Purga To Rio
Purga To Rio
-IL PASSAGGIO
Il Canto XXXIV dell’Inferno rappresenta il punto estremo e conclusivo della prima cantica
della Divina Commedia. Dante e Virgilio si trovano nella quarta zona del nono cerchio,
la Giudecca, dove sono puniti i traditori dei benefattori, immersi completamente nel ghiaccio
del Cocito, fiume gelato che domina l’ultima regione infernale. Qui il male non è più caratterizzato
dal fuoco o dal caos, ma dall’immobilità assoluta: il ghiaccio è simbolo della totale assenza di
amore e di calore umano.
Il canto si apre con una solenne citazione dell’inno alla Croce di Venanzio Fortunato, autore
cristiano del VI secolo d.C.: «Vexilla regis prodeunt inferni». Con una potente inversione parodica,
Dante trasforma un inno sacro in un annuncio terribile: avanzano gli stendardi del re dell’Inferno.
La figura di Lucifero emerge lentamente dalla nebbia, che caratterizza l’oscurità infernale, e la sua
apparizione colpisce Dante per la mole smisurata. Il poeta, spaventato, si rifugia istintivamente
dietro Virgilio, unico riparo possibile in un luogo dove non esiste salvezza.
Lucifero è conficcato nel ghiaccio fino alla cintola e presenta una struttura mostruosa: tre
facce e tre bocche, chiaro rovesciamento della Trinità divina. Da ciascuna bocca maciulla
eternamente un traditore: Giuda Iscariota, che subisce la pena più grave con la testa dentro la
bocca e le gambe fuori, e Bruto e Cassio, traditori di Cesare, collocati nelle altre due fauci. Il
pianto di Lucifero, che sgorga da sei occhi, si mescola a bava sanguinolenta, mentre il battito delle
sue enormi ali di pipistrello genera i tre venti che ghiacciano il Cocito. Il suo stesso movimento
produce il gelo che lo tiene imprigionato: il male è così condannato alla propria autodistruzione.
Dopo aver mostrato a Dante la figura mostruosa di Lucifero e i tre grandi traditori, Virgilio
comprende che è giunto il momento di proseguire. L’unica via possibile non è in avanti,
ma attraverso il corpo stesso del male. Virgilio invita Dante a non avere paura e, approfittando del
movimento delle ali di Lucifero, conficcato a testa in giù, si aggrappa al suo enorme corpo. Dante lo
imita, stringendosi al maestro. La discesa avviene lungo il folto pelo di Lucifero, tra il ghiaccio e le
croste gelate.
Giunti a un certo punto, accade qualcosa che disorienta completamente Dante. Virgilio, con grande
sforzo, si gira improvvisamente, come se stesse cambiando direzione. Dante ha l’impressione che
stiano tornando indietro, risalendo verso l’Inferno, e resta confuso e spaventato. In realtà, ciò che
hanno appena superato è il centro della Terra, il punto in cui la forza di gravità cambia direzione e
dove terminano le leggi fisiche del mondo umano. Fino a quel momento stavano scendendo; da lì in
poi, senza accorgersene, stavano già risalendo.
Questo passaggio ha un valore altamente simbolico: il centro della Terra coincide con il punto
più basso del peccato. Superarlo significa lasciare definitivamente il regno del male assoluto. Non
è possibile uscire dall’Inferno senza attraversare Lucifero: per salvarsi, Dante deve passare
attraverso il male, guardarlo fino in fondo e superarlo. Il cambiamento di direzione fisica
rappresenta anche un cambiamento morale e spirituale: dalla caduta si passa alla risalita.
Dopo aver lasciato il corpo di Lucifero alle spalle, Virgilio conduce Dante in una cavità stretta e
oscura, chiamata natural burella. Non si tratta ancora di un luogo luminoso: il cammino è difficile,
il fondo è sconnesso e l’ambiente completamente buio. Tuttavia, non è più Inferno. Questo spazio di
passaggio segna una fase intermedia, in cui la sofferenza non è più eterna ma orientata a un fine.
Camminando lungo questo cunicolo, i due poeti iniziano lentamente ad allontanarsi dal centro della
Terra.
Durante il percorso, Dante si accorge che il tempo è cambiato: dalla notte infernale si passa
al mattino, con il sole già alto. Non comprende come ciò sia possibile, e Virgilio gli spiega che ora
si trovano nell’emisfero australe, opposto a quello boreale dove si estende l’Inferno. Secondo la
concezione cosmologica di Dante, la caduta di Lucifero aveva scavato la voragine infernale
nell’emisfero nord, mentre la terra fuggita aveva formato, nell’emisfero sud, la montagna del
Purgatorio. Per questo, superato il centro della Terra, la discesa si è trasformata in ascesa.
Il cammino nella natural burella conduce infine verso l’apertura da cui filtra la luce. Concluso il
passaggio sotterraneo, Dante e Virgilio emergono nel nuovo mondo, pronti a iniziare il percorso
del Purgatorio.
INTRODUZIONE
Il Paradiso è il secondo dei tre regni dell'Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del
viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come una montagna altissima che si erge su
un'isola al centro dell'emisfero australe totalmente invaso dalle acque, agli antipodi di Gerusalemme
che si trova al centro dell'emisfero boreale.
