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CAPITOLO 11

LA SOCIETA’ SEMPLICE. LA SOCIETA’ IN NOME COLLETTIVO.

LE SOCIETA’ DI PERSONE:
società semplice, società in nome collettivo e società in accomandita semplice → società di persone.
SOCIETA’ SEMPLICE: può esercitare solo attività NON commerciale e la sua disciplina trova applicazione
solo ove le parti non abbiano scelto un tipo societario diverso.
SOCIETA’ IN NOME COLLETTIVO: Può essere utilizzata sia per l’esercizio di attività commerciale, sia per
l’esercizio di attività non commerciale.
È in ogni caso soggetta a registrazione nel RdI con effetti di pubblicità legale. Nella società in nome
collettivo tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali e NON è
ammesso patto contrario.
SOCIETA’ IN ACCOMANDITA SEMPLICE: si caratterizza per la presenza di due categorie di soci:
a) Soci accomandatari che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali
b) Soci accomandanti che rispondono limitatamente alla quota conferita.
La società semplice nella pratica non ha avuto significativa diffusione poiché:
a) La legge ne circoscrive l’utilizzabilità al settore delle attività non commerciali e ciò comporta che
essa possa essere legittimamente impiegata solo per le imprese agricole.
b) Anche nel campo dell’attività agricola le parti quasi mai adottano la società semplice e preferiscono
dar vita a società di capitali o a società cooperative, quando non utilizzano i contratti associativi
tipici di diritto agrario.

LA COSTITUZIONE DELLE SOCIETA’


SOCIETA’ SEMPLICE: il contratto non è soggetto a forme speciali, salvo quelle richieste dalla natura dei beni
conferiti. Non sono dettate disposizioni specifiche per il contenuto dell’atto costitutivo.
Anche per le società semplici è oggi prevista l’iscrizione nel RdI con effetto di pubblicità legale.
Il contratto può essere concluso anche verbalmente e può risultare da comportamenti concludenti.
L’eventuale silenzio delle parti, in merito ad aspetti anche essenziali del contratto di società, è colmato dal
legislatore con norme suppletive.

SOCIETA’ IN NOME COLLETTIVO: regole non molto diverse dalla società semplice.
È vero che sono dettate regole di forma e di contenuto per l’atto costitutivo, ma esse sono prescritte solo
ai fini dell’iscrizione della società nel RdI; iscrizione che, a differenza di quella della società semplice, è
condizione di regolarità della società, ma non è elevata a condizione di esistenza della stessa, come nelle
società di capitali.
È regolare la snc iscritta nel RdI.
È irregolare la snc non iscritta nel RdI, perché le parti non hanno provveduto a redigere l’atto costitutivo
(società di fatto) o perché, pur avendolo redatto, non hanno provveduto alla registrazione dello stesso
(società irregolare in senso proprio).
In entrambi i casi la disciplina applicabile è quella della collettiva irregolare.
Perciò, solo ai fini della registrazione e della regolarità della società, l’atto costitutivo della snc deve essere
redatto per atto pubblico o scrittura privata autenticata. Deve inoltre contenere:
1) Le generalità dei soci. Soci possono essere anche altre società, in particolare società di capitali
2) La ragione sociale, che deve essere costituita dal nome di uno o più soci con l’indicazione del
rapporto sociale.
3) I soci che hanno l’amministrazione e la rappresentanza della società
4) La sede della società e le eventuali sedi secondarie
5) L’oggetto sociale
6) I conferimenti di ciascun socio e il valore ad essi attribuito
7) Le prestazioni a cui sono obbligati i soci d’opera

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8) I criteri di ripartizione degli utili e la quota di ciascun socio negli utili e nelle perdite
9) La durata della società
Non tutte queste indicazioni sono necessarie. Le n. 3 e 8 non lo sono e la loro mancanza è supplita da
norme di legge.

La libertà di forma per la costituzione delle società di persone incontra un limite quando forme speciali
sono richieste dalla natura dei beni conferiti. ES: sarà necessaria la forma scritta a pena di nullità per il
conferimento in proprietà di beni immobili.
La forma scritta è richiesta solo per la validità del conferimento immobiliare, non per la validità del
contratto di società.
In mancanza, sarà nulla solo la partecipazione del socio conferente e nullità della società potrà aversi solo
se la partecipazione dello stesso è essenziale.

SOCIETA’ DI FATTO. SOCIETA’ OCCULTA. SOCIETA’ APPARENTE.


SOCIETA’ DI FATTO→ Per la costituzione di una società di persone il contratto di società si può
perfezionare anche per fatti concludenti e si parla in tal caso di società di fatto.
La società di fatto è regolata dalle norme della società semplice se l'attività esercitata non è commerciale.
È invece regolata dalle norme della collettiva irregolare se l'attività è commerciale, con la conseguenza che
tutti i soci risponderanno personalmente ed illimitatamente delle obbligazioni sociali.
Una società di fatto che esercita attività commerciale è esposta al fallimento al pari di ogni imprenditore
commerciale. Il fallimento della società determina automaticamente il fallimento di tutti i soci: dei soci noti
al momento della dichiarazione di fallimento della società (soci palesi), ma anche dei soci occulti; tre dei
soci la cui esistenza sia successivamente scoperta.
La prova dell'esistenza dei soci occulti può basarsi anche su presunzioni rivelatrici degli elementi essenziali
del contratto di società nei soli rapporti interni, purché gli indizi siano univoci e concordanti.
L’esteriorizzazione della qualità di socio non è quindi necessaria. L’aver tenuto celata ai terzi la propria
partecipazione ad una società di fatto non esonera dare responsabilità per le obbligazioni sociali e dal
fallimento.

SOCIETA’ OCCULTA → e società occulta la società costituita con l'espressa e concorde volontà dei soci di
non rivelarne l'esistenza all'esterno. La società occulta può essere una società di fatto, ma può risultare
anche da un atto scritto tenuto segreto dai soci; so che la caratterizza è il fatto che, per comune accordo,
l'attività di impresa deve essere svolta ed è svolta per conto della società, ma senza spenderne il nome.
La società esiste nei rapporti interni fra i soci, ma non viene esteriorizzata. Nei rapporti interni l'impresa si
presenta perciò come impresa individuale di uno dei soci o anche di un terzo.
Lo scopo che le parti si propongono di realizzare col patto di non esteriorizzazione della società, patto
valido e vincolante fra le parti, è quello di limitare la responsabilità nei confronti dei terzi al patrimonio del
solo gestore; di evitare cioè che la società e gli altri soci rispondano delle obbligazioni di impresa e siano
esposti al fallimento.
Tali obiettivi sono leciti sì conseguiti con gli strumenti appositamente apprestati dall'ordinamento; ad
esempio, è possibile costituire e controllare una società di capitali, anche unipersonale.
In questo caso la limitazione di responsabilità e l'esenzione dal fallimento dei soci vengono conseguiti in
modo trasparente e trovano applicazione una serie di istituti posti a tutela anche dei terzi.
Tramite la società occulta i soci mirano invece a conseguire tali benefici segretamente e pertanto al di fuori
di ogni regola e controllo.
Giurisprudenza e dottrina hanno reagito contro questo fenomeno sostenendo che la mancata
esteriorizzazione della società non impedisce ai terzi di invocare la responsabilità anche della società
occulta e degli altri soci, ove l'esistenza della stessa venga successivamente scoperta.
Necessario e sufficiente a tal fine e che i terzi provino a posteriori l'esistenza del contratto di società e che
gli atti posti in essere dal soggetto agente in proprio nome siano comunque riferibili a tali società.

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Perciò, dichiarato il fallimento di un imprenditore individuale, il fallimento viene esteso alla società e agli
altri soci occulti, una volta acquisita la prova, anche attraverso presunzioni, che esiste una società tra il
fallito e gli altri soggetti interessati alla sua attività di impresa.
Questo orientamento è stato recepito anche a livello legislativo con la recente riforma del diritto
fallimentare (2006); il nuovo art 147 co5 dispone che, qualora dopo la dichiarazione di fallimento di un
imprenditore individuale risulti che l'impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio
illimitatamente responsabile, si applica agli altri soci illimitatamente responsabili la regola del fallimento
del socio occulto.
In sostanza, ai fini della dichiarazione di fallimento la legge tratta allo stesso modo il socio occulto di
società palese e la società occulta.
In entrambi i casi ritiene non necessaria l'esteriorizzazione: è sufficiente la prova dell'esistenza del
contratto di società nei rapporti interni.
Sono considerati indici probatori di una società occulta: il sistematico finanziamento di un imprenditore
individuale anche attraverso il rilascio di fideiussioni omnibus, la partecipazione a trattative di affari con i
fornitori, il compimento di atti di gestione, il prelievo di somme di pertinenza dell'impresa e così via.
Nonostante la parificazione operata, socio occulto di società palese e società occulta danno luogo a
situazioni tra loro diverse.
Nel caso di socio occulto di società palese l'attività di impresa è svolta in nome della società e ad essa è
certamente imputabile in tutti i suoi effetti.
La responsabilità di impresa della società è fuori contestazione e la partecipazione alla società è titolo
sufficiente a fondare la responsabilità ed il fallimento sia dei soci palesi sia di quelli occulti.
Nel caso di società occulta invece l'attività di impresa non è svolta in nome della società; gli atti di impresa
non sono ad essa formalmente imputabili. Chi opera nei confronti dei terzi agisce in nome proprio, sia pure
nell'interesse e per conto di una società di cui è eventualmente socio; agisce cioè come mandatario senza
rappresentanza della società occulta. E non vi è dubbio che a lui e non alla società sono formalmente
imputabili gli atti di impresa e i relativi effetti.
Il fallimento della società occulta è dunque norma eccezionale.

L’atteggiamento di favore della giurisprudenza per il coinvolgimento del maggior numero possibile di
persone nel fallimento di un imprenditore individuale, che ispira il fallimento delle società occulte, si
manifesta anche sotto altro profilo. Capita spesso che il giudice si convinca che dietro un imprenditore
individuale, insolvente o già fallito, ci sia una società.
Nello stesso tempo il giudice però si rende conto che gli indici probatori raccolti non sono totalmente
convincenti. Allora? Se è proprio convinto, il tribunale fallimentare si limita a prevenire possibili obiezioni
sulla prova dell'esistenza della società quando il principio dell'apparenza. È nata così la figura della società
apparente. La giurisprudenza afferma che una società, ancorché non esistente nei rapporti fra i presunti
soci, deve tuttavia considerarsi esistente all'esterno quando due o più persone operino in modo da
ingenerare nei terzi la ragionevole opinione che essi agiscono come soci e quindi da determinare in essi
l'incolpevole affidamento circa l'esistenza effettiva della società.
È così preclusa la possibilità degli apparenti soci di eccepire l'inesistenza della società e la società
apparente è assoggettata a fallimento come una società di fatto realmente esistente.
Ci si chiede, se per tutelare i creditori di impresa si fanno fallire le società che esistono nei rapporti interni
ma non esistono di fronte ai terzi, perché i giudici non dovrebbero far fallire le società che esistono di
fronte ai terzi ma non esistono nei rapporti interni?
Si può replicare che la società occulta fallisce proprio perché viene scoperta la reale esistenza di una
società; nel caso della società apparente il giudice muove invece dal presupposto che non esiste alcuna
società. Perciò, la situazione sostanziale è completamente diversa.
Il problema sta a monte, ed è sempre quello della non superabilità del criterio di imputazione formale della
responsabilità per debiti di impresa.

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I CONFERIMENTI.
Con la costituzione della società il socio assume l'obbligo di effettuare i conferimenti determinati nel
contratto sociale.
La determinazione convenzionale del conferimento dovuto da ciascun socio non è però condizione
essenziale per la valida costituzione della società di persone. All'eventuale silenzio in merito supplisce la
legge stabilendo che “sei conferimenti non sono determinati si presume che i soci siano obbligati a
conferire, in parti uguali tra loro, quanto è necessario per il conseguimento dell'oggetto sociale”.
Nessuna limitazione a posta per quanto riguarda le entità conferibili. Nelle società di persone può perciò
essere conferita ogni entità, bene o servizio, suscettibile di valutazione economica e utile per il
conseguimento dell'oggetto sociale.
Il codice detta una specifica disciplina per alcuni tipi di conferimenti diversi dal denaro:
1) CONFERIMENTO DI BENI IN PROPRIETA’: La garanzia è dovuta dal socio e il passaggio dei rischi sono
regolati dalle norme sulla vendita. Il socio è perciò tenuto alla garanzia per evizione e per vizi. Sul
socio grava inoltre il rischio del perimento per caso fortuito della cosa conferita fin quando la
proprietà non sia passata alla società. Il che si verifica con la stipulazione del contratto di società se
si tratta di cosa determinata, in applicazione del principio consensualistico.
Se si tratta di cose individuate solo nel genere, il trasferimento della proprietà avverrà invece solo
in seguito alla loro specificazione.
2) CONFERIMENTO DI BENI IN GODIMENTO: Il rischio resta a carico del socio che le ha conferite. Egli
potrà perciò essere escluso dalla società qualora la cosa perisca o il godimento diventi impossibile
per causa non imputabile agli amministratori. Il rischio del caso fortuito incombe sul conferente.
Il bene conferito in godimento resta di proprietà del socio: la società ne può godere ma non ne può
disporre; il socio ha diritto alla restituzione del bene al termine della società nello stato in cui si
trova.
3) CONFERIMENTO DI CREDITI: il tono che conferisce i crediti risponde nei confronti della società
dell'insolvenza del debitore ceduto nei limiti del valore assegnato al suo conferimento; sarà inoltre
tenuto al rimborso delle spese e a corrispondergli gli interessi. Se non versa tale valore può essere
escluso dalla società.
4) CONFERIMENTO D’OPERA: Il conferimento può essere costituito anche dall'obbligo del socio di
prestare la propria attività lavorativa a favore della società. È questo il socio d'opera, che non va
confuso con il socio il quale ha stipulato un contratto di lavoro subordinato con la società.
Il socio d'opera, infatti, non è un lavoratore subordinato e non ha diritto al trattamento salariale e
previdenziale proprio dei lavoratori subordinati.
Il compenso per il suo lavoro è rappresentato dalla partecipazione ai guadagni della società.
Il socio d’opera corre perciò il rischio di lavorare invano, così come il socio che ha apportato
capitale rischia di non ricevere alcun corrispettivo per l'uso sociale del proprio denaro.
Sul socio dovere aggrava inoltre il rischio dell'impossibilità di svolgimento della prestazione, anche
per causa a lui non imputabile. Infatti, gli altri soci possono escluderlo per la sopravvenuta
inidoneità a svolgere l'opera conferita.

PATRIMONIO SOCIALE E CAPITALE SOCIALE.


I conferimenti dei soci formano il patrimonio iniziale della società. Questa diventa proprietaria dei beni
conferiti a tal titolo dai soci. I soci non possono pertanto servirsi delle cose appartenenti al patrimonio
sociale per fini estranei a quelli della società. La violazione del divieto espone a risarcimento dei danni e
all'esclusione dalla società. Il divieto è derogabile col consenso di tutti gli altri soci.
Una disciplina del capitale sociale e del tutto assente nella società semplice. Anzi, non è neppure richiesta
la valutazione iniziale dei conferimenti.
Ciò si spiega col fatto che la società semplice, in quanto destinata esclusivamente all'esercizio di attività
non commerciale, non è obbligata alla tenuta delle scritture contabili e alla redazione annuale del bilancio.

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Una frammentaria disciplina del capitale sociale è invece dettata per la società in nome collettivo.
È prescritto che l'atto costitutivo indichi non solo i conferimenti dei soci, ma anche il valore ad essi
attribuito e il modo di valutazione; ciò consente di determinare l'ammontare globale del capitale sociale
nominale.
Non è però dettata alcuna disciplina per la determinazione del valore dei conferimenti diversi dal denaro,
che perciò è rimessa alla libertà delle parti.
Tale lacuna si riflette sulla corretta applicazione delle sole due norme dettate a tutela dell'integrità del
capitale sociale (2303 E 2306).
L’art 2303 vieta la ripartizione tra i soci di utili non realmente conseguiti (utili fittizi); di somme cioè che
non corrispondono ad un'eccedenza del patrimonio netto rispetto al capitale sociale nominale.
La stessa norma stabilisce che, se si verifica una perdita del capitale sociale, non può aversi di partizione di
utili fino a che il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente.
L’art 2306 vieta agli amministratori di rimborsare ai soci i conferimenti eseguiti o di liberarli dall'obbligo di
ulteriori versamenti in assenza di una specifica deliberazione di riduzione del capitale sociale.
L'operazione comporta una riduzione reale del patrimonio netto e può perciò pregiudicare i creditori
sociali. A questi è pertanto riconosciuto il diritto di opporsi alla riduzione del capitale. Nonostante
l'opposizione, il tribunale può disporre che la riduzione abbia luogo, previa prestazione da parte della
società di un'idonea garanzia a favore dei creditori opponenti.

LA PARTECIPAZIONE DEI SOCI AGLI UTILI E ALLE PERDITE.


Tutti i soci hanno diritto di partecipare agli utili e partecipano alle perdite della gestione sociale.
Essi godono tuttavia della massima libertà nella determinazione della parte a ciascuno spettante e non è
necessario che la ripartizione sia proporzionale ai conferimenti.
Il solo limite posto all'autonomia privata è rappresentato dal divieto di patto leonino. Infatti, “è nullo il
patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite” e nulli devono
considerarsi anche i criteri di ripartizione congegnati in modo tale da determinare la sostanziale esclusione
di uno o più soci dalla partecipazione agli utili o alle perdite.
Nullo è solo il patto leonino e non la singola partecipazione o il contratto sociale, quindi troveranno
applicazione i criteri legali di ripartizione degli utili e delle perdite previste per l'ipotesi in cui l'atto
costitutivo nulla disponga al riguardo. Cioè:
1) le parti spettanti ai soci nei guadagni e nelle perdite si presumono proporzionali ai conferimenti.
2) Se neppure il valore dei conferimenti e stato determinato, le parti si presumono uguali.
3) Se è determinata soltanto la parte di ciascuno nei guadagni, si presume che nella stessa misura
debba determinarsi la partecipazione alle perdite.
La parte spettante al socio d'opera, se non è determinato dal contratto, è fissata dal giudice secondo
equità.
DIRITTO AGLI UTILI:
A) SOCIETA’ SEMPLICE: Il diritto del socio di percepire la sua parte di utili nasce con l'approvazione del
rendiconto, il quale, se il compimento degli affari sociali dura oltre un anno, deve essere
predisposto dai soci amministratori al termine di ogni anno.
B) SNC: il documento destinato all'accertamento degli utili e delle perdite è il bilancio di esercizio. Il
bilancio deve essere predisposto dai soci amministratori, l'approvazione compete a tutti i soci e
deve avvenire a maggioranza.
L'approvazione del rendiconto è condizione sufficiente che ciascun socio possa pretendere l'assegnazione
della sua parte di utili. Nelle società di persone, quindi, in mancanza di specifica clausola dell'atto
costitutivo, la maggioranza dei soci non può legittimamente deliberare la non distribuzione degli utili
accertati ed il conseguente loro reinvestimento nella società. A tal fine sarà necessario il consenso di tutti i
soci.

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PARTECIPAZIONE ALLE PERDITE: le perdite incidono direttamente sul valore della singola partecipazione
sociale riducendolo proporzionalmente con la conseguenza che, in sede di liquidazione della società, il
socio si vedrà rimborsare una somma inferiore al valore originario del capitale conferito.
Solo all'atto dello scioglimento della società i liquidatori possono chiedere ai soci illimitatamente
responsabili le somme necessarie per il pagamento dei debiti sociali, in proporzione della parte di ciascuno
nelle perdite.
Prima dello scioglimento della società, le perdite hanno quindi un rilievo solo indiretto: impediscono la
distribuzione degli utili fin quando il capitale non sia stato reintegrato o ridotto in misura corrispondente e
possono condurre allo scioglimento della società per sopravvenuta impossibilità del raggiungimento
dell'oggetto sociale.

LA RESPONSABILITA’ DEI SOCI PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALI.


Nella società semplice e nella società in nome collettivo delle obbligazioni sociali risponde, innanzitutto, la
società col proprio patrimonio, che costituisce la garanzia primaria dei creditori della società.
Garanzia primaria ma non esclusiva, dato che per le obbligazioni sociali rispondono personalmente ed
illimitatamente anche i singoli soci.
SOCIETA’ SEMPLICE: la responsabilità personale di tutti i soci non è principio inderogabile. La responsabilità
dei soci non investiti del potere di rappresentanza della società può essere esclusa o limitata da un
apposito patto sociale. Patto che è opponibile ai terzi solo se portato a loro conoscenza con mezzi idonei.
In nessun caso può essere esclusa la responsabilità di tutti i soci.
SNC: la responsabilità illimitata e solidale di tutti i soci è inderogabile. L'eventuale patto contrario non ha
effetto nei confronti dei terzi.
In entrambe le società la responsabilità per le obbligazioni sociali precedentemente contratte è estesa
anche ai nuovi soci.
Inoltre, lo scioglimento del rapporto sociale per morte, recesso o esclusione, non fa venir meno la
responsabilità personale del socio per le obbligazioni sociali anteriori al verificarsi di tali eventi, che devono
tuttavia essere portati a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Altrimenti, lo scioglimento non è opponibile
ai terzi che lo hanno senza colpa ignorato.
Tale norma è dettata per la società semplice ed è applicabile anche alla collettiva irregolare.
La collettiva regolare, invece, è iscritta nel registro delle imprese, dunque, intervenuta l'iscrizione nel
registro delle imprese dello scioglimento del rapporto, la cessazione della responsabilità personale per le
obbligazioni successive sarà opponibile anche ai terzi che l'abbiano in fatto ignorato.

RESPONSABILITA’ DELLA SOCIETA’ E RESPONSABILITA’ DEI SOCI.


Responsabilità della società e responsabilità dei soci non sono sullo stesso piano.
I soci sono responsabili in solido fra loro, ma sono responsabili in via sussidiaria rispetto alla società in
quanto godono del beneficio di preventiva escussione del patrimonio sociale.
I creditori sociali sono cioè tenuti a tentare di soddisfarsi sul patrimonio della società prima di poter
aggredire il patrimonio personale dei soci.
SOCIETA’ SEMPLICE E COLLETTIVA IRREGOLARE: il creditore sociale può rivolgersi direttamente al singolo
socio illimitatamente responsabile e sarà questi a dover invocare la preventiva escussione del patrimonio
sociale indicando i beni sui quali il creditore possa agevolmente soddisfarsi.
Il beneficio di escussione opera quindi in via di eccezione ed il socio sarà tenuto a pagare ove non provi che
nel patrimonio sociale esistono beni non solo sufficienti, ma prontamente aggredibili dal creditore istante.
COLLETTIVA REGOLARE: il beneficio di escussione opera automaticamente. I creditori sociali non possono
pretendere il pagamento dai singoli soci, se non dopo l'escussione del patrimonio sociale.
Non basta che il creditore abbia richiesto il pagamento alla società o abbia ottenuto sentenza di condanna
nei confronti della stessa; è necessario che abbia infruttuosamente esperito l'azione esecutiva sul
patrimonio sociale.

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Ricorrendo le condizioni per poter agire contro i soci, il creditore potrà chiedere a ciascuno di essi il
pagamento integrale del proprio credito, dato che i soci sono obbligati in solido fra di loro.

I CREDITORI PERSONALI DEI SOCI


Il creditore personale del socio non può in alcun caso, né nella società semplice né nella collettiva,
aggredire direttamente il patrimonio sociale per soddisfarsi.
Inoltre, non può compensare il suo credito verso il socio con il debito che eventualmente abbia verso la
società.
Il creditore personale del socio non è però del tutto sprovvisto di tutela. Sia nella società semplice sia nella
collettiva egli può: 1) far valere i suoi diritti sugli utili spettanti al socio debitore 2) compiere atti
conservativi sulla quota allo stesso spettante nella liquidazione della società.
SOCIETA’ SEMPLICE E COLLETTIVA IRREGOLARE: il creditore personale del socio può chiedere la
liquidazione della quota del suo debitore; egli deve però provare che gli altri beni del debitore siano
insufficienti a soddisfare i suoi crediti. La richiesta opera come causa di esclusione e di diritto del socio.
Il che significa che neppure in tal caso il creditore personale del socio può soddisfarsi direttamente sul
patrimonio sociale. La società sarà solo tenuta a versargli, entro tre mesi, una somma di denaro
corrispondente al valore della quota al momento della domanda.
COLLETTIVA REGOLARE: il creditore personale del socio, finché dura la società, non può chiedere la
liquidazione della quota del socio debitore, neppure se prova che gli altri beni dello stesso siano
insufficienti a soddisfarlo.
Tale regola vale fino alla scadenza della società fissata nell'atto costitutivo. I soci possono prorogare la
durata della società con una specifica decisione o continuando in fatto l'attività sociale, ma tale decisione
non può pregiudicare i creditori personali dei soci ai quali è in tal caso accordata una tutela analoga a
quella dettata per la società semplice.

L’AMMINISTRAZIONE DELLA SOCIETA’.


L'amministrazione della società è l'attività di gestione dell'impresa sociale. Il potere di amministrare è il
potere di compiere tutti gli atti che rientrano nell'oggetto sociale.
Per legge ogni socio illimitatamente responsabile è amministratore della società (nella snc tutti i soci).
L'atto costitutivo può tuttavia prevedere che l'amministrazione sia riservata solo ad alcuni dei soci.
Quando l'amministrazione della società spetta a più soci e il contratto sociale nulla dispone in merito alle
modalità di amministrazione, trova applicazione il modello legale dell'amministrazione disgiuntiva.
Ciascun socio amministratore può intraprendere da solo tutte le operazioni che rientrano nell'oggetto
sociale, senza essere tenuto a chiedere il consenso o il parere degli altri soci amministratori.
Né è tenuto ad informarli preventivamente delle operazioni progettate.
L'ampio potere di iniziativa individuale è temperato dal diritto di opposizione riconosciuto a ciascuno degli
altri soci amministratori. L'opposizione deve essere esercitata prima che l'operazione sia stata compiuta e,
se tempestiva, paralizza il potere decisorio del singolo amministratore in ordine all'operazione contestata.
Sulla fondatezza dell'opposizione decide la maggioranza dei soci (amministratori e non), determinata
secondo la parte attribuita a ciascun socio negli utili. Si tratta quindi di una maggioranza per quote di
interessi e non per teste.
L'atto costitutivo può tuttavia prevedere che la risoluzione dei contrasti in ordine alle decisioni da adottare
nella gestione della società venga deferita ad uno o più terzi (clausola di arbitraggio).
L'amministrazione distinta offre vantaggi sotto il profilo della rapidità delle decisioni, ma espone al rischio
di operazioni non proficue per la società all'insaputa degli altri.
È previsto anche un metodo alternativo di amministrazione: l'amministrazione congiuntiva.
L'amministrazione congiuntiva deve essere espressamente convenuta nell'atto costitutivo o con
modificazione dello stesso, dato che nel silenzio delle parti la regola e l'amministrazione disgiunta.
Con l'amministrazione congiuntiva è necessario il consenso di tutti i soci amministratori per il compimento
delle operazioni sociali.

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L'atto costitutivo può tuttavia prevedere che per l'amministrazione o per determinati atti sia necessario il
consenso della maggioranza dei soci amministratori calcolata secondo la parte attribuita a ciascuno negli
utili.
L'amministrazione congiunta può quindi atteggiarsi 1) come amministrazione all'unanimità 2) come
amministrazione a maggioranza 3) all'unanimità per determinati atti e a maggioranza per altri.
La maggiore rigidità dell'amministrazione congiunta è temperata dal riconoscimento ai singoli
amministratori del potere di agire individualmente quando vi sia urgenza di evitare un danno alla società.
Amministrazione disgiuntiva e congiuntiva possono essere fra loro combinate.

AMMINISTRAZIONE E RAPPRESENTANZA.
Tra le funzioni di cui gli amministratori sono investiti vi è anche quella di rappresentanza della società.
Potere di rappresentanza→ Il potere di agire nei confronti dei terzi in nome della società, dando luogo
all'acquisto di diritti e all'assunzione di obbligazioni da parte della stessa. Riguarda l'attività amministrativa
esterna, cioè la fase di attuazione con i terzi delle operazioni sociali.
Potere di gestione →e il potere di decidere il compimento degli atti sociali. Riguarda l'attività
amministrativa interna, quindi la fase decisoria delle operazioni sociali.
In mancanza di diversa disposizione dell'atto costitutivo, la rappresentanza della società spetta a ciascun
socio amministratore, disgiuntamente o congiuntamente a seconda di come sia stata conformata
l’amministrazione.
Nel caso di amministrazione disgiunta, ogni amministratore può da solo decidere e da solo stipulare atti in
nome della società.
Nell'amministrazione congiuntiva invece, tutti i soci amministratori devono partecipare alla stipulazione
dell'atto.
Sia il potere di gestione sia il potere di rappresentanza si estendono tutti gli atti che rientrano nell'oggetto
sociale, senza distinzione alcuna fra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione.
La rappresentanza non è solo sostanziale ma anche processuale: la società può agire o può essere
convenuta in giudizio in persona dei soci amministratori che ne hanno la rappresentanza.
L’atto costitutivo può prevedere una diversa regolamentazione: può riservare la rappresentanza legale
della società solo ad alcuni soci amministratori; può limitare l'estensione del potere di rappresentanza del
singolo amministratore. Può, ad esempio, prevedere la firma disgiunta per gli atti che non superano un
dato importo e la firma congiunta per quelli di ammontare superiore.
La previsione di limitazioni convenzionali al potere di rappresentanza degli amministratori solleva il
problema della loro opponibilità ai terzi che entrano in contatto con gli stessi.
Il problema è risolto nella società in nome collettivo regolare, attraverso lo strumento della pubblicità
legale. Le limitazioni, sia originarie sia successive, del potere di rappresentanza degli amministratori non
sono opponibili ai terzi se non sono iscritti nel registro delle imprese o se non si provi che i terzi ne hanno
avuto effettiva conoscenza.
Nella società in nome collettivo irregolare l'omessa registrazione si ritorce contro i soci essendo tutelato
l'affidamento dei terzi sulla corrispondenza della situazione di fatto al modello legale di rappresentanza: I
patti modificativi del potere di rappresentanza non sono opponibili ai terzi, a meno che non si provi che
questi ne erano a conoscenza.
Diversa è la situazione nella società semplice: le limitazioni originarie sono sempre opponibili ai terzi,
poiché su costoro incombe l'onere di accertare se il socio che agisce in nome della società ha
effettivamente il potere di rappresentanza. Le limitazioni successive o l'estinzione del potere di
rappresentanza devono invece essere portate a conoscenza dei terzi con mezzi idonei e in mancanza sono
loro opponibili solo se la società prova che le conoscevano.

I SOCI AMMINISTRATORI
La regola secondo cui ogni socio illimitatamente responsabile e amministratore della società ha carattere
dispositivo.

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L’atto costitutivo può riservare l'amministrazione solo ad alcuni soci, dando luogo alla distinzione fra soci e
amministratori e soci non amministratori.
I soci investiti dell'amministrazione possono essere nominati direttamente nell'atto costitutivo o con atto
separato. Il legislatore ha omesso di specificare se la nomina per atto separato debba essere decisa
all'unanimità o se sia sufficiente l'accordo della maggioranza dei soci calcolata in base alla partecipazione
agli utili.
La revoca dell'amministratore nominato nel contratto sociale comporta una modifica di quest'ultimo; deve
perciò essere decisa dagli altri soci all'unanimità. Inoltre, la revoca non ha effetto se non ricorre una giusta
causa.
L'amministratore nominato per atto separato, invece, è revocabile secondo le norme del mandato. Quindi,
è certamente revocabile anche se non ricorre una giusta causa, salvo il diritto al risarcimento dei danni.
È controverso se la revoca debba essere decisa dagli altri soci all'unanimità o se sia sufficiente la
maggioranza.
In ogni caso la revoca per giusta causa può essere disposta dal tribunale su ricorso anche di un solo socio.
I diritti e gli obblighi degli amministratori sono regolati dalle norme sul mandato.
POTERI→ l'amministratore è investito per legge del potere di compiere tutti gli atti che rientrano
nell'oggetto sociale. Per esso non opera il limite degli atti di ordinaria amministrazione posto per il
mandatario generale. Dai poteri degli amministratori restano esclusi solo gli atti che comportano
modificazione del contratto sociale.
DOVERI→ nella società in nome collettivo e si devono tenere le scritture contabili, redigere il bilancio di
esercizio, provvedere agli adempimenti pubblicitari connessi all'iscrizione al registro delle imprese.
Specifiche sanzioni penali sono previste per loro in caso di fallimento della società.
Gli amministratori sono poi solidalmente responsabili verso la società, con conseguente obbligo di risarcire
i danni alla stessa recati.
Tuttavia, la responsabilità non si estende a quegli amministratori che dimostrino di essere esenti da colpa.
I soci amministratori avranno di regola diritto al compenso per il loro ufficio, compenso che può essere
costituito anche da una più elevata partecipazione agli utili.

I SOCI NON AMMINISTRATORI. IL DIVIETO DI CONCORRENZA.


Ai soci esclusi dall'amministrazione sono riconosciuti ampi e penetranti poteri di informazione e di
controllo. Ogni socio non amministratore ha infatti: 1) il diritto di avere dagli amministratori notizie dello
svolgimento degli affari sociali 2) il diritto di consultare i documenti relativi all'amministrazione e quindi
tutte le scritture contabili 3) il diritto di ottenere il rendiconto al termine di ogni anno.
Nella società in nome collettivo (ma NON nella società semplice) incombe su tutti i soci, amministratori e
non, uno specifico obbligo: quello di non esercitare per conto proprio o altrui un'attività concorrente con
quella della società, inoltre di non partecipare come socio illimitatamente responsabile ad altra società
concorrente.
La violazione del divieto espone il socio al risarcimento dei danni nei confronti della società e legittima gli
altri soci a deciderne l'esclusione.
Il divieto non ha carattere assoluto: può essere rimosso dagli altri soci e il consenso si presume se la
situazione concorrenziale preesisteva al contratto sociale e gli altri soci ne erano a conoscenza.

LE MODIFICAZIONI DELL’ATTO COSTITUTIVO.


Nella società semplice e nella società in nome collettivo il contratto sociale può essere modificato soltanto
con il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente.
Nessun patto contrattuale è modificabile senza il consenso di tutti, anche se deroghe al riguardo sono state
introdotte per la trasformazione, la fusione e la scissione.
Fra le modificazioni del contratto sociale rientrano anche i mutamenti nella composizione della compagine
sociale. Per il rapporto fiduciario che normalmente intercorre fra i soci, il consenso di tutti gli altri soci è
necessario per il trasferimento della quota sociale sia fra vivi che a causa di morte.

9
L'atto costitutivo può però stabilire la libera trasferibilità fra vivi della quota e la continuazione della
società con gli eredi del socio defunto.
Nella società in nome collettivo e ora anche nella società semplice le modificazioni dell'atto costitutivo
sono soggette a pubblicità legale e finché non sono state iscritte nel registro delle imprese non sono
opponibili ai terzi, a meno che non si provi che questi ne erano a conoscenza.
Nella collettiva irregolare, le modificazioni dell'atto costitutivo devono invece essere portate a conoscenza
dei terzi con mezzi idonei e non sono opponibili a coloro che le abbiano senza colpa ignorate.
Nonostante la regola per le modifiche dell'atto costitutivo sia l'unanimità, può essere convenuto
diversamente; è frequente nella pratica la clausola che prevede la modificabilità a maggioranza dell'atto
costitutivo.
I poteri modificativi della maggioranza non sono però senza limiti, dovendo pur sempre rispettare due
principi generali: l'obbligo di esecuzione del contratto secondo buona fede e il rispetto della parità di
trattamento fra i soci.

SCIOGLIMENTO DEL SINGOLO RAPPORTO SOCIALE.


Il singolo socio può cessare di far parte della società per morte, recesso o esclusione.
Il venir meno di uno o più soci comporta la necessità di definire i rapporti patrimoniali fra i soci superstiti e
il socio uscente o gli eredi del socio defunto attraverso la liquidazione della quota sociale.
Il principio di conservazione della società opera anche quando resta un solo socio. Infatti, il venir meno
della pluralità dei soci opera come causa di scioglimento della società solo se la pluralità non è ricostituita
nel termine di sei mesi.
MORTE DEL SOCIO→ se muore un socio, i soci superstiti sono per legge obbligati a liquidare la quota del
socio defunto ai suoi eredi nel termine di sei mesi.
In alternativa, i soci superstiti possono decidere:
a) lo scioglimento anticipato della società. In tal caso gli eredi del socio defunto non hanno più diritto
alla liquidazione della quota nel termine di sei mesi; essi devono attendere la conclusione delle
operazioni di liquidazione della società, per partecipare con i soci superstiti alla divisione dell'attivo
che residua dopo l'estinzione dei debiti sociali, fermo restando però, che essi non partecipano ai
risultati delle operazioni sociali successive alla morte del loro Dante causa.
b) La continuazione della società con gli eredi del socio defunto, ma in tal caso è necessario sia il
consenso di tutti i soci superstiti, sia il consenso degli eredi. Tale consenso non è necessario quando
l'atto costitutivo già prevede una clausola di continuazione della società con gli eredi del socio
defunto.
IL RECESSO →il recesso e lo scioglimento del rapporto sociale per volontà del socio. Se la società è a tempo
indeterminato o è contratta per tutta la vita di uno dei soci, ogni socio può recedere liberamente.
Il recesso deve essere comunicato a tutti gli altri soci con un preavviso di almeno tre mesi, e diventa
produttivo di effetti solo dopo che sia decorso tale termine.
Se la società è a tempo determinato, il recesso è ammesso per legge solo se sussiste una giusta causa.
Anche la volontà di recedere per giusta causa deve essere portata a conoscenza degli altri soci, ma in tal
caso il recesso ha effetto immediato.
Il contratto sociale può prevedere altre ipotesi di recesso oltre a quelle stabilite per legge, ma non può
privare il socio della facoltà di recedere nelle ipotesi previste per legge.
ESCLUSIONE → in alcuni casi ha luogo di diritto; in altri è facoltativa: è cioè rimessa alla decisione di altri
soci.
Esclusione di diritto:
a) il socio che sia dichiarato fallito (l'esclusione opera dal giorno stesso della dichiarazione di
fallimento)
b) il socio il cui creditore personale abbia ottenuto la liquidazione della quota (il socio cessa di far
parte della società solo quando la liquidazione della quota sia effettivamente avvenuta).

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Esclusione facoltativa, 3 categorie:
1) gravi inadempienze degli obblighi che derivano dalla legge e dal contratto sociale (es. Mancata
esecuzione dei conferimenti promessi; sistematico comportamento ostruzionistico del socio).
2) Interdizione o inabilitazione del socio o la sua condanna ad una pena che comporti l'interdizione dai
pubblici uffici.
3) Sopravvenuta impossibilità di esecuzione del conferimento per causa non imputabile al socio (es.
Perimento della cosa che il socio si era obbligato a conferire in proprietà, prima che la proprietà
stessa sia stata acquistata dalla società; sopravvenuta inidoneità del socio d'opera a svolgere
l'opera conferita).
L'esclusione è deliberata dalla maggioranza dei soci calcolata per teste.
La deliberazione, motivata, deve essere comunicata al socio escluso e ha effetto dei corsi 30 giorni dalla
data di comunicazione. Entro tale termine il socio può fare opposizione davanti al tribunale, il quale può
anche sospendere l'esecuzione della delibera.
Questo procedimento non è possibile quando la società è composta da due soli soci; in tal caso l'esclusione
di uno di essi è pronunciata direttamente dal tribunale su domanda dell'altro e diventa operante nel
momento in cui la relativa sentenza sia passata in giudicato.

LA LIQUIDAZIONE DELLA QUOTA.


In tutti i casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente ad un socio, questi o i suoi eredi hanno
diritto alla liquidazione della quota sociale.
Più esattamente, hanno diritto ad una somma di denaro che rappresenti il valore della quota.
Il che significa che il socio non può pretendere la restituzione dei beni conferiti in proprietà, e non può
pretendere la restituzione dei beni conferiti in godimento fin quando dura la società.
Il valore della quota è determinato in base alla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si
verifica lo scioglimento del rapporto, tenendo conto anche dell'esito delle eventuali operazioni ancora in
corso. È pacifico che la situazione patrimoniale della società va determinata attribuendo ai beni il loro
valore effettivo, nonché tenendo conto del valore di avviamento dell'azienda sociale e degli utili e delle
perdite sulle operazioni in corso.
Il pagamento della quota spettante al socio deve essere effettuato entro sei mesi dal giorno in cui si è
verificato lo scioglimento del rapporto e, nell'ipotesi di scioglimento su richiesta del creditore personale,
entro tre mesi dalla richiesta.
Il socio uscente o gli eredi del socio defunto continuano a rispondere personalmente nei confronti dei terzi
per le obbligazioni sociali sorte fino al giorno in cui si verifica lo scioglimento.

SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETA’


le cause di scioglimento della società semplice, valide anche per la collettiva, sono:
1) il decorso del termine fissato nell'atto costitutivo. È possibile la proroga della durata della società,
sia espressa che tacita. La società è tacitamente prorogata a tempo indeterminato quando, ricorso
il termine contrattualmente previsto, i soci continuano l'attività sociale.
2) Il conseguimento dell'oggetto sociale o la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo.
Fra le cause che rendono impossibile il conseguimento dell'oggetto sociale la giurisprudenza
comprende l'insanabile discordia fra i soci che determini una paralisi assoluta e definitiva
dell'attività sociale.
3) La volontà di tutti i soci
4) il venir meno della pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi questa non viene ricostituita.
5) Le altre cause previste dal contratto sociale.
Sono poi cause specifiche di scioglimento della società in nome collettivo:
a) il fallimento della stessa
b) il provvedimento dell'autorità governativa con cui si dispone la liquidazione coatta amministrativa
della società.

11
In tali casi però la liquidazione avviene secondo le regole proprie di tali procedure concorsuali.
Verificatasi una causa di scioglimento, la società entra automaticamente in stato di liquidazione.
La società non si estingue immediatamente: si deve prima provvedere, attraverso il procedimento di
liquidazione, al soddisfacimento dei creditori sociali e alla distribuzione fra i soci dell'eventuale residuo
attivo. L'ulteriore attività della società deve perciò tendere solo alla definizione dei rapporti in corso e
pertanto i poteri degli amministratori sono per legge limitati al compimento degli affari urgenti.

IL PROCEDIMENTO DI LIQUIDAZIONE. L’ESTINZIONE DELLA SOCIETA’.


Il procedimento di liquidazione inizia con la nomina di uno o più liquidatori, che richiede il consenso di tutti
i soci. In caso di disaccordo fra i soci, i liquidatori sono nominati dal presidente del tribunale.
I liquidatori possono essere revocati per volontà di tutti i soci e in ogni caso dal tribunale per giusta causa.
Con l'accettazione della nomina i liquidatori, che possono essere anche non soci, prendono il posto degli
amministratori. Questi devono consegnare ai liquidatori i beni e i documenti sociali e presentare loro il
conto della gestione relativo al periodo successivo all'ultimo rendiconto.
Gli amministratori e i liquidatori devono poi redigere insieme l'inventario, dal quale risulta lo stato attivo e
passivo del patrimonio sociale. In tal modo vengono fissate le eventuali responsabilità degli amministratori
per la gestione di loro competenza e l'attività degli stessi si esaurisce.
Entrano così in funzione i liquidatori, il cui compito è quello di definire i rapporti che si ricollegano
all'attività sociale: conversione in denaro dei beni, pagamento dei creditori, ripartizione fra i soci
dell'eventuale residuo attivo.
I liquidatori possono compiere tutti gli atti necessari per la liquidazione: possono vendere in blocco i beni
aziendali, nonché procedere a transazioni e compromessi. Ad essi compete inoltre la rappresentanza legale
della società, anche processuale.
Per procedere al pagamento dei creditori sociali, i liquidatori possono chiedere ai soci i versamenti ancora
dovuti, ma solo se i fondi disponibili risultano insufficienti. Se occorre, possono chiedere ai soci le somme
ulteriormente necessarie nei limiti della rispettiva responsabilità e in proporzione della parte di ciascuno
delle perdite.
Sui liquidatori incombe un duplice divieto:
1) non possono intraprendere nuove operazioni che non sono necessarie rispetto all'attività di
liquidazione; in caso di violazione del divieto essi rispondono personalmente e solidalmente per gli
affari intrapresi.
2) Non possono ripartire fra i soci i beni sociali finché i creditori sociali non siano stati pagati o non
siano state accantonate le somme necessarie per pagarli.
Per il resto gli obblighi e le responsabilità dei liquidatori sono regolati dalle norme stabilite per gli
amministratori.
Estinti tutti i debiti sociali si ha la ripartizione fra i soci dell'eventuale attivo patrimoniale residuo convertito
in denaro, se i soci non hanno convenuto che la ripartizione dei beni sia fatta in natura.
Il saldo attivo di liquidazione è destinato innanzitutto al rimborso del valore nominale dei conferimenti.
L'eventuale eccedenza e poi ripartita fra tutti i soci in proporzione della partecipazione di ciascuno nei
guadagni.
Nessuna regola specifica è prevista per la chiusura del procedimento di liquidazione nella società semplice.
Nella società in nome collettivo, invece, i liquidatori devono redigere il bilancio finale di liquidazione ed il
piano di riparto. Il primo è il rendiconto della gestione dei liquidatori, il secondo è una proposta di divisione
fra i soci dell'attivo residuo.
Con l'approvazione del bilancio, i liquidatori sono liberati di fronte ai soci e il procedimento di liquidazione
ha termine. Non è invece necessario che i liquidatori procedano all'effettiva ripartizione dell'attivo residuo
fra i soci.
Nella società in nome collettivo irregolare la chiusura del procedimento di liquidazione determina
l'estinzione della società, sempre che la relativa disciplina sia stata rispettata e siano stati soddisfatti tutti i
creditori sociali. In mancanza, la società dovrà considerarsi ancora esistente.

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Principi diversi valgono per la società in nome collettivo registrata, nonché per la società semplice in
seguito alla recente previsione di un regime di pubblicità legale.
Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal
registro delle imprese. La cancellazione può anche essere disposta d'ufficio.
Con la cancellazione dal registro delle imprese la società si estingue, anche quando non tutti i creditori
sociali siano stati soddisfatti. E ciò sia nell'ipotesi in cui i liquidatori ignoravano l'esistenza di ulteriori debiti
sociali, sia nell'ipotesi in cui ne fossero a conoscenza ed abbiano perciò violato il divieto di ripartire i beni
sociali fra i soci fin quando tutti i creditori non siano stati soddisfatti.
I creditori insoddisfatti possono agire nei confronti dei soci, che restano personalmente ed illimitatamente
responsabili per le obbligazioni sociali insoddisfatte; possono inoltre agire nei confronti dei liquidatori, se il
mancato pagamento è imputabile a colpa o dolo di questi ultimi.
I creditori della società in nome collettivo possono infine chiedere il fallimento della società entro un anno
dalla cancellazione della società dal registro delle imprese.
È stato così molto fine al precedente consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui, nonostante
la cancellazione dal registro delle imprese, la società doveva ritenersi ancora in vita ed esposta al
fallimento fin quando non fosse stato pagato l'ultimo debito sociale noto e ignoto.
Se la cancellazione è stata disposta d'ufficio, eccezionalmente fatta salva la facoltà per il creditore o per il
pubblico ministero di dimostrare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività, da cui decorre il termine
di un anno per richiedere il fallimento della società.

13
CAPITOLO 12.
LA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA SEMPLICE.

NOZIONE E CARATTERI DISTINTIVI.


La società in accomandita semplice è una società di persone che si differenzia dalla società in nome
collettivo per la presenza di due categorie di soci:
A) soci accomandatari che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali
B) soci accomandanti che rispondono limitatamente alla quota conferita. Più esattamente, essi sono
obbligati solo nei confronti della società ad eseguire conferimenti promessi.
L'amministrazione della società compete esclusivamente ai soci accomandatari. I soci accomandanti sono
esclusi dalla direzione dell'impresa sociale.
La disciplina della società in accomandita semplice e modellata su quella della società in nome collettivo e
si differenzia nettamente dalla società in accomandita per azioni, la quale è una società di capitali e la sua
disciplina è modellata su quella della società per azioni.
L’accomandita semplice è il solo tipo di società di persone che consente l'esercizio in comune di un'impresa
commerciale con limitazione del rischio e non esposizione a fallimento personale per i soci accomandanti.
Proprio per questo potrebbe facilmente prestarsi ad abusi. Infatti, servendosi di un accomandatario di
paglia (compiacente e nullatenente), i soci accomandanti potrebbero cumulare i vantaggi della società di
persone (esercizio personale e diretto del potere di direzione dell'impresa), con quelli delle società di
capitali (beneficio della responsabilità limitata).
Da qui l'esigenza di evitare un uso distorto di tale tipo di società, con la previsione dei rigorosi divieti a
carico dei soci accomandanti e rigorose sanzioni patrimoniali per la loro violazione.

LA COSTITUZIONE DELLA SOCIETA’. LA RAGIONE SOCIALE.


Per la costituzione della società in accomandita semplice valgono le regole esposte per la società in nome
collettivo. L’atto costitutivo dovrà indicare quali sono i suoi raccomandatari e quali accomandanti.
L'atto costitutivo è soggetto ad iscrizione nel registro delle imprese, ma l'omessa registrazione comporta
solo irregolarità della società.
FORMAZIONE DELLA RAGIONE SOCIALE: deve essere formata col nome di almeno uno dei soci
accomandatari e con l'indicazione del tipo sociale. Non può essere inserito nella ragione sociale il nome dei
soci accomandanti; ciò al fine di evitare di chi entra in contatto di affari con la società possa,
erroneamente, fare affidamento anche sulla responsabilità personale di tali soci.
L’accomandante che consente che il suo nome sia compreso nella ragione sociale, risponde di fronte ai
terzi illimitatamente e solidalmente con i soci accomandatari per le obbligazioni sociali.
La comandante perde cioè il beneficio della responsabilità limitata e lo perde per tutte le obbligazioni
sociali e nei confronti di qualsiasi creditore sociale; tuttavia, egli non diventa un socio accomandatario e
quindi non acquista il diritto di partecipare all'amministrazione della società.

I SOCI ACCOMANDANTI E L’AMMINISTRAZIONE DELLA SOCIETA’.


L'amministrazione della società può essere conferita soltanto ai soci accomandatari, che hanno gli stessi
diritti e gli stessi obblighi dei soci della collettiva.
Dall’amministrazione della società sono invece esclusi i soci accomandanti, i quali non possono compiere
atti di amministrazione, né trattare o concludere affari in nome della società, se non in forza di procura
speciale per singoli affari.
All’accomandante è quindi preclusa sia la partecipazione all'amministrazione interna della società, sia la
possibilità di agire per la società nei rapporti esterni.
Per quanto riguarda l'amministrazione interna l’accomandante è privo di ogni potere decisionale
autonomo: non può decidere da solo alcun atto di impresa e non può neppure partecipare alle decisioni
degli amministratori.

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Meno rigido è invece il contenuto del divieto di immistione per quanto riguarda l'attività esterna.
L’accomandante può infatti legittimamente trattare e concludere affari in nome della società in forza di
procura speciale per singoli affari.
All’accomandante e invece in ogni caso preclusa la possibilità di agire di fronte ai terzi come procuratore
generale o come institore.
L’accomandante che viola il divieto di immistione risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente
per tutte le obbligazioni sociali (presenti passate e future) che a qualsiasi titolo siano imputabili alla
società. Con l'ulteriore conseguenza che, in caso di fallimento della società, anch'egli sarà
automaticamente dichiarato fallito al pari degli accomandatari.
L’accomandante che ha violato il divieto di immistione è esposto inoltre all'ulteriore sanzione
dell'esclusione dalla società, con decisione a maggioranza degli altri soci. L'esclusione non potrà essere
deliberata qualora l'atto di ingerenza sia stato autorizzato o ratificato dagli amministratori.
Agli accomandanti sono riconosciuti per legge alcuni diritti e poteri di carattere amministrativo:
1) diritto di concorrere con gli accomandatari alla nomina e alla revoca degli amministratori, quando
l'atto costitutivo prevede la designazione degli stessi con atto separato.
2) Possono trattare o concludere affari in nome della società, sia pure solo in forza di una procura
speciale per singoli affari
3) possono prestare la loro opera, manuale o intellettuale, all'interno della società sotto la direzione
degli amministratori e quindi mai in posizione autonoma e indipendente.
4) Possono, se l'atto costitutivo lo consente, dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni,
nonché compiere atti di ispezione e di controllo, sia pure nel rispetto del generale divieto di
ingerenza nell'amministrazione.
Per quanto riguarda i poteri di controllo, essi hanno diritto ad avere comunicazione annuale del bilancio e
di controllarne l'esattezza, attraverso la consultazione di libri e altri documenti della società.
Gli accomandanti hanno anche il diritto di concorrere all'approvazione del bilancio, senza che ciò implichi
violazione del divieto di immistione.

IL TRASFERIMENTO DELLA PARTECIPAZIONE SOCIALE.


ACCOMANDATARI: disciplina prevista per la SNC. Se l’atto costitutivo non dispone diversamente, il
trasferimento per atto tra vivi della quota degli accomandatari può avvenire solo col consenso di tutti gli
altri soci. Per la trasmissione a causa di morte è necessario anche il consenso degli eredi.
ACCOMANDANTI: la loro quota è liberamente trasferibile per causa di morte, senza che sia necessario il
consenso dei soci superstiti.
Per il trasferimento per atto tra vivi è necessario il consenso dei soci che rappresentano la maggioranza del
capitale sociale.

LO SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETA’.


La duplice categoria di soci deve permanere per tutta la vita della società. Infatti, tale società si scioglie,
oltre che per le cause previste per la snc, anche quando rimangono soltanto soci accomandatari o soci
accomandanti, sempreché nel termine di 6 mesi non sia stato sostituito il socio che è venuto meno.
Se sono venuti meno i soci accomandatari, gli accomandanti devono nominare un amministratore
provvisorio, i cui poteri sono limitati per legge ai soli atti di ordinaria amministrazione.
L’amministratore provvisorio non diventa un socio accomandatario, quindi non risponde illimitatamente
per le obbligazioni sociali.
Per il procedimento di liquidazione e l’estinzione della società valgono le stesse regole dettate per la snc.
Tuttavia, cancellata la società dal RdI, i creditori rimasti insoddisfatti potranno far valere i loro crediti nei
confronti dei soci accomandanti solo nei limiti di quanto questi abbiano ricevuto a titolo di quota di
liquidazione.

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LA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA IRREGOLARE.
È irregolare la società in accomandita semplice il cui atto costitutivo non è stato iscritto nel RdI.
L’omessa registrazione non impedisce la nascita della società; inoltre, resta ferma la distinzione tra soci
accomandatari e accomandanti.
Anche nella irregolare, i soci accomandanti rispondono limitatamente alla loro quota, salvo che abbiano
partecipato alle operazioni sociali.
Neppure il rilascio di una procura speciale per singoli affari esonera l’accomandante da responsabilità
illimitata verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali.
Per il resto, valgono le stesse regole dettate per la collettiva irregolare.

CAPITOLO 13
LA SOCIETA’ PER AZIONI

NOZIONE E CARATTERI ESSENZIALI.


Società per azioni + società in accomandita per azioni + società a responsabilità limitata = società di
capitali.
La spa è una società di capitali nella quale:
1) Per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società col suo patrimonio; il che la differenzia dalla
società in accomandita per azioni, nella quale vi è la categoria dei soci accomandatari che sono
responsabili solidalmente ed illimitatamente per le obbligazioni sociali, fermo restando che le quote
di partecipazione di tutti i soci sono rappresentate da azioni.
2) La partecipazione sociale è rappresentata da azioni; ciò che la differenzia dalla società a
responsabilità limitata, nella quale, ferma restando la responsabilità della sola società per le
obbligazioni sociali, le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni.
La società per azioni è il tipo di società più importante nella realtà economica, sia per la sua ampia
diffusione, sia perché è la forma prescelta dalle imprese di media e grande dimensione a capitale sia
privato sia pubblico.
Le ragioni del largo successo possono essere comprese esaminando i suoi caratteri essenziali: personalità
giuridica, responsabilità limitata dei soci, organizzazione corporativa, quote di partecipazione
rappresentate da azioni.
PERSONALITA’ GIURIDICA → in quanto società dotata di personalità giuridica, e per legge trattata come
soggetto di diritto distinto dalle persone dei soci e gode perciò di una piena perfetta autonomia
patrimoniale.
La società e solo la società è qualificabile come imprenditore; solo in capo alla società si puntualizza la
disciplina propria dell'attività d'impresa.
RESPONSABILITA’ LIMITATA DEI SOCI →Nella società per azioni nessuno dei soci assume alcuna
responsabilità personale, neppure sussidiaria, per le obbligazioni sociali; di queste risponde soltanto la
società col suo patrimonio.
I soci sono obbligati solo ad eseguire i conferimenti promessi e possono perciò predeterminare quanta
parte della propria ricchezza personale intendono esporre al rischio dell'attività sociale.
I creditori della società per azioni possono quindi fare affidamento solo sul patrimonio sociale per
soddisfarsi.
Il legislatore predispone forme di tutela alternativa degli stessi quali la disciplina del capitale sociale e
dell'informazione contabile periodica sulla situazione patrimoniale e sui risultati economici della società.
ORGANIZZAZIONE CORPORATIVA → organizzazione basata sulla necessaria presenza di tre distinti organi:
assemblea, organo di gestione e organo di controllo.
Il funzionamento dell'assemblea è dominato dal principio maggioritario e il peso di ogni socio in assemblea
è proporzionato alla quota di capitale sottoscritto e al numero di azioni possedute.

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Il potere decisionale in assemblea, perciò, è nelle mani di quanti detengono la maggioranza del capitale e
quindi rischiano maggiormente.
Le competenze dell'assemblea sono circoscritte alle decisioni di maggior rilievo, mentre la gestione
dell'impresa sociale è nelle mani degli amministratori.
LE AZIONI→ le quote di partecipazione dei soci sono rappresentate da partecipazioni tipo omogenee e
standardizzate. Le azioni sono infatti partecipazioni sociali di uguale valore che conferiscono ai loro
possessori uguali diritti.
Il che le rende non solo liberamente trasferibili, ma consente soprattutto la loro circolazione attraverso
documenti assoggettati alla disciplina di titoli di credito.
E così favorito il pronto smobilizzo del capitale investito (conversione del capitale immobilizzato in denaro
liquido) e il ricambio delle persone dei soci. Le possibilità di smobilizzo si accentuano quando le azioni sono
quotate in un mercato regolamentato, con conseguente formazione di un prezzo ufficiale a sua volta reso
possibile dal fatto che le azioni di una stessa società sono titoli omogenei, perciò, fungibili tra di loro.
È possibile a questo punto comprendere perché la società per azioni è il tipo di società elettivo della
grande impresa: limitazione del rischio individuale dei soci e possibilità di pronta mobilitazione
dell'investimento 1) favoriscono la raccolta di ingenti capitali di rischio di cui ha tipicamente bisogno la
grande impresa 2) consentono di orientare verso l’investimento in azioni la massa dei piccoli risparmiatori.
Si rende così possibile la compartecipazione di un ristretto numero di soci, che assumono l’iniziativa
economica e sono animati da spirito imprenditoriale (azionisti imprenditori), con una massa di piccoli
azionisti animati solo dall’intento di investire fruttuosamente i propri risparmi (azionisti risparmiatori) e
rassicurati dalla possibilità di pronto disinvestimento, soprattutto se le azioni sono quotate in borsa.
Spa a ristretta base azionaria → spa costituite da un numero non elevato di soci e costituite per la
gestione di imprese di modeste dimensioni. Si tratta, talvolta, di vere e proprie società a carattere
familiare, con base azionaria stabile ed omogenea, nelle quali l'appello al pubblico risparmio per la raccolta
di capitali di rischio è marginale o del tutto assente. Basti pensare che il capitale minimo per la costituzione
di una società per azioni è attualmente di 50.000 €.
Nelle società ristretta base azionaria i problemi sono e restano quelli tradizionali della tutela dei soci di
minoranza e dei creditori di fronte a possibili abusi dei soci che detengono la maggioranza del capitale e
degli amministratori. L'omogeneità della compagine azionaria e la partecipazione attiva dei soci alle
assemblee assicurano l'effettiva operatività del principio cardine su cui si fonda il corretto funzionamento
della società per azioni: chi ha più conferito e più rischia ha più potere; ma proprio perché più rischia è
pensabile che il potere sia esercitato in modo scrupoloso.
La situazione cambia radicalmente nelle società che fanno appello al pubblico risparmio.
La presenza di una massa di azionisti risparmiatori con partecipazioni individuali microscopiche, ma che nel
complesso costituiscono la maggioranza del capitale, altera i meccanismi di funzionamento della società
per azioni.
Il naturale disinteresse degli azionisti risparmiatori per la vita della società favorisce, inevitabilmente, il
dominio della stessa da parte di gruppi minoritari di controllo.
Infatti, le assemblee sono dominate stabilmente da gruppi minoritari che detengono talvolta non più del
10 o del 20% del capitale sociale. È il gruppo minoritario degli azionisti e imprenditori che nomina
amministratori sindaci e decide le sorti della società e gli strumenti di tutela dei soci contro gli abusi della
maggioranza restano inattivi per il disinteresse di chi dovrebbe azionarli.
Si creano così le premesse per possibili operazioni truffaldine.
Tanto, chi decide e chi rischia meno e sapendo potrà sempre defilarsi in tempo, lasciando nella barca che
affonda i creditori e la massa dei piccoli azionisti risparmiatori.
Ma vi è di più: quando la società fa stabilmente appello al pubblico risparmio e quindi le azioni sono
quotate in borsa, emerge un'altra esigenza: quella di garantire il corretto funzionamento dell'intero
mercato azionario e di tutelare il pubblico indifferenziato dei potenziali investitori.
A questi problemi e a queste esigenze il codice del 1942 non dava risposta. Anche in tali società l'ordinato
svolgimento dell'attività era affidato al funzionamento del principio maggioritario (che non funzionava),

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alla vigilanza del collegio sindacale e all'autotutela degli azionisti (che non sapevano e non potevano
tutelarsi). Oggi il quadro è significativamente cambiato.

L’EVOLUZIONE DELLA DISCIPLINA.


Dal 1942 ad oggi si è avuta una numerosa serie di interventi legislativi sotto la spinta di una duplice
esigenza: A) dare risposta ai problemi che il codice del 42 non aveva risolto B) dare attuazione alle
numerose direttive emanate dall'unione europea per l'armonizzazione della disciplina nazionale delle
società di capitali.
Il movimento di riforma è iniziato nel 1974, ed è sfociato nel 1998 in un'organica disciplina delle società
quotate e nel 2003 nella riforma della disciplina delle società dei capitali non quotate.
Le principali linee di tendenza che sono emerse sono le seguenti:
a) Porre un freno alle minisocietà per azioni con capitale del tutto irrisorio; fenomeno determinato dal
fatto che il codice del 42 fissava in un milione di lire il capitale sociale minimo richiesto per la
costituzione e l’inflazione monetaria aveva reso del tutto irrisoria tale somma.
Il capitale sociale minimo è stato portato a 200 milioni di lire nel 77, elevato a 120.000 € nel 2003 e
infine fissato a 50.000 € dal 2014.
b) Con una serie di interventi legislativi si è dettata una disciplina specifica per le società con azioni
quotate in borsa.
Un primo intervento si è avuto nel 74: il legislatore introduce strumenti di eterotutela della massa
inerte e disorganizzata degli azionisti risparmiatori; possibilità di emettere una particolare categoria
di azioni prive del diritto di voto e privilegiate sotto il profilo patrimoniale ( azioni di risparmio);
maggior trasparenza della proprietà azionaria; certificazione di bilanci da parte di un'autonoma
società di revisione; istituzione di un organo pubblico di controllo, La Consob (commissione
nazionale per la società e la borsa), diretto a garantire la completezza e la veridicità
dell'informazione societaria.
Un secondo intervento si è poi avuto nel 98, all'investimento diretto da parte di piccoli risparmiatori
si è affiancato l'investimento indiretto tramite operatori professionali (fondi comuni di
investimento, fondi pensione ecc), che raccolgono risparmio fra il pubblico e lo investono in
partecipazioni di minoranza in società quotate secondo il criterio di diversificazione del rischio.
Alla massa inerte e incompetente degli azionisti risparmiatori si è perciò affiancata quella degli
investitori istituzionali, dotati di elevata competenza professionale nella selezione delle imprese in
cui investire il risparmio gestito e in grado di svolgere il ruolo di minoranza attiva nelle società
partecipate attraverso l'esercizio del voto e degli altri diritti riconosciuti alle minoranze.
Proprio l'obiettivo di incentivare l'afflusso del risparmio gestito verso le società quotate, nonché di
valorizzare il ruolo attivo degli investitori istituzionali costituisce il motivo ispiratore della riforma
culminata nel “testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria” (tuf)
emanato nel 98 e che ha determinato: la radicale revisione di tutti gli istituti propri delle società
quotate; potenziamento dell'informazione societaria; rafforzamento degli strumenti di tutela delle
minoranze ed introduzione di nuovi strumenti di autotutela delle stesse.
c) Nel contempo, l'esigenza di modernizzare la disciplina delle società per azioni non quotate e delle
altre società di capitali ha portato ad una riforma entrata in vigore nel 2004, che sostituisce le
originarie disposizioni in materia del Codice civile.
Obiettivo della riforma è quello di semplificare la disciplina delle società di capitali e di ampliare lo
spazio riconosciuto all'autonomia statutaria al fine di favorire la crescita e la competitività delle
imprese italiane anche sui mercati internazionali dei capitali.
Introduzione della società per azioni unipersonale a responsabilità limitata; semplificazione del
procedimento di Costituzione e della disciplina delle modifiche statutarie con ampliamento dei casi
in cui è riconosciuto il diritto di recesso dalla società; previsione di nuove categorie speciali di
azioni; previsioni di nuovi modelli di amministrazione e di controllo della società.

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Sono queste le novità più significative della riforma del 2003, che si caratterizza anche per il fatto di
prevedere una disciplina differenziata è dotata di un maggior grado di imperatività non solo per le
società quotate, ma anche per tutte le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
Categoria che include le società quotate e quelle con azioni diffuse fra il pubblico in misura
rilevante.

LA COSTITUZIONE.
IL PROCEDIMENTO.
La costituzione della società per azioni si articola in due fasi:
A) stipulazione dell'atto costitutivo
B) iscrizione dell'atto costitutivo nel registro delle imprese-.
Solo con l'iscrizione nel registro delle imprese la società per azioni acquista la personalità giuridica e viene
ad esistenza.
Al fine di semplificare la costituzione delle società di capitali è stata soppressa la fase intermedia
dell'omologazione dell'atto costitutivo da parte dell'autorità giudiziaria.
La stipulazione dell'atto costitutivo può a sua volta avvenire secondo due diversi procedimenti:
1) stipulazione simultanea →l'atto costitutivo è stipulato immediatamente da coloro che assumono
l'iniziativa per la costituzione della società (soci fondatori); tali soggetti provvedono
contestualmente all'integrale sottoscrizione del capitale sociale iniziale.
2) Stipulazione per pubblica sottoscrizione → si addiviene alla stipulazione dell'atto costitutivo al
termine di un complesso procedimento che consente la raccolta fra il pubblico del capitale iniziale
sulla base di un programma predisposto da coloro che assumono l'iniziativa (promotori).
La costituzione per pubblica sottoscrizione e raramente utilizzata a causa della sua notevole complessità,
quindi, anche quando occorrono ingenti capitali di rischio, che i soci fondatori non sono in grado di fornire
personalmente, si preferisce ricorrere alla stipulazione simultanea dell'atto costitutivo utilizzando altre
tecniche per collocare le azioni fra il pubblico dei risparmiatori.
Ad esempio, nell'atto costitutivo si conferisce delega agli amministratori per l'aumento del capitale sociale
in una o più volte, in modo che le azioni potranno essere emesse e collocate gradualmente sul mercato una
volta costituita la società.

L’ATTO COSTITUTIVO: FORMA E CONTENUTO


La società per azioni può essere costituita per contratto o per atto unilaterale, nel caso in cui si abbia un
solo socio fondatore.
In ogni caso, l'atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità della società.
L'atto costitutivo deve indicare:
1) le generalità dei soci e degli eventuali promotori, nonché il numero delle azioni assegnate a
ciascuno di essi.
2) La denominazione e il comune dove sono poste la sede della società e le eventuali sedi secondarie.
La denominazione sociale può essere liberamente formata, ma deve contenere l'indicazione di
società per azioni. Non può essere uguale o simile a quella già adottata da altra società
concorrente, quando ciò possa creare confusione.
La sede sociale è il luogo dove risiedono l'organo amministrativo e gli uffici direttivi della società.
Essa individua l'ufficio del registro delle imprese presso il quale deve avvenire l'iscrizione della
società. Sono sedi secondarie quelle dotate di una rappresentanza stabile
3) l'oggetto sociale, cioè il tipo di attività economica che la società si propone di svolgere. È pratica
diffusa quella di indicare nell'atto costitutivo una pluralità di attività, ovvero un'attività principale
ed ulteriori attività complementari o strumentali rispetto alla prima.
4) L'ammontare del capitale sociale sottoscritto e versato

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5) il numero e l'eventuale valore nominale delle azioni, le loro caratteristiche e le modalità di
emissione e circolazione
6) il valore attribuito ai crediti e ai beni conferiti in natura
7) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti (tale indicazione è necessaria solo se si
voglia modificare la relativa disciplina legale).
8) I benefici eventualmente accordati ai promotori o ai soci fondatori. L'unico beneficio può essere
costituito da una partecipazione agli utili che non può superare complessivamente il 10% degli utili
netti risultanti dal bilancio e non può avere durata superiore a 5 anni.
9) il sistema di amministrazione adottato, il numero degli amministratori e i loro poteri
10) il numero dei componenti del collegio sindacale
11) la nomina dei primi amministratori e sindaci e, quando previsto, del soggetto incaricato di
effettuare la revisione legale dei conti
12) l'importo globale delle spese per la costituzione poste a carico della società (es. Spese notarili e di
iscrizione)
13) la durata della società. Si può anche stabilire che la società è a tempo indeterminato; in tal caso, se
le azioni non sono quotate in un mercato regolamentato, i soci possono liberamente recedere dalla
società un periodo di tempo fissato dall'atto costitutivo, comunque non superiore ad un anno.
Inoltre, il socio deve dare un preavviso di almeno 180 giorni.
L'omissione di una o più di tali indicazioni (se essenziali) legittima il rifiuto del notaio di stipulare l'atto
costitutivo. Non tutti i requisiti fissati sono richiesti a pena di nullità della società.
L'atto costitutivo della società per azioni ha nella pratica un contenuto più ampio e articolato di quello
minimo richiesto per legge, anche perché è prassi riprodurre le norme che regolano il funzionamento degli
organi sociali.
Spesso si preferisce procedere alla redazione di due distinti documenti: l'atto pubblico e lo statuto. Il primo
contiene la manifestazione di volontà di costituire la società e i dati fondamentali della stessa.
Il secondo, più analitico, contiene le regole di funzionamento della società.
Anche se forma oggetto di atto separato, lo statuto si considera parte integrante dell'atto costitutivo. Ne
consegue che anche lo statuto deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità.

LE CONDIZIONI PER LA COSTITUZIONE.


La società per azioni deve costituirsi con un capitale non inferiore a 50.000 €, salvo i casi in cui leggi speciali
impongono un capitale minimo più elevato (ES. società bancarie o finanziarie).
Per procedere alla costituzione della società per azioni è poi necessario che ricorrano le seguenti
condizioni:
1) che sia sottoscritto per intero il capitale sociale
2) che siano rispettate le disposizioni relative ai conferimenti; in particolare che sia versato presso una
banca il 25% dei conferimenti in denaro o, nel caso di costituzione per atto unilaterale, il loro intero
ammontare.
3) Che sussistano le autorizzazioni e le altre condizioni richieste dalle leggi speciali per la costituzione
della società in relazione al suo particolare oggetto.
I conferimenti in denaro devono essere versati prima della stipula dell'atto costitutivo e restano vincolati
presso la banca fino al completamento del procedimento di costituzione. Essi, infatti, possono essere
consegnati solo agli amministratori a condizione che questi provino l'avvenuta iscrizione della società nel
registro delle imprese.
I sottoscrittori hanno diritto di rientrare in possesso delle somme versate se la società non è iscritta nel
registro delle imprese, entro 90 giorni dalla stipulazione dell'atto costitutivo.
Decorso tali termini l'atto costitutivo perde efficacia.

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L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DELLE IMPRESE.
Il notaio che ha ricevuto l'atto costitutivo deve depositarlo, entro 20 giorni, presso l'ufficio del registro
delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede della società, allegando all'atto costitutivo i
documenti che comprovano l'esistenza delle condizioni richieste per la costituzione.
Se il notaio non provvede, l'obbligo incombe sugli amministratori nominati nell'atto costitutivo.
Nell'inerzia di entrambi, ogni socio può provvedervi a spese della società.
La legge notarile prevede sanzioni amministrative a carico del notaio che chiede le iscrizioni nel registro
delle imprese di un atto costitutivo da lui rogato “quando risultano manifestamente inesistenti le
condizioni richieste dalla legge”.
Pertanto, il notaio dovrà svolgere un controllo di legalità volto ad accertare la conformità alla legge della
costituenda società. Perciò, potrà e dovrà rifiutare di chiedere l'iscrizione nel registro delle imprese se
l'atto costitutivo e lo statuto contengono clausole contrastanti con l'ordine pubblico o col buon costume,
nonché con norme imperative della disciplina della società per azioni.
Se tale controllo ha esito positivo, il notaio riceve l'atto costitutivo e, contestualmente al deposito dello
stesso, richiede l'iscrizione della società nel registro delle imprese.
L'ufficio del registro delle imprese, a sua volta, prima di procedere all'iscrizione puoi e devi verificare solo la
regolarità formale della documentazione ricevuta.
Con l'iscrizione nel registro delle imprese la società acquista la personalità giuridica e viene ad esistenza.
Diversamente da quanto previsto per le società di persone, non è configurabile una società per azioni
irregolare.
Può verificarsi che fra la stipulazione dell'atto costitutivo e l'iscrizione della società nel registro delle
imprese vengano compiute operazioni in nome della società, perché rese necessarie dallo stesso
procedimento di costituzione.
Per tali operazioni sono illimitatamente e solidalmente responsabili verso i terzi coloro che hanno agito.
Inoltre, sono solidalmente responsabili anche il socio unico fondatore e, in caso di pluralità di soci
fondatori, anche i soci che hanno deciso, autorizzato o consentito il compimento dell'operazione.
È invece da escludersi ogni responsabilità della società non ancora venuta ad esistenza.
D'altro canto, perfezionato il procedimento di costituzione, la società resta automaticamente vincolata
solo se le operazioni compiute in suo nome erano necessarie per la costituzione.
Perciò, pur se si tratta di atti compiuti dai futuri amministratori, è necessario che l'organo competente
della società approvi le operazioni successivamente all'iscrizione perché su di essa ricadano le relative
obbligazioni.
L'accollo da parte della società non fa venir meno la responsabilità verso i terzi dei soggetti agenti.
Prima dell'iscrizione nel registro delle imprese è vietata l'emissione delle azioni ed esse non possono
formare oggetto di offerta al pubblico, eccezion fatta per il caso in cui la costituzione della società avvenga
per pubblica sottoscrizione.

LA NULLITA’ DELLA SPA.


Il procedimento di costituzione della società per azioni è l'atto costitutivo possono presentare vizi ed
anomalie. Le reazioni dell'ordinamento sono però diverse prima e dopo l'iscrizione della società nel
registro delle imprese.
PRIMA→vi è solo un contratto di società, vuoi un atto di autonomia privata che produce effetti solo fra le
parti contraenti. Pertanto, tale contratto può essere dichiarato nullo o annullato nei casi e con gli effetti
previsti dalla disciplina generale dei contratti.
DOPO →se prima esisteva solo un contratto invalido o un procedimento viziato, dopo esiste invece una
società, anche se invalidamente costituita.
L'ordinamento non può ignorare che la legalità è stata violata, ma la sanzione ormai deve necessariamente
colpire la società, e la sanzione può consistere solo nello scioglimento della società, previa definizione
dell'attività svolta.

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Nel contempo, il legislatore non può trascurare l'esigenza di tutelare i terzi che hanno avuto relazioni di
affari con tale società, nonché quella di consentire, se possibile, la conservazione dell'organizzazione
societaria e dei valori produttivi che essa esprime.
CAUSE DI NULLITA’ →hanno subito una drastica riduzione con la riforma del 2003. Intervenuta l'iscrizione
nel registro delle imprese, la società per azioni può essere oggi dichiarata nulla solo in tre casi
tassativamente elencati:
1) mancata stipulazione dell'atto costitutivo nella forma dell'atto pubblico
2) illiceità dell'oggetto sociale
3) mancanza nell'atto costitutivo di ogni indicazione riguardante la denominazione della società, i
conferimenti, l'ammontare del capitale sociale o l'oggetto sociale.
Invece, non costituiscono più cause di nullità della società: la mancanza dell'atto costitutivo; l'incapacità di
tutti i soci fondatori; la mancanza della pluralità dei fondatori; il mancato versamento dei conferimenti
iniziali in denaro.
EFFETTI DELLA NULLITA’ →la dichiarazione di nullità di un contratto (e dello stesso contratto di società per
azioni prima dell'iscrizione) ha effetto retroattivo e travolge tutti gli effetti prodotti.
Invece, la dichiarazione di nullità della società per azioni non pregiudica l'efficacia degli atti compiuti in
nome della società dopo l'iscrizione nel registro delle imprese. E si badi, di tutti gli atti compiuti; nei
confronti dei terzi e nei confronti dei soci.
Inoltre, i soci non sono liberati dall'obbligo dei conferimenti fino a quando non sono soddisfatti i creditori
sociali, né hanno diritto di ripetere i conferimenti già eseguiti.
Dunque, la dichiarazione di nullità non tocca minimamente l'attività già svolta. Opera solo per il futuro ed
opera come semplice causa di scioglimento della società, che si differenzia dalle cause di scioglimento di
una società valida solo perché i liquidatori sono nominati direttamente dal tribunale con la sentenza che
dichiara la nullità.
Per il resto trova applicazione il normale procedimento di liquidazione della società per azioni.
Infine, mentre la nullità di un contratto è insanabile, la nullità delle società iscritte “non può essere
dichiarata quando la causa di essa è stata eliminata e di tale eliminazione è stata data pubblicità con
iscrizione nel registro delle imprese”, prima che sia intervenuta la sentenza dichiarativa di nullità.
Restano valide le due regole fondanti della disciplina comune della nullità dei contratti:
1) l’azione di nullità è imprescrittibile
2) la nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e può essere rilevata d’ufficio dal
giudice.

SOCIETA’ PER AZIONI UNIPERSONALE. PATRIMONI DESTINATI.


LA SOCIETA’ PER AZIONI UNIPERSONALE.
Il codice civile del 1942 vietava la costituzione di una società per azioni da parte di una singola persona e
sanciva la nullità della società in mancanza di pluralità di soci fondatori.
Stabiliva inoltre la responsabilità illimitata del socio nelle cui mani si concentravano tutte le azioni nel corso
della vita della società, in caso di insolvenza di quest'ultima.
Grazie alla riforma del 2003, oggi:
1) È consentita la costituzione della società per azioni atto unilaterale di un unico socio fondatore
2) anche nella società per azioni unipersonale per le obbligazioni sociali di regola risponde solo la
società col proprio patrimonio, salvo in alcuni casi eccezionali
Nel contempo sono state introdotte cautele volte a prevenire i maggiori pericoli in cui sono esposti i terzi
che entrano in contatto con un'impresa formalmente societaria, ma sostanzialmente individuale.
Innanzitutto, l'unico socio fondatore risponde in solido con coloro che hanno agito, per le operazioni
compiute in nome della società prima dell'iscrizione nel registro delle imprese.
La limitazione di responsabilità dell'unico socio fondatore opera, perciò, solo per le obbligazioni sorte dopo
l'acquisto della personalità giuridica da parte della società.

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Una disciplina più rigorosa è poi introdotta in tema di conferimenti, in modo da assicurare l'integrale
acquisizione degli stessi e l'effettiva formazione del capitale sociale.
Sia in sede di costituzione della società, sia in sede di aumento del capitale sociale, l'unico socio è tenuto
infatti a versare integralmente, al momento della sottoscrizione, i conferimenti in denaro (e non solo il 25%
come previsto per la società pluripersonale).
*La violazione di tale disciplina impedisce che operi la regola della responsabilità limitata dell'unico socio.
Per consentire ai terzi di conoscere agevolmente se la società è unipersonale, negli atti e nella
corrispondenza della società deve essere indicato se questa ha un unico socio.
Nel contempo, per consentire l'agevole identificazione dell'unico socio, i dati anagrafici dello stesso devono
essere iscritti nel registro delle imprese a cura degli amministratori.
**Anche l'omissione di tale pubblicità impedisce che operi per l'unico socio il beneficio della responsabilità
limitata.
Una particolare disciplina e poi introdotta per assicurare maggiore trasparenza ai rapporti che intercorrono
fra società ed unico socio, dato che nella società unipersonale è più accentuato il pericolo di operazioni in
conflitto di interessi e di confusione dei patrimoni.
I contratti fra società ed unico socio sono opponibili ai creditori della società solo se risultano dal libro delle
adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione o da un atto scritto avente data certa
anteriore al pignoramento.
REGIME DI RESPONSABILITA’ PER LE OBBLIGAZIONI SOCIALI→ la regola generale dice che l'unico socio non
incorre in responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Anche la società per azioni può essere perciò
legittimamente utilizzata per l'esercizio sostanzialmente individuale di attività d'impresa, senza che ciò
determini di per sé la perdita del beneficio della responsabilità limitata.
Due eccezioni che comportano, in caso di insolvenza della società, la responsabilità illimitata dell'unico
socio per le obbligazioni sociali sorte nel periodo in cui tutte le azioni sono allo stesso appartenute (vedi
sopra * **).

I PATRIMONI DESTINATI
La riforma del 2003 offre per la prima volta alle società per azioni una nuova tecnica per limitare il rischio
di impresa: quella dei patrimoni destinati ad uno specifico affare.
Una tecnica che consente di evitare la moltiplicazione formale delle società e i relativi costi, e permette di
raggiungere risultati sostanzialmente identici operando direttamente sul patrimonio dell'impresa
societaria. Questa resta unica, ma nel suo ambito sono individuati uno o più patrimoni separati che
rispondono solo delle obbligazioni relative a predeterminate e specifiche operazioni economiche.
Quindi, una tecnica che non moltiplica i soggetti per limitare il rischio di impresa, ma che a tal fine opera
direttamente sul piano oggettivo del patrimonio facente capo ad un'unica società per azioni.
L'attuale disciplina offre due modelli di patrimoni destinati:
a) la società per azioni può costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva
ad uno specifico affare, sia pure entro i limiti del 10% del proprio patrimonio netto e purché non si
tratti di affari attinenti ad attività riservate in base a leggi speciali (cd. Patrimoni destinati operativi).
b) La società può stipulare con terzi un contratto di finanziamento di uno specifico affare, pattuendo
che al rimborso totale o parziale del finanziamento siano destinati i proventi dell'affare stesso o
parti di essi (finanziamento destinato).
Relative discipline:
PATRIMONIO DESTINATO OPERATIVO: La costituzione di un patrimonio destinato operativo avviene con
apposita deliberazione adottata dall'organo amministrativo della società a maggioranza assoluta dei suoi
componenti.
La delibera costitutiva deve contenere una serie di dati volti a consentire l'identificazione dell'affare, dei
beni e dei rapporti giuridici compresi nel patrimonio destinato.
La deliberazione deve essere verbalizzata da un notaio ed è soggetta ad iscrizione del registro delle
imprese. Diventa perciò produttiva di effetti solo dopo che siano decorsi 60 giorni dall'iscrizione.

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Entro tale termine i creditori sociali anteriori all'iscrizione possono fare opposizione al tribunale, che può
disporne l'esecuzione previa prestazione da parte della società di idonea garanzia.
Decorso tale termine si producono gli effetti della separazione patrimoniale.
I creditori della società non possono più far valere alcun diritto sul patrimonio destinato allo specifico
affare né sui frutti o proventi da esso derivanti.
Delle obbligazioni contratte per realizzare lo specifico affare la società risponde di regola solo nei limiti del
patrimonio destinato.
Resta salva la responsabilità illimitata della società per le obbligazioni derivanti da fatto illecito.
Per ciascun patrimonio destinato dovranno essere tenuti separatamente i libri e le scritture contabili e nel
bilancio della società dovranno essere distintamente indicati i beni e i rapporti compresi in ciascun
patrimonio, con separato rendiconto in allegato al bilancio.
Realizzato l'affare o se lo stesso è divenuto impossibile, gli amministratori redigono un rendiconto finale
che deve essere depositato presso l'ufficio del registro delle imprese.
Se permangono creditori insoddisfatti, questi possono chiedere entro 90 giorni la liquidazione del
patrimonio destinato che avverrà osservando esclusivamente le disposizioni sulla liquidazione delle società
di capitali.
FINANZIAMENTO DESTINATO: Il contratto deve indicare gli elementi essenziali dell'operazione, deve
specificare i beni strumentali necessari per la realizzazione e il relativo piano finanziario indicando la parte
coperta dal finanziamento e quella a carico della società. Dovrà indicare anche le eventuali garanzie che
quest'ultima offre per il rimborso di una parte del finanziamento.
Il patrimonio separato e in tal caso formato dai proventi dell'affare, dai relativi frutti e dagli investimenti
eventualmente effettuati in attesa del rimborso al finanziatore.
È necessario che copia del contratto sia stata iscritta nel registro delle imprese e che la società adotti
sistemi di incasso e di contabilizzazione separati.
Delle obbligazioni nei confronti del finanziatore risponde esclusivamente il patrimonio separato, salvo che
la società abbia prestato garanzie con il proprio patrimonio generale per il parziale rimborso del
finanziamento.
Se la società fallisce prima della realizzazione dell'affare, il finanziatore potrà insinuarsi nel fallimento per le
somme non riscosse.
In alternativa, se il fallimento della società non impedisce la realizzazione dell'operazione, il curatore può
decidere di subentrare nel contratto assumendone gli oneri relativi; ovvero, il finanziatore può chiedere di
realizzare o di continuare l'operazione improprio o affidandola a terzi, insinuandosi nel fallimento solo per
l'eventuale credito residuo.
I creditori generali della società non potranno agire sui beni strumentali destinati alla realizzazione
dell'operazione, ma sugli stessi potranno esercitare solo azioni conservative a tutela dei loro diritti.

