4 Blaise Pascal: un pensiero paradossale | Una razionalità Nella storia della filosofia
moderna il pensiero di Pascal occupa un posto centrale sul generis. € a] tempo stesso
eccentrico. Con gli uomini del suo secolo egli condivide un acuto interesse scientifico, la
considerazione delle matematiche come modello metodologico della scienza, l'importanza
dell'esperienza nell’ambito della ricerca naturale. Al tempo stesso, però, la sua filosofia
costituisce anche una reazione e un'alternativa rispetto a questa tradizione, proponendo un
modello di razionalità irriducibile a quello promosso dal razionalismo classico. É ciò non
tanto perché Pascal non condivida . leteorie o le risposte date dai suoi contemporanei alle
questioni filosofiche tradizionali, quanto piuttosto perché nel suo pensiero si fanno avanti
questioni e domande che, ai suoi occhi, i suoi predecessori non avevano adeguatamente
tematizzato 0 percepito.
La questione che più di tutte è stata trascurata, secondo Pascal, è quella riguardante la
condizione umana, e il suo pensiero può essere letto come la storia della progressiva
irruzione della questione dell’uomo in filosofia. E se già negli scritti epistemologici della
giovinezza egli mostra di essere ben consapevole dei limiti del metodo geometrico di tipo
cartesiano per quel tipo di verità che riguardano la fede e la morale, a partire dalla sua
conversione gli interessì scientifici vengono
| in qualche modo relativizzati nell'ordine di importanza - sebbene egli continuerà a coltivarli
sino alla fine - rispetto al grande tema della condizione umana e della salvezza cristiana.
È in questo duplice movimento — dal mondo all'uomo, e dalla scienza alla fede
|_——cherisiede il paradosso di Pascal: un pensiero in cui l’istanza razionalistico-scien| tifica
si interseca con una filosofia religiosa dell'uomo concreto, alla ricerca impos
sibile di giustificare una fede che sembrerebbe sottrarsi ad ogni ragione, non solo scientifica
ma anche filosofica.
5 Pascal: un uomo di scienza e di “cuore”
Blaise Pascal nasce a Clermont-Ferrand, in Francia, il 19 gennaio 1623. Sin da
giovanissimo mostra una particolare attitudine per lo studio delle matematiche: nel 1639
pubblica un Saggio sulle coniche, al quale avrebbe dovuto far seguito un più ampio Trattato
sulle coniche, che non fu mai pubblicato; nel 1642, a soli diciannove anni, progetta e realizza
= per aiutare la contabilità del padre — una macchina calcolatrice.
Al 1646 risale la cosiddetta “prima conversione” di Pascal. A seguito di un infortunio occorso
a suo padre, Blaise entra in contatto con i fratelli Deschamps, due medici incaricati di curarlo
presso la sua casa. Questo incontro sarà decisivo: dopo
. diversi colloqui con i due, Pascal si avvicina alla lettura dei testi religiosi di SaintCyran, di
ispirazione giansenista [+ 11.2], e per loro tramite alla fede cristiana. Questo primo
avvicinamento alla religione non lo induce però ad abbandonare gli interessi scientifici
ancora dominanti in quegli anni.
Colpito dalle esperienze sul vuoto effettuate dallo scienziato italiano Evangelista Torricelli,
Pascal sviluppa la ricerca per suo conto, provando, mediante un altro esperimento nel 1648,
l'esistenza del vuoto. A questo riguardo, in polemica con gli assertori della dottrina scolastica
dell'horror vacui (per cui in natura non ci sarebbe alcuno spazio vuoto), Pascal redige le
Nuove esperienze riguardanti il vuoto (1647) e un frammentario Trattato sul vuoto (1648),
oltre a due saggi Sulla pesantezza della massa dell'aria e Sull’equilibrio dei liquidi (apparsi
postumi nel 1663).
In questi anni, accanto all'interesse scientifico, si fa strada in maniera sempre più L
determinante la vocazione religiosa. Pur frequentando gli scienziati più importanti del suo
tempo e i circoli intellettuali di Parigi, intrisi di “libertinismo” [> 11.2], Pascal matura una crisi
religiosa sempre più acuta, che lo porterà a preferire la frequentazione dei “solitari”
giansenisti di Port-Royal rispetto alla brillante vita mondana della capitale. Il culmine di
questo percorso drammatico è raggiunto la notte del 19 gennaio 1654, quando una profonda
illuminazione segna la sua definitiva adesione alla fede.
