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ARISTOTELE

filosofia

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ARISTOTELE

Aristotele nasce a Stagira, una città della Macedonia, nel 384 a.C. Dopo la morte del suo maestro
Platone, avvenuta nel 347 a.C., lascia l’Accademia e si allontana da Atene.
Si trasferisce prima ad Asso, poi a Mitilene e infine a Pella, dove diventa precettore del giovane
Alessandro, destinato a diventare Alessandro Magno. Nel 335 a.C. torna ad Atene e fonda una
nuova scuola, il Liceo, dove insegna e sviluppa le sue teorie, trattando ogni ambito del sapere. Alla
morte di Alessandro, temendo persecuzioni per via dei suoi legami con la Macedonia, lascia
nuovamente Atene e si rifugia a Calcide, sull’isola di Eubea, dove muore nel 322 a.C.

 GLI SCRITTI

Aristotele scrive come un professore e gli scritti si dividono in:

1. Le opere essoteriche (dal greco exō, "fuori") sono quelle destinate al pubblico, pensate per
essere lette e comprese da un ampio numero di persone, anche non filosofi.
Platone le scrive in forma di dialoghi e affronta i grandi temi della filosofia come la
giustizia, l’anima, l’amore, la politica e la conoscenza, ma in modo non tecnico.

2. Le opere esoteriche (dal greco esō, "dentro") erano riservate agli allievi dell’Accademia,
la scuola fondata da Platone. In queste opere Platone affrontava temi più tecnici e
complessi, soprattutto legati alla filosofia della natura. Tra queste troviamo proprio La
Metafisica, raccolta di 14 libri cosi chiamata perché fu posta da un grammatico alessandrino
tra i libri di fisica e altre opere (meta greco “in mezzo”).

 PROGETTO FILOSOFICO E DIFFERENZE CON PLATONE

DIFFERENZE TRA CONTESTO STORICO

Gli anni che separano Platone da Aristotele sono pochi, ma il contesto storico è profondamente
mutato. La crisi della pólis greca diventa irreversibile, con la perdita della libertà delle città e la
crescente dominazione macedone. Questo cambiamento riduce l’interesse politico diretto dei
cittadini, aprendo la strada a nuovi interessi scientifici, gnoseologici ed etici, che caratterizzeranno
l’ellenismo e anche il pensiero aristotelico.

La frattura tra Platone e Aristotele riflette la differenza culturale tra l’età classica e l’età ellenistica.
Pur essendo cronologicamente parte dell’età classica, Aristotele è idealmente già figlio dell’età
ellenistica.

DIFFERENZE NELLA FINALITÀ FILOSOFIA

Platone crede nella finalità politica della conoscenza, vede il filosofo come legislatore e guida
della città, con una filosofia dal forte carattere politico-educativo. Aristotele, invece, individua lo
scopo della filosofia nella conoscenza disinteressata del reale e vede il filosofo come un sapiente,
dedito alla ricerca e all’insegnamento.

Platone concepisce il mondo con un’ottica verticale e gerarchica, ma soprattutto dualistica


distinguendo tra realtà "vere" e realtà "apparenti". Aristotele riconosce invece una pluralità di
scienze autonome, ciascuna con un proprio settore di competenza, rifiutando il sistema piramidale
platonico.
DIFFERENZA SULLA CONCEZIONE DELLA REALTÀ E DEL SAPERE

Per Aristotele la filosofia o filosofia prima (metafisica) studia l’essere in quanto essere, ossia la
realtà generale e i principi comuni a tutte le scienze, che hanno pari dignità gnoseologica. Essa
diventa così l’“anima unificatrice” e la “regina delle scienze”, senza compromettere l’autonomia
delle singole discipline.

DIFFERENZA SU METODO FILOSOFICO

Dal punto di vista metodologico, Platone sviluppa un sistema aperto e problematico, che
utilizza miti e una sapienza poetica, mentre Aristotele organizza il discorso filosofico in un
sistema chiuso, basato su verità immutabili e rigorosamente razionali, superando ogni
rapporto con la poesia.

 IL QUADRO DELLE SCIENZE

Aristotele organizza le scienze in tre grandi gruppi, distinguendole in base all’oggetto di studio, allo
scopo e al metodo adottato.

Scienze teoretiche

Queste scienze si occupano del necessario, cioè di ciò che non può essere diversamente da come è.
L’obiettivo è la conoscenza disinteressata della realtà, ovvero una conoscenza che non ha fini
pratici o applicativi immediati, ma mira a comprendere la verità in sé. Il metodo utilizzato è
quello dimostrativo, cioè basato su ragionamenti rigorosi e certi. Le principali scienze teoretiche
sono:

 Metafisica o filosofia prima: studia l’essere in quanto essere, i principi primi e la realtà
ultima.
 Fisica: si occupa della natura e dei fenomeni naturali.
 Matematica: studia le quantità e le forme in modo astratto, indipendentemente dalle realtà
materiali.