I CONFERIMENTI
CONFERIMENTI E CAPITALE SOCIALE.
I conferimenti costituiscono i contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società; la loro
funzione è quella di dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell'attività di
impresa.
Il valore in denaro del complesso dei conferimenti, quale risulta dalla valutazione ad essi data nell'atto
costitutivo, costituisce il capitale sociale nominale della società.
Per la società per azioni è prevista una specifica disciplina dei conferimenti, assente nelle società di
persone. Disciplina ispirata da una duplice finalità:
a) Garantire che i conferimenti promessi dai soci vengano effettivamente acquisiti dalla società
b) garantire che il valore assegnato dai soci ai conferimenti sia veritiero. Ciò per evitare che il valore
complessivo dei conferimenti sia inferiore all'ammontare globale del capitale sociale.
I CONFERIMENTI IN DANARO

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Nella società per azioni i conferimenti devono essere effettuati in danaro nell'atto costitutivo non è
stabilito diversamente.
Per garantire fin dalla costituzione della società l'effettività almeno parziale del capitale, è disposto
l'obbligo di versamento immediato presso una banca di almeno il 25% dei conferimenti in denaro o
dell'intero ammontare se si tratta di società unipersonale.
Costituita la società, gli amministratori sono liberi di chiedere in ogni momento ai soci i versamenti ancora
dovuti, e non sono tenuti a rispettare eventuali termini stabiliti nell'atto costitutivo.
Dal titolo azionario devono risultare i versamenti ancora dovuti e in caso di trasferimento delle azioni
l'obbligo di versamento dei conferimenti residui grava sia sul socio attuale (acquirente delle azioni), sia
sull’alienante.
La responsabilità dell'alienante è però limitata nel tempo e ha carattere sussidiario; Permane infatti solo
per il periodo di tre anni dall'iscrizione del trasferimento nel libro dei soci.
Inoltre, la società è tenuta a richiedere preventivamente il pagamento al possessore attuale delle azioni e
potrà rivolgersi agli alienanti solo se tale richiesta sia rimasta infruttuosa.
Sempre per agevolare l'acquisizione dei conferimenti in denaro, e poi dettata una disciplina speciale
qualora il socio non esegua il pagamento delle quote dovute.
Innanzitutto, il socio in mora nei versamenti non può esercitare il diritto di voto.
Inoltre, la società può avvalersi di una celere procedura di vendita coattiva delle azioni del socio moroso (al
posto della normale azione giudiziaria per la condanna all'adempimento e l'esecuzione forzata).
A tal fine, la società è tenuta innanzitutto ad offrire le azioni agli altri soci, in proporzione della loro
partecipazione e per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti.
In mancanza di offerte, la società può far vendere le azioni a mezzo di una banca o di un intermediario
autorizzato.
Se la vendita coattiva non ha esito, gli amministratori possono, sempre in alternativa alla normale azione
giudiziaria, dichiarare decaduto il socio, trattenendo i conferimenti già versati e salvo il risarcimento dei
maggiori danni.
Le azioni del socio escluso entrano a far parte del patrimonio della società e questa può ancora tentare di
rimetterle in circolazione entro l'esercizio.
Svanita anche quest'ultima possibilità per l'acquisizione dei conferimenti, la società deve annullare le azioni
rimaste invendute riducendo per ammontare corrispondente il capitale sociale.

I CONFERIMENTI DIVERSI DAL DANARO.


Diversamente da quanto previsto per le società di persone, non ho niente da economica diversa dal denaro
può essere conferita in società per azioni.
È infatti espressamente stabilito che “non possono formare oggetto di conferimento le prestazioni di opera
o di servizi”. La difficoltà di dare una valutazione oggettiva e attendibile a tali prestazioni mal si concilia con
l'esigenza di garantire l'effettiva acquisizione da parte della società e l'effettiva formazione del capitale
reale.
Perciò, le prestazioni di opera o di servizi possono oggi formare oggetto solo di prestazioni accessorie
distinte dai conferimenti; ovvero di apporti dei soci non imputabili a capitale.
Limitazioni sono poi state introdotte anche per i conferimenti dei beni in natura e dei crediti, ai quali si
applicano i principi già esposti per le società di persone quanto alla garanzia cui è tenuto il socio conferente
e al passaggio dei rischi.
È infatti previsto che “le azioni corrispondenti a tali conferimenti devono essere integralmente liberate al
momento della sottoscrizione”. Vale a dire, il socio deve porre in essere tutti gli atti necessari affinché la
società acquisti la titolarità e la piena disponibilità del bene conferito, una volta che sia venuta ad esistenza
con il completamento del procedimento di costituzione.
Questa limitazione preclude l'apporto a titolo di conferimento di cose generiche, future o altrui, nonché di
prestazioni periodiche di beni. In tutti questi casi, infatti, il consenso del conferente non determina né
l'immediato acquisto della proprietà del bene da parte della società, né l'immediata messa a disposizione

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della stessa dell'oggetto del conferimento. Si ha solo un obbligo del conferente di far conseguire alla
società quanto promesso.
È invece da ritenersi ammissibile il conferimento di diritti di godimento, dato che la società acquista col
consenso del conferente l'effettiva disponibilità del bene ed è in grado di trarne tutte le utilità.
Resta conferibile ogni prestazione di dare suscettibile di valutazione economica oggettiva e di immediata
messa a disposizione della società (es. Diritti di brevetto per marchi o per invenzioni industriali).

LA VALUTAZIONE.
I conferimenti diversi dal denaro devono formare oggetto di uno specifico procedimento di valutazione, al
fine di assicurare una valutazione oggettiva e veritiera di tali conferimenti ed evitare che agli stessi venga
complessivamente assegnato un valore nominale superiore a quello reale.
Il procedimento di valutazione si articola in più fasi:
1) relazione di stima→ Chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare una relazione giurata di
stima di un esperto designato dal tribunale. La stima deve attestare che il loro valore è almeno pari
a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale e dell'eventuale
sovrapprezzo. La relazione deve essere allegata all'atto costitutivo e, una volta completato il
procedimento di costituzione, deve restare depositata presso l'ufficio del registro delle imprese.
2) La verifica della stima → entro 180 giorni dalla costituzione della società, gli amministratori devono
controllare le valutazioni contenute nelle relazioni di stima e, se sussistono fondati motivi, devono
procedere alla revisione della stima.
Nel frattempo, le azioni corrispondenti sono inalienabili e devono restare depositate presso la sede
della società.
Se dalla revisione risulta che il valore dei beni o dei crediti è inferiore di oltre un quinto rispetto a
quello per cui avviene il conferimento, la società deve ridurre proporzionalmente il capitale sociale
e annullare le azioni che risultano scoperte.
Al socio è però concessa una duplice alternativa per non vedere così ridotta la propria
partecipazione:
a) può avversare la differenza in denaro
b) può recedere dalla società, con conseguente diritto alla liquidazione del valore attuale delle
azioni sottoscritte. Il socio recedente ha diritto alla restituzione in natura del bene conferito,
qualora ciò sia possibile.
Del descritto procedimento di stima oggi si può fare a meno in alcuni casi in cui il valore del conferimento
in natura risulta già in modo attendibile da altre circostanze.
Precisamente, non si richiede la stima del perito nominato dal tribunale quando il valore attribuito al
conferimento in natura, ai fini della determinazione del capitale sociale ed eventuale sovrapprezzo, è pari o
inferiore:
1) Per i titoli quotati nel mercato dei capitali (cd. Valori mobiliari, come azioni o obbligazioni), Al
prezzo medio ponderato al quale dagli strumenti finanziari sono stati negoziati nei sei mesi
precedenti il conferimento.
Nei casi in cui non si applicabile la regola precedente (titoli non quotati; beni o crediti diversi dai titoli):
2) al fair value (valore di scambio del bene o del credito) iscritto nel bilancio dell'esercizio precedente
quello nel quale è effettuato il conferimento. È necessario che il bilancio dal quale si ricava il valore
del conferimento sia sottoposto a revisione e che la relazione del revisore non esprima rilievi in
ordine alla valutazione dei beni o crediti oggetto del conferimento.
3) Al valore risultante da una valutazione riferita ad una data precedente di non oltre sei mesi il
conferimento e conforme ai principi e criteri generalmente riconosciuti per la valutazione dei beni
oggetto del conferimento. Chi intende realizzare un conferimento in natura può perciò far redigere
una stima non giurata da un esperto di sua fiducia senza ricorrere alla nomina da parte del
tribunale. Deve però trattarsi di un esperto indipendente sia dalla società, sia da chi effettua il
conferimento.

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Le amministratori possono richiedere una nuova valutazione del conferimento in natura secondo il
normale procedimento di valutazione, qualora ritengano inattendibile il valore ad esso attribuito: o perché
fatti eccezionali hanno sensibilmente modificato il valore degli strumenti finanziari alla data di iscrizione
della società nel registro delle imprese rispetto al prezzo medio di quotazione dei precedenti sei mesi;
oppure perché dopo la data di riferimento del bilancio o della precedente stima sono intervenuti fatti
nuovi che hanno sensibilmente alterato il valore dei beni o crediti conferiti; o ancora perché l'esperto che
ha effettuato la stima non era dotato di adeguati requisiti di professionalità e di indipendenza.
Tali accertamenti devono essere espletati entro 30 giorni dall'iscrizione della società.
Se non intendono contestare il valore del conferimento, nello stesso termine gli amministratori iscrivono
nel registro delle imprese una dichiarazione nella quale:
a) indicano il metodo con cui sono stati stimati i beni o i crediti conferiti
b) attestano che il valore così determinato è almeno pari a quello loro attribuito ai fini della
determinazione del capitale sociale e dell'eventuale sovrapprezzo
c) danno atto del risultato positivo dei controlli da essi effettuati
Fino all'iscrizione di tale dichiarazione le azioni corrispondenti sono inalienabili e devono restare depositate
presso la sede della società.
L'obbligo di assoggettare a stima i conferimenti in natura poteva essere in passato eluso attraverso un
semplice espediente. Chi intendeva conferire un bene in natura figurava nell'atto costitutivo come un socio
che si era obbligato a conferire denaro; appena costituita la società vendeva alla stessa il bene, per
importo corrispondente alla somma da lui dovuta a titolo di conferimento, con la conseguenza che il suo
debito di apporto si estingueva per compensazione.
Questo pericolo è stato neutralizzato, sia pure solo per i primi due anni di attività della società, poiché sono
necessarie la preventiva autorizzazione dell'assemblea ordinaria e la presentazione da parte dell'alienante
della documentazione prevista per la stima dei conferimenti in natura in caso di acquisto da parte della
società di beni o crediti dai promotori, dai fondatori o dai soci attuali o dagli amministratori quando:
a) il corrispettivo pattuito è pari o superiore al decimo del capitale sociale
b) l'acquisto è compiuto nei due anni dall'iscrizione della società nel registro delle imprese.
In caso di violazione di tale disciplina l'acquisto resta valido, ma gli amministratori e l'alienante sono
solidalmente responsabili per i danni causati alla società, ai soci e ai terzi.

LE PRESTAZIONI ACCESSORIE.
L'atto costitutivo può prevedere l'obbligo dei soci di eseguire prestazioni accessorie non consistenti in
denaro, determinandone anche contenuto, durata, modalità e compenso.
Es. L'obbligo del socio di prestare la propria attività lavorativa o professionale nella società.
Le prestazioni accessorie costituiscono un utile strumento per vincolare stabilmente i soci ad effettuare a
favore della società prestazioni che non possono formare oggetto di conferimento.
Introducono, tuttavia, un elemento personalistico nella partecipazione sociale e ciò spiega perché:
A) le azioni con prestazioni accessorie devono essere nominative e non sono trasferibili senza il
consenso degli amministratori
B) tali obblighi possono essere modificati solo con il consenso di tutti i soci.

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CAPITOLO 14.
LE AZIONI
NOZIONE E CARATTERI
Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella società per azioni; sono quote di partecipazione
omogenee e standardizzate, liberamente trasferibili e di regola rappresentate da documenti (titoli azionari)
che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito.
Nella società per azioni, infatti, il capitale sociale sottoscritto è diviso in un numero predeterminato diparti
di identico ammontare, ciascuna delle quali costituisce un'azione ed attribuisce identici diritti nella società
e verso la società.
La singola azione rappresenta perciò, nel contempo, l'unità minima di partecipazione al capitale sociale è
l'unità di misura dei diritti sociali. È perciò indivisibile. Se più soggetti diventano titolari di un'unica azione
devono nominare un rappresentante comune per l'esercizio dei diritti verso la società.
Ciascun socio diventa titolare di una o più azioni, di una o più partecipazioni sociali, che restano
tendenzialmente distinte e autonome anche quando fanno capo alla stessa persona.
Uguaglianza di valore e di diritti, indivisibilità, autonomia e circolazione in forma cartolare sono i caratteri
tipici delle azioni.

AZIONI E CAPITALE SOCIALE.


Le azioni devono essere tutte di uguale valore: devono cioè rappresentare un'identica frazione del capitale
sociale nominale. La parte del capitale sociale rappresentata da ciascuna azione, espressa in cifra
monetaria, si definisce valore nominale delle azioni.
La disciplina attuale consente che vengano emesse anche azioni senza indicazione del valore nominale.
Non è però consentito emettere contemporaneamente azioni con e senza valore nominale.
Azioni con valore nominale→ lo statuto deve specificare non solo il capitale sottoscritto, ma anche il valore
nominale di ciascuna azione e il loro numero complessivo (es capitale sottoscritto 1mln € =100k azioni da
10€).
Il valore nominale delle azioni, al pari del capitale sociale nominale, è insensibile alle vicende patrimoniali
della società; rimane invariato nel tempo e può essere modificato solo attraverso una modifica dell'atto
costitutivo, dando luogo al frazionamento o al raggruppamento delle azioni.
Azioni senza valore nominale →Lo statuto deve indicare solo il capitale sottoscritto e il numero delle azioni
emesse, fermo restando che anche le azioni senza valore nominale sono frazioni uguali del capitale sociale.
In tal caso la partecipazione al capitale del singolo azionista sarà espressa (non in una cifra monetaria ma)
in una percentuale del numero complessivo delle azioni emesse.
Per tutte le azioni vale la regola che in nessun caso il valore complessivo dei conferimenti può essere
inferiore all'ammontare globale del capitale sociale. Il che comporta che le azioni non possono essere
complessivamente emesse per somma inferiore al loro valore nominale.
Si vuole così evitare che il capitale realmente conferito dai soci sia inferiore a quello dichiarato.
Le azioni possono essere invece emesse per somma superiore al valore nominale (emissione con
sovrapprezzo). L'emissione con sovrapprezzo è anzi obbligatoria quando venga escluso o limitato il diritto
di opzione degli azionisti sulle azioni di nuova emissione ed il valore reale delle azioni sia superiore a quello
nominale.
Il valore di emissione delle azioni va infatti tenuto distinto dal valore reale delle stesse, che si ottiene
dividendo il patrimonio netto della società per il numero di azioni.
Tale valore varia nel tempo in funzione delle vicende economiche della società e può essere accertato
contabilmente attraverso il bilancio di esercizio.
Diverso ancora è il valore di mercato delle azioni, che risulta giornalmente dai listini ufficiali quando le
azioni sono ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato.
Esso indica il prezzo di scambio delle azioni in quel determinato giorno; Prezzo che solo tendenzialmente
coincide col valore patrimoniale attuale, dato che sullo stesso incidono anche le prospettive economiche
future della società e variabili ulteriori.

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Comunque, l'andamento delle quotazioni di borsa esprime il valore effettivo delle azioni meglio del valore
di bilancio.
È fuori dubbio che un pacchetto azionario, soprattutto se consente il controllo della società, ha un proprio
specifico valore, maggiori e spesso notevolmente maggiore della somma dei valori delle singole azioni.
Ciò ne impone una considerazione unitaria in sede di valutazione (es. ai fini dell’assegnazione dello stesso
in sede di divisione ereditaria).

LA PARTECIPAZIONE AZIONARIA.
Ogni azione costituisce una partecipazione sociale e attribuisce al suo titolare un complesso unitario di
diritti e poteri di natura amministrativa (Es. diritto di voto nelle assemblee), di natura patrimoniale (diritto
agli utili; diritto alla quota di liquidazione), E anche a contenuto complesso amministrativo e patrimoniale
(diritto di opzione; diritto di recesso).
Peculiare caratteristica delle azioni: uguaglianza dei diritti.
Le azioni conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Si tratta di uguaglianza relativa e non assoluta e di
un'uguaglianza oggettiva e non soggettiva.
RELATIVA → In quanto è possibile creare categorie di azioni fornite di diritti diversi. Da qui la distinzione fra
azioni ordinarie e azioni di categoria o speciali.
OGGETTIVA → uguali sono i diritti che ogni azione attribuisce, non i diritti di cui ciascun azionista
globalmente dispone, dovendosi tenere conto anche del numero delle azioni di cui ciascuno è titolare.
Infatti, se è vero che alcuni diritti dell'azionista sono indipendenti dal numero di azioni possedute (es.
diritto di intervento in assemblea), è anche vero che i diritti più significativi spettano in proporzione del
numero di azioni possedute (es diritto di voto, diritto agli utili e alla quota di liquidazione, diritto di
opzione).
E proprio con riferimento a questi diritti che si coglie la situazione di disuguaglianza soggettiva degli
azionisti.
Si tratta di disuguaglianze soggettive perfettamente legittime e giuste poiché in esse si esprime l'essenza
del principio cardine delle società di capitali: chi ha più conferito e più rischia ha più potere e può imporre,
nel rispetto della legalità, la propria volontà alla minoranza (principio capitalistico).
Il che non esclude però che, quando entrano in gioco interessi pubblici di particolare rilievo, siano
introdotte deroghe al principio capitalistico, con il riconoscimento allo stato o ad enti pubblici di poteri
societari svincolati dall'ammontare della partecipazione azionaria o addirittura dalla qualità stessa di
azionista.
È questo il caso del potere di veto all'adozione di una serie di delibere di particolare rilievo (scioglimento
della società, trasferimento dell'azienda, fusione, scissione, trasferimento della sede sociale all'estero,
cambiamento dell'oggetto sociale) esercitabile per legge dall'autorità governativa nei confronti di società
operanti in settori strategici (difesa, trasporti, telecomunicazioni, fonti di energia) in passato controllate
dallo Stato. Ciò al fine di evitare che la recente privatizzazione di tali società possa dar luogo a decisioni in
contrasto con gli obiettivi nazionali di politica economica e finanziaria.

LE CATEGORIE SPECIALI DI AZIONI.


Sono categorie speciali di azioni quelle fornite di diritti diversi da quelli tipici previsti dalla disciplina legale.
Esse possono essere create con lo statuto o con successiva modificazione dello stesso.
La presenza di categorie speciali di azioni comporta una modifica nell'organizzazione interna della società,
per la contemporanea presenza di diversi gruppi di azionisti con interessi parzialmente non coincidenti.
Se esistono diverse categorie di azioni, le delibere dell'assemblea generale che pregiudicano i diritti di una
di esse devono essere approvate anche dall'assemblea speciale della categoria interessata.
Alle assemblee speciali si applica la disciplina delle assemblee straordinarie, se le azioni speciali non sono
quotate. Se invece le azioni speciali sono quotate, si applica la disciplina dell'organizzazione degli azionisti
di risparmio, che prevede quorum assembleari meno elevati e la nomina di un rappresentante degli
azionisti speciali.

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I diritti speciali di categoria sono diritti di gruppo e non diritti individuali.
Alcune categorie speciali di azioni sono espressamente previste e regolamentate dal legislatore; tuttavia la
società gode di ampia autonomia nel modellare il contenuto della partecipazione azionaria.
Con la riforma del 2003 tutte le società possono mettere azioni senza diritto di voto.
Nel contempo sono scomparse le azioni privilegiate a voto limitato (alle sole assemblee straordinarie) e si
consente a tutte le società:
a) la creazione di azioni con diritto di voto limitato a particolari argomenti, non necessariamente di
esclusiva competenza dell'assemblea straordinaria
b) la creazione di azioni con diritto di voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non
meramente potestative (es. Azioni senza voto, che riacquistano tale diritto se la società non
consegue e non distribuisce utili per un certo periodo).
Azioni senza voto, a voto limitato e a voto condizionato non possono tuttavia superare complessivamente
la metà del capitale sociale.
La riforma del 2003 aveva invece mantenuto il divieto di emettere azioni a voto plurimo; cioè azioni che
attribuiscono ciascuna più di un voto. Anche questo limite però è stato recentemente attenuato:
oggi le società non quotate possono emettere azioni speciali a voto plurimo che attribuiscono fino ad un
massimo di tre voti per ciascuna azione, anche per particolari argomenti o subordinate al verificarsi di
particolari condizioni non meramente potestative.
Gli statuti delle società quotate non possono invece prevedere l'emissione di azioni a voto plurimo, fermo
restando che quelle emesse prima della quotazione mantengono le loro caratteristiche e diritti anche
dopo.
Per contro, le società quotate possono riconoscere per statuto una maggiorazione del voto ai soci “di lungo
periodo” titolari di azioni da non meno di 24 mesi: cioè attribuire a costoro un numero di voti maggiore
rispetto alle azioni di cui sono titolari, fino ad un massimo di due voti per ciascuna azione
continuativamente posseduta per il periodo richiesto.
La differenza con le azioni a voto plurimo è che la maggiorazione del voto è un privilegio conseguibile da
tutti gli azionisti nel rispetto delle condizioni fissate dallo statuto; non è un diritto riservato ai titolari di una
speciale categoria di azioni.
Le azioni a cui si applica la maggiorazione del voto non costituiscono perciò una categoria speciale.
Se il socio aliena le sue azioni la maggiorazione di voto si perde senza trasmettersi all'acquirente. Si
conserva invece in caso di successione mortis causa.
A tutte le società per azioni è consentito di prevedere che, in relazione alle azioni possedute da uno stesso
soggetto:
a) il diritto di voto sia limitato ad una misura massima (es. Fino al 10% del capitale posseduto ogni
azione attribuisce un voto, mentre per l'eccedenza non è riconosciuto diritto di voto).
b) Sia introdotto il voto scalare (es. Fino al 10% del capitale spetta un voto per azione, dal 10 al 20% un
voto ogni due azioni, dal 20 al 30% un voto ogni tre azioni e così via).
Nel contempo, con l'attuale disciplina è caduto, per le società non quotate, il principio che il voto può
essere escluso o limitato solo se le relative azioni sono assistite da privilegi patrimoniali. Resta invece
fermo il principio che possono essere emesse azioni privilegiate anche senza limitazione dei diritti
amministrativi.
Le azioni privilegiate sono azioni che attribuiscono ai loro titolari un diritto di preferenza nella distribuzione
degli utili o nel rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società.
Nessuna disciplina specifica è dettata per quanto riguarda natura e misura del privilegio.
Col solo limite del divieto di patto leonino, la società è perciò libera di articolare come preferisce il
contenuto patrimoniale di tali azioni.
AZIONI CORRELATE →È altresì consentita l’emissione di azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai
risultati dell'attività sociale di un determinato settore (es. un ramo di azienda), anche quando non si dà vita
a patrimoni preparati destinati ad uno specifico affare.

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Lo statuto deve tuttavia stabilire i criteri di individuazione dei costi e ricavi imputabili al settore, le modalità
di rendicontazione, i diritti attribuiti a tali azioni e le eventuali condizioni e modalità di conversione in
azioni di altra categoria.
In ogni caso, ai possessori di azioni correlate non possono essere corrisposti dividendi in misura superiore
agli utili risultanti dal bilancio generale della società; perciò, a nulla avranno diritto se l'attività complessiva
della società registrata una perdita.

LE AZIONI DI RISPARMIO.
Fra le categorie speciali di azioni espressamente regolate, ci sono le azioni di risparmio.
Esse costituiscono la risposta ad un'esigenza: quella di incentivare l'investimento in azioni offrendo ai
risparmiatori titoli meglio rispondenti ai loro specifici interessi. Titoli cioè che tengano conto del
disinteresse degli stessi per l'esercizio dei diritti amministrativi.
Le azioni di risparmio possono essere emesse solo da società le cui azioni ordinarie sono quotate in mercati
regolamentati italiani o di altri paesi dell'unione europea. Non possono superare, in concorso con le azioni
a voto limitato, la metà del capitale sociale.
Con le azioni di risparmio la distinzione fra azionisti imprenditori e azionisti risparmiatori trova
riconoscimento legislativo: le azioni di risparmio sono infatti del tutto prive del diritto di voto. Tuttavia esse
si differenziano dalle azioni senza voto emesse dalle società non quotate per il fatto che devono essere
necessariamente dotate di privilegi di natura patrimoniale.
Inoltre, a differenza delle altre azioni, possono essere rimesse al portatore (il nome del proprietario non è
registrato nel libro soci della società). Assicurano quindi l'anonimato e ciò costituisce un forte incentivo alla
loro sottoscrizione, anche perché può essere previsto il diritto di conversione in azioni ordinarie dopo un
certo tempo.
Le azioni di risparmio sono prive del diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie; di esse perciò
non si tiene conto per il calcolo dei relativi quorum.
Inoltre, deve escludersi che agli azionisti di risparmio possa essere riconosciuto il diritto di intervento in
assemblea e il diritto di impugnare le delibere assembleari invalide, poiché con la riforma del 2003
l'esercizio di tali diritti è stato riservato agli azionisti con diritto di voto.
Le azioni di risparmio sono azioni privilegiate sotto il profilo patrimoniale; l'attuale disciplina si limita a
stabilire che “le azioni di risparmio sono dotate di particolari privilegi di natura patrimoniale” e che “l'atto
costitutivo determina il contenuto del privilegio, le condizioni, i limiti, le modalità e i termini per il suo
esercizio”, così consentendo che i contenuti patrimoniali delle azioni di risparmio siano liberamente
modellati in relazione alle esigenze del mercato.
La disciplina delle azioni di risparmio è completata dalla previsione di un'organizzazione di gruppo per la
tutela degli interessi comuni. L'organizzazione si articola nell'assemblea speciale e nel rappresentante
comune.
L'assemblea delibera sugli oggetti di interesse comune e in particolare sull'approvazione delle delibere
dell'assemblea generale della società che pregiudicano i diritti degli azionisti di risparmio.
Il rappresentante comune è nominato dall'assemblea di categoria. Provvede all'esecuzione delle
deliberazioni dell'assemblea e tutela gli interessi comuni degli azionisti di risparmio nei confronti della
società. Gli è riconosciuto il diritto di assistere alle assemblee della società e di impugnarne le
deliberazioni.

LE AZIONI A FAVORE DEI PRESTATORI DI LAVORO.


La legge consente l'assegnazione straordinaria di utili ai dipendenti delle società da attuarsi mediante un
articolato procedimento: gli utili sono imputati a capitale e, per l'importo corrispondente, la società emette
specialità di quelli di azioni che vengono assegnate gratuitamente ai prestatori di lavoro.
Per tali azioni la società può stabilire norme particolari riguardo la forma, il modo di trasferimento e i diritti
spettanti agli azionisti, fermo restando che esse devono essere assegnate individualmente ai dipendenti.

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La società può poi escludere o limitare il diritto di opzione degli azionisti sulle azioni a pagamento di nuova
emissione, per offrire le stesse in sottoscrizione ai dipendenti della società.
Con delibera dell'assemblea straordinaria, la società può infine assegnare ai propri dipendenti strumenti
finanziari partecipativi diversi dalle azioni.
Speciali obblighi di trasparenza sono imposti alle società quotate, qualora le stesse intendano porre in
essere un piano di compensi basati su azioni o strumenti finanziari a favore di dipendenti, amministratori o
collaboratori autonomi della società stessa.
Tali piani devono essere approvati dall'assemblea ordinaria e devono essere messi a disposizione del
pubblico presso la sede sociale, sul sito Internet della società e con le altre modalità fissate dalla Consob.

AZIONI E STRUMENTI FINANZIARI PARTECIPATIVI


Dalle azioni vanno tenuti distinti gli strumenti finanziari partecipativi. La loro emissione è stata prevista
dalla riforma del 2003, anche al fine di consentire l'acquisizione da parte di soci o di terzi gli apporti
patrimoniali che non possono formare oggetto di conferimento e che perciò non sono imputabili al capitale
sociale; nonché come alternativa alle azioni a favore dei prestatori di lavoro.
A differenza delle azioni, gli strumenti finanziari partecipativi non sono parti del capitale sociale.
Gli strumenti finanziari partecipativi non attribuiscono perciò la qualità di azionista.
Essi possono essere forniti solo di diritti patrimoniali o anche dei diritti amministrativi, con esclusione del
diritto di voto nell'assemblea generale degli azionisti.
Possono tuttavia essere dotati di diritto di voto su argomenti specificamente indicati; Può essere ad essi
riservata la nomina di un componente indipendente del consiglio di amministrazione o del consiglio di
sorveglianza o di un sindaco.
Agli strumenti finanziari che riconoscono al titolare il diritto al rimborso del capitale si applica la disciplina
delle obbligazioni.
Solo agli strumenti finanziari che conferiscono diritti amministrativi si applica la disciplina delle assemblee
speciali. Per il resto è riconosciuto ampio spazio all'autonomia statutaria: lo statuto disciplina modalità e
condizioni di emissione, i diritti che conferiscono, le sanzioni in caso di inadempimento delle prestazioni e,
se ammessa, la legge di circolazione.

LA CIRCOLAZIONE DELLE AZIONI


I titoli azionari sono documenti che rappresentano le quote di partecipazione nella società per azioni e ne
consentono il trasferimento secondo le regole proprie dei titoli di credito.
La loro emissione e normale ma non essenziale nelle società con azioni non quotate in borsa. Lo statuto
può infatti escludere l'emissione dei titoli azionari.
In tal caso, la qualità di socio è provata dall'iscrizione nel libro dei soci, il trasferimento delle azioni resta
assoggettato alla disciplina della cessione del contratto ed ha effetto nei confronti della società dal
momento dell'iscrizione nel libro dei soci.
Nelle società quotate in mercati regolamentati invece le azioni non possono più essere rappresentate da
titoli a decorrere dall'ottobre 1998. La circolazione basata sul trasferimento materiale del documento è
stata per legge sostituita da un sistema di circolazione fondato su semplici registrazioni contabili con
soppressione materiale dei titoli.
Questo sistema è obbligatorio anche per le società con azioni ed obbligazioni diffuse fra il pubblico in
misura rilevante.
È opinione consolidata che ai titoli azionari deve essere riconosciuta la natura di titoli di credito. Più
esattamente, le azioni rientrano nella categoria dei titoli di credito causali. Sono cioè titoli di credito che
possono essere emessi solo in base ad un determinato rapporto causale e che si caratterizzano, sul piano
della disciplina, per la parziale sensibilità del rapporto documentato dal titolo alle eccezioni desumibili dalla
disciplina legale del rapporto societario.

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Le azioni possono essere nominative o al portatore a scelta dell'azionista. È questa una scelta di particolare
rilievo; significa concedere il beneficio dell'anonimato, anche e soprattutto ai fini fiscali, all'investimento
azionario.
L'alternatività tra azioni nominative e azioni al portatore è rimasta però nelle pagine del codice. Prima che
questo entrasse in vigore fu introdotta la nominatività obbligatoria dei titoli azionari, e tale regime vige
tuttora con tre sole eccezioni: azioni di risparmio; società di investimento a capitale variabile e società di
investimento a capitale fisso.

I VINCOLI SULLE AZIONI.


Le azioni possono essere costituite in usufrutto o in pegno e possono formare oggetto di misure cautelari
ed esecutive (sequestro giudiziario o conservativo, pignoramento).
DIRITTO DI VOTO→ competi al creditore pignoratizio o all'usufruttuario. Essi dovranno esercitarlo in modo
da non ledere gli interessi del socio, esponendosi altrimenti al risarcimento dei danni nei suoi confronti.
Nel caso di sequestro delle azioni il voto è esercitato dal custode.
ALTRI DIRITTI AMMINISTRATIVI →spettano disgiuntamente sia al socio sia al creditore pignoratizio o
all'usufruttuario, se dal titolo costitutivo del vincolo non risulta diversamente. In caso di sequestro sono
esercitati dal custode, salvo che il provvedimento del giudice non disponga diversamente.
DIRITTO DI OPZIONE →spetta al socio, l'attuale disciplina stabilisce che solo ad esso sono attribuite le
nuove azioni sottoscritte. Il socio deve tuttavia provvedere almeno tre giorni prima della scadenza al
versamento delle somme necessarie per l'esercizio del diritto di opzione. In mancanza, gli altri soci possono
offrire di acquistarlo; altrimenti il diritto di opzione deve essere alienato per suo conto a mezzo di una
banca o di altro intermediario autorizzato alla negoziazione nei mercati regolamentati.
In caso di aumento gratuito del capitale, il pegno, l'usufrutto o il sequestro si estendono alle azioni di
nuova emissione.
Espressamente regolato è il versamento delle somme dovute sulle azioni non liberate:
PEGNO: è il socio che deve provvedere al versamento, in mancanza, il creditore pignoratizio può far
vendere le azioni tramite una banca o altro intermediario autorizzato, con trasferimento del pegno sul
ricavato.
USUFRUTTO: è l'usufruttuario che deve provvedere al versamento, salvo il suo diritto alla restituzione di
tale somma al termine dell'usufrutto.

I LIMITI ALLA CIRCOLAZIONE DELLE AZIONI.


Le azioni sono in via di principio liberamente trasferibili. La libera trasferibilità è tuttavia esclusa o limitata
per legge in determinate ipotesi:
1) Le azioni liberate con conferimenti diversi dal denaro non possono essere alienate prima del
controllo della valutazione
2) le azioni con prestazioni accessorie non sono trasferibili senza il consenso del consiglio di
amministrazione.
Ci sono poi dei limiti convenzionali, cioè determinati da accordi intercorsi fra soci. Questi ultimi vanno
distinti a seconda che risultino dallo stesso atto costitutivo della società (limiti statutari) o da accordi non
consacrati nell'atto costitutivo (patti parasociali).
I limiti alla circolazione delle azioni risultanti da patti parasociali vengono definiti sindacati di blocco e
hanno lo scopo di evitare l'ingresso in società di terzi non graditi. Essi sono assoggettati ai limiti di durata e
agli specifici obblighi informativi previsti per i sindacati di voto.
I sindacati di blocco vincolano solo le parti contraenti. La loro violazione non comporta invalidità della
vendita delle azioni, né la società potrà rifiutare l'iscrizione dell'acquirente nel libro dei soci.
L'inadempiente sarà tenuto solo al risarcimento dei danni nei confronti degli altri soci contraenti.
L'inopponibilità ai terzi dei patti parasociali spiega perché molto spesso si preferisca inserire accordi in tal
senso nello stesso atto costitutivo. In tal modo le clausole limitatrici della circolazione acquistano efficacia

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reale: vincolano tutti i soci, anche futuri; possono essere fatte valere dalla società nei confronti del terzo
acquirente delle azioni.
L'attuale disciplina ribadisce che lo statuto può sottoporre a particolari condizioni il trasferimento e
consente anche che lo statuto vieti del tutto la circolazione delle azioni sia pure per un periodo non
superiore a 5 anni dalla costituzione della società o dal momento in cui il divieto viene introdotto.
Le clausole statutarie finalizzate a limitare la circolazione delle azioni possono assumere più formulazioni.
Le più diffuse sono le clausole di prelazione, le clausole di gradimento e le clausole di riscatto.
CLAUSOLE DI PRELAZIONE: è la clausola che impone al socio, che intende vendere le azioni, di offrirle
preventivamente agli altri soci e di preferirli ai terzi a parità di condizioni. Tale clausola consente quindi di
impedire l'ingresso in società di soci non graditi, senza precludere all'azionista che ne voglia uscire di
realizzare il valore economico della sua partecipazione.
La violazione del patto di preferenza comporta l'inefficacia del trasferimento non solo nei confronti della
società (che potrà rifiutare l’iscrizione dell’acquirente nel registro dei soci), ma anche nei confronti dei soci
beneficiari del diritto di prelazione.
CLAUSOLE DI GODIMENTO: esse possono essere a loro volta distinte in due sottocategorie:
a) clausole che richiedono il possesso di determinati requisiti da parte dell'acquirente (es. Cittadinanza
italiana o appartenenza a determinate categorie professionali)
b) clausole che subordinano il trasferimento delle azioni al consenso di un organo sociale, quasi
sempre il consiglio di amministrazione.
Un'antipatia via crescente hanno suscitato le clausole di gradimento di secondo tipo (definite clausole di
mero gradimento), per il timore che tali clausole possano costituire strumento di abuso a danno dei soci
estranei al gruppo di comando rendendoli prigionieri della società.
Il legislatore è intervenuto sul punto prima nell'85, decretando l'inefficacia delle clausole di mero
gradimento, poi con la riforma del 2003 temperando il relativo divieto.
L'attuale disciplina consente l'inserimento nell'atto costitutivo di clausole che subordinano il trasferimento
delle azioni al mero gradimento di organi sociali o di altri soci se prevedono, in caso di rifiuto del
gradimento, un obbligo di acquisto a carico della società o degli altri soci, oppure il diritto di recesso
dell'alienante. Per la determinazione del corrispettivo dell'acquisto o della quota di liquidazione si applica
la disciplina dettata per il recesso.
CLAUSOLE DI RISCATTO: prevedono un potere di riscatto delle azioni da parte della società o dei soci al
verificarsi di determinati eventi. Es. In caso di morte dell'azionista al fine di evitare che subentrino gli eredi.
Il valore di rimborso di tali azioni è determinato applicando le corrispondenti disposizioni in tema di diritto
di recesso dell'azionista e trova applicazione anche il relativo procedimento di liquidazione.
In caso di riscatto a favore della società trova inoltre applicazione la disciplina dell'acquisto di azioni
proprie.
Le clausole statutarie limitative della circolazione possono essere introdotte o rimosse nel corso della vita
della società con delibera dell'assemblea straordinaria. Ma in tal caso è riconosciuto il diritto di recesso ai
soci che non hanno concorso all'approvazione della delibera.

LE OPERAZIONI DELLA SOCIETA’ SULLE PROPRIE AZIONI.


Le operazioni della società sulle proprie azioni e in particolare la loro sottoscrizione e compravendita sono
particolarmente pericolose sotto più profili.
Pericolose per l'integrità del capitale sociale, potendo dar luogo all'elusione dell'obbligo di conferimento o
del divieto di restituzione anticipata dei conferimenti eseguiti.
Pericolose per il corretto funzionamento dell'organizzazione societaria, per la massa dei diritti di voto di cui
gli amministratori ed il gruppo di comando verrebbero così a disporre a spese del patrimonio sociale.
Pericolose per il mercato dei titoli, potendo dar luogo a manovre speculative volte ad alterare le quotazioni
delle azioni.
Per questi motivi le operazioni della società sulle proprie azioni sono considerate con estremo sfavore da
parte del legislatore e sono in linea di principio vietate, sia pure con alcuni temperamenti.

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Tre sono le situazioni attualmente regolate: sottoscrizione, acquisto delle proprie azioni e altre operazioni
sulle stesse.
SOTTOSCRIZIONE: in nessun caso la società può sottoscrivere proprie azioni. Il divieto ha carattere assoluto
e non soffre eccezioni. Esso opera sia in sede di costituzione della società, sia in sede di aumento del
capitale sociale.
Colpisce tanto la sottoscrizione diretta, compiuta cioè in nome della società, quanto la sottoscrizione
indiretta, compiuta cioè da terzi in nome proprio ma per conto della società.
L'auto sottoscrizione darebbe luogo ad un incremento del capitale sociale nominale senza alcun
incremento del capitale reale, dato che la società diventerebbe creditrice di sé stessa per i conferimenti
dovuti.
Sanzione per la violazione del divieto di auto sottoscrizione: non si ha nullità della sottoscrizione, ma le
azioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai soggetti che materialmente hanno violato il
divieto. Ciò al fine di consentire comunque l’effettiva acquisizione dei relativi conferimenti.
Sottoscrizione diretta: le azioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai promotori e dai soci
fondatori o, in caso di aumento del capitale sociale, dagli amministratori.
Sottoscrizione indiretta: le azioni si intendono sottoscritte dal terzo, che è considerato sottoscrittore in
nome proprio. Della liberazione delle azioni rispondono, solidalmente col terzo, i soci fondatori e i
promotori o, in caso di aumento del capitale sociale, gli amministratori; salvo che tali soggetti non
dimostrino di essere esenti da colpe.
ACQUISTO DI AZIONI PROPRIE: questa operazione può dar luogo ad una riduzione del capitale reale senza
l’osservanza della relativa disciplina e per di più attuata senza riduzione del capitale sociale nominale.
ES: società con capitale sociale 1000, impiega somme per 1000 nell’acquisto di azioni proprie, essa non fa
altro che rimborsare ai soci il valore delle azioni. Il capitale sociale nominale resta invariato, ma il capitale
reale è azzerato in quanto rappresentato ormai solo da pezzi di carta: le azioni proprie in portafoglio, il cui
valore reale è zero in quanto integralmente rimborsato.
È evidente il pericolo per i creditori sociali. Quando essi agiranno sul patrimonio della società, troveranno
solo pezzi di carta.
Queste conseguenze non si verificano, invece, quando nell’acquisto vengono impiegate somme
corrispondenti agli utili o ad altre eccedenze di bilancio disponibili. Queste somme, infatti, possono essere
liberamente distribuite ai soci e perciò possono essere impiegate dalla società anche nell’acquisto di azioni
proprie.
L’operazione è consentita, ma devono essere rispettate 4 condizioni:
1) le somme impiegate nell’acquisto non possono eccedere l’ammontare degli utili distribuibili e delle
riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato
2) le azioni da acquistare devono essere interamente liberate
3) l’acquisto deve essere autorizzato dall’assemblea ordinaria; e la delibera deve fissare le modalità di
acquisto, l’ammontare massimo delle azioni da acquistare e la durata per la quale l’autorizzazione è
accordata (non più di 18 mesi).
4) Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, il valore nominale delle azioni
acquistate non può eccedere la quinta parte del capitale sociale.
Le azioni acquistate violando queste condizioni devono essere vendute entro 1 anno dal loro acquisto. In
mancanza si dovrà procedere al loro annullamento e alla corrispondente riduzione del capitale sociale.
Tale disciplina si applica anche quando la società procede all’acquisto di azioni proprie per tramite di
società fiduciaria o per interposta persona.
Sono previsti dei casi speciali in cui non si applica la disciplina limitativa appena vista; in particolare,
nessuna limitazione è applicabile quando l’acquisto avviene in esecuzione di una delibera assembleare di
riduzione del capitale sociale, da attuarsi mediante riscatto e annullamento di azioni.
Disciplina delle azioni proprie una volta acquistate dalla società: si vuole evitare indebite posizioni di
vantaggio degli amministratori e del gruppo di comando. Il diritto di voto e gli altri diritti amministrativi
sono sospesi. Il diritto agli utili e il diritto di opzione spettano proporzionalmente alle altre azioni.

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Gli amministratori non possono disporre di tali azioni senza previa autorizzazione dell’assemblea, la quale
deve stabilire anche le relative modalità.
ALTRE OPERAZIONI SULLE AZIONI PROPRIE: Assistenza finanziaria per l’acquisto o la sottoscrizione di azioni
proprie; l’accettazione di azioni proprie in garanzia.
Assistenza finanziaria: concedere prestiti o fornire garanzie di qualsiasi tipo a favore di soci o di terzi per la
sottoscrizione o l’acquisto di azioni proprie. Tali operazioni sono permesse previa approvazione
dall’assemblea straordinaria, sulla base di una relazione degli amministratori nella quale:
a) si indica lo specifico interesse della società nel concedere l’assistenza finanziaria.
b) Si attesta che l’operazione avviene a condizioni di mercato e sulla base di una valutazione del
merito di credito della controparte.
Il verbale dell’assemblea, insieme alla relazione degli amministratori, viene pubblicato nel RdI.
I contratti di assistenza finanziaria stipulati senza autorizzazione assembleare sono inefficaci.
La società non può invece accettare azioni proprie in garanzia; l’eventuale accettazione è nulla per
violazione di norma imperativa inderogabile.

LE PARTECIPAZIONI RECIPROCHE.
Le partecipazioni reciproche fra società di capitali danno luogo a pericoli di carattere patrimoniale ed
amministrativo non diversi da quelli visti per la sottoscrizione e l'acquisto di azioni proprie.
Tali pericoli diventano particolarmente accentuati quando fra le due società intercorre un rapporto di
controllo, dato che la controllata può facilmente subire le direttive della controllante nella scelta dei propri
investimenti azionari e nell'esercizio del voto.
La controllante potrebbe perciò agevolmente eludere la disciplina della sottoscrizione e dell'acquisto di
azioni proprie facendo sottoscrivere o acquistare le stesse da una propria controllata.
Questi pericoli sono evidenti nel caso di sottoscrizione reciproca del capitale. Se le due società si
costituiscono o aumentano il capitale sociale sottoscrivendo l’una il capitale dell'altra, si avrà una
moltiplicazione illusoria di ricchezza: aumenta il capitale sociale nominale delle due società, senza che si
incrementi il rispettivo capitale reale. E nel contempo ciascuna delle due società dispone di un pacchetto di
voti da gestire nell'altra.
Alla repressione di tale fenomeno era in passato rivolto solo l’art 2360cc, che vieta alle società “di
costituire o di aumentare il capitale mediante sottoscrizione reciproca di azioni”.
A tale disposizione, rimasta immutata, sì affiancato l’art 2359 quinquies, che detta per la sottoscrizione di
azioni o quote della società controllante una disciplina del tutto identica a quella prevista per la
sottoscrizione di azioni proprie.
In nessun caso, perciò, la società controllata può sottoscrivere un aumento di capitale deliberato dalla
controllante, sia direttamente, sia avvalendosi di terzi.
Identiche sono le sanzioni. Le azioni sono imputate agli amministratori della società controllata che non
dimostrino di essere esenti da colpa, ovvero al terzo che ha sottoscritto le azioni in nome proprio ma per
conto della società controllata.
I pericoli patrimoniali amministrativi delle partecipazioni incrociate si determinano non solo in caso di
sottoscrizione reciproca, ma anche quando l'incrocio è attuato mediante acquisto di azioni già in
circolazione. Con questa sola differenza: la sottoscrizione reciproca dà luogo ad aumento del capitale
nominale senza aumento del capitale reale; l'acquisto reciproco lascia inalterato il capitale nominale, ma
determina una riduzione dei rispettivi capitali reali. L'acquisto reciproco di azioni per importo eccedente gli
utili distribuibili determina un indiretto rimborso dei conferimenti agli azionisti delle due società (la società
A rimborsa i soci della società B e viceversa), Con effetti incrociati del tutto identici a quelli in cui dà luogo
l'acquisto di azioni proprie.
Coerenza vorrebbe perciò che l'acquisto reciproco di azioni fosse assoggettato alla stessa disciplina
prevista per l'acquisto di azioni proprie, ma così non è.
L'attuale disciplina può essere così sintetizzata:

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A) l'acquisto reciproco di azioni è possibile senza alcun limite quando fra le due società non intercorre
un rapporto di controllo e le stesse non sono quotate in borsa.
B) Se l'incrocio è realizzato fra società controllante e controllata, l'acquisto da parte della società
controllata è considerato come effettuato dalla controllante stessa.
È perciò assoggettato alle seguenti limitazioni, in larga parte coincidenti con quelle previste per
l'acquisto di azioni proprie:
1) le somme impiegate nell'acquisto non possono eccedere l'ammontare degli utili distribuibili e
delle riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio approvato della società controllata
2) possono essere acquistate solo azioni interamente liberate
3) l'acquisto deve essere autorizzato dall'assemblea ordinaria della controllata e deve contenere le
stesse specificazioni richieste per l'acquisto di azioni proprie
4) il valore nominale delle azioni acquistate non può eccedere la quinta parte del capitale della
società controllante qualora questa sia una società che faccia ricorso al mercato del capitale di
rischio
5) la società controllata non può esercitare il diritto di voto nelle assemblee della controllante.
Le azioni o quote acquistate in violazione di tali condizioni devono essere alienate entro un anno
dal loro acquisto. In mancanza, la società controllante deve procedere al loro annullamento e alla
corrispondente riduzione del capitale sociale.
La società controllata ha diritto al rimborso del valore delle azioni annullate, determinato secondo i
criteri stabiliti dalla disciplina del diritto di recesso.
C) Diversa è la disciplina degli incroci azionari, che trova applicazione quando entrambe le società
protagoniste dell'incrocio abbiano azioni quotate in borsa, ma tra le stesse non intercorre un
rapporto di controllo.
In tal caso sono previsti solo limiti quantitativi agli incroci azionari: Può superare il tetto del 5% del
capitale con diritto di voto, se la partecipata è una piccola o media impresa e del 3% se la
partecipata è una società diversa.
Qualora la partecipazione incrociata ecceda da entrambi i lati le percentuali massime consentite, la
società che ha superato il limite successivamente:
1) non può esercitare il diritto di voto per le azioni possedute in eccedenza rispetto alla
percentuale consentita
2) deve alienare l'eccedenza entro 12 mesi
3) in caso di mancata alienazione, la sospensione del diritto di voto si estende all'intera
partecipazione e quindi anche alla parte che può essere legittimamente posseduta
qualora il voto venga ugualmente esercitato, le delibere adottate col voto determinante di tali
azioni sono annullabili e l'impugnazione può essere proposta anche dalla Consob.
Questa disciplina si preoccupa essenzialmente di frenare gli abusi di carattere amministrativo degli
incroci azionari, ma è meno sensibile al pericolo di annacquamento dei patrimoni.
Infatti, nel rispetto delle percentuali fissate, le società possono impiegare nell'acquisto anche
somme eccedenti gli utili e le riserve disponibili e quindi dar luogo indirettamente ad un rimborso
dei conferimenti ai soci fuori dai casi previsti dalla legge.

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CAPITOLO 15.
LE PARTECIPAZIONI RILEVANTI. I GRUPPI DI SOCIETA’

LE PARTECIPAZIONI RILEVANTI.
L’INFORMAZIONE SULLE PARTECIPAZIONI RILEVANTI
Trasparenza della compagine azionaria:
Società con azioni quotate→ l’attuale disciplina impone obblighi differenziati a seconda che la società
partecipata sia o no una PMI in base alle soglie dimensionali fissate dalla legge.
Sono tenuti a dare comunicazione alla società partecipata e alla Consob tutti coloro che partecipano,
direttamente o indirettamente, in una società con azioni quotate in misura superiore:
a) al 5% se la partecipata è una PMI
b) al 3% negli altri casi
La funzione principale di tali comunicazioni è quella di rendere note le reali posizioni di potere in
assemblea (infatti per il calcolo delle percentuali si tiene conto solo delle azioni con diritto di voto. NO
azioni di risparmio).
Violazione obblighi di comunicazione: sanzioni pecuniarie + sospensione del voto per le azioni per le quali
sia stata omessa la comunicazione.
Se il voto avviene ugualmente, la relativa delibera è impugnabile se il voto di quel socio è stato
determinante per la formazione della maggioranza.
L’impugnativa può essere proposta anche dalla Consob entro 180gg.
Società per azioni non quotate ma che operano in settori di pubblico interesse → stessa disciplina dettata
per le partecipazioni in società quotate è da applicare a:
a) società bancarie
b) società di intermediazione mobiliare, società di gestione del risparmio e società di investimento a
capitale variabile e fisso
c) società di assicurazione.
Oltre che alla partecipata, le partecipazioni rilevanti (eccedenti le misure fissate nella relativa normativa
speciale) vanno comunicate 1) alla Banca d’Italia 2) alla Consob 3) all’Ivass.
A ciascuno di tali organi di controllo è dato il potere di impugnare le deliberazioni assembleari adottate col
voto determinante di chi ha omesso di effettuare la comunicazione dovuta.

L’ACQUISTO DI PARTECIPAZIONI RILEVANTI IN SOCIETA’ QUOTATE


Chiunque intenda acquistare una partecipazione di controllo in una società con azioni quotate deve
osservare specifiche regole di comportamento.
In passato queste operazioni, se concordate con l'attuale gruppo di comando, avvenivano senza transitare
attraverso la borsa. Il pacchetto di controllo era ceduto direttamente dal titolare dello stesso ad un prezzo
maggiore di quello risultante dalle quotazioni di borsa, con la conseguenza che la massa degli azionisti
investitori non beneficiava dei corrispondenti guadagni differenziali (premio di maggioranza).
Diverse erano le tecniche seguite quando l'attuale gruppo di comando non era disposto a cedere la sua
partecipazione, ma nel contempo non disponeva della maggioranza delle azioni.
In tal caso chi intendeva scalzarlo procedeva a massicci acquisti di azioni di borsa (scalate ostili), diluiti nel
tempo e coperti dall'anonimato fin quando l'obiettivo prefissato non era stato raggiunto.
Ne conseguivano anomale spinte al rialzo delle quotazioni.
Chi intendeva andare alla conquista di una società quotata poteva seguire anche una tecnica alternativa.
Usciva subito allo scoperto e lanciava un'offerta pubblica di acquisto delle azioni (opa) rivolta a tutti gli
azionisti della società bersaglio.
Questa tecnica era certamente più vantaggiosa per la massa degli azionisti investitori e assicurava la
trasparenza dell'operazione. Spesso scatenava però una vera e propria battaglia fra l'offerente e l'attuale
gruppo di comando, che reagiva al tentativo di deposizione sviluppando una serie di strategie difensive

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(acquisto di azioni proprie sul mercato, lancio di un'opa concorrente, aumento consistente del capitale
sociale ecc).
La situazione è radicalmente cambiata a partire dal 92.
L'idea ispiratrice è che il passaggio di proprietà di partecipazioni di controllo di società quotate deve
avvenire con la massima trasparenza e con modalità che consentano a tutti gli azionisti di partecipa di
maggioranza anche l'operazione può comportare.
Sono introdotti due principi cardine:
a) l'offerta pubblica di acquisto è la sola procedura che consente di tutelare gli azionisti di minoranza
in caso di cambiamento del gruppo di comando, poiché consente loro di disinvestire beneficiando
del premio di controllo; l'opa è perciò resa obbligatoria quando è trasferita la partecipazione di
controllo di una società quotata.
b) L'opa, sia essa obbligatoria o volontaria, deve svolgersi nel rispetto di determinate regole di
comportamento fissate a tutela dei destinatari dell'offerta e del regolare funzionamento del
mercato di borsa.
OPA OBBLIGATORIA: OPA SUCCESSIVA TOTALITARIA. Consente agli azionisti di minoranza di società con
titoli quotati di uscire dalla società a seguito del mutamento dell'azionista di controllo. Per titoli si
intendono gli strumenti finanziari che attribuiscono il diritto di voto nell'assemblea ordinaria o
straordinaria.
L'attuale disciplina diversifica in parte le soglie di partecipazione che fanno scattare l'obbligo di opa a
seconda delle dimensioni della società bersaglio.
Come regola generale, è tenuto a promuovere un'offerta pubblica di acquisto chiunque, in seguito ad
acquisti, venga a detenere, direttamente o indirettamente, una partecipazione superiore al 30% dei titoli
che attribuiscono diritto di voto nelle deliberazioni assembleari riguardanti nomina o revoca degli
amministratori o del consiglio di sorveglianza.
Gli statuti delle PMI possono prevedere una soglia diversa, compresa fra il 25 e il 40%.
Nelle società diverse dalle PMI la soglia del 30% è immodificabile. Per queste società di grandi dimensioni è
stata inoltre introdotta anche una seconda soglia: è tenuto a promuovere l'opa chiunque, a seguito di
acquisti, venga a detenere una partecipazione superiore al 25% in assenza di altro socio che detenga una
partecipazione più elevata.
Se sono state emesse azioni a voto plurimo o lo statuto prevede maggiorazioni dei diritti di voto, le soglie
che fanno scattare l'obbligo di opa si calcolano tenendo conto del numero dei voti spettanti all'acquirente
totale dei diritti di voto esercitabili nelle deliberazioni riguardanti la nomina o la revoca degli
amministratori o del consiglio di sorveglianza.
L'offerta deve avere ad oggetto l'acquisto della totalità dei titoli quotati ancora in circolazione.
Fissato per legge è anche il prezzo minimo che deve essere offerto: è il prezzo più elevato pagato
dall'offerente nei 12 mesi anteriori l'offerta pubblica per acquisti di titoli della medesima categoria.
La Consob può tuttavia disporre che l'offerta sia promossa ad un prezzo inferiore o superiore quando
ricorrono particolari circostanze indicate per legge.
OPA FACOLTATIVA: Chi intende acquisire il controllo di una società quotata può sottrarsi all'obbligo di
promuovere l'onerosa opa successiva totalitaria, lanciando un'opa volontaria preventiva che lo porti a
detenere una partecipazione superiore alla soglia rilevante.
L'opa preventiva può a sua volta essere totale o parziale.
L'opa diretta a conseguire tutti i titoli della società bersaglio non è soggetta a condizioni e l'offerente può
fissare liberamente il prezzo di acquisto. (opa prev. Totale)
Opa prev. Parziale → Deve avere per oggetto almeno il 60% dei titoli di ciascuna categoria.
L'esonero dall'opa successiva totalitaria deve essere autorizzato dalla Consob ed è subordinato
all'approvazione dell'offerta da parte degli azionisti di minoranza della società bersaglio.
Un obbligo di opa non sussiste se la partecipazione superiore alla soglia rilevante è detenuta a seguito di
un'offerta pubblica di acquisto o di scambio totalitaria o parziale.

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La Consob disciplina anche gli altri casi in cui il superamento della soglia successiva totalitaria Es. acquisti a
titolo gratuito; operazioni dirette al salvataggio di imprese in crisi.
Oltre al caso di opa successiva, la legge impone a chi consegue una partecipazione quasi totalitaria in una
società quotata di acquistare i titoli ancora in circolazione; ma, a differenza che in passato, non è
necessario che l'obbligato lanci a tal fine un'apposita offerta pubblica di acquisto (opa residuale).
La funzione dell'obbligo di acquisto residuale è di consentire agli azionisti di minoranza l'uscita dalla società
ad un prezzo equo quando la stessa è ormai saldamente in pugno di un predeterminato gruppo di
controllo, sicché il regolare andamento delle negoziazioni è pregiudicato dalla mancanza di un adeguato
flottante (azioni diffuse fra il pubblico).
L'attuale disciplina prevede due casi di obbligo di acquisto residuale:
a) l'offerente che viene a detenere, a seguito di un’offerta pubblica totalitaria, una partecipazione
almeno pari al 95% del capitale rappresentato da titoli della società bersaglio, è tenuta ad
acquistare i restanti titoli da chi gliene faccia richiesta
b) chiunque viene a detenere, in qualsiasi modo, una partecipazione superiore al 90% del capitale
rappresentato da titoli quotati della società bersaglio all'obbligo di acquistare i restanti titoli
quotati, se non ripristina entro 90 giorni un flottante sufficiente ad assicurare un regolare
andamento delle negoziazioni.
In entrambe le ipotesi, l'obbligo di acquisto residuale sussiste soltanto in relazione alle categorie di titoli
per le quali è stata raggiunta la rispettiva soglia limite.
Nel contempo chi viene a detenere, in seguito al lancio di un'opa totalitaria, più del 95% del capitale
rappresentato da titoli ha diritto di acquistare coattivamente le azioni residue purché abbia dichiarato nel
documento di offerta di volersi avvalere di tale diritto.
Il corrispettivo dell'acquisto coattivo viene determinato dalla Consob tenuto conto anche del prezzo di
mercato e del corrispettivo di un'eventuale opa precedente.
La violazione dell'obbligo di promuovere un'opa o di acquisto residuale è colpita con sanzioni
particolarmente dissuasive:
a) il diritto di voto inerente all'intera partecipazione detenuta non può essere esercitato
b) i titoli eccedenti le percentuali che fanno scattare l'obbligo di opa o di acquisto residuale devono
essere alienati entro 12 mesi
c) sanzioni pecuniarie.

LE OFFERTE PUBBLICHE DI ACQUISTO O DI SCAMBIO.


Disciplinato e anche lo svolgimento delle offerte pubbliche di acquisto e di scambio, al fine di garantire la
massima trasparenza dell'operazione e la parità di trattamento dei destinatari dell'offerta.
L'offerta pubblica di acquisto (corrispettivo in denaro) o di scambio (corrispettivo costituito da altri
strumenti finanziari) è una proposta irrevocabile rivolta a parità di condizioni a tutti i titolari dei prodotti
finanziari che ne formano oggetto. Ogni clausola contraria è nulla.
L'offerta si svolge sotto il controllo costante della Consob alla quale sono riconosciuti ampi poteri
regolamentari; La Consob può sospendere o dichiarare decaduta l'offerta in caso di violazione della
disciplina legislativa e regolamentare.
I soggetti che intendono lanciare un'offerta pubblica devono darne comunicazione senza indugio alla
Consob e contestualmente rendere pubblica la notizia con le modalità fissate dalla stessa Consob.
Le offerte pubbliche volontarie devono essere promosse entro 20 giorni dalla comunicazione.
Per promuovere l'opa è necessario presentare alla Consob il documento di offerta destinato alla
pubblicazione. Tale documento deve contenere le informazioni necessarie a consentire ai destinatari di
pervenire ad un fondato giudizio sull'offerta.
La società bersaglio, a sua volta, è obbligata a diffondere un comunicato contenente ogni dato utile per
l'apprezzamento dell'offerta ed una valutazione motivata degli amministratori sull'offerta stessa.
Si apre così la fase delle adesioni all'offerta.

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Con l'attuale disciplina è profondamente mutato l'atteggiamento del legislatore nei confronti delle
tecniche di difesa che il gruppo di comando della società bersaglio, aggredita da un'opa ostile, può porre in
essere per ostacolare il successo dell'iniziativa dell'offerente: massicci aumenti del capitale sociale,
acquisto di azioni proprie, vendita dell'azienda o di rami significativi della stessa ecc.
L'utilizzo di queste tecniche di difesa dopo il lancio dell’opa era drasticamente precluso.
Oggi invece il divieto non ha più carattere assoluto e si articola in due regole:
1) passivity rule: gli amministratori della società bersaglio devono astenersi dal compiere atti o
operazioni che possono contrastare il conseguimento degli obiettivi dell'offerta.
Il divieto può essere però rimosso mediante l'autorizzazione delle misure difensive da parte
dell'assemblea ordinaria o straordinaria.
Inoltre, lo statuto della società bersaglio può derogare in tutto o in parte la regola della passività,
così ampliando le possibilità di difesa contro opa non gradite al gruppo di comando.
2) Regola di neutralizzazione: comporta che, durante l'opa, non hanno effetto nei confronti di
eventuali limitazioni statutarie al trasferimento dei titoli (es. Clausole di prelazione o gradimento).
Inoltre, nelle assemblee chiamate a decidere l'autorizzazione di atti di contrasto all’opa, non
operano le limitazioni al diritto di voto previste nello statuto o da patti parasociali.
Simili effetti di neutralizzazione si producono pure nella prima assemblea successiva all'opa
convocata per modificare lo statuto o per revocare o nominare gli amministratori. In quest'ultimo
caso, però, l'offerente beneficia della regola di neutralizzazione solo se, a seguito dell'opa, detiene
almeno il 75% del capitale con diritto di voto sulla nomina di amministratori e consiglieri di
sorveglianza.
Il nuovo gruppo di comando potrà così approfittarne per nominare amministratori di fiducia e per
modificare clausole statutarie non gradite.
La passivity rule e la regola di neutralizzazione sono inoltre soggette alla clausola di reciprocità: non
operano quando l'opa è promossa da chi non è a sua volta soggetto a tali disposizioni o a disposizioni
equivalenti. (essendo le due clausole frutto di una direttiva europea, ci sono stati membri che le hanno
recepite, come l’Italia, e stati membri che non le hanno recepite. La clausola di reciprocità serve proprio ad
evitare che le società dei paesi che hanno recepito le due regole siano penalizzati quando ricevano
un’offerta pubblica da parte di un acquirente di uno stato membro che non le ha recepite).
In tal caso, però, qualsiasi misura difensiva deve essere espressamente autorizzata dall'assemblea, in vista
di un'eventuale opa lanciata in condizioni di non reciprocità, nei 18 mesi anteriori la comunicazione
dell'offerta.
La società bersaglio può quindi avvalersi di una serie di tecniche di difesa, fra le quali rientra anche il lancio
di un'opa concorrente da parte di eventuali alleati della società bersaglio. Chi ha lanciato l'offerta originaria
può a sua volta reagire all'opa concorrente rilanciando il gioco con un aumento di prezzo o del quantitativo
originariamente richiesto.
Dopo la pubblicazione di un'offerta concorrente o di un rilancio, le adesioni alle altre offerte possono
essere revocate.
Alla scadenza del termine, l'offerta diventa irrevocabile se è stato raggiunto il quantitativo minimo
specificato nel documento di offerta. Se invece le adesioni superano il quantitativo richiesto, il documento
di offerta dovrà specificare se si procederà ad una riduzione proporzionale o se l'offerente si riserva la
facoltà di acquistare ugualmente tutti i titoli.

I GRUPPI DI SOCIETA’
IL FENOMENO DI GRUPPO. I PROBLEMI.
Le società per azioni sono libere di sottoscrivere o acquistare azioni o quote di altre società di capitali.
L'assunzione di partecipazioni è lo strumento principale attraverso il quale si realizza il fenomeno dei
gruppi di società.
Il gruppo di società è un'aggregazione di imprese societarie formalmente autonome ed indipendenti l'una
dall'altra, ma assoggettate tutte ad una direzione unitaria. Tutte sono infatti sotto l'influenza dominante di

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un'unica società (società capogruppo o società madre), che direttamente o indirettamente le controlla e
dirige secondo un disegno unitario la loro attività di impresa, per il perseguimento di uno scopo unitario è
comune a tutte le società del gruppo.
Nei gruppi, ad un'unica impresa sotto il profilo economico corrispondono più imprese sotto il profilo
giuridico: tante quante sono le società del gruppo.
Il gruppo di società e fenomeno largamente diffuso nella pratica. È questo, infatti, l'assetto organizzativo
tipico assunto dalle imprese di grande e grandissima dimensione, a carattere sia nazionale sia
multinazionale, per combinare i vantaggi dell'unità economica della grande impresa con quelli offerti
dall'articolazione in più strutture formalmente distinte e autonome.
Si distinguono i gruppi a catena e i gruppi a raggiera. Nei gruppi a catena, la società A (capogruppo)
controlla la società B, che a sua volta controlla la società C e così via.
Nei gruppi a raggiera, la società capogruppo A controlla e dirige contemporaneamente tutte le altre
società.
Tale fenomeno non è però senza pericoli per l'ordinato funzionamento dell'economia di mercato, per gli
aspetti patologici in cui può dar luogo l'articolazione in più strutture giuridiche di un'impresa
sostanzialmente unitaria.
Per quanto riguarda gli aspetti di diritto societario, la specifica disciplina dettata è diretta a soddisfare tre
ordini di esigenze:
1) assicurare un'adeguata informazione sui collegamenti di gruppo, sui rapporti finanziari e
commerciali fra società del gruppo, nonché sulla situazione patrimoniale e sui risultati economici
del gruppo unitariamente considerato.
2) Evitare che eventuali intrecci di partecipazioni alterino l'integrità patrimoniale delle società
coinvolte
3) evitare che le scelte operative delle singole società del gruppo pregiudichino le aspettative di quanti
fanno affidamento esclusivamente sulla consistenza patrimoniale e sui risultati economici di quella
determinata società.
Il fenomeno del gruppo era pressoché ignorato dal codice del 42 e ancora oggi manca una disciplina
organica ad essi specificamente dedicata.
Gli aspetti più significativi emergono dalle norme che regolano il controllo societario e i rapporti fra società
controllante e sue controllate; nonché da quelle introdotte dalla riforma del 2003, relative all'attività di
direzione e di coordinamento di società.

SOCIETA’ CONTROLLATE E DIREZIONE UNITARIA.


È società controllata la società che si trova sotto l'influenza dominante di altra società, che è in grado di
indirizzarne l'attività.
Il controllo societario può assumere diverse forme:
1) è controllata la società in cui un'altra società dispone della maggioranza dei voti esercitabili
nell'assemblea ordinaria. In tal caso la società controllante è in grado di nominare gli amministratori
della controllata.
2) è controllata la società in cui un'altra società dispone dei voti sufficienti per esercitare un'influenza
dominante nell'assemblea ordinaria. Il rapporto di controllo si fonda sulla partecipazione al
capitale; partecipazione di per sé minoritaria, ma che consente comunque di determinare le
deliberazioni dell'assemblea ordinaria.
3) Si considerano controllate le società che sono sotto influenza dominante di un'altra società in virtù
di particolari vincoli contrattuali con essa. Qui la possibilità di esercitare influenza dominante
prescinde dal possesso di una partecipazione azionaria ed è determinata da particolari rapporti
contrattuali. Es. la società A fornisce alla società B materie prime prodotte in esclusiva e non
agevolmente sostituibili con altre.
Ai fini del solo controllo azionario si computano poi anche i voti spettanti a società controllate, a società
fiduciarie e a persona interposta, con esclusione dei voti spettanti per conto di terzi, quali i voti per delega.

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Il controllo azionario può quindi essere non solo diretto ma anche indietro. ES. se A controlla B che a sua
volta controlla C, quest'ultima società si considera controllata indirettamente da A.
L'esistenza di un rapporto di controllo societario non è sufficiente per affermare che si è in presenza di un
gruppo di società: fa tuttavia presumere l'esercizio dell'attività di direzione e di coordinamento di società
in cui si concretizza l'essenza del fenomeno di gruppo.
In base all'attuale disciplina si presume che l'attività di direzione e di coordinamento di società è esercitata
dalle società o enti tenuti alla redazione del bilancio consolidato, nonché da quelli che comunque la
controllano.
Inoltre, è assoggettato alla relativa disciplina anche chi esercita tali attività sulla base di un contratto con le
società medesime o di clausole dei loro statuti.
Dalle società controllate vanno distinte le società collegate, cioè le società sulle quali un'altra società
esercita un'influenza notevole ma non dominante. L'influenza notevole si presume quando nell'assemblea
ordinaria può essere esercitato, direttamente o indirettamente, almeno un quinto dei voti, o un decimo se
la società partecipata ha azioni quotate in mercati regolamentati.

LA DISCIPLINA DEI GRUPPI.


In base all'attuale disciplina è istituita un'apposita sezione del registro delle imprese nella quale sono
iscritti le società o gli enti che esercitano attività di direzione e coordinamento e le società alla stessa
sottoposte.
Queste ultime sono tenute ad indicare negli atti e nella corrispondenza la soggezione all'altrui attività di
direzione e coordinamento.
Gli amministratori delle società controllate che aumentano di provvedere all'iscrizione o all'indicazione
sono responsabili dei danni che i soci o i terzi hanno subito per la mancata conoscenza di tali fatti.
DIVIETI A CARICO DELLE CONTROLLATE: Disciplina cardine e quella in tema di sottoscrizione e acquisto di
azioni della società controllante da parte delle controllate. Tale disciplina inibisce alle controllate l'esercizio
del diritto di voto per le azioni possedute nel capitale della controllante; inoltre limita le azioni che possono
essere complessivamente possedute dalle società appartenenti ad uno stesso gruppo nel capitale della
controllante (20%).
L’INFORMAZIONE CONTABILE DEL GRUPPO: Specifici obblighi sia a carico della società controllante sia a
carico della società controllata, volti ad evidenziare i reciproci rapporti di partecipazione e finanziari, i
relativi risultati economici, nonché gli effetti che l'attività di direzione e coordinamento ha avuto
sull'esercizio dell'impresa sociale e sui risultati della società controllata.
BILANCIO CONSOLIDATO DI GRUPPO: Un bilancio che consente di conoscere la situazione patrimoniale,
finanziaria ed economica del gruppo considerato unitariamente, attraverso l'eliminazione delle operazioni
intercorse fra le società del gruppo.

LA TUTELA DEI SOCI E DEI CREDITORI DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE.


Tutela degli azionisti esterni e dei creditori delle società controllate contro possibili abusi della
controllante, che induca le prime al compimento di atti vantaggiosi per il gruppo unitariamente
considerato, ma pregiudizievoli per il proprio patrimonio.
Sotto tale profilo resta fermo nel nostro ordinamento il principio cardine della distinta soggettività e della
formale indipendenza giuridica delle società dal gruppo. Il che comporta sia svantaggi che vantaggi.
L'indipendenza formale porta ad escludere che la capogruppo sia responsabile per le obbligazioni assunte
dalle controllate in attuazione della politica di gruppo, ciò anche quando la prima sia socio unico delle
seconde.
L’indipendenza formale comporta però anche che la capogruppo non può legittimamente imporre alle
società figlie il compimento di atti che contrastino con gli interessi delle stesse separatamente considerate.
Contro eventuali abusi dell'influenza dominante della capogruppo restano perciò azionabili rimedi previsti
in via generale dalla disciplina societaria: lenorme in tema di conflitto di interessi dei soci e soprattutto

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degli amministratori; le norme che regolano la responsabilità degli amministratori per i danni da essi
arrecati al patrimonio sociale.
Tali norme non sono del tutto adeguate al fenomeno dei gruppi dato che non sono sempre azionabili dai
soci di minoranza e dai creditori. Inoltre, le norme sul conflitto di interessi possono frapporre ingiustificati
ostacoli al perseguimento della politica di gruppo.
Di questa situazione prende atto la riforma del 2003, che per un verso legittima il perseguimento
dell'interesse di gruppo che peraltro verso introduce specifici strumenti di tutela a favore degli azionisti di
minoranza e dei creditori delle società controllate, destinati a fungere da limiti e da contrappeso
all'esercizio dell'attività di direzione di coordinamento da parte della capogruppo.
È previsto innanzitutto che le decisioni, dell'assemblea o degli amministratori, delle società controllate
ispirate da un interesse di gruppo devono essere adeguatamente motivate, al fine di consentire una
valutazione degli eventuali danni che le stesse arrecano alla società sottoposta all'altrui attività di
direzione.
Una specifica disciplina è poi dettata per i finanziamenti concessi alle società controllate dalla capogruppo
o da altri soggetti alla stessa sottoposti, Al fine di evitare che un eccessivo indebitamento danneggi gli altri
creditori sociali.
Il rimborso di tali finanziamenti infragruppo (ma non di quelli delle controllate a favore della capogruppo) è
postergato rispetto al soddisfacimento degli altri creditori.
Inoltre, se la società finanziata fallisce entro un anno dal rimborso, la somma riscossa deve essere
restituita.
Infine, la società capogruppo è tenuta ad indennizzare direttamente azionisti e creditori delle società
controllate per i danni dagli stessi subiti per il fatto che la propria società si sia attenuta alle direttive di
gruppo lesive del proprio patrimonio.
Ferma restando l'azione di risarcimento danni spettante alla stessa società controllata, è stabilito che le
società o gli enti che agiscono nell'interesse imprenditoriale proprio o altrui in violazione dei principi di
corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società soggette alla loro attività di direzione e
coordinamento “sono direttamente responsabili nei confronti dei soci di queste per il pregiudizio arrecato
alla redditività e al valore della partecipazione sociale nonché nei confronti dei creditori sociali per la
lesione cagionata all'integrità del patrimonio sociale.”
Rispondono inoltre, in solido con la capogruppo, sia coloro che abbiano comunque preso parte al fatto
lesivo, sia coloro che ne abbiano consapevolmente tratto beneficio.
In caso di fallimento, liquidazione coatta amministrativa e amministrazione straordinaria della società
danneggiata, l'azione spettante ai creditori è esercitata dal curatore o dal commissario.
L'azione esercitata dai soci e dai creditori sociali e azione diretta e non surrogatoria di quella che
eventualmente spetta alla società controllata, dunque il risarcimento dei danni spetta direttamente ai
primi e non alla seconda.
Infine, il danno va valutato considerando il risultato complessivo dell'attività di direzione e di
coordinamento e quindi i vantaggi compensativi che possono derivare dall'appartenenza ad un gruppo;
nonché considerando il fatto che il danno può essere stato integralmente eliminato anche a seguito di
specifiche operazioni a tal fine dirette.
Ulteriore novità della riforma del 2003 è il riconoscimento del diritto di recesso ai soci di una società
soggetta all'attività di direzione e di coordinamento, in presenza di eventi riguardanti la società
capogruppo, ma che di riflesso determinano un mutamento delle originarie condizioni di rischio
dell'investimento nelle controllate.
Il diritto di recesso è infatti riconosciuto ai soci di una società non quotata che entra a far parte di un
gruppo o ne esce, se ne deriva un'alterazione delle condizioni di rischio dell'investimento e non venga
promossa un'offerta pubblica di acquisto che consenta al socio di alienare la propria partecipazione.
È inoltre riconosciuto quando la capogruppo delibera una trasformazione che comporta il mutamento del
suo scopo sociale o un cambiamento dell'oggetto sociale, tale da alterare in modo sensibile e diretto le
condizioni economiche e patrimoniali della società controllata.

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È infine riconosciuto quando il socio della controllata abbia esercitato nei confronti della capogruppo
l'azione di responsabilità ed abbia ottenuto una sentenza di condanna esecutiva.

IL GRUPPO INSOLVENTE.
Manca ancora oggi una compiuta disciplina del gruppo insolvente e nessuna disposizione specifica è
dettata in caso di fallimento di una società facente parte di un gruppo.
Può trovare applicazione generale la regola enunciata con riferimento all'amministrazione straordinaria
delle grandi imprese insolventi, la quale dispone che “in caso di direzione unitaria del gruppo, gli
amministratori delle società che hanno abusato di tale direzione rispondono in solido con gli
amministratori della società dichiarata insolvente dei danni da questi cagionati alla società stessa”.
Gli amministratori delle società dominanti sono perciò coinvolti nella responsabilità degli amministratori
delle società dominate per i danni da questi ultimi cagionati alla propria società per il fatto di aver
supinamente dato attuazione alle direttive del gruppo.
Responsabilità che si cumula con quella prevista dal 2497 a carico della stessa capogruppo per abuso di
direzione e coordinamento.

CAPITOLO 16. L’ASSEMBLEA.


I MODELLI ORGANIZZATIVI
La società per azioni si caratterizza per la necessaria presenza di tre distinti organi:
1) L’assemblea dei soci, con funzioni esclusivamente deliberative, le cui competenze sono per legge
circoscritte alle decisioni di maggior rilievo della vita sociale. Non rientra nella competenza
dell'assemblea l'attività deliberativa in merito alla gestione dell'impresa sociale.
2) L'organo amministrativo, cui è devoluta la gestione dell'impresa sociale; nello svolgimento di tale
funzione ha ampi poteri decisionali. Gli amministratori hanno inoltre la rappresentanza legale della
società e ad essi spetta il compito di dare attuazione alle deliberazioni dell'assemblea.
3) L'organo di controllo interno, con funzioni di controllo sull'amministrazione della società.
Per quanto riguarda l'amministrazione e il controllo, il codice del 1942 prevedeva un unico sistema basato
sulla presenza di due organi, entrambi di nomina assembleare:
A) l'organo amministrativo (CdA)
B) collegio sindacale, che inizialmente svolgeva anche funzioni di controllo contabile.
Con la riforma del 98 è del 2003 la revisione legale dei conti è stata sottratta al collegio sindacale ed
affidata ad un organo di controllo esterno alla società: revisore o società di revisione.
Tale sistema tradizionale trova tuttora applicazione in mancanza di diversa previsione statutaria.
La riforma del 2003 ha tuttavia affiancato al sistema tradizionale di amministrazione e di controllo, altri
due sistemi alternativi fra i quali la società può scegliere:
1) Il sistema dualistico: l'amministrazione e il controllo sono esercitati da un consiglio di sorveglianza
(nominato dall'assemblea) e da un consiglio di gestione nominato dal consiglio di sorveglianza.
Il consiglio di sorveglianza è inoltre investito anche di ulteriori competenze che nel sistema
tradizionale sono proprie dell'assemblea (es. approvazione bilancio).
Vi è dunque una netta separazione tra amministrazione e controllo.
2) Sistema monistico: l'amministrazione e il controllo sono esercitati rispettivamente dal consiglio di
amministrazione, nominato dall'assemblea, e da un comitato per il controllo sulla gestione
costituito al suo interno e i cui componenti devono essere dotati di particolari requisiti di
indipendenza e professionalità.
Nessuna separazione, il CdA concentra in sé sia la funzione di amministrazione che di controllo.
Anche per le società che adottano il sistema dualistico o monistico è previsto il controllo contabile esterno.

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NOZIONE E DISTINZIONI.
L'assemblea è l'organo composto dalle persone dei soci. La sua funzione è quella di formare la volontà
della società nelle materie riservate alla sua competenza dalla legge o dall'atto costitutivo.
L'assemblea è organo collegiale che decide secondo il principio maggioritario.
La volontà espressa dai soci riuniti in assemblea vale come volontà della società e vincola tutti i soci, anche
se assenti o dissenzienti.
A seconda dell'oggetto delle deliberazioni, l'assemblea si distingue in ordinaria e straordinaria.
ASSEMBLEA ORDINARIA→ le competenze dell'assemblea ordinaria variano a seconda del sistema di
amministrazione e di controllo adottato.
SISTEMA TRADIZIONALE O MONISTICO: L’assemblea
1) Approva il bilancio
2) nomina revoca gli amministratori, i sindaci e il presidente del collegio sindacale
3) determina il compenso degli amministratori e dei sindaci se non stabilito nell'atto costitutivo
4) delibera sulla responsabilità degli amministratori e dei sindaci
5) delibera sugli altri oggetti attribuiti dalla legge alla competenza dell'assemblea
6) approva l'eventuale regolamento dei lavori assembleari
Con l'attuale disciplina sembra essere venuta meno la possibilità degli amministratori di sottoporre, di
propria iniziativa, all'assemblea operazioni attinenti alla gestione sociale; cioè in quanto la legge afferma
testualmente che “la gestione dell'impresa spetta esclusivamente agli amministratori”.
Rientrano comunque nella competenza dell'assemblea ordinaria tutte le deliberazioni che non sono di
competenza dell'assemblea straordinaria.
ASSEMBLEA STRAORDINARIA → a sua volta delibera:
1) Sulle modificazioni dello statuto
2) sulla nomina, sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori
3) su ogni altra materia espressamente attribuita dalla legge alla sua competenza
L'attuale disciplina amplia la possibilità che lo statuto attribuisca alla competenza dell'organo
amministrativo specifiche materie per legge riservate alla competenza dell'assemblea ordinaria.
Il trasferimento statutario di competenza è possibile nei seguenti casi: fusione tra società controllante e
controllata in caso di società interamente posseduta; indicazioni degli amministratori che hanno la
rappresentanza della società; istituzione e soppressione di sedi secondarie; trasferimento della sede
sociale nel territorio nazionale; riduzione del capitale per perdite quando la società rimette azioni prive di
valore nominale; riduzione del capitale sociale in caso di recesso del socio.
QUORUM RICHIESTI → diversi sono i quorum costitutivi e deliberativi richiesti per l'assemblea ordinaria e
per quella straordinaria. Per evitare che l'assenteismo degli azionisti impedisca di deliberare, è prevista una
seconda convocazione con quorum inferiori per entrambe le assemblee; lo statuto può inoltre prevedere
convocazioni successive qualora la seconda convocazione vada deserta.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, la regola è che l'assemblea si tiene in
unica convocazione alla quale si applicano direttamente quorum ribassati, se lo statuto non prevede
diversamente.
L'assemblea è unica e generale se la società ha emesso solo azioni ordinarie. Quando invece sono state
emesse diverse categorie di azioni, o strumenti finanziari che conferiscono diritti amministrativi,
all'assemblea generale si affiancano le assemblee speciali di categoria.
Alle assemblee speciali si applicano le norme dettate per l'assemblea straordinaria, se le azioni speciali non
sono quotate. Si applica la disciplina dell'assemblea degli azionisti di risparmio, se le azioni speciali sono
quotate.

IL PROCEDIMENTO ASSEMBLEARE.
La convocazione dell'assemblea è decisa dall'organo amministrativo, il quale può disporre la stessa ogni
volta lo ritenga opportuno.
La convocazione da parte degli amministratori è obbligatoria in una serie di casi, in particolare, essi:

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A) Devono convocare l'assemblea ordinaria almeno una volta l'anno, entro il termine stabilito dallo
statuto che comunque non può essere superiore a 120 giorni dalla chiusura dell'esercizio per
consentire l'approvazione del bilancio.
B) Devono convocare senza ritardo l'assemblea quando ne sia fatta richiesta da tanti soci che
rappresentano almeno il decimo del capitale sociale. Se gli amministratori, o in loro vece i sindaci,
non provvedono, la convocazione dell'assemblea è ordinata con decreto dal tribunale, il quale
designa anche la persona che deve presiederla. Il tribunale deve però previamente sentire l'organo
amministrativo e di controllo della società e convocherà l'assemblea solo se il rifiuto degli stessi
risulti ingiustificato.
Nelle società quotate, i soci che rappresentano almeno un quarantesimo del capitale possono chiedere
l'integrazione dell'ordine del giorno di un'assemblea già convocata o presentare proposte di deliberazione
su argomenti già all'ordine del giorno.
La relativa domanda va presentata entro 10 giorni dalla pubblicazione dell'avviso di convocazione.
Né la convocazione, né l'integrazione dell'ordine del giorno su richiesta della minoranza sono ammesse
quando si tratti di argomenti sui quali l'assemblea deve deliberare su proposta degli amministratori.
La convocazione dell'assemblea deve essere poi disposta dal collegio sindacale ogni qualvolta la
convocazione sia obbligatoria e gli amministratori non vi abbiano provveduto.
Il collegio sindacale può inoltre convocare l'assemblea, previa comunicazione al presidente del consiglio di
amministrazione, qualora nell'espletamento del suo incarico ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi
sia urgente necessità di provvedere.
Inoltre, nelle società quotate il potere di convocazione può essere esercitato anche da solo due membri
effettivi del collegio sindacale.
PROCEDURA DI CONVOCAZIONE: L’assemblea è convocata nel comune dove ha sede la società, se lo
statuto non dispone diversamente.
SOCIETA’ NON QUOTATE: la convocazione è effettuata mediante avviso da pubblicare nella Gazzetta
ufficiale della Repubblica, almeno 15 gg prima.
In alternativa, lo statuto delle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio può
consentire la convocazione mediante avviso comunicato ai soci almeno 8 giorni prima, con mezzi che
garantiscano la prova dell'avvenuto ricevimento (raccomandata a/r, fax, e-mail).
SOCIETA’ QUOTATE: l'avviso di convocazione deve essere pubblicato almeno 30 giorni prima
dell'assemblea sul sito Internet della società, e con le altre modalità fissate dalla Consob.
L'avviso deve contenere le indicazioni del giorno, dell'ora e del luogo dell'adunanza, nonché l'elenco delle
materie da trattare (ordine del giorno).
ASSEMBLEA TOTALITARIA: Anche in assenza di convocazione, l'assemblea è regolarmente costituita
quando è rappresentato l'intero capitale sociale e partecipa all'assemblea la maggioranza dei componenti
degli organi amministrativi e di controllo.
Agli assenti deve essere data tempestiva comunicazione delle deliberazioni assunte.
L'assemblea totalitaria può deliberare su qualsiasi argomento ma, ciascuno degli intervenuti può opporsi
alla discussione degli argomenti sui quali non si ritenga sufficientemente informato, impedendo così che si
arrivi a deliberare su quel punto.
Una volta costituita, l'assemblea è presieduta dalla persona indicata nello statuto o, in mancanza, da quella
eletta con il voto della maggioranza dei presenti. Il presidente è assistito da un segretario designato nello
stesso modo.
Il presidente assicura che l'assemblea si svolga in modo ordinato e nel rispetto delle norme che ne
regolano l'attività, nello specifico egli: verifica la regolarità della costituzione dell'assemblea; accerta
l'identità e la legittimazione dei presenti; regola il suo svolgimento e accerta i risultati delle votazioni.
Ai soci intervenuti, che raggiungono il terzo del capitale sociale rappresentato in assemblea, è riconosciuto
il diritto di chiedere il rinvio dell'adunanza di non oltre 5 giorni, dichiarando di non essere sufficientemente
informati sugli argomenti posti in discussione. Il diritto di rinvio può essere esercitato una sola volta per lo
stesso oggetto.

