Civil Ta
Civil Ta
PERIODIZZAZIONE CANONICA
ETA’ MONARCHICA: 753 a.C.-509 a.C. Sono presenti dei re. È l’età dei cosiddetti 7 re.
Può essere suddivisa in due periodi:
1. Età della monarchia latino-sabina (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marcio)
2. Età della monarchia etrusca (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il superbo).
Il 509 a.C. coincide con la cacciata dell’ultimo re romano Tarquinio il superbo e i romani
proclamano la nascita della repubblica.
ETA’ REPUBBLICANA: 509 a.C.-31 a.C. In questa età sono presenti dei magistrati. Si
possono trovare diversi criteri di periodizzazione; per esempio:
▪ dalle origini della repubblica ai Gracchi (133-121 a.C.) in questa fase abbiamo una forte
espansione territoriale di Roma in Italia (IV-V Sec a.C.) e nel Mediterraneo (III-II Sec a.C.). La
fase di espansione nel Mediterraneo, che vede lo scoppio delle guerre puniche e la distruzione
di Cartagine e Corinto, è nota come imperialismo romano. Il mediterraneo dà una realtà
multipolare, diviene una realtà unipolare, in quanto il polo di riferimento diviene Roma. Sul
piano istituzionale e politico in questa fase si formano gli ordinamenti pubblici dello stato
repubblicano. Sorge però il problema della classe dirigente romana, ovvero comprendere chi
dovesse amministrare la Roma repubblicana.
▪ dai Gracchi ad Azio (121-31 a.C.) In questa fase abbiamo il completamento dell’espansione
territoriale (pensiamo a Cesare che nel I sec. a.C. conquista la Gallia). Vi è però un problema
di natura interna legato al funzionamento dello stato repubblicano, che vede una sorta di
divisione all’interno del senato di Roma tra optimates e populares e vede numerosi conflitti
civili di carattere sanguinoso. Questi conflitti civili diventano con il tempo vere e proprie guerre
civili caratterizzate dalla presenza di eserciti cittadini (non composti da mercenari ma da
cittadini veri e propri). In questo periodo vi è inoltre una concessione della cittadinanza romana
alle popolazioni italiche (I sec a.C.); ciò comporterà una grande riorganizzazione sul piano
istituzionale.
Ma anche:
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La repubblica romana era fondata sulla cosiddetta Era Capitolina, dal nome del Capitolium, tempio
dedicato a Giove, Giunone e Minerva sul Campidoglio. Il 31 a.C. coincide con la battaglia di Azio,
dove Ottaviano (nipote di Cesare) sconfigge Marco Antonio (amante di Cleopatra) e rimane la
figura più importante sulla scena romana. Da qui Ottaviano inizia un grande processo di
riorganizzazione della repubblica romana che darà vita alla figura dell’imperatore.
● Da Augusto alla crisi del III sec. d.C. Durante il I e il II sec. a.C. abbiamo l’età del
principato/alto impero: periodo in cui l’imperatore mette in evidenza la dimensione civile del
suo potere, si atteggia da senatore. Nei primi 2 secoli d.C. la storia di Roma ha il massimo
splendore, l’Impero romano è in una situazione militarmente tranquilla, di pace; questi 2
secoli corrispondono al momento in cui c’è la massima integrazione delle province in un
unico organismo: l’impero. La successione imperiale in questa fase avviene su base
dinastica.
● La crisi del III sec. d.C. III sec d.C. è un secolo cerniera: in questo secolo abbiamo infatti
da un lato le invasioni barbariche (possiamo ricordare il film “il gladiatore”); dall’altro
l’esercito acquisisce sempre più potere. Questo periodo comincia con la morte di Marco-
Aurelio e di Commodo e con la monarchia dei Severi. Dopo la morte di Commodo sale al
potere Severo Simplinio, l’africano che darà inizio alla cosiddetta “monarchia militare” che
durerà fino al 235 d.C.: durante questa monarchia gli eserciti hanno potere preponderante
nella scelta dell’imperatore. Accanto a ciò aumentano le invasioni dei barbari e dei persiani.
Nel 235 d.C. con la morte di Severo Alessandro che viene assassinato, si apre il periodo
dell’anarchia militare che si conclude nel 284 d.C. con l’ascesa al trono di Diocleziano. Per
anarchia militare intendiamo uno scenario in cui i singoli eserciti eleggono gli imperatori,
l’impero rischia la disgregazione; in Germania viene scelto un imperatore, in Gallia ne viene
scelto un altro; la successione imperiale è fuori controllo; vi è una forte crisi perché tutti
questi imperatori si scontrano tra di loro per il potere (30 imperatori), per questo viene
chiamata crisi del III secolo.
Si creano così due zone: in Gallia si crea il cosiddetto ‘’imperium gallianum’’. In oriente
abbiamo il regno di Palmina Zenofia che crea un semi-impero per contrastare l’altro.
Questa situazione viene placata con l’ascesa al trono di Diocleziano nel 284 d.C.; il suo
governo durerà fino al 305 d.C.
● IV e V sec: tarda antichità con Diocleziano e i suoi successori Costantino e Teodosio si
cerca di uscire da questa situazione disgregatrice, l’Impero romano si riprende e viene
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ricostituito. Questo periodo viene chiamato TETRARCHIA e ha come obiettivo quello di
riorganizzare l’impero: impero è ora riorganizzato ma deve affrontare i barbari. A causa di
ciò nel V secolo abbiamo una progressiva dissoluzione dell’Impero d’Occidente in quanto i
barbari hanno la meglio. Questo periodo è stato concepito come un periodo di decadenza e
declino. In realtà, nel corso del 1900 d.C., sono state elaborate diverse teorie che vedono
questo periodo come un periodo con caratteristiche proprie che vanno al di là della
semplice decadenza.
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POPOLI DELL’ANTICA ITALIA
ITALIA SETTENTRIONALE: Liguri, Orobi, Leponzi, Reti, Camuni, Euganei, Veneti e i Celti.
ITALIA CENTRALE: Etruschi, latini, Sabini (o Sabelli), Sanniti, Piceni, Umbri.
ITALIA MERIDIONALE: Iapigi, Greci, Enotri, Ausoni, Lucani.
ISOLE: Sicani, Elimi, Siculi, Greci e Fenici (SICILIA); Sardi/civiltà nuragica (SARDEGNA).
GLI ETRUSCHI
Nel VIII sec a.C., al tempo in cui cominciava la colonizzazione greca in Italia meridionale,
emergeva in Toscana una civiltà evoluta, destinata a svilupparsi e a svolgere un ruolo di primo
piano nella storia della penisola: quella degli etruschi, che chiamavano loro stessi rasenna.
L’origine degli etruschi non è mai stata chiara e già gli storici antichi avevano opinioni diverse al
riguardo:
● Secondo lo storico greco Erodoto di Alicarnasso (V sec a.C.) essi provenivano dalla Lidia,
una regione dell’Asia Minore, dalla quale erano giunti in Italia guidati da un principe,
Tirreno; da qui il nome Tirreni con cui li chiamavano i greci.
● Un altro storico, Dionigi (o Dioniso) di Alicarnasso (I sec a.C.), era invece convinto
dell’origine autoctona, cioè locale, degli etruschi; In virtù di questa teoria la civiltà
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villanoviana (che è la civiltà più importante nell’età del ferro in Italia) corrisponderebbe ad
una sorta di progenitore degli etruschi. Dionigi scrive un’opera intitolata Storia di Roma
arcaica, opera scritta in greco che tratta la storia di Roma dalle origini fino alla prima guerra
punica nel 264 a.C. La sua tesi di fondo è dimostrare che Roma è una città di origine greca.
● Un accenno all’origine degli etruschi si trova anche nella Storia di Roma di Tito Livio (I sec
a.C.-I sec d.C.): lo storico latino li collega a popolazioni scese nella penisola da nord, da
oltre le Alpi.
Gli studiosi moderni degli etruschi hanno appoggiato ora l’una, ora l’altra di queste teorie, portando
argomenti che però non sono mai apparsi decisivi. Alcuni degli studi più recenti ritengono che gli
etruschi furono una popolazione indigena, connessa in particolare alla civiltà villanoviana, ma la
loro fioritura iniziò grazie ad apporti sia culturali sia etnici provenienti dall’esterno della penisola,
specie dall’area greco-egea.
Il problema delle origini degli etruschi è reso più complesso dalla questione della lingua: l’etrusco,
infatti, non appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee, ha un’origine particolarmente oscura
e la sua scomparsa fu piuttosto rapida.
La storia degli etruschi comincia a diventare più chiara dall’VIII secolo a.C., quando già erano state
fondate numerose città nell’Etruria (Toscana, Umbria, Lazio). I due secoli seguenti, il VII e il VI sec
a.C. sono quelli della maggiore potenza degli etruschi che, grazie alle loro progredite capacità
tecniche, si imposero sulle meno evolute popolazioni italiche con le quali entrarono a contatto. È
così che gli etruschi arrivarono a controllare un’ampia zona della penisola, dalla pianura padana e
dalle coste adriatiche della Romagna fino alla Campania. Anche il Lazio e la stessa Roma
caddero, per un certo periodo, sotto il dominio etrusco.
Il rapporto con i coloni della Magna Grecia e della Sicilia merita un’attenzione particolare: gli
etruschi vennero profondamente influenzati dalla cultura greca; in un primo tempo, inoltre, i due
popoli stabilirono rapporti pacifici, ma in seguito, si scatenò la rivalità commerciale e politica.
In Etruria e nei territori successivamente conquistati gli etruschi fondarono numerose città, tra cui
Volterra, Tarquinia, Veio, Arezzo, Capua, Mantova, Felsina (cioè Bologna), Adria, Ravenna…
Sappiamo ben poco della storia di queste città; ciò che sappiamo è che esse non costituirono mai
uno stato unitario, ma rimasero entità politiche autonome, spesso rivali e in conflitto tra loro. Allo
stesso tempo però diverse città etrusche si riunirono in confederazioni: la più potente è
DODECAPOLI, parola di origine greca che indicava l’unione di 12 città. Le confederazioni non
intaccavano l’autonomia delle città e sembrava che esse avessero più un carattere religioso che di
coordinamento politico.
Ogni città era retta, in origine, da un sovrano, chiamato LUCUMONE, affiancato da un consiglio di
aristocratici. Poi nel VI sec a.C. il potere dei sovrani vacillò e le aristocrazie presero il sopravvento,
inaugurando una gestione più collegiale del potere. Per governare la città vennero allora eletti dei
magistrati annuali tra le file degli aristocratici; essi erano noti come ZILATH.