Scienze pratiche

Le scienze pratiche hanno per oggetto il possibile, cioè ciò che può essere diversamente a seconda
delle circostanze e delle scelte umane. Il loro scopo è l’orientamento dell’azione, ovvero guidare il
comportamento umano verso il bene. Il metodo usato non è dimostrativo, ma si basa su un
ragionamento “perlopiù” valido, cioè probabilistico e legato all’esperienza e al contesto concreto.
Le scienze pratiche principali sono:

 Etica: studia l’agire umano a livello individuale, le virtù e il bene personale.


 Politica: riguarda l’agire collettivo, la gestione della città e della comunità, il bene comune.

Scienze poietiche (o produttive)

Queste scienze si occupano della produzione di opere o della manipolazione di oggetti. L’oggetto è
quindi qualcosa di possibile e creato, che ha un’esistenza autonoma rispetto a chi lo realizza. Lo
scopo è creare un prodotto concreto e definito. Il metodo è simile a quello delle scienze pratiche,
non dimostrativo e spesso basato su esperienza e tecnica. Le scienze poietiche includono:

 Arti: come la pittura, la scultura, la musica, che producono opere d’arte.


 Tecniche: come l’architettura, la medicina, la falegnameria, che producono manufatti o
strumenti.

 LA METAFISICA

Il termine "metafisica" non è stato coniato da Aristotele, ma è frutto della tradizione successiva
perché Aristotele utilizzava il termine “filosofia prima” . In particolare, si attribuisce a Andronico
di Rodi, filosofo del I secolo a.C., il merito (o la casualità) di aver sistemato le opere aristoteliche
mettendo quelle dedicate alla filosofia "prima" dopo i libri di fisica, da cui il nome greco "tà metà
tà physiká" (“ciò che viene dopo la fisica”).
Con il tempo, questo termine si è imposto nella storia della filosofia, probabilmente anche perché
più suggestivo e comprensibile del tecnico “filosofia prima”.

Sebbene Aristotele non usasse il termine "metafisica", l’ambito che esso designa è centrale nel
suo pensiero. Oggi si parla anche di ontologia, cioè “scienza dell’essere”, come sinonimo.

Aristotele, nelle sue opere, attribuisce alla filosofia prima (la futura “metafisica”) quattro
definizioni fondamentali:

1. Studia le cause e i principi primi:


La metafisica si occupa di ciò che è all’origine della realtà, ciò da cui tutto deriva.
2. Studia l’essere in quanto essere:
Non uno specifico tipo di essere, ma l’essere nella sua totalità, indipendentemente dalle
sue manifestazioni particolari. È questa la definizione più importante.
3. Studia la sostanza :
L’aspetto fondamentale e stabile delle cose, ciò che le rende ciò che sono.(rappresenta il
primo modo in cui si determina l’essere [le dieci categorie])
4. Studia Dio e la sostanza immobile:
La metafisica arriva fino a considerare la realtà divina, come principio ultimo e motore
immobile dell’universo.

L’imposizione che la metafisica studia l’essere in quanto essere, giustifica anche la definizione
aristotelica della metafisica come filosofia prima, cioè fondamento di tutte le altre scienze.
Infatti, Ogni scienza particolare (fisica, matematica, biologia, ecc.) studia una parte dell’essere,
mentre solo la metafisica ha uno sguardo onnicomprensivo e fondamentale, perché studia esser
che è alla base di tutto. Dunque capire quali sono le sue determinazioni e le sue caratteristiche.

- L’essere per Aristotele

L’Essere non può essere inteso o presentarsi , per Aristotele, in maniera univoca ovvero come
“esistere”. In quanto se fosse un termine come “tavolo” che può indicare sia un mobile sia una
tabella di dati, non potrebbe esistere una scienza unitaria dell’essere.

Questo è l’errore di Parmenide, che riduceva tutto all’essere puro e negava il cambiamento e la
molteplicità.

L “essere” non può essere intenso nemmeno in modo equivoco perché significherebbe che ogni
volta che si usa la parola, essa ha un significato completamente diverso. Infatti, se ogni volta che
si dice “essere” si intende qualcosa di diverso, allora non ci si può più comprendere. Ex. la parola
pesca : può indicare sia il frutto che l’azione e dunque due parole che afferiscono a due nuclei
diversi.

Aristotele propone una terza via: il verbo “essere” non è univoco né equivoco,
ma polivoco/analogico, che viene inteso da Aristotele come un’ambiguità (pros hen “in relazione
ad uno”) . Questo significa che si dice in molti sensi ossia con significati diversi ma legati da una
relazione comune. Questo tipo di relazione è quella che verrà in seguito chiamata analogia.

