo indirizzare gli atti degli
uomini, che sono dotati di libero arbitrio e possono dunque scegliere autonomamente tra bene e male; qui nasce un ulteriore
problema dal fatto che anime come Piccarda e Costanza hanno subìto un atto di violenza e ciò sembrerebbe giustificare il non
compimento del voto, facendo apparire iniquo il minor grado di beatitudine di cui esse godono. La questione è materia di fede ed è
affine al problema della mancata salvezza di coloro che non hanno conosciuto il Cristianesimo, che sarà ampiamente affrontata nel
Canto XIX: qui Beatrice spiega che quelle anime avrebbero potuto resistere alla violenza patita con un atto supremo della volontà,
quindi (nel caso delle due donne citate) rientrare in convento o rifiutarsi di contrarre matrimonio, mentre non l'hanno fatto per
umana debolezza e timore di subire più gravi conseguenze. Tale suprema volontà è simile a quella dimostrata da san Lorenzo sulla
graticola o da Mucio Scevola nel bruciarsi la mano, ma essa è molto rara e non si può pretendere che tutti ne siano dotati, per cui
questi spiriti non sono esclusi dalla beatitudine e, tuttavia, non possono godere del massimo grado di comunione con Dio. Beatrice
distingue ulteriormente tra volontà assoluta e relativa (o condizionata), poiché la prima può essere contraria al male, ma la seconda
può essere influenzata dalle circostanze del momento e, se colui che subisce violenza la asseconda con la volontà relativa, se ne
rende in certo modo complice, non potendo addurre a scusante la prepotenza che gli è stata perpetrata. A questo riguardo Dante si
rifà alla dottrina aristotelica dell'Etica Nicomachea (III, 1), secondo la quale ad id quod agitur per metum, voluntas timentis aliquid
confert («la volontà di chi teme conferisce qualche cosa a ciò che si fa per timore»), ripresa poi da san Tommaso d'Aquino nella
Summa Theologica e dalla Scolastica in genere che distingueva tra absoluta voluntas e voluntas secundum quid. Tale spiegazione è
posta nei Canti iniziali del Paradiso in quanto essenziale alla comprensione della struttura del terzo regno e poiché la considerazione
della debolezza umana di fronte a influenze di vario tipo poteva ingenerare dubbi insidiosi sul piano escatologico, attribuendo la
responsabilità delle azioni degli uomini ad altro che non fosse la libera volontà; a un argomento simile sarà dedicata la prima parte
del Canto seguente, in cui Beatrice risponderà al nuovo dubbio di Dante espresso alla fine di questo, ovvero se e in che misura i voti
incompiuti possano essere ripagati da una azione virtuosa (il problema dei voti e del loro scioglimento era molto sentito al tempo di
Dante e poneva conseguenze non meno rilevanti sul piano della salvezza).

Note e passi controversi


Gli esempi citati da Dante ai vv. 1-6 sono affini a quello cosiddetto dell'«asino di Buridano», attribuito al filosofo scolastico francese
del XIV sec. secondo cui un asino, posto tra due mucchi di fieno ugualmente distanti e appetibili, morirebbe di fame non sapendo
quale scegliere. Dante sostituisce all'asino l'uomo, ovvero un essere dotato di intelletto e non spinto solo dagli appetiti sensibili.
Ai vv. 13-15 si allude al racconto biblico (Dan., II, 1 ss.) in cui il profeta Daniele interpretò il sogno del re babilonese Nabucodonosor,
che l'aveva dimenticato e, adirato, voleva condannare a morte i saggi che non erano riusciti a soddisfare le sue richieste.
Al v. 27 felle significa «fiele» e, per estensione, veleno (Beatrice indica che tale opinione è pericolosa sul piano dell'ortodossia).
Al v. 28 s'india è neologismo dantesco e vuol dire «penetra in Dio».
Il v. 33 allude alla dottrina platonica per cui l'anima permarrebbe più o meno a lungo nell'astro a seconda dei meriti.
Ai vv. 43-45 Dante si rifà a san Tommaso, Summa theol., I, q. I, a. 9: conveniens est Sacrae Scripturae divina et spiritualia sub
similitudine corporalium tradere... Est autem naturale homini ut per sensibilia ad intellegibilia veniat: quia omnis nostra cognitio a
sensu initium habet («è necessario che la Sacra Scrittura tramandi le cose divine e spirituali attraverso similitudini fisiche; del resto è
naturale per l'uomo giungere alla conoscenza intellettiva attraverso immagini sensibili, poiché ogni nostra conoscenza prende inizio
dai sensi»).
L'altro che Tobia rifece sano (v. 48) è l'arcangelo Raffaele, che guarì Tobia dalla cecità (Tob., III, 25; VI, 16).
Al v. 53 decisa è latinismo e vuol dire «separata» (da decĭdo, «tagliare»).
Al v. 68 argomento è stato variamente interpretato, poiché può voler dire «prova», «dimostrazione», oppure «motivo». Forse
Beatrice indica semplicemente che la giustizia divina è argumentum fidei, ovvero materia inconoscibile all'intelletto e che può essere
solo oggetto di fede.
I due esempi ai vv. 82-84 sono relativi a san Lorenzo, il martire spagnolo arso vivo su una graticola nel 258 d.C. durante le
persecuzioni dell'imperatore Valeriano, e a Gaio Mucio Scevola, il giovane romano che tentò di uccidere il re di Chiusi Porsenna e,
avendo fallito, bruciò la mano destra per punirla (Livio, Ab Urbe condita, II, 12). Da osservare che i due esempi sono tratti dalla
tradizione cristiana e pagana.
Ai vv. 103-105 Dante allude al mito di Alcmeone, il figlio di Anfiarao che uccise la madre Erifile poiché questa aveva rivelato il
nascondiglio del padre (Stazio, Theb., VII, 787-788; Ovidio, Met., IX, 408). Qui Dante dice in maniera imprecisa che era stato Anfiarao
a chiedere al figlio di vendicarlo.
Al v. 118 amanza è provenzalismo e vale «prediletta».
La formula esse frustra (v. 129) nel senso di «essere invano» è propria del linguaggio della Scolastica.
L'espressione mia virtute diè le reni (v. 141) indica che la virtù visiva di Dante, sopraffatta dall'aspetto di Beatrice, batte in ritirata,
cioè viene meno.
CANTO V
Testo Parafrasi
«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore «Se io ti abbaglio con la luce del mio amore al di là del modo
di là dal modo che ‘n terra si vede, consueto sulla Terra, così che vinco la tua potenza visiva, non ti
sì che del viso tuo vinco il valore, 3 stupire; infatti, questo accade per la mia perfetta visione di Dio, che
quanto più percepisce la luce divina, tanto più si addentra nel bene
non ti maravigliar; ché ciò procede percepito.
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede. 6

Io veggio ben sì come già resplende Io vedo bene come ormai risplende nel tuo intelletto la luce eterna
ne l’intelletto tuo l’etterna luce, di Dio, che è la sola ad accendere il desiderio di sé non appena viene
che, vista, sola e sempre amore accende; 9 vista;

e s’altra cosa vostro amor seduce, e se qualche altra cosa terrena attrae il vostro amore, è solo
non è se non di quella alcun vestigio, qualche traccia di quella luce che traspare in essa ed è mal
mal conosciuto, che quivi traluce. 12 conosciuta.

Tu vuo’ saper se con altro servigio, Tu vuoi sapere se si può contraccambiare un voto mancato con
per manco voto, si può render tanto un'altra opera buona, quel tanto che basti a evitare all'anima una
che l’anima sicuri di letigio». 15 controversia con Dio».

Sì cominciò Beatrice questo canto; Così Beatrice iniziò questo canto; e come l'uomo che non interrompe
e sì com’uom che suo parlar non spezza, il suo discorso, continuò in tal modo il suo ragionamento pieno di
continuò così ‘l processo santo: 18 santità:

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza «Il più grande dono che Dio, per sua generosità, fece creando
fesse creando, e a la sua bontate l'uomo, e quello più conforme alla sua bontà, e quello che Lui più
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, 21 apprezza, fu la libera volontà; di essa tutte le creature intelligenti
(uomini e angeli), e solo loro, sono dotate.
fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate. 24

Or ti parrà, se tu quinci argomenti, Ora, se rifletti su questo, capirai l'alto valore del voto, purché sia
l’alto valor del voto, s’è sì fatto fatto in modo tale che sia bene accetto a Dio ed abbia il consenso di
che Dio consenta quando tu consenti; 27 chi lo pronuncia;

ché, nel fermar tra Dio e l’uomo il patto, infatti, quando l'uomo e Dio sottoscrivono il patto, si fa sacrificio di
vittima fassi di questo tesoro, questo tesoro (la libera volontà) di cui parlo, e lo si fa in modo del
tal quale io dico; e fassi col suo atto. 30 tutto volontario.

Dunque che render puossi per ristoro? Dunque, cosa mai si potrebbe dare in cambio di esso? Se tu volessi
Se credi bene usar quel c’hai offerto, usare ciò che hai offerto, è come se volessi fare una buona opera coi
di maltolletto vuo’ far buon lavoro. 33 proventi di un furto.

Tu se’ omai del maggior punto certo; Tu sei ormai certo riguardo il punto principale; ma poiché la Santa
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, Chiesa talvolta dispensa dai voti, il che sembra contraddire quanto ti
che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, 36 ho appena detto, è bene che tu sieda ancora un poco a mensa (che
ascolti ulteriori spiegazioni), poiché devi essere aiutato a digerire il
convienti ancor sedere un poco a mensa, cibo pesante che hai ingerito (la mia difficile e complessa
però che ‘l cibo rigido c’hai preso, spiegazione).
richiede ancora aiuto a tua dispensa. 39

Apri la mente a quel ch’io ti paleso Apri la mente a quello che ti spiego e fissalo nella memoria; infatti
e fermalvi entro; ché non fa scienza, l'aver ascoltato non produce conoscenza, se non si rammenta.
sanza lo ritenere, avere inteso. 42
Due cose si convegnono a l’essenza Due cose formano l'essenza di questo sacrificio (del voto): una è la
di questo sacrificio: l’una è quella cosa che viene offerta, l'altra è il patto tra uomo e Dio.
di che si fa; l’altr’è la convenenza. 45

Quest’ultima già mai non si cancella Quest'ultimo non si può mai cancellare, se non viene rispettato; e di
se non servata; e intorno di lei questo ti ho già parlato con precisione poc'anzi:
sì preciso di sopra si favella: 48

però necessitato fu a li Ebrei per questo fu imposto agli Ebrei di fare le offerte, anche se (come
pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta devi sapere) alcune offerte venivano permutate.
sì permutasse, come saver dei. 51

L’altra, che per materia t’è aperta, L'altra cosa, che ti ho spiegato essere la materia del voto, può
puote ben esser tal, che non si falla tuttavia essere scambiata con qualcos'altro senza commettere
se con altra materia si converta. 54 peccato.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla Ma nessuno osi cambiare il carico sulle sue spalle (permutare la
per suo arbitrio alcun, sanza la volta materia del voto) a suo capriccio, senza l'avallo dell'autorità
e de la chiave bianca e de la gialla; 57 ecclesiastica;

e ogne permutanza credi stolta, e giudica scorretta ogni permutazione in cui la cosa lasciata non sia
se la cosa dimessa in la sorpresa contenuta in quella scambiata come il quattro è contenuto nel sei.
come ‘l quattro nel sei non è raccolta. 60

Però qualunque cosa tanto pesa Perciò, qualunque cosa è tanto preziosa da non avere alcun termine
per suo valor che tragga ogne bilancia, di paragone, non può essere scambiata con nient'altro.
sodisfar non si può con altra spesa. 63

Non prendan li mortali il voto a ciancia; Gli uomini non prendano il voto alla leggera; siate fedeli e non siate
siate fedeli, e a ciò far non bieci, sconsiderati, come fu Iefte nella sua prima offerta, al quale sarebbe
come Ieptè a la sua prima mancia; 66 stato meglio dire 'Ho sbagliato', piuttosto che far peggio osservando
il voto; e fu altrettanto stolto anche il comandante dei Greci
cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, (Agamennone), per cui la figlia Ifigenia rimpianse la sua bellezza e
che, servando, far peggio; e così stolto fece piangere tutti coloro che udirono parlare di un simile culto.
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, 69

onde pianse Efigènia il suo bel volto,


e fé pianger di sé i folli e i savi
ch’udir parlar di così fatto cólto. 72

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: O Cristiani, siate più prudenti nel pronunciare i voti: non siate piume
non siate come penna ad ogne vento, che si muovono a ogni vento e non crediate che ogni acqua possa
e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. 75 lavarvi.

Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, Avete il Nuovo e il Vecchio Testamento e il pastore della Chiesa (il
e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; papa) che vi guida; questo vi basti per condurvi alla salvezza.
questo vi basti a vostro salvamento. 78

Se mala cupidigia altro vi grida, Se un desiderio malvagio vi suggerisce altro, siate uomini e non
uomini siate, e non pecore matte, pecore matte, così che il Giudeo che vive tra voi non rida del vostro
sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida! 81 comportamento!

Non fate com’agnel che lascia il latte Non fate come l'agnello sbandato, che lascia il latte della madre e,
de la sua madre, e semplice e lascivo semplice e irrequieto, combatte da solo a suo danno!».
seco medesmo a suo piacer combatte!». 84

Così Beatrice a me com’io scrivo; Così mi disse Beatrice come io ne scrivo; poi si rivolse, piena di
poi si rivolse tutta disiante desiderio, a quella parte (l'alto?) dove il mondo è più luminoso.
a quella parte ove ‘l mondo è più vivo. 87

Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante Il suo silenzio e il fatto che cambiò aspetto fecero tacere il mio avido
puoser silenzio al mio cupido ingegno, ingegno, che già si proponeva nuove domande;
che già nuove questioni avea davante; 90

e sì come saetta che nel segno e rapidi come una freccia che colpisce il bersaglio prima che la corda
percuote pria che sia la corda queta, dell'arco smetta di vibrare, così salimmo al II Cielo.
così corremmo nel secondo regno. 93

Quivi la donna mia vid’io sì lieta, Qui vidi la mia donna così felice, non appena entrò nell'astro di quel
come nel lume di quel ciel si mise, Cielo, che il pianeta stesso divenne più lucente.
che più lucente se ne fé ‘l pianeta. 96

E se la stella si cambiò e rise, E se la stella si trasformò e rise, figuriamoci come potei fare io che,
qual mi fec’io che pur da mia natura per la mia natura mortale, sono soggetto a ogni tipo di mutamento!
trasmutabile son per tutte guise! 99

Come ‘n peschiera ch’è tranquilla e pura Come in una peschiera calma e tersa i pesci si avvicinano al pelo
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori dell'acqua, credendo che ciò che viene dall'esterno sia il loro cibo,
per modo che lo stimin lor pastura, 102 così io vidi più di mille luci venire verso di noi e dentro ciascuna si
sentiva: «Ecco chi accrescerà il nostro ardore di carità».
sì vid’io ben più di mille splendori
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udìa:
«Ecco chi crescerà li nostri amori». 105

E sì come ciascuno a noi venìa, E non appena ciascuna luce veniva verso di noi, si vedeva l'ombra
vedeasi l’ombra piena di letizia piena di gioia avvolta dal chiaro splendore che usciva da essa.
nel folgór chiaro che di lei uscia. 108

Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia Se quel che ho iniziato a descrivere non andasse avanti, pensa, o
non procedesse, come tu avresti lettore, come tu saresti spiritualmente misero, desiderando con
di più savere angosciosa carizia; 111 angoscia di sapere di più;

e per te vederai come da questi e (se penserai questo) capirai da solo come io desiderassi sapere
m’era in disio d’udir lor condizioni, della loro condizione, non appena apparvero ai miei occhi.
sì come a li occhi mi fur manifesti. 114

«O bene nato a cui veder li troni «O spirito fortunato, a cui la grazia divina concede di vedere i seggi
del triunfo etternal concede grazia del trionfo eterno (il Paradiso) prima di aver abbandonato la milizia
prima che la milizia s’abbandoni, 117 terrena (mentre sei ancora vivo), noi siamo accesi della luce che si
diffonde in tutto il cielo; dunque, se desideri avere dei chiarimenti su
del lume che per tutto il ciel si spazia di noi, domanda pure senza esitare».
noi semo accesi; e però, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». 120

Così da un di quelli spirti pii Così mi fu detto da uno di quegli spiriti santi; e Beatrice aggiunse:
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì «Parla, parla senza timore, e credi a ciò che ti diranno come se lo
sicuramente, e credi come a dii». 123 sentissi da Dio stesso».

«Io veggio ben sì come tu t’annidi «Io vedo bene come tu ti nascondi nella tua stessa luce, e che essa
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, nasce dal tuo sguardo, perché diventa più intensa quando tu sorridi;
perch’e’ corusca sì come tu ridi; 126

ma non so chi tu se’, né perché aggi, ma non so chi sei, né perché occupi, anima degna, il grado del Cielo
anima degna, il grado de la spera (di Mercurio) che è velato agli uomini dai raggi del Sole».
che si vela a’ mortai con altrui raggi». 129
Questo diss’io diritto alla lumera Questo io dissi rivolto alla luce che prima mi aveva parlato; per cui
che pria m’avea parlato; ond’ella fessi essa diventò assai più lucente di quanto fosse prima.
lucente più assai di quel ch’ell’era. 132

Sì come il sol che si cela elli stessi Come il Sole che si nasconde alla vista per la troppa luce, non
per troppa luce, come ‘l caldo ha róse appena il calore ha dissolto gli spessi vapori che talvolta lo cingono
le temperanze d’i vapori spessi, 135 e permettono di guardarlo, così la santa figura del beato si celò al
mio sguardo per l'accresciuta letizia; e così, avvolta dalla luce, mi
per più letizia sì mi si nascose rispose nel modo che è descritto dal Canto seguente.
dentro al suo raggio la figura santa;
e così chiusa chiusa mi rispuose

nel modo che ‘l seguente canto canta. 139

Argomento del Canto


Ancora nel I Cielo della Luna. Beatrice spiega a Dante il valore del voto e la possibilità di permutarne la materia. Ammonimento agli
uomini. Ascesa al II Cielo di Mercurio: incontro con gli spiriti operanti per la gloria terrena, tra cui Giustiniano.
È il tardo pomeriggio di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Beatrice spiega a Dante il valore del voto (1-33)


Beatrice spiega a Dante che se lei abbaglia la sua vista ciò non deve stupirlo, poiché la donna vede nella mente di Dio e quindi
accresce il proprio splendore. Beatrice si rende conto che l'intelletto del poeta è illuminato dalla verità, la quale è il solo bene che
possa sedurre l'animo umano, quindi si dice pronta a rispondere alla sua domanda circa la possibilità di riparare al voto inadempiuto.
La donna spiega che la libera volontà è il dono più prezioso che Dio abbia fatto agli uomini e agli angeli, creature dotate di intelletto:
ciò chiarisce l'alto valore del voto, purché sia fatto in modo tale da essere bene accetto a Dio, dal momento che il voto presuppone il
sacrificio volontario della stessa volontà di chi lo pronuncia. Dunque nulla può essere offerto come compenso, poiché sarebbe come
voler fare un'opera buona col provento di un furto.

Possibilità di permutare la materia del voto (34-63)


Beatrice ha ormai chiarito il punto principale, ma poiché la Chiesa talvolta dispensa dal voto pronunciato è necessaria un'ulteriore
spiegazione: Dante è invitato ad ascoltare con attenzione e a tenere a mente ciò che Beatrice gli dirà. La donna spiega che l'essenza
del voto consiste nella materia, cioè in quello che viene offerto, e nel patto che si stipula con Dio. Quest'ultimo non può mai essere
cancellato, come detto prima, per cui agli Ebrei fu imposto di provvedere ai sacrifici, pur essendo prevista talvolta la permuta di ciò
che si doveva immolare. La materia del voto, invece, può essere cambiata, a condizione tuttavia che ciò sia consentito dall'autorità
della Chiesa e che la materia sia sostituita con una cosa più preziosa. In ogni caso, se la cosa promessa ha un valore superiore a
qualunque altra, la permuta non è permessa.
Ammonimento agli uomini sul voto (64-84)
Beatrice rivolge un severo monito agli uomini, affinché non prendano alla leggera l'importanza del voto: essi devono mantenere i
voti fatti ed essere oculati e prudenti nel compierli, non comportandosi come Iefte che sacrificò la propria figlia o come Agamennone
che fece la stessa cosa con Ifigenia per soddisfare la promessa agli dei. I Cristiani devono essere più ponderati e non pronunciare i
voti con troppa leggerezza: meglio attenersi alle Sacre Scritture e all'autorità della Chiesa, sufficienti per ottenere la salvezza. Gli
uomini non devono farsi trascinare dalla cupidigia come pecore matte, o come l'agnello che lascia il latte della madre, inducendo il
Giudeo che vive tra loro a ridere dei loro atti.

Ascesa al II Cielo di Mercurio (85-99)


Beatrice pone fine alle sue parole e guarda in alto, mutando il proprio aspetto e dissuadendo così Dante dal porre nuove domande. I
due ascendono al II Cielo di Mercurio, veloci come una freccia che giunge a bersaglio prima che la corda dell'arco smetta di vibrare:
una volta qui, Dante vede Beatrice accrescere la propria letizia, così che il pianeta sembra aumentare il proprio splendore.
Incontro con gli spiriti del II Cielo (100-139)
Il poeta vede più di mille anime farsi avanti, simili ai pesci che in una peschiera si avvicinano al pelo dell'acqua per mangiare, tutte
luminose e ognuna intenta a dire che Dante accrescerà la loro carità (sono gli spiriti operanti per la gloria terrena). Dante desidera
ardentemente parlare con essi e apprendere la loro condizione, come il lettore desidera sapere cosa accadrà in seguito: una delle
anime (quella di Giustiniano) si rivolge a Dante e lo esorta a domandare, poiché sarà per lui una gioia potergli rispondere. Beatrice a
sua volta invita il poeta a parlare e a credere a quanto udirà dai beati: Dante si rivolge allo spirito e osserva che la sua figura è avvolta
dalla luce, che aumenta all'aumentare della sua letizia, quindi gli chiede chi sia e perché gli appaia proprio in questo Cielo. La luce
dell'anima si fa più splendente, nascondendo la figura all'interno come fa il sole quando è troppo intenso e non consente di
guardarlo, poi il beato inizia il suo discorso.
Interpretazione complessiva
Il Canto è strutturalmente diviso in due parti, la prima delle quali è dedicata al problema del voto e della possibilità di cambiarne la
materia, la seconda descrive l'ascesa al II Cielo e l'incontro con gli spiriti che operarono per la gloria terrena, tra cui l'imperatore
Giustiniano. L'ampiezza della trattazione del problema del voto può sembrare sproporzionata rispetto alla questione in sé, ma è
chiaro che per Dante si tratta di un problema assai delicato che, tra l'altro, ha pesanti implicazioni nella condotta della Chiesa, per
l'eccessiva facilità con cui dai voti si veniva dispensati dietro pagamento: l'importanza della questione è dimostrata dal solenne inizio
del Canto, con Beatrice che giustifica l'abbagliamento della vita di Dante con l'acume della sua visione di Dio, la quale si riverbera
sull'intelletto del poeta che, per questo, desidera conoscere nuove cose (il discorso della donna è definito, non a caso, processo
santo). In effetti Dante si dimostra assai rigoroso nell'interpretazione teologica del voto, anche più dello stesso san Tommaso
d'Aquino che a riguardo aveva ammesso varie eccezioni: egli distingue tra la materia del voto, cioè la cosa promessa a Dio, e la
convenenza, il patto sottoscritto tra il fedele e Dio, affermando che quest'ultimo non può mai venir meno per la natura stessa del
voto. Pronunciando i voti, infatti, gli uomini fanno liberamente sacrificio della propria libera volontà, che è il dono più prezioso che
Dio ha fatto loro, quindi in teoria nulla può essere offerto in compenso che sia di valore equivalente. Dante sottolinea che la cosa
offerta deve essere un'azione virtuosa e deve avere un fine nobile, quindi condanna decisamente quei voti fatti per ottenere scopi
malvagi o che coinvolgono la volontà di altri loro malgrado: è tuttavia ammissibile che la materia del voto subisca una permuta, sia
cioè sostituita da qualcos'altro, a condizione però che ciò riceva l'avallo ufficiale della Chiesa (attraverso l'immagine simbolica delle
due chiavi bianca e gialla, che raffigurano l'autorità del sacerdote) e che la sostituzione avvenga con qualcosa di più prezioso della
cosa promessa in un primo momento, tranne nei casi in cui la materia del voto è troppo preziosa per ammettere qualunque
permuta. Dante vuole polemizzare anzitutto con la Chiesa, troppo incline a consentire simili «permute» o a dispensare addirittura
dai voti in cambio di offerte e denaro, specie per iniziativa dei canonisti e dei decretalisti che fornivano interpretazioni capziose del
diritto sacro dietro pagamento (è la stessa accusa che Folchetto di Marsiglia rivolgerà alla fine del Canto IX, condannando il
maladetto fiore come la moneta che ha diffuso la corruzione tra il clero); la sua accusa è però anche rivolta contro i fedeli stessi,
troppo pronti a pronunciare voti nella speranza di salvarsi l'anima e a promettere cose malvage o che arrecano danno a terzi. Il
severo monito di Beatrice a conclusione del suo ragionamento è rivolto proprio ai Cristiani, che devono evitare di pronunciare i voti
con troppa leggerezza, come fecero Iefte e Agamennone costretti poi a uccidere le rispettive figlie pur di adempiere alla promessa (e
quelli erano voti inammissibili, sia per il fine perseguito che per la cosa promessa a Dio e agli dei), e non devono pensare che il voto
sia una facile scorciatoia per lavarsi la coscienza, poiché la strada per la salvezza passa per un percorso di purificazione ben più
faticoso e accidentato. I due esempi evangelici delle pecore matte e dell'agnello «sbandato», che lascia cioè il latte della madre e se
ne allontana a suo danno, servono a richiamare i fedeli all'osservanza delle regole e soprattutto della Sacra Scrittura, contenendo
anche un implicito rimprovero al pastore del gregge (nel caso della Chiesa, al papa e alle gerarchie ecclesiastiche) che deve vigilare
affinché non ci sia un abuso dell'istituto del voto ed evitare che ciò diventi occasione per lucrare sulla malafede e sulla leggerezza dei
fedeli.
La parte finale del Canto introduce al II Cielo di Mercurio in cui Dante e Beatrice entrano rapidissimi, con l'accresciuta bellezza della
donna che ne è il segno tangibile e dona maggiore splendore al pianeta stesso, come altrove vedremo accadere nella Cantica.
Rispetto agli spiriti del I Cielo, i beati che appaiono qui a Dante non hanno una figura umana ma sono delle sagome totalmente
avvolte dalla luce, a malapena distinguibili all'occhio: uno di loro si rivolge a Dante e lo prega di rivolgergli qualunque domanda,
poiché la loro più grande gioia sarà quella di rispondergli e chiarire così ogni suo dubbio. L'anima è quella di Giustiniano, che sarà
protagonista assoluto del Canto seguente in cui risponderà alle due domande poste da Dante alla fine di questo, ovvero il suo nome
e quale sia la condizione dei beati che appaiono in questo Cielo: il Canto si chiude con l'aumentato splendore della luce che avvolge
lo spirito, segno dell'accresciuta letizia e del fatto che egli sorride (è un espediente stilistico usato spesso da Dante nel Paradiso), per
cui la sua figura è offuscata dalla luce e scompare nel momento in cui si accinge a parlare, preannunciando il discorso che sarà al
centro del Canto VI.

Note e passi controversi


Nei vv. 4-6 Beatrice intende dire probabilmente che la perfetta visione di Dio da parte sua accresce il proprio splendore, il che ha
causato l'abbagliamento di Dante; altri intendono pefetto veder come riferito a Dante stesso, ma è ipotesi meno convincente.
Al v. 15 letigio vuol dire «controversia» e indica forse che l'anima non avrà motivo di dibattere con la giustizia divina (meno
probabile che significhi «contrasto con se stessa»).
Al v. 16 canto significa probabilmente «l'argomento di questo canto», o forse indica che le parole di Beatrice suonano melodiose.
Il v. 29 indica che con il voto si fa vittima, cioè «sacrificio» della libera volontà.
Il v. 33 significa «vuoi fare un'opera buona (buon lavoro) con il mal tolto, col frutto di una rapina (maltolletto)». Quest'ultima forma
deriva dal lat. med. maletollettum, «maltolto», «refurtiva».
Quella / di che si fa (vv. 44-45) è la cosa promessa, ovvero la materia del voto; la convenenza (v. 45) è il patto con Dio.
I vv. 49-51 alludono alla necessità per gli Ebrei dei sacrifici e della possibilità di modificare le offerte (Lev., XXVII, 1-33).
I vv. 56-57 si riferiscono all'autorità sacerdotale e della Chiesa, simboleggiata dalle due chiavi bianca e gialla (già citate in Purg., IX,
117 ss.); la necessità dell'avallo ufficiale per la permuta del voto è ribadita da san Tommaso, Summa theol., II-IIae, q. 88).
I vv. 59-60 vogliono dire «se la cosa lasciata non è contenuta in quella scambiata come il quattro nel sei» (il Levitico fissava l'aggiunta
di un quinto alle offerte permutate).
Il v. 66 allude al racconto biblico di Iefte, giudice di Israele che, durante la guerra con gli Ammoniti, fece voto di sacrificare a Dio in
caso di vittoria ciò che per primo fosse uscito di casa e gli fosse venuto incontro; fu poi costretto a immolare la sua unica figlia (Iud.,
XI, 39-40). L'espressione prima mancia non è molto chiara, potendo indicare la prima cosa promessa in dono, oppure il primo
scontro col nemico (dall'ant. fr. manche, «assalto»).
I vv. 68-72 si riferiscono al mito di Agamennone, che promise di sacrificare a Diana ciò che quell'anno fosse nato di più bello in
cambio dei venti favorevoli alla flotta dei Greci in Aulide, dovendo poi uccidere la figlia Ifigenia. Tra le molti fonti dantesche, la più
probabile è Cicerone, De officiis, III, 25.
Il v. 75 non è di chiara interpretazione e può voler dire «non crediate che far voti basti a salvarvi l'anima», oppure «non crediate che
dai voti possiate essere dispensati tanto facilmente».
L'espressione mala cupidigia (v. 79) può riferirsi agli uomini, che fanno voti per i motivi più superficiali e abietti, ma anche alla Chiesa
che in cambio di denaro dispensa con leggerezza dai voti.
Le pecore matte (v. 80) sono probabilmente le pecore affette da un disturbo nervoso chiamato «capostorno», che induce queste
bestie a compiere salti e strani movimenti. La metafora dell'agnello sbandato (vv. 82-84) è invece frequente nel linguagio evangelico
e sarà usata anche in XI, 124-131 per indicare i frati che si discostano dalla regola del proprio Ordine.
Il v. 87 non è chiarissimo e indica forse semplicemente che Beatrice guarda verso l'alto (verso il Sole o il Cielo successivo).
Al v. 111 carizia significa «miseria spirituale» e non semplicemente «mancanza», «desiderio» come solitamente si interpreta.
Al v. 117 milizia indica la vita terrena, in cui i Cristiani sono appunto «militanti», mentre i beati sono «trionfanti».
La spera / che si vela ai mortai con altrui raggi (vv. 128-129) è naturalmente Mercurio, detto così perché è il pianeta più vicino al
Sole.
Il v. 139 si chiude con una paronomàsia (canto / canta).
CANTO VI
Testo Parafrasi
«Poscia che Costantin l’aquila volse «Dopo che Costantino portò l'aquila imperiale contro il corso del
contr’al corso del ciel, ch’ella seguio cielo (da Occidente a Oriente), che essa seguì dietro a Enea che
dietro a l’antico che Lavina tolse, 3 prese in sposa Lavinia, l'uccello divino rimase più di duecento anni
nell'estremità dell'Europa, vicino ai monti della Troade dai quali
cento e cent’anni e più l’uccel di Dio iniziò il suo volo;
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; 6

e sotto l’ombra de le sacre penne e lì governò il mondo all'ombra delle penne sacre, passando di mano
governò ‘l mondo lì di mano in mano, in mano, fino a giungere nelle mie.
e, sì cangiando, in su la mia pervenne. 9

Cesare fui e son Iustiniano, Fui imperatore romano e mi chiamo Giustiniano: sono colui che,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento, ispirato dallo Spirito Santo, eliminai dalle leggi ciò che era superfluo
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano. 12 e ciò che era inutile.

E prima ch’io a l’ovra fossi attento, E prima che mi dedicassi a quest'opera, credevo che in Cristo ci fosse
una natura in Cristo esser, non piùe, la sola natura divina, ed ero contento di questa fede;
credea, e di tal fede era contento; 15

ma ‘l benedetto Agapito, che fue ma il benedetto Agapito, che fu sommo pontefice, mi indirizzò alla
sommo pastore, a la fede sincera vera fede con le sue parole.
mi dirizzò con le parole sue. 18

Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, Io gli credetti; e ora vedo ciò che era nella sua fede così
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi chiaramente, come tu vedi che in un giudizio contraddittorio c'è una
ogni contradizione e falsa e vera. 21 frase vera e una falsa.

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, Non appena rientrai in seno alla Chiesa, Dio volle per sua grazia
a Dio per grazia piacque di spirarmi ispirarmi l'alta opera (il Corpus iuris civilis) e io mi dedicai anima e
l’alto lavoro, e tutto ‘n lui mi diedi; 24 corpo ad esso;

e al mio Belisar commendai l’armi, e affidai le armi al mio generale Belisario, che fu assistito dal cielo a
cui la destra del ciel fu sì congiunta, tal punto che ciò fu segno che io dovessi fermarmi.
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. 27

Or qui a la question prima s’appunta Ora qui termina la mia prima risposta; ma ciò che ho detto mi
la mia risposta; ma sua condizione induce a far seguire una aggiunta, affinché tu veda quanto
mi stringe a seguitare alcuna giunta, 30 ingiustamente agiscano contro il sacrosanto simbolo dell'aquila sia
coloro che se ne appropriano (i Ghibellini), sia coloro che gli si
perché tu veggi con quanta ragione oppongono (i Guelfi).
si move contr’al sacrosanto segno
e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone. 33

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno Vedi quanta virtù ha reso il segno degno di riverenza; e ciò iniziò dal
di reverenza; e cominciò da l’ora giorno in cui Pallante morì per assicurargli un regno.
che Pallante morì per darli regno. 36

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora Tu sai che esso dimorò più di trecento anni ad Alba Longa, fino al
per trecento anni e oltre, infino al fine momento in cui Orazi e Curiazi lottarono ancora per lui.
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. 39

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine E sai cosa fece dal ratto delle Sabine fino all'oltraggio a Lucrezia,
al dolor di Lucrezia in sette regi, all'epoca dei sette re di Roma, vincendo i popoli circonvicini.
vincendo intorno le genti vicine. 42
Sai quel ch’el fé portato da li egregi Sai che cosa fece, portato dai nobili Romani contro Brenno e Pirro, e
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, contro altre repubbliche e monarchi dell'Italia;
incontro a li altri principi e collegi; 45

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro per cui Torquato e Quinzio Cincinnato, che fu detto così per la
negletto fu nomato, i Deci e ‘ Fabi chioma trascurata, nonché Deci e Fabi ebbero la fama che io
ebber la fama che volontier mirro. 48 volentieri onoro.

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi Esso abbatté l'orgoglio dei Cartaginesi che al seguito di Annibale
che di retro ad Annibale passaro passarono le Alpi, dalle quali tu, o fiume Po, discendi.
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. 51

Sott’esso giovanetti triunfaro Sotto di esso trionfarono, da giovani, Scipione e Pompeo; e parve
Scipione e Pompeo; e a quel colle amaro a quel colle (Fiesole) sotto il quale tu sei nato.
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. 54

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle Poi, quando fu vicino il tempo in cui il Cielo volle far diventare tutto
redur lo mondo a suo modo sereno, il mondo sereno a sua immagine (per la nascita di Cristo), Cesare
Cesare per voler di Roma il tolle. 57 assunse il segno dell'aquila per volere di Roma.

E quel che fé da Varo infino a Reno, E ciò che esso (con Cesare) fece in dal fiume Varo fino al Reno, lo
Isara vide ed Era e vide Senna videro l'Isère, la Loira, la Senna e ogni valle di cui è pieno il Rodano.
e ogne valle onde Rodano è pieno. 60
Quello che fece dopo essere uscito da Ravenna ed aver passato il
Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna Rubicone, fu un volo così veloce che né la lingua né la penna
e saltò Rubicon, fu di tal volo, potrebbero descriverlo.
che nol seguiteria lingua né penna. 63
Rivolse le truppe contro la Spagna e poi verso Durazzo, e colpì
Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, Farsàlo a tal punto che il dolore arrivò sino al caldo Nilo.
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. 66
L'aquila rivide il porto di Antandro e il fiume Simoenta da cui si
Antandro e Simeonta, onde si mosse, mosse, e il sepolcro di Ettore; e poi ripartì per l'Egitto, con nefaste
rivide e là dov’Ettore si cuba; conseguenze per Tolomeo.
e mal per Tolomeo poscia si scosse. 69
Da lì scese come una folgore contro Giuba, re di Mauritania, e poi si
Da indi scese folgorando a Iuba; portò nell'Occidente del vostro mondo, dove sentiva la tromba dei
onde si volse nel vostro occidente, Pompeiani.
ove sentia la pompeana tuba. 72
Di quello che esso fece col successore di Cesare (Ottaviano), Bruto e
Di quel che fé col baiulo seguente, Cassio ancora latrano nell'Inferno e Modena e Perugia ne furono
Bruto con Cassio ne l’inferno latra, dolenti.
e Modena e Perugia fu dolente. 75
Ne piange ancora la triste Cleopatra, che, fuggendogli davanti, si
Piangene ancor la trista Cleopatra, diede la morte improvvisa e atroce col serpente.
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra. 78
Con Ottaviano l'aquila corse fino al Mar Rosso; con lui ridusse il
Con costui corse infino al lito rubro; mondo in pace, al punto che fu chiuso il tempio di Giano.
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro. 81
Ma ciò che il segno di cui parlo aveva fatto in precedenza e avrebbe
Ma ciò che ‘l segno che parlar mi face fatto dopo per il regno mortale che gli è sottomesso, diventa poca
fatto avea prima e poi era fatturo cosa in apparenza se lo si paragona a ciò che fece col terzo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace, 84 imperatore (Tiberio), se si guarda con chiarezza e sincerità;

diventa in apparenza poco e scuro,


se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro; 87
infatti la giustizia divina che mi ispira gli concesse, in mano a
ché la viva giustizia che mi spira, Tiberio, la gloria di punire il peccato originale (con la crocifissione di
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, Cristo).
gloria di far vendetta a la sua ira. 90
Ora prendi ammirazione per ciò che aggiungo: in seguito con Tito
Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: corse a vendicare la vendetta dell'antico peccato (con la distruzione
poscia con Tito a far vendetta corse di Gerusalemme).
de la vendetta del peccato antico. 93
E quando la violenza dei Longobardi si rivolse contro la
E quando il dente longobardo morse Santa Chiesa, Carlo Magno la soccorse sotto le ali dell'aquila,
la Santa Chiesa, sotto le sue ali sconfiggendo quel popolo.
Carlo Magno, vincendo, la soccorse. 96
Ormai puoi giudicare la condotta di quelli che ho accusato prima e
Omai puoi giudicar di quei cotali le loro colpe, che sono causa di tutti i vostri mali.
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali. 99
Gli uni (i Guelfi) oppongono al simbolo imperiale i gigli gialli della
L’uno al pubblico segno i gigli gialli casa di Francia, e gli altri (i Ghibellini) se ne appropriano per la loro
oppone, e l’altro appropria quello a parte, parte politica, così che è arduo stabilire chi sbagli di più.
sì ch’è forte a veder chi più si falli. 102
I Ghibellini facciano la loro politica sotto un altro simbolo, giacché
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte chi lo separa sempre dalla giustizia ne fa un cattivo uso;
sott’altro segno; ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte; 105
e non creda di abbatterlo coi suoi Guelfi Carlo II d'Angiò, ma abbia
e non l’abbatta esto Carlo novello timore dei suoi artigli che scuoiarono leoni più feroci di lui.
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello. 108
Molte volte i figli hanno già pagato per le colpe dei padri, e quindi
Molte fiate già pianser li figli non creda Carlo che Dio cambi il proprio simbolo con i suoi gigli!
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’arme per suoi gigli! 111
Questo piccolo pianeta (Mercurio) accoglie i buoni spiriti che sono
Questa picciola stella si correda stati attivi nella ricerca dell'onore e della fama:
di buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda: 114
e quando i desideri sono rivolti a questo, così deviando dal loro fine,
e quando li disiri poggian quivi, è inevitabile che l'amore sia meno rivolto verso Dio.
sì disviando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi. 117
Tuttavia, se paragoniamo i nostri premi col nostro merito, ciò ci
Ma nel commensurar d’i nostri gaggi induce letizia, poiché non li vediamo né minori né maggiori.
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi. 120
In tal modo la giustizia divina addolcisce il nostro sentimento, così
Quindi addolcisce la viva giustizia che esso non può mai essere rivolto a un pensiero malvagio.
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia. 123
Diverse voci producono dolci melodie; così i diversi gradi della
Diverse voci fanno dolci note; nostra beatitudine rendono una dolce armonia in questi Cieli.
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote. 126
E dentro questa stella risplende la luce di Romeo di Villanova, la cui
E dentro a la presente margarita opera bella e grande fu poco apprezzata.
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita. 129
Ma i Provenzali, che agirono contro di lui, non hanno riso (furono
Ma i Provenzai che fecer contra lui puniti) e dunque percorre una cattiva strada chi è invidioso e
non hanno riso; e però mal cammina considera un proprio danno le buone azioni degli altri.
qual si fa danno del ben fare altrui. 132
Raimondo Berengario ebbe quattro figlie, ognuna sposa di re, e ciò
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, fu il risultato dell'opera di Romeo, persona umile e straniera.
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina. 135
E poi le parole invidiose dei cortigiani lo indussero a chiedere conto
E poi il mosser le parole biece dell'operato di quel giusto, che aveva accresciuto le rendite statali,
a dimandar ragione a questo giusto, per cui Romeo se ne andò povero e vecchio;
che li assegnò sette e cinque per diece, 138
e se il mondo sapesse con quanta dignità si ridusse a mendicare il
indi partissi povero e vetusto; pane, lo loderebbe ancor più di quanto già non faccia».
e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe». 142

Argomento del Canto


Ancora nel II Cielo di Mercurio. Giustiniano si presenta a Dante. Digressione sulla storia dell'Impero romano. Invettiva contro i Guelfi
e i Ghibellini. Condizione degli spiriti operanti per la gloria terrena. Presentazione di Romeo di Villanova.
È la sera di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Giustiniano narra la sua vita (1-27)


Giustiniano risponde alla prima domanda di Dante, spiegando che dopo che Costantino aveva portato l'aquila imperiale (la capitale
dell'Impero) a Costantinopoli erano passati più di duecento anni, durante i quali l'uccello sacro era passato di mano in mano
giungendo infine nelle sue. Egli si presenta dunque come imperatore romano e dice di chiamarsi Giustiniano, colui che su ispirazione
dello Spirito Santo riformò la legislazione romana. Prima di dedicarsi a tale opera egli aveva aderito all'eresia monofisita, credendo
che in Cristo vi fosse solo la natura divina, ma poi papa Agapito lo aveva ricondotto alla vera fede e a quella verità che, adesso, egli
legge nella mente di Dio. Non appena l'imperatore fu tornato in seno alla Chiesa, Dio gli ispirò l'alta opera legislativa e si dedicò tutto
ad essa, affidando le spedizioni militari al generale Belisario che ebbe il favore del Cielo.

Ragioni della digressione sul'Impero (28-36)


Fin qui Giustiniano avrebbe risposto alla prima domanda di Dante, ma la sua risposta lo obbliga a far seguire un'aggiunta, affinché il
poeta si renda conto quanto sbagliano coloro che si oppongono al simbolo sacro dell'aquila (i Guelfi) e coloro che se ne appropriano
per i loro fini (i Ghibellini). Il simbolo imperiale è degno del massimo rispetto, e ciò è iniziato dal primo momento in cui Pallante morì
eroicamente per assicurare la vittoria di Enea.
Storia dell'aquila: dai re alla Repubblica (37-54)
Giustiniano ripercorre le vicende storiche dell'aquila imperiale, da quando dimorò per trecento anni in Alba Longa fino al momento
in cui Orazi e Curiazi si batterono fra loro. Seguì il ratto delle Sabine, l'oltraggio a Lucrezia che causò la cacciata dei re e le prime
vittorie contro i popoli vicini a Roma; in seguito i Romani portarono l'aquila contro i Galli di Brenno, contro Pirro, contro altri popoli
italici, guerre che diedero gloria a Torquato, a Quinzio Cincinnato, ai Deci e ai Fabi. L'aquila sbaragliò i Cartaginesi che passarono le
Alpi al seguito di Annibale, là dove nasce il fiume Po; sotto le insegne imperiali conobbero i loro primi trionfi Scipione e Pompeo, e
l'aquila parve amara al colle di Fiesole, sotto il quale nacque Dante.
Storia dell'aquila: l'età imperiale (55-96)
Nel periodo vicino alla nascita di Cristo, l'aquila venne presa in mano da Cesare, che realizzò straordinarie imprese in Gallia lungo i
fiumi Varo, Reno, Isère, Loira, Senna, Rodano. Cesare passò poi il Rubicone e iniziò la guerra civile con Pompeo, portandosi prima in
Spagna, poi a Durazzo, vincendo infine la battaglia di Farsàlo e costringendo Pompeo a riparare in Egitto. Dopo una breve deviazione
nella Troade, sconfisse Tolomeo in Egitto e Iuba, re della Mauritania, per poi tornare in Occidente dove erano gli ultimi pompeiani. Il
suo successore Augusto sconfisse Bruto e Cassio, poi fece guerra a Modena e Perugia, infine sconfisse Cleopatra che si uccise
facendosi mordere da un serpente. Augusto portò l'aquila fino al Mar Rosso, garantendo a Roma la pace e facendo addirittura
chiudere per sempre il tempio di Giano. Ma tutto ciò che l'aquila aveva fatto fino ad allora diventa poca cosa se si guarda al terzo
imperatore (Tiberio), poiché la giustizia divina gli concesse di compiere la vendetta del peccato originale, con la crocifissione di
Cristo. Successivamente con Tito punì la stessa vendetta, con la conquista di Gerusalemme; poi, quando la Chiesa di Roma fu
minacciata dai Longobardi, fu soccorsa da Carlo Magno.
Invettiva contro Guelfi e Ghibellini (97-111)
Terminata la sua digressione, Giustiniano invita Dante a giudicare l'operato di Guelfi e Ghibellini che è causa dei mali del mondo: i
primi si oppongono al simbolo imperiale dell'aquila appoggiandosi ai gigli d'oro della casa di Francia, i secondi se ne appropriano per
i loro fini politici, per cui è arduo stabilire chi dei due sbagli di più. I Ghibellini dovrebbero fare i loro maneggi sotto un altro simbolo,
poiché essi lo separano dalla giustizia; Carlo II d'Angiò, d'altronde, non creda di poterlo abbattere coi suoi Guelfi, dal momento che
l'aquila coi suoi artigli ha scuoiato leoni più feroci di lui. I figli spesso pagano le colpe dei padri e Dio non cambierà certo il simbolo
dell'aquila con quello dei gigli della monarchia francese.

Condizione degli spiriti nel II Cielo (112-126)


Giustiniano risponde alla seconda domanda di Dante e spiega che il Cielo di Mercurio ospita gli spiriti che in vita hanno perseguito
onore e fama, per cui quando i desideri sono rivolti alla gloria terrena è inevitabile che si ricerchi in minor misura l'amor divino.
Tuttavia, spiega Giustiniano, lui e gli altri beati sono lieti della loro condizione, in quanto i premi sono commisurati al loro merito e la
giustizia divina è tale che non possono nutrire alcun pensiero negativo. Voci diverse producono dolci melodie, e così i vari gradi di
beatitudine producono una dolcissima armonia nelle sfere celesti.

Romeo di Villanova (127-142)


Giustiniano indica a Dante l'anima di Romeo di Villanova, che splende in questo stesso Cielo e la cui grande opera fu sgradita ai
Provenzali, che tuttavia hanno pagato cara la loro ingratitudine nei suoi confronti. Raimondo Berengario IV, conte di Provenza, ebbe
quattro figlie e grazie all'opera dell'umile Romeo tutte furono regine; poi le parole invidiose degli altri cortigiani lo indussero a
chiedere conto del suo operato a Romeo, che aveva accresciuto le rendite statali. Egli se n'era andato via, vecchio e povero, e se il
mondo sapesse con quanta dignità si ridusse a chieder l'elemosina, lo loderebbe assai più di quanto già non faccia.
Interpretazione complessiva
Il Canto è occupato interamente dal discorso dell'imperatore Giustiniano (caso unico nel poema) che risponde alle due domande che
Dante gli ha posto alla fine del precedente, rivelando cioè la sua identità e spiegando la condizione degli spiriti del II Cielo: nella
parte centrale fa seguire alla prima risposta una «giunta» che è una digressione sulla storia dell'Impero romano e della sua funzione
provvidenziale, per cui il tema del Canto è politico come il VI di ogni Cantica (secondo una gradazione crescente, da Firenze, all'Italia,
all'Impero). La ragione della lunga digressione è mostrare, nelle intenzioni del personaggio, la cattiva condotta di Guelfi e Ghibellini
nei confronti dell'aquila simbolo dell'Impero, in quanto i primi vi si oppongono e i secondi se ne appropriano per i loro fini politici,
causando molti dei mali politici che affliggono l'Italia e l'Europa del tempo; soluzione a questi mali è, secondo Dante, l'Impero
universale, ovvero un'autorità che imponga il rispetto delle leggi e assicuri a tutti la giustizia, ponendo fine alla situazione di anarchia
e instabilità che caratterizza soprattutto l'Italia (è lo stesso motivo presente nel VI del Purgatorio, con esplicito riferimento alle leggi
emanate da Giustiniano e non fatte rispettare). Proprio questo spiega, forse, perché Dante affidi a Giustiniano l'alta celebrazione
dell'Impero provvidenziale, nonostante egli fosse un monarca dell'Impero orientale e avesse regnato su Costantinopoli e non su
Roma: egli aveva emanato il Corpus iuris civilis che fu poi base del diritto di tutto il mondo romanizzato del Medioevo, un'opera
giuridica immensa a cui Dante assegnava un alto valore, oltre al fatto che Giustiniano aveva tentato di ricostituire l'antica unità
dell'Impero con la riconquista di Roma e dell'Italia. A tale riguardo non è da escludere che il poeta biasimasse Costantino per aver
portato la capitale a Bisanzio, facendo fare all'aquila un volo contr'al corso del ciel e quindi contro natura, specie perché nel
Medioevo si pensava che ciò fosse avvenuto in seguito alla famigerata donazione che per Dante era causa dei mali della Chiesa (va
detto, in ogni caso, che Costantino figura tra i beati del Cielo di Giove, gli spiriti giusti che formano proprio la figura dell'aquila, quindi
l'eventuale condanna non va intesa in senso troppo netto).
Quale che sia il motivo della scelta di Dante, il poeta mette in bocca a Giustiniano un alto e solenne discorso che inizia con la
prosopopea dell'imperatore che si presenta come l'autore della riforma legislativa e della vittoriosa spedizione in Occidente, sia pur
affidata al generale Belisario (i contrasti con quest'ultimo vengono taciuti dal poeta), opere che hanno goduto entrambe del favore
divino e, anzi, l'emanazione del Corpus sarebbe stata ispirata addirittura dallo Spirito Santo. Il volere divino ha determinato anche la
creazione dell'Impero, il cui valore provvidenziale è al centro di tutta la successiva digressione: Giustiniano ripercorre le vicende
storiche di Roma attraverso il volo simbolico dell'aquila, simbolo politico e militare del dominio romano, dalle mitiche origini troiane
(evocate attraverso il riferimento a Enea, l'antico che Lavina tolse, e il sacrificio di Pallante), al periodo monarchico, fino alla
creazione della Repubblica, citando i più rappresentativi personaggi della storia romana (fonte principale, se non l'unica, è
sicuramente Livio). Il punto finale di tutto questo processo è ovviamente la nascita del principato con Cesare e Augusto, voluta da
Dio per unificare il mondo in un'unica legge e favorire così la venuta di Cristo: dopo la celebrazione di coloro che per Dante erano i
due primi imperatori, vi è quella del terzo (Tiberio) sotto il cui dominio Cristo viene crocifisso, evento centrale nella storia umana e
che ha la funzione di punire il peccato originale; in seguito tale punizione viene a sua volta punita da Tito, artefice della distruzione di
Gerusalemme che Dante gli attribuisce quando era già imperatore, mentre in realtà ciò avvenne sotto Vespasiano (tale affermazione
susciterà i dubbi del poeta che saranno chiariti da Beatrice nel Canto seguente). Il disegno provvidenziale si esaurisce qui, poiché
negli anni seguenti l'Impero inizia il suo lento declino culminato proprio nel trasferimento della capitale a Bisanzio e nella successiva
divisione tra Oriente e Occidente, cui sarà Giustiniano a porre rimedio sia pure in modo effimero; da qui si arriva velocemente a
Carlo Magno, protettore della Chiesa contro i Longobardi e, quindi, legittimo erede dell'autorità imperiale (Dante afferma una volta
di più che l'Impero germanico è erede e continuatore di quello romano, quindi legittimato a imporre la sua autorità su tutto il
mondo come ribadito più volte nel poema e nella Monarchia). Dalla digressione nasce poi l'aspra invettiva contro Guelfi e Ghibellini,
che per motivi diversi oltraggiano il sacrosanto segno e sono da biasimare in quanto causa dei mali politici dell'Europa di inizio
Trecento: l'attacco è soprattutto contro Carlo II d'Angiò, più volte biasimato da Dante nel poema (cfr. soprattutto Purg., VII, 124 ss.;
XX, 79-81) e contro cui Giustiniano rivolge un duro richiamo affinché non si illuda che la monarchia francese possa sostituirsi
all'autorità dell'Impero, che è la stessa polemica portata avanti da Dante contro il re di Francia Filippo il Bello (cfr. Purg., XXXII, con
l'analoga simbologia dell'aquila imperiale).
La risposta alla seconda domanda di Dante, ovvero la condizione degli spiriti operanti per la gloria terrena (che godono di un minore
grado di beatitudine ma non se ne dolgono, confermando quindi quanto già dichiarato da Piccarda Donati) dà modo a Giustiniano di
concludere il Canto indicando un altro beato di questo Cielo, quel Romeo di Villanova ministro del conte di Provenza Raimondo
Berengario e vittima, secondo una diffusa diceria, delle calunnie degli altri cortigiani che lo costrinsero a lasciare la corte vecchio e
povero. Non si tratta solo di un edificante esempio di cristiana rassegnazione, dal momento che tale aneddoto ha una valenza
politica che si collega al tema centrale del Canto: la figura di Romeo, cacciato dalla Provenza nonostante il suo ben operare, adombra
quella di Dante stesso, che subì la stessa condanna da parte dei Fiorentini che si pentiranno del loro gesto, come è toccato ai
Provenzali passati sotto la tirannia degli Angioini (e il riferimento è quindi a Carlo II d'Angiò citato poco prima). L'ingiusto destino che
accomuna Dante e Romeo è anche il prodotto della decadenza politica, quindi (nel caso di Dante) è causato dall'assenza di un potere
imperiale in grado di applicare le leggi e assicurare la giustizia; secondo alcuni Giustiniano loda la figura di Romeo per fare ammenda
della sua condotta verso Belisario, il grande generale con cui ebbe contrasti e che sollevò dal suo incarico alla fine della guerra greco-
gotica, ipotesi suggestiva anche se non suffragata da elementi certi. Di sicuro l'accenno a Romeo che, ridotto in miseria, è obbligato
a chiedere l'elemosina, ricorda molto la figura di Provenzan Salvani (Purg., XI, 133 ss.) in cui Dante si identificava in quanto anche lui,
durante l'esilio, dovrà mendicare l'aiuto dei potenti: l'umiliazione di questi personaggi è la stessa che subirà l'orgoglioso poeta e che
gli sarà profetizzata da Cacciaguida nel Canto XVII del Paradiso, proprio nel momento in cui gli affiderà l'alta missione morale e
poetica che è al centro di questa Cantica e di tutto il poema.

Note e passi controversi


I vv. 1-3 alludono al trasferimento della capitale imperiale da Roma a Bisanzio compiuto da Costantino, che portò l'aquila simbolo
dell'Impero da occidente a oriente: il percorso è contrario rispetto a quello da Troia al Lazio seguito da Enea (l'antico che Lavina
tolse, cioè prese che in moglie Lavinia), nel che alcuni studiosi hanno visto una critica a Costantino. Da quel momento
all'incoronazione di Giustiniano passarono meno di duecento anni (v. 4), ma Dante segue probabilmente la cronologia di Brunetto
Latini che nel Trésor indica le date del 333 e del 539, quindi con un intervallo di 206 anni.
I monti citati al v. 6 sono quelli della Troade.
Al v. 10 l'imperatore si presenta con un elegante chiasmo (Cesare fui... son Iustiniano) e con i diversi tempi verbali relativi al ruolo di
imperatore in vita e all'identità personale (cfr. Purg., V, 88: Io fui di Montefeltro, io son Bonconte).
Il primo amor (v. 11) che ispirò a Giustiniano l'opera legislativa è lo Spirito Santo.
Agapito (v. 16) fu papa nel 533-536: si recò a Costantinopoli per trattare la pace coi Goti e il basileus bizantino, e in quell'occasione
avrebbe convinto Giustiniano del suo errore quanto al monofisismo (la fonte è il Trésor).
Il v. 21 indica che Giustiniano vede le verità di fede chiaramente, come Dante vede che in un giudizio contraddittorio una frase è
falsa e una è vera (è il principio aristotelico di «non contraddizione»: se si dice che Socrate o è vivo o è morto, vuol dire che una delle
due frasi è vera, l'altra per forza falsa, in quanto tertium non datur). La parola «fede» è ripetuta tre volte da Giustiniano, ai vv. 15,
17, 19.
Nella lunga digressione sull'Impero (vv. 34-96) il soggetto è quasi sempre l'aquila, simbolo dell'autorità imperiale.
Il v. 39 allude alla leggenda degli Orazi e dei Curiazi, che secondo il racconto di Livio (Ab Urbe condita, I, 24 ss.) lottarono a tre a tre
per decidere le sorti della guerra tra Roma e Alba Longa.
I vv. 43-45 accennano alla guerra di Roma contro i Galli di Brenno (387 a.C.), contro Pirro (282-272 a.C.) e contro altri monarchi e
repubbliche dell'Italia centrale.
Torquato e Quinzio (v. 46) sono rispettivamente T. Manlio Torquato, vincitore di Galli e Latini, e L. Quinzio Cincinnato, vincitore degli
Equi, così chiamato perché era ricciuto e non per la chioma arruffata (cirro negletto); l'errore, presente anche in Petrarca, nasce
forse da una chiosa errata di Uguccione da Pisa.
Al v. 49 i Cartaginesi di Annibale sono detti anacronisticamente Aràbi, come i genitori di Virgilio erano detti Lombardi (Inf., I, 68).
Il colle citato al v. 53 è Fiesole, distrutta secondo la leggenda dai Romani (fra cui si pensava fosse anche Pompeo, che in realtà era in
Oriente) dopo la guerra con Catilina.
I fiumi citati ai vv. 58-60 sono tutti della Gallia e videro le imprese di Cesare: Varo e Reno costituiscono i confini occidentale e
settentrionale, l'Isara è l'Isère, l'Era è prob. la Loira (ma potrebbe essere la Saône, detta Arar in latino).
I vv. 67-39 alludono alla deviazione che Cesare avrebbe fatto nella Troade per visitare il sepolcro di Ettore, mentre inseguiva Pompeo
in Egitto: Antandro e Simeonta (Simoenta nella grafia latina) sono rispettivamente il porto della Frigia da cui salpò Enea e il fiume
che scorreva accanto a Troia.
Al v. 73 bàiulo indica «portatore» ed è latinismo.
Il lito rubro (v. 79) è il Mar Rosso, con cui si allude alla conquista da parte di Ottaviano dell'Egitto.
Il terzo Cesare (v. 86) è Tiberio, che per Dante era il terzo imperatore (dopo Cesare e Augusto).
I vv. 91-93 alludono alla distruzione del Tempio di Gerusalemme operata da Tito nel 70 d.C., giusta punizione secondo la dottrina
medievale per la crocifissione di Cristo: in realtà Tito non era ancora succeduto al padre Vespasiano.
Al v. 106 Carlo novello è Carlo II d'Angiò, figlio e successiore di Carlo I.
I vv. 109-110 non sono chiarissimi, poiché Dante apprezzava i figli di Carlo II (specie Carlo Martello, che fu suo amico) e non sembra
verosimile che qui profetizzi le loro sventure come punizione divina del padre; forse la massima è generale.
Al v. 118 gaggi vuol dire «premi», «riconoscimenti» (è francesismo).
Le quattro figlie (v. 133) di Raimondo Berengario IV furono Margherita, moglie di Luigi IX il Santo re di Francia; Eleonora, moglie di
Enrico III d'Inghilterra; Sancia, moglie di Riccardo conte di Cornovaglia e re dei Romani nel 1257; Beatrice, moglie di Carlo I d'Angiò.
Secondo la tradizione cui si rifà Dante, questi quattro matrimoni regali furono tutti organizzati da Romeo di Villanova.
L'espressione a frusto a frusto (v. 141) significa «a tozzo a tozzo» e allude al fatto che Romeo dovette mendicare il pane.
CANTO IX
Testo Parafrasi
Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, Dopo che il tuo Carlo, bella Clemenza, ebbe chiarito i miei dubbi, mi
m’ebbe chiarito, mi narrò li ‘nganni raccontò gli inganni che doveva subire la sua discendenza;
che ricever dovea la sua semenza; 3

ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; ma disse: «Non riferire questo e lascia trascorrere gli anni»; cosicché
sì ch’io non posso dir se non che pianto io non posso dire se non che le vostre sventure saranno giustamente
giusto verrà di retro ai vostri danni. 6 punite da Dio.

E già la vita di quel lume santo E ormai l'anima di quella santa luce si era rivolta al Sole (Dio) che la
rivolta s’era al Sol che la riempie ricolma come quel bene che è più grande di qualunque cosa.
come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. 9

Ahi anime ingannate e fatture empie, Ahimè, anime fuorviate e creature malvagie, che distogliete i cuori
che da sì fatto ben torcete i cuori, da un bene simile e indirizzate la vostra mente verso cose vane!
drizzando in vanità le vostre tempie! 12

Ed ecco un altro di quelli splendori Ed ecco che un altro di quegli splendori si avvicinò a me e con il suo
ver’ me si fece, e ‘l suo voler piacermi fulgore manifestava la volontà di rispondere alle mie domande.
significava nel chiarir di fori. 15

Li occhi di Beatrice, ch’eran fermi Gli occhi di Beatrice, che erano fissi su di me, come avevano fatto
sovra me, come pria, di caro assenso prima mi diedero un cenno d'assenso al mio desiderio di parlare.
al mio disio certificato fermi. 18

«Deh, metti al mio voler tosto compenso, Dissi: «Orsù, spirito beato, metti subito un contrappeso alla mia
beato spirto», dissi, «e fammi prova volontà (esaudisci il mio desiderio), e dimostrami che i miei pensieri
ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!». 21 possono essere riflessi nella tua mente!»

Onde la luce che m’era ancor nova, Allora quella luce, che ancora non conoscevo, dalla sua profondità
del suo profondo, ond’ella pria cantava, in cui prima cantava, iniziò a parlare come colui a cui piace fare del
seguette come a cui di ben far giova: 24 bene:

«In quella parte de la terra prava «In quella parte della malvagia terra d'Italia che è compresa fra
italica che siede tra Rialto Rialto (Venezia) e le sorgenti di Brenta e Piave, sorge un colle non
e le fontane di Brenta e di Piava, 27 molto alto, da dove discese una torcia incendiaria (Ezzelino da
Romano) che esercitò un tirannico dominio sulla regione.
si leva un colle, e non surge molt’alto,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto. 30

D’una radice nacqui e io ed ella: Entrambi nascemmo dagli stessi genitori (fummo fratelli): fui
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo chiamata Cunizza e risplendo in questo Cielo perché fui sopraffatta
perché mi vinse il lume d’esta stella; 33 dall'influsso di questo pianeta (Venere);

ma lietamente a me medesma indulgo ma con gioia perdono a me stessa la causa di questa mia sorte e
la cagion di mia sorte, e non mi noia; non me ne rammarico; cosa che, forse, potrebbe sembrare difficile
che parria forse forte al vostro vulgo. 36 da capire per il volgo.

Di questa luculenta e cara gioia Di questa splendente e preziosa gemma del nostro Cielo che mi è più
del nostro cielo che più m’è propinqua, vicina (Folchetto di Marsiglia) è rimasta una grande fama; e prima
grande fama rimase; e pria che moia, 39 che essa svanisca, passeranno non meno di cinque secoli: vedi se
l'uomo deve badare ad acquistare la fama, in modo da lasciare
questo centesimo anno ancor s’incinqua: dietro la sua vita mortale un'altra vita gloriosa.
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua. 42
E ciò non pensa la turba presente Invece il popolo che oggi abita la Marca Trevigiana, compresa tra il
che Tagliamento e Adice richiude, Tagliamento e l'Adige, non pensa a questo, e pur subendo castighi
né per esser battuta ancor si pente; 45 non se ne pente;

ma tosto fia che Padova al palude ma accadrà presto che i Padovani cambieranno col loro sangue
cangerà l’acqua che Vincenza bagna, l'acqua della palude che bagna Vicenza (il Bacchiglione), scontando
per essere al dover le genti crude; 48 il fatto di essere restii al loro dovere (verso l'Impero);

e dove Sile e Cagnan s’accompagna, e là dove il Sile e il Cagnano si uniscono (a Treviso) c'è un tiranno
tal signoreggia e va con la testa alta, (Rizzardo da Camino) che domina con superbia, tanto che già si
che già per lui carpir si fa la ragna. 51 ordisce la congiura che lo eliminerà.

Piangerà Feltro ancora la difalta Inoltre Feltre rimpiangerà il tradimento del suo empio vescovo
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia (Alessandro Novello), che sarà talmente odioso che nessuno fu mai
sì, che per simil non s’entrò in malta. 54 imprigionato per un atto simile.

