Commerciale
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LE SOCIETA’ DI PERSONE:
società semplice, società in nome collettivo e società in accomandita semplice → società di persone.
SOCIETA’ SEMPLICE: può esercitare solo attività NON commerciale e la sua disciplina trova applicazione
solo ove le parti non abbiano scelto un tipo societario diverso.
SOCIETA’ IN NOME COLLETTIVO: Può essere utilizzata sia per l’esercizio di attività commerciale, sia per
l’esercizio di attività non commerciale.
È in ogni caso soggetta a registrazione nel RdI con effetti di pubblicità legale. Nella società in nome
collettivo tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali e NON è
ammesso patto contrario.
SOCIETA’ IN ACCOMANDITA SEMPLICE: si caratterizza per la presenza di due categorie di soci:
a) Soci accomandatari che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali
b) Soci accomandanti che rispondono limitatamente alla quota conferita.
La società semplice nella pratica non ha avuto significativa diffusione poiché:
a) La legge ne circoscrive l’utilizzabilità al settore delle attività non commerciali e ciò comporta che
essa possa essere legittimamente impiegata solo per le imprese agricole.
b) Anche nel campo dell’attività agricola le parti quasi mai adottano la società semplice e preferiscono
dar vita a società di capitali o a società cooperative, quando non utilizzano i contratti associativi
tipici di diritto agrario.
SOCIETA’ IN NOME COLLETTIVO: regole non molto diverse dalla società semplice.
È vero che sono dettate regole di forma e di contenuto per l’atto costitutivo, ma esse sono prescritte solo
ai fini dell’iscrizione della società nel RdI; iscrizione che, a differenza di quella della società semplice, è
condizione di regolarità della società, ma non è elevata a condizione di esistenza della stessa, come nelle
società di capitali.
È regolare la snc iscritta nel RdI.
È irregolare la snc non iscritta nel RdI, perché le parti non hanno provveduto a redigere l’atto costitutivo
(società di fatto) o perché, pur avendolo redatto, non hanno provveduto alla registrazione dello stesso
(società irregolare in senso proprio).
In entrambi i casi la disciplina applicabile è quella della collettiva irregolare.
Perciò, solo ai fini della registrazione e della regolarità della società, l’atto costitutivo della snc deve essere
redatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata. Deve inoltre contenere:
1) Le generalità dei soci. Soci possono essere anche altre società, in particolare società di capitali
2) La ragione sociale, che deve essere costituita dal nome di uno o più soci con l’indicazione del
rapporto sociale.
3) I soci che hanno l’amministrazione e la rappresentanza della società
4) La sede della società e le eventuali sedi secondarie
5) L’oggetto sociale
6) I conferimenti di ciascun socio e il valore ad essi attribuito
7) Le prestazioni a cui sono obbligati i soci d’opera
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8) I criteri di ripartizione degli utili e la quota di ciascun socio negli utili e nelle perdite
9) La durata della società
Non tutte queste indicazioni sono necessarie. Le n. 3 e 8 non lo sono e la loro mancanza è supplita da
norme di legge.
La libertà di forma per la costituzione delle società di persone incontra un limite quando forme speciali
sono richieste dalla natura dei beni conferiti. ES: sarà necessaria la forma scritta a pena di nullità per il
conferimento in proprietà di beni immobili.
La forma scritta è richiesta solo per la validità del conferimento immobiliare, non per la validità del
contratto di società.
In mancanza, sarà nulla solo la partecipazione del socio conferente e nullità della società potrà aversi solo
se la partecipazione dello stesso è essenziale.
SOCIETA’ OCCULTA → e società occulta la società costituita con l'espressa e concorde volontà dei soci di
non rivelarne l'esistenza all'esterno. La società occulta può essere una società di fatto, ma può risultare
anche da un atto scritto tenuto segreto dai soci; so che la caratterizza è il fatto che, per comune accordo,
l'attività di impresa deve essere svolta ed è svolta per conto della società, ma senza spenderne il nome.
La società esiste nei rapporti interni fra i soci, ma non viene esteriorizzata. Nei rapporti interni l'impresa si
presenta perciò come impresa individuale di uno dei soci o anche di un terzo.
Lo scopo che le parti si propongono di realizzare col patto di non esteriorizzazione della società, patto
valido e vincolante fra le parti, è quello di limitare la responsabilità nei confronti dei terzi al patrimonio del
solo gestore; di evitare cioè che la società e gli altri soci rispondano delle obbligazioni di impresa e siano
esposti al fallimento.
Tali obiettivi sono leciti sì conseguiti con gli strumenti appositamente apprestati dall'ordinamento; ad
esempio, è possibile costituire e controllare una società di capitali, anche unipersonale.
In questo caso la limitazione di responsabilità e l'esenzione dal fallimento dei soci vengono conseguiti in
modo trasparente e trovano applicazione una serie di istituti posti a tutela anche dei terzi.
Tramite la società occulta i soci mirano invece a conseguire tali benefici segretamente e pertanto al di fuori
di ogni regola e controllo.
Giurisprudenza e dottrina hanno reagito contro questo fenomeno sostenendo che la mancata
esteriorizzazione della società non impedisce ai terzi di invocare la responsabilità anche della società
occulta e degli altri soci, ove l'esistenza della stessa venga successivamente scoperta.
Necessario e sufficiente a tal fine e che i terzi provino a posteriori l'esistenza del contratto di società e che
gli atti posti in essere dal soggetto agente in proprio nome siano comunque riferibili a tali società.
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Perciò, dichiarato il fallimento di un imprenditore individuale, il fallimento viene esteso alla società e agli
altri soci occulti, una volta acquisita la prova, anche attraverso presunzioni, che esiste una società tra il
fallito e gli altri soggetti interessati alla sua attività di impresa.
Questo orientamento è stato recepito anche a livello legislativo con la recente riforma del diritto
fallimentare (2006); il nuovo art 147 co5 dispone che, qualora dopo la dichiarazione di fallimento di un
imprenditore individuale risulti che l'impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio
illimitatamente responsabile, si applica agli altri soci illimitatamente responsabili la regola del fallimento
del socio occulto.
In sostanza, ai fini della dichiarazione di fallimento la legge tratta allo stesso modo il socio occulto di
società palese e la società occulta.
In entrambi i casi ritiene non necessaria l'esteriorizzazione: è sufficiente la prova dell'esistenza del
contratto di società nei rapporti interni.
Sono considerati indici probatori di una società occulta: il sistematico finanziamento di un imprenditore
individuale anche attraverso il rilascio di fideiussioni omnibus, la partecipazione a trattative di affari con i
fornitori, il compimento di atti di gestione, il prelievo di somme di pertinenza dell'impresa e così via.
Nonostante la parificazione operata, socio occulto di società palese e società occulta danno luogo a
situazioni tra loro diverse.
Nel caso di socio occulto di società palese l'attività di impresa è svolta in nome della società e ad essa è
certamente imputabile in tutti i suoi effetti.
La responsabilità di impresa della società è fuori contestazione e la partecipazione alla società è titolo
sufficiente a fondare la responsabilità ed il fallimento sia dei soci palesi sia di quelli occulti.
Nel caso di società occulta invece l'attività di impresa non è svolta in nome della società; gli atti di impresa
non sono ad essa formalmente imputabili. Chi opera nei confronti dei terzi agisce in nome proprio, sia pure
nell'interesse e per conto di una società di cui è eventualmente socio; agisce cioè come mandatario senza
rappresentanza della società occulta. E non vi è dubbio che a lui e non alla società sono formalmente
imputabili gli atti di impresa e i relativi effetti.
Il fallimento della società occulta è dunque norma eccezionale.
L’atteggiamento di favore della giurisprudenza per il coinvolgimento del maggior numero possibile di
persone nel fallimento di un imprenditore individuale, che ispira il fallimento delle società occulte, si
manifesta anche sotto altro profilo. Capita spesso che il giudice si convinca che dietro un imprenditore
individuale, insolvente o già fallito, ci sia una società.
Nello stesso tempo il giudice però si rende conto che gli indici probatori raccolti non sono totalmente
convincenti. Allora? Se è proprio convinto, il tribunale fallimentare si limita a prevenire possibili obiezioni
sulla prova dell'esistenza della società quando il principio dell'apparenza. È nata così la figura della società
apparente. La giurisprudenza afferma che una società, ancorché non esistente nei rapporti fra i presunti
soci, deve tuttavia considerarsi esistente all'esterno quando due o più persone operino in modo da
ingenerare nei terzi la ragionevole opinione che essi agiscono come soci e quindi da determinare in essi
l'incolpevole affidamento circa l'esistenza effettiva della società.
È così preclusa la possibilità degli apparenti soci di eccepire l'inesistenza della società e la società
apparente è assoggettata a fallimento come una società di fatto realmente esistente.
Ci si chiede, se per tutelare i creditori di impresa si fanno fallire le società che esistono nei rapporti interni
ma non esistono di fronte ai terzi, perché i giudici non dovrebbero far fallire le società che esistono di
fronte ai terzi ma non esistono nei rapporti interni?
Si può replicare che la società occulta fallisce proprio perché viene scoperta la reale esistenza di una
società; nel caso della società apparente il giudice muove invece dal presupposto che non esiste alcuna
società. Perciò, la situazione sostanziale è completamente diversa.
Il problema sta a monte, ed è sempre quello della non superabilità del criterio di imputazione formale della
responsabilità per debiti di impresa.
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I CONFERIMENTI.
Con la costituzione della società il socio assume l'obbligo di effettuare i conferimenti determinati nel
contratto sociale.
La determinazione convenzionale del conferimento dovuto da ciascun socio non è però condizione
essenziale per la valida costituzione della società di persone. All'eventuale silenzio in merito supplisce la
legge stabilendo che “sei conferimenti non sono determinati si presume che i soci siano obbligati a
conferire, in parti uguali tra loro, quanto è necessario per il conseguimento dell'oggetto sociale”.
Nessuna limitazione a posta per quanto riguarda le entità conferibili. Nelle società di persone può perciò
essere conferita ogni entità, bene o servizio, suscettibile di valutazione economica e utile per il
conseguimento dell'oggetto sociale.
Il codice detta una specifica disciplina per alcuni tipi di conferimenti diversi dal denaro:
1) CONFERIMENTO DI BENI IN PROPRIETA’: La garanzia è dovuta dal socio e il passaggio dei rischi sono
regolati dalle norme sulla vendita. Il socio è perciò tenuto alla garanzia per evizione e per vizi. Sul
socio grava inoltre il rischio del perimento per caso fortuito della cosa conferita fin quando la
proprietà non sia passata alla società. Il che si verifica con la stipulazione del contratto di società se
si tratta di cosa determinata, in applicazione del principio consensualistico.
Se si tratta di cose individuate solo nel genere, il trasferimento della proprietà avverrà invece solo
in seguito alla loro specificazione.
2) CONFERIMENTO DI BENI IN GODIMENTO: Il rischio resta a carico del socio che le ha conferite. Egli
potrà perciò essere escluso dalla società qualora la cosa perisca o il godimento diventi impossibile
per causa non imputabile agli amministratori. Il rischio del caso fortuito incombe sul conferente.
Il bene conferito in godimento resta di proprietà del socio: la società ne può godere ma non ne può
disporre; il socio ha diritto alla restituzione del bene al termine della società nello stato in cui si
trova.
3) CONFERIMENTO DI CREDITI: il tono che conferisce i crediti risponde nei confronti della società
dell'insolvenza del debitore ceduto nei limiti del valore assegnato al suo conferimento; sarà inoltre
tenuto al rimborso delle spese e a corrispondergli gli interessi. Se non versa tale valore può essere
escluso dalla società.
4) CONFERIMENTO D’OPERA: Il conferimento può essere costituito anche dall'obbligo del socio di
prestare la propria attività lavorativa a favore della società. È questo il socio d'opera, che non va
confuso con il socio il quale ha stipulato un contratto di lavoro subordinato con la società.
Il socio d'opera, infatti, non è un lavoratore subordinato e non ha diritto al trattamento salariale e
previdenziale proprio dei lavoratori subordinati.
Il compenso per il suo lavoro è rappresentato dalla partecipazione ai guadagni della società.
Il socio d’opera corre perciò il rischio di lavorare invano, così come il socio che ha apportato
capitale rischia di non ricevere alcun corrispettivo per l'uso sociale del proprio denaro.
Sul socio dovere aggrava inoltre il rischio dell'impossibilità di svolgimento della prestazione, anche
per causa a lui non imputabile. Infatti, gli altri soci possono escluderlo per la sopravvenuta
inidoneità a svolgere l'opera conferita.
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Una frammentaria disciplina del capitale sociale è invece dettata per la società in nome collettivo.
È prescritto che l'atto costitutivo indichi non solo i conferimenti dei soci, ma anche il valore ad essi
attribuito e il modo di valutazione; ciò consente di determinare l'ammontare globale del capitale sociale
nominale.
Non è però dettata alcuna disciplina per la determinazione del valore dei conferimenti diversi dal denaro,
che perciò è rimessa alla libertà delle parti.
Tale lacuna si riflette sulla corretta applicazione delle sole due norme dettate a tutela dell'integrità del
capitale sociale (2303 E 2306).
L’art 2303 vieta la ripartizione tra i soci di utili non realmente conseguiti (utili fittizi); di somme cioè che
non corrispondono ad un'eccedenza del patrimonio netto rispetto al capitale sociale nominale.
La stessa norma stabilisce che, se si verifica una perdita del capitale sociale, non può aversi di partizione di
utili fino a che il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente.
L’art 2306 vieta agli amministratori di rimborsare ai soci i conferimenti eseguiti o di liberarli dall'obbligo di
ulteriori versamenti in assenza di una specifica deliberazione di riduzione del capitale sociale.
L'operazione comporta una riduzione reale del patrimonio netto e può perciò pregiudicare i creditori
sociali. A questi è pertanto riconosciuto il diritto di opporsi alla riduzione del capitale. Nonostante
l'opposizione, il tribunale può disporre che la riduzione abbia luogo, previa prestazione da parte della
società di un'idonea garanzia a favore dei creditori opponenti.
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PARTECIPAZIONE ALLE PERDITE: le perdite incidono direttamente sul valore della singola partecipazione
sociale riducendolo proporzionalmente con la conseguenza che, in sede di liquidazione della società, il
socio si vedrà rimborsare una somma inferiore al valore originario del capitale conferito.
Solo all'atto dello scioglimento della società i liquidatori possono chiedere ai soci illimitatamente
responsabili le somme necessarie per il pagamento dei debiti sociali, in proporzione della parte di ciascuno
nelle perdite.
Prima dello scioglimento della società, le perdite hanno quindi un rilievo solo indiretto: impediscono la
distribuzione degli utili fin quando il capitale non sia stato reintegrato o ridotto in misura corrispondente e
possono condurre allo scioglimento della società per sopravvenuta impossibilità del raggiungimento
dell'oggetto sociale.
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Ricorrendo le condizioni per poter agire contro i soci, il creditore potrà chiedere a ciascuno di essi il
pagamento integrale del proprio credito, dato che i soci sono obbligati in solido fra di loro.
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L'atto costitutivo può tuttavia prevedere che per l'amministrazione o per determinati atti sia necessario il
consenso della maggioranza dei soci amministratori calcolata secondo la parte attribuita a ciascuno negli
utili.
L'amministrazione congiunta può quindi atteggiarsi 1) come amministrazione all'unanimità 2) come
amministrazione a maggioranza 3) all'unanimità per determinati atti e a maggioranza per altri.
La maggiore rigidità dell'amministrazione congiunta è temperata dal riconoscimento ai singoli
amministratori del potere di agire individualmente quando vi sia urgenza di evitare un danno alla società.
Amministrazione disgiuntiva e congiuntiva possono essere fra loro combinate.
AMMINISTRAZIONE E RAPPRESENTANZA.
Tra le funzioni di cui gli amministratori sono investiti vi è anche quella di rappresentanza della società.
Potere di rappresentanza→ Il potere di agire nei confronti dei terzi in nome della società, dando luogo
all'acquisto di diritti e all'assunzione di obbligazioni da parte della stessa. Riguarda l'attività amministrativa
esterna, cioè la fase di attuazione con i terzi delle operazioni sociali.
Potere di gestione →e il potere di decidere il compimento degli atti sociali. Riguarda l'attività
amministrativa interna, quindi la fase decisoria delle operazioni sociali.
In mancanza di diversa disposizione dell'atto costitutivo, la rappresentanza della società spetta a ciascun
socio amministratore, disgiuntamente o congiuntamente a seconda di come sia stata conformata
l’amministrazione.
Nel caso di amministrazione disgiunta, ogni amministratore può da solo decidere e da solo stipulare atti in
nome della società.
Nell'amministrazione congiuntiva invece, tutti i soci amministratori devono partecipare alla stipulazione
dell'atto.
Sia il potere di gestione sia il potere di rappresentanza si estendono tutti gli atti che rientrano nell'oggetto
sociale, senza distinzione alcuna fra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione.
La rappresentanza non è solo sostanziale ma anche processuale: la società può agire o può essere
convenuta in giudizio in persona dei soci amministratori che ne hanno la rappresentanza.
L’atto costitutivo può prevedere una diversa regolamentazione: può riservare la rappresentanza legale
della società solo ad alcuni soci amministratori; può limitare l'estensione del potere di rappresentanza del
singolo amministratore. Può, ad esempio, prevedere la firma disgiunta per gli atti che non superano un
dato importo e la firma congiunta per quelli di ammontare superiore.
La previsione di limitazioni convenzionali al potere di rappresentanza degli amministratori solleva il
problema della loro opponibilità ai terzi che entrano in contatto con gli stessi.
Il problema è risolto nella società in nome collettivo regolare, attraverso lo strumento della pubblicità
legale. Le limitazioni, sia originarie sia successive, del potere di rappresentanza degli amministratori non
sono opponibili ai terzi se non sono iscritti nel registro delle imprese o se non si provi che i terzi ne hanno
avuto effettiva conoscenza.
Nella società in nome collettivo irregolare l'omessa registrazione si ritorce contro i soci essendo tutelato
l'affidamento dei terzi sulla corrispondenza della situazione di fatto al modello legale di rappresentanza: I
patti modificativi del potere di rappresentanza non sono opponibili ai terzi, a meno che non si provi che
questi ne erano a conoscenza.
Diversa è la situazione nella società semplice: le limitazioni originarie sono sempre opponibili ai terzi,
poiché su costoro incombe l'onere di accertare se il socio che agisce in nome della società ha
effettivamente il potere di rappresentanza. Le limitazioni successive o l'estinzione del potere di
rappresentanza devono invece essere portate a conoscenza dei terzi con mezzi idonei e in mancanza sono
loro opponibili solo se la società prova che le conoscevano.
I SOCI AMMINISTRATORI
La regola secondo cui ogni socio illimitatamente responsabile e amministratore della società ha carattere
dispositivo.
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L’atto costitutivo può riservare l'amministrazione solo ad alcuni soci, dando luogo alla distinzione fra soci e
amministratori e soci non amministratori.
I soci investiti dell'amministrazione possono essere nominati direttamente nell'atto costitutivo o con atto
separato. Il legislatore ha omesso di specificare se la nomina per atto separato debba essere decisa
all'unanimità o se sia sufficiente l'accordo della maggioranza dei soci calcolata in base alla partecipazione
agli utili.
La revoca dell'amministratore nominato nel contratto sociale comporta una modifica di quest'ultimo; deve
perciò essere decisa dagli altri soci all'unanimità. Inoltre, la revoca non ha effetto se non ricorre una giusta
causa.
L'amministratore nominato per atto separato, invece, è revocabile secondo le norme del mandato. Quindi,
è certamente revocabile anche se non ricorre una giusta causa, salvo il diritto al risarcimento dei danni.
È controverso se la revoca debba essere decisa dagli altri soci all'unanimità o se sia sufficiente la
maggioranza.
In ogni caso la revoca per giusta causa può essere disposta dal tribunale su ricorso anche di un solo socio.
I diritti e gli obblighi degli amministratori sono regolati dalle norme sul mandato.
POTERI→ l'amministratore è investito per legge del potere di compiere tutti gli atti che rientrano
nell'oggetto sociale. Per esso non opera il limite degli atti di ordinaria amministrazione posto per il
mandatario generale. Dai poteri degli amministratori restano esclusi solo gli atti che comportano
modificazione del contratto sociale.
DOVERI→ nella società in nome collettivo e si devono tenere le scritture contabili, redigere il bilancio di
esercizio, provvedere agli adempimenti pubblicitari connessi all'iscrizione al registro delle imprese.
Specifiche sanzioni penali sono previste per loro in caso di fallimento della società.
Gli amministratori sono poi solidalmente responsabili verso la società, con conseguente obbligo di risarcire
i danni alla stessa recati.
Tuttavia, la responsabilità non si estende a quegli amministratori che dimostrino di essere esenti da colpa.
I soci amministratori avranno di regola diritto al compenso per il loro ufficio, compenso che può essere
costituito anche da una più elevata partecipazione agli utili.
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L'atto costitutivo può però stabilire la libera trasferibilità fra vivi della quota e la continuazione della
società con gli eredi del socio defunto.
Nella società in nome collettivo e ora anche nella società semplice le modificazioni dell'atto costitutivo
sono soggette a pubblicità legale e finché non sono state iscritte nel registro delle imprese non sono
opponibili ai terzi, a meno che non si provi che questi ne erano a conoscenza.
Nella collettiva irregolare, le modificazioni dell'atto costitutivo devono invece essere portate a conoscenza
dei terzi con mezzi idonei e non sono opponibili a coloro che le abbiano senza colpa ignorate.
Nonostante la regola per le modifiche dell'atto costitutivo sia l'unanimità, può essere convenuto
diversamente; è frequente nella pratica la clausola che prevede la modificabilità a maggioranza dell'atto
costitutivo.
I poteri modificativi della maggioranza non sono però senza limiti, dovendo pur sempre rispettare due
principi generali: l'obbligo di esecuzione del contratto secondo buona fede e il rispetto della parità di
trattamento fra i soci.
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Esclusione facoltativa, 3 categorie:
1) gravi inadempienze degli obblighi che derivano dalla legge e dal contratto sociale (es. Mancata
esecuzione dei conferimenti promessi; sistematico comportamento ostruzionistico del socio).
2) Interdizione o inabilitazione del socio o la sua condanna ad una pena che comporti l'interdizione dai
pubblici uffici.
3) Sopravvenuta impossibilità di esecuzione del conferimento per causa non imputabile al socio (es.
Perimento della cosa che il socio si era obbligato a conferire in proprietà, prima che la proprietà
stessa sia stata acquistata dalla società; sopravvenuta inidoneità del socio d'opera a svolgere
l'opera conferita).
L'esclusione è deliberata dalla maggioranza dei soci calcolata per teste.
La deliberazione, motivata, deve essere comunicata al socio escluso e ha effetto dei corsi 30 giorni dalla
data di comunicazione. Entro tale termine il socio può fare opposizione davanti al tribunale, il quale può
anche sospendere l'esecuzione della delibera.
Questo procedimento non è possibile quando la società è composta da due soli soci; in tal caso l'esclusione
di uno di essi è pronunciata direttamente dal tribunale su domanda dell'altro e diventa operante nel
momento in cui la relativa sentenza sia passata in giudicato.
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In tali casi però la liquidazione avviene secondo le regole proprie di tali procedure concorsuali.
Verificatasi una causa di scioglimento, la società entra automaticamente in stato di liquidazione.
La società non si estingue immediatamente: si deve prima provvedere, attraverso il procedimento di
liquidazione, al soddisfacimento dei creditori sociali e alla distribuzione fra i soci dell'eventuale residuo
attivo. L'ulteriore attività della società deve perciò tendere solo alla definizione dei rapporti in corso e
pertanto i poteri degli amministratori sono per legge limitati al compimento degli affari urgenti.
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Principi diversi valgono per la società in nome collettivo registrata, nonché per la società semplice in
seguito alla recente previsione di un regime di pubblicità legale.
Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal
registro delle imprese. La cancellazione può anche essere disposta d'ufficio.
Con la cancellazione dal registro delle imprese la società si estingue, anche quando non tutti i creditori
sociali siano stati soddisfatti. E ciò sia nell'ipotesi in cui i liquidatori ignoravano l'esistenza di ulteriori debiti
sociali, sia nell'ipotesi in cui ne fossero a conoscenza ed abbiano perciò violato il divieto di ripartire i beni
sociali fra i soci fin quando tutti i creditori non siano stati soddisfatti.
I creditori insoddisfatti possono agire nei confronti dei soci, che restano personalmente ed illimitatamente
responsabili per le obbligazioni sociali insoddisfatte; possono inoltre agire nei confronti dei liquidatori, se il
mancato pagamento è imputabile a colpa o dolo di questi ultimi.
I creditori della società in nome collettivo possono infine chiedere il fallimento della società entro un anno
dalla cancellazione della società dal registro delle imprese.
È stato così molto fine al precedente consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui, nonostante
la cancellazione dal registro delle imprese, la società doveva ritenersi ancora in vita ed esposta al
fallimento fin quando non fosse stato pagato l'ultimo debito sociale noto e ignoto.
Se la cancellazione è stata disposta d'ufficio, eccezionalmente fatta salva la facoltà per il creditore o per il
pubblico ministero di dimostrare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività, da cui decorre il termine
di un anno per richiedere il fallimento della società.
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CAPITOLO 12.
LA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA SEMPLICE.
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Meno rigido è invece il contenuto del divieto di immistione per quanto riguarda l'attività esterna.
L’accomandante può infatti legittimamente trattare e concludere affari in nome della società in forza di
procura speciale per singoli affari.
All’accomandante e invece in ogni caso preclusa la possibilità di agire di fronte ai terzi come procuratore
generale o come institore.
L’accomandante che viola il divieto di immistione risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente
per tutte le obbligazioni sociali (presenti passate e future) che a qualsiasi titolo siano imputabili alla
società. Con l'ulteriore conseguenza che, in caso di fallimento della società, anch'egli sarà
automaticamente dichiarato fallito al pari degli accomandatari.
L’accomandante che ha violato il divieto di immistione è esposto inoltre all'ulteriore sanzione
dell'esclusione dalla società, con decisione a maggioranza degli altri soci. L'esclusione non potrà essere
deliberata qualora l'atto di ingerenza sia stato autorizzato o ratificato dagli amministratori.
Agli accomandanti sono riconosciuti per legge alcuni diritti e poteri di carattere amministrativo:
1) diritto di concorrere con gli accomandatari alla nomina e alla revoca degli amministratori, quando
l'atto costitutivo prevede la designazione degli stessi con atto separato.
2) Possono trattare o concludere affari in nome della società, sia pure solo in forza di una procura
speciale per singoli affari
3) possono prestare la loro opera, manuale o intellettuale, all'interno della società sotto la direzione
degli amministratori e quindi mai in posizione autonoma e indipendente.
4) Possono, se l'atto costitutivo lo consente, dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni,
nonché compiere atti di ispezione e di controllo, sia pure nel rispetto del generale divieto di
ingerenza nell'amministrazione.
Per quanto riguarda i poteri di controllo, essi hanno diritto ad avere comunicazione annuale del bilancio e
di controllarne l'esattezza, attraverso la consultazione di libri e altri documenti della società.
Gli accomandanti hanno anche il diritto di concorrere all'approvazione del bilancio, senza che ciò implichi
violazione del divieto di immistione.
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LA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA IRREGOLARE.
È irregolare la società in accomandita semplice il cui atto costitutivo non è stato iscritto nel RdI.
L’omessa registrazione non impedisce la nascita della società; inoltre, resta ferma la distinzione tra soci
accomandatari e accomandanti.
Anche nella irregolare, i soci accomandanti rispondono limitatamente alla loro quota, salvo che abbiano
partecipato alle operazioni sociali.
Neppure il rilascio di una procura speciale per singoli affari esonera l’accomandante da responsabilità
illimitata verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali.
Per il resto, valgono le stesse regole dettate per la collettiva irregolare.
CAPITOLO 13
LA SOCIETA’ PER AZIONI
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Il potere decisionale in assemblea, perciò, è nelle mani di quanti detengono la maggioranza del capitale e
quindi rischiano maggiormente.
Le competenze dell'assemblea sono circoscritte alle decisioni di maggior rilievo, mentre la gestione
dell'impresa sociale è nelle mani degli amministratori.
LE AZIONI→ le quote di partecipazione dei soci sono rappresentate da partecipazioni tipo omogenee e
standardizzate. Le azioni sono infatti partecipazioni sociali di uguale valore che conferiscono ai loro
possessori uguali diritti.
Il che le rende non solo liberamente trasferibili, ma consente soprattutto la loro circolazione attraverso
documenti assoggettati alla disciplina di titoli di credito.
E così favorito il pronto smobilizzo del capitale investito (conversione del capitale immobilizzato in denaro
liquido) e il ricambio delle persone dei soci. Le possibilità di smobilizzo si accentuano quando le azioni sono
quotate in un mercato regolamentato, con conseguente formazione di un prezzo ufficiale a sua volta reso
possibile dal fatto che le azioni di una stessa società sono titoli omogenei, perciò, fungibili tra di loro.
È possibile a questo punto comprendere perché la società per azioni è il tipo di società elettivo della
grande impresa: limitazione del rischio individuale dei soci e possibilità di pronta mobilitazione
dell'investimento 1) favoriscono la raccolta di ingenti capitali di rischio di cui ha tipicamente bisogno la
grande impresa 2) consentono di orientare verso l’investimento in azioni la massa dei piccoli risparmiatori.
Si rende così possibile la compartecipazione di un ristretto numero di soci, che assumono l’iniziativa
economica e sono animati da spirito imprenditoriale (azionisti imprenditori), con una massa di piccoli
azionisti animati solo dall’intento di investire fruttuosamente i propri risparmi (azionisti risparmiatori) e
rassicurati dalla possibilità di pronto disinvestimento, soprattutto se le azioni sono quotate in borsa.
Spa a ristretta base azionaria → spa costituite da un numero non elevato di soci e costituite per la
gestione di imprese di modeste dimensioni. Si tratta, talvolta, di vere e proprie società a carattere
familiare, con base azionaria stabile ed omogenea, nelle quali l'appello al pubblico risparmio per la raccolta
di capitali di rischio è marginale o del tutto assente. Basti pensare che il capitale minimo per la costituzione
di una società per azioni è attualmente di 50.000 €.
Nelle società ristretta base azionaria i problemi sono e restano quelli tradizionali della tutela dei soci di
minoranza e dei creditori di fronte a possibili abusi dei soci che detengono la maggioranza del capitale e
degli amministratori. L'omogeneità della compagine azionaria e la partecipazione attiva dei soci alle
assemblee assicurano l'effettiva operatività del principio cardine su cui si fonda il corretto funzionamento
della società per azioni: chi ha più conferito e più rischia ha più potere; ma proprio perché più rischia è
pensabile che il potere sia esercitato in modo scrupoloso.
La situazione cambia radicalmente nelle società che fanno appello al pubblico risparmio.
La presenza di una massa di azionisti risparmiatori con partecipazioni individuali microscopiche, ma che nel
complesso costituiscono la maggioranza del capitale, altera i meccanismi di funzionamento della società
per azioni.
Il naturale disinteresse degli azionisti risparmiatori per la vita della società favorisce, inevitabilmente, il
dominio della stessa da parte di gruppi minoritari di controllo.
Infatti, le assemblee sono dominate stabilmente da gruppi minoritari che detengono talvolta non più del
10 o del 20% del capitale sociale. È il gruppo minoritario degli azionisti e imprenditori che nomina
amministratori sindaci e decide le sorti della società e gli strumenti di tutela dei soci contro gli abusi della
maggioranza restano inattivi per il disinteresse di chi dovrebbe azionarli.
Si creano così le premesse per possibili operazioni truffaldine.
Tanto, chi decide e chi rischia meno e sapendo potrà sempre defilarsi in tempo, lasciando nella barca che
affonda i creditori e la massa dei piccoli azionisti risparmiatori.
Ma vi è di più: quando la società fa stabilmente appello al pubblico risparmio e quindi le azioni sono
quotate in borsa, emerge un'altra esigenza: quella di garantire il corretto funzionamento dell'intero
mercato azionario e di tutelare il pubblico indifferenziato dei potenziali investitori.
A questi problemi e a queste esigenze il codice del 1942 non dava risposta. Anche in tali società l'ordinato
svolgimento dell'attività era affidato al funzionamento del principio maggioritario (che non funzionava),
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alla vigilanza del collegio sindacale e all'autotutela degli azionisti (che non sapevano e non potevano
tutelarsi). Oggi il quadro è significativamente cambiato.
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Sono queste le novità più significative della riforma del 2003, che si caratterizza anche per il fatto di
prevedere una disciplina differenziata è dotata di un maggior grado di imperatività non solo per le
società quotate, ma anche per tutte le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
Categoria che include le società quotate e quelle con azioni diffuse fra il pubblico in misura
rilevante.
LA COSTITUZIONE.
IL PROCEDIMENTO.
La costituzione della società per azioni si articola in due fasi:
A) stipulazione dell'atto costitutivo
B) iscrizione dell'atto costitutivo nel registro delle imprese-.
Solo con l'iscrizione nel registro delle imprese la società per azioni acquista la personalità giuridica e viene
ad esistenza.
Al fine di semplificare la costituzione delle società di capitali è stata soppressa la fase intermedia
dell'omologazione dell'atto costitutivo da parte dell'autorità giudiziaria.
La stipulazione dell'atto costitutivo può a sua volta avvenire secondo due diversi procedimenti:
1) stipulazione simultanea →l'atto costitutivo è stipulato immediatamente da coloro che assumono
l'iniziativa per la costituzione della società (soci fondatori); tali soggetti provvedono
contestualmente all'integrale sottoscrizione del capitale sociale iniziale.
2) Stipulazione per pubblica sottoscrizione → si addiviene alla stipulazione dell'atto costitutivo al
termine di un complesso procedimento che consente la raccolta fra il pubblico del capitale iniziale
sulla base di un programma predisposto da coloro che assumono l'iniziativa (promotori).
La costituzione per pubblica sottoscrizione e raramente utilizzata a causa della sua notevole complessità,
quindi, anche quando occorrono ingenti capitali di rischio, che i soci fondatori non sono in grado di fornire
personalmente, si preferisce ricorrere alla stipulazione simultanea dell'atto costitutivo utilizzando altre
tecniche per collocare le azioni fra il pubblico dei risparmiatori.
Ad esempio, nell'atto costitutivo si conferisce delega agli amministratori per l'aumento del capitale sociale
in una o più volte, in modo che le azioni potranno essere emesse e collocate gradualmente sul mercato una
volta costituita la società.
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5) il numero e l'eventuale valore nominale delle azioni, le loro caratteristiche e le modalità di
emissione e circolazione
6) il valore attribuito ai crediti e ai beni conferiti in natura
7) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti (tale indicazione è necessaria solo se si
voglia modificare la relativa disciplina legale).
8) I benefici eventualmente accordati ai promotori o ai soci fondatori. L'unico beneficio può essere
costituito da una partecipazione agli utili che non può superare complessivamente il 10% degli utili
netti risultanti dal bilancio e non può avere durata superiore a 5 anni.
9) il sistema di amministrazione adottato, il numero degli amministratori e i loro poteri
10) il numero dei componenti del collegio sindacale
11) la nomina dei primi amministratori e sindaci e, quando previsto, del soggetto incaricato di
effettuare la revisione legale dei conti
12) l'importo globale delle spese per la costituzione poste a carico della società (es. Spese notarili e di
iscrizione)
13) la durata della società. Si può anche stabilire che la società è a tempo indeterminato; in tal caso, se
le azioni non sono quotate in un mercato regolamentato, i soci possono liberamente recedere dalla
società un periodo di tempo fissato dall'atto costitutivo, comunque non superiore ad un anno.
Inoltre, il socio deve dare un preavviso di almeno 180 giorni.
L'omissione di una o più di tali indicazioni (se essenziali) legittima il rifiuto del notaio di stipulare l'atto
costitutivo. Non tutti i requisiti fissati sono richiesti a pena di nullità della società.
L'atto costitutivo della società per azioni ha nella pratica un contenuto più ampio e articolato di quello
minimo richiesto per legge, anche perché è prassi riprodurre le norme che regolano il funzionamento degli
organi sociali.
Spesso si preferisce procedere alla redazione di due distinti documenti: l'atto pubblico e lo statuto. Il primo
contiene la manifestazione di volontà di costituire la società e i dati fondamentali della stessa.
Il secondo, più analitico, contiene le regole di funzionamento della società.
Anche se forma oggetto di atto separato, lo statuto si considera parte integrante dell'atto costitutivo. Ne
consegue che anche lo statuto deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità.
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L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DELLE IMPRESE.
Il notaio che ha ricevuto l'atto costitutivo deve depositarlo, entro 20 giorni, presso l'ufficio del registro
delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede della società, allegando all'atto costitutivo i
documenti che comprovano l'esistenza delle condizioni richieste per la costituzione.
Se il notaio non provvede, l'obbligo incombe sugli amministratori nominati nell'atto costitutivo.
Nell'inerzia di entrambi, ogni socio può provvedervi a spese della società.
La legge notarile prevede sanzioni amministrative a carico del notaio che chiede le iscrizioni nel registro
delle imprese di un atto costitutivo da lui rogato “quando risultano manifestamente inesistenti le
condizioni richieste dalla legge”.
Pertanto, il notaio dovrà svolgere un controllo di legalità volto ad accertare la conformità alla legge della
costituenda società. Perciò, potrà e dovrà rifiutare di chiedere l'iscrizione nel registro delle imprese se
l'atto costitutivo e lo statuto contengono clausole contrastanti con l'ordine pubblico o col buon costume,
nonché con norme imperative della disciplina della società per azioni.
Se tale controllo ha esito positivo, il notaio riceve l'atto costitutivo e, contestualmente al deposito dello
stesso, richiede l'iscrizione della società nel registro delle imprese.
L'ufficio del registro delle imprese, a sua volta, prima di procedere all'iscrizione puoi e devi verificare solo la
regolarità formale della documentazione ricevuta.
Con l'iscrizione nel registro delle imprese la società acquista la personalità giuridica e viene ad esistenza.
Diversamente da quanto previsto per le società di persone, non è configurabile una società per azioni
irregolare.
Può verificarsi che fra la stipulazione dell'atto costitutivo e l'iscrizione della società nel registro delle
imprese vengano compiute operazioni in nome della società, perché rese necessarie dallo stesso
procedimento di costituzione.
Per tali operazioni sono illimitatamente e solidalmente responsabili verso i terzi coloro che hanno agito.
Inoltre, sono solidalmente responsabili anche il socio unico fondatore e, in caso di pluralità di soci
fondatori, anche i soci che hanno deciso, autorizzato o consentito il compimento dell'operazione.
È invece da escludersi ogni responsabilità della società non ancora venuta ad esistenza.
D'altro canto, perfezionato il procedimento di costituzione, la società resta automaticamente vincolata
solo se le operazioni compiute in suo nome erano necessarie per la costituzione.
Perciò, pur se si tratta di atti compiuti dai futuri amministratori, è necessario che l'organo competente
della società approvi le operazioni successivamente all'iscrizione perché su di essa ricadano le relative
obbligazioni.
L'accollo da parte della società non fa venir meno la responsabilità verso i terzi dei soggetti agenti.
Prima dell'iscrizione nel registro delle imprese è vietata l'emissione delle azioni ed esse non possono
formare oggetto di offerta al pubblico, eccezion fatta per il caso in cui la costituzione della società avvenga
per pubblica sottoscrizione.
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Nel contempo, il legislatore non può trascurare l'esigenza di tutelare i terzi che hanno avuto relazioni di
affari con tale società, nonché quella di consentire, se possibile, la conservazione dell'organizzazione
societaria e dei valori produttivi che essa esprime.
CAUSE DI NULLITA’ →hanno subito una drastica riduzione con la riforma del 2003. Intervenuta l'iscrizione
nel registro delle imprese, la società per azioni può essere oggi dichiarata nulla solo in tre casi
tassativamente elencati:
1) mancata stipulazione dell'atto costitutivo nella forma dell'atto pubblico
2) illiceità dell'oggetto sociale
3) mancanza nell'atto costitutivo di ogni indicazione riguardante la denominazione della società, i
conferimenti, l'ammontare del capitale sociale o l'oggetto sociale.
Invece, non costituiscono più cause di nullità della società: la mancanza dell'atto costitutivo; l'incapacità di
tutti i soci fondatori; la mancanza della pluralità dei fondatori; il mancato versamento dei conferimenti
iniziali in denaro.
EFFETTI DELLA NULLITA’ →la dichiarazione di nullità di un contratto (e dello stesso contratto di società per
azioni prima dell'iscrizione) ha effetto retroattivo e travolge tutti gli effetti prodotti.
Invece, la dichiarazione di nullità della società per azioni non pregiudica l'efficacia degli atti compiuti in
nome della società dopo l'iscrizione nel registro delle imprese. E si badi, di tutti gli atti compiuti; nei
confronti dei terzi e nei confronti dei soci.
Inoltre, i soci non sono liberati dall'obbligo dei conferimenti fino a quando non sono soddisfatti i creditori
sociali, né hanno diritto di ripetere i conferimenti già eseguiti.
Dunque, la dichiarazione di nullità non tocca minimamente l'attività già svolta. Opera solo per il futuro ed
opera come semplice causa di scioglimento della società, che si differenzia dalle cause di scioglimento di
una società valida solo perché i liquidatori sono nominati direttamente dal tribunale con la sentenza che
dichiara la nullità.
Per il resto trova applicazione il normale procedimento di liquidazione della società per azioni.
Infine, mentre la nullità di un contratto è insanabile, la nullità delle società iscritte “non può essere
dichiarata quando la causa di essa è stata eliminata e di tale eliminazione è stata data pubblicità con
iscrizione nel registro delle imprese”, prima che sia intervenuta la sentenza dichiarativa di nullità.
Restano valide le due regole fondanti della disciplina comune della nullità dei contratti:
1) l’azione di nullità è imprescrittibile
2) la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e può essere rilevata d’ufficio dal
giudice.
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Una disciplina più rigorosa è poi introdotta in tema di conferimenti, in modo da assicurare l'integrale
acquisizione degli stessi e l'effettiva formazione del capitale sociale.
Sia in sede di costituzione della società, sia in sede di aumento del capitale sociale, l'unico socio è tenuto
infatti a versare integralmente, al momento della sottoscrizione, i conferimenti in denaro (e non solo il 25%
come previsto per la società pluripersonale).
*La violazione di tale disciplina impedisce che operi la regola della responsabilità limitata dell'unico socio.
Per consentire ai terzi di conoscere agevolmente se la società è unipersonale, negli atti e nella
corrispondenza della società deve essere indicato se questa ha un unico socio.
Nel contempo, per consentire l'agevole identificazione dell'unico socio, i dati anagrafici dello stesso devono
essere iscritti nel registro delle imprese a cura degli amministratori.
**Anche l'omissione di tale pubblicità impedisce che operi per l'unico socio il beneficio della responsabilità
limitata.
Una particolare disciplina e poi introdotta per assicurare maggiore trasparenza ai rapporti che intercorrono
fra società ed unico socio, dato che nella società unipersonale è più accentuato il pericolo di operazioni in
conflitto di interessi e di confusione dei patrimoni.
I contratti fra società ed unico socio sono opponibili ai creditori della società solo se risultano dal libro delle
adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione o da un atto scritto avente data certa
anteriore al pignoramento.
REGIME DI RESPONSABILITA’ PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALI→ la regola generale dice che l'unico socio non
incorre in responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Anche la società per azioni può essere perciò
legittimamente utilizzata per l'esercizio sostanzialmente individuale di attività d'impresa, senza che ciò
determini di per sé la perdita del beneficio della responsabilità limitata.
Due eccezioni che comportano, in caso di insolvenza della società, la responsabilità illimitata dell'unico
socio per le obbligazioni sociali sorte nel periodo in cui tutte le azioni sono allo stesso appartenute (vedi
sopra * **).
I PATRIMONI DESTINATI
La riforma del 2003 offre per la prima volta alle società per azioni una nuova tecnica per limitare il rischio
di impresa: quella dei patrimoni destinati ad uno specifico affare.
Una tecnica che consente di evitare la moltiplicazione formale delle società e i relativi costi, e permette di
raggiungere risultati sostanzialmente identici operando direttamente sul patrimonio dell'impresa
societaria. Questa resta unica, ma nel suo ambito sono individuati uno o più patrimoni separati che
rispondono solo delle obbligazioni relative a predeterminate e specifiche operazioni economiche.
Quindi, una tecnica che non moltiplica i soggetti per limitare il rischio di impresa, ma che a tal fine opera
direttamente sul piano oggettivo del patrimonio facente capo ad un'unica società per azioni.
