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IL MONDO DI ROMA: introduzione

DUE DATE CHIAVE FONDAMENTALI RELATIVE ALLA NASCITA E ALLA


FINE DEI ROMANI
● 753 a.C.: fondazione di Roma ad opera di Romolo. Data trasmessa da Marco Terenzio
Varrone di Rieti (I secolo a.C.). Questo evento segnava l’inizio di Roma.
● 476 d.C. (V secolo d.C.): data convenzionale relativa alla caduta dell’Impero romano
d’Occidente, quando il generale barbaro Odoacre depone l’ultimo imperatore romano
d’occidente Romolo Augustolo. Questa vicenda mette fine all’Impero romano d’occidente.

PERIODIZZAZIONE CANONICA
ETA’ MONARCHICA: 753 a.C.-509 a.C.  Sono presenti dei re. È l’età dei cosiddetti 7 re.
Può essere suddivisa in due periodi:
1. Età della monarchia latino-sabina (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marcio)
2. Età della monarchia etrusca (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il superbo).
Il 509 a.C. coincide con la cacciata dell’ultimo re romano Tarquinio il superbo e i romani
proclamano la nascita della repubblica.

ETA’ REPUBBLICANA: 509 a.C.-31 a.C.  In questa età sono presenti dei magistrati. Si
possono trovare diversi criteri di periodizzazione; per esempio:

▪ dalle origini della repubblica ai Gracchi (133-121 a.C.)  in questa fase abbiamo una forte
espansione territoriale di Roma in Italia (IV-V Sec a.C.) e nel Mediterraneo (III-II Sec a.C.). La
fase di espansione nel Mediterraneo, che vede lo scoppio delle guerre puniche e la distruzione
di Cartagine e Corinto, è nota come imperialismo romano. Il mediterraneo dà una realtà
multipolare, diviene una realtà unipolare, in quanto il polo di riferimento diviene Roma. Sul
piano istituzionale e politico in questa fase si formano gli ordinamenti pubblici dello stato
repubblicano. Sorge però il problema della classe dirigente romana, ovvero comprendere chi
dovesse amministrare la Roma repubblicana.

▪ dai Gracchi ad Azio (121-31 a.C.)  In questa fase abbiamo il completamento dell’espansione
territoriale (pensiamo a Cesare che nel I sec. a.C. conquista la Gallia). Vi è però un problema
di natura interna legato al funzionamento dello stato repubblicano, che vede una sorta di
divisione all’interno del senato di Roma tra optimates e populares e vede numerosi conflitti
civili di carattere sanguinoso. Questi conflitti civili diventano con il tempo vere e proprie guerre
civili caratterizzate dalla presenza di eserciti cittadini (non composti da mercenari ma da
cittadini veri e propri). In questo periodo vi è inoltre una concessione della cittadinanza romana
alle popolazioni italiche (I sec a.C.); ciò comporterà una grande riorganizzazione sul piano
istituzionale.
Ma anche:

- alta repubblica (V-IV Sec a.C.)

- media repubblica (fine IV- II Sec a.C.)

- tarda repubblica (fine II- I Sec. a.C.)


È un periodo molto ampio e complesso.

1
La repubblica romana era fondata sulla cosiddetta Era Capitolina, dal nome del Capitolium, tempio
dedicato a Giove, Giunone e Minerva sul Campidoglio. Il 31 a.C. coincide con la battaglia di Azio,
dove Ottaviano (nipote di Cesare) sconfigge Marco Antonio (amante di Cleopatra) e rimane la
figura più importante sulla scena romana. Da qui Ottaviano inizia un grande processo di
riorganizzazione della repubblica romana che darà vita alla figura dell’imperatore.

ETA’ IMPERIALE: 31 a.C.-476 d.C.  Sono presenti degli imperatori


Significato di alcuni termini:
- IMPERO: deriva dal latino imperium, è un termine molto ampio, ha un significato relativo sia
all’ambito territoriale, sia all’ambito del potere. Impero come vasto territorio sotto la guida di
un’unica autorità; impero come periodo durante il quale governa un imperatore.
- IMPERATORE: dal latino imperator, questo termine qualifica la figura di chi detiene il potere,
l’imperatore, che non è e non può essere chiamato re. Gli imperatori romani sono molto diversi dai
re dalla monarchia romana, gli imperatori non sono dei re.
- PRINCIPATO: deriva da princeps, un altro termine per definire l’imperatore. Nella fase del
principato l’imperatore si considera princeps (che significa primo fra tutti) nei primi due secoli della
fase imperiale.
- DOMINATO (dominus): periodo in cui governano i dominus, un’attribuzione di imperatore nella
fase più tarda, significa signore e viene usato soprattutto tra la fine del III e il V secolo d.C.
Possiamo avere diverse fasi del periodo imperiale:

● Da Augusto alla crisi del III sec. d.C.  Durante il I e il II sec. a.C. abbiamo l’età del
principato/alto impero: periodo in cui l’imperatore mette in evidenza la dimensione civile del
suo potere, si atteggia da senatore. Nei primi 2 secoli d.C. la storia di Roma ha il massimo
splendore, l’Impero romano è in una situazione militarmente tranquilla, di pace; questi 2
secoli corrispondono al momento in cui c’è la massima integrazione delle province in un
unico organismo: l’impero. La successione imperiale in questa fase avviene su base
dinastica.
● La crisi del III sec. d.C.  III sec d.C. è un secolo cerniera: in questo secolo abbiamo infatti
da un lato le invasioni barbariche (possiamo ricordare il film “il gladiatore”); dall’altro
l’esercito acquisisce sempre più potere. Questo periodo comincia con la morte di Marco-
Aurelio e di Commodo e con la monarchia dei Severi. Dopo la morte di Commodo sale al
potere Severo Simplinio, l’africano che darà inizio alla cosiddetta “monarchia militare” che
durerà fino al 235 d.C.: durante questa monarchia gli eserciti hanno potere preponderante
nella scelta dell’imperatore. Accanto a ciò aumentano le invasioni dei barbari e dei persiani.
Nel 235 d.C. con la morte di Severo Alessandro che viene assassinato, si apre il periodo
dell’anarchia militare che si conclude nel 284 d.C. con l’ascesa al trono di Diocleziano. Per
anarchia militare intendiamo uno scenario in cui i singoli eserciti eleggono gli imperatori,
l’impero rischia la disgregazione; in Germania viene scelto un imperatore, in Gallia ne viene
scelto un altro; la successione imperiale è fuori controllo; vi è una forte crisi perché tutti
questi imperatori si scontrano tra di loro per il potere (30 imperatori), per questo viene
chiamata crisi del III secolo.
Si creano così due zone: in Gallia si crea il cosiddetto ‘’imperium gallianum’’. In oriente
abbiamo il regno di Palmina Zenofia che crea un semi-impero per contrastare l’altro.
Questa situazione viene placata con l’ascesa al trono di Diocleziano nel 284 d.C.; il suo
governo durerà fino al 305 d.C.
● IV e V sec: tarda antichità  con Diocleziano e i suoi successori Costantino e Teodosio si
cerca di uscire da questa situazione disgregatrice, l’Impero romano si riprende e viene

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ricostituito. Questo periodo viene chiamato TETRARCHIA e ha come obiettivo quello di
riorganizzare l’impero: impero è ora riorganizzato ma deve affrontare i barbari. A causa di
ciò nel V secolo abbiamo una progressiva dissoluzione dell’Impero d’Occidente in quanto i
barbari hanno la meglio. Questo periodo è stato concepito come un periodo di decadenza e
declino. In realtà, nel corso del 1900 d.C., sono state elaborate diverse teorie che vedono
questo periodo come un periodo con caratteristiche proprie che vanno al di là della
semplice decadenza.

L’ITALIA: QUADRO CRONOLOGICO


XII-X sec a.C.  età del bronzo
IX sec a.C.  Inizio dell’età del ferro
Metà del VIII sec a.C.  Inizio della colonizzazione greca nell’Italia meridionale
VIII-VII sec a.C.  Fase iniziale della civiltà etrusca e formazione della città di Roma
VIII-V sec a.C.  Espansione delle genti osche nell’Italia centro-meridionale
VII-VI sec a.C.  Massima espansione degli Etruschi
510-509 a.C.  Cacciata di Tarquinio il Superbo
509 a.C.  Primo trattato tra Roma e Cartagine

LE FASI PIÙ ANTICHE DELLA STORIA D’ITALIA


- Gruppi di ominidi comparvero in Italia, così come nel resto dell’Europa, diversi milioni di anni
fa durante il paleolitico, ovvero quel periodo che va dal IX al V millennio a.C., e che
corrisponde al periodo più antico della storia dell’uomo. Durante il paleolitico l’uomo ha vissuto
di caccia e ha imparato a perfezionarne le tecniche. Qualche forma di religiosità e di culto dei
morti comparvero già in questo periodo: i morti venivano seppelliti nelle caverne, presso i vivi.
- Un nuovo periodo inizia intorno al V millennio a.C.: l’uomo non è più solo cacciatore ma
diviene anche pastore, cioè inizia a possedere animali domestici; è anche agricoltore, poiché
migliora sempre più le tecniche di coltivazione; egli non vive più solo in grotte, ma più spesso
in capanne che danno vita a villaggi e comunità umane note come tribù. Le armi, sempre di
pietra, si fanno più raffinate; si inizia a lavorare l’argilla e a creare vasi; i morti molto spesso
sono sepolti in tombe allo scoperto che formano dei veri e propri villaggi di morti, le necropoli.
La civiltà neolitica si diffonde anche nelle isole e, in particolare, in Sicilia dove si apprende
l’arte della navigazione.
- La fase che succedette al Neolitico è l’età del bronzo che in Italia comprende tutto il II
millennio a.C. In questo periodo, in Italia settentrionale e, in particolare, in Lombardia, Veneto
e Trentino, si diffusero gli insediamenti su palafitte (sia su acqua che su terraferma); inoltre in
questo periodo si assiste ad un’uniformità di civiltà. Sul finire del II millennio a.C. vennero a
stanziarsi in Italia nuove popolazioni. Il più importante ritrovamento relativo a questo periodo è
stato fatto a Villanova, un villaggio vicino a Bologna, dove nel 1853 venne alla luce un ampio
sepolcreto con reperti legati alla cultura di Hallstatt; si parla addirittura di civiltà villanoviana,
termine che raggruppa gruppi etnici diversi che però avevano degli aspetti in comune:
praticavano l’incenerazione, abitavano in insediamenti che hanno la forma di villaggi, avevano
sepolture in urne con le ceneri, le cosiddette “tombe a pozzo”, erano molto abili nella
produzione metallurgica: furono loro a introdurre in Italia la lavorazione del ferro.
- Con l’inizio dell’età del ferro l’Italia presenta un quadro differenziato di culture locali: tra queste
possiamo ricordare i Golasecca (tra il Piemonte e la Lombardia); la Cultura d’Este (intorno a
Padova); la Cultura Villanoviana (in Emilia-Romagna).

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POPOLI DELL’ANTICA ITALIA
ITALIA SETTENTRIONALE: Liguri, Orobi, Leponzi, Reti, Camuni, Euganei, Veneti e i Celti.
ITALIA CENTRALE: Etruschi, latini, Sabini (o Sabelli), Sanniti, Piceni, Umbri.
ITALIA MERIDIONALE: Iapigi, Greci, Enotri, Ausoni, Lucani.
ISOLE: Sicani, Elimi, Siculi, Greci e Fenici (SICILIA); Sardi/civiltà nuragica (SARDEGNA).

LINGUE DELL’ITALIA ANTICA


- Lingue indoeuropee: latino, lingue italiche (umbro-sabino, osco), celtico, messapico, greco.
- Lingue non indoeuropee: etrusco, ligure, sardo.
Roma nel processo di conquista ha diffuso il latino ma non ha annullato le lingue precedenti:
avviene un processo di uniformazione linguistica. Mosaico di popoli e mosaico di lingue.

NB: IL CONCETTO ANTICO DI” ITALIA”


La più antica menzione del termine Italia si trova in autori greci del V e del IV sec a.C. Inizialmente
con Italia si intende solo la parte meridionale dell’odierna Calabria (antico Bruzio), dallo stretto di
Messina ai golfi di S. Eufemia e di Squillace. Alla metà del V sec a.C. lo spazio geografico
chiamato Italia si è esteso includendo quasi tutta l’attuale Calabria.

GLI ETRUSCHI
Nel VIII sec a.C., al tempo in cui cominciava la colonizzazione greca in Italia meridionale,
emergeva in Toscana una civiltà evoluta, destinata a svilupparsi e a svolgere un ruolo di primo
piano nella storia della penisola: quella degli etruschi, che chiamavano loro stessi rasenna.
L’origine degli etruschi non è mai stata chiara e già gli storici antichi avevano opinioni diverse al
riguardo:

● Secondo lo storico greco Erodoto di Alicarnasso (V sec a.C.) essi provenivano dalla Lidia,
una regione dell’Asia Minore, dalla quale erano giunti in Italia guidati da un principe,
Tirreno; da qui il nome Tirreni con cui li chiamavano i greci.
● Un altro storico, Dionigi (o Dioniso) di Alicarnasso (I sec a.C.), era invece convinto
dell’origine autoctona, cioè locale, degli etruschi; In virtù di questa teoria la civiltà

4
villanoviana (che è la civiltà più importante nell’età del ferro in Italia) corrisponderebbe ad
una sorta di progenitore degli etruschi. Dionigi scrive un’opera intitolata Storia di Roma
arcaica, opera scritta in greco che tratta la storia di Roma dalle origini fino alla prima guerra
punica nel 264 a.C. La sua tesi di fondo è dimostrare che Roma è una città di origine greca.
● Un accenno all’origine degli etruschi si trova anche nella Storia di Roma di Tito Livio (I sec
a.C.-I sec d.C.): lo storico latino li collega a popolazioni scese nella penisola da nord, da
oltre le Alpi.
Gli studiosi moderni degli etruschi hanno appoggiato ora l’una, ora l’altra di queste teorie, portando
argomenti che però non sono mai apparsi decisivi. Alcuni degli studi più recenti ritengono che gli
etruschi furono una popolazione indigena, connessa in particolare alla civiltà villanoviana, ma la
loro fioritura iniziò grazie ad apporti sia culturali sia etnici provenienti dall’esterno della penisola,
specie dall’area greco-egea.
Il problema delle origini degli etruschi è reso più complesso dalla questione della lingua: l’etrusco,
infatti, non appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee, ha un’origine particolarmente oscura
e la sua scomparsa fu piuttosto rapida.
La storia degli etruschi comincia a diventare più chiara dall’VIII secolo a.C., quando già erano state
fondate numerose città nell’Etruria (Toscana, Umbria, Lazio). I due secoli seguenti, il VII e il VI sec
a.C. sono quelli della maggiore potenza degli etruschi che, grazie alle loro progredite capacità
tecniche, si imposero sulle meno evolute popolazioni italiche con le quali entrarono a contatto. È
così che gli etruschi arrivarono a controllare un’ampia zona della penisola, dalla pianura padana e
dalle coste adriatiche della Romagna fino alla Campania. Anche il Lazio e la stessa Roma
caddero, per un certo periodo, sotto il dominio etrusco.
Il rapporto con i coloni della Magna Grecia e della Sicilia merita un’attenzione particolare: gli
etruschi vennero profondamente influenzati dalla cultura greca; in un primo tempo, inoltre, i due
popoli stabilirono rapporti pacifici, ma in seguito, si scatenò la rivalità commerciale e politica.
In Etruria e nei territori successivamente conquistati gli etruschi fondarono numerose città, tra cui
Volterra, Tarquinia, Veio, Arezzo, Capua, Mantova, Felsina (cioè Bologna), Adria, Ravenna…
Sappiamo ben poco della storia di queste città; ciò che sappiamo è che esse non costituirono mai
uno stato unitario, ma rimasero entità politiche autonome, spesso rivali e in conflitto tra loro. Allo
stesso tempo però diverse città etrusche si riunirono in confederazioni: la più potente è
DODECAPOLI, parola di origine greca che indicava l’unione di 12 città. Le confederazioni non
intaccavano l’autonomia delle città e sembrava che esse avessero più un carattere religioso che di
coordinamento politico.
Ogni città era retta, in origine, da un sovrano, chiamato LUCUMONE, affiancato da un consiglio di
aristocratici. Poi nel VI sec a.C. il potere dei sovrani vacillò e le aristocrazie presero il sopravvento,
inaugurando una gestione più collegiale del potere. Per governare la città vennero allora eletti dei
magistrati annuali tra le file degli aristocratici; essi erano noti come ZILATH.
L’assenza di una direzione politico-militare unitaria si rivelò, sul lungo periodo, un elemento di
debolezza e contribuisce a spiegare il motivo per cui gli etruschi non seppero resistere alla
conquista romana. Con il V sec a.C. iniziò la decadenza della loro potenza: a nord i celti (galli) li
cacciarono dalla pianura padana, a sud le città greche li respinsero con una guerra culminata nella
battaglia navale presso Cuma, nel 474 a.C. Alcuni anni dopo, gli etruschi persero la ricca città di
Capua, in Campania, occupata dalla popolazione appenninica dei sanniti. Intanto cresceva la
popolazione romana che, tra il IV e il III sec a.C., riuscì ad occupare tutto il territorio etrusco.
Perché è così importante la civiltà etrusca? Perché rappresenta la civiltà più evoluta dell’Italia
antica.

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● APPROFONDIMENTO: Le lamine di Pyrgi sono un documento inciso su tre fogli di lamina
d’oro e rappresentano una delle più importanti testimonianze epigrafiche della storia e della
lingua etrusca. Queste tre lamine risalgono alla fine del VI sec a.C. e contengono un testo
in lingua fenicia e due in lingua etrusca. Si tratta di un’iscrizione sacra che onorava le
divinità. Queste lamine hanno permesso agli studiosi di comprendere meglio la lingua
etrusca

I ROMANI
LE ORIGINI DI ROMA
Le origini di Roma, come quelle di molte grandi città dell’antichità, sono avvolte nella leggenda
perché, per nobilitare le origini ignote, vennero elaborati racconti e miti di fondazione. Esistevano
due tradizioni al riguardo: una, di origine greca, testimoniata dallo storico Ellanico di Mitilene già
nel V sec a.C., collegava la nascita della città a Enea, l’eroe troiano scampato alla distruzione della
sua città da parte dei greci (questa versione viene poi ripresa e sostenuta anche da Dioniso di
Alicarnasso nella sua opera intitolata Storia di Roma arcaica). La seconda, era una tradizione
locale, basata sulla saga dei due gemelli, Romolo e Remo (questa versione viene ripresa da
Plutarco nella sua opera intitolata Vita di Romolo). Le due tradizioni vennero in seguito collegate e
rese coerenti tra loro, fino a che, molto più tardi, ne scrissero poeti e storici romani. Tra questi, il
più grande poeta della latinità, Virgilio scriverà nell’Eneide l’antefatto della nascita di Roma; tra gli
storici latini possiamo invece ricordare Tito Livio, il quale scrive un’opera su Roma dalle origini fino
all’età a lui contemporanea comprendendo il forte carattere leggendario relativo alla nascita di
Roma; Egli compone l’opera nell’età di augusto.
In generale si ritiene che Roma sia stata fondata nel 753 a.C., anno considerato l’anno zero del
calendario romano.

● APPROFONDIMENTO SULLA LEGGENDA DELLA NASCITA DI ROMA  Secondo la


leggenda che si consolidò, dunque, Enea e un gruppo di profughi troiani giunsero, dopo
lungo peregrinare per mare, sulle coste del Lazio. Qui Enea sposò Lavinia, figlia di un re
locale, e fondò la città di Lavinio, dalla quale poi sorse Alba Longa. Passarono così alcune
generazioni e divenne re di Alba Longa Numitore, discendente di Enea. Il fratello di
Numitore, Amulio geloso, usurpò il trono, uccise i figli maschi del fratello e costrinse la
figlia, Rea Silvia, a diventare una sacerdotessa della dea Vesta, per impedirle di avere una
discendenza, dato che le vestali avevano l’obbligo della castità fino a trent’anni. Secondo
alcune versioni il dio Marte si invaghì della ragazza e la sedusse nel bosco rimanendo
incinta; secondo la versione di Tito Livio invece, Rea Silvia venne stuprata, e per rendere
meno turpe il fatto, ne dichiarò la responsabilità del dio. Quando lo zio seppe della nascita
dei due gemelli di Rea Silvia, la fece uccidere e ordinò alla sua serva di uccidere i Romolo
e Remo. La serva, tuttavia, ne ebbe pietà, li mise in una cesta e li affidò alle acque del
Tevere. Secondo Livio invece, l’ordine di gettarli nel fiume venne direttamente da Amulio.
La cesta miracolosamente, navigò tranquilla per il fiume e si arenò nel luogo dove più tardi i
gemelli avrebbero fondato Roma. In questo luogo i bambini vengono allattati da una lupa e
poi accuditi dal pastore Faustolo e da sua moglie. Una volta cresciuti, Romolo e Remo
tornano ad Alba Longa, uccidono Amulio e rimisero Numitore sul trono. I gemelli decisero
poi di fondare una nuova città, Roma, sul colle Palatino, presso il quale la lupa li aveva
salvati: scrutarono quindi il volo degli uccelli, capace di rivelare la volontà degli dei, e
tracciarono i confini della città. Tra i due sorse però un litigio e Remo venne ucciso,
secondo alcune versioni da Romolo stesso, secondo altre venne ucciso nello scontro tra i

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rispettivi sostenitori. In ogni caso Romolo diviene il primo re della città e le diede il nome
Roma.