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Le delibere assembleari devono constare da verbale, sottoscritto dal presidente e dal segretario.
Se si tratta di assemblea straordinaria, il verbale deve essere redatto da un notaio.
I verbali devono essere poi trascritti nell'apposito libro delle adunanze e delle deliberazioni dell'assemblea.
Contenuto del verbale: deve indicare la data dell'assemblea, l'identità dei partecipanti e il capitale
rappresentato da ciascuno; devi indicare le modalità e il risultato delle votazioni e deve consentire
l'identificazione dei soci favorevoli, astenuti o dissenzienti.
Il verbale deve essere redatto senza ritardo all’assemblea.

COSTITUZIONE DELL’ASSEMBLEA. VALIDITA’ DELLE DELIBERAZIONI.


Per essere approvate le deliberazioni devono conseguire il voto favorevole della maggioranza dei soci
prevista dalla legge o dallo statuto, e le delibere approvate dalla maggioranza vincolano tutti i soci.
La disciplina delle maggioranze assembleari cerca di realizzare un punto di equilibrio fra l'esigenza di
agevolare la formazione delle delibere è quella di tutelare adeguatamente le minoranze. Di qui la
previsione di maggioranze diversificate per l'assemblea ordinaria e straordinaria.
Sono state inoltre diversificate le regole dei quorum valevoli per le società che fanno ricorso al mercato del
capitale di rischio, dove maggiormente diffuso è il fenomeno dell'assenteismo dei piccoli soci in assemblea:
per queste società l'attuale disciplina prevede che l'assemblea si tenga in unica convocazione col quorum
ridotti; mentre per le società che non ricorrono al capitale di rischio vige un sistema di maggioranze a
pluralità di convocazioni.
QUORUM COSTITUTIVO: la parte del capitale sociale che deve essere rappresentata in assemblea perché
questa sia regolarmente costituita e possa iniziare i lavori,
QUORUM DELIBERATIVO: la parte del capitale sociale che si deve esprimere a favore di una determinata
deliberazione perché questa sia approvata.
ASSEMBLEA ORDINARIA → in prima convocazione è regolarmente costituita quando è rappresentata
almeno la metà del capitale sociale con diritto di voto. Questa delibera col voto favorevole della metà +1
delle azioni che hanno preso parte alla votazione per quella determinata delibera (maggioranza assoluta).
Nessun quorum costitutivo è richiesto per l'assemblea ordinaria di seconda convocazione, che dunque può
validamente deliberare qualunque sia la parte del capitale rappresentato in assemblea. Le delibere sono
approvate se riportano il voto favorevole della maggioranza delle azioni che hanno preso parte alla
votazione.
ASSEMBLEA STRAORDINARIA → per la prima convocazione non è espressamente previsto un quorum
costitutivo, anche se lo stesso risulta indirettamente dal fatto che il quorum deliberativo è rappresentato
da aliquote dell'intero capitale sociale con diritto di voto e non del solo capitale intervenuto in assemblea.
Infatti, in prima convocazione, l'assemblea straordinaria delibera col voto favorevole di tanti soci che
rappresentano più della metà del capitale sociale.
Per la seconda convocazione, l'assemblea straordinaria è regolarmente costituita con la partecipazione di
oltre un terzo del capitale sociale e delibera con il voto favorevole di almeno due terzi del capitale
rappresentato in assemblea.
Per delibere di particolare importanza è richiesta anche in seconda convocazione la maggioranza di più di
un terzo del capitale sociale.
SOCIETA’ CHE FANNO RICORSO AL MERCATO DEL CAPITALE DI RISCHIO → la disciplina delle assemblee
straordinarie prevede una differenziazione fra quorum costitutivo e quorum deliberativo fin dalla prima
convocazione. Se la società adotta il sistema a pluralità di convocazioni, il quorum costitutivo minimo è
almeno la metà del capitale sociale in prima convocazione e più di un terzo in seconda convocazione.
Per quanto riguarda i quorum deliberativi è stabilito che l'assemblea straordinaria delibera sia in prima che
in seconda convocazione, con il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in
assemblea.

Lo statuto può modificare solo in aumento le maggioranze previste per l'assemblea ordinaria di prima
convocazione e quelle dell'assemblea straordinaria; inoltre, lo statuto può prevedere maggioranze più

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elevate anche per l'assemblea ordinaria di seconda convocazione, tranne che per l'approvazione del
bilancio e per la nomina e la revoca delle cariche sociali. Ciò al fine di evitare che possa essere impedita
l'adozione di delibere essenziali per la vita corrente della società.
È consentito che lo statuto preveda convocazioni ulteriori sia dell'assemblea ordinaria che di quella
straordinaria; convocazioni alle quali si applicano le disposizioni della seconda convocazione.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, nelle convocazioni dell'assemblea
straordinaria successive alla seconda, il quorum costitutivo è ridotto ad almeno un quinto del capitale
sociale, fermo restando che è necessario il voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato
in assemblea per l'approvazione della delibera.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio il sistema della pluralità di convocazioni è
meramente opzionale. Se lo statuto non dispone diversamente, le assemblee di queste società si tengono
in unica convocazione alla quale si applicano direttamente le maggioranze più basse previste dal sistema
con più convocazioni: cioè le maggioranze richieste per l'assemblea ordinaria di seconda convocazione e
per quella straordinaria nelle convocazioni successive alla seconda.

IL DIRITTO DI INTERVENTO. IL DIRITTO DI VOTO.


Possono intervenire in assemblea, insieme ad amministratori, sindaci e rappresentante comune degli
azionisti di risparmio, coloro a cui spetta il diritto di voto: quindi gli azionisti con diritto di voto, nonché i
soggetti che pur non essendo soci hanno diritto di voto, come l'usufruttuario o il creditore pignoratizio.
Il diritto di intervento non compete invece agli azionisti senza diritto di voto (es. Azionisti di risparmio).
LEGITTIMAZIONE ALL’INTERVENTO:
SOCIETA’ NON QUOTATE: la titolarità del diritto di voto deve sussistere nel giorno stesso dell'adunanza.
Lo statuto può però imporre il preventivo deposito delle azioni entro un termine prefissato presso la sede
della società o presso le banche indicate nell'avviso di convocazione, nonché il divieto di ritiro anticipato
delle stesse.
SOCIETA’ QUOTATE: la legittimazione di intervenire in assemblea si determina immodificabilmente con
riferimento alla situazione esistente “al termine della giornata contabile del settimo giorno di mercato
aperto” precedente l'adunanza (data di registrazione). Le azioni restano alienabili anche dopo tale data, ma
i trasferimenti delle azioni avvenuti successivamente al termine di riferimento, non rilevano ai fini della
legittimazione all'esercizio del diritto di voto in assemblea.

LA RAPPRESENTANZA IN ASSEMBLEA.
Gli azionisti possono partecipare all'assemblea sia personalmente sia a mezzo di rappresentante.
L'istituto della rappresentanza in assemblea consente la partecipazione indiretta dei piccoli azionisti alla
vita della società e agevole il raggiungimento delle maggioranze assembleari nelle società con diffuso
assenteismo dei soci.
Nel contempo, però, può prestarsi ad abusi: attraverso il rastrellamento delle deleghe il gruppo minoritario
di comando delle società o gli amministratori possono rafforzare le proprie posizioni di potere a spese dei
piccoli azionisti.
Per questo il legislatore interviene la prima volta nel 1974, introducendo una serie di limitazioni volte ad
ostacolare la raccolta delle deleghe.
Coloro ai quali spetta il diritto di voto possono farsi rappresentare in assemblea. Nelle società che non
fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, però, lo statuto può escludere o limitare tale facoltà.
La delega deve essere conferita per iscritto e deve contenere il nome del rappresentante.
Il rappresentante, a sua volta, può farsi sostituire da altri solo se la delega lo prevede.
Inoltre, nelle società non quotate, anche la persona del sostituto deve essere espressamente indicata nella
delega.
Le società o gli enti possono delegare solo un proprio dipendente o collaboratore. La delega è sempre
revocabile.
Altre limitazioni, sempre introdotte nel 74, valgono solo per le società non quotate:

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la rappresentanza non può essere conferita ad una serie di soggetti, espressione del gruppo di comando
della società o sotto l'influenza dello stesso (membri degli organi amministrativi e di controllo; revisore
legale dei conti; società controllate).
Con la riforma del 98 è stato invece soppresso il divieto di rappresentanza per le banche (introdotto nel
74).
Sempre nelle società non quotate, vigono limitazioni anche per quanto riguarda il numero dei soci che la
stessa persona può rappresentare in assemblea: non più di 20 soci; o se si tratta di società che fanno
ricorso al mercato del capitale di rischio non più di 50, 100 o 200 soci, a seconda che il capitale della società
non superi i 5 milioni di euro, non superi i 25 milioni o infine superi quest'ultima cifra.
Con la riforma del 2003 è stata circoscritta alle sole società che fanno ricorso al capitale di rischio la regola
secondo cui la rappresentanza può essere conferita solo per singole assemblee.
Tale limitazione non opera se si tratta di procura generale o di procura conferita ad un proprio dipendente
da società o da altri enti.
Il solo risultato di tutte queste riforme è stato quello di rendere più complesso e costoso il rastrellamento
delle procure, nonché di scoraggiare ulteriormente la partecipazione indiretta alle assemblee dei piccoli
azionisti.
Si sarebbe potuto, anziché scoraggiare le deleghe, fare in modo che i piccoli azionisti rilasciassero le stesse
in modo consapevole, attraverso una dettagliata informazione preventiva sul perché si richiede la delega,
sul modo in cui i voti raccolti saranno utilizzati in assemblea, sui vantaggi e sugli svantaggi che potranno
derivare alla società e agli azionisti.
È proprio questa la via seguita, a partire dal 2010, per le società quotate. In particolare:
1) è stato permesso di conferire la delega anche in via elettronica
2) se lo statuto non dispone diversamente, la società è tenuta a designare per ciascuna assemblea un
soggetto al quale gli azionisti possono conferire senza spese una delega con istruzioni di voto su
tutte o su alcune proposte all'ordine del giorno.
3) Sono stati soppressi i limiti quantitativi al cumulo delle deleghe da parte del medesimo
rappresentante e sono caduti anche i divieti soggettivi già visti per le società non quotate.
Nel contempo, tuttavia, nelle società quotate è affermato il principio che il rappresentante deve
comunicare per iscritto al socio le circostanze da cui deriva una sua condizione di conflitto di interessi, e in
questo caso la procura dovrà contenere specifiche istruzioni di voto da parte del socio per ciascuna
delibera per cui è stata conferita la rappresentanza, senza che i rappresentanti possa discostarsene.
Tale obbligo grava in particolare su alcuni soggetti elencati dalla legge, che sono considerati in ogni caso in
conflitto di interessi: membri degli organi amministrativi e di controllo; dipendenti delle società; soggetti
controllanti, controllati o collegati alla società ecc.
La disciplina nelle società quotate contempla infine due istituti specificamente volti ad agevolare la
raccolta delle deleghe sia da parte del gruppo di comando delle società quotate, sia da parte degli azionisti
di minoranza che ne vogliano contrastare le proposte assembleari:
1) SOLLECITAZIONE → è la richiesta di conferimento di deleghe di voto rivolta da uno o più soggetti a
più di 200 azionisti su specifiche proposte di voto ovvero accompagnata da raccomandazioni,
dichiarazioni o altre indicazioni idonee a influenzarne il voto.
Il promotore effettua la sollecitazione mediante la diffusione di un prospetto e di un modulo di
delega che devono contenere informazioni idonee a consentire all'azionista di assumere una
decisione consapevole.
2) RACCOLTA DI DELEGHE → è la richiesta di conferimento di deleghe di voto effettuata dalle
associazioni di azionisti esclusivamente nei confronti dei propri associati. Risponde allo scopo di
agevolare l'esercizio indiretto del voto da parte di piccoli azionisti già organizzati in associazione per
la difesa dei comuni interessi. Essa non costituisce sollecitazione.
La Consob stabilisce regole di trasparenza e di correttezza per lo svolgimento della sollecitazione e della
raccolta di deleghe. La delega rilasciata deve contenere istruzioni di voto. E inoltre liberamente revocabile
fino al giorno precedente l'assemblea.

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LIMITI ALL’ESERCIZIO DI VOTO. IL CONFLITTO DI INTERESSI.

Con l'esercizio del diritto di voto il socio concorre alla formazione della volontà sociale in proporzione del
numero di azioni possedute.
L'esercizio del diritto di voto è in via di definizione rimesso l'apprezzamento discrezionale del socio, il quale
deve però esercitarlo in modo da non arrecare danno al patrimonio della società.
Questo limite si desume con chiarezza dalla disciplina del conflitto di interessi dettata dal 2373 cc.
Versa in conflitto di interessi l'azionista che in una determinata delibera ha, per conto proprio o altrui, un
interesse personale contrastante con l'interesse della società.
In presenza di tale situazione, al socio non è più fatto divieto di votare; egli oggi è libero di votare o di
astenersi, ma se vota, la delibera approvata con il suo voto determinante è impugnabile qualora possa
recare danno alla società.
La delibera adottata col voto del socio in conflitto di interessi non è perciò senza altro annullabile; a tal fine
è necessario che ricorrano due ulteriori condizioni: a) Che il suo voto sia stato determinante b) che la
delibera possa danneggiare la società.
Due ipotesi tipiche di conflitto di interessi sono previste dal 2373, il quale:
A) Vieta ai soci amministratori di votare nelle deliberazioni riguardanti la loro responsabilità
B) Vieta, nel sistema dualistico, ai soci componenti del consiglio di gestione di votare nelle
deliberazioni riguardanti la nomina, la revoca o la responsabilità dei consiglieri di sorveglianza.
In tali casi il conflitto è certo e il pericolo di danno è evidente, quindi il voto è inibito.
Si può verificare che una deliberazione sia adottata dalla maggioranza per danneggiare non la società,
bensì i soci di minoranza. Es. Si delibera di aumentare il capitale sociale a pagamento al solo fine di ridurre
la quota di partecipazione di un socio di minoranza impossibilitato a sottoscrivere l'aumento.
In questi casi la disciplina del 2373 non è invocabile, poiché la società non subisce alcun danno
patrimoniale.
Dottrina e giurisprudenza non sono però insensibili all'esigenza di reprimere gli abusi della maggioranza a
danno della minoranza e desumono, dal principio generale di correttezza e buona fede nell'attuazione del
contratto, un ulteriore limite alla libertà di voto. Si perviene così ad affermare l'annullabilità della delibera
quando la stessa sia ispirata dal solo scopo di danneggiare i singoli soci.

I SINDACATI DI VOTO.
I sindacati di voto sono accordi (patti parasociali) con i quali alcuni soci impegnano a concordare
preventivamente il modo in cui votare in assemblea.
Essi possono avere carattere occasionale o permanente.
In questo secondo caso, possono essere a tempo determinato o a tempo indeterminato, nonché riguardare
tutte le delibere assembleari o soltanto quelle di un determinato tipo.
Si può stabilire che il modo in cui votare sarà deciso all'unanimità, o a maggioranza dei soci sindacati.
Vantaggi: essi danno un indirizzo unitario all’azione dei soci sindacati e se questi costituiscono il gruppo di
comando, il patto di sindacato consente di dare stabilità di indirizzo alla condotta della società.
L’accordo di sindacato consente una migliore difesa dei comuni interessi se stipulato fra soci di minoranza.
Pericoli: i sindacati di comando cristallizzano il gruppo di controllo, soprattutto se stipulati a lungo termine
o a tempo indeterminato. Ancora, con i sindacati di comando il procedimento assembleare finisce con
l’essere rispettato solo formalmente, dato che di fatto le decisioni vengono prese prima e fuori
l’assemblea.
Certo, sono sempre necessarie le maggioranze prescritte per legge per l’approvazione delle delibere;
sostanzialmente però chi decide è solo la maggioranza dei soci sindacati, che può perciò controllare la
società anche senza disporre della maggioranza del capitale.

Il sindacato di voto, come patto parasociale, è produttivo di effetti solo fra le parti e non nei confronti della
società. Perciò il voto dato in assemblea resta valido anche se espresso in violazione degli accordi di

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sindacato, ma il socio che ha votato in modo difforme da quanto preventivamente convenuto sarà tenuto a
risarcire i danni da lui arrecati agli altri aderenti al patto.
Il profilo su cui incidono i sindacati di voto è quello dell’esatta individuazione dei reali centri di potere della
società che essi concorrono a determinare, attraverso la concentrazione e l’indirizzo unitario dei voti.
È proprio questa la strada imboccata dal legislatore con le riforme del 98 e del 2003, rispettivamente
riferite alle società quotate e alle società non quotate.
DURATA: Nelle società non quotate non solo i sindacati di voto, ma anche gli altri patti stipulati al fine di
stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società (es. Sindacati di blocco), non possono avere
durata superiore a 5 anni, ma sono rinnovabili alla scadenza. Inoltre, possono essere stipulati anche a
tempo indeterminato, ma in tal caso ciascun contraente può recedere con un preavviso di 180 giorni.
Identica disciplina è prevista per le società quotate, con la sola differenza che i patti a tempo determinato
non possono avere durata superiore a tre anni.
Infine, per le sole società non quotate, i limiti di durata non si applicano ai patti strumentali ad accordi di
collaborazione nella produzione e nello scambio di beni o servizi e relativi a società interamente possedute
dai partecipanti all'accordo.
PUBBLICITA’: i patti parasociali sono soggetti ad un particolare regime di pubblicità, che però è diverso per
le società quotate e per quelle non quotate che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
In queste ultime società i patti parasociali devono essere comunicati alla società e dichiarati in apertura di
assemblea. La dichiarazione deve essere trascritta nel verbale di assemblea che deve essere depositato
presso l'ufficio del registro delle imprese.
L'omessa dichiarazione è sanzionata con la sospensione del diritto di voto delle azioni cui si riferisce il patto
parasociale e la conseguente impugnabilità della delibera qualora sia stata adottata col voto determinante
di tali azioni.
Nelle società quotate i sindacati di voto e gli altri patti parasociali devono essere comunicati alla Consob,
pubblicati per estratto sulla stampa quotidiana e depositati presso il registro delle imprese entro brevi
termini fissati per legge. La violazione di tali obblighi di trasparenza comporta la nullità dei patti e la
sospensione del diritto di voto relativo alle azioni sindacate. In caso di inosservanza, la delibera
assembleare è impugnabile, anche da parte della Consob, qualora sia stata adottata col voto determinante
di tali azioni.
Nessuna forma di pubblicità è prevista per i patti parasociali riguardanti società che non fanno ricorso al
mercato del capitale di rischio.

LE DELIBERAZIONI ASSEMBLEARI INVALIDE


l'invalidità delle delibere assembleari può essere determinata dalla violazione delle norme che regolano il
procedimento assembleare o da vizi che riguardano il contenuto della delibera.
Anche per le delibere assembleari opera la distinzione fra nullità e annullabilità propria della disciplina dei
contratti.
Le cause di nullità e di annullabilità delle delibere assembleari e la relativa disciplina sono delineate in
modo autonomo e parzialmente diverso rispetto all'invalidità negoziale.
Nel codice del 1942 la nullità si presentava come sanzione eccezionale prevista solo per le delibere aventi
oggetto impossibile o illecito. I vizi di procedimento davano vita sempre e soltanto all'annullabilità della
delibera e non alla più grave sanzione della nullità. Perciò, decorso il termine breve di tre mesi concesso
per l'impugnativa, la delibera non era più contestabile per vizi procedimentali anche gravi.
Questo era il diritto scritto nelle pagine del codice. Altro era il diritto vivente nelle aule dei tribunali.
Larga parte degli interpreti avevano ritenuto che le scelte fatte dal legislatore fossero scarsamente
protettive del rispetto e della legalità e della posizione dei soci di minoranza.
Non potendosi però contestare che le cause di nullità erano solo quelle previste dal codice, si era aggirato
l'ostacolo introducendo, accanto alle delibere nulle e annullabili, una terza categoria del tutto ignota al
codice: le delibere inesistenti.

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Tali erano considerate le delibere che presentavano vizi di procedimento talmente gravi da precludere la
possibilità stessa di qualificare l'atto come delibera assembleare.
In tal caso si deve parlare di delibera inesistente per mancanza dei requisiti minimi essenziali.
Per una delibera inesistente la sanzione non poteva che essere la nullità radicale.
Si arrivava così ad estendere la sanzione della nullità anche a delibere che presentavano solo vizi di
procedimento.
Non essendo l'inesistenza codificata ma totalmente arbitraria, l'incertezza regnava sovrana.
La riforma del 2003 introduce una disciplina il cui obiettivo di fondo è quello di far cessare la categoria
giurisprudenziale delle delibere inesistenti riconducendo nelle categorie della nullità o dell'annullabilità
tutti i possibili vizi delle delibere assembleari.
DELIBERE ANNULLABILI:
L'annullabilità costituisce la regola per le delibere assembleari invalide.
Sono semplicemente annullabili tutte le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge o dello
statuto; mentre la più grave sanzione della nullità scatterà soltanto nei tre casi tassativamente indicati dal
2379cc.
Possono dar vita solo ad annullabilità della delibera:
a) la partecipazione all'assemblea di persone non legittimate, ma solo se tale partecipazione sia stata
determinante per la regolare costituzione dell'assemblea
b) L'invalidità dei singoli voti o il loro errato conteggio, ma solo se determinanti per il raggiungimento
della maggioranza
c) l'incompletezza o inesattezza del verbale, ma solo quando impediscono l'accertamento del
contenuto, degli effetti e della validità della delibera.
L'impugnativa può essere proposta solo dai soggetti espressamente previsti dalla legge. Vale a dire: soci
assenti, dissenzienti o astenuti; amministratori; consiglio di sorveglianza e collegio sindacale.
Legittimato all'impugnativa è anche il rappresentante comune degli azionisti di risparmio.
La legittimazione all'impugnativa non compete quindi ai soci che abbiano votato a favore della delibera.
In alcuni casi tassativamente previsti l'impugnativa può essere proposta anche dalla Consob, dalla Banca
d'Italia o dall'Ivass.
Inoltre, al fine di evitare azioni pretestuose o di mero disturbo, il diritto di impugnativa non è più
riconosciuto ad ogni socio con diritto di voto, bensì solo agli azionisti con diritto di voto che rappresentano,
anche congiuntamente, l'uno per mille del capitale sociale nelle società che fanno ricorso al mercato del
capitale di rischio e il 5% nelle altre.
Lo statuto può ridurre o escludere questo requisito.
Come correttivo della limitazione del diritto di impugnativa, è riconosciuto ai soci non legittimati a proporla
il diritto di chiedere il risarcimento dei danni loro cagionati dalla non conformità della delibera alla legge o
allo statuto.
L'impugnativa o l'azione di risarcimento danni devono essere proposte entro 90 giorni dalla data della
deliberazione o, se questa è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese, 90 giorni dall'iscrizione.
Il termine è allungato a 180 giorni per la Consob, per la Banca d'Italia e per l'Ivass.
L'azione di annullamento è proposta davanti al tribunale delle imprese competente per il luogo dove la
società ha sede.
I soci impegnanti devono dimostrare di essere possessori al tempo dell'impugnazione del prescritto
numero di azioni; se questo viene meno nel corso del processo, il giudice non può pronunciare
l'annullamento e provvede solo sul risarcimento dell'eventuale danno, ove richiesto.
La proposizione dell'azione non sospende di per sé l’esecuzione della delibera; la sospensione può essere
disposta su richiesta dell'impugnante, previa comparazione fra danno alla società e danno del ricorrente, e
dopo aver sentito amministratori e sindaci.
L'annullamento ha effetto per tutti i soci ed obbliga gli amministratori a prendere i provvedimenti
conseguenti. Restano in ogni caso salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti in
esecuzione della delibera.

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L'annullamento non può avere luogo se la delibera è sostituita con altra presa in conformità della legge o
dello statuto o è stata revocata dall'assemblea.

LE DELIBERAZIONI NULLE.
La delibera è nulla solo nei tre casi tassativamente indicati dal 2379:
1) oggetto impossibile o illecito; vale a dire contrario a norme imperative, all'ordine pubblico o al buon
costume. ES: si delibera di non redigere il bilancio di esercizio.
Nullità si ha anche quando la delibera ha oggetto lecito ma contenuto illecito ES: l'assemblea
approva un bilancio falso.
2) Mancata convocazione dell'assemblea. Si precisa però che:
a) la convocazione non si considera mancante e non si ha nullità della delibera nel caso di
irregolarità dell'avviso, se questo è idoneo a consentire a coloro che hanno diritto di intervenire
di essere preventivamente avvertiti della convocazione e della data dell'assemblea.
b) L'azione di nullità non può essere esercitata da chi abbia dichiarato il suo assenso allo
svolgimento dell'assemblea.
3) mancanza del verbale, si precisa però che:
a) il verbale non si considera mancante se contiene la data della deliberazione e il suo oggetto ed
è sottoscritto dal presidente dell'assemblea o dal presidente del consiglio d'amministrazione.
b) La nullità per mancanza del verbale è sanata con effetto retroattivo mediante verbalizzazione
eseguita prima dell'assemblea successiva, salvi i diritti dei terzi che in buona fede ignoravano la
deliberazione.
La disciplina degli effetti delle delibere nulle: la nullità delle delibere assembleari può essere fatta valere da
chiunque vi abbia interesse e può essere rilevata anche d'ufficio dal giudice.
Possono essere impugnate senza limiti di tempo solo le delibere che modificano l'oggetto sociale
prevedendo attività illecite o impossibili. In tutti gli altri casi è introdotto un termine di decadenza di tre
anni, che decorre dalla data di iscrizione o deposito nel registro delle imprese, se la deliberazione vi è
soggetta, altrimenti dalla trascrizione nel libro delle adunanze dell'assemblea.
Inoltre, così come previsto per le delibere annullabili:
a) anche la dichiarazione di nullità non pregiudica i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad
atti compiuti in esecuzione della delibera
b) la nullità non può essere dichiarata se la delibera è sostituita con altra presa in conformità della
legge.
Una specifica disciplina è prevista per alcune delibere di particolare rilievo: aumento del capitale sociale,
riduzione reale del capitale, emissione delle obbligazioni.
Per tali delibere l'azione di nullità è soggetta al più breve termine di decadenza di 180 giorni.
In caso di mancata convocazione, il termine è di 90 giorni dall'approvazione del bilancio.
Se si tratta di società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, anche se tali termini non sono
trascorsi, la nullità della delibera di aumento del capitale sociale (di riduzione reale del capitale o di
emissione delle obbligazioni) non può essere più pronunciata dopo che è stata iscritta nel registro delle
imprese l'attestazione che l'aumento è stato anche parzialmente eseguito.
Resta comunque salvo il diritto al risarcimento del danno eventualmente spettante ai soci e ai terzi.
Specificamente disciplinata è poi l'invalidità della delibera di approvazione del bilancio, non più
impugnabile dopo l'approvazione del bilancio successivo, e della delibera di trasformazione.

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CAPITOLO 17.
AMMINISTRAZIONE. CONTROLLO.

I SISTEMI DI AMMINISTRAZIONE E CONTROLLO.


La riforma del 2003 ha previsto tre sistemi di amministrazione e di controllo:
a) Il sistema tradizionale, basato sulla presenza di due organi entrambi di nomina assembleare:
l'organo amministrativo (amministratore unico o consiglio di amministrazione) e il collegio
sindacale. Il controllo contabile è invece affidato ad un organo di controllo esterno alla società:
revisione contabile o società di revisione.
b) Il sistema dualistico, che prevede la presenza di un consiglio di sorveglianza di nomina assembleare,
e di un consiglio di gestione, nominato dal consiglio di sorveglianza.
Il consiglio di sorveglianza è investito di competenze che nel sistema tradizionale sono proprie
dell'assemblea (es. Approva il bilancio).
c) Il sistema monistico, nel quale l'amministrazione e il controllo sono esercitati rispettivamente dal
consiglio di amministrazione, nominato dall'assemblea, e da un comitato per il controllo sulla
gestione costituito al suo interno e i cui componenti devono essere dotati di particolari requisiti di
indipendenza e professionalità.
Il sistema tradizionale trova tuttora applicazione in mancanza di diversa previsione statutaria.

SISTEMA TRADIZIONALE.
GLI AMMINISTRATORI.
SPA NON QUOTATA →Può avere sia un amministratore unico sia una pluralità di amministratori (CdA).
SPA QUOTATE → è imposta l'amministrazione pluripersonale, allo scopo di consentire la nomina di almeno
un amministratore da parte dei soci di minoranza e di almeno un amministratore indipendente.
Il numero di componenti del consiglio di amministrazione può essere liberamente determinato dallo
statuto.
Inoltre, il consiglio di amministrazione può essere articolato al suo interno con la creazione di uno o più
organi delegati: comitato esecutivo e amministratori delegati.
FUNZIONI: gli amministratori sono l'organo cui è affidata in via esclusiva la gestione dell'impresa sociale e
ad essi spetta compiere tutte le operazioni necessarie per l'attuazione dell'oggetto sociale:
a) gli amministratori deliberano su tutti gli argomenti attinenti alla gestione della società che non
siano riservati all'assemblea (cd. Potere gestorio).
b) Gli amministratori hanno la rappresentanza generale della società. Hanno cioè il potere di
manifestare all'esterno la volontà sociale, ponendo in essere i singoli atti giuridici in cui si
concretizza l'attività sociale.
c) Gli amministratori danno impulso all'attività dell'assemblea: la convocano e ne fissano l'ordine del
giorno. Danno altresì attuazione alle delibere della stessa e hanno il potere/dovere di impugnare
quelle che violino la legge o l'atto costitutivo
d) gli amministratori devono curare la tenuta dei libri e delle scritture contabili della società e in
particolare devono redigere annualmente il progetto di bilancio da sottoporre all'approvazione
dell'assemblea.
e) Gli amministratori devono prevenire il compimento di atti pregiudizievoli per la società, o
quantomeno eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose.
Di tutte queste funzioni gli amministratori sono investiti per legge, e si tratta di funzioni che essi svolgono
in posizione di formale autonomia rispetto all'assemblea:
1) Perché essi devono vigilare sul rispetto della legge anche da parte dell'assemblea
2) perché dell'adempimento dei loro doveri essi sono personalmente responsabili civilmente e
penalmente.

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NOMINA E CESSAZIONE DELLA CARICA.
I primi amministratori sono nominati nell’atto costruttivo. Successivamente loro nomina compete
all'assemblea ordinaria.
Lo statuto può riservare la nomina di un amministratore indipendente ai possessori di strumenti finanziari
partecipativi.
Inoltre, nelle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, la legge o lo statuto possono
riservare la nomina di uno o più amministratori allo stato o ad enti pubblici, purché siano titolari di una
partecipazione sociale e in proporzione alla partecipazione stessa.
Se invece la società fa ricorso al mercato del capitale di rischio, è possibile riconoscere diritti speciali di
nomina allo stato o ad enti pubblici mediante attribuzione agli stessi di strumenti finanziari partecipativi o
azioni speciali.
Nelle società quotate almeno un amministratore deve essere espresso dalla minoranza.
Inoltre, almeno un componente del consiglio di amministrazione deve essere un amministratore
indipendente: deve cioè essere in possesso dei requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci.
Infine, lo statuto deve prevedere modalità di nomina volte ad assicurare l'equilibrio fra uomini e donne
nella composizione dell'organo amministrativo, in modo che il genere meno rappresentato ottenga almeno
un terzo degli eletti.
Il numero degli amministratori è fissato nello statuto. Questo però può anche limitarsi ad indicare il
numero minimo e massimo e in tal caso sarà l'assemblea che procede alla nomina a fissare di volta in volta
il numero degli amministratori.
Gli amministratori possono essere soci o non soci.
Specifici requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza sono richiesti da leggi speciali per gli
amministratori di società che svolgono determinate attività (assicurativa, bancaria ecc).
Non possono essere nominati amministratori l'interdetto, l'inabilitato, il fallito o chi è stato condannato ad
una pena che comporta l'interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici.
Numerose cause di incompatibilità sono poi previste da leggi speciali (es. Impiegati civili dello Stato,
membri del Parlamento, avvocati).
Le cause di incompatibilità comportano solo che l'interessato è tenuto ad optare fra l'uno e l'altro ufficio:
non rendono perciò invalida la delibera di nomina.
La nomina degli amministratori non può essere fatta per un periodo superiore a tre esercizi. Essi sono però
rieleggibili, se l'atto costitutivo non dispone diversamente.
Sono cause di cessazione dall'ufficio prima della scadenza del termine:
a) la revoca da parte dell'assemblea, che può essere deliberata in ogni tempo, salvo il diritto degli
amministratori al risarcimento dei danni se non sussiste una giusta causa
b) la rinuncia da parte degli amministratori
c) la decadenza dall'ufficio, ove sopraggiunga una delle cause di ineleggibilità
d) la morte
al fine di evitare che il verificarsi di una causa di cessazione dall'ufficio paralizzi l'attività dell'organo
amministrativo, la cessazione degli amministratori per scadenza del termine ha effetto solo dal momento
in cui l'organo amministrativo è stato ricostituito.
Gli amministratori scaduti rimangono perciò in carica, con pienezza dei poteri, fino all'accettazione della
nomina da parte dei nuovi amministratori (prorogatio).
Le dimissioni dell'amministratore hanno effetto immediato se rimane in carica la maggioranza degli
amministratori; in caso contrario, le dimissioni hanno effetto solo dal momento in cui la maggioranza del
consiglio si è ricostituita in seguito all'accettazione dei nuovi amministratori.
Nei casi in cui gli effetti della cessazione non sono differiti o differibili (morte, decadenza) è dettata una
particolare disciplina per la sostituzione degli amministratori mancanti. Sono previste tre ipotesi:
1) se rimane in carica più della metà degli amministratori nominati dall'assemblea, i superstiti
provvedono a sostituire provvisoriamente quelli venuti meno, con delibera consiliare approvata dal

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collegio sindacale (cooptazione). Gli amministratori così nominati restano in carica fino alla
successiva assemblea che potrà confermarli nell'ufficio o sostituirli
2) Se viene a mancare più della metà degli amministratori nominati dall'assemblea non si dà luogo alla
cooptazione. I superstiti devono convocare l'assemblea perché provveda alla sostituzione dei
mancanti; i nuovi amministratori così nominati scadono con quelli in carica all'atto della nomina.
3) Se vengono a cessare tutti gli amministratori o l'amministratore unico, il collegio sindacale deve
convocare con urgenza l'assemblea per la ricostituzione dell'organo amministrativo. Nel frattempo,
il collegio sindacale può compiere gli atti di ordinaria amministrazione.
L'attuale disciplina riconosce la validità delle clausole statutarie che prevedono la cessazione di tutti gli
amministratori e la conseguente ricostituzione dell'intero collegio da parte dell'assemblea a seguito della
cessazione di alcuni amministratori (clausole simul stabunt simul cadent).
L'assemblea per la nomina del nuovo consiglio e convocata d'urgenza dagli amministratori rimasti in carica,
salvo il caso di cessazione di tutti gli amministratori.
La nomina e la cessazione dalla carica degli amministratori è soggetta ad iscrizione nel registro delle
imprese.

COMPENSO. DIVIETI
Gli amministratori hanno diritto ad un compenso per la loro attività. Questo può consistere, in tutto o in
parte, anche in una partecipazione agli utili della società o nell'attribuzione del diritto di sottoscrivere a
prezzo predeterminato azioni di futura emissione.
Modalità in misura del compenso sono determinati dall'atto costitutivo o dall'assemblea all'atto della
nomina. Per gli amministratori investiti di particolari cariche (es. Amministratore delegato), la
remunerazione è invece stabilita dallo stesso consiglio di amministrazione, sentito il parere del collegio
sindacale.
Se lo statuto lo prevede, l'assemblea può fissare un importo complessivo per la remunerazione di tutti gli
amministratori.
Per assicurare trasparenza sui compensi, nelle società quotate il consiglio di amministrazione sottopone
una volta l'anno all'assemblea una relazione sulla remunerazione, nella quale si illustra la politica della
società in tema di compensi, e si indicano analiticamente le remunerazioni spettanti e quelle già
corrisposte.
L'assemblea delibera sulla relazione con un voto non vincolante.
La centralità della posizione degli amministratori nella direzione della società li rende partecipi di tutti i
segreti aziendali, perciò, per prevenire situazioni di pericoloso antagonismo con la società e di potenziale
conflitto di interessi, gli amministratori di società per azioni non possono assumere la qualità di soci a
responsabilità illimitata in società concorrenti, né esercitare un'attività concorrente per conto proprio o
altrui, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti, salva autorizzazione
dell'assemblea.
L’inosservanza del divieto espone l'amministratore alla revoca dall'ufficio per giusta causa e al risarcimento
degli eventuali danni arrecati alla società.

IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE.
La società per azioni può avere sia un amministratore unico, sia una pluralità di amministratori.
L'amministratore unico riunisce in sé ed esercita individualmente tutte le funzioni proprie dell'organo
amministrativo.
Amministrazione affidata a più persone = consiglio di amministrazione, retto da un presidente scelto dallo
stesso consiglio fra i suoi membri.
In tal caso l'attività è esercitata collegialmente. Le relative decisioni devono essere adottate in apposite
riunioni alle quali devono assistere i sindaci.

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Se lo statuto non prevede diversamente, il consiglio di amministrazione è convocato dal presidente dello
stesso, il quale ne fissa l'ordine del giorno, ne coordina i lavori e provvede affinché tutti gli amministratori
siano informati sulle materie iscritte all'ordine del giorno.
Per la validità delle deliberazioni del consiglio di amministrazione è necessaria la presenza della
maggioranza degli amministratori in carica, salvo che lo statuto non richieda un quorum costitutivo più
elevato.
Le deliberazioni sono approvate se riportano il voto favorevole della maggioranza assoluta dei presenti
(voto per teste). Non è ammesso il voto per rappresentanza.
Le deliberazioni adottate devono risultare da un apposito libro delle adunanze e delle deliberazioni del
consiglio di amministrazione.
In passato, le deliberazioni del consiglio di amministrazione erano impugnabili in un solo caso: delibera
adottata col voto determinante di un amministratore in conflitto di interessi.
L'attuale disciplina ha ampliato la categoria delle delibere consiliari annullabili, mentre non sono previste
cause di nullità delle stesse.
Possono essere impugnate tutte le delibere del consiglio di amministrazione che non sono prese in
conformità della legge o dello statuto.
L'impugnativa può essere proposta dagli amministratori assenti o dissenzienti e dal collegio sindacale (ma
non dai soci) entro 90 giorni dalla data della deliberazione.
Inoltre, quando la delibera consiliare leda direttamente un diritto soggettivo del socio, questi avrà diritto di
agire giudizialmente per far annullare la delibera.
L'annullamento delle delibere consiliari non pregiudica i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad
atti compiuti in esecuzione delle stesse.
CONFLITTO DI INTERESSI DEGLI AMMINISTRATORI: l'amministratore che in una determinata operazione ha,
per conto proprio o di terzi, un interesse non necessariamente in conflitto con quello della società:
1) devi darmi notizia agli altri amministratori e al collegio sindacale, precisandone la natura, l'origine e
la portata
2) se si tratta di amministratore delegato, deve astenersi dal compiere l'operazione investendo della
stessa l'organo collegiale competente
3) in entrambi i casi il consiglio di amministrazione deve adeguatamente motivare le ragioni e la
convenienza per la società dell'operazione.
Se la società ha un amministratore unico, questi deve darne notizia al collegio sindacale e anche alla prima
assemblea utile.
La delibera del consiglio di amministrazione o del comitato esecutivo, qualora possa recare danno alla
società, è impugnabile non solo quando l'amministratore interessato ha votato il suo voto è stato
determinante, ma anche quando sono stati violati gli obblighi di trasparenza, astensione e motivazione
sopra indicati.
L'impugnazione può essere proposta, entro 90 giorni dalla data della delibera, dal collegio sindacale, dagli
amministratori assenti e dissenzienti, nonché dagli stessi amministratori che hanno votato a favore se
l'amministratore interessato non abbia adempiuto gli obblighi di informazione.
La società può inoltre agire contro l'amministratore per il risarcimento dei danni derivanti dalla sua azione
o omissione.
Maggiori cautele sono imposte alle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio per quanto
riguarda le operazioni con parti correlate; vale a dire, operazioni aventi come controparte uno dei soggetti
indicati dalla Consob (socio di controllo, altri dirigenti, loro stretti familiari, società controllate, collegate o
sorelle ecc), rispetto alle quali è maggiore il rischio di decisioni assunte in conflitto di interessi.
Per tali operazioni il codice civile prevede che l'organo di amministrazione adotti procedure che assicurino
la trasparenza e la correttezza delle decisioni. Al riguardo la Consob ha emanato un'articolata disciplina che
prevede che sull'operazione si raccolga il preventivo parere di un comitato di amministratori indipendenti e
disinteressati.

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Il parere non è vincolante, tuttavia le operazioni di maggior rilievo economico per le quali è stato reso
parere negativo possono essere realizzate solo se approvate anche dall'assemblea senza il voto contrario
della maggioranza dei soci non correlati.
Delle operazioni più rilevanti concluse con parti correlate deve darsi informazione alla Consob e al pubblico
con mezzi idonei.

COMITATO ESECUTIVO. AMMINISTRATORI DELEGATI.


Nelle società per azioni di maggiori dimensioni è frequente un'articolazione interna del consiglio di
amministrazione.
Se l'atto costitutivo o l'assemblea lo consentono, il consiglio di amministrazione può delegare le proprie
attribuzioni ad un comitato esecutivo ovvero ad uno o più amministratori delegati.
Il comitato esecutivo è, al pari del consiglio di amministrazione, un organo collegiale. Le sue decisioni sono
adottate in riunioni alle quali devono assistere i sindaci. Le relative deliberazioni devono risultare da un
apposito libro delle adunanze e delle deliberazioni del comitato esecutivo.
Gli amministratori delegati sono invece organi unipersonali. Se vi sono più amministratori delegati, essi
agiscono disgiuntamente o congiuntamente, a seconda di quanto stabilito nello statuto o nell'atto di
nomina. Agli amministratori delegati è di regola affidata la rappresentanza della società.
È possibile la coesistenza di un comitato esecutivo e di uno o più amministratori delegati con competenze
ripartite.
I membri del comitato esecutivo e gli amministratori delegati sono designati dallo stesso consiglio di
amministrazione, che determina inoltre l'ambito della delega.
Non possono essere delegati:
a) la redazione del bilancio di esercizio
b) la facoltà di aumentare il capitale sociale e di emettere obbligazioni
c) gli adempimenti posti a carico degli amministratori in caso di riduzione obbligatoria del capitale
sociale per perdite
d) la redazione del progetto di fusione o di scissione
con la concessione della delega, larga parte della gestione corrente della società è svolta dagli organi
delegati. Ciò determina una modifica del regime di responsabilità degli amministratori.
L'attuale disciplina puntualizza le funzioni proprie degli organi delegati e definisce i rapporti fra gli stessi e
gli altri componenti del consiglio di amministrazione.
Gli organi delegati:
a) curano l'assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società
b) riferiscono periodicamente al consiglio di amministrazione sul generale andamento della gestione e
sulla sua prevedibile evoluzione
nel contempo, per consentire un'effettiva partecipazione di tutti i consiglieri alla gestione della società si
dispone che tutti gli amministratori devono agire informati e che ciascuno può chiedere agli organi delegati
che siano fornite in consiglio informazioni relative alla gestione della società.
L'attuale disciplina specificamente attribuisce al consiglio di amministrazione il potere/dovere di:
a) valutare l'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabile della società
b) esaminare i piani strategici, industriali e finanziari della società
c) valutare, sulla base della relazione degli organi delegati, il generale andamento della gestione.

LA RAPPRESENTANZA DELLA SOCIETA’


Fra le funzioni di cui gli amministratori sono per legge investiti vi è quella di rappresentanza della società.
Gli amministratori investiti del potere di rappresentanza devono essere indicati nello statuto o nella deliberazione di
nomina, soggetta a pubblicità legale.
Inoltre, se ci sono più amministratori con rappresentanza, deve essere specificato se essi hanno il potere di agire
disgiuntamente o congiuntamente.
Di regola, la rappresentanza della società è attribuita al presidente del consiglio di amministrazione e/o ad uno o più
amministratori delegati.
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Il potere di rappresentanza degli amministratori è generale e non più circoscritto agli atti che rientrano nell'oggetto
sociale. Essi hanno inoltre la rappresentanza processuale, attiva e passiva, della società.
La rappresentanza della società conferita ad altri soggetti può aggiungersi, ma non può sostituire quella degli
amministratori.
La disciplina sulla rappresentanza privilegia al massimo l'esigenza di tutela dell'affidamento dei terzi, nonché quella
di certezza e di stabilità dei rapporti giuridici. Due sono i principi cardine:
1) è inopponibile ai terzi di buona fede la mancanza di potere rappresentativo dovuta ad invalidità dell'atto di
nomina. Infatti, intervenuta l'iscrizione nel registro delle imprese dell'atto di nomina, le cause di nullità e di
annullabilità della nomina degli amministratori con rappresentanza non sono opponibili ai terzi, salvo che la
società provi che i terzi ne erano a conoscenza. In mancanza, la società resta vincolata dagli atti compiuti
dagli amministratori invalidamente nominati.
2) La società inoltre resta vincolata verso i terzi anche se gli amministratori hanno violato eventuali limiti posti
dalla società ai loro poteri di rappresentanza.
Tali limitazioni sono consentite ma non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicate, salvo che si provi che
questi abbiano agito intenzionalmente a danno della società.
La società può quindi vittoriosamente contestare la validità dell'atto solo se prova l'esistenza di un accordo
fraudolento fra amministratore e terzo diretto a danneggiarla; non è sufficiente la prova dell'effettiva
conoscenza da parte del terzo dell'esistenza di limitazioni del potere di rappresentanza. Queste hanno perciò
rilievo meramente interno e la loro violazione comporta solo responsabilità degli amministratori verso la
società.
Con l'attuale disciplina non è stata invece riprodotta l'ulteriore disposizione che precludeva alla società di opporre ai
terzi di buona fede l'estraneità all'oggetto sociale degli atti compiuti dagli amministratori in nome della società (atti
ultra vires). L'omissione è stata determinata dall'affermato carattere generale della rappresentanza, che sembra
escludere a priori la possibilità di opporre ai terzi che si tratta di atto non pertinente all'oggetto sociale.
Con qualche forzatura gli atti ultra vires possono però essere compresi nella più ampia categoria degli atti posti in
essere in violazione dei limiti statutari, pur sempre opponibili ai terzi che abbiano agito intenzionalmente a danno
della società.
Restano invece opponibili ai terzi i limiti legali del potere di rappresentanza degli amministratori. ES: amministratore
unico o amministratore delegato che stipuli un contratto in conflitto di interessi con la società. Il contratto sarà
annullabile su richiesta della società, se il conflitto di interessi era conosciuto o riconoscibile dal terzo.

LA RESPONSABILITA’ DEGLI AMMINISTRATORI VERSO LA SOCIETA’.


Gli amministratori sono responsabili civilmente del loro operato in tre direzioni: verso la società; verso i creditori
sociali; verso i singoli soci o terzi.
VERSO LA SOCIETA’: Gli amministratori incorrono in responsabilità verso la società e sono tenuti al risarcimento dei
danni dalla stessa subiti quando non adempiono i doveri ad essi imposti dalla legge o dallo statuto con la diligenza
richiesta dalla natura dell'incarico e dalle loro specifiche competenze.
Gli amministratori non sono invece responsabili per i risultati negativi della gestione che non siano imputabili a
difetto di diligenza nella condotta degli affari sociali o nell'adempimento degli specifici obblighi posti a loro carico.
Se gli amministratori sono più, essi sono responsabili solidalmente. Ciascuno può essere quindi costretto dalla
società a risarcirle l'intero danno subito.
La presenza di amministratori con funzioni delegate non comporta che gli altri siano senz'altro esonerati da
responsabilità solidale per i comportamenti dei primi.
È vero che l'attuale disciplina non pone più a carico degli amministratori un dovere di vigilanza sul generale
andamento della gestione; ma non è meno vero che la stessa impone a tutti gli amministratori di agire in modo
informato e che sono posti a carico degli amministratori senza delega specifici obblighi, quale quello di valutare, sulla
base della relazione degli organi delegati, il generale andamento della gestione.
Infatti, si stabilisce che “in ogni caso gli amministratori sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di
atti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne le conseguenze
dannose”.
Perciò, se il comportamento dannoso è direttamente imputabile solo ad alcuni amministratori, con essi
risponderanno in solido anche gli altri qualora, per violazione degli specifici obblighi posti a loro carico, non abbiano
prevenuto o impedito l'attività dannosa dei primi. Ne risponderanno però solo per culpa in vigilando, con la
conseguenza che, se costretti a risarcire il danno, avranno diritto di regresso per l'intero nei confronti dei primi.
La responsabilità degli amministratori è comunque responsabilità per colpa e non responsabilità oggettiva.
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Infatti, la responsabilità per gli atti e le omissioni degli amministratori non si estende a quello che tra essi sia immune
da colpa, purché:
a) abbia fatto annotare senza ritardo il suo dissenso nel libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio
di amministrazione
b) del suo dissenso dia immediata notizia per iscritto al presidente del collegio sindacale
l'esercizio delle azioni di responsabilità contro gli amministratori deve essere deliberato dall'assemblea ordinaria,
oppure dal collegio sindacale a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
L'azione deve essere esercitata entro 5 anni dalla cessazione dell'amministratore dalla carica.
La deliberazione dell'azione di responsabilità comporta la revoca automatica dall'ufficio degli amministratori contro
cui è proposta solo se la delibera è approvata col voto favorevole di almeno un quinto del capitale sociale. Se non si
raggiunge tale percentuale, sarà invece necessaria una distinta ed espressa delibera di revoca.
Che l'azione di responsabilità debba essere deliberata dall'assemblea tutela poco le minoranze azionarie: la relativa
decisione ha in sostanza nelle mani del gruppo di comando che hanno nominato gli amministratori e che perciò
deciderà di agire in giudizio contro di loro solo ove si rompa il relativo rapporto fiduciario.
La situazione è solo in parte migliorata con l'attribuzione del relativo potere al collegio sindacale, dato che i sindaci
sono a loro volta nominati dall'assemblea e sono espressioni del gruppo di comando.
Le cose cambiano quando la società cade in dissesto ed è dichiarata fallita o assoggettata a liquidazione coatta
amministrativa o ad amministrazione straordinaria.
In tal caso, la legittimazione a promuovere l'azione sociale di responsabilità compete al curatore fallimentare, al
commissario liquidatore o al commissario straordinario.
Una tutela limitata indiretta delle minoranze è prevista anche quando la società è in bonis. La società può rinunziare
all'esercizio dell'azione di responsabilità o pervenire ad una transazione con gli amministratori. L'una e l'altra devono
però essere espressamente deliberate dall'assemblea.
Inoltre, è necessario che non vi sia il voto contrario di un quinto del capitale sociale, altrimenti la rinunzia e la
transazione sono senza effetto.
Una tutela più energica delle minoranze è stata introdotta dalla riforma del 98 per le sole società quotate e poi
estesa a tutte le spa dalla riforma del 2003.
L'azione sociale di responsabilità contro gli amministratori può essere promossa anche dagli azionisti di minoranza, a
patto che i soci che assumono l'iniziativa rappresentino almeno un quinto del capitale sociale.
Nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio è sufficiente che l'azione sia promossa dai soci che
rappresentano un quarantesimo del capitale sociale.
Si tratta quindi di uno strumento di tutela che può essere utilizzato da minoranze stabili ed organizzate.
L'azione promossa dalla minoranza e diretta a reintegrare il patrimonio sociale, non a risarcire il danno
eventualmente subito dai soggetti agenti. Perciò la società deve essere chiamata in giudizio.
Inoltre, i soci che hanno agito possono rinunciare all'azione o transigerla, ma ogni corrispettivo deve andare a
vantaggio della società, tenuta a rimborsare loro solo le spese giudiziarie.

LA RESPONSABILITA’ VERSO I CREDITORI SOCIALI.


a) Gli amministratori sono responsabili verso i creditori sociali solo per l'inosservanza degli obblighi inerenti alla
conservazione dell'integrità del patrimonio sociale
b) l'azione può essere proposta dai creditori solo quando il patrimonio sociale risulta insufficiente al
soddisfacimento dei loro crediti
l'azione può essere proposta dai singoli creditori sociali. Tuttavia, in caso di fallimento della società, l'azione può
essere proposta esclusivamente dal curatore.
È opinione prevalente che l'azione dei creditori sociali esercitata fuori del fallimento è azione diretta e autonoma e
non azione surrogatoria di quella spettante alla società. Gli amministratori non potranno perciò opporre ai creditori
agenti le eccezioni opponibili alla società. Inoltre, quanto corrisposto dagli amministratori a titolo di risarcimento dei
danni non aspetterà alla società, ma direttamente ai creditori fino alla concorrenza del loro credito.
Fra l'azione sociale di responsabilità e quella concessa ai creditori vi sono comunque indubbie interferenze.
Infatti, il danno subito dai creditori non è che un effetto riflesso del danno che gli amministratori hanno arrecato al
patrimonio sociale. Ne consegue che se l'azione risarcitoria è già stata esperita dalla società ed il patrimonio è stato
reintegrato, i creditori non potranno più esercitare l'azione di loro spettanza, dato che gli amministratori sono tenuti
a risarcire una sola volta il danno.
Anche la transazione intervenuta con la società paralizza l'azione dei creditori sociali, salva la possibilità degli stessi di
impugnare la transazione con l'azione revocatoria qualora ne ricorrano gli estremi.
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Invece, la rinuncia all'azione da parte della società non impedisce l'esercizio dell'azione da parte dei creditori sociali,
poiché il patrimonio sociale non è stato reintegrato.

LA RESPONSABILITA’ VERSO I SINGOLI SOCI O TERZI.


Le azioni di responsabilità della società e dei creditori sociali non pregiudicano il diritto al risarcimento del danno
spettante al singolo socio o al terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli
amministratori.
Perché il singolo socio o il singolo terzo possano chiedere agli amministratori il risarcimento dei danni devono
ricorrere due presupposti:
a) il compimento da parte degli amministratori di un atto illecito nell'esercizio del loro ufficio
b) la produzione di un danno diretto al patrimonio del singolo socio o del singolo terzo; di un danno cioè che
non sia semplicemente riflesso del danno eventualmente subito dal patrimonio sociale
ES: Amministratori che con un falso bilancio inducono i soci o i terzi a sottoscrivere un aumento di capitale a
prezzo eccessivo.

I DIRETTORI GENERALI
i direttori generali sono dirigenti che svolgono attività di alta gestione dell'impresa sociale. Dirigenti cioè che sono al
vertice della gerarchia dei lavoratori subordinati dell'impresa ed operano in rapporto diretto con gli amministratori,
dando attuazione alle direttive generali dagli stessi impartite.
I direttori generali sono parificati agli amministratori sotto il profilo delle responsabilità penali. Inoltre, denominati
dall'assemblea o per disposizione dello statuto, agli stessi si applicano le norme che regolano la responsabilità civile
degli amministratori, in relazione ai compiti loro affidati.

IL COLLEGIO SINDACALE
COMPOSIZIONE, NOMINA, CESSAZIONE.
SOCIETA’ NON QUOTATE→si compone di 3 o 5 membri effettivi, soci o non soci. Devono inoltre essere nominati due
membri supplenti. Diversamente dall'organo amministrativo, il collegio sindacale ha quindi una struttura semirigida
e ciò costituisce un ostacolo all'efficiente svolgimento delle sue funzioni, soprattutto nelle grandi società.
SOCIETA’ QUOTATE →fermo restando il numero minimo di tre sindaci effettivi e di due supplenti, l'atto costitutivo
delle società quotate può determinare liberamente il numero dei sindaci. È così possibile adeguare il numero dei
sindaci alla complessità dell'impresa sociale.
NOMINA→i primi sindaci sono nominati nell'atto costitutivo. Successivamente essi sono nominati dall'assemblea
ordinaria. La legge o lo statuto possono riservare la nomina di uno o più sindaci allo stato o ad enti pubblici che
abbiano partecipazioni nella società. Lo statuto può inoltre riservare la nomina di un sindaco ai possessori di
strumenti finanziari.
Quindi, i sindaci sono di regola nominati dallo stesso organo che nomina gli amministratori. Questo è un ulteriore
motivo di scarsa funzionalità del collegio sindacale, dato che controllanti e controllati sono in definitiva espressione
dello stesso gruppo di comando.
La situazione è mutata per le sole società quotate con la riforma del 98. L'atto costitutivo di tali società deve
prevedere che almeno un membro effettivo sia eletto dalla minoranza. Il collegio sindacale delle società quotate è
così reso espressione dell'intera compagine azionaria e la presenza dei sindaci eletti dalla minoranza offre maggiori
garanzie di effettivo svolgimento del controllo.
REQUISITI DI PROFESSIONALITA’ →
a) società non quotate: almeno un sindaco effettivo ed uno supplente devono essere scelti fra gli iscritti nel
registro dei revisori legali. Gli altri sindaci, se non iscritti in tale registro, devono essere scelti fra gli iscritti
negli albi professionali individuati dal ministero della giustizia, o fra i professori universitari di ruolo in
materie economiche o giuridiche.
b) società quotate: i requisiti di onorabilità e di professionalità sono fissati con regolamento del ministero della
giustizia, che prevede anche la nomina di sindaci non iscritti nel registro dei revisori legali dei conti.
Nel registro dei revisori possono iscriversi persone fisiche in possesso di specifici requisiti di professionalità e
onorabilità, nonché società che rispondano a determinati requisiti riguardanti soci, amministratori e soggetti
responsabili dell'attività di revisione.
CAUSE DI INELEGGIBILITA’ →sono previste cause di ineleggibilità ulteriori rispetto a quelle dettate per gli
amministratori ed operanti anche per i sindaci. Non possono essere nominati sindaci:

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a) il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori, nonché degli amministratori di
società facenti parte dello stesso gruppo
b) coloro che sono legati alla società o a società facenti parte dello stesso gruppo da un rapporto di lavoro o da
un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione d'opera retribuita
Valgono per i sindaci le stesse cause di incompatibilità viste per gli amministratori.
Per favorire l'efficacia del controllo, nelle società quotate o con strumenti finanziari diffusi fra il pubblico, i sindaci
devono rispettare i limiti al cumulo di incarichi stabiliti dalla Consob.
Trovano inoltre applicazione, nelle società quotate, le regole sull'equilibrio fra uomini e donne dettate per il consiglio
d'amministrazione.
Il compenso dei sindaci deve essere predeterminato ed invariabile in corso di carica. La retribuzione annuale dei
sindaci, se non è stabilita nello statuto, deve essere determinata dall'assemblea all'atto della nomina.
I sindaci restano in carica per tre esercizi e sono rieleggibili. I sindaci scaduti restano in carica fino alla nomina dei
nuovi.
Per garantire l’indipendenza dei sindaci, l'assemblea può revocarli solo se sussiste una giusta causa.
Inoltre, la delibera di revoca deve essere approvata dal tribunale, al fine di verificare se ricorre giusta causa; nel
frattempo la delibera è improduttiva di effetti e il sindaco resta in carica.
I sindaci nominati dallo stato o da enti pubblici possono essere revocati solo dall'ente che li ha nominati.
DECADENZA→costituisce causa di decadenza dall'ufficio il sopraggiungere di una delle cause di ineleggibilità, nonché
la sospensione o cancellazione dal registro dei revisori. Decade inoltre il sindaco che, senza giustificato motivo, non
assiste alle assemblee o diserta due riunioni del consiglio di amministrazione, del comitato esecutivo o del collegio
sindacale.
In caso di morte, denuncia o di decadenza di un sindaco, subentrano automaticamente i supplenti ordini di età.
I nuovi sindaci restano in carica fino alla successiva assemblea che provvede alla nomina dei sindaci effettivi e
supplenti necessari per integrare il collegio.
La nomina e la cessazione dall'ufficio dei sindaci devono essere iscritte nel registro delle imprese

IL CONTROLLO SULL’AMMINISTRAZIONE.
Funzione primaria del collegio sindacale è quella di controllo.
Il controllo del collegio sindacale ha per oggetto amministrazione della società globalmente intesa e si estende a
tutta l'attività sociale, al fine di assicurare che la stessa venga svolta nel rispetto della legge e dell'atto costitutivo,
nonché dei principi di corretta amministrazione.
In particolare, il collegio sindacale vigila sull'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabile
adottato dalla società e sul suo corretto funzionamento.
Il collegio sindacale non svolge più la revisione legale dei conti della società. Tuttavia, lo statuto può prevedere che
anche la revisione legale dei conti sia esercitata dal collegio sindacale. In tal caso l'intero collegio sindacale deve
essere costituito da revisori legali iscritti nell'apposito registro.
Questa opzione non è consentita:
a) nelle società tenute a redigere il bilancio consolidato
b) nelle società soggette a revisione legale come enti di interesse pubblico, nonché nelle società che
controllano, sono controllate o sono sottoposte a comune controllo con le stesse
c) nelle società soggette al controllo di un ente pubblico
la vigilanza del collegio sindacale è esercitata innanzitutto nei confronti degli amministratori, ma riguarda anche
l'attività dell'assemblea; da qui il potere-dovere dei sindaci di intervenire alle riunioni dell'assemblea, del consiglio di
amministrazione e del comitato esecutivo, nonché di impugnare le relative delibere.
Il controllo del collegio sindacale sull'amministrazione e un controllo di carattere globale e sintetico, le cui modalità
di esercizio sono rimesse alla discrezionalità tecnica del collegio.
Per consentire al collegio sindacale l'efficace svolgimento della propria attività, la legge pone a carico degli
amministratori numerosi obblighi di comunicazione nei confronti del primo. Nelle società quotate gli amministratori
devono riferire tempestivamente al collegio sindacale dell'attività svolta, delle operazioni compiute di maggior
rilievo economico, nonché di quelle a rischio di conflitto di interessi.
Il collegio sindacale può scambiare informazioni con i corrispondenti organi delle società controllate in merito
all'andamento generale dell'attività sociale.
È inoltre espressamente previsto lo scambio tempestivo di informazioni fra collegio sindacale e soggetti incaricati
della revisione legale dei conti.

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Infine, nelle società quotate il collegio sindacale deve comunicare senza indugio alla Consob le irregolarità
riscontrate nell'attività di vigilanza.
I sindaci hanno il potere-dovere di procedere in qualsiasi momento ad atti di ispezione e di controllo, nonché di
chiedere agli amministratori notizie sull'andamento delle operazioni sociali o su determinati affari.
Il collegio sindacale può poi, previa comunicazione al presidente del consiglio di amministrazione, convocare
l'assemblea qualora nell'espletamento del suo incarico ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi sia urgente
necessità di provvedere.
Nelle società quotate, questo potere può essere esercitato anche da solo due sindaci; inoltre, ciascun sindaco e
individualmente legittimato a convocare il consiglio di amministrazione ed il comitato esecutivo.
Il collegio può altresì promuovere il controllo giudiziario sulla gestione, se ha il fondato sospetto che gli
amministratori abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione. Nel contempo, nelle società quotate la Consob
può attivare tale procedura se ha fondato sospetto di gravi irregolarità nell'adempimento dei doveri dei sindaci.

IL FUNZIONAMENTO DEL COLLEGIO SINDACALE.


Il presidente del collegio sindacale è nominato dall'assemblea, e nelle società quotate deve essere prescelto fra i
sindaci eletti dalla minoranza.
Il collegio sindacale deve riunirsi almeno ogni 90 giorni e le riunioni possono svolgersi anche con mezzi telematici.
Il collegio sindacale è regolarmente costituito con la presenza della maggioranza dei sindaci e delibera a maggioranza
assoluta dei presenti.
Delle riunioni deve essere redatto processo verbale, sottoscritto da tutti gli intervenuti, che viene trascritto nel libro
delle adunanze e delle deliberazioni del collegio sindacale.
Il sindaco dissenziente ha diritto di far iscrivere a verbale i motivi del proprio dissenso.
I sindaci possono avvalersi, sotto la propria responsabilità e a proprie spese, di dipendenti e di ausiliari per lo
svolgimento di specifiche operazioni di ispezione e di controllo.
Nelle società quotate, inoltre, il collegio sindacale e ciascun sindaco individualmente possono avvalersi
dell'assistenza dei dipendenti della società nell'espletamento delle proprie funzioni.
L'attività di controllo del collegio sindacale può essere sollecitata dai soci. Ogni socio può denunciare al collegio
sindacale fatti che ritiene censurabili; il collegio sindacale è obbligato solo a tenerne conto nella relazione annuale
all'assemblea.
Diversamente, se la denuncia proviene da tanti soci che rappresentano il 5% del capitale sociale, il collegio sindacale
deve indagare senza ritardo sui fatti denunciati e presentare le sue conclusioni ed eventuali proposte all'assemblea,
convocando immediatamente la medesima qualora ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi sia urgente
necessità di provvedere.

LA RESPONSABILITA’ DEI SINDACI.


I sindaci devono adempiere i loro doveri con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura dell'incarico.
Questi sono responsabili, anche penalmente, della verità delle loro attestazioni e devono conservare il segreto sui
fatti e sui documenti di cui hanno conoscenza per ragione del loro ufficio.
L'obbligo di risarcimento dei danni grava esclusivamente sui sindaci, di regola solidalmente fra loro, qualora il danno
sia imputabile solo al mancato o negligente adempimento dei loro doveri.
Qualora invece, l'evento dannoso sia conseguenza anche di un comportamento doloso o colposo degli
amministratori, i sindaci avrebbero potuto e dovuto prevenire o impedire nell'espletamento della loro funzione di
vigilanza, i sindaci sono responsabili in solido con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi ultimi, qualora
il danno non si sarebbe prodotto se i sindaci avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica.
L'azione di responsabilità contro i sindaci è disciplinata dalle stesse norme dettate per l’azione di responsabilità
contro gli amministratori.

LA REVISIONE LEGALE DEI CONTI.


IL SISTEMA
Con la riforma del 2003 si è completato il processo di separazione del controllo sull'amministrazione dal controllo
contabile, originariamente entrambi affidati al collegio sindacale.
L'affidamento del controllo contabile ad un revisore esterno è stato avviato nel 74 per le società quotate ed estesa
con la riforma del 2003 ha tutte le altre società per azioni.
Il [Link] n39/2010 ha raccolto il mio unico testo le principali disposizioni di legge in tema di revisione legale dei conti.

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Permane un corpo di regole speciali per la revisione legale esercitata sulle società qualificate come “enti di interesse
pubblico”. Sono enti di interesse pubblico le società emittenti valori immobiliari quotati, nonché banche, imprese di
assicurazione e di riassicurazione.
Una parte della disciplina della revisione degli enti di interesse pubblico si applica anche ad un gruppo di società che,
fino al 2016, erano a loro volta qualificate come ente di interesse pubblico, ma poi si è preferito assoggettare ad un
regime intermedio. Sono enti sottoposti al regime intermedio le società non quotate emittenti strumenti finanziari
diffusi tra il pubblico in maniera rilevante, nonché alcune società operanti nel campo dell'intermediazione finanziaria
e mobiliare.
La revisione legale degli enti di interesse pubblico e degli enti sottoposti al regime intermedio deve essere
inderogabilmente esercitata da un revisore legale esterno, senza possibilità di affidare il compito al collegio
sindacale.

CONFERIMENTO E CESSAZIONE DELL’INCARICO.


La revisione legale è esercitata da un revisore legale o da una società di revisione iscritti nel registro dei revisori legali
dei conti oppure, se lo statuto lo prevede nei casi consentiti dalla legge, dal collegio sindacale.
Il revisore esterno è nominato per la prima volta nell'atto costitutivo, successivamente l'incarico è conferito
dall'assemblea. L'assemblea determina anche il corrispettivo spettante al revisore per l'intera durata dell'incarico.
Il revisore legale o la società di revisione devono essere soggetti indipendenti dalla società revisionata e non devono
in alcun modo essere coinvolti nel suo processo decisionale.
Il revisore deve adottare misure ragionevoli per non essere influenzato nell'espletamento dell'incarico da alcun
conflitto di interessi o relazioni di affari. Se tali misure non sono sufficienti a garantire la sua indipendenza deve
astenersi dall'effettuare la revisione legale. Perciò non può accettare l'incarico e, se già in carica, deve dimettersi.
Specifica attenzione viene riservata ai rischi connessi all'eventuale trasferimento di personale fra l'organizzazione del
revisore e la società revisionata e viceversa (divieto delle porte girevoli).
Non può esercitare la revisione chi ha intrattenuto rapporti di lavoro presso l'ente revisionato nel periodo di
riferimento dei bilanci da revisionare o nel periodo di durata dell'incarico, se ciò determina il rischio di conflitto di
interessi.
Dall'altra parte, chi ha partecipato alla revisione non può andare a ricoprire cariche sociali o funzioni dirigenziali di
rilievo presso la società revisionata prima che sia trascorso un anno dalla cessazione dell'incarico.
L'incarico di revisione legale ha la durata di tre esercizi, ed è rinnovabile senza limiti.
L'incarico può essere revocato dall'assemblea solo per giusta causa, sentito il parere dell'organo di controllo.
Contestualmente alla revoca, l'assemblea deve conferire l'incarico ad un nuovo revisore.
In caso di dimissioni del revisore, la società deve provvedere tempestivamente a conferire l'incarico ad uno nuovo;
fino ad allora il vecchio resta in carica in regime di prorogatio, ma comunque non oltre sei mesi.

LA REVISIONE LEGALE DEGLI ENTI DI INTERESSE PUBBLICO E DEGLI ENTI SOTTOPOSTI A REGIME INTERMEDIO.
Oggi tale attività non è più riservata alle società di revisione iscritte in un albo speciale. Resta fermo però il potere di
vigilanza della Consob sull'organizzazione e sull'attività dei soggetti incaricati della revisione di un ente di interesse
pubblico, al fine di controllarne l'indipendenza e l'idoneità tecnica.
L'attuale disciplina stabilisce il principio della rotazione periodica del revisore: l'incarico di revisione legale degli enti
di interesse pubblico ha la durata di 9 esercizi quando è conferito a società di revisione e di 7 esercizi per i revisori
legali persona fisica.
Non può essere rinnovato o nuovamente conferito al medesimo soggetto se non siano trascorsi almeno quattro
esercizi dalla cessazione del precedente.
È rimesso alla Consob stabilire le situazioni che possono compromettere l'indipendenza del revisore e le misure da
adottare per rimuoverle.
È fatto divieto alla società di revisione di prestare alla società revisionata ulteriori servizi rispetto all'organizzazione e
revisione contabile. Il divieto opera anche nei confronti dei soggetti che fanno parte della rete del revisore: società,
studi professionali, professionisti che cooperano con il revisore per la condivisione di utili e costi.
Viene inoltre rafforzato il controllo sul trasferimento di personale fra revisore e società revisionata: non può svolgere
la revisione chi ha ricoperto da meno di due anni cariche sociali e funzioni dirigenziali nella società revisionata.
Reciprocamente, chi ha partecipato alla revisione non può assumere per due anni cariche sociali o funzioni
dirigenziali presso la società revisionata.

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La violazione di tali divieti è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria e con le eventuali applicazioni di
ulteriori provvedimenti che possono arrivare fino alla revoca d'ufficio dell'incarico e, nei casi più gravi, alla
cancellazione dal registro dei revisori.
Sull'indipendenza e l'attività del revisore vigila inoltre, presso la società revisionata, un apposito comitato per il
controllo interno e la revisione contabile, che normalmente si identifica con l'organo di controllo.
In presenza di giustificati motivi, il revisore di un ente di interesse pubblico può essere rimosso anche dal tribunale,
su richiesta dei soci che rappresentano il 5% del capitale sociale, dell'organo di controllo o della Consob.
Parte delle norme speciali dedicate alla revisione legale dei conti degli enti di interesse pubblico si applicano anche
agli enti sottoposti ad un regime intermedio. Le norme applicabili sono:
a) soggezione al controllo della Consob
b) durata dell'incarico
c) divieto di prestazione di servizi ulteriori alla revisione
d) trasferimento di personale
Non si applicano invece le regole in tema di comitato per il controllo interno e la revoca giudiziale.
Per queste e tutte le altre materie per cui non è disposta l'applicazione delle norme speciali in tema di enti di
interesse pubblico, trova trovano applicazione le previsioni generali sulla revisione legale delle altre società.

FUNZIONI E RESPONSABILITA’ DEL REVISORE LEGALE.


Funzione principale del revisore è quella di controllare la regolare tenuta della contabilità e di esprimere un giudizio
sul bilancio di esercizio e sul bilancio consolidato.
Il revisore legale deve infatti verificare nel corso dell'intero esercizio la regolare tenuta della contabilità sociale e che
il bilancio di esercizio e il bilancio consolidato siano conformi alle norme che li disciplinano e rappresentino in modo
veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria e il risultato economico dell'esercizio.
L'attività di revisione è volta ad esprimere, attraverso un'apposita relazione, un giudizio sul bilancio, il quale può
essere graduato secondo quattro modelli:
a) giudizio senza rilievi, se il bilancio è conforme alle norme che ne disciplinano la redazione
b) giudizio con rilievi
c) giudizio negativo
d) dichiarazione di impossibilità di esprimere il giudizio
negli ultimi tre casi il revisore espone nella relazione i motivi della propria decisione. Se la società revisionata è una
società quotata o con strumenti finanziari diffusi fra il pubblico, il revisore informa immediatamente la Consob.
Il rilascio di un giudizio positivo produce effetti particolarmente rilevanti poiché modifica la normale disciplina
dell'impugnativa della delibera di approvazione del bilancio.
Il soggetto incaricato della revisione legale ha il diritto di ottenere dagli amministratori documenti e notizie utili per
la revisione e può procedere autonomamente ad accertamenti, ispezioni e controlli.
Tale soggetto e il collegio sindacale si scambiano le informazioni rilevanti per l'espletamento dei rispettivi compiti.
Negli enti di interesse pubblico o sottoposti al regime intermedio, il revisore deve denunciare tempestivamente alla
Consob qualunque illegittimità di cui sia venuto a conoscenza.
Speciali poteri di informazione e ispezione sono attribuiti al revisore della capogruppo anche nei confronti delle altre
società controllate, in quanto il revisore è interamente responsabile per il giudizio espresso sul bilancio consolidato.
Il revisore deve conservare i documenti e le carte di lavoro relativi agli incarichi di revisione legale svolti per 10 anni
dalla data della relazione di revisione, così da consentire successivi controlli.
Il soggetto incaricato della revisione legale, al pari del collegio sindacale, deve adempiere i propri doveri con
diligenza professionale; è responsabile della verità delle sue attestazioni e deve conservare il segreto sui fatti e
documenti di cui ha conoscenza per ragioni del suo ufficio.
Nei confronti della società che ha conferito l'incarico, dei suoi soci o dei terzi, il revisore risponde in solido con gli
amministratori per i danni derivanti dall'inadempimento dei loro doveri.
Nei rapporti interni, tuttavia, ciascun condebitore solidale risponde nei limiti del contributo effettivo al danno
cagionato.
L'azione si prescrive in 5 anni dalla data della relazione di revisione sul bilancio emessa al termine dell'attività di
revisione cui si riferisce l'azione di risarcimento.

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I SISTEMI ALTERNATIVI.
IL SISTEMA DUALISTICO.
Il sistema dualistico prevede la presenza di un consiglio di gestione e di un consiglio di sorveglianza. Il controllo
contabile è affidato, senza eccezioni, ad un revisore legale esterno.
Il consiglio di gestione svolgere le funzioni proprie del consiglio di amministrazione nel sistema tradizionale.
Peculiare è il consiglio di sorveglianza: gli sono attribuite sia le funzioni di controllo proprie del collegio sindacale, sia
funzioni di indirizzo della gestione che nel sistema tradizionale sono proprio dell'assemblea dei soci, come la nomina
e la revoca dei componenti del consiglio di gestione e l'approvazione del bilancio di esercizio.
Dunque, la presenza del consiglio di sorveglianza riduce le competenze dell'assemblea ordinaria.
Questa, infatti, nomina in revoca i componenti del consiglio di sorveglianza, ne determina il compenso e delibera in
ordine all'esercizio dell'azione di responsabilità nei loro confronti. Nomina il revisore. Perde, però, la competenza per
la nomina e la revoca degli amministratori; perde la competenza per l'approvazione del bilancio.
Il sistema dualistico determina quindi un più accentuato di stacco fra azionisti e organo gestorio della società, per
questo si tratta di un modello organizzativo particolarmente adatto per società con azionariato diffuso e prive di uno
stabile nucleo di azionisti imprenditori.

CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA: I componenti del consiglio di sorveglianza possono essere soci o non soci.
Il loro numero, non inferiore a tre, è fissato dallo statuto.
I primi componenti sono nominati nell'atto costitutivo, successivamente la loro nomina compete all'assemblea
ordinaria.
Come per i sindaci, nelle società quotate almeno un componente è eletto dalla minoranza con le modalità fissate
dalla Consob. Trovano inoltre applicazione le regole sull'equilibrio fra uomini e donne nella composizione degli
organi sociali.
Almeno un componente effettivo del consiglio di sorveglianza deve essere scelto tra gli iscritti nel registro dei
revisori contabili.
Non possono essere eletti né i componenti del consiglio di gestione, né coloro che sono legati alla società da un
rapporto di lavoro o da un rapporto continuativo di consulenza o di prestazione di opera retribuita.
Trovano inoltre applicazioni le cause di ineleggibilità e di decadenza previste per gli amministratori e, nelle sole
società quotate, anche quelle previste per i sindaci.
Nelle società quotate e in quelle con strumenti finanziari diffusi tra il pubblico, i consiglieri di sorveglianza devono
rispettare i limiti al cumulo di incarichi determinati dalla Consob.
Nelle sole società quotate, infine, i consiglieri di sorveglianza devono essere in possesso dei requisiti di
professionalità e onorabilità fissati dal ministero della giustizia.
I componenti del consiglio di sorveglianza restano in carica tre esercizi e sono rieleggibili; sono inoltre liberamente
revocabili dall'assemblea anche se non ricorre una giusta causa, salvo il diritto al risarcimento. È tuttavia necessario
che la delibera sia approvata con il voto favorevole di almeno un quinto del capitale sociale. L'assemblea provvede a
sostituire senza indugio i componenti del consiglio di sorveglianza che vengono a mancare per qualsiasi ragione nel
corso dell'esercizio.
Peculiari sono le competenze del consiglio di sorveglianza: esercita le funzioni proprie del collegio sindacale nel
sistema tradizionale, con conseguente applicabilità di larga parte della disciplina per quest'ultimo dettata.
In particolare:
a) presenta la denuncia al tribunale per gravi irregolarità di gestione
b) riferisce per iscritto almeno una volta l'anno all'assemblea sull'attività di vigilanza svolta, sulle omissioni e sui
fatti censurabili rilevanti
c) e destinatario delle denunce dei soci
d) i suoi componenti devono assistere alle assemblee e possono assistere alle adunanze del consiglio di
gestione; nelle società quotate, alle riunioni del consiglio di gestione deve presenziare almeno un consigliere
di sorveglianza
il consiglio di sorveglianza ha poteri e diritti di informazione analoghi a quelli del collegio sindacale nei confronti del
consiglio di gestione, del revisore legale dei conti, dei corrispondenti organi delle società controllate.
Nelle società quotate, i poteri che nel sistema tradizionale possono essere esercitati individualmente da ciascun
sindaco o congiuntamente da due sindaci possono essere esercitati rispettivamente da un solo o da due consiglieri di
sorveglianza.
Nel contempo il consiglio di sorveglianza è attribuita larga parte delle funzioni dell'assemblea ordinaria. Infatti:
a) nomina e revoca i componenti del consiglio di gestione e ne determina il compenso
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b) approva il bilancio di esercizio e il bilancio consolidato
c) promuove l'esercizio dell'azione di responsabilità nei confronti dei componenti del consiglio di gestione
il presidente del consiglio di sorveglianza eletto dall'assemblea.
Alle deliberazioni del consiglio di sorveglianza si applicano le disposizioni che regolano la validità delle deliberazioni
del consiglio di amministrazione.
I componenti del consiglio di sorveglianza devono adempiere i loro doveri con la diligenza richiesta dalla natura
dell'incarico. Sono solidalmente responsabili con i componenti del consiglio di gestione per i fatti o le omissioni di
questi quando il danno non si sarebbe prodotto se avessero vigilato in conformità dei doveri della loro carica.
L'assemblea delibera l'azione di responsabilità nei loro confronti.

CONSIGLIO DI GESTIONE: Le sue funzioni coincidono con quelle del consiglio di amministrazione nel sistema
tradizionale e gli si applicano quasi tutte le norme per quest'ultimo dettate, con non molte differenze.
Il consiglio di gestione è costituito da un numero di componenti non inferiore a due. I primi componenti sono
nominati nell'atto costitutivo, successivamente la loro nomina compete al consiglio di sorveglianza.
Nelle società quotate, se i componenti sono tre o più, si applicano le norme sull'equilibrio fra uomini e donne nella
composizione degli organi sociali. Se i componenti sono più di quattro, almeno uno deve essere un amministratore
indipendente.
I componenti del consiglio di gestione non possono essere nominati consiglieri di sorveglianza.
Non trova applicazione il meccanismo della cooptazione: se nel corso dell'esercizio vengono a mancare uno o più
componenti del consiglio di gestione, il consiglio di sorveglianza provvede senza indugio alla loro sostituzione.
Specificamente disciplinata e l'azione sociale di responsabilità contro i consiglieri di gestione. Ferma restando
l'applicazione della disciplina dettata per l'azione di responsabilità contro gli amministratori nel sistema tradizionale,
è previsto che tale azione può essere esercitata anche dal consiglio di sorveglianza. La relativa deliberazione è
assunta a maggioranza dei componenti e comporta la revoca di ufficio dei consiglieri di gestione se è raggiunta la
maggioranza dei due terzi dei componenti. In tal caso il consiglio di sorveglianza provvede contestualmente alla
sostituzione.
Lo stesso consiglio di sorveglianza può rinunciare all'esercizio dell'azione di responsabilità o può transigerla, purché
la relativa delibera sia approvata dalla maggioranza dei suoi componenti e purché non si oppongano tanti soci che
rappresentano un quinto del capitale sociale.
La rinuncia all'azione (ma non la transazione) da parte della società o del consiglio di sorveglianza non impedisce
l'esercizio dell'azione da parte dei soci di minoranza e dei creditori sociali.

IL SISTEMA MONISTICO
Il sistema monistico si caratterizza per la soppressione del collegio sindacale. L'amministrazione e il controllo sono
esercitati dal consiglio di amministrazione e da un comitato per il controllo sulla gestione, costituito al suo interno,
che svolge le funzioni proprie del collegio sindacale.
Anche nel sistema monistico il controllo contabile è affidato, senza eccezioni, ad un revisore contabile esterno.
CDA →Al consiglio di amministrazione eletto dall'assemblea, si applicano le disposizioni dettate per gli
amministratori nel sistema tradizionale, con una sola distinzione determinata dal fatto che dal suo ambito devono
essere estratti i componenti dell'organo di controllo.
È infatti previsto che almeno un terzo dei componenti del consiglio di amministrazione deve essere in possesso dei
requisiti di indipendenza stabiliti per i sindaci.
Nelle società quotate un amministratore indipendente deve essere eletto dalla minoranza.
COMITATO PER IL CONTROLLO SULLA GESTIONE → I componenti del comitato sono nominati dallo stesso consiglio di
amministrazione fra i consiglieri in possesso di tali requisiti di indipendenza. Almeno uno dei componenti deve
essere scelto fra gli iscritti nel registro dei revisori contabili. Si richiede inoltre che essi non siano membri del
comitato esecutivo e che non svolgano funzioni gestorie neppure in società controllanti o controllate.
Se la società è quotata, l'amministratore indipendente eletto dalla minoranza è di diritto componente del comitato
di controllo e lo presiede.
Il consiglio di amministrazione determina il numero dei componenti del comitato per il controllo della gestione, che
comunque non può essere inferiore a tre nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio.
Provvede inoltre alla sostituzione in caso di morte, rievoca, rinuncia o decadenza di un componente del comitato.
Il comitato per il controllo sulla gestione svolge funzioni coincidenti con quelle del collegio sindacale: vigila
sull'adeguatezza della struttura organizzativa della società, del sistema di controllo interno e del sistema
amministrativo e contabile.
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Esso è destinatario delle denunce dei soci di fatti censurabili e può a sua volta presentare denuncia al tribunale ove
riscontri gravi irregolarità di gestione potenzialmente dannose. Nelle società quotate, è altresì tenuto a denunciare
alla Consob le irregolarità riscontrate.
I componenti del comitato devono assistere alle assemblee, alle adunanze del consiglio di amministrazione e del
comitato esecutivo, ma (a differenza dei sindaci) non è prevista la decadenza automatica in caso di assenze ripetute
ingiustificate. È imposto anche lo scambio di informazioni fra il comitato di controllo e il soggetto revisore incaricato
del controllo contabile.
Più analitica e la disciplina delle società quotate, che riconosce al comitato per il controllo sulla gestione i medesimi
poteri e diritti di informazione del collegio sindacale (e del consiglio di sorveglianza) nei confronti degli altri
amministratori, del soggetto che esercita la revisione legale dei conti e dei corrispondenti organi delle società
controllate.
È riconosciuto altresì il potere del comitato di procedere in ogni momento ad ispezioni e controlli.
È riconosciuto il potere del comitato di avvalersi della collaborazione di dipendenti della società e di convocare il
consiglio di amministrazione o il comitato esecutivo (ma non l'assemblea); poteri questi ultimi esercitabili anche
individualmente da ciascun componente del comitato per il controllo sulla gestione.
REGOLE DI FUNZIONAMENTO: il comitato elegge al suo interno il presidente ed opera con l'osservanza delle norme
di funzionamento dettate per il collegio sindacale. In particolare:
a) devi riunirsi almeno ogni 90 giorni
b) è regolarmente costituito con la presenza della maggioranza dei componenti e delibera a maggioranza
assoluta dei presenti
c) nelle società quotate ciascun componente del comitato ne può chiedere al presidente la convocazione,
indicando gli argomenti da trattare.
Il punto debole di questo sistema consiste nel fatto che i controllori sono direttamente nominati dai controllati,
siedono insieme a questi ultimi e votano nel consiglio di amministrazione.