L'attuale disciplina offre due modelli di patrimoni destinati:
a) la società per azioni può costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva
ad uno specifico affare, sia pure entro i limiti del 10% del proprio patrimonio netto e purché non si
tratti di affari attinenti ad attività riservate in base a leggi speciali (cd. Patrimoni destinati operativi).
b) La società può stipulare con terzi un contratto di finanziamento di uno specifico affare, pattuendo
che al rimborso totale o parziale del finanziamento siano destinati i proventi dell'affare stesso o
parti di essi (finanziamento destinato).
Relative discipline:
PATRIMONIO DESTINATO OPERATIVO: La costituzione di un patrimonio destinato operativo avviene con
apposita deliberazione adottata dall'organo amministrativo della società a maggioranza assoluta dei suoi
componenti.
La delibera costitutiva deve contenere una serie di dati volti a consentire l'identificazione dell'affare, dei
beni e dei rapporti giuridici compresi nel patrimonio destinato.
La deliberazione deve essere verbalizzata da un notaio ed è soggetta ad iscrizione del registro delle
imprese. Diventa perciò produttiva di effetti solo dopo che siano decorsi 60 giorni dall'iscrizione.
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Entro tale termine i creditori sociali anteriori all'iscrizione possono fare opposizione al tribunale, che può
disporne l'esecuzione previa prestazione da parte della società di idonea garanzia.
Decorso tale termine si producono gli effetti della separazione patrimoniale.
I creditori della società non possono più far valere alcun diritto sul patrimonio destinato allo specifico
affare né sui frutti o proventi da esso derivanti.
Delle obbligazioni contratte per realizzare lo specifico affare la società risponde di regola solo nei limiti del
patrimonio destinato.
Resta salva la responsabilità illimitata della società per le obbligazioni derivanti da fatto illecito.
Per ciascun patrimonio destinato dovranno essere tenuti separatamente i libri e le scritture contabili e nel
bilancio della società dovranno essere distintamente indicati i beni e i rapporti compresi in ciascun
patrimonio, con separato rendiconto in allegato al bilancio.
Realizzato l'affare o se lo stesso è divenuto impossibile, gli amministratori redigono un rendiconto finale
che deve essere depositato presso l'ufficio del registro delle imprese.
Se permangono creditori insoddisfatti, questi possono chiedere entro 90 giorni la liquidazione del
patrimonio destinato che avverrà osservando esclusivamente le disposizioni sulla liquidazione delle società
di capitali.
FINANZIAMENTO DESTINATO: Il contratto deve indicare gli elementi essenziali dell'operazione, deve
specificare i beni strumentali necessari per la realizzazione e il relativo piano finanziario indicando la parte
coperta dal finanziamento e quella a carico della società. Dovrà indicare anche le eventuali garanzie che
quest'ultima offre per il rimborso di una parte del finanziamento.
Il patrimonio separato e in tal caso formato dai proventi dell'affare, dai relativi frutti e dagli investimenti
eventualmente effettuati in attesa del rimborso al finanziatore.
È necessario che copia del contratto sia stata iscritta nel registro delle imprese e che la società adotti
sistemi di incasso e di contabilizzazione separati.
Delle obbligazioni nei confronti del finanziatore risponde esclusivamente il patrimonio separato, salvo che
la società abbia prestato garanzie con il proprio patrimonio generale per il parziale rimborso del
finanziamento.
Se la società fallisce prima della realizzazione dell'affare, il finanziatore potrà insinuarsi nel fallimento per le
somme non riscosse.
In alternativa, se il fallimento della società non impedisce la realizzazione dell'operazione, il curatore può
decidere di subentrare nel contratto assumendone gli oneri relativi; ovvero, il finanziatore può chiedere di
realizzare o di continuare l'operazione improprio o affidandola a terzi, insinuandosi nel fallimento solo per
l'eventuale credito residuo.
I creditori generali della società non potranno agire sui beni strumentali destinati alla realizzazione
dell'operazione, ma sugli stessi potranno esercitare solo azioni conservative a tutela dei loro diritti.
I CONFERIMENTI
CONFERIMENTI E CAPITALE SOCIALE.
I conferimenti costituiscono i contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società; la loro
funzione è quella di dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell'attività di
impresa.
Il valore in denaro del complesso dei conferimenti, quale risulta dalla valutazione ad essi data nell'atto
costitutivo, costituisce il capitale sociale nominale della società.
Per la società per azioni è prevista una specifica disciplina dei conferimenti, assente nelle società di
persone. Disciplina ispirata da una duplice finalità:
a) Garantire che i conferimenti promessi dai soci vengano effettivamente acquisiti dalla società
b) garantire che il valore assegnato dai soci ai conferimenti sia veritiero. Ciò per evitare che il valore
complessivo dei conferimenti sia inferiore all'ammontare globale del capitale sociale.
I CONFERIMENTI IN DANARO
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Nella società per azioni i conferimenti devono essere effettuati in danaro nell'atto costitutivo non è
stabilito diversamente.
Per garantire fin dalla costituzione della società l'effettività almeno parziale del capitale, è disposto
l'obbligo di versamento immediato presso una banca di almeno il 25% dei conferimenti in denaro o
dell'intero ammontare se si tratta di società unipersonale.
Costituita la società, gli amministratori sono liberi di chiedere in ogni momento ai soci i versamenti ancora
dovuti, e non sono tenuti a rispettare eventuali termini stabiliti nell'atto costitutivo.
Dal titolo azionario devono risultare i versamenti ancora dovuti e in caso di trasferimento delle azioni
l'obbligo di versamento dei conferimenti residui grava sia sul socio attuale (acquirente delle azioni), sia
sull’alienante.
La responsabilità dell'alienante è però limitata nel tempo e ha carattere sussidiario; Permane infatti solo
per il periodo di tre anni dall'iscrizione del trasferimento nel libro dei soci.
Inoltre, la società è tenuta a richiedere preventivamente il pagamento al possessore attuale delle azioni e
potrà rivolgersi agli alienanti solo se tale richiesta sia rimasta infruttuosa.
Sempre per agevolare l'acquisizione dei conferimenti in denaro, e poi dettata una disciplina speciale
qualora il socio non esegua il pagamento delle quote dovute.
Innanzitutto, il socio in mora nei versamenti non può esercitare il diritto di voto.
Inoltre, la società può avvalersi di una celere procedura di vendita coattiva delle azioni del socio moroso (al
posto della normale azione giudiziaria per la condanna all'adempimento e l'esecuzione forzata).
A tal fine, la società è tenuta innanzitutto ad offrire le azioni agli altri soci, in proporzione della loro
partecipazione e per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti.
In mancanza di offerte, la società può far vendere le azioni a mezzo di una banca o di un intermediario
autorizzato.
Se la vendita coattiva non ha esito, gli amministratori possono, sempre in alternativa alla normale azione
giudiziaria, dichiarare decaduto il socio, trattenendo i conferimenti già versati e salvo il risarcimento dei
maggiori danni.
Le azioni del socio escluso entrano a far parte del patrimonio della società e questa può ancora tentare di
rimetterle in circolazione entro l'esercizio.
Svanita anche quest'ultima possibilità per l'acquisizione dei conferimenti, la società deve annullare le azioni
rimaste invendute riducendo per ammontare corrispondente il capitale sociale.
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della stessa dell'oggetto del conferimento. Si ha solo un obbligo del conferente di far conseguire alla
società quanto promesso.
È invece da ritenersi ammissibile il conferimento di diritti di godimento, dato che la società acquista col
consenso del conferente l'effettiva disponibilità del bene ed è in grado di trarne tutte le utilità.
Resta conferibile ogni prestazione di dare suscettibile di valutazione economica oggettiva e di immediata
messa a disposizione della società (es. Diritti di brevetto per marchi o per invenzioni industriali).
LA VALUTAZIONE.
I conferimenti diversi dal denaro devono formare oggetto di uno specifico procedimento di valutazione, al
fine di assicurare una valutazione oggettiva e veritiera di tali conferimenti ed evitare che agli stessi venga
complessivamente assegnato un valore nominale superiore a quello reale.
Il procedimento di valutazione si articola in più fasi:
1) relazione di stima→ Chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare una relazione giurata di
stima di un esperto designato dal tribunale. La stima deve attestare che il loro valore è almeno pari
a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale e dell'eventuale
sovrapprezzo. La relazione deve essere allegata all'atto costitutivo e, una volta completato il
procedimento di costituzione, deve restare depositata presso l'ufficio del registro delle imprese.
2) La verifica della stima → entro 180 giorni dalla costituzione della società, gli amministratori devono
controllare le valutazioni contenute nelle relazioni di stima e, se sussistono fondati motivi, devono
procedere alla revisione della stima.
Nel frattempo, le azioni corrispondenti sono inalienabili e devono restare depositate presso la sede
della società.
Se dalla revisione risulta che il valore dei beni o dei crediti è inferiore di oltre un quinto rispetto a
quello per cui avviene il conferimento, la società deve ridurre proporzionalmente il capitale sociale
e annullare le azioni che risultano scoperte.
Al socio è però concessa una duplice alternativa per non vedere così ridotta la propria
partecipazione:
a) può avversare la differenza in denaro
b) può recedere dalla società, con conseguente diritto alla liquidazione del valore attuale delle
azioni sottoscritte. Il socio recedente ha diritto alla restituzione in natura del bene conferito,
qualora ciò sia possibile.
Del descritto procedimento di stima oggi si può fare a meno in alcuni casi in cui il valore del conferimento
in natura risulta già in modo attendibile da altre circostanze.
Precisamente, non si richiede la stima del perito nominato dal tribunale quando il valore attribuito al
conferimento in natura, ai fini della determinazione del capitale sociale ed eventuale sovrapprezzo, è pari o
inferiore:
1) Per i titoli quotati nel mercato dei capitali (cd. Valori mobiliari, come azioni o obbligazioni), Al
prezzo medio ponderato al quale dagli strumenti finanziari sono stati negoziati nei sei mesi
precedenti il conferimento.
Nei casi in cui non si applicabile la regola precedente (titoli non quotati; beni o crediti diversi dai titoli):
2) al fair value (valore di scambio del bene o del credito) iscritto nel bilancio dell'esercizio precedente
quello nel quale è effettuato il conferimento. È necessario che il bilancio dal quale si ricava il valore
del conferimento sia sottoposto a revisione e che la relazione del revisore non esprima rilievi in
ordine alla valutazione dei beni o crediti oggetto del conferimento.
3) Al valore risultante da una valutazione riferita ad una data precedente di non oltre sei mesi il
conferimento e conforme ai principi e criteri generalmente riconosciuti per la valutazione dei beni
oggetto del conferimento. Chi intende realizzare un conferimento in natura può perciò far redigere
una stima non giurata da un esperto di sua fiducia senza ricorrere alla nomina da parte del
tribunale. Deve però trattarsi di un esperto indipendente sia dalla società, sia da chi effettua il
conferimento.
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Le amministratori possono richiedere una nuova valutazione del conferimento in natura secondo il
normale procedimento di valutazione, qualora ritengano inattendibile il valore ad esso attribuito: o perché
fatti eccezionali hanno sensibilmente modificato il valore degli strumenti finanziari alla data di iscrizione
della società nel registro delle imprese rispetto al prezzo medio di quotazione dei precedenti sei mesi;
oppure perché dopo la data di riferimento del bilancio o della precedente stima sono intervenuti fatti
nuovi che hanno sensibilmente alterato il valore dei beni o crediti conferiti; o ancora perché l'esperto che
ha effettuato la stima non era dotato di adeguati requisiti di professionalità e di indipendenza.
Tali accertamenti devono essere espletati entro 30 giorni dall'iscrizione della società.
Se non intendono contestare il valore del conferimento, nello stesso termine gli amministratori iscrivono
nel registro delle imprese una dichiarazione nella quale:
a) indicano il metodo con cui sono stati stimati i beni o i crediti conferiti
b) attestano che il valore così determinato è almeno pari a quello loro attribuito ai fini della
determinazione del capitale sociale e dell'eventuale sovrapprezzo
c) danno atto del risultato positivo dei controlli da essi effettuati
Fino all'iscrizione di tale dichiarazione le azioni corrispondenti sono inalienabili e devono restare depositate
presso la sede della società.
L'obbligo di assoggettare a stima i conferimenti in natura poteva essere in passato eluso attraverso un
semplice espediente. Chi intendeva conferire un bene in natura figurava nell'atto costitutivo come un socio
che si era obbligato a conferire denaro; appena costituita la società vendeva alla stessa il bene, per
importo corrispondente alla somma da lui dovuta a titolo di conferimento, con la conseguenza che il suo
debito di apporto si estingueva per compensazione.
Questo pericolo è stato neutralizzato, sia pure solo per i primi due anni di attività della società, poiché sono
necessarie la preventiva autorizzazione dell'assemblea ordinaria e la presentazione da parte dell'alienante
della documentazione prevista per la stima dei conferimenti in natura in caso di acquisto da parte della
società di beni o crediti dai promotori, dai fondatori o dai soci attuali o dagli amministratori quando:
a) il corrispettivo pattuito è pari o superiore al decimo del capitale sociale
b) l'acquisto è compiuto nei due anni dall'iscrizione della società nel registro delle imprese.
In caso di violazione di tale disciplina l'acquisto resta valido, ma gli amministratori e l'alienante sono
solidalmente responsabili per i danni causati alla società, ai soci e ai terzi.
LE PRESTAZIONI ACCESSORIE.
L'atto costitutivo può prevedere l'obbligo dei soci di eseguire prestazioni accessorie non consistenti in
denaro, determinandone anche contenuto, durata, modalità e compenso.
Es. L'obbligo del socio di prestare la propria attività lavorativa o professionale nella società.
Le prestazioni accessorie costituiscono un utile strumento per vincolare stabilmente i soci ad effettuare a
favore della società prestazioni che non possono formare oggetto di conferimento.
Introducono, tuttavia, un elemento personalistico nella partecipazione sociale e ciò spiega perché:
A) le azioni con prestazioni accessorie devono essere nominative e non sono trasferibili senza il
consenso degli amministratori
B) tali obblighi possono essere modificati solo con il consenso di tutti i soci.
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CAPITOLO 14.
LE AZIONI
NOZIONE E CARATTERI
Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella società per azioni; sono quote di partecipazione
omogenee e standardizzate, liberamente trasferibili e di regola rappresentate da documenti (titoli azionari)
che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito.
Nella società per azioni, infatti, il capitale sociale sottoscritto è diviso in un numero predeterminato diparti
di identico ammontare, ciascuna delle quali costituisce un'azione ed attribuisce identici diritti nella società
e verso la società.
La singola azione rappresenta perciò, nel contempo, l'unità minima di partecipazione al capitale sociale è
l'unità di misura dei diritti sociali. È perciò indivisibile. Se più soggetti diventano titolari di un'unica azione
devono nominare un rappresentante comune per l'esercizio dei diritti verso la società.
Ciascun socio diventa titolare di una o più azioni, di una o più partecipazioni sociali, che restano
tendenzialmente distinte e autonome anche quando fanno capo alla stessa persona.
Uguaglianza di valore e di diritti, indivisibilità, autonomia e circolazione in forma cartolare sono i caratteri
tipici delle azioni.
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Comunque, l'andamento delle quotazioni di borsa esprime il valore effettivo delle azioni meglio del valore
di bilancio.
È fuori dubbio che un pacchetto azionario, soprattutto se consente il controllo della società, ha un proprio
specifico valore, maggiori e spesso notevolmente maggiore della somma dei valori delle singole azioni.
Ciò ne impone una considerazione unitaria in sede di valutazione (es. ai fini dell’assegnazione dello stesso
in sede di divisione ereditaria).
LA PARTECIPAZIONE AZIONARIA.
Ogni azione costituisce una partecipazione sociale e attribuisce al suo titolare un complesso unitario di
diritti e poteri di natura amministrativa (Es. diritto di voto nelle assemblee), di natura patrimoniale (diritto
agli utili; diritto alla quota di liquidazione), E anche a contenuto complesso amministrativo e patrimoniale
(diritto di opzione; diritto di recesso).
Peculiare caratteristica delle azioni: uguaglianza dei diritti.
Le azioni conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Si tratta di uguaglianza relativa e non assoluta e di
un'uguaglianza oggettiva e non soggettiva.
RELATIVA → In quanto è possibile creare categorie di azioni fornite di diritti diversi. Da qui la distinzione fra
azioni ordinarie e azioni di categoria o speciali.
OGGETTIVA → uguali sono i diritti che ogni azione attribuisce, non i diritti di cui ciascun azionista
globalmente dispone, dovendosi tenere conto anche del numero delle azioni di cui ciascuno è titolare.
Infatti, se è vero che alcuni diritti dell'azionista sono indipendenti dal numero di azioni possedute (es.
diritto di intervento in assemblea), è anche vero che i diritti più significativi spettano in proporzione del
numero di azioni possedute (es diritto di voto, diritto agli utili e alla quota di liquidazione, diritto di
opzione).
E proprio con riferimento a questi diritti che si coglie la situazione di disuguaglianza soggettiva degli
azionisti.
Si tratta di disuguaglianze soggettive perfettamente legittime e giuste poiché in esse si esprime l'essenza
del principio cardine delle società di capitali: chi ha più conferito e più rischia ha più potere e può imporre,
nel rispetto della legalità, la propria volontà alla minoranza (principio capitalistico).
Il che non esclude però che, quando entrano in gioco interessi pubblici di particolare rilievo, siano
introdotte deroghe al principio capitalistico, con il riconoscimento allo stato o ad enti pubblici di poteri
societari svincolati dall'ammontare della partecipazione azionaria o addirittura dalla qualità stessa di
azionista.
È questo il caso del potere di veto all'adozione di una serie di delibere di particolare rilievo (scioglimento
della società, trasferimento dell'azienda, fusione, scissione, trasferimento della sede sociale all'estero,
cambiamento dell'oggetto sociale) esercitabile per legge dall'autorità governativa nei confronti di società
operanti in settori strategici (difesa, trasporti, telecomunicazioni, fonti di energia) in passato controllate
dallo Stato. Ciò al fine di evitare che la recente privatizzazione di tali società possa dar luogo a decisioni in
contrasto con gli obiettivi nazionali di politica economica e finanziaria.
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I diritti speciali di categoria sono diritti di gruppo e non diritti individuali.
Alcune categorie speciali di azioni sono espressamente previste e regolamentate dal legislatore; tuttavia la
società gode di ampia autonomia nel modellare il contenuto della partecipazione azionaria.
Con la riforma del 2003 tutte le società possono mettere azioni senza diritto di voto.
Nel contempo sono scomparse le azioni privilegiate a voto limitato (alle sole assemblee straordinarie) e si
consente a tutte le società:
a) la creazione di azioni con diritto di voto limitato a particolari argomenti, non necessariamente di
esclusiva competenza dell'assemblea straordinaria
b) la creazione di azioni con diritto di voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non
meramente potestative (es. Azioni senza voto, che riacquistano tale diritto se la società non
consegue e non distribuisce utili per un certo periodo).
Azioni senza voto, a voto limitato e a voto condizionato non possono tuttavia superare complessivamente
la metà del capitale sociale.
La riforma del 2003 aveva invece mantenuto il divieto di emettere azioni a voto plurimo; cioè azioni che
attribuiscono ciascuna più di un voto. Anche questo limite però è stato recentemente attenuato:
oggi le società non quotate possono emettere azioni speciali a voto plurimo che attribuiscono fino ad un
massimo di tre voti per ciascuna azione, anche per particolari argomenti o subordinate al verificarsi di
particolari condizioni non meramente potestative.
Gli statuti delle società quotate non possono invece prevedere l'emissione di azioni a voto plurimo, fermo
restando che quelle emesse prima della quotazione mantengono le loro caratteristiche e diritti anche
dopo.
Per contro, le società quotate possono riconoscere per statuto una maggiorazione del voto ai soci “di lungo
periodo” titolari di azioni da non meno di 24 mesi: cioè attribuire a costoro un numero di voti maggiore
rispetto alle azioni di cui sono titolari, fino ad un massimo di due voti per ciascuna azione
continuativamente posseduta per il periodo richiesto.
La differenza con le azioni a voto plurimo è che la maggiorazione del voto è un privilegio conseguibile da
tutti gli azionisti nel rispetto delle condizioni fissate dallo statuto; non è un diritto riservato ai titolari di una
speciale categoria di azioni.
Le azioni a cui si applica la maggiorazione del voto non costituiscono perciò una categoria speciale.
Se il socio aliena le sue azioni la maggiorazione di voto si perde senza trasmettersi all'acquirente. Si
conserva invece in caso di successione mortis causa.
A tutte le società per azioni è consentito di prevedere che, in relazione alle azioni possedute da uno stesso
soggetto:
a) il diritto di voto sia limitato ad una misura massima (es. Fino al 10% del capitale posseduto ogni
azione attribuisce un voto, mentre per l'eccedenza non è riconosciuto diritto di voto).
b) Sia introdotto il voto scalare (es. Fino al 10% del capitale spetta un voto per azione, dal 10 al 20% un
voto ogni due azioni, dal 20 al 30% un voto ogni tre azioni e così via).
Nel contempo, con l'attuale disciplina è caduto, per le società non quotate, il principio che il voto può
essere escluso o limitato solo se le relative azioni sono assistite da privilegi patrimoniali. Resta invece
fermo il principio che possono essere emesse azioni privilegiate anche senza limitazione dei diritti
amministrativi.
Le azioni privilegiate sono azioni che attribuiscono ai loro titolari un diritto di preferenza nella distribuzione
degli utili o nel rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società.
Nessuna disciplina specifica è dettata per quanto riguarda natura e misura del privilegio.
Col solo limite del divieto di patto leonino, la società è perciò libera di articolare come preferisce il
contenuto patrimoniale di tali azioni.
AZIONI CORRELATE →È altresì consentita l’emissione di azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai
risultati dell'attività sociale di un determinato settore (es. un ramo di azienda), anche quando non si dà vita
a patrimoni preparati destinati ad uno specifico affare.
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Lo statuto deve tuttavia stabilire i criteri di individuazione dei costi e ricavi imputabili al settore, le modalità
di rendicontazione, i diritti attribuiti a tali azioni e le eventuali condizioni e modalità di conversione in
azioni di altra categoria.
In ogni caso, ai possessori di azioni correlate non possono essere corrisposti dividendi in misura superiore
agli utili risultanti dal bilancio generale della società; perciò, a nulla avranno diritto se l'attività complessiva
della società registrata una perdita.
LE AZIONI DI RISPARMIO.
Fra le categorie speciali di azioni espressamente regolate, ci sono le azioni di risparmio.
Esse costituiscono la risposta ad un'esigenza: quella di incentivare l'investimento in azioni offrendo ai
risparmiatori titoli meglio rispondenti ai loro specifici interessi. Titoli cioè che tengano conto del
disinteresse degli stessi per l'esercizio dei diritti amministrativi.
Le azioni di risparmio possono essere emesse solo da società le cui azioni ordinarie sono quotate in mercati
regolamentati italiani o di altri paesi dell'unione europea. Non possono superare, in concorso con le azioni
a voto limitato, la metà del capitale sociale.
Con le azioni di risparmio la distinzione fra azionisti imprenditori e azionisti risparmiatori trova
riconoscimento legislativo: le azioni di risparmio sono infatti del tutto prive del diritto di voto. Tuttavia esse
si differenziano dalle azioni senza voto emesse dalle società non quotate per il fatto che devono essere
necessariamente dotate di privilegi di natura patrimoniale.
Inoltre, a differenza delle altre azioni, possono essere rimesse al portatore (il nome del proprietario non è
registrato nel libro soci della società). Assicurano quindi l'anonimato e ciò costituisce un forte incentivo alla
loro sottoscrizione, anche perché può essere previsto il diritto di conversione in azioni ordinarie dopo un
certo tempo.
Le azioni di risparmio sono prive del diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie; di esse perciò
non si tiene conto per il calcolo dei relativi quorum.
Inoltre, deve escludersi che agli azionisti di risparmio possa essere riconosciuto il diritto di intervento in
assemblea e il diritto di impugnare le delibere assembleari invalide, poiché con la riforma del 2003
l'esercizio di tali diritti è stato riservato agli azionisti con diritto di voto.
Le azioni di risparmio sono azioni privilegiate sotto il profilo patrimoniale; l'attuale disciplina si limita a
stabilire che “le azioni di risparmio sono dotate di particolari privilegi di natura patrimoniale” e che “l'atto
costitutivo determina il contenuto del privilegio, le condizioni, i limiti, le modalità e i termini per il suo
esercizio”, così consentendo che i contenuti patrimoniali delle azioni di risparmio siano liberamente
modellati in relazione alle esigenze del mercato.
La disciplina delle azioni di risparmio è completata dalla previsione di un'organizzazione di gruppo per la
tutela degli interessi comuni. L'organizzazione si articola nell'assemblea speciale e nel rappresentante
comune.
L'assemblea delibera sugli oggetti di interesse comune e in particolare sull'approvazione delle delibere
dell'assemblea generale della società che pregiudicano i diritti degli azionisti di risparmio.
Il rappresentante comune è nominato dall'assemblea di categoria. Provvede all'esecuzione delle
deliberazioni dell'assemblea e tutela gli interessi comuni degli azionisti di risparmio nei confronti della
società. Gli è riconosciuto il diritto di assistere alle assemblee della società e di impugnarne le
deliberazioni.
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La società può poi escludere o limitare il diritto di opzione degli azionisti sulle azioni a pagamento di nuova
emissione, per offrire le stesse in sottoscrizione ai dipendenti della società.
Con delibera dell'assemblea straordinaria, la società può infine assegnare ai propri dipendenti strumenti
finanziari partecipativi diversi dalle azioni.
Speciali obblighi di trasparenza sono imposti alle società quotate, qualora le stesse intendano porre in
essere un piano di compensi basati su azioni o strumenti finanziari a favore di dipendenti, amministratori o
collaboratori autonomi della società stessa.
Tali piani devono essere approvati dall'assemblea ordinaria e devono essere messi a disposizione del
pubblico presso la sede sociale, sul sito Internet della società e con le altre modalità fissate dalla Consob.
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Le azioni possono essere nominative o al portatore a scelta dell'azionista. È questa una scelta di particolare
rilievo; significa concedere il beneficio dell'anonimato, anche e soprattutto ai fini fiscali, all'investimento
azionario.
L'alternatività tra azioni nominative e azioni al portatore è rimasta però nelle pagine del codice. Prima che
questo entrasse in vigore fu introdotta la nominatività obbligatoria dei titoli azionari, e tale regime vige
tuttora con tre sole eccezioni: azioni di risparmio; società di investimento a capitale variabile e società di
investimento a capitale fisso.
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reale: vincolano tutti i soci, anche futuri; possono essere fatte valere dalla società nei confronti del terzo
acquirente delle azioni.
L'attuale disciplina ribadisce che lo statuto può sottoporre a particolari condizioni il trasferimento e
consente anche che lo statuto vieti del tutto la circolazione delle azioni sia pure per un periodo non
superiore a 5 anni dalla costituzione della società o dal momento in cui il divieto viene introdotto.
Le clausole statutarie finalizzate a limitare la circolazione delle azioni possono assumere più formulazioni.
Le più diffuse sono le clausole di prelazione, le clausole di gradimento e le clausole di riscatto.
CLAUSOLE DI PRELAZIONE: è la clausola che impone al socio, che intende vendere le azioni, di offrirle
preventivamente agli altri soci e di preferirli ai terzi a parità di condizioni. Tale clausola consente quindi di
impedire l'ingresso in società di soci non graditi, senza precludere all'azionista che ne voglia uscire di
realizzare il valore economico della sua partecipazione.
La violazione del patto di preferenza comporta l'inefficacia del trasferimento non solo nei confronti della
società (che potrà rifiutare l’iscrizione dell’acquirente nel registro dei soci), ma anche nei confronti dei soci
beneficiari del diritto di prelazione.
CLAUSOLE DI GODIMENTO: esse possono essere a loro volta distinte in due sottocategorie:
a) clausole che richiedono il possesso di determinati requisiti da parte dell'acquirente (es. Cittadinanza
italiana o appartenenza a determinate categorie professionali)
b) clausole che subordinano il trasferimento delle azioni al consenso di un organo sociale, quasi
sempre il consiglio di amministrazione.
Un'antipatia via crescente hanno suscitato le clausole di gradimento di secondo tipo (definite clausole di
mero gradimento), per il timore che tali clausole possano costituire strumento di abuso a danno dei soci
estranei al gruppo di comando rendendoli prigionieri della società.
Il legislatore è intervenuto sul punto prima nell'85, decretando l'inefficacia delle clausole di mero
gradimento, poi con la riforma del 2003 temperando il relativo divieto.
L'attuale disciplina consente l'inserimento nell'atto costitutivo di clausole che subordinano il trasferimento
delle azioni al mero gradimento di organi sociali o di altri soci se prevedono, in caso di rifiuto del
gradimento, un obbligo di acquisto a carico della società o degli altri soci, oppure il diritto di recesso
dell'alienante. Per la determinazione del corrispettivo dell'acquisto o della quota di liquidazione si applica
la disciplina dettata per il recesso.
CLAUSOLE DI RISCATTO: prevedono un potere di riscatto delle azioni da parte della società o dei soci al
verificarsi di determinati eventi. Es. In caso di morte dell'azionista al fine di evitare che subentrino gli eredi.
Il valore di rimborso di tali azioni è determinato applicando le corrispondenti disposizioni in tema di diritto
di recesso dell'azionista e trova applicazione anche il relativo procedimento di liquidazione.
In caso di riscatto a favore della società trova inoltre applicazione la disciplina dell'acquisto di azioni
proprie.
Le clausole statutarie limitative della circolazione possono essere introdotte o rimosse nel corso della vita
della società con delibera dell'assemblea straordinaria. Ma in tal caso è riconosciuto il diritto di recesso ai
soci che non hanno concorso all'approvazione della delibera.
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Tre sono le situazioni attualmente regolate: sottoscrizione, acquisto delle proprie azioni e altre operazioni
sulle stesse.
SOTTOSCRIZIONE: in nessun caso la società può sottoscrivere proprie azioni. Il divieto ha carattere assoluto
e non soffre eccezioni. Esso opera sia in sede di costituzione della società, sia in sede di aumento del
capitale sociale.
Colpisce tanto la sottoscrizione diretta, compiuta cioè in nome della società, quanto la sottoscrizione
indiretta, compiuta cioè da terzi in nome proprio ma per conto della società.
L'auto sottoscrizione darebbe luogo ad un incremento del capitale sociale nominale senza alcun
incremento del capitale reale, dato che la società diventerebbe creditrice di sé stessa per i conferimenti
dovuti.
Sanzione per la violazione del divieto di auto sottoscrizione: non si ha nullità della sottoscrizione, ma le
azioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai soggetti che materialmente hanno violato il
divieto. Ciò al fine di consentire comunque l’effettiva acquisizione dei relativi conferimenti.
Sottoscrizione diretta: le azioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai promotori e dai soci
fondatori o, in caso di aumento del capitale sociale, dagli amministratori.
Sottoscrizione indiretta: le azioni si intendono sottoscritte dal terzo, che è considerato sottoscrittore in
nome proprio. Della liberazione delle azioni rispondono, solidalmente col terzo, i soci fondatori e i
promotori o, in caso di aumento del capitale sociale, gli amministratori; salvo che tali soggetti non
dimostrino di essere esenti da colpe.
ACQUISTO DI AZIONI PROPRIE: questa operazione può dar luogo ad una riduzione del capitale reale senza
l’osservanza della relativa disciplina e per di più attuata senza riduzione del capitale sociale nominale.
ES: società con capitale sociale 1000, impiega somme per 1000 nell’acquisto di azioni proprie, essa non fa
altro che rimborsare ai soci il valore delle azioni. Il capitale sociale nominale resta invariato, ma il capitale
reale è azzerato in quanto rappresentato ormai solo da pezzi di carta: le azioni proprie in portafoglio, il cui
valore reale è zero in quanto integralmente rimborsato.
È evidente il pericolo per i creditori sociali. Quando essi agiranno sul patrimonio della società, troveranno
solo pezzi di carta.
Queste conseguenze non si verificano, invece, quando nell’acquisto vengono impiegate somme
corrispondenti agli utili o ad altre eccedenze di bilancio disponibili. Queste somme, infatti, possono essere
liberamente distribuite ai soci e perciò possono essere impiegate dalla società anche nell’acquisto di azioni
proprie.
L’operazione è consentita, ma devono essere rispettate 4 condizioni:
1) le somme impiegate nell’acquisto non possono eccedere l’ammontare degli utili distribuibili e delle
riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato
2) le azioni da acquistare devono essere interamente liberate
3) l’acquisto deve essere autorizzato dall’assemblea ordinaria; e la delibera deve fissare le modalità di
acquisto, l’ammontare massimo delle azioni da acquistare e la durata per la quale l’autorizzazione è
accordata (non più di 18 mesi).
4) Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, il valore nominale delle azioni
acquistate non può eccedere la quinta parte del capitale sociale.
Le azioni acquistate violando queste condizioni devono essere vendute entro 1 anno dal loro acquisto. In
mancanza si dovrà procedere al loro annullamento e alla corrispondente riduzione del capitale sociale.
Tale disciplina si applica anche quando la società procede all’acquisto di azioni proprie per tramite di
società fiduciaria o per interposta persona.
Sono previsti dei casi speciali in cui non si applica la disciplina limitativa appena vista; in particolare,
nessuna limitazione è applicabile quando l’acquisto avviene in esecuzione di una delibera assembleare di
riduzione del capitale sociale, da attuarsi mediante riscatto e annullamento di azioni.
Disciplina delle azioni proprie una volta acquistate dalla società: si vuole evitare indebite posizioni di
vantaggio degli amministratori e del gruppo di comando. Il diritto di voto e gli altri diritti amministrativi
sono sospesi. Il diritto agli utili e il diritto di opzione spettano proporzionalmente alle altre azioni.
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Gli amministratori non possono disporre di tali azioni senza previa autorizzazione dell’assemblea, la quale
deve stabilire anche le relative modalità.
ALTRE OPERAZIONI SULLE AZIONI PROPRIE: Assistenza finanziaria per l’acquisto o la sottoscrizione di azioni
proprie; l’accettazione di azioni proprie in garanzia.
Assistenza finanziaria: concedere prestiti o fornire garanzie di qualsiasi tipo a favore di soci o di terzi per la
sottoscrizione o l’acquisto di azioni proprie. Tali operazioni sono permesse previa approvazione
dall’assemblea straordinaria, sulla base di una relazione degli amministratori nella quale:
a) si indica lo specifico interesse della società nel concedere l’assistenza finanziaria.
b) Si attesta che l’operazione avviene a condizioni di mercato e sulla base di una valutazione del
merito di credito della controparte.
Il verbale dell’assemblea, insieme alla relazione degli amministratori, viene pubblicato nel RdI.
I contratti di assistenza finanziaria stipulati senza autorizzazione assembleare sono inefficaci.
La società non può invece accettare azioni proprie in garanzia; l’eventuale accettazione è nulla per
violazione di norma imperativa inderogabile.
LE PARTECIPAZIONI RECIPROCHE.
Le partecipazioni reciproche fra società di capitali danno luogo a pericoli di carattere patrimoniale ed
amministrativo non diversi da quelli visti per la sottoscrizione e l'acquisto di azioni proprie.
Tali pericoli diventano particolarmente accentuati quando fra le due società intercorre un rapporto di
controllo, dato che la controllata può facilmente subire le direttive della controllante nella scelta dei propri
investimenti azionari e nell'esercizio del voto.
La controllante potrebbe perciò agevolmente eludere la disciplina della sottoscrizione e dell'acquisto di
azioni proprie facendo sottoscrivere o acquistare le stesse da una propria controllata.
Questi pericoli sono evidenti nel caso di sottoscrizione reciproca del capitale. Se le due società si
costituiscono o aumentano il capitale sociale sottoscrivendo l’una il capitale dell'altra, si avrà una
moltiplicazione illusoria di ricchezza: aumenta il capitale sociale nominale delle due società, senza che si
incrementi il rispettivo capitale reale. E nel contempo ciascuna delle due società dispone di un pacchetto di
voti da gestire nell'altra.
Alla repressione di tale fenomeno era in passato rivolto solo l’art 2360cc, che vieta alle società “di
costituire o di aumentare il capitale mediante sottoscrizione reciproca di azioni”.
A tale disposizione, rimasta immutata, sì affiancato l’art 2359 quinquies, che detta per la sottoscrizione di
azioni o quote della società controllante una disciplina del tutto identica a quella prevista per la
sottoscrizione di azioni proprie.
In nessun caso, perciò, la società controllata può sottoscrivere un aumento di capitale deliberato dalla
controllante, sia direttamente, sia avvalendosi di terzi.
Identiche sono le sanzioni. Le azioni sono imputate agli amministratori della società controllata che non
dimostrino di essere esenti da colpa, ovvero al terzo che ha sottoscritto le azioni in nome proprio ma per
conto della società controllata.
I pericoli patrimoniali amministrativi delle partecipazioni incrociate si determinano non solo in caso di
sottoscrizione reciproca, ma anche quando l'incrocio è attuato mediante acquisto di azioni già in
circolazione. Con questa sola differenza: la sottoscrizione reciproca dà luogo ad aumento del capitale
nominale senza aumento del capitale reale; l'acquisto reciproco lascia inalterato il capitale nominale, ma
determina una riduzione dei rispettivi capitali reali. L'acquisto reciproco di azioni per importo eccedente gli
utili distribuibili determina un indiretto rimborso dei conferimenti agli azionisti delle due società (la società
A rimborsa i soci della società B e viceversa), Con effetti incrociati del tutto identici a quelli in cui dà luogo
l'acquisto di azioni proprie.
Coerenza vorrebbe perciò che l'acquisto reciproco di azioni fosse assoggettato alla stessa disciplina
prevista per l'acquisto di azioni proprie, ma così non è.
L'attuale disciplina può essere così sintetizzata:
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A) l'acquisto reciproco di azioni è possibile senza alcun limite quando fra le due società non intercorre
un rapporto di controllo e le stesse non sono quotate in borsa.
B) Se l'incrocio è realizzato fra società controllante e controllata, l'acquisto da parte della società
controllata è considerato come effettuato dalla controllante stessa.
È perciò assoggettato alle seguenti limitazioni, in larga parte coincidenti con quelle previste per
l'acquisto di azioni proprie:
1) le somme impiegate nell'acquisto non possono eccedere l'ammontare degli utili distribuibili e
delle riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio approvato della società controllata
2) possono essere acquistate solo azioni interamente liberate
3) l'acquisto deve essere autorizzato dall'assemblea ordinaria della controllata e deve contenere le
stesse specificazioni richieste per l'acquisto di azioni proprie
4) il valore nominale delle azioni acquistate non può eccedere la quinta parte del capitale della
società controllante qualora questa sia una società che faccia ricorso al mercato del capitale di
rischio
5) la società controllata non può esercitare il diritto di voto nelle assemblee della controllante.
Le azioni o quote acquistate in violazione di tali condizioni devono essere alienate entro un anno
dal loro acquisto. In mancanza, la società controllante deve procedere al loro annullamento e alla
corrispondente riduzione del capitale sociale.
La società controllata ha diritto al rimborso del valore delle azioni annullate, determinato secondo i
criteri stabiliti dalla disciplina del diritto di recesso.
C) Diversa è la disciplina degli incroci azionari, che trova applicazione quando entrambe le società
protagoniste dell'incrocio abbiano azioni quotate in borsa, ma tra le stesse non intercorre un
rapporto di controllo.
In tal caso sono previsti solo limiti quantitativi agli incroci azionari: Può superare il tetto del 5% del
capitale con diritto di voto, se la partecipata è una piccola o media impresa e del 3% se la
partecipata è una società diversa.
Qualora la partecipazione incrociata ecceda da entrambi i lati le percentuali massime consentite, la
società che ha superato il limite successivamente:
1) non può esercitare il diritto di voto per le azioni possedute in eccedenza rispetto alla
percentuale consentita
2) deve alienare l'eccedenza entro 12 mesi
3) in caso di mancata alienazione, la sospensione del diritto di voto si estende all'intera
partecipazione e quindi anche alla parte che può essere legittimamente posseduta
qualora il voto venga ugualmente esercitato, le delibere adottate col voto determinante di tali
azioni sono annullabili e l'impugnazione può essere proposta anche dalla Consob.
Questa disciplina si preoccupa essenzialmente di frenare gli abusi di carattere amministrativo degli
incroci azionari, ma è meno sensibile al pericolo di annacquamento dei patrimoni.
Infatti, nel rispetto delle percentuali fissate, le società possono impiegare nell'acquisto anche
somme eccedenti gli utili e le riserve disponibili e quindi dar luogo indirettamente ad un rimborso
dei conferimenti ai soci fuori dai casi previsti dalla legge.
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CAPITOLO 15.
LE PARTECIPAZIONI RILEVANTI. I GRUPPI DI SOCIETA’
LE PARTECIPAZIONI RILEVANTI.
L’INFORMAZIONE SULLE PARTECIPAZIONI RILEVANTI
Trasparenza della compagine azionaria:
Società con azioni quotate→ l’attuale disciplina impone obblighi differenziati a seconda che la società
partecipata sia o no una PMI in base alle soglie dimensionali fissate dalla legge.
Sono tenuti a dare comunicazione alla società partecipata e alla Consob tutti coloro che partecipano,
direttamente o indirettamente, in una società con azioni quotate in misura superiore:
a) al 5% se la partecipata è una PMI
b) al 3% negli altri casi
La funzione principale di tali comunicazioni è quella di rendere note le reali posizioni di potere in
assemblea (infatti per il calcolo delle percentuali si tiene conto solo delle azioni con diritto di voto. NO
azioni di risparmio).
Violazione obblighi di comunicazione: sanzioni pecuniarie + sospensione del voto per le azioni per le quali
sia stata omessa la comunicazione.
Se il voto avviene ugualmente, la relativa delibera è impugnabile se il voto di quel socio è stato
determinante per la formazione della maggioranza.
L’impugnativa può essere proposta anche dalla Consob entro 180gg.
Società per azioni non quotate ma che operano in settori di pubblico interesse → stessa disciplina dettata
per le partecipazioni in società quotate è da applicare a:
a) società bancarie
b) società di intermediazione mobiliare, società di gestione del risparmio e società di investimento a
capitale variabile e fisso
c) società di assicurazione.
Oltre che alla partecipata, le partecipazioni rilevanti (eccedenti le misure fissate nella relativa normativa
speciale) vanno comunicate 1) alla Banca d’Italia 2) alla Consob 3) all’Ivass.
A ciascuno di tali organi di controllo è dato il potere di impugnare le deliberazioni assembleari adottate col
voto determinante di chi ha omesso di effettuare la comunicazione dovuta.
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(acquisto di azioni proprie sul mercato, lancio di un'opa concorrente, aumento consistente del capitale
sociale ecc).
La situazione è radicalmente cambiata a partire dal 92.
L'idea ispiratrice è che il passaggio di proprietà di partecipazioni di controllo di società quotate deve
avvenire con la massima trasparenza e con modalità che consentano a tutti gli azionisti di partecipa di
maggioranza anche l'operazione può comportare.
Sono introdotti due principi cardine:
a) l'offerta pubblica di acquisto è la sola procedura che consente di tutelare gli azionisti di minoranza
in caso di cambiamento del gruppo di comando, poiché consente loro di disinvestire beneficiando
del premio di controllo; l'opa è perciò resa obbligatoria quando è trasferita la partecipazione di
controllo di una società quotata.
b) L'opa, sia essa obbligatoria o volontaria, deve svolgersi nel rispetto di determinate regole di
comportamento fissate a tutela dei destinatari dell'offerta e del regolare funzionamento del
mercato di borsa.
OPA OBBLIGATORIA: OPA SUCCESSIVA TOTALITARIA. Consente agli azionisti di minoranza di società con
titoli quotati di uscire dalla società a seguito del mutamento dell'azionista di controllo. Per titoli si
intendono gli strumenti finanziari che attribuiscono il diritto di voto nell'assemblea ordinaria o
straordinaria.
L'attuale disciplina diversifica in parte le soglie di partecipazione che fanno scattare l'obbligo di opa a
seconda delle dimensioni della società bersaglio.
Come regola generale, è tenuto a promuovere un'offerta pubblica di acquisto chiunque, in seguito ad
acquisti, venga a detenere, direttamente o indirettamente, una partecipazione superiore al 30% dei titoli
che attribuiscono diritto di voto nelle deliberazioni assembleari riguardanti nomina o revoca degli
amministratori o del consiglio di sorveglianza.
Gli statuti delle PMI possono prevedere una soglia diversa, compresa fra il 25 e il 40%.
Nelle società diverse dalle PMI la soglia del 30% è immodificabile. Per queste società di grandi dimensioni è
stata inoltre introdotta anche una seconda soglia: è tenuto a promuovere l'opa chiunque, a seguito di
acquisti, venga a detenere una partecipazione superiore al 25% in assenza di altro socio che detenga una
partecipazione più elevata.