L’assenza di una direzione politico-militare unitaria si rivelò, sul lungo periodo, un elemento di
debolezza e contribuisce a spiegare il motivo per cui gli etruschi non seppero resistere alla
conquista romana. Con il V sec a.C. iniziò la decadenza della loro potenza: a nord i celti (galli) li
cacciarono dalla pianura padana, a sud le città greche li respinsero con una guerra culminata nella
battaglia navale presso Cuma, nel 474 a.C. Alcuni anni dopo, gli etruschi persero la ricca città di
Capua, in Campania, occupata dalla popolazione appenninica dei sanniti. Intanto cresceva la
popolazione romana che, tra il IV e il III sec a.C., riuscì ad occupare tutto il territorio etrusco.
Perché è così importante la civiltà etrusca? Perché rappresenta la civiltà più evoluta dell’Italia
antica.
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● APPROFONDIMENTO: Le lamine di Pyrgi sono un documento inciso su tre fogli di lamina
d’oro e rappresentano una delle più importanti testimonianze epigrafiche della storia e della
lingua etrusca. Queste tre lamine risalgono alla fine del VI sec a.C. e contengono un testo
in lingua fenicia e due in lingua etrusca. Si tratta di un’iscrizione sacra che onorava le
divinità. Queste lamine hanno permesso agli studiosi di comprendere meglio la lingua
etrusca
I ROMANI
LE ORIGINI DI ROMA
Le origini di Roma, come quelle di molte grandi città dell’antichità, sono avvolte nella leggenda
perché, per nobilitare le origini ignote, vennero elaborati racconti e miti di fondazione. Esistevano
due tradizioni al riguardo: una, di origine greca, testimoniata dallo storico Ellanico di Mitilene già
nel V sec a.C., collegava la nascita della città a Enea, l’eroe troiano scampato alla distruzione della
sua città da parte dei greci (questa versione viene poi ripresa e sostenuta anche da Dioniso di
Alicarnasso nella sua opera intitolata Storia di Roma arcaica). La seconda, era una tradizione
locale, basata sulla saga dei due gemelli, Romolo e Remo (questa versione viene ripresa da
Plutarco nella sua opera intitolata Vita di Romolo). Le due tradizioni vennero in seguito collegate e
rese coerenti tra loro, fino a che, molto più tardi, ne scrissero poeti e storici romani. Tra questi, il
più grande poeta della latinità, Virgilio scriverà nell’Eneide l’antefatto della nascita di Roma; tra gli
storici latini possiamo invece ricordare Tito Livio, il quale scrive un’opera su Roma dalle origini fino
all’età a lui contemporanea comprendendo il forte carattere leggendario relativo alla nascita di
Roma; Egli compone l’opera nell’età di augusto.
In generale si ritiene che Roma sia stata fondata nel 753 a.C., anno considerato l’anno zero del
calendario romano.
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rispettivi sostenitori. In ogni caso Romolo diviene il primo re della città e le diede il nome
Roma.
Plutarco (autore di età imperiale) scriverà, all’interno di Le vite parallele una vera e propria
biografia di Romolo).
Il mito che vede protagonisti Romolo e Remo nobilita le origini di Roma, inserendo la storia, fin
dall’inizio, in un disegno divino e provvidenziale che spiegherà molti caratteri futuri dello stato
romano. In quanto figli di Marte e salvati da un animale a lui sacro, la lupa, i due gemelli mostrano
che Roma porta nella propria natura quello spirito bellicoso che la condurrà a conquistare tutto il
mondo conosciuto. Inoltre, è evidente che l’eroe fondatore, colui che dà origine ad un popolo, una
città o una civiltà destinati ad un grande futuro, deve essere una figura assolutamente fuori dal
comune, eccezionale. Tali sono appunto i gemelli, figli di un dio e salvati dalle acque. Il tema
dell’abbandono del fondatore-neonato in un luogo selvaggio è antichissimo: si diceva, per
esempio, che il re Sargon, fondatore dell’impero accadico, fosse stato trovato in una cesta alle rive
di un fiume, e lo stesso si narra nel racconto biblico a proposito di Mosè.
Perché possediamo un racconto di carattere leggendario sull’origine di Roma? Perché anche gli
stessi romani sapevano molto poco sulle origini di Roma. Non esistevano opere storiche sulla
storia di Roma nel periodo relativo alle origini. Tra le fonti di trasmissione di conoscenza storica,
anche se poco attendibili, possiamo ritrovare i carmina convivalia, scritti relativi a uomini illustri che
veniva recitati o cantati durante i banchetti: Catone (II sec.a.C. - scrisse “Origini” in lingua latina)
nelle Origini affermò che i nostri antenati osservavano nei banchetti il costume che i convitati
cantassero a turno al suono del flauto le lodi delle virtù degli uomini illustri. Un'altra fonte di
trasmissione di conoscenza storica fa riferimento agli elogi funebri: secondo Cicerone (I sec a.C.)
la storia di Roma è stata mistificata da questi discorsi funebri, in essi infatti sono contenute molte
cose mai accadute. Lo stesso Livio riprende il pensiero di Cicerone.
Le storio-grafia romana nasce infatti solo a partire dalla fine del III Sec a.C., tra la prima e la
seconda guerra punica. Il primo storico romano si chiama Fabio pittore, senatore romano che
scrisse un’opera in greco sulla storia di Roma.
Per gli studiosi oggi è molto difficile distinguere leggenda da realtà relativamente alla nascita di
Roma: vi sono infatti numerosi fatti che si sovrappongono e non hanno un ambito ben preciso.
● Il fiume Tevere: era navigabile e costituiva un naturale sbocco al mare. Aveva un forte
carattere economico poiché costituiva un luogo di passaggio e scambio di prodotti agricoli e
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artigianali, e un forte carattere culturale poiché costituiva un luogo di incontro per genti di
provenienza e civiltà diverse.
● La vicinanza al mare che permetteva di sfruttare i benefici del mare ma allo stesso tempo
non essere esposti in modo diretto a possibili attacchi provenienti dal mare.
● La centralità dell’area nella penisola, centralità che favorirà i collegamenti con tutta la
penisola.
Intorno al IX-VIII sec a.C. alcune comunità di latini si insediarono sui colli a ridosso del Tevere. La
valle a ridosso del fiume era piuttosto paludosa e malarica; perciò, fu naturale scegliere di stabilirsi
sulle cime dei colli “saluberrimi” che la delimitavano. È così che prima sul Palatino, poi sugli altri
sei colli nacquero piccoli villaggi di capanne, abitati da pastori e agricoltori. L’insieme di
condizioni/strategiche citate precedentemente stimolò nuovi insediamenti e favorì l’evoluzione
delle comunità di pastori e agricoltori verso un’organizzazione sociale più complessa. Sorsero così
i primi nuclei urbani che con il tempo aumentarono e si aggregarono fino alla creazione di Roma.
Trattandosi di un processo, il passaggio dai villaggi alla città è di datazione incerta. Si può però
affermare che nel VI secolo a.C., al tempo in cui Roma era sotto l’influenza etrusca, la formazione
di una vera e propria città era compiuta.
I PRIMI QUATTRO RE
A Romolo vengono attribuiti i primi ordinamenti sociali e politici della città, compresa la fondazione
del senato, il principale organismo istituzionale. Gli elementi principali dell’età di Romolo sono la
figura del re (Romolo), il senato e il popolo. Il suo successore, Numa Pompilio è presentato come
un re amante della pace, che avrebbe gettato le basi dell’ordinamento religioso romano e fissato il
più antico calendario. Numa Pompilio dà infatti vita alla figura dei pontefici, ovvero dei sacerdoti
che facevano capo ad un pontefice massimo. I pontefici compilavano il calendario, registravano nei
libri degli annali pontificali i principali eventi della storia della città ed erano custodi della legge, fino
a che essa non messa per iscritto.
I SUCCESSIVI TRE RE
Con il quinto re, Tarquinio Prisco, si entra in una nuova fase, quella della monarchia etrusca. In
effetti tra il VII e il VI sec a.C. iniziò per i romani un periodo di soggezione al vicino e potente
mondo etrusco. Gli etruschi cambiano il volto di Roma rendendola una città molto importante: con
gli Etruschi, infatti, la città di Roma viene riconfigurata sul piano urbanistico, viene dotata di
infrastrutture significative, ha una riorganizzazione politica e ha un’apertura a livello internazionale
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agendo sul mediterraneo. In particolare, leggendo un passo di Tito Livio emerge come addirittura il
tempio di Giove sul Mote Capitolino avesse origine etrusca; leggendo invece un passo di Dioniso
di Alicarnasso emerge come i segni del potere, come fasci littori del mondo romano, siano di
origine etrusca.
La tradizione attribuisce a Tarquinio Prisco (VI sec a.C.) la costruzione della cloaca massima, il
canale sotterraneo di scolo che consentì di bonificare la valle tra il Palatino e il Campidoglio dove
sorse il foro, cioè il cuore della vita economica e politica della città. Il suo successore Servio Tullio
fece erigere le prime mura di Roma, le mura serviane, che gli storici fanno risalire al IV sec a.C.;
introdusse inoltre importanti riforme nell’ordinamento sociale e politico. L’ultimo re, Tarquinio il
Superbo, si sarebbe impadronito del trono uccidendo Servio. La tradizione lo descrive come
dispotico e violento, tant’è che fu con questo re che terminò la monarchia. Secondo un altro
racconto leggendario, il figlio di Tarquinio il Superbo, Sesto Tarquinio, fece violenza alla nobile
Lucrezia la quale, per evitare di vivere nel disonore, si uccise. Di fronte a ciò si levò una rivolta che
portò alla cacciata del re e alla costituzione della repubblica nel 509 a.C.
● APPROFONDIMENTO Come sono giunti gli etruschi a Roma? Secondo Tito Livio gli
etruschi sono arrivati a Roma tramite la migrazione privata. Secondo Varrone Tacito (il più
grande erudito romano del I sec. a.C.), Festo e Tacito gli etruschi sono giunti a Roma per
ragioni politico-militari.
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tutti i plebei erano poveri, anzi, una parte di loro seppe arricchirsi con l’artigianato e soprattutto con
i commerci.
LA RELIGIONE A ROMA
Tutte le strutture della società romana avevano un rapporto molto stretto con la vita religiosa.
Come in molte società arcaiche, infatti, anche a Roma la religione non costituiva un ambito a sé,
distinto dal diritto e dalla politica, ma li permeava profondamente. Quella romana era una religione
comunitaria dal forte carattere identitario: si basava infatti su una serie di culti da svolgere nelle
comunità, favorendo così la creazione di legami profondi all’interno di ogni gruppo comunitario.
