➔ PICO DELLA MIRANDOLA: filosofo e umanista del Rinascimento italiano.
- Dignitas Hominis (“dignità dell’uomo”) ➡ libertà, potenzialità e centralità dell’uomo (TEMI
PRINCIPALI);
- univa filosofia cristiana, pensiero classico e cabala ebraica (dottrina mistica elaborata in
Spagna).
8. Pico della Mirandola e la Dignitas hominis
Giovanni Pico della Mirandola (Mirandola, 1463 – Firenze, 1494), dopo aver compiuto i suoi
studi tra Bologna, Padova, Pavia e Parigi, si stabilì a Firenze, entrando in contatto con
l’ambiente dell’Accademia platonica e con figure di rilievo dell’umanesimo, tra cui Marsilio
Ficino e Girolamo Savonarola. Proprio l’amicizia con quest’ultimo, secondo una congettura
diffusa, potrebbe avergli causato la morte prematura: Pico sarebbe stato avvelenato a soli
trentun anni.
Il contributo di Pico al pensiero platonico fiorentino può essere sintetizzato in tre ambiti
principali: l’interesse per la magia ebraica, denominata “Cabala”; la dottrina della dignità
dell’uomo; il tentativo di conciliazione sincretistica tra platonismo e aristotelismo.
Nel suo progetto di realizzare l’ideale di una pace filosofica universale, Pico compose le
Conclusioni filosofiche, cabalistiche e teologiche, tese a dimostrare la possibilità di una
convergenza tra le diverse culture e religioni. L’opera consiste in una raccolta di 900 tesi che
avrebbero dovuto essere discusse in una grande disputa pubblica, ma che furono invece
condannate dalla Curia romana. Le tesi erano introdotte dall’Orazione sulla dignità
dell’uomo, un vero e proprio manifesto programmatico, destinato a diventare fin da subito
celeberrimo e a rimanere uno dei testi più influenti dell’intero periodo rinascimentale.
All’interno dell’Orazione, Pico prende avvio da un’affermazione contenuta nel dialogo
Asclepio («Grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo») per esprimere la sua concezione
dell’essere umano, collocato al centro della realtà perché dotato di armonia e soprattutto di
libertà. L’uomo, infatti, può scegliere quale vita vivere: quella degli esseri divini oppure
quella brutale propria degli enti materiali. È Dio stesso a infondere nell’uomo i semi
germinali che lo rendono capace, come un “camaleonte”, di trasformarsi in un essere
angelico o in un essere bestiale. L’uomo diventa così artefice e inventore di sé stesso,
potendo andare incontro tanto a una degenerazione quanto a una rigenerazione.
Immaginando un dialogo tra Dio e l’uomo appena creato, Pico conclude così il suo discorso:
«Non ti ho dato, o Adamo, né un luogo determinato, né un aspetto proprio, né
un compito particolare, affinché tu possa ottenere e possedere quel luogo,
quell’aspetto e quel compito che tu stesso avrai scelto. Ti potrai degenerare
nelle cose inferiori, che sono brutali, oppure rigenerarti nelle cose superiori, che
sono divine.»
(Orazione sulla dignità dell’uomo)
Nel 1490, su suggerimento di Lorenzo il Magnifico e di Angelo Poliziano, Pico compose
inoltre il trattato L’ente e l’uno, nel quale tenta una concordia tra il pensiero aristotelico e
quello platonico. Al centro dell’opera vi è il confronto tra l’Essere e l’Uno, intesi come gli
oggetti peculiari del pensiero dei due grandi filosofi greci. Pico sostiene la priorità dell’unità
rispetto all’alterità: mentre l’ente esprime distinzione, determinazione, molteplicità e limite,
l’Uno rappresenta invece il processo di unificazione della molteplicità e di superamento
dell’alterità.