Se sono state emesse azioni a voto plurimo o lo statuto prevede maggiorazioni dei diritti di voto, le soglie
che fanno scattare l'obbligo di opa si calcolano tenendo conto del numero dei voti spettanti all'acquirente
totale dei diritti di voto esercitabili nelle deliberazioni riguardanti la nomina o la revoca degli
amministratori o del consiglio di sorveglianza.
L'offerta deve avere ad oggetto l'acquisto della totalità dei titoli quotati ancora in circolazione.
Fissato per legge è anche il prezzo minimo che deve essere offerto: è il prezzo più elevato pagato
dall'offerente nei 12 mesi anteriori l'offerta pubblica per acquisti di titoli della medesima categoria.
La Consob può tuttavia disporre che l'offerta sia promossa ad un prezzo inferiore o superiore quando
ricorrono particolari circostanze indicate per legge.
OPA FACOLTATIVA: Chi intende acquisire il controllo di una società quotata può sottrarsi all'obbligo di
promuovere l'onerosa opa successiva totalitaria, lanciando un'opa volontaria preventiva che lo porti a
detenere una partecipazione superiore alla soglia rilevante.
L'opa preventiva può a sua volta essere totale o parziale.
L'opa diretta a conseguire tutti i titoli della società bersaglio non è soggetta a condizioni e l'offerente può
fissare liberamente il prezzo di acquisto. (opa prev. Totale)
Opa prev. Parziale → Deve avere per oggetto almeno il 60% dei titoli di ciascuna categoria.
L'esonero dall'opa successiva totalitaria deve essere autorizzato dalla Consob ed è subordinato
all'approvazione dell'offerta da parte degli azionisti di minoranza della società bersaglio.
Un obbligo di opa non sussiste se la partecipazione superiore alla soglia rilevante è detenuta a seguito di
un'offerta pubblica di acquisto o di scambio totalitaria o parziale.
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La Consob disciplina anche gli altri casi in cui il superamento della soglia successiva totalitaria Es. acquisti a
titolo gratuito; operazioni dirette al salvataggio di imprese in crisi.
Oltre al caso di opa successiva, la legge impone a chi consegue una partecipazione quasi totalitaria in una
società quotata di acquistare i titoli ancora in circolazione; ma, a differenza che in passato, non è
necessario che l'obbligato lanci a tal fine un'apposita offerta pubblica di acquisto (opa residuale).
La funzione dell'obbligo di acquisto residuale è di consentire agli azionisti di minoranza l'uscita dalla società
ad un prezzo equo quando la stessa è ormai saldamente in pugno di un predeterminato gruppo di
controllo, sicché il regolare andamento delle negoziazioni è pregiudicato dalla mancanza di un adeguato
flottante (azioni diffuse fra il pubblico).
L'attuale disciplina prevede due casi di obbligo di acquisto residuale:
a) l'offerente che viene a detenere, a seguito di un’offerta pubblica totalitaria, una partecipazione
almeno pari al 95% del capitale rappresentato da titoli della società bersaglio, è tenuta ad
acquistare i restanti titoli da chi gliene faccia richiesta
b) chiunque viene a detenere, in qualsiasi modo, una partecipazione superiore al 90% del capitale
rappresentato da titoli quotati della società bersaglio all'obbligo di acquistare i restanti titoli
quotati, se non ripristina entro 90 giorni un flottante sufficiente ad assicurare un regolare
andamento delle negoziazioni.
In entrambe le ipotesi, l'obbligo di acquisto residuale sussiste soltanto in relazione alle categorie di titoli
per le quali è stata raggiunta la rispettiva soglia limite.
Nel contempo chi viene a detenere, in seguito al lancio di un'opa totalitaria, più del 95% del capitale
rappresentato da titoli ha diritto di acquistare coattivamente le azioni residue purché abbia dichiarato nel
documento di offerta di volersi avvalere di tale diritto.
Il corrispettivo dell'acquisto coattivo viene determinato dalla Consob tenuto conto anche del prezzo di
mercato e del corrispettivo di un'eventuale opa precedente.
La violazione dell'obbligo di promuovere un'opa o di acquisto residuale è colpita con sanzioni
particolarmente dissuasive:
a) il diritto di voto inerente all'intera partecipazione detenuta non può essere esercitato
b) i titoli eccedenti le percentuali che fanno scattare l'obbligo di opa o di acquisto residuale devono
essere alienati entro 12 mesi
c) sanzioni pecuniarie.
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Con l'attuale disciplina è profondamente mutato l'atteggiamento del legislatore nei confronti delle
tecniche di difesa che il gruppo di comando della società bersaglio, aggredita da un'opa ostile, può porre in
essere per ostacolare il successo dell'iniziativa dell'offerente: massicci aumenti del capitale sociale,
acquisto di azioni proprie, vendita dell'azienda o di rami significativi della stessa ecc.
L'utilizzo di queste tecniche di difesa dopo il lancio dell’opa era drasticamente precluso.
Oggi invece il divieto non ha più carattere assoluto e si articola in due regole:
1) passivity rule: gli amministratori della società bersaglio devono astenersi dal compiere atti o
operazioni che possono contrastare il conseguimento degli obiettivi dell'offerta.
Il divieto può essere però rimosso mediante l'autorizzazione delle misure difensive da parte
dell'assemblea ordinaria o straordinaria.
Inoltre, lo statuto della società bersaglio può derogare in tutto o in parte la regola della passività,
così ampliando le possibilità di difesa contro opa non gradite al gruppo di comando.
2) Regola di neutralizzazione: comporta che, durante l'opa, non hanno effetto nei confronti di
eventuali limitazioni statutarie al trasferimento dei titoli (es. Clausole di prelazione o gradimento).
Inoltre, nelle assemblee chiamate a decidere l'autorizzazione di atti di contrasto all’opa, non
operano le limitazioni al diritto di voto previste nello statuto o da patti parasociali.
Simili effetti di neutralizzazione si producono pure nella prima assemblea successiva all'opa
convocata per modificare lo statuto o per revocare o nominare gli amministratori. In quest'ultimo
caso, però, l'offerente beneficia della regola di neutralizzazione solo se, a seguito dell'opa, detiene
almeno il 75% del capitale con diritto di voto sulla nomina di amministratori e consiglieri di
sorveglianza.
Il nuovo gruppo di comando potrà così approfittarne per nominare amministratori di fiducia e per
modificare clausole statutarie non gradite.
La passivity rule e la regola di neutralizzazione sono inoltre soggette alla clausola di reciprocità: non
operano quando l'opa è promossa da chi non è a sua volta soggetto a tali disposizioni o a disposizioni
equivalenti. (essendo le due clausole frutto di una direttiva europea, ci sono stati membri che le hanno
recepite, come l’Italia, e stati membri che non le hanno recepite. La clausola di reciprocità serve proprio ad
evitare che le società dei paesi che hanno recepito le due regole siano penalizzati quando ricevano
un’offerta pubblica da parte di un acquirente di uno stato membro che non le ha recepite).
In tal caso, però, qualsiasi misura difensiva deve essere espressamente autorizzata dall'assemblea, in vista
di un'eventuale opa lanciata in condizioni di non reciprocità, nei 18 mesi anteriori la comunicazione
dell'offerta.
La società bersaglio può quindi avvalersi di una serie di tecniche di difesa, fra le quali rientra anche il lancio
di un'opa concorrente da parte di eventuali alleati della società bersaglio. Chi ha lanciato l'offerta originaria
può a sua volta reagire all'opa concorrente rilanciando il gioco con un aumento di prezzo o del quantitativo
originariamente richiesto.
Dopo la pubblicazione di un'offerta concorrente o di un rilancio, le adesioni alle altre offerte possono
essere revocate.
Alla scadenza del termine, l'offerta diventa irrevocabile se è stato raggiunto il quantitativo minimo
specificato nel documento di offerta. Se invece le adesioni superano il quantitativo richiesto, il documento
di offerta dovrà specificare se si procederà ad una riduzione proporzionale o se l'offerente si riserva la
facoltà di acquistare ugualmente tutti i titoli.
I GRUPPI DI SOCIETA’
IL FENOMENO DI GRUPPO. I PROBLEMI.
Le società per azioni sono libere di sottoscrivere o acquistare azioni o quote di altre società di capitali.
L'assunzione di partecipazioni è lo strumento principale attraverso il quale si realizza il fenomeno dei
gruppi di società.
Il gruppo di società è un'aggregazione di imprese societarie formalmente autonome ed indipendenti l'una
dall'altra, ma assoggettate tutte ad una direzione unitaria. Tutte sono infatti sotto l'influenza dominante di
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un'unica società (società capogruppo o società madre), che direttamente o indirettamente le controlla e
dirige secondo un disegno unitario la loro attività di impresa, per il perseguimento di uno scopo unitario è
comune a tutte le società del gruppo.
Nei gruppi, ad un'unica impresa sotto il profilo economico corrispondono più imprese sotto il profilo
giuridico: tante quante sono le società del gruppo.
Il gruppo di società e fenomeno largamente diffuso nella pratica. È questo, infatti, l'assetto organizzativo
tipico assunto dalle imprese di grande e grandissima dimensione, a carattere sia nazionale sia
multinazionale, per combinare i vantaggi dell'unità economica della grande impresa con quelli offerti
dall'articolazione in più strutture formalmente distinte e autonome.
Si distinguono i gruppi a catena e i gruppi a raggiera. Nei gruppi a catena, la società A (capogruppo)
controlla la società B, che a sua volta controlla la società C e così via.
Nei gruppi a raggiera, la società capogruppo A controlla e dirige contemporaneamente tutte le altre
società.
Tale fenomeno non è però senza pericoli per l'ordinato funzionamento dell'economia di mercato, per gli
aspetti patologici in cui può dar luogo l'articolazione in più strutture giuridiche di un'impresa
sostanzialmente unitaria.
Per quanto riguarda gli aspetti di diritto societario, la specifica disciplina dettata è diretta a soddisfare tre
ordini di esigenze:
1) assicurare un'adeguata informazione sui collegamenti di gruppo, sui rapporti finanziari e
commerciali fra società del gruppo, nonché sulla situazione patrimoniale e sui risultati economici
del gruppo unitariamente considerato.
2) Evitare che eventuali intrecci di partecipazioni alterino l'integrità patrimoniale delle società
coinvolte
3) evitare che le scelte operative delle singole società del gruppo pregiudichino le aspettative di quanti
fanno affidamento esclusivamente sulla consistenza patrimoniale e sui risultati economici di quella
determinata società.
Il fenomeno del gruppo era pressoché ignorato dal codice del 42 e ancora oggi manca una disciplina
organica ad essi specificamente dedicata.
Gli aspetti più significativi emergono dalle norme che regolano il controllo societario e i rapporti fra società
controllante e sue controllate; nonché da quelle introdotte dalla riforma del 2003, relative all'attività di
direzione e di coordinamento di società.
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Il controllo azionario può quindi essere non solo diretto ma anche indietro. ES. se A controlla B che a sua
volta controlla C, quest'ultima società si considera controllata indirettamente da A.
L'esistenza di un rapporto di controllo societario non è sufficiente per affermare che si è in presenza di un
gruppo di società: fa tuttavia presumere l'esercizio dell'attività di direzione e di coordinamento di società
in cui si concretizza l'essenza del fenomeno di gruppo.
In base all'attuale disciplina si presume che l'attività di direzione e di coordinamento di società è esercitata
dalle società o enti tenuti alla redazione del bilancio consolidato, nonché da quelli che comunque la
controllano.
Inoltre, è assoggettato alla relativa disciplina anche chi esercita tali attività sulla base di un contratto con le
società medesime o di clausole dei loro statuti.
Dalle società controllate vanno distinte le società collegate, cioè le società sulle quali un'altra società
esercita un'influenza notevole ma non dominante. L'influenza notevole si presume quando nell'assemblea
ordinaria può essere esercitato, direttamente o indirettamente, almeno un quinto dei voti, o un decimo se
la società partecipata ha azioni quotate in mercati regolamentati.
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degli amministratori; le norme che regolano la responsabilità degli amministratori per i danni da essi
arrecati al patrimonio sociale.
Tali norme non sono del tutto adeguate al fenomeno dei gruppi dato che non sono sempre azionabili dai
soci di minoranza e dai creditori. Inoltre, le norme sul conflitto di interessi possono frapporre ingiustificati
ostacoli al perseguimento della politica di gruppo.
Di questa situazione prende atto la riforma del 2003, che per un verso legittima il perseguimento
dell'interesse di gruppo che peraltro verso introduce specifici strumenti di tutela a favore degli azionisti di
minoranza e dei creditori delle società controllate, destinati a fungere da limiti e da contrappeso
all'esercizio dell'attività di direzione di coordinamento da parte della capogruppo.
È previsto innanzitutto che le decisioni, dell'assemblea o degli amministratori, delle società controllate
ispirate da un interesse di gruppo devono essere adeguatamente motivate, al fine di consentire una
valutazione degli eventuali danni che le stesse arrecano alla società sottoposta all'altrui attività di
direzione.
Una specifica disciplina è poi dettata per i finanziamenti concessi alle società controllate dalla capogruppo
o da altri soggetti alla stessa sottoposti, Al fine di evitare che un eccessivo indebitamento danneggi gli altri
creditori sociali.
Il rimborso di tali finanziamenti infragruppo (ma non di quelli delle controllate a favore della capogruppo) è
postergato rispetto al soddisfacimento degli altri creditori.
Inoltre, se la società finanziata fallisce entro un anno dal rimborso, la somma riscossa deve essere
restituita.
Infine, la società capogruppo è tenuta ad indennizzare direttamente azionisti e creditori delle società
controllate per i danni dagli stessi subiti per il fatto che la propria società si sia attenuta alle direttive di
gruppo lesive del proprio patrimonio.
Ferma restando l'azione di risarcimento danni spettante alla stessa società controllata, è stabilito che le
società o gli enti che agiscono nell'interesse imprenditoriale proprio o altrui in violazione dei principi di
corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società soggette alla loro attività di direzione e
coordinamento “sono direttamente responsabili nei confronti dei soci di queste per il pregiudizio arrecato
alla redditività e al valore della partecipazione sociale nonché nei confronti dei creditori sociali per la
lesione cagionata all'integrità del patrimonio sociale.”
Rispondono inoltre, in solido con la capogruppo, sia coloro che abbiano comunque preso parte al fatto
lesivo, sia coloro che ne abbiano consapevolmente tratto beneficio.
In caso di fallimento, liquidazione coatta amministrativa e amministrazione straordinaria della società
danneggiata, l'azione spettante ai creditori è esercitata dal curatore o dal commissario.
L'azione esercitata dai soci e dai creditori sociali e azione diretta e non surrogatoria di quella che
eventualmente spetta alla società controllata, dunque il risarcimento dei danni spetta direttamente ai
primi e non alla seconda.
Infine, il danno va valutato considerando il risultato complessivo dell'attività di direzione e di
coordinamento e quindi i vantaggi compensativi che possono derivare dall'appartenenza ad un gruppo;
nonché considerando il fatto che il danno può essere stato integralmente eliminato anche a seguito di
specifiche operazioni a tal fine dirette.
Ulteriore novità della riforma del 2003 è il riconoscimento del diritto di recesso ai soci di una società
soggetta all'attività di direzione e di coordinamento, in presenza di eventi riguardanti la società
capogruppo, ma che di riflesso determinano un mutamento delle originarie condizioni di rischio
dell'investimento nelle controllate.
Il diritto di recesso è infatti riconosciuto ai soci di una società non quotata che entra a far parte di un
gruppo o ne esce, se ne deriva un'alterazione delle condizioni di rischio dell'investimento e non venga
promossa un'offerta pubblica di acquisto che consenta al socio di alienare la propria partecipazione.
È inoltre riconosciuto quando la capogruppo delibera una trasformazione che comporta il mutamento del
suo scopo sociale o un cambiamento dell'oggetto sociale, tale da alterare in modo sensibile e diretto le
condizioni economiche e patrimoniali della società controllata.
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È infine riconosciuto quando il socio della controllata abbia esercitato nei confronti della capogruppo
l'azione di responsabilità ed abbia ottenuto una sentenza di condanna esecutiva.
IL GRUPPO INSOLVENTE.
Manca ancora oggi una compiuta disciplina del gruppo insolvente e nessuna disposizione specifica è
dettata in caso di fallimento di una società facente parte di un gruppo.
Può trovare applicazione generale la regola enunciata con riferimento all'amministrazione straordinaria
delle grandi imprese insolventi, la quale dispone che “in caso di direzione unitaria del gruppo, gli
amministratori delle società che hanno abusato di tale direzione rispondono in solido con gli
amministratori della società dichiarata insolvente dei danni da questi cagionati alla società stessa”.
Gli amministratori delle società dominanti sono perciò coinvolti nella responsabilità degli amministratori
delle società dominate per i danni da questi ultimi cagionati alla propria società per il fatto di aver
supinamente dato attuazione alle direttive del gruppo.
Responsabilità che si cumula con quella prevista dal 2497 a carico della stessa capogruppo per abuso di
direzione e coordinamento.
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NOZIONE E DISTINZIONI.
L'assemblea è l'organo composto dalle persone dei soci. La sua funzione è quella di formare la volontà
della società nelle materie riservate alla sua competenza dalla legge o dall'atto costitutivo.
L'assemblea è organo collegiale che decide secondo il principio maggioritario.
La volontà espressa dai soci riuniti in assemblea vale come volontà della società e vincola tutti i soci, anche
se assenti o dissenzienti.
A seconda dell'oggetto delle deliberazioni, l'assemblea si distingue in ordinaria e straordinaria.
ASSEMBLEA ORDINARIA→ le competenze dell'assemblea ordinaria variano a seconda del sistema di
amministrazione e di controllo adottato.
SISTEMA TRADIZIONALE O MONISTICO: L’assemblea
1) Approva il bilancio
2) nomina revoca gli amministratori, i sindaci e il presidente del collegio sindacale
3) determina il compenso degli amministratori e dei sindaci se non stabilito nell'atto costitutivo
4) delibera sulla responsabilità degli amministratori e dei sindaci
5) delibera sugli altri oggetti attribuiti dalla legge alla competenza dell'assemblea
6) approva l'eventuale regolamento dei lavori assembleari
Con l'attuale disciplina sembra essere venuta meno la possibilità degli amministratori di sottoporre, di
propria iniziativa, all'assemblea operazioni attinenti alla gestione sociale; cioè in quanto la legge afferma
testualmente che “la gestione dell'impresa spetta esclusivamente agli amministratori”.
Rientrano comunque nella competenza dell'assemblea ordinaria tutte le deliberazioni che non sono di
competenza dell'assemblea straordinaria.
ASSEMBLEA STRAORDINARIA → a sua volta delibera:
1) Sulle modificazioni dello statuto
2) sulla nomina, sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori
3) su ogni altra materia espressamente attribuita dalla legge alla sua competenza
L'attuale disciplina amplia la possibilità che lo statuto attribuisca alla competenza dell'organo
amministrativo specifiche materie per legge riservate alla competenza dell'assemblea ordinaria.
Il trasferimento statutario di competenza è possibile nei seguenti casi: fusione tra società controllante e
controllata in caso di società interamente posseduta; indicazioni degli amministratori che hanno la
rappresentanza della società; istituzione e soppressione di sedi secondarie; trasferimento della sede
sociale nel territorio nazionale; riduzione del capitale per perdite quando la società rimette azioni prive di
valore nominale; riduzione del capitale sociale in caso di recesso del socio.
QUORUM RICHIESTI → diversi sono i quorum costitutivi e deliberativi richiesti per l'assemblea ordinaria e
per quella straordinaria. Per evitare che l'assenteismo degli azionisti impedisca di deliberare, è prevista una
seconda convocazione con quorum inferiori per entrambe le assemblee; lo statuto può inoltre prevedere
convocazioni successive qualora la seconda convocazione vada deserta.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, la regola è che l'assemblea si tiene in
unica convocazione alla quale si applicano direttamente quorum ribassati, se lo statuto non prevede
diversamente.
L'assemblea è unica e generale se la società ha emesso solo azioni ordinarie. Quando invece sono state
emesse diverse categorie di azioni, o strumenti finanziari che conferiscono diritti amministrativi,
all'assemblea generale si affiancano le assemblee speciali di categoria.
Alle assemblee speciali si applicano le norme dettate per l'assemblea straordinaria, se le azioni speciali non
sono quotate. Si applica la disciplina dell'assemblea degli azionisti di risparmio, se le azioni speciali sono
quotate.
IL PROCEDIMENTO ASSEMBLEARE.
La convocazione dell'assemblea è decisa dall'organo amministrativo, il quale può disporre la stessa ogni
volta lo ritenga opportuno.
La convocazione da parte degli amministratori è obbligatoria in una serie di casi, in particolare, essi:
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A) Devono convocare l'assemblea ordinaria almeno una volta l'anno, entro il termine stabilito dallo
statuto che comunque non può essere superiore a 120 giorni dalla chiusura dell'esercizio per
consentire l'approvazione del bilancio.
B) Devono convocare senza ritardo l'assemblea quando ne sia fatta richiesta da tanti soci che
rappresentano almeno il decimo del capitale sociale. Se gli amministratori, o in loro vece i sindaci,
non provvedono, la convocazione dell'assemblea è ordinata con decreto dal tribunale, il quale
designa anche la persona che deve presiederla. Il tribunale deve però previamente sentire l'organo
amministrativo e di controllo della società e convocherà l'assemblea solo se il rifiuto degli stessi
risulti ingiustificato.
Nelle società quotate, i soci che rappresentano almeno un quarantesimo del capitale possono chiedere
l'integrazione dell'ordine del giorno di un'assemblea già convocata o presentare proposte di deliberazione
su argomenti già all'ordine del giorno.
La relativa domanda va presentata entro 10 giorni dalla pubblicazione dell'avviso di convocazione.
Né la convocazione, né l'integrazione dell'ordine del giorno su richiesta della minoranza sono ammesse
quando si tratti di argomenti sui quali l'assemblea deve deliberare su proposta degli amministratori.
La convocazione dell'assemblea deve essere poi disposta dal collegio sindacale ogni qualvolta la
convocazione sia obbligatoria e gli amministratori non vi abbiano provveduto.
Il collegio sindacale può inoltre convocare l'assemblea, previa comunicazione al presidente del consiglio di
amministrazione, qualora nell'espletamento del suo incarico ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi
sia urgente necessità di provvedere.
Inoltre, nelle società quotate il potere di convocazione può essere esercitato anche da solo due membri
effettivi del collegio sindacale.
PROCEDURA DI CONVOCAZIONE: L’assemblea è convocata nel comune dove ha sede la società, se lo
statuto non dispone diversamente.
SOCIETA’ NON QUOTATE: la convocazione è effettuata mediante avviso da pubblicare nella Gazzetta
ufficiale della Repubblica, almeno 15 gg prima.
In alternativa, lo statuto delle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio può
consentire la convocazione mediante avviso comunicato ai soci almeno 8 giorni prima, con mezzi che
garantiscano la prova dell'avvenuto ricevimento (raccomandata a/r, fax, e-mail).
SOCIETA’ QUOTATE: l'avviso di convocazione deve essere pubblicato almeno 30 giorni prima
dell'assemblea sul sito Internet della società, e con le altre modalità fissate dalla Consob.
L'avviso deve contenere le indicazioni del giorno, dell'ora e del luogo dell'adunanza, nonché l'elenco delle
materie da trattare (ordine del giorno).
ASSEMBLEA TOTALITARIA: Anche in assenza di convocazione, l'assemblea è regolarmente costituita
quando è rappresentato l'intero capitale sociale e partecipa all'assemblea la maggioranza dei componenti
degli organi amministrativi e di controllo.
Agli assenti deve essere data tempestiva comunicazione delle deliberazioni assunte.
L'assemblea totalitaria può deliberare su qualsiasi argomento ma, ciascuno degli intervenuti può opporsi
alla discussione degli argomenti sui quali non si ritenga sufficientemente informato, impedendo così che si
arrivi a deliberare su quel punto.
Una volta costituita, l'assemblea è presieduta dalla persona indicata nello statuto o, in mancanza, da quella
eletta con il voto della maggioranza dei presenti. Il presidente è assistito da un segretario designato nello
stesso modo.
Il presidente assicura che l'assemblea si svolga in modo ordinato e nel rispetto delle norme che ne
regolano l'attività, nello specifico egli: verifica la regolarità della costituzione dell'assemblea; accerta
l'identità e la legittimazione dei presenti; regola il suo svolgimento e accerta i risultati delle votazioni.
Ai soci intervenuti, che raggiungono il terzo del capitale sociale rappresentato in assemblea, è riconosciuto
il diritto di chiedere il rinvio dell'adunanza di non oltre 5 giorni, dichiarando di non essere sufficientemente
informati sugli argomenti posti in discussione. Il diritto di rinvio può essere esercitato una sola volta per lo
stesso oggetto.
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Le delibere assembleari devono constare da verbale, sottoscritto dal presidente e dal segretario.
Se si tratta di assemblea straordinaria, il verbale deve essere redatto da un notaio.
I verbali devono essere poi trascritti nell'apposito libro delle adunanze e delle deliberazioni dell'assemblea.
Contenuto del verbale: deve indicare la data dell'assemblea, l'identità dei partecipanti e il capitale
rappresentato da ciascuno; devi indicare le modalità e il risultato delle votazioni e deve consentire
l'identificazione dei soci favorevoli, astenuti o dissenzienti.
Il verbale deve essere redatto senza ritardo all’assemblea.
Lo statuto può modificare solo in aumento le maggioranze previste per l'assemblea ordinaria di prima
convocazione e quelle dell'assemblea straordinaria; inoltre, lo statuto può prevedere maggioranze più
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elevate anche per l'assemblea ordinaria di seconda convocazione, tranne che per l'approvazione del
bilancio e per la nomina e la revoca delle cariche sociali. Ciò al fine di evitare che possa essere impedita
l'adozione di delibere essenziali per la vita corrente della società.
È consentito che lo statuto preveda convocazioni ulteriori sia dell'assemblea ordinaria che di quella
straordinaria; convocazioni alle quali si applicano le disposizioni della seconda convocazione.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, nelle convocazioni dell'assemblea
straordinaria successive alla seconda, il quorum costitutivo è ridotto ad almeno un quinto del capitale
sociale, fermo restando che è necessario il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato
in assemblea per l'approvazione della delibera.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio il sistema della pluralità di convocazioni è
meramente opzionale. Se lo statuto non dispone diversamente, le assemblee di queste società si tengono
in unica convocazione alla quale si applicano direttamente le maggioranze più basse previste dal sistema
con più convocazioni: cioè le maggioranze richieste per l'assemblea ordinaria di seconda convocazione e
per quella straordinaria nelle convocazioni successive alla seconda.
LA RAPPRESENTANZA IN ASSEMBLEA.
Gli azionisti possono partecipare all'assemblea sia personalmente sia a mezzo di rappresentante.
L'istituto della rappresentanza in assemblea consente la partecipazione indiretta dei piccoli azionisti alla
vita della società e agevole il raggiungimento delle maggioranze assembleari nelle società con diffuso
assenteismo dei soci.
Nel contempo, però, può prestarsi ad abusi: attraverso il rastrellamento delle deleghe il gruppo minoritario
di comando delle società o gli amministratori possono rafforzare le proprie posizioni di potere a spese dei
piccoli azionisti.
Per questo il legislatore interviene la prima volta nel 1974, introducendo una serie di limitazioni volte ad
ostacolare la raccolta delle deleghe.
Coloro ai quali spetta il diritto di voto possono farsi rappresentare in assemblea. Nelle società che non
fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, però, lo statuto può escludere o limitare tale facoltà.
La delega deve essere conferita per iscritto e deve contenere il nome del rappresentante.
Il rappresentante, a sua volta, può farsi sostituire da altri solo se la delega lo prevede.
Inoltre, nelle società non quotate, anche la persona del sostituto deve essere espressamente indicata nella
delega.
Le società o gli enti possono delegare solo un proprio dipendente o collaboratore. La delega è sempre
revocabile.
Altre limitazioni, sempre introdotte nel 74, valgono solo per le società non quotate:
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la rappresentanza non può essere conferita ad una serie di soggetti, espressione del gruppo di comando
della società o sotto l'influenza dello stesso (membri degli organi amministrativi e di controllo; revisore
legale dei conti; società controllate).
Con la riforma del 98 è stato invece soppresso il divieto di rappresentanza per le banche (introdotto nel
74).
Sempre nelle società non quotate, vigono limitazioni anche per quanto riguarda il numero dei soci che la
stessa persona può rappresentare in assemblea: non più di 20 soci; o se si tratta di società che fanno
ricorso al mercato del capitale di rischio non più di 50, 100 o 200 soci, a seconda che il capitale della società
non superi i 5 milioni di euro, non superi i 25 milioni o infine superi quest'ultima cifra.
Con la riforma del 2003 è stata circoscritta alle sole società che fanno ricorso al capitale di rischio la regola
secondo cui la rappresentanza può essere conferita solo per singole assemblee.
Tale limitazione non opera se si tratta di procura generale o di procura conferita ad un proprio dipendente
da società o da altri enti.
Il solo risultato di tutte queste riforme è stato quello di rendere più complesso e costoso il rastrellamento
delle procure, nonché di scoraggiare ulteriormente la partecipazione indiretta alle assemblee dei piccoli
azionisti.
Si sarebbe potuto, anziché scoraggiare le deleghe, fare in modo che i piccoli azionisti rilasciassero le stesse
in modo consapevole, attraverso una dettagliata informazione preventiva sul perché si richiede la delega,
sul modo in cui i voti raccolti saranno utilizzati in assemblea, sui vantaggi e sugli svantaggi che potranno
derivare alla società e agli azionisti.
È proprio questa la via seguita, a partire dal 2010, per le società quotate. In particolare:
1) è stato permesso di conferire la delega anche in via elettronica
2) se lo statuto non dispone diversamente, la società è tenuta a designare per ciascuna assemblea un
soggetto al quale gli azionisti possono conferire senza spese una delega con istruzioni di voto su
tutte o su alcune proposte all'ordine del giorno.
3) Sono stati soppressi i limiti quantitativi al cumulo delle deleghe da parte del medesimo
rappresentante e sono caduti anche i divieti soggettivi già visti per le società non quotate.
Nel contempo, tuttavia, nelle società quotate è affermato il principio che il rappresentante deve
comunicare per iscritto al socio le circostanze da cui deriva una sua condizione di conflitto di interessi, e in
questo caso la procura dovrà contenere specifiche istruzioni di voto da parte del socio per ciascuna
delibera per cui è stata conferita la rappresentanza, senza che i rappresentanti possa discostarsene.
Tale obbligo grava in particolare su alcuni soggetti elencati dalla legge, che sono considerati in ogni caso in
conflitto di interessi: membri degli organi amministrativi e di controllo; dipendenti delle società; soggetti
controllanti, controllati o collegati alla società ecc.
La disciplina nelle società quotate contempla infine due istituti specificamente volti ad agevolare la
raccolta delle deleghe sia da parte del gruppo di comando delle società quotate, sia da parte degli azionisti
di minoranza che ne vogliano contrastare le proposte assembleari:
1) SOLLECITAZIONE → è la richiesta di conferimento di deleghe di voto rivolta da uno o più soggetti a
più di 200 azionisti su specifiche proposte di voto ovvero accompagnata da raccomandazioni,
dichiarazioni o altre indicazioni idonee a influenzarne il voto.
Il promotore effettua la sollecitazione mediante la diffusione di un prospetto e di un modulo di
delega che devono contenere informazioni idonee a consentire all'azionista di assumere una
decisione consapevole.
2) RACCOLTA DI DELEGHE → è la richiesta di conferimento di deleghe di voto effettuata dalle
associazioni di azionisti esclusivamente nei confronti dei propri associati. Risponde allo scopo di
agevolare l'esercizio indiretto del voto da parte di piccoli azionisti già organizzati in associazione per
la difesa dei comuni interessi. Essa non costituisce sollecitazione.
La Consob stabilisce regole di trasparenza e di correttezza per lo svolgimento della sollecitazione e della
raccolta di deleghe. La delega rilasciata deve contenere istruzioni di voto. E inoltre liberamente revocabile
fino al giorno precedente l'assemblea.
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LIMITI ALL’ESERCIZIO DI VOTO. IL CONFLITTO DI INTERESSI.
Con l'esercizio del diritto di voto il socio concorre alla formazione della volontà sociale in proporzione del
numero di azioni possedute.
L'esercizio del diritto di voto è in via di definizione rimesso l'apprezzamento discrezionale del socio, il quale
deve però esercitarlo in modo da non arrecare danno al patrimonio della società.
Questo limite si desume con chiarezza dalla disciplina del conflitto di interessi dettata dal 2373 cc.
Versa in conflitto di interessi l'azionista che in una determinata delibera ha, per conto proprio o altrui, un
interesse personale contrastante con l'interesse della società.
In presenza di tale situazione, al socio non è più fatto divieto di votare; egli oggi è libero di votare o di
astenersi, ma se vota, la delibera approvata con il suo voto determinante è impugnabile qualora possa
recare danno alla società.
La delibera adottata col voto del socio in conflitto di interessi non è perciò senza altro annullabile; a tal fine
è necessario che ricorrano due ulteriori condizioni: a) Che il suo voto sia stato determinante b) che la
delibera possa danneggiare la società.
Due ipotesi tipiche di conflitto di interessi sono previste dal 2373, il quale:
A) Vieta ai soci amministratori di votare nelle deliberazioni riguardanti la loro responsabilità
B) Vieta, nel sistema dualistico, ai soci componenti del consiglio di gestione di votare nelle
deliberazioni riguardanti la nomina, la revoca o la responsabilità dei consiglieri di sorveglianza.
In tali casi il conflitto è certo e il pericolo di danno è evidente, quindi il voto è inibito.
Si può verificare che una deliberazione sia adottata dalla maggioranza per danneggiare non la società,
bensì i soci di minoranza. Es. Si delibera di aumentare il capitale sociale a pagamento al solo fine di ridurre
la quota di partecipazione di un socio di minoranza impossibilitato a sottoscrivere l'aumento.
In questi casi la disciplina del 2373 non è invocabile, poiché la società non subisce alcun danno
patrimoniale.
Dottrina e giurisprudenza non sono però insensibili all'esigenza di reprimere gli abusi della maggioranza a
danno della minoranza e desumono, dal principio generale di correttezza e buona fede nell'attuazione del
contratto, un ulteriore limite alla libertà di voto. Si perviene così ad affermare l'annullabilità della delibera
quando la stessa sia ispirata dal solo scopo di danneggiare i singoli soci.
I SINDACATI DI VOTO.
I sindacati di voto sono accordi (patti parasociali) con i quali alcuni soci impegnano a concordare
preventivamente il modo in cui votare in assemblea.
Essi possono avere carattere occasionale o permanente.
In questo secondo caso, possono essere a tempo determinato o a tempo indeterminato, nonché riguardare
tutte le delibere assembleari o soltanto quelle di un determinato tipo.
Si può stabilire che il modo in cui votare sarà deciso all'unanimità, o a maggioranza dei soci sindacati.
Vantaggi: essi danno un indirizzo unitario all’azione dei soci sindacati e se questi costituiscono il gruppo di
comando, il patto di sindacato consente di dare stabilità di indirizzo alla condotta della società.
L’accordo di sindacato consente una migliore difesa dei comuni interessi se stipulato fra soci di minoranza.
Pericoli: i sindacati di comando cristallizzano il gruppo di controllo, soprattutto se stipulati a lungo termine
o a tempo indeterminato. Ancora, con i sindacati di comando il procedimento assembleare finisce con
l’essere rispettato solo formalmente, dato che di fatto le decisioni vengono prese prima e fuori
l’assemblea.
Certo, sono sempre necessarie le maggioranze prescritte per legge per l’approvazione delle delibere;
sostanzialmente però chi decide è solo la maggioranza dei soci sindacati, che può perciò controllare la
società anche senza disporre della maggioranza del capitale.
Il sindacato di voto, come patto parasociale, è produttivo di effetti solo fra le parti e non nei confronti della
società. Perciò il voto dato in assemblea resta valido anche se espresso in violazione degli accordi di
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sindacato, ma il socio che ha votato in modo difforme da quanto preventivamente convenuto sarà tenuto a
risarcire i danni da lui arrecati agli altri aderenti al patto.
Il profilo su cui incidono i sindacati di voto è quello dell’esatta individuazione dei reali centri di potere della
società che essi concorrono a determinare, attraverso la concentrazione e l’indirizzo unitario dei voti.
È proprio questa la strada imboccata dal legislatore con le riforme del 98 e del 2003, rispettivamente
riferite alle società quotate e alle società non quotate.
DURATA: Nelle società non quotate non solo i sindacati di voto, ma anche gli altri patti stipulati al fine di
stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società (es. Sindacati di blocco), non possono avere
durata superiore a 5 anni, ma sono rinnovabili alla scadenza. Inoltre, possono essere stipulati anche a
tempo indeterminato, ma in tal caso ciascun contraente può recedere con un preavviso di 180 giorni.
Identica disciplina è prevista per le società quotate, con la sola differenza che i patti a tempo determinato
non possono avere durata superiore a tre anni.
Infine, per le sole società non quotate, i limiti di durata non si applicano ai patti strumentali ad accordi di
collaborazione nella produzione e nello scambio di beni o servizi e relativi a società interamente possedute
dai partecipanti all'accordo.
PUBBLICITA’: i patti parasociali sono soggetti ad un particolare regime di pubblicità, che però è diverso per
le società quotate e per quelle non quotate che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
In queste ultime società i patti parasociali devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di
assemblea. La dichiarazione deve essere trascritta nel verbale di assemblea che deve essere depositato
presso l'ufficio del registro delle imprese.
L'omessa dichiarazione è sanzionata con la sospensione del diritto di voto delle azioni cui si riferisce il patto
parasociale e la conseguente impugnabilità della delibera qualora sia stata adottata col voto determinante
di tali azioni.
Nelle società quotate i sindacati di voto e gli altri patti parasociali devono essere comunicati alla Consob,
pubblicati per estratto sulla stampa quotidiana e depositati presso il registro delle imprese entro brevi
termini fissati per legge. La violazione di tali obblighi di trasparenza comporta la nullità dei patti e la
sospensione del diritto di voto relativo alle azioni sindacate. In caso di inosservanza, la delibera
assembleare è impugnabile, anche da parte della Consob, qualora sia stata adottata col voto determinante
di tali azioni.
Nessuna forma di pubblicità è prevista per i patti parasociali riguardanti società che non fanno ricorso al
mercato del capitale di rischio.
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Tali erano considerate le delibere che presentavano vizi di procedimento talmente gravi da precludere la
possibilità stessa di qualificare l'atto come delibera assembleare.
In tal caso si deve parlare di delibera inesistente per mancanza dei requisiti minimi essenziali.
Per una delibera inesistente la sanzione non poteva che essere la nullità radicale.
Si arrivava così ad estendere la sanzione della nullità anche a delibere che presentavano solo vizi di
procedimento.
Non essendo l'inesistenza codificata ma totalmente arbitraria, l'incertezza regnava sovrana.
La riforma del 2003 introduce una disciplina il cui obiettivo di fondo è quello di far cessare la categoria
giurisprudenziale delle delibere inesistenti riconducendo nelle categorie della nullità o dell'annullabilità
tutti i possibili vizi delle delibere assembleari.
DELIBERE ANNULLABILI:
L'annullabilità costituisce la regola per le delibere assembleari invalide.
Sono semplicemente annullabili tutte le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge o dello
statuto; mentre la più grave sanzione della nullità scatterà soltanto nei tre casi tassativamente indicati dal
2379cc.
Possono dar vita solo ad annullabilità della delibera:
a) la partecipazione all'assemblea di persone non legittimate, ma solo se tale partecipazione sia stata
determinante per la regolare costituzione dell'assemblea
b) L'invalidità dei singoli voti o il loro errato conteggio, ma solo se determinanti per il raggiungimento
della maggioranza
c) l'incompletezza o inesattezza del verbale, ma solo quando impediscono l'accertamento del
contenuto, degli effetti e della validità della delibera.
L'impugnativa può essere proposta solo dai soggetti espressamente previsti dalla legge. Vale a dire: soci
assenti, dissenzienti o astenuti; amministratori; consiglio di sorveglianza e collegio sindacale.
Legittimato all'impugnativa è anche il rappresentante comune degli azionisti di risparmio.
La legittimazione all'impugnativa non compete quindi ai soci che abbiano votato a favore della delibera.
In alcuni casi tassativamente previsti l'impugnativa può essere proposta anche dalla Consob, dalla Banca
d'Italia o dall'Ivass.
Inoltre, al fine di evitare azioni pretestuose o di mero disturbo, il diritto di impugnativa non è più
riconosciuto ad ogni socio con diritto di voto, bensì solo agli azionisti con diritto di voto che rappresentano,
anche congiuntamente, l'uno per mille del capitale sociale nelle società che fanno ricorso al mercato del
capitale di rischio e il 5% nelle altre.
Lo statuto può ridurre o escludere questo requisito.
Come correttivo della limitazione del diritto di impugnativa, è riconosciuto ai soci non legittimati a proporla
il diritto di chiedere il risarcimento dei danni loro cagionati dalla non conformità della delibera alla legge o
allo statuto.
L'impugnativa o l'azione di risarcimento danni devono essere proposte entro 90 giorni dalla data della
deliberazione o, se questa è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese, 90 giorni dall'iscrizione.
Il termine è allungato a 180 giorni per la Consob, per la Banca d'Italia e per l'Ivass.
L'azione di annullamento è proposta davanti al tribunale delle imprese competente per il luogo dove la
società ha sede.
I soci impegnanti devono dimostrare di essere possessori al tempo dell'impugnazione del prescritto
numero di azioni; se questo viene meno nel corso del processo, il giudice non può pronunciare
l'annullamento e provvede solo sul risarcimento dell'eventuale danno, ove richiesto.
La proposizione dell'azione non sospende di per sé l’esecuzione della delibera; la sospensione può essere
disposta su richiesta dell'impugnante, previa comparazione fra danno alla società e danno del ricorrente, e
dopo aver sentito amministratori e sindaci.
L'annullamento ha effetto per tutti i soci ed obbliga gli amministratori a prendere i provvedimenti
conseguenti. Restano in ogni caso salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti in
esecuzione della delibera.
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L'annullamento non può avere luogo se la delibera è sostituita con altra presa in conformità della legge o
dello statuto o è stata revocata dall'assemblea.
LE DELIBERAZIONI NULLE.
La delibera è nulla solo nei tre casi tassativamente indicati dal 2379:
1) oggetto impossibile o illecito; vale a dire contrario a norme imperative, all'ordine pubblico o al buon
costume. ES: si delibera di non redigere il bilancio di esercizio.
Nullità si ha anche quando la delibera ha oggetto lecito ma contenuto illecito ES: l'assemblea
approva un bilancio falso.
2) Mancata convocazione dell'assemblea. Si precisa però che:
a) la convocazione non si considera mancante e non si ha nullità della delibera nel caso di
irregolarità dell'avviso, se questo è idoneo a consentire a coloro che hanno diritto di intervenire
di essere preventivamente avvertiti della convocazione e della data dell'assemblea.
b) L'azione di nullità non può essere esercitata da chi abbia dichiarato il suo assenso allo
svolgimento dell'assemblea.
3) mancanza del verbale, si precisa però che:
a) il verbale non si considera mancante se contiene la data della deliberazione e il suo oggetto ed
è sottoscritto dal presidente dell'assemblea o dal presidente del consiglio d'amministrazione.
b) La nullità per mancanza del verbale è sanata con effetto retroattivo mediante verbalizzazione
eseguita prima dell'assemblea successiva, salvi i diritti dei terzi che in buona fede ignoravano la
deliberazione.
La disciplina degli effetti delle delibere nulle: la nullità delle delibere assembleari può essere fatta valere da
chiunque vi abbia interesse e può essere rilevata anche d'ufficio dal giudice.
Possono essere impugnate senza limiti di tempo solo le delibere che modificano l'oggetto sociale
prevedendo attività illecite o impossibili. In tutti gli altri casi è introdotto un termine di decadenza di tre
anni, che decorre dalla data di iscrizione o deposito nel registro delle imprese, se la deliberazione vi è
soggetta, altrimenti dalla trascrizione nel libro delle adunanze dell'assemblea.
Inoltre, così come previsto per le delibere annullabili:
a) anche la dichiarazione di nullità non pregiudica i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad
atti compiuti in esecuzione della delibera
b) la nullità non può essere dichiarata se la delibera è sostituita con altra presa in conformità della
legge.
Una specifica disciplina è prevista per alcune delibere di particolare rilievo: aumento del capitale sociale,
riduzione reale del capitale, emissione delle obbligazioni.