Dunque, ogni romano viveva una relazione con gli dei gestita attraverso riti religiosi comuni sulla
base della pietas, che non corrisponde alla “pietà” o alla carità cristiana, ma è intesa come quel
sentimento di dovere e di rispetto dovuti nei confronti degli dei. Lo scopo della religione romana
era stabilire e conservare un rapporto positivo con gli dei, in modo che essi fornissero il loro
appoggio senza il quale Roma non poteva prosperare, vincere i nemici in guerra, avere successo. I
romani chiamavano questo rapporto PAX DEORUM (ovvero “pace con gli dei” e coincideva con la
benevolenza degli dei, aspetto fondamentale della società romana). La concezione della “pace con
gli dei” rendeva anche della massima importanza conoscere la volontà degli dei, cioè capire se
essi approvassero o meno un atto che si stava per compiere. Sotto questo aspetto fu decisivo
l’influsso degli etruschi relativo alle tecniche divinatorie capaci di interpretare la volontà degli dei: si
osservava quindi il volo degli uccelli, i segni celesti, i visceri degli animali…
● Suburana
● Esquilina
● Collina
● Palatina
Il nuovo sistema di tribù è alla base dei COMIZI TRIBUTI a cui erano ammessi tutti i cittadini a
prescindere dalla ricchezza (come nei comizi centuriati) e dalla nascita (come nei comizi curiati).
Come i comizi centuriati, anche quelli tributi ebbero compiti politici.
TARQUINIO IL SUPERBO
Una figura rilevante della monarchia etrusca fa la figura di Tarquinio il Superbo. Egli è chiamato
Superbo perché tale era il suo atteggiamento, tanto da portare alla sua cacciata e alla
proclamazione della repubblica.
La tirannide coincide per i greci con la degenerazione della monarchia: è da qui che deriva la
nostra concezione negativa di tirannide. Invece i romani, come possiamo leggere da un passo di
Livio, vedevano nella tirannia un governo che prescindeva dal senato e dal popolo: il tiranno è
colui che governa senza popolo e senza senato.
In particolate Tarquinio era avverso al senato: venne meno alla norma seguita dai suoi
predecessori di consultare il senato su ogni questione e governò lo stato a proprio piacimento;
poteva inoltre godere di una protezione militare. Non godendo inoltre del bene del popolo incuteva
timore allo stesso tramite violenza e tramite l’esaminazione individuale di processi capitali.
Questo potere autocratico viene condannato a Roma tanto che i Tarquini verranno cacciati da
Roma.
Un evento che sottolinea la tirannia dei Tarquini e che costituisce il pretesto per il quale verranno
cacciati da Roma, è quello relativo all’oltraggio e alla morte di Lucrezia che possiamo leggere da
un passo di Livio: Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, giunto a Collazia, importuna
Lucrezia, matrona romana sposata ad un senatore. Se lei non avesse accettato di abbandonarsi a
lui, egli l’avrebbe uccisa e accanto al suo cadavere avrebbe posto il cadavere di schiavo nudo
strangolato, simbolo di un tradimento della donna. Lucrezia cede così a Sesto Tarquinio. In
seguito, la donna chiede aiuto al padre e al marito (entrambi senatori) e dopo aver confessato il
disonore si uccide. La tradizione sostiene che, a causa di ciò, i Tarquini vennero cacciati dai
senatori, tra cui possiamo ricordare Bruto. Si può dunque affermare che la cacciata dei Tarquini
sarà causata da una congiura senatoria.
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Con ciò la monarchia diviene qualcosa di fortemente negativo, indicata con il termine regnum, che
coincide con la tirannide, con l’odio del regno: da qui in poi chi prova a riacquistare il potere viene
accusato di regnum. Possiamo leggere infatti un passo di Appiano che riporta che anche Cesare
(che morirà nel 41 d.C.) verrà ucciso dai suoi congiurati che lo accusavano di voler diventare re:
accusa gravissima.
Il 509 a.C. è dunque una data importante per i romani poiché coincide con il rifiuto di una
concezione governativa, la monarchia, in favore di un’altra, la repubblica.
MAGISTRATURE ORDINARIE
Alle magistrature ordinarie potevano partecipare tutti, sia patrizi che plebei e i membri di queste
magistrature erano eletti dai comizi. Tra le magistrature ordinarie possiamo citare il CONSOLATO,
LA PRETURA, LA CENSURA, L’EDILITÀ, LA QUESTURA E IL TRIBUNATO DELLA PLEBE (in
realtà quest’ultima non è considerata una vera e propria magistratura in quanto potevano
accedervi solo cittadini plebei).
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● PRETORI: sono dei magistrati creati per amministrare la giustizia sia tra i cittadini (in
questo caso si parla di pretore urbano) che tra le province (in questo caso si parla di
pretore peregrino alla fine della prima guerra punica i romani crearono le prime province:
Sicilia, Sardegna e Corsica i pretori peregrini devono anche riscuotere le tasse in queste
province). Vengono eletti dai comizi centuriati. Dopo Silla (82-78 a.C.) diventano la carica
più importante dopo il consolato.
● EDILI: (variano da un minimo di 4 a un massimo di 6), hanno compiti di ordine pubblico.
Sono collegati alla vita della città, come la sorveglianza dei mercati, erano molto attenti
all’ordine pubblico quindi dove c’erano riunioni di cittadini loro presidiavano. Gestivano
anche la questione degli approvvigionamenti, dei rifornimenti alimentari, dell’organizzazione
dei giochi e delle strade. Vengono eletti dai comizi tributi.
● QUESTORI: (variano da un minimo di 4 a un massimo di 6), vengono eletti anche loro dai
comizi tributi. Sono ausiliari dei consoli, li accompagnano nelle loro attività, hanno
competenze finanziarie, sorvegliano il tesoro, tengono la contabilità.
● CENSORI: (erano 2), istituiti nel 443 a.C., rappresentano il gradino più alto della carriera
politica. Vengono eletti ogni 5 anni dai comizi centuriati e restano in carica 18 mesi. Il
termine censori deriva dal termine latino census: tant’è che la funzione più importante dei
censori era quella di registrare il censo, ovvero ripartire i cittadini su base economica
andandoli poi a collocare nelle varie classi censitarie del comizio centuriato. Oltre a questa
funzione i censori avevano un ruolo politico molto importante: redigono la lista dei senatori
(in età repubblicana i senatori sono ex magistrati) e potevano escludere dal senato un
senatore se questo non aveva una corretta moralità pubblica. I censori avevano infatti il
compito di controllare la moralità pubblica non solo dei cittadini ma anche dei senatori. Tra i
censori una figura rilevante è stata quella di Catone il censore (184 a.C.) che attuò
numerosissime censure. Infine, i Censori avevano il compito di gestire il patrimonio dello
stato (appalti, edilizia, entrate).
● TRIBUNATO DELLA PLEBE: vedi più avanti.
Queste magistrature ordinarie possono dare vita al cursus honorum ovvero ad una vera e propria
carriera politica basata su una successione di magistrature. Inizialmente il cursus honorum non
esisteva tant’è che un individuo poteva diventare fin da subito censore e console.
Successivamente, intorno al II sec a.C., emerge la necessità di attuare una sorta di scalata politica
prima di ottenere le cariche più importanti; in particolare viene stabilito un vincolo anagrafico: età
minima di 40 anni per la pretura e di 43 anni per il consolato. I due anni di intervallo impediscono
ad un individuo di essere pretore e subito dopo console.
Qualche esempio di cursus honorum:
● Cornelio Lucio Scipione Barbato (III Sec a.C.) fu console, censore e edile (cariche disposte
in ordine di importanza relativamente al periodo storico).
● Licinio Lucullo (I Sec a.C.) fu console, pretore, edile curule, questore (cariche elencate in
ordine di importanza relativamente al periodo storico).
LA MAGISTRATURA STRAORDINARIA
A Roma possiamo avere una magistratura straordinaria che viene conferita solo in casi di
emergenza: questa magistratura è la dittatura. La dittatura a Roma è una magistratura
perfettamente legale. Non coincide dunque con l’essere tiranno, non ha connotazioni negative. Il
dittatore, a differenza del console, non era soggetto al diritto di appello e potevano infliggere pene
capitali. Visti i grandi poteri di questa magistratura, i dittatori potevano rimanere in carica fino ad un
massimo di 6 mesi. Il dittatore aveva inoltre un collaboratore noto come comandante di cavalleria.
Il dittatore si chiama magister populi. La situazione muta nel I sec a.C. quando la dittatura, che non
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veniva più utilizzata dalla seconda guerra punica quindi dalla fine del III sec a.C., viene assunta da
Silla nel 82 a.C. con l’obiettivo di riorganizzare lo stato. Mentre è dittatore costituisce le cosiddette
liste di proscrizione: ovvero un elenco di avversari politici che possono essere ricercati e messi a
morte senza il diritto di appello. Questo provvedimento è molto forte ma è legittimo in quanto Silla,
essendo dittatore, ha il diritto di vita e di morte sui cittadini. Dopo un anno, Silla abdica e ritorna ad
essere un cittadino. Con Silla la dittatura inizia ad assumere una connotazione più negativa. Anche
Cesare si avvale della dittatura nel I secolo a.C.: in particolare a partire dal 49 a.C. abbiamo una
serie di piccole dittature di Cesare. Nel 44 a.C. però l’ultima dittatura di Cesare è profondamente
diversa dalle altre; è una dittatura a vita. Ciò cambia radicalmente le caratteristiche delle
magistrature romane. Ciò determinerà il cesaricidio, ovvero l’uccisione di Cesare. Con Cesare il
termine dittatura assume una visione tirannica, tanto da essere abolita dopo la morte di Cesare.
I SACERDOZI
Un ruolo rilevante nella sfera sociale in età repubblicana spetta ai sacerdozi. A Roma un uomo
politico non riveste solitamente solo un ruolo politico ma anche un ruolo religioso. A Roma si può
infatti essere sacerdoti anche se si intraprende una carriera politica.
Quali sono i più importanti collegi sacerdotali?
● IL COLLEGIO DEI PONTEFICI sono i sacerdozi più importanti di Roma. I pontefici sono un
collegio di sacerdoti guidati da un pontefice massimo. I pontefici controllano il calendario
(giorni fasti e nefasti) e interpretano e controllano le norme giuridiche. Si diventa pontefice
per cooptazione: ovvero solo i membri del collegio sacerdotale possono nominare chi può
appartenere al collegio.
● IL COLLEGIO DEGLI AUGURI coincide con un sacerdozio che ha il compito di interpretare
la volontà degli dei. Anche qui si entra per cooptazione.
● Vi erano inoltre altri collegi sacerdotali incaricati di custodire i cosiddetti Libri Sibillini
(raccolta oracolare di scritti composti in greco e connessi con la Sibilla di Cuma). Quando
avveniva qualcosa di fortemente negativo per la comunità si consultavano questi libri.
