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Filosofia Morale Riformattata

Il documento esplora la filosofia morale, evidenziando il concetto di bene attraverso le opere di Socrate, Platone e Aristotele. Socrate identifica il bene con la virtù e la conoscenza di sé, mentre Platone sviluppa un'idea ontologica del bene come principio trascendente. Aristotele critica l'idea platonica, definendo il bene come il fine ultimo dell'uomo, che si concretizza nella felicità attraverso l'esercizio della virtù.

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Filosofia Morale Riformattata

Il documento esplora la filosofia morale, evidenziando il concetto di bene attraverso le opere di Socrate, Platone e Aristotele. Socrate identifica il bene con la virtù e la conoscenza di sé, mentre Platone sviluppa un'idea ontologica del bene come principio trascendente. Aristotele critica l'idea platonica, definendo il bene come il fine ultimo dell'uomo, che si concretizza nella felicità attraverso l'esercizio della virtù.

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1

Antonio

Da

Re,

Filosofia

morale.

Storia,

teorie,

argomenti

FILOSOFIA

M ORALE

La

riflessione
filosofica

sulla

prassi

umana

chiamata

FILOSOFIA

MORALE

ETICA

FILOSOFICA

termini
equivalenti

sebbene

con

diverse

tradizioni

d’uso.

ETICA

MORALE

fanno

riferimento

al

comportamento
umano

e,

in

filosofia,

indicano

l’insieme

di

finalità

che

guidano

le

nostre

azioni.
CAP.

LA

VITA

BUONA

CONOSCENZA

DEL

BENE

1.

ETICA,
ANTROPOLOGIA,

ONTOLOGIA

Il

BENE

un

tema

centrale

della

riflessione

etica,

poiché

implica
che

la

vita

possa

essere

modificata

migliorata.

L’indagine

filosofica

sul

bene

inizia
con

SOFISTI

SOCRATE,

sviluppandosi

poi

nella

filosofia

greca.

La

risposta

dominante
è

che

una

vita

buona

si

fonda

sulla

VIRTU’

(arete),

che

risiede

nella
razionalità

dell’uomo.

Questo

porta

identificare

il

bene

con

la

SAPIENZA.

Con

PLATONE,
il

concetto

di

bene

assume

una

dimensione

ONTOLOGICA,

diventando

il

principio

che

rende
conoscibili

conserva

le

cose.

2.

SOCRATE:

IL

BENE

LA

VIRTU’

-
QUESTIONE

SOCRATICA

La

PRIMA

teorizzazione

sul

bene

si

deve

SOCRATE.

PROBLEMA

=
Socrate

non

ha

lasciato

scritti,

quindi

il

suo

pensiero

NOTO

grazie

alle
testimonianze

di

Aristofane,

Senofonte,

Platone,

Aristotele

Socratici.

La

fonte

più

autorevole
è

PLATONE,

che

nei

suoi

dialoghi

giovanili

Alcibiade

Primo

Menone

attribuisce
a

Socrate

l’idea

che

il

BENE

coincida

con

la

VIRTU’.

Secondo

Socrate,

per
conoscere

il

bene

il

male

dobbiamo

prima

conoscere

NOI

STESSI,

come

suggerisce
l’iscrizione

del

TEMPIO

DI

DELFI:

Conosci

te

stesso

Questo

porta

un
cambiamento

nella

riflessione

sul

bene,

trasformandolo

in

una

QUESTIONE

DI

DENTITA’.

Socrate

nega
che

prendersi

cura

del

corpo

significhi

prendersi

cura

di

sé,

perché

la

vera
essenza

dell’uomo

l’ANIMA,

in

particolare

la

sua

parte

razionale,

segno

del
divino

in

noi.

Solo

comprendendo

la

natura

dell’anima

possiamo

conoscere

il

nostro

VERO
BENE.

La

VIRTU’

SCIENZA

L’INTELLIGENZA,

espressione

della

parte

migliore

dell’uomo,

permette
di

riconoscere

ciò

che

più

giusto

bello,

guidandolo

attraverso

l’ANIMA

RAZIONALE.
L’uomo

malvagio,

ignorando

questa

virtù,

perde

il

controllo

del

proprio

potere,

causando

danni
a

agli

altri.

L’intelligenza

dona

LIBERTA’,

mentre

l’ignoranza

rende

SCHIAVI.

TESI
=

Per

Socrate,

la

VIRTU’

SUPREMA

CONOSCENZA

DEL

BENE,

chi

non
la

possiede

non

può

fare

il

bene,

ma

solo

il

male.

Tuttavia,

questa
tesi

cade

in

un

circolo

vizioso,

poiché

identifica

la

virtù

con

la

scienza
del

bene

sottovalutando

il

ruolo

della

VOLONTA’

nelle

scelte

morali.

Questo

approccio,

noto
come

intellettualismo

etico

presuppone

che

il

MALE

derivi

solo

dall’IGNORANZA,

mentre

in
realtà

si

può

compiere

il

male

anche

CONSAPEVOLMENTE.

La

conoscenza,

però,

può

aiutare
a

riconoscere

smascherare

questi

MECCANISMI

PSICOLOGICI.

3.

PLATONE:

L’IDEA

DEL

BENE
E

LA

VITA

MISTA

Platone

sviluppa

la

riflessione

socratica

sul

bene,

andando

oltre
l’etica

per

approfondire

anche

aspetti

METAFISICI

ONTOLOGICI.

Nella

Repubblica

il

bene

viene
indagato

livello

ontologico

gnoseologico:

la

vera

realtà

il

MONDO

DELLE
IDEE,

conoscibile

attraverso

la

RAGIONE

l’[Link]

inizialmente

l’etica

sembri

marginale,

essa

trova
fondamento

nella

TEORIA

DELLE

IDEE.

Nel

Filebo

Platone

affronta

la

questione

del
bene

per

l’uomo,

identificandolo

con

una

vita

mista

di

intelligenza

piacere.

Il
sapere

del

bene,

per

Platone,

non

riguarda

solo

il

bene

individuale,

ma

il
BENE

SUPREMO

che

rende

buone

tutte

le

cose.

ARGOMENTAZIONE

DI

PLATONE

:
Per

Platone,

le

cose

buone

lo

sono

perché

partecipano

all’

IDEA

DEL

BENE

,
che

il

principio

di

intelligibilità

realtà

sia

per

il

mondo

sensibile
che

per

quello

intellegibile.

Oltre

alla

sua

FUNZIONE

CONOSCITIVA,

l’Idea

del

Bene

ha
anche

una

VALENZA

ONTOLOGICA,

poiché

da

essa

derivano

ESISTENZA

ESSERE

di

tutte
le

cose

idee.

Platone

la

considera

al

di

dell’essere

per

sottolinearne
la

superiorità.

Il

Bene

un

PRINCIPIO

TRASCENDENTE,

conoscibile

in

modo

parziale,

come
mostrano

il

mito

la

metafora

del

sole

Tuttavia,

essenziale

riconoscere
il

legame

tra

il

Bene

le

cose

giuste

belle:

chi

non
comprende

questa

relazione

non

può

essere

filosofo

guidare

lo

Stato.

principi
fondamentali

della

filosofia

platonica

sono:

1.

Se

esistono

cose

buone

belle,

vi
è

un

PRINCIPIO

ASSOLUTO

che

le

fonda.

2.

Se

esistono

molteplicità

differenze,
vi

un’unità

che

le

rende

comprensibili.

Sebbene

l’uomo,

essendo

limitato,

non

possa
conoscere

pienamente

il

Bene,

deve

comprendere

che

beni

umani

dipendono

dal

Bene
in

Il

mondo

sensibile

intelligibile

sono

connessi,

la

vera
conoscenza

consiste

nel

riconoscere

questo

legame.

GRADI

DELL’ESSERE

DEL

CONOSCERE
(Repubblica)

Il

MITO

DELLA

CAVERNA

di

Platone

ci

insegna

che

la

realtà
e

la

conoscenza

non

sono

univoche,

ma

STRUTTURATE

su

diversi

livelli.

In

questo
racconto,

esprime

la

sua

concezione

dell’ESSERE

ontologia

della

CONOSCENZA

gnoseologia

).
Al

livello

più

basso

si

trovano

le

IMMAGINI

SENSIBILI

delle

cose,

seguite

dagli
enti

sensibili,

che

non

rappresentano

la

vera

realtà.

Quest’ultima

appartiene

al

MONDO

SOPRASENSIBILE,
che

comprende

sia

gli

enti

matematici,

sia,

al

livello

più

elevato,

le

Idee

,
tra

cui

spicca

l’

Idea

del

Bene

la

più

importante

di

tutte.

Alla
REALTA’

SENSIBILE

corrisponde

una

conoscenza

IMPERFETTA,

basata

sull’

OPINIONE

che

si

divide

in
IMMAGINAZIONE

CREDENZA.

Solo

la

vera

conoscenza,

rivolta

al

mondo

soprasensibile,

permette

di
cogliere

l’autentica

natura

delle

cose.

Questa

conoscenza

si

fonda

su

SCIENZA

che
si

realizza

attraverso

la

RAGIONE

l’INTELLIGENZA

PURA.

Nel

FILEBO

Platone

si

interroga
su

cosa

renda

buona

la

vita

dell’uomo

quale

sia

il

vero

bene.
Il

dialogo

contrappone

due

posizioni

opposte:

EDONISTICA,

che

identifica

il

bene

con
il

piacere

il

godimento

SOCRATICA

secondo

cui

il

bene

coincide
con

il

pensiero

l’intelligenza.

Tuttavia,

Socrate

rifiuta

entrambe

le

visioni

come

ASSOLUTE:

il

piacere

l’intelligenza,

da

soli,

possono

costituire

il

bene

supremo.

Per
questo,

propone

una

vita

mista

che

coniughi

entrambi

gli

elementi.

questo
punto,

sorge

una

domanda

cruciale:

quale

dei

due

più

determinante

per

il
bene?

La

risposta

di

Socrate

chiara:

INTELLIGENZA

>

PIACERE,

poiché

veritativa,
divina

la

causa

stessa

della

mescolanza

equilibrata

che

rende

possibile

il

bene.
In

definitiva,

il

pensiero

la

razionalità

si

rivelano

più

affini

al

vero
bene

rispetto

al

semplice

piacere.

4.

ARISTOTELE:LA

FELICITA’

LA

CRITICA

DELL’IDEA
PLATONICA

DEL

BENE

Per

Platone,

il

BENE,

meglio

l’Idea

del

Bene,

è
ciò

che

ogni

anima

persegue

come

FINE

ULTIMO.

Aristotele

riprende

questa

concezione,

ma
la

sviluppa

in

modo

critico,

cercando

di

chiarire

il

rapporto

tra

il

BENE
SUPREMO

il

BENE

DELL’UOMO.

Nell’

Etica

Nicomachea

la

sua

opera

più

importante
dedicata

alla

filosofia

pratica,

definisce

il

bene

come

ciò

cui

tutto

tende
.

Da

questa

affermazione

si

ricavano

due

aspetti

fondamentali:

il

bene

coincide

con
il

fine

ne

esiste

una

pluralità.

Tuttavia,

non

tutti

fini

hanno
lo

stesso

valore,

ma

si

collocano

in

una

GERARCHIA,

dove

alcuni

sono

subordinati
ad

altri.

Esiste

un

FINE

ULTIMO,

desiderato

per

stesso

non

in
vista

di

altro

BENE

SUPREMO,

che

per

l’uomo

si

identifica

con

la
FELICITA’.

Aristotele

osserva

che

le

persone,

basandosi

sulla

loro

esperienza,

sviluppano

concezioni

differenti
e

spesso

incomplete

della

felicità.

ONORE,

PIACERE

RICCHEZZA

possono

contribuire

migliorare
la

vita,

ma

nessuno

di

essi

sufficiente

garantire

il

BENE

PERFETTO.
La

vera

felicità,

per

Aristotele,

risiede

nell’ESERCIZIO

eccellente

della

funzione

propria

dell’uomo,

quella
che

lo

distingue

dagli

altri

esseri

viventi.

Ciò

che

caratterizza

l’uomo

la
sua

parte

RAZIONALE.

Anche

se

l’essere

umano

possiede

una

dimensione

desiderativa

sensitiva,
che

di

per

irrazionale,

essa

può

essere

GUIDATA

dalla

ragione.

Oltre
a

queste,

Aristotele

distingue

le

VIRTU’

DIANOETICHE

legate

all’intelletto,

tra

cui

spiccano

SAGGEZZA
e

SAPIENZA(

sophia

).

La

realizzazione

piena

dell’uomo,

quindi,

consiste

nell’ESERCIZIO

DELLE

SUE

POTENZIALITA’
attraverso

la

pratica

delle

virtù

etiche,

fino

raggiungere

la

SOPHIA.

Infine,

Aristotele
suddivide

l’anima

umana

in

parti:

RAZIONALE

IRRAZIONALE.

Quest’ultima

si

distingue

in
1

componente

VEGETATIVA,

responsabile

delle

funzioni

vitali

base

DESIDERATIVA,

che
se

pur

irrazionale,

può

essere

indirizzata

dalla

ragione.

in

questa

interazione
tra

le

diverse

parti

dell’anima

che

si

gioca

la

possibilità

di

raggiungere

il
VERO

BENE

la

FELICITA’.

Le

VIRTU’

ETICHE

(temperanza,

coraggio,

giustizia)

sono
chiamate

VIRTU’

DEL

CORAGGIO

del

GIUSTO

MEZZO

derivano

dall’esercizio.

Esse

sono
espressione

della

parte

irrazionale

dell’anima

che

tuttavia

in

grado

di

partecipare

alla
parte

razionale

di

obbedirle

risiedono

quindi

nella

componente

desiderativa

dell’anima.

-
Le

VIRTU’

DIANOETICHE

(saggezza,

sophia),

derivanti

dall’insegnamento,

afferiscono

all’anima

razionale.

Le

virtù

sono
STATI

ABITUALI

che

determinano

il

nostro

comportamento

rispetto

esse.

Allo

stesso

modo,
anche

VIZI

sono

DISPOSIZIONI,

ma

portano

l’uomo

ad

agire

in

modo

scorretto.
A

differenza

delle

capacità,

che

sono

innate,

le

disposizioni

si

SVILUPPANO

attraverso

ESERCIZIO
e

ABITUDINE

ripetere

atti

buoni

cattivi.

Questo

legame

con

bene

e
male

conferisce

loro

un

CARATTERE

MORALE.

Aristotele,

partendo

dalla

pluralità

dei

beni,

si
chiede

se

esista

una

gerarchia

tra

di

essi

individua

nella

felicità

il
bene

supremo,

l’unico

fine

ricercato

per

stesso

non

in

vista

di
altro.

Egli

sottolinea

la

DIMENSIONE

PRATICA

di

questo

bene,

inteso

come

qualcosa

di
raggiungibile

attraverso

l’azione

virtuosa.

Proprio

questa

prospettiva

lo

porta

criticare

Platone,

il
quale

concepisce

il

bene

come

un’IDEA

UNIVERSALE.

Se

esistesse

un

bene

universale,

non
si

potrebbe

coglierne

la

VARIETA’

la

GERARCHIA,

esisterebbero

diverse

scienze

del
bene.

Inoltre,

se

il

bene

fosse

un’entità

unica

assoluta,

l’uomo

non

potrebbe
conoscerlo

realizzarlo

concretamente.