Per spiegare questa idea, Aristotele fa un esempio con la parola “sano”:

1. “Il latte è sano” → il latte causa la salute (rapporto causale)


2. “Tizio è sano” → Tizio possiede la salute (rapporto di possesso)
3. “Il colorito di Tizio è sano” → il colorito manifesta la salute (rapporto di segno)

In tutti e tre i casi, la parola “sano” ha significati diversi, ma tutti riconducibili a un nucleo
comune: la salute. Allo stesso modo, il verbo “essere” può avere significati diversi (sostanza,
qualità, quantità, luogo, tempo, ecc.), ma tutti collegati all’idea fondamentale di essere.

- Principio di non contraddizione

Aristotele dice che il principio di non contraddizione (PNC) è fondamentale:


Una cosa non può essere e non essere nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto.
Esempio: non posso dire che “questo foglio è bianco e non bianco” nello stesso momento e nello
stesso senso.
Perché è così importante? Perché senza questo principio non potremmo pensare, parlare o
ragionare: tutto si confonderebbe.

Si può dimostrare? No. Ogni dimostrazione già lo presuppone. Per provare qualcosa, devi
distinguere il vero dal falso: se elimini il PNC, non puoi nemmeno iniziare a ragionare.

Allora come lo difende Aristotele? Aristotele usa una strategia particolare:

 Non cerca di “dimostrarlo”, perché sarebbe un circolo vizioso.


 Mostra invece che chi prova a negarlo cade in contraddizione.
o Se qualcuno dicesse “il PNC è falso”, starebbe comunque usando il PNC per
distinguere la sua affermazione da quella contraria.
o In pratica, per negarlo bisogna già presupporlo.

Dunque il PNC non si dimostra, ma si difende mostrando che nessuno può negarlo senza
contraddirsi. Questo sistema è chiamato confutazione Elenctica.

- Teoria della sostanza (è l’essere)

Nel libro Z della Metafisica, Aristotele approfondisce l’analisi della sostanza ( che è la prima
determinazione dell’essere perché senza di lui gli altri non esisterebbero) ponendo la domanda
fondamentale: Che cos’è la sostanza? (ti esti ousia). Egli esamina quattro possibili candidati: il
sostrato o soggetto, essenza; universale e il genere. Questa indagine non mira semplicemente a
identificare quali cose siano sostanze, ma a comprendere che cosa renda qualcosa una sostanza.

Vengono subito scartati i primi due criteri. Il criterio di universalità è quello indica qualsiasi
molteplicità e, dunque, poiché si dice di molti non può essere sostanza. La stessa cosa vale per il
genere che è di tipo universale.

A questo punto mancano due possibilità il criterio il sostrato e l’essenza. Il sostrato è ciò che “sta
sotto” e che accoglie le determinazioni. Ma Aristotele distingue tre tipi di sostrato:

 Materia: ad esempio il marmo di una statua. Da sola non è sostanza, perché senza forma
non è “qualcosa di determinato”: è solo possibilità.
 Forma: cioè la struttura, l’organizzazione che rende quella materia “una statua di Apollo” e
non solo un blocco di marmo.
 Sinolo: l’unione di materia e forma.

Se si prende solo la materia, si rimane con qualcosa di indeterminato, privo di forma e quindi
incapace di essere una sostanza concreta. Se si prende solo la forma, si ottiene qualcosa di troppo
astratto, perché la forma da sola non esiste separatamente nella realtà concreta. Perciò Aristotele
riconosce che la vera sostanza è il sinolo, cioè l’unione di materia e forma, in cui la materia è
informata dalla forma.

Tuttavia, Aristotele si ferma qui nella definizione definitiva, perché la forma da sola non può
costituire la sostanza nella sua totalità: essa sarebbe una “sostanza seconda”, cioè un concetto che
si dice di molte sostanze, non la sostanza individuale concreta. Inoltre, dire che la forma è la sola
sostanza implicherebbe confondere l’essere con un accidente, cosa che Aristotele rifiuta: gli
accidenti sono proprietà che si trovano in una sostanza, non sostanze stesse, e perciò stanno sempre
in una posizione subordinata rispetto alla categoria della sostanza.
L’essenza (to ti en einai, letteralmente “il che cos’era essere” ;) emerge come il candidato più
promettente. L’essenza è ciò che viene espresso dalla definizione, ciò che una cosa è
intrinsecamente. Aristotele stabilisce che solo le sostanze hanno essenze in senso primario; le
qualità, quantità e altre categorie hanno essenze solo in senso derivato. Un punto cruciale è
l’identità tra una sostanza e la sua essenza. Mentre un’unità accidentale come l’uomo bianco non è
identica alla sua essenza (perché la bianchezza è un attributo accidentale), una sostanza primaria è
identica alla propria essenza. Questo principio garantisce l’intelligibilità della realtà: conoscere
l’essenza di qualcosa significa conoscere ciò che quella cosa veramente è.