Troppo sarebbe larga la bigoncia Troppo grande dovrebbe essere il recipiente che contenesse tutto il
che ricevesse il sangue ferrarese, sangue ferrarese e sarebbe stanco chi lo pesasse con precisione, il
e stanco chi ‘l pesasse a oncia a oncia, 57 sangue che questo prete cortese spargerà per mostrare la sua
fedeltà al suo partito; e questi doni saranno conformi ai costumi di
che donerà questo prete cortese quella terra.
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del paese. 60

Sù sono specchi, voi dicete Troni, In alto ci sono degli specchi, che voi chiamate Troni, da dove Dio
onde refulge a noi Dio giudicante; giudicante risplende a noi; dunque tali discorsi ci sembrano giusti».
sì che questi parlar ne paion buoni». 63

Qui si tacette; e fecemi sembiante A questo punto tacque; e mi mostrò di essersi rivolta ad altro, dato
che fosse ad altro volta, per la rota che ricominciò a danzare in tondo come faceva in precedenza.
in che si mise com’era davante. 66

L’altra letizia, che m’era già nota L'altro spirito gioioso, che mi era già stato presentato come
per cara cosa, mi si fece in vista un'anima preziosa, mi si mostrò come un raffinato rubino colpito
qual fin balasso in che lo sol percuota. 69 dalla luce del sole.

Per letiziar là sù fulgor s’acquista, In Paradiso si acquista fulgore quando si è lieti, come sulla Terra
sì come riso qui; ma giù s’abbuia quando si ride; invece all'Inferno l'ombra si rabbuia all'esterno,
l’ombra di fuor, come la mente è trista. 72 tanto quanto la mente è rattristata.

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», Io dissi: «Dio vede tutto e la tua vista si compenetra in Lui, o spirito
diss’io, «beato spirto, sì che nulla beato, così che nessun desiderio può sottrarsi a te (tu vedi bene cosa
voglia di sé a te puot’esser fuia. 75 io desideri).

Dunque la voce tua, che ‘l ciel trastulla Dunque, perché la tua voce, che allieta sempre il Cielo col canto di
sempre col canto di quei fuochi pii quegli angeli (i Serafini) che si ammantano di sei ali, non esaudisce i
che di sei ali facen la coculla, 78 miei desideri? Io non attenderei certo che tu parlassi, se potessi
penetrare in te come tu puoi farlo in me».
perché non satisface a’ miei disii?
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii». 81

«La maggior valle in che l’acqua si spanda», Allora le sue parole cominciarono così: «Il maggior avvallamento (il
incominciaro allor le sue parole, Mediterraneo) in cui si spande l'acqua dell'Oceano che circonda le
«fuor di quel mar che la terra inghirlanda, 84 terre, si estende verso oriente tra i lidi opposti tanto che si fa
meridiano là dove prima fa orizzonte (a Gerusalemme).
tra ‘ discordanti liti contra ‘l sole
tanto sen va, che fa meridiano
là dove l’orizzonte pria far suole. 87

Di quella valle fu’ io litorano Io nacqui sulle coste di quell'avvallamento (del Mediterraneo), tra i
tra Ebro e Macra, che per cammin corto fiumi Ebro e Magra, che per un breve tratto divide la Liguria dalla
parte lo Genovese dal Toscano. 90 Toscana.

Ad un occaso quasi e ad un orto La città di Buggea e quella (Marsiglia) dove nacqui, che versò tanto
Buggea siede e la terra ond’io fui, sangue nel porto, hanno quasi la stessa alba e lo stesso orizzonte
che fé del sangue suo già caldo il porto. 93 (sono poste sullo stesso meridiano).

Folco mi disse quella gente a cui Quelli che mi conobbero mi chiamarono Folco (Folchetto); e questo
fu noto il nome mio; e questo cielo Cielo risplende della mia luce come io risplendetti della sua;
di me s’imprenta, com’io fe’ di lui; 96

ché più non arse la figlia di Belo, infatti la figlia di Belo (Didone), che offese Creusa e Sicheo, non arse
noiando e a Sicheo e a Creusa, d'amore più di me, finché fui giovane;
di me, infin che si convenne al pelo; 99

né quella Rodopea che delusa né arsero d'amore la rodopea Fillide, che fu abbandonata da
fu da Demofoonte, né Alcide Demofoonte, né l'Alcide (Ercole) quando fu innamorato di Iole.
quando Iole nel core ebbe rinchiusa. 102

Non però qui si pente, ma si ride, Tuttavia qui non ci si pente di questo, ma ci si rallegra: non della
non de la colpa, ch’a mente non torna, colpa, il cui ricordo è cancellato in noi, ma della virtù divina che
ma del valor ch’ordinò e provide. 105 determinò e dispose questo.

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna Qui in Paradiso si contempla l'arte divina della creazione che
cotanto affetto, e discernesi ‘l bene l'amore di Dio abbellisce e si distingue il fine provvidenziale per cui i
per che ‘l mondo di sù quel di giù torna. 108 Cieli danno forma al mondo terreno.

Ma perché tutte le tue voglie piene Ma affinché tutti i desideri di conoscenza che sono nati in te in
ten porti che son nate in questa spera, questo Cielo siano soddisfatti pienamente, devo dirti ancora
proceder ancor oltre mi convene. 111 qualcos'altro.

Tu vuo’ saper chi è in questa lumera Tu vuoi sapere chi è in questa luce che sfavilla qui accanto a me, in
che qui appresso me così scintilla, modo tale che sembra un raggio di sole in un'acqua cristallina.
come raggio di sole in acqua mera. 114

Or sappi che là entro si tranquilla Ora sappi che lì dentro gode la pace Raab; e, unita al nostro Cielo,
Raab; e a nostr’ordine congiunta, esso riceve l'impronta di lei al massimo grado (è lo spirito più
di lei nel sommo grado si sigilla. 117 luminoso).

Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta Essa fu assunta da questo Cielo, in cui termina il cono d'ombra
che ‘l vostro mondo face, pria ch’altr’alma proiettato dalla Terra, prima di ogni altra anima dal trionfo di
del triunfo di Cristo fu assunta. 120 Cristo.

Ben si convenne lei lasciar per palma


in alcun cielo de l’alta vittoria Fu giusto lasciarla in un Cielo come simbolo della grande vittoria che
che s’acquistò con l’una e l’altra palma, 123 si ottenne con la crocifissione di Cristo, perché essa favorì la prima
vittoria militare di Giosuè in Terrasanta (a Gerico), di cui oggi il papa
perch’ella favorò la prima gloria si ricorda troppo poco.
di Iosuè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria. 126

La tua città, che di colui è pianta


che pria volse le spalle al suo fattore Firenze, la tua città che è prodotto di colui (Lucifero) che per primo
e di cui è la ’nvidia tanto pianta, 129 si ribellò a Dio e la cui invidia è fonte di tanta sofferenza, conia e
diffonde il maledetto fiorino che ha sviato tutto il popolo cristiano,
produce e spande il maladetto fiore in quanto ha trasformato il pastore in un lupo.
c’ha disviate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore. 132

Per questo l’Evangelio e i dottor magni


son derelitti, e solo ai Decretali Per questo il Vangelo e i libri dei Padri della Chiesa sono trascurati, e
si studia, sì che pare a’ lor vivagni. 135 si leggono solo i Decretali, come appare dai loro margini sgualciti.

A questo intende il papa e’ cardinali; Il papa e i cardinali pensano solo a questo; i loro pensieri non vanno
non vanno i lor pensieri a Nazarette, certo a Nazareth, dove l'arcangelo Gabriele aprì le ali (per fare
là dove Gabriello aperse l’ali. 138 l'Annunciazione a Maria).

Ma Vaticano e l’altre parti elette Tuttavia il Vaticano e gli altri luoghi sacri di Roma, che hanno visto il
di Roma che son state cimitero martirio dei primi cristiani che seguirono Pietro, saranno presto
a la milizia che Pietro seguette, liberi da questa profanazione».

tosto libere fien de l’avoltero». 142

Argomento del Canto


Ancora nel III Cielo di Venere. Profezia di Carlo Martello sulla sua discendenza. Incontro con Cunizza da Romano e sue profezie.
Incontro con Folchetto di Marsiglia, che indica a Dante l'anima di Raab. Folchetto condanna l'avarizia dei religiosi.
È la notte di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Profezia di Carlo Martello (1-12)


Dante si rivolge idealmente a Clemenza, la moglie di Carlo Martello, narrando che il beato prima ha chiarito i suoi dubbi e poi gli ha
profetizzato gli inganni che i suoi discendenti dovranno subire, raccomandandosi però di tacere e di lasciare passare il tempo, in
quanto tali azioni verranno punite da Dio. Alla fine delle sue parole, Carlo torna a rivolgersi a Dio e Dante prorompe in una dura
invettiva contro i cattivi cristiani, che si distolgono dai beni celesti per ricercare cose vane.

Incontro con Cunizza da Romano (13-36)


La luce di un altro beato si avvicina a Dante e il suo splendore gli fa capire che desidera parlare con lui, per cui il poeta si rivolge con
uno sguardo a Beatrice e la donna gli fa un cenno d'assenso. Dante parla allora allo spirito e lo prega di rispondergli, dimostrando
così che può leggere i suoi desideri nella sua mente. L'anima smette di cantare e inizia a parlare a Dante, come colui al quale piace
fare del bene: essa dichiara che in quella terra (la Marca Trevigiana) compresa tra la Repubblica di Venezia e le sorgenti di Brenta e
Piave sorge un colle non molto alto, da dove discese Ezzelino da Romano che esercitò il suo tirannico dominio su tutta la regione.
L'anima che parla è sua sorella Cunizza e risplende in questo Cielo perché in vita subì l'influsso del pianeta Venere, anche se la donna
perdona a se stessa questa inclinazione e non se ne rammarica, ciò che forse può sembrare difficile da capire al volgo.
Profezie di Cunizza (37-63)
Cunizza indica a Dante l'anima che gli è più vicina (Folchetto di Marsiglia), dicendo che ebbe grande fama nel mondo e che essa
durerà ancora molti secoli. Gli uomini dovrebbero cercare di lasciare dietro di sé un buon ricordo sulla Terra, ciò a cui non bada
invece il popolo che abita la Marca Trevigiana, né se ne pente pur subendo continui castighi: tuttavia presto i Padovani arrosseranno
col proprio sangue l'acqua della palude del Bacchiglione presso Vicenza, in quanto gli abitanti della Marca sono restii al loro dovere.
Anche Rizzardo da Camino, attuale signore di Treviso pieno di superbia, ben presto verrà ucciso; e Feltre rimpiangerà il tradimento
consumato dal suo vescovo, tanto odioso che nessuno è stato imprigionato per una colpa simile (egli verserà il sangue di alcuni
fuorusciti di Ferrara che consegnerà ai loro nemici per mostrarsi di parte, anche se tale condotta sarà conforme a quella di quel
paese). Cunizza legge tali profezie nella mente dei Troni, attraverso i quali Dio esercita la sua giustizia e pronuncia queste severe
condanne.
Incontro con Folchetto di Marsiglia (64-108)
Cunizza smette di parlare e sembra rivolta a tutt'altro, tornando a danzare in cerchio come faceva prima, mentre lo spirito che ha
indicato in precedenza appare a Dante come un rubino colpito dal sole. In Paradiso, osserva il poeta, i beati acquistano fulgore
quando gioiscono, come sulla Terra quando si sorride, invece all'Inferno l'ombra diventa oscura quanto più la mente è rattristata.
Dante si rivolge allo spirito e afferma che quello legge nella mente divina, perciò nulla può essergli ignoto: perché, allora, la sua voce
che canta coi Serafini non risponde ai suoi dubbi? Il poeta non attenderebbe una sua parola, se potesse leggere nella sua mente
come il beato in quella di Dante. A questo punto lo spirito spiega che proviene dal Mar Mediterraneo, che si estende per novanta
gradi di latitudine cosicché fa meridiano là dove all'inizio fa orizzonte, ed egli è nato tra la foce dell'Ebro e della Magra che per un
breve tratto divide la Liguria dalla Toscana. La città in cui nacque, Marsiglia, che subì un'orrenda strage ad opera di Bruto, ha quasi lo
stesso tramonto di Bougie, in Algeria (sono sullo stesso meridiano). Il suo nome fu Folco (Folchetto) e in vita subì l'influsso del Cielo
di Venere, così come ora egli risplende in esso: né Didone, che offese la memoria di Creusa e Sicheo, né Fillide, che fu delusa da
Demofoonte, e neppure Ercole, quando impazzì d'amore per Iole, arsero d'amore quanto fece lui, finché fu in giovane età. Qui,
spiega Folchetto, non ci si pente di tale influsso all'amore ma se ne sorride, pensando alla virtù divina che lo ispirò; qui in Paradiso si
contempla l'arte divina della creazione che l'amore di Dio abbellisce e si distingue il bene per cui i Cieli danno forma al mondo
terreno.
Folchetto indica l'anima di Raab (109-126)
Folchetto vuole appagare tutti i desideri di Dante, quindi deve proseguire in quanto il poeta vuole sapere chi è l'anima che sfolgora
accanto al beato, proprio come un'acqua cristallina colpita dal sole. Dante deve sapere che in quella luce c'è l'anima di Raab, il cui
splendore si riverbera su tutti gli spiriti amanti di questo Cielo: ella fu assunta nel III Cielo prima di ogni altra anima, in seguito al
trionfo di Cristo. Raab è simbolo della grande vittoria ottenuta da Cristo con il sacrificio della croce, poiché ella favorì la prima
vittoria militare di Giosuè in Terrasanta, la regione di cui ora il papa poco si ricorda.

Folchetto condanna l'avarizia dei religiosi (127-142)


Folchetto prosegue spiegando che Firenze, città che è il prodotto di Lucifero che per primo si ribellò a Dio e la cui invidia è fonte di
tanta sofferenza, produce e diffonde il maledetto fiorino che ha sviato le pecore e gli agnelli (tutto il popolo cristiano), dal momento
che ha trasformato in lupo il pastore (suscitando avidità nel papa e nei prelati). Per questo i Vangeli e i libri dei Padri della Chiesa
sono abbandonati, e si leggono solo i Decretali, come si evince dai loro margini sgualciti. Il papa e i cardinali pensano solo a questo e
non si curano di bandire una Crociata per liberare Nazareth, là dove l'arcangelo Gabriele fece a Maria l'Annunciazione. Tuttavia il
Vaticano e gli altri luoghi sacri di Roma dove furono martirizzati i primi cristiani, saranno presto liberi dalla profanazione di questi
ecclesiastici corrotti. (Foto: © Classical Numismatic Group, Inc).
Interpretazione complessiva
Il Canto chiude l'episodio dedicato a Carlo Martello con le ultime parole del beato che profetizzano gli inganni subìti dai suoi
discendenti, per poi presentare Cunizza da Romano e Folchetto di Marsiglia che saranno personaggi ben diversi dal principe
angioino, essendosi dati dapprima all'amore sensuale e terreno per poi volgersi a quello divino e guadagnarsi la salvezza. Nei versi di
apertura Dante si rivolge idealmente a Clemenza, probabilmente la vedova di Carlo Martello (anche la figlia aveva lo stesso nome),
alludendo in modo oscuro alla profezia che lo spirito ha fatto circa i torti futuri alla sua semenza: è un probabile accenno alla
fraudolenta usurpazione del regno di Napoli da parte del fratello Roberto d'Angiò ai danni del figlio di Carlo, Caroberto, anche se egli
impone al poeta di tacere e di lasciare muover li anni in quanto il castigo divino non potrà tardare. Si tratta di una di quelle profezie
oscure e indeterminate il cui esempio più famoso è in Par., XVII, 91-93, quando l'avo Cacciaguida predirà le incredibili imprese di
Cangrande Della Scala di cui Dante non dovrà dire nulla; le parole di Carlo Martello sono la chiosa finale al discorso del Canto
precedente contro il malgoverno degli Angioini e costituiscono un'ulteriore denuncia delle ingiustizie del mondo contro le quali la
punizione divina arriverà presto, così come colpirà inesorabile i tiranni della Marca Trevigiana e i chierici corrotti, protagonisti delle
profezie messe in bocca agli altri personaggi di questo Canto. Non a caso le parole di Carlo sono sottolineate da un duro rimprovero
di Dante rivolto alle fatture empie, ai cattivi cristiani che si lasciano sviare dalle lusinghe terrene e non servono debitamente Dio, così
come l'episodio sarà chiuso dall'invettiva ancor più dura che Folchetto rivolgerà alla Chiesa corrotta e a Firenze, colpevole di
spargere nel mondo il maladetto fiore che suscita avidità ed è, quindi, fonte di corruzione.
L'incontro con Cunizza e Folchetto è al centro dell'episodio e i due personaggi, peraltro diversissimi, hanno in comune la stessa
vicenda terrena di amore sfrenato e sensuale seguito da un ravvedimento, in quanto entrambi dichiarano di aver subìto l'influsso del
pianeta Venere del quale tuttavia non si rammaricano. La questione è assai delicata sotto il profilo teologico e infatti essa, accennata
da Cunizza come problematica (che parria forse forte al vostro vulgo, v. 36), viene poi risolta da Folchetto (vv. 103-108) il quale
riconduce tutto alla teoria degli influssi astrali e al disegno provvidenziale, per cui l'inclinazione ad amare è una delle influenze che le
intelligenze angeliche inviano sulla Terra e sono finalizzate al bene, per quanto tocchi poi agli uomini farne buon uso e realizzare
opere virtuose (secondo la teoria del libero arbitrio chiarita in Purg., XVI). Nel caso suo e di Cunizza è stato così e i due, pur essendosi
dati ad amori disordinati e licenziosi (Cunizza era addirittura fuggita col trovatore Sordello e le venivano attribuiti vari matrimoni), si
sono ravveduti in tempo e hanno ottenuto la salvezza, di cui costituiscono un esempio sorprendente anche se meno clamoroso di
quello di Catone Uticense o Manfredi di Svevia; nel caso di Folchetto, inoltre, che fu trovatore e poeta lirico al pari di Guido Guinizelli
e Arnaut Daniel, c'è un'ulteriore riflessione sui rischi insiti nella poesia amorosa e sulla necessità di depurarla di ogni elemento che
possa indurre al peccato, per cui Dante sembra voler chiudere definitivamente con la letteratura d'amore per dedicarsi alla poesia
dell'amore di Dio, come gli episodi della parte finale del Purgatorio hanno ampiamente dimostrato (Folchetto, del resto, aveva
smesso gli abiti del trovatore per diventare addirittura vescovo di Tolosa). Un ulteriore e, forse, più stupefacente esempio di spirito
amante che ha ottenuto la salvezza è poi quello di Raab, la meretrice di Gerico che aiutò Giosuè a conquistare la città ed è stata la
prima anima a salire nel III Cielo dopo il trionfo di Cristo, per cui la sua salvezza è simbolo dell'imperscrutabile giudizio divino non
meno di personaggi come Traiano e Rifeo, che vedremo nel Cielo di Giove.
Entrambi i personaggi affrontano poi un discorso politico che sfocia in una minacciosa profezia, sul piano più proprio delle lotte
comunali e della tirannide quello di Cunizza e sul piano della corruzione ecclesiastica quello di Folchetto. Quest'ultimo è indicato a
Dante proprio dalla donna, che ne elogia la grande fama e dichiara che gli uomini farebbero bene a ricercarla sulla Terra, cosa che
non fanno gli abitanti della Marca Trevigiana da cui lei proviene: dopo essersi presentata come sorella di Ezzelino da Romano, lo
spietato tiranno che esercitò il suo dominio su quella terra, Cunizza predice una serie di sventure che colpiranno duramente i popoli
di quella regione, ovvero la sconfitta dei Guelfi padovani ad opera dei Vicentini di Cangrande Della Scala (nel 1314), l'uccisione del
signore di Treviso, Rizzardo da Camino (nel 1312), infine l'odioso tradimento del vescovo di Feltre, Alessandro Novello, che nel 1314
consegnò alcuni fuorusciti ferraresi al vicario angioino che li fece poi decapitare. Le vicende turbolente della Marca si inseriscono nel
più generale disordine della terra prava / italica, già denunciato più volte da Dante e ricondotto alla mancanza di un'autorità
imperiale nella Penisola (cfr. Purg., VI; XVI), per cui sia il Veneto sia la Romagna sono dominate da feroci tiranni e uomini senza
scrupoli, che calpestano i diritti delle popolazioni loro assoggettate e sono autori di soprusi (discorso analogo per la Romagna in Inf.,
XXVII, 36-54; Purg., XIV, 88-126). È noto che Dante riponeva grandi aspettative in Cangrande signore di Verona, la cui vittoria contro i
Guelfi è allusivamente evocata in questo Canto e la cui azione politica avrebbe dovuto ristabilire l'autorità imperiale sull'Italia del
Nord, in modo da stroncare la resistenza non solo dei Comuni ribelli come Firenze, ma anche quella di signori e tiranni locali di cui
Ezzelino era stato esempio più remoto e Rizzardo da Camino più recente, senza contare gli altri che dominavano su varie città della
Romagna e della stessa Toscana.
Un duro castigo è profetizzato anche da Folchetto, che dopo la sua elegante e ricercata prosopopea (con la complessa perifrasi
geografica che descrive il Mediterraneo e Marsiglia, la sua città natale) e la spiegazione sull'influsso di Venere che introduce la figura
di Raab, prende spunto proprio da questo personaggio per lanciare un durissimo attacco contro la corruzione della Chiesa e, in
particolare, contro i papi che pensano solo ad arricchirsi, anziché bandire una Crociata per riconquistare la Terrasanta dove Giosuè
riportò la sua prima vittoria. Il tema si ricollega a tutti gli episodi del poema in cui è presente la polemica anti-ecclesiastica,
soprattutto Inf., XIX (per il riferimento ai papi simoniaci) e XXVII, 85 ss., dove Guido da Montefeltro accusava Bonifacio VIII di fare
guerra ai suoi nemici a Palestrina e non con Saracin né con Giudei, cioè non pensava a riconquistare il Santo Sepolcro: qui l'attacco di
Folchetto è rivolto alla città di Firenze, colpevole di coniare e diffondere il fiorino che diventa mezzo di corruzione suscitando la
cupidigia del papa e dei cardinali, che si arricchiscono con l'interpretazione capziosa del diritto canonico al fine di lucrare sulle
indulgenze e altri provvedimenti simili (ne è dimostrazione il fatto che il Vangelo è trascurato, mentre i Decretali, cioè i manuali di
diritto canonico, hanno i margini sdruciti per il troppo uso). Firenze è attaccata in quanto i banchieri di quella città finanziavano la
monarchia francese e il fiorino era all'epoca la moneta più diffusa negli scambi commerciali: Folchetto la definisce addirittura il
prodotto di Lucifero, poiché il suo denaro ha trasformato i pastori del gregge dei fedeli in famelici lupi (tale accusa riprende la
condanna dell'usura e dell'uso eccessivo del denaro, di cui Dante ha parlato soprattutto in Inf., XVI-XVII e su cui tornerà nell'episodio
di Cacciaguida, XVI). La dura invettiva di Folchetto anticipa quella di san Tommaso nel Canto XI, quando alla fine del panegirico di san
Francesco biasimerà i difetti dell'Ordine domenicano dicendo che il suo pecuglio di nova vivanda / è fatto ghiotto, alludendo alle
attività mondane perseguite dai frati per arricchirsi, nonché quella di san Pietro di XXVII, 19 ss., con il riferimento al Vaticano come
cimitero / a la milizia che Pietro seguette (anche Pietro parlerà del suo cimiterio profanato da Bonifacio VIII e trasformato in una
cloaca). Folchetto predice che presto esso e gli altri luoghi santi saranno liberi dall'avoltero, dalla profanazione di questi posti ad
opera del clero corrotto (cfr. Inf., XIX, 4: per oro e per argento avolterate): non sappiamo a cosa esattamente il beato si riferisca, ma
certo quest'ultima indeterminata profezia è in tono con l'andamento generale del Canto e si inserisce nel generale preannuncio da
parte di Dante di un futuro rinnovamento della società per il ristabilirsi della giustizia, già attribuito in maniera altrettanto oscuro a
figure come il «veltro» o il «DXV» e in cui il poeta sembra nutrire una fiducia incrollabile.

Note e passi controversi


Clemenza (v. 1) era il nome sia della moglie sia della figlia di Carlo Martello, per cui è incerto a quale delle due donne si rivolga
Dante: la vedova del principe era già morta all'epoca della visione (morì infatti nel 1295), tuttavia l'espressione Carlo tuo sembra
riferirsi a un rapporto coniugale.
Gli 'nganni (v. 2) a cui accenna Dante si riferiscono sicuramente all'usurpazione del regno di Napoli da parte di Roberto, fratello di
Carlo Martello, ai danni del figlio Caroberto: in verità Carlo II d'Angiò aveva avallato tale successione ed essa era stata validata prima
da papa Bonifacio VIII, poi da Clemente V (i due papi di cui Dante ha predetto la dannazione in Inf., XIX).
Al v. 19 compenso vuol dire letteralmente «contrappeso», poiché Dante chiede a Cunizza di soddisfare il suo desiderio mettendo un
contrappeso metaforico sulla bilancia del suo volere.
Il colle citato al v. 28 è il colle di Romano, che sorge non lontano da Bassano del Grappa e su cui era il castello degli Ezzelini.
Al v. 29 la facella (fiaccola incendiaria) è metaforicamente Ezzelino, che esercitò il suo dominio tirannico sulla Marca Trevigiana:
l'immagine ricorda quella di Ecuba che sognò di partorire una torcia quando generò Paride, mentre una leggenda analoga circolava
anche riguardo alla madre di Ezzelino (almeno secondo il commento di Pietro di Dante).
Il v. 40 (questo centesimo anno ancor s'incinqua) indica che l'anno secolare, il 1300, si ripeterà cinque volte, passeranno cioè cinque
secoli (in generale, passerà molto tempo) prima che la fama di Folchetto svanisca. S'incinqua è neologismo dantesco, simile a
s'addua (VII, 6), s'intrea (XIII, 57) e s'inmilla (XXVIII, 93).
Il Tagliamento e l'Adige (v. 44) sono i fiumi che delimitano la Marca Trevigiana a est ed ovest.
I vv. 46-48 alludono sicuramente alla sconfitta subìta dai Guelfi di Padova il 17 dic. 1314 ad opera dei Ghibellini di Vicenza, aiutati da
Cangrande Della Scala: essi cambieranno l'acqua del Bacchiglione arrossandola col proprio sangue (altri interpretano il passo come
allusione al fatto che i Vicentini deviarono le acque del fiume come azione di guerra contro i Padovani).
I fiumi Sile e Cagnano, oggi chiamato Botteniga (v. 49) si uniscono presso Treviso; colui che signoreggia sulla città è Rizzardo da
Camino, figlio di quel Gherardo citato da Marco Lombardo (Purg., XVI, 124) come esempio di liberalità e cortesia: succedette al
padre nel 1306 e fu ucciso in una congiura nel 1312.
I vv. 52-54 alludono al vescovo di Feltre, Alessandro Novello, che nel luglio 1314 consegnò tre fuorusciti ferraresi nelle mani del
vicario angioino Pino della Tosa, che poi li fece decapitare. Il termine malta (v. 54) indica genericamente «prigione», attestato
variamente nella letteratura del Due-Trecento, anche se c'erano varie prigioni che avevano quel nome (una, collocata nel lago di
Bolsena, era adibita a carcere per ecclesiastici ed è forse quella indicata da Cunizza).
I Troni (v. 61) sono il terzo ordine della prima gerarchia angelica, che governa il VII Cielo di Saturno e attraverso cui Dio esercita la
giustizia.
Il balasso (v. 69) è una specie di rubino, il cui nome deriva dall'arabo «balaksh» (dalla regione di Balascam da cui si importavano,
secondo la testimonianza di Marco Polo nel Milione, XXXV).
Il vb. s'inluia (v. 73) è neologismo dantesco, come m'intuassi e m'inmii (v. 80), e significano «penetrare in lui, in te, in me». Cfr.
l'analogo t'inlei di XXII, 127.
I fuochi pii / che di sei ali facen la coculla sono i Serafini, detti «fuochi» perché Serafino in ebraico vuol dire «ardente», e che si
ammantano di sei ali (coculla, «cocolla», è il saio con cappuccio dei monaci). Questi angeli sono così descritti in Is., VI, 2.
Il v. 82 indica il Mediterraneo, di cui Folchetto spiega che si estende da ovest a est per novanta gradi, così che il cerchio che a Cadice
è il suo orizzonte orientale, a Gerusalemme diventa il suo meridiano. Il Mediterraneo, in realtà, si estende per soli quarantadue
gradi.
Buggea (v. 92) è l'odierna Bougie, in Algeria, che essendo quasi sullo stesso meridiano di Marsiglia vede il sole sorgere e tramontare
nello stesso momento. Il v. 93 allude alla strage dei Marsigliesi fatta da Bruto nella guerra civile (cfr. Lucano, Phars., III, 572-573).
La figlia di Belo (v. 97) è Didone. La Rodopea (v. 100) è invece Fillide, figlia di Sitone re Tracia, dov'è il monte Rodope: innamoratasi di
Demofoonte, figlio di Teseo e Fedra, e abbandonata da lui, s'impiccò venendo poi mutata in mandorlo (cfr. Ovidio, Her., II).
I vv. 106-108 sono molto controversi per l'interpretazione, e anche perché alcuni mss. leggono con tanto effetto, e discernesi 'l bene
/ per che 'l modo di sù quel di giù torna. La lezione a testo intende affetto come l'amore di Dio, e dà al vb. torna (v. 108, in rima
equivoca col v. 104) il senso di «tornia», quindi «dà forma».
I vv. 117-118 alludono alla teoria astronomica secondo cui il cono d'ombra proiettato dalla Terra aveva la sua fine nel Cielo di
Venere.
Palma al v. 121 vuol dire «testimonianza», mentre al v. 123 (in rima equivoca) indica le palme di Cristo che furono entrambe
inchiodate sulla croce. Altri intendono il v. 123 come riferito a Giosuè, che pregò con entrambe le mani Dio e ottenne l'alta vittoria
su Gerico.
Il v. 132 sarà riecheggiato da san Pietro nella sua invettiva di XXVII, 55-56: In vesta di pastor lupi rapaci / si veggion di qua sù per tutti
i paschi.
I Decretali (v. 134) sono i testi di diritto canonico, i cui vivagni («margini») sono sgualciti per il troppo uso. Folchetto allude
all'interpretazione capziosa del diritto canonico per lucrare sulle indulgenze e simili provvedimenti.
CANTO X
Testo Parafrasi
Guardando nel suo Figlio con l’Amore La prima e indicibile Potenza (il Padre), guardando il Figlio con lo
che l’uno e l’altro etternalmente spira, Spirito Santo che spira eternamente da entrambi, creò l'armonioso
lo primo e ineffabile Valore 3 movimento dei Cieli in modo così perfetto che non è possibile
ammirarlo senza godere dell'immagine divina.
quanto per mente e per loco si gira
con tant’ordine fé, ch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira. 6

Leva dunque, lettore, a l’alte rote Dunque, o lettore, alza lo sguardo con me alle sfere celesti, proprio
meco la vista, dritto a quella parte verso quel punto in cui i due movimenti opposti si intersecano (il
dove l’un moto e l’altro si percuote; 9 punto equinoziale);

e lì comincia a vagheggiar ne l’arte e comincia ad ammirare lì l'opera d'arte di quell'artefice (Dio) che la
di quel maestro che dentro a sé l’ama, ama dentro di sé, al punto che non ne distoglie mai lo sguardo.
tanto che mai da lei l’occhio non parte. 12

Vedi come da indi si dirama Vedi come da lì diverge lo Zodiaco che porta con sé i pianeti, per
l’oblico cerchio che i pianeti porta, soddisfare le esigenze della Terra che li invoca (per le influenze e per
per sodisfare al mondo che li chiama. 15 il ciclo stagionale).

Che se la strada lor non fosse torta, Infatti, se la sua traiettoria non fosse obliqua rispetto all'Equatore
molta virtù nel ciel sarebbe in vano, celeste, molti influssi astrali sarebbero inutili e qui, sulla Terra, ogni
e quasi ogne potenza qua giù morta; 18 potenzialità della natura resterebbe inattiva;

e se dal dritto più o men lontano e se la divergenza fosse maggiore o minore, l'ordine del mondo
fosse ‘l partire, assai sarebbe manco sarebbe assai manchevole in entrambi gli emisferi.
e giù e sù de l’ordine mondano. 21

Or ti riman, lettor, sovra ‘l tuo banco, Adesso resta, lettore, sopra il tuo banco, pensando a ciò che ti dico e
dietro pensando a ciò che si preliba, che si preannuncia, se vuoi rallegrarti prima di essere stanco.
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco. 24

Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; Io ti ho posto le vivande di fronte; adesso devi mangiare da solo,
ché a sé torce tutta la mia cura poiché quella materia (il Paradiso) che io sono chiamato a
quella materia ond’io son fatto scriba. 27 trascrivere attira a sé tutta la mia attenzione.

Lo ministro maggior de la natura, Il maggiore ministro della natura (il Sole), che diffonde il suo
che del valor del ciel lo mondo imprenta benefico influsso sulla Terra e con la sua luce misura il tempo, unito
e col suo lume il tempo ne misura, 30 con quel punto (equinoziale) che ho detto prima, ruotava in quella
spirale in cui ogni giorno sorge un po' prima;
con quella parte che sù si rammenta
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s’appresenta; 33

e io era con lui; ma del salire E io ero con lui; ma non mi accorsi di esservi asceso, se non come
non m’accors’io, se non com’uom s’accorge, colui che si accorge di un pensiero improvviso solo dopo che questo
anzi ‘l primo pensier, del suo venire. 36 è comparso.

È Beatrice quella che sì scorge Beatrice guida da un Cielo a quello superiore così rapidamente, che
di bene in meglio, sì subitamente il suo atto è praticamente istantaneo.
che l’atto suo per tempo non si sporge. 39

Quant’esser convenia da sé lucente Le luci dei beati che erano dentro al Cielo del Sole dovevano essere
quel ch’era dentro al sol dov’io entra’mi, davvero splendenti, perché io le distinguevo anche se non erano di
non per color, ma per lume parvente! 42 colore diverso!
Perch’io lo ‘ngegno e l’arte e l’uso chiami, Per quanto io invochi il mio ingegno, l'arte e l'esperienza, non potrei
sì nol direi che mai s’imaginasse; descrivere tutto ciò per renderne un'idea compiuta; tuttavia si può
ma creder puossi e di veder si brami. 45 credere e dunque bisogna desiderare di vederlo.

E se le fantasie nostre son basse E se il nostro linguaggio è così inadeguato a una materia così alta,
a tanta altezza, non è maraviglia; non bisogna stupirsi; infatti nessun occhio umano ha mai visto una
ché sopra ‘l sol non fu occhio ch’andasse. 48 luce più intensa di quella del Sole.

Tal era quivi la quarta famiglia Qui si presentava in tal modo la quarta schiera dei beati (spiriti
de l’alto Padre, che sempre la sazia, sapienti), che il Padre sazia di continuo mostrandogli il mistero della
mostrando come spira e come figlia. 51 Trinità.

E Beatrice cominciò: «Ringrazia, E Beatrice iniziò: «Ringrazia, ringrazia il Sole degli angeli (Dio) che
ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo per sua grazia ti ha sollevato a questo Sole materiale».
sensibil t’ha levato per sua grazia». 54

Cor di mortal non fu mai sì digesto Il cuore di un uomo non fu mai così ben disposto alla devozione e
a divozione e a rendersi a Dio così pronto a rendersi a Dio con tutta la sua gratitudine, come lo fui
con tutto ‘l suo gradir cotanto presto, 57 io a quelle parole; e il mio amore si rivolse a Lui a tal punto che si
dimenticò totalmente di Beatrice.
come a quelle parole mi fec’io;
e sì tutto ‘l mio amore in lui si mise,
che Beatrice eclissò ne l’oblio. 60

Non le dispiacque; ma sì se ne rise, A lei non dispiacque, anzi, ne sorrise, al punto che lo splendore dei
che lo splendor de li occhi suoi ridenti suoi occhi gioiosi indusse la mia mente a dividersi tra più cose (Dio e
mia mente unita in più cose divise. 63 il suo sorriso beato).

Io vidi più folgór vivi e vincenti Io vidi diverse luci vivide e sfolgoranti più del Sole circondarci come
far di noi centro e di sé far corona, una corona, di cui noi eravamo il centro, che cantavano più
più dolci in voce che in vista lucenti: 66 dolcemente di quanto fossero luminose:

così cinger la figlia di Latona così, talvolta, vediamo la Luna circondata da un alone, quando l'aria
vedem talvolta, quando l’aere è pregno, è umida e trattiene il raggio lunare che forma una fascia.
sì che ritenga il fil che fa la zona. 69

Ne la corte del cielo, ond’io rivegno, Nella corte del Paradiso, da dove ritorno, si trovano molti gioielli
si trovan molte gioie care e belle belli e preziosi, tanto che non si possono portar via da quel regno;
tanto che non si posson trar del regno; 72

e ‘l canto di quei lumi era di quelle; e il canto di quelle luci era uno di questi gioielli; chi non è in grado di
chi non s’impenna sì che là sù voli, volare fin lassù (diventando beato dopo la morte) non si aspetti che
dal muto aspetti quindi le novelle. 75 io lo descriva, come un muto non può recare le notizie.

Poi, sì cantando, quelli ardenti soli Dopo che quei soli ardenti (gli spiriti), cantando così, ebbero
si fuor girati intorno a noi tre volte, compiuto tre giri, come stelle vicine ai poli celesti, mi sembrarono
come stelle vicine a’ fermi poli, 78 delle donne che ancora stanno danzando e che si fermano in
silenzio, ascoltando finché non hanno sentito la musica che fa
donne mi parver, non da ballo sciolte, riprendere il ballo.
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte. 81

E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando E dentro a una di quelle luci sentii dire: «Poiché il raggio della grazia
lo raggio de la grazia, onde s’accende divina, dal quale si accende il vero amore che poi, amando, continua
verace amore e che poi cresce amando, 84 a crescere, risplende moltiplicato in te, visto che ti conduce su per
quella scala (il Paradiso) dalla quale nessuno scende senza risalire;
multiplicato in te tanto resplende,
che ti conduce su per quella scala
u’ sanza risalir nessun discende; 87
se qualcuno ti negasse il vino della sua ampolla per placare la tua
qual ti negasse il vin de la sua fiala sete (di conoscenza), non agirebbe in libertà proprio come un'acqua
per la tua sete, in libertà non fora che non scendesse dal monte fino al mare.
se non com’acqua ch’al mar non si cala. 90
Tu vuoi sapere di quali fiori è formata questa ghirlanda (la corona di
Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora spiriti) che contempla tutt'intorno alla bella donna che ti guida al
questa ghirlanda che ‘ntorno vagheggia Cielo.
la bella donna ch’al ciel t’avvalora. 93
Io fui uno degli agnelli del santo gregge che san Domenico conduce
Io fui de li agni de la santa greggia per il cammino, dove ci si arricchisce di beni spirituali se non si devia
che Domenico mena per cammino dalla regola.
u’ ben s’impingua se non si vaneggia. 96
Questi, che è immediatamente alla mia destra, fu frate e fu mio
Questi che m’è a destra più vicino, maestro: è Alberto Magno di Colonia, e io sono Tommaso d'Aquino.
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. 99
Se tu vuoi sapere i nomi di tutti gli altri, segui le mie parole facendo
Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, scorrere lo sguardo lungo le luci di questa beata corona.
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto. 102
Quell'altra luce fiammeggiante è prodotta dal sorriso di Francesco
Quell’altro fiammeggiare esce del riso Graziano, che aiutò l'una e l'altra legge in modo tale che piace al
di Grazian, che l’uno e l’altro foro Paradiso.
aiutò sì che piace in paradiso. 105
L'altro che dopo di lui abbellisce la nostra schiera, fu quel Pietro
L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, Lombardo che offrì alla Santa Chiesa ogni suo avere come la
quel Pietro fu che con la poverella poverella del Vangelo.
offerse a Santa Chiesa suo tesoro. 108
La quinta luce, che è la più bella fra noi, spira di un tale amore che
La quinta luce, ch’è tra noi più bella, tutto il mondo desidera conoscere il suo destino:
spira di tal amor, che tutto ‘l mondo
là giù ne gola di saper novella: 111
dentro vi è l'alta mente dove fu infuso un sapere così profondo, che,
entro v’è l’alta mente u’ sì profondo se le Scritture dicono il vero, non ci fu un uomo più saggio di lui
saver fu messo, che, se ‘l vero è vero (Salomone).
a veder tanto non surse il secondo. 114
Vicino vedi la luce di quel cero (Dionigi l'Areopagita) che quando era
Appresso vedi il lume di quel cero vivo vide più addentro di ogni altro la natura e la funzione degli
che giù in carne più a dentro vide angeli.
l’angelica natura e ‘l ministero. 117
Nell'altra luce più piccola ride quell'avvocato dei tempi cristiani
Ne l’altra piccioletta luce ride (Paolo Orosio) della cui opera in latino si avvalse sant'Agostino.
quello avvocato de’ tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide. 120
Ora, se tu fai scorrere di luce in luce l'occhio della tua mente dietro
Or se tu l’occhio de la mente trani le mie parole, ti resta da scoprire chi sia l'ottava luce.
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l’ottava con sete rimani. 123
Dentro vi gode l'anima santa che dimostra la fallacia del mondo a
Per vedere ogni ben dentro vi gode chi legge bene le sue opere, giacché ora vede il sommo bene
l’anima santa che ‘l mondo fallace (Severino Boezio).
fa manifesto a chi di lei ben ode. 126
Lo corpo da cui essa fu strappata giace sulla Terra nella basilica di S.
Lo corpo ond’ella fu cacciata giace Pietro in Ciel d'Oro; e la sua anima giunse a questa pace dal martirio
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro e dall'esilio terreno.
e da essilio venne a questa pace. 129
Oltre vedi fiammeggiare lo spirito ardente di Isidoro di Siviglia, del
Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro Venerabile Beda, di Riccardo di San Vittore che nella
d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, contemplazione di Dio fu più che un uomo.
che a considerar fu più che viro. 132
E questi, dal quale il tuo sguardo torna su di me, è la luce di uno
Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, spirito che fu oppresso da gravi pensieri, tanto che la morte gli
è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri sembrò tarda:
gravi a morir li parve venir tardo: 135
essa è la luce eterna di Sigieri di Brabante, che, esercitando
essa è la luce etterna di Sigieri, l'insegnamento nella 'Via della paglia' a Parigi, dimostrò delle verità
che, leggendo nel Vico de li Strami, dottrinali che suscitarono invidie contro di lui».
silogizzò invidiosi veri». 138
A quel punto, come un orologio che, nell'ora in cui la Chiesa si leva,
Indi, come orologio che ne chiami la chiama a recitare il Mattutino a Cristo affinché egli la ami ancora,
ne l’ora che la sposa di Dio surge in cui una parte tira e l'altra spinge (le ruote dentate), tintinnando in
a mattinar lo sposo perché l’ami, 141 modo così dolce che riempie d'amore lo spirito ben disposto;

che l’una parte e l’altra tira e urge,


tin tin sonando con sì dolce nota,
che ‘l ben disposto spirto d’amor turge; 144
così io vidi quella gloriosa corona di spiriti muoversi e cantare con
così vid’io la gloriosa rota un'armonia e una melodia così dolce che non la si può capire, se non
muoversi e render voce a voce in tempra in Paradiso dove la gioia diventa eterna.
e in dolcezza ch’esser non pò nota

se non colà dove gioir s’insempra. 148

Argomento del Canto


Ascesa di Dante e Beatrice al IV Cielo del Sole. Apparizione degli spiriti sapienti della prima corona. Incontro con san Tommaso
d'Aquino, che presenta gli altri undici beati.
È la notte di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Dante contempla l'ordine del creato (1-27)


Dante osserva che Dio ha creato i Cieli con tale perfezione che non è possibile guardare tale spettacolo senza godere del suo valore,
perciò invita il lettore a contemplare il punto in cui si intersecano Equatore celeste ed eclittica e ad ammirare l'opera del supremo
artefice. Da quel punto diverge lo Zodiaco, obliquo rispetto all'Equatore per generare le stagioni, per cui se tale divergenza fosse
maggiore o minore l'ordine della Terra verrebbe alterato. Il lettore deve pensare a ciò che si preannuncia, poiché il poeta è tutto
assorbito dall'alta materia dei suoi versi e non potrà più assisterlo con altre indicazioni.
Ascesa al Cielo del Sole e apparizione delle anime (28-54)
Il Sole, che riflette sulla Terra il suo influsso benefico e misura il tempo, si trova nel punto equinoziale e Dante non si accorge di
penetrare in esso, se non come colui che ha un improvviso pensiero e se ne avvede quando si è manifestato. Beatrice guida Dante di
Cielo in Cielo, tanto velocemente che il suo atto è quasi istantaneo: una volta nel IV Cielo, il poeta vede delle luci ancor più
splendenti della luce già intensissima del Sole, cosicché non potrebbe mai descrivere ciò a parole (il linguaggio umano è insufficiente
a esprimere contenuti così elevati). Qui appaiono a Dante gli spiriti sapienti, sempre appagati dalla visione di Dio, e Beatrice esorta
Dante a ringraziare l'Altissimo per il privilegio cui lo ha ammesso.

Dante ringrazia Dio (55-63)


Il cuore di un uomo non fu mai così ben disposto a rivolgersi a Dio e pronto a esprimere la propria gratitudine, come lo è quello di
Dante a tali parole: egli si volge a Dio per ringraziarlo e il suo raccoglimento è tale che dimentica Beatrice. A lei non dispiace, anzi ne
sorride al punto che lo splendore dei suoi occhi induce il poeta a dividere la sua attenzione tra Dio e lei stessa.
La prima corona di spiriti sapienti (54-81)
Dante vede più luci sfolgoranti che circondano lui e Beatrice come una corona, che cantano con voce melodiosa, simili all'alone
luminoso che talvolta di notte attornia la Luna quando l'aria è molto umida. Il canto dei beati è così armonioso che per Dante è
impossibile descriverlo a parole, così come è impossibile descrivere pienamente le bellezze del Paradiso. Le luci degli spiriti ruotano
attorno a Dante e Beatrice per tre volte, simili a stelle che ruotano vicino al polo celeste, poi si arrestano e sembrano donne che
danzano e si fermano attendendo che la musica riprenda.
San Tommaso presenta se stesso e gli altri beati (82-138)
Uno dei beati si rivolge a Dante e dichiara che la grazia divina risplende nel poeta, poiché gli è permesso accedere da vivo al
Paradiso, quindi è impossibile che gli spiriti non esaudiscano spontaneamente tutti i suoi desideri, proprio come l'acqua scende
naturalmente dall'alto verso il basso. Dante vuole sapere quali sono gli altri spiriti della corona e il beato si presenta come un
membro dell'Ordine domenicano, dove ci si arricchisce spiritualmente se non si devia dalla regola. Egli è san Tommaso d'Aquino e lo
spirito alla sua destra è il suo maestro Alberto Magno. Il beato invita Dante ad ascoltarlo seguendo con lo sguardo le altre luci, quindi
presenta Francesco Graziano, che distinse tra legge divina e legge umana, Pietro Lombardo e Salomone, rispetto al quale nessuno fu
più sapiente. Il beato indica poi Dionigi l'Areopagita, autore di un'opera sull'angelologia, Paolo Orosio, la cui opera storica aiutò
sant'Agostino e Severino Boezio, la cui opera spiega la fallacia del mondo e il cui corpo giace nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro,
a Pavia. Gli altri spiriti della corona sono Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile e Riccardo di San Vittore, mentre l'ultimo beato alla
sinistra di Tommaso è Sigieri di Brabante, che insegnò filosofia a Parigi e dimostrò delle verità che suscitarono invidie contro di lui.
Canto e danza delle anime (139-142)
Non appena Tommaso ha finito di parlare, la corona ricomincia a ruotare e a cantare così dolcemente che ricorda a Dante un
orologio che tintinna per chiamare i frati di un convento a celebrare il Mattutino, in modo tale da riempire d'amore lo spirito ben
disposto. L'armonia di quel canto è tale che Dante non potrebbe descriverla, poiché solo chi la ascolta direttamente in Paradiso può
averne un'idea precisa.
Interpretazione complessiva
Il Canto descrive l'ascesa al Cielo del Sole di Dante e Beatrice, che lasciano alle spalle i primi tre Cieli in cui i beati avevano subìto un
influsso limitante dai rispettivi astri ed entrano in quello che è stato definito il Paradiso vero e proprio, cui corrisponde un
innalzamento della materia: ciò è sottolineato dall'elevatezza dello stile e dall'appello al lettore che è invitato a «cibarsi» da solo in
quanto l'attenzione del poeta è tutta concentrata sui suoi versi, con un'apostrofe analoga a quella di Purg., IX, 70-72 (anche in quel
caso, del resto, Dante stava per varcare la porta del Purgatorio presidiata dall'angelo). L'inizio di questo Canto è una solenne
descrizione del grandioso spettacolo del Creato, opera ineffabile di Dio che il lettore è invitato a contemplare in tutta la sua
perfezione: la perifrasi astronomica che indica il punto equinoziale dove si trova il Sole dà modo al poeta di spiegare la funzione
dell'inclinazione dello Zodiaco, responsabile del ciclo stagionale e quindi dell'ordinato procedere del mondo; l'intero Universo è una
macchina meravigliosa in cui ogni ingranaggio funziona in modo perfetto, incluso il ministro maggior de la natura (il Sole) che
imprime il suo benefico influsso sulla Terra e la illumina fungendo anche da unità di misura del tempo umano. Questo accenno alla
misurazione del tempo tornerà alla fine del Canto, con la descrizione dell'orologio che tintinna e richiama i frati del monastero alla
celebrazione del Mattutino, quindi all'inizio della giornata, riprendendo l'immagine iniziale del cosmo come una perfetta costruzione
in cui nulla è lasciato al caso (su tutto domina la volontà di Dio, supremo architetto che ha reso possibile tutto questo).
Gli spiriti che appaiono in questo Cielo sono delle luci sfavillanti che risaltano per luminosità nella luce pur intensissima del Sole, in
un modo che per Dante è quasi impossibile da descrivere a parole: è il preannuncio di quella poetica dell'«inesprimibile» che tanta
parte avrà nella Cantica e che in questo Canto è più volte ribadita, col dire che il linguaggio umano è troppo inferiore all'elevatezza
della materia (vv. 43-44: Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami, / sì nol direi che mai s'imaginasse; 74-75: chi non s'impenna sì che
la sù voli, / dal muto aspetti quindi le novelle; 147-148: in dolcezza ch'esser non pò nota / se non colà dove gioir s'insempra). Inizia
da questo Cielo anche l'uso di immagini astratte nell'apparizione dei beati, che infatti formano una corona di dodici spiriti che
circondano Dante e Beatrice e ruotano intorno con un canto melodioso: il cerchio è simbolo di perfezione e sapienza, ricordando
anche il disco solare il cui influsso questi beati hanno subìto in vita, così come negli altri Cieli vedremo i beati formare una croce,
l'aquila imperiale, una scala dorata. Dopo il ringraziamento a Dio da parte di Dante, a ciò esortato da Beatrice, è san Tommaso
d'Aquino a presentare se stesso come uno dei beati della corona e a indicare gli altri undici spiriti al poeta: la scelta del domenicano
è ovviamente non casuale, trattandosi del maggior filosofo cristiano del Medioevo e appartenente a uno dei due principali Ordini
mendicanti, così come filosofi e teologi di primo piano sono i beati che formano con lui la corona. Il lungo discorso di san Tommaso è
stilisticamente elevato, con la metafora iniziale del vino e della fiala («ampolla») che dovrà soddisfare la sete di conoscenza di Dante,
l'adynaton dell'acqua che non può non scendere verso il basso, il paragone tra i beati della corona e i fiori che formano una
ghirlanda, che in questo caso abbellisce Beatrice che ha portato fin qui Dante. San Tommaso presenta gli undici spiriti partendo dal
suo maestro Alberto Magno alla sua destra e procedendo in quella direzione, facendo di ognuno il nome tranne nel caso di
Salomone, indicato come colui che fu tanto saggio che a veder tanto non surse 'l secondo (questa frase susciterà il dubbio di Dante,
che Tommaso chiarirà nel Canto XIII); tra gli altri spicca soprattutto Boezio, una delle principali fonti dantesche il cui cristianesimo è
dubbio per i moderni, nonché Sigieri di Brabante, la cui ortodossia fu messa in discussione della Chiesa e da Tommaso stesso, che qui
invece lo presenta come assertore di verità dottrinali (il loro accostamento in Paradiso è simmetrico a quello di san Bonaventura e
Gioacchino da Fiore, in XII, 139-141). Tommaso presenta invece se stesso come uno degli agnelli della santa greggia di san
Domenico, l'Ordine dove ci si arricchisce di meriti a condizione di non deviare dalla regola, altra affermazione che indurrà Dante a
dubitare e il cui chiarimento sarà occupato interamente dal Canto successivo: il beato farà infatti il panegirico di san Francesco,
fondatore dell'altro Ordine mendicante, per poi biasimare i difetti del proprio e cioè l'inclinazione peccaminosa ai beni terreni e alle
ricchezze, parte della polemica contro la corruzione della Chiesa che diventerà essenziale nella III Cantica (il Canto XII avrà invece
struttura speculare rispetto all'XI, poiché san Bonaventura, francescano, dopo il panegirico di san Domenico biasimerà i difetti del
proprio Ordine, ovvero la poca fedeltà dei confratelli alla regola di Francesco).
Il Canto si chiude come detto con la descrizione del movimento armonioso della corona che viene paragonata al meccanismo di un
orologio, i cui ingranaggi si integrano perfettamente per far suonare il richiamo alle ore canoniche: l'immagine si ricollega a quella
iniziale del Sole indicato come principale indicatore del tempo e rimanda a quella del monastero dove il tempo è suddiviso nei
momenti liturgici e dove i monaci vivono in perfetta armonia come gli spiriti di questo Cielo (che appartennero quasi tutti, come
quelli della seconda corona, a ordini monastici). Da rilevare infine la presenza nei versi finali dell'onomatopea tin tin, che riproduce il
suono dell'orologio in maniera semplice e immediata, e del verbo s'insempra che chiude il Canto ed è uno dei tanti neologismi
danteschi presenti nella Cantica, che qui come altrove ha la funzione di impreziosire ed innalzare lo stile in corrispondenza con un
argomento elevato (tali artifici, come si vedrà, diventeranno via via più frequenti nel corso del Paradiso).
Note e passi controversi
I vv. 1-5 indicano che Dio (lo primo e ineffabile Valore), guardando il Figlio con lo Spirito Santo (l'Amore) che spira da entrambi, ha
creato il movimento armonioso dei Cieli (quanto per mente e per loco si gira, ovvero grazie alle Intelligenze angeliche motrici).
Al v. 9 l'un moto e l'altro indicano i due opposti movimenti rotatori dei corpi celesti, quello diurno da est a ovest sul piano
dell'Equatore celeste e quello annuo da ovest a est, sull'eclittica. I due piani di Equatore celeste ed eclittica formano un angolo di 23
gradi e mezzo e si intersecano in due punti detti equinoziali, che corrispondono alla posizione del Sole ai due equinozi: in questo
momento il Sole si trova al punto dell'equinozio di primavera.
L'oblico cerchio (v. 13) è lo Zodiaco, che in realtà è una fascia larga circa 18 gradi: la sua inclinazione e quella dell'eclittica rispetto
all'Equatore celete è responsabile del ciclo delle stagioni e rende quindi possibile la vita sulla Terra (vv. 16-21).
Al v. 22 il banco è probabilmente quello dello studente, mentre alcuni pensano al «desco» del convivio in quanto Dante usa poi la
metafora del cibo.
I vv. 31-32 indicano che il Sole è nel punto equinoziale (cfr. vv. 8-9). Le spire indicano l'orbita descritta dal Sole, che nel sistema
tolemaico si riteneva ruotasse intorno alla Terra e perciò percorreva un'orbita a spirale ascendente e discendente (ora siamo dopo
l'equinozio di primavera, quindi il Sole ogni giorno sorge un po' più presto).
Al v. 37 il vb. scorge significa «guida»; di bene in meglio indica il passaggio da un Cielo a quello superiore, più perfetto.
Al v. 53 il Sol de li angeli è ovviamente Dio, con metafora che rimanda all'astro di questo Cielo (anche al v. 76: quelli ardenti soli,
riferito ai beati della prima corona).
Al v. 55 digesto è latinismo e vuol dire «digerito», nel senso di «ben disposto».
I vv. 67-69 alludono all'alone luminoso che talvolta, nel cielo notturno, circonda la Luna (figlia di Latona, perché anticamente
identificata con Diana): zona vale «fascia», «cintura», mentre il fil è il «raggio» lunare trattenuto dall'aria pregna di umidità.
Il v. 78 si riferisce al moto apparente delle stelle più vicine al polo celeste, lento e perfettamente circolare.
I vv. 79-81 alludono alla danza delle «ballate», in cui le donne danzavano appunto in cerchio al suono della ripresa; dopo un giro
intero, veniva cantata la prima strofa e il ballo riprendeva, continuando così per tutta la ballata. Dante si riferisce al momento in cui
le danzatrici, terminata la ripresa o una strofa, si fermano attendendo la prosecuzione della danza.
Il v. 96 (u' ben s'impingua se non si vaneggia) si riferisce alla corruzione dell'Ordine domenicano, come san Tommaso spiegherà a
Dante in XI, 118-139).
Al v. 104 l'uno e l'altro foro indicano probabilmente la distinzione tra legge divina e umana elaborata da Graziano, base del diritto
canonico.
I vv. 107-108 alludono alle parole del prologo dei Libri sententiarum di Pietro Lombardo, in cui lo scrittore diceva di voler offrire alla
Chiesa il suo tributo, come la povera vedova del Vangelo (Luc., XXI, 1-4).
Il v. 111 si riferisce al dubbio sulla salvezza di Salomone, per via della sua lussuria senile (III Reg., XI, 1-9). Il re biblico è definito come
l'uomo più saggio mai vissuto (a veder tanto non surse il secondo), frase che san Tommaso spiegherà in XIII, 31 ss.
I vv. 115-117 presentano Dionigi l'Areopagita, cui veniva attribuito il trattato De coelesti Hierarchia che sarà base dell'angelologia
dantesca (cfr. Canto XXVIII).
L'avvocato de' tempi cristiani indicato al v. 119 è probabilmente lo storico Paolo Orosio, autore degli Historiarum libri VII adversus
paganos che scrisse su consiglio di sant'Agostino per avvalorare il De civitate Dei (alcuni pensano invece al retore Mario Vittorino).
Al v. 128 Cieldauro indica la basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro a Pavia, dove fu sepolto Boezio.
I pensieri / gravi (vv. 134-135) che afflissero Sigieri di Brabante e gli fecero sembrare tardo il morire sono probabilmente le
persecuzioni degli avversari, tra cui lo stesso Tommaso, ma forse indicano i dubbi sull'indagine filosofica (le due ipotesi non si
escludono a vicenda).
Il Vico de li Strami (v. 137) è la Rue du Fouarre («via della paglia») a Parigi, dov'erano le scuole di filosofia in cui Sigieri insegnava. Si
chiamava così perché gli studenti portavano con sé della paglia dove sedersi durante le lezioni.
I vv. 139 ss. sono una delle prime attestazioni degli orologi nel Medioevo, meccanismi rudimentali che funzionavano con ruote
dentate e contrappesi e che facevano suonare dei martelletti o dei campanelli, come sveglia. La sposa di Dio è la Chiesa, che si alza
all'alba per mattinar lo sposo («recitare il Mattutino in onore di Cristo»).
Il vb. s'insempra (v. 148) vuol dire «diventa eterno» ed è neologismo dantesco, coniato sull'avverbio «sempre» (cfr. t'insusi, XVII, 13
e s'indova, XXXIII, 138).
CANTO XI
Testo Parafrasi
O insensata cura de’ mortali, O desiderio folle degli uomini, quanto sono fallaci i ragionamenti
quanto son difettivi silogismi che ti inducono a volgerti verso il basso (ai beni terreni)!
quei che ti fanno in basso batter l’ali! 3

Chi dietro a iura, e chi ad amforismi Chi seguiva gli studi giuridici, chi quelli medici, chi si dedicava al
sen giva, e chi seguendo sacerdozio, sacerdozio, chi cercava di regnare con la violenza o con l'inganno,
e chi regnar per forza o per sofismi, 6 chi rubava, chi si dedicava agli affari politici, chi si lasciava andare ai
piaceri carnali, chi all'ozio, quando io, libero da tutte queste
e chi rubare, e chi civil negozio, lusinghe, venivo accolto con Beatrice in Cielo in maniera così
chi nel diletto de la carne involto gloriosa.
s’affaticava e chi si dava a l’ozio, 9

quando, da tutte queste cose sciolto,


con Beatrice m’era suso in cielo
cotanto gloriosamente accolto. 12

Poi che ciascuno fu tornato ne lo Dopo che ogni luce fu ritornata nel punto della corona in cui si
punto del cerchio in che avanti s’era, trovava prima, si fermò, simile alla candela di un candelabro.
fermossi, come a candellier candelo. 15

E io senti’ dentro a quella lumera E io sentii che dentro quella luce (san Tommaso) che prima mi aveva
che pria m’avea parlato, sorridendo parlato, il beato ricominciava a parlare, perché sorridendo
incominciar, faccendosi più mera: 18 diventava più luminosa:

«Così com’io del suo raggio resplendo, «Poiché io risplendo del raggio della luce eterna (Dio), guardando in
sì, riguardando ne la luce etterna, essa capisco da dove derivano le tue incertezze.
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. 21

Tu dubbi, e hai voler che si ricerna Tu hai dei dubbi, e desideri che ti sia spiegato in un discorso aperto
in sì aperta e ‘n sì distesa lingua e chiaro quello che ho detto prima, in modo tale che sia
lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, 24 comprensibile alla tua intelligenza, quando poco fa ho detto "Dove
ci si arricchisce di beni spirituali" e quando ho detto "Non nacque un
ove dinanzi dissi "U’ ben s’impingua", altro uguale"; e qui è necessario operare una distinzione.
e là u’ dissi "Non nacque il secondo";
e qui è uopo che ben si distingua. 27

La provedenza, che governa il mondo La Provvidenza, che guida il mondo con quella saggezza (di Dio)
con quel consiglio nel quale ogne aspetto nella quale la vista di ogni creatura si perde prima di arrivare al
creato è vinto pria che vada al fondo, 30 fondo (è inconoscibile), affinché andasse verso il suo amato la sposa
(Chiesa) di Colui (Cristo) che la sposò fra le alte grida col suo sangue
però che andasse ver’ lo suo diletto benedetto (sulla croce), sicura si se stessa e ancora più fedele a Lui,
la sposa di colui ch’ad alte grida dispose in suo favore due principi, che la guidassero da un lato e
disposò lei col sangue benedetto, 33 dall'altro.

in sé sicura e anche a lui più fida,


due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida. 36

L’un fu tutto serafico in ardore; Uno (Francesco) fu pieno di ardore come i Serafini; l'altro
l’altro per sapienza in terra fue (Domenico) per la sua saggezza in Terra fu uno splendore di luce
di cherubica luce uno splendore. 39 come i Cherubini.

De l’un dirò, però che d’amendue Parlerò solo del primo, poiché elogiando uno dei due (qualunque si
si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, scelga) è come se si parlasse di entrambi, in quanto le loro opere
perch’ad un fine fur l’opere sue. 42 ebbero il medesimo fine.
Intra Tupino e l’acqua che discende Fra il fiume Topino e il Chiascio, che scorre dal monte Ausciano dove
del colle eletto dal beato Ubaldo, il beato Ubaldo pose il suo eremo, digrada la fertile costiera di un
fertile costa d’alto monte pende, 45 alto monte (il Subasio), dal quale Perugia sente il freddo e il caldo
dal lato di Porta Sole; e dalla parte opposta piangono, perché in
onde Perugia sente freddo e caldo posizione più svantaggiosa, Nocera Umbra e Gualdo Tadino.
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo. 48

Di questa costa, là dov’ella frange Da questa costiera, nel punto in cui essa diventa meno ripida (ad
più sua rattezza, nacque al mondo un sole, Assisi), nacque un Sole per il mondo (Francesco) come questo (il Sole
come fa questo tal volta di Gange. 51 vero e proprio) talvolta nasce dal Gange.

Però chi d’esso loco fa parole, Dunque, chi parla di questo luogo, non lo chiami "Assisi", poiché
non dica Ascesi, ché direbbe corto, direbbe poca cosa, ma lo chiami "Oriente", se proprio vuole
ma Oriente, se proprio dir vuole. 54 parlarne.

Non era ancor molto lontan da l’orto, Non era ancora molto lontano dalla sua nascita, quando Francesco
ch’el cominciò a far sentir la terra cominciò a riflettere in Terra la sua luminosa virtù;
de la sua gran virtute alcun conforto; 57

ché per tal donna, giovinetto, in guerra infatti, ancora giovane, si scontrò col padre per una donna (la
del padre corse, a cui, come a la morte, Povertà) alla quale nessuno vuole unirsi, come se fosse la morte;
la porta del piacer nessun diserra; 60

e dinanzi a la sua spirital corte e di fronte al tribunale episcopale e in presenza del padre le si unì in
et coram patre le si fece unito; nozze; in seguito, l'amò sempre di più ogni giorno.
poscia di dì in dì l’amò più forte. 63

Questa, privata del primo marito, Essa, privata del primo marito (Cristo), era rimasta per più di
millecent’anni e più dispetta e scura millecento anni da sola, disprezzata da tutti, fino a Francesco;
fino a costui si stette sanza invito; 66

né valse udir che la trovò sicura non le servì che gli uomini udissero che Cesare, che fece paura a
con Amiclàte, al suon de la sua voce, tutto il mondo, trovasse la Povertà sicura al suono della propria
colui ch’a tutto ‘l mondo fé paura; 69 voce, insieme al pastore Amiclàte;

né valse esser costante né feroce, e non le servì neppure essere fedele e fiera, al punto che, quando
sì che, dove Maria rimase giuso, Maria rimase ai piedi della croce, lei invece pianse insieme allo
ella con Cristo pianse in su la croce. 72 sposo Cristo.