Secondo la spiegazione di Virgilio, quando Lucifero venne precipitato dal cielo in seguito alla sua
ribellione, cadde al centro della Terra dalla parte dell'emisfero australe e tutte le terre emerse si
ritirarono in quello boreale, per timore del contatto col maligno; si creò così la voragine infernale e
la terra che la lasciò andò a formare la montagna del Purgatorio, che sorge in posizione opposta
all'Inferno. L'isola è collegata al centro della Terra da una natural burella, una sorta di cunicolo
sotterraneo che si estende in tutto l'emisfero meridionale e dove scorre un fiumiciattolo,
probabilmente lo scarico del Lete.
Ai tempi di Dante il secondo regno era creazione recente della dottrina, essendo stato ufficialmente
definito solo nel 1274: secondo alcuni storici della Chiesa tale «invenzione» era dovuta al fine di
lucrare sul pagamento da parte dei fedeli delle preghiere, destinate ad attenuare le pene cui i
penitenti erano sottoposti (e in effetti Dante sottolinea a più riprese nella Cantica che i fedeli
possono abbreviare la permanenza delle anime nel Purgatorio, ma ciò indipendentemente dal denaro
versato o meno alle istituzioni ecclesiastiche).
Secondo Dante, le anime destinate al Purgatorio dopo la morte si raccolgono alla foce del Tevere e
attendono che un angelo nocchiero le raccolga su una barchetta e le porti all'isola dove sorge la
montagna. Qui arrivano su una spiaggia e sono probabilmente accolte da Catone l'Uticense che del
secondo regno è il custode; quindi alcune attendono nell'Antipurgatorio un tempo che varia a
seconda della categoria di penitenti cui appartengono (contumaci, pigri a pentirsi, morti per forza,
principi negligenti). L'attesa può protrarsi a lungo, ma non oltrepassare il Giorno del Giudizio in
cui queste anime, comunque salve, accederanno al Paradiso. Terminato il periodo di attesa, i
penitenti attraversano la porta del Purgatorio che è presidiata da un angelo, quindi accedono alle
sette Cornici in cui è suddiviso il monte, preceduto dall’antipurgatorio . In ogni Cornice è punito
uno dei sette peccati capitali, in ordine decrescente di gravità e dunque con un criterio opposto
rispetto all'Inferno: essi sono la superbia, l'invidia, l'ira, l'accidia, l'avarizia e prodigalità, la gola, la
lussuria. All'ingresso di ogni Cornice ci sono esempi della virtù opposta (il primo dei quali è
sempre Maria Vergine), mentre all'uscita ci sono esempi del peccato che si sconta; gli esempi
possono essere raffigurati visivamente, dichiarati da delle voci o dai penitenti, rappresentati con
delle visioni. Il passaggio da una Cornice all'altra è assicurato da delle scale, talvolta ripide e
difficili da salire.
Le anime dei penitenti soffrono delle pene fisiche( che non vengono scontate la notte : preda del
peccatao), analoghe per molti versi a quelle infernali e con un contrappasso, ma con la differenza
che i penitenti non sono relegati per l'eternità in una Cornice ma procedono verso l'alto
(movimento ascensionale): quando un'anima ha scontato un peccato e si sente pronta a proseguire,
passa alla Cornice successiva. Dante rappresenta nelle varie Cornici i peccatori più rappresentativi
del peccato che vi si sconta, anche se è ovvio che queste anime stanno compiendo un percorso.
Le anime si trattengono nelle varie Cornici un tempo che varia a seconda del peccato commesso,
che in certi casi può essere nullo (Stazio, ad esempio, non si sottopone alle pene delle ultime due
Cornici) o protrarsi per anni o secoli. In ogni caso la pena non può andare oltre il Giudizio
Universale, dopo il quale i penitenti accedono al Paradiso. Ovviamente le anime di personaggi
particolarmente santi o meritevoli vanno direttamente in Cielo senza passare dal Purgatorio, come
afferma ad esempio l'avo Cacciaguida.
Quando l'anima di un penitente ha scontato per intero la sua pena, il monte è scosso da un
tremendo terremoto e tutte le anime intonano il Gloria: a quel punto l'anima accede al Paradiso
Terrestre, che si trova in cima alla montagna dopo il fuoco dell'ultima Cornice. Qui è accolta da
Matelda, che probabilmente rappresenta lo stato di purezza dell'uomo prima del peccato originale e
che fa immergere il penitente nelle acque dei due fiumi che scorrono nell'Eden: il Lete, che cancella
il ricordo dei peccati commessi in vita, e l'Eunoè, che rafforza il ricordo del bene compiuto. A
questo punto l'anima è pronta a salire in Cielo, pura e disposta a salire a le stelle come Dante dirà di
sé stesso.
CANTO I
Nei primi 6 versi del I canto Dante presenta l’argomentum: dichiara di aver lasciato dietro di se
“mar sì crudele” (INFERNO) e di trovarsi nel secondo regno, molto più tranquillo del primo, e che
il suo ingegno (creatività poetica) si appresterà a raccontare. Egli ci dice che questo è il luogo in cui
lo spirito umano si purga, cioè si purifica, salendo verso il cielo [movimento ascensionale, che
segna il passaggio da una cornice all’altra].