Plutarco (autore di età imperiale) scriverà, all’interno di Le vite parallele una vera e propria
biografia di Romolo).
Il mito che vede protagonisti Romolo e Remo nobilita le origini di Roma, inserendo la storia, fin
dall’inizio, in un disegno divino e provvidenziale che spiegherà molti caratteri futuri dello stato
romano. In quanto figli di Marte e salvati da un animale a lui sacro, la lupa, i due gemelli mostrano
che Roma porta nella propria natura quello spirito bellicoso che la condurrà a conquistare tutto il
mondo conosciuto. Inoltre, è evidente che l’eroe fondatore, colui che dà origine ad un popolo, una
città o una civiltà destinati ad un grande futuro, deve essere una figura assolutamente fuori dal
comune, eccezionale. Tali sono appunto i gemelli, figli di un dio e salvati dalle acque. Il tema
dell’abbandono del fondatore-neonato in un luogo selvaggio è antichissimo: si diceva, per
esempio, che il re Sargon, fondatore dell’impero accadico, fosse stato trovato in una cesta alle rive
di un fiume, e lo stesso si narra nel racconto biblico a proposito di Mosè.
Perché possediamo un racconto di carattere leggendario sull’origine di Roma? Perché anche gli
stessi romani sapevano molto poco sulle origini di Roma. Non esistevano opere storiche sulla
storia di Roma nel periodo relativo alle origini. Tra le fonti di trasmissione di conoscenza storica,
anche se poco attendibili, possiamo ritrovare i carmina convivalia, scritti relativi a uomini illustri che
veniva recitati o cantati durante i banchetti: Catone (II sec.a.C. - scrisse “Origini” in lingua latina)
nelle Origini affermò che i nostri antenati osservavano nei banchetti il costume che i convitati
cantassero a turno al suono del flauto le lodi delle virtù degli uomini illustri. Un'altra fonte di
trasmissione di conoscenza storica fa riferimento agli elogi funebri: secondo Cicerone (I sec a.C.)
la storia di Roma è stata mistificata da questi discorsi funebri, in essi infatti sono contenute molte
cose mai accadute. Lo stesso Livio riprende il pensiero di Cicerone.
Le storio-grafia romana nasce infatti solo a partire dalla fine del III Sec a.C., tra la prima e la
seconda guerra punica. Il primo storico romano si chiama Fabio pittore, senatore romano che
scrisse un’opera in greco sulla storia di Roma.
Per gli studiosi oggi è molto difficile distinguere leggenda da realtà relativamente alla nascita di
Roma: vi sono infatti numerosi fatti che si sovrappongono e non hanno un ambito ben preciso.

● APPROFONDIMENTO SULLA LEGGENDA DEL RATTO DELLE SABINE  Conosciamo


un’altra leggenda che riguarda Romolo una volta divenuto re: quella nota come il ratto delle
sabine (ratto: rapimento). Roma era scarsamente popolata e mancava soprattutto di donne.
Romolo ricorse allora all’inganno: con un espediente fece rapire molte giovani donne della
popolazione dei sabini, che furono costrette a diventare mogli dei romani. Il fatto scatenò la
reazione dei sabini, che si preparavano a muovere guerra a Roma; a questo punto furono
le stesse donne sabine ad intervenire poiché non volevano lo scontro tra i loro padri sabini
e i loro mariti romani. Dopo in ratto, anzi, il re dei sabini Tito Tazio governò insieme a
Romolo. È una storia che suggerisce un primo esempio della capacità di Roma di includere
nella propria orbita popolazioni vicine, o di fondersi con esse.

LE ORIGINI STORICHE DELLA CITTÀ


Passando dal mito alla storia, l’analisi delle origini di Roma può partire da tre elementi di carattere
geografico, economico e strategico:

● Il fiume Tevere: era navigabile e costituiva un naturale sbocco al mare. Aveva un forte
carattere economico poiché costituiva un luogo di passaggio e scambio di prodotti agricoli e

7
artigianali, e un forte carattere culturale poiché costituiva un luogo di incontro per genti di
provenienza e civiltà diverse.
● La vicinanza al mare che permetteva di sfruttare i benefici del mare ma allo stesso tempo
non essere esposti in modo diretto a possibili attacchi provenienti dal mare.
● La centralità dell’area nella penisola, centralità che favorirà i collegamenti con tutta la
penisola.
Intorno al IX-VIII sec a.C. alcune comunità di latini si insediarono sui colli a ridosso del Tevere. La
valle a ridosso del fiume era piuttosto paludosa e malarica; perciò, fu naturale scegliere di stabilirsi
sulle cime dei colli “saluberrimi” che la delimitavano. È così che prima sul Palatino, poi sugli altri
sei colli nacquero piccoli villaggi di capanne, abitati da pastori e agricoltori. L’insieme di
condizioni/strategiche citate precedentemente stimolò nuovi insediamenti e favorì l’evoluzione
delle comunità di pastori e agricoltori verso un’organizzazione sociale più complessa. Sorsero così
i primi nuclei urbani che con il tempo aumentarono e si aggregarono fino alla creazione di Roma.
Trattandosi di un processo, il passaggio dai villaggi alla città è di datazione incerta. Si può però
affermare che nel VI secolo a.C., al tempo in cui Roma era sotto l’influenza etrusca, la formazione
di una vera e propria città era compiuta.

LA FASE DELLA MONARCHIA


La prima forma di governo di Roma fu la monarchia, la quale durò per due secoli e mezzo, dal 753
a.C. al 509 a.C. In questo periodo avrebbero governato, secondo la tradizione, sette re. È un
numero non verosimile, perché due secoli e mezzo sono troppi per soli sette re. Vi furono quindi
molti altri sovrani, di cui non si è conservata la memoria.

I PRIMI QUATTRO RE
A Romolo vengono attribuiti i primi ordinamenti sociali e politici della città, compresa la fondazione
del senato, il principale organismo istituzionale. Gli elementi principali dell’età di Romolo sono la
figura del re (Romolo), il senato e il popolo. Il suo successore, Numa Pompilio è presentato come
un re amante della pace, che avrebbe gettato le basi dell’ordinamento religioso romano e fissato il
più antico calendario. Numa Pompilio dà infatti vita alla figura dei pontefici, ovvero dei sacerdoti
che facevano capo ad un pontefice massimo. I pontefici compilavano il calendario, registravano nei
libri degli annali pontificali i principali eventi della storia della città ed erano custodi della legge, fino
a che essa non messa per iscritto.

● APPROFONDIMENTO SUL CALENDARIO  il calendario distingueva i giorni fasti, quelli


in cui era lecito dedicarsi alle proprie attività, e i giorni nefasti, in cui non era lecito farlo,
perché erano dedicati agli dei. I calendari indicavano poi i giorni delle feste religiose, dai
quali ricaviamo le divinità adorate (per esempio: Giove).
Il terzo sovrano, Tullio Ostilio, appare un re guerriero e sotto il suo regno si sarebbe verificato il
celebre scontro fra i fratelli romani, gli Orazi, e tre fratelli di Alba Longa, i Curiazi. È un altro
racconto leggendario, che però ha uno sfondo storico ben preciso: Roma sostituisce infatti Alba
Longa nel ruolo di città-guida dei latini. Del quarto re, Anco Marcio (siamo sul finire del VII sec
a.C.), si ricorda che estese il territorio di Roma fino al mare, conquistando la zona di Ostia.

I SUCCESSIVI TRE RE
Con il quinto re, Tarquinio Prisco, si entra in una nuova fase, quella della monarchia etrusca. In
effetti tra il VII e il VI sec a.C. iniziò per i romani un periodo di soggezione al vicino e potente
mondo etrusco. Gli etruschi cambiano il volto di Roma rendendola una città molto importante: con
gli Etruschi, infatti, la città di Roma viene riconfigurata sul piano urbanistico, viene dotata di
infrastrutture significative, ha una riorganizzazione politica e ha un’apertura a livello internazionale
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agendo sul mediterraneo. In particolare, leggendo un passo di Tito Livio emerge come addirittura il
tempio di Giove sul Mote Capitolino avesse origine etrusca; leggendo invece un passo di Dioniso
di Alicarnasso emerge come i segni del potere, come fasci littori del mondo romano, siano di
origine etrusca.
La tradizione attribuisce a Tarquinio Prisco (VI sec a.C.) la costruzione della cloaca massima, il
canale sotterraneo di scolo che consentì di bonificare la valle tra il Palatino e il Campidoglio dove
sorse il foro, cioè il cuore della vita economica e politica della città. Il suo successore Servio Tullio
fece erigere le prime mura di Roma, le mura serviane, che gli storici fanno risalire al IV sec a.C.;
introdusse inoltre importanti riforme nell’ordinamento sociale e politico. L’ultimo re, Tarquinio il
Superbo, si sarebbe impadronito del trono uccidendo Servio. La tradizione lo descrive come
dispotico e violento, tant’è che fu con questo re che terminò la monarchia. Secondo un altro
racconto leggendario, il figlio di Tarquinio il Superbo, Sesto Tarquinio, fece violenza alla nobile
Lucrezia la quale, per evitare di vivere nel disonore, si uccise. Di fronte a ciò si levò una rivolta che
portò alla cacciata del re e alla costituzione della repubblica nel 509 a.C.

● APPROFONDIMENTO  Come sono giunti gli etruschi a Roma? Secondo Tito Livio gli
etruschi sono arrivati a Roma tramite la migrazione privata. Secondo Varrone Tacito (il più
grande erudito romano del I sec. a.C.), Festo e Tacito gli etruschi sono giunti a Roma per
ragioni politico-militari.

L’ORGANIZZAZIONE SOCIALE ROMANA TRA LA MONARCHIA E LA


REPUBBLICA:
Le forme più antiche dell’organizzazione sociale romana erano la famiglia, in latino familia, e la
gente, dal latino gens. Per i romani la famiglia era un insieme di persone e beni materiali (terre,
bestiame, case…) sottoposti all’autorità del pater familias, ovvero del capo famiglia. Egli aveva il
potere assoluto su tutti i membri della famiglia ed era l’unico a possedere la piena capacità
giuridica. Nella famiglia l’uomo era dominante mentre la donna era relegata ad un ruolo marginale.
Un gruppo di famiglie che ritenevano di discendere da un antenato comune formava una gens, una
“gente”. I membri delle gentes erano chiamati gentili (gentiles) e rinsaldavano il proprio legame
attraverso culti religiosi, sepolture comuni, assemblee; inoltre aggiungevano al proprio nome quello
della gens, così che dal loro nome si potesse subito capire l’estrazione sociale. L’aristocrazia
romana dei primi anni dopo la nascita di Roma, fu costituita dall’organizzazione gentilizia delle più
importanti famiglie.
Oltre all’aristocrazia gentilizia, nella Roma monarchica si definirono due gruppi sociali subalterni: i
clienti e la plebe. In origine i clienti, in latino clientes, erano dei poveri che ottenevano sostegno
economico da una famiglia aristocratica. Il rapporto di clientela instaurava una relazione precisa: il
cliente si legava con il vincolo di fedeltà al patrono, cioè al pater familias, che, in cambio, gli
concedeva la sua protezione. Il patrono poteva affidare al cliente un piccolo lotto di terra, o
provvedere ai suoi bisogni con elargizioni di alimenti o di denaro e li difendeva eventualmente di
fronte alla legge: un cliente non poteva infatti rivolgersi direttamente ai tribunali, ma doveva essere
rappresentato dal suo patrono. In cambio di questa protezione, i clienti svolgevano varie mansioni,
tra le quali difendere con le armi la famiglia aristocratica. Le maggiori famiglie, che in età
repubblicana arrivarono a contare migliaia di clienti, disponevano perciò di una sorta di esercito
privato. Ma avere un a vasta clientela costituiva un vantaggio soprattutto dal punto di vista politico.
I clienti, infatti, votavano nelle assemblee popolari e ovviamente lo facevano seguendo le
indicazioni dei loro patroni.
La plebe, dal latino plebs, coincide con un insieme eterogeneo di persone in origine escluse dal
sistema di potere gentilizio e senza diritti politici. Plebei erano i contadini che lavoravano le terre di
un aristocratico, ma anche i piccoli o i medi proprietari di terre, ma anche i nullatenenti. Ma non

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tutti i plebei erano poveri, anzi, una parte di loro seppe arricchirsi con l’artigianato e soprattutto con
i commerci.

L’ORGANIZZAZIONE POLITICA ROMANA TRA LA MONARCHIA E LA


REPUBBLICA
Secondo gli storci antichi la popolazione romana era in origine suddivisa in 3 tribù: Ramnes, Tities
e Luceres. L’insieme delle tribù costituiva i Quiriti, cioè il popolo romano. Ogni tribù era formata da
10 curie, ovvero 10 gruppi di assemblee: l’insieme di tutte e 30 le assemblee dava origine ai
COMIZI CURIATI, la cui funzione più importante era di tipo militare, poiché le curie costituivano la
base per il reclutamento; nel caso di guerra ogni curia doveva fornire 10 cavalli e 100 fanti
all’esercito, cioè una centuria, l’unità base dell’esercito. La roccaforte dell’aristocrazia era il senato:
secondo la tradizione, infatti, Romolo scelse 100 padri (patres), i 100 maggiori esponenti delle
gentes, per formare il primo senato e i loro discendenti si chiamarono patrizi, che significa “coloro
che possono dire di avere un padre”. Durante la monarchia il consiglio dei 100 padri eleggeva il re
e lo affiancava nelle più importanti decisioni di governo.

LA RELIGIONE A ROMA
Tutte le strutture della società romana avevano un rapporto molto stretto con la vita religiosa.
Come in molte società arcaiche, infatti, anche a Roma la religione non costituiva un ambito a sé,
distinto dal diritto e dalla politica, ma li permeava profondamente. Quella romana era una religione
comunitaria dal forte carattere identitario: si basava infatti su una serie di culti da svolgere nelle
comunità, favorendo così la creazione di legami profondi all’interno di ogni gruppo comunitario.
Dunque, ogni romano viveva una relazione con gli dei gestita attraverso riti religiosi comuni sulla
base della pietas, che non corrisponde alla “pietà” o alla carità cristiana, ma è intesa come quel
sentimento di dovere e di rispetto dovuti nei confronti degli dei. Lo scopo della religione romana
era stabilire e conservare un rapporto positivo con gli dei, in modo che essi fornissero il loro
appoggio senza il quale Roma non poteva prosperare, vincere i nemici in guerra, avere successo. I
romani chiamavano questo rapporto PAX DEORUM (ovvero “pace con gli dei” e coincideva con la
benevolenza degli dei, aspetto fondamentale della società romana). La concezione della “pace con
gli dei” rendeva anche della massima importanza conoscere la volontà degli dei, cioè capire se
essi approvassero o meno un atto che si stava per compiere. Sotto questo aspetto fu decisivo
l’influsso degli etruschi relativo alle tecniche divinatorie capaci di interpretare la volontà degli dei: si
osservava quindi il volo degli uccelli, i segni celesti, i visceri degli animali…

I POTERI DEL RE IN ETÀ MONARCHICA


Il re, chiamato REX, termine che deriva dal latino “regere” che significa guidare. Il re detiene tutti i
poteri, ovvero detiene l’imperium. L’imperium comprendeva i poteri politico-militari (egli era il capo
che guidava gli uomini in guerra), e quelli religiosi (ha il potere di prendere gli AUSPICI e di essere
intermediario tra gli uomini e gli dei al fine di mantenere la PAX DEORUM); è improbabile invece
pensare che il re avesse poteri legislativi. Come si diventava re a Roma? Nella fase monarchica
più antica (che coincide con i primi 4 re di Roma) la monarchia è elettiva, il re veniva eletto. Quali
sono le fasi di elezione del re? Alla morte del re vi era l’interregnum, ovvero l’interregno che
coincide con un momento che si colloca tra la morte di un re e l’elezione di un altro. Durante
questo momento il potere spetta ai patres, al senato. Il nuovo re veniva eletto da un’elezione
popolare rettificata dal senato.

● APPROFONDIMENTO SUGLI AUSPICI Auspici: questo termine deriva dal latino “


auspicium/auspicia” e letteralmente significa osservare il volo degli uccelli. È una cerimonia
religiosa per cui dal volo, dal numero e dalla posizione degli uccelli si poteva comprendere
la volontà divina che non si doveva disattendere.
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● APPROFONDIMENTO SUL LAPIS NIGER Lapis niger è una delle più antiche iscrizioni
latine arcaiche. È una scrittura particolare perché nonostante il latino sia scritto da sx a dx,
qui possiamo notare che la scrittura procede da dx a sx. È un’iscrizione che tratta di affari
sacrali. Al suo interno possiamo notare la parola regei”
“ che corrisponde al dativo di rex.
Questa iscrizione testimonia la presenza di re a Roma.
Nonostante l’imperium, se si analizza la struttura gentilizia e le modalità di elezione del sovrano,
possiamo affermare che la monarchia fu concepita come una sorta di potere delegato. I patres
sono infatti i veri detentori dell’imperium che lo conferiscono al re. Il detentore dell’imperium (re) è
sempre vincolato, in quanto delegato, e nessun individuo lo può detenere in forma assoluta, cioè
senza alcun vincolo. Il potere assoluto, autocratico verrà sempre condannato, non solo in età
monarchica ma anche in quella repubblicana e nell’impero.

NOVITÀ DELLA MONARCHIA ETRUSCA (TARQUINIO PRISCO, SERVIO


TULLIO, TARQUINIO SUPERBO)
Sappiamo che furono molti di più i sovrani etruschi:
1. Servio Tullio e i Tarquini: presenza di sodales (compagni/condottieri) che giungono a Roma
dai centri vicini (vedi la Tomba di Francois) e che sembrano impiegati a smantellare le
strutture gentilizie
2. I re Tarquini: presenza di una dinastia monarchica ereditaria. Il fatto che vi siano due re
Tarquini testimonia il fatto che la monarchia passò da elettiva e ereditaria. Cade dunque il
concetto di interregnum e la conseguente elezione. I Tarquini tentano di rafforzare la
monarchia e l’istituto monarchico su basi dinastiche, contro il potere dei senatori (patres):
a) Introducono i simboli del potere, cioè della regalità
b) Inizia la costruzione della residenza del re (regia) che coincide con una sede ufficiale,
politica e religiosa, del potere monarchico
c) Incremento del numero dei senatori (patres) con nuovi membri non appartenenti alle
vecchie famiglie.

LA RIFORMA DI SERVIO TULLIO


Il re Servio Tullio è presentato nella tradizione storica come un “re democratico”, nonostante il
sistema centuriato presenti caratteristiche eminentemente aristocratiche. Le ragioni di tale giudizio
risiedono nel fatto che le sue riforme, nel VI sec a.C., mirano a:

▪ Incrinare le strutture gentilizie

▪ Creare le condizioni di una nobiltà economica e sociale.