● GLI ARUSPICI erano un sacerdozio al pari degli auguri che erano incaricati di chiarire la
volontà degli dei attraverso l’esame delle viscere delle vittime sacrificali.
● FEZIALI erano sacerdoti che venivano utilizzati al momento della dichiarazione di guerra;
essi si occupavano di dichiarare guerra secondo le corrette formalità (in base al principio
del bellum iustum).
LE ASSEMBLEE POPOLARI
Il sistema repubblicano è basato su magistrature, senato e assemblee popolari. Le assemblee
popolari sono assemblee in cui i cittadini si riuniscono sotto la presidenza di un magistrato (i
cittadini non si auto-convocano). Esistono diversi tipi di assemblee popolari:
● I COMIZI sono le assemblee più importanti e coincidono con assemblee formali dove si
vota (si vota con voto orale e palese, fino al II sec a.C. si voterà così; in seguito dal 139
a.C. vi è l’introduzione della legge Gabinia che stabilisce il voto segreto) [ci sono giorni
nefasti per il voto e giorni fasti] Il voto non è obbligatorio. Fino a questo momento abbiamo
incontrato i COMIZI CENTURIATI con funzioni legislative, giudiziarie ed elettive dei
magistrati superiori (consoli e pretori); COMIZI CURIATI le cui competenze erano ridotte a
questioni religiose e civili; I COMIZI TRIBUTI che avevano il compito di eleggere i
magistrati minori e avevano competenze giudiziarie minori come il compito di dare multe. I
comizi centuriati sono i più importanti.
● LA CONZIONE è un’assemblea informale che si riunisce senza finalità deliberativa
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● IL CONCILIO
Chi ha diritto al voto?
Hanno diritto al voto i cittadini romani maschi che sono iscritti nelle tribù create da Servio Tullio. A
Roma però possono votare anche i liberti (ovvero gli schiavi liberati) e i loro discendenti.
IL SENATO
Il Senato è un’assemblea composta da ex magistrati (in particolare ex-consoli ed ex-pretori e, da
Silla in poi anche ex-questori).
Mentre nella Roma monarchica il senato svolgeva funzioni consultive, in età repubblicana
accrebbe decisamente il proprio ruolo tanto da diventare l’organismo che di fatto dirigeva la vita
politica della città. L’approvazione del Senato era infatti indispensabile, almeno fino a tutti il IV
secolo a.C., per conferire valore di legge alle decisioni delle varie assemblee. Sempre al senato
spettano le decisioni sulla politica estera: quali guerre combattere, quali conquiste avviare, quali
alleanze stringere con altri popoli. Inoltre, c’è da considerare un altro aspetto: i senatori avevano
carica vitalizia, mentre le magistrature annuale. Il senato rappresentava quindi la stabilità, la
continuità nelle scelte politiche di Roma. I 100 senatori designati da Romolo salirono a 300 nella
prima età repubblicana e i posti a disposizione vennero monopolizzati da un certo numero di
famiglie patrizie.
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Solo una volta Roma rischiò di essere distrutta, nel 390 a.C., quando i galli (Sènoni)
saccheggiarono la città e se ne andarono solo dopo il pagamento di un ricco riscatto. L’invasione
dei galli fu uno dei momenti più tragici nella storia della città.
PATRIZI E PLEBEI
Nel V e nel IV sec. a.C. Roma dovette far fronte a gravi problemi interni dovuti a contrasti tra patrizi
e plebei. Con l’instaurazione della Repubblica le cariche religiose, militari e civili, oltre
naturalmente al senato, erano di fatto, monopolio dei patrizi, i quali tutelavano il proprio privilegio
anche con il divieto dei matrimoni misti tra patrizi e plebei. I plebei inoltre votavano i magistrati
nelle assemblee popolari, ma non potavano candidarsi e venire votati; combattevano e morivano in
guerra a fianco dei patrizi, con i quali però non potevano mescolarsi attraverso il matrimonio.
Erano cittadini a metà. Gli equilibri sociali però, a poco a poco, cambiarono: lo sviluppo delle
attività economiche consentì a diversi plebei di raggiungere un certo benessere economico; la
plebe benestante e ricca cominciò quindi a chiedere di partecipare all’esercizio del potere e venne
sostenuta dalla plebe più povera (formata soprattutto da contadini). Inoltre, i plebei chiedevano la
equa distribuzione dell’agro pubblico, ovvero di quel territorio che entrava a far parte dei
possedimenti romani in seguito ad una conquista. Fino a quel momento queste porzioni di territori
erano state accaparrate dalle ricche famiglie patrizie. È così che nacquero una serie di proteste.
Tra questa, la più clamorosa fu la SECESSIONE: nel 494 a.C., mentre era in corso una campagna
militare, i plebei si rifiutarono di obbedire ai consoli e si ritirarono fuori dai confini della città, sul
Monte Sacro/Aventino. La plebe minacciava di spezzare la comunità romana e di fondare
addirittura un’altra città, e lo faceva dimostrando quanto il suo contributo fosse indispensabile
soprattutto all’esercito. La plebe elesse anche dei propri magistrati, i TRIBUNI DELLA PLEBE
(inizialmente due, poi aumentano fino ad arrivare a 10 all’anno) e costituì una propria assemblea,
IL CONCILIO DELLA PLEBE, che li eleggeva. I Concili della plebe sono assemblee di plebei riuniti
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per eleggere i tribuni della plebe e votare delle leggi, ovvero dei plebisciti. La plebe insomma
cominciò ad organizzarsi, ad istituire magistrature e assemblee senza attendere le concessioni dei
patrizi o il riconoscimento del senato.
La figura dei tribuni della plebe venne progressivamente riconosciuta dai patrizi. I tribuni della
plebe non erano però magistrati uguali ai magistrati patrizi ma avevano delle specificità:
- Tra il 451 e il 450 a.C. i tribuni della plebe introdussero le leggi scritte: fino a quel momento le
norme e gli usi giuridici romani venivano tramandati oralmente. Di questa tradizione erano
depositari i pontefici, ovvero i sacerdoti, e il collegio dei pontefici era riservato ai patrizi.
Vincendo forti resistenze dei patrizi, vennero sospese temporaneamente le magistrature e fu
istituita una commissione straordinaria affidata a 10 uomini patrizi, i decemviri, che redassero
10 tavole di leggi; successivamente venne creata un’altra commissione costituita anche da
plebei che redasse le ultime due tavole. È così che si ottengono le leggi delle XII TAVOLE,
così chiamate perché incise su 12 lastre di bronzo. Esse costituiscono la forma più antica del
codice giuridico romano. Inoltre, queste favole segnano il passaggio dal MOS (ovvero dalle
tradizioni orali), all’IUS (ovvero all’impianto giuridico, scritto). Le tavole furono approvate dai
comizi centuriati ed esposte pubblicamente nel foro, che era il cuore della vita economica e
politica della città. Questo processo è noto come Decemvirato legislativo.
- Nel 445 a.C. venne abolito il divieto di matrimonio tra plebei e patrizi. Ciò diviene importante in
quanto si sancisce la mescolanza di sangue e iniziano a svilupparsi obiettivi comuni.
- Nel 409 a.C. poterono entrare a far parte della questura.
- Nel 367 a.C. furono approvate le LEGGI LICINIE- SESTIE: gruppo di leggi, tra le quali è
fondamentale ricordare il provvedimento che consentì l’accesso dei plebei al Consolato.
- Nel 342 a.C. venne stabilito che uno dei due consoli doveva essere sempre necessariamente
plebeo.
- I plebei potevano ormai accedere a quasi tutte le magistrature, eccetto quelle religiose: i
patrizi ne difendevano infatti strenuamente il possesso. Ma anche questo caposaldo cadde
nel 300 a.C. con la LEGGE OGULNIA, che permise ai plebei di accedere al pontificato.
- Infine, nel 287 a.C. la LEGGE ORTENSIA stabilì che i plebisciti erano legge per tutti i cittadini
e senza bisogno della ratifica del senato. In questo modo i concili della plebe diventarono a
tutti gli effetti un organismo legislativo, autorizzato a produrre leggi valide per l’intera
comunità. Questo fatto dà vita ad una sorta di concordia tra gli ordini che durerà fino al 133
a.C., anno del tribunato di Tiberio Cracco.
Nei confronti di questi fatti non abbiamo fonti che possano essere considerate storicamente valide.
Non abbaiamo fonti contemporanee ma solo più tardive. Soprattutto a partire dall’età dei Gracchi,
gli storiografi romani per narrare le vicende del V e IV sec a.C. le hanno abbellite con informazioni
del II e I sec a.C. (abbiamo una tradizione letteraria che ci presenta il conflitto tra patrizi e plebei
come se si trattasse di vicende del secondo e primo Secolo: abbiamo una sorta di attualizzazione
e di de-contestualizzazione di questa vicenda). Di tale vicenda ne parlò per esempio Dionisio di
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Alicarnasso, il quale scrive in età di Augusto, 8 secoli dopo gli eventi che narra. Egli ritiene che la
divisione tra patrizi e plebei risalga ancora ad una decisione di Romolo. Inoltre, secondo Dioniso i
patrizi hanno a che fare con i “patres", appartengono a quelle gentes originarie che avevano dato
vita alla città; mentre i plebei hanno origini oscure.
Esistono solo teorie moderne dell’origine dei plebei e quindi della formazione della plebe. Alcune
teorie:
● Per alcuni la plebe si sarebbe formata nella fase etrusca della monarchia.
● Un’altra teoria è quella per cui i plebei sarebbero dei contadini che emergono sul piano
sociale all’inizio del quinto secolo.
Anche Tito Livio parlò di questi fatti nella sua Storia di Roma dalla sua fondazione. In particolare,
riportando le parole di un discorso di Menenio Agrippa, sottolinea come la società romana funzioni
solo se costituita da tutte le sue parti.
Quando si conclude il conflitto tra i patrizi e i plebei si forma una classe dirigente mista che dà vita
alla cosiddetta NOBILITAS. Ma cosa vuol dire essere nobile a Roma in età repubblicana? Essere
nobili a Roma non dipende dal sangue, ma significa essere noto, conosciuto, illustre. Un cittadino
era illustre e conosciuto se diventava un magistrato: dunque sia un plebeo che un patrizio poteva
diventare nobile. Quali erano gli ideali di questi nobili? Da un passo di Plinio (autore dell’età
imperiale) che riassume il discorso di Quinto Cecilio Metello per la morte del padre Lucio possiamo
ricavare le virtù che Quinto Cecilio Metello attribuisce al padre. Emergono le virtù militari, le virtù
oratorie, la capacità di comandare e di compiere imprese, la capacità di ricoprire le cariche più alte,
la capacità di arricchirsi in modo lecito. Essere nobile a Roma significava aver raggiunto questi
obiettivi.