Negli anni successivi Pascal frequenta con sempre maggiore assiduità Port-Royal
e progetta un'Apologia della religione cristiana. Dopo la pubblicazione, nel 1655, della
Conversazione con ‘il Signor de Sacy su Epitteto e Montaigne, tra il 1657 e il 1658 redige le
Lettere scritte ad un provinciale da uno dei suoi amici intorno alle dispute attuali alla
Sorbona (le cosiddette Lettere Provinciali), una difesa del giansenismo nata in seguito alla
condanna di alcune proposizioni dell'Augustinus di Giansenio, e i frammenti Sullo spirito
geometrico e Sull'arte di persuadere. In questi anni, pur non abbandonando del tutto gli studi
scientifici, sì dedica principalmente a raccogliere materiali per la sua Apologia. Di questo
progetto, rimasto incompiuto, resta una raccolta di frammenti che sarà pubblicata, con il
titolo di Pensieri, solo nel 1670, dopo la morte di Pascal, sopravvenuta all’età di 39 anni il 19
agosto 1662.
6 Pascal: il metodo e la verità
Oltre ad occuparsi della ricerca in ambito matematico e scientifico, il ventenne Pascal si
interessa anche alla questione del metodo della scienza, come già aveva fatto Descartes.
Diversamente da Descartes, tuttavia, in Pascal l'interesse epistemologico non è finalizzato
soltanto alla determinazione delle procedure metodologiche atte a garantire il progresso
nella scienza, ma anche a circoscrivere la specificità della conoscenza teologica che sta alla
radice della fede.
Nel Frammento di prefazione al trattato sul vuoto, risalente al 1647, Pascal sottolinea la
necessità di distinguere la verità scientifica dalla verità di fede: per non aver adeguatamente
considerato la loro differente origine, infatti, molto spesso si è preteso dall'una ciò che solo
l'altra poteva garantire. Occorre invece differenziare le scienze in due gruppi diversi: da un
lato vi sono quelle che trovano la giustificazione della loro verità nella conoscenza, sia
sensibile (esperienza) che intellettuale (ragionamento); dall'altro vi sono invece quelle la cui
verità si fonda esclusivamente sull’autorità, come la teologia: in esse l’esperienza ed il
ragionamento non possono nulla, poiché i loro contenuti sono frutto di una rivelazione, che
funge come unica autorità.
Riguardo alla religione e alla teologia, dunque, la ragione risulta del tutto incapace, e se i
loro contenuti sono garantiti dalla sola rivelazione, quest'ultima va accolta solo per fede, cioè
con un atto di credenza al quale risulta estraneo qualsiasi atto dell’intelligenza.
Ciò implica però che sia valido anche l'inverso: come in teologia o nelle questioni di fede la
verità si fonda unicamente sull’autorità delle testimonianze, allo stesso modo, quando si
tratta della ricerca scientifica, l'esperienza e il ragionamento costituiscono la sola possibile
guida: nelle scienze, infatti, ciò che garantisce la verità è unicamente il metodo geometrico,
norma e legge della conoscenza. Esso infatti, come sostiene nel saggio Sul metodo
geometrico, pur non definendo e non dimostrando tutto quanto, è sufficiente tuttavia per
garantire agli uomini un sapere certo; e quello che esso presuppone — senza poterlo
dimostrare come dovrebbe — è a sua volta garantito in maniera sufficiente dal lume
naturale, la facoltà con cui noi
intuiamo gli elementi semplici di ogni conoscenza, come spazio, tempo, movimento, —
numero, ecc.