Ma perch’io non proceda troppo chiuso, Ma affinché io non parli in modo troppo oscuro, intendi in tutto il
Francesco e Povertà per questi amanti mio discorso che questi amanti furono Francesco e la Povertà.
prendi oramai nel mio parlar diffuso. 75

La lor concordia e i lor lieti sembianti, La loro concordia, il loro lieto aspetto, l'amore, la meraviglia e il loro
amore e maraviglia e dolce sguardo dolce sguardo producevano negli altri dei santi pensieri;
facieno esser cagion di pensier santi; 78

tanto che ‘l venerabile Bernardo al punto che il venerabile Bernardo di Quintavalle fu il primo a
si scalzò prima, e dietro a tanta pace togliersi le calzature e corse dietro a quella pace (seguì il santo) e,
corse e, correndo, li parve esser tardo. 81 pur correndo, gli sembrava di essere lento.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! O ricchezza sconosciuta! o bene fecondo! Egidio e Silvestro si
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro tolgono anch'essi i calzari e seguono lo sposo (Francesco), tanto
dietro a lo sposo, sì la sposa piace. 84 piace la sposa (Povertà).

Indi sen va quel padre e quel maestro In seguito quel padre e quel maestro se ne va (a Roma) con la sua
con la sua donna e con quella famiglia donna e con la sua famiglia, che già cingeva i fianchi con l'umile
che già legava l’umile capestro. 87 cinto.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia E la viltà d'animo non gli fece abbassare lo sguardo, essendo figlio
per esser fi’ di Pietro Bernardone, di Pietro Bernardone, né per essere tanto umile da suscitare
né per parer dispetto a maraviglia; 90 meraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione ma svelò a papa Innocenzo III la sua severa Regola con
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe atteggiamento regale, e da lui ebbe il primo avallo al suo Ordine.
primo sigillo a sua religione. 93

Poi che la gente poverella crebbe E dopo che i seguaci poveri aumentarono dietro a Francesco, la cui
dietro a costui, la cui mirabil vita vita ammirevole si canterebbe meglio a gloria del Paradiso, la
meglio in gloria del ciel si canterebbe, 96 volontà santa di questo pastore venne coronata dallo Spirito Santo
con una seconda corona, attraverso papa Onorio III.
di seconda corona redimita
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
la santa voglia d’esto archimandrita. 99

E poi che, per la sete del martiro, E dopo che, per desiderio del martirio, predicò Cristo e i suoi
ne la presenza del Soldan superba discepoli alla presenza superba del Sultano d'Egitto, e dopo che,
predicò Cristo e li altri che ‘l seguiro, 102 avendo trovato quei popoli restii alla conversione e per non stare lì
invano, era tornato in Italia, sul monte della Verna tra Tevere e Arno
e per trovare a conversione acerba ricevette da Cristo l'ultimo sigillo (le stimmate), che il suo corpo
troppo la gente e per non stare indarno, portò per due anni.
redissi al frutto de l’italica erba, 105

nel crudo sasso intra Tevero e Arno


da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno. 108

Quando a colui ch’a tanto ben sortillo Quando a Dio, che l'aveva destinato a un tale bene, piacque di
piacque di trarlo suso a la mercede chiamarlo in Paradiso alla ricompensa che egli aveva meritato nel
ch’el meritò nel suo farsi pusillo, 111 farsi umile, raccomandò ai suoi confratelli, come a legittimi eredi, la
sua donna più cara (la Povertà) e comandò loro che l'amassero
a’ frati suoi, sì com’a giuste rede, restandole fedeli;
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede; 114

e del suo grembo l’anima preclara e dal grembo della Povertà la sua anima illustre volle muoversi,
mover si volle, tornando al suo regno, tornando in Paradiso, mentre al suo corpo non volle altra bara che
e al suo corpo non volle altra bara. 117 non fosse la nuda terra.

Pensa oramai qual fu colui che degno A questo punto puoi capire chi fu colui (san Domenico) che fu degno
collega fu a mantener la barca collega di Francesco nel mantenere la nave della Chiesa nella giusta
di Pietro in alto mar per dritto segno; 120 rotta, in alto mare;

e questo fu il nostro patriarca; e questo fu il nostro patriarca; e chi lo segue attenendosi alla sua
per che qual segue lui, com’el comanda, Regola, non può che imbarcare buona merce (arricchirsi
discerner puoi che buone merce carca. 123 spiritualmente).

Ma ‘l suo pecuglio di nova vivanda Ma il suo gregge è diventato ghiotto di nuovi cibi (i beni terreni), per
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote cui è inevitabile che si disperda in diversi pascoli;
che per diversi salti non si spanda; 126

e quanto le sue pecore remote e quanto più le pecore se ne allontanano vagabonde, tanto più
e vagabunde più da esso vanno, povere di latte tornano all'ovile.
più tornano a l’ovil di latte vòte. 129
Ben son di quelle che temono ‘l danno Certo, ce ne sono alcune che temono il danno e si tengono strette al
e stringonsi al pastor; ma son sì poche, pastore (seguono la Regola), ma sono così poche che serve poco
che le cappe fornisce poco panno. 132 panno a confezionare le loro cappe.

Or, se le mie parole non son fioche, Ora, se le mie parole non sono oscure, se mi hai ascoltato con
se la tua audienza è stata attenta, attenzione, se richiami alla tua mente quanto ho detto prima, in
se ciò ch’è detto a la mente revoche, 135 parte il tuo desiderio sarà soddisfatto, perché vedrai da dove ha
origine la corruzione dell'Ordine domenicano, e capirai la correzione
in parte fia la tua voglia contenta, che argomenta "Dove ci si arricchisce spiritualmente, se non si devia
perché vedrai la pianta onde si scheggia, dalla Regola"».
e vedra’ il corrègger che argomenta

"U’ ben s’impingua, se non si vaneggia"». 139

Argomento del Canto


Ancora nel IV Cielo del Sole. Dubbi di Dante circa le parole di san Tommaso d'Aquino. Panegirico di san Francesco d'Assisi e biasimo
dei difetti dell'Ordine domenicano.
È la notte tra mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) e giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Vanità delle cose umane. Dubbi di Dante (1-27)


Dante osserva che i ragionamenti degli uomini sono fallaci e li inducono a volgersi alle cose terrene, per cui alcuni si dedicano agli
studi giuridici, altri alle scienze mediche, altri alle cariche ecclesiastiche, altri ancora al governo temporale, ai furti, agli affari politici,
al piacere carnale e all'ozio: invece il poeta è libero da tutte queste cose, accolto insieme a Beatrice nell'alto dei Cieli. I dodici spiriti
sapienti della prima corona si fermano, dopo essere tornati nel punto da cui erano partiti, e il beato che aveva parlato prima (san
Tommaso d'Aquino) riprende la parola aumentando il proprio splendore. Tommaso dichiara che, leggendo nella mente di Dio,
conosce i pensieri di Dante e sa che il poeta dubita riguardo a due sue affermazioni, quando aveva parlato del proprio Ordine e di
Salomone, l'uomo più saggio mai vissuto, per cui è necessaria una spiegazione.

I due campioni della Chiesa: Francesco e Domenico (28-42)


Tommaso spiega che la Provvidenza, che governa il mondo con l'infinita saggezza di Dio, al fine di rendere più salda e sicura la
Chiesa, dispose la nascita di due principi che la guidassero e le stessero al fianco. Di questi, uno (san Francesco) fu pieno di ardore
mistico come i Serafini, l'altro (san Domenico) fu talmente sapiente da risplendere della luce dei Cherubini. Tommaso parlerà solo di
Francesco, poiché le loro opere ebbero un unico fine e quindi, lodando qualunque di essi, si lodano entrambi.

Il luogo della nascita di Francesco (43-54)


Tommaso spiega che tra i fiumi Topino e Chiascio (quest'ultimo scende dal monte Ausciano dove il beato Ubaldo si ritirò in
eremitaggio) digrada la fertile costiera del monte Subasio, dalla quale Perugia riceve il calore estivo e il freddo invernale dal lato di
Porta Sole; dalla parte opposta del monte ci sono invece Nocera Umbra e Gualdo Tadino, in posizione svantaggiosa. Da questa
costiera del monte, dove essa è meno ripida (ad Assisi), nacque un Sole per il mondo (Francesco), come il Sole vero e proprio sorge
talvolta dal fiume Gange (all'equinozio di primavera, quando è più luminoso). Perciò, se qualcuno parla di quella città, non la deve
chiamare Ascesi (Assisi), ma Oriente, poiché ha dato i natali al santo.
Vita di Francesco: le mistiche nozze con la Povertà (55-75)
Francesco era ancora molto giovane, quando cominciò a riverberare sulla Terra le sue benefiche virtù: infatti volle sposare una
donna (la Povertà) alla quale nessuno vuole unirsi, come se fosse la morte, e a causa di essa venne in contrasto con il padre.
Francesco si unì a lei in mistiche nozze, davanti al tribunale episcopale e al padre, spogliandosi dei beni e vivendo poi con la Povertà
che amò sempre di più. Questa, dopo la crocifissione di Cristo, suo primo marito, era rimasta per più di millecento anni sola e
disprezzata da tutti, e non era servito che Cesare durante la guerra civile con Pompeo la trovasse sicura e tranquilla in compagnia del
pescatore Amiclàte; non le servì dimostrarsi fedele e fiera, come quando aveva seguito Cristo sulla croce mentre Maria era rimasta ai
piedi di essa. Tommaso precisa a questo punto che sta parlando di Francesco e di Madonna Povertà, unitisi appunto in mistiche
nozze.
Vita di Francesco: dalla predicazione alla morte (76-117)
La concordia di Francesco e Povertà, il loro amore e il dolce sguardo dell'uno per l'altra suscitavano pensieri santi e indussero per
primo Bernardo di Quintavalle a unirsi a loro e a seguirli scalzo, con lieta sollecitudine. Il suo esempio fu presto seguito da Egidio e
Silvestro, che andarono dietro allo sposo per amore della sposa (aderendo all'ideale francescano di povertà); e Francesco fu a capo
di quella famiglia, che ormai portava i fianchi cinti da una corda.
Francesco si recò poi a Roma per illustrare a papa Innocenzo III la sua severa Regola, e nonostante fosse figlio di un mercante, Pietro
Bernardone, non si vergognò della sua umile condizione e di fronte al pontefice si comportò con modi regali; il papa diede la prima
approvazione all'Ordine. I seguaci aumentarono di numero, così papa Onorio III diede la seconda approvazione, con cui lo Spirito
Santo coronò il santo volere di Francesco. Egli si recò poi in Terrasanta, presentandosi davanti al Sultano, ma trovò quelle genti non
ancora pronte alla conversione; tornò in Italia e si ritirò sul monte della Verna, fra Tevere e Arno, dove ricevette l'ultimo e definitivo
sigillo alla Regola (le stimmate), che portò per due anni.
Quando a Dio piacque di chiamarlo a sé da questa vita, Francesco raccomandò ai confratelli la sua donna, la Povertà, quindi la sua
anima lasciò il corpo ed egli fu seppellito nudo nella nuda terra, secondo le sue volontà.
Tommaso biasima i difetti dei Domenicani (118-139)
Tommaso invita Dante a pensare quale fu il degno collega di Francesco nel governare la nave della Chiesa in alto mare, e questi fu
appunto san Domenico, fondatore dell'Ordine cui appartenne il beato; chi ne fa parte e si attiene alla Regola non può che acquistare
grandi meriti. Tuttavia le pecore di questo gregge sono diventate ghiotte di altro cibo, quindi si allontanano dai loro pascoli e, quanto
più vagano, tanto più povere di latte tornano all'ovile (i Domenicani deviano dalla Regola e ricercano beni terreni). Certo ci sono
alcune fra esse che si stringono al pastore (si attengono alla Regola), ma sono talmente poche che occorre poco panno a
confezionare le loro cappe. A questo punto Dante, se ha ascoltato con attenzione, può ben capire quali sono i difetti dell'Ordine
domenicano, e può intendere il biasimo di san Tommaso quando ha detto «dove ci si arricchisce spiritualmente, se non si devia dalla
Regola».
Interpretazione complessiva
Il Canto è dedicato in gran parte alla figura di san Francesco ed ha struttura speculare rispetto al XII, in quanto qui è il domenicano
san Tommaso a pronunciare il panegirico di Francesco e a biasimare i difetti del proprio Ordine, mentre nel Canto seguente sarà il
francescano san Bonaventura a tessere le lodi di san Domenico e a criticare le mancanze dei Francescani (i due episodi formano una
sorta di «chiasmo» e sono entrambi stilisticamente elevati). Tommaso prende spunto dal dubbio di Dante circa le sue parole alla fine
del Canto X, quando parlando dei domenicani (v. 96) aveva detto u' ben s'impingua se non si vaneggia, per cui la agiografia del santo
di Assisi servirà soprattutto a mettere in luce la corruzione diffusa tra i membri degeneri dell'Ordine domenicano: del resto il Canto si
apre con l'accusa di Dante contro l'insensata cura de' mortali, che anziché ricercare i beni celesti si affannano dietro a quelli terreni,
a differenza del poeta che è libero ormai da tutte queste lusinghe ed è accolto in gloria insieme a Beatrice nell'alto dei Cieli.
Tommaso sceglie di raccontare la vita di Francesco in quanto sia lui sia san Domenico hanno perseguito il medesimo fine di assistere
la Chiesa e agevolarne il cammino, entrambi ordinati dalla Provvidenza come suoi principi e campioni: l'immagine era frequente
nella letteratura trecentesca, così come il ritratto dei due santi che erano visti in modo complementare, Francesco acceso di ardore
di carità e Domenico pieno di sapienza divina, paragonati anche da Tommaso a un Serafino e a un Cherubino.
La biografia di Francesco si apre con una grandiosa descrizione geografica di Assisi, che nella sua solennità ricorda molto quella del
Canto VIII nelle parole di Carlo Martello e la perifrasi del Canto IX che introduceva il luogo natale di Folchetto di Marsiglia; Dante
indica Francesco come un Sole che è nato per illuminare il mondo, come il Sole vero e proprio quando sorge nell'estremo Oriente (il
Gange) nell'equinozio di primavera ed è più benefico, giocando forse sul nome Ascesi che era diffuso nell'Italia centrale del tempo e
che può indicare anche l'elevazione spirituale. Segue poi la descrizione della sua vita, per la quale Dante si è certo rifatto alle fonti
diffuse nel primo Trecento (come gli Actus beati Francisci e la Legenda maior di san Bonaventura), anche se il poeta trascura gli
elementi più popolari e aneddotici, per concentrarsi soprattutto sulle metaforiche nozze con la Povertà e, quindi, descrivendo
Franscesco come una figura esemplare di uomo di Chiesa che perseguì un ideale di povertà evangelica, in contrasto con la
corruzione ecclesiastica e la ricerca di ricchezze. Ciò è coerente sia con l'apertura del Canto, sia col finale dedicato alla rampogna di
Tommaso contro i domenicani corrotti: Francesco entra in contrasto col padre per sposare la Povertà, rimasta senza marito dopo la
morte di Cristo, si spoglia pubblicamente di tutti i beni e, dopo le mistiche nozze, ama la sposa di giorno in giorno più intensamente
(fin dall'inizio è evidente l'imitatio Christi da parte del santo, che Dante descrive come alter Christus soprattutto per la scelta di
vivere poveramente e in umiltà). Attorno a Francesco e alla sua sposa si raccoglie una famiglia di seguaci che si fa via via più
numerosa, per cui i frati imitano il loro maestro spogliandosi di ogni cosa e seguendolo scalzi, cingendo i fianchi con l'umile capestro
(il cinto francescano) che sarà simbolo della loro scelta di vita. La severa Regola francescana riceverà poi tre «sigilli» che ne
sanciranno la validità, i primi due da parte dei papi Innocenzo III e Onorio III, l'ultimo (il più importante) da parte dello Spirito Santo
attraverso le stimmate, segno più evidente dell'imitatio Christi: da rilevare che, se Dante segue la biografia di Bonaventura nelle
linee essenziali, anche invertendo l'ordine di alcuni eventi, nondimeno dipinge Francesco come una figura altamente regale e
dignitosa a dispetto della sua umiltà, come nel momento in cui si presenta di fronte a papa Innocenzo per sottoporgli la sua Regola;
qualcosa di simile avviene anche nell'incontro col Sultano d'Egitto, qui presentato come sovrano superbo (mentre le fonti parlano di
un'accoglienza benevola da parte del re musulmano) di fronte al quale Francesco si presenta per desiderio di martirio, non riuscendo
tuttavia a convertire quei popoli ancora immaturi e restii ad ascoltare il messaggio evangelico. Tornato in Italia, dopo l'episodio delle
stimmate e quando a Dio piacque di chiamarlo a sé, ancora una volta il santo raccomanda ai suoi confratelli la fedeltà alla sposa-
Povertà (quindi alla severità della Regola) e poi si fa seppellire nudo nella nuda terra senza altra bara, a sottolineare in quell'ultimo
gesto la sua volontà di vivere privo di qualunque ricchezza; va ricordato che Bonaventura, nella sua rampogna ai francescani
degeneri, spiegherà proprio che essi si divisero fra spirituali e conventuali, ovvero tra coloro che inasprirono e attenuarono la Regola
contrariamente alla volontà del fondatore, che venne quindi fraintesa in entrambi i casi.
Il finale del Canto è occupato dal rimprovero di Tommaso contro i confratelli del suo Ordine, che vengono accusati soprattutto di
aver tradito la Regola di san Domenico per desiderio di ricchezze e beni terreni, per cui il gregge al quale il beato appartenne in vita
si è allontanato dal pastore e va in cerca di altri pascoli in quanto ghiotto di altro cibo: la metafora evangelica serve a Dante per
criticare la corruzione assai diffusa proprio fra i domenicani, specie attraverso la vendita delle indulgenze e l'intepretazione capziosa
del diritto canonico, per cui le parole di Tommaso si rifanno a quelle di Folchetto nel finale del Canto IX (dove aveva parlato di
pecore e... agni deviati e allontanatisi dal pastore diventato un lupo, a causa della sete di ricchezze alimentata dal maladetto fiore, il
fiorino). Il discorso di Tommaso si rifà al tema, assai frequente nella III Cantica, della corruzione della Chiesa, anticipando altri celebri
passi come il durissimo attacco contro papa Giovanni XXII del finale del Canto XVIII, nonché il discorso altrettanto severo di san
Pietro contro Bonifacio VIII e la Curia papale corrotta di XXVII, 22-60; lo stesso Bonaventura nel Canto seguente descriverà san
Domenico come un dottore della Chiesa intento a studiare la dottrina non per arricchirsi grazie ai cavilli legali del diritto canonico,
ma per mettere la propria sapienza al servizio della Cristianità e stroncare le eresie, nonostante il pontefice spesso traligni dalla retta
via tracciata dal messaggio evangelico. Gli esempi di corruzione ecclesiastica sono ovviamente opposti a quello di Francesco, che con
la sua vita semplice ha voluto riproporre l'ideale di povertà evangelica di Gesù e dei suoi discepoli, troppo spesso disatteso dai papi e
dai prelati corrotti contro i quali, in molti passi del poema e in particolare del Paradiso, Dante rivolge le sue critiche e il suo duro
richiamo.

Note e passi controversi


Al v. 2 il termine silogismi indica i ragionamenti propri della logica aristotelica e scolastica (la forma con una sola - l - è prevalente nei
codici, come in palido, Caliopè, ecc.).
Al v. 4 iura indica gli studi giuridici, mentre gli amforismi si rifanno agli studi medici (Aforismi era il titolo dell'opera di Ippocrate).
Al v. 13 ne lo è rima composta, da leggere «nèlo».
Il v. 26 propone la lez. nacque di contro a surse di X, 114, in quanto attestata da quasi tutti i mss. (non è strettamente necessario che
Tommaso citi letteralmente le proprie parole).
Ai vv. 29-30 aspetto / creato vuol dire la vista di ogni creatura, umana o angelica.
La sposa del v. 32 è ovviamente la Chiesa, unita a Cristo (colui ch'ad altre grida / disposò lei col sangue benedetto).
Francesco e Domenico (vv. 37-39) sono paragonati rispettivamente a un Serafino e a un Cherubino, poiché proprio Tommaso nella
Summa theol. (I q., LXIII) riconduceva l'etimologia dei due termini all'ardore di carità e alla sapienza. La stessa immagine si trova
anche nella Legenda maior di san Bonaventura.
L'acqua del v. 43 è il fiume Chiascio, che scorre dal monte Ausciano (il colle) dove Ubaldo Baldassini si ritirò a vita eremitica nel XII
sec.
I vv. 46-48 indicano che Perugia trae vantaggio dalla sua posizione, poiché il monte Subasio le rimanda il calore estivo e il freddo
dell'inverno, mentre Nocera e Gualdo, che sorgono dal lato opposto del monte, sono in posizione svantaggiosa. Improbabile, come
pure alcuni critici hanno ipotizzato, che Dante si riferisca al dominio politico di Perugia sulle due città.
Al v. 51 questo indica il Sole vero e proprio, che quando sorge nell'equinozio primaverile dal Gange (cioè, secondo la geografia del
tempo, dall'estremo Oriente) è più luminoso e più benefico. Ciò spiega perché Assisi sia definita Oriente, avendo dato i natali a
Francesco-Sole (la forma Ascesi era normale nella lingua dell'Italia centrale, anche se non si può escludere che Dante pensasse
all'ascesi spirituale).
Al v. 55 orto è latinismo e vuol dire «nascita» (il latino ortus era spesso usato in riferimento al sorgere del Sole).
La spirital corte del v. 61 è il tribunale episcopale, di fronte al quale il padre di Francesco citò il figlio.
Il primo marito della Povertà (v. 64) è Gesù, che morendo sulla croce la lasciò vedova.
I vv. 67-69 si rifanno a Lucano, che nella Phars. (V, 519 ss.) racconta di un pescatore, Amiclàte, talmente povero da non temere di
lasciare la porta della sua capanna aperta durante le scorrerie di Cesare (colui ch'a tutto 'l mondo fé paura) e Pompeo durante la
guerra civile. Dante cita l'episodio anche in Conv., IV, 13.
Bernardo di Quintavalle (v. 79) fu, secondo Bonaventura, il primo discepolo del santo: fondò a Bologna nel 1211 il primo convento
francescano e assistette alla morte del santo. Egidio e Silvestro (v. 83) furono altri suoi seguaci, uomo semplice e modesto il primo,
prete di Assisi il secondo (in base a una leggenda, avrebbe seguito Francesco dopo un sogno in cui il santo difendeva Assisi
minacciata da un terribile dragone).
I vv. 95-96 (la cui mirabil vita / meglio in gloria del ciel si canterebbe) indica prob. che la vita di Francesco dovrebbe essere elogiata
non per la sua persona, ma per la gloria celeste; altri intendono un riferimento ai francescani corrotti (la sua vita si celebra in Cielo
meglio di quanto non si faccia sulla Terra).
Al v. 97 redimita è latinismo e vuol dire «coronata», mentre al v. 99 archimandrita è grecismo e significa «pastore». Entrambi i
termini impreziosiscono notevolmente il linguaggio di Tommaso.
Il crudo sasso citato al v. 106 è il monte della Verna, sull'Appennino toscano, dove Francesco ricevette le stimmate.
Al v. 111 pusillo è latinismo e vuol dire «umile».
Il v. 137 va interpretato «vedrai da dove ha origine la corruzione dell'Ordine domenicano».
Al v. 138 corrègger è infinito sostantivato e significa «inciso», «correzione», con riferimento all'espressione se non si vaneggia. Alcuni
critici leggono correggér nel senso di «frate domenicano» e riferito a Tommaso stesso, detto così perché i frati del suo Ordine
indossavano una correggia e non il cinto francescano (per cui i francescani erano detti cordiglieri).
CANTO XII
Testo Parafrasi
Sì tosto come l’ultima parola Non appena la luce benedetta (san Tommaso) pronunciò l'ultima
la benedetta fiamma per dir tolse, parola, la prima corona cominciò a ruotare orizzontalmente;
a rotar cominciò la santa mola; 3

e nel suo giro tutta non si volse e non compì un giro completo, prima che una seconda corona la
prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, circondasse, accordando il proprio movimento e il proprio canto a
e moto a moto e canto a canto colse; 6 quello dell'altra;

canto che tanto vince nostre muse, un canto che vince le nostre Muse e le nostre Sirene (i canti terreni)
nostre serene in quelle dolci tube, in quei dolci strumenti musicali, tanto quanto il raggio diretto
quanto primo splendor quel ch’e’ refuse. 9 supera in splendore quello riflesso.

Come si volgon per tenera nube Come due arcobaleni concentrici e con gli stessi colori si inarcano in
due archi paralelli e concolori, una nube sottile (quando Giunone invia la sua ancella Iride sulla
quando Iunone a sua ancella iube, 12 Terra), poiché quello esterno è il riflesso di quello interno, proprio
come il suono della ninfa Eco che fu consumata dall'amore come un
nascendo di quel d’entro quel di fori, vapore lo è dal sole;
a guisa del parlar di quella vaga
ch’amor consunse come sol vapori; 15

e fanno qui la gente esser presaga, e come gli arcobaleni rassicurano gli uomini del fatto che non ci sarà
per lo patto che Dio con Noè puose, un secondo Diluvio, per il patto stretto fra Dio e Noè:
del mondo che già mai più non s’allaga: 18

così di quelle sempiterne rose così le due corone di quelle luci eterne ruotavano intorno a noi, e
volgiensi circa noi le due ghirlande, quella esterna era in perfetta armonia con quella interna.
e sì l’estrema a l’intima rispuose. 21

Poi che ‘l tripudio e l’altra festa grande, Dopo che la gioia e la gran festa del canto e dello sfolgorio
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi luminoso, fatto reciprocamente da quelle luci piene di felicità e di
luce con luce gaudiose e blande, 24 carità, si fermarono nello stesso istante e per una volontà concorde,
proprio come gli occhi che, obbedendo al piacere, si aprono e si
insieme a punto e a voler quetarsi, chiudono simultaneamente;
pur come li occhi ch’al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi; 27

del cor de l’una de le luci nove dall'interno di una delle nuove luci provenne una voce, che mi
si mosse voce, che l’ago a la stella indusse a volgermi verso di essa come l'ago della bussola verso la
parer mi fece in volgermi al suo dove; 30 Stella Polare;

e cominciò: «L’amor che mi fa bella e il beato (san Bonaventura) iniziò: «La carità che mi abbellisce mi
mi tragge a ragionar de l’altro duca spinge a parlare dell'altro condottiero cristiano (san Domenico), per
per cui del mio sì ben ci si favella. 33 il quale qui si parla così bene del mio (san Francesco).

Degno è che, dov’è l’un, l’altro s’induca: È giusto che si parli di uno, se si parla anche dell'altro: cosicché,
sì che, com’elli ad una militaro, poiché combatterono insieme, anche la loro gloria risplenda
così la gloria loro insieme luca. 36 all'unisono.

L’essercito di Cristo, che sì caro L'esercito di Cristo (la Chiesa), che fu riarmato a così caro prezzo
costò a riarmar, dietro a la ‘nsegna (con la morte di Gesù), si muoveva dietro le insegne lento, con
si movea tardo, sospeccioso e raro, 39 esitazione e scarso di numero, quando l'imperatore che regna in
eterno (Dio) provvide alla milizia che era in pericolo, non perché ne
quando lo ‘mperador che sempre regna fosse degna ma per sua grazia;
provide a la milizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna; 42
e, come è detto, a sua sposa soccorse e, come già detto da Tommaso, soccorse la sua sposa (la Chiesa)
con due campioni, al cui fare, al cui dire con due campioni (Domenico e Francesco), le cui azioni e parole
lo popol disviato si raccorse. 45 indussero il popolo sbandato a ravvedersi.

In quella parte ove surge ad aprire In quella parte d'Europa dove arriva il vento zefiro a far nascere le
Zefiro dolce le novelle fronde nuove fronde che poi rinverdiscono il continente (a Occidente), non
di che si vede Europa rivestire, 48 molto lontano dalle coste bagnate dall'Oceano, dietro alle quali il
sole talvolta (nel solstizio d'estate) tramonta dopo un lungo
non molto lungi al percuoter de l’onde percorso, sorge la fortunata città di Calaruega, sotto la protezione
dietro a le quali, per la lunga foga, dello stemma di Castiglia in cui il leone sta sotto e sopra la torre:
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, 51

siede la fortunata Calaroga


sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga: 54

dentro vi nacque l’amoroso drudo lì nacque l'amoroso vassallo della Fede cristiana, il santo difensore
de la fede cristiana, il santo atleta della Chiesa, benevolo con i suoi e crudele con i nemici;
benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; 57

e come fu creata, fu repleta e non appena la sua mente fu creata, fu subito ripiena di viva virtù,
sì la sua mente di viva vertute, il che indusse la madre a fare un sogno profetico prima che lui
che, ne la madre, lei fece profeta. 60 nascesse.

Poi che le sponsalizie fuor compiute Dopo che furono celebrate le nozze al fonte battesimale tra lui e la
al sacro fonte intra lui e la Fede, Fede, là dove si donarono la reciproca salvezza, la donna che gli fece
u’ si dotar di mutua salute, 63 da madrina vide in sogno il frutto meraviglioso che doveva essere
prodotto da lui e dai suoi eredi;
la donna che per lui l’assenso diede,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch’uscir dovea di lui e de le rede; 66

e perché fosse qual era in costrutto, e perché il suo nome corrispondesse alla sua indole, da qui (dal
quinci si mosse spirito a nomarlo Cielo) si mosse un'ispirazione a chiamarlo col possessivo (Domenico,
del possessivo di cui era tutto. 69 "del Signore") al quale apparteneva totalmente.

Domenico fu detto; e io ne parlo Fu appunto battezzato Domenico; e io parlo di lui come del
sì come de l’agricola che Cristo contadino che Cristo scelse come aiutante nel suo orto.
elesse a l’orto suo per aiutarlo. 72

Ben parve messo e famigliar di Cristo: Sembrò proprio un inviato e un servo di Cristo: infatti il primo amore
che ‘l primo amor che ‘n lui fu manifesto, che si vide in lui fu rivolto al primo consiglio dato da Cristo (la
fu al primo consiglio che diè Cristo. 75 povertà o l'umiltà).

Spesse fiate fu tacito e desto Molte volte la sua nutrice lo trovò sveglio e per terra, come se
trovato in terra da la sua nutrice, dicesse: 'Io sono nato per questo'.
come dicesse: ‘Io son venuto a questo’. 78

Oh padre suo veramente Felice! Oh, quanto era davvero Felice il padre! Oh, quanto davvero la
oh madre sua veramente Giovanna, madre era Giovanna, se l'interpretazione del suo nome (Grazia di
se, interpretata, val come si dice! 81 Dio) è corretta!

Non per lo mondo, per cui mo s’affanna In breve tempo diventò un grande esperto di teologia, non per i beni
di retro ad Ostiense e a Taddeo, terreni, per cui ci si affanna dietro i manuali di diritto canonico
ma per amor de la verace manna 84 dell'Ostiense e di Taddeo, ma per amore della sapienza divina; a tal
punto che iniziò subito a custodire la vigna di Cristo (la Chiesa), che
in picciol tempo gran dottor si feo; diventa presto secca se il vignaiolo trascura il suo dovere.
tal che si mise a circuir la vigna
che tosto imbianca, se ‘l vignaio è reo. 87

E a la sedia che fu già benigna E al soglio pontificio, che un tempo era più benevolo verso i poveri
più a’ poveri giusti, non per lei, giusti, non per errore suo ma per quello del papa, che devia dalla
ma per colui che siede, che traligna, 90 giusta strada, chiese non di dare un terzo o la metà dei beni ai
poveri, non di occupare il primo beneficio ecclesiastico vacante, non
non dispensare o due o tre per sei, le decime, che sono dei poveri di Dio, ma il permesso di combattere
non la fortuna di prima vacante, le eresie in nome di quel seme (la Fede) dal quale sono nate le
non decimas, quae sunt pauperum Dei, 93 ventiquattro piante (le anime delle due corone) che ora ti
circondano.
addimandò, ma contro al mondo errante
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante. 96

Poi, con dottrina e con volere insieme, Poi, con la dottrina e con la volontà, ottenuto l'avallo papale, si
con l’officio appostolico si mosse mosse come un torrente che sgorga da un'alta sorgente;
quasi torrente ch’alta vena preme; 99

e ne li sterpi eretici percosse e la sua forza vigorosa colpì gli sterpi eretici, con maggior forza là
l’impeto suo, più vivamente quivi (in Provenza) dove vi era maggiore resistenza (l'eresia albigese).
dove le resistenze eran più grosse. 102

Di lui si fecer poi diversi rivi Da lui nacquero in seguito altri ruscelli che irrigano l'orto della
onde l’orto catolico si riga, Chiesa, così che le sue piante (i cristiani) sono ravvivate.
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. 105

Se tal fu l’una rota de la biga Se una ruota del carro con cui la Santa Chiesa si difese e vinse la sua
in che la Santa Chiesa si difese battaglia interna contro le eresie fu tale, dovresti capire facilmente
e vinse in campo la sua civil briga, 108 l'eccellenza dell'altra (san Francesco), di cui Tommaso parlò così
cortesemente prima del mio arrivo.
ben ti dovrebbe assai esser palese
l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì cortese. 111

Ma l’orbita che fé la parte somma Ma il solco tracciato dalla parte superiore della ruota è ormai
di sua circunferenza, è derelitta, abbandonato, tanto che c'è muffa dove prima c'era gromma (c'è il
sì ch’è la muffa dov’era la gromma. 114 male al posto del bene).

La sua famiglia, che si mosse dritta I suoi seguaci, che prima seguivano dirittamente coi piedi le orme di
coi piedi a le sue orme, è tanto volta, Francesco, ora sono tanto deviati che camminano a ritroso;
che quel dinanzi a quel di retro gitta; 117

e tosto si vedrà de la ricolta e presto ci si accorgerà del raccolto di questa cattiva coltura,
de la mala coltura, quando il loglio quando il loglio (i francescani degeneri) si lagnerà di non essere
si lagnerà che l’arca li sia tolta. 120 messo nel granaio (coi francescani fedeli).

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio Affermo comunque che, se qualcuno sfogliasse foglio per foglio
nostro volume, ancor troveria carta tutto il nostro volume, troverebbe ancora delle pagine in cui si legge
u’ leggerebbe "I’ mi son quel ch’i’ soglio"; 123 "Io sono quello che devo essere";

ma non fia da Casal né d’Acquasparta, ma non sarà il caso di Ubertino da Casale né di Matteo
là onde vegnon tali a la scrittura, d'Acquasparta, da dove provengono frati tali che uno fugge dalla
ch’uno la fugge e altro la coarta. 126 Regola francescana, l'altro la irrigidisce.

Io son la vita di Bonaventura Io sono l'anima di Bonaventura da Bagnoregio, che nelle alte
da Bagnoregio, che ne’ grandi offici cariche che ho ricoperto ho sempre messo in secondo piano la cura
sempre pospuosi la sinistra cura. 129 per i beni mondani.
Illuminato e Augustin son quici, Qui (nella seconda corona) ci sono Illuminato da Rieti e Agostino da
che fuor de’ primi scalzi poverelli Assisi, che furono tra i primi seguaci di Francesco che andarono
che nel capestro a Dio si fero amici. 132 scalzi in povertà, facendosi amici di Dio nel cinto francescano.

Ugo da San Vittore è qui con elli, Ugo da San Vittore è qui con loro, e Pietro Mangiadore e Pietro da
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, Lisbona, il quale risplende in Terra nei dodici libretti che ha scritto;
lo qual giù luce in dodici libelli; 135

Natàn profeta e ‘l metropolitano ci sono il profeta Natan e il metropolita Giovanni Crisostomo,


Crisostomo e Anselmo e quel Donato Anselmo d'Aosta e quell'Elio Donato che scrisse un trattato di
ch’a la prim’arte degnò porre mano. 138 grammatica (la prima arte).

Rabano è qui, e lucemi dallato C'è qui Rabano Mauro, e colui che risplende al mio fianco è l'abate
il calavrese abate Giovacchino, calabrese Gioacchino da Fiore, dotato di capacità profetiche.
di spirito profetico dotato. 141

Ad inveggiar cotanto paladino Mi spinse a lodare un tale paladino della Chiesa (san Domenico)
mi mosse l’infiammata cortesia l'ardente cortesia di san Tommaso, e il suo elegante discorso; ed egli
di fra Tommaso e ‘l discreto latino; spinse me e queste altre anime a venir qui».

e mosse meco questa compagnia». 145

Argomento del Canto


Ancora nel IV Cielo del Sole. Apparizione della seconda corona di spiriti sapienti; san Bonaventura pronuncia il panegirico di san
Domenico. Biasimo dei francescani degeneri. Gli spiriti della seconda corona.
È il primo mattino di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Apparizione della seconda corona di spiriti sapienti (1-21)


San Tommaso ha appena terminato di parlare, quando la prima corona di spiriti sapienti riprende a ruotare e non compie un giro
completo prima che una seconda corona di dodici anime la circondi, cantando in modo così armonioso che sarebbe impossibile
descriverlo. Le due corone sembrano due arcobaleni concentrici e degli stessi colori, l'uno riflesso dall'altro, che ricordano il mito di
Iride inviata da Giunone sulla Terra e il racconto biblico del patto tra Dio e l'uomo, dopo il Diluvio Universale.

San Bonaventura inizia il panegirico di san Domenico (22-45)


Dopo che la danza delle luci fiammeggianti ha termine e che le luci stesse si sono fermate in base a una volontà concorde,
dall'interno di uno dei lumi appena giunti viene una voce che induce subito Dante a prestare la massima attenzione. Il beato (san
Bonaventura) dichiara l'ardore di carità lo spinge a parlare del fondatore dell'Ordine domenicano, poiché san Tommaso ha appena
parlato in termini lusinghieri di san Francesco: dal momento che entrambi combatterono per lo stesso fine, è giusto che la loro gloria
risplenda insieme. Bonaventura spiega che la Chiesa appariva incerta ed esitante, quando Dio la soccorse facendo nascere due
campioni (san Francesco e san Domenico) le cui azioni indussero il popolo cristiano a ravvedersi.
Vita di san Domenico: dalla nascita alle nozze con la Fede (46-72)
In quella parte dell'Europa dove lo zefiro dà inizio alla primavera (l'Occidente), non molto lontano dalle coste della Penisola iberica
bagnate dall'Oceano, sorge la città di Calaruega, sotto la protezione dello stemma di Castiglia in cui il leone è sotto la torre in un
quartiere, ed è sopra nell'altro. In quella città nacque san Domenico, il supremo difensore della fede cristiana che fu benevolo con i
suoi e spietato con i nemici; la sua mente fu subito piena di virtù, come fu chiaro nel sogno premonitore che la madre fece prima
della sua nascita. Ben presto Domenico fu battezzato e divenne sposo della Fede, e la madrina fece anch'ella un sogno rilvelatore
delle imprese del santo, per cui dal Cielo venne l'ispirazione a dargli quel nome che è il possessivo di «Signore». Infatti fu chiamato
Domenico, e fu in certo modo l'agricoltore che Cristo ordinò per coltivare il proprio orto.
Vita di san Domenico: la lotta contro le eresie (73-105)
Domenico dimostrò sin dall'infanzia l'amore verso Cristo e i suoi insegnamenti, al punto che la sua nutrice spesso lo trovò per terra,
come se dicesse: «Sono nato per questo». Suo padre poteva ben chiamarsi Felice e sua madre Giovanna, in quanto il giovane
Domenico si dedicò tutto agli studi filosofici, non certo per sete di ricchezze come fa chi studia il diritto canonico, bensì per amore di
Dio. Divenne presto un esperto teologo e si servì della sua sapienza per difendere la Chiesa, per cui chiese al papa (che troppo
spesso si allontana dalla retta via) non di intascare le ricchezze materiali con vari cavilli legali, bensì il permesso di combattere le
eresie che minacciavano la Cristianità. Ottenuto l'avallo papale, iniziò a combattere efficacemente le eresie, soprattutto in Provenza
dove esse erano maggiormente allignate. Il suo esempio fu poi seguito dai suoi confratelli, per cui nacquero da lui diversi ruscelli che
continuarono dopo la sua morte a irrigare l'orto del popolo cristiano.

Biasimo dei francescani degeneri (106-126)


Bonaventura spiega che, se Domenico fu una ruota del carro della Chiesa che combatté e vinse la sua battaglia contro le eresie,
Dante dovrebbe capire l'eccellenza dell'altra ruota (san Francesco), che san Tommaso ha poco prima elogiato col suo discorso.
Tuttavia ora il solco tracciato da quella ruota è abbandonata, cosicché c'è il male al posto del bene. L'Ordine francescano un tempo
seguiva i passi del suo fondatore, ma oggi procede in senso opposto e ben presto si distingueranno i francescani fedeli alla Regola da
quelli degeneri. Certo, spiega Bonaventura, a cercare con cura si troverebbero ancora dei francescani fedeli agli insegnamenti di san
Francesco, ma fra questi non certo Ubertino da Casale (capo degli spirituali) né Matteo d'Acquasparta (capo dei conventuali), i quali
vogliono rispettivamente inasprire e ammorbidire la Regola del santo, in modo tale che sbagliano entrambi.
Gli spiriti della seconda corona (127-145)
Il beato si presenta infine come Bonaventura da Bagnoregio, che nelle cariche ecclesiastiche ricoperte mise sempre in secondo piano
i desideri mondani: presenta gli altri spiriti che formano la seconda corona, fra cui Illuminato da Rieti e Agostino da Assisi, che furono
tra i primi seguaci di san Francesco, nonché Ugo di San Vittore, Pietro Mangiadore e Pietro da Lisbona, che scrisse i dodici libri delle
Summulae logicales. Insieme a loro vi sono anche il profeta Natan, il patriarca di Costantinopoli san Giovanni Crisostomo, Anselmo
da Aosta ed Elio Donato, che scrisse un trattato di grammatica. Vi sono anche Rabano Mauro e il calabrese Gioacchino da Fiore,
dotato di capacità profetiche. Bonaventura conclude il suo discorso spiegando che egli ha pronunciato l'elogio di san Domenico,
paladino della Chiesa cristiana, per la cortesia di san Tommaso e le sue chiare parole, che hanno indotto lui e gli altri beati della
seconda corona a danzare e a cantare.
Interpretazione complessiva
Il Canto è dedicato quasi interamente alla figura di san Domenico, di cui il francescano Bonaventura tesse l'elogio in modo speculare
a quanto fatto da san Tommaso nel Canto precedente con san Francesco, per cui i Canti XI-XII formano una sorta di «chiasmo»
(Bonaventura farà seguire al panegirico di Domenico la rampogna contro i francescani degeneri, così come Tommaso aveva criticato
la corruzione dei domenicani). L'episodio si apre con l'apparizione di una seconda corona di spiriti sapienti, cui appartiene il
protagonista del Canto san Bonaventura, che circonda la prima e accorda la propria danza e il proprio canto con essa, in modo così
melodioso da risultare impossibile descriverlo a parole: Dante ricorre alla preziosa similitudine dei due archi paralelli e concolori, due
arcobaleni concentrici che sono l'uno il riflesso dell'altro e che rimandano a un duplice riferimento mitologico (l'ancella di Giunone,
Iride, che scende dall'Olimpo sulla Terra e forma l'arcobaleno e la ninfa Eco), nonché al racconto biblico del Diluvio Universale, dopo
il quale Dio, per garantire a Noè che quell'evento non si sarebbe ripetuto, fece appunto apparire un arcobaleno. Entrambi gli esempi
evocano una sorta di legame tra Cielo e Terra, mentre quello biblico sottolinea il nuovo patto sancito tra Dio e l'uomo dopo il
peccato punito, oltre a innalzare notevolmente il linguaggio con una serie di riferimenti colti che introducono l'importante discorso
che occuperà buona parte del Canto (lo stesso avverrà all'inizio di quello seguente, in cui la doppia corona verrà paragonata alle
costellazioni più luminose della volta celeste).
Viene poi introdotto il personaggio di Bonaventura, che senza presentarsi subito, quindi in maniera opposta a quanto fatto nel Canto
X da Tommaso d'Aquino, si dice intenzionato a rispondere alla cortesia del domenicano che ha parlato così bene del fondatore del
suo Ordine, per cui egli farà lo stesso col fondatore di quello domenicano: il motivo è analogo a quello già detto da Tommaso, ovvero
il fatto che entrambi i santi ad una militaro (combatterono insieme, per lo stesso fine) e dunque è giusto che la loro gloria risplenda
insieme, essendo entrambi stati creati da Dio come campioni della Chiesa sulla Terra. In effetti la metafora militare è largamente
usata da Bonaventura nel panegirico di san Domenico, a cominciare dal termine militaro che allude alle battaglie da lui svolte per
combattere le eresie, per poi indicare la Chiesa come essercito di Cristo che fu «riarmato» a caro prezzo (si allude alla morte di Cristo
sulla croce che riconciliò Dio e l'uomo e diede all'umanità le armi per difendersi dal demonio), nonostante ora si muova esitante
dietro le insegne del Cristianesimo. Dio stesso è definito 'mperador, temine carico di significati militari e guerreschi nel linguaggio
classico, mentre Domenico e Francesco sono appunto i due campioni della Chiesa, il cui scopo era quello di raccogliere l'esercito
cristiano ormai sbandato e riorganizzarlo, immagine che in realtà si adatta bene solo al santo spagnolo che fu, come è noto,
particolarmente impegnato nella lotta ai movimenti ereticali (non a caso Domenico è detto amoroso drudo, «vassallo» di Dio, e
santo atleta, santo combattente e difensore della Fede, mentre lo stesso Bonaventura nella Legenda maior aveva definito Francesco
novus Christi... athleta). La biografia di Domenico si apre con la presentazione dei luoghi in cui egli nacque, che vuole essere parallela
rispetto a XI, 43-54, anche se lì Dante si mostrava profondo conoscitore della geografia di Assisi e del territorio circostante, mentre
qui la descrizione è più generica: la città castigliana di Calaroga viene indicata con il riferimento all'estremità occidentale dell'Europa,
dove in primavera spira il vento zefiro e l'Oceano percuote le coste spagnole, mentre la Castiglia è evocata dal suo stemma in cui
soggiace il leone e soggioga (è stato osservato che, mentre Francesco era paragonato a un Sole nascente e la città di Assisi era detta
appunto Oriente, Domenico nasce invece nell'Occidente del mondo cristiano, per cui sembra che i due santi provengano da punti
opposti per convergere entrambi al cuore della Cristianità). Segue poi la vita del santo in cui Dante si rifà agli elementi leggendari e
aneddotici diffusi nella agiografia del tempo, quindi citando il sogno profetico fatto dalla madre prima della nascita e quello della
madrina dopo il battesimo, in occasione del quale vennero celebrate delle mistiche nozze tra Domenico e la Fede, in maniera
parallela a quanto detto per Francesco e la Povertà. Il nome del santo è messo in relazione col possessivo di Dominus, quindi
indicherebbe l'appartenenza e la totale devozione di Domenico a Dio, mentre lo stesso viene fatto per il nome del padre, Felice, e
della madre, Giovanna, che nei lessici medievali veniva interpretato come «Grazia di Dio»; Domenico dimostra la sua dedizione alla
Fede e a Dio fin da piccolo, quando viene spesso trovato dalla nutrice sveglio e per terra, a indicare il suo destino di umiltà e
l'attaccamento alla povertà. Domenico si dedica poi allo studio della teologia, non per arricchirsi come poi faranno i domenicani
degeneri attraverso l'interpretazione sottile del diritto canonico, ma per volontà di servire la Chiesa e difenderla dai suoi nemici:
Dante sottolinea che il santo chiederà al papa la licenza di combattere contro le eresie, quindi l'approvazione del proprio Ordine, e
non la possibilità di arricchirsi grazie a sofisticati cavilli legali (il poeta usa i termini propri del linguaggio canonico, mentre Ostiense e
Taddeo citati prima sono due famosi canonisti, autori di quei volumi che, secondo Folchetto di Marsiglia, avevano i margini più
sgualciti rispetto al Vangelo e ai libri di dottrina; cfr. IX, 133-135). Evidente è allora il parallelo tra Domenico e Francesco, entrambi
lontani dalle lusinghe dei beni terreni e tutti votati alla loro missione religiosa, con la differenza che Francesco abbraccerà un ideale
di povertà evangelica, mentre Domenico con dottrina e con volere si batterà per estirpare la mala pianta dell'eresia, soprattutto
quella albigese in Provenza, lasciando dietro di sé un'eredità che almeno all'inizio sarà raccolta dai suoi confratelli, impegnati a
proseguire l'opera del fondatore per curare l'orto di Cristo (lo stesso Domenico era stato definito agricola, «contadino» voluto da
Cristo per custodire la sua vigna, mentre va ricordato che entrambi gli Ordini, francescano e domenicano, erano nati come
«mendicanti»).
Il panegirico di Domenico è poi seguito dal biasimo dei francescani degeneri, accusati da Bonaventura di aver tradito la Regola del
fondatore e di volerla inasprire (è la critica rivolta agli «spirituali», guidati da Ubertino da Casale) oppure di volerla attenuare (come
proposto dai «conventuali», il cui capo era Matteo d'Acquasparta). Entrambe le correnti nate nel francescanesimo vengono
condannate da Dante, che mette in bocca a Bonaventura la complessa e sofisticata metafora della ruota del carro della Chiesa
rappresentata da Francesco, il cui solco sul terreno è stato abbandonato e presenta la muffa al posto della gromma, ovvero il
tartaro che si forma all'interno delle botti e che ammuffisce se non viene curato; il poeta prende quindi le distanze sia dagli spirituali
sia dai conventuali, ed è quindi assai improbabile che l'ulteriore metafora del loglio separato dal grano (cioè i francescani buoni che
saranno distinti dai cattivi) si riferisca alla bolla di Giovanni XXII che espelleva dall'Ordine gli spirituali dissidenti. Alla fine del suo
discorso Bonaventura presenta infine se stesso e gli altri spiriti sapienti della sua corona, tra cui spicca soprattutto il calavrese abate
Gioacchino, quel Gioacchino da Fiore che fondò l'Ordine florense e fu autore delle cosiddette profezie gioachimite, in cui
preannunciava una prossima palingenesi della Cristianità: le sue idee si diffusero ampiamente tra i franscescani spirituali e furono
aspramente combattute proprio da Bonaventura, che ora invece è posto accanto a Gioacchino in perfetta concordia, in modo
dunque parallelo a quanto si è visto per san Tommaso e Sigieri di Brabante in X, 133-138. Il parallelismo è evidente anche nella
rassegna dei beati che formano le due corone, che nel caso di Tommaso precede e nel caso di Bonaventura segue il panegirico e il
biasimo che sono al centro dei Canti XI-XII, per cui si può veramente parlare di struttura «chiastica»; nei due episodi l'accenno a
Gioacchino da Fiore conferma ulterioremente, poi, che in Paradiso i contrasti terreni sono ormai superati, come si è visto
nell'episodio di Piccarda Donati che nessun risentimento nutriva per chi l'aveva rapita dal chiostro, e forse in quello di Giustiniano
che faceva ammenda dei suoi errori verso il generale Belisario, attraverso l'elogio di Romeo di Villanova.

Note e passi controversi


Al v. 3 la santa mola è la prima corona, detta così perché ruota orizzontalmente come la macina di un mulino.
Il v. 9 allude al raggio riflesso (quel ch'e' refuse) che è più luminoso di quello diretto (il primo splendor).
Al v. 10 paralelli al posto di «paralleli» è la forma consueta nel volgare toscano del Trecento, ampiamente attestata da quasi tutti i
codici della Commedia.
Il v. 12 accenna al noto mito di Iride, l'ancella di Giunone che, quando scendeva sulla Terra per recare un messaggio della dea,
tracciava l'arcobaleno (Iunone e iube, «ordina», sono due latinismi).
I vv. 14-15 alludono al mito della ninfa Eco, che, innamorata di Narciso e non corrisposta, fu consumata dall'amore fino a ridursi alla
sola voce che ripeteva gli altri suoni (Ovidio, Met., III, 339 ss.).
Al v. 24 blande vuol dire «piene di carità».
I vv. 26-27 indicano semplicemente che le due corone si fermano simultaneamente, come gli occhi si aprono e si chiudono insieme.
I vv. 29-30 alludono alla bussola, da poco introdotta in Occidente nel XIV sec., il cui ago si credeva attratto dalla Stella Polare.
Al v. 33 per cui vuol dire «a causa del quale», riferito a Francesco.
Il vb. si raccorse (v. 45) vuol dire probabilmente «si ravvide», ma alcuni interpretano «si raccolse».
Il grande scudo del v. 53 è lo stemma del re di Castiglia, in cui vi sono quattro quartieri: in quelli di sinistra il leone sta sotto la torre,
in quelli di destra sta sopra (vedi figura).
Al v. 55 drudo non vuol dire «amante», ma «vassallo» ed è termine militare; al v. 56 atleta vuol dire invece «difensore».
Il v. 60 allude al sogno profetico che Giovanna, la madre di Domenico, avrebbe fatto prima della sua nascita: la donna sognò di
partorire un cane bianco e nero (i colori dell'Ordine domenicano) con in bocca una fiaccola, che poi incendiava il mondo. La leggenda
ha punti di contatto con la nascita di Ezzelino da Romano (cfr. IX, 28-30) e con quella di Paride, anche se qui il sogno ha significato
positivo.
I vv. 64-66 si riferiscono al sogno fatto dalla madrina di battesimo del santo (la donna che per lui l'assenso diede), in cui vide il
bambino con una stella in fronte, simbolo della sua missione religiosa. Alcune biografie riferiscono tale sogno alla madre del santo.
Ai vv. 71, 73 e 75 la parola Cristo rima con se stessa, come sempre avviene nella Commedia (alcuni critici pensano che Dante faccia
ammenda della rima Cristo / tristo / malacquisto di Rime, XXVIII, 9-14 (la Tenzone con Forese Donati).
Il primo consiglio dato da Cristo (v. 75) potrebbe essere quello all'umilità della prima beatitudine, oppure quello alla povertà dato al
giovane ricco (Matth., XIX, 21); sembra più verosimile la seconda ipotesi, visto che Domenico bambino viene trovato in terra dalla
nutrice.
Al v. 83 Ostiense e... Taddeo sono Enrico da Susa, nominato nel 1262 vescovo di Ostia (da cui il soprannome) e prob. il fiorentino
Taddeo d'Alderotto, entrambi autori di apprezzati volumi di diritto canonico.
L'immagine della vigna (vv. 86-87) che imbianca, si secca se non è curata dal vignaiolo, è evangelica (Matth., XX, 1-16); il vb. circuir è
prob. un latinismo puro e significa «custodire».
La sedia del v. 88 è il soglio del papa, di cui si dice che un tempo fu più pronto a dispensare le ricchezze ai poveri. Nei vv. seguenti
Dante si rifà al linguaggio canonico, alludendo all'usanza di dare solo un terzo o la metà di quanto si doveva ai poveri (v. 91), di
occupare il primo beneficio ecclesiastico libero (v. 92), di impadronirsi delle decime (v. 93).
Il seme (v. 95) è la Fede, mentre le ventiquattro piante sono i beati delle due corone.
I vv. 112-114 vogliono dire che il solco un tempo tracciato da una ruota del carro della Chiesa (l'Ordine francescano) ora è
abbandonata, perché i francescani degeneri seguono un'altra via. La gromma è lo strato di tartaro che il vino buono forma sulle
pareti interne delle botti e che diventa muffa se la botte non è curata (immagine affine a quella del buon vignaiolo, vv. 86-87).
I vv. 115-117 sono di difficile interpretazione, anche se il senso è chiaro: i francescani non seguono pù la strada tracciata dal loro
fondatore (prob. il significato è che essi camminano a ritroso, spingendo il piede davanti verso quello dietro).
I vv. 118-120 alludono alla parabola evangelica della zizzania (Matth., XIII, 24-30), per cui Dante vuol dire che presto si
distingueranno i francescani degeneri da quelli fedeli alla Regola. Improbabile che il poeta si riferisca alla bolla di condanna di papa
Giovanni XXII, sia per il disprezzo manifestato altrove per quel pontefice, sia perché egli condanna anche gli spirituali.
Il v. 124 allude a Ubertino da Casale (1259-inizio XIV sec.), che parteggiò per gli spirituali e fu ad Avignone sotto la protezione dei
cardinali Orsini e Colonna; dopo la bolla di Giovanni XXII fu condannato per eresia e fece perdere le proprie tracce. Matteo
d'Acquasparta (morto nel 1302) fu invece a capo dei conventuali; generale dell'Ordine francescano e cardinale, aiutò le mire
teocratiche di Bonifacio VIII e fu a Firenze come paciere tra Bianchi e Neri.
Il vb. inveggiar del v. 142 è di significato dubbio e potrebbe voler dire «emulare», oppure «inneggiare», oppure ancora «chiamare in
campo» (in riferimento a Domenico, definito «campione» della Chiesa). Il paladino è ovviamente il santo spagnolo.
Al v. 144 latino vuol dire «discorso».
CANTO XV
Testo Parafrasi
Benigna volontade in che si liqua La volontà di fare il bene, in cui si manifesta sempre l'amore ben
sempre l’amor che drittamente spira, diretto, così come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia,
come cupidità fa ne la iniqua, 3 fece stare in silenzio quella dolce lira e fece acquietare le sante
corde che la mano di Dio allenta e tira (i beati interruppero il canto).
silenzio puose a quella dolce lira,
e fece quietar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira. 6

Come saranno a’ giusti preghi sorde Com'è possibile che quelle anime siano sorde alle giuste preghiere,
quelle sustanze che, per darmi voglia visto che per indurmi a pregarle furono tutte concordi nel tacere?
ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? 9
È giusto che soffra in eterno colui che, per amore di beni effimeri, si
Bene è che sanza termine si doglia priva in eterno dell'amore di Dio.
chi, per amor di cosa che non duri,
etternalmente quello amor si spoglia. 12
Come nei cieli tersi e puri all'improvviso passa una stella cadente,
Quale per li seren tranquilli e puri attirando lo sguardo che prima era tranquillo, e sembra una stella
discorre ad ora ad or sùbito foco, che si sposti, salvo che nel punto in cui essa si accende non sparisce
movendo li occhi che stavan sicuri, 15 nessun astro e il fenomeno è di breve durata:

e pare stella che tramuti loco,


se non che da la parte ond’e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco: 18
così, dal braccio destro della croce fino alla parte inferiore, si mosse
tale dal corno che ‘n destro si stende una delle luci che costellavano quella figura;
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende; 21
e la gemma non si separò dal suo nastro, ma percorse il braccio
né si partì la gemma dal suo nastro, della croce simile a un fuoco dietro una parete di alabastro.
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro. 24
Così devota l'anima di Anchise si mostrò quando vide il figlio Enea
Sì pia l’ombra d’Anchise si porse, nei Campi Elisi, se dobbiamo credere alla nostra maggiore Musa
se fede merta nostra maggior musa, (Virgilio, autore dell'Eneide).
quando in Eliso del figlio s’accorse. 27
«O mio discendente, o abbondante grazia divina, a chi come a te fu
«O sanguis meus, o superinfusa aperta due volte la porta del Cielo?»
gratia Dei, sicut tibi cui
bis unquam celi ianua reclusa?». 30
Così disse quella luce: allora mi rivolsi al beato; poi rivolsi lo sguardo
Così quel lume: ond’io m’attesi a lui; alla mia donna (Beatrice), e fui stupefatto dell'una e dell'altra
poscia rivolsi a la mia donna il viso, visione;
e quinci e quindi stupefatto fui; 33
infatti dentro agli occhi di Beatrice ardeva un sorriso tale, che
ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso pensai di toccare coi miei occhi il fondo della mia gioia e della mia
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo beatitudine.
de la mia gloria e del mio paradiso. 36
Poi, piacevole a vedersi e a udirsi, lo spirito aggiunse a quanto aveva
Indi, a udire e a veder giocondo, detto altre cose, tanto profonde che non riuscii a capirle;
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch’io non lo ‘ntesi, sì parlò profondo; 39
e non ne celò il senso per sua scelta, ma lo fece necessariamente in
né per elezion mi si nascose, quanto il concetto espresso andava ben oltre al limite dell'intelletto
ma per necessità, ché ‘l suo concetto umano.
al segno d’i mortal si soprapuose. 42
E quando l'arco del suo ardore di carità si fu sfogato fino a scendere
E quando l’arco de l’ardente affetto al limite della nostra ragione, la prima cosa che compresi fu quando
fu sì sfogato, che ‘l parlar discese disse: «Benedetto sia tu, o Dio uno e trino, che sei tanto cortese
inver’ lo segno del nostro intelletto, 45 verso il mio discendente!»

la prima cosa che per me s’intese,


«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se’ tanto cortese!». 48
Poi continuò: «Tu, o figlio, hai finalmente esaudito in questa luce in
E seguì: «Grato e lontano digiuno, cui io ti parlo il gradito e lontano desiderio che avevo tratto
tratto leggendo del magno volume leggendo dal gran volume (la mente divina) dove ogni cosa è
du’ non si muta mai bianco né bruno, 51 immutabile, grazie a colei (Beatrice) che ti ha dato le ali per questo
alto volo (ti ha condotto fin qui).
solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
in ch’io ti parlo, mercè di colei
ch’a l’alto volo ti vestì le piume. 54
Tu credi che il tuo pensiero venga a me da quello divino, così come
Tu credi che a me tuo pensier mei dall'uno, se lo si conosce, derivano il cinque e il sei;
da quel ch’è primo, così come raia
da l’un, se si conosce, il cinque e ‘l sei; 57
e dunque non mi chiedi chi sono e perché sembri più felice per la tua
e però ch’io mi sia e perch’io paia presenza, rispetto a chiunque altro in questa beata schiera.
più gaudioso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia. 60
Tu pensi il vero; infatti le anime più e meno beate del Paradiso
Tu credi ‘l vero; ché i minori e ‘ grandi osservano nello specchio (la mente divina) nella quale, prima ancora
di questa vita miran ne lo speglio che tu pensi, si riflette il tuo pensiero;
in che, prima che pensi, il pensier pandi; 63
tuttavia, affinché l'ardore di carità che io provo sempre grazie alla
ma perché ‘l sacro amore in che io veglio continua contemplazione di Dio e che mi accende di dolce desiderio
con perpetua vista e che m’asseta si adempia perfettamente, la tua voce sicura, senza incertezze e
di dolce disiar, s’adempia meglio, 66 lieta esprima la tua volontà, faccia risuonare il desiderio al quale la
mia risposta è stata già decretata!»
la voce tua sicura, balda e lieta
suoni la volontà, suoni ‘l disio,
a che la mia risposta è già decreta!». 69
Io mi rivolsi a Beatrice e lei capì prima che parlassi, e mi sorrise con
Io mi volsi a Beatrice, e quella udio un cenno che fece crescere le ali al mio desiderio.
pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l’ali al voler mio. 72
Poi cominciai a dire: «Il sentimento e l'intelletto, non appena Dio vi
Poi cominciai così: «L’affetto e ‘l senno, apparse, si fecero per voi dello stesso peso, poiché il sole (Dio) che vi
come la prima equalità v’apparse, illuminò e scaldò è uguale nel suo sapere e nel suo amore, al punto
d’un peso per ciascun di voi si fenno, 75 che ogni altra uguaglianza è imperfetta.

però che ‘l sol che v’allumò e arse,


col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono scarse. 78
Ma sentimento e intelletto nei mortali hanno mezzi ben diversi, per
Ma voglia e argomento ne’ mortali, la ragione che vi è nota (l'imperfezione degli uomini);
per la cagion ch’a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in ali; 81
perciò io, che sono mortale, mi sento in questa insufficienza, dunque
ond’io, che son mortal, mi sento in questa ringrazio solo col cuore per la festosa accoglienza.
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la paterna festa. 84
Ora ti supplico, splendente topazio che sei incastonato questo
Ben supplico io a te, vivo topazio prezioso gioiello (la croce), di rivelarmi il tuo nome».
che questa gioia preziosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome sazio». 87
Egli iniziò così a rispondermi: «O mio discendente, in cui mi sono
«O fronda mia in che io compiacemmi compiaciuto anche solo aspettando, io fui il capostipite della tua
pur aspettando, io fui la tua radice»: famiglia».
cotal principio, rispondendo, femmi. 90
Poi proseguì: «Colui dal quale deriva il tuo cognome (Alighiero I) e
Poscia mi disse: «Quel da cui si dice che gira da più di cent'anni nella I Cornice del Purgatorio, fu mio
tua cognazione e che cent’anni e piùe figlio e il tuo bisnonno: è opportuno che tu abbrevi la sua lunga
girato ha ‘l monte in la prima cornice, 93 fatica con le tue preghiere.

mio figlio fu e tuo bisavol fue:


ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l’opere tue. 96
(Ai miei tempi) Firenze era ancora racchiusa nell'antica cinta
Fiorenza dentro da la cerchia antica, muraria, da dove sente ancora le ore canoniche (dalla chiesa di
ond’ella toglie ancora e terza e nona, Badia) e se ne stava in pace, sobria e morigerata.
si stava in pace, sobria e pudica. 99
Le donne ancora non esibivano catenelle, corone, gonne ricamate,
Non avea catenella, non corona, cinture che fossero più appariscenti delle persone.
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona. 102
La figlia, nascendo, non faceva ancora paura al padre, poiché l'età
Non faceva, nascendo, ancor paura delle nozze e l'entità della dote non erano ancora sproporzionate
la figlia al padre, che ‘l tempo e la dote (oggi le ragazze si sposano presto e con dote eccessiva).
non fuggien quinci e quindi la misura. 105
Non c'erano palazzi disabitati e vuoti; Sardanapalo non aveva
Non avea case di famiglia vòte; ancora mostrato cosa si può fare in camera da letto (non c'erano
non v’era giunto ancor Sardanapalo costumi sessuali sfrenati).
a mostrar ciò che ‘n camera si puote. 108
Monte Mario a Roma non era ancora superato dal vostro monte
Non era vinto ancora Montemalo Uccellatoio, il quale sarà superato sia nel crescere sia nella rapida
dal vostro Uccellatoio, che, com’è vinto decadenza (Firenze declinerà in fretta come l'antica Roma).
nel montar sù, così sarà nel calo. 111
Io vidi Bellincione Berti indossare una cintura di cuoio e d'osso, e sua
Bellincion Berti vid’io andar cinto moglie allontanarsi dallo specchio senza il viso imbellettato;
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ‘l viso dipinto; 114
e vidi i membri della famiglia Nerli e dei Vecchietti accontentarsi di
e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio vesti in pelle, e le loro donne lavorare al telaio.
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio. 117
Oh donne fortunate! ciascuna era certa di morire in patria, e
Oh fortunate! ciascuna era certa nessuna di loro era abbandonata dal marito che andava a
de la sua sepultura, e ancor nulla commerciare in Francia.
era per Francia nel letto diserta. 120
L'una vegliava con amore il figlio nella culla e, consolandolo, usava il
L’una vegghiava a studio de la culla, linguaggio infantile che diverte soprattutto i padri e le madri;
e, consolando, usava l’idioma
che prima i padri e le madri trastulla; 123
l'altra, lavorando al telaio, raccontava alla servitù le antiche
l’altra, traendo a la rocca la chioma, leggende dei Troiani, di Fiesole, di Roma.
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. 126
Allora una Cianghella, un Lapo salterello avrebbe suscitato
Saria tenuta allor tal maraviglia meraviglia, proprio come ora farebbero Cincinnato e Cornelia.
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia. 129
In una convivenza così pacifica e bella, in una comunità così unita di
A così riposato, a così bello cittadini, in una così bella dimora mi fece nascere mia madre,
viver di cittadini, a così fida invocando Maria nelle grida del parto; e nel vostro antico Battistero
cittadinanza, a così dolce ostello, 132 di S. Giovanni fui battezzato col nome di Cacciaguida.