Tuttavia però non si può pensare l’essenza senza forma, dunque la cosa rimane un po' ambigua.

- Teoria Ilemorfica

La svolta decisiva nella filosofia di Aristotele è la teoria ilemorfica (hyle = materia, morphe =
forma). Secondo questa teoria, tutte le sostanze sensibili sono fatte di materia e forma.

 La materia è ciò di cui qualcosa è fatto, il “potenziale” che può ricevere una forma.
 La forma è ciò che determina che cosa una cosa sia, il “principio attivo” che dà identità.

Questa idea risolve due problemi della filosofia precedente:

 Contro Parmenide → Aristotele mostra che il cambiamento è possibile: la materia in


potenza diventa attualità grazie alla forma.
 Contro Platone → le forme non sono separate dal mondo sensibile, ma esistono unite alla
materia (tranne nelle sostanze divine).

Aristotele attribuisce alla forma una priorità ontologica: è più importante della materia perché è:

1. Causa dell’essere → dà alla cosa la sua identità.


2. Principio di intelligibilità → è ciò che possiamo conoscere e definire.
3. Principio di unità → organizza la materia in un tutto coerente.

Questa priorità non significa che la forma possa esistere senza materia nel mondo sensibile: la
forma è sempre forma di qualcosa. Solo nelle sostanze divine la forma esiste separata dalla materia.

- Potenza e Atto

Nel libro Θ (Theta), Aristotele introduce la coppia concettuale potenza (dynamis) e atto
(energeia/entelecheia), che rappresenta uno dei contributi più originali e influenti alla storia della
filosofia. La potenza è la capacità di essere o diventare qualcosa; l’atto è la realizzazione di questa
capacità. Un blocco di marmo è in potenza una statua; quando viene scolpito, la statua è in atto.

Aristotele sostiene la priorità dell’atto sulla potenza secondo tre aspetti:

- Priorità logica: Per definire una potenza, dobbiamo riferirci all’atto corrispondente.
- Priorità temporale: Sebbene in un individuo particolar e la potenza preceda
cronologicamente l’atto (il seme precede la pianta), a livello della specie l’atto precede
sempre la potenza (il seme proviene da una pianta adulta preesistente).
- Priorità ontologica: L’atto è il fine (telos) verso cui tende la potenza. Gli animali non vedono
per avere la vista, ma hanno la vista per vedere. Inoltre, ciò che è eterno è sempre in atto,
mai in potenza, e l’eterno è ontologicamente prioritario rispetto al corruttibile.
- Problema degli universali

Nel libro Z.13, Aristotele affronta un problema complesso. Da una parte afferma che la forma è
sostanza e che la forma è universale (perché è ciò che si definisce e si conosce scientificamente).
Dall’altra sostiene che nessun universale può essere sostanza. Questa apparente contraddizione ha
creato molti dibattiti tra gli studiosi.

Le interpretazioni principali sono due:

1. Le forme aristoteliche sarebbero particolari → ogni individuo avrebbe la propria forma


unica.
2. Gli argomenti contro gli universali come sostanze andrebbero letti in modo limitato, non
assoluto.

Una possibile soluzione è pensare che Aristotele non neghi del tutto che gli universali siano
sostanze, ma che rifiuti l’idea che un universale sia la sostanza concreta di ogni particolare.
Per esempio: la forma-specie “uomo” è una sostanza perché corrisponde alla propria essenza, ma
non è la sostanza di Socrate, che è invece un composto di materia e forma.
Così si mantiene sia l’universalità della forma (necessaria per la scienza) sia il primato ontologico
degli individui concreti.

- La sostanza come causa dell’essere

La teoria delle quattro cause è uno degli strumenti principali della filosofia di Aristotele:

1. Causa materiale → di cosa è fatta una cosa (es. il bronzo per una statua).
2. Causa formale → l’essenza o la struttura che determina cosa una cosa è.
3. Causa efficiente → chi o cosa produce il cambiamento o il movimento.
4. Causa finale → lo scopo o il fine per cui qualcosa esiste.

Queste cause spesso coincidono. Negli esseri viventi, ad esempio, l’anima è insieme causa formale
(essenza), efficiente (principio del movimento) e finale (fine dell’esistenza del corpo).

Nel libro Z.17, Aristotele spiega che la forma è la causa principale dell’essere.
La domanda “Perché X è Y?” (es. “Perché questi mattoni sono una casa?”) trova risposta nella
forma: è la forma che organizza la materia in un’unità funzionale.