La tradizione attribuisce a Servio Tullio un’importante riorganizzazione sociale e politica che
caratterizzerà anche l’età repubblicana. Al centro di questa riorganizzazione vi è una riforma
censitaria nota come RIFORMA CENTURIATA: questa riforma aveva come obiettivo quello di
riorganizzare la popolazione su base censitaria e quello di creare una nuova assemblea popolare
basata sui comizi centuriati.
In particolare, questa riforma introdusse il censo, cioè la ricchezza, come nuovo criterio per
suddividere la popolazione e definirne le funzioni militari e politiche. I cittadini vennero divisi in
cinque classi, a seconda del patrimonio che possedevano, più una sesta classe formata da chi non
possedeva nulla; questi ultimi erano chiamati proletari, ovvero coloro che avevano solo la prole,
cioè i figli. Da un passo di Tito Livio possiamo notare come le sei classi fossero tenute a fornire
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193 centurie, ma in proporzione diversa: le classi più abbienti dovevano fornire più centurie ed
avevano un armamento più solido (secondo il modello oplita greco giunto a Roma attraverso gli
etruschi); man mano che diminuisce il censo diminuiscono il numero di centurie che si devono
fornire e diminuisce anche l’armamento dei soldati che diviene meno pesante. Tutte insieme le
centurie costituivano una nuova assemblea popolare: I COMIZI CENTURIATI; all’interno di questa
assemblea ogni centuria disponeva di un voto, cosicché la prima classe disponesse da sola della
maggioranza assoluta: i voti della prima classe erano infatti di più dei voti delle altre 5 classi, come
maggiori erano le centurie che aveva dovuto fornire. I comizi curiati nacquero quindi con una
funzione militare, ma ebbero anche rilevanti funzioni politiche: eleggevano i magistrati più
importanti, e su loro proposta votavano delle leggi che dovevano essere poi approvate in senato.
Nel V-IV sec a.C. si definì anche una nuova suddivisione dei cittadini romani in base al luogo di
residenza, per facilitare il censimento (cioè la rilevazione delle classi di ricchezza) e il pagamento
delle imposte. Vennero così formate tribù territoriali, tra le quali possiamo ricordare:

● Suburana

● Esquilina

● Collina

● Palatina
Il nuovo sistema di tribù è alla base dei COMIZI TRIBUTI a cui erano ammessi tutti i cittadini a
prescindere dalla ricchezza (come nei comizi centuriati) e dalla nascita (come nei comizi curiati).
Come i comizi centuriati, anche quelli tributi ebbero compiti politici.

TARQUINIO IL SUPERBO
Una figura rilevante della monarchia etrusca fa la figura di Tarquinio il Superbo. Egli è chiamato
Superbo perché tale era il suo atteggiamento, tanto da portare alla sua cacciata e alla
proclamazione della repubblica.
La tirannide coincide per i greci con la degenerazione della monarchia: è da qui che deriva la
nostra concezione negativa di tirannide. Invece i romani, come possiamo leggere da un passo di
Livio, vedevano nella tirannia un governo che prescindeva dal senato e dal popolo: il tiranno è
colui che governa senza popolo e senza senato.
In particolate Tarquinio era avverso al senato: venne meno alla norma seguita dai suoi
predecessori di consultare il senato su ogni questione e governò lo stato a proprio piacimento;
poteva inoltre godere di una protezione militare. Non godendo inoltre del bene del popolo incuteva
timore allo stesso tramite violenza e tramite l’esaminazione individuale di processi capitali.
Questo potere autocratico viene condannato a Roma tanto che i Tarquini verranno cacciati da
Roma.
Un evento che sottolinea la tirannia dei Tarquini e che costituisce il pretesto per il quale verranno
cacciati da Roma, è quello relativo all’oltraggio e alla morte di Lucrezia che possiamo leggere da
un passo di Livio: Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, giunto a Collazia, importuna
Lucrezia, matrona romana sposata ad un senatore. Se lei non avesse accettato di abbandonarsi a
lui, egli l’avrebbe uccisa e accanto al suo cadavere avrebbe posto il cadavere di schiavo nudo
strangolato, simbolo di un tradimento della donna. Lucrezia cede così a Sesto Tarquinio. In
seguito, la donna chiede aiuto al padre e al marito (entrambi senatori) e dopo aver confessato il
disonore si uccide. La tradizione sostiene che, a causa di ciò, i Tarquini vennero cacciati dai
senatori, tra cui possiamo ricordare Bruto. Si può dunque affermare che la cacciata dei Tarquini
sarà causata da una congiura senatoria.
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Con ciò la monarchia diviene qualcosa di fortemente negativo, indicata con il termine regnum, che
coincide con la tirannide, con l’odio del regno: da qui in poi chi prova a riacquistare il potere viene
accusato di regnum. Possiamo leggere infatti un passo di Appiano che riporta che anche Cesare
(che morirà nel 41 d.C.) verrà ucciso dai suoi congiurati che lo accusavano di voler diventare re:
accusa gravissima.
Il 509 a.C. è dunque una data importante per i romani poiché coincide con il rifiuto di una
concezione governativa, la monarchia, in favore di un’altra, la repubblica.

LA FASE DELLA REPUBBLICA


La Repubblica romana nasce da un fondamento anti-monarchico che ha come obiettivo quello di
evitare in qualunque modo la formazione di monarchie. Leggendo un passo di Livio possiamo
notare come il passaggio dalla monarchia alla repubblica per i romani coincidesse con la libertà in
quanto si è passati da re con un imperium che durava tuttala vita, a consoli con un imperium che
durava un anno.
Con la cacciata dei Tarquini vengono create una serie di magistrature; tutte sono ANNUALI (fatta
eccezione per la censura che viene eletta ogni 5 anni), COLLEGIALI (sono composte da due o più
membri: simbolo anti-monarchico), ELETTIVE (elezione popolare, nei comizi) e ONORIFICHE (i
magistrati non sono retribuiti, le cariche sono degli onori che non prevedono indennizzi).
Le magistrature possono essere suddivise in magistrature ORDINARIE e magistrature
STRAORDINARIE.

MAGISTRATURE ORDINARIE
Alle magistrature ordinarie potevano partecipare tutti, sia patrizi che plebei e i membri di queste
magistrature erano eletti dai comizi. Tra le magistrature ordinarie possiamo citare il CONSOLATO,
LA PRETURA, LA CENSURA, L’EDILITÀ, LA QUESTURA E IL TRIBUNATO DELLA PLEBE (in
realtà quest’ultima non è considerata una vera e propria magistratura in quanto potevano
accedervi solo cittadini plebei).

● IL CONSOLATO: La più importante di queste magistrature ordinarie è il consolato: i consoli


sono sempre due e vengono eletti ogni anno. I consoli, in età repubblicana, vengono eletti
dai comizi centuriati (vedremo invece come, in età imperiale, verranno nominati
dall’imperatore). I consoli detengono quello che in età monarchica sarebbe stato il potere
del re, detengono l’imperium: essi hanno infatti il supremo potere civile, politico, militare,
giudiziario, coercitivo noto come imperium domi/imperium militiae: i consoli guidano quindi
l’esercito e svolgevano le funzioni ad esso collegate; avevano poi il potere di convocare il
senato e i comizi (i cittadini non potevano infatti fare assemblee quando volevano ma era
sempre necessario che vi fosse il magistrato console a riunirli e a trattare con il popolo);
avevano inoltre il potere di emanare editti in materia amministrativa e giudiziaria, di
controllare l’ordine pubblico. I consoli potevano inoltre consultare gli dei a nome di tutta la
comunità (questo potere è noto come auspicium) e possedevano il potere di coercizione,
vale a dire la facoltà di condannare un cittadino a varie pene, compresa la morte. Per
limitare l’uso arbitrario di questo potere, si affermò il DIRITTO DI APPELLO AL POPOLO:
da un passo di Dioniso di Alicarnasso possiamo infatti notare come questo diritto fosse
inteso come un istituto di tutela del cittadino contro l’imperium del magistrato: se un
magistrato vuole mettere a morte un cittadino, non può finché il popolo (ovvero i comizi)
non avrà espresso il proprio voto riguardo ciò. Questo diritto di appello è noto come
PROVOCATIO AD POPULUM. Questo aspetto coincide con il FONDAMENTO stesso della
LIBERTA’ repubblicana.

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● PRETORI: sono dei magistrati creati per amministrare la giustizia sia tra i cittadini (in
questo caso si parla di pretore urbano) che tra le province (in questo caso si parla di
pretore peregrino alla fine della prima guerra punica i romani crearono le prime province:
Sicilia, Sardegna e Corsica i pretori peregrini devono anche riscuotere le tasse in queste
province). Vengono eletti dai comizi centuriati. Dopo Silla (82-78 a.C.) diventano la carica
più importante dopo il consolato.
● EDILI: (variano da un minimo di 4 a un massimo di 6), hanno compiti di ordine pubblico.
Sono collegati alla vita della città, come la sorveglianza dei mercati, erano molto attenti
all’ordine pubblico quindi dove c’erano riunioni di cittadini loro presidiavano. Gestivano
anche la questione degli approvvigionamenti, dei rifornimenti alimentari, dell’organizzazione
dei giochi e delle strade. Vengono eletti dai comizi tributi.
● QUESTORI: (variano da un minimo di 4 a un massimo di 6), vengono eletti anche loro dai
comizi tributi. Sono ausiliari dei consoli, li accompagnano nelle loro attività, hanno
competenze finanziarie, sorvegliano il tesoro, tengono la contabilità.
● CENSORI: (erano 2), istituiti nel 443 a.C., rappresentano il gradino più alto della carriera
politica. Vengono eletti ogni 5 anni dai comizi centuriati e restano in carica 18 mesi. Il
termine censori deriva dal termine latino census: tant’è che la funzione più importante dei
censori era quella di registrare il censo, ovvero ripartire i cittadini su base economica
andandoli poi a collocare nelle varie classi censitarie del comizio centuriato. Oltre a questa
funzione i censori avevano un ruolo politico molto importante: redigono la lista dei senatori
(in età repubblicana i senatori sono ex magistrati) e potevano escludere dal senato un
senatore se questo non aveva una corretta moralità pubblica. I censori avevano infatti il
compito di controllare la moralità pubblica non solo dei cittadini ma anche dei senatori. Tra i
censori una figura rilevante è stata quella di Catone il censore (184 a.C.) che attuò
numerosissime censure. Infine, i Censori avevano il compito di gestire il patrimonio dello
stato (appalti, edilizia, entrate).
● TRIBUNATO DELLA PLEBE: vedi più avanti.
Queste magistrature ordinarie possono dare vita al cursus honorum ovvero ad una vera e propria
carriera politica basata su una successione di magistrature. Inizialmente il cursus honorum non
esisteva tant’è che un individuo poteva diventare fin da subito censore e console.
Successivamente, intorno al II sec a.C., emerge la necessità di attuare una sorta di scalata politica
prima di ottenere le cariche più importanti; in particolare viene stabilito un vincolo anagrafico: età
minima di 40 anni per la pretura e di 43 anni per il consolato. I due anni di intervallo impediscono
ad un individuo di essere pretore e subito dopo console.
Qualche esempio di cursus honorum:

● Cornelio Lucio Scipione Barbato (III Sec a.C.) fu console, censore e edile (cariche disposte
in ordine di importanza relativamente al periodo storico).
● Licinio Lucullo (I Sec a.C.) fu console, pretore, edile curule, questore (cariche elencate in
ordine di importanza relativamente al periodo storico).

LA MAGISTRATURA STRAORDINARIA
A Roma possiamo avere una magistratura straordinaria che viene conferita solo in casi di
emergenza: questa magistratura è la dittatura. La dittatura a Roma è una magistratura
perfettamente legale. Non coincide dunque con l’essere tiranno, non ha connotazioni negative. Il
dittatore, a differenza del console, non era soggetto al diritto di appello e potevano infliggere pene
capitali. Visti i grandi poteri di questa magistratura, i dittatori potevano rimanere in carica fino ad un
massimo di 6 mesi. Il dittatore aveva inoltre un collaboratore noto come comandante di cavalleria.
Il dittatore si chiama magister populi. La situazione muta nel I sec a.C. quando la dittatura, che non
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veniva più utilizzata dalla seconda guerra punica quindi dalla fine del III sec a.C., viene assunta da
Silla nel 82 a.C. con l’obiettivo di riorganizzare lo stato. Mentre è dittatore costituisce le cosiddette
liste di proscrizione: ovvero un elenco di avversari politici che possono essere ricercati e messi a
morte senza il diritto di appello. Questo provvedimento è molto forte ma è legittimo in quanto Silla,
essendo dittatore, ha il diritto di vita e di morte sui cittadini. Dopo un anno, Silla abdica e ritorna ad
essere un cittadino. Con Silla la dittatura inizia ad assumere una connotazione più negativa. Anche
Cesare si avvale della dittatura nel I secolo a.C.: in particolare a partire dal 49 a.C. abbiamo una
serie di piccole dittature di Cesare. Nel 44 a.C. però l’ultima dittatura di Cesare è profondamente
diversa dalle altre; è una dittatura a vita. Ciò cambia radicalmente le caratteristiche delle
magistrature romane. Ciò determinerà il cesaricidio, ovvero l’uccisione di Cesare. Con Cesare il
termine dittatura assume una visione tirannica, tanto da essere abolita dopo la morte di Cesare.

I SACERDOZI
Un ruolo rilevante nella sfera sociale in età repubblicana spetta ai sacerdozi. A Roma un uomo
politico non riveste solitamente solo un ruolo politico ma anche un ruolo religioso. A Roma si può
infatti essere sacerdoti anche se si intraprende una carriera politica.
Quali sono i più importanti collegi sacerdotali?

● IL COLLEGIO DEI PONTEFICI sono i sacerdozi più importanti di Roma. I pontefici sono un
collegio di sacerdoti guidati da un pontefice massimo. I pontefici controllano il calendario
(giorni fasti e nefasti) e interpretano e controllano le norme giuridiche. Si diventa pontefice
per cooptazione: ovvero solo i membri del collegio sacerdotale possono nominare chi può
appartenere al collegio.
● IL COLLEGIO DEGLI AUGURI coincide con un sacerdozio che ha il compito di interpretare
la volontà degli dei. Anche qui si entra per cooptazione.
● Vi erano inoltre altri collegi sacerdotali incaricati di custodire i cosiddetti Libri Sibillini
(raccolta oracolare di scritti composti in greco e connessi con la Sibilla di Cuma). Quando
avveniva qualcosa di fortemente negativo per la comunità si consultavano questi libri.
● GLI ARUSPICI erano un sacerdozio al pari degli auguri che erano incaricati di chiarire la
volontà degli dei attraverso l’esame delle viscere delle vittime sacrificali.
● FEZIALI erano sacerdoti che venivano utilizzati al momento della dichiarazione di guerra;
essi si occupavano di dichiarare guerra secondo le corrette formalità (in base al principio
del bellum iustum).

LE ASSEMBLEE POPOLARI
Il sistema repubblicano è basato su magistrature, senato e assemblee popolari. Le assemblee
popolari sono assemblee in cui i cittadini si riuniscono sotto la presidenza di un magistrato (i
cittadini non si auto-convocano). Esistono diversi tipi di assemblee popolari:

● I COMIZI sono le assemblee più importanti e coincidono con assemblee formali dove si
vota (si vota con voto orale e palese, fino al II sec a.C. si voterà così; in seguito dal 139
a.C. vi è l’introduzione della legge Gabinia che stabilisce il voto segreto) [ci sono giorni
nefasti per il voto e giorni fasti] Il voto non è obbligatorio. Fino a questo momento abbiamo
incontrato i COMIZI CENTURIATI con funzioni legislative, giudiziarie ed elettive dei
magistrati superiori (consoli e pretori); COMIZI CURIATI le cui competenze erano ridotte a
questioni religiose e civili; I COMIZI TRIBUTI che avevano il compito di eleggere i
magistrati minori e avevano competenze giudiziarie minori come il compito di dare multe. I
comizi centuriati sono i più importanti.
● LA CONZIONE è un’assemblea informale che si riunisce senza finalità deliberativa

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● IL CONCILIO
Chi ha diritto al voto?
Hanno diritto al voto i cittadini romani maschi che sono iscritti nelle tribù create da Servio Tullio. A
Roma però possono votare anche i liberti (ovvero gli schiavi liberati) e i loro discendenti.

IL SENATO
Il Senato è un’assemblea composta da ex magistrati (in particolare ex-consoli ed ex-pretori e, da
Silla in poi anche ex-questori).
Mentre nella Roma monarchica il senato svolgeva funzioni consultive, in età repubblicana
accrebbe decisamente il proprio ruolo tanto da diventare l’organismo che di fatto dirigeva la vita
politica della città. L’approvazione del Senato era infatti indispensabile, almeno fino a tutti il IV
secolo a.C., per conferire valore di legge alle decisioni delle varie assemblee. Sempre al senato
spettano le decisioni sulla politica estera: quali guerre combattere, quali conquiste avviare, quali
alleanze stringere con altri popoli. Inoltre, c’è da considerare un altro aspetto: i senatori avevano
carica vitalizia, mentre le magistrature annuale. Il senato rappresentava quindi la stabilità, la
continuità nelle scelte politiche di Roma. I 100 senatori designati da Romolo salirono a 300 nella
prima età repubblicana e i posti a disposizione vennero monopolizzati da un certo numero di
famiglie patrizie.

IL DOMINIO SUL LAZIO: UN SECOLO E MEZZO DI GUERRE


Tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C., quando si definì il passaggio dalla monarchia alla
repubblica, Roma era una città fiorente ed economicamente sviluppata. La tradizione racconta che
vi fu un tentativo di ristabilire l’influenza etrusca su Roma ma questo tentativo venne sventato.
Intanto anche i rapporti tra le comunità laziali erano entrati in una fase di instabilità, soprattutto
relativamente all’egemonia sulla Lega latina, antica alleanza religiosa e politica. Ne nacquero
scontri militari tra romani e latini culminati nella vittoria romana che, attraverso un trattato,
rinsaldava i legami tra i membri della Lega Latina e ristabiliva una reciproca assistenza militare
contro gli attacchi di popolazioni esterne e la spartizione di terre e dei beni conquistati.

LE GUERRE CONTRO EQUI E VOLSCI


Nel corso del V secolo a.C. latini e romani affrontarono insieme gli attacchi di numerose
popolazioni appenniniche come i volsci e gli equi. Le loro sedi originarie
Questi conflitti erano lunghi e difficili ma vennero vinti dai latini e dai romani, i quali arrivarono ad
assicurarsi l’effettivo controllo di gran parte del Lazio.

ROMA CONTRO VEIO


Sempre nel V secolo a.C. Roma entrò in conflitto anche con la città etrusca di Veio e combattè da
sola, senza il supporto della Lega latina. Il conflitto si accese per il controllo della città di Fidene,
città sulla riva del Tevere, importante per il controllo del commercio del Sale. Vi furono tre battaglie
(la prima 483-474 a.C.; la seconda 437-426 a.C.; la terza 405-396 a.C.) che videro vincitori i
romani i quali conquistarono la città di Fidene e di Veio (che venne rasa al suolo). Nell’assedio
emerse la figura del dittatore Marco Furio Camillo.
Il lunghissimo assedio aveva tenuto per molti anni i soldati romani lontani dai loro campi. Si rese
perciò necessaria l’introduzione di una paga, detta stipendium.

IL SACCHEGGIO DEI GALLI


Nei decenni precedenti diverse tribù galliche si erano insediate nell’Italia settentrionale.

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Solo una volta Roma rischiò di essere distrutta, nel 390 a.C., quando i galli (Sènoni)
saccheggiarono la città e se ne andarono solo dopo il pagamento di un ricco riscatto. L’invasione
dei galli fu uno dei momenti più tragici nella storia della città.

LA FINE DELLA LEGA LATINA: la grande guerra latina


Il saccheggio ebbe conseguenze pesanti e per un certo periodo Roma rimase vulnerabile, anche
per la perdita di prestigio all’interno della Lega latina. Roma però, intorno alla metà del IV secolo
a.C., fu in grado di riprendere il suo progetto di espansione. Ciò non venne visto di buon occhio
dalla Lega latina che mise in atto una coalizione antiromana. Ne conseguì una breve guerra, la
guerra latina (341-338 a.C.), che venne vinta da Roma la quale impose lo scioglimento della Lega
latina e i e rapporti precedenti furono tutti sostituiti da patti bilaterali tra Roma e le singole comunità
sconfitte. Con ciò Roma affermò il suo controllo definitivo sull’intero Lazio.
Lo status di Latino perdette così la sua connotazione etnica e valse semplicemente ad indicare
una condizione giuridica. Alle città latine vennero ad aggiungersi ben presto le nuove colonie
latine, fondate su iniziativa di Roma e composte sia da cittadini romani sia da alleati.
La nuova modalità scelta dall’Urbe per le sue relazioni fu di non siglare più un unico patto
complessivo con tutte le comunità del Lazio e di non consentire più ad esse di stringere alleanze
reciproche. Ognuna entrò così individualmente nel novero degli alleati (socii) Di Roma.
Gli eserciti messi in campo da Roma furono costituiti per meno di 1/3 da cittadini romani e per oltre
2/3 da forze alleate.
Al di fuori dell'antico Lazio Roma tuo la concessione di una forma parziale di cittadinanza romana
(civitas sine suffragio): stessi obblighi dei cittadini romani, servizio di leva e pagamento del
tributum, ma non avevano diritto di voto nelle assemblee popolari di Roma, né potevano essere
letti alle magistrature. Ad Anzio, infine, venne creata una piccola colonia i cui abitanti conservarono
la piena cittadinanza romana. Nei 6decenni seguenti sarebbero state fondate altre colonie romane
su modello di quella di Anzio.