Per

Aristotele,

dunque,

l’etica

deve

concentrarsi

su

ciò

che
consente

all’uomo

di

diventare

VIRTUOSO

di

attuare

il

bene

nella

sua

vita.
3

5.

PLOTINO:

IL

BENE

DELL’UOMO

COME

RITORNO

AL

BENE

Plotino

si
pone

sulla

scia

filosofica

di

Platone

(il

suo

pensiero

viene

qualificato

come

neoplatonismo).
Nelle

ENNEADI

il

bene

viene

identificato

con

l’UNO

da

esso

viene

fatto
dipendere

il

mondo

intelligibile

quindi

il

mondo

sensibile.

Il

BENE

per

l’uomo
consiste

nel

RITORNO

ALLA

PROPRIA

ORIGINE,

ovvero

al

PRINCIPIO

di

tutto

ciò

che
è,

al

BENE-UNO.

L’uomo

chiamato

sciogliere

legami

con

la

realtà
materiale

ad

elevarsi

sino

al

coglimento

dell’UNO

dovrà

percorrere

una

via
di

PURIFICAZIONE

che

esigerà

anche

il

concorso

della

filosofia,

ma

che

poi

richiederà
un

suo

superamento

attraverso

una

sorta

di

UNIONE

SOVRARAZIONALE

con

l’UNO

STESSO.

Il
pensiero

di

Plotino

ruota

attorno

al

problema

di

come

giustificare

l’unità

del

reale,
di

come

intendere

il

rapporto

tra

l’Uno

molti.

Per

Plotino

si
può

parlare

di

UNITA’

solo

in

riferimento

SOPRASENSIBILE

SPIRITUALE.

L’UNITA’

METEMPIRICA,
poi,

si

articola

in

IPOSTASI

tre

modi

di

porsi:

a.
l’UNO

(ben):

si

autopone

liberamente,

potenza

infinita

dalla

quale

tutto

deriva.

In
quanto

ciò,

origina

all’Intelligenza;

b.

l’INTELLIGENZA

(nous):

contiene

in

il

platonico

mondo
delle

idee,

origine

all’anima;

c.

l’ANIMA

(psyche):

origine

al

mondo
sensibile.

Solo

l’Uno

potenza

infinita,

perché

solo

l’Uno

ASSOLUTAMENTE

SEMPLICE


man

mano

che

ci

si

allontana

dall’Uno

aumentano

le

molteplicità

la

finitezza
(dunque

Intelligenza

anima

sono

molteplici).

IL

MALE

COME

NON

ESSERE


Il

MONDO

MATERIALE

SENSIBILE

rappresenta

il

punto

di

massimo

allontanamento

dall’Uno,

il
momento

di

estrema

DISPERSIONE

si

presenta

quindi

come

PRIVAZIONE

DELL’ESSERE.

Se

la
materia

NON

ESSERE

vuol

dire

che

essa

male,

nel

senso

che
è

ASSENZA

DELL’ESSERE

assenza

dell’Uno-Bene.

Il

male

non

si

qualifica

come

un’entità
distinta

opposta

al

bene,

ma

definito

in

RELAZIONE

AL

BENE.

La

materia,
benché

sia

caratterizzata

nei

termini

del

non

essere

quindi

del

male,

procede
comunque

dal

SOPRASENSIBILE.

L’ultima

IPOSTASI

DIVINA

costituita

dall’ANIMA,

la

quale

sua
volta

come

ANIMA

UNIVERSALE,

suprema,

concepita

nella

sua

PUREZZA

in
stretta

unione

con

l’INTELLIGENZA;

come

ANIMA

DEL

MONDO,

regge

l’universo

sensibile,
rimanendo

però

distinta;

come

ANIME

PARTICOLARI

che

animano

singoli

corpi

sperimentando
la

commistione

con

il

sensibile.

Anche

se

massimamente

depotenziato,

il

sensibile

nell’Uno
e

dipende

da

esso.

Non

sempre

l’uomo

ne

consapevole

capace

di
cogliere

l’unità

profonda

presente

in

tutto

il

reale.

In

ciò

risiede

il

possibile
rischio

di

INGANNO

FRAINTENDIMENTO

riguardo

alla

NATURA

DEL

BENE

del

PROPRIO
BENE

per

questo

Plotino

invita

l’anima

dell’uomo

compiere

una

CONVERSIONE,

staccarsi
dal

mondo

sensibile

compiere

il

cammino

di

ritorno

verso

l’Uno.
IL

BENE

COME

CIO’

CUI

TUTTO

ASPIRA

Il

cammino

verso

l’Uno
è

di

PURA

ASCESI,

immedesimazione

mistica

con

il

divino.

L’uomo

capisce

che

la
sua

vera

natura

SPIRITUALE.

L’uomo

deve

capire

che

la
FONTE

DELLA

VITA

nell’IPOSTASI

DELL’ANIMA

il

FONDAMENTO

DELLA

VERITA’

sta

nell’INTELLIGENZA
-

la

RADICE

DEL

BENE

del

DIVINO

sta

nell’UNO

che

insomma
l’origine

di

tutto

sta

nell’Uno.

Che

cos’è

allora

il

bene

dell’uomo?

Il

bene
per

l’uomo

il

bene

del

suo

vero

essere,

SPIRITUALE

il

bene
dell’anima,

che

dipende

dal

BENE

SUPREMO.

La

via

dell’UNIO

MYSTICA.

Il

bene
è

al

di

dell’essere

(come

Platone);

come

un

CENTRO

rispetto

al
quale

si

dispongono

CERCHIO

IMMOBILE

(intelligenza)

MOBILE,

mosso

dal

desiderio

dell’anima.
L’ANIMA

invitata

spogliarsi

di

tutto

deve

sperimentare

la

POVERTA’

DELLA
CONOSCENZA

SENSIBILE

attraverso

l’intelligenza,

cercando

di

diventare

noi

stessi

l’UNO.

La

dimensione

etica
è

un

cammino

di

PURIFICAZIONE

INTERIORE

che

sfocia

nell’esperienza

di

UNIO

MYSTICA

con
l’UNO

ciò

avrà

degli

effetti

sulla

storia

del

CRISTIANESIMO

MEDIEVALE.

CONCLUSIONE


Costanti

degli

autori

analizzati:

a.

partire

da

Socrate

la

riflessione

sul
bene

assume

un

carattere

ETICO.

L’indagine

etica

(soprattutto

in

Platone

Plotino)

è
nel

contempo

un'indagine

di

carattere

ONTOLOGICO,

senza

la

quale

non

possibile

determinare
la

realtà

del

bene;

b.

C’è

l’intento

di

evitare

qualsiasi

esito

SOGGETTIVISTICO

o
SCETTICO.

CAP.

II

FELICITA’

VIRTU’:

ARISTOTELE,

EPICURO,

STOICI
Nel

pensiero

antico,

la

felicità

eudaimonia

il

fulcro

dell’etica,

a
differenza

della

visione

moderna

incentrata

sull’obbedienza

alle

leggi

morali.

Per

filosofi

antichi,
l’etica

riguarda

la

realizzazione

della

vita

buona,

considerando

l’esistenza

come

un

tutto.

La
compiutezza

essenziale,

poiché

l’individuo

responsabile

delle

proprie

azioni

del

proprio
essere.

Da

qui

nasce

la

domanda

etica

fondamentale:

"Come

dovrei

vivere?"

L’

eudaimonia

è
il

bene

supremo,

ricercato

per

se

stesso,

inscindibile

dalla

virtù.

Tuttavia,

il
rapporto

tra

felicità

virtù

varia

tra

le

scuole

filosofiche:

Aristotele


felicità

risultato

della

formazione

del

carattere

dell’esercizio

delle

virtù

etiche,

guidate
dalla

saggezza

pratica.

Epicurei

stoici

virtù

saggezza

dominio
della

ragione.

Per

loro,

il

saggio

distingue

tra

vero

bene

beni

apparenti.
Le

differenze

tra

autori

riguardano

il

come

intendere

il

rapporto

tra

felicità
e

virtù.

Potrebbe

essere

affrontato

con

tre

interrogativi:

a.

si

può

essere

felici
senza

essere

virtuosi?

autori

concordano

non

si

può

essere

felici
senza

essere

virtuosi.

b.

Si

può

essere

virtuosi

senza

essere

felici?

c.
Si

può

essere

felici

senza

disporre

di

beni?

ARISTOTELE

Per

Aristotele,
la

virtù

da

sola

non

sufficiente

per

raggiungere

la

felicità,

poiché

quest’ultima
è

l’unico

fine

veramente

compiuto.

Egli

critica

l’idea

che

la

virtù

sia

l’unico
scopo

della

vita,

evidenziando

come

la

felicità

sia

percepita

come

qualcosa

di

soddisfacente:
un

uomo

virtuoso

che

subisse

grandi

sofferenze

non

potrebbe

considerarsi

felice.

Questo

dimostra
che

la

virtù

non

garantisce

automaticamente

la

felicità.

L’uomo

felice,

secondo

Aristotele,

è
colui

che

vive

secondo

una

virtù

completa

ma

che

possiede

anche

beni

esterni
per

condurre

una

vita

piena.

Pur

riconoscendo

il

valore

della

virtù,

egli

sottolinea
l’importanza

di

condizioni

favorevoli

che

la

integrino.

Aristotele

afferma

che

per

raggiungere

la
felicità

sono

necessarie

risorse

come

amici,

ricchezza

potere,

poiché

consentono

di

compiere
azioni

virtuose.

Sebbene

la

felicità

non

si

riduca

al

possesso

di

beni,

egli
ritiene

difficile

che

una

persona

priva

di

certi

vantaggi

possa

essere

felice.

Infatti,
una

felicità

piena

richiede

condizioni

esterne

favorevoli.

Tuttavia,

Aristotele

sottolinea

che

piccole

disgrazie
non

compromettono

la

felicità

dell’uomo

virtuoso.

EPICURO

Per

Epicuro,

il

PIACERE

è
il

PRINCIPIO

il

FINE

della

vita

felice,

guidando

ogni

scelta.

Il

piacere
più

autentico

quello

STABILE

(catastematico),

privo

di

movimento.

Non

esiste

uno

stato
intermedio

tra

piacere

dolore,

l'assenza

di

dolore

rappresenta

il

SUPREMO

PIACERE
.

Epicuro

distingue

due

tipi

di

piaceri:

Del

corpo

si

realizzano
nell’equilibrio

stabile

della

carne

nell’assenza

di

dolore

(APONIA).

Dell’anima

mirano

alla
quiete

all’assenza

di

turbamento

(ATARASSIA).

Le

virtù,

in

particolare

la

saggezza,

sono
fondamentali

per

distinguere

tra

piaceri

necessari,

superflui

illusori,

permettendo

di

scegliere

quelli
che

conducono

ad

aponia

atarassia.

Per

Epicuro

il

primato

del

piacere

è
un

ideale

di

vita

fondato

sull’imperturbabilità,

l’uomo

deve

ricercare

la

serenità

interiore

e
rinunciare

al

superfluo

(per

raggiungere

la

felicità

beni

esteriori

non

sono

necessari
e

costituiscono

un

serio

ostacolo).

Per

Epicuro,

felicità

(piacere)

virtù

sono

strettamente
legate,

tanto

che

non

si

può

essere

felici

senza

essere

virtuosi.

Questa

connessione
è

così

forte

che,

secondo

Epicuro,

non

si

può

essere

virtuosi

senza

essere
felici.

Egli

afferma

infatti

che

il

saggio,

grazie

alla

sua

saggezza,

rimarrà

felice
anche

sotto

tortura.

STOICI

Gli

stoici

difendono

l’identificazione

tra

virtù

felicità.
Zenone

di

Cizio,

fondatore

della

scuola

stoica

ad

Atene

intorno

al

300

a.C.,
afferma

che

la

virtù

il

bene

supremo

ciò

che

degno
di

scelta

per

l’uomo.

Secondo

lui,

“ai

fini

della

felicità

la

virtù

non
ha

bisogno

di

nulla”,

poiché

non

solo

necessaria,

ma

anche

sufficiente

per
essere

felici.

Per

gli

stoici,

l’uomo

virtuoso

sempre

felice.

L’unica

distinzione

valida
è

tra

vizio

virtù,

senza

gradazioni

di

bontà

malvagità.

Non

esistono
veri

beni

mali,

poiché

solo

la

virtù

bene

solo

il
vizio

male.

Tutto

il

resto,

come

vita,

salute,

piacere

bellezza,

è
considerato

"indifferente",

poiché

può

essere

usato

sia

per

la

virtù

che

per

il
vizio.

Per

gli

stoici,

la

felicità

dipende

solo

dalla

virtù.

Solo

il

saggio,
in

quanto

virtuoso,

veramente

felice

libero.

Egli

segue

la

legge

del
Logos

che

governa

la

realtà,

ed

elimina

le

passioni,

fonte

di

turbamento
e

infelicità.

Il

saggio

vive

nell’

apatheia

(impassibilità),

rimanendo

immune

dalle

quattro

passioni

fondamentali:
desiderio,

paura,

dolore

piacere

Questa

condizione

gli

garantisce

una

libertà

assoluta
da

ogni

condizionamento.

Le

soluzioni

prospettate

dalle

diverse

teorie

considerate

sono

diverse,

ma
per

ciascuna

1.

non

si

può

prescindere

nell’ambito

della

vita

morale
dal

riferimento

alla

felicità;

la

riflessione

sulla

vita

buona

del

soggetto;

2.
imprescindibile

virtù:

per

ciò

non

felici

senza

essere

virtuosi.

Le

differenze

sono
su

come

coniugare

il

rapporto

a.

per

Aristotele

la

prima

è
condizione

necessaria,

ma

non

sufficiente

della

seconda;

b.

per

gli

stoici

la
virtù

anche

condizione

sufficiente,

oltre

che

necessaria

della

felicità;

c.

Epicuro
non

assume

la

virtù

come

il

punto

di

partenza

per

giustificare

la

felicità:
si

può

allora

rovesciare

il

rapporto.

CAP.

III

IL

BENE
E

LE

VIRTU’:

AGOSTINO,

BONAVENTURA,

TOMMASO

D’AQUINO

Nel

Medioevo,

le

domande

filosofiche

antiche
vengono

riprese,

ma

con

nuovi

significati.

Il

bene

assume

una

concezione

più

pragmatica
,

includendo

sia

le

realtà

spirituali

che

quelle

materiali,

poiché

entrambe

sono

opera
di

Dio.

Il

principio

di

creazione

segna

una

distinzione

rispetto

al

pensiero

antico:
Agostino

altri

filosofi

cristiani

rifiutano

l’identificazione

tra

materia

male.

Agostino

sviluppa
una

visione

gerarchica

della

realtà

distinguendo

tra

beni

superiori

inferiori,

senza

negare
che

anche

beni

minori

siano

comunque

positivi.

Questa

prospettiva

aiuta

spiegare
l’esperienza

del

male,

che

non

una

sostanza,

contrariamente

quanto

sostenuto

dai
manichei.

MANICHEISMO

fondata

dal

sacerdote

persiano

Mani

(216-277

d.C.),

la

religione
manichea

si

presenta

come

un

RADICALE

DUALISMO

cosmologico,

metafisico

morale.

L’intera

realtà
poggia

su

principi

in

contrasto:

1.

PRINCIPIO

DELLA

LUCE

(del

bene)
2.

PRINCIPIO

DELLE

TENEBRE

(del

male).

L’uomo

segnato

da

un

dualismo

tra
due

anime:

una

corporea

una

luminosa

in

continua

lotta.