I CONTROLLI ESTERNI
IL SISTEMA
L'ordinamento prevede un articolato sistema di controlli esterni sulle società per azioni.
Comune a tutte le società per azioni è solo il controllo esterno sulla gestione esercitato dall'autorità giudiziaria in
presenza di situazioni patologiche che ne alterano il corretto funzionamento.
Controlli esterni di altro tipo sono stati introdotti per le società che svolgono particolari attività (ES. Società
bancarie).
Nel contempo, a partire dalla riforma del 74 le società con azioni quotate in borsa e quelle che operano sul mercato
mobiliare sono assoggettati al controllo della Consob; organo pubblico con poteri regolamentari e di controllo
finalizzati alla tutela degli investitori, nonché alla trasparenza del mercato mobiliare e delle società che nello stesso
operano.

IL CONTROLLO GIUDIZIARIO SULLA GESTIONE.


Il controllo giudiziario sulla gestione delle società per azioni è una forma di intervento dell'autorità giudiziaria nella
vita delle società volta a ripristinare la legalità dell'amministrazione delle stesse.
In base all'attuale disciplina il procedimento può essere attuato se vi è fondato sospetto che gli amministratori (ma
non più i sindaci) in violazione dei loro doveri abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione.
Si chiede ulteriormente che tali irregolarità possano arrecare danno alla società o a una o più società controllate.
Le gravi irregolarità possono essere denunciate:
a) dai soci che rappresentano almeno il decimo del capitale sociale. Nelle società che fanno ricorso al mercato
del capitale di rischio la percentuale richiesta è ridotta al 5% del capitale sociale. In tutte le società lo statuto
può prevedere percentuali inferiori.
b) In tutte le società l'iniziativa può essere assunta anche dal collegio sindacale o dal corrispondente organo di
controllo nei sistemi alternativi
c) nelle sole società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio l'iniziativa può essere assunta anche dal
pubblico ministero, così sottolineando l'interesse pubblico al regolare funzionamento di queste società per
azioni; nonché dalla Consob quando sospetti gravi irregolarità nell'adempimento dei doveri dei sindaci, del
consiglio di sorveglianza o del comitato per il controllo sulla gestione.
Il tribunale non può procedere d'ufficio.
Il procedimento attivato con la denuncia si articola in due fasi:
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FASE ISTRUTTORIA → una prima fase, di carattere istruttorio, è diretta ad accertare l'esistenza delle irregolarità e a
individuare i provvedimenti da adottare per rimuoverle. A tal fine il tribunale deve sentire in camera di consiglio gli
amministratori e i sindaci. Puoi inoltre far eseguire l'ispezione dell'amministrazione della società da parte di un
consulente. Le relative spese sono a carico dei soci richiedenti; sono invece a carico della società qualora l'iniziativa
sia assunta dagli altri soggetti sopra indicati.
Il provvedimento è reclamabile.
Il gruppo di comando della società può evitare l'ispezione e ottenere dal tribunale la sospensione del procedimento
per un periodo determinato se l'assemblea sostituisce amministratori e sindaci con soggetti di adeguata
professionalità, che si attivano senza indugio per accertare se le violazioni sussistono e, in caso positivo, per
eliminarle, riferendo al tribunale sugli accertamenti e le attività compiute.
Se questi ultimi risultano insufficienti all'eliminazione delle violazioni denunciate, questo ha di fronte a sé due strade.
Il tribunale può disporre gli opportuni provvedimenti provvisori per evitare il ripetersi di irregolarità e nel contempo
convocare l'assemblea della società per le deliberazioni conseguenti. Deliberazioni che però l'assemblea è libera di
adottare o meno.
Nei casi più gravi può essere necessario l'intervento di un elemento estraneo per riportare ordine nella gestione
della società. In tal caso il tribunale revoca gli amministratori ed eventualmente anche i sindaci e nomina un
amministratore giudiziario.
I poteri e la durata dell'amministratore giudiziario sono determinati dal tribunale col decreto di nomina.
L'amministratore giudiziario è investito per legge del potere di proporre l'azione di responsabilità contro gli
amministratori e i sindaci; azione che è quindi sottratta alla preventiva deliberazione dell'assemblea dei soci.
La società può tuttavia rinunciare all'azione o transigerla.
L'amministratore giudiziario ha la rappresentanza, anche processuale, della società, ma non può compiere atti
eccedenti l'ordinaria amministrazione senza l'autorizzazione del presidente del tribunale.
Prima della scadenza del suo incarico l'amministratore giudiziario deve convocare l'assemblea per la nomina dei
nuovi amministratori e sindaci.
L'amministratore giudiziario può però proporre l'alternativa all'assemblea la messa in liquidazione della società o la
sua sottoposizione ad una procedura concorsuale. L'assemblea è comunque libera di deliberare o meno nel senso
proposto dall'amministratore giudiziario.

LA CONSOB
La Consob è un organo pubblico di vigilanza sul mercato dei capitali. E una persona giuridica di diritto pubblico che
godi di piena autonomia nei limiti stabiliti dalla legge. Essa ha sede in Roma è una sede secondaria operativa a
Milano.
Nata come organo di controllo della borsa e delle società che in borsa collocano i propri titoli, La Consob è
progressivamente divenuta organo di controllo dell'intero mercato mobiliare, dei soggetti che sullo stesso operano e
di ogni operazione di sollecitazione del pubblico risparmio attraverso l'emissione e il collocamento di strumenti
finanziari.
CONSOB E INFORMAZIONE SOCIETARIA:
La Consob svolge un ruolo centrale per assicurare un'adeguata e veritiera informazione del mercato mobiliare sugli
eventi di rilievo che riguardano la vita delle società che fanno appello al pubblico risparmio, in modo da consentire
agli investitori scelte più consapevoli.
Due sono i principi cardine dell'attuale disciplina dell'informazione societaria:
a) tutte le società emittenti strumenti finanziari quotati o comunque diffusi tra il pubblico, devono
tempestivamente informare il pubblico di qualsiasi fatto, riguardante anche l'attività delle società
controllate, la cui conoscenza può influire sensibilmente sul prezzo degli strumenti finanziari.
b) La Consob può richiedere che siano resi pubblici notizie e documenti necessari per l'informazione del
pubblico e provvedervi direttamente, a spese degli interessati, in caso di inottemperanza.
Avvalendosi di tali poteri la Consob ha prescritto specifici obblighi di informazione preventiva del pubblico per una
serie di operazioni straordinarie: acquisto e cessione di pacchetti azionari; acquisto e vendita di azioni proprie;
fusioni, scissioni ecc.
Ha inoltre prescritto che siano messi tempestivamente a disposizione del pubblico i documenti contabili periodici:
bilancio di esercizio e relazione finanziaria semestrale degli amministratori.
La Consob e poi investita di ampi poteri di indagine e di intervento al fine di vigilare sulla correttezza
dell'informazione fornita.

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Le informazioni di cui è prevista la pubblicazione devono essere depositate presso la Consob e la società di gestione
del mercato dove avviene la quotazione.
La Consob stabilisce modalità e termini per la diffusione delle stesse tra il pubblico. Può inoltre, in caso di
inottemperanza, rendere nota la violazione di doveri di informazione del pubblico, e può giungere a proibire la
quotazione dell'emittente.

CAPITOLO 18. IL BILANCIO


IL BILANCIO DI ESERCIZIO
La società per azioni deve redigere annualmente il bilancio di esercizio.
Il regolamento CE n.1606/2002 e il [Link] n.38/2005 hanno disposto che, a partire dal 2005, alcune società siano
obbligate ed altre abbiano la facoltà di redigere i propri bilanci in base ai principi contabili internazionali.
I principi contabili internazionali riconosciuti dall'unione europea sono emanati dall'International Accounting
Standard Board (IASB) e vengono di volta in volta recepiti mediante il regolamento comunitario.
L'impiego dei principi contabili internazionali è obbligatorio per la redazione dei bilanci di esercizio e consolidato
delle società con azioni o altri strumenti finanziari quotati o diffusi tra il pubblico in misura rilevante.
È inoltre obbligatorio per le società che esercitano particolari attività: banche, società di assicurazione, società di
intermediazione finanziaria e mobiliare.
L'adozione dei principi contabili internazionali non è invece consentita alle società che possono redigere il bilancio in
forma abbreviata. Queste società di dimensioni medio piccole sono tenute a redigere il bilancio secondo la disciplina
del codice civile.
Per tutte le altre società per azioni, l'adozione dei principi contabili internazionali è facoltativa.
Una volta adottati i principi contabili internazionali, la scelta non è revocabile, salvo che ricorrano circostanze
eccezionali, e in ogni caso la revoca opera a partire dall'esercizio successivo a quello in cui è deliberata.
NORMATIVA NAZIONALE FISSATA DAL CODICE CIVILE:
il bilancio di esercizio è il documento contabile che rappresenta, in modo chiaro veritiero e corretto, la situazione
patrimoniale e finanziaria della società alla fine di ciascun esercizio, nonché il risultato economico dell'esercizio
stesso (cioè gli utili conseguiti o le perdite subite nell'esercizio).
Esso è costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico, dalla nota integrativa e dal rendiconto finanziario.
Deve inoltre essere corredato dalla relazione sulla gestione degli amministratori, nonché da relazioni del collegio
sindacale e del revisore contabile.
Il bilancio di esercizio costituisce per i soci il solo strumento legale di informazione contabile sull'andamento degli
affari sociali; e costituisce per i creditori sociali il mezzo per conoscere la consistenza del patrimonio della società,
sola garanzia su cui essi possono fare affidamento.
Il bilancio di esercizio delle società di capitali ha rilievo anche per l'applicazione della normativa tributaria in quanto
costituisce per il fisco il termine di riferimento per la tassazione periodica del reddito della società (ires).
I principi cardine che dominano la redazione del bilancio sono quelli della chiarezza e della rappresentazione
veritiera e corretta.
Il principio di chiarezza trova sviluppo nelle norme che regolano la struttura e il contenuto del bilancio; quello di
verità e correttezza nelle norme che fissano i criteri di valutazione di diversi cespiti di patrimoniali.
È obbligatorio fornire le informazioni ulteriori necessarie, se quelle richieste da specifiche disposizioni di legge non
sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta.
Ulteriori principi di redazione del bilancio integrano, specificano e rafforzano le sopra esposte clausole generali.
È infatti stabilito che:
a) La valutazione delle voci di bilancio deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva di continuazione
dell'attività. Si deve altresì tenere conto della sostanza dell'operazione o del contratto, al fine di far prevalere
quest'ultima in caso di contrasto con i criteri formali di iscrizione in bilancio (principio di prevalenza della
sostanza sulla forma).
b) Nella redazione del bilancio si deve tener conto delle entrate e delle uscite di competenza dell'esercizio
indipendentemente dalla data dell'incasso o del pagamento, nonché dei rischi e delle perdite di competenza
dell'esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura dello stesso ma prima della redazione del bilancio.
Il bilancio di esercizio è un bilancio di competenza non di cassa.
c) I criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all'altro, se non in casi eccezionali e con
l'obbligo degli amministratori di motivare la deroga nella nota integrativa (continuità)

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d) È consentito non rispettare gli obblighi in tema di rilevazione, valutazione, presentazione e informativa
quando la loro osservanza abbia effetti irrilevanti al fine di dare una rappresentazione veritiera e corretta.
(Principio di rilevanza).

LA STRUTTURA DEL BILANCIO


Il bilancio di esercizio si articola in quattro parti: lo stato patrimoniale, il conto economico, la nota integrativa e il
rendiconto finanziario.
In applicazione del principio di chiarezza, sono dettagliatamente indicate le voci che devono figurare nello stato
patrimoniale e nel conto economico. Inoltre sono dettate alcune regole generali che devono essere rispettate nella
redazione di tali documenti.
Criteri di redazione:
a) le singole voci devono essere inserite nello stato patrimoniale e nel conto economico secondo l'ordine
tassativo fissato per legge
b) Le voci sono organizzate in grandi categorie omogenee (lettere maiuscole), a loro volta articolate in
sottocategorie (numeri romani), in voci (numeri arabi) e in alcuni casi anche in sottovoci (lettere minuscole).
c) Per ogni voce dello Stato patrimoniale e del conto economico deve essere indicato l'importo della voce
corrispondente dell'esercizio precedente, al fine di consentire l'agevole confronto col bilancio degli esercizi
precedenti
d) è vietato il compenso di partite; cioè la somma algebrica di attività e passività, ovvero di costi e ricavi, che
per legge devono essere iscritti distintamente.
Data la maggiore complessità dell'attuale bilancio, la legge ne prevede due modelli semplificati dedicati alle imprese
di piccole (bilancio in forma abbreviata) o piccolissime dimensioni (bilancio delle microimprese), individuate in base a
parametri riferiti all'attivo patrimoniale, al fatturato e al numero di dipendenti.
Nel bilancio in forma abbreviata può essere omesso il rendiconto finanziario, in quello delle microimprese anche la
nota integrativa. In entrambi i casi sono ridotte le voci dello Stato patrimoniale e del conto economico, nonché le
informazioni richieste nell'eventuale nota integrativa.
In pratica, il bilancio delle microimprese può ridursi ai soli stato patrimoniale e conto economico redatti in forma
sintetica, così riducendo al minimo gli oneri contabili per le imprese.
STATO PATRIMONIALE:
rappresenta in modo sintetico la composizione quantitativa e qualitativa del patrimonio della società e la sua
situazione finanziaria nel giorno della chiusura dell'esercizio.
Consente inoltre l'immediata conoscenza del patrimonio netto della società.
Lo stato patrimoniale deve essere redatto nella forma a colonne (vanno iscritte prima le attività; poi il patrimonio
netto e le passività).
VOCI DELL’ATTIVO (quattro grandi categorie ordinate secondo il criterio della liquidità crescente):
A) crediti verso soci per versamenti ancora dovuti
B) immobilizzazioni, che comprendono gli elementi patrimoniali destinati ad essere utilizzati durevolmente dalla
società. Sono a loro volta distinte in tre sottocategorie:
B-I) immobilizzazioni immateriali
B-II) immobilizzazioni materiali
B-III) immobilizzazioni finanziarie, che comprendono partecipazioni azionarie e non, altri titoli e le azioni
proprie, quando siano destinati a permanere stabilmente nel patrimonio della società; altrimenti questi
cespiti patrimoniali vanno indicati nell'attivo circolante.
C) attivo circolante, a sua volta distinto in:
C-I) rimanenze
C-II) crediti che non costituiscono immobilizzazioni
C-III) attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni, fra le quali vanno iscritte le partecipazioni,
strumenti finanziari derivati attivi gli altri titoli di cui si prevede l'alienazione in tempi brevi
C-IV) disponibilità liquide
D) ratei e risconti attivi. I ratei attivi sono quote di proventi comuni a due o più esercizi, di competenza
dell'esercizio, ma esigibili in esercizi successivi.
I risconti attivi sono invece quote di costi comuni a due o più esercizi, sostenuti nell'esercizio, ma di
competenza di esercizi successivi.

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VOCI DEL PASSIVO (5 categorie):
A) patrimonio netto, che risulta composto dal capitale sociale nominale dai diversi tipi di riserve.
L'importo del capitale e delle riserve è aumentato degli utili portati a nuovo (utili di esercizi precedenti non
distribuiti) e degli utili di esercizio risultanti dal conto economico; è invece diminuito delle eventuali perdite
portate a nuovo, delle perdite di esercizio e della riserva negativa per azioni proprie in portafoglio.
Si ottiene così il patrimonio netto della società. Ovviamente tutte queste voci non costituiscono vere e
proprie passività e si iscrivono nella colonna del passivo solo per ragioni contabili.
B) Fondi per rischi ed oneri. Si tratta di accantonamento destinati a coprire perdite o debiti certi o probabili,
ma dei quali alla chiusura dell'esercizio risulta ancora indeterminato l'ammontare o la data di
sopravvenienza.
C) Trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato. L'importo del relativo fondo va calcolato in base agli
anni di servizio maturati
D) Debiti
E) ratei e risconti passivi. I ratei passivi sono quote di costi comuni a due o più esercizi, di competenza
dell'esercizio ma che saranno effettivamente supportati negli esercizi successivi.
i risconti passivi sono invece quote di proventi comuni a due o più esercizi, percepiti nell'esercizio, ma di
competenza di esercizi successivi.
Con la riforma del 2015 è stata abrogata l'iscrizione in calce allo stato patrimoniale dei conti d'ordine. La loro
funzione era quella di informare sull'esistenza di rischi e impegni futuri, che non incidono attualmente sulla
consistenza del patrimonio sociale. Le relative informazioni devono ora essere fornite nella nota integrativa.
CONTO ECONOMICO
Mentre lo stato patrimoniale rappresenta la situazione patrimoniale e finanziaria della società al termine
dell'esercizio, il conto economico espone il risultato economico dell'esercizio (utile o perdita) attraverso la
rappresentazione dei costi e degli oneri sostenuti, nonché dei ricavi e degli altri proventi conseguiti nell'esercizio.
Il conto economico deve essere redatto in forma espositiva scalare, con esposizione cioè in unica sequenza prefissata
dei componenti positivi e negativi di reddito.
Questa struttura consente una migliore valutazione del risultato di esercizio, attraverso una serie di totali parziali che
permettono di tener distinto il risultato della specifica attività della società (utile o perdita della gestione ordinaria),
da quello determinato da oneri e proventi di diversa natura (risultato della gestione finanziaria e risultato
straordinario).
Il conto economico è articolato in quattro sezioni scalari:
Nella prima, denominata valore della produzione, vanno indicati e sommati i ricavi di competenza dell'esercizio
dell'attività produttiva tipica e le variazioni, positive o negative, delle relative rimanenze di magazzino.
Dal totale così ottenuto si sottraggono i costi della produzione, fra i quali sono compresi gli ammortamenti, le
svalutazioni e gli accantonamenti.
Si ottiene così, per differenza, il risultato lordo della gestione ordinaria della società.
Nella terza sezione vanno iscritti e sommati algebricamente i proventi ed oneri finanziari, quali i proventi derivanti
da partecipazioni in altre società, gli interessi attivi e passivi, gli utili e le perdite su cambi. Segue il relativo totale.
Nella quarta sezione vanno inserite sommate algebricamente le rettifiche di valore di attività finanziarie, dovute a
rivalutazioni e a svalutazioni delle stesse. Segue il relativo totale.
Con la riforma del 2015 è stata invece soppressa una quinta sezione in cui venivano iscritti proventi ed oneri
straordinari, che adesso invece di confluiscono nelle altre voci del conto economico.
La somma algebrica dei diversi totali parziali così ottenuti costituisce il risultato globale di esercizio, che va indicato
prima al lordo e poi al netto delle imposte sul reddito, correnti, differite e anticipate.
Si ottiene così l'utile o la perdita di esercizio che va riportato nello stato patrimoniale.
RENDICONTO FINANZIARIO
La riforma del 2015 ha prescritto la redazione anche del rendiconto finanziario, così attribuendo al bilancio una più
ampia funzione informativa: quella di rappresentare anche i flussi finanziari, cioè gli incassi e i pagamenti che hanno
determinato la variazione delle disponibilità liquide e della società nel corso dell'esercizio.
Informazioni fondamentali per valutare la capacità di un'impresa di far fronte ai debiti in scadenza e di effettuare
nuovi investimenti, ma che né lo stato patrimoniale né il conto economico forniscono, essendo redatti per
competenza e non per cassa.
I flussi finanziari devono essere raggruppati in tre classi:
a) i flussi finanziari relativi all'esercizio dell'attività produttiva principale dell'impresa (es. incassi della vendita di
beni e servizi, pagamenti ai fornitori e ai dipendenti).
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b) I flussi finanziari relativi alla realizzazione o smobilizzazione di investimenti (es. pagamenti per l'acquisto di
macchinari e impianti, incassi per la vendita di partecipazioni).
c) I flussi finanziari derivanti dall'attività finanziaria (es. Gli incassi di somme ricevute a titolo di prestito o di
conferimento; i pagamenti per la corresponsione di dividendi o di interessi).
NOTA INTEGRATIVA.
La nota integrativa illustra e specifica le voci dello Stato patrimoniale e del conto economico.
Fornisce una serie di informazioni integrative (criteri di valutazione, composizione delle principali voci ecc) sulla
situazione patrimoniale e finanziaria, sul risultato economico di esercizio, nonché sul numero dei dipendenti, sui
compensi di amministratori e sindaci, sulle azioni e sugli altri strumenti finanziari emessi dalla società.
In particolare, nella nota integrativa quando elencate le partecipazioni in società controllate e collegate.
Sempre nella nota integrativa devono risultare i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell'esercizio.
RELAZIONE SULLA GESTIONE.
È un allegato esterno al bilancio, che assolve una funzione di resoconto sulla gestione della società e sulle sue
prospettive. Deve contenere un'analisi fedele ed esauriente della situazione della società e dell'andamento della
gestione nel suo complesso e nei vari settori in cui essa ha operato.

I CRITERI DI VALUTAZIONE.
La redazione del bilancio di esercizio comporta per molti cespi di patrimoniali il compimento di una serie di stime da
parte degli amministratori, volte a determinare il valore da iscrivere in bilancio.
Ciò perché il valore di molti cespiti varia nel tempo in relazione a molteplici fattori.
Questo è un punto di estrema delicatezza poiché coinvolge i margini di discrezionalità degli amministratori; ed è un
punto di estrema importanza per la corretta determinazione del risultato economico dell'esercizio.
Infatti, sopravvalutazioni arbitrarie delle attività o sottovalutazioni arbitrarie delle passività gonfiano
artificiosamente l'utile di esercizio o ridimensionano le perdite.
Viceversa, sottovalutazione delle attività e sopravvalutazioni delle perdite deprimono l'utile dando luogo alla
formazione delle cosiddette riserve occulte; cioè utili che la società ha conseguito, ma che dal bilancio non risultano
per il gioco delle valutazioni.
Per ridimensionare questi effetti distorsivi, il legislatore fissa sia i principi generali da osservare nelle valutazioni
(prudenza e continuità nei criteri di valutazione), sia i criteri che gli amministratori devono adottare nelle valutazioni
dei diversi cespiti (costo storico e patrimonio netto).
IMMOBILIZZAZIONI: Sono tutte iscritte in bilancio al costo storico; vale a dire al costo di acquisto o di produzione,
comprensivo di oneri accessori.
Il valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali, la cui utilizzazione è limitata nel tempo, devi essere
ammortizzato in ogni esercizio in relazione alla residua possibilità di utilizzazione del bene. In tal modo viene
ripartito fra gli esercizi il costo inizialmente sopportato.
Se il valore di un’immobilizzazione risulta durevolmente minore del costo storico regolarmente ammortizzato, dovrà
essere iscritta in bilancio per tale minore valore. La svalutazione non può mantenersi negli esercizi successivi qualora
vengano meno i motivi della stessa.
IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE COSTITUITE DA PARTECIPAZIONI IN SOCIETA’ CONTROLLATE O COLLEGATE: Sono
valutate col metodo del patrimonio netto, il quale consiste nell'aggiornare il valore della partecipazione (cioè il
“pezzo” di un’altra società che una S.p.A. possiede) in base alla quota di patrimonio netto della società partecipata.
In pratica: Invece di mantenere il valore “storico” (costo d’acquisto) della partecipazione, si aggiorna ogni anno il
valore in base all’andamento reale della società partecipata (utili, perdite, riserve, ecc.).
Le eventuali plusvalenze rispetto al precedente esercizio devono essere iscritte in un'apposita riserva non
distribuibile.
COSTI DI IMPIANTO, AMPLIAMENTO E SVILUPPO: Possono essere iscritti nell'attivo solo hanno un'utilità pluriennale
e devono essere ammortizzati.
AVVIAMENTO: può essere iscritto solo se acquistato a titolo oneroso e nei limiti del costo per esso sostenuto. Anche
il suo deve essere ammortizzato: secondo la sua vita utile, se è possibile stimarne la durata, altrimenti nel periodo
massimo di 10 anni.
CREDITI: devono essere sempre valutati secondo il valore di prudente realizzo. Se gli amministratori li ritengono di
dubbia realizzazione, non possono essere iscritti in bilancio al valore nominale, ma dovranno essere iscritti per la
minor somma che si presume di poter realizzare.
Ricavi e costi generati da un credito o da un debito devono essere ripartiti in parti uguali su tutta la durata di vita del
rapporto è imputati pro quota ad ogni esercizio.
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STRUMENTI FINANZIARI DERIVATI: vanno iscritti in bilancio al fair value (cioè al valore di mercato corrente).
ATTIVO CIRCOLANTE: i cespiti dell'attivo circolante diversi dai crediti devono essere iscritti al costo di acquisto o di
produzione ovvero, se minore, al valore di realizzo desumibile dall'andamento del mercato.
OPERAZIONI IN VALUTA: il bilancio deve essere redatto in euro. Tutte le attività e le passività in valuta estera che
hanno ad oggetto pagamenti di denaro devono essere iscritte al tasso di cambio in vigore alla data di chiusura
dell'esercizio.
Le attività e passività in valuta estera che non hanno ad oggetto crediti pecuniari devono invece essere scritte al
tasso di cambio del momento del loro acquisto (cambio storico).
DEROGHE ECCEZIONALI: si deve derogare ai criteri di valutazione fissati, in presenza di casi eccezionali che rendono
l'applicazione degli stessi incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta.
In tal caso gli amministratori possono e devono attribuire ai beni un valore superiore a quello risultante
dall'applicazione dei criteri sopra esposti, motivando le singole deroghe nella nota integrativa.
Gli eventuali utili risultanti dalla deroga devono essere iscritti in un'apposita riserva non distribuibile fin quando il
maggior valore iscritto non sia stato realizzato.

IL PROCEDIMENTO DI FORMAZIONE DEL BILANCIO.


Il bilancio di esercizio è un atto alla cui redazione cooperano:
a) nel sistema tradizionale, tutti e tre gli organi sociali: amministratori, collegio sindacale e assemblea, nonché il
soggetto incaricato della revisione legale dei conti.
b) nel sistema dualistico, il bilancio è predisposto dal consiglio di gestione ed è approvato dal consiglio di
sorveglianza, salvo che lo statuto preveda l'approvazione da parte dell'assemblea in caso di mancata
approvazione da parte del consiglio di sorveglianza.
Il procedimento di formazione del bilancio è cadenzato nel tempo.
L'assemblea ordinaria, competente per l'approvazione del bilancio, deve essere convocata almeno una volta
all'anno, entro il termine stabilito nello statuto comunque non superiore a 120 giorni dalla chiusura dell'esercizio
sociale. Lo statuto può stabilire un termine maggiore, non superiore a 180 giorni, nel caso di società tenute alla
redazione del bilancio consolidato.
Gli amministratori redigono il progetto di bilancio e tale funzione non è delegabile al comitato esecutivo o agli
amministratori delegati.
Nelle società quotate gli amministratori si avvalgono della collaborazione di un dirigente preposto alla redazione dei
documenti contabili societari che attesta la correttezza formale e sostanziale dei bilanci.
Il progetto di bilancio con la relazione degli amministratori deve essere preventivamente comunicato al collegio
sindacale. Tale organo deve riferire all'assemblea sui risultati dell'esercizio sociale e fare le osservazioni e le proposte
in ordine al bilancio e alla sua approvazione.
Il collegio sindacale, se esercita la revisione legale dei conti, redige anche la relazione del revisore esprimendo il
proprio giudizio sul bilancio.
Il progetto di bilancio e i relativi allegati, con le relazioni degli amministratori, dei sindaci e del revisore, deve restare
depositato in copia nella sede della società durante i 15 giorni che precedono l'assemblea e finché sia approvato.
I soci possono prenderne visione.
Nelle società quotate, tali documenti sono messi a disposizione del pubblico tramite il sito Internet della società,
almeno 20 giorni prima dell'assemblea.
La legge non specifica quali poteri abbia l'assemblea in merito al bilancio. Essa può certamente approvarlo o
respingerlo. È opinione prevalente che l'assemblea può anche modificare direttamente il progetto di bilancio
sottoposto al suo esame dagli amministratori.
L'approvazione del bilancio non implica la liberazione di amministratori, direttori generali e sindaci per le
responsabilità incorse nella gestione sociale.
Entro 30 giorni dall'approvazione, copia del bilancio deve essere depositata, a cura degli amministratori, presso
l'ufficio del registro delle imprese.
La riforma del 2003 ha introdotto una speciale disciplina volta a dare certezza e stabilità alla delibera di approvazione
del bilancio: infatti, le azioni di annullabilità e di nullità non possono essere più esercitate dopo che è stato
approvato il bilancio dell'esercizio successivo.
Inoltre, se il soggetto incaricato della revisione non ha formulato rilievi, la legge intimazione ad impugnare la
delibera di approvazione del bilancio non solo per cause di annullabilità, ma anche per cause di nullità, spetta a tanti
soci che rappresentano almeno il 5% del capitale sociale. È così oggi impedita l'impugnativa da parte del singolo
azionista anche per cause di nullità della delibera di approvazione del bilancio.
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A parziale contrappeso del sacrificio imposto alle minoranze, nelle società quotate l'impugnazione del bilancio può
essere esercitata anche dalla Consob.

UTILI. RISERVE. DIVIDENDI.


L'assemblea che approva il bilancio delibera sulla distribuzione degli utili ai soci. Nel sistema dualistico a tal fine
provvede l'assemblea dopo l'approvazione del bilancio da parte del consiglio di sorveglianza.
Non tutti gli utili sono però distribuibili fra i soci sotto forma di dividendi, e ciò per la presenza di alcuni vincoli di
destinazione imposti dalla legge. Ulteriori vincoli di destinazione possono essere poi imposti dallo statuto.
Innanzitutto, se negli esercizi precedenti si è verificato la perdita del capitale sociale, non si possono ripartire gli utili
fino a che il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente.
Dagli utili netti annuali, non assorbiti da perdite precedenti, deve essere poi dedotta una somma corrispondente
almeno al 5% degli stessi per costituire una riserva (RISERVA LEGALE); e ciò fin quando la stessa non abbia raggiunto
il 20% del capitale sociale.
La riserva legale, se viene diminuita per qualsiasi ragione, deve essere reintegrata sempre mediante
accantonamento di almeno il 5% degli utili netti annuali.
La riserva legale costituisce un accantonamento contabile di utili imposto per legge a salvaguardia dell'integrità del
capitale sociale: per evitare cioè che eventuali perdite degli esercizi futuri colpiscano direttamente il capitale sociale
riducendolo.
Essa si risolve in una forma di autofinanziamento obbligatorio della società.
Funzione e caratteri non diversi dalla riserva legale presenta la RISERVA STATUTARIA. La differenza consiste nel fatto
che la sua costituzione è imposta dallo statuto (in aggiunta alla riserva legale); lo statuto stabilisce anche la quota
parte di utili di esercizio da destinare alla stessa.
Anche gli utili accantonati a riserva statutaria non sono distribuibili fra i soci da parte dell'assemblea ordinaria; essi
possono essere resi distribuibili ai soci solo con delibera dell'assemblea straordinaria modificativa dello statuto.
Sono infine riserve facoltative, quelle discrezionalmente disposte dall'assemblea ordinaria che approva il bilancio.
Di esse la stessa assemblea ordinaria può liberamente disporre per distribuire utili ai soci negli esercizi successivi,
sempre che non siano state erose da perdite.
Vincoli di destinazione degli utili di esercizio possono derivare anche da norme statutarie che prevedono una
partecipazione agli utili a favore dei promotori, dei soci fondatori e degli amministratori.
Queste partecipazioni sono computate sugli utili netti di esercizio, dedotta solo la quota da destinare a riserva legale.
Gli utili di cui l'assemblea che approva il bilancio può disporre a favore dei soci sono perciò costituiti:
a) dagli utili distribuibili di esercizio
b) dagli utili accertati e non distribuiti negli esercizi precedenti
nella società per azioni l'approvazione del bilancio di esercizio non determina di per sé l'insorgere di un diritto
individuale degli azionisti all'immediata assegnazione della propria parte di utili.
A tal fine è necessaria un'ulteriore distinta deliberazione dell'assemblea di distribuzione degli utili.
L'interesse del gruppo di comando al reinvestimento degli utili nell'attività sociale (autofinanziamento) e così
chiaramente privilegiato rispetto all'interesse del singolo socio alla distribuzione annuale degli utili.
L'assemblea non è tenuta a motivare la mancata distribuzione annuale degli utili ai soci.
Il potere dispositivo dell'assemblea in tema di distribuzione degli utili può essere limitato da clausole statutarie che
riconoscono a determinate categorie di azionisti il diritto alla percezione annuale di un dividendo minimo, sempre
che vi siano utili distribuibili.
Nei limiti segnati dal divieto di patto leonino, lo statuto può incidere sulla misura e sulle modalità di distribuzione
degli utili fra i soci, mediante la creazione di categorie di azioni privilegiate o postergate nella distribuzione dei
dividendi.
Nelle società quotate, per incentivare la stabilità della compagine azionaria, lo statuto può riconoscere una
maggiorazione sul dividendo percepito dagli azionisti di minoranza che conservino le loro azioni per un determinato
periodo di tempo, non inferiore ad un anno.
La società non può comunque pagare dividendi sulle azioni, se non per utili realmente conseguiti e risultanti dal
bilancio regolarmente approvato. L’inosservanza di tali condizioni dà luogo alla distribuzione di utili fittizi. La relativa
delibera assembleare è nulla per illiceità dell'oggetto e gli amministratori sono esposti a responsabilità anche penale.
Gli azionisti non sono tuttavia obbligati a restituire i dividendi riscossi per utili non realmente esistenti se ignoravano
senza colpa il carattere fittizio degli utili loro assegnati e riscossi.
Le società per azioni il cui bilancio è assoggettato per legge a revisione legale dei conti secondo il regime degli enti di
interesse pubblico possono distribuire ai soci acconti sui dividendi. Gli stessi sono però sottoposti ad una serie di
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condizioni, per evitare che vengano distribuiti utili difficilmente recuperabili dagli azionisti dopo l'approvazione del
bilancio di esercizio.
La distribuzione degli acconti dividendo deve essere prevista dallo statuto. Inoltre è deliberata dagli amministratori
(non dall'assemblea), sulla base di un prospetto contabile e di una relazione, dai quali risulti che la situazione
patrimoniale, economica e finanziaria della società consente la distribuzione stessa.
Su tali documenti deve essere acquisito il parere del revisore legale dei conti.
Gli acconti dividendo non sono ripetibili se i soci li hanno riscossi in buona fede.

IL BILANCIO CONSOLIDATO DI GRUPPO.


Il bilancio consolidato e un bilancio redatto dalla capogruppo in aggiunta al proprio bilancio di esercizio.
In esso è rappresentata la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica del gruppo considerato nella sua unità,
sulla base dei bilanci di esercizio delle singole società del gruppo opportunamente rettificati.
Il bilancio consolidato non incide sulla determinazione dell'utile distribuibile, che resta quello risultante dei bilanci di
esercizio delle singole società del gruppo.
Il bilancio consolidato deve essere redatto dalle società di capitali che controllano altre imprese e dalle società
cooperative che controllano società di capitali.
Le imprese da considerare ai fini del consolidamento sono solo quelle controllate tramite il possesso di
partecipazioni; sono escluse dal consolidamento le imprese controllate in base a particolari vincoli contrattuali.
ESONERI: sono esonerati dall'obbligo di redigere il bilancio consolidato:
a) i gruppi di minore dimensione, purché nessuna delle imprese del gruppo sia un ente di interesse pubblico o
un ente sottoposto al regime intermedio
b) i gruppi in cui le imprese controllate sono irrilevanti ai fini della rappresentazione veritiera e corretta del
complesso economico del gruppo
inoltre, nei gruppi a catena il bilancio deve essere di regola redatto solo dalla società che è al vertice del gruppo. Ne
sono invece esonerate le subholding (controllate che a loro volta controllano altre società) che non abbiano emesso
titoli quotati in borsa.
Il bilancio consolidato è redatto dagli amministratori della capogruppo e ha la stessa struttura del bilancio di
esercizio. Anche i principi e i criteri di redazione coincidono con quelli dettati per il bilancio di esercizio.
Dovendo però, il bilancio consolidato, rappresentare la situazione del complesso delle imprese come se si trattasse
di un'unica impresa, non sono iscritti nel bilancio i rapporti interni al gruppo e i relativi risultati.
In particolare, non sono inserite nel bilancio consolidato le seguenti voci:
a) le partecipazioni della controllante in imprese incluse nel consolidamento e la corrispondente frazione del
patrimonio netto (capitale e riserve)
b) i crediti e i debiti fra le imprese incluse nel consolidamento
c) i proventi e gli oneri relativi ad operazioni effettuate tra le stesse
d) gli utili e le perdite conseguenti
la formazione del bilancio consolidato segue lo stesso procedimento, anche temporale, previsto per il bilancio di
esercizio della società capogruppo che lo redige ed è sottoposto agli stessi controlli e alle stesse pubblicità.
Significativa differenza: il bilancio consolidato, a differenza di quello di esercizio, non è assoggettato ad approvazioni
da parte dell'assemblea. Esso costituisce atto degli amministratori.
Tuttavia, nelle società quotate, i soci che rappresentano almeno il 5% del capitale sociale possono richiedere al
tribunale di accertare la conformità del bilancio consolidato alle norme che ne disciplinano i criteri di redazione.
L'accertamento può essere richiesto anche dalla Consob, entro sei mesi dal deposito del bilancio consolidato.

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CAPITOLO 19. LE MODIFICAZIONI DELLO STATUTO.
NOZIONE. PROCEDIMENTO.
Costituisce modificazione dello statuto ogni mutamento del contenuto oggettivo del contratto sociale; mutamento
che può consistere sia nell'inserimento di nuove clausole, sia nella modificazione o soppressione di clausole
preesistenti.
Le modificazioni dello statuto rientrano nella competenza dell'assemblea dei soci in sede straordinaria.
Le delibere modificative dello statuto, al pari di quest'ultimo, erano originariamente soggette ad omologazione da
parte del tribunale. La soppressione del controllo giudiziario sullo statuto il conseguente affidamento al notaio dei
relativi compiti di controllo non hanno fatto venire del tutto meno il controllo giudiziario sulle delibere modificative
dello statuto, ma lo hanno reso eventuale e facoltativo.
Infatti, è il notaio che ha verbalizzato la delibera dell'assemblea che verifica l'adempimento delle condizioni stabilite
dalla legge e, entro 30 giorni, ne richiede l'iscrizione nel registro delle imprese contestualmente al deposito.
Se il notaio ritiene non adempiute le condizioni stabilite dalla legge, ne dà comunicazione agli amministratori i quali,
nei 30 giorni successivi, possono convocare l'assemblea per gli opportuni provvedimenti oppure ricorrere al tribunale
affinché lo stesso, verificato l'adempimento delle condizioni, ordini con proprio decreto l’iscrizione.
In caso di inerzia degli amministratori la delibera è definitivamente inefficace.
La deliberazione non produce effetti se non dopo l'iscrizione e quindi non può essere eseguita prima della stessa.
Per rendere più agevole la conoscenza del contenuto attuale dello statuto, dopo ogni modificazione dello stesso ne
deve essere depositato nel registro delle imprese il testo integrale, nella sua redazione aggiornata.

IL DIRITTO DI RECESSO.
L'applicazione del principio maggioritario anche per le modificazioni dello statuto fa sì che la minoranza non possa
impedire modifiche, anche radicali, dell'assetto societario.
Il che non significa però che il potere dispositivo riconosciuta la maggioranza sia senza limiti: è necessario che siano
rispettati i limiti posti da norme inderogabili e che non siano violati i principi cardine della correttezza e della buona
fede nell'attuazione del contratto sociale, nonché quello della parità di trattamento fra gli azionisti.
In presenza di delibere modificative di particolare gravità, la minoranza è inoltre indirettamente tutelata dalla
previsione di maggioranze più elevate e dal riconoscimento del diritto di recesso dalla società.
DIRITTO DI RECESSO: con la riforma del 2003 sono stati ampliati i casi in cui il diritto di recesso è concesso; inoltre
sono stati modificati i criteri di determinazione del valore delle azioni del socio che recede e il procedimento di
liquidazione del relativo importo.
Le cause di recesso possono oggi essere distinte in cause di recesso inderogabili, derogabili dallo statuto e cause
statutarie. A queste vanno poi aggiunte le specifiche cause di recesso previste per le società che fanno parte di un
gruppo.
CAUSE INDEROGABILI: Il diritto di recesso può essere esercitato dai soci che non hanno concorso (in quanto
dissenzienti, assenti o astenuti) alle delibere riguardanti:
a) la modifica dell'oggetto sociale, purché questa consista in un cambiamento significativo dell'attività della
società
b) la trasformazione della società
c) il trasferimento della sede sociale all'estero
d) la revoca dello Stato di liquidazione
e) l'eliminazione di una o più cause di recesso derogabili o previste dallo statuto
f) la modificazione dei criteri di valutazione delle azioni in caso di recesso
g) le modificazioni che lo statuto concernenti il diritto di voto o di partecipazione
in tutti questi casi il diritto di recesso non può essere soppresso dallo statuto ed è nullo ogni impatto volto ad
escluderlo o a renderne più gravoso l'esercizio.
CAUSE DEROGABILI: Il diritto di recesso spetta ancora, salvo dello statuto non disponga diversamente, ai soci che
non hanno concorso all'approvazione delle delibere riguardanti:
a) la proroga del termine di durata della società
b) l'introduzione o la rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni
CAUSE STATUTARIE: nelle sole società che non fanno appello al mercato del capitale di rischio, lo statuto può
prevedere ulteriori cause di recesso.

Nelle ipotesi fin qui esaminate il recesso (efficace senza preavviso) costituisce l'estrema reazione del socio di fronte
ad una modificazione non desiderata di elementi essenziali del contratto sociale.
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Ma dopo la riforma del 2003 il recesso non ha più solo la funzione di rimedio a tutela della minoranza; nelle società a
tempo indeterminato non quotate esso costituisce anche un temperamento alla durata potenzialmente illimitata del
vincolo sociale, per evitare che i soci restino prigionieri della società.
La riforma ha voluto ribadire che nei contratti a tempo indeterminato deve essere consentito ai contraenti di
recedere con preavviso.
Pertanto, tutti i soci possono recedere liberamente da una società a tempo indeterminato non quotata con un
preavviso di 180 giorni. Lo statuto deve fissare il periodo di tempo, comunque non superiore ad un anno, decorso il
quale il socio può recedere.
Il diritto di recesso deve essere esercitato mediante comunicazione con lettera raccomandata alla società entro 15
giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della delibera che lo legittima; termine portato a 30 giorni dalla
conoscenza da parte del socio, se il fatto che legittima il recesso non è una delibera.
Le azioni per le quali è esercitato il diritto di recesso non possono essere cedute e devono essere depositate presso
la sede della società. Quest'ultima può sottrarsi al rimborso delle azioni se entro 90 giorni dal recesso revoca la
delibera che lo legittima o se i soci deliberano lo scioglimento della società.
DETERMINAZIONE VALORE AZIONI: nelle società non quotate il valore delle azioni da rimborsare è determinato dagli
amministratori, sentito il parere del collegio sindacale e del revisore legale “tenuto conto della consistenza
patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell'eventuale valore di mercato delle azioni”.
Lo statuto può tuttavia stabilire criteri più analitici di valutazione, nonché indicare specifici elementi suscettibili di
valutazione patrimoniale da tenere in considerazione.
Nelle società con azioni quotate, il valore di liquidazione delle stesse è invece determinato facendo riferimento alla
media aritmetica dei prezzi di chiusura nei sei mesi che precedono la convocazione dell'assemblea; lo statuto può
prevedere l'impiego di criteri alternativi di valutazione, purché il valore che ne risulta non sia inferiore.
I soci hanno diritto di conoscere la determinazione del valore di rimborso nei 15 giorni precedenti la data fissata per
l'assemblea. In caso di contestazione, il valore di liquidazione è determinato entro 90 giorni dall'esercizio del recesso
da un esperto nominato dal tribunale con relazione giurata.
LIQUIDAZIONE DELLE AZIONI DEL SOCIO RECEDENTE: le azioni del socio che recede devono essere innanzitutto
offerte in opzione agli altri soci in proporzione al numero delle azioni possedute. Per la parte non acquistata dai soci
possono essere collocate sul mercato.
In caso di mancato collocamento presso i soci e presso terzi, le azioni vengono rimborsate mediante acquisto da
parte della società, rispettando il limite degli utili distribuibili e delle riserve disponibili.
Solo in assenza di utili e riserve disponibili deve essere convocata l'assemblea straordinaria per deliberare la
riduzione del capitale sociale o lo scioglimento della società.
I creditori sociali possono opporsi alla delibera di riduzione del capitale, secondo la disciplina prevista per la
riduzione reale del capitale.
Se l'opposizione è accolta, la società si scioglie.

LE MODIFICAZIONI DEL CAPITALE SOCIALE.


L'aumento del capitale sociale può essere reale (o a pagamento) oppure nominale (o gratuito).
Nel primo caso si ha un aumento del capitale sociale nominale e del patrimonio della società per effetto di nuovi
conferimenti.
Nel secondo caso si incrementa solo il capitale nominale, mentre il patrimonio della società resta invariato.

L’AUMENTO REALE DEL CAPITALE SOCIALE.


Con l'aumento reale del capitale sociale, la società intende procurarsi nuovi mezzi finanziari a titolo di capitale di
rischio: nuovi conferimenti.
L'aumento reale da perciò luogo all'emissione di nuove azioni a pagamento, che vengono sottoscritte dai soci attuali,
cui per legge è riconosciuto il diritto di opzione, ovvero da terzi che così diventano soci.
Per evitare la formazione di un vistoso capitale rappresentato prevalentemente da crediti verso soci, non è
consentito eseguire un aumento del capitale fino a che le azioni precedentemente emesse non siano interamente
liberate. Tuttavia, la violazione di tale disposizione non comporta nullità della delibera di aumento: restano salvi gli
obblighi assunti con la sottoscrizione delle azioni e gli amministratori sono responsabili in solido per i danni arrecati
ai soci e ai terzi.
Competente a deliberare l'aumento di capitale e l'assemblea straordinaria dei soci. Lo statuto o una successiva
modifica dello stesso possono però attribuire agli amministratori la facoltà di aumentare in una o più volte il capitale
sociale. Tuttavia:
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a) deve essere predeterminato l'ammontare massimo entro cui gli amministratori possono aumentare il
capitale sociale
b) la delega può essere concessa per un periodo massimo di 5 anni. La delega è rinnovabile.
Inoltre l'attuale disciplina consente che agli amministratori sia riconosciuta la facoltà di deliberare in merito
all'esclusione o limitazione del diritto di opzione dei soci, ma lo statuto deve determinare i criteri cui gli
amministratori devono attenersi.
Il verbale della delibera del consiglio di amministrazione di aumento del capitale sociale deve essere redatto da un
notaio. La relativa delibera consiliare è soggetta ai controlli previsti per le delibere modificative dell'atto costitutivo e
ad iscrizione nel registro delle imprese.
Una specifica disciplina è dettata per la sottoscrizione dell'aumento del capitale sociale.
La deliberazione di aumento deve fissare il termine, non inferiore a 15 giorni dalla pubblicazione dell'offerta, entro
cui devono essere raccolte le sottoscrizioni.
Può verificarsi che l'aumento di capitale non sia integralmente sottoscritto; in tal caso, il capitale è aumentato di un
importo pari alle sottoscrizioni raccolte solo se la deliberazione di aumento lo abbia espressamente previsto.
In mancanza, l'aumento di capitale è inscindibile e la sottoscrizione parziale non vincola né la società né i
sottoscrittori: questi sono liberati dall'obbligo di conferimento assunto e hanno diritto alla restituzione delle somme
versate.
Per i conferimenti in sede di aumento del capitale sociale vale la stessa disciplina esposta per i conferimenti al
momento della costituzione della società. Tuttavia, il versamento del 25% dei conferimenti in denaro deve essere
effettuato direttamente alla società e non presso una banca. Inoltre, se le azioni sono emesse con sovrapprezzo,
questo deve essere integralmente versato all'atto della sottoscrizione.
I conferimenti in natura possono essere sottoposti ad uno dei metodi di valutazione alternativi a quello della stima
giurata; in tal caso, gli amministratori devono controllare il valore dei conferimenti valutati con metodi alternativi
entro 30 giorni dalla data di esecuzione del conferimento. Entro questo termine, i soci che rappresentano il 5% del
capitale possono chiedere che gli amministratori facciano realizzare una nuova valutazione secondo il normale
procedimento.

IL DIRITTO DI OPZIONE.
Il diritto di opzione è il diritto dei soci attuali di essere preferiti ai terzi nella sottoscrizione dell'aumento del capitale
sociale a pagamento.
Il diritto di opzione consente di mantenere inalterata la proporzione di partecipazione di ciascun socio al capitale e al
patrimonio sociale. Serve quindi a mantenere inalterata la proporzione in cui ciascun socio partecipa, attraverso il
voto, alla formazione della volontà sociale. Serve inoltre a mantenere inalterato il valore reale della partecipazione
azionaria in presenza di riserve accumulate (cioè di utili non distribuiti, i quali aumentano il valore delle azioni).
Tutto ciò comporta che il diritto di opzione ha un proprio valore economico, che l’azionista può monetizzare
cedendolo a terzi qualora non voglia o non possa concorrere all’aumento del capitale sociale.
Attualmente il diritto di opzione ha per oggetto le azioni di nuova emissione di qualsiasi categoria e le obbligazioni
convertibili in azioni emesse dalla società.
Esso compete agli azionisti di ogni categoria e ai possessori di obbligazioni convertibili su tutte le azioni di nuova
emissione.
Il diritto di opzione è attribuito a ciascun azionista in proporzione del numero di azioni già possedute.
Per l’esercizio del diritto di opzione la società deve concedere un termine, non inferiore a 15 gg, che decorre dalla
pubblicazione dell’offerta.
Gli amministratori non sono liberi di collocare a loro piacimento le azioni che sono rimaste inoptate, infatti:
a) se le azioni non sono quotate, coloro che hanno esercitato il diritto di opzione hanno diritto di prelazione
nella sottoscrizione delle azioni non optate.
b) Se le azioni sono quotate, i diritti di opzione residui devono essere offerti nel mercato regolamentato dagli
amministratori, per conto della società, per almeno 5 riunioni e il ricavato della vendita va a beneficio del
patrimonio sociale.
Solo se gli azionisti non si avvalgono per l’intero del diritto di prelazione o i diritti offerti nel mercato regolamentato
restano invenduti, le azioni di nuova emissione potranno essere liberamente collocate.
Il diritto di opzione degli azionisti è sacrificabile in presenza di situazioni oggettive rispondenti ad un concreto
interesse della società.
1) Il diritto di opzione è escluso per legge quando le azioni devono essere liberate mediante conferimenti in
natura
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2) Il diritto di opzione può essere escluso o limitato con la delibera di aumento del capitale “quando l’interesse
della società lo esige”
3) Nelle società con azioni quotate lo statuto può escludere il diritto di opzione nei limiti del 10% del capitale
preesistente, purché il prezzo di emissione corrisponda al valore di mercato delle azioni
4) Il diritto di opzione può essere escluso, con delibera dell’assemblea straordinaria, quando le azioni devono
essere offerte in sottoscrizione ai dipendenti della società o anche ai dipendenti di società controllanti o
controllate.
Nei casi di esclusione del diritto di opzione di cui ai numeri 1 e 2, è obbligatoria l’emissione delle nuove azioni con
sovrapprezzo, in modo da ridimensionare il pregiudizio patrimoniale degli azionisti attuali.
Il collegio sindacale deve esprimere il proprio parere sulla congruità del prezzo di emissione. Nelle società con azioni
quotate tale parere è espresso dal revisore.
Il diritto di opzione non si considera escluso o limitato quando le azioni di nuova emissione sono sottoscritte da
banche o da altri soggetti autorizzati al collocamento di strumenti finanziari, con l’obbligo di offrirle successivamente
agli azionisti rispettando la disciplina del diritto di opzione.
Le spese dell’operazione sono a carico della società.
Nel periodo di detenzione delle azioni l’intermediario non può esercitare il diritto di voto.

L’AUMENTO NOMINALE DEL CAPITALE SOCIALE.


L'aumento nominale del capitale sociale è operazione che non dà luogo a nuovi conferimenti e non determina perciò
alcun incremento del patrimonio sociale.
L'aumento nominale è infatti posto in essere dall'assemblea straordinaria “imputando a capitale le riserve e gli altri
fondi iscritti in bilancio in quanto disponibili”.
Possono quindi essere utilizzate le riserve facoltative e le riserve statutarie prive di specifica destinazione; non è
invece imputabile a capitale la riserva legale, almeno per la parte che non supera il 20% del capitale sociale.
L'aumento quindi è realizzato utilizzando valori già esistenti nel patrimonio della società. Il passaggio a capitale di
riserve e fondi disponibili comporta che la società non può più disporre a favore dei soci dei corrispondenti valori del
patrimonio netto. Essi restano assoggettati al vincolo di stabile indisponibilità proprio del capitale sociale.
L'aumento nominale del capitale sociale può essere attuato o aumentando il valore nominale delle azioni in
circolazione o mediante l'emissione di nuove azioni. Queste ultime devono avere le stesse caratteristiche di quelle
già in circolazione e devono essere assegnate gratuitamente agli azionisti in proporzione di quelle da essi già
possedute, in modo da non alterare le preesistenti posizioni reciproche degli azionisti.

LA RIDUZIONE DEL CAPITALE SOCIALE. LA RIDUZIONE REALE.


Anche la riduzione del capitale sociale può essere reale o nominale, a seconda che la riduzione dia luogo o meno ad
un corrispondente rimborso ai soci del valore dei conferimenti; sia o meno accompagnata da una contestuale
riduzione del patrimonio sociale.
È riduzione reale la riduzione del capitale sociale disciplinata dal 2245, è riduzione nominale la riduzione del capitale
sociale per perdite.
RIDUZIONE REALE: la disciplina attuale non richiede più che la riduzione reale del capitale sociale trovi giustificazione
nell’esuberanza dello stesso per il conseguimento dell'oggetto sociale. Oggi la riduzione reale può essere disposta
anche per cause diverse dall'esuberanza.
La riduzione reale del capitale resta però circondata da una serie di cautele sostanziali e procedimentali, In quanto
operazione potenzialmente pericolosa per i creditori sociali e per i soci di minoranza.
CONDIZIONI:
a) il capitale sociale non può essere ridotto al di sotto del minimo legale di 50.000 €
b) se la società ha emesso obbligazioni, la riduzione reale del capitale sociale non può avere luogo se non è
rispettato il limite legale all'emissione di queste ultime
Sono poi previste particolari cautele procedimentali.
L’avviso di convocazione dell'assemblea deve indicare le ragioni e le modalità della riduzione.
La delibera, adottata con le normali maggioranze previste per le modificazioni dello statuto, può essere eseguita solo
dopo 90 giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese.
Entro questo termine, i creditori sociali anteriori all'iscrizione possono fare opposizione alla delibera di riduzione.
L'opposizione sospende l'esecuzione della delibera fino all'esito del giudizio sulla stessa.
Il tribunale può tuttavia disporre che l'esecuzione abbia ugualmente luogo se ritiene infondato il pericolo di
pregiudizio per i creditori o se la società presta idonea garanzia a favore del creditore opponente.
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La riduzione reale può avere luogo mediante liberazione dei soci dall'obbligo dei versamenti ancora dovuti, o
mediante rimborso agli stessi del capitale.
La società può anche procedere all'acquisto e al successivo annullamento di proprie azioni.
Le modalità di riduzione prescelte devono comunque assicurare la parità di trattamento degli azionisti. Ad esempio,
riduzione proporzionale del valore nominale di tutte le azioni; la riduzione del numero delle stesse mediante
acquisto delle azioni da annullare sul mercato; estrazione a sorte e annullamento di un certo numero di azioni dietro
il rimborso del solo valore nominale delle azioni stesse.
In quest'ultimo caso agli azionisti rimborsati vengono rilasciati speciali titoli denominati azioni di godimento, dato
che il valore reale delle azioni può essere notevolmente superiore a quello nominale.
Le azioni di godimento partecipano alla ripartizione degli utili solo dopo che sia stato corrisposto alle altre azioni un
dividendo pari all'interesse legale sul valore nominale.
Per lo stesso motivo le azioni di godimento partecipano alla ripartizione del saldo attivo di liquidazione solo dopo che
alle altre azioni è stato rimborsato il valore nominale.
Salvo che l'atto costitutivo non disponga diversamente, le azioni di godimento non attribuiscono diritto di voto.

LA RIDUZIONE DEL CAPITALE SOCIALE PER PERDITE.


Il patrimonio netto della società può scendere, per effetto di perdite, al di sotto del capitale sociale nominale.
La riduzione del capitale sociale per perdite consiste nell'adeguare la cifra del capitale sociale nominale all'attuale
minor valore del capitale reale.
E quindi una riduzione puramente nominale, dato che non comporta di per sé alcuna riduzione del patrimonio
sociale; quest'ultima si è infatti già verificata per effetto delle perdite subite dalla società.
La società non è obbligata a ridurre il capitale sociale fino a quando la perdita dello stesso non sia superiore ad un
terzo; perché tale situazione ricorra è necessario che le perdite abbiano completamente eroso tutte le riserve.
Non si ha infatti perdita del capitale fin quando l'importo delle perdite non supera l'ammontare delle riserve.
Anche se non obbligata, la società può ugualmente ridurre il capitale per perdite per poter distribuire gli utili
successivamente conseguiti; distribuzione altrimenti vietata fin quando le perdite non siano state colmate.
La riduzione facoltativa per perdite segue la disciplina generale delle modificazioni dell'atto costitutivo.
La riduzione del capitale sociale diventa invece obbligatoria quando il capitale è diminuito di oltre un terzo in
conseguenza di perdite. La relativa disciplina è però parzialmente diversa a seconda che il capitale sia o meno ridotto
anche al di sotto del minimo legale.
Sei il minimo legale non è stato intaccato, gli amministratori o nel caso di loro inerzia il collegio sindacale devono
convocare senza indugio l'assemblea straordinaria e sottoporre una situazione patrimoniale aggiornata della società,
con le osservazioni del collegio sindacale.
La situazione patrimoniale (un vero e proprio bilancio infrannuale, comprensivo di Stato patrimoniale e conto
economico) e le osservazioni devono restare depositate nella sede della società durante gli 8 giorni che precedono
l'assemblea, in modo che i soci possano prenderne visione.
L'assemblea così convocata prende gli opportuni provvedimenti. Non è quindi obbligata a decidere l'immediata
riduzione del capitale sociale e può anche limitarsi ad un semplice “rinvio a nuovo” delle perdite.
Tuttavia, se entro l'esercizio successivo la perdita non risulta diminuita a meno di un terzo, l'assemblea ordinaria che
approva il bilancio di tale esercizio deve ridurre il capitale in proporzione delle perdite accertate.
In mancanza, la riduzione del capitale è disposta d’ufficio dal tribunale, con proprio decreto, su richiesta degli
amministratori o dei sindaci.
La disciplina diventa più rigorosa se, per la perdita di oltre un terzo, il capitale scende al di sotto del minimo legale.
In tal caso l'assemblea, convocata sempre senza indugio dagli amministratori, deve necessariamente deliberare o la
riduzione del capitale sociale e il contemporaneo aumento a una cifra non inferiore al minimo legale (cioè la
ricostituzione del capitale sociale mediante nuovi conferimenti fino alla cifra del minimo legale) o la trasformazione
della società.
Se l'assemblea non adotta una di tali decisioni, la società si scioglie ed entra in stato di liquidazione.
Non è quindi consentito attendere i risultati dell'esercizio successivo per prendere provvedimenti.
Tuttavia, se la società presenta una domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo, la disciplina
esposta rimane sospesa per tutta la durata della procedura, fino al decreto di omologa.
Lo stesso vale quando la società presenta domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione di debiti o
chiede al tribunale di concederle protezione dalle azioni esecutive dei creditori al fine di raggiungere con gli stessi un
accordo di ristrutturazione dei debiti.

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Fino alla presentazione delle relative domande però gli amministratori devono limitarsi a gestire la società ai soli fini
della conservazione dell'integrità e del valore del patrimonio sociale.

CAPITOLO 20. (LE OBBLIGAZIONI).


NOZIONE E TIPOLOGIA.
La società per azioni può emettere obbligazioni; tipico e tradizionale strumento per la raccolta di capitale di prestito
fra il pubblico.
Le obbligazioni sono infatti i titoli di credito (nominativi o al portatore) che rappresentano frazioni di uguale valore
nominale e con uguali diritti di un’unitaria operazione di finanziamento a titolo di mutuo. I titoli obbligazionari
documentano quindi un credito verso la società.
AZIONI E OBBLIGAZIONI: distinzione netta. L'azione attribuisce la qualità di socio e, quindi, di compartecipe ai
risultati dell'attività d'impresa; l'obbligazione attribuisce invece la qualità di creditori della società.
L'obbligazionista ha diritto ad una remunerazione periodica fissa (interessi), normalmente svincolata dai risultati
economici della società finanziata; ha inoltre diritto al rimborso del valore nominale del capitale prestato alla
scadenza pattuita.
L'azionista ha diritto al rimborso del supporto solo in sede di liquidazione della società e sempre che residui un attivo
netto dopo che sono stati soddisfatti tutti i creditori, compresi gli obbligazionisti.
Inoltre, la quota di liquidazione dell'azionista può essere uguale, superiore o inferiore al valore nominale del
conferimento eseguito.
OBBLIGAZIONI E STRUMENTI FINANZIARI PARTECIPATIVI: distinzione meno netta. Sono entrambi i titoli emessi a
seguito di un apporto non imputato a capitale.
Le obbligazioni hanno però caratteristiche tipiche:
a) sono titoli di massa, in quanto rappresentano frazioni standardizzate di un'unica operazione economica
b) attribuiscono il diritto al rimborso di una somma di denaro
il diritto al rimborso del capitale delle obbligazioni può essere subordinato alla soddisfazione dei diritti di altri
creditori, ma non può dipendere dall'andamento economico della società, né può essere escluso o soppresso.
Solo i tempi e l'entità del pagamento degli interessi possono variare indipendenza di parametri oggettivi anche
relativi all'andamento economico della società.
Gli strumenti finanziari partecipativi sono invece genericamente forniti di diritti patrimoniali o anche di diritti
amministrativi, escluso il diritto di voto nell'assemblea generale degli azionisti. Essi rappresentano pertanto una
categoria residuale, atta a ricomprendere tutti gli strumenti finanziari emessi dalle società non altrimenti qualificati e
disciplinati dalla legge.
TIPI SPECIALI DI OBBLIGAZIONI: i caratteri distintivi delle obbligazioni restano fermi anche nei tipi speciali di
obbligazioni che la pratica societaria ha creato per incentivare la propensione dei risparmiatori verso tale forma di
investimento.
Fra i tipi speciali di obbligazioni possono essere ricordati per la loro diffusione:
a) le obbligazioni indicizzate, che mirano a neutralizzare gli effetti della svalutazione monetaria e ad adeguare il
rendimento dei titoli all'andamento del mercato finanziario
b) le obbligazioni convertibili in azioni, che attribuiscono all’obbligazionista la facoltà di trasformare il proprio
credito in una partecipazione azionaria della società emittente o di altra società alla prima collegata.
c) Le obbligazioni con warrant (o con diritto di opzione su azioni), che attribuiscono all'azionista il diritto di
sottoscrivere o acquistare azioni della società emittente o di altra società, ferma restando la posizione di
creditore per le obbligazioni possedute. Ciò le distingue dalle obbligazioni convertibili.
d) Le obbligazioni subordinate, nelle quali il diritto degli azionisti al pagamento degli interessi e il rimborso del
capitale è, in tutto o in parte, subordinato all'integrale soddisfacimento degli altri creditori, in caso di
liquidazione volontaria o di assoggettamento a procedura concorsuale della società emittente.
e) Le obbligazioni partecipative, in cui la remunerazione periodica del capitale è commisurata, in tutto o in
parte, agli utili di bilancio della società emittente.
Le obbligazioni subordinate e partecipative devono avere una durata non inferiore a 36 mesi quando sono emesse
da società non quotate di medio grandi dimensioni.

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I LIMITI ALL’EMISSIONE DI OBBLIGAZIONI.
Il codice civile del 1942 poneva un limite all'emissione di obbligazioni da parte delle società per azioni, stabilendo che
queste non potevano essere emesse per somma eccedente il capitale versato ed esistente risultante dall'ultimo
bilancio approvato. Il punto è stato radicalmente modificato dalla riforma del 2003.
In base all'attuale disciplina la società per azioni può emettere obbligazioni per somma complessivamente non
eccedente il doppio del capitale sociale (sottoscritto), della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti
dall'ultimo bilancio approvato.
I sindaci attestano il rispetto di tale limite.
Per impedire l'elusione di questo limite, si prevede che nel calcolo dello stesso concorrono anche gli importi relativi
alle garanzie comunque prestate dalla società per obbligazioni emesse da altre società (se una società garantisce
obbligazioni emesse da un’altra, queste si contano come se fossero sue, così non può aggirare il limite massimo di
obbligazioni che può emettere).
La società può tuttavia emettere obbligazioni per ammontare superiore al limite fissato in via generale quando:
a) le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate ad essere sottoscritte da investitori istituzionali soggetti
a vigilanza prudenziale (banche, società finanziarie, assicurazioni), i quali a loro volta, se trasferiscono le
obbligazioni sottoscritte, rispondono della solvenza della società nei confronti degli acquirenti che non siano
investitori professionali
b) le obbligazioni sono garantite da ipoteca di primo grado sui mobili di proprietà della società, sino a due terzi
del valore di bilancio di questi
c) ricorrono particolari ragioni che interessano l'economia nazionale e la società è autorizzata con
provvedimento della autorità governativa a superare tale limite
d) le obbligazioni sono destinate ad essere quotate in mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di
negoziazione
e) le obbligazioni danno diritto di acquisire ovvero di sottoscrivere azioni (obbligazioni convertibili, obbligazioni
con warrant)
restano in ogni caso salvi le disposizioni di leggi speciali relative a particolari categorie di società, quali le società
bancarie.
Per le altre società, la legge si preoccupa poi di garantire che il rapporto fra capitale più riserve ed obbligazioni
permanga per tutta la durata del prestito obbligazionario.
La società che ha emesso obbligazioni non può infatti ridurre volontariamente il capitale sociale o distribuire riserve
se il limite non risulta più rispettato per le obbligazioni che restano in circolazione.
È però consentita la riduzione per perdite obbligatoria, ma in tal caso non possono distribuirsi utili finché non viene
ripristinato il predetto rapporto fra capitale più riserve ed obbligazioni.

IL PROCEDIMENTO DI EMISSIONE
Con l'attuale disciplina l'emissione delle obbligazioni cessa di essere materia di competenza dell'assemblea
straordinaria, infatti, la loro emissione è deliberata dagli amministratori.
La delibera di emissione deve risultare da verbale redatto da un notaio, è soggetta al controllo di legalità da parte
dello stesso e ad iscrizione nel registro delle imprese.
Essa produce effetti e può essere eseguita solo dopo l'iscrizione.
La delibera di emissione di obbligazioni che prevede la costituzione di garanzie reali (ipoteca, pegno, privilegi
speciali) a favore dei sottoscrittori, deve designare un notaio per il compimento delle formalità necessarie per la
costituzione delle stesse.
L'ammontare delle obbligazioni emesse deve risultare da un apposito libro delle obbligazioni. In tale libro devono
essere annotati anche l'ammontare delle obbligazioni via via estinte, i dati dei titolari di obbligazioni nominative, i
trasferimenti e i vincoli relativi a queste ultime.

LE OBBLIGAZIONI CONVERTIBILI IN AZIONI


Art 2420 bis. Tale norma regola le obbligazioni convertibili in azioni della stessa società di futura emissione
(procedimento diretto). Sono queste obbligazioni che attribuiscono il diritto di sottoscrivere azioni della stessa
società, in base ad un prefissato rapporto di cambio, utilizzando come conferimento le somme già versate al
momento dell'acquisto delle obbligazioni.
Chi esercita il diritto di conversione cessa perciò di essere obbligazionista e diventa azionista della società.
Le obbligazioni convertibili devono essere offerte in opzione agli azionisti e ai possessori di obbligazioni convertibili
precedentemente emesse.
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Inoltre, già in sede di emissione delle obbligazioni devono essere rispettate condizioni simili a quelle richieste per
l'emissione di nuove azioni e che a rigore dovrebbero acquistare rilievo solo in sede di conversione. Infatti:
a) la delibera di emissione delle obbligazioni convertibili non può essere adottata se il capitale sociale
precedentemente sottoscritto non è stato integralmente versato
b) le obbligazioni convertibili non possono essere emesse per somma complessivamente inferiore al loro valore
nominale e al valore nominale delle azioni offerte in conversione.
Competente a deliberare l'emissione di obbligazioni convertibili è l'assemblea straordinaria.
L'atto costitutivo o una successiva modifica dello stesso possono tuttavia attribuire agli amministratori la facoltà di
emettere obbligazioni convertibili, fino ad un ammontare determinato e per il periodo massimo di 5 anni.
Per assicurare ai sottoscrittori di obbligazioni convertibili l'effettiva possibilità di conversione, la stessa assemblea
che delibera l'emissione delle obbligazioni deve determinare il rapporto di cambio, nonché il periodo e le modalità di
conversione; deve inoltre contestualmente deliberare l'aumento del capitale sociale per un ammontare
corrispondente al valore nominale delle azioni da attribuire in conversione.
L'aumento del capitale così deliberato sarà sottoscritto via via che gli obbligazionisti eserciteranno il diritto di
conversione.
La legge si preoccupa infine di conciliare, durante il periodo concesso per la conversione, la libertà di decisione della
società con l'esigenza di tutelare i possessori di tali obbligazioni di fronte ad operazioni societarie che possono
vistosamente alterare il valore del diritto di conversione e la loro eventuale futura posizione di azionisti.
Sono al riguardo fissate tre distinte regole:
1) in caso di aumento del capitale sociale a pagamento e di nuove emissioni di obbligazioni convertibili, il diritto
di opzione sugli stessi spetta anche ai possessori di obbligazioni convertibili
2) in caso di aumento gratuito del capitale o di riduzione dello stesso per perdite, il rapporto di cambio è
automaticamente modificato in proporzione alla misura dell'aumento o della riduzione del capitale.
Nel primo caso, la società dovrà aumentare proporzionalmente il numero delle azioni offerte in conversione.
Nel caso di riduzione per perdite, invece, sarà ridotto il valore nominale o il numero delle azioni offerte in
conversione. Ciò per evitare che chi converte acquisti una quota di partecipazione percentualmente
maggiore di quella offerta lì al momento dell'emissione del prestito convertibile.
3) Infine, la società non può deliberare la riduzione volontaria del capitale sociale, la fusione con altra società,
la scissione o disposizioni concernenti la ripartizione degli utili, fin quando non siano scaduti i termini fissati
per la conversione. Il divieto non ha però carattere assoluto: può essere superato dalla società concedendo
agli obbligazionisti la facoltà di conversione anticipata.
In caso di fusione (e scissione) ai possessori di obbligazioni convertibili, che non si avvalgono della
conversione anticipata, devono essere assicurati diritti equivalenti a quelli loro spettanti prima della fusione
o della scissione, salvo che la modifica dei loro diritti non sia stata approvata dall'assemblea degli
obbligazionisti.

L’ORGANIZZAZIONE DEGLI OBBLIGAZIONISTI


L'organizzazione degli obbligazionisti è volta a tutelare gli interessi degli stessi verso la società ed è articolata in due
organi: l’assemblea e il rappresentante comune.
L'assemblea degli obbligazionisti delibera:
1) sulla nomina e sulla revoca del rappresentante comune
2) sulle modificazioni delle condizioni del prestito (es. Riduzione del tasso di interesse, prolungamento del
prestito o temporanea sospensione del pagamento degli interessi)
3) sulle proposte di amministrazione controllata e di concordato preventivo e fallimentare
4) sulla costituzione di un fondo per le spese necessarie alla tutela dei comuni di interessi e sul relativo
rendiconto
5) sugli altri oggetti di interesse comune degli obbligazionisti.
Valgono per l'assemblea degli obbligazionisti le stesse regole di funzionamento dettate per l'assemblea straordinaria
dei soci.
L'assemblea è convocata dagli amministratori della società o dal rappresentante comune degli obbligazionisti.
La convocazione è obbligatoria quando ne ha fatta richiesta da tanti obbligazionisti che rappresentano un ventesimo
dei titoli emessi e non estinti. All'assemblea possono assistere amministratori e sindaci.
Per le delibere di modificazione delle condizioni del prestito è necessario il voto favorevole degli obbligazionisti che
rappresentano la metà delle obbligazioni emesse e non estinte.

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Le deliberazioni dell'assemblea degli obbligazionisti sono iscritte nel registro delle imprese a cura del notaio che ha
redatto il verbale.
Il codice estende alle delibere dell'assemblea degli obbligazionisti l'intera disciplina dettata per le delibere
assembleari nulle e annullabili.
Il rappresentante comune degli obbligazionisti è nominato dall'assemblea. Se questa non vi provvede è nominato dal
tribunale. La nomina è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese.
Il rappresentante comune dura in carica per un periodo non superiore a tre esercizi ed è rieleggibile.
Può essere revocato dall'assemblea anche senza giusta causa e salvo in tal caso il diritto al risarcimento dei danni.
Il rappresentante comune tutela degli interessi comuni degli obbligazionisti nei confronti della società e dei terzi.
In particolare:
1) esegue le deliberazioni dell'assemblea degli obbligazionisti
2) assiste alle operazioni per l'estinzione a sorteggio delle obbligazioni
3) ha la rappresentanza processuale degli obbligazionisti, anche nelle procedure concorsuali
l'organizzazione di gruppo non priva il singolo obbligazionista per potere di tutelare i propri diritti nei confronti della
società. Sono tuttavia preclude le azioni individuali che siano incompatibili con le deliberazioni dell'assemblea.

CAPITOLO 21 (LO SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETA’ PER AZIONI).


LE CAUSE DI SCIOGLIMENTO.
La società per azioni di scioglie ed entra in stato di liquidazione col verificarsi di una delle seguenti cause:
1) il ricorso nel termine di durata è stato nell'atto costitutivo; termine che può essere prorogato prima della
scadenza con delibera dell'assemblea straordinaria. Tuttavia:
a) per le società che non fanno appello al mercato del capitale di rischio è richiesta la maggioranza
rafforzata di più di un terzo del capitale sociale
b) in tutte le spa è riconosciuto il diritto di recesso agli azionisti che non hanno concorso all'approvazione
della delibera
2) Il conseguimento dell'oggetto sociale o la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo. Tale causa di
scioglimento non opera se l'assemblea delibera le opportune modifiche statutarie
3) impossibilità di funzionamento o la continua inattività dell'assemblea. È necessario che la paralisi dell’organo
assembleare, per assenteismo degli azionisti o per contrasti che impediscono la formazione delle prescritte
maggioranze, precluda l’adozione di delibere necessarie per il funzionamento della società
4) La riduzione del capitale (per perdite) al di sotto del minimo legale, salvo che l'assemblea deliberi la
riduzione e il contemporaneo aumento del capitale ad una cifra superiore al minimo legale, oppure la
trasformazione della società.
5) La delibera dell'assemblea straordinaria di scioglimento della società in seguito al recesso di uno o più soci,
ovvero all'impossibilità di provvedere al rimborso delle relative azioni senza ridurre il capitale sociale
6) la deliberazione dell'assemblea di scioglimento anticipato, per la quale nelle società che non fanno ricorso al
mercato del capitale di rischio è chiesta la maggioranza rafforzata di più di un terzo del capitale
7) le altre cause previste dall'atto costitutivo o dallo statuto
Dopo la riforma del 2003 non è più causa di scioglimento la dichiarazione di fallimento della società.
Verificatasi una causa di scioglimento gli amministratori devono procedere senza indugio al suo accertamento e
all'iscrizione nel registro delle imprese della relativa dichiarazione o della deliberazione assembleare che dispone lo
scioglimento.
In caso di omissione da parte degli amministratori, il tribunale, su istanza dei singoli soci o amministratori o sindaci,
accerta il verificarsi della causa di scioglimento con decreto soggetto ad iscrizione nel registro delle imprese.
Alla denominazione della società deve essere aggiunta l'indicazione che si tratta di società in liquidazione.
L'iscrizione nel registro delle imprese della causa di scioglimento acquista con la riforma del 2003 particolare rilievo
dato che gli effetti connessi al verificarsi di una causa di scioglimento non decorrono più dal momento stesso in cui la
causa di scioglimento si è verificata, bensì da quello successivo dell'iscrizione nel registro delle imprese e della
dichiarazione di accertamento del consiglio di amministrazione o della delibera assembleare che dispone lo
scioglimento.
In caso di ritardo o di omissione nell'accertamento e nell'iscrizione, gli amministratori sono personalmente e
solidalmente responsabili per i danni subiti dalla società, dai creditori sociali e dai terzi.

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LA SOCIETA’ IN STATO DI LIQUIDAZIONE.
Il verificarsi di una causa di scioglimento non determina l'immediata estinzione della società: si deve prima
provvedere, attraverso il procedimento di liquidazione, al pagamento dei creditori sociali e alla ripartizione fra i soci
dell'eventuale residuo attivo.
Gli amministratori restano in carica fino alla nomina dei liquidatori ma, contestualmente all'accertamento della
causa di scioglimento, devono convocare l'assemblea per le deliberazioni relative alla liquidazione.
Sono inoltre responsabili della conservazione dei beni sociali fin quando non li abbiano consegnati ai liquidatori.
Infine, essi vedono limitati i loro poteri: conservano il potere di gestire la società “ai soli fini della conservazione
dell'integrità e del valore del patrimonio sociale” in attesa di farne consegna ai liquidatori.
Per gli atti o le omissioni posti in essere violando tale limitazione, gli amministratori sono personalmente e
solidalmente responsabili dei danni arrecati alla società, ai soci, ai creditori sociali e ai terzi.
Con gli amministratori risponderà nei confronti dei terzi anche la società.
Lo scioglimento della società si ripercuote anche sugli altri organi sociali:
il collegio sindacale continuerà a svolgere le consuete attività di controllo, anche nei confronti dei liquidatori che
subentrano agli amministratori; mentre per quanto riguarda l'attività deliberativa dell'assemblea, è controverso se
siano compatibili con lo stato di liquidazione alcune delibere modificative dello statuto (aumento del capitale sociale
a pagamento, riduzione facoltativa, trasformazione). È comunque certamente consentita la fusione con altre società,
fin quando non sia iniziata la distribuzione dell'attivo.
Con la riforma del 2003 è stata espressamente disciplinata la revoca dello Stato di liquidazione.
La società può in ogni momento revocare lo stato di liquidazione e tornare ad una fase di normale esercizio con
delibera dell'assemblea straordinaria, ma nelle società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio è
richiesta la maggioranza rafforzata di un terzo del capitale sociale.
Inoltre, in tutte le SPA, ai soci che non hanno concorso alla deliberazione è riconosciuto diritto di recesso.
Anche i creditori sociali sono tutelati: la revoca ha effetto solo dopo 60 giorni dall'iscrizione nel registro delle
imprese, termine entro il quale i creditori sociali anteriori all'iscrizione possono proporre opposizione.

IL PROCEDIMENTO DI LIQUIDAZIONE. L’ESTINZIONE DELLA SOCIETA’.


Il procedimento di liquidazione si apre con la nomina di uno o più liquidatori. Essi sono nominati dall'assemblea
straordinaria, con una delibera che ne fissa anche il numero, le regole di funzionamento e i poteri.
Nell'inerzia dell'assemblea, i liquidatori sono nominati dal tribunale, su istanza dei singoli soci, amministratori o
sindaci.
I liquidatori restano in carica per tutta la durata del procedimento di liquidazione, salvo che non sia espressamente
fissato un termine.
Valgono per essi le cause di ineleggibilità e di decadenza previste per gli amministratori.
I liquidatori possono essere revocati dall'assemblea con le maggioranze prescritte per l'assemblea straordinaria.
Se sussiste giusta causa, sono revocabili anche dal tribunale, su istanza dei soci, dei sindaci o del pubblico ministero.
I provvedimenti di nomina e di revoca dei liquidatori sono soggetti a iscrizione nel registro delle imprese.
Con l'iscrizione della nomina dei liquidatori, gli amministratori cessano dalla carica e devono consegnare ai
liquidatori i libri sociali, una situazione dei conti alla data dello scioglimento e un rendiconto della loro gestione
relativo al periodo successivo l'ultima approvazione di bilancio.
Di tale consegna viene redatto apposito verbale.
Poteri, doveri e responsabilità dei liquidatori sono modellati su quelli degli amministratori, sia pure con gli opportuni
adattamenti. Pertanto, i liquidatori:
a) devono adempiere i loro doveri con la diligenza e la professionalità richieste dalla natura dell'incarico e la
loro responsabilità è disciplinata dalle norme in tema di responsabilità degli amministratori
b) devono prendere in consegna dagli amministratori i beni e i documenti sociali, nonché redigere insieme agli
stessi l'inventario del patrimonio sociale
c) possono compiere tutti gli atti utili per la liquidazione della società
scompare il previgente divieto di intraprendere nuove operazioni e la connessa responsabilità personale per gli affari
intrapresi.
L'attività dei liquidatori deve essere innanzitutto diretta al pagamento dei creditori sociali; essi non possono perciò
ripartire fra i soci i beni della società fin quando non siano pagati tutti i creditori noti o non siano state accantonate
le somme necessarie per pagarli.

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L'attuale disciplina consente la distribuzione ai soci di acconti durante la liquidazione, sia pure con le opportune
cautele volte ad evitare che siano pregiudicati i creditori sociali. I liquidatori sono personalmente e solidalmente
responsabili per i danni che ne derivano a questi ultimi.
Se i fondi disponibili risultano insufficienti, i liquidatori possono chiedere proporzionalmente ai soci i versamenti
ancora dovuti sulle azioni non interamente liberate.
I liquidatori devono redigere ogni anno il bilancio e sottoporlo all'approvazione dell'assemblea. Nel primo bilancio
successivo alla loro nomina i liquidatori devono indicare le variazioni nei criteri di valutazione adottati rispetto
all'ultimo bilancio approvato e le ragioni di tali variazioni.
Completata la liquidazione del patrimonio sociale con la conversione in denaro dell'attivo, i liquidatori devono
redigere il bilancio finale di liquidazione, indicando la parte spettante a ciascun socio nella divisione dell'attivo (piano
di riparto).
Il bilancio finale di liquidazione deve essere approvato dai singoli soci e non dall'assemblea. Per agevolare questa
fase è previsto un meccanismo di approvazione tacita.
Approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro
delle imprese.
Inoltre, l'attuale disciplina prevede la cancellazione d'ufficio quando per oltre tre anni consecutivi non viene
depositato il bilancio annuale di liquidazione.
Intervenuta la cancellazione dal registro, ferma restando la estinzione della società, i creditori sociali rimasti
insoddisfatti possono far valere i loro diritti:
a) nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di
liquidazione
b) nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi.
La cancellazione dal registro delle imprese segna quindi l'estinzione della società per azioni, anche quando vi siano
creditori, noti o ignoti, non soddisfatti.
I creditori possono tuttavia chiedere il fallimento della società entro un anno dalla data di cancellazione della stessa
dal registro delle imprese.

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CAPITOLO 22 (LA SOCIETA’ IN ACCOMANDITA PER AZIONI).
CARATTERI DISTINTIVI
La società in accomandita per azioni si caratterizza per la presenza di due categorie di soci:
a) i soci accomandatari, che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali e sono per
legge amministratori della società
b) i soci accomandanti, che sono obbligati verso la società nei limiti della quota di capitale sottoscritto.
Le quote di partecipazione dei soci sono rappresentate da azioni.
Sembrerebbe perciò che raccomandi da per azioni sia un tipo di società a metà strada fra le società di persone e le
società di capitali, ma così non è.
Alla società in accomandita per azioni sono infatti applicabili le norme relative alla società per azioni in quanto
compatibili con le specifiche disposizioni per la stessa dettate.
Nella società in accomandita operazioni vi è un nesso indissolubile fra qualità di accomandatario, posizione di
amministratore irresponsabilità per le obbligazioni sociali. Non si può essere soci accomandatari se non si è
amministratori e si cessa di essere accomandatari e responsabili se si cessa di essere amministratori. Infatti:
a) i soci indicati nell'atto costitutivo come accomandatari sono tutti di diritto amministratori della società senza
limiti di tempo
b) il socio accomandatario che c'è stato l'ufficio di amministratore non risponde per le obbligazioni della società
sorte dopo l'iscrizione nel registro delle imprese della cessazione dall'ufficio; Da quel momento cessa di
essere socio accomandatario e passa nella categoria degli accomandanti
c) il nuovo amministratore assume la qualità di socio accomandatario dal momento dell'accettazione della
nomina; ciò implica che esso risponde solo per le obbligazioni sociali sorte a partire da tale momento, e non
di quelle anteriori.
Nell’ accomandita per azioni, diversamente da quanto avviene nell’accomandita semplice, vi è piena coincidenza fra
accomandatari e amministratori e l’accomandatario-amministratore risponde illimitatamente per le sole obbligazioni
sorte nel periodo in cui ha rivestito la carica di amministratore.