PATRIZI E PLEBEI
Nel V e nel IV sec. a.C. Roma dovette far fronte a gravi problemi interni dovuti a contrasti tra patrizi
e plebei. Con l’instaurazione della Repubblica le cariche religiose, militari e civili, oltre
naturalmente al senato, erano di fatto, monopolio dei patrizi, i quali tutelavano il proprio privilegio
anche con il divieto dei matrimoni misti tra patrizi e plebei. I plebei inoltre votavano i magistrati
nelle assemblee popolari, ma non potavano candidarsi e venire votati; combattevano e morivano in
guerra a fianco dei patrizi, con i quali però non potevano mescolarsi attraverso il matrimonio.
Erano cittadini a metà. Gli equilibri sociali però, a poco a poco, cambiarono: lo sviluppo delle
attività economiche consentì a diversi plebei di raggiungere un certo benessere economico; la
plebe benestante e ricca cominciò quindi a chiedere di partecipare all’esercizio del potere e venne
sostenuta dalla plebe più povera (formata soprattutto da contadini). Inoltre, i plebei chiedevano la
equa distribuzione dell’agro pubblico, ovvero di quel territorio che entrava a far parte dei
possedimenti romani in seguito ad una conquista. Fino a quel momento queste porzioni di territori
erano state accaparrate dalle ricche famiglie patrizie. È così che nacquero una serie di proteste.
Tra questa, la più clamorosa fu la SECESSIONE: nel 494 a.C., mentre era in corso una campagna
militare, i plebei si rifiutarono di obbedire ai consoli e si ritirarono fuori dai confini della città, sul
Monte Sacro/Aventino. La plebe minacciava di spezzare la comunità romana e di fondare
addirittura un’altra città, e lo faceva dimostrando quanto il suo contributo fosse indispensabile
soprattutto all’esercito. La plebe elesse anche dei propri magistrati, i TRIBUNI DELLA PLEBE
(inizialmente due, poi aumentano fino ad arrivare a 10 all’anno) e costituì una propria assemblea,
IL CONCILIO DELLA PLEBE, che li eleggeva. I Concili della plebe sono assemblee di plebei riuniti

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per eleggere i tribuni della plebe e votare delle leggi, ovvero dei plebisciti. La plebe insomma
cominciò ad organizzarsi, ad istituire magistrature e assemblee senza attendere le concessioni dei
patrizi o il riconoscimento del senato.
La figura dei tribuni della plebe venne progressivamente riconosciuta dai patrizi. I tribuni della
plebe non erano però magistrati uguali ai magistrati patrizi ma avevano delle specificità:

● I tribuni della plebe non potevano essere condannati da magistrati patrizi;


● Essi erano inviolabili: nessuno poteva attentare ai tribuni della plebe, pena la morte.
● Essi avevano il diritto di difendere i plebei da eventuali abusi di magistrati patrizi;
● Essi godevano del DIRITTO DI VETO, ossia la possibilità di potersi opporre alle decisioni di
qualunque magistrato, consoli compresi, ritenute dannose per gli interessi della plebe;
● I tribuni della plebe potevano infine presentare disegni di legge al concilio della plebe
dando vita ai PLEBISCITI, che inizialmente arano validi sono per i plebei, ma più avanti
assumeranno valore di legge per tutti i cittadini romani.
Alcune date:

- Tra il 451 e il 450 a.C. i tribuni della plebe introdussero le leggi scritte: fino a quel momento le
norme e gli usi giuridici romani venivano tramandati oralmente. Di questa tradizione erano
depositari i pontefici, ovvero i sacerdoti, e il collegio dei pontefici era riservato ai patrizi.
Vincendo forti resistenze dei patrizi, vennero sospese temporaneamente le magistrature e fu
istituita una commissione straordinaria affidata a 10 uomini patrizi, i decemviri, che redassero
10 tavole di leggi; successivamente venne creata un’altra commissione costituita anche da
plebei che redasse le ultime due tavole. È così che si ottengono le leggi delle XII TAVOLE,
così chiamate perché incise su 12 lastre di bronzo. Esse costituiscono la forma più antica del
codice giuridico romano. Inoltre, queste favole segnano il passaggio dal MOS (ovvero dalle
tradizioni orali), all’IUS (ovvero all’impianto giuridico, scritto). Le tavole furono approvate dai
comizi centuriati ed esposte pubblicamente nel foro, che era il cuore della vita economica e
politica della città. Questo processo è noto come Decemvirato legislativo.
- Nel 445 a.C. venne abolito il divieto di matrimonio tra plebei e patrizi. Ciò diviene importante in
quanto si sancisce la mescolanza di sangue e iniziano a svilupparsi obiettivi comuni.
- Nel 409 a.C. poterono entrare a far parte della questura.
- Nel 367 a.C. furono approvate le LEGGI LICINIE- SESTIE: gruppo di leggi, tra le quali è
fondamentale ricordare il provvedimento che consentì l’accesso dei plebei al Consolato.
- Nel 342 a.C. venne stabilito che uno dei due consoli doveva essere sempre necessariamente
plebeo.
- I plebei potevano ormai accedere a quasi tutte le magistrature, eccetto quelle religiose: i
patrizi ne difendevano infatti strenuamente il possesso. Ma anche questo caposaldo cadde
nel 300 a.C. con la LEGGE OGULNIA, che permise ai plebei di accedere al pontificato.
- Infine, nel 287 a.C. la LEGGE ORTENSIA stabilì che i plebisciti erano legge per tutti i cittadini
e senza bisogno della ratifica del senato. In questo modo i concili della plebe diventarono a
tutti gli effetti un organismo legislativo, autorizzato a produrre leggi valide per l’intera
comunità. Questo fatto dà vita ad una sorta di concordia tra gli ordini che durerà fino al 133
a.C., anno del tribunato di Tiberio Cracco.
Nei confronti di questi fatti non abbiamo fonti che possano essere considerate storicamente valide.
Non abbaiamo fonti contemporanee ma solo più tardive. Soprattutto a partire dall’età dei Gracchi,
gli storiografi romani per narrare le vicende del V e IV sec a.C. le hanno abbellite con informazioni
del II e I sec a.C. (abbiamo una tradizione letteraria che ci presenta il conflitto tra patrizi e plebei
come se si trattasse di vicende del secondo e primo Secolo: abbiamo una sorta di attualizzazione
e di de-contestualizzazione di questa vicenda). Di tale vicenda ne parlò per esempio Dionisio di
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Alicarnasso, il quale scrive in età di Augusto, 8 secoli dopo gli eventi che narra. Egli ritiene che la
divisione tra patrizi e plebei risalga ancora ad una decisione di Romolo. Inoltre, secondo Dioniso i
patrizi hanno a che fare con i “patres", appartengono a quelle gentes originarie che avevano dato
vita alla città; mentre i plebei hanno origini oscure.
Esistono solo teorie moderne dell’origine dei plebei e quindi della formazione della plebe. Alcune
teorie:

● Per alcuni la plebe si sarebbe formata nella fase etrusca della monarchia.
● Un’altra teoria è quella per cui i plebei sarebbero dei contadini che emergono sul piano
sociale all’inizio del quinto secolo.
Anche Tito Livio parlò di questi fatti nella sua Storia di Roma dalla sua fondazione. In particolare,
riportando le parole di un discorso di Menenio Agrippa, sottolinea come la società romana funzioni
solo se costituita da tutte le sue parti.
Quando si conclude il conflitto tra i patrizi e i plebei si forma una classe dirigente mista che dà vita
alla cosiddetta NOBILITAS. Ma cosa vuol dire essere nobile a Roma in età repubblicana? Essere
nobili a Roma non dipende dal sangue, ma significa essere noto, conosciuto, illustre. Un cittadino
era illustre e conosciuto se diventava un magistrato: dunque sia un plebeo che un patrizio poteva
diventare nobile. Quali erano gli ideali di questi nobili? Da un passo di Plinio (autore dell’età
imperiale) che riassume il discorso di Quinto Cecilio Metello per la morte del padre Lucio possiamo
ricavare le virtù che Quinto Cecilio Metello attribuisce al padre. Emergono le virtù militari, le virtù
oratorie, la capacità di comandare e di compiere imprese, la capacità di ricoprire le cariche più alte,
la capacità di arricchirsi in modo lecito. Essere nobile a Roma significava aver raggiunto questi
obiettivi.
Questa nobiltà è teoricamente aperta poiché tutti possono partecipare alle cariche e diventare
nobili. In realtà coloro che diventano magistrati sono figure che appartengono a famiglie di
magistrati. Ecco, quindi, che si forma il concetto dell’uomo nuovo (homo novus), ovvero di quel
cittadino che diventa magistrato senza aver avuto antenati magistrati (per esempio: Catone il
Censore o Cicerone).

L’ITALIA NELLA MANI DI ROMA


Alla metà del IV secolo a.C. Roma godeva di una situazione favorevole:

- All’interno della repubblica poteva contare su una relativa tranquillità sociale, poiché le
richieste della plebe avevano trovato progressivamente delle risposte.
- All’esterno l’egemonia sul Lazio era divenuta definitiva e Roma aveva stipulato dei trattati di
pacifica convivenza con i Sanniti nel 354 a.C. (ovvero la potenza territoriale più vicina in Italia)
e con Cartagine (la grande città commerciale africana).

LO SCONTRO CON I SANNITI


I sanniti erano una popolazione italica che in origine abitava gli Appennini meridionali. Nel V secolo
a.C. una parte di essi si spostò verso le coste campane scontrandosi con Etruschi e Greci, anche
se alcune di loro si staccarono dai Sanniti, adottando formazioni di città-stato e creando la Lega
campana (con base la città di Capua). Le varie tribù sannitiche formavano una confederazione
(Lega sannitica  4 tribù: Carricini, Pentri, Caudini, Irpini) che controllava una buona parte della
penisola. Roma e la confederazione sannitica erano le due più grandi potenze della penisola. Lo
scontro tra le due leghe divenne inevitabile e sfociò nel 343 a.C. quando i Sanniti attaccarono
Teano (Campania meridionale) e di conseguenza la Lega campana chiese aiuto a Roma.
A partire dalla metà del 300 a.C. vi furono due guerre:

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- Prima guerra sannitica: 343-341 a.C.  parziale successo romano, che portò ad un trattato di
pace, rinnovando l’alleanza del 354 a.C. e riconoscendo la Campania a Roma e Teano ai
Sanniti;
- Seconda guerra sannitica: 326-304 a.C.  scontri a Napoli (unica città greca della Campania
rimasta indipendente) tra masse popolari (favorevoli ai sanniti) e classi più agiate (filoromane).
Nel 321 a.C. gli eserciti romani vennero circondati al passo delle Forche Caudine e costretti
alla resa.
Dall’esito incerto alle quali seguirono alcuni anni di tregua, che Roma sfruttò al meglio
riorganizzando il suo esercito e rinforzando le proprie posizioni in Campania, allacciando rapporti
con comunità dell’Apulia e Lucania.
Le ostilità si riaprirono nel 316 a.C. per responsabilità romana e dopo alterne vittorie e sconfitte, i
sanniti chiesero la pace nel 304 a.C.

- Terza guerra sannitica: 298-290 a.C.  La guerra riprese nel 298 a.C. e vide lo schieramento
da un lato di Roma (consoli Quinto Fabio Rulliano e Publio Decio Mure), dall’altro di Sanniti
(con il comandante Gellio Egnazio), Etruschi Galli e Umbri che si erano alleati insieme. Lo
scontro decisivo si svolse nel 295 a.C. a Sentino. La guerra si concluse nel 290 a.C. quando i
sanniti si arresero.
In seguito a questa guerra ve ne furono altre che portarono Roma a controllare il territorio della
Sabina, ad incorporare il territorio del Galli e quello Etrusco. L’area sotto il controllo di Roma si
estendeva ora quindi su tutta l’Italia centrale, dalle Marche (colonia di Sena Gallica a Senigallia)
alla Puglia. Ovunque Roma fondò colonie  Rimini, che portò Roma ad affacciarsi alla Pianura
Padana. I Piceni provarono a resistere ma furono costretti alla resa, ottenendo però in parte la
civitas sine suffragio.

LA CONQUISTA DELLA MAGNA GRECIA


Agli inizi del III secolo a.C. le ambizioni egemoniche di Roma si volsero verso la Magna Grecia. La
più importante città della Magna Grecia era Taranto. Come gran parte delle città commerciali
Taranto era sprovvista di un esercito militare di terra. È così che chiese aiuto a Pirro, sovrano del
regno ellenistico dell’Epiro, una regione montuosa della Grecia settentrionale. Con l’aiuto di Pirro
(sbarcato in Italia nel 280 a.C.), Taranto conseguì due vittorie. In seguito, però i romani e i loro
alleati sconfissero la città definitivamente nel 275 a.C. Taranto, insieme alle rimanenti città della
Magna Grecia, venne inglobata ai possedimenti romani. Ora Roma controllava un territorio esteso
da Rimini allo Stretto di Messina. Siamo nel 266 a.C.

ORGANIZZARE IL DOMINIO: MUNICIPI, COLONIE, CITTÀ FEDERATE


Roma si dedicò ora a organizzare l’amministrazione dei suoi domini, che furono divisi in MUNICIPI
(i cui cittadini erano anche cittadini di Roma), COLONIE (gestite direttamente da Roma), CITTA’
FEDERATE (con cui Roma stabiliva un patto di alleanza). La realizzazione di un capillare sistema
di strade e l’istituzione di una moneta comune a tutte le città italiche furono strumenti potenti di
unificazione.

ROMA NEL MEDITERRANEO: LE GUERRE CONTRO CARTAGINE


Nel 266 a.C. Roma era ormai una potenza economica e politica pronta a proiettarsi verso la
conquista del Mediterraneo. Il primo passo fu lo scontro con Cartagine, importante città
commerciale di origine fenicia sulle coste dell’odierna Tunisia. I romani chiamavano i cartaginesi
“punici”. Il terreno dello scontro fu la Sicilia, ambita per le risorse agricole e minerarie.

LA PRIMA GUERRA PUNICA

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La prima guerra punica iniziò nel 264 a.C., quando Roma ormai controllava gran parte dell’Italia
peninsulare fino allo stretto di Messina. In quest’area gli interessi dell’Urbe entrarono in conflitto
con quelli dell’alleata Cartagine. Roma occupò Messina e Siracusa che si arresero. In seguito,
vennero conquistate anche Agrigento e la Sicilia occidentale cartaginese. La guerra fu dura e i
romani compresero che non l’avrebbero mai vinta finché i cartaginesi avrebbero mantenuto il
predominio sul mare. A questo punto Roma decise di affrontare Cartagine dove questa era più
forte, sul mare, e allestì una potente flotta di 120 navi che ottenne un’importante vittoria nei pressi
dell’attuale Milazzo (260 a.C. console Caio Drullo). La guerra però continuò per altri numerosi anni,
in un succedersi di scontri non risolutivi, fino alla vittoria della flotta romana presso le Isole Egadi
nel 241 a.C. I cartaginesi accettarono dure condizioni di pace, tra le quali ricordiamo il pagamento
di pesanti tributi annuali e la rinuncia totale alla Sicilia che divenne la prima provincia romana,
ovvero il primo territorio conquistato fuori dalla penisola italica.
In seguito, Roma conquistò anche la Sardegna e la Corsica nel 237 a.C., che divennero altre
province di Roma.

LA CONQUISTA DELL’ITALIA SETTENTRINALE – GUERRE GALLICHE


Ancora più importante fu la campagna vittoriosa condotta contro i galli che non avevano mai
smesso di compiere incursioni nelle zone settentrionali del dominio romano. Roma occupò la valle
della Padana, così come Mediolanum (Milano), assumendo il controllo di buona parte della pianura
padana. Fondarono altre due grandi colonie latine a Piacenza e a Cremona nel 218 a.C.; Aquileia
nel 181 a.C.
LA COSTRUZIONE DELLA RETE STRADALE  220 a.C. la via Flaminia (da Roma a Rimini); nel
187 a.C. la via Emilia (da Rimini a Piacenza); nel 148 a.C. la via Postumia (da Genova ad
Aquileia).

LA SECONDA GUERRA PUNICA


In seguito alla sconfitta della prima guerra punica Cartagine, grazie ad alcune sue famiglie
aristocratiche, si stava risollevando e si stava espandendo in Spagna. Ciò generò forti
preoccupazioni a Marsilia (colonia greca) e a Roma che stabilì un accordo (trattato di Ebro 226
a.C.) con Cartagine che fissava al fiume Ebro il limite di espansione dei cartaginesi in Spagna.
Poco dopo, Roma, si alleò con Sagunto, città iberica a sud dell’Ebro.
Nel 219 a.C. l’abilissimo comandante cartaginese, Annibale, assediò e conquistò Sagunto:
un’azione provocatoria che fungeva da pretesto per aprire un conflitto contro Roma. Annibale
aveva meditato una strategia ben precisa: combattere per terra, anziché per mare, penetrare in
Italia attraverso le Alpi, sollevare gli alleati italici contro Roma e puntare infine contro Roma stessa.
Nel 218 a.C. iniziò la seconda guerra punica che fu massacrante e costò gravi perdite di uomini e
animali (si portò numerosi animali, tra cui elefanti). Giunto alla pianura Padana, Annibale ottenne
l’appoggio dei Galli (Boi, Insubri e Liguri) e sconfisse gli eserciti romani prima presso il Ticino
(cavalleria romana guidati da Publio Scipione) e poi presso il Trebbia (eserciti di Scipione e Tiberio
Sempronio Longo). Avanzò dunque verso sud e l’anno successivo inflisse una terza grave
sconfitta presso il lago Trasimeno, al console romano Caio Flaminio. Ora la strada verso Roma era
aperta. Per fronteggiare la gravissima situazione, a Roma venne eletto dittatore Quinto Fabio
Massimo (Cunctator: il temporeggiatore). Egli decise di evitare altre battaglie in campo aperto e di
puntare invece su una tattica di logoramento del nemico. Questa tattica generò però nei romani
malcontento, in quanto essi preferivano lo scontro diretto. Scaduto così il semestre della dittatura,
ripresero il sopravvento i sostenitori dello scontro aperto con Annibale, ma nel 216 a.C. l’esercito
romano (guidato dai consoli Caio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo) subì una tremenda
sconfitta a Canne. Dopo Canne però l’esercito cartaginese era logorato e stanco e non trovò tra gli
italici un supporto sufficiente. È così che Annibale stabilisce il suo quartier generale a Capua e la
situazione si placa per 5 anni, anni in cui l’esercito romano si riorganizza e si rafforza.
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Contemporaneamente a tutto ciò, nel 215 a.C. anche re Filippo V di Macedonia si schierò con
Annibale e dichiarò guerra a Roma, ma Roma non si impegnò troppo in questa PRIMA GUERRA
MACEDONICA (214-205 a.C.), limitandosi a stringere alleanze con i macedoni (pace di Fenice).
Nel 211 a.C. Capua venne rasa al suolo dai romani e Annibale fu costretto a ritirarsi più a sud.
L’anno seguente prese il comando dell’esercito romano Publio Cornelio Scipione (Scipione
l’Africano), che cacciò i cartaginesi dalla Spagna (fondazione della città di Itaca, vicino Siviglia) e,
divenuto console, convinse il senato a portare la guerra contro Cartagine in Africa, con lo sbarco in
Africa nel 204 a.C. Questa decisione portò alla vittoria definitiva su Annibale, che avvenne nel 202
a.C. a Zama, in Tunisia. Furono stabilite condizioni di pace (trattato di pace nel 201 a.C.) durissime
per Cartagine, tra le quali ricordiamo la cessione a Roma della Spagna e la rinuncia cartaginese di
ogni possedimento fuori dall’Africa. Roma viene dunque padrona del Mediterraneo occidentale.
LA REPUBBLICA E IL SUO IMPERO
La vittoria su Cartagine non inaugurò un periodo di pace, ma al contrario diede inizio ad una nuova
fase di guerre che porteranno Roma all’egemonia su tutto il Mediterraneo. Roma, attraverso una
serie di campagne militari, sconfisse nuovamente i Galli, occupò la Liguria, il Veneto e l’Istria.

ROMA E I REGNI ELLENISTICI


Roma intanto guardava a Oriente, dove fiorivano i regni ellenistici nati alla fine del IV secolo a.C.
dallo smembramento dell’impero di Alessandro Magno. I principali erano il Regno di Siria,
governato dai Seleucidi, il Regno di Pergamo, governato dagli Attali, il Regno d’Egitto, governato
dai Tolomei e quello di Macedonia. Erano regni ricchi e culturalmente molto evoluti, ma
caratterizzati anche da debolezze e instabilità politica.