La

loro

separazione
avviene

tramite

un

sapere

rivelato,

accessibile

solo

pochi

eletti.

Agostino

definisce

il
male

morale

come

desertio

meliorum

(abbandono

dei

beni

migliori)

da

parte

della

volontà
libera

Il

male

non

consiste

nella

scelta

di

realtà

intrinsecamente

malvagie,

ma
nella

preferenza

per

beni

inferiori

rispetto

ai

superiori.

Questi

beni,

pur

non

essendo
cattivi

in

sé,

diventano

negativi

quando

portano

alla

privazione

dei

superiori.

L’

iniquitas

è
il

peccato

derivante

da

questa

rinuncia.

Per

medievali,

la

vera

felicità

è
la

beatitudine

il

bene

sommo

fine

ultimo

dell’esistenza

umana.

La

beatitudine
coincide

con

il

POSSESSO

STESSO

DI

DIO

essa

può

essere

goduta

pienamente
solo

nella

vita

eterna.

La

FELICITA’

PIENA

non

il

risultato

dell’iniziativa
dell’uomo,

del

suo

impegno

attraverso

la

vita

virtuosa.

BEATITUDINE

SALVEZZA
non

possono

essere

guadagnate

dall’uomo

con

forze

naturali,

perché

opera

della

grazia

divina.
Gli

autori

analizzati

condividono

il

concetto

classico

di

virtù

Per

Agostino,

Bonaventura
e

Tommaso,

le

principali

virtù

etiche

sono

prudenza,

giustizia,

fortezza

temperanza

dette
virtù

cardinali

perché

costituiscono

il

fondamento

di

una

vita

morale

pienamente

matura.

Tuttavia,
per

filosofi

cristiani,

queste

non

sono

sufficienti:

vengono

perfezionate

dalle

virtù

teologali
,

fede,

speranza

carità

che

indicano

che

la

vita

buona

per

eccellenza
è

quella

spirituale

L’uomo

realizza

pienamente

stesso

nell’amore,

accogliendo

in

l’originario
amore

di

Dio.

AGOSTINO

LA

MORALE

DELLA

CARITA’

Agostino

spiega

la
capacità

conoscitiva

dell’uomo

attraverso

la

dottrina

dell’illuminazione

l’uomo

scopre

in

una

luce
naturale

che

gli

permette

di

riconoscere

verità

eterne.

Questa

luce

il

Maestro
interiore

ovvero

la

verità

immutabile

di

Dio,

che

illumina

la

mente

umana
rendendo

possibile

la

conoscenza

l’azione

volta

al

bene.

La

sapienza

la
verità

universale

che

permette

di

comprendere

possedere

il

bene

sommo

unico

e
superiore

tutti

gli

altri

beni.

Agostino

distingue

tra:

Leggi

terrene

,
istituite

dagli

uomini

soggette

cambiamenti

Legge

eterna

immutabile,

che

l’uomo
può

solo

scoprire

rispettare

L’uomo

sceglie

tra

tendere

al

vero

bene

o
rivolgersi

ai

beni

inferiori

questa

scelta

dipende

dalla

sua

volontà

guidata
dall’

amore

Agostino

definisce

la

virtù

come

"ordo

amoris"

(ordine

dell’amore):

vivere

rispettando
l’ordine

dell’essere.

L’amore

più

alto,

chiamato

caritas

attinge

all’amore

di

Dio

e
ordina

correttamente

beni,

riconducendo

tutte

le

virtù.

Per

Agostino,

chi
ama

veramente

comprende

tutto

secondo

questo

ordine

BONAVENTURA

L’ILLUMINAZIONE

MORALE

E
LE

VIRTU’

ETICHE

Il

pensiero

di

Bonaventura

orientato

alla

ricerca

del

Sommo
Bene

di

Dio

alla

beatitudine.

Il

cammino

della

mente

verso

Dio

si
sviluppa

in

tre

tappe:

1.

Osservazione

del

mondo

esterno

in

cui

si

riconosce
la

presenza

di

Dio

nella

creazione.

2.

Ritorno

stessi

alla
propria

mente,

che

immagine

di

Dio.

3.

Trascendenza

verso

Dio

attraverso

un’esperienza
mistica

in

cui

Egli

colto

solo

tramite

similitudini.

Aspetti

fondamentali

del

suo
pensiero:

L’uomo

ha

bisogno

della

grazia

di

Dio

per

intraprendere

la

ricerca
del

Sommo

Bene.

La

ricerca

richiede

uno

slancio

del

cuore

un
desiderio

spirituale.

La

teologia

garantisce

l’unità

del

sapere

mentre

la

filosofia

ha
un

ruolo

subordinato.

L’uomo

essere

spirituale

temporaneamente

legato

al

corpo.
Nelle

Collationes

in

Hexaemeron

Bonaventura

rielabora

criticamente

la

dottrina

aristotelica

del

giusto

mezzo
,

adattandola

al

pensiero

agostiniano.

L’anima,

per

conoscere

la

verità

le

virtù,
deve

lasciarsi

illuminare

dalla

luce

della

verità

eterna

Tra

le

virtù,

Bonaventura
enfatizza

la

temperanza

che

rappresenta

l’

esercizio

corretto

del

desiderio

spirituale

(appetitus

animae)
e

si

oppone

sia

alla

concupiscenza

dell’avere

sia

al

disprezzo

delle

cose

materiali
.

Bonaventura

discute

il

tema

della

povertà

reinterpretandolo

attraverso

la

temperanza.

Egli

sostiene
che:

Il

giusto

mezzo

non

implica

necessariamente

il

possesso

di

ricchezze

per
essere

virtuosi.

poveri

autentici

sono

nel

giusto

mezzo.

La

povertà
non

semplice

mancanza

di

beni

ma

deve

essere

sostenuta

da

un
retto

desiderio

una

buona

volontà

Un

uomo

può

non

possedere

nulla,

ma
se

il

suo

cuore

non

mosso

dalla

giusta

intenzione,

non

può

essere
considerato

virtuoso

TOMMASO

D’AQUINO

PRINCIPI

INTRINSECI

PRINCIPI

ESTRINSECI

Il
pensiero

di

Tommaso

d’Aquino

si

distingue

per

una

<

AUTONOMIA

della

ricerca

razionale,
anche

in

ambito

morale,

rispetto

alla

tradizione

agostiniana

seguita

da

Bonaventura.

Egli

concepisce
l’uomo

come

un’unità

di

anima

corpo,

superando

ogni

forma

di

dualismo,

e
valorizza

l’aristotelismo

integrandolo

con

il

pensiero

agostiniano.

L’opera

principale

di

Tommaso,

la

Summa
Theologiae

introduce

una

gerarchia

tra

concetti

fondamentali

della

riflessione

etica.

La

virtù
è

esaminata

per

prima,

poiché

riguarda

principi

intrinseci

degli

atti

umani,

mentre
la

legge,

in

quanto

principio

estrinseco,

viene

trattata

in

un

secondo

momento.

A
differenza

di

Agostino,

che

poneva

maggiore

enfasi

sul

concetto

di

legge,

Tommaso

sottolinea
il

primato

della

riflessione

sulla

vita

buona

dell’uomo,

considerandola

un

passo

necessario

prima
di

affrontare

il

tema

degli

obblighi

dei

doveri.

Per

Tommaso,

la

virtù
è

un

habitus

ossia

una

qualità

stabile

che

definisce

l’essere

di

una
persona.

Non

si

tratta

di

un

singolo

atto,

ma

di

una

disposizione

consolidata
attraverso

la

ripetizione

degli

atti.

Proprio

per

questa

sua

stabilità,

la

virtù

si
distingue

dai

semplici

abiti,

che

possono

essere

sia

buoni

che

cattivi:

la

virtù
è

un

abito

buono

mentre

il

vizio

un

abito

cattivo

Entrambi
si

formano

nel

tempo

attraverso

le

nostre

scelte

dipendono

dall’esercizio

della

libertà.
La

virtù,

inoltre,

un

habitus

operativus

cioè

una

disposizione

che

si

manifesta
concretamente

nell’azione,

il

che

la

distingue

nettamente

da

una

semplice

inclinazione

naturale.

Tommaso,
infatti,

si

oppone

ogni

riduzionismo

naturalistico

che

potrebbe

negare

il

ruolo

centrale
della

libertà

nella

formazione

della

virtù.

Un

aspetto

fondamentale

del

suo

pensiero

è
il

concetto

di

perfezionamento

della

potenza

La

virtù

non

innata,

ma
rappresenta

l’attualizzazione

di

potenzialità

che

l’individuo

possiede

che

devono

essere

esercitate

per
raggiungere

la

piena

realizzazione.

Ad

esempio,

un

ragazzo

può

avere

una

predisposizione

naturale
per

le

lingue

la

musica,

ma

solo

attraverso

la

pratica

lo
studio

potrà

diventare

un

poliglotta

un

musicista.

La

virtù,

quindi,

il
perfezionamento

delle

capacità

umane.

Tommaso

distingue

due

tipi

di

potenzialità:

la

potenza

dell’essere

,
che

riguarda

la

materia

la

capacità

del

corpo

di

esprimere

la

propria
finalità,

la

potenza

ad

operare

che

propria

dell’uomo

si
riferisce

alla

sua

anima

razionale,

permettendogli

di

agire

liberamente.

Tuttavia,

questa

distinzione

non
implica

una

visione

dualista.

Per

Tommaso,

l’anima

la

forma

del

corpo

e
quindi

l’esercizio

delle

virtù

coinvolge

l’intera

persona

nella

sua

unità.

Infine,

il

male
è

concepito

come

privazione

dell’essere

ovvero

come

una

mancanza

di

qualcosa

che
dovrebbe

esserci.

Il

male

morale

in

particolare,

frutto

della

libertà

umana

ed
è

visto

come

il

rifiuto

del

fine

cui

l’uomo

destinato

in
quanto

creatura

razionale.

CAP.

VI

BENE

SOMMO

BENE:

SPINOZA,

LEIBNIZ,
KANT

Un

concetto

problematico

CHE

COSA

E’

BENE

CHE

COSA

E’

MALE
PER

NOI

PER

LA

NOSTRA

VITA?

Non

affatto

facile

trovare

una
risposta.

Di

primo

acchito

abbiamo

l’impressione

che

ci

sia

una

PARTICOLARITA’

DEL

BENE:
ciò

che

bene

per

me,

non

detto

sia

bene

per

un
altro.

Sul

PIANO

FILOSOFICO

sostenere

la

tesi

della

particolarità

del

bene

non

significa
necessariamente

abbracciare

una

CONCEZIONE

RELATIVISTICA,

in

base

alla

quale

il

bene

sarebbe

relativo
al

soggetto

al

cui

si

riferisce,

quindi

NON

CONFRONTABILE

con

il

bene
di

un

altro

soggetto.

Nella

FILOSOFIA

ANTICA

Aristotele

riconosceva

una

particolarità

del

bene,
ma

ciò

NON

ESCLUDEVA

che

vi

fosse

IL

BENE

SUPREMO

che

richiede

la
realizzazione

umana

dell’anima,

ovvero

della

sua

parte

razionale.

Nella

FILOSOFIA

MODERNA

si

tende
a

sottolineare

con

maggiore

insistenza

la

RELATIVITA’

DEL

BENE,

si

estremizza

quindi

il
carattere

di

particolarità

tanto

che

risulta

difficile

affermare

che

vi

sia

un

bene
ASSOLUTO.

La

RINUNCIA

basare

il

bene

su

un

fondamento

ontologico

costituisce

un
TRATTO

DOMINANTE

DELL’ETICA

MODERNA,

tale

rinuncia

però

non

comporta

la

rinuncia

ad

utilizzare
ancora

il

concetto

di

bene

esso

si

guarda

ora

come

a
un

CONCETTO

ALTAMENTE

PROBLEMATICO.

SPINOZA:

LA

CONSERVAZIONE

DEL

PROPRIO

ESSERE

E
L’AMORE

INTELLETTUALE

DI

DIO

Nell’ETICA

(1677)

Spinoza

sostiene

che

l’uomo

non

padrone
di

diventa

schiavo

delle

passioni

quando

non

riesce

moderarle.

Il
concetto

di

bene

male

relativo,

poiché

deriva

dal

confronto

tra

le
cose

dalla

costruzione

di

un

modello

ideale

di

natura

umana.

Critica

la
visione

antropocentrica

antropomorfica

di

Dio,

rifiutando

l’idea

di

un

Dio

creatore

che
agisce

per

un

fine.

Invece,

propone

una

concezione

deterministica

della

realtà,

in

cui
tutto

avviene

secondo

un

ordine

causale

necessario.

Il

concetto

centrale

della

sua

metafisica
è

la

sostanza

definita

come

ciò

che

esiste

in

per

sé,
senza

bisogno

di

altro

per

essere

compreso.

Essa

unica,

infinita

coincide
con

Dio.

Gli

attributi

sono

ciò

che

l’intelletto

percepisce

della

sostanza

e,

pur
essendo

infiniti,

l’uomo

ne

conosce

solo

due:

pensiero

ed

estensione

modi
sono

le

modificazioni

della

sostanza

dipendono

da

Dio;

questo

proposito,

Spinoza
distingue

tra

natura

naturante

(la

sostanza

suoi

attributi)

natura

naturata
(i

modi

che

derivano

dalla

sostanza).

L’accettazione

dell’ordine

necessario

del

mondo

porta

alla
beatitudine,

poiché

rende

l’uomo

consapevole

di

essere

parte

della

natura

divina.

Spinoza

identifica
bene

utile

definendo

buono

ciò

che

aiuta

conservare

il

proprio

essere
e

cattivo

ciò

che

lo

ostacola.

Questo

si

collega

al

concetto

di

conatus
,

ovvero

lo

sforzo

di

ogni

ente

di

preservarsi.

Nell’uomo,

il

conatus

diventa
volontà

se

riferito

alla

mente

appetito

se

riferito

mente

corpo,
trasformandosi

in

cupiditas

quando

consapevole

di

sé.

Spinoza

ridefinisce

anche

la

virtù:
essa

non

altro

che

lo

sforzo

di

perseverare

nel

proprio

essere

La
ricerca

dell’utile

deve

avvenire

sotto

la

guida

della

ragione

che

porta

l’uomo
a

desiderare

per

solo

ciò

che

desidera

per

gli

altri,

conducendolo

alla
giustizia

all’onestà.

La

conoscenza

il

sommo

bene

si

divide

in
tre

generi:

1.

Immaginazione

(conoscenza

inadeguata,

basata

sui

sensi).

2.

Conoscenza

razionale

(conoscenza
adeguata,

basata

sulla

ragione).

3.

Conoscenza

intuitiva

(forma

più

alta,

diretta

immediata,
che

coglie

l’essenza

delle

cose).

La

libertà

si

raggiunge

attraverso

la

potenza

dell’intelletto,
che

permette

di

comprendere

l’ordine

necessario

della

realtà

conduce

alla

beatitudine,

il
sommo

bene

dell’uomo.

LEIBNIZ:

LA

VERITA’

INNATA

DEL

BENE

Nel

Discorso

di

metafisica
(1686),

Leibniz

rifiuta

l’idea

che

il

bene

sia

relativo,

come

sostenevano

Hobbes

e
Spinoza.

Egli

crede

che

esista

una

legge

di

natura

valida

in

e
per

sé,

indipendente

da

chi

la

impone.