Per tali delibere l'azione di nullità è soggetta al più breve termine di decadenza di 180 giorni.
In caso di mancata convocazione, il termine è di 90 giorni dall'approvazione del bilancio.
Se si tratta di società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, anche se tali termini non sono
trascorsi, la nullità della delibera di aumento del capitale sociale (di riduzione reale del capitale o di
emissione delle obbligazioni) non può essere più pronunciata dopo che è stata iscritta nel registro delle
imprese l'attestazione che l'aumento è stato anche parzialmente eseguito.
Resta comunque salvo il diritto al risarcimento del danno eventualmente spettante ai soci e ai terzi.
Specificamente disciplinata è poi l'invalidità della delibera di approvazione del bilancio, non più
impugnabile dopo l'approvazione del bilancio successivo, e della delibera di trasformazione.
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CAPITOLO 17.
AMMINISTRAZIONE. CONTROLLO.
SISTEMA TRADIZIONALE.
GLI AMMINISTRATORI.
SPA NON QUOTATA →Può avere sia un amministratore unico sia una pluralità di amministratori (CdA).
SPA QUOTATE → è imposta l'amministrazione pluripersonale, allo scopo di consentire la nomina di almeno
un amministratore da parte dei soci di minoranza e di almeno un amministratore indipendente.
Il numero di componenti del consiglio di amministrazione può essere liberamente determinato dallo
statuto.
Inoltre, il consiglio di amministrazione può essere articolato al suo interno con la creazione di uno o più
organi delegati: comitato esecutivo e amministratori delegati.
FUNZIONI: gli amministratori sono l'organo cui è affidata in via esclusiva la gestione dell'impresa sociale e
ad essi spetta compiere tutte le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale:
a) gli amministratori deliberano su tutti gli argomenti attinenti alla gestione della società che non
siano riservati all'assemblea (cd. Potere gestorio).
b) Gli amministratori hanno la rappresentanza generale della società. Hanno cioè il potere di
manifestare all'esterno la volontà sociale, ponendo in essere i singoli atti giuridici in cui si
concretizza l'attività sociale.
c) Gli amministratori danno impulso all'attività dell'assemblea: la convocano e ne fissano l'ordine del
giorno. Danno altresì attuazione alle delibere della stessa e hanno il potere/dovere di impugnare
quelle che violino la legge o l'atto costitutivo
d) gli amministratori devono curare la tenuta dei libri e delle scritture contabili della società e in
particolare devono redigere annualmente il progetto di bilancio da sottoporre all'approvazione
dell'assemblea.
e) Gli amministratori devono prevenire il compimento di atti pregiudizievoli per la società, o
quantomeno eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose.
Di tutte queste funzioni gli amministratori sono investiti per legge, e si tratta di funzioni che essi svolgono
in posizione di formale autonomia rispetto all'assemblea:
1) Perché essi devono vigilare sul rispetto della legge anche da parte dell'assemblea
2) perché dell'adempimento dei loro doveri essi sono personalmente responsabili civilmente e
penalmente.
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NOMINA E CESSAZIONE DELLA CARICA.
I primi amministratori sono nominati nell’atto costruttivo. Successivamente loro nomina compete
all'assemblea ordinaria.
Lo statuto può riservare la nomina di un amministratore indipendente ai possessori di strumenti finanziari
partecipativi.
Inoltre, nelle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, la legge o lo statuto possono
riservare la nomina di uno o più amministratori allo stato o ad enti pubblici, purché siano titolari di una
partecipazione sociale e in proporzione alla partecipazione stessa.
Se invece la società fa ricorso al mercato del capitale di rischio, è possibile riconoscere diritti speciali di
nomina allo stato o ad enti pubblici mediante attribuzione agli stessi di strumenti finanziari partecipativi o
azioni speciali.
Nelle società quotate almeno un amministratore deve essere espresso dalla minoranza.
Inoltre, almeno un componente del consiglio di amministrazione deve essere un amministratore
indipendente: deve cioè essere in possesso dei requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci.
Infine, lo statuto deve prevedere modalità di nomina volte ad assicurare l'equilibrio fra uomini e donne
nella composizione dell'organo amministrativo, in modo che il genere meno rappresentato ottenga almeno
un terzo degli eletti.
Il numero degli amministratori è fissato nello statuto. Questo però può anche limitarsi ad indicare il
numero minimo e massimo e in tal caso sarà l'assemblea che procede alla nomina a fissare di volta in volta
il numero degli amministratori.
Gli amministratori possono essere soci o non soci.
Specifici requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza sono richiesti da leggi speciali per gli
amministratori di società che svolgono determinate attività (assicurativa, bancaria ecc).
Non possono essere nominati amministratori l'interdetto, l'inabilitato, il fallito o chi è stato condannato ad
una pena che comporta l'interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici.
Numerose cause di incompatibilità sono poi previste da leggi speciali (es. Impiegati civili dello Stato,
membri del Parlamento, avvocati).
Le cause di incompatibilità comportano solo che l'interessato è tenuto ad optare fra l'uno e l'altro ufficio:
non rendono perciò invalida la delibera di nomina.
La nomina degli amministratori non può essere fatta per un periodo superiore a tre esercizi. Essi sono però
rieleggibili, se l'atto costitutivo non dispone diversamente.
Sono cause di cessazione dall'ufficio prima della scadenza del termine:
a) la revoca da parte dell'assemblea, che può essere deliberata in ogni tempo, salvo il diritto degli
amministratori al risarcimento dei danni se non sussiste una giusta causa
b) la rinuncia da parte degli amministratori
c) la decadenza dall'ufficio, ove sopraggiunga una delle cause di ineleggibilità
d) la morte
al fine di evitare che il verificarsi di una causa di cessazione dall'ufficio paralizzi l'attività dell'organo
amministrativo, la cessazione degli amministratori per scadenza del termine ha effetto solo dal momento
in cui l'organo amministrativo è stato ricostituito.
Gli amministratori scaduti rimangono perciò in carica, con pienezza dei poteri, fino all'accettazione della
nomina da parte dei nuovi amministratori (prorogatio).
Le dimissioni dell'amministratore hanno effetto immediato se rimane in carica la maggioranza degli
amministratori; in caso contrario, le dimissioni hanno effetto solo dal momento in cui la maggioranza del
consiglio si è ricostituita in seguito all'accettazione dei nuovi amministratori.
Nei casi in cui gli effetti della cessazione non sono differiti o differibili (morte, decadenza) è dettata una
particolare disciplina per la sostituzione degli amministratori mancanti. Sono previste tre ipotesi:
1) se rimane in carica più della metà degli amministratori nominati dall'assemblea, i superstiti
provvedono a sostituire provvisoriamente quelli venuti meno, con delibera consiliare approvata dal
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collegio sindacale (cooptazione). Gli amministratori così nominati restano in carica fino alla
successiva assemblea che potrà confermarli nell'ufficio o sostituirli
2) Se viene a mancare più della metà degli amministratori nominati dall'assemblea non si dà luogo alla
cooptazione. I superstiti devono convocare l'assemblea perché provveda alla sostituzione dei
mancanti; i nuovi amministratori così nominati scadono con quelli in carica all'atto della nomina.
3) Se vengono a cessare tutti gli amministratori o l'amministratore unico, il collegio sindacale deve
convocare con urgenza l'assemblea per la ricostituzione dell'organo amministrativo. Nel frattempo,
il collegio sindacale può compiere gli atti di ordinaria amministrazione.
L'attuale disciplina riconosce la validità delle clausole statutarie che prevedono la cessazione di tutti gli
amministratori e la conseguente ricostituzione dell'intero collegio da parte dell'assemblea a seguito della
cessazione di alcuni amministratori (clausole simul stabunt simul cadent).
L'assemblea per la nomina del nuovo consiglio e convocata d'urgenza dagli amministratori rimasti in carica,
salvo il caso di cessazione di tutti gli amministratori.
La nomina e la cessazione dalla carica degli amministratori è soggetta ad iscrizione nel registro delle
imprese.
COMPENSO. DIVIETI
Gli amministratori hanno diritto ad un compenso per la loro attività. Questo può consistere, in tutto o in
parte, anche in una partecipazione agli utili della società o nell'attribuzione del diritto di sottoscrivere a
prezzo predeterminato azioni di futura emissione.
Modalità in misura del compenso sono determinati dall'atto costitutivo o dall'assemblea all'atto della
nomina. Per gli amministratori investiti di particolari cariche (es. Amministratore delegato), la
remunerazione è invece stabilita dallo stesso consiglio di amministrazione, sentito il parere del collegio
sindacale.
Se lo statuto lo prevede, l'assemblea può fissare un importo complessivo per la remunerazione di tutti gli
amministratori.
Per assicurare trasparenza sui compensi, nelle società quotate il consiglio di amministrazione sottopone
una volta l'anno all'assemblea una relazione sulla remunerazione, nella quale si illustra la politica della
società in tema di compensi, e si indicano analiticamente le remunerazioni spettanti e quelle già
corrisposte.
L'assemblea delibera sulla relazione con un voto non vincolante.
La centralità della posizione degli amministratori nella direzione della società li rende partecipi di tutti i
segreti aziendali, perciò, per prevenire situazioni di pericoloso antagonismo con la società e di potenziale
conflitto di interessi, gli amministratori di società per azioni non possono assumere la qualità di soci a
responsabilità illimitata in società concorrenti, né esercitare un'attività concorrente per conto proprio o
altrui, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, salva autorizzazione
dell'assemblea.
L’inosservanza del divieto espone l'amministratore alla revoca dall'ufficio per giusta causa e al risarcimento
degli eventuali danni arrecati alla società.
IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE.
La società per azioni può avere sia un amministratore unico, sia una pluralità di amministratori.
L'amministratore unico riunisce in sé ed esercita individualmente tutte le funzioni proprie dell'organo
amministrativo.
Amministrazione affidata a più persone = consiglio di amministrazione, retto da un presidente scelto dallo
stesso consiglio fra i suoi membri.
In tal caso l'attività è esercitata collegialmente. Le relative decisioni devono essere adottate in apposite
riunioni alle quali devono assistere i sindaci.
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Se lo statuto non prevede diversamente, il consiglio di amministrazione è convocato dal presidente dello
stesso, il quale ne fissa l'ordine del giorno, ne coordina i lavori e provvede affinché tutti gli amministratori
siano informati sulle materie iscritte all'ordine del giorno.
Per la validità delle deliberazioni del consiglio di amministrazione è necessaria la presenza della
maggioranza degli amministratori in carica, salvo che lo statuto non richieda un quorum costitutivo più
elevato.
Le deliberazioni sono approvate se riportano il voto favorevole della maggioranza assoluta dei presenti
(voto per teste). Non è ammesso il voto per rappresentanza.
Le deliberazioni adottate devono risultare da un apposito libro delle adunanze e delle deliberazioni del
consiglio di amministrazione.
In passato, le deliberazioni del consiglio di amministrazione erano impugnabili in un solo caso: delibera
adottata col voto determinante di un amministratore in conflitto di interessi.
L'attuale disciplina ha ampliato la categoria delle delibere consiliari annullabili, mentre non sono previste
cause di nullità delle stesse.
Possono essere impugnate tutte le delibere del consiglio di amministrazione che non sono prese in
conformità della legge o dello statuto.
L'impugnativa può essere proposta dagli amministratori assenti o dissenzienti e dal collegio sindacale (ma
non dai soci) entro 90 giorni dalla data della deliberazione.
Inoltre, quando la delibera consiliare leda direttamente un diritto soggettivo del socio, questi avrà diritto di
agire giudizialmente per far annullare la delibera.
L'annullamento delle delibere consiliari non pregiudica i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad
atti compiuti in esecuzione delle stesse.
CONFLITTO DI INTERESSI DEGLI AMMINISTRATORI: l'amministratore che in una determinata operazione ha,
per conto proprio o di terzi, un interesse non necessariamente in conflitto con quello della società:
1) devi darmi notizia agli altri amministratori e al collegio sindacale, precisandone la natura, l'origine e
la portata
2) se si tratta di amministratore delegato, deve astenersi dal compiere l'operazione investendo della
stessa l'organo collegiale competente
3) in entrambi i casi il consiglio di amministrazione deve adeguatamente motivare le ragioni e la
convenienza per la società dell'operazione.
Se la società ha un amministratore unico, questi deve darne notizia al collegio sindacale e anche alla prima
assemblea utile.
La delibera del consiglio di amministrazione o del comitato esecutivo, qualora possa recare danno alla
società, è impugnabile non solo quando l'amministratore interessato ha votato il suo voto è stato
determinante, ma anche quando sono stati violati gli obblighi di trasparenza, astensione e motivazione
sopra indicati.
L'impugnazione può essere proposta, entro 90 giorni dalla data della delibera, dal collegio sindacale, dagli
amministratori assenti e dissenzienti, nonché dagli stessi amministratori che hanno votato a favore se
l'amministratore interessato non abbia adempiuto gli obblighi di informazione.
La società può inoltre agire contro l'amministratore per il risarcimento dei danni derivanti dalla sua azione
o omissione.
Maggiori cautele sono imposte alle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio per quanto
riguarda le operazioni con parti correlate; vale a dire, operazioni aventi come controparte uno dei soggetti
indicati dalla Consob (socio di controllo, altri dirigenti, loro stretti familiari, società controllate, collegate o
sorelle ecc), rispetto alle quali è maggiore il rischio di decisioni assunte in conflitto di interessi.
Per tali operazioni il codice civile prevede che l'organo di amministrazione adotti procedure che assicurino
la trasparenza e la correttezza delle decisioni. Al riguardo la Consob ha emanato un'articolata disciplina che
prevede che sull'operazione si raccolga il preventivo parere di un comitato di amministratori indipendenti e
disinteressati.
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Il parere non è vincolante, tuttavia le operazioni di maggior rilievo economico per le quali è stato reso
parere negativo possono essere realizzate solo se approvate anche dall'assemblea senza il voto contrario
della maggioranza dei soci non correlati.
Delle operazioni più rilevanti concluse con parti correlate deve darsi informazione alla Consob e al pubblico
con mezzi idonei.
I DIRETTORI GENERALI
i direttori generali sono dirigenti che svolgono attività di alta gestione dell'impresa sociale. Dirigenti cioè che sono al
vertice della gerarchia dei lavoratori subordinati dell'impresa ed operano in rapporto diretto con gli amministratori,
dando attuazione alle direttive generali dagli stessi impartite.
I direttori generali sono parificati agli amministratori sotto il profilo delle responsabilità penali. Inoltre, denominati
dall'assemblea o per disposizione dello statuto, agli stessi si applicano le norme che regolano la responsabilità civile
degli amministratori, in relazione ai compiti loro affidati.
IL COLLEGIO SINDACALE
COMPOSIZIONE, NOMINA, CESSAZIONE.
SOCIETA’ NON QUOTATE→si compone di 3 o 5 membri effettivi, soci o non soci. Devono inoltre essere nominati due
membri supplenti. Diversamente dall'organo amministrativo, il collegio sindacale ha quindi una struttura semirigida
e ciò costituisce un ostacolo all'efficiente svolgimento delle sue funzioni, soprattutto nelle grandi società.
SOCIETA’ QUOTATE →fermo restando il numero minimo di tre sindaci effettivi e di due supplenti, l'atto costitutivo
delle società quotate può determinare liberamente il numero dei sindaci. È così possibile adeguare il numero dei
sindaci alla complessità dell'impresa sociale.
NOMINA→i primi sindaci sono nominati nell'atto costitutivo. Successivamente essi sono nominati dall'assemblea
ordinaria. La legge o lo statuto possono riservare la nomina di uno o più sindaci allo stato o ad enti pubblici che
abbiano partecipazioni nella società. Lo statuto può inoltre riservare la nomina di un sindaco ai possessori di
strumenti finanziari.
Quindi, i sindaci sono di regola nominati dallo stesso organo che nomina gli amministratori. Questo è un ulteriore
motivo di scarsa funzionalità del collegio sindacale, dato che controllanti e controllati sono in definitiva espressione
dello stesso gruppo di comando.
La situazione è mutata per le sole società quotate con la riforma del 98. L'atto costitutivo di tali società deve
prevedere che almeno un membro effettivo sia eletto dalla minoranza. Il collegio sindacale delle società quotate è
così reso espressione dell'intera compagine azionaria e la presenza dei sindaci eletti dalla minoranza offre maggiori
garanzie di effettivo svolgimento del controllo.
REQUISITI DI PROFESSIONALITA’ →
a) società non quotate: almeno un sindaco effettivo ed uno supplente devono essere scelti fra gli iscritti nel
registro dei revisori legali. Gli altri sindaci, se non iscritti in tale registro, devono essere scelti fra gli iscritti
negli albi professionali individuati dal ministero della giustizia, o fra i professori universitari di ruolo in
materie economiche o giuridiche.
b) società quotate: i requisiti di onorabilità e di professionalità sono fissati con regolamento del ministero della
giustizia, che prevede anche la nomina di sindaci non iscritti nel registro dei revisori legali dei conti.
Nel registro dei revisori possono iscriversi persone fisiche in possesso di specifici requisiti di professionalità e
onorabilità, nonché società che rispondano a determinati requisiti riguardanti soci, amministratori e soggetti
responsabili dell'attività di revisione.
CAUSE DI INELEGGIBILITA’ →sono previste cause di ineleggibilità ulteriori rispetto a quelle dettate per gli
amministratori ed operanti anche per i sindaci. Non possono essere nominati sindaci:
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a) il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori, nonché degli amministratori di
società facenti parte dello stesso gruppo
b) coloro che sono legati alla società o a società facenti parte dello stesso gruppo da un rapporto di lavoro o da
un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d'opera retribuita
Valgono per i sindaci le stesse cause di incompatibilità viste per gli amministratori.
Per favorire l'efficacia del controllo, nelle società quotate o con strumenti finanziari diffusi fra il pubblico, i sindaci
devono rispettare i limiti al cumulo di incarichi stabiliti dalla Consob.
Trovano inoltre applicazione, nelle società quotate, le regole sull'equilibrio fra uomini e donne dettate per il consiglio
d'amministrazione.
Il compenso dei sindaci deve essere predeterminato ed invariabile in corso di carica. La retribuzione annuale dei
sindaci, se non è stabilita nello statuto, deve essere determinata dall'assemblea all'atto della nomina.
I sindaci restano in carica per tre esercizi e sono rieleggibili. I sindaci scaduti restano in carica fino alla nomina dei
nuovi.
Per garantire l’indipendenza dei sindaci, l'assemblea può revocarli solo se sussiste una giusta causa.
Inoltre, la delibera di revoca deve essere approvata dal tribunale, al fine di verificare se ricorre giusta causa; nel
frattempo la delibera è improduttiva di effetti e il sindaco resta in carica.
I sindaci nominati dallo stato o da enti pubblici possono essere revocati solo dall'ente che li ha nominati.
DECADENZA→costituisce causa di decadenza dall'ufficio il sopraggiungere di una delle cause di ineleggibilità, nonché
la sospensione o cancellazione dal registro dei revisori. Decade inoltre il sindaco che, senza giustificato motivo, non
assiste alle assemblee o diserta due riunioni del consiglio di amministrazione, del comitato esecutivo o del collegio
sindacale.
In caso di morte, denuncia o di decadenza di un sindaco, subentrano automaticamente i supplenti ordini di età.
I nuovi sindaci restano in carica fino alla successiva assemblea che provvede alla nomina dei sindaci effettivi e
supplenti necessari per integrare il collegio.
La nomina e la cessazione dall'ufficio dei sindaci devono essere iscritte nel registro delle imprese
IL CONTROLLO SULL’AMMINISTRAZIONE.
Funzione primaria del collegio sindacale è quella di controllo.
Il controllo del collegio sindacale ha per oggetto amministrazione della società globalmente intesa e si estende a
tutta l'attività sociale, al fine di assicurare che la stessa venga svolta nel rispetto della legge e dell'atto costitutivo,
nonché dei principi di corretta amministrazione.
In particolare, il collegio sindacale vigila sull'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabile
adottato dalla società e sul suo corretto funzionamento.
Il collegio sindacale non svolge più la revisione legale dei conti della società. Tuttavia, lo statuto può prevedere che
anche la revisione legale dei conti sia esercitata dal collegio sindacale. In tal caso l'intero collegio sindacale deve
essere costituito da revisori legali iscritti nell'apposito registro.
Questa opzione non è consentita:
a) nelle società tenute a redigere il bilancio consolidato
b) nelle società soggette a revisione legale come enti di interesse pubblico, nonché nelle società che
controllano, sono controllate o sono sottoposte a comune controllo con le stesse
c) nelle società soggette al controllo di un ente pubblico
la vigilanza del collegio sindacale è esercitata innanzitutto nei confronti degli amministratori, ma riguarda anche
l'attività dell'assemblea; da qui il potere-dovere dei sindaci di intervenire alle riunioni dell'assemblea, del consiglio di
amministrazione e del comitato esecutivo, nonché di impugnare le relative delibere.
Il controllo del collegio sindacale sull'amministrazione e un controllo di carattere globale e sintetico, le cui modalità
di esercizio sono rimesse alla discrezionalità tecnica del collegio.
Per consentire al collegio sindacale l'efficace svolgimento della propria attività, la legge pone a carico degli
amministratori numerosi obblighi di comunicazione nei confronti del primo. Nelle società quotate gli amministratori
devono riferire tempestivamente al collegio sindacale dell'attività svolta, delle operazioni compiute di maggior
rilievo economico, nonché di quelle a rischio di conflitto di interessi.
Il collegio sindacale può scambiare informazioni con i corrispondenti organi delle società controllate in merito
all'andamento generale dell'attività sociale.
È inoltre espressamente previsto lo scambio tempestivo di informazioni fra collegio sindacale e soggetti incaricati
della revisione legale dei conti.
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Infine, nelle società quotate il collegio sindacale deve comunicare senza indugio alla Consob le irregolarità
riscontrate nell'attività di vigilanza.
I sindaci hanno il potere-dovere di procedere in qualsiasi momento ad atti di ispezione e di controllo, nonché di
chiedere agli amministratori notizie sull'andamento delle operazioni sociali o su determinati affari.
Il collegio sindacale può poi, previa comunicazione al presidente del consiglio di amministrazione, convocare
l'assemblea qualora nell'espletamento del suo incarico ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi sia urgente
necessità di provvedere.
Nelle società quotate, questo potere può essere esercitato anche da solo due sindaci; inoltre, ciascun sindaco e
individualmente legittimato a convocare il consiglio di amministrazione ed il comitato esecutivo.
Il collegio può altresì promuovere il controllo giudiziario sulla gestione, se ha il fondato sospetto che gli
amministratori abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione. Nel contempo, nelle società quotate la Consob
può attivare tale procedura se ha fondato sospetto di gravi irregolarità nell'adempimento dei doveri dei sindaci.
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Permane un corpo di regole speciali per la revisione legale esercitata sulle società qualificate come “enti di interesse
pubblico”. Sono enti di interesse pubblico le società emittenti valori immobiliari quotati, nonché banche, imprese di
assicurazione e di riassicurazione.
Una parte della disciplina della revisione degli enti di interesse pubblico si applica anche ad un gruppo di società che,
fino al 2016, erano a loro volta qualificate come ente di interesse pubblico, ma poi si è preferito assoggettare ad un
regime intermedio. Sono enti sottoposti al regime intermedio le società non quotate emittenti strumenti finanziari
diffusi tra il pubblico in maniera rilevante, nonché alcune società operanti nel campo dell'intermediazione finanziaria
e mobiliare.
La revisione legale degli enti di interesse pubblico e degli enti sottoposti al regime intermedio deve essere
inderogabilmente esercitata da un revisore legale esterno, senza possibilità di affidare il compito al collegio
sindacale.
LA REVISIONE LEGALE DEGLI ENTI DI INTERESSE PUBBLICO E DEGLI ENTI SOTTOPOSTI A REGIME INTERMEDIO.
Oggi tale attività non è più riservata alle società di revisione iscritte in un albo speciale. Resta fermo però il potere di
vigilanza della Consob sull'organizzazione e sull'attività dei soggetti incaricati della revisione di un ente di interesse
pubblico, al fine di controllarne l'indipendenza e l'idoneità tecnica.
L'attuale disciplina stabilisce il principio della rotazione periodica del revisore: l'incarico di revisione legale degli enti
di interesse pubblico ha la durata di 9 esercizi quando è conferito a società di revisione e di 7 esercizi per i revisori
legali persona fisica.
Non può essere rinnovato o nuovamente conferito al medesimo soggetto se non siano trascorsi almeno quattro
esercizi dalla cessazione del precedente.
È rimesso alla Consob stabilire le situazioni che possono compromettere l'indipendenza del revisore e le misure da
adottare per rimuoverle.
È fatto divieto alla società di revisione di prestare alla società revisionata ulteriori servizi rispetto all'organizzazione e
revisione contabile. Il divieto opera anche nei confronti dei soggetti che fanno parte della rete del revisore: società,
studi professionali, professionisti che cooperano con il revisore per la condivisione di utili e costi.
Viene inoltre rafforzato il controllo sul trasferimento di personale fra revisore e società revisionata: non può svolgere
la revisione chi ha ricoperto da meno di due anni cariche sociali e funzioni dirigenziali nella società revisionata.
Reciprocamente, chi ha partecipato alla revisione non può assumere per due anni cariche sociali o funzioni
dirigenziali presso la società revisionata.
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La violazione di tali divieti è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria e con le eventuali applicazioni di
ulteriori provvedimenti che possono arrivare fino alla revoca d'ufficio dell'incarico e, nei casi più gravi, alla
cancellazione dal registro dei revisori.
Sull'indipendenza e l'attività del revisore vigila inoltre, presso la società revisionata, un apposito comitato per il
controllo interno e la revisione contabile, che normalmente si identifica con l'organo di controllo.
In presenza di giustificati motivi, il revisore di un ente di interesse pubblico può essere rimosso anche dal tribunale,
su richiesta dei soci che rappresentano il 5% del capitale sociale, dell'organo di controllo o della Consob.
Parte delle norme speciali dedicate alla revisione legale dei conti degli enti di interesse pubblico si applicano anche
agli enti sottoposti ad un regime intermedio. Le norme applicabili sono:
a) soggezione al controllo della Consob
b) durata dell'incarico
c) divieto di prestazione di servizi ulteriori alla revisione
d) trasferimento di personale
Non si applicano invece le regole in tema di comitato per il controllo interno e la revoca giudiziale.
Per queste e tutte le altre materie per cui non è disposta l'applicazione delle norme speciali in tema di enti di
interesse pubblico, trova trovano applicazione le previsioni generali sulla revisione legale delle altre società.
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I SISTEMI ALTERNATIVI.
IL SISTEMA DUALISTICO.
Il sistema dualistico prevede la presenza di un consiglio di gestione e di un consiglio di sorveglianza. Il controllo
contabile è affidato, senza eccezioni, ad un revisore legale esterno.
Il consiglio di gestione svolgere le funzioni proprie del consiglio di amministrazione nel sistema tradizionale.
Peculiare è il consiglio di sorveglianza: gli sono attribuite sia le funzioni di controllo proprie del collegio sindacale, sia
funzioni di indirizzo della gestione che nel sistema tradizionale sono proprio dell'assemblea dei soci, come la nomina
e la revoca dei componenti del consiglio di gestione e l'approvazione del bilancio di esercizio.
Dunque, la presenza del consiglio di sorveglianza riduce le competenze dell'assemblea ordinaria.
Questa, infatti, nomina in revoca i componenti del consiglio di sorveglianza, ne determina il compenso e delibera in
ordine all'esercizio dell'azione di responsabilità nei loro confronti. Nomina il revisore. Perde, però, la competenza per
la nomina e la revoca degli amministratori; perde la competenza per l'approvazione del bilancio.
Il sistema dualistico determina quindi un più accentuato di stacco fra azionisti e organo gestorio della società, per
questo si tratta di un modello organizzativo particolarmente adatto per società con azionariato diffuso e prive di uno
stabile nucleo di azionisti imprenditori.
CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA: I componenti del consiglio di sorveglianza possono essere soci o non soci.
Il loro numero, non inferiore a tre, è fissato dallo statuto.
I primi componenti sono nominati nell'atto costitutivo, successivamente la loro nomina compete all'assemblea
ordinaria.
Come per i sindaci, nelle società quotate almeno un componente è eletto dalla minoranza con le modalità fissate
dalla Consob. Trovano inoltre applicazione le regole sull'equilibrio fra uomini e donne nella composizione degli
organi sociali.
Almeno un componente effettivo del consiglio di sorveglianza deve essere scelto tra gli iscritti nel registro dei
revisori contabili.
Non possono essere eletti né i componenti del consiglio di gestione, né coloro che sono legati alla società da un
rapporto di lavoro o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione di opera retribuita.
Trovano inoltre applicazioni le cause di ineleggibilità e di decadenza previste per gli amministratori e, nelle sole
società quotate, anche quelle previste per i sindaci.
Nelle società quotate e in quelle con strumenti finanziari diffusi tra il pubblico, i consiglieri di sorveglianza devono
rispettare i limiti al cumulo di incarichi determinati dalla Consob.
Nelle sole società quotate, infine, i consiglieri di sorveglianza devono essere in possesso dei requisiti di
professionalità e onorabilità fissati dal ministero della giustizia.
I componenti del consiglio di sorveglianza restano in carica tre esercizi e sono rieleggibili; sono inoltre liberamente
revocabili dall'assemblea anche se non ricorre una giusta causa, salvo il diritto al risarcimento. È tuttavia necessario
che la delibera sia approvata con il voto favorevole di almeno un quinto del capitale sociale. L'assemblea provvede a
sostituire senza indugio i componenti del consiglio di sorveglianza che vengono a mancare per qualsiasi ragione nel
corso dell'esercizio.
Peculiari sono le competenze del consiglio di sorveglianza: esercita le funzioni proprie del collegio sindacale nel
sistema tradizionale, con conseguente applicabilità di larga parte della disciplina per quest'ultimo dettata.
In particolare:
a) presenta la denuncia al tribunale per gravi irregolarità di gestione
b) riferisce per iscritto almeno una volta l'anno all'assemblea sull'attività di vigilanza svolta, sulle omissioni e sui
fatti censurabili rilevanti
c) e destinatario delle denunce dei soci
d) i suoi componenti devono assistere alle assemblee e possono assistere alle adunanze del consiglio di
gestione; nelle società quotate, alle riunioni del consiglio di gestione deve presenziare almeno un consigliere
di sorveglianza
il consiglio di sorveglianza ha poteri e diritti di informazione analoghi a quelli del collegio sindacale nei confronti del
consiglio di gestione, del revisore legale dei conti, dei corrispondenti organi delle società controllate.
Nelle società quotate, i poteri che nel sistema tradizionale possono essere esercitati individualmente da ciascun
sindaco o congiuntamente da due sindaci possono essere esercitati rispettivamente da un solo o da due consiglieri di
sorveglianza.
Nel contempo il consiglio di sorveglianza è attribuita larga parte delle funzioni dell'assemblea ordinaria. Infatti:
a) nomina e revoca i componenti del consiglio di gestione e ne determina il compenso
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b) approva il bilancio di esercizio e il bilancio consolidato
c) promuove l'esercizio dell'azione di responsabilità nei confronti dei componenti del consiglio di gestione
il presidente del consiglio di sorveglianza eletto dall'assemblea.
Alle deliberazioni del consiglio di sorveglianza si applicano le disposizioni che regolano la validità delle deliberazioni
del consiglio di amministrazione.
I componenti del consiglio di sorveglianza devono adempiere i loro doveri con la diligenza richiesta dalla natura
dell'incarico. Sono solidalmente responsabili con i componenti del consiglio di gestione per i fatti o le omissioni di
questi quando il danno non si sarebbe prodotto se avessero vigilato in conformità dei doveri della loro carica.
L'assemblea delibera l'azione di responsabilità nei loro confronti.
CONSIGLIO DI GESTIONE: Le sue funzioni coincidono con quelle del consiglio di amministrazione nel sistema
tradizionale e gli si applicano quasi tutte le norme per quest'ultimo dettate, con non molte differenze.
Il consiglio di gestione è costituito da un numero di componenti non inferiore a due. I primi componenti sono
nominati nell'atto costitutivo, successivamente la loro nomina compete al consiglio di sorveglianza.
Nelle società quotate, se i componenti sono tre o più, si applicano le norme sull'equilibrio fra uomini e donne nella
composizione degli organi sociali. Se i componenti sono più di quattro, almeno uno deve essere un amministratore
indipendente.
I componenti del consiglio di gestione non possono essere nominati consiglieri di sorveglianza.
Non trova applicazione il meccanismo della cooptazione: se nel corso dell'esercizio vengono a mancare uno o più
componenti del consiglio di gestione, il consiglio di sorveglianza provvede senza indugio alla loro sostituzione.
Specificamente disciplinata e l'azione sociale di responsabilità contro i consiglieri di gestione. Ferma restando
l'applicazione della disciplina dettata per l'azione di responsabilità contro gli amministratori nel sistema tradizionale,
è previsto che tale azione può essere esercitata anche dal consiglio di sorveglianza. La relativa deliberazione è
assunta a maggioranza dei componenti e comporta la revoca di ufficio dei consiglieri di gestione se è raggiunta la
maggioranza dei due terzi dei componenti. In tal caso il consiglio di sorveglianza provvede contestualmente alla
sostituzione.
Lo stesso consiglio di sorveglianza può rinunciare all'esercizio dell'azione di responsabilità o può transigerla, purché
la relativa delibera sia approvata dalla maggioranza dei suoi componenti e purché non si oppongano tanti soci che
rappresentano un quinto del capitale sociale.
La rinuncia all'azione (ma non la transazione) da parte della società o del consiglio di sorveglianza non impedisce
l'esercizio dell'azione da parte dei soci di minoranza e dei creditori sociali.
IL SISTEMA MONISTICO
Il sistema monistico si caratterizza per la soppressione del collegio sindacale. L'amministrazione e il controllo sono
esercitati dal consiglio di amministrazione e da un comitato per il controllo sulla gestione, costituito al suo interno,
che svolge le funzioni proprie del collegio sindacale.
Anche nel sistema monistico il controllo contabile è affidato, senza eccezioni, ad un revisore contabile esterno.
CDA →Al consiglio di amministrazione eletto dall'assemblea, si applicano le disposizioni dettate per gli
amministratori nel sistema tradizionale, con una sola distinzione determinata dal fatto che dal suo ambito devono
essere estratti i componenti dell'organo di controllo.
È infatti previsto che almeno un terzo dei componenti del consiglio di amministrazione deve essere in possesso dei
requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci.
Nelle società quotate un amministratore indipendente deve essere eletto dalla minoranza.
COMITATO PER IL CONTROLLO SULLA GESTIONE → I componenti del comitato sono nominati dallo stesso consiglio di
amministrazione fra i consiglieri in possesso di tali requisiti di indipendenza. Almeno uno dei componenti deve
essere scelto fra gli iscritti nel registro dei revisori contabili. Si richiede inoltre che essi non siano membri del
comitato esecutivo e che non svolgano funzioni gestorie neppure in società controllanti o controllate.
Se la società è quotata, l'amministratore indipendente eletto dalla minoranza è di diritto componente del comitato
di controllo e lo presiede.
Il consiglio di amministrazione determina il numero dei componenti del comitato per il controllo della gestione, che
comunque non può essere inferiore a tre nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
Provvede inoltre alla sostituzione in caso di morte, rievoca, rinuncia o decadenza di un componente del comitato.
Il comitato per il controllo sulla gestione svolge funzioni coincidenti con quelle del collegio sindacale: vigila
sull'adeguatezza della struttura organizzativa della società, del sistema di controllo interno e del sistema
amministrativo e contabile.
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Esso è destinatario delle denunce dei soci di fatti censurabili e può a sua volta presentare denuncia al tribunale ove
riscontri gravi irregolarità di gestione potenzialmente dannose. Nelle società quotate, è altresì tenuto a denunciare
alla Consob le irregolarità riscontrate.
I componenti del comitato devono assistere alle assemblee, alle adunanze del consiglio di amministrazione e del
comitato esecutivo, ma (a differenza dei sindaci) non è prevista la decadenza automatica in caso di assenze ripetute
ingiustificate. È imposto anche lo scambio di informazioni fra il comitato di controllo e il soggetto revisore incaricato
del controllo contabile.
Più analitica e la disciplina delle società quotate, che riconosce al comitato per il controllo sulla gestione i medesimi
poteri e diritti di informazione del collegio sindacale (e del consiglio di sorveglianza) nei confronti degli altri
amministratori, del soggetto che esercita la revisione legale dei conti e dei corrispondenti organi delle società
controllate.
È riconosciuto altresì il potere del comitato di procedere in ogni momento ad ispezioni e controlli.
È riconosciuto il potere del comitato di avvalersi della collaborazione di dipendenti della società e di convocare il
consiglio di amministrazione o il comitato esecutivo (ma non l'assemblea); poteri questi ultimi esercitabili anche
individualmente da ciascun componente del comitato per il controllo sulla gestione.
REGOLE DI FUNZIONAMENTO: il comitato elegge al suo interno il presidente ed opera con l'osservanza delle norme
di funzionamento dettate per il collegio sindacale. In particolare:
a) devi riunirsi almeno ogni 90 giorni
b) è regolarmente costituito con la presenza della maggioranza dei componenti e delibera a maggioranza
assoluta dei presenti
c) nelle società quotate ciascun componente del comitato ne può chiedere al presidente la convocazione,
indicando gli argomenti da trattare.
Il punto debole di questo sistema consiste nel fatto che i controllori sono direttamente nominati dai controllati,
siedono insieme a questi ultimi e votano nel consiglio di amministrazione.
I CONTROLLI ESTERNI
IL SISTEMA
L'ordinamento prevede un articolato sistema di controlli esterni sulle società per azioni.
Comune a tutte le società per azioni è solo il controllo esterno sulla gestione esercitato dall'autorità giudiziaria in
presenza di situazioni patologiche che ne alterano il corretto funzionamento.
Controlli esterni di altro tipo sono stati introdotti per le società che svolgono particolari attività (ES. Società
bancarie).
Nel contempo, a partire dalla riforma del 74 le società con azioni quotate in borsa e quelle che operano sul mercato
mobiliare sono assoggettati al controllo della Consob; organo pubblico con poteri regolamentari e di controllo
finalizzati alla tutela degli investitori, nonché alla trasparenza del mercato mobiliare e delle società che nello stesso
operano.
LA CONSOB
La Consob è un organo pubblico di vigilanza sul mercato dei capitali. E una persona giuridica di diritto pubblico che
godi di piena autonomia nei limiti stabiliti dalla legge. Essa ha sede in Roma è una sede secondaria operativa a
Milano.
Nata come organo di controllo della borsa e delle società che in borsa collocano i propri titoli, La Consob è
progressivamente divenuta organo di controllo dell'intero mercato mobiliare, dei soggetti che sullo stesso operano e
di ogni operazione di sollecitazione del pubblico risparmio attraverso l'emissione e il collocamento di strumenti
finanziari.
CONSOB E INFORMAZIONE SOCIETARIA:
La Consob svolge un ruolo centrale per assicurare un'adeguata e veritiera informazione del mercato mobiliare sugli
eventi di rilievo che riguardano la vita delle società che fanno appello al pubblico risparmio, in modo da consentire
agli investitori scelte più consapevoli.
Due sono i principi cardine dell'attuale disciplina dell'informazione societaria:
a) tutte le società emittenti strumenti finanziari quotati o comunque diffusi tra il pubblico, devono
tempestivamente informare il pubblico di qualsiasi fatto, riguardante anche l'attività delle società
controllate, la cui conoscenza può influire sensibilmente sul prezzo degli strumenti finanziari.
b) La Consob può richiedere che siano resi pubblici notizie e documenti necessari per l'informazione del
pubblico e provvedervi direttamente, a spese degli interessati, in caso di inottemperanza.
Avvalendosi di tali poteri la Consob ha prescritto specifici obblighi di informazione preventiva del pubblico per una
serie di operazioni straordinarie: acquisto e cessione di pacchetti azionari; acquisto e vendita di azioni proprie;
fusioni, scissioni ecc.
Ha inoltre prescritto che siano messi tempestivamente a disposizione del pubblico i documenti contabili periodici:
bilancio di esercizio e relazione finanziaria semestrale degli amministratori.
La Consob e poi investita di ampi poteri di indagine e di intervento al fine di vigilare sulla correttezza
dell'informazione fornita.
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Le informazioni di cui è prevista la pubblicazione devono essere depositate presso la Consob e la società di gestione
del mercato dove avviene la quotazione.
La Consob stabilisce modalità e termini per la diffusione delle stesse tra il pubblico. Può inoltre, in caso di
inottemperanza, rendere nota la violazione di doveri di informazione del pubblico, e può giungere a proibire la
quotazione dell'emittente.
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d) È consentito non rispettare gli obblighi in tema di rilevazione, valutazione, presentazione e informativa
quando la loro osservanza abbia effetti irrilevanti al fine di dare una rappresentazione veritiera e corretta.
(Principio di rilevanza).
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VOCI DEL PASSIVO (5 categorie):
A) patrimonio netto, che risulta composto dal capitale sociale nominale dai diversi tipi di riserve.
L'importo del capitale e delle riserve è aumentato degli utili portati a nuovo (utili di esercizi precedenti non
distribuiti) e degli utili di esercizio risultanti dal conto economico; è invece diminuito delle eventuali perdite
portate a nuovo, delle perdite di esercizio e della riserva negativa per azioni proprie in portafoglio.
Si ottiene così il patrimonio netto della società. Ovviamente tutte queste voci non costituiscono vere e
proprie passività e si iscrivono nella colonna del passivo solo per ragioni contabili.
B) Fondi per rischi ed oneri. Si tratta di accantonamento destinati a coprire perdite o debiti certi o probabili,
ma dei quali alla chiusura dell'esercizio risulta ancora indeterminato l'ammontare o la data di
sopravvenienza.
C) Trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato. L'importo del relativo fondo va calcolato in base agli
anni di servizio maturati
D) Debiti
E) ratei e risconti passivi. I ratei passivi sono quote di costi comuni a due o più esercizi, di competenza
dell'esercizio ma che saranno effettivamente supportati negli esercizi successivi.
i risconti passivi sono invece quote di proventi comuni a due o più esercizi, percepiti nell'esercizio, ma di
competenza di esercizi successivi.
Con la riforma del 2015 è stata abrogata l'iscrizione in calce allo stato patrimoniale dei conti d'ordine. La loro
funzione era quella di informare sull'esistenza di rischi e impegni futuri, che non incidono attualmente sulla
consistenza del patrimonio sociale. Le relative informazioni devono ora essere fornite nella nota integrativa.
CONTO ECONOMICO
Mentre lo stato patrimoniale rappresenta la situazione patrimoniale e finanziaria della società al termine
dell'esercizio, il conto economico espone il risultato economico dell'esercizio (utile o perdita) attraverso la
rappresentazione dei costi e degli oneri sostenuti, nonché dei ricavi e degli altri proventi conseguiti nell'esercizio.
Il conto economico deve essere redatto in forma espositiva scalare, con esposizione cioè in unica sequenza prefissata
dei componenti positivi e negativi di reddito.
Questa struttura consente una migliore valutazione del risultato di esercizio, attraverso una serie di totali parziali che
permettono di tener distinto il risultato della specifica attività della società (utile o perdita della gestione ordinaria),
da quello determinato da oneri e proventi di diversa natura (risultato della gestione finanziaria e risultato
straordinario).
Il conto economico è articolato in quattro sezioni scalari:
Nella prima, denominata valore della produzione, vanno indicati e sommati i ricavi di competenza dell'esercizio
dell'attività produttiva tipica e le variazioni, positive o negative, delle relative rimanenze di magazzino.
Dal totale così ottenuto si sottraggono i costi della produzione, fra i quali sono compresi gli ammortamenti, le
svalutazioni e gli accantonamenti.
Si ottiene così, per differenza, il risultato lordo della gestione ordinaria della società.
Nella terza sezione vanno iscritti e sommati algebricamente i proventi ed oneri finanziari, quali i proventi derivanti
da partecipazioni in altre società, gli interessi attivi e passivi, gli utili e le perdite su cambi. Segue il relativo totale.
Nella quarta sezione vanno inserite sommate algebricamente le rettifiche di valore di attività finanziarie, dovute a
rivalutazioni e a svalutazioni delle stesse. Segue il relativo totale.
Con la riforma del 2015 è stata invece soppressa una quinta sezione in cui venivano iscritti proventi ed oneri
straordinari, che adesso invece di confluiscono nelle altre voci del conto economico.
La somma algebrica dei diversi totali parziali così ottenuti costituisce il risultato globale di esercizio, che va indicato
prima al lordo e poi al netto delle imposte sul reddito, correnti, differite e anticipate.
