TACITO
TACITO
BIOGRAFIA
Nonostante sia il più grande storico dell’età imperiale di Publio o Gaio Cornelio Tacito non conosciamo con certezza né il luogo né
la data di nascita. Per quanto riguarda il luogo si è ipotizzato che fosse nato a Terni in UMbria, poiché nel III secolo l’imperatore
Claudio Tacito vantava di essere suo discendente ed era proprio di quella città. Tuttavia probabilmente l’origine dello storico va
collocata nella Gallia Cisalpina o Narbonese dove era diffuso proprio il cognomen Tacitus.
per la data di nascita sulla base di una lettera di Plinio il Giovane a Tacito, si può supporre come anno della sua nascita una data
compresa tra il 55 e il 58, poichè Plinio il Giovane in una sua lettera definisce Tacito come all’incirca suo coetaneo e di condizione
sociale simile a lui.
D’altronde tutte le notizie sulla vita di Tacito sono desunte da riferimenti contenuti nelle sue opere oppure nelle lettere a lui
indirizzate dall’amico Plinio il Giovane. Sappiamo che studiò a Roma grammatica e retorica, fu allievo di Quintiliano insieme a Plinio
diventando un apprezzato oratore e intraprese la carriera politica che si sviluppò costantemente sotto i vari imperatori, anche
durante gli anni pericolosi del Principato di Domiziano e successivamente durante il passaggio agli imperatori per adozione.
Inoltre è noto che nel 77 o nel 78 sposò la figlia del senatore Giulio Agricola, console nel 77.
Dunque per quel che concerne l’origine, le notizie sul suo matrimonio, la sua istruzione di primo ordine e la sua brillante carriera
politica, lasciano pensare che Tacito provenisse da una famiglia di condizione sociale elevata.
Per la carriera nell’anno 88 fu nominato pretore, ebbe poi un incarico politico o in Gallia o in Germania e rimase per quattro anni
lontano dalla capitale dove rientrerà nel 93.
Sotto Nerva fu nominato consul suffectus, sotto Traiano fu nel gruppo di sostenitori vicini al principe, insieme all’amico Plinio con il
quale sostenne nel 100 l’accusa della provincia d’Africa contro il rapace proconsole Mario Prisco. Il processo fu presieduto
dall’imperatore in persona: Traiano e si concluse con la condanna di Prisco.
Dunque Tacito divenne proconsole in Asia nel 112, una carica di grande prestigio che significava un alto riconoscimento da parte
dell’imperatore. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò alla redazione di opere storiche e non conosciamo né l'anno, né la causa
della sua morte che comunque dovrebbe essere avvenuta tra il 117 e il 120 d.C.
PRODUZIONE
Come afferma Von Albrecht il suo atteggiamento, come quello di molti senatori non conniventi, ma neppure in aperto contrasto con
il principato più dispotico, Tacito si tenne prudentemente tra la virtus della silenziosa protesta e un opportunismo leggermente
colorato di spirito repubblicano.
Le opere sono:
- De vita et moribus Iulii Agricolae
- Germania
- Dialogus de oratoribus
- Historiae
- Annales
AGRICOLA
L’Agricola è un’opera di carattere apertamente encomiastico dedicata a Grippo Giulio Agricola che è il più celebre dei generali di
Domiziano e suocero di Tacito.
Nei 46 capitoli che la compongono vengono descritte la formazione, la carriera politica o politico-militare di Agricola con il consolato
nel 77, fino all’assegnazione del governo della Britannia durato 7 anni.
Proprio quest’ultimo incarico offre a Tacito la possibilità di inserire numerose digressioni di genere etnografico e antropologico, quali
i resoconti sulla vita semplice dei Britanni, sul loro coraggio, la loro tenacia nel difendere la libertà.
Nell’ultima parte si parla dell’invidia di Domiziano per il successo di Agricola, del suo rientro a Roma e dei suoi onori ricevuti per la
vittoria sui Britanni. La morte del generale, come spiega Tacito, fu seguita dal sospetto che l’imperatore ne fu il mandante.
La natura composita dell’opera rende difficile identificare il genere letterario di appartenenza: saggio storico ed etnografico,
biografia elogiativa, encomio, laudatio funebris e consolatio scritta in ritardo oppure un pamphlet politico, una laudatio composta
per la pubblica lettura. Questi sono solo alcuni dei tentativi di classificazione di fronte ai quali l’Agricola appare come uno scritto
irriducibilmente composito e sfuggente.
In realtà dalla monografia è un incrocio di vari generi, si può dire che l’intento di base della laudatio funebris acquisti spessore in
una dimensione della biografia, allargandosi fino a comprendere momenti della storia contemporanea.