Per

questo

distingue

tra

la

legge
positiva

che

dipende

dall’autorità

che

la

promulga

può

essere

giusta

o
ingiusta,

la

legge

di

natura

che

invece

rappresenta

le

regole

oggettive

del
giusto

del

bene,

valide

sia

per

gli

uomini

che

per

Dio.

Leibniz
sottolinea

anche

il

primato

della

ragione

sulla

volontà,

sia

nella

natura

umana

che
in

quella

divina.

Secondo

lui,

le

verità

metafisiche,

geometriche

ed

etiche

sono

eterne
,

necessarie

innate,

possiamo

conoscerle

attraverso

ragione

istinti.

Quando

parla
di

Dio,

lo

fa

in

due

modi

diversi.

Da

un

lato,

lo

descrive
metafisicamente

come

il

principio

la

causa

di

tutte

le

sostanze;

dall’altro,

lo
presenta

moralmente

come

il

capo

delle

creature

intelligenti,

un

monarca

giusto

benevolo
che

governa

la

Città

di

Dio

composta

dagli

spiriti,

ovvero

le

persone

morali
.

Il

suo

scopo

non

altro

che

la

felicità

di

questa

città.
Per

spiegare

la

struttura

della

realtà,

Leibniz

introduce

il

concetto

di

monadi

che
sono

gli

elementi

fondamentali

dell’esistenza.

Le

monadi

si

dividono

in

diversi

livelli:

quelle
più

semplici

possiedono

una

percezione

confusa,

le

anime,

tipiche

degli

animali,

hanno

una
percezione

più

chiara

capacità

sensoriali,

mentre

gli

spiriti,

ovvero

le

monadi

più
elevate,

sono

dotati

di

ragione

autocoscienza.

Tra

questi

ultimi

si

collocano

gli
esseri

umani,

che,

pur

non

essendo

il

fine

ultimo

della

creazione,

possono

essere
considerati

lo

specchio

di

Dio

poiché

in

loro

si

uniscono

identità

sostanziale
e

morale.

Infine,

Leibniz

afferma

che

il

sommo

bene

consiste

nel

vivere

con
Dio

con

gli

altri

spiriti

conservando

però

la

propria

individualità

morale.

In
questo

modo,

la

sua

visione

cerca

di

conciliare

la

perfezione

divina

con

la
libertà

l’unicità

di

ogni

essere.

KANT:

IL

PRIMATO

DELLA

LEGGE

MORALE

E
IL

BENE

Kant,

nella

Critica

della

ragion

pratica

(1788),

si

chiede

quale

sia
l’oggetto

della

ragione

pura

pratica,

ovvero

ciò

che

la

volontà

deve

volere

o
rifiutare.

Per

lui,

il

bene

ciò

che

la

legge

morale

comanda

,
mentre

il

male

ciò

che

essa

[Link]

paradosso

kantiano

sta

nel

fatto
che

il

concetto

di

bene

male

non

definito

prima

della

legge
morale,

ma

solo

partire

da

essa.

Prima

viene

la

legge

morale,

poi
si

determina

il

bene

in

base

ciò

che

essa

impone.

Questo

principio
è

giustificato

dal

formalismo

secondo

cui

la

volontà

morale

deve

seguire

la

forma
della

legge,

cioè

l’universalità

Kant

critica

le

teorie

morali

precedenti,

che

mettevano
il

bene

in

relazione

al

piacere

alla

felicità,

mentre

per

lui

l’azione
moralmente

giusta

quella

basata

sull’

imperativo

categorico

(assoluto),

non

sull’

imperativo

ipotetico

(dipende
da

condizioni).

Sebbene

Kant

non

escluda

che

una

persona

moralmente

buona

possa

essere
felice,

non

lo

considera

certezza.

Tuttavia,

cerca

di

conciliare

moralità

felicità
con

la

dottrina

del

sommo

bene

unione

di

virtù

(il

primato

del
dovere)

felicità

(non

garantita,

ma

che

rende

degni

di

essa).

Per

realizzare
il

sommo

bene,

Kant

introduce

tre

postulati:

Libertà

condizione

della

legge
morale

(senza

libertà

non

esisterebbe

moralità).

Immortalità

dell’anima

necessaria

affinché

la
virtù

possa

essere

pienamente

realizzata.

Esistenza

di

Dio

che

garantisce

la

giustizia
morale,

premiando

punendo

secondo

merito.

Conclusioni.

per

Spinoza

il

sommo

bene
passa

attraverso

l’immedesimazione

di

nel

tutto

reale

per

Leibniz

l’identità
viene

salvata

quando

si

presuppone

che

l’anima

razionale

si

relazioni

agli

altri

spiriti
nella

Città

di

Dio;

per

Kant

l’identità,

una

volta

riconosciuta

immortale,

può
essere

premiata

da

Dio,

sommo

bene

originario.

CAP.

VII

IL

MOVENTE
DELL’AZIONE

MORALE:

CARTESIO,

SPINOZA,

HUME,

KANT

Quali

sono

MOTIVI

che

spingono

ad
agire

moralmente?

Il

PROBLEMA

DELLA

MOTIVAZIONE

stato

analizzato

dibattuto

dall’etica

moderna
e

ha

ricevuto

risposte,

che

ruotano

tutte

attorno

al

modo

di

concepire

il
rapporto

tra

RAGIONE

PASSIONI.

CARTESIO:

LE

PASSIONI

DELL’ANIMA

LA

FORZA
DELLA

VOLONTA’

Cartesio

definisce

le

passioni

come

percezioni,

sentimenti

emozioni

dell’anima

distinguendole
dagli

atti

del

pensiero

della

volontà.

Mentre

questi

ultimi

rappresentano

l’attività

propria
dell’anima,

le

passioni

indicano

il

suo

stato

di

passività.

Tuttavia,

ogni

passione

è
sempre

collegata

un’azione:

se

un

individuo

prova

una

passione,

questa

darà

origine
a

un’azione

corrispondente.

Secondo

Cartesio,

nulla

influisce

più

direttamente

sull’anima

del

corpo.

Le
azioni

del

corpo

determinano

le

reazioni

dell’anima,

ed

attraverso

questa

connessione

che
si

sviluppano

le

passioni.

Esistono

in

noi

alcune

nozioni

primitive

come

quella
dell’estensione

per

il

corpo,

quella

del

pensiero

per

l’anima

e,

soprattutto,

la

nozione
dell’

unione

tra

anima

corpo

Quest’ultima

fondamentale

perché

spiega

come

l’anima
possa

muovere

il

corpo

e,

viceversa,

come

il

corpo

possa

influenzare

l’anima.

Tale
unione

un

dato

originario

immediato

della

nostra

esperienza,

si

manifesta
nel

fatto

che

l’anima

legata

alla

totalità

del

corpo.

Cartesio

individua

nella
ghiandola

pineale

la

sede

principale

dell’anima

il

punto

di

connessione

tra

anima
e

corpo.

Questo

porta

alla

questione

di

come

sia

possibile

gestire

le

passioni.
Egli

esclude

che

debbano

essere

eliminate,

perché

per

natura

tutte

le

passioni

sono
buone

il

problema

non

la

loro

esistenza,

ma

il

loro

possibile

cattivo
uso.

Invece

di

reprimerle,

necessario

correggerle

L’anima,

pur

essendo

libera,

non
può

controllare

direttamente

le

passioni,

ma

può

influenzarle

in

modo

indiretto.

Questo

avviene
suscitando

rappresentazioni

adeguate

alle

passioni

che

si

vogliono

provare

opponendosi

quelle
indesiderate.

Questo

concetto

si

ricollega

all’ideale

stoico

dell’

uomo

saggio

che

libero
perché

non

si

lascia

condizionare

dagli

eventi

esterni,

affronta

le

difficoltà

con

fermezza
e

sa

controllare

le

proprie

passioni

senza

esserne

dominato.

SPINOZA:

gli

affetti

dell’uomo
e

la

forza

dell’intelletto

Spinoza

rifiuta

l’idea

di

passioni

dell’anima

perché

per
lui

gli

affetti

riguardano

prima

di

tutto

il

corpo.

Quando

parliamo

di

affetto,
ci

riferiamo

una

modificazione

della

potenza

del

corpo

causata

dall’influenza

di

altri
corpi

su

di

esso

dalle

azioni

che

esso

stesso

compie

sugli

altri.
Tuttavia,

ogni

affezione

del

corpo

corrisponde

sempre

un’idea

nella

mente,

quindi

l’affetto
coinvolge

contemporaneamente

corpo

mente

L’uomo,

per

Spinoza,

unione

di

mente

e
corpo

il

contenuto

della

mente

umana

il

corpo

stesso.

Quando
il

corpo

subisce

una

modifica,

anche

la

mente

cambia,

generando

un’idea

corrispondente.

Per
questo,

gli

affetti

possono

assumere

forme

opposte:

Passione

quando

la

mente
è

dominata

da

idee

inadeguate

non

ha

il

controllo

sulle

proprie

emozioni.

Azione

quando

si

dispone

di

idee

adeguate

si

diventa

padroni
delle

proprie

emozioni.

Questo

significa

che

le

passioni

non

sono

di

per


negative,

ma

diventano

un

problema

quando

l’uomo

le

subisce

passivamente.

La

libertà,

secondo
Spinoza,

consiste

nel

trasformare

gli

affetti-passioni

in

affetti-azioni

ovvero

passare

da

una

conoscenza
confusa

frammentaria

una

conoscenza

chiara

adeguata.

L’essere

umano

ha

due
modi

di

conoscere:

Inadeguato

quando

si

affida

all’immaginazione

ai

sensi,
che

lo

portano

concentrarsi

solo

sugli

individui

separati

Adeguato

quando
riesce

cogliere

la

realtà

dal

punto

di

vista

dell’eternità,

come

fa

Dio,
attraverso

ragione

intelletto.

La

vera

libertà

si

ottiene

attraverso

un

percorso

di
conoscenza

in

cui

si

supera

la

schiavitù

delle

passioni

si

raggiunge

una
comprensione

profonda

della

necessità

che

governa

la

realtà.

Questo

porta

una

tranquillità
d’animo

una

condizione

di

serenità

gioia

che

deriva

dall’accettazione

consapevole

dell’ordine
naturale

del

mondo.

HUME:

IL

MOVENTE

DELLE

PASSIONI

Per

Hume,

ciò
che

realmente

guida

il

comportamento

umano

non

la

ragione,

ma

le

passioni

.
Sono

queste

influenzare

la

volontà

determinare

le

nostre

azioni.

Tradizionalmente,
si

soliti

contrapporre

ragione

passioni

considerando

la

prima

come

superiore,
eterna

divina,

mentre

le

seconde

come

irrazionali

ingannevoli.

Hume

rifiuta

questa
visione

afferma

che

la

ragione

non

può

opporsi

alle

passioni

nella

guida
della

volontà

La

ragione

ha

un

ruolo,

ma

secondario

rispetto

alle

passioni,
e

non

può

giudicarle

come

giuste

sbagliate.

differenza

di

Cartesio

e
Spinoza,

Hume

sostiene

che

le

passioni

sono

naturali

non

possono

essere

considerate
irragionevoli.

Per

questo

motivo,

qualsiasi

tentativo

di

correggerle

non

ha

senso.

Da

qui
nasce

la

sua

celebre

affermazione:

"La

ragione

è,

deve

solo

essere,

schiava
delle

passioni."

Nella

vita

pratica,

non

possiamo

avere

certezze

assolute,

se

aspettassimo
di

ottenerle

prima

di

agire,

rimarremmo

paralizzati.

Tuttavia,

possiamo

contare

sulle

passioni

,
che

non

sono

cieche

inaffidabili,

ma

anzi

costituiscono

il

motore

della

conoscenza
e

dell’esperienza

morale.

Questa

prospettiva

porta

Hume

sviluppare

una

sorta

di

etica
naturalistica

basata

sulla

descrizione

del

comportamento

umano

così

com’è,

senza

cercare

di

modificarlo
attraverso

principi

razionali

astratti.

La

volontà,

secondo

Hume,

un’

impressione

interna

non
è

una

passione,

ma

simile

alle

emozioni

come

orgoglio,

umiltà,

amore

e
odio,

che

non

possono

essere

definite

con

precisione.

Di

conseguenza,

viene

meno

la
tradizionale

identificazione

tra

volontà

libero

arbitrio

Il

motore

dell’agire

morale

nasce
da

un

impulso

naturale

in

particolare

dalla

simpatia

Grazie

essa,

gli
uomini

superano

il

proprio

egoismo

si

interessano

sinceramente

al

benessere

degli

altri.
Hume

crede

che

esista

un’inclinazione

naturale

alla

benevolenza

che

la

società

civile
non

sia

solo

un

rimedio

all’egoismo,

come

pensava

Hobbes,

ma

piuttosto

il

risultato
positivo

di

questa

tendenza

naturale.

Attraverso

la

simpatia,

possiamo

riconoscere

come

moralmente

buone
anche

qualità

che

non

ci

portano

un

vantaggio

diretto,

ma

che

sono

utili
per

gli

altri.

Questo

dimostra

che

la

moralità

non

si

basa

su

principi
astratti

imposti

dalla

ragione,

ma

nasce

dalle

emozioni

dalle

relazioni

umane.
KANT:

IL

MOVENTE

DELLA

RAGION

PURA

PRATICA

Kant

riconosce

che

le

passioni

influenzano
il

comportamento

umano,

ma

nega

che

possano

essere

il

motore

dell’agire

morale

Per
lui,

il

principio

dell’azione

morale

deve

essere

oggettivo,

universale

valido

per

ogni
essere

morale

questa

funzione

può

essere

svolta

solo

dalla

ragione

pura

.
È

proprio

la

ragione

garantire

l’universalità

della

morale,

rendendola

indipendente

dai

desideri
e

dalle

inclinazioni

personali.

Tuttavia,

Kant

non

esclude

il

ruolo

del

sentimento

nella
vita

morale.

Secondo

lui,

la

ragione

pura

produce

due

effetti

nell’animo

umano:

1.
Effetto

negativo

per

agire

moralmente,

l’uomo

deve

rinunciare

all’egoismo

alle

inclinazioni
sensibili.

Questo

genera

dispiacere

umiliazione

perché

comporta

la

lotta

contro

propri
desideri.

2.

Effetto

positivo

la

coscienza

della

legge

morale

genera

un

sentimento
di

rispetto

per

la

legge

stessa,

che

diventa

il

fondamento

della

motivazione

morale.
Questo

sentimento,

però,

non

un’emozione

empirica

come

le

passioni,

ma

un

sentimento
morale

ovvero

un

effetto

della

ragione

della

coscienza

morale.

In

altre

parole,
non

il

sentimento

guidare

l’azione

morale,

ma

la

ragione;

il

sentimento
di

rispetto

solo

una

conseguenza

della

consapevolezza

del

dovere.

Kant

formula

l’
imperativo

categorico

cioè

il

principio

morale

assoluto,

basato

sul

rispetto

della

persona

:
ogni

individuo

deve

essere

sempre

trattato

come

fine

in

mai

solo
come

mezzo

L’essere

umano

ha

una

dignità

che

lo

distingue

dagli

oggetti
e

lo

rende

inviolabile

Infine,

Kant

distingue

due

dimensioni

dell’uomo:

Il

mondo
sensibile

fenomenico

in

cui

l’uomo

soggetto

alle

leggi

naturali

e
ai

desideri.

Il

mondo

intellegibile

l’uomo

libero

può

agire

secondo
legge

morale

indipendentemente

da

inclinazioni

sensibili.