La forma non è solo l’aspetto esterno, ma il principio che rende comprensibile e organizzata la
realtà. In questo senso, la metafisica non serve solo a classificare le cose, ma a spiegare perché le
cose sono ciò che sono.

- La teologia aristotelica

Per Aristotele, il culmine della metafisica è dimostrare che esiste una sostanza eterna, immobile e
separata dalla materia: il motore immobile, cioè Dio.

L’argomento parte dal fatto che il movimento è eterno: il tempo non può iniziare né finire senza
una causa.
Questa causa però non può muoversi, perché allora avrebbe bisogno di un’altra causa e si
creerebbe un regresso infinito. Deve quindi essere un motore immobile.

Ma come può qualcosa muovere senza muoversi? Aristotele risponde: come ciò che è amato o
pensato. Il motore immobile attrae il movimento come un oggetto desiderato o contemplato. Verso
cui tutto si muove per attrazione.

Il motore immobile è puro atto, forma senza materia e atto senza potenza, puro pensiero.
Ma cosa pensa? Non può pensare qualcosa di diverso da sé, perché ciò lo renderebbe dipendente.
Deve quindi pensare se stesso: è un pensiero di pensiero (noesis noeseos).

Questa idea descrive uno stato di perfetta autosufficienza e felicità. Il Dio aristotelico è l’attività
contemplativa perfetta, eternamente in atto.

Il motore immobile è:

 Causa finale → il fine supremo desiderato da tutto.


 Causa efficiente → la fonte ultima di ogni movimento.
 Causa formale → la forma pura e perfetta.

Per Aristotele, la teologia è il coronamento della metafisica. Il motore immobile dà unità


all’universo e alla conoscenza.
Tutti gli esseri tendono, direttamente o indirettamente, verso la perfezione divina.

 Le sfere celesti si muovono eternamente per imitare l’immobilità perfetta del divino, tramite
un movimento circolare uniforme.
 Il mondo sublunare dipende dai movimenti celesti per i suoi cicli di nascita e distruzione.

Così la realtà forma un sistema unificato, una gerarchia ontologica: dalla pura potenzialità della
materia prima fino alla pura attualità del motore immobile.

 LA LOGICA

La logica o analitica (per aristotele), nella classificazione delle scienze proposta da Aristotele, non
occupa un posto preciso, perché non studia un oggetto particolare ma la forma comune di ogni
sapere, cioè il procedimento dimostrativo. Partire da assiomi, ovvero principi veri, per arrivare
all’affermazione della verità.

L’Organon, così come ci è pervenuto, raccoglie i trattati aristotelici sulla logica ordinandoli dal più
semplice al più complesso e si articola in:

 Logica del concetto


 Logica delle proposizioni
 Logica del ragionamento o sillogismo

 I termini
Per comprendere la logica dobbiamo comprendere prima i termini, che possono fungere da soggetto
o predicato. Le cui prime due caratteristiche sono l’estensione e l’intensione:

● Comprensione (intensione): insieme delle note essenziali che lo definiscono


(es.: “uomo = animale razionale”).
● Estensione: insieme degli individui cui il termine si applica.
(es.: tutti gli uomini, o ancora più esteso gli animali). Partire dal generale per arrivare al particolare

Regola d’oro: a maggiore comprensione corrisponde minore estensione, e viceversa.

IL GENERE. La definizione che compone l’intensione del termine si costruisce


combinando genere e differenza specifica.

1. Genere (γένος, “genos”)


o È il contenitore più ampio, cioè la categoria immediatamente superiore alla cosa
che vuoi definire.
o Esempio: “animale” è il genere di “uomo”, perché l’uomo è un tipo di animale.
o Tecnica: si chiama genus proximum, cioè il genere più vicino possibile alla cosa da
definire.
2. Differenza specifica (διαφορά, “diaphora”)
o È il tratto che distingue la specie dalle altre dello stesso genere.
o Non basta dire “animale”: serve aggiungere cosa rende l’uomo diverso dagli altri
animali.
o Esempio: “razionale” è la differenza specifica dell’uomo.
3. Specie (εἶδος, “eidos”)
o È la combinazione di genere + differenza specifica.
o Esempio: animale razionale

LA MATRICE A QUATTRO: SI DICE DI / INERISCE. Aristotele, negli Analitici e nelle


Categorie, cerca di chiarire che cosa sono i termini (cioè le parole che usiamo nei ragionamenti) e
come si rapportano ai soggetti di cui parliamo.
Per capirli, distingue due “assi” (o criteri):

1. Si dice di (o “detto-di”) → indica la predicibilità: un termine “si dice di” molti se è


qualcosa che possiamo affermare di più individui come tratto comune.
o Es.: “uomo” si dice di Socrate, Platone, Aristotele…

2. Inerisce → indica se un termine esiste in un soggetto (come sua qualità, quantità, ecc.),
senza essere parte della sua essenza, e non può esistere separato.
o Es.: “bianco” inerisce in Socrate, ma non può stare da solo senza un supporto.