LA SECONDA GUERRA MACEDONICA


In particolare, l’ostilità verso la Macedonia che si era già accesa durante la prima guerra
macedone, convinse i romani che era giunto il momento di frenare le ambizioni espansionistiche
del re macedone. Roma colse dunque l’occasione quando Filippo V cercò di limitare l’autonomia
delle città greche; in aiuto dei greci si mosse alla fine del 200 a.C. il console Tito Quinzio Flaminio
che diede vita alla seconda guerra macedonica che si concluse con la vittoria romana nel 197 a.C.
nella battaglia di Cinocefale in Tessaglia, costringendo Filippo V ad accettare durissime condizioni
di pace.
Flaminio, con abile mossa, si presentò come liberatore e proclamò solennemente Roma come
“protettrice” delle città greche, attuando un controllo indiretto su di esse. Nel 196 a.C., durante i
giochi Istmici tenutisi presso Corinto Flaminio proclamò l’autonomia e la libertà delle città greche,
anche dall’obbligo di versare tributi e di ospitare guarnigioni.

LA GUERRA SIRIACA
Alcune città greche però, insofferenti della protezione romana, chiesero aiuto al re di Siria Antioco
III, a sua volta preoccupato dell’espansione romana a Oriente  accordo del 192 a.C.
È così che vi fu uno scontro nel 190 a.C. tra l’esercito romano (console Lucio Cornelio Scipione e il
consigliere Publio Cornelio Scipione Africano) e quello siriaco che vide la vittoria di Roma e un
duro indebolimento della Siria che fu costretta a cedere al Regno di Pergamo, fedelmente alleato
di Roma, la Tracia e la parte occidentale dell’Anatolia. È così che anche questi territori entrarono
nella sfera di controllo dei romani  pace di Apamea 188 a.C.

TERZA GUERRA MACEDONICA

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Nel 179 a.C., morto Filippo, gli era succeduto il figlio maggiore Perseo (ostile ai Romani).
L’elemento democratico e nazionalista di molte città greche, sempre più insofferente nei confronti
delle ingerenze romane, cominciò a volgersi verso Perseo.
I romani però avevano un altro obiettivo: conquistare la Macedonia. È così che nel 171 a.C.
scoppiò la terza guerra macedonica che si concluse con la decisiva vittoria romana nel 168 a.C.,
dove Perseo fu costretto dal nuovo comandante romano, il console Lucio Emilio Paolo, ad
accettare la battaglia campale nella località macedone di Pidna, dove il suo esercito fu sbaragliato.
Il re venne portato prigioniero in Italia e la monarchia abolita in Macedonia. La regione venne
suddivisa in quattro repubbliche indipendenti, che non potevano intrattenere rapporti tra loro e
dovevano versare un tributo a Roma.

QUARTA GUERRA MACEDONICA E LA GUERRA ACAICA


Particolarmente tesi erano i rapporti con la Lega achea. I tentativi di secessione di Sparta dalla
Lega coincisero con una rivolta in Macedonia. Scongiurata la minaccia di Andrisco, Il Senato
intimò agli Achei che fosse staccata dalla Lega non solo la riottosa Sparta, ma anche le altre
importanti città, tra le quali Argo e Corinto. L'assemblea della Lega, dominata dai nazionalisti ostili
a Roma, optò perciò per la guerra, che fu brevissima. Invasione del Peloponneso da parte di
Cecilio Metello e successivamente da Lucio Mummio, che sconfisse definitivamente l'ultimo
esercito acheo. Corinto, città principale della Lega, venne saccheggiata e distrutta nel 146 a.C.
La Macedonia venne ridotta provincia romana. Il suo governatore poteva eventualmente
intervenire anche per regolare le questioni della Grecia, dove tutte le Leghe vennero sciolte o
ridotte all'impotenza.

LA TERZA GUERRA PUNICA


In seguito a tutto ciò la campagna espansionistica di Roma si fece più dura e aggressiva. Inoltre,
una buona parte del senato, capeggiata da Catone il Censore, sosteneva fosse necessario dare
l’ultimo colpo decisivo a Cartagine, che aveva recuperato una certa ricchezza. È così che scoppia
la terza guerra punica, capeggiata da Scipione Emiliano il quale nel 146 a.C. assediò Cartagine e
la rase al suolo. Il suo territorio divenne una provincia romana, la cosiddetta provincia d’Africa.
Quello stesso anno Roma intervenne con il pugno di ferro anche in Grecia, tanto da arrivare a
devastare molte città e in particolare Corinto. La Grecia venne accorpata alla provincia della
Macedonia.
Nel 133 a.C. il re di Pergamo muore e lascia il suo regno a Roma. Si crea dunque la provincia
d’Asia. Per garantire collegamenti con la Spagna, Roma sottomise anche la Gallia meridionale,
dalle Alpi ai Pirenei (odierna Provenza), anche se la sottomissione della penisola iberica verrà
completata soltanto con Augusto.
Il dominio di Roma racchiude ora pressoché tutto il Mediterraneo; esso però doveva anche essere
governato: le provincie vennero dunque affidate a governatori che svolgevano funzioni politiche,
giudiziarie, militari e fiscali. Avevano poteri vastissimi. Per evitare abusi di potere venne creato un
tribunale per giudicare i reati di malgoverno delle province.

LA REPUBBLICA DOPO LE CONQUISTE


Nei centrotrent’anni che vanno dal 264 a.C. al 133 a.C., durante i quali Roma divenne una potenza
imperiale, la repubblica conobbe trasformazioni interne di natura economica, sociale e culturale.

SITUAZIONE SOCIALE
In particolare, l’enorme ricchezza (derivante dalle continue conquiste) che confluì a Roma in
questo periodo generò grandi disuguaglianze economiche. Ad arricchirsi furono soprattutto
l’aristocrazia senatoria, che trasse profitto dalle nuove conquiste territoriali e dall’accaparramento
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di esse; e i cavalieri, ovvero la prima classe dell’ordinamento centuriato, quella dei cittadini più
ricchi, che possedevano un reddito di almeno 400 sesterzi l’anno. I cavalieri erano esclusi dalle
cariche politiche ma gestivano tutti gli appalti dello stato, dalla riscossione delle imposte
all’allestimento delle flotte commerciali e militari. Ad impoverirsi furono invece i piccoli proprietari
terrieri che, per combattere nelle numerose guerre, dovevano abbandonare i loro terreni. Le
campagne si svuotarono così di cittadini e si riempirono di schiavi catturati in battaglia, che
lavoravano al servizio dei latifondisti aristocratici.
Al contrario le città avevano tratto grande vantaggio da questa situazione di guerre continue. In
città emigrarono disoccupati e agricoltori impoveriti che andavano a costituire una vera e propria
massa. Questa massa veniva manovrata dai politici potenti che, per accaparrarsi il consenso
organizzavano feste, rappresentazioni teatrali, gare, lotte gladiatorie…

LA CONDIZIONE DEGLI ITALICI


La condizione degli italici era cambiata, perché essi non solo avevano conosciuto un processo
culturale di romanizzazione, ma avevano anche dato un contributo essenziale alla guerra contro
Annibale, fornendo truppe e contributi. Eppure, molti italici rimanevano esclusi dalla piena
cittadinanza romana e non avevano quindi il diritto di accedere alle cariche pubbliche, né di
partecipare alla distribuzione di terre conquistate. Questo generò un malcontento destinato a
esplodere più tardi.

SITUAZIONE POLITICA
In conseguenza dello stato di guerra continuo acquistarono sempre più importanza le magistrature
maggiori, quelle che comprendevano un comando militare, mentre diminuirono di peso le altre. Fu
tuttavia il senato a diventare il protagonista politico di Roma. Nel II secolo il senato cominciò inoltre
ad esercitare compiti non previsti, come nominare i governatori delle province (mentre un
fondamentale principio della repubblica era che le cariche fossero elettive), o istituire tribunali
speciali, come quello addetto a giudicare i reati di malgoverno nelle province (tribunali costituiti da
senatori). Inoltre, le magistrature erano sempre più caratterizzate da clientelismo e corruzione. Vi è
un deterioramento della vita politica.

RIFORME MANCATE E GUERRA CIVILE: LA REPUBBLICA IN CRISI


Verso la metà del II secolo a.C., dopo la fase dell’impetuosa espansione nel Mediterraneo, Roma
si trovava in una situazione politica bloccata, poiché la nobiltà senatoria che controllava il potere
appariva arroccata in difesa dei propri privilegi. Rifiutava di affrontare il problema della povertà dei
contadini, il problema di concedere la cittadinanza romana agli italici, per paura di non controllare
più le assemblee popolari, il problema di concedere ai cavalieri di avere diritti politici, per timore di
perdere la propria supremazia politica.
Il ceto senatorio mostrava insomma un’incapacità di rinnovamento rispetto alle profonde
trasformazioni economiche e sociali che erano avvenute nell’ultimo secolo.

OTTIMANTI E POPOLARI
All’interno dell’oligarchia dominante lo scontro politico, che aveva per oggetto la conquista delle
magistrature e la scelta del senato, consisteva nella lotta tra fazioni di nobili, basate sulle
appartenenze familiari e aggregate intorno ad un leader di prestigio. Si contrapposero così due
schieramenti:

● Gli OTTIMATI (optimates), ovvero i “migliori” che sostenevano una direzione conservatrice
ed erano contrari alle riforme.
● I POPOLARI (populares) che coincideva con una minoranza riformista che godeva
dell’appoggio dei cavalieri, dei ricchi plebei e degli italici. Questa fazione sosteneva la
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necessità di attuare riforme per risolvere i problemi ed evitare tensioni incontrollabili. Di
questa fazione ne facevano parte anche i due fratelli Gracchi, Tiberio e Gaio, i quali, eletti
tribuni della plebe (in modo tale che il senato non potesse opporsi alle loro leggi),
cercarono di attuare una serie di riforme che toccassero i punti più critici di Roma.
- In particolare, Tiberio attuò una riforma agraria che impediva ai latifondisti di
possedere più di 1000 iugeri di terreno pubblico e che doveva ridistribuire le terre ai
contadini in misura equa. A causa di questa riforma, che generava un forte mal
contento nel senato, Tiberio venne ucciso in una congiura senatoria.
- Venne così eletto tribuno della plebe il fratello Gaio, che aprì ai cavalieri l’accesso al
tribunale che giudicava i reati dei governatori delle province. I cavalieri entrarono
dunque in politica. A favore dei contadini poveri ha inoltre varato una legge
frumentaria che prevedeva la vendita del grano a prezzi controllati; per ridurre la
disoccupazione avviò opere pubbliche e fondò nuove colonie. Infine, affrontò il tema
della cittadinanza degli italici con moderazione e prudenza, stabilendo come essa
dovesse essere intanto riconosciuta solo ai latini. Davanti a tutto ciò, anche Gaio
venne ucciso.
I problemi sollevati dalle riforme tentate dai Gracchi restavano irrisolti.

L’ASCESA DI MARIO
I Popolari fecero eleggere console, a questo punto, Caio Mario, appartenente ad una famiglia
italica di rango equestre. Mario era un “uomo nuovo”, il primo della sua famiglia a giungere al
consolato. Egli diede vita ad una riforma dell’esercito: vista la difficoltà ad arruolare la plebe
contadina, sempre meno numerosa, egli aprì il servizio militare a tutti coloro che si fossero offerti
come volontari, anche se nullatenenti; in cambio sarebbero stati regolarmente pagati. Si creava
così un esercito professionale, più efficiente, meglio addestrato poiché in servizio permanente.
Mario diede vita a numerose battaglie soprattutto nei confronti di popolazioni germaniche che
minacciavano il territorio romano.

LA GUERRA SOCIALE
Gli italici compresero che il senato non avrebbe mai accettato di dar loro la cittadinanza romana. È
così gli italici si unirono in un unico stato federale e diedero vita alla cosiddetta GUERRA SOCIALE
contro Roma (sociale da “socii”, ovvero alleati), che durò dal 91 all’88 a.C.
Fu una guerra sanguinosa e difficile che formalmente fu vinta da Roma, anche se il senato fu
costretto a estendere la cittadinanza romana a tutti i socii. L’Italia si avviò dunque a diventare
un’unica entità politica, senza più barriere o differenze giuridiche e lo stato romano venne a
comprendere l’intera penisola a sud del Po.
Nel corso della guerra sociale Roma dovette anche fronteggiare l’espansionismo di Mitridate VI, re
del Ponto, un piccolo regno affacciato sul Mar Nero. In questo conflitto emerse la figura del
comandante Lucio Cornelio Silla, forte esponente degli Ottimati. Egli non era visto di buon occhio
dai Popolari che spingevano affinché il suo posto di comandante venisse affidato a Mario.
Davanti a ciò avvenne un fatto senza precedenti: Silla rifiutò di cedere il posto a Mario e convinse i
suoi soldati a marciare in armi contro Roma. Entrato in città nell’ 87 a.C., costrinse Mario a fuggire
in Africa e scatenò la caccia ai suoi sostenitori. È un vero e proprio colpo di stato.

LA GUERRA CIVILE
La continua tensione tra le due fazioni continuava ed è così che scoppiò la guerra civile: con Silla
si schierarono le truppe guidate da due abili comandanti: Crasso e Pompeo; i popolari si allearono
invece con i sanniti. La guerra civile si concluse con la vittoria dei sillani.

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Padrone di Roma, Silla si fece nominare dittatore a tempo indeterminato con potere di legiferare.
Era una carica inedita, che snaturò del tutto la tradizionale funzione della dittatura, essenzialmente
militare, non politica, e di durata limitata a sei mesi. Silla ebbe così il potere di eliminare
fisicamente gli avversari attraverso le liste di proscrizione, ovvero elenchi pubblici di cittadini
considerati traditori dello Stato, che chiunque poteva uccidere.
Alla repressione seguì un’opera di riorganizzazione delle istituzioni, finalizzata a rafforzare il
senato e a indebolire il tribunato della plebe, principale strumento di azione politica dei Popolari.
Convinto di aver agito per il bene della repubblica, Silla si ritirò spontaneamente dalla vita politica e
dopo poco morì (78 a.C.).

L’EQUILIBRIO IMPOSSIBILE: GLI ANNI DI POMPEO E CRASSO


Gli anni successivi alla morte di Silla videro la repubblica alle prese con nuove difficoltà: in Spagna
vi era un’insurrezione, in Italia scoppiò una ribellione di schiavi, in Oriente Mitridate aveva riaperto
le ostilità contro Roma.

POMPEO
In tutto ciò emerse la figura di Pompeo, un giovane, ricco e ambizioso che si era fatto strada
insieme a Silla. Pur non avendo intrapreso una carriera politica, Pompeo venne conferito
l’imperium (in spregio alle norme sillane che regolavano lo sviluppo delle carriere) e nel 76 a.C.
venne mandato dal senato a reprimere l’insurrezione in Spagna e, la sua buona riuscita, gli
assicurò prestigio una volta tornato a Roma.

CRASSO
Nel 73 a.C. In Italia, intanto, una ribellione di schiavi era fuggita al controllo di Roma. Era una
ribellione scoppiata presso la scuola per gladiatori di Capua e guidata dallo schiavo Spartaco (un
trace) e Crisso (un gallo), i quali raccolsero un gran numero di schiavi ribelli che si organizzarono
in un esercito. Il loro obiettivo era probabilmente quello di raggiungere le Alpi e riacquistare la
libertà uscendo dal territorio romano, ma mancava totalmente tra i ribelli un piano preciso e
unitario.
Il senato affidò allora il comando a Marco Lucinio Crasso (allora pretore) il compito di sconfiggere
l’esercito ribelle e così fu nel 71 a.C. a Lucania.

IL CONSOLATO DI POMPEO E CRASSO


È così che, rientrati vincitori a Roma, Pompeo e Crasso divennero consoli (70 a.C.). Essi, seppure
cresciuti tra le fila di Silla, non contrastarono le insoddisfazioni derivanti dalle norme di Silla ma
anzi, le smantellarono. Restaurarono nella loro pienezza i poteri dei tribuni della plebe. Furono
eletti i censori e condussero il censimento di circa 900000 cittadini.
Infine, il pretore Lucio Aurelio Cotta fece modificare la composizione delle giurie dei tribunali
permanenti, togliendone l'esclusiva ai senatori, e ripartendoli in proporzioni uguali tra senatori,
cavalieri e tribuni aerarii.
Scaduto il mandato consolare, Pompeo e Crasso per qualche tempo non ricoprirono cariche
pubbliche.

POMPEO A ORIENTE
Negli anni tra l’80 a.C. e il 70 a.C. in Oriente erano riemerse e si erano consolidate due gravi
minacce: i pirati (il trasporto delle merci era divenuto sempre più difficile, rischioso e costoso, sia
per chi vi investiva capitali sia per i consumatori) e Mitridate.

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Nel 68-67 a.C. Quinto Cecilio Metello riconquisto l’isola di Creta, che divenne provincia romana.
Nel 67 a.C., un tribuno della plebe, Aulo Gabinio, propose che fosse attribuito per tre anni a
Pompeo un imperium infinitum (senza limiti) su tutto il Mediterraneo con piena autorità. Fu
approvato e, suddiviso il Mediterraneo in tredici settori, Pompeo cacciò rapidamente i pirati.
Nel 66 a.C. operò venne affidato (su proposta del tribuno della plebe Caio Manillo) a Pompeo il
compito di mettere fine al conflitto con Mitridate, che nel frattempo stava occupando territori romani
in Asia. Subentrato a Lucullo, nel giro di due anni Pompeo sconfisse Mitridate e ridusse a provincia
la Siria; in Palestina s’impadronì di Gerusalemme e del suo Tempio, divenne Stato autonomo ma
aggregato alla provincia di Siria (63 a.C.) e riunì la Bitinia e il Ponto in un’unica provincia.
Tutto ciò accresce sempre più il potere personale di Pompeo.

CRASSO A ROMA E CICERONE CONSOLE


A Roma le ambizioni di Crasso erano contrastate dai senatori che erano guidati da Marco Tullio
Cicerone, uomo nuovo e sostenitore di Pompeo, il quale sosteneva che l’unico modo per salvare la
repubblica era stabilire un’alleanza tra i cavalieri e la nobiltà. Egli venne eletto console nel 63 a.C.

CAIO GIULIO CESARE


Un’altra figura che si stava facendo strada in questo periodo è Caio Giulio Cesare, discendente
della gens Giulia. Cesare era imparentato con Mario e apparteneva alla fazione dei Popolari.
Protetto da Crasso, fu eletto edile nel 65 a.C., pontefice massimo nel 63 a.C., pretore nel 62 a.C.

CESARE PADRONE DI ROMA – IL PRIMO TRIUNVIRATO


Cesare, approfittando delle tensioni tra Pompeo e il senato, propone a Pompeo un accordo
politico: nel caso in cui Pompeo l’avesse sostenuto nell’elezione a console nel 59 a.C., Cesare
avrebbe dato corso alle richieste avanzate da Pompeo al senato, riguardanti una legge agraria che
sistemasse i veterani di Pompeo. Il matrimonio di Pompeo con la figlia di Cesare, Giulia, sancì il
patto, che coinvolse anche Crasso, ostile al senato, che avrebbe ottenuto vantaggi per i cavalieri e
le compagnie di appaltatori a lui legati. L’accordo venne chiamato PRIMO TRIUNVIRATO e si
trattò di un patto privato, per un certo periodo segreto, tra tre uomini che pianificavano il controllo
dello stato al di fuori di ogni procedura istituzionale.

IL CONSOLATO DI CESARE
Ottenuto il consolato nel 59 a.C., Cesare rispettò gli accordi stabiliti soddisfacendo le richieste di
Pompeo e Crasso. Scaduto il consolato Cesare ottenne il proconsolato della Gallia Cisalpina e
Narbonese, province di ben poco rilievo rispetto a quelle ricche orientali, che tutti aspiravano a
governare. Cesare, in realtà, aveva un progetto ben preciso: intendeva avviare una grande
campagna di conquista in Gallia, per guadagnare gloria, ricchezze e controllo di un proprio
esercito, premesse indispensabili per mettersi alla pari con la forza di Pompeo e Crasso e poter
realizzare le sue ambizioni di potere. È così che ha inizio la campagna in Gallia.

NUOVI ACCORDI TRA I TRIUMVIRI


Prima di lasciare Roma in mano a Pompeo e Crasso, Cesare aveva preso le sue precauzioni (gli
accordi di Lucca). Rinnovò dunque gli accordi triumvirali che prevedevano che Cesare avrebbe
avuto il proconsolato in Gallia per altri cinque anni e Pompeo e Crasso avrebbero avuto il
consolato per l’anno 55 a.C. Pompeo sarebbe poi diventato proconsole in Spagna e Crasso in
Oriente.
N.B.  il termine “proconsole” indica i consoli che erano incaricati di governare una provincia dopo
aver finito il consolato a Roma.