Maria mi diè, chiamata in alte grida;


e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida. 135
Miei fratelli furono Moronto ed Eliseo; mia moglie venne dalla
Moronto fu mio frate ed Eliseo; Valpadana, e da lei ebbe origine il tuo cognome, Alighieri.
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo. 138
Poi seguii l'imperatore Corrado III; ed egli mi fece cavaliere, a tal
Poi seguitai lo ‘mperador Currado; punto gli piacqui con il mio retto operare.
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado. 141
Lo seguii in Terrasanta, contro la malvagità di quella religione
Dietro li andai incontro a la nequizia (l'Islam) il cui popolo usurpa quei luoghi, a causa della trascuratezza
di quella legge il cui popolo usurpa, dei pontefici.
per colpa d’i pastor, vostra giustizia. 144
Lì quella gente maledetta mi strappò dal mondo fallace (mi uccise),
Quivi fu’ io da quella gente turpa il cui amore svia molte anime; e venni da quel martirio direttamente
disviluppato dal mondo fallace, a questa pace».
lo cui amor molt’anime deturpa;

e venni dal martiro a questa pace». 148

Argomento del Canto


Ancora nel V Cielo di Marte. Apparizione dell'avo Cacciaguida, che saluta Dante. Cacciaguida si rivela, parlando dell'antica Firenze e
della sua vita. Cacciaguida parla della sua partecipazione alla seconda crociata.
È l'alba di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Silenzio dei beati. Apparizione dell'avo Cacciaguida (1-30)


Gli spiriti combattenti della croce mettono fine al loro canto melodioso, spinti dalla loro volontà di fare il bene e consentire a Dante
di esporre i suoi desideri, fino a quel momento simili a una lira celeste che la mano di Dio suona armoniosamente. Come possono le
anime beate, si chiede Dante, essere sorde alle preghiere degli uomini, visto che quegli spiriti tacciono per consentirgli di parlare? È
giusto che arda tra le fiamme dell'Inferno colui che, per amore di beni effimeri, non obbedisce all'amore per i beni celesti.
Uno dei lumi dei beati della croce si muove lungo il braccio destro verso il centro e poi verso il basso, simile a una stella cadente che
d'improvviso attraversa il cielo sereno, salvo che chi guarda non vede sparire nessun astro dal firmamento. Il beato non abbandona
la croce ma si muove lungo questa, proprio come una fiamma che traspare dietro una parete di alabastro. Dante paragona la
devozione di quest'anima a quella di Anchise, quando accolse il figlio Enea nei Campi Elisi, quindi il beato (l'avo Cacciaguida) si
rivolge al poeta parlando latino e manifestando la sua gioia per il fatto che a Dante, suo discendente, è stata aperta per due volte la
porta del Paradiso.
Cacciaguida invita Dante a parlare (31-69)
Dante rivolge la sua attenzione al beato che ha finito di parlare, quindi guarda Beatrice e rimane doppiamente stupefatto, per le
parole dello spirito e per l'ardente bellezza degli occhi della donna. Cacciaguida riprende poi a parlare e dice cose tanto profonde
che Dante non può capirle, non perché egli voglia celarne il senso ma in quanto il concetto espresso va oltre le umane capacità
dell'intelletto del poeta. Quando il beato torna a parlare in modo comprensibile a Dante, questi sente che l'avo benedice Dio per la
grazia dimostrata al suo discendente, poi Cacciaguida si rivolge al poeta dicendogli che attendeva da lungo tempo il suo arrivo,
preannunciatogli dalla mente divina, e ora che Beatrice lo ha condotto fin lì ciò gli procura immensa gioia. Dante, continua
Cacciaguida, sa che il beato legge il suo pensiero nella mente di Dio e perciò il poeta non formula alcuna richiesta; egli conferma
l'esattezza della convinzione di Dante, tuttavia invita il suo discendente a domandare per consentire al suo ardore di carità di
manifestarsi compiutamente.
Dante chiede allo spirito di manifestarsi. Cacciaguida si presenta (70-96)
Dante rivolge lo sguardo a Beatrice, la quale intuisce la sua richiesta e gli dà un cenno d'assenso. Allora il poeta dice al beato che
nelle anime del Paradiso il sentimento è pari all'intelligenza, poiché così ha voluto Dio quando li ha elevati a una tale altezza; ma per
i mortali imperfetti non è così, quindi Dante ringrazia lo spirito solamente con il proprio cuore per la festosa accoglienza ricevuta e lo
supplica di rivelargli il proprio nome. Lo spirito risponde presentandosi come suo antenato e affermando che il proprio figlio,
Alighiero I, è da più cento anni in Purgatorio, nella I Cornice; questi è stato bisnonno di Dante e Cacciaguida invita il poeta a pregare
per abbreviare la sua permanenza nel secondo regno.

Cacciaguida rievoca la Firenze antica (97-129)


Al tempo di Cacciaguida Firenze era ancora circondata dalla vecchia cinta muraria, presso la quale si trova ancora la chiesa di Badia,
ed era assai più sobria della città attuale. La popolazione non ostentava gioielli e monili sfarzosi, né le donne indossavano abiti alla
moda per rendersi più appariscenti. La figlia, nascendo, non faceva paura al padre per l'uso di sposarsi precocemente e l'ampiezza
della dote; in città non vi erano case troppo grandi e vuote per il lusso, né i cittadini si davano alla lussuria imitando Sardanapalo
come nella Firenze attuale. Il monte Uccellatoio non aveva ancora sormontato Monte Mario a Roma, per l'imponenza degli edifici cui
seguirà un rapido declino. Cacciaguida vide Bellincione Berti, illustre fiorentino, andare in giro vestito in modo semplice, mentre sua
moglie non si ricopriva il volto di belletti; altri illustri cittadini si accontentavano di vesti di pelle, mentre le loro spose stavano in casa
a lavorare al telaio. Le donne di Firenze a quel tempo erano certe di non morire in esilio, né alcuna era abbandonata dal marito che
andava in Francia a commerciare; esse si dedicavano ad allevare i figli, a filare la lana, a raccontare le leggende della fondazione di
Firenze da parte dei Romani. A quei tempi, conclude Cacciaguida, certe sfacciate donne fiorentine dei tempi di Dante avrebbero
fatto stupire tutti, come oggi farebbero personaggi quali Cincinnato e Cornelia.
Cacciaguida rivela il proprio nome e la sua storia (127-148)
Il beato rivela di essere nato in quella città, partorito dalla madre che nelle doglie invocava il nome di Maria, quindi battezzato nel
Battistero di Firenze col nome di Cacciaguida. Ebbe due fratelli di nome Moronto ed Eliseo e sposò una donna proveniente dalla
Valpadana, il cui cognome è quello portato da Dante, Alighieri. In seguito Cacciaguida seguì l'imperatore Corrado III nella seconda
Crociata, dopo che il sovrano per il suo retto operare lo aveva investito cavaliere; andò dunque a combattere gli infedeli in
Terrasanta, usurpata dai popoli islamici a causa della trascuratezza dei papi. Dagli infedeli fu ucciso in battaglia e da quella morte
giunse alla pace del Paradiso.
Interpretazione complessiva
Il Canto apre il «trittico» dedicato al personaggio di Cacciaguida e inaugura l'importante discorso relativo alla missione civile e
poetica di Dante, non a caso collocato in posizione centrale nella Cantica e nell'intero poema: in particolare questo primo episodio è
caratterizzato da un linguaggio solenne e stilisticamente prezioso, con una fitta serie di rimandi alla classicità e al testo biblico che
innalzano notevolmente il tono del dialogo fra il poeta e il suo avo. In apertura Dante descive il silenzio dei beati con la similitudine
di una lira celeste che la mano di Dio allenta e tira, che smette di cantare spinta dall'amore che sempre si liqua (latinismo per «si
manifesta») in una volontà benevola, il che induce Dante ad affermare che le anime beate non possono essere sorde alle preghiere
dei vivi; poi l'apparizione di Cacciaguida è descritta come una stella cadente che d'improvviso attraversa il quieto cielo nottuno,
precisando in seguito che la luce del beato si muove lungo il braccio destro della croce simile a una gemma che non lascia il suo
nastro e a una fiamma visibile dietro una parete di alabastro (più avanti Dante chiamerà lo spirito vivo topazio, accentuando la
preziosità dei paragoni). Cacciaguida si rivolge quindi a Dante senza fare il proprio nome, cosa che avverrà solo verso la fine
dell'episodio, dapprima paragonato all'ombra di Anchise che accoglie il figlio Enea nei Campi Elisi e poi mostrato mentre parla al suo
discendente in latino, chiedendosi a chi oltre che a Dante la porta del Cielo è stata aperta due volte. Il doppio riferimento è
ovviamente al viaggio di Enea nell'Ade, narrato da Virgilio nel libro VI dell'Eneide e in occasione del quale l'eroe ascoltò dall'anima
del padre il preannuncio dell'alta missione che lo avrebbe portato alla fondazione della stirpe romana, ma anche a san Paolo che
nella II Epistola ai Corinzi narrava di essere stato rapito al III Cielo, per cui la domanda retorica di Cacciaguida sottintende che oltre a
Dante la porta del Paradiso è stata aperta due volte solo al santo. Enea e san Paolo erano entrambi citati da Dante in Inf., II, 28 ss.,
quando il poeta aveva esposto a Virgilio i suoi dubbi circa il viaggio nell'Oltretomba, per cui è come se Dante qui volesse sottolineare
il carattere provvidenziale del suo viaggio che è stato voluto da Dio per consentirgli di adempiere a un'importante missione (quella di
raccontare nel poema tutto ciò che ha visto, come l'avo gli spiegherà nel Canto XVII); inoltre è evidente il parallelismo tra Anchise e
Cacciaguida, che infatti saluta il suo discendente con l'espressione sanguis meus che è ripresa letterale di Aen., VI, 835 e che nel
Canto XVII profetizzerà a Dante il futuro esilio, investendolo della sua missione come Anchise aveva fatto con il figlio.
L'incontro fra Dante e Cacciaguida ha quindi un'importanza che va al di là dell'ambito personale e familiare in cui potrebbe sembrare
circoscritto e investe la sostanza stessa del poema, con la definizione della missione sacrale di cui il poeta si sente investito e la cui
dichiarazione solenne affida all'anima di questo suo oscuro antentato, scelto in quanto martire morto combattendo per la fede e
vissuto in una Firenze molto diversa da quella attuale da cui Dante sarà esiliato. La rievocazione di questa Firenze ideale del XII
secolo, più piccola di quella del XIV e la cui popolazione non viveva ancora nel lusso sfrenato dovuto alla diffusione della ricchezza, è
al centro della successiva prosopepea del beato, il quale, richiesto da Dante di rivelare la propria identità, si limita inizialmente a dire
di essere stato suo antenato e concittadino: l'idealizzazione della Firenze antica a paragone di quella moderna riprende l'accusa di
Forese Donati alle sfacciate donne fiorentine di Purg., XXIII, 91-111 e anticipa la rassegna delle principali famiglie fiorentine del
Canto seguente, in cui sarà evidente il rimprovero di Cacciaguida alle genti nove e ai sùbiti guadagni che hanno diffuso la corruzione
nella città e hanno causato le discordie interne, portando infine all'esilio del poeta profetizzato nel Canto XVII. Non a caso gli abitanti
di questa Firenze ideale vivevano una vita semplice e modesta, con gli uomini più in vista che indossavano abiti non eleganti e le
donne che non sfoggiavano monili e vestiti sfarzosi, non si imbellettavano i visi, erano certe di morire in patria perché la città non
conosceva ancora gli esili politici; la rievocazione di Cacciaguida è sentita e ricca di pathos, specie all'inizio con la quadruplice anafora
Non... dei vv. 100-109, in cui l'avo sottolinea i costumi corrotti della Firenze attuale paragonandoli polemicamente a quelli morigerati
dei suoi antichi concittadini. Particolarmente significativa, poi, la descrizione delle donne intente a badare alla propria casa, ad
allevare i figli e a filare la lana (l'immagine è tratta dalla lett. classica e si rifà a quella della donna dell'antica Roma), mentre
raccontano alla famiglia (che comprende anche la servitù, come in epoca romana) dell'antica e leggendaria fondazione di Firenze ad
opera dei Romani e di Cesare: il paragone tra Firenze e Roma è tanto più significativo, in quanto Dante riteneva che gli abitanti della
sua città di sangue «puro» discendessero proprio dai Romani, mentre quelli venuti da Fiesole e in seguito inurbatisi dal contado
avevano contaminato questa originaria purezza portando in città l'avidità di guadagno che tutto aveva corrotto (è la tesi sostenuta
da Cacciaguida nel Canto XVI, ma anche da Brunetto Latini in Inf., XV, 61-78). Non a caso i due esempi più famigerati di Fiorentini
degeneri del Due-Trecento, Cianghella e Lapo Salterello, sono paragonati in forma chiastica a Cincinnato e Cornelia, ovvero due
illustri esempi di quelle alte virtù virili e femminili che caratterizzavano i cittadini dell'antica Roma, mentre il paragone implicito tra le
due città è evidente anche nell'accostamento tra Monte Mario (Montemalo) e l'Uccellatoio, col dire che Firenze ha superato Roma
nel lusso degli edifici ma sarà più rapida nella decadenza. Dante crea un parallelo tra l'evoluzione politico-morale delle due città, in
quanto entrambe hanno avuto un passato glorioso caratterizzato dalla vita austera e dalla grandezza politica (Firenze aveva toccato
il suo massimo splendore nella prima metà del Duecento), ma poi sono cadute nella corruzione morale e nell'ambizione, finendo per
declinare rapidamente: Roma in passato aveva visto il crollo del suo Impero, poi ristabilito da Carlo Magno, Firenze vedrà assai
presto la fine del proprio dominio politico ad opera di un imperatore in grado di riportare la sua autorità in Italia, o almeno così si
augura e profetizza Dante.
La rievocazione di Firenze dà modo a Cacciaguida di presentarsi e fare infine il proprio nome, raccontando brevemente la sua vita in
cui spicca soprattutto la partecipazione alla II Crociata al seguito dell'imperatore Corrado III, che l'aveva fatto cavaliere in seguito al
suo bene ovrar : l'avo si presenta dunque come martire caduto combattendo in Terrasanta contro gli infedeli, che tuttora usurpano i
luoghi santi per colpa d'i pastor, per la trascuratezza dei papi (è la consueta polemica di Dante contro il guelfismo e a favore
dell'autorità imperiale), ma afferma anche orgogliosamente la propria nobiltà, l'appartenenza a quell'aristocrazia cittadina formata,
secondo Dante, dalla semenza santa dei Romani che avevano fondato Firenze e della quale lui stesso sentiva di fare parte. La
dichiarazione di Cacciaguida dà modo all'esule Dante, sconfitto sul piano politico e bandito dalla propria ingrata città, di affermare
con orgoglio la sua nobiltà, cosa di cui farà in parte ammenda all'inizio del Canto successivo: i versi seguenti preciseranno meglio le
origini di Cacciaguida e riprenderanno la rievocazione dell'antica Firenze ideale, con la rassegna delle famiglie più cospicue e la
rampogna contro l'imbastardimento della popolazione per l'immigrazione dal contado, causa prima (come si è detto) della
corruzione e della decadenza politica della città che Dante sta scontando con l'esilio. L'antica nobiltà di Cacciaguida è anche garanzia
della veridicità delle profezie che pronuncerà nel Canto XVII, e che riguarderanno non soltanto la vicenda biografica di Dante ma
anche le imprese militari e politiche di Cangrande della Scala, forse da identificare col «veltro» destinato a cacciare la lupa, quindi
l'avarizia, dall'italia: il complessivo episodio di Cacciaguida si inserisce pertanto in un quadro assai più ampio della vicenda personale
del poeta e va ben al di là del comprensibile rancore che egli nutriva per i suoi ingrati concittadini, il che spiega la scelta di questo
personaggio come protagonista dei Canti centrali del Paradiso, nonché l'elevatezza dello stile che li caratterizza e, almeno in parte,
l'orgogliosa affermazione da parte di Dante della propria superiorità morale sui suoi antichi nemici politici.

Note e passi controversi


Al v. 1 si liqua è lat. da liqueo, «manifestarsi», che Dante rende della prima coniugazione.
I vv. 19-24 indicano che la luce di Cacciaguida si muove lungo il braccio destro della croce e scende in basso, senza staccarsi da essa
come una gemma che resta attaccata al suo nastro. La lista radial è propriamente il raggio che divide il cerchio, quindi è ciascuno
degli assi della croce che, essendo perpendicolari, è come se dividessero un cerchio in quattro quadranti uguali.
Il v. 24 allude a una particolare proprietà dell'alabastro che lascia trasparire la luce: può darsi che Dante avesse visto delle finestre di
alcune chiese fatte in quel materiale, che lasciavano filtrare la luce del sole.
I vv. 25-27 si riferiscono ovviamente ad Aen., VI, 684 ss., quando Enea scende agli Inferi e incontra l'ombra del padre Anchise nei
Campi Elisi; la maggior musa è prob. Virgilio, ma potrebbe essere anche l'alta poesia dell'Eneide.
Le parole in latino ai vv. 28-30 significano: «O mio discendente, o abbondanza grazia divina, a chi come a te fu aperta per due volte la
porta del cielo?». Sanguis meus è calco virgiliano (Aen., VI, 835), mentre le altre espressioni come superinfusa, gratia Dei, celi ianua
sono di derivazione biblica. La domanda è retorica e sottintende che il primo a compiere un viaggio in Paradiso da vivo fu san Paolo
(cfr. Inf., II, 28 ss.)
Il magno volume (v. 50) è il libro della mente di Dio, dove ogni cosa è immutabile e dove Cacciaguida ha letto dell'arrivo di Dante.
Al v. 55 mei è lat. da meare, «procedere» (cfr. Par., XIII, 55).
Al v. 74 la prima equalità è Dio: Dante vuol dire che per i beati l'intelletto è pari al loro sentimento e lo possono esprimere a parole,
mentre per lui, mortale, questo è più difficile.
I vv. 91-94 alludono al figlio di Cacciaguida, Alighiero I bisnonno del poeta, che da più di un secolo è nella I Cornice del Purgatorio: il
suo nome, che poi divenne il cognome di Dante, deriva da quello degli Aldighieri, la famiglia della moglie di Cacciaguida (vv. 137-
138).
I vv. 97-99 alludono all'antica cinta muraria di Firenze, che risaliva al IX-X sec. ed era assai più ristretta di quella dei tempi di Dante,
realizzata nel 1173 quindi dopo la morte di Cacciaguida. Il v. 98 si riferisce alla chiesa di Badia, che si trovava presso le antiche mura
e suonava ancora le ore canoniche.
Alcuni mss. leggono al v. 101 donne contigiate, ma è prob. che Dante si riferisca al capo di abbigliamento. Contigiato deriva dall'ant.
fr. cointise, «ornamento».
Al v. 106 le case sono dette vòte perché troppo grandi a causa del lusso e quindi sproporzionate; alcuni intendono un'allusione agli
esili del tempo di Dante, ma sembrerebbe fuori contesto in questo passo (l'avo biasima i costumi lussuosi della Firenze del Trecento).
I vv. 109-111 indicano che il monte Uccellatoio, che sorge alle porte di Firenze, non aveva ancora superato Monte Mario a Roma,
cioè il fasto degli edifici di Firenze non aveva ancora oltrepassato quello della città di Roma; forse Dante allude più in generale
all'ascesa e poi al declino politico-morale della sua città. Uccellatoio è quadrisillabo per trittongo.
Bellincione Berti (v. 112) era il padre della buona Gualdrada (Inf., XVI, 37) e fu un fiorentino illustre della nobile famiglia dei
Ravignani, di cui sappiamo ben poco (visse nel XII sec.). I Nerli e i Vecchietti (Vecchio, v. 115) erano altre famiglie cospicue di parte
guelfa, anch'esse contemporanee dell'avo.
I vv. 118-120 vogliono dire che le antiche donne di Firenze non seguivano i mariti in esilio e non erano abbandonate dagli stessi per
andare a commerciare in Francia.
L'immagine ai vv. 124-126 riprende quella del v. 117 e descrive le donne della Firenze antica intente a filare la lana, come le brave
matrone dell'antica Roma; la famiglia è l'insieme dei servi e ad essi la donna fiorentina narrava le antiche storie delle origini della
città, da Roma, e attraverso questa, da Troia.
Cianghella (v. 129) era la figlia di Arrigo della Tosa, che dopo la morte del marito Lito degli Alidosi, imolese, tornò a Firenze e
condusse vita dissoluta sino alla morte, avvenuta forse nel 1330; Lapo Salterello era un giurista e poeta contemporaneo di Dante,
accusato di brogli e baratteria e che passò alla parte Nera dopo i fatti del 1301-1302 (fu, a quanto pare, uomo di corrotti costumi). A
questi due esempi negativi Dante contrappone quelli positivi di Quinzio Cincinnato, il celebre dittatore romano che vinse gli Equi, già
ricordato da Giustiniano in Par., VI, 46, e di Cornelia, la figlia di Scipione l'Africano e madre dei Gracchi, esempio di virtù e onestà per
le donne di Roma, inclusa tra gli «spiriti magni» del Limbo (cfr. Inf., IV).
Il Batisteo citato al v. 134 è San Giovanni (cfr. Inf., XIX, 17; Par., XXV, 8-9); la forma Batisteo fu usata fino al Cinqucento.
Secondo alcuni la moglie di Cacciaguida (v. 137) veniva da Ferrara e apparteneva alla famiglia degli Aldighieri.
Lo 'mperador Currado (v. 139) è certamente Corrado III di Hohenstaufen, che regnò tra 1138-1152 e prese parte alla II Crociata;
secondo alcuni commentatori non sarebbe sceso mai in Italia, quindi Dante potrebbe riferirsi a Corrado II il Salico (1024-1039), che
però è troppo anteriore a Cacciaguida. Del resto l'avo di Dante poteva essersi unito a lui anche in diversa circostanza e l'espressione
dietro li andai non implica che si sia accodato al suo seguito.
CANTO XVI
Testo Parafrasi
O poca nostra nobiltà di sangue, O nobiltà di sangue, che sei poca cosa, se induci la gente a vantarsi
se gloriar di te la gente fai sulla Terra dove il nostro affetto è più debole, non me ne potrò mai
qua giù dove l’affetto nostro langue, 3 stupire: infatti là dove il nostro appetito non si volge ai beni terreni,
intendo dire in Paradiso, io me ne vantai.
mirabil cosa non mi sarà mai:
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai. 6

Ben se’ tu manto che tosto raccorce: Certo tu sei un mantello che si accorcia in fretta: cosicché, se non se
sì che, se non s’appon di dì in die, ne aggiunge un po' ogni giorno, il tempo lo sforbicia continuamente.
lo tempo va dintorno con le force. 9
Le mie parole ripresero dando a Cacciaguida del 'voi', che fu offerto
Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, per la prima volta a Roma e il cui popolo ora non segue quest'uso;
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie; 12
allora Beatrice, che stava un po' in disparte, ridendo, sembrò colei
onde Beatrice, ch’era un poco scevra, che tossì al primo compromettente incontro di Ginevra con
ridendo, parve quella che tossio Lancillotto, di cui è scritto nei romanzi francesi.
al primo fallo scritto di Ginevra. 15
Io presi a dire: «Voi siete il mio capostipite; voi mi incoraggiate a
Io cominciai: «Voi siete il padre mio; parlare con sicurezza; voi mi sollevate a tal punto che io sono
voi mi date a parlar tutta baldezza; superiore a me stesso.
voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io. 18
La mia mente si riempie di gioia per così tanti motivi diversi che si
Per tanti rivi s’empie d’allegrezza rallegra, poiché è in grado di sostenerla.
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che non si spezza. 21
Dunque ditemi, caro mio antenato, chi furono i vostri avi e quali
Ditemi dunque, cara mia primizia, furono gli anni che si annoverarono nella vostra fanciullezza;
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra puerizia; 24
ditemi quanti erano allora gli abitanti dell'ovile di S. Giovanni (di
ditemi de l’ovil di San Giovanni Firenze) e quali erano le famiglie più ragguardevoli all'epoca».
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni». 27
Come il carbone tra le fiamme diventa più incandescente, se soffia il
Come s’avviva a lo spirar d’i venti vento, così io vidi quella luce che risplendeva allettata dalle mie
carbone in fiamma, così vid’io quella parole;
luce risplendere a’ miei blandimenti; 30
e non appena ai miei occhi diventò più bella, con voce pure più dolce
e come a li occhi miei si fé più bella, e gradevole, benché non parlasse questo linguaggio moderno, mi
così con voce più dolce e soave, disse: «Dal giorno in cui l'arcangelo Gabriele disse 'Ave' a Maria,
ma non con questa moderna favella, 33 fino a quello in cui mia madre, che ora è santa, mi partorì, questo
pianeta (Marte) si è ricongiunto alla costellazione del Leone 580
dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ volte, riscaldandosi sotto la sua zampa.
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
s’alleviò di me ond’era grave, 36

al suo Leon cinquecento cinquanta


e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta. 39
Io e i miei antenati nascemmo nel luogo (il sestiere di S. Pietro) dove
Li antichi miei e io nacqui nel loco oggi chi corre il palio annuale incontra per primo l'ultimo sestiere.
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annual gioco. 42 Dei miei avi basti udire questo, poiché è più opportuno tacere che
non narrare chi essi fossero e da dove venissero.
Basti d’i miei maggiori udirne questo:
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto. 45 Tutti coloro che a quel tempo erano atti a portare armi, tra Ponte
Vecchio e il Battistero di San Giovanni, erano un quinto di quelli
Tutti color ch’a quel tempo eran ivi attualmente presenti in città.
da poter arme tra Marte e ‘l Batista,
eran il quinto di quei ch’or son vivi. 48 Ma la popolazione, che oggi è mescolata con gli abitanti di Campi
Bisenzio, Certaldo, Figline Valdarno, era allora pura fino all'ultimo
Ma la cittadinanza, ch’è or mista degli artigiani.
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l’ultimo artista. 51 Oh, quanto sarebbe preferibile che quelle genti che dico fossero
ancora vicine (e non parte della cittadinanza), e che Firenze avesse
Oh quanto fora meglio esser vicine ancora il suo confine presso Galluzzo e Trespiano, invece di ospitare
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo queste persone e sostenere il puzzo del villano d'Aguglione (Baldo) e
e a Trespiano aver vostro confine, 54 di quello da Signa (Bonifazio) che ha già l'occhio pronto a compiere
baratterie!
che averle dentro e sostener lo puzzo
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo! 57 Se la gente che al mondo più devia dalle regole (la Chiesa) non fosse
stata matrigna verso l'imperatore, ma fosse stata un'amorevole
Se la gente ch’al mondo più traligna madre verso il figlio, certi nuovi fiorentini intenti a cambiare valute e
non fosse stata a Cesare noverca, a mercanteggiare sarebbero rimasti a Semifonte, dove i loro avi
ma come madre a suo figlio benigna, 60 andavano a chiedere l'elemosina (o a trafficare);

tal fatto è fiorentino e cambia e merca,


che si sarebbe vòlto a Simifonti, Montemurlo sarebbe ancora dei conti Guidi; i Cerchi sarebbero
là dove andava l’avolo a la cerca; 63 ancora nel piviere di Acone, e forse i Buondelmonti sarebbero
rimasti in Val di Greve.
sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, La mescolanza delle genti ha sempre causato il male delle città,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. 66 come l'aggiunta di cibo ad altro non digerito è fonte di malanni;

Sempre la confusion de le persone


principio fu del mal de la cittade, e un toro cieco cade più presto di un cieco agnello; e spesso una sola
come del vostro il cibo che s’appone; 69 spada taglia più e meglio di cinque spade assieme.

e cieco toro più avaccio cade


che cieco agnello; e molte volte taglia Se consideri come sono cadute in rovina Luni e Orbisaglia, e come se
più e meglio una che le cinque spade. 72 ne vanno dietro ad esse Chiusi e Senigallia, non ti sembrerà cosa
inaudita o difficile da credere il sentire come le casate vanno in
Se tu riguardi Luni e Orbisaglia decadenza, dal momento che anche le città hanno fine.
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, 75

udir come le schiatte si disfanno


non ti parrà nova cosa né forte, Le cose terrene sono tutte mortali, proprio come voi; me ciò è meno
poscia che le cittadi termine hanno. 78 visibile in alcune cose che durano molto, mentre la vita umana è
assai più breve.
Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna E come la Luna con le sue fasi copre e scopre senza sosta i lidi (con
che dura molto, e le vite son corte. 81 le maree), così la Fortuna fa con le sorti di Firenze:

E come ‘l volger del ciel de la luna


cuopre e discuopre i liti sanza posa, dunque non deve sembrare cosa strana ciò che adesso dirò delle
così fa di Fiorenza la Fortuna: 84 grandi famiglie fiorentine, la cui fama è stata cancellata dal tempo.

per che non dee parer mirabil cosa


ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini Io vidi gli Ughi e i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli
onde è la fama nel tempo nascosa. 87 Alberighi che erano illustri cittadini, già allora quando declinavano;

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,


Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, e vidi famiglie anticamente potenti, i Sannella, i dell'Arca, i
già nel calare, illustri cittadini; 90 Soldanieri, gli Ardinghi e i Bostichi.

e vidi così grandi come antichi,


con quel de la Sannella, quel de l’Arca, Presso la porta di San Pietro che oggi è carica della nuova fellonia
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. 93 (dei Cerchi), tanto pesante che presto sarà la sciagura di tutta la
barca (di Firenze), abitavano i Ravignani, da cui è disceso il conte
Sovra la porta ch’al presente è carca Guido Guerra e chiunque ha poi preso il nome da Bellincione Berti.
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca, 96

erano i Ravignani, ond’è disceso


il conte Guido e qualunque del nome La famiglia della Pressa sapeva già come si deve governare, e i
de l’alto Bellincione ha poscia preso. 99 Galigai avevano già in casa l'elsa e l'impugnatura della spada
dorata (erano cavalieri).
Quel de la Pressa sapeva già come
regger si vuole, e avea Galigaio Lo stemma dei Pigli (con la striscia di vaio) era già insigne, così come
dorata in casa sua già l’elsa e ‘l pome. 102 i Sacchetti, i Giuochi, i Fifanti, i Barucci, i Galli e quelli che
arrossiscono per la frode dello staio (i Chiaramontesi).
Grand’era già la colonna del Vaio,
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci Il ceppo da cui nacquero i Calfucci (i Donati) era già grande, ed
e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. 105 erano già condotti alle cariche politiche i Sizi e gli Arrigucci.

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci


era già grande, e già eran tratti Oh, come erano potenti allora quelli (gli Uberti) che poi furono
a le curule Sizii e Arrigucci. 108 distrutti dalla loro superbia! e lo stemma delle palle d'oro (Lamberti)
rendeva illustre Firenze in tutte le illustri imprese.
Oh quali io vidi quei che son disfatti
per lor superbia! e le palle de l’oro Così facevano gli avi di coloro che ora approfittano per arricchirsi
fiorian Fiorenza in tutt’i suoi gran fatti. 111 del fatto che la sede vescovile è vacante (Visdomini e Tosinghi).

Così facieno i padri di coloro


che, sempre che la vostra chiesa vaca, La tracotante famiglia (Adimari) che incrudelisce dietro a chi fugge,
si fanno grassi stando a consistoro. 114 mentre si placa come un agnello davanti a chi mostra i denti o la
borsa, era già potente ma aveva umili origini; infatti a Ubertino
L’oltracotata schiatta che s’indraca Donati non piacque che il suocero (Bellincione Berti) lo avesse
dietro a chi fugge, e a chi mostra ‘l dente imparentato con loro.
o ver la borsa, com’agnel si placa, 117

già venìa sù, ma di picciola gente;


sì che non piacque ad Ubertin Donato I Caponsacchi erano già scesi da Fiesole e abitavano a Mercato
che poi il suocero il fé lor parente. 120 Vecchio, ed erano già diventati cittadini i Giudi e gli Infangati.

Già era ‘l Caponsacco nel mercato


disceso giù da Fiesole, e già era Io dirò una cosa incredibile anche se vera: nella antica cerchia
buon cittadino Giuda e Infangato. 123 muraria si entrava attraverso la porta che prendeva il nome dai
Della Pera (Peruzzi?).
Io dirò cosa incredibile e vera:
nel picciol cerchio s’entrava per porta Tutti quelli che si fregiavano della bella insegna di Ugo di Toscana, il
che si nomava da quei de la Pera. 126 cui nome e il cui onore è celebrato il giorno di San Tommaso, ebbero
da lui la carica e il privilegio di cavaliere, anche se oggi uno che la
Ciascun che de la bella insegna porta adorna col fregio d'oro (Giano della Bella) parteggia per il popolo.
del gran barone il cui nome e ‘l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta, 129
da esso ebbe milizia e privilegio; Erano già presenti i Gualterotti e gli Importuni; e Borgo Santi
avvegna che con popol si rauni Apostoli sarebbe più tranquillo, se non avesse acquistato nuovi
oggi colui che la fascia col fregio. 132 vicini.

Già eran Gualterotti e Importuni; La casata (degli Amidei) da cui nacquero le vostre disgrazie, per il
e ancor saria Borgo più quieto, giusto disdegno che vi ha mandati in rovina e pose fine al vostro
se di novi vicin fosser digiuni. 135 vivere lieto, era onorata insieme alla sua consorteria: o
Buondelmonte, quanto male facesti a sfuggire le nozze con una
La casa di che nacque il vostro fleto, giovane di quella famiglia, seguendo i consigli altrui!
per lo giusto disdegno che v’ha morti,
e puose fine al vostro viver lieto, 138

era onorata, essa e suoi consorti: Se Dio ti avesse annegato nell'Ema, la prima volta che ti inurbasti a
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti Firenze, molti che oggi sono tristi sarebbero lieti.
le nozze sue per li altrui conforti! 141

Molti sarebber lieti, che son tristi, Invece fu destino che Firenze facesse di te una vittima, nel suo
se Dio t’avesse conceduto ad Ema ultimo periodo di pace, presso quel frammento di statua accanto a
la prima volta ch’a città venisti. 144 Ponte Vecchio.

Ma conveniesi a quella pietra scema Io vidi Firenze con queste e altre famiglie in una tale pace, che non
che guarda ‘l ponte, che Fiorenza fesse c'erano ragioni di pianto o di lutto:
vittima ne la sua pace postrema. 147

Con queste genti, e con altre con esse, con queste famiglie vidi il popolo fiorentino così glorioso e giusto
vid’io Fiorenza in sì fatto riposo, che il giglio non era mai trascinato nella polvere con l'asta
che non avea cagione onde piangesse: 151 rovesciata, né per divisioni interne era ancora diventato rosso».

con queste genti vid’io glorioso


e giusto il popol suo, tanto che ‘l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,
né per division fatto vermiglio». 154

Argomento del Canto


Ancora nel V Cielo di Marte. Colloquio tra Dante e l'avo Cacciaguida: il suo anno di nascita, gli antenati, la popolazione dell'antica
Firenze, le principali famiglie fiorentine. Cause della decadenza della città.
È l'alba di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Dante si vanta della propria nobiltà. Domande a Cacciaguida (1-27)


Dante osserva che se la nobiltà di sangue induce a vantarsi in Paradiso, come è accaduto a lui a sentire le parole di Cacciaguida, non
si stupisce che ciò avvenga sulla Terra dove l'affetto degli uomini è debole. La nobiltà è però un mantello che si accorcia presto,
poiché il tempo di giorno in giorno lo taglia se non gli si aggiunge del panno (cioè essa si vanifica, se non è mantenuta dai
discendenti). Il poeta torna poi a rivolgersi a Cacciaguida, dandogli del «voi» e non del «tu» come prima, al che Beatrice, che sta un
po' in disparte, sorride della debolezza di Dante e sembra la dama che tossì durante l'incontro fra Lancillotto e Ginevra. Dante si
rivolge all'avo come suo capostipite e dichiara che quanto gli ha detto lo ha riempito di gioia e d'orgoglio, quindi gli domanda chi
furono i suoi antenati, quale fu il suo anno di nascita, a quanto ammontava la popolazione di Firenze a quei tempi e quali erano le
principali famiglie fiorentine.

Risposte di Cacciaguida: l'anno di nascita, gli antenati, la popolazione di Firenze (28-48)


L'anima di Cacciaguida si illumina per la gioia di rispondere, simile a un carbone avvolto dalla fiamma che si avviva al soffiare del
vento, quindi inizia a rispondere alle domande con voce dolce e soave, parlando in una lingua diversa dal fiorentino moderno. L'avo
spiega che dal giorno dell'Annunciazione a Maria a quello della sua nascita, il pianeta Marte si è trovato in congiunzione con la
costellazione del Leone 580 volte, quindi sono trascorsi 1091 anni. Lui e i suoi antenati nacquero nel punto di Firenze dove ora chi
corre il palio annuale incontra per primo l'ultimo sestiere, quello di Porta S. Pietro; quanto ai suoi avi è sufficiente dire questo ed è
preferibile tacere chi fossero e da dove venissero. Gli abitanti di Firenze che all'epoca erano atti a portare armi erano circa un quinto
di quelli della Firenze attuale.
Cause della decadenza di Firenze (49-87)
A quei tempi, spiega Cacciaguida, la popolazione di Firenze era pura fino all'ultimo artigiano e non mescolata a quella del contado
come avviene attualmente. Quanto sarebbe meglio che quelle genti non abitassero entro la città e che i confini di Firenze fossero
ancora quelli di un tempo, piuttosto che sentire il puzzo dei villani inurbati che sono pronti a compiere ogni baratteria! Se la Chiesa
non avesse usurpato l'autorità imperiale di Cesare, non sarebbero diventati cittadini di Firenze dei bifolchi che ora esercitano il
cambio e la mercatura; il castello di Montemurlo, inoltre, sarebbe ancora dei conti Guidi, la famiglia dei Cerchi sarebbe rimasta nel
piviere di Acone e i Buondelmonti in Valdigrieve. La confusione delle genti, insiste Cacciaguida, è stata causa dei mali di Firenze,
come l'aggiungere altro cibo a quello non digerito è causa di malessere; un toro cieco cade più facilmente di un cieco agnello e taglia
meglio una sola spada che cinque insieme. Dante dovrebbe guardare agli esempi di Luni e Orbisaglia, cadute in rovina, e a Chiusi e
Senigallia che presto avranno lo stesso destino, e capirebbe che non è insolito che anche le famiglie vadano in decadenza come le
città. Tutte le cose terrene hanno fine, anche se gli uomini non sempre lo capiscono, e la Fortuna colpisce Firenze con nuove sciagure
così come la Luna copre i lidi con l'alta e bassa marea. Dunque non sarà sorprendente quanto Cacciaguida dirà delle grandi famiglie
di Firenze, la cui fama è stata sepolta dal tempo.
Le illustri famiglie fiorentine (88-154)
Cacciaguida passa in rassegna le principali famiglie fiorentine, già in decadenza ai suoi tempi nonostante fossero ancora illustri:
presso Porta S. Pietro, che ora è deturpata dalla viltà dei Cerchi, un tempo abitavano i Ravignani, da cui sono discesi il conte Guido
Guerra e Bellincione Berti. A quell'epoca erano fiorenti le famiglie della Pressa, del Galigaio, dei Pigli, nonché i Donati dal cui ceppo
nacquero i Calfucci, e i Sizi e gli Arrigucci destinati a coprire alte cariche. Erano illustri le famiglie degli Uberti e dei Lamberti, ora da
lungo tempo estinte; i Visdomini e i Tosinghi amministravano le rendite del vescovado, quando la sede era vacante. Gli Adimari,
sempre pronti a infierire sui deboli e a farsi umili coi potenti, a quel tempo stavano crescendo pur avendo umili origini, tanto che a
Ubertino Donato, genero di Bellincione Berti, non piacque essere imparentato con loro. Già si erano inurbati da Fiesole i
Caponsacchi, ed erano in città le famiglie dei Giudi e degli Infangati; sembra incredibile, ma nell'antica cinta muraria si entrava
attraverso una porta intitolata alla famiglia della Pera. Coloro che si fregiavano dell'insegna di Ugo di Toscana ebbero da lui la dignità
cavalleresca, anche se uno di loro (Giano della Bella) oggi parteggia per il popolo. Erano già potenti i Gualterotti e gli Importuni, e
Borgo Santi Apostoli sarebbe più quieto se non vi avessero abitato i Buondelmonti: anche la casata degli Amidei, che per lavare
l'offesa subìta dai Buondelmonti diede inizio alle discordie cittadine, era onorata. Buondelmonte dei Buondelmonti avrebbe fatto
meglio a non rompere il fidanzamento con una giovane degli Amidei, e se fosse annegato nel torrente Ema invece di inurbarsi
avrebbe evitato a Firenze tanti lutti; invece era destino che egli fosse assassinato presso il frammento della statua vicino a Ponte
Vecchio, fatto che scatenò le contese civili. Cacciaguida conclude dicendo di essere vissuto a Firenze con queste famiglie, in una città
tranquilla e pacifica che non aveva motivo di lamentarsi. Il popolo fiorentino a quel tempo era giusto e glorioso, tanto che la città
non subì alcuna sconfitta militare, né l'insegna cittadina era ancora diventata rossa di sangue.
Interpretazione complessiva
Il Canto costituisce insieme al XV e al XVII il secondo momento del «trittico» dedicato all'incontro con l'avo Cacciaguida che dovrà
svelargli l'alta missione di cui è investito dalla Provvidenza, collocato al centro della Cantica e dell'intero poema per la sua
importanza e caratterizzato da una certa elevatezza dello stile, anche se questo episodio centrale è meno sostenuto degli altri due in
quanto il discorso è più generale e verte sulla decadenza morale di Firenze, di cui vengono messe in luce le cause. Dante all'inizio
trae spunto dalle parole finali di Cacciaguida nel Canto XV, in cui l'avo gli aveva rivelato di essere stato fatto cavaliere dall'imperatore
Corrado III prima di seguirlo nella II Crociata, quindi di essere nobile: il poeta si riempie di orgoglio per questa affermazione, cosa di
cui fa subito ammenda riconoscendo che il vanto della propria nobiltà è a maggior ragione scusabile sulla Terra, il che è sottolineato
dal lieve sorriso con cui Beatrice accompagna le parole e gli atteggiamenti di Dante. Il discorso relativo alla nobiltà ha certo un
risvolto autobiografico, essendo l'orgogliosa affermazione della superiorità del poeta e la sua rivalsa in quanto esule sconfitto
politicamente, tuttavia si lega anche al tema della decadenza morale di Firenze che Cacciaguida ha iniziato nel Canto precedente con
la rievocazione della città del XII secolo, e che qui prosegue attraverso le domande che Dante, curioso di altri particolari, rivolge
all'avo. Questi infatti, dopo aver rivelato il proprio anno di nascita e il luogo di Firenze dove abitavano i suoi avi (il sestiere di Porta S.
Pietro, il che dimostra l'antica nobiltà della famiglia e la sua discendeza dagli antichi Romani), e dopo aver ricordato l'esigua
popolazione fiorentina dei suoi tempi, torna sul problema della decadenza della città individuandone la causa nell'inurbamento di
genti dal contado, che avrebbero imbastardito l'antica purezza della popolazione e diffuso la corruzione e il degrado che poi
portarono alla situazione dei tempi di Dante. È la stessa tesi già sostenuta in parte da Brunetto Latini in Inf., XV, 61-78 e soprattutto
da Dante stesso in XVI, 73-75, quando aveva spiegato ai tre sodomiti fiorentini che la causa della corruzione morale della città erano
la gente nova e i sùbiti guadagni che avevano generato orgoglio e dismisura: anticamente la popolazione fiorentina era etnicamente
pura in quanto discendeva dai Romani che avevano fondato la città dopo la distruzione di Fiesole, sia pure mescolati ai superstiti
della stessa Fiesole che non erano altrettanto nobili, poi nel corso del Duecento i nuovi venuti dal contado avevano provocato una
vera confusione di genti, che è stata causa per Cacciaguida di tutti i futuri mali della città. Infatti questi villani inurbati si dedicavano
soprattutto al commercio e al cambio di valuta, dunque ad attività fondate sullo scambio di denaro e sul guadagno facile, il che (oltre
ad essere di per sé criticabile secondo la visione cristiana) ha poi diffuso l'avidità e la corruzione, fonte prima delle discordie civili che
insanguinarono Firenze nel primo Trecento e portarono all'esilio dello stesso poeta. È chiaro che Dante include il proprio avo e se
stesso fra quei Fiorentini nobili in quanto discendenti diretti degli antichi Romani che fondarono la città per volere di Cesare,
prendendo le distanze tanto dalle bestie fiesolane originariamente accolte a Firenze, quanto dai contadini successivamente inurbati
che hanno ampliato le dimensioni e la popolazione della città: per questi ultimi Cacciaguida ha parole di grande disprezzo, parlando
del puzzo che i Fiorentini «puri» devono sostenere per la loro vicinanza e affermando che i nuovi venuti sono dei villani pronti a
barattare, a compiere cioè traffici e raggiri di ogni tipo, mentre poco oltre dirà che il nuovo cittadino di Firenze e cambia e merca, è
dedito cioè a quelle attività finanziarie che sono condannate in quanto espressione della nuova civiltà comunale e mercantile, che
sta facendo tramontare i valori della vecchia civiltà cortese e feudale che Dante non si è rassegnato a considerare ormai morta.
La causa prima di tutto ciò è individuata da Cacciaguida nell'azione della Chiesa, che è stata matrigna per Cesare (cioè per
l'imperatore) usurpandone l'autorità e pretendendo di esercitare il potere temporale al suo posto, come già sostenuto da Marco
Lombardo in Purg., XVI e con allusione all'ostilità del papa e del partito guelfo ad Arrigo VII di Lussemburgo. Ciò avrà un riflesso nella
profezia di Cacciaguida riguardo Cangrande Della Scala nel Canto seguente, ma già qui l'avo preannuncia il futuro declino politico
della città di Firenze, che avrà presto lo stesso destino di Luni e Orbisaglia e che è testimoniato dalla decadenza delle principali
famiglie fiorentine dei suoi tempi: rispondendo alla domanda di Dante sull'argomento, Cacciaguida ne trae spunto per compiere una
grandiosa rassegna delle più cospicue casate della città, le quali tutte hanno prima o dopo conosciuto un pesante declino, alcune per
propria colpa e altre per circostanze diverse, ma in ogni caso dimostrando che nulla è eterno e che Firenze stessa vedrà presto
oscurata la propria fama (è quanto già annunciato nel Canto XV, attraverso il parallelismo con Roma). Alcuni di questi nomi hanno
poco significato per il lettore moderno, tuttavia rappresentano validi esempi della transitorietà della gloria terrena, nonché della
nobiltà di sangue che all'inizio Dante ha definito poca e che è destinata a scomparire se non accompagnata da un agire virtuoso: tra
gli esempi fatti da Cacciaguida i più evidenti sono quello degli Uberti, la grande famiglia ghibellina che fu cancellata da Firenze dopo
Benevento (significativo a riguardo l'incontro con Farinata, in Inf., X), e quello dei Buondelmonti, che a causa dell'oltraggio a una
fanciulla degli Amidei avevano originato le divisioni politiche nella città (cfr. a proposito l'incontro con Mosca dei Lamberti, Inf.,
XXVIII). La figura di Buondelmonte dei Buondelmonti, che ruppe la promessa di matrimonio e fu ucciso nell'ambito di una vendetta
familiare, diventa quasi emblematica della decadenza morale della città, in quanto l'uomo apparteneva a una famiglia inurbatasi a
Firenze in tempi antichi: benché Dante sembri indicarlo come il primo di quella casata a venire in città, confondendo volutamente o
meno la verità storica (i Buondelmonti si inurbarono già nel XII sec.), fa pronunciare comunque a Cacciaguida una dura invettiva
contro la sua persona, con l'affermazione che meglio sarebbe stato per la pace interna di Firenze se invece di entrare in città egli
fosse annegato nel torrente dell'Ema. La sua uccisione fu l'inizio delle discordie intestine che poi avrebbero insanguinato Firenze,
alimentate da superbia, invidia e avarizia come detto da Ciacco in Inf., VI, per cui è significativo che Buondelmonte fosse assassinato
presso il frammento della statua che si attribuiva a Marte primo patrono della città, il quale avrebbe poi preteso un pesante tributo
di sangue negli anni a venire: Cacciaguida conclude la rassegna con questo sinistro presagio, precisando che la Firenze in cui lui ha
vissuto era molto diversa e godeva di una pace duratura, prevalendo sempre sui suoi nemici e mantenendo intatta la sua gloria, cosa
che non si può certo dire della città dalla quale Dante è stato esiliato. Questa rievocazione nostalgica del passato prelude alla
profezia dell'esilio e delle gesta di Cangrande che seguirà nel Canto XVII ed è forse la pagina più sentita ed esacerbata del poema sul
declino politico-morale della città del poeta, il che spiega perché questo Canto è stato definito il più «fiorentino» del poema (in
seguito la polemica politica tenderà ad essere di respiro più ampio e a coinvolgere soprattutto la Chiesa con la condanna dei suoi
vizi, come sarà evidente nel Canto XXVII).

La gente nova e i sùbiti guadagni: Dante contro la civiltà mercantile


L'autore della Commedia non perde occasione nel poema per scagliarsi contro la civiltà comunale fondata sul commercio e sulla
circolazione del denaro, da lui vista come fonte di corruzione e di decadenza politico-morale soprattutto della sua città, Firenze: la
cosa non può non sembrare strana e addirittura inspiegabile agli occhi di noi moderni, specie pensando alle novelle di Boccaccio che,
oltre a essere grande ammiratore di Dante, esalterà proprio la figura del mercante solo pochi decenni dopo la morte del grande
poeta. L'avversione di Dante per il mondo mercantile ha una ragione innanzitutto religiosa, rifacendosi al precetto evangelico per cui
l'uomo deve ricavare il sostentamento dal lavoro della terra e non dallo sfruttamento del denaro che produce altro denaro, da cui
nasce la condanna dell'usuraio che pecca di violenza contro Dio in quanto offende l'operosità umana, ma anche del mercante,
colpevole di monetizzare il tempo che invece dev'essere il tempo di Dio scandito dalle ore canoniche, non sfruttato dall'uomo a fini
di lucro. Dante aggiunge poi anche una considerazione storico-sociale, individuando nell'avidità di guadagno e nella cupidigia la
principale fonte della corruzione e del disordine politico che affliggeva l'Italia del Trecento, quindi bollando la circolazione del denaro
come il fattore destinato ad alimentare le ingiustizie: Folchetto di Marsiglia in Par., IX, 127-142 si scaglia contro il maladetto fiore
(fiorino) diffuso in Europa dai banchieri di Firenze che finanziavano la monarchia francese, e dunque fomentavano la corruzione
della Curia papale suscitando l'avidità di guadagno da parte dei pontefici corrotti come Bonifacio VIII o Giovanni XXII. E il denaro è
stato causa della rovina della stessa Firenze, da cui sono scomparsi onore e cortesia a causa della gente nova e i sùbiti guadagni,
ovvero la propensione agli affari e alle baratterie da parte dei contadini inurbatisi in città che, secondo il discorso di Dante ai tre
sodomiti fiorentini in Inf., XVI, 73-75, hanno accresciuto orgoglio e dismisura, diffondendo a Firenze la corruttela e il degrado morale.
È la stessa analisi fatta dall'avo Cacciaguida in Par., XVI, 49 ss., quando afferma che proprio l'ingresso in città di elementi del contado,
pronti a barattare e a darsi a ogni genere di scambio e mercatura, ha imbastardito l'antica purezza della popolazione che discendeva
dai Romani che la fondarono per volontà di Cesare: l'accusa non è solo di tipo sociale, legata cioè al mestiere esercitato dai nuovi
arrivati, ma addirittura di tipo etnico, per cui Dante si ritiene parte di un'antica e pura nobiltà cittadina che mal sopporta la vicinanza
coi «villani» che meglio avrebbero fatto a restare nel contado, invece di venire a Firenze per portare disordine morale e inquinare la
«purezza» della stirpe. Ciò può far pensare a un Dante addirittura razzista, il che non è forse eccessivo se lo si giudica coi parametri
della società moderna fondata sull'integrazione culturale e la convivenza, ma su tutto domina la nostaglia del poeta per l'antica
società di tipo feudale e cortese, fondata su un sistema di valori antitetico rispetto a quello della civiltà comunale e che nel Trecento
stava ormai sparendo, causando secondo Dante un declino morale che è all'origine di molti mali politici del suo tempo. Dante non si
rassegna a questa evoluzione in senso «capitalistico» della società e all'imporsi di nuovi valori quali la ricerca del profitto, la
circolazione delle merci e la concorrenza: ai suoi occhi il mercante cerca di lucrare attraverso l'uso del denaro, è portatore di qualità
negative come l'astuzia e l'occhio aguzzo, tenta di ottenere un guadagno spesso raggirando il prossimo, tutte caratteristiche che
Boccaccio e il Trecento esalteranno in quanto appartenenti a una mentalità più simile alla nostra. Dante rimpiange come il suo
contemporaneo Folgòre da San Gimignano la scomparsa della cortesia e della cavalleria, tema al centro di molte pagine del poema
(cfr. soprattutto Purg., XIV) e di alcune Rime (cfr. la canzone sulla liberalità, XLIX) e al quale egli riconduce anzitutto il declino morale
e politico non solo di Firenze, ma dell'Italia intera in cui inevitabilmente trionfa l'ingiustizia: è certo una posizione anacronistica e
anti-storica, ma che non deriva solo dalla nostalgia per il passato, quanto piuttosto dall'amara considerazione che l'avidità di denaro
porta gli uomini a compiere ogni sorta di misfatto e ciò è fonte di sofferenza per tutti quelli che, come lui, si battono per il bene e per
la corretta applicazione delle leggi. Se il denaro è fonte del male, allora Dante tuona con furore biblico contro tutti coloro che ne
fanno un idolo, come i papi simoniaci, e al contrario esalta una figura come quella di san Francesco che si spoglia di tutto e cerca di
attualizzare l'ideale di povertà evangelica, esempio per tutti coloro che vogliono seguire Dio con fede sincera: la matrice del pensiero
dantesco in materia è soprattutto religiosa e ciò spiega la distanza che ci separa dal suo atteggiamento mentale, in quanto noi
apparteniamo a una società fondata sui consumi e sull'edonismo, mentre egli crede ancora a una vita fondata sulla privazione e
l'ascetismo, di cui non solo Francesco è esempio insigne da additare ai suoi lettori. La posizione di Dante era forse non in linea con la
sua stessa epoca sempre più fondata sui commerci e il capitale, ma gli va dato atto che negli anni dell'esilio rimase coerente coi suoi
principi, adattandosi a mendicare il pane altrui pur di non derogare dalla condotta che si era imposto e non rinunciando mai,
nonostante i molti rischi corsi, a denunciare il male politico che per lui era alimentato principalmente dalla corruzione e dal denaro.
Note e passi controversi
Al v. 7 raccorce è prob. seconda persona del vb. «raccorciare», usato in forma intransitiva («accorciarsi»).
l vv. 10-11 alludono alla convinzione, assai diffusa nel XIV sec., che il «voi» come forma di cortesia fosse dato per la prima volta a
Cesare dopo che questi aveva assunto il potere a Roma; in realtà il «voi» onorifico si diffuse solo nel III sec. d.C. I popolo del Lazio
sono invece soliti usare il «tu» anche con persone di riguardo, il che spiega il v. 11.
I vv. 14-15 si riferiscono alla dama di Malehaut, che nel romanzo francese di Lancillotto e Ginevra assiste, non vista, al primo
colloquio d'amore fra i due e manifesta la sua presenza tossendo; il primo fallo della regina è il compromettente incontro e non il
bacio che avviene in diversa circostanza (scritto vuol dire «narrato»).
Al v. 22 primizia significa «capostipite».
Al v. 25 l'ovil di San Giovanni è Firenze (cfr. Par., XXV, 5: il bell'ovile ov'io dormi' agnello).
Il v. 33 ha fatto pensare ad alcuni interpreti che Cacciaguida parli in latino, come già in XV, 28-30; la cosa non si può escludere, ma è
più probabile che Dante gli attribuisca una parlata fiorentina più antica e dunque diversa da quella dei suoi tempi, in accordo con
quanto lui stesso afferma in DVE, I, 9 circa il mutamento della lingua volgare nel corso del tempo.
La complessa perifrasi ai vv. 34-39 vuol dire che dal giorno dell'Annunciazione a Maria fino a quello della nascita di Cacciaguida il
pianeta Marte è tornato 580 volte in congiunzione con la costellazione del Leone, come prob. era al momento dell'incarnazione di
Cristo e della nascita dell'avo: poiché Dante pensa che la rivoluzione siderea di Marte avvenga in 687 giorni, come ricava
dall'astronomo arabo Alfragano, si ottiene la cifra di 398.460 giorni che, divisa per i 365 giorni dell'anno, dà approssimativamente il
numero 1091 che dunque è l'anno di nascita di Cacciaguida. La pianta è la zampa del Leone, forse la stella Regolo che formava la
parte anteriore della costellazione.
I vv. 40-42 indicano il luogo di nascita di Cacciaguida nel sestiere di S. Pietro, dove chi corre il palio annuale trova questa zona per
prima: corrispondeva la via degli Speziali, vicino a Mercato Vecchio, quindi entro la vecchia cinta muraria (ciò prova l'antica nobilità
dell'avo). Il palio si correva il giorno di S. Giovanni e prob. non era ancora in uso nel XII sec., per questo l'avo dice il vostro... gioco.
Il v. 45 vuole dire semplicemente che è più opportuno (onesto) tacere degli antenati di Cacciaguida, e non che è meglio nascondere
qualche fatto poco onorevole, come alcuni hanno ipotizzato.
L'espressione da poter arme (v. 47) vuol dire «da potere portare armi»; tra Marte e 'l Batista invece indica la zona tra Ponte Vecchio,
dov'era il frammento della statua attribuita a Marte, e il battistero di S. Giovanni, cioè gli estremi a nord e sud della vecchia città.
Campi, Certaldo e Fegghine (v. 50) erano paesi del contado fiorentino, corrispondenti agli attuali Campi Bisenzio, Certaldo e Figline
Valdarno. Galluzzo e Trespiano (vv. 53-54) sono borgate a poca distanza dalla città, che un tempo segnavano il confine.
Il villan d'Aguglion (v. 56) è certo Baldo d'Aguglione, giurista e uomo politico del XIII sec. che nel 1299 fu coinvolto nello scandalo di
Niccolò Acciaiuoli (cfr. Purg., XII, 104-105). Quel da Signa è invece Bonifazio di Ser Rinaldo Morubaldini, giurista di parte Bianca
passato poi ai Neri e che contribuì all'esilio di Dante.
Simifonti (v. 62) indica un castello della Valdelsa collocato nel contado di Firenze: Dante intende dire che se la Chiesa non avesse
usurpato l'autorità imperiale, questi villani sarebbero rimasti lì dove andava l'avolo alla cerca, cioè dove i loro avi chiedevano
l'elemosina o andavano a vendere la merce.
Il castello di Montemurlo (v. 64) apparteneva nell'XI sec. ai conti Guidi, che lo cedettero a Firenze nel 1254 inurbandosi. I Cerchi (v.
65) erano la famiglia di mercanti che fu a capo dei Guelfi Bianchi nel Duecento e che provenivano da Acone in Val di Sieve (cfr. Inf.,
VI, 65, la parte selvaggia). I Buondelmonti, cui appartenne il Buondelmonte citato al v. 140, avevano un castello in Val di Greve che fu
distrutto da Firenze, per cui essi si trasferirono in città.
Luni e Orbisaglia (l'antica Urbesalvia, v. 73) erano città disabitate e in rovina nel XIV sec., mentre Chiusi e Senigallia sembravano
destinate alla stessa fine a causa del clima malarico.
La porta citata al v. 94 è S. Pietro, dove un tempo abitavano i Ravignani, mentre nel Trecento abitavano i Cerchi (la fellonia, più che
«tradimento», indica prob. la condotta politicamente debole in occasione dei fatti del 1301-1302). Il conte Guido (v. 97) è Guido
Guerra VI, uno dei tre sodomiti fiorentini di Inf., XVI, mentre l'alto Bellincione (V. 99) è Bellincione Berti.
il v. 103 allude allo stemma della famiglia dei Pigli, una striscia verticale di vaio (la pelliccia dello scoiattolo) in campo rosso.
Quei ch'arrossan per lo staio (v. 105) sono i Chiaramontesi, coinvolti nello scandalo citato in Purg., XII, 105.
Quei che son disfatti / per lor superbia (vv. 109-110) sono gli Uberti, la celebre famiglia ghibellina cui appartenne Farinata e che
venne bandita da Firenze dopo il 1266. Le palle dell'oro sono lo stemma dei Lamberti, che fecero la stessa fine.
L'oltracotata schiatta citata al v. 115 è quella degli Adimari, di cui faceva parte anche Filippo Argenti (Inf., VIII, 32 ss.) e che aveva
umili origini; Bellincione Berti aveva maritato una delle sue figlie a un Adimari e l'altra a Ubertino Donati, a cui spiacque di essere
imparentato con loro (vv. 119-120).
I Della Pera citati al v. 126 davano il nome alla porta per cui si entrava nell'antica cerchia muraria: è incerto se si trattasse dei Peruzzi
divenuti poi famosi banchieri coi Bardi, per cui lo stupore manifestato da Cacciaguida può riferirsi al fatto che ai suoi tempi una porta
avesse nome da loro, oppure all'esigua estensione della cinta muraria.
Il gran barone citato al v. 128 è Ugo il Grande marchese di Toscana, il cui stemma aveva sette strisce rosse in campo bianco: vicario
imperiale di Ottone III e cavaliere, morì il 21 dic. 1001 (giorno di san Tommaso) e fondò sette badie, fra cui quella famosa ricordata
come «Badia» e in cui ogni anno si celebravano solenni esequie in suo ricordo. I vv. 131-132 indicano Giano della Bella, che portava
la sua insegna pur parteggiando per il popolo.
Al v. 136 la casa di che nacque il vostro fleto è quella degli Amidei, che vendicarono l'offesa di Buondelmonte dei Buondelmonti a
una fanciulla della loro consorteria uccidendolo nel 1216, accanto al frammento della statua che si credeva di Marte presso Ponte
Vecchio (il giovane aveva rifiutato di sposarla, seguendo un consiglio di Gualdrada Donati: cfr. Inf., XXVIII, 106-108). L'assassinio
aveva dato inizio alla divisione fra Guelfi e Ghibellini a Firenze, nonché alle lotte cittadine. Il v. 144 semba indicare che
Buondelmonte fosse il primo della sua famiglia a inurbarsi a Firenze, ma ciò era avvenuto nel 1135 dopo la distruzione del castello di
Montebuoni (v. 66); l'Ema è un torrente che sfocia nella Greve tra Firenze e il castello dei Buondelmonti.
La pietra scema (v. 145) è il frammento della statua che si credeva di Marte (Inf., XIII, 146-147), presso la quale Buondelmonte fu
ucciso nel 1216 la mattina di Pasqua.
I vv. 152-153 alludono all'usanza di trascinare lo stemma della città vinta in battaglia, con l'asta rovesciata, cosa che secondo
Cacciaguida non accadde mai al giglio di Firenze. Il v. 154 si riferisce prob. al fatto che lo stemma, originariamente un giglio bianco in
campo rosso, divenne un giglio rosso in campo bianco dopo la vittoria dei Guelfi nel 1251, ma forse indica il sangue che arrossò lo
stemma in seguito alle discordie cittadine.
CANTO XVII
Testo Parafrasi
Qual venne a Climené, per accertarsi Come colui (Fetonte) che ancora oggi induce i padri a non essere
di ciò ch’avea incontro a sé udito, condiscendenti, andò dalla madre Climene per avere rassicurazioni
quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; 3 su quanto aveva udito contro di sé, così ero io, e così ero percepito
sia da Beatrice sia dalla santa luce (Cacciaguida) che prima aveva
tal era io, e tal era sentito cambiato posizione per me.
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito. 6

Per che mia donna «Manda fuor la vampa Perciò la mia donna mi disse: «Manifesta il tuo desiderio, così che
del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca esso sia espresso secondo i tuoi pensieri;
segnata bene de la interna stampa; 9

non perché nostra conoscenza cresca non perché noi abbiamo bisogno delle tue parole per conoscerlo, ma
per tuo parlare, ma perché t’ausi affinché tu ti abitui a manifestare i tuoi desideri, in modo che essi
a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». 12 siano esauditi».

«O cara piota mia che sì t’insusi, «O caro mio capostipite, che ti innalzi a tal punto che, come le menti
che, come veggion le terrene menti terrene vedono che in un triangolo non possono esserci due angoli
non capere in triangol due ottusi, 15 ottusi, così vedi le cose contingenti prima che avvengano,
osservando il punto (la mente di Dio) in cui è un eterno presente;
così vedi le cose contingenti
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti; 18

mentre ch’io era a Virgilio congiunto mentre io ero guidato da Virgilio, salendo lungo il monte che
su per lo monte che l’anime cura purifica le anime (il Purgatorio) e scendendo nel mondo dei morti
e discendendo nel mondo defunto, 21 (nell'Inferno), mi furono dette parole gravi sulla mia vita futura
(l'esilio), anche se io mi sento ben preparato a reggere i colpi della
dette mi fuor di mia vita futura sventura;
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura; 24

per che la voglia mia saria contenta dunque desidero sapere quale destino mi attende; infatti, una
d’intender qual fortuna mi s’appressa; freccia prevista arriva più lentamente».
ché saetta previsa vien più lenta». 27

Così diss’io a quella luce stessa Così io dissi a quella stessa luce che prima mi aveva parlato; e il mio
che pria m’avea parlato; e come volle desiderio fu espresso, proprio come volle Beatrice.
Beatrice, fu la mia voglia confessa. 30

Né per ambage, in che la gente folle Quel padre amorevole mi rispose non con parole tortuose, in cui i
già s’inviscava pria che fosse anciso pagani si invischiavano ben prima che fosse crocifisso l'Agnello di
l’Agnel di Dio che le peccata tolle, 33 Dio che toglie i peccati del mondo (Cristo), ma con parole chiare e
con un discorso limpido, avvolto e splendente nella luce del suo
ma per chiare parole e con preciso sorriso:
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso: 36

«La contingenza, che fuor del quaderno «Gli eventi contingenti, che non si estendono al di fuori del vostro
de la vostra matera non si stende, mondo terreno, sono tutti dipinti nella mente di Dio:
tutta è dipinta nel cospetto etterno: 39

necessità però quindi non prende essi però non sono per questo necessari, come non lo è il fatto che
se non come dal viso in che si specchia una barca scenda la corrente solo perché qualcuno la osserva.
nave che per torrente giù discende. 42
Da indi, sì come viene ad orecchia Da lì (dalla mente divina) viene a me il tempo che si prepara per te,
dolce armonia da organo, mi viene come la dolce armonia di un organo viene all'orecchio.
a vista il tempo che ti s’apparecchia. 45

Qual si partio Ipolito d’Atene TI sarà inevitabile lasciare Firenze, come Ippolito lasciò Atene a
per la spietata e perfida noverca, causa della spietata e perfida matrigna (Fedra).
tal di Fiorenza partir ti convene. 48

Questo si vuole e questo già si cerca, Si vuole questo e si cerca di attuarlo, e verrà presto compiuto, da chi
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa (Bonifacio VIII) pensa a ciò là (nella Curia papale) dove si mercifica
là dove Cristo tutto dì si merca. 51 Cristo (le cose sacre) ogni giorno.