Successivamente segue l’invocatio (v.7-8) verso le Muse a cui chiede di far risorgere la morta
poesia, in particolare si rivolge a Calliope (simbolo della poesia epica), chiedendole di elevarsi
sopra di tutte e accompagnando i versi con quella melodia con cui sconfisse le Piche (simbolo di
superbia) in una gara di canto, sottintendendo che c’è bisogno di umiltà nella poetica.
Successivamente Dante inizia a descrive l’ambiente che lo circonda, dove emergono i toni medi
tipici del Purgatorio, come: il color zaffiro (azzurrino)dell’aria serena e tersa, che si estende fino
all’orizzonte (visibile solo dal purgatorio), la cui visione genera calma nelle mente del poeta.
Successivamente con una nota afferente al campo dell’astronomia dice che Venere, pianeta simbolo
dell’amore, faceva risplendere il cielo orientale, coprendo con la sua luce quella della costellazione
dei Pesci, facendoci capire che ci troviamo intorno al 21 Marzo quando questa costellazione cede il
passo quella dell’Ariete. Pertanto bisogna immaginare dante che appena uscito dall’inferno vede la
luce di questo pianeta.
Successivamente Dante si volta a destra verso l’emisfero australe dove nota le 4 stelle,
simboleggianti le 4 virtù cardinali: prudenza, fortezza, giustizia e temperanza; dichiarando che
queste sono state viste prima di lui solo dalla prima gente, ovvero quella non macchiata di peccato:
Adamo ed Eva.
Il cielo sembra gioire della loro luce e l'emisfero settentrionale dovrebbe dolersi dell'esserne
privato.
Non appena Dante distoglie lo sguardo dalle stelle, rivolgendosi al cielo boreale da cui è ormai
tramontato il Carro dell'Orsa Maggiore, vede accanto a sé un vecchio (Catone) dall'aspetto molto
autorevole. Ha la barba lunga e brizzolata, come i suoi capelli dei quali due lunghe trecce ricadono
sul petto. La luce delle quattro stelle illumina il suo volto, tanto che Dante lo vede come se fosse di
fronte al sole.
[Epifania di catone v.32] Il vecchio si rivolge subito ai due poeti chiedendo chi essi siano,
scambiandoli per due dannati che risalendo il corso del fiume sotterraneo sono fuggiti dall'Inferno.
Chiede chi li abbia guidati fin lì, facendoli uscire dalle profondità della Terra, domandandosi se le
leggi infernali siano prive di valore o se in Cielo sia stato deciso che i dannati possono accedere al
Purgatorio.
A questo punto Virgilio afferra Dante e lo induce a inchinarsi di fronte a Catone, abbassando lo
sguardo in segno di deferenza. Quindi il poeta latino risponde di non essere venuto lì di sua
iniziativa, ma di esserne stato incaricato da una beata (Beatrice) che gli aveva chiesto di soccorrere
Dante e fargli da guida. In ogni caso, poiché Catone vuole maggiori spiegazioni, Virgilio sarà ben
lieto di dargliele: dichiara che Dante non è ancora morto [“questo non vide mai l’ultima sera”],
anche se per i suoi peccati [“follia” intesa come superbia intellettuale già usata per descrivere Ulisse
nel VI canto Inferno] ha rischiato seriamente la dannazione; Virgilio fu inviato a lui per salvarlo e
non c'era altro modo se non percorrere questa strada.
Gli ha mostrato tutti i dannati e adesso intende mostrargli le anime dei penitenti che si purificano
sotto il controllo di Catone. Sarebbe lungo spiegare tutte le vicissitudini passate all'Inferno: il
viaggio dantesco è voluto da Dio e Catone dovrebbe gradire la sua venuta, dal momento che Dante
cerca la libertà che è preziosa, come sa chi per essa rinuncia alla vita. Catone, che in nome di essa si
suicidò a Utica ( 40 a.C estremo difensore della libertá repubblicana) pur essendo destinato al
Paradiso, dovrebbe saperlo bene. Virgilio ribadisce che le leggi di Dio non sono state infrante,
poiché Dante non è morto e lui proviene dal Limbo dove si trova la moglie di Catone, Marzia
(ceduta a Ortalo perché non ebbe figli), che è ancora innamorata di lui. Virgilio prega Catone di
lasciarli andare in nome dell'amore per la moglie, promettendo di parlare di lui alla donna una volta
che sarà tornato nel Limbo.
Catone risponde di aver molto amato Marzia in vita, tanto che la donna ottenne sempre da lui ciò
che voleva, ma adesso che è confinata al di là dell'Acheronte non può più commuoverlo, in forza di
una legge che fu stabilita quando lui fu tratto fuori dal Limbo. Tuttavia, poiché Virgilio afferma di
essere guidato da una donna del Paradiso, è sufficiente invocare quest'ultima e non c'è bisogno di
ricorrere a lusinghe. Catone invita dunque i due poeti a proseguire, ma raccomanda Virgilio di
cingere i fianchi di Dante con un giunco (piega ma non si spezza = simbolo di umiltà) liscio e di
lavargli il viso, togliendo da esso ogni segno dell'Inferno, poiché non sarebbe opportuno presentarsi
in quello stato davanti all'angelo guardiano alla porta del Purgatorio.