LA CAMPAGNA IN GALLIA
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Tornato in Gallia, Cesare si impegnò ad estendere i propri confini attraverso numerose battaglie.
Nel frattempo, Publio Licinio Crasso si spingeva verso la Normandia, sottomettendo numerose
tribù della Normandia e della Bretagna (57 a.C.).
La Gallia venne però sottomessa completamente tra il 53 e il 52 a.C. Ciò accrebbe ulteriormente la
fama di Cesare a Roma.

CESARE CONTRO POMPEO


Crasso, dopo essersi recato in Oriente, viene ucciso in battaglia dai i Parti. Ora il triumvirato è
composto da sole due persone che iniziano a contendersi il potere. Nel 54-53 a.C. cominciarono a
venir meno i vincoli politici e familiari che univano Cesare e Pompeo. Quest’ultimo iniziò ad
accostarsi in misura sempre più accentuata alla fazione ottimate più accesamente anticesariane.
Il senato, che ormai considerata Cesare come il nemico più pericoloso, assegnò a Pompeo un
incarico senza precedenti: quello di CONSOLE SENZA COLLEGA, ovvero di console unico. Il
senato voleva utilizzare la forza di Pompeo contro Cesare.
La situazione si fece critica quando Cesare, allo scadere del mandato quinquennale in Gallia,
chiese di tornare a Roma non come provato cittadino ma dopo essere stato nominato console
(anche se non poteva essere fisicamente a Roma per questo), temendo altrimenti di esporsi alle
vendette del senato e di Pompeo. Il senato rifiutò e dichiarò, su pressione di Pompeo, Cesare
nemico della repubblica. Non restava che la via delle armi: nel 49 a.C. Cesare iniziò la marcia
verso Roma, varcando in armi il torrente Rubicone, che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e
il territorio civico di Roma, dando così inizio alla guerra civile.
Pompeo davanti a ciò, temendo una sconfitta, si rifugiò in Grecia. Cesare, impadronitosi di Roma e
dell’Italia, si recò dapprima in Spagna dove sbaragliò le truppe fedeli a Pompeo presso Ilerda (a
nord dell’Ebro). Rientrato a Roma negli ultimi giorni del 49 a. C., egli rivestì la carica di dittatore al
solo scopo di convocare i comizi elettorali, che lo elessero console per il successivo anno 48 a.C.
In seguito, andò in Grecia dove sconfisse Pompeo (che aveva posto il suo quartier generale a
Tessalonica) Nello scontro decisivo a Farsalo, il quale scappo in Egitto dove contava sull’appoggio
di Tolomeo XIII. Quest’ultimo però, per ingraziarsi Cesare, fece uccidere Pompeo. Nonostante ciò,
però, Cesare, una volta giunto in Egitto, destituisce Tolomeo XIII e rimette sul trono Cleopatra VII,
sorella di Tolomeo, che l’aveva detronizzata.
Al di là delle vicende sentimentali tra Cesare e Cleopatra (dalla quale ebbe anche un figlio:
Tolemeo Cesare), l’obiettivo di Cesare era quello di assicurare a Roma il controllo dell’Egitto.

IL REGIME DI CESARE: DITTATURA E RIFORME


Mentre si trovava in Egitto Cesare era stato nominato dittatore per un anno. A metà del 46 a.C. gli
venne conferita la dittatura per riformare lo stato per 10 anni; nel 45 a.C. ricoprì il quarto consolato;
nel 44 a.C. ottenne il titolo di dittatore a vita (dittatura perpetua). Serie senza precedenti di poteri
straordinari.
Davanti a così tanti possedimenti era necessario saperli amministrare al meglio: è così che Cesare
non crea nuove magistrature ma le concentra tutte nelle sue mani: Cesare aveva il diritto di veto
sulle decisioni del senato e delle assemblee, i senatori dovevano giurare il rispetto alle sue leggi,
uomini da lui stesso nominati sedevano in senato e tra i magistrati la sua persona era considerata
sacra e inviolabile. Gli venne anche concesso di utilizzare la corona d’alloro e il titolo di imperator
(cioè detentore dell’imperium) a vita e quello di padre della patria (parens patriae).
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Cesare intraprese inoltre un’intesa attività riformatrice che aveva come obiettivi:

● Ampliare la classe dirigente (aumentò il numero di senatori, questori, pretori ed edili)


● Ridurre i conflitti sociali (diritto di cittadinanza ad alcune province e a tutti gli abitanti della
Transpadana, alleviò la disoccupazione, migliorò le condizioni economiche del proletariato)
● Rinsaldare i domini di Roma (maggiore controllo verso i governatori delle province,
romanizzazione delle province)
● Riforma del calendario civile con l’assistenza dell’astronomo alessandrino Sosigene (46
a.C.)

LA MORTE DI CESARE: LE IDI DI MARZO DEL 44 A.C.


Una parte del senato non cessò mai di essere ostile a Cesare. Questa opposizione si incontrò con
coloro che vedevano in Cesare un tiranno che voleva restaurare la monarchia. Fu così che il 15
marzo del 44 a.C. alcuni congiurati (guidati da Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino, Decimo
Bruto) pugnalarono a morte Cesare mentre si recava in senato, che cadde trafitto dai pugnali nella
curia di Pompeo (nel Campo Marzio).
Ma l’assassinio di Cesare ebbe tutt’altre conseguenze che il ritorno alla libertà e alla legalità
repubblicane: aprì invece la strada alla fine della repubblica.

L’ASCESA DI OTTAVIANO
Il “dopo Cesare” è un periodo caratterizzato da grandi incertezze: i cesaricidi non avevano un
preciso programma politico da attuare in seguito alla morte di Cesare, i senatori erano divisi e
impauriti, gli eserciti erano pronti a dare appoggio a qualunque capo avesse dato loro terre e
denaro, i filo-cesariani erano molti tra la plebe e minacciavano di dare vita a proteste. Su proposta
di Cicerone, inoltre, gli assassini di Cesare rimasero impuniti e conservarono le loro cariche; al
contempo però dovettero accettare la conferma di tutti i provvedimenti emanati da Cesare e la
divinizzazione dello stesso dittatore.
In questa situazione di incertezza i fanno avanti tre figure attorno alle quali si polarizzò la vita
politica, come era stato tra Mario e Silla e tra Pompeo e Crasso: Marco Antonio, Ottaviano e Marco
Emilio Lepiro.

MARCO ANTONIO E OTTAVIANO


Il primo protagonista fu Marco Antonio che nel 44 a.C. ricopriva la carica di console. Marco Antonio
cercò di assumere il ruolo di erede politico di Cesare, ma trovò subito un pericoloso concorrente in
Caio Ottavio, nipote di Cesare, che questi aveva adottato come figlio nel 45 a.C. designandolo
come suo erede nel suo testamento. Ottavio si assicurò dapprima di avere l’appoggio dell’esercito
e dei senatori e successivamente si accattivò le simpatie di Cicerone che vedeva in lui l’uomo
adatto per ristabilire l’ordine e le istituzioni repubblicane. Cicerone era invece molto avverso a
Marco Antonio tanto da comporre una serie di orazioni contro di lui, note come Filippiche per
analogia con quelle pronunciate dall’ateniese Demostene contro Filippo di Macedonia.
Antonio, che alla fine del consolato aveva avuto la lontana macedonia, convinse i comizi ad
assegnargli la Gallia Cisalpina e la Gallia Comata, che era già stata data ad uno dei cesaricidi,
Decimo Bruto, il quale non intendeva cedere il posto, chiudendosi a Modena, assediato da
Antonio. È così che Marco Antonio ricorre alle armi (la guerra di Modena 43 a.C.) e il senato
risponde dichiarandolo nemico pubblico e inviando contro di lui l’esercito guidato da Ottavio.
Antonio fu sconfitto e si rifugiò nella Gallia Narbonese, sotto la protezione del generale Lepido.
Dopo questi fatti, Caio Ottavio avrebbe avuto teoricamente libera strada al consolato; in realtà
dopo lo scontro con Marco Antonio il senato dichiara di avere la situazione sotto controllo e si

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oppone alla candidatura di Ottaviano al consolato. Le giustificazioni erano il fatto che fosse troppo
giovane e non avesse compiuto il cursus honorum.

● N.B.  Il cursus honorum era la carriera politica che doveva compiere chi voleva occuparsi
del governo della repubblica. Comprendeva, in ordine ascendente: la questura, l’edilità, la
pretura, il consolato e la censura.
Ottaviano, compreso di essere solo uno strumento nelle mani del senato, mobilita l’esercito,
convocò i comizi e si fece eleggere console nel 43 a.C. Da console revocò l’amnistia agli uccisori
di Cesare, istituendo un tribunale speciale per la loro persecuzione e assunse il nome di Caio
Giulio Cesare Ottaviano, sottolineando il legame di parentela con Cesare.
Il senato, a questo punto, era riuscito ad inimicarsi i due uomini politici del momento che si
spartirono il potere e diedero vita al SECONDO TRIUMVIRATO insieme a Lepido nel 43 a.C. in un
incontro a Bologna. L’accordo aveva una durata di 5 anni (divenne una magistratura ordinaria) e
prevedeva che i contraenti si spartissero il controllo della parte occidentale e centrale dell’impero,
confermando a ciascuno la possibilità di legiferare, nominare magistrati, dichiarare guerra, coniare
moneta. Ad Antonio toccarono la Gallia Cisalpina e Transalpina, a Ottaviano l’Africa e la Sicilia
(minacciate da Sesto Pompeo), a Lepido la Gallia Narbonese e la Spagna. L’Italia restava indivisa.
Furono anni terribili in cui, attraverso liste di proscrizione, i contraenti uccisero tutti i loro avversari
politici, tra cui lo stesso Cicerone. Con l’uccisione, inoltre, degli ultimi due cesaricidi, Cassio e
Bruto, i nemici repubblicani erano definitivamente debellati.
Nel 42 a.C. si provvide alla divinizzazione di Cesare e all’istituzione del suo culto. Ottaviano
divenne così Divifilius (figlio di Dio).
Eliminati tutti i nemici però, viene meno la ragione principale dell’alleanza tra Antonio e Ottaviano.
Venne così rivista la spartizione dei territori e si stabilì con l’accordo di Brindisi del 40 a.C. che
Antonio avrebbe dovuto governare sulle province orientali, Ottaviano su quelle occidentali (l’Italia
venne affidata alle cure di Ottaviano), Lepido avrebbe dovuto governare solo L’Africa.
L’incarico di procedere all’assegnazione di terre ai veterani era tra quelle più difficili, in quanto non
era più rimasto agro pubblico. Le proteste sfociarono nel 41 a.C. in aperta rivolta (la guerra di
Perugia).

ANTONIO IN ORIENTE
Antonio in Oriente si comportava più come un monarca che come un magistrato, non curandosi
delle indicazioni provenienti dal senato. A ciò, inoltre, si aggiunsero forti sconfitte militari e la
relazione amorosa con Cleopatra, regina del ricchissimo Egitto, da cui ebbe due gemelli.

LA PROPAGANDA DI OTTAVIANO
Gli insuccessi militari di Antonio e il suo essersi “orientalizzato” crea malcontento in senato e allo
stesso tempo creano un vasto consenso nei confronti di Ottaviano. Lepido viene punito dal senato
per non sostenere Ottaviano, gli viene dunque tolta l’Africa. Termina il Triumvirato.
Nel 35 a.C. si ebbe la definitiva rottura tra Antonio e Ottaviano.
Ora rimanevano solo Ottaviano e Antonio. Ottaviano fu molto abile nel presentare la lotta contro
Antonio come scontro fra due opposte concezioni di vita, tra due mondi diversi: da un lato le
tradizioni italiche legate alla terra e al lavoro, la difesa delle istituzioni repubblicane e il
riconoscimento di Roma come capitale dell’impero; dall’altro lato la corruzione e le mollezze dei
costumi orientali e il dispotismo di una regina straniera.
Da tutto ciò Ottaviano ottiene dal senato il consenso di marciare contro Antonio.

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LA BATTAGLIA DI AZIO E IL TRIONFO DI OTTAVIANO
La guerra non fu dichiarata esplicitamente contro Antonio ma contro Cleopatra e venne presentata
come una guerra in difesa della romanità contro il dispotismo straniero. Lo scontro decisivo fu la
battaglia navale di Azio nel 31 a.C. vinta da Agrippa per Ottaviano. Antonio e Cleopatra furono
sconfitti e si rifugiarono ad Alessandria dove, l’anno successivo, capendo di essere ormai perduti,
si danno la morte. L’Egitto diventava così una provincia romana e Ottaviano restava di fatto
padrone assoluto di Roma.

L’IMPERO
DALLA REPUBBLICA ALL’IMPERO
In seguito alla battaglia di Azio abbiamo una svolta decisiva della storia di Roma: da allora, infatti,
iniziò l’Impero romano. Non bisogna però immaginare che l’avvento dell’impero abbia segnato un
radicale cambiamento rispetto all’età repubblicana; almeno, infatti, per tutta la prima parte del
principato (così i romani chiavano inizialmente l’impero) vi fu una forte continuità con l’età
repubblicana: istituzioni, norme giuridiche, valori religiosi e civili rimasero sostanzialmente i
medesimi ì, anche se profondamente trasformati per effetto della concentrazione del potere in una
sola persona, il principe (princeps).
Con grande intelligenza politica Ottaviano ristabilì pace e ordine nella società romana e costruì un
potere personale assoluto e, al tempo stesso, sostenuto da grande popolarità. Come possiamo
leggere dalle Res Gestae (autobiografia di Ottaviano redatta da egli stesso) egli si presentò
astutamente come restauratore delle istituzioni repubblicane attuando una formidabile
concentrazione del potere senza però modificare le istituzioni della repubblica, ma ricoprendo in
prima persona o controllando, tutte le cariche pubbliche.
Egli:

- Godeva dell’INVIOLABILITÀ della sua persona


- Assunse la carica di CONSOLE (31 a.C.) fino al 23 a.C.
- COMANDAVA LE LEGIONI
- Divenne CENSORE (29 a.C.)
- Elaborò una lista di senatori, in capo alla quale pose sé stesso: da quel momento assunse il
titolo di PRINCEPS SENATUS (“primo del senato”).
- Nel 27 a.C. gli fu conferito il titolo di “AUGUSTO”, termine che fa riferimento al verbo “augeo”,
ovvero accrescere. Augusto è un epiteto che vuole mettere in evidenza Ottaviano come figura
carismatica e positiva che accresce lo stato romano.
- Gli viene riconosciuto ufficialmente il ruolo di RIFONDATORE E PACIFICATORE DELLA
CITTÀ dopo le guerre civili.
- Nel 23 a.C. assume il COMANDO PERPETUO DELLE PROVINCE (inizialmente solo di
alcune, successivamente di tutte, compresa Roma). Questa carica gli dava ulteriore controllo
sull’esercito e la possibilità di amministrare l’immenso dominio romano per mezzo di suoi
incaricati, i legati.
- Sempre nel 23 a.C. gli venne assegnata la TRIBUNICIA POTESTAS, ossia il potere del
tribuno della plebe, anche senza rivestirne la carica (poteva quindi esercitare il potere di veto,
di proporre leggi, di convocare assemblee).
- Nel 22 a.C. assunse anche il CONTROLLO DEGLI APPROVVIGIONAMENTI (la cura
annonae) di Roma e la RESPONSABILITÀ DELLE STRADE.

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- Infine, nel 12 a.C. ottenne anche il PONTIFICATO MASSIMO (la più alta carica religiosa) alla
morte di Lepido e il POTERE CENSORIO (per il controllo dei costumi e della pubblica
moralità).

IL PRINCIPATO
Con questi provvedimenti si realizzò una profonda trasformazione istituzionale: le magistrature
repubblicane vennero formalmente salvaguardate, perché tutti i poteri di cui Augusto godeva
erano stati creati in età repubblicana, ma il loro accentramento in una sola persona introdusse di
fatto una nuova figura istituzionale, quella del PRINCIPE. Inizialmente, fu mantenuta in vita la
finzione per cui il principe era considerato solo un magistrato, sebbene superiore agli altri: un
primo tra pari. Questa finzione si ritrova anche nel nome “principato” termine con cui viene
chiamato il regime augusteo. Successivamente, caduta la necessità di finzione, tale forma di
governo verrà chiamata Impero, facendone così emergere il vero fondamento: l’imperium.
Piano piano le varie istituzioni repubblicane perdevano significato e andavano svuotandosi; il
consenso sociale e politico però non mancava:

● Ai veterani di guerra Augusto assegnò terre e denaro;


● Al proletariato concesse terre;
● Alla plebe garantì abbondanti distribuzioni di grano, elargizioni in denaro, spettacoli pubblici
e giochi.
● Diede vita ad una serie di opere pubbliche
● Alleviò il problema della disoccupazione
● Creò un vero e proprio apparato burocratico attraverso la creazione di nuove cariche
(prefetto urbano con il compito di garantire l’ordine pubblico; prefetto dell’annona per
garantire l’approvvigionamento alimentare; guardia pretoria per la sua difesa personale…).

ROMA E L’ITALIA
Egli concentrò la sua attività edilizia soprattutto nel Foro romano, dove completò i programmi edilizi
di Cesare. Fece costruire un tempio per Cesare divinizzato.
Costruì inoltre un nuovo Foro, il Forum Augusti. Trasformò poi l'aspetto del Campo Marzio, in cui
fu edificato tra l’altro il Pantheon, dedicato ad Agrippa, e il suo Mausoleo (in cui attraverso
immagini iscrizioni veniva celebrata l'opera del princeps).
L’Urbe fu ripartita topograficamente in 14 regiones (circoscrizioni), a loro volta suddivise in vici
(quartieri) che valsero anche ad articolare organizzare il sistema di gestione della città.
La carestia che colpì Roma nel 22 a.C. Indusse Augusto ad assumere la cura annonae, e con i
propri mezzi finanziari riuscì a fronteggiare l'emergenza.
Divise l'Italia in 11 regioni e riorganizzò il sistema di strade e servizi di comunicazione.

CULTURA E VALORI AUGUSTEI


Augusto si pose inoltre come il fautore di un ritorno alla moralità tradizionale, al mos maiorum degli
antenati. In questa chiave assumeva un ruolo di primo piano la tutela della famiglia (attraverso
numerose leggi come quella relativa all’adulterio che diviene reato), del matrimonio, della
procreazione…
I contenuti dell’ideologia augustea non potevano essere elaborati senza il sostegno degli
intellettuali; perciò, Augusto sviluppò un’intesa opera di promozione della cultura, potenziando le
biblioteche e sostenendo economicamente le opere di poeti, oratori, storici. Basti pensare a
Virgilio, Orazio e Tito Livio che cantarono e descrissero l’età augustea come un periodo di pace,
prosperità e di ritorno ai valori fondamentali della civiltà romana.

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POLITICA ESTERA E ORGANIZZAZIONE DELL’IMPERO
Nei confronti della politica estera Augusto insisteva maggiormente sulla necessità di consolidare i
confini e l’impero e non tanto sull’espansione. Augusto suddivise l’impero in due tipi di province:
quelle senatorie e quelle imperiali.

● Le province senatorie erano più prestigiose ma strategicamente meno importanti ed erano


rette da governatori scelti all’interno dell’oligarchia senatoria.
● Le province imperiali quali la Spagna, la Siria, la Gallia e l’Egitto erano invece controllate
direttamente da Augusto attraverso i suoi legati.

SITUAZIONE ECONOMICA
Da un punto di vista economico sappiamo che l’economia statale è stata a lungo basata sul
“bottino di guerra”; ora invece il principale flusso di ricchezza per lo stato diventava l’imposizione
fiscale, per organizzare la quale vennero organizzati periodici censimenti. La tassazione
riguardava però soltanto le province, perché l’Italia ottenne l’importantissimo privilegio di esserne
esentata.
I tributi versati dalle province senatorie confluivano nell’ERARIO, il tesoro statale; i contributi
provenienti dalle province imperiali confluivano nel FISCUS, il tesoro imperiale, di cui faceva parte
anche il patrimonio personale di Augusto.

SITUAZIONE MILITARE
Augusto è consapevole dell’importanza degli eserciti nella stabilità politica; decide quindi di
diminuire il numero di legioni (in modo tale da controllarle meglio) che vengono trasformate in un
corpo militare professionale, posto a presidio dell’impero. Il reclutamento, principalmente su base
volontaria, prevedeva che dopo l’incarico ai legionari fosse dato un appezzamento di terra o del
denaro.