L’etica

kantiana

si

basa

quindi

sull’

autonomia
della

volontà

dove

la

libertà

non

fare

ciò

che

si

vuole,
ma

seguire

la

ragione

il

dovere

morale,

indipendentemente

dai

desideri

personali

.
CAP.

VIII

IL

DOVERE

MORALE

IL

TEST

DI

UNIVERSALIZZABILITA’:

KANT,

SCHOPENHAUER,
MILL

L’aggettivo

“MORALE”

si

riferisce

degli

atti

che

sono

SUSCETTIBILI

di

GIUDIZIO
MORALE

che

quindi

possono

essere

qualificati

come

MORALMENTE

BUONI

CATTIVI.

Gli
atti

moralmente

INDIFFERENTI

invece

sono

atti

che

non

possono

essere

giudicati

come

buoni
o

cattivi

in

senso

morale

(es:

camminare,

dormire).

10

KANT:

L’ETICA
DEL

DOVERE

Ogni

uomo

sente

dentro

di

un

richiamo

alla

morale,

perché
è

libero

quindi

responsabile

delle

proprie

scelte.

Secondo

Kant,

la

legge

morale
è

valida

per

ogni

essere

razionale,

incluso

Dio.

Tuttavia,

la

volontà

di

Dio
è

perfetta

non

mai

in

contrasto

con

la

legge

morale,

perché
non

influenzata

da

desideri

inclinazioni

sensibili.

L’uomo,

invece,

sia

un
essere

razionale

libero,

sia

condizionato

dall’esperienza

dalle

inclinazioni.

La

legge

morale
si

manifesta

nella

coscienza

dell’uomo

come

un

imperativo,

ovvero

come

un

dovere

da
seguire,

anche

costo

di

sacrificare

propri

desideri.

L’imperativo

categorico

il
vero

principio

della

morale,

perché

assoluto,

incondizionato

indipendente

da

qualsiasi

interesse
personale.

Diverso

l’imperativo

ipotetico,

che

dipende

da

uno

scopo

specifico

(ad

esempio:
“Se

vuoi

ottenere

un

buon

voto,

devi

studiare”).

Solo

l’imperativo

categorico

veramente
morale,

perché

si

applica

tutti,

sempre

senza

condizioni.

1.

PRIMA

FORMULAZIONE
DELL’IMPERATIVO

CATEGORICO

Per

Kant,

la

massima

il

principio

soggettivo

che

guida
le

azioni

di

una

persona,

ovvero

la

regola

che

ciascuno

sceglie

di

seguire.
Il

principio

oggettivo

invece,

la

legge

morale

universale,

valida

per

tutti

gli
esseri

umani.

Perché

un’azione

sia

moralmente

buona,

la

massima

che

la

ispira

deve
poter

valere

per

tutti,

senza

eccezioni.

Questo

il

cosiddetto

test

di

universalizzabilità
:

prima

di

agire,

una

persona

dovrebbe

chiedersi

se

la

regola

che

sta
seguendo

potrebbe

diventare

una

legge

valida

per

chiunque.

Se

la

risposta

no,
allora

quella

massima

non

moralmente

accettabile.

La

formulazione

kantiana

dell’imperativo

categorico

è
stata

poi

sottoposta

numerose

CRITICHE:

la

denuncia

una

DIPENDENZA

DELL’ETICA
ALLA

LOGICA

azione

morale

coincidere

con

il

ragionamento

logico;

la
seconda

cerca

di

smascherare

il

presunto

CARATTERE

DI

PUREZZA

dell’imperativo

categorico.

Come

se
se

lo

aspettasse,

Kant

fa

delle

precisazioni:

afferma

che

la

LOGICA

importante,
ma

non

fondamentale.

Se

noi

TRASGREDIAMO

perché

sappiamo

quale

sia

il

comando
categorico,

ma

ci

prendiamo

la

libertà

di

fare

un’ECCEZIONE

causa

della

nostra
inclinazione;

aggiunge

che

se

agiamo

in

modo

conforme

perché

abbiamo

paura

delle

conseguenze,
agiamo

secondo

l’imperativo

ipotetico.

2.

SECONDA

FORMULAZIONE

DELL’IMPERATIVO

CATEGORICO

dice

di

agire

sempre
trattando

l’umanità

come

un

FINE,

si

esclude

l’estensione

di

massima

fondata

sull’egoismo.
Infine,

Kant

afferma

che

la

MANCATA

UNIVERSALIZZAZIONE

DELLA

MASSIMA

PARTICOLARE

consente

di

valutare
scelte

compiute

che

si

intendono

compiere.

Il

TEST

diviene

CRITERIO

DI
GIUDIZIO

del

mio

agire

intenzione.

Applicando

il

test

potrei

verificare

che

il
mio

agire

morale

secondo

queste

possibilità:

compio

un

ATTO

CONTRARIO

AL
DOVERE

(mentire,

rubare,

uccidere,

..);

la

volontà

CONFORME

AL

DOVERE,
ma

NON

SEGUE

IL

DOVERE

per

il

dovere,

si

ha

un

imperativo

IPOTETICO

aiuto

gli

altri

spinto

da

un

MOTO

DI

SIMPATIA

(il

mio

agire
è

mosso

da

un

impulso

sensibile).

In

ciascuno

di

questi

casi

l’azione
NON

E’

MORALE,

perché

la

massima

che

la

guida

non

può

essere

universalizzata
e

quindi

non

può

divenire

PRINCIPIO,

valido

incondizionatamente

indistintamente

in

ogni

tempo,
per

ogni

essere

razionale

finito.

SCHOPENHAUER:

LE

AMBIGUITA’

DEL

DOVERE

Schopenhauer

critica
l’etica

kantiana,

in

particolare

l’

imperativo

categorico

perché

ritiene

che

alla

base

della
morale

non

ci

sia

la

ragione,

ma

la

volontà

intesa

come

una

forza
irrazionale

che

spinge

gli

esseri

viventi

ad

agire.

Secondo

lui,

la

legge

morale
proposta

da

Kant

non

altro

che

un’

estensione

dell’egoismo

perché

quando

una
persona

segue

una

massima

universale,

sta

comunque

affermando

la

propria

volontà.

Per

questo
motivo,

la

morale

kantiana

avrebbe

un

valore

solo

ipotetico

cioè

basato

su
un

accordo

di

reciproca

convenienza

tra

gli

individui,

come

avviene

nelle

società

politiche.
Il

vero

fondamento

della

morale,

secondo

Schopenhauer,

non

l’universalizzazione

delle

massime,

ma
la

compassione

ossia

la

capacità

di

sentire

empatia

per

la

sofferenza

degli

altri.
Egli

distingue

tra

PRINCIPIO

(Grundsatz)

FONDAMENTO

(Fundament),

imputando

Kant

una

certa
CONFUSIONE

in

definitiva

l’identificazione

tra

due

termini:

PRINCIPIO:

+
breve

precisa

del

modo

d’agire

che

prescrive

o,

senza

f.

imperativa,

al
quale

riconosce

vero

valore

morale;

FONDAMENTO:

la

ragion

d’essere

del
principio

stesso,

ciò

che

lo

giustifica.

Schopenhauer

ritiene

che

tra

moralisti
vi

sia

un

sostanziale

accordo

sul

contenuto

del

principio

“non

fare

del

male
a

nessuno;

sii

piuttosto,

per

quel

che

ti

possibile,

di

aiuto

a
tutti”.

Si

tratta

ora

di

individuare

il

fondamento

che

motiva

ispira

tale
principio.

1.

EGOISMO

vuole

il

bene

proprio;

2.

CATTIVERA

vuole

il
male

altrui;

3.

COMPASSIONE

vuole

il

bene

altrui.

(l’unica

ad

essere
un

impulso

genuinamente

morale;

infatti

comprende

le

due

virtù,

definite

da

Schopenhauer

cardinali,
della

giustizia

dell’amore

del

prossimo)

11

MILL:

IL

DOVERE

DIPENDE

DALL’UTILITA’
Mill

sostiene

che

anche

chi

difende

una

morale

priori

come

Kant,
finisce

per

usare

argomentazioni

utilitaristiche

quando

cerca

di

giustificare

il

principio

del

dovere.
Infatti,

l’

imperativo

categorico

stesso

respinge

le

massime

non

universalizzabili

perché

avrebbero

conseguenze

indesiderabili,
il

che

mette

in

dubbio

la

sua

incondizionatezza

Per

Mill,

la

moralità
si

basa

sull’

utilità

ossia

il

principio

della

massima

felicità

le

azioni

giuste
aumentano

la

felicità

(assenza

di

dolore),

mentre

quelle

sbagliate

causano

infelicità

(presenza

di
dolore).

Inoltre,

distingue

tra

diversi

tipi

di

piaceri,

considerando

quelli

mentali

intellettuali
superiori

quelli

fisici

Anche

se

l’uomo

percepisce

un

senso

del

dovere,
per

Mill

questo

ha

un

ruolo

secondario

rispetto

alla

ricerca

dell’utilità

Egli

critica
chi

oppone

dovere

felicità

come

se

fossero

incompatibili,

ritenendo

invece

che

l’
utilità

sia

il

vero

fondamento

della

morale

senza

per

questo

escludere

l’importanza

del
dovere.

Un

punto

chiave

dell’etica

di

Mill

l’

imparzialità

chi

agisce

moralmente
deve

comportarsi

come

uno

spettatore

disinteressato

benevolo

valutando

le

conseguenze

delle
proprie

azioni

non

solo

per

sé,

ma

per

tutti

gli

interessati

Questo

criterio
ricorda

l’

imperativo

categorico

ma

anziché

basarsi

su

principi

assoluti,

si

fonda

sull’
effetto

reale

delle

azioni

sulla

felicità

collettiva

Mill

paragona

il

suo

principio

alla
Regola

d’Oro

del

Vangelo

(“Fai

agli

altri

ciò

che

vorresti

fosse

fatto

a
te”),

considerandola

la

massima

espressione

della

moralità

utilitaristica

basata

su

uguaglianza

e
imparzialità

nella

ricerca

del

bene

comune.

CAP.

XI

L’ETICA

DELLA

RESPONSABILIT A’:

WEBER,
APEL,

LEVINAS

Il

termine

RESPONSABILITA’

fa

il

suo

ingresso

nel

lessico

filosofico
nel

corso

del

XVIII

secolo

per

indicare

la

responsabilità

propria

DEL

GOVERNO.

Una
prima

codificazione

del

significato

del

termine

si

trova

in

HEGEL,

dove

di

responsabilità
si

parla

in

riferimento

al

PROBLEMA

DEL

MALE

compiuto,

al

tema

della

PENA
e

della

possibile

RIPARAZIONE

DEL

DANNO

prodotto.

Si

deve

però

MAX

WEBER
la

definizione

dell’ETICA

DI

RESPONSABILITA’

come

dell’ETICA

TIPICA

dell’uomo

politico.

WEBER:

LA
RESPONSABILITA’

DEL

POLITICO

Secondo

Weber,

la

politica

caratterizzata

da

conflitto,

violenza

e
male

chi

sceglie

di

dedicarcisi

deve

essere

consapevole

delle

difficoltà.

Per

affrontarle,
sono

necessarie

qualità

fondamentali

Passione

autentica

una

sincera

dedizione

alla
propria

causa,

che

aiuti

superare

gli

ostacoli.

Lungimiranza

la

capacità
di

mantenere

il

distacco

necessario

per

valutare

situazioni

persone

in

modo

oggettivo.

Senso

di

responsabilità

l’impegno

rispondere

delle

proprie

scelte

delle

loro
conseguenze.

Weber

critica

le

posizioni

moralistiche

astratte

perché

spesso

ignorano

l'importanza
della

scelta

dei

mezzi

Tuttavia,

ancora

più

importante

la

scelta

dei

fini
,

che

per

Weber

soggettiva

non

può

essere

giustificata

discussa
razionalmente.

Non

ha

senso

contrapporre

l’

etica

della

convinzione

(agire

seguendo

propri

principi)
e

l’

etica

della

responsabilità

(valutare

le

conseguenze

delle

proprie

azioni).

La

prima,
senza

la

seconda,

porta

fanatismo

intolleranza

la

seconda,

senza

la

prima,
diventa

cinismo

Weber

sostiene

che

debbano

essere

integrate

perché

solo

insieme

formano
il

vero

politico.

Per

descrivere

le

due

modalità

di

giudizio

morale,

si

usano
due

concetti:

Teleologia

giudica

un’azione

in

base

alle

conseguenze

che

ne
derivano,

tenendo

conto

della

realtà

concreta.

Deontologia

giudica

un’azione

come

giusta

o
sbagliata

in

indipendentemente

dalle

conseguenze.

In

politica,

secondo

Weber,

fondamentale
bilanciare

questi

due

approcci

per

prendere

decisioni

efficaci

moralmente

fondate.

APEL:

L’ETICA
DISCORSIVA

COME

ETICA

DELLA

CO-RESPONSABILITA’

Apel,

riprendendo

Weber,

sostiene

che

l’etica

debba

integrare
due

prospettive:

deontologica

(basata

sul

dovere)

teleologica

(basata

sul

fine).

Propone

quindi
un’

etica

del

discorso

che

si

sviluppa

su

due

livelli

interconnessi

Il
primo

livello

riguarda

le

pretese

di

validità

della

comunicazione

linguistica

che

devono

essere
universali

necessarie

Secondo

Apel,

quando

comunichiamo,

esigiamo

che

il

nostro

discorso
sia:

comprensibile,

vero,

sincero

corretto

Riconoscere

queste

pretese

significa

accettare

implicitamente

una
norma

fondamentale

dell’etica,

basata

sui

principi

stessi

di

un

argomentare

razionale

sensato
.

Questo

implica

il

riferimento

una

comunità

ideale

in

cui

la

comunicazione
può

essere

sviluppata

senza

limiti

nel

rispetto

delle

regole

del

dialogo.

Il
secondo

livello

l’

applicazione

dell’etica

discorsiva

che

si

basa

sulla

fondazione

ultima
dell’etica

(il

primo

livello).

Qui

l’etica

diventa

un’

etica

della

responsabilità

ammettendo

il
ricorso

una

razionalità

strategica

ossia

alla

valutazione

delle

conseguenze.

Oggi,

i
criteri

tradizionali

di

responsabilità

personale

risultano

inadeguati,

perché

non

bastano

rispondere

alle
sfide

etiche

moderne.

L’

etica

discorsiva

quindi,

non

solo

individuale

ma

si
basa

sulla

co-responsabilità

le

decisioni

morali

devono

essere

prese

in

un

contesto

di
relazione

simmetrica

in

cui

tutti

soggetti

coinvolti

abbiano

pari

diritto

di
partecipare

al

discorso

alla

ricerca

della

soluzione

migliore.

12

LEVINAS:

L’ETICA

COME
RESPONSABILITA’

Lévinas

suggerisce

di

interpretare

la

relazione

con

gli

altri

come

ORIGINARIAMENTE

ASIMMETRICA.
L’ALTRO

ESTERNALITA’

ASSOLUTA

RISPETTO

ALL’IO

in

un

movimento

metafisico

di

rottura

della
totalità

che

porta

l’ALTRO

IMPORSI

SULL’IO.

La

radicale

esteriorità

dell’Altro

diventa

un
impegno

al

quale

non

si

può

sfuggire

ed

un

LEGAME

CON

ALTRI
che

si

costituisce

come

RESPONSABILITA’.

Essa

SUPREMA

PASSIVITA’

ASIMMETRIA.