Questa nobiltà è teoricamente aperta poiché tutti possono partecipare alle cariche e diventare
nobili. In realtà coloro che diventano magistrati sono figure che appartengono a famiglie di
magistrati. Ecco, quindi, che si forma il concetto dell’uomo nuovo (homo novus), ovvero di quel
cittadino che diventa magistrato senza aver avuto antenati magistrati (per esempio: Catone il
Censore o Cicerone).
- All’interno della repubblica poteva contare su una relativa tranquillità sociale, poiché le
richieste della plebe avevano trovato progressivamente delle risposte.
- All’esterno l’egemonia sul Lazio era divenuta definitiva e Roma aveva stipulato dei trattati di
pacifica convivenza con i Sanniti nel 354 a.C. (ovvero la potenza territoriale più vicina in Italia)
e con Cartagine (la grande città commerciale africana).
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- Prima guerra sannitica: 343-341 a.C. parziale successo romano, che portò ad un trattato di
pace, rinnovando l’alleanza del 354 a.C. e riconoscendo la Campania a Roma e Teano ai
Sanniti;
- Seconda guerra sannitica: 326-304 a.C. scontri a Napoli (unica città greca della Campania
rimasta indipendente) tra masse popolari (favorevoli ai sanniti) e classi più agiate (filoromane).
Nel 321 a.C. gli eserciti romani vennero circondati al passo delle Forche Caudine e costretti
alla resa.
Dall’esito incerto alle quali seguirono alcuni anni di tregua, che Roma sfruttò al meglio
riorganizzando il suo esercito e rinforzando le proprie posizioni in Campania, allacciando rapporti
con comunità dell’Apulia e Lucania.
Le ostilità si riaprirono nel 316 a.C. per responsabilità romana e dopo alterne vittorie e sconfitte, i
sanniti chiesero la pace nel 304 a.C.
- Terza guerra sannitica: 298-290 a.C. La guerra riprese nel 298 a.C. e vide lo schieramento
da un lato di Roma (consoli Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure), dall’altro di Sanniti
(con il comandante Gellio Egnazio), Etruschi Galli e Umbri che si erano alleati insieme. Lo
scontro decisivo si svolse nel 295 a.C. a Sentino. La guerra si concluse nel 290 a.C. quando i
sanniti si arresero.
In seguito a questa guerra ve ne furono altre che portarono Roma a controllare il territorio della
Sabina, ad incorporare il territorio del Galli e quello Etrusco. L’area sotto il controllo di Roma si
estendeva ora quindi su tutta l’Italia centrale, dalle Marche (colonia di Sena Gallica a Senigallia)
alla Puglia. Ovunque Roma fondò colonie Rimini, che portò Roma ad affacciarsi alla Pianura
Padana. I Piceni provarono a resistere ma furono costretti alla resa, ottenendo però in parte la
civitas sine suffragio.
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La prima guerra punica iniziò nel 264 a.C., quando Roma ormai controllava gran parte dell’Italia
peninsulare fino allo stretto di Messina. In quest’area gli interessi dell’Urbe entrarono in conflitto
con quelli dell’alleata Cartagine. Roma occupò Messina e Siracusa che si arresero. In seguito,
vennero conquistate anche Agrigento e la Sicilia occidentale cartaginese. La guerra fu dura e i
romani compresero che non l’avrebbero mai vinta finché i cartaginesi avrebbero mantenuto il
predominio sul mare. A questo punto Roma decise di affrontare Cartagine dove questa era più
forte, sul mare, e allestì una potente flotta di 120 navi che ottenne un’importante vittoria nei pressi
dell’attuale Milazzo (260 a.C. console Caio Drullo). La guerra però continuò per altri numerosi anni,
in un succedersi di scontri non risolutivi, fino alla vittoria della flotta romana presso le Isole Egadi
nel 241 a.C. I cartaginesi accettarono dure condizioni di pace, tra le quali ricordiamo il pagamento
di pesanti tributi annuali e la rinuncia totale alla Sicilia che divenne la prima provincia romana,
ovvero il primo territorio conquistato fuori dalla penisola italica.
In seguito, Roma conquistò anche la Sardegna e la Corsica nel 237 a.C., che divennero altre
province di Roma.
LA GUERRA SIRIACA
Alcune città greche però, insofferenti della protezione romana, chiesero aiuto al re di Siria Antioco
III, a sua volta preoccupato dell’espansione romana a Oriente accordo del 192 a.C.
È così che vi fu uno scontro nel 190 a.C. tra l’esercito romano (console Lucio Cornelio Scipione e il
consigliere Publio Cornelio Scipione Africano) e quello siriaco che vide la vittoria di Roma e un
duro indebolimento della Siria che fu costretta a cedere al Regno di Pergamo, fedelmente alleato
di Roma, la Tracia e la parte occidentale dell’Anatolia. È così che anche questi territori entrarono
nella sfera di controllo dei romani pace di Apamea 188 a.C.
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Nel 179 a.C., morto Filippo, gli era succeduto il figlio maggiore Perseo (ostile ai Romani).
L’elemento democratico e nazionalista di molte città greche, sempre più insofferente nei confronti
delle ingerenze romane, cominciò a volgersi verso Perseo.
I romani però avevano un altro obiettivo: conquistare la Macedonia. È così che nel 171 a.C.
scoppiò la terza guerra macedonica che si concluse con la decisiva vittoria romana nel 168 a.C.,
dove Perseo fu costretto dal nuovo comandante romano, il console Lucio Emilio Paolo, ad
accettare la battaglia campale nella località macedone di Pidna, dove il suo esercito fu sbaragliato.
Il re venne portato prigioniero in Italia e la monarchia abolita in Macedonia. La regione venne
suddivisa in quattro repubbliche indipendenti, che non potevano intrattenere rapporti tra loro e
dovevano versare un tributo a Roma.
SITUAZIONE SOCIALE
In particolare, l’enorme ricchezza (derivante dalle continue conquiste) che confluì a Roma in
questo periodo generò grandi disuguaglianze economiche. Ad arricchirsi furono soprattutto
l’aristocrazia senatoria, che trasse profitto dalle nuove conquiste territoriali e dall’accaparramento
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di esse; e i cavalieri, ovvero la prima classe dell’ordinamento centuriato, quella dei cittadini più
ricchi, che possedevano un reddito di almeno 400 sesterzi l’anno. I cavalieri erano esclusi dalle
cariche politiche ma gestivano tutti gli appalti dello stato, dalla riscossione delle imposte
all’allestimento delle flotte commerciali e militari. Ad impoverirsi furono invece i piccoli proprietari
terrieri che, per combattere nelle numerose guerre, dovevano abbandonare i loro terreni. Le
campagne si svuotarono così di cittadini e si riempirono di schiavi catturati in battaglia, che
lavoravano al servizio dei latifondisti aristocratici.
Al contrario le città avevano tratto grande vantaggio da questa situazione di guerre continue. In
città emigrarono disoccupati e agricoltori impoveriti che andavano a costituire una vera e propria
massa. Questa massa veniva manovrata dai politici potenti che, per accaparrarsi il consenso
organizzavano feste, rappresentazioni teatrali, gare, lotte gladiatorie…
SITUAZIONE POLITICA
In conseguenza dello stato di guerra continuo acquistarono sempre più importanza le magistrature
maggiori, quelle che comprendevano un comando militare, mentre diminuirono di peso le altre. Fu
tuttavia il senato a diventare il protagonista politico di Roma. Nel II secolo il senato cominciò inoltre
ad esercitare compiti non previsti, come nominare i governatori delle province (mentre un
fondamentale principio della repubblica era che le cariche fossero elettive), o istituire tribunali
speciali, come quello addetto a giudicare i reati di malgoverno nelle province (tribunali costituiti da
senatori). Inoltre, le magistrature erano sempre più caratterizzate da clientelismo e corruzione. Vi è
un deterioramento della vita politica.
OTTIMANTI E POPOLARI
All’interno dell’oligarchia dominante lo scontro politico, che aveva per oggetto la conquista delle
magistrature e la scelta del senato, consisteva nella lotta tra fazioni di nobili, basate sulle
appartenenze familiari e aggregate intorno ad un leader di prestigio. Si contrapposero così due
schieramenti:
● Gli OTTIMATI (optimates), ovvero i “migliori” che sostenevano una direzione conservatrice
ed erano contrari alle riforme.
● I POPOLARI (populares) che coincideva con una minoranza riformista che godeva
dell’appoggio dei cavalieri, dei ricchi plebei e degli italici. Questa fazione sosteneva la
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necessità di attuare riforme per risolvere i problemi ed evitare tensioni incontrollabili. Di
questa fazione ne facevano parte anche i due fratelli Gracchi, Tiberio e Gaio, i quali, eletti
tribuni della plebe (in modo tale che il senato non potesse opporsi alle loro leggi),
cercarono di attuare una serie di riforme che toccassero i punti più critici di Roma.
- In particolare, Tiberio attuò una riforma agraria che impediva ai latifondisti di
possedere più di 1000 iugeri di terreno pubblico e che doveva ridistribuire le terre ai
contadini in misura equa. A causa di questa riforma, che generava un forte mal
contento nel senato, Tiberio venne ucciso in una congiura senatoria.
- Venne così eletto tribuno della plebe il fratello Gaio, che aprì ai cavalieri l’accesso al
tribunale che giudicava i reati dei governatori delle province. I cavalieri entrarono
dunque in politica. A favore dei contadini poveri ha inoltre varato una legge
frumentaria che prevedeva la vendita del grano a prezzi controllati; per ridurre la
disoccupazione avviò opere pubbliche e fondò nuove colonie. Infine, affrontò il tema
della cittadinanza degli italici con moderazione e prudenza, stabilendo come essa
dovesse essere intanto riconosciuta solo ai latini. Davanti a tutto ciò, anche Gaio
venne ucciso.
I problemi sollevati dalle riforme tentate dai Gracchi restavano irrisolti.
L’ASCESA DI MARIO
I Popolari fecero eleggere console, a questo punto, Caio Mario, appartenente ad una famiglia
italica di rango equestre. Mario era un “uomo nuovo”, il primo della sua famiglia a giungere al
consolato. Egli diede vita ad una riforma dell’esercito: vista la difficoltà ad arruolare la plebe
contadina, sempre meno numerosa, egli aprì il servizio militare a tutti coloro che si fossero offerti
come volontari, anche se nullatenenti; in cambio sarebbero stati regolarmente pagati. Si creava
così un esercito professionale, più efficiente, meglio addestrato poiché in servizio permanente.
Mario diede vita a numerose battaglie soprattutto nei confronti di popolazioni germaniche che
minacciavano il territorio romano.