Si ottiene così l'utile o la perdita di esercizio che va riportato nello stato patrimoniale.
RENDICONTO FINANZIARIO
La riforma del 2015 ha prescritto la redazione anche del rendiconto finanziario, così attribuendo al bilancio una più
ampia funzione informativa: quella di rappresentare anche i flussi finanziari, cioè gli incassi e i pagamenti che hanno
determinato la variazione delle disponibilità liquide e della società nel corso dell'esercizio.
Informazioni fondamentali per valutare la capacità di un'impresa di far fronte ai debiti in scadenza e di effettuare
nuovi investimenti, ma che né lo stato patrimoniale né il conto economico forniscono, essendo redatti per
competenza e non per cassa.
I flussi finanziari devono essere raggruppati in tre classi:
a) i flussi finanziari relativi all'esercizio dell'attività produttiva principale dell'impresa (es. incassi della vendita di
beni e servizi, pagamenti ai fornitori e ai dipendenti).
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b) I flussi finanziari relativi alla realizzazione o smobilizzazione di investimenti (es. pagamenti per l'acquisto di
macchinari e impianti, incassi per la vendita di partecipazioni).
c) I flussi finanziari derivanti dall'attività finanziaria (es. Gli incassi di somme ricevute a titolo di prestito o di
conferimento; i pagamenti per la corresponsione di dividendi o di interessi).
NOTA INTEGRATIVA.
La nota integrativa illustra e specifica le voci dello Stato patrimoniale e del conto economico.
Fornisce una serie di informazioni integrative (criteri di valutazione, composizione delle principali voci ecc) sulla
situazione patrimoniale e finanziaria, sul risultato economico di esercizio, nonché sul numero dei dipendenti, sui
compensi di amministratori e sindaci, sulle azioni e sugli altri strumenti finanziari emessi dalla società.
In particolare, nella nota integrativa quando elencate le partecipazioni in società controllate e collegate.
Sempre nella nota integrativa devono risultare i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell'esercizio.
RELAZIONE SULLA GESTIONE.
È un allegato esterno al bilancio, che assolve una funzione di resoconto sulla gestione della società e sulle sue
prospettive. Deve contenere un'analisi fedele ed esauriente della situazione della società e dell'andamento della
gestione nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato.
I CRITERI DI VALUTAZIONE.
La redazione del bilancio di esercizio comporta per molti cespi di patrimoniali il compimento di una serie di stime da
parte degli amministratori, volte a determinare il valore da iscrivere in bilancio.
Ciò perché il valore di molti cespiti varia nel tempo in relazione a molteplici fattori.
Questo è un punto di estrema delicatezza poiché coinvolge i margini di discrezionalità degli amministratori; ed è un
punto di estrema importanza per la corretta determinazione del risultato economico dell'esercizio.
Infatti, sopravvalutazioni arbitrarie delle attività o sottovalutazioni arbitrarie delle passività gonfiano
artificiosamente l'utile di esercizio o ridimensionano le perdite.
Viceversa, sottovalutazione delle attività e sopravvalutazioni delle perdite deprimono l'utile dando luogo alla
formazione delle cosiddette riserve occulte; cioè utili che la società ha conseguito, ma che dal bilancio non risultano
per il gioco delle valutazioni.
Per ridimensionare questi effetti distorsivi, il legislatore fissa sia i principi generali da osservare nelle valutazioni
(prudenza e continuità nei criteri di valutazione), sia i criteri che gli amministratori devono adottare nelle valutazioni
dei diversi cespiti (costo storico e patrimonio netto).
IMMOBILIZZAZIONI: Sono tutte iscritte in bilancio al costo storico; vale a dire al costo di acquisto o di produzione,
comprensivo di oneri accessori.
Il valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali, la cui utilizzazione è limitata nel tempo, devi essere
ammortizzato in ogni esercizio in relazione alla residua possibilità di utilizzazione del bene. In tal modo viene
ripartito fra gli esercizi il costo inizialmente sopportato.
Se il valore di un’immobilizzazione risulta durevolmente minore del costo storico regolarmente ammortizzato, dovrà
essere iscritta in bilancio per tale minore valore. La svalutazione non può mantenersi negli esercizi successivi qualora
vengano meno i motivi della stessa.
IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE COSTITUITE DA PARTECIPAZIONI IN SOCIETA’ CONTROLLATE O COLLEGATE: Sono
valutate col metodo del patrimonio netto, il quale consiste nell'aggiornare il valore della partecipazione (cioè il
“pezzo” di un’altra società che una S.p.A. possiede) in base alla quota di patrimonio netto della società partecipata.
In pratica: Invece di mantenere il valore “storico” (costo d’acquisto) della partecipazione, si aggiorna ogni anno il
valore in base all’andamento reale della società partecipata (utili, perdite, riserve, ecc.).
Le eventuali plusvalenze rispetto al precedente esercizio devono essere iscritte in un'apposita riserva non
distribuibile.
COSTI DI IMPIANTO, AMPLIAMENTO E SVILUPPO: Possono essere iscritti nell'attivo solo hanno un'utilità pluriennale
e devono essere ammortizzati.
AVVIAMENTO: può essere iscritto solo se acquistato a titolo oneroso e nei limiti del costo per esso sostenuto. Anche
il suo deve essere ammortizzato: secondo la sua vita utile, se è possibile stimarne la durata, altrimenti nel periodo
massimo di 10 anni.
CREDITI: devono essere sempre valutati secondo il valore di prudente realizzo. Se gli amministratori li ritengono di
dubbia realizzazione, non possono essere iscritti in bilancio al valore nominale, ma dovranno essere iscritti per la
minor somma che si presume di poter realizzare.
Ricavi e costi generati da un credito o da un debito devono essere ripartiti in parti uguali su tutta la durata di vita del
rapporto è imputati pro quota ad ogni esercizio.
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STRUMENTI FINANZIARI DERIVATI: vanno iscritti in bilancio al fair value (cioè al valore di mercato corrente).
ATTIVO CIRCOLANTE: i cespiti dell'attivo circolante diversi dai crediti devono essere iscritti al costo di acquisto o di
produzione ovvero, se minore, al valore di realizzo desumibile dall'andamento del mercato.
OPERAZIONI IN VALUTA: il bilancio deve essere redatto in euro. Tutte le attività e le passività in valuta estera che
hanno ad oggetto pagamenti di denaro devono essere iscritte al tasso di cambio in vigore alla data di chiusura
dell'esercizio.
Le attività e passività in valuta estera che non hanno ad oggetto crediti pecuniari devono invece essere scritte al
tasso di cambio del momento del loro acquisto (cambio storico).
DEROGHE ECCEZIONALI: si deve derogare ai criteri di valutazione fissati, in presenza di casi eccezionali che rendono
l'applicazione degli stessi incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta.
In tal caso gli amministratori possono e devono attribuire ai beni un valore superiore a quello risultante
dall'applicazione dei criteri sopra esposti, motivando le singole deroghe nella nota integrativa.
Gli eventuali utili risultanti dalla deroga devono essere iscritti in un'apposita riserva non distribuibile fin quando il
maggior valore iscritto non sia stato realizzato.
77
CAPITOLO 19. LE MODIFICAZIONI DELLO STATUTO.
NOZIONE. PROCEDIMENTO.
Costituisce modificazione dello statuto ogni mutamento del contenuto oggettivo del contratto sociale; mutamento
che può consistere sia nell'inserimento di nuove clausole, sia nella modificazione o soppressione di clausole
preesistenti.
Le modificazioni dello statuto rientrano nella competenza dell'assemblea dei soci in sede straordinaria.
Le delibere modificative dello statuto, al pari di quest'ultimo, erano originariamente soggette ad omologazione da
parte del tribunale. La soppressione del controllo giudiziario sullo statuto il conseguente affidamento al notaio dei
relativi compiti di controllo non hanno fatto venire del tutto meno il controllo giudiziario sulle delibere modificative
dello statuto, ma lo hanno reso eventuale e facoltativo.
Infatti, è il notaio che ha verbalizzato la delibera dell'assemblea che verifica l'adempimento delle condizioni stabilite
dalla legge e, entro 30 giorni, ne richiede l'iscrizione nel registro delle imprese contestualmente al deposito.
Se il notaio ritiene non adempiute le condizioni stabilite dalla legge, ne dà comunicazione agli amministratori i quali,
nei 30 giorni successivi, possono convocare l'assemblea per gli opportuni provvedimenti oppure ricorrere al tribunale
affinché lo stesso, verificato l'adempimento delle condizioni, ordini con proprio decreto l’iscrizione.
In caso di inerzia degli amministratori la delibera è definitivamente inefficace.
La deliberazione non produce effetti se non dopo l'iscrizione e quindi non può essere eseguita prima della stessa.
Per rendere più agevole la conoscenza del contenuto attuale dello statuto, dopo ogni modificazione dello stesso ne
deve essere depositato nel registro delle imprese il testo integrale, nella sua redazione aggiornata.
IL DIRITTO DI RECESSO.
L'applicazione del principio maggioritario anche per le modificazioni dello statuto fa sì che la minoranza non possa
impedire modifiche, anche radicali, dell'assetto societario.
Il che non significa però che il potere dispositivo riconosciuta la maggioranza sia senza limiti: è necessario che siano
rispettati i limiti posti da norme inderogabili e che non siano violati i principi cardine della correttezza e della buona
fede nell'attuazione del contratto sociale, nonché quello della parità di trattamento fra gli azionisti.
In presenza di delibere modificative di particolare gravità, la minoranza è inoltre indirettamente tutelata dalla
previsione di maggioranze più elevate e dal riconoscimento del diritto di recesso dalla società.
DIRITTO DI RECESSO: con la riforma del 2003 sono stati ampliati i casi in cui il diritto di recesso è concesso; inoltre
sono stati modificati i criteri di determinazione del valore delle azioni del socio che recede e il procedimento di
liquidazione del relativo importo.
Le cause di recesso possono oggi essere distinte in cause di recesso inderogabili, derogabili dallo statuto e cause
statutarie. A queste vanno poi aggiunte le specifiche cause di recesso previste per le società che fanno parte di un
gruppo.
CAUSE INDEROGABILI: Il diritto di recesso può essere esercitato dai soci che non hanno concorso (in quanto
dissenzienti, assenti o astenuti) alle delibere riguardanti:
a) la modifica dell'oggetto sociale, purché questa consista in un cambiamento significativo dell'attività della
società
b) la trasformazione della società
c) il trasferimento della sede sociale all'estero
d) la revoca dello Stato di liquidazione
e) l'eliminazione di una o più cause di recesso derogabili o previste dallo statuto
f) la modificazione dei criteri di valutazione delle azioni in caso di recesso
g) le modificazioni che lo statuto concernenti il diritto di voto o di partecipazione
in tutti questi casi il diritto di recesso non può essere soppresso dallo statuto ed è nullo ogni impatto volto ad
escluderlo o a renderne più gravoso l'esercizio.
CAUSE DEROGABILI: Il diritto di recesso spetta ancora, salvo dello statuto non disponga diversamente, ai soci che
non hanno concorso all'approvazione delle delibere riguardanti:
a) la proroga del termine di durata della società
b) l'introduzione o la rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni
CAUSE STATUTARIE: nelle sole società che non fanno appello al mercato del capitale di rischio, lo statuto può
prevedere ulteriori cause di recesso.
Nelle ipotesi fin qui esaminate il recesso (efficace senza preavviso) costituisce l'estrema reazione del socio di fronte
ad una modificazione non desiderata di elementi essenziali del contratto sociale.
78
Ma dopo la riforma del 2003 il recesso non ha più solo la funzione di rimedio a tutela della minoranza; nelle società a
tempo indeterminato non quotate esso costituisce anche un temperamento alla durata potenzialmente illimitata del
vincolo sociale, per evitare che i soci restino prigionieri della società.
La riforma ha voluto ribadire che nei contratti a tempo indeterminato deve essere consentito ai contraenti di
recedere con preavviso.
Pertanto, tutti i soci possono recedere liberamente da una società a tempo indeterminato non quotata con un
preavviso di 180 giorni. Lo statuto deve fissare il periodo di tempo, comunque non superiore ad un anno, decorso il
quale il socio può recedere.
Il diritto di recesso deve essere esercitato mediante comunicazione con lettera raccomandata alla società entro 15
giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della delibera che lo legittima; termine portato a 30 giorni dalla
conoscenza da parte del socio, se il fatto che legittima il recesso non è una delibera.
Le azioni per le quali è esercitato il diritto di recesso non possono essere cedute e devono essere depositate presso
la sede della società. Quest'ultima può sottrarsi al rimborso delle azioni se entro 90 giorni dal recesso revoca la
delibera che lo legittima o se i soci deliberano lo scioglimento della società.
DETERMINAZIONE VALORE AZIONI: nelle società non quotate il valore delle azioni da rimborsare è determinato dagli
amministratori, sentito il parere del collegio sindacale e del revisore legale “tenuto conto della consistenza
patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell'eventuale valore di mercato delle azioni”.
Lo statuto può tuttavia stabilire criteri più analitici di valutazione, nonché indicare specifici elementi suscettibili di
valutazione patrimoniale da tenere in considerazione.
Nelle società con azioni quotate, il valore di liquidazione delle stesse è invece determinato facendo riferimento alla
media aritmetica dei prezzi di chiusura nei sei mesi che precedono la convocazione dell'assemblea; lo statuto può
prevedere l'impiego di criteri alternativi di valutazione, purché il valore che ne risulta non sia inferiore.
I soci hanno diritto di conoscere la determinazione del valore di rimborso nei 15 giorni precedenti la data fissata per
l'assemblea. In caso di contestazione, il valore di liquidazione è determinato entro 90 giorni dall'esercizio del recesso
da un esperto nominato dal tribunale con relazione giurata.
LIQUIDAZIONE DELLE AZIONI DEL SOCIO RECEDENTE: le azioni del socio che recede devono essere innanzitutto
offerte in opzione agli altri soci in proporzione al numero delle azioni possedute. Per la parte non acquistata dai soci
possono essere collocate sul mercato.
In caso di mancato collocamento presso i soci e presso terzi, le azioni vengono rimborsate mediante acquisto da
parte della società, rispettando il limite degli utili distribuibili e delle riserve disponibili.
Solo in assenza di utili e riserve disponibili deve essere convocata l'assemblea straordinaria per deliberare la
riduzione del capitale sociale o lo scioglimento della società.
I creditori sociali possono opporsi alla delibera di riduzione del capitale, secondo la disciplina prevista per la
riduzione reale del capitale.
Se l'opposizione è accolta, la società si scioglie.
IL DIRITTO DI OPZIONE.
Il diritto di opzione è il diritto dei soci attuali di essere preferiti ai terzi nella sottoscrizione dell'aumento del capitale
sociale a pagamento.
Il diritto di opzione consente di mantenere inalterata la proporzione di partecipazione di ciascun socio al capitale e al
patrimonio sociale. Serve quindi a mantenere inalterata la proporzione in cui ciascun socio partecipa, attraverso il
voto, alla formazione della volontà sociale. Serve inoltre a mantenere inalterato il valore reale della partecipazione
azionaria in presenza di riserve accumulate (cioè di utili non distribuiti, i quali aumentano il valore delle azioni).
Tutto ciò comporta che il diritto di opzione ha un proprio valore economico, che l’azionista può monetizzare
cedendolo a terzi qualora non voglia o non possa concorrere all’aumento del capitale sociale.
Attualmente il diritto di opzione ha per oggetto le azioni di nuova emissione di qualsiasi categoria e le obbligazioni
convertibili in azioni emesse dalla società.
Esso compete agli azionisti di ogni categoria e ai possessori di obbligazioni convertibili su tutte le azioni di nuova
emissione.
Il diritto di opzione è attribuito a ciascun azionista in proporzione del numero di azioni già possedute.
Per l’esercizio del diritto di opzione la società deve concedere un termine, non inferiore a 15 gg, che decorre dalla
pubblicazione dell’offerta.
Gli amministratori non sono liberi di collocare a loro piacimento le azioni che sono rimaste inoptate, infatti:
a) se le azioni non sono quotate, coloro che hanno esercitato il diritto di opzione hanno diritto di prelazione
nella sottoscrizione delle azioni non optate.
b) Se le azioni sono quotate, i diritti di opzione residui devono essere offerti nel mercato regolamentato dagli
amministratori, per conto della società, per almeno 5 riunioni e il ricavato della vendita va a beneficio del
patrimonio sociale.
Solo se gli azionisti non si avvalgono per l’intero del diritto di prelazione o i diritti offerti nel mercato regolamentato
restano invenduti, le azioni di nuova emissione potranno essere liberamente collocate.
Il diritto di opzione degli azionisti è sacrificabile in presenza di situazioni oggettive rispondenti ad un concreto
interesse della società.
1) Il diritto di opzione è escluso per legge quando le azioni devono essere liberate mediante conferimenti in
natura
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2) Il diritto di opzione può essere escluso o limitato con la delibera di aumento del capitale “quando l’interesse
della società lo esige”
3) Nelle società con azioni quotate lo statuto può escludere il diritto di opzione nei limiti del 10% del capitale
preesistente, purché il prezzo di emissione corrisponda al valore di mercato delle azioni
4) Il diritto di opzione può essere escluso, con delibera dell’assemblea straordinaria, quando le azioni devono
essere offerte in sottoscrizione ai dipendenti della società o anche ai dipendenti di società controllanti o
controllate.
Nei casi di esclusione del diritto di opzione di cui ai numeri 1 e 2, è obbligatoria l’emissione delle nuove azioni con
sovrapprezzo, in modo da ridimensionare il pregiudizio patrimoniale degli azionisti attuali.
Il collegio sindacale deve esprimere il proprio parere sulla congruità del prezzo di emissione. Nelle società con azioni
quotate tale parere è espresso dal revisore.
Il diritto di opzione non si considera escluso o limitato quando le azioni di nuova emissione sono sottoscritte da
banche o da altri soggetti autorizzati al collocamento di strumenti finanziari, con l’obbligo di offrirle successivamente
agli azionisti rispettando la disciplina del diritto di opzione.
Le spese dell’operazione sono a carico della società.
Nel periodo di detenzione delle azioni l’intermediario non può esercitare il diritto di voto.
82
Fino alla presentazione delle relative domande però gli amministratori devono limitarsi a gestire la società ai soli fini
della conservazione dell'integrità e del valore del patrimonio sociale.
83
I LIMITI ALL’EMISSIONE DI OBBLIGAZIONI.
Il codice civile del 1942 poneva un limite all'emissione di obbligazioni da parte delle società per azioni, stabilendo che
queste non potevano essere emesse per somma eccedente il capitale versato ed esistente risultante dall'ultimo
bilancio approvato. Il punto è stato radicalmente modificato dalla riforma del 2003.
In base all'attuale disciplina la società per azioni può emettere obbligazioni per somma complessivamente non
eccedente il doppio del capitale sociale (sottoscritto), della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti
dall'ultimo bilancio approvato.
I sindaci attestano il rispetto di tale limite.
Per impedire l'elusione di questo limite, si prevede che nel calcolo dello stesso concorrono anche gli importi relativi
alle garanzie comunque prestate dalla società per obbligazioni emesse da altre società (se una società garantisce
obbligazioni emesse da un’altra, queste si contano come se fossero sue, così non può aggirare il limite massimo di
obbligazioni che può emettere).
La società può tuttavia emettere obbligazioni per ammontare superiore al limite fissato in via generale quando:
a) le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate ad essere sottoscritte da investitori istituzionali soggetti
a vigilanza prudenziale (banche, società finanziarie, assicurazioni), i quali a loro volta, se trasferiscono le
obbligazioni sottoscritte, rispondono della solvenza della società nei confronti degli acquirenti che non siano
investitori professionali
b) le obbligazioni sono garantite da ipoteca di primo grado sui mobili di proprietà della società, sino a due terzi
del valore di bilancio di questi
c) ricorrono particolari ragioni che interessano l'economia nazionale e la società è autorizzata con
provvedimento della autorità governativa a superare tale limite
d) le obbligazioni sono destinate ad essere quotate in mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di
negoziazione
e) le obbligazioni danno diritto di acquisire ovvero di sottoscrivere azioni (obbligazioni convertibili, obbligazioni
con warrant)
restano in ogni caso salvi le disposizioni di leggi speciali relative a particolari categorie di società, quali le società
bancarie.
Per le altre società, la legge si preoccupa poi di garantire che il rapporto fra capitale più riserve ed obbligazioni
permanga per tutta la durata del prestito obbligazionario.
La società che ha emesso obbligazioni non può infatti ridurre volontariamente il capitale sociale o distribuire riserve
se il limite non risulta più rispettato per le obbligazioni che restano in circolazione.
È però consentita la riduzione per perdite obbligatoria, ma in tal caso non possono distribuirsi utili finché non viene
ripristinato il predetto rapporto fra capitale più riserve ed obbligazioni.
IL PROCEDIMENTO DI EMISSIONE
Con l'attuale disciplina l'emissione delle obbligazioni cessa di essere materia di competenza dell'assemblea
straordinaria, infatti, la loro emissione è deliberata dagli amministratori.
La delibera di emissione deve risultare da verbale redatto da un notaio, è soggetta al controllo di legalità da parte
dello stesso e ad iscrizione nel registro delle imprese.
Essa produce effetti e può essere eseguita solo dopo l'iscrizione.
La delibera di emissione di obbligazioni che prevede la costituzione di garanzie reali (ipoteca, pegno, privilegi
speciali) a favore dei sottoscrittori, deve designare un notaio per il compimento delle formalità necessarie per la
costituzione delle stesse.
L'ammontare delle obbligazioni emesse deve risultare da un apposito libro delle obbligazioni. In tale libro devono
essere annotati anche l'ammontare delle obbligazioni via via estinte, i dati dei titolari di obbligazioni nominative, i
trasferimenti e i vincoli relativi a queste ultime.
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Le deliberazioni dell'assemblea degli obbligazionisti sono iscritte nel registro delle imprese a cura del notaio che ha
redatto il verbale.
Il codice estende alle delibere dell'assemblea degli obbligazionisti l'intera disciplina dettata per le delibere
assembleari nulle e annullabili.
Il rappresentante comune degli obbligazionisti è nominato dall'assemblea. Se questa non vi provvede è nominato dal
tribunale. La nomina è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese.
Il rappresentante comune dura in carica per un periodo non superiore a tre esercizi ed è rieleggibile.
Può essere revocato dall'assemblea anche senza giusta causa e salvo in tal caso il diritto al risarcimento dei danni.
Il rappresentante comune tutela degli interessi comuni degli obbligazionisti nei confronti della società e dei terzi.
In particolare:
1) esegue le deliberazioni dell'assemblea degli obbligazionisti
2) assiste alle operazioni per l'estinzione a sorteggio delle obbligazioni
3) ha la rappresentanza processuale degli obbligazionisti, anche nelle procedure concorsuali
l'organizzazione di gruppo non priva il singolo obbligazionista per potere di tutelare i propri diritti nei confronti della
società. Sono tuttavia preclude le azioni individuali che siano incompatibili con le deliberazioni dell'assemblea.
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LA SOCIETA’ IN STATO DI LIQUIDAZIONE.
Il verificarsi di una causa di scioglimento non determina l'immediata estinzione della società: si deve prima
provvedere, attraverso il procedimento di liquidazione, al pagamento dei creditori sociali e alla ripartizione fra i soci
dell'eventuale residuo attivo.
Gli amministratori restano in carica fino alla nomina dei liquidatori ma, contestualmente all'accertamento della
causa di scioglimento, devono convocare l'assemblea per le deliberazioni relative alla liquidazione.
Sono inoltre responsabili della conservazione dei beni sociali fin quando non li abbiano consegnati ai liquidatori.
Infine, essi vedono limitati i loro poteri: conservano il potere di gestire la società “ai soli fini della conservazione
dell'integrità e del valore del patrimonio sociale” in attesa di farne consegna ai liquidatori.
Per gli atti o le omissioni posti in essere violando tale limitazione, gli amministratori sono personalmente e
solidalmente responsabili dei danni arrecati alla società, ai soci, ai creditori sociali e ai terzi.
Con gli amministratori risponderà nei confronti dei terzi anche la società.
Lo scioglimento della società si ripercuote anche sugli altri organi sociali:
il collegio sindacale continuerà a svolgere le consuete attività di controllo, anche nei confronti dei liquidatori che
subentrano agli amministratori; mentre per quanto riguarda l'attività deliberativa dell'assemblea, è controverso se
siano compatibili con lo stato di liquidazione alcune delibere modificative dello statuto (aumento del capitale sociale
a pagamento, riduzione facoltativa, trasformazione). È comunque certamente consentita la fusione con altre società,
fin quando non sia iniziata la distribuzione dell'attivo.
Con la riforma del 2003 è stata espressamente disciplinata la revoca dello Stato di liquidazione.
La società può in ogni momento revocare lo stato di liquidazione e tornare ad una fase di normale esercizio con
delibera dell'assemblea straordinaria, ma nelle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio è
richiesta la maggioranza rafforzata di un terzo del capitale sociale.
Inoltre, in tutte le SPA, ai soci che non hanno concorso alla deliberazione è riconosciuto diritto di recesso.
Anche i creditori sociali sono tutelati: la revoca ha effetto solo dopo 60 giorni dall'iscrizione nel registro delle
imprese, termine entro il quale i creditori sociali anteriori all'iscrizione possono proporre opposizione.
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L'attuale disciplina consente la distribuzione ai soci di acconti durante la liquidazione, sia pure con le opportune
cautele volte ad evitare che siano pregiudicati i creditori sociali. I liquidatori sono personalmente e solidalmente
responsabili per i danni che ne derivano a questi ultimi.
Se i fondi disponibili risultano insufficienti, i liquidatori possono chiedere proporzionalmente ai soci i versamenti
ancora dovuti sulle azioni non interamente liberate.
I liquidatori devono redigere ogni anno il bilancio e sottoporlo all'approvazione dell'assemblea. Nel primo bilancio
successivo alla loro nomina i liquidatori devono indicare le variazioni nei criteri di valutazione adottati rispetto
all'ultimo bilancio approvato e le ragioni di tali variazioni.
Completata la liquidazione del patrimonio sociale con la conversione in denaro dell'attivo, i liquidatori devono
redigere il bilancio finale di liquidazione, indicando la parte spettante a ciascun socio nella divisione dell'attivo (piano
di riparto).
Il bilancio finale di liquidazione deve essere approvato dai singoli soci e non dall'assemblea. Per agevolare questa
fase è previsto un meccanismo di approvazione tacita.
Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro
delle imprese.
Inoltre, l'attuale disciplina prevede la cancellazione d'ufficio quando per oltre tre anni consecutivi non viene
depositato il bilancio annuale di liquidazione.
Intervenuta la cancellazione dal registro, ferma restando la estinzione della società, i creditori sociali rimasti
insoddisfatti possono far valere i loro diritti:
a) nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di
liquidazione
b) nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi.
La cancellazione dal registro delle imprese segna quindi l'estinzione della società per azioni, anche quando vi siano
creditori, noti o ignoti, non soddisfatti.
I creditori possono tuttavia chiedere il fallimento della società entro un anno dalla data di cancellazione della stessa
dal registro delle imprese.
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CAPITOLO 22 (LA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA PER AZIONI).
CARATTERI DISTINTIVI
La società in accomandita per azioni si caratterizza per la presenza di due categorie di soci:
a) i soci accomandatari, che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali e sono per
legge amministratori della società
b) i soci accomandanti, che sono obbligati verso la società nei limiti della quota di capitale sottoscritto.
Le quote di partecipazione dei soci sono rappresentate da azioni.
Sembrerebbe perciò che raccomandi da per azioni sia un tipo di società a metà strada fra le società di persone e le
società di capitali, ma così non è.
Alla società in accomandita per azioni sono infatti applicabili le norme relative alla società per azioni in quanto
compatibili con le specifiche disposizioni per la stessa dettate.
Nella società in accomandita operazioni vi è un nesso indissolubile fra qualità di accomandatario, posizione di
amministratore irresponsabilità per le obbligazioni sociali. Non si può essere soci accomandatari se non si è
amministratori e si cessa di essere accomandatari e responsabili se si cessa di essere amministratori. Infatti:
a) i soci indicati nell'atto costitutivo come accomandatari sono tutti di diritto amministratori della società senza
limiti di tempo
b) il socio accomandatario che c'è stato l'ufficio di amministratore non risponde per le obbligazioni della società
sorte dopo l'iscrizione nel registro delle imprese della cessazione dall'ufficio; Da quel momento cessa di
essere socio accomandatario e passa nella categoria degli accomandanti
c) il nuovo amministratore assume la qualità di socio accomandatario dal momento dell'accettazione della
nomina; ciò implica che esso risponde solo per le obbligazioni sociali sorte a partire da tale momento, e non
di quelle anteriori.
Nell’ accomandita per azioni, diversamente da quanto avviene nell’accomandita semplice, vi è piena coincidenza fra
accomandatari e amministratori e l’accomandatario-amministratore risponde illimitatamente per le sole obbligazioni
sorte nel periodo in cui ha rivestito la carica di amministratore.
LA DISCIPLINA.
L'atto costitutivo deve indicare quali sono i soci accomandatari.
La denominazione sociale deve essere costituita dal nome di almeno uno dei soci accomandatari, con l’indicazione di
società in accomandita per azioni.
I soci accomandatari rispondono illimitatamente e solidalmente verso i terzi per le obbligazioni sociali. I creditori
sociali possono però agire nei confronti degli accomandatari solo dopo aver infruttuosamente escusso il patrimonio
sociale.
a) Gli accomandatari, in quanto soci amministratori, non hanno il diritto di voto nelle deliberazioni di nomina e
revoca dei sindaci o dei componenti del consiglio di sorveglianza, nonché in quelle concernenti l'esercizio
dell'azione di responsabilità nei loro confronti; lo stesso vale per la nomina in revoca delle revisore legale.
b) Le modificazioni dell'atto costitutivo non solo devono essere deliberate dall'assemblea straordinaria con le
consuete maggioranze, ma devono essere approvate da tutti i soci accomandatari.
Le più significative deviazioni dalla disciplina della società per azioni si hanno per quanto riguarda l'organo
amministrativo. I soci accomandatari sono di diritto amministratori e il loro ufficio ha carattere permanente, salvo
che l'atto costitutivo non disponga diversamente.
Gli accomandatari amministratori non sono inamovibili. Essi possono essere revocati anche se non ricorre giusta
causa, salvo il diritto al risarcimento dei danni. La revoca deve essere però deliberata con la maggioranza prescritta
per le deliberazioni dell'assemblea straordinaria.
Identica maggioranza è necessaria per la nomina di nuovi amministratori, la quale deve essere approvata anche dagli
amministratori rimasti in carica.
Per il collegio sindacale, l'unica deviazione dalla disciplina della SPA consiste nel divieto per gli accomandatari di
votare nelle deliberazioni riguardanti la nomina e la revoca dei sindaci e del revisore legale. Viene così rafforzata
l'indipendenza dell'organo di controllo dagli amministratori.
Per la società in accomandita per azioni è prevista una causa di scioglimento ulteriore rispetto a quelle dettate per la
società per azioni: la società si scioglie in caso di cessazione dalla carica di tutti gli amministratori, se nel termine di
180 giorni non si è provveduto alla loro sostituzione e i sostituti non hanno accettato la carica. Per questo periodo il
collegio sindacale nomina un amministratore provvisorio, il quale può compiere solo atti di ordinaria
amministrazione e non assume mai la qualità di socio accomandatario.
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CAPITOLO 23 (LA SOCIETA’ A RESPONSABILITA’ LIMITATA).
CARATTERI DISTINTIVI.
La srl è una società di capitali nella quale:
a) per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società col suo patrimonio
b) le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni
la seconda caratteristica costituisce un ostacolo alla raccolta di ingenti capitali di rischio fra il pubblico dei
risparmiatori, rendendo meno agevole la pronta mobilitazione dell'investimento.
La riforma del 2003 puntualizza che le quote non possono costituire nemmeno oggetto di offerta al pubblico,
sebbene questo divieto sia stato successivamente attenuato nel 2017 in quanto non vale più per le quote di piccole e
medie imprese organizzate in forma di srl.
Nel contempo, alle srl è fatto divieto di emettere obbligazioni, anche se con la riforma del 2003 è stato loro
consentito di emettere titoli di debito per la raccolta del capitale di credito, ma senza poterli collocare direttamente
presso il pubblico dei risparmiatori.
Di converso, minore è il capitale sociale minimo richiesto per la costituzione della società: 10k euro, anziché 50k.
E non solo: a partire dal 2013, il capitale minimo non costituisce più condizione necessaria per la costituzione.
La srl può essere costituita anche con un capitale inferiore al minimo legale, purché pari ad almeno 1€, con l’unica
conseguenza che in tal caso i conferimenti devono essere versati per intero e in denaro al momento della
sottoscrizione nelle mani degli amministratori e che è previsto un maggiore accantonamento di utili per la riserva
legale.
L’importo del minimo di capitale continua ad avere rilievo come limite per la riduzione di capitale: possono costituirsi
srl con capitale inferiore a 10k € ma le società già dotate del capitale minimo non possono ridurlo al di sotto di tale
soglia.
Secondo la disciplina dettata dal codice del 42 l’assetto organizzativo della srl ricalcava il modello base della società
per azioni, pur caratterizzandosi per la possibilità di una articolazione più snella e di una più attiva e diretta
partecipazione dei soci alla vita della società.
Sono proprio questi profili ad essere messi in luce dalla attuale disciplina.
Nella srl è oggi consentito adottare statutariamente anche soluzioni organizzative proprie delle società di persone.
Nel contempo è rafforzata la tutela del singolo socio, con il riconoscimento di nuovi diritti, quale la legittimazione
individuale all’esercizio dell’azione di responsabilità verso gli amministratori.
L’obiettivo di fondo è quello di accentuare il distacco tra srl e spa e di fare della srl un modello societario
particolarmente elastico, che consenta di valorizzare i profili di carattere personale presenti soprattutto nelle pmi.
LE STARTUP INNOVATIVE
Le start-up innovative sono state introdotte nel nostro ordinamento dal D.L. 179/2012, agli articoli 25-32. Si tratta di
società di capitali, incluse anche le società cooperative, le cui azioni o quote non siano negoziate su mercati
regolamentati né su sistemi multilaterali di negoziazione. L’obiettivo del legislatore era quello di sostenere lo
sviluppo dell’innovazione tecnologica e favorire la nascita di nuove imprese ad alto contenuto innovativo.
Nel tempo, la disciplina è stata oggetto di numerosi interventi normativi, che hanno ampliato o precisato i requisiti e
i benefici previsti per questo tipo di società.
In base all’art. 25, comma 2 del D.L. 179/2012, una start-up innovativa deve oggi possedere i seguenti requisiti per
potersi iscrivere nella sezione speciale del registro delle imprese a essa riservata:
• a) essere costituita e operare da non più di quarantotto mesi (quattro anni);
• b) avere la sede principale dei propri affari e interessi in Italia;
• c) a partire dal secondo anno di attività, il valore della produzione annua, risultante dall’ultimo bilancio
approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non deve superare 5 milioni di euro;
• d) non distribuire e non aver distribuito utili;
• e) avere, come oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di
prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
• f) non essere stata costituita mediante fusione, scissione societaria o cessione di azienda o di ramo
d’azienda;
• g) possedere almeno uno dei seguenti requisiti di innovatività:
o spese in ricerca e sviluppo pari ad almeno il 15% del maggiore tra costo e valore totale della
produzione;
o almeno un terzo dei dipendenti o collaboratori in possesso di titolo di dottorato o dottorandi,
oppure almeno due terzi con laurea magistrale;
o titolarità di un brevetto, oppure utilizzo di software registrato.
L’iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese avviene solo se sono soddisfatti tutti i requisiti elencati
da lettere a) a f) e almeno uno dei requisiti di cui alla lettera g).
L’art. 26 del medesimo decreto introduce una serie di agevolazioni e deroghe al diritto societario, tra cui:
• posticipo degli obblighi di riduzione del capitale: la norma prevede che, nelle start-up innovative, il termine
entro cui la perdita patrimoniale deve essere ridotta a meno di un terzo è posticipato al secondo esercizio
successivo a quello in cui la perdita si è verificata. Entro la chiusura di tale esercizio, non opera la causa di
scioglimento per riduzione del capitale al di sotto del minimo legale. Se, però, al termine del secondo
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esercizio successivo la situazione non è stata sanata, l’assemblea che approva quel bilancio dovrà deliberare
la riduzione del capitale o la trasformazione della società.
• riduzione degli oneri per l’avvio (art. 26, comma 8): a partire dall’iscrizione nella sezione speciale, la start-up
innovativa è esentata dal pagamento:
o dell’imposta di bollo;
o dei diritti di segreteria;
o del diritto annuale dovuto alla Camera di Commercio.
Infine, l’art. 31 del decreto attribuisce alle start-up innovative un trattamento differenziato in materia di crisi
d’impresa: queste non sono soggette alle procedure concorsuali ordinarie, ma solo a quelle previste per i soggetti
non fallibili, ossia:
• liquidazione controllata;
• concordato minore;
• accordo di ristrutturazione dei debiti.
Queste deroghe e agevolazioni delineano un modello societario flessibile, volto a promuovere l’innovazione e la
crescita imprenditoriale, ma con un bilanciamento normativo che preserva le tutele per il sistema economico e per i
terzi.
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SRL A PARTECIPAZIONE PUBBLICA
La società a responsabilità limitata a partecipazione pubblica è disciplinata da uno statuto speciale oggi contenuto
nel [Link]. 175/2016, noto come Testo Unico in materia di società a partecipazione pubblica. Si tratta di società a
responsabilità limitata che siano controllate da un’amministrazione pubblica, oppure partecipate direttamente da
amministrazioni pubbliche o da società a controllo pubblico. Il decreto legislativo stabilisce i principi fondamentali
in materia di organizzazione e gestione di queste società, introducendo anche specifiche modalità deliberative, e
prevede una serie di deroghe rispetto al regime ordinario delle S.r.l.. All’interno delle società a partecipazione
pubblica vengono individuate due ulteriori fattispecie tipizzate:
• Società in house (art. 16): si tratta di società nelle quali una o più amministrazioni pubbliche esercitano un
controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi, potendo influenzarne in modo determinante obiettivi
strategici e decisioni fondamentali. In queste società non è ammessa la partecipazione di capitali privati e
almeno l’80% del fatturato deve derivare dall’esecuzione di compiti affidati dall’ente pubblico,
configurandosi così un’attività prevalentemente pubblica.
• Società a partecipazione mista pubblico-privata (art. 17): in questo caso, alla partecipazione pubblica si
affianca un socio privato, la cui individuazione deve avvenire mediante procedure ad evidenza pubblica. La
quota di partecipazione del soggetto privato non può essere inferiore al 30%, garantendo così una
presenza qualificata del partner privato nella compagine sociale.
Queste forme societarie rispondono alla necessità di conciliare la flessibilità operativa del modello privatistico della
S.r.l. con gli obiettivi di interesse pubblico perseguiti dagli enti partecipanti.
94
La disciplina descritta mira a garantire che tutti i conferimenti siano effettivamente eseguiti, e che il capitale sociale
sia reale e disponibile, nel rispetto del principio di tutela dell’affidamento dei terzi e della stabilità patrimoniale della
società.
Il notaio, nel ricevere l’atto costitutivo, ha il potere–dovere di verificarne la regolarità. In particolare, egli può
rifiutarsi di rogare l’atto qualora la relazione sia mancante, incompleta o non conforme ai requisiti richiesti dalla
legge. Una volta predisposto, il documento viene depositato presso il Registro delle Imprese, il quale si limita a
effettuare un controllo di mera regolarità formale.
La valutazione da parte dell’esperto deve ispirarsi a criteri oggettivi e verificabili, fondati sul valore di mercato, non
potendosi basare esclusivamente sull’utilità che il bene ha per la società. Ciò risponde all’esigenza di garantire una
stima attendibile e trasparente, a tutela del capitale e dei creditori.
A differenza di quanto previsto per le S.p.A. (art. 2343, quarto comma c.c.), nell’ambito della S.r.l. non è
espressamente contemplata la possibilità di una revisione successiva della stima. Tuttavia, parte della dottrina
ritiene che permanga, in capo agli amministratori, un dovere di vigilanza sull’effettivo valore dei beni conferiti. In
particolare, qualora essi si accorgano che il valore reale dei beni o crediti conferiti è inferiore di oltre un quinto
rispetto a quanto imputato a capitale, dovrebbero attivarsi per proporre una riduzione proporzionale del capitale
sociale e, se del caso, l’annullamento delle quote corrispondenti.
A tale proposito, una parte consistente della dottrina propone di applicare per analogia alla S.r.l. il disposto dell’art.
2343, quarto comma c.c., previsto per le S.p.A. In ogni caso, il terzo comma dell’art. 2465 c.c. prevede
espressamente la responsabilità dell’esperto per i danni arrecati alla società, ai soci e ai terzi, qualora la stima si riveli
errata o viziata.
ACQUISTI PERICOLOSI
L’art. 2465, secondo comma, c.c. disciplina gli acquisti c.d. “pericolosi”, ossia quelli effettuati da una S.r.l., entro due
anni dall’iscrizione al registro delle imprese, da parte di soggetti interni come soci fondatori, soci o amministratori, a
un prezzo pari o superiore a un decimo del capitale sociale.
In tali casi, si applica la disciplina del primo comma: l’acquisto deve essere accompagnato da una relazione giurata di
un revisore legale o di una società di revisione, che descriva i beni o crediti oggetto dell’operazione, ne indichi i
criteri di valutazione e attesti che il valore è almeno pari al corrispettivo previsto. Inoltre, salvo diversa previsione
statutaria, l’operazione deve essere autorizzata con decisione dei soci ai sensi dell’art. 2479 c.c.
La finalità è di tutelare il patrimonio sociale da operazioni potenzialmente dannose nel periodo iniziale di attività. La
norma si applica solo se:
• l’acquisto è oneroso;
• il corrispettivo è pari o superiore al 10% del capitale sociale;
• l’alienante ha la qualifica soggettiva richiesta (socio, fondatore, amministratore) al momento dell’atto;
• l’acquisto avviene entro due anni dalla costituzione.
Sono esclusi dalla disciplina gli acquisti:
• a condizioni normali nell’ambito dell’attività ordinaria;
• effettuati su mercati regolamentati;
• o sotto controllo giudiziario o amministrativo.
Gli amministratori, pur nel rispetto della stima, possono stipulare l’acquisto a un prezzo inferiore. In caso di
violazione della procedura, l’atto resta valido, ma amministratori e alienante sono solidalmente responsabili per i
danni verso società, soci e terzi.
97
In origine, il primo comma dell’art. 2467 c.c. prevedeva espressamente che le somme rimborsate ai soci nell’anno
precedente la sentenza dichiarativa di fallimento dovessero essere restituite, ma tale previsione è stata abrogata
dal [Link]. 14/2019 (Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza). Tuttavia, la medesima tutela è oggi assicurata
dall’art. 164, secondo comma, del nuovo codice, secondo cui i rimborsi effettuati nell’anno precedente l’apertura
della liquidazione giudiziale sono inefficaci rispetto ai creditori.
Questa disposizione offre un vantaggio probatorio al curatore, che può impugnare il rimborso senza dover
dimostrare che mancassero le condizioni per la legittima soddisfazione del credito del socio. L’inefficacia è
automatica, con presunzione legale, e ciò rafforza la tutela dei creditori ordinari, impedendo ai soci di ottenere
rimborsi privilegiati in prossimità dell’insolvenza.
Una questione controversa riguarda l’ambito del concordato preventivo: ci si chiede se, all’interno del piano
concordatario, sia possibile prevedere una percentuale anche per i creditori postergati, come i soci finanziatori, pur
in presenza di una soddisfazione non integrale dei creditori chirografari. La risposta non è univoca, ma la prassi
tende a escludere che i creditori subordinati possano ottenere una soddisfazione in misura superiore o parallela a
quella dei chirografari, se questi non vengono integralmente pagati.
Diversa è la disciplina prevista in caso di prestiti effettuati da soci a favore di una S.r.l. che intenda accedere o abbia
già avuto accesso a strumenti di composizione negoziale della crisi, come il concordato preventivo o gli accordi di
ristrutturazione dei debiti. In tali casi, la normativa prevede un’importante eccezione alla regola della
postergazione: i crediti dei soci possono godere del beneficio della prededuzione, vale a dire che saranno
soddisfatti con precedenza rispetto ad altri crediti. Questo beneficio, previsto in deroga sia all’art. 2467 che all’art.
2497-quinquies (sui finanziamenti infragruppo), è riconosciuto fino all’80% dell’ammontare del prestito.