LA DISCIPLINA.
L'atto costitutivo deve indicare quali sono i soci accomandatari.
La denominazione sociale deve essere costituita dal nome di almeno uno dei soci accomandatari, con l’indicazione di
società in accomandita per azioni.
I soci accomandatari rispondono illimitatamente e solidalmente verso i terzi per le obbligazioni sociali. I creditori
sociali possono però agire nei confronti degli accomandatari solo dopo aver infruttuosamente escusso il patrimonio
sociale.
a) Gli accomandatari, in quanto soci amministratori, non hanno il diritto di voto nelle deliberazioni di nomina e
revoca dei sindaci o dei componenti del consiglio di sorveglianza, nonché in quelle concernenti l'esercizio
dell'azione di responsabilità nei loro confronti; lo stesso vale per la nomina in revoca delle revisore legale.
b) Le modificazioni dell'atto costitutivo non solo devono essere deliberate dall'assemblea straordinaria con le
consuete maggioranze, ma devono essere approvate da tutti i soci accomandatari.
Le più significative deviazioni dalla disciplina della società per azioni si hanno per quanto riguarda l'organo
amministrativo. I soci accomandatari sono di diritto amministratori e il loro ufficio ha carattere permanente, salvo
che l'atto costitutivo non disponga diversamente.
Gli accomandatari amministratori non sono inamovibili. Essi possono essere revocati anche se non ricorre giusta
causa, salvo il diritto al risarcimento dei danni. La revoca deve essere però deliberata con la maggioranza prescritta
per le deliberazioni dell'assemblea straordinaria.
Identica maggioranza è necessaria per la nomina di nuovi amministratori, la quale deve essere approvata anche dagli
amministratori rimasti in carica.
Per il collegio sindacale, l'unica deviazione dalla disciplina della SPA consiste nel divieto per gli accomandatari di
votare nelle deliberazioni riguardanti la nomina e la revoca dei sindaci e del revisore legale. Viene così rafforzata
l'indipendenza dell'organo di controllo dagli amministratori.
Per la società in accomandita per azioni è prevista una causa di scioglimento ulteriore rispetto a quelle dettate per la
società per azioni: la società si scioglie in caso di cessazione dalla carica di tutti gli amministratori, se nel termine di
180 giorni non si è provveduto alla loro sostituzione e i sostituti non hanno accettato la carica. Per questo periodo il
collegio sindacale nomina un amministratore provvisorio, il quale può compiere solo atti di ordinaria
amministrazione e non assume mai la qualità di socio accomandatario.

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CAPITOLO 23 (LA SOCIETA’ A RESPONSABILITA’ LIMITATA).
CARATTERI DISTINTIVI.
La srl è una società di capitali nella quale:
a) per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società col suo patrimonio
b) le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni
la seconda caratteristica costituisce un ostacolo alla raccolta di ingenti capitali di rischio fra il pubblico dei
risparmiatori, rendendo meno agevole la pronta mobilitazione dell'investimento.
La riforma del 2003 puntualizza che le quote non possono costituire nemmeno oggetto di offerta al pubblico,
sebbene questo divieto sia stato successivamente attenuato nel 2017 in quanto non vale più per le quote di piccole e
medie imprese organizzate in forma di srl.
Nel contempo, alle srl è fatto divieto di emettere obbligazioni, anche se con la riforma del 2003 è stato loro
consentito di emettere titoli di debito per la raccolta del capitale di credito, ma senza poterli collocare direttamente
presso il pubblico dei risparmiatori.
Di converso, minore è il capitale sociale minimo richiesto per la costituzione della società: 10k euro, anziché 50k.
E non solo: a partire dal 2013, il capitale minimo non costituisce più condizione necessaria per la costituzione.
La srl può essere costituita anche con un capitale inferiore al minimo legale, purché pari ad almeno 1€, con l’unica
conseguenza che in tal caso i conferimenti devono essere versati per intero e in denaro al momento della
sottoscrizione nelle mani degli amministratori e che è previsto un maggiore accantonamento di utili per la riserva
legale.
L’importo del minimo di capitale continua ad avere rilievo come limite per la riduzione di capitale: possono costituirsi
srl con capitale inferiore a 10k € ma le società già dotate del capitale minimo non possono ridurlo al di sotto di tale
soglia.
Secondo la disciplina dettata dal codice del 42 l’assetto organizzativo della srl ricalcava il modello base della società
per azioni, pur caratterizzandosi per la possibilità di una articolazione più snella e di una più attiva e diretta
partecipazione dei soci alla vita della società.
Sono proprio questi profili ad essere messi in luce dalla attuale disciplina.
Nella srl è oggi consentito adottare statutariamente anche soluzioni organizzative proprie delle società di persone.
Nel contempo è rafforzata la tutela del singolo socio, con il riconoscimento di nuovi diritti, quale la legittimazione
individuale all’esercizio dell’azione di responsabilità verso gli amministratori.
L’obiettivo di fondo è quello di accentuare il distacco tra srl e spa e di fare della srl un modello societario
particolarmente elastico, che consenta di valorizzare i profili di carattere personale presenti soprattutto nelle pmi.

LA COSTITUZIONE DELLA SOCIETA’. LA SRL UNIPERSONALE.


La srl è il primo tipo di società di capitali per il quale fu introdotta la possibilità di costituzione unipersonale, con il
mantenimento della responsabilità limitata per le obbligazioni sociali.
L’originaria disciplina è stata ampiamente modificata dalla riforma del 2003 e oggi coincide con quella della spa
unipersonale. Quindi:
a) il socio risponde in solido con coloro che hanno agito in nome della società prima dell’iscrizione nel registro
delle imprese.
b) I conferimenti in denaro devono essere integralmente versati (non solo il 25%)
c) Gli amministratori devono inserire nel registro delle imprese i dati anagrafici dell’unico socio.
d) Negli atti e nella corrispondenza deve risultare che c’è solo un socio
e) Regime di responsabilità limitata, salvo il caso in cui non vengano rispettati i punti b,c e d (conferimenti
integralmente versati e obblighi di pubblicità dell’unico socio).
Perdita del beneficio della responsabilità limitata: l’unico socio risponde illimitatamente per le obbligazioni sociali
solo in caso di insolvenza della società, ovviamente per le obbligazioni sorte nel periodo in cui ha detenuto l’intera
partecipazione sociale.
Questo avviene in particolare qualora non siano osservati gli obblighi che la legge prevede per questa situazione,
ovvero quelli sui conferimenti (art 2464) e l’obbligo di pubblicità (art 2470).
Per quanto riguarda i conferimenti, tenendo fermo che il valore dei conferimenti non può essere < all’ammontare
del capitale sociale, è stabilito che la situazione di unipersonalità esige che il capitale sociale non sia solo
interamente sottoscritto ma anche interamente coperto, se conferimenti sono in denaro. Se sono beni in natura o
crediti: le rispettive quote devono essere integralmente liberate al momento della sottoscrizione. La competa
copertura del capitale non è richiesta solo per la costituzione ma anche in caso di venuta meno della pluralità dei
soci qui l’unico socio ha tempo 90 giorni per completare conferimenti.
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Per quanto riguarda gli adempimenti pubblicitari, l’art 2470 4° comma ss stabilisce: “Quando l'intera partecipazione
appartiene ad un solo socio o muta la persona dell'unico socio, gli amministratori devono depositare, per l'iscrizione
nel registro delle imprese, una dichiarazione contenente talune informazioni sul socio unico, sia esso persona
fisica/giuridica (cognome, nome, denominazione, della data e del luogo di nascita ecc) Quando si costituisce o
ricostituisce la pluralità dei soci, gli amministratori ne devono depositare apposita dichiarazione per l'iscrizione nel
registro delle imprese. L'unico socio o colui che cessa di essere tale può provvedere alla pubblicità prevista nei
commi precedenti (in caso di inerzia degli amministratori).
Le dichiarazioni degli amministratori previste dai commi quarto e quinto devono essere depositate entro trenta
giorni dall'avvenuta variazione della compagine sociale”.

SOCIETA’ SEMPLIFICATA A RESPONSABILITA’ LIMITATA


La società a responsabilità limitata semplificata (S.r.l.s.) è stata introdotta dal D.L. 1/2012, con l’intento iniziale di
facilitare l’accesso all’imprenditorialità da parte dei giovani. In quest’ottica, il legislatore aveva previsto un modello
societario con caratteristiche semplificate e minori oneri economici per i fondatori.
Tra le principali agevolazioni figuravano:
• la possibilità di costituire la società con un capitale sociale ridotto, compreso tra 1 e 10.000 euro (art. 2463-
bis, comma 2 c.c.);
• l’esonero dai diritti di bollo e di segreteria, nonché dalla corresponsione di onorari notarili, per l’atto
costitutivo e per l’iscrizione nel registro delle imprese.
Tuttavia, l’iniziale previsione che limitava la costituzione della S.r.l.s. ai soli soggetti con meno di 35 anni è stata
abbandonata con l’entrata in vigore del D.L. 76/2013, che ha modificato l’art. 2463-bis c.c. e ha esteso la possibilità
di costituire una S.r.l.s. a qualunque persona fisica, senza limiti di età.
Nonostante la permanenza delle agevolazioni economiche, la disciplina della S.r.l.s. è divenuta più rigida sotto altri
profili. In particolare, la versione riformulata dell’art. 2463-bis prevede quanto segue:
• Comma 1: la S.r.l.s. può essere costituita con contratto o atto unilaterale, ma esclusivamente da persone
fisiche.
• Comma 2: l’atto costitutivo deve essere redatto in forma di atto pubblico e deve rispettare un modello
standard tipizzato, definito con decreto del Ministro della giustizia, di concerto con i Ministri dell’economia
e dello sviluppo economico. L’atto deve contenere:
1. i dati anagrafici di ciascun socio (nome, cognome, data e luogo di nascita, domicilio, cittadinanza);
2. la denominazione sociale con l’indicazione di “società a responsabilità limitata semplificata”, e
l’indicazione del comune sede della società e delle eventuali sedi secondarie;
3. l’ammontare del capitale sociale (almeno 1 euro e inferiore a 10.000 euro), interamente versato in
denaro all’organo amministrativo alla data della costituzione;
4. i requisiti già previsti dall’art. 2463, secondo comma, n. 3), 6), 7) e 8) (L’attività che costituisce
l’oggetto sociale, le norme relative al funzionamento della società; le persone cui è affidata
l’amministrazione; l’importo delle spese per la costituzione della società)
5. luogo e data di sottoscrizione;
6. l’indicazione degli amministratori.
• Comma 3: le clausole del modello standard tipizzato sono inderogabili, a conferma dell’intento di rigidità
formale del modello.
• Comma 4: la denominazione sociale, il capitale sottoscritto e versato, la sede e l’ufficio del registro delle
imprese devono comparire su tutti gli atti, la corrispondenza e il sito web ufficiale della società.
• Comma 5: salvo quanto espressamente previsto, alla S.r.l.s. si applicano le norme della S.r.l. ordinaria, in
quanto compatibili.
Ne consegue che la S.r.l.s. non costituisce un nuovo tipo societario autonomo, ma rappresenta un modello
semplificato e agevolato della S.r.l., dotato di una disciplina particolare e riservato alle sole persone fisiche. Le sue
caratteristiche lo rendono particolarmente adatto per l’avvio di micro-imprese, con costi iniziali contenuti e una
struttura giuridica snella, pur soggetta a vincoli formali precisi.

SOCIETA’ A RESPONSABILITA’ LIMITATA A CAPITALE RIDOTTO


La società a responsabilità limitata a capitale ridotto (S.r.l.c.r.) è stata introdotta con il D.L. 83/2012, inizialmente
concepita come modello agevolato per le persone fisiche escluse dalla possibilità di costituire una S.r.l. semplificata,
cioè soggetti che avessero già compiuto 35 anni di età. Lo scopo era dunque quello di estendere i benefici della
costituzione semplificata anche a una fascia anagrafica più ampia.
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Tuttavia, il legislatore è intervenuto nuovamente con il D.L. 76/2013, modificando l’orientamento originario. In
particolare, ha eliminato ogni distinzione tra soggetti “giovani” e “non giovani” e ha previsto la possibilità per
chiunque di costituire una S.r.l. con capitale inferiore a 10.000 euro. Questo cambiamento è avvenuto non attraverso
una disciplina autonoma, ma mediante l’inserimento delle relative disposizioni all’interno dell’art. 2463 del Codice
Civile, cioè la norma generale sulla costituzione della S.r.l. ordinaria. Di conseguenza, non si parla più formalmente di
“S.r.l. a capitale ridotto”, ma le regole a essa riferite continuano ad applicarsi.
Le modifiche normative introdotte riguardano in particolare i seguenti aspetti:
• Il comma 4 dell’art. 2463 stabilisce che il capitale sociale può essere determinato in misura inferiore a 10.000
euro, purché non inferiore a 1 euro. In tal caso, i conferimenti devono essere effettuati esclusivamente in
denaro e devono essere interamente versati all’organo amministrativo al momento della costituzione.
• Il comma 5 introduce una deroga alla disciplina ordinaria della riserva legale. Esso prevede che, fino a
quando la somma tra capitale sociale e riserva non raggiunga l’importo di 10.000 euro, l’accantonamento a
riserva dagli utili netti annuali debba avvenire nella misura di almeno un quinto (20%), anziché un ventesimo
(5%) come stabilito dall’art. 2430 c.c. per le S.r.l. ordinarie. La riserva così costituita può essere utilizzata solo
per l’imputazione a capitale o per la copertura di perdite. Qualora venga ridotta per qualsiasi ragione, deve
essere reintegrata secondo le stesse modalità.
Questo regime rafforzato di accantonamento è giustificato dalla condizione di iniziale inadeguatezza patrimoniale in
cui versano le S.r.l. costituite con capitale ridotto. Lo scopo è favorire il progressivo rafforzamento della struttura
patrimoniale della società, fino a riportarla alla soglia minima ordinaria di 10.000 euro complessivi (capitale +
riserva).
In conclusione, sebbene la S.r.l. a capitale ridotto non esista più come tipo autonomo, le sue caratteristiche
sopravvivono come variante “semplificata” della S.r.l. ordinaria, disciplinata dai commi 4 e 5 dell’art. 2463 c.c. e
accessibile a qualsiasi persona fisica.

LE STARTUP INNOVATIVE
Le start-up innovative sono state introdotte nel nostro ordinamento dal D.L. 179/2012, agli articoli 25-32. Si tratta di
società di capitali, incluse anche le società cooperative, le cui azioni o quote non siano negoziate su mercati
regolamentati né su sistemi multilaterali di negoziazione. L’obiettivo del legislatore era quello di sostenere lo
sviluppo dell’innovazione tecnologica e favorire la nascita di nuove imprese ad alto contenuto innovativo.
Nel tempo, la disciplina è stata oggetto di numerosi interventi normativi, che hanno ampliato o precisato i requisiti e
i benefici previsti per questo tipo di società.
In base all’art. 25, comma 2 del D.L. 179/2012, una start-up innovativa deve oggi possedere i seguenti requisiti per
potersi iscrivere nella sezione speciale del registro delle imprese a essa riservata:
• a) essere costituita e operare da non più di quarantotto mesi (quattro anni);
• b) avere la sede principale dei propri affari e interessi in Italia;
• c) a partire dal secondo anno di attività, il valore della produzione annua, risultante dall’ultimo bilancio
approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non deve superare 5 milioni di euro;
• d) non distribuire e non aver distribuito utili;
• e) avere, come oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di
prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
• f) non essere stata costituita mediante fusione, scissione societaria o cessione di azienda o di ramo
d’azienda;
• g) possedere almeno uno dei seguenti requisiti di innovatività:
o spese in ricerca e sviluppo pari ad almeno il 15% del maggiore tra costo e valore totale della
produzione;
o almeno un terzo dei dipendenti o collaboratori in possesso di titolo di dottorato o dottorandi,
oppure almeno due terzi con laurea magistrale;
o titolarità di un brevetto, oppure utilizzo di software registrato.
L’iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese avviene solo se sono soddisfatti tutti i requisiti elencati
da lettere a) a f) e almeno uno dei requisiti di cui alla lettera g).
L’art. 26 del medesimo decreto introduce una serie di agevolazioni e deroghe al diritto societario, tra cui:
• posticipo degli obblighi di riduzione del capitale: la norma prevede che, nelle start-up innovative, il termine
entro cui la perdita patrimoniale deve essere ridotta a meno di un terzo è posticipato al secondo esercizio
successivo a quello in cui la perdita si è verificata. Entro la chiusura di tale esercizio, non opera la causa di
scioglimento per riduzione del capitale al di sotto del minimo legale. Se, però, al termine del secondo
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esercizio successivo la situazione non è stata sanata, l’assemblea che approva quel bilancio dovrà deliberare
la riduzione del capitale o la trasformazione della società.
• riduzione degli oneri per l’avvio (art. 26, comma 8): a partire dall’iscrizione nella sezione speciale, la start-up
innovativa è esentata dal pagamento:
o dell’imposta di bollo;
o dei diritti di segreteria;
o del diritto annuale dovuto alla Camera di Commercio.
Infine, l’art. 31 del decreto attribuisce alle start-up innovative un trattamento differenziato in materia di crisi
d’impresa: queste non sono soggette alle procedure concorsuali ordinarie, ma solo a quelle previste per i soggetti
non fallibili, ossia:
• liquidazione controllata;
• concordato minore;
• accordo di ristrutturazione dei debiti.
Queste deroghe e agevolazioni delineano un modello societario flessibile, volto a promuovere l’innovazione e la
crescita imprenditoriale, ma con un bilanciamento normativo che preserva le tutele per il sistema economico e per i
terzi.

SRL PMI E PMI INNOVATIVE


Alcune deroghe al diritto societario previste per le start-up innovative dall’art. 26 del D.L. 179/2012 sono oggi
estese anche alle S.r.l. qualificate come PMI, creando così un modello societario semplificato che pur non
costituendo un tipo autonomo, è dotato di una disciplina agevolata propria, con spazi statutari più flessibili. La S.r.l.
PMI è una società a responsabilità limitata che rientra nei limiti dimensionali previsti dalla definizione europea di
piccola e media impresa. In particolare, devono essere rispettati almeno uno dei seguenti criteri:
• numero di dipendenti inferiore a 250;
• fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro;
• oppure totale di bilancio annuo non superiore a 43 milioni di euro.
Le deroghe applicabili a queste società sono quelle contenute nei commi 2, 3 e 5 dell’art. 26 del D.L. 179/2012,
tutte relative alla disciplina delle quote di partecipazione:
• Comma 2: consente di prevedere, nell’atto costitutivo, categorie di quote con diritti diversi, definendone il
contenuto liberamente nei limiti di legge. In tal modo, è possibile derogare alle regole generali previste
dall’art. 2468, commi 2 e 3 c.c., che disciplinano il contenuto e la parità dei diritti connessi alle quote.
• Comma 3: autorizza ulteriori flessibilità sul diritto di voto, permettendo che l’atto costitutivo stabilisca
categorie di quote:
o prive di diritto di voto;
o con diritto di voto non proporzionale alla partecipazione detenuta;
o con diritto di voto limitato a determinati argomenti.
• Comma 5: prevede una deroga al divieto, ordinariamente vigente per le S.r.l., di offerta al pubblico delle
quote. Tale possibilità è oggi riconosciuta dall’art. 100-ter, comma 1-bis del Testo Unico della Finanza
(T.U.F.), che consente anche alle S.r.l. PMI di offrire le proprie quote al pubblico, ad esempio attraverso
portali di equity crowdfunding. Tuttavia, la sottoscrizione iniziale e la successiva alienazione di tali quote
devono avvenire tramite intermediari finanziari autorizzati, abilitati alla prestazione di servizi e attività di
investimento.
Queste deroghe consentono alle S.r.l. PMI di operare con una maggiore flessibilità statutaria e gestionale,
avvicinandole per certi versi al modello delle società per azioni, pur mantenendo la struttura tipica delle S.r.l. In
parallelo, il legislatore ha introdotto anche la figura delle PMI innovative, disciplinate dall’art. 4 del D.L. 3/2015. Esse
rappresentano un modello intermedio tra start-up innovative e PMI ordinarie, combinando elementi di entrambe:
dalla start-up derivano il carattere innovativo, dalla PMI ordinaria la configurazione strutturale più matura.
Per poter beneficiare di tale qualifica, la PMI deve possedere i requisiti dimensionali sopra indicati e almeno due
caratteristiche di innovatività, come:
• spese in ricerca e sviluppo rilevanti;
• personale altamente qualificato;
• titolarità di brevetti o diritti su software registrato.
La disciplina applicabile alle PMI innovative è quella generale delle PMI, integrata da alcune peculiarità proprie delle
start-up innovative, soprattutto in tema di accesso agevolato al mercato dei capitali e semplificazioni normative.

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SRL A PARTECIPAZIONE PUBBLICA
La società a responsabilità limitata a partecipazione pubblica è disciplinata da uno statuto speciale oggi contenuto
nel [Link]. 175/2016, noto come Testo Unico in materia di società a partecipazione pubblica. Si tratta di società a
responsabilità limitata che siano controllate da un’amministrazione pubblica, oppure partecipate direttamente da
amministrazioni pubbliche o da società a controllo pubblico. Il decreto legislativo stabilisce i principi fondamentali
in materia di organizzazione e gestione di queste società, introducendo anche specifiche modalità deliberative, e
prevede una serie di deroghe rispetto al regime ordinario delle S.r.l.. All’interno delle società a partecipazione
pubblica vengono individuate due ulteriori fattispecie tipizzate:
• Società in house (art. 16): si tratta di società nelle quali una o più amministrazioni pubbliche esercitano un
controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi, potendo influenzarne in modo determinante obiettivi
strategici e decisioni fondamentali. In queste società non è ammessa la partecipazione di capitali privati e
almeno l’80% del fatturato deve derivare dall’esecuzione di compiti affidati dall’ente pubblico,
configurandosi così un’attività prevalentemente pubblica.
• Società a partecipazione mista pubblico-privata (art. 17): in questo caso, alla partecipazione pubblica si
affianca un socio privato, la cui individuazione deve avvenire mediante procedure ad evidenza pubblica. La
quota di partecipazione del soggetto privato non può essere inferiore al 30%, garantendo così una
presenza qualificata del partner privato nella compagine sociale.
Queste forme societarie rispondono alla necessità di conciliare la flessibilità operativa del modello privatistico della
S.r.l. con gli obiettivi di interesse pubblico perseguiti dagli enti partecipanti.

CONFERIMENTI E CAPITALE SOCIALE


Il tema dei conferimenti e del capitale sociale nella società a responsabilità limitata è disciplinato dagli articoli 2464
e 2466 del Codice Civile. L’art. 2464 stabilisce innanzitutto il principio dell’effettività del capitale sociale, affermando
che “il valore dei conferimenti non può essere complessivamente inferiore all’ammontare globale del capitale
sociale”. Tale disposizione impone che quanto promesso dai soci in sede di costituzione (o di aumento di capitale)
debba corrispondere effettivamente al valore del capitale deliberato, a tutela della società e dei creditori.
Quanto alle modalità di esecuzione dei conferimenti in denaro, il comma 3 dell’art. 2464 prevede che, se l’atto
costitutivo non dispone diversamente, il conferimento debba essere effettuato in denaro. Il successivo comma 4
precisa che, alla sottoscrizione dell’atto costitutivo, deve essere versato almeno il 25% dell’importo dei
conferimenti in denaro, nonché l’intero soprapprezzo eventualmente previsto. In caso di costituzione con atto
unilaterale, l’intero ammontare deve essere versato integralmente sin da subito. I mezzi di pagamento devono
essere indicati nell’atto costitutivo. In alternativa al versamento immediato, è consentito sostituirlo con la stipula di
una polizza assicurativa o di una fideiussione bancaria, purché di importo almeno pari a quello del conferimento
dovuto.
Una volta depositato almeno il 25% iniziale, i versamenti residui possono essere richiesti in qualsiasi momento dagli
amministratori. In caso di mancata esecuzione dei conferimenti, interviene l’art. 2466 c.c., che disciplina la posizione
del socio moroso. In particolare:
• Comma 1: se il socio non esegue il conferimento nei termini previsti, gli amministratori devono diffidarlo ad
adempiere entro 30 giorni;
• Comma 2: se il termine decorre inutilmente e non si ritiene opportuno agire giudizialmente, gli
amministratori possono vendere la quota del socio moroso agli altri soci, in proporzione alla loro
partecipazione. La vendita è effettuata a rischio e pericolo del socio moroso, al valore risultante dall’ultimo
bilancio approvato. Se mancano offerte, e l’atto costitutivo lo consente, la quota può essere venduta
all’incanto;
• Comma 3: se la vendita non ha luogo per mancanza di acquirenti, il socio viene escluso e le somme
eventualmente riscosse vengono trattenute. In tal caso, il capitale deve essere ridotto in misura
corrispondente;
• Comma 4: nel periodo in cui permane l’inadempimento, il socio moroso è sospeso dal diritto di voto nelle
decisioni dei soci;
• Comma 5: le stesse disposizioni si applicano anche nel caso in cui la polizza assicurativa o la fideiussione
bancaria (prestate in luogo del versamento in denaro) siano scadute o diventino inefficaci. Il socio può
comunque evitare le conseguenze dell’inadempimento sostituendo la garanzia con il versamento del
corrispondente importo in denaro.

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La disciplina descritta mira a garantire che tutti i conferimenti siano effettivamente eseguiti, e che il capitale sociale
sia reale e disponibile, nel rispetto del principio di tutela dell’affidamento dei terzi e della stabilità patrimoniale della
società.

CONFERIMENTI DI BENI IN NATURA E DI CREDITI


L’art. 2464, comma 2 del Codice Civile stabilisce che possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo
suscettibili di valutazione economica. L’espressione “suscettibili di valutazione economica” indica che il bene
oggetto del conferimento deve poter essere stimato in base a criteri oggettivi e sufficientemente certi, così da
garantire l’effettività del capitale sociale. La nozione di “elementi dell’attivo” include ogni entità utile al proficuo
svolgimento dell’attività d’impresa, purché abbia un valore patrimoniale misurabile.
Il comma 5 dello stesso articolo disciplina nello specifico i conferimenti di beni in natura e di crediti, rinviando, per
quanto compatibili, agli artt. 2254 e 2255 c.c., che regolano tali conferimenti nelle società di persone. La norma
prevede inoltre che le quote assegnate a fronte di tali conferimenti debbano essere interamente liberate al
momento della sottoscrizione, il che comporta un obbligo di liberazione immediata.
Tale obbligo si traduce in conseguenze pratiche precise:
• per i crediti, essi devono essere effettivamente ceduti alla società al momento del conferimento;
• per i beni, essi devono essere materialmente messi a disposizione della società, con immediato
trasferimento del possesso e dell’utilizzo.
In virtù di questa impostazione, non possono essere conferiti:
• cose generiche, non determinate individualmente;
• beni futuri, cioè non ancora esistenti;
• beni altrui, cioè non appartenenti al conferente.
Tuttavia, il conferimento non è limitato alla proprietà piena e può riguardare anche:
• il solo godimento di un bene, cioè l’uso o l’usufrutto;
• i diritti di proprietà industriale, come brevetti per invenzioni o marchi registrati;
• un’azienda o un ramo d’azienda, intesi come complessi organizzati di beni strumentali all’esercizio
dell’attività economica.
Questa apertura permette alla società di acquisire risorse utili all’attività anche quando non si tratti di beni tangibili o
di trasferimenti di proprietà, a condizione che si tratti sempre di elementi patrimoniali idonei a essere oggetto di
una valutazione attendibile.

CONFERIMENTI DI PRESTAZIONI D’OPERA O DI SERVIZI


Prima della riforma del 2003 non potevano formare oggetto di conferimento, imputabile a capitale, le prestazioni
d’opera o di servizi, ammissibili invece nelle società di persone, per la difficoltà di essere valutate in modo oggettivo,
nell’elevata aleatorietà. Oggi invece sono ammessi, però a condizione che il socio conferente fornisca alla società
una polizza assicurativa o una fideiussione bancaria con cui devono essere garantiti per l’intero valore ad essi
assegnati gli obblighi assunti dal socio aventi ad oggetto la prestazione d’opera o di servizi a favore della società (art
2464 6° comma).
!! In ogni caso la possibilità di conferire prestazioni d’opera o di servizi deve essere espressamente prevista dall’atto
costitutivo, che deve anche indicare il tipo e la durata della garanzia.
Inoltre l’atto costitutivo può anche prevedere la facoltà per il socio conferente di sostituire la polizza o la fideiussione
con il versamento a titolo di cauzione del corrispondente importo in denaro presso la società.
• Oggetto del conferimento sono direttamente le opere o i servizi (il cui valore viene imputato a capitale sociale) o il
valore in sé considerato (come quantificato da fideiussione o polizza)?
• Devono essere soggetti a procedimento di stima art 2465? Opinione prevalente ritiene necessaria la stima in
quanto, da un lato, anche i conferimenti di prestazioni d’opera e di servizi possono essere inquadrati tra i
conferimenti in natura, dall’altro, la libertà di valutazione potrebbe condurre al rischio di annacquamento del
capitale (ossia sopravvalutazione del capitale nominale rispetto all’effettivo patrimonio).

PROCEDIMENTO DI VALUTAZIONE DEI CONFERIMENTI DIVERSI DAL DENARO


L’art. 2465 del Codice Civile disciplina i conferimenti in natura e di crediti nelle società a responsabilità limitata
(S.r.l.). La finalità principale di questa norma è quella di evitare l’annacquamento del capitale sociale, cioè
l’attribuzione a capitale di beni o crediti sovrastimati, che comprometterebbe la tutela dei creditori sociali.
La procedura prevista per la valutazione di tali conferimenti è semplificata rispetto a quella stabilita per le società
per azioni (S.p.A.). In particolare, mentre nell’ambito delle S.p.A. la designazione dell’esperto valutatore è
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demandata all’autorità giudiziaria (Tribunale), nella S.r.l. è lo stesso conferente a dover presentare una relazione
giurata redatta da un revisore legale o da una società di revisione legale iscritti nell’apposito registro.
Il primo comma dell’articolo stabilisce che tale relazione debba contenere:
(i) una descrizione dei beni o dei crediti conferiti;
(ii) l’indicazione dei criteri di valutazione adottati;
(iii) un’attestazione che il valore dei beni o crediti conferiti è almeno pari a quello loro attribuito ai fini della
determinazione del capitale sociale e dell’eventuale sovrapprezzo. La relazione deve essere allegata
all’atto costitutivo.

Il notaio, nel ricevere l’atto costitutivo, ha il potere–dovere di verificarne la regolarità. In particolare, egli può
rifiutarsi di rogare l’atto qualora la relazione sia mancante, incompleta o non conforme ai requisiti richiesti dalla
legge. Una volta predisposto, il documento viene depositato presso il Registro delle Imprese, il quale si limita a
effettuare un controllo di mera regolarità formale.
La valutazione da parte dell’esperto deve ispirarsi a criteri oggettivi e verificabili, fondati sul valore di mercato, non
potendosi basare esclusivamente sull’utilità che il bene ha per la società. Ciò risponde all’esigenza di garantire una
stima attendibile e trasparente, a tutela del capitale e dei creditori.
A differenza di quanto previsto per le S.p.A. (art. 2343, quarto comma c.c.), nell’ambito della S.r.l. non è
espressamente contemplata la possibilità di una revisione successiva della stima. Tuttavia, parte della dottrina
ritiene che permanga, in capo agli amministratori, un dovere di vigilanza sull’effettivo valore dei beni conferiti. In
particolare, qualora essi si accorgano che il valore reale dei beni o crediti conferiti è inferiore di oltre un quinto
rispetto a quanto imputato a capitale, dovrebbero attivarsi per proporre una riduzione proporzionale del capitale
sociale e, se del caso, l’annullamento delle quote corrispondenti.
A tale proposito, una parte consistente della dottrina propone di applicare per analogia alla S.r.l. il disposto dell’art.
2343, quarto comma c.c., previsto per le S.p.A. In ogni caso, il terzo comma dell’art. 2465 c.c. prevede
espressamente la responsabilità dell’esperto per i danni arrecati alla società, ai soci e ai terzi, qualora la stima si riveli
errata o viziata.

ACQUISTI PERICOLOSI
L’art. 2465, secondo comma, c.c. disciplina gli acquisti c.d. “pericolosi”, ossia quelli effettuati da una S.r.l., entro due
anni dall’iscrizione al registro delle imprese, da parte di soggetti interni come soci fondatori, soci o amministratori, a
un prezzo pari o superiore a un decimo del capitale sociale.
In tali casi, si applica la disciplina del primo comma: l’acquisto deve essere accompagnato da una relazione giurata di
un revisore legale o di una società di revisione, che descriva i beni o crediti oggetto dell’operazione, ne indichi i
criteri di valutazione e attesti che il valore è almeno pari al corrispettivo previsto. Inoltre, salvo diversa previsione
statutaria, l’operazione deve essere autorizzata con decisione dei soci ai sensi dell’art. 2479 c.c.
La finalità è di tutelare il patrimonio sociale da operazioni potenzialmente dannose nel periodo iniziale di attività. La
norma si applica solo se:
• l’acquisto è oneroso;
• il corrispettivo è pari o superiore al 10% del capitale sociale;
• l’alienante ha la qualifica soggettiva richiesta (socio, fondatore, amministratore) al momento dell’atto;
• l’acquisto avviene entro due anni dalla costituzione.
Sono esclusi dalla disciplina gli acquisti:
• a condizioni normali nell’ambito dell’attività ordinaria;
• effettuati su mercati regolamentati;
• o sotto controllo giudiziario o amministrativo.
Gli amministratori, pur nel rispetto della stima, possono stipulare l’acquisto a un prezzo inferiore. In caso di
violazione della procedura, l’atto resta valido, ma amministratori e alienante sono solidalmente responsabili per i
danni verso società, soci e terzi.

FINANZIAMENTI E TITOLI DI DEBITO


Nelle società a responsabilità limitata il fabbisogno finanziario spesso non viene interamente coperto dai
conferimenti in capitale di rischio, ma è soddisfatto anche attraverso il ricorso a fonti di finanziamento alternative,
come il credito bancario o i prestiti provenienti da soggetti interni o esterni alla società. In particolare, il Codice Civile
distingue tra:
• finanziamenti dei soci (art. 2467 c.c.);
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• finanziamenti da terzi mediante titoli di debito (art. 2483 c.c.).
La prima ipotesi è di gran lunga più diffusa nella prassi, mentre la seconda è più rara, anche per la complessità del
meccanismo e i vincoli previsti.
L’art. 2467 c.c. regola la particolare situazione dei finanziamenti concessi alla società dai soci. Esso stabilisce che il
rimborso di tali finanziamenti è postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori, vale a dire che i soci, pur
formalmente creditori, possono essere rimborsati solo dopo che tutti gli altri creditori sociali siano stati
integralmente soddisfatti. Il secondo comma della norma definisce come finanziamenti dei soci quelli concessi in
qualsiasi forma in una situazione in cui:
• vi sia un eccessivo squilibrio tra indebitamento e patrimonio netto, oppure
• la situazione finanziaria della società fosse tale da rendere più appropriato un conferimento di capitale.
La ratio della norma è evidente: si tratta di operazioni che, pur formalmente qualificate come prestiti, vengono
concessi in un contesto di crisi o tensione finanziaria, dove sarebbe stato più coerente e prudente effettuare un
apporto di capitale di rischio. La scelta del socio di finanziare la società anziché conferire capitale evidenzia un
intento opportunistico, poiché in caso di default societario egli concorrerebbe con gli altri creditori, pur avendo
contribuito solo con un prestito e non con un apporto stabile e soggetto al rischio di impresa. Il legislatore, per
evitare tale distorsione, non riqualifica il prestito come conferimento, ma applica un meccanismo di postergazione:
il credito rimane formalmente tale, ma non può essere soddisfatto se ciò compromette la posizione degli altri
creditori.
Un interrogativo importante riguarda l’ambito di applicazione dell’art. 2467: si applica solo in sede concorsuale, o
anche durante la normale gestione della società? A riguardo si confrontano due orientamenti:
• a) secondo una prima tesi, la postergazione opererebbe solo nel contesto delle procedure concorsuali, ed è
quindi invocabile dal solo curatore, che può rifiutare il rimborso o anche agire per la restituzione delle
somme incassate dal socio nell’ultimo anno, a beneficio della massa dei creditori;
• b) secondo una tesi più estesa, oggi prevalente in giurisprudenza, l’art. 2467 ha natura sostanziale e dunque
impone agli amministratori di rifiutare il rimborso del prestito ogniqualvolta vi sia un rischio concreto di
pregiudizio per i creditori. Il credito del socio, in questo caso, è inesigibile fino a quando la società non abbia
recuperato un equilibrio economico-finanziario stabile.
Le operazioni che rientrano nel campo applicativo della norma sono numerose, come indicato dalla formulazione
ampia del secondo comma ("in qualsiasi forma effettuati"). Rientrano quindi:
• mutui;
• aperture di credito;
• pagamento da parte del socio di un debito della società;
• assunzione di debiti per conto della società;
• prestazioni di garanzie, personali o reali.
La qualità del soggetto finanziatore è determinante: la postergazione si applica esclusivamente ai soci,
indipendentemente dalla misura della loro partecipazione al capitale o dalla loro posizione nell’organo
amministrativo.
I presupposti oggettivi del meccanismo di postergazione, secondo il comma 2, sono due:
• che sussista un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto;
• che il contesto fosse tale per cui sarebbe stato più ragionevole procedere con un conferimento.
Secondo l’interpretazione giurisprudenziale, tali requisiti ricorrono quando, al momento dell’erogazione, vi fosse
un’alta probabilità che la società non sarebbe stata in grado, alla scadenza, di rimborsare i creditori ordinari. Ne
deriva che la postergazione non si applica ai finanziamenti effettuati in favore di una società ancora in bonis, anche
se successivamente entrata in crisi. Parimenti, la postergazione cessa di operare nel momento in cui la società
recupera una situazione finanziaria sana, che riduca in modo significativo il rischio per i creditori.
In conclusione, l’art. 2467 c.c. rappresenta uno strumento di riequilibrio tra le posizioni di soci e creditori,
impedendo che i primi possano sottrarsi al rischio imprenditoriale attraverso strumenti formalmente creditizi, ma
sostanzialmente finalizzati a tutelare interessi personali in contesti di difficoltà economica della società.

I FINANZIAMENTI DEI SOCI NELLE PROCEDURE CONCORSUALI


Nel contesto delle procedure concorsuali, i finanziamenti dei soci assumono una disciplina particolare, soprattutto
in relazione al principio di postergazione previsto dall’art. 2467 c.c. Nel caso in cui la società sia sottoposta a
liquidazione giudiziale (ex fallimento), il curatore ha a disposizione uno strumento specifico per contrastare i
rimborsi avvenuti in violazione della postergazione, al fine di recuperare tali somme alla massa dei creditori.

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In origine, il primo comma dell’art. 2467 c.c. prevedeva espressamente che le somme rimborsate ai soci nell’anno
precedente la sentenza dichiarativa di fallimento dovessero essere restituite, ma tale previsione è stata abrogata
dal [Link]. 14/2019 (Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza). Tuttavia, la medesima tutela è oggi assicurata
dall’art. 164, secondo comma, del nuovo codice, secondo cui i rimborsi effettuati nell’anno precedente l’apertura
della liquidazione giudiziale sono inefficaci rispetto ai creditori.
Questa disposizione offre un vantaggio probatorio al curatore, che può impugnare il rimborso senza dover
dimostrare che mancassero le condizioni per la legittima soddisfazione del credito del socio. L’inefficacia è
automatica, con presunzione legale, e ciò rafforza la tutela dei creditori ordinari, impedendo ai soci di ottenere
rimborsi privilegiati in prossimità dell’insolvenza.
Una questione controversa riguarda l’ambito del concordato preventivo: ci si chiede se, all’interno del piano
concordatario, sia possibile prevedere una percentuale anche per i creditori postergati, come i soci finanziatori, pur
in presenza di una soddisfazione non integrale dei creditori chirografari. La risposta non è univoca, ma la prassi
tende a escludere che i creditori subordinati possano ottenere una soddisfazione in misura superiore o parallela a
quella dei chirografari, se questi non vengono integralmente pagati.
Diversa è la disciplina prevista in caso di prestiti effettuati da soci a favore di una S.r.l. che intenda accedere o abbia
già avuto accesso a strumenti di composizione negoziale della crisi, come il concordato preventivo o gli accordi di
ristrutturazione dei debiti. In tali casi, la normativa prevede un’importante eccezione alla regola della
postergazione: i crediti dei soci possono godere del beneficio della prededuzione, vale a dire che saranno
soddisfatti con precedenza rispetto ad altri crediti. Questo beneficio, previsto in deroga sia all’art. 2467 che all’art.
2497-quinquies (sui finanziamenti infragruppo), è riconosciuto fino all’80% dell’ammontare del prestito.
La ratio della norma risiede nella volontà del legislatore di incentivare interventi tempestivi e potenzialmente
virtuosi da parte dei soci per sostenere la riuscita di operazioni di risanamento aziendale. In questo contesto, i
finanziamenti soci non vengono più visti come strumenti opportunistici, ma come contributi strategici alla
continuità dell’impresa, meritevoli di un trattamento di favore nel bilanciamento degli interessi tra soci e creditori.

TITOLI DI DEBITO
L’art. 2483 c.c. disciplina l’emissione di titoli di debito da parte delle società a responsabilità limitata, introducendo
una possibilità nuova ma soggetta a precise condizioni formali e sostanziali. Anzitutto, non tutte le S.r.l. possono
emettere titoli di debito: è necessario che l’atto costitutivo preveda espressamente tale facoltà. Solo in presenza di
una clausola abilitante, la società può deliberare l’emissione, attribuendo la relativa competenza ai soci o agli
amministratori, secondo quanto stabilito dallo stesso atto costitutivo.
L’art. 2483, comma 1, stabilisce che è l’atto costitutivo a determinare chi ha il potere decisionale (soci o
amministratori) e con quali limiti, modalità e maggioranze può essere assunta la decisione di emissione. Su questo
punto si evidenziano due principi fondamentali:
• la libertà statutaria dei soci nel configurare l’assetto decisionale;
• l’obbligo di inserire tali previsioni direttamente nell’atto costitutivo.
Tuttavia, i limiti imposti alla facoltà di emettere titoli non possono essere di tipo quantitativo, poiché la legge non
prevede alcun tetto massimo all’indebitamento tramite titoli.
Il contenuto della decisione di emissione deve rispettare un minimo normativo inderogabile. In particolare, devono
essere specificati:
• le condizioni del prestito, ossia i diritti e gli obblighi che regolano il rapporto tra la società e i sottoscrittori;
• le modalità di rimborso;
• l’ammontare complessivo dell’emissione;
• il numero e il valore nominale dei titoli, che non può essere inferiore a 50.000 euro per ciascun titolo.
La sottoscrizione dei titoli è formalizzata mediante un contratto tra la società, rappresentata dagli amministratori, e
il soggetto finanziatore. Secondo il comma 2 dell’articolo, la sottoscrizione è riservata esclusivamente a investitori
professionali soggetti a vigilanza prudenziale, ai sensi delle leggi speciali. Tale limitazione mira a escludere i
risparmiatori comuni, proteggendoli dai rischi connessi a strumenti finanziari complessi e a rischio di insolvenza.
In caso di circolazione successiva dei titoli, chi li trasferisce risponde della solvenza della società nei confronti degli
acquirenti che non siano investitori professionali o soci della società stessa. Questa previsione rafforza
ulteriormente la tutela del sistema e funge da deterrente contro la diffusione incontrollata di titoli presso soggetti
non qualificati. Il rischio si trasferisce liberamente solo quando il cessionario è anch’esso un investitore
professionale.
Tra i soggetti considerati investitori professionali soggetti a vigilanza prudenziale si includono tipicamente:
• banche;
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• società di intermediazione mobiliare (SIM);
• imprese di investimento;
• intermediari finanziari autorizzati;
• imprese di assicurazione.
Nel caso in cui i titoli siano emessi senza la clausola autorizzativa prevista dall’atto costitutivo, si ritiene che la
sottoscrizione sia inefficace, per violazione di un limite legale. Viceversa, se i titoli vengono emessi in violazione di
un limite statutario (es. emissione decisa da un organo diverso da quello previsto), la violazione non è opponibile ai
terzi, salvo che la società dimostri che questi ultimi abbiano agito con dolo, cioè intenzionalmente a danno della
società.
In conclusione, l’emissione di titoli di debito rappresenta una forma di finanziamento alternativa per la S.r.l., con un
assetto regolatorio improntato a rigore e selettività. L’accesso è limitato a soggetti esperti e vigilati, e richiede
un’attenta conformità statutaria e legale, a tutela dell’equilibrio tra flessibilità societaria e responsabilità nei
confronti del mercato.

LE QUOTE DI PARTECIPAZIONE
L’art. 2468 del Codice Civile disciplina le quote di partecipazione nella società a responsabilità limitata,
evidenziando le caratteristiche essenziali, i limiti alla loro circolazione e la struttura dei diritti ad esse connessi.
Al comma 1, viene affermato un principio di netta distinzione tra la S.r.l. e la S.p.A., stabilendo che le partecipazioni
dei soci non possono essere rappresentate da azioni né costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti
finanziari. Ciò comporta che:
• le quote non possono essere rappresentate da titoli azionari o da altri strumenti finanziari dotati di
funzione circolatoria;
• esse possono tuttavia essere documentate da atti o certificazioni, con mero valore probatorio della qualità
di socio, ma non idonei alla circolazione.
Il divieto di offerta al pubblico di prodotti finanziari è una regola inderogabile e rappresenta un elemento distintivo
della S.r.l. rispetto alla S.p.A., il cui capitale può essere invece raccolto anche tramite collocamento pubblico di azioni
o obbligazioni.
Il comma 2 afferma che, salvo quanto disposto dal comma 3, i diritti sociali spettano ai soci in misura proporzionale
alla partecipazione da ciascuno posseduta, e che, in assenza di diversa previsione statutaria, le partecipazioni sono
proporzionali ai conferimenti. Da ciò discende la regola della doppia proporzionalità:
• i diritti sociali (voto, utili, decisioni) sono proporzionali alla quota di partecipazione;
• le quote di partecipazione sono proporzionali ai conferimenti eseguiti dai soci.
Inoltre, la quota è inscindibile dalla persona del socio, il che implica che a ciascun socio spetta, in linea di principio,
una sola quota, pur essendo ammissibili quote differenti per ammontare e diritti.
Tuttavia, il modello proporzionale può essere derogato. Le principali deroghe previste dalla norma sono due:
• Comma 3: l’atto costitutivo può attribuire a singoli soci particolari diritti relativi all’amministrazione della
società o alla distribuzione degli utili.
• Seconda parte del comma 2: consente, tramite l’autonomia statutaria, che le partecipazioni non riflettano
proporzionalmente i conferimenti e che i diritti sociali non siano proporzionali alla quota, secondo quanto
stabilito da patti negoziali tra i soci.
Per quanto riguarda i diritti particolari dei soci (comma 3), l’attribuzione deve essere personalizzata, ossia riferita
espressamente al singolo socio. La formulazione della norma (“diritti riguardanti l’amministrazione della società o la
distribuzione degli utili”) ha sollevato il dubbio se sia legittima una clausola che attribuisca entrambi i tipi di diritto
allo stesso socio. Tuttavia, la congiunzione “o” è stata interpretata come non limitativa, e la prassi ammette la
cumulabilità dei diritti, se voluta dai soci.
Esempi di diritti particolari sull’amministrazione includono:
• diritto di amministrare personalmente la società;
• diritto di nomina o revoca di amministratori;
• diritto di scegliere o modificare il modello amministrativo;
• diritto esclusivo di decidere su determinate materie.
Quanto ai diritti sulla distribuzione degli utili, è esclusa la possibilità di prevedere la totale esclusione di un socio
dalla partecipazione agli utili, in virtù del divieto di patto leonino (art. 2265 c.c.), ma sono ammissibili forme di:
• utili maggiorati;
• utili prioritari;
• utili garantiti in misura minima.
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Il comma 4 disciplina le modalità di modifica dei diritti particolari. Tali diritti possono essere modificati solo con il
consenso unanime di tutti i soci, salvo che l’atto costitutivo non preveda una diversa disciplina. Il consenso di tutti i
soci non richiede necessariamente una delibera assembleare formale: può essere validamente espresso anche al di
fuori dell’assemblea, ad esempio per atto raccolto dal notaio.
Il comma fa salva, in ogni caso, la previsione dell’art. 2473, comma 1, in materia di recesso, secondo cui il socio
titolare di particolari diritti ha diritto di recedere se tali diritti vengono modificati, anche in presenza di una clausola
statutaria che consenta la modifica a maggioranza. Questo rinvio è considerato da parte della dottrina superfluo,
poiché il diritto di recesso sorge comunque quando il socio viene privato dei diritti che caratterizzano la sua
posizione contrattuale originaria.
In conclusione, la disciplina delle quote nella S.r.l. riflette una spiccata elasticità strutturale, che consente di
modellare la partecipazione del socio in funzione degli equilibri interni e delle esigenze della società, pur nel rispetto
dei limiti inderogabili imposti dal legislatore.
Un tema centrale nella disciplina della società a responsabilità limitata è quello della divisibilità della quota di
partecipazione. In particolare, ci si è chiesti se sia possibile per una S.r.l. emettere quote frazionate ex ante, cioè
quote “standard” tutte uguali tra loro, e se sia altresì legittimo prevedere categorie di quote caratterizzate da
specifici diritti. Entrambe le risposte sono affermative.
Queste domande erano già emerse nel sistema previgente, dove, in assenza di una norma che affermasse
esplicitamente la divisibilità delle quote, si discuteva se tale facoltà potesse ritenersi ammessa anche in mancanza di
una previsione espressa nello statuto. La questione nasceva dal silenzio del legislatore: non esisteva una
disposizione che vietasse la divisibilità, ma nemmeno una che la autorizzasse in modo esplicito.
La tesi oggi ritenuta preferibile è quella che riconosce la possibilità di una pattuizione statutaria che preveda la
divisibilità delle quote, anche qualora esse siano dotate di diritti particolari attribuiti al socio. Questo orientamento
si fonda sull’idea che le esigenze di flessibilità e personalizzazione del modello S.r.l. giustifichino la facoltà di
strutturare la partecipazione sociale in quote frazionate e differenziate.
In certi casi, tale possibilità si può considerare implicita, in particolare quando la S.r.l. sia aperta all’investimento
diffuso di soci crowdfunders, ovvero soggetti che aderiscono alla società mediante piattaforme digitali di raccolta di
capitali: l’esigenza di accogliere una pluralità di soci con partecipazioni minime rende necessaria la divisibilità delle
quote.
Ulteriori aperture in tal senso si riscontrano nella disciplina delle start-up innovative e delle S.r.l. PMI, che
beneficiano di importanti deroghe rispetto alla normativa generale sulle quote, in base all’art. 26 del D.L. 179/2012.
Le principali sono:
• possibilità per lo statuto di creare categorie di quote dotate di diritti diversi, determinabili liberamente, nei
limiti imposti dalla legge;
• possibilità che le quote siano oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari, inclusa la raccolta tramite
portali di equity crowdfunding;
• in deroga all’art. 2474 c.c., le operazioni sulle proprie partecipazioni non sono vietate se effettuate per
l’attuazione di piani di incentivazione.
Ne deriva che i divieti generali previsti per le S.r.l. ordinarie, quali:
• il divieto di rappresentare le quote in azioni, e
• il divieto di offerta al pubblico delle quote,
non hanno valore assoluto, ma sono da intendersi come divieti relativi: operano per la S.r.l. regolata in via generale
dal Codice Civile, ma sono derogabili in presenza di specifiche discipline settoriali, come quelle introdotte con la
normativa del 2012 per incentivare l’innovazione e l’accesso al capitale. In tali modelli societari evoluti, il sistema
delle quote si arricchisce di una maggiore flessibilità strutturale e funzionale, coerente con le esigenze di apertura al
mercato e attrazione di investimenti diffusi.

IL TRASFERIMENTO DELLE QUOTE


Le vicende delle quote di partecipazione nella società a responsabilità limitata sono regolate principalmente dall’art.
2469 c.c., che disciplina il trasferimento delle partecipazioni e le relative limitazioni statutarie.
Il comma 1 stabilisce il principio generale secondo cui le partecipazioni sono liberamente trasferibili, sia per atto tra
vivi che per successione mortis causa, salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo. Da ciò deriva che i soci
possono inserire clausole limitative alla circolazione, sia al momento della costituzione della società sia con una
successiva modifica a maggioranza dello statuto. Le clausole limitative già esistenti possono anche essere eliminate
con la stessa procedura.

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La riforma del 2003 ha chiarito un aspetto importante: il socio che non abbia concorso all’approvazione di una
delibera che introduce o rimuove vincoli alla circolazione ha diritto di recesso, ex art. 2473 c.c.
Il principio di libertà stabilito dal primo comma si estende anche alla possibilità di costituire pegno o usufrutto sulla
quota. Tuttavia, anche queste facoltà possono essere limitate o vietate tramite apposite clausole statutarie.
Tra le principali clausole statutarie che regolano la circolazione delle quote, si distinguono:
• Clausola di intrasferibilità: prevista dallo stesso art. 2469, comma 1, consente di vietare del tutto il
trasferimento delle quote. Per evitare che ciò imprigioni il socio nella società, il comma 2 riconosce il diritto
di recesso. Tuttavia, l’esercizio del recesso può essere differito: l’atto costitutivo può stabilire che esso non
sia esercitabile per un periodo massimo di due anni dalla sottoscrizione della partecipazione.
• Clausola di gradimento: prevista dal comma 2, consente di subordinare il trasferimento al placet di organi
sociali, altri soci o terzi. Il gradimento può essere di due tipi:
o non mero, se vincolato a criteri oggettivi;
o mero, se esercitato in modo del tutto discrezionale.
Il recesso è possibile solo dopo un effettivo rifiuto del gradimento, non per la sola presenza della
clausola.
• Clausola di prelazione: obbliga il socio che intende vendere la quota a offrirla prima agli altri soci, che
hanno diritto di essere preferiti a parità di condizioni. La clausola è finalizzata a preservare la stabilità della
compagine sociale.
• Clausola di trascinamento (drag-along): attribuisce al socio cedente, normalmente di maggioranza, il diritto
di obbligare anche gli altri soci a vendere le proprie quote allo stesso acquirente, alle medesime condizioni.
Serve a facilitare l’uscita completa in operazioni di disinvestimento.***
• Clausola di accodamento (tag-along o co-vendita): prevede che, se un socio decide di cedere la propria
quota a un terzo, deve garantire a tutti gli altri soci la possibilità di vendere anch’essi le proprie quote allo
stesso acquirente e alle stesse condizioni.***
Tutte queste clausole costituiscono parte del codice organizzativo della società, e perciò sono opponibili ai terzi e
producono effetti reali. Se una quota viene trasferita in violazione di una clausola limitativa, l’atto di cessione è
inefficace nei confronti della società, pur rimanendo valido tra le parti coinvolte nel trasferimento.
Questa disciplina consente di bilanciare l’autonomia contrattuale dei soci con l’esigenza di mantenere coerenza e
stabilità nella composizione societaria.
*** La clausola di trascinamento (nota anche come drag-along) è una clausola che attribuisce a un socio,
normalmente di maggioranza, il potere di imporre anche agli altri soci la vendita delle loro quote a un determinato
acquirente, qualora egli stesso decida di cedere la propria partecipazione. In pratica, se il socio principale vuole
uscire dalla società vendendo a un soggetto terzo, può “trascinare” con sé anche i soci di minoranza, obbligandoli a
cedere le loro quote allo stesso soggetto e alle medesime condizioni.
La funzione di questa clausola è quella di facilitare la vendita dell’intera società: per molti acquirenti, infatti, è
preferibile ottenere il controllo totale del capitale sociale anziché acquistare solo una partecipazione di maggioranza,
e quindi sapere che l’operazione potrà concludersi senza ostacoli è spesso decisivo.
Diversamente, la clausola di accodamento (nota come tag-along o clausola di co-vendita) è pensata per tutelare i
soci di minoranza. Essa riconosce a questi ultimi il diritto, ma non l’obbligo, di partecipare alla vendita nel caso in cui
un altro socio, normalmente di maggioranza, intenda trasferire la propria partecipazione a un terzo. In questo caso, il
socio di minoranza può chiedere che anche la propria quota venga acquistata alle stesse condizioni, garantendosi
così la possibilità di uscire dalla società insieme al socio di maggioranza, evitando di restare vincolato in una
compagine sociale completamente mutata.
In sintesi, mentre nella clausola di trascinamento è il socio venditore a decidere anche per gli altri, nella clausola di
accodamento sono gli altri soci a poter decidere se unirsi alla vendita. La prima tutela l’interesse alla cessione
unitaria e completa della società, la seconda quello alla protezione del socio di minoranza, che potrebbe altrimenti
rimanere “bloccato” in una società controllata da nuovi soggetti con cui non intende proseguire il rapporto
societario.

EFFICACIA E PUBBLICITA’ DEL TRASFERIMENTO


L’art. 2470 del Codice Civile disciplina l’efficacia e la pubblicità del trasferimento delle quote di partecipazione nella
società a responsabilità limitata, distinguendo tra efficacia tra le parti, nei confronti della società e verso i terzi. Il
comma 1 stabilisce che il trasferimento ha effetto nei confronti della società solo dal momento del deposito
dell’atto di trasferimento presso il registro delle imprese. Il comma 2 specifica che l’atto, redatto in scrittura privata
con sottoscrizione autenticata, deve essere depositato entro trenta giorni, a cura del notaio autenticante, presso
101
l’ufficio del registro delle imprese nella circoscrizione in cui ha sede la società. In caso di trasferimento per
successione a causa di morte, il deposito avviene su richiesta dell’erede o del legatario, previa presentazione della
documentazione prevista in materia di trasferimento di azioni. Il comma 3 introduce una disciplina di risoluzione del
conflitto tra più acquirenti della stessa quota, attribuendo la priorità a colui che abbia per primo effettuato in buona
fede l’iscrizione presso il registro delle imprese, anche se il suo titolo è di data posteriore rispetto ad altri.
Sotto il profilo dell’efficacia tra le parti, è pacifico che il trasferimento della quota si perfezioni per effetto del
consenso delle parti, conformemente al principio consensualistico. Le formalità previste dall’art. 2470, come il
deposito e l’iscrizione nel registro delle imprese, non incidono né sulla validità né sull’efficacia del contratto di
cessione tra cedente e cessionario, che ha effetto immediato. Il cessionario, dunque, acquista subito la titolarità
della quota e può anche trasferirla a sua volta.
Quanto all’efficacia nei confronti della società, il trasferimento produce effetto solo a partire dal momento in cui
l’atto viene depositato presso il registro delle imprese. Solo da tale momento il cessionario acquista la qualità di
socio e può esercitare i relativi diritti sociali, tra cui il diritto di voto, di impugnazione delle delibere e di
partecipazione agli utili. In assenza di tale formalità, la società continua legittimamente a considerare socio il
soggetto risultante dall’ultima iscrizione.
Per quanto riguarda l’efficacia verso i terzi, l’iscrizione nel registro ha valore dichiarativo, cioè rende legalmente
conoscibile l’avvenuto trasferimento. I terzi non possono invocare l’ignoranza del trasferimento una volta che esso
risulti iscritto. Inoltre, l’art. 2470, comma 3, attribuisce alla prima iscrizione eseguita in buona fede anche la funzione
di risolvere eventuali conflitti derivanti da cessioni plurime della medesima quota: è preferito l’acquirente che per
primo ha effettuato l’iscrizione, purché in buona fede, anche se il suo titolo è successivo.
Un’ulteriore specificazione riguarda le PMI e le imprese sociali costituite in forma di S.r.l.. Per tali società, è previsto
un regime alternativo di trasferimento delle quote, qualora le stesse siano state sottoscritte tramite intermediari
abilitati. In questo caso, il trasferimento avviene mediante semplice annotazione nei registri tenuti
dall’intermediario. Per rendere il trasferimento efficace verso la società, è sufficiente una certificazione rilasciata
dall’intermediario, che attesti la titolarità delle quote. Questo regime semplificato riflette l’esigenza di favorire la
circolazione delle partecipazioni in contesti più dinamici, come quelli legati al crowdfunding o all’investimento
diffuso.

LA RESPONSABILITA’ DELL’ALIENANTE PER I VERSAMENTI ANCORA DOVUTI


L’art. 2472 c.c. disciplina la responsabilità dell’alienante per i versamenti ancora dovuti in caso di cessione della
quota di partecipazione in una società a responsabilità limitata. La norma stabilisce che, qualora il socio cedente non
abbia ancora interamente versato il proprio conferimento, l’alienazione della quota non è in alcun modo impedita
da tale circostanza. Tuttavia, il cedente resta obbligato in solido con l’acquirente, per un periodo di tre anni dalla
data di iscrizione del trasferimento nel registro delle imprese, a garantire il pagamento della parte residua del
conferimento.
L’obbligazione solidale dell’alienante è subordinata a due condizioni:
• che non siano trascorsi più di tre anni dalla suddetta iscrizione;
• che la richiesta di pagamento al socio subentrante sia rimasta infruttuosa, cioè che questi non abbia
adempiuto al proprio obbligo.
Solo nel caso in cui entrambe queste condizioni siano soddisfatte, l’amministratore potrà agire nei confronti
dell’alienante, il quale diventa così una garanzia aggiuntiva a tutela dell’effettività del capitale sociale. L’obiettivo
della norma è duplice: da un lato, non ostacolare la circolazione delle quote, dall’altro assicurare l’integrale
versamento dei conferimenti promessi, elemento essenziale a tutela dei creditori sociali.
La responsabilità solidale prevista dall’art. 2472 si riferisce alla cessione volontaria o coattiva della partecipazione,
cioè a un’alienazione in senso stretto. Non si applica invece a trasferimenti derivanti da successione a causa di
morte, che sono a titolo universale, né a diritti parziali come il pegno o l’usufrutto, che non comportano
l’assunzione del debito residuo di conferimento da parte del beneficiario.
In questi casi, la titolarità della quota non si trasferisce pienamente, e dunque non si giustifica l’estensione della
responsabilità per i versamenti ancora dovuti.

IL PEGNO, L’USUFRUTTO E IL SEQUESTRO


L’art. 2471-bis c.c. stabilisce che le partecipazioni in una S.r.l. possono essere oggetto di pegno, usufrutto e
sequestro. La norma richiama, per quanto compatibile, la disciplina prevista dall’art. 2352 c.c. in tema di società per
azioni, salvo quanto disposto dal terzo comma dell’art. 2471, che riguarda le modalità di esercizio del voto in caso di
quote con diritti particolari.
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Dal punto di vista degli effetti tra le parti, il pegno, l’usufrutto o il sequestro producono effetto sin dal consenso,
conformemente al principio consensualistico. Tuttavia, per gli effetti verso la società, cioè per la legittimazione
all’esercizio dei diritti sociali da parte del titolare del diritto reale o del custode, è necessario il deposito dell’atto
presso il registro delle imprese.
Analogamente, anche l’efficacia verso i terzi si produce solo dall’iscrizione nel registro delle imprese, che rende
l’atto opponibile erga omnes.
Un tratto caratterizzante di questa disciplina è che il titolare del diritto reale (creditore pignoratizio o usufruttuario)
acquista un interesse interno alla società, tale da legittimarlo a partecipare all’attività sociale ed esercitare diritti
amministrativi, tra cui il diritto di voto, purché ciò non comporti pregiudizio per gli interessi del socio nudo
proprietario.
Diversamente, in caso di sequestro, la partecipazione viene amministrata da un custode nominato dal giudice, il
quale esercita i diritti sociali in via esclusiva per tutta la durata della misura cautelare, al fine di conservare e gestire
il bene sequestrato.
Nel dettaglio:
• In presenza di pegno o usufrutto, i diritti amministrativi (come il voto) possono essere esercitati sia dal socio
che dal titolare del diritto reale, in base a quanto previsto nello statuto e nel contratto. La legge li considera
sullo stesso piano, in assenza di preferenza automatica.
• Nel caso di sequestro, invece, solo il custode può esercitare i diritti amministrativi, essendo egli
funzionalmente preposto alla gestione della quota.
La disciplina è ulteriormente completata dal rinvio all’art. 2352 c.c., che specifica:
• in caso di aumento gratuito di capitale, il vincolo (pegno o usufrutto) si estende alle nuove quote attribuite;
• in caso di diritto di opzione, questo spetta al socio, che deve fornire le somme necessarie per esercitarlo;
• se la quota è non integralmente liberata, la disciplina varia:
o nel caso di pegno, l’obbligo di versamento ricade sul socio debitore;
o nel caso di usufrutto, il versamento delle somme dovute spetta all’usufruttuario.
Infine, quanto agli utili, essi spettano al titolare del diritto reale, sia esso creditore pignoratizio o usufruttuario.
Tuttavia, se la quota è munita di diritti particolari, e gli utili sono attribuiti in ragione della persona del socio, essi
continuano a spettare al socio, salvo diversa previsione.

ESPROPRIAZIONE DELLA QUOTA


L’art. 2471, commi 1-3, del Codice Civile regola l’espropriazione forzata della quota di partecipazione in una S.r.l.,
stabilendo che essa può essere oggetto di pignoramento da parte dei creditori del socio. Il pignoramento si
perfeziona mediante notificazione dell’atto esecutivo al socio debitore e alla società, accompagnata
dall’ingiunzione ad astenersi da qualunque atto che incida sulla quota oggetto dell’espropriazione. Si richiede
inoltre che l’atto sia iscritto nel registro delle imprese, ma tale iscrizione ha funzione dichiarativa, cioè serve a
rendere opponibile ai terzi il vincolo, mentre l’efficacia nei confronti della società e del socio si produce già con la
notifica.
Una volta perfezionato il pignoramento, si procede con la vendita coattiva della quota. Ai sensi del comma 2,
l’ordinanza del giudice che dispone la vendita deve essere notificata alla società dal creditore procedente. In
presenza di clausole che limitano la trasferibilità delle partecipazioni, il comma 3 stabilisce una disciplina speciale:
se creditore, debitore e società non trovano un accordo sulla vendita, la vendita forzata avviene all’incanto.
Tuttavia, per evitare l’ingresso nella compagine di soggetti indesiderati, la legge prevede una forma di “diritto di
riscatto”: la vendita è inefficace se, entro dieci giorni dall’aggiudicazione, la società individua un altro acquirente
disposto a pagare lo stesso prezzo.
Infine, il provvedimento di vendita della partecipazione deve essere depositato presso il registro delle imprese
entro trenta giorni, a fini di pubblicità e opponibilità verso i terzi.

OPERAZIONI SULLE PROPRIE QUOTE


L’art. 2474 c.c. stabilisce un divieto assoluto per la S.r.l. di compiere operazioni sulle proprie quote, affermando che
“in nessun caso la società può acquistare o accettare in garanzia partecipazioni proprie, ovvero accordare prestiti
o fornire garanzia per il loro acquisto o la loro sottoscrizione”.
Si tratta di una norma di chiusura del sistema, finalizzata a evitare pratiche distorsive che possano compromettere
la stabilità patrimoniale della società o l’equilibrio interno tra i soci. La disciplina è, tuttavia, oggetto di dibattito per
quanto riguarda la sua applicazione e le ragioni sottese al divieto.

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Il divieto di acquisto di proprie quote si giustifica in primo luogo in relazione alla natura personalistica della
partecipazione nelle S.r.l.. A differenza delle azioni nelle S.p.A., che sono strutturalmente destinate alla circolazione,
le quote di S.r.l. sono strettamente legate alla persona del socio. Questo spiega perché il legislatore abbia vietato
l’auto-acquisto per le S.r.l., mentre lo consente, entro certi limiti, per le S.p.A.
Il divieto di accettazione in garanzia trova la sua ratio nell’esigenza di evitare trattamenti preferenziali a favore dei
soci rispetto ai creditori esterni. Infatti, se la società potesse accettare come garanzia quote proprie, verrebbe a
sostenere indirettamente l’attività creditizia dei soci, generando un rischio di sperequazione tra soci e terzi.
Il divieto di assistenza finanziaria (cioè di erogare prestiti o prestare garanzie per l’acquisto o sottoscrizione di
proprie partecipazioni) ha lo scopo di prevenire l’abuso di potere da parte degli amministratori, che potrebbero
utilizzare le risorse sociali per favorire l’ingresso nella compagine di soggetti a loro vicini, rafforzando così la propria
posizione di controllo all’interno della società.
In caso di violazione del divieto, le operazioni compiute sono da ritenersi nulle ai sensi dell’art. 1418 c.c.,
trattandosi di negozi contrari a norme imperative. La nullità riguarda quindi sia l’acquisto che l’accettazione in
garanzia, sia le operazioni di assistenza finanziaria vietate.
Un’importante eccezione al divieto è prevista per le S.r.l. PMI, ai sensi dell’art. 26 del D.L. 179/2012. In questo caso,
l’art. 2474 non si applica alle operazioni compiute in attuazione di piani di incentivazione. In particolare, è
ammesso che la società assegni proprie quote a dipendenti, collaboratori, prestatori d’opera o servizi, nell’ambito
di piani di incentivazione o fidelizzazione del personale, riconoscendo così la possibilità di coinvolgere queste figure
nel capitale sociale come strumento di partecipazione e motivazione.

LE COMPETENZE DEI SOCI E LA FORMAZIONE DELLE DECISIONI SOCIALI COMPETENZE SPETTANTI AI SOCI SECONDO IL
MODELLO LEGALE
L’art. 2479 del Codice Civile disciplina le competenze dei soci nella società a responsabilità limitata e le modalità
attraverso cui si formano le decisioni sociali. Il principio generale è che i soci decidono sulle materie riservate alla
loro competenza dall’atto costitutivo, ma anche su quelle che vengano loro sottoposte da uno o più amministratori
o da soci che rappresentano almeno un terzo del capitale sociale. In quest’ultimo caso si parla di competenza
concorrente, perché l’intervento dei soci sottrae temporaneamente la competenza agli amministratori. L’autonomia
statutaria consente di ampliare le materie rimesse ai soci, ma non può restringerne i poteri minimi garantiti dalla
legge.
Il comma 2 dell’art. 2479 individua le materie inderogabilmente riservate alla decisione dei soci, che sono:
1. l’approvazione del bilancio e la distribuzione degli utili;
2. la nomina degli amministratori, se prevista dall’atto costitutivo;
3. la nomina dei sindaci e del revisore nei casi di legge (art. 2477 c.c.);
4. le modifiche dell’atto costitutivo;
5. le decisioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o una rilevante modificazione
dei diritti dei soci.
La prima voce (n.1) conferma che la S.r.l. non può adottare il modello dualistico (tipico della S.p.A.), dove
l’approvazione del bilancio è attribuita al consiglio di sorveglianza.
Le voci 4 e 5 sono oggetto di ulteriore precisazione al comma 4: in tali casi, le decisioni dei soci devono essere
adottate con deliberazione assembleare, quindi con metodo collegiale obbligatorio, ai sensi dell’art. 2479-bis. Lo
stesso obbligo assembleare vale:
• nei casi di modifiche dell’atto costitutivo (n.4);
• per operazioni che comportino sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o rilevante alterazione dei
diritti dei soci (n.5);
• quando lo richieda un terzo del capitale sociale;
• nei casi di riduzione del capitale per perdite ai sensi dell’art. 2482-bis, comma 4.
Con riferimento alla nozione di “sostanziale modificazione dell’oggetto sociale”, si ritiene che essa debba essere
stabile, permanente e duratura, mentre la “rilevante modificazione dei diritti dei soci” va riferita agli atti gestori
che incidono significativamente sui diritti di amministrazione o sugli utili spettanti.
Il comma 3 introduce un’alternativa alla deliberazione assembleare, prevedendo che l’atto costitutivo possa stabilire
che le decisioni dei soci siano adottate mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto. Il legislatore
non privilegia una forma rispetto all’altra, ma richiede in entrambi i casi:
• il rispetto della maggioranza prevista, normalmente almeno la metà del capitale sociale;
• che dai documenti risulti chiaramente l’oggetto della decisione;
• che tutti i soci siano messi in condizione di partecipare al procedimento decisionale.
104
Le due modalità differiscono per impostazione procedurale:
• Consultazione scritta: i soggetti legittimati (cioè quelli a cui l’atto costitutivo attribuisce l’iniziativa o soci
titolari di almeno un terzo del capitale) trasmettono una proposta scritta agli altri soci, che si esprimono
positivamente o negativamente, senza possibilità di modificare il contenuto. Si tratta di una procedura
simile a un referendum interno. Se un socio non riceve l’invito a esprimersi, l’intera decisione è viziata e
impugnabile.
• Consenso espresso per iscritto: si tratta di una procedura più informale, in cui manca un atto di impulso. È
sufficiente che venga formulato un documento contenente la decisione, sottoscritto da un numero di soci
pari al quorum richiesto. L’iniziativa può essere assunta anche da un solo socio, purché venga raccolto il
consenso formale degli altri fino al raggiungimento della maggioranza.
Infine, i soggetti legittimati all’iniziativa sono quelli individuati dallo statuto oppure, in assenza di previsione, i soci
che rappresentano almeno un terzo del capitale.
In conclusione, il sistema delle decisioni nella S.r.l. riflette una logica di flessibilità e autonomia contrattuale, ma
impone, in alcune materie sensibili, l’utilizzo del metodo assembleare per garantire la partecipazione collettiva e la
tutela degli equilibri interni.

FUNZIONAMENTO DELL’ASSEMBLEA E SOGGETTI LEGITTIMATI ALLA CONVOCAZIONE


L’art. 2479-bis del Codice Civile disciplina le modalità di convocazione dell’assemblea dei soci nella società a
responsabilità limitata, lasciando ampio spazio all’autonomia statutaria. In particolare, il comma 1 stabilisce che
l’atto costitutivo deve determinare i modi di convocazione, con l’unico vincolo che sia garantita la tempestiva
informazione ai soci sugli argomenti da trattare.
In assenza di una specifica disciplina statutaria, la convocazione deve avvenire mediante lettera raccomandata,
spedita almeno otto giorni prima dell’adunanza al domicilio del socio risultante dal registro delle imprese.
Il potere di procedere alla convocazione spetta ordinariamente agli amministratori, ma può essere esercitato anche
da altri soggetti legittimati:
• i soci titolari di almeno un terzo del capitale sociale, che possono non solo richiedere una decisione su
specifici argomenti ma anche procedere direttamente alla convocazione;
• l’organo di controllo, ove presente, ha anch’esso facoltà di convocare l’assemblea, secondo quanto previsto
dalla disciplina generale applicabile.
Gli amministratori possono inoltre sollecitare la decisione dei soci su determinate materie e, ove lo ritengano
opportuno, attivare il procedimento assembleare, anche quando non sussista un obbligo normativo o statutario.
Quanto al contenuto dell’avviso di convocazione, l’art. 2479-bis non impone vincoli rigidi, né sul contenuto formale
né sulla forma dell’avviso. L’unico requisito imprescindibile è che la comunicazione assicuri ai soci una tempestiva
informazione sugli argomenti all’ordine del giorno. Proprio in virtù di questa flessibilità, l’atto costitutivo può
legittimamente prevedere modalità semplificate di convocazione, quali telegrammi, fax, posta elettronica, e può
fissare un termine di preavviso inferiore agli otto giorni, purché venga comunque rispettato il principio della
tempestiva conoscenza.
Nel caso in cui l’atto costitutivo non preveda nulla, si applica il modello legale, ovvero convocazione mediante
raccomandata con otto giorni di preavviso. Tuttavia, anche in presenza di irregolarità formali nella convocazione,
l’assemblea può ritenersi validamente costituita quando ricorrono le condizioni dell’assemblea totalitaria, ovvero:
• partecipazione dell’intero capitale sociale;
• assenza di opposizioni da parte dei soci alla trattazione degli argomenti non formalmente comunicati.
Questa forma di sanatoria del vizio di convocazione si fonda sul principio del consenso unanime e sulla
partecipazione attiva di tutti i soci, rendendo inutile la formalità della convocazione nei casi in cui nessuno contesti
la validità della riunione.

DIRITTO DEL SOCIO DI PARTECIPARE ALLA RIUNIONE


L’art. 2479, comma 5, del Codice Civile stabilisce che ogni socio ha diritto di partecipare alle decisioni sociali e che il
suo voto vale in proporzione alla partecipazione posseduta. Si tratta di un principio fondamentale che conferma la
centralità del socio nella governance della S.r.l., in coerenza con il carattere personalistico del tipo societario.
Da questa previsione deriva un’importante conseguenza: è esclusa la possibilità di creare quote prive del diritto di
voto o con voto limitato, a differenza di quanto può accadere nelle S.p.A. dove sono ammesse azioni a voto limitato,
subordinato o senza voto. Nella S.r.l., invece, il diritto di voto è connaturato alla qualità di socio e proporzionale
alla quota di partecipazione, salvo che lo statuto attribuisca diritti particolari ex art. 2468, comma 3.
Il diritto di partecipazione alle decisioni non è riservato solo ai soci. Sono infatti legittimati all’intervento:
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• i creditori pignoratizi e gli usufruttuari della quota, i quali possono intervenire ai lavori assembleari, sebbene
la titolarità del diritto di voto sia esercitata secondo le regole specifiche previste per il pegno e l’usufrutto
(art. 2352 c.c.);
• i componenti degli organi di gestione e di controllo, i quali, più che per un diritto, intervengono in virtù di
un obbligo funzionale alla corretta gestione societaria.
Per quanto riguarda le modalità di partecipazione, è generalmente ammesso l’utilizzo di strumenti di
comunicazione a distanza (videoconferenza, call, ecc.), purché sia garantita l’identificazione dei partecipanti, la
possibilità di interagire in tempo reale e la continuità del collegamento per tutta la durata della riunione.
Tuttavia, non è consentito esprimere il voto per corrispondenza: ciò perché verrebbe meno il principio di
collegialità, che implica non solo la mera espressione del voto ma anche la possibilità di confronto, discussione e
replica tra i soci nel contesto della riunione.
Infine, il comma 2 dell’art. 2479-bis consente che il socio partecipi alla riunione anche per mezzo di rappresentante,
con la sola condizione che venga conservata documentazione scritta della delega. Non sono previsti particolari
vincoli sulla natura del rappresentante, né limiti al numero di deleghe, salvo diversa disposizione dell’atto
costitutivo.

SVOLGIMENTO ASSEMBLEA E VERBALIZZAZIONE DELLE DELIBERE


L’art. 2479-bis c.c. regola anche le modalità di svolgimento dell’assemblea dei soci nella S.r.l., rinviando in larga
parte alla disciplina pattizia contenuta nell’atto costitutivo. Il comma 3 stabilisce, salvo diversa disposizione
statutaria, che l’assemblea si tiene presso la sede sociale.
Le fasi dell’assemblea – intervento, discussione e votazione – sono anch’esse affidate all’autonomia dei soci, che
possono organizzare liberamente le modalità di gestione della riunione. Tuttavia, la legge riserva una funzione
specifica al presidente dell’assemblea, disciplinata al comma 4: questi ha il compito di verificare la regolarità della
costituzione, accertare l’identità e la legittimazione dei presenti, regolare lo svolgimento della riunione e accertare
i risultati delle votazioni. Tutti questi accertamenti devono essere riportati nel verbale.
A differenza di quanto previsto per le S.p.A., il legislatore non stabilisce un contenuto minimo obbligatorio del
verbale nella S.r.l. Ci si è chiesti se sia applicabile per analogia l’art. 2375 c.c. La risposta più condivisa è affermativa,
almeno nei principi generali. Infatti, si ritiene che:
• la deliberazione non possa essere annullata per incompletezza o inesattezza del verbale, a meno che ciò
impedisca la ricostruzione del contenuto o la verifica della validità della decisione;
• il contenuto della deliberazione deve risultare chiaramente dal verbale;
• la redazione del verbale deve avvenire tempestivamente, per garantire la corretta informazione ai soci;
• l’art. 2375, pur dettato per le S.p.A., è da considerarsi norma di sistema, fondata su principi generali
applicabili anche alle S.r.l.
Per quanto riguarda i quozienti assembleari, l’art. 2479-bis, comma 3, fissa una disciplina legale sussidiaria,
derogabile dallo statuto. Salvo diversa previsione:
• l’assemblea è regolarmente costituita con la presenza di soci che rappresentano almeno la metà del
capitale sociale (quorum costitutivo);
• delibera a maggioranza assoluta dei presenti (quorum deliberativo);
• nei casi indicati ai numeri 4 e 5 dell’art. 2479, comma 2 (modifiche statutarie e modifiche sostanziali
dell’oggetto sociale o dei diritti dei soci), è richiesta la maggioranza dei soci che rappresentino almeno la
metà del capitale sociale.
La legge non distingue tra assemblea ordinaria e straordinaria, e consente la derogabilità di entrambi i quorum, sia
costitutivo che deliberativo, da parte dell’atto costitutivo. Anche la previsione di una seconda convocazione è
ammessa, ma rimessa interamente alla volontà negoziale dei soci.
Un punto delicato riguarda il principio di proporzionalità del voto. L’art. 2479, comma 5, stabilisce che ogni socio ha
diritto di voto in misura proporzionale alla propria partecipazione, senza contemplare eccezioni. Tuttavia, tale
norma deve essere letta in coordinamento con l’art. 2468, comma 3, che ammette l’attribuzione di diritti particolari
a singoli soci, anche riguardanti l’amministrazione e la distribuzione degli utili.
Da ciò deriva che, sebbene non siano ammesse clausole che introducano il voto per teste, il voto scalare o quote
senza diritto di voto, lo statuto può eccezionalmente modulare il diritto di voto tramite diritti particolari, ma solo
se ciò avviene in maniera conforme ai limiti legali e senza stravolgere la natura proporzionale del sistema.

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INVALIDITA’ DELLE DECISIONI DEI SOCI
La disciplina dell’invalidità delle decisioni dei soci è oggi contenuta nell’art. 2479-ter c.c., che sostituisce il
precedente rinvio generico alla normativa delle S.p.A., pur conservando, all’ultimo comma, un rinvio parziale alla
disciplina azionaria per i profili non regolati.
La norma si articola in una fattispecie generale e in tre ipotesi particolari.
La prima riguarda le decisioni non conformi alla legge o all’atto costitutivo.
Le tre ipotesi particolari sono:
a) le decisioni aventi oggetto illecito o impossibile;
b) quelle adottate in assenza assoluta di informazione;
c) e infine le deliberazioni che modificano l’oggetto sociale prevedendo attività illecite o impossibili.
La disciplina differisce tra le varie ipotesi soltanto per quanto riguarda i termini di impugnazione e i soggetti
legittimati a proporla.
Ci sono tuttavia elementi comuni. In primo luogo, la norma si riferisce alle “decisioni dei soci”, quindi comprende
anche quelle adottate mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto, tranne le modificazioni
dell’oggetto sociale, che richiedono deliberazione assembleare.
In secondo luogo, il termine per proporre l’impugnazione decorre, per soci e amministratori, dalla trascrizione della
decisione nel libro delle decisioni, ma poiché i terzi non hanno accesso a tale libro, per loro la decorrenza segue
l’iscrizione nel registro delle imprese, in applicazione dell’art. 2935 c.c.
Una particolarità della disciplina della S.r.l. è contenuta nel primo comma dell’art. 2479-ter: il tribunale, su richiesta
della società o della parte che ha impugnato, può concedere un termine non superiore a 180 giorni per adottare una
nuova decisione idonea ad eliminare la causa di invalidità. Si tratta di una forma di sanatoria della delibera viziata,
coerente con la flessibilità del modello societario.
È inoltre riconosciuto al socio danneggiato dalla decisione invalida il diritto di chiedere il risarcimento del danno.
A differenza di quanto avviene nella S.p.A., dove il risarcimento supplisce alla limitata legittimazione
all’impugnazione, nella S.r.l. l’azione è concessa a tutti i soci, indipendentemente dall’entità della partecipazione, e
tutti possono anche agire per il risarcimento.
Le decisioni non conformi alla legge o all’atto costitutivo sono disciplinate dal comma 1. Sono impugnabili dai soci
che non vi hanno consentito, da ciascun amministratore e dal collegio sindacale, entro 90 giorni dalla trascrizione nel
libro delle decisioni.
Se adottate in sede assembleare, la conformità va valutata rispetto a tutte le fasi procedurali. Sono irrilevanti vizi che
non incidano sul risultato finale, come la partecipazione di soggetti non legittimati o errori di conteggio dei voti.
Quando la decisione è assunta mediante consultazione scritta o consenso espresso, si riducono le possibilità di
violazione della legge, ma aumentano quelle relative all’atto costitutivo. Rientrano in questa categoria anche le
decisioni assunte con la partecipazione determinante di un socio in conflitto di interessi, se potenzialmente dannose
per la società (comma 2).
L’interesse in conflitto diventa rilevante solo se il voto del socio è stato decisivo e se la decisione può arrecare danno.
Le decisioni aventi oggetto illecito o impossibile e quelle adottate in assenza assoluta di informazione sono
disciplinate dal comma 3. Sono impugnabili da chiunque vi abbia interesse entro tre anni dalla trascrizione.
L’interesse deve essere concreto e attuale. L’illiceità si valuta con riferimento non solo all’oggetto ma anche al
contenuto della decisione. L’impossibilità può essere giuridica o materiale. Il vizio per assenza assoluta di
informazione riguarda la fase anteriore all’adozione della decisione: nelle assemblee si verifica quando l’avviso di
convocazione non consente un’informazione tempestiva; nelle decisioni non assembleari, si verifica quando la
richiesta di esprimere il consenso non è stata inviata a tutti i soci.
La seconda parte del comma 3 si riferisce alle decisioni che modificano l’oggetto sociale prevedendo attività illecite o
impossibili. In questo caso l’impugnazione è ammessa senza limiti di tempo, trattandosi di una nullità insanabile.
Infine, l’ultimo comma dell’art. 2479-ter consente l’applicazione, in quanto compatibili, di alcune disposizioni delle
S.p.A., tra cui l’art. 2379-ter, che disciplina l’impugnabilità delle deliberazioni di aumento e riduzione del capitale e di
emissione di obbligazioni, stabilendo un termine di decadenza rispettivamente di 180 giorni dall’iscrizione o 90 giorni
dall’approvazione del bilancio, e l’art. 2434-bis, che preclude l’impugnazione della delibera di approvazione del
bilancio dopo l’approvazione del bilancio dell’esercizio successivo, salvo ipotesi di dolo o falso.