LA GUERRA SOCIALE
Gli italici compresero che il senato non avrebbe mai accettato di dar loro la cittadinanza romana. È
così gli italici si unirono in un unico stato federale e diedero vita alla cosiddetta GUERRA SOCIALE
contro Roma (sociale da “socii”, ovvero alleati), che durò dal 91 all’88 a.C.
Fu una guerra sanguinosa e difficile che formalmente fu vinta da Roma, anche se il senato fu
costretto a estendere la cittadinanza romana a tutti i socii. L’Italia si avviò dunque a diventare
un’unica entità politica, senza più barriere o differenze giuridiche e lo stato romano venne a
comprendere l’intera penisola a sud del Po.
Nel corso della guerra sociale Roma dovette anche fronteggiare l’espansionismo di Mitridate VI, re
del Ponto, un piccolo regno affacciato sul Mar Nero. In questo conflitto emerse la figura del
comandante Lucio Cornelio Silla, forte esponente degli Ottimati. Egli non era visto di buon occhio
dai Popolari che spingevano affinché il suo posto di comandante venisse affidato a Mario.
Davanti a ciò avvenne un fatto senza precedenti: Silla rifiutò di cedere il posto a Mario e convinse i
suoi soldati a marciare in armi contro Roma. Entrato in città nell’ 87 a.C., costrinse Mario a fuggire
in Africa e scatenò la caccia ai suoi sostenitori. È un vero e proprio colpo di stato.
LA GUERRA CIVILE
La continua tensione tra le due fazioni continuava ed è così che scoppiò la guerra civile: con Silla
si schierarono le truppe guidate da due abili comandanti: Crasso e Pompeo; i popolari si allearono
invece con i sanniti. La guerra civile si concluse con la vittoria dei sillani.
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Padrone di Roma, Silla si fece nominare dittatore a tempo indeterminato con potere di legiferare.
Era una carica inedita, che snaturò del tutto la tradizionale funzione della dittatura, essenzialmente
militare, non politica, e di durata limitata a sei mesi. Silla ebbe così il potere di eliminare
fisicamente gli avversari attraverso le liste di proscrizione, ovvero elenchi pubblici di cittadini
considerati traditori dello Stato, che chiunque poteva uccidere.
Alla repressione seguì un’opera di riorganizzazione delle istituzioni, finalizzata a rafforzare il
senato e a indebolire il tribunato della plebe, principale strumento di azione politica dei Popolari.
Convinto di aver agito per il bene della repubblica, Silla si ritirò spontaneamente dalla vita politica e
dopo poco morì (78 a.C.).
POMPEO
In tutto ciò emerse la figura di Pompeo, un giovane, ricco e ambizioso che si era fatto strada
insieme a Silla. Pur non avendo intrapreso una carriera politica, Pompeo venne conferito
l’imperium (in spregio alle norme sillane che regolavano lo sviluppo delle carriere) e nel 76 a.C.
venne mandato dal senato a reprimere l’insurrezione in Spagna e, la sua buona riuscita, gli
assicurò prestigio una volta tornato a Roma.
CRASSO
Nel 73 a.C. In Italia, intanto, una ribellione di schiavi era fuggita al controllo di Roma. Era una
ribellione scoppiata presso la scuola per gladiatori di Capua e guidata dallo schiavo Spartaco (un
trace) e Crisso (un gallo), i quali raccolsero un gran numero di schiavi ribelli che si organizzarono
in un esercito. Il loro obiettivo era probabilmente quello di raggiungere le Alpi e riacquistare la
libertà uscendo dal territorio romano, ma mancava totalmente tra i ribelli un piano preciso e
unitario.
Il senato affidò allora il comando a Marco Lucinio Crasso (allora pretore) il compito di sconfiggere
l’esercito ribelle e così fu nel 71 a.C. a Lucania.
POMPEO A ORIENTE
Negli anni tra l’80 a.C. e il 70 a.C. in Oriente erano riemerse e si erano consolidate due gravi
minacce: i pirati (il trasporto delle merci era divenuto sempre più difficile, rischioso e costoso, sia
per chi vi investiva capitali sia per i consumatori) e Mitridate.
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Nel 68-67 a.C. Quinto Cecilio Metello riconquisto l’isola di Creta, che divenne provincia romana.
Nel 67 a.C., un tribuno della plebe, Aulo Gabinio, propose che fosse attribuito per tre anni a
Pompeo un imperium infinitum (senza limiti) su tutto il Mediterraneo con piena autorità. Fu
approvato e, suddiviso il Mediterraneo in tredici settori, Pompeo cacciò rapidamente i pirati.
Nel 66 a.C. operò venne affidato (su proposta del tribuno della plebe Caio Manillo) a Pompeo il
compito di mettere fine al conflitto con Mitridate, che nel frattempo stava occupando territori romani
in Asia. Subentrato a Lucullo, nel giro di due anni Pompeo sconfisse Mitridate e ridusse a provincia
la Siria; in Palestina s’impadronì di Gerusalemme e del suo Tempio, divenne Stato autonomo ma
aggregato alla provincia di Siria (63 a.C.) e riunì la Bitinia e il Ponto in un’unica provincia.
Tutto ciò accresce sempre più il potere personale di Pompeo.
IL CONSOLATO DI CESARE
Ottenuto il consolato nel 59 a.C., Cesare rispettò gli accordi stabiliti soddisfacendo le richieste di
Pompeo e Crasso. Scaduto il consolato Cesare ottenne il proconsolato della Gallia Cisalpina e
Narbonese, province di ben poco rilievo rispetto a quelle ricche orientali, che tutti aspiravano a
governare. Cesare, in realtà, aveva un progetto ben preciso: intendeva avviare una grande
campagna di conquista in Gallia, per guadagnare gloria, ricchezze e controllo di un proprio
esercito, premesse indispensabili per mettersi alla pari con la forza di Pompeo e Crasso e poter
realizzare le sue ambizioni di potere. È così che ha inizio la campagna in Gallia.
LA CAMPAGNA IN GALLIA
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Tornato in Gallia, Cesare si impegnò ad estendere i propri confini attraverso numerose battaglie.
Nel frattempo, Publio Licinio Crasso si spingeva verso la Normandia, sottomettendo numerose
tribù della Normandia e della Bretagna (57 a.C.).
La Gallia venne però sottomessa completamente tra il 53 e il 52 a.C. Ciò accrebbe ulteriormente la
fama di Cesare a Roma.
L’ASCESA DI OTTAVIANO
Il “dopo Cesare” è un periodo caratterizzato da grandi incertezze: i cesaricidi non avevano un
preciso programma politico da attuare in seguito alla morte di Cesare, i senatori erano divisi e
impauriti, gli eserciti erano pronti a dare appoggio a qualunque capo avesse dato loro terre e
denaro, i filo-cesariani erano molti tra la plebe e minacciavano di dare vita a proteste. Su proposta
di Cicerone, inoltre, gli assassini di Cesare rimasero impuniti e conservarono le loro cariche; al
contempo però dovettero accettare la conferma di tutti i provvedimenti emanati da Cesare e la
divinizzazione dello stesso dittatore.
In questa situazione di incertezza i fanno avanti tre figure attorno alle quali si polarizzò la vita
politica, come era stato tra Mario e Silla e tra Pompeo e Crasso: Marco Antonio, Ottaviano e Marco
Emilio Lepiro.
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oppone alla candidatura di Ottaviano al consolato. Le giustificazioni erano il fatto che fosse troppo
giovane e non avesse compiuto il cursus honorum.
● N.B. Il cursus honorum era la carriera politica che doveva compiere chi voleva occuparsi
del governo della repubblica. Comprendeva, in ordine ascendente: la questura, l’edilità, la
pretura, il consolato e la censura.
Ottaviano, compreso di essere solo uno strumento nelle mani del senato, mobilita l’esercito,
convocò i comizi e si fece eleggere console nel 43 a.C. Da console revocò l’amnistia agli uccisori
di Cesare, istituendo un tribunale speciale per la loro persecuzione e assunse il nome di Caio
Giulio Cesare Ottaviano, sottolineando il legame di parentela con Cesare.
Il senato, a questo punto, era riuscito ad inimicarsi i due uomini politici del momento che si
spartirono il potere e diedero vita al SECONDO TRIUMVIRATO insieme a Lepido nel 43 a.C. in un
incontro a Bologna. L’accordo aveva una durata di 5 anni (divenne una magistratura ordinaria) e
prevedeva che i contraenti si spartissero il controllo della parte occidentale e centrale dell’impero,
confermando a ciascuno la possibilità di legiferare, nominare magistrati, dichiarare guerra, coniare
moneta. Ad Antonio toccarono la Gallia Cisalpina e Transalpina, a Ottaviano l’Africa e la Sicilia
(minacciate da Sesto Pompeo), a Lepido la Gallia Narbonese e la Spagna. L’Italia restava indivisa.
Furono anni terribili in cui, attraverso liste di proscrizione, i contraenti uccisero tutti i loro avversari
politici, tra cui lo stesso Cicerone. Con l’uccisione, inoltre, degli ultimi due cesaricidi, Cassio e
Bruto, i nemici repubblicani erano definitivamente debellati.
Nel 42 a.C. si provvide alla divinizzazione di Cesare e all’istituzione del suo culto. Ottaviano
divenne così Divifilius (figlio di Dio).
Eliminati tutti i nemici però, viene meno la ragione principale dell’alleanza tra Antonio e Ottaviano.
Venne così rivista la spartizione dei territori e si stabilì con l’accordo di Brindisi del 40 a.C. che
Antonio avrebbe dovuto governare sulle province orientali, Ottaviano su quelle occidentali (l’Italia
venne affidata alle cure di Ottaviano), Lepido avrebbe dovuto governare solo L’Africa.
L’incarico di procedere all’assegnazione di terre ai veterani era tra quelle più difficili, in quanto non
era più rimasto agro pubblico. Le proteste sfociarono nel 41 a.C. in aperta rivolta (la guerra di
Perugia).
ANTONIO IN ORIENTE
Antonio in Oriente si comportava più come un monarca che come un magistrato, non curandosi
delle indicazioni provenienti dal senato. A ciò, inoltre, si aggiunsero forti sconfitte militari e la
relazione amorosa con Cleopatra, regina del ricchissimo Egitto, da cui ebbe due gemelli.
LA PROPAGANDA DI OTTAVIANO
Gli insuccessi militari di Antonio e il suo essersi “orientalizzato” crea malcontento in senato e allo
stesso tempo creano un vasto consenso nei confronti di Ottaviano. Lepido viene punito dal senato
per non sostenere Ottaviano, gli viene dunque tolta l’Africa. Termina il Triumvirato.
Nel 35 a.C. si ebbe la definitiva rottura tra Antonio e Ottaviano.