La colpa seguirà la parte offensa La colpa verrà addossata alla parte sconfitta attraverso la fama,
in grido, come suol; ma la vendetta come di solito accade; ma la prossima punizione di Dio renderà
fia testimonio al ver che la dispensa. 54 evidente a tutti la verità, dispensata da Dio secondo giustizia.

Tu lascerai ogne cosa diletta Tu lascerai ogni cosa che ami di più; e questa è la pena che l'esilio fa
più caramente; e questo è quello strale provare per prima.
che l’arco de lo essilio pria saetta. 57

Tu proverai sì come sa di sale Tu proverai come è amaro il pane altrui, e come è duro salire e
lo pane altrui, e come è duro calle scendere le scale altrui (accettare l'aiuto dei potenti).
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale. 60

E quel che più ti graverà le spalle, E ciò che ti sarà più fastidioso sarà la compagnia malvagia e folle
sarà la compagnia malvagia e scempia con cui dovrai condividere l'esilio (gli altri fuorusciti);
con la qual tu cadrai in questa valle; 63

che tutta ingrata, tutta matta ed empia infatti essa diventerà tutta ingrata, stupida e ingiusta contro di te;
si farà contr’a te; ma, poco appresso, ma, poco dopo, saranno loro e non tu ad avere le tempie rosse (di
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. 66 sangue e vergogna).

Di sua bestialitate il suo processo Quello che accadrà loro dimostrerà la loro follia; cosicché sarà stato
farà la prova; sì ch’a te fia bello un bene, per te, essertene separato.
averti fatta parte per te stesso. 69

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora sarà la cortesia del gran
sarà la cortesia del gran Lombardo Lombardo (Bartolomeo Della Scala) che sulla scala del suo stemma
che ‘n su la scala porta il santo uccello; 72 porta l'uccello sacro (l'aquila imperiale);

ch’in te avrà sì benigno riguardo, egli avrà così benevolo riguardo nei tuoi confronti, che tra voi due i
che del fare e del chieder, tra voi due, favori precederanno le richieste, contrariamente a quanto accade.
fia primo quel che tra li altri è più tardo. 75

Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue, Insieme a lui conoscerai quello (Cangrande) che, alla nascita, fu
nascendo, sì da questa stella forte, influenzato a tal punto da questo pianeta (Marte) che le sue
che notabili fier l’opere sue. 78 imprese saranno straordinarie.

Non se ne son le genti ancora accorte Le persone non se ne sono ancora accorte per la sua giovane età,
per la novella età, ché pur nove anni perché questi Cieli hanno ruotato intorno a lui solo nove anni;
son queste rote intorno di lui torte; 81

ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni, ma prima che il Guasco (papa Clemente V) inganni l'alto Arrigo VII
parran faville de la sua virtute di Lussemburgo, egli mostrerà scintille del suo valore nella
in non curar d’argento né d’affanni. 84 noncuranza di denaro e affanni.

Le sue magnificenze conosciute Le sue gesta saranno conosciute da tutti, al punto che i suoi nemici
saranno ancora, sì che ‘ suoi nemici non potranno negarle.
non ne potran tener le lingue mute. 87

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; Affidati a lui e ai suoi benefici; grazie a lui molta gente cambierà
per lui fia trasmutata molta gente, condizione, sia mendicanti sia ricchi;
cambiando condizion ricchi e mendici; 90

e portera’ne scritto ne la mente e porterai scritto nella memoria queste cose sul suo conto, che non
di lui, e nol dirai»; e disse cose dovrai riferire»; e disse cose che saranno incredibili anche a chi le
incredibili a quei che fier presente. 93 vedrà di persona.

Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose Poi aggiunse: «Figlio, queste sono le spiegazioni di ciò che ti fu
di quel che ti fu detto; ecco le ‘nsidie detto; ecco le insidie che ti attendono nel giro di pochi anni.
che dietro a pochi giri son nascose. 96

Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, Non voglio però che tu serbi rancore ai tuoi concittadini, poiché la
poscia che s’infutura la tua vita tua vita è destinata a durare assai oltre la punizione che attende la
vie più là che ‘l punir di lor perfidie». 99 loro perfidia» .

Poi che, tacendo, si mostrò spedita Dopo che, tacendo, l'anima santa mostrò di aver completato la
l’anima santa di metter la trama trama in quella tela di cui le porsi l'ordito (dopo aver risposto alla
in quella tela ch’io le porsi ordita, 102 mia domanda), io cominciai, come colui che ha un dubbio e desidera
un consiglio da una persona che vede, vuole e ama secondo
io cominciai, come colui che brama, giustizia:
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama: 105

«Ben veggio, padre mio, sì come sprona «Io vedo bene, padre mio, che il tempo avanza velocemente verso di
lo tempo verso me, per colpo darmi me per darmi un colpo tale, che è tanto più grave quanto più uno si
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; 108 abbandoni ad esso;

per che di provedenza è buon ch’io m’armi, dunque è necessario che io mi armi di buona prudenza, così che, se
sì che, se loco m’è tolto più caro, sarò allontanato dal luogo a me più caro (Firenze), io non perda gli
io non perdessi li altri per miei carmi. 111 altri a causa dei miei versi.

Giù per lo mondo sanza fine amaro, Giù nel mondo infinitamente amaro (Inferno), e lungo il monte dalla
e per lo monte del cui bel cacume cui bella cima gli occhi della mia donna mi sollevarono (Purgatorio),
li occhi de la mia donna mi levaro, 114 e in seguito in Paradiso, di Cielo in Cielo, ho appreso cose che, se le
riferirò, avranno per molti un sapore sgradevole;
e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume; 117

e s’io al vero son timido amico, e se io sarò timido amico della verità (se ometterò dei particolari),
temo di perder viver tra coloro temo di non avere la possibilità di vivere tra coloro che definiranno
che questo tempo chiameranno antico». 120 antico questo tempo (tra i posteri)».

La luce in che rideva il mio tesoro La luce in cui brillava il mio tesoro (Cacciaguida) che io trovai lì,
ch’io trovai lì, si fé prima corusca, dapprima si fece splendente, come uno specchio d'oro colpito dal
quale a raggio di sole specchio d’oro; 123 sole;

indi rispuose: «Coscienza fusca poi rispose: «Una coscienza sporca per la colpa propria o di altri
o de la propria o de l’altrui vergogna sentirà certo le tue parole come sgradevoli.
pur sentirà la tua parola brusca. 126

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, Tuttavia, rimossa ogni menzogna, rendi manifesto tutto ciò che hai
tutta tua vision fa manifesta; visto, e lascia pure che chi ha la rogna si gratti (che chi ha colpa ne
e lascia pur grattar dov’è la rogna. 129 paghi le conseguenze).
Ché se la voce tua sarà molesta Infatti la tua voce, se sarà spiacevole al primo assaggio, poi quando
nel primo gusto, vital nodrimento sarà assimilata lascerà un nutrimento vitale.
lascerà poi, quando sarà digesta. 132

Questo tuo grido farà come vento, Questo tuo grido sarà come un vento che colpisce di più le cime più
che le più alte cime più percuote; alte, e ciò non è motivo di poco onore.
e ciò non fa d’onor poco argomento. 135

Però ti son mostrate in queste rote, Perciò in questi Cieli, in Purgatorio e nella dolorosa valle dell'Inferno
nel monte e ne la valle dolorosa ti sono mostrate solo le anime che sono molto famose, poiché
pur l’anime che son di fama note, 138 l'animo di colui che ascolta non dà retta e non presta fede a un
esempio che abbia la sua radice nascosta e sconosciuta (a esempi
che l’animo di quel ch’ode, non posa non noti), né a un altro argomento che non sia di tutta evidenza».
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia». 142

Argomento del Canto


Ancora nel V Cielo di Marte. Dante chiede all'avo Cacciaguida notizie sulla sua vita futura: profezia dell'esilio da Firenze. Profezia
sulle gesta di Cangrande Della Scala. Dubbi di Dante e dichiarazione della sua missione poetica.
È il mattino di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Dante chiede a Cacciaguida notizie sulla sua vita futura (1-30)


Picture
P.P. Rubens, Caduta di Fetonte (1604)
Dante si sente come Fetonte quando si rivolse alla madre Climene per avere notizie certe su suo padre Apollo, il che è avvertito da
Beatrice e dall'anima dell'avo Cacciaguida. La donna invita Dante a manifestare il suo pensiero, non perché le anime non possano
conoscere i suoi desideri, ma affinché il poeta si abitui a esprimerli liberamente così che vengano esauditi. Dante si rivolge allora a
Cacciaguida e gli ricorda, come lui ben sa leggendo nella mente di Dio, che guidato da Virgilio egli ha udito all'Inferno e in Purgatorio
delle oscure profezie sul suo conto, per cui il poeta vorrebbe avere maggiori ragguagli in merito: benché, infatti, egli sia preparato ai
colpi della sorte, una sciagura prevista è più facile da affrontare. Dante in questo modo obbedisce a Beatrice e rivela ogni suo dubbio
all'anima del suo antenato.
Cenni di Cacciaguida alla prescienza divina (31-45)
Cacciaguida risponde splendendo nella sua luce, con un discorso chiaro e perfettamente comprensibile e non con le espressioni
tortuose e oscure proprie degli oracoli delle divinità pagane: il beato spiega che tutti i fatti contingenti, presenti e futuri, sono già
scritti nella mente divina, il che non implica che debbano accadere necessariamente, come l'occhio che osserva una nave scendere la
corrente di un fiume sa che questo avverrà, ma non lo rende per ciò inevitabile. Allo stesso modo, spiega Cacciaguida, egli prevede il
tempo futuro di Dante, come la dolce musica di un organo giunge alle orecchie umane.

L'esilio di Dante (46-69)


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J. Flaxman, Esilio di Dante
Dante, profetizza l'avo, dovrà abbandonare Firenze allo stesso modo in cui Ippolito dovette partire da Atene per la malvagità della
sua matrigna. Questo è voluto e cercato già nell'anno 1300 da papa Bonifacio VIII, nella Curia dove ogni giorno si mercanteggia
Cristo: la colpa dell'esilio verrà imputata ai vinti, così come di solito avviene, ma ben presto la punizione verso i Fiorentini dimostrerà
la verità dei fatti. Dante dovrà lasciare ogni cosa più amata, ciò che costituisce la prima pena dell'esilio, quindi proverà com'è duro
accettare il pane altrui mettendosi al servizio di vari signori. Ciò che gli sarà più fastidioso sarà la compagnia di altri fuorusciti,
sempre pronti a mettersi contro di lui, tuttavia saranno loro e non Dante ad avere le tempie rosse di sangue e di vergogna nella
battaglia della Lastra. Le conseguenze del loro comportamento dimostreranno la loro follia, così che per Dante sarà stato molto
meglio fare parte per se stesso.
Profezie su Cangrande Della Scala (70-99)
Picture
Statua di Cangrande (foto di F. I. Helland)
Dante troverà anzitutto rifugio a Verona, sotto la protezione di Bartolomeo Della Scala che sullo stemma della casata reca l'aquila
imperiale: egli sarà così benevolo verso il poeta che gli concederà i suoi favori senza bisogno di ricevere richieste. A Verona Dante
vedrà colui (Cangrande) che alla nascita è stato fortemente influenzato dal pianeta Marte, così che le sue imprese saranno
straordinarie. Nessuno se n'è ancora accorto perché molto giovane, avendo egli solo nove anni, ma prima che papa Clemente V
inganni Arrigo VII di Lussemburgo il suo valore risplenderà chiaramente, mostrando la sua noncuranza per il denaro e gli affanni. Le
sue gesta saranno così illustri che i suoi nemici non potranno tacerle, quindi Dante dovrà attendere il suo aiuto e i suoi favori, dal
momento che Cangrande ha generosamente mutato le condizioni di molte persone, trasformando i mendicanti in ricchi e viceversa.
Cacciaguida aggiunge altri dettagli relativi alle future imprese di Cangrande, imponendo però il silenzio a Dante che ascolta incredulo
quanto riferito dall'avo. Cacciaguida conclude dicendo a Dante che non dovrà serbare rancore verso i suoi concittadini, poiché la sua
vita è destinata a durare ben oltre la punizione che li colpirà.

Dubbi di Dante (100-120)


Dopo che il beato ha terminato di parlare, Dante torna a rivolgersi a lui in quanto desidera ricevere una spiegazione e un conforto,
certo di trovarsi di fronte a un'anima sapiente, virtuosa e amorevole. Dante dichiara di rendersi conto che lo aspettano aspre
vicissitudini, per cui è bene che sia previdente e che non si precluda il possibile rifugio in altre città a causa dei suoi versi, visto che
dovrà lasciare Firenze. All'Inferno, in Purgatorio e in Paradiso il poeta ha visto cose che, se riferite dettagliatamente, suoneranno
sgradevoli a molti; tuttavia, se egli non dirà tutta la verità della visione, teme di non ottenere la fama destinata a renderlo famoso
presso le generazioni future.
La missione poetica di Dante (121-142)
Picture
G. di Paolo, Le profezie di Cacciaguida
La luce che avvolge Cacciaguida risplende come uno specchio d'oro colpito dal sole, quindi l'avo risponde dicendo che i lettori con la
coscienza sporca per i peccati propri o di altri proveranno fastidio per le sue parole, e tuttavia egli dovrà rimuovere ogni menzogna e
rivelare tutto ciò che ha visto nel viaggio ultraterreno, lasciando che chi ha la rogna si gratti. Infatti i suoi versi saranno sgradevoli
all'inizio, ma una volta digeriti saranno un nutrimento vitale per le anime. Il grido di Dante sarà come un vento che colpisce più forte
le più alte cime, il che non è ragione di poco onore, e per questo nei tre regni dell'Oltretomba gli sono state mostrate solo le anime
note per la loro fama: il lettore non presterebbe fede ad esempi che fossero oscuri e non conosciuti da tutti, né ad altri argomenti
che non fossero evidenti di per sé.
Interpretazione complessiva
Il Canto chiude il «trittico» dedicato all'incontro con l'avo Cacciaguida e alla definizione della missione poetica di Dante, dopo il XV in
cui l'antenato si era presentato rievocando l'antica Firenze del XII sec. e dopo il XVI in cui, dopo l'analisi delle cause della decadenza
morale della città, c'era stata la rassegna delle principali famiglie fiorentine cadute poi in declino. Firenze è ancora al centro del
Canto XVII, poiché Dante chiede all'avo spiegazioni circa l'esilio che gli è stato più volte preannunciato nel corso del viaggio
ultraterreno, il che indurrà poi il poeta a manifestare i suoi dubbi circa l'adempimento della missione: lo stile è retoricamente
elevato, già in apertura con il paragone fra Dante e Fetonte che si rivolse alla madre Climene per avere rassicurazioni sul fatto che
Apollo fosse suo padre, mentre qui il poeta vuole avere conferma circa le parole spesso malevole che ha udito contro di sé (anche
Fetonte, secondo il mito classico, aveva subìto lo scherno di Epafo che non credeva fosse figlio di Apollo). È molto evidente poi il
parallelismo, come nel Canto XV, fra Dante e Enea che incontra il padre Anchise nel libro VI dell'Eneide, in quanto Cacciaguida
profetizza a Dante l'esilio e lo investe dell'alta missione poetica che gli ha affidato la Provvidenza, proprio come Anchise
preannunciava al figlio le guerre che lo attendevano nel Lazio e la missione provvidenziale della fondazione di Lavinio, da cui avrebbe
avuto origine la stirpe romana. La stessa rassegna delle antiche famiglie di Firenze nel Canto XVI si rifaceva alla presentazione da
parte di Anchise dei futuri eroi di Roma, mentre in questo episodio tutto è centrato su Dante destinato a lasciare la sua città in
seguito alle vicende politiche del 1301-1302 e, come esule sconfitto politicamente, ad adempiere all'altissimo incarico di cui è
investito: il discorso di Cacciaguida è chiaro e privo di ambiguità, diverso dunque dalle velate allusioni di personaggi come Farinata,
Brunetto Latini e Oderisi da Gubbio che avevano predetto l'esilio in modo oscuro, ma diverso anche dai responsi oracolari degli dei
pagani che si prestavano a doppie interpretazioni (il riferimento è anche alla Sibilla cumana, che Enea incontra nel suo antro e alla
quale chiede espressamente una profezia, prima di compiere la discesa agli Inferi dietro la sua guida). Dopo l'accenno al delicato
problema della prescienza divina, che non determina in modo necessario gli eventi pregiudicando così il libero arbitrio, Cacciaguida
annuncia a Dante che dovrà lasciare Firenze per la malvagità dei suoi concittadini, come Ippolito fu costretto a lasciare Atene per la
perfidia della matrigna Fedra (il parallelo Firenze-Atene era quasi un classico nella letteratura del Due-Trecento, già visto in Purg., VI,
139, sia pure in chiave ironica). Più che alle beghe cittadine tra le opposte fazioni di Guelfi Bianchi e Neri, l'avo riconduce la
questione dell'esilio alla caparbia volontà di papa Bonifacio VIII di favorire la parte Nera in combutta con la monarchia francese e
Carlo di Valois, per cui la vicenda personale di Dante si inserisce in un più ampio contesto politico che va oltre la prospettiva
comunale di Firenze e riguarda il conflitto tra potere papale e autorità imperiale, fonte secondo Dante dei mali poltici dell'Italia.
Cacciaguida predice a Dante le amarezze e le sofferenze del suo girovagare di città in città, accusato di falsi crimini dai suoi ex-
concittadini e in contrasto con gli altri fuorusciti destinati ad essere sconfitti nella battaglia della Lastra, costretto infine a mendicare
il pane dai signori che gli offriranno protezione e rifugio: tra questi spiccano naturalmente gli Scaligeri di Verona, soprattutto quel
Cangrande che sarà il principale protettore del poeta e al quale Dante dedicherà proprio il Paradiso, indirizzandogli anche la famosa
e discussa Epistola XIII che sarà fondamentale per l'interpretazione del poema. Cangrande si colloca al centro della profezia
dell'esilio, in quanto Cacciaguida ne traccia un piccolo panegirico e lo presenta come personaggio destinato a grandi imprese, che
mostrerà il suo valore militare e politico disdegnando le ricchezze e soprattutto tenterà di ristabilire l'autorità imperiale in Italia del
Nord: non a caso egli è stato identificato sia col «veltro» di Inf., I, 101 ss., sia col «DXV» di Purg., XXXIII, 37 ss., e non è da escludere
che proprio la sua azione sia da mettere in rapporto con la prossima punizione di Firenze che è preannunciata qui da Cacciaguida e
altrove dallo stesso Dante, essendo legata probabilmente al rovesciamento del governo dei Neri da parte di un vicario imperiale
destinato a ristabilire la legge e la giustizia, sia questi Cangrande o un altro personaggio. Naturalmente questo resterà un sogno mai
realizzatosi, così come anacronistica e non in linea con i tempi era la posizione politica di Dante relativamente al ruolo dell'Impero in
Italia, ma l'attesa fiduciosa di un personaggio in grado di porre fine ai soprusi e alle ingiustizie politiche attraversa vivissima l'intero
poema ed è lo sprone che induce Dante a compiere la sua missione poetica fino in fondo, senza mostrare mai il minimo cedimento o
timore.
Questa missione è poi solennemente dichiarata da Cacciaguida a Dante nella seconda parte del Canto, dopo che il poeta ha espresso
i suoi dubbi che nascono proprio dalla profezia dell'esilio delineatasi finalmente con chiarezza: Dante sa che è chiamato dalla
Provvidenza a rivelare tutto ciò che ha visto nel corso del viaggio, ma sa anche che i suoi versi riusciranno sgraditi a molti e quindi
teme di precludersi possibili aiuti e protezioni se dirà tutta la verità, rischiando in caso contrario di scrivere un'opera di poco peso e,
quindi, di non ottenere la fama imperitura. La risposta di Cacciaguida è tale da non lasciare incertezze ed è una chiara esortazione a
non essere timido amico della verità, poiché proprio questo è il compito di Dante: nei tre luoghi dell'Oltretomba gli sono stati
mostrati exempla di anime dannate o salve secondo il criterio della notorietà, poiché solo attraverso personaggi conosciuti il lettore
ne sarà colpito al punto di modificare la sua condotta, dunque sarebbe una grave mancanza da parte di Dante omettere qualche
particolare della «visione» o tacere i nomi di quei personaggi da cui potrebbe attendersi ostilità o ritorsioni. Il valore del poema è
allora soprattutto quello di un'alta denuncia contro i mali dell'Italia del tempo, che sono legati all'assenza di una autorità centrale in
grado di garantire le leggi, alla corruzione diffusa capillarmente nella Chiesa, più in generale all'avidità di guadagno che è dovuta alla
diffusione del denaro: Dante non dovrà tirarsi indietro rispetto a tale compito e dovrà quindi riferire fedelmente tutto ciò che gli è
stato mostrato, ovvero la condizione delle anime post mortem che secondo la finzione del poema (e in base a quanto Dante stesso
afferma nell'Epistola XIII) gli viene fatta conoscere da vivo in virtù di un altissimo privilegio e in considerazione dei suoi meriti poetici.
Il discorso di Cacciaguida è perciò stilisticamente solenne, ma non rinuncia talvolta ad espressioni crude e di immediata evidenza,
come la frase lascia pur grattar dov'è la rogna che rende bene l'idea della missione affidata a Dante, quella cioè di dire la verità
anche quando questa suonerà sgradevole alle orecchie dei potenti (in XXVII, 22-27 san Pietro userà parole ancor più dure contro
Bonifacio VIII, colpevole di aver trasformato il Vaticano una cloaca / del sangue e de la puzza); del resto la voce del poeta sarà simile
a un vento che colpirà maggiormente proprio le cime più alte, ovvero i personaggi più illustri del tempo che erano più di altri
responsabili della decadenza morale e politica dell'Italia, per cui solo in tal modo Dante potrà legittimamente aspettarsi la fama
eterna dal poema sacro al quale, come lui stesso dirà, hanno cooperato Cielo e Terra. Il solenne ammonimento di Cacciaguida
assume dunque lo stesso valore della missione di Enea nelle parole di Anchise alla fine del libro VI dell'Eneide, quando affidava al
figlio il compito di gettare le basi della stirpe romana destinata a dominare il mondo e ad assicurare pace e giustizia sotto l'Impero di
Augusto: come il pius Aeneas nemmeno Dante si sottrarrà al suo dovere e farà davvero manifesta tutta la sua visione, mostrando
casi clamorosi e inattesi di personaggi dannati all'Inferno (si pensi a Guido da Montefeltro, a Branca Doria che addirittura include fra
i traditori degli ospiti di Cocito quand'era ancora vivo) e altrettanti esempi di salvezze imprevedibili in Purgatorio (Catone, Manfredi)
e in Paradiso (Traiano, Rifeo), il cui scopo ultimo è affermare l'infallibilità della giustizia divina, anche al di là delle capacità di
comprensione umana. L'episodio di Cacciaguida si colloca dunque al centro esatto della Cantica e del poema in ragione dell'alto
valore morale di questa investitura, che è poi la spiegazione essenziale del successo della Commedia destinato a durare assai più
della breve vita del suo autore: la differenza tra quest'opera e le scialbe descrizioni dell'Oltretomba di scrittori precedenti non è solo
nella novità della rappresentazione, ma soprattutto nel coraggio della denuncia contro i mali religiosi, politici, sociali del mondo del
suo tempo, che acquista tanto maggiore rilievo quando si pensi alle oggettive difficoltà di Dante bandito in esilio dalla sua città,
costretto a elemosinare l'aiuto dei potenti, esposto alle possibili vendette dei suoi nemici vecchi e nuovi, e nonostante tutto privo di
dubbi nel portare a termine quella che considerava una missione irrinunciabile. Ciò rende il Canto XVII del Paradiso uno dei momenti
più alti e sentiti della poesia di Dante in assoluto e acquista un valore che va molto al di là della vicenda personale e biografica del
poeta, il quale forse sottolinea i propri meriti come rivalsa nei confronti dei suoi ingrati concittadini, ma dimostra una coscienza
morale e un coraggio non comuni al suo tempo come nel mondo presente.

Dante exul immeritus: il contrastato rapporto con Firenze


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Il monumento a Dante davanti a Santa Croce
Sappiamo che in seguito all'esilio che gli impedì di rientrare a Firenze nel 1302 Dante fu costretto a lunghe peregrinazioni in giro per
l'Italia del Nord, che lo portarono a contatto con una realtà politica ben più ampia di quella municipale che aveva vissuto sino a quel
momento e ampliarono di molto la sua visione culturale: forse concepì la Commedia anche come un mezzo per affermare la sua
grandezza a dispetto dell'esilio ingiustamente patito, quindi si può dire che grazie a quel destino Dante divenne il grande poeta oggi
celebrato. Sicuramente egli visse il bando dalla sua città come una ferita mai rimarginata, sperando fino all'ultimo di potervi
rientrare e, al tempo stesso, nutrendo un forte rancore per i suoi avversari politici che lo avevano esiliato: c'era anche l'accusa
infamante (e pare del tutto infondata) di baratteria, cioè di corruzione in atti di governo, che portò alla condanna a morte del poeta
e dei suoi figli nonché alla confisca di tutti i loro beni. Si può ben capire la triste condizione dello scrittore costretto a mettersi al
servizio dei signori potenti, a provare come sa di sale / lo pane altrui e a umiliarsi, senza tuttavia mai derogare dalla sua altissima
dirittura morale; prova ne sia il fatto che, nonostante la nostalgia della patria lontana e le oggettive difficoltà, Dante non rinunciò
mai ad attaccare nelle sue opere le malefatte dei potenti del suo tempo, ai quali certamente la sua parola doveva sembrare brusca
come profetizzato dall'avo Cacciaguida nel Canto XVII del Paradiso.
Il suo rapporto con Firenze fu sino alla fine di amore-odio, dal momento che in molti passi del poema Dante si scaglia con forza e
sarcasmo contro i costumi politicamente e moralmente corrotti della sua città (cfr. soprattutto Inf., XXVI, 1-12, ma anche Purg., VI,
127-151), mentre in altri momenti sembra struggersi nel ricordo del luogo che lo ha visto nascere e in cui desidera tornare (cfr. Par.,
XXV, 1-12, dove Firenze diventa il bello ovile dove ha dormito agnello e fuori dal quale lo chiudono i lupi che fanno guerra alla città, i
suoi avversari politici). A Firenze Dante avrebbe voluto rientrare soprattutto per prendere cappello, ovvero ottenere
quell'incoronazione poetica cui legittimamente aspirava e che avrebbe potuto ricevere anche a Bologna nel 1320, se avesse
accettato l'invito del professore di retorica Giovanni del Virgilio a recarsi in quella città; e a Firenze avrebbe potuto rientrare nel
1315, approfittando dell'amnistia che il governo dei Guelfi Neri concesse a tutti i fuorusciti, a condizioni però che Dante giudicò
assolutamente inaccettabili. Si trattava di ammettere pubblicamente l'accusa di baratteria che gli veniva rivolta, pagare una multa e
trascorrere una notte in carcere, cosa che gli avrebbe consentito di rientrare in possesso di parte dei suoi beni e porre fine alla sua
vita girovaga, ma è fin troppo evidente che il poeta mai avrebbe sottostato a una simile imposizione: avrebbe significato venir meno
alla sua coerenza morale, scendere a patti con coloro che lo avevano ingiustamente allontanato e soprattutto riconoscere una colpa
che non aveva commesso, un prezzo davvero troppo alto da pagare per chi fino a quel momento si era distinto come cantor
rectitudinis attraverso le pagine del poema che da anni circolava nelle città italiane. Il gran rifiuto di Dante acquista maggior rilievo
se si pensa che, dopo la morte di Arrigo VII di Lussemburgo nel 1313, quella era davvero l'ultima opportunità per Dante di rimettere
piede a Firenze: lui stesso ne era cosciente e la sua fermezza nel rinunciare a tale possibilità è la migliore testimonianza del suo
rigore inflessibile, nonché della sua caparbietà nel tenere fede ai propri principi. Ne è una testimonianza l'Epistola XII a un amico
fiorentino, forse un interlocutore reale che lo sollecitava a rientrare approfittando dell'amnistia e cui Dante risponde con cortesia
riguardo all'intercessione e con sdegno nei confronti dei suoi oppositori politici: il passo è rimasto famoso e ha consegnato alle
generazioni future l'immagine dell'altera e sdegnosa dignità del poeta, che nei documenti si definiva florentinus natione non
moribus. Ecco le sue parole riguardo all'infamante condono di cui avrebbe potuto usufruire:

«È proprio questo il grazioso proscioglimento con cui è richiamato in patria Dante Alighieri, che per quasi tre lustri ha sofferto
l'esilio? Questo ha meritato l'innocenza a tutti manifesta? questo ha meritato il sudore e l'assidua fatica nello studio? Sia lontana da
un uomo, familiare con la filosofia, una così avvilente bassezza d'animo da sopportare di offrirsi come un carcerato al modo di un
Ciolo e di altri infami! Sia lontano da un uomo che predica la giustizia, che dopo aver patito un ingiusto oltraggio, paghi il suo denaro
a quelli stessi che l'hanno oltraggiato, come se lo meritassero! Non è questa, padre mio, la via del ritorno in patria; ma se un'altra via
prima o poi da voi o da altri verrà trovata, che non deroghi alla fama e all'onore di Dante, l'accetterò a passi non lenti; ma se per
nessuna onorevole via s'entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. E che? forse che non potrò vedere dovunque la luce del sole o
degli astri? o forse che dovunque non potrò sotto il cielo indagare le dolcissime verità, senza prima restituirmi abietto e ignominioso
al popolo e alla città di Firenze? E certamente non mi mancherà il pane.» (trad. di A. Torri, Livorno 1842).

Il 15 ottobre 1315 venne confermata la condanna a morte per Dante e i suoi figli, e come è noto il poeta sarebbe morto nel 1321 a
Ravenna, dove è tuttora sepolto. La contrastata vicenda tra il poeta e la sua città non ebbe fine con la sua scomparsa: diversi
tentativi vennero fatti negli anni a venire dai Fiorentini per traslare i suoi resti nella chiesa monumentale di Santa Croce, nessuno dei
quali andò tuttavia a buon fine (neppure quello ad opera di papa Leone X nel primo Cinquecento, quando furono i Ravennati a
opporsi). E forse è giusto che le spoglie del grande poeta, che non poté rientrare in vita nella sua città a condizioni giudicate
onorevoli, restino tumulate lontano dalla sua Firenze, dove all'indomani della sua morte i suoi ingrati ex-concittadini erano fin
troppo solleciti a volersene riappropriare, per ragioni non certamente legate all'ammirazione per la sua dignità.
Note e passi controversi
I vv. 1-3 alludono al mito di Fetonte, figlio di Apollo e Climene (Ovidio, Met., I, 748 ss.; II, 1 ss.) che era stato deriso da Epafo il quale
non credeva che il dio del Sole fosse realmente suo padre e si era rivolto alla madre per avere rassicurazioni: in seguito Apollo, per
confermare la versione di Climene, gli permise di guidare il carro del Sole, ma Fetonte deviò dal retto cammino e venne fulminato da
Giove (per questo il giovane è esempio di come i padri debbano essere scarsi, non condiscendenti coi figli).
Al v. 13 piota vuol dire «pianta del piede», quindi per estensione «radice». Il vb. t'insusi è neologismo dantesco.
Al v. 31 ambage è latinismo per «tortuosità», «espressioni oscure» e allude ai responsi oracolari dei pagani (la gente folle) che
spesso erano ambigui; preciso / latin (vv. 34-35) vuol dire «discorso chiaro» e non necessariamente che il beato parli latino come
qualcuno ha supposto (cfr. il discreto latino di XII, 144).
Alcuni mss. al v. 42 leggono corrente, che però è lectio facilior.
I vv. 46-48 alludono al mito di Ippolito, il figlio di Teseo, che respinse le profferte amorose della matrigna Fedra e fu da lei accusato di
fronte al padre; questi credette alla moglie e cacciò ingiustamente il figlio da Atene (Ovidio, Met., XV, 493 ss.). Alcuni interpreti
pensano che Dante paragoni Firenze a Fedra, indicandola cioè come città «matrigna».
I vv. 49-51 alludono certamente a Bonifacio VIII, intento a compiere simonia nella Curia di Roma (là dove Cristo tutto dì si merca) e a
complottare per favorire la presa del potere dei Neri a Firenze. Non è necessario pensare che Dante intenda attribuire al papa la
volontà di esiliare lui personalmente, anche se un riferimento in tal senso non si può escludere.
I vv. 53-54, non chiarissimi, intendono dire che presto Firenze verrà punita da Dio e ciò ristabilirà la verità, dimostrando cioè la falsità
delle accuse rivolte a Dante (prob. ciò si riferisce all'accusa di baratteria).
I vv. 61-66 si riferiscono agli altri fuorusciti fiorentini a cui Dante in un primo tempo si era unito, anche se non è chiaro a cosa egli
alluda dicendo che questa compagnia... era diventata tutta ingrata, tutta matta ed empia contro di lui. Probabile che fossero sorti
contrasti circa il modo di rientrare a Firenze, per cui Dante si era staccato da loro e non aveva preso parte alla battaglia della Lastra
in cui erano stati sconfitti, con le tempie rosse di sangue e vergogna.
Il gran Lombardo citato al v. 71 è quasi certamente Bartolomeo Della Scala, figlio di Alberto I (morto nel 1301, prima dell'esilio di
Dante) e fratello maggiore di Cangrande, nato nel 1291; egli resse Verona dal 1301 al 1304, quindi Dante sarebbe stato da lui nei
primissimi anni dell'esilio. Del successore, Alboino, il poeta dà un giudizio severo in Conv., IV, 16 e quindi è poco probabile che si
tratti di quest'ultimo.
Al v. 72 il santo uccello è l'aquila imperiale, che lo stemma degli Scaligeri recava sul simbolo della scala; essi divennero vicari
imperiali nel 1311, ma non è inverosimile che l'aquila fosse già presente prima.
I vv. 76 ss. alludono senza nominarlo a Cangrande, nato nel 1291 e quindi di appena nove anni al momento del colloquio con
Cacciaguida: il beato ne predice le grandi imprese, che si vedranno prima che Clemente V (il Guasco) inganni Arrigo VII di
Lussemburgo (l'alto Arrigo), ovvero prima del 1312 quando il papa si rivoltò contro l'imperatore al quale aveva dapprima accordato il
favore.
I vv. 91-93 contengono una profezia delle imprese di Cangrande, che però Dante non dovrà riferire: identico espediente in IX, 1-6
quando Carlo Martello predice il castigo nei confronti di chi aveva ingannato i suoi figli, cioè prob. il fratello Roberto.
Al v. 97 i vicini sono i «concittadini» di Dante.
Al v. 122 corusca è latinismo e vuol dire «splendente».
Testo
Parea dinanzi a me con l’ali aperte Parafrasi
la bella image che nel dolce frui La bella immagine (l'aquila) che era formata dalle anime liete nella
liete facevan l’anime conserte; 3 dolce visione di Dio, appariva davanti a me con le ali spiegate;

parea ciascuna rubinetto in cui


raggio di sole ardesse sì acceso, ognuna delle anime sembrava un rubino colpito da un raggio di
che ne’ miei occhi rifrangesse lui. 6 sole, talmente splendente da rifletterne la luce nei miei occhi.

E quel che mi convien ritrar testeso,


non portò voce mai, né scrisse incostro, E ciò che ora devo descrivere non fu mai pronunciato a voce, né
né fu per fantasia già mai compreso; 9 scritto con l'inchiostro, né mai concepito dalla fantasia umana;

ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,


e sonar ne la voce e «io» e «mio», infatti io vidi e udii anche il becco dell'aquila che parlava e diceva
quand’era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’. 12 con la sua voce «io» e «mio», volendo in realtà dire «noi» e
«nostro».
E cominciò: «Per esser giusto e pio
son io qui essaltato a quella gloria E iniziò: «Per essere stato in vita giusto e devoto, io sono qui
che non si lascia vincere a disio; 15 innalzato a quella gloria che non viene vinta da alcun desiderio
mortale;
e in terra lasciai la mia memoria
sì fatta, che le genti lì malvage e sulla Terra lasciai un tale ricordo, che persino gli uomini malvagi lo
commendan lei, ma non seguon la storia». 18 lodano, anche se poi non lo seguono».

Così un sol calor di molte brage


si fa sentir, come di molti amori Come da molte braci promana un unico calore, così dalle molte
usciva solo un suon di quella image. 21 anime di quell'immagina usciva un unico suono.

Ond’io appresso: «O perpetui fiori


de l’etterna letizia, che pur uno Allora io dissi: «O fiori eterni dell'eterna beatitudine, che mi fate
parer mi fate tutti vostri odori, 24 sembrare un unico profumi tutti quelli che emanate, interrompete
col soffio della vostra voce il grave digiuno che mi ha fatto patire la
solvetemi, spirando, il gran digiuno fame per lungo tempo, non trovando per saziarlo nessun cibo sulla
che lungamente m’ha tenuto in fame, Terra.
non trovandoli in terra cibo alcuno. 27

Ben so io che, se ‘n cielo altro reame


la divina giustizia fa suo specchio, Io so bene che la giustizia divina si specchia in Cielo in un'altra
che ‘l vostro non l’apprende con velame. 30 gerarchia angelica (i Troni), ma il vostro Cielo la vede senza alcun
impedimento.
Sapete come attento io m’apparecchio
ad ascoltar; sapete qual è quello Voi sapete come io sono pronto ad ascoltare con attenzione; sapete
dubbio che m’è digiun cotanto vecchio». 33 qual è quell'antico dubbio che ha provocato questo mio duraturo
digiuno».
Quasi falcone ch’esce del cappello,
move la testa e con l’ali si plaude, Come un falcone, quando si libera dal cappuccio, muove la testa e
voglia mostrando e faccendosi bello, 36 sbatte le ali, manifestando il desiderio di volare e facendosi bello,
così io vidi fare quell'aquila che era formato dalle lodi (i beati) della
vid’io farsi quel segno, che di laude grazia divina, cantando in modo che solo chi è lassù può capire.
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù gaude. 39

Poi cominciò: «Colui che volse il sesto


a lo stremo del mondo, e dentro ad esso Poi iniziò: «Colui (Dio) che tracciò col compasso i confini
distinse tanto occulto e manifesto, 42 dell'Universo e distinse in esso le cose visibili e invisibili, non poté
imprimere il suo valore ovunque, senza che il suo Verbo non restasse
non poté suo valor sì fare impresso infinitamente superiore alle capacità umane.
in tutto l’universo, che ‘l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso. 45

E ciò fa certo che ‘l primo superbo,


che fu la somma d’ogne creatura, E di ciò è prova il fatto che il primo peccatore di superbia (Lucifero),
per non aspettar lume, cadde acerbo; 48 che fu la più perfetta di ogni creatura, fu precipitato dal Cielo per
non aver atteso il lume della grazia divina;
e quinci appar ch’ogne minor natura
è corto recettacolo a quel bene e di qui si capisce che ogni creatura a lui inferiore non può certo
che non ha fine e sé con sé misura. 51 contenere in sé quel bene (Dio) che non ha limite ed è la sola misura
di se stesso.
Dunque vostra veduta, che convene
esser alcun de’ raggi de la mente Perciò la vostra vista, che non è altro se non uno dei raggi della
di che tutte le cose son ripiene, 54 mente di Dio che è presente in tutte le cose, non può per sua natura
essere così forte da vedere il suo principio (Dio), che è ben al di là
non pò da sua natura esser possente delle capacità dei suoi sensi.
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente. 57

Però ne la giustizia sempiterna


la vista che riceve il vostro mondo, Per questo la vista sensibile degli esseri umani penetra nella
com’occhio per lo mare, entro s’interna; 60 giustizia divina come l'occhio nel mare;

che, ben che da la proda veggia il fondo,


in pelago nol vede; e nondimeno ed esso, anche se da riva vede il fondale, in alto mare non lo vede
èli, ma cela lui l’esser profondo. 63 più; e certo è presente, ma la profondità glielo nasconde.

Lume non è, se non vien dal sereno


che non si turba mai; anzi è tenebra Non esiste vera luce, per la mente umana, se non viene da quella
od ombra de la carne o suo veleno. 66 serenità (Dio) che non è mai offuscata; ogni altra è oscura, o viziata
dai sensi, o attratta verso l'errore.
Assai t’è mo aperta la latebra
che t’ascondeva la giustizia viva, Ora ti è stata dischiusa la tana che ti nascondeva la giustizia divina,
di che facei question cotanto crebra; 69 che suscitava in te dubbi così frequenti;

ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva


de l’Indo, e quivi non è chi ragioni infatti tu dicevi: "Un uomo nasce sulle rive dell'Indo (in paesi
di Cristo né chi legga né chi scriva; 72 lontani) e qui nessuno parla o insegna o scrive di Cristo;

e tutti suoi voleri e atti buoni


sono, quanto ragione umana vede, pure, tutti i suoi desideri e i suoi gesti sono virtuosi, per quanto la
sanza peccato in vita o in sermoni. 75 ragione umana può giudicare, senza alcun peccato nelle azioni o
nelle parole.
Muore non battezzato e sanza fede:
ov’è questa giustizia che ‘l condanna? Costui muore senza battesimo e privo della fede: che giustizia è
ov’è la colpa sua, se ei non crede?" 78 quella che lo condanna? Qual è la sua colpa, se non crede?"

Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,


per giudicar di lungi mille miglia Ora chi sei tu, che vuoi ergerti a giudice e sentenziare a mille miglia
con la veduta corta d’una spanna? 81 di distanza, con la vista che a malapena arriva a una spanna?

Certo a colui che meco s’assottiglia,


se la Scrittura sovra voi non fosse, Certo colui che fa sottili ragionamenti su di me (sulla giustizia
da dubitar sarebbe a maraviglia. 84 divina) potrebbe dubitare in modo sorprendente, se non ci fosse al
di sopra di voi la Sacra Scrittura.
Oh terreni animali! oh menti grosse!
La prima volontà, ch’è da sé buona, Oh, creature terrene! Oh, menti grossolane! La prima volontà (Dio),
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. 87 che è buona di per sé, non si è mai mossa da se stessa che è il
sommo bene.
Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
nullo creato bene a sé la tira, Tutto ciò che è conforme ad essa è giusto: nessun bene creato la
ma essa, radiando, lui cagiona». 90 attira a sé, ma è essa, irraggiando la grazia, che lo determina».

Quale sovresso il nido si rigira


poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, Come la cicogna, dopo aver sfamato i suoi piccoli, vola sopra il nido,
e come quel ch’è pasto la rimira; 93 e come i cicognini, avendo mangiato, la osservano, così fece
l'immagine santa (l'aquila) che muoveva le ali spinte da tanti beati,
cotal si fece, e sì levai i cigli, mentre io alzai lo sguardo verso di essa.
la benedetta imagine, che l’ali
movea sospinte da tanti consigli. 96

Roteando cantava, e dicea: «Quali


son le mie note a te, che non le ‘ntendi, Volteggiando cantava, e diceva: «Come tu non intendi il canto che ti
tal è il giudicio etterno a voi mortali». 99 rivolgo, così il giudizio divino è inconoscibile a voi mortali».

Poi si quetaro quei lucenti incendi


de lo Spirito Santo ancor nel segno Dopo che quelle luci sante, piene di Spirito Santo, si fermarono e
che fé i Romani al mondo reverendi, 102 tornarono a raffigurare il segno (l'aquila) che rese i Romani degni di
rispetto al mondo, esso ricominciò: «In questo regno (in Paradiso)
esso ricominciò: «A questo regno non è mai asceso chi non ha creduto in Cristo, prima o dopo la sua
non salì mai chi non credette ‘n Cristo, crocifissione.
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. 105

Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",


che saranno in giudicio assai men prope Ma vedi: molti gridano "Cristo, Cristo!", e il Giorno del Giudizio
a lui, che tal che non conosce Cristo; 108 saranno molto meno vicini a Lui di chi non l'ha mai conosciuto;

e tai Cristian dannerà l’Etiòpe,


quando si partiranno i due collegi, e questi Cristiani saranno condannati dall'Etiope, quando saranno
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. 111 divise le due schiere (eletti e reprobi), una eternamente ricca e
l'altra misera.
Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
come vedranno quel volume aperto Che potranno dire i Persiani ai vostri re, quando vedranno aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? 114 quel libro nel quale si scrivono tutte le malefatte?

Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,


quella che tosto moverà la penna, Lì si vedrà, tra le opere di Alberto I d'Austria, quella che presto sarà
per che ‘l regno di Praga fia diserto. 117 annotata e per cui il regno di Boemia sarà distrutto.

Lì si vedrà il duol che sovra Senna


induce, falseggiando la moneta, Lì si vedrà il dolore che arreca alla Francia, coniando falsa moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna. 120 colui (Filippo il Bello) che morirà per il colpo di un cinghiale.

Lì si vedrà la superbia ch’asseta,


che fa lo Scotto e l’Inghilese folle, Lì si vedrà la superbia che alimenta la sete di potere e che rende folli
sì che non può soffrir dentro a sua meta. 123 i re di Scozia e d'Inghilterra (Edoardo I), che non sopportano di stare
entro i propri confini (facendosi guerra).
Vedrassi la lussuria e ‘l viver molle
di quel di Spagna e di quel di Boemme, Si vedrà la lussuria e la vita viziosa del re di Spagna (Ferdinando IV)
che mai valor non conobbe né volle. 126 e del re di Boemia (Venceslao II), che non conobbero mai né vollero
alcun valore.
Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
segnata con un i la sua bontate, Si vedrà, riguardo allo Zoppo di Gerusalemme (Carlo II d'Angiò), che
quando ‘l contrario segnerà un emme. 129 le sue buone azioni saranno segnate con una 'I' e quelle malvagie
con una 'M'.
Vedrassi l’avarizia e la viltate
di quei che guarda l’isola del foco, Si vedrà l'avarizia e la viltà di colui (Federico II d'Aragona) che
ove Anchise finì la lunga etate; 132 governa l'isola del fuoco (la Sicilia) dove Anchise morì;

e a dare ad intender quanto è poco,


la sua scrittura fian lettere mozze, e per dimostrare la sua dappocaggine, le sue malefatte saranno
che noteranno molto in parvo loco. 135 annotate con caratteri abbreviati, per scrivere molte cose in poco
spazio.
E parranno a ciascun l’opere sozze
del barba e del fratel, che tanto egregia E a tutti saranno evidenti le opere indegne di suo zio (Giacomo di
nazione e due corone han fatte bozze. 138 Maiorca) e di suo fratello (Giacomo II di Sicilia), che disonorano una
casata tanto nobile e due corone.
E quel di Portogallo e di Norvegia
lì si conosceranno, e quel di Rascia E lì si conosceranno i re di Portogallo (Dionigi) e di Norvegia (Acone),
che male ha visto il conio di Vinegia. 141 e quello di Serbia (Stefano Uroš) che ha visto con suo danno la
moneta veneziana.
Oh beata Ungheria, se non si lascia
più malmenare! e beata Navarra, Oh felice Ungheria, se non si lascia più mal governare! e felice
se s’armasse del monte che la fascia! 144 Navarra, se solo usasse come un'arma i monti che la fasciano (i
Pirenei, per evitare l'annessione alla Francia)!
E creder de’ ciascun che già, per arra
di questo, Niccosia e Famagosta E ognuno deve credere, come anticipo di questo, che già l'isola di
per la lor bestia si lamenti e garra, Cipro si lamenta e duole per la bestia che la governa (Arrigo di
Lusignano), che non si discosta molto dagli altri esempi».
che dal fianco de l’altre non si scosta». 148

Argomento del Canto


Ancora nel VI Cielo di Giove. L'aquila risolve un vecchio dubbio di Dante circa l'imperscrutabilità della giustizia divina. Il problema
della salvezza. Rassegna dei principi cristiani corrotti.
È il mattino di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

L'aquila inizia a parlare (1-21)


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G. Di Paolo, Gli spiriti dell'aquila
L'aquila si staglia di fronte a Dante con le ali aperte, formata da migliaia di spiriti giusti che fruiscono della visione divina e ognuno di
essi sembra un rubino che scintilla colpito dai raggi del sole. A un tratto le anime iniziano a parlare come se fossero una sola, cosa
straordinaria che Dante si accinge a descrivere: è come se a parlare fosse l'aquila col suo becco, dicendo 'io' e 'mio' anziché 'noi' e
'nostro'. L'aquila dichiara che quegli spiriti sono stati giusti e pii sulla Terra, dunque ora sono innalzati alla gloria del Paradiso, mentre
nel mondo hanno lasciato un buon esempio che anche i malvagi riconoscono, pur non seguendolo. Il suono che proviene da
quell'immagine pare a Dante il calore prodotto da molte braci.
Dante manifesta un antico dubbio (22-33)
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L'aquila imperiale (ms. XV sec.)
Dante si rivolge agli spiriti che formano l'aquila e che gli sembrano dei fiori che emanano un solo profumo, chiedendo che pongano
fine a un antico diguno che ha suscitato la sua fame per molto tempo, non avendo trovato un cibo adeguato sulla Terra (chiede che
gli chiariscano un dubbio). Dante sa che la giustizia divina si riflette nella gerarchia angelica dei Troni, tuttavia è certo che quegli
spiriti la conoscono senza veli. Egli è pronto ad ascoltare la loro risposta, poiché essi conoscono già la sua domanda.

Imperscrutabilità della giustizia divina (34-66)


L'aquila sembra un falcone al quale sia stato tolto il cappuccio, quando inizia a muovere la testa e a sbattere le ali, mentre le anime
intonano un canto che solo i beati possono comprendere. L'aquila inizia a dire che Dio, quando ha creato l'Universo, non ha
impresso il suo valore ovunque in modo tale che il suo Verbo non restasse infinitamente superiore alla capacità di comprensione
umana. Ne è prova il fatto che Lucifero, la più alta di ogni creatura, si ribellò per la sua superbia e per non aver atteso la Grazia
divina; dunque qualunque essere a lui inferiore non può certo comprendere a pieno quel bene infinito che è Dio. La visione umana,
prosegue l'aquila, che è solo uno dei raggi della mente divina, non è in grado per sua natura di comprendere il primo principio (Dio)
che è al di là della sua portata. Perciò l'occhio umano non può internarsi nella giustizia divina, proprio come non si può distinguere il
fondo dell'oceano in alto mare. Solo la luce che deriva direttamente da Dio è tale da non essere mai offuscata, mentre ogni
conoscenza umana è limitata e imperfetta a causa dei sensi, e può addirittura portare a credenze errate.
Il problema della salvezza (67-99)
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G. Di Paolo, Il valore della Scrittura
Dante a questo punto è in grado di comprendere ciò che suscitava i suoi dubbi, quando si poneva il problema di chi nasce in luoghi
lontani dove non si sente mai parlare di Cristo, e vive un'esistenza virtuosa senza commettere alcun peccato. Costui muore non
battezzato e privo di fede, quindi non può ottenere la salvezza: come può questo conciliarsi con la giustizia divina? L'aquila spiega
che Dante, in quanto uomo, non può certo ergersi a giudice di una questione tanto profonda, né pretendere di vedere con la sua
vista limitata una verità che dista mille miglia: si potrebbe dubitare su questo problema solo se non ci fosse la Scrittura a dichiarare
le verità di fede. La volontà di Dio è di per sé buona e non si è mai allontanata da se stessa, dunque tutto ciò che è conforme ad essa
è naturalmente giusto: nessun bene creato attira a sé la volontà divina, ma è questa a crearlo tramite la Grazia. Al termine del suo
discorso l'aquila inizia a volteggiare intorno a Dante come una cicogna che ha appena sfamato i piccoli, mentre il poeta la guarda
ammirato. L'aquila intona un canto e dice che Dante non lo può comprendere, esattamente come l'uomo non può comprendere la
giustizia divina.
La predestinazione: eletti e reprobi (100-111)
L'aquila riprende la sua posizione e torna simile al simbolo dell'Impero romano, quindi ricomincia a parlare e dichiara che nessuno è
mai asceso al Paradiso senza aver creduto in Cristo venturo o venuto. Molti sulla Terra hanno sempre il nome di Cristo sulle labbra, e
tuttavia il Giorno del Giudizio saranno a Lui molto meno vicini di quegli uomini che non l'hanno mai conosciuto e sono morti senza
battesimo; e un Etiope, morto senza la fede, potrà condannare quei falsi cristiani nel momento in cui il giudizio divino separerà in
eterno le anime fra eletti, destinati alla salvezza, e reprobi, destinati alla dannazione.

Rassegna dei principi cristiani corrotti (112-148)


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Denaro d'oro di Filippo il Bello (foto: PGHCOM)
Il Giorno del Giudizio, prosegue l'aquila, cosa potranno dire i re persiani ai principi cristiani corrotti, quando leggeranno le loro
malefatte nel libro della giustizia divina? Lì si leggeranno tutte le cattive azioni di re e sovrani cristiani, come Alberto I d'Austria che
presto invaderà la Boemia e la città di Praga, e come Filippo il Bello che che causerà danno alla Francia coniando moneta falsa e
morirà per il colpo di un cinghiale. Nel libro si leggeranno le malefatte dei re di Scozia e d'Inghilterra (Edoardo I), che non si
rassegnarono a restare nei propri confini, nonché la lussuria del re di Spagna Ferdinando IV e di Venceslao II di Boemia. Nel libro si
vedranno le buone azioni di Carlo II d'Angiò, che saranno pochissime, e le moltissime sue malvagità, mentre si vedranno l'avarizia e
la viltà di Federico II d'Aragona che governa la Sicilia, le cui cattive azioni saranno scritte con caratteri abbreviati per mostrare la sua
dappocaggine. Si leggeranno anche le empietà di suo zio, Giacomo re di Maiorca, e del fratello, Giacomo II d'Aragona, che hanno
disonorato la loro famiglia e due corone. Si vedranno le male azioni del re di Portogallo, Dionigi, e di quello di Norvegia, Acone V, e
anche quelle di Stefano re di Serbia; felice sarà l'Ungheria, perché conoscerà il buon governo di Caroberto, figlio di Carlo Martello,
mentre la Navarra passerà sotto la monarchia francese con suo grave danno. Come anticipo di questo si duole già l'isola di Cipro,
sottoposta al governo di Arrigo II di Lusignano, anch'egli appartenente alla casa di Francia.
Interpretazione complessiva
Il Canto affronta il delicato e complesso problema della giustizia divina e della salvezza, formando una sorta di «dittico» con il Canto
XX che ne costituisce un corollario con gli esempi di Traiano e Rifeo, i due pagani che a dispetto di ogni previsione sono fra gli spiriti
giusti in Paradiso: è Dante stesso a manifestare il suo dubbio all'aquila, senza tuttavia esprimerlo a parole ma lasciando che siano i
beati a leggere nella sua mente e a sfamare il lungo «digiuno» che da anni lo tormenta (in maniera dunque opposta a quanto
avvenuto con l'avo Cacciaguida, quando Beatrice aveva esortato il poeta a domandare per consentire allo spirito di esaudire il suo
desiderio). All'inizio l'aquila parla con una sola voce benché sia formata da migliaia di spiriti, il che suscita la viva sorpresa di Dante e
lo induce a gloriarsi del fatto di essere il primo a descrivere in versi una tale meraviglia (è il motivo del primus ego... tante volte
invocato dall'autore nella III Cantica), quindi l'uccello simbolo dell'Impero dichiara di essere formato dalle anime di quei beati che, in
Terra, sono stati giusti e pii e hanno quindi ben governato e amministrato con giustizia. Si è molto discusso se gli spiriti giusti del VI
Cielo siano stati tutti sovrani e governanti in vita, anche se fra essi sono inclusi i re biblici Davide e Ezechia, gli imperatori Costantino
e Traiano e il re normanno Guglielmo il Buono, per cui questa sembra l'interpretazione più ovvia; ciò è confermato in parte anche
dalla rassegna dei cattivi principi cristiani che l'aquila fa alla fine di questo Canto e che sembra un contrappunto all'elenco degli
spiriti che formano l'occhio dell'aquila nel Canto successivo, dunque l'influsso alla giustizia che promana da questo Cielo deve
soprattutto illuminare re e sovrani e indurli a operare ispirandosi alla giustizia divina, che giudicherà ognuno dopo la morte
assegnando premi e castighi in modo imperscrutabile.
Proprio questo è il dubbio che angustia Dante e che l'aquila deve risolvere, vale a dire il modo in cui la giustizia di Dio opera in casi
controversi come quello degli uomini vissuti in modo virtuoso ma senza conoscere il messaggio cristiano, come i pagani vissuti prima
di Cristo o coloro che nascono in paesi ai confini della Terra, o ancora i bimbi morti senza battesimo e destinati a finire nel Limbo. Si
tratta di una questione assai delicata e tale da suscitare profondi dubbi sulla correttezza del giudizio divino, per cui Dante paragona il
suo desiderio di sapere a un digiuno che lo ha tormentato per anni senza trovare un cibo in grado di sfamarlo, ovvero una
spiegazione adeguata: l'aquila risponde con un discorso retoricamente complesso e simile a una dimostrazione scolastica, nella
prima parte del quale sostiene l'imperfezione e la limitatezza della ragione umana al cospetto di quella divina e nella seconda
dichiara semplicemente che la giustizia di Dio è imperscrutabile, quindi l'intelletto umano non può pretendere di penetrarne i segreti
ma deve accettare le verità di fede così come sono dichiarate dalla Scrittura. Non è dunque una vera spiegazione, ma piuttosto un
severo ammonimento agli uomini a non essere superbi come Lucifero, che volle ribellarsi al suo Creatore per diventare uguale a Lui,
perciò a non pretendere di vedere con la propria vista limitata quelle verità che distano mille miglia: il giudizio divino è come il
fondale dell'oceano, che l'occhio umano può vedere vicino alla costa ma che è invisibile al largo, per cui ogni tentativo di
comprendere razionalmente le sentenze di Dio in materia di salvezza è destinato a fallire e, anzi, può portare a false e errate
convinzioni (il lume di conoscenza che non viene direttamente da Dio è tenèbra / od ombra de la carne o suo veleno, quindi Dante
ammonisce sul rischio di cadere nell'eresia mettendo in discussione le verità di fede della Scrittura). L'aquila ribadisce ulteriormente
quanto dichiarato da Dante in più di un passo del poema, a cominciare da Purg., III, 34-45 quando il pagano Virgilio affermava che è
matto chi spera di comprendere con la ragione umana i misteri della fede cristiana, lamentando il triste destino suo e degli altri
grandi filosofi antichi destinati a non veder mai appagato il proprio desiderio di conoscere Dio; anche qui l'aquila afferma che chi
nasce in India, in Etiopia o in altre regioni poste ai confini del mondo non può saper nulla del messaggio evangelico e nonostante una
vita virtuosa non può salvarsi, benché questo possa sembrare ingiusto secondo il criterio, di per sé insufficiente, della ragione
umana. Il discorso dell'aquila preannuncia quello, altrettanto delicato e importante, sulla predestinazione del Canto successivo, in
cui verrà ribadito che solo Dio nella sua immensa saggezza sa chi è destinato alla salvezza e chi alla perdizione, per cui tanti che
credono di salvarsi per la loro condotta che in apparenza è devota potrebbero essere meno meritevoli di altri che non hanno
ricevuto il battesimo: la cosa è già stata affermata da san Tommaso d'Aquino in XIII, 112 ss., mettendo in guardia dal pronunciare
giudizi precipitosi sulla salvezza, e si collega alla polemica di Dante contro l'arma della scomunica usata dalla Chiesa contro i suoi
nemici politici, che non può certo sostituirsi al giudizio divino circa il destino ultraterreno dei singoli (come dimostrato dalla salvezza
clamorosa e inattesa di Manfredi di Svevia, in Purgatorio a dispetto della sua condizione di contumace, e come sarà ulteriormente
ribadito dalla presenza in Paradiso di Traiano e Rifeo che verrà annunciata in maniera altrettanto sorprendente nel Canto
successivo).
L'aquila prende poi spunto dal suo discorso sulla giustizia divina per rivolgere un'aspra invettiva contro i cattivi principi cristiani, che
nonostante abbiano avuto il lume della fede hanno commesso innumerevoli malefatte: come detto, la rassegna di questi sovrani
preannuncia per contrasto quella degli spiriti giusti che formano l'occhio dell'aquila e che verranno citati nel Canto XX, e costituisce
uno degli alti momenti del poema in cui Dante rivolge la sua denuncia contro le ingiustizie del mondo, che derivano principalmente
dal mancato rispetto delle leggi e dalla cattiva amministrazione pubblica di coloro che sono chiamati a questo compito. I sovrani
nominati dall'aquila e le cui malefatte sono scritte nel libro della giustizia divina sono i bersagli preferiti della polemica dantesca, da
Alberto I d'Asburgo già colpito in Purg., VI, 97 ss. in cui era accusato di non scendere in Italia a riaffermare l'autorità dell'Impero, a
Filippo il Bello che qui è accusato addirittura di coniare moneta falsa e di arrecare grave danno alla Francia, col preannuncio della sua
morte avvenuta in circostanze degradanti (Dante lo fa morire per il colpo ricevuto da un cinghiale, ignorando o modificando la realtà
dei fatti). Tra gli altri sovrani biasimati da Dante vi è anche Carlo II d'Angiò, già duramente criticato in Purg., XX, 79-81 e qui definito
in modo sprezzante Ciotto di Ierusalemme, con riferimento sia al fatto che era zoppo sia al titolo, puramente onorifico, di re di
Gerusalemme (le sue buone azioni saranno segnate nel libro di Dio con una 'I', che corrisponde alla cifra romana di uno, mentre le
malefatte con una 'M', che corrisponde a mille, e le due lettere sono l'iniziale e la finale del lat. Ierusalem). L'aquila rimprovera poi
Federico II d'Aragona, re di Sicilia dopo la pace di Caltabellotta del 1303, nonché lo zio e il fratello rispettivamente re di Maiorca e di
Sicilia, le cui cattive azioni disonorano le loro corone, mentre belle parole sono riservate a Caroberto, figlio di Carlo Martello che
dovrà ben governare l'Ungheria, destino non certo riservato alla Navarra né a Cipro, che presto finiranno sotto il malgoverno della
casa di Francia. Gli altri sovrani nominati sono figure di cui Dante probabilmente aveva scarse notizie, per cui le accuse non sono
sempre corrispondenti alla realtà (ciò vale sia per Dionigi re di Portogallo sia per Acone re di Norvegia, il cui regno fu effettivamente
celebrato dai cronisti dell'epoca), ma ciò nulla toglie al valore morale di questa rampogna dell'aquila che individua nella cattiva
condotta dei reggitori terreni le ragioni profonde delle ingiustizie e dei soprusi nel mondo, che contrastano fortemente con il
richiamo alla giustizia divina rivolto dalla scritta del Canto precedente, non a caso tratto dal Libro della Sapienza attribuito al saggio
re biblico Salomone. Questi cattivi esempi saranno poi ribaltati nella rassegna degli spiriti giusti del Canto seguente, in cui
spiccheranno soprattutto le figure di Traiano (imperatore romano celebrato per la sua clemenza e la giustizia, salvo a dispetto del
suo paganesimo) e di Rifeo, preparando il terreno alla polemica contro la corruzione ecclesiastica che occuperà i Canti successivi,
sino al durissimo attacco di san Pietro del Canto XXVII che sarà in un certo senso il controcanto alle rampogne dell'aquila in campo
laico, dal momento che per Dante malgoverno e ingiustizia riguardavano tanto i sovrani temporali quanto le gerarchie della Chiesa.