L'isola su cui sorge la montagna, nelle sue parti più basse dov'è battuta dalle onde cioè nella
spiaggia, è piena di giunchi che crescono nel fango, in quanto tale pianta è l'unica che può crescere
lì col suo fusto flessibile, infatti quando le onde si battevano su questa i fusti rimanevano integri.
Dopo che i due avranno compiuto tale rito non dovranno tornare in questa direzione, ma seguire il
corso del sole che sta sorgendo e trovare così un facile accesso al monte. Alla fine delle sue parole
Catone svanisce e Dante si alza senza parlare, accostandosi a Virgilio.
Virgilio dice a Dante di seguire i suoi passi e lo invita a tornare indietro, lungo il pendio che da lì
conduce alla parte bassa della spiaggia. È ormai quasi l'alba e sta facendo giorno, così che Dante
può guardare in lontananza il tremolio della superficie del mare. Lui e Virgilio proseguono sulla
spiaggia deserta, come qualcuno che finalmente torna alla strada che aveva perso: giungono in un
punto in cui la rugiada è all'ombra e ancora non evapora. Virgilio pone entrambe le mani sull'erba
bagnata e Dante, che ha capito cosa vuol fare il maestro, gli porge le guance bagnate ancora di
lacrime. Virgilio gli lava il viso e lo fa tornare del colore che l'Inferno aveva coperto, quindi i due
raggiungono il bagnasciuga e il maestro estrae dal suolo un giunco, col quale cinge i fianchi di
Dante proprio come Catone gli aveva chiesto di fare. Con grande meraviglia di Dante, là dove
Virgilio ha strappato il giunco ne rinasce subito un altro.
-Approfondimento- Auerbach nella sua opera “Mimesis, il realismo nella letteratura occidentale”
affronta il tema della realtà e si imbatte nella interpretazione della figura di Catone nella poetica
dantesca.
Egli ci dice che Catone , dal punto di vista figurale, è una “figura futurorum” ovvero “immagine di
ciò che accadrà”. Infatti, come può un suicida stare nel purgatorio? Tuttavia dante ci vuole far
capire che la sua morte non è stato un gesto ipocrita, ma viene sdoganata in quanto finalizzata alla
libertà. Dante recupera, dunque, la libertà in chiave cristiana intesa come libertà eterna dei figli di
Dio (libero arbitrio, rinuncia al materiale).
Anche nel Convivio Dante mostra la sua passione per Catone, dimostrando come alcuni personaggi
romani sono prodromici all’avvento del cristianesimo, creando uno stretto legame tra il mondo
classico e quello cristiano. Riproducendo il leitmotiv della Commedia: il recupero in chiave
cristiana dei personaggi pagani.
CANTO II
Ancora sulla spiaggia del Purgatorio i due pellegrini vedranno apparire l'angelo nocchiero e vi sarà
l’incontro con le anime dei penitenti, tra i quali c'è il musico Casella (musica elemento positivo non
presente nell’Inferno). Con il successivo rimprovero di Catone, scena che si conclude con la fuga di
Dante e Virgilio.
Il sole stava tramontando all'orizzonte di Gerusalemme, il cui cerchio meridiano (lo zenit) sovrasta
la città col suo punto più alto, e la notte, che gira opposta al sole, sorge dal Gange (simbolo opposto
alle colonne d’Ercole) nella costellazione della Bilancia ( ci troviamo intorno il 10/04/1300), in cui
non si trova più quando essa supera per durata il giorno; così sulla spiaggia del Purgatorio l'aurora
diventa da rossa progressivamente arancione(toni medi che segnano il passaggio dalla notte al
giorno). Dante e Virgilio (che il poeta identifica con un noi) sono ancora sul bagnasciuga, pensando
al cammino che devono intraprendere, quando al poeta pare di vedere sul mare verso Occidente una
luce simile a quella di Marte quando è velato dai vapori che lo avvolgono, che si muove rapidissima
verso la riva. Dante distoglie un attimo lo sguardo per parlare a Virgilio, e quando torna a guardare
la luce la vede più splendente e più grande. In seguito ai lati di essa compare qualcosa di bianco e
un altro biancore al di sotto: il maestro resta in silenzio, fino a quando capisce che il primo biancore
sono delle ali e allora grida a Dante di inginocchiarsi e di unire le mani in preghiera, perché si
avvicina un angelo del Paradiso. Virgilio spiega a Dante che l'angelo non usa remi né vele o altri
strumenti umani, ma tiene le ali aperte e dritte verso il cielo, fendendo l'aria con penne eterne (“che
non si mutan come mortal pelo”) e che non cadono mai.