La ratio della norma risiede nella volontà del legislatore di incentivare interventi tempestivi e potenzialmente
virtuosi da parte dei soci per sostenere la riuscita di operazioni di risanamento aziendale. In questo contesto, i
finanziamenti soci non vengono più visti come strumenti opportunistici, ma come contributi strategici alla
continuità dell’impresa, meritevoli di un trattamento di favore nel bilanciamento degli interessi tra soci e creditori.
TITOLI DI DEBITO
L’art. 2483 c.c. disciplina l’emissione di titoli di debito da parte delle società a responsabilità limitata, introducendo
una possibilità nuova ma soggetta a precise condizioni formali e sostanziali. Anzitutto, non tutte le S.r.l. possono
emettere titoli di debito: è necessario che l’atto costitutivo preveda espressamente tale facoltà. Solo in presenza di
una clausola abilitante, la società può deliberare l’emissione, attribuendo la relativa competenza ai soci o agli
amministratori, secondo quanto stabilito dallo stesso atto costitutivo.
L’art. 2483, comma 1, stabilisce che è l’atto costitutivo a determinare chi ha il potere decisionale (soci o
amministratori) e con quali limiti, modalità e maggioranze può essere assunta la decisione di emissione. Su questo
punto si evidenziano due principi fondamentali:
• la libertà statutaria dei soci nel configurare l’assetto decisionale;
• l’obbligo di inserire tali previsioni direttamente nell’atto costitutivo.
Tuttavia, i limiti imposti alla facoltà di emettere titoli non possono essere di tipo quantitativo, poiché la legge non
prevede alcun tetto massimo all’indebitamento tramite titoli.
Il contenuto della decisione di emissione deve rispettare un minimo normativo inderogabile. In particolare, devono
essere specificati:
• le condizioni del prestito, ossia i diritti e gli obblighi che regolano il rapporto tra la società e i sottoscrittori;
• le modalità di rimborso;
• l’ammontare complessivo dell’emissione;
• il numero e il valore nominale dei titoli, che non può essere inferiore a 50.000 euro per ciascun titolo.
La sottoscrizione dei titoli è formalizzata mediante un contratto tra la società, rappresentata dagli amministratori, e
il soggetto finanziatore. Secondo il comma 2 dell’articolo, la sottoscrizione è riservata esclusivamente a investitori
professionali soggetti a vigilanza prudenziale, ai sensi delle leggi speciali. Tale limitazione mira a escludere i
risparmiatori comuni, proteggendoli dai rischi connessi a strumenti finanziari complessi e a rischio di insolvenza.
In caso di circolazione successiva dei titoli, chi li trasferisce risponde della solvenza della società nei confronti degli
acquirenti che non siano investitori professionali o soci della società stessa. Questa previsione rafforza
ulteriormente la tutela del sistema e funge da deterrente contro la diffusione incontrollata di titoli presso soggetti
non qualificati. Il rischio si trasferisce liberamente solo quando il cessionario è anch’esso un investitore
professionale.
Tra i soggetti considerati investitori professionali soggetti a vigilanza prudenziale si includono tipicamente:
• banche;
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• società di intermediazione mobiliare (SIM);
• imprese di investimento;
• intermediari finanziari autorizzati;
• imprese di assicurazione.
Nel caso in cui i titoli siano emessi senza la clausola autorizzativa prevista dall’atto costitutivo, si ritiene che la
sottoscrizione sia inefficace, per violazione di un limite legale. Viceversa, se i titoli vengono emessi in violazione di
un limite statutario (es. emissione decisa da un organo diverso da quello previsto), la violazione non è opponibile ai
terzi, salvo che la società dimostri che questi ultimi abbiano agito con dolo, cioè intenzionalmente a danno della
società.
In conclusione, l’emissione di titoli di debito rappresenta una forma di finanziamento alternativa per la S.r.l., con un
assetto regolatorio improntato a rigore e selettività. L’accesso è limitato a soggetti esperti e vigilati, e richiede
un’attenta conformità statutaria e legale, a tutela dell’equilibrio tra flessibilità societaria e responsabilità nei
confronti del mercato.
LE QUOTE DI PARTECIPAZIONE
L’art. 2468 del Codice Civile disciplina le quote di partecipazione nella società a responsabilità limitata,
evidenziando le caratteristiche essenziali, i limiti alla loro circolazione e la struttura dei diritti ad esse connessi.
Al comma 1, viene affermato un principio di netta distinzione tra la S.r.l. e la S.p.A., stabilendo che le partecipazioni
dei soci non possono essere rappresentate da azioni né costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti
finanziari. Ciò comporta che:
• le quote non possono essere rappresentate da titoli azionari o da altri strumenti finanziari dotati di
funzione circolatoria;
• esse possono tuttavia essere documentate da atti o certificazioni, con mero valore probatorio della qualità
di socio, ma non idonei alla circolazione.
Il divieto di offerta al pubblico di prodotti finanziari è una regola inderogabile e rappresenta un elemento distintivo
della S.r.l. rispetto alla S.p.A., il cui capitale può essere invece raccolto anche tramite collocamento pubblico di azioni
o obbligazioni.
Il comma 2 afferma che, salvo quanto disposto dal comma 3, i diritti sociali spettano ai soci in misura proporzionale
alla partecipazione da ciascuno posseduta, e che, in assenza di diversa previsione statutaria, le partecipazioni sono
proporzionali ai conferimenti. Da ciò discende la regola della doppia proporzionalità:
• i diritti sociali (voto, utili, decisioni) sono proporzionali alla quota di partecipazione;
• le quote di partecipazione sono proporzionali ai conferimenti eseguiti dai soci.
Inoltre, la quota è inscindibile dalla persona del socio, il che implica che a ciascun socio spetta, in linea di principio,
una sola quota, pur essendo ammissibili quote differenti per ammontare e diritti.
Tuttavia, il modello proporzionale può essere derogato. Le principali deroghe previste dalla norma sono due:
• Comma 3: l’atto costitutivo può attribuire a singoli soci particolari diritti relativi all’amministrazione della
società o alla distribuzione degli utili.
• Seconda parte del comma 2: consente, tramite l’autonomia statutaria, che le partecipazioni non riflettano
proporzionalmente i conferimenti e che i diritti sociali non siano proporzionali alla quota, secondo quanto
stabilito da patti negoziali tra i soci.
Per quanto riguarda i diritti particolari dei soci (comma 3), l’attribuzione deve essere personalizzata, ossia riferita
espressamente al singolo socio. La formulazione della norma (“diritti riguardanti l’amministrazione della società o la
distribuzione degli utili”) ha sollevato il dubbio se sia legittima una clausola che attribuisca entrambi i tipi di diritto
allo stesso socio. Tuttavia, la congiunzione “o” è stata interpretata come non limitativa, e la prassi ammette la
cumulabilità dei diritti, se voluta dai soci.
Esempi di diritti particolari sull’amministrazione includono:
• diritto di amministrare personalmente la società;
• diritto di nomina o revoca di amministratori;
• diritto di scegliere o modificare il modello amministrativo;
• diritto esclusivo di decidere su determinate materie.
Quanto ai diritti sulla distribuzione degli utili, è esclusa la possibilità di prevedere la totale esclusione di un socio
dalla partecipazione agli utili, in virtù del divieto di patto leonino (art. 2265 c.c.), ma sono ammissibili forme di:
• utili maggiorati;
• utili prioritari;
• utili garantiti in misura minima.
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Il comma 4 disciplina le modalità di modifica dei diritti particolari. Tali diritti possono essere modificati solo con il
consenso unanime di tutti i soci, salvo che l’atto costitutivo non preveda una diversa disciplina. Il consenso di tutti i
soci non richiede necessariamente una delibera assembleare formale: può essere validamente espresso anche al di
fuori dell’assemblea, ad esempio per atto raccolto dal notaio.
Il comma fa salva, in ogni caso, la previsione dell’art. 2473, comma 1, in materia di recesso, secondo cui il socio
titolare di particolari diritti ha diritto di recedere se tali diritti vengono modificati, anche in presenza di una clausola
statutaria che consenta la modifica a maggioranza. Questo rinvio è considerato da parte della dottrina superfluo,
poiché il diritto di recesso sorge comunque quando il socio viene privato dei diritti che caratterizzano la sua
posizione contrattuale originaria.
In conclusione, la disciplina delle quote nella S.r.l. riflette una spiccata elasticità strutturale, che consente di
modellare la partecipazione del socio in funzione degli equilibri interni e delle esigenze della società, pur nel rispetto
dei limiti inderogabili imposti dal legislatore.
Un tema centrale nella disciplina della società a responsabilità limitata è quello della divisibilità della quota di
partecipazione. In particolare, ci si è chiesti se sia possibile per una S.r.l. emettere quote frazionate ex ante, cioè
quote “standard” tutte uguali tra loro, e se sia altresì legittimo prevedere categorie di quote caratterizzate da
specifici diritti. Entrambe le risposte sono affermative.
Queste domande erano già emerse nel sistema previgente, dove, in assenza di una norma che affermasse
esplicitamente la divisibilità delle quote, si discuteva se tale facoltà potesse ritenersi ammessa anche in mancanza di
una previsione espressa nello statuto. La questione nasceva dal silenzio del legislatore: non esisteva una
disposizione che vietasse la divisibilità, ma nemmeno una che la autorizzasse in modo esplicito.
La tesi oggi ritenuta preferibile è quella che riconosce la possibilità di una pattuizione statutaria che preveda la
divisibilità delle quote, anche qualora esse siano dotate di diritti particolari attribuiti al socio. Questo orientamento
si fonda sull’idea che le esigenze di flessibilità e personalizzazione del modello S.r.l. giustifichino la facoltà di
strutturare la partecipazione sociale in quote frazionate e differenziate.
In certi casi, tale possibilità si può considerare implicita, in particolare quando la S.r.l. sia aperta all’investimento
diffuso di soci crowdfunders, ovvero soggetti che aderiscono alla società mediante piattaforme digitali di raccolta di
capitali: l’esigenza di accogliere una pluralità di soci con partecipazioni minime rende necessaria la divisibilità delle
quote.
Ulteriori aperture in tal senso si riscontrano nella disciplina delle start-up innovative e delle S.r.l. PMI, che
beneficiano di importanti deroghe rispetto alla normativa generale sulle quote, in base all’art. 26 del D.L. 179/2012.
Le principali sono:
• possibilità per lo statuto di creare categorie di quote dotate di diritti diversi, determinabili liberamente, nei
limiti imposti dalla legge;
• possibilità che le quote siano oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari, inclusa la raccolta tramite
portali di equity crowdfunding;
• in deroga all’art. 2474 c.c., le operazioni sulle proprie partecipazioni non sono vietate se effettuate per
l’attuazione di piani di incentivazione.
Ne deriva che i divieti generali previsti per le S.r.l. ordinarie, quali:
• il divieto di rappresentare le quote in azioni, e
• il divieto di offerta al pubblico delle quote,
non hanno valore assoluto, ma sono da intendersi come divieti relativi: operano per la S.r.l. regolata in via generale
dal Codice Civile, ma sono derogabili in presenza di specifiche discipline settoriali, come quelle introdotte con la
normativa del 2012 per incentivare l’innovazione e l’accesso al capitale. In tali modelli societari evoluti, il sistema
delle quote si arricchisce di una maggiore flessibilità strutturale e funzionale, coerente con le esigenze di apertura al
mercato e attrazione di investimenti diffusi.
100
La riforma del 2003 ha chiarito un aspetto importante: il socio che non abbia concorso all’approvazione di una
delibera che introduce o rimuove vincoli alla circolazione ha diritto di recesso, ex art. 2473 c.c.
Il principio di libertà stabilito dal primo comma si estende anche alla possibilità di costituire pegno o usufrutto sulla
quota. Tuttavia, anche queste facoltà possono essere limitate o vietate tramite apposite clausole statutarie.
Tra le principali clausole statutarie che regolano la circolazione delle quote, si distinguono:
• Clausola di intrasferibilità: prevista dallo stesso art. 2469, comma 1, consente di vietare del tutto il
trasferimento delle quote. Per evitare che ciò imprigioni il socio nella società, il comma 2 riconosce il diritto
di recesso. Tuttavia, l’esercizio del recesso può essere differito: l’atto costitutivo può stabilire che esso non
sia esercitabile per un periodo massimo di due anni dalla sottoscrizione della partecipazione.
• Clausola di gradimento: prevista dal comma 2, consente di subordinare il trasferimento al placet di organi
sociali, altri soci o terzi. Il gradimento può essere di due tipi:
o non mero, se vincolato a criteri oggettivi;
o mero, se esercitato in modo del tutto discrezionale.
Il recesso è possibile solo dopo un effettivo rifiuto del gradimento, non per la sola presenza della
clausola.
• Clausola di prelazione: obbliga il socio che intende vendere la quota a offrirla prima agli altri soci, che
hanno diritto di essere preferiti a parità di condizioni. La clausola è finalizzata a preservare la stabilità della
compagine sociale.
• Clausola di trascinamento (drag-along): attribuisce al socio cedente, normalmente di maggioranza, il diritto
di obbligare anche gli altri soci a vendere le proprie quote allo stesso acquirente, alle medesime condizioni.
Serve a facilitare l’uscita completa in operazioni di disinvestimento.***
• Clausola di accodamento (tag-along o co-vendita): prevede che, se un socio decide di cedere la propria
quota a un terzo, deve garantire a tutti gli altri soci la possibilità di vendere anch’essi le proprie quote allo
stesso acquirente e alle stesse condizioni.***
Tutte queste clausole costituiscono parte del codice organizzativo della società, e perciò sono opponibili ai terzi e
producono effetti reali. Se una quota viene trasferita in violazione di una clausola limitativa, l’atto di cessione è
inefficace nei confronti della società, pur rimanendo valido tra le parti coinvolte nel trasferimento.
Questa disciplina consente di bilanciare l’autonomia contrattuale dei soci con l’esigenza di mantenere coerenza e
stabilità nella composizione societaria.
*** La clausola di trascinamento (nota anche come drag-along) è una clausola che attribuisce a un socio,
normalmente di maggioranza, il potere di imporre anche agli altri soci la vendita delle loro quote a un determinato
acquirente, qualora egli stesso decida di cedere la propria partecipazione. In pratica, se il socio principale vuole
uscire dalla società vendendo a un soggetto terzo, può “trascinare” con sé anche i soci di minoranza, obbligandoli a
cedere le loro quote allo stesso soggetto e alle medesime condizioni.
La funzione di questa clausola è quella di facilitare la vendita dell’intera società: per molti acquirenti, infatti, è
preferibile ottenere il controllo totale del capitale sociale anziché acquistare solo una partecipazione di maggioranza,
e quindi sapere che l’operazione potrà concludersi senza ostacoli è spesso decisivo.
Diversamente, la clausola di accodamento (nota come tag-along o clausola di co-vendita) è pensata per tutelare i
soci di minoranza. Essa riconosce a questi ultimi il diritto, ma non l’obbligo, di partecipare alla vendita nel caso in cui
un altro socio, normalmente di maggioranza, intenda trasferire la propria partecipazione a un terzo. In questo caso, il
socio di minoranza può chiedere che anche la propria quota venga acquistata alle stesse condizioni, garantendosi
così la possibilità di uscire dalla società insieme al socio di maggioranza, evitando di restare vincolato in una
compagine sociale completamente mutata.
In sintesi, mentre nella clausola di trascinamento è il socio venditore a decidere anche per gli altri, nella clausola di
accodamento sono gli altri soci a poter decidere se unirsi alla vendita. La prima tutela l’interesse alla cessione
unitaria e completa della società, la seconda quello alla protezione del socio di minoranza, che potrebbe altrimenti
rimanere “bloccato” in una società controllata da nuovi soggetti con cui non intende proseguire il rapporto
societario.
103
Il divieto di acquisto di proprie quote si giustifica in primo luogo in relazione alla natura personalistica della
partecipazione nelle S.r.l.. A differenza delle azioni nelle S.p.A., che sono strutturalmente destinate alla circolazione,
le quote di S.r.l. sono strettamente legate alla persona del socio. Questo spiega perché il legislatore abbia vietato
l’auto-acquisto per le S.r.l., mentre lo consente, entro certi limiti, per le S.p.A.
Il divieto di accettazione in garanzia trova la sua ratio nell’esigenza di evitare trattamenti preferenziali a favore dei
soci rispetto ai creditori esterni. Infatti, se la società potesse accettare come garanzia quote proprie, verrebbe a
sostenere indirettamente l’attività creditizia dei soci, generando un rischio di sperequazione tra soci e terzi.
Il divieto di assistenza finanziaria (cioè di erogare prestiti o prestare garanzie per l’acquisto o sottoscrizione di
proprie partecipazioni) ha lo scopo di prevenire l’abuso di potere da parte degli amministratori, che potrebbero
utilizzare le risorse sociali per favorire l’ingresso nella compagine di soggetti a loro vicini, rafforzando così la propria
posizione di controllo all’interno della società.
In caso di violazione del divieto, le operazioni compiute sono da ritenersi nulle ai sensi dell’art. 1418 c.c.,
trattandosi di negozi contrari a norme imperative. La nullità riguarda quindi sia l’acquisto che l’accettazione in
garanzia, sia le operazioni di assistenza finanziaria vietate.
Un’importante eccezione al divieto è prevista per le S.r.l. PMI, ai sensi dell’art. 26 del D.L. 179/2012. In questo caso,
l’art. 2474 non si applica alle operazioni compiute in attuazione di piani di incentivazione. In particolare, è
ammesso che la società assegni proprie quote a dipendenti, collaboratori, prestatori d’opera o servizi, nell’ambito
di piani di incentivazione o fidelizzazione del personale, riconoscendo così la possibilità di coinvolgere queste figure
nel capitale sociale come strumento di partecipazione e motivazione.
LE COMPETENZE DEI SOCI E LA FORMAZIONE DELLE DECISIONI SOCIALI COMPETENZE SPETTANTI AI SOCI SECONDO IL
MODELLO LEGALE
L’art. 2479 del Codice Civile disciplina le competenze dei soci nella società a responsabilità limitata e le modalità
attraverso cui si formano le decisioni sociali. Il principio generale è che i soci decidono sulle materie riservate alla
loro competenza dall’atto costitutivo, ma anche su quelle che vengano loro sottoposte da uno o più amministratori
o da soci che rappresentano almeno un terzo del capitale sociale. In quest’ultimo caso si parla di competenza
concorrente, perché l’intervento dei soci sottrae temporaneamente la competenza agli amministratori. L’autonomia
statutaria consente di ampliare le materie rimesse ai soci, ma non può restringerne i poteri minimi garantiti dalla
legge.
Il comma 2 dell’art. 2479 individua le materie inderogabilmente riservate alla decisione dei soci, che sono:
1. l’approvazione del bilancio e la distribuzione degli utili;
2. la nomina degli amministratori, se prevista dall’atto costitutivo;
3. la nomina dei sindaci e del revisore nei casi di legge (art. 2477 c.c.);
4. le modifiche dell’atto costitutivo;
5. le decisioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o una rilevante modificazione
dei diritti dei soci.
La prima voce (n.1) conferma che la S.r.l. non può adottare il modello dualistico (tipico della S.p.A.), dove
l’approvazione del bilancio è attribuita al consiglio di sorveglianza.
Le voci 4 e 5 sono oggetto di ulteriore precisazione al comma 4: in tali casi, le decisioni dei soci devono essere
adottate con deliberazione assembleare, quindi con metodo collegiale obbligatorio, ai sensi dell’art. 2479-bis. Lo
stesso obbligo assembleare vale:
• nei casi di modifiche dell’atto costitutivo (n.4);
• per operazioni che comportino sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o rilevante alterazione dei
diritti dei soci (n.5);
• quando lo richieda un terzo del capitale sociale;
• nei casi di riduzione del capitale per perdite ai sensi dell’art. 2482-bis, comma 4.
Con riferimento alla nozione di “sostanziale modificazione dell’oggetto sociale”, si ritiene che essa debba essere
stabile, permanente e duratura, mentre la “rilevante modificazione dei diritti dei soci” va riferita agli atti gestori
che incidono significativamente sui diritti di amministrazione o sugli utili spettanti.
Il comma 3 introduce un’alternativa alla deliberazione assembleare, prevedendo che l’atto costitutivo possa stabilire
che le decisioni dei soci siano adottate mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto. Il legislatore
non privilegia una forma rispetto all’altra, ma richiede in entrambi i casi:
• il rispetto della maggioranza prevista, normalmente almeno la metà del capitale sociale;
• che dai documenti risulti chiaramente l’oggetto della decisione;
• che tutti i soci siano messi in condizione di partecipare al procedimento decisionale.
104
Le due modalità differiscono per impostazione procedurale:
• Consultazione scritta: i soggetti legittimati (cioè quelli a cui l’atto costitutivo attribuisce l’iniziativa o soci
titolari di almeno un terzo del capitale) trasmettono una proposta scritta agli altri soci, che si esprimono
positivamente o negativamente, senza possibilità di modificare il contenuto. Si tratta di una procedura
simile a un referendum interno. Se un socio non riceve l’invito a esprimersi, l’intera decisione è viziata e
impugnabile.
• Consenso espresso per iscritto: si tratta di una procedura più informale, in cui manca un atto di impulso. È
sufficiente che venga formulato un documento contenente la decisione, sottoscritto da un numero di soci
pari al quorum richiesto. L’iniziativa può essere assunta anche da un solo socio, purché venga raccolto il
consenso formale degli altri fino al raggiungimento della maggioranza.
Infine, i soggetti legittimati all’iniziativa sono quelli individuati dallo statuto oppure, in assenza di previsione, i soci
che rappresentano almeno un terzo del capitale.
In conclusione, il sistema delle decisioni nella S.r.l. riflette una logica di flessibilità e autonomia contrattuale, ma
impone, in alcune materie sensibili, l’utilizzo del metodo assembleare per garantire la partecipazione collettiva e la
tutela degli equilibri interni.
106
INVALIDITA’ DELLE DECISIONI DEI SOCI
La disciplina dell’invalidità delle decisioni dei soci è oggi contenuta nell’art. 2479-ter c.c., che sostituisce il
precedente rinvio generico alla normativa delle S.p.A., pur conservando, all’ultimo comma, un rinvio parziale alla
disciplina azionaria per i profili non regolati.
La norma si articola in una fattispecie generale e in tre ipotesi particolari.
La prima riguarda le decisioni non conformi alla legge o all’atto costitutivo.
Le tre ipotesi particolari sono:
a) le decisioni aventi oggetto illecito o impossibile;
b) quelle adottate in assenza assoluta di informazione;
c) e infine le deliberazioni che modificano l’oggetto sociale prevedendo attività illecite o impossibili.
La disciplina differisce tra le varie ipotesi soltanto per quanto riguarda i termini di impugnazione e i soggetti
legittimati a proporla.
Ci sono tuttavia elementi comuni. In primo luogo, la norma si riferisce alle “decisioni dei soci”, quindi comprende
anche quelle adottate mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto, tranne le modificazioni
dell’oggetto sociale, che richiedono deliberazione assembleare.
In secondo luogo, il termine per proporre l’impugnazione decorre, per soci e amministratori, dalla trascrizione della
decisione nel libro delle decisioni, ma poiché i terzi non hanno accesso a tale libro, per loro la decorrenza segue
l’iscrizione nel registro delle imprese, in applicazione dell’art. 2935 c.c.
Una particolarità della disciplina della S.r.l. è contenuta nel primo comma dell’art. 2479-ter: il tribunale, su richiesta
della società o della parte che ha impugnato, può concedere un termine non superiore a 180 giorni per adottare una
nuova decisione idonea ad eliminare la causa di invalidità. Si tratta di una forma di sanatoria della delibera viziata,
coerente con la flessibilità del modello societario.
È inoltre riconosciuto al socio danneggiato dalla decisione invalida il diritto di chiedere il risarcimento del danno.
A differenza di quanto avviene nella S.p.A., dove il risarcimento supplisce alla limitata legittimazione
all’impugnazione, nella S.r.l. l’azione è concessa a tutti i soci, indipendentemente dall’entità della partecipazione, e
tutti possono anche agire per il risarcimento.
Le decisioni non conformi alla legge o all’atto costitutivo sono disciplinate dal comma 1. Sono impugnabili dai soci
che non vi hanno consentito, da ciascun amministratore e dal collegio sindacale, entro 90 giorni dalla trascrizione nel
libro delle decisioni.
Se adottate in sede assembleare, la conformità va valutata rispetto a tutte le fasi procedurali. Sono irrilevanti vizi che
non incidano sul risultato finale, come la partecipazione di soggetti non legittimati o errori di conteggio dei voti.
Quando la decisione è assunta mediante consultazione scritta o consenso espresso, si riducono le possibilità di
violazione della legge, ma aumentano quelle relative all’atto costitutivo. Rientrano in questa categoria anche le
decisioni assunte con la partecipazione determinante di un socio in conflitto di interessi, se potenzialmente dannose
per la società (comma 2).
L’interesse in conflitto diventa rilevante solo se il voto del socio è stato decisivo e se la decisione può arrecare danno.
Le decisioni aventi oggetto illecito o impossibile e quelle adottate in assenza assoluta di informazione sono
disciplinate dal comma 3. Sono impugnabili da chiunque vi abbia interesse entro tre anni dalla trascrizione.
L’interesse deve essere concreto e attuale. L’illiceità si valuta con riferimento non solo all’oggetto ma anche al
contenuto della decisione. L’impossibilità può essere giuridica o materiale. Il vizio per assenza assoluta di
informazione riguarda la fase anteriore all’adozione della decisione: nelle assemblee si verifica quando l’avviso di
convocazione non consente un’informazione tempestiva; nelle decisioni non assembleari, si verifica quando la
richiesta di esprimere il consenso non è stata inviata a tutti i soci.
La seconda parte del comma 3 si riferisce alle decisioni che modificano l’oggetto sociale prevedendo attività illecite o
impossibili. In questo caso l’impugnazione è ammessa senza limiti di tempo, trattandosi di una nullità insanabile.
Infine, l’ultimo comma dell’art. 2479-ter consente l’applicazione, in quanto compatibili, di alcune disposizioni delle
S.p.A., tra cui l’art. 2379-ter, che disciplina l’impugnabilità delle deliberazioni di aumento e riduzione del capitale e di
emissione di obbligazioni, stabilendo un termine di decadenza rispettivamente di 180 giorni dall’iscrizione o 90 giorni
dall’approvazione del bilancio, e l’art. 2434-bis, che preclude l’impugnazione della delibera di approvazione del
bilancio dopo l’approvazione del bilancio dell’esercizio successivo, salvo ipotesi di dolo o falso.
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
L’art. 2475, comma 3, stabilisce che quando l’amministrazione è affidata a più persone, queste costituiscono il
consiglio di amministrazione. Si tratta di una conferma del principio corporativo secondo cui, in presenza di una
pluralità di amministratori, deve formarsi un organo collegiale, salvo diversa previsione dell’atto costitutivo. La legge
ammette infatti due deroghe a questa impostazione:
La prima deroga consiste nella possibilità che l’atto costitutivo affidi l’amministrazione a più soggetti, ma senza che
essi costituiscano un consiglio di amministrazione, optando invece per modelli alternativi:
• amministrazione disgiunta, in cui ciascun amministratore può agire individualmente (art. 2257 c.c.);
• amministrazione congiunta, che può richiedere l’unanimità o la maggioranza degli amministratori (art. 2258
c.c.).
108
In entrambi i casi, l’amministrazione può essere affidata sia a soci sia a non soci. Questo solleva la questione del
criterio da utilizzare per il computo delle maggioranze decisionali, qualora l’amministrazione sia congiunta. In
mancanza di specifiche previsioni, ci si interroga se i voti debbano essere calcolati per teste o per quote di
partecipazione. La risposta dipende dal contenuto dell’atto costitutivo, al quale è rimessa ampia discrezionalità
statutaria. In assenza di indicazioni, si tende a preferire il criterio per teste, coerente con la logica dei modelli
disgiunto e congiunto mutuati dalle società di persone.
La seconda deroga riguarda la possibilità di superare il metodo collegiale tradizionale anche laddove sia istituito un
vero e proprio consiglio di amministrazione. Il comma 4 dell’art. 2475 consente infatti all’atto costitutivo di
prevedere che le decisioni del consiglio possano essere adottate anche senza convocazione formale, attraverso:
• consultazione scritta, con richiesta inviata a tutti i componenti del consiglio;
• consenso espresso per iscritto, da raccogliere su un unico documento.
In entrambi i casi, è richiesto che dai documenti risultino chiaramente l’oggetto della decisione e il consenso
prestato da ciascun amministratore. Questi strumenti decisionali semplificati rispondono all’esigenza di rendere più
agile ed efficiente la gestione, senza tuttavia compromettere la regolarità e la tracciabilità delle decisioni adottate.
LA RAPPRESENTANZA
L’art. 2475-bis c.c. stabilisce che gli amministratori hanno la rappresentanza generale della società. Ciò significa che
ciascun amministratore è, per regola generale, investito sia del potere di gestione che di quello rappresentativo,
potendo quindi agire in nome della società e concludere validamente atti giuridici verso l’esterno. Ogni
amministratore, in assenza di limitazioni, può dunque impegnare la società nei confronti dei terzi.
Tuttavia, il fatto che tutti gli amministratori siano di regola dotati di rappresentanza non esclude che l’atto
costitutivo possa prevedere una diversa attribuzione del potere rappresentativo, separandolo da quello gestorio. I
soci possono quindi decidere, ad esempio, di conferire la rappresentanza solo ad alcuni tra gli amministratori
nominati, realizzando una distinzione funzionale all’interno dell’organo amministrativo.
In ogni caso, anche quando sono investiti della rappresentanza, gli amministratori devono agire nel rispetto
dell’oggetto sociale. Non possono validamente stipulare atti cd. ultra vires, cioè eccedenti i limiti fissati dall’oggetto
sociale. Il compimento di tali atti può comportare la revoca dell’incarico e la responsabilità dell’amministratore,
qualora abbia agito in violazione dei doveri fiduciari.
Resta però da chiarire quale sia l’efficacia degli atti ultra vires nei confronti dei terzi. Su questo punto interviene il
comma 2 dell’art. 2475-bis, che sancisce un principio di inopponibilità delle limitazioni statutarie alla
rappresentanza: le limitazioni derivanti dall’atto costitutivo o dall’atto di nomina, anche se iscritte nel registro delle
imprese, non possono essere opposte ai terzi, salvo che questi abbiano agito intenzionalmente a danno della
società.
109
In altri termini, l’ordinamento tutela l’affidamento dei terzi in buona fede, proteggendo la certezza dei traffici
giuridici: un atto compiuto da un amministratore fuori dai limiti del suo potere rappresentativo rimane valido nei
confronti del terzo, a meno che non si dimostri un suo dolo specifico, ossia l’intento di danneggiare la società.
IL CONFLITTO DI INTERESSI
L’art. 2475-ter c.c. disciplina gli effetti del conflitto di interessi degli amministratori nelle S.r.l., distinguendo tra due
ipotesi: i contratti conclusi dagli amministratori con rappresentanza (profilo esterno) e le decisioni adottate dal
consiglio di amministrazione (profilo interno).
Il comma 1 riguarda il profilo esterno dell’attività amministrativa, e si riferisce ai contratti conclusi da
amministratori rappresentanti della società in situazione di conflitto di interessi, per conto proprio o per conto di
terzi. Tali contratti possono essere annullati su domanda della società, ma solo se il conflitto era conosciuto o
riconoscibile dal terzo contraente. Il legislatore, dunque, tutela l’interesse sociale ma anche l’affidamento del terzo
in buona fede: la conoscibilità del conflitto da parte del terzo diventa condizione essenziale per l’annullabilità del
contratto, e il relativo accertamento è rimesso al prudente apprezzamento del giudice.
Questo comma si applica esclusivamente agli amministratori dotati di rappresentanza legale, ossia a coloro che
stipulano l’atto in nome e per conto della società. Non si applica, ad esempio, al caso in cui sia l’amministratore
delegato a trovarsi in conflitto, ma la decisione sia adottata dal consiglio collegiale: qui opera la disciplina del comma
2.
Il comma 2 affronta il profilo interno, riferendosi alle decisioni adottate dal consiglio di amministrazione con il voto
determinante di un amministratore in conflitto di interessi con la società. L’impugnazione è ammessa solo al
ricorrere di due condizioni cumulative:
• che il voto dell’amministratore in conflitto sia stato determinante per l’approvazione della decisione;
• che la decisione abbia cagionato un danno patrimoniale alla società.
L’impugnazione può essere proposta entro novanta giorni, su iniziativa degli altri amministratori o, se esistenti, dei
sindaci o del soggetto incaricato della revisione ai sensi dell’art. 2477 c.c. Il termine decorre, secondo l’opinione
prevalente, dalla data di adozione della decisione o dalla sua trascrizione nel libro delle decisioni degli
amministratori. Una posizione minoritaria collega invece la decorrenza alla manifestazione concreta del danno.
Il comma si chiude con una clausola di salvaguardia: sono fatti salvi i diritti dei terzi che abbiano acquistato in
buona fede diritti sulla base di atti esecutivi della decisione viziata. È onere del terzo dimostrare la propria buona
fede, in quanto elemento che lo legittima a conservare gli effetti dell’atto, anche se viziato internamente.
AZIONE DI RESPONSABILITA’
L’art. 2476, comma 3, prevede che l’azione di responsabilità contro gli amministratori possa essere promossa da
ciascun socio. Sebbene esercitata individualmente, si tratta comunque di un’azione sociale, per cui l’eventuale
ristoro è attribuito alla società e non al socio che l’ha promossa. L’iniziativa individuale del socio non impedisce alla
società di agire a sua volta contro gli amministratori; anzi, l’azione promossa dal singolo è vantaggiosa in quanto, in
110
caso di rigetto, non comporta per il socio il rischio di sopportare le spese processuali e quelle di accertamento.
Diversamente, l’esercizio dell’azione da parte della società può precludere quella individuale in due casi: se la
società ha già agito facendo valere la responsabilità in tutta la sua estensione soggettiva e oggettiva, oppure se il
socio ha votato contro l’azione con la maggioranza.
Lo stesso comma 3 consente al socio, in presenza di gravi irregolarità nella gestione, di chiedere in via cautelare la
revoca degli amministratori. Il giudice può disporre la revoca anche prima dell’avvio dell’azione di responsabilità, o
indipendentemente da essa, e subordinare il provvedimento alla prestazione di una cauzione.
Il comma 5 stabilisce che, salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’azione di responsabilità può essere
oggetto di rinuncia o transazione da parte della società, purché ricorrano due condizioni:
• il consenso di una maggioranza dei soci rappresentante almeno i due terzi del capitale sociale;
• la mancata opposizione di soci che rappresentino almeno un decimo del capitale.
Lo statuto può escludere il diritto di opposizione per il creditore pignoratizio o l’usufruttuario, in modo da tutelare
la riservatezza dell’attività sociale.
Quanto al diritto all’informazione, è oggi consentito al socio delegare la consultazione a professionisti, purché
vincolati al segreto professionale. Lo statuto può escludere anche questa possibilità.
Il diritto all’informazione in senso stretto riguarda tutti gli affari sociali, cioè ogni aspetto della gestione, del
patrimonio, degli utili e dei rapporti giuridico-economici. Il socio può richiedere informazioni dettagliate, anche su
operazioni in corso o future. La legge non fissa un termine per la risposta, ma si ritiene che debba avvenire senza
ritardo, secondo un comportamento doveroso degli amministratori.
Il diritto di consultazione comprende i libri sociali e tutti i documenti relativi all’amministrazione, comprese le
scritture contabili, e ha lo scopo di consentire al socio di valutare direttamente la gestione. Il socio può esercitare
entrambi i diritti, o solo uno dei due.
Vi sono tuttavia limiti: il socio deve evitare un’ingerenza eccessiva e non può utilizzare tali poteri per fini
ostruzionistici. Gli amministratori possono legittimamente opporsi alla richiesta quando risulti motivata da intenti di
turbativa. In ogni caso, il diritto deve essere esercitato secondo correttezza e buona fede, nel rispetto della
riservatezza delle informazioni ottenute.
INDEROGABILITÀ IN PEJUS DEI DIRITTI DEL SOCIO DA PARTE DELLA MAGGIORANZA e la LORO INDISPONIBILITÀ DA
PARTE DEL TITOLARE
L’inottemperanza alla richiesta di informazioni da parte del socio può costituire motivo di denuncia ex art. 2409 c.c.,
oppure integrare una delle gravi irregolarità che giustificano il provvedimento cautelare di revoca degli
amministratori previsto dall’art. 2476, comma 3. Per prevenire tali violazioni, il legislatore ha previsto due
strumenti:
• l’art. 2625 c.c., che punisce gli amministratori che impediscano o ostacolino l’esercizio del controllo da
parte dei soci con sanzione pecuniaria, e, se ne deriva danno, con la reclusione fino a un anno, su querela
della persona offesa;
• il divieto di clausole statutarie che limitino o escludano i diritti di controllo: tali clausole sono nulle per
violazione del principio di inderogabilità in pejus.
I diritti di controllo sono indipendenti dai rapporti di maggioranza: la maggioranza non può eliminarli o comprimerli.
Possono però essere ampliati attraverso l’autonomia statutaria, sia in sede di costituzione sia successivamente.
Quanto alla disponibilità del diritto da parte del socio, si ritiene che i diritti di controllo siano indisponibili, poiché
rispondono sia all’interesse del socio a conoscere l’andamento della società, sia a quello collettivo di garantire
un’amministrazione corretta. Il socio può scegliere se esercitarli o meno, ma non può rinunciarvi in via definitiva.
A sostegno dell’indisponibilità vi è il fatto che questi diritti forniscono al socio gli strumenti conoscitivi necessari per
esercitare poteri sanzionatori, come l’azione di responsabilità e la richiesta di revoca degli amministratori.
I LIBRI CONTABILI
La S.r.l., come tutte le società che esercitano attività commerciale, è soggetta agli obblighi di redazione e
conservazione delle scritture contabili previsti dall’art. 2214 c.c., indipendentemente dalla natura dell’attività svolta.
L’estensione e i contenuti di tali obblighi variano in base alla natura, finalità e dimensioni dell’impresa. Anche se
l’obbligo è riferito alla società, la responsabilità per la tenuta della contabilità ricade personalmente sugli
amministratori. La S.r.l. è inoltre tenuta a conservare il libro delle decisioni dei soci, degli amministratori e del
collegio sindacale. L’obbligo di tenuta del libro dei soci è stato soppresso, ma tutte le informazioni che in precedenza
vi erano annotate (come i dati dei soci) devono oggi essere comunicate al registro delle imprese.
L’art. 2478 c.c. stabilisce che la società deve tenere il libro delle decisioni dei soci, dove devono essere riportate tutte
le decisioni, siano esse adottate in forma collegiale o non collegiale. La tenuta del libro è affidata agli amministratori,
che hanno l’obbligo di trascrivere senza indugio sia i verbali delle assemblee, anche se redatti per atto pubblico, sia
le decisioni dei soci espresse mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto. La trascrizione nel libro
rappresenta il momento conclusivo del procedimento decisionale e da essa decorrono i termini per impugnare la
decisione (sia per annullabilità che per nullità). Dal contenuto della trascrizione deve risultare con chiarezza l’oggetto
della decisione e il consenso alla stessa.
Sempre l’art. 2478 prevede l’obbligo di tenuta anche del libro delle decisioni degli amministratori e del collegio
sindacale.
Quanto alle modalità di tenuta, si applica l’art. 2215 c.c., che impone, prima dell’utilizzo del libro, la numerazione
112
progressiva delle pagine e la bollatura da parte dell’ufficio del registro delle imprese o di un notaio. Per evitare
manipolazioni successive o aggiunte indebite, si applicano per analogia anche le regole dell’art. 2219 c.c., nella
misura in cui esse garantiscono l’integrità del contenuto.
Qualora la società utilizzi strumenti informatici, si applica l’art. 2215-bis, comma 3, che stabilisce che l’obbligo di
tenuta si considera assolto mediante apposizione, ogni tre mesi, della marcatura temporale e della firma digitale da
parte dell’imprenditore.
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AUMENTO GRATUITO O NOMINALE
L’aumento gratuito o nominale si realizza senza nuovi conferimenti, mediante imputazione al capitale delle riserve
e degli altri fondi disponibili iscritti in bilancio. Non comporta un incremento del capitale reale, poiché non vi è un
effettivo apporto di nuove risorse.
L’art. 2481-ter, co.1 stabilisce che la società può deliberare l’aumento del capitale imputando ad esso le riserve e gli
altri fondi disponibili: il patrimonio netto non aumenta nel suo ammontare complessivo, ma varia unicamente
nella composizione interna, in quanto parte delle riserve diventa capitale sociale.
Affinché il passaggio sia legittimo, le riserve e i fondi devono essere disponibili, ossia non soggetti a vincoli di
destinazione o indisponibilità (ad esempio, non può essere utilizzata la riserva legale). Una volta imputati a capitale,
tali riserve acquisiscono il vincolo di indisponibilità e di indistribuibilità proprio del capitale sociale.
Il comma 2 prevede che, in caso di aumento gratuito, la quota di partecipazione di ciascun socio resta immutata,
poiché non essendovi alcun apporto ulteriore richiesto, la proporzione delle partecipazioni non può essere
modificata.
IL RECESSO
Prima della riforma del 2003 non esisteva una disciplina specifica del recesso, che era previsto solo in tre casi:
cambiamento dell’oggetto sociale, del tipo sociale o trasferimento della sede all’estero. Con il [Link]. 6/2003
l’approccio cambia radicalmente: il recesso viene regolato da una disciplina autonoma e i casi in cui è ammesso
vengono ampliati.
L’art. 2473, al primo comma, prevede che l’atto costitutivo stabilisca quando il socio può recedere dalla società e
con quali modalità, ma precisa anche che in ogni caso il diritto di recesso spetta al socio che non ha consentito a:
• cambiamento dell’oggetto o del tipo di società (purché si tratti di modificazioni significative),
• fusione o scissione,
• revoca dello stato di liquidazione,
• trasferimento della sede all’estero,
• eliminazione di una o più cause di recesso previste dallo statuto,
• operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale determinato nell’atto
costitutivo (anche se indiretta),
• operazioni che determinano una rilevante modificazione dei diritti particolari attribuiti a singoli soci ex art.
2468, comma 4 (anche questa modificazione deve essere indiretta).
Il secondo comma disciplina il recesso nelle società a tempo indeterminato, riconoscendo al socio il diritto di
recedere in ogni momento, con un preavviso di almeno 180 giorni. L’atto costitutivo può elevare tale termine, ma
non oltre un anno. Si tratta di un vero e proprio diritto di recesso ad nutum, fondato sull’intolleranza
dell’ordinamento verso vincoli perpetui.
Procedimento e effetti
L’esercizio del recesso può essere impedito dalla revoca della delibera che lo ha legittimato o dalla decisione di
scioglimento anticipato della società. La volontà di recedere deve essere comunicata alla società con apposita
dichiarazione, da effettuarsi – secondo l’opinione prevalente – nel rispetto dei termini dell’art. 2473-bis: 15 giorni
dall’iscrizione della delibera nel registro delle imprese oppure 30 giorni dalla conoscenza del fatto che legittima il
recesso.
Quanto all’efficacia del recesso, si discute se essa decorra dal momento della comunicazione oppure dal termine del
procedimento di liquidazione della quota. L’opinione preferibile è la seconda, poiché solo con la liquidazione della
partecipazione il socio cessa effettivamente di essere tale.
Il comma 3 disciplina il diritto al rimborso: il socio ha diritto di ottenere il valore della propria partecipazione,
calcolato in proporzione al patrimonio sociale, tenendo conto del valore di mercato al momento della dichiarazione
di recesso. In caso di disaccordo, il valore è determinato da un esperto nominato dal tribunale, mediante relazione
giurata.
Secondo il comma 4, il rimborso deve essere effettuato entro 180 giorni dalla comunicazione del recesso. Può
avvenire:
• tramite acquisto da parte degli altri soci, in proporzione alle rispettive partecipazioni,
• tramite acquisto da parte di un terzo, concordemente individuato dai soci,
116
• in mancanza, mediante utilizzo di riserve disponibili,
• in assenza anche di queste, tramite riduzione del capitale sociale (applicando l’art. 2482).
Se nemmeno questo è possibile per opposizione dei creditori, la società entra in liquidazione.
L’ESCLUSIONE
L’art. 2473-bis stabilisce che l’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa del
socio. In tal caso si applicano le stesse disposizioni dell’art. 2473, esclusa la possibilità di rimborso mediante
riduzione del capitale sociale.
Questa disposizione è l’unica disciplina espressa in tema di esclusione, introdotta solo con la riforma del 2003. La
giusta causa e la previsione statutaria sono condizioni necessarie per legittimare l’esclusione, che rappresenta uno
strumento per evitare conflitti interni.
La dottrina prevalente ritiene che la decisione di esclusione debba essere assunta dai soci e successivamente
comunicata al socio interessato.