A questo proposito è interessante il fatto che Pascal concepisce i primi princìpi — (quali
l'esistenza dello spazio e del tempo, del movimento e dei numeri) come l’oggetto di uno
spirito di finezza (espriît de finesse), cioè di una modalità conoscitiva irriducibile al
conoscere geometrico, o meglio allo spirito di geometria (esprit de géometrie). I caratteri che
distinguono lo spirito di finezza dallo spirito di geometria sono due: in primo luogo, la sua
natura intuitiva (la conoscenza dei princìpi è un | vedere mentale che coglie il proprio
oggetto nella sua totalità); in secondo luogo, la sua immediatezza (la conoscenza dei
princìpi non include alcun processo dimo| strativo). Al fine di meglio determinare la natura
intuitiva dello spirito di finezza, » Pascal lo identifica, nei Pensieri, con il cuore. |
Lo spirito di finezza o il cuore sono due termini che traducono il “lume naturale” | degli scritti
epistemologici: essi colgono per intuizione ciò che il ragionamento geometrico non potrà mai
cogliere per dimostrazione; e tuttavia una tale dimostrazione . scientifica non potrebbe
neanche iniziare se non presupponesse l'azione dello spiri,
to di finezza che coglie i princìpi primi. i 7 Pascal: la scienza dell'uomo | Dall’epistemologia
pascaliana emerge in tutta la sua evidenza la validità del me. todo geometrico nella
conoscenza del mondo naturale, ma al tempo stesso anche : la sua incapacità di esaurire la
totalità del sapere umano. Lo spirito di finezza e il cuore sono il segno più acuto del limite e
della finitezza delle nostre facoltà argoi mentative, ma al tempo stesso indicano anche la
capacità di sentire la verità propria della scienza dell’uomo. La tematizzazione della
condizione umana, infatti, è totale ’ appannaggio del cuore e dello spirito di finezza, non
della ragione o dello spirito di ! geometria: la ragione dimostra, îl cuore comprende; e la
scienza dell'uomo è tutta in un atto di comprensione intuitiva che solo il cuore può operare. Ì
Ma qual è, per Pascal, la condizione dell'uomo? « Infine, cos'è l'uomo nella natura? Un nulla
in confronto con l'infinito, un tutto ‘in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il
tutto. Infinitamente lontano dal comprendere gli estremi, il termine delle cose e il loro
principio sono per lui invincibilmente nascosti in un segreto impenetrabile. Egli è egualmente
; incapace di scorgere il nulla, da cui è tratto, e l'infinito in cui è inghiottito. » : [Pensieri, n.
84] - Quella dell'uomo è una condizione di miseria ontologica e noetica: la realtà - lo
sovrasta da ogni parte. L'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo gli sfuggono e per
quanto la sua intelligenza possa sforzarsi di coglierli, essa non potrà mai ° penetrare
adeguatamente il mistero che la realtà costituisce per lui. Ma la miseria - dell'uomo è anche
e soprattutto morale: limitato com'è nel corpo e nella capacità di conoscere, l'uomo è infatti
anche pieno di vizi e tra questi il più deleterio è l'amor - proprio che non gli consente di
purificarsi e di correggersi, ed è il segno di quanto 2 forte possa essere in lui «l'avversione
per la verità». : I
« L'uomo, dunque, non è che dissimulazione, menzogna e ipocrisia e verso sé stesso e
verso gli altri. Non vuole che gli sì dica la verità ed evita di dirla agli altri; e tutte queste
disposizioni, così lontane dalla giustizia e dalla ragione, hanno una radice naturale nel suo
cuore. > {Pensieri, n. 130]
Main questa sua condizione, il peggio per l'uomo è che egli tenta continuamente di sfuggire
alla consapevolezza della propria miseria affaticandosi e dilettandosi in tante occupazioni:
«non avendo potuto liberarsi dalla morte, dalla miseria, dall’ignoranza, [gli uomini} hanno
deciso, per essere felici, di non pensarci» [Pensieri, n. 213]. Essi cercano dunque un
divertimento o una distrazione (divertissement) continua, perché se si fermassero un attimo,
sarebbero costretti a guardare in sé stessi, con conseguenze certamente indesiderabili.