Tale

asimmetria
viene

messa

in

dubbio

con

la

comparsa

del

TERZO

DIMENSIONE

RAZIONALE

DEL
VIVERE

SOCIALE

che

quindi

vanno

oltre

il

RAPPORTO

INTERPERSONALE

IO-ALTRO.

Questa

dimensione
è

simmetrica

per

essa

si

parla

di

GIUSTIZIA.

GIUSTIZIA

RAPPORTO

CON
TERZO

vanno

quindi

giudicati

partire

dalla

responsabilità

per

l’altro.

CAP.

XII

L’ETICA

APPLICA TA:

NAESS,

JONAS,

ENGELHARDT

L'

etica

applicata

un

concetto

nato
negli

anni

'70

per

indicare

un

insieme

di

principi

norme

morali

che
riguardano

ambiti

specifici

dell’esperienza

umana.

Da

qui

nascono

discipline

come

l’etica

ambientale,

l’etica
degli

affari,

l’etica

delle

professioni

la

bioetica

che

cercano

di

affrontare

questioni
morali

legate

problemi

concreti.

L’idea

centrale

che

principi

etici

generali
debbano

essere

applicabili

alle

situazioni

reali

Il

rapido

sviluppo

scientifico

tecnologico
ha

trasformato

profondamente

la

vita

umana,

creando

nuove

sfide

morali

che

le

tradizionali
regole

deontologiche

professionali

spesso

non

sono

in

grado

di

risolvere.

L’etica

applicata

nasce
quindi

per

rispondere

queste

nuove

problematiche,

adattando

principi

morali

ai

contesti
moderni.

NAESS:

L’ECOLOGIA

PROFONDA

Arne

Naess

il

teorico

dell’

ecologia

profonda

un’idea
che

contrappone

all’

ecologia

superficiale

Quest’ultima

si

concentra

solo

sulla

lotta

contro

inquinamento
e

spreco

di

risorse

con

lo

scopo

di

mantenere

alto

il

tenore

di
vita

dei

paesi

industrializzati,

rimanendo

quindi

in

un’ottica

antropocentrica

(centrata

sull’uomo).

L’

ecologia
profonda

invece,

sostiene

che

tutte

le

forme

di

vita

hanno

lo

stesso

diritto
di

esistere

svilupparsi

Naess

propone

un

approccio

biocentrico

in

cui

la
natura

non

subordinata

all’uomo,

ma

tutte

le

specie

sono

collegate

in

un’unica
rete

interdipendente

la

qualità

della

vita

di

ogni

organismo

dipende

dalla

relazione
con

gli

altri,

senza

forme

di

vita

privilegiate.

Questa

visione

richiede

stili

di
vita

più

sobri

rispettosi

dell’ambiente

si

basa

su

un

nuovo

tipo
di

saggezza

chiamato

ecosofia

(da

“eco”

casa,

riferito

alla

Terra),

che

studia
le

condizioni

di

vita

dell’

ecosfera

l’interdipendenza

tra

gli

esseri

viventi.

Infine,

Naess
rielabora

la

seconda

formulazione

dell’imperativo

categorico

di

Kant:

mentre

Kant

affermava

di

non
usare

mai

un’altra

persona

solo

come

mezzo

Naess

estende

questo

principio

a
tutti

gli

esseri

viventi

proponendo

un’etica

più

inclusiva

rispettosa

della

natura.
JONAS:

L’ETICA

DELLA

RESPONSABILITA’

Hans

Jonas

sviluppa

un'etica

della

responsabilità,

partendo

dalla

consapevolezza
che,

per

la

prima

volta

nella

storia,

l'umanità

deve

affrontare

la

possibilità

di
annientare

ogni

forma

vivente

distruggere

la

natura.

Di

fronte

ciò,

egli
afferma

che

abbiamo

obblighi

morali

imprescindibili

verso

le

generazioni

future

Per

giustificare

questi
obblighi,

Jonas

propone

una

etica

della

responsabilità

in

cui

l'uomo

chiamato
a

rispondere

moralmente

delle

sue

scelte.

In

un

contesto

in

cui

la

tecnica
si

sviluppa

rapidamente

senza

controllo,

Jonas

invoca

l'

euristica

della

paura

cioè
l'arte

di

cercare

regole

etiche

per

guidare

il

progresso,

con

la

paura

che
aiuti

risvegliare

le

coscienze

riconoscere

principi

morali

necessari.

A
causa

dell'incertezza,

necessario

privilegiare

scenari

peggiori

per

prevenire

danni

futuri,

limitando

così
l'intervento

umano.

Jonas

adotta

una

metafisica

finalistica

secondo

cui

ogni

essere

ha

una
finalità

che

deve

realizzarsi,

l'uomo

ha

il

compito

di

promuovere

le

condizioni
che

permettano

tutte

le

forme

di

vita

di

esistere

realizzare

le
proprie

finalità.

L’impegno

per

garantire

la

vita

visto

come

un

rifiuto

del
non

essere

Pur

non

considerando

l'uomo

superiore

agli

altri

esseri

viventi,

Jonas
sottolinea

che

solo

l’uomo

ha

la

responsabilità

di

garantire

il

futuro

della

biosfera

.
Questo

lo

obbliga

ad

agire

con

responsabilità

ecologica

non

sfruttare

in
modo

indiscriminato

la

natura.

Nell'ambito

della

bio-medicina

Jonas

applica

il

principio

della
responsabilità

alla

manipolazione

genetica

clonazione

altre

pratiche

mediche

avanzate.

Propone

un

criterio
prudenziale

che

mette

in

guardia

dai

rischi

del

progresso

tecnologico,

specialmente

per
quanto

riguarda

la

dignità

umana.

Pur

non

avendo

una

visione

negativa

della

tecnologia
medica

Jonas

preoccupato

per

gravi

rischi

lungo

termine,

come

nel
caso

della

clonazione,

che

potrebbe

privare

cloni

del

diritto

fondamentale

alla

vita
.

Per

evitare

questi

rischi,

Jonas

suggerisce

la

regola

della

scala

discendente

il
consenso

informato

deve

partire

dai

medici

dalle

persone

coinvolte,

evitando

che

chi
si

trovi

in

una

posizione

di

dipendenza

possa

dare

un

consenso

non

veramente
libero.

13

ENGELHARDT:

UNA

BIOETICA

PER

“STRANIERI

MORALI”

Engelhardt

il

fondatore

della
bioetica

laica

il

suo

approccio

parte

dal

fatto

che

le

controversie

morali
non

possono

essere

risolte

appellandosi

un

unico

ethos

alle

diverse

fedi
religiose

visioni

politiche,

poiché

sono

controversi

non

condivisi

in

una

società
pluralista.

In

una

società

con

valori

credenze

diverse,

non

si

può

usare
forza

una

corretta

argomentazione

razionale

per

risolvere

le

controversie.

Quindi,

l'unica

soluzione
è

l'

accordo

tra

le

persone.

Per

giustificare

una

bioetica

laica,

Engelhardt

propone

un
criterio

contrattualistico

dell'accordo

distingue

tra

una

morale

procedurale

che

si

basa
sull'accordo

tra

individui,

una

morale

sostanziale

che

ha

contenuti

validi

solo

per
coloro

che

condividono

la

stessa

[Link]

principio

del

permesso

la

base

della
bioetica

laica

di

Engelhardt

afferma

che

in

società

che

accetta

diverse
opinioni,

si

può

agire

solo

se

si

ha

il

permesso

degli

altri

.
In

pratica:

Senza

permesso,

non

si

ha

il

diritto

di

agire.


Chi

agisce

senza

permesso

può

essere

criticato

punito.

Inoltre,

Engelhardt

introduce

il
principio

di

beneficenza

che

implica

fare

il

bene.

Senza

questo

impegno,

la

morale
perderebbe

di

significato.

La

morale

laica

procedurale

attribuisce

molta

importanza

alle

persone

,
che

devono

possedere

caratteristiche:

1.

Autocoscienza

(capacità

di

riflettere

su

di

sé),
2.

Razionale

(capace

di

concepire

regole

d'azione

per

gli

altri),

3.
Senso

morale

minimo

(capacità

di

attribuire

significato

morale

alle

azioni),

4.

Libertà

Solo
chi

possiede

queste

caratteristiche

può

essere

considerato

una

persona

in

senso

stretto.

Engelhardt
sostiene

che

non

tutti

gli

esseri

umani

sono

persone

come

ad

esempio
i

feti

infanti

adulti

gravemente

ritardati

ammalati

in

stadio

vegetativo

Il
termine

“persona”

può

essere

inteso

in

vari

modi:

Persona

in

senso

stretto
:

un

essere

con

le

caratteristiche

morali.

Persona

in

senso

sociale

:
individui

con

diritti

simili

quelli

delle

persone

in

senso

stretto.

Persona
come

status

accordato

chi

ha

capacità

di

interazione

minima

grave
disabilità.

Infine,

solo

diritti

delle

persone

in

senso

stretto

sono

fondati

sul
principio

del

permesso

possono

essere

protetti

da

un'etica

laica

procedurale.

Martha
Nussbaum,

Le

nuove

frontiere

della

giustizia.

Disabilità,

nazionalità

appartenenza

di

specie

INTRODUZIONE
Le

TEORIE

DELLA

GIUSTIZIA

PENALE

dovrebbero

essere

ASTRATTE

avere

POTERE

GENERALE

che
le

mette

in

grado

di

estendersi

oltre

confini

politici

del

loro

tempo.
D’altra

parte,

le

teorie

della

giustizia

sociale

devono

essere

anche

SENSIBILI

AL

MONDO
e

ai

suoi

PROBLEMI

più

urgenti:

esse

devono

mostrarsi

aperte

ai

cambiamenti

nelle
loro

formulazioni

struttura.

Oggi

ci

sono

PROBLEMI

DI

GIUSTIZIA

SOCIALE

ancora
irrisolti.

1.

GIUSTIZIA

NEI

CONFRONTI

DI

PERSONE

CON

HANDICAP

persone

non
incluse

nella

società

attuale.

Vi

sono

vari

problemi:

quello

dell’istruzione

allargata,

della

cura
della

salute,

degli

eguali

diritti

di

cittadinanza

nei

confronti

di

queste

persone.

2.
ESTENDERE

GIUSTIZIA

AI

CITTADINI

DEL

MONDO,

dimostrando

come

sia

possibile

avere

mondo
equo

nell’insieme.

3.

GIUSTIZIA

NEL

MODO

IN

CUI

VENGONO

TRATTATI

GLI

ANIMALI.
Esistono

molti

approcci

al

tema

della

giustizia

sociale

nella

tradizione

occidentale

queste
teorie

hanno

esercitato

un’enorme

influenza

storica

di

recente

sono

state

sviluppate

con
grande

profondità

filosofica

nell’importante

lavoro

di

RAWLS.

Una

teoria

può

essere

valida

ma
presenta

ancora

FORTI

LIMITI

in

AMBITI.

Lo

stesso

Rawls

ha
riconosciuto

che

le

questioni

sono

TROPPO

COMPLESSE

per

essere

risolte

attraverso

la
sua

TEORIA

CONTRATTUALISTA.

Le

dottrine

del

contratto

sociale

hanno

un

forte

ampio
impatto

anche

nella

nostra

VITA

POLITICA

c’è

l’idea

comune

che

alcuni

cittadini
vivono

del

frutto

del

lavoro

mentre

coloro

che

non

lo

fanno

sono

dei
PARASSITI.

Il

mio

progetto

sia

CRITICO

sia

COSTRUTTIVO,

intendo

argomentare

che

la
versione

dell’approccio

basato

sulle

capacità

suggerisce

intuizioni

promettenti

rispetto

quelle

suggerite

dalla
tradizione

del

contratto

sociale

in

relazione

questi

problemi.

Questo

libro

fornisce

una
parte

di

quel

passaggio

successivo

mostrando

che

l’APPROCCIO

DELLE

CAPACITA’

risulta

il

MIGLIORE;
esso

converge

in

un

diverso

tipo

di

contrattualismo

basato

sulle

CONCEZIONI

ETICHE

KANTIANE
senza

l’idea

di

vantaggio

reciproco.

Mi

concentro

sulla

TEORIA

DI

RAWLS

perché

ritengo
fornisca

risposte

giuste

riguardo

le

questioni

prese

in

esame.

Concetti

importanti:

1-

APPROCCIO
DELLE

CAPACITA’

2-

DIGNITA’

UMANA

la

dignità

di

una

persona

non
dipende

dal

possesso

della

ragione

da

specifiche

capacità.

14

CAPITOLO

-
IL

CONTRATTO

SOCIALE

TRE

PROBLEMI

IRRISOLTI

DELLA

GIUSTIZIA

1.

LO

STATO
DI

NATURA

Hobbes

immagina

un

tempo

senza

governo,

leggi

autorità,

dove
gli

esseri

umani

vivrebbero

in

continuo

timore

di

morte

violenta

la

loro
vita

sarebbe

solitaria,

misera

breve

Per

evitare

questo

stato

di

caos,
gli

uomini

stipulano

un

contratto

sociale

rinunciando

all'uso

privato

della

forza

in

cambio
di

pace

sicurezza

La

società

politica,

quindi,

nasce

come

il

risultato
di

questo

contratto.

Il

contrattualismo

ha

come

obiettivo

l'

imparzialità

critica

regimi
che

basano

il

potere

su

ricchezza

status

rango

Se

il

contratto
parte

da

un

punto

equo,

anche

principi

che

ne

derivano

saranno

giusti.
Le

società

che

non

rispettano

libertà

uguaglianza

indipendenza

sono

messe

in
discussione.

La

teoria

di

Rawls

però,

si

distingue

dalle

dottrine

tradizionali

del

contratto
sociale.

Egli

non

assume

che

gli

esseri

umani,

nello

stato

di

natura,

abbiano
diritti

naturali

(come

sosteneva

Locke).

Inoltre,

Rawls

introduce

il

concetto

di

velo

di
ignoranza

uno

strumento

che

assicura

imparzialità

morale

le

persone,

quando

stipulano

il
contratto,

non

sanno

quale

sarà

il

loro

posto

nella

società.

Questo

concetto

si
collega

all'idea

kantiana

che

nessuno

dovrebbe

essere

trattato

come

un

mezzo

per

i
fini

altrui

2.

MENOMAZIONE

DISABILITA’

Le

teorie

moderne

del

contratto
sociale

non

rispondono

adeguatamente

tre

problemi

urgenti

di

giustizia.

teorici

classici
assumevano

che

soggetti

contraenti

fossero

uguali

nelle

capacità

in

grado

di
svolgere

attività

economiche

produttive,

escludendo

donne,

bambini

anziani

dalla

contrattazione.

Anche

se
le

teorie

contemporanee

hanno

eliminato

alcune

di

queste

esclusioni,

nessuna

dottrina

del

contratto
sociale

include

le

persone

con

menomazioni

fisiche

mentali

che

in

passato

erano
escluse

stigmatizzate

Questo

un

problema

significativo,

soprattutto

quando

si

considera
che

molte

delle

ragioni

per

cui

queste

persone

sono

escluse

sono

sociali

e
non

inevitabili

La

tradizione

del

contratto

sociale,

infatti,

fonde

due

questioni

distinte:

da
chi

sono

progettati

principi

chi

dovrebbe

scegliere

questi

principi.