L’Agricola fu pubblicata nel 98 dopo i 15 anni di silenzio provocato dalla tirannide di Domiziano.
Già i primi 3 capitoli della prefazione risultano interessanti in quanto in essi l’autore presenta l’opera, ma anche se stesso come
scrittore, esponendo le sue posizioni rispetto al passato regime e i suoi programmi storiografici.
Così innanzitutto riflette sulla differenza tra il passato glorioso dell’età repubblicana, quando non ci si doveva giustificare di
celebrare le grandi imprese e il triste presente che per Tacito è tempo spietato e ostile alla virtù.
Successivamente prende marcatamente la distanza dal regime di Domiziano per la sua ostilità alla virtù e per la sua soppressione
della libertas. Inoltre non è mai nominato esplicitamente dall’autore.
Infine rende un sincero omaggio ai nuovi imperatori: Nerva e Traiano, con i quali dice finalmente Tacito “si torna a respirare”.
Essi hanno reso possibile l’unione tra principato e libertà, realtà un tempo inconciliabili afferma lo scrittore.
L’esemplarità della figura di Agricola non consiste nella sua aperta opposizione al regime dispotico di Domiziano, al contrario fu un
uomo molto prudente e le qualità che più gli riconosce Tacito sono proprio l’obsequium (l’obbedienza) e la modestia (il senso della
misura e della disciplina) grazie alla quali Agricola sopravvisse indenne sotto vari imperatori e anzi progredì nella sua carriera
politico-militare. Inoltre in molte esperienze vissute da Agricola durante la tirannide, Tacito ritrovava le sue stesse esperienze e i
suoi stessi comportamenti. Dunque la figura di Agricola non rappresenta per Tacito un modello astratto di virtù, ma investe il modo
stesso di vivere e comportarsi in momenti di tirannide, costituendo un esempio per le generazioni future.
In difesa di questo stile di vita, che è anche il suo, accorto e prudente e che ad uno sguardo più superficiale può sembrare solo
opportunismo, Tacito segue due strade: innanzitutto presenta Agricola come vittima di Domiziano ma poi invita anche una
riflessione sull’atteggiamento da tenere sotto una tirannide.
Per quanto riguarda il primo punto Tacito sottolinea come la brillante carriera del suocero avesse provocato l’invidia di Domiziano e
non manca di riportare tutte le voci riguardanti la morte improvvisa di Agricola e relativa al sospetto di avvelenamento ordinato da
Domiziano.
Per il secondo punto è di notevole interesse la parte finale della biografia, attraverso la quale comprendiamo la posizione di Tacito.
Il Panegirico di Giulio Agricola pur alle dipendenze di un principe dispotico e ingiusto come Domiziano, offre a Tacito lo spunto per
riflettere sul comportamento che deve tenere un cittadino onesto che deve tenere di fronte all’autorità imperiale nei momenti più bui
del dispotismo, ma non solo.
La via che lo storico sembra suggerire sembra quello di un atteggiamento appartato e equilibrato; i due atteggiamenti da evitare
sono il vile servilismo e la ribellione aperta e ostentata al principe, che conduce a gesti sconsiderati e a morti solo esibite come
quelle degli storici, però sterili e per niente utili allo Stato.
Questo fu l’atteggiamento ideale che scelse proprio di adottare la nuova aristocrazia di epoca imperiale, ovvero affrontare con
dignità ma senza servilismo l’onere e l’onore delle cariche più alte a servizio dello stato. Si serve Roma e non il suo principe, in
fondo è questa la posizione che Tacito stesse adottò, inaugurando così la loro carriera politica sotto Domiziano e proseguendola
nella situazione pià tranquilla offerta dagli imperatori adottivi.
Va rilevato che la considerazione sullo stato del principato è un elemento assolutamente estraneo al genere della biografia e un
altro tema che esula apertamente dal genere è la digressione etnografica sul modello di quelle introdotte da Cesare nel De bello
gallico.
A tal proposito dal capitolo X al XIII vi è un excursus sul popolo dei Britanni che innesca delle acute riflessioni sulla politica
imperialistica di Roma, infatti l’episodio cruciale della battaglia condotta da Agricola contro la ribelle popolazione dei Caledoni sul
monte Graupio, permette a Tacito di esibirsi in un vero pezzo di bravura oratoria, infatti rifacendosi al modello di Tucidide, Tacito
riassume le ragioni delle due parti in lotta attraverso una copia di discorsi giustapposti: uno di Agricola e l’altro di Calgaco, il
comandante nemico delle forze opposte.
Proprio Calgaco si fa portavoce delle ragioni dei popoli assaliti e vinti da Roma della quale denuncia l’avidità e il duro dominio.