Man mano che l'angelo si avvicina e diventa più visibile a Dante, questi non riesce a sostenerne lo
sguardo e deve volgere gli occhi a terra. Poi il nocchiero celeste viene a riva spingendo una
barchetta così leggera che non affonda minimamente nell'acqua; l'angelo sta a poppa e nella barca di
sono più di cento anime, che intonano a una voce (sentimento della FILIA) la citazione del
Salmo113 “In exitu Israel de Aegytpo”, simbolo di liberazione e primo verso intonato durante la
fuga del popolo isrealiano guidato da Mosé.
La folla delle anime si guarda intorno, come qualcuno inesperto di un luogo, mentre il sole (che
viene personificato nella figura di un cacciatore che caccia la notte con le frecce) era ormai alto e la
costellazione di Capricorno sta già declinando dalla metà del cielo. I nuovi arrivati si rivolgono ai
due poeti chiedendo di mostrargli la via per il monte, ma Virgilio li informa che anch'essi sono
appena arrivati in quel luogo, attraverso una via talmente aspra che l'ascesa del monte sembrerà uno
scherzo. Le anime si accorgono che Dante respira ed è vivo, impallidendo per lo stupore: esse si
accalcano intorno a lui per la curiosità, come fa la gente attorno al messaggero che porta notizie di
pace, quasi dimenticandosi di accedere al monte per purificarsi dai loro peccati.
In questi versi si ben delinea il confronto tra l’Angelo Nocchiero e Caronte: il primo è grazioso
lucente e con le ali muove le anime e l’imbarcazione che naviga sul Tevere; il secondo è rozzo è
violento e percuote le anime con un remo.
Dante vede una delle anime farsi avanti per abbracciarlo, il che spinge il poeta a fare altrettanto, ma
i suoi tre tentativi vanno a vuoto in quanto le braccia attraversano lo spirito, inconsistente, e tornano
al suo petto. Dante è stupito e l'anima sorride, invitandolo a separarsi dagli altri penitenti. Il poeta lo
segue e i due si appartano, finché Dante lo riconosce come l'amico Casella e lo prega di fermarsi un
poco a parlargli: il penitente risponde dicendo che gli vuole bene da morto come da vivo, e gli
chiede perché si trova in quel luogo. Dante risponde che fa questo viaggio per salvarsi l'anima e
chiede a sua volta a Casella perché giunga solo ora in Purgatorio dopo la sua morte. Il penitente
spiega che non gli è stato fatto alcun torto se l'angelo nocchiero gli ha negato più volte di condurlo
lì, poiché la sua volontà è conforme a quella di Dio. In realtà, spiega, da tre mesi l'angelo ha
raccolto tutti quelli che hanno voluto salire sulla barca: è stato allora che Casella è stato preso alla
foce del Tevere, dove si raccolgono tutte le anime non destinate all'Inferno e dove l'angelo si è
diretto dopo aver lasciato la spiaggia del Purgatorio [Primavera 1300 anno giubilare dove tutte le
anime ricevono l’indulgenza dai peccati].
Sul ritardo di Casella (che egli conobbe prima dell’esilio perché muore prima del 1300) in
Purgatorio in realtà non abbiamo alcuna certezza, secondo alcuni egli si sarebbe pentito di suoi
peccati sul punto di morte, altri pensano che egli avesse amato troppo il bene terreno, e dunque è
probabile che Dante pensasse che l’angelo nocchiere l’avesse lasciato sulla spiaggia affinché
qualcuno avesse potuto pregare per lui in terra, infatti i purgati non espiano le pene solo con la
fatica ma anche con la preghiera loro e dei loro cari.
Inoltre, c’è anche un’ipotesi intertestuale che ci suggerisce di fare una comparazione Palinuro
(nocchiere di Enea) che cada in un sonno profondo per volontà divina cade nel mare e viene sepolto
solo dopo diverso tempo quando arrivò a Capo palinuro, e dunque anche lui non sarebbe sceso
nell’oltretomba istantaneamente. Dante così avrebbe fatto arrivare Palinuro in ritardo
sull’Acheronte destinato al libo perché nato prima di Cristo mentre Casella pentito in ritardo nel
Purgatorio. Inoltre testimoniare l’attività musicale di questo personaggio troviamo il codice
vaticano 3214, che conferisce verosimile il racconto, dove compare in annotazione a un madrigale
di Lemmo da Pistoia : “E Casella diede il sono”.
A questo punto Dante prega Casella, se una nuova legge non glielo vieta, di confortarlo col suo
canto come faceva quand'era in vita, poiché il poeta è giunto lì con tutto il corpo ed è quindi
particolarmente affaticato. Casella inizia a intonare la canzone Amor che ne la mente mi ragiona
(quella commentata nel III Trattato del Convivio), che probabilmente lui stesso aveva musicato. La
canzone, forse dedicata inizialmente a Beatrice e rientrante nei canoni dello Stilnovo, nel Convivio
era stata reinterpretata allegoricamente alla luce della donna gentile e della Filosofia, quindi
rimanda al periodo del cosiddetto «traviamento». Il canto di Casella è così melodioso che tutti,
incluso Virgilio, si attardano ad ascoltarne le note, come se nessun altro pensiero toccasse loro la
mente, avvinti dal potere della musica che Dante, proprio nel Convivio, descriveva come
irresistibile.