117
CAPITOLO 24 (LE SOCIETA’ COOPERATIVE).
IL SISTEMA LEGISLATIVO
Le società cooperative sono società a capitale variabile che si caratterizzano per lo scopo mutualistico.
Il nostro ordinamento attribuisce particolare rilievo sociale alle società che perseguono tale scopo e ne promuove e
favorisce la diffusione e lo sviluppo.
La disciplina generale delle società cooperative dettata dal codice civile del 1942 era integrata e completata dalla
legge Basevi, a sua volta modificata in più riprese.
Ulteriori modifiche erano state introdotte nel 92 con disposizioni che miravano ad agevolare la raccolta di capitali di
rischio da parte delle cooperative.
Numerose erano e restano poi le leggi speciali. Alcune delineano un particolare statuto per le cooperative che
operano in determinati settori produttivi (cooperative agricole, cooperative di credito, cooperative edilizie ecc),
introducendo talvolta differenziazioni anche nell'ambito dello stesso settore.
Altre leggi speciali fissano poi particolari requisiti e riconoscono particolari agevolazioni creditizie e tributarie per le
cooperative che perseguono specifici fini sociali.
Il moltiplicarsi di provvedimenti legislativi ha tuttavia condotto ad un sistema normativo particolarmente articolato,
complesso e disordinato.
In questo contesto si inserisce la riforma delle cooperative del 2003, che lascia sostanzialmente inalterata la
complessa legislazione speciale, ma che incide significativamente sulla disciplina generale.
Fra l'altro introduce la distinzione fra “società cooperative a mutualità prevalente” e altre società cooperative, dando
così luogo ad una bipartizione delle società cooperative.
118
LE COOPERATIVE A MUTUALITA’ PREVALENTE.
L'attuale disciplina generale delle società cooperative si basa sulla distinzione fra società cooperative a mutualità
prevalente e altre società cooperative. Le prime godono di tutte le agevolazioni previste per le società cooperative,
le seconde non godono delle agevolazioni di carattere tributario.
Elementi caratterizzanti delle cooperative a mutualità prevalente sono:
a) la presenza nello statuto di clausole che limitano la distribuzione di utili e riserve ai soci cooperatori
b) la circostanza che la loro attività deve essere svolta prevalentemente a favore dei soci (cooperative
di consumo), ovvero deve utilizzare prevalentemente prestazioni lavorative dei soci (cooperative di
lavoro) o beni e servizi dagli stessi apportati (cooperative di produzione).
Perdono la qualifica di cooperative a mutualità prevalente le società che per due esercizi consecutivi non rispettino
tali condizioni.
Le società cooperative a mutualità prevalente sono iscritte in un apposito albo delle società cooperative, tenuto a
cura del ministero dello sviluppo economico. All'amministrazione che tiene l'albo, tali società devono annualmente
comunicare le notizie di bilancio.
In una distinta sezione dello stesso albo si iscrivono le altre società cooperative.
L'atto costitutivo deve stabilire le regole per lo svolgimento dell'attività mutualistica con i soci e nei relativi rapporti
deve essere rispettato il principio di parità di trattamento. L'atto costitutivo deve altresì determinare se la società
può svolgere la propria attività anche con terzi.
I CARATTERI STRUTTURALI
La disciplina delle società cooperative era in passato modellata su quella delle società per azioni. Questa opzione
permane per le cooperative medie grandi, ma si consente che le piccole cooperative possano optare per la più snella
disciplina della società a responsabilità limitata (numero di soci cooperatori < 20; Attivo dello Stato patrimoniale<
1mln€).
L'adozione del modello organizzativo della srl è obbligatoria per le società cooperative costituite con meno di 9 soci.
Caratteri salienti delle società cooperative:
a) è previsto un numero minimo di soci per la Costituzione e la sopravvivenza della società. Nel contempo si
richiede che i soci cooperatori siano in possesso di specifici requisiti soggettivi
b) sono fissati limiti massimi alla quota di partecipazione di ciascun socio e alla percentuale di utili agli stessi
distribuibile. Il che, per un verso stimola l'allargamento della base societaria, per altro disincentiva la
partecipazione alla società per fini esclusivamente lucrativi.
c) Le variazioni del numero e delle persone dei soci e le conseguenti variazioni del capitale sociale non
comportano modificazione dell'atto costitutivo. È così data alla società una struttura aperta, che facilita
l'ingresso di nuovi soci e il recesso di quanti non sono più interessati all'attività mutualistica.
d) Ogni socio cooperatore ha in assemblea un solo voto, qualunque sia il valore della sua quota o il numero
delle sue azioni. È così introdotto il principio “una testa un voto”.
e) Le società cooperative sono sottoposte a vigilanza dell'autorità governativa al fine di assicurare il rispetto dei
requisiti mutualistici.
LE QUOTE. LE AZIONI
Nelle cooperative la partecipazione sociale può essere rappresentata da quote o da azioni, a seconda che la
cooperativa sia regolata dalla disciplina delle spa o della srl.
Nessun socio persona fisica può avere una quota superiore a 100.000 €. Nelle cooperative con più di 500 soci l'atto
costitutivo può elevare tale limite fino al 2% del capitale sociale.
Il limite non opera nei casi di conferimenti in natura o di crediti e di soci diversi dalle persone fisiche.
Alle azioni di cooperativa si applica la larga parte della disciplina dettata in tema di società per azioni. Una specifica
disciplina è però prevista per il trasferimento della partecipazione sociale.
Le quote e le azioni dei soci cooperatori non possono essere cedute, con effetti verso la società, senza
l'autorizzazione degli amministratori, il cui provvedimento deve essere comunicato al socio entro 60 giorni dalla
richiesta. Il silenzio vale assenso. L'autorizzazione in ogni caso non potrà essere validamente concessa qualora
l'acquirente non possegga i requisiti soggettivi fissati per legge o dall'atto costitutivo.
Il provvedimento che nega l'autorizzazione deve essere motivato e contro lo stesso il socio può proporre opposizione
al tribunale.
Inoltre, l'atto costitutivo può anche vietare del tutto la cessione sia delle quote sia delle azioni, salvo in questo caso il
diritto del socio di recedere dalla società con preavviso di 90 giorni e purché siano decorsi due anni dal suo ingresso
in società.
L'atto costitutivo può autorizzare gli amministratori ad acquistare o rimborsare quote o azioni della società con
l'osservanza di due limiti:
a) il rapporto tra patrimonio netto e complessivo indebitamento della società deve essere superiore ad
un quarto.
b) L'acquisto o il rimborso deve essere effettuato nei limiti degli utili disponibili e delle riserve
disponibili risultanti dall'ultimo bilancio regolarmente approvato.
120
Col tempo sono stati elevati i limiti massimi della partecipazione di ciascun socio e i limiti massimi dei prestiti dei soci
ammessi a godere delle agevolazioni fiscali.
Nel contempo sono state consentite nuove forme di raccolta del capitale di rischio con la previsione della figura dei
soci sovventori e delle azioni di partecipazione cooperativa.
SOCI SOVVENTORI→ la figura dei soci sovventori consente la raccolta di capitali di rischio anche fra soggetti
sprovvisti degli specifici requisiti soggettivi richiesti ai soci cooperatori.
I conferimenti dei soci sovventori sono rappresentati da azioni (O quote) nominative liberamente trasferibili, salvo
che l'atto costitutivo non disponga diversamente.
L'atto costitutivo può stabilire particolari condizioni a favore dei soci sovventori per la ripartizione degli utili e la
liquidazione delle quote o delle azioni, così superando i limiti posti per i soci cooperatori.
Per evitare che la partecipazione dei soci sovventori sia animata da scopi esclusivamente speculativi, è stabilito che il
tasso di remunerazione dei soci sovventori non può essere maggiorato in misura superiore al 2% rispetto a quello
previsto per gli altri soci.
Sono poi introdotte regole volte ad evitare che i soci sovventori prendano il sopravvento nella gestione della società.
L'atto costitutivo o attribuire a ciascun socio sovventore più voti, ma non oltre 5. Inoltre, i voti attribuiti ai soci
sovventori non possono mai superare un terzo dei voti spettanti a tutti i soci.
I soci sovventori possono essere nominati amministratori, ma la maggioranza degli amministratori deve essere
costituita da soci cooperatori.
AZIONI DI PARTECIPAZIONE COOPERATIVA→ costituiscono una particolare categoria di azioni, che presenta affinità
con le azioni di risparmio. Sono infatti prive del diritto di voto e sono privilegiate nella ripartizione degli utili e nel
rimborso del capitale.
Possono essere emesse per ammontare non superiore al valore delle riserve indivisibili o del patrimonio netto
risultante dall'ultimo bilancio. Devono essere offerte in opzione per almeno la metà ai soci e ai lavoratori dipendenti
della cooperativa, e possono sottoscriverle anche superando i limiti massimi di partecipazione al capitale.
Le azioni di partecipazione cooperativa possono essere emesse al portatore, se interamente liberate. Sono quindi
liberamente trasferibili e godono dell'anonimato.
Esse sono privilegiate sotto il profilo patrimoniale in quanto:
a) assicurano una partecipazione agli utili maggiorata del 2%
b) hanno diritto di prelazione nel rimborso del capitale per l'intero valore nominale, in sede di
scioglimento della società
c) le perdite incidono sulle stesse solo per la parte che eccede il valore nominale complessivo delle
altre azioni o quote.
È prevista un'organizzazione di gruppo dei possessori di tali azioni, per la tutela degli interessi comuni.
L'organizzazione si articola nell'assemblea speciale di categoria e nel rappresentante comune.
Alle società cooperative è consentita anche l'emissione di obbligazioni. I criteri e i limiti di emissione sono fissati dal
Cicr (comitato interministeriale per il credito e il risparmio), per tutto ciò che questo non dispone si fa riferimento
alla disciplina dettata per le società per azioni.
Il quadro è completato dalla riforma del 2003 che consente a tutte le società cooperative le emissioni di strumenti
finanziari secondo la disciplina prevista per la società per azioni.
L'atto costitutivo stabilisce i diritti patrimoniali o anche amministrativi attribuiti ai possessori di tali strumenti
finanziari e le eventuali condizioni cui è sottoposto il loro trasferimento.
Ai titolari di strumenti finanziari emessi dalla cooperativa può essere attribuito anche il diritto di voto, ma
complessivamente non possono esercitare più di un terzo dei voti presenti in ogni assemblea generale, per garantire
che il controllo resti in mano ai soci cooperatori.
Le cooperative che hanno optato per la disciplina della srl possono offrire strumenti finanziari privi di diritti di
amministrazione solo ad investitori qualificati.
122
Le società cooperative regolate secondo la disciplina delle società per azioni sono sempre tenute a nominare
l'organo di controllo (anche in assenza dei motivi di cui sopra) in coerenza con il modello societario preso a
riferimento.
Per la nomina del collegio sindacale, lo statuto può attribuire il diritto di voto (non per teste ma) proporzionalmente
alle quote o azioni possedute. Può inoltre prevedere che i possessori di strumenti finanziari dotati di diritti
amministrativi possano eleggere fino ad un terzo dei componenti del collegio sindacale.
COLLEGIO DEI PROBIVIRI: ulteriore organo sociale, cui è affidata la risoluzione di eventuali controversie fra soci o fra
soci e società riguardanti il rapporto sociale o la gestione mutualistica. Si vuole evitare che le controversie sociali
sfocino in liti di fronte all'autorità giudiziaria. Si tratta però di un organo che non sempre dà garanzie di imparzialità.
L'attuale disciplina vieta agli amministratori di delegare i propri poteri in materia di ammissione, recesso o esclusione
dei soci e le decisioni che incidono sui rapporti mutualistici con i soci.
LE MUTUE ASSICURATRICI
Le mutue assicuratrici sono società cooperative caratterizzate dalla stretta interdipendenza che esiste fra la qualità
di socio e la qualità di assicurato: non si può acquistare la qualità di socio se non assicurandosi presso la società, e
viceversa, si perde la qualità di socio con le estinguersi dell'assicurazione.
Questo principio differenzia le mutue assicuratrici rispetto alle comuni cooperative di assicurazione. In queste ultime
si può essere assicurati senza diventare soci e il socio ha diritto alle prestazioni assicurative solo se stipula un distinto
e autonomo contratto di assicurazione con la società.
Tutto l'opposto si verifica nelle mutue assicuratrici.
Nelle mutue assicuratrici per le obbligazioni sociali risponde solo la società col proprio patrimonio.
I soci assicurati sono obbligati verso la società al pagamento di contributi, che costituiscono nel contempo
conferimento e premio di assicurazione. Essi sono calcolati con i criteri tecnici propri dei premi di assicurazione.
Il patrimonio sociale, formato dai contributi dei soci assicurati, può non essere sufficiente per l'esercizio dell'attività
assicurativa; quindi l'atto costitutivo può prevedere la costituzione di fondi di garanzia per il pagamento delle
indennità, mediante speciali conferimenti da parte dei soci assicurati o di terzi, attribuendo anche a questi ultimi la
qualità di socio.
Nelle mutue assicuratrici possono perciò coesistere due categorie di soci: soci assicurati e soci sovventori. Questi
ultimi si limitano a conferire il capitale necessario per l'attività della società senza essere assicurati.
La legge si preoccupa però di evitare che i soci sovventori prendano il sopravvento nella gestione della società.
125
Così, l'atto costitutivo può attribuire a ciascun socio sovventore più voti, ma non oltre 5, in relazione all'ammontare
del conferimento. I voti attribuiti ai soci sovventori devono essere in ogni caso inferiori al numero dei voti spettanti
ai soci assicurati.
Inoltre, è consentito che i soci sovventori siano nominati amministratori, ma la maggioranza degli amministratori
deve essere costituita da soci assicurati.
CAPITOLO 25
TRASFORMAZIONE. FUSIONE. SCISSIONE.
LA TRASFORMAZIONE.
NOZIONE E LIMITI
La trasformazione era, nel codice del 42, un istituto tipicamente societario. Tale linea di tendenza è stata recepita
dall'attuale disciplina con la distinzione fra trasformazione omogenea (tra società) e trasformazione eterogenea (da
società di capitali in altri enti o viceversa).
La trasformazione omogenea è il cambiamento del tipo di società. è il passaggio da un tipo ad un altro tipo di società.
Con la trasformazione cambia l'intero assetto organizzativo della società. Non si ha però estinzione della società
preesistente e nascita di una nuova società; è la stessa società che continua a vivere in una rinnovata veste giuridica
e che conserva i diritti e gli obblighi, e prosegue in tutti i rapporti anche processuali, dell'ente che ha effettuato la
trasformazione.
La trasformazione costituisce perciò uno strumento per adattare l'assetto organizzativo della società alle nuove
esigenze sopravvenute.
Consente di realizzare tale obiettivo senza che i soci siano costretti a liquidare la precedente società e a costituirne
una nuova, con notevoli vantaggi anche di carattere fiscale.
Rientrano nella trasformazione omogenea la trasformazione di società di persone in società di capitali e viceversa.
Discorso diverso vale per la trasformazione che comporta mutamento dello scopo economico della società, e in
particolare per la trasformazione di società lucrative in società mutualistiche e viceversa.
Espressamente vietata era e resta la trasformazione di una società cooperativa a mutualità prevalente in società
lucrativa.
Con la riforma del 2003 è stata invece consentita, sia pure con l'osservanza di un procedimento speciale, la
trasformazione delle altre società cooperative in società lucrative. È stata inoltre consentita la trasformazione di
società di capitali (ma non di persone) in società cooperative, che configura uno dei casi di trasformazione
eterogenea.
La trasformazione può avvenire anche in pendenza di procedura concorsuale, purché non vi sia incompatibilità con le
finalità e lo stato della stessa.
LA TRASFORMAZIONE ETEROGENEA.
L'attuale disciplina regola la trasformazione eterogenea da parte di una società di capitali o che dà vita ad una
società di capitali. Non è invece regolata la trasformazione eterogenea di società di persone o in società di persone.
TRASFORMAZIONE DI SOCIETA’ DI CAPITALI: Una società di capitali può trasformarsi in:
1) consorzi
127
2) società consortili
3) società cooperative
4) comunioni di azienda
5) associazioni non riconosciute
6) fondazioni
7) NON IN ASSOCIAZIONE RICONOSCIUTA.
Si applica in quanto compatibile la disciplina della trasformazione omogenea di società di capitali, ma è richiesto il
voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto. È necessario inoltre il consenso dei soci che assumono la
responsabilità illimitata.
TRASFORMAZIONE IN SOCIETA’ DI CAPITALI: Prevista per:
1) Consorzi (la trasformazione deve essere deliberata dalla maggioranza assoluta dei consorziati)
2) società consortili (occorrono le stesse maggioranze richieste per lo scioglimento anticipato)
3) comunioni di azienda (la trasformazione deve essere deliberata da tutti i partecipanti alla comunione)
4) associazioni riconosciute (occorrono le stesse maggioranze richieste per lo scioglimento anticipato)
5) fondazioni (la trasformazione è disposta dall'autorità governativa su proposta dell'organo competente)
6) NO ASSOCIAZIONI NON RICONOSCIUTE.
7) Le cooperative hanno una disciplina autonoma
Permangono specifici divieti per la trasformazione delle associazioni e delle fondazioni che abbiano ricevuto
contributi pubblici o goduti di agevolazioni fiscali.
Le trasformazioni eterogenee hanno effetto solo dopo che siano trascorsi 60 giorni dall'ultimo adempimento
pubblicitario richiesto. Entro tale termine i creditori dell'ente che si trasforma possono proporre opposizione alla
trasformazione, con gli stessi effetti previsti dalla disciplina della riduzione facoltativa del capitale (se il tribunale
ritiene infondato il pericolo per i creditori o se la società ha prestato idonea garanzia, dispone che l’operazione abbia
luogo nonostante l’opposizione).
LA FUSIONE
NOZIONE. DISTINZIONI.
La fusione e l'unificazione di due o più società in una sola. Essa può essere realizzata in due diversi modi:
a) con la costituzione di una nuova società, che prende il posto di tutte le società che si fondono
(fusione in senso stretto)
b) mediante assorbimento in una società preesistente di una o più altre società (fusione per
incorporazione)
la fusione può avere luogo sia fra società dello stesso tipo (fusione omogenea), sia fra società di tipo diverso (fusione
eterogenea), sia fra società ed enti di tipo diverso nei limiti consentiti dalla disciplina della trasformazione
omogenea.
La fusione fra società eterogenee comporta anche la trasformazione di una o più delle società che si fondono. Per le
fusioni eterogenee valgono perciò gli stessi limiti esposti per la trasformazione.
La partecipazione alla fusione non è consentita alle società che si trovano in stato di liquidazione e abbiano già
iniziato la distribuzione dell'attivo, mentre con la riforma del 2003 è caduto il divieto per le società sottoposte a
procedura concorsuale.
La fusione è uno strumento di concentrazione delle imprese societarie che consente di ampliarne la dimensione e la
competitività sul mercato.
La fusione è inoltre un istituto che dà luogo ad una concentrazione giuridica e non solo economica: ad una pluralità
di società se ne sostituisce una sola: la società incorporante o la nuova società che risulta dalla fusione.
La fusione determina perciò la riduzione ad unità dei patrimoni delle singole società e la confluenza dei rispettivi soci
in un'unica struttura organizzativa che continua l'attività di tutte le società preesistenti, mentre queste si estinguono;
La peculiarità sta nel fatto che si ha estinzione, senza che si dia luogo ad alcuna definizione dei rapporti con i terzi e
fra i soci. Infatti, la società incorporante o la nuova società “assume i diritti e gli obblighi delle società partecipanti
alla fusione, proseguendo in tutti i loro rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione”.
I creditori delle società estinte potranno perciò far valere i loro diritti sull'unità ario patrimonio della società
risultante dalla fusione. A loro volta, i soci delle società che si estinguono diventano soci della società incorporante o
della nuova società e ricevono in cambio della loro originaria partecipazione quote o azioni di quest'ultima, in base
ad un predeterminato rapporto di cambio.
128
IL PROGETTO DI FUSIONE.
Il procedimento di fusione si articola in tre fasi essenziali: il progetto di fusione, la delibera di fusione e l'atto di
fusione.
IL PROGETTO DI FUSIONE: gli amministratori delle diverse società partecipanti devono redigere un progetto di
fusione, nel quale sono fissate, sulla base delle trattative intercorse, le condizioni e le modalità dell'operazione da
sottoporre all'approvazione dell'assemblea.
Il progetto di fusione deve avere identico contenuto per tutte le società partecipanti e dallo stesso devono risultare
le seguenti indicazioni:
a) il tipo, la denominazione o ragione sociale, la sede delle società partecipanti
b) l'atto costitutivo della nuova società risultante dalla fusione o di quella incorporante
c) il rapporto di cambio delle azioni o quote: vale a dire il rapporto in base al quale saranno assegnate
le azioni o quote della società incorporante o della nuova società. Deve essere specificato anche
l'eventuale conguaglio in denaro da corrispondere ai soci, che non può superare il 10% del valore
nominale delle azioni o quote assegnate
il progetto di fusione deve essere pubblicato mediante iscrizione nel registro delle imprese del luogo dove hanno
sede le società partecipanti.
La documentazione informativa non si esaurisce nel progetto di fusione in quanto è prescritta la redazione di altri tre
documenti: la situazione patrimoniale; la relazione degli amministratori; la relazione degli esperti.
SITUAZIONE PATRIMONIALE: gli amministratori di ciascuna delle società partecipanti devono redigere una situazione
patrimoniale aggiornata della propria società, con l'osservanza delle norme sul bilancio di esercizio.
Si tratta in sostanza di un vero e proprio bilancio di esercizio infrannuale, la cui funzione è quella di fornire ai
creditori sociali informazioni aggiornate per il consapevole esercizio del diritto di opposizione alla fusione.
Scarse sono invece le informazioni che il bilancio di fusione così redatto offre ai soci per quanto riguarda la congruità
del rapporto di cambio; tale lacuna è colmata dagli altri due documenti.
RELAZIONE DEGLI AMMINISTRATORI: gli amministratori delle società partecipanti devono redigere una relazione la
quale illustri giustifichi il progetto di fusione e in particolare il rapporto di cambio, in modo da mettere i soci in
condizione di verificare i metodi di valutazione utilizzati dagli amministratori nella determinazione del rapporto di
cambio
RELAZIONE DEGLI ESPERTI: per ciascuna società partecipante uno o più esperti, scelti fra i revisori legali o le società
di revisione, devono redigere una relazione sulla congruità del rapporto di cambio ed esprimere un parere
sull'adeguatezza del metodo seguito dagli amministratori per la determinazione dello stesso.
La designazione dell'esperto è riservata al tribunale quando la società risultante dalla fusione è una spa o una società
in accomandita per azioni.
Per le società quotate l'esperto è scelto fra le società di revisione sottoposte alla vigilanza della Consob.
Si può fare a meno della situazione patrimoniale, della relazione degli amministratori e degli esperti quando vi
rinuncino all'unanimità i soci e i possessori di strumenti finanziari con diritto di voto di ciascuna società partecipante.
Il progetto di fusione, le relazioni di amministratori ed esperti, le situazioni patrimoniali e i bilanci degli ultimi tre
esercizi delle società partecipanti devono restare depositati nelle sedi di ciascuna delle società partecipanti, ovvero
pubblicati sul sito Internet delle stesse, durante i 30 giorni che precedono l'assemblea e finché la fusione sia
deliberata.
La fase preparatoria appena esposta ammette semplificazioni quando:
1) una società deve incorporarne altra di cui possiede tutte le azioni o quote o almeno il 90%
2) alla fusione non partecipano società con capitale rappresentato da azioni o società
cooperative per azioni
3) la fusione avviene sulla base di un piano di leveraged buyout, che prevede l'indebitamento
dell'incorporante per acquisire il controllo dell'altra società e per effetto della fusione il
patrimonio di quest'ultima viene a costituire garanzia generica o fonte di rimborso dei
relativi debiti. ( ESEMPIO: La società A vuole incorporare la società B. Per comprare B, la
società A si indebita (cioè fa un mutuo, emette obbligazioni, ottiene un finanziamento).
Una volta completata la fusione, la società B scompare e tutto il suo patrimonio (beni,
immobili, conti, ecc.) passa ad A. Questo patrimonio diventa garanzia per i debiti che A ha
contratto per acquisire B.)
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LA DELIBERA DI FUSIONE
La fusione viene decisa da ciascuna delle società che vi partecipano mediante l'approvazione del relativo progetto.
Per l'approvazione vanno rispettate le norme dettate per le modificazioni dell'atto costitutivo.
Nelle società di persone l'attuale disciplina non richiede più il consenso di tutti i soci: è sufficiente la maggioranza dei
soci calcolata secondo la parte attribuita a ciascuno negli utili. Al socio che non abbia consentito alla fusione è
riconosciuto il diritto di recesso.
Nelle società di capitali la fusione deve essere deliberata dall'assemblea straordinaria con le normali maggioranze.
Tuttavia, se la società risultante dalla fusione è di tipo diverso (fusione eterogenea), nelle società non quotate
dovranno essere osservate anche le maggioranze rafforzate stabilite per la trasformazione.
Inoltre, in caso di fusione eterogenea, i soci che non hanno concorso alla deliberazione avranno diritto di recesso;
diritto che invece è riconosciuto in caso di fusione omogenea solo per la srl.
Le delibere di fusione delle singole società devono essere iscritte nel registro delle imprese, previo controllo di
legalità da parte del notaio verbalizzante.
L’ATTO DI FUSIONE.
Il procedimento di fusione si conclude con la stipulazione dell'atto di fusione da parte dei legali rappresentanti delle
società interessate, che così danno attuazione alle relative delibere assembleari.
L'atto di fusione deve essere sempre redatto per atto pubblico; Deve essere iscritto nel registro delle imprese dei
luoghi ove è posta la sede di tutte le società partecipanti e di quello della società risultante dalla fusione.
Dall'ultima iscrizione nel registro delle imprese decorrono gli effetti della fusione. Si produce l'unificazione soggettiva
e patrimoniale delle diverse società. La società risultante dalla fusione assume tutti i diritti e gli obblighi di quelle
partecipanti, che si estinguono. I soci di queste ultime hanno diritto di ottenere, in cambio delle proprie azioni o
quote, azioni o quote della società che continua l'attività, in base al prefissato rapporto di cambio.
Una volta eseguite le iscrizioni dell'atto di fusione prescritte per legge, l'invalidità dell'atto di fusione non può più
essere pronunciata; resta salvo solo il diritto al risarcimento dei danni eventualmente spettante ai soci o ai terzi
danneggiati dalla fusione, che potranno a tal fine agire nei confronti degli amministratori delle società partecipanti o
della società risultante dalla fusione.
I soci hanno perciò a disposizione solo l'intervallo di tempo che intercorre fra la delibera di fusione e l'ultima
iscrizione dell'atto di fusione, per proporre impugnativa e cercare di ottenere la sospensione della stipula dell'atto di
fusione. Dopo, la fusione è inattaccabile.
LA SCISSIONE
NOZIONE. FORME
Con la scissione il patrimonio di una società è scomposto ed assegnato in tutto o in parte ad altre società, con
contestuale assegnazione ai soci della prima di azioni o quote delle società beneficiarie del trasferimento
patrimoniale.
Con la scissione si ha, quindi, la suddivisione di un unico patrimonio sociale e di un'unica compagine societaria in più
società.
L'operazione risponde ad esigenze di ristrutturazione e di riorganizzazione aziendale non diverse da quelle cui può
dar luogo il conferimento in altre società di un'azienda o di un ramo di azienda.
130
Tuttavia, nella sezione le azioni o quote delle società beneficiarie del trasferimento patrimoniale sono acquisite
direttamente dai soci della società che si scinde e non da quest'ultima, sicché per i soci il contratto sociale continua
in nuove e diverse strutture societarie.
La scissione può assumere forme diverse: può essere innanzitutto totale o parziale.
TOTALE: l'intero patrimonio della società che si scinde viene trasferito a più società. La prima società perciò si
estingue senza che si abbia liquidazione della stessa, dato che l'attività continua tramite le società beneficiarie della
scissione che assumono i diritti e gli obblighi corrispondenti alla quota di patrimonio loro trasferita.
PARZIALE: solo parte del patrimonio della società che si scinde viene trasferita ad una o più altre società. La società
scissa resta perciò in vita, sia pure con un patrimonio ridotto, e continua l’attività parallelamente alle società
beneficiarie, di cui entrano a far parte i soci della prima.
Beneficiarie della scissione possono essere:
- società di nuova costituzione, che nascono per gemmazione dalla società che si scinde e in tal caso i
soci della società scissa sono inizialmente i soli soci delle società risultanti dalla scissione.
- Una o più società preesistenti, che vedono nel contempo incrementati il loro patrimonio e la
compagine sociale per l'ingresso dei soci della società scissa.
Alla scissione non possono partecipare società in liquidazione che abbiano iniziato la distribuzione dell'attivo.
IL PROCEDIMENTO
Il procedimento di scissione ricalca quello dettato per la fusione.
Gli amministratori delle società partecipanti (e quindi anche quelli delle società beneficiarie se preesistenti) devono
redigere un unitario progetto di scissione, sottoposto alla stessa pubblicità prevista per il progetto di fusione.
Oltre alle indicazioni stabilite per quest'ultimo, il progetto di scissione deve contenere:
a) l'esatta descrizione degli elementi patrimoniali da trasferire a ciascuna delle società beneficiarie e
dell'eventuale conguaglio in denaro
b) i criteri di distribuzione ai soci delle azioni o quote delle società beneficiarie.
In merito al punto a), la legge specifica la sorte degli elementi attivi e passivi la cui destinazione non è desumibile dal
progetto di scissione, con soluzioni diverse per scissione totale o parziale.
TOTALE: le attività di incerta attribuzione sono ripartite fra le società beneficiarie in proporzione della quota di
patrimonio netto trasferita a ciascuna di esse. Delle passività di dubbia imputazione rispondono invece in solido tutte
le società beneficiarie.
PARZIALE: le relative attività restano in testa alla società trasferente. Delle passività rispondono in solido sia questa
sia le società beneficiarie.
La responsabilità solidale delle società beneficiarie è limitata al valore effettivo del patrimonio netto loro trasferito.
In merito al punto b), non è fatto obbligo alla società che si scinde di attribuire a ciascun socio un pacchetto assortito
di azioni o quote di tutte le società beneficiarie della scissione. L'attuale disciplina riconosce però ai soci che non
approvano la scissione, il diritto di far acquistare le proprie partecipazioni dai soggetti indicati nel progetto di
scissione per un corrispettivo determinato secondo le norme in tema di recesso.
Per la situazione patrimoniale, la relazione degli amministratori e quella degli esperti, è integralmente richiamata la
disciplina della fusione.
Stesso rinvio si ha anche per le altre fasi del procedimento di scissione: delibera di scissione, pubblicità, opposizione
dei creditori e stipula dell'atto di scissione. Fasi queste che devono essere percorse anche dalle società beneficiarie
qualora si tratti di società preesistenti.
Se invece beneficiari della scissione sono società di nuova costituzione, l'atto di scissione, da redigere per atto
pubblico, vale anche come atto costitutivo delle stesse.
La sessione diventa efficace a partire dalla data in cui è stata eseguita l'ultima iscrizione dell'atto di scissione nel
registro delle imprese in cui sono iscritte le società beneficiarie.
A partire da tale momento ciascuna delle società beneficiarie assume i diritti e gli obblighi della società scissa, che le
sono stati attribuiti nell'atto di scissione.
Per esigenza di tutela dei creditori, è stabilito che “ciascuna società è solidalmente responsabile, nei limiti del valore
effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato, dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui il
debito è stato trasferito”. In sostanza, tutte le altre società coinvolte nella scissione sono garanti in via sussidiaria di
quella a cui il debito è stato trasferito, sia pure nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto a ciascuna
trasferito.
Vale infine per l'invalidità dell'atto di scissione la stessa disciplina dettata per la fusione.
131
CAPITOLO 26
LE SOCIETA’ EUROPEE
La creazione del mercato unico europeo non può prescindere dall'affermazione di un quadro di principi giuridici
comuni a tutti gli Stati membri in merito alla disciplina delle attività imprenditoriali.
A partire dal 68 la commissione europea ha perciò avviato un programma di riavvicinamento delle discipline degli
Stati membri, mediante l'emanazione di una serie di direttive di armonizzazione in materia societaria.
Ulteriore e più ambizioso obiettivo dell'azione legislativa dell'unione europea e creare un diritto societario
sovranazionale, vale a dire, l'introduzione di tipi societari disciplinati non dalla legge nazionale, ma direttamente da
regolamento comunitario.
Due sono le società a tal fine predisposte dall'ordinamento comunitario:
- la società europea (SE), disciplinata da un regolamento del 2001, che è una società per azioni
- la società cooperativa europea (SCE), disciplinata da un regolamento del 2003, che è una società
cooperativa a scopo mutualistico.
Tali regolamenti dettano la disciplina base delle due società. Per le materie non disciplinate dal regolamento, si fa
riferimento alle disposizioni di legge emanate da ciascuno Stato per le società europee o le società cooperative
europee con sede nel suo territorio. In mancanza, si applicano le norme dell'ordinamento nazionale in tema,
rispettivamente, di società per azioni e di società cooperative.
Per evitare incertezze sulla determinazione della legge nazionale applicabile, è fatto obbligo alle società di tipo
europeo di situare la sede legale e l'amministrazione centrale nello stesso stato comunitario.
Mediante la costituzione di una società di tipo europeo, società di stati e diversi possono dar vita ad una fusione
transfrontaliera.
Nel caso di costituzione di una società europea (non di SCE), società di stati diversi possono inoltre assoggettarsi ad
una direzione unitaria, dando vita ad un gruppo in cui la società europea assume il ruolo di controllante (SE holding);
oppure possono creare una società controllata in comune (SE affiliata).
Le società di tipo europeo hanno quindi anche la funzione di favorire la nascita di imprese di dimensioni comunitarie.
Caratteristica delle società europee e poi la facilità di trasferimento della sede da uno stato comunitario all'altro,
senza bisogno di porre in liquidazione la società nel paese di costituzione per ricostituirla nuovamente in quello di
destinazione.
Così, i soci potranno insediare o trasferire la società nello Stato membro che offre la disciplina più vantaggiosa
riguardo ai numerosi aspetti non contemplati dal relativo regolamento comunitario.
LA SOCIETA’ EUROPEA
LA COSTITUZIONE
La società europea è una società per azioni, dotata di personalità giuridica, in cui ciascun socio risponde delle
obbligazioni sociali esclusivamente nei limiti del capitale sottoscritto. Il capitale minimo è di 120.000 €.
La società europea può essere costituita solo in 5 casi tassativamente previsti dal regolamento.
1) La società europea può essere costituita quando due o più SPA (società per azioni) di Stati membri diversi
dell’UE decidono di fondersi, possono creare una SE; il regolamento europeo spiega nel dettaglio come deve
avvenire la fusione e, per gli aspetti non trattati, si applicano le leggi nazionali di ciascun Paese coinvolto.
2) quando due o più SPA o SRL promuovono la costituzione di una società europea holding al fine di sottoporsi
ad una direzione unitaria. È necessario che almeno due società promotrici siano soggette alla legge di Stati
membri differenti, o controllino da almeno due anni una società soggetta alla legge di un altro Stato
membro, oppure abbiano da almeno due anni una succursale situata in un altro Stato membro. Per
realizzare l'operazione in esame, le società promotrici redigono un programma comune con cui propongono
ai soci di scambiare le loro azioni o quote con azioni o quote della nuova società holding. Ciascun socio è
libero di aderire o rifiutare, ma la società europea holding è costituita solo se i soci le hanno conferito oltre la
metà delle azioni o quote con diritto di voto delle società promotrici
3) quando due o più enti (anche non società) che presentano un collegamento stabile con ordinamenti
comunitari diversi costituiscono una società europea controllata in comune (SE affiliata)
4) Una SE già esistente può creare un’altra SE affiliata da sola, con un atto unilaterale, senza coinvolgere altri
enti o società.
5) Una SPA nazionale può trasformarsi in SE senza perdere la personalità giuridica.
Requisito: deve controllare da almeno due anni una società soggetta alla legge di un altro Stato UE.
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Per quanto non previsto dal regolamento comunitario, il procedimento di costituzione è disciplinato dalla legge dello
Stato della sede in tema di società per azioni. Esso si conclude con l'iscrizione della società in un registro (In Italia il
registro delle imprese).
L’iscrizione determina l'acquisto della personalità giuridica da parte della società. Per le operazioni compiute in
nome della società prima dell'iscrizione rispondono solidalmente e illimitatamente coloro che le hanno poste in
essere. Nulla prevede il regolamento in merito ai conferimenti dei soci, che quindi restano soggetti alla disciplina
degli ordinamenti nazionali.
GLI ORGANI
È necessaria la presenza dell'assemblea dei soci.
L'amministrazione e i controlli possono essere organizzati secondo il sistema dualistico (organo di direzione e organo
di vigilanza), o secondo il sistema monistico (solo organo di amministrazione).
Estremamente scarna è la disciplina dell'assemblea.
Competenze, organizzazione, svolgimento e procedure di voto sono regolate dalla legge dello Stato della sede in
tema di assemblea delle SPA.
Il regolamento prescrive che l'assemblea deve tenersi almeno una volta l’anno entro sei mesi dalla chiusura
dell'esercizio.
La legge nazionale determina a chi spetta convocare l'assemblea. Il regolamento precisa tuttavia che gli organi di
direzione e di vigilanza (nel sistema dualistico) e l'organo di amministrazione (nel sistema monistico) posso non
disporre la convocazione in qualsiasi momento.
La convocazione e l'integrazione dell'ordine del giorno spetta inoltre agli azionisti che, da soli o congiuntamente,
rappresentino almeno il 10% del capitale.
Le deliberazioni vengono prese di regola a maggioranza semplice dei voti, ma per le modificazioni dello statuto è
necessaria la maggioranza di almeno due terzi dei voti. Tali quorum si applicano solo se la legge dello Stato della
sede non prevede maggioranze più elevate.
LA GESTIONE
SISTEMA DUALISTICO→ prevede la presenza di un organo di vigilanza e di un organo di direzione.
I componenti dell'organo di vigilanza sono nominati dall'assemblea generale. Una parte di essi può essere nominata
dai dipendenti della società, se lo prevedono gli accordi per il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione.
L'organo di vigilanza esercita il controllo sulla gestione. A tal fine viene informato almeno ogni tre mesi dall'organo di
direzione sull'andamento generale degli affari sociali e sugli avvenimenti che possono avere ripercussioni sulla
situazione della società. Esso può inoltre chiedere informazioni specifiche di qualsiasi genere all'organo di direzione
ed effettuare le necessarie verifiche.
L'organo di direzione gestisce la società sotto la propria responsabilità; lo statuto può prevedere che la realizzazione
di alcune categorie di operazioni siano preventivamente autorizzate dall'organo di vigilanza.
I componenti dell'organo di direzione sono nominati e revocati dall'organo di vigilanza.
Nessuno può cumulare le cariche di componente dell'organo di direzione e di vigilanza; tuttavia, in caso di vacanza
dell'organo di direzione, l'organo di vigilanza può designare uno dei suoi membri per esercitarne le funzioni. Nel
corso di tale periodo le funzioni dell'interessato in qualità di membro dell'organo di vigilanza sono sospese.
SISTEMA MONISTICO →prevede solo un organo di amministrazione, a cui è attribuita la gestione della società. I suoi
componenti sono nominati e revocati dall'assemblea. Il regolamento non impone la costituzione in seno all'organo di
amministrazione di un comitato per il controllo sulla gestione. Per le società europee con sede in Italia, tuttavia, si
dovrà fare riferimento alla disciplina del sistema monistico delle Spa, che lo prevede.
Norme comuni ai due sistemi → gli organi restano in carica per il periodo stabilito dallo statuto, che non può
comunque essere superiore a sei anni, e sono rieleggibili.
Se lo statuto lo prevede, può essere nominata anche una società o altro ente; questi ultimi dovranno esercitare i
poteri loro attribuiti tramite un rappresentante persona fisica appositamente designato.
Non possono essere nominati, invece, i soggetti che la legge dello Stato della sede considera non eleggibili come
componenti del corrispondente organo di una SPA.
Lo statuto può fissare ulteriori condizioni di eleggibilità. Sono fatte salve le disposizioni nazionali che permettono a
una minoranza di azionisti o ad altre persone o autorità di designare una parte dei componenti degli organi.
Se non diversamente disposto dal regolamento o dallo statuto, gli organi della società europea sono validamente
costituiti quando è presente o rappresentata almeno la metà dei loro componenti, e decidono a maggioranza
semplice dei membri presenti o rappresentati.
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La responsabilità dei componenti degli organi è disciplinata dalle corrispondenti disposizioni in tema di SPA dello
Stato della sede.
La disciplina locale della società per azioni viene richiamata anche in tema di redazione, controllo e pubblicità del
bilancio d'esercizio e consolidato.
LE PARTECIPAZIONI SOCIALI
Le partecipazioni dei soci nella società cooperativa europea sono rappresentate da quote obbligatoriamente
nominative. È ammessa la creazione di categorie speciali di quote dotate di diritti diversi, tuttavia il regolamento
comunitario prevede che nell'ambito della medesima categoria le quote abbiano tutte lo stesso valore nominale e
attribuiscano gli stessi diritti.
La facoltà di introdurre categorie speciali di quote consente anche nella cooperativa europea la presenza di soci
sovventori, i quali non sono interessati agli scambi mutualistici.
A questi soci è possibile riservare i privilegi nella partecipazione agli utili, nonché una rappresentanza negli organi di
gestione e di vigilanza fino ad un quarto dei componenti di tali organi. Può inoltre essere loro attribuito fino ad un
quarto dei voti nell'assemblea dei soci.
L'ingresso di nuovi soci in società può avvenire mediante trasferimento delle quote esistenti, oppure sottoscrizione
di quote di nuova emissione.
In quest'ultimo caso, il relativo aumento di capitale non richiede il procedimento di modifica dello statuto perché il
capitale della società cooperativa europea è variabile.
Lo statuto può subordinare l'ammissione di nuovi soci a particolari condizioni, come la sottoscrizione di una quota
minima di capitale o il possesso di ulteriori requisiti attinenti all'oggetto della società.
L'acquisto della qualità di socio cooperatore è soggetto ad approvazione dell'organo amministrativo. In caso di
rifiuto, la decisione può essere impugnata davanti all'assemblea. L'ammissione dei soci sovventori è invece
deliberata direttamente dall'assemblea generale.
La qualità di socio si perde (oltre che per alienazioni di tutte le quote) per morte, recesso o esclusione.
Il diritto di recedere spetta in ogni caso al socio che ha votato contro una modifica statutaria che:
a) impone ai soci di effettuare nuovi versamenti o altre prestazioni a favore della società
b) prolunga il termine di preavviso di recesso ad oltre 5 anni
può inoltre recedere il socio che si è opposto al trasferimento della sede all'estero.
Il recesso va dichiarato entro due mesi dalla delibera contestata.
L'esclusione colpisce di diritto il socio fallito e gli enti che si sciolgono.
Può inoltre essere escluso il socio gravemente inadempiente ai propri obblighi o che compie atti in contrasto con
l'interesse della società.
In caso di scioglimento del rapporto sociale per morte, recesso o esclusione, il socio ha diritto esclusivamente al
rimborso del valore nominale della quota, al netto di eventuali perdite di capitale.
Condizioni del rimborso è che il capitale della società non si riduca al di sotto del minimo legale, altrimenti il
pagamento resta sospeso.
Tutte le modifiche della compagine sociale devono essere iscritte nel libro dei soci e sono opponibili alla società e ai
terzi solo dopo l'iscrizione.
135
Oltre che con l'emissione di quote, la società cooperativa europea può finanziarsi mediante l'emissione di
obbligazioni o di altri titoli che non attribuiscono la qualità di socio, nè il diritto di voto.
GLI ORGANI
La società cooperativa europea può essere organizzata secondo il sistema dualistico oppure monistico. La disciplina
degli organi di amministrazione e di controllo è identica a quella della società europea.
Se ne discosta invece la disciplina dell'assemblea, per l'esigenza di dare espressione ai tradizionali principi del diritto
cooperativo. E in primo luogo alla regola del voto capitario: ad ogni socio è attribuito un voto, qualunque sia il
numero di quote che detiene.
Se la legge dello Stato della sede lo permette, si può attribuire una parte dei voti in ragione della partecipazione dei
soci allo scambio mutualistico, ma non più di 5 voti a testa.
Possono inoltre essere attribuiti più voti anche ai soci persone giuridiche e ai soci sovventori, ma non più del 25% del
totale.