L’orazione è chiaramente un artificio inventato da Tacito per illuminare la situazione storica, cioè quella che prelude allo scontro
cruciale e che colora con forte pathos l’episodio culminante della narrazione, ma c’è di più: Calgaco è presentato come un
personaggio degno di rispetto, eminente per valore e per viltà.
Le sue parole seppur non incarnino il pensiero dello storico sono ascoltate con rispetto da parte di chi sa che la conquista non vuol
dire solo portare civiltà agli altri popoli, ma sa che la conquista è anche imporre una dura servitù e la supremazia di una cultura
sopra un’altra.
Tacito, senatore romano è ben convinto dell’importanza della guerra di conquista, ma è anche uno storico tanto lucido da
comprendere le conseguenze sui popoli vinti, infine è interessante notare come Tacito descriva nella descrizione del popolo
nemico, un accenno di quell’ammirazione per la fierezza e l’integrità delle popolazioni barbariche contro cui lotta Roma.
GERMANIA
La Germania è l’unica monografia etnografica che sia rimasta per intero all’interno della letteratura latina.
L’excursus di taglio geografico ed etnografico era proprio di molte opere storiche, come il De Bello Gallico di Cesare o le Historiae
di Sallustio e lo stesso Tacito nelle opere storiografiche successive inserisce ampi excursus di questo tipo e ciò spinse alcuni
studiosi ad ipotizzare una genesi non autonoma della Germania.
Essa sarebbe stata una sezione etnografica delle Historiae di Tacito, quindi nata per approfondire la conoscenza di un popolo
ripetutamente affrontato dalle legioni romane.
Tuttavia per ragioni sia interne che esterne all’opera questa ipotesi è ormai stata scartata, infatti la data di stesura di Germania è
stata individuata nel 98 d.C. poiché Tacito accenna al secondo consolato di Traiano che si svolse nel 98.
Inoltre l’opera presenta completezza, compattezza ed una certa estensione ed uno stile che la contraddistinguono come un’opera
autonoma.
Per quanto riguarda il contenuto la monografia è suddivisa in modo sistematico ed è divisa fondamentalmente in due parti:
1) La prima fino al capitolo 27 è di taglio geografico ed etnografico, si descrive il territorio abitato dai Germani, la loro origina, la
società gli usi e i costumi, tratta delle caratteristiche generali del popolo: oltre che situs e origo, vengono analizzate le istituzioni
militari e civili, l’organizzazione familiare (l’onore per le donne e la severità dei costumi matrimoniali), la religione, la vita quotidiana,
la caccia, l’agricoltura, l’abbigliamento, i divertimenti
2) La seconda parte che giunge fino al capitolo XXXXVI presenta in forte sintesi le caratteristiche delle singole tribù e si accenna
anche ai popoli che dalla Germania si sono spostate nelle Gallie.
Come fonti l'autore cita solo il De bello gallico di Cesare, tuttavia vi sono altre fonti come l’opera perduta Bella Germaniae di Plinio
il Vecchio e inoltre è probabile che Tacito abbia collezionato di persona appunti e materiali nel quinquennio che va dall’88 al 93 ed
è il periodo meno conosciuto della vita dell’autore, quando si pensa che svolse incarichi politici e militari nelle regioni settentrionali
dell’impero. In quell'occasione gli sarebbe stato facile raccogliere testimonianze di militari o commercianti che ben conoscevano il
territorio e i costumi dei germani.
Inoltre la finalità non sembra essere solo quella di soddisfare una curiosità etnografica o di fornire indicazioni per una conquista
futura, ma lo sguardo che Tacito getta sulla Germania e sui suoi popoli è più complesso e gli offre la possibilità di esprimere un
giudizio su Roma e sulla sua civiltà, infatti da un lato l’autore ammira la sanità dei costumi germani, la disciplina militare, il rispetto
per i superiori, la continua pratica della vita militare o l’onore in battaglia fino al sacrificio per la propria gente e sottolinea questi
aspetti positivi anche per polemizzare indirettamente con i costumi romani e contemporanei e non manca di insistere sul fatto che i
Germani non conoscono le astuzie e le ambiguità delle società evolute, nè sono stati corrotti da alcune usanze che invece
appartenevano alla società romana, con particolare riferimento ad alcune abitudini di vita delle donne.
Dall’altro lato però l’autore mostra un atteggiamento di superiorità e quasi di disprezzo nei confronti di questi popoli così rozzi.
Vi sono infatti dei capitoli dedicati agli aspetti più barbarici dei germani, come la crudeltà, l’amore per il vino, le risse.
Tacito dunque non vuole celebrare il fascino del primitivo, offrendo una visione ideale dei germani, ma richiamare piuttosto
l'attenzione sul pericolo effettivo che essi rappresentano per l'impero, tanto per le loro qualità negative che per quelle positive.