È a questo punto che si inserisce il duro rimprovero di Catone, che riappare all'improvviso e mette
fine al canto esortando gli spiriti a non essere lenti, a non peccare di negligenza indugiando ad
ascoltare la bella musica invece di correre al monte per iniziare il percorso di purificazione. Il
richiamo non è casuale e si comprende alla luce del significato che alla musica e all'arte in genere
era assegnato nel Medioevo: fine dell'arte non è quello di dare piacere o quetar tutte le voglie dando
appagamento all'anima, come per lo più ritiene la concezione moderna, bensì quello di fornire un
utile ammaestramento e insegnamento di carattere morale per raggiungere la salvezza. Ogni
manifestazione artistica che distolga l'animo umano dai suoi doveri e lo appaghi inducendo a
dimenticarsi dei propri obblighi non solo èmaligno, ma addirittura pericolosa sul piano religioso: in
questo senso va interpretato il rimprovero di Catone, così come la reazione delle anime che
scappano disordinatamente verso il monte (inclusi Dante e Virgilio); il fatto che la canzone scelta
da Dante fosse dedicata alla Filosofia e sia tratta dal Convivio non è forse del tutto casuale, poiché è
probabile che quell'opera costituisse un tentativo pericoloso sul piano dottrinale di arrivare alla
verità non attraverso la grazia e la teologia, ma esclusivamente con l'uso della ragione umana. Dante
respinge quindi qualsiasi concezione dell'arte, inclusa la poesia, di carattere puramente edonistico e
non finalizzata alla salvezza spirituale, come del resto già aveva fatto nell'episodio di Paolo e
Francesca che stavano leggendo per diletto la storia di Lancillotto e Ginevra ed erano caduti nel
peccato: il canto solitario di Casella si contrappone a quello del Salmo che tutte le anime avevano
intonato a una voce, il cui scopo non era però quello di consolare l'anima afflitta ma celebrare la
liberazione dal peccato e dai vincoli terreni.
Dopo i rimproveri di Catone e la fuga precipitosa delle anime verso la montagna, Dante si stringe a
Virgilio, senza la cui guida fidata non potrebbe certo proseguire il viaggio. Il maestro sembra essere
punto dalla propria coscienza, così monda e dignitosa che anche il più piccolo errore le provoca un
forte rimorso. Quando Virgilio prende a camminare senza la fretta che toglie decoro a ogni gesto,
Dante inizia a guardarsi attorno e osserva la montagna, che si erge verso il cielo più alta di
qualunque altra. Il sole brilla rossastro dietro di lui e proietta l'ombra davanti, dal momento che
Dante ne scherma i raggi col proprio corpo.
Dante vede all'improvviso che c'è solo la sua ombra sul terreno e non quella di Virgilio, quindi si
volta a lato col terrore di essere abbandonato: il maestro ovviamente è lì e lo rimprovera perché
continua a diffidare e non crede che sia accanto a lui per guidarlo. Virgilio spiega che il corpo
mortale nel quale lui faceva ombra riposa a Napoli, dove fu traslato da Brindisi e dove adesso è già
sera, quindi Dante non deve stupirsi che la sua anima non proietti un'ombra proprio come i cieli non
fanno schermo al passaggio della luce. La giustizia divina fa in modo che i corpi inconsistenti delle
anime soffrano tormenti fisici, in un modo che non vuole che si sveli agli uomini, per cui è folle chi
spera con la sola ragione umana di poter capire i misteri della fede. La gente deve accontentarsi di
ciò che è stato rivelato, perché se avesse potuto veder tutto non sarebbe stato necessario che Gesù
nascesse. Grandi filosofi hanno desiderato vanamente di conoscere questi misteri, e il loro ingegno
glielo avrebbe permesso se ciò fosse stato possibile, mentre ora tale desiderio è la loro pena.
Virgilio parla di Aristotele, di Platone e molti altri; poi resta in silenzio, china la fronte e rimane
turbato.
I due poeti intanto sono giunti ai piedi del monte: la parete è così ripida che è impossibile scalarla,
tanto che la roccia più impervia della Liguria sarebbe un'agevole scala al confronto. Virgilio si
ferma e si chiede da quale parte ci sia un accesso più facile al monte; e mentre lui riflette guardando
a terra, e Dante osserva in alto la montagna, da sinistra appare un gruppo di anime che si muovono
lentissime verso di loro. Virgilio esorta il discepolo ad andare verso di esse poiché si muovono
piano, e lo invita a rafforzare la speranza poiché saranno loro a fornire indicazioni. Dopo mille passi
le anime sono ancora molto lontane, quando esse si accorgono dei due poeti e si stringono alla
roccia. Virgilio chiede loro dove sia l'accesso al monte, dal momento che essi non vogliono perdere
tempo. Le anime iniziano ad avanzare, simili alle pecorelle che escono dal recinto una dietro l'altra
senza sapere dove vanno e perché, poi le prime vedono che Dante proietta l'ombra e si arrestano,
tirandosi indietro e inducendo le altre a fare lo stesso. Virgilio le rassicura dicendo che Dante è
effettivamente vivo, ma non è certo contro il volere divino che egli cerca di scalare il monte. I
penitenti fanno cenno con le mani di tornare indietro e procedere nella loro stessa direzione.