Il problema della salvezza dei pagani: la posizione di Luigi Pulci


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G. Benaglia, Ritratto di L. Pulci (XV sec.)
Nel Canto XIX del Paradiso Dante riafferma uno dei fondamenti della religione cristiana, ovvero l'impossibilità di pervenire alla
salvezza per coloro che non hanno conosciuto la parola di Dio, nonostante una vita virtuosa e priva di peccato (tale destino
accomunava sia i pagani vissuti prima di Cristo, sia i popoli che abitavano le terre poste agli estremi confini della Terra, che
ovviamente nulla potevano sapere del messaggio evangelico): la questione era delicata sul piano dottrinale ed esponeva la fede
cristiana a possibili critiche e fraintendimenti, cosa che spinse Dante a dedicare al problema della salvezza e della predestinazione
un'ampia trattazione al centro della III Cantica, anche se le discussioni in materia sarebbero riesplose nel Quattrocento dando luogo
a opinioni alquanto originali e preparando il terreno alle successive polemiche riformistiche. Uno degli scrittori destinati ad
affrontare l'argomento e a prendere le distanze dalla posizione ufficiale della Chiesa fu Luigi Pulci (1432-1484), autore alla fine del XV
sec. del poema epico Morgante in cui lo spinoso problema della salvezza dei non-cristiani è toccato in un celebre episodio del
Cantare XXV (ottave 227-239): protagonisti della discussione sono il paladino cristiano Rinaldo e il diavolo-teologo Astarotte, che si è
impossessato del cavallo del guerriero per portarlo rapidamente a Roncisvalle dove Orlando sta per cadere vittima di un'imboscata
dei Saraceni; giunti alle Colonne d'Ercole, presso lo stretto di Gibilterra che allora era considerato l'estremo confine del mondo
conosciuto (il poema è del 1483), Astarotte spiega a Rinaldo che è vana l'opinione secondo cui non è possibile navigare oltre quel
confine, poiché anche l'emisfero australe è abitato e lo stesso Ercole arrossirebbe di vergogna per aver posto le colonne come limite
estremo della conoscenza umana (è dunque totalmente ribaltata la prospettiva abbracciata da Dante nell'episodio di Ulisse, Inf.,
XXVI, secondo la quale l'emifero australe è spopolato e il viaggio dell'eroe omerico in quei luoghi è presentato come folle e
sacrilego). Astarotte spiega inoltre che quelle genti che abitano l'altro emisfero, chiamate «Antipodi», adorano divinità pagane come
il Sole, Giove, Marte, e alla domanda di Rinaldo se essi si possano salvare nonostante il loro paganesimo, il demone risponde che il
paladino ragiona come uom grosso e spiega che Dio sarebbe stato di parte se avesse disposto il sacrificio di Cristo solo per gli
Europei, escludendo dalla salvezza coloro che senza alcuna colpa vivono in altre regioni del mondo. La crocifissione di Gesù ha
dunque redento tutta l'umanità, indipendentemente dalla religione osservata, e dunque è sufficiente che la fede sia certa per
ottenere la salvezza, il che vale per i contemporanei che vivono agli Antipodi e anche per gli antichi Romani che adoravano gli dei
pagani e, nonostante tutto, si comportarono rettamente: Astarotte conclude dicendo che la giustizia divina concede premi e castighi
leggendo la sincerità della fede nel cuore, mentre certi cristiani ottusi e sciocchi si rifiutano di capire la verità e tengono la porta
chiusa al bene, ma saranno duramente puniti dal giudizio divino che non ammetterà un simile comportamento. Ciò è dimostrato
dalla salvezza concessa ai patriarchi biblici tratti da Gesù fuori dal Limbo, mentre è fin troppo evidente che Dio non ha creato invano
le terre poste nell'emisfero meridionale, come sarebbe se quei popoli fossero destinati a non salvarsi solo per non aver udito il
messaggio evangelico. La posizione di Pulci, totalmente antitetica rispetto a quella di Dante e della Chiesa stessa nel Quattrocento,
suscitò polemiche e accuse anche in ambiente umanistico e spiega il fatto che lo scrittore morì in odore di eresia venendo sepolto in
terra sconsacrata: le sue idee in materia di salvezza, in ogni caso, rappresentano un punto di vista razionalistico e «moderno» che
preannuncia le discussioni suscitate nel XVI sec. dalla Riforma protestante, nonché i dubbi e le incertezze circa le popolazioni
amerinde che dopo il 1492 sarebbero entrate a contatto con i colonizzatori europei, di cui peraltro Pulci nulla poteva sapere essendo
morto ben prima della scoperta del nuovo continente. L'autore del Morgante esprime una cultura e un modo di pensare che è ormai
lontanissimo da quello di Dante in cui è maturata un'opera come la Commedia, facendoci capire che il poeta del Trecento non aveva
ancora varcato quella linea rappresentata dalla conquista della modernità e dell'antropocentrismo che sarebbe avvenuta
nell'Umanesimo, il che rende la posizione di Pulci (comunque la si voglia pensare riguardo questioni delicate come quelle della
salvezza in ambito religioso) molto più vicina al nostro modo di pensare e alla nostra mentalità moderna.
Note e passi controversi
Al v. 2 frui è infinito sostantivato che significa «godimento» (dal lat. frui, «godere»).
Ai vv. 13-15 l'aquila afferma che gli spiriti che la compongono sono stati sulla Terra giusti e pii, hanno cioè dimostrato le due virtù
(giustizia e pietà) attribuite a Traiano nell'episodio di Purg., X, 73 ss., il che avvalora l'ipotesi che essi siano soprattutto re e principi.
I vv. 28-30 alludono al fatto che la giustizia divina si rispecchia nella gerarchia angelica dei Troni (cfr. IX, 61-63), il che non esclude
che i beati possano conoscerla pienamente.
La similitudine ai vv. 34-36 si riferisce all'uso da parte del falconiere di mettere in testa al falcone un cappuccio di pelle per tenerlo
quieto, che gli veniva tolto una volta giunti al luogo della caccia (Federico II nel trattato De arte venandi cum avibus si vantava di
aver introdotto lui in Europa quest'uso originario dell'Oriente). Non è da escludere che anche l'aquila muova la testa e sbatta le ali,
dal momento che poco dopo volerà intorno a Dante.
Sesto (v. 40) è termine arcaico per «compasso»; Dante allude a Dio che traccia i confini dell'Universo, come in Prov., VIII, 27-29.
Al v. 46 il primo superbo è Lucifero.
I vv. 64-66 vogliono dire che solo la conoscenza che viene direttamente da Dio è perfetta, mentre quella umana è suscettibile di
errore e imperfezione, potendo portare addirittura a convinzioni eretiche.
L'espressione a la riva / de l'Indo (vv. 70-71) indica genericamente un luogo lontano e posto agli estremi confini del mondo, abitato
dunque da popoli che non hanno conosciuto il messaggio evangelico; analogamente più avanti (v. 109) si parlerà dell'Etiope.
Al v. 82 meco s'assottiglia vuol dire «fa sottili ragionamenti intorno a me», cioè alla giustizia divina (chi parla è l'aquila).
Il segno / che fé i Romani al mondo reverendi (vv. 101-102) è l'aquila, simbolo e insegna dell'Impero romano.
Ai vv. 104, 106, 108 la parola Cristo rima con se stessa, come in XII, 71-75 e XIV, 104-108.
I vv. 109-111 vogliono dire che chi non ha conosciuto la fede ma si è ben comportato sarà più meritevole dei Cristiani ipocriti, che si
riempiono la bocca del Vangelo ma non otterranno la salvezza: ciò non implica, ovviamente, che i primi saranno salvi.
Al v. 112 li Perse indica genericamente gli infedeli.
Le dodici terzine che iniziano al v. 115 si possono raggruppare in tre gruppi di quattro e cominciano rispettivamente conle parole Lì si
vedrà, Vedrassi, E, formando l'acrostico LVE («lue») che si può intendere come sinonimo di «peste» (riferito al cattivo esempio
offerto dai principi corrotti). L'esempio è analogo all'acrostico VOM («uomo») di Purg., XII, 25-63, anche se in questo caso l'artificio è
meno elaborato (gli esempi proseguono anche nei versi successivi e non tutti sono racchiusi nella misura di una terzina come
nell'esempio del Purgatorio). Alcuni studiosi negano la volontarietà della cosa da parte di Dante, il che è forse possibile in questo
caso ma assai meno nel passo della II Cantica citato.
I vv. 115-117 alludono all'invasione della Boemia da parte dell'imperatore Alberto I, avvenuta nel 1304 e che provocò la distruzione
di quel regno: Dante ritiene che i singoli regni siano indipendenti, nonostante la subordinazione all'autorità imperiale, quindi
condanna l'atto di Alberto così come la ribellione dei singoli Stati all'Impero.
I vv. 118-120 si riferiscono a Filippo il Bello di Francia, accusato di coniare falsa moneta per sopperire alle spese della guerra contro
le Fiandre, per cui il sovrano avrebbe messo in circolazione monete d'oro con un valore intrinseco inferiore a quello nominale (la
cosa tuttavia non ha conferme dirette). Quanto alla profezia della sua morte, Dante la attribuisce al colpo di un cinghiale, ma in
realtà il re cadde da cavallo durante una battuta di caccia perché un porco selvatico si mise tra le zampe della sua cavalcatura; il
poeta forse ignorava i fatti, oppure ha deformato la realtà storica in modo analogo alla morte di Corso Donati (Purg., XXIV, 82-87).
Il re d'Inghilterra citato ai vv. 121-123 è prob. Edoardo I, che condusse guerra alla Scozia fino alla sua morte (avvenuta nel 1307),
benché il sovrano sia elogiato in Purg., VII, 132: la questione è aperta, poiché è improbabile che Dante si riferisca a Edoardo II
(l'aquila nomina sovrani vivi al momento della visione) e dunque si deve pensare che il poeta avesse notizie imprecise circa quei
regni lontani.
Ai vv. 124-126 sono nominati Ferdinando IV di Castiglia (1286-1312) e Venceslao II di Boemia, accusati di vivere in modo vizioso (per
il re boemo cfr. Purg., VII, 101-102).
Ai vv. 127-129 si allude a Carlo II d'Angiò, definito spregiativamente Ciotto di Ierusalemme in quanto zoppo e fregiato del titolo
puramente onorifico di re di Gerusalemme: l'aquila intende dire che nel libro della giustizia divina le sue buone azioni saranno
segnate con una 'I' (uno in cifra romana, quindi pochissime) e le sue malefatte con una 'M' (mille, cioè moltissime), che sono anche la
prima e l'ultima lettera di Ierusalem.
L'isola del foco (v. 131) è la Sicilia, detta così per la presenza dell'Etna, dove morì Anchise secondo il racconto dell'Eneide: il sovrano
cui si allude è Federico II d'Aragona, riconosciuto re di Trinacria nel 1303 con la pace di Caltabellotta. I vv. 133-135 vogliono dire che
nel libro di Dio le sue malefatte saranno indicate con caratteri abbreviati, sia perché sono moltissime, sia per significare la sua
dappocaggine.
Il barba («zio», voce settentrionale) e il fratel di Federico II (vv. 136-138) sono Giacomo re di Maiorca e Giacomo II re di Sicilia, che
disonorano la loro casata (l'egregia nazione) e le due corone di Maiorca e d'Aragona.
Ai vv. 139-141 sono indicati re Dionigi di Portogallo (1261-1325) e Acone V di Norvegia (1299-1319), che furono in realtà buoni
sovrani e per i quali Dante doveva avere scarse notizie; quel di Rascia è Stefano Uroš II di Serbia (la Rascia corrispondeva alla nazione
serba di oggi), che sostituì la moneta veneziana, diffusa in tutti i Balcani, con la propria, con un'operazione fraudolenta che è
testimoniata da alcuni documenti.
I vv. 142-144 profetizzano il buon governo sull'Ungheria di Caroberto (1301-1342) figlio di Carlo Martello, prob. in base più a un
auspicio che ad una constatazione; destino diverso ebbe la Navarra, che dopo la morte di Giovanna I (moglie di Filippo il Bello) nel
1305 passò alla casa di Francia, come l'isola di Cipro sottoposta ad Arrigo II di Lusignano che la governò dal 1285 al 1324.
XX
Testo Parafrasi
Quando colui che tutto ‘l mondo alluma Quando colui che illumina tutto il mondo (il sole) tramonta dal
de l’emisperio nostro sì discende, nostro emisfero, così che il giorno scompare in ogni parte, il cielo,
che ‘l giorno d’ogne parte si consuma, 3 che prima è acceso di luce, diventa subito di nuovo lucente per
molte stelle, nelle quali si riflette quella del sole;
lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende; 6

e questo atto del ciel mi venne a mente, e questa cosa mi venne in mente non appena il simbolo del mondo e
come ‘l segno del mondo e de’ suoi duci dei suoi condottieri (l'aquila) tacque nel becco benedetto;
nel benedetto rostro fu tacente; 9

però che tutte quelle vive luci, infatti, tutte quelle luci splendenti, diventando più luminose,
vie più lucendo, cominciaron canti iniziarono dei canti destinati a scomparire dalla mia memoria.
da mia memoria labili e caduci. 12

O dolce amor che di riso t’ammanti, O dolce amore che ti illumini del tuo sorriso, come sembravi ardente
quanto parevi ardente in que’ flailli, in quei dolci suoni (o in quelle fiaccole) che erano pervasi solo da
ch’avieno spirto sol di pensier santi! 15 uno spirito di pensieri santi!

Poscia che i cari e lucidi lapilli Dopo che le preziose e scintillanti gemme di cui io vidi costellato il VI
ond’io vidi ingemmato il sesto lume Cielo cessarono quegli squilli angelici, mi sembrò di sentire il
puoser silenzio a li angelici squilli, 18 mormorio di un fiume che scende a valle terso, di pietra in pietra,
mostrando l'abbondanza d'acqua della sua cima.
udir mi parve un mormorar di fiume
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l’ubertà del suo cacume. 21

E come suono al collo de la cetra E come il suono si forma sul manico della cetra, e come si sente il
prende sua forma, e sì com’al pertugio soffio d'aria che entra nel foro della zampogna, così, ponendo fine a
de la sampogna vento che penètra, 24 ogni indugio, quel mormorio dell'aquila salì su per il suo collo, come
se questo fosse forato.
così, rimosso d’aspettare indugio,
quel mormorar de l’aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio. 27

Fecesi voce quivi, e quindi uscissi Qui si tramutò in voce e di qui uscì attraverso il becco in forma di
per lo suo becco in forma di parole, parole distinte, che il mio cuore, dove io le annotai, attendeva.
quali aspettava il core ov’io le scrissi. 30

«La parte in me che vede e pate il sole Iniziò a dire: «La parte di me che nelle aquile mortali vede e
ne l’aguglie mortali», incominciommi, sopporta il sole (l'occhio), ora dovrà essere da te fissata con
«or fisamente riguardar si vole, 33 attenzione, perché di tutte le anime di cui sono composta quelli che
brillano nel mio occhio sono i più degni di tutti i beati.
perché d’i fuochi ond’io figura fommi,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
e’ di tutti lor gradi son li sommi. 36

Colui che luce in mezzo per pupilla, Colui che splende in mezzo come la pupilla fu il cantore dello Spirito
fu il cantor de lo Spirito Santo, Santo (re David), che trasportò l'Arca Santa di città in città:
che l’arca traslatò di villa in villa: 39

ora conosce il merto del suo canto, ora conosce il merito del suo canto, poiché fu effetto della sua
in quanto effetto fu del suo consiglio, volontà, grazie alla beatitudine che è ad esso commisurata.
per lo remunerar ch’è altrettanto. 42
Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, Dei cinque beati che formano il cerchio che mi fa da ciglio, colui che
colui che più al becco mi s’accosta, è più vicino al mio becco consolò la vedovella facendo giustizia del
la vedovella consolò del figlio: 45 figlio (Traiano):

ora conosce quanto caro costa ora sa quanto costa caro non seguire Cristo, poiché ha sperimentato
non seguir Cristo, per l’esperienza sia la vita in Paradiso sia quella all'Inferno.
di questa dolce vita e de l’opposta. 48

E quel che segue in la circunferenza E il beato che lo segue nel cerchio di cui parlo, nella parte alta,
di che ragiono, per l’arco superno, ritardò la propria morte con una vera penitenza (re Ezechia):
morte indugiò per vera penitenza: 51

ora conosce che ‘l giudicio etterno ora sa che il giudizio eterno non viene mutato, quando la preghiera
non si trasmuta, quando degno preco di un'anima degna, sulla Terra, rimanda quello che è già stato
fa crastino là giù de l’odierno. 54 pronunciato.

L’altro che segue, con le leggi e meco, L'altro che vien dopo, in base a una buona intenzione che poi diede
sotto buona intenzion che fé mal frutto, cattivi frutti, per lasciare Roma al papa trasferì il governo imperiale
per cedere al pastor si fece greco: 57 a Costantinopoli (Costantino):

ora conosce come il mal dedutto ora vede che il male scaturito dalle sue buone azioni non gli ha
dal suo bene operar non li è nocivo, nuociuto, benché il mondo ne sia stato guastato.
avvegna che sia ‘l mondo indi distrutto. 60

E quel che vedi ne l’arco declivo, E colui che vedi nell'arco discendente fu re Guglielmo il Buono, che è
Guiglielmo fu, cui quella terra plora rimpianto da quelle terre (Napoli e la Sicilia) che ora sono governate
che piagne Carlo e Federigo vivo: 63 dai vivi Carlo II d'Angiò e Federico II d'Aragona:

ora conosce come s’innamora ora sa che il Cielo apprezza un re giusto, e lo dimostra tuttora con lo
lo ciel del giusto rege, e al sembiante splendore del suo aspetto.
del suo fulgore il fa vedere ancora. 66

Chi crederebbe giù nel mondo errante, Chi, nel mondo errante, potrebbe credere che il troiano Rifeo fosse
che Rifeo Troiano in questo tondo la quinta delle luci sante in questo cerchio?
fosse la quinta de le luci sante? 69

Ora conosce assai di quel che ‘l mondo Ora sa molto più di quello che gli uomini conoscono della grazia
veder non può de la divina grazia, divina, anche se il suo sguardo non può arrivarvi in profondità».
ben che sua vista non discerna il fondo». 72

Quale allodetta che ‘n aere si spazia Come l'allodola che prima vola nell'aria cantando e poi tace,
prima cantando, e poi tace contenta compiacendosi dell'ultima dolcezza del canto che le dà
de l’ultima dolcezza che la sazia, 75 soddisfazione, così mi sembrò l'immagine dell'impronta divina
(l'aquila), per il cui desiderio ogni cosa diventa com'è.
tal mi sembiò l’imago de la ‘mprenta
de l’etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell’è diventa. 78

E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio E anche se io, dubitando, ero come un vetro che assume il colore di
lì quasi vetro a lo color ch’el veste, ciò che ricopre, non sopportai di aspettare tacendo, e la forza del
tempo aspettar tacendo non patio, 81 dubbio che provavo mi fece uscire dalla bocca l'esclamazione: «Che
cos'è tutto questo?»; allora io vidi i beati scintillare per la gioia di
ma de la bocca, «Che cose son queste?», rispondermi.
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste. 84

Poi appresso, con l’occhio più acceso, Subito dopo, con l'occhio ancora più splendente, il benedetto segno
lo benedetto segno mi rispuose (l'aquila) mi rispose per non tenermi sulle spine nel mio stupore:
per non tenermi in ammirar sospeso: 87
«Io vedo che tu credi queste cose perché te le dico, ma non ne
«Io veggio che tu credi queste cose capisci la ragione; in tal mondo, anche se credute, sono oscure.
perch’io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose. 90
Tu fai come quello che comprende la cosa dal nome che la indica,
Fai come quei che la cosa per nome ma non ne intende la sostanza se qualcun altro non gliela spiega.
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome. 93
Il Regno dei Cieli sopporta la violenza che viene da caldo amore di
Regnum celorum vïolenza pate carità e da viva speranza, che vince la volontà divina:
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate: 96
non come un uomo che ne sopraffà un altro, ma la vince perché
non a guisa che l’omo a l’om sobranza, essa vuol essere vinta, e, una volta vinta, vince con la sua bontà.
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza. 99
La prima e la quinta anima che formano il ciglio (Traiano e Rifeo) ti
La prima vita del ciglio e la quinta fanno meravigliare, perché vedi che dimorano nella regione degli
ti fa maravigliar, perché ne vedi angeli (in Paradiso).
la region de li angeli dipinta. 102
Non uscirono, come tu credi, dai loro corpi pagani, ma Cristiani,
D’i corpi suoi non uscir, come credi, Rifeo con fede nel futuro martirio di Cristo e Traiano in quello già
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede avvenuto.
quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. 105
Infatti il primo (Traiano) resuscitò dall'Inferno, da dove non si torna
Ché l’una de lo ‘nferno, u’ non si riede mai a una volontà buona, e ciò fu il premio di una viva speranza:
già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
e ciò di viva spene fu mercede: 108
di una viva speranza, che nelle preghiere rivolte a Dio mise la forza
di viva spene, che mise la possa per farlo resuscitare, così che la volontà di lui fosse convertita a
ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla, miglior desiderio (quello di credere in Cristo).
sì che potesse sua voglia esser mossa. 111
L'anima gloriosa di cui parlo, tornata nella carne (una volta risorta),
L’anima gloriosa onde si parla, in cui rimase poco, credette in Colui (Cristo) che poteva aiutarla;
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potea aiutarla; 114
e, credendo, si accese in un tale ardore di autentica carità, che dopo
e credendo s’accese in tanto foco esser morto per la seconda volta fu degno di salire a questa
di vero amor, ch’a la morte seconda beatitudine.
fu degna di venire a questo gioco. 117
L'altro (Rifeo), in virtù della grazia divina che sgorga da una fonte
L’altra, per grazia che da sì profonda così profonda che mai una creatura (uomo o angelo) poté penetrare
fontana stilla, che mai creatura lo sguardo fino alla sorgente, pose tutto il suo amore nella giustizia:
non pinse l’occhio infino a la prima onda, 120 per cui, moltiplicando la grazia, Dio gli aprì gli occhi alla nostra
futura Redenzione;
tutto suo amor là giù pose a drittura:
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l’occhio a la nostra redenzion futura; 123
dunque egli credette in essa e da quel momento non sopportò più il
ond’ei credette in quella, e non sofferse puzzo del paganesimo, criticandone anzi i perversi adepti.
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse. 126
Quelle tre donne (le tre virtù teologali) che tu hai visto alla ruota
Quelle tre donne li fur per battesmo destra del carro di Beatrice, diedero a lui il battesimo più di mille
che tu vedesti da la destra rota, anni prima che questo sacramento fosse istituito.
dinanzi al battezzar più d’un millesmo. 129
O predestinazione, quanto la tua origine è distante da quegli
O predestinazion, quanto remota sguardi (dei mortali) che non possono certo vedere Dio nella sua
è la radice tua da quelli aspetti interezza!
che la prima cagion non veggion tota! 132
E voi, uomini, siate prudenti nel giudicare; infatti noi, che vediamo
E voi, mortali, tenetevi stretti Dio, non conosciamo ancora il numero esatto degli eletti;
a giudicar; ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti; 135
e questa nostra mancata conoscenza è tanto dolce, per noi, in
ed ènne dolce così fatto scemo, quanto la nostra gioia si affina in Paradiso sempre di più e vogliamo
perché il ben nostro in questo ben s’affina, solo quanto è voluto da Dio».
che quel che vole Iddio, e noi volemo». 138
Così quella immagine divina (l'aquila), per rischiarare la mia vista
Così da quella imagine divina, imperfetta, mi somministrò una dolce medicina.
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina. 141
E come un bravo citaredo accompagna col suono delle corde il
E come a buon cantor buon citarista bravo cantore, ciò che accresce la piacevolezza del canto, così,
fa seguitar lo guizzo de la corda, mentre l'aquila parlava, mi ricordo di aver visto le due luci
in che più di piacer lo canto acquista, 144 benedette (Traiano e Rifeo) che lampeggiavano insieme, come il
batter degli occhi avviene simultaneamente.
sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
ch’io vidi le due luci benedette,
pur come batter d’occhi si concorda,

con le parole mover le fiammette. 148

Argomento del Canto


Ancora nel VI Cielo di Giove. Gli spiriti giusti che formano l'occhio dell'aquila: Rifeo e Traiano. La salvezza dei pagani; la
predestinazione.
È la tarda mattinata di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Canto dei beati. L'aquila riprende a parlare (1-30)


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G. Doré, Gli spiriti giusti
Dante paragona le luci dei beati che formano l'aquila alle stelle che appaiono in cielo la sera, quando il sole è ormai tramontato e la
sua luce si riflette negli astri: infatti gli spiriti, non appena l'aquila ha smesso di parlare, aumentano il loro splendore e intonano un
canto il cui ricordo è ormai svanito dalla memoria del poeta. L'ardore di carità si manifesta nello scintillio delle luci e quando queste
smettono di cantare, Dante ode una specie di mormorio, simile a un corso d'acqua che scende dal monte o al suono della cetra che
vibra nel suo manico, o ancora alla zampogna quando emette il soffio. L'aquila infatti riprende a parlare e il suono sembra uscire dal
suo collo, come se fosse forato, trasformandosi poi in voce e in parole distinte che il poeta è ansioso di ascoltare.
L'aquila indica gli spiriti giusti che formano l'occhio (31-72)
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G. Di Paolo, L'aquila
L'aquila invita Dante a osservare con attenzione il suo occhio, perché gli spiriti giusti che risiedono lì sono, fra tutti quelli che
compongono la figura, i più degni in assoluto. Colui che è posto al centro dell'occhio come se fosse la pupilla è David, cantore dello
Spirito Santo che trasportò l'Arca dell'Alleanza e che ora comprende il valore del proprio canto grazie alla ricompensa che riceve.
L'aquila presenta poi i cinque beati che formano il ciglio dell'occhio: quello più vicino al becco è l'imperatore Traiano, che fece
giustizia alla vedova e ora capisce quanto costa non avere fede, visto che ha conosciuto la vita nel Limbo e in Paradiso. Colui che
viene dopo è Ezechia, il re biblico che differì la propria morte e ora comprende che il giudizio divino può essere solo rimandato, non
annullato. Viene dopo di lui Costantino, l'imperatore che cedette Roma al papa e fece una cosa sbagliata con giusta intenzione, per
cui tale atto non gli ha pregiudicato la salvezza. Il beato nella parte discendente dell'arco è Guglielmo il Buono, rimpianto da Napoli e
dalla Sicilia malgovernate, che comprende quanto sia apprezzato da Dio un buon sovrano. Nessuno infine crederebbe che la quinta
luce dell'occhio sia il troiano Rifeo, che ora conosce molto più di quello che gli uomini sanno della grazia divina.
Meraviglia di Dante per i pagani in Paradiso (73-84)
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J. Flaxman, Il troiano Rifeo
L'aquila sembra a Dante simile all'allodola, che prima vola cantando nell'aria e poi tace compiacendosi del proprio canto, mentre i
beati manifestano il piacere di Dio. Dante è assalito da un dubbio e non trattiene un'esclamazione di stupore, nonostante le anime
leggano bene nella sua mente, e gli spiriti manifestano la gioia di potere rispondere aumentando il proprio splendore.

La fede e la salvezza (85-129)


L'occhio dell'aquila sfavilla e l'uccello sacro riprende a parlare, per risolvere il dubbio di Dante. L'aquila dice di capire che Dante
crede a ciò che ha udito ma non ne comprende la ragione, come chi conosce una cosa per il suo nome e non per la sostanza. Il Regno
dei Cieli sopporta violenza dall'ardore di carità e dalla speranza, che può vincere la volontà divina, non come un uomo che ne
sopraffà un altro ma semplicemente perché essa vuole esser vinta e, una volta vinta, vince a sua volta con la bontà. Dante è stupito
della beatitudine dei pagani Rifeo e Traiano , ma in realtà essi non uscirono dai loro corpi pagani, bensì Cristiani, avendo creduto il
primo in Cristo venturo e il secondo in Cristo venuto. Infatti l'anima di Traiano fu evocata dal Limbo e tornò a vivere per breve
tempo, grazie alla viva speranza di san Gregorio che pregò intensamente per la sua resurrezione: Traiano, tornato in vita, credette in
Cristo e si riempì di una tale carità da guadagnarsi la salvezza, dunque andò in Cielo. Rifeo, attraverso il dono della grazia divina, fu
sommamente giusto in vita e ricevette da Dio la conoscenza della futura Redenzione: egli vi credette e da quel giorno rinnegò il
paganesimo, venendo battezzato per infusione diretta delle virtù teologali, mille anni prima che il battesimo fosse istituito.
La predestinazione (130-148)
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Il Giudizio Universale (ms. XI sec.)
La predestinazione, dichiara l'aquila, ha la propria radice lontanissima dagli sguardi degli uomini che non possono certo vedere Dio
nella sua interezza. Gli uomini devono essere cauti nel pronunciare giudizi, dal momento che i beati, che vedono direttamente Dio,
non conoscono ancora il numero esatto degli eletti; tale incompleta conoscenza è tuttavia dolce per loro, poiché la loro felicità è
riflesso di quella di Dio e pertanto vogliono solo quello che Dio stesso vuole per loro. L'aquila pone così fine al suo discorso, che è
stato per Dante una dolcissima medicina: e come il bravo citarista accompagna il canto con il suono delle corde, rendendolo più
piacevole, allo stesso modo mentre l'aquila parlava Dante ha visto le due luci che corrispondevano alle anime di Rifeo e Traiano far
lampeggiare all'unisono il proprio splendore, come due occhi che sbattono simultaneamente.
Interpretazione complessiva
Il Canto completa il «dittico» iniziato col XIX e dedicato al complesso problema della salvezza, attraverso l'esempio clamoroso di
Rifeo e Traiano che ne costuituisce quasi un corollario e sottolinea per l'ennesima volta l'imperscrutabiltà del giudizio divino, che
agisce in base a logiche non sempre razionalmente comprensibili alla mente umana: se nel Canto precedente l'aquila ha affrontato la
questione della mancata salvezza degli uomini virtuosi privi di fede, come i pagani vissuti prima di Cristo e relegati nel Limbo senza
alcuna colpa, qui presenta due esempi opposti di pagani cui è stato possibile salvarsi attraverso la concessione della grazia per i loro
meriti speciali. L'episodio si apre con la descrizione dello sfavillio delle luci dell'aquila, paragonate alle stelle in cielo dopo il tramonto
del sole che si riflette in esse, proprio come Dio si riverbera nei beati che formano l'aquila mentre intonano un canto ineffabile per la
labile memoria del poeta; poi l'aquila riprende a parlare, emettendo un mormorio che esce dal collo e si trasforma in voce umana,
reso attraverso la complessa similitudine del corso d'acqua che scende a valle e del suono della cetra o della zampogna che sale
verso l'alto, paragone che sarà ripreso alla fine con l'immagine del citarista che accompagna le note del cantore (nel Canto
precedente Dante aveva sottolineato il carattere singolare della voce dell'aquila, pur essendo composta da migliaia di spiriti). Proprio
questi spiriti vengono ora presentati dall'uccello sacro, limitatamente ai sei beati che formano l'occhio e che, a suo dire, sono li
sommi di tutti gli spiriti giusti, il che ha fatto pensare che i beati di questo Cielo siano in prevalenza principi che hanno ben
governato: ciò si accorda con il senso della scritta formata dall'aquila nel Canto XVIII che esortava coloro che giudicano la Terra ad
amare la giustizia, nonché con la rassegna dei cattivi principi cristiani del XIX di cui questo elenco rappresenta un rovesciamento
positivo; del resto cinque dei sei beati che l'aquila nomina (ad eccezione del solo Rifeo) sono stati buoni sovrani sulla Terra, a
cominciare da David ricordato come cantor de lo Spirito Santo, cioè autore di Salmi che trasportò anche l'Arca Santa di città in città,
come già ricordato nell'esempio di umiltà scolpito nella I Cornice del Purgatorio (Purg., X, 55-69). In quel passo David era accostato a
Traiano, protagonista del celebre episodio della vedova che chiedeva giustizia per il figlio ucciso, e così in questo Canto al re biblico
segue proprio l'imperatore romano, che insieme a Rifeo costituisce l'esempio inatteso di salvezza possibile anche ai pagani: l'aquila
sottolinea il fatto che Traiano sperimentò sia la vita all'Inferno che in Paradiso, per cui adesso sa quanto costa il non avere fede in
Dio, e anche la presenza di Rifeo è in seguito rivelata come fatto del tutto imprevedibile, al punto che nessuno in Terra potrebbe
credere alla sua beatitudine in Cielo, come del resto testimoniato dallo stupore di Dante. Tra gli altri esempi di giusti sovrani è
sorprendente anche quello di Costantino, reo agli occhi di Dante di aver compiuto la famigerata donazione che ha distrutto il mondo,
provocando tante nefaste conseguenze per la corruzione della Chiesa al di là della retta intenzione dell'imperatore, che infatti è
comunque salvo (cfr. Inf., XIX, 115-117). Gli altri due beati sono Ezechia, il re biblico che differì di quindici anni la propria morte
grazie alle preghiere e al pianto (per quanto l'identificazione di questo personaggio, non nominato da Dante, sia piuttosto
problematica) e Guglielmo II d'Altavilla, re di Sicilia e di Puglia che rappresenta un esempio assai più degno di sovrano rispetto a
Carlo II d'Angiò e Federico II d'Aragona, che ora governano a Napoli e a Palermo (l'aquila riprende la rampogna contro i malvagi
sovrani che chiudeva il Canto precedente).
Naturalmente è la presenza di Rifeo e Traiano a porre i maggiori problemi, suscitando tra l'altro il vivo stupore di Dante che non può
trattenere un'esclamazione (Che cose son queste?), specie pensando a quanto detto dall'aquila nel Canto XIX e cioè che nessuno è
salito in Cielo senza aver creduto in Cristo venuto o venturo. La salvezza clamorosa dei due pagani dimostra l'impossibilità per
l'uomo di comprendere fino in fondo il giudizio divino, come del resto affermato già nel Canto precedente, e sottolinea la necessità
di essere cauti nell'emettere giudizi precipitosi in materia di salvezza, come l'aquila affermerà nel finale col discorso sulla
predestinazione, col dire che neppure i beati sanno quali e quanti saranno gli eletti il Giorno del Giudizio (è lo stesso monito di san
Tommaso d'Aquino in XIII, 130 ss.). La salvezza dei due pagani viene spiegata dall'aquila con argomenti teologici, che almeno nel
caso di Traiano si rifanno strettamente a testi assai diffusi al tempo di Dante: Gregorio Magno, colpito dalla pietà dell'imperatore
riguardo all'aneddoto della vedova, aveva pregato intensamente per lui e ottenuto di farlo resuscitare per breve tempo, così da
permettergli di credere in Cristo venuto e guadagnare in tal modo la salvezza (Dante leggeva tale spiegazione nella Summa theol. di
san Tommaso, dove la cosa era narrata in modo pressoché identico alle parole dell'aquila). Più problematica la salvezza di Rifeo,
oscuro personaggio dell'Eneide di cui nulla poteva far pensare alla conversione e per il quale Dante si è forse rifatto a commenti o
chiose medievali altrimenti ignote: il compagno di Enea sarebbe stato illuminato dalla grazia in virtù della sua eccezionale giustizia,
quindi avrebbe creduto nella prossima Redenzione e avrebbe ricevuto le virtù teologali direttamente infuse, ben mille anni prima
che il battesimo fosse istituito come sacramento; il suo esempio sarebbe dunque analogo a quello di Stazio, con la differenza che il
poeta latino entrò a contatto con la predicazione dei primi Cristiani e, dopo la conversione, ebbe paura di manifestare la nuova
religone e ostentò a lungo il paganesimo, cosa che gli costò una lunga permanenza fra gli accidiosi della IV Cornice. In entrambi i casi,
tanto per Rifeo quanto per Traiano, un vero e proprio battesimo non ci fu e questo avvalora la tesi secondo cui per la salvezza è
sufficiente il possesso della fede, come in parte già detto nel Canto XIX riguardo all'uomo nato in terre lontane (muore non
battezzato e senza fede) e poi con l'affermazione per cui A questo regno / non salì mai chi non credette in Cristo, / né pria né poi
ch'el si chiavasse al legno. L'aquila aveva del resto ribadito che tanti Cristiani solo in apparenza devoti saranno meno vicini a Dio, il
Giorno del Giudizio, degli Etiopi e dei Persiani che non hanno mai conosciuto il Vangelo, e per i quali non si può in fondo escludere a
priori una possibile salvezza in virtù dei loro meriti come avvenne per Rifeo e Traiano, quindi in ultima analisi è impossibile per
l'uomo (e per la Chiesa) conoscere con certezza il destino ultraterreno di ciascun fedele.
È questo in fondo il senso del monito finale dell'aquila riguardo la predestinazione, argomento assai spinoso della dottrina cristiana e
che qui viene risolto dicendo che nessuno, a parte Dio, sa con certezza il numero di eletti predestinati alla salvezza il Giorno del
Giudizio: tale mancata conoscenza non è per i beati motivo di amarezza ma è anzi parte della loro beatitudine, in quanto ciò è
conforme alla volontà divina e la loro volontà non può che annullarsi in essa (stesso discorso di Piccarda Donati, III, 70-87, e di
Giustiniano, VI, 118-126). Mentre l'aquila parla sono proprio le luci delle anime di Rifeo e Traiano a lampeggiare e sottolineare così le
importanti parole relative alla salvezza, simili a due occhi che sbattano simultaneamente: Dante riprende il paragone iniziale della
cetra descrivendo lo scintillio delle anime come una sorta di accompagnamento al discorso dell'aquila, come quando il citaredo
accompagna con la musica il canto rendendolo più piacevole, e sarà il caso di ricordare che lo stesso David è descritto nel testo
biblico come esperto suonatore di cetra e autore di Salmi, fatto non casuale visto che il re d'Israele è posto proprio al centro
dell'occhio dell'aquila come sua pupilla.

La donazione di Costantino: il più celebre «falso» della storia


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Ritratto dell'umanista L. Valla
Dante ribadisce a più riprese nella Commedia le conseguenze nefaste della cosiddetta «donazione di Costantino», ovvero la presunta
cessione da parte del primo imperatore cristiano di un territorio nel Lazio a papa Silvestro I per governarlo politicamente, base delle
successive pretese temporali della Chiesa a scapito dell'autorità imperiale: in Inf., XIX, 115-117 il poeta biasima Costantino per aver
alimentato la corruzione ecclesiastica e la simonia con quella dote concessa al primo ricco patre, mentre in Purg., XXXII, 124 ss.
l'allegoria delle vicende del carro (simbolo della Chiesa) mostra l'aquila imperiale che compie la donazione lasciando su di esso delle
piume, che trasformano in seguito il carro in un orribile mostro (una voce dal cielo biasima l'accaduto e poco dopo Dante ricorda
che la piuma fu forse offerta / con intenzion sana e benigna). In Par., VI, 1-3 Giustiniano sembra accusare il suo precedessore di aver
portato l'aquila imperiale contr'al corso del ciel, trasferendo la capitale da Roma a Bisanzio per cedere il Lazio al papa e compiendo
quasi un percorso contro natura, il che non ha comunque precluso la salvezza all'imperatore che è incluso dal poeta fra gli spiriti
giusti che formano proprio l'aquila nel VI Cielo di Giove (XX, 55-60, dove si dice che Costantino per cedere al pastor si fece greco e si
ricorda che il suo bene operar ha comunque causato gravi danni alla Chiesa e al mondo, che è addirittura distrutto). La posizione
estremamente critica di Dante si spiega alla luce della corruzione che nel Trecento pervadeva la Chiesa di Roma in tutte le sue
gerarchie ed era causa di gravi malversazioni e ingiustizie, non ultimo l'esilio patito dal poeta in cui aveva avuto parte non piccola
Bonifacio VIII, papa simoniaco incluso tra i futuri dannati dell'VIII Cerchio: non stupisce dunque che la cosiddetta donazione venisse
aspramente condannata, per quanto essa fosse attestata da un documento che risaliva in realtà all'VIII-IX sec. ed era dunque il falso
forse più clamoroso della storia della filologia medievale e moderna. Il merito di aver svelato questa mistificazione, di cui peraltro
c'erano già sospetti nei secoli precedenti, va all'umanista piacentino Lorenzo Valla (1407-1457), che nell'opuscolo De falso credita et
ementita Costantini donatione («Sulla donazione falsamente ed erroneamente attribuita a Costantino») dimostrò, con strumenti
filologici, che il documento non poteva risalire all'età di Costantino ma era probabilmente stato redatto nella Curia papale all'epoca
di Pipino il Breve, forse dalla cancelleria di papa Stefano II che, com'è noto, strinse col re dei Franchi padre di Carlo Magno una
duratura alleanza. Il falso serviva a corroborare, da un lato, l'autorità del sovrano carolingio che veniva così riconosciuto quale
legittimo erede dell'Impero romano, dall'altro valeva a sancire il potere temporale che il pontefice aveva di fatto acquisito nel Lazio e
nell'Esarcato di Ravenna, derivante nientemeno che dalla decisione ufficiale del primo imperatore romano convertitosi al
Cristianesimo. Che poi tale supposta cessione avesse realmente alimentato la corruzione che dilagava nella Chiesa del XIII-XIV sec. e
fosse causa dei contrasti tra Papato e Impero è vero solo in parte e deriva da un'eccessiva semplificazione di cui Dante non è solo a
dare prova nel suo tempo: certo è curioso che la cattiva fama di Costantino per più di sei secoli derivasse da un documento falso
redatto più di trecento anni dopo la sua morte, e che solo alle soglie dell'età moderna si sia ristabilita la verità facendo, almeno su
questo, giustizia a un imperatore che non fu certo un santo e si macchiò di altre gravi colpe, non ultima quella di aver usato la
religione come strumento di affermazione politica e di non essersi forse mai convertito realmente. Curioso è anche che Dante lo
collochi in Paradiso nonostante una colpa che in realtà non ebbe mai, mentre avrebbe dovuto valutare diversamente le malefatte
che realmente questo controverso imperatore compì durante la sua vita.
Note e passi controversi
Il v. 6 allude alla credenza erronea in base alla quale le stelle brillerebbero della luce riflessa del Sole, colui che tutto 'l mondo
alluma.
Il termine flailli al v. 14 ha questa sola occorrenza nel poema e ha dato filo da torcere agli interpreti: si tratta prob. di un hapax
legomenon in senso assoluto e potrebbe essere un francesismo da flavel («flauto») con allusione al canto dei beati, oppure una
forma derivata dal fr. ant. flael da flacellum, «fiaccola», riferita allo splendore lucente degli spiriti. Allo stato attuale è impossibile
propendere per una delle due ipotesi, escludendo un errore nei codici.
Ai vv. 31-33 l'aquila invita Dante a guardare attentamente il suo occhio, la parte... che vede e pate il sole / ne l'aguglie mortali,
poiché si riteneva che questo uccello avesse la capacità di sostenere a lungo la vista dell'astro (cfr. Par., I, 48), opinione che risale ad
Aristotele (De animalibus) e Brunetto Latini (Trésor). L'aquila parla di un solo occhio perché essa, come il simbolo araldico, ha il capo
di profilo.
I vv. 40-42 alludono al fatto che il canto di David poteva sembrare merito solo dello Spirito Santo di cui era pervaso, ma ora che è in
Paradiso la beatitudine gli dimostra che ebbe anche merito lui in quanto agì con la propria volontà (consiglio). Alcuni mss. leggono
affetto e gli interpreti attribuiscono suo consiglio allo Spirito Santo, ma è ipotesi assai dubbia. L'espressione ora conosce (v. 40) si
ripete per sei volte, per ognuno degli spiriti indicati dall'aquila, sempre all'inizio delle due terzine dedicate a ciascuno (vv. 40, 46, 52,
58, 64, 70).
I vv. 43-48 indicano Traiano, beato grazie all'episodio della vedovella già ricordato in Purg., X, 73-93). Il v. 48 allude al fatto che
Traiano rimase nel Limbo fino a quando fu resuscitato grazie alle preghiere di san Gregorio Magno.
Il personaggio citato allusivamente ai vv. 49-54 è comunemente interpretato come Ezechia, il re biblico figlio di Acaz che pregò Dio
con molto pianto per allontanare la morte che gli era stata annunciata da Isaia, ottenendo di vivere altri quindici anni. La Bibbia lo
indica come re giusto (IV Reg., XX, 3) e questo giustifica la sua presenza qui, ma non è chiaro cosa intenda Dante per vera penitenza,
dal momento che Ezechia nel testo sacro si limita alle preghiere: a meno che il poeta non intendesse l'abbondante pianto come
segno di pentimento, il che pare l'ipotesi meno inverosimile.
Ai vv. 55-60 si parla di Costantino, che trasferì la capitale da Roma a Bisanzio in seguito alla famosa donazione, dal che nacquero (al
di là delle sue intenzioni) gravi conseguenze: con le leggi e meco indica che l'imperatore portò in Oriente il simbolo dell'Impero e la
legislazione, poiché Roma era governata dal pontefice, ma forse l'espressione è solo un'endiadi che indica il potere imperiale in
genere.
La terzina ai vv. 76-78 è di dubbia interpretazione, ma forse conviene intendere l'espressione l'imago de la 'mprenta / dell'etterno
piacere come riferita all'aquila, che sarebbe l'immagine dell'impronta divina.
Il termine quiditate (v. 92; alcuni mss. leggono quidditate) è proprio della Scolastica (quidditas) e indica l'essenza della cosa.
I vv. 94-99 traducono e ampliano il testo evangelico, Matth., XI, 12: Regnum caelorum vim patitur et violenti rapiunt illud («Il Regno
dei Cieli sopporta la violenza e i violenti se ne impadroniscono»). I vv. 98-99 contengono un chiasmo, vince... vinta... vinta... vince.
Il v. 105 indica che Rifeo credette in Cristo venturo (nei piedi passuri) e Traiano in Cristo venuto (nei piedi passi); piedi è sineddoche a
indicare il Messia, inchiodato alla croce, mentre passuri e passi sono due forti latinismi da patior, «provare passione», «soffrire il
martirio», nel senso di «piedi che avrebbero sofferto» e di «piedi che avevano sofferto».
La spiegazione ai vv. 106-114 della salvezza di Traiano riprende quasi alla lettera quella offerta da san Tommaso in Summa Theol.,
Suppl., q. LXXI: de facto Traiani hoc modo potest probabiliter aestimari, quod precibus beati Gregorii ad vitam fuerit revocatus et ita
gratiam consecutus sit («circa il fatto di Traiano, probabilmente si può giudicare in tal modo: che grazie alle preghiere del beato
Gregorio sia stato riportato alla vita, e in tal modo abbia ottenuto la grazia»).
Al v. 116 morte seconda indica il momento in cui Traiano, dopo essere resuscitato, morì una seconda volta (nulla a che vedere con
«dannazione» o «annichilimento totale», come in Inf., I, 111).
I vv. 127-129 alludono alle tre virtù teologali, le tre donne che Dante ha visto alla ruota destra del carro trionfale nella processione
mistica di Purg., XXIX, 121-129; XXXI, 130 ss.). Intende dire che fede, speranza e carità furono infuse in Rifeo direttamente da Dio,
senza l'atto liturgico del battesimo.
Al v. 132 la prima cagion è Dio.
Al v. 143 seguitar vuol dire semplicemente «accompagnare», non seguire o accordare come alcuni intendono.
CANTO XVI

Testo Parafrasi
‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, Tutto il Paradiso cominciò a inneggiare 'Gloria al Padre, al Figlio,
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, allo Spirito Santo!', in modo tale che il dolce canto mi inebriava.
sì che m’inebriava il dolce canto. 3

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso Quello che io vedevo mi sembrava il sorriso dell'Universo, per cui
de l’universo; per che mia ebbrezza l'ebbrezza penetrava in me attraverso l'udito e la vista.
intrava per l’udire e per lo viso. 6

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! Che gioia! che letizia indescrivibile! Che vita completa d'amore e di
oh vita intègra d’amore e di pace! pace! Che ricchezza sicura, in grado di appagare ogni desiderio!
oh sanza brama sicura ricchezza! 9

Dinanzi a li occhi miei le quattro face Davanti ai miei occhi le quattro luci stavano accese, e quella che era
stavano accese, e quella che pria venne giunta per prima (san Pietro) iniziò a farsi più rossa, diventando nel
incominciò a farsi più vivace, 12 suo aspetto tale quale diverrebbe Giove, se lui e Marte fossero
uccelli e si scambiassero le penne.
e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne. 15

La provedenza, che quivi comparte La Provvidenza, che in Cielo suddivide per ognuno gli incarichi,
vice e officio, nel beato coro aveva posto silenzio al coro dei beati in ogni punto, quando io sentii:
silenzio posto avea da ogne parte, 18 «Se io cambio colore, non stupirti, dal momento che alle mie parole
vedrai fare lo stesso a tutti questi beati.
quand’io udi’: «Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend’io,
vedrai trascolorar tutti costoro. 21

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, Colui (Bonifacio VIII) che usurpa il mio posto, il mio posto, il mio
il luogo mio, il luogo mio, che vaca posto che è vacante pur nella presenza di Cristo, ha trasformato il
ne la presenza del Figliuol di Dio, 24 mio cimitero (il Vaticano) in una fogna dove si raccolgono il sangue
e la puzza; per cui il malvagio (Lucifero) che cadde da quassù, laggiù
fatt’ha del cimitero mio cloaca ne gode».
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa». 27

Di quel color che per lo sole avverso Io vidi allora tutto il Cielo cosparso di quel colore (rossastro) che le
nube dipigne da sera e da mane, nubi assumono per il sole opposto, a sera e al mattino.
vid’io allora tutto ’l ciel cosperso. 30

E come donna onesta che permane E come una donna onesta che resta sicura di sé e ascoltando le
di sé sicura, e per l’altrui fallanza, parole peccaminose di altri arrossisce, così Beatrice mutò aspetto; e
pur ascoltando, timida si fane, 33 credo che in cielo ci fu una tale eclissi, il giorno in cui morì Cristo.

così Beatrice trasmutò sembianza;


e tale eclissi credo che ’n ciel fue,
quando patì la supprema possanza. 36

Poi procedetter le parole sue Poi le parole di san Pietro proseguirono, con una voce così alterata
con voce tanto da sé trasmutata, che il suo aspetto non mutò maggiormente:
che la sembianza non si mutò piùe: 39

«Non fu la sposa di Cristo allevata «La sposa di Cristo (la Chiesa) non fu nutrita col sangue mio, di Lino,
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, di Anacleto, per essere usata per arricchirsi, ma Sisto, Pio, Calisto e
per essere ad acquisto d’oro usata; 42 Urbano sparsero il loro sangue, dopo molto pianto, per guadagnare
questa vita beata.
ma per acquisto d’esto viver lieto
e Sisto e Pio e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto. 45

Non fu nostra intenzion ch’a destra mano La nostra intenzione non era che il popolo cristiano sedesse in parte
d’i nostri successor parte sedesse, alla destra, e in parte alla sinistra dei nostri successori;
parte da l’altra del popol cristiano; 48

né che le chiavi che mi fuor concesse, né che le chiavi che mi furono concesse diventassero simbolo su
divenisser signaculo in vessillo vessilli usati per combattere gente battezzata;
che contra battezzati combattesse; 51

né ch’io fossi figura di sigillo né che la mia effigie comparisse sul sigillo di privilegi falsificati e
a privilegi venduti e mendaci, venduti, cosa per cui io spesso arrossisco e fremo di sdegno.
ond’io sovente arrosso e disfavillo. 54

In vesta di pastor lupi rapaci Da quassù si vedono per tutti i pascoli dei lupi famelici nelle vesti di
si veggion di qua sù per tutti i paschi: pastori: o vendetta divina, perché tardi ad arrivare?
o difesa di Dio, perché pur giaci? 57

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi Papi originari di Cahors (Giovanni XXII) e di Guascogna (Clemente V)
s’apparecchian di bere: o buon principio, si preparano a bere del nostro sangue (ad arricchirsi con la Chiesa):
a che vil fine convien che tu caschi! 60 o nobile principio, come sei destinato a cadere in basso!

Ma l’alta provedenza, che con Scipio Ma la Provvidenza divina, che con Scipione difese a Roma la gloria
difese a Roma la gloria del mondo, del mondo, interverrà presto, così come io prevedo;
soccorrà tosto, sì com’io concipio; 63

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo e tu, figliolo, che tornerai sulla Terra col tuo corpo mortale, apri la
ancor giù tornerai, apri la bocca, bocca e non nascondere ciò che io non ti nascondo».
e non asconder quel ch’io non ascondo». 66

Sì come di vapor gelati fiocca Come il nostro cielo fa cadere in basso i fiocchi di neve, quando il
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno corno della capra del cielo (il Capricorno) è in congiunzione col Sole
de la capra del ciel col sol si tocca, 69 (d'inverno), così io vidi il Cielo diventare brillante e fioccare verso
l'alto i beati trionfanti che si erano trattenuti qui con noi.
in sù vid’io così l’etera addorno
farsi e fioccar di vapor triunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno. 72

Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, Il mio sguardo seguiva quelle luci e le seguì finché la distanza, che
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, era notevole, gli impedì di spingersi più oltre.
li tolse il trapassar del più avanti. 75

Onde la donna, che mi vide assolto Allora Beatrice, che vide che avevo cessato di guardare verso l'alto,
de l’attendere in sù, mi disse: «Adima mi disse: «China lo sguardo e osserva quanto tu hai ruotato con
il viso e guarda come tu se’ vòlto». 78 questo Cielo».

Da l’ora ch’io avea guardato prima Dal momento in cui avevo guardato la prima volta, compresi che mi
i’ vidi mosso me per tutto l’arco ero mosso per tutto l'arco meridiano che va dal centro alla fine del
che fa dal mezzo al fine il primo clima; 81 primo clima (di novanta gradi);

sì ch’io vedea di là da Gade il varco sicché io vedevo a occidente di Cadice il folle varco di Ulisse
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito (l'oceano) e a oriente la costa della Fenicia dove Europa cavalcò
nel qual si fece Europa dolce carco. 84 Giove tramutato in toro.

E più mi fora discoverto il sito E mi sarebbe stata mostrata una parte maggiore di questa aiuola
di questa aiuola; ma ’l sol procedea (la Terra), ma il Sole procedeva sotto i miei piedi di oltre un segno
sotto i mie’ piedi un segno e più partito. 87 zodiacale (più di trenta gradi, gettando l'ombra sulle altre regioni).

La mente innamorata, che donnea La mia mente innamorata, che vagheggia sempre la mia donna,
con la mia donna sempre, di ridure desiderava più che mai di riportare a lei lo sguardo;
ad essa li occhi più che mai ardea; 90

e se natura o arte fé pasture e se mai la natura o l'arte produssero opere tanto belle, nei corpi
da pigliare occhi, per aver la mente, umani o nei dipinti, da attirare lo sguardo per sedurre la mente,
in carne umana o ne le sue pitture, 93 tutte radunate insieme sembrerebbero poca cosa rispetto alla
bellezza divina di Beatrice che splendette a me, quando mi rivolsi al
tutte adunate, parrebber niente suo viso sorridente.
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente. 96

E la virtù che lo sguardo m’indulse, E la virtù che s'irradiò a me dal suo sguardo mi portò via dalla
del bel nido di Leda mi divelse, costellazione dei Gemelli, spingendomi nel Cielo più veloce (il Primo
e nel ciel velocissimo m’impulse. 99 Mobile).

Le parti sue vivissime ed eccelse Le sue parti luminosissime e altissime sono così uniformi, che io non
sì uniforme son, ch’i’ non so dire saprei dire in quale di esse Beatrice mi fece penetrare.
qual Beatrice per loco mi scelse. 102

Ma ella, che vedea ‘l mio disire, Lei, tuttavia, che vedeva il mio desiderio, iniziò a dire, sorridendo
incominciò, ridendo tanto lieta, con tale gioia che sembrava che Dio si allietasse nel suo viso:
che Dio parea nel suo volto gioire: 105

«La natura del mondo, che quieta «La natura dell'Universo, che tiene la Terra al centro, immobile, e fa
il mezzo e tutto l’altro intorno move, ruotare tutto il resto intorno, comincia da qui come suo principio e
quinci comincia come da sua meta; 108 sua fine;

e questo cielo non ha altro dove e questo Cielo (il Primo Mobile) non ha nessun'altra collocazione se
che la mente divina, in che s’accende non la mente di Dio, in cui si accendono l'amore che lo fa ruotare e
l’amor che ‘l volge e la virtù ch’ei piove. 111 la virtù che esso esercita.

Luce e amor d’un cerchio lui comprende, La luce e l'amore divino lo circondano, proprio come questo Cielo
sì come questo li altri; e quel precinto circonda gli altri; e quell'involucro è compreso solamente da Colui
colui che ‘l cinge solamente intende. 114 che lo cinge (da Dio).

Non è suo moto per altro distinto, Il suo movimento non è misurato dagli altri, ma gli altri moti sono
ma li altri son mensurati da questo, commisurato a questo, come il dieci lo è dal cinque e dal due;
sì come diece da mezzo e da quinto; 117

e come il tempo tegna in cotal testo e ormai ti può essere chiaro come il tempo abbia le sue radici in
le sue radici e ne li altri le fronde, questo vaso (nel IX Cielo), e negli altri Cieli le sue foglie.
omai a te può esser manifesto. 120

Oh cupidigia che i mortali affonde Oh, cupidigia che immergi i mortali sotto di te, al punto che nessuno
sì sotto te, che nessuno ha podere riesce a spingere lo sguardo fuori dalle tue onde!
di trarre li occhi fuor de le tue onde! 123

Ben fiorisce ne li uomini il volere; La buona volontà fiorisce negli uomini, ma la continua pioggia
ma la pioggia continua converte trasforma le vere susine in frutti vuoti e guasti.
in bozzacchioni le sosine vere. 126

Fede e innocenza son reperte Fede e innocenza si ritrovano solo nei fanciulli; poi esse fuggono via,
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna prima che le guance siano coperte di pelo (prima della pubertà).
pria fugge che le guance sian coperte. 129
Alcuni, quando ancora non sanno parlare, osservano i digiuni
Tale, balbuziendo ancor, digiuna, religiosi, poi, quando hanno la lingua sciolta (diventano adulti),
che poi divora, con la lingua sciolta, divorano qualunque cibo in qualunque periodo dell'anno:
qualunque cibo per qualunque luna; 132
altri, quando ancora non sanno parlare, amano e rispettano la
e tal, balbuziendo, ama e ascolta propria madre, mentre quando diventano grandi
la madre sua, che, con loquela intera, desiderano vederla morta.
disia poi di vederla sepolta. 135
Così la pelle bianca diventa scura al primo apparire dell'Aurora,
Così si fa la pelle bianca nera figlia di Iperione, colui che porta il mattino e fa cessare la sera (gli
nel primo aspetto de la bella figlia uomini nascono buoni e poi si corrompono).
di quel ch’apporta mane e lascia sera. 138
Tu, per non stupirti troppo, pensa che sulla Terra manca una
Tu, perché non ti facci maraviglia, autorità di governo, per cui l'umanità viene sviata.
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svia l’umana famiglia. 141
Ma prima che gennaio esca del tutto dall'inverno per la centesima
Ma prima che gennaio tutto si sverni parte del giorno che è trascurata sulla Terra, queste ruote celesti
per la centesma ch’è là giù negletta, irradieranno il mondo a tal punto che la Provvidenza, che è tanto
raggeran sì questi cerchi superni, 144 attesa, volgerà le poppe dove ora sono le prue, cosicché la flotta
tornerà sulla giusta rotta; e il fiore tornerà a produrre un vero
che la fortuna che tanto s’aspetta, frutto».
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta;

e vero frutto verrà dopo ’l fiore». 148

Argomento del Canto


Ancora nell'VIII Cielo delle Stelle Fisse. Invettiva di san Pietro contro la corruzione della Chiesa; profezia di un futuro intervento
divino. Ascesa di Dante e Beatrice al Primo Mobile. Invettiva di Beatrice contro la cupidigia degli uomini.
È il tardo pomeriggio di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

I beati intonano il Gloria. San Pietro arrossisce di sdegno (1-15)


Tutti i beati intonano il Gloria alla Trinità, con un canto talmente dolce che riempie Dante di ebbrezza, poiché al poeta sembra di
vedere il riso di tutto l'Universo: egli è commosso di fronte all'indicibile gioia che proviene dalla felicità eterna, contrapposta alla
brama delle ricchezze materiali. Le quattro luci delle anime di san Pietro, san Giacomo, san Giovanni e Adamo restano splendenti di
fronte ai suoi occhi, poi quella di Pietro aumenta il suo fulgore e assume un colore rossastro, proprio come se Giove fosse un uccello
e scambiasse le sue penne con quelle di Marte.

Invettiva di Pietro contro la corruzione della Chiesa (16-36)


Picture
G. Di Paolo, Invettiva di S. Pietro
La Provvidenza divina ha posto fine al coro dei beati, quindi san Pietro spiega a Dante che non deve stupirsi del fatto che sia
arrossito, in quanto alle sue parole faranno lo stesso tutte le altre anime. Il santo aggiunge che colui (Bonifacio VIII) che usurpa in
Terra il soglio pontificio, ha trasformato il Vaticano in una sordida cloaca a causa dei suoi traffici, al punto che Lucifero gode della
corruzione della Chiesa. Dante vede allora tutto l'VIII Cielo assumere un colore rossastro, come una nuvola illuminata dal sole all'alba
o al tramonto, ed anche Beatrice arrossisce come una donna onesta che ascolta le parole peccaminose altrui.
San Pietro profetizza il futuro intervento divino (37-66)
Picture
L. Veneziano, Martirio di S. Pietro
San Pietro prosegue nelle sue accuse, con voce non meno alterata del suo aspetto, dicendo che la Chiesa non è stata alimentata dal
sangue suo e degli altri papi martirizzati per essere usata al fine di arricchirsi, bensì il sacrificio di quei pontefici era rivolto a meritare
la vita eterna. L'intenzione sua e degli altri papi non era certo consentire ai successori corrotti di dividere il popolo cristiano, né di
usare il simbolo delle chiavi di Pietro come vessillo per combattere gente battezzata; Pietro freme di sdegno al pensiero che la sua
effigie sia stampata sui documenti con cui vengono venduti i privilegi e i benefici ecclesiastici. I papi, che dovrebbero essere pastori,
sono diventati lupi famelici, per cui Pietro invoca il soccorso divino: pontefici come Clemente V e Giovanni XXII si apprestano a
ricavare lucro dalla Chiesa, un esito ben triste per un'istituzione creata con santa intenzione. Ma la Provvidenza divina, prevede
Pietro, interverrà presto come già fece con Scipione per salvare Roma, per cui Dante è invitato a non nascondere questo, ma anzi a
rivelarlo una volta che sarà tornato nel mondo.
Ascesa dei beati all'Empireo. Dante e Beatrice salgono al Primo Mobile (67-102)
Picture
S. Botticelli, Ascesa al Primo Mobile
Come dal cielo cadono fiocchi di neve nel pieno dell'inverno, sulla Terra, così in Paradiso Dante vede le anime dei beati salire
lentamente in alto, dirette all'Empireo; il suo sguardo le segue finché non sono troppo distanti e le perde di vista, quindi Beatrice
invita Dante ad abbassare lo sguardo e ad osservare quanto spazio egli abbia percorso ruotando insieme all'VIII Cielo. Il poeta
obbedisce e si accorge di aver percorso circa novanta gradi, poiché guardando la Terra vede a ovest di Cadice lo stretto di Gibilterra,
e a est quasi fino alle coste della Fenicia. Vedrebbe una parte maggiore della Terra, se il Sole non avesse già percorso più di un segno
zodiacale, per cui la parte più a oriente è già in ombra. Dante arde dal desiderio di guardare nuovamente Beatrice e quando lo fa il
suo sorriso è di tale bellezza che supera qualunque allettamento terreno che possa attirare lo sguardo. La virtù degli occhi della
donna stacca Dante dalla costellazione dei Gemelli e lo spinge nel IX Cielo, il Primo Mobile che ruota velocissimo: esso è uniforme in
ogni sua parte, per cui il poeta non sa dire in quale punto sia penetrato nella sua sfera trasparente.
Caratteristiche del Primo Mobile (103-120)
Picture
P. Magnier, La dea Aurora
Beatrice intuisce la curiosità di Dante e inizia a parlare, sorridendo lietamente come se Dio risplendesse nel suo volto: spiega che il
principio animatore del mondo, che tiene la Terra ferma al centro dell'Universo e fa ruotare gli altri pianeti, inizia da questo Cielo. Il
Primo Mobile trae la virtù che lo fa ruotare e con cui irraggia l'influsso astrale sugli altri Cieli dalla mente di Dio, che lo avvolge come
esso fa con le altre sfere celesti, in un modo comprensibile solo al Creatore. Il suo movimento non può essere misurato, al contrario
di tutti gli altri movimenti che hanno la loro unità di misura nel Primo Mobile, ed anche il tempo trae la sua origine da questo Cielo.