Ora rimanevano solo Ottaviano e Antonio. Ottaviano fu molto abile nel presentare la lotta contro
Antonio come scontro fra due opposte concezioni di vita, tra due mondi diversi: da un lato le
tradizioni italiche legate alla terra e al lavoro, la difesa delle istituzioni repubblicane e il
riconoscimento di Roma come capitale dell’impero; dall’altro lato la corruzione e le mollezze dei
costumi orientali e il dispotismo di una regina straniera.
Da tutto ciò Ottaviano ottiene dal senato il consenso di marciare contro Antonio.
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LA BATTAGLIA DI AZIO E IL TRIONFO DI OTTAVIANO
La guerra non fu dichiarata esplicitamente contro Antonio ma contro Cleopatra e venne presentata
come una guerra in difesa della romanità contro il dispotismo straniero. Lo scontro decisivo fu la
battaglia navale di Azio nel 31 a.C. vinta da Agrippa per Ottaviano. Antonio e Cleopatra furono
sconfitti e si rifugiarono ad Alessandria dove, l’anno successivo, capendo di essere ormai perduti,
si danno la morte. L’Egitto diventava così una provincia romana e Ottaviano restava di fatto
padrone assoluto di Roma.
L’IMPERO
DALLA REPUBBLICA ALL’IMPERO
In seguito alla battaglia di Azio abbiamo una svolta decisiva della storia di Roma: da allora, infatti,
iniziò l’Impero romano. Non bisogna però immaginare che l’avvento dell’impero abbia segnato un
radicale cambiamento rispetto all’età repubblicana; almeno, infatti, per tutta la prima parte del
principato (così i romani chiavano inizialmente l’impero) vi fu una forte continuità con l’età
repubblicana: istituzioni, norme giuridiche, valori religiosi e civili rimasero sostanzialmente i
medesimi ì, anche se profondamente trasformati per effetto della concentrazione del potere in una
sola persona, il principe (princeps).
Con grande intelligenza politica Ottaviano ristabilì pace e ordine nella società romana e costruì un
potere personale assoluto e, al tempo stesso, sostenuto da grande popolarità. Come possiamo
leggere dalle Res Gestae (autobiografia di Ottaviano redatta da egli stesso) egli si presentò
astutamente come restauratore delle istituzioni repubblicane attuando una formidabile
concentrazione del potere senza però modificare le istituzioni della repubblica, ma ricoprendo in
prima persona o controllando, tutte le cariche pubbliche.
Egli:
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- Infine, nel 12 a.C. ottenne anche il PONTIFICATO MASSIMO (la più alta carica religiosa) alla
morte di Lepido e il POTERE CENSORIO (per il controllo dei costumi e della pubblica
moralità).
IL PRINCIPATO
Con questi provvedimenti si realizzò una profonda trasformazione istituzionale: le magistrature
repubblicane vennero formalmente salvaguardate, perché tutti i poteri di cui Augusto godeva
erano stati creati in età repubblicana, ma il loro accentramento in una sola persona introdusse di
fatto una nuova figura istituzionale, quella del PRINCIPE. Inizialmente, fu mantenuta in vita la
finzione per cui il principe era considerato solo un magistrato, sebbene superiore agli altri: un
primo tra pari. Questa finzione si ritrova anche nel nome “principato” termine con cui viene
chiamato il regime augusteo. Successivamente, caduta la necessità di finzione, tale forma di
governo verrà chiamata Impero, facendone così emergere il vero fondamento: l’imperium.
Piano piano le varie istituzioni repubblicane perdevano significato e andavano svuotandosi; il
consenso sociale e politico però non mancava:
ROMA E L’ITALIA
Egli concentrò la sua attività edilizia soprattutto nel Foro romano, dove completò i programmi edilizi
di Cesare. Fece costruire un tempio per Cesare divinizzato.
Costruì inoltre un nuovo Foro, il Forum Augusti. Trasformò poi l'aspetto del Campo Marzio, in cui
fu edificato tra l’altro il Pantheon, dedicato ad Agrippa, e il suo Mausoleo (in cui attraverso
immagini iscrizioni veniva celebrata l'opera del princeps).
L’Urbe fu ripartita topograficamente in 14 regiones (circoscrizioni), a loro volta suddivise in vici
(quartieri) che valsero anche ad articolare organizzare il sistema di gestione della città.
La carestia che colpì Roma nel 22 a.C. Indusse Augusto ad assumere la cura annonae, e con i
propri mezzi finanziari riuscì a fronteggiare l'emergenza.
Divise l'Italia in 11 regioni e riorganizzò il sistema di strade e servizi di comunicazione.
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POLITICA ESTERA E ORGANIZZAZIONE DELL’IMPERO
Nei confronti della politica estera Augusto insisteva maggiormente sulla necessità di consolidare i
confini e l’impero e non tanto sull’espansione. Augusto suddivise l’impero in due tipi di province:
quelle senatorie e quelle imperiali.
SITUAZIONE ECONOMICA
Da un punto di vista economico sappiamo che l’economia statale è stata a lungo basata sul
“bottino di guerra”; ora invece il principale flusso di ricchezza per lo stato diventava l’imposizione
fiscale, per organizzare la quale vennero organizzati periodici censimenti. La tassazione
riguardava però soltanto le province, perché l’Italia ottenne l’importantissimo privilegio di esserne
esentata.
I tributi versati dalle province senatorie confluivano nell’ERARIO, il tesoro statale; i contributi
provenienti dalle province imperiali confluivano nel FISCUS, il tesoro imperiale, di cui faceva parte
anche il patrimonio personale di Augusto.
SITUAZIONE MILITARE
Augusto è consapevole dell’importanza degli eserciti nella stabilità politica; decide quindi di
diminuire il numero di legioni (in modo tale da controllarle meglio) che vengono trasformate in un
corpo militare professionale, posto a presidio dell’impero. Il reclutamento, principalmente su base
volontaria, prevedeva che dopo l’incarico ai legionari fosse dato un appezzamento di terra o del
denaro.
LA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA
TIBERIO (14-37 d.C.)
Tiberio voleva continuare quanto attuato da Augusto. Egli fu un buon amministratore, capace di
rilanciare l’agricoltura, di punire gli abusi amministrativi, di alleggerire la pressione fiscale sulle
province. In politica estera fu cauto, attento a consolidare i confini imperiali.
Il senato lo teme tanto da creare numerose congiure. Gli ultimi anni del governo di Tiberio
diventano più sanguinosi e repressivi tanto che la sua morte del 37 d.C. venne percepita da Roma
come una liberazione.
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CALIGOLA (37-41 d.C.)
Alla morte di Tiberio divenne principe Caligola, parente di Tiberio. Egli tentò di trasformare il
principato in una monarchia assoluta di tipo orientale attraverso una serie di norme che lo
portarono a sperperare tutto il denaro, ad aumentare le tasse e ad essere odiato da tutti. Caligola
venne dunque assassinato dai pretoriani (le guardie personali del principe) e sostituito dallo zio
Claudio, che però era considerato un inetto.
- Galba (giugno 68-gennaio 69) era un anziano senatore ed era allora governatore della
Spagna Tarraconense. I pretoriani acclamarono Otone imperatore e massacrarono Galba.
L’impero di Galba era durato in teoria sette mesi, ma nell’Urbe in realtà meno di tre.
- Otone (15 gennaio-14 aprile 69) il suo principato era destinato a durare in tutto tre mesi.
L’avanzata delle armate germaniche verso l’Italia era iniziata nel segno della ribellione a
Galba. Alla notizia della morte dell’imperatore e della successione di Otone non si fermò.
- Vitellio (15 aprile-21 dicembre 69) ebbe grandi difficoltà a frenare i soldati che avevano
combattuto per Otone e anche a controllare la disciplina dei propri, che si diedero a saccheggi
e devastazioni. Fu dunque necessario cercare altrove e la scelta cadde su Tito Flavio
Vespasiano, comandante delle truppe in Giudea (tre legioni).
- Vespasiano.
Si comprese allora che l’equilibrio faticosamente costruito tra aristocrazia senatoria, militari, popolo
di Roma e principe era crollato: solo i militari ora potevano avere la facoltà di imporre l’imperatore.
DISCENDENZA ADOTTIVA
NERVA (96-98 d.C.)
Il II secolo d.C. è considerato l’età più prospera dell’Impero romano che, raggiunta una qualche
stabilità e al sicuro all’interno dei suoi confini, poté godere di un notevole sviluppo economico e
culturale.
A Domiziano succedette Nerva, senatore già anziano e uomo di cultura, che vide il ripristinarsi di
buoni rapporti tra imperatore e senato e un tentativo di riassetto degli equilibri istituzionali interni.
Garantito l’ordine interno, Nerva si volse a un’opera costruttiva di politica finanziaria e sociale a
favore di Roma e dell’Italia. Legge agraria per assegnare lotti di terreno ai cittadini nullatenenti e il
programma delle cosiddette “istituzioni alimentari”. Trasferì alla cassa imperiale il costo del cursus
pubblicus, cioè del mantenimento delle strade e delle stazioni di cambio per i messaggeri imperiali.
Riorganizzazione del sistema di approvvigionamento idrico di Roma. Principato con scarsa
opposizione.
Inaugurò il principato adottivo. Dopo un secolo di successioni confuse, il principio dell’adozione
forniva finalmente un criterio certo e trasparente per regolare il problema. Il principe in carica
adottava il suo successore, con l’approvazione del senato, scegliendolo in base ai meriti e alle
qualità. Il successore, infatti, non poteva essere uno qualunque ma doveva essere l’optimus
princeps. Nerva scelse come successore il senatore Marco Ulpio Traiano.
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Traiano, di origine spagnola, fu il primo provinciale ad assumere questa carica e, una volta al
potere, portò l’impero alla sua massima estensione conquistando la Dacia, che venne ridotta a
provincia romana; costruì il foro che porta il suo nome; bonificò le paludi pontine; varò un sistema
di prestiti per i meno abbienti. Fu un principe energico ed equilibrato che ebbe ottimi rapporti con il
senato. Egli indicò come successore il comandante dell’esercito d’Oriente, Adriano.
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Settimo Severo potenziò l’esercito, epurò il senato nel quale entrarono elementi africani e orientali,
favorì lo sviluppo urbanistico ed economico delle province, attuò una riforma giuridica e fu piuttosto
tollerante in materia religiosa. In politica estera riconquistò la Mesopotamia e poi partì per
pacificare la Britannia, dove morì.