Non inerisce Inerisce


Sostanza prima → l’individuo Particolare non-sostanziale individuale → una
Non si
concreto (Socrate, questo proprietà individuale (la bianchezza di Socrate, il
dice di
cavallo). calore di questo ferro).
Si dice Sostanza seconda → specie e Universale accidentale → un attributo che può
di generi (uomo, animale). appartenere a molti (bianco, abile, triangolare).

 Sostanza (οὐσία) → ciò che esiste di per sé, specialmente l’individuo.


 Essenza (τὸ τί ἦν εἶναι) → “ciò che una cosa è”, la sua definizione.

 Accidente (συμβεβηκός) → ciò che può appartenere o non appartenere a un soggetto senza
toccarne l’essenza (es.: essere seduto, essere bianco).

 Universale (καθόλου) → ciò che si dice di molti.

 Particolare/individuale (καθ’ ἕκαστον, τόδε τι) → ciò che è “questo qui”, unico

Prima di andare avanti bisogna fare una distinzione termini universali /particolari e proposizioni
universali/particolari:

 Quando diciamo che un termine è universale o particolare, intendiamo:


o Universale = si predica di molti (“uomo” si dice di Socrate, Platone…).
o Particolare = vale solo per un individuo (“Socrate”).

 Nelle proposizioni (cioè le frasi che affermano qualcosa), “universale” e “particolare”


hanno un altro significato:
o Universale → parli di tutti (“Tutti gli uomini sono mortali”).
o Particolare → parli di qualche o “almeno uno” (“Qualche uomo è saggio”).

Nella frase particolare dire che S (qualche uomo) è P (saggio) , nella logica Aristotelica significa
che almeno un S è P. E anche se nel mondo ci fosse un solo S, la frase rimane vera se quell’unico S
ha la proprietà P.

Es.: se Socrate è l’unico uomo esistente, «Qualche uomo è saggio» è vera ⇔ Socrate è saggio.

FORMA CANONICA DEL SOGGETTO. Quando costruiamo frasi in logica aristotelica,


dobbiamo fare attenzione a come presentiamo il soggetto:

1. Se il soggetto è una sostanza prima (πρώτη οὐσία)


o Cioè un individuo concreto: Socrate, questo albero, quel cavallo.
o In questo caso non serve un quantificatore (“tutti, qualche, nessuno”).
o Es.: «Socrate è saggio», «Questo albero è alto».
2. Se il soggetto non è sostanza prima (è un nome comune o una classe)
o Allora bisogna precisare la quantità con un quantificatore:
 “Tutti gli uomini…”
 “Qualche albero…”
 “Nessun triangolo…”
o Perché? Per indicare quanti membri della classe stiamo prendendo in
considerazione.

Questa distinzione rivela un aspetto importante del realismo aristotelico: pur riconoscendo
l’importanza degli universali (specie e generi) per la conoscenza scientifica, Aristotele afferma il
primato ontologico degli individui concreti. Gli universali non esistono separatamente, come
sosteneva Platone con la sua teoria delle Idee, ma solo negli individui che li esemplificano.

3. Il caso dell’indefinita (“homo currit”)


o Frasi come homo currit (“l’uomo corre”) sono scorciatoie scolastiche, che non hanno
quantificatore reale (ogni, qualche) .
o Per default, si interpretano come particolari (“qualche uomo corre”).
o Solo se il contesto del sillogismo richiede che sia universale, allora lo leggiamo
come “tutti gli uomini corrono”.

LE CATEGORIE DEI TERMINI. Le dieci categorie (solo elenco):

1. Sostanza (οὐσία)

2. Quantità (ποσόν)

3. Qualità (ποιόν)

4. Relazione (πρός τι)

5. Dove (ποῦ)

6. Quando (πότε)

7. Postura (κεῖσθαι): è la situazione dell’essere

8. Avere (ἔχειν): stato in cui l’essere è

9. Agire (ποιεῖν):

10. Patire (πάσχειν)

Nota di metodo: non sono “generi sommi” Le categorie sono i modi supremi del
predicare/essere. Non sono “specie” di un genere ulteriore chiamato “essere”. In breve: non
c’è un super-genere “essere” sopra le categorie.

Seppur la sostanza occupi il primo posto non è un genere superiore rispetto ai suoi
contenuti: è solo il “capitolo” in cui parli di ciò che esiste per sé.