INESISTENZA DELLE DECISIONI SOCIALI


Nella disciplina della S.r.l., il legislatore ha scelto di non riconoscere una categoria autonoma di “decisioni
inesistenti”, ma di ricondurre anche i casi più estremi all’ambito dell’invalidità. L’obiettivo è quello di garantire
certezza e stabilità alle deliberazioni sociali, evitando zone grigie prive di disciplina. Di conseguenza, anche le ipotesi
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che un tempo erano classificate come casi di inesistenza vengono oggi trattate come decisioni invalide, tipicamente
per violazione della legge ai sensi dell’art. 2479-ter c.c.
Un primo caso limite di inesistenza materiale o di fatto è quello in cui gli amministratori redigano un verbale falso,
attestando lo svolgimento di un’assemblea mai convocata né tenutasi. In questo caso, non si è di fronte a una
deliberazione viziata, ma a un documento inidoneo a produrre effetti giuridici, perché privo del requisito minimo
dell’effettività della decisione. Si tratta tuttavia di un’ipotesi eccezionale, spesso sanzionabile anche penalmente.
Il secondo caso riguarda l’assenza di verbalizzazione della decisione assembleare. In passato si sarebbe parlato di
inesistenza della deliberazione; oggi invece si qualifica la decisione come invalida per violazione della legge,
rientrando a pieno titolo nella fattispecie generale di invalidità ex art. 2479-ter, co.1. Il verbale infatti è il
documento che rende conoscibile e opponibile la decisione, e la sua mancanza ne compromette la validità.
Un’ulteriore ipotesi è quella in cui i soci assumano una decisione mediante procedura scritta, su una materia che la
legge riserva inderogabilmente all’assemblea, come nei casi previsti dall’art. 2479, comma 4. Anche qui, pur
trattandosi di una violazione grave delle modalità decisionali, la conseguenza non è l’inesistenza della decisione, ma
la sua invalidità per non conformità alla legge.
In conclusione, nel sistema attuale non vi è spazio per la categoria dell’inesistenza come distinta dall’invalidità.
Anche nei casi più gravi e macroscopici, la dottrina e la giurisprudenza fanno ricorso agli strumenti offerti dall’art.
2479-ter, riconducendo le ipotesi in questione alla più generale disciplina delle decisioni invalide, così da evitare
vuoti normativi e favorire la certezza del diritto.

L’AMMINISTRAZIONE. IL RIASSETTO DELL’ORGANIZZAZIONE CORPORATIVA DELLE SRL


La riforma del 2003 ha profondamente modificato l’organizzazione interna delle S.r.l., introducendo un riassetto del
modello corporativo e attenuando la rigidità propria delle società di capitali. In particolare, si è data maggiore
centralità alla figura dei soci, ampliando il loro potere di interferenza diretta nella gestione, e si è ridimensionato il
ruolo collegiale dell’organo amministrativo, riconoscendo forme più flessibili di amministrazione, come quella
disgiunta o congiunta.
Il risultato è un parziale superamento del principio della ripartizione organica delle competenze, che nel modello
delle S.p.A. prevede una netta separazione tra assemblea e consiglio di amministrazione. Nella S.r.l., invece,
l’articolazione tra organi è meno rigida: l’atto costitutivo può definire con ampia autonomia l’attribuzione delle
competenze, pur nel rispetto di alcuni limiti inderogabili.
Come nel sistema previgente, salvo diversa previsione statutaria, l’amministrazione è affidata a uno o più soci, ma
rispetto al passato si registra un ampliamento dei poteri dei soci in materia gestoria e una maggiore libertà
nell’attribuire diritti individuali a singoli soci, anche relativi alla gestione.
Tuttavia, non è ammessa una clausola che attribuisca l’intera amministrazione ai soci in quanto tali, eliminando
ogni distinzione tra organo gestorio e assemblea. La legge, infatti, pur concedendo ampi spazi di autonomia
statutaria, impone la presenza di due distinti organi, ciascuno dotato di proprie competenze. Ne consegue che non
è consentita una completa fusione tra la funzione deliberativa dei soci e quella esecutiva degli amministratori.
L’art. 2475, comma 5, conferma tale distinzione, stabilendo che alcune attività devono essere inderogabilmente
affidate all’organo amministrativo, come:
• la redazione del progetto di bilancio;
• la predisposizione dei progetti di fusione o scissione;
• le decisioni relative all’aumento del capitale sociale.
Per “organo amministrativo” deve intendersi l’insieme dei soggetti ai quali è attribuita la funzione gestoria,
indipendentemente dal fatto che si tratti di un amministratore unico, di più amministratori con poteri disgiunti o
congiunti, oppure di un consiglio di amministrazione.

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
L’art. 2475, comma 3, stabilisce che quando l’amministrazione è affidata a più persone, queste costituiscono il
consiglio di amministrazione. Si tratta di una conferma del principio corporativo secondo cui, in presenza di una
pluralità di amministratori, deve formarsi un organo collegiale, salvo diversa previsione dell’atto costitutivo. La legge
ammette infatti due deroghe a questa impostazione:
La prima deroga consiste nella possibilità che l’atto costitutivo affidi l’amministrazione a più soggetti, ma senza che
essi costituiscano un consiglio di amministrazione, optando invece per modelli alternativi:
• amministrazione disgiunta, in cui ciascun amministratore può agire individualmente (art. 2257 c.c.);
• amministrazione congiunta, che può richiedere l’unanimità o la maggioranza degli amministratori (art. 2258
c.c.).
108
In entrambi i casi, l’amministrazione può essere affidata sia a soci sia a non soci. Questo solleva la questione del
criterio da utilizzare per il computo delle maggioranze decisionali, qualora l’amministrazione sia congiunta. In
mancanza di specifiche previsioni, ci si interroga se i voti debbano essere calcolati per teste o per quote di
partecipazione. La risposta dipende dal contenuto dell’atto costitutivo, al quale è rimessa ampia discrezionalità
statutaria. In assenza di indicazioni, si tende a preferire il criterio per teste, coerente con la logica dei modelli
disgiunto e congiunto mutuati dalle società di persone.
La seconda deroga riguarda la possibilità di superare il metodo collegiale tradizionale anche laddove sia istituito un
vero e proprio consiglio di amministrazione. Il comma 4 dell’art. 2475 consente infatti all’atto costitutivo di
prevedere che le decisioni del consiglio possano essere adottate anche senza convocazione formale, attraverso:
• consultazione scritta, con richiesta inviata a tutti i componenti del consiglio;
• consenso espresso per iscritto, da raccogliere su un unico documento.
In entrambi i casi, è richiesto che dai documenti risultino chiaramente l’oggetto della decisione e il consenso
prestato da ciascun amministratore. Questi strumenti decisionali semplificati rispondono all’esigenza di rendere più
agile ed efficiente la gestione, senza tuttavia compromettere la regolarità e la tracciabilità delle decisioni adottate.

INCREMENTO DEI POTERI DEI SOCI IN TEMA DI AMMINISTRAZIONE


La riforma ha rafforzato sensibilmente la posizione dei soci nella S.r.l., attribuendo loro maggiori poteri in ambito
amministrativo. L’atto costitutivo può infatti riconoscere diritti soggettivi individuali in capo a singoli soci, anche in
materia di amministrazione, con contenuti estremamente variabili, ad esempio il diritto di nominare o revocare uno
o più amministratori, o di opporsi a determinate operazioni.
Oltre a ciò, i soci esercitano in via esclusiva le competenze ad essi riservate dall’atto costitutivo, ma possono anche
intervenire in modo concorrente con gli amministratori su tutte le materie che vengano sottoposte alla loro
approvazione da parte di uno o più amministratori o da soci che rappresentino almeno un terzo del capitale sociale,
come previsto dall’art. 2479, comma 1.
Ai soci non amministratori è riconosciuto un importante diritto di controllo: hanno infatti diritto di ottenere notizie
dagli amministratori sullo svolgimento dell’attività sociale, nonché di consultare i libri e i documenti della società.
Si tratta di un potere informativo che, pur non essendo formalmente qualificato come controllo, rappresenta uno
strumento concreto per vigilare sulla gestione da parte degli amministratori.
Il sistema prevede due disposizioni fondamentali che delimitano la ripartizione delle competenze tra l’organo
amministrativo e l’assemblea dei soci:
• l’art. 2475, comma 5, che attribuisce inderogabilmente all’organo amministrativo alcune attività gestorie
fondamentali, come la redazione del progetto di bilancio, di fusione o di scissione, e le decisioni
sull’aumento di capitale;
• l’art. 2479, comma 2, che individua cinque materie riservate in modo altrettanto inderogabile alla
competenza dei soci, come l’approvazione del bilancio, la distribuzione degli utili, le modifiche statutarie e le
operazioni che incidono sull’oggetto sociale o sui diritti dei soci.

LA RAPPRESENTANZA
L’art. 2475-bis c.c. stabilisce che gli amministratori hanno la rappresentanza generale della società. Ciò significa che
ciascun amministratore è, per regola generale, investito sia del potere di gestione che di quello rappresentativo,
potendo quindi agire in nome della società e concludere validamente atti giuridici verso l’esterno. Ogni
amministratore, in assenza di limitazioni, può dunque impegnare la società nei confronti dei terzi.
Tuttavia, il fatto che tutti gli amministratori siano di regola dotati di rappresentanza non esclude che l’atto
costitutivo possa prevedere una diversa attribuzione del potere rappresentativo, separandolo da quello gestorio. I
soci possono quindi decidere, ad esempio, di conferire la rappresentanza solo ad alcuni tra gli amministratori
nominati, realizzando una distinzione funzionale all’interno dell’organo amministrativo.
In ogni caso, anche quando sono investiti della rappresentanza, gli amministratori devono agire nel rispetto
dell’oggetto sociale. Non possono validamente stipulare atti cd. ultra vires, cioè eccedenti i limiti fissati dall’oggetto
sociale. Il compimento di tali atti può comportare la revoca dell’incarico e la responsabilità dell’amministratore,
qualora abbia agito in violazione dei doveri fiduciari.
Resta però da chiarire quale sia l’efficacia degli atti ultra vires nei confronti dei terzi. Su questo punto interviene il
comma 2 dell’art. 2475-bis, che sancisce un principio di inopponibilità delle limitazioni statutarie alla
rappresentanza: le limitazioni derivanti dall’atto costitutivo o dall’atto di nomina, anche se iscritte nel registro delle
imprese, non possono essere opposte ai terzi, salvo che questi abbiano agito intenzionalmente a danno della
società.
109
In altri termini, l’ordinamento tutela l’affidamento dei terzi in buona fede, proteggendo la certezza dei traffici
giuridici: un atto compiuto da un amministratore fuori dai limiti del suo potere rappresentativo rimane valido nei
confronti del terzo, a meno che non si dimostri un suo dolo specifico, ossia l’intento di danneggiare la società.

IL CONFLITTO DI INTERESSI
L’art. 2475-ter c.c. disciplina gli effetti del conflitto di interessi degli amministratori nelle S.r.l., distinguendo tra due
ipotesi: i contratti conclusi dagli amministratori con rappresentanza (profilo esterno) e le decisioni adottate dal
consiglio di amministrazione (profilo interno).
Il comma 1 riguarda il profilo esterno dell’attività amministrativa, e si riferisce ai contratti conclusi da
amministratori rappresentanti della società in situazione di conflitto di interessi, per conto proprio o per conto di
terzi. Tali contratti possono essere annullati su domanda della società, ma solo se il conflitto era conosciuto o
riconoscibile dal terzo contraente. Il legislatore, dunque, tutela l’interesse sociale ma anche l’affidamento del terzo
in buona fede: la conoscibilità del conflitto da parte del terzo diventa condizione essenziale per l’annullabilità del
contratto, e il relativo accertamento è rimesso al prudente apprezzamento del giudice.
Questo comma si applica esclusivamente agli amministratori dotati di rappresentanza legale, ossia a coloro che
stipulano l’atto in nome e per conto della società. Non si applica, ad esempio, al caso in cui sia l’amministratore
delegato a trovarsi in conflitto, ma la decisione sia adottata dal consiglio collegiale: qui opera la disciplina del comma
2.
Il comma 2 affronta il profilo interno, riferendosi alle decisioni adottate dal consiglio di amministrazione con il voto
determinante di un amministratore in conflitto di interessi con la società. L’impugnazione è ammessa solo al
ricorrere di due condizioni cumulative:
• che il voto dell’amministratore in conflitto sia stato determinante per l’approvazione della decisione;
• che la decisione abbia cagionato un danno patrimoniale alla società.
L’impugnazione può essere proposta entro novanta giorni, su iniziativa degli altri amministratori o, se esistenti, dei
sindaci o del soggetto incaricato della revisione ai sensi dell’art. 2477 c.c. Il termine decorre, secondo l’opinione
prevalente, dalla data di adozione della decisione o dalla sua trascrizione nel libro delle decisioni degli
amministratori. Una posizione minoritaria collega invece la decorrenza alla manifestazione concreta del danno.
Il comma si chiude con una clausola di salvaguardia: sono fatti salvi i diritti dei terzi che abbiano acquistato in
buona fede diritti sulla base di atti esecutivi della decisione viziata. È onere del terzo dimostrare la propria buona
fede, in quanto elemento che lo legittima a conservare gli effetti dell’atto, anche se viziato internamente.

LA RESPONSABILTA’ PER L’AMMINISTRAZIONE. LA DILIGENZA E I PRESUPPOSTI DELLA RESPONSABILITA’ DEGLI


AMMINISTRATORI.
L’art. 2476, introdotto dal [Link]. 6/2003 e modificato dal Codice della crisi d’impresa, stabilisce al comma 1 che gli
amministratori sono solidalmente responsabili verso la società per i danni derivanti dall’inosservanza dei doveri
imposti dalla legge o dall’atto costitutivo. La norma fa riferimento alla responsabilità per mala gestio, cioè per non
aver fatto quanto era doveroso, ma non specifica il livello di diligenza richiesto. Si ritiene che la condotta
dell’amministratore vada confrontata con quella che, in circostanze analoghe, avrebbe tenuto un coscienzioso
amministratore di una S.r.l., tenendo conto delle dimensioni e del tipo di società. La responsabilità presuppone
quindi una condotta colposa.
La norma esclude la responsabilità per l’amministratore incolpevole, a condizione che:
1. abbia fatto constare il proprio dissenso in merito all’atto in questione, essendo a conoscenza che stava per
essere compiuto;
2. sia esente da colpa, cioè abbia adempiuto all’obbligo di attivarsi per impedire il compimento dell’atto
dannoso o per limitarne le conseguenze.
Se l’amministratore dissenziente si disinteressa dopo aver manifestato il dissenso, risponde comunque a titolo di
colpa in vigilando. Il giudizio del giudice sulla diligenza dell’amministratore riguarda esclusivamente l’omissione delle
cautele o verifiche normalmente richieste, in relazione alla natura della decisione, alle modalità con cui è stata presa
e al contesto in cui si è svolta.

AZIONE DI RESPONSABILITA’
L’art. 2476, comma 3, prevede che l’azione di responsabilità contro gli amministratori possa essere promossa da
ciascun socio. Sebbene esercitata individualmente, si tratta comunque di un’azione sociale, per cui l’eventuale
ristoro è attribuito alla società e non al socio che l’ha promossa. L’iniziativa individuale del socio non impedisce alla
società di agire a sua volta contro gli amministratori; anzi, l’azione promossa dal singolo è vantaggiosa in quanto, in
110
caso di rigetto, non comporta per il socio il rischio di sopportare le spese processuali e quelle di accertamento.
Diversamente, l’esercizio dell’azione da parte della società può precludere quella individuale in due casi: se la
società ha già agito facendo valere la responsabilità in tutta la sua estensione soggettiva e oggettiva, oppure se il
socio ha votato contro l’azione con la maggioranza.
Lo stesso comma 3 consente al socio, in presenza di gravi irregolarità nella gestione, di chiedere in via cautelare la
revoca degli amministratori. Il giudice può disporre la revoca anche prima dell’avvio dell’azione di responsabilità, o
indipendentemente da essa, e subordinare il provvedimento alla prestazione di una cauzione.
Il comma 5 stabilisce che, salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’azione di responsabilità può essere
oggetto di rinuncia o transazione da parte della società, purché ricorrano due condizioni:
• il consenso di una maggioranza dei soci rappresentante almeno i due terzi del capitale sociale;
• la mancata opposizione di soci che rappresentino almeno un decimo del capitale.
Lo statuto può escludere il diritto di opposizione per il creditore pignoratizio o l’usufruttuario, in modo da tutelare
la riservatezza dell’attività sociale.
Quanto al diritto all’informazione, è oggi consentito al socio delegare la consultazione a professionisti, purché
vincolati al segreto professionale. Lo statuto può escludere anche questa possibilità.
Il diritto all’informazione in senso stretto riguarda tutti gli affari sociali, cioè ogni aspetto della gestione, del
patrimonio, degli utili e dei rapporti giuridico-economici. Il socio può richiedere informazioni dettagliate, anche su
operazioni in corso o future. La legge non fissa un termine per la risposta, ma si ritiene che debba avvenire senza
ritardo, secondo un comportamento doveroso degli amministratori.
Il diritto di consultazione comprende i libri sociali e tutti i documenti relativi all’amministrazione, comprese le
scritture contabili, e ha lo scopo di consentire al socio di valutare direttamente la gestione. Il socio può esercitare
entrambi i diritti, o solo uno dei due.
Vi sono tuttavia limiti: il socio deve evitare un’ingerenza eccessiva e non può utilizzare tali poteri per fini
ostruzionistici. Gli amministratori possono legittimamente opporsi alla richiesta quando risulti motivata da intenti di
turbativa. In ogni caso, il diritto deve essere esercitato secondo correttezza e buona fede, nel rispetto della
riservatezza delle informazioni ottenute.

INDEROGABILITÀ IN PEJUS DEI DIRITTI DEL SOCIO DA PARTE DELLA MAGGIORANZA e la LORO INDISPONIBILITÀ DA
PARTE DEL TITOLARE
L’inottemperanza alla richiesta di informazioni da parte del socio può costituire motivo di denuncia ex art. 2409 c.c.,
oppure integrare una delle gravi irregolarità che giustificano il provvedimento cautelare di revoca degli
amministratori previsto dall’art. 2476, comma 3. Per prevenire tali violazioni, il legislatore ha previsto due
strumenti:
• l’art. 2625 c.c., che punisce gli amministratori che impediscano o ostacolino l’esercizio del controllo da
parte dei soci con sanzione pecuniaria, e, se ne deriva danno, con la reclusione fino a un anno, su querela
della persona offesa;
• il divieto di clausole statutarie che limitino o escludano i diritti di controllo: tali clausole sono nulle per
violazione del principio di inderogabilità in pejus.
I diritti di controllo sono indipendenti dai rapporti di maggioranza: la maggioranza non può eliminarli o comprimerli.
Possono però essere ampliati attraverso l’autonomia statutaria, sia in sede di costituzione sia successivamente.
Quanto alla disponibilità del diritto da parte del socio, si ritiene che i diritti di controllo siano indisponibili, poiché
rispondono sia all’interesse del socio a conoscere l’andamento della società, sia a quello collettivo di garantire
un’amministrazione corretta. Il socio può scegliere se esercitarli o meno, ma non può rinunciarvi in via definitiva.
A sostegno dell’indisponibilità vi è il fatto che questi diritti forniscono al socio gli strumenti conoscitivi necessari per
esercitare poteri sanzionatori, come l’azione di responsabilità e la richiesta di revoca degli amministratori.

LA NOMINA OBBLIGATORIA DELL’ORGANO DI CONTROLLO O DEL REVISORE NELLE SRL MAGGIORI


Nelle S.r.l. di maggiori dimensioni o che coinvolgono interessi rilevanti, il legislatore non ritiene sufficiente lasciare i
diritti di controllo ai singoli soci, ma impone la presenza di un organo di controllo o di un revisore.
L’art. 2477, comma 2, come modificato dall’art. 379 del Codice della crisi d’impresa, prevede che la nomina
dell’organo di controllo o del revisore sia obbligatoria nei seguenti casi:
• a) se la società è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;
• b) se la società controlla un’altra società obbligata alla revisione legale dei conti;
• c) se, per due esercizi consecutivi, viene superato almeno uno dei seguenti limiti:
1. totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 4 milioni di euro;
111
2. ricavi delle vendite e delle prestazioni: 4 milioni di euro;
3. dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 20 unità.
L’obbligo cessa solo quando, per tre esercizi consecutivi, nessuno dei limiti indicati alla lettera c) viene superato.
La nomina è inoltre obbligatoria per le S.r.l. che abbiano la qualifica di ente di interesse pubblico o di ente
sottoposto a regime intermedio.
Per evitare incertezze, l’art. 2477 stabilisce che l’assemblea che approva il bilancio in cui sono superati i limiti deve
provvedere, entro trenta giorni, alla nomina dell’organo di controllo o del revisore. Se non provvede, interviene il
tribunale, su richiesta di qualsiasi soggetto interessato o su segnalazione del conservatore del registro delle
imprese.

POTERI E DOVERI DELL’ORGANO DI CONTROLLO E DEL REVISORE IMPOSTI DALLA LEGGE.


L’art. 2477, comma 1, prevede che anche in assenza di obbligo legale, le S.r.l. possano istituire volontariamente un
organo di controllo o un revisore, determinandone competenze e poteri, compresa la revisione legale dei conti. Se
l’atto costitutivo non dispone diversamente, l’organo di controllo è composto da un solo membro effettivo, ma può
anche essere collegiale, oppure si può nominare un revisore persona fisica o una società di revisione.
Il revisore ha esclusivamente il compito di svolgere la revisione legale dei conti. L’organo di controllo svolge sia
attività di vigilanza sull’amministrazione, sia, se previsto espressamente dallo statuto, la revisione legale; in caso
contrario, per quest’ultima funzione è necessaria la nomina di un revisore esterno. Quando la nomina è obbligatoria
per legge, all’organo di controllo si applicano le norme previste per il collegio sindacale delle S.p.A., anche se in
composizione monocratica.
L’art. 14 del Codice della crisi d’impresa (CCI) impone agli organi di controllo, revisori contabili e società di revisione,
nell’ambito delle rispettive funzioni, l’obbligo di: verificare che l’organo amministrativo valuti costantemente
l’adeguatezza dell’assetto organizzativo, l’equilibrio economico-finanziario e il prevedibile andamento della gestione;
segnalare immediatamente all’organo amministrativo l’esistenza di fondati indizi di crisi (cosiddetta allerta interna);
in caso di omessa o inadeguata risposta, informare l’OCRI (Organismo di Composizione della Crisi d’impresa). Tale
obbligo vale anche se il controllo contabile è affidato a un revisore esterno e non all’organo di controllo interno.
Nelle S.r.l. minori, la nomina di organo di controllo o revisore è facoltativa e rimessa all’autonomia dei soci, che
possono introdurla nell’atto costitutivo. Se l’atto costitutivo prevede l’organo ma non nomina i membri, la
designazione spetta comunque ai soci. Se non diversamente disposto, l’organo sarà monocratico. In alcune ipotesi
(S.r.l. controllate da enti di interesse pubblico, che controllano tali enti o che sono sottoposte a regime intermedio),
è necessaria la nomina di un revisore o società di revisione legale, anche se è già presente un organo di controllo,
che non può svolgere la revisione contabile.
Anche se istituito volontariamente, l’organo di controllo è soggetto alle regole previste per il collegio sindacale delle
S.p.A. Tuttavia, i poteri statutari si limitano alla determinazione delle competenze e dei poteri: non è consentito
modificare le regole che disciplinano l’assunzione della carica, e la funzione di controllo deve essere esercitata
secondo la sua natura tipica, senza snaturarne gli scopi istituzionali.

I LIBRI CONTABILI
La S.r.l., come tutte le società che esercitano attività commerciale, è soggetta agli obblighi di redazione e
conservazione delle scritture contabili previsti dall’art. 2214 c.c., indipendentemente dalla natura dell’attività svolta.
L’estensione e i contenuti di tali obblighi variano in base alla natura, finalità e dimensioni dell’impresa. Anche se
l’obbligo è riferito alla società, la responsabilità per la tenuta della contabilità ricade personalmente sugli
amministratori. La S.r.l. è inoltre tenuta a conservare il libro delle decisioni dei soci, degli amministratori e del
collegio sindacale. L’obbligo di tenuta del libro dei soci è stato soppresso, ma tutte le informazioni che in precedenza
vi erano annotate (come i dati dei soci) devono oggi essere comunicate al registro delle imprese.
L’art. 2478 c.c. stabilisce che la società deve tenere il libro delle decisioni dei soci, dove devono essere riportate tutte
le decisioni, siano esse adottate in forma collegiale o non collegiale. La tenuta del libro è affidata agli amministratori,
che hanno l’obbligo di trascrivere senza indugio sia i verbali delle assemblee, anche se redatti per atto pubblico, sia
le decisioni dei soci espresse mediante consultazione scritta o consenso espresso per iscritto. La trascrizione nel libro
rappresenta il momento conclusivo del procedimento decisionale e da essa decorrono i termini per impugnare la
decisione (sia per annullabilità che per nullità). Dal contenuto della trascrizione deve risultare con chiarezza l’oggetto
della decisione e il consenso alla stessa.
Sempre l’art. 2478 prevede l’obbligo di tenuta anche del libro delle decisioni degli amministratori e del collegio
sindacale.
Quanto alle modalità di tenuta, si applica l’art. 2215 c.c., che impone, prima dell’utilizzo del libro, la numerazione
112
progressiva delle pagine e la bollatura da parte dell’ufficio del registro delle imprese o di un notaio. Per evitare
manipolazioni successive o aggiunte indebite, si applicano per analogia anche le regole dell’art. 2219 c.c., nella
misura in cui esse garantiscono l’integrità del contenuto.
Qualora la società utilizzi strumenti informatici, si applica l’art. 2215-bis, comma 3, che stabilisce che l’obbligo di
tenuta si considera assolto mediante apposizione, ogni tre mesi, della marcatura temporale e della firma digitale da
parte dell’imprenditore.

PROCEDIMENTO DI FORMAZIONE DEL BILANCIO


L’art. 2478-bis, comma 1, stabilisce che il bilancio della S.r.l. deve essere redatto secondo le regole previste per il
bilancio delle società per azioni. Deve essere presentato ai soci entro il termine fissato dall’atto costitutivo e
comunque non oltre 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio, salvo proroga fino a un massimo di 180 giorni nei casi
previsti dall’art. 2364, secondo comma, cioè se la società è tenuta al bilancio consolidato o in presenza di particolari
esigenze relative alla struttura o all’oggetto sociale. La redazione del bilancio è sempre di competenza dell’organo
amministrativo, che delibera collegialmente. L’approvazione del bilancio e la decisione sulla distribuzione degli utili
spettano invece inderogabilmente ai soci.
Almeno 30 giorni prima della decisione dei soci, il progetto di bilancio deve essere comunicato all’organo di controllo
o al revisore. Il primo riferisce ai soci sul risultato dell’esercizio e formula eventuali osservazioni, mentre il secondo
esprime un giudizio formale sul bilancio. Inoltre, nei 15 giorni che precedono l’approvazione, devono essere
depositati in copia presso la sede sociale il bilancio e le relazioni, così da consentire ai soci un esame preventivo.
L’eventuale violazione di questo obbligo rappresenta un sacrificio del diritto di informazione dei soci e rende
annullabile la deliberazione di approvazione del bilancio.
Secondo il comma 2, entro 30 giorni dalla decisione dei soci di approvazione del bilancio, una copia dello stesso deve
essere depositata presso il registro delle imprese, ai sensi dell’art. 2435. In caso di decisione assembleare, il termine
decorre dalla data della delibera; in caso di decisione non collegiale, dalla data della trascrizione nel libro delle
decisioni dei soci. Oltre al bilancio approvato, devono essere depositate anche le relazioni degli amministratori, del
revisore e dell’organo di controllo.
Il comma 3 chiarisce che la decisione di approvazione del bilancio comporta anche la decisione sulla distribuzione
degli utili. Il diritto del socio agli utili nasce solo se i soci deliberano in tal senso. La decisione può riguardare se
distribuire e in quale misura gli utili distribuibili, ma non i criteri di riparto, che – salvo diversa previsione dell’atto
costitutivo – avviene in proporzione alle quote di partecipazione. Tuttavia, l’attribuzione di diritti particolari relativi
agli utili non può spingersi fino all’esclusione totale dalla partecipazione agli utili, per via del divieto del patto
leonino.
Il comma 4 stabilisce che possono essere distribuiti solo utili realmente conseguiti e risultanti da un bilancio
regolarmente approvato. Il comma 5 vieta la distribuzione degli utili finché non sia reintegrato il capitale sociale
perso, oppure ridotto in misura corrispondente. Infine, il comma 6 prevede che gli utili distribuiti in violazione di tali
regole non sono ripetibili se i soci li hanno riscossi in buona fede sulla base di un bilancio regolarmente approvato,
da cui risultano utili netti corrispondenti.

MODIFICAZIONI DELL’ATTO COSTITUTIVO


La disciplina delle modificazioni dell’atto costitutivo nella S.r.l. è contenuta nell’art. 2480, che si presenta in forma
molto scarna ma individua due elementi fondamentali.
Il primo riguarda la competenza ad assumere le deliberazioni modificative, attribuita all’assemblea dei soci secondo
le modalità previste dall’art. 2479-bis. Ciò implica che la decisione debba essere assunta necessariamente in forma
collegiale, attraverso il procedimento assembleare previsto dalla legge e, se esistente, dallo statuto. Le modificazioni
dell’atto costitutivo richiedono inoltre una maggioranza rafforzata, costituita almeno dalla metà del capitale sociale.
Fanno eccezione solo alcuni casi particolari, come le deliberazioni di aumento o riduzione del capitale sociale, che
possono essere delegate anche agli amministratori.
Il secondo elemento concerne la forma e la pubblicità delle modifiche. Il verbale della deliberazione deve essere
redatto da un notaio, assumendo quindi la forma dell’atto pubblico. Inoltre, l’art. 2480 rinvia all’art. 2436 (riferito
alle S.p.A.), secondo cui il notaio, dopo aver verificato l’adempimento delle condizioni di legge, deve procedere entro
trenta giorni al deposito del verbale presso l’ufficio del registro delle imprese, richiedendone l’iscrizione. L’ufficio del
registro, a sua volta, effettua un controllo di mera regolarità formale della documentazione.
Qualora il notaio ritenga che non siano state rispettate le condizioni di legge, è tenuto a dare comunicazione agli
amministratori, affinché questi decidano se proseguire o meno con il procedimento di modifica. Se gli
amministratori condividono i rilievi, potranno convocare l’assemblea per adottare le delibere necessarie a sanare i
113
vizi. Se invece non li condividono, possono ricorrere al tribunale per ottenere un provvedimento di omologazione
della delibera.
Questo intero regime è obbligatorio, e l’art. 2436 prevede inoltre che, a seguito di ogni modifica dell’atto costitutivo,
debba essere depositato presso il registro delle imprese anche il testo integrale dell’atto aggiornato.

AUMENTO E RIDUZIONE DEL CAPITALE SOCIALE. AUMENTO


Le modificazioni dell’atto costitutivo che riguardano il capitale sociale sono disciplinate in modo più analitico
rispetto alle altre. La disciplina si articola in tre norme: una generale, l’art. 2481, e due specifiche, gli artt. 2481-bis
(aumento a pagamento o reale) e 2481-ter (aumento gratuito o nominale).
L’art. 2481, comma 1, stabilisce che l’atto costitutivo può attribuire agli amministratori la facoltà di aumentare il
capitale sociale, determinandone limiti e modalità di esercizio. Si tratta di una deroga alla regola generale secondo
cui la decisione spetta ai soci, consentendo in via eccezionale un aumento delegato agli amministratori. Perché tale
deroga operi, è necessaria una specifica clausola statutaria: non è ammessa una delega “in bianco”, priva di
indicazione dei limiti e delle modalità.
Il secondo periodo del comma 1 prevede che la decisione degli amministratori di aumento del capitale debba essere
verbalizzata senza indugio da un notaio, quindi in forma di atto pubblico, e il relativo verbale deve essere
depositato e iscritto nel registro delle imprese ai sensi dell’art. 2436. Si estendono, dunque, alla delibera assunta
dagli amministratori le stesse regole di forma e pubblicità previste per la delibera assembleare.
Il comma 2 introduce un limite generale all’aumento di capitale: la relativa decisione non può essere attuata se i
conferimenti precedentemente dovuti non sono stati integralmente eseguiti. Tale limite, mutuato dalla disciplina
delle S.p.A., trova giustificazione nell’esigenza di non aggravare l’inadempimento pregresso e di evitare che venga
indebitamente diluito il capitale non ancora versato.
Quanto alle conseguenze della violazione di questo limite, l’articolo non prevede nulla. Nelle S.p.A. i sottoscrittori
restano comunque obbligati a eseguire i conferimenti, con responsabilità solidale degli amministratori per i danni
arrecati a soci e terzi. Nella S.r.l., tale disciplina non è applicabile, e si ritiene che le sottoscrizioni delle nuove quote
in violazione del limite debbano considerarsi nulle o inefficaci. Va precisato, infine, che il limite del comma 2 non si
applica agli aumenti gratuiti.

AUMENTO REALE (O A PAGAMENTO)


L’aumento a pagamento o reale si ha quando le nuove quote di partecipazione emesse a seguito dell’aumento del
capitale sociale vengono sottoscritte dai soci o da terzi mediante nuovi conferimenti. Si parla di aumento a
pagamento perché i sottoscrittori versano nuove risorse, e di aumento reale perché l’incremento del capitale sociale
nominale è accompagnato da un effettivo incremento del patrimonio societario.
L’art. 2481-bis, co.1, disciplina il diritto di sottoscrizione in favore dei soci: ciascun socio ha diritto di sottoscrivere
l’aumento in proporzione alla quota già posseduta, al fine di mantenere inalterata la propria posizione partecipativa.
Tuttavia, questo diritto è derogabile, poiché l’atto costitutivo può prevedere che le nuove quote siano offerte anche
a terzi, salvo il caso previsto dall’art. 2482-ter (aumento in seguito a riduzione del capitale sotto il minimo legale), in
cui il diritto dei soci non è derogabile. In caso di esclusione o limitazione del diritto di sottoscrizione, è riconosciuto ai
soci dissenzienti il diritto di recesso ai sensi dell’art. 2473.
Il comma 2 richiede che la decisione di aumento precisi l’eventuale soprapprezzo, nonché le modalità e i termini
per l’esercizio del diritto di sottoscrizione. I termini non possono essere inferiori a trenta giorni dal momento in cui
viene comunicato ai soci che è possibile sottoscrivere l’aumento. Inoltre, la decisione può consentire che le quote
non sottoscritte da uno o più soci siano offerte agli altri soci o a terzi.
Il comma 3 stabilisce che, se l’aumento non è integralmente sottoscritto entro il termine, il capitale potrà essere
aumentato per l’importo effettivamente sottoscritto solo se la delibera lo prevede espressamente (aumento
scindibile); in caso contrario l’aumento si considera inscindibile.
Il comma 4 dispone che, salvo quanto previsto dal comma 4 dell’art. 2464, i sottoscrittori dell’aumento devono
versare almeno il 25% del capitale sottoscritto e, se previsto, l’intero soprapprezzo al momento della sottoscrizione.
In caso di conferimenti in natura o crediti, si applica l’art. 2464, comma 5.
Il comma 5 prevede che, nel caso in cui l’aumento sia sottoscritto dall’unico socio, il conferimento in denaro deve
essere integralmente versato all’atto della sottoscrizione.
Infine, il comma 6 impone agli amministratori, entro trenta giorni dall’avvenuta sottoscrizione, il deposito nel
registro delle imprese di un’attestazione che certifichi l’esecuzione dell’aumento di capitale.

114
AUMENTO GRATUITO O NOMINALE
L’aumento gratuito o nominale si realizza senza nuovi conferimenti, mediante imputazione al capitale delle riserve
e degli altri fondi disponibili iscritti in bilancio. Non comporta un incremento del capitale reale, poiché non vi è un
effettivo apporto di nuove risorse.
L’art. 2481-ter, co.1 stabilisce che la società può deliberare l’aumento del capitale imputando ad esso le riserve e gli
altri fondi disponibili: il patrimonio netto non aumenta nel suo ammontare complessivo, ma varia unicamente
nella composizione interna, in quanto parte delle riserve diventa capitale sociale.
Affinché il passaggio sia legittimo, le riserve e i fondi devono essere disponibili, ossia non soggetti a vincoli di
destinazione o indisponibilità (ad esempio, non può essere utilizzata la riserva legale). Una volta imputati a capitale,
tali riserve acquisiscono il vincolo di indisponibilità e di indistribuibilità proprio del capitale sociale.
Il comma 2 prevede che, in caso di aumento gratuito, la quota di partecipazione di ciascun socio resta immutata,
poiché non essendovi alcun apporto ulteriore richiesto, la proporzione delle partecipazioni non può essere
modificata.

RIDUZIONE DEL CAPITALE


La riduzione reale del capitale sociale è disciplinata dall’art. 2482 e consiste in un’operazione volontaria finalizzata a
rimborsare i soci delle quote versate oppure a liberarli dall’obbligo di effettuare versamenti ancora dovuti. Ai sensi
del co.1, tale riduzione può avvenire nei limiti previsti dal n. 4 dell’art. 2463, quindi mai al di sotto del minimo
legale di 10.000 euro.
Trattandosi di un’operazione che comporta una diminuzione della garanzia patrimoniale per i creditori sociali, il
legislatore ha previsto una specifica tutela per questi ultimi. Il co.2 stabilisce infatti che la decisione di riduzione del
capitale possa essere eseguita solo dopo novanta giorni dall’iscrizione nel registro delle imprese, a condizione che
nessun creditore anteriore all’iscrizione abbia fatto opposizione.
Qualora un creditore eserciti il diritto di opposizione, il co.3 prevede che il tribunale possa comunque autorizzare
l’esecuzione della riduzione, qualora ritenga infondato il pericolo di pregiudizio per i creditori o la società abbia
prestato garanzie idonee.

RIDUZIONE NOMINALE E RIDUZIONE PER PERDITE


RIDUZIONE NOMINALE O PER PERDITE
La riduzione nominale o per perdite non comporta fuoriuscita di risorse patrimoniali né una diminuzione dell’attivo,
ma consiste nell’adeguamento della cifra del capitale sociale indicata nell’atto costitutivo al valore del patrimonio
netto, ridottosi per effetto delle perdite. Se le perdite sono contenute entro il limite di un terzo del capitale sociale,
non sono richiesti adempimenti particolari da parte degli amministratori, salvo l’obbligo di annotare contabilmente
la perdita e il divieto di distribuzione degli utili finché essa non venga reintegrata.
Se invece le perdite superano un terzo del capitale sociale, si applica l’art. 2482-bis. Il comma 1 stabilisce che, in tal
caso, gli amministratori devono senza indugio convocare l’assemblea dei soci per l’adozione degli opportuni
provvedimenti. Il comma 2 prevede che all’assemblea debba essere presentata una relazione degli amministratori
sulla situazione patrimoniale della società, da cui risulti l’ammontare della perdita e i suoi effetti, accompagnata
dalle osservazioni del collegio sindacale o del soggetto incaricato della revisione legale dei conti, se presenti. Salvo
diversa disposizione dell’atto costitutivo, una copia di tale documentazione deve essere depositata nella sede
sociale almeno otto giorni prima dell’assemblea affinché i soci possano prenderne visione. Il comma 3 impone agli
amministratori di dare conto all’assemblea di eventuali fatti di rilievo sopravvenuti che incidano sull’entità della
perdita o sulla possibilità di ripianarla. Il comma 4 stabilisce che se entro l’esercizio successivo la perdita non risulta
diminuita a meno di un terzo, gli amministratori devono convocare l’assemblea per approvare il bilancio e
deliberare la riduzione del capitale in proporzione alle perdite accertate. In mancanza, gli amministratori, insieme ai
sindaci o al revisore, devono chiedere al tribunale che la riduzione venga disposta. Il comma 5 prevede che il
tribunale provveda con decreto, anche su istanza di qualsiasi interessato; il decreto è soggetto a reclamo e deve
essere iscritto nel registro delle imprese. Il comma 6 rinvia, in quanto compatibile, all’ultimo comma dell’art. 2446,
riconoscendo la possibilità, se prevista dallo statuto, che la riduzione obbligatoria sia deliberata dall’organo
amministrativo.
RIDUZIONE DEL CAPITALE AL DI SOTTO DEL MINIMO LEGALE
Oggi il codice civile prevede modelli di s.r.l. con soglie di capitale minimo differenziate, ma l’art. 2482-ter fa
riferimento al minimo legale di 10.000 euro ex art. 2463 n. 4. Il comma 1 dispone che se, a seguito di una perdita
superiore a un terzo, il capitale si riduce al di sotto del minimo legale, gli amministratori devono senza indugio
convocare l’assemblea per deliberare la riduzione del capitale e il contemporaneo aumento a un ammontare
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almeno pari al minimo legale. Il comma 2 consente in alternativa la trasformazione della società. Si tratta di un
adempimento vincolato per gli amministratori e, a differenza dell’art. 2482-bis, non è possibile attendere l’esercizio
successivo per vedere se la perdita si riduce. Si applicano, per quanto compatibili, anche i commi 2 e 3 dell’art. 2482-
bis.
DIRITTI DEI SOCI NELLA RIDUZIONE PER PERDITE
In tutte le ipotesi di riduzione per perdite (artt. 2482-bis e 2482-ter) non può esserci modificazione delle quote di
partecipazione né dei diritti dei soci. Le perdite devono gravare in modo proporzionale su tutti i soci, ciascuno nei
limiti della propria partecipazione. Tuttavia, si possono verificare modifiche delle quote in due casi:
• Caso 1: i soci decidono di coprire le perdite mediante nuovi apporti patrimoniali tramite un aumento di
capitale, evitando la riduzione. In tal caso, anche se i soci di minoranza non sono in grado di sottoscrivere, la
modificazione delle quote è comunque ammissibile.
• Caso 2: nell’ambito della riduzione obbligatoria ex art. 2482-ter, se i soci deliberano la riduzione e il
contestuale aumento del capitale per riportarlo sopra il minimo legale, i soci che non sottoscrivono
subiscono una modificazione della propria quota.
In entrambi i casi si ha una modificazione ammessa delle quote, ma il divieto vale a evitare che la maggioranza
possa disporre arbitrariamente della posizione dei soci. Durante l’emergenza COVID, il decreto “liquidità” ha
sospeso l’obbligo di riduzione del capitale per perdite, disattivando temporaneamente queste norme.

IL RECESSO
Prima della riforma del 2003 non esisteva una disciplina specifica del recesso, che era previsto solo in tre casi:
cambiamento dell’oggetto sociale, del tipo sociale o trasferimento della sede all’estero. Con il [Link]. 6/2003
l’approccio cambia radicalmente: il recesso viene regolato da una disciplina autonoma e i casi in cui è ammesso
vengono ampliati.
L’art. 2473, al primo comma, prevede che l’atto costitutivo stabilisca quando il socio può recedere dalla società e
con quali modalità, ma precisa anche che in ogni caso il diritto di recesso spetta al socio che non ha consentito a:
• cambiamento dell’oggetto o del tipo di società (purché si tratti di modificazioni significative),
• fusione o scissione,
• revoca dello stato di liquidazione,
• trasferimento della sede all’estero,
• eliminazione di una o più cause di recesso previste dallo statuto,
• operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale determinato nell’atto
costitutivo (anche se indiretta),
• operazioni che determinano una rilevante modificazione dei diritti particolari attribuiti a singoli soci ex art.
2468, comma 4 (anche questa modificazione deve essere indiretta).
Il secondo comma disciplina il recesso nelle società a tempo indeterminato, riconoscendo al socio il diritto di
recedere in ogni momento, con un preavviso di almeno 180 giorni. L’atto costitutivo può elevare tale termine, ma
non oltre un anno. Si tratta di un vero e proprio diritto di recesso ad nutum, fondato sull’intolleranza
dell’ordinamento verso vincoli perpetui.
Procedimento e effetti
L’esercizio del recesso può essere impedito dalla revoca della delibera che lo ha legittimato o dalla decisione di
scioglimento anticipato della società. La volontà di recedere deve essere comunicata alla società con apposita
dichiarazione, da effettuarsi – secondo l’opinione prevalente – nel rispetto dei termini dell’art. 2473-bis: 15 giorni
dall’iscrizione della delibera nel registro delle imprese oppure 30 giorni dalla conoscenza del fatto che legittima il
recesso.
Quanto all’efficacia del recesso, si discute se essa decorra dal momento della comunicazione oppure dal termine del
procedimento di liquidazione della quota. L’opinione preferibile è la seconda, poiché solo con la liquidazione della
partecipazione il socio cessa effettivamente di essere tale.
Il comma 3 disciplina il diritto al rimborso: il socio ha diritto di ottenere il valore della propria partecipazione,
calcolato in proporzione al patrimonio sociale, tenendo conto del valore di mercato al momento della dichiarazione
di recesso. In caso di disaccordo, il valore è determinato da un esperto nominato dal tribunale, mediante relazione
giurata.
Secondo il comma 4, il rimborso deve essere effettuato entro 180 giorni dalla comunicazione del recesso. Può
avvenire:
• tramite acquisto da parte degli altri soci, in proporzione alle rispettive partecipazioni,
• tramite acquisto da parte di un terzo, concordemente individuato dai soci,
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• in mancanza, mediante utilizzo di riserve disponibili,
• in assenza anche di queste, tramite riduzione del capitale sociale (applicando l’art. 2482).
Se nemmeno questo è possibile per opposizione dei creditori, la società entra in liquidazione.
L’ESCLUSIONE
L’art. 2473-bis stabilisce che l’atto costitutivo può prevedere specifiche ipotesi di esclusione per giusta causa del
socio. In tal caso si applicano le stesse disposizioni dell’art. 2473, esclusa la possibilità di rimborso mediante
riduzione del capitale sociale.
Questa disposizione è l’unica disciplina espressa in tema di esclusione, introdotta solo con la riforma del 2003. La
giusta causa e la previsione statutaria sono condizioni necessarie per legittimare l’esclusione, che rappresenta uno
strumento per evitare conflitti interni.
La dottrina prevalente ritiene che la decisione di esclusione debba essere assunta dai soci e successivamente
comunicata al socio interessato.

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CAPITOLO 24 (LE SOCIETA’ COOPERATIVE).
IL SISTEMA LEGISLATIVO
Le società cooperative sono società a capitale variabile che si caratterizzano per lo scopo mutualistico.
Il nostro ordinamento attribuisce particolare rilievo sociale alle società che perseguono tale scopo e ne promuove e
favorisce la diffusione e lo sviluppo.
La disciplina generale delle società cooperative dettata dal codice civile del 1942 era integrata e completata dalla
legge Basevi, a sua volta modificata in più riprese.
Ulteriori modifiche erano state introdotte nel 92 con disposizioni che miravano ad agevolare la raccolta di capitali di
rischio da parte delle cooperative.
Numerose erano e restano poi le leggi speciali. Alcune delineano un particolare statuto per le cooperative che
operano in determinati settori produttivi (cooperative agricole, cooperative di credito, cooperative edilizie ecc),
introducendo talvolta differenziazioni anche nell'ambito dello stesso settore.
Altre leggi speciali fissano poi particolari requisiti e riconoscono particolari agevolazioni creditizie e tributarie per le
cooperative che perseguono specifici fini sociali.
Il moltiplicarsi di provvedimenti legislativi ha tuttavia condotto ad un sistema normativo particolarmente articolato,
complesso e disordinato.
In questo contesto si inserisce la riforma delle cooperative del 2003, che lascia sostanzialmente inalterata la
complessa legislazione speciale, ma che incide significativamente sulla disciplina generale.
Fra l'altro introduce la distinzione fra “società cooperative a mutualità prevalente” e altre società cooperative, dando
così luogo ad una bipartizione delle società cooperative.

LE SOCIETA’ CON SCOPO MUTUALISTICO


Le società cooperative si distinguono dalle società lucrative per lo scopo economico finale perseguito.
Lo scopo mezzo è identico in entrambe: l’esercizio in comune di una determinata attività economica.
A differire è lo scopo fine:
• nelle società lucrative, l’obiettivo è la produzione di utili da distribuire tra i soci;
• nelle società cooperative, invece, lo scopo è di tipo mutualistico.
L’attività d’impresa svolta da una società cooperativa ha come finalità principale quella di fornire beni, servizi o
opportunità di lavoro direttamente ai propri soci, a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle reperibili sul
mercato.
In particolare:
a) nelle cooperative di consumo, vi è generalmente una coincidenza tra i soci e i destinatari dei beni o servizi
prodotti dalla cooperativa;
b) nelle cooperative di produzione e lavoro, i soci partecipano fornendo direttamente i fattori produttivi necessari
all’attività dell’impresa, anche attraverso una propria autonoma attività economica.
L’impresa cooperativa si caratterizza dunque per una vera e propria gestione di servizio a favore dei soci.
Essi rappresentano i beneficiari privilegiati (ma non esclusivi) dei beni e servizi forniti, delle opportunità lavorative o
delle materie prime richieste dalla cooperativa stessa.
Questo modello consente ai soci di ottenere vantaggi economici rispetto alle condizioni offerte dal mercato, in
quanto viene eliminata l’intermediazione di altri imprenditori e il relativo margine di profitto.
Pur perseguendo un risultato economico, i soci delle cooperative non mirano alla massima remunerazione del
capitale investito, bensì alla soddisfazione di un bisogno economico comune.
Tale soddisfazione si realizza:
• attraverso un risparmio di spesa per i beni o servizi acquistati dalla cooperativa;
• oppure mediante una maggiore remunerazione per i beni o servizi forniti alla stessa.

SCOPO MUTUALISTICO E SCOPO LUCRATIVO.


Le società cooperative sono caratterizzate da uno scopo prevalentemente, ma non esclusivamente mutualistico.
Se l'atto costitutivo lo prevede, e se possono svolgere anche attività con terzi. L'attività con terzi e di regola
finalizzata alla produzione di utili; può essere cioè attività oggettivamente lucrativa.
Incompatibile con lo scopo mutualistico è e resta l'integrale distribuzione ai soci degli utili prodotti dalla cooperativa.
Sono previsti limiti massimi della percentuale di utili distribuibile alle diverse categorie di soci. È così disincentivata la
partecipazione ad una cooperativa di soci animati dal solo intento di ricavare la più alta remunerazione possibile del
capitale investito.

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LE COOPERATIVE A MUTUALITA’ PREVALENTE.
L'attuale disciplina generale delle società cooperative si basa sulla distinzione fra società cooperative a mutualità
prevalente e altre società cooperative. Le prime godono di tutte le agevolazioni previste per le società cooperative,
le seconde non godono delle agevolazioni di carattere tributario.
Elementi caratterizzanti delle cooperative a mutualità prevalente sono:
a) la presenza nello statuto di clausole che limitano la distribuzione di utili e riserve ai soci cooperatori
b) la circostanza che la loro attività deve essere svolta prevalentemente a favore dei soci (cooperative
di consumo), ovvero deve utilizzare prevalentemente prestazioni lavorative dei soci (cooperative di
lavoro) o beni e servizi dagli stessi apportati (cooperative di produzione).
Perdono la qualifica di cooperative a mutualità prevalente le società che per due esercizi consecutivi non rispettino
tali condizioni.
Le società cooperative a mutualità prevalente sono iscritte in un apposito albo delle società cooperative, tenuto a
cura del ministero dello sviluppo economico. All'amministrazione che tiene l'albo, tali società devono annualmente
comunicare le notizie di bilancio.
In una distinta sezione dello stesso albo si iscrivono le altre società cooperative.
L'atto costitutivo deve stabilire le regole per lo svolgimento dell'attività mutualistica con i soci e nei relativi rapporti
deve essere rispettato il principio di parità di trattamento. L'atto costitutivo deve altresì determinare se la società
può svolgere la propria attività anche con terzi.

I CARATTERI STRUTTURALI
La disciplina delle società cooperative era in passato modellata su quella delle società per azioni. Questa opzione
permane per le cooperative medie grandi, ma si consente che le piccole cooperative possano optare per la più snella
disciplina della società a responsabilità limitata (numero di soci cooperatori < 20; Attivo dello Stato patrimoniale<
1mln€).
L'adozione del modello organizzativo della srl è obbligatoria per le società cooperative costituite con meno di 9 soci.
Caratteri salienti delle società cooperative:
a) è previsto un numero minimo di soci per la Costituzione e la sopravvivenza della società. Nel contempo si
richiede che i soci cooperatori siano in possesso di specifici requisiti soggettivi
b) sono fissati limiti massimi alla quota di partecipazione di ciascun socio e alla percentuale di utili agli stessi
distribuibile. Il che, per un verso stimola l'allargamento della base societaria, per altro disincentiva la
partecipazione alla società per fini esclusivamente lucrativi.
c) Le variazioni del numero e delle persone dei soci e le conseguenti variazioni del capitale sociale non
comportano modificazione dell'atto costitutivo. È così data alla società una struttura aperta, che facilita
l'ingresso di nuovi soci e il recesso di quanti non sono più interessati all'attività mutualistica.
d) Ogni socio cooperatore ha in assemblea un solo voto, qualunque sia il valore della sua quota o il numero
delle sue azioni. È così introdotto il principio “una testa un voto”.
e) Le società cooperative sono sottoposte a vigilanza dell'autorità governativa al fine di assicurare il rispetto dei
requisiti mutualistici.

LA COSTITUZIONE DELLE SOCIETA’


Per procedere alla costituzione di una società cooperativa è necessario che i soci siano almeno 9. Sono tuttavia
sufficienti tre soci persone fisiche se la società adotta le norme della società a responsabilità limitata.
La società si scioglie e deve essere posta in liquidazione se il numero dei soci scende al di sotto del minimo e non è
reintegrato nel termine massimo di un anno.
La partecipazione ad una società cooperativa è inoltre subordinata al possesso di requisiti soggettivi volti ad
assicurare che i soci svolgano attività coerente e non incompatibile con quella che costituisce l'oggetto sociale della
cooperativa.
Tali requisiti variano a seconda del settore di attività della cooperativa.
La disciplina attuale fissa come regola generale che non possono in ogni caso essere soci quanti esercitano in proprio
imprese in concorrenza con quella della cooperativa.
Tali requisiti non sono però richiesti per i soci sovventori.
Il procedimento di costituzione ricalca quello previsto per la spa (o per la srl, se prescelta).
Le indicazioni dell'atto costitutivo, da redigere per atto pubblico, in buona parte coincidono con quelle stabilite per la
spa. È tuttavia necessario inserire:
a) l'indicazione specifica dell'oggetto sociale
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b) i requisiti, le condizioni e la procedura per l'ammissione di nuovi soci, nonché il modo e il tempo in cui
devono essere eseguiti conferimenti
c) le condizioni per l'eventuale recesso e per l'esclusione dei soci
d) le regole per la ripartizione degli utili e i criteri per la ripartizione dei ristorni.
La denominazione sociale deve contenere l'indicazione di società cooperativa.
L'atto costitutivo deve essere iscritto nel registro delle imprese e con l'iscrizione la società cooperativa acquista
personalità giuridica.
Le società cooperative sono poi iscritte d'ufficio nel nuovo albo delle società cooperative, tenuto a cura del ministero
dello sviluppo economico.
Per accentuare il profilo mutualistico e assicurare la parità di trattamento dei soci, l'attuale disciplina prevede che lo
svolgimento dell'attività mutualistica fra società e soci può essere disciplinata da appositi regolamenti. Tali
regolamenti, quando non costituiscono parte integrante dell'atto costitutivo, sono disposti dagli amministratori e
approvati dall'assemblea straordinaria.

I CONFERIMENTI. LA RESPONSABILITA’ DEI SOCI.


La disciplina dei conferimenti e delle prestazioni accessorie identica a quella dettata per le spa (o srl se prescelta).
Con la riforma del 2003 è stata soppressa la distinzione fra cooperativa e con soci a responsabilità illimitata e
cooperative con soci a responsabilità limitata. Oggi nelle società cooperative per le obbligazioni sociali risponde solo
la società col suo patrimonio.
Il socio che non esegue in tutto o in parte i conferimenti dovuti può essere escluso dalla società. Inoltre, se cessa di
far parte della società risponde verso la stessa per un anno dal giorno in cui il recesso, l'esclusione o la cessione della
quota si è verificata. Se entro un anno dallo scioglimento del rapporto si manifesta l'insolvenza della società, il socio
uscente è tenuto a restituire la stessa quanto ricevuto per la liquidazione della quota o per il rimborso delle azioni.
Il creditore particolare del socio cooperatore non può agire esecutivamente sulla quota o sulle azioni dello stesso.

LE QUOTE. LE AZIONI
Nelle cooperative la partecipazione sociale può essere rappresentata da quote o da azioni, a seconda che la
cooperativa sia regolata dalla disciplina delle spa o della srl.
Nessun socio persona fisica può avere una quota superiore a 100.000 €. Nelle cooperative con più di 500 soci l'atto
costitutivo può elevare tale limite fino al 2% del capitale sociale.
Il limite non opera nei casi di conferimenti in natura o di crediti e di soci diversi dalle persone fisiche.
Alle azioni di cooperativa si applica la larga parte della disciplina dettata in tema di società per azioni. Una specifica
disciplina è però prevista per il trasferimento della partecipazione sociale.
Le quote e le azioni dei soci cooperatori non possono essere cedute, con effetti verso la società, senza
l'autorizzazione degli amministratori, il cui provvedimento deve essere comunicato al socio entro 60 giorni dalla
richiesta. Il silenzio vale assenso. L'autorizzazione in ogni caso non potrà essere validamente concessa qualora
l'acquirente non possegga i requisiti soggettivi fissati per legge o dall'atto costitutivo.
Il provvedimento che nega l'autorizzazione deve essere motivato e contro lo stesso il socio può proporre opposizione
al tribunale.
Inoltre, l'atto costitutivo può anche vietare del tutto la cessione sia delle quote sia delle azioni, salvo in questo caso il
diritto del socio di recedere dalla società con preavviso di 90 giorni e purché siano decorsi due anni dal suo ingresso
in società.
L'atto costitutivo può autorizzare gli amministratori ad acquistare o rimborsare quote o azioni della società con
l'osservanza di due limiti:
a) il rapporto tra patrimonio netto e complessivo indebitamento della società deve essere superiore ad
un quarto.
b) L'acquisto o il rimborso deve essere effettuato nei limiti degli utili disponibili e delle riserve
disponibili risultanti dall'ultimo bilancio regolarmente approvato.

LE NUOVE FORME DI FINANZIAMENTO


La previsione di limiti massimi alla partecipazione di ciascun socio e i limiti alla libera circolazione delle azioni,
sommati ai limiti posti per la distribuzione degli utili, frapponevano ostacoli alla raccolta di capitali di rischio da parte
delle società cooperative. Tali ostacoli erano solo in parte superati con il diffuso ricorso ai finanziamenti a titolo di
prestito dei soci, per i quali erano previste agevolazioni fiscali.

120
Col tempo sono stati elevati i limiti massimi della partecipazione di ciascun socio e i limiti massimi dei prestiti dei soci
ammessi a godere delle agevolazioni fiscali.
Nel contempo sono state consentite nuove forme di raccolta del capitale di rischio con la previsione della figura dei
soci sovventori e delle azioni di partecipazione cooperativa.
SOCI SOVVENTORI→ la figura dei soci sovventori consente la raccolta di capitali di rischio anche fra soggetti
sprovvisti degli specifici requisiti soggettivi richiesti ai soci cooperatori.
I conferimenti dei soci sovventori sono rappresentati da azioni (O quote) nominative liberamente trasferibili, salvo
che l'atto costitutivo non disponga diversamente.
L'atto costitutivo può stabilire particolari condizioni a favore dei soci sovventori per la ripartizione degli utili e la
liquidazione delle quote o delle azioni, così superando i limiti posti per i soci cooperatori.
Per evitare che la partecipazione dei soci sovventori sia animata da scopi esclusivamente speculativi, è stabilito che il
tasso di remunerazione dei soci sovventori non può essere maggiorato in misura superiore al 2% rispetto a quello
previsto per gli altri soci.
Sono poi introdotte regole volte ad evitare che i soci sovventori prendano il sopravvento nella gestione della società.
L'atto costitutivo o attribuire a ciascun socio sovventore più voti, ma non oltre 5. Inoltre, i voti attribuiti ai soci
sovventori non possono mai superare un terzo dei voti spettanti a tutti i soci.
I soci sovventori possono essere nominati amministratori, ma la maggioranza degli amministratori deve essere
costituita da soci cooperatori.
AZIONI DI PARTECIPAZIONE COOPERATIVA→ costituiscono una particolare categoria di azioni, che presenta affinità
con le azioni di risparmio. Sono infatti prive del diritto di voto e sono privilegiate nella ripartizione degli utili e nel
rimborso del capitale.
Possono essere emesse per ammontare non superiore al valore delle riserve indivisibili o del patrimonio netto
risultante dall'ultimo bilancio. Devono essere offerte in opzione per almeno la metà ai soci e ai lavoratori dipendenti
della cooperativa, e possono sottoscriverle anche superando i limiti massimi di partecipazione al capitale.
Le azioni di partecipazione cooperativa possono essere emesse al portatore, se interamente liberate. Sono quindi
liberamente trasferibili e godono dell'anonimato.
Esse sono privilegiate sotto il profilo patrimoniale in quanto:
a) assicurano una partecipazione agli utili maggiorata del 2%
b) hanno diritto di prelazione nel rimborso del capitale per l'intero valore nominale, in sede di
scioglimento della società
c) le perdite incidono sulle stesse solo per la parte che eccede il valore nominale complessivo delle
altre azioni o quote.
È prevista un'organizzazione di gruppo dei possessori di tali azioni, per la tutela degli interessi comuni.
L'organizzazione si articola nell'assemblea speciale di categoria e nel rappresentante comune.
Alle società cooperative è consentita anche l'emissione di obbligazioni. I criteri e i limiti di emissione sono fissati dal
Cicr (comitato interministeriale per il credito e il risparmio), per tutto ciò che questo non dispone si fa riferimento
alla disciplina dettata per le società per azioni.
Il quadro è completato dalla riforma del 2003 che consente a tutte le società cooperative le emissioni di strumenti
finanziari secondo la disciplina prevista per la società per azioni.
L'atto costitutivo stabilisce i diritti patrimoniali o anche amministrativi attribuiti ai possessori di tali strumenti
finanziari e le eventuali condizioni cui è sottoposto il loro trasferimento.
Ai titolari di strumenti finanziari emessi dalla cooperativa può essere attribuito anche il diritto di voto, ma
complessivamente non possono esercitare più di un terzo dei voti presenti in ogni assemblea generale, per garantire
che il controllo resti in mano ai soci cooperatori.
Le cooperative che hanno optato per la disciplina della srl possono offrire strumenti finanziari privi di diritti di
amministrazione solo ad investitori qualificati.

GLI ORGANI SOCIALI. L’ASSEMBLEA.


Gli organi delle società cooperative sono gli stessi della società per azioni ed identico è il riparto di funzioni.
Alcune significative deviazioni sono state introdotte nella disciplina dell'assemblea.
Innanzitutto, il peso di ciascun socio cooperatore in assemblea è del tutto svincolato dall’ammontare della
partecipazione sociale. Per i soci persone fisiche trova rigida applicazione il principio “una testa un voto”: ogni socio
persona fisica ha diritto ad un solo voto, qualunque sia il valore della quota o il numero delle azioni possedute.
Solo ai soci persone giuridiche possono essere attribuiti più voti, ma non oltre 5, in relazione all'ammontare della
quota o delle azioni, oppure al numero dei loro membri.
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Ai soci sovventori possono invece essere attribuiti più voti, ma essi non devono superare in ogni caso un terzo dei
voti spettanti a tutti i soci. Inoltre l'atto costitutivo determina i limiti al diritto di voto degli strumenti finanziari offerti
in sottoscrizione ai soci cooperatori.
Valgono inoltre le seguenti regole:
a) hanno diritto di voto solo coloro che risultano iscritti nel libro dei soci da almeno 90 giorni
b) il socio può farsi rappresentare in assemblea solo da altro socio. In ogni caso, ciascun socio non può
rappresentarne più di 10
c) il voto può essere dato anche per corrispondenza o mediante altri mezzi di telecomunicazione, se lo
statuto lo prevede
Alcune differenze si hanno anche per il procedimento assembleare. I quorum costitutivi e deliberativi vanno calcolati
secondo il numero dei voti spettanti per testa ai soci e non in base all'ammontare della loro partecipazione al
capitale. I quorum sono determinati dall'atto costitutivo. Ciò vale sia per l'assemblea ordinaria sia per quella
straordinaria. Non è invece ammessa la convocazione unica.
L'innovazione più significativa è costituita dalla possibilità di una formazione progressiva della volontà assembleare
attraverso il meccanismo delle assemblee separate. L'atto costitutivo può prevedere che il procedimento
assembleare sia articolato in due fasi (assemblee separate-assemblea generale), per agevolare la partecipazione dei
soci e la formazione delle maggioranze nelle cooperative con ampia compagine sociale.
In base all'attuale disciplina le assemblee separate sono obbligatorie quando la società ha più di 3000 soci e svolge la
propria attività in più province, oppure se ha più di 500 soci e si realizzano più gestioni mutualistiche.
Le assemblee separate deliberano sulle stesse materie che formeranno oggetto dell'assemblea generale ed eleggono
dei soci deleganti che parteciperanno a quest'ultima.
L'assemblea generale è costituita dai delegati designati dalle assemblee separate e delibera definitivamente sulle
materie all'ordine del giorno.
Le deliberazioni delle assemblee separate non possono essere autonomamente impugnate. Quelle dell'assemblea
generale possono invece essere impugnate anche dai soci assenti o dissenzienti nelle assemblee separate quando,
senza i voti espressi dai delegati delle assemblee separate irregolarmente tenute, verrebbe meno la necessaria
maggioranza.

AMMINISTRAZIONE. CONTROLLI. COLLEGIO DEI PROBIVIRI.


Resta ferma la possibilità di adottare, in alternativa al sistema tradizionale, il sistema dualistico o monistico.
Nel SISTEMA TRADIZIONALE I primi amministratori sono nominati nell'atto costitutivo e successivamente
dall'assemblea. L'atto costitutivo può tuttavia derogare questa regola, purché la nomina della maggioranza degli
amministratori resti di competenza assembleare.
Può in particolare attribuire la nomina di uno o più amministratori allo stato o ad altri enti pubblici; può riconoscere
ai possessori di strumenti finanziari il diritto di eleggere fino a un terzo degli amministratori; può prevedere che uno
o più amministratori siano scelti tra gli appartenenti alle diverse categorie dei soci, in proporzione dell'interesse che
ciascuna categoria ha nell'attività sociale.
Se è adottato il SISTEMA DUALISTICO, i possessori di strumenti finanziari non possono eleggere più di un terzo dei
componenti del consiglio di sorveglianza e del consiglio di gestione. I componenti del consiglio di sorveglianza scelti
dai soci cooperatori devono essere soci cooperatori.
Se è adottato il SISTEMA MONISTICO, agli amministratori eletti dai possessori di strumenti finanziari, non superiori
comunque ad un terzo, non possono essere attribuite deleghe operative; ne gli stessi possono far parte del comitato
esecutivo.
AMMINISTRATORI: E caduta la regola che tutti gli amministratori devono essere soci cooperatori. Oggi è sufficiente
che solo la maggioranza degli amministratori sia scelta tra i soci cooperatori o tra le persone indicate dai soci
cooperatori persone giuridiche. Ratio: assicurare che la direzione degli affari sociali sia prevalentemente nelle mani
di persone interessate allo svolgimento dell'attività mutualistica.
COLLEGIO SINDACALE: la nomina dello stesso è obbligatoria, oltre al caso in cui la cooperativa ha emesso strumenti
finanziari non partecipativi, negli stessi casi in cui è obbligatoria la nomina di un organo di controllo o di un revisore
nella Srl, cioè:
- la società è tenuta alla redazione del bilancio consolidato
- non ricorrono le condizioni per la redazione del bilancio in forma abbreviata
- la società controlla una società tenuta alla revisione legale dei conti
- la società è controllata da un ente pubblico.

122
Le società cooperative regolate secondo la disciplina delle società per azioni sono sempre tenute a nominare
l'organo di controllo (anche in assenza dei motivi di cui sopra) in coerenza con il modello societario preso a
riferimento.
Per la nomina del collegio sindacale, lo statuto può attribuire il diritto di voto (non per teste ma) proporzionalmente
alle quote o azioni possedute. Può inoltre prevedere che i possessori di strumenti finanziari dotati di diritti
amministrativi possano eleggere fino ad un terzo dei componenti del collegio sindacale.
COLLEGIO DEI PROBIVIRI: ulteriore organo sociale, cui è affidata la risoluzione di eventuali controversie fra soci o fra
soci e società riguardanti il rapporto sociale o la gestione mutualistica. Si vuole evitare che le controversie sociali
sfocino in liti di fronte all'autorità giudiziaria. Si tratta però di un organo che non sempre dà garanzie di imparzialità.
L'attuale disciplina vieta agli amministratori di delegare i propri poteri in materia di ammissione, recesso o esclusione
dei soci e le decisioni che incidono sui rapporti mutualistici con i soci.

LA VIGILANZA GOVERNATIVA. IL CONTROLLO GIUDIZIARIO.


Le società cooperative sono sottoposte al controllo dell'autorità governativa, finalizzata all'accertamento dei
requisiti mutualistici.
Tale vigilanza spetta al ministero dello sviluppo economico ed è esercitata tramite revisioni, effettuate con cadenza
almeno biennale, ed ispezioni straordinarie disposte ogni qualvolta se ne ravvisi l'opportunità.
Nell'attività di vigilanza il ministero si avvale anche delle associazioni nazionali di rappresentanza del movimento
cooperativo legalmente riconosciute.
In caso di irregolare funzionamento della società, l'autorità di vigilanza può revocare amministratori e sindaci e
affidare la gestione della cooperativa ad un commissario governativo, determinandone la durata di incarico e i
poteri. Lo stesso può fare quando vengono riscontrate irregolarità nelle procedure di ammissione di nuovi soci e la
società non ponga rimedio.
Inoltre, l'autorità di vigilanza può disporre lo scioglimento della cooperativa se, a suo giudizio, non è in grado di
raggiungere gli scopi per cui è stata costituita, oppure se per due anni consecutivi non ha depositato il bilancio di
esercizio o non ha compiuto atti di gestione.
Anche le società cooperative sono assoggettate al controllo giudiziario sulla gestione previsto dal 2409: legittimati al
ricorso sono i soci titolari del decimo del capitale sociale, ovvero un decimo del numero complessivo dei soci.
Nel procedimento deve essere sentita anche l'autorità di vigilanza governativa e il tribunale dichiara improcedibile il
ricorso se quest'ultima ha già nominato un ispettore o un commissario.
Viceversa, l'autorità di vigilanza sospende il procedimento se il tribunale ha nominato un ispettore o un
amministratore giudiziario.

BILANCIO. UTILI. RISTORNI.


La formazione del bilancio di esercizio delle società cooperative e assoggettata alla disciplina dettata per la spa.
Le cooperative di maggiori dimensioni e quelle che emettono obbligazioni devono sottoporre il bilancio a revisione.
Per rafforzare la consistenza del patrimonio sociale, la percentuale degli utili netti annuali da destinare a riserva
legale è sei volte più elevata rispetto alla società per azioni: il 30% anziché il 5%. Tale obbligo sussiste
indipendentemente dall'ammontare raggiunto dalla riserva legale.
Nel 92 è stato introdotto l'obbligo di destinare il 3% degli utili netti annuali ad appositi fondi mutualistici per la
promozione e lo sviluppo della cooperazione, costituiti e gestiti dalle associazioni nazionali di rappresentanza del
movimento cooperativo.
Si tratta di una forma di auto contribuzione obbligatoria, finalizzata alla promozione e al finanziamento di nuove
imprese e di iniziative di sviluppo del movimento cooperativo.
Infine, sono posti limiti alla distribuzione fra i soci degli utili residui, così comprimendosi il profilo lucrativo della
partecipazione sociale.
Per tutte le cooperative NON QUOTATE vige la regola che possono essere distribuiti dividendi solo se il rapporto fra
patrimonio netto e complessivo indebitamento della società è superiore ad un quarto: così si impone alle
cooperative eccessivamente indebitate di destinare all'autofinanziamento gli utili generati.
Vincolo che non si applica ai possessori di strumenti finanziari e alle cooperative con azioni quotate in mercati
regolamentati.
L'attuale disciplina introduce una netta distinzione tra società cooperative a mutualità prevalente e altre società
cooperative.
ALTRE SOCIETA’ COOPERATIVE: è sufficiente che l'atto costitutivo fissi la percentuale massima dei dividendi che
possono essere ripartiti fra i soci cooperatori. L'atto costitutivo può inoltre autorizzare l'assemblea ad assegnare ai
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soci le riserve disponibili, mediante emissione di strumenti finanziari o mediante aumento gratuito del capitale
sociale. Non possono invece essere distribuite, anche in caso di scioglimento della società, le riserve indivisibili, che
sono utilizzabili solo per la copertura di perdite dopo che si sono esaurite le altre riserve.
SOCIETA’ COOPERATIVE A MUTUALITA’ PREVALENTE: gli statuti di tali società devono prevedere:
a) il divieto di distribuire i dividendi in misura superiore all'interesse massimo dei buoni fruttiferi postali
aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato
b) il divieto di remunerare gli strumenti finanziari offerti in sottoscrizione ai soci cooperatori in misura
superiore al 2% rispetto a tale limite massimo
c) il divieto di distribuire le riserve tra i soci cooperatori
d) l'obbligo di devolvere in caso di scioglimento della società l'intero patrimonio sociale, dedotto
soltanto il capitale sociale e i dividendi eventualmente maturati, ai fondi mutualistici per la
promozione e lo sviluppo della cooperazione.
La quota di utili che residua dopo tali destinazioni può essere dall'assemblea: assegnata ad altre riserve o fondi;
distribuita ai soci; destinata a fini mutualistici.
RISTORNI: costituiscono rimborso ai soci di parte del prezzo pagato per i beni o servizi acquistati dalla cooperativa
(cooperativa di consumo) a prezzo di mercato, ovvero integrazione della retribuzione corrisposta dalla cooperativa
per le prestazioni del socio (cooperative di produzione e di lavoro).
I ristorni costituiscono quindi uno degli strumenti per attribuire ai soci cooperatori il vantaggio mutualistico
derivante dai rapporti di scambio intrattenuti con la società cooperativa.
Alle somme distribuite ai soci a titolo di ristorno non sono applicabili le limitazioni che la legge pone alla
distribuzione degli utili.
Le cooperative devono riportare separatamente nel bilancio i dati relativi all'attività svolta con i soci, distinguendo
eventualmente le diverse gestioni mutualistiche.
I ristorni possono essere distribuiti anche mediante aumento gratuito del capitale sociale ovvero mediante
l'emissione di strumenti finanziari.

VARIAZIONI DEI SOCI E DEL CAPITALE SOCIALE


Le società cooperative sono società a capitale variabile. Il capitale sociale non è determinato in un ammontare
prestabilito. La variazione del numero e delle persone dei soci non comporta modificazione dell'atto costitutivo.
Estremamente semplificato è il procedimento per l'ammissione di nuovi soci. L'ammissione è deliberata dagli
amministratori, su domanda dell'interessato, e la delibera di ammissione è annotata nel libro dei soci.
Il nuovo socio deve versare, oltre l'importo delle quote o delle azioni sottoscritte, anche l'eventuale sovrapprezzo
determinato dall'assemblea in sede di approvazione del bilancio.
Se la domanda di ammissione non è accolta dagli amministratori, l'interessato può chiedere che all'istanza si
pronunci l'assemblea.
L'attuale disciplina consente che l'atto costitutivo preveda una categoria speciale di soci cooperatori che devono
seguire un periodo di formazione, al termine del quale anch'essi sono ammessi a godere dei diritti che spettano agli
altri soci cooperatori.
Nella società cooperativa costituiscono cause di riduzione del numero dei soci e del capitale: il recesso, l'esclusione e
la morte del socio.
RECESSO: e ammesso per legge:
a) quando l'atto costitutivo vieta la cessione delle quote o delle azioni
b) nei casi previsti per la società per azioni (o per la srl ove prescelta)
ulteriori cause possono essere stabilite dall'atto costitutivo.
Gli amministratori devono esaminare la dichiarazione di recesso e in caso di esito negativo il socio può proporre
opposizione al tribunale.
La dichiarazione di recesso ha effetto:
a) per quanto riguarda il rapporto sociale dalla comunicazione del provvedimento di accoglimento della
domanda
b) per quanto riguarda i rapporti mutualistici con la chiusura dell'esercizio sociale in corso, se comunicata alla
società tre mesi prima. In caso contrario, ha effetto con la chiusura dell'esercizio successivo.
ESCLUSIONE: può essere disposta in caso di:
a) mancato pagamento delle quote o delle azioni
b) nei casi previsti per le società di persone
c) per gravi inadempienze del socio degli obblighi derivanti dal rapporto sociale o dal rapporto mutualistico
124
d) per mancanza o perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società
Specifiche cause di esclusione possono essere previste dall'atto costitutivo.
L'esclusione deve essere deliberata dagli amministratori. La deliberazione di esclusione deve essere comunicata al
socio, che può proporre opposizione al tribunale.
MORTE DEL SOCIO: il rapporto sociale si scioglie, salvo che l'atto costitutivo disponga la continuazione della società
con gli eredi purché gli eredi siano provvisti dei requisiti per l'ammissione alla società
LIQUIDAZIONE DELLA QUOTA: avviene secondo i criteri stabiliti nell'atto costitutivo assumendo come base il bilancio
dell'esercizio in cui il rapporto sociale si scioglie. Il pagamento deve essere effettuato entro 180 giorni
dall'approvazione del bilancio stesso e deve comprendere il rimborso del sovrapprezzo ove versato.

IL GRUPPO COOPERATIVO PARITETICO.


Anche le società cooperative possono dar vita ad organizzazioni di gruppo.
La regola una testa un voto rende difficile che la direzione di più imprese cooperative si fondi su un rapporto di
controllo di una società rispetto alle altre. E’ perciò più diffuso che il gruppo cooperativo trovi fondamento in un
accordo contrattuale, inquadrabile nello schema del consorzio fra imprenditori.
La legge fissa il contenuto minimo del relativo contratto, richiedendo che siano indicate:
a) la durata
b) la cooperativa o le cooperative qui è affidata alla direzione del gruppo e i relativi poteri
c) i criteri di compensazione e l'equilibrio nella distribuzione dei vantaggi derivanti dall'attività comune.
Ogni cooperativa può recedere dal contratto senza oneri qualora, per effetto dell'adesione al gruppo, le condizioni
dello scambio risultino pregiudizievoli per i propri soci.
Il contratto deve essere depositato in forma scritta presso l'albo delle società cooperative.

LO SCIOGLIMENTO DELLA SOCIETA’


Valgono per le società cooperative le cause di scioglimento previste per le società di capitali, con la sua differenza
che solo la perdita totale del capitale è causa di scioglimento.
Sono poi cause specifiche di scioglimento:
a) la riduzione dei soci al di sotto del numero minimo di 9 (o tre), se questo non è reintegrato entro un anno
b) la liquidazione coatta amministrativa disposta dall'autorità governativa
per il procedimento di liquidazione, l'unica peculiarità è costituita dal fatto che, in caso di irregolarità o di grave
ritardo nello svolgimento della liquidazione, l'autorità di vigilanza può sostituire i liquidatori o, se questi sono
nominati dal tribunale, può chiedere la sostituzione al medesimo.
Per quanto riguarda la destinazione del residuo attivo di liquidazione, nelle cooperative a mutualità prevalente
l'intero patrimonio sociale netto, dedotto solo il capitale versato e i dividendi eventualmente maturati, deve essere
devoluto ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.

LE MUTUE ASSICURATRICI
Le mutue assicuratrici sono società cooperative caratterizzate dalla stretta interdipendenza che esiste fra la qualità
di socio e la qualità di assicurato: non si può acquistare la qualità di socio se non assicurandosi presso la società, e
viceversa, si perde la qualità di socio con le estinguersi dell'assicurazione.
Questo principio differenzia le mutue assicuratrici rispetto alle comuni cooperative di assicurazione. In queste ultime
si può essere assicurati senza diventare soci e il socio ha diritto alle prestazioni assicurative solo se stipula un distinto
e autonomo contratto di assicurazione con la società.
Tutto l'opposto si verifica nelle mutue assicuratrici.
Nelle mutue assicuratrici per le obbligazioni sociali risponde solo la società col proprio patrimonio.
I soci assicurati sono obbligati verso la società al pagamento di contributi, che costituiscono nel contempo
conferimento e premio di assicurazione. Essi sono calcolati con i criteri tecnici propri dei premi di assicurazione.
Il patrimonio sociale, formato dai contributi dei soci assicurati, può non essere sufficiente per l'esercizio dell'attività
assicurativa; quindi l'atto costitutivo può prevedere la costituzione di fondi di garanzia per il pagamento delle
indennità, mediante speciali conferimenti da parte dei soci assicurati o di terzi, attribuendo anche a questi ultimi la
qualità di socio.
Nelle mutue assicuratrici possono perciò coesistere due categorie di soci: soci assicurati e soci sovventori. Questi
ultimi si limitano a conferire il capitale necessario per l'attività della società senza essere assicurati.
La legge si preoccupa però di evitare che i soci sovventori prendano il sopravvento nella gestione della società.

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Così, l'atto costitutivo può attribuire a ciascun socio sovventore più voti, ma non oltre 5, in relazione all'ammontare
del conferimento. I voti attribuiti ai soci sovventori devono essere in ogni caso inferiori al numero dei voti spettanti
ai soci assicurati.
Inoltre, è consentito che i soci sovventori siano nominati amministratori, ma la maggioranza degli amministratori
deve essere costituita da soci assicurati.

CAPITOLO 25
TRASFORMAZIONE. FUSIONE. SCISSIONE.

LA TRASFORMAZIONE.
NOZIONE E LIMITI
La trasformazione era, nel codice del 42, un istituto tipicamente societario. Tale linea di tendenza è stata recepita
dall'attuale disciplina con la distinzione fra trasformazione omogenea (tra società) e trasformazione eterogenea (da
società di capitali in altri enti o viceversa).
La trasformazione omogenea è il cambiamento del tipo di società. è il passaggio da un tipo ad un altro tipo di società.
Con la trasformazione cambia l'intero assetto organizzativo della società. Non si ha però estinzione della società
preesistente e nascita di una nuova società; è la stessa società che continua a vivere in una rinnovata veste giuridica
e che conserva i diritti e gli obblighi, e prosegue in tutti i rapporti anche processuali, dell'ente che ha effettuato la
trasformazione.
La trasformazione costituisce perciò uno strumento per adattare l'assetto organizzativo della società alle nuove
esigenze sopravvenute.
Consente di realizzare tale obiettivo senza che i soci siano costretti a liquidare la precedente società e a costituirne
una nuova, con notevoli vantaggi anche di carattere fiscale.
Rientrano nella trasformazione omogenea la trasformazione di società di persone in società di capitali e viceversa.
Discorso diverso vale per la trasformazione che comporta mutamento dello scopo economico della società, e in
particolare per la trasformazione di società lucrative in società mutualistiche e viceversa.
Espressamente vietata era e resta la trasformazione di una società cooperativa a mutualità prevalente in società
lucrativa.
Con la riforma del 2003 è stata invece consentita, sia pure con l'osservanza di un procedimento speciale, la
trasformazione delle altre società cooperative in società lucrative. È stata inoltre consentita la trasformazione di
società di capitali (ma non di persone) in società cooperative, che configura uno dei casi di trasformazione
eterogenea.
La trasformazione può avvenire anche in pendenza di procedura concorsuale, purché non vi sia incompatibilità con le
finalità e lo stato della stessa.

LA TRASFORMAZIONE OMOGENEA: IL PROCEDIMENTO


Cos’è la trasformazione omogenea?
È il passaggio da un tipo di società a un altro dello stesso ordinamento giuridico (ad esempio da una società di
persone a una società di capitali o viceversa), senza cambiare personalità giuridica. Per essere valida, deve essere
deliberata con le stesse modalità previste per modificare l’atto costitutivo.
MODALITA’ DI APPROVAZIONE DELLA TRASFORMAZIONE
a) Società di persone:
-In passato serviva il consenso di tutti i soci.
-Oggi è sufficiente il consenso della maggioranza dei soci, calcolata in base alla quota di partecipazione agli
utili.
-Eccezione: se la trasformazione comporta per un socio una responsabilità illimitata (cioè risponde coi propri
beni personali), quel socio deve dare il consenso.
b) Società di capitali
-Serve una delibera dell’assemblea straordinaria dei soci.
c) Società cooperative (non a mutualità prevalente)
-Serve il voto favorevole di almeno la metà dei soci.
-Se i soci sono meno di 50, serve il voto favorevole dei due terzi.
-Se ci sono più di 10.000 soci, lo statuto può prevedere che basti:
-Il voto favorevole dei due terzi dei presenti all’assemblea,
126
-A patto che all’assemblea partecipi almeno il 20% dei soci.
DIRITTO DI RECESSO: In ogni caso, il socio che non ha votato a favore della trasformazione ha il diritto di recedere
dalla società, cioè può uscirne, secondo le modalità previste dalla legge.
LA DELIBERA DI TRASFORMAZIONE: La delibera di trasformazione deve contenere tutte le informazioni richieste per
l’atto costitutivo del nuovo tipo di società. Inoltre, devono essere rispettate tutte le regole previste per costituire
una società di quel tipo.
OBBLIGHI SPECIFICI A SECONDA DEL TIPO DI SOCIETA’:
a) Trasformazione da società di capitali a un altro tipo
-Gli amministratori devono scrivere una relazione che spiega le motivazioni e le conseguenze della
trasformazione.
-Una copia della relazione deve essere depositata nella sede della società per almeno 30 giorni prima
dell’assemblea che approva la trasformazione.
b) Trasformazione da società di persone a società di capitali
-La delibera deve essere redatta con atto pubblico (dal notaio).
-Deve contenere tutti gli elementi richiesti per l’atto costitutivo del nuovo tipo di società.
-Il patrimonio sociale deve essere stimato come se fosse un conferimento in natura (per garantire che il
capitale dichiarato sia reale).
-Questo per evitare abusi e proteggere il capitale della nuova società.
-Dopo la delibera:
o Il notaio controlla la legalità dell’atto.
o La trasformazione è completata con l’iscrizione nel Registro delle imprese.
o Ogni socio riceve azioni o quote proporzionali alla sua precedente partecipazione.
c)Trasformazione di società cooperative (non a mutualità prevalente) in società lucrative
-È consentita dalla legge.
-Tuttavia, la cooperativa deve donare a fondi mutualistici (che sostengono lo sviluppo del sistema
cooperativo) il valore effettivo del patrimonio esistente alla data della trasformazione.
-Da questo valore si possono dedurre:
o Il capitale versato dai soci,
o I dividendi non ancora distribuiti,
o Eventuali somme necessarie per rispettare il capitale minimo della nuova società.
INVALIDITA’ DELLA TRASFORMAZIONE: Una volta completati tutti gli adempimenti legali (come l’iscrizione nel
Registro delle imprese), la trasformazione non può più essere annullata.
Tuttavia, chi ha subito un danno a causa della trasformazione (soci o terzi) può chiedere il risarcimento.