Invettiva di Beatrice contro la cupidigia (121-148)


Beatrice accusa la cupidigia degli uomini, che li tiene a terra e impedisce loro di sollevare lo sguardo al Cielo: il desiderio del bene è
innato nell'uomo, ma la corruzione e la mancanza di una guida sicura lo rende guasto e totalmente sterile. L'innocenza è propria solo
dei bambini e li abbandona prima che a questi cresca la barba, cosicché chi ancora non sa parlare pratica la virtù, ma appena cresce
e apprende il linguaggio si dedica subito a ogni vizio; e chi ancora non sa parlare ama e rispetta la propria madre, augurandole poi la
morte quando è diventato adulto. Così la pelle bianca diventa scura al primo apparire dell'Aurora, cioè l'umanità da buona diventa
malvagia: Dante deve pensare al fatto che sulla Terra non c'è un'autorità che governi, laica o ecclesiastica, e questa è la causa della
corruzione degli uomini. Tuttavia, prima che gennaio esca del tutto dall'inverno a causa dello sfasamento del calendario, ci sarà un
intervento divino che raddrizzerà la situazione e ristabilirà virtù e giustizia dove ora c'è soltanto la decadenza morale.
Interpretazione complessiva
Il Canto è suddiviso in due parti distinte, il cui filo conduttore è la rampogna della corruzione del mondo e il preannuncio di un futuro
intervento divino destinato a ristabilire la giustizia: nella prima, infatti, san Pietro prorompe in una violenta invettiva contro la
corruzione della Chiesa e i papi simoniaci, in particolare Bonifacio VIII già più volte bersaglio delle accuse di Dante, mentre nella
seconda (dopo l'ascesa al Primo Mobile e la descrizione del IX Cielo) è Beatrice a rimproverare la cupidigia degli uomini, contro la
quale si abbatterà la punizione divina come sui pontefici corrotti. L'episodio si apre del resto con il grandioso spettacolo del Gloria
intonato da tutte le anime, che riempie Dante di ebbrezza e lo spinge a inneggiare alla vera felicità che proviene dalla beatitudine
eterna, in contrasto con le ricchezze materiali: le sue parole preparano il terreno all'invettiva di Pietro, sottolineata dal colore
rossastro che assume la sua luce come quella di tutti gli altri beati e dello stesso VIII Cielo, che simboleggia lo sdegno provato da
tutto il Paradiso per la vergogna della Chiesa corrotta (Dante rappresenta la scena con la similitudine paradossale di Giove e Marte,
paragonati a due uccelli che si scambino le piume, e con quella naturalistica della nube colorata di rosso all'alba o al tramonto). Le
parole di Pietro vengono sottolineate dal silenzio di tutti i beati e si qualificano come un durissimo attacco anzitutto a Bonifacio VIII,
il papa presente sul soglio pontificio al momento dell'immaginario viaggio (primavera del 1300), che il santo accusa di «usurpare» il
suo posto come successore indegno e di aver tramutato il Vaticano in cui lui è sepolto in una cloaca / del sangue e de la puzza: il
riferimento è alle circostanze in cui Bonifacio succedette a Celestino V (cfr. Inf., XIX, 52-57) e forse all'illegittimità della sua elezione,
mentre di sicuro Pietro rinfaccia al papa di sfruttare la sua carica per arricchirsi illecitamente, tanto da procurare piacere coi suoi atti
a Lucifero che dal Cielo venne precipitato al centro della Terra. Il linguaggio crudo e a tratti volgare di Pietro è ripreso poco oltre,
dopo la descrizione del «trascolorare» di tutto il Cielo e di Beatrice, attraverso il paragone con l'oscuramento del Sole il giorno della
morte di Cristo (il rosso è anche il colore del sangue, più volte evocato nel discorso del santo, mentre non va scordato che il papa è
appunto il vicario di Cristo in Terra): Pietro crea un contrasto fra se stesso e i primi papi, che vennero martirizzati per costruire la
Chiesa delle origini, e i papi attuali, per i quali la sposa di Cristo serve unicamente come fonte di guadagno illecito, per cui l'effigie di
Pietro compare sui documenti papali con cui si fa compravendita di cose sacre e il simbolo delle chiavi fregia i vessilli con cui si fa
guerra ai battezzati anziché agli infedeli, come nel recente assedio di Palestrina ad opera proprio di Bonifacio (cfr. Inf., XXVII, 85 ss.). I
papi simoniaci sono definiti lupi rapaci con immagine scritturale, come del resto pieno di furore biblico è l'intero discorso (con
accenti simili all'invettiva di Dante contro Niccolò III in Inf., XIX) e Pietro profetizza anche le ruberie di due successori di Bonifacio VIII,
Clemente V e Giovanni XXII che Dante ha già duramente e più volte attaccati, preconizzando la futura dannazione del primo fra i
simoniaci della III Bolgia dell'VIII Cerchio e rivolgendo al secondo la tremenda invettiva che chiudeva il Canto XVIII del Paradiso. Il
discorso di Pietro, stilisticamente sostenuto e con numerosi artifici retorici (la triplice ripetizione di il luogo mio..., l'anafora di Non
fu..., il polisindeto del v. 44), si chiude con il preannuncio di un futuro e ormai prossimo intervento divino, che la Provvidenza sta
preparando così come fece al tempo di Scipione per difendere la gloria di Roma: il riferimento alla storia romana non è casuale,
poiché è noto che Dante considerava l'autorità imperiale come la necessaria guida politica per assicurare le leggi e la giustizia nel
mondo, in accordo con l'autorità spirituale rappresentata dai papi che dovevano naturalmente essere esenti dalle gravi colpe qui
rinfacciate loro da san Pietro. Tale intervento provvidenziale andrà inteso come la profezia di una prossima palingenesi della società
ad opera di un personaggio non meglio identificato, come il «veltro» di Inf., I o il «DXV» di Purg., XXXIII, ed è quasi certo che la stessa
indeterminatezza avrà anche la parallela profezia di Beatrice alla fine del Canto, più sfumata nei toni in quanto non rivolta contro
bersagli particolari ma in generale alla corruzione umana che pervade l'intera società (in entrambi i casi Dante è chiamato a riferire
ciò che ha udito una volta tornato sulla Terra, missione poetica di cui è altamente ed esplicitamente investito dallo stesso Pietro).
Il passaggio dalla prima alla seconda parte dell'episodio è rappresentato dall'ascesa delle anime dei beati all'Empireo, ancora con
una similitudine naturalistica in quanto paragonati a fiocchi di neve che salgono lentamente verso l'alto, quindi l'ascesa al Primo
Mobile è anticipata dallo sguardo di Dante alla Terra vista nuovamente nella sua piccolezza e ancora definita aiuola, con un
parallelismo rispetto a XXII, 133 ss. (i due momenti aprono e chiudono la descrizione del Cielo delle Stelle Fisse, benché in questo
caso Dante si limiti a osservare la Terra con una complessa e discussa rappresentazione geografica). Come già nel passaggio dal VII
all'VIII Cielo, anche in questa circostanza è Beatrice col suo sguardo a spingere il poeta nel Primo Mobile, che si presenta come una
sfera trasparente e perfettamente uniforme in ogni suo punto: la complessa spiegazione circa la sua natura e il suo funzionamento,
per cui Dante si rifà strettamente alla teoria di Tolomeo poi recepita dalla dottrina tomistica e base di tutta la costruzione
astronomica del poema, dà modo a Beatrice di inneggiare alla perfezione dell'Universo e all'infinito amore di Dio, che regola con la
sua saggezza i movimenti delle sfere celesti, per cui il successivo trapasso alla rampogna contro la cupidigia degli uomini non è così
improvviso come è parso a vari commentatori (l'umanità dovrebbe levare lo sguardo alla bellezza dei Cieli invece di rivolgerlo ai beni
terreni, secondo quanto detto da Virgilio in Purg., XIV, 142-151). Beatrice rimarca il fatto che l'uomo è creato da Dio e nasce
naturalmente inclinato al bene, ma poi crescendo perde la sua innocenza e si corrompe, come le sosine vere che la pioggia trasforma
in bozzacchioni, ovvero in frutti guasti e privi di ogni qualità: la causa di ciò è individuata dalla donna nella mancanza di una guida
spirituale e politica nel mondo, con allusione alla corruzione ecclesiastica (cui si aggiungerà presto anche la cattività avignonese) e
all'assenza di un'autorità imperiale, fonte per Dante di tutti i problemi politici della società del suo tempo. L'accusa si collega quindi a
quella di san Pietro contro i papi corrotti, proprio come il preannuncio della futura punizione che chiude il Canto e in cui Beatrice usa
ancora l'immagine del vero frutto che dovrà nascere dal fiore e della flotta che sarà rimessa nella giusta rotta dal volere di Dio,
poiché in Terra non è chi governi (il riferimento è forse proprio all'assenza di una guida politica, come in Purg., VI con l'immagine
dell'Italia nave sanza nocchiere in gran tempesta): la donna usa gli stessi accenti profetici che caratterizzeranno alcuni dei momenti
conclusivi della Cantica, specie in XXX, 130-148, quando indicherà a Dante il seggio della rosa dei beati già destinato ad Arrigo VII di
Lussemburgo e condannerà ancora la cieca cupidigia che ammalia gli uomini, profetizzando tra l'altro nuovamente la dannazione di
Bonifacio VIII e Clemente V fra i simoniaci della III Bolgia (quelle saranno le ultime parole di Beatrice a Dante come sua guida, prima
che il suo posto sia preso da san Bernardo che avrà l'incarico di preparare Dante alla visione di Dio che concluderà in modo solenne il
viaggio nell'Oltretomba). La rampogna di Beatrice contro la cupidigia umana prepara inoltre il terreno alla successiva disquisizione
circa le gerarchie angeliche, il cui ordine armonioso sarà in certa misura contrapposto al disordine politico e morale del mondo
terreno e che occuperà con insolita estensione entrambi i Canti seguenti, il XXVIII e il XXIX, con quest'ultimo che conterrà una nuova
invettiva rivolta ai falsi predicatori che, talvolta per avidità di guadagno, diffondono false dottrine circa gli angeli e le loro qualità,
alimentando leggende infondate sui loro poteri (la polemica contro la corruzione ecclesiastica lega dunque insieme gran parte dei
Canti conclusivi del Paradiso).

Note e passi controversi


Le quattro face del v. 10 sono le anime di san Pietro, san Giacomo, san Giovanni e Adamo, mentre quella che pria venne (v. 11) è san
Pietro, la cui luce diventa rossastra.
La bizzarra similitudine dei vv. 13-15 si basa sul fatto che il pianeta Marte è di colore rosso, mentre Giove è argenteo.
Il vb. usurpa del v. 22 ha fatto pensare che Dante contestasse la legittimità dell'elezione papale di Bonifacio VIII, ipotesi confermata
in parte da Inf., XIX, 52-57, mentre altri sostengono che il poeta alluda semplicemente all'indegnità del pontefice come vicario di
Cristo (cfr. Purg., XX, 86-90, in cui l'oltraggio di Anagni è duramente condannato).
Al v. 25 il cimitero è il Vaticano, dove Pietro fu martirizzato e, secondo la tradizione, sepolto; esso è trasformato da Bonifacio in una
fogna in cui si raccoglie il sangue sparso per le contese interne al mondo cristiano e la puzza della corruzione della Curia (cfr. anche
IX, 139 ss.).
Il perverso (v. 26) è Lucifero.
La similitudine ai vv. 31-36 allude al trascolorare di Beatrice che arrossisce (secondo altri impallidisce) come una donna onesta che
ascolta le parole peccaminose di altri; il Cielo diventa rosso come il Sole quando si oscurò il giorno della morte di Cristo, la supprema
possanza (Luc., XXIII, 45).
Ai vv. 41 ss. Pietro cita alcuni dei primi papi della Chiesa primitiva: Lino di Volterra fu il suo primo successore, ucciso il 23 sett. del 78
d.C.; Cleto (o Anacleto) fu martirizzato sotto Domiziano, mentre Sisto I durante il principato di Adriano; Pio I, di Aquileia, morì forse
nel 149, mentre Calisto I nel 222 sotto Alessandro Severo; infine Urbano I, successore di Calisto, subì il martirio nel 230.
Al v. 45 fleto è lat. per «pianto».
I vv. 46-48 alludono all'immagine degli eletti e dei reprobi che, il Giorno del Giudizio, siederanno rispettivamente alla destra e alla
sinistra di Cristo, per cui i papi corrotti pretendono di anticipare tale sentenza coi loro atti simoniaci (specie attraverso la vendita
delle indulgenze).
Il sigillo del v. 52 è quello papale su cui è tuttora raffigurata l'effigie di san Pietro; i privilegi venduti e mendaci (v. 53) sono le
indulgenze e le cariche ecclesiastiche di cui i papi simoniaci facevano commercio.
I lupi rapaci del v. 55 rimandano a Matth., VII, 15: Attendite a falsis prophetis qui veniunt ad vos in vestimentis ovium, intrinsecus
autem sunt lupi rapaces («Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi nelle sembianze di pecore e nell'animo sono invece lupi
rapaci»). Il v. 57 riecheggia invece Ps., XLIII, 24: Exsurge, quare obdormis, Domine?
I vv. 58-59 alludono a Clemente V e Giovanni XXII, originari rispettivamente della Guascogna e di Cahors: gli abitanti di quest'ultima
città avevano fama di usurai (Inf., XI, 50).
I vv. 67-69 si riferiscono alla stagione invernale, quando la capra del ciel (la costellazione del Capricorno) è in congiunzione col Sole e
i fiocchi di neve cadono a terra. L'etera è l'VIII Cielo (cfr. XXII, 132).
I vv. 79-81 alludono alla divisione della Terra in sette climi operata dagli antichi geografi: erano delle fasce parallele che andavano
dall'Equatore alle zone fredde, corrispondenti ai vari climi della zona abitabile del globo, aventi una longitudine di 180 gradi; Dante
intende dire di aver ruotato insieme al Cielo delle Stelle Fisse dal centro alla fine del primo clima, quindi di 90 gradi.
Al v. 82 Gade è Cadice, in Spagna, a occidente della quale si scorge il varco / folle d'Ulisse (l'oceano da lui percorso). Ai vv. 83-84 il
lido è la Fenicia, dove secondo il mito la ninfa Europa salì in groppa a Giove tramutatosi in toro, che in tal modo la rapì; si obietta che
in base alla complessa descrizione astronomica la Fenicia dovrebbe essere in ombra e non visibile a Dante dalla sua posizione, ma la
sua indicazione è forse più generica oppure il poeta confondeva la Fenicia con Creta dove Europa venne portata (cfr. Ovidio, Met., II,
833 ss.).
Al v. 88 donnea vuol dire «vagheggia amorosamente».
Al v. 98 il bel nido di Leda è la costellazione dei Gemelli, così detta in quanto Castore e Polluce, la cui figura è ricordata dal segno
zodiacale, nacquero dall'uovo di Leda fecondato da Giove tramutatosi in cigno.
Al v. 108 meta si riferisce probabilmente alla colonnina che nel circo dell'antica Roma segnava il punto in cui i carri dovevano girare
durante la corsa: Dante intende dire che il Primo Mobile è il principio e la fine del mondo sensibile.
I vv. 109-111, variamente interpretati, vogliono dire: «Questo Cielo (il Primo Mobile) non ha altra collocazione se non la mente
divina (che corrisponde all'Empireo), in cui si accendono l'amore che lo fa ruotare e la virtù che esso esercita». Il X Cielo non è un
luogo fisico ma corrisponde alla mente di Dio, Luce e amor (v. 112) che circondano il IX Cielo e imprimono ad esso il movimento.
Il v. 117 intende dire che tutti i movimenti fisici sono commisurati a quello del Primo Mobile, come il numero dieci è commisurato al
cinque e al due (suoi sottomultipli).
Al v. 118 testo è lat. per «vaso».
I vv. 125-126 si rifanno forse all'antico proverbio secondo cui «Quando piove la domenica di Passione, ogni susina va in
bozzacchione»: i bozzacchioni sono le susine vuote e guaste, mentre la pioggia fuor di metafora è l'ambiente corrotto che influisce
negativamente sugli uomini.
I vv. 136-138 sono una delle cruces interpretative del poema, poiché non è chiaro a cosa alluda Dante con la bella figlia / di quel
ch'apporta mane e lascia sera: potrebbe trattarsi dell'Aurora, la figlia mitologica di Iperione, oppure la Chiesa, figlia di Dio, o ancora
Circe, figlia del Sole nel mito. La terzina vuol forse dire che la pelle bianca, al primo apparire della luce dell'Aurora, diventa scura,
quindi (fuor di metafora) gli uomini nascono inclini al bene e poi si corrompono. La questione è tutt'altro che conclusa.
I vv. 142 ss. vogliono dire che, prima che passino migliaia di anni (litote per dire «fra breve») avverrà l'intervento divino: Dante allude
alla necessaria riforma del calendario adottato da Giulio Cesare nel 46 a.C., che prevedeva un anno bisestile ogni quattro ma lasciava
12 minuti di eccedenza l'anno, per cui l'anno civile restava in lieve ritardo rispetto a quello astronomico. Senza una modifica (che
sarebbe avvenuta nel 1582 col calendario gregoriano, tuttora in vigore) l'equinozio di primavera sarebbe caduto 90 giorni prima,
quindi a gennaio che sarebbe uscito dall'inverno (ciò sarebbe avvenuto in realtà 90 secoli dopo il 1300). La centesma è la centesima
parte del giorno, appunto i 12 minuti di eccedenza rispetto all'anno astronomico.
Al v. 142 gennaio è bisillabo per trittongo.
Al v. 145 fortuna può voler dire «fortunale», «tempesta», ma anche (più probabilmente) «Provvidenza».
Al v. 147 classe è lat. per «flotta».
CANTO XXIX
Testo Parafrasi
Quando ambedue li figli di Latona, Quando entrambi i figli di Latona (il Sole e la Luna), sotto le due
coperti del Montone e de la Libra, costellazioni di Ariete e Bilancia, fanno entrambi cintura
fanno de l’orizzonte insieme zona, 3 dell'orizzonte, quant'è il tempo che passa dal momento in cui lo
zenit li tiene in equilibrio fino a quello in cui si liberano dalla cintura
quant’è dal punto che ‘l cenìt inlibra cambiando emisfero, altrettanto tempo Beatrice restò in silenzio e
infin che l’uno e l’altro da quel cinto, sorridente, guardando fisso nel punto luminoso che aveva
cambiando l’emisperio, si dilibra, 6 sopraffatto la mia vista.

tanto, col volto di riso dipinto,


si tacque Beatrice, riguardando
fiso nel punto che m’avea vinto. 9

Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, Poi iniziò: «Io dico e non ti chiedo quello che vuoi sentire, perché io
quel che tu vuoli udir, perch’io l’ho visto l'ho letto là (nella mente di Dio) dove ogni tempo e ogni luogo si
là ‘ve s’appunta ogne ubi e ogne quando. 12 concentrano.

Non per aver a sé di bene acquisto, Non al fine di accrescere il proprio bene, cosa impossibile, ma
ch’esser non può, ma perché suo splendore affinché il suo splendore fosse riflesso in altri esseri che dicessero "Io
potesse, risplendendo, dir "Subsisto", 15 esisto", l'amore eterno di Dio si moltiplicò in altri amori (negli
angeli), come gli piacque, nella sua eternità fuori del tempo e dello
in sua etternità di tempo fore, spazio.
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore. 18

Né prima quasi torpente si giacque; Questo non significa che prima giacesse inoperoso, dal momento
ché né prima né poscia procedette che nella creazione divina di questi Cieli non ci fu un prima né un
lo discorrer di Dio sovra quest’acque. 21 dopo (il tempo non esisteva al di fuori della creazione).

Forma e materia, congiunte e purette, La forma e la materia, unite fra loro e pure, crearono degli esseri
usciro ad esser che non avia fallo, che non avevano imperfezioni, come tre saette vengono scoccate da
come d’arco tricordo tre saette. 24 un arco con tre corde.

E come in vetro, in ambra o in cristallo E come il raggio luminoso risplende attraverso un corpo
raggio resplende sì, che dal venire trasparente, in modo tale che tra il suo giungere e il brillare non c'è
a l’esser tutto non è intervallo, 27 intervallo di tempo, così il triforme atto creativo di Dio si irradiò
insieme nel suo essere, senza successione di tempo.
così ‘l triforme effetto del suo sire
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzione in essordire. 30

Concreato fu ordine e costrutto L'ordine e la struttura del cosmo furono concreate insieme; e gli
a le sustanze; e quelle furon cima angeli, prodotti dall'atto puro, occuparono la parte più elevata
nel mondo in che puro atto fu produtto; 33 dell'Universo;

pura potenza tenne la parte ima; la potenza pura occupò la parte più bassa (il mondo sensibile); nel
nel mezzo strinse potenza con atto mezzo, atto e potenza furono stretti insieme (nei Cieli) da un legame
tal vime, che già mai non si divima. 36 tanto saldo, che non può mai essere sciolto.

Ieronimo vi scrisse lungo tratto San Girolamo scrisse che gli angeli furono creati molti secoli prima
di secoli de li angeli creati della creazione del mondo sensibile;
anzi che l’altro mondo fosse fatto; 39

ma questo vero è scritto in molti lati ma la verità che io ho esposto è scritta in più luoghi delle Sacre
da li scrittor de lo Spirito Santo, Scritture, e tu lo capirai se le leggi con attenzione;
e tu te n’avvedrai se bene agguati; 42
e anche la ragione il vede alquanto, e anche la ragione lo può capire, dal momento che non è possibile
che non concederebbe che ‘ motori che i motori dei Cieli (le intelligenze angeliche) esistessero per tanto
sanza sua perfezion fosser cotanto. 45 tempo senza giungere a perfezione, inoperose.

Or sai tu dove e quando questi amori Ora sai dove, quando e come furono creati questi amori (gli angeli):
furon creati e come: sì che spenti cosicché già tre tuoi desideri sono stati appagati.
nel tuo disio già son tre ardori. 48

Né giugneriesi, numerando, al venti Non si arriverebbe, contando, al venti, così rapidamente come una
sì tosto, come de li angeli parte parte degli angeli turbò il soggetto dei vostri elementi (la Terra, con
turbò il suggetto d’i vostri alementi. 51 la propria ribellione).

L’altra rimase, e cominciò quest’arte L'altra rimase fedele, e iniziò l'opera di fissare nella mente di Dio che
che tu discerni, con tanto diletto, tu vedi qui, con tale gioia che non smette mai di ruotare attorno al
che mai da circuir non si diparte. 54 punto luminoso (Dio stesso).

Principio del cader fu il maladetto La causa della caduta fu la maledetta superbia di colui (Lucifero) che
superbir di colui che tu vedesti tu hai visto schiacciato da tutti i pesi del mondo, confitto al centro
da tutti i pesi del mondo costretto. 57 della Terra.

Quelli che vedi qui furon modesti Quegli angeli che vedi qui, invece, ebbero la modestia di riconoscere
a riconoscer sé da la bontate di essere stati creati dalla bontà divina, dotati di una tale
che li avea fatti a tanto intender presti: 60 intelligenza:

per che le viste lor furo essaltate perciò la loro visione di Dio fu accresciuta dalla grazia illuminante e
con grazia illuminante e con lor merto, dal loro merito, dal momento che sono dotati di volontà ferma e
si c’hanno ferma e piena volontate; 63 piena;

e non voglio che dubbi, ma sia certo, e non voglio che tu abbia dubbi, ma devi essere certo che il ricevere
che ricever la grazia è meritorio la grazia è un merito, commisurato alla volontà di ottenerla.
secondo che l’affetto l’è aperto. 66
Ormai puoi capire da solo molte cose intorno a questa assemblea
Omai dintorno a questo consistorio (degli angeli), senz'altro aiuto, se hai compreso bene le mie parole.
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz’altro aiutorio. 69
Ma poiché sulla Terra nelle vostre scuole filosofiche si insegna che la
Ma perché ‘n terra per le vostre scole natura angelica è tale che possiede intelletto, volontà e memoria,
si legge che l’angelica natura parlerò ancora, perché tu veda la verità schietta che nel mondo
è tal, che ‘ntende e si ricorda e vole, 72 viene confusa per gli equivoci di siffatti insegnamenti.

ancor dirò, perché tu veggi pura


la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura. 75
Queste intelligenze angeliche, non appena furono felici
Queste sustanze, poi che fur gioconde contemplando Dio, non distolsero lo sguardo dalla sua mente, da
de la faccia di Dio, non volser viso cui nulla può essere celato:
da essa, da cui nulla si nasconde: 78
perciò la loro visione non è interrotta da alcun nuovo oggetto, e
però non hanno vedere interciso dunque non hanno bisogno di ricordare concetti acquisiti in diversi
da novo obietto, e però non bisogna momenti;
rememorar per concetto diviso; 81
allora sulla Terra si sogna ad occhi aperti, dicendo cose inesatte in
sì che là giù, non dormendo, si sogna, buona e cattiva fede; tuttavia chi è in malafede suscita più vergogna
credendo e non credendo dicer vero; ed è più colpevole.
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna. 84
Voi, filosofando sulla Terra, non percorrete un'unica strada: a tal
Voi non andate giù per un sentiero punto siete trasportati dall'amore e dal desiderio di apparire!
filosofando: tanto vi trasporta
l’amor de l’apparenza e ‘l suo pensiero! 87
E questo, tuttavia, quassù è tollerato con minore disdegno, rispetto
E ancor questo qua sù si comporta a quando la Sacra Scrittura è trascurata oppure deformata.
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta. 90
Voi non pensate al sangue versato per diffondere nel mondo la
Non vi si pensa quanto sangue costa parola di Dio, e quanto piace (a Dio) chi si unisce ad essa con tutta
seminarla nel mondo e quanto piace umiltà.
chi umilmente con essa s’accosta. 93
Ciascuno, per fare sfoggio di sapienza, si ingegna e produce delle
Per apparer ciascun s’ingegna e face invenzioni; e quelle sono trattate ampiamente dai predicatori, che
sue invenzioni; e quelle son trascorse trascurano il Vangelo.
da’ predicanti e ‘l Vangelio si tace. 96
Qualcuno afferma che, nella passione di Cristo, la Luna tornò
Un dice che la luna si ritorse indietro e si interpose al Sole in un'eclissi, causandone così
ne la passion di Cristo e s’interpuose, l'oscuramento;
per che ‘l lume del sol giù non si porse; 99
e dice il falso, poiché la luce del Sole si oscurò da sola: infatti tale
e mente, ché la luce si nascose eclissi fu vista dagli Spagnoli e dagli Indiani, come dagli abitanti di
da sé: però a li Spani e a l’Indi Gerusalemme.
come a’ Giudei tale eclissi rispuose. 102
Firenze non ha tanti Lapi e Bindi quante sono le favole che ogni
Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi anno si gridano dal pulpito in ogni luogo;
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi; 105
cosicché le pecorelle (i fedeli) ignoranti tornano dal pascolo dopo
sì che le pecorelle, che non sanno, essersi cibate di vento, e non è una scusante il fatto di non vedere il
tornan del pasco pasciute di vento, proprio danno.
e non le scusa non veder lo danno. 108
Cristo non disse ai suoi primi Apostoli: 'Andate e predicate ciance ai
Non disse Cristo al suo primo convento: fedeli', ma diede loro un fondamento di verità;
‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
ma diede lor verace fondamento; 111
e nelle guance degli Apostoli risuonò soltanto quello, sicché usarono
e quel tanto sonò ne le sue guance, il Vangelo come scudo e lance per combattere e diffondere la fede.
sì ch’a pugnar per accender la fede
de l’Evangelio fero scudo e lance. 114 Ora i predicatori si esibiscono in motti e lazzi, e purché abbiano
suscitato il riso si gonfiano di orgoglio e non chiedono altro.
Ora si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede. 117 Ma nel cappuccio si annida un tale uccello (il demonio), che se fosse
visto dal popolo questo capirebbe quanto valgono le indulgenze in
Ma tale uccel nel becchetto s’annida, cui sperano;
che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch’el si confida; 120 perciò in Terra è cresciuta una tale stupidità che, senza prova di
alcuna testimonianza, si corre dietro ad ogni promessa.
per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
che, sanza prova d’alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe. 123 Con questo sant'Antonio Abate (l'Ordine antoniano) ingrassa il
maiale e molti altri che sono ancora più porci (concubine, figli...),
Di questo ingrassa il porco sant’Antonio, pagando monete senza conio (vendendo false indulgenze).
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio. 126 Ma dal momento che ci siamo allontanati molto con questa
digressione, riporta lo sguardo verso la strada dritta (l'argomento
Ma perché siam digressi assai, ritorci angelologico), cosicché la via sia percorsa in breve tempo.
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci. 129 La natura degli angeli cresce di numero da un ordine all'altro, al
punto che nessun discorso o intelletto umano può concepirlo;
Questa natura sì oltre s’ingrada
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada; 132 e se tu consideri ciò che è rivelato da Daniele, vedrai che nelle
migliaia di angeli di cui parla il numero determinato resta celato.
e se tu guardi quel che si revela
per Daniel, vedrai che ‘n sue migliaia
determinato numero si cela. 135 La luce di Dio, che irraggia tutti gli angeli, viene da essi recepita in
modo diverso, per quanti sono gli splendori a cui si unisce.
La prima luce, che tutta la raia,
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi s’appaia. 138 Dunque, poiché all'atto della visione di Dio segue l'amore, la
dolcezza di questo amore è ardente e tiepida negli angeli in maniera
Onde, però che a l’atto che concepe lievemente diversa.
segue l’affetto, d’amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe. 141 Vedi ormai l'altezza e la generosità dell'eterna potenza di Dio, dal
momento che si riflette in così tanti specchi (gli angeli), pur restando
Vedi l’eccelso omai e la larghezza uguale a se stessa e unica come prima».
de l’etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s’ha in che si spezza,

uno manendo in sé come davanti». 145

Argomento del Canto


Ancora nel IX Cielo (Primo Mobile). Beatrice parla della creazione degli angeli, degli angeli ribelli, delle facoltà angeliche, del numero
degli angeli. Condanna dei vani predicatori.
È la sera di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Beatrice resta un istante in silenzio (1-9)


Quando il Sole e la Luna, sotto le costellazioni dell'Ariete e della Bilancia, si trovano sulla linea dell'orizzonte che taglia a metà il loro
disco, passa solo un istante brevissimo prima che l'uno tramonti e l'altro sorga, cambiando così emisfero: Beatrice resta in silenzio un
tempo equivalente, tenendo lo sguardo fisso sul punto luminosissimo che aveva sopraffatto la vista del poeta.

Spiegazione di Beatrice: la creazione degli angeli (10-48)


Picture
J. Flaxman, Gli angeli
Beatrice inizia a parlare e afferma di non aver bisogno di chiedere a Dante cosa voglia sentire, poiché legge i suoi desideri nella
mente di Dio. La donna spiega che l'Altissimo, non per accrescere il proprio bene ma affinché il suo splendore potesse riflettersi in
altri esseri all'infuori di Lui, creò le intelligenze angeliche. Non si può dire che prima Dio fosse inoperoso, giacché prima della
creazione non ci fu né un «prima» né un «dopo»: così la forma e la materia, unite fra loro e separate, uscirono perfette dall'atto
della creazione. Tale atto fu immediato, come quando la luce attraversa un corpo trasparente, e insieme alle sostanze angeliche fu
concreato anche l'ordine dell'Universo, cosicché il puro atto creò gli angeli, la pura potenza produsse il mondo sensibile, potenza e
atto uniti insieme formarono i Cieli. San Girolamo scrisse che gli angeli vennero creati molti secoli prima del mondo, ma ciò contrasta
con la lettera del testo sacro, e del resto basta pensare che le intelligenze angeliche, destinate a muovere i Cieli, sarebbero rimaste
inoperose per un lungo periodo di tempo, cosa impossibile. Beatrice ha dunque spiegato a Dante dove, quando e come furono creati
gli angeli, quindi tre desideri di conoscenza del poeta sono già stati appagati.
Gli angeli ribelli e gli angeli fedeli (49-66)
Picture
G. Di Paolo, Gli angeli ribelli
Beatrice spiega che, contando, non si arriverebbe a venti così in fretta quanto impiegò una parte degli angeli creati a ribellarsi a Dio:
gli altri angeli restarono fedeli e iniziarono a contemplare la mente divina, con tale gioia che non cessano mai di ruotare intorno al
punto luminoso (Dio). Causa della ribellione fu la superbia di Lucifero, che Dante ha visto confitto al centro della Terra, mentre gli
angeli fedeli ebbero l'umiltà di riconoscere che la bontà di Dio li aveva creati come intelligenze privilegiate. La loro visione di Dio fu
accresciuta dalla grazia illuminante e dal loro merito, cosicché hanno piena volontà di compiere il bene, e Dante deve comprendere
che il ricevere la grazia è commisurato alla volontà di ottenerla, quindi è un merito.
Le facoltà angeliche (67-84)
Dante è ormai in grado di comprendere da sé molte cose riguardo agli angeli, tuttavia, poiché sulla Terra alcuni filosofi affermano
che gli angeli sono dotati di intelletto, volontà e memoria, Beatrice aggiungerà una chiosa affinché il poeta comprenda la verità sulla
natura angelica, al di là dei fraintendimenti degli uomini. Gli angeli, spiega Beatrice, dal momento in cui fissarono lo sguardo nella
mente di Dio, non ne distolsero più lo sguardo, quindi non hanno bisogno della memoria per ricordare qualcosa di diverso: chi
afferma il contrario, sulla Terra, racconta falsità in buona e in cattiva fede, e chi lo fa sapendo di dire cose inesatte è ancor più
esecrabile.

Beatrice condanna i vani e falsi predicatori (85-126)


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S. Antonio Abate (XVI sec.)
Beatrice condanna le varie scuole filosofiche dei pensatori sulla Terra, che divulgano insegnamenti contraddittori per il desiderio di
fare sfoggio di sapienza: ciò è tuttavia tollerato dal Cielo, assai più del fatto che la Sacra Scrittura viene da altri volutamente
travisata. Gli uomini non pensano al sangue versato nel mondo per diffondere la parola di Dio, e per far mostra di sé alcuni
inventano di sana pianta cose false che poi i vani predicatori spargono con eccessiva leggerezza, trascurando il Vangelo. Alcuni
affermano che nella passione di Cristo la Luna oscurò il Sole con un'eclissi, dicendo il falso in quanto il Sole si oscurò da solo, anche
perché un'eclissi non sarebbe stata visibile al di fuori della Terrasanta. I predicatori raccontano dai loro pulpiti favole e falsità a cui i
fedeli credono ciecamente, senza essere scusati dalla loro ignoranza: Cristo non disse agli Apostoli di diffondere delle ciance, infatti
essi usarono il Vangelo come scudo per combattere e diffondere la fede. Ora i predicatori si producono in lazzi e frasi argute,
preoccupandosi solo di divertire l'uditorio, ma il popolo dovrebbe capire che dietro tali cattivi pastori si nasconde il demonio e che le
loro promesse non hanno alcun valore. Gli uomini credono ingenuamente a qualunque cosa sentano, del che approfittano i frati
dell'Ordine di sant'Antonio Abate per ingrassare i loro maiali (cioè per arricchirsi), così come altri frati che, sfruttando la credulità
popolare, vendono indulgenze non valide.
Il numero degli angeli. La grandezza di Dio (127-145)
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F. Botticini, Trionfo della Vergine e degli angeli
Beatrice interrompe la sua digressione e invita Dante a tornare alla questione degli angeli, poiché essi possono restare ancora poco
tempo nel Primo Mobile. Il numero degli angeli, spiega, è talmente elevato che l'intelletto umano non è neppure in grado di
concepirlo, e se Dante pensa alle parole di Daniele sull'argomento capirà che esse non indicavano l'esatto numero degli angeli visti,
ma una quantità indeterminata. La luce di Dio, che si irraggia su tutte le intelligenze angeliche, è recepita da ognuna di esse in modo
diverso, cosicché ogni angelo prova un amore verso di Dio di differente intensità. Ciò consente a Dante di valutare l'altezza e la
magnificenza della potenza divina, che ha voluto riverberarsi nei numerossimi angeli pur restando unica.
Interpretazione complessiva
Il Canto prosegue e conclude il discorso sull'angelologia iniziato nel XXVIII con la descrizione delle gerarchie e degli ordini angelici, in
quanto Beatrice chiarisce a Dante alcune importanti questioni relative alla creazione degli angeli, alla ribellione di Lucifero, alle
facoltà degli angeli e al loro numero: a metà circa del Canto si inserisce una digressione contenente una dura invettiva contro i cattivi
filosofi e i falsi predicatori, rei di distorcere la verità rivelata divulgando leggende infondate per arricchirsi a scapito della credulità
popolare, accusa che è rivolta soprattutto (ma non esclusivamente) ai frati dell'Ordine di sant'Antonio Abate. L'inizio del Canto è
decisamente solenne, con la descrizione di Beatrice che fissa lo sguardo nella mente di Dio per acquisire la sapienza necessaria alla
sua dotta disquisizione, e resta in silenzio un tempo brevissimo (Dante ricorre a una complessa similitudine astronomica per
raffigurarla): comincia poi la spiegazione senza bisogno di domande da parte del poeta, per cui Beatrice parla sino alla fine
impostando una lectio magistralis il cui linguaggio è pieno di termini tecnici della filosofia scolastica, cosa che ha spinto alcuni critici a
ritenere questo Canto come il più denso di questioni dottrinali dell'intero Paradiso. L'insolita ampiezza della trattazione su una
questione che può apparire marginale ai nostri occhi si spiega con la delicatezza della materia angelologica e, soprattutto, con le
molte e contraddittorie nozioni che sugli angeli circolavano tra i filosofi del tempo di Dante: come nel Canto precedente, Dante
ribadisce che solo la Scrittura può dire una parola definitiva su simili problemi, trattandosi della parola rivelata da Dio che ha ispirato
gli autori terreni dei testi sacri, mentre assai disdicevole, quando non incline all'eresia, è l'atteggiamento di coloro che ne distorcono
il senso in buona e cattiva fede (Dante pensa non solo ai vani predicatori, ma anche a filosofi di primo piano come san Girolamo e
san Tommaso d'Aquino, le cui convinizioni sono talvolta in contrasto con la lettera del testo biblico). Il discorso di Beatrice tocca
infatti alcuni degli aspetti più delicati dell'angelologia, a partire dalla creazione delle intelligenze angeliche come atto d'amore di Dio
che volle riflettere la propria bontà in altri esseri al di fuori di Lui: tale atto creativo ha poi dato forma e ordine all'intero Universo,
come Beatrice ha già illustrato nel Canto precedente, ed è stato dunque simultaneo alla creazione dei Cieli e della Terra, in contrasto
con le affermazioni di san Girolamo che Dante qui confuta seguendo Tommaso, ma citando soprattutto l'autorità della Bibbia e
l'argomento aristotelico per cui le intelligenze angeliche non potevano restare inoperose, senza poter ruotare i Cieli di cui sono
motrici. Da qui si passa poi a trattare della ribellione di Lucifero e degli altri angeli, superbi e invidiosi della grandezza di Dio e
irriconoscenti per la bontà della loro creazione: tale ribellione avvenne in un tempo brevissimo, come sostenevano molti Padri della
Chiesa, e fu punita col la caduta del maligno al centro della Terra, mentre gli angeli fedeli restarono in Cielo e continuarono a fissare
la mente divina traendone un indicibile diletto; questo suggerisce l'altro punto trattato, ovvero le facoltà degli angeli tra cui Dante
(che su questo punto si allontana da sant'Agostino e da san Tommaso) ammette solo volontà e intelletto, non la memoria in quanto
gli angeli non distolgono mai lo sguardo da Dio e non hanno bisogno di ricordare, non avendo altro oggetto della loro visione. È
molto discusso da dove Dante abbia tratto questa dottrina che nega in senso assoluto la memoria degli angeli, e che si ritrova in
termini molto simili in Averroè, ma è probabile che il poeta intenda per bocca di Beatrice condannare l'eccessiva sottigliezza di certe
distinzioni, con l'affermare che la visione beatifica degli angeli è continua e, dunque, va al di là della comprensione degli uomini, per
quanto è sorprendente che su questo punto egli metta in discussione nientemeno che l'autorità dell'Aquinate.
Questo punto dà modo poi a Beatrice di iniziare la sua dura invettiva contro coloro che distorcono la verità rivelata nei testi sacri,
mentre la parola di Dio è stata diffusa col Vangelo e a prezzo del sangue versato dagli Apostoli e dagli altri martiri: l'accusa della
donna è rivolta anzitutto ai cattivi filosofi, alcuni dei quali in perfetta buona fede esercitano un'eccessiva sottigliezza su alcune
questioni dottrinali, mentre altri in malafede falsano il dato scritturale per piegarlo alle loro opinioni e sono dunque colpevoli di
eresia (è chiaro che Dante non pensa certo a Girolamo o Tommaso, ma a quei filosofi che hanno diffuso dottrine in contrasto con
l'ortodossia). Il tema si ricollega a quanto detto proprio da san Tommaso in Par., XIII, 112 ss., quando aveva condannato pensatori
quali Sabello e Ario che con le loro teorie eretiche avevano deformato le Scritture, ed è forse l'ennesimo accenno al «traviamento»
intellettuale di Dante che lo aveva spinto a sopravvalutare la filosofia e la ragione umana a discapito della verità rivelata, che viene
qui riaffermata come unica fonte della conoscenza delle cose ultraterrene; ne è un chiaro esempio l'errata teoria che per alcuni
spiegava l'oscurarsi del Sole il giorno della morte di Cristo con un'eclissi, cosa impossibile sia per un argomento logico (l'eclissi
sarebbe stata visibile solo a Gerusalemme) sia perché in contrasto con quanto affermato dai Vangeli (anche qui Dante si allontana da
san Tommaso che ammetteva in via ipotetica una simile spiegazione). Di qui alla condanna dei predicatori che diffondono falsità e
leggende al solo scopo di ingraziarsi l'uditorio e raccogliere elemosine e offerte il passo è breve, per cui Beatrice pronuncia un duro
attacco soprattutto contro i frati antoniani, famosi nel Due-Trecento per l'abilità con cui propinavano le loro sciocchezze al popolo
(come il frate Cipolla protagonista della famosa novella del Decameron di G. Boccaccio, VI, 10): le parole della donna sono assai dure,
specie quando accusa i falsi predicatori di seminare ciance, di predicare con iscede («lazzi») per suscitare il riso, di essere dei porci
come quelli che ingrassano con le offerte estorte, di nascondere in sé il diavolo mentre fanno false promesse ai fedeli e smerciano
false indulgenze, paragonate a una moneta sanza conio. Se tali predicatori sono da condannare, non del tutto scusabile è il popolo
per la sua ignoranza, dal momento che la lettera del Vangelo è nota anche fra i più poveri attraverso le arti figurative (la dipintura
era, nel Medioevo, la scrittura dei laici illetterati), quindi le fole divulgate dai predicatori trovano terreno fertile nella credulità
popolare, mentre i fedeli sanza prova d'alcun testimonio credono a tutte le menzogne che vengono loro raccontate e alle false
promesse di indulgenza, correndo seri rischi sul piano della salvezza spirituale.
Il Canto si chiude dopo questa digressione polemica con l'ultima questione relativa al numero degli angeli, che è incommensurabile
come già detto da Dante in XXVIII, 91-93, e che è prova ulteriore dell'infinita bontà di Dio proprio come lo era stata la loro creazione:
la luce divina si riflette infatti su tutte le innumerevoli intelligenze angeliche, ciascuna delle quali la riceve in modo diverso e prova
dunque un amore per il suo Creatore più o meno intenso, dal che consegue che la bontà divina si spezza in tanti specchi pur
restando unica in se stessa. Questo commosso inno di Beatrice alla grandezza di Dio costituisce un innalzamento del linguaggio che
segue l'asprezza dell'invettiva contro i vani predicatori, concludendo degnamente la permanenza di lei e di Dante nel Primo Mobile e
preparando il lettore alla successiva ascesa all'ultimo Cielo dell'Empireo: il Canto seguente mostrerà infatti la candida rosa dei beati,
descritta come uno splendente fiume di luce, e introdurrà alla parte conclusiva della Cantica che porterà alla visione di Dio da parte
del poeta, del resto già in qualche modo anticipata dall'ampia trattazione sugli angeli che dalla fruizione dell'aspetto divino traggono
la loro beatitudine (non a caso, del resto, quella di Beatrice è stata l'ultima vera invettiva del poema, poiché d'ora in avanti ci sarà
spazio solo per la descrizione della potenza di Dio e della felicità dei beati della rosa celeste).

Frate Cipolla e la piuma dell'arcangelo Gabriele


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S. Martini, L'Annunciazione
Nel Canto XXIX del Paradiso Beatrice si scaglia con una dura invettiva contro i falsi e vani predicatori, che imboniscono il popolo con
ciance promettendo false indulgenze al solo scopo di raccogliere offerte e arricchirsi, fra cui spiccano soprattutto i seguaci
dell'Ordine di sant'Antonio Abate: gli Antoniani erano in effetti assai noti del tardo Medioevo per la loro abilità a sfruttare la
credulità dei fedeli, specie spacciando come vere delle false reliquie che assicuravano loro cospicue elemosine (Dante parla appunto
del porco come simbolo del santo fondatore, dal momento che nei conventi antoniani venivano allevati maiali che i contadini
ritenevano addirittura sacri ed erano l'emblema della corruzione di questi religiosi). Tale polemica contro i falsi predicatori è
presente anche nel Decameron di G. Boccaccio, specie nell'ultima novella della VI Giornata che ha per protagonista frate Cipolla,
proprio un antoniano che gira di paese in paese sfoggiando le sue false reliquie e raccogliendo offerte per il «barone» sant'Antonio,
usando la sua abilità dialettica di improvvisatore. Tale personaggio è il ritratto impietoso di un ciarlatano che raccoglie i fedeli sulla
pubblica piazza come un imbonitore o un venditore ambulante, o peggio ancora come un giullare che intrattiene il pubblico con lazzi
e battute, senza temere di offendere gli argomenti sacri con un atteggiamento a dir poco blasfemo: pezzo forte della sua collezione
di false reliquie è una piuma di pappagallo, animale esotico allora quasi sconosciuto in Occidente, che egli spaccia per la piuma che
l'agnolo Gabriello (l'arcangelo Gabriele) avrebbe perso nell'atto di compiere l'Annunciazione a Maria, come narrato nel Vangelo di
Luca (I, 26 ss.). La cosa è manifestamente assurda in quanto gli angeli sono esseri spirituali e ovviamente non hanno penne (benché
con ali piumate fossero descritti nell'iconografia tradizionale e come tali raffigurati dallo stesso Dante nel Purgatorio), ma il richiamo
è irresistibile per i fedeli ignoranti che, allettatti dalla possibilità di vedere una cosa tanto singolare, corrono in massa ad assistere
alla predica del frate. Senonché il giorno in cui giunge a Certaldo, il paese in cui è ambientata la novella del Decameron, subisce uno
scherzo ad opera di due giovani suoi amici che gli sottraggono la penna custodita gelosamente in una cassetta di legno e la
sostituiscono con dei carboni bruciati, sperando di metterlo in imbarazzo di fronte al popolo al momento della predica pomeridiana:
speranza vana, in quanto frate Cipolla saprà trarsi d'impaccio con un lungo e strampalato discorso (pieno di parole vane e prive di
senso, quando non apertamente irreligiose e blasfeme), alla fine del quale dichiarerà che quei carboni sono quelli su cui fu arrostito
san Lorenzo, la cui festa ricorre per coincidenza di lì a due giorni essendo l'8 agosto. Questi carboni hanno, a suo dire, la facoltà di
rendere immuni dal fuoco coloro che ne sono toccati, benché le parole del frate suonino ambigue (egli dice che chiunque da questi
carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta) e così i fedeli fanno a
gara per farsi segnare con la fuliggine dei carboni e fanno al frate offerte ancor più generose di quelle che lui si aspettava con
l'esibizione della famosa piuma, che gli verrà poi restituita dai due amici che rideranno con lui dello scherzo. Non sappiamo se
Boccaccio avesse in mente le parole di Dante nel Canto XXIX del Paradiso quando scrisse questa novella, diventata una delle più
famose del Decameron, ma essa testimonia che la fama dei predicatori antoniani era davvero diffusa nel Due-Trecento e che grande
era la credulità dei popolani riguardo agli angeli e ai santi, tanto da favorire un intenso commercio di reliquie più o meno false che
costituivano un'imporante fonte di reddito per molti religiosi nei conventi; il personaggio di frate Cipolla era certo una caricatura, ma
rifletteva un comportamento reale e di cui c'erano molti esempi a quel tempo, il che spiega almeno in parte l'insistenza di Dante nei
Canti XXVIII-XXIX della III Cantica sulla reale natura degli angeli (fra i quali, giova ricordarlo, godeva di grande popolarità fra i ceti più
poveri proprio l'arcangelo Gabriele, protagonista di uno degli episodi più celebri del racconto evangelico).
(per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito [Link])
Note e passi controversi
La complessa similitudine dei vv. 1-9 descrive il momento in cui Sole e Luna (identificati con Apollo e Diana e perciò detti figli di
Latona), quando sono congiunti con Ariete e Bilancia, si trovano contemporaneamente sulla linea dell'orizzonte che taglia a metà il
loro disco: il tempo che trascorre prima che l'uno sorga e l'altro tramonti, passando in uno dei due emisferi, è breve quanto il tempo
passato da Beatrice a fissare il punto luminoso. Alcuni pensano che tale intervallo di tempo sia un solo istante, ma in tal caso non si
capirebbe come possa Dante apprezzarlo guardando Beatrice (si tratta probabilmente di meno di un minuto).
Al v. 4 cenìt è voce araba per «zenit». Inlibra vuol dire «tiene in equilibrio» e Dante indica lo zenit come il punto più alto di una
bilancia, i cui piatti sono Sole e Luna; ciascuno dei due astri si libera (si dilibra) passando al di sotto o al di sopra della linea
dell'orizzonte.
Al v. 15 Subsisto è lat. che vuol dire «io esisto per me stesso» ed è tecnicismo della Scolastica.
I vv. 16-17 indicano che Dio, prima della creazione, era fuori del tempo e dello spazio (ai vv. 20-21 viene detto che al di fuori della
creazione non ci fu un prima o un dopo, perché il tempo non esisteva).
Al v. 21 quest'acque indica probabilmente i Cieli, forse in particolare il Primo Mobile (cfr. Gen., I, 2 e oltre).
Il v. 22 indica la Forma o atto puro, corrispondente alle sostanze angeliche, la materia o potenza pura, che corrisponde al mondo
sensibile, l'atto e la potenza uniti insieme, ovvero i Cieli (purette vale «assolutamente pure»).
I vv. 28-30 vogliono dire che l'atto divino della creazione fu immediato, mentre ai vv. 31-33 si dice che il costrutto delle sostanze,
cioè la loro essenza, e il loro ordine fu concreato insieme.
Al v. 34 la parte ima indica il mondo sensibile.
Al v. 36 si divima («si scioglie») è probabile neologismo dantesco derivato da vime, «legame».
I vv. 37 ss. alludono alla teoria esposta da san Girolamo (detto Ieronimo dal lat. Hieronymus) nel trattato Super epistulam ad Titum,
in cui afferma che la creazione degli angeli avvenne molti secoli prima di quella del mondo: essa è respinta da san Tommaso (Summa
theol., I, q. LXI) e da Dante, anche in base al testo biblico (Gen., I, 1: In principio creavit Deus caelum et terram; Eccl., XVIII, 1: Qui
vivit in aeternum creavit omnia simul).
L'argomento ai vv. 43-45 è di matrice aristotelica e allude al fatto che le intelligenze angeliche, restando tanto tempo senza i Cieli
che erano destinate a muovere, non avrebbero adempiuto al fine per cui erano state create.
Al v. 51 il suggetto d'i vostri alimenti («elementi») è probabilmente il mondo sensibile, sconvolto dalla ribellione degli angeli.
L'arte di cui si parla al v. 52 non è il movimento dei Cieli, bensì la visione di Dio (al v. 54 circuir indica il ruotare intorno al punto
lumininoso).
I vv. 56-57 indicano ovviamente Lucifero, da tutti i pesi del mondo costretto in quanto confitto al centro della Terra.
I vv. 59-60 vogliono dire che gli angeli fedeli riconobbero di aver ricevuto la loro natura dalla bontà di Dio, mentre è meno probabile
che riconoscer significhi «essere riconoscenti».
Al v. 75 lettura vuol dire «insegnamento» (come si legge, v. 71, vuol dire «si insegna»).
Il v. 83 (credendo e non credendo dicer vero) significa «dicendo queste cose in buona o in cattiva fede».
Al v. 95 trascorse vuol dire «trattate ampiamente».
Ai vv. 97-102 Dante allude alla spiegazione dell'oscurarsi del Sole alla morte di Cristo che risaliva allo pseudo-Dionigi e ripresa da
Tommaso, dovuta cioè a un'eclissi provocata dalla retrocessione della Luna: la confuta seguendo san Girolamo, perché in contrasto
col Vangelo (Matth., XXVII, 45: tenebrae factae sunt super universam terram) e in quanto l'eclissi non sarebbe stata visibile in Spagna
o in India, cioè all'estremo occidente e oriente di Gerusalemme. Il termine mente al v. 100 non è da intendersi in senso negativo, ma
forse significa solo «non dice una cosa esatta», come il lat. mentiri.
Al v. 103 Lapi e Bindi indicano due nomi assai diffusi a Firenze, diminutivi di Iacopo e Ildebrando.
Al v. 111 l'espressione ne le sue guance si riferisce probabilmente agli Apostoli, nelle cui bocche risuonò soltanto il Vangelo che
permise loro di diffondere la fede (altri pensano alle guance di Cristo).
Al v. 115 iscede sta per «lazzi», «battute» ed è lo stesso termine usato da Boccaccio in Dec., Conclusione: le prediche fatte da' frati...
il più oggi piene di motti e di ciance e di scede sono.
I vv. 118-120 vogliono dire che nel cappuccio (becchetto) dei predicatori si annida un diavolo (uccel), tale che se fosse visto dai fedeli
essi capirebbero il valore delle indulgenze promesse (nell'arte medievale il diavolo era spesso raffigurato come un uccello nero).
Il v. 124 vuol dire probabilmente che sant'Antonio, ovvero l'Ordine antoniano, grazie alle offerte estorte ai fedeli ingrassa il porco e
altre persone ancora più turpi come concubine, figli naturali (la moneta sanza conio indica le vuote indulgenze e, forse, le false
reliquie esibite come autentiche). Alcuni interpreti intendono il porco sant'Antonio come «il porco di sant'Antonio», secondo l'uso di
omettere la prep. «di» coi nomi propri attestato anche in Dante, quindi porco sarebbe soggetto (tale ipotesi è meno probabile).
Sant'Antonio Abate (III-IV sec. d.C.), padre del monachesimo orientale, era spesso rappresentato con un maiale ai piedi, simbolo del
demonio le cui tentazioni aveva vinto durante la sua permanenza nel deserto.
I vv. 133-135 alludono a Dan., VII, 10, in cui il profeta narra di aver visto in una visione migliaia di migliaia di angeli (diecimila volte
centomila) che stavano intorno a Dio: Dante intende dire che tale numero è indicativo di una quantità grandissima, ma non è
determinato.
CANTO XXX
Testo Parafrasi
Forse semilia miglia di lontano Qui sulla Terra, a circa seimila miglia di distanza, arde il
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo mezzogiorno e questo pianeta proietta già il suo cono d'ombra sul
china già l’ombra quasi al letto piano, 3 piano dell'orizzonte, quando (sul far dell'alba) l'atmosfera tra noi e
la profondità del cielo inizia a diventare tale che alcune stelle
quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, diventano invisibili;
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo; 6

e come vien la chiarissima ancella e man mano che avanza la luminosa ancella del Sole (l'Aurora), ecco
del sol più oltre, così ‘l ciel si chiude che dal cielo svaniscono le stelle, sino alla più luminosa.
di vista in vista infino a la più bella. 9

Non altrimenti il triunfo che lude In modo analogo il trionfo (i cori angelici) che ruota sempre festante
sempre dintorno al punto che mi vinse, intorno a quel punto luminoso (Dio) che vinse la mia vista, e che
parendo inchiuso da quel ch’elli ‘nchiude, 12 sembra racchiuso da ciò che esso stesso racchiude, poco alla volta
svanì alla mia vista: dunque il non vedere più nulla e l'amore mi
a poco a poco al mio veder si stinse: spinsero a rivolgere i miei occhi di nuovo a Beatrice.
per che tornar con li occhi a Beatrice
nulla vedere e amor mi costrinse. 15

Se quanto infino a qui di lei si dice Se tutto ciò che è stato detto finora su di lei fosse racchiuso in
fosse conchiuso tutto in una loda, un'unica lode, essa sarebbe insufficiente a questo compito.
poca sarebbe a fornir questa vice. 18

La bellezza ch’io vidi si trasmoda La bellezza di lei che io vidi si tramutava in qualcosa non solo al di là
non pur di là da noi, ma certo io credo dell'umano, ma io credo per certo che solo il suo Creatore (Dio) la
che solo il suo fattor tutta la goda. 21 possa godere pienamente.

Da questo passo vinto mi concedo Ammetto di essere vinto da questo punto, assai più di quanto
più che già mai da punto di suo tema potrebbe esserlo un autore di stile medio o sublime da un aspetto
soprato fosse comico o tragedo: 24 problematico del tema affrontato:

ché, come sole in viso che più trema, infatti, come il sole in una vista debole, così il ricordo del suo dolce
così lo rimembrar del dolce riso sorriso fa venir meno il mio intelletto.
la mente mia da me medesmo scema. 27

Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso Dal primo giorno in cui vidi il viso di Beatrice in questa vita, fino a
in questa vita, infino a questa vista, questa visione di lei in Paradiso, il mio canto non è stato mai
non m’è il seguire al mio cantar preciso; 30 interrotto;

ma or convien che mio seguir desista ma ora è inevitabile che io desista dal seguire la sua bellezza,
più dietro a sua bellezza, poetando, scrivendo i miei versi, come un artista che ha raggiunto il limite
come a l’ultimo suo ciascuno artista. 33 estremo delle sue capacità.

Cotal qual io lascio a maggior bando Beatrice, bella come io lascio descrivere a una poesia più adeguata
che quel de la mia tuba, che deduce dei miei versi, che si sforzano di terminare la descrizione della
l’ardua sua matera terminando, 36 materia paradisiaca, con l'atteggiamento e la voce di una guida
decisa ricominciò: «Noi siamo usciti fuori dal Cielo più esteso (il
con atto e voce di spedito duce Primo Mobile) a quello (l'Empireo) che è fatto di pura luce:
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: 39

luce intellettual, piena d’amore; una luce intellettuale, piena d'amore; un amore di autentico bene,
amor di vero ben, pien di letizia; pieno di gioia; una gioia che supera ogni dolcezza.
letizia che trascende ogne dolzore. 42
Qui vederai l’una e l’altra milizia Qui tu vedrai entrambe le schiere (angeli e beati) del Paradiso, e una
di paradiso, e l’una in quelli aspetti di essi (i beati) con quell'aspetto che vedrai il Giorno del Giudizio (coi
che tu vedrai a l’ultima giustizia». 45 corpi terreni)».

Come sùbito lampo che discetti Come un lampo improvviso che disperda le facoltà visive, cosicché
li spiriti visivi, sì che priva priva l'occhio della capacità di vedere altri oggetti, così fui avvolto
da l’atto l’occhio di più forti obietti, 48 da una luce vivissima, che mi fasciò di un velo tale col suo fulgore
che io non vedevo nient'altro.
così mi circunfulse luce viva,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva. 51

«Sempre l’amor che queta questo cielo «L'amore che rende quieto questo Cielo accoglie sempre l'anima che
accoglie in sé con sì fatta salute, vi entra con questo saluto, per adattare la candela alla sua fiamma
per far disposto a sua fiamma il candelo». 54 (per disporre alla visione divina)».

Non fur più tosto dentro a me venute Queste brevi parole non erano ancora giunte dentro di me, che io
queste parole brievi, ch’io compresi compresi che andavo al di là delle mie facoltà naturali;
me sormontar di sopr’a mia virtute; 57

e di novella vista mi raccesi e acquistai una nuova capacità visiva, tale che non esiste una luce
tale, che nulla luce è tanto mera, tanto intensa che i miei occhi non riuscissero a sostenerla;
che li occhi miei non si fosser difesi; 60

e vidi lume in forma di rivera e vidi una luce in forma di fiume, di fulgore rosseggiante, tra due
fulvido di fulgore, intra due rive rive ornate di bellissimi fiori primaverili.
dipinte di mirabil primavera. 63

Di tal fiumana uscian faville vive, Da questo fiume uscivano delle faville splendenti, e si mettevano da
e d’ogne parte si mettìen ne’ fiori, ogni parte tra i fiori, simili a rubini incastonati nell'oro;
quasi rubin che oro circunscrive; 66

poi, come inebriate da li odori, poi, come se fossero inebriate dal profumo, si risprofondavano nel
riprofondavan sé nel miro gurge; mirabile gorgo (il fiume di luce); e se una vi entrava, un'altra usciva
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. 69 subito fuori.

«L’alto disio che mo t’infiamma e urge, «L'intenso desiderio che adesso ti infiamma e ti spinge, ovvero di
d’aver notizia di ciò che tu vei, sapere cos'è quello che vedi, mi piace tanto più quanto più esso ti
tanto mi piace più quanto più turge; 72 riempie;

ma di quest’acqua convien che tu bei ma è necessario che tu beva ancora di quest'acqua, prima che una
prima che tanta sete in te si sazi»: tale sete sia saziata dentro di te»: così mi disse Beatrice, il sole dei
così mi disse il sol de li occhi miei. 75 miei occhi.

Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi E aggiunse ancora: «Il fiume e i topazi (gli angeli) che entrano ed
ch’entrano ed escono e ‘l rider de l’erbe escono, e la bellezza dei fiori sono anticipazioni adombrate della
son di lor vero umbriferi prefazi. 78 loro reale essenza.

Non che da sé sian queste cose acerbe; Non che che queste cose siano di per sé imperfette, ma c'è una
ma è difetto da la parte tua, mancanza da parte tua, poiché non hai ancora la vista pronta a
che non hai viste ancor tanto superbe». 81 osservare tali spettacoli».

Non è fantin che sì sùbito rua Un bambino, svegliatosi molto più tardi del solito, non corre
col volto verso il latte, se si svegli improvvisamente verso il latte quanto feci io, per fare ancora dei
molto tardato da l’usanza sua, 84 miei occhi specchi migliori, chinandomi verso quel fiume che scorre
affinché vi si renda migliori;
come fec’io, per far migliori spegli
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli; 87

e sì come di lei bevve la gronda e non appena l'orlo delle mie palpebre ebbe bevuto di quella visione,
de le palpebre mie, così mi parve così mi sembrò che il lungo fiume fosse diventato tondo.
di sua lunghezza divenuta tonda. 90

Poi, come gente stata sotto larve, Poi, come persone che hanno indossato delle maschere e si
che pare altro che prima, se si sveste spogliano delle sembianze artefatte, apparendo diverse da come
la sembianza non sua in che disparve, 93 erano prima, così i fiori e le faville si trasformarono ai miei occhi in
immagini più festose, cosicché io vidi apertamente entrambe le corti
così mi si cambiaro in maggior feste del Cielo (angeli e beati).
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste. 96

O isplendor di Dio, per cu’ io vidi O splendore di Dio, grazie al quale io vidi l'alto trionfo del regno
l’alto triunfo del regno verace, verace, concedimi la virtù necessaria a riferire la mia visione!
dammi virtù a dir com’io il vidi! 99

Lume è là sù che visibile face Lassù nell'Empireo c'è una luce che rende visibile il Creatore a quella
lo creatore a quella creatura creatura che trova la sua pace solo nel vedere Lui.
che solo in lui vedere ha la sua pace. 102

E’ si distende in circular figura, Tale luce si distende in una figura circolare (la rosa celeste), a tal
in tanto che la sua circunferenza punto che la sua circonferenza sarebbe assai più larga di quella del
sarebbe al sol troppo larga cintura. 105 Cielo del Sole.

Fassi di raggio tutta sua parvenza Tutto ciò che si vede di essa si forma da un raggio che si riflette sulla
reflesso al sommo del mobile primo, superficie concava del Primo Mobile, che trae da esso il suo moto e
che prende quindi vivere e potenza. 108 la sua virtù.

E come clivo in acqua di suo imo E come un colle si specchia nell'acqua alle sue pendici, come per
si specchia, quasi per vedersi addorno, vedersi adornato quando ha le erbe verdi e i fiori rigogliosi, così,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, 111 stando tutt'intorno a quella luce, vidi specchiarsi in più di mille
gradinate che le anime beate che hanno fatto ritorno lassù.
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno. 114

E se l’infimo grado in sé raccoglie E se il gradino più basso raccoglie in sé una luce tanto grande,
sì grande lume, quanta è la larghezza quanto dev'essere ampia questa rosa nei suoi petali più esterni!
di questa rosa ne l’estreme foglie! 117

La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza La mia vista non si smarriva a causa dell'ampiezza e dell'altezza
non si smarriva, ma tutto prendeva della rosa, ma percepiva interamente la quantità e la qualità di
il quanto e ‘l quale di quella allegrezza. 120 quella allegria.

Presso e lontano, lì, né pon né leva: La vicinanza e la distanza, lì nell'Empireo, non aggiunge né toglie
ché dove Dio sanza mezzo governa, nulla: infatti, dove Dio governa direttamente, le leggi naturali non
la legge natural nulla rileva. 123 hanno alcun valore.

Nel giallo de la rosa sempiterna, Beatrice, mentre io tacevo pur volendo parlare, mi condusse al
che si digrada e dilata e redole centro della rosa eterna, che digrada verso il basso e si estende ed
odor di lode al sol che sempre verna, 126 emana un profumo di lode al sole che fa sempre primavera (Dio), e
mi disse: «Osserva quanto è esteso il concilio delle stole bianche (dei
qual è colui che tace e dicer vole, beati)!
mi trasse Beatrice, e disse: «Mira
quanto è ‘l convento de le bianche stole! 129
Vedi nostra città quant’ella gira; Vedi quanto è grande la nostra città; vedi i nostri seggi talmente
vedi li nostri scanni sì ripieni, occupati, che ben pochi di essi sono rimasti liberi.
che poca gente più ci si disira. 132

E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni E in quel gran seggio su cui tieni fisso il tuo sguardo per la corona
per la corona che già v’è sù posta, che vi è deposta sopra, prima che tu ascenda al Paradiso siederà
prima che tu a queste nozze ceni, 135 l'anima dell'alto Arrigo VII, che sarà imperatore sulla Terra e verrà a
raddrizzare l'Italia prima che essa sia pronta ad accoglierlo.
sederà l’alma, che fia giù agosta,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta. 138

La cieca cupidigia che v’ammalia La cieca avarizia che vi seduce vi ha resi simili al bambino che muore
simili fatti v’ha al fantolino di fame, e tuttavia manda via la nutrice.
che muor per fame e caccia via la balia. 141

E fia prefetto nel foro divino E allora sarà pontefice nella Curia di Roma un tale (Clemente V) che
allora tal, che palese e coverto non andrà con lui per una sola strada e agirà in modo diverso
non anderà con lui per un cammino. 144 pubblicamente e in segreto.

Ma poco poi sarà da Dio sofferto Ma Dio lo tollererà poco tempo nel santo ufficio; infatti egli sarà
nel santo officio; ch’el sarà detruso spinto giù (nella buca della III Bolgia) dove si trova già Simon mago
là dove Simon mago è per suo merto, per i suoi crimini, e spingerà ancora più a fondo il papa di Anagni
(Bonifacio VIII)».
e farà quel d’Alagna intrar più giuso». 148

Argomento del Canto


Scomparsa dei cori angelici e accresciuta bellezza di Beatrice. Ascesa al X Cielo (Empireo): il fiume di luce e la candida rosa dei beati.
Il seggio di Arrigo VII di Lussemburgo.
È la notte di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Scomparsa dei cori angelici e accresciuta bellezza di Beatrice (1-33)


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J. Flaxman, I cori angelici
Quando sulla Terra è l'alba e a circa seimila miglia di distanza arde il sole di mezzogiorno, le stelle in cielo cominciano a farsi meno
lucenti, man mano che procede l'aurora, fino a che scompare anche la stella più luminosa per il sopraggiungere del giorno. In
maniera simile i cerchi luminosi (i cori angelici) iniziano a diventare meno visibili agli occhi di Dante, finché il poeta non vede più
nulla e torna a fissare gli occhi di Beatrice: la bellezza della donna è tal punto aumentata che tutte le parole di lode rivolte a lei finora
sarebbero insufficienti a rappresentarla e il suo aspetto è così sovrumano che solo Dio può goderlo pienamente. Dante confessa la
sua incapacità poetica a raffigurare una tale bellezza, giacché il solo ricordarla indebolisce la sua mente come la luce del sole offusca
una vista debole. Egli ha descritto le bellezze di Beatrice dal giorno del loro primo incontro fino a questa visione, senza interruzioni,
ma ora è costretto a rinunciare per la sua inadeguatezza di scrittore, come un artista che che è giunto al limite estremo delle sue
possibilità.
Ascesa di Dante e Beatrice all'Empireo (34-54)
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W. Blake, Il fiume di luce
Così splendida e bella quale Dante non è in grado di descriverla, Beatrice informa il poeta che hanno lasciato il Primo Mobile e sono
saliti all'Empireo, il Cielo che è pura luce piena di intelletto, di amore, di bene e di gioia, dove Dante vedrà il trionfo degli angeli e dei
beati, questi ultimi col loro corpo mortale di cui si riapproprieranno il Giorno del Giudizio. Dante è subito avvolto da una luce
vivissima, che sulle prime gli impedisce di vedere alcunché, proprio come gli occhi quando sono colpiti da un lampo improvviso:
Beatrice gli spiega che l'Empireo accoglie sempre in tal modo l'anima che vi ascende, per disporla alla visione di Dio.