L'

idea
centrale

quella

di

un

mutuo

vantaggio

tra

coloro

che

stipulano

il

contratto.
Tuttavia,

quando

si

richiedono

determinate

abilità

(come

razionalità,

uguaglianza

fisica

capacità

mentale)
per

partecipare

alla

scelta

dei

principi,

ciò

comporta

gravi

conseguenze

sul

trattamento

delle
persone

con

disabilità

L'esclusione

di

queste

persone

dalla

scelta

dei

principi

danneggia

la
loro

uguale

cittadinanza

mette

in

discussione

la

giustizia

l'inclusività

della

società.
3.

RAWLS

PROBLEMI

IRRISOLTI

Rawls

individua

PROBLEMI

all’interno

della
giustizia

di

questi

è:

COSA

E’

DOVUTO

ALLE

PERSONE

CON

DISABILITA’.
Rawls

sostiene

che

dovremmo

ricordare

LIMITI

di

teoria

della

giustizia,

notando
che

essa

offre

SPIEGAZIONE

della

giustizia

condotta

nei

confronti

degli

esseri

privi
della

capacità

di

esercitare

il

senso

di

giustizia.

Sosterrò

che

la

teoria

di
Rawls

NON

PUO’

alla

fine

fornire

risposte

soddisfacenti.

La

teoria

della

giustizia

di
Rawls

la

SOLIDA

teoria

della

giustizia

politica

che

abbiamo

disposizione,
offre

SOLUZIONI

FORTI.

Su

tre

problemi

irrisolti

la

teoria

non

offre

alcun

principio.
[Link],

EGUALI

INDIPENDENTI

La

tradizione

politica

che

si

rifà

a
Locke

e,

in

parte,

Kant

trova

un

grande

precursore

in

Hobbes

(anche
se

non

liberale).

La

ricerca

di

principi

politici

non

emerge

in

qualsiasi

situazione,
ma

richiede

circostanze

specifiche.

Seguendo

Rawls

queste

circostanze

possono

essere

divise

in

due
tipi:

1.

Oggettive

Riguardano

le

parti

della

negoziazione

rendono

possibile

e
necessaria

la

cooperazione

tra

di

esse.

Rawls

sostiene

che

le

parti

debbano

coesistere
e

che

tutte

abbiano

capacità

uguali

in

modo

che

nessuna

possa

dominare.

2.
Soggettive

Le

parti

hanno

bisogni

interessi

simili

complementari

che

rendono
la

cooperazione

fattibile.

Tuttavia,

questa

descrizione

esclude

le

persone

con

facoltà

mentali

o
fisiche

diverse

da

quelle

degli

esseri

umani

"normali".

In

questo

contesto,

la

teoria
include

tre

attributi

delle

parti

che

sono

determinanti

per

le

circostanze

di

giustizia.
a.

LE

PARTI

SONO

LIBERE

Nessuno

possiede

altro

nessuno

è
lo

schiavo

di

qualcun

altro.

Kant

considera

questa

condizione

come

quella

in

cui
le

persone

hanno

il

diritto

di

perseguire

la

propria

felicità,

patto

che
non

violino

quella

degli

altri.

Secondo

Rawls

l'

uguaglianza

si

basa

sulle

capacità
naturali

C'è

una

tradizione

che

afferma

che

alcune

abilità

positive

sono

prerequisiti
per

avere

il

diritto

di

non

essere

schiavi

di

qualcuno.

Tuttavia,

se

una
persona

manca

di

queste

capacità,

non

significa

che

possa

essere

schiavizzata,

ma

non
c'è

una

ragione

chiara

per

considerare

tale

schiavitù

come

una

violazione

della

libertà
naturale

Questo

porta

alla

necessità

di

una

nuova

concezione

di

libertà.

15
b.

Le

DOTTRINE

DEL

CONTRATTO

SOCIALE

sostengono

che

le

parti

danno

inizio

alla
trattativa

in

una

situazione

di

eguaglianza

morale,

di

poteri

risorse.

Rawls,

Locke
e

Hobbes

sostengono

che

tra

gli

uomini

nella

situazione

iniziale

non

esistono

grandi
differenze.

Le

DIFFERENZE

esistenti

sono

ARTEFATTI

creati

dalla

loro

condizione

sociale,

ricchezza,

classe
ecc.

Si

potrebbe

sostenere

che

gli

esseri

siano

eguali

moralmente

senza

sostenere

che
siano

eguali

per

potere

capacità,

si

potrebbe

anche

asserire

l’inverso.

c.
LE

PARTI

SONO

INDIPENDENTI

gli

individui

non

sono

quindi

dominati

da

nessun
altro

individuo.

Si

nota

come

in

questo

modo

vengono

ESCLUSI

anche

BAMBINI

e
ANZIANI

DONNE

ADULTE,

solitamente

dipendenti

dagli

uomini.

Come

l’assunto

di

eguaglianza

quello
di

indipendenza

non

può

essere

facilmente

modificato

senza

intervenire

sull’intera

concezione

del

contratto
sociale

sul

suo

scopo:

Si

suppone

che

le

parti

COOPERINO

fra

loro
per

assicurarsi

un

MUTUO

BENEFICIO,

che

non

potrebbe

ottenere

altrimenti.

Non

richiesta
alcuna

devozione

amore

per

la

giustizia

nessuna

preoccupazione

per

il

bene
altrui.

La

ricerca

di

un

vantaggio

reciproco

la

riuscita

dei

propri

progetti
non

da

meno

rispetto

all’impegno

compassionevole

verso

il

benessere

di

tutti

gli
esseri

umani.

5.

GROZIO,

HOBBES,

LOCKE,

HUME,

KANT,

LOCKE

LOCKE


L'interesse

centrale

di

Locke

stabilire

che

nello

stato

di

natura

gli

esseri
umani

sono:

Liberi

ogni

persona

ha

il

diritto

di

governare

se

stessa.

Eguali

nessuno

ha

il

diritto

di

governare

sugli

altri.

Indipendenti

:
ognuno

ha

il

diritto

di

perseguire

propri

progetti

personali.

Locke

ritiene

che
gli

esseri

umani

abbiano

poteri

simili

nel

corpo

nella

mente,

lega
questa

uguaglianza

ai

diritti

morali

differenza

di

Hobbes

per

Locke

l'uguaglianza
morale

non

dipende

dall'uguaglianza

di

potere.

Non

affronta,

però,

il

tema

delle

persone
con

disabilità

Secondo

Locke,

nello

stato

di

natura,

gli

uomini

hanno

il
dovere

di

preservare

se

stessi

gli

altri

la

dignità

naturale

ci
spinge

verso

la

comunità

La

nostra

dignità

legittima

diritti,

che

possono
essere

ottenuti

solo

tramite

la

cooperazione

L'obiettivo

della

vita

cooperativa

garantire

che
tutti

possano

vivere

dignitosamente.

Se

la

società

politica

assente,

Locke

ritiene

che
ci

sarebbe

il

rischio

di

cadere

in

uno

stato

di

guerra.

Per

evitare
ciò,

le

persone

devono

accettare

l'autorità

delle

leggi

delle

istituzioni

con
il

fine

principale

di

preservare

la

loro

proprietà

La

sua

teoria

potrebbe

essere
basata

sui

diritti

senza

bisogno

di

un

contratto

sociale

fondato

sul

vantaggio

reciproco
.

KANT

La

teoria

di

Kant

sul

contratto

sociale

simile
a

quella

di

Locke

Secondo

Kant,

la

libertà

naturale

un

attributo

fondamentale
degli

esseri

umani

nello

stato

di

natura

il

contratto

sociale

si
attua

quando

le

persone

decidono

di

uscire

da

questo

stato

per

entrare

in
uno

stato

giuridico,

in

cui

vigono

principi

di

giustizia

distributiva

Il

contratto

di
Kant

necessario

perché

diritti

naturali

sono

rischio

nello

stato

di
natura.

Le

parti

contraenti

concepite

come

libere

indipendenti,

sono

le

stesse
persone

che

scelgono

principi

politici.

Kant

distingue

tra

cittadini

attivi

passivi

:

cittadini

attivi

hanno

diritto

di

voto

la

possibilità

di

partecipare
attivamente

alla

vita

politica.

cittadini

passivi

godono

della

libertà

uguaglianza
,

ma

non

hanno

diritto

di

voto,

non

possono

ricoprire

incarichi

politici

e
non

partecipano

all'introduzione

delle

leggi.

Le

donne

le

persone

con

disabilità

restano,
secondo

Kant,

in

uno

status

di

cittadini

passivi

senza

possibilità

di

uscire

da
questa

condizione.

NODI

PROBLEMATICI

delle

teorie

contrattualiste:

1-

equiparazione

del

gruppo

degli
artefici

del

contratto

con

il

gruppo

di

coloro

che

alla

fine

saranno

cittadini;
2-

l’eguaglianza

di

potere

di

forza

viene

identificata

spesso

come

eguaglianza
morale;

3-

vantaggio

reciproco

(economico)

come

parte

essenziale

del

contratto;

4-

difficoltà
nel

trattare

la

cittadinanza

delle

donne

delle

persone

ineguali

fisicamente

mentalmente.
Un

altro

elemento

presente

nelle

teorie

contrattualiste

la

RAZIONALITA’

considerata

ATTRIBUTO

DELLA
CITTADINANZA.

16

6.

TRE

FORME

DI

CONTRATTUALISMO

CONTEMPORANEO

(vedi

libro)
LE

CAPACITA’

UMANE

CENTRALI

Lista

di

10

capacità

come

requisiti

centrali

di
una

VITA

DIGNITOSA.

Una

società

che

non

garantisce

queste

capacità

ai

cittadini

fino
a

un

livello

di

soglia

appropriato

non

una

società

giusta.

La

lista
in

espandibile:

1.

VITA:

vivere

fino

alla

fine

una

vita
umana

di

normale

durata;

2.

SALUTE

FISICA:

buona

salute,

sana

riproduzione,

nutrizione

e
abitazione

adeguate;

3.

INTEGRITA’

FISICA:

libertà

di

muoversi

liberamente,

protezione

contro

aggressioni,
possibilità

di

godere

del

piacere

sessuale

4.

SENSI,

IMMAGINAZIONE

PENSIERO:

poter

immaginare,
pensare

ragionare

in

modo

veramente

umano.

5.

SENTIMENTI:

amare,

soffrire,

provare
desiderio,

gratitudine

ira

giustificata.

6.

RAGION

PRATICA:

sviluppare

concezione

di

bene
e

impegnarsi

in

una

riflessione

critica

su

come

programmare

la

vita.

7.
APPARTENENZA:

a)

poter

vivere

con

gli

altri

per

gli

altri,

essere

capaci
di

giustizia

di

amicizia.

b)

avere

le

basi

sociali

per

il
rispetto

di

per

non

essere

umiliati,

tutela

contro

la

discriminazione.

8.
ALTRE

SPECIE:

vivere

in

relazione

con

gli

animali,

provando

interesse

per

essi.

9.
GIOCO

10.

CONTROLLO

DEL

PROPRIO

AMBIENTE:

a)

politico

partecipare

in

modo
efficace

alle

scelte

politiche,

b)

materiale

avere

diritto

al

possesso

ma
in

termini

di

concrete

opportunità

L’approccio

basato

sulle

capacità

universale

ed

esse
sono

ritenute

importanti

per

ciascun

cittadino

in

ogni

nazione:

ognuno

deve

essere

TRATTATA
COME

FINE.

In

questo

senso

simile

all’APPROCCIO

INTERNAZIONALE

DEI

DIRITTI

UMANI.

La
teoria

lascia

uno

spazio

rilevante

al

rispetto

del

pluralismo

lo

fa

in
6

MODI

1)

considero

la

lista

come

ESPANDIBILE

soggetta

una
REVISIONE

CONTINUA.

2)

VOCI

della

LISTA

dovrebbero

essere

REDATTE

in

modo

astratto
e

generale,

per

lasciare

spazio

specificazione

dei

cittadini

3)

lista

come

un’AUTONOMIA
PARZIALE

CONCEZIONE

MORALE

4)

La

lista

propone

di

dare

OPPORTUNITA’

DI

VITA

DIGNITOSA
ma

non

obbliga

questo

tipo

di

vita.

5)

sono

temi

centrali
della

lista:

la

LIBERTA’

DI

PAROLA,

ASSOCIAZIONE,COSCIENZA.

6)

insisto

sulla

FORTE

SEPARAZIONE

tra
questioni

di

giustificazione

questioni

di

applicazione.

Credo

che

sia

possibile

giustificare
questa

lista

come

una

BUONA

BASE

PER

PRINCIPI

POLITICI

in

tutto

il
mondo,

ma

in

tal

modo

non

autorizziamo

l’intervento

negli

affari

di

uno

stato
che

non

li

riconosce.

8.

CAPACITA’

CONTRATTUALISMO

L'approccio

di

Rawls

alla
giustizia

procedurale

cioè

si

concentra

sulla

creazione

di

una

procedura

che
garantisca

equità

imparzialità

differenza

di

un

approccio

orientato

al

risultato

,
che

stabilisce

prima

quale

deve

essere

il

risultato

poi

crea

una

procedura
per

ottenerlo,

Rawls

parte

dalle

capacità

ricerca

procedimenti

che

portino

risultati
vicini

ciò

che

intuizioni

morali

giudizi

ponderati

ci

dicono

essere

una
vita

dignitosa

L’approccio

basato

sulle

capacità

pone

l'accento

sulla

qualità

della

vita

delle
persone

rigetta

le

procedure

che

non

producono

risultati

coerenti

con

le

nostre
intuizioni

di

dignità

ed

equità.

Rawls

ammette

che

principi

politici

devono

evolvere
e

adattarsi

in

base

al

bilanciamento

intuitivo

delle

nostre

convinzioni

morali,

ma

crede
che

una

teoria

che

dipende

troppo

da

questo

bilanciamento

non

possa

offrire

principi
definitivi

stabili.

LE

CIRCOSTANZE

DI

GIUSTIZIA

Le

teorie

del

contratto
sociale

sostengono

che

la

giustizia

abbia

senso

solo

quando

le

persone

sono

in
una

situazione

tale

da

convenire

loro

uscire

dallo

stato

di

natura

stipulare
un

accordo

per

ottenere

vantaggi.

Al

contrario,

l’

approccio

delle

capacità

parte

dalla

concezione
aristotelico-marxista

dell’essere

umano

come

essere

sociale

politico

che

si

realizza

nei
rapporti

con

gli

altri.

Questo

approccio

considera

la

persona

come

politica

per

natura

,
trovando

soddisfazione

nelle

relazioni

politiche

Aristotele

sostiene

che

il

bene

umano

è
sia

sociale

che

politico

mentre

contrattualisti

vedono

il

bene

umano

come

apolitico
.

L’approccio

delle

capacità,

dunque,

si

concentra

sul

risultato

esaminando

se

esso

sia
compatibile

con

una

vita

che

rispetti

la

dignità

umana

LIBERE,

EGUALI
E

INDIPENDENTI

Gli

esseri

umani

nascono

come

bambini

vulnerabili

crescono

lentamente,

richiedendo
molta

cura.

Durante

la

vita

possono

sviluppare

necessità

derivanti

da

incidenti

malattie,
che

li

pongono

in

una

situazione

di

dipendenza

asimmetrica

necessitando

ulteriori

cure
e

affrontando

possibili

disabilità

Un

vantaggio

dell'essere

umano

la

capacità

di

creare
ambienti

che

permettano

tutti

di

partecipare

alla

vita

sociale

La

concezione
dell'individuo

come

"animale

politico"

si

lega

all'idea

di

libertà

dove

la

persona

ha
interesse

nelle

scelte,

comprese

quelle

di

vita

principi

politici.