Paradossalmente, tuttavia, è proprio in questa sua capacità di avvertire la propria condizione
finita — seppure al fine di censurarla o dissimularla - che risiede, secondo Pascal, la dignità
dell'uomo. Per quanto piccolo, pieno di vizi e incapace di conoscere la totalità del reale,
l’uomo sovrasta ogni altra cosa per la sua condizione di essere pensante che lo fa cosciente
del proprio nulla: o
<« L'uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna
pensante. Non occorre che l'Universo intero si armi per annientarlo: un vapo
re, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand'anche l'Universo lo
schiacciasse, l'uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal
momento che egli sa di morire e sa del vantaggio che l'Universo ha su di lui; l'U
niverso non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di
esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo
riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare. »» [Pensieri, n. 264]
La natura umana è anche nostalgia: se nell'uomo non ci fosse il presentimento o la memoria
di una condizione di integrità e di perfezione — che è poi quella antecedente il peccato
originale — egli non potrebbe neppure comprendere la propria miseria. Il fatto invece che
egli la comprenda è il segno che la sua natura è ancora in-delebilmente segnata dalla
perfezione dell'origine. Da questa nostalgia nasce l’aspimazione a riguadagnare la
condizione di perfezione perduta; e la via per poterlo fare è Ba fede, l'adesione al disegno di
salvezza annunciato dai profeti e documentato nelle Sacre Scritture. La religione cristiana,
secondo Pascal, è la sola che possa permetcere all'uomo di ripercorre questo cammino a
ritroso, poiché è l'unica che contenga manto le ragioni della grandezza dell'uomo quanto le
ragioni della sua miseria.
Perché l'uomo possa venire a capo di sé stesso, occorre dunque che egli abbracci =on la
fede il suo Dio. Il Dio della fede, però, non va confuso con quello che Pascal
hiama il Dio dei filosofi. I filosofi, ai suoi occhi, hanno preteso di comprendere Dio
on quella facoltà che è preposta alla conoscenza del mondo esterno — la ragione = e —osì
si sono definitivamente preclusi la possibilità di conoscere il vero Dio. Secondo =ascal, al
contrario, il Dio della fede = che è il Dio della promessa del popolo d'Israe= e della salvezza
in Gesù Cristo, e non l'ente perfettissimo delle deduzioni filosofi Bhe — è colto soltanto con il
cuore, con quella facoltà intuitiva che, già negli scritti —istemologici, aveva distinto dal
ragionamento dimostrativo.
Al tempo stesso, però, Pascal ribadisce che la fede è anche un dono di Dio: l'ef=tto della sua
grazia sul cuore dell'uomo, e non il risultato di un ragionamento o
di una capacità umana. Questa dipendenza della fede dalla grazia divina non esime però
l'uomo dalla necessità di prendere posizione di fronte al mistero che egli è per 8é stesso,
diviso com'è tra il riconoscimento della propria miseria e il desiderio della salvezza. E se
anche la grazia non determina, o non ha ancora determinato un uomo a credere, egli è
comunque posto di fronte al dilemma aperto nella sua esistenza dalla questione della fede.
È questa la situazione messa in scena da Pascal per sviluppare il suo argomento della
scommessa, Si tratta di una vera e propria sfida lanciata allo scetticismo dei filosofi e dei
letterati libertini [> 11.2], che contestavano qualsiasi razionalità certa alla rivelazione e alla
fede cristiana, ma anche a tutti coloro che m ambito cattolico pensavano di poter
controbattere efficacemente ai libertini mediante un’apologetica di tipo scolastico e
razionale. Secondo Pascal, piuttosto che dar prova razionale di sé, la fede cristuana pone
all'uomo l'urgenza di scegliere:
« Esaminiamo dunque questo punto e diciamo: “Dio esiste, o non esiste”. Ma da
quale parte inclineremo? La ragione non vi può determinare nulla; c'è un caos
infinito che ci separa. Si gioca un gioco, all'estremità di questa distanza infinita, in cui uscirà
o testa o croce. Su cosa scommettere? Con la ragione, voi non potete fare né l'una né l'altra
scelta; con la ragione non potete sostenere nessuna delle
due. > [Pensieri, n. 451]
E tuttavia, incalza Pascal, una decisione è inevitabile: l'uomo non è nella situazione di poter
scegliere, ma in quella di dover scegliere. Ma in base a quali motivazioni potrà farlo?
Semplicemente scommettendo su una delle due alternative, cioè sull’affermazione o sulla
negazione dell'esistenza di Dio. La puntata d'azzardo che Pascal suggerisce è quella di chi,
pur non avendo ancora prove, scelga tuttavia di vivere come se Dio esistesse: nel caso
vincesse, egli vincerebbe la vita eterna e la beatitudine, cioè tutto; nel caso invece perdesse
non «erderebbe nulla, se non dei beni effimeri e di valore non certo eterno, dunque non
proprio una grande-perdita. La fede nell'esistenza di Dio è dunque la scelta più conveniente
anche per colui che non crede e non è illuminato dalla grazia.