Il fiume di luce (55-81)


Dante non fa in tempo ad ascoltare le parole di Beatrice quando capisce di aver acquistato una facoltà visiva maggiore di quella
naturale, poiché ora è in grado di osservare coi suoi occhi qualunque luce, anche la più intensa: infatti vede una luce simile a un
fiume, che scorre tra due rive piene di fiori, e dal fiume escono delle faville che si avvicinano ai fiori, simili a rubini incastonati in
monili d'oro. Le faville tornano poi a sprofondarsi nel fiume di luce, in modo tale che quando una esce un'altra entra, e viceversa.
Beatrice osserva che Dante arde dal desiderio di sapere cosa sta vedendo e ciò la riempie di gioia, tuttavia il poeta deve guardare
quello spettacolo ancora un po' prima di capire di che si tratta: infatti quel fiume di luce è un'immagine che adombra ben altra verità
(gli angeli e i beati), per osservare la quale gli occhi di Dante non sono ancora dotati di una vista sufficiente, quindi è necessaria una
sorta di velata prefigurazione.
La candida rosa dei beati (82-123)
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A. Vellutello, La rosa dei beati
Dante si affretta a fissare lo sguardo nel fiume di luce, proprio come un neonato che si sveglia più tardi del solito e si getta verso il
latte: gli occhi di Dante assaporano quella visione e d'improvviso il fiume gli sembra essere diventato di forma circolare, simile a un
lago, mentre in seguito i fiori e le faville si trasformano, come persone che gettano la maschera indossata fino a quel momento,
cosicché Dante può vedere entrambe le corti celesti, quella degli angeli e quella dei beati. Dante invoca la luce divina affinché gli dia
modo di rappresentare al meglio l'alto trionfo del Paradiso che si offrì alla sua visione: egli ha visto la luce di Dio, che rende il
Creatore visibile alle creature ammesse nell'Empireo, e che ha forma circolare e dimensioni tanto estese che l'ampiezza del Cielo del
Sole sarebbe di gran lunga inferiore. La luce di questa rosa celeste si riflette sulla superficie concava del Primo Mobile, che da essa
trae il proprio movimento e la virtù che riverbera sugli altri Cieli, e così come un colle fiorito si specchia nell'acqua di un lago
sottostante, allo stesso modo Dante vede le anime dei beati che si specchiano nella luce della rosa, disposte in più di mille gradini. Il
più basso di questi emana una luce grandissima, quindi il lettore può capire quanto sia estesa la rosa nei gradini superiori: tuttavia lo
sguardo di Dante non vi si smarrisce, in quanto nella rosa dei beati la maggiore o minore distanza non toglie e non dona nulla alla
visione, dal momento che le leggi naturali lì non hanno alcun valore.
Il seggio di Arrigo VII di Lussemburgo (124-148)
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G. Di Paolo, Il seggio di Arrigo VII
Beatrice conduce Dante al centro di quella rosa celeste, che si estende per gradi ed emana un profumo di lode al sole (Dio) che non
conosce mai inverno, mentre il poeta tace pur volendo porre domande: la donna spiega che quello è il concilio dei beati, la
Gerusalemme celeste che si estende in tutta la sua ampiezza e nella quale i seggi sono già quasi tutti occupati, in quanto ben pochi
mortali sono ormai destinati al Cielo. Beatrice indica a Dante un seggio su cui è posta una corona e gli spiega che su di esso siederà,
prima della morte del poeta stesso, l'anima di Arrigo VII di Lussemburgo, che sarà imperatore e verrà a raddrizzare l'Italia quando
questa non sarà ancora pronta a riceverlo. La folle cupidigia ha reso gli uomini simili al lattante che muore di fame, e tuttavia caccia
via la nutrice: al tempo di Arrigo sarà a capo della Chiesa un papa (Clemente V) che si comporterà con l'imperatore in modo
ambiguo, causandone indirettamente la sconfitta. Tuttavia Dio non sopporterà che tale pontefice resti a lungo in carica, poiché egli
sarà presto sprofondato nella stessa buca delle Malebolge dove già si trova Simon mago e dove spingerà verso il fondo papa
Bonifacio VIII.
nterpretazione complessiva
Il Canto apre la descrizione dell'Empireo che occuperà gli ultimi quattro della Cantica e del poema, insieme alla presentazione diretta
dei cori angelici e della candida rosa dei beati che farà da preludio alla visione di Dio come conclusione del viaggio ultraterreno: c'è
quindi ancora una volta un innalzamento dello stile e del linguaggio, già all'inizio del Canto con la complessa similitudine
astronomica delle stelle che pian piano svaniscono alla luce del mattino, paragonate alla graduale scomparsa dei cerchi luminosi, e in
seguito con l'appassionata lode alla bellezza di Beatrice che, a detta di Dante, è talmente sovrumana da poter essere goduta
pienamente soltanto da Dio. È qualcosa di più della consueta ammissione da parte del poeta della sua inadeguatezza a descrivere lo
splendore della visione celeste, in quanto Beatrice perde quel poco di umano che finora aveva conservato per riacquistare tutta la
sua essenza ultraterrena, anche in ragione del suo significato allegorico di grazia santificante: è lei infatti a preparare Dante
all'ascesa al X Cielo, in cui gli verranno mostrati non solo i cori angelici ma anche i beati con il corpo mortale che, in realtà, riavranno
materialmente solo il Giorno del Giudizio (al poeta è dunque concesso un altissimo e unico privilegio) e di lì a poco, all'inizio del
Canto XXXI, il posto di Beatrice come guida sarà rilevato da san Bernardo che accompagnerà Dante alla visione finale della mente
divina. Anche l'ingresso nell'Empireo ha qualcosa di solenne e introduce a una nuova più alta rappresentazione, lontanissima dalle
rozze descrizioni paradisiache degli scrittori precedenti benché fatta di immagini molto semplici, per cui poco oltre il poeta invocherà
nuovamente l'assistenza dell'ispirazione divina in una sorta di proemio al finale di Cantica: Dante è subito avvolto da una luce
intensissima che gli impedisce di vedere qualunque cosa, per poi acquistare una accresciuta capacità visiva che gli consentirà di
vedere il trionfo degli angeli e dei beati, sia pure attraverso tappe graduali (è il tema del trasumanar di Dante, già più volte
accennato nel corso della Cantica e che nei Canti finali assumerà a tratti i caratteri di una esperienza mistica). È stato osservato che il
tema della luce e della visione domina largamente questo Canto, in cui proprio il verbo «vedere» ricorre con insistenza e costituisce
un'unica parola-rima ai vv. 95-99 (come in precedenza era accaduto solo col nome di Cristo), in quanto Dante è stato ammesso a una
straordinaria visione che ha il compito di riferire, sia pure coi poveri mezzi umani della sua parola poetica, dopo un'esperienza simile
a quella di san Paolo che, non a caso, è forse volutamente ricordato nella descrizione del fulgore che avvolge Dante appena entrato
nell'Empireo. Infatti proprio la sensazione visiva è alla base della prima raffigurazione di angeli e beati, con la descrizione del fiume di
luce che scorre tra due rive piene di fiori colorati, e delle faville che vanno dal fiume ai fiori e viceversa, immagine degli angeli che
fanno la spola fra Dio e i beati (non senza paragoni preziosi: gli angeli sono come rubini incastonati nell'oro, e più avanti sono detti
topazi, mentre l'immagine dei fiori, consueta nella rappresentazione del Paradiso, sarà ripresa poco dopo nella similitudine del colle
fiorito che si specchia nell'acqua sottostante, immagine a sua volta della rosa celeste dei beati). Beatrice avverte Dante che ciò che
vede non è l'immagine reale dello stato delle anime nell'Empireo, ma si tratta di umbriferi prefazi (anticipazioni velate della verità) a
causa della incapacità della sua vista di sostenere lo sguardo delle vere essenze, per cui il poeta è invitato a bere ancora di
quell'acqua che può estinguere la sua sete di conoscenza: il successivo paragone col bambino che corre al latte della madre
sottolinea, nella sua semplicità, il fatto che tale spettacolo è il vero nutrimento dell'anima, con una similitudine che altre volte
ricorre nel Paradiso (cfr. XXIII, 121-126, e più avanti alla fine di questo Canto) e dimostra come Dante sia davvero distante dalle
consuete rappresentazioni del terzo regno, la cui iconografia tradizionale è quasi del tutto abbandonata a vantaggio di immagini
finemente astratte e lontane da ogni raffigurazione materiale.
Ciò è evidente anche nella successiva rappresentazione della rosa dei beati, ovvero questa sorta di anfiteatro luminoso sulle cui
gradinate siedono nei loro seggi i beati e che si presenta come un lago di luce, di forma circolare e dimensioni smisurate: l'intensità
della luce e l'eccezionale ampiezza della rosa mystica è il dato che colpisce soprattutto Dante, il quale però ci informa che,
nonostante le distanze siano enormi, la sua vista riesce comunque a cogliere ogni minimo particolare (l'Empireo è fuori dallo spazio e
dal tempo, quindi non è un luogo fisico soggetto alle normali leggi naturali, come già era emerso nella descrizione del Primo Mobile).
Il paragone del concilio dei beati con una rosa non è una novità assoluta nella letteratura mistica del Due-Trecento, ma Dante ha il
merito di fornirne una descrizione al tempo stesso alta e solenne, cioè come la corte in cui domina l'Imperatore del Cielo e trionfano
gli angeli, Maria, i beati con le loro bianche stole, ma anche di estrema semplicità, attraverso le immagini dei fiori, del clivo che si
riflette nel laghetto ai piedi della montagna, della rosa stessa che profuma, sì, ma di lode a Dio (non una senzazione olfattiva, quindi,
ma esclusivamente immateriale). In questo è la novità del poema dantesco e lo stacco netto rispetto a tutta la letteratura religiosa
precedente, che a buon diritto il poeta rivendica a sé come merito in grado di assicurargl la fama imperitura nei secoli: in tal senso va
letto il piccolo proemio dei vv. 97-99, che prelude proprio alla descrizione della rosa, affidata poi alle parole di Beatrice che la
presenta solennemente come la Gerusalemme celeste, la città di Dio in cui tutte le anime salve saranno cittadine dopo l'esilio
terreno (nel Canto seguente Dante la paragonerà polemicamente alla sua Firenze, vista quasi come una Babilonia infernale), anche
se il numero degli eletti è ormai assai ridotto per l'avvicinarsi della fine dei tempi e per l'esiguità di mortali degni di raggiungere la
beatitudine. È proprio questa considerazione sulla corruzione del mondo terreno e, probabilmente, l'accenno al prossimo intervento
divino che porta Beatrice a indicare a Dante il seggio dell'alto Arrigo, l'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo destinato a fallire nel
tentativo di ricondurre l'Italia sotto l'autorità imperiale ma che otterrà la beatitudine qui profetizzata in toni solenni: a molti
commentatori è parso strano che Beatrice passi in modo brusco dalla grandiosa descrizione della rosa dei beati alla dura invettiva
contro gli uomini accecati dalla loro avarizia, simili a bambini affamati che cacciano via la balia (torna anche qui l'immagine prima
usata del nutrimento e del latte materno), ma essa è in realtà una sorta di corollario all'esaltazione della beatitudine celeste a
contrasto con la miseria terrena, che viene pertanto condannata nella sua piccolezza proprio come è magnificata la grandezza divina.
Del resto il parallelo tra l'altezza del Paradiso e la bassezza della terra, l'aiuola che ci fa tanto feroci, è una costante nei Canti finali del
Paradiso e dunque non stupisce che le ultime parole pronunciate da Beatrice nel poema contengano un duro monito alla cupidigia
degli uomini, che li porta alla perdizione e si oppone al ristabilimento della giustizia voluto dalla Provvidenza nel mondo:
protagonista di tale ristabilimento doveva essere proprio Arrigo VII (probabilmente il «DXV» profetizzato in Purg., XXXIII), che fallì
per ragioni che Dante riconduce sostanzialmente alla politica temporalistica e ambigua di papa Clemente V, colui che porterà la
Curia papale ad Avignone e la cui dannazione è già stata duramente preconizzata da Niccolò III Orsini in Inf., XIX, 79-87. La nuova
dura profezia di Beatrice, che ricorda come Clemente V finirà nella stessa buca della III Bolgia dell'VIII Cerchio in cui è già confitto
quel d'Alagna, ovvero l'altro «nemico» di Dante, Bonifacio VIII, suona come un monito minaccioso a tutti coloro che, in passato come
nel presente, si oppongono ai disegni divini di riportare la giustizia nel mondo, e forse preannunciano quella prossima palingenesi
della società più volte evocata nel poema e affidata a un non meglio precisato personaggio (Cangrande Della Scala?) destinato a
compiere l'opera lasciata a metà da Arrigo VII: questa, del resto, sarà l'ultima vera invettiva del poema e dopo di essa ci sarà posto
solo per il graduale avvicinarsi di Dante alla visione finale di Dio, alla quale come detto sarà accompagnato da san Bernardo, un
mistico che fu cultore di Maria e dell'ascesi spirituale, come a voler dire che fissare lo sguardo nella mente di Dio porterà Dante a
distoglierlo dalla Terra e dalle sue bassezze, agli antipodi dell'Universo (e non si scordi che la distanza Terra-Cielo era alla base anche
della similitudine iniziale, che gettava uno sguardo complessivo all'architettura grandiosa del cosmo).

Note e passi controversi


La similitudine iniziale (vv. 1-9) indica che quando sulla Terra (ci, avv. per «qui») in un qualunque punto è l'alba, a circa seimila miglia
di distanza a oriente ferve l'ora sesta, cioè il mezzogiorno, momento in cui il mondo proietta il suo cono d'ombra quasi sul piano
dell'orizzonte (china già l'ombra quasi al letto piano); all'alba le stelle iniziano a perdere luminosità, sino a scomparire gradualmente.
Dante pensava che la circonferenza della Terra fosse di circa 20.000 miglia e calcolava la velocità del Sole in 850 miglia all'ora, per cui
l'astro percorreva in sette ore (la distanza di tempo dal primo apparire dell'aurora al mezzogiorno) circa 5950 miglia.
Al v. 4 il mezzo del cielo è l'atmosfera posta tra l'osservatore e il cielo stellato.
La chiarissima ancella / del sol (vv. 7-8) è l'Aurora.
Il triunfo che lude (v. 10) sono i cori angelici, che ruotano festanti intorno a Dio.
Al v. 18 vice è lat. per «ufficio», «compito».
Al v. 25 il viso che più trema è la vista debole sopraffatta dal sole.
Al v. 30 preciso è lat. per «tagliato», «impedito» (Dante intende dire che la descrizione di Beatrice non gli è mai stata impedita da
nulla, tranne che in questa occasione).
Al v. 36 tuba («tromba») è metafora a indicare la voce poetica di Dante.
Il maggior corpo (v. 39) è il Primo Mobile, mentre il ciel ch'è pura luce è l'Empireo.
Al v. 42 dolzore è provenzalismo per «dolcezza».
Ai vv. 43-45 l'una e l'altra milizia / di paradiso sono gli angeli e i beati, questi ultimi mostrati a Dante col corpo mortale di cui si
rivestiranno il Giorno del Giudizio (a l'ultima giustizia).
Al v. 46 discetti è lat. per «disperda», «disgreghi».
I vv. 49-51 sembrano un riferimento al racconto di san Paolo negli Atti degl Apostoli (XXII, 6-11), quando racconta la folgorazione
sulla via di Damasco: subito de caelo circumfulsit me lux copiosa... cum non viderem prae claritate luminis illius («d'improvviso una
gran luce scesa dal Cielo mi avvolse, e non vedi più nulla per lo splendore di quel lume»).
Al v. 53 salute vuol dire «saluto», ma anche, ambiguamente, «salvezza», «beatitudine».
Alcuni mss. al v. 62 leggono fluvido, lat. per «fluente», mentre nella lezione a testo l'aggettivo indica lo splendore rosseggiante della
luce (dal lat. fulvus). Si tenga presente che il volto degli angeli era spesso rappresentato di colore rosso, mentre più avanti (v. 66) essi
sono descritti come rubini.
Al v. 63 primavera significa «fioritura primaverile».
Al v. 68 miro gurge è lat. per «gorgo mirabile».
Al v. 78 umbriferi prefazi indicano gli adombramenti della verità che si presentano a Dante, ovvero l'immagine del fiume di luce e
dei fiori (prefazio è lat. da praefatio, «anticipazione», «preludio»).
Al v. 82 fantin sta per «bambino», «lattante» (cfr. fantolin, XXIII, 121; più oltre, al v. 140).
Il v. 87 vuol dire che scorre affinché vi si diventi migliori (il vb. s'immegli è prob. neologismo dantesco).
La similitudine dei vv. 91-96 allude a persone che hanno indossato delle maschere (larve) e che poi le gettano, mostrando così il loro
vero volto (allo stesso modo Dante ora vede il reale aspetto degli angeli e dei beati).
Nei vv. 95-99 è ripetuta per tre volte la stessa parola-rima, vidi, cosa che in precedenza è avvenuta solo col nome di Cristo (cfr. XII,
71-75; XIV, 104-108; XIX, 104-108).
I vv. 103-105 vogliono dire probabilmente che l'ampiezza della rosa dei beati è superiore a quella del Cielo del Sole, non del Sole
stesso
Il v. 121 vuol dire che nell'Empireo la distanza e la vicinanza non tolgono né aggiungono nulla alla visione, poiché in questo Cielo Dio
governa in modo immediato (sanza mezzo).
Al v. 124 il giallo de la rosa sempiterna indica il centro della rosa dei beati, con la metafora degli stami gialli al centro del fiore.
Al v. 125 redole è lat. per «profuma» (cfr. DVE, I, 16, 4).
Al v. 126 verna ha il senso di «far primavera», dal lat. ver, veris (primavera).
Al v. 127 colui che tace e dicer vole è Dante.
Al v. 129 le bianche stole sono le anime bianche dei beati, forse rivestite dei loro corpi terreni (cfr. XXV, 95).
Il v. 135 indica che l'anima di Arrigo VII di Lussemburgo occuperà il suo seggio nella rosa prima della morte di Dante, dopo la quale
egli siederà a sua volta a questo banchetto nuziale (tale metafora per indicare la beatitudine era frequente nel testo biblico).
Al v. 136 agosta vuol dire «augusta» e allude alla dignità imperiale di Arrigo VII.
I vv. 142 ss. alludono a Clemente V, che sarà papa (prefetto nel foro divino) all'epoca dell'impero di Arrigo VII; egli ingannerà il
sovrano prima promettendogli e poi negandogli il suo appoggio, causando così il suo fallimento. Beatrice profetizza la sua
dannazione fra i simoniaci della III Bolgia, dove spingerà più a fondo nella buca papa Bonifacio VIII, destinato a sua volta alla
dannazione (questi è indicato velatamente come quel d'Alagna, ovvero colui che era nativo di Anagni, nel Lazio).
CANTO XXXIII
Testo Parafrasi
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, «O Vergine Madre, figlia del tuo stesso Figlio (di Cristo-Dio), la più
umile e alta più che creatura, umile e la più alta di tutte le creature, termine fisso della sapienza
termine fisso d’etterno consiglio, 3 divina, tu sei quella che ha nobilitato la natura umana a tal punto
che il suo Creatore non disdegnò di diventare sua creatura (con
tu se’ colei che l’umana natura l'Incarnazione).
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. 6

Nel ventre tuo si raccese l’amore, Nel tuo grembo si riaccese l'amore tra Dio e l'uomo, grazie al cui
per lo cui caldo ne l’etterna pace ardore nella pace eterna è germogliato questo fiore (la rosa celeste
così è germinato questo fiore. 9 dei beati).

Qui se’ a noi meridiana face Qui per noi tu sei una fiaccola lucente di carità e sulla Terra, fra i
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali, mortali, sei una viva fonte di speranza.
se’ di speranza fontana vivace. 12

Donna, se’ tanto grande e tanto vali, Donna, sei così grande e hai così grande valore che, se uno vuole
che qual vuol grazia e a te non ricorre una grazia e non ricorre alla tua intercessione, è come se il suo
sua disianza vuol volar sanz’ali. 15 desiderio volesse volare senza le ali.

La tua benignità non pur soccorre La tua benevolenza non solo risponde a chi la domanda, ma molte
a chi domanda, ma molte fiate volte anticipa spontaneamente la richiesta.
liberamente al dimandar precorre. 18

In te misericordia, in te pietate, In te vi sono misericordia, pietà, liberalità, in te si raccoglie tutta la


in te magnificenza, in te s’aduna bontà che può esservi in una creatura.
quantunque in creatura è di bontate. 21

Or questi, che da l’infima lacuna Ora costui (Dante), che dal profondo dell'Inferno fino a qui ha visto
de l’universo infin qui ha vedute la condizione tutte le anime dopo la morte, supplica che tu gli
le vite spiritali ad una ad una, 24 conceda, per tua grazia, quella virtù sufficiente perché possa
sollevarsi più in alto, verso l'ultima salvezza (guardare Dio).
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute. 27

E io, che mai per mio veder non arsi E io, che non ho mai desiderato di veder Dio più di quanto desideri
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi ardentemente che lo veda lui, ti porgo tutte le mie preghiere e
ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 30 prego che siano sufficienti, affinché tu dissolva in lui ogni velo di
mortalità con le tue preghiere a Dio, cosicché gli venga mostrata la
perché tu ogne nube li disleghi suprema beatitudine.
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi. 33

Ancor ti priego, regina, che puoi Ti prego inoltre, o Regina che puoi ottenere tutto ciò che vuoi, che tu
ciò che tu vuoli, che conservi sani, conservi puri i suoi sentimenti dopo una simile visione.
dopo tanto veder, li affetti suoi. 36

Vinca tua guardia i movimenti umani: La tua custodia tenga a freno le passioni umane: vedi Beatrice e
vedi Beatrice con quanti beati tutti gli altri beati che uniscono le mani unendosi alla mia
per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 39 preghiera!»

Li occhi da Dio diletti e venerati, Gli occhi (di Maria) amati e venerati da Dio, fissi in quelli
fissi ne l’orator, ne dimostraro dell'oratore (san Bernardo), ci dimostrarono quanto le siano gradite
quanto i devoti prieghi le son grati; 42 le preghiere devote;
indi a l’etterno lume s’addrizzaro, quindi si rivolsero alla luce eterna di Dio, nella quale non bisogna
nel qual non si dee creder che s’invii credere che alcuna altra creatura, umana o angelica, possa
per creatura l’occhio tanto chiaro. 45 penetrare lo sguardo altrettanto chiaramente.

E io ch’al fine di tutt’i disii E io, che mi avvicinavo alla conclusione di tutti i desideri, così come
appropinquava, sì com’io dovea, dovevo fare, esaurii in me stesso l'ardore del mio desiderio.
l’ardor del desiderio in me finii. 48

Bernardo m’accennava, e sorridea, Bernardo mi faceva cenni e mi sorrideva, affinché io guardassi in


perch’io guardassi suso; ma io era alto; ma io ero già disposto a farlo da me stesso, come lui voleva:
già per me stesso tal qual ei volea: 51

ché la mia vista, venendo sincera, infatti la mia vista, diventando più limpida, penetrava sempre di più
e più e più intrava per lo raggio nel raggio dell'alta luce che è vera di per se stessa.
de l’alta luce che da sé è vera. 54

Da quinci innanzi il mio veder fu maggio Da quel momento in poi la mia visione fu superiore a quanto possa
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede, esprimere il mio linguaggio, che è inferiore a quel che vidi, così come
e cede la memoria a tanto oltraggio. 57 la memoria è insufficiente a ricordare un tale eccesso.

Qual è colui che sognando vede, Come quello che vede qualcosa in sogno, e quando si sveglia gli
che dopo ‘l sogno la passione impressa resta l'impressione nell'animo e non riesce a ricordare nulla, così
rimane, e l’altro a la mente non riede, 60 sono io, dal momento che quasi tutta la mia visione è svanita dalla
mia memoria, ma nel cuore è ancora presente la dolcezza che
cotal son io, ché quasi tutta cessa nacque da essa.
mia visione, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa. 63

Così la neve al sol si disigilla; Così le impronte sulla neve si sciolgono al sole; così il responso della
così al vento ne le foglie levi Sibilla si disperdeva al vento, scritto sulle foglie leggere.
si perdea la sentenza di Sibilla. 66

O somma luce che tanto ti levi O luce suprema, che ti sollevi così tanto rispetto all'intelletto
da’ concetti mortali, a la mia mente umano, riporta alla mia mente un poco di quello che apparivi allora,
ripresta un poco di quel che parevi, 69 e rendi il mio linguaggio tanto efficace che io possa lasciare ai
posteri una sola scintilla della tua gloria;
e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente; 72

ché, per tornare alquanto a mia memoria infatti, se potrò ricordare qualcosa e rappresentarlo un poco in
e per sonare un poco in questi versi, questi versi, si potrà comprendere meglio la tua vittoria.
più si conceperà di tua vittoria. 75

Io credo, per l’acume ch’io soffersi Io credo che mi sarei smarrito se i miei occhi si fossero distolti dal
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, vivo raggio della mente divina, a causa del fulgore che mi colpì.
se li occhi miei da lui fossero aversi. 78

E’ mi ricorda ch’io fui più ardito Mi ricordo che per questo io fui più coraggioso a sostenerne la vista,
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi a tal punto che spinsi a fondo il mio sguardo nel valore infinito.
l’aspetto mio col valore infinito. 81

Oh abbondante grazia ond’io presunsi Oh, grazia abbondante per la quale ebbi l'ardire di fissare lo
ficcar lo viso per la luce etterna, sguardo nella luce eterna, al punto che portai la mia vista al limite
tanto che la veduta vi consunsi! 84 estremo delle sue capacità!

Nel suo profondo vidi che s’interna Nella sua profondità vidi che è contenuto tutto ciò che è disperso
legato con amore in un volume, nell'Universo, rilegato in un volume:
ciò che per l’universo si squaderna: 87

sustanze e accidenti e lor costume, sostanze, accidenti e il loro legame, quasi unificati insieme, in modo
quasi conflati insieme, per tal modo tale che ciò che io ne dico è un barlume di verità.
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. 90

La forma universal di questo nodo Credo di aver visto la forma universale di questo nodo, perché
credo ch’i’ vidi, perché più di largo, mentre ne parlo sento accrescere in me la gioia.
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. 93

Un punto solo m’è maggior letargo Un attimo solo (quello della visione) è per me oblio maggiore dei
che venticinque secoli a la ‘mpresa, venticinque secoli che ci separano dall'impresa degli Argonauti, per
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. 96 cui Nettuno si stupì vedendo l'ombra della nave Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa, Così la mia mente, tutta sospesa, ammirava con lo sguardo fisso,
mirava fissa, immobile e attenta, immobile e attento, aumentando via via il desiderio di osservare.
e sempre di mirar faceasi accesa. 99

A quella luce cotal si diventa, Di fronte a quella luce si diventa tali che è impossibile voler
che volgersi da lei per altro aspetto distogliere il proprio sguardo da essa per guardare qualcos'altro;
è impossibil che mai si consenta; 102

però che ‘l ben, ch’è del volere obietto, infatti il bene, che è oggetto della volontà, si raccoglie tutto in essa,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella e al di fuori di essa ciò che lì è perfetto diventa difettoso.
è defettivo ciò ch’è lì perfetto. 105

Omai sarà più corta mia favella, Ormai le mie parole saranno insufficienti a esprimere i miei ricordi,
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante più di quelle di un bambino che sia ancora allattato dalla madre.
che bagni ancor la lingua a la mammella. 108

Non perché più ch’un semplice sembiante Non perché nella viva luce che io guardavo ci fosse più di un unico
fosse nel vivo lume ch’io mirava, aspetto, che è sempre identico a ciò che era prima, ma per la mia
che tal è sempre qual s’era davante; 111 vista che si accresceva man mano che guardavo, al mio mutare
interiore quell'unico aspetto si trasformava ai miei occhi.
ma per la vista che s’avvalorava
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’io, a me si travagliava. 114

Ne la profonda e chiara sussistenza Nella profonda e luminosa essenza della luce di Dio mi apparvero
de l’alto lume parvermi tre giri tre cerchi, di tre colori diversi e uguali dimensioni;
di tre colori e d’una contenenza; 117

e l’un da l’altro come iri da iri e il secondo (il Figlio) sembrava un riflesso del primo (il Padre), come
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco un arcobaleno riflesso da un altro, e il terzo (lo Spirito Santo)
che quinci e quindi igualmente si spiri. 120 sembrava una fiamma che spira egualmente dagli altri due.

Oh quanto è corto il dire e come fioco Oh, quanto è insufficiente il mio linguaggio a esprimere ciò che
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, ricordo! E anche questo, rispetto a quel che vidi, è così esiguo che
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. 123 non basta dire 'poco'.

O luce etterna che sola in te sidi, O luce eterna, che hai luogo solo in te stessa, che sola ti comprendi
sola t’intendi, e da te intelletta e, compresa da te stessa e nell'atto di comprenderti, ami e ardi di
e intendente te ami e arridi! 126 carità!

Quella circulazion che sì concetta Quel cerchio (il secondo, il Figlio) che sembrava nascere come da un
pareva in te come lume reflesso, riflesso, dopo essere stato a lungo osservato dai miei occhi, mi
da li occhi miei alquanto circunspetta, 129 sembrò che avesse dipinta in esso, dello stesso colore, l'immagine
umana: per questo avevo penetrato all'interno tutto il mio sguardo.
dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ‘l mio viso in lei tutto era messo. 132
Come lo studioso di geometria, che si ingegna con tutte le sue forze
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige per misurare la circonferenza e non trova, pensando, quell'elemento
per misurar lo cerchio, e non ritrova, di cui manca, così ero io davanti a quella visione straordinaria:
pensando, quel principio ond’elli indige, 135

tal era io a quella vista nova: volevo capire come l'immagine umana si inscrivesse nel cerchio e in
veder voleva come si convenne che modo si collocasse al suo interno;
l’imago al cerchio e come vi s’indova; 138
ma le mie ali non erano adatte a un volo simile (non ne avevo le
ma non eran da ciò le proprie penne: capacità): senonché la mia mente fu colpita da una folgorazione,
se non che la mia mente fu percossa grazie alla quale poté soddisfare il suo desiderio.
da un fulgore in che sua voglia venne. 141
Alla mia alta immaginazione qui mancarono le forze; ma ormai
A l’alta fantasia qui mancò possa; l'amore divino, che muove il Sole e le altre stelle, volgeva il mio
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, desiderio e la mia volontà, come una ruota che è mossa in modo
sì come rota ch’igualmente è mossa, uniforme e regolare (Dio aveva appagato ogni mio intimo
desiderio).
l’amor che move il sole e l’altre stelle. 145

Argomento del Canto


Ancora nel X Cielo (Empireo). Preghiera di san Bernardo alla Vergine e intercessione di Maria. Dante fissa lo sguardo nella mente di
Dio: visione dell'unità dell'Universo. I misteri della Trinità e dell'Incarnazione. Folgorazione e supremo appagamento di Dante.
È mezzanotte di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.

Preghiera di san Bernardo alla Vergine (1-39)


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J. Flaxman, Maria Vergine
San Bernardo si rivolge alla Vergine e la invoca come la più alta e la più umile di tutte le creature, colei che ha nobilitato la natura
umana a tal punto che Dio non ha disdegnato di incarnarsi nell'umano. Nel ventre di Maria si riaccese l'amore tra Dio e gli uomini,
che ha fatto germogliare la rosa celeste dei beati; ella è per questi ultimi una perenne luce di carità e fonte di speranza per i mortali.
La grandezza della Vergine è tale che benevolmente concede ogni grazia, spesso addirittura prevenendone la richiesta, poiché in lei
albergano la pietà, la magnificenza, la bontà.
Dante, spiega Bernardo, è giunto all'Empireo dal profondo dell'Inferno e ha visto lo stato delle anime dopo la morte, quindi supplica
Maria di concedergli la virtù sufficiente per figgere lo sguardo nella mente di Dio. Il santo le porge tutte le sue preghiere affinché gli
venga concesso questo, che egli desidera per Dante più di quanto l'abbia mai bramato per sé, e chiede alla Vergine di dissipare ogni
velo che offusca gli occhi mortali del poeta. La implora infine di conservare puri i sentimenti di Dante dopo una tale visione, poichè la
Regina del Cielo può ottenere tutto ciò che vuole, e la invita ad accogliere la sua preghiera alla quale si uniscono idealmente tutti i
beati della rosa, inclusa Beatrice.
Intercessione di Maria. Dante fissa lo sguardo nella luce divina (40-66)
Maria tiene il suo sguardo fisso in quello di san Bernardo, dimostrando così di accogliere la sua preghiera, poi lo rivolge alla luce di
Dio, nella quale solo lei può addentrarsi con tanta chiarezza. Dante si avvicina al compimento di tutti i suoi desideri, cosicché
consuma in sé tutto il proprio ardore, mentre Bernardo con un cenno e un sorriso lo esorta a guardare in alto. La vista di Dante,
diventando via via più chiara, si inoltra nella luce divina e da quel momento in poi la visione del poeta è tale che il linguaggio è
insufficiente a esprimerla, così come anche la memoria non è in grado di ricordarla pienamente. Dante è simile a colui che sogna e,
al risveglio, non ricorda nulla pur conservando nell'animo una forte impressione, in quanto egli ha dimenticato quasi tutta la sua
visione e conserva in cuore la dolcezza infinita che essa gli provocò. La neve si scioglie al sole in modo simile e così le foglie con su
scritto il responso della Sibilla si disperdevano al vento.

Invocazione di Dante: visione dell'unità dell'Universo (67-108)


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G. Di Paolo, L'ombra d'Argo
Dante invoca la luce di Dio affinché essa gli consenta di ricordare in minima parte come essa gli si mostrò al momento della visione, e
renda il suo linguaggio tale da poter lasciare ai posteri almeno una scintilla della Sua gloria, cosicché le parole del poeta possano
esprimere la vittoria divina. Dante figge dunque lo sguardo nella mente di Dio e resterebbe smarrito se ne distogliesse gli occhi: il
poeta acquista coraggio per sostenere quella straordinaria visione e addentra così il suo sguardo nell'infinito, spingendo la vista alle
sue possibilità estreme. Dante vede nella mente divina tutto l'Universo legato in un volume, sostanze, accidenti e i loro rapporti uniti
insieme; scorge l'essenza divina che unifica in un tutto armonico le cose create, e parlando di questo ancora oggi sente accrescere in
sé la gioia. L'attimo della visione è stato ormai da lui dimenticato, più di quanto l'impresa della nave Argo (la prima a solcare il mare
e a fare stupire il dio Nettuno) sia stata dimenticata in oltre venticinque secoli. Dante continua a tenere lo sguardo fisso nella luce
divina, essendo impossibile volgere gli occhi altrove, poiché tutto il bene possibile è racchiuso in essa e ciò che lì è perfetto al di fuori
è difettoso. Ormai ciò che riferirà della visione sarà meno di quanto potrebbe dire un bambino che sia ancora allattato dalla madre.
Il mistero della Trinità (109-126)
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A. Nattini, La Trinità divina
La viva luce che Dante osserva è sempre uguale a se stessa, tuttavia è Dante a cambiare dentro di sé man mano che la sua vista si
accresce, quindi quella visione muta al mutare del suo atteggiamento interiore. All'interno di essa crede di vedere tre cerchi, delle
stesse dimensioni e di colori diversi (la Trinità), e mentre il secondo (il Figlio) sembra il riflesso del primo (il Padre), come un
arcobaleno che ne crea un altro, il terzo (lo Spirito Santo) è come una fiamma che spira ugualmente dai primi due. Il linguaggio di
Dante è del tutto insufficiente a esprimere la propria visione, e questa, in rapporto all'essenza della Trinità, è davvero un nulla: egli
ha visto la luce eterna che trova fondamento in se stessa, si comprende da sé e, compresa da se stessa, arde d'amore.

Il mistero dell'Incarnazione (127-138)


Dante si sofferma ad osservare il secondo cerchio (il Figlio), che sembra il riflesso del primo, e gli pare di vedere al suo interno
l'immagine umana, dello stesso colore del cerchio e, tuttavia, perfettamente visibile. Il poeta è simile allo studioso di geometria, che
cerca in ogni modo di risolver il problema della quadratura del cerchio e non vi riesce perché gli manca un elemento fondamentale:
anche lui cerca di capire quale sia il rapporto tra l'immagine e il cerchio, benché le sue sole forze siano insufficienti.

Folgorazione e supremo appagamento di Dante (139-145)


Dante riconosce la propria incapacità a comprendere il mistero dell'Incarnazione dell'umano nel divino, fino a quando la sua mente
viene colpita da un alto fulgore che, in una sorta di rapimento mistico, appaga il suo desiderio. Alla sua immaginazione ora mancano
le forze, tuttavia l'amore divino ha ormai placato la sua volontà di conoscere, muovendola come una ruota che si muove in modo
regolare e uniforme.
Interpretazione complessiva
L'ultimo Canto del Paradiso e del poema appare diviso nettamente in due parti, corrispondenti alla preghiera che san Bernardo
rivolge alla Vergine perché questa interceda presso Dio e consenta a Dante la visione finale della Sua essenza (vv. 1-39) e alla
descrizione della visione stessa (vv. 40-145), che nonostante si concluda con la «folgorazione» mistica che permette a Dante
l'appagamento di tutti i suoi desideri conserva innegabilmente un carattere intellettuale e razionale. La santa orazione che il doctor
mellifluus Bernardo rivolge a Maria è considerata un piccolo capolavoro retorico, che (diversamente dal Pater noster parafrasato e
ampliato all'inizio del Canto XI del Purgatorio) presenta caratteri di originalità rispetto all'Ave, Maria cui pure si ispira: a una prima
parte di lode ed elogio della Vergine segue infatti la preghiera vera e propria, in cui il santo si rivolge a Maria come a colei che
concede sempre la sua grazia a chi gliela chiede, supplicandola non solo di permettere a Dante di spingere lo sguardo nella mente
divina, ma anche di conservare sani... li affetti suoi dopo una visione così superiore alla sua natura di mortale. La prima parte della
preghiera assume dunque i toni, retoricamente elevati, di una captatio benevolentiae in cui Bernardo sottolinea l'altezza e al
contempo l'umiltà di Maria, figlia del proprio figlio (con due efficacissime antitesi poste nei primissimi versi del Canto), scelta da Dio
per l'altissimo compito di mettere al mondo Cristo per sancire la pace tra Cielo e Terra, poiché nel suo ventre è nato l'amore che ha
fatto germogliare la rosa celeste (viene già anticipato il mistero dell'Incarnazione, al centro della parte finale della visione). Di Maria
è ribadito il fatto che essa è gratia plena, in grado di soddisfare ogni giusta richiesta che provenga da un cuore onesto, dunque i tratti
che la caratterizzano sono la misericordia, la pietà, la magnificenza (da intendere forse come sinonimo di «liberalità» cortese) e la
bontate, per cui a buon diritto Bernardo le si rivolge implorando il suo aiuto in favore di Dante, giunto fin lì dalla profondità
dell'Inferno dopo aver visto lo status animarum post mortem, col compito di riferire al mondo la sua visione: è questo il motivo per
cui la Vergine dovrà fare in modo che tale visione non sia letale ai sensi mortali del poeta, così che egli possa scriverne negli alti versi
del suo poema e, come dirà lui stesso più avanti, lasciare a la futura gente una semplice scintilla dello splendore divino che potrà per
un breve istante contemplare, per manifestare a tutti l'alta vittoria della potenza di Dio. Tutti i beati si uniscono alla implorazione di
Bernardo unendo le mani in preghiera, inclusa Beatrice la cui rapida menzione è l'ultima della Commedia dopo il saluto del Canto
XXXI, per cui si può affermare che tutti gli sguardi dell'Empireo sono rivolti a Dante in procinto di fissare il suo nella mente di Dio,
creando un'atmosfera di tensione narrativa e di attesa che, in un certo senso, verrà protratta per tutto il Canto e si scioglierà solo nei
versi finali, con la suprema intuizione elargita a Dante dall'Altissimo.
L'intercessione della Vergine non viene manifestata con un gesto tangibile, neppure un cenno o un sorriso come farà invece
Bernardo per esortare Dante alla visione, poiché la Regina del Cielo si limita a tenere il suo sguardo fisso in quello dell'oratore e poi a
spingerlo nella luce di Dio, nella quale nessun'altra creatura può internarsi tanto in profondità (del resto Maria è umile e alta più che
creatura, il che spiega anche la posizione di assoluto privilegio che occupa all'interno della rosa). Dante può dunque fissare la mente
di Dio e da qui sino alla fine del Canto è come se tutti gli altri personaggi della narrazione scomparissero, poiché il poeta dovrà
contemplare l'Assoluto facie ad faciem senza altri intermediari che non siano la ragione e il puro intelletto, in quanto non un
abbandono mistico alla comunione col Divino è oggetto della descrizione ma un'esperienza intellettuale, in cui solo alla fine sarà
necessario l'alto fulgore divino perché il poeta giunga a comprendere ciò che per sua natura è incomprensibile all'uomo. Infatti
proprio questo è l'elemento centrale della seconda parte del Canto, in cui da un lato c'è il tentativo quasi vano da parte di Dante di
richiamare alla memoria ciò che ha visto e che eccede totalmente le capacità del suo intelletto (secondo quanto già dichiarato
nell'esordio della Cantica, Par., I, 4-12), dall'altro il tentativo altrettanto arduo di tradurre in parole umane, coi poveri mezzi della sua
arte poetica, la profondità della visione, per cui la poesia dell'inesprimibile giunge qui al suo punto più alto e stilisticamente
impegnato. Per rappresentare la sproporzione tra l'altezza delle cose vedute e l'angustia dei suoi limiti umani Dante ricorre a più di
una similitudine tratta dall'ambito domestico o mitologico: paragona se stesso a colui che si sveglia dopo aver sognato e non ricorda
nulla, ma conserva la forte impressione che il sogno gli ha lasciato nell'animo (immagine analoga più avanti, quando dirà che
parlando della visione avuta sente aumentare la sua gioia); ricorda la neve che al sol si disigilla, ovvero si scioglie non conservando le
orme impresse su di essa, così come i ricordi svaniscono dalla sua memoria; cita i responsi della Sibilla Cumana, che venivano scritti
su foglie disperse dal vento e diventavano così incomprensibili (fin troppo ovvio il riferimento a Virgilio, Aen., VI, 74-76, in cui Enea si
prepara a scendere agli Inferi); rammenta il mito di Argo, la prima nave a solcare i mari e la cui ombra riempì di stupore Nettuno (a
indicare anche l'eccezionale primato della sua opera poetica: cfr. Par., II, 16-18), anche se il ricordo di quell'impresa è ancora vivo
dopo 2500 anni, più di quanto lo sia quello della visione in lui dopo un brevissimo istante. L'invocazione suprema alla somma luce di
Dio affinché consenta a Dante di esprimere una minima parte di ciò che ha visto (il che, a sua volta, è quasi nulla rispetto all'essenza
divina) si affianca a quella di san Bernardo a Maria, sottolineando il carattere assolutamente eccezionale e irripetibile del privilegio
che qui a Dante è concesso: il poeta si accinge a descrivere qualcosa che quasi nessun altro ha visto da vivo, ad eccezione
dell'esperienza mistica di san Paolo, e tuttavia il poeta non rinuncia a una rappresentazione razionale e coerente della cosa vista
(benché essa possa sembrare deludente agli occhi dei lettori moderni e come tale sia stata giudicata da più di un critico del
Novecento, a cominciare da B. Croce); la rappresentazione del Paradiso è divenuta più astratta e immateriale man mano che si
procedeva nell'ascesa, quindi la stessa astrazione quasi «matematica» non poteva non caratterizzare anche la visione di Dio, per la
quale Dante (e in ciò è la novità assoluta del suo poema) rinuncia in modo programmatico a ogni elemento iconografico, come del
resto si era già visto nella descrizione della rosa, degli angeli e di Maria.
Tre sono i misteri che a Dante è dato contemplare fissando il suo sguardo nella profondità della mente di Dio, ovvero l'unità
dell'Universo, la Trinità e l'Incarnazione: per rappresentarli non può che ricorrere a delle similitudini, ma mentre per il primo usa
l'immagine concreta del volume che raccoglie e unifica tutto ciò che si squaderna per il Cosmo, per gli altri si serve di una pura
astrazione matematica, ovvero dei tre cerchi rappresentanti le Persone Divine e dell'effigie umana dipinta con lo stesso colore entro
il cerchio che corrisponde al Figlio. Tale spettacolo appaga il desiderio di conoscenza di Dante, ma ottiene anche l'effetto di farlo
cambiare internamente, cosicché gli sembra che l'Unità indissolubile della Divinità muti e in realtà è la sua visione a cambiare
prospettiva: l'armonia dell'Universo in cui tutto sembra avere una precisa collocazione e un'intima rispondenza è la spiegazione di
tutte le apparenti contraddizioni e ingiustizie (anche politiche) che affliggono il mondo, è l'Ordine che si oppone al Caos; non a caso
Dante ribadisce ciò che finora è stato detto a più riprese a proposito dei beati e degli angeli e che adesso è lui a sperimentare
personalmente, ovvero che chi fissa lo sguardo in Dio non può distoglierlo per guardare null'altro, in quanto lì è racchiuso tutto il
bene del mondo e vi diventa perfetto ciò che all'esterno è difettoso (lui invece dovrà farlo per tornare alla dimensione dell'umano ed
è proprio questa la difficoltà più grande da superare, il motivo per cui la Vergine dovrà vincere i suoi movimenti umani). La
descrizione della Trinità è poi ancora più rarefatta, affidata ai tre cerchi di diverso colore e uguali dimensioni che rappresentano il
rapporto fra le tre Persone Divine (tralasciamo il fatto che, per alcuni commentatori, essi non potevano essere identici perché
sarebbero stati sovrapposti), ovvero il Figlio generato dal padre e lo Spirito Santo che procede da entrambi, come una fiamma che
spira dai primi due cerchi: l'immagine astrattamente geometrica può forse non soddisfare il lettore moderno in cerca di una più
concreta rappresentazione, ma è quanto di più aderente alla mentalità trecentesca nella quale Dante è saldamente ancorato, per cui
la descrizione della Trinità e dell'Incarnazione non può prescindere dal rigore degli argomenti teologici (e non si scordi che la
geometria come scienza era considerata nel Medioevo tramite fra l'umano e il divino, degna dunque della massima considerazione).
Non può stupire allora che proprio al geomètra si paragoni Dante nel tentativo vano di capire il rapporto tra l'effigie umana e il
secondo cerchio, impresa disperata come lo è per il matematico calcolare il rapporto tra il raggio e la circonferenza: qui il poeta deve
confessare la propria impotenza e l'incapacità del suo intelletto, ed è il solo e unico momento in cui la visione cessa di essere
esperienza razionale per diventare mistica, col fulgore divino che colpisce la mente di Dante e gli consente per un brevissimo istante
di vedere, con gli occhi del rapimento estatico, la verità del mistero che è inconoscibile coi soli mezzi della logica. È questo il lumen
gloriae che solo può consentire alla mente umana la fruizione piena e completa dell'aspetto divino, che normalmente caratterizza i
beati in Cielo e occasionalmente i mortali in vita, allegorizzato da Bernardo quale terza guida di Dante nel viaggio: ed è chiaro che
tale suprema intuizione dell'essenza divina è l'appagamento finale di tutti i disii del poeta, il punto finale del suo percorso
oltremondano dopo il quale egli non può che tornare alla dimensione dell'umano, accingendosi all'alto compito di descrivere nei
suoi versi tutto ciò che ha visto; è anche l'affermazione definitiva dell'insufficienza della ragione umana per la comprensione dei
misteri dell'Universo, che restano inconoscibili senza la fede nelle cose rivelate e, soprattutto, senza un ultimo gratuito ausilio da
parte di Dio che solo può elargire la visione di Sé all'uomo, la quale costituisce quella beatitudine che tutte le anime salve godranno
per l'eternità una volta giunte in patriam, nella Gerusalemme celeste. Il Canto, la Cantica e il poema possono allora chiudersi con la
solenne dichiarazione del compimento del desiderio di conoscenza da parte del poeta, che trae origine non dall'acume del suo
intelletto ma dall'atto di grazia che gli è stato concesso dall'amore divino, l'amor che move il sole e l'altre stelle e che appaga
intimamente la sua volontà come una ruota che si muove in modo uniforme (dunque l'immagine del cerchio chiude la poesia della
Commedia, essendo simbolo della perfezione divina e dell'incapacità dell'uomo di risolvere i misteri dell'Universo, proprio come
impossibile è per il geomètra... misurar lo cerchio poiché gli manca il principio fondamentale, che nella concezione di Dante è da
identificare con Dio).

L'invocazione alla Vergine nella poesia: Petrarca


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A. Del Castagno, Petrarca (XV sec.)
L'invocazione alla Vergine affidata alle parole di san Bernardo e con cui si apre il Canto XXXIII del Paradiso non è certo un caso isolato
nella letteratura italiana del tempo di Dante e successiva, che si riallaccia del resto a una lunga tradizione della dossologia mariana e
ha in Jacopone da Todi (autore dell'inno Stabat Mater e della lauda Donna de Paradiso) un insigne precedente: poco dopo Dante
sarà F. Petrarca a chiudere i Rerum vulgarium fragmenta con la famosa canzone dedicata alla Vergine (CCCLXVI, Vergine bella, che di
sol vestita), che rispetto ai versi danteschi che preludono alla visione beatifica di Dio presenta analogie e differenze. Analoga è la
posizione nella raccolta petrarchesca, in quanto il componimento chiude il Canzoniere come il Canto dantesco è l'ultimo della
Commedia, e simile è anche il carattere di orazione e inno religioso che la canzone assume, proponendosi come un bilancio del
percorso umano e letterario del poeta quasi alla fine della sua vita; diversa è l'ispirazione della poesia in Petrarca, poiché Maria è
invocata come fonte di grazia e salvezza da chi si considera peccatore e teme per la sua salvezza a causa degli errori commessi
(specie in campo amoroso), dunque la canzone è espressione dei dubbi interiori e delle lacerazioni proprie di tutta l'opera di
Petrarca, ben lontana dalle granitiche certezze in campo religioso ed escatologico che sono al centro del poema di Dante. La Vergine,
anzi, è di fatto paragonata per contrasto alla donna amata da Petrarca, quella Laura che gli ha causato tante sofferenze e che al
tempo della stesura della canzone è morta da tempo, in quanto quest'ultima è stata fonte di traviamento morale e illusioni sul piano
amoroso, mentre Maria rappresenta un esempio di purezza che si oppone in modo antitetico alla bellezza seducente e pericolosa
della donna mortale. Ciò è evidente fin dai primi versi, in cui Maria è indicata come colei che Dio ha scelto per l'altissimo compito di
consentire l'Incarnazione di Cristo (vv. 2-3, al sommo Sole / piacesti sì, che 'n te Sua luce ascose; cfr. Par., XXXIII, 4-6) e come la
creatura che risponde sempre benevolmente a chi le chiede la grazia (vv. 7-8, Invoco lei che ben sempre rispose / chi la chiamò con
fede; cfr. XXXIII, 13-15), mentre più avanti si dirà che trasforma 'l pianto d'Eva in allegrezza (v. 36, e infatti anche Dante la colloca al
di sopra di Eva nella rosa celeste); al contrario Laura è indicata quasi spregiativamente come mortal bellezza (v. 85), terra (v. 92),
poca mortal terra caduca (v. 121), a indicare non solo il fatto che la donna è morta e i suoi resti corporei si sono decomposti, ma
anche l'enorme sproporzione tra l'amore celeste rappresentato dalla Vergine e l'amore terreno raffigurato da Laura (non a caso
Maria è di sol vestita e coronata di stelle, Laura è terra). Questo amore è condannato da Petrarca in quanto gli ha provocato pena e
grave... danno, lo ha spinto a versare lagrime e a spendere lusinghe e preghi indarno, gettandolo in un tempestoso mare in cui solo
la Vergine può rappresentare per lui una stella e una fidata guida: l'amore per Laura è vano in quanto non corrisposto e fonte
soltanto di sofferenza, come già dichiarato nel sonetto proemiale del Canzoniere, e la donna è descritta come colei che quand'era
viva in pianto... tenne il cuore del poeta non conoscendo neppure tutti i mali che lui provava; questo amore è stato un errore, che ha
tramutato Petrarca in un sasso / d'umor vano stillante (vv. 111-112) e per liberarsi del quale ora rivolge a Maria (vv. 115-117) un
ultimo pianto... devoto, / senza terrestro limo (cioè senza passioni terrene), / come fu 'l primo - non d'insania vòto (torna il tema del
vaneggiare del poeta dietro la bellezza di Laura, spesso indicato come la ragione per cui egli fu favola per il popolo, I, 9-11). Dunque
la Vergine è invocata come colei che può concedere la grazia e intercedere presso Dio al fine di ottenere per il poeta il perdono dei
suoi peccati, ma anche come l'alta creatura che si oppone alle passioni terrene che hanno sviato Petrarca dall'amore divino,
rischiando seriamente di compromettere la sua salvezza nell'Aldilà: tali passioni occupano la sua anima ancora con grande forza,
tanto che a suo dire egli è ancora legato al ricordo di Laura con... mirabil fede (v. 122, e val la pena di osservare il senso ambivalente
della parola fede) e solo l'aiuto di Maria può fargli sperare di risollevarsi dal suo stato assai misero e vile (v. 124) e di ottenere la
sospirata salvezza ora che si avvicina il giorno della morte, superando la passione terrena per Laura dalla quale, pare evidente nei
versi finali, egli non riesce a liberarsi neppure a tanti anni dalla morte della donna. Più che un'invocazione, il suo è l'accorato grido di
aiuto di chi vive in uno stato travagliato di lacerazione interiore e si aspetta da Maria l'intercessione per la remissione dei propri
peccati, mentre in Dante l'orazione di san Bernardo doveva concedergli l'assistenza necessaria a completare il suo viaggio allegorico
che è un percorso (realizzato con successo) verso Dio: l'ultima poesia del Canzoniere dimostra ulteriormente la distanza ormai
incolmabile tra l'autore della Commedia, poeta della certezza e della fede che ha superato e risolto i suoi dubbi in materia religiosa,
e il pre-umanista Petrarca, poeta del dubbio e dell'angosciosa incertezza, la cui fede è continuamente messa alla prova e che
neppure alla fine della sua opera mostra di aver completamente risolto le ansie che caratterizzarono tutta la sua esperienza di uomo
e scrittore.
Interpretazioni a confronto: B. Croce e S. Battaglia
A conclusione della lettura del Paradiso e del Canto conclusivo della Cantica, proponiamo due brevi estratti dei saggi di due insigni
critici letterari e studiosi di Dante del Novecento, che propongono un'interpretazione alquanto diversa, se non decisamente opposta,
della rappresentazione dantesca del regno santo. Benedetto Croce (1866-1952), filosofo, saggista, critico letterario fondatore di una
vera e propria scuola nei primi decenni del secolo scorso, tende a svalutare la componente teologica e dottrinale del Paradiso e
critica come artificiosa e ripetitiva la sua descrizione come qualcosa che è in realtà non rappresentabile, individuando gli unici
momenti di alta poesia della III Cantica nelle immagini concrete e «domestiche» cui Dante ricorre per raffigurare la dimensione
celeste; viceversa Salvatore Battaglia (1904-1971), linguista, filologo e studioso di letteratura, sottolinea proprio il valore della poesia
dell'inesprimibile come la caratteristica peculiare del Paradiso e come la principale novità del poema dantesco, ben diverso da tutte
le precedenti descrizioni dell'Oltretomba (questa interpretazione, del resto, è stata fatta propria dai principali dantisti del XX secolo,
da E. Auerbach a U. Bosco, fino a G. Bàrberi Squarotti).

Benedetto Croce: il Paradiso come «romanzo teologico»


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Bendetto Croce
Questi spettacoli di luce e di canto, oltre il loro senso letterale e poetico ne hanno un altro, dottrinale, come l'avevano altresì i
tormenti dell'Inferno e i castighi del Purgatorio. Senonché, in questa terza parte della Commedia, i due sensi se ne stanno assai
meno distaccati che nelle due prime, e, di gran lunga più, tendono a entrare l'uno nell'altro. Il concetto della gioia paradisiaca
restringe il poeta a pochissimi, e anzi quasi a un ordine solo d'immagini, riduce la sua tavolozza a un sol colore, che egli non può
differenziare se non nel grado, nel meno e più, e non può variare se non nella configurazione spaziale, e talvolta nella sola scelta dei
vocaboli e dei paragoni. Onde l'impressione che il lettore riceve, in più luoghi di quelle scene, dello sforzo, di una valentia che è
sforzo, e che si ammira non come un moto naturale, ma come un gioco ginnastico (e molti, dimentichi di quel che sia propriamente
poesia, riversano l'ammirazione su questi luoghi del Paradiso, prodigando lodi di dubbia legittimità estetica): l'impressione di una
ricchezza esuberante, che ha della povertà e nasce da una certa povertà, come lustro di cui questa si ricopre. Tale non infrequente
impressione di povertà nella profusione, e di vuoto nel pieno, è accresciuta dal carattere maraviglioso, ma intellettualistico, sebbene
ingenuamente escogitato, di quelle luci, che si ordinano in ruote, in croce, in rosa, in aquila, in iscala, in lettere d'alfabeto, e,
raccostando le lettere, compongono scritte latine con motti e ammonimenti. E, in questa terza parte, nelle rappresentazioni
paradisiache, il poeta avverte il bisogno, e con pari candidezza lo soddisfa, di rialzare l'effetto con le iperboli negative; per esempio,
con l'osservare che le bellezze della natura e dell'arte, tutte adunate, varrebbero niente «ver lo piacer divin che mi rifulse», o che,
comparata al suono della lira da lui udita, qualunque più dolce melodia terrena «parrebbe nube che squarciata tuona»; e, mezzo
rettorico anche meno efficace, con le continue proteste, che ciò che egli vede è indescrivibile e ineffabile. La luce, la gioia, che egli
vorrebbe pensare e rappresentare, è cosi pura, perfetta e santa, cosi assoluta, che si converte sovente in un'astrattezza, e, come
tale, non si può rappresentare e neppure pensare. Non si pensa e non si rappresenta se non la gioia concreta, che nasce dal dolore
ed è venata di dolore e torna al dolore; la luce che è insieme ombra, e combatte con l'ombra, e la vince e n'è in parte vinta. […]
Donde, in tanto infinito, alcunché di troppo finito, e talora perfino di grottesco, che viene appunto dal contrasto tra l'infinito
dell'intenzione e il finito della rappresentazione. […] Insomma, quella monotonia, quelle ripetizioni, quegli sforzi, quell'artificiosità,
quelle puerilità, che sono state troppo severamente notate nel Paradiso, e hanno fatto scuotere la testa innanzi all'ardimento del
poeta e considerarlo come ardimento verso l'impossibile, e fallacemente riportarlo a un vizio della materia, particolare al Paradiso
ed estraneo alla materia delle altre due cantiche, è invece qualcosa che si trova in tutte le tre cantiche, ma nella terza si accentua
proprio nella rappresentazione che fa da scena o da sfondo: l'ubbidienza all'assunto didascalico, ossia al «romanzo teologico».
(da La poesia di Dante, Bari, Laterza 1940)
Salvatore Battaglia: il Paradiso come «regno della pura intuizione»
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Salvatore Battaglia
La terza cantica trova la sua prima emozione lirica nella stessa premessa dell'insufficienza espressiva del poeta. Il Paradiso non si può
rappresentare, è ineffabile. È possibile intuirlo nel colmo della fede, come mistica aspirazione, ma la sua realtà è sovrasensibile,
esclude la comprensione e la raffigurazione. Il poeta è qui chiamato a sceneggiare la trascendenza divina e l'ineffabilità dei suoi
misteri. Ma com'è possibile figurarla nei termini del linguaggio umano se essa per definizione ne è il superamento e la sublimazione?
In questa antinomia risiede la fondamentale difficoltà e insieme la qualità linguistica della terza cantica. Al poeta toccherà esprimere
l'incomunicabile. L'impresa dello stile che ora Dante progetta sembra assurda, è al di fuori d'ogni realizzazione. Perché non appena
l'intelletto e la parola presumeranno di descrivere il Paradiso e di ridurlo in termini espositivi, il Paradiso stesso cesserà di fruire della
sua natura trascendente, sovrumana, misteriosa. Al poeta resterà questo compito: non già di rappresentare il Paradiso nella sua
inattingibile verità, ma di farne intravedere l'intatta eternità e l'immensa beatitudine con i mezzi impari di cui dispone la parola
dell'uomo. Il nodo lirico del Paradiso e del suo linguaggio consiste nell'esprimere questa situazione, che prima di essere stilistica è
morale: cioè, l'interna intuizione del Paradiso come simulacro esemplare dell'anima, e, nello stesso tempo, la struggente incapacità a
raffigurarne realmente l'essenza.
Nel Paradiso è la stessa realtà che dovrebbe risultare abolita o superata. II poeta si trova, pertanto, al limite del reale. Immateriale,
invisibile, assolutamente mistico, il Paradiso è il regno della pura intuizione, che si realizza unicamente nei silenzi incommensurabili
ed essenziali dello spirito: «lì si vedrà ciò che tenem per fede, / non dimostrato, ma fia per sé noto / a guisa del ver primo che l'uom
crede». Questo dramma stilistico è forse la componente più lirica della terza cantica. Rimane il mistero di ciò che si è contemplato
nell'interiorità spirituale: «... e vidi cose che ridire / né sa né può chi di lassù discende». Perché accostarsi al Paradiso e alla sua
visione equivale ad uscire dalla natura umana e rompere l'involucro dei sensi: «trasumanar significar per verba / non si porìa». Infatti
il trapasso dal mondo terreno è istantaneo, fulmineo: «Tu non se' 'n terra, sì come tu credi: / ma folgore, fuggendo il proprio sito, /
non corse come tu ch'ad esso riedi». Il cimento espressivo è strenuo, estremo, al limite delle possibilità del linguaggio. […]
E di fronte all'angustia terrestre dei primi due regni, il Paradiso si dispone nella prospettiva delle sfere celesti, occupando l'intero
sistema planetario: paesaggi immacolati e senza limiti, il cui linguaggio è luce e moto, musica e coro, ordine e armonia. Il Paradiso
s'identifica con il firmamento, si converte nell'universo: partecipa dell'infinita presenza di Dio nel cosmo. E, pertanto, il viaggio di
Dante si sviluppa nella successione ascensionale dello zodiaco, dal cielo della luna fino all'Empireo, dove fiorisce la candida rosa dei
beati. Qui sono tutte le anime del Paradiso, raccolte nel mistico fiore, in un unico consesso, di cui nei singoli cieli Dante ha
conosciuto le postille, le loro trasparenze individuali. Ma ora tutte concorrono al trionfo supremo e inesauribile di Dio, che Dante
concepisce in un'essenza totale, illimite, inattingibile. Forse questa di Dante è la concezione più austera della divinità unica e
incommensurabile, universa e inestimabile. Il poeta l'ha resa nella sua più sgomenta profondità, nel suo mistero insondabile. Il Dio di
Dante è la categoria mentale dell’inconoscibile.
(da Esemplarità e antagonismo nel pensiero di Dante, Napoli, Liguori 1967)
Note e passi controversi
Al v. 7 Dante parla del ventre di Maria come aveva fatto l'arcangelo Gabriele in XXIII, 104: si è osservato che altrove il termine è
associato a significati negativi e sgradevoli, mentre qui il poeta si è forse rifatto al versetto dell'Ave, Maria (benedictus fructus ventris
tui).
Il fiore del v. 9 è la rosa dei beati.
Al v. 10 la Vergine è detta meridiana face, perchè paragonata a una fiaccola luminosa come il sole di mezzogiorno.
Al v. 20 magnificenza è forse sinonimo di «liberalità», «generosità», anche perché si è detto che Maria concede spesso la grazia
senza attendere la richiesta (cfr. Par., XVII, 73-75, 85).
I vv. 22-24 indicano che Dante è giunto fino all'Empireo dalla profondità dell'Inferno e che ha visto la condizione delle anime dopo la
morte (incluse, probabilmente, anche quelle dannate).
Nei vv. 29 ss. Bernardo ricorre con insistenza al verbo pregare e a termini affini: 29, tutti miei prieghi; 30, priego; 32, co' prieghi tuoi;
34, ancor ti priego; 39, per li miei prieghi.
Al v. 38 Beatrice è nominata per l'ultima volta nel poema.
I vv. 44-45 indicano che Maria è colei che più in profondità spinge lo sguardo nella mente di Dio, più di ogni creatura umana o
angelica.
Il v. 48 è stato variamente interpretato, ma è probabile che Dante voglia dire che ha portato a compimento ogni ardore di desiderio.
Al v. 57 oltraggio vuol dire «eccedenza», «sproporzione».
Il v. 64 indica che la neve, al sole, si scioglie e non conserva le orme lasciate su di essa.
I vv. 65-66 alludono al mito classico della Sibilla Cumana, che scriveva i responsi su foglie che il vento disperdeva, rendendo
impossibile la decifrazione: in Aen., VI, 74-76 Enea (in procinto di scendere agli Inferi per incontrare l'anima del padre Anchise) prega
la profetessa di parlargli senza ricorrere a quell'espediente, in quanto ha necessità di comprendere le sue parole.
Il v. 84 indica non che Dante abbia consumato la sua visione, ma che ha portato la sua vista alle estreme possibilità umane.
I vv. 85-87 paragonano l'Universo a un volume che raccoglie e rilega tutte le pagine che compongono il creato; nei vv. seguenti (88-
90) Dante indica lo stesso concetto con termini filosofici, parlando di sostanze (ciò che esiste di per se stesso), accidenti (le qualità
delle sostanze) e lor costume (il legame che le unisce insieme).
I vv. 94-96, assai discussi dai critici, vogliono prob. dire che un solo istante (punto), quello della visione, è per Dante oblio (letargo)
maggiore di quanto non lo sia l'impresa della nave Argo, a venticinque secoli di distanza (la quale infatti è ancora ricordata dagli
uomini). Il mito degli Argonauti, i primi a solcare il mare con una nave, ribadisce il motivo del primus ego in quanto Dante è il primo
ad affrontare l'alta materia del Paradiso, come già detto in II, 16-18.
I tre giri del v. 117 sono stati interpretati come tre cerchi, ma anche come tre sfere.
La circulazion del v. 127 è il secondo cerchio, corrispondente al Figlio.
I vv. 133-138 indicano che Dante tenta di capire quale sia il rapporto tra la nostra effige e il cerchio, dal momento che l'immagine
umana è dipinta entro il cerchio con lo stesso colore e sarebbe dunque indistinguibile: così il matematico cerca di calcolare
esattamente la circonferenza, ma non vi riesce perché indige, manca di un elemento essenziale (il rapporto raggio-circonferenza).
Al v. 138 vi s'indova è neologismo dantesco, da dove («vi trova luogo», «vi si colloca»).
I vv. 140-141 indicano che la mente di Dante è illuminata da un alto fulgore, che gli consente in una suprema intuizione di cogliere il
rapporto tra l'umano e il divino, dunque di comprendere il mistero dell'Incarnazione.
Il verso conclusivo della Cantica (145) termina con la parola stelle, come l'Inferno (XXXIV, 139) e il Purgatorio (XXXIII, 145).

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