Egli infatti è convinto che il confine del Reno era il più rischioso per l'impero romano. Egli afferma “tam diu germania vincitur”, cioè
da “tanto tempo la Germania viene sconfitta”, come per dire che non lo fosse mai definitivamente.
Lo stesso confine, seppur pericoloso era quello che offriva maggiori possibilità di espansione e Tacito rivela il suo vero pensiero su
Roma riguardo ad una situazione irreversibile di decadenza quando parla del più grave difetto dei fermani, ovvero la discordia,
poiché Tacito afferma “solo grazie ad essa i romani sono ancora vittoriosi.
La teoria su cui si basa lo studio delle popolazioni germaniche si sviluppò in Grecia nel V secolo a.C nell’ambiente della medicina
ionica, in particolare ci fu uno scritto pseudo-ippocratico dal titolo “Sulle acque, le arie e i luoghi” secondo il quale le caratteristiche
fisiche e climatiche di un luogo determinavano anche il comportamento e le abitudini di vita e di pensiero del popolo che lo abitava.
Successivamente questa teoria venne ripresa da alcuni filosofi, come lo storico Posidonio del I secolo a.C e la sua teoria consiste
proprio nella convinzione che il clima e il luogo in cui l’individuo nasce e si sviluppa condizionano in maniera determinante, anche il
suo aspetto fisico, la sua forma mentis, i costumi di vita e quindi anche le istituzioni della società in cui egli si muove formata da
individui simili a lui.
Pertanto se il clima mediterraneo temperato ed è troppo caldo né troppo freddo rappresenta la condizione migliore per lo sviluppo
di individui equilibrati, forti e intelligenti all’interno di società avanzate; un clima freddo e umido come quello della Germania doveva
produrre corpi alti e forti individui portati al combattimento e spinti da un grande ardore e nello stesso tempo però piuttosto semplici
di mente e poco riflessivi.
Nell'800 il geografo Ratzel colui che suddivise la geografia in varie branche teorizzò addirittura questa influenza del luogo del clima
sull'uomo con la cosiddetta teoria del determinismo ambientale.
Ci volle successivamente Vidal de la Blache per smussare questa pericolosa teoria e finalmente sostenne semplicemente
l’interazione dell’uomo con la natura.
Durante il nazismo Tacito fu rielaborato per affermare la purezza della razza ariana, vengono decontestualizzate quelle parti
dell’opera in cui si elogiano i Germani.
Tacita semplicemente in alcuni passi descrive il popolo germanico non solo descrivendoli alti, forti e coraggiosi, ma semplici di
mente, cioè che non riescono ad elaborare un pensiero complesso, agiscono d'impulso.
Inoltre l’autore effettivamente parla di una razza pura, ma in riferimento al fatto che nessuno aveva mai voluto “immischiarsi” con
loro, invece I tedeschi avevano tratto solo le parti che ritenevano più opportune e finalizzate.
DIALOGUS DE ORATORIBUS
Il dialogus de oratoribus è uno scritto a sé stante sia in relazione al genere, sia per l'argomento perché affronta in modo critico il
tema dello sviluppo e della decadenza dell'oratoria in età imperiale.
Esso si inserisce nella tradizione del dialogo ciceroniano e risale probabilmente agli anni subito dopo il 100, precisamente al 102
anno del consolato di Fabio Giusto a cui è dedicato lo scritto.
Della paternità dell'opera si è dubitato a lungo anche se ormai i critici sono piuttosto concordi nel ritenere che il trattato sia di Tacito.
Causa principale dei dubbi sull'attribuzione è la cosiddetta anomalia stilistica in quanto la prosa tacitiana segue in quest'opera, a
differenza delle altre, il modello ciceroniano del trattato, ovvero del trattato in forma di dialogo in stile classico armonioso; ma ciò si
spiega con la scelta del tema cioè l'eloquenza che tra l'altro era uno tra quelli ricorrenti nella traccia artistica del suo tempo.
Tale opera quindi testimonia l'importanza della conoscenza e della pratica dell'oratorio per Tacito.
Essa infatti fu per lui oggetto di studio e di osservazione diretta in quanto allievo di Quintiliano, ma alla conoscenza teorica Tacito
unì anche la pratica diretta in quanto la sua carriera politico-militare si svolse in parallelo con quella di avvocato.
Dunque Tacito aveva tutti gli strumenti per affrontare il problema cioè la corruzione dell'eloquenza in età imperiale e la ricerca delle
sue cause. Il dialogo riferisce quindi una discussione che si Immagina avvenuta nel 75 a cui Tacito afferma di aver assistito tra
quattro oratori dell'epoca: Corinzio Materno, Marco Apro, Pstano-Messalla e Giulio II.