IL CONSOLIDAMENTO DEL PRINCIPATO


Augusto morì in Campania nel 14 d.C. Il senato sancì la divinizzazione di Augusto con
l’attribuzione ufficiale dell’appellativo di “Divo”.
Quando Augusto morì (14 d.C.) si aprì il problema del suo successore: le leggi romane, infatti, non
prevedevano alcun criterio di successione, poiché Roma non era una monarchia. Augusto aveva
però pensate per tempo a ciò e aveva adottato Tiberio, appartenente alla gens Claudia, al quale
aveva fatto attribuire la potestà tribunizia e il comando proconsolare. È così che, alla morte di
Augusto, il senato riconobbe Tiberio come suo successore al principato, dando origine alla dinastia
Giulio-Claudia (Augusto apparteneva infatti alla gens Iulia), che per circa mezzo secolo, tra il 14 e
il 68 d.C., rimase al potere.

LA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA
TIBERIO (14-37 d.C.)
Tiberio voleva continuare quanto attuato da Augusto. Egli fu un buon amministratore, capace di
rilanciare l’agricoltura, di punire gli abusi amministrativi, di alleggerire la pressione fiscale sulle
province. In politica estera fu cauto, attento a consolidare i confini imperiali.
Il senato lo teme tanto da creare numerose congiure. Gli ultimi anni del governo di Tiberio
diventano più sanguinosi e repressivi tanto che la sua morte del 37 d.C. venne percepita da Roma
come una liberazione.

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CALIGOLA (37-41 d.C.)
Alla morte di Tiberio divenne principe Caligola, parente di Tiberio. Egli tentò di trasformare il
principato in una monarchia assoluta di tipo orientale attraverso una serie di norme che lo
portarono a sperperare tutto il denaro, ad aumentare le tasse e ad essere odiato da tutti. Caligola
venne dunque assassinato dai pretoriani (le guardie personali del principe) e sostituito dallo zio
Claudio, che però era considerato un inetto.

CLAUDIO (41-54 d.C.)


Il cinquantenne Claudio (zio di Caligola), nonostante fosse considerato da molti un inetto, diede
vita ad un governo per nulla anonimo: egli seppe infatti consolidare l’istituzione del principato,
risanare le finanze, dare vita a numerose opere pubbliche (tra cui il nuovo acquedotto di Roma e il
porto di Ostia), concedere la cittadinanza alle province. Ebbe anche una decisa politica estera che
lo portò a conquistare alcune terre come la Britannia meridionale, la Tracia e la Giudea.
L’espulsione degli Ebrei da Roma nel 49 d.C.
Claudio fu, nella sua vita, fortemente influenzato da due mogli astute: la prima Messalina e la
seconda Agrippina. Fu quest’ultima a convincere Claudio ad adottare Nerone, figlio della donna
avuto da un matrimonio precedente, e probabilmente anche ad avvelenarlo nel 54 d.C.

NERONE (54-68 d.C.)


A questo punto il potere passò nelle mani di Nerone (allora sedicenne), che per lungo tempo si
fece influenzare dalla madre Agrippina e dal maestro Seneca. Successivamente però emerse
autonomamente con un forte atteggiamento dispotico tanto da uccidere la sua stessa madre (il
matricidio). Egli, ispirandosi a Caligola, mise in atto una vera e propria politica del terrore
attraverso l’uccisione di chiunque gli si opponesse. Egli costruì inoltre la Domus aurea, la sfarzosa
villa che avrebbe dovuto testimoniare la sua grandezza, svalutò la moneta, favorì la diffusione di
giochi, arte, spettacolo e scenografie.
Sotto il suo governo nel 64 d.C. scoppiò a Roma un grande incendio, di cui fu attribuita la colpa ai
cristiani, che subirono una prima persecuzione. Davanti a tutto ciò il senato trovò il coraggio di
dichiararlo nemico dello stato; Nerone decise dunque di uccidersi. Ha fine la dinastia Giulio-
Claudia.

L’ANNO DEI 4 IMPERATORI (68-69 d.C.)


Dopo la morte di Nerone, per un anno il principato fu conteso da quattro generali:

- Galba (giugno 68-gennaio 69)  era un anziano senatore ed era allora governatore della
Spagna Tarraconense. I pretoriani acclamarono Otone imperatore e massacrarono Galba.
L’impero di Galba era durato in teoria sette mesi, ma nell’Urbe in realtà meno di tre.
- Otone (15 gennaio-14 aprile 69)  il suo principato era destinato a durare in tutto tre mesi.
L’avanzata delle armate germaniche verso l’Italia era iniziata nel segno della ribellione a
Galba. Alla notizia della morte dell’imperatore e della successione di Otone non si fermò.
- Vitellio (15 aprile-21 dicembre 69)  ebbe grandi difficoltà a frenare i soldati che avevano
combattuto per Otone e anche a controllare la disciplina dei propri, che si diedero a saccheggi
e devastazioni. Fu dunque necessario cercare altrove e la scelta cadde su Tito Flavio
Vespasiano, comandante delle truppe in Giudea (tre legioni).
- Vespasiano.
Si comprese allora che l’equilibrio faticosamente costruito tra aristocrazia senatoria, militari, popolo
di Roma e principe era crollato: solo i militari ora potevano avere la facoltà di imporre l’imperatore.

LA DINASTIA DEI FLAVI


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VESPASIANO (69-79 d.C.)
Alla fine, prevalse Tito Flavio Vespasiano. Egli, pur manifestando verso il senato un atteggiamento
di collaborazione e rispetto, con un’apposita legge trasformò il principato in Impero e si fece
assegnare in blocco tutti i poteri di cui i suoi predecessori avevano goduto  Lex de imperio
Vespasiani: nel commento erano elencati i poteri e la posizione del principe in rapporto agli altri
organi dello Stato; ricapitolazione formalizzazione di tutte le prerogative imperiali che erano state
via via acquisite da Augusto e dai Giulio Claudi.
Infine, Vespasiano dichiarò che gli sarebbero succeduti i figli Tito e Domiziano. Ha così inizio la
dinastia dei Flavi.
Fu un ottimo governatore: riordinò le finanze, rinunciò ai lussi, intraprese opere pubbliche (come
l’anfiteatro Flavio, chiamato anche Colosseo), ampliò il diritto di cittadinanza, ordinò, insieme al
figlio Tito, la repressione della rivolta in Giudea e la distruzione della ribelle Gerusalemme (70
d.C.).
Vi furono interventi anche nel campo dell’istruzione: due cattedre statali finanziate dal fisco: una di
retorica greca, l’altra di retorica latina, che fu affidata a Quintiliano.

TITO (79-81 d.C.)


Alla morte di Vespasiano divenne imperatore Tito, definito “delizia del genere umano” per la sua
generosità e raffinatezza, che però governò solo tre anni. Sotto Tito abbiamo l’eruzione del
Vesuvio nel 79 d.C. che distrusse Ercolano, Pompei e Stabia. Morì di malattia.

DOMIZIANO (81-96 d.C.)


Il fratello Domiziano aveva invece totalmente un altro atteggiamento, un atteggiamento dispotico.
Egli tentò in tutti i modi di lasciare ai margini il senato, creandosi così forti inimicizie e mise in atto
una forte repressione verso gli oppositori; creò inoltre persecuzioni nei confronti dei cristiani. Sul
lato estero egli rafforzò il limes sul Reno e sul Danubio. Tramite una congiura venne ucciso. Con la
sua morte si conclude la dinastia Flavia.

DISCENDENZA ADOTTIVA
NERVA (96-98 d.C.)
Il II secolo d.C. è considerato l’età più prospera dell’Impero romano che, raggiunta una qualche
stabilità e al sicuro all’interno dei suoi confini, poté godere di un notevole sviluppo economico e
culturale.
A Domiziano succedette Nerva, senatore già anziano e uomo di cultura, che vide il ripristinarsi di
buoni rapporti tra imperatore e senato e un tentativo di riassetto degli equilibri istituzionali interni.
Garantito l’ordine interno, Nerva si volse a un’opera costruttiva di politica finanziaria e sociale a
favore di Roma e dell’Italia. Legge agraria per assegnare lotti di terreno ai cittadini nullatenenti e il
programma delle cosiddette “istituzioni alimentari”. Trasferì alla cassa imperiale il costo del cursus
pubblicus, cioè del mantenimento delle strade e delle stazioni di cambio per i messaggeri imperiali.
Riorganizzazione del sistema di approvvigionamento idrico di Roma. Principato con scarsa
opposizione.
Inaugurò il principato adottivo. Dopo un secolo di successioni confuse, il principio dell’adozione
forniva finalmente un criterio certo e trasparente per regolare il problema. Il principe in carica
adottava il suo successore, con l’approvazione del senato, scegliendolo in base ai meriti e alle
qualità. Il successore, infatti, non poteva essere uno qualunque ma doveva essere l’optimus
princeps. Nerva scelse come successore il senatore Marco Ulpio Traiano.

TRAIANO (98-117 d.C.)

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Traiano, di origine spagnola, fu il primo provinciale ad assumere questa carica e, una volta al
potere, portò l’impero alla sua massima estensione conquistando la Dacia, che venne ridotta a
provincia romana; costruì il foro che porta il suo nome; bonificò le paludi pontine; varò un sistema
di prestiti per i meno abbienti. Fu un principe energico ed equilibrato che ebbe ottimi rapporti con il
senato. Egli indicò come successore il comandante dell’esercito d’Oriente, Adriano.

ADRIANO (117-138 d.C.)


Adriano è un imperatore cosmopolita, amante della cultura greca, che aveva come obiettivi la pace
e la stabilità politica. A differenze di Traiano egli attuò una politica estera difensiva e volta a
rafforzare i confini. Un esempio di questa politica estera è il Vallo di Adriano, una lunga muraglia
fatta costruire per proteggere il confine settentrionale delle province britanniche. Sul piano interno
Adriano dedicò grande attenzione a migliorare l’amministrazione dello stato e della giustizia.
Adottò come successore Antonino il Pio.

ANTONINO IL PIO (138-161 d.C.)


Dopo Adriano venne Antonino il Pio che governò la lungo in continuità con quanto fatto da Adriano.
Rafforzo i confini, fu attento amministratore, introdusse principi giuridici umanitari (per esempio:
“l’accusato non è da considerarsi colpevole fino alla sentenza”), preservò la pace, ebbe
un’apertura religiosa e culturale. Adottò come successore Marco Aurelio.

MARCO AURELIO (161-180 d.C.) e LUCIO VERO (161-169 d.C.)


Marco sorprese tutti recuperando quanto era stato preordinato da Adriano. Appena divenuto
imperatore pretese ed ottenne che anche il fratello adottivo Lucio Vero fosse riconosciuto come
tale e condividesse con lui il principato  primo caso di “doppio principato”: piena condivisione
collegiale del potere da parte di due imperatori posti su di un piano di perfetta uguaglianza.
L’imperatore Marco Aurelio, pur essendo un principe colto e giusto, dovette affrontare circa
vent’anni di guerre ininterrotte contro i Parti ad Oriente e contro i Quadi e i Marcomanni lungo il
limes danubiano. Questo periodo, reso ancora più tragico da una pestilenza portata dall’Oriente,
annunciò la futura crisi dell’impero, causata anche dalla pressione dei popoli ai suoi confini. Marco
Aurelio, violando il principio dell’adozione, fa in modo che il suo successore fosse il figlio
Commodo.

COMMODO (180-192 d.C.)


Alla morte di Marco Aurelio, divenne principe il figlio Commodo, che preferì coltivare la sua fama
piuttosto che dedicarsi alla difesa dei confini sempre più minacciati. Il suo malgoverno su stroncato
da una congiura che lo uccise.

DINASTIA DEI SEVERI


Alla morte di Commodo si scatenarono violenti contrasti per l’elezione del nuovo imperatore: alla
fine del II secolo d.C. l’impero si trovò ancora coinvolto nelle lotte per il potere, finché uscì vincitore
un nuovo imperatore, Settimo Severo, nato in Africa, che aveva compiuto la sua carriera
nell’esercito: con lui ha inizio la dinastia dei Severi e una monarchia militare, nella quale l’autorità
dell’imperatore era basata sull’appoggio degli eserciti.

SETTIMO SEVERO (193-211 d.C.)

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Settimo Severo potenziò l’esercito, epurò il senato nel quale entrarono elementi africani e orientali,
favorì lo sviluppo urbanistico ed economico delle province, attuò una riforma giuridica e fu piuttosto
tollerante in materia religiosa. In politica estera riconquistò la Mesopotamia e poi partì per
pacificare la Britannia, dove morì.

CARACALLA (211-217 d.C.)


A Settimo Severo succedette il figlio Caracalla. Egli, dopo aver dilapidato il tesoro dello stato e
aumentato le tasse, varò la CONSTITUTIO ANTONINIANA, con cui concesse la cittadinanza a tutti
gli abitanti dell’impero (212 d.C.). Vide definitivamente affermarsi l’idea di un Impero universale
cosmopolitico e di una supremazia di Roma come città-stato.
Tra la fine del II e l’inizio del III secolo il diritto romano divenne il diritto ufficiale dell’Impero. Sotto i
Severi si crea un nuovo pretore la cui competenza concerne specificamente le questioni di libertà
personale. Ruolo del giurista, che partecipa in modo determinante all’amministrazione della
giustizia.
Venne ucciso nel 217 d.C.

ALESSANDRO (218-235 d.C.)


L’ultimo esponente della dinastia dei Severi, Alessandro, condusse un buon governo in politica
interna (collaborazione con i senatori, abolizione dei culti orientali, riforma della giustizia) ma fallì
sul piano militare sia nei confronti dei parti, a est, che dei germani, a nord, e perciò fu ucciso dai
suoi stessi soldati, la cui congiura fu guidata da Massimino, detto il Trace. Con lui finiva la dinastia
dei Severi e si apriva un periodo di crisi e trasformazioni che avrebbe condotto ad una nuova
epoca della vita dell’impero, l’era tardoantica.

L’IMPERO INGOVERNABILE: L’ANARCHIA MILITARE


Nella prima metà del III secolo a.C. l’Impero romano entrò in una profonda crisi, la prima
manifestazione di una lunga decadenza che porterà nel V secolo al crollo dell’Impero d’Occidente.
Dopo la fine della dinastia dei Severi, per cinquant’anni si succedettero decine di imperatori imposti
dalle legioni: è il cosiddetto periodo DELL’ANARCHIA MILITARE, ossia dell’ingovernabilità, in cui
l’esercito era l’unica istituzione ad avere un potere effettivo.
L’impero era inoltre minacciato da forze esterne: i germani, infatti, premevano alle frontiere del
Reno e del Danubio e in Oriente l’Impero persiano avanzava strappando territori a Roma. I conflitti
frequenti, interrompendo le vie di comunicazione, causarono un freno ai traffici commerciali; la
diminuzione di manodopera generò un calo di produzione agricola; le scarse risorse costringono lo
stato ad aumentare le tasse; la minore disponibilità di metalli preziosi con cui si coniavano le
monete causò una svalutazione del denaro e un aumento dei prezzi; le città, non più sicure come
un tempo, furono abbandonate a beneficio di ville fortificate, dove la popolazione cercava rifugio.
A partire dal III secolo d.C. i barbari divennero una minaccia costante. I barbari erano le
popolazioni germaniche che abitavano i territori tra il mare del Nord e il mar Nero con cui fin dal II
secolo a.C. i romani avevano avuto scontri militari e contatti commerciali. Si trattava di società
nomadi e guerriere lontane, dal punto di vista culturale, dalla civiltà romana.
Vari imperatori: Valeriano; Gallieno; Imperatori Illirici: Claudio II; Aureliano; Tacito; Marco Aurelio
Probo; Marco Aurelio Caro.
Il dalmata Diocleziano, capo della guardia dell’imperatore, fu acclamato Augusto a Nicomedia dalle
truppe orientali nel 284 d.C. Unico imperatore e come tale fu riconosciuto anche dal senato di
Roma.

L’IMPERO CAMBIA VOLTO: DIOCLEZIANO (284-305 d.C.)

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Alla fine del III secolo diviene imperatore Diocleziano, comandante dell’esercito, che prova ad
affrontare i problemi dell’impero. Con lui ha inizio una nuova epoca: l’età tardoantica. Egli per
prima cosa cercò di mettere fine alle continue lotte per la successione al trono imperiale e di
ristabilire l’autorità dell’imperatore. In seguito, varò profonde riforme:

● Varò una nuova forma di governo, la TETRARCHIA, affidando l’amministrazione


dell’impero a due AUGUSTI (lo stesso Diocleziano, che avrebbe governato la parte
orientale dell’impero e il generale Massimiano, che avrebbe governato la parte occidentale
dell’impero) e a due CESARI alle loro dipendenze (i generali Galerio e Costanzo Cloro).
Anche nella tetrarchia però, per quanto il governo fosse diviso tra quattro persone, era
Diocleziano a rappresentare l’autorità suprema.
Il principato fondato da Augusto, che si era sempre basato su una distribuzione del potere,
per quanto non omogenea, tra imperatore, senato ed esercito, ora non esiste più; esso
lasciava il posto al DOMINATO, una monarchia assoluta, senza limiti. Diocleziano
governava ormai come un perfetto monarca, era un dominus, e relegava il senato ad un
ruolo meramente rappresentativo. Il potere sovrano era inoltre rafforzato da una nuova
concezione di sovranità, basata sul principio dell’origine divina dell’autorità imperiale;
Diocleziano si faceva chiamare “figlio di Giove”.
● Emanò nel 303 d.C. un editto di persecuzione contro i cristiani, considerati una minaccia
non tanto perché veneravano un proprio dio, ma perché non erano disposti a riconoscere la
religione ufficiale dello stato romano, né la natura divina dell’imperatore.
● Diocleziano procedette poi a una riorganizzazione amministrativa dell’impero che venne
diviso in 4 grandi prefetture rette dai tetrarchi (le Gallie, l’Italia, l’Illirico e l’Oriente); a loro
volta ogni prefettura era divisa in 3 diocesi, ognuna con a capo un vicario.
● Vi fu poi un rinnovamento dell’esercito per renderlo maggiormente funzionale alle nuove
esigenze di una politica più di difesa che di conquista: rafforzamento dei confini, migliore
equipaggiamento, divisione in ruoli (difesa delle città, difesa dei confini…). Ciò implicò però
la spesa di molto denaro.
● La ricerca delle risorse per le spese militari obbligò Diocleziano a una riforma fiscale:
furono infatti stabilite due nuove imposte, una fondiaria e una personale.
● Diocleziano cercò inoltre di frenare la grave crisi monetaria che caratterizzava l’impero da
tutto il III secolo. I pressi, infatti, continuavano a salire e la moneta a svalutarsi. È così che,
tramite un editto, egli impose i valori massimi dei salari e i prezzi massimi a cui potevano
essere venduti i prodotti. Nonostante ciò, però l’editto non ottenne i risultati sperati.
● L’aumento della pressione fiscale, la crisi economica e l’inflazione fecero peggiorare le
condizioni di vita delle classi sociali meno ricche tanto da portare molte persone ad
abbandonare il proprio mestiere. L’imperatore fissò quindi per legge L’EREDITA’ DEI
MESTIERI, cioè la proibizione di cambiare lavoro. La pressione fiscale favorì anche la
crescita dei latifondi, poiché metteva in difficoltà i piccoli proprietari terrieri e li costringeva a
cedere la terra ai grandi possidenti, che godevano dell’immunità di fronte al fisco e di
impunità di fronte alle leggi.
La crisi economica e sociale che coinvolse l’impero tra il III e il IV secolo non ebbe la stessa
incidenza in tutte le province imperiali, ma fu particolarmente accentuata in Occidente, che divenne
sempre più povero e meno produttivo.
Dopo aver riformato profondamente l’impero, pur sempre senza risolvere del tutto i problemi,
Diocleziano abdicò, insieme a Massimiano, lasciando il potere a Galerio e a Costanzo Cloro.
Con il III secolo e l’opera del grande imperatore Diocleziano, si entra in un periodo nuovo della
storia che si protrarrà fino alla fine del VI secolo: L’EPOCA TARDOANTICA. Si tratta di un periodo
che ebbe da un lato forti caratteri autenticamente antichi e romani, mescolati però ad altri nuovi,
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estranei all’antichità classica. Questa epoca non va vista come un’età di decadenza o tramonto
dell’antichità, bensì come un periodo storico dai caratteri originali, in cui furono poste le basi
dell’età medievale.

COSTANTINO (306-337 d.C.) E L’ALLEANZA TRA IMPERO E CHIESA


La tetrarchia durò solo qualche anno, in quanto si riaccesero le lotte per la conquista del trono
imperiale. Alla morte di Costanzo Cloro, augusto d’Occidente, le legioni proclamarono imperatore
il figlio Costantino che arrivò a sconfiggere gli altri contendenti. Vi è dunque un solo imperatore.