LA RESPONSABILITA’ DEI SOCI.


La trasformazione può comportare un mutamento nel regime di responsabilità dei soci.
Se in seguito alla trasformazione i soci assumono responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, l'attuale
disciplina dispone che è comunque richiesto il loro consenso, anche perché tale responsabilità opera anche per le
obbligazioni anteriori alla trasformazione.
Nell'ipotesi inversa, quindi nel caso in cui a seguito della trasformazione viene meno la responsabilità illimitata di
tutti o di alcuni dei soci, I soci non sono liberati dalla responsabilità per le obbligazioni sociali anteriori all'iscrizione
della delibera di trasformazione nel registro delle imprese; la trasformazione opera solo per il futuro e non può
pregiudicare la posizione dei creditori sociali anteriori contro la loro volontà.
Tuttavia:
a) il consenso dei creditori alla trasformazione vale come consenso alla liberazione di tutti i soci a
responsabilità illimitata
b) tale consenso si presume se ai singoli creditori è stata comunicata per raccomandata la delibera di
trasformazione ed essi non hanno espressamente negato la loro adesione, nel termine di 60 giorni dal
ricevimento della comunicazione. Il silenzio vale consenso.

LA TRASFORMAZIONE ETEROGENEA.
L'attuale disciplina regola la trasformazione eterogenea da parte di una società di capitali o che dà vita ad una
società di capitali. Non è invece regolata la trasformazione eterogenea di società di persone o in società di persone.
TRASFORMAZIONE DI SOCIETA’ DI CAPITALI: Una società di capitali può trasformarsi in:
1) consorzi
127
2) società consortili
3) società cooperative
4) comunioni di azienda
5) associazioni non riconosciute
6) fondazioni
7) NON IN ASSOCIAZIONE RICONOSCIUTA.
Si applica in quanto compatibile la disciplina della trasformazione omogenea di società di capitali, ma è richiesto il
voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto. È necessario inoltre il consenso dei soci che assumono la
responsabilità illimitata.
TRASFORMAZIONE IN SOCIETA’ DI CAPITALI: Prevista per:
1) Consorzi (la trasformazione deve essere deliberata dalla maggioranza assoluta dei consorziati)
2) società consortili (occorrono le stesse maggioranze richieste per lo scioglimento anticipato)
3) comunioni di azienda (la trasformazione deve essere deliberata da tutti i partecipanti alla comunione)
4) associazioni riconosciute (occorrono le stesse maggioranze richieste per lo scioglimento anticipato)
5) fondazioni (la trasformazione è disposta dall'autorità governativa su proposta dell'organo competente)
6) NO ASSOCIAZIONI NON RICONOSCIUTE.
7) Le cooperative hanno una disciplina autonoma
Permangono specifici divieti per la trasformazione delle associazioni e delle fondazioni che abbiano ricevuto
contributi pubblici o goduti di agevolazioni fiscali.
Le trasformazioni eterogenee hanno effetto solo dopo che siano trascorsi 60 giorni dall'ultimo adempimento
pubblicitario richiesto. Entro tale termine i creditori dell'ente che si trasforma possono proporre opposizione alla
trasformazione, con gli stessi effetti previsti dalla disciplina della riduzione facoltativa del capitale (se il tribunale
ritiene infondato il pericolo per i creditori o se la società ha prestato idonea garanzia, dispone che l’operazione abbia
luogo nonostante l’opposizione).

LA FUSIONE
NOZIONE. DISTINZIONI.
La fusione e l'unificazione di due o più società in una sola. Essa può essere realizzata in due diversi modi:
a) con la costituzione di una nuova società, che prende il posto di tutte le società che si fondono
(fusione in senso stretto)
b) mediante assorbimento in una società preesistente di una o più altre società (fusione per
incorporazione)
la fusione può avere luogo sia fra società dello stesso tipo (fusione omogenea), sia fra società di tipo diverso (fusione
eterogenea), sia fra società ed enti di tipo diverso nei limiti consentiti dalla disciplina della trasformazione
omogenea.
La fusione fra società eterogenee comporta anche la trasformazione di una o più delle società che si fondono. Per le
fusioni eterogenee valgono perciò gli stessi limiti esposti per la trasformazione.
La partecipazione alla fusione non è consentita alle società che si trovano in stato di liquidazione e abbiano già
iniziato la distribuzione dell'attivo, mentre con la riforma del 2003 è caduto il divieto per le società sottoposte a
procedura concorsuale.
La fusione è uno strumento di concentrazione delle imprese societarie che consente di ampliarne la dimensione e la
competitività sul mercato.
La fusione è inoltre un istituto che dà luogo ad una concentrazione giuridica e non solo economica: ad una pluralità
di società se ne sostituisce una sola: la società incorporante o la nuova società che risulta dalla fusione.
La fusione determina perciò la riduzione ad unità dei patrimoni delle singole società e la confluenza dei rispettivi soci
in un'unica struttura organizzativa che continua l'attività di tutte le società preesistenti, mentre queste si estinguono;
La peculiarità sta nel fatto che si ha estinzione, senza che si dia luogo ad alcuna definizione dei rapporti con i terzi e
fra i soci. Infatti, la società incorporante o la nuova società “assume i diritti e gli obblighi delle società partecipanti
alla fusione, proseguendo in tutti i loro rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione”.
I creditori delle società estinte potranno perciò far valere i loro diritti sull'unità ario patrimonio della società
risultante dalla fusione. A loro volta, i soci delle società che si estinguono diventano soci della società incorporante o
della nuova società e ricevono in cambio della loro originaria partecipazione quote o azioni di quest'ultima, in base
ad un predeterminato rapporto di cambio.

128
IL PROGETTO DI FUSIONE.
Il procedimento di fusione si articola in tre fasi essenziali: il progetto di fusione, la delibera di fusione e l'atto di
fusione.
IL PROGETTO DI FUSIONE: gli amministratori delle diverse società partecipanti devono redigere un progetto di
fusione, nel quale sono fissate, sulla base delle trattative intercorse, le condizioni e le modalità dell'operazione da
sottoporre all'approvazione dell'assemblea.
Il progetto di fusione deve avere identico contenuto per tutte le società partecipanti e dallo stesso devono risultare
le seguenti indicazioni:
a) il tipo, la denominazione o ragione sociale, la sede delle società partecipanti
b) l'atto costitutivo della nuova società risultante dalla fusione o di quella incorporante
c) il rapporto di cambio delle azioni o quote: vale a dire il rapporto in base al quale saranno assegnate
le azioni o quote della società incorporante o della nuova società. Deve essere specificato anche
l'eventuale conguaglio in denaro da corrispondere ai soci, che non può superare il 10% del valore
nominale delle azioni o quote assegnate
il progetto di fusione deve essere pubblicato mediante iscrizione nel registro delle imprese del luogo dove hanno
sede le società partecipanti.
La documentazione informativa non si esaurisce nel progetto di fusione in quanto è prescritta la redazione di altri tre
documenti: la situazione patrimoniale; la relazione degli amministratori; la relazione degli esperti.
SITUAZIONE PATRIMONIALE: gli amministratori di ciascuna delle società partecipanti devono redigere una situazione
patrimoniale aggiornata della propria società, con l'osservanza delle norme sul bilancio di esercizio.
Si tratta in sostanza di un vero e proprio bilancio di esercizio infrannuale, la cui funzione è quella di fornire ai
creditori sociali informazioni aggiornate per il consapevole esercizio del diritto di opposizione alla fusione.
Scarse sono invece le informazioni che il bilancio di fusione così redatto offre ai soci per quanto riguarda la congruità
del rapporto di cambio; tale lacuna è colmata dagli altri due documenti.
RELAZIONE DEGLI AMMINISTRATORI: gli amministratori delle società partecipanti devono redigere una relazione la
quale illustri giustifichi il progetto di fusione e in particolare il rapporto di cambio, in modo da mettere i soci in
condizione di verificare i metodi di valutazione utilizzati dagli amministratori nella determinazione del rapporto di
cambio
RELAZIONE DEGLI ESPERTI: per ciascuna società partecipante uno o più esperti, scelti fra i revisori legali o le società
di revisione, devono redigere una relazione sulla congruità del rapporto di cambio ed esprimere un parere
sull'adeguatezza del metodo seguito dagli amministratori per la determinazione dello stesso.
La designazione dell'esperto è riservata al tribunale quando la società risultante dalla fusione è una spa o una società
in accomandita per azioni.
Per le società quotate l'esperto è scelto fra le società di revisione sottoposte alla vigilanza della Consob.
Si può fare a meno della situazione patrimoniale, della relazione degli amministratori e degli esperti quando vi
rinuncino all'unanimità i soci e i possessori di strumenti finanziari con diritto di voto di ciascuna società partecipante.
Il progetto di fusione, le relazioni di amministratori ed esperti, le situazioni patrimoniali e i bilanci degli ultimi tre
esercizi delle società partecipanti devono restare depositati nelle sedi di ciascuna delle società partecipanti, ovvero
pubblicati sul sito Internet delle stesse, durante i 30 giorni che precedono l'assemblea e finché la fusione sia
deliberata.
La fase preparatoria appena esposta ammette semplificazioni quando:
1) una società deve incorporarne altra di cui possiede tutte le azioni o quote o almeno il 90%
2) alla fusione non partecipano società con capitale rappresentato da azioni o società
cooperative per azioni
3) la fusione avviene sulla base di un piano di leveraged buyout, che prevede l'indebitamento
dell'incorporante per acquisire il controllo dell'altra società e per effetto della fusione il
patrimonio di quest'ultima viene a costituire garanzia generica o fonte di rimborso dei
relativi debiti. ( ESEMPIO: La società A vuole incorporare la società B. Per comprare B, la
società A si indebita (cioè fa un mutuo, emette obbligazioni, ottiene un finanziamento).
Una volta completata la fusione, la società B scompare e tutto il suo patrimonio (beni,
immobili, conti, ecc.) passa ad A. Questo patrimonio diventa garanzia per i debiti che A ha
contratto per acquisire B.)

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LA DELIBERA DI FUSIONE
La fusione viene decisa da ciascuna delle società che vi partecipano mediante l'approvazione del relativo progetto.
Per l'approvazione vanno rispettate le norme dettate per le modificazioni dell'atto costitutivo.
Nelle società di persone l'attuale disciplina non richiede più il consenso di tutti i soci: è sufficiente la maggioranza dei
soci calcolata secondo la parte attribuita a ciascuno negli utili. Al socio che non abbia consentito alla fusione è
riconosciuto il diritto di recesso.
Nelle società di capitali la fusione deve essere deliberata dall'assemblea straordinaria con le normali maggioranze.
Tuttavia, se la società risultante dalla fusione è di tipo diverso (fusione eterogenea), nelle società non quotate
dovranno essere osservate anche le maggioranze rafforzate stabilite per la trasformazione.
Inoltre, in caso di fusione eterogenea, i soci che non hanno concorso alla deliberazione avranno diritto di recesso;
diritto che invece è riconosciuto in caso di fusione omogenea solo per la srl.
Le delibere di fusione delle singole società devono essere iscritte nel registro delle imprese, previo controllo di
legalità da parte del notaio verbalizzante.

LA TUTELA DEI CREDITORI SOCIALI


La fusione può pregiudicare la posizione dei creditori delle società partecipanti dato che, attuata la fusione, tutti i
concorreranno sul l'unico patrimonio risultante dall'unificazione dei patrimoni delle singole società. Il che può
danneggiare i creditori delle società più solide.
È perciò stabilito che la fusione può essere attuata solo dopo che siano trascorsi 60 giorni dall'iscrizione nel registro
delle imprese dell'ultima delibera delle società che partecipano. Entro tale termine ciascun creditore anteriore alla
pubblicazione del progetto di fusione può proporre opposizione alla fusione.
L'opposizione sospende l'attuazione della fusione fino all'esito del relativo giudizio. Il tribunale può disporre che la
fusione abbia ugualmente luogo, previa prestazione da parte della società di idonea garanzia a favore dei creditori
opponenti. La garanzia non è necessaria se la relazione degli esperti sia redatta da una società di revisione la quale
asseveri che la situazione patrimoniale e finanziaria delle società partecipanti alla fusione non la rende necessaria.
Se alla fusione partecipano società con soci a responsabilità illimitata e la società risultante dalla fusione è una
società di capitali, resta ferma la responsabilità personale di tali soci per le obbligazioni anteriori alla fusione.
La liberazione degli stessi potrà aversi solo col consenso dei creditori.

L’ATTO DI FUSIONE.
Il procedimento di fusione si conclude con la stipulazione dell'atto di fusione da parte dei legali rappresentanti delle
società interessate, che così danno attuazione alle relative delibere assembleari.
L'atto di fusione deve essere sempre redatto per atto pubblico; Deve essere iscritto nel registro delle imprese dei
luoghi ove è posta la sede di tutte le società partecipanti e di quello della società risultante dalla fusione.
Dall'ultima iscrizione nel registro delle imprese decorrono gli effetti della fusione. Si produce l'unificazione soggettiva
e patrimoniale delle diverse società. La società risultante dalla fusione assume tutti i diritti e gli obblighi di quelle
partecipanti, che si estinguono. I soci di queste ultime hanno diritto di ottenere, in cambio delle proprie azioni o
quote, azioni o quote della società che continua l'attività, in base al prefissato rapporto di cambio.
Una volta eseguite le iscrizioni dell'atto di fusione prescritte per legge, l'invalidità dell'atto di fusione non può più
essere pronunciata; resta salvo solo il diritto al risarcimento dei danni eventualmente spettante ai soci o ai terzi
danneggiati dalla fusione, che potranno a tal fine agire nei confronti degli amministratori delle società partecipanti o
della società risultante dalla fusione.
I soci hanno perciò a disposizione solo l'intervallo di tempo che intercorre fra la delibera di fusione e l'ultima
iscrizione dell'atto di fusione, per proporre impugnativa e cercare di ottenere la sospensione della stipula dell'atto di
fusione. Dopo, la fusione è inattaccabile.

LA SCISSIONE
NOZIONE. FORME
Con la scissione il patrimonio di una società è scomposto ed assegnato in tutto o in parte ad altre società, con
contestuale assegnazione ai soci della prima di azioni o quote delle società beneficiarie del trasferimento
patrimoniale.
Con la scissione si ha, quindi, la suddivisione di un unico patrimonio sociale e di un'unica compagine societaria in più
società.
L'operazione risponde ad esigenze di ristrutturazione e di riorganizzazione aziendale non diverse da quelle cui può
dar luogo il conferimento in altre società di un'azienda o di un ramo di azienda.
130
Tuttavia, nella sezione le azioni o quote delle società beneficiarie del trasferimento patrimoniale sono acquisite
direttamente dai soci della società che si scinde e non da quest'ultima, sicché per i soci il contratto sociale continua
in nuove e diverse strutture societarie.
La scissione può assumere forme diverse: può essere innanzitutto totale o parziale.
TOTALE: l'intero patrimonio della società che si scinde viene trasferito a più società. La prima società perciò si
estingue senza che si abbia liquidazione della stessa, dato che l'attività continua tramite le società beneficiarie della
scissione che assumono i diritti e gli obblighi corrispondenti alla quota di patrimonio loro trasferita.
PARZIALE: solo parte del patrimonio della società che si scinde viene trasferita ad una o più altre società. La società
scissa resta perciò in vita, sia pure con un patrimonio ridotto, e continua l’attività parallelamente alle società
beneficiarie, di cui entrano a far parte i soci della prima.
Beneficiarie della scissione possono essere:
- società di nuova costituzione, che nascono per gemmazione dalla società che si scinde e in tal caso i
soci della società scissa sono inizialmente i soli soci delle società risultanti dalla scissione.
- Una o più società preesistenti, che vedono nel contempo incrementati il loro patrimonio e la
compagine sociale per l'ingresso dei soci della società scissa.
Alla scissione non possono partecipare società in liquidazione che abbiano iniziato la distribuzione dell'attivo.

IL PROCEDIMENTO
Il procedimento di scissione ricalca quello dettato per la fusione.
Gli amministratori delle società partecipanti (e quindi anche quelli delle società beneficiarie se preesistenti) devono
redigere un unitario progetto di scissione, sottoposto alla stessa pubblicità prevista per il progetto di fusione.
Oltre alle indicazioni stabilite per quest'ultimo, il progetto di scissione deve contenere:
a) l'esatta descrizione degli elementi patrimoniali da trasferire a ciascuna delle società beneficiarie e
dell'eventuale conguaglio in denaro
b) i criteri di distribuzione ai soci delle azioni o quote delle società beneficiarie.
In merito al punto a), la legge specifica la sorte degli elementi attivi e passivi la cui destinazione non è desumibile dal
progetto di scissione, con soluzioni diverse per scissione totale o parziale.
TOTALE: le attività di incerta attribuzione sono ripartite fra le società beneficiarie in proporzione della quota di
patrimonio netto trasferita a ciascuna di esse. Delle passività di dubbia imputazione rispondono invece in solido tutte
le società beneficiarie.
PARZIALE: le relative attività restano in testa alla società trasferente. Delle passività rispondono in solido sia questa
sia le società beneficiarie.
La responsabilità solidale delle società beneficiarie è limitata al valore effettivo del patrimonio netto loro trasferito.
In merito al punto b), non è fatto obbligo alla società che si scinde di attribuire a ciascun socio un pacchetto assortito
di azioni o quote di tutte le società beneficiarie della scissione. L'attuale disciplina riconosce però ai soci che non
approvano la scissione, il diritto di far acquistare le proprie partecipazioni dai soggetti indicati nel progetto di
scissione per un corrispettivo determinato secondo le norme in tema di recesso.
Per la situazione patrimoniale, la relazione degli amministratori e quella degli esperti, è integralmente richiamata la
disciplina della fusione.
Stesso rinvio si ha anche per le altre fasi del procedimento di scissione: delibera di scissione, pubblicità, opposizione
dei creditori e stipula dell'atto di scissione. Fasi queste che devono essere percorse anche dalle società beneficiarie
qualora si tratti di società preesistenti.
Se invece beneficiari della scissione sono società di nuova costituzione, l'atto di scissione, da redigere per atto
pubblico, vale anche come atto costitutivo delle stesse.
La sessione diventa efficace a partire dalla data in cui è stata eseguita l'ultima iscrizione dell'atto di scissione nel
registro delle imprese in cui sono iscritte le società beneficiarie.
A partire da tale momento ciascuna delle società beneficiarie assume i diritti e gli obblighi della società scissa, che le
sono stati attribuiti nell'atto di scissione.
Per esigenza di tutela dei creditori, è stabilito che “ciascuna società è solidalmente responsabile, nei limiti del valore
effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato, dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui il
debito è stato trasferito”. In sostanza, tutte le altre società coinvolte nella scissione sono garanti in via sussidiaria di
quella a cui il debito è stato trasferito, sia pure nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto a ciascuna
trasferito.
Vale infine per l'invalidità dell'atto di scissione la stessa disciplina dettata per la fusione.

131
CAPITOLO 26
LE SOCIETA’ EUROPEE
La creazione del mercato unico europeo non può prescindere dall'affermazione di un quadro di principi giuridici
comuni a tutti gli Stati membri in merito alla disciplina delle attività imprenditoriali.
A partire dal 68 la commissione europea ha perciò avviato un programma di riavvicinamento delle discipline degli
Stati membri, mediante l'emanazione di una serie di direttive di armonizzazione in materia societaria.
Ulteriore e più ambizioso obiettivo dell'azione legislativa dell'unione europea e creare un diritto societario
sovranazionale, vale a dire, l'introduzione di tipi societari disciplinati non dalla legge nazionale, ma direttamente da
regolamento comunitario.
Due sono le società a tal fine predisposte dall'ordinamento comunitario:
- la società europea (SE), disciplinata da un regolamento del 2001, che è una società per azioni
- la società cooperativa europea (SCE), disciplinata da un regolamento del 2003, che è una società
cooperativa a scopo mutualistico.
Tali regolamenti dettano la disciplina base delle due società. Per le materie non disciplinate dal regolamento, si fa
riferimento alle disposizioni di legge emanate da ciascuno Stato per le società europee o le società cooperative
europee con sede nel suo territorio. In mancanza, si applicano le norme dell'ordinamento nazionale in tema,
rispettivamente, di società per azioni e di società cooperative.
Per evitare incertezze sulla determinazione della legge nazionale applicabile, è fatto obbligo alle società di tipo
europeo di situare la sede legale e l'amministrazione centrale nello stesso stato comunitario.
Mediante la costituzione di una società di tipo europeo, società di stati e diversi possono dar vita ad una fusione
transfrontaliera.
Nel caso di costituzione di una società europea (non di SCE), società di stati diversi possono inoltre assoggettarsi ad
una direzione unitaria, dando vita ad un gruppo in cui la società europea assume il ruolo di controllante (SE holding);
oppure possono creare una società controllata in comune (SE affiliata).
Le società di tipo europeo hanno quindi anche la funzione di favorire la nascita di imprese di dimensioni comunitarie.
Caratteristica delle società europee e poi la facilità di trasferimento della sede da uno stato comunitario all'altro,
senza bisogno di porre in liquidazione la società nel paese di costituzione per ricostituirla nuovamente in quello di
destinazione.
Così, i soci potranno insediare o trasferire la società nello Stato membro che offre la disciplina più vantaggiosa
riguardo ai numerosi aspetti non contemplati dal relativo regolamento comunitario.

LA SOCIETA’ EUROPEA
LA COSTITUZIONE
La società europea è una società per azioni, dotata di personalità giuridica, in cui ciascun socio risponde delle
obbligazioni sociali esclusivamente nei limiti del capitale sottoscritto. Il capitale minimo è di 120.000 €.
La società europea può essere costituita solo in 5 casi tassativamente previsti dal regolamento.
1) La società europea può essere costituita quando due o più SPA (società per azioni) di Stati membri diversi
dell’UE decidono di fondersi, possono creare una SE; il regolamento europeo spiega nel dettaglio come deve
avvenire la fusione e, per gli aspetti non trattati, si applicano le leggi nazionali di ciascun Paese coinvolto.
2) quando due o più SPA o SRL promuovono la costituzione di una società europea holding al fine di sottoporsi
ad una direzione unitaria. È necessario che almeno due società promotrici siano soggette alla legge di Stati
membri differenti, o controllino da almeno due anni una società soggetta alla legge di un altro Stato
membro, oppure abbiano da almeno due anni una succursale situata in un altro Stato membro. Per
realizzare l'operazione in esame, le società promotrici redigono un programma comune con cui propongono
ai soci di scambiare le loro azioni o quote con azioni o quote della nuova società holding. Ciascun socio è
libero di aderire o rifiutare, ma la società europea holding è costituita solo se i soci le hanno conferito oltre la
metà delle azioni o quote con diritto di voto delle società promotrici
3) quando due o più enti (anche non società) che presentano un collegamento stabile con ordinamenti
comunitari diversi costituiscono una società europea controllata in comune (SE affiliata)
4) Una SE già esistente può creare un’altra SE affiliata da sola, con un atto unilaterale, senza coinvolgere altri
enti o società.
5) Una SPA nazionale può trasformarsi in SE senza perdere la personalità giuridica.
Requisito: deve controllare da almeno due anni una società soggetta alla legge di un altro Stato UE.

132
Per quanto non previsto dal regolamento comunitario, il procedimento di costituzione è disciplinato dalla legge dello
Stato della sede in tema di società per azioni. Esso si conclude con l'iscrizione della società in un registro (In Italia il
registro delle imprese).
L’iscrizione determina l'acquisto della personalità giuridica da parte della società. Per le operazioni compiute in
nome della società prima dell'iscrizione rispondono solidalmente e illimitatamente coloro che le hanno poste in
essere. Nulla prevede il regolamento in merito ai conferimenti dei soci, che quindi restano soggetti alla disciplina
degli ordinamenti nazionali.

GLI ORGANI
È necessaria la presenza dell'assemblea dei soci.
L'amministrazione e i controlli possono essere organizzati secondo il sistema dualistico (organo di direzione e organo
di vigilanza), o secondo il sistema monistico (solo organo di amministrazione).
Estremamente scarna è la disciplina dell'assemblea.
Competenze, organizzazione, svolgimento e procedure di voto sono regolate dalla legge dello Stato della sede in
tema di assemblea delle SPA.
Il regolamento prescrive che l'assemblea deve tenersi almeno una volta l’anno entro sei mesi dalla chiusura
dell'esercizio.
La legge nazionale determina a chi spetta convocare l'assemblea. Il regolamento precisa tuttavia che gli organi di
direzione e di vigilanza (nel sistema dualistico) e l'organo di amministrazione (nel sistema monistico) posso non
disporre la convocazione in qualsiasi momento.
La convocazione e l'integrazione dell'ordine del giorno spetta inoltre agli azionisti che, da soli o congiuntamente,
rappresentino almeno il 10% del capitale.
Le deliberazioni vengono prese di regola a maggioranza semplice dei voti, ma per le modificazioni dello statuto è
necessaria la maggioranza di almeno due terzi dei voti. Tali quorum si applicano solo se la legge dello Stato della
sede non prevede maggioranze più elevate.

LA GESTIONE
SISTEMA DUALISTICO→ prevede la presenza di un organo di vigilanza e di un organo di direzione.
I componenti dell'organo di vigilanza sono nominati dall'assemblea generale. Una parte di essi può essere nominata
dai dipendenti della società, se lo prevedono gli accordi per il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione.
L'organo di vigilanza esercita il controllo sulla gestione. A tal fine viene informato almeno ogni tre mesi dall'organo di
direzione sull'andamento generale degli affari sociali e sugli avvenimenti che possono avere ripercussioni sulla
situazione della società. Esso può inoltre chiedere informazioni specifiche di qualsiasi genere all'organo di direzione
ed effettuare le necessarie verifiche.
L'organo di direzione gestisce la società sotto la propria responsabilità; lo statuto può prevedere che la realizzazione
di alcune categorie di operazioni siano preventivamente autorizzate dall'organo di vigilanza.
I componenti dell'organo di direzione sono nominati e revocati dall'organo di vigilanza.
Nessuno può cumulare le cariche di componente dell'organo di direzione e di vigilanza; tuttavia, in caso di vacanza
dell'organo di direzione, l'organo di vigilanza può designare uno dei suoi membri per esercitarne le funzioni. Nel
corso di tale periodo le funzioni dell'interessato in qualità di membro dell'organo di vigilanza sono sospese.
SISTEMA MONISTICO →prevede solo un organo di amministrazione, a cui è attribuita la gestione della società. I suoi
componenti sono nominati e revocati dall'assemblea. Il regolamento non impone la costituzione in seno all'organo di
amministrazione di un comitato per il controllo sulla gestione. Per le società europee con sede in Italia, tuttavia, si
dovrà fare riferimento alla disciplina del sistema monistico delle Spa, che lo prevede.
Norme comuni ai due sistemi → gli organi restano in carica per il periodo stabilito dallo statuto, che non può
comunque essere superiore a sei anni, e sono rieleggibili.
Se lo statuto lo prevede, può essere nominata anche una società o altro ente; questi ultimi dovranno esercitare i
poteri loro attribuiti tramite un rappresentante persona fisica appositamente designato.
Non possono essere nominati, invece, i soggetti che la legge dello Stato della sede considera non eleggibili come
componenti del corrispondente organo di una SPA.
Lo statuto può fissare ulteriori condizioni di eleggibilità. Sono fatte salve le disposizioni nazionali che permettono a
una minoranza di azionisti o ad altre persone o autorità di designare una parte dei componenti degli organi.
Se non diversamente disposto dal regolamento o dallo statuto, gli organi della società europea sono validamente
costituiti quando è presente o rappresentata almeno la metà dei loro componenti, e decidono a maggioranza
semplice dei membri presenti o rappresentati.
133
La responsabilità dei componenti degli organi è disciplinata dalle corrispondenti disposizioni in tema di SPA dello
Stato della sede.
La disciplina locale della società per azioni viene richiamata anche in tema di redazione, controllo e pubblicità del
bilancio d'esercizio e consolidato.

IL COINVOLGIMENTO DEI LAVORATORI NELLA GESTIONE.


La società europea si caratterizza per la necessaria presenza di forme di coinvolgimento dei lavoratori nella gestione.
Obiettivo principale è impedire che il nuovo tipo societario venga impiegato per eludere i diritti di partecipazione alla
gestione dell'impresa che alcuni stati comunitari riconoscono ai dipendenti.
Il coinvolgimento dei lavoratori può essere attuato in forme molto diverse: può limitarsi all'obbligo di consultare e
informare periodicamente un organo di rappresentanza dei dipendenti o può arrivare fino al riconoscimento del
potere di nomina da parte dei lavoratori di alcuni componenti degli organi di gestione o di controllo della società.
La concreta determinazione delle modalità di coinvolgimento dei lavoratori è rimessa agli accordi fra i rappresentanti
dei dipendenti e gli organi competenti delle società partecipanti alla costituzione della società europea.
Infatti, quando viene stabilito il progetto di costituzione, gli organi di gestione delle società partecipanti devono
avviare la procedura di negoziazione disciplinata dalla legge. L'espletamento di tale procedura è condizione per
l'iscrizione della società europea.
A tal fine viene istituita un'apposita delegazione speciale di negoziazione, composta dai rappresentanti dei lavoratori
delle società partecipanti e delle società affiliate. La delegazione può optare in qualsiasi momento per l'applicazione
delle norme in materia di informazione e consultazione dei lavoratori vigenti negli Stati membri dove la progettata
società europea impiega personale. Altrimenti, si avviano dei negoziati che possono proseguire per sei mesi.
Esiste una disciplina a cui fare riferimento nel caso in cui non si raggiunga un accordo. Queste norme si applicano
solo se gli organi competenti di ciascuna società partecipante dichiarano di accettarle, fermo restando che, se
rifiutano, la società europea non può essere iscritta.
Le disposizioni di riferimento prevedono la costituzione di un organo di rappresentanza dei lavoratori, i suoi
componenti sono eletti o designati dai dipendenti della società europea, nonché delle società affiliate.
L'organo di rappresentanza ha diritto di essere informato e consultato almeno una volta l'anno dai competenti
organi della società europea in merito all'evoluzione delle attività e alle prospettive della società. Deve essere inoltre
informato quando si verificano circostanze eccezionali che incidono notevolmente sugli interessi dei lavoratori.
Riceve, infine, comunicazione degli ordini del giorno e delle riunioni degli organi di gestione e di controllo, nonché
copia di tutti i documenti presentati all'assemblea generale degli azionisti.
Coinvolgimento più incisivo è previsto dalle norme di riferimento se sono già presenti forme di partecipazione dei
dipendenti alla gestione nelle società che partecipano alla costituzione della società europea.
In tal caso si devono conservare nella società europea le stesse forme di partecipazione dei lavoratori preesistenti
alla costituzione (principio prima/dopo).
Ove le forme di partecipazione preesistenti siano diverse, la delegazione speciale di negoziazione decide quale deve
essere introdotta.
Non vi è obbligo di introdurre disposizioni per la partecipazione dei lavoratori se nessuna società prima della
costituzione lo prevedeva.

ALTRI ASPETTI DELLA DISCIPLINA


Il regolamento si limita a fare rinvio alla disciplina in tema di società per azioni dello Stato della sede per quanto
riguarda lo scioglimento e la liquidazione, nonché per lo stato di insolvenza e le procedure concorsuali.
Infine si prevede che la società europea possa trasformarsi in una società per azioni disciplinata dalla legge dello
Stato membro della sede, ma non prima di due anni dalla registrazione e comunque dopo l'approvazione del
secondo bilancio di esercizio.

LA SOCIETA’ COOPERATIVA EUROPEA


COSTITUZIONE.
La società cooperativa europea è una società cooperativa, dotata di personalità giuridica, in cui i soci rispondono
limitatamente o illimitatamente, a seconda di quanto previsto dallo statuto.
La società cooperativa europea è caratterizzata da scopo mutualistico. L'oggetto principale della società deve
consistere nel soddisfacimento dei bisogni e/o promozione delle attività economiche e sociali dei propri soci,
mediante l'instaurazione con gli stessi di rapporti mutualistici.
Lo statuto può consentire che la società operi anche con terzi.
134
Devono partecipare alla costituzione della società cooperativa europea almeno 5 soci, che possono essere persone
fisiche, società o altri enti. I soci fondatori devono presentare un legame con almeno due ordinamenti nazionali
diversi affinché risulti giustificato l'impiego di un tipo societario europeo.
In alternativa la società cooperativa può nascere:
a) per fusione fra cooperative costituite secondo la legge di uno Stato membro, purché le stesse abbiano sede
nella comunità e siano soggette ad almeno due ordinamenti nazionali diversi
b) per trasformazione di una cooperativa costituita secondo la legge di uno Stato membro, che abbia sede nella
comunità e possegga da almeno due anni una succursale o una controllata soggetta alla legge di un altro
Stato membro.
I procedimenti di costituzione mediante fusione e trasformazione ricalcano la disciplina della società europea.
I fondatori redigono l'atto costitutivo e lo statuto della società cooperativa europea contenente le indicazioni
prescritte dal regolamento comunitario. Fra le altre cose va indicato il capitale sottoscritto, che non può essere
inferiore a 30.000 €.
In Italia l'atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico e il procedimento di costituzione termina con
l'iscrizione della società nel registro delle imprese.
La disciplina dei conferimenti si ispira a quella delle SPA. Possono essere conferiti gli elementi dell'attivo suscettibili
di valutazione economica, ad eccezione delle prestazioni di opere o servizi.
Le quote non possono essere emesse per importo inferiore al loro valore nominale. I conferimenti in denaro devono
essere versati almeno per il 25% al momento della sottoscrizione. I conferimenti in natura devono essere
integralmente liberati al momento della sottoscrizione, e sono soggetti a stima secondo le regole previste per la spa.

LE PARTECIPAZIONI SOCIALI
Le partecipazioni dei soci nella società cooperativa europea sono rappresentate da quote obbligatoriamente
nominative. È ammessa la creazione di categorie speciali di quote dotate di diritti diversi, tuttavia il regolamento
comunitario prevede che nell'ambito della medesima categoria le quote abbiano tutte lo stesso valore nominale e
attribuiscano gli stessi diritti.
La facoltà di introdurre categorie speciali di quote consente anche nella cooperativa europea la presenza di soci
sovventori, i quali non sono interessati agli scambi mutualistici.
A questi soci è possibile riservare i privilegi nella partecipazione agli utili, nonché una rappresentanza negli organi di
gestione e di vigilanza fino ad un quarto dei componenti di tali organi. Può inoltre essere loro attribuito fino ad un
quarto dei voti nell'assemblea dei soci.
L'ingresso di nuovi soci in società può avvenire mediante trasferimento delle quote esistenti, oppure sottoscrizione
di quote di nuova emissione.
In quest'ultimo caso, il relativo aumento di capitale non richiede il procedimento di modifica dello statuto perché il
capitale della società cooperativa europea è variabile.
Lo statuto può subordinare l'ammissione di nuovi soci a particolari condizioni, come la sottoscrizione di una quota
minima di capitale o il possesso di ulteriori requisiti attinenti all'oggetto della società.
L'acquisto della qualità di socio cooperatore è soggetto ad approvazione dell'organo amministrativo. In caso di
rifiuto, la decisione può essere impugnata davanti all'assemblea. L'ammissione dei soci sovventori è invece
deliberata direttamente dall'assemblea generale.
La qualità di socio si perde (oltre che per alienazioni di tutte le quote) per morte, recesso o esclusione.
Il diritto di recedere spetta in ogni caso al socio che ha votato contro una modifica statutaria che:
a) impone ai soci di effettuare nuovi versamenti o altre prestazioni a favore della società
b) prolunga il termine di preavviso di recesso ad oltre 5 anni
può inoltre recedere il socio che si è opposto al trasferimento della sede all'estero.
Il recesso va dichiarato entro due mesi dalla delibera contestata.
L'esclusione colpisce di diritto il socio fallito e gli enti che si sciolgono.
Può inoltre essere escluso il socio gravemente inadempiente ai propri obblighi o che compie atti in contrasto con
l'interesse della società.
In caso di scioglimento del rapporto sociale per morte, recesso o esclusione, il socio ha diritto esclusivamente al
rimborso del valore nominale della quota, al netto di eventuali perdite di capitale.
Condizioni del rimborso è che il capitale della società non si riduca al di sotto del minimo legale, altrimenti il
pagamento resta sospeso.
Tutte le modifiche della compagine sociale devono essere iscritte nel libro dei soci e sono opponibili alla società e ai
terzi solo dopo l'iscrizione.
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Oltre che con l'emissione di quote, la società cooperativa europea può finanziarsi mediante l'emissione di
obbligazioni o di altri titoli che non attribuiscono la qualità di socio, nè il diritto di voto.

GLI ORGANI
La società cooperativa europea può essere organizzata secondo il sistema dualistico oppure monistico. La disciplina
degli organi di amministrazione e di controllo è identica a quella della società europea.
Se ne discosta invece la disciplina dell'assemblea, per l'esigenza di dare espressione ai tradizionali principi del diritto
cooperativo. E in primo luogo alla regola del voto capitario: ad ogni socio è attribuito un voto, qualunque sia il
numero di quote che detiene.
Se la legge dello Stato della sede lo permette, si può attribuire una parte dei voti in ragione della partecipazione dei
soci allo scambio mutualistico, ma non più di 5 voti a testa.
Possono inoltre essere attribuiti più voti anche ai soci persone giuridiche e ai soci sovventori, ma non più del 25% del
totale.
L'assemblea deve riunirsi almeno una volta l'anno, entro sei mesi dalla chiusura dell'esercizio per l'approvazione del
bilancio e la destinazione degli utili. E inoltre convocata dall'organo amministrativo nel qualvolta nei ravvisi la
necessità, ovvero quando ne faccia richiesta l'organo di vigilanza o una minoranza qualificata di soci, la quale può
chiedere anche l'integrazione dell'ordine del giorno dell'assemblea.
La convocazione deve avvenire con preavviso di almeno 30 giorni mediante comunicazione scritta.
Per incentivare la partecipazione attiva dei soci alla vita della società, è consentito loro di farsi rappresentare
nell'assemblea generale, inoltre lo statuto può consentire il voto per corrispondenza.
Nelle cooperative di maggiori dimensioni e in quelle che hanno più sedi o esercitano diverse attività, lo statuto può
prevedere e disciplinare lo svolgimento di assemblee separate o settoriali, a cui si applicano le stesse norme dettate
per l'assemblea generale.
In questo caso l'assemblea generale è composta dai delegati eletti dalle assemblee separate.
I quorum assembleari sono fissati dallo statuto. Per le modifiche dello statuto il regolamento precisa che in prima
convocazione è necessaria la partecipazione di almeno la metà dei soci, e la maggioranza di almeno i due terzi dei
voti. In seconda convocazione non è richiesto alcun quorum costitutivo.

DESTINAZIONE DEGLI UTILI. SCIOGLIMENTO


La cooperativa europea può attribuire ristorni ai propri soci in proporzione degli scambi mutualistici realizzati con
ciascuno, mentre viene limitata la remunerazione del capitale mediante la distribuzione di utili.
Le cooperative europee con sede in Italia devono rispettare i vincoli obbligatori alla destinazione degli utili imposti
dalla nostra legge alle società cooperative: accantonamento del 30% degli utili a riserva legale e devoluzione di
un'ulteriore 3% ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.
La destinazione degli utili residui e delle riserve disponibili viene determinata dall'assemblea che approva il bilancio.
I restanti profili della società cooperativa europea sono regolati mediante rinvio alla disciplina delle cooperative
dettata dallo stato della sede: in particolare per quanto riguarda il bilancio, la revisione legale dei conti, lo
scioglimento e le procedure di insolvenza.
Il regolamento si limita a precisare che la società cooperativa europea deve essere posta in liquidazione quando
risulti che la stessa è stata costituita in violazione dei casi consentiti o non rispetti il limite del minimo di capitale, o
infine non osservi l'obbligo di far coincidere nello stesso stato la sede legale e quella reale.
A ciò provvede l'autorità prevista dalla legge dello Stato della sede, su richiesta di qualsiasi interessato o di un
organo pubblico, se la cooperativa non regolarizza la propria condizione entro un termine assegnato.
Il residuo attivo di liquidazione viene devoluto per finalità altruistiche, dedotto solo quanto necessario per il
rimborso del capitale ai soci.
Infine, si prevede che la società cooperativa europea possa trasformarsi in una società cooperativa nazionale dello
Stato membro della sede, ma non prima di due anni dalla registrazione e comunque dopo l'approvazione del
secondo bilancio di esercizio.

136
CAPITOLO QUARANTAQUATTRO
LA CRISI DELL’IMPRESA.

LA COMPOSIZIONE NEGOZIATA DELLA CRISI.


A. IL SISTEMA DELLE PROCEDURE CONCORSUALI
1. Crisi dell’impresa e procedure concorsuali
La crisi economica dell’impresa e il conseguente dissesto patrimoniale dell’imprenditore sono eventi che
coinvolgono una gran massa di creditori. Sono eventi che possono innescare una serie di dissesti a catena. I creditori
sono a loro volta imprenditori e la mancata realizzazione del credito concesso può provocare, la crisi economica delle
loro imprese. Sono eventi che possono coinvolgere interessi collettivi. Quindi, i mezzi di tutela previsti
dall’ordinamento nei confronti dei creditori, ad esempio, l’azione esecutiva individuale sui beni del debitore, si
rivelano insufficienti ed inadeguati.
Per questo la legge prevede una serie di procedure concorsuali, inizialmente rivolte all’imprenditore commerciale
non piccolo, dopodiché sono state introdotte ulteriori modelli rivolti a tutti gli altri tipi di debitore.
Pur presentando significativi profili di diversità, esse sono tutte procedure:
• Generali: coinvolgono tutto il patrimonio del debitore e non singoli beni;
• Collettive: coinvolgono tutti i creditori alla data in cui il dissesto è accertato e mirano ad assicurare la parità di
trattamento degli stessi.

2. Evoluzione del sistema.


Per circa ottant’anni le procedure concorsuali sono state regolate in Italia dalla c.d. legge fallimentare, al centro del
sistema vi era la procedura di fallimento.
Il fallimento era una procedura giudiziaria mirante a liquidare il patrimonio dell’imprenditore insolvente e a
ripartirne il ricavato fra i creditori, secondo la parità di trattamento.
Tale ottica ignorava l’esigenza di dissociare la sorte dell’imprenditore insolvente da quella del complesso produttivo
in crisi.
A partire dal 2005, sono iniziate riforme frequenti della legge fallimentare, introducendo maggiore efficienza volte a
liquidare ed escludere dal mercato l’imprenditore insolvente e risanare l’impresa in crisi.

3. …al codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza


Nel 2022, dopo una lunghissima vacatio legis, è entrato in vigore il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
Il codice ha rinominato il fallimento in “procedura di liquidazione giudiziale”, per segnalare il definitivo abbandono di
ogni implicazione per l’imprenditore che vi viene assoggettato.
Composizione del nuovo sistema delle procedure concorsuali:
1) Liquidazione giudiziale: riservata agli imprenditori commerciali che superano determinate soglie dimensionali e
versano in stato di insolvenza;
2) Concordato preventivo: piano approvato dai creditori finalizzato al risanamento oppure alla liquidazione del
complesso aziendale, a cui possono accedere gli imprenditori commerciali “non minori” in stato di crisi o di
insolvenza.
3) Accordi di ristrutturazione dei debiti: basato su un accordo fra il debitore ed una maggioranza di creditori
qualificati, utilizzabile dall’imprenditore agricolo e commerciale, in stato di crisi o di insolvenza.
4) Convenzione di moratoria: è un accordo stragiudiziale con cui si pattuisce una dilazione della scadenza dei crediti.
Se approvato da una maggioranza qualificata dei creditori appartenenti ad una categoria, produce effetto anche nei
confronti dei creditori dissenzienti della medesima categoria.
5) Liquidazione coatta amministrativa: è una procedura liquidatoria a carattere amministrativo
6) Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi: procedura concorsuale mista applicabile al posto della
liquidazione giudiziale per le imprese che superano determinate soglie dimensionali e presentano prospettive di
risanamento.
Vi sono infine le tre procedure “da sovraindebitamento”:
7) Liquidazione controllata del sovraindebitato: procedura giudiziaria che mira a liquidare il patrimonio del debitore
e a ripartirne il ricavato fra i creditori (procedura al pari della liquidazione giudiziale);
8) Concordato minore: affine al concordato preventivo, finalizzato al raggiungimento di una soluzione concordata
della crisi mediante un accordo fra debitore e creditori;

137
9) Ristrutturazione dei debiti del consumatore: procedura riservata ai consumatori incolpevoli del proprio
sovraindebitamento

B. GLI STRUMENTI DI EMERSIONE ANTICIPATA DELLA CRISI.


LA COMPOSIZIONE NEGOZIATA DELLA CRISI.
[Link] assetti organizzativi adeguati. Le segnalazioni per l’emersione anticipata della crisi.
Per stimolare l'emersione anticipata della crisi, il nuovo codice prevede una strategia basata su due pilastri:
1) L’autovigilanza: l’imposizione al debitore di una serie di doveri di organizzazione e di vigilanza al fine di
riconoscere tempestivamente l’esistenza di uno stato di crisi e attivare le iniziative necessarie a superarlo;
2) Le segnalazioni di allerta che gli organi di controllo interno devono far pervenire al debitore quando rilevano
determinati segnali di crisi stabiliti dalla legge.
Esaminando il primo pilastro, è importante che il debitore stesso prenda consapevolezza quanto prima di versare in
una condizione di crisi finanziaria tale da richiedere l’assunzione di opportune misure di risanamento, perché solo lui
può attivare gli strumenti previsti dalla legge per superarla.
Per stato di crisi si intende: il debitore che, pur essendo al momento ancora in grado di far fronte alle proprie
obbligazioni, probabilmente non disporrà della liquidità sufficiente per adempiere regolarmente i pagamenti in
scadenza nell’arco dei successivi dodici mesi.
Tutti gli imprenditori devono adottare misure idonee a rilevare tempestivamente lo stato di crisi e assumere le
iniziative idonee a farvi fronte.
Esaminando il secondo pilastro, vengono distinte in “allerta interna” ed in “allerta esterna”.
L’allerta interna consiste nell’obbligo dell’organo di controllo interno di segnalare per iscritto all’organo
amministrativo la sussistenza di presupposti di crisi.
L’allerta esterna riguarda tutti gli imprenditori. I soggetti obbligati a dare l'allerta sono: l'agenzia delle entrate,
l'agenzia delle entrate-riscossione, l’INPS, l’INAIL. Tali enti sono tenuti ad inviare una segnalazione al debitore
quando l'esposizione dello stesso nei loro confronti ha superato determinate soglie di rilevanza.
L'imprenditore che riceve la segnalazione di allerta (interna o esterna) è obbligato a tenere diligentemente conto di
doveri di autovigilanza e di intervento precoce.

5.I piani di rateizzazione automatici. I piani di risanamento attestati.


L’imprenditore che prende consapevolezza di versare in crisi finanziaria può trovare informazioni di primo
orientamento presso la nuova piattaforma telematica nazionale per la composizione negoziata e per la soluzione
delle crisi d'impresa, gestita dal sistema delle camere di commercio.
Sulla piattaforma è disponibile un programma che elabora i dati necessari per accertare la sostenibilità del debito
esistente; se l'indebitamento dell'imprenditore non supera l'importo di 30.000 € e sulla base del test effettuato tale
debito risulta sostenibile, il programma informatico elabora automaticamente un piano di rateizzazione.
A questo punto, opera un meccanismo di silenzio-assenso: l'imprenditore può comunicare la rateizzazione ai
creditori interessati con l'avviso che, se non manifestano il proprio dissenso entro 30 giorni dalla ricezione, il piano si
intenderà approvato e verrà eseguito nei termini indicati.
È molto più probabile che l’indebitamento superi la soglia prevista dalla rateizzazione. In questo caso l’imprenditore,
se non intende ancora presentare domanda di ammissione ad una procedura concorsuale, può tentare la strada del
risanamento.
Può avvalersi delle indicazioni contenute nella lista di controllo (check list), disponibile sulla piattaforma telematica
nazionale.
La check list è un documento che recepisce le migliori prassi operative di redazione dei piani di risanamento di
impresa.
Il programma di azione può beneficiare di effetti protettivi se viene redatto nella forma di un piano attestato di
risanamento. Il piano attestato di risanamento è predisposto unilateralmente dall'imprenditore in stato di crisi o di
insolvenza che appare idoneo a consentire il risanamento dell'esposizione debitoria e assicurare il riequilibrio della
situazione finanziaria.
Il piano deve indicare:
• le ragioni della crisi;
• le azioni da compiersi;
• tempi di attuazione;
• Strumenti da adottare in caso di scostamenti rispetto al programma
• risorse destinate al soddisfacimento dei creditori estranei alla rinegoziazione programmata.
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La veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano devono essere attestate da un professionista indipendente
designato dal debitore.
L’attestatore deve essere iscritto nel registro dei revisori legali; non deve essere legato all'impresa o a coloro che
hanno interesse all'operazione di risanamento.
L'importante caratteristica di questo strumento è che, qualora il tentativo di risanamento fallisca e sopraggiunga
l'apertura della liquidazione giudiziale, i pagamenti e le operazioni compiute in esecuzione del piano non configurano
reato di bancarotta e inoltre non possono essere revocati.

6. La composizione negoziata della crisi


Introdotta nel 2022, prevede la nomina di un esperto in funzione di facilitatore delle negoziazioni fra un
imprenditore in difficoltà economica e i suoi creditori al fine di conseguire il risanamento dell’impresa.
Può presentare domanda di nomina dell’esperto qualsiasi imprenditore quando:
a) si trova in condizioni che rendono probabile la crisi.;
b) sia ragionevolmente perseguibile il risanamento dell’impresa
c) non sia in corso nei confronti dell’imprenditore il procedimento dell’apertura di una procedura
concorsuale.
L’istanza va presentata alla Camera di commercio tramite la piattaforma telematica nazionale; inoltre va allegato il
progetto di piano di risanamento predisposto dal debitore, oltre ad una serie di documenti.
L’istanza può anche essere presentata collettivamente da più imprese appartenenti allo stesso gruppo.
L’esperto viene nominato tra gli iscritti in un apposito elenco degli esperti in composizione negoziata della crisi.
Egli deve conservare la riservatezza delle informazioni acquisite nell’esercizio delle sue funzioni.
Uno dei suoi compiti è anche verificare la coerenza complessiva delle informazioni fornite dall’imprenditore, anche
mediante l’accesso alle banche dati dell’Agenzia delle entrate etc.
Inoltre, l’imprenditore ha la possibilità di chiedere l’applicazione di misure protettive del proprio patrimonio, in
modo da poter svolgere le trattative al riparo dalle azioni recuperatorie dei creditori.
L’istanza è pubblicata nel registro delle imprese unitamente alla notizia dell’accettazione dell’esperto.
Le misure richieste diventano efficaci dal giorno della pubblicazione, ma sono soggette a successiva convalida del
tribunale.
Il tribunale provvede inoltre a determinare la durata delle misure protettive e in qualunque momento può
abbreviarle o revocarne gli effetti.
Gli effetti delle misure protettive sono:
1) I creditori non possono acquisire diritti di prelazione non concordati con l'imprenditore, ne possono iniziare o
proseguire azioni esecutive e cautelari sul suo patrimonio;
2) i creditori non possono esercitare i rimedi contrattuali per l'inadempimento per il solo fatto del mancato
pagamento di crediti anteriori rispetto alla pubblicazione della domanda di misure protettive;
3) fino alla conclusione delle trattative non può essere pronunciata la sentenza di apertura della liquidazione
giudiziale,
Nel corso delle trattative, l'imprenditore conserva la gestione dell'impresa e può compiere tutti gli atti di ordinaria e
straordinaria amministrazione.
Deve però astenersi dal compiere atti che pregiudicano interessi dei creditori e deve gestire l'impresa in crisi in
modo da evitare pregiudizio alla sostenibilità economico finanziaria delle attività.
Gli atti compiuti dall’imprenditore dopo l’accettazione dell’esperto non sono soggetti alla revocatoria concorsuale
degli atti normali, se in seguito viene aperta la liquidazione giudiziale.
Qualora l'imprenditore intenda compiere atti di straordinaria amministrazione non coerenti alle prospettive di
risanamento, deve informare l'esperto.
L'operazione può essere compiuta nonostante l'opposizione dell'esperto, ma se pregiudica gli interessi dei creditori,
l'esperto è tenuto a rendere pubblico il proprio dissenso e lo segnala al tribunale per l'eventuale revoca delle misure
protettive.
L'imprenditore può però presentare istanza al tribunale che può consentire:
a) di contrarre finanziamenti;
b) effettuare trasferimenti di azienda esonerando il cessionario da responsabilità per i debiti aziendali.

139
Svolgimento della composizione negoziata.
Avviene in maniera informale sotto l'impulso dell'esperto. Dopo l'accettazione dell'incarico, l'esperto deve
convocare l'imprenditore per valutare l'esistenza di prospettive di risanamento.
Se al termine dell'incontro, egli arriva alla conclusione che non ve ne sono, chiede l'archiviazione dell'istanza di
composizione negoziata.
Se invece il risanamento è possibile, l'esperto incontra anche le altre parti e prospetta le possibili strategie di
intervento.
Le parti coinvolte nelle trattative sono libere di non aderire alle proposte ricevute; Sono tuttavia tenute a
collaborare lealmente con l'imprenditore e l'esperto.
Le trattative possono proseguire fino a 180 giorni dall'accettazione dell'incarico dell'esperto, prorogabili di altri 180.
Se è scaduto il termine e le parti non hanno individuato una soluzione, l'incarico dell'esperto si considera concluso.
L'esperto redige una relazione finale, ne dà comunicazione al tribunale per la revoca delle misure protettive.
L'archiviazione comporta l'impossibilità di presentare una nuova domanda di composizione negoziata prima di un
anno.
Nel caso in cui la composizione negoziata sia andata a buon fine, il risultato è un contratto fra l'imprenditore ed uno
o più creditori che consentano di superare la crisi.

CAPITOLO QUARANTACINQUE
LA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE
1.I presupposti della liquidazione giudiziale
Presupposti soggettivi:
a) la qualità di imprenditore commerciale del debitore;
b) lo stato di insolvenza dello stesso;
c) il superamento di almeno uno dei limiti dimensionali;
d) la presenza di inadempimenti complessivamente superiori all’importo fissato dalla legge.
In merito a tali presupposti va puntualizzato che l’ambito di applicazione della liquidazione giudiziale subisce alcune
limitazioni, in quanto:
1) la liquidazione giudiziale è sostituita dalla liquidazione coatta amministrativa per alcune categorie di
imprenditori;
2) la liquidazione giudiziale cede il passo all’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di
insolvenza quando ricorrono i presupposti specifici per l’applicazione di tale procedura;
3) gli enti pubblici sono esonerati dalla liquidazione giudiziale, restando soggetti alla liquidazione coatta
amministrativa;
4) le start-up innovative sono soggette solo alle procedure concorsuali delle crisi da sovraindebitamento.

Primo presupposto oggettivo è lo stato di insolvenza dell’imprenditore.


È insolvente quando non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. Situazione patologica ed
irreversibile che coinvolge l’intero patrimonio.
L’insolvenza può manifestarsi anche indipendentemente dagli inadempimenti attraverso altri fatti esteriori
(pagamenti con mezzi anormali; fuga o latitanza).
Quindi, lo stato di insolvenza è diverso dall’inadempimento. Un imprenditore può aver soddisfatto tutti i suoi debiti
ed essere ciò nonostante insolvente, se lo ha fatto con mezzi anormali. Viceversa, non è insolvente l’imprenditore
che ha mezzi patrimoniali liquidi e non paga. Non è insolvente l’imprenditore che non paga per cause che
comportano solo una temporanea difficoltà di adempimento.
La cessazione dell’attività di impresa o la morte dell’imprenditore non impediscono la liquidazione giudiziale.
Può essere aperta solo se non è trascorso più di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese.

2.L’apertura della liquidazione giudiziale


È aperta su ricorso presentato da uno dei soggetti legittimati:
1) uno o più creditori;
2) il debitore;
3) il pubblico ministero;
4) gli organi di controllo interno.
Il processo per l’apertura della liquidazione giudiziale è a carattere inquisitorio.

140
L’iniziativa del debitore costituisce di regola una facoltà dello stesso e l’imprenditore può aver interesse a provocare
l’apertura della liquidazione giudiziale per sottrarsi ad una serie di azioni esecutive individuali in atto.
La richiesta di liquidazione giudiziale diventa però un obbligo quando l’inerzia provoca l’aggravamento del dissesto.
L’imprenditore che chiede l’apertura della liquidazione giudiziale deve depositare presso la cancelleria del tribunale
una serie di documenti; è così agevolato l’accertamento da parte del tribunale dei presupposti per l’apertura della
procedura e delle prospettive di esercitare azioni revocatorie.
Il pubblico-ministero ha il potere-dovere di chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale nel caso in cui ha notizia
dell’esistenza di uno stato di insolvenza.
Competente per l’apertura della liquidazione è il tribunale nel cui territorio l’imprenditore ha il centro degli interessi
principali: cioè il luogo in cui il debitore gestisce i suoi interessi in modo abituale e riconoscibile dai terzi.
Le regole del codice della crisi limitano le conseguenze derivanti dall'incompetenza del tribunale adito.
Infatti, la procedura è immediatamente trasferita d'ufficio al tribunale competente e tutti gli atti precedentemente
compiuti restano validi.
Il codice della crisi disciplina un procedimento speciale, caratterizzato da maggiore semplicità di forme rispetto al rito
ordinario.
Il debitore e l'autore del ricorso devono essere sentiti in udienza; possono intervenire nel procedimento anche il
pubblico ministero e gli altri soggetti legittimati.
Il tribunale è dotato di poteri inquisitori e perciò può disporre di ufficio di tutti i mezzi istruttori che ritiene opportuni
al fine di accertare esistenza dei presupposti per l'apertura della liquidazione giudiziale.
Misure cautelari: Il tribunale, su istanza di parte, può emettere i provvedimenti cautelari che appaiono più idonei ad
assicurare gli effetti della sentenza che dichiara l'apertura della liquidazione, ovvero: sequestro giudiziario
dell'azienda e la nomina di un custode oppure il divieto di compiere atti dispositivi.
Misure protettive: il debitore che domanda la propria liquidazione può contestualmente richiedere il blocco delle
azioni esecutive dei creditori sul suo patrimonio, così anticipando un effetto che si produce solamente con l'apertura
della procedura concorsuale.
Sono esclusi dall'applicazione di misure protettive i diritti di credito dei lavoratori.
Rigetto della domanda: se il tribunale ritiene di non dover accogliere la domanda, provvede con decreto motivato.
L'apertura della liquidazione giudiziale è dichiarata dal tribunale con sentenza.
Quest'ultima contiene alcuni provvedimenti necessari:
• nomina il giudice delegato ed il curatore preposti alla liquidazione giudiziale;
• ordina al debitore il deposito dei bilanci, libri sociali etc.;
• Autorizza il curatore a procurarsi presso terzi informazioni e documenti e relativi ai rapporti con l'impresa debitrice.
La sentenza viene comunicata d'ufficio al debitore, al pubblico ministero e a coloro che hanno presentato la
domanda.
È inoltre resa pubblica mediante iscrizione nel registro delle imprese.
La sentenza è immediatamente esecutiva fra le parti del processo dalla data del deposito in cancelleria.
Invece, gli effetti nei riguardi dei terzi si producono solo dalla data di iscrizione del provvedimento nel registro delle
imprese.

[Link] Reclamo. La revoca della liquidazione giudiziale.


Possono proporre reclamo contro la sentenza che dichiara l'apertura della liquidazione il debitore e qualsiasi
interessato.
Procedimento: il ricorso deve essere depositato presso la Corte d'appello entro 30 giorni che decorrono per le parti
dalla data di notificazione del provvedimento impugnato e per tutti gli altri interessati dalla data di iscrizione dello
stesso.
L'impugnazione non sospende gli effetti della sentenza, anche se la Corte può disporre in tutto o in parte la
sospensione temporanea delle attività della procedura concorsuale.
Anche per il reclamo, la legge delinea un procedimento speciale molto semplificato, al fine di accelerare i tempi della
decisione.
Nel giudizio di reclamo si dibatte sugli eventuali vizi del procedimento di primo grado e sui presupposti della
liquidazione, se esistevano o meno all'epoca della relativa sentenza di apertura.
Contro la sentenza di reclamo si può proporre ricorso nel termine di 30 giorni dalla notificazione d'ufficio del
provvedimento.
Con la sentenza che accoglie il reclamo la liquidazione giudiziale è revocata.

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Il provvedimento è pubblicato nel registro delle imprese e da quel momento il debitore recupera l'amministrazione
dei propri beni.

[Link] organi della liquidazione giudiziale.


TRIBUNALE FALLIMENTARE: il tribunale che ha dichiarato aperta la liquidazione è investito dell’intera procedura.
In particolare:
a) Nomina il giudice delegato e il curatore;
b) Decide le controversie relative alla procedura che non sono di competenza del giudice delegato
c) Può chiedere chiarimenti ed informazioni al curatore, al debitore e ai creditori.
Tutti questi provvedimenti sono adottati dal tribunale con decreto, contro il quale è possibile presentare reclamo.
GIUDICE DELEGATO: vigila sulle operazioni della liquidazione giudiziale e controlla la regolarità della procedura.
In particolare:
a) Nomina e revoca i componenti del comitato dei creditori;
b) Forma lo stato passivo della liquidazione giudiziale e lo rende esecutivo con proprio decreto;
c) Autorizza il curatore a stare in giudizio;
d) Decide sui reclami proposti contro gli atti del curatore e del comitato dei creditori;
e) Emette o provoca provvedimenti per la conservazione del patrimonio.
I decreti del giudice sono adottati con decreto motivato, impugnabile con reclamo.
CURATORE: è l’organo preposto all’amministrazione del patrimonio compreso nella liquidazione giudiziale e compie
tutte le operazioni della procedura nell’ambito delle funzioni ad esso attribuite.
È investito della qualità di pubblico ufficiale.
Viene nominato dal tribunale con la sentenza che dichiara aperta la liquidazione giudiziale.
Deve essere prescelto fra gli iscritti in un apposito albo tenuto dal Ministero della giustizia.
Il curatore può essere revocato in ogni tempo dal tribunale, anche di ufficio.
Non appena insediato, il curatore è chiamato ad accertarsi sulle ragioni dell’insolvenza e sul comportamento del
debitore.
Entro 60 gg dal decreto che rende esecutivo lo stato passivo, il curatore deve presentare al giudice delegato una
relazione sulle cause del dissesto e sulle eventuali responsabilità del debitore o di terzi.
La funzione centrale del curatore è quella di conservare, gestire e realizzare il patrimonio della procedura sotto la
vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori.
COMITATO DEI CREDITORI: composto da tre o cinque membri scelti fra i creditori in modo da essere rappresentati.
L’organo è nominato dal giudice delegato entro trenta giorni dalla sentenza che ha aperto la liquidazione giudiziale.
Le funzioni del comitato sono: vigilare sull’operato del curatore, ne autorizza gli atti ed esprime pareri su richiesta
del tribunale o del giudice delegato.
Il parere espresso dal comitato non è vincolante.
Inoltre, il comitato autorizza il curatore a compiere una serie di atti di straordinaria amministrazione.
Il comitato dei creditori può sempre ispezionare le scritture contabili ed i documenti della procedura.
Il comitato può presentare istanza al tribunale per la revoca del curatore.
I componenti del comitato sono soggetti a responsabilità secondo le regole previste per i sindaci di società per azioni
(però non trova applicazione la norma sulla responsabilità solidale).
Contro gli atti del comitato, ma anche del curatore, ogni interessato può proporre reclamo al giudice delegato entro
otto giorni dalla conoscenza dell’atto.

[Link] della liquidazione giudiziale per il debitore: effetti patrimoniali.


Gli effetti nei confronti del debitore possono distinguersi in effetti patrimoniali, personali e penali.
EFFETTI PATRIMONIALI: Con la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale il debitore perde
l’amministrazione e la disponibilità dei suoi beni, che passano al curatore. Lo spossessamento colpisce tutti i beni ed i
diritti esistenti nel patrimonio del debitore, eccezion fatta:
a) I beni ed i diritti di natura personale;
b) Gli assegni di carattere alimentare, stipendi, pensioni, salari
c) I frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli
d) Le cose che non possono essere pignorate (vestiti)
Il curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, può decidere di non acquisire i beni sopravvenuti
quando ritenga che il loro valore sia inferiore alle passività da soddisfare. Del pari, il curatore, previa autorizzazione,

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può decidere di non acquisire all’attivo un bene esistente nel patrimonio del debitore alla data di apertura della
liquidazione, o rinunciare a liquidarlo se appare manifestamente antieconomica (c.d. derelizione).
In questo caso il bene ritorna nella disponibilità del debitore.
Con la dichiarazione di apertura, il debitore non perde la capacità di agire, né perde la proprietà oggetto dello
spossessamento, finquando non sia trasferita a terzi con atti di disposizione dell’amministrazione della procedura.
Però gli atti posti in essere dal debitore sono inefficaci rispetto alla massa dei creditori, se hanno per oggetto beni e
diritti ricompresi nello spossessamento, dato che degli stessi il debitore non può disporre durante la liquidazione.
Quindi le obbligazioni assunte dal debitore con tali atti potranno esser fatte valere dopo la chiusura della
liquidazione.
Infine, il debitore non può stare in giudizio, né come attore né come convenuto; in suo luogo starà in giudizio il
curatore.

[Link] personali e penali.


Il debitore vede limitati alcuni diritti civili garantiti dalla Costituzione:
• il diritto al segreto epistolare: la corrispondenza continua ad essere recapitata al debitore, il quale però ha l’obbligo
di consegnare al curatore quella riguardante la liquidazione giudiziale;
• diritto alla libertà di movimento: il debitore è tenuto a comunicare al curatore ogni cambiamento di residenza o
domicilio.
Queste limitazioni cessano con la chiusura della liquidazione giudiziale.
Incapacità civile e politiche: non può essere amministratore, sindaco, revisore, non può essere iscritto all’albo degli
avvocati o commercialisti.
Sanzioni penali per atti compiuti prima o dopo l’apertura della procedura.
I principali reati sono:
a) bancarotta fraudolenta che comprende una serie di fatti caratterizzati dal dolo dell’imprenditore;
b) bancarotta semplice riguarda fatti commessi dall’imprenditore solo con colpa;
c) ricorso abusivo al credito: reato di chi ricorre o continua a ricorrere al credito dissimulando il proprio dissesto.

[Link] della liquidazione giudiziale per i creditori.


La liquidazione giudiziale è diretta a soddisfare tutti coloro che sono creditori del debitore al momento della
dichiarazione di apertura della procedura.
Dalla data di apertura della procedura i creditori del debitore diventano creditori concorsuali; posso procedere a
realizzare il loro credito solo attraverso la procedura concorsuale.
I creditori concorsuali acquistano però il diritto di partecipare alla ripartizione dell'attivo solo in seguito ad
accertamento giudiziale del loro credito.
Diventano così creditori concorrenti.
I creditori non sono tutti sullo stesso piano, da qui la distinzione fra creditori chirografari e creditori privilegiati.
I creditori privilegiati hanno diritto di prelazione sul ricavato della vendita del bene oggetto della loro garanzia.
I creditori chirografari partecipano solo alla ripartizione dell'attivo non gravato da vincoli.
Si definiscono infine creditori postergati quelli che devono essere soddisfatti dopo il pagamento dei creditori
chirografari.
Dai creditori concorrenti (privilegiati, postergati o chirografari) vanno tenuti distinti i creditori della massa, i cui
crediti devono essere soddisfatti in prededuzione: ovvero prima dei creditori concorrenti.
Quindi per tale tipo di creditori non opera la Par condicio creditorum.
Sono crediti prededucibili quelli così qualificati da una specifica disposizione di legge.
Ora vediamo in dettaglio gli effetti che la dichiarazione giudiziaria produce per i creditori concorsuali.
Due sono i principi cardine al riguardo:
a) Ogni credito (salvo i prededucibili) deve essere accertato secondo le norme fissate per la formazione dello Stato
passivo;
b) dal giorno della dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale nessuna azione esecutiva individuale può
essere iniziata o proseguire sui beni compresi nella procedura. Il divieto di azioni esecutive individuali subisce alcune
eccezioni:
1. I creditori garantiti da pegno o assistiti da privilegio speciale su mobili con diritto di ritenzione possono essere
autorizzati dal giudice delegato alla vendita dei beni vincolati o farseli assegnare in pagamento;
2. I creditori garantiti da pegno mobiliare non possessorio possono citare la garanzia nelle forme previste dalla legge
speciale dopo l’ammissione al passivo con prelazione;
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3. Le banche possono iniziare o proseguire l’azione esecutiva individuale sugli immobili ipotecati a garanzia di
operazioni di credito fondiario.
La determinazione dei crediti può comportare modifiche della posizione sostanziale dei creditori per la necessità di
fissare l'intera situazione debitoria dell'imprenditore.
I debiti pecuniari del debitore si considerano scaduti alla data di dichiarazione di apertura della liquidazione
giudiziale.
Altra regola importante è che i creditori partecipano al concorso per l'importo che il loro credito ha al momento
della dichiarazione di apertura.
Inoltre, l'apertura della liquidazione giudiziaria sospende il corso degli interessi, eccezion fatta per i crediti privilegiati
e per i crediti prededucibili.

7. Effetti della liquidazione giudiziale sugli atti pregiudizievoli ai creditori.


Per tutelare la massa dei creditori contro gli atti che l'imprenditore compie nell'intervallo fra il momento in cui si
manifesta lo stato insolvenza e la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale, il legislatore regola l'azione
revocatoria.
L'azione revocatoria ordinaria è esercitabile anche in caso di liquidazione giudiziale, però concorre anche la disciplina
specifica della revocatoria concorsuale.
Il principio generale è che tutti gli atti posti in essere dall'imprenditore in stato di insolvenza si presumono
pregiudizievoli per i creditori perché idonei ad alterare la par condicio creditorum.
I presupposti della revocatoria concorsuale sono:
1) presupposto oggettivo: lo stato di insolvenza dell'imprenditore;
2) presupposto soggettivo: la conoscenza dello Stato di insolvenza da parte del terzo.
La posizione del curatore è agevolata sotto un duplice profilo in quanto:
a) Gli atti posti in essere dall'imprenditore un certo periodo anteriore alla liquidazione giudiziale si presumono
compiuti in stato di insolvenza, a meno che il terzo dia la prova in concreto del fatto che l'imprenditore non era già
insolvente;
b) per alcuni atti è posta una presunzione di conoscenza dello Stato di insolvenza da parte del terzo, sicché sarà
ancora una volta lui a dover provare in concreto che ignorava lo stato di insolvenza dell'imprenditore.
Se diversi sono i presupposti dell'azione revocatoria ordinaria esercitata nella liquidazione giudiziale e dell'azione
revocatoria concorsuale, identici però sono gli effetti.
L'atto di disposizione revocato resta valido, ma è inefficace nei confronti della massa dei creditori.
Il terzo che ha subito la revocatoria dovrà perciò restituire alla liquidazione giudiziale quanto in precedenza ricevuto
dal debitore o l'equivalente in denaro se la restituzione in natura è impossibile.
Nel contempo, il creditore sarà ammesso al passivo della liquidazione giudiziale per il suo eventuale credito verso il
debitore.
Il termine entro cui le due azioni revocatorie devono essere esercitate è identico.
Vengono promosse dal curatore a pena di decadenza entro tre anni dall'apertura della liquidazione giudiziale e
comunque si prescrivono decorsi 5 anni dal compimento dell'atto.
Vediamo in dettaglio la revocatoria concorsuale.
Vi è una categoria di atti che è priva di effetti nei confronti dei creditori, per il solo fatto della sopravvenuta
dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale, e sono:
a) gli atti a titolo gratuito compiuti fino a due anni prima della domanda;
b) I pagamenti di debiti che scadono nel giorno della dichiarazione di apertura della liquidazione o successivamente,
anch'essi se compiuti fino a due anni prima della domanda cui è seguita l'apertura della procedura concorsuale. (Se il
pagamento non fosse stato anticipato, quei creditori sarebbero stati pagati in moneta concorsuale e non per
l'intero);
c) I rimborsi di finanziamenti di soci colpiti da postergazione in base alla disciplina del codice civile, se effettuati fino
ad un anno prima della domanda cui è conseguita l'apertura della liquidazione giudiziale.
Quindi il terzo è tenuto a restituire alla liquidazione giudiziale ricevuto; irrilevante è la sua ignoranza dello Stato di
insolvenza.
Tutti gli altri atti sono revocabili in seguito ad azione giudiziaria promossa dal curatore.
Gli atti soggetti a revocatoria sono distinti in
a) Quelli per i quali la conoscenza dello stato di insolvenza si presume, sicché spetterà al terzo provare la sua
ignoranza;
b) quelli per i quali è il curatore a dover provare che il terzo conosceva lo stato di insolvenza.
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La prima categoria comprende gli atti anormali di gestione, compiuti fino ad un anno o sei mesi prima della domanda
cui è seguita l'apertura della liquidazione giudiziale. Essi sono:
1) Gli atti a titolo oneroso, compiuti fino ad un anno prima della domanda, caratterizzati da una notevole
sproporzione fra la prestazione a carico del debitore e quella a carico della controparte;
2) I pagamenti di debiti pecuniari effettuati con mezzi anormali di pagamento, sempre se compiuti fino ad un
anno prima della domanda;
3) I pegni e le ipoteche volontarie costituita per debiti preesistenti non scaduti;
4) le ipoteche giudiziarie per debiti preesistenti ma scaduti, posta in essere fino a sei mesi prima della domanda
cui è seguita l'apertura della liquidazione giudiziale.
Per tutti questi atti spetterà al terzo convenuto in revocatoria dare la prova che ignorava lo stato di insolvenza.
La seconda categoria comprende atti normali. È il curatore a dover provare che il terzo conosceva lo stato di
insolvenza quando l'atto fu compiuto. Rientrano in tale categoria, purché compiuti fino a sei mesi prima della
domanda cui è seguita l'apertura della liquidazione giudiziale:
1) I pagamenti di debiti liquidi ed esigibili effettuati con mezzi normali;
2) gli atti costitutivi di diritti di prelazione per debiti sorti contestualmente;
3) Ogni altro atto a titolo oneroso.
Con la riforma del 2005, non sono più atti revocabili:
1) i pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa termini d'uso;
2) i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro a dipendenti e a collaboratori;
3) le vendite a giusto prezzo di immobili ad uso abitativo;
4) le vendite di immobili destinati a costituire la sede principale dell'attività d'impresa dell'acquirente.
Quando la revoca ha ad oggetto atti che estinguono posizioni passive derivanti da rapporti continuativi o reiterati, il
creditore è tenuto a restituire alla procedura concorsuale solo l'importo di cui si è complessivamente ridotta
l'esposizione del debitore nel periodo rilevante per la revocatoria.
Altre esenzioni mirano a favorire i tentativi di soluzione della crisi, accordando un trattamento vantaggioso ai
creditori nell'evenienza che la crisi non sia superata e che sopraggiunga la liquidazione giudiziale: In particolare non
sono revocabili i pagamenti e le garanzie concesse sui beni del debitore posti in essere in esecuzione di un piano
attestato di risanamento.
L'esenzione non opera tuttavia se il debitore era in dolo o colpa grave e il creditore lo sapeva al momento del
compimento dell'atto da revocare.

[Link] fra coniugi.


La disciplina della revocatoria concorsuale è resa più drastica quando i relativi atti di disposizione sono posti in
essere fra coniugi, e ciò sotto un duplice aspetto:
a) è eliminato il limite temporale dettato in via generale (un anno o sei mesi): Possono essere revocati tutti gli atti di
disposizione fra coniugi a partire dal momento in cui il debitore aveva iniziato l'esercizio dell'impresa;
b) la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del coniuge è sempre presunta.
Tale disciplina è applicabile agli atti a titolo oneroso e agli atti a titolo gratuito fra coniugi, che non sono soggetti alla
revocatoria di diritto.
Ne consegue che, intervenuta l'apertura della liquidazione giudiziale di uno dei coniugi, si applicherà la disciplina del
codice civile: la comunione legale fra i coniugi si scioglie e le attività e passività facenti parte della stessa sono divise
in parti uguali.

[Link] della liquidazione giudiziale sui contratti in corso di esecuzione.


Vi è un gruppo di contratti che si scioglie di diritto a seguito della dichiarazione di apertura della liquidazione
giudiziale.
Questa regola vale per tutti i contratti di carattere personale; rientrano inoltre in tale categoria anche i contratti di
borsa a termine, l'associazione in partecipazione in caso di liquidazione giudiziale dell’associante, i contratti di conto
corrente ordinario e bancario.
Fra i contratti che si sciolgono di diritto vi è anche l'appalto. Con una particolarità però: entro 60 giorni dell'apertura
della liquidazione il curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, può dichiarare di voler subentrare nel
contratto offrendo idonee garanzie.
Vi è poi un secondo gruppo di contratti che continua nonostante la liquidazione giudiziale poiché sono ritenuti
vantaggiosi per la massa dei creditori. Perciò il curatore subentra nel contratto e dovrà adempiere per l’intero e in
prededuzione le relative obbligazioni. Rientrano in tale categoria:
145
1. il contratto di locazione di immobili. In caso di apertura della liquidazione nei confronti del conduttore (anche in
caso del locatore), il curatore può in ogni momento recedere dal contratto corrispondendo al un giusto indennizzo
per l’anticipato recesso;
2. l’affitto in azienda. Quando viene aperta la liquidazione, il curatore può recedere entro 60 giorni.
Nel caso in cui a liquidazione giudiziale è sottoposto l’affittuario, il curatore può recedere senza limiti di tempo;
3. contratto di edizione, che si risolve se entro un anno il curatore non continua l’esercizio dell’impresa editoriale;
4. il contratto di cessione di crediti di impresa (factoring), in caso di liquidazione giudiziale del cedente. Il curatore
può recedere dal contratto, ma il recesso opera solo per i crediti non ancora sorti all’apertura della procedura.
5. Il leasing finanziario.
Vi è infine un terzo gruppo, in cui la sorte resta sospesa in seguito l’apertura della liquidazione, sarà il curatore con
l’autorizzazione del comitato, a decidere se sciogliere il contratto o continuarlo. Il contraente in bonis (ovvero in
grado di poter restituire il debito) può chiedere al giudice di fissare un termine, decorso il quale il contratto si
intende sciolto se il curatore non opta per la continuazione.
In caso di scioglimento, il contraente ha diritto di far valere il proprio credito, divenendo semplice creditore
concorsuale.
Rientra in questa categoria per espressa previsione di legge:
a) La vendita a termine o a rate con riserva di proprietà;
b) Il preliminare di vendita di immobili;
c) I contratti ad esecuzione continuata o periodica, come la somministrazione;
d) Il leasing finanziario in caso di fallimento dell’utilizzatore;
e) Il contratto di assicurazione contro i danni;
f) Il mandato in caso di apertura della liquidazione giudiziale nei confronti del mandante.
L’apertura della liquidazione determina la sospensione pure del rapporto di lavoro subordinato.
Il curatore, previa autorizzazione del giudice delegato, può subentrare nel contratto di lavoro assumendo i relativi
obblighi a partire dal momento della comunicazione al lavoratore; altrimenti recede dal rapporto di lavoro, oppure si
risolve di diritto.

11.L’esercizio dell’impresa nella liquidazione giudiziale. L’affitto di azienda.


Con l’apertura della liquidazione, l’attività di impresa si arresta. Si può tuttavia avere una continuazione quando ciò è
funzionale ad una migliore liquidazione del complesso aziendale.
Due sono le ipotesi previste.
La prima si ha con sentenza che dichiara aperta la procedura. In tale provvedimento il tribunale può autorizzare il
curatore a proseguire l’esercizio dell’impresa, purché la prosecuzione non arrechi pregiudizio ai creditori.
La seconda interviene dopo che è stato nominato il comitato dei creditori. Questo deve pronunziarsi sull’opportunità
di continuare l’esercizio dell’impresa. Solo se il parere è favorevole il giudice delegato, su proposta del curatore, può
disporre la continuazione dell’attività.
Durante il periodo in cui è autorizzato l’esercizio dell’impresa tutti i contratti pendenti proseguono, salvo che il
curatore non intenda sospenderne l’esecuzione o scioglierli.
E le obbligazioni sorte nel corso dell’esercizio dell’impresa costituiscono debiti della massa da soddisfare in
prededuzione.
L’affitto dell’azienda è autorizzato dal giudice delegato, su proposta del curatore e previo parere favorevole del
comitato dei creditori.
L’affittuario è prescelto dal curatore, tenuto conto dell’ammontare del canone offerto e delle garanzie offerte sulla
prosecuzione delle attività imprenditoriali.
Al fine dell’affitto, il complesso aziendale viene retrocesso alla liquidazione giudiziale.
La procedura non assume alcuna responsabilità per i debiti sorti durante l’affitto, nemmeno per i debiti di lavoro.

12.L’accertamento del passivo


Costituisce la fase centrale della procedura di liquidazione giudiziaria nella quali emergono conflitti fra i creditori ed il
debitore.
Tale fase è diretta ad accertare quali creditori hanno diritto di partecipare alle ripartizioni dell'attivo, l'ammontare
dei loro crediti e le eventuali cause di prelazione.
Con l'ammissione al passivo i creditori da concorsuali diventano concorrenti. La procedura di accertamento del
passivo si apre con la domanda di ammissione dei creditori; anche i titolari di crediti prededucibili hanno l'onere di
presentare domanda di insinuazione al passivo.
146
La domanda si presenta con ricorso da trasmettere all'indirizzo di posta elettronica certificata almeno 30 giorni
prima della data dell'udienza di esame dello Stato passivo fissata dalla sentenza di apertura della liquidazione
giudiziale.
Tale domanda deve specificare le eventuali ragioni di prelazione.
I creditori devono indicare l'indirizzo di posta elettronica presso il quale ricevere tutte le comunicazioni attiva la
procedura.
Sulla base delle domande presentate, il curatore predispone un progetto di stato passivo, nel quale deve indicare:
a) I crediti ammessi;
b) i crediti non ammessi;
c) i crediti ammessi con riserva.
In un separato elenco sono inclusi i titolari di diritti su beni di proprietà o in possesso del debitore.
Per ciascun diritto riconosciuto o non riconosciuto, il curatore deve motivare le proprie conclusioni.
Il progetto di stato passivo è depositato in cancelleria almeno 15 giorni prima di quello fissato per l'udienza di esame;
I creditori e il debitore possono presentare al curatore in via telematica eventuali osservazioni.
Nell’udienza di esame, il giudice delegato esamina le posizioni dei singoli creditori, quali risultano dal progetto di
Stato passivo del curatore.
Ogni decisione spetta al giudice delegato.
Esaurite le operazioni di esame, il giudice delegato forma lo stato passivo definitivo, lo dichiara esecutivo con proprio
decreto e lo deposita in cancelleria.
In mancanza di opposizioni, il decreto di esecutività preclude ogni ulteriore questione in merito ai crediti verificati;
inoltre, le domande di restituzione e rivendicazione sono opponibili al debitore anche al di fuori della procedura
concorsuale.
Resta però sempre la possibilità di proporre istanza di revocazione se si scopre che l'accoglimento di una domanda è
stato determinato da falsità, dolo o errore essenziale.
Il decreto di esecutività dello Stato passivo non preclude la possibilità di presentare nuove domande di ammissione
(c.d. Domande tardive). Sono considerate tardive le domande trasmesse al curatore oltre il termine di 30 giorni.
In base all'attuale disciplina, però, le domande tardive possono essere presentate senza incontrare preclusioni solo
entro sei mesi dal deposito del decreto che rende esecutivo lo stato passivo. Dopodiché il creditore tardivo è
ammesso soltanto se prova che il ritardo è dipeso da causa a lui non imputabile.
Il trattamento dei crediti ammessi tardivamente non è uniforme.
Se il ritardo della domanda è imputabile al creditore, questi ha diritto di partecipare solo alle ripartizioni dell'attivo
successiva all'ammissione.
Contro lo stato passivo, possono essere proposte opposizioni e impugnazioni.
Le opposizioni possono essere proposte dai creditori esclusi contro il curatore, al fine di ottenere l'ammissione.
Le impugnazioni possono essere invece proposte dai creditori ammessi, e sono dirette ad ottenere l'eliminazione
dalla massa passiva di uno o più crediti.
La procedura prevista per le opposizioni, le impugnazioni e le stanze di revocazione: devono essere proposte con
ricorso al tribunale concorsuale entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito dello Stato passivo.
Il tribunale decide con decreto.