Innanzitutto vi è un confronto tra poesia e oratoria, Curiazio Materno sostiene il primato della poesia e Marco Apro quello
dell’eloquenza, segue un dibattito in cui si pone in dubbio lo stato di libertà dell’oratoria nelle condizioni politiche attuali, ciò è il
giusto presupposto alla seconda parte del dialogo che affronta il tema centrale, ovvero la differenza tra l’oratoria antica e quella
moderna e le cause della decadenza attuale dell'oratoria.
Innanzitutto Apro sostiene che non si tratti di decadenza, ma piuttosto di evoluzione dello stile.
Ai tempi moderni infatti non si addice più lo stile ciceroniano, ma uno più rapido e ricco di sententiae che possa coinvolgere un
pubblico più accorto dei tempi precedenti.
Messalla invece ammette lo stato di crisi del genere, ma individua per questo stato di cose le stesse cause che aveva già indicato
Quintiliano, ovvero la decadenza dello stile che è passata dalla perfezione ciceroniana alla frammentarietà sentenziosa di Seneca
e che si deve alla decadenza morale.
infine Materno sostiene che la causa del declino dell'oratoria non è né morale né stilistica ma politica, secondo il suo parere è
venuta a mancare la libertà di espressione tipica della Repubblica e dunque non può più certo svilupparsi l'arte del discorso che
infatti è funzionale alla manifestazione della pluralità dei pareri e alla necessità di sostenerli.
Materno però in modo pacato e prudente termina il suo discorso sostenendo che negli stati moderati dove le decisioni non sono
prese dalla folla ignorante, ma da un uomo sapientissimus et unus, cioè un uomo solo e anche il più saggio non è più necessario in
questo caso l'uso della dialettica in ambito politico.
Il portavoce nel dialogo della posizione di Tacito sembra essere curiazio Materno perché egli evidenzia lo stretto legame che
esisteva in epoca repubblicana tra eloquenza e lotta politica con le sue agitazioni sui travagli, dai quali proprio l’oratoria stessa
traeva alimento ed era stimolata a diventare efficace e persuasiva; l'instaurazione del principato invece aveva prodotto effetti
positivi per la vita dello Stato come il ritorno della pace e dell'ordine e la fine anche dei dissidi interni, però aveva causato anche
uno scadimento del dibattito politico un inevitabile impoverimento dell’eloquenza ridotta spesso a vuoto esercizio retorico.
Inoltre nella volontà di Materno di dedicarsi alla poesia in un tempo in cui la libertà di parola non è più così apprezzato o
addirittura possibile, trova Eco proprio la scelta di Tacito di dedicarsi alla storiografia come possibile forma di espressione pubblica
del proprio pensiero.
Non è da sottovalutare la posizione di Marco Apro e la sua difesa dell'oratoria contemporanea che si può interpretare anche come
l'affermazione dello stile moderno sentenzioso, anticlassicista, insomma opposto alla concinnitas ciceroniana e che Tacito spesso
utilizzò in tutte le altre sue opere.
HISTORIAE
All’inizio dell’Agricola Tacito aveva già individuato le linee guida di un ampio progetto storiografico in cui avrebbe trattato del
periodo che va dalla tirannia di Domiziano agli anni più sereni del principato di Nerva e Traiano.
Lo sviluppo dell’esecuzione prese un percorso opposto, le Historie, composte tra il 100 e 110 e impostate secondo la tradizionale
scansione annalistica, narrano gli avvenimento che vanno dall’anno dei quattro imperatori (69) fino all’uccisione di Domiziano (96)
ed esaminano il passaggio da una dinastia all’altra e anche le vicende sotto il Principato del Flavi; gli annales poi risaliranno ancora
più indietro nel tempo affrontando le vicende della dinastia giulio-claudia.
Questo cambiamento del progetto iniziale risponde ad un progressivo chiarimento dell'obiettivo centrale dell'opera storica tacitiana
che va sempre più focalizzandosi sullo studio del potere centrale, cioè il principato e sia le Historie, sia gli Annales sono giunte
muti.
Delle Historie, che è la prima opera abbiamo i primi 4 libri e l'inizio del quinto.
Il tema centrale delle HIstorie, e più generale di tutta l'indagine storica tacitiana è la riflessione sul potere Imperiale: il suo sviluppo
e la sua articolazione, i rapporti tra il principe e le altre forze politiche sociali e fra queste Innanzitutto il Senato, ma anche con
l'esercito del popolo di Roma.
Nella visione politica di Tacito, dietro una vaga nostalgia della libertà essere repubblicana, emerge realisticamente la convinzione
che il principato di fatto è ineludibile riduce pure gli spazi della libertas ma non può essere messo in discussione poiché oramai
l'unica istituzione in grado di governare in modo efficace nonché di assicurare ordine e coesione all'Impero e alla città.