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Alla fine del III secolo diviene imperatore Diocleziano, comandante dell’esercito, che prova ad
affrontare i problemi dell’impero. Con lui ha inizio una nuova epoca: l’età tardoantica. Egli per
prima cosa cercò di mettere fine alle continue lotte per la successione al trono imperiale e di
ristabilire l’autorità dell’imperatore. In seguito, varò profonde riforme:
LA CRISI DELL’IMPERO
All’inizio del V secolo l’Impero romano era diviso in due parti, l’Occidente governato da Onorio e
l’Oriente governato da Arcadio. Entrambi i territori imperiali erano minacciati dalla pressione dei
popoli germanici, ma l’Occidente era in condizioni peggiori a causa di una forte crisi economica e
demografica e per l’indebolimento della potenza militare; nell’esercito, infatti, cominciava ad essere
preponderante la presenza di soldati e ufficiali germanici. Inoltre, la prospettiva dell’unificazione
sociale e culturale tra romani e barbari (in particolare Visigoti) si stava facendo più difficile a causa
del fatto che Arcadio era diventato più intransigente nei loro confronti. È così che i Visigoti iniziano
a spingere sui confini, ma vengono più volte sconfitti.
Il capo dell’esercito dell’Impero d’Occidente era il germanico Stilicone (di origine vandala) che non
riesce a fermare una grande coalizione di popoli germanici che entra in Gallia e si stanzia in
Spagna. Stilicone viene dunque sfiduciato dal senato e, in seguito, assassinato.
I Visigoti, guidati dal generale Alarico, calarono nuovamente in Italia e saccheggiarono Roma per 3
giorni (410 d.C.): è il SACCO DI ROMA. L’impero allora giunse ad un compromesso con loro: li
federò, stanziandoli tra Gallia e Spagna.
Nuove Popolazioni (i franchi, i burgundi, gli angli e i sassoni), tuttavia, si stavano insediando
stabilmente entro i confini dell’impero, giungendo a una pacifica convivenza con gli antichi
proprietari romani; la base di questa convivenza era il SISTEMA DELL’OSPITALITA’, che
garantiva ai barbari di insediarsi pacificamente nel territorio imperiale.
Una nuova e una grande minaccia venne però dagli unni guidati da Attila, che a metà del V secolo
varcarono il Reno e penetrarono in Gallia. Qui furono fermati dal generale romano Ezio; Attila, pur
sconfitto, riuscì tuttavia a spingersi fin nella pianura del Po, ma poi, assai indebolito, decise di
tornare indietro.
L’imperatore Valentiniano III, non approvando la politica di integrazione di Ezio, lo fece uccidere.
L’impero era ormai allo sbando, Roma fu nuovamente saccheggiata, questa volta per mano dei
vandali (455). Gli imperatori che si alternarono alla guida dell’impero, l’ultimo dei quali fu Romolo
Augustolo, figlio del generale Oreste, furono incapaci di reagire.
I REGNI ROMANO-BARBARICI
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Nei regni romano-barbarici la convivenza tra le due etnie non fu semplice. I germani detenevano i
poteri militari, ma erano inferiori di numero ai romani, i quali controllavano l’amministrazione civile.
A lungo la religione fu un elemento di divisione perché i germani erano quasi tutti fedeli
all’arianesimo, considerato eresia dalla Chiesa cattolica romana. Quest’ultima però riuscì a
convertire diverse popolazioni. Anche il diritto, scritto per i romani, orale per i germani, rendeva
difficile l’integrazione: ogni popolo rispondeva al proprio codice legislativo.
Dal punto di vista sociale, l’aristocrazia fondiaria germanica si fuse, con il tempo, con quella
romana, mentre le classi popolari e servili continuarono ad essere sottomesse ai loro padroni,
nuovi e antichi.
I più importanti regni romano-barbarici furono quello dei visigoti in Spagna, quello dei franchi in
Francia e quello dei vandali in Africa. In Gallia e nella penisola iberica, visigoti e franchi si
integrarono perfettamente con gli antichi abitanti e giunsero perfino a convertirsi al cattolicesimo. I
vandali rifiutarono invece ogni tipo di integrazione con i romani. La loro cultura si basava sulla
guerra e sulla razzia; il loro regno fu rapidamente spazzato via dalla riconquista imperiale del VI
secolo.
In Britannia giunsero gli angli e i sassoni che cancellarono in tempi brevi ogni traccia della civiltà
romana.
Gli Ostrogoti, guidati da Teodorico, arrivarono in Italia. Liquidato Odoacre, Teodorico creò nella
penisola un regno solido e ben amministrato, in armonia con le istituzioni e la società romana.
IL CRISTIANESIMO E LE ERESIE
Nel V secolo l’unità dell’impero fu turbata dalle eresie religiose che assumevano spesso risvolti
politici, vista la supremazia dell’imperatore in campo spirituale e politico (nei confronti di questa
supremazia si parla di CESAROPAPISMO). Due furono le eresie maggiori: il NESTORIANESIMO
e il MONOFISISMO. Le condanne dell’eresie giunsero da diversi concili che, seppur non risolutivi,
chiarirono la posizione della chiesa di Roma: nella persona di Cristo sussistevano due nature
(umana e divina).
Rispetto alla condanna delle eresie da parte della chiesa di Roma, la politica degli imperatori fu
alterna e ciò portò allo scontro con il papa. Quando l’imperatore Zenone cercò di conciliare il
monofisismo con le posizioni ortodosse, la chiesa d’Oriente e quella di occidente si separarono per
circa 30 anni.
Nella seconda metà del V secolo, l’impero d’Oriente affrontò uno dei momenti più difficili della sua
storia. Dovette, infatti, sostenere la pressione degli Unni e degli Ostrogoti, che poi, come affermato
sopra, si spostarono ad Occidente. Nonostante ciò, Zenone riuscì ad allentare sui confini la
pressione dei barbari.
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ANASTASIO I
Alla morte di Zenone prese il potere Anastasio I, un funzionario di corte appoggiato dagli
aristocratici. Il nuovo imperatore dovette affrontare altre popolazioni come i Bulgari e l’Impero
persiano, che premevano sui confini. Egli riuscì a contenere queste minacce e allo stesso tempo a
riorganizzare finanziariamente l’impero, attraverso una riforma fiscale. Grazie all’azione di
Anastasio I, agli inizi del VI secolo l’impero d’Oriente aveva ritrovato stabilità interna e solidità
economica.
GIUSTINO
Il suo successore, Giustino risolse inoltre la separazione con la chiesa di Roma, riaffermando in
maniera netta l’ortodossia cattolica e combattendo ogni forma di eresia. In questo modo Giustino
riaffermò l’autorità dell’imperatore anche in materia religiosa e rinnovò la missione universale
dell’impero: riunire tutto il mondo conosciuto sotto un unico sovrano e sotto un’unica fede, quella
cristiana cattolica. Questo comportava una riconquista dei territori d’Occidente, un progetto che
avrebbe costituito il fulcro dell’azione del successore di Giustino, Giustiniano.
● Il suo generale, Belisario spazzò via i vandali riconquistando i territori imperiali in Africa;
● il generale Narsete portò a termine la guerra greco-gotica riconducendo la penisola italica
sotto il controllo dell’impero.
● Il generale Liberio strappò ai visigoti la parte sud-orientale della penisola iberica.
L’intero bacino del Mediterraneo venne dunque nuovamente sottomesso, ma a caro prezzo: l’Italia
risultava profondamente devastata dalla guerra e l’impero si trovò ad affrontare una grave crisi
finanziaria a causa degli alti costi dell’esercito. Oltretutto le conquiste si rivelarono effimere: dopo
qualche decennio il popolo dei longobardi occupò la penisola italica e i visigoti il territorio spagnolo.
Alla morte di Giustiniano l’impero era più grande ma più fragile. Seguirono infatti cinquant’anni di
guerre civili e di rivolte causate dall’aumento delle tasse e dal rafforzamento dell’aristocrazia.
Contemporaneamente, le frontiere orientali si indebolirono e la minaccia persiana si fece più
marcata. La pressione dei popoli provenienti dall’Asia, come gli slavi e i bulgari, si tradusse
nell’occupazione della penisola balcanica.
ERACLIO
Fu l’imperatore Eraclio a rimettere in sesto, nella prima metà del VII secolo, l’impero, attraverso
una riforma amministrativa che militarizzò lo stato: egli, infatti, divise lo stato in TEMI, governati da
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strateghi; creò un esercito di soldati-contadini, i quali per il loro servizio ricevevano un
appezzamento di terreno. Eraclio sconfisse definitivamente i persiani, che erano riusciti ad
occupare vari territori e ad assediare Costantinopoli. Nonostante questo, però, alla sua morte
l’impero si era ulteriormente indebolito e si era trasformato anche culturalmente, risultando più
legato al mondo greco e a quello orientale che alla tradizione romana. Il greco, come abbiamo
visto, sostituì il latino come lingua ufficiale; parallelamente gli stessi sovrani bizantini si resero
conto di non poter più controllare i territori occidentali e abbandonarono completamente l’idea di
riconquistarli. L’Impero Romano d’Oriente si era quindi trasformato nell’Impero bizantino
medievale, uno stato dalle caratteristiche nuove, sempre più greco-orientale nella cultura, nella
lingua, nella composizione sociale, negli interessi territoriali.
APPROFONDIMENTO SUL MONACHESIMO: Il monachesimo nacque in Oriente nel III secolo
d.C., ma ebbe il suo sviluppo più grande in Occidente a partire dal IV secolo d.C. Nella sua forma
comunitaria, fu in Europa un formidabile strumento di evangelizzazione delle campagne. La forma
di monachesimo che ebbe maggiore diffusione fu quella inaugurata da Benedetto da Norcia, il
quale elaborò una Regola rigorosa basata su due cardini: la preghiera e il lavoro. I monasteri
benedettini divennero, già nel VI secolo, centri di conservazione della cultura in Occidente, grazie
al lavoro intellettuale e artistico che si attuava al loro interno.
APPROFONDIMENTO SULLE EPIGRAFI: Perché sono importanti?
- Perché sono un tratto caratterizzante della civiltà romana.
- Perché nella scuola elementare solitamente è prasi condurre i bambini presso musei
archeologici.
Quando parliamo di epigrafia parliamo di una disciplina storica che ha come oggetto di studio le
epigrafi. Il termine “epigrafe” è una parola che deriva dal greco e significa “scrivo sopra”; un
sinonimo può essere il termine “iscrizione” che deriva dal latino e significa “incido”. L’epigrafe è
dunque una scrittura posta su un qualunque tipo di supporto. Questo tipo di scrittura è tipico della
civiltà romana (vi erano già epigrafi in età greca ma i romani hanno dato molta importanza a
questo tipo di scrittura, tanto da utilizzarla per veicolare una serie di messaggi con finalità
pubblica). Le epigrafi potevano avere carattere funerario, religioso, politico, giuridico, pubblico…
Vediamo una serie di esempi di epigrafi:
- Imperatori
- Storia locale, le municipialità
- Ceti sociali
- Mestieri
- Mondo femminile
- Mondo militare
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