[Link] e ripartizione dell’attivo


La liquidazione dell'attivo è volta a convertire in denaro i beni del debitore per soddisfare i creditori.
Ad essa provvedo il curatore, il quale deve predisporre un programma di liquidazione entro 150 giorni dalla sentenza
di apertura della liquidazione giudiziale.
Il programma di liquidazione è il documento in cui si pianificano modalità e termini per la realizzazione dell'attivo. Il
programma deve indicare i criteri e modalità di liquidazione dei beni e di riscossione dei crediti, le azioni che il
curatore intende promuovere, nonché gli atti necessari per la conservazione del valore dell'impresa.
Il completamento della liquidazione deve essere programmato entro 5 anni dall'apertura della procedura.
Il mancato rispetto dei termini del programma senza giustificato motivo costituisce causa di revoca del curatore.
Il programma di liquidazione è approvato dal comitato dei creditori.
In seguito, il giudice delegato autorizza i singoli atti liquidatori che siano conformi al programma approvato.
Conseguita l'approvazione del programma, il curatore può procedere alla liquidazione dei beni.
Le vendite dei beni mobili ed immobili sono realizzate dal curatore secondo le modalità indicate nel programma di
liquidazione, tramite procedure competitive adeguatamente pubblicizzate che assicurino la massima partecipazione
degli interessati.
147
Il curatore può avvalersi di soggetti specializzati e deve operare sulla base di stime effettuate da operatori esperti.
Ulteriore obiettivo della disciplina concorsuale è evitare la disgregazione del complesso aziendale.
La vendita dei singoli beni è disposta solo quando risulta imprevedibile la vendita dell'intera azienda.
Per favorire la vendita dell'azienda si prevede inoltre che:
a) L'acquirente non risponde delle obbligazioni pregresse (la regola però è derogabile);
b) si può convenire con le rappresentanze sindacali che solo una parte dei lavoratori si trasferisca alle dipendenze
dell'acquirente;
c) i crediti ceduti insieme con l'azienda conservano tutti i privilegi e le garanzie.
Le somme che si rendono disponibili sono ripartite fra i creditori ed in questa sede acquista rilievo la distinzione fra i
crediti prededucibili (Primi ad essere pagati), crediti privilegiati (secondi), crediti chirografari (terzi) e crediti
postergati (ultimi).

[Link] chiusura della liquidazione giudiziale. L’esdebitazione.


Oltre che per concordato (paragrafo successivo), la liquidazione giudiziale si chiude per una delle seguenti cause:
a) mancata presentazione di domande di ammissione allo stato passivo nel termine stabilito dalla sentenza;
b) pagamento integrale dei creditori ammessi al passivo e di tutti i debiti e le spese da soddisfare in prededuzione
prima che sia compiuta la ripartizione integrale dell'attivo;
c) ripartizione integrale dell'attivo;
d) impossibilità di continuare utilmente la procedura per insufficienza dell'attivo.
La chiusura della liquidazione giudiziale è dichiarata con decreto motivato dal tribunale su istanza del curatore, del
debitore o di ufficio.
È pubblicato nelle forme previste per la sentenza di apertura ed è reclamabile dinanzi alla Corte di appello e
successivamente in Cassazione.
Il decreto di chiusura ha effetto quando non è più impugnabile per scadenza dei termini, ovvero quando il reclamo è
stato definitivamente rigettato.
Effetti: decadono gli organi preposti alla procedura e cessano gli effetti concorsuali sia per il debitore, sia per i
creditori.
L’esdebitazione è stata introdotta nella legge fallimentare del 2006, ma il codice della crisi ne ha ampliato
l’applicazione.
Essa è un beneficio concesso al debitore che ne sia meritevole per aver svolto in modo corretto la propria attività ed
aver mostrato una buona condotta.
In particolare, è ammesso l’imprenditore che:
1) non è stato condannato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica, l’industria ed il
commercio;
2) non ha distratto l’attivo, o esposto debiti inesistenti o resa difficoltosa la ricostruzione del patrimonio;
3) ha cooperato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni utili per il suo buon andamento;
4) non ha beneficiato di altra esdebitazione nei cinque anni precedenti o per due volte.
In presenza delle condizioni descritte, il tribunale concede l’esdebitazione con lo stesso decreto di chiusura della
liquidazione giudiziale.
Può però anche essere concessa nel corso della procedura quando siano trascorsi almeno tre anni dalla data di
apertura della liquidazione giudiziale.
Il debitore, il pubblico ministero o i creditori non ammessi/soddisfatti, possono presentare reclamo alla corte
d’appello contro il decreto dell’esdebitazione.
Con il decreto di esdebitazione sono dichiarati inesigibili nei confronti del debitore i crediti concorsuali non
soddisfatti integralmente nell’ambito della procedura concorsuale.
Qualora l’esdebitazione intervenga nel corso della procedura, essa produce effetto solo per la parte non soddisfatta
all’esito delle operazioni liquidatorie.
L’esdebitazione opera su tutti i debiti anteriori all’apertura della liq giud.
Restano escluse alcune categorie di debiti, i quali il debitore resta pienamente obbligato:
a) obblighi di mantenimento e alimentari;
b) responsabilità extracontrattuale, e le sanzioni pecuniarie penali ed amministrative che non siano accessorie a
debiti estinti.
L’esdebitazione produce efficacia anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili.
Se non viene pronunciata l’esdebitazione, la liquidazione giudiziale chiusa per ripartizione integrale o per
insufficienza dell’attivo (ovvero creditori concorrenti non soddisfatti), può essere successivamente riaperta.
148
È necessario però che:
a) non devono essere trascorsi cinque anni dal decreto di chiusura;
b) nel patrimonio del debitore si rinvengono nuove attività che rendono utile l’apertura.
La riapertura può essere richiesta dal debitore o da qualsiasi creditore, anche nuovo.

[Link] concordato nella liquidazione giudiziale


È un particolare modo di chiusura. È un istituto che consente al debitore di chiudere definitivamente i rapporti
attraverso il pagamento parziale dei creditori.
Il concordato può giovare entrambe le controparti. Il debitore si libera definitivamente dei propri debiti per la parte
che eccede la percentuale concordataria. I creditori chirografari rinunciano definitivamente ad una parte del loro
credito, ma questo sacrificio è compensato dalla possibilità di ottenere qualcosa di più e anche rapidamente.
Le fasi essenziali del concordato sono:
[Link] PROPOSTA. I termini di presentazione variano a seconda del soggetto proponente. Creditori e terzi possono
proporre il concordato in qualsiasi momento, purché sia stata tenuta la contabilità.
Il debitore può proporre solo dopo che sia passato un anno dalla dichiarazione di apertura della liquidazione
giudiziale e dopo che siano trascorsi due anni dal decreto che rende esecutivo lo stato passivo.
Inoltre, la proposta del debitore è ammissibile solo se prevede l’apporto di risorse che incrementino il valore
dell’attivo di almeno il dieci per cento.
Con ciò, per un verso, si incentiva il debitore a ricorrere alla procedura alternativa del concordato preventivo,
evitando la liquidazione giudiziale; per altro verso, si evita che il debitore ritardi troppo la proposta di concordato.
Il contenuto della proposta può variare: si può prevedere il pagamento immediato di una percentuale (concordato
remissorio) o il pagamento differito dell’intero credito (concordato dilatorio).
L’ipotesi più frequente è un concordato misto, ovvero l’offerta di un pagamento in percentuale e dilazionato.
Si può prevedere che i creditori vengano soddisfatti attraverso forme diverse dall’adempimento (cessione di beni).
Con la nuova disciplina (codice della crisi), rispetto al fallimento, anche i creditori privilegiati possono essere
soddisfatti parzialmente purché non in misura inferiore a quanto gli stessi potrebbero conseguire sul ricavato in caso
di liquidazione.
La proposta presentata dai creditori o da un terzo può prevedere che persone diverse dal debitore assumano la
veste di obbligato principale; in tal caso si ha la figura dell’assuntore del concordato.
Quest’ultimo può obbligarsi in solido con il debitore (accollo cumulativo) o può restare il solo obbligato, se si
prevede la liberazione immediata del debitore da ogni obbligazione (accollo liberatorio).
L’assuntore può limitare il proprio impegno ai soli creditori ammessi al passivo.
Come corrispettivo dell’accollo, all’assuntore viene ceduto tutto l’attivo della procedura; su di lui grava il rischio della
realizzazione dello stesso restando tenuto nei confronti dei creditori ad adempiere gli obblighi derivanti dal
concordato.
2.L’APPROVAZIONE DEI CREDITORI . È soggetta al preventivo esame del giudice delegato, tenuto a richiedere il
parere vincolante del comitato dei creditori e quello non vincolante del curatore.
La proposta di concordato che prevede la suddivisione dei creditori in classi, richiede un controllo più penetrante per
vitare abusi, e perciò deve essere sottoposta al tribunale, che verifica il corretto utilizzo dei criteri di formazione e di
trattamento delle classi.
Espletati tali adempimenti preliminari, il giudice delegato ordina la comunicazione della proposta e dei relativi pareri
ai creditori e fissa il termine entro il quale gli stessi devono far pervenire nella cancelleria del tribunale la loro
dichiarazione di dissenso.
Se sono state presentate più proposte viene sottoposta all’approvazione dei creditori solo quella prescelta dal
comitato, salvo che il giudice delegato disponga che ne vengano comunicate anche altre.
Si considera approvata la proposta con il maggior numero di consensi.
Hanno diritto di voto i creditori chirografari ammessi al passivo; anche i creditori postergati possono votare. Non
possono votare i creditori privilegiati se ad essi si offre l’integrale pagamento, a meno che non rinuncino al privilegio
(in questo caso saranno comparati ai creditori chirografari). Non possono inoltre votare:
1) il coniuge, convivente, parenti ed affini;
2) la società controllante;
3) coloro che sono divenuti cessionari di un credito verso il debitore;
4) colore che sono divenuti cessionari dei crediti dei soggetti sopra indicati;
5)i creditori in conflitto di interessi;
6) il creditore che propone il concordato .
149
Per l’approvazione della proposta di concordato è richiesto il consenso (anche tacito) dei creditori che
rappresentano la maggioranza dei crediti ammessi al voto.
3 OMOLOGAZIONE DEL CONCORDATO . Se il concordato è approvato, su istanza del proponente, chi apre il giudizio
di omologazione il quale è investito il tribunale concorsuale.
Il tribunale procede ad un controllo solo di legalità; valuta cioè la regolarità della procedura e l'esito della votazione.
Il concordato omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori all'apertura della liquidazione giudiziale,
compresi quelli che non hanno presentato domanda di ammissione al passivo.
Nonostante il concordato, restano in vita le azioni dei creditori per l'intero contro i coobbligati, i fideiussori del
debitore e gli obbligati in via di regresso.
È invece preclusa ogni azione dei creditori verso il debitore (o l’assuntore), per la parte non soddisfatta del loro
credito.
Il concordato è eseguito dal debitore sotto la sorveglianza del giudice delegato, del curatore e del comitato dei
creditori.
Gli effetti del concordato possono cessare per risoluzione o per annullamento. La risoluzione si fonda
sull’inadempimento del concordato. Essa è pronunciata dal tribunale con sentenza, su richiesta di ciascun creditore,
quando:
a) non vengono costituite le garanzia promesse;
b) il proponente non adempie regolarmente gli obblighi derivanti dal concordato.
L'annullamento del concordato è disposto dal tribunale, su istanza del curatore O di qualsiasi creditore, quando si
scopre che il passivo era stato dolorosamente esagerato o che una parte dell'attivo era stata sottratta.
Annullato o risolto il contratto, si riapre la tematicamente la liquidazione giudiziale.

[Link] liquidazione giudiziale delle società


È applicabile in via di principio la disciplina fin qui esposta. Il codice della crisi non specifica a chi compete l’iniziativa
per l’apertura della liquidazione giudiziale su richiesta del debitore. Preferibile è l’opinione che ritiene legittimati gli
amministratori sia nelle società di persone che in quella di capitali.
Oggi è riconosciuta anche agli organi di controllo della società ed alle autorità che esercitano funzioni di vigilanza
sulla stessa.
Alcuni adattamenti si hanno anche quel che riguarda la liquidazione giudiziale.
Ogni qual volta la legge richiede che sia sentito il debitore, dovranno essere sentiti gli amministratori o i liquidatori
della società debitrice.
Sulla stessa grava, inoltre, l'obbligo di presentarsi agli organi della liquidazione giudiziale quando ne siano richiesti.
Nei confronti di amministratori, sindaci, direttori generali e liquidatori sono poi applicabili sanzioni penali per i reati
di bancarotta semplice e fraudolenta.
Nelle società di capitali, al curatore è riservato l'esercizio sia dell'azione sociale di responsabilità, sia di quella
spettante ai creditori sociali contro amministratori, componenti degli organi di controllo, direttori generali e
liquidatori, nonché contro la controllante per abuso di attività di direzione e coordinamento.
Al curatore è inoltre riconosciuto il potere di compiere gli atti previsti nel programma di liquidazione.
È infine espressamente stabilito che, salva diversa disposizione dell'atto costitutivo o dello statuto, la proposta e le
condizioni del concordato nella liquidazione giudiziale devono essere approvate: nelle società di persone, dai soci
che rappresentano la maggioranza del capitale; nelle società di capitali e nelle cooperative, dagli amministratori con
decisione verbalizzata da notaio e dallo stesso iscritta nel registro delle imprese dopo averne verificato la legittimità.
L'apertura della liquidazione giudiziale è causa legale di scioglimento della società.
Quando la liquidazione giudiziale di una società di capitali si chiude per mancata presentazione di domande o
integrale soddisfazione dei creditori, il curatore convoca l'assemblea perché assuma le deliberazioni necessarie per la
ripresa dell'attività o la sua cessazione.
Nel caso che la liquidazione giudiziale si chiuda invece per integrale ripartizione dell'attivo o insufficienza della
massa, il curatore deve chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese.
L'apertura della liquidazione giudiziale della società non è senza effetti per i soci: per i soci a responsabilità limitata,
la liquidazione giudiziale della società comporta come unica conseguenza che il giudice delegato può ingiungere loro
di eseguire i conferimenti ancora dovuti, anche se non è ancora scaduto il termine fissato dall'atto costitutivo per il
relativo versamento; nelle società in nome collettivo, nella società in accomandita semplice e nell'accomandita per
azioni, l'apertura della liquidazione giudiziale della società produce invece anche l'apertura della liquidazione
giudiziale nei confronti dei soci a responsabilità illimitata (c.d. liquidazione giudiziale).

150
D'altro canto, l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti dei soci consegue automaticamente alla
liquidazione giudiziale della società, senza che sia necessario accertare la loro personale insolvenza.
I soci possono perciò sottrarsi alla liquidazione giudiziale solo contestando l'esistenza della società o la sua
insolvenza, ovvero la qualità di soci a responsabilità illimitata della stessa. Ed a tal fine devono essere sentiti dal
tribunale prima che sia disposta la liquidazione giudiziale nei loro confronti per potersi difendere.
Altro principio cardine è che la liquidazione giudiziale colpisce non solo i soci palesi, ma anche i soci occulti.
In base all'attuale dato normativo è fuori dubbio che la norma opera solo nei tre tipi societari espressamente
indicati.
Sono soggetti alla liquidazione giudiziale "in estensione" perciò: i soci (palesi od occulti) della società in nome
collettivo; gli accomandatari dell'accomandita semplice e dell'accomandita per azioni; l'accomandante di società in
accomandita semplice che ha violato il divieto di immistione; i componenti di enti collettivi non societari che
rispondono personalmente e illimitatamente per le obbligazioni dell'ente.
Non sono sottoposti a liquidazione giudiziale invece (punto controverso in passato) l'unico quotista di società a
responsabilità limitata e l'unico azionista. E ciò anche quando ricorre una responsabilità illimitata degli stessi per le
obbligazioni sociali.
Liquidazione giudiziale dell’ex socio: I soci illimitatamente responsabili sono sottoposti a liquidazione giudiziale
anche se hanno cessato di far parte della società per morte, recesso od esclusione.
La liquidazione giudiziale può però essere disposta solo se non è trascorso più di un anno da quando si ha l'iscrizione
nel registro delle imprese della cessazione del singolo rapporto sociale per le società registrate, e la pubblicità «con
mezzi idonei» per le società irregolari.
È inoltre necessario che lo stato di insolvenza della società attenga, in tutto o (anche solo) in parte, a debiti esistenti
alla data della cessazione della responsabilità illimitata.
Trasformazione: La medesima regola si applica quando i soci hanno perso la qualità di soci illimitatamente
responsabili anche in conseguenza di trasformazione, fusione o scissione della società.
Liquidazione giudiziale della società e dei soci illimitatamente responsabili: comporta il necessario coordinamento
delle relative procedure; il tribunale nomina un solo giudice delegato ed un solo curatore per le diverse liquidazioni
giudiziali, ma possono essere nominati distinti comitati dei creditori.
Masse passive: Alla liquidazione giudiziale della società partecipano solo i creditori sociali.
Nella liquidazione giudiziale dei singoli soci concorrono invece sia i creditori sociali sia i rispettivi creditori particolari.
Vengono conseguentemente formate distinte masse passive.
Tuttavia, per semplificare la procedura, la domanda di ammissione allo stato passivo della società vale anche come
domanda di ammissione al passivo della liquidazione giudiziale personale dei soci.
Masse attive: Distinte restano pure le masse attive delle diverse procedure, formate rispettivamente dai beni della
società e dai beni di ciascun socio. I creditori sociali hanno diritto di partecipare alle ripartizioni dell'attivo di tutte le
liquidazioni giudiziali fino all'integrale pagamento.
Concordato: ciascuno dei soci sottoposti a liquidazione può concludere un concordato particolare con i creditori
sociali e personali della procedura concorsuale. Tale concordato fa cessare solo la liquidazione di quel socio.

[Link] giudiziale e patrimoni destinati


Il codice della crisi detta alcune regole applicabili alle società per azioni che hanno costituito patrimoni destinati.
Al riguardo le conseguenze sono diverse a seconda del tipo di patrimonio.
Cominciamo dall'ipotesi che la società abbia costituito un patrimonio destinato “operativo”: quando il patrimonio
destinato non consente di soddisfare integralmente le relative obbligazioni, ma il patrimonio generale è in bonis, non
viene aperta la liquidazione giudiziaria e non è prevista alcuna procedura concorsuale a tutela dei creditori
separatisti.
I creditori insoddisfatti possono chiedere la liquidazione del patrimonio destinato, ma la legge puntualizza che la
liquidazione avverrà osservando le disposizioni sulla liquidazione delle società di capitali.
Quando abbiamo patrimonio destinato operativo capiente e patrimonio generale insolvente, può essere invece
dichiarata aperta la liquidazione giudiziale nei confronti della società e la gestione del patrimonio destinato compete
al curatore. Ne consegue ulteriormente che il curatore può esercitare l'azione revocatoria contro gli atti
pregiudizievoli per i creditori del patrimonio generale che incidono sul patrimonio destinato.
Il curatore deve vagliare la possibilità di cedere a terzi il patrimonio separato, al fine di conservarne la destinazione
produttiva. Ove non sia possibile la cessione, il patrimonio destinato viene posto in liquidazione.
Se infine durante la liquidazione giudiziale della società risulta che il patrimonio separato è incapiente, il curatore
con l'autorizzazione del giudice delegato lo pone in liquidazione. Però senza osservare la par condicio fra i creditori
151
separatisti e senza possibilità di esercitare azioni revocatorie concorsuali sugli atti pregiudizievoli per il patrimonio
destinato.

18. La liquidazione giudiziale di gruppo d’imprese.


Il dissesto di più imprese appartenenti allo stesso gruppo può essere affrontato mediante procedure concorsuali
autonome ed anche di diverso tipo: quando le varie imprese di gruppo sono sottoposte a distinte liquidazioni
giudiziali o concordati preventivi, gli organi di gestione delle procedure devono cooperare fra di loro per facilitare la
gestione efficace delle stesse.
Tuttavia, è possibile presentare un ricorso per l'apertura di una liquidazione giudiziale unitaria per tutte le imprese di
gruppo che versino in stato di insolvenza, purché abbiano tutte in Italia il loro centro di interessi principali.
L'unitarietà della procedura di gruppo non comporta però alcuna confusione ed unificazione dei patrimoni.
Ciascuna impresa insolvente risponde dunque solo delle proprie obbligazioni.
Perciò il tribunale nomina di regola un unico giudice delegato e un unico Curatore, ma viene costituito un diverso
comitato dei creditori per ciascuna Impresa del gruppo.
Quando il curatore della procedura concorsuale unitaria ravvisa l'insolvenza di un'impresa del gruppo non ancora
assoggettata alla procedura di liquidazione giudiziale, può promuovere direttamente l'accertamento dello stato di
insolvenza della stessa.
Il codice della crisi prevede una serie di strumenti volti ad assicurare una più efficace tutela patrimoniale delle
società controllate danneggiate dalla politica unitaria di gruppo.
Un primo intervento in tale direzione è costituito dal potenziamento delle azioni revocatorie nei confronti degli atti
posti in essere con altre imprese del gruppo, anche non insolventi.
Il termine per l'esercizio delle azioni revocatorie concorsuali degli atti anomali è raddoppiato: è portato a due anni
anteriori al deposito della domanda di apertura della liquidazione giudiziale; quello per la costituzione di garanzie
contestuali al sorgere del debito (di sei mesi) è portato a un anno.
Anche l'azione revocatoria ordinaria è rafforzata: il curatore può chiedere la dichiarazione di inefficacia degli atti e
contratti posti in essere nei cinque anni antecedenti il deposito dell'istanza di liquidazione, che hanno determinato lo
spostamento di risorse a favore di altra impresa del gruppo in pregiudizio dei creditori.
Poi, spetta sempre alla beneficiaria dimostrare di non essere stata a conoscenza del carattere pregiudizievole
dell'atto o del contratto.
Nella stessa direzione è stabilito che il curatore può proporre la denuncia al tribunale per gravi irregolarità, nei
confronti di amministratori e sindaci di altre società del gruppo non assoggettate alla procedura di liquidazione
giudiziale.

CAPITOLO QUARANTASEI
IL CONCORDATO PREVENTIVO. GLI ACCORDI DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI. LA CONVENZIONE DI MORATORIA.
A. IL CONCORDATO PREVENTIVO
[Link] generali. Presupposti.
L'attuale disciplina stabilisce che può accedere al concordato preventivo sia l'imprenditore in stato insolvenza, sia
quello che versi "solo" in stato di crisi.
Duplice finalità: Se la crisi è temporanea e reversibile, il concordato mira a superare tale situazione attraverso il
risanamento economico e finanziario dell'impresa; se la crisi è definitiva e irreversibile, il concordato preventivo può
essere proposto prima che sia aperta la liquidazione giudiziale.
Si distingue pertanto la figura del concordato liquidatorio dal concordato con continuità aziendale.
Il primo prevede la cessazione dell'attività d'impresa, la liquidazione dei beni ed il soddisfacimento dei creditori
tramite il ricavato.
Il concordato con continuità aziendale, invece, mira a recuperare l'equilibrio economico dell'impresa, con la
salvaguardia nei limiti del possibile dei posti di lavoro, nonché a soddisfare i creditori attingendo almeno in parte dai
a proventi derivanti dalla continuazione dell'esercizio.
Alla continuazione dell'impresa da parte dell'imprenditore che ha presentato la domanda (continuità diretta) è
equiparata la continuazione da parte di un altro soggetto al quale l'azienda sia ceduta (continuità indiretta).
Indipendentemente dalla tipologia e dalle finalità perseguite, il concordato preventivo offre all'imprenditore
insolvente l'ulteriore vantaggio di evitare le pesanti conseguenze patrimoniali, personali e penali della liquidazione
giudiziale: l'imprenditore non subisce lo spossessamento e conserva, l'amministrazione dei beni e la gestione
dell'impresa.

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Il concordato preventivo costituisce un beneficio concesso all'imprenditore per favorire la composizione della crisi
mediante una soluzione concordata con i creditori.
Possono presentare proposta di concordato preventivo tutti gli imprenditori che presentano i requisiti soggettivi per
essere sottoposti anche alla liquidazione giudiziale o alla liquidazione coatta amministrativa, purché non sian stati
cancellati dal registro delle imprese.
Con la riforma del 2005 erano stati pure aboliti i c.d. requisiti di meritevolezza oggettiva della proposta, non era più
richiesto che l'imprenditore fosse in grado di garantire il pagamento di una percentuale non esigua ai creditori
chirografari.
Oggi questa impostazione è conservata solo per i concordati con continuità aziendale, per i quali si richiede soltanto
che il concordato realizzi il soddisfacimento dei creditori in misura non inferiore a quanto conseguibile in caso di
liquidazione giudiziale.
A ciascun creditore deve essere assicurata un'utilità specificamente individuata ed economicamente valutabile.
Invece, per i concordati liquidatori la proposta deve rispettare temporaneamente due condizioni di meritevolezza
"oggettiva":
a) prevedere l'apporto di risorse esterne;
b) deve consentire di soddisfare almeno il venti per cento dell'ammontare complessivo del credito chirografario.
Come nel concordato nella liquidazione giudiziale, questi creditori devono però essere soddisfatti in misura non
inferiore a quanto gli stessi potrebbero conseguire in caso di liquidazione dei beni.
La quota residua del credito è trattata come credito chirografario. Inoltre, quando viene proposto un concordato con
continuità aziendale è consentito prevedere una moratoria non superiore a due anni dall'omologazione per il
pagamento dei creditori privilegiati, salvo che siano liquidati i beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione.
Per il resto, il concordato può perseguire le sue finalità di risanamento o di liquidazione attraverso qualsiasi forma:
dilazione dei termini di pagamento, soddisfacimento parziale dei creditori, etc.
Se il concordato è proposto da una società, il piano può prevedere qualsiasi modificazione dello statuto necessaria
per il buon esito della ristrutturazione, inclusi aumenti e riduzioni di capitale; si possono programmare anche
operazioni di trasformazione, fusione e scissione della società.
L'attuale disciplina (riformata nel 2022) presta, poi, particolare attenzione ai criteri con cui la proposta prevede di
distribuire il ricavato della procedura fra i creditori; e in particolare al problema se sia obbligatorio rispettare la c.d.
regola di priorità assoluta, secondo cui non sarebbe consentito offrire alcun pagamento per i creditori con rango
inferiore finché quelli poziori non siano stati integralmente soddisfatti.
Il codice della crisi adotta al riguardo una soluzione di compromesso, basata sul valore ricavabile dalla liquidazione
del patrimonio che va sempre ripartito fra i creditori nel rispetto dell'ordine delle cause legittime di prelazione. Per il
plusvalore concordatario è invece lasciata maggiore libertà.
Più in dettaglio:
a) nel concordato liquidatorio il plusvalore concordatario è costituito dalle "risorse esterne" apportate da terzi in
aggiunta al patrimonio del debitore: e tali risorse possono essere distribuite fra i creditori senza rispettare alcun
ordine di prelazione.
b) nel concordato con continuità aziendale il maggior valore deve essere distribuito ai creditori secondo la c.d. regola
di priorità relativa: basta che i crediti privilegiati siano trattati un po' meglio rispetto a quelli di rango più basso.
Si tenga presente, inoltre, che la formazione di classi serve anche ad evitare che un certo gruppo di creditori
predomini sugli altri. Il codice della crisi precisa che la suddivisione dei creditori in classi è obbligatoria quando è
prevista la continuità aziendale oppure quando sono presenti particolari tipi di creditori.
Con scelta di forte discontinuità rispetto al passato, la riforma del 2022 prevede inoltre, quando il debitore è una
società, la formazione di una o più classi di soci o di portatori di strumenti finanziari.
Da tutto ciò risulta chiaro che l'imprenditore dispone di un ampio spazio discrezionale nel determinare il contenuto
del piano concordatario e i criteri di ripartizione del ricavato fra i creditori; tuttavia, non va trascurate che a partire
dal 2015 questo potere è bilanciato dalla facoltà per i creditori ed i terzi di avanzare proposte concorrenti.
Il debitore pertanto deve mettere in conto il rischio che, se entra in concordato senza offrire ai creditori condizioni
adeguatamente vantaggiose, la sua proposta può essere sopravanzata da proposte migliorative di altri.
Il che può avvenire segnatamente in due casi:
1) se la proposta del debitore prevede il trasferimento a titolo oneroso di specifici beni o dell'azienda ad un soggetto
predeterminato: il tribunale dispone d'ufficio l'apertura di una procedura competitiva nella quale tutti gli interessati
possono presentare offerte d'acquisto. Il debitore è tenuto a modificare la proposta in conformità all'esito della gara;
2) se il debitore presenta una proposta di concordato che assicura il pagamento inferiore al 30% dell'ammontare dei
crediti chirografari: i creditori che rappresentano almeno il 10% dei crediti, o i soci che rappresentano almeno il 10%
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del capitale possono presentare proposte di concordato alternative (proposte concorrenti) con le modalità che
esamineremo in seguito.

3. L'ammissione al concordato.
La procedura di concordato preventivo inizia con la domanda di ammissione del debitore, presentata con ricorso al
tribunale competente per la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale.
La domanda è pubblicata d'ufficio nel registro delle imprese entro due giorni ed è trasmessa al pubblico ministero.
Se il debitore è una società o altro soggetto collettivo, la presentazione della domanda di concordato è decisa in via
esclusiva dagli amministratori, con verbale redatto da un notaio, senza che i soci possano opporsi.
La decisione di accedere al concordato è pubblicata nel registro delle imprese e da quel momento (e fino
all'omologazione) i soci non possono più revocare gli amministratori, salvo che sussista una giusta causa e con
l'approvazione del tribunale.
La domanda di concordato può essere presentata già completa della proposta concordataria rivolta ai creditori,
oppure con riserva (c.d. domanda di concordato "in bianco").
La domanda completa della proposta deve essere corredata dagli stessi allegati richiesti per la domanda di
liquidazione giudiziale; in più, deve essere accompagnata da un piano di concordato, contenente la descrizione
dettagliata della proposta e delle modalità e dei tempi di adempimento, nonché una stima del valore ricavabile in
caso di liquidazione giudiziale del patrimonio.
La domanda deve indicare i motivi per cui la proposta concordataria è preferibile rispetto alla liquidazione giudiziale.
Quando il concordato è con continuità aziendale diretta, il piano deve esporre in modo analitico costi e ricavi attesi
dalla prosecuzione dell'attività d'impresa, nonché il fabbisogno finanziario e le relative modalità di copertura.
Per consentire la valutazione di tali profili, la proposta di concordato in continuità aziendale deve essere corredata
anche dal relativo piano industriale, con indicazione dei tempi necessari per assicurare il riequilibrio della situazione
finanziaria.
La proposta e gli allegati devono essere accompagnati dalla relazione di un professionista scelto dal debitore.
Il professionista deve attestare la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano; attesta pure che la
prosecuzione dell'attività d'impresa è idonea a garantire il ripristino della sostenibilità economica dell'impresa e a
riconoscere a ciascun creditore «un trattamento non inferiore rispetto a quello che riceverebbe in caso di
liquidazione giudiziale.
A partire dalla riforma del 2012, però, il debitore può presentare anche una domanda di concordato incompleta, con
riserva di presentare successivamente la proposta, il piano, l'attestazione e gli altri allegati richiesti: devono essere
depositati insieme alla domanda (solo) i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi e l'elenco dei creditori con i rispettivi
crediti.
Contestualmente, poi, il debitore può chiedere al tribunale di disporre le misure cautelari e protettive idonee ad
assicurare provvisoriamente gli effetti del concordato.
Con la domanda di concordato "in bianco" perciò il debitore mira ad ottenere un lasso di tempo per predisporre il
piano ad evitare l'apertura della liquidazione giudiziale se qualcuno ne abbia fatto richiesta.
Quando viene presentata una domanda incompleta, il tribunale concede un termine compreso fra trenta e sessanta
giorni (prorogabile fino ad ulteriori sessanta giorni).
Contestualmente nomina un commissario in funzione di vigilanza.
Entro la scadenza il debitore deve depositare la domanda di concordato preventivo completa di tutta la
documentazione necessaria.
Ricevuta la domanda completa della proposta e degli allegati, il tribunale svolge un controllo preliminare volto ad
accertare se ricorono i presupposti richiesti dalla legge per l'ammissione alla procedura.
Se l'accertamento ha esito negativo, dichiara inammissibile la proposta di concordato; viene dichiarata l'apertura
della liquidazione giudiziale, ove ne sia stata presentata domanda da uno dei soggetti legittimati; il debitore può
anche presentare una nuova domanda di concordato, ma solo se si verificano mutamenti delle circostanze.
Se invece ritiene ammissibile la proposta, il tribunale, dichiara aperta la procedura di concordato preventivo.
Con lo stesso provvedimento il tribunale designa gli organi della procedura: nomina il giudice delegato, cui è
devoluta la direzione della procedura; nomina (o conferma, se già nominato) il commissario giudiziale, che svolge
essenzialmente funzioni di vigilanza e di controllo.
Sempre col decreto di ammissione il tribunale determina la data iniziale e finale per l'espressione del voto dei
creditori. Il decreto è pubblicato nel registro delle imprese.
La presentazione della domanda di concordato incide sia sulla posizione del debitore sia su quella dei creditori
anteriori.
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Il debitore deve attenersi durante la procedura e nella fase di esecuzione del concordato al principio generale di
buona fede e correttezza.
A differenza che nella liquidazione giudiziale, il debitore conserva l’amministrazione dei suoi beni, sotto la vigilanza
del commissario giudiziale. Subisce però una limitazione, può compiere autonomamente solo gli atti di ordinaria
amministrazione (c.d. "spossessamento attenuato").
Per gli atti di straordinaria amministrazione è invece necessaria un'autorizzazione. In caso di concordato preventivo
con continuità aziendale, il tribunale può altresì autorizzare il debitore a pagare determinati crediti anteriori alla
Presentazione della domanda.
Questi pagamenti sono consentiti dalla legge solo in presenza di una delle seguenti condizioni:
a) che un professionista indipendente attesti che tali prestazioni sono essenziali per la prosecuzione dell'attività
d'impresa e funzionali ad assicurare la migliore soddisfazione degli altri creditori concordatari;
b) oppure che i pagamenti siano effettuati con nuove risorse finanziarie, apportate al debitore senza obbligo di
restituzione o con obbligo di restituzione postergato alla soddisfazione degli altri creditori concordatari.
Possono invece essere pagati senza autorizzazione i crediti prededucibili che vengono a scadenza durante la
procedura.
Gli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione e i pagamenti compiuti senza la necessaria autorizzazione sono
inefficaci nei confronti dei creditori anteriori al concordato.
Espongono inoltre l'imprenditore alla revoca dell'ammissione al concordato.
Infine, se il debitore è una società di capitali o una cooperativa, in pendenza della procedura di concordato
preventivo non si applicano le regole in tema di riduzione del capitale per perdite e la conseguente causa di
scioglimento per perdita del minimo legale di capitale, esaminati in precedenza.
Gli effetti per i creditori anteriori sono coincidenti con quelli della liquidazione giudiziale, dato che anche il
concordato preventivo è per i creditori caratterizzato (salvo deroghe) dal principio della par condicio creditorum.
Come visto, se il debitore ne fa richiesta nella domanda di concordato, dalla data della pubblicazione del ricorso nel
registro delle imprese i creditori non possono iniziare o proseguire azioni esecutive e cautelari individuali sul
patrimonio del debitore.
I creditori non possono inoltre acquistare diritti di prelazione con efficacia rispetto ai creditori concorrenti, salvo che
vi sia autorizzazione del tribunale o del giudice delegato.
L'apertura del concordato preventivo in linea di principio non incide sui rapporti contrattuali in corso, dato che
l'imprenditore conserva il potere di amministrare il suo patrimonio.
Il debitore può tuttavia chiedere di essere autorizzato a sciogliersi dai contratti che non siano coerenti con le
previsioni del piano.
La controparte, che subisce sospensione o lo scioglimento del contratto, ha diritto ad un indennizzo.

4. Lo svolgimento della procedura.


Si articola in due fasi: l'approvazione della proposta da parte dei creditori e la successiva omologazione del
concordato da parte del tribunale.
Nel concordato preventivo manca un accertamento giudiziario dello stato passivo.
Il commissario giudiziale provvede perciò a convocare i creditori sulla base dell'elenco nominativo presentato dal
debitore apportando di sua iniziativa, le necessarie rettifiche.
Tutte le proposte sono modificabili fino a venti giorni prima della data iniziale stabilita per il voto di amministrare il
suo patrimonio.
Con il codice della crisi l’approvazione del concordato tramite voto è espresso mediante posta elettronica certificata
inviata al commissario giudiziale entro i termini di inizio e fine delle votazioni stabiliti dal tribunale.
Vengono esclusi dal voto i creditori privilegiati, i creditori in conflitto di intessi e i soggetti vicini al debitore.
I creditori che hanno presentato una proposta concorrente hanno diritto al voto solo se collocati in una apposita
classe. I creditori sono chiamati a votare su tutte le proposte di concordato.
Prevale quella che ha conseguito la maggioranza più elevata dei crediti.
Per quanto riguarda le maggioranze necessarie per l'approvazione del concordato, a partire dal 2022 la legge
distingue fra concordato liquidatorio e concordato con continuità aziendale:
1) il concordato liquidatorio è approvato con il voto favorevole della maggioranza dei crediti ammessi al voto
(maggioranza assoluta per valore); solo quando un unico creditore sia in grado di esprimere da solo la maggioranza
per valore, in quanto titolare della maggior parte dei crediti, è necessario che sia raggiunta anche una seconda
maggioranza. In caso di concordato con classi, la maggioranza per valore deve essere raggiunta nel maggior numero
di classi;
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2) il concordato con continuità aziendale è approvato se tutte le classi hanno votato a favore. In ciascuna classe la
proposta deve riportare il voto favorevole della maggioranza dei crediti che vi sono ammessi (maggioranza assoluta
per valore).
Ove non si sia raggiunta la maggioranza assoluta, la classe si considera ugualmente favorevole quando ha votato la
maggioranza dei crediti appartenenti alla stessa e la proposta abbia riportato il voto favorevole del due terzi dei
crediti dei creditori votanti (maggioranza relativa qualificata).
Chi ha votato a favore di una proposta approvata può però modificare il proprio voto nel caso in cui il commissario
giudiziale abbia rilevato che sono mutate le condizioni di fattibilità del piano.
Se la proposta è respinta, il tribunale dichiara d'ufficio inammissibile la proposta di concordato con decreto; inoltre,
viene dichiara l'apertura della liquidazione giudiziale con separata sentenza.
Se invece il concordato è stato approvato, si apre il giudizio di omologazione.
In sede di omologazione, il tribunale effettua un controllo di legalità sulla proposta e sullo svolgimento della
procedura.
Può però spingersi ad un controllo di merito sulla convenienza della proposta solo quando sul punto è stata sollevata
un'opposizione.
Nel concordato con continuità aziendale può presentare opposizione per contestare la convenienza della proposta
qualsiasi creditore dissenziente.
Invece nel concordato liquidatorio è necessario che il creditore opponente appartenga ad una delle classi
dissenzienti che rappresenti almeno il venti per cento dei crediti ammessi al voto.
Anche i soci possono presentare opposizione per lamentare che il trattamento economico loro riservato nel
concordato è meno vantaggioso di quello che potrebbero conseguire tramite l'alternativa liquidatoria.
Nonostante l'opposizione, il tribunale può tuttavia omologare ugualmente la proposta: Quando la maggioranza non
è stata raggiunta per la mancata adesione, determinante, del fisco o degli enti previdenziali, il tribunale può
omologare il concordato se ritiene che per tali creditori la proposta concordataria è Conveniente rispetto
all'alternativa liquidatoria.
Il secondo caso si applica solo al concordato con continuità aziendale e consiste nella c.d. ristrutturazione trasversale
introdotta in attuazione del diritto europeo.
Secondo questa regola, il tribunale può omologare il Concordato con continuità aziendale anche quando è approvato
solo dalla maggioranza delle classi, purché sussistano tutte le seguenti condizioni:
a) il trattamento dei creditori concordati rispetta i vincoli imposti in merito ai criteri di ripartizione dell'attivo;
b) nessun creditore riceve più dell'importo del proprio credito;
c) fra le classi favorevoli almeno una è composta da creditori privilegiati, o comunque da creditori che potrebbero
essere soddisfatti anche nell'ipotesi che tutte le risorse del concordato fossero ripartite nel rispetto dell'ordine delle
cause legittime di prelazione.
Se i risultati del controllo sono positivi, il tribunale omologa il concordato, altrimenti lo respinge.
È possibile proporre reclamo alla corte d'appello. Con lo stesso reclamo si può impugnare l'eventuale apertura della
liquidazione giudiziale. Il concordato preventivo è obbligatorio per tutti i creditori anteriori alla pubblicazione della
domanda di ammissione nel registro delle imprese.
Nel caso di società con soci a responsabilità illimitata, il concordato della società ha efficacia anche per i soci, che
restano perciò liberati nei confronti dei creditori sociali per la parte eccedente la percentuale concordataria.

5. Esecuzione. Risoluzione ed annullamento del concordato.


Con la sentenza di omologazione del concordato, la procedura si chiude.
Il concordato viene quindi eseguito sotto la sorveglianza del commissario giudiziale, secondo le modalità stabilite
nella sentenza di omologazione.
Anche se è stata approvata una proposta concorrente dei creditori, il debitore è tenuto a compiere ogni atto a lui
richiesto per darvi attuazione.
Quando il debitore è una società, il provvedimento di omologa determina la riduzione o l'aumento di capitale e le
altre modificazioni statutarie eventualmente previste dal piano e demanda agli amministratori il compimento degli
atti esecutivi e delle ulteriori modifiche statutarie necessari per realizzare la proposta.
Se gli amministratori non provvedono entro trenta giorni, il tribunale può revocarli e nominare un amministratore
giudiziario che realizzi in via sostitutiva gli adempimenti necessari.
Qualora il concordato consista nella cessione dei beni ai creditori, il tribunale nomina uno o più liquidatori ed un
comitato di tre o cinque creditori per assistere alla liquidazione; determina inoltre le altre modalità della stessa.

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Infatti, il concordato con cessione comporta il conferimento i creditori stessi di un mandato irrevocabile in rem
propriam a liquidare i beni e a ripartirne il ricavato fra di loro.
Il concordato preventivo può essere risolto od annullato negli stessi casi previsti per il concordato nella liquidazione
giudiziale.
Si deve ritenere che anche in caso di annullamento o risoluzione del concordato il tribunale debba valutare se
sussistono i presupposti per l'apertura della liquidazione giudiziale.
L'apertura della liquidazione giudiziale in seguito al mancato perfezionamento del concordato o alla risoluzione dello
stesso solleva due delicati problemi.
Un primo problema è se i termini per l'esercizio delle azioni revocatorie concorsuali decorrano a ritroso dalla
presentazione della domanda di concordato preventivo oppure dall'avvio della liquidazione giudiziale.
La soluzione più rigorosa, già affermata dall'opinione prevalente, è quando alla domanda di accesso ad una
procedura concorsuale consegue l'apertura della liquidazione giudiziale, i termini delle revocatorie concorsuali e di
inefficacia dei rimborsi dei finanziamenti postergati sono da calcolare a ritroso «dalla data di pubblicazione della
predetta domanda di accesso.
E veniamo al secondo problema.
Gli atti, i pagamenti e le garanzie legittimamente posti in essere dal debitore dopo la presentazione della domanda di
concordato non sono soggetti a revocatoria.
Coloro che sono diventati creditori dell'imprenditore durante la procedura di concordato, per atti inerenti alla
gestione dell'impresa in concordato, devono però essere trattati nella successiva liquidazione giudiziale come
creditori della massa o all'opposto devono essere considerati creditori concorrenti.
Il codice della crisi e dell'insolvenza conferma esplicitamente l'orientamento favorevole alla prededucibilità e che
consente all'imprenditore qualche chance in più di ripresa.
La nuova disciplina da un lato precisa quali crediti devono considerarsi prededucibili nell'ambito del concordato
preventivo; dall'altro stabilisce in via generale che la prededucibilità riconosciuta nell’ambito di una procedura
concorsuale permane anche nell'ambito delle successive procedure esecutive e concorsuali». In particolare, sono
dichiarati prededucibili:
1) i crediti sorti per effetto di atti legalmente compiuti dal debitore durante la procedura;
2) i crediti legalmente sorti durante la procedura per la gestione del patrimonio del debitore, la continuazione
dell'esercizio dell'impresa, il compenso degli organi preposti e le prestazioni professionali richieste dagli organi
medesimi;
3) i crediti dei professionisti sorti in funzione della presentazione della domanda di concordato, nonché del deposito
della relativa proposta e del piano sono sì prededucibili, ma solo nei limiti del 75% del valore e a condizione che la
procedura di concordato sia aperta.
Una particolare attenzione viene infine rivolta alla prededucibilità dei finanziamenti concessi al debitore per
consentire lo svolgimento della procedura concordataria o l'esecuzione del piano. Il codice della crisi prevede le
seguenti due ipotesi:
a) durante lo svolgimento della procedura, quando il piano prevede la continuazione dell'attività anche solo fino alla
liquidazione, il debitore può chiedere al tribunale di essere autorizzato a contrarre nuovi finanziamenti prededucibili
funzionali all'apertura e allo svolgimento del concordato, oppure funzionali all'esercizio dell'attività aziendale sino
all'omologa. L'istanza deve essere accompagnata dall' attestazione di un professionista indipendente che tali
finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori. È possibile chiedere la prededucibilità anche
dei finanziamenti erogati prima della domanda di concordato purché in funzione della presentazione della domanda
stessa;
b) nella fase di esecuzione: sono inoltre prededucibili i crediti derivanti da finanziamenti erogati in esecuzione di un
concordato preventivo con continuità aziendale. Poiché tali crediti sono parte integrante della proposta approvata
dai creditori, la preducibilità è concessa di diritto.
In sede di omologazione, tuttavia, il tribunale controlla che i finanziamenti siano necessari e non arrechino ingiusto
pregiudizio agli interessi dei creditori.
In ogni caso, la prededucibilità accordata alla nuova finanza concordataria non opera se, nella successiva liquidazione
giudiziale, emerge che il piano era basato su dati falsi o incompleti, o il debitore ha compiuto atti in rode ai creditori,
ed il finanziatore ne era a conoscenza.
Il beneficio della prededuzione è infine riconosciuto anche quando la nuova finanza concordataria viene erogata ad
una società proponente il concordato dai suoi stessi soci.
Onde impedire che i soci riversino per intero il rischio del salvataggio sui creditori, i finanziamenti effettuati dagli
stessi sono però prededucibili solo nella misura dell'80%.
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Resta invece prededucibile l'intero importo del credito quando il finanziatore ha acquisito la qualità di socio in
esecuzione del concordato preventivo, quale mezzo per rafforzare la società con nuovi conferimenti.

6. Il concordato preventivo di gruppo.


Il codice della crisi ha introdotto innovative disposizioni per consentire a più società, appartenenti ad uno stesso
gruppo ed aventi tutte il centro di interessi principali in Italia, di proporre un concordato di gruppo, qualora ciò risulti
funzionale al migliore soddisfacimento dei creditori delle diverse imprese proponenti.
Il concordato di gruppo si presenta con un unico ricorso.
Se la procedura viene aperta, il tribunale nomina un unico giudice delegato ed un unico commissario giudiziale.
E per la fase di esecuzione, nel caso di cessione dei beni, nomina un unico liquidatore; solo i comitati dei creditori
restano distinti, uno per ciascuna impresa di gruppo.
Nonostante l’unità della procedura, resta ferma l'autonomia patrimoniale delle masse attive e passive delle imprese
di gruppo.
Perciò nel concordato di gruppo ciascuna impresa presenta una distinta proposta concordataria ai propri creditori.
La votazione del concordato di gruppo avviene in maniera separata e contestuale: i creditori di ciascuna impresa
votano solo per la proposta della società loro debitrice.
Il concordato di gruppo è approvato quando sono approvate le proposte delle singole imprese. Se il concordato di
gruppo ha finalità liquidatoria, possono presentare opposizione all'omologazione i creditori che sono risultati in una
classe dissenziente.
In sede di omologazione i creditori e i soci possono contestare gli effetti pregiudizievoli delle operazioni infragruppo
previste dal piano; tuttavia il tribunale può omologare ugualmente il concordato qualora ritenga che il pregiudizio sia
escluso. Se invece la proposta prevede la continuità aziendale, trovano applicazione le regole già esaminate per
l'omologazione di questo tipo di concordato. Il concordato di gruppo omologato può essere annullato o risolto
quando se ne verificano i presupposti rispetto ad una o più imprese del gruppo e ne risulta compromessa
l'attuazione del piano anche nei confronti delle altre imprese. Trova applicazione, per il resto, la disciplina generale
del concordato preventivo già esaminata.

7. Il piano di ristrutturazione soggetto ad omologazione.


Il concordato preventivo è stato affiancato da due strumenti affini per la risoluzione della crisi o dell'insolvenza,
caratterizzati da maggiore semplicità sul piano procedimentale: il piano di ristrutturazione soggetto ad
omologazione; e il concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio.
Esaminiamoli separatamente.
Piano di ristrutturazione soggetto ad omologazione può essere considerato una forma semplificata di concordato
preventivo con continuità aziendale.
Si caratterizza tuttavia per una ampia flessibilità riguardo al contenuto della proposta, per una procedura più snella e
per minori vincoli imposti durante la fase "endoprocedimentale.
Caratteristica principale è che il debitore può proporre di distribuire fra le classi di creditori il valore generato dal
piano.
Pertanto il proponente è tendenzialmente libero di stabilire quanta parte delle risorse attive della procedura
concorsuale destinare al soddisfacimento dei creditori e in qual modo distribuirle senza tener conto dell'esistenza e
dell'ordine dei privilegi.
La domanda di omologazione è presentata dall'imprenditore con le modalità previste per il concordato preventivo e
deve essere corredata dell'attestazione di un professionista indipendente sulla veridicità dei dati e la fattibilità del
piano.
Il tribunale dispone l'ammissione dopo una verifica sulla mera ritualità della proposta e sulla correttezza dei criteri di
formazione delle classi.
Ulteriore vantaggio di questo strumento è l'ammissione alla procedura non determina alcun effetto di
spossessamento per il debitore, nemmeno attenuato.
La gestione del patrimonio segue: dalla data di presentazione della domanda fino all'omologazione l'imprenditore
conserva la gestione dell'impresa, ma deve amministrarla nel prevalente interesse dei creditori; può compiere tutti
gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione.
Tuttavia, se intende compiere atti di straordinaria amministrazione, deve informare il commissario giudiziale.
Il commissario è tenuto a segnalare la propria opposizione all'imprenditore, quando ritiene che l'operazione possa
danneggiare i creditori; se ciononostante l'atto viene compiuto, ne informa immediatamente il tribunale per la
revoca dell'ammissione alla procedura.
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Per l'approvazione del piano da parte dei creditori valgono regole analoghe a quelle previste per l'approvazione del
concordato preventivo con continuità aziendale. E, come nel concordato, se un creditore dissenziente contesta la
convenienza della proposta, il tribunale può omologare ugualmente il piano se ritiene che l'opponente non potrebbe
ricevere un trattamento migliore in caso di liquidazione giudiziale.
Invece, a differenza di quanto si prevede nel concordato preventivo con continuità aziendale, se il piano non è
approvato da tutte le classi, ciò rende impossibile l'omologazione anche se la maggioranza delle stesse è favorevole.
Le conseguenze di questa situazione sono che il debitore può modificare la domanda e chiedere di essere ammesso
ad un concordato preventivo.
E reciprocamente, il debitore che ha presentato domanda di concordato preventivo può chiedere l'omologazione di
un piano di ristrutturazione sino a che non sono iniziate le operazioni di voto.

8. Il concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio.


Con il concordato semplificato per la liquidazione del patrimonio l'imprenditore che ha inutilmente esperito la fase di
composizione negoziata della crisi predispone una proposta di concordato con cessione dei beni e lo sottopone
all'omologazione del tribunale, senza farlo passare prima per l'approvazione dei creditori. Si tratta dunque di uno
strumento alternativo ad un normale concordato preventivo "liquidatorio" (o tutt'al più di un concordato con
continuità indiretta).
Profonde sono tuttavia le differenze fra le due procedure.
A differenza del concordato preventivo (e del piano di ristrutturazione omologato), può chiedere di essere ammesso
al concordato semplificato liquidatorio l'imprenditore che potrebbe essere sottoposto a liquidazione giudiziale, ma
anche un imprenditore agricolo o un imprenditore "minore”.
La domanda però può essere presentata solo se l'esperto incaricato di gestire la fase di composizione negoziata della
crisi dichiara, nella sua relazione finale, che le trattative si sono svolte secondo buona fede, che non hanno avuto
esito positivo e non è stato possibile raggiungere un accordo di salvataggio con i creditori.
L'imprenditore deve fare istanza di concordato semplificato entro sessanta giorni dalla comunicazione della relazione
finale dell'esperto. La proposta deve necessariamente contemplare la liquidazione del patrimonio del debitore
mediante cessione dei beni ai creditori; però è possibile prevedere il trasferimento dell'azienda, o di suoi rami o di
singoli beni ad un soggetto preindicato.
È espressamente concessa la facoltà di formare classi di creditori.
Non è invece richiesto che la proposta soddisfi i requisiti di meritevolezza oggettiva del concordato liquidatorio.
Né il debitore deve allegare alla proposta l'attestazione dell'esperto sulla veridicità dei dati aziendali e la fattibilità
del piano.
Il ricorso è comunicato al pubblico ministero e pubblicato d'ufficio nel registro delle imprese.
Dalla data di pubblicazione si producono per il debitore e per i creditori gli effetti della domanda di concordato
preventivo "ordinario" le cui norme sono richiamate.
Non sussiste una vera fase di ammissione al concordato, bensì il tribunale, fissa direttamente la data dell'udienza per
l'omologazione.
Al posto del commissario giudiziale viene nominato un ausiliario che esprime un parere sulla proposta ed esercita la
vigilanza nei confronti del debitore.
I creditori non votano sulla proposta di concordato, ma possono solo presentare opposizione alla sua omologazione.
Possono proporre opposizione all'omologazione tutti i creditori e qualsiasi interessato, costituendosi entro il termine
di 10 giorni prima dell'udienza.
Condizioni sostanziali di omologazione della proposta sono che il piano di liquidazione:
1) rispetti l'ordine delle cause di prelazione;
2) non arrechi pregiudizio ai creditori rispetto all'alternativa della liquidazione giudiziaria;
3) assicuri un'utilità a ciascun creditore.
Con il decreto di omologa il tribunale provvede anche a nominare un liquidatore, incaricato di espletare le procedure
di vendita, nel rispetto per quanto compatibile delle regole del concordato con cessione dei beni.

B. GLI ACCORDI DI RISTRUTTURAZIONE DEI DEBITI. LA CONVENZIONE DI MORATORIA


8. Caratteri generali.
Gli accordi di ristrutturazione dei debiti sono accordi stipulati fra imprenditore ed una maggioranza qualificata di
creditori, producono degli effetti protettivi nei confronti degli atti compiuti in loro esecuzione: tali atti sono posti al
riparo dall'azione revocatoria concorsuale e non configurano il reato di bancarotta qualora la crisi non sia superata e
sopraggiunga la liquidazione giudiziale.
159
Gli accordi omologati consentono inoltre di rendere prededucibili, in caso di successiva liquidazione giudiziale, i
crediti derivanti da nuovi finanziamenti accordati all'impresa in crisi, secondo le stesse regole già viste per il
concordato preventivo.
Gli accordi di ristrutturazione non costituiscono un concordato giudiziale e di massa perché sono raggiunti mediante
trattative dirette fra il debitore e i creditori; il tribunale interviene sull'accordo già concluso solo in funzione di
controllo con l'omologazione.
Inoltre, e soprattutto, le categorie di imprenditori che possono accedere agli accordi di ristrutturazione sono più
ampie di quelle ammissibili al concordato preventivo, anche gli imprenditori agricoli possono servirsi di questo
strumento di composizione della crisi (ma non gli imprenditori minori).
Gli accordi di ristrutturazione conferiscono certezza riguardo ai loro effetti protettivi nei confronti di un'eventuale
successiva azione revocatoria.
Solo gli accordi di ristrutturazione e il concordato preventivo, d'altro canto, consentono di assicurare il beneficio
della prededucibilità ai nuovi finanziamenti.
Contenuto: all'accordo di ristrutturazione dei debiti devono aderire i creditori che rappresentano almeno il sessanta
per cento dei crediti. L'imprenditore è libero di pattuire con i creditori aderenti tutte le modalità più opportune di
ristrutturazione dei debiti (pagamento in percentuale, dilazione o rateizzazione dei pagamenti, etc); né è vincolato
all'integrale pagamento dei creditori privilegiati, a rispettare l'ordine dei privilegi, oppure a garantire la parità di
trattamento dei creditori.
Invece, ai creditori che non aderiscono all'accordo deve, di regola, essere assicurato l'integrale pagamento, ma non
necessariamente "regolare"; nel senso che è possibile dilazionare l'adempimento nei loro confronti.
Il principio di integrale pagamento dei creditori estranei all'accordo subisce però due eccezioni, che esamineremo
meglio nel prosieguo:
1) nel caso di crediti fiscali e previdenziali, quando sussistono le condizioni per omologare l'accordo in assenza
dell'adesione di tali creditori pubblici;
2) quando viene chiesta l'omologazione di un accordo di ristrutturazione ad efficacia estesa.
Trattative: durante le trattative il debitore deve attenersi al dovere generale di trasparenza nei confronti dei
creditori coinvolti nelle negoziazioni, e in particolare deve illustrare agli stessi in modo completo e veritiero la
propria situazione, fornendo tutte le informazioni necessarie ed appropriate.
A loro volta, però, i creditori sono tenuti a comportarsi lealmente e a rispettare l'obbligo di riservatezza sulle
informazioni acquisite e sulle iniziative assunte dal debitore. In questa delicata fase, l'imprenditore può chiedere al
tribunale di essere posto al riparo dalle azioni cautelari o esecutive individuali dei creditori.
Trovano applicazione le regole procedimentali sulla concessione di misure protettive già esaminate riguardo alla
liquidazione giudiziale.
Se l'esame della domanda ha esito positivo, il tribunale stabilisce con proprio decreto un termine compreso fra
trenta e sessanta giorni entro il quale il debitore deve depositare per l'omologazione l'accordo raggiunto, o in
alternativa una proposta di concordato preventivo.
Stabilisce anche la durata del divieto di azioni esecutive individuali e per lo stesso periodo restano sospese le
prescrizioni e non si verificano le decadenze.
Come nel concordato preventivo, con la presentazione della domanda di omologazione dell'accordo tutti i contratti
proseguono ed è nullo il patto contrario.
Dopo la stipulazione dell'accordo, il debitore ne deve chiedere l'omologazione al tribunale. In particolare, è
necessario che la relazione del professionista attesti la fattibilità dell'accordo e la sua idoneità ad assicurare
l'integrale pagamento dei creditori estranei.
Insieme con l'istanza di omologazione il debitore può chiedere l'applicazione delle misure protettive idonee ad
assicurare gli effetti della sentenza che omologa l'accordo, se non l'ha già fatto durante le trattive.
Contestualmente alla domanda di omologazione, l'accordo è pubblicato nel registro delle imprese.
Dal giorno della pubblicazione l'accordo acquista efficacia e può essere eseguito. Durante lo svolgimento della
procedura, il debitore conserva l'amministrazione del suo patrimonio, ma deve gestirlo nel rispetto dell'interesse
prioritario dei creditori.
Il tribunale può inoltre nominare un commissario giudiziale in funzione di vigilanza. Il tribunale decide sulla domanda
di omologazione decorso il termine per la presentazione delle eventuali opposizioni, di trenta giorni dalla
pubblicazione dell'accordo. Possono presentare opposizione i creditori ed ogni altro interessato.
L'omologazione è concessa con sentenza, contro la quale è proponibile reclamo davanti alla corte d'appello (art. 51).
Il decreto di omologazione è pubblicato nel registro delle imprese. Se invece l'accordo non è omologato, il tribunale
su richiesta di un legittimato valuta la sussistenza dei requisiti per l'apertura della liquidazione giudiziale.
160
Trova inoltre applicazione la regola già vista per il concordato preventivo.
Qualora dopo l'omologazione si rendano necessarie modifiche sostanziali al piano per assicurare l'esecuzione degli
accordi, il debitore deve fare rinnovare l'attestazione di fattibilità da parte di un professionista indipendente.
Il piano modificato e la nuova attestazione sono pubblicati nel registro delle imprese e ne viene dato avviso ai
creditori, che entro trenta giorni dalla ricezione possono presentare opposizione al tribunale.
In caso di annullamento o risoluzione i creditori conservano le garanzie ricevute e non sono tenuti a restituire quanto
hanno già riscosso in base all'accordo caducato.
Qualora dopo la richiesta di omologazione di accordi di ristrutturazione intervenga l'apertura della liquidazione
giudiziale si pongono problemi relativi alla consecuzione delle due procedure.
Perciò, i crediti prededucibili sorti nell'ambito della procedura di omologazione degli accordi conservano lo stesso
trattamento anche nella liquidazione giudiziale.

9. Le forme speciali di accordi di ristrutturazione dei debiti.


Il codice della crisi e dell'insolvenza prevede alcune varianti degli accordi di ristrutturazione, che si caratterizzano per
il contenuto e gli effetti degli accordi.
A queste forme particolari di accordi si applica la disciplina generale esposta nel precedente paragrafo salvo le
deroghe indicate di seguito.
1) Gli accordi di ristrutturazione agevolati sono accordi in cui il debitore:
a) non propone la moratoria dei crediti estranei agli accordi;
b) rinuncia a richiedere misure protettive temporanee.

2)Gli accordi di ristrutturazione con efficacia estesa sono invece accordi che estendono i loro effetti anche ai
creditori non aderenti.
A tal fine, l'accordo deve avere carattere non liquidatorio e deve prevedere la suddivisione dei creditori in categorie,
individuate secondo posizioni giuridiche ed interessi economici omogenei: se all'accordo aderisce il settantacinque
per cento dei crediti di una categoria, esso vale anche i per restanti creditori della medesima categoria.
Gli accordi di ristrutturazione con finalità liquidatorie possono invece essere estesi solo nei confronti di banche e
intermediari finanziari e a condizione che i crediti di questa categoria di creditori rappresentino da soli più della metà
dell'indebitamento complessivo dell'impresa.
I creditori non aderenti che subiscono l'estensione degli effetti dell'accordo possono presentare opposizione.
Tuttavia il tribunale può omologare l'accordo nonostante l'opposizione. In nessun caso è però possibile imporre ai
creditori non aderenti all'accordo l'esecuzione di nuove prestazioni, l'erogazione di nuovi finanziamenti o il
mantenimento della possibilità di utilizzare gli affidamenti esistenti.
3)Gli accordi di ristrutturazione di gruppo sono accordi che mirano alla ristrutturazione di più imprese appartenenti
allo stesso gruppo ed aventi tutte il centro di interessi principali in Italia. Tali accordi, che a seconda dei casi possono
essere anche "agevolati" o "ad efficacia estesa", si basano perciò su un unico piano di gruppo, oppure su più piani
collegati e interferenti.
4)L'attuale disciplina consente alle imprese debitrici di presentare una domanda unitaria di omologazione. Trovano
applicazione, inoltre, le regole già viste per il concordato preventivo di gruppo, quanto alla possibilità di prevedere
trasferimenti di risorse infragruppo necessari alla realizzazione di un piano con continuità aziendale.

10. La convenzione di moratoria.


Con la convenzione di moratoria un imprenditore, anche non commerciale o minore, allo scopo di disciplinare in via
provvisoria gli effetti della crisi, concorda con i creditori una o più delle seguenti misure:
a) la dilazione delle scadenze dei crediti;
b) la rinuncia agli atti o la sospensione delle azioni esecutive e conservative;
c) ogni altra misura che non comporti da parte dei creditori la rinuncia al credito, l'esecuzione di nuove prestazioni o
l'erogazione di nuovi finanziamenti.
Se la convenzione è approvata dai creditori che rappresentano il 75% di una categoria, la moratoria è efficace anche
nei confronti dei creditori non aderenti della medesima categoria; ciò a condizione però che sussistano concrete
prospettive di poter soddisfare questi ultimi, all'esito della moratoria, «in misura non inferiore rispetto alla
liquidazione giudiziale».
La relazione di un professionista indipendente attesta la veridicità dei dati aziendali, idoneità della convenzione a
raggiungere i fini dell'istituto della moratoria, nonché il rispetto della condizione sul trattamento dei creditori non
aderenti. Il codice non richiede alla convenzione aderisca una maggioranza qualificata di tutti i creditori. È quindi
161
prospettabile una moratoria limitata solo a determinate categorie di creditori e quindi concordata solo con costoro.
Inoltre, la convenzione di moratoria è efficace senza bisogno di omologazione da parte del tribunale.
Tuttavia, un controllo giudiziario può essere attivato ex post, se un creditore non aderente presenta opposizione,
entro trenta giorni da quando l'accordo gli viene comunicato.
In questo caso il tribunale decide sulle opposizioni in camera di consiglio con sentenza, contro la quale è possibile
proporre reclamo davanti alla corte d'appello.

CAPITOLO QUARANTANOVE
LE PROCEDURE CONCORSUALI DELLE CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO
Di fronte alla grave crisi economica di inizio secolo, che ha deteriorato la condizione finanziaria di vasti strati della
popolazione, l'Italia ha deciso di dotarsi di strumenti per regolare la crisi dei debitori che si trovano in stato di
sovraindebitamento e non possono usufruire di altra procedura concorsuale.
Il codice della crisi e dell'insolvenza ha conservato l'impianto fondamentale della precedente legge, sia pure
rinominando gli istituti e sottoponendo la relativa disciplina a rilevanti modifiche.
Il sistema delle procedure concorsuali da sovraindebitamento si articola perciò in tre istituti: una procedura di
liquidazione giudiziaria di tutti i beni del debitore (liquidazione controllata del sovraindebitato, prima denominata
procedura di liquidazione del patrimonio); una procedura in cui la crisi viene superata mediante un piano
predisposto dal debitore ed accettato dalla maggioranza dei creditori (concordato minore, prima "accordo di
composizione della crisi da sovraindebitamento”); una procedura, infine, riservata solo ai consumatori incolpevoli
del proprio stato di sovraindebitamento, in cui il piano predisposto dal debitore viene omologato e reso effettivo dal
giudice senza bisogno di accettazione da parte dei creditori (ristrutturazione dei debiti del consumatore, prima
"piano del consumatore").
Le procedure da sovraindebitamento continuano inoltre ad essere procedure concorsuali di carattere "residuale",
dedicate cioè in linea di principio ai debitori non assoggettabili alla liquidazione giudiziale, alla liquidazione coatta
amministrativa o ad altre procedure liquidatorie previste dal codice civile.
E in particolare possono accedere alle procedure da sovraindebitamento, i consumatori, i professionisti,
l'imprenditore minore, l'imprenditore agricolo e le start-up innovative.
Presupposto (oggettivo) comune a tutte queste procedure è lo stato di "sovraindebitamento", che l'attuale disciplina
definisce semplicemente come «lo stato di crisi o di insolvenza» di uno dei debitori sopra indicati .
Il sovraindebitamento può consistere tanto in uno stato di insolvenza, tanto in una mera crisi finanziaria, mentre non
dipende necessariamente dal rapporto fra passività e attivo patrimoniale: un debitore che ha molti debiti, in
proporzione alle sue sostanze, non è sovraindebitato finché riesce a procurarsi le risorse necessarie per adempiere
regolarmente le obbligazioni in scadenza.
E viceversa, il soggetto che possiede molti beni, ma non riesce a far fronte alle obbligazioni in scadenza perché non
ha redditi sufficienti ed il patrimonio non è facilmente liquidabile, versa in stato di sovraindebitamento.

A. LA LIQUIDAZIONE CONTROLLATA DEL SOVRAINDEBITATO


Apertura della procedura.
Con la procedura di liquidazione controllata il debitore in stato di sovraindebitamento chiede la liquidazione
giudiziale di tutti i suoi beni affinché il ricavato sia distribuito ai creditori secondo il principio della par condicio
creditorum; può inoltre ottenere l'esdebitazione dai debiti rimasti insoddisfatti al termine della procedura.
A differenza della liquidazione giudiziale, può essere utilizzato anche in presenza di una mera crisi finanziaria non
ancora qualificabile come insolvenza.
Gli effetti per il debitore sono inoltre meno gravosi rispetto alla liquidazione giudiziale, né sono previste speciali
azioni revocatorie contro gli atti dallo stesso compiuti prima della domanda di liquidazione. In base all'attuale
disciplina, possono presentare domanda per l'apertura della liquidazione controllata:
a) il debitore sovraindebitato;
b) ciascun creditore, ma solo se il debitore è in stato di insolvenza (non dunque quando il sovraindebitamento
consiste in una semplice crisi finanziaria).
Per non sovraccaricare gli uffici giudiziali, si prevede che:
1) la domanda dei creditori non può essere accolta se l'ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti
è inferiore ad euro 50.000;
2) quando la domanda è presentata da un creditore nei confronti di un debitore persona fisica, non si fa luogo
all'apertura della liquidazione controllata se un organismo di composizione delle crisi da sovraindebitamento, su

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richiesta del debitore, attesta che non è possibile acquisire alcun attivo da distribuire ai creditori, neppure mediante
l'esercizio di azioni giudiziarie.
La domanda di liquidazione controllata si propone con ricorso al tribunale del luogo dove il debitore ha il centro degli
interessi principali.
Il procedimento di apertura è regolato dalle stesse norme che disciplinano l'apertura della liquidazione giudiziale, in
quanto compatibili.
Nella presentazione della domanda il debitore deve farsi assistere da un organismo di composizione delle crisi da
sovraindebitamento (OCC) iscritto nell'apposito registro tenuto presso dal Ministero della giustizia.
In mancanza di un OCC, i compiti e le funzioni dello stesso sono svolti da un professionista (o società tra
professionisti), in possesso dei requisiti per la nomina come curatore, nominato dal tribunale.
L'organismo valuta la completezza e attendibilità della documentazione depositata a corredo della domanda e
illustra la situazione economica, patrimoniale e finanziaria del debitore, mediante una relazione che va a sua volta
allegata alla domanda.
Con la sentenza di apertura della liquidazione controllata il giudice nomina anche il liquidatore, che di regola è lo
stesso organismo di composizione delle crisi. L'apertura della procedura di liquidazione controllata determina per il
debitore effetti patrimoniali sostanzialmente simili a quelli della liquidazione giudiziale.
Se il debitore è una società, la procedura produce effetto anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili.
Con il decreto di ammissione il giudice ordina la consegna o il rilascio al liquidatore dei beni facenti parte del
patrimonio di liquidazione. La liquidazione ha ad oggetto l'intero patrimonio del debitore, con le seguenti eccezioni,
in larga parte coincidenti con le categorie di beni esclusi dallo spossessamento nella liquidazione giudiziale:
a) gli assegni a carattere alimentare, stipendi, pensioni, e ciò che il debitore guadagna con la propria attività, nei
limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;
b) i frutti derivanti dall'usufrutto legale sui beni dei figli ed i beni costituiti in fondo patrimoniale con i loro frutti;
c) i crediti e le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.
Durante la procedura, il patrimonio oggetto di liquidazione è amministrato dal liquidatore, che può esercitare, previa
autorizzazione del giudice delegato, ogni azione correlata con lo svolgimento di tale attività, quali quelle volte al
recupero dei crediti o a conseguire la disponibilità dei beni, o l'azione revocatoria ordinaria contro gli atti
pregiudizievoli.
A carico del debitore ammesso alla procedura di liquidazione non si producono invece gli effetti personali e quelli
penali della liquidazione giudiziale.
Anche la disciplina degli effetti della procedura sui creditori è ispirata ai principi della liquidazione giudiziale.
I creditori per titolo e causa anteriore alla pubblicità della sentenza di apertura di liquidazione (creditori concorsuali)
devono far valere le loro pretese esclusivamente nell'ambito della procedura concorsuale.
Pertanto, per tutta la durata del procedimento non possono, iniziare o proseguire azioni cautelari o esecutive.
Se alla data di apertura della liquidazione sono pendenti procedure esecutive, il liquidatore può subentrarvi. Il
deposito della domanda sospende il corso degli interessi convenzionali e legali fino alla chiusura della liquidazione,
salvo che per i crediti privilegiati.
Come nella liquidazione giudiziale, i creditori che partecipano al concorso si dividono in gradi, a seconda che siano
chirografari, privilegiati o creditori della massa. Sono creditori della massa i titolari di crediti sorti in occasione o in
funzione della liquidazione e devono essere soddisfatti con preferenza rispetto agli altri, salvo quanto ricavato dalla
liquidazione dei beni oggetto di pegno ed ipoteca per la parte destinata ai creditori garantiti.
I creditori con causa o titolo posteriore al momento in cui è eseguita la pubblicità del decreto di apertura sono invece
esclusi dal concorso.
Essi potranno pertanto avviare azioni esecutive individuali anche durante lo svolgimento della procedura, ma
soltanto sui beni non facenti parte del patrimonio di liquidazione.
Con codice della crisi e dell'insolvenza è stata invece introdotta una disposizione specifica per quanto riguarda gli
effetti della liquidazione controllata sui contratti pendenti: i contratti ancora ineseguiti o eseguiti nelle prestazioni
principali da entrambe le parti al momento in cui è aperta la procedura di liquidazione controllata restano sospesi
finché il liquidatore, sentito il debitore, decide se subentrare.
Il contraente in bonis può però mettere in mora il liquidatore, facendogli assegnare un termine dal giudice delegato,
non superiore a sessanta giorni, decorso il quale il contratto si intende sciolto se il liquidatore non dichiara il
subentro. Se avviene il subentro nel contratto, tutte le obbligazioni maturate nel corso della procedura (ma non
anche quelle anteriori) dovranno essere adempiute dal liquidatore in prededuzione.

163
In caso di scioglimento, invece, il contraente ha diritto di far valere nel passivo il credito conseguente al mancato
adempimento, ma non gli è dovuto alcun risarcimento del danno. Il procedimento di liquidazione prevede una fase
di accertamento del passivo, sia pure con modalità semplificate rispetto alla liquidazione giudiziale.
Il liquidatore esamina le domande presentate dai creditori, predispone un progetto di stato passivo e lo comunica
agli interessati, che possono formulare osservazioni entro il termine di quindici giorni. In mancanza di contestazioni,
il liquidatore forma lo stato passivo e lo deposita in cancelleria. Il decreto è impugnabile con reclamo davanti al
tribunale (art. 273).

Liquidazione ed esdebitazione.
Entro novanta giorni dall'apertura della liquidazione controllata, il liquidatore deve formare l'inventario dei beni da
liquidare ed elaborare un programma di liquidazione che assicuri la ragionevole durata della procedura.
Il programma è depositato in cancelleria ed approvato dal giudice delegato.
Per le vendite viene richiamata in quanto compatibile la disciplina della liquidazione giudiziale. La distribuzione delle
somme ricavate dalla liquidazione avviene sulla base di un progetto di riparto formato dal liquidatore.
In assenza di contestazioni, il giudice delegato ne autorizza l'esecuzione.
Se invece il progetto di riparto è contestato, il liquidatore tenta di comporre il dissenso; altrimenti rimette gli atti al
giudice delegato che provvede con decreto.
L'attuale disciplina non prevede più una durata minima della procedura (in passato quattro anni), che quindi può
chiudersi non appena terminata l'esecuzione del programma.
Completata la sua attività, il liquidatore presenta al giudice il rendiconto.
Con il decreto di chiusura della procedura il giudice ordina lo svincolo delle somme eventualmente accantonate. Il
codice della crisi e dell'insolvenza ha significativamente modificato la disciplina dell'esdebitazione, ampliando molto
la possibilità di accedere al beneficio da parte del sovraindebitato anche rispetto a quanto previsto dalle
corrispondenti norme della liquidazione giudiziale.
L'attuale disciplina distingue la situazione del debitore incapiente (cioè quello «che non sia in grado di offrire ai
creditori alcuna utilità, diretta o indiretta, nemmeno in prospettiva futura»), da quello la cui procedura abbia
consentito di far conseguire qualche utilità ai creditori.
Per quest'ultimo (debitore "capiente") l'esdebitazione opera di diritto e viene dichiarata con il decreto di chiusura
della procedura o comunque decorsi tre anni dalla sua apertura.
Diversamente dal passato, può ottenere l'esdebitazione qualsiasi debitore "capiente" sottoposto a liquidazione
giudiziale, anche se non si tratta di una persona fisica.
Devono però sussistere tutti i requisiti di meritevolezza richiesti dalle norme della liquidazione giudiziale, ed inoltre il
debitore non deve aver determinato la propria situazione di sovraindebitamento con colpa grave, malafede o frode.
Il debitore incapiente può invece ottenere l'esdebitazione solo se è una persona fisica, per una sola volta e sulla base
di un decreto del giudice che ne valuta la meritevolezza e in particolare «l'assenza di atti di frode e la mancanza di
dolo o colpa grave nella formazione dell'indebitamento.
A tal fine il debitore deve presentare domanda di esdebitazione tramite l'organismo di composizione delle crisi, che
relaziona sulle cause del sovraindebitamento.
Il decreto di esdebitazione del debitore incapiente è trasmesso ai creditori, che possono presentare opposizione
entro trenta giorni; nel qual caso il giudice, convocati i creditori opponenti, valuta se confermare o revocare il
provvedimento. L'esdebitazione dell'incapiente ha inoltre efficacia risolutivamente condizionata: resta fermo
l'obbligo di pagamento del debitore se entro quattro anni dal decreto sopraggiungono utilità rilevanti che
consentano il soddisfacimento dei creditori.
Per quanto riguarda invece gli altri effetti dell'esdebitazione, la relativa disciplina è stata unificata con quella della
liquidazione giudiziale e pertanto si fa rinvio a quanto esposto in precedenza.

B. LE PROCEDURE DI COMPOSIZIONE DELLE CRISI DA SOVRAINDEBITAMENTO


Il concordato minore.
Sotto il nome di procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento il codice della crisi e dell'insolvenza
raggruppa due procedure - il concordato minore e la ristrutturazione dei debiti del consumatore - accumunate dalla
caratteristica che la crisi economica del debitore viene superata mediante l'attuazione di un piano proposto dal
debitore stesso.
Al concordato minore si applicano le regole del concordato preventivo, salvo alcune disposizioni speciali esaminate
di seguito. Possono proporre un concordato minore i debitori soggetti alle procedure da sovraindebitamento, con
esclusione dei consumatori e degli imprenditori cancellati dal registro delle imprese.
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Fa eccezione l’ipotesi che il concordato sia presentato per regolare unitariamente il sovraindebitamento di più
membri appartenenti alla stessa famiglia (concordato minore familiare).
In questo caso è sufficiente che un solo debitore non sia un consumatore, mentre possono esserlo gli altri familiari
inclusi nel piano concordatario unitario.
È però necessario che i membri della famiglia a cui si riferisce il concordato siano conviventi, oppure che il loro
sovraindebitamento abbia un'origine comune.
Come per il concordato preventivo, il concordato minore può mirare a consentire la prosecuzione dell'attività
imprenditoriale o professionale del proponente, oppure avere finalità (esclusivamente o prevalentemente)
liquidatorie del patrimonio.
Tuttavia, il concordato liquidatorio è svantaggiato in quanto può essere proposto solo quando è previsto l'apporto di
risorse esterne che aumentino in misura apprezzabile la soddisfazione dei creditori.
La proposta deve indicare in modo specifico tempi e modalità per superare la crisi e può prevedere il
soddisfacimento anche parziale e attraverso qualsiasi forma dei crediti; la suddivisione in classi è obbligatoria per i
creditori titolari di garanzie prestate da terzi.
Nel caso di concordato familiare, le masse attive e passive dei patrimoni di ciascun debitore devono restare
separate, mentre il costo relativo al compenso dell'organismo di composizione delle crisi da sovraindebitamento è
ripartito fra tutti i membri della famiglia in proporzione all'entità dei debiti di ciascuno.
Alla domanda, devono essere allegati il piano e l'ulteriore documentazione relativa alle entrate del debitore e della
sua famiglia (stipendi, pensioni, ecc.) con l'indicazione di quanto occorre al mantenimento della stessa.
La domanda di concordato minore deve essere necessariamente presentata tramite un organismo di composizione
delle crisi da sovraindebitamento.
L'organismo redige una relazione, da allegare alla domanda, in cui, espone le cause del sovraindebitamento, indica i
risultati presumibili della procedura per i creditori, e ne compara la convenienza rispetto all'alternativa liquidatoria.
La relazione deve valutare pure la completezza e attendibilità della documentazione a corredo della domanda,
mentre non è richiesta l'attestazione di un professionista indipendente.
La proposta di concordato minore è inammissibile quando il debitore:
1) è stato già esdebitato nei cinque anni precedenti la domanda o comunque ha già beneficiato per due volte
dell'esdebitazione;
2) ha compiuto atti diretti a frodare le ragioni dei creditori.
Se la domanda è ammissibile, il tribunale in composizione monocratica dichiara aperta la procedura con decreto e il
giudice unico assume le funzioni che nel concordato preventivo spettano al giudice delegato. L'organismo di
composizione delle crisi svolge invece le funzioni del commissario giudiziale, che di regola non viene nominato salvo
se ne faccia domanda il debitore.
Il decreto di apertura è pubblicato nel registro delle imprese se il debitore è un imprenditore, e sul sito internet del
tribunale.
È inoltre trascritto nei registri mobiliari e immobiliari, a cura dell'organismo di composizione delle crisi, quando il
piano prevede la cessione o l'affidamento a terzi di tali beni.
Durante la procedura, e cioè dal decreto di apertura fino all'omologazione, si producono per il proponente e per i
creditori effetti analoghi a quelli del concordato preventivo. Il proponente resta nella disponibilità del proprio
patrimonio ma può compiere autonomamente solo atti di ordinaria amministrazione.
Per gli atti di straordinaria amministrazione è necessaria l'autorizzazione del giudice, altrimenti gli stessi sono
inefficaci rispetto ai creditori anteriori.
Con il decreto di apertura il giudice dispone, su istanza del debitore, che i creditori aventi titolo o causa anteriore al
decreto di apertura (creditori concorsuali) non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive
individuali, attuare sequestri conservativi, etc.
Dalla presentazione della domanda resta inoltre sospeso il corso degli interessi convenzionali e legali con le stesse
modalità previste per il concordato preventivo. In merito al diritto di voto dei creditori e alle maggioranze necessarie
per l'approvazione del concordato minore sono previste regole analoghe a quelle del concordato preventivo a
carattere liquidatorio.
Per favorire l'approvazione del concordato, opera tuttavia un meccanismo di silenzio-assenso: tutti i creditori che
non hanno manifestato volontà contraria entro i termini stabiliti dal giudice sono considerati consenzienti alla
proposta. In sede di omologazione, il giudice verifica l'ammissibilità giuridica, la fattibilità del piano e il
raggiungimento della necessaria maggioranza. Solo in presenza di contestazioni da parte di un creditore o di qualsiasi
interessato effettua anche un controllo di merito sulla convenienza della proposta. In tal caso può omologare

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ugualmente il concordato se ritiene che il credito dell'opponente possa essere soddisfatto dall'esecuzione del piano
in misura non inferiore all'alternativa liquidatoria.
Come per il concordato preventivo, si prevede inoltre che il concordato minore possa essere omologato anche in
assenza della necessaria maggioranza, quando la mancata adesione da parte dell'amministrazione finanziaria o degli
enti previdenziali è stata determinate e il giudice ritiene, sulla base di una relazione dell'organismo di composizione
delle crisi, che l'alternativa liquidatoria sia meno vantaggiosa per tali creditori.
L'omologazione è soggetta alle forme di pubblicità stabilite dal giudice. Intervenuta l'omologazione si passa alla fase
di esecuzione, alla quale provvede il debitore stesso.
Le vendite devono avvenire tramite procedure competitive adeguatamente pubblicizzate e sulla base di stime
effettuate da esperti. Spetta al giudice, tuttavia, ordinare lo svincolo delle somme e la cancellazione dei vincoli sui
beni, dopo aver verificato la conformità all'accordo dell'atto di alienazione.
I pagamenti e gli atti dispositivi di beni posti in essere in violazione dell'accordo sono inefficaci nei confronti dei
creditori concorsuali. Nella fase di esecuzione, l'organismo di composizione delle crisi vigila sull'esatto adempimento
dell'accordo. Oltre che per la mancata esecuzione integrale del piano, l'omologazione del concordato minore può
essere revocata anche d'ufficio quando risulti che il debitore abbia compiuto atti diretti a frodare le ragioni dei
creditori. Quando interviene la revoca del concordato minore, il giudice può disporre la conversione della procedura
di concordato minore in una procedura di liquidazione controllata, su istanza del debitore.

La ristrutturazione dei debiti del consumatore.


Il consumatore che versi in stato di sovraindebitamento non ha accesso al concordato minore, ma può regolare i
rapporti con i creditori mediante la più agevole procedura di ristrutturazione dei debiti. In base a questa procedura,
piano predisposto dal debitore viene omologato e reso vincolante dal giudice, senza necessità di ottenere
l'approvazione dei creditori.
Si tratta quindi di un istituto particolarmente vantaggioso per il debitore, riservato ai consumatori che presentino
specifici requisiti di meritevolezza.
Per "consumatore" si intende la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale o
professionale eventualmente svolta.
Se la procedura riguarda unitariamente il sovraindebitamento di più membri della stessa famiglia, tutti i debitori
devono essere consumatori, altrimenti la famiglia deve presentare un concordato minore.
Può presentare un piano di ristrutturazione dei debiti solo il consumatore che non abbia determinato la situazione di
sovraindebitamento con colpa grave, mala fede o frode.
Come nel concordato minore, è inoltre escluso il debitore che ha già beneficiato dell'esdebitazione nei cinque anni
precedenti la domanda o per due volte. La disciplina della ristrutturazione dei debiti del consumatore è in larga parte
coincidente con quella del concordato minore.
Ci limiteremo perciò a indicare di seguito le poche differenze.
Il consumatore deve presentare la domanda per il tramite di un organismo di composizione delle crisi da
sovraindebitamento: valgono regole analoghe al concordato minore per quanto riguarda la documentazione da
allegare ed il trattamento dei creditori privilegiati. Il giudice dispone la pubblicazione della domanda sul sito web del
tribunale e la comunicazione a tutti di creditori a cura dell'organismo.
Entro venti giorni dalla comunicazione, ciascun creditore può presentare osservazioni allo stesso organismo di
composizione delle crisi che può proporre, sentito il debitore, le modifiche al piano che ritiene necessarie.
Come anticipato, la proposta non viene preventivamente sottoposta all'approvazione dei creditori; si passa quindi
direttamente al giudizio di omologazione. In sede di omologazione, il giudice risolve le contestazioni sollevate dai
creditori; verifica, inoltre, l'ammissibilità giudica e la fattibilità del piano.
La convenienza del piano non è oggetto invece di una valutazione di merito da parte del giudice, salvo in presenza di
specifiche contestazioni sul punto da parte di uno dei creditori o di qualsiasi interessato.
In tal caso, il giudice omologa il piano se ritiene che il credito dell'opponente possa essere soddisfatto
dall'esecuzione dello stesso in misura non inferiore all'alternativa liquidatoria. La sentenza di omologazione è
comunicata ai creditori ed è impugnabile mediante reclamo alla corte d'appello. Valgono, infine, regole analoghe al
concordato minore per quanto riguarda l'esecuzione, la risoluzione, la revoca dell'omologazione, e la conversione
della procedura in una liquidazione controllata.

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