L'assemblea deve riunirsi almeno una volta l'anno, entro sei mesi dalla chiusura dell'esercizio per l'approvazione del
bilancio e la destinazione degli utili. E inoltre convocata dall'organo amministrativo nel qualvolta nei ravvisi la
necessità, ovvero quando ne faccia richiesta l'organo di vigilanza o una minoranza qualificata di soci, la quale può
chiedere anche l'integrazione dell'ordine del giorno dell'assemblea.
La convocazione deve avvenire con preavviso di almeno 30 giorni mediante comunicazione scritta.
Per incentivare la partecipazione attiva dei soci alla vita della società, è consentito loro di farsi rappresentare
nell'assemblea generale, inoltre lo statuto può consentire il voto per corrispondenza.
Nelle cooperative di maggiori dimensioni e in quelle che hanno più sedi o esercitano diverse attività, lo statuto può
prevedere e disciplinare lo svolgimento di assemblee separate o settoriali, a cui si applicano le stesse norme dettate
per l'assemblea generale.
In questo caso l'assemblea generale è composta dai delegati eletti dalle assemblee separate.
I quorum assembleari sono fissati dallo statuto. Per le modifiche dello statuto il regolamento precisa che in prima
convocazione è necessaria la partecipazione di almeno la metà dei soci, e la maggioranza di almeno i due terzi dei
voti. In seconda convocazione non è richiesto alcun quorum costitutivo.
136
CAPITOLO QUARANTAQUATTRO
LA CRISI DELL’IMPRESA.
137
9) Ristrutturazione dei debiti del consumatore: procedura riservata ai consumatori incolpevoli del proprio
sovraindebitamento
139
Svolgimento della composizione negoziata.
Avviene in maniera informale sotto l'impulso dell'esperto. Dopo l'accettazione dell'incarico, l'esperto deve
convocare l'imprenditore per valutare l'esistenza di prospettive di risanamento.
Se al termine dell'incontro, egli arriva alla conclusione che non ve ne sono, chiede l'archiviazione dell'istanza di
composizione negoziata.
Se invece il risanamento è possibile, l'esperto incontra anche le altre parti e prospetta le possibili strategie di
intervento.
Le parti coinvolte nelle trattative sono libere di non aderire alle proposte ricevute; Sono tuttavia tenute a
collaborare lealmente con l'imprenditore e l'esperto.
Le trattative possono proseguire fino a 180 giorni dall'accettazione dell'incarico dell'esperto, prorogabili di altri 180.
Se è scaduto il termine e le parti non hanno individuato una soluzione, l'incarico dell'esperto si considera concluso.
L'esperto redige una relazione finale, ne dà comunicazione al tribunale per la revoca delle misure protettive.
L'archiviazione comporta l'impossibilità di presentare una nuova domanda di composizione negoziata prima di un
anno.
Nel caso in cui la composizione negoziata sia andata a buon fine, il risultato è un contratto fra l'imprenditore ed uno
o più creditori che consentano di superare la crisi.
CAPITOLO QUARANTACINQUE
LA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE
1.I presupposti della liquidazione giudiziale
Presupposti soggettivi:
a) la qualità di imprenditore commerciale del debitore;
b) lo stato di insolvenza dello stesso;
c) il superamento di almeno uno dei limiti dimensionali;
d) la presenza di inadempimenti complessivamente superiori all’importo fissato dalla legge.
In merito a tali presupposti va puntualizzato che l’ambito di applicazione della liquidazione giudiziale subisce alcune
limitazioni, in quanto:
1) la liquidazione giudiziale è sostituita dalla liquidazione coatta amministrativa per alcune categorie di
imprenditori;
2) la liquidazione giudiziale cede il passo all’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di
insolvenza quando ricorrono i presupposti specifici per l’applicazione di tale procedura;
3) gli enti pubblici sono esonerati dalla liquidazione giudiziale, restando soggetti alla liquidazione coatta
amministrativa;
4) le start-up innovative sono soggette solo alle procedure concorsuali delle crisi da sovraindebitamento.
140
L’iniziativa del debitore costituisce di regola una facoltà dello stesso e l’imprenditore può aver interesse a provocare
l’apertura della liquidazione giudiziale per sottrarsi ad una serie di azioni esecutive individuali in atto.
La richiesta di liquidazione giudiziale diventa però un obbligo quando l’inerzia provoca l’aggravamento del dissesto.
L’imprenditore che chiede l’apertura della liquidazione giudiziale deve depositare presso la cancelleria del tribunale
una serie di documenti; è così agevolato l’accertamento da parte del tribunale dei presupposti per l’apertura della
procedura e delle prospettive di esercitare azioni revocatorie.
Il pubblico-ministero ha il potere-dovere di chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale nel caso in cui ha notizia
dell’esistenza di uno stato di insolvenza.
Competente per l’apertura della liquidazione è il tribunale nel cui territorio l’imprenditore ha il centro degli interessi
principali: cioè il luogo in cui il debitore gestisce i suoi interessi in modo abituale e riconoscibile dai terzi.
Le regole del codice della crisi limitano le conseguenze derivanti dall'incompetenza del tribunale adito.
Infatti, la procedura è immediatamente trasferita d'ufficio al tribunale competente e tutti gli atti precedentemente
compiuti restano validi.
Il codice della crisi disciplina un procedimento speciale, caratterizzato da maggiore semplicità di forme rispetto al rito
ordinario.
Il debitore e l'autore del ricorso devono essere sentiti in udienza; possono intervenire nel procedimento anche il
pubblico ministero e gli altri soggetti legittimati.
Il tribunale è dotato di poteri inquisitori e perciò può disporre di ufficio di tutti i mezzi istruttori che ritiene opportuni
al fine di accertare esistenza dei presupposti per l'apertura della liquidazione giudiziale.
Misure cautelari: Il tribunale, su istanza di parte, può emettere i provvedimenti cautelari che appaiono più idonei ad
assicurare gli effetti della sentenza che dichiara l'apertura della liquidazione, ovvero: sequestro giudiziario
dell'azienda e la nomina di un custode oppure il divieto di compiere atti dispositivi.
Misure protettive: il debitore che domanda la propria liquidazione può contestualmente richiedere il blocco delle
azioni esecutive dei creditori sul suo patrimonio, così anticipando un effetto che si produce solamente con l'apertura
della procedura concorsuale.
Sono esclusi dall'applicazione di misure protettive i diritti di credito dei lavoratori.
Rigetto della domanda: se il tribunale ritiene di non dover accogliere la domanda, provvede con decreto motivato.
L'apertura della liquidazione giudiziale è dichiarata dal tribunale con sentenza.
Quest'ultima contiene alcuni provvedimenti necessari:
• nomina il giudice delegato ed il curatore preposti alla liquidazione giudiziale;
• ordina al debitore il deposito dei bilanci, libri sociali etc.;
• Autorizza il curatore a procurarsi presso terzi informazioni e documenti e relativi ai rapporti con l'impresa debitrice.
La sentenza viene comunicata d'ufficio al debitore, al pubblico ministero e a coloro che hanno presentato la
domanda.
È inoltre resa pubblica mediante iscrizione nel registro delle imprese.
La sentenza è immediatamente esecutiva fra le parti del processo dalla data del deposito in cancelleria.
Invece, gli effetti nei riguardi dei terzi si producono solo dalla data di iscrizione del provvedimento nel registro delle
imprese.
141
Il provvedimento è pubblicato nel registro delle imprese e da quel momento il debitore recupera l'amministrazione
dei propri beni.
142
può decidere di non acquisire all’attivo un bene esistente nel patrimonio del debitore alla data di apertura della
liquidazione, o rinunciare a liquidarlo se appare manifestamente antieconomica (c.d. derelizione).
In questo caso il bene ritorna nella disponibilità del debitore.
Con la dichiarazione di apertura, il debitore non perde la capacità di agire, né perde la proprietà oggetto dello
spossessamento, finquando non sia trasferita a terzi con atti di disposizione dell’amministrazione della procedura.
Però gli atti posti in essere dal debitore sono inefficaci rispetto alla massa dei creditori, se hanno per oggetto beni e
diritti ricompresi nello spossessamento, dato che degli stessi il debitore non può disporre durante la liquidazione.
Quindi le obbligazioni assunte dal debitore con tali atti potranno esser fatte valere dopo la chiusura della
liquidazione.
Infine, il debitore non può stare in giudizio, né come attore né come convenuto; in suo luogo starà in giudizio il
curatore.
150
D'altro canto, l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti dei soci consegue automaticamente alla
liquidazione giudiziale della società, senza che sia necessario accertare la loro personale insolvenza.
I soci possono perciò sottrarsi alla liquidazione giudiziale solo contestando l'esistenza della società o la sua
insolvenza, ovvero la qualità di soci a responsabilità illimitata della stessa. Ed a tal fine devono essere sentiti dal
tribunale prima che sia disposta la liquidazione giudiziale nei loro confronti per potersi difendere.
Altro principio cardine è che la liquidazione giudiziale colpisce non solo i soci palesi, ma anche i soci occulti.
In base all'attuale dato normativo è fuori dubbio che la norma opera solo nei tre tipi societari espressamente
indicati.
Sono soggetti alla liquidazione giudiziale "in estensione" perciò: i soci (palesi od occulti) della società in nome
collettivo; gli accomandatari dell'accomandita semplice e dell'accomandita per azioni; l'accomandante di società in
accomandita semplice che ha violato il divieto di immistione; i componenti di enti collettivi non societari che
rispondono personalmente e illimitatamente per le obbligazioni dell'ente.
Non sono sottoposti a liquidazione giudiziale invece (punto controverso in passato) l'unico quotista di società a
responsabilità limitata e l'unico azionista. E ciò anche quando ricorre una responsabilità illimitata degli stessi per le
obbligazioni sociali.
Liquidazione giudiziale dell’ex socio: I soci illimitatamente responsabili sono sottoposti a liquidazione giudiziale
anche se hanno cessato di far parte della società per morte, recesso od esclusione.
La liquidazione giudiziale può però essere disposta solo se non è trascorso più di un anno da quando si ha l'iscrizione
nel registro delle imprese della cessazione del singolo rapporto sociale per le società registrate, e la pubblicità «con
mezzi idonei» per le società irregolari.
È inoltre necessario che lo stato di insolvenza della società attenga, in tutto o (anche solo) in parte, a debiti esistenti
alla data della cessazione della responsabilità illimitata.
Trasformazione: La medesima regola si applica quando i soci hanno perso la qualità di soci illimitatamente
responsabili anche in conseguenza di trasformazione, fusione o scissione della società.
Liquidazione giudiziale della società e dei soci illimitatamente responsabili: comporta il necessario coordinamento
delle relative procedure; il tribunale nomina un solo giudice delegato ed un solo curatore per le diverse liquidazioni
giudiziali, ma possono essere nominati distinti comitati dei creditori.
Masse passive: Alla liquidazione giudiziale della società partecipano solo i creditori sociali.
Nella liquidazione giudiziale dei singoli soci concorrono invece sia i creditori sociali sia i rispettivi creditori particolari.
Vengono conseguentemente formate distinte masse passive.
Tuttavia, per semplificare la procedura, la domanda di ammissione allo stato passivo della società vale anche come
domanda di ammissione al passivo della liquidazione giudiziale personale dei soci.
Masse attive: Distinte restano pure le masse attive delle diverse procedure, formate rispettivamente dai beni della
società e dai beni di ciascun socio. I creditori sociali hanno diritto di partecipare alle ripartizioni dell'attivo di tutte le
liquidazioni giudiziali fino all'integrale pagamento.
Concordato: ciascuno dei soci sottoposti a liquidazione può concludere un concordato particolare con i creditori
sociali e personali della procedura concorsuale. Tale concordato fa cessare solo la liquidazione di quel socio.
CAPITOLO QUARANTASEI
IL CONCORDATO PREVENTIVO. GLI ACCORDI DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI. LA CONVENZIONE DI MORATORIA.
A. IL CONCORDATO PREVENTIVO
[Link] generali. Presupposti.
L'attuale disciplina stabilisce che può accedere al concordato preventivo sia l'imprenditore in stato insolvenza, sia
quello che versi "solo" in stato di crisi.
Duplice finalità: Se la crisi è temporanea e reversibile, il concordato mira a superare tale situazione attraverso il
risanamento economico e finanziario dell'impresa; se la crisi è definitiva e irreversibile, il concordato preventivo può
essere proposto prima che sia aperta la liquidazione giudiziale.
Si distingue pertanto la figura del concordato liquidatorio dal concordato con continuità aziendale.
Il primo prevede la cessazione dell'attività d'impresa, la liquidazione dei beni ed il soddisfacimento dei creditori
tramite il ricavato.
Il concordato con continuità aziendale, invece, mira a recuperare l'equilibrio economico dell'impresa, con la
salvaguardia nei limiti del possibile dei posti di lavoro, nonché a soddisfare i creditori attingendo almeno in parte dai
a proventi derivanti dalla continuazione dell'esercizio.
Alla continuazione dell'impresa da parte dell'imprenditore che ha presentato la domanda (continuità diretta) è
equiparata la continuazione da parte di un altro soggetto al quale l'azienda sia ceduta (continuità indiretta).
Indipendentemente dalla tipologia e dalle finalità perseguite, il concordato preventivo offre all'imprenditore
insolvente l'ulteriore vantaggio di evitare le pesanti conseguenze patrimoniali, personali e penali della liquidazione
giudiziale: l'imprenditore non subisce lo spossessamento e conserva, l'amministrazione dei beni e la gestione
dell'impresa.
152
Il concordato preventivo costituisce un beneficio concesso all'imprenditore per favorire la composizione della crisi
mediante una soluzione concordata con i creditori.
Possono presentare proposta di concordato preventivo tutti gli imprenditori che presentano i requisiti soggettivi per
essere sottoposti anche alla liquidazione giudiziale o alla liquidazione coatta amministrativa, purché non sian stati
cancellati dal registro delle imprese.
Con la riforma del 2005 erano stati pure aboliti i c.d. requisiti di meritevolezza oggettiva della proposta, non era più
richiesto che l'imprenditore fosse in grado di garantire il pagamento di una percentuale non esigua ai creditori
chirografari.
Oggi questa impostazione è conservata solo per i concordati con continuità aziendale, per i quali si richiede soltanto
che il concordato realizzi il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore a quanto conseguibile in caso di
liquidazione giudiziale.
A ciascun creditore deve essere assicurata un'utilità specificamente individuata ed economicamente valutabile.
Invece, per i concordati liquidatori la proposta deve rispettare temporaneamente due condizioni di meritevolezza
"oggettiva":
a) prevedere l'apporto di risorse esterne;
b) deve consentire di soddisfare almeno il venti per cento dell'ammontare complessivo del credito chirografario.
Come nel concordato nella liquidazione giudiziale, questi creditori devono però essere soddisfatti in misura non
inferiore a quanto gli stessi potrebbero conseguire in caso di liquidazione dei beni.
La quota residua del credito è trattata come credito chirografario. Inoltre, quando viene proposto un concordato con
continuità aziendale è consentito prevedere una moratoria non superiore a due anni dall'omologazione per il
pagamento dei creditori privilegiati, salvo che siano liquidati i beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione.
Per il resto, il concordato può perseguire le sue finalità di risanamento o di liquidazione attraverso qualsiasi forma:
dilazione dei termini di pagamento, soddisfacimento parziale dei creditori, etc.
Se il concordato è proposto da una società, il piano può prevedere qualsiasi modificazione dello statuto necessaria
per il buon esito della ristrutturazione, inclusi aumenti e riduzioni di capitale; si possono programmare anche
operazioni di trasformazione, fusione e scissione della società.
L'attuale disciplina (riformata nel 2022) presta, poi, particolare attenzione ai criteri con cui la proposta prevede di
distribuire il ricavato della procedura fra i creditori; e in particolare al problema se sia obbligatorio rispettare la c.d.
regola di priorità assoluta, secondo cui non sarebbe consentito offrire alcun pagamento per i creditori con rango
inferiore finché quelli poziori non siano stati integralmente soddisfatti.
Il codice della crisi adotta al riguardo una soluzione di compromesso, basata sul valore ricavabile dalla liquidazione
del patrimonio che va sempre ripartito fra i creditori nel rispetto dell'ordine delle cause legittime di prelazione. Per il
plusvalore concordatario è invece lasciata maggiore libertà.
Più in dettaglio:
a) nel concordato liquidatorio il plusvalore concordatario è costituito dalle "risorse esterne" apportate da terzi in
aggiunta al patrimonio del debitore: e tali risorse possono essere distribuite fra i creditori senza rispettare alcun
ordine di prelazione.
b) nel concordato con continuità aziendale il maggior valore deve essere distribuito ai creditori secondo la c.d. regola
di priorità relativa: basta che i crediti privilegiati siano trattati un po' meglio rispetto a quelli di rango più basso.
Si tenga presente, inoltre, che la formazione di classi serve anche ad evitare che un certo gruppo di creditori
predomini sugli altri. Il codice della crisi precisa che la suddivisione dei creditori in classi è obbligatoria quando è
prevista la continuità aziendale oppure quando sono presenti particolari tipi di creditori.
Con scelta di forte discontinuità rispetto al passato, la riforma del 2022 prevede inoltre, quando il debitore è una
società, la formazione di una o più classi di soci o di portatori di strumenti finanziari.
Da tutto ciò risulta chiaro che l'imprenditore dispone di un ampio spazio discrezionale nel determinare il contenuto
del piano concordatario e i criteri di ripartizione del ricavato fra i creditori; tuttavia, non va trascurate che a partire
dal 2015 questo potere è bilanciato dalla facoltà per i creditori ed i terzi di avanzare proposte concorrenti.
Il debitore pertanto deve mettere in conto il rischio che, se entra in concordato senza offrire ai creditori condizioni
adeguatamente vantaggiose, la sua proposta può essere sopravanzata da proposte migliorative di altri.
Il che può avvenire segnatamente in due casi:
1) se la proposta del debitore prevede il trasferimento a titolo oneroso di specifici beni o dell'azienda ad un soggetto
predeterminato: il tribunale dispone d'ufficio l'apertura di una procedura competitiva nella quale tutti gli interessati
possono presentare offerte d'acquisto. Il debitore è tenuto a modificare la proposta in conformità all'esito della gara;
2) se il debitore presenta una proposta di concordato che assicura il pagamento inferiore al 30% dell'ammontare dei
crediti chirografari: i creditori che rappresentano almeno il 10% dei crediti, o i soci che rappresentano almeno il 10%
153
del capitale possono presentare proposte di concordato alternative (proposte concorrenti) con le modalità che
esamineremo in seguito.
3. L'ammissione al concordato.
La procedura di concordato preventivo inizia con la domanda di ammissione del debitore, presentata con ricorso al
tribunale competente per la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale.
La domanda è pubblicata d'ufficio nel registro delle imprese entro due giorni ed è trasmessa al pubblico ministero.
Se il debitore è una società o altro soggetto collettivo, la presentazione della domanda di concordato è decisa in via
esclusiva dagli amministratori, con verbale redatto da un notaio, senza che i soci possano opporsi.
La decisione di accedere al concordato è pubblicata nel registro delle imprese e da quel momento (e fino
all'omologazione) i soci non possono più revocare gli amministratori, salvo che sussista una giusta causa e con
l'approvazione del tribunale.
La domanda di concordato può essere presentata già completa della proposta concordataria rivolta ai creditori,
oppure con riserva (c.d. domanda di concordato "in bianco").
La domanda completa della proposta deve essere corredata dagli stessi allegati richiesti per la domanda di
liquidazione giudiziale; in più, deve essere accompagnata da un piano di concordato, contenente la descrizione
dettagliata della proposta e delle modalità e dei tempi di adempimento, nonché una stima del valore ricavabile in
caso di liquidazione giudiziale del patrimonio.
La domanda deve indicare i motivi per cui la proposta concordataria è preferibile rispetto alla liquidazione giudiziale.
Quando il concordato è con continuità aziendale diretta, il piano deve esporre in modo analitico costi e ricavi attesi
dalla prosecuzione dell'attività d'impresa, nonché il fabbisogno finanziario e le relative modalità di copertura.
Per consentire la valutazione di tali profili, la proposta di concordato in continuità aziendale deve essere corredata
anche dal relativo piano industriale, con indicazione dei tempi necessari per assicurare il riequilibrio della situazione
finanziaria.
La proposta e gli allegati devono essere accompagnati dalla relazione di un professionista scelto dal debitore.
Il professionista deve attestare la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano; attesta pure che la
prosecuzione dell'attività d'impresa è idonea a garantire il ripristino della sostenibilità economica dell'impresa e a
riconoscere a ciascun creditore «un trattamento non inferiore rispetto a quello che riceverebbe in caso di
liquidazione giudiziale.
A partire dalla riforma del 2012, però, il debitore può presentare anche una domanda di concordato incompleta, con
riserva di presentare successivamente la proposta, il piano, l'attestazione e gli altri allegati richiesti: devono essere
depositati insieme alla domanda (solo) i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi e l'elenco dei creditori con i rispettivi
crediti.
Contestualmente, poi, il debitore può chiedere al tribunale di disporre le misure cautelari e protettive idonee ad
assicurare provvisoriamente gli effetti del concordato.
Con la domanda di concordato "in bianco" perciò il debitore mira ad ottenere un lasso di tempo per predisporre il
piano ad evitare l'apertura della liquidazione giudiziale se qualcuno ne abbia fatto richiesta.
Quando viene presentata una domanda incompleta, il tribunale concede un termine compreso fra trenta e sessanta
giorni (prorogabile fino ad ulteriori sessanta giorni).
Contestualmente nomina un commissario in funzione di vigilanza.
Entro la scadenza il debitore deve depositare la domanda di concordato preventivo completa di tutta la
documentazione necessaria.
Ricevuta la domanda completa della proposta e degli allegati, il tribunale svolge un controllo preliminare volto ad
accertare se ricorono i presupposti richiesti dalla legge per l'ammissione alla procedura.
Se l'accertamento ha esito negativo, dichiara inammissibile la proposta di concordato; viene dichiarata l'apertura
della liquidazione giudiziale, ove ne sia stata presentata domanda da uno dei soggetti legittimati; il debitore può
anche presentare una nuova domanda di concordato, ma solo se si verificano mutamenti delle circostanze.
Se invece ritiene ammissibile la proposta, il tribunale, dichiara aperta la procedura di concordato preventivo.
Con lo stesso provvedimento il tribunale designa gli organi della procedura: nomina il giudice delegato, cui è
devoluta la direzione della procedura; nomina (o conferma, se già nominato) il commissario giudiziale, che svolge
essenzialmente funzioni di vigilanza e di controllo.
Sempre col decreto di ammissione il tribunale determina la data iniziale e finale per l'espressione del voto dei
creditori. Il decreto è pubblicato nel registro delle imprese.
La presentazione della domanda di concordato incide sia sulla posizione del debitore sia su quella dei creditori
anteriori.
154
Il debitore deve attenersi durante la procedura e nella fase di esecuzione del concordato al principio generale di
buona fede e correttezza.
A differenza che nella liquidazione giudiziale, il debitore conserva l’amministrazione dei suoi beni, sotto la vigilanza
del commissario giudiziale. Subisce però una limitazione, può compiere autonomamente solo gli atti di ordinaria
amministrazione (c.d. "spossessamento attenuato").
Per gli atti di straordinaria amministrazione è invece necessaria un'autorizzazione. In caso di concordato preventivo
con continuità aziendale, il tribunale può altresì autorizzare il debitore a pagare determinati crediti anteriori alla
Presentazione della domanda.
Questi pagamenti sono consentiti dalla legge solo in presenza di una delle seguenti condizioni:
a) che un professionista indipendente attesti che tali prestazioni sono essenziali per la prosecuzione dell'attività
d'impresa e funzionali ad assicurare la migliore soddisfazione degli altri creditori concordatari;
b) oppure che i pagamenti siano effettuati con nuove risorse finanziarie, apportate al debitore senza obbligo di
restituzione o con obbligo di restituzione postergato alla soddisfazione degli altri creditori concordatari.
Possono invece essere pagati senza autorizzazione i crediti prededucibili che vengono a scadenza durante la
procedura.
Gli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione e i pagamenti compiuti senza la necessaria autorizzazione sono
inefficaci nei confronti dei creditori anteriori al concordato.
Espongono inoltre l'imprenditore alla revoca dell'ammissione al concordato.
Infine, se il debitore è una società di capitali o una cooperativa, in pendenza della procedura di concordato
preventivo non si applicano le regole in tema di riduzione del capitale per perdite e la conseguente causa di
scioglimento per perdita del minimo legale di capitale, esaminati in precedenza.
Gli effetti per i creditori anteriori sono coincidenti con quelli della liquidazione giudiziale, dato che anche il
concordato preventivo è per i creditori caratterizzato (salvo deroghe) dal principio della par condicio creditorum.
Come visto, se il debitore ne fa richiesta nella domanda di concordato, dalla data della pubblicazione del ricorso nel
registro delle imprese i creditori non possono iniziare o proseguire azioni esecutive e cautelari individuali sul
patrimonio del debitore.
I creditori non possono inoltre acquistare diritti di prelazione con efficacia rispetto ai creditori concorrenti, salvo che
vi sia autorizzazione del tribunale o del giudice delegato.
L'apertura del concordato preventivo in linea di principio non incide sui rapporti contrattuali in corso, dato che
l'imprenditore conserva il potere di amministrare il suo patrimonio.
Il debitore può tuttavia chiedere di essere autorizzato a sciogliersi dai contratti che non siano coerenti con le
previsioni del piano.
La controparte, che subisce sospensione o lo scioglimento del contratto, ha diritto ad un indennizzo.
156
Infatti, il concordato con cessione comporta il conferimento i creditori stessi di un mandato irrevocabile in rem
propriam a liquidare i beni e a ripartirne il ricavato fra di loro.
Il concordato preventivo può essere risolto od annullato negli stessi casi previsti per il concordato nella liquidazione
giudiziale.
Si deve ritenere che anche in caso di annullamento o risoluzione del concordato il tribunale debba valutare se
sussistono i presupposti per l'apertura della liquidazione giudiziale.
L'apertura della liquidazione giudiziale in seguito al mancato perfezionamento del concordato o alla risoluzione dello
stesso solleva due delicati problemi.
Un primo problema è se i termini per l'esercizio delle azioni revocatorie concorsuali decorrano a ritroso dalla
presentazione della domanda di concordato preventivo oppure dall'avvio della liquidazione giudiziale.
La soluzione più rigorosa, già affermata dall'opinione prevalente, è quando alla domanda di accesso ad una
procedura concorsuale consegue l'apertura della liquidazione giudiziale, i termini delle revocatorie concorsuali e di
inefficacia dei rimborsi dei finanziamenti postergati sono da calcolare a ritroso «dalla data di pubblicazione della
predetta domanda di accesso.
E veniamo al secondo problema.
Gli atti, i pagamenti e le garanzie legittimamente posti in essere dal debitore dopo la presentazione della domanda di
concordato non sono soggetti a revocatoria.
Coloro che sono diventati creditori dell'imprenditore durante la procedura di concordato, per atti inerenti alla
gestione dell'impresa in concordato, devono però essere trattati nella successiva liquidazione giudiziale come
creditori della massa o all'opposto devono essere considerati creditori concorrenti.
Il codice della crisi e dell'insolvenza conferma esplicitamente l'orientamento favorevole alla prededucibilità e che
consente all'imprenditore qualche chance in più di ripresa.
La nuova disciplina da un lato precisa quali crediti devono considerarsi prededucibili nell'ambito del concordato
preventivo; dall'altro stabilisce in via generale che la prededucibilità riconosciuta nell’ambito di una procedura
concorsuale permane anche nell'ambito delle successive procedure esecutive e concorsuali». In particolare, sono
dichiarati prededucibili:
1) i crediti sorti per effetto di atti legalmente compiuti dal debitore durante la procedura;
2) i crediti legalmente sorti durante la procedura per la gestione del patrimonio del debitore, la continuazione
dell'esercizio dell'impresa, il compenso degli organi preposti e le prestazioni professionali richieste dagli organi
medesimi;
3) i crediti dei professionisti sorti in funzione della presentazione della domanda di concordato, nonché del deposito
della relativa proposta e del piano sono sì prededucibili, ma solo nei limiti del 75% del valore e a condizione che la
procedura di concordato sia aperta.
Una particolare attenzione viene infine rivolta alla prededucibilità dei finanziamenti concessi al debitore per
consentire lo svolgimento della procedura concordataria o l'esecuzione del piano. Il codice della crisi prevede le
seguenti due ipotesi:
a) durante lo svolgimento della procedura, quando il piano prevede la continuazione dell'attività anche solo fino alla
liquidazione, il debitore può chiedere al tribunale di essere autorizzato a contrarre nuovi finanziamenti prededucibili
funzionali all'apertura e allo svolgimento del concordato, oppure funzionali all'esercizio dell'attività aziendale sino
all'omologa. L'istanza deve essere accompagnata dall' attestazione di un professionista indipendente che tali
finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori. È possibile chiedere la prededucibilità anche
dei finanziamenti erogati prima della domanda di concordato purché in funzione della presentazione della domanda
stessa;
b) nella fase di esecuzione: sono inoltre prededucibili i crediti derivanti da finanziamenti erogati in esecuzione di un
concordato preventivo con continuità aziendale. Poiché tali crediti sono parte integrante della proposta approvata
dai creditori, la preducibilità è concessa di diritto.
In sede di omologazione, tuttavia, il tribunale controlla che i finanziamenti siano necessari e non arrechino ingiusto
pregiudizio agli interessi dei creditori.
In ogni caso, la prededucibilità accordata alla nuova finanza concordataria non opera se, nella successiva liquidazione
giudiziale, emerge che il piano era basato su dati falsi o incompleti, o il debitore ha compiuto atti in rode ai creditori,
ed il finanziatore ne era a conoscenza.
Il beneficio della prededuzione è infine riconosciuto anche quando la nuova finanza concordataria viene erogata ad
una società proponente il concordato dai suoi stessi soci.
Onde impedire che i soci riversino per intero il rischio del salvataggio sui creditori, i finanziamenti effettuati dagli
stessi sono però prededucibili solo nella misura dell'80%.
157
Resta invece prededucibile l'intero importo del credito quando il finanziatore ha acquisito la qualità di socio in
esecuzione del concordato preventivo, quale mezzo per rafforzare la società con nuovi conferimenti.
2)Gli accordi di ristrutturazione con efficacia estesa sono invece accordi che estendono i loro effetti anche ai
creditori non aderenti.
A tal fine, l'accordo deve avere carattere non liquidatorio e deve prevedere la suddivisione dei creditori in categorie,
individuate secondo posizioni giuridiche ed interessi economici omogenei: se all'accordo aderisce il settantacinque
per cento dei crediti di una categoria, esso vale anche i per restanti creditori della medesima categoria.
Gli accordi di ristrutturazione con finalità liquidatorie possono invece essere estesi solo nei confronti di banche e
intermediari finanziari e a condizione che i crediti di questa categoria di creditori rappresentino da soli più della metà
dell'indebitamento complessivo dell'impresa.
I creditori non aderenti che subiscono l'estensione degli effetti dell'accordo possono presentare opposizione.
Tuttavia il tribunale può omologare l'accordo nonostante l'opposizione. In nessun caso è però possibile imporre ai
creditori non aderenti all'accordo l'esecuzione di nuove prestazioni, l'erogazione di nuovi finanziamenti o il
mantenimento della possibilità di utilizzare gli affidamenti esistenti.
3)Gli accordi di ristrutturazione di gruppo sono accordi che mirano alla ristrutturazione di più imprese appartenenti
allo stesso gruppo ed aventi tutte il centro di interessi principali in Italia. Tali accordi, che a seconda dei casi possono
essere anche "agevolati" o "ad efficacia estesa", si basano perciò su un unico piano di gruppo, oppure su più piani
collegati e interferenti.
4)L'attuale disciplina consente alle imprese debitrici di presentare una domanda unitaria di omologazione. Trovano
applicazione, inoltre, le regole già viste per il concordato preventivo di gruppo, quanto alla possibilità di prevedere
trasferimenti di risorse infragruppo necessari alla realizzazione di un piano con continuità aziendale.
CAPITOLO QUARANTANOVE
LE PROCEDURE CONCORSUALI DELLE CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO
Di fronte alla grave crisi economica di inizio secolo, che ha deteriorato la condizione finanziaria di vasti strati della
popolazione, l'Italia ha deciso di dotarsi di strumenti per regolare la crisi dei debitori che si trovano in stato di
sovraindebitamento e non possono usufruire di altra procedura concorsuale.
Il codice della crisi e dell'insolvenza ha conservato l'impianto fondamentale della precedente legge, sia pure
rinominando gli istituti e sottoponendo la relativa disciplina a rilevanti modifiche.
Il sistema delle procedure concorsuali da sovraindebitamento si articola perciò in tre istituti: una procedura di
liquidazione giudiziaria di tutti i beni del debitore (liquidazione controllata del sovraindebitato, prima denominata
procedura di liquidazione del patrimonio); una procedura in cui la crisi viene superata mediante un piano
predisposto dal debitore ed accettato dalla maggioranza dei creditori (concordato minore, prima "accordo di
composizione della crisi da sovraindebitamento”); una procedura, infine, riservata solo ai consumatori incolpevoli
del proprio stato di sovraindebitamento, in cui il piano predisposto dal debitore viene omologato e reso effettivo dal
giudice senza bisogno di accettazione da parte dei creditori (ristrutturazione dei debiti del consumatore, prima
"piano del consumatore").
Le procedure da sovraindebitamento continuano inoltre ad essere procedure concorsuali di carattere "residuale",
dedicate cioè in linea di principio ai debitori non assoggettabili alla liquidazione giudiziale, alla liquidazione coatta
amministrativa o ad altre procedure liquidatorie previste dal codice civile.
E in particolare possono accedere alle procedure da sovraindebitamento, i consumatori, i professionisti,
l'imprenditore minore, l'imprenditore agricolo e le start-up innovative.
Presupposto (oggettivo) comune a tutte queste procedure è lo stato di "sovraindebitamento", che l'attuale disciplina
definisce semplicemente come «lo stato di crisi o di insolvenza» di uno dei debitori sopra indicati .
Il sovraindebitamento può consistere tanto in uno stato di insolvenza, tanto in una mera crisi finanziaria, mentre non
dipende necessariamente dal rapporto fra passività e attivo patrimoniale: un debitore che ha molti debiti, in
proporzione alle sue sostanze, non è sovraindebitato finché riesce a procurarsi le risorse necessarie per adempiere
regolarmente le obbligazioni in scadenza.
E viceversa, il soggetto che possiede molti beni, ma non riesce a far fronte alle obbligazioni in scadenza perché non
ha redditi sufficienti ed il patrimonio non è facilmente liquidabile, versa in stato di sovraindebitamento.
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richiesta del debitore, attesta che non è possibile acquisire alcun attivo da distribuire ai creditori, neppure mediante
l'esercizio di azioni giudiziarie.
La domanda di liquidazione controllata si propone con ricorso al tribunale del luogo dove il debitore ha il centro degli
interessi principali.
Il procedimento di apertura è regolato dalle stesse norme che disciplinano l'apertura della liquidazione giudiziale, in
quanto compatibili.
Nella presentazione della domanda il debitore deve farsi assistere da un organismo di composizione delle crisi da
sovraindebitamento (OCC) iscritto nell'apposito registro tenuto presso dal Ministero della giustizia.
In mancanza di un OCC, i compiti e le funzioni dello stesso sono svolti da un professionista (o società tra
professionisti), in possesso dei requisiti per la nomina come curatore, nominato dal tribunale.
L'organismo valuta la completezza e attendibilità della documentazione depositata a corredo della domanda e
illustra la situazione economica, patrimoniale e finanziaria del debitore, mediante una relazione che va a sua volta
allegata alla domanda.
Con la sentenza di apertura della liquidazione controllata il giudice nomina anche il liquidatore, che di regola è lo
stesso organismo di composizione delle crisi. L'apertura della procedura di liquidazione controllata determina per il
debitore effetti patrimoniali sostanzialmente simili a quelli della liquidazione giudiziale.
Se il debitore è una società, la procedura produce effetto anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili.
Con il decreto di ammissione il giudice ordina la consegna o il rilascio al liquidatore dei beni facenti parte del
patrimonio di liquidazione. La liquidazione ha ad oggetto l'intero patrimonio del debitore, con le seguenti eccezioni,
in larga parte coincidenti con le categorie di beni esclusi dallo spossessamento nella liquidazione giudiziale:
a) gli assegni a carattere alimentare, stipendi, pensioni, e ciò che il debitore guadagna con la propria attività, nei
limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;
b) i frutti derivanti dall'usufrutto legale sui beni dei figli ed i beni costituiti in fondo patrimoniale con i loro frutti;
c) i crediti e le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.
Durante la procedura, il patrimonio oggetto di liquidazione è amministrato dal liquidatore, che può esercitare, previa
autorizzazione del giudice delegato, ogni azione correlata con lo svolgimento di tale attività, quali quelle volte al
recupero dei crediti o a conseguire la disponibilità dei beni, o l'azione revocatoria ordinaria contro gli atti
pregiudizievoli.
A carico del debitore ammesso alla procedura di liquidazione non si producono invece gli effetti personali e quelli
penali della liquidazione giudiziale.
Anche la disciplina degli effetti della procedura sui creditori è ispirata ai principi della liquidazione giudiziale.
I creditori per titolo e causa anteriore alla pubblicità della sentenza di apertura di liquidazione (creditori concorsuali)
devono far valere le loro pretese esclusivamente nell'ambito della procedura concorsuale.
Pertanto, per tutta la durata del procedimento non possono, iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive.
Se alla data di apertura della liquidazione sono pendenti procedure esecutive, il liquidatore può subentrarvi. Il
deposito della domanda sospende il corso degli interessi convenzionali e legali fino alla chiusura della liquidazione,
salvo che per i crediti privilegiati.
Come nella liquidazione giudiziale, i creditori che partecipano al concorso si dividono in gradi, a seconda che siano
chirografari, privilegiati o creditori della massa. Sono creditori della massa i titolari di crediti sorti in occasione o in
funzione della liquidazione e devono essere soddisfatti con preferenza rispetto agli altri, salvo quanto ricavato dalla
liquidazione dei beni oggetto di pegno ed ipoteca per la parte destinata ai creditori garantiti.
I creditori con causa o titolo posteriore al momento in cui è eseguita la pubblicità del decreto di apertura sono invece
esclusi dal concorso.
Essi potranno pertanto avviare azioni esecutive individuali anche durante lo svolgimento della procedura, ma
soltanto sui beni non facenti parte del patrimonio di liquidazione.
Con codice della crisi e dell'insolvenza è stata invece introdotta una disposizione specifica per quanto riguarda gli
effetti della liquidazione controllata sui contratti pendenti: i contratti ancora ineseguiti o eseguiti nelle prestazioni
principali da entrambe le parti al momento in cui è aperta la procedura di liquidazione controllata restano sospesi
finché il liquidatore, sentito il debitore, decide se subentrare.
Il contraente in bonis può però mettere in mora il liquidatore, facendogli assegnare un termine dal giudice delegato,
non superiore a sessanta giorni, decorso il quale il contratto si intende sciolto se il liquidatore non dichiara il
subentro. Se avviene il subentro nel contratto, tutte le obbligazioni maturate nel corso della procedura (ma non
anche quelle anteriori) dovranno essere adempiute dal liquidatore in prededuzione.
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In caso di scioglimento, invece, il contraente ha diritto di far valere nel passivo il credito conseguente al mancato
adempimento, ma non gli è dovuto alcun risarcimento del danno. Il procedimento di liquidazione prevede una fase
di accertamento del passivo, sia pure con modalità semplificate rispetto alla liquidazione giudiziale.
Il liquidatore esamina le domande presentate dai creditori, predispone un progetto di stato passivo e lo comunica
agli interessati, che possono formulare osservazioni entro il termine di quindici giorni. In mancanza di contestazioni,
il liquidatore forma lo stato passivo e lo deposita in cancelleria. Il decreto è impugnabile con reclamo davanti al
tribunale (art. 273).
Liquidazione ed esdebitazione.
Entro novanta giorni dall'apertura della liquidazione controllata, il liquidatore deve formare l'inventario dei beni da
liquidare ed elaborare un programma di liquidazione che assicuri la ragionevole durata della procedura.
Il programma è depositato in cancelleria ed approvato dal giudice delegato.
Per le vendite viene richiamata in quanto compatibile la disciplina della liquidazione giudiziale. La distribuzione delle
somme ricavate dalla liquidazione avviene sulla base di un progetto di riparto formato dal liquidatore.
In assenza di contestazioni, il giudice delegato ne autorizza l'esecuzione.
Se invece il progetto di riparto è contestato, il liquidatore tenta di comporre il dissenso; altrimenti rimette gli atti al
giudice delegato che provvede con decreto.
L'attuale disciplina non prevede più una durata minima della procedura (in passato quattro anni), che quindi può
chiudersi non appena terminata l'esecuzione del programma.
Completata la sua attività, il liquidatore presenta al giudice il rendiconto.
Con il decreto di chiusura della procedura il giudice ordina lo svincolo delle somme eventualmente accantonate. Il
codice della crisi e dell'insolvenza ha significativamente modificato la disciplina dell'esdebitazione, ampliando molto
la possibilità di accedere al beneficio da parte del sovraindebitato anche rispetto a quanto previsto dalle
corrispondenti norme della liquidazione giudiziale.
L'attuale disciplina distingue la situazione del debitore incapiente (cioè quello «che non sia in grado di offrire ai
creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura»), da quello la cui procedura abbia
consentito di far conseguire qualche utilità ai creditori.
Per quest'ultimo (debitore "capiente") l'esdebitazione opera di diritto e viene dichiarata con il decreto di chiusura
della procedura o comunque decorsi tre anni dalla sua apertura.
Diversamente dal passato, può ottenere l'esdebitazione qualsiasi debitore "capiente" sottoposto a liquidazione
giudiziale, anche se non si tratta di una persona fisica.
Devono però sussistere tutti i requisiti di meritevolezza richiesti dalle norme della liquidazione giudiziale, ed inoltre il
debitore non deve aver determinato la propria situazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode.
Il debitore incapiente può invece ottenere l'esdebitazione solo se è una persona fisica, per una sola volta e sulla base
di un decreto del giudice che ne valuta la meritevolezza e in particolare «l'assenza di atti di frode e la mancanza di
dolo o colpa grave nella formazione dell'indebitamento.
A tal fine il debitore deve presentare domanda di esdebitazione tramite l'organismo di composizione delle crisi, che
relaziona sulle cause del sovraindebitamento.
Il decreto di esdebitazione del debitore incapiente è trasmesso ai creditori, che possono presentare opposizione
entro trenta giorni; nel qual caso il giudice, convocati i creditori opponenti, valuta se confermare o revocare il
provvedimento. L'esdebitazione dell'incapiente ha inoltre efficacia risolutivamente condizionata: resta fermo
l'obbligo di pagamento del debitore se entro quattro anni dal decreto sopraggiungono utilità rilevanti che
consentano il soddisfacimento dei creditori.
Per quanto riguarda invece gli altri effetti dell'esdebitazione, la relativa disciplina è stata unificata con quella della
liquidazione giudiziale e pertanto si fa rinvio a quanto esposto in precedenza.
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ugualmente il concordato se ritiene che il credito dell'opponente possa essere soddisfatto dall'esecuzione del piano
in misura non inferiore all'alternativa liquidatoria.
Come per il concordato preventivo, si prevede inoltre che il concordato minore possa essere omologato anche in
assenza della necessaria maggioranza, quando la mancata adesione da parte dell'amministrazione finanziaria o degli
enti previdenziali è stata determinate e il giudice ritiene, sulla base di una relazione dell'organismo di composizione
delle crisi, che l'alternativa liquidatoria sia meno vantaggiosa per tali creditori.
L'omologazione è soggetta alle forme di pubblicità stabilite dal giudice. Intervenuta l'omologazione si passa alla fase
di esecuzione, alla quale provvede il debitore stesso.
Le vendite devono avvenire tramite procedure competitive adeguatamente pubblicizzate e sulla base di stime
effettuate da esperti. Spetta al giudice, tuttavia, ordinare lo svincolo delle somme e la cancellazione dei vincoli sui
beni, dopo aver verificato la conformità all'accordo dell'atto di alienazione.
I pagamenti e gli atti dispositivi di beni posti in essere in violazione dell'accordo sono inefficaci nei confronti dei
creditori concorsuali. Nella fase di esecuzione, l'organismo di composizione delle crisi vigila sull'esatto adempimento
dell'accordo. Oltre che per la mancata esecuzione integrale del piano, l'omologazione del concordato minore può
essere revocata anche d'ufficio quando risulti che il debitore abbia compiuto atti diretti a frodare le ragioni dei
creditori. Quando interviene la revoca del concordato minore, il giudice può disporre la conversione della procedura
di concordato minore in una procedura di liquidazione controllata, su istanza del debitore.
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