Il problema fondamentale che si apre non è più la discussione sulla migliore forma di governo ma quello di avere un buon principe,
Infatti i momenti di crisi che attraversano tutto il primo secolo dell'impero coincidono proprio con la morte del principe e la scelta del
successore.
Tacito stesso nella presentazione del periodo storico che oggetto del suo lavoro scrive pagine cupe afferma che sta per affrontare
un'epoca atroce e in effetti nella narrazione delle Historie dominano vicende di guerra di devastazione accompagnate dal racconto
della capitale del veleno dell’aulazione della dell'azione.
Per dipingere un tale quadro Tacito impiega gli strumenti di una storia drammatizzata con la capacità di ricostruire la psicologia di
singoli individui, con discorsi diretti dei protagonisti. Emerge dunque un quadro preciso dei tempi, attraversato da acute
osservazioni e concretizzate in potenti rappresentazioni.
La sensazione che rimane nel lettore è quella di un cupo pessimismo sul futuro destino di Roma.
Nel V libro delle Historie è presente un ampio excursus etnografico sugli ebrei, che attesta la forte ostilità per questo popolo.
Questo libro rappresenta un interessante documento di ostilità che circondava il popolo ebraico e che fin dal III secolo a.C ad una
letteratura anti-semitica. Tale atteggiamento nasceva dalla diversità degli abrei: dal loro profondo attaccamento alle credenze, dalle
pratiche religiose nazionali, dal rifiuto di farsi assorbire dai popoli dei regni vicini, da quando già nel VI secolo a.C. aveva avuto
inizio la cosiddetta di diaspora.
Il rigido monoteismo degli ebrei li rendeva In effetti un’eccezione in mezzo a popoli che adoravano decine di dei che in forme e
aspetti diversi alimentavano una sorta di pluralismo religioso.
Eppure a Roma l'esistenza di una comunità ebraica è attestata a partire già dalla metà del II secolo a.C, infatti già nel 139 si
registra la prima cacciata degli ebrei dalla città.
I romani erano in genere abbastanza tolleranti nei confronti delle religioni straniere, avevano anzi adottato una serie di
provvedimenti che difendevano la libertà di culto anche per quella ebraica salvaguardando per esempio l'osservanza del sabato e
punendo gli attacchi alle sinagoghe. Ciò che invece non veniva veniva assolutamente tollerato era il proselitismo e proprio di
questo furono accusati di ebrei quando vennero espulsi da Roma già la prima volta è ancora le altre due il 19 dopo Cristo e durante
il regno di Claudio.
In queste occasioni si aggiunsero anche I disordini nati dal rapporto conflittuale con i cristiani.
Le notizie che ricaviamo da questo lungo excursus tacitiano sono estremamente imprecise, in alcuni casi palesemente false:
l’avversione e il disprezzo dello storico alimentano la sua diffidenza che non si ferma neppure di fronte alla contraddizione più
evidente, come quando all'accusa fatta ai Giudei di adorare l'effige di un asino, si affiancano poi le osservazioni sulla mancanza di
immagini divine nel loro culto.
ANNALES
La seconda opera storiografica di Tacito sono gli Annales, cioè Annali. Essa descrive il periodo della storia romana dell'impero di
dell'impero di Tiberio e di di Caligola, di Claudio e di Nerone, spiegando come si consolidasse il principato dopo la morte del
fondatore degli Annales.
Degli Annales ci sono giunti i primi 4 libri, pochissime pagine del quinto libro, invece il 6 libro presenta delle lacune e infine un
gruppo di libri che va dalla seconda metà de ll’11 libro fino alla prima metà del 16.
Dunque possediamo due serie di libri:
- la prima è centrata attorno al principato di Tiberio,
- la seconda contempla la conclusione del principato di Claudio e soprattutto il governo di Nerone fino al 66.
Anche per gli Annales Tacito cita esplicitamente o implicitamente numerosi fonti storiografiche per esempio Plinio il Vecchio per le
guerre germaniche, Agrippina Minore, la madre di Nerone, autrice di Commentari sulla sua vita e sulla sua famiglia, e ancora altri.
Il lavoro di ricerca appare qui negli Annales, ancora più attento e approfondito rispetto a quello richiesto dalle Historie, infatti si
trattava per Tacito di studiare un'età complessa e più lontana nel tempo. Si acuisce in Tacito anche la capacità di analizzare,
confrontare, sottoporre a critica le fonti. Negli Annales Tacito decide di tornare indietro nel tempo e analizzare il periodo che va
dalla morte di Augusto al principato di Nerone, di trattarlo, come afferma “Sine ira et studio” senza alcun sentimento di vendetta né
tantomeno simpatia, partigianeria.