Le prime 4 categorie:

Sostanza (οὐσία)

 Sostanza prima (πρώτη οὐσία): gli individui concreti.


o Non si predicano di altro, non stanno “dentro” un soggetto.
o Esempi: Socrate, questo albero, quel cavallo.
 Sostanza seconda (δευτέρα οὐσία): specie e generi.
o Si dicono di molti individui, ma non ineriscono come qualità.
o Esempi: uomo, animale.

Ruolo speciale:
 La definizione (genere + differenza) appartiene alla sostanza seconda (es. “uomo = animale
razionale”).
 La sostanza prima è il “sostrato”: il supporto cui appartengono gli accidenti.

Quantità (ποσόν)

 Indica quanto o quanto esteso è qualcosa:


o numeri (tre mele),
o misure (2 metri, 70 kg),
o durate (10 minuti).
 Se dici “questo corpo è lungo 2 m”, stai parlando della sua quantità, non del fatto che “è
corpo” (che appartiene alla categoria della sostanza).

Qualità (ποιόν)

 Risponde alla domanda: “com’è?”


 Include:
o Colori e sensazioni: rosso, caldo.
o Disposizioni o abiti: abile, saggio.
o Figure e forme: triangolare, rotondo.
 Le qualità:
o ammettono contrari (bianco/nero, caldo/freddo),
o spesso hanno gradi (più o meno caldo).

Relazione (πρός τι)

 Parla di ciò che una cosa è rispetto a qualcos’altro.


 Il suo senso dipende sempre da un correlato:
o padre di…
o doppio di…
o uguale a…
o simile a…

Non puoi dire “padre” in senso assoluto: sei sempre padre di qualcuno.

LOGICA DELLE PROPOSIZONI

Dopo aver chiarito la natura dei concetti e delle categorie, Aristotele esamina le proposizioni o
enunciati dichiarativi. Espressioni verbali dei giudizi, cioè degli atti mentali attraverso i quali
uniamo o separiamo concetti, organizzati secondo la struttura fondamentale soggetto-predicato.

Le proposizioni si distinguono innanzitutto per la qualità: possono essere affermative, quando


attribuiscono un predicato al soggetto, oppure negative, quando lo separano.

Si distinguono anche per la quantità, cioè l’estensione del soggetto: sono universali quando si
riferiscono a tutti gli individui di una classe (“Tutti gli uomini sono mortali”) e particolari quando
riguardano solo una parte della classe (“Alcuni uomini sono bianchi”).
Esistono anche proposizioni singolari, che hanno come soggetto un ente unico, come nell’esempio
“Callia è un nobile ateniese”.

I logici medievali hanno rappresentato i rapporti fra i diversi tipi di proposizioni nel
cosiddetto Quadrato degli opposti.

In esso, l’universale affermativa (indicata con la lettera A, dalla prima vocale di adfirmo) e
l’universale negativa (E, dalla prima vocale di nego) sono dette contrarie: non possono essere
entrambe vere, ma possono essere entrambe false quando il predicato non esprime una caratteristica
essenziale del soggetto. Cioè la realtà è diversa da entrambe, ad esempio: “Alcuni uomini sono
bianchi e altri no”. In questo caso:
 È falso che tutti siano bianchi.
 È falso che nessuno lo sia.
Quindi la verità non sta nelle universali (A ed E), ma nelle particolari.

Le particolari affermative (I, seconda vocale di adfirmo) e particolari negative (O, seconda vocale
di nego) sono subcontrarie o non contrarie : possono essere entrambe vere, ma non possono
essere entrambe false.

Tra l’universale affermativa e la particolare negativa (A ↔ O), così come tra l’universale
negativa e la particolare affermativa (E ↔ I), c’è invece una relazione di contraddittorietà: una
deve essere vera e l’altra falsa, senza eccezioni.

Infine, le particolari dipendono dalle universali in un rapporto detto di subalternazione: la verità


dell’universale implica quella della particolare corrispondente, mentre il falso della particolare
implica il falso dell’universale.
Ex. Se io dicessi: “Tutti gli uomini sono bianchi” posso anche dire che “alcuni uomini sono
bianchi”. Ma non viceversa.

 La verità per Aristotele

Secondo Aristotele, i termini o concetti presi isolatamente (“uomo”, “bianco”, “corre”) non
possono essere né veri né falsi: il vero e il falso nascono solo quando quei concetti
vengono combinati in una proposizione o giudizio.

 Sillogismo (nasce perché Aristotele vuole controllare la veridicità degli assiomi)


Affinché esista un sillogismo ci devono essere tre termini (maggiore P = predicato conclusione o
estensione, minore S = soggetto conclusione o estensione minore, medio M= estensione media), due
premesse (M–P, S–M), una conclusione diversa dalle premesse (S–P).