● Costantino riprese la strada riformatrice di Diocleziano, di rafforzamento della burocrazia e


dell’esercito. Tentò anche di bloccare l’inflazione introducendo una nuova moneta, il solido
d’oro, che però si diffuse solo tra le classi elevate, mentre quelle subalterne usavano
monete che si deprezzavano costantemente.
● Costantino spostò l’asse dell’impero decisamente verso oriente, scegliendo come nuova
capitale l’antica colonia greca di Bisanzio, ribattezzata Costantinopoli e situata in una
posizione strategica tra Asia ed Europa.
● Un elemento del tutto nuovo fu la politica di alleanza con la Chiesa cristiana che Costantino
perseguì in un’ottica di rafforzamento dello stato e di stabilizzazione sociale. Nel 313 d.C.
Costantino emana l’EDITTO DI MILANO, con il quale si concedeva a tutti gli abitanti
dell’impero, e quindi anche ai cristiani, la libertà di professare liberamente la propria fede.
Ma perché Costantino si alleò con i cristiani? Secondo una tradizione leggendaria, Dio gli
sarebbe apparso in sogno prima di una battaglia, ordinandogli di porre sugli scudi dei suoi
soldati il simbolo cristiano della croce per ottenere la vittoria. Da qui deriverebbe la
conversione di Costantino e la sua legislazione a favore dei cristiani. In realtà
l’avvicinamento di Costantino al cristianesimo ebbe ragioni più che altro politiche.
L’imperatore aveva compreso che la Chiesa cristiana si stava avviando a diventare una
grande forza sociale e organizzativa, che poteva utilmente contribuire al rafforzamento
dello stato. Costantino si trovò però ad avere a che fare con un mondo cristiano
attraversato da interpretazioni diverse su aspetti fondamentali della dottrina, che
alimentavano contrasti. Impero e Chiesa si trovano però riuniti nel 325 a Nicea, in asia
minore, dando vita al CONCILIO ECUMENICO, nel corso del quale vengono condannate
una serie di eresie, tra cui l’arianesimo. In questo concilio venne stabilito il simbolo Niceo,
cioè la formula del credo, che tutti i cristiani dovevano sapere. Alla diffusione del
cristianesimo nell’Impero contribuì in maniera decisiva il fenomeno del monachesimo.

TEODOSIO E L’IMPERO CRISTIANO (379-395 d.C.)


Alla morte di Costantino si scatenarono delle lotte per la successione tra i suoi tre figli. Prevalse
alla fine Costanzo II, che riunì tutto l’impero nelle sue mani. Alla morte DI Costanzo II, salì al
potere il cugino Giuliano (nominato Augusto nel 360, dal 361 d.C. unico imperatore fino al 363) che
sosteneva fosse necessario un ritorno alla tradizione religiosa e culturale romana (era pagano),
abbandonando il credo cristiano. Alla morte di Giuliano, l’impero fu di nuovo diviso in due  I
Valentiniani (364-392 d.C.): Valentiniano I e Valente. Si presentò però un nuovo problema, dalle
conseguenze gravissime: il popolo germanico dei Visigoti dapprima emigrò stanziandosi all’interno
dei confini imperiali, poi sconfisse l’esercito romano ad Adrianopoli.
Il nuovo imperatore Teodosio, riunendo nuovamente l’impero sotto un unico potere, inaugurò una
politica di accordo con i visigoti, rendendoli alleati dell’impero, dove avevano un parziale
insediamento all’interno dell’Impero in cambio di prestazioni del servizio militare.
Durante il governo di Teodosio, tramite l’editto di Tessalonica (380 d.C.), il cristianesimo divenne
l’unica religione consentita dell’impero. Mentre la Chiesa cattolica consolidava il suo potere, quello
imperiale mostrava chiari segni di declino.
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Poco prima della sua morte, Teodosio lasciò in eredità ai figli Onorio e Arcadio le due parti del
grande impero, l’Occidente e l’Oriente che da allora andranno incontro a destini diversi.

LA CRISI DELL’IMPERO
All’inizio del V secolo l’Impero romano era diviso in due parti, l’Occidente governato da Onorio e
l’Oriente governato da Arcadio. Entrambi i territori imperiali erano minacciati dalla pressione dei
popoli germanici, ma l’Occidente era in condizioni peggiori a causa di una forte crisi economica e
demografica e per l’indebolimento della potenza militare; nell’esercito, infatti, cominciava ad essere
preponderante la presenza di soldati e ufficiali germanici. Inoltre, la prospettiva dell’unificazione
sociale e culturale tra romani e barbari (in particolare Visigoti) si stava facendo più difficile a causa
del fatto che Arcadio era diventato più intransigente nei loro confronti. È così che i Visigoti iniziano
a spingere sui confini, ma vengono più volte sconfitti.
Il capo dell’esercito dell’Impero d’Occidente era il germanico Stilicone (di origine vandala) che non
riesce a fermare una grande coalizione di popoli germanici che entra in Gallia e si stanzia in
Spagna. Stilicone viene dunque sfiduciato dal senato e, in seguito, assassinato.
I Visigoti, guidati dal generale Alarico, calarono nuovamente in Italia e saccheggiarono Roma per 3
giorni (410 d.C.): è il SACCO DI ROMA. L’impero allora giunse ad un compromesso con loro: li
federò, stanziandoli tra Gallia e Spagna.
Nuove Popolazioni (i franchi, i burgundi, gli angli e i sassoni), tuttavia, si stavano insediando
stabilmente entro i confini dell’impero, giungendo a una pacifica convivenza con gli antichi
proprietari romani; la base di questa convivenza era il SISTEMA DELL’OSPITALITA’, che
garantiva ai barbari di insediarsi pacificamente nel territorio imperiale.
Una nuova e una grande minaccia venne però dagli unni guidati da Attila, che a metà del V secolo
varcarono il Reno e penetrarono in Gallia. Qui furono fermati dal generale romano Ezio; Attila, pur
sconfitto, riuscì tuttavia a spingersi fin nella pianura del Po, ma poi, assai indebolito, decise di
tornare indietro.
L’imperatore Valentiniano III, non approvando la politica di integrazione di Ezio, lo fece uccidere.
L’impero era ormai allo sbando, Roma fu nuovamente saccheggiata, questa volta per mano dei
vandali (455). Gli imperatori che si alternarono alla guida dell’impero, l’ultimo dei quali fu Romolo
Augustolo, figlio del generale Oreste, furono incapaci di reagire.

476 d.C.: FINISCE L’IMPERO D’OCCIDENTE


Romolo Augustolo, rimase sul trono per circa un anno, ma non detenne mai un vero e proprio
potere in quanto questo era nelle mani del padre Oreste. Ne 476 d.C., poiché Oreste non rispettò il
sistema dell’ospitalità, le truppe barbariche si ribellarono e proclamarono come loro sovrano il
generale barbaro Odoacre, che sconfisse e uccise Oreste. Odoacre però non nominò un nuovo
imperatore d’Occidente e riconobbe come unico imperatore quello d’Oriente, Zenone. Fu proprio la
decisione di Odoacre di non nominare un nuovo imperatore, come avevano fatto invece tutti i
comandanti germanici prima di lui, a segnare la fine dell’Impero romano d’Occidente.
Odoacre inoltre applicò il sistema dell’ospitalità anche all’Italia, dove per la prima volta soldati
germanici si stanziarono stabilmente.
L’impero d’Oriente, sopravvisse per altri mille anni, rimanendo fino al VII secolo la maggiore
potenza economica e militare del Mar Mediterraneo.

I REGNI ROMANO-BARBARICI

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Nei regni romano-barbarici la convivenza tra le due etnie non fu semplice. I germani detenevano i
poteri militari, ma erano inferiori di numero ai romani, i quali controllavano l’amministrazione civile.
A lungo la religione fu un elemento di divisione perché i germani erano quasi tutti fedeli
all’arianesimo, considerato eresia dalla Chiesa cattolica romana. Quest’ultima però riuscì a
convertire diverse popolazioni. Anche il diritto, scritto per i romani, orale per i germani, rendeva
difficile l’integrazione: ogni popolo rispondeva al proprio codice legislativo.
Dal punto di vista sociale, l’aristocrazia fondiaria germanica si fuse, con il tempo, con quella
romana, mentre le classi popolari e servili continuarono ad essere sottomesse ai loro padroni,
nuovi e antichi.
I più importanti regni romano-barbarici furono quello dei visigoti in Spagna, quello dei franchi in
Francia e quello dei vandali in Africa. In Gallia e nella penisola iberica, visigoti e franchi si
integrarono perfettamente con gli antichi abitanti e giunsero perfino a convertirsi al cattolicesimo. I
vandali rifiutarono invece ogni tipo di integrazione con i romani. La loro cultura si basava sulla
guerra e sulla razzia; il loro regno fu rapidamente spazzato via dalla riconquista imperiale del VI
secolo.
In Britannia giunsero gli angli e i sassoni che cancellarono in tempi brevi ogni traccia della civiltà
romana.
Gli Ostrogoti, guidati da Teodorico, arrivarono in Italia. Liquidato Odoacre, Teodorico creò nella
penisola un regno solido e ben amministrato, in armonia con le istituzioni e la società romana.

A ORIENTE DI ROMA, UN DESTINO DIVERSO


L’IMPERO D’ORIENTE
Mentre in Occidente si formavano i regni romano-barbarici, l’impero d’Oriente si rafforzava:
l’agricoltura si manteneva florida grazie alla piccola proprietà terriera; i commerci internazionali con
l’Asia prosperavano. Le città si ingrandivano. Lo stato continuò a funzionare perché era
amministrato da funzionari fedeli all’imperatore, una figura sacra e inviolabile, che assumeva su di
sé sia i poteri politici sia quelli religiosi.
L’impero d’Oriente si definiva ancora romano ma a poco a poco andò grecizzandosi, assumendo il
greco come lingua ufficiale nel VII secolo.

IL CRISTIANESIMO E LE ERESIE
Nel V secolo l’unità dell’impero fu turbata dalle eresie religiose che assumevano spesso risvolti
politici, vista la supremazia dell’imperatore in campo spirituale e politico (nei confronti di questa
supremazia si parla di CESAROPAPISMO). Due furono le eresie maggiori: il NESTORIANESIMO
e il MONOFISISMO. Le condanne dell’eresie giunsero da diversi concili che, seppur non risolutivi,
chiarirono la posizione della chiesa di Roma: nella persona di Cristo sussistevano due nature
(umana e divina).
Rispetto alla condanna delle eresie da parte della chiesa di Roma, la politica degli imperatori fu
alterna e ciò portò allo scontro con il papa. Quando l’imperatore Zenone cercò di conciliare il
monofisismo con le posizioni ortodosse, la chiesa d’Oriente e quella di occidente si separarono per
circa 30 anni.
Nella seconda metà del V secolo, l’impero d’Oriente affrontò uno dei momenti più difficili della sua
storia. Dovette, infatti, sostenere la pressione degli Unni e degli Ostrogoti, che poi, come affermato
sopra, si spostarono ad Occidente. Nonostante ciò, Zenone riuscì ad allentare sui confini la
pressione dei barbari.

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ANASTASIO I
Alla morte di Zenone prese il potere Anastasio I, un funzionario di corte appoggiato dagli
aristocratici. Il nuovo imperatore dovette affrontare altre popolazioni come i Bulgari e l’Impero
persiano, che premevano sui confini. Egli riuscì a contenere queste minacce e allo stesso tempo a
riorganizzare finanziariamente l’impero, attraverso una riforma fiscale. Grazie all’azione di
Anastasio I, agli inizi del VI secolo l’impero d’Oriente aveva ritrovato stabilità interna e solidità
economica.

GIUSTINO
Il suo successore, Giustino risolse inoltre la separazione con la chiesa di Roma, riaffermando in
maniera netta l’ortodossia cattolica e combattendo ogni forma di eresia. In questo modo Giustino
riaffermò l’autorità dell’imperatore anche in materia religiosa e rinnovò la missione universale
dell’impero: riunire tutto il mondo conosciuto sotto un unico sovrano e sotto un’unica fede, quella
cristiana cattolica. Questo comportava una riconquista dei territori d’Occidente, un progetto che
avrebbe costituito il fulcro dell’azione del successore di Giustino, Giustiniano.

L’IMPERO RESTAURATO: GIUSTINIANO (527-565 d.C.)


Giustiniano, imperatore tra il 527 e il 565 d.C., intraprese l’ambizioso progetto di restaurazione
dell’impero universale di Roma:

● centralizzando il potere nelle sue mani


● reprimendo l’opposizione dell’aristocrazia senatoria
● alleandosi con la chiesa di Roma per reprimere le eresie
● riaffermando la centralità della cultura romana, in particolare del diritto, raccolto nel Corpus
iuris civilis.
L’altro obiettivo di Giustiniano era la riconquista dei territori occidentali dell’impero:

● Il suo generale, Belisario spazzò via i vandali riconquistando i territori imperiali in Africa;
● il generale Narsete portò a termine la guerra greco-gotica riconducendo la penisola italica
sotto il controllo dell’impero.
● Il generale Liberio strappò ai visigoti la parte sud-orientale della penisola iberica.
L’intero bacino del Mediterraneo venne dunque nuovamente sottomesso, ma a caro prezzo: l’Italia
risultava profondamente devastata dalla guerra e l’impero si trovò ad affrontare una grave crisi
finanziaria a causa degli alti costi dell’esercito. Oltretutto le conquiste si rivelarono effimere: dopo
qualche decennio il popolo dei longobardi occupò la penisola italica e i visigoti il territorio spagnolo.
Alla morte di Giustiniano l’impero era più grande ma più fragile. Seguirono infatti cinquant’anni di
guerre civili e di rivolte causate dall’aumento delle tasse e dal rafforzamento dell’aristocrazia.
Contemporaneamente, le frontiere orientali si indebolirono e la minaccia persiana si fece più
marcata. La pressione dei popoli provenienti dall’Asia, come gli slavi e i bulgari, si tradusse
nell’occupazione della penisola balcanica.

ERACLIO
Fu l’imperatore Eraclio a rimettere in sesto, nella prima metà del VII secolo, l’impero, attraverso
una riforma amministrativa che militarizzò lo stato: egli, infatti, divise lo stato in TEMI, governati da

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strateghi; creò un esercito di soldati-contadini, i quali per il loro servizio ricevevano un
appezzamento di terreno. Eraclio sconfisse definitivamente i persiani, che erano riusciti ad
occupare vari territori e ad assediare Costantinopoli. Nonostante questo, però, alla sua morte
l’impero si era ulteriormente indebolito e si era trasformato anche culturalmente, risultando più
legato al mondo greco e a quello orientale che alla tradizione romana. Il greco, come abbiamo
visto, sostituì il latino come lingua ufficiale; parallelamente gli stessi sovrani bizantini si resero
conto di non poter più controllare i territori occidentali e abbandonarono completamente l’idea di
riconquistarli. L’Impero Romano d’Oriente si era quindi trasformato nell’Impero bizantino
medievale, uno stato dalle caratteristiche nuove, sempre più greco-orientale nella cultura, nella
lingua, nella composizione sociale, negli interessi territoriali.
APPROFONDIMENTO SUL MONACHESIMO: Il monachesimo nacque in Oriente nel III secolo
d.C., ma ebbe il suo sviluppo più grande in Occidente a partire dal IV secolo d.C. Nella sua forma
comunitaria, fu in Europa un formidabile strumento di evangelizzazione delle campagne. La forma
di monachesimo che ebbe maggiore diffusione fu quella inaugurata da Benedetto da Norcia, il
quale elaborò una Regola rigorosa basata su due cardini: la preghiera e il lavoro. I monasteri
benedettini divennero, già nel VI secolo, centri di conservazione della cultura in Occidente, grazie
al lavoro intellettuale e artistico che si attuava al loro interno.
APPROFONDIMENTO SULLE EPIGRAFI: Perché sono importanti?
- Perché sono un tratto caratterizzante della civiltà romana.
- Perché nella scuola elementare solitamente è prasi condurre i bambini presso musei
archeologici.
Quando parliamo di epigrafia parliamo di una disciplina storica che ha come oggetto di studio le
epigrafi. Il termine “epigrafe” è una parola che deriva dal greco e significa “scrivo sopra”; un
sinonimo può essere il termine “iscrizione” che deriva dal latino e significa “incido”. L’epigrafe è
dunque una scrittura posta su un qualunque tipo di supporto. Questo tipo di scrittura è tipico della
civiltà romana (vi erano già epigrafi in età greca ma i romani hanno dato molta importanza a
questo tipo di scrittura, tanto da utilizzarla per veicolare una serie di messaggi con finalità
pubblica). Le epigrafi potevano avere carattere funerario, religioso, politico, giuridico, pubblico…
Vediamo una serie di esempi di epigrafi:

● Epigrafe sull’Arco di Costantino (315 d.C.)


● Epigrafe sull’Arco dell’Imperatore Tito
● Epigrafe sul ponte di Tiberio a Rimini
● Epigrafe sul ponte di Ostia
● Epigrafe sul Miliario dell’età di Traiano il Miliario era una colonnina (cippo) che
veniva posta nelle strade romane per indicare le distanze. Erano una sorta di
“cartello stradale”. Spesso inoltre sopra questi miliari, oltre ad indicare le distanze,
riportavano delle vere e proprie dediche a consoli o imperatori. In questo caso
possiamo notare una dedica a Traiano.
● Epigrafe realizzata su una lastra di bronzo e relativa alla legge sul potere di
Vespasiano.
● Epigrafe realizzata sulla base della statua dell’Imperatore Adriano.
● Epigrafe sul sepolcro degli Scipioni sulla via Appia.
● Epigrafe realizzata sul Lapis Niger
Quali aspetti del mondo romano conosciamo attraverso le epigrafi?
Queste epigrafi sono particolarmente utili per conoscere diversi aspetti della civiltà romana: figure
imperiali, conquiste, spezi territoriali, culti religiosi, edifici pubblici, carriere politiche.
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Curiosità: Brescia è la seconda città italiana per numero di epigrafi. I bresciani hanno
dato così vita ad un lapidario conservato all’interno del Capitolium di Brescia (Tempio
Capitolino di Brescia).
Le epigrafi ci sono giunte in condizioni differenti: alcune sono integre, altre a pezzi. Esse possono
essere caratterizzate da 3 problematiche:

● PRESENZA DI ABBREVIAZIONI. Queste abbreviazioni costituisco un vero e proprio


sistema di scrittura. Queste abbreviazioni, in molti casi, sono infatti convenzionali.
L’epigrafe, con questo sistema standardizzato, lascia intendere che queste epigrafi
potessero essere lette da un alto numero di persone.
● PROBLEMI DI DATAZIONE. Non è sempre facile comprendere quando le epigrafi siano
state realizzate. Le epigrafi non datate sono infatti la maggioranza. Come risolvere il
problema della cronologia di un’epigrafe? In alcuni casi all’interno dell’epigrafe vi sono dei
dati che riconducono ad una datazione approssimativa (pensiamo per esempio al nome di
un imperatore). In altri casi, per giungere ad una datazione, possiamo studiare la forma
delle lettere. Nel corso dei secoli, infatti, la scrittura delle epigrafi subisce un processo di
decadenza. Da lettere scritte elegantemente e in modo chiaro si passa ad una scrittura
meno chiara ed elegante.
● TECNICHE DI INCISIONE. Sulla base di un insieme di fattori, tra cui la forma delle lettere,
si può arrivare a collocare un’epigrafe in un arco temporale preciso.
Le epigrafi sono state scoperte tramite scavi archeologici o grazie ad una loro conservazione che
le ha mantenute intatte nel corso del tempo (vengono riutilizzate nel tempo e conservate in luoghi
protetti).
L’epigrafia è una scienza storica specializzata nello studio di questo tipo di documenti. In età
umanistico-rinascimentale vi è la forte riscoperta di queste epigrafi che iniziano ad essere studiate.
Nell’umanesimo venne scoperta infatti la Tavola di Lione, un’epigrafe ritrovata a Lione (in epoca si
chiamava Gallia) che contiene un discorso pronunciato dall’imperatore Claudio nel 48 d.C.
Nel Settecento e nell’Ottocento abbiamo una svolta scientifica che vede la necessità di creare
delle raccolte di testi epigrafici e si arriva alla consapevolezza delle necessità di trascrivere i testi
attraverso uno studio diretto della singola epigrafe. Non basta soffermarsi solo su quanto detto in
età umanistico-rinascimentale, è necessario studiarle direttamente osservando l’epigrafe. Questo
lavoro ha dato vita ad una grandissima raccolta di tutte le iscrizioni latine, il cosiddetto Corpo delle
Iscrizioni Latine, ad opera di Mommsen.
Cosa possiamo conoscere tramite le epigrafi?

- Imperatori
- Storia locale, le municipialità
- Ceti sociali
- Mestieri
- Mondo femminile
- Mondo militare

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