Tacito, insomma, ha sentito la necessità di comprendere meglio il principato risalendo alle sue origini, agli anni del consolidamento.
Per questo motivo assume un rilievo straordinario la figura di Tiberio, il primo successore, il quale, agli occhi dello storico, ha
proprio la responsabilità di aver impostato in maniera sbagliata i rapporti tra principe, Senato e altri poteri forti dello Stato.
L'indagine sulle origini del principato si configura quindi come una ricerca sulla sua crisi e i suoi errori che conducono alla
corruzione del potere e della stessa società.
La prospettiva storica di Tacito negli Annales si restringe, si approfondisce rispetto alle storie. L'attenzione, infatti, è tutta puntata
sul Senato e sulla Corte e trascura altri elementi economici e sociali. Nella storiografia di Tacito la critica ha sempre evidenziato
due caratteri costanti: il pessimismo e il moralismo.
Infatti, se egli nel suo pragmatismo riconosce l'inevitabilità del principato per assicurare la pace interna e la tenuta stessa
dell'impero, d'altra parte Tacito si rende anche conto che il principato ha spento per sempre quella libertas repubblicana che
trovava nel Senato la sua massima espressione e ha introdotto una prassi politica fatta di adulazione, delazione, asservimento, con
una notevole decadenza morale della classe dirigente.
STILE
Il modello stilistico della prosa di Tacito fu la brevitas di Sallustio, con periodi dall'andamento veloce e sostenuto l'influsso. Sallustio,
ma anche di Seneca filosofo, è più evidente nelle prime monografie, cioè agricole, della Germania. Ma mentre in seguito,
raggiungendo la maturità stilistica, Tacito acquista una spiccata e originalissima personalità espressiva, la sua lingua è dominata
dalla cosiddetta inconcinnitas, cioè l'asimmetria dalla variazione utilizzata costantemente e si caratterizza anche per un'audace
concisione espressiva ottenuta mediante continue ellissi.
La tecnica espressiva è ricca di pathos drammatico e riesce molto suggestiva, ricorrendo spesso ad un lessico vivace, duttile,
colorito, non privo di termini poetici e anche di vocaboli rari e arcaici. Numerose sono anche le figure retoriche utilizzate.
In sintesi, si può affermare che Tacito miri ad ottenere uno stile espressionista e lontano dalla norma, volutamente disarmonico e
asimmetrico, con la presenza di una patina arcaizzante.
METODO STORIOGRAFICO
L'analisi storiografica di Tacito è centrata in gran parte sulla personalità dei singoli imperatori e in generale al centro della sua
narrazione, vi è il personaggio, ma si differenzia dalla biografia poiché non si sofferma sui dettagli futili o privati di quest’ultimo.
Infatti l'indagine è tesa a cogliere nel cuore e nella mente del personaggio, in particolare del principe, i meccanismi psicologici, le
scelte razionali ed irrazionali, le motivazioni profonde delle sue azioni in una narrazione sempre tesa, drammatica, che si svolge in
gran parte entro le stanze del potere. Da ciò nasce un giudizio tendenzialmente negativo sulle figure degli imperatori,un giudizio
che però non tiene conto anche di altri aspetti del loro operato e generalmente la presentazione dei suoi personaggi avviene
attraverso il ritratto di tipo paradossale sallustiano con vizi e virtù. Anzi, la sua predilezione va proprio ai personaggi misti o
contraddittori, come per l'elegantiae arbiter di Nerone.
Oppure può avvenire questa presentazione di personaggi attraverso il cosiddetto epitaffio che si inserisce subito dopo la
descrizione della morte del personaggio.
La storiografia di Tacito si può collocare a cavallo tra due filoni:
- quello della storiografia pragmatica, che mirava ad una ricostruzione degli eventi nella loro catena di cause ed effetti e che risale
al modello greco di Tucidide e Polibio e
- il filone della storiografia apragmatica tesa cioè a rappresentare i drammi della storia e la psicologia dei suoi protagonisti, sulle
orme di Livio e soprattutto di Sallustio. In effetti l'analisi storiografica Tacito non si appoggia a un disegno filosofico generale, ma
indaga e analizza il comportamento umano “neque amore et sine odio”, cioè non con benevolenza e senza odio, come afferma
nelle Historie, o ancora, come sostiene negli Annales “Sine ira et studio”, senza rancore né simpatia.
In una prospettiva di imparzialità che è squisitamente politica, la sua storiografia pragmatica mira, per quanto possibile, alla
conoscenza oggettiva degli eventi attraverso la ricostruzione delle cause che li hanno determinati, seguendo il modello di Tucidide.