Una delle anime si rivolge a Dante e lo invita a guardarlo, per capire se lo ha mai visto sulla Terra.
Il poeta lo osserva e lo guarda con attenzione, vedendo che è biondo (origine normanna), bello e di
nobile aspetto (tipico del mondo cortese), e ha uno dei sopraccigli diviso da un colpo. Dopo che il
poeta gli ha risposto di non averlo mai visto, il penitente gli mostra una piaga che gli attraversa la
parte alta del petto, quindi di presenta come Manfredi di Svevia, nipote dell'imperatrice Costanza
d'Altavilla, che rincontrerà in Paradiso in quanto ella fu suora e poi costretta a sposare Enrico VI.
Egli prega Dante, quando sarà tornato nel mondo, di dire a sua figlia Costanza (andata in sposa ad
Alfonso II di Aragona) la verità sul suo stato ultraterreno poiché tutti pensavano che con la
scomunica fosse andato all’Inferno. Manfredi racconta che dopo essere stato colpito a morte nella
battaglia di Benevento, piangendo si pentì dei suoi peccati e nonostante le sue colpe fossero
gravissime fu perdonato dalla grazia divina. Male fece il vescovo di Cosenza, istigato da papa
Clemente IV, a far disseppellire il suo corpo che giaceva sotto un mucchio di pietre vicino a un
ponte e a farlo trasportare a lume spento fuori dai confini del regno di Napoli, lungo il fiume Liri o
Garigliano (confine del regno due sicilie fuori cioè luogo non più benedetto da papa). La scomunica
della Chiesa infatti non impedisce di salvarsi finché c'è un po' di speranza, anche se chi muore in
contumacia deve poi attendere nell'Antipurgatorio un tempo superiore trenta volte al periodo
trascorso come scomunicato, a meno che qualcuno con le sue preghiere non accorci questo periodo.
Manfredi prega dunque Dante di rivelare tutto questo alla figlia Costanza, perché lei con le sue
preghiere abbrevi la sua permanenza nell'Antipurgatorio, dando l’idea di come il tempo avanzasse
più velocemente nel purgatorio rispetto al mondo terreno. [Chiusa patetica ovvero ricca di
commozione e premura].
Dante vuole affermare che la giustizia divina si muove secondo criteri che non sono sempre
evidenti al mondo e che il destino ultraterreno degli uomini dipende non solo dalle loro azioni
terrene (i peccati di Manfredi erano stati, per sua stessa ammissione, orrendi), ma soprattutto dalla
sincerità del loro pentimento che solo Dio può leggere nel profondo del cuore (è il caso opposto a
quello di Guido da Montefeltro, che tutti credevano salvo perché fattosi francescano, ma che invece
è dannato perché il suo pentimento non era sincero). La polemica di Dante è quindi rivolta contro le
istituzioni ecclesiastiche corrotte, che si arrogano il diritto di stabilire in modo irrevocabile il
destino ultraterreno dei loro nemici, mentre solo Dio può sapere con certezza se uno, dopo la morte,
sia salvo o dannato.
CANTO V
Dante e Virgilio lasciano le anime dei pigri e raggiungono il secondo balzo dell'Antipurgatorio.
Incontro con i morti per violenza. E proprio in questo canto vi sarà il colloquio con Iacopo del
Cassero, Bonconte da Montefeltro, Pia de' Tolomei.
Dante e Virgilio hanno appena lasciato le anime dei pigri nel primo balzo dell'Antipurgatorio,
quando una di esse si accorge che Dante proietta un'ombra e lo addita agli altri, come un uomo
vivo. Dante si volta e vede le anime che continuano a indicarlo, finché il maestro gli chiede perché
si attardi nell'ascesa badando alle chiacchiere di quelle anime; lo esorta a seguirlo senza ascoltare
nessuno, come una torre che resta salda nonostante i venti, perché l'uomo che si perde in troppi
pensieri non raggiunge l'obiettivo che si è proposto. Dante accetta il rimprovero e segue Virgilio,
col viso cosparso di rossore.
Intanto, lungo un ripiano roccioso trasversale alla montagna, delle anime che cantano il Miserere
vengono incontro ai due poeti: quando si accorgono che Dante proietta un'ombra, emettono una
esclamazione di stupore e due loro corrono incontro ai due chiedendo loro di spiegare la propria
condizione. Virgilio risponde dicendo che Dante è vivo ed è in carne e ossa, e li invita a riferire il
messaggio ai loro compagni in quanto ciò potrà essergli utile. Le anime corrono su per il balzo
rapidissime, come stelle cadenti nel cielo notturno o lampi al calar del sole, quindi insieme agli altri
penitenti raggiungono velocemente i due poeti. Virgilio raccomanda a Dante di essere breve, dato il
gran numero di anime, e di limitarsi ascoltare le loro preghiere senza arrestarsi.