Le

persone

differiscono
nei

bisogni

di

risorse

cura

non

sono

completamente

indipendenti,

dipendono

dagli
altri

in

alcune

fasi

della

vita.

17

LO

SCOPO

DELLA

COOPERAZIONE

SOCIALE

Per
Rawls,

il

senso

di

giustizia

distinto

dalla

ricerca

del

bene

personale

e
dai

mezzi

per

ottenerlo.

Mentre

l'approccio

delle

capacità

definisce

la

giustizia

come

il
bene

per

tutti,

compatibile

con

il

vantaggio

reciproco,

Rawls

ritiene

che

ridurre

la
giustizia

un

contratto

sociale

per

il

mutuo

vantaggio

limiti

la

sua

portata.
Le

motivazioni

delle

parti

coinvolte

sono

diverse:

teorici

classici

del

contratto
sociale

interpretano

in

vari

modi

sentimenti

morali

alla

base

della

società

politica.

Locke

attribuisce

grande

importanza

alla

benevolenza

Rawls

complessa:

le
sue

parti

sono

prive

di

amore

intrinseco

per

la

giustizia,

rappresentate

dal

velo
di

ignoranza

L’approccio

delle

capacità

però,

include

fin

dall'inizio

sentimenti

benevoli

La
concezione

politica

della

persona

di

Rawls

orientata

alla

sociabilità

ai

fini
condivisi

dove

il

bene

degli

altri

parte

del

bene

individuale.

Se
qualcuno

subisce

una

perdita

nelle

capacità,

il

cittadino

provi

compassione

Questi

sentimenti

benevoli
sono

presenti

ovunque,

ma

la

loro

appropriata

estensione

potrebbe

essere

supportata

da

un
progetto

di

educazione

morale

pubblica

ALLA

RICERCA

DI

UNA

GIUSTIZIA

GLOBALE

I
3

problemi

irrisolti

di

giustizia

si

dimostrano

ROBUSTI

poiché

coinvolgono

grandi

ASIMMETRIE

DI
POTERE,

CAPACITA’

RAZIONALITA’

MORALE.

Una

buona

analisi

deve

avere

una

consapevolezza

delle
varie

tipologie

di

MENOMAZIONI,

BISOGNI

DIPENDENZE

che

normali

esseri

umani

sperimentano.

Partendo
dalla

concezione

della

persona

come

ANIMALE

SOCIALE

l’approccio

basato

sulle

capacità

può

aiutarci
a

costruire

un’adeguata

concezione

di

una

CITTADINANZA

PIENA

ed

EGUALE

per

le

persone
con

DISABILITA’

MENTALI.

CAPITOLO

DISABILITÀ

CONTRATTO

SOCIALE

1.
BISOGNO

DI

CURA,

PROBLEMA

DI

GIUSTIZIA

L'autrice

racconta

la

storia

di

tre
ragazzi

con

disabilità:

1.

Sesha

affetta

da

paralisi

cerebrale

congenita

grave

ritardo
mentale,

sarà

sempre

dipendente

da

qualcuno.

2.

Arthur

ha

la

sindrome

di
Asperger

(autismo)

la

sindrome

di

Tourette

3.

Jamie

ha

la

sindrome
di

Down

Bambini

adulti

con

disabilità

sono

cittadini

ogni

società

giusta
deve

prendersi

cura

dei

loro

bisogni,

come

cura

istruzione

rispetto

di


e

amicizia

Tuttavia,

teorici

del

contratto

sociale

immaginano

gli

agenti

come
liberi,

eguali

indipendenti

le

persone

come

razionali

autonome,

il

che
non

si

adatta

alle

realtà

di

chi

ha

menomazioni.

Le

disabilità

sollevano

il
problema

dell'

equo

trattamento

in

quanto

molte

persone

con

disabilità

necessitano

di

organizzazioni
sociali

atipiche

per

vivere.

In

passato,

molte

di

queste

persone

sarebbero

morte

senza
possibilità

di

sviluppare

le

proprie

capacità.

Una

società

giusta

non

dovrebbe

stigmatizzare

queste
persone,

ma

promuovere

la

loro

salute

educazione

partecipazione

alla

vita

sociale
e

politica.

Le

persone

con

disabilità

hanno

bisogni

significativi

che

devono

essere

affrontati,
e

questo

si

collega

anche

alle

questioni

di

giustizia

di

genere

poiché

la
cura

delle

persone

dipendenti

spesso

svolta

dalle

donne

non

adeguatamente
retribuita.

La

disabilità

la

dipendenza

non

riguardano

solo

chi

ha

menomazioni

permanenti,
ma

anche

gli

anziani

chi

vive

periodi

di

dipendenza

temporanea.

Tutti

noi,
in

un

momento

della

vita,

siamo

dipendenti

dagli

altri

Riconoscere

questa

continuità
tra

chi

ha

disabilità

permanenti

chi

vive

fasi

di

vita

normali

implica
comprendere

che

il

lavoro

di

cura

una

realtà

che

tocca

ogni

famiglia.
Inoltre,

questo

lavoro

svolto

senza

retribuzione

non

riconosciuto

come

lavoro

.
2.

VERSIONI

PRUDENZIALI

MORALI

DEL

CONTRATTO

PUBBLICO

PRIVATO

Le
teorie

della

giustizia

nella

tradizione

del

contratto

sociale

non

affrontano

direttamente

le

problematiche
legate

disabilità

dipendenza.

Alcune

versioni

del

contratto

sociale,

come

quelle

di
Hobbes

Gauthier

si

basano

sulla

razionalità

egoistica

mentre

la

teoria

di
Rawls

introduce

una

imparzialità

morale

attraverso

il

concetto

del

velo

di

ignoranza

.
Secondo

Rawls,

le

persone

devono

essere

eguali

in

potere

capacità

per

garantire
giustizia.

Ha

definito

le

condizioni

di

giustizia

di

Hume

come

quelle

"normali"

per
cui

la

cooperazione

tra

umani

sia

possibile

che

necessaria

La

teoria

di
Rawls

quindi

un

ibrido

Kantiana

per

l'accento

su

condizioni

eque

,

Contrattualista

per

l'idea

dello

stato

di

natura

dell'obiettivo

del

vantaggio

reciproco
.

Secondo

Gauthier

le

persone

con

bisogni

inusuali

menomazioni

non

fanno

parte
del

contratto

morale,

poiché

abbassano

il

livello

medio

di

benessere

della

società.

Al
contrario,

nella

società

ordinata

di

Rawls

cittadini

sono

membri

cooperativi

durante
l'intero

corso

della

vita,

inclusi

quelli

con

bisogni

particolari.

18

3.

IL

CONTRATTUALISMO
KANTIANO

DI

RAWLS

La

TEORIA

DI

RAWLS

IBRIDA

suoi
elementi

kantiani

sono

in

tensione

con

elementi

propri

del

contratto

sociale

classico.

Le
quattro

aree

problematiche

che

dobbiamo

esaminare

sono:

1)

l’uso

che

la

teoria
fa

del

GUADAGNO

della

RICCHEZZA

per

indicizzare

le

relative

posizioni

sociali;

2)
l’uso

di

una

CONCEZIONE

KANTIANA

delle

persone

della

reciprocità;

3)

l’adesione
all’idea

delle

CIRCOSTANZE

DI

GIUSTIZIA

vantaggio

reciproco

come

ciò

che

rende

la
cooperazione

superiore;

4)

impegno

di

Rawls

verso

SEMPLICITA’

ECONOMIE

METODOLOGICHE

5)
esclusione

delle

motivazioni

di

benevolenza

dalla

posizione

originaria.

4.

POSTICIPARE

LA

QUESTIONE
DELLA

DISABILITA'

Rawls

immagina

le

parti

contraenti

come

adulti

razionali

cui
membri,

pur

non

avendo

capacità

uguali,

devono

avere

le

capacità

morali,

intellettuali

e
fisiche

necessarie

per

essere

membri

cooperativi

della

società.

Tuttavia,

Rawls

esclude

le

forme
estreme

di

bisogno

dipendenza

dalla

scelta

politica

iniziale,

sostenendo

che

questi

problemi
possano

essere

risolti

in

un

momento

successivo.

Nella

sua

teoria

dei

beni

primari

,
non

si

prevede

un'organizzazione

sociale

che

includa

forme

inusuali

di

supporto

per

persone
con

disabilità.

Rawls

rinvia

la

questione

dei

bisogni

inusuali

delle

persone

con

disabilità
alla

fase

successiva,

quando

la

struttura

sociale

di

base

già

definita.

Questo
solleva

due

interrogativi

principali:

1.

Perché

Rawls

rinvia

la

questione

delle

disabilità?

E
quali

problemi

sorgono

nella

sua

teoria

riguardo

questa

scelta?

2.

giusto
rinviare

questi

casi

anche

nella

teoria

kantiana

del

contratto

sociale?

Rawls

non

accetta
il

suggerimento

di

includere

immediatamente

le

persone

con

disabilità,

ci

sono

due
ragioni

principali:

Dottrina

dei

beni

primari

Rawls

misura

la

posizione

sociale
solo

in

termini

di

reddito

ricchezza

ignorando

altri

beni

come

la

mobilità
e

l'

inclusione

sociale

Questo

approccio

crea

un

problema

di

disabilità/beni

primari

:
due

persone

con

lo

stesso

reddito

possono

essere

in

condizioni

molto

diverse,

come
una

persona

su

sedia

rotelle

rispetto

una

con

mobilità

normale.

Rawls
non

accetta

un'analisi

che

consideri

una

misurazione

plurale

complessa

della

posizione

sociale.

Tradizione

classica

del

contratto

sociale

Rawls

presume

che

le

parti

abbiano

conoscenze
generali

sappiano

che

alcune

menomazioni

comuni

esistono

(ad

esempio,

mal

di

schiena
o

cecità),

ma

le

menomazioni

rare

richiedono

interventi

costosi

difficili,

più

onerosi
del

ritorno

economico

che

deriverebbe

dall'inclusione

completa

delle

persone

con

disabilità

rare.

In
tal

modo,

la

cooperazione

inclusione

totale

delle

persone

con

menomazioni

può

risultare
economicamente

difficile,

portando

alla

scelta

tra

cooperazione

esclusione

In

sintesi,

la
teoria

contrattualista

di

Rawls

pone

un

limite

alla

piena

inclusione

delle

persone

con
disabilità,

considerando

le

difficoltà

economiche

pratiche

legate

alla

loro

completa

partecipazione

alla
vita

sociale

lavorativa.

5.

IL

CONCETTO

KANTIANO

DI

PERSONA

LA

MENOMAZIONE
MENTALE

Il

pensiero

di

Rawls,

che

si

basa

su

principi

kantiani

affronta
le

difficoltà

legate

al

benessere

sociale

ma

non

riesce

considerare

adeguatamente
le

persone

con

gravi

disabilità

mentali

La

sua

teoria

si

fonda

sulla

capacità
razionale

come

elemento

distintivo

della

persona,

ma

questo

approccio

problematico

per

vari
motivi:

Riduce

la

dignità

umana

quella

di

un

animale

particolare.


Ignora

la

dignità

intrinseca

degli

animali.

Presuppone

una

moralità

costante

senza
riconoscere

la

diversità

dei

bisogni.

Rawls

Kant

non

riconoscono

una

reciprocità

tra
esseri

umani

animali,

tra

individui

"normali"

persone

con

disabilità,

portando
a

una

doppia

esclusione

sociale

per

chi

ha

menomazioni,

poiché

non

si

adatta
all'immagine

ideale

di

razionalità

richiesta

per

essere

cittadini.

Thomas

Scanlon

propone

due

soluzioni:
mantenere

la

teoria

del

contratto,

trattando

le

persone

con

disabilità

come

soggetti

di
tutela

oppure

riconoscere

che

la

teoria

del

contratto

non

sufficiente

per

risolvere
le

problematiche

di

giustizia.

Rawls,

tuttavia,

esclude

l'idea

di

benevolenza

si

concentra
su

una

giustizia

reciproca

trascurando

le

necessità

delle

persone

con

disabilità.

Eva
Kittay

Amartya

Sen

suggeriscono

una

riformulazione

della

teoria

di

Rawls

per

includere
il

bisogno

di

cura

le

capacità

delle

persone.

Kittay

propone

di

considerare
la

cura

come

un

bisogno

fondamentale,

mentre

Sen

suggerisce

di

vedere

beni
primari

come

capacità

piuttosto

che

solo

beni

materiali.

Nonostante

questi

suggerimenti,

Rawls

continua
a

concentrarsi

su

reddito

ricchezza

escludendo

le

necessità

specifiche

delle

persone
con

disabilità.

In

sintesi,

la

teoria

di

Rawls,

pur

trattando

alcune

problematiche

legate
alle

disabilità,

rimane

inadatta

garantire

un

trattamento

equo

per

tutte

le

persone,
in

particolare

quelle

con

menomazioni

permanenti.

19

CAPITOLO

CAPACITÀ

DISABILITÀ
L'

approccio

delle

capacità

si

basa

su

diritti

fondamentali

anziché

su

principi

morali
generali,

ponendo

al

centro

la

dignità

umana

proponendo

condizioni

per

una

società
giusta.

Questo

approccio

si

distacca

dal

tradizionale

contrattualismo

in

particolare

dalla

teoria

di
Rawls.

Cooperazione

sociale

Nella

tradizione

del

contratto

sociale,

come

in

Rawls,
si

cerca

il

vantaggio

reciproco,

ma

questo

non

affronta

adeguatamente

le

persone

con
disabilità.

L'approccio

delle

capacità,

invece,

considera

la

giustizia

come

un

valore

intrinseco

e
promuove

una

cooperazione

basata

su

motivazioni

più

ampie.

Dignità

Contrariamente

alla

visione
kantiana

l'approccio

delle

capacità

integra

la

razionalità

con

l'

animalità

affermando

che
la

dignità

umana

va

riconosciuta

nei

bisogni

nella

socialità,

non

solo

nella
produttività.

Bene

accordo

Mentre

Rawls

lega

beni

primari

alla

razionalità,

l'approccio
delle

capacità

li

considera

come

mezzi

per

una

vita

dignitosa.

La

dignità

è
strettamente

legata

alle

capacità

delle

persone.

Perché

le

capacità?

Sen

suggerisce
di

sostituire

beni

primari

con

una

lista

di

capacità

per

misurare

la
qualità

della

vita,

poiché

le

capacità

sono

uniche

non

compensabili.

La

progettazione
dello

spazio

pubblico

essenziale

per

garantire

l'accesso

il

rispetto

delle

persone
con

disabilità.

Cura

capacità

La

cura

non

solo

una

capacità,
ma

un

insieme

complesso

che

coinvolge

sia

chi

riceve

che

chi

fornisce

assistenza.
Il

supporto

adeguato

può

migliorare

le

capacità

delle

persone

assistite,

strutture

organizzative
devono

sostenere

il

lavoro

di

cura

alleviare

il

carico

sulle

famiglie.


Capacità

funzionamento?

Si

dibatte

se

promuovere

solo

le

capacità

anche
i

loro

effetti

reali

(funzionamento).

importante

garantire

dignità

rispetto

per

tutti,
e

per

bambini

il

funzionamento

può

essere

un

obiettivo

adeguato.

Per

le
persone

con

gravi

disabilità

mentali,

il

funzionamento

può

diventare

l’obiettivo

principale

delle

politiche
pubbliche.

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