Tacito era interessato soprattutto agli eventi politici inerenti ai difficili rapporti tra principe e Senato, con scarsa attenzione per i
dettagli militari, strategici e geografici che invece costituivano la base della storiografia di Polibio, pur comportando l'aspirazione a
ricostruire rigorosamente la realtà storica.
Il metodo di Tacito non esclude zone d'ombra determinate dal dubbio sulla possibilità di conoscere le cause reali dei fatti, spesso
proprio dipendenti da segreti del potere che solo in parte potevano essere svelati o comunque anche compressi.
Peraltro il pragmatismo di Tacito è condizionato anche da filtri particolari con cui l’autore osserva la realtà contemporanea.
Il primo filtro è sicuramente il punto di vista senatorio, costituzionalmente avverso al principato, per cui la libertas era
essenzialmente libertà del Senato. L'obiettivo di questa libertà sotto tutela si esauriva nella facoltà di esercitare una libera
espressione di conseguire meriti e gloria alle dipendenze del principe, nel non rischiare quotidianamente la vita, come invece era
accaduto sotto Nerone, sotto Domiziano.
Ma i limiti di questa cooperazione tra principe e Senato si erano fatti via via più evidenti, fino a sfociare in quella spietata analisi
della cosiddetta patologia del potere che traspare soprattutto dagli Annales. Un altro filtro è il moralismo e il pessimismo. In effetti,
la riflessione tacitiana si rivolge alle vicende storiche dell'impero e che, ed è proprio questa la forma politica osservata con l'occhio
del senatore per il quale la fine della Repubblica fu un’ingiusta cessione della libertà in cambio della pace, ma di una misera pace.
Tuttavia Tacito è convinto della necessità dell'Impero e non sembra nutrire rimpianti per l'ultimo periodo della Repubblica in cui le
turbolenze avevano messo a repentaglio la vita dei cittadini. Del resto, egli crede che non esista forma politica o assetto sociale
che possa reggere di fronte alla corruzione dei costumi. Sembra che a Roma, infatti, neppure la felicità dei tempi inaugurata da
Nerva e Traiano consenta un facile recupero dei boni mores.
In effetti, per la natura della debolezza umana, i rimedi sono più lenti dei mali, come afferma nella Agricola. E ancora continua. E
come i nostri corpi crescono lentamente ma si estinguono di colpo, così potrebbero più facilmente soffocare che richiamare in vita
le attività dell'ingegno. Infatti si insinua proprio il piacere dell'inerzia stessa e l'inattività, dapprima odiosa, alla fine è amata. Ora,
forse, proprio questo pessimismo radicale impedì a Tacito di narrare il principato di Traiano come un'epoca felice, inducendolo ad
accantonare il progetto che aveva annunciato invece nella Agricola.
Se infatti in questa monografia il pessimismo si limitava ad investire il passato e che era appunto temperato in qualche modo dalla
speranza di una rinascita di una felicità dei tempi di Traiano, nel prologo delle storie il pessimismo appare totale e ancor di più negli
Annales si accentua fino ad affermare l'irrazionalità della storia.
Dobbiamo pensare però che Tacito risentiva soprattutto della sua esperienza biografica profondamente segnata dalla tirannide di
Domiziano.
Ed ecco perché Tacito è diventato lo storico della patologia del potere. I tratti comuni al Domiziano dell’Agricola, come al Tiberio
degli Annales, sono gli intrighi, le dissimulazioni, le menzogne e la doppiezza di comportamento. E quindi tali atteggiamenti sono
così negativi, sono talmente connaturati con il comportamento dei prìncipi da far pensare che Tacito li reputasse strutturalmente
legati alla natura stessa del principato.
E d'altro canto, non è risparmiato neppure il Senato, che viene descritto da Tacito come vittima del medesimo stato patologico di
corruzione. Tuttavia il risultato finale è pur sempre quello di una indagine razionale e disincantata che ci offre un quadro
sostanzialmente attendibile in una cornice artistica assolutamente originale. Avvincente è la componente drammatica e psicologica
che si ritrova nel nella storiografia, nel racconto storiografico di Tacito e di chiara impronta ellenistica, in cui vi è la concezione della
storia come uno spazio drammatico, come una scena sulla quale si svolge la tragedia del potere protagonisti il bene e il male, il
Tacito agricolo e Domiziano, Seneca e Nerone.
Questo scenario di tipo artistico si arricchisce di ritratti psicologici, di discorsi diretti che hanno la funzione di rappresentare
drammaticamente una situazione o una figura, di approfondire temi politici particolarmente importanti per Tacito.
Numerosi sono anche i discorsi indiretti che servono ad esporre considerazioni e commenti della gente e permettendo al narratore
di stare sullo sfondo. Infine, ampio spazio è dato anche agli elementi patetici, numerose sono le descrizioni di morti, di torture, di
catastrofi.