I penitenti seguono Dante e lo esortano a rallentare un poco, invitandolo a guardarli e dire se in vita
ha mai visto qualcuno di loro. Essi, spiegano, furono tutti morti per forza e peccatori fino all'ultima
ora, quando si pentirono delle loro colpe e morirono in grazia di Dio. Dante li osserva uno a uno,
ma non ne riconosce nessuno; tuttavia li invita a parlare e, se potrà fare qualcosa per loro, sarà ben
lieto di esaudire ogni loro richiesta in nome di quella pace di cui egli stesso è in cerca.
Uno degli spiriti (Iacopo del Cassero) dice che essi si fidano di Dante senza bisogno di giuramenti,
quindi lo prega, se mai andrà nel paese posto tra la Romagna e il regno di Napoli (la Marca
Anconetana), di pregare a sua volta i suoi conoscenti a Fano affinché essi preghino per abbreviare la
sua permanenza nell'Antipurgatorio. Lui è originario di Fano, ma le ferite che lo hanno ucciso gli
furono inferte in territorio padovano, dove credeva di essere al sicuro: il colpevole fu Azzo d'Este,
adirato con lui ben al di là del lecito. E dichiara lui fosse fuggito verso la Mira (la padana), sul
Brenta, quando fu raggiunto dai suoi assassini ad Oriago, sarebbe ancora vivo; invece rimase
impigliato nella palude e cadde a terra vedendo spargersi il suo sangue.
Iacopo era un guelfo comandante militare e potestà di Bologna e per il suo potere fu uccido da Azzo
d’Este che non voleva avversari e voleva controllare tutto il nord.
Un altro spirito prende la parola, augurando a Dante di raggiungere la sommità del monte e
pregandolo di aiutarlo. Si presenta come Bonconte da Montefeltro, la cui vedova non si cura di lui
sulla Terra, per cui il penitente va con la fronte bassa. Dante gli chiede quale circostanza fece sì che
il suo corpo non fosse mai ritrovato dopo la sua morte nella battaglia di Campaldino (1578)
probabilmente ferito da Dante stesso: il penitente risponde che ai piedi del Casentino scorre un
fiume di nome Archiano, che nasce in Appennino e sfocia in Arno. Qui Bonconte arrivò con la gola
squarciata, a piedi e sanguinante, e prima di morire si pentì nominando Maria; una volta morto, la
sua anima fu presa da un angelo, mentre un diavolo protestava perché, a causa del suo tardivo
pentimento, non poteva portarlo all' Inferno. Il demone infierì però sul suo corpo: Bonconte spiega
che nell'atmosfera si raccoglie l'umidità che si trasforma in pioggia a causa del freddo, per cui il
diavolo usò il suo potere per scatenare una terribile tempesta che coprì di nebbia tutta la pianura e
riversò una gran quantità d'acqua a terra. Il suolo non la poté assorbire tutta ed essa riempì i fossati
confluendo poi nei fiumi, fino all'Arno; le acque dell'Archiano, con la sua corrente rapinosa,
trascinarono via il corpo di Bonconte nell'Arno, sciogliendo il segno della croce che lui aveva fatto
in punto di morte, quindi il suo cadavere fu seppellito sul fondale del fiume.
Il racconto del penitente è importante e crea un voluto contrasto con l'episodio del padre Guido,
poiché quello era da tutti creduto salvo per la sua monacazione e invece è finito dannato per la non
sincerità del suo pentimento, mentre Bonconte si è realmente pentito e ora è salvo. La salvezza di
Bonconte è l'ennesimo caso di una rivelazione inattesa che sconfessa la credenza popolare su un
personaggio, meno clamoroso di quello di Manfredi o di altri, ma egualmente significativo del fatto
che solo Dio può leggere la bontà del pentimento nel cuore dell'uomo e nessuno, quindi, può sapere
con certezza quale sarà il destino ultraterreno di un personaggio.
Appena Bonconte ha terminato di parlare, inizia la parentesi delicatissima di Pia de' Tolomei, che
prende la parola dopo la grandiosa descrizione delle potenze infernali con pochi versi di
straordinaria dolcezza: la penitente è meno insistente degli altri, prega Dante di ricordarsi di lei
quando sarà tornato sulla Terra ed essersi riposato de la lunga via (l'accento torna sulla fatica del
cammino, che il poeta compie per purificarsi e con tutto il corpo). Gli ultimi tre versi del Canto
sono come un'epigrafe funeraria, con l'indicazione del luogo di nascita e di morte della fanciulla
(Siena mi fé, disfecemi Maremma, che è anche un chiasmo) e l'accusa, molto velata e in tono col
personaggio, rivolta al marito di averla uccisa, senza alcuna parvenza di rancore o di biasimo. Non
conosciamo la causa esatta di questo omicidio, che forse non era nota neppure a Dante, quindi è
impossibile dire se Pia con le sue parole voglia protestare la sua innocenza, o scusare il marito per
averla assassinata. Infatti le ipotesi sulla sua morte sono che il marito la fece uccidere o per gelosia
o per sposare Margherita degli Aldobrandeschi e Nello l’avrebbe fatta buttare giù da un castello
mentre altri ancora pensano che sia stata uccisa per la sua bellezza eccessiva.
Dante vuole lasciare le cose nell'indeterminatezza, chiudendo il Canto con questa figura fragile e
delicata che costituisce quasi una pausa al tono concitato dell'intero episodio