Esempio:

 Premessa maggiore: “Ogni animale (termine medio) è mortale (termine o estremo


maggiore)”
 Premessa minore: “Ogni uomo (termine minore) è animale (termine medio)”
 Conclusione: “Ogni uomo (termine minore) è mortale (termine o estremo maggiore )”

In base alla posizione dell’termine medio, Aristotele distingueva varie figure di sillogismo:
 Prima figura, termine medio è il soggetto della premessa maggiore

Modi perfetti (i più famosi):


Barbara: “Tutti M sono P; tutti S sono M; dunque tutti S sono P.”
Celarent: “Nessun M è P; tutti S sono M; dunque nessun S è P.”

 Seconda figura è predicato di entrambe le premesse


 Terza figura è soggetta di entrambe le premesse

Esempio di prima figura(ogni) già fatto prima, dunque passiamo alla seconda (nessuno):
 Premessa maggiore: Nessuna pietra è animale (medio)
 Premessa minore: Ogni uomo è animale (medio)
 Conclusione. Nessun uomo (estremo minore) è pietra (estremo maggiore)

Fatto chiave: in seconda figura almeno una premessa dev’essere negativa; non
esistono modi validi con due premesse affermative.

Ex camestres

Poi abbiamo la terza figura (Qualche):


 Ogni uomo(medio)è ragionevole
 Ogni uomo (medio) è animale
 Qualche animale è ragionevole

Fatto chiave: in terza figura la conclusione è sempre particolare, anche quando entrambe
le premesse sono universali (es. Darapti, Felapton). Questo dipende dall’assunzione
aristotelica di non-vacuità dei termini.

ESEMPI:

Darapti: “Tutti M sono P; tutti M sono S; dunque alcuni S sono P.”

Esiste poi una quarta figura di tipo medievale. Schema:

● Maggiore: “P ... M”
● Minore: “M ... S”

● Conclusione: “S ... P”

Aristotele non la tratta: i suoi schemi si riducono alle prime tre figure. Esempi medievali:
Bramantip, Camenes, Dimaris, Fesapo, Fresison.

 Elencazione medievale

Dal Medioevo i modi hanno preso nomi latini (Barbara, Celarent, ecc.) che non sono casuali,ma
codici.

● Le vocali del nome indicano il tipo delle tre proposizioni (maggiore, minore,conclusione):

A = universale affermativa (“Tutti S sono P”)

E = universale negativa (“Nessun S è P”)

I = particolare affermativa (“Alcuni S sono P”)

O = particolare negativa (“Alcuni S non sono P”).

Così Barbara = A–A–A, Camestres = A–E–E, Felapton = E–A–O.

● La prima lettera (B, C, D, F) dice a quale modo perfetto di prima figura si riduce:

B → Barbara, C → Celarent, D → Darii, F → Ferio.

● Alcune consonanti interne sono istruzioni di riduzione:

s = conversione semplice; p = conversione per accidens; m = scambio di maggiore/minore; c =


reductio ad impossibile.

Nota: la posizione della consonante nel nome indica quale premessa (maggiore/minore) toccare.
Così ogni nome non è solo un’etichetta, ma un piccolo manuale che dice come ricondurre il modo
alla prima figura.

-I metateoremi:

Perché Aristotele è ritenuto da molti il più grande logico della storia Aristotele non procede a caso.
La sua forza sta nei meta-teoremi che riassumono la struttura della deduzione categoriale:

● Non esiste sillogismo con due premesse negative.

● Non esiste sillogismo con due premesse particolari.

● Una conclusione negativa richiede almeno una premessa negativa.

● Una conclusione universale richiede due premesse universali.

● Tutti i sillogismi si riducono ai modi perfetti della prima figura.


Queste non sono osservazioni empiriche, ma leggi di struttura. Per questo Aristotele rimane, per
molti, il più grande logico della storia: il primo a dare un calcolo sistematico della deduzione.

- Il problema delle premesse: perché l’induzione non basta. La sillogistica spiega come una
conclusione segue di necessità, ma non dice da dove provengono le premesse vere.

● L’induzione (raccogliere molti casi) è utile, ma non garantisce la necessità: dal “sempre finora”
non segue “necessariamente”.

● La scienza non si accontenta di constatazioni, ma vuole spiegare perché: serve che le premesse
colgano l’essenza della cosa.

-La noēsis: intuire l’essenza Aristotele chiama noēsis l’atto dell’intelletto che coglie le definizioni e
l’essenza. Solo così le premesse diventano veramente scientifiche: non più ipotesi, ma verità
fondate sulla natura della cosa. Su queste premesse la macchina sillogistica fa discendere le
conclusioni con necessità. La scienza nasce dall’unione di due elementi:

● la noēsis, che fornisce le premesse vere e causali,

● la sillogistica, che garantisce la necessità del passaggio.

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